Nella lettera inviata a Netanyahu il 17 aprile, il presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas ha chiesto ad Israele di "interrompere tutte le attività di colonizzazione", come precondizione per l'attuazione dei negoziati. Una settimana dopo Catherine Ashton, ministro degli esteri dell'Unione europea, ha condannato Israele, dicendo: "gli insediamenti sono illegali secondo il diritto internazionale, sono un ostacolo alla pace e minacciano la sopravvivenza della soluzione dei due stati".

Scout palestinesi di Al-Qassam, il braccio armato del movimento Hamas, dimostrano le proprie
capacità nel corso di una cerimonia di laurea a Gaza City. (Foto: Reuters - Mohammed Salem)
Certo, gli insediamenti sono illegali secondo il diritto internazionale. Ma è pericoloso presentare la questione degli insediamenti come condizione per riprendere i colloqui diretti, perché questo cela il vero ostacolo alla pace, vale a dire la politica di Israele di mantenere lo status quo e la complicità dell'ANP nel perpetuare l'occupazione. Chiamando l'espansione degli insediamenti "un ostacolo alla pace" e il loro arresto una precondizione per i colloqui di pace bilaterali, l'ANP e la comunità internazionale collaborano con l'occupazione sionista al fine di concentrare l'attenzione sulla politica degli insediamenti di Israele e di continuare con il cosiddetto processo di pace.
Dal momento che i termini degli attuali dibattiti pubblici si sono spostati dagli insediamenti illegali a livello internazionale verso gli avamposti illegali a livello nazionale, ogni concessione che Israele farà nell'attività di insediamento sarà considerato "un ampio passo verso la pace" agli occhi della comunità internazionale. E' ancora fresco nella nostra memoria che il mondo - ritenendo che i negoziati bilaterali siano la chiave per una soluzione giusta - ha accolto con favore la decisione di Israele di imporre una moratoria sulle espansione degli insediamenti nel 2009, così come furono ben accolti i colloqui diretti che seguirono.
Una concessione politica a buon mercato sulla politica degli insediamenti serve effettivamente come valvola di sicurezza per Israele, per schivare le critiche esterne, pulire la propria immagine e pressare i palestinesi affinché riprendano i colloqui di pace diretti che però non conducono alla pace vera. Noam Sheizaf, un giornalista indipendente, afferma: "Qualsiasi primo ministro israeliano, e ancora di più se di destra, è molto tentato dal rimanere nella stanza dei negoziati per sempre - per rinviare a tempo indeterminato la quasi-guerra civile che accompagnerebbe l'evacuazione degli insediamenti, ma al tempo stesso per guadagnare la legittimità internazionale del 'pacificatore'".
Mantenimento dello status quo
Impegnarsi molto sugli argomenti dicotomici della soluzione dello Stato unico rispetto a quella dei due stati significa sprecare tempo ed energie, perché, al momento, Israele non è costretto a scegliere nessuna delle due.
Un intellettuale di destra, William Kristol, afferma candidamente: "Israele stabilisce di occupare territori da oltre 45 anni e il mantenimento indefinito dello status quo attuale è anch'esso un'opzione".
L'attuale governo israeliano non ha alcun incentivo o l'intenzione di cambiare lo status quo. Con la sua continua crescita economica (circa il 5% del PIL negli ultimi due anni) e il senso di sicurezza garantita dal muro di separazione, Israele ha abbracciato la sua occupazione come, attualmente, l'opzione più vantaggiosa.
"Da una prospettiva israeliana di costi/benefici, mantenere le cose come sono rimane preferibile ad entrambe le alternative, vale a dire separare la Cisgiordania o annettersela", sostiene Noam Sheizaf.
Libertà in vendita
Il desiderio di Israele di conservare lo status quo coincide con l'attuale politica dell'ANP della "pace economica".
