Palestina

Di Mohammad Hannoun. Venerdì, la nave Zaytouna diretta nella Striscia di Gaza assediata, è approdata al porto di Messina, dopo aver lasciato prima la Spagna e poi la Francia.

La barca fa parte di una piccola flotta di sole donne, attiviste internazionali, che faranno rotta verso la Striscia di Gaza sotto assedio da quasi dieci anni, per portare la solidarietà di tutto il mondo.

A riceverle al porto di Messina c’erano attivisti italiani e una delegazione dell’Associazione dei Palestinesi in Italia, che, insieme alle donne della flotilla, è stata ricevuta dal sindaco della città.

La barca-sorella, Amal-Hope, ha fatto ritorno a Barcellona per problemi tecnici.

Da varie parti si stati lanciati appelli per la protezione della flotilla, alla luce delle minacce israeliane.

La “Women’s Boat to Gaza” è un’iniziativa della coalizione per la Freedom Flotilla, composta da organizzazioni della società civile di una decina di Paesi.

Video: https://www.facebook.com/Benguennak/videos/1497668246917739/?pnref=story

 

 

Social media giant says editors’ accounts were disabled by mistake

Ramallah-PIC, Quds Press e Ma’an. Malik al-Qadi, il prigioniero che è rimasto in sciopero della fame per 70 giorni nelle carceri israeliane per protestare contro la propria detenzione amministrativa, sabato è stato trasferito in un ospedale palestinese. Ne ha dato notizia la Mezzaluna Rossa palestinese.

Al-Qadi è stato trasferito dal centro medico israeliano Wolfson all’ospedale arabo al-Istishari di Ramallah.

Al-Qadi si trova in condizioni di salute molto precarie che necessitano di speciali cure mediche: ha problemi cardiaci e polmonari.

Il presidente del Comitato per i prigionieri palestinesi, Issa Qaraqe, ha detto che al-Qadi rimarrà nell’unità di cure intensive all’ospedale Istishari.

Al-Qadi ha posto fine allo sciopero della fame mercoledì scorso, insieme ad altri due prigionieri, Muhammad e Mahmoud al-Balboul, dopo che le autorità israeliane hanno accettato che la loro detenzione amministrativa non verrà rinnovata.

Messina, Italia

Ieri, Venerdi 23 Settembre, è giunta a Messina ‘Zaytouna-Oliva‘, la barca della Freedom Flotilla Coalition partita il 14 Settembre da Barcellona, in Spagna, che in questa prima parte del suo viaggio ha toccato il porto di Ajaccio, in Corsica.

Ad accogliere le partecipanti alla missione Woman’s Boat to Gaza (Barca delle Donne per Gaza) una vasta rappresentanza della comunità di Messina, cittadini, associazioni, e il Sindaco Renato Accorinti.

La barca lascerà Messina nei primi giorni della prossima settimana per la sua destinazione finale, la Striscia di Gaza.

Abbiamo organizzato una serie di iniziative per celebrare la missione delle nostre sorelle che abbiamo atteso con ansia” dice Lucia Intruglio, coordinatrice del comitato di accoglienza a Messina.
Durante il loro soggiorno a Messina, le partecipanti alla missione avranno la possibilità di incontrare cittadini, gruppi di studenti, il sindaco della Città e altri rappresentanti delle istituzioni e delle associazioni.
Le donne in partenza per Gaza frequenteranno anche un corso di formazione alla nonviolenza, per essere pronte ad affrontare al meglio una eventuale aggressione da parte dell’esercito israeliano.

Intruglio aggiunge “Ci saranno anche momenti di riposo. Si tratta di un viaggio lungo e difficile: ci auguriamo che, in partenza da Messina, siano nelle migliori condizioni per affrontare l’importante tappa successiva“.

La “Barca delle Donne per Gaza” è una iniziativa della Freedom Flotilla, una coalizione internazionale composta da organizzazioni della società civile – provenienti da di più di una dozzina di paesi – che chiedono la fine dell’assedio della Striscia di Gaza, ultima meta di questo viaggio.

