Palestina

Gerusalemme – PIC. I soldati israeliani aprirono il fuoco su una giovane palestinese con handicap mentali che non rappresentava alcuna minaccia. E’ quanto ha denunciato venerdì 21 aprile un’avvocatessa palestinese.

L’avv. Naela Atiya, esperta e consulente giuridico sulle violazioni israeliane, ha invitato il ministro israeliano della Sicurezza interna ad aprire un’inchiesta immediata sull’attacco perpetrato contro la giovane disabile Manar Mujahed, di 30 anni, che è rimasta paralizzata. Secondo Atiya, le “guardie di frontiera” israeliane spararono sulla gerosolimitana Manar il 27 febbraio 2017, lasciandola sanguinare e gridare mentre suo padre correva a soccorrerla.

“Suo padre, un autista di bus, stazionava vicino al check-in militare dove Manar era appena stata colpita e ferita dai soldati. L’aveva vista da lontano ma non l’aveva riconosciuta a prima vista”, ha dichiarato l’avvocato.

Successivamente, in ospedale, i soldati israeliani ammanettarono la donna al letto, scoprendo che si trattava di una disabile mentale.

Manar rientrò a casa sulla sedia a rotelle, paralizzata. Dunque ora è anche disabile fisica, in quanto venne colpita da pallottole alla coscia e all’anca.

Traduzione di Chiara Parisi

Domenica 23 aprile, in occasione del XVIII Festival di Solidarietà con il popolo palestinese, svoltosi ad Assago (Milano), la nostra agenzia e la sua direttrice, Angela Lano, hanno ricevuto un premio per il lavoro di InfoPal, svolto in questi 11 anni per diffondere un’informazione veritiera sulla Palestina occupata. Anni contrassegnati da entusiasmo, solidarietà e sostegno, ma anche di difficoltà, ostacoli e attacchi da parte di media e attivisti portavoce dei colonizzatori sionisti.

Il premio ci è stato consegnato dal giornalista Jamal Rayan e dall’arch. Mohammad Hannoun. Tra i premiati anche  il deputato del M5s, Manlio Di Stefano, e la studentessa Yara Hmoud, per la sua interessante tesi di laurea sulla poetessa della Resistenza palestinese Fadwa Tuqan

Vogliamo ringraziare l’ABSPP e l’API per il sostegno in tutti questi anni, i Giovani Palestinesi d’Italia per il loro affetto e entusiasmo, e tutti i nostri stagisti e preziosi collaboratori che ci hanno affiancato dal 2006 a oggi. A voi tutti dedichiamo il premio.

Betlemme-Ma’an. Una donna palestinese, Asiya Kaabna, 39 anni, di Tayba, nel distretto di Ramallah, è stata arrestata, lunedì 24 aprile, dopo aver accoltellato una soldatessa israeliana al check-point di Qalandiya, tra la Cisgiordania e Gerusalemme Est. Secondo la polizia israeliana, la donna avrebbe tentato di “suicidarsi”, inducendo i soldati a spararle. La soldatessa è rimasta lievemente ferita. La portavoce della polizia israeliana, Luba al-Samri, ha dichiarato in un comunicato stampa diffuso in arabo che una donna palestinese si era avvicinata a check-point e “mentre aspettava il suo turno per l’ispezione, si è avvicinata a una giovane soldatessa dicendo di volerle chiedere qualcosa. A quel punto, ha fatto come per estrarre un coltello dalla sua borsa e ha colpito la soldatessa”.   Secondo al-Samri, Kaabna, che sarebbe di origine giordana, avrebbe dichiarato durante l’interrogatorio di aver avuto “litigi domestici” con il marito sul modo di educare i loro nove figli, e che il marito l’aveva ripetutamente minacciata di rimandarla in Giordania. Per questa ragione avrebbe deciso di eseguire l’attacco, aspettandosi di venire uccisa dai soldati israeliani e porre così fine alla sua vita.

 

Alla cortese attenzione del Sindaco di Milano, signor Giuseppe Sala

Egregio signor Sindaco,

le scrivo a seguito della notizia circolata nella rete, che un’associazione di ebrei legata alla Comunità Ebraica milanese, attraverso il suo sito www.linformale.eu, le ha chiesto, non si capisce a quale titolo, di adoperarsi per impedire la partecipazione alla prossima manifestazione del 25 aprile, festa della Liberazione, al movimento BDS (Boicotta Disinvesti Sanziona), calunniandolo con accuse false e infamanti.

Aumenta il numero di detenuti, mentre parte la battaglia sui media e per le strade. Israele risponde con isolamento, confische di libri e vestiti e trasferimenti

La vignetta del cartoonist Latuff per lo sciopero della fame iniziato il 17 aprile 2017

della redazione

Roma, 24 aprile 2017, Nena News – È trascorsa una settimana dall’inizio dello sciopero della fame di massa dei prigionieri politici di Fatah nelle carceri israeliane. Ma la battaglia, il braccio di ferro, si gioca anche fuori dalle celle: è una battaglia fatta di informazione e propaganda, ma anche delle azioni degli attivisti delle due parti.

Ai membri del movimento israeliano nazionalista e di ultra destra National Union che hanno organizzato un barbecue di fronte al carcere di Ofer, dove molti dei detenuti in sciopero sono rinchiusi, per rendere il loro digiuno ancora più difficile, hanno risposto venerdì manifestazioni di solidarietà palestinesi in Cisgiordania. Sotto tono, dice qualcuno: poco partecipate, si paventa, per l’intervento di Fatah che vuole affossare la protesta e con lei il suo leader Marwan Barghouti.

Erano comunque migliaia le persone che hanno marciato venerdì a Ramallah. Partiti dalla centrale piazza Yasser Arafat hanno provato a raggiungere il checkpoint di Beit El, fuori dalla città, dove si sono trovati di fronte l’esercito israeliano. Sono partiti gli scontri e cinque manifestanti palestinesi sono rimasti feriti.

Ma la battaglia si combatte anche sui media, con quelli filo-governativi israeliani che danno il bilancio di detenuti che cessano lo sciopero e quelli palestinesi che al contrario tengono il conto dei prigionieri che si uniscono. Ad una settimana dalla Giornata dei Prigionieri e dall’inizio dello sciopero “Libertà e Dignità” di 1.500 prigionieri, giovedì si sono uniti altri sei detenuti nel carcere di Megiddo, subito posti in isolamento dalle autorità carcerarie israeliane, e ieri altri 34 della stessa prigione.

