Palestina

Di Marco Da Ros.

A giugno i maggiori dirigenti di Hamas si sono recati in Egitto per la prima volta dal 2013, anno del sanguinario colpo di stato di Al-Sisi contro i Fratelli Musulmani. Dai colloqui è scaturito il clamoroso accordo di pochi giorni fa, mediato dall'”ex nemico” Mohammed Dahlan, in base al quale l’Egitto pochi giorni fa ha fornito un milione di litri di petrolio per il funzionamento della centrale elettrica di Gaza. (vedi ad es. http://www.aljazeera.com/news/2017/06/hamas-agrees-egypt-tighter-border-security-170614041838547.html) Può essere un primo effetto della nuova linea “panaraba” di Hamas, non più legata solamente ai Fratelli Musulmani, come traspare dal documento politico dell’organizzazione, uscito il 1° maggio scorso. Tempi duri per il trio baluardo della reazione mondiale, USA – Israele – Arabia Saudita, e il loro lacchè Abu Mazen.

Symbol used in Israeli pinkwashing at center of controversy.

Officials urge use of flawed anti-Semitism definition to train police.

Betlemme-Ma’an. Un sito di notizie affiliato a Hamas ha riferito domenica 19 giugno che l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) sta considerando l’idea di sciogliere il Comitato per i Prigionieri Palestinesi a causa di pressioni sempre maggiori da parte di Israele e degli Stati Uniti, che chiedono la sospensione del programma di compensazione dei “martiri”, il quale prevede aiuti finanziari ai prigionieri incarcerati da Israele e alle loro famiglie.

Il sito di notizie Al-Resalah, affiliato a Hamas – il partito che di fatto governa la Striscia di Gaza, e rivale dell’ANP, guidata da Fatah – cita fonti palestinesi “credibili” secondo cui Abbas starebbe considerando di sciogliere ufficialmente il comitato e “incorporarlo a uno dei rami o degli uffici del ministero dell’interno, nella Cisgiordania occupata”.

Dalla metà mattina di lunedì, ore dopo la pubblicazione della notizia, non è stato possibile accedere al sito di al-Resalah dagli uffici del giornale Ma’an a Betlemme, in Cisgiordania, anche se il sito era accessibile tramite VPN. Tuttavia uno membro dello staff di al-Resalah a Gaza ha confermato telefonicamente al Ma’an che il sito era visibile in Cisgiordania.

L’ANP di recente ha bloccato 11 siti palestinesi di notizie in Cisgiordania, tutti apparentemente affiliati a Hamas o a Muhammad Dahlan, un rivale politico del presidente Abbas.

Secondo il reportage, “il presidente Abbas non si è opposto ai piani del governo (del primo ministro Rami) Hamdallah per sciogliere il Comitato per i Prigionieri Palestinesi”, citando fonti anonime secondo le quali “la decisione verrà presa in accordo con l’amministrazione statunitense come gesto di buona volontà da parte dell’ANP nei confronti degli interessi politici americani”.

Le fonti hanno anche ipotizzato che la decisione di sciogliere il comitato facesse parte degli sforzi continui da parte dell’ANP di ripristinare i decennali processi di pace.

“Il governo palestinese annuncerà ufficialmente che la decisione di sciogliere il Comitato per i Prigionieri Palestinesi è stata presa a causa della crisi economica, ma la realtà è un’altra, date le pressioni sull’ANP per l’inizio di un altro ciclo di negoziati (di pace) senza precondizioni”, hanno rivelato le fonti al sito al-Resalah.

Issa Qaraqe, a capo del comitato, ha reagito al reportage affermando di non essere stato informato di questi piani di scioglimento. “Non siamo stati informati sulle intenzioni del presidente o di altri membri del governo (palestinese) di congelare il comitato”, ha detto Qaraqe a Ma’an via telefono domenica sera 19 giugno, senza fornire altri dettagli.

Il reportage è uscito pochi giorni dopo che Rex Tillerson, Segretario di Stato americano, ha annunciato che l’ANP ha acconsentito alla rimozione del programma di compensazione dei “martiri”, facendo in seguito marcia indietro dopo che le dichiarazioni sono state negate da fonti ufficiali palestinesi.

Qaraqe ha detto che le affermazioni di Tillerson sono false e rappresentano “un atto d’aggressione contro il popolo palestinese”. Ha inoltre dichiarato al sito di notizie Haaretz che una decisione del genere non avrebbe alcun senso dal momento che significherebbe la fine dei rapporti dell’ANP con la popolazione palestinese.

“Quasi tutti i palestinesi hanno avuto un martire o hanno un familiare che ora si trova in una prigione israeliana”, ha detto Qaraqe, aggiungendo che “chiunque pensi di poter prendere una decisione del genere si sbaglia di grosso”.

Nel frattempo il parlamento israeliano, il Knesset, ha avanzato una proposta di legge che prevede la cessazione dell’invio di una somma annuale quantificata a 1 miliardo di shekel (280 milioni di dollari americani) all’ANP per il finanziamento del programma, il quale fornisce aiuti economici ai palestinesi nelle carceri israeliane e alle loro famiglie, a chi è stato ferito dalle forze militari d’Israele e alle famiglie dei “martiri” palestinesi (i caduti durante attacchi contro lo Stato ebraico o in situazioni in cui non avevano commesso alcun reato).

Il programma di aiuti sociali, partito nel 1966, è stato criticato da Israele per anni. Mentre il grosso dei programmi dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) è stato trasferito nelle mani dell’ANP dopo gli accordi di Oslo del 1998, a seguito delle critiche degli Stati Uniti e dell’approvazione di una serie di leggi mirate al taglio dei fondi all’ANP, la distribuzione dei fondi è poi passata di nuovo nelle mani dell’OLP nel 2014.

Traduzione di Simona Pintus

Gerusalemme-PIC. L’Organizzazione sionista “Monte del Tempio” ha lanciato un appello per l’irruzione in massa nel complesso della Moschea al-Aqsa, per il 29 giugno a partire dalle 7 di mattina.

 

Restano poco chiari i contorni dell’attentato alla città santa dell’Islam che l’Arabia saudita sostiene di aver impedito venerdì scorso

di Chiara Cruciati

Roma, 26 giugno 2017, Nena News – Per ora non sono giunte rivendicazioni dell’attacco sventato venerdì sera dalle forze di sicurezza saudite alla Mecca: un attentatore suicida (secondo il ministero degli interni di Riyadh intenzionato a farsi esplodere nella grande moschea della città santa) è stato individuato e costretto a restare all’interno del palazzo di tre piani nel quartiere di Ajiad al Masafi usato come «base». Ha sparato contro la polizia per poi farsi saltare in aria: cinque poliziotti e sei civili sono rimasti feriti nel crollo della palazzina ridotta in macerie dall’esplosione.