Tutti gli aggiornamenti sul sito https://wbg.freedomflotilla.org/

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Quali sono gli obiettivi delle potenze regionali e globali e perché i loro interessi non contemplano un cessate il fuoco. Escalation militare ad Aleppo: il governo lancia una nuova offensiva

Foto: Abdulrhman Ismail. Reuters

di Chiara Cruciati     il Manifesto

Roma, 24 settembre 2016, Nena News – L’unico output della tregua è l’escalation militare: a suggellarla è stato giovedì sera l’esercito del presidente Assad che ha lanciato una nuova controffensiva su Aleppo. Mentre all’Onu i 23 paesi dell’International Syria Support Group chiudevano il meeting con un nulla di fatto, sul sito del governo appariva un messaggio ai residenti: state lontani dalle postazioni dei gruppi armati (difficile visto che sono nascosti tra i civili) e raggiungete i checkpoint dell’esercito (ancora più difficile vista l’assenza di corridoi umanitari).

Già 150 i raid sui quartieri est controllati dalle milizie, 90 le vittime. Tra i target anche centri della locale protezione civile. E ieri pomeriggio una fonte interna ha paventato la possibilità di una prossima offensiva via terra. Dichiarazioni che non fanno pensare alla volontà di dialogare, stesso messaggio inviato dalle continue violazioni della tregua compiute la scorsa settimana dalle opposizioni. Dietro il paravento diplomatico (ieri il segretario di Stato Usa Kerry e il ministro degli Esteri russo Lavrov parlavano ancora, incredibilmente, di rivedersi oggi per cercare un accordo) stanno interessi difficili da scalfire, specchio delle diverse strategie impiegate sul disastrato campo di battaglia siriano.

Se è vero che tutti vogliono risolvere il conflitto, perché dopo 5 anni e mezzo e 450mila morti, si combatte ancora? Perché gli obiettivi dei signori della guerra non sono stati del tutto raggiunti. Assad, dato per spacciato ma rinvigorito dall’intervento russo, punta oggi a chiudere islamisti e moderati in enclavi circondate dal governo, territorialmente discontinue. Lo fa con l’esercito ma anche con gli accordi di Homs e Daraya, costringendo all’evacuazione i “ribelli” e spedendoli tutti a Idlib, in mano ad al-Qaeda.

Le opposizioni non accettano il ben che minimo compromesso, forti dei balbettii internazionali che non sanno distinguere tra forze effettivamente legittimate dalla popolazione per prendere parte al futuro della Siria e quelle il cui obiettivo non è la democrazia ma un califfato sunnita. Continuando a ricevere armi e protezione con cui si rafforzano, gli islamisti si stanno creando una base di consenso nelle zone assediate, fertili alla propaganda anti-governativa.

La Turchia non ha ancora ottenuto zona cuscinetto e scomparsa del progetto politico e geografico della kurda Rojava e accende la guerra con invasioni ostili al dialogo. Approccio che condivide con il Golfo, il grande finanziatore del conflitto, che – seppur non abbia fatto saltare Assad – ha ridotto la Siria in macerie, mera ombra del paese leader che era.

L’Iran, che con uomini e denaro tiene in piedi Damasco, vuole scansare il pericolo di una frammentazione del paese alleato in cui tanto ha investito e che gli garantisce, insieme ad Hezbollah, di opporre all’asse sunnita un asse sciita altrettanto potente.

Infine, la guerra fredda Usa-Russia. Washington, annichilita dal ritorno del Cremlino, vuole evitare che la Siria resti nella sfera russa e non disdegna una frammentazione che ne faccia un soggetto debole e controllabile. E si allea con chiunque, gruppi impresentabili ma nei fatti le sole opposizioni. Mosca vuole tornare super potenza a livello globale, sia sul piano politico che economico: la Siria, in tal senso, non è che campo di battaglia di una contrapposizione politico-strategica molto più ampia, nella quale non è la diplomazia a definire gli equilibri di potere, ma gli eserciti e gli affari.

E le alleanze si mescolano, i cambi di casacca sono repentini. Ieri il voltafaccia dell’ex al-Nusra: dopo aver ricevuto per anni armi e denaro dalla Turchia, ha fatto appello alle opposizioni perché si contrappongano all’invasione turca a nord: «Vietiamo di combattere sotto qualsiasi potere regionale o coalizione internazionale – dice il comunicato chiaramente scritto nella veste di leader delle opposizioni sunnite – L’intervento Usa sostiene il Pkk a danno delle regioni sunnite». Al solito, il mostro che si ribella allo sponsor anche se ne condivide gli scopi. Nena News

