Palestina

Ramallah-PIC. Il Centro studi sui Prigionieri palestinesi ha rivelato che circa 540 Palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, sia uomini che donne, soffrono di malattie agli occhi – cornea, retina, nervo ottico, vie ottiche, disturbi del cristallino e deviazione oculare.

In un rapporto rilasciato domenica, il centro ha attribuito tali malattie al fatto che i prigionieri sono soggetti a torture, incluse percosse, durante le indagini. Inoltre, l’essere tenuti in celle al buio o in penombra, dove i detenuti passano molto tempo, influisce sulla loro vista, ha affermato il rapporto. E ha anche sottolineato che la mancanza di oculisti nelle prigioni israeliane, dove ai detenuti vengono offerti cibo e cure mediche inadeguate, ha aggravato la sofferenza.

Il centro ha fatto appello alle organizzazioni internazionali, in particolare al Comitato Internazionale della Croce Rossa, affinché invii un oculista per visitare i prigionieri palestinesi malati e fornire loro occhiali da vista, che dovrebbero essere sostituiti dopo un periodo inferiore ai due anni.

Traduzione di Laura Pennisi

Palestinian rights supporters say they won’t be silenced by anti-BDS repression.

Il partito curdo-iracheno d’opposizione Gorran chiede al leader del Krg di dimettersi e propone la formazione di un “governo di salvezza nazionale”. Il segretario di Stato Usa Tillerson da Ryadh chiede alla “milizie” iraniane di abbandonare l’Iraq

Masoud Barzani

della redazione

Roma, 23 settembre 2017, Nena News – Non è sicuramente un momento facile per il presidente del governo regionale del Kurdistan (Krg) Masoud Barzani. Dopo aver visto le truppe di Baghdad e le milizie alleate riconquistare, in alcuni casi senza sparare un colpo, i territori che le forze curde peshmerga avevano sottratto dalle mani dello Stato Islamico (Is) dopo sanguinose battaglie, ieri ha subito un duro attacco politico da parte del partito di opposizione Gorran. Gorran (o Movimento per il cambiamento) – che si era opposto in questi mesi al referendum per l’indipendenza perché contrario alla sua tempistica – ha chiesto all’anziano leader curdo di dimettersi, di “sciogliere” il Krg proponendo un “governo di salvezza nazionale”. In un comunicato apparso sul suo sito, Gorran ha accusato Barzani di “essersi rifiutato di ascoltare le nostre istanze e quelle di Baghdad” lasciando così l’intera regione curda “in un terribile crisi”. “Quello che è accaduto ora – recita ancora la nota – non dimostra il fallimento del nostro popolo o della nazione curda. Piuttosto è la sconfitta delle autorità e degli ufficiali che hanno provocato la più grande crisi e disastro per i curdi”.

Proprio quel referedum del 25 settembre che Barzani pensava potesse essere il suo capolavoro politico nonché uno strumento per rinsaldare il controllo del suo partito sull’intera regione autonoma curda, si sta rivelando di ora in ora sempre più un enorme errore. Nonostante infatti il pieno sostegno della popolazione (il 92% votò per il Sì alla secessione dall’Iraq), le grandi potenze internazionali – a partire dagli storici alleati Usa – e regionali avevano a più riprese intimato al presidente di non portare avanti il suo piano. Il leader del Pdk non ha dato loro però ascolto ed ora è costretto a pagare le conseguenze delle sue decisioni.

Politicamente: perché di fatto è stato isolato (e con lui il Kurdistan iracheno). Il silenzio degli occidentali – quando non le felicitazioni pubbliche – di fronte alle recenti riconquiste del governo centrale iracheno a Kirkuk e nelle altre aree “contese” controllate dai curdi non è casuale. Economicamente: se si pensa che le esportazioni di petrolio dal Kurdistan iracheno attraverso il porto turco di Ceyhann si sono più che dimezzate (si viaggia ora sui 200.000-250.000 barili al giorno rispetto ai 600.000 pre-crisi). Per rimediare a questa ingente diminuzione, il governo iracheno ha per ora aumentato le esportazioni a sud, nella regione di Bassora, dove, ha riferito il ministro del petrolio sabato, è stato registrato un aumento nelle esportazioni di 200.000 barili. Baghdad prova a ostentare sicurezza rassicurando gli iracheni che si ritornerà presto alla normalità (lo aveva promesso per ieri, ma questo non si è verificato). Tuttavia questa “normalità” molto probabilmente escluderà il Krg, partner ormai considerato del tutto inaffidabile per il governo centrale.

Dal Kurdistan iracheno le reazioni sono blande: è come se ci fosse la consapevolezza che a rischio non ci sia tanto l’indipendenza della regione quanto l’autonomia stessa ottenuta quasi 30 anni fa. Le tensioni esterne si ripropongono all’interno con le accese polemiche politiche tra i due principali partiti kurdi, il Kdp del presidente Barzani e il Puk dei Talabani, con il primo che accusa il secondo di aver ordinato la ritirata da Kirkuk senza combattere.

Alla crisi interna, non potevano poi mancare le ingerenze esterne. Prima fra tutte quella Usa. Venerdì gli Stati Uniti avevano chiesto a Baghdad di fermare le truppe e di non ingaggiare altri scontri con quelle kurde nelle aree contese precisando però che lo status di quest’ultime non sarebbe stato deciso dall’avanzata delle truppe del governo. Pur senza dirlo esplicitamente, Washington, nei fatti, ha aperto ad un negoziato tra Baghdad e Irbil che al momento appare molto difficile. Ad alzare la tensione ci ha poi pensato ieri il Segretario di Stato statunitense, Rex Tillerson. Da Riyadh, dove ha incontrato alti ufficiali del Golfo, Tillerson ha chiesto ai gruppi armati iraniani di lasciare l’Iraq. “Ora che il combattimento contro lo Stato Islamico sta per finire, queste milizie devono tornare a casa. Tutti i combattenti stranieri lo devono fare”.

Si pronuncia Iraq, ma si legge come al solito Iran: la visita del segretario rientra infatti negli sforzi compiuti dalla nuova amministrazione a stelle e strisce e dalle monarchie del Golfo sue alleate per fermare l’influenza iraniana nella regione mediorientale. L’incontro, del resto, giunge a pochi giorni di distanza dalla decisione del presidente Trump di non certificare l’accordo sul nucleare iraniano lasciando che a decidere su questa spinosa questione sia il Congresso.