Secondo i media israeliani 88 prigionieri avrebbero invece cessato il digiuno, notizia che viene smentita da Issa Qaraqe, capo del Comitato per gli affari dei prigionieri dell’Autorità Nazionale Palestinese. Chi, al contrario, si è unito alla protesta è un gruppo di detenuti del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, nella prigione di Ramon, subito posti in isolamento. Un atto che pare voler allargare anche ad altre fazioni palestinesi uno sciopero partito da Fatah e dal leader incarcerato Barghouti, in aperta sfida ai vertici del partito.

Israele risponde incrementando il numero di detenuti in isolamento, quello dei trasferimenti in altri carceri dei raid dentro le celle, confiscando libri e vestiti e vietando le visite di familiari e legali. A protestare per i prigionieri sono le associazioni fuori che stanno facendo pressioni e presentando appelli contro il divieto di far visita ai propri assistiti. Ma, come speso accade, Tel Aviv non intende scendere a patti: nessuno dei prigionieri a digiuno nelle prigioni di Ashkelon, Gilboa, Eshel e Nafha hanno finora potuto incontrare un legale o un familiare.

Chiedono dignità nelle prigioni, la fine dell’uso sistematico di torture e isolamento, delle carenze nell’assistenza medica e dell’utilizzo della detenzione amministrativa, misura cautelare che non prevede processo, autorizzata dal diritto internazionale solo in casi di emergenza e per tempi limitati ma che Israele applica da decenni senza alcun limite. Nena News

Photos of Palestinian life and Israeli occupation in the West Bank city of Hebron.

Hebron-PIC. Le forze d’occupazione israeliane hanno arrestato tre ragazzi palestinesi, tutti 17enni, nei pressi della moschea Ibrahimi, a Hebron, per presunto possesso di oggetti affilati.

I testimoni hanno riferito al reporter di PIC che le forze israeliane nelle vicinanze della moschea hanno arrestato i ragazzi dopo averli perquisiti.

I soldati li hanno poi portati nell’insediamento di Beit Romano, costruito nel centro di Hebron.

Traduzione di F.G.

Il presidente al-Sisi vola a Riyadh per rilanciare con re Salman progetti comuni e investimenti miliardari dopo mesi di tensioni sulla Siria e le isole di Tiran e Sanafir

L’incontro di ieri tra al-Sisi e re Salman a Riyadh (Foto: Reuters)

di Chiara Cruciati

Roma, 24 aprile 2017, Nena News – Un riavvicinamento quasi d’obbligo: dopo il raffreddamento di relazioni che fino all’anno scorso sembravano solide, Il Cairo e Riyadh hanno aperto al dialogo suggellato ieri dalla visita di Stato del presidente egiziano al-Sisi al re saudita Salman.

Nei comunicati ufficiali usciti dall’incontro si parla di necessità di unire le forze per “la riconciliazione del mondo arabo e per impedire le interferenze straniere negli affari interni della regione” e di volontà di unire sforzi e coordinamento “per adottare una strategia comune e inclusiva di lotta al terrorismo”. Dichiarazioni attese sulla crisi mediorientale e araba che Riyadh ha contribuito enormemente ad infiammare.

Ma il riavvicinamento pare dettato più da questioni economiche che politiche. L’Egitto stenta ancora a tornare il leader del mondo arabo, come fu in passato, e vive una profonda crisi economica non attenuata ancora dalla scoperta di imponenti giacimenti di gas sottomarino. Da qui la politica che ha accompagnato fin dal golpe del luglio 2013 il presidente al-Sisi: legarsi a doppio filo all’Arabia Saudita, sostenendo in casa la lotta della petromonarchia contro i Fratelli Musulmani e fuori mandando aerei e truppe in Yemen.

Fino allo scoglio siriano: la decisione di al-Sisi di seguire le orme russe, discostandosi da quelle del fronte anti-Assad, hanno mostrato le prime crepe ingigantite dall’annullamento da parte delle corti egiziane dell’accordo di cessione delle isole Tiran e Sanafir a Riyadh e dalla decisione saudita di interrompere la fornitura di greggio all’Egitto, ad ottobre. L’intesa prevedeva la consegna di 700mila tonnelate di greggio raffinato ogni mese per cinque anni.

Ora i rapporti devono tornare in carreggiata, al-Sisi ne è consapevole. Ed infatti ieri a Riyadh si è parlato, dietro le quinte, per lo più di affari. Da rilanciare ci sono ben 24 accordi siglati nell’aprile 2016 quando re Salman fece visita al Cairo portandosi a casa come regalo le due isole del Mar Rosso: investimenti per 25 miliardi di dollari nel Canale di Suez, lungo la costa, sul Mar Rosso, in Sinai. E c’è da rilanciare l’oleodotto che, via Canale di Suez, dovrebbe portare il petrolio saudita direttamente in Europa, partendo dal terminal di Yanbu, sulla costa ovest dell’Arabia Saudita, e arrivando a Sharm el-Sheikh. E passando per Tiran e Sanafir, due isolette che non erano un mero omaggio ai sauditi: proprio da lì dovrebbe passare la conduttura.

“Questa visita – si legge nel comunicato congiunto – è una grande opportunità per l’inizio delle attività della compagnia Jusor al Mahaba per sviluppare progetti sul Canale di Suez e otto progetti immobiliari sulla costa settentrionale, oltre a quelli energetici”.

Molto di cui discutere. Re Salman lo sa e non a caso non ha commentato l’ultima mossa egiziana sulla Siria: all’Onu Il Cairo si è schierato di nuovo con la Russia in Consiglio di Sicurezza. Ma la visita non è stata annullata, lo stesso Salman ha accolto all’aeroporto il presidente egiziano e da poche settimane le forniture di greggio da parte della compagnia di Stato Aramco verso l’Egitto sono riprese.

Le due capitali sono conscie del peso esercitato sul mondo arabo, nonostante il momento di crisi condiviso da entrambi: Il Cairo non riesce ad uscire da una profonda crisi economica figlia di un governo disfunzionale che ha accettato i diktat di austerity degli istituti finanziari internazionali per sopravvivere; Riyadh sta perdendo le guerre regionali, impantanata in quella yemenita molto costosa per casse statali già provate dal crollo del prezzo del petrolio e in stallo in quella siriana.

