Palestina

BDSMovement.net e Parallelo Palestina Stiamo sollecitando l’Alto Commissario per i Diritti Umani dell’ONU affinché prenda le misure necessarie per sostenere e proteggere i diritti di tutti coloro, palestinesi, israeliani e internazionali, che sostengono in modo non violento i diritti dei palestinesi, inclusi coloro che lo fanno attraverso il movimento BDS.   Per favore aggiungi subito il tuo nome al nostro appello:   https://bdsmovement.net/un-appeal   Non essendo riusciti a fermare la crescita del sostegno mondiale al movimento di boicottaggio, disinvestimenti e sanzioni (BDS), per la libertà, la giustizia e l’uguaglianza dei palestinesi, Israele sta ora lanciando un disperato e pericoloso controattacco.(compreso quello italiano, n.d.t.)   Su richiesta israeliana i governi degli Stati Uniti, della Francia, della Gran Bretagna, del Canada e di altri paesi (compreso quello italiano, n.d.t.) stanno introducendo una legislazione anti-democratica e prendendo altre misure repressive per minare il movimento BDS. In Francia, una attivista è stata arrestata semplicemente perché indossava una t-shirt BDS.   Israele sta usando i servizi segreti per spiare illegalmente gli attivisti BDS in molte parti del mondo.   Israele ha appena imposto un effettivo blocco ai viaggi di Omar Barghouti, co-fondatore del movimento BDS. Questa iniziativa repressiva è vista come un passo per revocare i suoi diritti di residenza, come hanno minacciato ministri israeliani poche settimane fa.   Per favore aggiungi subito il tuo nome al nostro appello:   https://bdsmovement.net/un-appeal   Tutto questo segue velate minacce di violenza fisica contro di lui da parte di ministri del governo israeliano che hanno spinto Amnesty a esprimere preoccupazione “per la incolumità e la libertà di Omar Barghouti”.   La enorme campagna israeliana di repressione contro i difensori dei diritti umani e il movimento BDS è tesa a evitare di rendere conto delle sue violazioni del diritto internazionale.   Nel momento in cui il popolo palestinese e le persone di coscienza stanno commemorando la Nakba del 1948, la pulizia etnica della maggioranza degli indigeni palestinesi, difendere i difensori dei diritti umani che lottano per i diritti inalienabili dei palestinesi è più cruciale che mai   Per favore aggiungi subito il tuo nome al nostro appello:   https://bdsmovement.net/un-appeal   e fai conoscere l’appello in modo il più largo possibile.   Ti faremo sapere quando consegneremo l’appello all’ONU.   Molte Grazie, Palestinian BDS National Committee

Hebron-Ma’an. Martedì un gruppo di coloni ha fatto irruzione in una casa palestinese disabitata a Hebron e ha rubato dei mobili, presumibilmente da bruciare nel falò per le festività ebraiche di Lag Ba’Omer.

Un portavoce del gruppo di attivisti di Hebron, Youth Against Settlement, Issa Amro, ha dichiarato a Ma’an che le abitazioni appartengono alle famiglie al-Sayyid Ahmad e Tahboub, a cui è proibito l’accesso nella Città Vecchia da quando le forze israeliane hanno sigillato l’area intorno a strada al-Shuhada, nel 1994.

La festa di Lag BaOmer, che si svolge mercoledì sera, commemora la morte del mistico del II sec., Simeon bar Yochai, ed è tradizionalmente celebrata con falò. Non è inconsueto per i giovani israeliani celebrare Lag BaOmer rubando legname dai siti in costruzione o da altre località, prima delle feste.

Case e negozi palestinesi nella Città Vecchia di Hebron sono stati interdetti ai Palestinesi, dopo che il colono ebreo statunitense, Baruch Goldstein, massacrò 29 Palestinesi dentro la moschea Ibrahimi, nel 1994.

A seguito del massacro, Hebron fu divisa nell’area H1, sotto giurisdizione dell’Anp, e H2 che include la Città Vecchia e zone adiacenti, sotto totale controllo militare israeliano.

L’area è dimora di 30 mila Palestinesi e di 800 coloni israeliani che vivono sotto protezione delle forze di occupazione. I residenti palestinesi sono oggetto di frequenti aggressioni da parte dei coloni.

 

Cari lettori,

con una sentenza divulgata in questi giorni, il Tribunale di Roma ha rigettato la mia domanda di diffamazione a mezzo stampa contro “Il Foglio”.

Avevo fatto causa contro questo giornale perché mi aveva attaccata, nel 2010, di ritorno dalla Freedom Flotilla: qui l’articolo ripreso da Informazione Corretta.

Il giudice  ha emesso la sentenza, decidendo di infliggermi la condanna al pagamento di 9.000 euro di spese alla controparte, cioè a quelli che hanno infangato il mio nome e quello di InfoPal.
Oltre il danno, la beffa, dunque.
Tali decisioni, al di là delle loro motivazioni “tecniche” e giuridiche, concorrono a “scoraggiare” gli offesi demotivandoli dal voler querelare per diffamazione qualche media potente che si arroga il diritto di ledere la loro immagine e onore. Giù la testa!, sembra l’ordine subliminale.

