Palestina

Several others injured by live bullets.

Palestinians were all but invisible in coverage of Donald Trump’s trip.

Netanyahu uses bloodshed in Britain to score points against Palestinian Authority

Cisgiordania-Quds Press, PIC. Martedì, durante la visita in Cisgiordania del presidente degli USA Donald Trump, il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas ha presentato un piano attraverso cui i palestinesi cederanno il 6,5% delle loro terre a Israele, ovvero il triplo di quanto offerto in precedenza, secondo quanto rivelato da Middle East Eye (MEE).

MEE, citando un funzionario palestinese vicino all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), ha riportato che la proposta esclude Gerusalemme e sembra rafforzare la visione dell’ex primo ministro israeliano Ehud Olmert per un accordo di pace israelo-palestinese.

Secondo quanto riferito dalla fonte a MEE, si tratta di una nuova visione che si basa sullo scambio di molte terre e non è condivisa dalla maggioranza del popolo palestinese.

Ramallah-Ma’an. Giovedì le forze israeliane hanno sparato a una ragazza palestinese, ferendola, all’entrata di Silwad, a est di Ramallah, nel centro della Cisgiordania occupata.

Non sono chiare le circostanze dietro la sparatoria, tuttavia, secondo dei rapporti non confermati, le forze israeliane avrebbero sparato perché la ragazza stava scagliando pietre contro i soldati.

I residenti, che hanno identificato la ragazza come la 17enne Tuqua Hammad, hanno riferito a Ma’an che è stata colpita agli arti inferiori e che le truppe israeliane hanno impedito a un’ambulanza palestinese di raggiungere la vittima.

Le forze israeliane le hanno fornito un trattamento di primo soccorso e l’hanno trasferita nell’ospedale israeliano di Hadassah, a Gerusalemme.

Un portavoce dell’esercito ha affermato che stavano cercando fra i rapporti.

Secondo le fonti locali, Tuqua è la sorella del 21enne Anas Hammad, freddato a dicembre 2015 dopo aver compiuto un presunto attacco automobilistico contro i soldati israeliani nei pressi dell’insediamento illegale di Ofra.

Nazareth-Quds Press-PIC. Il rapporto annuale stilato dal gruppo di controllo degli insediamenti dell’associazione Peace Now ha rivelato che nel 2016 circa il 70% dei nuovi edifici negli insediamenti in Cisgiordania è stato costruito fuori dai principali blocchi coloniali.

Peace Now ha poi aggiunto: “I lavori si sono concentrati soprattutto in insediamenti isolati e in zone altamente problematiche per la soluzione dei due stati. Circa il 70% degli edifici (1263 abitazioni) si trova a est del confine proposto dall’Iniziativa di Ginevra, e il 71% in zone a est del muro di separazione (di cui il 45% in zone dove la barriera è stata progettata ma non costruita)”.

Secondo lo stesso rapporto, nel 2016 i lavori di costruzione sono stati il 34% in più rispetto al 2015.

Durante il periodo preso in esame, le attività di insediamento di Israele non hanno riguardato solo la costruzione di abitazioni, ma anche di edifici pubblici quali scuole e sinagoghe, strade tangenziali, nuovi insediamenti e avamposti.

Secondo Peace Now, il premier israeliano Benjamin Netanyahu starebbe cercando di esprimere moderazione per salvare la faccia agli occhi della comunità internazionale, mentre i lavori di costruzione non solo continuano ma aumentano, specialmente nelle aree più problematiche per un futuro accordo di pace.

“Se il governo israeliano è interessato alla soluzione dei due stati, allora deve smettere di agire unilateralmente e di rendere la soluzione più difficile da raggiungere”, ha ribadito l’associazione.

Traduzione di Giovanna Niro

A cura dell’Associazione Amicizia Sardegna Palestina

Incontro dibattito: 69° anniversario della Nakba

 L’Associazione Amicizia Sardegna Palestina organizza per la giornata di mercoledì 24 maggio un momento di riflessione e approfondimento in occasione del 69° anniversario dell’inizio della Nakba palestinese.

La tragedia, pulizia etinca, che ha colpito il popolo palestinese all’indomani della creazione dello stato di Israele nel 1948 porta con sé pesanti conseguenze sia per i rifugiati palestinesi in diaspora, che per quelli che vivono all’interno dello stato di Israele.

