Palestina

Meanwhile, US reneges on pledge of emergency food aid for Palestinian refugees.

MEMO. Di Ramzy Baroud. Ormai non c’è giorno in cui un politico o un intellettuale israeliano di spicco non dica qualcosa di oltraggioso contro i palestinesi, suscitando di solito poca attenzione o un meritato sdegno.

Proprio qualche giorno fa, il ministro dell’Agricoltura israeliano, Uri Ariel, dichiarava di voler vedere altri palestinesi morti e feriti a Gaza.

“Come mai abbiamo questo potere così speciale di sparare e innalzare colonne di fumo e fuoco ma nessuno si fa male? È ora che ci siano anche i morti e i feriti”, queste le sue parole.

La richiesta avanzata da Ariel di vedere più palestinesi morti e feriti è solo l’ultima delle tante affermazioni ripugnanti, come quelle fatte contro Ahed Tamimi, ragazza di 16 anni arrestata durante un violento raid israeliano nella sua casa a Nabi Saleh, in Cisgiordania.

La ragazza, ripresa in un video, aveva schiaffeggiato un soldato il giorno dopo che l’esercito israeliano aveva sparato in testa al cugino, finito poi in coma.

Il ministro dell’Istruzione israeliano, Naftali Bennett, famoso per le sue opinioni estremiste, spera che Ahed e altre ragazze palestinesi “passino il resto dei loro giorni in carcere”.

Un rinomato giornalista israeliano, Ben Caspit, spera invece in una punizione ancora più grave. Ha infatti proposto di violentare in carcere Ahed e le ragazze come lei.

“Per casi come questi dovremmo adottare altri tipi di provvedimenti, al buio, senza testimoni né telecamere”, ha scritto in ebraico.

Questa mentalità violenta e rivoltante, tuttavia, non è una novità. È piuttosto il proseguo di un retaggio antico, consolidato da una lunga storia di violenza.

È innegabile che le dichiarazioni di Ariel, Bennet e Caspit non sono state fatte in un momento di rabbia. Sono bensì il riflesso di politiche che vanno avanti ormai da 70 anni. Uccidere, violentare e incarcerare a vita sono misure che caratterizzano lo stato di Israele da molto tempo.

Questa eredità violenta è parte di Israele anche oggi, grazie a quello che lo storico israeliano Ilan Pappe ha definito un “genocidio crescente”.

Nel corso degli anni poco è cambiato di questa lunga eredità, se non nomi e titoli. Le milizie sioniste che hanno orchestrato il genocidio dei palestinesi prima del 1948 si sono unite a formare l’esercito israeliano; e i leader di questi gruppi sono diventati i leader di Israele.

La nascita violenta di Israele nel 1947-48 fu il culmine del violento corso degli eventi. Fu il momento in cui gli insegnamenti sionisti furono messi in pratica, e il risultato fu orribile.

“La tattica di isolare e attaccare un dato villaggio o cittadina e massacrarne orrendamente e indistintamente la popolazione fu una strategia impiegata in maniera sistematica dalle bande sioniste per costringere la popolazione dei villaggi circostanti a scappare”, mi disse Ahmad Al-Haaj quando gli chiesi alcune riflessioni sul passato e presente di Israele.

Al-Haaj è uno storico palestinese ed esperto della Nakba, la “catastrofe” che decimò i palestinesi nel 1948.

L’intellettuale, oggi 85enne, iniziò a parlare dell’argomento 70 anni fa quando, da quindicenne, assistette al massacro di Beit Daras per mano della milizia sionista Haganah.

La distruzione del villaggio nel sud della Palestina e l’uccisione di decine di abitanti provocò lo spopolamento di molti villaggi adiacenti, tra cui al-Sawafir, villaggio natale di Al-Haaj.

“Il famoso massacro di Deir Yasin fu il primo esempio di queste uccisioni ingiustificate, uno schema che fu riproposto in altre zone della Palestina”, ha dichiarato Al-Haaj.

La pulizia etnica della Palestina di allora fu programmata da alcune milizie sioniste. La milizia ebraica principale era la Haganah, facente capo all’Agenzia Ebraica.

Quest’ultima fungeva da semi-governo sotto l’egida del Governo Mandatario Britannico, e la Hanagah era il suo braccio armato.

Tuttavia, altri gruppi vi presero parte, ognuno con il proprio programma. Due dei principali erano l’Irgun (Organizzazione Militare Nazionale) e il Lehi (conosciuto anche come Banda Stern). Questi gruppi si resero artefici di numerosi attacchi terroristici, tra cui bombardamenti di autobus e assassini mirati.

Menachem Begin, russo di nascita, era il leader dell’Irgun che, insieme alla Banda Stern e altri militanti ebrei, massacrò centinaia di civili a Deir Yassin.

“Dite ai soldati: avete fatto la storia di Israele con i vostri assalti e le vostre conquiste. Continuate così, fino alla vittoria. Come a Deir Yassin, così ovunque, attaccheremo e annienteremo il nemico. Dio, Dio ci ha scelto per conquistare” scriveva Begin all’epoca, descrivendo il massacro come una “bellissima azione di conquista”.

Il legame intrinseco tra parole e azioni resta immutato.

Quasi 30 anni dopo, un terrorista ricercato, Begin, divenne primo ministro di Israele. Intensificò il sequestro delle terre della neo-occupata Cisgiordania e di Gerusalemme Est, scatenò una guerra in Libano, annesse Gerusalemme Occupata a Israele e organizzò il massacro di Shabra e Shatila nel 1982.

Tra questi terroristi tramutati in politici troviamo Begin, Moshe Dayan, Yitzhak Rabin, Ariel Sharon, Rafael Eitan e Yitzhak Shamir. Ognuno di loro ha un passato costellato di violenza.

Shamir fu primo ministro israeliano dal 1986 al 1992. Nel 1941 era stato imprigionato dai britannici per aver fatto parte della Banda Stern. Più tardi, come primo ministro, ordinò la repressione violenta di un’insurrezione palestinese non-violenta nel 1987, fratturando di proposito le ossa ai bambini accusati di aver tirato pietre contro i soldati israeliani.

Perciò, quando i ministri del governo come Ariel e Bennett chiedono violenza ingiustificata contro i palestinesi, stanno semplicemente portando avanti il retaggio di sangue che ha caratterizzato ogni singolo leader israeliano del passato. È la mentalità violenta che continua a controllare il governo israeliano e il suo rapporto con i palestinesi; anzi, con tutti i suoi vicini.

