Palestina

Nablus-Quds Press e PIC. Scontri violenti sono scoppiati a Beit Furik, nella provincia orientale di Nablus, poco dopo che le forze di occupazione avevano invaso la cittadina.

Testimoni oculari hanno affermato che i soldati israeliani sono entrati nell’area montuosa di al-Haouz, nella cittadina di Beit Furik, e hanno costretto i contadini palestinesi a uscire dalle proprie terre, scatenando violenti scontri con decine di giovani palestinesi.

Le forze di occupazione hanno attaccato le case palestinesi e i manifestanti con lacrimogeni e bombe acustiche, provocando diversi casi di asfissia.

Comunicato del BNC sulla campagna in corso da parte di Israele per mettere sotto silenzio Omar Barghouti e per reprimere il movimento BDS

22 marzo 2017 - Nella mattina di domenica 19 marzo, le autorità fiscali israeliane hanno fatto irruzione a casa di Omar Barghouti, noto difensore dei diritti umani palestinesi e co-fondatore del movimento di Boicottaggio, Divestmento e Sanzioni (BDS) per la libertà, la giustizia e l'uguaglianza del popolo palestinese. Hanno trattenuto e interrogato Omar e la sua moglie Safa per 16 ore in quel primo giorno. Omar attualmente sta subendo un quarto giorno di interrogatorio.

Qui sotto, la risposta del Comitato Nazionale palestinese per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BNC) a questi sviluppi ed agli sforzi sistematici del governo israeliano per criminalizzare il movimento BDS, intimidire gli attivisti ed impedire la libertà di parola:

Refugee youths from West Bank camp are touring the US.

“Latest desperate chapter of repression and intimidation” against BDS movement co-founder.

Betlemme-Ma’an. Nella terza settimana di marzo 2017 (dal 13 al 21) le Autorità israeliane hanno rilasciato 30 ordini di detenzione amministrativa, controversa politica di reclusione senza preventiva accusa né processo, contro palestinesi prigionieri, come riferito dalla Società per i Prigionieri palestinesi (PPS).

Secondo la PPS, le autorità israeliane hanno rilasciato un totale di 35 ordini di detenzione amministrativa contro palestinesi nel periodo dal 1 al 13 marzo, portando così il numero totale degli ordini promulgati contro palestinesi prigionieri, nelle prime tre settimane di marzo, a 65.

Mentre le autorità israeliane sostengono di essere in possesso di prove che giustificano la detenzione amministrativa, che permette la reclusione dai tre ai sei mesi ad intervalli rinnovabili, essenziali per quanto concerne la sicurezza statale, gruppi per i diritti umani hanno, d’altra parte, affermato come questa politica permetta alle autorità israeliane di trattenere prigionieri palestinesi per un periodo di tempo indefinito, senza mostrare alcuna prova a giustificazione di tale detenzione.

Tali gruppi per i diritti umani affermano che la politica israeliana di detenzione amministrativa stia anche venendo usata come un tentativo di boicottaggio dei processi politici e sociali palestinesi, in particolare prendendo di mira politici e attivisti palestinesi, nonché giornalisti.

Secondo l’associazione per i diritti dei prigionieri Addameer, 6.500 palestinesi sono detenuti da Israele da gennaio, 536 di loro si trovano in detenzione amministrativa.

L’avvocato della PPS Mahmoud al-Halabi  ha affermato in una dichiarazione martedì che, tra 30 palestinesi, 18 si sono visti rinnovare l’ordine di incarcerazione dopo aver già passato mesi o anni in detenzione amministrativa.

Questi 18 prigionieri, identificati dalla PPS, sono:

  • Muhammad Mahmoud Awwad, residente nel distretto di Hebron, due mesi aggiuntivi.
  • Abd al-Fattah Kamal Ajrab, residente nel distretto di Ramallah, tre mesi aggiuntivi.
  • Iyad Omar Hamad, residente nel distretto di Nablus, tre mesi aggiuntivi.
  • Issa Talab al-Sanadiya, residente nel distretto di Hebron, quattro mesi aggiuntivi.
  • Abd al-Rahman Hussein Qaswasmeh, residente nel distretto di Hebron, quattro mesi aggiuntivi.
  • Nadir Abd al-Halim al-Natsha, residente nel distretto di Hebron, quattro mesi aggiuntivi.
  • Muhammad Akram Taqatqa, residente nel distretto di Betlemme, quattro mesi aggiuntivi.
  • Abd al-Rahim Bassam Hamad, residente nel distretto di Ramallah, quattro mesi aggiuntivi.
  • Saif Mustafa Nasser, residente nel distretto di Ramallah, quattro mesi aggiuntivi.
  • Ali Abd al-Rahman Jaradat, residente nel distretto di Ramallah, quattro mesi aggiuntivi.
  • Hussein Muhammad Mardawi, residente nel distretto di Nablus, quattro mesi aggiuntivi.
  • Salah al-Din Ayman Dweikat, residente nel distretto di Nablus, quattro mesi aggiuntivi.
  • Shadi Muhammad Shuli, residente nel distretto di Nablus, quattro mesi aggiuntivi.
  • Sami Muhammad Birawi, residente nel distretto di Nablus, quattro mesi aggiuntivi.
  • Fouad Muhammad al-Qab, residente nel distretto di Tulkarem, quattro mesi aggiuntivi.
  • Luay Sati Ashqar, residente nel distretto di Tulkarem, quattro mesi aggiuntivi.
  • Shadi Muhammad Jarrar, residente nel distretto di Jenin, quattro mesi aggiuntivi.
  • Muhammad Abdullah Harb, residente nel distretto di Jenin, sei mesi aggiuntivi.

