Palestina

Più di trenta membri del parlamento europeo hanno chiesto all'alto rappresentante dell'UE Federica Mogherini di prendere misure che garantiscano il diritto di parola al movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS) guidato dai palestinesi per la giustizia e l'uguaglianza  ed il riconoscimento di Omar Barghouti, uno dei cofondatori del movimento BDS, come difensore dei diritti umani.

Benché le opinioni dei singoli firmatari sul movimento BDS siano diverse, essi esprimono preoccupazione riguardo ai "crescenti tentativi di far tacere e reprimere i sostenitori del BDS" e chiedono che l'UE garantisca che non verranno introdotte misure intese a limitare la libertà di parola riguardo al Medio oriente e al BDS."

Non essendo riuscito ad impedire il crescente sostegno ed impatto del movimento BDS sulla più ampia società civile, Israele ha lanciato una campagna antidemocratica senza precedenti per silenziare la narrazione palestinese e mettere fuori legge il sostegno al BDS.

Gli attacchi contro il movimento BDS ispirati da Israele sono stati portati avanti attraverso pressioni sui governi, sui parlamentari e funzionari per combattere le attività del BDS, mettendo in atto misure repressive che rappresentano una minaccia alle libertà civili e politiche nel loro complesso.

Operazione Colomba. E’ stato divulgato un nuovo rapporto sulle “Violazioni dei diritti umani e lotta popolare nelle Colline a sud di Hebron”, coprendo il periodo di giugno 2016.

Il rapporto completo qui:
http://www.operationdove.org/docs/report/Report_HR_SHH_2016-06_Jun.pdf

Gli altri report:
– maggio 2016 – http://goo.gl/QQkAam
– aprile 2016 – http://goo.gl/o7EEuj
– marzo 2016 – http://goo.gl/ZWxV7a
– febbraio 2016 – http://goo.gl/8lj4Ic
– gennaio 2016 – http://goo.gl/lBnuZT
– agosto-dicembre 2015 – http://goo.gl/hnwgdu

Per ulteriori informazioni: operationdove@gmail.com

 

L’OCHA- United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs – ha dichiarato venerdì in un nuovo rapporto che, nelle ultime settimane, due Palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane e altri 44 feriti, tra cui 13 bambini.

Nel rapporto intitolato “The Protection of Civilians” (La protezione dei Civili) si denuncia l’uccisione da parte delle forze di occupazione, di un giovane all’entrata del campo profughi di Aroub, nel nord di Hebron, e di un bambino a al-Ram, a nord di Gerusalemme.

Durante il periodo preso in esame, 44 Palestinesi sono stati feriti, tra cui 13 bambini, di diverse zone dei Territori palestinesi occupati.

Dall’inizio dell’anno, 22 abitazioni palestinesi sono state demolite o chiuse, come parte delle misure di punizione collettiva israeliana, lasciando senzatetto 110 persone.

Le autorità israeliane hanno anche demolito 23 case per “mancanza di permessi edilizi” nell’Area C controllata da Israele, rendendo senzatetto 43 persone, tra cui 25 bambini.

 

Betlemme-Ma’an. Fonti internazionali hanno riferito, mercoledì 13 luglio, che il nuovo capo di stato maggiore israeliano è il rabbino, finito poi al centro delle polemiche, che aveva suggerito fosse permesso ai soldati stuprare le donne in tempo di guerra.

Il rabbino Colonnello Eyal Karim è stato eletto capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, con grande costernazione dei politici israeliani di sinistra, come Zahava Galon, il leader del partito Meretz, che ha affermato che Karim “non è adatto a rappresentare l’etica ebraica in qualunque modo, forma o contenuto”.

Karim è stato al centro delle polemiche nel 2012, quando era stata riportata dai media la sua esternazione, risalente al 2003, su un sito web di matrice religiosa, secondo la quale ai soldati era permesso commettere violenze in tempo di guerra.

In riferimento ad una domanda sugli stupri commessi dai militari, Karim aveva risposto dicendo “uno dei valori cruciali e più importanti in guerra è mantenere un elevato grado di combattività dell’esercito (…) le necessità e le emozioni dei singoli sono messe da parte per favorire il successo della nazione in guerra”.

“Proprio come in guerra, la barriera del rischio viene sfondata per conto di altri, vi sono ostacoli di modestia e violazioni del kasherut … Sebbene fraternizzare con un non ebreo sia sbagliato, è ammissibile in tempo di guerra, considerando le difficoltà dei combattenti”, aveva proseguito Karim, come riferito dai media israeliani.

“Poiché il successo della collettività è ciò che più importa in guerra, la Torah consente all’individuo di soddisfare la propria lussuria nelle condizioni permesse per amore delle generazioni successive”, aveva concluso.

Dopo che la sua dichiarazione era ampiamente circolata nel 2012, Karim aveva insistito sul fatto che fosse stata de-contestualizzata, e che personalmente non condonava lo stupro.

Il rabbino aveva proseguito dicendo che alle donne non dovrebbe essere permesso servire nell’esercito.

Il lunedì seguente la nomina di Karim come capo di stato maggiore, il rabbino ha rilasciato una dichiarazione ribadendo la propria opposizione allo stupro ma supportando la presenza delle donne nell’esercito.

Nonostante le affermazioni contrastanti di Karim, e l’indignazione pubblica alla sua nomina, i media israeliani hanno riferito che il portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato che l’esercito non ha intenzione di annullare la nomina di Karim, e che egli è, nei fatti, rabbino capo dell’esercito israeliano.

Traduzione di Marta Bettenzoli

Report settimanale del Pchr-Palestinian Centre for human rights-sulle violazioni israeliane nei Territori palestinesi occupati.

  • Le forze israeliane hanno continuato a far uso di forza eccessiva nei Territori Palestinesi Occupati.

– Due civili palestinesi, tra cui un bambino, sono stati uccisi nella Cisgiordania centrale e meridionale.

– 16 civili, tra cui 4 bambini, sono stati feriti in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

– Un civile è deceduto a causa delle ferite e altri due sono stati feriti nella Striscia di Gaza.

  • Le forze israeliane hanno continuato ad aprire il fuoco nelle zone di confine della Striscia di Gaza e hanno ferito un cacciatore.
  • Le forze israeliane hanno condotto 78 incursioni nelle comunità palestinesi della Cisgiordania e 2 nel sud della Striscia di Gaza.

– 59 civili sono stati arrestati, tra cui 6 bambini e 2 donne.

– 16 di questi civili, tra cui 3 bambini e una donna, sono stati arrestati nella Gerusalemme occupata.

  • Le forze israeliane hanno continuato ad imporre misure di punizione collettiva contro i civili palestinesi.

– Una casa è stata demolita nel villaggio di Qabatia e altre due hanno ricevuto la notifica a Dura.

  • Le forze israeliane hanno continuato i loro sforzi per creare maggioranza ebraica nella Gerusalemme Est occupata.

– Una stanza, dei magazzini, una struttura commerciale, una casa in costruzione e 4 tombe islamiche in città e in periferia.

– 4 container, 2 stanze col tetto di lamiera, 2 camion, veicoli privati e un serbatoio di carburante sono stati demoliti nella zona industriale di Qalendia.

  • Le forze israeliane hanno continuato a colpire i pescatori palestinesi in mare

– 4 pescatori sono stati arrestati e la loro barca è stata confiscata.

  • Le forze israeliane hanno diviso la Cisgiordania in cantoni e hanno continuato a imporre la chiusura illegale della Striscia di Gaza per il 9° anno.

– Decine di check-point temporanei sono stati stabiliti in Cisgiordania e altri sono stati ristabiliti per ostacolare la circolazione dei civili palestinesi.

– Un civile palestinese è stato arrestato all’interno di un check-point militare.

– Un funzionario dell’ UNDP (Programma di Sviluppo dell’ONU) è stato arrestato al valico di  “Erez” a Beit Hanoun, nel nord della Striscia.

Riassunto

Le violazioni israeliane del diritto internazionale e del diritto internazionale umanitario nei Territori Occupati sono continuate nel periodo di riferimento (14-20 luglio 2016).

Colpiti :

Le forze israeliane hanno continuato a commettere crimini, mietendo vittime civili. Hanno anche continuato a far uso eccessivo della forza contro i civili palestinesi che partecipavano a proteste pacifiche in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, la maggior parte di loro erano giovani. Durante il periodo di riferimento, le forze israeliane hanno ucciso civili palestinesi, tra cui un bambino. Inoltre, le forze israeliane hanno ferito altri 17 civili, tra cui 4 bambini. Quindici di loro sono stati feriti in Cisgiordania e gli altri 2 sono rimasti feriti nella Striscia di Gaza. Nella Striscia di Gaza, le forze israeliane continuano a colpire i pescatori palestinesi e ad inseguirli in mare.

