Palestina

Gaza-Quds Press. Sabato, un drone israeliano ha sparato un missile contro un gruppo di giovani a est della città di Gaza, vicino al campo profughi di al-Awda, ma non sono state segnalate vittime.

Il portavoce dell’esercito israeliano non ha rilasciato commenti sul raid, ma fonti locali hanno riferito che l’attacco aereo ha preso di mira un gruppo di palestinesi che si stava preparando a lanciare palloncini incendiari contro insediamenti al confine con Gaza.

Durante le proteste della Grande Marcia del Ritorno, i palestinesi hanno inventato nuovi modi per resistere all’occupazione israeliana, più efficaci del lancio delle pietre: aquiloni carichi di molotov e ordigni esplosivi artigianali, che hanno bruciato vasti appezzamenti di terre coloniali israeliane coltivate a grano e orzo. Sono andate a fuoco anche vaste aree di bosco, causando pesanti perdite agli israeliani.

Finora, l’esercito israeliano non è riuscito a gestire questi lanci, che ora sono una vera minaccia per le colture vicino alla barriera di separazione.

Gaza-Quds Press e PIC. Sabato mattina, le forze navali israeliane hanno sparato contro un peschereccio palestinese sulla riva, nella Striscia di Gaza settentrionale, facendolo affondare.

Tre pescatori, che erano a bordo, sono stati sequestrati, secondo quanto ha affermato Zakariya Bakr, coordinatore dell’associazione dei pescatori.

I detenuti sono stati identificati come i due fratelli Mahmoud e Kamel al-Naqah e Mohamed Sultan.

Negli ultimi anni, le forze israeliane hanno compiuto decine di attacchi contro imbarcazioni palestinesi, arrestando diversi di pescatori e confiscandone le barche.

Nel 2017, Israele ha ucciso 2 pescatori e ne ha feriti 14.

La Striscia di Gaza è sotto il blocco israeliano dal giugno 2007. Ciò ha causato un declino del tenore di vita e livelli senza precedenti di disoccupazione e povertà.

L’Amministrazione Trump prosegue le trattative con Israele e gli alleati arabi nonostante il rifiuto palestinese del cosiddetto “Accordo del secolo”. Tra gli obiettivi la separazione definitiva di Gaza dalla Cisgiordania

Jared Kushner e Benyamin Netanyahu
(foto di Amos Ben Gershom/GPO Israel via Getty Images)

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 23 giugno 2018, Nena News – In attesa dell’arrivo, all’inizio della prossima settimana, in Israele e Territori palestinesi occupati del principe ‎William in rappresentanza del regno britannico, tutt’oggi accusato di aver gettato i ‎semi del conflitto che dal secolo scorso devasta il Medio oriente, a caratterizzare la scena diplomatica è l’iniziativa americana per israeliani e palestinesi. Donald Trump la chiama “Accordo del secolo”. La “soluzione” che il presidente, il suo vice Mike Pence e il Segretario di stato Mike Pompeo hanno in mente è stata tracciata dal riconoscimento fatto lo scorso 6 dicembre da Trump di Gerusalemme come capitale di Israele. Le indiscrezioni riferiscono di un “accordo” largamente favorevole a Israele, sul piano territoriale e politico, e che prevede il riconoscimento di alcuni diritti dei palestinesi ma solo  con il pieno consenso dello Stato ebraico malgrado siano sanciti dalle risoluzioni dell’Onu. Ai palestinesi non verrebbe assicurata l’indipendenza. Non sorprende che da parte palestinese sia arrivato un secco rifiuto dell'”Accordo del secolo”, anche in reazione della decisione presa da Trump di assegnare Gerusalemme a Israele disconoscendo i diritti dei palestinesi sul settore arabo della città sotto occupazione dal 1967.

