Palestina

Ramallah-PIC. Giovedì sera, le forze di occupazione israeliane hanno ferito una ragazza e ne hanno arrestato un’altra al check-point di Beit Huroun, a Ramallah, a seguito di un presunto attacco. Secondo fonti israeliane si tratta di due adolescenti di 14 anni.

Le forze israeliane hanno dichiarato che due palestinesi sono state arrestate, di cui una ferita, dopo che avrebbero tentato di accoltellare un soldato vicino all’insediamento illegale di Beit Huroun.

I soldati hanno impedito alla Mezzaluna Rossa palestinese di prestare soccorso alla ragazzina ferita.

 

False allegations are being used as weapons against Jeremy Corbyn's leadership.

Gaza-PIC. Nizar Ayyash, presidente del sindacato dei pescatori palestinesi, ha dichiarato che le forze navali israeliane stanno prendendo di mira in modo intensivo i pescatori della Striscia di Gaza da quando l’area di pesca permessa è passata da 6 miglia nautiche a 9. Da allora, 24 pescatori sono stati arrestati e 9 imbarcazioni confiscate.

Ayyash ha raccontato a PIC che le pratiche aggressive di Israele contro i pescatori gazawi stanno minando la stagione della pesca delle sardine che dura un solo mese.

L’accordo di Oslo, siglato dall’Anp e da Israele nel 1993, prevedeva che i pescatori di Gaza potessero spingersi fino a 20 miglia nautiche, ma le forze navali israeliane li attaccano quotidianamente entro le 6 miglia dal 2000, anno dell’Intifada di al-Aqsa.

Due bambini-simbolo della mostruosità israeliana: Dima al-Wawi, la più piccola prigioniera palestinese, tenuta per oltre due mesi in carcere e torturata; Ahmad al-Dawabshe, unico sopravvissuto al rogo della sua famiglia.

Ramallah. Mercoledì, il blocco studentesco di Hamas ha vinto le elezioni all’università di Birzeit,  a Ramallah.

Il blocco islamico pro-Hamas al-Wafaa ha dichiarato la propria vittoria guadagnando 25 seggi. Il gruppo Yasser Arafat, di Fatah, segue con 21 seggi. Quello del Fronte per la Liberazione della Palestina ne ha ottenuti 5.

Ha votato il 76 percento degli studenti.

L’anno scorso, il blocco islamico vinse le elezioni per la prima volta dal 2007 nel campus storicamente dominato da Fatah. Quello di Birzeit è considerato il più importante campus nel contesto politico studentesco attuale.

Il movimento di Hamas si è congratulato con il blocco islamico per la vittoria e ha dichiarato che “è stata conseguita nonostante gli sforzi delle autorità di occupazione e dell’Autorità nazionale palestinese di sopprimere il voto di Hamas”, citando come esempio l’arresto del presidente del Consiglio studentesco, Saif al-Islam Daghlas e di altri studenti.

L’anno scorso, Human Rights Watch criticò l’Anp per la detenzioni di studenti univesitari  in Cisgiordania, dopo le elezioni, “per nessuna ragione apparente se non il loro legame con Hamas o le loro opinioni”.

 

Hamas e il Fplp hanno condannato il coordinamento per la sicurezza tra l’Anp e Israele come un tentativo di distruggere la resistenza contro l’occupazione. (Fonti: Ma’an e PIC)

Lo scontro tra governativi e forze ribelli e jihadiste si concentra nella città che un tempo era la capitale economica della Siria. Fallito il cessate il fuoco, il negoziato si allontana

foto Reuters/Abdalrhman Ismail

della redazione

Roma, 28 aprile 2016, Nena NewsSarebbero circa 50 i civili rimasti uccisi nelle ultime ore in bombardamenti governativi e cannoneggiamenti dei ribelli su Aleppo: oltre 30 in un  raid aereo che ha colpito un ospedale gestito da Medici Senza Frontiere e dalla Croce Rossa Internazionale, almeno altri 14 sotto il fuoco delle armi pesanti delle formazioni ribelli che combattono contro Damasco.

Le fonti locali vicine all’opposizione siriana affermano che il raid aereo governativo ha colpito l’ospedale al Quds e diverse abitazioni circostanti nel quartiere di Sukkari, nella parte di Aleppo sotto il controllo dei ribelli e dei qaedisti di al Nusra. Il bilancio pare destinato a salire a causa dell’alto numero di civili gravemente feriti. Medici Senza Frontiere riferisce che tra i morti ci sono 14 medici e pazienti, tra i quali l’ultimo pediatra, il dottor Wassim Maaz, che operava da anni in quella parte della città.

L’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus), anch’esso legato all’opposizione anti-Damasco, aggiunge che  139 civili sarebbero morti sotto le bombe sganciate da elicotteri e caccia governativi negli ultimi sei giorni. Tra i morti si conterebbero 23 tra bambini e adolescenti e 15 donne.