Traduzione di Giovanna Niro

A teenager was killed when Israel used him as human shield during raid on father of man army claims to have killed in Jenin.

Valle del Giordano-Quds Press e PIC. Un soldato israeliano è rimasto ferito nel pomeriggio di venerdì in un presunto attacco automobilistico vicino al valico di al-Karama, nella Valle del Giordano.

In un comunicato, l’esercito israeliano ha affermato che l’incidente è stato premeditato e ha annunciato l’arresto dell’autista palestinese.

Secondo fonti israeliane, un autista palestinese ha investito e ferito un soldato israeliano mentre cercava di entrare nell’area di Qasr al-Yahud, a cui gli è stato negato l’ingresso dalle forze israeliane.

 

PIC. Il Centro per gli Studi dei Prigionieri palestinesi ha reso noto giovedì che Maher Younis, 59 anni, della città di Arah, nella Palestina occupata nel 1948, è entrato nel 36° anno di reclusione nelle carceri israeliane.

Il portavoce del Centro, Riyad al-Ashqar, ha affermato che il prigioniero Younis è detenuto dal 18 gennaio 1983. Sta scontando una condanna per l’uccisione di un soldato israeliano. È considerato il secondo detenuto palestinese di più vecchia data, dopo il cugino Karim Younis, arrestato due settimane prima.

I tribunali israeliani li avevano condannati alla pena di morte per impiccagione. Tuttavia, le sentenze furono trasformate in ergastoli.

Il prigioniero Maher Younis portò avanti uno sciopero della fame di dieci giorni, nel 2013, nel carcere di Galboa, per attirare l’attenzione dell’Autorità Palestinese (ANP) sulla propria condizione di detenuto di vecchia data che non è mai stato incluso in accordi di scambio tra l’ANP e le autorità israeliane di occupazione.

 

Il Cairo-PIC. La Conferenza mondiale a sostegno di Gerusalemme, organizzata da al-Azhar, in Egitto, ha sollecitato, giovedì, intensi sforzi per proclamare Gerusalemme come capitale eterna dello stato indipendente della Palestina.

Si tratta delle raccomandazioni della dichiarazione finale della Conferenza di due giorni svoltasi al Cairo, durante la quale sono stati discussi gli ultimi sviluppi dopo il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte degli USA, il 6 dicembre 2017.

La conferenza di Al-Azhar, alla quale hanno preso parte alti funzionari e personalità, ha sottolineato l’identità araba di Gerusalemme e come, nel corso della storia, la città santa abbia fatto parte del patrimonio islamico e cristiano.

La Conferenza ha affermato che dovrebbero essere intrapresi sforzi per ottenere il riconoscimento internazionale di Gerusalemme come capitale eterna della Palestina e approvato il suggerimento di al-Azhar di definire il 2018 “l’anno di Gerusalemme”.

Le raccomandazioni finali chiedono ai responsabili delle decisioni nel mondo arabo e musulmano di non prendere alcuna misura che danneggi la causa palestinese o sostenga la normalizzazione con Israele, confermando il rifiuto categorico della Conferenza della decisione statunitense su Gerusalemme.

La Conferenza ha invitato a mobilitare le energie ufficiali e popolari, a livello arabo e internazionale, per porre fine all’occupazione israeliana della Palestina.

Ankara promette di devastare il progetto politico di Rojava. Gli Usa invitano alla prudenza, la Russia media. I curdi, sempre più soli, scendono in piazza per resistere alle minacce

La manifestazione di ieri ad Afrin (Foto: AnfEnglish)

della redazione

Roma, 19 gennaio 2018, Nena News – Il botta e risposta tra i vari attori coinvolti nel nord della Siria fa da sfondo alla tensione bellica che avvolge l’ovest della curda Rojava. Ieri il ministro degli esteri turco Cavusoglu ha ribadito quanto detto in questi giorni dal presidente Erdogan e soprattutto quanto visto al confine tra Turchia e Siria, il dispiegamento di numerosi carri armati e batterie di artiglieria.

La Turchia, ha detto ieri alla Cnn Turk, interverrò ad Afrin e a Manbij contro la minaccia rappresentata dalle unità di difesa popolari curde, le Ypg perché le rassicurazioni statunitensi ad Ankara non bastano. Parole che svelano gli obiettivi chiarissimi da un anno e mezzo, da quando l’esercito turco entrò nel nord della Siria, nell’agosto 2016: distruggere il progetto di unificazione dei cantoni curdi di Afrin, Kobane e Jazira ma anche la loro base ideologica di cui Manbij – non certo citata a caso – è una delle espressioni. Liberata dall’occupazione islamista dell’Isis con la partecipazione delle varie comunità etniche e religiose siriane, ha rappresentato la sconfitta del monolito pensiero unico islamista ma anche i piani di un paese, la Turchia, che immagina come soluzione della crisi la divisione etnica e confessionale della Siria.

L’annuncio da parte della coalizione a guida Usa di formazione di un esercito di 30mila uomini nel corridoio settentrionale siriano ha dato il là alle minacce turche, che già si erano concretizzate negli ultimi 18 mesi in attacchi sporadici contro le postazioni delle Ypg e delle Forze Democratiche Siriane. A nulla è valsa la giustificazione statunitense, tipica di un’amministrazione molto poco consapevole delle mosse da fare: la creazione dell’Esercito del Nord è stata interpretata male, ha detto due giorni fa il segretario di Stato Usa Tillerson. Seguendo la linea di Washington che aveva già mandato a dire alle Ypg che non sarebbe intervenuta ad Afrin perché lì l’Isis non c’è.

Gli Stati Uniti sono comunque consapevoli del pericolo di aprire un nuovo fronte a nord, in particolare nell’ovest, a poca distanza da Idlib, la provincia siriana in mano a qaedisti e islamisti, un bubbone jihadista la cui esplosione provocherà – lo si vede già da giorni, con la fuga di 100mila civili – bagni di sangue e nuova instabilità. Ieri il Dipartimento di Stato ha invitato la Turchia a non prendere iniziative contro il cantone di Afrin e di concentrarsi sul nemico Isis, come fosse stato sempre un avversario per il governo di Ankara.

In qualche modo una risposta all’appello lanciato dal partito curdo-siriano Pyd che mercoledì ha fatto chiesto al mondo di evitare l’attacco turco contro una regione che conta un milione di abitanti e una città, Afrin, che ne conta 500mila di cui la metà sfollati da altre parti della Siria.