Se i palestinesi rifiutano l’iniziativa Usa e respingono la mediazione dell’Amministrazione Trump schierata con Israele, perché gli Stati uniti vanno avanti e, si dice, si preparano ad annunciare le loro proposte ad agosto? La risposta è semplice. Il processo in atto esclude, senza affermarlo esplicitamente, un ruolo attivo per i palestinesi. La questione palestinese, pensano Trump e i suoi uomini, sarà risolta nel quadro di un accordo di pace tra Israele e le petromonarchie del Golfo, con la partecipazione di Egitto e Giordania. Ad imporre l’eventuale soluzione ai palestinesi ci penseranno i “fratelli” arabi desiderosi di chiudere questo capitolo aperto da decenni e di vivere alla luce del sole l’alleanza con lo Stato di Israele che già hanno dietro le quinte in funzione anti-Iran. Un esito anticipato dalle parole pronunciate di recente negli Stati uniti dall’erede al trono saudita Mohammed bin Salman che ha addossato ai palestinesi la responsabilità del mancato accordo con Israele. Senza dimenticare che nessuno crede alla smentita fatta dal Bahrain sulla sua disponibilità ad avviare relazioni diplomatiche con Tel Aviv riferita da media regionali.

Ieri il premier israeliano Netanyahu ha incontrato per quattro ore Jared Kushner, consigliere e genero di Donald Trump, e Jason Greenblatt, inviato speciale del presidente americano, provenienti da un tour in Giordania, Arabia Saudita, Qatar ed Egitto. A sua volta Netanyahu martedì si era recato in Giordania per un colloquio con re Abdullah.  I colloqui sul piano americano perciò vanno avanti ed riguardano anche il futuro di Gaza. Sul tavolo, dopo la recente conferenza su Gaza tenuta negli Stati Uniti con israeliani e arabi, c’è un programma di aiuti da un miliardo di dollari per infrastrutture e progetti d’emergenza. I palestinesi lo respingono scorgendo in tanta generosità americana, israeliana e araba, il tentativo di fare di Gaza un entità separata dalla Cisgiordania, un carcere a cielo aperto con un Hamas al comando ma prigioniero e addomesticato dai “fratelli” arabi, e un’Anp esclusa dal suo controllo, quindi più debole e “costretta” ad accontentarsi di qualche porzione di Cisgiordania.

I palestinesi però non cedono. A Gaza ieri si sono svolte nuove manifestazioni per la Marcia del Ritorno. Almeno 35 dimostranti sono stati feriti dal fuoco dei soldati israeliani. Nena News

Valle del Giordano-PIC. Giovedì sera, le forze d’occupazione hanno dato ordine di evacuazione a 21 abitazioni di famiglie palestinesi a Khirbet Humsa al-Fouka, nella Valle del Giordano, a causa di imminenti esercitazioni militari.

L’attivista Mootaz Besharat ha affermato che l’esercito israeliano ha consegnato 18 ordini di evacuazione a 21 famiglie palestinesi.

Le famiglie in questione saranno costrette a lasciare le loro case dalle 06:00 alle 20:00.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Cisgiordania-PIC. Come parte della sua collaborazione di sicurezza con le forze d’occupazione israeliane, gli apparati dell’Autorità Palestinese (ANP) hanno recentemente arrestato un altro studente universitario e si sono rifiutati di rilasciarne altri detenuti illegalmente.

A Tulkarem, le forze di sicurezza preventiva dell’ANP hanno riarrestato Laith Ja’aar, studente dell’Università an-Najah, solo una settimana dopo averlo rilasciato dal carcere, dove aveva trascorso 20 giorni senza né accusa né processo.

Altri due studenti universitari del Blocco Islamico, il braccio studentesco di Hamas, sono in una prigione dell’ANP da diversi giorni, senza nessuna base legale.

