Palestina

Selma Dabbagh 3 August 2015

Ahmed Masoud’s novel displays sensitivity while portraying a Palestinian who betrays his own people.

Nablus-Ma’an e Quds Press. Lunedì pomeriggio, ad un check-point militare a sud di Nablus, forze israeliane hanno sparato a un palestinese, ferendolo.

Il sito web del quotidiano Yedioth Ahronoth ha riferito che i soldati israeliani hanno fermato un uomo per ispezionarlo al check-point di Zaatara, questi ha chiesto di andare in bagno e di là ha tentato di fuggire. Le forze israeliane gli hanno sparato alle gambe.

Budour Youssef Hassan 3 August 2015

Fifteen-year-old Laith al-Khalidi, who hoped to become a lawyer one day, was killed in cold blood.

Intesa giordano-palestinese per una risoluzione da inviare al Consiglio di Sicurezza Onu in difesa dei civili palestinesi. Il ministro degli esteri palestinese vola in Svizzera per richiedere l’applicazione della Quarta convenzione di Ginevra. Il governo israeliano, intanto, ha ieri autorizzato gli ufficiali di sicurezza ad usare la detenzione amministrativa per catturare gli autori dell’omicidio del piccolo Alì

di Roberto Prinzi

Roma, 3 agosto 2015, Nena News – L’Autorità palestinese e la Giordania sarebbero d’accordo ad inviare una risoluzione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che chieda protezione internazionale per i civili palestinesi. Intervistato dal quotidiano giordano al-Ghad, l’ambasciatore palestinese in Giordania Atallah Khairi ha rivelato che questa decisione è stata presa dopo l’attacco di venerdì da parte (molto presumibilmente) di alcuni coloni israeliani in cui è stato bruciato vivo il neonato Ali Dawabsha e feriti gravemente suo padre, sua madre e suo fratello di 4 anni.

Secondo al-Ghad, il neo segretario generale dell’Olp, Sa’eb ‘Erekat, avrebbe discusso con il ministro degli esteri giordano Nasser Judah su come rispondere diplomaticamente all’incendio di 3 giorni fa avvenuto a Kfar Douma (Nablus). L’azione politica rivelata dal quotidiano giordano sembrerebbe confermare le parole dell’alto dirigente di Fatah, ‘Azzam al-Ahmad, il quale aveva detto che Ramallah stava pensando di avanzare la richiesta di inserire i gruppi estremisti ebraici nella lista del terrorismo internazionale. Intervistato da Maan, Al-Ahmad aveva aggiunto anche che “i palestinesi stanno riconsiderando gli accordi economici, amministrativi e di sicurezza con l’Occupazione [Israele, ndr] come già precedentemente approvato dal Consiglio centrale palestinese”.

“Rivisitazione” delle intese formulate con Tel Aviv che non dovrebbero comprendere quelle relative alla sicurezza che dovrebbero restare immutate. A dirlo implicitamente è stato ieri il presidente Abbas nel corso dell’incontro con una delegazione del partito di sinistra israeliano Meretz. Il leader palestinese ha infatti rassicurato Tel Aviv che il suo governo farà ogni sforzo possibile per prevenire il terrorismo contro gli israeliani: “fin quando sarò qui – ha dichiarato – l’autorità [palestinese] continuerà ad agire contro i tentativi di ferire gli ebrei”. Sui fatti avvenuti venerdì il presidente ha ribadito quanto già aveva detto a caldo 3 giorni fa: “l’attacco a Duma è stato un crimine contro l’umanità. Ma non possiamo dire che sia stato un crimine compiuto da uno squilibrato. Lo dobbiamo considerare com un attacco terroristico”.

Eppur qualcosa si muove a Ramallah. Il ministro degli esteri dell’Ap Riyad al-Malki è partito stamattina alla volta di Ginevra dove farà richiesta al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite per implementare nei Territori Occupati palestinesi la Quarta convenzione di Ginevra che, adottata nel 1949, sostiene la protezione dei civili durante i conflitti armati.

L’abitazione della famiglia Dawabsha dopo l’attacco di venerdì

Il viaggio di al-Malki deve essere letto nell’ambito della più generale offensiva diplomatica che starebbe pensando l’Autorità palestinese. Venerdì il presidente Abbas aveva dichiarato che l’Ap avrebbe richiesto alla Corte penale internazionale (Cpi) di aprire una inchiesta su quanto accaduto a Kfar Douma. “Stiamo già preparando un documento che invieremo al Cpi” aveva detto ai giornalisti perché, a suo dire, il fuoco appiccato alla casa dei Dawabshe rientra nella serie di crimini commessi dai coloni e dal governo israeliano. Abbas aveva poi invitato la comunità internazionale a condannare la leadership israeliana. A sostegno delle sue argomentazione, ci sono i numeri. Secondo i dati dell’Ufficio dell’Onu per il Coordinamento degli Affari umanitari, infatti, dall’inizio del 2015 sono stati almeno 120 gli attacchi dei settler israeliani contro i palestinesi a Gerusalemme e in Cisgiordania. L’organizzazione per i diritti umani Yesh Din, inoltre, ha calcola che solo l’1,9% delle denuncie dei palestinesi contro gli attacchi israeliani si è tramutato in condanne.