L’incontro si terrà nell’aula 10 della facoltà di Magistero-Università di Cagliari, località Sa Duchessa, a partire dalle ore 16.30.

Interverranno:

Fulvio Scaglione, giornalista, scrittore e già vice-direttore della rivista Famiglia Cristiana, che si concentrerà sulla situazione siriana nel contesto geopolitico globale, con un particolare riferimento al ruolo di Israele nella crisi attuale.  

Via Skype,  Hanaa Mahameed, corrispondente della TV araba Al-Mayadeen, che parlerà della attuale situazione dei palestinesi all’interno della Palestina Occupata e   Dima Nassif, Direttrice di Al-Mayadeen Siria, che parlerà del ruolo dei palestinesi  nello scenario della crisi siriana.

Coordina: Claudia Ortu, Università di Cagliari

 

Cagliari: 22 maggio

Info: sardegnapalestina@gmail.com

Telefono 3386166944

US president backs Israel-Saudi alliance aimed at Iran .

Il presidente Usa incontra Abu Mazen a Betlemme, ma per i palestinesi è la “Giornata della Rabbia”. Ieri 20 feriti negli scontri con le forze armate israeliane. Ucciso un quindicenne. Tel Aviv: “Aveva provato ad accoltellare un agente”. 37esimo giorno senza toccare cibo per 1.300 detenuti

Il presidente palestinese Abu Mazen (sinistra) e Donald Trump nel loro recente incontro alla Casa Bianca

della redazione

Roma, 23 maggio 2017, Nena News – Giornata carica di tensione nei Territori Occupati dove il presidente statunitense Donald Trump sta incontrando in queste ore a Betlemme il leader dell’Autorità palestinese (Ap) Abu Mazen. I palestinesi hanno infatti proclamato oggi un “Giorno della rabbia” per esprimere sostegno ai 1.300 prigionieri in sciopero della fame, per protestare contro la visita di Trump e per mostrare una chiara opposizione ad un eventuale processo di pace sponsorizzato dagli Usa tra l’Ap e Israele.

Ieri è stato sciopero generale nei Territori Occupati: istituzioni private e pubbliche, scuole, mezzi di trasporto, banche e negozi chiusi in solidarietà con la lotta dei detenuti (arrivata oggi al 37esimo giorno). I manifestanti palestinesi hanno bloccato le strade nelle città e i villaggi della Cisgiordania: gli attivisti hanno chiuso due strade che collegano Gerusalemme e Ramallah, quelle dei campi profughi di Qalandiya e al-Amari, le vie di comunicazione tra Ramallah e Nablus, tra Ramallah e Betunia e tra Ramallah e i villaggi a nord.

Nel pomeriggio, poi, si sono registrati violenti scontri con l’esercito israeliano soprattutto nei distretti di Ramallah e Hebron. Stando a quanto riferiscono fonti locali, il bilancio è stato di almeno 20 palestinesi feriti dalle pallottole vere e dai proiettili di acciaio ricoperti di gomma sparati dai soldati. La croce rossa palestinese ha allestito una clinica da campo vicino al checkpoint di Qalandya per curare i manifestanti e i passanti, molti dei quali sono rimasti intossicati dai gas lacrimogeni lanciati dalle forze armate israeliane. I palestinesi, inoltre, accusano i militari di aver sparato contro di loro dai tetti che danno sulla strada principale. L’esercito israeliano per bocca della sua portavoce non conferma l’accusa, ma fa sapere che indagando su quanto è accaduto. Tensione anche nel villaggio di Nabi Saleh (Ramallah) e in quello di Zif (Hebron) dove marce e sit-in in solidarietà con i prigionieri sono state represse con forza dai militari israeliani. Copione simile anche a bab al-Zawiya, nella città di Hebron.

Ben diverso, invece, è stato l’esito degli spari israeliani nel nord est di Betlemme: a perdere la vita vicino al posto di blocco della città è stato il quindicenne palestinese Raed Ahmad Radaya. Secondo il capo della polizia Micky Rosenfeld, il giovane è stato “neutralizzato” dopo che aveva provato ad accoltellare un poliziotto. Intervistato dall’agenzia Ma’an, un portavoce della Croce rossa palestinese ha però denunciato il comportamento delle forze armate israeliane che avrebbero impedito alle ambulanze di raggiungere il ragazzo che era riverso a terra.