Ieri Afrin è scesa in piazza, migliaia di persone in marcia sotto la pioggia per mostrare la loro intenzione di resistere alle minacce turche: Afrin sarà il cimitero di Erdogan, avvertivano i manifestanti sventolando le bandiere delle Ypg e quelle con il volto del leader del Pkk, Abdullah Ocalan. I manifestanti hanno raccontato il desiderio di salvaguardare la rivoluzione in corso a Rojava, il suo obiettivo politico e inclusivo, certi che non saranno solo i curdi a mobilitarsi. Ci nasconderemo nelle grotte, dicevano ieri, e difenderemo da lì la città dagli attacchi dell’esercito turco.

Da parte sua il governo di Damasco promette di reagie re e abbattere ogni caccia turco che oserà violare lo spazio aereo siriano. La Russia media dietro le quinte, gli Stati Uniti lanciano dichiarazioni contradditorie. Rojava è sempre più sola. Nena News

 

PCHR. Rapporto settimanale (11 – 17 gennaio 2018).

Le forze israeliane continuano i crimini sistematici nei Territori Palestinesi Occupati.

  • Le forze israeliane hanno continuato a far uso di forza eccessiva nei Territori Palestinesi Occupati

– 3 civili palestinesi, tra cui 2 minori, sono stati uccisi, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

– 112 civili palestinesi, tra cui 29 minori, 2 giornalisti e un paramedico, sono stati feriti in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

– 44 sono stati colpiti da pallottole, 54  da pallottole di metallo rivestite di gomma e 14 da lacrimogeni e dalle loro schegge.

– 12 dimostranti, tra cui 5 minori,  sono stati arrestati in Cisgiordania.

  • Aerei da guerra israeliani hanno colpito un tunnel nella Striscia di Gaza meridionale, ma non si segnalano feriti.
  • Le forze israeliane hanno condotto 79 incursioni nelle comunità palestinesi della Cisgiordania e una nella Striscia di Gaza meridionale.

– 101 civili, tra cui 25 minori e 3 donne, sono stati arrestati.

– 38 di loro, tra cui 14 minori e 2 donne, sono stati arrestati a Gerusalemme.

  • Nella Striscia di Gaza sono stati registrati diversi scontri a fuoco contro le barche da pesca palestinesi.
  • Le autorità israeliane hanno proseguito le loro attività di insediamento in Cisgiordania.

– I coloni israeliani hanno iniziato a istituire una strada di insediamento tra Nablus e Qalqiliya.

  • Si segnalano scontri a fuoco nelle aree di confine della Striscia di Gaza, ma non si segnalano vittime.
  • Le forze israeliane hanno diviso la Cisgiordania in cantoni e hanno continuato a imporre la chiusura illegale sulla striscia di Gaza per l’11° anno consecutivo.

– Sono stati istituiti decine di check-point temporanei in Cisgiordania e altri sono stati ripristinati per ostacolare la circolazione dei civili palestinesi.

– 4 civili palestinesi, tra cui una donna, sono stati arrestati ai check-point in Cisgiordania.

Riassunto.

Le violazioni israeliane del diritto internazionale e del diritto internazionale umanitario nei Territori Palestinesi Occupati sono continuate durante il periodo di riferimento (11 – 17 gennaio 2018). 

Colpiti. 

Durante il periodo di riferimento, le forze israeliane hanno ucciso 3 civili palestinesi, tra cui 2 minori, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Hanno anche ferito 112 civili palestinesi, tra cui 29 minori, 2 giornalisti e un paramedico, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Nella Striscia di Gaza, le forze israeliane hanno continuato a inseguire i pescatori palestinesi nel Mare di Gaza e a colpire le zone di confine mentre gli aerei israeliani hanno colpito i tunnel.

In Cisgiordania, l’11 gennaio 2018, le forze israeliane hanno ucciso Ali Qino (Qadous) (17 anni) del villaggio di Iraq Burin, a sud di Nablus. Il minore è stato ucciso quando i soldati israeliani di stanza vicino a cubi di cemento posizionati al mattino dalle forze israeliane, sulla strada principale del villaggio, hanno aperto il fuoco. Alcuni ragazzi hanno lanciato pietre contro i soldati da una distanza di 150 metri. Questi hanno immediatamente aperto il fuoco contro di loro, uccidendo l’adolescente. I medici dell’ospedale specialistico di Nablus, dove è stato trasferito il minore, hanno riferito che quest’ultimo è stato colpito da una pallottola che gli è entrata in fronte uscendo dalla parte sinistra, causando la frattura del cranio e un’ernia cerebrale.

Il 15 gennaio 2018, in un crimine simile, le forze israeliane hanno ucciso Ahmed Salim (24 anni) dal villaggio di Jayous, a nordest di Qaqliliya. È stato ucciso mentre partecipava a una protesta pacifica contro la decisione del presidente degli USA di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele organizzata quotidianamente nella zona di al-Mentar, vicino al muro di annessione, a ovest del villaggio. Testimoni oculari hanno detto che le forze israeliane hanno sparato più di 20 proiettili consecutivi da una distanza di soli 20 metri.

Durante il periodo di riferimento, la Cisgiordania ha assistito alle proteste contro la decisione del presidente degli USA di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e spostare l’Ambasciata degli USA a Gerusalemme. Durante le proteste, le forze israeliane hanno usato la forza contro i manifestanti e sparato per disperdere le proteste ferendo 30 civili, tra cui 4 minori, 2 giornalisti e un paramedico. Quattro civili sono stati colpiti da proiettili, 20 da proiettili di metallo rivestiti di gomma e 6 da bombole lacrimogene e schegge di granate stordenti.

Traduzione di Edy Meroli

I comandi militari stanno esaminando la possibilità che la Brigata Binyamin assuma il controllo di Kufr Akab e del campo profughi di Shoufat dove gli abitanti hanno tutti la residenza ufficiale a Gerusalemme. Video intervista con l’obiettrice di coscienza Attalia Ben Abba

Il campo profughi di Shuafat a Gerusalemme est (Foto: UPI/Debbie Hill)

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 19 gennaio 2018, Nena News – Tagliati fuori da Gerusalemme, pur essendo ufficialmente residenti nella città, dopo la costruzione del Muro israeliano. Abbandonati al loro destino dall’amministrazione comunale e senza servizi già da diversi anni, le decine di migliaia di palestinesi che vivono nel sobborgo di Kufr Akab e nel campo profughi di Shoaffat presto potrebbero vedere nelle loro strade i mezzi blindati dell’esercito israeliano.