Imbarazzato da quanto avvenuto venerdì e pressato dallo sdegno (ipocrita) internazionale, il governo israeliano ha ieri autorizzato gli ufficiali di sicurezza ad usare la detenzione amministrativa per rintracciare e catturare gli autori dell’omicidio del piccolo Alì. Un tentativo per far dimenticare agli israeliani in primis, ma soprattutto all’estero, i rapporti forti che legano l’attuale esecutivo con i coloni. In un vertice d’emergenza convocato ieri pomeriggio, i ministri del governo Netanyahu hanno approvato l’uso di “tutti i mezzi necessari” per arrestare gli assassini che hanno appicato il fuoco alla casa dei Dawabsha. Nella riunione, inoltre, si è anche deciso di accellerare la legislazione per contrastare il terrorismo ebraico. E’ stata poi formata una commissione composta dal ministro della Difesa Moshe Ya’alon da quello della sicurezza interna Gilad Erdan e da quella della Giustizia Ayelet Shaked il cui compito sarà “quello di prendere iniziative più efficaci per sedare l’estremismo”.

Ma se da un lato il governo Netanyahu si mostra collaborativo (a parole) nel combattere il “terrorismo ebraico” dei coloni, dall’altro, per bocca dello stesso premier, non perde occasione per attaccare duramente i palestinesi. Ieri il primo ministro ha lanciato una dura stoccata contro l’Autorità palestinese affermando che Tel Aviv e Ramallah trattano i “terroristi” in modi differenti. “A differenza dei nostri vicini – ha dichiarato il primo ministro durante la riunione del suo gabinetto – noi i terroristi li condanniamo e denunciamo. Non diamo alle piazze i nomi degli assassini di bamibni”. Netanyahu ha poi vestito i panni a lui più comodi: quelli del rassicuratore. “Negli ultimi giorni abbiamo assistito a due odiosi crimini – ha detto riferendosi anche all’attacco avvenuto giovedì al Gay Pride a Gerusalemme in cui ha perso la vita l’adolescente Shira Banki – la nostra politica è di tolleranza zero. Ho dato ordine agli ufficiali di sicurezza di catturare gli assassini e assicurarli alla giustizia”.

Intanto, intervistato dal The Jerusalem Post, il parlamentare palestinese alla Knesset Ahmad Tibi ha commentato la chiusura di ieri mattina ai palestinesi di tutti i varchi d’accesso alla Moschea al-Aqsa definendola una “provocazione inutile” da parte delle autorità israeliane che aggiunge “solo benzina al fuoco”. Il leader di Ta’al è poi ritornato su quanto accaduto venerdì affermando che non vi è alcuna differenza quando un palestinese viene ucciso dall’esercito o quando viene arso vivo da un colono. In entrambi i casi, infatti, si tratta di “uccisioni causate dall’occupazione [israeliana]. Tibi si è poi domandato ironicamente: “voi credete che Bibi [Netanyahu] distruggerà le case delle famiglie delle persone che hanno compiuto questo atto? Andranno a richiedere i campioni del Dna di tutti i maschi della colonia [da cui provengono gli assassini] come fanno con gli arabi?

Le parole di Tibi sono state un triste presagio. In tarda mattinata le forze armate israeliane hanno sparato e ferito un uomo palestinese al checkpoint di Zaatara (Nablus). Secondo il portale israeliano Ynet, l’uomo, fermato per dei controlli, avrebbe chiesto il permesso di andare in bagno e, una volta accordato, avrebbe tentato di fuggire. I soldati, a quel punto, riporta la fonte israeliana, avrebbero sparato in aria prima di colpire “le estremità basse” con un colpo unico. Quale che sia la realtà dei fatti, una cosa è certa: in questo caso nessuno sdegno internazionale si leverà. Nena News

Nablus-Ma’an. Domenica migliaia di Palestinesi hanno marciato verso il villaggio di Duma, a sud di Nablus, in solidarietà con la famiglia al-Dawabsha il cui figlio di 18 mesi è stato ucciso venerdì in un incendio doloso causato da coloni israeliani.

La marcia è stata voluta e organizzato da Fatah.

Mohammad al-Aloul, membro del Comitato centrale di Fatah, ha detto che tutta la Palestina è in rivolta, dai campi ai villaggi, ai paesi e alle città.

“Abbiamo visto la rabbia della nostra gente delle terre del 1948, la rabbia dei detenuti nelle carceri e la rabbia degli abitanti di Gerusalemme di tutti i quartieri della città sacra”, ha detto al-Aloul alla manifestazione.

Ha aggiunto che l’incendio doloso e l’uccisione di un bambino di 18 mesi è “un punto chiave della storia palestinese, e che l’attacco cambierà lo status quo, perché non può rimanere così com’è.

“[I Palestinesi] non possono continuare a rimanere in silenzio, come il resto del mondo”, ha detto al-Aloul.

Laila Ghannam, governatore di Ramallah, che ha dovuto raggiungere a piedi il villaggio dopo che le forze israeliane hanno impedito l’accesso alle sue auto, ha dichiarato che la “comunità israeliana dovrebbe vergognarsi di questi crimini che sono simili all’olocausto che hanno sofferto”. Ha aggiunto che Israele è responsabile di questo crimine “rimanendo in silenzio e chiudendo gli occhi sugli attacchi di coloni pieni di odio”.

Le forze israeliane hanno installato dei check-point all’ingresso del villaggio per impedire ai manifestanti di entrarvi.

Domenica sera sono scoppiati degli scontri dopo la marcia nel villaggio di Duma.