E allora si tenta la via degli affari. L’ultima notizia è di ieri: il Fondo Arabo per lo sviluppo economico e sociale della Lega Araba (“monopolizzata” da Riyadh) ha riconosciuto un finanziamento di 85 milioni di dollari all’Egitto per costruire un impianto fotovoltaico nel governatore di Assuan. Produrrà 50 megawatt di energia, un aiuto importante per l’esplosiva domanda interna di un paese in repentina crescita demografica. Nena News

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

Ramallah-Ma’an. Domenica le forze israeliane hanno sparato a tre giovani palestinesi, ferendone gravemente uno, e ne hanno arrestati altri due durante gli scontri nel villaggio di Kafr Malik, nel distretto di Ramallah, nel centro della Cisgiordania occupata, secondo quanto riportato dalle fonti locali.

Le fonti mediche hanno riferito a Ma’an che uno dei palestinesi è stato ferito gravemente al petto, in seguito a uno sparo da distanza ravvicinata.

I residenti hanno raccontato a Ma’an che le truppe israeliane hanno anche arrestato due giovani palestinesi.

Un portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato che stavano controllando fra i rapporti.

Le circostanze relative agli scontri rimangono incerte.

Perlomeno altri tre palestinesi erano già stati feriti qualche ora prima, durante una protesta nel distretto di Ramallah a sostegno dei prigionieri in sciopero della fame.

I gruppi per i diritti condannano regolarmente le autorità israeliane per un uso eccessivo della forza contro i palestinesi.

Traduzione di F.G.

Dalla collina su cui è costruito il campo profughi di Jenin lo storico israeliano ricorda la distruzione del 2002 e legge nelle condizioni di vita in Cisgiordania il fallimento della soluzione a due Stati

Il campo profughi di Jenin dopo l’attacco israeliano del 2002 (Fonte: http://i254.photobucket.com)

di Ilan Pappe* – Electronic Intifada

Jenin, 24 aprile 2017, Nena News – Quindici anni fa, questo mese, l’esercito israeliano ha bombardato e assaltato il campo profughi di Jenin per oltre dieci giorni. Era parte dell’operazione israeliana “Scudo Protettivo” durante la quale Israele ha inviato truppe nel cuore delle sei principali città della Cisgiordania occupata e nei villaggi e i campi profughi vicini, che erano sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese.

In un rapporto sull’assalto le Nazioni Unite hanno concluso che l’esercito israeliano ha ucciso decine di palestinesi in un campo grande solo 0,4 km quadrati e che ospita circa 15mila persone.

Dopo l’assalto, un lungo dibattito è nato intorno al numero delle vittime. Nell’urgenza immediata che regnava nel campo, i numeri parevano essere molto alti. Israele impedì ai membri di una commissione d’inchiesta Onu inviata dal Consiglio di Sicurezza di condurre un’indagine, ma un rapporto successivo compilato dal segretario generale concluse che almeno 52 palestinesi erano stati uccisi nel campo profughi di Jenin. Almeno 500 palestinesi furono uccisi e altri 1.500 feriti nel corso della campagna israeliana in Cisgiordania dal marzo al maggio 2002.

Tuttavia non furono solo i numeri a scioccare il mondo all’epoca, ma la natura brutale dell’assalto israeliano che non aveva precedenti neppure nella dura storia dell’occupazione.

Questa brutalità può essere compresa al meglio visitando il campo. Il quartiere affollato è stato preso d’assalto dal cielo con gli elicotteri, colpito dai carri armati dalle colline intorno e invaso da veicoli mostruosi, un ibrido tra un tank e un bulldozer che gli israeliani hanno soprannominato Achzarit, “il brutale”, perché ha raso al suolo le case e trasformato gli stretti vicoli in superstrade attraverso le quali i carri armati potessero passare.

I carri armati hanno di nuovo fatto visita al campo dopo l’operazione, in genere in piena notte, traumatizzando i bambini per anni con il loro boato.

Geografia di un disastro

Sono stato al campo la scorsa settimana durante una visita della filiale di Jenin della Al-Quds Open University. Siamo corsi in città e siamo tornati nella Palestina ’48 (l’attuale Stato di Israele) perché la compagnia privata che gestisce il checkpoint di Jalameh avrebbe chiuso il passaggio nei giorni successivi così che gli ebrei israeliani avrebbero potuto celebrare la Pasqua dimenticando i palestinesi sotto assedio in Cisgiordania.

L’esercito ha imposto chiusure ai villaggi e i quartieri della Cisgiordania e incarcerato milioni di persone in piccole enclavi così che i coloni israeliani possano muoversi come se questa fosse una terra nullius – una terra senza popolo, una terra di nessuno.

La Al-Quds Open University ha offerto cibo e bevande ai bambini, tra gli altri, dei prigionieri politici e dei martiri. Al momento ha sede in un edificio in affitto, nella speranza che un giorno possa spostarsi in un campus vero e proprio, se i milioni di dollari necessari al suo completamento saranno trovati.

Oltre 50mila palestinesi usano i servizi dell’università nelle sue filiali in giro per Cisgiordania e Gaza, in una realtà geopolitica di frammentazione imposta da Israele e di controllo che richiede che sia l’università ad andare dai suoi studenti perché gli studenti non possono andare all’università.

Resilienza e resistenza possono essere portati avanti in tanti modi e nel 2017 – diversamente dalla resistenza armata del 2002 – passa per questo tipo di determinazione: all’attuale regime in Israele viene ricordato che non può cancellare, o totalmente ignorare, i milioni di persone che opprime ogni giorno dal 1967.

All’interno della geografia del disastro, ci sono diversi gradi di povertà e oppressione. C’è una divisione chiara tra la città di Jenin e il campo. Capisci quando hai lasciato la città per entrare in questo enorme campo, costruito sul versante di una ripida collina sul lato occidentale della città. È anche molto facile da vedere quali delle case del campo furono demolite durante il massacro del 2002: sono quelle ricostruite con l’aiuto del denaro arrivato dal Golfo.

Sono molto poche le case uscite indenni dall’assalto feroce del 2002. Quando sali in cima alla collina, vedi il luogo in cui i carri armati israeliani erano posizionati, facendo piovere il loro fuoco sul campo senza difesa appena sotto, infliggendo caos e morte, tattiche troppo familiari dei ripetuti assalti israeliani contro Gaza.