In Cisgiordania, intorno alle 16:50 di martedì 19 luglio 2016, i soldati israeliani che sorvegliano il muro di annessione vicino a al-Nazlet Kasarat nel villaggio di al-Ram, a nord della Gerusalemme Occupata, hanno sparato proiettili di metallo ricoperti di gomma a Muhie al-Din Mohammed Sedqi Mohammed Tabakhi (di 11 anni), mentre insieme ad altri bambini i trovava vicino a una collina che domina il muto. Tabakhi è stato ferito e poi portato al Centro Medico al-Ram. E’ stato poi trasferito al Complesso Medico Palestine di Ramallah, dove è deceduto a seguito delle ferite riportate.

Il 19 luglio 2016, il ministero della Salute palestinese ha dichiarato il decesso di Mustafa Barad’iyeh (di 52 anni) del villaggio di Beit Fajjr, a sud di Betlemme, che era stato ferito all’ingresso del campo profughi di al-‘Aroub, a nord di Hebron, il 18 luglio 2016 dopo aver accoltellato due soldati israeliani. E’ stato portato da un’ambulanza militare israeliana verso una destinazione sconosciuta.

Il 14 luglio 2016, 10 civili palestinesi, tra cui 2 bambini, sono stati feriti quando un gruppo sotto copertura delle forze israeliane si era nascosto nel villaggio di al-Mazra’ah al-Qabaliyah, a nord ovest di Ramallah. Le unità hanno fatto irruzione e perquisito una casa appartenente a Tariq ‘Aqel Abu Rabi’a e l’hanno arrestato. Intanto, un certo numero di bambini e giovani palestinesi si erano riuniti per lanciare pietre contro le unità, che in risposta hanno aperto il fuoco contro di loro. Quindici minuti più tardi, 3 veicoli militari israeliani sono entrati nel villaggio per aiutare le unità sotto copertura e garantirne la ritirata. I soldati israeliani hanno aperto il fuoco contro i manifestanti, provocando il ferimento di dieci civili, di cui uno grave.

Traduzione di Edy Meroli

La minoranza più numerosa del paese costretta ad organizzare comitati di difesa per i quartieri presi d’assalto. Non una novità: per metà kurdi e vicini a movimenti marxisti-leninisti, gli aleviti sono target da tempo per ragioni etnico-religiose e politiche

 

Scontri tra la polizia e la comunità alevita ad Ankara nel 2013 (Reuters)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 23 luglio 2016, Nena News – Lunedì è stato il giorno peggiore a Gazi: i residenti hanno provato ad innalzare barricate per impedire alla polizia di entrare. Non ci sono riusciti: i poliziotti turchi hanno avvolto il quartiere di Istanbul con i gas dei lacrimogeni, contro chiunque tentasse di affacciarsi in strada. Da lontano, dicono, si potevano vedere nuvole bianche sovrastare i tetti delle case.

Non uno spettacolo inedito a Gazi, dove vive la minoranza religiosa più numerosa della Turchia, quella alevita. Derivazione dello sciismo, influenzata dal sufismo, nonostante rappresenti il 10-15% della popolazione totale (tra i 7 e i 10 milioni di persone) è target delle varie autorità turche che si sono succedute da Atatürk in poi.

Il “padre dei turchi” fu sostenuto all’inizio dalla comunità che si vide riconoscere pari diritti, prima negati dall’impero ottomano. Ma gli anni immediatamente successivi sono stati segnati da repressione e massacri, fino a quello del 1995 quando attacchi armati ad alcuni cafè spalancarono la strada a giorni di scontri che uccisero 23 persone.

Con il regime dell’Akp la situazione non è migliorata: la “sunnizzazione” della società è stata il volto della sua più generale islamizzazione. E gli aleviti ne restano fuori. Per motivi religiosi, ma anche etnici e politici: per metà di etnia kurda, radicata classe operaia, sono tradizionalmente sostenitori di movimenti marxisti-leninisti e vicini al Dhkp-C, Partito Rivoluzionario dei Popoli, movimento di estrema sinistra messo al bando in Turchia. Lo storico laicismo alevita e le aspirazioni di uguaglianza sociale li hanno fatti transitare dal kemalismo della prima ora al socialismo.

Da anni i blindati della polizia fanno la ronda nel quartiere-roccaforte di Istanbul, una presenza che si abbina ad un’assenza: quella di servizi sociali e pubblici costanti e di qualità. Ma nelle ore successive al tentato golpe del 15 luglio, un surreale silenzio è calato a Gazi: le forze di sicurezza erano impegnate altrove.

La calma è durata poco. Le tensioni con la polizia, che invade con regolarità i quartieri aleviti, hanno subito un’evoluzione drammatica: seppur lontani per ovvie ragioni dall’imam Gülen, capro espiatorio del golpe, la comunità è stata etichettata come complice.

E se molti degli epurati da magistratura e uffici pubblici sono aleviti, a preoccupare ora sono le squadracce di picchiatori che fanno la ronda nelle città turche. Sostenitori del presidente Erdogan vagano per le strade alla caccia di “traditori” da punire. Già all’indomani del fallito putsch, in mille hanno preso d’assalto Gazi, scontrandosi con i residenti. «L’Akp è qui, dove sono gli aleviti?», gridavano mentre entravano con le auto nelle strade e tra le case.

Non ottenendo protezione dalle forze di sicurezza, gli aleviti provvedono da soli organizzando squadre di difesa. La costante chiamata alla piazza da parte dei vertici governativi – che spingono la base a mostrare la propria esistenza a Istanbul come Ankara – per gli aleviti è sinonimo di violenze. «Noi non siamo a favore del golpe – dice ad Al Jazeera il 29enne Arif Kavak – Il tentativo di colpo di Stato ci ha preoccupato perché ne abbiamo esperienza, ne deriva sempre qualcosa di peggio».

Kayak è uno dei giovani che hanno aderito al comitato di difesa locale del quartiere, creato per rispondere alle squadre, spesso armate, di pro-governativi. «La gente ha iniziato a creare unità di auto-difesa per proteggersi dai raid dell’Akp – aggiunge Ertugrul Kurkcu, parlamentare dell’Hdp, partito di sinistra pro-kurdo – I gruppi più vulnerabili sono le donne, gli aleviti e i kurdi».

L’inquietante parallelismo – violenza militare e violenza “civile” – trova la sua rappresentazione fisica in piazza Taksim. Il luogo della rivolta anti-governativa di tre anni fa, simbolo del movimento anti-liberista ed ecologista di Gezi Park a cui gli aleviti parteciparono, è oggi preda di ben altra campagna. È il teatro dell’esaltazione dell’uomo forte, del presidente-sultano e della sua congrega di sostenitori che legge nelle purghe di massa l’equazione tra stabilità e repressione del “diverso”.

È qui a Taksim che da venerdì notte migliaia di persone, gambe e braccia di Erdogan, si riuniscono per bruciare fantocci di Gülen, inebriarsi di nazionalismo e (alcuni di loro) far partire i raid. Dopotutto Gazi è lì vicino, a pochi passi. Come lo è l’insanabile spaccatura di un paese già diviso dalle politiche dell’Akp che di polarizzazione si alimenta.

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

 

Gli attori principali nella regione guardano alle conseguenze dello scontro tra l’Amministrazione Obama e il presidente turco Erdogan. Iran e Siria prima di ogni altro

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Roma, 23 luglio 2016. Nena NewsLa crisi tra Usa e Turchia sulla questione dello “stratega del golpe” Fethullah Gulen in esilio in Pennsylvania, è seguita con attenzione in diverse capitali mediorientali. Alla sorpresa iniziale per una lacerazione che nessuno avrebbe mai immaginato così ampia, alla luce anche del ruolo e dell’importanza di Ankara nella Nato, si è ora sostituito l’interesse con il quale gli attori principali nella regione guardano alle conseguenze dello scontro tra l’Amministrazione Obama e il presidente turco Erdogan.