Morti civili avrebbero fatto anche le armi pesanti delle forze schierate contro Damasco. Almeno 14 secondo la tv di stato siriana che ha riferito di un cannoneggiamento sui quartieri di Aleppo controllati dall’esercito governativo. I feriti sono almeno 10. L’attacco potrebbe essere stato una rappresaglia per i raid aerei governativi.

Le ultime stragi di civili compiute dalle parti in lotta confermano la fine definitiva del cessate il fuoco entrato in vigore nelle settimane passate e che aveva regalato alla Siria un raro periodo di calma relativa nelle aree principali di scontro tra forze governative e formazioni ribelli. Non è chiaro peraltro se i negoziati sotto l’egida dell’Onu per una soluzione politica della guerra civile riprenderanno il mese prossimo o sono destinati a saltare definitivamente.

Intanto lo Stato islamico, smentendo le notizie che circolano di un suo presunto indebolimento avvenuto negli ultimi mesi, è tornato all’offensiva in Siria. In particolare nel nord dove ha strappato cinque villaggi ai milizioni dell’Esercito libero siriano (Els, la milizia dell’opposizione “moderata”) e si è avvicinato alla città di Azaz, nei pressi della frontiera con la Turchia. Nei combattimenti sarebbero rimasti uccisi otto miliziani ribelli, nove dell’Isis e 20 civili. La città di al Azaz, che ospita decine di migliaia di profughi interni, è sotto il controllo dell’Els. Nena News

Il Fatto Quotidiano. Leeden e il fedelissimo di Renzi in corsa per consulenza al coordinamento 007 si frequentano da anni. L’americano al centro di un’indagine del Pentagono. Coinvolto anche l’ambasciatore di Israele a Roma.

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Mohammed bin Salman intenderebbe liberare il Regno dal giogo del petrolio entro il 2020, che vuole introdurre una Green-card per i permessi di lavoro agli immigrati entro cinque anni e realizzare il faraonico ponte sul Mar Rosso per collegare il Golfo all’Egitto e all’Europa

di Rachele Gonnelli

Roma, 28 aprile 2016, Nena News – Anche l’Arabia Saudita si va modernizzando, secondo i dettami suggeriti dalle grandi società statunitensi. Un mega piano di riforma del Regno wahabita è stato annunciato dal principe Mohammed bin Salman con una accurata intervista alla tv panaraba Al Arabiya.

Il piano di riforme – denominato «Saudi Vision 2030» – che include tagli ai sussidi per abbassare il prezzo delle forniture idriche alle famiglie meno ricche, aumento delle tasse, riforma della governance pubblica e vendita di parte degli asset statali, si basa essenzialmente su due pilastri: accrescere il peso del settore privato in tutti i campi, in funzione di efficientazione del sistema, e cercare di ridurre la dipendenza dell’economia saudita dal petrolio e quindi dalla corsa al ribasso del suo prezzo al barile e dei suoi futures.

Non è solo per reclamizzarlo, ma per gestirlo, che è in campo il giovane e ambizioso principe Mohammed, secondo in linea ereditaria nella complessa gerarchia della casa regnante dei Saud.

Appena trentenne e già padre di quattro figli, laureato in Giurisprudenza a Riyad, il figlio dell’ottantenne principe ereditario Salman, è soprannominato «Mister Everything», per indicare il crescente potere acquisito alla morte dell’ex monarca Abdullah nel 2013: è infatti responsabile della politica economica e militare, ministro della Difesa e presidente della società petrolifera Aramco, un colosso che detiene numerosi primati come quello di essere il più grande esportatore di petrolio al mondo, di coprire da solo il 10% dell’intera produzione mondiale di greggio (attualmente 10,2 milioni di barili al giorno che potrebbe portare «immediatamente», come ha fatto sapere di recente lo stesso principe Mohammed, a 11,5 e in soli sei mesi a 12,5 milioni al giorno) e detiene le più ampie riserve di oro nero superando di dieci volte quelle della Exxon Mobil.

Proprio sulla Aramco si incardina la visione del portabandiera della nuova generazione di emiri. «Mister Everithings», che ama Churchill e L’Arte della guerra, ha impiegato due anni a redigere il piano seguendo come brogliaccio il rapporto McKinsey (la più importante società internazionale di consulenza aziendale made in Chicago che ha a libro paga persino Chelsea Clinton, figlia dei Bill e Hillary), intende privatizzare poco meno del 5 % della Aramco e con quella che definisce «la più grande offerta pubblica d’acquisto della storia» trasformarla in una holding aperta, entro il 2017, e quindi agire sui mercati con un fondo sovrano da 2 mila miliardi di dollari.