Tra i 35 palestinesi, 12 sono stati condannati alla detenzione amministrativa per la prima volta. I loro nomi, come identificati dalla PPS:

  • Zakariya Abd al-Hamid Uweidat, residente nel distretto di Hebron, quattro mesi.
  • Anwar Muhammad Zein, residente nel distretto di Betlemme, quattro mesi.
  • Ghassan Issa Hirmas, residente nel distretto di Betlemme, quattro mesi.
  • Khalid Ibrahim Thweib, residente nel distretto di Betlemme, quattro mesi.
  • Hassan Muhammad Wreidan, residente nel distretto di Betlemme, quattro mesi.
  • Fadi Munthir Raddad, residente nel distretto di Tulkarem, quattro mesi.
  • Muhammad Sami Ghneim, residente nel distretto di Jenin, quattro mesi.
  • Fares Husni Shawahna, residente nel distretto di Jenin, quattro mesi.
  • Mustafa Fahmi Ballut, residente nel distretto di Jenin, quattro mesi.
  • Muhammad Hussein Shalash, residente nel distretto di Hebron, sei mesi.
  • Mahmoud Karim Ayyad, residente nel distretto di Betlemme, sei mesi.
  • Amir Nizar Khawaja, residente nel distretto di Ramallah, sei mesi.

Traduzione di Marta Bettenzoli

Gerusalemme-Quds Press. Mercoledì mattina, 42 coloni israeliani hanno invaso i cortili di Al-Aqsa, nella città di Gerusalemme Est, scortati dalla polizia di occupazione.

I coloni ebrei hanno preso d’assalto i cortili di Al-Aqsa entrando dalla Porta al-Mughrabeh, sotto il controllo dell’occupazione dal 1967.

Secondo il direttore delle relazioni pubbliche e media del dipartimento del Waqf islamico di Gerusalemme, Firas al-Dibs, i coloni hanno eseguito preghiere prima di lasciare l’area dalla Porta al-Silsila (una delle porte di Al-Aqsa).

Le incursioni a al-Aqsa avvengono su base giornaliera, con eccezione del venerdì e del sabato, durante i turni del mattino (per tre ore e mezzo) e della sera.

InvictaPalestina. L’esercito israeliano (IDF) ha avvertito Beirut che la prossima guerra con Hezbollah avrà luogo all’interno del territorio libanese.

Il capo di Stato Maggiore dell’IDF, Gadi Eisenkot, domenica ha avvertito che il governo libanese pagherà un prezzo elevato per il fatto di consentire al Movimento di Resistenza Islamico in Libano (Hezbollah) di agire all’interno dei suoi confini.

In una conferenza tenutasi in una base militare nei territori occupati palestinesi del nord, Eisenkot ha aggiunto che la futura guerra sarà contro lo Stato libanese e Hezbollah, che considera una minaccia per questo regime usurpatore.

L’ufficiale militare  israeliano ha anche avvertito che i combattenti Hezbollah stanno rafforzando le loro capacità militari e stanno operando a sud del fiume Litani, in prossimità dei confini di Israele.


Israele sorveglia le coste per il timore della forza militare di Hezbollah.

Israele si prepara ad una possibile guerra contro Hezbollah sui confini marittimi con il Libano. “In Libano Hezbollah continua ad armarsi e rafforzarsi (…) Siamo determinati a continuare a contrastare questi tentativi e ad impedire il trasferimento di armi sofisticate a Hezbollah”, ha detto Eisenkot, citato da The Times di Israele.

Di fronte a questa minaccia, le forze dell’IDF hanno effettuato domenica due esercitazioni nella stessa giornata  “due manovre militari a sorpresa” nel deserto del Negev, a sud dei territori palestinesi occupati.

Funzionari dei servizi segreti israeliani hanno ripetutamente avvertito che Hezbollah potrebbe sorprendere Israele con un massiccio attacco di rappresaglia per i crimini commessi da questo regime contro i popoli della Palestina e del Libano.

Secondo i giornali israeliani, le forze israeliane hanno già iniziato le manovre di un “massiccio attacco” in un possibile conflitto militare con Hezbollah e il movimento di resistenza islamica palestinese (Hamas).

 

Traduzione Simonetta Lambertini – invictapalestina.org

 

Fonte: http://www.hispantv.com/noticias/oriente-medio/336330/israel-proxima-guerra-hezbola-territorio-libano

L’esercito israeliano alla frontiera sud della Striscia ha aperto il fuoco all’alba di oggi su un gruppo di giovani palestinesi, uccidendo un diciottenne

Palestinesi al confine tra Israele e Gaza (Foto: Abed Rahim Khatib/Flash90/File)

di Rosa Schiano

Roma, 22 marzo 2017, Nena News – Un ragazzo di diciotto anni è stato ucciso all’alba di oggi al confine di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, dal fuoco di un carro armato israeliano. Yousef Shaban Abu Athra, avrebbe tentato – secondo fonti militari israeliane – di avvicinarsi alla recinzione che separa il territorio della Striscia da quello israeliano, insieme a duealtri uomini rimasti feriti.

Ashraf al-Qudra, portavoce del Ministero della Sanità a Gaza, ha riferito che i colpi di artiglieria hanno colpito un gruppo di giovani che sostavano nell’area di Nahdha, ad est della città di Rafah,poco prima dell’alba.I due feriti sono stati trasportati all’ospedale Abu Yousef Najjara di Rafah riportando ferite moderate.

Un portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato che i soldati avrebbero individuato tre uomini “nei pressi della recinzione di sicurezzae hanno aperto il fuoco nella loro direzione”, senza fornire ulteriori dettagli.

Israele impone, tramite l’uso della forza armata, una buffer zone di 300 metri all’interno del territorio palestinese per motivi di “sicurezza”, sostenendo il pericolo che vengano posizionati esplosivi al confine e per impedire ai palestinesi di tentare l’ingresso in Israele.

L’uccisione del giovane è stata seguita più tardi, riportano fonti locali, da incursioni di carri armati e bulldozer israeliani nei terreni agricoli palestinesi nell’area di Khan Younis. Incursioni che restano frequenti, nelle aree lungo tutto il confine orientale della Striscia, accompagnate da fuoco di artiglieria sui terreni agricoli e operazioni di “livellamento” che di fatto distruggono la terra e la rendono arida. A farne le spese i contadini, molti dei quali accedono ai propri terreni rischiando la vita.