E se qualche giorno fa la portavoce del ministero degli esteri russo Maria Zakharova domandava polemicamente dov’era la Nato la settimana prima del colpo di stato in Turchia, manifestando incredulità per una intelligence dell’Alleanza Atlantica all’oscuro di tutto, ieri un’agenzia di stampa iraniana ha riferito che sarebbe stato proprio Vladimir Putin ad allertare l’ex avversario Erdogan sulle intenzioni di una parte delle Forze Armate turche. Proprio l’Iran è uno dei Paesi del Medio Oriente che sta cercando di decifrare l’evoluzione dello scontro tra Washington e Ankara.

Tehran in via ufficiale ha espresso sollievo per il fallimento del colpo di stato della scorsa settimana in Turchia e la stampa riformista, vicina al presidente Hassan Rouhani, ha sottolineato il ruolo positivo del popolo turco «sceso in strada a difendere la democrazia». Ai vertici dell’establishment iraniano conta in questo momento il riavvicinamento tra i due Paesi, per anni separati dalle rispettive ambizioni di egenomia regionale e dall’impegno opposto nella guerra civile siriana. Dietro le quinte però, in particolare negli ambienti più conservatori, Erdogan resta un nemico. Ambienti ai quali ha dato voce qualche giorno fa il quotidiano Quds secondo il quale «il golpe in Turchia è stato pianificato dallo stesso Erdogan per accrescere la sua popolarità e per coprire i gravissimi errori che ha commesso in politica interna ed estera». Errori che riemergeranno, prevede il giornale iraniano.

Di ciò sono convinti anche alcuni analisti iraniani, certi che la repressione in atto in Turchia si rivelerà un boomerang. Gli iraniani riformisti non credono che lo scontro tra Ankara e Washington raggiungerà conseguenze estreme. Tuttavia i sostenitori di Rouhani sperano che il peggioramento delle relazioni con la Turchia spinga gli Stati Uniti a rafforzare di riflesso il dialogo con Tehran e a revocare in via definitiva qualsiasi forma di sanzione o restrizione nei confronti dell’Iran in una fase delicata per il successo dell’accordo internazionale sul programma nucleare iraniano firmato un anno fa e che dal punto di vista economico non ha ancora dato i frutti sperati.

Damasco, superata la delusione per la mancata uscita di scena di Erdogan, guarda con cauto ottimismo agli sviluppi politici e di diplomatici nella regione. Il presidente Bashar Assad non può che augurarsi che la vicenda Gulen allontani di più l’Amministrazione Usa dalla linea portata avanti per cinque anni da Erdogan di sostegno alle forze che vorrebbero abbattere il suo potere e instaurare un regime islamico sunnita a Damasco. Un ottimismo almeno in parte giustificato secondo il noto editorialista arabo Abdel Bari Atwan alla luce anche dell’intenzione ribadita lunedì dallo stesso Erdogan di migliorare le relazioni con tutti i “vicini” (Siria inclusa) e a mantenere una posizione di fermezza nei confronti dell’Europa e degli Usa.

«Erdogan vuole rivedere le sue relazioni di amicizia con Washington e manifesta disprezzo per le minacce europee di mettere fine ai negoziati per l’ingresso della Turchia nell’Ue se Ankara farà ricorso la pena di morte (contro i golpisti)», ha scritto Atwan su raialyoum.com. «Le relazioni tra Turchia e Arabia saudita si sono raffreddate dopo le dichiarazioni (del premier) Yildirim di ripristinare i rapporti con la Siria…Nessuna delegazione dell’opposizione siriana è ancora andata ad Ankara per esprimere solidarietà ad Erdogan…», ha notato l’editorialista. «Non vogliamo correre a conclusioni affrettate e premature ma Assad potrebbe essere il principale beneficiario di tutto ciò», ha concluso Abdel Bari Atwan, aggiungendo di ritenere inevitabile a questo punto un rafforzamento delle relazioni tra Turchia e Russia come, con ogni probabilità, emergerà dal vertice Erdogan-Putin previsto il mese prossimo. Nena News

Michele Giorgio è su Twitter: @michelegiorgio2

L’aspetto distintivo di un continuum rispetto alle precedenti derive autoritarie della storia politica nazionale è raffigurato dall’attuale campagna istituzionale di umiliazione del “nemico”, in questo caso rappresentato dai cosiddetti “gulenisti”

Soldati picchiati dalla folla in Turchia (Fonte: www.infostormer.com)

di Francesco Pongiluppi

Roma, 23 luglio 2016,  Nena News – Gli effetti del fallito golpe ai danni di Recep Tayyip Erdoğan stanno muovendo il Paese verso un’ulteriore polarizzazione della società, già sensibilmente segnata dalle vicende – interne ed esterne – dell’ultimo quinquennio. L’attuale ostentazione del potere dell’entourage politico di Erdoğan, evidentemente scosso dalla paventata débâcle ma al contempo sovraeccitato per l’affermazione dell’ordine costituito, evidenzia le debolezze di un sistema socio-politico poco incline all’inclusione di qualsivoglia alterità. Un aspetto non imputabile ai soli seguaci politici dell’attuale Presidente della Repubblica.

Nonostante sia comune l’immagine di una società turca caratterizzata da una irrisolvibile dicotomia tra difensori del laicismo e ferventi religiosi, lo scontro di potere in atto denota al contrario come tale visione sia non solo superata ma probabilmente erronea fin dal principio.

La mera analisi secondo la quale l’inconciliabile convivenza tra un homo urbanus e un homo anatolicus sia all’origine delle difficoltà di Ankara nel realizzare una democrazia compiuta, è messa in discussione dalla provenienza socio-politica che accomuna la nomenklatura oggi al potere in Turchia e i gulenisti. Sono infatti entrambi soggetti provenienti da fenomeni politici alternativi a quello promosso dall’esigua ma potente classe burocratica concentrata nelle metropoli occidentali del Paese, i cosiddetti “giacobini”o “turchi bianchi”.

L’antesignano politico della destra oggi al governo fu Adnan Menderes, il leader del Demokrat Parti che per primo diede voce e rappresentanza agli esclusi della rivoluzione kemalista ovvero quell’universo proveniente dalla profonda Anatolia, di matrice tradizionalista e dai principi conservatori. Menderes fu colui che vinse le prime libere elezioni organizzate in Turchia nel lontano 1950. Il suo fu un governo caratterizzato dalla riabilitazione dell’Islam sia nella vita politica che negli spazi culturali del Paese. Altro fattore determinante del suo programma fu l’adozione di una politica economica liberista che generònei primi anni una promettenteseppur illusoria crescita.

Tuttavia, dopo qualche anno, l’indirizzo del governo Menderes finì nellarepressione di ogni voce dissidente. L’ossessiva ricerca del“nemico” sul quale addossare i problemi della dilagante disuguaglianza sociale prese il sopravvento su quegli auspici democratici e inclusivi con cui l’élite governativa aveva conquistato il potere. Se dapprima la repressione colpì gli universitari, i circoli liberali, gli ambienti marxisti, piano piano si passò all’allontanamento di una parte dei dipendenti statali fino all’esclusione dal mercato economico-finanziario nazionale di figure appartenenti all’opposizione.

Durante il governo Menderes, trail 6 e 7 settembre del 1955, in risposta alla mendace notizia di un attentato alla casa natale di Mustafa Kemal nella greca Salonicco, migliaia di cittadini si riversarono nelle strade di Istanbul e di altre città della Turchia per attaccare fisicamente la comunità greco-ortodossa e i loro beni, allora parte significante del sistema socio-economico nazionale. Aver fatto ricadere sull’esercito le responsabilità dei pogrom fu probabilmente una delle scintille che portarono il 27 maggio 1960 un gruppo di ufficiali delle Forze Armate Turche a rovesciare il potere attraverso un golpe, il primo di una serie che – come l’attualità di questi giorni testimonia –  evidenziava allora come oggi l’acerbità di una cultura politica democratica.

Menderes moriva impiccato il 17 settembre del 1961. Pagò con la vita una concezione distorta della democrazia e soprattutto l’incapacità di eliminare dal lessico politico turco il disprezzo verso l’alterità. I decenni che separano quella giornata di settembre da oggi sono stati segnati dalla medesima inadeguatezzao incapacità dei governanti di indirizzare la società versouna cultura civica capace di rispettare e proteggere la dignità dell’avversario politico di turno. Al contrario, l’assenza di una riconciliazione nazionale e il mancato superamento di una logica costantemente indirizzata a disumanizzare il “nemico” sono stati alla base dell’instabilità politica che fino al 2002 – ovvero l’anno del primo governo Akp, il partito fondato da Erdoğan – ha segnato l’esistenza della Repubblica di Turchia.

