Palestina

The world is not big enough for two asylum-seeking Palestinians.

Unable to access specialized treatment, patients left to "die in silence."

L’8 febbraio 2016 il Centro Palestinese per i Diritti Umani (PCHR) ha presentato due ricorsi separati al Relatore Speciale per la tortura e altri trattamenti crudeli, inumani o degradanti, e al Gruppo di lavoro per la detenzione arbitraria, concernenti i crimini di tortura, trattamenti degradanti e reclusione arbitraria (detenzione amministrativa) perpetrati dalle forze israeliane nei confronti del giornalista Mohammed Osama al-Qeeq (33 anni), del villaggio di Doura, Hebron.

Il 21 novembre 2015 i militari israeliani avevano arrestato Mohammed Osama al-Qeeq, reporter del canale saudita al-Majd, che si trovava in quel momento in casa. E’ stato sottoposto a duri interrogatori, durante i quali veniva torturato, ammanettato, prima di venire incarcerato sotto detenzione amministrativa. Per questo al-Qeeq ha iniziato lo sciopero della fame.

Al-Qeeq prosegue lo sciopero della fame dal 25 novembre 2015, per protestare contro i sei mesi di reclusione amministrativa. Da allora le sue condizioni di salute si sono deteriorate, perciò al-Qeeq è stato portato all’ospedale di Afoulah, Israele, dove si trova tutt’oggi. Fonti delle organizzazioni per i diritti umani riportano che il giornalista soffre di emicranie perenni e dolori allo stomaco e alle articolazioni, vomita sangue e ha perso in tutto 13 kg.

Il 12 gennaio 2016 i militari israeliani hanno sfamato al-Qeeq con la forza, dopo averlo ammanettato, somministrandogli fluidi per via endovenosa, in aperta violazione della sua volontà, il che equivale ad un crimine internazionale, punibile con la reclusione, per coloro che hanno ordinato la procedura e per coloro che l’hanno eseguita.

Quello che l’esercito israeliano sta facendo al giornalista al-Qeeq, un civile, costituisce una chiara violazione delle leggi internazionali e dei diritti umani, in quanto queste azioni costituiscono un crimine contro l’umanità, secondo il paragrafo 1 (e-f) dell’articolo 7 dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale, e dell’articolo 147 della Quarta Convenzione di Ginevra. In più questa condotta è in aperta violazione del diritto di al-Qeeq a subire un giusto processo, che include il diritto di ricevere una difesa adeguata e di essere informato delle accuse nei suoi confronti, diritti garantiti dall’articolo 9 del Patto Internazionale sui diritti civili e politici. Questo crimine viola inoltre la Convenzione contro la tortura e altri trattamenti crudeli inumani o degradanti.

Lo scopo dei ricorsi presentati dal PCHR è di attirare l’attenzione della comunità internazionale sulle sofferenze subite da più di 7.000 prigionieri palestinesi, reclusi nelle prigioni israeliane, inclusi 700 prigionieri in detenzione amministrativa.

Traduzione di Marta Bettenzoli

Il 30 aprile è in programma un concerto di Eros Ramazzotti a Tel Aviv. Unisciti alla campagna per convincerlo ad annullare il concerto e a rispettare l’appello palestinese al boicottaggio di Israele!

  • Con un click, manda un messaggio a Ramazzotti: Non esibirti in Israele!
  • Condividi la petizione sui social network. Di seguito alcuni esempi di Tweet.
    » SCRIVI a @RamazzottiEros: Non esibirti per l'apartheid israeliana. Sostieni i diritti dei palestinesi. 

    » CHIEDI a @RamazzottiEros di sostenere la giustizia e i diritti dei palestinesi. Annulla il concerto in Israele!

    » SCRIVI a @RamazzottiEros: Non esibirti per l'apartheid israeliana. Altro che PƎЯFETTO!
  • Ramazzotti partecipa il 10 febbraio a #Sanremo2016. Tweetare durante lo spettacolo:
    » .@RamazzottiEros cancella la tua esibizione a Tel Aviv, non intrattenere l’Apartheid Israeliana! #Sanremo2016

    » Israele demolisce case palestinesi. @RamazzottiEros Non esibirti in Israele! #Sanremo2016 

    » Oltre 400 i minori palestinesi nelle carceri israeliane. @RamazzottiEros non suonare a Tel Aviv! #Sanremo2016

    » Raid notturni israeliani nelle camere di bimbi palestinesi. @RamazzottiEros non suonare a Tel Aviv! #Sanremo2016 

    » 8000 bambini Palestinesi imprigionati da Israele dal 2000 @RamazzottiEros non suonare x gli oppressori! #Sanremo2016

    » 1266 bambini Palestinesi arrestati da Israele nel 2014. @RamazzottiEros non suonare per l'Apartheid! #Sanremo2016

    » Abusi israeliani su minori Palestinesi diffusi e sistematici @RamazzottiEros non suonare a Tel Aviv! #Sanremo2016

    » Attivist* per i diritti umani si appellano a @RamazzottiEros: non suonare per l'Apartheid israeliana! #Sanremo2016

    » .@RamazzottiEros mentre ti esibisci a #Sanremo2016, a Gaza la gente è senza casa. Annulla il concerto a Tel Aviv!

    » .@RamazzottiEros mentre suoni a #Sanremo2016, Israele fa raid notturni nelle case palestinesi Non suonare a Tel Aviv

  • Tweeta l'hashtag #AskErosRamazzotti. I tweet appaiono sul suo sito.
    » #AskErosRamazzotti: Stai dalla parte degli oppressi o degli oppressori? Non esibirti per l'apartheid israeliana!

    » #AskErosRamazzotti: Perché non unirti agli artisti che sostengono l'appello palestinese x boicottaggio di Israele?

    » #AskErosRamazzotti: Avresti suonato in Sudfrica durante l'Apartheid? Allora perché farlo in Israele?

    » #AskErosRamazzotti Perché lasciare che il tuo talento venga utilizzato per nascondere le violazioni israeliane?

    » #AskErosRamazzotti Perché non ti unisci a ElvisCostello, AngelaDavis, RogerWaters e annulla il concerto in Israele?

    » #AskErosRamazzotti Conosci le violazioni israeliane subite dai bambini Palestinesi? Allora xché suoni in #Israele?

  • Organizza presidi e volantinaggi ai concerti di RamazzottiAcireale (27-28.02), Eboli (01.03), Roma (03-04.03), Torino (06.03), Milano (07.03), Montichiari (11.03), Conegliano Veneto (13.03)
  • Condividi l’immagine

Comunica le iniziativa in programma a bdsitalia@gmail.com


Memo. Hebron, cuore industriale della Cisgiordania, vanta una tradizione secolare nella produzione di oggetti di vetro e ceramiche. Sembra siano stati i Fenici a introdurre le tecniche di soffiatura del vetro in Medio Oriente, ma l’industria palestinese moderna trae probabilmente origine dall’epoca romana.

Prima dell’Intifada del 1987, a Hebron erano attivi molti laboratori, ma solo uno è sopravvissuto alle chiusure forzate imposte da Israele durante la famosa rivolta. Un nuovo impianto ha aperto i battenti in città negli anni ’90, ma il settore non si è mai ripreso.

Hamdi Tawfiq Natsheh gestisce l’impresa familiare ‘Vetri e Ceramiche Natsheh’, ruolo ereditato da suo padre e da suo nonno, che iniziò a lavorare il vetro circa 150 anni fa.

“Avevo solo 7 anni quando ho cominciato a osservare mio padre e mio nonno e a imparare da loro. È un lavoro difficile e ci vogliono anni per raggiungere la perfezione”.

Il laboratorio odierno è stato aperto nel 1976 e Natsheh sostiene che all’inizio gli affari andavano a gonfie vele, ma adesso l’impresa vive un momento di difficoltà: “Per svolgere un’attività del genere serve la pace, a livello politico. I nostri prodotti erano destinati essenzialmente ai turisti, ma oggi pochissime persone visitano Hebron. Con quello che sta accadendo a Gerusalemme, da queste parti arrivano una o due persone alla settimana”.