 Chiara Cruciati è su Twitter @ChiaraCruciati

Decine di famiglie di rifugiati siriani hanno trovato accoglienza a Nasser, un campo palestinese non riconosciuto dive da decenni vivono migliaia di profughi della Nakba e nella Naksa. Intanto la Giordania inasprisce le misure che frenano l’afflusso di nuovi profughi

Il campo di Zaatari

di Michele Giorgio   il Manifesto

Amman, 24 settembre 2016, Nena News – «È stato un viaggio lungo, durato tre mesi, da Homs fino alla frontiera con la Giordania«. Firas Hussein, 47 anni, parla a bassa voce, fissando un armadietto malandato nella stanza, come se il film di quella fuga dalla guerra, dalla morte, gli scorresse all’improvviso davanti agli occhi. «Ogni giorno percorrevamo qualche chilometro con trasporti di fortuna o a piedi – racconta – i combattimenti e le sparatorie bloccavano le strade. Molte notti le abbiamo trascorse in case semidistrutte, abbandonate. Quando abbiamo visto la frontiera e poi Zaatari (il più noto dei campi per profughi siriani in Giordania, ndr) pensavano di aver raggiunto il paradiso. Invece era l’inferno, la vita lì era impossibile. Dopo qualche giorno siamo scappati e siamo venuti qui, nel campo di Nasser, dove ci hanno accolto i fratelli palestinesi».

Hussein, sua moglie e i suoi figli sono una delle tante di famiglie siriane che hanno trovato una casa a Nasser, un campo palestinese non riconosciuto alla periferia estrema di Amman dove vivono migliaia di rifugiati della Nakba (1948) e della Naksa (1967). Uomini, donne e bambini che godono di pochissimi servizi. Le Nazioni Unite garantiscono aiuti umanitari, la scuola per i bambini e poco più. Per il governo giordano, il campo di Nasser di fatto non esiste, è solo un ammasso di case alla periferia della capitale. In queste povere abitazioni, in queste stradine strette e sporche, camminano ora anche Firas Hussein, i suoi familiari e tanti siriani scappati dalla guerra.

Si apre la porta della stanza, piano piano. Si sentono voci di donne. Una bambina fa capolino, poi scappa via. «Ad Homs avevamo una abitazione vera, qui viviamo come possiamo, sopravviviamo grazie a loro», prosegue Firas, indicando con un cenno della testa Abu Mujahed e Abu Mahmoud, seduti davanti a lui, palestinesi che a Nasser ci sono nati e cresciuti e forse ci moriranno senza tornare nella loro terra. «Non abbiamo soldi – prosegue Firas – con il contributo che ci passano le organizzazioni umanitarie paghiamo l’affitto e compriamo qualche scatoletta, un po’ di riso, patate…Non ho vergogna ad ammettere che delle volte cerco di recuperare qualcosa dal cassonetto dei rifiuti giù sulla strada principale». Il suono lontano di una campanella segnala la fine delle lezioni nella scuola dell’Unrwa. I bambini come stormi di uccelli si disperdono veloci nelle strade del campo. A scuola in Giordania ora ci vanno anche i piccoli siriani. Il governo ha dato il via libera dopo aver ottenuto assicurazioni di ulteriori finanziamenti al regno hashemita. E’ un punto sul quale re Abdallah e altri esponenti dell’esecutivo battono molto in sede internazionale. «I nostri bambini possono andare a scuola, hanno la loro vita. Invece noi adulti non possiamo lavorare, il governo lo vieta, ed è dura quando devi dare da mangiare ad una famiglia. La carità non basta», commenta Firas.

Nonostante il divieto i circa 700mila profughi siriani in Giordania fanno di tutto per lasciare i campi e per raggiungere una città o uno dei 125 insediamenti informali nei governatorati settentrionali di Mafraq e Irbid, alla ricerca di un lavoro. Tanti preferiscono andare ad Amman, dove riescono a trovare più facilmente occupazioni in nero entrando però in conflitto con i disoccupati giordani. Tareq Barakat, 19 anni di Deraa, fino a qualche settimana fa viveva a Azraq, nel deserto orientale della Giordania, destinato a diventare il campo più grande con una popolazione totale di 130.000 profughi. »Ad Azraq stanno allestendo alloggi prefabbricati e portano roulotte – riferisce Barakat – presto ci saranno anche due scuole e un ospedale ma per me è solo una grande prigione. Esercito e polizia intimano di non uscire alla gente, di non lasciare il campo. Stando lì ho capito che sarei rimasto a marcire e sono scappato, perchè voglio lavorare e non passare il tempo su di un materasso aspettando che finisca la guerra in Siria». Anche Tareq Barakat vive a Nasser. »Non posso permettermi di pagare un affitto ad Amman e qui ho trovato una famiglia (palestinese) che mi ospita per pochi dinari». Il giovane racconta di sparatorie, esecuzioni sommarie, di distruzioni immense in Siria. Ma non ha alcuna voglia di partire per l’Europa come hanno fatto tanti altri siriani. »Voglio tornare lì, in Siria, voglio tornare a Deraa», dice alzando gli occhi al cielo.

