Palestina

Activists condemn smear campaign against Arab artists.

Nel 1948, centinaia di migliaia di Palestinesi vennero espulsi dalla loro patria sotto la minaccia delle armi da gang sioniste. Israele continua a deprivare il popolo palestinese dei diritti.

Pubblichiamo qui di seguito una infografica che mostra i numeri relativi ai rifugiati palestinesi nel mondo.

Il 67% dei Palestinesi fu deportato dalla patria, nel 1948.

Il numero dei Palestinesi nella Palestina storica: 5,9 milioni di persone.

I Palestinesi rifugiati nella Diaspora sono 5594: 3 milioni si trovano in Giordania; 580mila in Siria, 470mila in Libano, 400mila in Cile, 150mila negli USA.

Betlemme – PIC. Blocco e deportazione sono il destino della cittadina palestinese di Walja. Già durante la Nakba (la catastrofe del 1948), fu divisa in due parti. La parte più ampia fu confiscata dall’occupante sionista e annessa alla parte ovest di Al-Quds (Gerusalemme). Gli abitanti posseggono oramai solo 300 ettari dei 1.700 totali.

Distruzione e colonizzazione.

Le statistiche del consiglio municipale di Walja confermano la distruzione di otto case palestinesi che ospitavano all’incirca 60 persone, rimaste per strada dall’inizio del 2017. Altre 14 case rischiano la demolizione, nella zona di Ain al-Jawira, a nord. Gli occupanti sionisti vogliono divorare il resto della cittadina.

Le autorità di occupazione continuano a prendere di mira Walja, con il muro dell’Apartheid e il filo spinato. La cittadina è una vera prigione a cielo aperto.

Adesso, solo un passaggio conduce a Walja, passando accanto alla colonia Har Jilo, costruita abusivamente sul terreno della cittadina: i coloni vi accedono attraverso una strada che la taglia in due. La strada non è permessa ai palestinesi a causa del muro di separazione.

La cittadina resiste.

3.000 persone abitano a Walja, che si trova a ovest di Betlemme. A nord è delimitata dai terreni di al-Maliha, ormai deserto; a sud da Hossan e Betir; a est dal villaggio da Beit Jala. La parte ovest è sotto l’occupazione sionista dal 1948.

Come tutte le regioni palestinesi, Waldja resiste contro l’occupazione. Il giovane intellettuale Bassil al-A’raj, conosciuto per i suoi scritti a favore della resistenza, ha affrontato il 6 marzo 2017 questa occupazione ostinata. Il giovane farmacista ha pagato con la sua vita e ha reso la cittadina la “Mecca” di ogni persona che sogna la libertà.

Hatem al-A’raj è uno dei prigionieri più anziani, in prigione dal 2003, deve scontare 40 anni di pena. Al-A’raj ncarna tutte le sofferenze di tutti gli abitanti del villaggio.

Una natura affascinante

Waja cattura i suoi visitatori con la bellezza della sua natura, dei suoi 18 corsi d’acqua, dei suoi ulivi, dei suoi fichi, delle sue vigne e di tutte le piante, verdi tutto l’anno.

Ogni turista non potrà passare da Walja senza rendere visita all’albero al-Badawi, l’ulivo più antico della Palestina, di circa 3.500 anni.

Traduzione di Chiara Parisi

PIC e Quds Press. Martedì mattina 22 agosto, orde di coloni israeliani hanno fatto irruzione nei cortili della Moschea al-Aqsa – terzo luogo santo dell’Islam—attraverso Bab al-Maghareba.

102 coloni, scortati da poliziotti israeliani, hanno sfilato a al-Aqsa, assistendo a presentazioni sulla storia del “Monte del Tempio”.

Lunedì un centinaio di coloni ha invaso il luogo sacro islamico. Le irruzioni sono giornaliere.

Betlemme-Ma’an. Il 10 agosto, la Corte Suprema di Israele ha ridotto la sentenza del quindicenne palestinese Ahmad Manasra, coinvolto in un attacco con il coltello nel 2015, da 12 anni a 9 anni e mezzo, dopo che la sua famiglia ha fatto appello contro la lunga pena detentiva.

Il 12 ottobre 2015, Manasra e il suo cugino di 15 anni, Hassan Khalid Manasra, pugnalarono e ferirono in modo critico due israeliani di 13 e 21 anni, nei pressi dell’insediamento illegale di Pisgat Zeev, nel quartiere Beit Hanina di Gerusalemme Est occupata. Manasra al momento dell’incidente aveva 13 anni.

Durante l’attacco, le forze israeliane spararono e uccisero Hassan, mentre Ahmad fu investito da un’auto e gravemente ferito.

Un video, che riprende la scena mentre Ahmad si trova ferito e sanguinante a terra dopo essere stato colpito dalla vettura, fu caricato sui social media, divenendo virale. Nel filmato, si può chiaramente sentire un passante israeliano: “muori figlio di p*****a, muori!!” Mentre un altro dice al poliziotto di sparargli.

Funzionari israeliani ripresi dal video mentre commettevano abusi su Manasra vennero arrestati.

Secondo i media israeliani, la riduzione di due anni e mezzo della condanna di Manasra è dovuta in parte alle prove che il ragazzo svolse un ruolo secondario nell’attacco.

“Non possiamo ignorare l’età estremamente giovane e il suo processo di riabilitazione”, hanno riferito i giudici della Corte Suprema.

Secondo i media israeliani, le autorità carcerarie hanno chiesto la riduzione della pena a causa del comportamento di Manasra da quando il crimine è avvenuto.