Un portavoce dell’esercito israeliano ha detto che era in corso una rivolta di circa 100 Palestinesi che hanno fatto rotolare pneumatici in fiamme e hanno lanciato pietre contro le forze [israeliane] che hanno risposto con mezzi di dispersione antisommossa”.

Secondo gli abitanti, le forze israeliane hanno sparato lacrimogeni contro i manifestanti, causando problemi per l’inalazione di gas lacrimogeno a decine di persone.

I genitori e il fratello del bimbo palestinese di 18 mesi ucciso nell’attacco incendiario di venerdì rimangono in condizioni critiche, ha spiegato domenica mattina il ministro palestinese della Sanità.

Traduzione di Edy Meroli

Il sito comunque continuerà a essere aggiornato  per tutto il mese. La redazione coglie l’occasione per augurarvi buone vacanze

Cari lettori,

Dopo un anno di impegno quotidiano, per la nostra piccola redazione è arrivato il momento di prendersi una pausa estiva. Per noi sarà anche l’occasione per tirare le somme di un altro anno di attività di Nena News, arricchire il nostro progetto editoriale e aprirci a nuove sfide .

È stato un anno di cambiamenti e di rinnovato entusiasmo, e adesso abbiamo bisogno di fermarci, anzi di rallentare il lavoro. Ci limiteremo alla pubblicazione delle notizie e degli aggiornamenti più urgenti.

Nena News va in ferie da lunedì 3 agosto a fine mese. 

Il nostro obiettivo resta quello di darvi la migliore informazione, la più completa possibile, scansando gli stereotipi e dando voce ai protagonisti delle storie che vi raccontiamo. Continueremo a farlo al ritorno dalla pausa estiva, lunedì 1 settembre.

Cogliamo l’occasione per ricordare che è possibile dare un contributo, anche piccolo, a Nena News direttamente dal sito con carta di credito, di debito o prepagata per sostenere il nostro lavoro volontario. Resta sempre disponibile la modalità bonifico.

A voi, che ci seguite sempre con affetto, rivolgiamo un grazie per la fiducia che riponete nel nostro lavoro e per la carica che ci date, e vi auguriamo una buona estate.

La redazione di Nena News

Gerusalemme-Quds Press e Ma’an. Domenica pomeriggio, la polizia israeliana ha arrestato due ragazzini palestinesi di 12 e 14 anni residenti a Silwan, a Gerusalemme Est occupata. Ne ha dato notizia il centro di informazioni Wadi Hilweh, spiegando che la polizia israeliana ha arrestato il dodicenne Muhammad Sami Odeh con l’accusa di aver lanciato sassi contro i soldati.

Il centro ha aggiunto che è stato arrestato mentre andava in bici a Silwan e che è stato portato alla stazione di polizia di strada Salah al-Din.

E’ stato arrestato anche un altro minorenne, Muhammad Haymouni, di 14 anni, sempre di Silwan, ma non si conoscono i dettagli.

Il mese scorso, il Knesset, il parlamento israeliano, ha approvato una legge che inasprisce le sentenze contro chi lancia sassi, punendo fino a 10 anni di carcere, senza che il condannato possa dimostrare il dolo o l’intenzione di nuocere.

A luglio, Human Rights Watch ha accusato Israele di “arresto abusivo di bambini palestinesi” anche di 11 anni e di uso delle forza e delle minacce per indurli a firmare confessioni.

Un altro gruppo, Defense for Children International, ha dichiarato che nel mese di luglio la violenza delle forze israeliane contro i bambini palestinesi detenuti ha avuto un’impennata rispetto ai precedenti mesi.

Secondo i dati dell’OLP, Israele imprigiona 1.266 bambini palestinesi sotto i 15 anni. Dal 2000, sono stati arrestati oltre 10.000 minorenni palestinesi.

Traduzione di Edy Meroli

La condanna fatta dal premier Benyamin Netanyahu dell’uccisione del piccolo palestinese è lontana dalla realtà sul terreno.  Gli ultimi giorni per i coloni che vivono insediati in Cisgiordania e per i palestinesi sotto occupazione sono stati come gli altri, come se nulla fosse accaduto a Kfar Douma

foto Reuters

di Michele Giorgio

Gerusalemme, 3 agosto 2015, Nena News -Lottano in ospedale tra la vita e la morte i genitori e il fratellino di Ali Dawabsha, il bimbo palestinese di 18 mesi ucciso dal rogo della casa di Kfar Douma data alle fiamme da coloni israeliani. Eppure la loro vicenda che ha mostrato il volto violento dei coloni e fatto parlare di “terrorismo ebraico” – parole usate anche dal capo di stato israeliano Rueven Rivlin (e per questo duramente attaccato sul web) – lentamente abbandona le home dei giornali online, i titoli dei notiziari radiotelevisivi. Lo sdegno accompagnato dalle proteste dei palestinesi per l’assassinio di Ali e i funerali di due ragazzi di 17 anni – Leith al Khaldi di Jalazon e Mohammed al Masri di Gaza -, uccisi da colpi sparati da soldati israeliani, apparivano già sabato, il giorno dopo la morte orribile di Ali,  una notizia vecchia, almeno ad ascoltare le quattro frasi a loro dedicate dai Tg. Addio condanna del premier Benyamin Netanyahu, addio riflessioni sulle azioni degli estremisti israeliani. Gli ultimi giorni per i coloni che vivono insediati in Cisgiordania e per i palestinesi sotto occupazione sono stati come gli altri, come se nulla fosse accaduto a Kfar Douma.