In questo quadro geopolitico appare ambiguo il ruolo svolto dall’Iraq di al-Abadi: da un lato ha bisogno di Teheran per sconfiggere lo Stato Islamico, Dall’altro lato, però, ha sempre più l’occhio rivolto all’Arabia Saudita e agli Usa. La partecipazione di Baghdad ieri ad un vertice con la monarchia wahhabita a cui ha preso parte anche Tillerson certifica nuovamente come la forte rivalità tra i due paesi arabi sia solo un lontano ricordo del passato. Nena News

Ma’an e Wafa. In incursioni durante la notte in Cisgiordania e Gerusalemme Est, tra domenica e lunedì, Israele ha arrestato 66 palestinesi, secondo fonti palestinesi e israeliane.

Le incursioni israeliane nelle città, nei villaggi e nei campi profughi palestinesi sono un evento quotidiano sia in Cisgiordania sia a Gerusalemme Est.
Secondo la documentazione delle Nazioni Unite, dal 26 settembre al 9 ottobre le forze israeliane hanno condotto 121 operazioni di arresti in tutta la Cisgiordania prendendo di mira 205 palestinesi, tra cui nove minorenni.

Cisgiordania.
L’esercito israeliano ha dichiarato in un comunicato che 15 giovani palestinesi sono stati arrestati in Cisgiordania per “motivi di sicurezza”. Ha aggiunto è stata trovata una pistola durante le operazioni di ricerca e detenzione nella città di Hebron, mentre un’altra arma è stata trovata nella cittadina di Beit Fajjar a Betlemme.

Gerusalemme Est.
Le forze di polizia israeliane hanno fatto irruzione nel quartiere di al-Issawiya durante la notte e hanno arrestato 51 palestinesi.
Un vasto spiegamento di forze di polizia, intorno a mezzanotte, ha invaso il quartiere da tutti gli ingressi, causando panico e paura tra i residenti mentre un elicottero sorvolava l’area.

Il portavoce della polizia israeliana Luba al-Samri ha dichiarato che 51 palestinesi sono stati detenuti per “disturbi all’ordine pubblico” ad al-Issawiya, tra cui il lancio di pietre e di cocktail Molotov contro i veicoli delle forze di occupazione.

Muhammad Abu al-Hummus, membro di un comitato locale di al-Issawiya, ha dichiarato a Ma’an che le forze israeliane hanno convocato per gli interrogatori diversi palestinesi – incluso l’ex prigioniero Shirin al-Issawi – e che lunedì mattina hanno fatto di nuovo irruzione nel quartiere mentre gli studenti si stavano recando a scuola.

 

L’attacco di venerdì nell’oasi di Bahriya, rivendicato dal gruppo jihadista Hasm, ha causato la morte di 52 agenti (solo 18 per il ministero degli interni). Il presidente al-Sisi promette: “Il loro sacrificio non sarà vano” e il parlamento estende di altri tre mesi lo stato di emergenza

Minya: funerali per alcuni dei poliziotti uccisi venerdì (Foto tratta da Egypt today)

della redazione

Roma, 23 ottobre 2017, Nena News – Centinaia di persone nelle città egiziane di Suez, Gharbiya e Minya, hanno dato l’ultimo saluto sabato alle decine di poliziotti uccisi venerdì notte in un attacco jihadista nell’oasi di Bahariya (370 chilometri a sud ovest del Cairo).

L’imboscata sanguinosa dei miliziani islamisti è avvenuta mentre era in corso un’operazione di sicurezza che aveva come obiettivo la cattura di alcune cellule jihadiste attive nell’area. Secondo alcune fonti, il bilancio delle violenze sarebbe di 18 ufficiali e 35 reclute morti: gli agenti sono stati oggetto di lancio di granate e ordigni esplosivi mentre pattugliavano la zona. Numeri smentiti però dal ministero degli interni che parla di soli 16 agenti uccisi insieme ad almeno 15 jihadisti.

“Questi eroi sono un esempio di coraggio e di amore per la loro patria. I loro sacrifici non saranno vani” ha dichiarato ieri il presidente al-Sisi incontrando i ministri della difesa e degli interni e alcuni ufficiali di sicurezza. “L’Egitto – ha poi rivendicato – continuerà a combattere con tutte le sue forze il terrorismo e i suoi finanziatori finché non verrà annientato”.

A rivendicare l’attacco di venerdì è stato sul web Hasm, gruppo jihadista nato nel 2014 ma dall’affiliazione ancora incerta, che negli ultimi 18 mesi si è reso protagonista di diversi attentati contro poliziotti e giudici. Hasm è solo uno dei tanti gruppi islamisti combattenti che devastano il territorio egiziano facendosi beffe dello stato di emergenza dichiarato inizialmente dal governo nella sola Penisola del Sinai, ma che dallo scorso marzo è stato ampliato a tutto il territorio nazionale. Le formazioni jihadiste hanno nomi diversi: si va dai Soldati del califfo affiliati all’autoproclamato Stato Islamico (Is) responsabili degli attentati più sanguinosi degli ultimi anni (autori degli attacchi contro due chiese al Cairo nel dicembre 2016 e delle stragi di domenica delle Palme a Tanta e Alessandria lo scorso marzo), dai qa’edisti di Murabitun ad Hasm appunto. Questi ultimi sono accusati dalle autorità locali di essere il braccio armato dei Fratelli Musulmani (la Fratellanza nega però l’affiliazione) e hanno avuto spesso come target giudici e poliziotti.

Se è incerto il numero reale delle vittime, quanto accaduto venerdì conferma però nuovamente il fallimento della campagna securitaria del presidente al-Sisi. L’attacco mostra infatti come nessuna parte del Paese può essere immune all’attività del radicalismo islamico: gruppi e formazioni diverse compiono attentati nel cuore delle città egiziane, lungo la costa spingendosi finanche ai confini del deserto. Il segno più tangibile dell’insuccesso securitario dell’ex generale è la penisola del Sinai dove la “Provincia del Sinai”(gli ex Ansar Beit al-Maqdis che hanno scelto questa denominazione dopo aver giurato fedeltà all’Is) fa il bello e cattivo tempo nell’area. Soltanto la scorsa settimana il gruppo ha preso di mira il checkpoint militare di Karm al-Qawadis (6 soldati uccisi) e Arish (le vittime qui sono state sei, di cui tre civili).

A poco o nulla sta servendo nella penisola lo stato di emergenza proclamato dalle autorità: invece di limitare le organizzazioni armate, questo strumento è responsabile soltanto di continui abusi contro i civili (violenze gratuite, arresti arbitrari, coprifuochi e restrizioni di movimento). Secondo gli oppositori di al-Sisi, questi provvedimenti sono controproducenti perché, invece di estirpare il terrorismo jihadista, infiammano le tensioni e lo alimentano. Eppure sono proprio questi strumenti repressivi che legittimano il presidente golpista agli occhi della comunità internazionale come partner fedele nella lotta contro il terrorismo islamico. Poco importa poi che il suo curriculum non brilli tanto nel campo dei diritti umani.