La decisione è stata presa “in considerazione del modo in cui Manasra ha affrontato il reato commesso, della consapevolezza che ha acquisito, del suo buon comportamento durante il suo “soggiorno” nella struttura sicura (giovanile) e ora nel carcere e del parere del servizio di sperimentazione secondo il quale un lungo periodo di detenzione potrebbe avere conseguenze indesiderabili per lui”, si legge nella motivazione della sentenza dei giudici.

La famiglia ha anche contestato le multe pesanti imposte loro. Ma questa richiesta è stata respinta dalla Corte Suprema, lasciando alla famiglia 27.872 dollari da pagare in multe per il 13enne israeliano che è stato ferito e 22.298 dollari per l’altro israeliano ferito.

Il processo di Manasra è stato rinviato un certo numero di volte: alcuni commentatori hanno affermato che si è trattato di una decisione deliberata per ritardare il caso fino a quando Ahmad non avesse compiuto 14 anni e sarebbe diventato idoneo, per la legge israeliana, per la pena detentiva.

Secondo l’associazione per diritti dei detenuti Addameer, un totale di 320 minori palestinesi sono attualmente incarcerati nelle prigioni israeliane.

Gli interrogatori dei minorenni palestinesi possono durare fino a 90 giorni, secondo quanto ha reso noto Addameer. Oltre alle percosse e alle minacce sono stati segnalati casi di aggressione sessuale e isolamento per indurre alle confessioni. I ragazzi sono costretti a firmare documenti scritti in ebraico, lingua che la maggior parte dei palestinesi non parla.

Traduzione di Bushra Al Said

Di Sulaiman Hijazi. Per non dimenticare. Il 21 agosto del 1969 un turista estremista ebreo, Michael Denis, appiccò il fuoco nella moschea al-Aqsa, calpestando tutte le leggi e i principi internazionali e umanitari. Nessuno si turbò per l’immagine della moschea che bruciava, eccetto i palestinesi che protestarono nelle proprie città: Nablus, Betlemme, Hebron e altre.

Gli abitanti della Città Vecchia di Gerusalemme parteciparono allo spegnimento dell’incendio portando i secchi d’acqua a mano, ma il fuoco raggiunse l’interno della moschea e bruciò il pulpito, Minbar, di Saladino, e il tetto.

Proseguono i lavori per l’ammodernamento del porto di Tripoli del Libano a meno di 30 km dal confine siriano. A Damasco intanto prosegue la Fiera Internazionale nonostante l’attacco terroristico che domenica ha ucciso sei persone 

foto REUTERS/Omar Sanadiki

 di Michele Giorgio – Il Manifesto

Roma, 22 agosto 2017, Nena News - Deir ez-Zor potrebbe essere liberata al più presto dall’occupazione dell’Isis, così come Akerbat a Ovest di Hama, mentre nella provincia di Aleppo non ci sarebbe più traccia di miliziani del Califfato. È questo il quadro della Siria fatto ieri dal capo della direzione operativa dello Stato maggiore russo, Sergey Rudskoy. Mosca, alleata di Damasco, ha anche comunicato che i suoi cacciabombardieri hanno distrutto un convoglio dello Stato Islamico diretto a Deir ez-Zor, con 20 veicoli che trasportavano armi di grande calibro, blindati e carri armati, e ucciso 200 jihadisti (70 secondo altre fonti). Perduta anche la “capitale” Raqqa, lo Stato islamico prova raggrupparsi a Deir ez-Zor, l’ultima roccaforte in Siria, ma le sue milizie si sfaldano, abbandonano le posizioni e si arrendono.

L’Isis crolla lentamente sotto la pressione dell’esercito siriano che ogni giorno libera nuove porzioni di territorio. La guerra però non è terminata, anzi. Lo stesso presidente Bashar Assad ha sottolineato due giorni fa che ci sono «segni di vittoria» ma la vittoria non è stata raggiunta. E domenica la guerra è arrivata di nuovo alle porte di Damasco dove un attacco terroristico – compiuto con un razzo o un colpo di mortaio sparato dalla vicina regione di Ghouta – ha ucciso sei civili, tra i quali due donne, non lontano dalla Fiera Internazionale in corso nella capitale siriana. Il governo di Damasco non ha fornito molti particolari. Nelle strade della capitale si sussurra che gli uomini di Jaysh al Islam, pagati e armati dall’Arabia saudita, abbiano sparato per bloccare la Fiera – lanciata per la prima volta nel 1954 e un tempo una delle più celebri del mondo arabo – che rappresenta uno dei segni più importanti di rinnovata fiducia nella nazione.

La Fiera invece va avanti, durerà dieci giorni e tra i partecipanti provenienti da 43 Paesi, il tema principale di discussione è la ricostruzione della Siria, un progetto, si dice, da 200 miliardi di dollari (la stima è della Banca Mondiale) che richiederà molti anni di lavoro per la sua realizzazione. Per il governo la Fiera è un’occasione per cercare di attrarre investitori soprattutto da Paesi alleati come la Russia, la Cina e l’Iran. Ma sono presenti anche Sudafrica e Bielorussia e gli organizzatori dicono che, in maniera privata, partecipano anche aziende di Gran Bretagna, Francia e Germania schierate contro Bashar Assad. Presente anche l’Egitto, alleato dell’Arabia saudita nemica della Siria, che incurante in questa occasione della posizione di Riyadh, punta ai mercati siriani per i suoi prodotti e le sue imprese.