Gli studenti detenuti sono Obadah Abbadi e Izzuddin Farihat, ed entrambi sono in carcere da oltre 10 giorni.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Nonostante lo spostamento sistematico dei seggi e il clima di intimidazione, la minoranza intende andare a votare. L’Hdp punta a superare la quota di sbarramento. E in caso di ballottaggio è vicina l’alleanza con il Chp

Sostenitori dell’Hdp indossano la maschera del leader Demirtas

di Francesca La Bella

Roma, 23 giugno 2018, Nena News – “Andremo a votare comunque. Ovunque porteranno seggi ed urne elettorali, noi arriveremo”. Parole di un anziano curdo della provincia di Hakkari ad una giornalista Bbc. Parole che ben rappresentano l’attitudine della popolazione curda rispetto a questa tornata elettorale.

Nonostante la repressione di questi mesi che ha portato a centinaia di licenziamenti e arresti, nonostante la guerra portata nelle aree curde del sud-est della Turchia e nonostante il candidato premier Selahattin Demirtas debba registrare i propri interventi elettorali da una cella, la popolazione curda sembra intenzionata a esprimere, ancora una volta, il proprio voto. La mancanza di fiducia nel governo non sembra aver intaccato la volontà di esprimere le proprie preferenze politiche e il partito Hdp cercherà di raggiungere nuovamente l’altissima soglia di sbarramento del 10% al di fuori delle coalizioni.

Migliaia di persone hanno invaso le piazze di Diyarbakir e dei centri minori per partecipare ai comizi dell’Hdp e gli attacchi a sedi e militanti politici non sembrano aver impaurito gli attivisti che hanno mantenuto viva la campagna elettorale nelle aree curde così come a Istanbul e Ankara.

Le difficoltà a cui dovranno andare incontro gli elettori delle opposizioni e gli elettori curdi in particolare sono, però, enormi. Lo spostamento dei seggi a decine di chilometri di distanza dalle sedi ufficiali (anche se, secondo la Suprema corte elettorale, non potranno essere a più di 5 km dal luogo originario), motivata ufficialmente dalla necessità di proteggere le urne elettorali da attacchi della guerriglia, è il primo dei problemi da affrontare. Il viaggio è costoso, molti dei votanti sono anziani e privi di mezzi e l’accesso alle aree di voto sarà controllato da check point.

Le provincie interessate da questo provvedimento dovrebbero essere 19, quasi tutte a maggioranza curda, e la volontà del governo di dissuadere il voto di questa parte di popolazione appare, nonostante le motivazioni ufficiali, più che evidente. A questo si aggiunga il provvedimento deciso solamente nei giorni scorsi secondo il quale saranno ritenute valide anche urne non vidimate che riportino, però, il timbro della Suprema corte e l’indicazione della provincia di provenienza.

Una norma di dubbia legittimità in un paese non nuovo ad accuse di brogli elettorali e di urne provenienti da provincie “ribelli” fatte scomparire. Esiste, inoltre, il diffuso timore delle conseguenze del voto. Il livello di violenza diffusa a cui si è assistito nelle ore immediatamente successive al fallito colpo di Stato e nei mesi seguenti è qualcosa difficile da dimenticare.

Quando gli osservatori elettorali internazionali lasceranno il paese essendo riusciti o meno a garantire la correttezza delle votazioni, i cittadini dello Stato di Turchia dovranno fare i conti con i risultati elettori e la popolazione curda rischia di trovarsi ancora una volta al centro del dibattito e, probabilmente, anche della repressione e della violenza.

Se le previsioni dovessero trovare conferma nei dati ufficiali e la coalizione guidata dai kemalisti del Chp riuscisse ad ottenere i voti necessari per una sfida a due con l’Akp di Erdogan, si prefigurerebbe un secondo turno di consultazioni dove l’Hdp, se dovesse superare la soglia, sarà il vero ago della bilancia.

Questo potrebbe significare, da un lato, maggiori aperture verso i curdi e verso l’Hdp per ri-direzionare il voto. Un processo che il candidato premier del Chp Muharrem Ince sembra aver già avviato con frequenti richiami alla questione curda e alla necessità di unione tra turchi e curdi durante i propri comizi. Dall’altro, però, i militanti e la popolazione curda potrebbero diventare l’obiettivo della propaganda e della repressione del governo attualmente in carica.