E’ questo che significa occuparsi di Palestina in Italia. Si è sempre di più alla mercé di giornalisti, politici, magistrati, avvocati, lobby, ecc.

Angela Lano

Per sostenerci in questa amara vicenda italiana: 5 euro a testa moltiplicate per X ci aiuteranno a pagare… Il Foglio. Avremmo preferito ben altri progetti, in verità. Ma è il prezzo dell’impegno per una causa che il Sistema considera tabù, e a cui vogliamo continuare a dedicare il nostro affetto e il nostro sforzo. Grazie.

 
Angela Lano

Postepay:

4023 6006 2132 3544

Conto postale, IBAN: IT60P0760101000001024280834

 

 

Today gentrification is the means by which the city's original inhabitants are pushed out.
Young innovator hopes to make a global impact.

More than 200 Palestinians have been killed since October.

Approvato oggi il nuovo governo turco. Nove nomi nuovi, ma a capo dei ministeri chiave restano i fedelissimi del presidente. Unica novità è rappresentata da Omer Celik che sostituisce Bozkir al dicastero degli Affari con l’Unione europea. Nel suo primo discorso il premier promette: “avremo una nuova costituzione che prevederà un sistema presidenziale”

della redazione

Roma, 24 maggio 2016, Nena News – Silurato Davutoglu, il sogno di Erdogan di trasformare la Turchia in una repubblica presidenziale si fa giorno dopo giorno sempre più concreto. Il discorso pronunciato oggi dal suo fedele alleato, nonché da qualche giorno neo-premier turco, Binali Yildirim è emblematico. Parlando ai suoi colleghi di partito per la prima volta da quando è primo ministro, Yildirim ha indicato subito il principale obiettivo del suo governo: “agiremo immediatamente per avere una nuova costituzione che preveda un sistema presidenziale”. “La nostra priorità – ha poi aggiunto – è armonizzare la carta costituzionale con la situazione attuale per ciò che riguarda i legami del presidente con il suo popolo”. Frase articolata, ma la cui traduzione non può essere che più semplice: trasformazione della Turchia in una repubblica presidenziale dove a Erdogan spetteranno poteri ancora più estesi di quelli attuali che lo faranno diventare, de facto, padrone assoluto del Paese.

Prima di raggiungere quest’obiettivo, il “sultano” è però conscio che ci sono alcuni passaggi obbligati da compiere. Il primo è stato fatto quattro giorni fa con l’approvazione della bozza anti-immunità che, in pratica, farà piazza pulita del partito di sinistra filo curdo Hdp, l’unica vera opposizione al governo dell’Akp, non solo per i suoi legami con quelli che Ankara definisce i “terroristi” del Pkk, ma anche per la coraggiosa e solitaria battaglia politica contro il dilagante potere del presidente. Un isolamento che è apparso evidente venerdì quando anche parte della cosiddetta opposizione (nazionalisti, ma soprattutto repubblicani) ha votato con l’Akp sposando di fatto la sua stessa politica.

Oggi, poi, è arrivato l’obbligato passaggio istituzionale: la formazione di un nuovo governo dopo le “dimissioni” di Davutoglu. L’esecutivo, approvato da Erdogan, include nove nomi nuovi. Tuttavia, non presenta grosse differenze rispetto a quello precedente. Invariati restano infatti gli Esteri con Cavusoglu, la Giustizia con Bozdag, gli Interni con Ala, l’Economia con Zeybekci, le Finanze con Agbal e ha conservato il suo posto al ministero dell’Energia pure il genero di Erdogan, Albayrak. Alla carica di vice premier resterà Simsek.

Il principale cambiamento da segnalare è nel ministero dei rapporti con l’Unione europea che passerà a Omer Celik, portavoce dell’Akp e di cui è nota la vicinanza con il presidente. A Celik viene affidato un incarico molto importante viste le tensioni crescenti tra Ankara e Bruxelles per la questione degli immigrati. A suggellare il suo dominio sul nuovo esecutivo, Erdogan presiederà domani la prima riunione governativa nel suo palazzo presidenziale. La nascita del governo Yildirim ha avuto già un risultato positivo: la lira turca ha guadagnato 3 punti percentuali. Nena News

Imemc. Un gruppo di coloni israeliani estremisti ed armati domenica ha sradicato le terre agricole e quelle per il bestiame, a sud di Nablus e di Salfit, nella Cisgiordania occupata, e ha costruito diverse unità nel tentativo di ampliare la colonia illegale di Shvut Rachel.

Testimoni oculari nel villaggio di Jaloud, a sud di Nablus, hanno affermato che diversi bulldozer israeliani hanno sradicato terre palestinesi a Basin 13, con l’obiettivo di allargare la colonia di Shvut Rachel, dove hanno iniziato a costruire diverse unità residenziali al di fuori dei suoi confini, lontano dall’attenzione dei media.

Hanno aggiunto che i coloni hanno anche sradicato alcune terre vicino all’avamposto di Ge’olat Zion, che è stato installato illegalmente su terre private palestinesi, prima di essere legalizzato da Israele con effetto retroattivo.