Intorno alla Siria ci si prepara al grande business della ricostruzione. Proseguono i lavori – con un investimento di circa 400 milioni di dollari – per l’ammodernamento del porto di Tripoli che si trova a soli 28 chilometri dal confine siriano. «Il porto di Tripoli vuole che il mondo sappia che è pronto per fare affari», titolava l’altro giorno un servizio del portale libanese Naharnet che riferiva di specialisti britannici stanno istruendo gli operai di Tripoli ad usare macchinari pesanti mentre tecnici cinesi eseguono studi su due nuove gru per lo spostamento dei container. «Il Libano ha davanti a sè un’opportunità da prendere molto sul serio», spiegava a Naharnet Raya al Hassan, ex ministro delle finanze che dirige il progetto per la costruzione di una zona economica speciale a Tripoli. Per il direttore del porto, Ahmad Tamer, la ricostruzione in Siria creerà una domanda di circa 30 milioni di tonnellate di cargo all’anno che non potranno soddisfare interamente i porti siriani di Tartus e Latakia con una capacità di 10-15 milioni di tonnellate.

L’affare della ricostruzione sta mettendo a tacere quei leader politici e partiti libanesi che affermano di «non volersi inserire nell’asse siro-iraniano». A cominciare dal premier sunnita e alleato di Riyadh, Saad Hariri che ha abbassato i toni delle accuse contro Assad e il movimento sciita libanese Hezbollah alleato di Damasco. Nonostante le critiche, sono partiti per Damasco il ministro dell’industria, Hussein Hajj Hussein e il ministro dell’agricoltura, Ghazi Zwaiter, attesi nella capitale siriana per stringere le relazioni economiche e commerciali tra i due Paesi. Nena News

PIC. Secondo il Washington Post, l’anno scorso, nonostante il voto contrario di Stati Uniti e Israele, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite approvò un database di compagnie americane che operano nei Territori Palestinesi occupati. Tale lista sarebbe, secondo il quotidiano, un preludio ai boicottaggi anti-Israele.

Le compagnie statunitensi elencate comprendono Caterpillar, TripAdvisor, Priceline.com, Airbnb e altre.

Zeid Ra’ad Al Hussein, Alto Commissario Onu per i diritti umani, ha dichiarato a dirigenti USA che pubblicherà la lista entro la fine dell’anno e ha chiesto commenti entro il 1° settembre da parte dei Paesi dove tali aziende hanno la propria sede.

In una dichiarazione rilasciata martedì 21 agosto, l’ambasciatore israeliano all’ONU, Danny Danon, ha definito la decisione del Consiglio di pubblicare la lista come “un’espressione del moderno anti-semitismo”.

A giugno, Zeid dichiarò al Consiglio che l’occupazione israeliane, iniziata nel 1967, “viola la legge internazionale e nega ai Palestinesi la maggior parte delle libertà fondamentali, ed è spesso brutale”.

Palestinechronicle.com. Martedì 8 agosto un’autorità locale ha rivelato che è stata istituita una rete di società fittizie con sede in Giordania allo scopo di comprare i territori palestinesi nella Cisgiordania occupata per i coloni ebrei, secondo quanto ha riportato Al-Araby Al-Jadeed. I coloni, si sostiene, provengono dall’insediamento di Amona, considerato illegale persino da Israele, e sfollato all’inizio di quest’anno.

Secondo il capo della comunità di Silwad, situata a est di Ramallah, è coinvolto un deputato del Parlamento giordano. Abdul-Rahman Saleh (ex ministro indonesiano) ha aggiunto che queste società pagano prezzi alti per le terre, fino a 60 mila dinari giordani per ogni dunam (quarto di acro), mentre il tasso di mercato sarebbe intorno a 2 mila dinari. Saleh ha affermato che alcuni palestinesi sono andati in Giordania per essere rimborsati.

Dopo un controllo delle società in questione, ha spiegato, essi hanno negato che stanno acquistando terreni per i coloni israeliani. Ha ribadito tuttavia che loro hanno un passato nell’acquisto di beni immobili a Gerusalemme per conto degli israeliani.

Saleh ha citato, fra queste presunte società fasulle, la Watan Company, la Waheeb Company e la Holy Land Company; esse sono gestite da palestinesi e giordani, incluso un deputato del Parlamento giordano.

Il funzionario palestinese ha rivelato che non è andato a buon fine un tentativo da parte della Watan Company di acquistare terre a Silwad, anche se la società ha offerto 500 mila dollari al proprietario. Ha avvisato che se un singolo dunam fosse stato venduto ai coloni israeliani provenienti da Amona, ciò permetterebbe loro di ritornare nella zona e ricostruire la colonia. Ha ribadito che i coloni espulsi hanno cercato di ritornare e ricostruire.

Saleh ha puntualizzato che il suo comune ha collaborato con una serie di organizzazioni per diffondere la consapevolezza del pericolo delle misure adottate nella zona da Israele. Lui è in costante contatto con i servizi di sicurezza dell’Autorità Palestinese a questo proposito. Ha anche rivelato che i coloni israeliani hanno cercato di prendere il controllo di qualche terra vicino la sede di Amona con il pretesto della Legge degli Assenti israeliana, ma hanno fallito.

(Nella foto: Amona, un avamposto illegale israeliano costruito nella Cisgiordania palestinese occupata. Wikimedia Commons, file)

Traduzione di Daniela Caruso

Lo scrittore ci fa capire che sotto la superficie c’è l’essenza della metropoli egiziana, i suoi segreti, il non-detto, in una speciale intesa tra politica, religione e società civile che mantengono celato questo volto sotterraneo

Ahmed Nagi, foto di Yasmin Hosam El Din/AP

di Cristina Micalusi

In “Vita : Istruzioni per l’uso” ultimo lavoro di Ahmed Nagi  protagonista principale è la città del Cairo, descritta nei suoi aspetti più crudi e fantastici, luogo dove la maggior parte delle persone ha dimenticato cosa sia un “sorriso”. Città continuamente sottoposta ai mutamenti più radicali, dove la miseria la fa da padrona assoluta.