Pertanto, sebbene si stia dimostrando fallimentare, al-Sisi sa che abbandonare il modello securitario-repressivo potrebbe rappresentare un duro smacco all’immagine di “uomo forte” che si è voluto costruire all’estero e che piace così tanto agli alleati occidentali. E così, dopo gli attacchi di venerdì, la risposta delle autorità è stata la solita: ieri il parlamento egiziano ha confermato il decreto presidenziale annunciato da al-Sisi lo scorso 12 ottobre e che estende di altri tre mesi lo stato di emergenza. “Lo stato di emergenza è una misura necessaria. Anche i paesi democratici lo considerano una necessità per preservare la stabilità e la sicurezza”, ha detto il premier Sherif Ismail in aula. “Il governo – ha aggiunto – non ricorrerà a nessuna misura eccezionale che potrebbe intaccare negativamente le libertà e i diritti dei cittadini”. Nena News

 

PIC. Due ministri del governo dell’ANP sono arrivati a Gaza, domenica, attraverso il valico di Beit Hanoun (Erez), per completare le procedure per il trasferimento delle responsabilità della Striscia.

Due delegazioni guidate dal ministro del Governo locale, Husein al-A’raj,  e dal ministro dei Trasporti, Samih Tbeila, sono arrivati nel pomeriggio.

Anche il generale Ismail Jaber, membro del Comitato centrale di Fatah è giunto a Gaza.

Saranno in visita a Gaza anche il ministro dell’Economia, Abir Oudeh, il presidente dei Fondi di investimento palestinese Mohammed Mustafa, il sottosegretario alle Finanze Farid Ghannam, i ministri della Sanità e dell’Agricoltura.

Sabato, il portavoce di Fatah in Cisgiordania, Osama al-Qawasmi, aveva annunciato l’arrivo a Gaza di delegazioni del governo dell’Autorità Palestinese,  insieme a diversi leader del suo partito.

Qawasmi ha spiegato a PIC che lui stesso sarà presente nella delegazione, la quale lavorerà per completare le disposizioni relative all’accordo di riconciliazione.

Hamas, che si sta mostrando molto flessibile nel cedere le istituzioni governative di Gaza all’ANP a seguito dell’accordo firmato al Cairo, ha invitato il governo di Ramallah a lavorare per porre fine alla sofferenza del popolo di Gaza e all’embargo di 11 anni.

Traduzione di F.H.L.

MEMO. Il ministro della Giustizia, Ayelet Shaked, ha nominato un consulente esterno per i casi di insediamento presentati alla Corte Suprema con il fine di determinare le posizioni del procuratore dello stato e decidere cosa dovrebbe dichiarare in tribunale, in modo che, rispetto agli insediamenti, siano “diverse rispetto a quelle del passato”.

Secondo un articolo pubblicato venerdì 20 ottobre da Haaretz, il parlamentare della “Jewish Home” al Knesset ritiene che le sue due maggiori conquiste in qualità di ministro della Giustizia siano state la nomina di parecchi giudici conservatori, religiosi e coloni e il cambiamento della posizione dello stato e del procuratore dello stato riguardo i casi di insediamento presentati alla Corte Suprema.

Il giornale ha evidenziato che il Ministro e i membri più stretti svolgono “riunioni riguardanti i casi di insediamento e riscrivono i documenti in maniera tale che siano conformi ai loro obiettivi, sottolineando anche le loro posizioni davanti ai giudici della Corte Suprema. Shaked non prova neppure a nascondere la sua influenza, ma, al contrario, è orgogliosa di quello che sta facendo e crede che non sia un problema cambiare le regole in vigore al ministero della Giustizia”.

Il giornale ha citato fonti del ministero della Giustizia secondo le quali Shaked non ha voluto aspettare molto: qualche mese dopo aver assunto la carica, aveva già emesso un’ordinanza con la quale stabiliva che qualsiasi posizione o risposta della corte sugli insediamenti o i blocchi di insediamenti sarebbe dovuta passare attraverso l’avvocato Amir Fisher, il quale non è membro della procura dello Stato, ma del Movimento di estrema destra Regavim.

Le fonti hanno aggiunto che Shaked ha creato una nuova posizione per lui con la qualifica di consulente esterno presso il ministero della Giustizia per le questioni relative agli insediamenti, con uno stipendio annuale di circa $100.000. Le fonti hanno dichiarato che qualsiasi dossier o documento riguardante gli insediamenti passa prima dalla sua scrivania, da cui formula le proprie osservazioni e detta linee alla procura.

“È qualcosa che viola alla base la nostra integrità professionale”, ha affermato un avvocato che lavora nel dipartimento per i ricorsi della Corte Suprema. “Forse stiamo diventando il dipartimento dei ricorsi della Casa Ebraica piuttosto che il dipartimento dei ricorsi dello stato d’Israele”, ha aggiunto.

Il giornale ha riportato la dichiarazione di un ex funzionario senior del ministero della Giustizia che afferma: “Nel caso di Shaked, si teme che la sua interferenza derivi dal fatto che i soggetti coinvolti siano i suoi sostenitori politici. Bisogna chiedersi: perché il ministro della Giustizia ha impiegato un consulente esterno, una figura del mondo politico che non è vincolato dalle leggi della pubblica amministrazione né dalle restrizioni politiche imposte su questo tipo di servizio? Questo rivela una forma di diffidenza nell’attuale sistema. È come se Shaked stesse dicendo “non mi fido dei vostri consigli”.

Secondo Hareetz, non ci sono state critiche pubbliche all’interno del ministero della Giustizia perché gli avvocati che lavorano alla Procura di Stato sono ben consapevoli che Shaked è responsabile della loro promozione a giudici nel prossimo o lontano futuro. Uno degli avvocati ha affermato: “Tutti sono cauti quando scrivono richieste o le loro posizioni legali perché sanno che il ministro le rileggerà”.

Traduzione di Antonina Borrello

Former UK PM Blair’s admission that it was wrong to boycott Hamas is typical of Western politicians who gain wisdom after they leave office, but Hamas can turn this to its advantage, says ‘Urayb ar-Rintawi

by Urayb ar-Rintawi – ad Dustour

Former British PM Tony Blair, the International Quartet for the Middle East’s first envoy, has admitted that the West’s decision to boycott Hamas after it won the 2006 legislative elections was a mistake forced by Israeli pressure – a euphemism for ‘blackmail’.