Visione chiara

Tuttavia, c’è qualcos’altro che noti quando sei sulla collina. Puoi vedere l’intera regione che parte da Jenin, nel nord della Cisgiordania, e arriva al Mar Mediterraneo. Puoi vedere da Marj Ibn Amr – la fertile regione anche nota come piana di Esdrelon – fino ad Haifa sulla costa.

I villaggi e le città che erano lì prima del 1948 sono stati spazzati via durante la Nakba – la pulizia etnica della Palestina da parte delle milizie sioniste. La maggior parte di coloro che ci vivevano sono stati cacciati e possono vedere dalla collina come le loro case e le loro terre siano state trasformate in colonie ebraiche e “foreste” del Jewish National Fund.

Il collegamento tra quello che vedi dalla collina e gli orrori dell’aprile 2002 è chiaro. È solo un altro promemoria ci quello che il defunto studioso Patrick Wolfe articolò così bene quando notò che il colonialismo di insediamento è una struttura, non un evento.

Nel caso del sionismo, si tratta di una struttura di sfollamento e rimpiazzamento o, per parafrasare le parole di Edward Said, di sostituzione di un’assenza con una presenza. È cominciata nel 1882 con le prime colonie sioniste e ha raggiunto il suo apice nel 1948, per continuare poi con veemenza nel 1967 e mantenersi viva fino ad oggi.

Il tentativo di distruggere la resistenza allo sfollamento è quanto accaduto nel campo 15 anni fa. Le foto dei martiri del 2002 coprono ancora i muri e le strade. Sotto, siede un grande numero di giovani disoccupati: il campo di Jenin è uno di quelli con il più alto tasso di disoccupazione in Cisgiordania.

Parlando con loro è chiaro che sono determinati a non soccombere alla disperazione e all’apatia. L’educazione offerta dalla Al Quds Open University è uno dei modi per reagire alla vita nel campo e all’oppressione. Ma la resistenza è ancora un’opzione.

Dopotutto, questa è la zona da cui le più significative spinte anti-coloniali da parte palestinese si sono diffuse nei primi anni Trenta: la ribellione guidata da Izz al-Din al-Qassam. Simbolico che in questa mia visita abbia incontrato suo nipote, Ahmad. Abbiamo parlato brevemente su come l’immagine storica del nonno sia distorta da cui lo paragona ai jihadisti di oggi. Era molto lontano da esserlo.

Se i britannici non lo avessero ucciso nel 1935, sarebbe diventato il Che Guevara palestinese. Era un carismatico leader anti-colonialista che operava tra la gente che è stata la prima vittima del sionismo negli anni Trenta, i contadini e i mezzadri sfollati e cacciati dalle terre che avevano coltivato per secoli.

Una sola patria

La geografia e la topografia del campo ci dicono qualcos’altro: la soluzione a due Stati è un’idea assurda. Il campo si trova vicino al checkpoint di Salem tra Cisgiordania e l’attuale Stato di Israele. Il viaggio in auto da Jenin a Haifa attraverso questo passaggio durava 20 minuti negli anni passati.

Prima che gli Accordi di Oslo fossero firmati da Israele e dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina nel 1993, c’era libertà di movimento per la gente e le merci in questa parte settentrionale della Palestina, fino al 1948 amministrata come una regione unica.

Anche dopo la firma dell’accordo – quando il checkpoint di Salem era il solo punto di passaggio tra Jenin e il resto del mondo – era ovvio che l’intera area era parte della stessa patria. Gli architetti di Oslo sperarono di rompere questa integrità storica, culturale ed economica e chiudere il passaggio, costringendo la gente ad usare il checkpoint settentrionale di Jalameh. Questo ha trasformato un viaggio molto breve in un viaggio molto lungo, con Salem che diventava una corte militare dove oggi i palestinesi vengono mandati in prigione senza processo o dopo un processo-farsa.

Oslo doveva anche risolvere l’eterno problema sionista: come avere il territorio senza la sua gente. La “soluzione” fu quella di confinare i palestinesi in enclavi controllando il loro spazio e usando la forza bruta, come ha fatto Israele a Jenin nell’aprile 2002, ogni qualvolta la gente ne aveva abbastanza, chiedeva un cambiamento o combatteva.

Quel progetto coloniale sionista continua, ma sarà oggetto di resistenza nella terra di Izz al-Din al-Qassam e in un campo dove la gente non dimentica e ha ben poco da perdere.

*Autore di numerosi libri, Ilan Pappe è professore di storia e direttore del Centro Europeo per gli Studi Palestinesi all’università di Exeter.

Traduzione a cura della redazione di Nena News

Alla riscoperta della scrittrice siriana, scomparsa nel 2007, e della sua letteratura: storie di donne e delle loro lotte per raccontare la Siria, la Rivoluzione contro il Mandato francese e la società

di Cecilia D’Abrosca

Roma, 24 aprile 2017, Nena News – Ulfat Idilbi, scrittrice e femminista del Novecento, si muove tra la Siria multiculturale e multireligiosa, propensa a misurarsi con aspetti di civiltà di altri paesi e il movimento del Nazionalismo arabo. La tendenza all’analisi, in lei riscontrata, è duplice: l’una orienta a riflessioni sulle vicende storico-politiche della Siria in una prospettiva nazionalista, l’altra spinge a denunciare attitudini e codici comportamentali obsoleti e coercitivi per le donne, che le costringono a ritagliarsi uno spazio ristretto  all’interno della vita culturale e sociale.

Idilbi riversa in quasi tutti i suoi scritti le apprensioni e i timori per la sorte politica della Siria e per le conseguenze della dominazione francese, emergendo come autrice di testi scanditi da una visione politica che rincorre una interpretazione sociale che ha come oggetto le donne e le loro esistenze: Sabrriya: Damascus Bitter Sweet, testo composto quando Ulfat Idilbi è ormai settantenne, è in tal senso la sintesi della sua poetica e della militanza culturale.

La letteratura di Ulfat Idilibi è costellata da una miriade di generi di valore: romanzi, racconti brevi, drammi, poesia, narrativa, nei quali le radici classiche si amalgamano a riferimenti e allusioni che restituiscono il prestigio della tradizione cui molti scrittori attingono, per poi elaborare nuove e diverse forme espositive, sfidando il formalismo della poesia e della letteratura araba, attraverso la realizzazione di opere di natura sperimentale. 