Questo nuovo attore finanziario che sarebbe costruito e seguito nei suoi primi passi da JpMorgan e Michael Klein, due tra le più grandi società di valutazione finanziaria americane, si piazzerebbe da subito come terzo nella classifica internazionale delle maggiori società d’investimento secondo le previsioni dell’agenzia Bloomberg, dopo il gigante Black Rock ma a pari merito con il fondo Fidelity.

Il principe dice nell’intervista che intende liberare il Regno dal giogo del petrolio entro il 2020, che vuole introdurre una Green-card per i permessi di lavoro agli immigrati entro cinque anni e realizzare il faraonico ponte sul Mar Rosso per collegare il Golfo all’Egitto e all’Europa.

Intanto con il padre non fa che espandere la produzione di petrolio e rafforzare la cooperazione con la Turchia in funzione anti-Iran. Nena News

The number of participants in the demonstration does not matter. What matters is the renewed willingness of so many Egyptians, regardless of the hundreds of preventive arrests made by the police in recent days, to revive the spirit of the revolution that began on Jan. 25, 2011, against another dictator, Hosni Mubarak

by Michele Giorgio

There’s still a part of Egypt that demands freedom, rights and dignity — as opposed to the sell-off of the country, symbolized by the sale of the Tiran and Sanafir islands to the Saudi petromonarchy. This Egypt, which President-dictator Abdel Fattah el-Sisi describes as an “evil power,” stood up to the thousands of police and soldiers deployed by the regime to crush protests in Cairo on Monday.

This Egypt won.

The number of participants in the demonstration does not matter. What matters is the renewed willingness of so many Egyptians, regardless of the hundreds of preventive arrests made by the police in recent days, to revive the spirit of the revolution that began on Jan. 25, 2011, against another dictator, Hosni Mubarak. The regime, Sudarsan Raghavan wrote three days ago in The Washington Post, now wants to remove the Tahrir Square revolution from school books, as if it never took place, as well as the massacre of pro-Muslim Brotherhood demonstrators three years ago in Cairo.

The chronicle of Monday’s events is a long list of marches, sometimes of a few dozen people, dispersed by force with tear gas, arrests and raids throughout the Egyptian capital. The major incidents were concentrated in the Giza district and Dokki, where Giulio Regeni lived. The reporter Basma Mostafa was arrested near Tahrir Square and then released. She had interviewed, on behalf of the Dot Masr news site, the families of some of the Egyptians, alleged members of a criminal gang, killed by the police and then accused in the ridiculous official version of being responsible for the kidnapping and murder of the young Italian researcher.

The Reuters news agency reported April 21 that Regeni was probably taken into police custody on Jan. 25, the night he disappeared. The Egyptian authorities reacted to the story accusing Reuters of publishing “false news that disturbs Egypt’s public order and reputation.” Reuters has defended the work of its reporters and denied that the head of its Cairo bureau, Michael Georgy, left Egypt to avoid arrest. In recent days an anchor of a television channel close to the regime, Al Hadath Al Youm, said Regeni could “go to hell” and said the outcry over his assassination was nothing more than an international conspiracy against Egypt.

Besides Mostafa, other journalists were detained: Mohamed El Sawi, Hisham Mohammad (al Watan), and the French Efa Sheef, Sam Forey, Etienne Bouy and Jenna Le Bras released late in the afternoon along with a Danish and a Hungarian reporter. The BBC correspondent, Orla Guerin, said on her Twitter account that she and her team were stopped by the police near Tahrir Square.

An unknown number of activists were arrested after a raid on the Dokki headquarters of the El Karama Party (Nasserist) led by Hamdin Sabbahi, a leftist candidate in the last presidential elections. The police also closed the offices of several professional associations for the day and appointed dozens of agents to the headquarters of the journalists’ union, the historical reference point for many events, where they performed arrests throughout the area. In the evening, the police did not allow a union board member, Khaled al Balshy, to meet with the detained Egyptian journalists.

It must also be highlighted that the socialist leader Haytham Mohamadein was arrested Saturday. On Monday, just before dawn, the director of the board of the Egyptian Commission for Rights and Freedoms, Ahmed Abdallah, was taken. His organization had documented the disappearance of hundreds of Egyptians in all probability detained in the regime’s prisons. On Sunday, a student at the American University in Cairo, Ibrahim Tamer, was arrested. He is known for his opposition to the Sisi regime.

The largest protests took place in the Mesaha square, in the governorate of Giza, where hundreds of people gathered and chanted slogans against the regime and the sale of Tiran and Sanafir islands to Saudi Arabia. They also called for the release of all Egyptians arrested over the weekend. The police intervened violently when protesters moved to Dokki street, throwing tear gas and firing small-caliber bullets. In those moments, security forces helicopters flew over Cairo in warning. The demonstrations continued on Mansoura, Zagazig and other locations. The activist Zeyad Salem reported that on Monday at least 161 people were arrested, mostly in Dokki. According to other sources, the total was higher.