But, as is the custom of American and European officials, Tony Blair likes to don on the garb of ‘wisdom’ after ‘the destruction of Basra’ [everything has been lost] and years after leaving his public position, when their ‘unexpected wisdom’ has lost its political utility, and has turned into a mere document of interest to historians alone.

There is no doubt that Israel’s blackmail of the West played an important role in shaping the latter’s position towards Hamas, and its three unfair preconditions – which are still in place – for accepting it in the political process and international system. But there are other, more significant reasons, most importantly perhaps, is the general Western stance that is opposed to the Palestinian people’s aspirations to freedom and independence, and its excessive and incomprehensible bias in favor of Israel and its national security calculations.

Just like other international officials, Tony Blair did not have to exert much effort to resist Israeli pressure. For he was already very willing go along with Israel’s demands, and in some cases to go even beyond its demands as well.

I remember that shortly after the legislative elections, I had a conversation with a previous head of the [Jordanian] Royal Court. At the time, he predicted that Hamas’ rule in Gaza would collapse within six months at most. I responded: You do not seem to fully appreciate the significance of an Islamist movement coming to power; and I added that Hamas would remain in power for six years, and not six months. It now seems now that I was too pessimistic about Hamas’ future, for the period in which it has been in power is almost twice as long as I predicted.

I also recall saying: For every door that is shut in Hamas’s face in Amman, Cairo, and Riyadh, ten doors will be opened in Damascus, Tehran, and Beirut’s Southern suburbs [Hezbollah]. And this is exactly what happened in fact, before Hamas began its game of leaping between axes and alliances, moving agilely from one to the other. Meanwhile, Hamas remained in power, while Tony Blair did not. It has been tangibly demonstrated that such wagers were totally misplaced, and that the arrows missed their targets, and the calculations were all wrong.

At the time, we predicted that some Arab and international parties’ optimism that Hamas would soon depart the scene stemmed from the projects to stage coups against the movement and the policies of isolating and besieging it. It was clear that an Arab ‘security club’ sponsored by the U.S. with the participation of [former Fatah security official] Mohammad Dahlan, had done all its ‘homework’ and had decided to lead a systematic process of toppling Hamas, its government, along with the legislative elections’ results.

What was confined to speculation and expectation at the time is has now been confirmed by a series of statements and information from Hamas early one, and from the PA subsequently. These ended all doubts and gave rise to certainty that Dahlan was closely involved in the effort to topple the Hamas government and stage a coup against it.

But Hamas succeeded in ‘having its enemies for lunch before they had it for dinner.’ What happened, happened, and the rest of the story is well-known. Today, however, we are witnessing a somewhat different turn of events. This is linked to what is being cooked up by certain regional and international capitals against the background of the growing talk of Trump’s ‘deal of the century’ on the one hand; and on the other, using Hamas’ crisis in and with the Gaza Strip so as restructure the movement, turn it into an edited version of Fatah; but with one fundamental difference: Hamas still enjoys a level of vitality that Fatah – the backbone of the Palestinian national movement – has lost.

There is no political value to Blair’s statements. But they can be useful in a PR campaign that the Palestinian movement can launch and advance, especially if the inter-Palestinian dialogue proceeds down the right path. For as soon as the Palestinian reconciliation’s ‘horses’ reached Gaza, we began to hear the same tune played by Washington and Tel Aviv regarding the Quartet’s preconditions, to which new tunes have been added regarding ‘disarmament’ and ‘Israel as Jewish state’.

“In fact, we may not have to wait long before some Western official – some former one as well– will play us the same tune, but only after ‘Basra has been destroyed’,” concludes Rintawi.

 

Ends…

Un ministro saudita si è precipitato a Raqqa appena strappata dalle Fds allo Stato islamico assieme all’inviato speciale Usa. Sul piatto il futuro del nord della Siria e le aspirazioni del popolo curdo

Unità curde a Raqqa. (Foto: Erik de Castro. Fonte: Daily Beast)

di Michele Giorgio   il Manifesto

Roma, 23 ottobre 2017, Nena News – È impossibile non vedere un collegamento tra le parole pronunciate venerdì dal generale e portavoce delle Forze democratiche siriane, Talal Sillo – «Il futuro politico di Raqqa sarà determinato nel quadro di una Siria decentrata, federale e democratica», ha detto – e la visita alla città appena strappata allo Stato Islamico del ministro saudita per gli affari del Golfo Thamer as Sabhan, accompagnato dall’inviato speciale Usa, generale Brett McGurk. E non è insignificante che i liberatori, in gran parte curdi delle Ypg, abbiano subito consegnato il controllo di Raqqa, città araba oltre i confini del Rojava, non al governo bensì al “Consiglio Civile di Raqqa” formato dai rappresentanti di clan sunniti locali. Il riferimento di Sillo alla «Siria federale» ha fatto scattare l’allarme a Damasco. «Il futuro di Raqqa sarà deciso all’interno della struttura dello Stato siriano», ha replicato il ministro siriano per la riconciliazione nazionale Ali Haidar.

La preoccupazione delle autorità siriane è ben fondata. Se da un lato i curdi da tempo teorizzano una nuova Siria, “federale”, in cui potrà trovare realizzazione la loro aspirazione alla piena autodeterminazione, dall’altro il sostegno diretto che ricevono dagli Stati uniti e l’arrivo a Raqqa del ministro saudita, indicano che è in corso una partita a scacchi dagli esiti incerti e pericolosi. La visita di as Sabhan non può essere letta come un sincero interesse di Riyadh per la ricostruzione di Raqqa distrutta per l’80% da bombardamenti aerei e combattimenti. Il ministro non ha solo incontrato i membri del Consiglio Civile. Ha anche avuto un lungo colloquio con l’ex capo della Coalizione siriana dell’opposizione, Ahmad al Jarba, che aveva reclutato tanti combattenti sunniti per farli unire ai curdi nelle Fds.

Con al Jarba, secondo indiscrezioni di fonte siriana, il ministro avrebbe discusso dell’appoggio saudita, anche economico, alla separazione dalla Siria attuale di Raqqa e di altre porzioni del nord del Paese. Per il giornale online Raia al Youm, l’Arabia saudita mettendo subito piede a Raqqa e mostrandosi vicina ai curdi siriani, segnala a Turchia e Iran, suoi avversari, che avrà un ruolo di primo piano nella definizione del futuro del nord della Siria in armonia, naturalmente, con gli interessi degli Stati Uniti. «Riyadh – spiega Raia al Youm – così facendo ha anche voluto ringraziare il presidente Donald Trump per il suo rifiuto di certificare l’accordo sul programma nucleare iraniano e per le accuse di sostenere il terrorismo e minare la stabilità della regione che ha rivolto a Tehran».