Quando sabato scorso i contadini del villaggio palestinese di Qusra si sono avviati con attrezzi e macchinari nei loro campi, ad accoglierli hanno trovato i loro irascibili vicini, i coloni di Ein Kodesh, decisi a bloccarli. Motivo? I terreni coltivati sono adiacenti alla colonia israeliana e la presenza ravvicinata di tanti palestinesi alle recinzioni pone dei “problemi di sicurezza”. Già perchè i coloni israeliani non solo si insediano in un territorio occupato militarmente e vi costruiscono le loro abitazioni in violazione del diritto internazionale ma impongono anche una “zona cuscinetto” intorno all’insediamento, preclusa ai palestinesi. Ad onor del vero i contadini di Qusra ieri non sono neanche arrivati fino alla “zona cuscinetto” ma quelli di Ein Kodesh hanno voluto subito mettere le cose in chiaro. Sono cominciati tafferugli, urla, minacce. Poi il match si è concluso come sempre, con l’Esercito che interviene, “divide” le due parti e costringe i palestinesi a tornare a casa con grande soddisfazione dei coloni. Ecco perchè quella di sabato è stata una giornata come le altre, nonostante il rogo che ha bruciato vivo Ali. E le prossime saranno uguali nonostante lo sdegno internazionale, le condanne di Stati Uniti, Unione europea e Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

   È irragionevole persino pensare che l’assassinio di Ali Dawabsha possa andare oltre la condanna del primo ministro Netanyahu ed aprire un dibattito concreto sulla politica del governo israeliano nei confronti del ruolo e della presenza dei coloni nei Territori palestinesi occupati. Certo polizia ed esercito indagano, prosegue la caccia ai responsabili del rogo doloso che ha bruciato vivo Ali - sui siti palestinesi si fa il nome di uno dei possibili assassini, Judah Landsberg, 25 anni, della colonia di Yizhar, con alla spalle una storia di attacchi e violenze per conto del gruppo estremista ebraico “Price Tag” (Prezzo da pagare) responsabile di decine di raid in villaggi e di incendi di chiese e moschee – ma quello in carica è e resterà il governo israeliano che fa dello sviluppo massiccio della colonizzazione della Cisgiordania e Gerusalemme Est un punto fondamentale del suo programma. È il governo che include Ayelet Shaked (Casa ebraica), la ministra della giustizia, che non ha mai fatto mistero di considerare la Corte Suprema troppo indipendente rispetto all’indirizzo politico dell’esecutivo. Non pochi dei ministri del governo Netanyahu sono dei coloni, dunque sono essi stessi il problema e non possono esserne la soluzione.

  Venerdì mentre esplodeva in tutta la sua drammaticità umana e politica il caso del rogo di casa Dawabsha, la vice ministra degli esteri Tzipi Hotovely (Likud) era alla colonia di Bet El a fare mea culpa per non essere stata presente il giorno prima alle demolizioni dei due edifici, costruiti illegamente, ordinate dalla Corte Suprema. «Il governo fa di tutto per permettere a questa meravigliosa impresa di continuare», ha assicurato la Hotovely «È facile per il mondo accettare Tel Aviv, perché la sua storia è solo di 100 anni. È invece difficile per il mondo affrontare il fatto che abbiamo una storia che risale alla Bibbia…Intendiamo realizzare il nostro sogno del Grande Israele, dove un ebreo può costruire ovunque ma secondo la legge (israeliana, mica quella internazionale, ndr)». Ed è questo il punto centrale. Buona parte dei ministri del governo Netanyahu vagheggiano, come i coloni più abbagliati dalla fede, che la Cisgiordania e Gerusalemme Est siano parte della biblica terra promessa e che, ancora oggi, appartengano solo a Israele. I palestinesi sono degli intrusi. Nena News

 

La nuova strategia americana inaugurata venerdì scorso, dopo l’attacco da parte del Fronte al-Nusra al primo lotto di forze ribelli addestrate da Washington e schierate nel nord della Siria per contrastare l’avanzata dell’Isis. Ma il vero obiettivo non sembra essere il Califfato

Jet F-15 Usa sorvolano l’Iraq dopo un raid in Siria (Foto: Reuters)

della redazione

Roma, 3 agosto 2015, Nena News - Difendere con raid aerei chiunque attacchi i cosiddetti “ribelli moderati” siriani, anche se a farlo è l’esercito siriano. E’ questa la nuova politica decisa dall’amministrazione americana, comunicata ieri da funzionari Usa e rivelata per primo dal Wall Street Journal, una politica che cambia radicalmente le regole di ingaggio di Washington nel paese e che rischia di aumentare il frazionamento dei già divisi combattenti dell’opposizione siriana.

Seppur i dettagli della svolta Usa siano stati diffusi da alcuni funzionari anonimi, con la Casa Bianca e il Pentagono che rifiutano di confermare  o commentare quanto rivelato, si sa che gli Stati Uniti contribuiranno con raid aerei offensivi all’avanzata dei miliziani siriani da loro addestrati – 5.400 combattenti messi insieme a partire dal maggio scorso, ndr –  contro obiettivi dello Stato islamico. La risposta a chi attaccherà le compagini ribelli, invece, sarà il bombardamento, di qualunque fazione si tratti.