Mansour al Turki, ministro degli interni, ha parlato di una cellula terroristica divisa in tre gruppi, di cui due dispiegati a Mecca e uno a Gedda. I membri del gruppo – cinque persone – sono stati arrestati e sarebbero al momento sotto interrogatorio. Tra loro ci sarebbe anche una donna.

Se manca al momento una rivendicazione, la tempistica e il luogo del fallito attacco forniscono qualche elemento in più: il gruppo ha agito poco prima dall’Eid al-Fitr, la notte che chiude il mese sacro di Ramadan.

Esattamente come accaduto un anno fa, quando tre attacchi in contemporanea furono lanciati dall’Isis tra Gedda e la Mecca, alla vigilia dell’Eid al-Fitr. Un momento altamente simbolico, un periodo in cui milioni di fedeli da tutto il mondo islamico, sunniti e sciiti, visitano i luoghi santi in Arabia Saudita.

Lo scorso anno, il 4 luglio, un primo attacco colpì le forze di sicurezza dispiegate vicino alla moschea del profeta alla Mecca, uccidendo quattro poliziotti; nelle stesse ore a Gedda, a poca distanza dalla sede del consolato statunitense, un kamikaze feriva due agenti, mentre un altro saltava in aria fuori da una moschea nella città a maggioranza sciita di Qatif.

Da tempo ormai più di un osservatore ha evidenziato il rischio che paesi noti sostenitori di certi gruppi jihadisti sunniti in Medio Oriente vivono a causa del terrorismo di matrice islamista. Succede in Turchia, la più colpita del fronte sunnita, e succede in Arabia Saudita. A monte sta il ritorno di foreign fighters radicalizzati tra Siria, Libia e Iraq che riportano nei paesi che ne hanno permesso movimento e attività terroristica una visione dell’Islam ultraconservatrice e violenta.

Una visione – e qui sta la seconda motivazione del jihadismo «di ritorno» – molto vicina alle ideologie religiose di cui l’Arabia Saudita è culla e esportatrice seriale in Africa come in Medio Oriente e Europa, le medievali interpretazioni salafita e wahhabita che sono base ideologica a reti come Isis e al Qaeda. Non va dimenticata la lettura che il salafismo dà dei luoghi sacri in territorio saudita, visti come forme di idolatria e blasfemia (non a caso la stragrande maggioranza dei siti religiosi musulmani nella petromonarchia sono stati distrutti dai bulldozer di Riyadh.

Il tentato attacco di venerdì sera si inserisce infine nella crisi del Golfo e nel progetto di un asse sunnita monolitico che abbia in Riyadh il suo leader indiscusso, a scapito del rivale Qatar, una Nato araba come immaginata dal presidente Usa Trump che non abbia come bersaglio l’Isis o al Qaeda, ma l’Iran.

Intanto Doha ha risposto alla lista di 13 richieste mosse da Arabia Saudita, Egitto, Bahrain e Emirati arabi definendole «inaccettabili e irragionevoli»: «Il blocco è volto a limitare la sovranità del Qatar – si legge nel comunicato del governo – Stiamo valutando il documento, le richieste contenute e le loro basi così da rispondere in modo appropriato».

Gerusalemme-PIC e Quds Press. Domenica 25 giugno, circa 90 mila fedeli musulmani hanno eseguito le preghiere del primo giorno di Eid al-Fitr, la festa che segue la fine del mese di Ramadan, nel complesso della Moschea al-Aqsa, a Gerusalemme Est.

Secondo il dipartimento del Waqf, i Beni religiosi islamici, decine di migliaia di Palestinesi hanno affollato al-Aqsa.

Le truppe di occupazione israeliana hanno circondato la Città Vecchia e le sue strade, controllando gli ingressi al complesso di al-Aqsa.

Palloni aerostatici, con telecamere, sono stati sospesi su Gerusalemme Est e sui fedeli musulmani in preghiere.

 

 

Almeno sei persone sono state arrestate nelle ultime ore in raid di reparti militari israeliani durante la festa islamica del Fitr. I coloni di Yizhar lanciano nuove aggressioni a danno dei villaggi vicini ma l’esercito resta a guardare

(Photo: EPA/OLIVER WEIKEN)

della redazione

Roma, 26 giugno 2017, Nena News - La fine del mese di Ramadan e l’inizio della festa del Fitr sono coincisi con nuovi arresti di palestinesi compiuti dall’esercito israeliano. Almeno sei persone sono state arrestate nelle ultime ore durante raid di reparti militari israeliani ad al-Mughayyir (Ramallah), Tuqu (Betlemme) e Beit Fajjar. Raid compiuti mentre sui social l’esercito israeliano faceva gli auguri per la festa del Fitr a tutti i musulmani.

Il mese  di Ramadan quest’anno è stato caratterizzato da continue incursioni notturne in tutto il territorio palestinese occupato, da restrizioni alla libertà di movimento dei palestinesi e dall’aggravarsi della crisi umanitaria nella Striscia di Gaza, dopo che Israele, con l’approvazione del presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen, ha ridotto le forniture di elettricità all’enclave costiera, lasciando i palestinesi con solo due ore di energia al giorno.

Le forze israeliane, calcola l’agenzia palestinese Maan, hanno arrestato circa 250 palestinesi nella Cisgiordania occidentale e a Gerusalemme Est durante il corso del Ramadan, tra cui decine di minori. Inoltre a seguito di un attacco armato palestinese (una poliziotta israeliana è rimasta uccisa) nella zona orientale occupata di Gerusalemme, le autorità israeliane hanno revocato i permessi di ingresso a 250.000 palestinesi ed espulso centinaia di palestinesi della Cisgiordania dalla Città Santa perché “illegali”.

E’ stato anche ridotto ad appena 100 il numero dei permessi concessi ai palestinesi di Gaza per pregare il venerdì alle moschee di Gerusalemme durante il Ramadan e annullati quelli per visitare le loro famiglie in Cisgiordania emessi nei due anni precedenti.

Negli ultimi giorni peraltro si sono registrati nuovi attacchi ed azioni intimidatorie dei coloni israeliani in Cisgiordania contro i palestinesi. Circa 45 alberi di ulivo sono stati trovati tagliati nei pressi del villaggio di Burin, adiacente all’insediamento coloniale di Yitzhar (Nablus) dove i coloni hanno anche scritto, in ebraico,  la parola “vendetta” su alcune massi. L’ong israeliana Rabbis for Human Rights ha riferito che l’attacco è avvenuto nei pressi della statale 60 che attraversa la Cisgiordania e segue altre azioni compiute dai coloni di Yitzhar negli ultimi mesi in cui sono rimasti feriti una donna di 72 anni e un pastore.