La famiglia si è impegnata molto per aprirsi al mercato internazionale ed è grazie alle esportazioni che l’impresa riesce a sopravvivere. Circa il 75% dei prodotti sono destinati al mercato estero.

Hebron è tra le città che soffre maggiormente l’occupazione imposta dal 1967 ed è l’unica in Cisgiordania in cui i coloni occupano gran parte del centro cittadino. Sebbene il laboratorio di Natsheh sia situato nell’ingresso settentrionale, lontano dalla Città Vecchia occupata dai coloni e presidiata da una massiccia presenza di militari, i turisti tendono a evitare questa destinazione.

Nonostante le difficoltà, Hamdi Natsheh è visibilmente orgoglioso dell’azienda di famiglia e dei suoi prodotti, ma esprime preoccupazione sul futuro:

“Non vogliamo perdere il patrimonio legato all’artigianato, che rappresenta la storia palestinese, ma oggi non riusciamo a introdurre i giovani a questa nobile arte, perché non vedono prospettive economiche rosee in questo settore”.

Traduzione di Romana Rubeo

L’avvocato e attivista per i diritti umani, organizzatore della commemorazione di sabato scorso, racconta gli ultimi 10 giorni di paure e incertezze.

di Cospe

Roma, 9 febbraio 2016, Nena News – Pubblichiamo il ricordo di Giulio Regeni e il racconto di questi ultimi 10 giorni tra dubbi, timori e, purtroppo, certezze, da parte di Mohamed, avvocato, attivista dei diritti umani, impegnato nei diritti dei lavoratori e collaboratore COSPE proprio in questo ambito. Giulio, che studiava il movimento sindacale egiziano e i vari fenomeni sindacali indipendenti nati dal 2011, lo aveva contattato proprio per avere informazioni e dati. Mohamed, che si era attivato subito dopo la sua scomparsa, è tra gli organizzatori della manifestazione in suo ricordo (sabato 6 febbraio ore 16.00) davanti all’ambasciata italiana al Cairo.

“Il 25 gennaio, Giulio si era mosso dal quartiere di Dokki per incontrare alcuni amici in centro al Cairo, ma non è mai arrivato. E’ scomparso, come altre centinaia di egiziani. Io sono un avvocato, e ho subito ricevuto telefonate da amici italiani ed egiziani che chiedevano aiuto. Con altri miei colleghi abbiamo presto chiesto notizie di Giulio presso diverse stazioni di polizia, invano. Così abbiamo avviato una campagna on line, in cui si chiedeva, a chiunque potesse, di fornire qualsiasi indizio fosse utile.

Quando qualcuno scompare qui in Egitto, la sua nazionalità non fa differenza. Tutti corrono gli stessi rischi: “siamo tutti Egiziani”.

Dopo otto giorni abbiamo avuto l’orribile notizia che il corpo di Giulio era stato ritrovato, circa 50 km lontano da dove era scomparso.
Come tutti gli egiziani, non sappiamo niente di cosa sia successo. Sappiamo solo che il suo corpo morto riporta segni di torture: allora, cosa è accaduto?

Fosse stato rapito da criminali, sarebbe seguita una richiesta di riscatto. Fosse stato rapito da terroristi, sarebbe seguita una rivendicazione. Ma la vera domanda è questa: chi può aver rapito un cittadino straniero da Dokki, il 25 gennaio, mentre migliaia di soldati e poliziotti erano dislocati per quelle strade?

Ci sono tante altre domande, è tutto e possibile in questa folle situazione, in cui contiamo ormai una vittima al giorno, tra morti, arresti e scomparse. Spero che potremo conoscere la verità su Giulio attraverso indagini corrette, con una vera collaborazione tra le autorità italiane ed egiziane.

Del resto, da cittadino egiziano, credo che quanto è accaduto a Giulio, e a migliaia di altri egiziani, vittime come lui, è la logica conseguenza del credito attributo dai governi e dalla comunità internazionale al regime egiziano, senza condizioni, senza richieste di misure concrete nel campo dei diritti umani, della democrazia e delle riforme istituzionali.

A tutti i miei amici italiani dico che questo è ciò che affrontiamo ogni giorno in Egitto, e che purtroppo abbiamo migliaia di Giulio egiziani. Per favore, insistete nella ricerca della verità e delle responsabilità dei colpevoli, per darci la speranza che un giorno, insieme, potremo restituire i loro diritti a tutti i Giulio”.

Le parole di Mohamed trovano conferma nei dati riportati da numerose organizzazioni internazionali (Amnesty, Human Rights Watch, Frontline Defenders): negli ultimi due anni sono 12.000 le persone arrestate con l’accusa di terrorismo e che si vanno ad aggiungere alle oltre 22.000 ancora in carcere senza accuse ufficiali dal 2013, 340 le persone scomparse invece, solo dall’anno scorso. A molti degli attivisti che ancora vivono al Cairo, sono stati interdetti i viaggi e bloccati i passaporti: tra loro alcuni nostri amici e partner come Gamal Eid di ANHRI (Arab Network for Human Rights) e i giornalisti Esraa Abdelfattah e Ismail Iskandarani, di cui abbiamo denunciato i casi. Mentre il blogger Alaa Abdelfattah sta scontando 5 anni di carcere dopo un processo sommario e false accuse.

COSPE si unisce all’appello di Mohamed e alle manifestazioni di cordoglio per Giulio Regeni, a ragione definito “la meglio gioventù italiana”: ricercatore, poliglotta ed entusiasta cittadino del mondo. E ora chiediamo che il Governo Italiano persegua la ricerca della verità e non si faccia frenare da ragioni di realpolitic; chiediamo che i diritti umani siano dirimenti quando si concludono accordi e si stringono alleanze su questioni migratorie, di sicurezza ed economiche. Chiediamo che la commissione di esperti italiani arrivati al Cairo per condurre le indagini vada fino in fondo. Giulio lo merita. Tutti gli egiziani lo meritano.

La Knesset sospende Zoabi, Ghattas e Zahalka per aver fatto visita alla famiglia di un giovane che aveva compiuto un attacco a ottobre e il cui corpo non è stato ancora riconsegnato. Ancora tensioni nei Territori Occupati

Al centro la parlamentare palestinese Hanin Zoabi e a sinistra Jamal Zahalka (Foto: Yonatan Sindel/Flash90 )

della redazione

Roma, 9 febbraio 2016, Nena News – Ieri sera tre parlamentari palestinesi alla Knesset sono stati sospesi. La loro colpa è di aver fatto visita alle famiglie di alcuni giovani responsabili di attacchi in questi mesi di violenze. Ad allontanare dagli scranni del parlamento per quattro mesi Hanin Zoabi e Basel Ghattas e per due mesi Jamal Zahalka è stato il comitato etico della Knesset. I tre, tutti membri del partito Lista Araba Unita, sorpresa delle ultime elezioni, potranno comunque partecipare ai lavori delle commissioni.

I tre avevano incontrato i familiari di Baha Alayan, giovane di Gerusalemme che attaccò un autobus il 13 ottobre e uccise, insieme ad un altro palestinese, due israeliani prima di venir ammazzato dalle forze israeliane. Il suo corpo non è stato ancora riconsegnato alla famiglia, una pratica spesso usata per esasperare gli animi e giustificata dalle autorità di Tel Aviv come modo per prevenire i funerali e quindi ulteriori proteste.

La Lista Unita ha reagito alla decisione con un comunicato nel quale accusa il premier Netanyahu di “incitamento” e di aver dato vita ad “una campagna di agitazione che ha indotto ad una decisione miserabile e anti-democratica”.

Difficile non vedere nella decisione di sospensione la mano del premier israeliano Netanyahu che domenica, in consiglio dei ministri, aveva chiesto al procuratore generale di prendere misure contro coloro che “vanno a confortare le famiglie degli assassini”. “Tali membri della Knesset non meritano di esserne parte. Chiedo al presidente del parlamento di esaminare le misure da prendere contro di loro”, aveva concluso il premier. Poche ore dopo un disegno di legge veniva presentato alla Knesset: la sospensione di un parlamentare sarà possibile se a votare a favore saranno almeno i tre quarti dei colleghi, ovvero 90 parlamentari.