“Non voglio entrare nello specifico delle nostre regole di ingaggio – ha dichiarato il portavoce del Consiglio di Sicurezza della Casa Bianca Alistair Baskey – ma abbiamo detto fin dall’inizio che avremmo dovuto prendere le misure necessarie per garantire che tali forze potessero svolgere con successo la loro missione”. Dello stesso avviso il Pentagono, con la sua portavoce, il comandante Elissa Smith che ha confermato che “il programma militare degli Stati Uniti si concentra “prima di tutto”, sulla lotta contro i militanti islamici dello Stato Islamico”.

Come rivelano fonti ufficiali dell’amministrazione americana, un maggiore coinvolgimento Usa si rende necessario visto l’attacco subito venerdì scorso da parte del Fronte al-Nusra dal primo lotto di forze ribelli addestrate da Washington e schierate nel nord della Siria per contrastare l’avanzata dell’Isis. Quello sarebbe stato il terreno di prova per i raid difensivi, una zona militare utilizzata in passato da un altro gruppo di miliziani sostenuto dall’Occidente, noto come la Divisione 30, da cui proverrebbe la maggior parte delle reclute addestrate dagli Usa.

Si tratta degli stessi combattenti che al-Nusra rivendica di aver catturato la scorsa settimana, tra cui il presunto comandante della Divisione, che però secondo alcuni funzionari americani non sarebbe stato mai addestrato da loro. E non si tratta certo dei primi “ribelli moderati” schiacciati dalla formazione qaedista: a marzo il gruppo Harakat Hazm, riccamente finanziato e supportato da Washington per tre anni in chiave anti-Assad, annunciava il suo scioglimento, decretando ancora una volta il fallimento della politica Usa di sostegno di certi gruppi di ribelli.

Per quattro anni, infatti, circa 500 milioni di dollari di armi, aiuti e addestramento militare sono fluiti dalle casse di Washington a quelle dei miliziani anti-Assad: miliziani che hanno visto nascere e moltiplicarsi vari gruppi tra cui Isis, al-Nusra e altre fazioni più piccole non raggruppate nel cosiddetto Esercito Siriano Libero e ne sono poi stati sopraffatti, se si considera che i gruppi jihadisti controllano oggi oltre la metà del territorio siriano.

Continuare a fornire aiuti consistenti a una certa compagine che sembrava non godere di alcun appoggio in loco – ma che, sponsorizzata dall’Occidente, era diventata subito “l’unica rappresentante del popolo siriano” – era parso un gioco pericoloso perfino al direttore della Cia John Brennan, che a marzo si era lasciato andare ad alcuni commenti di preoccupazione sulla non compattezza dell’opposizione siriana che, in caso di “collasso caotico del regime di Assad, […] potrebbe aprire la strada di Damasco all’Isis”, ricordando che “bisogna sì continuare a sostenere l’opposizione moderata, ma bisogna anche progettare un percorso politico per il futuro”.

Sebbene stando alle parole di Washington la distruzione dell’Isis sia per ora il maggiore obiettivo del generoso finanziamento Usa ai ribelli anti-Assad, e sebbene le truppe del presidente siriano non abbiano mai attaccato i reparti della coalizione anti-Isis nel nord della Siria nonostante il regime abbia più volte dichiarato che qualsiasi ingresso di truppe straniere nel paese sarà considerato un’invasione e una violazione di sovranità, non è escluso che questa volta un attacco anche involontario potrà dar luogo a una carneficina. E non sembra inverosimile pensare che qualsiasi pretesto sarà usato dalle truppe Usa per muovere contro il loro vero e a lungo dichiarato obiettivo: Bashar al-Assad. Nena News

 

 

Gerusalemme-Quds Press. Domenica mattina, le forze di occupazione israeliane hanno assaltato la Città Vecchia di Gerusalemme e hanno arrestato il predicatore Khaled al-Meghrebi e cinque giovani. Un sesto minorenne è stato arrestata a Silwan. La moglie di Meghrebi ha riferito a Quds Press che un vasto spiegamento di forze di polizia e d intelligence hanno invaso la sua abitazione, affermando di avere un mandato di perquisizione e arresto. Ha aggiunto che le forze hanno perquisito la casa e confiscato tutti i computer e apparecchi telefonici, inclusi quelli usati dai bambini e il modem. La donna ha detto che la polizia ha arrestato il marito per i suoi sermoni nella moschea di al-Aqsa e che i media israeliani hanno lanciato una campagna contro di lui, sostenendo che incitasse a uccidere ebrei. La Società per i prigionieri palestinesi – PPS – ha reso noto che le forze israeliane hanno arrestato cinque giovani nella Città Vecchia di Gerusalemme, oltre a un bambino di 12 anni, di Silwan, accusato di lanciare sassi. Domenica sono scoppiati scontri nel complesso di al-Aqsa in concomitanza con l’assalto da parte di un gruppo di coloni accompagnati da dirigenti del ministero dell’Interno israeliano. La polizia israeliana ha impedito ai fedeli musulmani di entrare nel luogo sacro per ore, nella mattinata.

MemoIl Centro palestinese per i diritti umani (PCHR) ha riferito che il blocco israeliano imposto sulla Striscia di Gaza da oltre otto anni ha comportato un aumento della povertà nella Striscia di Gaza.
“Il tasso di povertà nella prima metà di quest’anno ha raggiunto il 38,8% – ha dichiarato il Pchr – ed il 21,1% dei poveri è considerato in stato di estrema povertà”.