Il quotidiano israeliano Haaretz riferisce che, malgrado i coloni di recente siano stati ripresi da una telecamera di sorveglianza mentre attaccano i palestinesi, non sono stati indagati dalla polizia o dall’esercito. Negli incidenti, scrive Haaretz, i soldati non agiscono o semplicemente cercano di separare le due parti pur avendo l’autorità di trattenere gli assalitori.

A marzo, la ong israeliana Yesh Din aveva rivelato che le autorità israeliane hanno avviato indagini solo nel 8,2% dei casi di crimini commessi dai coloni contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata negli ultimi tre anni, rispetto a un tasso di condanna del 90-99%  palestinesi. Nena News

Il colera ha già fatto oltre 1300 morti, molti dei quali bambini, ma nessuno quasi ne parla, come ben poco si parla di un Paese teatro di una guerra civile sanguinosa e vittima dell’offensiva militare lanciata dall’Arabia saudita contro i ribelli sciiti Houthi

foto Reuters

della redazione

Roma, 26 giugno 2017, Nena NewsPiù di 1.300 morti, di cui un quarto bambini. Oltre 200.000 i casi sospetti, con una media di 5.000 al giorno. Ma nessuno quasi ne parla come ben poco si parla del Paese dove si sta diffondendo, lo Yemen teatro di una guerra civile sanguinosa e vittima dell’offensiva militare lanciata più di due anni fa dall’Arabia saudita contro i ribelli sciiti Houthi appoggiati dall’Iran. Le organizzazioni internazionali non hanno dubbi: è la più grave epidemia nel mondo. In soli due mesi si è diffusa in quasi tutti i governatorati dello Yemen e l’Unicef e l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) non la riescono ancora a fermare. “Si sta lavorando 24 ore su 24 per localizzare e monitorare la diffusione della malattia – si legge in un documento diffuso dalle organizzazioni umanitarie – e per raggiungere persone con acqua pulita e adeguate cure sanitarie e igieniche. Le squadre di intervento rapido vanno di casa in casa con informazioni su come proteggersi”. Unicef e Oms sottolineano che 30.000 operatori sanitari yemeniti impegnati a contenere l’epidemia e a curare gli ammalati non sono sono pagati  da quasi un anno, eppure continuano con abnegazione a svolgere ogni giorno il loro lavoro.

Non è facile lottare contro il colera in un Paese devastato dalla guerra, dai bombardamenti sauditi e dalla miseria, dove 14 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici. Un Paese in cui l’aumento della malnutrizione ha indebolito le difese immunitarie dei bambini rendendoli più vulnerabili all’epidemia.

Lo Yemen è in assoluto il Paese a più basso indice di sviluppo del Medio Oriente ma è strategicamente importante e questo ha spinto l’Arabia saudita e i suoi alleati, con la protezione degli Stati Uniti, a lanciare una campagna militare che non intendono fermare in tempi ravvicinati. E’ centrale nel conflitto in corso controllare lo stretto di Bab el Mandeb, il punto più vicino tra le coste yemenite e quelle di Gibuti, tra il Golfo di Aden con il Mar Rosso, che rappresenta una delle rotte privilegiate delle petroliere che partono dal Golfo.

Le tensioni in Yemen sono cominciate sull’onda delle “primavere arabe”, tra il 2011 e l’inizio del 2012, e sono culminate con l’uscita di scena dell’ex presidente Ali Abdullah Saleh, al potere da trent’anni. Quello che sembrava all’inizio uno scenario abbastanza vicino alle rivolte popolari che poco prima avevano causato la caduta dei regimi in Tunisia ed Egitto, invece si è rivelato il terreno fertile per un nuovo violento scontro tra musulmani sciiti e sunniti e tra l’Iran e l’Arabia saudita che da sempre ritiene di avere il “diritto di controllare” lo Yemen.  Lo scoppio della guerra civile peraltro è stato preceduto dalle spinte irredentiste della parte meridionale del Paese contro il governo centrale (lo Yemen per quasi trent’anni è rimasto diviso diviso in due repubbliche, con quella meridionale di orientamento marxista che si è sciolta all’inizio degli anni ’90 dopo la fine dell’Unione sovietica).

Abdel Rabbo Monsour Hadi, nominato a capo del governo dopo l’abbandono da parte di un riluttante Ali Abdallah Saleh e una consultazione elettorale riconosciuta dai paesi arabi e dall’Occidente, è apparso subito un leader debole e un burattino nella mani dei suoi sponsor sauditi. Le forze militari in apparenza ai suoi ordini si sono sciolte come neve al sole quando gli sciiti Houthi – con la benedizione di Tehran – hanno deciso di espandere la loro ribellione, già in atto da anni dal nord, a tutto lo Yemen, forti anche dell’alleanza stabilita con Saleh mai realmente uscito di scena e che ancora oggi può controllare parte degli apparati militari e amministrativi yemeniti. Quindi è giunta la reazione dell’Arabia saudita, per fermare quella che a Riyadh leggono come un tentativo di “espansione” dell’Iran sciita, e l’inizio di una campagna militare – fatta soprattutto di bombardamenti aerei – che ha messo in ginocchio le già deboli infrastrutture dello Yemen e causato migliaia di morti tra i civili.

Alla finestra ci sono sempre al Qaeda e l’Isis pronti a sfruttare ogni occasione utile e che già controllano porzioni di territorio yemenita. Nena News

 

La redazione di InfoPal.it augura ai lettori, colleghi, sostenitori e amici musulmani una felice Eid al-Fitr.

Le pubblicazioni riprenderanno martedì 27 giugno.

A view shows buildings in Doha, Qatar, June 9, 2017. REUTERS/Naseem Zeitoon

Yuval Abraham. Middle East EyeIsraele non ha mai approvato l’appoggio del Qatar ad Hamas. Ma ora le Nazioni del Golfo stanno chiedendo che Doha smetta di appoggiare il gruppo palestinese – e Israele teme quello che potrebbe succedere.

Hamas, che controlla Gaza dal 2007, è visto come una filiazione della Fratellanza Musulmana, da molto tempo un alleato del Qatar.

L’emirato ha trasferito centinaia di milioni di dollari a Gaza, assistendo al contempo Hamas dal punto di vista diplomatico e offrendo ospitalità ai suoi dirigenti e militanti in esilio. In maggio il gruppo ha presentato la revisione della sua carta fondamentale a Doha.

