Palestina

Betlemme-PIC e Quds Press. Sabato sono scoppiati violenti scontri nella cittadina di Beit Fajjar, a sud di Betlemme, a seguito dell’invasione delle forze israeliane. I soldati hanno consegnato ad alcuni giovani avvisi di comparizione nella centrale dello Shin Bet.

Fonti locali hanno affermato che le truppe di occupazione hanno invaso diverse abitazioni, dopo aver sparato lacrimogeni e granate stordenti per disperdere la folla di cittadini arrabbiati, che hanno risposto lanciando pietre.

Le forze israeliane hanno anche invaso la cittadina di Nahalin, a ovest di Betlemme, e consegnato analoghi avvisi di comparizione a due giovani locali.

 

 

Gaza-Quds Press e PIC. Venerdì sera, una bimba di 5 anni è stata gravemente ferita dai soldati israeliani a Beit Lahiya, nel nord della Striscia di Gaza.

La piccola, Rimas Hamdouna, è stata raggiunta allo stomaco da un proiettile sparato deliberatamente, secondo i testimoni, dalle forze israeliane che avevano preso di mira un gruppo di persone.

 

La bimba è stata ricoverata all’ospedale al-Shifa di Gaza in gravi condizioni.

 

 

Gaza-Ma’an. Sabato mattina, le forze israeliane hanno aperto il fuoco contro le terre palestinesi nell’area orientale di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza.

Non ci sono stati feriti.

Venerdì, una bimba di cinque anni, di Beit Lahiya, nel nord della Striscia, è rimasta ferita allo stomaco da proiettili sparati dalle forze israeliane appostate sulle torri di guardia, al confine con la cittadina.

La piccola è stata ricoverata all’ospedale al-Shifa di Gaza in gravi condizioni.

 

Le discussioni e le votazioni parlamentari sulle modifiche ai 18 articoli della costituzione, iniziate lo scorso 9 gennaio, si sono concluse in tarda nottata. Spetterà ora al referendum previsto per fine marzo-metà aprile stabilire se approvare o meno definitivamente gli emendamenti

Il premier Yildirim festeggia il passaggio degli ultimi articoli emendati della costituzione. (Foto: Reuters)

della redazione

Roma, 21 gennaio 2017, Nena News – Il parlamento turco ha dato l’ok alla controversa bozza costituzionale che, se approvata ora al referendum, trasformerà il Paese in una repubblica presidenziale. La costituzione emendata, avanzata dal partito di governo Akp, ha ricevuto nella tarda nottata di oggi 339 “sì” superando i 330 voti necessari per l’adozione delle modifiche. Hanno votato 488 parlamentari sui 550 complessivi (i 12 assenti sono i membri del partito di sinistra fino curda dell’Hdp arrestati due mesi fa).

Grande gioia per il passaggio della proposta costituzionale è stata espressa dal premier Binali Yildirim: “Non abbiate alcun dubbio che il popolo certamente farà la scelta migliore per la Turchia. Andrà ai seggi, voterà [sì] con il cuore e con la mente”. La palla passa infatti adesso ai cittadini turchi che saranno chiamati a breve a decidere se approvare o meno la nuova costituzione. Ancora non è stata stabilita la data referendaria: secondo i deputati dell’Akp, la consultazione popolare dovrebbe avvenire tra il 26 marzo e la metà d’aprile.

Se l’esecutivo ostenta sicurezza e sprizza comprensibile gioia, di tutt’altro stato d’animo è l’opposizione. Bulent Tezcan (Chp) ha infatti detto che il parlamento “sta creando un regime con un solo uomo a comando che porterà [la Turchia] dove il suo appetito desidera”. Il leader repubblicano Kemal Kilicdaroglu ha criticato la decisione parlamentare perché “consegna la sua autorità [ad Erdogan]” e “tradisce” la storia del Paese. Ha poi promesso di voler “combattere una battaglia per la democrazia” affinché queste riforme siano respinte al referendum.

Le discussioni e le votazioni in parlamento sulle modifiche ai 18 articoli della costituzione erano iniziate lo scorso 9 gennaio e hanno incluso sessioni terminate in tarda nottata. Le due settimane di dibattito sono state tesissime: in almeno due circostanze i politici degli opposti schieramenti sono venuti alle mani. Significativa è stata poi la protesta della parlamentare Aylin Nazliaka (Hdp) che l’altro giorno, alla ripresa del voto in seconda lettura, si è ammanetta al microfono del podio degli interventi in parlamento per protestare contro la riforma e la detenzione dei 12 membri del suo partito arrestati lo scorso novembre (tra questi, anche i co-presidenti dell’Hdp Selahattin Demirtas and Figen Yuksekdag)

La “maratona” parlamentare, come l’hanno definita molti commentatori locali e internazionali, è emblematica della fretta di Erdogan di piegare la costituzione a suo vantaggio per uscire dalla crisi politica in cui ha portato il Paese. Se approvati, i maggiori poteri richiesti dal capo dello stato – ufficialmente per poter difendere meglio la Turchia dalle “minacce” interne ed esterne – stroncherebbero definitivamente qualunque forma di opposizione al suo regime.

Tra le novità principali, il presidente avrà infatti il potere di incaricare e licenziare i ministri. La carica del premier sarà abolita mentre resterà quella del vice-presidente (o forse più di uno). Il capo dello stato potrà inoltre intervenire direttamente nel sistema giudiziario: un aspetto fondamentale per Erdogan che considera il mondo della magistratura controllato dall’amico diventato “nemico” Fethullah Gulen.