Alle elezioni dello scorso anno la nuova formazione, che vede insieme palestinesi e israeliani anti-sionisti, aveva ottenuto 13 seggi su 120, terza forza politica alla Knesset. Una vittoria non da poco per i palestinesi cittadini israeliani, che – pur rappresentando il 20% della popolazione totale – soffrono per una radicata esclusione istituzionale dalle questioni interne del paese.

La presa di posizione di Netanyahu è figlia delle difficoltà politiche in cui il premier rischia di affondare: con una sollevazione che va avanti ormai da oltre quattro mesi, con 30 israeliani e 170 palestinesi uccisi, con l’impossibilità – come chiede il paese – di garantire piena sicurezza non trattandosi di lotta armata ma di atti individuali, Bibi rischia di venire travolto dai nemici-amici. Ovvero da quelle formazioni di ultradestra, vicine se non figlie del movimento dei coloni, che chiedono il pugno di ferro e vedono nell’attuale ciclo di violenza la migliore delle occasioni per portare avanti il progetto coloniale e la distruzione della cosiddetta soluzione a due Stati.

A monte sta un’occupazione lunga sette decenni, profondamente sentita e subita dalle generazioni giovani spesso protagonoste di attacchi in questi mesi. Questa mattina due ragazze palestinesi sono state arrestate nella Città Vecchia di Gerusalemme da poliziotti di frontiera perché accusate di voler compiere accoltellamenti. Questo è quanto riportato dalla portavoce della polizia, Lubna al-Samri, ma non si hanno per ora altri dettagli o testimonianze dei presenti.

Sempre tesa la situazione in Cisgiordania dove proseguono le punizioni collettive contro la popolazione palestinesi: nel fine settimana le autorità israeliane hanno revocato i permessi di lavoro a tutti i palestinesi residenti a Qabatiya, il villaggio di provenienza dei tre giovani che hanno ucciso una poliziotta israeliana a Gerusalemme. La comunità aveva già subito giorni di blocco totale, raid e perquisizioni. Un blocco che aveva portato a scontri tra i militari israeliani e i residenti: 13 di loro sono rimasti feriti, tra cui un ragazzo di 15 anni investito da una jeep e ora in gravi condizioni e un 24enne colpito all’addome da una pallottola. Nena News

Cisgiordania-Imemc e PIC. Martedì mattina, i soldati israeliani hanno invaso diverse aree della Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, e hanno rapito 7 Palestinesi.

Le truppe di occupazione hanno invaso la città di Hebron, la vicina cittadina di Beit Ummar, e fatto irruzione in decine di abitazioni, arrestando due Palestinesi.

I soldati hanno sparato lacrimogeni e granate a percussione durante scontri con gli studenti, scoppiati a Hebron, causando decine di intossicati da gas lacrimogeni, soprattutto vicino alla moschea Ibrahimi.

Hanno anche installato posti di blocco alle entrate principali delle cittadine di Sa’ir e Halhoul, al raccordo di al-Fawwar e all’entrata nord di Hebron, bloccando e ispezionando decine di auto e interrogando i passeggeri.

I militari hanno rapito una studentessa di 13 anni che camminava vicino alla colonia illegale di Karmie Tzur, con la scusa di aver trovato un “coltello nella sua borsa”.

Le truppe israeliane hanno invaso la città di Qabatia, a sud di Jenin, scatenando scontri con i giovani locali.

I soldati hanno sparato lacrimogeni e raffiche di munizioni letali.

A Gerusalemme, i militari hanno rapito una ragazza di 16 anni nell’area di Bab al-‘Amoud, per un presunto tentativo di accoltellamento.

Ramallah hanno installato blocchi militari vicino a una scuola adiacente alla strada coloniale n. 443.

Il direttore della scuola, Samer Bader, ha dichiarato che i soldati hanno invaso il plesso due volte, lunedì, con il pretesto che alcuni studenti avrebbero lanciato pietre contro le auto dei coloni e i veicoli militari. Tuttavia, l’accusa israeliana è stata smentita dalle registrazioni delle telecamere di sorveglianza della scuola.

 

Centinaia di migliaia di sunniti iracheni costretti in comunità ai margini vedono aumentare i casi di depressione e ansia. A offrire sostegno è Medici senza Frontiere che sfida lo stigma della salute mentale. Lasciandoli raccontare il loro conflitto

In fila per la clinica di Msf (Foto: Chiara Cruciati)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Kirkuk, 9 febbraio 2016, Nena News – Immaginate di veder sfumare in un giorno solo la vostra vita. Di veder scomparire in poche ore la quotidianità dei gesti, il vostro lavoro, il vostro ambiente sociale. Meno di ventiquattro ore e quelle che erano le vostre certezze non esistono più. Siete in fuga dalle bandiere nere e dalla brutalità di miliziani che dicono di professare la vostra stessa fede, ma che vi perseguiteranno e opprimeranno nascondendosi dietro un’interpretazione della religione lontanissima da quella in cui avete sempre creduto.

Questo è stato ed è il destino delle comunità sunnite fuggite dalle province irachene di Anbar, Ninewe, Salah-a-din. Milioni di persone che all’arrivo dello Stato Islamico hanno cercato riparo nel Kurdistan iracheno e a est, verso Baghdad. Centinaia di migliaia di loro, però, si sono trovati la porta sbarrata. Come quelli bloccati a Kirkuk: nella provincia sarebbero almeno 400mila le persone fuggite dalle comunità sunnite a ovest. Sono guardati con sospetto dai kurdi iracheni che associano i sunniti allo Stato Islamico, ma vengono respinti anche dalle città sciite a est e a sud: Baghdad chiude l’accesso per evitare uno sbilanciamento demografico, figlio di settarismi interni e politiche divisorie.

La clinica di Msf (Foto: Chiara Cruciati)

E così restano dove sono, in una zona cuscinetto isolata dalle principali città e quindi da un minimo di stabilità sociale ed economica. Evitano di muoversi in un’area militarizzata, dove gli scontri tra milizie sciite e peshmerga kurdi sono ormai all’ordine del giorno. Vivono in condizioni miserabili, senza denaro, senza un lavoro, impossibilitati a rientrare nei propri villaggi, pesantemente bombardati dalla coalizione anti-Isis.

Molti di loro si sono ritrovati a vivere (o sopravvivere) in villaggi poveri, in comunità ai margini, senza la possibilità di trovare rifugio nelle zone sciite controllate dal governo di Baghdad o in quelle kurde sotto Erbil.

Il villaggio di Omar ne è un esempio: comunità piccola, poverissima, che sopravvive vendendo latte e formaggio, oggi ospita centinaia di sfollati, sunniti iracheni, provenienti da villaggi vicini. Molti fanno parte della tribù Shamar, vivevano in villaggi a pochi chilometri di distanza: te li indicano, sono là dall’altra parte di quella grande strada. Oggi vivono in tende o in case di fango, con l’inverno che peggiora le già precarie condizioni di vita.

Le necessità si moltiplicano: un tetto sopra la testa, cibo, coperte, vestiti, una scuola per i bambini. L’assistenza fornita a nord dall’Onu qua è assente, a causa della scarsa sicurezza e degli ostacoli posti dalle diverse autorità, strati che si sovrappongono.

A tamponare l’emergenza c’è Medici Senza Frontiere. Partono il mattino preso da Kirkuk e mezz’ora dopo sono ad Omar: preparano gli ambulatori dentro una delle strutture del villaggio. Con tendaggi colorati dividono lo spazio a disposizione per garantire ai pazienti un po’ di privacy. In un angolo creano la farmacia: i medicinali vengono posti in file ordinate, pronti ad essere consegnati.

Fuori inizia a formarsi una piccola folla: donne, uomini, bambini, pronti a farsi visitare. A sinistra le donne, a destra gli uomini. I bambini ne approfittano per giocare nel cortile. Alle malattie prevedibili tra sfollati con poco cibo a disposizione e il freddo invernale si aggiunge un altro problema: quello psicologico derivante dalla fuga, lo sfollamento, la perdita della propria vita quotidiana e del controllo del proprio destino, la dipendenza da aiuti esterni.