I motivi per cui i tre giovani si sono avvicinati alla rete di sicurezza non sono ancora chiari. È probabile sia stato il loro un tentativo di entrare in Israele. A causa dell’alto tasso di disoccupazione – che nel 2016 ha raggiunto il 41,2% per gli uomini e il 62,6% delle donne, secondo le statistiche dell’Ufficio centrale di statistica palestinese – non di rado palestinesi, soprattutto di giovane età, tentano di superare la recinzione al fine di cercare un lavoro e miglior vita in Israele.

L’80% della popolazione di Gaza resta dipendente dall’assistenza umanitaria delle associazioni e dagli aiuti internazionali.  L’ultima offensiva militare del 2014 ha causato un rapido deterioramento della situazione umanitaria, un impoverimento dovuto anche alle spese necessarie a riparare e ricostruire le abitazioni distrutte o danneggiate esempre più dure condizioni di vita dettate dal decennale assedio. Nena News

Rosa Schiano è su Twitter: @rosa_schiano

Khan Younis-PIC. Mercoledì mattina numerosi veicoli militari hanno lanciato un’incursione limitata a est di Khan Younis, a sud della Striscia di Gaza assediata.

Un corrispondente di PIC ha riferito che quattro bulldozer schierati nella base di Kissufim si sono mossi sui confini orientali della città di Khan Younis e hanno livellato i terreni palestinesi nell’area.

Nel contempo, raffiche di colpi di pistola sono state sparate dalle torri di vedetta israeliane verso al-Qarara, a est di Khan Younis.

Non sono stati riportati feriti durante l’attacco.

Traduzione di F.G.

Alla seconda offensiva in pochi giorni contro la capitale prendono parte Ahrar al-Sham e Jaysh al-Islam, leader del team di negoziatori in Svizzera. Dietro sta l’ex al-Nusra che riprende la strategia Isis a Baghdad. Raid Usa a Raqqa uccide 33 civili

Raid su Damasco (Fonte: Syria Media Center)

di Chiara Cruciati

Roma, 22 marzo 2017, Nena News – All’alba di martedì un bombardamento aereo statunitense ha ucciso almeno 33 persone dopo aver colpito una scuola usata per accogliere sfollati a al-Mansoura, città occupata dallo Stato Islamico nella provincia di Raqqa. Lo riporta l’Osservatorio Siriano per i diritti umani, ong basata a Londra e parte del fronte anti-governativo.

“Possiamo confermare che le vittime sono 33, sfollati da Raqqa, Aleppo e Homs. Stanno ancora tirando fuori i corpi dalle macerie. Solo due sopravvissuti”, dice l’organizzazione. Conferma la dà il gruppo di attivisti siriani “Raqqa is being Slaughtered silently”, che aggiunge che la scuola era rifugio a 50 famiglie sfollate.

E mentre Raqqa resta il target ufficiale di tutte le parti in campo per la sua importanza strategica e simbolica, gli ultimi giorni hanno visto una ripresa delle attività militari della nuova federazione Hayat Tahrir al-Sham, sotto la guida del Fronte Fatah al-Sham, l’ex al-Nusra. Ieri i jihadisti hanno lanciato un’ampia offensiva contro la provincia di Hama, sotto controllo governativo, strappando a Damasco il controllo della città di Suran.

Come accaduto per Damasco lo scorso fine settimana, anche stavolta i qaedisti si sono fatti strada con i kamikaze contro i posti di blocco del governo. Ma nemmeno la capitale è al sicuro: dopo il durissimo assalto cominciato sabato con attacchi suicidi, tunnel e missili e il successivo intervento delle truppe di Damasco che lo hanno respinto, ieri la coalizione qaedista è tornata a prendere di mira Damasco.

L’ex al-Nusra è riuscita ad avanzare di nuovo nel quartiere di Jobar, nella zona industriale, e sta tentando di muoversi verso il centro. Anche stavolta la strada è stata aperta con due grandi esplosioni provocate da autobombe contro postazioni governative tra Jobar e Qaboun e con un fitto lancio di missili verso le aree centrali. Il governo sta rispondendo con raid aerei.

Ma la forza e l’intensità degli attacchi perpetrati dale fazioni guidate dall’ex al-Nusra e la facilità di manovra intorno alla capitale fanno temere un nuovo fronte di conflitto. La strategia qaedista appare molto simile a quella applicata dallo Stato Islamico sotto pressione in Iraq: con Mosul assediata e prossima alla caduta, cellule Isis si muovono nel resto del paese attaccando ripetutamente e violentemente Baghdad nell’obiettivo di far crollare ulteriormente la credibilità del governo, incapace di garantire la sicurezza.

Stesso obiettivo dell’ex al-Nusra che, consapevole di non poter occupare Damasco, indebolisce l’immagine di un governo che si è rafforzato nel corso dell’ultimo anno, che ha ripreso Aleppo e costretto gli islamisti a rifugiarsi ad Idlib, ora target sia dei raid russi che di quelli statunitensi.

Tra i gruppi che stanno partecipando accanto ad al Qaeda all’assalto della capitale, ci sono i salafiti Ahrar al-Sham e Jaysh al-Islam che però sono considerati dalla diplomazia mondiale rappresentativi del popolo siriano e dunque invitati ai tavoli del negoziato (Mohammed Alloush, leader di Jaysh al-Islam, è il capo negoziatore a Ginevra). Ieri Ahrar al-Sham ha pubblicato un video nel quale annunciava l’occupazione di una fabbrica tessile e mostrava i suoi miliziani distruggere immagini del presidente Assad.