In tal senso, la Siria ha prodotto una cultura basata sul racconto di cui Ulfat Idilbi è una delle autrici:  Hikajat Jiddi (1991), titolo reso in inglese come Grandfather’s Tales (trad. Peter Clark. Northampton, Interlink Pub Group Inc, 1998), è una narrazione priva di un ordine cronologico incentrata su storie di vita siriana. Prende spunto da esperienze vissute dalla nonna dell’autrice, originaria del Daghestan, nel Caucaso settentrionale, e arricchite da aspetti fondanti la storia siriana.

L’ambientazione scelta è quella della città di Damasco del XIX secolo, la trama attraversa le vicissitudini di donne di età e condizione diversa, che affrontano le asperità di una realtà opprimente, che le costringe per sopravvivere ad operare delle manipolazioni all’interno di una sfera privata limitata.

Ulfat Idilbi nasce in Siria, nella Damasco ottomana, e morirà a Parigi nel 2007. Autrice ed interprete di una realtà complessa, per circa mezzo secolo osserva e parla ad altri del suo paese. Nasce in una famiglia altolocata ma si tiene lontana da tendenze elitarie. All’età di 17 anni sposa il fisiologo Dottor Hamndi al-Idilbi, sebbene la consuetudine stabilisse che la donna avrebbe conservato il proprio cognome dopo il matrimonio, Ulfat la rifiutò, definendola mera espressione del patriarcato, insistendo ad essere conosciuta come “la signora Idilbi”.

Si forma leggendo i volumi contenuti nella biblioteca personale di suo zio, l’autore Kazem Daghestani. Comincia a scrivere sin dalla adolescenza, vincendo nel 1948 un premio letterario per la scrittura di una storia breve, pubblicata nel 1954, con introduzione di Mahmud Taymur, autore “capofila” delle moderne short story o storie di narrativa: trattasi di un genere di racconto che per primo adatta se stesso al nuovo contesto socio-culturale novecentesco, illustrando le questioni e i temi più impellenti.

L’esperienza di vita che la sconvolge, in modo traumatico, è la Rivoluzione Nazionale della Siria (1925-27) contro il Mandato francese in Siria e in Libano (dal 1923 al 1943). L’insurrezione dei patrioti siriani viene guidata da Sultan al-Atrash, leader rivoluzionario, e diretta contro le forze mandatarie francesi che esercitavano la giustizia civile, penale e amministrativa in modo autoritario. La Rivoluzione segna emotivamente la giovane Ulfat, che assiste alla violenza e apprende della morte di molti connazionali.

Solo molti anni dopo, Ulfat Idilbi dà voce ad una giovane donna di Damasco, assorbita dalla  propria contemporaneità. Nasce Sabriya: Damascus Bitter Sweet (trad. Peter Clark. NY, Interline Books, 1997). Il romanzo, realizzato secondo lo schema della narrativa tradizionale, racconta la vita di una ragazza che raggiunge la maturità durante un periodo tumultuoso della storia del suo paese. Idilbi, attraverso la vita della protagonista, Sabriya, nome che in arabo significa “donna paziente”, crea un parallelo con i drammatici cambiamenti subìti dalla Siria durante il periodo del Mandato francese, nel corso della Rivoluzione e della Seconda Guerra mondiale.

La parte iniziale si apre con la descrizione del sontuoso funerale del padre di Sabriya e del suicidio di lei, avvenuto il giorno dopo. La trama evolve come si trattasse di un diario, richiamando i modi attraverso cui le donne arabe sperimentano l’oppressione. Incapace di sposare l’uomo che ama, Sabriya piange la morte di un fratello e combatte la personalità autoritaria dell’altro. Riuscirà a soddisfare la sua aspirazione a diventare una insegnante e riempirà i suoi giorni prendendosi cura dei genitori ormai anziani.

Ulfat Idilbi è tra le intellettuali e autrici siriane che rinnova il dialogo con i tempi moderni. Sceglie come sfondo delle sue storie femminili di condanna delle consuetudini, degenerate in pratiche mortificanti per le donne, e lo scenario politico e rivoluzionario di alcuni decenni del Novecento.

Figure femminili che toccano varie generazioni riempiono le pagine di The Women’s Bath, storia breve nella quale la presenza/ruolo del personaggio che incarna la nonna della scrittrice è funzionale a spiegare in che modo la frequentazione dei bagni pubblici fosse associata in Siria ad un preciso significato sociale basato sulla partecipazione alla vita pubblica da parte delle donne: in particolare, si evidenzia come, per quelle non più giovani, recarsi ai bagni cittadini costituisca un momento di socialità, in quanto “i bagni pubblici” sono simbolo di un luogo usato in via esclusiva dalle donne; mentre, nella mentalità delle ragazze, la presenza nei bagni pubblici non è vissuta come essenziale per il passaggio alla vita adulta né per l’adesione ai gruppi formati dalle donne provenienti dalle famiglie più aristocratiche del tessuto cittadino. Nena News

Gerusalemme occupata-PIC. Domenica pomeriggio quattro israeliani sono stati pugnalati da un adolescente palestinese a Tel Aviv.

Secondo l’emittente israeliana Canale 7, un 18enne palestinese di Nablus è stato arrestato dopo aver compiuto un attacco “dei coltelli” nei pressi dell’hotel Leonardo Beach, in strada Hayarkon, dove a quanto risulta lavorava.

Tre uomini e una donna sono rimasti leggermente feriti durante l’attacco e sono stati portati all’ospedale Sourasky di Tel Aviv.

La polizia israeliana ha dichiarato che “le indagini hanno rivelato che l’attacco è stato compiuto per ragioni nazionalistiche”.

Traduzione d F.G.

Palestinian Grassroots Anti-apartheid Wall Campaign new unions women1 Women in Palestine, as anywhere across the globe, are subjected to and daily resisting an intricate, mutually reinforcing web of state, social, economic and domestic violence and oppression, continuously violating their rights. The burden of Israeli occupation weighs therefore on many more layers on the daily lives of Palestinian woman than their male counterparts.

The barriers for the progression of women’s rights extends deeper than the effects of the occupation and national liberation. The combination of economic, political, and social oppression creates a different type of oppression that has been forced upon the women of Palestine. When looking at the Palestinian struggle, it is therefore important to recognise that there are many struggles that only together can pave the road to liberation in Palestine. It is vital that these struggles are not disregarding one in favour of another.