Lo scopo del libro è dimenticarsi di tutta questa disperazione, rendere la vita dei suoi abitanti più piacevole. Anche se sotto la superficie continua l’essenza stessa di questa metropoli, i suoi segreti, il non-detto, in una speciale intesa tra politica, religione e società civile che mantengono celato questo volto sotterraneo. E le vicende del documentarista Bassam Bahgat, assunto per documentare i cambiamenti strutturali della città, sono narrati in frammenti. Le sue vicende amorose trascorse con naturalezza fanno da sfondo allo sconvolgimento del Cairo.

Bahgat vuole distruggere la vecchia città per crearne una nuova, una città futurista e commerciale; progetto simile agli annunci del presidente-despota al-Sisi. Idea che , insieme al suo amico Ihab Hassan, ha come fine l’eliminazione del degrado e della marginalizzazione, a cominciare anche dal deviare  il corso del Nilo e della sua forma.

In realtà Ahmed Nagi sorvola su questi problemi strutturali della città e della sua miseria. Si sofferma invece sui racconti di certe abitudini amorose dei suoi abitanti, di odori nauseabondi nei bar di Moqattam, o di relazioni scabrose che richiamano ad una vita “occidentale”. Tra le priorità dello scrittore c’è sempre il tentativo di denunciare un certo disprezzo verso gli islamisti.

Ma è sempre Il Cairo a decidere i tempi e i modi del cambiamento anche attraverso una lentezza che dura da tempo. Un testo visionario e sperimentale in cui realtà e finzione si alternano, nel quale la parte grafica ha un ruolo decisivo.

 

Ahmed Nagi è uno scrittore e giornalista egiziano, collabora con numerose testate nazionali internazionali.

Autore d’avanguardia, usa la Rete per scuotere il panorama letterario conservatore. Arrestato nel Marzo 2016 e condannato a due anni di prigione dal tribunale di Bulaq (Egitto) per “offesa alla pubblica morale” proprio a causa proprio di “Vita: istruzioni per l’uso”.

 Per le edizioni  “Il Sirente” ha pubblicato anche “Rogers e la via del drago divorato dal sole”

 

Titolo: Vita : Istruzioni per l’uso

Autore: Ahmed Nagi

Edizioni: il  Sirente

Anno: 2016

Gentle nudging of Israel by its allies won’t change its brutal course.

Portuguese initiative urges others to observe call until Israel respects Palestinian rights.

L’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese – Abspp onlus – sta portando avanti progetti per sostenere l’Educazione in Palestina.

Uno dei progetti in corso è rivolto alle scuole: 250 bambini e bambini hanno ricevuto cartelle e materiali scolastici e indumenti, come si vede nelle foto. 

Il Presidente dell’associazione, l’arch. Mohammad Hannoun, invitato alla raccolta fondi di beneficenza per difendere il popolo palestinese attraverso i progetti in Palestina, in generale, e a Gaza in particolare.

I genitori gazawi stanno affrontando gravi difficoltà e non possono soddisfare i bisogni dei propri figli a causa della crisi economica che ha investito la Striscia di Gaza sotto assedio da 1o anni. Essi non riescono ad acquistare materiale sia per l’inizio del nuovo anno scolastico sia per la Eid al-Adha che si celebrerà tra fine mese e i primi giorni di settembre.

Il Presidente dell’Abspp ha ringraziato coloro che hanno donato fondi per i progetti e ha invitato a mantenere l’attenzione e il sostegno al popolo palestinese.

Sei civili sono stati uccisi ieri da un razzo sparato in direzione della Fiera Internazionale di Damasco. L’aviazione russa afferma di aver ucciso 200 miliziani dell’Isis a Deir a Zor. Procedono con successo le operazioni dell’esercito libanese lungo la frontiera con la Siria

di Michele Giorgio

Roma, 21 agosto 2017, Nena News - Prosegue l’operazione dell’esercito libanese “Alba di Jroud” contro lo Stato islamico lungo la frontiera tra il Paese dei Cedri e Siria. Le tv libanesi da tre giorni mandano in onda immagini dell’artiglieria che fa fuoco verso bersagli lontani e di mezzi blindati che avanzano sulle colline tra Ras Baalbek e al Qaa. Decine di jihadisti sarebbero stati uccisi o fatti prigionieri e, stando ai media locali, sono già stati liberati 2/3 dei circa 150 kmq di territorio libanese occupati per anni dall’Isis. L’operazione in corso segue quella lanciata con successo a fine luglio dai combattenti del movimento sciita libanese Hezbollah nell’area di Arsal contro i miliziani di Hay’at Tahrir al Sham, composto in prevalenza dai qaedisti dell’ex Fronte an Nusra. Senza copertura anti-area e con poche munizioni la resistenza dei miliziani dell’Isis si sta rivelando meno intensa del previsto. Il pericolo maggiore per i militari libanesi sono le mine. Ieri tre soldati sono morti quando il veicolo sul quale viaggiavano è finito su un ordigno esplosivo.