Scontri si sono registrati ieri pomeriggio anche a Gaza, vicino al confine con Israele: ad essere ferito alla gamba destra è stato qui un ventenne. Trasferito all’ospedale Shuhada al-Aqsa di Deir al-Balah, le sue condizioni non destano preoccupazioni. Secondo fonti locali, il ragazzo partecipava ad una protesta nel campo rifugiati di Bureij in solidarietà con la lotta dei detenuti palestinesi.

Ieri, intanto, il Comitato dei prigionieri ha fatto sapere che alcuni scioperanti sono stati trasportati negli ospedali civili mentre una settantina di loro sarebbe stata trasferita nelle cliniche da campo allestite nelle prigioni a causa del “grave peggioramento” delle loro condizioni di salute. La notizia ha trovato conferma anche su alcuni media in ebraico. No comment per il momento da parte delle autorità carcerarie israeliane (Ips).

Secondo il Comitato dei prigionieri, dopo 37 giorni senza toccare cibo, i detenuti Hafith Sharayaa e Mansour Fawaqa starebbero mostrando “sintomi pericolosi” come perdita di coscienza, nausea, vomito, forti dolore alla testa e agli arti, bassa pressioni, perdita di peso di almeno 15 chili. I due, inoltre, avrebbero detto all’avvocato Ehab al-Ghalith che 72 scioperanti del carcere di Ramla sarebbero tenuti in “condizioni disastrose e dispotiche”. Nena News

Il villaggio, da mesi assediato dalle forze dell’ordine locali, è il luogo in cui risiede il religioso d’opposizione shaykh Isa Qassim a cui è stata tolta la cittadinanza lo scorso anno. GUARDA il video degli scontri

Foto: attivisti locali

della redazione

Roma, 23 maggio 2017, Nena News – Un blitz stamane delle forze di polizia bahrenite nel villaggio di Diraz (a nord ovest della capitale Manama) ha provocato la morte di un attivista e il ferimento di diversi manifestanti. A dirlo sono fonti dell’opposizione. Su Twitter il ministero degli interni si è limitato a dire che l’operazione di stamattina serve a “mantenere la sicurezza e l’ordine pubblico” in un’area “paradiso per fuggitivi e ricercati dalla giustizia”.

Alcuni attivisti raggiunti da Nena News hanno riferito che la vittima si chiamava Mohammed Zanel al-Din. In alcuni video diffusi in rete si vedono gli attivisti lanciare pietre contro gli agenti di polizia i quali risponderebbero sparando gas lacrimogeni. Si sentono anche colpi di arma da fuoco.

Scontri stamane a Diraz (Fonte: attivisti locali)

Diraz è uno dei centri dell’opposizione perché città natale del leader sciita Isa Qassim a cui l’anno scorso le autorità locali hanno tolto la cittadinanza e che rischia, in qualunque momento, di essere deportato. Da mesi la polizia assedia il villaggio controllando e limitandone gli accessi.

Il blitz delle forze dell’ordine giunge due giorni dopo che un tribunale bahrenita ha ritenuto Qassim colpevole di aver collezionato fondi illegali e di riciclaggio di denaro e lo ha condannato ad un pena di un anno di prigione sospesa per tre anni e ad una multa di circa 365.266 dollari. Secondo il quotidiano d’opposizione al-Wasat, il tribunale ha anche ordinato la confisca di 3.367 dinari intestati in banca a suo nome che, fa sapere l’agenzia statale Bna, saranno utilizzati per attività umanitarie e di beneficenza. I suoi sostenitori, attivi da mesi a Diraz con sit-in e proteste, negano le accuse e sostengono che il suo processo è motivato politicamente.