Lo rivelava ieri il quotidiano Haaretz confermando indirettamente l’intenzione delle autorità israeliane di ridurre il numero dei palestinesi a Gerusalemme dichiarata il mese scorso da Donald Trump come la capitale d’Israele. La notizia arriva mentre il Vaticano torna a chiedere uno statuto speciale internazionalmente garantito per la città santa «nel pieno rispetto della natura peculiare di Gerusalemme il cui significato – ha scritto papa Bergoglio in una lettera indirizzata a Ahmad al Tayyib, Grande Imam della moschea di Al-Azhar al Cairo – va oltre ogni considerazione circa le questioni territoriali…per preservarne l’identità, la vocazione unica di luogo di pace alla quale richiamano i Luoghi sacri, e il suo valore universale».

Kufr Akab e Shoaffat con l’arrivo delle truppe israeliane si troverebbero nella stessa condizione dei centri palestinesi dell’Area C, il 60% della Cisgiordania occupata nel 1967 sulla quale Israele continua ad avere un controllo completo, civile e di sicurezza. Haaretz aggiunge che i comandi militari stanno esaminando la possibilità che la Brigata Binyamin, responsabile della zona di Ramallah, assuma il controllo del sobborgo e del campo profughi, in collaborazione con il Cogat, l’ufficio di coordinamento delle attività civili del governo israeliano nei terrritori palestinesi occupati.

Secondo gli israeliani Kufr Akab e Shoaffat sono ormai terre di criminalità e traffici illegali, tanto da richiedere l’intervento dell’esercito. Ma è stata proprio la politica di Israele a trasformarli in una giungla, visto che da anni agli abitanti sono negati servizi essenziali e non viene permesso di far riferimento all’Autorità nazionale palestinese (Anp). Le ambulanze israeliane non ci vanno perché sarebbe pericoloso, l’illuminazione pubblica è quasi inesistente, la raccolta dei rifiuti è affidata a privati lavorano poco e male e il degrado è diffuso.

Il percorso del Muro ha segnato il destino anche di altri sei sobborghi palestinesi di Gerusalemme che si trovano sull’altro lato della barriera. I loro abitanti corrono il rischio di perdere, presto o tardi, la residenza nella città santa. Amaro il commento di Ayman Odeh, leader della Lista araba unita al possibile impiego dell’esercito. «È una mossa pensata per sradicare 100.000 palestinesi da Gerusalemme – ha detto – e per spaccare la zona araba della città in piccole entità composte da villaggi e quartieri separati».

Con l’impiego dell’esercito trova una prima attuazione il piano suggerito l’anno scorso al premier Netanyahu da una deputata del Likud, Anat Berko, di creare sul terreno le condizioni per «trasferire» all’Anp i sobborghi palestinesi di Gerusalemme Est nel quadro di una soluzione in due fasi: la loro trasformazione in “Area B” (amministrazione civile ai palestinesi e sicurezza a Israele) in un primo momento e, tra qualche anno, in “Area A” (controllo pieno palestinese). In tal modo 200mila palestinesi saranno espulsi da Gerusalemme. Ne ricaverebbero un vantaggio, ha spiegato Berko, anche lo Stato e il Comune di Gerusalemme non più chiamati a garantire assistenza sanitaria, sociale e ambientale a un numero così alto di «arabi».

Intanto ieri sera a Jenin si scavava ancora tra le macerie di una abitazione abbattuta dall’Esercito per recuperare il corpo di un secondo palestinese rimasto ucciso durante un raid di una unità speciale israeliana. Secondo i media locali uno dei due sarebbe Ahmad Jarrar, 24 anni, uno dei responsabili dell’agguato mortale nella zona di Nablus in cui il 9 gennaio è caduto il colono israeliano Raziel Shevack. Hamas ha parlato di Jarrar come di un suo «martire» ma a Jenin alcuni sostengono che il giovane sarebbe riuscito a fuggire prima dell’arrivo dei soldati israeliani.

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Video-intervista alla giovane obiettrice di coscienza israeliana Attalia Ben Abba, che ha trascorso 110 giorni in un carcere militare per aver rifiutato il servizio di leva.

Il contributo speciale all’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi era stato promesso a metà dicembre. Con dichiarazioni anti-storiche, Washington compie una punizione collettiva

(Foto: Mohammed Talatene, Anadolu Agency/Getty Images)

della redazione

Roma, 19 gennaio 2018, Nena News – Dopo il congelamento a tempo indeterminato di 65 milioni di dollari – oltre la metà della prima tranche annuale – gli Stati Uniti hanno ritirato dal tavolo dell’agenzia Onu Unrwa anche 45 milioni in aiuti alimentari che il mese scorso avevano promesso nell’ambito del piano di emergenza per Cisgiordania e Gaza.

La somma era stata annunciata il 15 dicembre in un lettera del Dipartimento di Stato al commissario generale dell’Unrwa, Pierre Krahenbuhl: “Gli Stati Uniti intendono rendere questi fondi disponibili entro l’inizio del 2018 – si legge nella lettera resa pubblica ieri dalla Reuters – Un’altra lettera che conferma la contribuzione sarà inviata entro l’inizio di gennaio 2018”.

Ieri l’ennesima doccia fredda. A cancellare anche questo contributo è stato lo stesso Dipartimento di Stato Usa, negando che tale mossa – come quella precedente di congelamento dei 65 milioni – sia volta a punire i palestinesi ma indicandone la ragione nella necessità di riformare l’agenzia che da quasi 70 anni si occupa di sostenere i rifugiati palestinesi del 1948 con servizi sanitari, scolastici e distribuzione di aiuti alimentari. Di quali riforme ci sia bisogno Washington non lo specifica né spiega perché nel giro di due settimane abbia sentito l’impellente necessità di tagliare fondi indispensabili per amor di riforma.

La portavoce del Dipartimento di Stato Nauert si è arrampicata sugli specchi che la sua amministrazione piazza ovunque e ha detto che quell’impegno non era una garanzia ma una previsione. E che “se non li forniamo ora, non vuol dire che non li forniremo in futuro”. Insomma, si gioca con i diritti di un popolo disperso in campi profughi in tutto il mondo arabo, privandolo anche delle poche risorse che l’Unrwa, in grave deficit, riesce ancora a fornire.