La stagione politica inaugurata dall’attuale formazione governativa, sebbene nei primi anni al potere avesse palesato timidi segnali di rottura con il passato – dalla distensione dei rapporti con i paesi della regione fino ad un’apertura verso le minoranze interne – non ha saputo col tempo dar seguito all’edificazione di un paradigma nazionale che potesse rompere definitivamente una distorta concezione del potere. Un’opinione pubblica, quella turca, incapace purtroppo di difendere “Caino” dagli abusi e troppo spesso silente verso la vittima sacrificale del momento. Gli stessi “gulenisti”, oggi repressi e condannati dal governo in quanto espressione del “terrore”, negli anni in cui hanno partecipato alla vita politica in veste di corrente del partito al potere hanno chiuso gli occhi difronte alla spettacolarizzazione della repressione del “nemico” di turno.

La Cemaat, letteralmente “comunità” –  come in lingua turca vengono apostrofati i “gulenisti” – ieri spina dorsale del governo e oggi sua spina nel fianco, nasce e si forma come protagonista della repressione anticomunista che caratterizzò la Turchia nella fase socio-politica sfociata infine con il golpe militare del 1980. Attore di primo piano nelle repubbliche turcofone dell’Asia Centrale nel periodo post-sovietico, la cemaat è una galassia di associazioni, scuole, media e fondazioni, colonna portante di quel soft-power portato avanti in politica estera dallo stesso Erdoğannel primo decennio di governo. Il silenzio-assenso di fronte all’ondata repressiva che colpiva la società civile curda e il partito Dtp all’indomani delle elezioni locali di marzo 2009, denota l’irresponsabilità o meglio la corresponsabilità di questo attore – oggi definito “cane” dagli uomini del Presidente – nell’aver mantenuto quella stessa cultura politica di cui oggi è vittima.

Le immagini che circolano in rete sul trattamento riservato ai golpisti e presunti tali, le preoccupanti dichiarazioni di importanti autorità religiose e civili sulla punizione da riservare ai colpevoli e infine, la piena libertà concessa ai piccoli ma rumorosi gruppi estremisti nazional-islamisti,tendono a confermare quanto la storia di questo Paese abbia già tristemente dimostrato in passato. L’attuale clima politico e le immagini intenzionalmente diffuse sulla violenta coercizione in corso palesano l’incapacitàgovernativa di affermarsi in quanto veicolo di cultura democratica. Oggi più che mai è necessaria una forte presa di posizione della società civile turca per una seria e responsabile riconciliazione nazionale che abbia come principale pilastro il rispetto della dignità dell’uomo, “Caino” compreso.

Nablus-Ma’an e Imemc. Quasi un anno dopo il giorno in cui sua madre, suo padre e il fratellino di 18 mesi furono assassinati da estremisti ebrei che lanciarono bombe incendiarie contro la loro abitazione, venerdì 22 luglio il piccolo Ahmad Dawabsha, di 6 anni, è stato dimesso dal centro medico israeliano Sheba di Tel Hashomer.

Ahmad venne gravemente ferito nell’attacco svoltosi nella cittadina di Duma, nel distretto di Nablus, a luglio del 2015, e da allora è stato sottoposto a una serie di complicate operazioni chirurgiche. Il piccolo è stato consegnato alle cure del nonno materno, con cui vivrà a Duma, ma dovrà tornare in ospedale per controlli settimanali e sottoporsi ad altri interventi, molti dei quali di chirurgia plastico-ricostruttiva in parte del corpo e del viso, gravemente bruciati. Secondo fonti mediche, Ahmad avrà bisogno di altri sette anni di cure. Nel rogo dell’abitazione dei Dawabsha, la madre, Riham, e il padre, Saad, morirono per le gravi ustioni settimane dopo, lasciando Ahmad come unico sopravvissuto. Secondo il gruppo Yesh Din, oltre l’85 percento  delle indagini sulle violenze commesse dai coloni israeliani contro i Palestinesi sono chiuse senza incriminazioni, e soltanto un 1,9 percento delle denunce termina con una condanna. Tuttavia, gli attacchi dei coloni sono quotidiane e vengono perpetrate spesso con la protezione delle forze di sicurezza israeliane. Oltre 500 mila coloni israeliani vivono in insediamenti a Gerusalemme Est e in Cisgiordania, in violazione delle leggi internazionali. Secondo l’OCHA – United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs – ci furono 221 attacchi di coloni israeliani contro cittadini e proprietà palestinesi in Cisgiordania e Gerusalemme Est nel 2015.
Saudis used UK arms to kill citizen; Alkhalifa genocide policies condemned.   Pressure is mounting on the British Government to stop supplying Saudis with arms after confirmation that they had used them to kill innocent people. Powerful shotgun ammunition made by British firm Primetake and explosive breaching equipment bearing the stamp “Made In Canada,” were used in a raid last month in which dissident Abdul-Rahim al-Faraj was killed. His family said he was unarmed and “murdered” by the security services, who made no attempt to arrest him. Details of the shooting come as newly appointed British Foreign Secretary Boris Johnson welcomed his Saudi Arabian counterpart to London yesterday. The revelation could prove doubly embarrassing for the British government as it has been a long-time backer of Riyadh and Primetake also provides shells for the Queen’s royal salutes, such as the 41 Gun Salute at Hyde Park to celebrate the Queen’s 90th birthday. The specialist British shotgun ammunition, produced in Lincolnshire, was found at the scene of the raid in the Qatif region of Saudi Arabia’s oil-rich but poverty-stricken Eastern Province. This adds to the Saudi illegal aggression on Yemen which is supported by UK.   The Home Affairs Select Committee (HASC) has criticised arrangement between the College of Policing and regimes with dubious human rights records. In highly critical findings about how security personnel from states such as Saudi Arabia benefit from British assistance, HASC describe the government’s refusal to reveal details of “opaque” training agreements as “totally unacceptable”. The former foreign secretary, Philip Hammond, was also criticised for not providing details of the contracts when requested by the committee. Its chair, Keith Vaz, said: “For a foreign secretary to act in this manner and tell the British parliament that he will not disclose such important information is totally unacceptable. Mr Hammond had declared in the MPs register of interests that he had accepted a Rolex Watch from a Saudi prince.   The situation in Bahrain is escalating by the day as the Bahrainis and the ruling clan have reached a point of no return in their conflict. On Monday 18th July the four most senior religious scholars issued a brief statement confirming that the native majority of the population are facing existential threats from the tribal occupiers. Alkhalifa decision on 17th July to dissolve AlWefaq Society, the largest political opposition in the country has outraged even regime’s foreign supporters. On 18th July the UN Secretary-General Ban Ki-moon “deplored” the decision and called for “the resumption of an all-inclusive national dialogue aimed at peace and stability in the country and the region.” In his statement Mr. Ban stressed that the dissolution of Al-Wefaq, similarly to other actions taken in the country – such as stripping Sheikh Issa Qassem and others of citizenship, a travel ban on human rights defenders, and the increased sentence for the Secretary-General of Al-Wefaq, Sheikh Ali Salman – risk escalating an already tense situation in the country.” The United States is also critical of Alkhalifa decision saying that “These actions are inconsistent with U.S. interests and strain our partnership with Bahrain. They also contradict the government’s stated commitments to protecting human rights and achieving reconciliation with all of Bahrain’s communities.”. Washington went further: “We call on the Government of Bahrain to reverse these and other recent measures, return urgently to the path of reconciliation, and work collectively to address the aspirations of all Bahrainis.”   In a statement on 18th July the German Federal Foreign Office spokesperson said: These measures targeting the opposition threaten to further polarise Bahraini society. They also raise serious questions with regard to freedom of opinion and association as well as the rule of law”. On 19th July the EU said that it “expects this judgment to be reversed.” It added: The EU considers that Bahrain’s stability and security can only be achieved through reforms and inclusive reconciliation. The verdict on Al Wefaq, the arrest of activist Nabil Rajab and the revocation of the citizenship to Sheikh Isa Qassem go, on the contrary, in the direction to further divide Bahraini society.”   On 18th Juy under-aged Fadel Abbas from Dair Town was snatched from the road by masked members of Alkhalifa Death Squads. From Ma’amir two sisters were detained and remanded in custody for a month: Rabab Hani and her sister, zainab were arrested for their anti-regime protests.   The kingdom of silence and fear has taken another gagging step to silence Nazeeha Saeed, by charging her with working as a correspondent for foreign news media (France 24 and Radio Monte-Carlo Doualiya) without permission. She had attended the prosecutor’s office with her lawyer, Hameed Al Mullah, on 17 July in response to a summons without knowing what awaited her. Alexandra El Khazen, the head of the Middle East desk for Reporters Without Borders said: “We condemn the authorities’ attempts to prevent her working, firstly by imposing an unjustified and incomprehensible travel ban on her and then by accusing her of working illegally although her papers were always in order.”   Bahrain Freedom Movement   20th July 2016

Hebron – A cura della redazione di PICIl suo nome ancestrale esprime il suo temperamento. Il suo nome, che esprime la rabbia contro l’occupazione, è ancorato saldamente nella memoria palestinese. Il villaggio di Sair assume una posizione geografica tanto importante. Controlla il tragitto di diverse colonie sioniste che circondano la città di Hebron (al-Khalil) da nord e nord-est.