Cosa l’Arabia saudita stia concretamente cucinando non è del tutto visibile. Certo è che l’appoggio della monarchia Saud alla causa curda ha ben poco a vedere con la realizzazione dei diritti dei popoli oppressi. I curdi, pensa Riyadh, con la loro lotta per l’autodeterminazione possono indebolire Siria e Iraq e aiutare indirettamente a contenere l’influenza iraniana in quei Paesi. Per questo, quattro mesi fa, Saleh Muslim, capo delle Fds, è stato ricevuto con tutti gli onori dall’Arabia saudita, dove aveva vissuto per 13 anni tra gli anni ’70 e ’80. In queste ore inoltre i media vicini all’Arabia saudita denunciano il sostegno che Tehran sta offrendo all’offensiva militare di Baghdad nel nord contro i curdi rappresentati come vittime dell’espansionismo iraniano.

I disegni e le speranze dei sauditi però potrebbero rivelarsi inconsistenti, dice l’analista Nidal Hamadeh, alla luce della «inaffidabilità» di Washington «resa evidente – spiega – proprio dalla vicenda di Kirkuk, dove gli americani non hanno mosso un dito per aiutare gli storici alleati curdi iracheni». E lo stesso, aggiunge l’analista, potrebbe accadere anche a Raqqa se Damasco, con l’appoggio del gruppo di Astana (Russia, Turchia e Iran), deciderà di togliere con la forza alle Fds e ai curdi il controllo di quella città. Nena News

Qalqiliya-PIC. Domenica sera, le forze israeliane hanno rapito un agricoltore palestinese e suo figlio, mentre si trovavano nel loro uliveto a Azzun, nel distretto di Qalqiliya. Si tratta di Mohammed Shebita e di suo figli Hamza, di 12 anni. Entrambi stavano raccogliendo le olive sul terreno di proprietà della famiglia.

 

 

MEMO. Di Ramzy Baroud. Alcune promesse vengono fatte e mantenute, altre vengono rinnegate. Ma la “promessa”, fatta da Arthur James Balfour ai leader della comunità ebraica sionista di Gran Bretagna, cento anni fa, nota come ‘Dichiarazione Balfour’, venne onorata solo parzialmente: con essa si istituì uno stato per gli ebrei e si cercò di distruggere la nazione palestinese.
Anzi, Balfour, il ministro degli Esteri della Gran Bretagna che pronunciò la dichiarazione di 84 parole il 2 novembre 1917, era, come molti suoi pari, antisemita. A lui interessava poco del destino delle comunità ebraiche. Il suo impegno, nella fondazione di uno stato ebraico su un territorio già abitato da una nazione prospera e storicamente radicata, mirava soltanto a ottenere l’aiuto dei leader sionisti benestanti nello sviluppo massiccio dell’esercito britannico durante la prima guerra mondiale in corso.
Consapevole o no, Balfour con la sua breve dichiarazione indirizzata al leader della comunità ebraica in Gran Bretagna, Walter Rotschild, avrebbe causato lo sradicamento di un’intera nazione dalle proprie abitazioni ancestrali e devastato diverse generazioni di palestinesi nei decenni a venire. A giudicare dal forte sostegno che i suoi discendenti continuano a dimostrare nei confronti di Israele, si può immaginare che egli stesso sarebbe stato orgoglioso di Israele, e dimentico del tragico destino riservato ai palestinesi.

Questo è ciò che egli scrisse un secolo fa: «Il governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico, e si adopererà per facilitare il raggiungimento di questo scopo, essendo chiaro che nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina, né i diritti e lo status politico degli ebrei nelle altre nazioni. Le sarò grato se vorrà portare questa dichiarazione a conoscenza della federazione sionista».
Il professore palestinese Rashid Khalidi, in un recente discorso all’Università di New York, ha definito l’impegno britannico di allora come un evento che «ha segnato l’inizio di una guerra coloniale, in Palestina, lunga un secolo, sostenuta da un ampio appoggio di potenze straniere, che continua ancora oggi». 

Ma, frequentemente, in genere, il linguaggio accademico e le raffinate analisi politiche, sebbene accurate, mascherano la reale entità delle tragedie che si riflettono nelle vite della gente.
Quando Balfour finì di scrivere la sua ignobile dichiarazione dev’essersi sentito arso dall’efficacia che la sua tattica politica avrebbe avuto nell’ingaggiare i sionisti nelle avventure militari britanniche, in cambio di un pezzo di terra che si trovava ancora sotto il controllo dell’impero ottomano.
Certo, egli non ebbe nessun riguardo per i milioni di arabi palestinesi – sia musulmani che cristiani – che avrebbero sofferto le crudeltà della guerra, della pulizia etnica, del razzismo e le umiliazioni nel corso di un secolo. 
La dichiarazione di Balfour equivalse a un decreto di annientamento del popolo palestinese. Nessun palestinese, ovunque egli si fosse trovato, sarebbe rimasto immune dal dolore procurato da Balfour e dal suo governo.
Tamam Nassar, ora 75enne, è una dei milioni di palestinesi la cui vita è stata segnata per sempre da Balfour. Venne sradicata dal suo villaggio di Joulis, nella Palestina meridionale, nel 1948, quando aveva solo 5 anni.
                                           