E gli Stati Uniti, dice Nauert, sono stanchi di pagare per gli altri: “Non crediamo di dover essere il capo-donatore di ogni organizzazione nel mondo. Chiediamo agli altri paesi di fare di più”. Per spingerli, hanno pensato bene di tagliare del tutto i fondi, che rappresentano ad oggi il 30% del totale del budget dell’Unrwa. Come ha scritto Trump in un tweet del 2 gennaio, Washington è stanca di dare ai palestinesi milioni di dollari all’anno e non avere in cambio “alcun apprezzamento né rispetto”. Parole non solo anti-storiche, visto il ruolo che da decenni gli Usa giocano nel mantenere prigionieri sia i rifugiati della diaspora che i palestinesi dentro la Palestina storica, ma anche offensive per le condizioni  di oltre 5 milioni di persone, da 70 anni costrette in campi profughi senza diritti, apolidi, privati della propria casa ma che non trovano il tempo di mostrare gratitudine verso la Casa Bianca.

Mercoledì si è fatto avanti il Belgio che ha annunciato la donazione di 19 milioni di euro all’Unrwa in tre anni. La prima, fa sapere il vice primo ministro Alexander De Croo, sarà girato immediatamente “viste le difficoltà finanziarie che l’agenzia sta affrontando”. Nena News

WAFA. Consiglio Mondiale delle Chiese ha affermato mercoledì che il futuro di Gerusalemme deve essere condiviso.   “Il futuro di Gerusalemme dev’essere condiviso. Non può essere possesso esclusivo di una sola fede rispetto alle altre o di un popolo l’uno contro l’altro. Gerusalemme è, e deve continuare ad essere, una città di tre religioni e due popoli”, ha affermato Olav Fykse Tveit, Segretario Generale del Consiglio Mondiale delle Chiese, rivolgendosi alla conferenza internazionale al-Azhar al-Sharif sul sostegno a Gerusalemme.   “Includiamo nelle nostre chiese associate le comunità cristiane indigene di Gerusalemme il cui futuro nella loro città è messo in pericolo dalle circostanze incombenti. Il popolo palestinese vive sotto occupazione e con gli effetti negativi delle colonie illegali. Vive anche con le idee incompiute della comunità internazionale per sostenere una soluzione fattibile e giusta per Gerusalemme e per tutte le persone che vivono in Terra Santa”, ha affermato.   “Gerusalemme è considerata una città santa ed amata, sinceramente e profondamente amata, da tutte e tre le fedi abramitiche – ebrei, cristiani e musulmani. Quest’amore ed attaccamento profondi devono essere rispettati ed affermati in ogni soluzione che venga pensata, perché sia praticabile. Ma dobbiamo anche riconoscere la tendenza umana ad esprimere un amore così profondo cercando di possedere esclusivamente, negando o oscurando l’amore e l’attaccamento degli altri per quel luogo”.   Tveit ha detto che il recente annuncio del Presidente degli Stati Uniti di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele “non sta togliendo la questione dal tavolo, ma creando ostacoli più seri per la pace”.   Ha chiesto che vengano prese nuove iniziative per consentire una giusta pace per Gerusalemme.   “Se Gerusalemme dev’essere la capitale per due popoli che vivono insieme con uguali diritti, ci dev’essere una soluzione politica con idee concrete su come ciò possa accadere. E se deve essere una capitale per due popoli e due stati, entrambi devono essere definiti, riconosciuti e stabiliti come stati reali, fattibili ed internazionalmente riconosciuti entro confini precisi.   “Nessun paese può definire unilateralmente cosa deve essere la legge internazionale su tale tema. Nessun paese esterno può imporre la soluzione. Deve avvenire attraverso negoziati tra le autorità palestinesi ed israeliane. Ciò dovrebbe accadere con il sostegno degli altri paesi nella più ampia comunità internazionale e specialmente dagli altri stati del Medio Oriente, che devono ora assumere una responsabilità più forte, insieme, per aiutare a trovare una soluzione sostenibile per un futuro di pace giusta per Gerusalemme”. Traduzione di F.H.L.

Critica all’ultima opera dello scrittore algerino Boualem Sansal, “Nel nome di Allah”: un viaggio dentro le varie correnti dell’Islam e del suo percorso storico. Ma cade nella trappola: dipingere le società arabe diventano come un unicum indefinito, succube passivo di profeti e visioni unilaterali e naturalmente votato al jihad

Lo scrittore algerino Boualem Sansal

di Chiara Cruciati

Roma, 19 gennaio 2018, Nena News – L’ascesa vorticosa dell’islamismo nel mondo arabo è fonte di dibattito da Occidente a Oriente. Il dissolvimento di Stati nazione, le «primavere arabe» – rivoluzioni popolari e spontanee da molti considerati parentesi conclusa, ma la cui spinta propulsiva cova sotto la cenere della repressione –, il terrorismo jihadista in Medio Oriente, Africa e Europa hanno aperto a descrizioni del fenomeno spesso limitate.

Cos’è l’islam, cos’è il jihadismo: domande a cui cerca di dare una risposta lo scrittore algerino Boualem Sansal in Nel nome di Allah. Origine e storia del totalitarismo islamista (Neri Pozza, pp. 160, euro 15). Critico dell’islamismo radicale, allontanato dal suo posto di lavoro al ministero dell’Industria di Algeri per la disapprovazione verso il regime, è autore di numerosi libri tra cui 2084, romanzo distopico che gli è valso il Grand Prix du roman 2015 dell’Académie française.

Nella sua ultima opera, Sansal parte dal suo paese, esempio dell’avanzata dell’islamismo radicale nelle stanze dei bottoni e tra le masse, all’indomani della crisi dello Stato dell’indipendenza: uno scontro brutale che ha trascinato l’Algeria in una sanguinosa guerra civile, una stagione di attentati che ha costellato gli anni Novanta e i primi Duemila e sotterrata sotto una coltre di falsa amnistia mai tradotta in reale pacificazione.

Le stesse dinamiche si sono sviluppate nel resto del mondo arabo e Sansal ne dà resoconto accurato. Tra i meriti del libro, l’attenzione storica e il fine didattico: la descrizione delle correnti dell’islam, dalle principali (sunnismo e sciismo) alle minoritarie (dagli alawiti ai sufi), permette di dare le coordinate e tracciare i confini di una realtà variegata. Il tutto all’interno di un percorso storico dall’Islam dalle origini all’opera ideologica dei più influenti intellettuali e imam.