Scontri a Diraz stamane. Fonte: attivisti locali

Secondo l’opposizione dietro l’attacco a Shaykh Isa Qassim non ci sarebbe solo il tentativo di silenziare le voci dissidenti, ma anche quello di togliere agli imam sciiti il diritto di raccogliere i contributi religiosi dei proprio fedeli (conosciuti in arabo come “khums”, in italiano “il quinto”). Il khums corrisponde al 20% della ricchezza in eccesso che il fedele ha accumulato per più di un anno ed è solitamente raccolta dagli imam. Una possibile riforma del “quinto” ha fatto infuriare la comunità sciita del Paese. Per il governo però è necessaria perché il denaro raccolto andrebbe alla “nemica” Iran e sarebbe utilizzato per sostenere i detenuti per terrorismo. “Le indagini hanno confermato che Qassim controllava il denaro dei poveri sciiti per finanziare atti terroristici nel Bahrain e che ne abbia mandato una somma all’Iran – aveva detto una fonte anonima governativa al portale Middle East Eye lo scorso luglio. “Saremo noi a raccogliere il khums in modo trasparente sebbene questo richieda ancora del tempo” aveva poi aggiunto.

I problemi giudiziari del religioso risalgono allo scorso giugno quando il procuratore capo Mohammad al-Maliki lo aveva accusato di corruzione e di appropriazione indebita di fondi il cui valore è stimato a circa 10 milioni di dollari. Secondo al-Maliki, tre conti bancari di Qassim sarebbero collegati alla Bahrain’s Future Bank che Manama ha chiuso a inizio anno per i suoi (presunti) legami con l’Iran. Il 20 giugno, cinque giorni dopo le accuse di corruzione, a Qassim è stata tolta la cittadinanza per “motivi di sicurezza”. Una decisione, quest’ultima, che ha suscitato immediatamente l’ira dei suoi sostenitori che sono scesi in strada a migliaia per manifestare la loro opposizione alla monarchia di re Hamad. Nena News

Vi proponiamo in esclusiva uno dei video degli scontri di stamattina a Diraz

Nablus-Quds Press, PIC. Nella notte fra lunedì e martedì dei coloni israeliani, scortati dai soldati, hanno molestato dei cittadini palestinesi in una strada nella cittadina di Huwara, a sud di Nablus.

Secondo i testimoni, circa 10 coloni, in gran parte armati, si sono radunati nella strada principale di Huwara e hanno minacciato i palestinesi che viaggiavano a bordo delle proprie auto di assaltarli e ucciderli in presenza dei soldati israeliani.

I testimoni hanno aggiunto che i coloni hanno puntato le pistole contro le auto di passaggio.

La scorsa settimana un ebreo fanatico aveva ucciso un giovane palestinese e ferito un giornalista in pieno giorno, durante una manifestazione nella cittadina di Beita, nella provincia di Nablus.

Traduzione di F.G.

Il presidente Usa ha fatto una dichiarazione d’amore allo Stato ebraico e ha visitato, primo fra i presidenti in carica, il Muro del Pianto. Ma non trasferirà l’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme e non riconoscerà la Città Santa capitale di Israele. Oggi incontra Abu Mazen

di Michele Giorgio   il Manifesto

Gerusalemme, 23 maggio 2017, Nena News – «Abbiamo la rara opportunità di portare stabilità, sicurezza e pace in questa regione e sconfiggere il terrorismo creando un futuro d’armonia, prosperità e pace. Ma possiamo farlo solo collaborando, non c’è altra via». Un Trump messianico ha aperto ieri con queste parole la visita ufficiale in Israele, seconda tappa del suo viaggio inaugurale all’estero da presidente degli Stati Uniti. Una tappa che segna la discontinuità con la linea di Barack Obama – che aveva avuto rapporti non facili con Benyamin Netanyahu al quale comunque ha assicurato aiuti militari per quasi 40 miliardi – ma che difficilmente imprimerà, come spera la destra israeliana dall’ingresso di Trump alla Casa Bianca, una svolta netta alla politica Usa nei confronti delle colonie ebraiche, dello status di Gerusalemme e dei Territori palestinesi occupati.

Netanyahu e i suoi ministri hanno ormai capito che i gesti simbolici dell’inquilino della Casa Bianca non andranno sempre a soddisfare le aspettative israeliane. Il fatto che Trump sia stato ieri il primo presidente americano in veste ufficiale a visitare il Muro del Pianto, il luogo più sacro dell’ebraismo, nella zona Est, occupata, di Gerusalemme, difficilmente darà il via libera al riconoscimento da parte degli Stati Uniti, di tutta la città, quale capitale di Israele. Nonostante le pressioni israeliane, Trump ha preferito visitare il Muro del Pianto senza essere accompagnato da Netanyahu. La tv israeliana Channel Two, riferiva ieri che funzionari statunitensi avrebbero respinto la richiesta di Netanyahu affermando che il Muro del Pianto «non fa parte del vostro territorio…è in Cisgiordania, questa è una visita privata del presidente e non è affar vostro». Un portavoce della Casa Bianca ha poi precisato che questi commenti «non riflettono la posizione statunitense e certamente non quella del presidente». Può darsi, in ogni caso il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme (per ora) è congelato, con grande disappunto del governo Netanyahu e della destra al potere.