Ora Tamam vive con figli e nipoti nel campo profughi di Nuseirat, a Gaza. Afflitta dal peso di anni difficili, e spossata da guerra, assedi e povertà infinita, si aggrappa ai pochi, nebbiosi ricordi di un passato che non potrà mai essere cambiato.
Il nome di Arthur James Balfour, colui che ha segnato il destino della sua famiglia per molte generazioni, condannandola a una vita di desolazione perpetua, a lei dice poco.
Ho parlato con Tamam, chiamata anche Umm Marwan (madre di Marwan), cercando di documentare il passato palestinese attraverso i ricordi personali della gente comune.
Quando lei nacque i britannici avevano già colonizzato la Palestina da decenni, poco dopo la sottoscrizione della dichiarazione Balfour.
Le poche memorie che emergono dalla sua ingenuità si riferiscono soprattutto alle corse dietro ai convogli militari inglesi, per ottenere qualche caramella.
Allora Tamam non incontrò nessun ebreo, o forse sì: ma, poiché molti ebrei palestinesi avevano le stesse caratteristiche fisiche degli arabi palestinesi, lei non coglieva le differenze né era interessata a fare distinzioni. Le persone erano tutte uguali: i suoi vicini a Joulis erano ebrei, questo era tutto ciò che interessava.
Sebbene gli ebrei palestinesi vivessero dietro a muri, steccati e trincee, per un po’ essi camminavano liberamente tra i contadini palestinesi, andavano a fare la spesa nei loro mercati e si rivolgevano loro per richieste di aiuto, perché solo loro, i contadini, sapevano parlare la lingua della terra e decodificare i segni delle stagioni.
La casa di Tamam era fatta di fango e aveva un piccolo cortile dove i bambini si rifugiavano al passaggio dei convogli militari. In breve questi passaggi divennero più frequenti, e i dolciumi che una volta addolcivano le vite dei bambini non vennero più offerti. 
Poi, nel 1948 scoppiò la guerra che fece cambiare tutto quanto. La battaglia intorno a Joulis fu spietata. Alcuni dei contadini che si avventurarono fuori dai confini del villaggio non fecero più ritorno.
La battaglia di Joulis durò poco. Poveri contadini armati di coltelli da cucina e pochi, vecchi fucili, poco poterono contro eserciti avanzati. I soldati inglesi si ritirarono dai dintorni del villaggio per consentire alle milizie sioniste di sferrare il loro attacco, e dopo una breve ma sanguinosa battaglia la popolazione venne cacciata.
Tamam, i suoi fratelli e i genitori vennero fatti allontanare da Joulis e non vi fecero più ritorno. Si spostarono in campi profughi a Gaza, prima di stabilirsi in modo permanente a Nuseirat. La loro tenda venne infine sostituita da una casa di fango. 
A Gaza Tamam visse molte guerre, bombardamenti, assedi e tutte le tattiche escogitate da Israele. La sua fibra è stata indebolita solo dalla fragilità dell’età avanzata e dalla morte prematura di suo fratello Salim e di suo figlio Kamal.
Salim venne ucciso dall’esercito israeliano in un tentativo di fuga da Gaza in seguito alla guerra e alla breve invasione della Striscia di Gaza nel 1956, e Kamal morì in seguito alle torture subite nelle carceri israeliane.


Gran Bretagna: la dichiarazione Balfour fu un disastro
Se Balfour fu attento ad assicurare che «nulla verrà fatto che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi delle preesistenti comunità non ebraiche in Palestina», come mai il governo britannico continua ad essere alleato di Israele dopo tutti questi anni? Un secolo dalla dichiarazione, 70 anni di esilio palestinese, 50 anni di occupazione militare israeliana, non sono una prova sufficiente per dimostrare che Israele non ha rispetto per il diritto internazionale e per i diritti umani, civili e religiosi dei palestinesi?
Invecchiando, Tamam ha ricominciato a pensare a Joulis, cercando il sollievo dei fugaci ricordi piacevoli. La vita sotto assedio a Gaza è troppo difficile, soprattutto per le persone anziane come lei, che combattono diversi acciacchi e forti afflizioni.
L’attitudine dell’attuale governo della Gran Bretagna, che si sta preparando a una grande celebrazione per i cent’anni dalla Dichiarazione Balfour, suggerisce che nulla è cambiato, e che nei 100 anni dall’infausta promessa della Dichiarazione non si è imparato niente.
Ma è anche vero che il popolo palestinese continua a credere alla lotta per la libertà e per la nazione palestinese, che rimangono inalterate, e che né Balfour né tutti i ministri degli Esteri inglesi da allora sono riusciti a scalfire.
Vale la pena meditare anche su questo.

Traduzione di Stefano Di Felice

di Esther Koontz

Faccio parte della Chiesa mennonita [confessione cristiana che discende dagli anabattisti olandesi, ndt.]. Sono anche stata un’insegnante di matematica per quasi un decennio. A causa delle mie opinioni politiche lo Stato del Kansas ha deciso che non posso contribuire alla formazione di altri insegnanti di matematica.

Gaza-PIC. Esam Yousef, presidente del Comitato popolare internazionale per il sostegno a Gaza, ha chiesto di accelerare il processo di rimozione delle misure punitive contro la Striscia di Gaza, in quanto ingiustificate, soprattutto dopo la firma dell’accordo di riconciliazione palestinese sotto la supervisione egiziana al Cairo.

In un comunicato stampa rilasciato venerdì, Yousef ha sottolineato la necessità di mettere urgentemente in pratica le disposizioni dell’accordo, in particolare quelle che dovrebbero portare ad alleviare la crisi attuale nella Striscia di Gaza assediata.

La crisi colpisce oltre 2 milioni di palestinesi gazawi che soffrono per l’assedio israeliano da oltre dieci anni e per le implicazioni della divisione interna.

Ritardare il processo di attuazione di alcune delle procedure e delle azioni previste dalla riconciliazione solleva sospetti sulle vere intenzioni di alcune parti, ha affermato Yousef.

MEMO. L’ultimo libro del professore Ilan Pappé, “The Biggest Prison on Earth: A History of the Occupied Territories” (La più grande prigione sulla Terra: una storia dei Territori occupati) è una revisione della politica israeliana sulla Striscia di Gaza e sulla Cisgiordania. Lo storico fa luce sul meccanismo che è stato creato per governare milioni di palestinesi, che vivono effettivamente in una prigione a cielo aperto da 50 anni. Di fatto, Pappé torna indietro fino al 1948 e porta il lettore in un viaggio attraverso le strategie politiche israeliane sino dalla sua creazione d’Israele nella terra palestinese e sottolinea alcuni momenti cruciali e personaggi principali del conflitto. Nello stesso tempo mostra che l’occupazione totale della Palestina e lo sradicamento della sua popolazione è lo scopo finale dei creatori dello stato sionista. Il libro lascia intendere la sua posizione sull’attuale situazione dei Territori palestinesi, quando Pappé contesta la definizione di occupazione. La sua prima riserva è sul fatto che il termine crea “una falsa separazione tra Israele e le aree occupate”, in modo tale da legittimare la presenza israeliana come stato democratico al di fuori dei Territori palestinesi. Fa quindi un’obiezione al fatto che “occupazione” implica uno stato temporaneo, quando tale situazione è invece la norma per i palestinesi da decenni.

Qui l’intera recensione del libro.

Alta tensione tra il governo centrale e la regione autonoma del Kurdistan. Le esportazioni kurde di greggio sono crollate di due terzi. E ora arrivano anche gli uomini di al-Sadr

Carri armati iracheni a Kirkuk (Foto: Reuters)

della redazione

Roma, 21 ottobre 2017, Nena News – L’intera provincia di Kirkuk è sotto il controllo del governo centrale di Baghdad: dopo la ripresa dell’ultima città del distretto, Altun Kupri, a poche decine di chilometri da Erbil, non ci sono più peshmerga nella principale area contesa del paese.