Nel suo libro "Freedom for Sale", John Kampfner sostiene che in alcuni regimi autocratici (ad esempio Singapore e Cina) esiste "un patto" tra la classe media e il governo, in cui il primo dà libertà politica in cambio di libertà economica, dissuadendo efficacemente ogni tentativo di rovesciare il regime repressivo.
Un patto simile si trova tra l'Autorità Palestinese e Israele: la prima, guidata dal primo ministro liberale Salam Fayyad, aiuta a mantenere l'occupazione, mentre quest'ultima concede diritti economici limitati, a condizione che i palestinesi abbandonino la resistenza.
Jeff Halper, fondatore e direttore del Comitato israeliano contro la demolizione delle case, spiega l'idea di "apartheid vitale" nella sua recente intervista ad Al Jazeera: "Fayyad sta dicendo a Israele 'non abbiamo bisogno di territorio. Se ci dai spazio economico, [...] è sufficiente'".
Il modello Singapore dell'autocrazia guadagna legittimità grazie alle performances economiche. Allo stesso modo, la politica dell'ANP della "pace economica" fornisce una (relativa) soddisfazione materialista ai palestinesi, consolidando lo status quo, dando loro "qualcosa da perdere". Secondo il report 2011 dell'UNCTAD, l'economia dei Territori palestinesi occupati è cresciuta del 7,4% nel 2009 e del 9,3% nel 2010. Come risultato, secondo il Centro palestinese per l'opinione pubblica Fatah ha aumentato il sostegno ricevuto dal giugno 2009 (40,6%) al maggio 2011 (57,8%).
Le forze di sicurezza dell'ANP, addestrate dal Coordinatore della sicurezza degli Stati Uniti (USSC), cooperano con Israele per perseguitare i movimenti di resistenza nei territori occupati. Nel mese di agosto 2010, l'ANP ha arrestato, detenuto e violentemente attaccato i membri di partiti politici dissenzienti all'interno dell'OLP che si erano opposti alla decisione dell'Autorità Palestinese di riprendere i negoziati diretti, come segnalato da Electronic Intifada.
Perché l'ANP persegue la "pace economica" a scapito dell'indipendenza palestinese? Sembra che, di fronte alla formidabile supremazia militare di Israele garantita dagli Stati Uniti, l'ANP abbia scelto di far fronte con l'occupazione invece di porre fine a tutto questo. Afferma Jeff Halper: "i sionisti hanno sempre detto che una volta che sarebbe giunta negli arabi la disperazione, [...] 'disperazione perché la terra di Israele non diventerà mai Palestina' - sarebbe stata la fine, la vittoria per loro. Israele sente che è quello che ha ottenuto oggi".
Oltre alla sua performance economica, l'ANP guadagna legittimità e scoraggia la resistenza popolare fingendo di lottare per l'indipendenza e la libertà. Anche se l'ANP conosceva già la risposta, Abbas, in una performance politica, ha inviato una lettera a Netanyahu che ha prevedibilmente respinto la richiesta dell'ANP di fermare la costruzione degli insediamenti. Una dichiarazione congiunta è seguita alla lettera di risposta di Netanyahu: "Israele e l'Autorità palestinese si stanno impegnando a raggiungere la pace".
Alla luce della situazione attuale in cui l'ANP accetta implicitamente uno stato permanente di inferiorità, trasformando l'occupazione in qualcosa di "tollerabile" per i palestinesi e sostenibile per gli israeliani, i colloqui diretti danneggiano solo la causa palestinese. I negoziati bilaterali permettono allo Stato sionista e all'Autorità Palestinese di guadagnare legittimità da parte della comunità internazionale e minare il movimento palestinese di resistenza. Al contrario, gli sforzi dovrebbero concentrarsi sul rendere il comodo status quo per Israele e l'Autorità Palestinese scomodo.