È evidente che i rapporti avviati dalla nuova Amministrazione con il mondo arabo – in particolare l’Arabia saudita al quale nei prossimi anni gli Usa venderanno armi per centinaia di milioni di dollari – hanno indotto persino un presidente che non brilla per intelligenza e preparazione politica a farsi più cauto e vago sulla questione israelo-palestinese e a rinunciare ai toni battaglieri e filo-israeliani della campagna elettorale. Ieri sera mentre chiudevano questo numero del nostro giornale Trump e Netanyahu erano impegnati in colloqui nella residenza del premier israeliano. Al termine non si attendevano annunci clamorosi. «Vogliamo che Israele viva in pace. Insieme possiamo arrivare alla pace. Condividiamo una amicizia fondata sull’amore per la libertà e per i diritti umani», ha detto il presidente americano nel corso della conferenza stampa congiunta con Netanyahu. «Credo in un rinnovato sforzo per raggiungere la pace tra israeliani e palestinesi… La pace in Medio Oriente è uno degli accordi più duri da ottenere ma sento che ci arriveremo. Lo spero», ha aggiunto. Frasi senza spessore che rivelano l’inesistenza di un “piano di pace” di Trump di cui si parla da qualche tempo.

Ciò che il tycoon consegnerà a Israele in questa prima visita da presidente non è Gerusalemme o il via libera ad una colonizzazione senza freni dei territori palestinesi. È la testa dell’Iran. Lo stesso regalo che ha fatto ai sauditi e agli altri regnanti del Golfo riuniti ad ascoltarlo domenica a Riyadh. Trump ha accusato Tehran e i suoi alleati (Siria e Hezbollah) di tutto e di più per la gioia di re Salman dell’Arabia saudita. Parole che sono suonate come una dichiarazione di guerra e alle quali non ha potuto non reagire il rieletto presidente iraniano Rohani. «Il ritrovo in Arabia Saudita è stato soltanto uno show senza valori pratici o politici di alcun tipo. Non si può risolvere il terrorismo dando soltanto il denaro del popolo a una superpotenza», ha commentato ieri Rohani alludendo agli accordi da miliardi di dollari firmati da Washignton e Riyadh.

Oggi Trump andrà per qualche ora a Betlemme dove incontrerà il presidente dell’Anp Abu Mazen. I palestinesi lo accoglieranno con una “giornata di rabbia” contro la politica Usa e l’occupazione israeliana. Tutta la Cisgiordania e Gerusalemme est ieri hanno osservato una sciopero generale in solidarietà con i detenuti in sciopero della fame e contro l’arrivo del presidente americano. Nena News

 

Nena News vi propone un viaggio nel progetto che l’ong italiana Cospe ha realizzato nel villaggio palestinese di Nabi Samuel, tra la Linea Verde e il muro israeliano. Oggi la seconda e ultima puntata

Una delle case ristrutturate a Nabi Samuel (Foto: Nena News)

della redazione

Nabi Samuel, 23 maggio 2017, Nena News – La seconda puntata del viaggio a Nabi Samuel. Dopo la prima parte, in cui vi abbiamo raccontato la vita nel villaggio palestinese a nord di Gerusalemme e la seam zone (fascia di terre palestinesi tra la Linea Verde – il confine ufficiale tra Cisgiordania e Stato di Israele – e il muro che Israele ha iniziato a costruire dal 2002) oggi ci spostiamo nel cuore dell’intervento realizzato dall’ong italiana Cospe, in partnership con l’organizzazione italiana Cric e le associazioni palestinesi Riwaq, Land Research Center e Palestinian Youth Union, con il finanziamento dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione.

L’intervento ha visto la ristrutturazione di 15 abitazioni e la creazione di spazi comuni, orti agricoli e stalle per l’allevamento degli animali.