I comandi militari libanesi e una parte dei media continuano ad oscurare che l’Esercito siriano e i combattenti di Hezbollah in queste stesse ore avanzano rapidamente nella adiacente regione del Qalamoun, sul versante siriano del confine, in particolare nei distretti di Jurod Qara e Al Jarajir, stringendo da Est la morsa su centinaia di miliziani dell’Isis, non pochi dei quali si sono arresi e hanno già ceduto il controllo del transito di Zamrani. Beirut nega qualsiasi coordinamento con le forze di Damasco e con Hezbollah per non imbarazzare gli Usa, che sostengono con esperti militari l’Esercito libanese durante le operazioni in corso. Appena qualche giorno fa Washignton ha consegnato al Libano otto dei 32 veicoli da combattimento Bradley e 10 mezzi blindati promessi da tempo e nell’ultimo anno ha rifornito le truppe libanesi con pezzi d’artiglieria, veicoli da trasporti, armi automatiche, munizioni, visori notturni e radio. Forniture tuttavia insufficienti rispetto alle necessità delle forze armate libanesi. Gli Usa tuttavia evitano di fornire armi pesanti all’esercito di Beirut su pressione, pare, di Israele.

Intanto in Siria il lento ritorno alla calma registrato in questi ultimi mesi, dopo gli accordi sulla zone di de-escalation mediati dalla Russia, ha subito ieri una battuta d’arresto proprio a Damasco dove sei civili, tra cui due donne, sono state uccisi dall’esplosione di un razzo caduto vicino alla Fiera Internazionale in corso nella capitale siriana per la prima volta dal 2011 e alla quale prendono parte, a titolo personale, anche i manager di imprese dei Paesi occidentali che boicottano Damasco. Decine di altre persone sarebbero rimaste ferite nell’attacco. Sabato scorso, nei pressi di Latakiya, un’altro attentato terroristico aveva fatto tre vittime. D’altronde lo stesso presidente Bashar Assad ieri ha gettato acqua sull’entusiasmo di alcuni dei suoi collaboratori che già parlano di vittoria definitiva e di fine della guerra che  ha devastato il Paese. Per Assad ci sono “segni di vittoria” ma la la vittoria, ha aggiunto, non è stata ancora raggiunta.

E infatti si combatte ancora e le forze aeree russe, alleate di Damasco, hanno annunciato di aver colpito un convoglio di militanti dello Stato Islamico sulla strada verso la città di Deir a-Zor, nel Est della Siria, uccidendo almeno 200 jihadisti. “I bombardieri e l’aviazione militare delle forze aerospaziali russe hanno distrutto oltre 20 veicoli fuoristrada dotati di armi di grande calibro e lanciagranate, nonché veicoli blindati, compresi carri armati e carri pesanti con munizioni. In tutto sono stati eliminati oltre 200 miliziani”, scrive oggi il ministero della difesa di Mosca. Altre fonti parlano di 70 jihadisti uccisi. L’Isis ha concentrato le sue forze intorno a Deir a-Zor dopo essere stato cacciato a sud di Raqqa e a est di Homs dalle forze armate siriane. Nena News

Nelle file Isis 2.500 marocchini, quasi la metà cittadini europei. In casa il mix è tra al Qaeda e signori della droga: usano le reti del narcotraffico, si auto-finanziano e attirano i giovani – sempre più poveri – delle periferie e le campagne

Foreign fighters nelle file Isis

di Chiara Cruciati

Roma, 21 agosto 2017, Nena News – Tra i principali esportatori di jihadisti verso il «califfato» tra Siria e Iraq, il Marocco – non affatto nuovo all’attività di gruppi di matrice salafita, fin dagli anni ’80 – non è l’isola felice come molti in Occidente lo dipingono.

Il fenomeno dei foreign fighters, inaugurato con la guerra russo-afghana, ha toccato le 1.500 unità dopo la presa di Mosul nel giugno 2014 (2.500 calcolando anche i marocchini cittadini europei). Destinazione Siria, grazie anche all’ufficioso «scivolo» del governo: Rabat, dopo lo scoppio della guerra civile siriana, si è schierata contro il presidente Assad. E, seppur tacitamente, ha garantito la fuoriuscita di suoi cittadini verso le formazioni islamiste e salafite attive in territorio siriano, da Ahrar al-Sham al Fronte al-Nusra.

Un po’ per liberarsene, un po’ per sostenere il fronte anti-Damasco. Con il tempo il flusso si è modificato: negli anni successivi molti hanno preferito la vicina Libia e altri hanno tentato il rientro a casa, preoccupando non poco la monarchia marocchina che ha rivisto la legge anti-terrorismo emanata dopo gli attacchi di Casablanca del 2003 e inasprito controllo e repressione.

Criticato dalle organizzazioni per i diritti umani per la conseguente limitazione di libertà politiche di base, il governo ha utilizzato il capillare monitoraggio del territorio per impedire la nascita di reti maggiormente strutturate. I jihadisti marocchini combattono fuori, non dentro casa.

A partire verso le terre del califfo al-Baghdadi sono attivisti salafiti, imprigionati per anni a volte senza ragione, che dietro le sbarre si sono radicalizzati. Ma sono soprattutto i giovani, i due terzi del totale. Quelli delle periferie delle grandi città, Rabat, Casablanca, Tangeri (il 75%) ma anche quelli che vivono nelle zone rurali dimenticate dai piani di investimento, sviluppo e incentivo all’occupazione. A loro i reclutatori jihadisti promettono una vita nuova e piccoli aiuti finanziari alle famiglie.

Graziato dalle cosiddette primavere arabe del 2011, re Mohammed VI ha evitato il collasso con l’attuazione di alcune riforme che però, a distanza di sei anni, non hanno portato cambiamenti.

Hanno invece radicato l’immagine di un paese a due velocità: da una parte le grandi imprese che godono degli investimenti nelle infrastrutture e nei settori elettronico e aeronautico e le compagnie europee che controllano settori strategici (a partire dalla pesca e dall’energia), esportando buona parte della produzione locale e provocando l’innalzamento innaturale dei prezzi interni; dall’altra vasti strati della popolazione che lavorano spesso a giornata, senza contratto né diritti.