La loro partecipazione all’assalto e il mantenimento dell’alleanza militare e ideologica con Fatah al-Sham – considerato gruppo terroristico a livello internazionale – dovrebbero sollevare dubbi sulla loro effettiva partecipazione, vista anche la rottura della tregua a cui hanno aderito a fine dicembre. Ma per ora non accade. Mentre Damasco era al centro del conflitto, l’inviato Onu per la Siria de Mistura annunciava per domani un nuovo round negoziale a Ginevra con la partecipazione di tutti i soggetti, governo e opposizioni. Nena News

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

Israel is continuing its campaign targeting aid workers and humanitarian organizations.

Rafah-PIC. Mercoledì all’alba un giovane palestinese è stato ucciso e altri due sono rimasti feriti durante un attacco israeliano sulla Striscia di Gaza bloccata.

Un corrispondente di PIC ha riferito che l’esercito d’occupazione israeliano ha preso di mira dei giovani palestinesi a est della provincia di Rafah, a sud della Striscia di Gaza.

Un giovane è morto sul colpo, mentre altri due sono rimasti feriti e il resto del gruppo è sopravvissuto all’attacco.

Ashraf al-Qudra, portavoce del ministero della Salute, ha dichiarato che i medici hanno evacuato la vittima e i giovani feriti dalla scena.

Su Facebook il portavoce ha poi identificato la vittima come il 18enne Youssef Sha’ban Abu Adhara, un residente di Rafah.

Secondo i gruppi per i diritti, 15 proiettili d’artiglieria israeliani hanno colpito il paese di al-Shawka, a est di Rafah, mentre i droni hanno continuato a sorvolare il territorio.

L’esercito israeliano ha dichiarato che l’offensiva è stata compiuta contro un gruppo di palestinesi che avevano tentato di insinuarsi nella Palestina occupata nel 48 (Linea Verde).

Traduzione di F.G.

Betlemme-Ma’an. Domenica 19 marzo le autorità israeliane hanno denunciato due Palestinesi per presunte “istigazioni su Facebook”, dopo un giro di vite imposto da Israele sulla libertà di espressione e le attività sui social media dei Palestinesi. 

Le autorità israeliane hanno emesso una lista di accuse contro il giornalista gerosolimitano Muhammad Batroukh, tra le quali spicca una presunta istigazione comparsa su Facebook, ed ha esteso la sua detenzione fino a martedì, secondo quanto ha riportato il centro di informazione Wadi Hilweh con sede a Gerusalemme, citando l’avvocato Muhammad Mahmoud. 

Batroukh è stato arrestato il 7 marzo scorso, secondo il sito palestinese locale di news Safa

Nel frattempo, un giudice israeliano ha condannato Walid Rajabi a 10 mesi di reclusione effettiva e ad un’altra sentenza di tre anni, attualmente sospesa, per le accuse di istigazione su Facebook. 

Decine di Palestinesi sono stati arrestati negli ultimi mesi per aver espresso liberamente le proprie opinioni a proposito dell’occupazione israeliana, soprattutto attraverso i social media, a causa di un giro di vite che i gruppi per i diritti umani hanno detto essere mirato a soffocare la libertà di parola dei Palestinesi. 

Le autorità occupanti hanno sostenuto, e tuttora sostengono, che una ondata di violenza cominciata nell’ottobre 2015 è iniziata proprio a causa delle “provocazioni” circolate tra il popolo palestinese attraverso i social media. 

Invece i Palestinesi hanno dato la colpa delle violenze principalmente alla frustrazione e alla disperazione causate da Israele, la cui occupazione militare dei territori palestinesi continua ormai da 50 anni, oltre all’assenza di un qualsiasi orizzonte politico. Molti Palestinesi hanno anche sottolineato che la violenza israeliana ha, un giorno dopo l’altro, caratterizzato la vita nei territori occupati, senza tener conto della lieve ripresa recente di scontri o aggressioni. 

Le forze israeliane hanno arrestato ed interrogato la scrittrice palestinese Khalida Ghusheh all’inizio di questo mese a causa del suo racconto, non ancora pubblicato, che indaga sui collaboratori palestinesi al servizio dell’occupazione israeliana. Ghusheh è stata rilasciata dopo aver pagato una cauzione di 10.000 shekel (2.722 dollari) e in attesa di un non meglio specificato futuro tribunale che è già stato previsto, secondo la rete di solidarietà coi prigionieri palestinesi Samidoun

Le forze israeliane hanno arrestato anche la poetessa palestinese Darin Tartour, cittadina di Israele, nell’ottobre 2015 accusandola di “istigazione alla violenza” per i post che ha pubblicato su Facebook e per un video clip della sua poesia “Qawim ya shaabi, qawimhum” (Resisti popolo mio, resisti contro di loro). Ha affrontato accuse con condanna fino a 8 anni di carcere, ed ha già trascorso vari mesi di detenzione e di arresti domiciliari.

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

Dopo 15 ore dalle proteste nei vari governatorati, il ministro delle Forniture ha cancellato le previste riduzioni dei sussidi. Ma la questione strutturale e ideologica resta: un regime distante e arrogante continua a fare gli stessi errori, zero trasparenza nella governance, nessuna discussione, neppure l’apparenza di una volontà democratica

di Amr Khalifa – Middle East Eye

Roma, 22 marzo 2017, Nena News – Il sacrificio, con la vittoria come obiettivo supposto sul lungo termine, è centrale sia per l’ethos militare egiziano che per la mentalità economica del presidente Abdel Fattah al-Sisi. All’inizio di novembre, con il governo egiziano che svalutava la moneta, parlai con esperti di economica che avvertivano che questa strategia avrebbe potuto condurre ad un’inflazione esplosiva.

Poteva al-Sisi controbilanciare la sofferenza con politiche che avrebbero attutito il colpo? Era quella la scommessa. Prevedibilmente, nelle successive 16 settimane, l’Egitto ha visto il tasso di inflazione passare dal 14% a oltre il 30% alla fine di febbraio.

E circa cinque mesi dopo, nonostante alcuni elementi positivi, il bilancio sulle riforme economiche di al-Sisi è nebuloso, con rischio di pioggia. In Egitto, il teatro dell’assurdo non è qualcosa a cui assisti ma qualcosa che vivi. Quelli in attesa di una ripresa economica con al-Sisi al timone aspettano Godot.