Il religioso, in esilio volontario in Pennsylvania (Usa), è accusato dal leader turco di essere il responsabile del fallito putsch del 15 luglio. Gli emendamenti, inoltre, aumentano i casi in cui il presidente potrà dichiarare lo stato di emergenza (in vigore nel Paese dopo il tentato golpe) e stabiliscono ogni cinque anni una data unica per le elezioni parlamentari e presidenziali. La proposta dell’Akp prevede un aumento dei seggi parlamentari (dai 550 attuali a 600) e abbassa da 25 a 18 anni l’età minima per diventare deputato del parlamento. Nena News

 

Lo stato ebraico teme che Damasco possa restaurare l’autorità al periodo precedente la guerra civile siriana. Tel Aviv, in particolare, guarda con preoccupazione al Golan dove i gruppi “ribelli” da lei precedentemente sostenuti potrebbero essere sostituiti dalle truppe di al-Asad, dai Pasdaran iraniani e da Hezbollah

Raid israeliano a Mezzeh. (Fonte foto: media della difesa nazionale siriana)

di Stefano Mauro

Roma, 21 gennaio 2017, Nena News – É passato poco più di un mese dalla caduta di Aleppo e dal ritiro delle milizie “ribelli” legate al Fronte Jabhat Fatah Al Sham (ex Al Nusra) ed alla galassia dei gruppi salafiti ad esso affiliati. Rimane, però, ancora vivo il dibattito in Israele riguardo la sconfitta dell’”opposizione jihadista moderata” al regime di Bashar Al Assad.

Israele nutre forti preoccupazioni dopo Aleppo, soprattutto per quanto riguarda la sicurezza dei suoi confini con la Siria lungo le alture occupate del Golan. La preoccupazione ed il dibattito è talmente vivo da aver fatto affermare al premier Netanyahu che “la caduta di Aleppo mette in serio pericolo la sicurezza di Israele”. Un recente studio del Centro Dayan per gli studi sul Medio Oriente e l’Africa afferma: “quello che è avvenuto ad Aleppo pone delle solide basi circa la possibilità del regime per restaurare l’autorità di Assad al periodo precedente la guerra civile”. L’analisi, pubblicata sul quotidiano Yediot Ahronot, prosegue indicando le prossime tappe e prevede la rapida disfatta di tutti quei gruppi nella zona di Deraa, precedentemente sostenuti da Tel Aviv per supporto logistico, militare e infermieristico, che “sono destinati ad essere sconfitti”. “Senza nessuna ingerenza o intervento esterno” – afferma lo studio – questi gruppi saranno sostituiti nel territorio del Golan dalle truppe lealiste siriane, dai Pasdaran iraniani e da Hezbollah”.

Gli stessi apparati militari israeliani hanno più volte dichiarato il rischio di un riavvicinamento delle truppe di Hezbollah lungo la linea di confine tra le Alture del Golan e le Fattorie di Shebaa (territori occupati illegalmente, secondo numerose risoluzioni dell’ONU, da Tel Aviv e richiesti rispettivamente dalla Siria e dal Libano, ndr), visto che l’area del “Monte Hermon forma una zona strategica predominante su tutto il territorio sottostante in maniera da mettere in difficoltà il sistema difensivo israeliano”. Gli stessi media filo-governativi “rimpiangono” apertamente i sei anni di guerra civile in Siria “perché dal 2011 ad oggi hanno tenuto lontano dai propri confini le truppe sciite iraniane e libanesi” creando una situazione di totale sicurezza lungo la zona di confine.

Proprio da questo timore nascono le reazioni e le provocazione da parte di Tzahal (esercito israeliano) con i recenti bombardamenti dell’aeroporto di Mazzeh, vicino a Damasco, avvenuto la settimana ed il mese scorso. L’obiettivo dichiarato, secondo il quotidiano Ray al Youm, è stato ufficialmente la distruzione di missili Fateh-1 che hanno una gittata di oltre 300 km e possono portare testate da circa 400 kg di esplosivo. Secondo l’editorialista, Abdel Bari Atwan, sono comunque due i punti di analisi e di interesse da analizzare circa i fatti di Mazzeh.

“Quello che colpisce l’opinione pubblica internazionale non è il fatto che Tel Aviv abbia colpito per l’ennesima volta la Siria – afferma il giornalista – ma che piuttosto nessuno stato o capitale araba (riferendosi agli stati del Golfo o alla Giordania, ndr) e occidentale abbia protestato contro l’aggressione ad uno stato sovrano come la Siria, colpita da anni di guerra”.

La seconda considerazione è, invece, legata al fatto che l’esercito israeliano ha colpito Mazzeh con un bombardamento missilistico e non, come ha sempre fatto in passato, con i suoi caccia militari. Questa scelta deriverebbe dal recente abbattimento di un velivolo israeliano, mai confermato da Tel Aviv, e dalla paura circa l’efficacia e la capacità di risposta missilistica delle truppe siriane e delle milizie di Hezbollah con le nuove batterie S-300 di produzione russa.

I bombardamenti israeliani mirano di sicuro a verificare anche il livello di capacità difensiva lungo il confine siro-libanese, come dimostrato dall’abbattimento di alcuni droni spia israeliani in questi ultimi giorni (fonte Al Manar). Provocazioni che potrebbero portare ad una risposta o ad una escalation preoccupante, anche grazie al clima favorevole, a livello interazionale, con l’insediamento del neo-presidente americano Donald Trump ed al suo incondizionato appoggio politico nei confronti del governo di Netanyahu.

Dei primi segni di risposta potrebbero essere già stati lanciati. Diverse fonti interne riportano la notizia di “sospette esplosioni” il 16 gennaio nella base aerea di Hatzor nella sud di Israele. Il governo ha, però, stranamente sigillato tutto il perimento alla stampa, dichiarando che “le detonazioni sono state causate da un problema tecnico che ha fatto esplodere un deposito di carburante”. Al contrario, secondo alcuni media indipendenti, le esplosioni sarebbero state una risposta di Hezbollah per l’attacco a Mazzeh, magari con i nuovi missili Fateh -1 che Israele pensava di aver distrutto. Nena News

 

 

 

Gaza-PIC e Quds Press. Venerdì, un combattente delle brigate al-Qassam, ala militare di Hamas, è morto nel collasso di un tunnel, a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza. Si tratta di Yousef Essam al-Agha, 22 anni.