Medici Senza Frontiere porta avanti il progetto di salute mentale in molte comunità nella zona di Kirkuk: offre un sostegno preliminare, una terapia di base a causa delle difficoltà a garantire il follow-up: «Operiamo attraverso l’individuazione dei cosiddetti sintomi fisici multipli inspiegabili, ovvero sintomi che non sono legati ad alcuna malattia fisica e che quindi, con molta probabilità, sono da ricollegare a problemi mentali – spiega al manifesto Susana Borges, capo progetto a Kirkuk – Una volta che i nostri medici li identificano, mandano i pazienti dai nostri assistenti sociali e dagli psicologi che iniziano a trattare il disturbo».

Il villaggio di Omar, a Kirkuk (Foto: Chiara Cruciati)

I risultati di una tale attività potrebbero stupire un profano: i casi più comuni non sono i disturbi da stress post-traumatico, ma ansia e depressione. «Reazioni normali a situazioni anormali: queste persone stanno vivendo in condizioni di vita caratterizzate da disoccupazione, assenza di prospettive per il futuro, la perdita delle proprie certezze. La depressione e l’ansia sono reazioni del tutto normali». Normali ma per la società irachena non così facilmente affrontabili: nel paese non esistono strutture per la salute mentale, non esistono competenze né medici specializzati, non esiste un budget destinato. «Nei casi gravi ci si limita a distribuire farmaci, senza prevedere alcuna terapia. Una realtà frutto della concezione della salute mentale come stigma sociale: la associano subito alla pazzia e tendono ad isolarla e nasconderla, senza capire che si tratta di reazioni assolutamente normali in un contesto di violenza ciclica».

Una violenza che in Iraq colpisce da decenni, tanto radicata da aver provocato la scomparsa di molti sintomi di disturbo psicologico: chi ha superato precedenti traumi senza alcun sostegno tende a cancellare le emozioni che questi traumi provocano, entra in una sorta di apatia. Non c’è più emozione, ma aggressività, rabbia.

«Evitiamo di fare diagnosi per non spaventare i beneficiari – continua la Borges – Lavoriamo guadagnandoci la fiducia delle comunità e organizzando sessioni comuni, incontri in cui spieghiamo cos’è la salute mentale e quali sono le naturali reazioni a situazioni di tensione come quelle vissute dagli sfollati. E poi operiamo, quando possibile, con gruppi di supporto: i beneficiari si incontrano, discutono, condividono esperienze e si rendono conto di avere problemi simili. È una terapia di base ma estremamente efficace».

«I pazienti vengono coinvolti nella terapia: qui più che in altri contesti è fondamentale a fornire alle comunità strumenti di resilienza. Qui il conflitto è cronico, la violenza è ciclica, non ha un inizio e una fine. È necessario attivare strumenti di difesa e rafforzamento comunitario».

Ci spostiamo in un’ampia tenda nel centro del villaggio di Omar. Alla spicciolata arrivano 19 donne, prenderanno parte ad un primo incontro di gruppo. La giovane assistente sociale di Medici Senza Frontiere, Shihad, poggia a terra un thermos di caffè. E inizia a parlare, a spiegare cosa significhi sentirsi oppressi, senza speranza, spaventati dal futuro. Reazioni normali.

Le donne si aprono: una alla volta ripetono le stesse cose, gli stessi traumi. E le stesse sensazioni: «Non riesco a dormire – dice Ayah – Notti intere senza dormire, vedo teste mozzate. L’Isis ha ucciso mio figlio». «Sono sempre nervosa, qualsiasi cosa mi fa arrabbiare». «Di fronte a me vedo persone uccise, ammazzate dalle bombe. Vedo i loro volti». «Ho sempre paura». «Penso alla nostra vita di prima e a quella di oggi, abbiamo perso tutto».

 

 

New claims from Human Rights Watch: “The government-backed militians are committing war crimes against the Sunni villages they re-took from Daesh”. Destroyed houses, abductions and arbitrary executions; Iraq gets dragged into the abyss of sectarianism.

 

di Giovanni Pagani 

Rome, February  9th, 2016, Nena News – According to various human rights organisations, Shiite paramilitary militias deployed by Baghdad to fight the ‘caliphate’ were allegedly responsible for new actions of sectarian violence last month. The most recent episode occurred in Diyala region – northeast of Baghdad – after that two separate explosions in a café of Muqdadiya, on January 11th, triggered violent reprisals from Shiite armed groups. “I know the militiamen and others who roamour streets. They are from the area – explains a local source to Human Rights Watch (HRW) – ISIS may have been behind the café bombing, but the attacks on Sunni houses, mosques, and people in our area was the League of the Righteous”.

Together with the Badr Brigades, the League of the Righteous currently represents the main Shiite militia in Iraq. They both have parliamentary representation and act within the framework of the Popular Mobilization Front (PMF); while being trained, funded and controlled directly by the Iranian Revolutionary Corps. The Badr Brigade – according to many the most influential military and political actor in Iraq – were established in 1980 by Hadi al-Amiri, it was extensively supported by Tehran and it harshly fought Saddam Hussein as Iranian proxy between 1980 and 1988. The League of the Righteous, born instead as a splinter of the broader Mahdi Army, was established by Qais al-Khazali in 2006; and got largely employed by premier al-Maliki to both replace police forces and thwart political dissidents within the Shiite community. Both the paramilitary organizations fought against US and British troops until 2011; when the occupation forces’ withdrawaleventually paved the way for their political integration.

Within this framework, if the Badr Brigade and the League of the Righteous’ closeness to al-Maliki government – and the latter’s ties with Tehran – favoured al-Amiri and al-Khazali’s political legitimation; the threat posed by the ‘caliphate’ eventually provided their militias with greater military legitimacy, also due to a crumbling Iraqi Army, as a result of its dissolution in 2003 by US experts. Moreover, when the collapse of Mosul made regular forces’ lack of preparation irremediably evident, ayatollah al-Sistani issued a fatwa against Daesh; inviting Iraqi Shi’as to join the PMF and to move jihad on the ‘caliphate’.

Almost 7,000 volunteers promptly answered the call, further widening the disproportion between regular and paramilitary troops. It is indeed commonly believed that while the former counts no more than 50,000 men, the latter can at least rely on 120,000 militiamen. To this last extent, when the government in Baghdad moved siege to Tikrit – Saddam Hussein’s hometown – in march 2015, official sources reported that among the 23,000 soldiers on the field, only 3,000 belonged to the regular forces; while the remaining 20,000 were directly accountable to the Iranian Gen. Qassem Suleimani. The latter, was also seen directing military operations along with al-Amiri, leader of the Badr Brigades and a close friend of him.

The first warnings concerning war abuses were launched by HRW and other human rights organisations in February 2015. Few months after the beginning of a ‘liberation’ campaign with American support. HRW noticed that the first signs of sectarian violence were already evident after the re-take of Amerli, in summer 2014, when numerous Shiite militias, fighting alongside regular forces, had set on fire various Sunni houses and commercial activities in Saleh el-Din and Kirkuk. Moreover, a report drafted by the same organisation last September highlighted how similar episodes had also occurred after Tikrit’s ‘liberation’, when at least 1,400 houses were looted and 160 men abducted. Finally, arbitrary executions of Sunni tribesmen have been also denounced by some reports of the UNAMI –United Nations Assistance Mission in Iraq – the most recent being released on January 19. According to these documents, sectarian violence has become indeedpraxis in the liberation’s aftermath.

Shiite militias’ atrocities against Daesh-controlled areas deeply ground their roots in the last some thirty years of Iraqi history. From the war against Iran (1980-88) to the US-led invasion in 2003; and from the repression of the Shiite majority by Saddam to al-Maliki’s rise to power in 2006. “The League of the Righteous considers to be Saddamis all Sunni Iraqis – explained a local source to Amnesty International last January – many got dragged onto the street and arbitrarily killed”. Moreover, since the caliphate’s territorial extension is limited to northern Iraq’s Sunni areas, Baghdad’s large use of sectarian militias makes the risk of ethnic cleansing even more concrete.  “We burn and destroy al-Dur (Tirkit province) because all its inhabitants support Daesh or the Baath”, declared for instance a PMF militiaman to Human Rights Watch last year.