Il villaggio di Sair si trova al nord della città di al-Khalil, 8 chilometri dal suo centro. La sua superficie è di 92422 donum (9200 ettari circa). Il numero di abitanti è circa 30 mila.

Il villaggio di Sair è circondato a nord dalla provincia di Betlemme, la città di Beit Fadjar, i campi di al-Aroub e di Kawaziba. A sud, dal villaggio di Bani Naim. Nella sua parte orientale è circondata dal deserto. Ad ovest da Halbul.

Il villaggio di Sair è a 870 metri di altitudine. All’epoca romana era conosciuto col nome Sior (la roccia dominante).

In seguito all’occupazione sionista della Cisgiordania nel 1967, le colonie sioniste cominciarono a circondare il villaggio. I giovani cominciarono anche a condurre operazioni contro tali insediamenti, tra cui Kiryat Arba, la più grande colonia del sud della Palestina e quella di Kdumim. Nella sua parte ovest si trova la strada n° 60 che collega le colonie del sud con quelle del nord.

Il villaggio dei martiri

Il villaggio di Sair è da sempre la punta di diamante contro l’occupazione sionista, con le sue rivoluzioni e le sue azioni di resistenza. Durante l’intifada di al-Quds, ha avuto 12 vittime. Diverse operazioni contro i soldati dell’occupazione hanno avuto successo.

Ma i coloni sionisti non cessano affatto le aggressioni contro gli abitanti dei villaggi palestinesi. Non si è pronti a dimenticare il giovane palestinese Azzam Chalaldah. È stato colpito da un colono sionista mentre raccoglieva le olive. È stato gravemente ferito e ricoverato in una clinica di al-Khalil. Forze speciali sioniste hanno invaso la clinica per arrestarlo. Suo cugino Abdallah ha perso la vita.

E affrontando le forze di occupazione sionista, i giovani Ayad Rouhi Jaradat e Mahmoud Isa Chalalda sono morti alle porte del villaggio.

Un matrimonio inedito

Il villaggio di Sair ha realizzato un matrimonio inedito. Infatti, durante un raduno di migliaia di persone venute per dare il proprio addio a Raid Jaradat, il padre ha chiesto la mano della martire Daniya a suo padre. Questa proposta di matrimonio ha commosso tutti ed è rimasta negli annali del villaggio.

Il primo villaggio

Durante l’intifada di al-Quds, il villaggio di Sair ha occupato il primo posto per quanto riguarda il numero di vittime e il numero di operazioni eroiche contro l’occupazione sionista e i suoi coloni, conferma Kayed Jaradat, presidente del comune.

Il suo villaggio non esita a dar tutto per la propria patria, dice Jaradat al corrispondente di PIC, per far fronte alla ferocia e all’arroganza dell’occupazione, per combattere contro la criminalità organizzata contro il nostro popolo palestinese.

Traduzione di Giovanna Vallone

Palestinian Grassroots Anti-apartheid Wall Campaign Coup in Brazil From Palestine we are accompanying with great concern the developments in Brazil. We condemn the coup against the democratically elected government and are dismayed at the speed in which the coup government has started implementing its own program, accumulating policies that attack the rights of the people in Brazil and globally. Unfortunately, these developments come within a wider context that sees governments come to power that explicitly defend the interests of a small national élite as well as global imperialist interests.

It comes to no surprise that the illegitimate government in Brazil, at the same time that it attacks the rights of the people of Brazil, has done everything to show its allegiance to Israel and its interests. Israeli media has largely celebrated the coup government as positive for its interests in the region and it has been rewarded so far with an aggressive pro-Israel rhethoric and efforts to stifle any voices in favour of Palestine and human rights.

The first strong positioning was the communiqué by Brazil’s foreign ministry threatening to reverse the country’s vote at the UNESCO in defense of the Old City of Jerusalem and against the unilateral measures of the occupying power restricting access to the area. The resolution had passed in April with 33 out of 58 votes. Two days ago, partially due to Brazil’s changed diplomatic positions, the UNESCO had to shelve a similar follow up resolution.

At internal level, we are worried to see even free speech and academic freedom regarding the question of Palestine undercut. After the ousting of Thomas de Toledo by the University Paulista for having underlined in an article the direct commonalities of interests between Israel and the coup government, now the Brazilian Ministry of Education has severely infringed on the academic freedom of the Federal University of ABC (São Paulo) prohibiting a course to teach a course on “Connections of ‘whiteness’ and racist regimes: Apartheid, Nazism and Zionism”. 

These McCarthyite policies and atmosphere in Brazil reminds us of the years of dictatorship and of the policies of the Israeli apartheid regime itself, which prohibits commemorations of the Nakba (the destruction of over 500 Palestinian communities for the creation of the state of Israel) as much as calls to hold companies or the state accountable for their crimes against the Palestinian people and international law through calls for boycotts, divestment and sanctions. Only a few days ago, Samah Dweik was sentenced to six months imprisonment for facebook posts. She is one of over 20 Palestinian journalists and one of 7000 Palestinian prisoners in Israeli jails.

Israel has supported coups and dictatorships in Latin America since the 70s. Its companies have trained death squads and developed systems of repression. Israel clearly gains from the coup in Brazil and the turn to the right in South America and in its own media it does not hide this. Israel stands with those that defend the interests of the rich, the landowners and elites within the framework of a neocolonial and imperialist world order.
We have been since years campaigning together with civil society in Brazil against military, commercial and cultural ties with the Israeli regime of apartheid, colonialism and occupation. Today, we see even the freedom to raise these issues attacked. Censorship is back in Brazil.

We stand with all those that struggle for the rights of the people, freedom and justice - always.   We express our solidarity with all those struggling today in Brazil and want to continue to work together for a just, social and free Brazil as well as a Palestine free of Israeli occupation and apartheid.

 

Land Defense Coalition
           
The Land Defense Coalition
    
Member organizations:
    

  • Stop the Wall Campaign
  • Palestinian Farmers Union
  • Palestinian New Federation of Trade Unions
  • The Popular Council to Protect the Jordan Valley
  • Palestine Youth Forum
  • Association for Farmers’ Rights and for the Preservation of the Environment
  • Women Center for Social Development
  • Association Jadayel/Palestinian Center for Culture, Arts and Creativity
  • Palestinian Farms Society-Tulkarem
  • N'lin Society for Development Community Work
  • Al-Amal Association for Childhood and Development  

Khan Younes-PIC. Il ministero palestinese per i lavori pubblici e le politiche abitative giovedì ha consegnato le chiavi di 1060 appartamenti nella cittadina di Hamad, a Khan Younis, a famiglie gazawi rese senza tetto dall’offensiva israeliana dell’estate del 2014 contro Gaza.

Il ministro Mufid al-Hasayna ha detto che le famiglie a cui sono stati consegnati gli appartamenti, sono con redditi ridotti e che a un numero simile di altre verranno consegnati alloggi nuovi all’inizio dell’anno prossimo.

Hasayna ha aggiunto che oltre 25 palazzi sono in costruzione in diverse località della Striscia di Gaza, finanziati principalmente da Qatar e Turchia, e altri cinque, con donazioni saudite, verranno ultimati entro tre mesi.

La Striscia di Gaza sotto assedio soffre per la mancanza di alloggi, stimata a circa 130 mila unità, a seguito dell’ultima aggressione israeliana. Nel periodo precedente la carenza si attestava sulle 75 mila unità.

 

Questa la considerazione del ministro della difesa israeliano durante l’incontro con il direttore di Galei Tzahal, la radio delle Forze Armate finita sotto accusa per aver trasmesso un approfondimento sul poeta nazionale palestinese

Mahmoud Darwish

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri,

non dimenticare il cibo delle colombe.

Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri,

non dimenticare coloro che chiedono la pace.

Mentre paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri,

coloro che mungono le nuvole.

Mentre stai per tornare a casa, casa tua, pensa agli altri,

non dimenticare i popoli delle tende.

Mentre dormi contando i pianeti, pensa agli altri,

coloro che non trovano un posto dove dormire.

Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri,

coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.

Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso,

e dì: magari fossi una candela in mezzo al buio.

Sono versi di “Pensa agli altri” di Mahmoud Darwish, poeta “nazionale” palestinese e tra i massimi rappresentanti della poesia araba degli ultimi decenni. Per il ministro della difesa e figura di primo piano dell’ultradestra israeliana, Avigdor Lieberman, le poesie di Darwish sono paragonabili al “Mein Kampf” di Adolf Hitler. Pertanto gli autori del programma “Università nell’etere”, trasmesso da Galei Tzahal, la radio delle Forze Armate israeliane, seguitissima nel Paese, qualche giorno fa hanno commesso, a suo dire, un grave crimine mandando in onda un approfondimento sulla vita e l’opera di Darwish e leggendo in diretta una delle sue poesie più famose “Carta d’identità”. Dalla parte di Lieberman si è subito schierata la ministra della cultura, Miri Regev, che ha parlato di «pazzia» ed esortato la radio dell’esercito a dare spazio a poeti ebrei nazionalisti. La radio delle Forze Armate, ha proclamato Regev, «non può permettersi di glorificare Mahmoud Darwish che non era un israeliano, le sue poesie non sono israeliane e vanno contro i valori fondanti della società israeliana».

Il ministro della difesa ha convocato il direttore di Galei Tzahal, Yaron Dekel, per rimproverargli di non aver vigilato sui contenuti di “Università nell’etere”. «Trasmettere quelle poesie – gli ha detto – contravviene alla missione dell’emittente (dell’esercito) che è quella di rafforzare la solidarietà nella società, non di approfondire divisioni e di certo non quella di offendere la sensibilità pubblica». Ha aggiunto che le poesie di Darwish non possono «essere parte della narrazione israeliana» altrimenti, ha spiegato, «con la stessa logica potremmo aggiungere anche il Mufti di Gerusalemme Amin al-Husseini (accusato lo scorso ottobre dal premier Netanyahu, tra le contestazioni di storici e studiosi israeliani, di aver ispirato l’Olocausto a Hitler) o trasmettere una glorificazione dei meriti letterari del ‘Mein Kampf’».

I funerali a Ramallah di Mahmoud Darwish

Parole pesanti rivolte a una emittente che Lieberman non nasconde di voler chiudere, ufficialmente per ragioni di budget, in realtà anche per una certa indipendenza dal governo che Galei Tzahal ha dimostrato nel corso degli anni, pur essendo sotto il controllo del ministero della difesa. Nei mesi scorsi la radio era già finita sotto accusa per aver messo sullo stesso piano le famiglie israeliane che reclamano i corpi di due militari rimasti uccisi in combattimento a Gaza nel 2014 e quelle palestinesi che chiedono la restituzione di giovani uccisi dalle forze di sicurezza israeliane durante la nuova Intifada. Il procuratore generale Avichai Mendelblit ieri ha ricordato a Lieberman «non ha l’autorità per intervenire nella programmazione della radio dell’esercito». Il suo ammonimento non ha avuto alcun effetto. Amaro il commento di Shimon Schiffer, giornalista di punta del quotidiano Yediot Ahronot. «I redattori di Galei Tzahal credevano di essere indipendenti, hanno scoperto che lavorano per lo Stato e per il ministero della difesa. Credo sia importante per gli israeliani studiare anche Mahmoud Darwish, per comprendere e analizzare le radici del conflitto con i palestinesi. Però qui stiamo parlando delle trasmissioni di una radio del ministero della difesa e non sono sorpreso dell’accaduto».

Mahmoud Darwish da giovane

 

Scomparso nel 2008 per complicazioni seguite a un intervento chirurgico negli Stati Uniti, Darwish resta uno dei simboli più forti della Palestina. Le sue poesie raccontano la guerra, la perdita della patria, l’oppressione del suo popolo, l’esilio a causa della Nakba nel 1948, quando era un bambino. Darwish rientrò dopo qualche tempo nella sua terra ma si considerava un “alieno” tra gli israeliani, tanto da decidere di andare via, in un lungo esilio tra Urss, Egitto, Cipro, Giordania, Libano e infine Francia. Membro del Consiglio Nazionale dell’Olp ebbe modo di tornare in Palestina dopo 26 anni in seguito agli Accordi di Oslo. Stimato in molti Paesi, Darwish ha visto solo una parte della sua produzione tradotta in italiano e sempre da piccole case editrici, in particolare da Epochè Edizioni. Soltanto nel 2014 è scesa in campo la Feltrinelli, non per pubblicare le sue poesie bensì tre suoi testi in prosa. Poesie di Darwish sono state pubblicate dalla Manifesto Libri nell’antologia “La terra più amata. Voci della letteratura palestinese”.

Michele Giorgio è su twitter @michelegiorgio2

Betlemme­­-Ma’an. Giovedì notte il veicolo di un colono israeliano è stato colpito da proiettili carichi nei pressi di Beit Sahour, nel distretto di Betlemme, nella Cisgiordania occupata.

Il sito news in lingua ebraica 0404 ha riportato che un gruppo di palestinesi armati ha aperto il fuoco dalla propria auto contro quella di un colono israeliano che stava passando accanto all’insediamento illegale di Har Homa, situato sulla sommità della montagna di Abu Ghnaim.

Il veicolo è stato danneggiato, ma non sono stati riportati feriti.

Secondo quanto riferito da un reporter di Ma’an, le forze israeliane hanno setacciato la zona alla ricerca dei sospetti e hanno compiuto un raid all’entrata orientale di Beit Sahour, sequestrando anche le telecamere di sicurezza.

Nei primi anni ’90, le autorità israeliane avevano espropriato la terra circostante alla montagna di Abu Ghnaim, a Betlemme, e avevano iniziato la costruzione dell’insediamento di Har Homa pochi anni dopo. La maggior parte della terra era di proprietà dei residenti palestinesi di Beit Sahour. Da allora l’insediamento si è continuamente espanso, sfollando sempre più palestinesi.

Secondo il gruppo per i diritti umani israeliano B’Tselem, l’insediamento di Har Homa nel 2013 aveva una popolazione di circa 16.470 persone, il che lo rendeva una delle più grandi colonie israeliane in Cisgiordania.

Tutti gli insediamenti israeliani sono considerati illegali dalla legge internazionale.

Oltre 220 palestinesi e circa 31 israeliani sono stati uccisi durante l’ondata di disordini nei territori palestinesi occupati iniziata a ottobre.

Traduzione di F.G.

Gli adolescenti palestinesi sono colpiti dalle dure sentenze previste dai recenti emendamenti al codice penale

foto Majd Gaith

 di Rosa Schiano

Roma, 22 luglio 2016, Nena News - I ragazzini palestinesi accusati di lancio di pietre hanno iniziato a vivere sulla propria pelle gli effetti della nuova legislazione israeliana in materia di diritto penale, afferma la Ong Defence for Children International-Palestine. Tali emendamenti hanno un impatto diretto sul grado di pena nei confronti dei minori palestinesi di Gerusalemme est.

Il 13 giugno un giudice israeliano ha condannato Omar T., Nour al-Din H., Seif T., tutti e tre di 16 anni, a 2 anni e 2 mesi di carcere. Secondo gli atti giudiziari recuperati da DCI-Palestine, nel mese di marzo un tribunale di Gerusalemme aveva già condannato due ragazzini di 16 e 14 anni a 36 mesi di carcere, mentre altri due coetanei di 14 e 17 anni avevano ricevuto una pena detentiva di 28 mesi. Secondo le deposizioni, i primi due avrebbero continuato a difendere la propria innocenza e confessato soltanto a seguito di abusi fisici e psicologici. Uno dei minori avrebbe infatti riferito di essere stato picchiato nel bagno della stazione di polizia dove era stato accompagnato da un poliziotto. L’agente avrebbe iniziato a usare violenza mentre il minore era ancora ammanettato.