 

A cura di Parallelo Palestina. Domenica 22 gennaio, Spazio Ligera – via Padova, 133 – Milano Ore 19.00 Memoria – O p e n R e a d i n g Al microfono memoria in prosa o in poesia…
https://www.facebook.com/events/105334426646046/# Al microfono prosa e poesia…
Vi invitiamo a leggere i brani significativi che avete nel cassetto.
Scambiamo le memorie.
Il carro armato cerca un passaggio attraverso il corpo del bambino non lo trova lo schiaccia finalmente
ore 21.00 La sposa di Gerusalemme  https://www.facebook.com/events/725636410945661/ di Sahera Dirbass. 72′, 2010
http://frcrct.wixsite.com/fuoricircuito/cinema-arabo
Gerusalemme è un soggetto costante della produzione culturale e artistica palestinese. Non potrebbe essere altrimenti alla luce dei legami storici, politici, religiosi e umani che tengono stretto un intero popolo intorno ad al Quds, così come in arabo viene chiamata Gerusalemme. Il fatto che dalla Guerra dei Sei Giorni (giugno 1967) tutta Gerusalemme sia controllata da Israele, ha accentuato le rivendicazioni dei palestinesi che intendono proclamare la loro futura capitale nel settore arabo (orientale) della città. Non sorprende perciò che anche il cinema palestinese, con documentari e fiction, abbia dedicato ampio spazio alla Città Santa, il più delle volte per raccontare la vita quotidiana e la resistenza degli abitanti della zona araba sotto occupazione israeliana. La città vecchia di Gerusalemme con i suoi problemi politici e sociali è il palcoscenico dove si muovono i protagonisti di «La sposa di Gerusalemme». Si tratta di un «docu-fiction», ossia di un film con parti recitate all’interno di una quadro assolutamente reale, che attraverso la vita e il lavoro di Riham, una giovane assistente sociale, racconta la difficile esistenza delle famiglie palestinesi nella casbah, dalla lotta contro il continuo tentativo di penetrazione dei coloni israeliani nei quartieri arabi fino al problema della tossicodipendenza sempre più diffuso tra i giovani. La regista evita di calcare la mano, sceglie toni lievi, lasciando a Riham, ai suoi familiari, al suo fidanzato (e poi marito) Omar e tutti agli altri protagonisti il compito di condurre quasi per mano gli spettatori lungo un percorso di vita che attraversa l’intera città vecchia. «La sposa di Gerusalemme» è una produzione palestinese totalmente indipendente. Gli attori, in buona parte giovani, vivono tutti nella casbah. Premio speciale dall’Associazione d’amicizia Sardegna-Palestina al festival al-Ard Doc Film

Le forze israeliane continuano i crimini sistematici nei Territori Palestinesi Occupati (TPO) (12-18 gennaio 2016).

  • Le forze israeliane hanno ucciso 2 civili palestinesi in Cisgiordania.

– 7 civili palestinesi sono rimasti feriti in Cisgiordania, tra di essi un bambino e una donna.

  • Le forze israeliane hanno continuato a colpire le zone di confine della Striscia di Gaza, ma non sono state segnalate vittime.

– Un check-point militare collocato dai gruppi armati palestinesi è stato distrutto e un altro civile è stato ferito. 

  • Le forze israeliane hanno condotto 60 incursioni nelle comunità palestinesi della Cisgiordania e 3 nella Striscia di Gaza.

– 62 civili, tra cui 17 bambini; una donna e membri del Consiglio Legislativo Palestinese, sono stati arrestati in Cisgiordania.

– 23 di loro, tra cui 13 bambini e la donna, sono stati arrestati nella Gerusalemme occupata.

  • Le forze israeliane hanno continuato i loro sforzi per creare maggioranza ebraica nella Gerusalemme Est occupata.

– Un civile è stato costretto a demolire la sua casa nel villaggio di al-‘Issawiyah.

– 5 fratelli sono stati costretti a demolire 8 strutture commerciali e agricole e un altro civile a rimuovere 4 container da Jabal al-Mukaber.

– Una stalla per bestiame e pollame è stata demolita nel quartiere di Ras a Jabal al- Mukaber.

  • Le attività di colonizzazione sono continuate in Cisgiordania.

– Una strada agricola, un’ abitazione e altri 4 strutture sono state demolite a Kherbet Tana, a sud est di Nablus.

– Un terreno di 172-dunum è stato livellato, e 1200 ulivi secolari sono stati sradicati nel villaggio ‘Azoun, ad est di Qalqilya, per costruire  una circonvallazione.

  • Le forze israeliane hanno continuato a colpire i pescatori palestinesi nel mare di Gaza.

– Due pescatori sono rimasti feriti, altri 5 sono stati arrestati e due barche sono stati confiscati.

  • Le forze israeliane hanno diviso la Cisgiordania in cantoni e hanno continuato a imporre la chiusura illegale della Striscia di Gaza per il 9° anno.

– Decine di posti di blocco temporanei sono stati stabiliti in Cisgiordania e altri sono stati ristabiliti per ostacolare la circolazione dei civili palestinesi.

– 7 civili palestinesi, tra cui un bambino e un giornalista, sono stati arrestati ai check-point militari.

– Le forze israeliane hanno arrestato 3 commercianti palestinesi al valico di Erez/Beit Hanoun nel nord della Striscia di Gaza.

– Le forze israeliane hanno arrestato le famiglie dei prigionieri di Gaza al valico di Erez e hanno  impedito a una donna di far visita.

Riassunto

Le violazioni israeliane del diritto internazionale e del diritto internazionale umanitario nei Territori Palestinesi Occupati sono continuate nel periodo di riferimento (12-18 gennaio 2017).

Colpiti

Durante il periodo di riferimento, le forze israeliane hanno ucciso due civili palestinesi, tra cui un bambino, in Cisgiordania. Le forze israeliane hanno ferito altri dieci civili, tra cui un bambino e una donna; 3 dei quali erano della Striscia di Gaza, gli altri in Cisgiordania. Nella Striscia di Gaza, le forze israeliane hanno continuato a inseguire i pescatori palestinesi nel mare di Gaza e ad aprire il fuoco contro gli agricoltori nelle zone di confine.

In Cisgiordania, il 16 gennaio 2017, durante gli scontri tra giovani e soldati israeliani all’ingresso meridionale del paese, le forze israeliane hanno ucciso Qosay ‘Amour (17 anni) dopo avergli sparato a bruciapelo e hanno ferito suo fratello. Entrambi vivono nel villaggio di Taqou’a, a sud est di Betlemme.