Dopo l’ultima guerra a Gaza, nel 2014, il Qatar ha destinato un miliardo di dollari a favore della ricostruzione, di progetti umanitari, per i costi dell’elettricità e per i salari dei dipendenti pubblici.

Alcuni analisti politici affermano che Israele ha consentito il trasferimento di fondi a Gaza – sotto assedio israeliano dal 2007 – per i suoi effetti stabilizzanti, che impediscono o forse rimandano un collasso totale nella Striscia devastata dalla guerra.

Una risposta israeliana contrastante.

Le sanzioni contro il Qatar del 4 giugno sono state salutate come una vittoria da gran parte dell’opinione pubblica e dai media israeliani. Ma la risposta del governo è stata stranamente in sordina.

Eli Avidar, ex-capo della delegazione israeliana in Qatar, ha detto a MEE che Israele dovrebbe sostenere decisamente l’Arabia Saudita ed altri contro il Qatar: “E’ un’opportunità per farla finita con questa storia. Israele dovrebbe esercitare pressioni su Washington, spingere il Qatar a smettere di finanziare il terrorismo, ma non lo sta facendo”.

“Continuo a chiedermi: ‘Perché Israele non è più attivo ed esplicito contro il Qatar?’”

Il ministro della Difesa israeliano, Avigdor Lieberman, è stato l’unico uomo di governo ad aver commentato la crisi. Il 5 giugno, un giorno dopo che il Qatar è stato isolato, ha affermato che l’iniziativa “apre molte possibilità di collaborazione nella lotta contro il terrorismo”.

Un portavoce del ministero degli Esteri ha detto a MEE che ha avuto indicazioni ufficiali di non commentare la situazione e le sue ripercussioni per Israele e la Palestina.

Cosa c’è dietro questa risposta passiva? Molti studiosi, analisti e fonti dell’intelligence indicano che Israele potrebbe avere più da perdere che da guadagnare dalla crisi.

Yoel Guzansky e Kobi Michael, dell’Istituto israeliano per le Ricerche sulla Sicurezza all’università di Tel Aviv, hanno affermato che la crisi è “la più grave dalla fondazione, nel 1981, del Consiglio per la Cooperazione nel Golfo”.

Sostengono che Israele ha un duplice approccio nei confronti del Qatar: “Da una parte, c’è ostilità per il suo appoggio a Hamas e per l’ospitalità che offre ai suoi dirigenti… Dall’altra, Israele attribuisce grande importanza al sostegno qatariota alla ricostruzione della Striscia e al denaro che fornisce per gli stipendi ed i servizi pubblici al suo interno.

“L’interesse israeliano è di appoggiare una mediazione americana che ponga fine alla questione indebolendo il ruolo dell’Iran e di Hamas, ma senza danneggiarne seriamente le azioni positive verso la Striscia di Gaza e di mediazione con Hamas”.

Il loro documento identifica tre possibili esiti che Israele vuole evitare: un rapporto più forte tra l’Iran e Hamas, una crisi umanitaria a Gaza e la presa del potere dell’Autorità Nazionale Palestinese a Gaza.

  1. Timore dell’Iran

Molti osservatori temono che il vuoto creato dall’assenza del Qatar possa obbligare Hamas a cercare una fonte alternativa di sostegno finanziario e si rivolga all’Iran.

Il rapporto di Yoel Guzansky e Kobi Michael sostiene che “Israele comprende che ci sono più vantaggi che svantaggi nella cooperazione con il Qatar, in quanto il Qatar indebolisce l’influenza dell’Iran su Hamas e sulla Striscia di Gaza”.

Shaul Yanai, un ricercatore israeliano sulle questioni mediorientali all’università di Haifa, ha detto a MEE: “Non c’è un segnale di pericolo più grave per l’Egitto, i sauditi, il Kuwait, l’America di Trump e Israele che un’organizzazione palestinese alleata dell’Iran”.

All’inizio di quest’anno Khaled al-Qaddumi, rappresentante di Hamas in Iran, ha detto ad Al-Monitor che l’Iran sta fornendo un continuo aiuto finanziario al movimento, nonostante la polarizzazione su scala regionale tra sciiti e sunniti, e che ci sono incontri regolari.

“L’inizio del 2017 ha inaugurato una nuova era nelle relazioni tra Hamas e l’Iran, che può essere descritta come positiva e rivolta al futuro”, ha affermato.

Nel contempo Ahmed Yousef, ex importante consigliere del leader di Hamas Ismail Haniyah, ha dichiarato a Ma’an che la crisi qatariota – così come l’alleanza tra Israele, l’America e gli Stati sunniti – “incoraggerà i movimenti islamici, come la Fratellanza Musulmana, a fare nuove alleanze con Paesi potenti della regione, come l’Iran, per proteggersi”.

Oltre a ciò, Guzansky e Michael affermano che il desiderio del campo sunnita di vedere l’Autorità Nazionale Palestinese sostituire Hamas nella Striscia non è condiviso da Israele, che, secondo chi lo critica, ha lavorato per mantenere la separazione tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza.

  1. Timori di un’altra guerra

Nel 2014 Israele ha scatenato l’operazione “Margine protettivo” contro Gaza, un attacco di 50 giorni che intendeva indebolire Hamas. Ha causato la morte di più di 2.139 palestinesi, circa un quarto dei quali bambini, di 64 soldati e di 6 civili israeliani.

Un ufficiale israeliano di alto grado, che ha lavorato con il Mossad [il servizio segreto israeliano che opera all’estero, ndtr.] per molti anni e che ha chiesto di rimanere anonimo, ha detto a MEE che, mentre il governo israeliano vuole che il Qatar smetta di finanziare Hamas, “non vuole una crisi umanitaria a Gaza, anche se vi ci stiamo avvicinando”.

“Questa situazione potrebbe portarci allo stesso punto del 2014, quando Hamas è stato spinto in un angolo e l’unico posto a cui potessero sparare era Israele. Suppongo che Israele tema questo scenario, non vuole la destabilizzazione a Gaza”.

Yanai avverte anche che un Hamas disperato che perde il sostegno finanziario, insieme a discorsi su elezioni all’interno della tesa coalizione di governo israeliano, provocherebbe una miscela esplosiva. “Potrebbe rappresentare il terreno fertile per una guerra. Politici disperati tendono a fare la guerra”.

Una seconda fonte dell’intelligence israeliana ha riferito a MEE che Israele, come fa ogni estate, si sta preparando per una guerra a Gaza– ma che non si aspetta che ci sia quest’anno.

Da parte sua Hamas è ancora indebolito dall’ultimo scontro nel 2014. E Israele?

“E’ contro i nostri interessi”, afferma la fonte dell’intelligence. “Israele desidera mantenere lo status quo nella Striscia”.