Per l’uso di questi ordigni a guida di precisione e potenza variabile, l’Italia fornisce non solo le basi di Aviano e Ghedi-Torre, ma anche piloti che vengono addestrati all’attacco

di Manlio Dinucci

«Grazie, presidente Obama. L’Italia proseguirà con grande determinazione l’impegno per la sicurezza nucleare»: lo scrive su twitter il premier Renzi, dopo aver partecipato al summit di Washington su questo tema in aprile. «La proliferazione e l’uso potenziale di armi nucleari – scrive il presidente Obama nella presentazione del summit – costituiscono la maggiore minaccia alla sicurezza globale. Per questo, sette anni fa a Praga, ho preso l’impegno che gli Stati uniti cessino di diffondere armi nucleari».

Proprio mentre dichiara questo, la Federazione degli scienziati americani (Fas) fornisce altre informazioni sulle B61-12, le nuove bombe nucleari statunitensi in fase di sviluppo, destinate a sostituire le attuali B61 installate dagli Usa in Italia, Germania, Belgio, Olanda e Turchia. Sono in corso test per dotare la B61-12 di capacità anti-bunker, ossia quella di penetrare nel sottosuolo, esplodendo in profondità per distruggere i centri di comando e altre strutture sotterranee in un first strike nucleare.

Per l’uso di queste nuove bombe nucleari a guida di precisione e potenza variabile, l’Italia fornisce non solo le basi di Aviano e Ghedi-Torre, ma anche piloti che vengono addestrati all’attacco nucleare sotto comando Usa. Lo dimostra, scrive la Fas, la presenza a Ghedi del 704th Munitions Support Squadron, una delle quattro unità della U.S. Air Force dislocate nelle quattro basi europee «dove le armi nucleari Usa sono destinate al lancio da parte di aerei del paese ospite».

Lo conferma, sempre dagli Usa, il Bulletin of Atomic Scientists (una delle più autorevoli fonti sulle armi nucleari) che, il 2 marzo 2016, scrive: «Alle forze aeree italiane (con aerei Tornado PA-200) sono assegnate missioni di attacco nucleare con armi nucleari Usa, tenute sotto controllo da personale della U.S. Air Force finché il presidente degli Stati uniti non ne autorizzi l’uso».

In tal modo l’Italia, ufficialmente paese non-nucleare, viene trasformata in prima linea, e quindi in potenziale bersaglio, nel confronto nucleare tra Usa/Nato e Russia. Confronto che diverrà ancora più pericoloso con lo schieramento in Europa delle nuove bombe nucleari Usa, che abbassano la soglia nucleare: «Armi nucleari di questo tipo più precise – avvertono diversi esperti intervistati dal New York Times – aumentano la tentazione di usarle, perfino di usarle per primi».

Di fronte al crescente pericolo che ci sovrasta, non avvertito dalla stragrande maggioranza a causa del black-out politico-mediatico, non bastano generici appelli al disarmo nucleare, facile terreno di demagogia. Basti pensare che il presidente Obama, dopo aver varato un potenziamento nucleare da 1000 miliardi di dollari, dichiara di voler «realizzare la visione di un mondo senza armi nucleari».

Occorre denunciare – come fa il Comitato No Guerra No Nato – il fatto che, ospitando e preparan-dosi a usare armi nucleari, l’Italia viola il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari, ratificato nel 1975, il quale stabilisce: «Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari, né il controllo su tali armi, direttamente o indirettamente» (Articolo 2). L’unico modo concreto che abbiamo in Italia per contribuire a disinnescare l’escalation nucleare e a realizzare la completa eliminazione delle armi nucleari, è quello di esigere che l’Italia cessi di violare il Trattato di non-proliferazione e, in base ad esso, imponga agli Stati uniti di rimuovere qualsiasi arma nucleare dal nostro territorio nazionale e non installarvi le nuove bombe B61-12.

C’è qualcuno in Parlamento disposto a chiederlo senza mezzi termini?

 

Il consulente della famiglia Regeni è accusato di reati gravissimi. Ma la procura egiziana smentisce che la detenzione sia legata in qualche modo al rapporto tra al Sheikh e i genitori del ricercatore italiano assassinato

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Roma, 28 aprile 2016, Nena News – La detenzione di Ahmed Abdallah al Sheikh «non è legata al rapporto con la famiglia di Giulio Regeni». La procura egiziana alza la voce dopo l’allarme lanciato dai genitori dello studente italiano – rapito, torturato e assassinato al Cairo –  per l’arresto del responsabile della Commissione Egiziana per i diritti e le libertà (Ecfr), da due mesi consulente della famiglia Regeni. Al Sheikh, spiegano i giudici egiziani è stato portato in commissariato perchè accusato di «partecipazione a manifestazioni non autorizzate». Quindi, fanno capire, per questioni “normali”. Già perchè in Egitto è “normale” finire in manette, essere processato e condannato ad anni di carcere per aver partecipato o soltanto appoggiato manifestazioni di protesta o in difesa dei diritti umani. Ne sa qualcosa uno storico attivista, Alaa Abdel Fattah, da tempo dietro le sbarre.