In aggiunta, estremisti dalla colonia illegale di Leshem hanno costruito sulle terre private palestinesi, iniziando i lavori di infrastruttura per la costruzione di centinaia di unità, subito dopo essere stati legalizzati da Israele il 21 maggio.

Alcune fonti nella cittadina di Deir Ballout, vicino a Salfit, Cisgiordania centrale, hanno affermato che le opere illegali sono condotte quotidianamente sotto protezione dell’esercito, ad est del paese.

Il ricercatore palestinese Khaled Ma’ali ha affermato che le attività coloniali israeliane hanno luogo simultaneamente in decine di aree della Cisgiordania occupata, e il distretto di Salfit, da solo, è testimone dei lavori in corso per l’espansione di 24 colonie.

Ma’ali ha aggiunto che tutte le attività coloniali israeliane violano l’articolo 53 della Quarta Convenzione di Ginevra, che proibisce la distruzione di proprietà private in terre occupate, o la loro confisca, e l’articolo 49, sezione 6 della stessa convenzione, che vieta alle forze di occupazione di spostare totalmente o parzialmente la popolazione di queste terre occupate.

Traduzione di F.H.L.

Il premier israeliano ha ribadito all’omologo francese Manuel Valls la forte contrarietà di Tel Aviv all’iniziativa di pace di Parigi. Ieri nuovo (presunto) attacco con un coltello nei pressi di Gerusalemme: morta l’aggreditrice 17enne. Ritardi nell’annuncio dell’ingresso dell’estremista Lieberman nella coalizione governativa

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu (a destra) ha incontrato il suo pari francese Manuel Valls (a sinistra) ieri a Gerusalemme. Foto: (Kobi Gideon/GPO)

di Roberto Prinzi

Roma, 24 maggio 2016, Nena News – Un no secco all’iniziativa di pace francese per risolvere il conflitto israelo-palestinese. E’ quanto ha ripetuto ieri al premier transalpino Manuel Valls il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. Secondo il capo di governo israeliano, l’unica soluzione può passare solo attraverso “negoziati diretti” con la leadership palestinese senza però – ha precisato – che quest’ultima imponga delle precondizioni.

“La pace – ha detto Netanyahu – non si raggiunge con delle conferenze internazionali come quelle dell’Onu. Né si ottiene attraverso diktat internazionali o con comitati dei paesi del mondo che si siedono e cercano di decidere il nostro destino e la nostra sicurezza”. Poi, rivolgendosi direttamente a Valls, ha aggiunto: “Hai ragione quando dici che i negoziati diretti sono molto difficili ora. Ma sono l’unica strada da percorrere per raggiungere la pace”. Da qui la richiesta a Parigi di “incoraggiare [il presidente palestinese] Abbas ad accettare quest’altra iniziativa francese: negoziati diretti senza precondizioni tra Ramallah e Tel Aviv a Parigi”. “Potrà essere ancora chiamata iniziativa francese perché voi ospiterete questo sincero sforzo per la pacificazione. Ma c’è una differenza però [con quello che ora proponete], io mi siederò direttamente con il presidente Abbas all’Eliseo o dovunque vogliate. Saranno messe sul tavolo [dei negoziati] tutte le questioni complesse”. In realtà, anche gli incontri di cui si fa promotore avranno una precondizione: quella di “due stati per due popoli, uno stato palestinese demilitarizzato che riconosca lo stato ebraico [Israele]”.

Valls è in visita in Israele e nei Territori occupati palestinesi nel tentativo di promuovere l’azione diplomatica francese. Dopo aver incontrato la parte israeliana, oggi si recherà a Ramallah per incontrare il primo ministro palestinese Rami Hamdallah. Il presidente Abbas ha più volte detto di vedere con favore l’iniziativa di Parigi che prevede un vertice con i ministri degli esteri il 3 giugno prossimo senza, è indicato esplicitamente, che vi prendano parte israeliani e palestinesi. Secondo la road map presentata dalla Francia, infatti, la loro presenza sarà necessaria nella conferenza di autunno quando si darà il via ufficialmente ai negoziati di pace in stallo dall’aprile del 2014. Valls ha provato a tranquillizzare gli israeliani (“Parigi non imporrà una soluzione”), ma ha tuttavia criticato la costruzione degli insediamenti in Cisgiordania definiti come uno dei principali ostacoli alla pace.

E’ proprio il senso di frustrazione per la mancanza di futuro e per l’incessante occupazione di terra palestinese da parte di Tel Aviv ad aver dato il via, all’inizio di ottobre, ai ripetuti attacchi palestinesi contro obiettivi israeliani (per lo più soldati). Una violenza non cieca come scrivono alcuni commentatori né tanto meno, come afferma propagandisticamente Israele, frutto dell’incitamento dei leader e dei media “arabi”, ma che è conseguenza di una condizione umana resa insostenibile dallo stato ebraico. Una violenza (presunta in alcuni casi) che, finora, ha causato la morte di oltre 200 palestinesi e di 28 israeliani. L’ultimo episodio è avvenuto ieri quando una giovane donna – secondo la versione israeliana – è stata “neutralizzata” dai militari di Tel Aviv dopo aver tentato di accoltellare una poliziotta di frontiera al checkpoint di Biddu, nella parte settentrionale di Gerusalemme. La vittima, Sawsan Ali Dawud Mansour, è stata colpita dalla raffica dei proiettili morendo sul colpo. Aveva soli 17 anni.