Il Pchr ha riferito in una recente conferenza stampa che le autorità israeliane stanno continuando ad isolare Gaza e ad imporre uno stretto blocco navale e di terra sul territorio.
L’associazione ha poi evidenziato che, oltre ad un aumento del tasso di povertà, il blocco ha causato anche l’aumento del tasso di disoccupazione al 44%. Questo indica un livello di deterioramento economico senza precedenti che affligge i palestinesi di Gaza.

“L’Isolamento da parte di Israele e l’assedio di Gaza hanno avuto come risultato gravi violazioni dei diritti economici, sociali e culturali di 1.800.000 persone”, ha riferito il Pchr, così come un significativo peggioramento delle loro condizioni di vita”.

A maggio, la Banca Mondiale aveva dichiarato che l’economia di Gaza era una delle peggiori del mondo, con un tasso di disoccupazione del 43%, che raggiunge addirittura fino al 70% nella fascia di età tra i 20 ed i 24 anni.

Traduzione di Silvia Rossi

Nazareth–Quds Press. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha deciso di far costruire 800 nuove unità abitative a Gerusalemme e in Cisgiordania.

Il sito ebraico “0404” ha reso noto che mercoledì 29 luglio Netanyahu ha deciso di far costruire 500 unità abitative negli insediamenti di Gerusalemme, e 300 in quelli di “Beit El”, a ovest di Ramallah. In base a questa decisione, saranno costruite 300 unità nell’insediamento “Rimot”, altri 70 a “Gilo”, in aggiunta a 19 unità abitative a “Har Homa” e decine di unità nell’insediamento di “Pisgat Ze’ev”.

Da parte sua, il ministro dell’Istruzione israeliano Naftali Bennett ha elogiato la decisione di Netanyahu, sottolineando che questa mossa è stata una risposta immediata alla sentenza della Corte Suprema israeliana di mercoledì 29 luglio, in cui il giudice aveva stabilito la demolizione di due edifici residenziali costruiti dai coloni a Beit El, vicino Ramallah.

I bulldozer dell’esercito israeliano hanno iniziato la demolizione a mezzogiorno di mercoledì in esecuzione della sentenza della Corte Suprema israeliana di abbattere i due edifici costruiti dai coloni nell’insediamento di Beit El, nell’ambito di un progetto conosciuto come schema “Drainehov”. Sono scoppiati scontri tra la polizia israeliana e alcuni gruppi di coloni che si opponevano alla sentenza, molti dei quali sono stati arrestati o sono rimasti feriti.

Traduzione di Giovanna Niro

Asa Winstanley 2 August 2015

Frontrunner in Labour Party leadership campaign also committed to pushing for a two-way arms embargo on Israel.

Martedì 28 luglio 2015 è stata emessa la sentenza al processo di Stoccarda secondo l’art. 129b contro Ozgur Aslan, Sonnur Demiray, Muzaffer Dogan e Yusuf Tas. Dopo che la procura (BAW) al processo aveva già chiesto pene da 4 anni e mezzo a 6 anni e mezzo, il presidente del 5° senato, H. Wieland, si è quasi completamente conformato ad essa condannando i quattro accusati a lunghe pene detentive: 4 anni e 9 mesi per Ozgur Aslan, 5 anni e 6 mesi per Sonnur Demiray e 6 anni per Yusuf Tas e Muzaffer Dogan rispettivamente.

Le attività, per le quali ora ai quattro sono state inflitte lunghe pene sono, ad esempio, lavoro d’informazione, raccolta fondi e organizzazione di iniziative musicali, fra cui un grande concerto con il gruppo musicale turco rivoluzionario “Grup Yorum”.

Nel corso del processo iniziato nel settembre 2014, i cui atti constano di 60.000 pagine, il BAW ed il senato hanno cercato di stabilire una connessione fra DHKP-C e “Grup Yorum” e continuato la strategia già attuata in altri processi del “Tutto è DHKP-C”, in base alla quale anche le sedi della Federazione anatolica sono state giudicate sedi del DHKP-C. Ciò può essere inteso anche come direzione di marcia assunta dal senato, il quale punta alla criminalizzazione.

Inoltre, durante il processo è stato arrestato un attivista 61enne, che nell’inverno dello scorso anno ha voluto presenziare al processo e vi è stato incarcerato per alcune settimane. Adesso, è accusato di essere stato partecipe per il DHKP-C a un “delitto in Turchia per motivi politici” (secondo il “Stuttgarter Zeitung”). Il processo si svolgerà a sempre a Stoccarda.

Solidarietà

All’annuncio del verdetto erano presenti 50 persone che hanno voluto esprimere la loro solidarietà ai prigionieri. Già una settimana fa, il 23 luglio, durante un’udienza quasi 70 persone hanno assistito alla lettura di dichiarazioni politiche dei prigionieri. In quell’occasione è stata imposta una sanzione ammnistrativa di 200 euro a ciascuno di 3 attivisti/e che, secondo il tribunale, non avrebbero portato il debito rispetto e un attivista è stato tenuto in prigione due giorni per aver lanciato slogan contro l’ordinanza di custodia.