In other words, the Badr Brigades and League of the Righteous’ aversion to the Sunni regions is as motivated by Tehran’s confessional interests as justified by Saddam Hussein’s former atrocities. And if the power structures built by Saddam largely privileged the Sunni minority, and few tribes from Tikrit, eight years of al-Maliki government reproduced analogous clientelistic logics within the Shiite community. Moreover, while the close collaboration among al-Maliki, Tehran and the militias stoked up vengeance against the Sunnis, the threat posed by Daesh allowed hiding paramilitary forces’ misdeeds behind the ‘liberation’ campaign. Hence to obtain a political legitimacy that only Washington’s renewed support and US-Tehran rapprochement could actually guarantee.

Within this framework, despite the current premier Haider al-Abadi officially tried to bring the PMF under the regular forces’ umbrella – thus taking responsibility for their conduct on the field- the abovementioned episodes show that sectarian logics and Iranian encroachment represent major hindrances to Baghdad’s control over its territory and itsarmed forces. Not only does this risk perpetuating and worsening sectarian hatred in the country, but it more seriously feeds Sunni tribes’ distrust towards Baghdad; hence their reluctance to fight the ‘caliphate’ in the name of Iraq. Nena News

You can find the Italian version of this article here

 

Human Rights Watch: “I miliziani appoggiati dal governo commettono crimini di guerra contro i villaggi sunniti strappati a Daesh”. Abitazioni distrutte, sequestri ed esecuzioni sommarie: così l’Iraq sprofonda nel baratro dello scontro settario

di Giovanni Pagani

Roma, 8 febbraio 2016. Nena News – Secondo quanto denunciato da diverse organizzazioni per la tutela dei diritti umani, le milizie paramilitari sciite impiegate da Baghdad nella lotta al “califfato” avrebbero commesso nuovi atti di violenza a sfondo settario nell’ultimo mese. L’ultimo episodio si sarebbe verificato nella regione di Diyala, a nord-est di Baghdad, dopo che due esplosioni avvenute l’11 gennaio in un caffè di Muqdadiya avevano innescato la violenta rappresaglia da parte dei gruppi armati sciiti.

“Conosco molti dei miliziani che girano per le nostre strade e buona parte di loro proviene dalla zona – ha spiegato una fonte locale a Human Rights Watch – Lo Stato Islamico poteva anche essere dietro agli attentati nel caffè, ma gli attacchi sferrati contro le case e le moschee sunnite sono senza dubbio opera della Lega dei Virtuosi”.

Assieme alle Brigate Badr, la Lega dei Virtuosi rappresenta oggi la più numerosa milizia sciita in Iraq. Entrambe sono rappresentate in parlamento e operano nel quadro del Fronte di Mobilitazione Popolare (PMF); godendo del sostegno della Guardia Rivoluzionaria Iraniana, dalla quale ricevono addestramento, armamenti e direttive.La Brigata Badr, secondo molti la fazione politica e militare più potente in Iraq, fu fondata nel 1980 con l’aiuto iraniano da Hadi al-Amiri – tuttora leader carismatico – e combatté duramente Saddam Hussein per conto di Tehran tra il 1980 e il 1988. La Lega dei Virtuosi, nata invece a seguito di una scissione dalla più ampia armata Mahdi, fu creata da Qais al-Khazali nel 2006 e fu largamente usata dal premier al-Maliki sia per azioni di polizia sia per neutralizzare il dissenso politico all’interno della stessa comunità sciita. Entrambe le organizzazioni paramilitari combatterono inoltre le truppe britanniche e statunitensi fino al 2011, quando il ritiro definitivo delle forze di occupazione spianò la strada alla loro integrazione politica.

In questo quadro, se la vicinanza delle Brigate Badr e della Lega dei Virtuosi al governo di al-Maliki favorì la legittimazione politica di personaggi come al-Amiri e al-Khazali, la minaccia posta dal “califfato” ha conferito alle rispettive milizie maggiore legittimità militare, complice anche l’inadeguatezza dell’esercito iracheno, a seguito del suo scioglimento nel 2003 per volere statunitense.

Infine, quando la caduta di Mosul rese evidente l’impreparazione delle truppe governative, l’ayatollah al-Sistani – su invito del premier al-Maliki – pronunciò una fatwa contro lo Stato Islamico, invitando i giovani sciiti a intraprendere iljihad contro Daesh e ad unirsi alle fila del Fronte di Mobilitazione Popolare. Circa 7mila volontari risposero prontamente alla chiamata, andando così ad ampliare la sproporzione tra governativi e paramilitari. A tal proposito, si pensa che, mentre i primi contano non più 50mila uomini, i secondi possano fare affidamento su almeno 120mila miliziani.

Quando il governo di Baghdad mosse all’assedio di Tikrit – città natale di Saddam Hussein – a marzo 2015, fonti ufficiali riportarono che dei 23mila uomini dispiegati sul campo, solo 3mila appartenevano all’esercito governativo,  mentre la restante parte era formata da milizie sciite agli ordini del generale iraniano Qassem Soleimani. Quest’ultimo, fu inoltre visto dirigere le operazioni militari al fianco di al-Amiri, suo amico intimo e leader delle Brigate Badr.

I primi avvertimenti di Human Rights Watch e di altre organizzazioni per i diritti umani furono lanciati a febbraio del 2015, a pochi mesi dall’inizio della campagna di liberazione del paese lanciata da Baghdad con appoggio statunitense. Secondo quanto evidenziato da HRW, già un anno fa, i primi segnali di violenza settaria si erano infatti verificati dopo la riconquista di Amerli, nell’estate 2014. Le numerose milizie sciite che avevano combattuto al fianco dell’esercito avevano dato fuoco a numerose case e attività commerciali nelle aree sunnite di Salahel-Din e Kirkuk. In un report redatto poi dalla stessa organizzazione lo scorso settembre, fu evidenziato come analoghi episodi di rappresaglia verso le comunità sunnite ebbero luogo dopo la ‘liberazione’ di Tikrit, quando almeno 1.400 abitazioni vennero distrutte e 160 uomini fatti sparire. Esecuzioni sommarie nei confronti delle tribù sunnite sono state denunciate anche in diversi resoconti della Missione di Assistenza in Iraq per le Nazioni Unite (UNAMI) – l’ultimo risale al 19 gennaio – dai quali si apprende come la rappresaglia nei confronti dei villaggi sunniti sia diventata ormai una prassi all’indomani della loro liberazione.

Le atrocità commesse dalle milizie sciite nelle città e nelle regioni sottratte a Daesh hanno radici profonde nella storia irachena degli ultimi trent’anni. Dalla guerra contro l’Iran (1980-88) all’invasione statunitense nel 2003 e dalla repressione della maggioranza sciita da parte di Saddam alla conquista del potere politico di quest’ultima a partire dal 2006.

“La Lega dei Virtuosi considera ex-sostenitori di Saddam Hussein tutti gli iracheni sunniti – ha raccontato una fonte locale ad Amnesty International dopo i recenti eventi di gennaio – Molti furono trascinati in strada e uccisi arbitrariamente”. Inoltre, dal momento che l’estensione territoriale del “califfato” si limita alle regioni sunnite settentrionali del paese, il largo impiego di milizie settarie da parte di Baghdad rende ancor più concreto il rischio di pulizia etnica da parte di quest’ultime. “Bruciamo e distruggiamo al-Dur (provincia di Tikrit) perché tutti i suoi abitanti sono sostenitori di Daesh o del partito Baatista”, ha dichiarato a tal proposito proprio un miliziano del PMF a Human Rights Watch.