Ma Netanyahu ha anche un’altra grana di cui occuparsi oltre a quella francese. L’ingresso dello xenofobo Lieberman di Yisrael Beitenu nella coalizione governativa annunciato la scorsa settimana è ancora lungi dal concretizzarsi. Nonostante il non facile grattacapo da risolvere, il premier ha ostentato sicurezza di fronte alle telecamere e ha promesso che la faccenda sarà risolta presto. Meno sicuro, ma forse solo per fini politici, é sembrato proprio il diretto interessato, Avigdor Lieberman, il quale, nel descrivere ai media lo stato delle trattative in corso, ha parlato di “punto morto”. Il leader di Yisrael Beitenu, che dovrebbe essere nominato a capo del dicastero della difesa, ha reso noto di aver accantonato (almeno per il momento) l’idea della pena di morte ai “terroristi” (solo quelli palestinesi, sia chiaro) come sua condizione per entrare nella squadra governativa.

L’attenzione di Lieberman si è ora spostata principalmente sulla riforma delle pensioni: dare delle agevolazioni ai cittadini provenienti dai paesi dell’ex blocco sovietico che costituiscono lo zoccolo duro del suo elettorato. Di parere contrario è il ministro delle finanze del più moderato Kulenu, Moshe Kahlon, che invece propone una riforma “per tutti i cittadini dello stato d’Israele”. “La nostra idea – ha dichiarato – è quella di non discriminare nessuno, non vuole essere settoriale, ma è destinata a tutti gli elettori”.

Netanyahu ha smorzato i toni della polemica interna cercando di allontanare future ombre sul suo prossimo governo che, con Lieberman, potrà contare di una maggioranza di 7 seggi e non più su uno come ora. “I negoziati hanno alti e bassi, ci sono sempre crisi ed esplosioni e tutto sembra per collassare, ma ciò non accadrà”. Nena News

Roberto Prinzi è su Twitter @Robbamir

 

Ieri l’Isis ha colpito per ben sette volte nelle città di Jableh e Tartus, sulla costa mediterranea. E’ stato un massacro. Ma le morti dei civili nelle cosiddette “roccaforti di Bashar Assad” non provocano sdegno in Europa e Usa. Invece Mosca condanna e ribadisce alleanza con Damasco

Auto bruciata a Jableh ieri dopo attacco Isis

di Michele Giorgio   il Manifesto

Roma, 24 maggio 2016, Nena News – Ieri l’Isis ha colpito per ben sette volte nelle città di Jableh e Tartus, sulla costa mediterranea. E’ stato un massacro. Ma le morti dei civili nelle cosiddette “roccaforti di Bashar Assad” non provocano sdegno in Europa e Usa. Invece Mosca condanna e ribadisce alleanza con Damasco. Per loro non esprimerà sdegno la Francia di Hollande. Per loro l’Amministrazione Obama non invocherà indagini internazionali. Per loro non scenderà in campo a protestare con forza una nota Ong che si occupa di garantire assistenza medica in giro per il mondo. Per loro gli occidentali non si affanneranno a denunciare il terrorismo jihadista come hanno fatto dopo gli attentati a Parigi e Bruxelles.

Le vite umane continuano ad avere pesi diversi, dipende da dove si nasce. Sono i 121 morti dell’ondata di attentati compiuti ieri in Siria dallo Stato Islamico. Sono le vittime di sette violente esplosioni, quasi simultanee, che hanno preso di mira stazioni di autobus, ospedali e altri siti civili nelle città costiere di Jableh e Tartus. È stato un massacro, compiuto da kamikaze, forse il più sanguinoso dei tanti attentati rivendicati dallo Stato Islamico e da altre organizzazioni jihadiste dal 2011 a oggi nelle aree controllate dal governo di Damasco.

E potrebbero essere i primi di una lunga serie di attacchi suicidi nel cuore di città che i media internazionali si sono affrettati a descrivere come «roccaforti di Bashar Assad», quasi a voler ridimensionare, con l’aggiunta di questo dato politico, la strage di tanti innocenti. 73 persone sono morte nei quattro attacchi a Jableh e 48 nei tre attentati a Tartus. Tanti i feriti, molti dei quali ieri sera lottavano tra la vita e la morte. Ieri si è saputo che sabato scorso c’è stato un attentato a Qamishli, la seconda città della provincia nord-orientale di Hassakè. Almeno i tre morti nel quartiere di Wusta, abitato in maggioranza da cristiani.