L’elettorato turco e curdo dell’Hdp sembra, però, essere convinto che, nonostante i possibili risvolti di una mancata vittoria al primo turno dell’Akp, la prospettiva contraria potrebbe configurare un quadro ancor più critico. Un rafforzamento del potere di Erdogan e del suo partito e l’esclusione dell’Hdp dal parlamento potrebbero portare alla marginalizzazione ancor maggiore delle opposizioni e al tentativo di silenziamento definitivo della voce curda nel paese.

Una prospettiva inaccettabile per chi, da decenni, lotta per ribadire i propri diritti come popolo e che viene combattuta oggi anche con il mezzo elettorale. Nena News

Il 20 giugno si è celebrata la Giornata Mondiale del Rifugiato: la nostra consueta rubrica del sabato è dedicata oggi ai profughi nel continente africano, flagellato da sfruttamento delle risorse, siccità e conflitti armati

Sud Sudan (Foto: Unhcr)

di Federica Iezzi

Roma, 23 giugno 2018, Nena News

Somalia
Senza un governo funzionante, le guerre di clan durano da decenni e gruppo terroristici attualmente controllano diverse fasce del paese. Il crollo del 1991 dell’allora governo somalo e la conseguente guerra civile hanno provocato centinaia di migliaia di rifugiati. Circa 500mila rifugiati somali sono fuggiti in Kenya, mentre quasi 250mila hanno trovato protezione in Etiopia.

In Kenya, la maggior parte di loro si è stabilita nell’ampio campo profughi di Dadaab, che è stato progettato per gestire solo 160mila rifugiati, ma attualmente ne ospita mezzo milione. Ci sono circa 100milarifugiati somali nel campo di Kakuma, oltre a circa 30mila rifugiati urbani nella capitale, Nairobi.

L’Etiopia è stato il principale paese di destinazione per i rifugiati somali nel 2012. Dal 2007, sei nuovi campi profughi sono stati aperti per accogliere la crescente popolazione di rifugiati somali in Etiopia, il maggiore dei quali rimane il Dollo Ado camp. Mentre la comunità internazionale continua a sostenere un governo debole, sia il Kenya che l’Etiopia stanno considerando il reinsediamento come una soluzione praticabile e duratura.

***

Sud Sudan

A causa della crescente violenza e del deterioramento della situazione politica in Sud Sudan, il numero totale dei rifugiati sud-sudanesi ha ora superato i due milioni. Si parla della più grande crisi di rifugiati in Africa e della terza più grande al mondo, dopo la Siria e l’Afghanistan.

Il 65% dei rifugiati sud-sudanesi ha meno di 18 anni, la maggioranza dei quali continua a cercare rifugio nella vicina Uganda che attualmente ospita più di un milione di rifugiati, di questi l’82% sono donne e bambini. In più almeno altri due milioni di civili sono stati costretti a lasciare le loro case, rimanendo all’interno del paese, nelle aree di Unity State e Upper Nile State.

***

Repubblica Democratica del Congo

Le gravi violenze nella Repubblica Democratica del Congo hanno portato a sfollamenti di massa, terreno fertile per un’enorme crisi alimentare con nuovi casi di malnutrizione acuta tra i bambini sotto i cinque anni. Nella regione del Kasai, oltre un milione di persone sono state sfollate a causa dei combattimenti che durano ormai da quasi due anni. E secondo le Nazioni Unite, oltre 650mila persone sono state costrette a fuggire dai violenti scontri nella provincia di Tanganica.

Gli scontri estremamente brutali tra gruppi armati hanno avuto conseguenze molto gravi per i civili di etnie diverse: numerosi sono i morti, i feriti e i traumatizzati. I villaggi sono stati bruciati e i campi distrutti. Gli effetti di questa esplosione di violenza sono ancora oggi molto visibili. La situazione rimane instabile e le violenze rischiano di riaccendersi in qualsiasi momento.