Emarginazione sociale, alto tasso di disoccupazione giovanile, gap tra città e campagna, mancato sviluppo dei settori centrali dell’economia marocchina stanno negando un futuro dignitoso a molti giovani.

Per alcuni la risposta è stata Daesh. I servizi – il Direttorato generale per la sorveglianza del territorio e la Brigata Nazionale della polizia giudiziaria – ne conoscono buona parte, permettendo a Rabat di promuoversi agli occhi europei come uno dei principali partner anti-terrorismo nel Maghreb.

Il timore è quello di un ritorno in patria e la conseguente creazione di cellule legate a doppio filo alla leadership dell’Isis in Medio Oriente. Ma, secondo i servizi segreti marocchini, non è l’Isis il pericolo immediato, sebbene le sconfitte registrate tra Siria e Iraq stiano conducendo a nuove strategie di azione, l’espansione nei paesi vicini attraverso gruppi piccoli, capaci di infiltrarsi e organizzare attentati.

Il rischio concreto proviene dai gruppi attivi da anni, se non decenni, in Marocco e che si richiamano per lo più ad al Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqim), filiale nata dall’Islamist Salafist group for Preaching and Combat, la creatura che ha accolto e formato il leader jihadista Belmokhtar (divenuto poi una delle colonne di Aqim fino al 2012). Successivamente Belmokhtar, noto trafficante di droga e armi oltre che leader jihadista, alla testa di Al Mourabitoune ha unito le forze con quelle di Mujwa (Movement for Unity and Jihad in West Africa), fuoriuscita da Aqim nel 2012.

Sono loro che gestiscono milizie radicate dalla costa al deserto e ribattezzate narco-jihadiste: controllano lo spaccio di droga dalle montagne del Rif in Marocco (dove si produce la metà dell’hashish a livello globale, 15mila tonnellate e 10 miliardi di fatturato all’anno) verso il resto del Nord Africa e verso l’Europa. Sfruttano le stesse tratte, le stesse reti, non solo per un ingente finanziamento interno ma anche per muovere uomini e armi.

«I cosiddetti narco-jihadisti controllano il triangolo nella terra di nessuno tra nord del Mali e Niger, est della Mauritania, sud dell’Algeria e Libia – scriveva già due anni fa Abdelkader Cheref, professore alla State University di New York – Cresce la preoccupazione per i legami tra i signori della droga marocchini e i narco-jihadisti di Aqim e Mujwa».

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

Giornalista e analista politico, quest’anno esordisce con una raccolta di poesie “di strada”, una perfezione estetica che è specchio del rifiuto dell’ingiustizia

di Cecilia D’Abrosca

Roma, 21 agosto 2017, Nena News – Tamim al-Barghouti, giornalista, analista politico e giovane poeta palestinese, debutta quest’estate con una raccolta di poesie, tradotte in inglese da Ahdaf Soueif e Radwa Ashour, intitolata In Jerusalem and Other Poems (Interlink Publishing Group, 2017).

La fama del poeta ha, già da lungo tempo, oltrepassano i confini geografici, facilitando la conoscenza dei suoi testi poetici e politici a livello internazionale. La lingua inglese, affermatasi come lingua veicolare in ambito economico e scientifico, si fa strada anche nel settore culturale. Numerosi sono i testi redatti in lingua araba che, in base al diritto all’istruzione e all’informazione, andrebbero tradotti e trasmessi secondo un codice linguistico condiviso dalla maggior parte della comunità dei parlanti.

Al-Barghouti trascorre i primi anni della sua vita tra l’Egitto e l’Europa, dove suo padre lavora come diplomatico. Sin dall’adolescenza, comincia ad avvicinarsi alla realtà politica della società araba, intuendo la complessità delle sue dinamiche e delle sue forme, percependo quanto essa fosse in grado di influenzare anche i mezzi stilistici ed espressivi.

Basandosi sull’esperienza pratica e sulla formazione accademica, Tamim Al-Barghouti esplora il rapporto tra arte, discorso, immaginario collettivo e opinione pubblica. Interagisce con personalità  influenti (grazie alle frequentazioni familiari), apprende ad osservare e ad analizzare aspetti rilevanti della società e del suo funzionamento, individua i cambiamenti sociopolitici, interpretandoli e traducendoli in fatti concreti che producono effetti nel sistema.

Tamim Al-Barghouti nasce al Cairo nel 1977, pubblica sei collezioni di poesie in lingua araba classica e colloquiale, tra cui Meejana (1999), Al-Manzar (2000), Maqam Iraq (2005) e Fil Quds (2008), nonché due libri sulla politica araba e la sua storia: Benign Nationalism (2007) e The Umma amd the Dawla: lo Stato Nazione e il Medio Oriente Arabo (2008). Riguardo la sua formazione, ha conseguito una laurea in Scienze Politiche ed Economia nel 1999 presso l’Università del Cairo e un Master in Politica e Relazioni internazionali all’Università Americana del Cairo nel 2001.

Sin dal 2013 scrive per alcuni quotidiani egiziani e libanesi. È l’autore principale del The Arab Development Outlook: Vision 2030, (“Prospettive per lo sviluppo arabo: Vision 2030”), pubblicato nel 2016 dalla Commissione Economica e Sociale delle Nazioni Unite per l’Asia Occidentale (ESCWA) e, attualmente sta scrivendo l’Arab Justice Report (“Report sulla giustizia araba”), che sarà pubblicato dalla stessa Organizzazione.