Jableh si trova nella provincia di Latakia, Tartus è la capitale regionale del governatorato adiacente che porta lo stesso nome. Fino a ieri le due città avevano vissuto solo in minima parte gli orrori della guerra che da cinque anni devasta la Siria. «Sono scioccato, questa è la prima volta che sento boati spaventosi come questi», ha detto alle agenzie di stampa Mohsen Zayyoud, uno studente universitario. «Credevo che la guerra fosse giunta alla fine e invece siamo ancora nel cuore della battaglia», ha aggiunto. Gli attacchi sono iniziati alle ore 9.00 con tre esplosioni in una stazione di autobus di Tartus. Prima è esplosa un’autobomba all’ingresso della stazione. Quando la gente è accorsa per aiutare i feriti, due kamikaze ha azionato le loro cinture esplosive facendo un massacro. La televisione pubblica siriana ha mostrato la stazione danneggiata, mini-bus carbonizzati e altri in fiamme.

Circa quindici minuti dopo altre quattro esplosioni sono avvenute a Jableh a una fermata di autobus, in un ospedale e in una stazione di benzina. Un portavoce della polizia ha detto che un kamikaze si è fatto esplodere all’interno dei locali del pronto soccorso dell’ospedale. Poco dopo lo Stato Islamico, attraverso la sua agenzia di stampa Amaq, ha rivendicato la strage affermando che i suoi “combattenti” avevano attaccato «raduni di alawiti» a Tartus e Jableh, riferendosi alla minoranza di origine sciita alla quale appartiene la famiglia del presidente Assad. Lo Stato Islamico non era noto per avere una presenza massiccia nelle province costiere della Siria, dove invece al Nusra (al Qaeda) hanno molti uomini. Il fatto che sia riuscito a compiere un attentato tanto ampio indica che ha avuto la capacità di creare basi in una regione da sempre sotto il controllo rigido delle forze governative.

Gli attentati terroristici in Siria hanno «lo scopo evidente di minare il regime di cessate il fuoco in vigore dal 27 febbraio» e «in generale di minare gli sforzi per raggiungere una soluzione politica…È una sfida aperta non solo al governo e ai cittadini della repubblica araba siriana ma anche alle autorità della comunità internazionale» ha commentato la Russia in una nota del suo ministero degli esteri. Mosca ha anche riferito che il suo capo della diplomazia Serghiei Lavrov e il Segretario di stato Usa John Kerry hanno discusso della situazione e «in particolare delle proposte della Russia di condurre operazioni congiunte contro i gruppi terroristici e contro altre formazioni armate che non aderiscono al cessate il fuoco».

L’Unione europea invece pensa alla «transizione politica», ossia a come costringere Bashar Assad a farsi da parte subito, come chiede l’opposizione siriana che vive negli alberghi di Istanbul e Parigi e non ha alcun peso sul terreno. La Ue ieri ha detto di puntare a un accordo entro il primo agosto che includa un organo di governo transitorio «ampio, inclusivo e non settario». Nena News

Il capo dell’Autorità palestinese per l’acqua, Mazin Gunaim, ha annunciato a inizio maggio che la falda acquifera nella Striscia non sarà idonea al consumo alla fine del 2016. Un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato tre anni fa ha detto che Gaza non sarà più un luogo abitabile nel 2020

Foto: Wissam Nassar/Al-Jazeera

di Yousef M. Aljamal*   Palestine Chronicle

Roma, 24 maggio 2016, Nena News – La Striscia di Gaza, un’enclave di 365 chilometri quadrati lungo la costa, è sede di una delle comunità più densamente popolate del mondo, dove l’acqua è diventata una fonte sacra. Secondo le ultime statistiche, i quasi due milioni di palestinesi di Gaza hanno il 3% di acqua idonea al consumo umano. Il futuro dell’acqua e la realtà per i palestinesi sembrano svanire.

Mazin Gunaim, capo del Palestinian Water Authority (Autorità Palestinese per l’Acqua) ha detto, in una conferenza stampa tenuta a Ramallah il 5 maggio, che “la falda acquifera nella Striscia di Gaza non sarà idonea al consumo umano alla fine del 2016. La quantità di acqua per persona al giorno è di 90 litri, misura che non soddisfa gli standard internazionali, e gran parte di essa è inquinata”.

Foto: The Coastal Municipalities Water Utility – CMWU)

Il rapporto delle Nazioni Unite ‘Gaza nel 2020: un luogo abitabile’, pubblicato nell’agosto del 2012 dichiara: “Oggi il 90% di acqua dalla falda acquifera non è sicuro da bere, senza trattamento. Per la maggior parte degli abitanti di Gaza, la disponibilità di acqua potabile è quindi limitata ad un consumo medio di 70 a 90 litri per persona al giorno (a seconda della stagione), al di sotto dello standard globale dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) di 100 litri per persona al giorno. “

Secondo il Palestinian Water Authority, circa 10.000 residenti di Gaza non hanno rubinetti dentro o vicino alle loro case, e circa un milione di persone non hanno accesso continuo all’acqua. “L’intero sistema idrico deve essere migliorato. C’è una grave mancanza di acqua che è non potabile nella maggior parte dei casi, ” Ha detto al Palestine Chronicle Bisan Aljadili, studente presso l’Università islamica di Gaza, dal campo profughi di Alnusierat.