Chi è riuscito a raggiungere Amman si reputa fortunato, nonostante le difficoltà e i divieti delle autorità. A nord la Giordania ha deciso di chiudere i confini, ha detto basta ad altri profughi e non lascia avvicinare i giornalisti, ufficialmente per ragioni di sicurezza dopo l’attentato suicida compiuto dall’Isis che ha ucciso sette guardie di frontiera vicino Rukban, lo scorso 21 giugno. Un passo catastrofico per i 75mila rifugiati che in quella zona vivono intrappolati in una terra di nessuno. Un recente rapporto di Amnesty International, che include immagini riprese dai satelliti, rivela la crescita delle dimensioni di Rukban. Se un anno fa c’erano 363 tende e altri rifugi di fortuna, adesso se ne contano oltre 8mila. La popolazione ha difficoltà ad accedere al cibo e cure mediche e vive in precarie condizioni igienico-sanitarie. L’epatite ha ucciso 10 profughi nel mese di giugno. »La situazione del campo – ha commentato Hassan Tirana, di Amnesty – è una fotografia cupa delle conseguenze del fallimento della condivisione delle responsabilità circa la crisi globale dei rifugiati. Per effetto di questo fallimento molti paesi confinanti con la Siria hanno chiuso le loro frontiere ai profughi».

Le cose non vanno molto meglio a Zaatari, dove in passato gli abitanti hanno protestato con forza contro le condizioni di vita. Governo e monarchia confermano la linea dura che maschera la difficoltà di trovare una risposta adeguata alle tensioni tra profughi e cittadini giordani già insofferenti verso i rifugiati palestinesi che pure vivono nel Paese da decenni. »Da un punto di vista sociale sono cambiate tante cose negli ultimi 15 anni» spiega l’analista Mouin Rabbani »dopo la guerra e l’occupazione anglo-americana dell’Iraq, la popolazione giordana accolse centinaia di migliaia di profughi iracheni. Non li amava però li accettava anche perché molti tra questi erano benestanti, portarono con loro tanti soldi e procurarono persino occasioni di lavoro ai giordani. I siriani sono più simili ai giordani degli iracheni ma la gente vuole cacciarli via lo stesso perché, essendo poveri, sono pronti a fare ogni lavoro togliendolo in teoria ad un giordano».

Nessuna tensione tra palestinesi e siriani a Nasser. «Penso che in situazione del genere dare una mano a chi ne ha bisogno sia prioritario – dice Abu Mujahed – Ed è questo che la gente del campo sta facendo con generosità. Con i nuovi arrivati talvolta emergono differenze, opinioni politiche diverse…Ad esempio io non credo che quella in corso in Siria sia una rivoluzione genuina, per me è un complotto di Israele e Stati Uniti, mentre Firas (Hussein) pensa che sia giusto abbattere Bashar Assad. Questo però non impedisce un rapporto sereno tra di noi, Siamo entrambi profughi». Abu Mujahed, indossa una uniforme militare e al collo porta una vistosa kufiye palestinese. Si augura che il mondo torni ad occuparsi della questione palestinese. »Adesso tutti parlano dei profughi siriani ed è giusto così. Hanno la priorità – sottolinea il palestinese – però non dovete dimenticarci. Se i siriani hanno diritto di tornare alle loro case, nella loro terra, quel diritto lo abbiamo anche noi palestinesi». Nena News

 

 