In recent years, an inspiring women’s movement has emerged in Palestine as part of the Palestine New Federation of Trade Unions, commonly referred to as the New Union. Women have assembled and organised creating the women’s department of the New Union that was established in 2010 for the empowerment of Palestinian women. Palestinian women face many challenges in the workplace and even face obstacles to their employment the workplace to start with.

No longer are women able to work on the land due to the brutal destruction and seizure of land by the Israeli forces for illegal settlements. Often women find themselves resorting to working in the homes of Israeli settlers where they experience discrimination, racist and sexual abuse. When working in industries, women are even more afraid than men to join a union in their workplace as their unjustified dismissal by the employers is even easier. Women are overworked, underpaid and often face financial exploitation from not only their employer but the agency they got the job through. Even before the distribution of wages women are paid less than men. Part of their salary goes towards the agency before they receive any type of income and woman are often forced to sign a document that states that they have received the correct salary.

The goal of the women’s department is to educate women on their rights and how to fight their oppression in the workplace, and to develop the participation of women in the New Union. They organise and mobilise in order to improve working conditions and to fight against discrimination and oppression of women furthering the goal of equality and liberation for Palestinian women. In the next year, the women’s department aim to:

  • Empower and recruit women to become members of their Union
  • Increase women’s participation within the New Union
  • Raise awareness and educate women on both women’s and workers’ rights
  • Campaign and demonstrate women’s rights within society and the workplace
  • Defend the rights of workers and improve working conditions

The struggle for women rights for economic empowerment is essential because women’s rights are human rights. The New Union recognises that the way to empower women includes securing labour rights, including the right to work, the right to assemble, organise and to form trade unions.

Despite the trials and tribulations that Palestinian women face day to day with the Israeli occupation and social oppression, they have proven their resilience and that there is no goal too small for them to reach. Not only are they standing up firmly against the Israeli occupation and against societal norms, they are empowering women and giving them a voice in Palestine and within the economy. An imperative voice that has been silenced for far too long.

History has shown us that it is in the struggle that women and men have come together and continue to come together striving for true liberation and equality. It is on the streets, at the heart of the revolution, that women in both Palestine and around the world are drawing in the breath of freedom and, tasting the equality that they have been long fighting for and will continue to fight for.

For Palestinian women, the fight has just begun and the prospect of the women’s New Union movement growing amid an occupation and societal oppression is absolutely inspiring. The real legacy of the women’s movement lays within her union. It is the organising, the protests and strikes. It is in the revolution and the workers' movement across the globe.

Calls to end occupation interrupted the Jerusalem mayor’s lecture for a right wing, anti-Palestinian organization.

Da quest’anno sarà possibile donare il 5 per mille a Nena News. Un modo per sostenere la nostra piccola redazione e il lavoro quotidiano per un’informazione indipendente dal Medio Oriente e l’Africa

della redazione

Roma, 22 aprile 2017, Nena News – In un mondo in cui le notizie arrivano in tempo reale in ogni casa, in cui ogni angolo del globo può essere raccontato con una foto o un video girati con un cellulare e rilanciati in rete, l’informazione è stata trasformata. Non sempre in meglio. Alla moltitudine di notizie si affianca spesso la superficialità dell’analisi e l’assenza di costanza nel raccontare luoghi, popoli, relazioni, condizioni socio-economiche, alleanze strategiche, contraddizioni interne e esterne.

Per questo sempre di più è necessaria l’informazione fornita dalle realtà indipendenti, seppur piccole, ma capaci di andare oltre la narrazione stereotipata e repentina, che si concentra su un evento il tempo di una giornata e poi lo dimentica.

Noi cerchiamo di farlo da sette anni, con una redazione piccola, giovane e viaggiatrice. Con nessun mezzo a disposizione, né entrate economiche, ma con tanta passione per i luoghi che raccontiamo ogni giorno, il Medio Oriente e l’Africa. Luoghi che oggi più che mai sembrano raccogliere l’interesse globale perché considerati le fonti di destabilizzazione dell’intero globo, ma che sono – in realtà – ben poco conosciuti.

Per continuare a fare il nostro lavoro abbiamo bisogno del vostro aiuto. Oltre alle donazioni via bonifico bancario, da quest’anno è possibile donare a Nena News il 5 per mille. Come?

 

Per devolvere il vostro 5 per mille scrivete il codice fiscale di Nena News nel riquadro del modello 730 o Unico “Sostegno del volontariato e delle altre organizzazioni non lucrative…”: 94147800547

Se non siete tra coloro tenuti a presentare il modello 730 o Unico, potete comunque donare compilando la scheda arrivata con il CU dal vostro datore di lavoro o dall’ente pensionistico. Firmate nel riquadro Sostegno del volontariato e delle altre organizzazioni non lucrative…” indicando il codice fiscale di Nena News 94147800547.

E poi ancora un altro passo: consegnate la scheda in busta chiusa con la dicitura “Destinazione cinque per mille Irpef”, il vostro nome e cognome e il codice fiscale all’ufficio postale o ad un Caf. La trasmetteranno per voi. Nel sito dell’Agenzia delle Entrate trovate i dettagli.

Grazie fin da ora per il vostro sostegno! La redazione di Nena News

Palestinian Grassroots Anti-apartheid Wall Campaign prisoners protest 2 As Palestinian political prisoners enter into the sixth day of their freedom and dignity hunger strike, prisoners are being transferred into solitarily confinement, denied solicitor visits and one hunger striker has taken ill and been transferred to hospital. Tensions are high and Palestinians are calling on the international community to take a stand and hold Israel accountable to their breeches of Human Rights. 
 All this week demonstrations have been taking place across Occupied Palestinian Territories in Beituniya, Bi’lin, Kafr Qaddum, Ramallah, Nablus and Bethlehem. 


On Thursday 20 April activists gathered to stand in solidarity with those who are detained in Israeli prisons. Approximately 150 protestors gathered late morning in Beituniya holding a peaceful solidarity demonstration. Protestors made their way peacefully towards Ofar Israeli military prison. Like previous solidarity demonstrations in the past few days Israeli forces suppressed the crowd next to the Israeli military prison firing tear gas, sound grenades and rubber coated bullets into the crowd of protesters.

The crowds retreated into the hills in all directions trying to escape the inhalation of tear The youth threw stones and hurled Molotov cocktails from the hills in retaliation in the direction of the Israeli forces. Two Israeli jeeps drove passed the crowds and shortly after arrested and detained a male demonstrator bringing him back towards Ofar. 