Foto: The Coastal Municipalities Water Utility – CMWU)

L’occupazione israeliana nega anche l’ingresso di attrezzature e forniture necessari per la costruzione, manutenzione e gestione di acqua e servizi igienici per la Striscia di Gaza assediata. La mancanza di approvvigionamento di acqua è una tragedia in più per il popolo palestinese già sofferente. Eppure, non hanno altra scelta che adeguarsi alla situazione, per poter sopravvivere, nelle difficili condizioni della Striscia di Gaza.

“Ci sono tre grandi problemi: la scarsità di acqua e l’uso eccessivo della falda acquifera, l’inquinamento delle acque da nitrati, e la penetrazione dell’acqua di mare nelle acque sotterranee,” ha detto al Palestine Chronicle Bilal Alqidra, un ingegnere idrico di Khan Younis. “Non abbiamo desalinizzazione dell’acqua, le acque di scarico non sono trattate e questo oltre al problema della mancanza di energia elettrica. Anche l’acqua pulita che la gente acquista non è ben controllata dalle autorità competenti. I veicoli utilizzati per distribuire acqua potabile, non sono abbastanza puliti “, ha aggiunto.

Foto: The Coastal Municipalities Water Utility – CMWU)

La Water Utility dei comuni costieri, che gestisce diversi progetti di acqua lungo la striscia di Gaza, ha un messaggio da condividere con il mondo: “Rimuovere il blocco imposto sul settore idrico e migliorare la fornitura di energia elettrica per alimentare il sistema idrico. Il blocco e la mancanza di energia elettrica hanno un impatto negativo per la realizzazione di progetti idrici necessari a migliorare la qualità dell’acqua nella Striscia di Gaza. ”

* Yousef M. Aljamal è il corrispondente del Palestine Chronicle nella Striscia di Gaza.
(Tradotto da Marina Maltoni e pubblicato da Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus)

Gerusalemme-Quds Press e PIC. Lunedì, coloni israeliani guidati dal rabbino estremista Yehuda Glick hanno invaso i cortili della moschea di al-Aqsa, protetti dalla polizia israeliana.

Alcuni coloni hanno eseguito rituali, provocando la reazione dei fedeli musulmani che hanno intonato slogan religiosi come forma di protesta.

Glick è entrato a far parte del Knesset dopo le dimissioni del ministro della Difesa Moshe Ya’alon e l’ingresso di Avigdor Lieberman.

Gaza-PIC. Il Centro Mizan per i diritti umani ha reso noto che, negli ultimi cinque mesi, le forze di occupazione hanno arrestato 65 pescatori, compresi 10 minorenni, ne hanno feriti altri 6 e hanno confiscato 22 pescherecci in 58 attacchi nel mare di Gaza.

In un comunicato stampa, il Centro sottolinea anche l’escalation di aggressioni da parte delle forze di occupazione dopo la decisione israeliana, resa nota ad aprile, di permettere la pesca fino a 9 miglia dalla costa della Striscia di Gaza.

Il Centro afferma che tali attacchi rappresentano una punizione collettiva contro gli abitanti della Striscia di Gaza.

Gerusalemme-Quds Press e Ma’an. Lunedì una ragazza palestinese è stata ferita a morte dopo un presunto attacco con il coltello contro una poliziotta israeliana, al check-point di Ras Biddu, a nord di Gerusalemme.

In una dichiarazione, la portavoce della polizia israeliana, Luba al-Samri, ha parlato di “terrorista” che avrebbe tentato di eseguire un attacco contro una poliziotta al check-point, ma a cui è stato sottratto il coltello. La giovane è stata colpita dal fuoco di un poliziotto che l’ha così “neutralizzata”, secondo le dichiarazioni della portavoce della polizia israeliana. Al-Samri successivamente ha confermato che la ragazza è stata uccisa sul posto. Non ci sono stati feriti tra gli israeliani.

Di Mohammad Hannoun-API.

Il valico di Rafah è l’unico valico che permette ai Palestinesi della Striscia di Gaza – circa due milioni di esseri umani accerchiati e completamente assediati da Israele ed Egitto – di comunicare con il mondo esterno. Tuttavia, questo terminal è stato aperto solo sei giorni nel 2016.
30 mila casi umanitari che necessitano di cure all’estero sono in attesa dell’apertura del valico, perché a causa dell’embargo a Gaza non può entrare nulla, né medicinali e apparecchiature mediche,  né materiali per l’edilizia, ecc.

Sono in attesa gli ammalati, gli studenti, i lavoratori tornati da visite ai parenti e familiari, i turisti, gli addetti umanitari, i soldi raccolti per progetti di beneficenza…

Diciamo “No all’embargo!”

Due attentatori suicidi si sono fatti esplodere oggi fuori un centro per reclute: almeno 45 le vittime. Amnesty International, intanto, attacca il blocco a guida saudita: “Le vostre bombe a grappolo hanno reso il nord del Paese un campo minato”

Resti di cluster bomb ritrovati nel nord dello Yemen. Foto: Amnesty International

di Roberto Prinzi

Roma, 23 ,maggio 2016, Nena News – Kamikaze dell’autoproclamato Stato Islamico (Is) sono tornati nuovamente in azione nella città di Aden, nel sud dello Yemen. Il bilancio, provvisorio, parla al momento di 45 persone morte e di decine di feriti. Le esplosioni sono avvenute stamattina nel distretto di Khor Maksar vicino al porto. Secondo le prime ricostruzioni, le vittime erano reclute che erano in fila in attesa di essere arruolate nell’esercito governativo. Fonti locali raccontano che un primo attentatore suicida si sarebbe fatto esplodere vicino al centro di reclutamento uccidendo 20 persone. L’altro, invece, vicino ad un altro gruppo di aspiranti militari fuori la casa di un comandante militare.