In un nuovo reato per uso eccessivo della forza armata, le forze israeliane di stanza al “Checkpoint 104”, ad ovest di Tulkarem, hanno ucciso Nedal Mehdawi (44 anni) del  quartiere di Shweikah che viveva nel villaggio di Baqah in Israele. Le forze israeliane hanno affermato che Mehdawi aveva lanciato pietre contro i soldati israeliani e poi ha estratto tirato un coltello cercando di accoltellare uno di loro. Di conseguenza, i soldati israeliani hanno aperto il fuoco contro di lui che è stato subito ucciso. Le indagini indicano che le forze israeliane avrebbero potuto far uso di minor forza e arrestarlo.

Il 13 gennaio 2017, 3 civili palestinesi, tra cui un bambino, sono stati feriti mentre partecipavano alla manifestazione nel villaggio di Bil’in, a nord ovest di Ramallah. Lo stesso giorno, altri 3 civili durante una protesta contro i soldati israeliani che sono entrati nel villaggio di Hezma, a nord est della Gerusalemme occupata.

Traduzione di Edy Meroli

Betlemme –Ma’an. Gli ex alti funzionari israeliani della difesa hanno diffuso nel Paese una significativa campagna pubblicitaria. Domenica gli israeliani sono stati messi in guardia sull’eventualità di uno stato singolo a maggioranza palestinese, nel caso in cui la soluzione bilaterale non sia attuata secondo quanto stabilito nei piani di pace israelo-palestinesi.

Gli ex ufficiali sono membri di una gruppo conosciuto con il nome di Commanders for Israel’s Security. “Composto da circa 200 ex alti funzionari dei servizi di sicurezza nazionale,  il CIS si occupa della promozione della soluzione fondata sulla coesistenza dei due Stati”, riporta il Times of Israel.

La campagna pubblicitaria mostra immagini di gruppi di palestinesi, che il Times of Israel definisce “calca di palestinesi”, sovrastate dal titolo “Presto saremo la maggioranza”, in arabo, e “Palestina: uno Stato per due popoli”, in inglese.

La pubblicità parla di una crescita della popolazione palestinese, la quale, secondo quanto dichiarato dal censimento del 2016 dell’Istituto Centrale di Statistica palestinese, si proietta al raggiungimento dei 7,3 milioni entro la fine del 2020, paragonata ai 6,96 milioni di ebrei nella “Palestina storica”, ovvero le zone occupate della Cisgiordania, Gerusalemme est, la Striscia di Gaza e Israele.

La campagna pubblicitaria è apparsa tra gli annunci a pagina intera di due tra le “più influenti testate giornalistiche israeliane” e, come riferisce il Times of Israel, anche sui cartelloni di tutto il Paese.

I legislatori palestinesi in Israele si sono così schierati contro la campagna, poiché definita razzista. Questa, stando a quel che si dice, era mirata a  promuovere la soluzione bilaterale e si opponeva ai tentativi della destra di annettere zone più ampie della Cisgiordania.

Ayman Odeh, un membro del Parlamento israeliano, ha pubblicato un post su Facebook in cui scrive “questa non è una propaganda pacifica, ma piuttosto un invito all’odio contro gli arabi. È una campagna brutta ed esagerata e, data l’attuale situazione generale in cui il primo ministro israeliano considera nemici i cittadini arabi, tale campagna si rivela dannosa”.

Odeh evidenzia che la soluzione bilaterale, la quale progetta la formazione sia di uno Stato palestinese che di uno israeliano era “chiaramente pensata nell’interesse di entrambi i popoli”, ma prima di tutto era “un giusto e legittimo diritto del popolo palestinese”.

Odeh, membro del blocco politico Joint List, ovvero di quei partiti all’interno del Knesset, il parlamento israeliano, con a capo i cittadini palestinesi, ha dichiarato che la strada giusta per il raggiungimento di una soluzione fondata sulla coesistenza dei due Stati non è quella “dell’adesione a gruppi d’istigazione”.

Secondo il Times of Israel, l’ex generale maggiore israeliano Amnon Reshef, un membro del gruppo responsabile della campagna, ha negato che questa fosse razzista o istigatrice dicendo che “non stiamo demonizzando nessuno.  Qui non c’è nulla che possa essere considerato razzista”

“Non voglio che i mezzi pesanti giungano da Jabal al-Mukabbir a Gerusalemme e investano i soldati. Non voglio,” è quanto, secondo il Times of Israel, ha dichiarato l’ex capo del comando centrale delle forze armate israeliane Gadi Shamni durante la conferenza stampa di Tel Aviv, subito dopo il lancio della campagna.

Shamni, con chiaro riferimento ai fatti avvenuti nella zona est della Gerusalemme occupata, in cui la scorsa settimana un camion era stato lanciato sulla folla uccidendo quattro soldati israeliani, ha affermato che l’unico modo per prevenire tali attacchi è quello di “staccarsi totalmente dai palestinesi”.

“Vorrei che noi fossimo qui e loro lì. Saremmo ottimi vicini di casa”, ha dichiarato Shamni.

Tuttavia, Odeh ritiene che la campagna sia lontana dal promuovere un rapporto di “buon vicinato”, e ha aggiunto che “chi ci vede come una minaccia non può vederci come partner e chi non ci vede come partner non può puntare alla pace”.

Odeh ha concluso la sua dichiarazione richiamando i funzionari che avevano iniziato la campagna a “smettere di divulgare tale astio e porre immediatamente fine ad ogni propaganda”.

Traduzione di Giusy Preziusi

A raid to destroy homes in a Palestinian village left a resident and a police officer dead.
Israel’s training of Latin American death squads is an open secret few discuss.

Memo. La Conferenza di Pace tenutasi sabato a Parigi sul conflitto Israelo-Palestinese è terminata con la ormai usuale dichiarazione di impegno di entrambe le parti per una soluzione a due Stati. Tra altre cose sono stati incoraggiati negoziati diretti e “significativi”, e ci si è appellati ad entrambe le parti affinché “si astengano da iniziative unilaterali”. La Conferenza è stata come un funerale, con molti segni di lutto ma nessun corpo da piangere.