Dal 2004 Israele ha condotto sette offensive contro Gaza in risposta a razzi lanciati dalla Striscia. I critici affermano che questo status quo di guerra è alimentato da una mancanza di soluzioni diplomatiche del problema dei rifugiati palestinesi e dall’occupazione militare israeliana.

  1. Timore dell’Autorità Nazionale Palestinese

Domenica il governo israeliano ha accettato di ridurre la fornitura di elettricità a Gaza su richiesta del presidente dell’ANP Abbas.

L’iniziativa è vista come un tentativo da parte dell’ANP, che controlla la più vasta Cisgiordania, di indebolire il suo rivale politico. Secondo la Reuters, Tareq Rashmawi, il portavoce dell’ANP, ha chiesto che Hamas trasferisca all’ANP ogni responsabilità delle istituzioni di governo a Gaza”.

Ma lunedì Israel Katz, ministro israeliano e membro del governo per il Likud, all’annuale Convenzione Israeliana per la Pace, ha criticato questa riduzione [di energia elettrica, ndt.], affermando che “Israele non ha una politica nei confronti di Gaza”.

E il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto che Israele “non vuole assistere a un’escalation” a Gaza, descrivendola come “una disputa interna palestinese”.

L’ufficiale che ha lavorato con il Mossad ha ribadito questa opinione: “Mi risulta difficile spiegare la politica israeliana verso Gaza. Non ha una logica”.

“La riduzione della fornitura di elettricità potrebbe essere una sorta di pressione tattica su Hamas, in modo che accetti di restituire i corpi dei soldati israeliani e i tre israeliani che tengono prigionieri”.

Ma Hamas ha raggiunto il punto critico.

Lunedì ha scritto su Twitter che la decisione “accelererebbe l’aggravamento e l’esplosione della situazione nella Striscia”.

Una fonte dell’intelligence israeliana ha dichiarato a MEE che un altro scontro a Gaza è solo questione di tempo. “Se non quest’anno, sarà il prossimo, e sennò, quello dopo ancora di sicuro”.

Traduzione di Amedeo Rossi per Zeitun.info

Nasim Ahmed. Middle East Monitor.

I funzionari israeliani devono essersi pestati i piedi a vicenda nella loro corsa per appoggiare il blocco contro il Qatar guidata dai sauditi. “I Paesi arabi sunniti, tranne il Qatar, si trovano sulla nostra stessa barca, in quanto tutti vediamo un Iran con potenza nucleare come la principale minaccia contro tutti noi”, ha detto l’ex-ministro della Difesa israeliano Moshe Ya’alon.

Il blocco ha rappresentato una “nuova linea tracciata nella sabbia mediorientale”, ha twittato l’ex-ambasciatore israeliano nato negli USA Michael Oren, godendosi lo scompiglio regionale. “Non (è) più Israele contro gli arabi, ma Israele e gli arabi contro il terrorismo finanziato dal Qatar”, ha aggiunto.

Il ministro della Difesa Avigdor Lieberman ha descritto la crisi come un opportunità per Israele e “alcuni” Stati del Golfo. “E’ chiaro a chiunque, persino ai Paesi arabi, che il vero pericolo per l’intera regione è il terrorismo” , a insistito. L’estremista di destra ha aggiunto che il blocco guidato dai sauditi ha tagliato i rapporti con il Qatar “non a causa di Israele, non a causa degli ebrei, non a causa del sionismo,” ma “piuttosto per paura del terrorismo”

La gioia per la punizione di un Paese che i funzionari israeliani descrivono come una “spina nel fianco” solleva ogni sorta di domande, non ultima il rapporto tra l’assedio imposto al Qatar e la legge presentata dal parlamentare repubblicano Brian Mast per imporre sanzioni riguardo all’appoggio straniero al “terrorismo palestinese”, ed altre proposte.

Presentando la legge bipartisan (H.R. 2712 Palestinian International Terrorism Support Prevention Act of 2017 [Legge per la Prevenzione dell’Appoggio al Terrorismo Internazionale Palestinese]) il deputato Joshua Gottheimer ha affermato: “Sono orgoglioso di guidare questo tentativo di indebolire Hamas, una rete terroristica efferata responsabile della morte di troppi civili innocenti, sia israeliani che americani”. Secondo lui “la nostra legge bipartisan garantisce che chiunque fornisca assistenza a questo nemico degli Stati Uniti e a Israele, il nostro alleato vitale, dovrà fare i conti con la forza e determinazione del nostro Paese”.

Nelle loro conclusioni i sostenitori [della legge] hanno affermato che Hamas ha ricevuto un appoggio significativo sia finanziario che militare dal Qatar. Essi hanno citato la conferenza stampa allo Sheraton di Doha in Qatar, in cui Hamas ha presentato il proprio nuovo “Documento dei Principi Generali e delle Politiche”, definito la nuova carta del movimento. “Mentre questo documento intendeva trasmettere al mondo un’immagine più moderata riferendosi ai confini del 1967”, la legge sostiene che il “documento di Hamas, (che) non abroga né sostituisce la carta fondamentale… invoca ancora una prosecuzione del terrorismo per distruggere Israele”.

La legge, che propone di autorizzare sanzioni contro qualunque entità o governo stranieri che forniscano appoggio ad Hamas, continua affermando che “dovrebbe essere la politica degli Stati Uniti impedire ad Hamas, alla Jihad Islamica Palestinese (JIP) o a qualunque loro affiliato o successore di avere accesso alle sue reti di appoggio internazionale”.

Prendendo nota delle implicazioni della legge, vale la pena ricordare che la maggior parte dei propositi di questa nuova norma è in realtà superflua, tranne la parte sul Qatar. Come ha evidenziato il “Centro Arabo” di Washington – un’organizzazione di ricerca per la promozione della comprensione politica, economica e sociale tra gli arabi e gli USA -, la legge proposta introduce sanzioni già previste dall’attuale legislazione. Hamas e la JIP sono entrambe definite come “Organizzazioni Terroristiche Straniere” (FTOs in inglese) ed “Entità Terroristiche Globali Conclamate” (SDGTs in inglese) rispettivamente dallo Stato USA e dal Dipartimento del Tesoro. In questo contesto è già illegale per enti o istituzioni degli USA appoggiare questi gruppi. Perciò le sanzioni proposte in questa legge che riguardano la giurisdizione USA sono superflue.