Il medico e artista saudita Ahmed Mater espone alla Smithsonian Free Art Gallery ”Symbolic Cities.”: uno studio fotografico aereo unito a elementi di fisica ed installazioni, che attraversa le metropoli saudite alla luce delle ultime trasformazioni urbanistiche, economiche e sociali

di Cecilia D’Abrosca

Roma, 24 settembre 2016, Nena News – Il percorso creativo di Ahmed Mater segue una metodologia basata sull’applicazione della conoscenza scientifica, della fisica e della medicina, all’arte contemporanea. Figura tra gli artisti più destabilizzanti e complessi capace di interpretare i meccanismi delle nuove metropoli, della loro pianificazione, costruzione ed evoluzione. Nasce in Arabia Saudita nel 1979, si laurea in medicina e in fisica, poi decide di voler approfondire il campo delle arti e si avvicina a quello dell’arte visuale o visual art. Non si può dire che il suo stile sia racchiuso da elementi immediatamente distinguibili poiché, sulla base delle sue conoscenze tecnico-scientifiche, si spinge ad utilizzare e far convergere più mezzi possibili: spazia dalla fotografia analogica a quella aerea, dalla pittura alle installazioni nei musei e all’aperto, dalla pittura alla calligrafia.

A Riyad ha creato uno studio d’arte con sua madre, anche lei artista esperta di calligrafia araba. Ahmed non vive solo in Arabia Saudita ma anche in Europa e negli Stati Uniti, nazioni che ospitano i suoi lavori. Oltre a essere artista e fotografo è anche imprenditore: assieme ad altri colleghi sauditi e ad uno inglese ha creato una piattaforma digitale dove artisti sauditi emergenti incontrano virtualmente quelli occidentali per iniziare nuove collaborazioni. In questo periodo, Ahmed Mater sta presentando un progetto-studio che ne contiene altri al suo interno. Si tratta dell’ Symbolic Cities, risultato di anni di osservazione, viaggi, fotografie, sperimentazioni, allestito nel museo più grande del mondo, lo Smithsonian di Washington, in una delle sue gallerie d’arte, la Free Gallery of Art, la quale dispone di una delle più ingenti collezioni d’arte asiatica nel mondo (più di 40mila oggetti, dal Neolitico ad oggi, con una prevalenza di arte islamica e del Vicino Oriente).

Da una prima osservazione di Symbolic Cities emerge che Ahmed Mater parte dal rigore derivante dalla sua formazione multidisciplinare – tanto quanto da un approccio non convenzionale – per riunire riflessioni e spunti d’analisi del suo tempo e dello spazio, sulla società saudita. Nel suo studio-lavoro, il passaggio rilevante, nel senso ulteriore, è dato dall’uso del mezzo fotografico aereo in connubio con nozioni di fisica. Symbolic Cities si propone di esplorare la narrativa e le forme estetiche della cultura islamica nell’epoca della globalizzazione, del consumismo e delle trasformazioni di varia natura. Si tratta di un punto di vista assolutamente in linea con ciò che sta accadendo oggi nella società dell’Arabia Saudita, delle sue commistioni con l’Occidente, sempre più presente in quei luoghi attraverso l’implementazione di nuove aziende europee e dello stesso made in Italy.

Ahmed usa diverse tecnologie e lavora principalmente con l’immagine, fotografia, video storici e filmati d’archivio, per esplorare la memoria collettiva locale e le storie non ufficiali, che vanno al di là della vita sociopolitica contemporanea dell’Arabia Saudita. Per questa mostra, che incrocia diversi stili espressivi e medium, la scelta, nel senso di evoluzione del percorso stilistico di Ahmed, è stata quella di ricorrere alla fotografia dall’alto del paesaggio, per riportare l’impatto della urbanizzazione e dell’intensificazione edilizia in luoghi fino a poco fa desertici; come a voler suggerire che, si è partiti da un luogo nel quale vi era solo “deserto” e poi ci si trova di fronte città che appaiono il simbolo di qualcos’altro. Di un qualcosa di anteriore che non è più visibile, verso il quale non è possibile operare un confronto e del “nuovo”, sul quale occorre fermare l’attenzione e la capacità di riflessione per valutare il senso del cambiamento e della sua direzione.

Symbolic Cities, curata da Carol Huh, comprende diverse sezioni di opere che Ahmed ha realizzato nel tempo: Empty Land, insieme di foto aeree sui territori non ancora invasi dall’urbanizzazione   e che conservano ancora tracce di storia; Desert of Pharan, che si concentra sulla Mecca e Ash al-Lal/Fault Mirage, progetto attento alla confluenza della religione nell’architettura metropolitana e Leaves Fall in All Seasons. Una parte della visita è dedicata a questo tema di dibattito e alle possibilità che il Medio Oriente può offrire in termini artistici, progettuali e sperimentali. E alle opportunità offerte agli artisti giovani in fase di crescita.