***

Repubblica Centrafricana

Nel 2013 a causa di scontri violenti tra la coalizione Séléka musulmana e la milizia anti-Balaka cristiana, centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini sono fuggiti disperatamente dalle loro case nella Repubblica Centrafricana, molti in cerca di rifugio nel vicino Camerun, nella Repubblica Democratica del Congo e nel Ciad. Gli anni che seguirono le violenze del 2013 portarono una transizione graduale verso la pace e la stabilità, ma il caos si scatenò nel giugno 2016.

Più di un milione di centrafricani sono stati costretti a fuggire. Quasi 550mila hanno cercato rifugio nei paesi limitrofi. La maggior parte dei rifugiati è fuggita in Camerun, mentre altri hanno trovato rifugio in Ciad e nel Sud Sudan. Più di 60mila civili sono arrivati ​​nella Repubblica Democratica del Congo dal maggio 2017. Altri 688mila sono stati costretti a lasciare le proprie case, ma rimangono sfollati all’interno del paese. Nena News

Tulkarem-PIC. Il portavoce delle forze d’occupazione israeliane (FOI) ha annunciato giovedì l’arresto di 40 lavoratori palestinesi mentre cercavano, senza permessi di lavoro, di attraversare il muro di apartheid tra la città di Tulkarem, in Cisgiordania, e la Palestina occupata nel 1948.

Ha aggiunto che i lavoratori sono stati visti e ripresi su dispositivi di sorveglianza tecnico. Sono poi stati tutti trasferiti in centri di investigazione.

Gaza-PIC e Quds Press. Venerdì, 35 palestinesi sono rimasti feriti e intossicati dai soldati israeliani, che hanno aperto il fuoco contro migliaia di persone che si sono radunate vicino alla barriera di confine tra Gaza e Israele per chiedere il ritorno alle loro case nella Palestina storica, secondo quanto ha dichiarato in una nota il ministero della Sanità palestinese.

Dal 30 marzo, quando i palestinesi hanno iniziato a organizzare manifestazioni di massa vicino alla barriera di sicurezza, 126 manifestanti sono stati uccisi e altre centinaia sono stati feriti dall’esercito israeliano.

Gaza-PIC. Venerdì mattina sono scoppiati degli incendi ad est dell’area militare di Nahal Oz, presumibilmente dopo che un palloncino infuocato è stato fatto volare da Gaza.

Alcune fonti ebraichhe hanno riferito che le squadre di pompieri hanno lavorato durante la mattinata per spegnere le fiamme nelle terre agricole di Moshav, ad est di Nahal Oz.

Ginevra-PIC. Gli esperti dell’ONU per i diritti umani hanno chiesto una risposta internazionale su larga scala alle enormi necessità di assistenza sanitaria delle persone che vivono nella Striscia di Gaza assediata, avvertendo che il settore sanitario è praticamente collassato.

E’ quanto contenuto in un recente rapporto di Michael Lynk, il relatore speciale per la situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati, e Dainius Puras, il relatore speciale per il diritto alla salute.

Il rapporto ha ricordato a Israele, in quanto potenza occupante, i suoi obblighi nei confronti della popolazione di Gaza e ha chiesto di facilitare il loro accesso all’assistenza sanitaria.

Secondo il loro rapporto, l’assistenza sanitaria a Gaza – già precaria a causa del blocco di 11 anni da parte di Israele e di periodi di non cooperazione da parte dell’Autorità Palestinese – è stata ulteriormente influenzata dall’elevato tasso di feriti dal fuoco dell’esercito israeliano contro i manifestanti di Gaza dalla fine di marzo.