Che mangino dolci

“L’aumento dei prezzi distrugge la gente. La soluzione non sta nei sussidi. C’è qualcosa chiamato politiche di deflazione, alla portata della Banca Centrale e del Dipartimento delle Finanze se avessero capito i loro doveri”, ha sparato su Twitter circa sei settimane fa l’economista egiziana Fatma al-Asyooty.

Se, come regime, decidi di assumere riforme rischiose, non significa ammettere di aver fallito la presa di precauzioni necessarie per garantire che una società già instabile non sia ulteriormente destabilizzata da tali riforme?

L’inflazione era un rischio compreso da tutte le parti e parlando con qualsiasi egiziano, educato o no, delle classi basse o di quelle alte, si vede che quasi nessuno non l’ha subita. In commenti riportati all’inizio del mese, il ministro delle Finanze Amr el-Garthy non ha negato che l’inflazione cresca come un fungo. Eppure deve essere frustrante per un egiziano che, in media, guadagna meno di 3 dollari al giorno sentire un ministro – i cui occhiali valgono quanto tre mesi di stipendio e la cui giacca potrebbe dar da mangiare ad una famiglia per 4-6 mesi – dire che l’inflazione “crescerà a febbraio e marzo ma poi comincerà a calare”.

I tentativi di sedare le paure hanno fatto poco per frenare i prezzi di mercato di beni alimentari, salute e spese domestiche. I poteri economici possono stare nel business dei numeri, focalizzati su modelli economici, permute e manipolazioni, ma mancano della abilità politica necessaria a muoversi in questa zona di pericolo.

Invece del progetto di immagine de “i cambiamenti hanno un costo” che equivale, nella mente di molti, ad aprirsi al ritornello alla Maria Antonietta “che mangino dolci”, i responsabili dell’economia egiziana – e in definitiva al-Sisi stesso – devono comprendere la profondità della crisi e i suoi effetti quotidiani su decine di milioni di egiziani e dunque formulare ed eseguire un piano.

Ma in Egitto una politica razionale è rara come un giorno di neve e un generale ha detto, infatti, agli egiziani di “restare affamati”.

Toccare il pane, minacciare il potere

Questa combinazione (potenzialmente letale sul piano politico) di distacco dal pubblico e la mancanza di preparazione di una rete di sicurezza sociale ha quasi causato una situazione esplosiva all’inizio del mese. Con la gente già sofferente per l’aumento dei prezzi del cibo, oltre il 40%, il Ministero delle Forniture ha pensato bene di limitare le razioni di pane ai fornai.

La mossa voleva impedire ai forni governativi e privati di rivendere la farina sotto sussidio sul mercato a costi maggiorati. Ma ha avuto l’effetto di limitare enormemente l’accesso a coloro senza carta magnetica per il sussidio del pane.

Il piano originale era ridurre la quantità di pagnotte sotto sussidio ad ogni forno da 1.000-4.000 a solo 500. Il pane in arabo egiziano colloquiale si dice a3ish, che significa “vita”. Il pane è letteralmente imprescindibile in un paese dove oltre il 27% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Quella stessa soglia minaccia di inghiottire altri milioni di persone come impatto diretto delle politiche di riforma del Fondo Monetario Internazionale, ingenuamente implementate da un regime a cui sono cadute in testa.

Così, non dovrebbe sorprendere che ogni tentativo di de-sussidiare il pane possa avere effetti esplosivi. Tocca il loro pane e loro minacceranno il tuo potere: è lo stessa cosa che accadde nel 1977 quando Anwar Sadat era al governo ed è rimasto così finora.

In due giorni, il 5 e 6 marzo, manifestazioni di egiziani ordinari e apolitici si sono allargate da Kafr al-Sheikh a Giza, dal Cairo a Alessandria a Minya. Va ricordato che nel 1977 l’aspettativa di vita per un egiziano era di 56,2 anni ed è ora di 71,1 anni. Questo aumento, insieme ad una popolazione di oltre 92 milioni di persone, fa sì che il pane e la gestione dei sussidi sia un pantano esistenziale per ogni regime.

In un quartiere operaio di Alessandria la scena si è scaldata quando la polizia è stata sopraffatta da centinaia di donne velate e operai che urlavano un semplice grido: “Vogliamo il pane, non abbiamo abbastanza cibo”. Con le vite minacciate, nessuna legge anti-proteste potrebbe mettere sotto silenzio questi egiziani. Al contrario centinaia di manifestazioni diverse hanno preso le strade urlando “Via al-Sisi”. Così volatile era la situazione che i manifestanti hanno circondato l’ufficio locale del Ministero delle Forniture nel quartiere Saba Mat di Alessandria e un alto ufficiale è dovuto fuggire.

Subito dopo, notizia confermata dai media, la polizia si è infilata nelle manifestazioni non per sparare ma per distribuire il tanto necessario pane gratis, perché il governo si è improvvisamente ricordato di quanto destabilizzante sia superare certe linee rosse.

Dopo 15 ore dalle proteste nei vari governatorati, il ministro delle Forniture Ali Meselhy ha cancellato le previste riduzioni dei sussidi. Questa volta una crisi potenzialmente massiva e un possibile confronto sono stati evitati. Ma la questione strutturale e ideologica resta. Un regime distante e arrogante continua a fare gli stessi errori: zero trasparenza nella governance, nessuna discussione, neppure l’apparenza di una volontà democratica.

In Egitto la democrazia è una facciata; l’accordo con l’Fmi è stato approvato dal parlamento egiziano quattro mesi fa dopo il fatto. Mantieni questo livello e al-Sisi e la sua gang non hanno bisogno di altri nemici se non se stessi.