At the other side of Ofar Israeli National Union Party Youth Organization held a celebration barbeque against political prisoners on hunger strike. The aim of the celebration was to deter the political prisoners from the hunger strike. Not only was there no consequences to the Israeli National Union Party Youth Organization celebrations, they were joined by Israeli soldiers who also participated in the celebrations.  


On Friday 22 April hundreds of Palestinian worshippers prayed in solidarity with the Hunger Strikers. Palestinian citizens of Israel set up a sit in tent in the town of Arraba al-Battuf holding a symbolic hunger strike solidarity with the hunger strikers. 


The way Israel deals with the Hunger Strikers demonstrates once again that Israel has merciless violates Palestinian human rights. The Palestinian people continue to call for their humanity to be recognised and respected, their struggle for freedom, justice and equality to be met with solidarity. In Palestine to exist is to resist.

Israeli minister vows to emulate Thatcher’s brutal approach to Irish hunger strikers.

A cura dei Giovani Palestinesi d’Italia. Ghassan Kanafani nacque ad Acri, in Palestina.

Poco proprio prima dello scoppio della guerra arabo-israeliana tutta la famiglia fuggì a nord. Dopo aver vissuto in un villaggio libanese, nella speranza di una possibilità di ritorno, la famiglia Kanafani si mosse verso la Siria, e infine si stabilì a Damasco.

All’età di 16 anni, Ghassan trovò lavoro come insegnante in una delle scuole dell’UNRWA. E pochi anni dopo si iscrisse all’università, laureandosi nel 1955. Si trasferì poi in Kuwait. E lì cominciò a scrivere.

La sua scrittura illustra la vita del popolo palestinese: le loro miserabili vite, il loro esilio e, più tardi, la loro lotta.

Nel 1961 si trasferì a Beirut, in Libano. Lì scrisse il suo romanzo più famoso: “Uomini sotto il sole”, da cui sarà poi tratto un film dal titolo “al-Makhdu’un”, o “The Dupes”.

Parallelamente alla sua carriera di scrittore, Ghassan militava per la causa palestinese. Fu membro del Movimento Arabo Nazionalista (ANM) che in seguito divenne Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP).

Nel 1963 Kanfani divenne capo-redattore del giornale al-Muharrir. Nel 1969 fondò un nuovo movimento ufficiale, al-Hadaf (the Target).

Al-Hadaf esiste ancora come voce ufficiale del FPLP.

L’8 luglio del 1972 Kanafani fu assassinato insieme ad una nipote sedicenne a seguito di un attentato incendiario. All’epoca della sua morte era portavoce del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, e l’attentato, si dice, fu ordinato dal Mossad per vendicare il massacro dell’aeroporto di Lod, attacco attribuito al suo gruppo politico e all’Armata Rossa giapponese.

La sua penna rappresentava una minaccia per Israele.
La sua eredità vive ancora fra i Palestinesi ed è considerato uno dei più grandi autori arabi moderni.

Gaza-PIC. Jihad, pastore palestinese, e le sue pecore vivrebbero una vita tranquilla se non fosse per un veicolo israeliano di pattuglia che spara non appena le pecore si avvicinano alla zona cuscinetto stabilita da Israele, 150 metri a ovest della recinzione di confine.

In questi giorni il tempo a Gaza è molto bello. Con l’arrivo della primavera l’erba sembra più luminosa e il caldo inizia a farsi sentire mentre le giornate si allungano.

Ogni giorno, i soldati israeliani stazionati al confine est di Gaza sparano alle pecore usando proiettili veri e gas lacrimogeni. Oltre ad avvelenare i prodotti agricoli, lo sradicamento continuo attuato da Israele toglie alle pecore un posto dove pascolare liberamente.

Viaggio giornaliero

La torre di controllo israeliana a est di Gaza controlla Jihad, 21 anni, e le sue pecore che pascolano sui lembi di terra ancora praticabili.

Otto anni fa, Jihad ha imparato a badare alle pecore grazie a suo padre. In questi giorni si reca a ovest della recinzione di confine in cerca di terreno dove pascolare, dopo la crescita ritardata dell’erba per la mancanza di pioggia e alle tensioni che hanno interessato la zona di confine.

Jihad ha detto a un reporter del PIC: “Porto il gregge al pascolo tutti i giorni, dalla mattina alla sera. La stagione inizia a dicembre e finisce all’inizio di maggio. Questo non è il periodo migliore, perché le piogge quest’anno sono arrivate tardi e hanno fatto sì che l’erba crescesse solo a febbraio. Ma continuiamo a portare il gregge al pascolo fino alla stagione della raccolta del frumento, a maggio”.

Jihad si lamenta dell’attività di sradicamento continua operata da Israele, che cosparge i raccolti di prodotti chimici, uccidendo l’erba. Gli effetti sono visibili a decine di metri di distanza.

Dice inoltre che “tutto influisce negativamente sui prezzi: l’importazione del bestiame, la mancanza di pioggia e la condizione economica che peggiora. Ora ci stiamo preparando al mese sacro del Ramadan e poi alla stagione dell’Eidul Adha (festa del sacrificio). La situazione potrebbe migliorare”. 

Tè e sigarette

Jihad guarda il veicolo militare israeliano muoversi velocemente verso la recinzione dopo aver notato attività “sospette” che potrebbero causare una sparatoria, come pochi minuti fa.

Dice: “Questo è un posto bellissimo, c’è il verde e c’è molta calma, ma l’occupazione israeliana non ci fa vivere in pace. Quando le mie pecore si avvicinano alla zona cuscinetto, a 150 metri dalla recinzione, vengono viste dalle telecamere e l’esercito inizia a sparare proiettili veri e gas lacrimogeni. Negli ultimi due anni le mie pecore hanno partorito agnelli deformati, senza un occhio o addirittura senza entrambi gli occhi, perché avevano inalato del gas. Durante la guerra di Gaza del 2014 ho perso nove pecore”.

Dopo aver acceso un piccolo fuoco, Jihad inizia a cucinare pomodori e melanzane, il suo piatto preferito quando porta il gregge al pascolo.

Aggiunge “Per passare il tempo fumo sigarette e bevo the. I miei amici mi vengono a trovare, ci sediamo e parliamo. Ma la bellezza della natura è minacciata dai proiettili e dai gas lacrimogeni sparati dall’esercito israeliano”.