Inoltre, sottolinea il “Centro Arabo”, anche prendere di mira in modo formale l’Iran è inutile perché Teheran è già stato dichiarato dal Dipartimento di Stato uno Stato che sostiene il terrorismo e c’è già il divieto di esportare armi, servizi finanziari e tecnologici ed aiuti in Iran. Resta solo il Qatar, che in base a questa legge dovrebbe essere l’unico nuovo bersaglio. Il modo furtivo dell’attacco al Qatar non nasconde le vere intenzioni dei sostenitori della legge. “Sono orgoglioso”, ha detto Gottheimer, “di appoggiare la “Legge per prevenire l’appoggio al terrorismo internazionale palestinese che farà pagare un prezzo a Paesi come il Qatar per il loro appoggio al terrorismo. Nella lotta contro il terrorismo non ci sono vie di mezzo. Se tu appoggi il terrorismo, prima o poi giustizia verrà fatta”.

Quindi, cosa c’entra questo con Israele? Mentre Israele non è stato in grado di unirsi direttamente alla mossa guidata dai sauditi per imporre il blocco al Qatar, ciò non gli ha impedito di partecipare a un notevole lavoro di pressione dietro le quinte con gli UAE [Emirati Arabi Uniti, ndt.] per ottenere quello che in realtà è una parte della legislazione presentata contro il Qatar e portare avanti il lavoro preparatorio necessario per un blocco di queste dimensioni.

Si afferma che i sostenitori della legge alla Camera includono un certo numero di legislatori che hanno ricevuto sostanziose donazioni dai lobbisti filo-israeliani così come da quelli che sostengono l’Arabia Saudita. In effetti si riferisce che dieci parlamentari USA che appoggiano la legge contro il Qatar hanno ricevuto più di 1 milione di dollari negli ultimi 18 mesi da lobbisti e gruppi di pressione legati ad Israele, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

Lo scrittore e commentatore Trita Parsi ritiene che le similitudini tra la “lista dei terroristi” delle Nazioni arabe alleate degli USA e la legge H.R. 2712 dimostra una crescente collaborazione tra gli Stati arabi del Golfo e Israele. “La cooperazione tra gruppi filo-israeliani che sostengono la linea dura, gli EAU e l’Arabia Saudita sta andando avanti da un po’ di tempo,” ha detto Parsi ad Al-Jazeera. La novità, ha proseguito, è vedere i gruppi filo-israeliani come la “Fondazione per la Difesa delle Democrazie” “uscirsene con (articoli) filo-sauditi e fare pressione per loro (i sauditi) al Congresso”.

All’inizio di questo mese è stata riferita anche da “The Intercept” [sito web statunitense di controinformazione legato a Wikileaks, ndt.] la promozione di una narrazione politica per appoggiare l’assedio. Si afferma che mail inviate da un gruppo chiamato “Global Leaks” hanno evidenziato che l’ambasciatore degli EAU negli USA, Yousef Al-Otaiba, e la fondazione – un gruppo di esperti filo-israeliani e neoconservatori – hanno lavorato insieme per demonizzare il Qatar. Le mail ottenute da “The Intercept” mostrano la collaborazione tra la FDD e gli EAU con giornalisti che hanno pubblicato articoli che accusavano il Qatar e il Kuwait di appoggiare il “terrorismo”.

Non è quindi sorprendente che la principale ragione di questo blocco abbia poco senso. Per l’Arabia Saudita e per gli EAU accusare il Qatar di appoggiare il terrorismo è come il bue che dà del cornuto all’asino. Se ci fosse una qualche sostanza alle accuse, allora gli USA non avrebbero appoggiato un recente accordo per gli armamenti con il Qatar e Washington non avrebbe mantenuto lì un’importante base militare. Le ragioni addotte per il blocco non hanno alcun valore. Oltretutto il blocco del Qatar non può essere preso in considerazione separatamente dai tentativi in corso negli USA per eliminare la resistenza palestinese in nome della lotta contro il terrorismo. Né il Qatar né alcun Paese del Golfo trae alcun beneficio da questa situazione di stallo; per il maggior beneficiario bisogna guardare ad Israele.

Traduzione di Amedeo Rossi per Zeitun.info.

Ankara annuncia la rimozione della teoria dell’evoluzione dalle scuole elementari, Il Cairo cancella le mobilitazioni popolari da quelle superiori. Per le classi scolastiche passa l’imposizione di una narrativa di Stato

della redazione

Roma, 24 giugno 2017, Nena News – Ogni autoritarismo ha le sue particolari paranoie, che non di rado passano per le classi scolastiche: dopotutto è lì che si formano le giovani generazioni, su libri che sono lo specchio della visione nazionale della storia e dell’attualità. Se fondamentale è il linguaggio nella definizione di un’identità ma anche di una specifica narrativa di Stato, altrettanto fondamentale sono i contenuti.

A dimostrarlo, nell’arco di pochi giorni, sono Ankara e Il Cairo, entrambi impegnati nella revisione del curriculum scolastico per le scuole. L’intervento più recente, di un paio di giorni fa, è quello turco: in un video il capo del Dipartimento nazionale per l’educazione, Alpaslan, Durmus, ha annunciato che la teoria dell’evoluzione di Darwin sarà eliminata dai testi scolastici delle scuole elementari perché “controversa”. “Se i nostri studenti non hanno le basi, la conoscenza scientifica o le informazioni per comprendere il dibattito intorno ad argomenti controversi, noi li lasciamo fuori”.

Da settembre, dunque, l’evoluzionismo non sarà insegnato nelle scuole di grado inferiore ma resterà in quelle superiori. Al contrario, ha aggiunto Durmus, si darà spazio all’eurocentrismo e alla musica turca come strumento di enfatizzazione dei valori nazionali. Ovvie le reazioni critiche da un ampio spettro politico, sindacati, intellettuali e partiti che leggono nell’eliminazione di Darwin come il tentativo di plasmare la società turca intorno a valori conservatori, islamizzati e distanti dalla tradizionale laicità turca.

Il dibattito c’è, ma forse servirà a poco: il presidente Erdogan ha approvato la bozza di normativa presentata dal Dipartimento nazionale dell’educazione e – a sentire Durmus – il nuovo curriculum scolastico sarà ufficializzato dopo l’Eid al-Fitr, la festa di conclusione del mese sacro di Ramadan.

Negli stessi giorni al Cairo si procedeva a eliminare dal curriculum scolastico degli istituti superiori due date fondamentali nella recente storia egiziana: la rivoluzione del gennaio 2011 e le proteste di massa del giugno 2013 (che si conclusero con il golpe militare dell’attuale presidente al-Sisi, a scapito del presidente eletto Morsi) saranno cancellate.