Fino all’oggi: Sansal entra nella questione statuale dell’Islam politico, a partire dall’analisi dei paesi (Iran e Arabia saudita) che sono spartiacque tra le epoche antica e moderna ricche di fedi e correnti – per gran parte in grado di convivere – e una contemporaneità in cui la religione è strumento di strategia politica e interesse economico. In tale contesto le masse scompaiono nel mare magnum delle ragioni di Stato, schiacciate dai regimi laici o religiosi che siano, nazionalisti e socialisti prima e islamisti poi. Una marginalizzazione che è narrativa oltre che socio-economica, una trappola in cui lo stesso Sansal cade.

Se l’autore tocca il ruolo progressista di giovani e donne e quello dirimente della miseria e dell’esclusione come humus su cui l’islamismo fa crescere un consenso di fatto estorto, finisce poi per imboccare la stessa via senza uscita: nella sua analisi le società arabe diventano un monolite, un unicum indefinito, succube passivo di profeti e visioni unilaterali e naturalmente votato al jihad, che sia questo obiettivo da realizzare con mezzi pacifici e di conversione o con strumenti di morte e imposizione.

Scompare la quotidianità pacifica e assolutamente maggioritaria della religiosità musulmana e il ruolo incontrovertibile della colonizzazione europea che ha provocato un ritorno alla religione come forma di affermazione dell’identità. Scompare la differenziazione – assolutamente necessaria per non cadere in stereotipi islamofobi – tra il jihadismo radicale del Fis algerino, di al Qaeda o dell’Isis e l’Islam politico (e nonviolento per la quasi totalità della loro attività) dei Fratelli Musulmani. E scompare il massiccio intervento di Arabia saudita e Golfo in termini di finanziamento di gruppi estremisti e di diffusione di teorie radicali (il wahhabismo su tutti) tramite la capillare apertura di scuole e moschee di ispirazione salafita.

L’appiattimento non rende giustizia al composito mondo musulmano e alle spinte naturali dei popoli verso la laicità. E non rende giustizia al lavoro stesso dell’autore, capace di fornire al lettore gli spunti per approfondire la storia millenaria di popoli che hanno regalato al mondo cultura, arte e scienza, quei «lumi» cari a Sansal oggi soffocati da regimi sostenuti dalla comunità internazionale e da falsi profeti di una prigione travestita da liberazione.

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

PIC. Mercoledì, il segretario generale della Lega degli Stati arabi, Ahmed Aboul Gheit, ha condannato la decisione dell’amministrazione degli Stati Uniti di ridurre i finanziamenti per l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA).   Aboul Gheit ha affermato che questa mossa mette in dubbio l’impegno degli Stati Uniti nel raggiungere una soluzione integrale e giusta per la causa palestinese.   Aboul Gheit ha avvertito che prendere tale misura potrebbe portare a conseguenze a lungo termine, la più pericolosa delle quali è l’indebolimento dei colloqui di pace tra palestinesi e israeliani e la creazione di ulteriori tensioni in Medio Oriente, soprattutto alla luce della crescente indifferenza verso le politiche estremiste d’Israele e le violazioni dei diritti dei palestinesi.   Ha affermato che la mossa degli Stati Uniti ha lo scopo di fare pressione sull’Autorità Nazionale Palestinese affinché accetti posizioni o termini pronti che contraddicono le risoluzioni del diritto internazionale riguardanti la causa palestinese e che cercano di influenzare la vita dei profughi palestinesi.   Martedì, il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha dichiarato di aver trattenuto 65 milioni di dollari in aiuti all’UNRWA.   In seguito al conflitto arabo-israeliano del 1948, l’UNRWA venne istituita dalla Risoluzione 302 (IV) dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite dell’8 dicembre 1949, per portare avanti i programmi di soccorso diretto e di lavoro per i rifugiati palestinesi. L’Agenzia iniziò le operazioni il 1° maggio 1950.   I servizi dell’Agenzia comprendono istruzione, assistenza sanitaria, soccorso e servizi sociali, infrastrutture e miglioramenti nei campi profughi, assistenza finanziaria e di emergenza, anche in periodi di conflitto armato. L’UNRWA è finanziata quasi interamente da contributi volontari degli Stati membri delle Nazioni Unite. Traduzione di F.H.L.
PIC. Hamas ha invitato l’Autorità Palestinese (ANP) a rinunciare alla cooperazione di sicurezza con lo stato d’occupazione israeliano, affermando che la resistenza in Cisgiordania non potrebbe essere presa di mira senza l’aiuto degli apparati di sicurezza dell’ANP.   In un comunicato stampa rilasciato giovedì, il portavoce del Movimento, Abdul-Latif al-Qanu’a, ha affermato che le recenti incursioni israeliane nelle zone di Nablus e Jenin e l’uccisione di Ahmed Jarrar negli scontri armati  con i soldati, nella notte di mercoledì, a Jenin, non avrebbero potuto aver successo senza il coordinamento “abominevole” della sicurezza dell’ANP con lo stato israeliano.   Qanu’a ha praticamente chiesto di tradurre la recente risoluzione presa dal consiglio centrale dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) per porre fine al coordinamento della sicurezza con Israele.   Qanu’a ha affermato che “gli scontri armati notturni a Jenin hanno dimostrato che il popolo palestinese non abbandonerà mai la sua lotta e l’intifada contro l’occupazione e che tutti i tentativi di sopprimere la loro resistenza falliranno”.

Israa Jaabis was sentenced to 11 years after a fire in her car Israel insists was a “terror attack.”

Di Angela Lano-InfoPal.