L’instancabile procura del Cairo nel frattempo ha prolungato da 4 a 15 giorni il fermo di Al Sheikh, contro il quale crescono con il passare delle ore i capi d’imputazione. Se all’inizio, come si è detto, l’arresto è stato ordinato perchè il consulente della famiglia Regeni avrebbe appoggiato le manifestazioni del 25 aprile contro la cessione delle isolette di Tiran e Sanafir all’Arabia saudita, adesso le accuse parlano di istigazione a disordini con l’obiettivo di rovesciare le «legittime autorità» (golpiste), di pubblicazione di notizie false e persino di minaccia alla pace sociale, all’ordine e all’interesse pubblico. Insomma, un mostro da sbattere subito in galera. Proprio come Haytham Mohammedin, avvocato e portavoce del Movimento rivoluzionario socialista (Mrs), arrestato il 22 aprile, tenuto bendato durante gli interrogatori e portato dopo più di 24 ore di fronte a un giudice che ne ha convalidato la detenzione per altri 15 giorni con le accuse di «tentativo di rovesciare il governo», «convocazione di proteste contro la ridefinizione della frontiera marittima del paese» e «adesione al gruppo fuorilegge della Fratellanza musulmana». Accusa assurda quest’ultima se si tiene conto della enorme differenza ideologica tra il Mrs, di cui Mohammedin è portavoce, e l’organizzazione islamista dichiarata fuorilegge dopo il golpe militare di tre anni fa.

Ahmad Abdallah al Sheikh e gli altri oppositori sono descritti dai media legati al regime come dei traditori, dei terroristi travestiti da difensori dei diritti umani se non addirittura delle spie al servizio di potenze straniere desiderose di colpire e ridimensionare il “ruolo” dell’Egitto nella regione. Un “attacco” che, spiegano tv, radio e giornali che osannano al Sisi, è rappresentato proprio dalla dimensione internazionale che ha assunto l’assassinio di Giulio Regeni, che ormai va oltre le relazioni tra Egitto e Italia. Il Cairo con questo atteggiamento conferma, nei fatti, ogni giorno di più, di non avere alcuna intenzione di rivelare la verità che tanti chiedono. Il regime di al Sisi è sprezzante verso chi mette in dubbio la verità ufficiale, quella costruita a tavolino per negare il coinvolgimento dei servizi di sicurezza nazionali nell’omicidio del giovane italiano. Al governo britannico che ha condannato l’assassinio «brutale» di Regeni e che ha detto di essere irritato per i limitati progressi fatti fino ad oggi nella soluzione del caso, la presidenza egiziana ha replicato chiedendo a Londra di fare luce sulla morte di un cittadino, Sherif Habib, 21 anni,  trovato ucciso nei giorni scorsi all’interno di un’automobile data alle fiamme. «La famiglia di Habib ha il diritto di sapere le cause della sua morte e che sia fatta giustizia», sottolinea il comunicato ufficiale egiziano. Giusto, è una richiesta legittima che, allo stesso tempo, non può diventare un pretesto per il regime di al Sisi per sottrarsi all’obbligo di rivelare la verità sull’assassinio di Giulio Regeni.

 Il regime è unito e compatto dietro Abdel Fattah al Sisi. È talmente evidente che risultato incomprensibili le teorie rilanciare anche in questi giorni da alcuni importanti media italiani che inseriscono le torture e la morte di Regeni nel quadro di una presunta lotta tra apparati di sicurezza egiziani, tra alleati e nemici del presidente-dittatore. Mentre questi giornali avanzano ipotesi e fanno congetture sulle “lacerazioni” interne al regime, al Sisi ieri ha inaugurato al Cairo il braccio armato della sua brutale autorità: la nuova sede del ministero dell’interno. Accompagnato dal premier Sherif Ismail, dal ministro della sifesa Sedki Sobhi e dal suo fedelissimo, il ministro dell’interno Magdy Abdel Ghaffar, al-Sisi ha visitato con espressione soddisfatta i nuovi edifici che, con umorismo nero degno dei migliori attori britannici, include anche un dipartimento per i diritti umani. Nena News

 

 

 

 

 

Imemc. Il Centro Palestinese per i Diritti Umani (PCHR) ha pubblicato l’ultimo rapporto mensile sulla chiusura che si occupa degli sviluppi dello stato dei valichi di frontiera della Striscia di Gaza nel  marzo 2016. Il rapporto documenta l’impatto del continuo assedio israeliano sui civili palestinesi e che colpisce le loro condizioni economiche e sociali.

Si confutano  anche le affermazioni di Israele di aver allentato la chiusura della Striscia di Gaza bloccata per il nono anno consecutivo.