Desert of Pharan e Ash al-Lal/Fault Mirage sono complementari. Con essi, Ahmed Mater evidenzia non solo il cambiamento e l’azione urbanistica intervenuta nelle città de la Mecca e nella capitale Riyad ma vuole esaminare l’incidenza della religione sulla modalità di concepire la nuova architettura, tenendo conto della maestosità ed imponenza dei luoghi di culto musulmani che definiscono l’impianto delle metropoli. Il suo interrogativo è, in che modo l’urbanistica risponde alla compresenza, in città come la Mecca, del più grosso complesso di edifici di culto del Medio Oriente?

Infine, vi è una delle sezioni più interessanti della mostra intitolata Leaves Fall in All Seasons. Qui Ahmed non si limita a catturare l’esplosione dell’edilizia nei grossi centri urbani, ma sceglie di presentare il punto di vista degli operai costruttori in gran parte migranti provenienti da ogni parte, in particolare dal Sud Asia. Ne fissa le condizioni di lavoro, in materia di sicurezza, attraverso le immagini video che riprendono una giornata di lavoro in un cantiere. Ciò che si vede non è solo la perdita di interi quartieri popolari, ma lo spettacolo/shock della demolizione in vista della costruzione di nuovi grattacieli nel deserto al quale gli operai, metafora del pubblico, assistono e prendono parte. Nena News

 

Gaza-Quds Press e PIC. Venerdì pomeriggio, quattro giovani palestinesi sono rimasti feriti dai proiettili sparati dalle forze israeliane in diverse aree di confine della Striscia di Gaza orientale.

I soldati hanno aperto il fuoco, come consueto, contro giovani locali che stavano manifestando nelle aree di confine della città di Gaza e del campo profughi di al-Bureij.

Quattro giovani sono stati colpiti dai soldati a est del campo di al-Bureij e vicino al valico di Nahal Oz.

Tutti i venerdì, i giovani della Striscia organizzano manifestazioni vicino alle barriere di confine per protestare contro le violenze e i crimini israeliani contro la popolazione palestinese e i luoghi santi islamici.

Jenin-Quds Press e PIC. Venerdì, i soldati israeliani hanno aggredito un giovane disabile al check-point di al-Jalama, nel distretto di Jenin.

Fonti locali hanno raccontato che il giovane è stato brutalmente picchiato dai soldati. Questi hanno giustificato l’aggressione dicendo che l’uomo si era avvicinato al check-point senza fermarsi al loro ordine di stop.

Gerusalemme-Quds Press e PIC. Venerdì, coloni israeliani hanno brutalmente attaccato un gruppo di cristiani palestinesi nella Gerusalemme occupata. Ne hanno dato notizia media israeliani.

Coloni israeliani, guidati dall’estremista Bentzi Gopstein, hanno attaccato un gruppo di Cristiani che si trovavano in una sala riunioni, a Gerusalemme.

I coloni hanno gridato slogan anti-cristiani.

Il portavoce dei Consiglio dei Vescovi in Terra Santa, Wadi Abu Nassar, ha fermamente condannato l’attacco, ritenendolo un grave incitamento contro i Cristiani e ha ritenuto il governo israeliano responsabile per l’aggressione, chiedendo di prendere misure contro Gopstein e i suoi seguaci.

 

La nostra redazione cerca traduttori volontari dall’arabo, inglese e francese.

 

Chi avesse qualche ora disponibile durante la settimana è invitato a contattarci:

redazione@infopal.it

 

Grazie!