Leggere i report sulla distruzione lasciata dalle forze israeliane a Jenin, Palestina, ieri sera, fa pensare immediatamente a orde di mostruosi barbari usciti dalle caverne. E non è che una delle TANTE devastazioni perpetrate quotidianamente contro la popolazione autoctona della Palestina storica da 70 anni a questa parte. Questo e altro ancora è il civilissimo Israele, che invade territori, uccide giovani e bambini, distrugge case e lascia per strada intere famiglie (perché non gli basta distruggere la casa di un membro, deve radere al suolo quelle di tutti i parenti). Israele è un buco nero in Medio Oriente, e nell’intero pianeta, e solo menti altrettanto oscure e turbate possono trovarvi alcunché di civile e giusto. Tutto, in Israele, è costruito su menzogne, appropriazione di identità e cultura che non gli appartiene, in quanto colonizzatore occidentale in terra araba. Tutti i suoi apparati – della politica, della giustizia, o meglio, quella farsa chiamata giustizia, del “pensiero etico“, dell’etica medica, della coscienza civile, delle forze militari, delle istituzioni educativo-culturali – sono basati su razzismo, discriminazione, apartheid e pulizia etnica. I pochi e coraggiosi dissidenti – Refusenik, Break the Silence e altri gruppi, Rabbi antisionisti di Neturei Karta– sono duramente perseguitati sia dalle istituzioni sia dai cittadini stessi. Uno scarso 5% della società israeliana ha coscienza del proprio status di occupante e oppressore e cerca di denunciare e far sapere la verità. Il resto sono alienati, sottoposti a lavaggio del cervello sin dall’infanzia. Una società tecnologizzata e malata. Pericolosa per sé e per gli altri, destinata all’oscurità. Israele è una vergogna anche per l’Antica Tradizione spirituale ebraica, e per l’ortodossia, come fanno notare i Rabbi di Neturei Karta. Dunque, confondere ebraismo (soprattutto la mistica esoterica) con il black-hole sionista israeliano è un’offesa all’intelligenza umana. Israele è un prodotto del colonialismo e di una potente propaganda del sionismo mondiale. E basta.

Amer Othman Adi faces deportation after decades as a beloved member of Ohio community.

Gaza. Il Centro studi sui prigionieri palestinesi ha documentato 118 arresti, compresi minorenni, donne e malati, eseguiti nel 2017 dalle forze di occupazione israeliane (IOF) nella Striscia di Gaza.

Il portavoce del Centro, Riyad al-Ashqar, ha dichiarato che gli arresti hanno coinvolto due uomini di affari, due malati, 52 persone che hanno cercato di attraversare i valichi tra Gaza e i Territori palestinesi occupati nel 1948 (Israele), 43 pescatori; inoltre, donne,  studenti universitari, accademici e familiari di prigionieri.

Circa 23 casi di arresto che hanno coinvolto malati e donne sono stati eseguiti al valico di Beit Hanoun (Erez).

43 casi hanno coinvolto pescatori palestinesi. I pescatori della Striscia di Gaza sono quotidianamente oggetto di aggressioni e violazioni da parte delle forze israeliane, che, oltre a minacciare le loro vite, sequestrano le loro imbarcazioni e strumenti di lavoro. Un pescatore è stato ucciso durante un attacco della marina israeliana.

 

Jenin-WAFA. Giovedì mattina, le forze di occupazione israeliane, IOF, si sono ritirate dalle aree di Jenin, teatro di scontri, ieri sera, lasciando dietro di sé ampia distruzione – comprese quattro abitazioni. I rapporti su vittime, feriti e detenuti sono contraddittori, tra le varie fonti.

Quattro abitazioni sono state distrutte, pare in rappresaglia per i feriti tra le truppe israeliane.

Mercoledì sera, truppe dell’esercito e poliziotti israeliani avevano invaso diverse zone di Jenin, compresa il sobborgo di al-Hadaf, scontrandosi con combattenti della resistenza. Gli scontri sono continuati fino alle prime ore del mattino.

Un vasto spiegamento di forze aveva circondato la casa della famiglia di Ahmed Jarrar, figlio del combattente Nasser, ucciso dai soldati nel 2002, e aveva aperto il fuoco contro l’edificio. Ahmed, tuttavia, aveva lasciato l’abitazione 3o minuti prima dell’arrivo dei soldati.

Le case di Ahmad, del fratello e di un altro membro della famiglia sono state demolite.

The main problem with Abbas’s speech is that he did not offer a comprehensive vision based on a review of previous experience that ends in proposing a viable alternative, writes Hani al Masri

by  Hani al-Masri – www.masarat.ps

Over three hours, President Mahmoud ‘Abbas delivered a speech at the start of [Sunday’s] PCC meeting, in which he delved deep into history, passed quickly over the present, and largely – almost totally – ignored the future.

– The good part of the president’s speech is that he stressed that Israel is a colonial project that aims to partition the region; that he will never accept the ‘deal of the century’ because it is the ‘slap of the century’. He exclaimed: ‘May your house come to ruin’ [shame on you] in reference to Trump. He denounced American aid money, he noted his refusal of proposed meeting with the U.S. ambassador to Tel Aviv, and he threatened to strike [U.S. UN Envoy] Nikki Haley with a worse shoe than the one she had threatened to use against anyone who stands up to Israel.

The president also renewed his rejection of the U.S. as mediator, and demanded a multilateral sponsorship for the peace process instead. He threatened to sever relations with any state that recognizes Jerusalem as Israel’s capital or that moves its embassy to it. And he added: ‘We shall not repeat the past’s mistakes; Israel has ended Oslo, and we shall not be bitten from the same snake pit twice’ – but added jokingly, ‘even though we have been bitten again and again’ – which requires a reconsideration of relations with it. And he said that we would not accept a Palestinian Authority that remains without authority, or a cost-free occupation for Israel.

He also confirmed that the effort to join international institutions would continue, including at the UN Security Council to obtain full UN membership, and at the UN General Assembly, as well as joining more international organizations and trying to obtain new recognitions of the Palestinian state. And he stressed his adherence to the PLO’s 1988 program, especially the aim of establishing a state along the 1967 borders. He reiterated his refusal of the proposal that Abu Dis [village near Jerusalem] should be the Palestinian state’s capital, or that normalization between Israel and the Arab states should come first, despite a financial offer made three times to him to accept to reverse the peace process’s priorities. And he stressed his support for peaceful resistance and inter-Palestinian reconciliation – which he said ‘is neither stuck at the same place nor moving ahead, and requires a great effort.’ And, finally, he confirmed that the Palestinian National Council (PNC) will convene and that the PLO would be revitalized and invigorated, but without clarifying how this is to be achieved – which raises the fear that it may be convened in the same manner as the PCC [in Ramallah].

– The bad part of the president’s speech stems from the fact that he came across as angry, griping, and mocking, as well as lost and desperate at the possibility of realizing his dream of establishing a [Palestinian] state. Moreover, he left the door ajar and did not burn all his bridges, as evident from the fact that no practical measures have been taken on many issues that would rise to the level of what is required and the threats emanating from these issues.

The main problem with the president’s speech is that he did not offer a comprehensive vision based on a review of previous experience that ends in proposing a viable alternative. He praised the [1993] Oslo Accords because Israel recognized the PLO as the Palestinian people’s representative as a result; but he ignored the catastrophes that Oslo has produced, and ignored the fundamental difference between recognizing a state [Israel] in return for recognizing an organization that represents a people.