Inoltre, la relazione sottolinea che le azioni israeliane mirano alla istituzionalizzazione della chiusura, rendendo le restrizioni illegali imposte alla circolazione delle persone e delle merci accettabili a livello internazionale, anche se violano la legge internazionale, incluse le leggi internazionali umanitarie e per i diritti umani.

Nel periodo in esame, il numero di camion autorizzati a entrare nella Striscia di Gaza è aumentato; tuttavia, non si è assistito ad alcun cambiamento importante a livello commerciale. Le forze israeliane hanno permesso l’ingresso di 17.241 camion, la maggior parte dei quali trasportavano prodotti alimentari e materiali di consumo, con una media di 556 al giorno.

Le restrizioni sono state imposte anche all’ingresso di un certo numero di beni di prima necessità, in particolare materiali necessari per la ricostruzione di Gaza, progetti di infrastrutture e materiali per la fabbricazione e la produzione.

Inoltre, sono stati imposti molti ostacoli all’importazioni, tra cui la frequente chiusura dell’unico valico commerciale per entrare nella Striscia di Gaza, Karm Abu Salem (Kerem Shalom); il valico è stato chiuso per 9 giorni (il 29% del totale). Inoltre, le forze israeliane hanno impedito l’ingresso nella città di Gaza di materiali da costruzione per il settore privato [1]

Di conseguenza, centinaia di progetti di case private in costruzione sono bloccati oltre ad altri progetti di ricostruzione del settore privato. Il blocco dei lavori aggraverà le sofferenze dei civili che hanno un disperato bisogno di ricostruire le loro case e le strutture.

Ciò infliggerà anche pesanti perdite alle aziende del settore privato per l’interruzione del lavoro e l’aumento dei già elevati tassi di disoccupazione e di povertà tra i lavoratori e le loro famiglie.

Per quanto riguarda le esportazioni, le forze israeliane hanno continuato a imporre il divieto di esportare dalla Striscia di Gaza verso la Cisgiordania, Israele e l’estero, con l’eccezione di quantità limitate.

Nel periodo in esame, 100 camion sono stati autorizzati all’esportazione in Cisgiordania, 87 erano carichi di prodotti agricoli, uno di pesce, 4 di mobili, 3 di stoffe e 5 di rottami. Il tasso delle esportazioni della Striscia di Gaza per il mese di marzo costituisce il 2,2% delle esportazioni rispetto a giugno 2007.

Inoltre, alla popolazione della Striscia di Gaza è stato negato il diritto alla libertà di circolazione e ne continua a soffrire a causa di ostacoli imposti in tutti i valichi di frontiera che collegano la Striscia con la Cisgiordania e con Israele.

Inoltre, durante il periodo di riferimento, le forze israeliane hanno imposto severe restrizioni alla circolazione degli abitanti di Gaza al valico di Beit Hanoun (Erez), l’unico passaggio per le persone verso la Cisgiordania, compresa Gerusalemme, e/o Israele. Dunque a 2 milioni di persone è stato negato il diritto alla libertà di circolazione. Un numero limitato di Palestinesi è stato autorizzato a passare dal valico: 1.440 pazienti e 1.330 accompagnatori di pazienti.

Inoltre, le forze israeliane hanno arrestato 3 pazienti che tornavano dall’ospedale in cui erano stati trasportati per le cure. Questi pazienti sono affetti da gravi malattie e non potevano curarsi negli ospedali della Striscia di Gaza.

Va notato che queste statistiche non esprimono il numero di persone ammesse al transito perchè il numero dei titolari dell’autorizzazione è molto inferiore a quello dei passaggi.

Le forze israeliane hanno anche permesso il transito dal valico di al-Karama a 8.477 uomini d’affari, a 828 cittadini per esigenze personali, a 755 operatori di organizzazioni umanitarie internazionali. Hanno autorizzato a 595 anziani diretti alla moschea di  al-Aqsa e a 415 cristiani l’attraversamento del valico di Beit Hanoun (Erez) secondo procedure molto complicate con conseguenti lunghi tempi di attesa, a volte fino di diversi giorni.

Il titolare del permesso può passare più di una volta dal valico di Beit Hanoun.

Nel periodo in esame, il valico internazionale di Rafah è stato chiuso per tutto il mese di marz. Questo ha rivelato la realtà della situazione nella Striscia di Gaza all’interno di una politica di punizione collettiva e la chiusura israeliana imposta a tutti i valichi di frontiera, in particolare al valico di Beit Hanoun.

Il numero di Palestinesi che si sono registrati per attraversare il valico e sono in attesa del loro turno, è di oltre 25 mila, oltre a migliaia che hanno bisogno viaggiare, ma non si sono registrati.