Né i leader palestinesi né quelli israeliani si sono recati a Parigi, nonostante il “loro” conflitto fosse l’argomento di tale seduta; entrambi non hanno inviato alcun tipo di rappresentanza ufficiale. Di più, il governo francese ha deciso di tenere la Conferenza di Pace nonostante il rifiuto israeliano di prendervi parte fosse già stato pervenuto. Il primo ministro Benjamin Netanyahu l’ha descritta come “futile”, rifiutando di prendervi parte in quanto rappresenterebbe “gli ultimi spasmi delle vecchie vestigia”.

Ovviamente la leadership dell’Autorità Palestinese ha ben accolto la Conferenza, pur sapendo che non avrebbe portato ad alcun cambiamento effettivo. Il presidente Mahmoud Abbas ha affermato che questa potrebbe aiutare a fermare “gli insediamenti illegali e la soluzione dei due Stati prevista da vari diktat e imposta con la forza”.

Che tipo di mentalità ha la dirigenza dell’ANP? Abbas ha appena visto gli israeliani respingere la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che condanna gli insediamenti illegali e ancora crede che questo pallido prototipo di conferenza fermerà l’espansione delle colonie illegali e fungerà da deterrente contro le violazioni israeliane? Gli stessi francesi hanno dichiarato che la Conferenza di Pace non mirava in alcun modo a mettere pressione ai palestinesi e agli israeliani. Di fronte a ciò, cosa possiamo aspettarci da questa iniziativa nata morta che ha una dichiarazione finale che non vale davvero la carta sulla quale è stata scritta?

Mantenere in vita la moribonda situazione dei due Stati non riflette la posizione degli israeliani né quella reale, in campo. L’israeliana Ynet News per esempio ha detto che lo stesso Netanyahu ha escluso un ritorno ai confini del 1967 (a loro volta basati sui confini dell’armistizio del 1949, ovvero la Linea Verde); parecchi membri della sua coalizione osteggiano l’indipendenza palestinese e supportano l’espansione degli insediamenti sia su un piano ideologico che relativo alla sicurezza. Questo significa che la soluzione a due Stati è tutt’altro che una soluzione per quanto riguarda Israele. Quindi qualsiasi sforzo in questa direzione è sprecato. Sebbene Israele avesse insistito che non si sarebbe piegato a nessuna linea guida della Conferenza, Ynet News e altri affermano come abbia in ogni caso cercato di influenzarne la dichiarazione finale.

Chi ha fatto il lavoro sporco se Israele non era presente alla Conferenza? Ovviamente gli Stati Uniti. Fondamentalmente Israele ha chiesto al Segretario di Stato americano John Kerry di tenergli la parte e costui ha eseguito alla perfezione. Come l’entourage di Netanyahu ha confermato.

Inoltre, giusto per precisare, la Gran Bretagna – a Parigi in qualità di osservatore e non di partecipante – ha messo il dubbio le qualificazioni delle 70 Nazioni che hanno presenziato a Parigi, sponsorizzando qualsiasi tema inerente al conflitto tra  Israele e Palestina. In qualità di osservatore la Gran Bretagna non poteva ovviamente produrre nessuna dichiarazione che contenesse clausole contro la volontà di Israele, sebbene il governo di Theresa May avrebbe voluto. Data la sua critica alla reazione di Kerry dopo la risoluzione 2334, é indubbio che sarebbe stato questo il caso.

Tutto sommato è difficile vedere la Conferenza di Pace di Parigi come qualcosa di utile. Retorica e luoghi comuni non cambiano la situazione reale, né offrono a noi palestinesi molto per cui essere ottimisti. Come dimostrano le reazioni alla risoluzione 2334, Israele sta andando avanti a fare ciò che vuole in termini di colonizzazione della Palestina, mandando all’inferno la comunità internazionale. In entrambe le amministrazioni, in entrata e in uscita, Israele ha amici; niente di quello che é stato detto a Parigi o che si dirà altrove cambierà ciò. Se proprio ci dev’essere un corpo a questo funerale, che sia almeno quello di uno Stato palestinese indipendente.

Traduzione di Marta Bettenzoli

Nablus-PIC. A mezzogiorno di venerdì, i Palestinesi che vivono nella cittadina di Qasra, nel sud di Nablus, sono stati attaccati da una gang di coloni armati.

Testimoni locali hanno riferito che quattro delinquenti israeliani hanno fatto irruzione in terreni palestinesi nell’area di Qasr al-Ein, nella cittadina di Qasra, e hanno attaccato contadini e altri civili.

Dopo dopo, gli autoctoni palestinesi si sono radunati sul posto per contrastare gli assalitori israeliani. Due di questi ultimi erano in possesso di mitragliatrici che puntavano alle teste dei Palestinesi.

I comitati locali hanno arrestato gli aggressori israeliani e li hanno consegnati alla Liaison palestinese in rapporto con le autorità di occupazione.

 

Gaza-Quds Press e Pic. Un pescatore palestinese è stato colpito e ferito dalle forze israeliane, all’alba di venerdì, al largo delle coste di Gaza.

Fonti locali hanno riferito che Abdul Rahim Sultan, di circa 20 anni, è stato colpito dalle forze navali israeliane, mentre pescava al largo delle coste settentrionali della città di Gaza.

Il ragazzo è stato ricoverato in ospedale.

Gli attacchi israeliani contro i pescatori gazawi sono quotidiani.

Il centro Mezan per i diritti umani ha condannato le violazioni israeliane ai danni dei pescatori palestinesi, affermando che rappresentano una minaccia per la vita dei civili della Striscia di Gaza. E ha aggiunto che i pescatori hanno il diritto di esercitare la loro professione e che le forze israeliane violano le leggi internazionali e umanitarie impedendo loro di lavorare e mantenere le proprie famiglie.

Il Centro ha affermato che i pescatori gazawi sono continuamente a rischio di venire uccisi, feriti o arbitrariamente arrestati, e ha invitato la comunità internazionale a intervenire.

I pescatori di Gaza sono circa 4.000, e sono tra le vittime dell’assedio ormai decennale alla Striscia.

 

 

Gaza-PIC e Quds Press. Venerdì mattina, l’esercito di occupazione israeliano ha aperto il fuoco contro i contadini palestinesi a est di Rafah e Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza.