Se in passato la pena per il lancio di pietre era stabilita tra i due ed i quattro mesi di carcere, le ultime modifiche al codice penale israeliano effettuate tra il 2014 e il 2015 hanno avuto lo scopo di aumentare le sanzioni. Gli emendamenti al codice penale israeliano nel 2015 hanno infatti incluso pene più severe quali un massimo di 10 anni di carcere per lancio di pietre o altri oggetti ai veicoli “senza intenzionalità” di provocare lesioni, e 20 anni per lancio di pietre “con intenzionalità”. Dopo il 2015, è stata aggiunta alla normativa la parola “pietra” allo scopo di colpire nello specifico i palestinesi.  Inoltre, gli emendamenti hanno stabilito pene minime per il lancio di pietre, corrispondenti ad un quinto della pena massima. In una decisione controversa la Knesset ha approvato tra le sanzioni anche la negazione delle prestazioni sociali alle famiglie i cui membri sono stati accusati di lancio di pietre.  Secondo l’Associazione per i diritti civili in Israele (ACRI), sarebbero al vaglio proposte per chiedere l’ergastolo per minori sotto i 14 anni. Nel mese di agosto 2015, gli emendamenti hanno previsto che gli imputati restino in detenzione fino alla fine del procedimento.  Questo, insieme alla lentezza dei procedimenti giudiziari, fa sì che i minori vengano trattenuti in arresto per molti mesi. Un numero crescente di questi minori preferiscono a volte, incoraggiati dagli avvocati, patteggiare ed ammettere la propria colpevolezza, nella speranza che i mesi che hanno già speso in prigione possano essere conteggiati come sconto della pena, piuttosto che rischiare che le sanzioni detentive vengano protratte.

Allo stesso tempo, sono state recentemente aggiornate anche le linee guida israeliane sull’uso delle armi da fuoco. Secondo Adalah, il Centro Legale per i diritti della Minoranza Araba in Israele, dal mese di dicembre 2015 i regolamenti della polizia israeliana sull’uso delle armi sono più aggressivi. I nuovi regolamenti danno infatti la possibilità alle autorità di usare armi da fuoco direttamente su un individuo che sembra stia lanciando o stia per lanciare una bottiglia incendiaria, sparare fuochi d’artificio o usare una fionda.

«È evidente che le modifiche non tengono conto della legge sulla tutela dei minori, approvata per condurre Israele a rispettare le norme della Convenzione internazionale sui Diritti dell’’Infanzia», ha detto Ayed Abu Eqtaish, del DCIP. «Le modifiche nel codice penale e negli orientamenti politici dal 2014 sono discriminatori e colpiscono i palestinesi, soprattutto i giovani».

 

Gli interrogatori

Alcuni minori non reggono l’interrogatorio. DCI-Palestine ha raccolto il caso di Saleh E., un minore di 16 anni, accusato di aver lanciato pietre ai veicoli israeliani. Saleh nel corso dell’interrogatorio ha negato l’accusa, rispondendo che stava andando alla moschea a pregare con alcuni amici. L’ufficiale della polizia avrebbe iniziato a gridare e gli ha avrebbe detto che se avesse voluto tornare a casa avrebbe dovuto dire la verità, gli avrebbe poi detto che gli amici con i quali si trovava l’avevano tradito e gli avevano riferito che lui aveva lanciato pietre. Così il ragazzino ha deciso di dire di aver lanciato una pietra ai veicoli vicino la moschera e che l’aveva fatto anche ognuno dei suoi amici.

Traumi psicologici

Molti dei minori arrestati presentano traumi psicologici anche persistenti, soprattutto a seguito degli arresti notturni – soffrono prevalentemente di difficoltà a dormire, perdita di interesse nelle attività che svolgevano precedentemente, senso di insicurezza – e quando vi sono forme di maltrattamento, come avere gli occhi bendati, subire abuso fisico e lunghi interrogatori senza la presenza di un avvocato o di un membro della propria famiglia.

Perché Gerusalemme est

Secondo quanto pubblicato dall’ACRI in un rapporto pubblicato nel mese di febbraio, gli emendamenti riguardanti i minori sospettati di lancio di pietre sono avvertiti a Gerusalemme est più che altrove, a causa del significativo aumento nel numero di minori palestinesi arrestati nell’area. Le statistiche della polizia dicono che 792 minori palestinesi sono stati arrestati a Gerusalemme est nel 2014. Capi di accusa sono stati emessi contro 178 di questi minori, ossia il 22% del minori arrestati a Gerusalemme est nel 2014. Inoltre, durante la prima metà del 2015, 338 minori sono stati arrestati a Gerusalemme est, 88 dei quali sono stati finora incriminati. Altre statistiche aggiornate rivelano che nei mesi inclusi tra settembre 2015 e dicembre 2015, tra i periodi di maggiore violenza mai vissuti a Gerusalemme, 398 minori palestinesi residenti a Gerusalemme est sono stati arrestati.

L’ACRI sottolinea che occorre esaminare il contesto che caratterizza la dura realtà affrontata dai giovani residenti nell’area, essi crescono infatti nel quadro di un conflitto politico sanguinoso. L’approccio israeliano nei confronti del territorio di Gerusalemme est ribadisce ai residenti palestinesi che la propria città è un territorio occupato annesso illegalmente da Israele e contro la loro volontà. Di conseguenza, le autorità israeliane sono percepite come ostili. Oltre al conflitto, che rappresenta una componente importante della vita dei minori, la maggior parte dei residenti di Gerusalemme est soffre a causa di povertà ed emarginazione sociale. Circa il 79% dei residenti e l’84% dei minori a Gerusalemme est vivono sotto la soglia di povertà. Lo stato dell’istruzione desta preoccupazione; vi è assenza di aule e molte scuole operano in edifici residenziali poco adatti a fungere da istituti scolastici. Solo il 41% degli studenti partecipano al sistema d’istruzione ufficiale che non può accogliere tutti i minori di Gerusalemme est. Nena News

Rosa Schiano è su twitter @rosa_schiano

Bruxelles – PIC. L’organizzazione delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi (UNRWA) ha dichiarato che la situazione dei rifugiati palestinesi e dei civili siriani è ancora molto difficile, mentre la comunità internazionale tenta di trovare una soluzione politica per porre fine al conflitto che dura da sei anni.

Secondo il rapporto dell’agenzia dell’ONU, il finanziamento dell’aiuto umanitario e dell’assistenza di base è diventato quanto mai necessario. Nonostante la cessazione delle ostilità, entrata in vigore il 27 febbraio di quest’anno, la violenza armata conquista sempre più vaste zone della Siria dove la gente vive in condizioni spaventose.

L’UNRWA calcola che ci sono 450 000 rifugiati palestinesi in Siria e molti di loro vivono in zone assediate dove è difficile accedervi.

La violenza, secondo il rapporto, ha provocato l’esodo massiccio di più del 60% della società palestinese, con  un’economia fortemente in calo, un’inflazione galoppante e un aumento del tasso di disoccupazione al 57%.

Il rapporto ha sottolineato la pressione esercitata sull’assistenza di base per rispondere ai bisogni crescenti della popolazione, mentre le infrastrutture sono state danneggiate dal conflitto.

Viene precisato che il 70% delle scuole dell’UNRWA hanno subito danni o sono state completamente distrutte dal 2011.

Il rapporto ha sottolineato che l’agenzia, nonostante le difficili circostanze, cerca di ottenere un sostegno umanitario sotto forma di denaro, cibo e prodotti non alimentari e alloggi per i rifugiati palestinesi in Siria.

Malgrado il conflitto, l’UNRWA fornisce sempre assistenza di base, come l’istruzione a 45 000 studenti e cure sanitarie primarie attraverso 26 centri sanitari che comprendono la riabilitazione, l’alfabetizzazione degli adulti e il sostegno psico-sociale.

Traduzione di Marta Vallone

 

 

Gerusalemme – PIC. Mercoledì,  la commissione  israeliana per la pianificazione e la costruzione del distretto di Gerusalemme ha approvato un piano per realizzare grandi progetti di insediamento lungo il percorso della metropolitana leggera nella Città Santa occupata.

Secondo il sito web israeliano Reshet Bet, il progetto prevede anche la costruzione di alberghi, centri commerciali, complessi, negozi e palazzi.

Nir Barkat, capo del consiglio comunale di Israele, ha detto che migliaia di nuove unità abitative saranno costruite all’interno di questo progetto, che espanderebbe anche l’area commerciale e alberghiera ai lati della strada ferrata.

La linea della  metropolitana leggera va da Gerusalemme occupata a Beit Hanina, percorrendo  una distanza di circa 13 chilometri.