Qui trovate il secondo video in cui raccontiamo il progetto a Nabi Samuel. Nena News

GUARDA IL VIDEO:

 

Betlemme-Quds Press, PIC. Lunedì sera a Betlemme decine di manifestanti palestinesi hanno marciato in solidarietà con i prigionieri in sciopero della fame nelle carceri israeliane e hanno recitato slogan di condanna verso gli USA e la visita del loro presidente Donald Trump alla regione.

Uno degli slogan definiva gli USA come “la testa del serpente”.

La marcia è partita dal campo profughi di al-Deheisheh, a sud di Betlemme, ed è arrivata alla tenda eretta in solidarietà con i prigionieri in piazza Manger, fuori dalla Chiesa di Natività.

In precedenza erano scoppiati dei violenti scontri fra dei giovani manifestanti e i soldati dell’Autorità palestinese a Betlemme, quando questi ultimi avevano attaccato la marcia di solidarietà.

Gaza-Ma’an. Lunedì sera un giovane palestinese è stato ferito durante degli scontri nel centro di Gaza, lungo il confine con Israele, quando le forze israeliane gli hanno sparato a una gamba con munizioni letali.

Le fonti mediche di Gaza hanno riferito a Ma’an che il palestinese è stato ferito alla gamba destra ed è stato portato all’ospedale di Shuhada al-Aqsa, a Deir al-Balah, nella Striscia di Gaza centrale; si trova ora in condizioni moderate.

Il palestinese, non ancora identificato, è stato ferito durante gli scontri a est del campo profughi di Bureij, scoppiati quando i palestinesi si sono recati al confine per manifestare la propria solidarietà verso i circa 1.300 prigionieri al 36esimo giorno di sciopero della fame.

Un portavoce dell’esercito ha riferito che stavano cercando fra i rapporti.

Betlemme-PIC, Ma’an, Quds Press. Lunedì sera, un adolescente palestinese è stato ucciso dai soldati israeliani presso la “barriera container” nel nord-est di Betlemme, dopo un presunto “attacco con il coltello”.

In un comunicato stampa, la polizia israeliana ha dichiarato che un ragazzo di 16 anni di Betlemme ha eseguito “un attacco con il coltello contro un soldato israeliano ed è stato immediatamente neutralizzato”, cioè ucciso.

Nessun militare israeliano è rimasto ferito.

Ai soccorritori della Mezzaluna Rossa palestinese non è stato permesso avvicinarsi al ragazzo, che è morto dissanguato.

PIC. Il comitato stampa di Libertà e Dignità a sostegno dello sciopero della fame ha dichiarato che l’avvocato della Società di Prigionieri Palestinesi, tale Khaled Mahajna, è riuscito a fare visita a due detenuti in sciopero della fame presso il carcere di Negev, all’inizio del mese. Si tratta della prima volta che il servizio carcerario israeliano (IPS) permette visite legali dall’inizio dello sciopero della fame, il 17 Aprile.

Mahaina ha dichiarato di aver incontrato i due detenuti Ibrahim Abu Surour di Betlemme e Nael Hussein di Qalqilya, i quali lo hanno messo al corrente degli abusi subiti da parte dell’IPS sin dal primo giorno di sciopero.

Abu Surour e Hussein hanno riferito che la salute degli scioperanti sta peggiorando, sottolineando che alcuni di loro non sono in grado di reggersi in piedi e restano a letto per buona parte della giornata e che hanno bisogno dell’aiuto degli altri detenuti per recarsi in bagno. Hanno aggiunto che l’IPS si rifiuta di fornire loro il trattamento necessario.

Abu Surour ha affermato che sta soffrendo di dolori alla schiena e che è caduto a terra una settimana fa e da allora l’IPS tenta di ricattarlo, offrendogli le cure in cambio della fine dello sciopero.

I due detenuti hanno dichiarato che gli scioperanti nel carcere di Negev sono divisi in due sezioni distinte, per enfatizzare che essi sono costretti a bere dai lavandini del bagno oltre ad essere sottoposti quasi tutto il giorno a ispezioni e trasferimenti, sia dentro che fuori la prigione, cosa che li rende esausti.