Il sanguinoso conflitto tra governo yemenita (sostenuto da una coalizione sunnita a guida saudita, da varie tribù sunnite e dagli indipendentisti del sud) e i ribelli sciiti houthi (appoggiati dall’ex presidente Saleh e, anche se non ufficialmente, dall’Iran) ha provocato almeno 6.400 morti, di cui 3.000 sono civili. Nel caos politico che si è venuto a creare (la capitale Sana’a è ancora in mano agli houthi), forze jihadiste come lo Stato Islamico e al-Qa’eda nella Penisola arabica (Aqap) ne hanno approfittato guadagnando terreno. Soprattutto nella regione del sud est, dove Aqap è riuscita ad occupare quasi interamente la regione dell’Hadramawt. Ma se al-Qa’eda era già ben radicata nel Paese e ha solo consolidato la sua forza in questi 14 mesi di guerra, è stato lo Stato Islamico a fare passi da gigante: nel 2014 ha annunciato la nascita di un’altra sua “provincia” dopo quelle egiziana e libica. Il “califfato” è balzato tristemente alle cronache per i vari attentati compiuti nel Paese: i suoi target sono stati principalmente le moschee di Sana’a frequentate dagli sciiti.

Ma a preoccupare non sono solo gli attentati provocati dal jihadismo. Amnesty International (AI) ha infatti ieri accusato la coalizione sunnita a guida saudita di aver bombardato le aree settentrionali del Paese anche con le cluster bomb (le bombe a grappolo) il cui uso è vietato dalla legge internazionale. Il loro utilizzo, scrive la ong inglese, avrebbe trasformato le aree colpite in un “campo minato per i civili”. L’associazione per i diritti umani ha sottolineato come a pagare il prezzo più alto siano stati i bambini (molti dei quali, sostiene AI, sarebbero stati “uccisi o menomati”) e ha invitato la comunità internazionale a “bonificare” queste aree. “Nazioni influenti dovrebbero chiedere alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita di smetterla di usare le cluster bomb che sono internazionalmente vietate e che, per natura, colpiscono in modo indiscriminato” ha scritto l’organizzazione in un comunicato. Non è ottimista la consigliera di Amnesty per la gestione delle crisi, Lama Fakih. “Anche quando le ostilità cesseranno – ha detto – le vite dei civili, anche dei bambini, continueranno ad essere a rischio non appena ritorneranno a questi campi minati de facto”.

Amnesty sostiene che durante le sue recenti missioni nel nord del Paese ha trovato residui di munizioni a grappolo di fabbricazione brasiliana, britannica e statunitense utilizzate dalla coalizione sunnita guidata. Secondo AI, tra il luglio del 2015 e lo scorso aprile, sono stati registrati almeno 10 casi in cui 16 civili sono stati uccisi o feriti per l’esplosione di questi ordigni. Nena News

Roberto Prinzi è su Twitter @Robbamir

Activists urge boycott of vacation rentals in West Bank settlements.

Sette esplosioni, rivendicate già dallo Stato Islamico, hanno colpito stamane le città costiere di Jableh e Tartous

Auto in fiamme in seguito ad una delle esplosioni che hanno colpito stamane Tartous. Foto Sana

della redazione

Roma, 23 maggio 2016, Nena News – Sette esplosioni hanno colpito stamane le città costiere siriane di Jableh e Tartous uccidendo decine di persone. Secondo l’Osservatorio siriano dei diritti umani, le vittime sarebbero almeno 100, 53 a Jableh e 48 a Tartous. Il bilancio è comunque provvisorio: sono tanti i feriti in condizioni molto gravi.

La ong di stanza a Londra e vicina all’opposizione ha anche riferito che gli attentati sono stati provocati da cinque kamikaze e da due autobombe. Jableh e Tartous, rispettivamente nella provincia di Lattakia e nella provincia omonima di Tartous nel nord ovest della Siria, sono roccaforti del presidente siriano al-Asad e sono state relativamente tranquille in questi cinque anni di guerra civile.

Sulla sua agenzia di stampa Amaq, l’autoproclamato Stato islamico (Is) ha già rivendicato gli attentati.

Nelle prime immagini trasmesse dalla tv statale Ikhbariyya da Jableh si vedono diverse macchine e minivan distrutti. Nella cittadina le esplosioni sarebbero state tre: una, secondo quanto riferisce Ikhbariyyah, sarebbe avvenuta vicino all’ospedale. A Tartous, invece, è stata colpita una stazione di benzina in un area residenziale. E’ il primo attacco di questo genere che avviene in città dove i russi, alleati con il governo di Damasco, hanno una base navale.