 

La Redazione

HRC debates Saudi war crimes in Yemen, Alkhalifa persecution of Bahrainis   International calls for an independent inquiry into Saudi war crimes in Yemen have intensified. The ongoing 33rd session of the Human Rights Council has been inundated by calls from countries and NGOs for such an inquiry after a “national” one failed to carry out impartial investigation. The new calls were stepped up on Monday 19th September when the Dutch government requested international impartial investigation be carried out on the conduct of the war on Yemen. Roderick van Schreven, the Dutch permanent representative to Geneva, told the council that he wanted to “reiterate our grave concern about the ongoing and deepening crisis in Yemen”. “The gravity of alleged violations of human rights and international humanitarian law over the last year cannot be ignored and international comprehensive investigations of all violations committed by all parties are now called for,” he said. Other countries including Brazil supported the call. The pro-Saudi lobby attempted to block NGOs from addressing the session knowing that they would call for the long-awaited independent inquiry. But several countries objected to this pathetic request.     In a related development, the most comprehensive survey of the conflict in Yemen has concluded that more than one-third of all Saudi-led air raids on Yemen have hit civilian sites, such as school buildings, hospitals, markets, mosques and economic infrastructure. The findings, revealed by the Guardian on 16th September, contrast with claims by the Saudi government, backed by its US and British allies, that Riyadh is seeking to minimise civilian casualties. The survey, conducted by the Yemen Data Project, a group of academics, human rights organisers and activists, will add to mounting pressure in the UK and the US on the Saudi-led coalition, which is facing accusations of breaching international humanitarian law. It will refocus attention on UK arms sales to Saudi Arabia, worth more than £3.3bn since the air campaign began, and the role of British military personnel attached to the Saudi command and control centres, from which air operations are being mounted. Two British parliamentary committees have called for the suspension of such sales until a credible and independent inquiry has been conducted.     On 19th September Amnesty International said it had evidence that a Saudi-led coalition battling Yemeni rebels dropped a U.S.-made bomb on a hospital, and is calling for a halt to arms sales to the coalition. The airstrike in question hit a hospital run by Doctors Without Borders, known by its French acronym MSF, in northern Yemen last month, killing 19 people. Amnesty says in its report that a picture analyzed by a munitions expert revealed that a U.S.-made precision-guided Paveway-series bomb was dropped on the site. Other evidence confirmed that phosphorus and cluster bombs were dropped on civilian targets in Yemen.     The Bahrain Centre for Human Rights said that in the week 13th -19th September at least six native Bahrainis were arbitrarily detained by the regime. There were at least 41 marches in 23 towns and villages, some of which were mercilessly attacked by regime’s forces. In Geneva several NGOs have called for a Special Rapporteur to investigate into human rights violations in Bahrain. Furthermore 22 NGOs, including Human Rights Watch and Amnesty International have asked the HRC’s member states to call for the release of Nabeel Rajab. Under Item 2 the European Union called on Bahrain to allow visits by UN’s Special Rapporteur on Torture. Under Item 4 several countries, including Switzerland, have also criticised Alkhalifa regime for banning human rights activists from attending the ongoing HRC session. The Czech Republic called for an immediate halt to the persecution by Bahrain’s regime of religious scholars and leaders like Sheikh Maitham Al Salman and Ayatuallah Sheikh Isa Qassim. Meanwhile the regime’s courts have ordered the detention of more people for their peaceful protests. Sheikh Ali AlJuffairi has been remanded in custody for two more weeks for attending the congregation outside Sheikh Isa Qassim’s house.     In London Prince Charles has been on the receiving end of criticisms for his planned visit to Bahrain’s dictators. A human rights group has condemned a visit in November. The tour, which includes visits to Oman and the United Arab Emirates, was announced yesterday by Clarence House. It comes a week after Zeid Ra’ad Al Hussein, the UN high commissioner for human rights, spoke out against the harassment of political activists in Bahrain. Sayed Ahmed Alwadaei, director of advocacy at the Bahrain Institute for Rights and Democracy, said: “The timing of Prince Charles’s visit suggests that the major human rights violations in 2016 are not in the British monarchy’s mind. The UN high commissioner for human rights called Bahrain’s attempts to smash the voices of its people ‘disastrous’ last week. “Prince Charles’s visit not only tells Bahrain that the UK doesn’t care that torture victims are on death row and critics face decades in prison, it actively endorses this repression.” The trip must be cancelled.   Bahrain Freedom Movement   21st September 2016

Gaza- PIC. Dall’inizio del 2015, l’esercito di occupazione israeliana ha rapito oltre 100 commercianti e imprenditori palestinesi durante i loro viaggi attraverso il valico di Beit Hanoun (Erez), nel nord della Striscia di Gaza, e ha revocato il permesso di entrata al 40 percento di loro.

Secondo il Centro per i diritti umani al-Mizan, l’esercito di occupazione ha incrementato gli arresti di imprenditori, nonostante questi abbiano ottenuto permessi di viaggio.