Un corrispondente di PIC ha spiegato che soldati israeliani dislocati nella base militare di Kissufim, nel sud della Striscia sotto assedio, hanno sparato proiettili di artiglieria contro i condatini palestinesi. Non ci sono stati feriti.

Le forze israeliane prendono di mira quotidianamente pescatori e contadini nella Striscia di Gaza sotto assedio decennale, violando l’accordo di cessate-il-fuoco stipulato nell’estate del 2014, dopo due mesi di offensiva israeliana contro la popolazione gazawi.

Pesca e agricoltura sono due fonti di sussistenza per i 2 milioni di Palestinesi bloccati nella Striscia.

Il presidente eletto entra in carica oggi. Ha assicurato al quotidiano israeliano Israel Hayoum che intende mantenere la promessa fatta in campagna elettorale, incurante degli ammonimenti ricevuti

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 20 gennaio 2017, Nena News – Le dichiarazioni di Donald Trump a Israel Hayoum, giornale megafono del premier Benyamin Netanyahu, sono apparse mentre i media di mezzo mondo riferivano dell’ultima conferenza stampa da presidente di Barack Obama. «Lo status quo è insostenibile e negativo per Israele e i palestinesi», ha spiegato il presidente uscente parlando di Medio oriente. Ha quindi aggiunto di aver fatto il possibile per risolvere il conflitto israelo-palestinese ma Obama sa bene di aver tradito le aspettative che aveva generato nel mondo arabo con il suo celebre discorso del 2009 all’università del Cairo.

Ora Trump si prepara a prendere a picconate proprio lo status quo che il presidente uscente ritiene «insostenibile». Ad esclusivo vantaggio degli alleati israeliani. «Non ho dimenticato le mie promesse su Gerusalemme», ha detto a Israel Hayoum il nuovo presidente che alla cerimonia del suo insediamento alla Casa Bianca ha invitato anche i leader del movimento dei coloni israeliani. Trump si è riferito all’intenzione espressa in campagna elettorale di trasferire l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, così da riconoscere la città santa capitale di Israele. «Certo che mi ricordo quello che ho detto su Gerusalemme, naturalmente non l’ho dimenticato. Non sono una persona che non mantiene le promesse», ha assicurato.

Parole che indicano come non abbiamo avuto alcun effetto, almeno in apparenza, gli ammonimenti a non compiere a Gerusalemme passi gravidi di conseguenze che Trump ha ricevuto da più parti, dai leader palestinesi alla Giordania, dall’Unione europea ai pacifisti americani ebrei. Trump con ogni probabilità eviterà di annunciare subito il trasferimento dell’ambasciata. Dovrebbe farlo a maggio, nell’imminenza delle celebrazioni per il 50esimo anniversario della “riunificazione di Gerusalemme”, ossia dell’imposizione della sovranità israeliana sull’intera città in seguito all’occupazione del settore est (palestinese) avvenuta durante la Guerra dei Sei Giorni.

Già nelle prossime settimane, il nuovo ambasciatore americano, David Friedman, noto sostenitore della colonizzazione israeliana dei territori palestinesi occupati, dovrebbe cominciare a lavorare a Gerusalemme, in attesa del trasferimento ufficiale della sede dell’ambasciata.

Intanto una fedelissima di Trump, la governatrice della South Carolina, Nicky Haley, nominata nuova ambasciatrice americana al Palazzo di Vetro, comincia a bacchettare l’Onu su Israele. Nella sua audizione per la conferma in Senato, ha affermato che «mai il fallimento delle Nazioni Unite è stato più scandaloso che nei suoi pregiudizi verso il nostro stretto alleato, Israele». Haley ha definito la recente approvazione da parte del Consiglio di Sicurezza della risoluzione 2334 – che condanna la colonizzazione e altre politiche israeliane nei territori palestinesi – «un calcio nello stomaco a tutti».

Michele Giorgio è su Twitter: @michelegiorgio2

Betlemme˗PIC. 2700 nuove unità coloniali israeliane sono state approvate venerdì mattina nella colonia illegale di Gush Etzion, poche ore prima della cerimonia di insediamento di Trump.

Le bandiere USA sono state innalzate in tutta la colonia per festeggiare l’insediamento e la presidenza di Donald Trump.

Le unità abitative appena approvate erano state bloccate a causa delle critiche internazionali circa le attività coloniali degli ultimi tre anni.

Tuttavia, le autorità israeliane hanno deciso di accelerare le costruzioni dopo l’elezione di Trump.

Nel frattempo, a quanto riportato, gruppi di coloni israeliani hanno ricevuto l’invito a prendere parte alla cerimonia di insediamento di Trump.

Traduzione di F.G.

Il Kurdistan iracheno ha cominciato la costruzione di una barriera da Sinjar a Khanaqin, 1000 km di terra per costringere Baghdad a negoziare le nuove frontiere

La barriera in costruzione vicino Bartella (Foto: Cengiz Yar/The Guardian)

di Chiara Cruciati

Roma, 20 gennaio 2017, Nena News – Un altro muro si sta sollevando, stavolta a definire la conquista di territorio compiuta negli anni successivi all’avanzata dello Stato Islamico in Iraq. A innalzarlo è il Kurdistan iracheno, come riporta oggi il Guardian: a nord e est di Mosul, montagne di terra sono state accumulate a formare una barriera lunga più di mille km.

La barriera correrà da Sinjar, vicino il confine siriano, a Khanaqin, a oriente, nel distretto di Diyala, a pochi passi dalla frontiera con l’Iran. Definirà il territorio sotto il controllo di Erbil. Una mossa che accompagna le dichiarazioni di indipendenza che ormai da tempo caratterizzano la politica kurdo-irachena, ampiamente sostenuta dal vicino alleato turco. Ma è anche una mossa che genererà altre tensioni: da due anni, da quando l’Isis prese Mosul, i peshmerga hanno approfittato della guerra in corso e dell’implosione dell’esercito governativo di Baghdad per ampliare i propri confini verso sud, verso territori che rivendicano come propri.

A partire dalla ricca Kirkuk, città contesa teatro di una violenta arabizzazione sotto Saddam e oggi sottoposta al processo inverso, la kurdizzazione della comunità che ha portato alla fuga o alla cacciata di numerose famiglie arabe. Oggi Kirkuk è gestita amministrativamente da Erbil, controllata dalle sue forze militari, costellata di bandiere kurde e di poster con il volto del presidente Barzani.