Al-Barghouti, acclamato analista politico, è stato membro dell’Istituto di Studi Avanzati di Berlino, nel 2007 e 2008, ed ha scritto War, Peace, Civil War: a model? (“Guerra, Pace, Guerra Civile: un modello?”). È stato definito un “poeta di strada” dopo aver riconosciuto nella poesia un linguaggio di resistenza: la sua perfezione estetica costituisce un rifiuto delle ingiustizie, una risposta ad un fallimento, la negazione di una immagine negativa che l’occupante vuole associare ad altri, dice Tamim al-Barghouti.

La poesia seguente, I have no problem, pervasa dal sottile e potente ritornello “non ho alcun problema”, sfida l’oppressione e la sofferenza umana.

“I have no problem”

I look at myself:
I have no problem.
I look all right
and, to some girls,
my grey hair might even be attractive;
my eyeglasses are well made,
my body temperature is precisely thirty seven,
my shirt is ironed and my shoes do not hurt.
I have no problem.
My hands are not cuffed,
my tongue has not been silenced yet,
I have not, so far, been sentenced
and I have not been fired from my work;
I am allowed to visit my relatives in jail,
I’m allowed to visit some of their graves in some countries.
I have no problem.
I am not shocked that my friend
has grown a horn on his head.
I like his cleverness in hiding the obvious tail
under his clothes, I like his calm paws.
He might kill me, but I shall forgive him
for he is my friend;
he can hurt me every now and then.
I have no problem.
The smile of the TV anchor
does not make me ill anymore
and I’ve got used to the Khaki stopping my colours
night and day.
That is why
I keep my identification papers on me, even at
the swimming pool.
I have no problem.
Yesterday, my dreams took the night train
and I did not know how to say goodbye to them.
I heard the train had crashed
in a barren valley
(only the driver survived).
I thanked God, and took it easy
for I have small nightmares
that I hope will develop into great dreams.
I have no problem.
I look at myself, from the day I was born till now.
In my despair I remember
that there is life after death;
there is life after death
and I have no problem.
But I ask:
Oh my God,
is there life before death?

Traduzione di Radwa Ashour.

G4S, la più grande compagnia di sicurezza al mondo, sta attivamente addestrando le forze di polizia israeliane che attualmente attaccano i palestinesi a Gerusalemme.

EGITTO. Dolore e rabbia tra gli attivisti, mentre i vertici dello Stato festeggiano per il ritorno dell’ambasciatore italiano: «Siamo sempre più convinti dello slogan lanciato nel febbraio 2016: Giulio è uno di noi»

di Pino Dragoni – Il Manifesto

«Il caso è chiuso», ha titolato il quotidiano liberale Al-Wafd parlando del caso Regeni e del ritorno dell’ambasciatore italiano. È in sostanza il tono di molta della stampa egiziana in questi giorni. Anche se resta ancora sconosciuto il contenuto dei documenti inviati a Roma dalla procura egiziana e le indagini devono accertare tutto o quasi sulla dinamica, il movente e i responsabili dell’uccisione di Giulio, in Egitto le autorità hanno accolto la notizia in modo trionfale.

«Una grande vittoria diplomatica dell’Egitto», esultano molti partiti dell’arco parlamentare (praticamente tutti pro-Sisi). Secondo il Partito dei Liberi Egiziani, fondato dal magnate dell’economia Naguib Sawiris, il ritorno dell’ambasciatore avrà una «ricaduta positiva sulle relazioni Italia-Egitto e per l’immagine dell’Egitto nel mondo».

Di sicuro l’Egitto incassa un grande successo, in un momento in cui il suo ruolo internazionale rende sempre più importante la stabilità del regime in carica. Ma sono molte le voci critiche che si sollevano, soprattutto dai tanti egiziani che hanno fatto propria la causa di Giulio. È duro il commento di Mohammad Saad Abdel Hafiz, che sul giornale di opposizione al-Badeel osserva come alla fine «quando la necessità ha imposto la cooperazione sul dossier libico, la questione dell’omicidio di Giulio è stata chiusa in un cassetto».

Senza dimenticare il ruolo del gas e degli investimenti italiani nei giacimenti offshore. È lo stesso quotidiano al-Wafd a citare esplicitamente il ruolo attivo di Eni nel riavvicinamento. Amara la riflessione di Taher Mokhtar, attivista dei Socialisti Rivoluzionari, sentito da il manifesto: «I comuni interessi del regime egiziano e del governo italiano sono più importanti del sangue di Giulio e dei cinque egiziani uccisi dalla polizia perché accusati di essere i suoi assassini».

Cita la Libia di Haftar e le rotte migratorie: «Questo è il principale interesse dell’Italia nel sostenere regimi oppressivi in Nord Africa, quali che siano le conseguenze per diritti umani e democrazia, e per quanto doloroso questo possa essere per la famiglia Regeni e per tutte le persone che hanno creduto nella possibilità di ottenere giustizia».

Dolore e rabbia anche nelle parole di Hoda Kamel, del Centro Egiziano per i Diritti Economici e Sociali, che aveva aiutato Giulio ad orientarsi nell’ambiente dei sindacati indipendenti al Cairo. «Oggi è un altro giorno triste. Oggi l’Italia uccide uno dei suoi figli rimandando indietro l’ambasciatore. Un anno e mezzo di speranza da parte dei suoi familiari, amici e colleghi e ora sappiamo per certo che solo l’interesse economico parla e decide, non la verità e la giustizia», ha scritto su Facebook.

E accusa gli Stati europei: «Oggi siamo di nuovo a lutto, non per Giulio, ma per l’Europa paradiso dei diritti umani, i cui cittadini sono uccisi e torturati come gli egiziani mentre le grandi imprese vanno avanti con i loro affari. Oggi più che mai siamo convinti di aver scelto bene lo slogan che lanciammo il giorno della commemorazione di Giulio al Cairo il 6 febbraio 2016: Giulio è uno di noi, è stato ucciso come noi».