Nello stesso periodo, l’esercito israeliano ha impedito a 200 compagnie di condurre transazioni oltremare e ha bloccato l’ingresso di molti materiali grezzi necessari all’industria manifatturiera.

Gerusalemme-PIC. Venerdì le forze di sicurezza dell’Autorità palestinese (ANP) hanno arrestato un ragazza palestinese con l’accusa di un tentato attacco con il coltello contro i soldati israeliani.

La radio dell’esercito israeliano ha riferito che una diciannovenne è stata arrestata dalle forze dell’ANP mentre stava per eseguire un attacco con il coltello contro soldati israeliani al check-point di Zaim, tra l’insediamento illegale di Ma’ale Adumim e Gerusalemme.

La radio ha poi citato fonti della sicurezza dell’ANP che affermavano che la ragazza impugnava un coltello.

Negli anni recenti si è intensificato il coordinamento tra le forze israeliane e quelle dell’ANP, ai danni della popolazione palestinese, nel tentativo di distruggere la resistenza dei giovani contro l’occupazione.

More than 50 Palestinian boys and girls slain by Israeli forces since October.

Publications reaching millions say the censorship is result of Israel-Facebook deal.

Rafah-PIC. Giovedì pomeriggio, una guardia palestinese è rimasta ferita da frammenti di proiettile egiziano caduto e esploso in territorio palestinese, nella Striscia di Gaza.

Secondo quanto riportato da fonti locali, il missile è stato lanciato dall’Egitto ed è esploso vicino alle abitazioni palestinesi a Rafah. Un poliziotto palestinese è rimasto ferito.

Il portavoce del ministero dell’Interno palestinese a Gaza ha chiesto alle autorità egiziane di indagare sull’incidente, soprattutto perché non si tratta di un caso isolato. Diversi missili egiziani sono caduti su territorio gazawi, negli ultimi tempi.

The two-state solution is nothing more than a cover for legitimizing ethnic cleansing and apartheid.

Gerusalemme-Quds Press. Decine di migliaia di palestinesi, venerdì, hanno partecipato alla preghiera comunitaria nella moschea Al-Aqsa, monitorati da una massiccia presenza militare israeliana nella città occupata di Gerusalemme.

I fedeli palestinesi hanno raggiunto di primo mattino la Città Vecchia e il complesso di Al-Aqsa, attraverso i check-point militari che separano Gerusalemme dalla Cisgiordania, per partecipare alla preghiera del venerdì.

226 residenti di Gaza, in età superiore ai 50 anni, hanno lasciato la Striscia di Gaza, all’alba, attraverso il valico di Beit Hanoun – Erez, verso Gerusalemme, per pregare di Al-Aqsa.

La città occupata di Gerusalemme e i vicoli del centro storico si sono riempiti di rinforzi militari e forze speciali, dislocati anche alle porte del complesso di Al-Aqsa.

I soldati hanno arrestato un certo numero di giovani palestinesi e per provocazione hanno ispezionato le carte di identità.

InfoPal. Nelle ultime ore, l’amministrazione di Facebook ha chiuso numerose pagine e account pro-Palestinesi, comprese quelle affiliate a Hamas. Alcune pagine sono state chiuse per la 10ª volta.

Come riportato dal sito PIC, diversi attivisti online hanno accusato il servizio di social network Facebook di aver sospeso i loro account per zittire le pagine pro-Palestina. Essi sottolineano che non sono stati violati i regolamenti di Fb, ma che si tratta di una politica di repressione dell’informazione sulla Palestina, per compiacere Israele.

Tra le tante, la pagina Fb Filastin al-Hiwar, per esempio, aveva oltre 145 mila “follower” ed è stata sospesa.

Nei giorni scorsi, due ministri del governo israeliano hanno incontrato alti dirigenti di Fb per discutere di una collaborazione tra le parti e si sono accordati di lavorare insieme contro gli “incitamenti via media network”.

Si tratta della presunta “libertà di espressione” occidentale, invocata sempre ad hoc…
Sarebbe interessante, ora, vedere che chi modifica i propri profili con i colori e le foto delle campagne promosse da Fb e dalle corporation, dimostri di essere veramente libero ammantandosi con la bandiera palestinese e i suoi colori.

In questo link, articoli correlati della nostra redazione su Fb e la Palestina: http://www.infopal.it/?s=Fb

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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