Nelle raccomandazioni del rapporto, il PCHR ha chiesto alla comunità internazionale, in particolare alle Alte Parti Contraenti della Quarta Convenzione di Ginevra relativa alla protezione dei civili in tempo di guerra, di intervenire immediatamente per costringere le autorità israeliane ad aprire i valichi della Striscia di Gaza e porre fine al grave deterioramento della situazione umanitaria nella Striscia di Gaza.

Traduzione di Edy Meroli

Rassegna “Raccontami la Storia”
secondo appuntamento @IlCieloSottoMilano

Mercoledì, 27 April, 2016

ore 18:30

Passante di Porta Vittoria

Palestina, storia di una terra

un film di Simone Bitton
introdotto da Roberta Arcelloni e Guido De Monticelli

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Israele si conferma ancora una volta come una realtà criminale e violatrice di ogni diritto umano.

I due giovani – fratello e sorella – uccisi a sangue freddo mercoledì mattina al check-point di Qalandiya, e presentati al mondo dalla propaganda israeliana come “attentatori”, in realtà erano due cittadini che si sono trovati per sbaglio a percorrere la carreggiata per autoveicoli, e non quella per i pedoni, e che non hanno capito gli ordini dei militari. La confusione è stata fatale, poiché i robo-killer israeliani li hanno crivellati di colpi.

Lei lascia due bimbi di 6 e 4 anni ed era incinta di 5 mesi.
Il fratello, di 16 anni, ha tentato di portarla via da lì, ma è stato troppo tardi.

Nessuno dei due rappresentava una minaccia.

Testimoni hanno raccontato all’agenzia Ma’an che Maram Salih Hassan Abu Ismail, 23 anni, incinta di cinque mesi e madre di due bimbi, e suo fratello Ibrahim, di 16 anni, si stavano dirigendo verso Gerusalemme, quando hanno imboccato l’ingresso per i veicoli e non quello per i pedoni, dentro il check-point di Qalandiya, vicino a Ramallah.

I due sembrano non fossero in grado di comprendere ciò che i soldati israeliani stavano gridando in ebraico e si sono fermati. I testimoni hanno affermato che Ibrahim sembra avesse tentato di prendere la sorella per un braccio e allontanarla di lì, quando i soldati hanno aperto il fuoco, colpendola. Maram è caduta a terra e quando Ibrahim ha tentato di aiutarla, è stato colpito a sua volta.

Un autista di autobus palestinese, Muhammad Ahmad, ha detto a Ma’an che il soldato che ha sparato a Maram si trovava dietro a un blocco di cemento a 20 metri di distanza da lei, e che né lei né il fratello rappresentavano una minaccia.

Un altro testimone dell’attacco contro i due Palestinesi ha dichiarato a Ma’an che i militari israeliani si sono avvicinati ai due dopo che già erano a terra e hanno di nuovo aperto il fuoco per assicurarsi che fossero morti.

Il testimone ipotizza che i soldati abbiano piazzato i coltelli sulla scena, così che la fotografia potesse essere diffusa dalla polizia israeliana a giustificazione del duplice omicidio.

Le testimonianze raccolte, infatti, contraddicono la versione della polizia israeliana.

Maram aveva ottenuto, per la prima volta, un permesso dalle autorità israeliana per entrare a Gerusalemme. Anche questo spiega la sua confusione sul percorso da prendere nel check-point.

Hebrew University is deeply complicit in Israel’s abuses of Palestinians, including theft of land.

Eyewitness testimony contradicts Israel’s claim that woman threw knife at soldiers.

In a referendum held on Monday, 64% of the Law students at the University of Chile voted for cutting the university’s ties with Israeli universities involved in violating Palestinian human rights. In addition, 56% of the students voted that activities involving Israeli officials or state funding should not take place at the Law Faculty.

One week after holding a successful Israeli Apartheid Week, BDS UChile – a broad student coalition for BDS at the University of Chile – celebrated the referendum results: “This shows that BDS is right and it has strength, and that our comrades understand perfectly what the Israeli colonization process is and how the Israeli apartheid policies are imposed against the Palestinian people on a daily basis”.

Close to one thousand students participated in the referendum, which took place together with the elections for the Law faculty students’ representatives. Since its foundation in 1842, the University of Chile’s Law Faculty has been among the most prestigious institutions in the country and also a stage for many political and social struggles. In 1987, students led a historic general strike and protests against the dean nominated by the Pinochet’s military dictatorship.

“This vote strengthens the academic boycott to keep pushing  for our home of studies to be free of Israeli apartheid so that we can breathe a clear and democratic air, without segregation, without oppression, without colonization” says BDS UChile.

The Palestinian Students’ Campaign for the Academic Boycott of Israel (PSCABI) welcomed the results of the referendum: “We, Palestinian students, salute our peers of Chile University’s Faculty of Law for their principled position in defense of universal human rights. We are delighted that the majority of students of Chile University’s Faculty of Law voted in favor of the boycott of Israeli academic institutions that are complicit in Israel’s violation of our basic rights. History will have its say the same way it did in South Africa. Only the support of conscientious people, including students in Latin America, did the Apartheid system crumble.”