In altre parole, l’avversione delle Brigate Badr e della Lega dei Virtuosi per le regioni sunnite strappate al “califfato” per conto di Baghdad è legata alle atrocità commesse da Saddam Hussein durante la sua dittatura. Se le strutture di potere intessute da quest’ultimo avevano infatti notevolmente privilegiato la minoranza sunnita e i capi tribali dell’area di Tikrit, otto anni di governo al-Malikisi hanno riprodotto analoghe logiche clientelistiche a favore della comunità sciita. Inoltre, mentre la stretta collaborazione tra al-Maliki, Tehran e le milizie alimentava il sentimento di vendetta nei confronti della comunità sunnita, la minaccia dello Stato Islamico forniva il pretesto perché le rappresaglie della Brigata Badr e della Lega dei Virtuosi potessero nascondersi dietro alla campagna di liberazione. Quindi ottenere una legittimità politica che solo il rinnovato sostegno di Washington e il riavvicinamento di quest’ultima a Tehran avrebbero potuto garantire.

In questo quadro, nonostante l’attuale premier Haider al-Abadi abbia ufficialmente integrato il Fronte di Mobilitazione Popolare nelle truppe governative, assumendosi quindi la responsabilità formale per la loro condotta sul campo, episodi come quelli denunciati in questi giorni provano come le logiche settarie e l’ingerenza iraniana siano di grande ostacolo sia alla riaffermazione della sovranità territoriale di Baghdad sia al suo controllo dei propri organi militari. Ciò non rischia soltanto di perpetuare e aggravare lo scontro settario già in atto nel paese, ma alimenta soprattutto la diffidenza delle tribù sunnite nei confronti di Baghdad e la loro riluttanza a respingere il “califfato” in nome di quest’ultima. Nena News

Qui la versione in inglese

Ieri nell’ormai consolidato appuntamento con la radio indipendente romana abbiamo discusso della situazione dell’Egitto a 5 anni da Piazza Tahrir, tra desaparecidos e repressione delle voci critiche.

della redazione

Roma, 9 febbraio 2016, Nena News – Nel consueto appuntamento del lunedì con Radio Citttà Aperta, durante la trasmissione “Note e Notizie”, Pablo Castellani ha dialogato con il nostro direttore Michele Giorgio sulla situazione dell’Egitto a cinque anni dalla rivoluzione del 25 gennaio. Un regime che – con l’impunità garantitagli dalla lotta all’Isis e l’alleanza con l’Occidente – si ripete uguale a se stesso e che si incattivisce, reprimendo con la violenza e l’uso politico di polizia e serviti segreti ogni voce critica, che si tratti delle opposizioni islamiste o degli attivisti laici di Piazza Tahrir.

Buon ascolto!

http://nena-news.it/wp-content/uploads/2016/02/michele-giorgio-8-2-2016-new.mp3

Memo. I rappresentanti delle fazioni rivali di Hamas e Fatah si sono incontrati a Doha, capitale del Qatar, domenica, per discutere i termini di un accordo di riconciliazione firmato nel 2014.

“Lo scopo di questo incontro è di raggiungere dei meccanismi fattibili per stipulare un concreto accordo di riconciliazione”, aveva dichiarato all’agenzia Anadolu il portavoce di Hamas per la Striscia di Gaza, Sami Abu Zuhri.

La delegazione di Hamas è guidata dal leader del gruppo, Moussa Abu Marzouk; la delegazione di Fatah, invece, dal leader Azzam al-Ahmed.

La scorsa settimana Jamal Muhassan, membro del comitato centrale di Fatah, ha raccontato all’agenzia Anadolu che di recente alcuni dirigenti di Fatah hanno preso parte a numerosi incontri ufficiosi in Turchia e in Qatar con le rispettive controparti di Hamas.

Ad aprile 2014 i rappresentanti di Hamas e Fatah hanno firmato un trattato di riconciliazione, a lungo atteso, che auspica la costituzione di un governo di unità nazionale palestinese, con il compito di supervisionare i sondaggi legislativi e presidenziali.

Sebbene il governo di unità è stato reso noto solo due mesi più tardi, deve ancora assumere un ruolo effettivo di governo nella Striscia di Gaza (dove Hamas predomina dal 2007), mentre il rapporto tra Hamas e Fatah rimane afflitto da una serie di conflitti in sospeso.

Traduzione di Marta Bettenzoli
Gerusalemme-Ma’an. Sabato 6 febbraio, l’Unione Europea ha invitato Israele a mettere fine alla demolizione di case palestinesi nella Cisgiordania occupata, e ha riaffermato “la ferma opposizione dell’UE alla politica coloniale israeliana”. In una dichiarazione, l’UE ha affermato che le ultime mosse israeliane nella Cisgiordania occupata – dall’espansione delle colonie alla demolizione di case palestinesi indeboliscono “la viabilità di un futuro stato palestinese” e continuano solo a “guidare le parti ancora più distanti”.  L’Unione Europea ha fatto una menzione speciale alle azioni israeliane del 3 febbraio, quando le forze israeliane hanno demolito diverse strutture palestinesi nel sud delle colline di Hebron.  L’osservatorio israeliano B’Tselem ha stimato che, al momento, circa 40 strutture nell’area sono state designate dall’amministrazione civile israeliana per essere demolite.  L’UE ha affermato che le notizie riguardo le demolizioni sono “particolarmente preoccupanti, sia a causa dell’estensione delle demolizioni sia a causa del numero di individui vulnerabili colpiti, compresi bambini che hanno bisogno di appoggio”, aggiungendo che alcune delle “demolizioni comprendono delle strutture finanziate dall’Unione Europea”.  “Le attivita umanitarie dell’UE sono portate avanti in pieno accordo con le leggi internazionali, con l’unico scopo di fornire supporto umanitario alle persone più vulnerabili. Invitiamo le autorità israeliane a revocare le decisioni prese e a cancellare ulteriori demolizioni”.  Mentre le demolizioni nella Cisgiordania occupata sono diminuite del 10 percento nel 2015, in relazione all’anno precedente, l’ufficio dell’ONU per la Coordinazione degli Affari Umanitari (OCHA) ha sottolineato che 539 strutture di proprietà palestinese sono state demolite, lasciando molti palestinesi senza-tetto.  La maggior parte è stata demolita nell’Area C, per “mancanza di permessi di costruzione”. Il 20 percento circa era stato costruito usando l’assistenza umanitaria di organizzazioni internazionali.  Perché i palestinesi possano costruire nell’Area C, controllata completamente da Israele, i proprietari di terra devono ottenere permessi di costruzione dalle autorità israeliane.  L’OCHA ha scoperto che tra il 2010 e il 2014, solo l’1,5 percento delle 2.020 richieste di permessi di costruzione sono stati approvati.  “Dati ufficiali rilasciati dalle autorità israeliane indicano che oltre 11 mila ordini di demolizione – colpendo circa 17 mila strutture di proprietà palestinese, comprese case – sono attualmente ‘in pendenza’ nell’Area C della Cisgiordania”, ha dichiarato l’OCHA lo scorso anno.  Almeno il 77 percento degli ordini di demolizione sono localizzati su terre private palestinesi.  Traduzione di F.H.L.

Ramallah-Quds Press. L’Organizzazione per i Prigionieri ha dichiarato che 450 bambini palestinesi languono nelle prigioni dell’occupazione, facendo notare che vi sono 270 minorenni nel carcere di Ofer, nei presso di Beitunia, vicino a Ramallah (situata a nord di Gerusalemme occupata).

In un comunicato rilasciato lunedì 8 febbraio, l’organizzazione palestinese ha spiegato che i prigionieri minorenni sono distribuiti tra le prigioni di Sharon, Ofer e Majd, indicando che alcuni di loro sono ancora nel centro di detenzione Etzion e nei centri di indagini.

L’Ente ufficiale per i diritti umani ha fatto notare che nove minorenni sono tenuti dall’occupazione sotto detenzione amministrativa, chiarendo che il 95% dei bambini prigionieri è sottoposto a torture durante il periodo dell’arresto e dell’interrogatorio.