Retroscena

I quattro sono stati arrestati durante un raid compiuto il 23 giugno 2013, con l’accusa di appartenenza al DHKP-C (Partito Fronte rivoluzionario per la liberazione del popolo) in base all’art. 129 b. Yusuf Tas e Ozgur Aslan in seguito a ciò sono stati trasferiti dall’Austria in Germania. Per opporsi all’estradizione, entrambi sono entrati in sciopero della fame durato rispettivamente 48 e 50 giorni, che nel caso di Ozgur Aslan ha prodotto effetti sulla sua salute.

Frattanto, oltre 20 persone sono state portate al banco degli imputati e condannate, accusate d’appartenenza al DHKP-C in base all’art. 129 b. Sono pure nel mirino attivisti/e kurdi accusati di essere membri del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan). In aprile sono stati imprigionati anche 11 membri di ATIK, secondo l’art. 129 b. Sono accusati di essere membri del TKP/ML (Partito comunista turco/marxista-leninista).

Terrorista è…

Con l’etichetta di terrorista, con la diffamazione di attivisti/e politici come pericolo per la società, la realtà viene posta nelle sua essenza: quelli che lottano per una società senza classi e in modo mirato e cosciente si oppongono ai rapporti dominanti, sono presentati come pericolo presunto per la popolazione, mentre chi davvero terrorizza l’umanità con bombe, arresti, affama e sfrutta quotidianamente, che costano giornalmente molte migliaia di vite, viene osannato come sostenitore dei diritti umani e portatore di pace.

Così il lancio di una pietra o la diffusione di un giornale divengono atti terroristici, mentre i carri armati dei dominanti si trasformano in pacificatori.

È tanto più necessario opporre giorno per giorno la nostra solidarietà a questa repressione. Perché, se nella logica capitalistica la repressione segue alla resistenza, in una logica rivoluzionaria deve seguire la solidarietà alla repressione.

Terrorista è chi affama, bombarda e arresta!

Vi salutiamo, Ozgur, Sonnur, Muzaffer e Yusuf, con tutta la nostra energia!

Özgür Aslan, Muzaffer Dogan, Yusuf Tas Asperger Str. 60 70439 Stuttgart

Sonnur Demiray Herlikofer Straße 19 73527 Schwäbisch Gmünd

Nota: presumibilmente i prigionieri saranno trasferiti prossimamente. Vi aggiorneremo!

29 luglio 2015

Netzwerk Freiheit für alle politischen Gefangenen

Rania Khalek 1 August 2015

In Israel, killing Palestinians and advocating genocide builds political careers.

La campagna italiana “Apriamo Gaza, il porto della Palestina”, si è conclusa con la missione Freedom Flotilla 3 , non è più possibile effettuare donazioni sulla pagina Crowfunding e sul conto corrente.

Ringraziamo tutti coloro che hanno partecipato alla raccolta di un totale di 6.995,64€ . (elenco donazioni ricevute)

La campagna italiana ha potuto così partecipare alle spese di allestimento della missione internazionale Freedom Flotilla 3 .

Attualmente sono disponibili 2.000€ per l’apertura del centro per le donne “Rachel Corrie” a Gaza. Il progetto sarà portato avanti dall’Associazione Amici della Mezzaluna Palestinese.
Chi è interessato a collaborare con la realizzazione del centro per le donne, può mettersi in contatto direttamente con l’Associazione, scrivendo a centrodonne.amrp@gmail.com

Per quanto riguarda il pulmino per l’Asilo Vittorio Arrigoni, aperto ad Al Burej, nella Striscia di Gaza da settembre 2014 e frequentato da un centinaio di bambine e bambini, le donazioni sono state aggiunte a quelle ricevute direttamente sul conto “Dima”, dedicato ai progetti in collaborazione con l’Associazione Culturale Palestinese “Ghassan Kanafani”. Lo scuolabus per i bambini che frequentano l’asilo è già funzionante.

Attualmente abbiamo in cassa “Dima” circa 6.000€ (inclusa l’ultima donazione di 1.500€ effettuata dai 99 Posse), che saranno inviati all’Associazione Culturale Ghassan Kanafani per sostenere le loro attività, tra cui l’apertura a settembre di un secondo asilo “Stay Human”.

Continueremo a tenere i contatti con la Coalizione Internazionale perchè Gaza è ancora bloccata e la colonizzazione della Palestina da parte di Israele avanza indisturbata. E’ necessario quindi proseguire con azioni di sfida diretta al blocco, coordinate a livello internazionale.

A settembre riprenderanno i lavori della Coalizione Internazionale della Freedom Flotilla di cui la campagna italiana continuerà a far parte con un nuovo assetto.

Stay tuned.

Consegnati oggi al Cairo i primi otto jet F-16, parte di un pacchetto di aiuti militari statunitensi da 1,3 miliardi di dollari, ripristinati quest’anno dopo lo stop nel 2013 a seguito del golpe contro Morsi. Continuano gli arresti e le condanne a morte, ma delle riforme politiche richieste dall’amministrazione americana neanche l’ombra

della redazione

Roma, 1 agosto 2015, Nena News - Si è rimessa i moto la macchina degli aiuti militari statunitensi all’Egitto. Secondo quanto dichiarato dall’ambasciata Usa al Cairo, oggi è stata consegnata all’alleato nordafricano la prima consistente tranche del pacchetto annuale di fondi e attrezzature militari sbloccato lo scorso marzo, dopo la sospensione voluta dal presidente Usa Barack Obama in seguito al golpe dell’esercito egiziano contro Mohamed Morsi, terminato con la sua condanna a morte nel giugno scorso.