“Il nuovo curriculum seguirà gli standard internazionali”, si è limitato a dire Reda Hegazy, direttore generale del Ministero dell’Educazione. Gli studenti, dunque, non studieranno quanto accaduto sei anni fa, la rimozione del dittatore Mubarak sulla spinta popolare né il colpo di Stato che ha condotto all’attuale repressione della società civile, dei media e delle opposizioni politiche. Ma soprattutto non si tratterà l’argomento centrale, la forza delle manifestazioni di massa, il riconoscimento del ruolo popolare nella determinazione degli sviluppi politici del paese. 

Una scelta che va nella stessa direzione delle tante assunte per mettere a tacere le normali aspirazioni democratiche della base, dalla legge anti-terrorismo che nella pratica vieta sit-in e proteste fino alla legge sulle ong, volta a rendere le organizzazioni non governative mere fornitrici di servizi. Nena News

PIC. Venerdì, ultimo giorno di Ramadan, una serie di manifestazioni di sostegno alla Palestina si sono svolte in diverse località iraniane e nel mondo, per celebrare il Giorno internazionale di Gerusalemme, o Yawm al-Quds.

I manifestanti hanno condannato i crimini israeliani contro il popolo palestinese e le aggressione alla Moschea al-Aqsa.

 

L’Arabia Saudita presenta a Doha una lista di 13 punti per ricucire i rapporti: tra queste la chiusura di al-Jazeera e della base turca e l’appiattimento sulle politiche di Riyadh. Accettarle significherebbe sparire

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 24 giugno 2017, Nena News – Un’offerta che il Qatar non può che rifiutare, quella presentata ieri dal fronte sunnita al nuovo nemico interno. Dopo settimane di dichiarazioni, chiusure di spazi aerei e confini terrestri, negoziati dietro le quinte, la mancata volontà dell’Arabia Saudita di ricucire con Doha è stata ufficializzata da una lista di 13 richieste per chiudere il capitolo crisi.

Ma sono talmente radicali che difficilmente Doha potrà accettarle (l’obiettivo saudita, sparare molto in alto per impedire la riconciliazione), pena un indebolimento politico che la renderebbe l’ennesimo burattino regionale nelle mani di Riyadh. Dopotutto è per questo che la crisi del Golfo è esplosa, il 5 giugno: l’intenzione, nemmeno troppo sottaciuta, dei sauditi di ergersi a potere incontrastato nella regione, volontà sottoscritta dal presidente Trump che ha investito l’alleato della guerra all’Iran.

Nei 13 punti presentati da Arabia Saudita, Emirati Arabi, Egitto e Bahrain – che contengono anche il pagamento di una somma non specificata come «risarcimento» – spiccano i legami con Fratelli Musulmani e Turchia, paese che dopo Doha subisce la scure punitiva saudita: il Qatar deve rompere ogni relazione con la Fratellanza Musulmana (di cui il partito turco di governo Akp è parte, come lo è in Palestina Hamas) e smantellare la base militare turca nel suo territorio, in cui saranno dispiegati migliaia di soldati.

Deve revocare la cittadinanza accordata ai cittadini dei quattro paesi e rifiutare di naturalizzarne altri, nell’idea che si tratti di oppositori o, di nuovo, membri della Fratellanza. Deve espellere i rappresentanti diplomatici iraniani, chiudere l’ambasciata di Teheran e cacciare i membri delle Guardie rivoluzionarie, oltre a interrompere ogni relazione militare e finanziare con l’asse sciita. E deve chiudere al-Jazeera (e alcuni media considerati finanziati da Doha, tra cui Arabi21, Rassd, The New Arab e Middle East Eye). Un punto fondamentale per l’importanza e il ruolo che l’agenzia ha avuto dalla seconda guerra del Golfo in poi, divenuta la Cnn del mondo arabo, primo caso nella storia in cui a raccontare Medio Oriente e Nord Africa è un’emittente locale e non straniera.

Ma al-Jazeera è molto di più, è strumento di formazione di una determinata narrativa, sì degli interessi qatarioti nel mondo ma anche di certi eventi particolari, a partire dalle cosiddette primavere arabe, plasmati e raccontati secondo un determinato discorso che ha influenzato in modo dirimente le opinioni pubbliche e modificato lo sviluppo stesso degli avvenimenti così come le interferenze regionali.

Il Qatar dovrà inoltre interrompere i legami con tutte le «organizzazioni terroristiche», calderone in cui vengono inseriti i sunniti Fratelli Musulmani, i qaedisti dell’ex Fronte al-Nusra, Isis e al Qaeda e gli sciiti di Hezbollah, gruppi che – eccezion fatta per i primi e per l’ultimo – sono stati notoriamente sponsorizzati dal resto dei paesi del Golfo.

E ultimo ma non per importanza, rappresentando l’ombrello sotto cui gli obiettivi sauditi passano, l’emirato dovrà piegarsi a rispettare tutte le politiche economiche, militari e sociali dettate da Riyadh. Le 13 richieste andranno accettate entro 10 giorni, ma non è chiara la reazione in caso di rifiuto. E il Qatar dovrà per 10 anni sottoporsi a controlli mensili. Le prime reazioni arrivano da Ankara che rifiuta il ritiro da Doha. Ufficiosamente parla anche il Qatar: il ministro degli Esteri Mohammed Bin Abdulrahman al-Thani poche ore prima della presentazione della lista aveva detto che non si negozierà fino a che le misure punitive non saranno cancellate.

Gerusalemme-PIC. Il giornale israeliano Hayom ha reso nota venerdì l’esistenza di un piano predisposto alla Conferenza di Herzliya dal ministro della Sicurezza pubblica Gilad Erdan per limitare i movimenti dei Palestinesi nell’area di Bab al-Amud (Porta di Damasco) a Gerusalemme Est.

Le nuove misure di sicurezza a Bab al-Amud includeranno l’installazione di telecamere e stazioni di sorveglianza, e la raccolta di informazioni di intelligence, secondo quanto riportato dal giornale.

Il piano mira a limitare gli attacchi palestinesi, dopo l’ultimo che ha ucciso una poliziotta israeliana e ha ferito sei coloni. Tre Palestinesi sono stati uccisi dopo aver eseguito l’attacco coordinato con coltelli e armi da fuoco, il 16 giugno scorso, nell’area di Bab al-Amud.

Qalqiliya-Ma’an. Un adolescente palestinese è stato ferito da proiettili letali, venerdì, durante la manifestazione settimanale di Kafr Qaddum, nel distretto di Qalqiliya, repressa con violenza dalle forze israeliane.

Il coordinatore della resistenza popolare della cittadina, Murad Shteiwi, ha dichiarato a Ma’an che Subhi Abu Dayya, 17 anni, è stato ferito alla mano destra da un proiettile “full metal jacket” (FMJ), o “pallottola blindata”, durante gli scontri.