Ma Kirkuk non è il limite ultimo: da anni sono in corso scontri violenti tra peshmerga e milizie sciite a sud della città, nella zona di Tuz Khurmatu, dove sono finiti intrappolati nel conflitto interno migliaia di sfollati sunniti scappati dai territori occidentali e da Mosul. E ora gli obiettivi sono le città cristiane di Bartella e Bashiqa, dove i peshmerga stanno consolidando le proprie posizioni dopo la liberazione dal giogo islamista.

Molti, all’epoca della presa di Mosul, mossero accuse aperte ad Erbil: si parlò di un accordo segreto con la leadership del “califfato” che evitasse scontri diretti tra i due con l’Isis pià interessato all’inizio ad avanzare verso Baghdad. Ma le difficoltà incontrate dallo Stato Islamico lo hanno fatto ripiegare, spingendolo verso nord-est e aprendo il fronte con il Kurdistan iracheno. Il primo incontro vis-a-vis fu a Sinjar, nell’agosto 2014, dove la popolazione yazidi assistette impotente al massacro con i peshmerga che si davano alla fuga.

Ma nonostante la perdita della piana di Ninawa, oggi i kurdi iracheni controllano un territorio del 40% più ampio di quello pre-2014. L’obiettivo è chiaro: costringere Baghdad, una volta sradicata la presenza islamista da Mosul, a negoziare territorio e maggiore autonomia. Dietro, cane da guardia, c’è la Turchia che non ha mai allentato il sostegno all’alleato kurdo-iracheno, unica realtà kurda con cui fa affari consistenti e tiene rapporti politici continuativi. In chiave anti-Pkk, principalmente, ma anche con lo scopo di impedire una chiara unità politica e amministrativa del futuro Iraq, a maggioranza sciita e sotto l’ala iraniana.

Lo ha ribadito pochi giorni in un’intervista al Washington Post lo stesso presidente Barzani: “Continueremo a esportare petrolio attraverso la Turchia, Baghdad non ha alcun diritto di lamentarsi o criticare visto che ha deciso illegalmente di tagliare il nostro budget”. Una risposta a metà: il taglio del budget è arrivato dopo l’inizio del trasferimento del greggio di Kirkuk verso Ankara.

“La linea su cui siamo oggi è militare, non politica – dice una fonte governativa di Erbil – Non faremo alcun compromesso su quanto fatto prima del 17 ottobre [data di inizio della controffensiva su Mosul, ndr]”. Insomma, Baghdad dovrà sedersi al tavolo e accettare le conquiste kurde. Target principale resta proprio Sinjar: Erbil intende assumerne il controllo, una posizione strategica a metà tra Mosul e la Siria, a poca distanza dal confine turco. C’è chi guarda a tanta insistenza come al modo per tenere lontani gli uomini del Pkk e delle Ypg, il cui intervento è stato fondamentale alla liberazione della comunità yazidi. Nena News

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

Umm al-Fahm˗PIC. Raed Salah, leader del ramo settentrionale del Movimento Islamico in Israele, ha dichiarato che le promesse del presidente USA Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e di spostare l’ambasciata israeliana equivalgono a dichiarare guerra all’Islam.

“Trump, con le sue promesse, dichiara guerra all’Islam, alla legittimità internazionale e alle risoluzioni dell’ONU”, che affermano che Gerusalemme è una città occupata, ha dichiarato Salah in un’intervista dopo essere stati rilasciato di prigione martedì.

Salah, intervistato mercoledì dal canale tv di al-Jazeera, ha affermato che Israele sta cercando di giudaizzare Gerusalemme, ma ha aggiunto che tale tentativo fallirà.

 

Al-Aqsa è nostra

 

Salah ha dichiarato che la moschea di al-Aqsa è ancora in pericolo. Ha sottolineato che, cinque giorni prima del suo rilascio, l’intelligence israeliana ha provato a negoziare con lui la questione della moschea, offrendogli di lasciargli incontrare il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu o il ministro degli Interni Aryeh Deri, ma Salah ha risposto negativamente.

L’intelligence ha inoltre ricordato che ogni movimento, associazione o istituzione che difende al-Aqsa è considerato illegale e l’unico modo per parlare della moschea è diventando membro della Knesset; cosa che non accadrà mai, ha dichiarato Salah.

“È nostro dovere difendere al-Aqsa. In passato abbiamo parlato di scavi, incursioni e divisione spazio-temporale, ma ciò che sta accadendo ora è più pericoloso che mai. L’autorità di occupazione israeliana sta cercando di sradicare la nostra identità palestinese dividendoci da al-Aqsa”.

Sheikh Salah è stato rilasciato martedì dopo aver trascorso nove mesi di prigione, essendo stato “condannato” per incitamento in un discorso fatto anni prima.

Durante la detenzione, ha letto oltre 80 libri, ne ha scritti quattro e ha composto numerosi poemi. Ha concluso dicento che pubblicherà presto un libro che descriverà le condizioni dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane.

Traduzione di F.G.

Il ricordo dell’attivista Vittorio Arrigoni ucciso a Gaza nel 2011. «Una voce che parla ancora. Una voce che forse non tacerà mai finché ci sarà tanta ingiustizia e tanto dolore in quella terra che ha amato e che ha insegnato ad amare» scrive di lui Patrizia Cecconi

di Patrizia Cecconi

Roma, 20 gennaio 2017, Nena News – (inizia da qui)

Alcuni mesi dopo chiesi a Vittorio se voleva venire in Italia per partecipare a una conferenza all’Università La Sapienza su “isolamento e manipolazione mediatica” in cui avremmo parlato di Cuba e della Palestina, in particolare di Gaza. Vittorio mi rispose “non sono io il regista della mia vita, non so se potrò, semmai faremo un collegamento in diretta”. Infatti facemmo un collegamento telefonico in diretta.