Alcuni video postati sui social network da sostenitori del governo di Damasco mostrano cadaveri all’interno dei minivan e parti di corpi carbonizzati per terra. I filmati non possono essere al momento verificati. Nena News

Ad annunciarlo è stato ieri il premier iracheno al-‘Abadi in un discorso televisivo. Secondo analisti e fonti militari, la riconquista della città costituisce una tappa necessaria per attaccare la “capitale” dello Stato Islamico (Mosul) e difendere Baghdad dagli attentati kamikaze

della redazione

Roma, 23 maggio 2016, Nena News – Nonostante la grave crisi politica interna, il premier iracheno Haidar al-‘Abadi ha annunciato ieri sera il via alle operazioni militari per la riconquista della città di Fallujah da due anni sotto il controllo dell’autoproclamato Stato Islamico (Is). Fallujah, città per lo più sunnita a 65 chilometri a ovest della capitale Baghdad, è da diversi mesi circondata dalle forze irachene. Tuttavia, disaccordi tra il governo iracheno e la coalizione internazionale anti-Is su quali gruppi avrebbero dovuto partecipare all’offensiva e su quando incominciarla hanno ritardato fino ad ora l’inizio della campagna militare.

Secondo quanto hanno riferito fonti dell’esercito al portale Middle East Eye, le truppe regolari irachene e le milizie sunnite anti-Is invaderanno la città mentre altre unità – soprattutto quelle sciite – saranno impiegate a protezione dell’area che circonda Fallujah. “Le nostre forze sono pronte ad attaccare. E’ da qui che partono molte azioni terroristiche [dell’Is]. La città deve essere liberata cosicchè anche la stessa Baghdad e le zone circostanti saranno più al sicuro” ha dichiarato il portavoce dell’anti-terroristismo iracheno, Sabah Nuaman.  La strategia è chiara: riprendere Falluja per poi attaccare Mosul, la “capitale” irachena dello Stato Islamico. “Non possiamo farlo fintanto che Daesh [altro termine per Is, ndr] controlla un’area vicino a Baghdad – ha spiegato Nuaman che poi ha aggiunto – abbiamo ripreso il controllo della provincia dell’Anbar, ci manca solo Fallujah”.

Colpisce, però, il silenzio statunitense sul via alle operazioni: al momento, infatti, il dipartimento di stato Usa e il Pentagono hanno preferito non rilasciare alcun commento. Eppure la scorsa settimana la coalizione internazionale ha più volte colpito l’area intorno alla città. Secondo il portavoce della coalizione internazionale, il colonnello Steve Warren, “Fallujah è un rifugio per lo Stato Islamico dove i suoi militanti possono costruire bombe e pianificare azioni in zone relativamente vicine alla capitale”.

Non solo. Secondo analisti ed esperti militari, la città è un vero e proprio fortino del “califfato” nella parte occidentale dell’Iraq: qui, infatti, i radicalisti islamici arruolerebbero nuovi combattenti e raccoglierebbero denaro. Su Middle East Eye l’analista iracheno Wahab al-Taier è stato chiaro: “Fallujah è la testa del serpente. Quando la testa sarà tolta, il serpente morirà”. “Sconfiggere Da’esh qui vuol dire sconfiggerlo nell’intero Iraq. E’ solo una questione di tempo”.

Più semplice a dirsi che a realizzare: la battaglia è estremamente complessa perché l’Is è ancora una forza minacciosa. Ma a rendere ottimista il premier al-‘Abadi sono i recenti successi militari compiuti dal suo governo nella lotta al “califfato”. La scorsa settimana le forze governative hanno ripreso il controllo di Rutba, una cittadina a 380 chilometri dalla capitale irachena. Lo scorso mese, invece, ad essere “bonificata” dalla presenza dei jihadisti era stata la valle dell’Eufrate. Senza dimenticare che a inizio anno la capitale della provincia dell’Anbar, Ramadi, era stata “completamente liberata” dall’esercito.

Il via all’offensiva giunge nel pieno di una grave crisi politica interna. Venerdì due manifestanti sono stati uccisi nei violenti scontri con le forze di sicurezza irachena nella Zona verde di Baghdad (l’area più sicura della città dove hanno sede le ambasciate straniere e le istituzioni governative). Ieri l’ufficio del premier al-‘Abadi ha rilasciato i risultati di una inchiesta preliminare da cui è emerso che la polizia e le guardie militari “non hanno sparato direttamente a chi protestava”.

Nonostante la reazione durissima delle forze di sicurezza, i manifestanti, per lo più sostenitori del religioso sciita Moqtada as-Sadr, sono riusciti ad entrare nella Zona verde prendendo di mira l’ufficio del primo ministro, accusato di debolezza e incapacità di portare avanti le riforme anti-corruzione promesse da mesi. Da tempo migliaia di iracheni guidati da as-Sadr chiedono, invano finora, un nuovo governo tecnico. Il parlamento, però, continua a fare orecchie da mercante non votandolo: alla base vi è il timore dei partiti politici di perdere il controllo dei ministeri e di vedere indebolita la rete di consenso basata su favori e clientelismo. Nena News

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