“Siamo profondamente preoccupati da rapporti credibili che trattano delle migliaia di Gazawi feriti dal fuoco israeliano nelle ultime 12 settimane, che ha messo a dura prova il già sovraccarico sistema sanitario di Gaza fino al punto di rottura”, hanno detto gli esperti.

Il rapporto afferma che, secondo le statistiche del ministero della Sanità palestinese, quasi 8.000 manifestanti di Gaza sono stati ricoverati in ospedale, di recente, con oltre 3.900 feriti da pallottole. Molti hanno subito lesioni permanenti, tra cui amputazioni degli arti.

“È inaccettabile che a molti di coloro che richiedono cure, che non sono attualmente disponibili a Gaza, siano stati negati i permessi per accedere all’assistenza sanitaria fuori da Gaza”, hanno aggiunto gli esperti.

Delle 93 domande presentate dagli Gazawi alle autorità israeliane per accedere all’assistenza sanitaria in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, solo 24 sono state approvate. 49 sono state rifiutate e 20 sono ancora in sospeso. “Rifiutare l’accesso all’assistenza sanitaria urgente ai Gazawi gravemente feriti fuori della Striscia costituisce una violazione del diritto alla salute”,  hanno affermato gli esperti.

Secondo gli esperti, molti pazienti degli ospedali a Gaza sono stati dimessi anticipatamente per poter curare nuove feriti. Circa 6.000 interventi chirurgici sono stati posticipati. I farmaci essenziali e le cure chirurgiche specialistiche sono in via di esaurimento, e i servizi di riabilitazione a lungo termine sono messi a dura prova dai numerosi Gazawi con amputazioni degli arti e ferite gravi. L’impatto disabilitante sui feriti e l’onere finanziario che ricade su di loro, sulle loro famiglie e sui servizi sanitari di Gaza è enorme.

Mentre la raccolta internazionale di fondi ha messo insieme più di 6 milioni di dollari per soddisfare alcune delle necessità immediate, si devono ancora raccogliere quasi 13 milioni di dollari.

I fondi sono necessari per impiegare squadre mediche di emergenza, garantire cure pre-ospedaliere da squadre infortuni, acquistare farmaci necessari e migliorare i servizi riabilitativi per feriti.

“Questa somma è una frazione degli oltre 500 milioni di dollari richiesti per soddisfare i bisogni umanitari di Gaza e del resto dei Territori Palestinesi Occupati”, hanno detto gli esperti. “Esortiamo il mondo ad essere generoso”.

Gli esperti dell’ONU hanno lodato la risposta delle ONG internazionali e locali e delle agenzie dell’ONU alla crisi di Gaza. Hanno sottolineato il lavoro di queste organizzazioni per fornire la consegna tempestiva di equipe di assistenza sanitaria, medicinali, forniture mediche e dispositivi di assistenza.

“Gaza soffre di una crisi sanitaria a lungo termine. Il blocco israeliano, tre guerre devastanti, una divisione dannosa nell’unità palestinese e operatori sanitari mal retribuiti hanno fatto sì che la disponibilità di servizi medici e di letti in ospedale siano seriamente inadeguati a soddisfare le molte necessità sanitarie dei due milioni di Gazawi. Un misero approvvigionamento elettrico, una falda acquifera gravemente impoverita, l’incapacità di trattare le acque reflue e i più alti tassi di disoccupazione al mondo hanno solo intensificato la crisi socio-sanitaria”.

“Approviamo la richiesta del Segretario generale dell’ONU perché Israele ponga fine al blocco illegale e sia un partner attivo per consentire a Gaza di ricostruire la sua economia e rianimare il suo settore sanitario”, hanno detto gli esperti dei diritti umani. “Le risposte a breve termine all’attuale crisi sanitaria di Gaza devono andare di pari passo con passaggi decisivi per cambiare in positivo il futuro di Gaza.

“Oltre agli obblighi previsti dal diritto internazionale umanitario in quanto potenza occupante, Israele ha l’obbligo di rispettare e garantire i diritti umani a Gaza, incluso il loro diritto alla salute”.