Inoltre, l’ente per i prigionieri ha riferito che dal 2015 le forze dell’occupazione hanno arrestato circa 2500 bambini palestinesi, aggiungendo che le autorità israeliane hanno emesso delle “disposizioni premio” per i prigionieri minorenni oltre a multe pecuniarie.

Lo scorso gennaio le autorità hanno imposto multe pecuniarie ai prigionieri della prigione di Ofer, che ammontavano a 90mila shekel israeliani (pari a circa 23mila dollari).

Le autorità dell’occupazione avevano già approvato una legge che prevede l’arresto di minori di 14 anni, su iniziativa del ministero della Giustizia del partito della casa ebraica, AyeletShaked, in seguito all’arresto del bambino palestinese Ahmad Munasira, accusato dalle autorità di accoltellamento nell’insediamento Pisgat Ze’ev, situato nei territori palestinesi nei pressi di Gerusalemme occupata.

Secondo la legge israeliana “non è concesso mettere in prigione un bambino di 13 anni, ma è possibile arrestarlo e interrogarlo, e poi chiuderlo in un istituto per la sua riabilitazione”.

Traduzione di Patrizia Stellato

 

Ramallah-Quds Press. La “Commissione per gli Affari dei prigionieri e dei liberati” ha annunciato che il numero dei detenuti amministrativi nelle carceri e nei centri detentivi dell’occupazione israeliana ha superato le 700 unità.

La Commissione ha precisato che l’occupazione ha intensificato il ritmo dell’emissione dei mandati di arresto amministrativo e delle proroghe degli arresti contro i palestinesi, dall’inizio dell’Intifada di Gerusalemme, iniziata nell’ottobre scorso: in questi ultimi quattro mesi si è assistito all’emissione di 450 nuovi mandati di arresto amministrativo.

In un comunicato, la Commissione ha dichiarato che, tra i destinatari dei mandati di arresto amministrativo, figurano, dall’inizio dell’intifada, due donne e 9 minori.

La Commissione ha affermato che “la detenzione amministrativa è diventata una politica costante israeliana e uno strumento volto a tenere in carcere il maggior numero possibile di Palestinesi, in violazione alle norme del diritto internazionale e delle Convenzioni di Ginevra che disciplinano la detenzione amministrativa come strumento straordinario di emergenza, mentre Israele l’ha trasformata in uno strumento normale”.

La Commissione ha quindi spiegato che l’occupazione ha prorogato il 75 per cento delle detenzioni amministrative per 6 mesi più di una volta, sulla base del cosiddetto “dossier segreto”, in modo tale che il prigioniero e il suo avvocato non possano essere informati.

Sulla base dei dati, la Commissione ha dichiarato che sono stati emessi, a partire dal 2000, 25mila provvedimenti di arresto amministrativo contro prigionieri palestinesi.

Traduzione di Federica Pistono

Resistance group says it killed 35-year-old Mahmoud Ishteiwi for “behavioral and moral excesses that he confessed.”

sabato 13 febbraio 2016 - Firenze

Il movimento islamico palestinese ha annunciato ieri su Twitter di aver giustiziato Mahmoud Eshtawi, membro delle Brigate ‘Izz ad-Din al-Qassam, arrestato da Hamas nel 2015. Ancora poco chiari i motivi dietro l’assassinio: era un collaboratore d’Israele o aveva osato criticare gli alti comandanti islamisti?

Brigate Izz Ad-din al-Qassam

della redazione

Roma, 8 febbraio 2016, Nena News – “Annunciamo che un membro delle Brigate al-Qassam, Mahmoud Rushdi Eshtiwi, è stato giustiziato alle 16 in base ad una decisione della corte militare e sharitica di Hamas”. A rendere nota la notizia è stato ieri il movimento islamico palestinese (Hamas) su Twitter. Secondo il breve messaggio apparso in rete, l’uomo avrebbe confessato alla corte di essere stato responsabile di “condotta morale e comportamentale sbagliata”. Di quale reato la vittima si sarebbe macchiato, Hamas non l’ha spiegato. Quel che certo è che Eshtewi era un comandante del braccio militare di Hamas nel quartiere Zaitoun (est di Gaza) e che questa è la prima volta che le Brigate ‘Izz ad-din al-Qassam annunciano pubblicamente di aver giustiziato uno dei loro membri

“Siamo sotto shock” ha detto Buthain, la sorella della vittima raggiunta telefonicamente dall’Ap. “Non può essere giustiziato sulla base delle motivazioni che forniscono”. Buthaina ha raccontato che alcuni ufficiali del movimento islamico avevano incontrato la famiglia ieri mattina dicendo loro che stavano pensando di rilasciarlo. “Ci hanno preso in giro” ha commentato con amarezza la sorella che ha poi detto di aver visto il fratello solo 3 volte in un anno (Eshtiwi è stato arrestato nel gennaio del 2015) e che Mahmoud non era risultato essere un collaboratore d’Israele dalle indagini compiute da Hamas. Secondo fonti israeliane, durante il suo periodo detentivo Eshtiwi avrebbe anche iniziato uno sciopero della fame per protestare contro il suo arresto.

“Sconcerto” per l’omicidio è stato espresso dall’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch (Hrw). La ong ha detto di seguire “con preoccupazione” il caso Eshtiwi il quale – in base a quanto ha raccontato la famiglia della vittima alla ong statunitense – sarebbe stato arrestato e torturato per aver criticato alti comandanti di Hamas. Il direttore di Hrw per Israele e Palestina, Sari Bashi, sostiene che Hamas non ha mai permesso all’organizzazione umanitaria di visitare il detenuto. Bash ha quindi esortato il movimento islamico ad indagare su quanto è accaduto e a “tenere a freno le sue forze di sicurezza così da evitare in futuro altre uccisioni [del genere]”.

Ma sul caso Eshtiwi si addensano molti punti interrogativi. Ad alimentare i dubbi è proprio Hamas che non ha fornito ulteriori dettagli. E se alcune fonti affermano che dietro la morte ci sarebbero state le critiche che Eshtawi avrebbe rivolto ai suoi superiori, secondo il portale israeliano Ynet la vittima avrebbe collaborato con Israele durante l’operazione israeliana “Margine protettivo” del 2014. In particolare, scrive Ynet, Eshtawi avrebbe rivelato a Tel Aviv il luogo in cui a Gaza si nascondeva Mohhamed Deif, il leader delle Brigate Izz ad-Din al-Qassam. Il raid israeliano sull’edificio in cui si trovava il capo militare causò l’uccisione di numerosi civili (tra cui la morte della sua giovane moglie e del figlio ). Sul destino di Deif, invece, resta il giallo. Tel Aviv dichiarò allora di averlo colpito, ma non precisò se era rimasto ferito o meno nel corso dell’attacco. Da parte sua, invece, Hamas, ha sempre dichiarato che è vivo e che sta bene. Nena News

Nonostante la fama delle rivolte di cinque anni fa, la regione mediorientale è ancora la meno toccata dall’uso dei social media rispetto alla media mondiale. Crescono i meno “politicamente impegnati” Instagram e Whatsapp, calano Facebook e Twitter, letteralmente invasi da politici e religiosi

di Giorgia Grifoni

Roma, 8 febbraio 2016, Nena News - Ricordate la primavera egiziana, veicolata da Facebook e Twitter? Dimenticatela. Non tanto perché al Cairo la morsa del regime è talmente stretta da non permettere più a nessuno di azzardarsi in strada a manifestare. Piuttosto, perché l’evoluzione dei social media nella regione MENA (Medio Oriente e Nord Africa) sembra stia seguendo traiettorie peculiari che, combinate ai fattori socio-culturali esistenti, lasciano spazio a pochi dei cambiamenti sperati dai giovani delle cosiddette primavere del 2011. O, perlomeno, sotto una forma diversa.

Nonostante la fama delle rivolte di cinque anni fa, la regione mediorientale è ancora la meno toccata dall’uso dei social media rispetto alla media mondiale. Lo rivela uno studio diffuso il mese scorso da Daniel Radcliffe, docente di Giornalismo all’Università dell’Oregon, editorialista esperto di social network e tecnologia per BBC, Huffington Post e Guardian. Radcliffe inizia il suo studio mostrando che, con 41 milioni di account attivi a gennaio 2015, la regione si piazzava terzultima nella classifica globale seguita da Oceania e Asia Centrale. Il tasso di utenti attivi per popolazione era del 17 per cento, cosa che la declassava ulteriormente a seconda regione al mondo toccata dai social media, dopo l’Asia Centrale.