If Israel is a colonial project, then the outcome that the peace process has reached was inevitable, and not merely the result of bad luck or unknown reasons that justify continuing to cling to this process’s coattails, hoping to achieve our goals via merely formal bilateral or multilateral negotiations, and by clinging to the same option despite the fact that this process has ended in disaster.

In other words, the problem stems from the fact that the president’s introductory remarks were good, but they were inconsistent with his conclusions. After all, he has proposed many such threats and options for years without them being implemented, or with a partial or selective implementation that transforms them into mere tactics intended to improve the terms for persisting with the same option.

Moreover, the bewilderment and the absence of an alternative emerged from the president’s statement that the Palestinians have secured 86 UN Security Council resolutions and hundreds of General Assembly resolutions in favor of their cause, without any being implemented. And he wondered: ‘So, to whom are we to complain, and where should we go?’ And he added that he has no solution, and asked the PCC to find one.

‘Here is the rose, dance here.’ [Quoting Hegel, meaning that fulfillment should not be postponed to some Utopian future]. One would have expected the president’s speech, the PCC meeting, and the concern of the various Palestinian forces, groups, and individuals to focus on finding an alternative; and if one is not available, to develop one. Otherwise, we will be stuck in the same place, reproducing a policy whose main concern is survival, waiting, and wagering on a settlement that will never see the day of light.

This has been the exclusive policy pursued throughout Abu Mazin’s years in power. Experience has shown that he refuses to surrender; yet it is a policy that has not led to an alternative that is capable of achieving our aims and rights, even at the level of confronting the occupation and establishing the state, to say nothing of the Palestinian people’s other rights.

Moreover, it is a policy that cannot maintain the status quo even though it is bad. For this status quo is deteriorating continuously, and is likely to deteriorate further in an unprecedentedly dangerous manner, unless the president, the leadership, and the forces that control the Palestinians’ decision – including Hamas – are convinced of the need for a radical change of course, and unless new forces or developments emerge that are able to alter this course. But the wager has always been and remains on this nation of mighty people.

Evidence of the absence of vision and alternative comes the fact that the president asked the PCC to reconsider relations with the occupation; but he did not clarify how or what he means. Was this to be achieved, as one would suppose, by ending the commitments stemming from Oslo, especially security coordination [with Israel], thereby changing the PA’s tasks? Or was the proposal meant to refer the matter to the PLO’s Executive Committee to begin implementing this as recommended by the political committee in charge of preparing for the PCC meetings – where ambiguous recommendations were made, such as suspending recognition of Israel until it recognizes the Palestinian state, but without making clear what this means and how it is to be achieved? This was an attempt to avoid withdrawal of recognition of Israel.

And there is another remarkable issue that may be gleaned from the number of recommendations: The fact that the PLO’s Executive Committee has been throwing the ball into the PCC’s court, only for the latter to throw it back to the Executive Committee. As a result, we do not know whether the recommendations are meant to be implemented or to begin to be implemented, or whether to study the matter and determine the appropriate means for implementing them. This ambiguity and dithering are intentional and understandable, of course, since they stem from impotence and the lack of a deep conviction in the need for change, and the will to bear the cost of adopting options that rise to the level of the statement that ‘we can no longer accept an Authority without authority’ or ‘putting an end to a cost-free occupation’.

These contradictions and confusions emerge as clear as daylight in the president’s talk of severing relations with any state that recognizes Jerusalem as Israel’s capital or moves its embassy to the city, for he has totally ignored the fact that the Trump administration has done just that, and relations have not been severed with it.

The difficulty of confronting the U.S. and Israel is understandable, especially against the background of a weak Arab position that does not want any confrontation with the U.S., with elements in it that are preparing to form an alliance with Israel against Iran. This was manifest in the president’s anger at the Arabs in more than one place in his speech.

It is not possible to engage in a long and decisive confrontation without a new and comprehensive vision that builds a complete alternative, even if that is achieved a step at a time, and without the will to pay the price and with a clear and achievable plan. The only thing in our hands, and where other parties’ ability to influence it is less than in other issues, is something that the president offered us no reason to be assured of. This is the achievement of unity as a priority. Instead, we listened to leading figures who failed to see any link between confronting the U.S. decision and national unity, despite the fact that entering a confrontation and achieving victory are impossible without giving priority to achieving unity – unity of the people, the factions, and the leadership – on the basis of a national program of struggle and genuine pluralistic participation that aims to change the balance of power in a manner that allows for defeating the occupation and achieving the Palestinians’ aims.

The president confined himself to repeating his previous plan for reconciliation, which is based on empowering the government. But this plan has not opened and will not open the way to participation; it will only pave the way to exclusion and containment, as we have noted ever since the latest Cairo [Hamas/Fatah] agreement was signed. He also expressed his great irritation at Hamas and Islamic Jihad’s boycott of the PCC meetings, ignoring the fact that these meetings were convened on occupied territories, not on liberated or sovereign land. After all, the likely pressures and costs of meeting in Gaza or in an Arab capital would have been incomparably more tolerable than what the occupation is doing. For many invitees were unable to attend the meeting in person because the occupation refused them entry. Nor was this coupled with the option of video-conferencing between Ramallah, Beirut, and Gaza; the factions did not call for this option for fear that it may set a precedent. They either boycotted or attended the meeting in Ramallah, and they either rejected or did not insist on video-conferencing. They argued that attending a historic meeting that is called upon to take fateful decisions should not remain symbolic or at a level lower than the various factions’ secretary-generals and prominent leading figures.

However, despite the good arguments in favor of boycotting the meeting, even a merely symbolic attendance – especially if it reinforced with a clear and daring vision and position that prevents them from serving the role of false witness that many of the attendees were playing – would have been much better and more effective, especially since the meeting is being held anyway in circumstances in which a reconciliation is underway, if only formally, and at a delicate juncture when the cause is being exposed to unprecedented threats.

Moreover, the leadership has adopted a satisfactory position that deserves support, although it is insufficient, is much less than what is required, and may yet be retracted. Nonetheless, it may be possible to develop and build on it, especially if the people act to exert pressure and the various parties behave responsibly. Furthermore, the threats will grow, but Palestinian participation in liquidating their cause is not easy for any Palestinian party.

“So the position adopted by the leadership may manifest a degree of defiance, which seems the least that could have been done – even though it may be akin to suicide as far as the leadership is concerned

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