Traduzione per InfoPal di Edy Meroli

Jerusalem light rail is part of master plan aimed at cementing Israel’s occupation of the city.

Culinary icon was more interested in people and politics than ingredients.

Hebron-PIC. Centinaia di coloni israeliani si sono uniti a un festeggiamento tenuto giovedì durante la notte nelle piazze della moschea di Ibrahimi, nella città di Hebron/al-Khalil.

Il direttore della moschea, Sheikh Hefdhi Abu Sneineh, ha detto che orde di coloni israeliani si sono radunate nelle piazze esterne del sito sacro islamico, prima di procedere con canti anti-arabi e danze.

Erano presenti decine di rabbini fanatici e il ministro della Sicurezza interna.

Abu Sneineh ha definito l’assalto “una flagrante violazione della santità della moschea e una provocazione alle masse musulmane”. Ha ritenuto il governo israeliano responsabile delle conseguenze dell’assalto, che fa parte dei tentativi israeliani di ebraicizzare i luoghi santi nei Territori palestinesi occupati.

Ha invitato l’UNESCO, tra gli altri organismi internazionali, a prendere misure urgenti in risposta a tali violazioni israeliane.

Local governments in Ireland, Spain, Chile and Italy have all endorsed BDS.

Ramallah-PIC.  Con l’Eid al-Fitr, ogni anno fervono i preparativi per la realizzazione dei biscotti in diverse parti della Cisgiordania. Il profumo dei biscotti proveniente dalle case è inebriante, si infiltra nei vicoli e nelle strade, conferendo all’Eid al-Fitr un profumo speciale.

La produzione e la lavorazione dei biscotti Eid nelle loro varie forme rappresenta una parte del folklore tradizionale, sia nei villaggi che nelle città della Cisgiordania. È diventato un mezzo di sostentamento per alcune famiglie bisognose alla luce delle difficili condizioni economiche.

Nella campagne i biscotti sono più diffusi; i villaggi sono più propensi a ereditare i costumi e le tradizioni rispetto alle città, offrendo i biscotti ai parenti e ai visitatori insieme ad altri dolci durante l’Eid.

Fonte di reddito. Fatima Farahna, della città di Huwara, prepara i biscotti Eid e Mamoul, non solo per la sua famiglia  ma anche per guadagnarsi da vivere e provvedere ai suoi figli.

“Il profumo è buono e delicato, ma le forme e i sapori variano da una casalinga all’altra e da un quartiere all’altro, a seconda della loro composizione e spezie utilizzate durante la lavorazione dei biscotti”.

Lei vende un chilo di biscotti per 30 shekel. “Ai clienti piacciono i miei biscotti perché si contraddistinguono per il buon sapore e il profumo, e ogni anno guadagno più di 2.000 dinari giordani dalla loro vendita”.

Opportunità di profitto. 

Ahmad Kafarneh, di Ramallah, dice che quest’anno ha preparato diversi tipi di biscotti Eid da vendere nel suo panificio e che l’Eid è un’opportunità per le vendite e i grossi profitti.

“I clienti acquistano ogni anno più biscotti perché le casalinghe sono sempre impegnate – afferma. La preparazione dei biscotti a casa richiede un’esperienza relativamente lunga, oltre che il tempo”.

Rana al-Natsheh, di Hebron, preferisce i biscotti preparati in campagna poiché le materie prime utilizzate sono migliori, come la farina locale, il finocchio e la noce moscata, freschi e senza l’aggiunta di sostanze chimiche.

“La preparazione dei biscotti Eid rappresenta una delle atmosfere festive più belle e ha un simbolismo speciale. È parte del folklore tradizionale che rappresenta felicità e gioia, nonostante la sua incompletezza a causa dell’occupazione israeliana e le uccisioni di persone giovani durante le marce pacifiche a Gaza”.

Antenati e biscotti.