Hanno inoltre spiegato che l’IPS fa pressioni sui prigionieri per spingerli a porre fine al loro sciopero, offrendo loro vari pasti e mettendoli in guardia delle conseguenze negative dello sciopero della fame sulla salute.

Ancora, hanno aggiunto che il primo giorno dello sciopero l’IPS ha sequestrato tutti gli oggetti personali dei prigionieri, fatta esclusione per coperte, materassi e uniformi. Hanno specificato di aver passato i primi 15 giorni di sciopero senza potersi cambiare i vestiti.Solo più tardi a ciascun prigioniero è stata fornito un unico capo di biancheria intima. In aggiunta, nel corso di una settimana, l’IPS ha permesso ai detenuti di farsi una doccia e uscire del cortile della prigione e negato loro la stessa cosa la settimana successiva.

L’avvocato Mahaina sostiene, citando i due prigionieri, che l’IPS ha imposto numerosi sanzioni ai detenuti in sciopero, incluso negare loro le visite dei familiari, impedire di recarsi a mensa e costringerli a pagare una multa di 450 Shekel israeliani (circa 115 euro) ciascuno, con un banale pretesto.

Egli ha anche affermato che il morale dei detenuti è alto e che essi sono determinati a continuare lo sciopero fino a che le loro richieste non verranno soddisfatte.

Traduzione di Ada Maria De Angelis

Palestinian Authority employees complain that monthly payments have been drastically reduced.

France seeks extradition of Jewish extremist operating from Israel

Selfit – PIC. In una posizione strategica e sensibile, la città di Selfit si trova su un esteso lago sotterraneo. Tuttavia sono piuttosto le 25 colonie sioniste abusivamente installate sul terreno che godono delle sue acque.

Nel 2016, il numero di abitanti della città, che si trova tra Ramallah e Nablus, era poco inferiore a 11.000 persone.

La produzione economica principale della città è l’agricoltura, che rappresenta il 30% delle attività. Il 20% dei lavoratori sono impiegati, secondo i dati raccolti dall’agenzia centrale di statistica palestinese.

Il problema dell’acqua

L’acqua potabile costituisce un problema reale per la città di Selfit: gli occupanti sionisti hanno l’abitudine di chiuderla durante l’estate e durante il mese sacro del Ramadan. Per questa ragione, il presidente della municipalità chiede l’acquisto di serbatoi di acqua supplementari, nonostante la città e i villaggi si trovino sulla più grande riserva d’acqua della Palestina storica.

Bisogni e politica

La municipalità di Selfit ha innumerevoli problemi che si sono accumulati durante i precedenti consigli municipali. Molti sono i servizi mal presentati da questa municipalità, sottolinea Nasser Abdu al-Hadi, ex-direttore delle relazioni pubbliche della municipalità.

Per quanto riguarda le infrastrutture, la città ha bisogno di nuove strade, di restaurare e allungare le reti idriche e costruirne di nuove, oltre ad alcuni pozzi, serbatoi e fonti d’acqua sotterranei, di allargare la rete elettrica, di cassonetti per i rifiuti e di una discarica.

Dal punto di vista della salute, Seilfit ha bisogno di centri e studi medici nuovi, di restaurare i centri esistenti, di procurarsi gli strumenti adatti, di far crescere l’ospedale Yasser Arafat, a sud della città, di aggiungerci dei reparti inesistenti, anche in rapporto al numero della popolazione in crescita.

Per l’educazione, la città ha bisogno di restaurare le scuole esistenti e di aggiungerne di nuove.

Anche il campo agricolo necessita di terreni, di pozzi, pascoli per il bestiame e questo rappresenta un bisogno urgente.

Quanto al problema idrico, l’agricoltore Ahmed Abdallah afferma che la municipalità di Selfit aveva tentato di scavare dei pozzi artesiani, ma le autorità di occupazione glielo hanno proibito. La carenza idrica – la colonia di Ariel sottrae tutta l’acqua di Seilfit – ha impedito a molti agricoltori di lavorare la terra durante l’estate.

La città soffre anche a causa dei servizi mal gestiti. In tali condizioni, gli abitanti hanno eletto, alle elezioni municipali del 13 maggio, dei candidati che sperano essere capaci di trovare delle soluzioni, lontani da tutte implicazioni partitiche.

Traduzione di Chiara Parisi

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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