“Abbiamo sentito diverse discussioni sia in Medio Oriente che altrove – ha detto Radcliffe al portale Journalism.co.uk – circa rivoluzioni create dai social media, il che potrebbe essere un po’ un’esagerazione”. “Ma – ha aggiunto – questo può avere un impatto e vi è un grande interesse in quella parte del mondo, data la sua storia e quello che sta succedendo nello spazio sociale”. Insomma, movimenti sociali aiutati dai social sì, ma non tanto da essere un fenomeno esclusivo dell’area come descritto negli anni passati. E, soprattutto, non più di quella portata.

Ora, un anno dopo, i numeri salgono. Ma non nella stessa tendenza. Nuovi social crescono, vecchi social diminuiscono. Prendiamo il caso di Facebook. Il portale più famoso al mondo si attestava, nel 2015, al più diffuso nel cyberspazio della regione MENA. Con 80 milioni di utenti da Rabat a Teheran, era stato scelto dall’87 per cento della popolazione social dell’area. I dati a riguardo pubblicati nello studio di Radcliffe, diffusi inizialmente dal TNS Arab Social Media Report, mostrano che nei paesi in guerra o in cui continuano a esserci forti spinte di riforma dal basso, Facebook è ancora il mezzo più usato: dal 97 per cento degli utenti in Siria, 95 in Libano, 94 in Egitto, 93 in Libia e Yemen. L’Egitto, per numero di utenti, guida la classifica con 27 milioni di persone con un account Facebook.

Ma Facebook, come anche Twitter, sembrano cominciare a subire una leggera flessione in tutta l’area. E non solo perché la creatura di Mark Zuckerberg sembra relegare i mediorientali e i nordafricani a utenti di serie B, come mostra il suo servizio di Security Check implementato per gli abitanti di Parigi dopo gli attentati del 13 novembre scorso ma non per quelli di Beirut, che ne avevano subito uno devastante il giorno prima. La realtà è che gli utenti stanno migrando su altri social, meno “politici”, come Whatsapp e Instagram.

Le ragioni dell’allontanamento dai social più attivi politicamente sono molteplici: censure, regimi infiltrati negli account, politici e religiosi che si fanno spazio nei network fino a catalizzare l’attenzione di molti utenti, troll. Insomma, sfidare la repressione nella speranza di portare un cambiamento sociale è sempre più difficile online. La sola Turchia, per esempio, ha inviato a Twitter 477 richieste di rimozione di contenuti tra il primo luglio e il 31 dicembre 2014, più di tutte quelle ricevute dagli altri paesi messi insieme. Le misure punitive di alcuni regimi, poi, non invogliano assolutamente gli utenti a twittare contenuti considerati “sovversivi”: è il caso, ad esempio, dell’Arabia Saudita che, seppur ospitando il maggior numero di utenti Twitter dell’area MENA (53 per cento degli utenti social ha un account, seguiti dal 51 per cento degli emiratini), è il paese con il più basso numero di accessi giornalieri nell’intera regione. Il caso del blogger Raif Badawi, la cui pena, in ultima istanza, è stata “ridotta” a 800 frustate  per aver “insultato l’Islam tramite canali elettronici” è emblematico.

Inoltre, se cinque anni fa i governi – soprattutto quelli dei regimi arabi autoritari – faticavano a seguire la miccia virtuale dell’attivismo popolare, ora la solfa è cambiata: non solo le pagine Facebook vengono individuate e i loro autori arrestati con molta più rapidità di prima, ma le autorità (e non) politiche e religiose hanno profili Twitter con cui invadono la blogosfera, facendo proselitismo e una concorrenza spietata ai blogger laici. Si prenda sempre l’esempio dell’Arabia Saudita, dove l’account Twitter più seguito è quello dell’imam non proprio liberale Muhammad al-Arifi. Oppure, guardiamo all’attività social dell’Isis: secondo uno studio del Brookings Institute dello scorso anno, almeno 46 mila account Twitter sono stati usati da sostenitori del cosiddetto Califfato. La maggioranza di loro è stata registrata proprio in Arabia Saudita, dove casualmente vengono arrestati e condannati solo gli oppositori della dinastia wahhabita e non gli apologi del jihadismo globale.

Inoltre, è arrivato il sovraffollamento social e la conseguente delusione per una blogosfera che cambia. Ed esce dai suoi binari originari. Lo ha spiegato bene Wael Ghonim, l’impiegato di Google diventato famoso per aver creato una pagina su Facebook che ha aiutato a portare milioni di egiziani in piazza nel gennaio 2011 contro Hosni Mubarak. In una recente conferenza TED da lui pubblicata e ripresa in un commento sul New York Times, Ghonim parla di “euforia svanita troppo presto”. “Non siamo riusciti – ha detto durante la conferenza – a costruire un consenso, e la lotta politica ha portato a un’intensa polarizzazione. I social media hanno solo amplificato la polarizzazione, facilitando la diffusione di disinformazione, voci, pettegolezzi e incitamenti all’odio. L’ambiente era tossico. Il mio mondo online era diventato un campo di battaglia pieno di troll, bugie, espressioni di odio”.

Ora, spiega Ghonim, c’è un mondo social fatto di discussioni sempre più brevi e arrabbiate, di non volontà di confronto con chi non è d’accordo con noi: semplicemente, lo si blocca o lo si smette di seguire. L’attenzione degli utenti della regione MENA meno polarizzati e istruiti, poi, spesso viene catalizzata dai religiosi, come spiega un approfondimento del quotidiano the Economist: “I chierici, tra cui anche salafiti-jihadisti – si legge nell’articolo – usano le applicazioni internet e i social media per diffondere il loro messaggio alla vasta fetta della popolazione che è devota e, come tale, potenzialmente suscettibile alle loro idee”. Per le rivoluzioni sociali sui social che hanno documentato, denunciato e assemblato le masse, insomma, sembra non esserci più spazio.

E infatti la tendenza della regione è tutta verso i social più “personali”e prettamente visivi, come Instagram e Whatsapp. Lo studio di Radcliffe mostra che gli utenti di questi due social continuano ad aumentare esponenzialmente in tutto il Medio Oriente. Sebbene ancora relativamente meno diffuso, il popolare servizio di modifica e condivisione di foto è letteralmente esploso nella regione, passando dall’8 per cento degli utenti di internet nel 2013 al 28 per cento nel 2015, come testimonia uno studio condotto dalla Northwestern Univeristy del Qatar. Quanto a Whatsapp, il social di messaggeria istantanea acquisito da Facebook nel 2014, è il più popolare tra il 41 per cento degli utenti della regione secondo lo studio TSN. Addirittura, è la piattaforma più usata in Libano, Qatar, Emirati e Arabia Saudita.

Proprio il Golfo sembra essere il calderone della diffusione della nuova messaggeria istantanea: una popolazione più ricca rispetto alla media dell’area, più giovane e più abituata a maneggiare smartphone sin dalla tenera età. Qui si sta sviluppando un mondo social dove le autorità riescono a penetrare più difficilmente, specie su Whatsapp. Le foto sono anche veicolo di incontri, in una cultura che spesso proibisce a giovani donne e uomini di frequentarsi liberamente. Gli svaghi interpersonali, che in questa fetta di mondo spesso comprendono solo un giro al centro commerciale, sulle piattaforme social si ampliano a dismisura. E come spesso avviene in altre situazioni figlie del mondo globalizzato, ci si rinchiude sempre di più nella propria bolla. In barba ai sogni di cambiamento del 2011. Nena News

Pagine

Subscribe to Palestina Rossa aggregatore - Palestina

Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

PalestinaRossa newsletter

Resta informato sulle nostre ultime news!

Subscribe to PalestinaRossa newsletter feed

Accesso utente