La riforma bloccata

Seppur dolorose, le riforme economiche hanno incluso gli sforzi del governo di aumentare gli investimenti diretti stranieri per fermare l’emorragia. In cima a tali sforzi c’è una proposta di legge che sarebbe una manna per gli investitori esteri.La legge in questione vuole affrontare alcune questioni croniche. Innanzitutto, permette alle compagnie straniere di rimpatriare i profitti, incrementare la percentuale di dipendenti stranieri dal 10% al 20% (anche se questo non aiuta ad innalzare l’occupazione egiziana) e diminuire le antiquate procedure burocratiche previste per chi apre società nel mercato egiziano.

Ma – e in Egitto c’è sempre un ma – la legge si è impantanata nel dibattito da fine dicembre. In particolare nelle settimane subito successive alla svalutazione del 3 novembre, il governo ha provato a reclamare la vittoria, dicendo che le proprie politiche avrebbero coperto il buco tra il tasso di cambio ufficiale e quello parallelo del mercato. Ma ci sono chiari segni che il governo sta perdendo la battaglia.

A fine febbraio la sterlina è “salita” a 15,72 contro il dollaro. Con l’arrivo di marzo, tuttavia, il pendolo ha cominciato a muoversi nella direzione sbagliata, fino a 16,3 sterline sul dollaro. Una settimana dopo il dollaro è arrivato a 18 sterline, con alcuni esperti che avvertono che con il Ramadan all’orizzonte (quando cioè il mese sacro aumenterà la domanda) potrebbe toccare quota 20.

Vale la pena menzionare il fatto che c’è stato un afflusso di dollari nel sistema finanziario a partire dalle riforme, ma ciò non pare dovuto alla fiducia degli investitori quanto ai commercianti stranieri di valuta che sfruttano l’opportunità.

Guardare la canna di una pistola

Se alcune fluttuazioni di mercato erano attese, più di 12 settimane dopo lo choc iniziale della svalutazione, la stabilizzazione o qualcosa di simile avrebbe dovuto essere all’orizzonte. Invece, sia il governo che la cittadinanza guardano la canna di una pistola carica. Il dollaro in crescita devasterà ancora di più milioni di egiziani che in silenzio ribollono di rabbia sotto la pressione di un’inflazione senza fine e sfiderà una banca centrale e un governo che sembrano insistere nel dare la colpa alla crisi economica attuale post primavere arabe.

Fino a quando non si genererà senso di responsabilità per questo pantano, come potrà aumentare la fiducia dei mercati locale e straniero nella politica monetaria? La popolarità di al-Sisi ha subito un colpo incredibile a seguito della svalutazione e le riforme. Ma l’autocrate è stato sorprendentemente relisiente, mantenendo una presa corazzata sul potere mentre l’inflessibile legge sulle proteste teneva a bada il resto.

E adesso ha davanti a sé due sviluppi favorevoli: un presidente americano che pensa che al-Sisi sia “un tipo fantastico” e il ritorno dell’Arabia Saudita ad un accordo positivo che fornisce all’Egitto il petrolio di cui necessita. Al-Sisi deve pensare che il quadro è luminoso. Non sarebbe la prima volta che si sbaglia.

Amr Khalifa è giornalista freelance e analista per Ahram Online, Mada Masr, The New Arab, Muftah e Daily News Egypt

Traduzione a cura della redazione di Nena News

Le tradizionali celebrazioni per il nuovo anno kurdo in un contesto di conflitto permanente, dall’Iraq alla Siria alla Turchia

Newroz a Diyarbakir (Fonte: Twitter)

della redazione

Roma, 22 marzo 2017, Nena News – Il nuovo anno kurdo è cominciato, le tante comunità divise tra gli Stati-nazione del Medio Oriente e quelle nella diaspora accendono il fuoco del Newroz, simbolo di rinascita ma soprattutto di identità. Così il popolo kurdo saluta la primavera da tremila anni, la “nuova luce” da salutare con vestiti colorati, danze, falò.

Dal 2010 riconosciuto come giornata internazionale e dall’anno prima inserito nella lista Unesco dei patrimoni orali e immateriali dell’umanità, anche quest’anno il Newroz si celebra in un’atmosfera di conflitto.

Newroz a Sinjar (Fonte: Twitter)

Così è in Iraq dove prosegue la guerra allo Stato Islamico e le divisioni settarie si allargano. A Sinjar dove ieri la comunità kurda ha acceso il tradizionale falò, alla devastazione portata nel 2014 dall’Isis (un massacro che gli yazidi chiedono venga riconosciuto come genocidio e che non cessa, con oltre 3mila tra donne e bambini ancora schiavi di Daesh) si sono aggiunti nelle ultime settimane gli scontri tra fazioni kurde: i peshmerga affiliati al Kdp del presidente kurdo iracheno Barzani hanno attaccato postazioni vicine al Pkk. Uno scontro durissimo che ha lasciato dietro di sé morti e feriti.

Newroz a Cizre (Fonte: Twitter)

Nella vicina Siria il fuoco è stato acceso a Qamishli, Afrin, Jazira, Aleppo. E a Kobane dove a riunirsi è stata la Federazione della Siria del Nord, il corpo fondato nei mesi scorsi dalle amministrazioni autonome dei cantoni e delle comunità liberate dal giogo dell’Isis. Una federazione che punta a fare da modello per il resto del paese, martoriato da sei anni di guerra civile.

Newroz a Afrin (Fonte: Twitter)

Ma le armi non tacciono: l’operazione del governo turco, lanciata ad agosto 2016, “Scudo dell’Eufrate”, prosegue e ha nel mirino Manbij, città liberata dalle Forze Democratiche Siriane la scorsa estate. Ma non solo: l’intera Rojava è una minaccia per Ankara che va avanti con la costruzione del muro che sta separando i kurdi siriani da quelli turchi. L’appuntamento, a Kobane, è stato sulla collina Mishtenur, dove a gennaio 2015 sventolò un’enorme bandiera con i colori del Kurdistan, a simboleggiare la liberazione dallo Stato Islamico.