Traduzione di Giovanna Niro

Di Giuseppe Marino. “Tra realtà e sogno: la rinascita della poesia palestinese”.

“Sulla cima di un garofano”, di Yousef Al-Mahmoud, è una raccolta di poesie palestinesi pubblicata in Italia nel 2013 da Camenia Editrice e nel 2016 da Di Felice Edizioni, tradotta da Odeh Amarneh. Yousef Al-Mahmoud è uno dei tanti autori che in questi ultimi anni stanno riproponendo la letteratura palestinese nel mondo, espressione di una cultura che nonostante la guerra e la censura non smette di stupire e di dar voce pacificamente alla lotta del popolo palestinese.

“Sulla cima di un garofano” può essere considerato come un affresco mirabile della letteratura di resistenza della Palestina contemporanea. Opera di un autore moderno e maturo che non esita a riprendere in toto la tradizione culturale palestinese, riproposta attraverso le sue immagini più ricorrenti: la terra e la sua vegetazione/l’amore/l’amicizia/la patria/la quotidianità della vita palestinese. Perfetta, infatti, è la descrizione data nella prefazione del libro da Odeh Amarneh in cui spiega: “Con l’uso sapiente delle parole l’autore disegna un quadro di colori che vanno dal nero al bianco, dal rosso al verde, ricco di cardi, di ginestre, gelsomini, margherite, melograni, garofani, menta, finocchio, timo, mandorle, fichi, ulivi, albicocchi”.

Sullo sfondo della natura, tra paesaggi e fauna circostante riecheggiano i rumori e le tristi immagini della guerra: aerei, bombardamenti e spari si intersecano con cinica costanza tra i versi di Al-Mahmoud.

Un misto di pensieri, stati d’animo, scorci di vita e bellezze naturali che come dei tasselli compongono un mosaico di immagini, con tinte a tratti struggenti. Quelle di una terra meravigliosa da troppo tempo martoriata e devastata da una guerra intestina, dove spesso rupi, colline e alture diventano meta di rifugio e libertà:

“La sua casa è sulla cima di un garofano, accanto alla collina dei venti.                                                    La sera vi troviamo rifugio dalla paura degli spari e degli aerei.                                                                                    …

La voce dei proiettili perseguitava il nostro caffè e infrangeva parole del nostro discorso.

La voce dei proiettili e il guaire dei cannoni si avvicinano ai fiori e alle finestre,                                     si avvicinano al tepore e all’acqua e alcune schegge risuonano sulle scale esterne                                   e cadono vicino al marmo.

…La sua casa è sulla cima di un garofano e noi ci siamo dentro                                                               ci rifugiamo in essa allontanandoci così dagli occhi dei soldati”

(cit. Sulla cima di un garofano).

Queste immagini tipiche della cultura popolare palestinese del ‘900, tendono spesso a rappresentare stati d’animo figli di una situazione insostenibile, i quali finiscono con l’assumere tratti demoniaci.  La disperazione e la tristezza per il lavoro, per i cari defunti, per il nemico onnipresente ed insormontabile, per  la diversità.

E tra i versi dell’autore non può che emergere un chiaro riferimento alla morte, portatrice di rovina e sofferenza, oramai troppo spesso compagna invisibile dei palestinesi che a volte, in estrema ratio, si trasforma  nell’ unico alito di libertà:

“… Muori come si deve. Corri lontano sulle terre della morte,                                                                    la morte è più vasta delle ali della colomba e più dolce di una terra dove muore la nostalgia.

(cit. Muori come si deve)

Ed è così che la sofferenza non ci viene presentata come il frutto della causalità o del moto ondivago della vita, ma come realtà quotidiana della vita palestinese. Figlia bensì della lotta e della resistenza infinita di un popolo che non chiede molto, se non di essere padrone nella propria terra, disposto a lacrime e sangue pur di inseguire il proprio sogno:

“Piangi, come le donne. Piangi, una vita rubata e un regno perduto.                                                          Scendi ora dalla tua stella reale verso un anonimo sasso tra le spine della vita.                                      Scendi ora senza un addio, sii solo                                                                                                                solo finché non ti chiamerà la campagna o finché non vedrai sotto la pietra il tuo peccato in           un giorno di vento”.

(cit. Re Andaluso)

Ma non di sola tristezza si tinge l’animo di chi legge questi splendidi versi, poiché è dalla disperazione che l’uomo sa trarre forza e giovamento per allietare e sdrammatizzare i mali della propria routine quotidiana. Così, anche una tazza di caffè tra amici o tra innamorati si trasforma in un momento da immortalare. Momenti semplici di vita vissuta che riescono a strappare sorrisi, a fortificare certezze e a far crescere la speranza.

La Speranza, tra un insieme di emozioni, è il sentimento che più di tutti colpisce chi per la prima volta affronta questi versi. Un ottimismo mai domo di raggiungere i propri obiettivi come stimolo a perseguire  un miglioramento del proprio status quo. E per un palestinese, la speranza, altro non è che il raggiungimento di una vita normale, di una vita comune e semplice, della noia che scaturisce da una vita appagata e confortante: “…Sogno di abbracciare una nuvola verde tra il profumo di cipressi e finocchi. Sogno di abbracciare stormi di uccelli e di ascoltare il loro lamento ferito”.

(cit. Non mi ha lasciato né una mano né una stella).

Di conseguenza un interrogativo sorge spontaneo: è così sbagliato bramare la normalità?             Yousef Al-Mahmoud è riuscito nel duplice risultato di rappresentare in maniera trasversale il bello e il brutto, il bene e il male della Palestina odierna. Eppure, tra immagini bucoliche e ritagli di vita quotidiana, si ha l’impressione che sia l’uomo palestinese il destinatario di questi versi, quasi a riprendere un antico precetto secondo cui l’uomo è alla base di tutte le cose. Ebbene sì. L’uomo, con i suoi pregi e difetti, con i suoi sogni e i suoi peccati, con la sua forza e la sua sofferenza è pur sempre il punto di partenza verso il futuro, un futuro di speranza per la Palestina. Ed è proprio questa speranza il filo conduttore che attraversa le strofe e le parole di Yousef Al-Mahmoud, che ci porta ad immaginare quella natura da lui tanto decantata non più come rifugio ma come meta, un affresco della realtà palestinese di ieri e di oggi, semplicemente da ammirare.

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Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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