Si tratta di otto jet F-16, cui se ne aggiungeranno altri quattro in autunno, oltre a 20 missili Boeing Harpoon e 125 kit Abrams M1A1 per carri armati prodotti dalla General Dynamics. Un pacchetto da 1,3 miliardi di dollari l’anno, generoso regalo fatto al presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi per la lotta all’Isis e alle minacce jihadiste provenienti dai confini ovest e dalla penisola del Sinai, che riporta l’Egitto – stando alle parole del portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale Bernadette Meehan – al secondo posto tra i più grandi destinatari del finanziamento militare Usa all’estero dopo Israele.

Il super finanziamento, che Washington accordava al suo alleato nordafricano da decenni, era stato interrotto nel 2013 a causa del golpe perpetrato dalla giunta militare del Cairo – mai veramente messa da parte dalla deposizione di Hosni Mubarak durante la cosiddetta primavera egiziana del 2011 – ai danni di Mohamed Morsi, l’unico presidente eletto democraticamente nella storia della repubblica egiziana. Negli scontri tra i sostenitori dei Fratelli Musulmani e la polizia che avvennero subito dopo rimasero uccisi oltre un migliaio di dimostranti, una vicenda che aveva raffreddato le relazioni tra i due paesi e spinto un imbarazzato Obama a sospendere gli aiuti militari.

Il ripristino dei finanziamenti, secondo quanto dichiarato dall’amministrazione americana, doveva essere legato a una serie di riforme, mai realizzate dal nuovo regime egiziano: Obama, che a marzo aveva lasciato intendere che il colpo di stato contro Morsi non sarebbe passato in sordina, annunciando che gli Stati Uniti avrebbero “parlato francamente e direttamente” della “traiettoria politica egiziana”, non si è però ancora espresso chiaramente sulla deriva repressiva che il Cairo ha già preso da molto tempo.

A pagare per la restaurazione del regime egiziano non sono solo i membri della Fratellanza, che pure sono i più colpiti dalle nuove leggi anti-terrorismo promulgate dalla giunta a partire dall’autunno del 2013, quando il movimento è stato messo fuorilegge, con migliaia di arresti e una lista di condanne a morte che ha pochi eguali nel mondo arabo. Anche decine di attivisti laici sono morti nelle manifestazioni annuali per il ricordo della rivoluzione del 2011, mentre i giornalisti sono sempre più nel mirino delle autorità con nuove leggi ad-hoc studiate per arricchire il pacchetto anti-terrorismo. Secondo Ong e attivisti, dall’inizio dell’anno sono finiti nel braccio della morte 194 egiziani, mentre l’anno scorso le sentenze capitali sono state 509. Inoltre, 20mila persone sono in cella in attesa di giudizio.

Ieri l’ultima saga della repressione egiziana: secondo quanto riportato dall’emittente Press TV, oltre cinquanta persone sarebbero state arrestate durante le manifestazioni tenutesi in varie città del paese organizzate dall’Alleanza anti-Golpe, guidata dai Fratelli Musulmani. Durante i cortei erano stati scanditi slogan contro il “governo sostenuto dai militari”. Nena News

 

Nablus – PIC e Quds Press. Venerdì sera, coloni dell’insediamento di Yitzhar hanno dato fuoco a una foresta appartenente a Palestinesi nei pressi delle cittadine di Asira e Urif, a sud di Nablus.

Le fiamme si sono estese in un ampio raggio, bruciando parecchi alberi sul Monte Salman.

Gerusalemme – PIC e Quds Press. Venerdì sera, un colono israeliano ha deliberatamente investito un gerosolimitano che stava pregando nei pressi di una moschea a Ras al-Amoud, a Gerusalemme Est occupata.

La polizia israeliana, massicciamente dispiegata nell’area, ha protetto il colono che è fuggito dopo aver investito il Palestinese.

Centinaia di fedeli hanno dovuto eseguire la preghiera del venerdì nelle strade, dopo il divieto posto dalle autorità israeliane ad entrare nella moschea di al-Aqsa.

Istanbul-PIC. Lunedì 27 luglio, decine di ricercatori e organizzazioni islamiche di Istanbul hanno annunciato la loro decisione di adottare 1000 fedeli musulmani presenti alla moschea al-Aqsa.

Una dichiarazione pubblicata dagli studiosi e dalle istituzioni islamiche in relazione al “crimine dell’assalto ad al-Aqsa” ha condannato le politiche israeliane di profanazione del terzo luogo santo dei musulmani.

I ricercatori hanno anche annunciato la loro intenzione di svolgere delle manifestazioni di massa a sostegno della moschea al-Aqsa, ogni venerdì.

Il presidente dell’associazione degli studiosi della Palestina all’estero, Nawaf Al Takruri, ha informato i giornalisti della decisione di adottare e sponsorizzare 1000 musulmani a al-Aqsa in un atto concepito per sostenere la moschea sacra.

Tale decisione giunge a seguito dell’intensificazione della presa d’assalto da parte dei coloni nei confronti della moschea e degli attacchi condotti contro i pacifici fedeli musulmani in occasione della cosiddetta celebrazione della “distruzione del tempio”.

Traduzione di Nadia El Mansouri

Pagine

Subscribe to Palestina Rossa aggregatore - Palestina

Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

PalestinaRossa newsletter

Resta informato sulle nostre ultime news!

Subscribe to PalestinaRossa newsletter feed

Accesso utente