Newroz a Kobane (Fonte: Twitter)

E poi c’è la Turchia, Stato che tenta da un secolo di cancellare l’identità kurda. Fino a dieci anni fa celebrare il Newroz era impossibile, vietato dalla legge. E fu proprio durante il Newroz del 2013 che il leader del Pkk Ocalan lanciò il suo messaggio di tregua allo Stato turco, un cessate il fuoco che è stato rotto da Ankara nel luglio 2015, un mese dopo le elezioni parlamentari.

Newroz a Agri (Fonte: Twitter)

Ieri erano milioni i kurdi del Bakur, il Kurdistan turco, che hanno festeggiato nelle piazze e nelle comunità: da Kiziltepe a Antep, da Agri a Cizre, fino a Diyarbakir (Amed in kurdo), considerata la capitale del Kurdistan storico. Secondo le agenzie kurde, erano un milione ieri a Diyarbakir le persone che hanno assistito alle celebrazioni, sotto gli slogan “Vinceremo” e “No” (Hayir) al referendum previsto per il 16 aprile e accompagnato da una durissima repressione da parte governativa del partito di sinistra pro-kurdo Hdp.

Newroz a Dilok (Fonte: Twitter)

I suoi co-leader, Demirtas e Yuksekdag, sono tuttora in prigione, incarcerati lo scorso 4 novembre e in isolamento da allora. Dal palco di Diyarbakir è stato letto il loro messaggio: “Il fuoco del Newroz sta bruciando con gioia nonostante le pressioni e i divieti. Non cederemo di fronte all’oppressore e all’oppressione. Proteggeremo l’onore del nostro popolo ovunque e alla fine vinceremo”. A parlare dal palco di Mardin è stato il deputato Ahmet Turk: “Nessuno dubiti: vinceremo nonostante le politiche di oppressione”. Nena News

 

PIC. Due settimane fa, le rumorose strade di Ramallah sono state inondate dai canti dei giovani che protestavano per l’assassinio di Basel al-Araj.

Il fervente grido della folla era guidato dalla rabbia, il dispiacere, l’indignazione e il crescente risentimento nei confronti dei poteri che continuano a opprimere e soffocare la Palestina.

Nonostante la polizia palestinese non sia presente in maniera massiccia in queste proteste, la sua assenza era meramente una facciata.

“I pupazzi di Oslo non sono qui”, ha gridato una giovane donna.

“Ci stanno ancora cercando”, ha replicato un ragazzo, “sai com’è, devono proteggere Israele”.

L’assassinio di Basel

Nelle prime ore di lunedì mattina 6 marzo, i soldati israeliani hanno fatto incursione nella casa dove Basel si nascondeva e, dopo due ore di confronto armato, sono usciti trascinando il suo cadavere.

Ciò che rimaneva era un appartamento devastato, i vestiti di Basel stracciati su un letto distrutto, mattoni sporchi di sangue e una pila di libri su una mensola rotta.

Dopo che l’Autorità Palestinese lo aveva arrestato lo scorso anno insieme a due giovani con l’accusa di possedere armi non dichiarate e di pianificare un attentato contro Israele, Basel è stato torturato e ha iniziato uno sciopero della fame e l’ANP ha continuato a tenerlo prigioniero per mesi senza accuse.

L’ANP ha usato Basel e altri giovani detenuti per dimostrare il proprio impegno nel coordinamento della sicurezza con Israele.

Solo alcune settimane dopo il loro rilascio dalle carceri dell’ANP, gli stessi giovani sono stati arrestati dai militari israeliani e Basel è stato costretto a nascondersi, interrompendo ogni contatto con la famiglia.

Storie di obiettivi intellettuali

Mentre la famiglia di Basel cerca di elaborare il grave lutto, è fondamentale riconoscere chi ha permesso il suo assassinio.

Basel era l’esempio del palestinese combattente, intellettuale e presenza costante sul campo. Per citare le sue parole, “se non combatti, il tuo intelletto non serve a niente”.

Sono proprio gli intellettuali come Basel che intimoriscono Israele, non solo come singoli ma come potenziali fomentatori di masse nel tentativo di porre fine all’occupazione.

La paura di Israele si è tradotta in una lunga storia di prese di mira e assassini di intellettuali palestinesi, giustificati da motivazioni politiche, da Ghassan Kanafani a Kamal Nasser. Questo è un chiaro tentativo di uccidere la presa di coscienza dei palestinesi e il loro desiderio di liberazione.

Il ruolo dell’ANP nel reprimere le voci dei palestinesi per placare il colonialismo israeliano non è sfuggito ai palestinesi. Recentemente, questi ultimi hanno espresso il proprio disappunto mobilitandosi in una protesta, di domenica, davanti al tribunale giudiziario di Ramallah – dove sono stati ricambiati con bombe a gas, violenza e pestaggi.

Nel caos, e nel tentativo di fermare la polizia che stava picchiando il padre di Basel, una donna ha urlato “è il padre del martire”.

Mahmoud al-Araj è stato portato poi all’ospedale dopo aver riportato ferite. L’ANP ha arrestato altri quattro uomini, tra cui Khader Adnan, attivista famoso per i suoi scioperi della fame.

Oh martire, va’ e riposa

Le proteste di domenica – e la reazione dell’ANP – hanno mostrato ancora una volta fin dove è disposta ad arrivare l’ANP per preservare il proprio rapporto con Israele e mantenersi al potere, anche se questo comporta mettere in atto la stessa strategia repressiva dei soldati israeliani, ormai nota ai palestinesi.

In passato, quando il popolo palestinese piangeva l’assassinio dei suoi martiri e leader, tra cui gli intellettuali, era solito cantare “oh martire, va’ e riposa, noi continueremo a lottare”.

Prima del dirottamento della prima intifada da parte degli accordi di Oslo, si prefigurava una lotta contro un palese regime coloniale israeliano. La Palestina di oggi, tuttavia, combatte contro un colonialismo a più facce, quasi caleidoscopico.