Abu Dayya è stato ricoverato all’ospedale Rafidiya di Nablus. Secondo Shteiwi, le forze israeliane hanno sparato candelotti lacrimogeni e proiettili FMJ contro i manifestanti. I soldati hanno invaso alcune abitazioni, trasformandole in postazioni militari provvisorie. Molti cittadini locali sono rimasti asfissiati dai lacrimogeni. I residenti di Kafr Qaddum partecipano dal 2011 alle proteste settimanali contro la confisca di terre e la chiusura della strada sud della cittadina da parte delle forze israeliane. La strada è chiusa da 14 anni e rappresenta la via principale verso Nablus, il centro economico più vicino. Le forze israeliane hanno bloccato la strada dopo aver ampliato l’insediamento illegale di Kedumim, nel 2003, costringendo i residenti a usare una strada secondaria per raggiungere Nablus, che ha portato da 15 a 40 minuti il tempo di percorrenza, secondo il gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem. Durante le manifestazioni, dal 2011 a oggi, centinaia di palestinesi sono stati fermati o arrestati, uno è stato ucciso e altri 84 feriti, compresi 12 minorenni. 120 altri sono stati imprigionati per periodi di tempo che vanno dai 4 mesi a 24.

Gaza-Pchr. “La nostra vita è stata ribaltata da quando è morta mia madre. Con la sua morte, abbiamo perso la colonna portante della nostra dimora”. Hani Salem Elomor è un uomo sposato, padre di tre figli e residente nell’area di El-Elfokhari, a Khan Younis. Sua madre, Zeina, è stata uccisa dalle forze d’occupazione israeliana nel 2016 mentre lavorava nelle piantagioni della famiglia.

Zeina era sola nel pensare ad Hani e ai suoi sei fratelli e l’unico introito della famiglia si basa principalmente sui due dunum (unità di misura terriera) di terreni da loro posseduti ed utilizzati per le piantagioni di grano. Questi terreni si trovano nell’area El-Elfokhari, a circa 350 metri dal confine con Israele. Apparentemente, questo terreno è situato al di fuori della zona cuscinetto implementata dall’occupazione israeliana, che si estende dal confine israeliano per 300 metri nella Striscia di Gaza. Quella cuscinetto è un’area dove i palestinesi non possono accedere, una situazione illegale sia per la legge israeliana che per quella internazionale. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), la zona cuscinetto occupa almeno il 17% del territorio appartenente a Gaza, rendendo rischioso per i palestinesi lavorare nel 35% dei terreni da loro utilizzabili. L’area a ridosso del confine è quella con più restrizioni.

Questo sta influenzando negativamente le risorse di sostentamento di decine di migliaia di contadini gazawi, che possono contare significatimente sull’agricoltura per il sostentamento delle proprie famiglie. Inoltre, le forze d’occupazione israeliane regolarmente appiccano fuochi nella zona cuscinetto e nelle aree circostanti. Zeina è stata vittima proprio di uno di questi incendi.

La sera del 5 maggio 2016, Hani ricevette una chiamata dal fratello Monzer che lo informava del fatto che la mamma era stata ferita da un proiettile sparato dalle forze d’occupazione e in quel momento si stava dirigendo verso l’Ospedale Europeo di Gaza. “Corsi subito all’ospedale e quando arrivai, vidi la mia famiglia entrare nella sala d’emergenza. Li seguii e vidi il corpo senza vita di mia madre disteso su uno dei letti, con la faccia coperta. Inconsciamente, scoprii il suo volto e vidi il sangue  coprirle il collo, la spalla e la mano destra. I dottori mi informarono che mia mamma era stata uccisa sul colpo dagli israeliani”, riporta Hani.

Zeina stava raccogliendo fieno nella piantagione, mettendolo nelle borse così da poterlo portare a casa, quando le forze di occupazione le spararono, come riportano i familiari che l’accompagnarono in ospedale. Nel luogo dell’accaduto c’erano anche altri coltivatori che lavoravano nei loro terreni.

L’area è pianeggiante, la vista è chiara, e l’attacco è avvenuto durante il giorno, cosa che dimostra che l’omicidio è avvenuto senza motivo. “C’è una torre militare israeliana a circa 350 metri di distanza, quindi i militari potevano vedere a occhio nudo che mia madre era solo un civile che lavora la sua terra per portare qualcosa a casa. Le spararono senza motivo”, enfatizza Hani. “Dalla fine dell’ultima guerra di Gaza, Israele ha concesso ai contadini di coltivare questa zona utilizzando piantagioni che non superino gli 80 centimetri d’altezza, come grano e mais, e proibisce a queste persone di costruire serre e ogni tipo di stabilimento in quest’area”, sottolinea Hani.

Imporre una zona cuscinetto attraverso incendi costituisce un crimine di guerra, come è stato stabilito dalla quarta Convenzione di Ginevra e dallo Statuto di Roma, che proibisce di prendere di mira e ferire gravemente o uccidere un civile o una persona protetta. Ad ogni modo, le truppe israeliane appiccano incendi nella zona cuscinetto che spesso finiscono con il prendere di mira i civili e con attacchi indiscriminati. Inoltre, impedire ai palestinesi di accedere alla propria terra costituisce  una violazione di numerosi provvedimenti delle leggi internazionali sui diritti umani, incluso il loro diritto al lavoro e ai più alti standard di vita e di salute. Di conseguenza, il PCHR ha compilato una lettera chiedendo al procuratore militare generale di aprire un’indagine sull’incidente del 30 maggio 2016. Una nota venne inviata dal PHCR, il 26 aprile 2017 relativa alla denuncia, a cui venne risposto  che l’incidente è sotto indagine della procura militare israeliana per gli affari operazionali.

“Un anno dopo, giorno dopo giorno, andiamo ancora nella nostra terra e lavoriamo allo stesso modo come se nostra madre fosse ancora tra noi. Le forze di occupazione hanno tentato di spaventarci diverse volte, ma non l’avranno vinta e non abbandoneremo mai i nostri terreni”, dice Hani. “Fino ad oggi, non conosciamo la ragione per cui nostra madre fu uccisa; le tolsero la vita per niente. Speriamo che vengano fatti i nomi dei responsabili anche se a distanza di un anno non c’è alcun progresso nella risoluzione di questo caso”.

Traduzione di Martina Di Febo

Group promoting “accountability” paints misleading picture of its work.

Palestinian artist investigates his alienation from Jerusalem, the city of his birth.

Pagine

Subscribe to Palestina Rossa aggregatore - Palestina

Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

PalestinaRossa newsletter

Resta informato sulle nostre ultime news!

Subscribe to PalestinaRossa newsletter feed

Accesso utente