Modi per aumentare il costo dell'occupazione
Mezzi non violenti, compresa la pressione diplomatica, il movimento BDS e la disobbedienza civile attiva sono tutti essenziali per creare un incentivo per gli israeliani al fine di modificare lo status quo. Tuttavia, siccome Israele gode del sostegno indiscusso degli Stati Uniti, ogni critica da parte della comunità internazionale contro Israele esercita sempre una pressione inferiore rispetto a quella reale. Ed è improbabile che il movimento BDS infliggerà una sostanziale pressione economica su Israele nel prossimo futuro.
Anche se il recente successo dello sciopero della fame ha dimostrato che la resistenza non violenta può essere efficace per ottenere piccole concessioni da Israele, la lotta attuale isolata non porterà alcun cambiamento fondamentale nello status quo. Come il muro di separazione ha reso più facile controllare ogni aspetto della vita dei palestinesi all'interno dei Territori Occupati, il tipo di gioco che cambia la resistenza popolare sul modello della Prima Intifada è diventato estremamente difficile, se non impossibile. Il muro non solo impedisce alla coscienza israeliana di incontrare la sofferenza palestinese, ma crea una frattura all'interno della già frammentata società palestinese, rendendo tutti i tipi di lotta popolare unitaria irrealizzabili.
Inoltre, come illustra la morte di Mustafa Tamimi - un palestinese che è stato colpito dal candelotto di un lacrimogeno in una manifestazione pacifica a Nabi Saleh lo scorso dicembre -, Israele continua a reprimere violentemente i manifestanti pacifici impunemente.
La situazione attuale lascia una sola opzione: la resistenza armata.
Nelson Mandela, dopo aver constatato che la resistenza non violenta da sola non avrebbe sconfitto il regime di apartheid sudafricano, istituì l'Usmkhonto we Sizwe (MK), il braccio armato del Congresso Nazionale Africano, che ha svolto un ruolo cruciale nel porre fine al governo dell'apartheid. Nel suo discorso "Sono pronto a morire", Mandela ha affermato: "abbiamo ritenuto che senza violenza non ci sarebbe stato alcun modo per le popolazioni africane di avere successo nella loro lotta contro il principio della supremazia bianca. [...] Ci hanno messo in una posizione in cui o avremmo dovuto accettare uno stato permanente di inferiorità, o avremmo sfidato il governo".
Non dimentichiamo che quello palestinese, come popolo riconosciuto a livello internazionale possessore del diritto all'autodeterminazione, può legittimamente esercitare il suo diritto alla resistenza armata contro il governo coloniale. Nella risoluzione ONU 2649 (1970), si ribadisce "la legittimità della lotta dei popoli sotto dominazione coloniale o straniera, a cui è riconosciuto il diritto all'autodeterminazione, per ripristinare tale diritto con ogni mezzo a disposizione".
La resistenza armata ha avuto successo nell'esercitare pressione su Israele. Israele ha ritirato le sue forze dal Sinai dopo la guerra del 1973; la Prima Intifada condusse alla Conferenza di Madrid e agli accordi di Oslo; Israele si ritirò dalla Striscia di Gaza dopo la seconda Intifada e la lunga resistenza di Hezbollah ha costretto Israele a ritirarsi dal Libano meridionale.
Ma le azioni armate devono avere come obiettivo solo le installazioni militari e del personale. Nel diritto internazionale, esiste una chiara distinzione tra combattenti per la libertà e i terroristi: gli obiettivi sono solo militari. Il Congresso Nazionale Africano non mirava agli obiettivi civili, affermando che l'MK avrebbe dovuto "continuare a distinguersi dalle forze di morte dell'apartheid per il coraggio dei suoi combattenti, la loro dedizione alla causa della liberazione e della pace e il loro rifiuto ad agire contro i civili, sia bianchi sia neri".
Dopo anni di disperazione e mancanza di progressi, è il momento per i palestinesi di abbandonare il ramo d'ulivo e prendere il fucile come combattenti per la libertà.
Seira Yun
attualmente lavora per una ONG Palestinese con sede a Nazzareth
Fonte: Al Akbar
Traduzione a cura di PalestinaRossa
Nota: Le opinioni espresse dall'autore non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al-Akhbar.