La più sconvolgente dimostrazione di questo è l’Autorità Palestinese. Nata come temporanea e diventata poi permanente, è l’amministratore ad-interim degli accordi di Oslo, che hanno dato i natali alla coordinazione della sicurezza che Mahmoud Abbas ha definito “sacra”.

E’ giusto che Basel venga definito “martire della coordinazione della sicurezza”. Il suo sangue, sparso sul pavimento invecchiato della sua casa, sulle scale e sul cemento fuori dall’edificio di al-Bireh, è una palese dimostrazione di dove Israele può arrivare con la coordinazione della sicurezza.

Oslo: un cavallo di Troia

Questa strategia non è nuova, né esclusiva dell’era Abbas. Sin dall’inizio, Israele ha reclutato i palestinesi come collaboratori per contrastare ogni tipo di resistenza e tentativo di mobilitazione di massa palestinese.

La medaglia d’oro delle reclute israeliane va all’Autorità Palestinese, principale collaboratrice. Con questa, Israele non solo si assicura una fonte consistente di informazioni, ma “regala” ai palestinesi un regime oppressivo e autoritario, alimentato dalle promesse di potere e controllo.

Nel concedere all’ANP l’aspirazione di leadership e tutti i benefici che ne derivano, gli accordi di Oslo e tutto ciò che ne deriva sono stati un cavallo di Troia, usato per dividere ancora di più la lotta.

La disparità tra le ambizioni dell’ANP e dei palestinesi non è teorica. È, nel senso più letterale, una divisione di sangue. Due settimane fa è toccato a Basel. Questa settimana, chi lo sa? Ma il risultato finale sarà sempre il sacrificio dei nostri giovani, che sia in un omicidio o dietro le sbarre.

Affrontare gli ostacoli dell’oppressione

Nonostante i crimini orrendi commessi in patria, agli occhi della comunità internazionale l’ANP si erge imperterrita a rappresentante legittima del popolo palestinese.

Tuttavia, con Cisgiordania e Gaza in conflitto, i palestinesi in esilio o in Israele senza nessuno che li rappresenti, e il crescente despotismo nella regione, l’ANP ha portato i palestinesi a uno stato di disillusione, soppressione e ulteriore divisione.

Dopo i pestaggi di domenica 12 marzo, i manifestanti sono tornati in piazza il lunedì successivo. I canti della folla a Ramallah e gli striscioni recitavano “lo scioglimento dell’ANP è l’unica soluzione”.

Nonostante la storia insegni che nessuna lotta anti-coloniale abbia avuto successo senza il sacrificio di vite, come popolo che sa esprimere il proprio dolore e trasformarlo in migliaia immagini, ci farebbe male smettere di piangere le morti dei nostri cari per gioire della fine delle oppressioni, prima tra queste l’Autorità Palestinese.

Traduzione di Giovanna Niro

Agenzie palestinesi. Al mattino del 22 marzo 2004, gli aerei da guerra israeliani colpirono shaykh Yassin sulla sua sedia a rotelle, mentre stava rincasando dopo aver compiuto la preghiera dell’alba (fajr) nella moschea di Gaza. In quell’attacco terroristico, compiuto da Israele, furono uccisi altri cinque palestinesi; i feriti furono invece 15.

Chi era Yassin. Shaykh Ahmad Yassin nacque nel 1938 nella cittadina di al-Jora, nella provincia di al-Magdel. Dopo la guerra del 1948 la sua famiglia si trasferì nella Striscia di Gaza. In gioventù, mentre era impegnato in un’attività sportiva, ebbe un incidente che lo rese paralizzato. Fu insegnante di lingua araba e di educazione islamica nelle scuole; era un oratore, perciò fu scelto come presidente del Complesso Islamico a Gaza. Fu molto attivo in ambito islamico.

Shaykh Yassin fu arrestato nel 1983 con l’accusa di detenzione d’armi, di aver costituito un’organizzazione militare e d’istigazione finalizzata all’eliminazione dell’entità sionista. Fu processato da un tribunale militare israeliano che lo condannò a 13 anni di detenzione, ma nel 1985 fu liberato nell’ambito dello scambio di detenuti tra Israele e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina – Direzione Generale.

Nel 1987, insieme ad altri attivisti palestinesi di tendenza islamica, fondò il Movimento di Resistenza Islamica “Hamas” nella Striscia di Gaza, il che gli costò la minaccia di essere allontanato. Alla fine dell’agosto 1988, le forze di occupazione israeliane invasero e perquisirono la sua abitazione, minacciandolo anche di espellerlo in Libano.

Il 18 maggio 1989 le autorità di occupazione arrestarono di nuovo shaykh Ahmad Yassin, insieme con altre centinaia di sostenitori di Hamas, nel tentativo di fermare la resistenza armata. Il tribunale militare israeliano, in data 16 ottobre 1991, lo condannava all’ergastolo.

Yassin rimase nelle prigioni israeliane fino al 1° ottobre 1997, quando, in virtù di un accordo tra la Giordania e l’occupazione israeliana, fu liberato in cambio di due collaborazionisti sionisti, arrestati in seguito all’attentato contro Khaled Misha‘al, capo dell’ufficio politico di Hamas.

Al mattino del 23 aprile 2004, gli aerei da guerra israeliani colpirono lo shaykh Yassin sulla sua sedia a rotelle, mentre stava rincasando dopo aver compiuto la preghiera dell’alba (fajr) nella moschea di Gaza. In quell’attacco furono uccisi altri cinque palestinesi; i feriti furono invece 15.

PIC. Una campagna elettronica è iniziata martedì 21 marzo, su social network, con l’hashtag “Madre degli Eroi” per onorare le donne palestinesi durante la festa della mamma.

La campagna, lanciata su Facebook e Twitter, mira a evidenziare il ruolo fondamentale svolto dalle donne e dalle madri palestinesi nella lotta di liberazione nazionale.

L’hashtag è ispirato a una citazione dalla madre di un giovane palestinese ucciso dalle forze di occupazione israeliane.

 

venerdì 31 marzo 2017 - Milano

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Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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