Stavolta, a differenza della città di Kirkuk e di Sinjar, scontri ce ne sono stati: colpi di mortaio e di artiglieria da entrambe le parti sono andati avanti per alcune ore ieri mattina prima della ritirata dei kurdi che, prima di arretrare, hanno fatto saltare in aria il ponte che da Altun Kupri porta alla capitale del Kurdistan iracheno.

Dopotutto le truppe irachene e le milizie sciite sono a soli 25 km da Erbil. Ma non avanzeranno oltre, assicura Baghdad: l’obiettivo, ripetono i vertici iracheni, non è invadere la regione autonoma ma tornare ai confini precedenti al 2014. È intervenuto lo stesso premier iracheno al-Abadi che ha ordinato all’esercito di fermarsi e non entrare a Erbil, ma di rispettare le frontiere ufficiali definite nel 2003 dopo la caduta di Saddam Hussein.

Dal Kurdistan iracheno le reazioni sono blande, nella consapevolezza che a rischio non c’è tanto il referendum per l’indipendenza quanto l’autonomia già ottenuta quasi 30 anni fa. Le tensioni esterne si riverberano all’interno con polemiche politiche tra i due principali partiti kurdi, il Kdp del presidente Barzani e il Puk dei Talabani, con il primo che accusa il secondo di aver ordinato la ritirata da Kirkuk senza combattere.

Alla crisi interna irachena si aggiungono altri attori. Il leader religioso sciita Moqtada al-Sadr ha annunciato ieri l’invio delle sue Brigate della Pace – l’ex esercito del Mahdi, protagonista della resistenza anti-statunitense nel decennio passato – a Kirkuk, a sostegno dell’esercito iracheno. Al fianco, dunque, di quelle milizie sciite legate all’Iran rivali di al-Sadr. Ma il religioso sa di doversi giocare le sue carte dopo aver trascorso gli ultimi anni a togliersi di dosso l’etichetta sciita per indossare i panni del leader nazionale e non settario, che lo hanno portato fino in Arabia Saudita in chiave anti-Iran.

Interviene anche il Dipartimento di Stato Usa, alleato di Baghdad quanto di Erbil, nel mirino di tanti peshmerga che in queste ore affidano alla stampa la rabbia per il mancato intervento della coalizione al loro fianco. Gli Stati Uniti hanno chiesto ieri a Baghdad di fermare le truppe e di non ingaggiare altri scontri con quelle kurde nelle aree contese. Aggiungono però un elemento in pù: le aree contese restano tali, l’avanzata di Baghdad non ne modifica lo status a favore del governo centrale.

Dichiarazioni che dovrebbero aprire al negoziato, un dialogo chiaramente difficile: quelle zone sono le più ricche di greggio dell’intero Iraq, fonte di ricchezza inestimabile. Soprattutto per Erbil in grave crisi economica: dall’avanzata delle truppe irachene su Kirkuk le esportazioni di greggio attraverso l’oleodotto che arriva alla cita turca di Ceyhan sono crollate di due terzi. Meno di 200mila barili al giorno, invece dei 600mila precedenti. Nena News

MEMO. Giovedì, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che la Valle del Giordano, localizzata nella parte orientale della Cisgiordania occupata, “rimarrà sempre parte d’Israele”.

Secondo il Channel 10 israeliano, il primo ministro ha fatto il discorso nella serata di giovedì durante la cerimonia per i cinquant’anni delle colonie israeliane nel Valle del Giordano.

“La Valle è una cintura strategica di difese per il Paese, e senza di essa la fiumana fondamentalista potrebbe raggiungere l’interno, fino al Gush Dan. Perciò, la nostra linea difensiva orientale inizia lì. Se noi non saremo lì, Tehran e Hamastan ci saranno. Non permetteremo che questo accada”.

La Valle rappresenta un quarto della Cisgiordania occupata e si ritiene abbia le terre agricole più fertili.

Le prime colonie sono state costruite nell’area sotto il pretesto della sicurezza.

Oltre 70 mila autoctoni palestinesi vivono in diverse cittadine della Valle. Gli israeliani che hanno occupato quelle terre sono 9 mila e distribuiti in 21 colonie, che consistono in caserme militari israeliane.

Le colonie israeliane costruite nelle terre palestinesi occupate sono considerate una violazione della legge internazionale.

Traduzione di F.H.L.

L’esperienza di Lema Nazeh, del Comitato di Coordinamento dei comitati popolari nei Territori Occupati, alla Casa internazionale delle donne di Roma: “Sono femminista, attivista politica e palestinese, ho la mia identità ma ritengo importante capire cosa accade fuori, quali ostacoli altre donne già sperimentano. La conoscenza evita radicalismo e chiusura”

Donne ai funerali di Moataz Zawahre, nel campo profughi di Dheisheh (Foto: Chiara Cruciati/Nena News)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 21 ottobre 2017, Nena News – Identità resistenti contro un sistema unico, quello patriarcale declinato in forme differenti – neoliberismo, capitalismo moderno, disuguaglianze velate. Nel caso palestinese il volto è l’occupazione militare israeliana. Ne abbiamo discusso con Lema Nazeh, attivista e vice presidente del Comitato di Coordinamento dei comitati popolari nei Territori Occupati. Porterà la sua esperienza al convegno La libertà delle donne nel XXI secolo, a Roma (presso la Casa internazionale delle donne).

Il Mediterraneo, culla dell’incontro di popoli per millenni, oggi si fa barriera tra due mondi. Eppure quegli stessi popoli restano legati da tradizioni, usi, cultura. È possibile ritrasformarlo in mezzo di scambio positivo?

Per comprendere tale evoluzione vanno analizzati gli elementi politici che definiscono la prospettiva mediterranea. A partire dai cambiamenti radicali che vivono da anni i paesi arabi a causa di guerre, conflitti interni, sollevazioni. E dei movimenti radicali islamisti: hanno un ruolo cruciale nella separazione tra culture perché hanno effetti anche al di là del mare, in Europa. In tale contesto va rilanciato il ruolo dei movimenti delle donne, da sempre spinta alla trasformazione delle società.

Le donne presenti al convegno provengono da paesi europei, nordafricani e mediorientali. Cosa accomuna le loro lotte e cosa le diversifica?

Una piattaforma di questo tipo è fondamentale perché crea una rete di resistenza. Conflitti diversi, problemi diversi e paesi diversi necessitano di strumenti di resistenza comuni. Sono femminista, attivista politica e palestinese, ho la mia identità ma ritengo importante capire cosa accade fuori, quali ostacoli altre donne già sperimentano. La conoscenza evita radicalismo e chiusura. Da parte mia, porterò l’esperienza delle donne palestinesi che da un secolo rifiutano il vittimismo, utile a silenziarle, e rivendicano il loro storico attivismo politico.