Traduzione di Edy Meroli

The failed coup has also inflicted enormous damage on U.S./Turkish relations, at a time when Turkey and its neighbors are being subjected to extraordinary trials and tribulations

by Hisham Milhem  – An Nahar

(translated by Mideast Mirror Ltd)

The failed coup in Turkey has confronted this focal state with impossible choices. It has also inflicted enormous damage on U.S./Turkish relations, at a time when Turkey and its neighbors are being subjected to extraordinary trials and tribulations.

Had the coup succeeded, Turkey would have entered a disturbed phase that could have developed into a civil conflict. This would have been the likely outcome in light of the deep political and cultural divide separating President Erdogan and the ruling Justice and Development Party (AKP) on the one hand, and their many opponents on the other.

But the coup’s failure may lead to a similar situation because of the civilian ‘coup,’ the purges, and Erdogan’s determination to eliminate all his opponents in the campaign he has launched against his real enemies and those followers of the Gulen movement (that he accused of trying to create a parallel state) whom he imagines are his enemies.

Erdogan’s victims are the soldiers and policemen suspected of involvement in the coup, as well as thousands of officers and academics suspected of sympathizing with the Gulen movement and its founder, Fethullah Gulen who has been living in Pennsylvania since the late 1990s. Gulen manages a huge educational establishment in the U.S. that includes over 160 schools specializing in mathematics and the sciences, and that receives government aid and is administered by various teams, most of whom are Turks. These are linked together via a network of institutions, business relations and economic interests focused on the management of these schools. Press investigations have shown that Gulen and his supporters have made financial contributions to American legislators from both parties in recent years.

But even before the coup attempt, Gulen’s presence in the U.S. had become a major cause for the cool personal relations between Obama and Erdogan that were initially friendly. Turkish officials are convinced that American officials sympathize with Gulen’s movement and its activities in the U.S., in addition to its financial returns, part of which Turkish officials claim the movement spends to finance its ‘conspiratorial’ activities in Turkey.

Nevertheless, until a few days ago, Turkey had made no legal request to extradite Gulen and put him on trial. And if such a Turkish request does not include conclusive evidence that can stand up in an American court, it will be very difficult to hand Gulen over to the Turks, especially in light of the fact that Erdogan wants to reinstitute the death penalty that he cancelled in compliance with the preconditions for joining the EU, and that include respect for citizens’ civil and political rights.

But what happened between Washington and Ankara recently was astonishing. Secretary Kerry publicly asked his Turkish counterpart to stop suggesting that the U.S. was involved in the coup. He also hinted that the pursuit of Erdogan’s counter-coup threatens Turkey’s membership in NATO.

Pursuing Erdogan’s coup will drive Turkey into a dark tunnel that may lead it towards a civil conflict that threatens its unity. This is because the disagreements in the country are of a cultural nature over values. They go beyond political issue and are a conflict over Turkey’s identity and policies.

This tug-of-war goes back to the establishment of the Turkish Republic; but the Erdogan phenomenon has made it more urgent and dangerous.

Nel processo di ridefinizione delle alleanze e dei confini dell’area la variabile curda avrà un ruolo di primo piano. La componente iraniana, in questo senso, sembra cercare nuovi spazi di azione nel Paese

Milizie peshmerga PDKI. Piranshar, luglio 2016

di Francesca La Bella

Roma, 22 luglio 2016, Nena News- Nel panorama delle mobilitazioni curde, la condizione del Kurdistan iraniano è a lungo stata percepita come differente rispetto alle dinamiche in atto nelle regioni circostanti. A fronte di una generale ridefinizione del ruolo curdo dell’area a causa degli sconvolgimenti politici e sociali in Iraq e nel KRG (Governo regionale del Kurdistan iracheno), della guerra civile in Siria e della ripresa delle ostilità in Turchia tra Ankara e il PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan), la componente curdo-iraniana sembrava incapace di porsi in opposizione radicale contro il proprio Governo. Le notizie delle ultime settimane mostrano, invece, una maggiore attività delle componenti armate curdo-iraniane ed una parallela azione repressiva di Teheran verso le popolazioni curde del Paese.

Se per alcuni commentatori, le basi di questo nuovo attivismo sarebbero da ricercare in una diatriba interna tra i diversi gruppi politici e militari curdi, PDKI (Partito Democratico del Kurdistan iraniano) e PJAK (Partito della Libertà del Kurdistan) in particolare, per altri il mutamento di strategia sarebbe imputabile all’evoluzione del contesto regionale. Nell’unione delle due analisi sembra possibile tracciare un quadro più organico della situazione che si delinea in Rojhelat (Kurdistan dell’est). A seguito degli eventi che hanno portato alla disarticolazione dello Stato iracheno e all’avanzamento del ruolo curdo nell’area, il PJAK, da sempre attivo contro Teheran, ma con un debole impatto sul contesto nazionale a causa di numeri limitati e della forte repressione preventiva dello Stato iraniano, ha ampliato il proprio consenso ottenendo maggiore radicamento nelle aree di confine. Parallelamente il PDKI, tra febbraio e marzo 2016, dopo un lungo periodo di cessate il fuoco, ha affermato la ripresa delle proprie attività nel Paese e a giugno sono state registrate le prime azioni armate, secondo molti, con l’aperto sostegno del KRG e in opposizione alle forze del PJAK, considerate totalmente dipendenti dal PKK turco.

La presenza sempre più significativa del PKK in Iraq, soprattutto nell’area di Suleymania nel sud e di Shengal nel nord, e il consolidamento del sistema KCK (Consiglio delle Comunità Curde) con funzione di coordinamento delle forze curde nei diversi Paesi dell’area, potrebbe, dunque, aver indotto il PDKI a riprendere le ostilità per arginare le capacità di reclutamento del PJAK in particolare tra i giovani. Il flusso degli eventi, sembra, però, configurare una situazione esplosiva che potrebbe investire l’intero confine occidentale dell’Iran. Numerosi sono stati gli scontri armati tra militanti curdi e forze governative e ad essi si sono aggiunte azioni dai risvolti politici e diplomatici rilevanti: luoghi di culto curdi come il cimitero Golestan Javeed a Baha’i distrutti dall’esercito iraniano; attentati curdi contro membri del Governo iraniano come nel caso del tentato omicidio del parlamentare Heshmatollah Falahatpishe in viaggio nel nord-est del Paese, tensioni e avvertimenti armati di Teheran all’indirizzo della dirigenza KRG.

Il Governo iraniano, attraverso le parole del presidente del Consiglio per il Discernimento, Mohsen Rezaei, nei giorni passati, avrebbe, infatti, accusato il KRG di agire in vece dell’Arabia Saudita per destabilizzare il Paese attraverso la rivitalizzazione della guerriglia curda. Nel corso di un’intervista alla televisione di Stato iraniana, Rezaei avrebbe anche minacciato azioni armate contro i gruppi ribelli e le loro basi di addestramento qualora non ci fosse un arretramento delle stesse imputando la responsabilità di questa eventualità alle scelte del Presidente curdo-iracheno Barzani. La dirigenza del KRG, avrebbe, invece, negato ogni coinvolgimento, ribadendo la propria volontà di migliorare le relazioni diplomatiche con Teheran. Quest’ultima affermazione acquista credibilità alla luce dell’accordo preliminare firmato a fine giugno per la costruzione di un oleodotto che permetterebbe la commercializzazione di 250000 barili di petrolio dal Kurdistan iracheno verso l’Iran in un’ottica di differenziazione del mercato di vendita del KRG qualora dovessero esserci ostacoli al mantenimento delle relazioni con la Turchia e all’utilizzo dell’oleodotto Kirkuk-Ceyhan.

L’evidente interdipendenza tra le dinamiche interne ai quattro Paesi in cui il Kurdistan è suddiviso e le politiche messe in atto dai gruppi politici curdi, obbliga a porre, anche alla luce delle ultime evoluzioni in territorio turco, grande attenzione all’evoluzione delle alleanze tra i soggetti statali e non statali coinvolti. Una ripresa delle ostilità della componente curdo-iraniana causata da fattori che trascendono dalla realtà nazionale, potrebbe, di conseguenza avere effetti significativi sulle dinamiche di tutta l’area. Se durante la guerra Iran-Iraq, un ruolo di primo piano venne svolto anche dalle componenti curde, nella fase di ridefinizione di alleanze e confini che sembra essere in atto oggi, la variabile curda potrebbe tornare ad essere centrale per la determinazione del nuovo assetto.

Francesca La Bella è su Twitter @LBFra

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