Era il 15 marzo 2011. Quando lo chiamavo per organizzarci usavo le schede pubbliche dalle quali non appariva il numero del chiamante. Vittorio mi pregò di mandargli un messaggio prima della chiamata per dirgli che ero io altrimenti non avrebbe risposto, perché tutte le chiamate anonime erano minacce di morte, quindi le ignorava. Il 15 aprile veniva ucciso.

Il dolore per la sua morte fu qualcosa di straordinario. Forse solo la morte del Che, tanti anni prima, aveva prodotto altrettante emozioni dolorose in mezzo mondo.

Quando la sua salma arrivò in Italia neanche un sotto-sotto-vice segretario del governo italiano andò a riceverla. C’eravamo noi, decine di amici e compagni all’aeroporto e migliaia a San Lorenzo dove la salma arrivò e venne allestita la camera ardente. C’era anche la giornalista di Rainews24 che mi telefonava per chiedermi di arrivare in fretta a San Lorenzo, prima che finisse il suo turno perché solo così avrebbe potuto mandare la mia intervista senza filtri in diretta. Non feci in tempo. Arrivai che il turno era finito, ma non era importante, altri compagni vennero intervistati in diretta e l’Italia più distratta scoprì chi fosse questo suo figlio che tornava ucciso e da allora la sua voce non fu mai spenta. Chi non lo aveva conosciuto cominciò a conoscerlo allora. E cominciò ad amarlo. E cominciò a capire a distanza cosa significa vivere sotto il tallone dello stato definito democratico di Israele.

Io non amo i funerali, ma quello di Vittorio era un omaggio dovuto e così organizzai due pullman per Bulciago. Non sapevo muovermi molto bene su face book, ma la notizia si diffuse comunque e mi scrissero e mi telefonarono dalla Spagna, dall’Irlanda, dalla Grecia, e addirittura dall’Australia e dal Kenya. Vittorio, come l’esplosione di una galassia, aveva lanciato delle piccole luci in tutti i continenti. Il dolore per il suo assassinio era pari all’amore che questo ragazzo era riuscito a creare con la sua voce che gridava “restiamo umani!”

Piccole luci, sì, come “Piccola Luce” viene definito con tenerezza e poesia da Sabina Antonelli, immaginandolo quando ancora non si erano neanche incontrate le due cellule che gli avrebbero dato la vita. “Piccola Luce era lì…..immersa negli innumerevoli Infiniti…..avvolta dal passato, presente e futuro che, in lei, erano un tutt’uno”. Così comincia la storia del bambino che non voleva essere un lupo.

Se non avessi avuto per le mani questo gioiello, nato dalla fantasia di Sabina Antonelli, curato dall’amore e dai ricordi di Egidia Beretta, scaturito da una frase di Vittorio bambino scritta in una descrizione scolastica di se stesso, se non avessi avuto queste righe da leggere e queste immagini da apprezzare, non avrei mai scritto questi ricordi, perché in fondo mi sembrava superfluo farli conoscere.

Ma sono tornati alla mia mente con irruenza e come se dovessero uscire per forza da me. Ne ho tagliati tanti, tutti erano troppi, ma questi si sono proprio imposti. Non importa che qualcuno li legga o che restino silenziosi, ho sentito una strana e improvvisa urgenza di scriverli. Mi sono chiesta perché. Mi sono risposta, dopo averci pensato un po’. Mi sono risposta che forse era la necessità di aggiungere dei piccoli momenti di vita terrena che improvvisamente mi è piaciuto condividere affinché alla fiaba si sommasse la figura viva, quella che da “Piccola Luce” è diventata una voce che parla ancora. Una voce che forse non tacerà mai finché ci sarà tanta ingiustizia e tanto dolore in quella terra che Vittorio ha amato e che ha insegnato ad amare.

Le 12 immagini che l’autrice presenta come possibili scelte del sogno di una Piccola Luce che vorrebbe portare gioia nel mondo sono tutte, in qualche modo, possibili momenti dell’animo di Vittorio. “Sarò una nuvola….darò respiro al mare e fiato ai deserti”. Oppure “Sarò una barca. …Insieme possiamo sfidare i venti ed arrivare all’approdo”. O forse “Sarò un albero!…avrò radici profonde per sostenermi…anche nella furia delle tempeste” o forse un gatto, o un libro, o un orologio. E perché non una città? O un aquilone, o acqua pronta a dissetare? O forse un lupo, “No, non sarò un lupo. Non voglio essere un lupo. …NON HO LE ZANNE. … … Sarò un bambino che non vuole essere un lupo…. “ e l’autrice immagina che nel momento in cui Piccola Luce fece la sua scelta “l’immensità del mondo, la profonda essenza della vita… trovarono posto dentro di lui.

Così le due cellule si unirono e Piccola Luce diventò il bambino che non voleva essere un lupo. Arrivò a vedere il mondo e il mondo vide lui. Crescendo cominciarono le domande. Le domande dei bambini sono tante, si arrotolano e si srotolano dalle più profonde alle più leggere e il bambino si chiedeva il senso della vita e quanta cioccolata potesse mangiare. Poi si chiedeva cosa sarebbe stato da grande, e la fiaba si conclude scoprendo che sarebbe stato una barca, un nuvola, un albero, un orologio, un libro, una città, un aquilone e forse anche uno scoiattolo e una farfalla. Ma non sarebbe mai stato un lupo.

Di certo è stato un sognatore e come lui stesso scrisse un giorno prendendo le parole da un altro grande sognatore, Nelson Mandela, “un vincitore è un sognatore che non ha mai smesso di sognare” Questo è Vittorio, e la fiaba del bambino che non voleva essere un lupo fa omaggio alla sua figura di vincitore. Vincitore sul male e sulla morte, perché Vittorio è qui, come nuvola che passa e ripassa e lascia nell’aria una voce che non si spegnerà . Restiamo umani!

Il ricavato del libro, che è una tenerissima fiaba illustrata da regalare a grandi e bambini, andrà alla Fondazione Vik Utopia, la onlus che realizza progetti che riflettono e tengono vivo lo spirito che ha guidato le scelte del bambino che non voleva essere un lupo.

Il volume è edito da “Segni e parole”, Autrice e illustratrice Sabina Antonelli, 12 euro. Viene spedito in una o più copie per via postale. Per richiederlo scrivere a egidiaberetta@tiscali.it

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Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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