The academic boycott of Israel’s apartheid and colonization regime has been growing in Latin America. Earlier this year, more than 200 Brazilian professors and researchers declared their commitment to BDS. In Argentina, more than 100 professors, hundreds of students and 11 academic institutions have also signed an academic boycott pledge against Israel’s apartheid. In 2012, the University of São Paulo students’ higher representative congress endorsed BDS.

Apartheid South Africa tried and failed to use similar efforts to cover up its crimes and deflect pressure.

Imemc. Mercoledì all’alba, i soldati israeliani hanno rapito quattro palestinesi, fra cui un diversamente abile, a Gerusalemme e ad Hebron, nella Cisgiordania occupata, dopo aver perquisito le loro case.

La Società per i prigionieri palestinesi (PPS) ha riferito che i soldati hanno invaso diverse case palestinesi a Gerusalemme e hanno rapito Bassem Zghayyar e un residente disabile identificato come Morad Da’na.

Nel distretto di Hebron, nella Cisgiordania meridionale, numerosi veicoli militari hanno invaso il paese di Shiokh, a nord di Hebron, hanno perquisito diverse case e rapito Sami al-Hasasna, 48, e Mohammad Yousef al-Warasna, 18.

I soldati hanno perquisito anche altre case e interrogato molti palestinesi, oltre ad aver piazzato numerosi blocchi stradali.

Traduzione di F.G.

PIC. Dima al-Wawi, 12 anni, la più giovane prigioniera del mondo, non ci poteva credere di essere finalmente libera e riunita con la propria famiglia, dopo 75 giorni di detenzione.
Lo sguardo di Dima al momento della scarcerazione era triste, pieno di orrore e d’innocenza repressa; mentre ispezionava le facce di coloro che l’hanno accolta, la sua voce era piena di desiderio di vivere e di sogni per il futuro. Desiderava uscire di casa dopo aver patito lunghi giorni dietro le sbarre.
Sicura di sé, Dima rispondeva alle domande dei giornalisti, dei corrispondenti televisivi e dei sostenitori, sia a casa sia al telefono.
La madre di Dima, Um Rashid, ha raccontato a PIC che il 9 febbraio è stato un giorno di profondo dolore: “Siamo rimasti attoniti sentendo alla radio la notizia dell’arresto di Dima, mentre la credevamo nella sua scuola vicino a casa”.
Dima ha raccontato ai reporter di PIC che l’occupazione israeliana ha impiegato diversi metodi di tortura contro di lei, come spruzzarle addosso acqua fredda durante i giorni di freddo pungente, oltre alle tecniche di minaccia e intimidazione e ai continui interrogatori.
Ha anche raccontato che, mentre entrava e usciva dalla prigione durante le udienze in tribunale, ha visto prigionieri bambini feriti che languivano in carcere.
Ha aggiunto di aver passato il tempo in prigione ricamando a punto e croce, pregando e leggendo libri.
Abu Rashid, il padre di Dima, ha detto che la sua assenza da casa è stata uno shock ed “è stata difficile per noi per via della sua giovane età; e, nonostante abbia sei sorelle e tre fratelli, Dima è la gioia della casa”.
“Ciò che ha lenito il nostro dolore sono state le campagne di solidarietà dei comitati e delle organizzazioni per i diritti umani, che hanno fatto pressione sull’occupazione israeliana, costringendola a liberarla”.
La madre ha raccontato che Dima è tornata a casa come una farfalla che rifiuti di essere contenuta dalle mura; lei vuole volare fuori dalla casa, coglie ogni occasione per uscire e respirare aria fresca, ma la sofferenza è evidente sul suo volto e lei parla, strilla e geme nel sonno, come se stesse vivendo un incubo.
L’avvocato militare Amjad Al Najjar, direttore della Società dei Prigionieri palestinesi, ha dichiarato: “Il crimine dei procedimenti giudiziari contri i bambini commesso dall’occupazione israeliana si va ad aggiungere alla serie di crimini commessi dall’esercito israeliano contro i palestinesi”.
Ha aggiunto: “Questo crimine è commesso in conformità alla legge militare israeliana – che si applica ai palestinesi che vivono sotto l’occupazione militare in Cisgiordania – che permette azioni giudiziarie contro bambini dai 12 anni in su”. Dima è stata arrestata sotto questa legge.
L’avvocato ha dichiarato che l’occupazione ha fronteggiato la pressione internazionale per il rilascio di Dima al-Wawi, perché la detenzione di bambini fra i 12 e i 16 anni è vietata dalla legge internazionale e dalla legge israeliana, mentre la legge militare israeliana l’autorizza. Questa pressione ha costretto il tribunale israeliano a rilasciare la bambina due mesi in anticipo, con una multa di 8mila shekel (2.100 dollari).

Traduzione di F.G.

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Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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