C’è chi si preoccupa delle conseguenze che questo atto avrà anche e soprattutto in Egitto. «È un’autorizzazione ufficiale dell’Italia a torturare e uccidere gli egiziani, senza nessuna condanna o punizione», scrive Abu al-Maati al-Sandoubi, giornalista e sindacalista. «Il governo italiano ha rinunciato al diritto di un suo figlio, ucciso e torturato al Cairo. Come potrà difendere gli egiziani che subiscono torture e uccisioni per mano di al-Sisi?».

Ma la mossa di Alfano, preparata e oliata dalla visita del senatore Latorre alcune settimane fa, «non è una sorpresa», ci dice Ibrahim Heggi, portavoce del Movimento 6 Aprile (tra i protagonisti della rivoluzione del 2011): «Il problema è perché il popolo italiano resta in silenzio. Perché non parla, non manifesta?».

Il suo è un accorato grido di allarme, un appello a conservare la nostra umanità: «Per noi in Egitto ormai è diventato normale. Io ho paura che il popolo italiano cominci ad abituarsi all’idea che un italiano possa morire così. Cercare la verità, la giustizia per Giulio Regeni è un messaggio al mondo. Le persone non devono accettare una cosa del genere».

 

Il decreto firmato dal presidente dell’Anp Abu Mazen prende di mira i giornalisti e tutti coloro che mettono a rischio l’unità nazionale e la «sicurezza dello Stato». Anche semplici post su Facebook possono costare il carcere o una pesante multa

di Michele Giorgio

Ramallah, 19 agosto 2017, Nena News – «È la peggior legge approvata dall’Autorità nazionale palestinese. Un palestinese (in Cisgiordania, ndr) può essere arrestato con accuse vaghe, solo per aver scritto qualcosa sui social. Con questa legge si fa un salto all’indietro, si demolisce una storia interna di libertà di pensiero e di espressione del popolo palestinese». È secco il giudizio sulla Cyber ​​Crimes Law di Nadim Nashif, fondatore di Aamleh, associazione per lo sviluppo della comunicazione digitale nella società civile palestinese. Si tratta in realtà di un decreto firmato il 9 luglio dal presidente Abu Mazen ma di fatto ha valore di legge visto che non c’è un Parlamento che può approvarlo o bocciarlo. Quella di Nashif non è una protesta isolata perché cresce lo sdegno dei palestinesi. Le manifestazioni si moltiplicano e alcuni dei sette giornalisti, arrestati nelle ultime settimane dalla polizia dell’Anp, hanno cominciato in cella uno sciopero della fame di protesta.

I giornalisti arrestati sono Mamduh Hamamra corrispondente di Al-Quds News, i giornalisti della tv al Aqsa Tareq Abu Zaid e Ahmad Halayqa, Amer Abu Arafe dell’agenzia Shehab e i freelance Islam Salim, Qutaiba Qassem e Thaer al Fakhouri. Tutti avevano anche pubblicato articoli sui alcuni dei 30 siti d’informazione chiusi dall’Anp, spesso perché vicini al movimento islamico Hamas o a Mohammed Dahlan, l’ex “uomo forte” del partito Fatah e ora avversario di Abu Mazen. E a Gaza le cose non vanno certo meglio. Anche la polizia di Hamas non si tira indietro quando deve arrestare giornalisti e blogger che criticano il movimento islamista. Ha già trascorso un mese in carcere, con l’accusa generica di “reati contro la sicurezza nazionale”, Fouad Jaradeh, corrispondente da Gaza di Palestine TV, la tv dell’Anp.

Tutti i giornalisti arrestati in Cisgiordania sono accusati di aver violato l’articolo 20 della Cyber ​​Crimes Law che prevede un anno di carcere o una sanzione pecuniaria da 280 a 1.400 dollari per chi «crea o gestisce un sito web o una piattaforma dell’informazione che metta in pericolo l’integrità dello Stato palestinese, dell’ordine pubblico e la sicurezza esterna dello Stato». Si parla anche di informazioni passate a «parti ostili» non meglio precisate. Di quale Stato di Palestina parli la legge non si sa, dato che i palestinesi vivono sempre sotto occupazione militare, le loro terre sono oggetto di una massiccia attività di colonizzazione israeliana e di espropriazione e l’Anp è solo una struttura amministrativa in città e aree autonome senza alcun potere realmente sovrano.

La legge non colpisce solo i giornalisti. Sono presi di mira tutti coloro, secondo i servizi dell’Anp, mettono a rischio l’unità nazionale e la «sicurezza dello Stato». Anche semplici post su Facebook e altri social sono esaminati con attenzione. E chi usa parole giudicate “offensive” nei confronti del presidente dell’Anp Abu Mazen corre il rischio concreto di un “colloquio” con gli agenti del Mukhabarat, i servizi di intelligence. Difende la legge il procuratore Ibrahim Homudeh. «Una cosa è criticare il presidente e un’altra è accusarlo di essere un traditore e offenderlo. In questo secondo caso si commette un crimine contro la massima espressione dello Stato e la sicurezza di tutti i palestinesi», ha commentato Homudeh.

Shawan Jabarin, del centro per i diritti umani al Haq, ha annunciato di aver inviato una relazione, sulle conseguenze dell’applicazione della legge in Cisgiordania, a David Kaye, il Rapporteur speciale delle Nazioni Unite per la libertà di espressione.  Nena News

 

 

 

 

 

All the news that’s fit to omit. Isabel Kershner reports Israelis, rather than Palestinians, are “walled in.”

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