Nel suo caso la lotta è contro un’occupazione militare che ha plasmato la società palestinese e anche i movimenti femministi…

La potenza delle donne palestinesi era visibile già un secolo fa: delegazioni delle organizzazioni femministe andavano in Europa per denunciare il colonialismo del mandato britannico sulla Palestina. Da allora, sono sempre state in prima linea, nella lotta e nel negoziato. Senza dimenticare la capacità di mantenere viva l’identità palestinese attraverso la tutela delle comunità e delle singole famiglie nei periodi di peggiore abuso, dalla Nakba del 1948 alle due Intifada. A ciò si aggiunge la loro partecipazione al movimento di liberazione nazionale e all’Olp, fin dai suoi albori.

Non sono mai state una semplice stampella, ma parte integrante del processo decisionale. Lo stesso Olp fece appello alle donne perché partecipassero alla definizione della società che si sognava, rivoluzionaria e post-coloniale. Mi infastidisce l’idea che gli europei hanno delle donne palestinesi e arabe: vittime bisognose di protezione. Un simile atteggiamento ci mina.

Il mondo è dominato da un pensiero patriarcale. La stessa occupazione è un sistema autoritario che ha il suo braccio nell’esercito, strumento tipicamente maschilista di repressione. Lei fa parte dei Comitati Popolari di resistenza: un modello alternativo a quello monolitico e centralista dell’occupazione?

L’idea dei comitati popolari non è nuova nella lotta di liberazione. La Palestina ha sperimentato forme di resistenza diverse, lotta armata, disobbedienza civile, boicottaggio economico, auto-gestione. Tutte si sono realizzate coinvolgendo l’intera società, ogni villaggio, ogni quartiere, ogni strada, persone di tutte le età. L’esperienza della Prima Intifada è un modello: comitati che operavano localmente disegnando una strategia nazionale.

Oggi vogliamo riattivare quella lezione: che ogni villaggio si organizzi sotto l’ombrello di un coordinamento nazionale. I primi sono sorti undici anni fa, dopo la devastazione della Seconda Intifada. Serviva qualcosa che risvegliasse il popolo attraverso il coinvolgimento collettivo a partire dalle realtà più piccole, i villaggi. Da lì sono iniziate le battaglie contro le colonie, il muro, l’immediata forma di occupazione che ogni comunità ha di fronte. È la nostra proposta per il movimento di liberazione: adottare un modello che sia locale e, allo stesso tempo, internazionale. Combattere dalla base e internazionalizzare la resistenza.

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

Oggi la nostra rubrica settimanale sul continente africano vi porta in Sud Sudan, Tunisia, Uganda e Somalia

Una donna in un ospedale in Somalia (Foto: Medici senza Frontiere)

di Federica Iezzi

Roma, 21 ottobre 2017, Nena News

Sud Sudan

Le Nazioni Unite non avrebbero inviato truppe di mantenimento della pace nella città di Yei, in Sud Sudan, mentre gli Stati Uniti continuavano a sostenere le forze governative. Questo secondo riservati documenti delle Nazioni Unite e secondo quanto trapelato dal Dipartimento di Stato statunitense.

In un paio di settimane, a partire dalla fine del 2016, Yei è diventato un centro di pulizia etnica dando vita al secondo più grande esodo di civili in Africa, dopo il genocidio ruandese del 1994. Più di un milione di civili è fuggito in Uganda e si contano decine di migliaia di morti.

Attualmente i peacekeepers dell’Unmiss (United Nations Mission in South Sudan) sono circa 12mila, distribuiti in tutto il paese. Secondo i funzionari Onu occorrerebbero almeno 40mila unità per assicurare la pace all’Uganda. Rimangono dunque vulnerabili l’area di Yei e altri importanti centri abitati come Bentiu, Malakal e Wau.

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Tunisia

I contrabbandieri tunisini offrono ai migranti una nuova strada per arrivare in Europa. Si parte dai porti tunisini di el-Haouania, Kelibia, Sousse, Mahdia, Safaqis, Djerba, Jarjis per arrivare in Sicilia. Tragitti ben noti dal 2011 ai tunisini che fuggivano dalle turbolenze politiche, provocate dal regime del presidente Zine El-Abidine Ben Ali.

Sono già stati rafforzati i controlli dalla marina militare italiana e potenziate le pattuglie di mare tunisine. Nelle ultime sei settimane, la Tunisia è diventata il nuovo hub per i migranti dell’Africa sub-sahariana. Le stime delle partenze parlano almeno di 2.700 persone già partite.

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Uganda

Il Ministero della Sanità ugandese ha confermato un caso di infezione da parte del virus Marburg, responsabile di una febbre emorragica altamente infettiva, simile a Ebola. Il caso, per ora isolato, si è registrato nel villaggio di Chemuron, nel distretto orientale di Kapchorwa.

L’ultimo focolaio di Marburg nello Stato dell’Africa orientale risale al 2014, quando furono identificati 146 casi. Il serbatoio del virus sono i pipistrelli. Non ci sono attualmente trattamenti specifici o vaccini disponibili per Marburg, la terapia è dunque solo di sostegno.

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Somalia

Almeno 300 persone hanno perso la vita e più di 400 sono i feriti nell’attacco che ha colpito la capitale somala Mogadiscio, nello scorso fine settimana. La prima esplosione ha distrutto decine di bancarelle e il famoso Safari hotel nel cuore della città. Pochi minuti dopo la prima esplosione, una seconda autobomba è esplosa nel vicino quartiere di Madina. Ad essere colpito è il quartiere Hamar Jabjab (conosciuto anche come K5), che ospita numerosi edifici governativi, ristoranti e alberghi.

Le limitazioni del sistema sanitario somalo impediscono una risposta medica adeguata. Paesi come Turchia e Qatar continuano a fornendo assistenza umanitaria. A uno dei peggiori attacchi in Somalia, i funzionari rispondono con dubbi. Nessun segno, né rivendicazione dal gruppo islamico al-Shabaab, collegato a al-Qaeda.

Ma è il principale indiziato: secondo fonti dell’intelligence somala, l’obiettivo del camion-bomba non sarebbe stato il centro della città, ma la base turca in costruzione nella capitale: a Voice of America Africa funzionari dei servizi hanno detto che tutte le segnalazioni precedenti e successive alla strage fanno riferimento alla base turca: “L’obiettivo strategico più importante poiché produrrà un esercito organizzato che [per al-Shabaab] va distrutto preventivamente”, ha aggiunto la fonte. Nena News

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Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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