L’anziana palestinese Rasmyia Abdul Aziz del villaggio di Qarawat Bani Zaid, a nord di Ramallah, ritiene che “le donne di oggi non sanno molto su ciò che eravamo solite fare in passato riguardo alle miscele e alla pasta dei biscotti Eid, soprattutto quando si cucinava sulla legna, il che rendeva  il tutto più squisito”.

Aggiunge che il modo in cui i biscotti sono preparati e cucinati gioca un ruolo importante per il loro particolare sapore, “non come le donne di oggi che comprano i biscotti pronti dai panifici, fornai o negozi. C’è una certa differenza tra i biscotti preparati in casa e quelli comprati nei mercati”.

Traduzione per InfoPal di Laura Pennisi

Continuano le proteste contro l’Autorità nazionale palestinese per le sue politiche anti-Hamas che colpiscono però la popolazione gazawi. Previste intanto per oggi nuove manifestazioni lungo il confine tra Israele e la Striscia

Il cartello recita in arabo: “Beirut, Betlemme e Amman con una voce dicono: ‘Togliete la sanzioni’ ” (Foto: MEE/Akram al-Wara)

della redazione

Roma, 22 giugno 2018, Nena News – Erano in piazza mercoledì sera in Cisgiordania, Libano e Giordania uniti dallo stesso slogan contro l’Autorità palestinese (Ap): “Togli le sanzioni” dalla Striscia di Gaza. Secondo gli attivisti, responsabile del peggioramento della già da tempo gravissima situazione umanitaria nella Striscia è Fatah, il partito del presidente palestinese Abbas. A maggio, infatti, l’Ap ha decurtato del 50% i salari dei suoi circa 50.000 impiegati pubblici senza aver dato loro alcun preavviso. La scorsa estate, invece, aveva smesso di pagare l’elettricità lasciando i gazawi con solo due ore di corrente elettrica al giorno (invece delle “normali” 8 ore). L’obiettivo è chiaro: rendere insostenibile le condizioni di vita nella Striscia così da scatenare una rivolta contro gli islamisti di Hamas che governano l’enclave assediata da Israele da oltre 10 anni.

A Betlemme 150 manifestanti hanno chiesto all’Autorità palestinese di porre fine alla sua rivalità con Hamas. “Chiediamo all’Ap che ridia [interamente] i salari ai dipendenti pubblici di Gaza, che tratti la gente di Gaza e della Cisgiordania come se fosse solo una cosa e che la smetta di combattere Hamas perché noi siamo un popolo solo” ha sintetizzato al portale Middle East Eye l’attivista 20enne Alaa al-Daya. Il governo dell’Autorità palestinese è stato però anche criticato per aver represso violentemente una simile manifestazione di solidarietà con Gaza lo scorso 13 giugno a Ramallah quando decine di agenti (molti dei quali in borghese) hanno disperso i manifestanti con gas lacrimogeni, bombe stordenti e manganelli.

Una repressione che ha scioccato non pochi palestinesi: “Ero a Ramallah [la scorsa settimana] e mia figlia è stata colpita. Quanto accaduto è stato orribile, inaccettabile da parte di qualunque potenza civile su questo pianeta. Sono delinquenti che si sono infiltrati all’interno di una protesta civile” ha detto Rehab Nazzal, un professore dell’università Dar al-Kalima. “L’Ap ha ignorato la volontà del popolo palestinese – gli ha fatto eco Nazzal, un altro manifestante – Tuttavia queste proteste stanno rompendo il silenzio. Siamo rimasti in silenzio per troppi anni”.

Sarà stato forse per il ginepraio di polemiche scatenate in seguito alla manifestazione del 13 giugno che l’altro ieri l’atteggiamento della polizia è stato molto diverso. Le forze dell’ordine, infatti, hanno distribuito bottiglie d’acqua ai manifestanti e hanno mantenuto un profilo più basso nel tentativo, denunciano alcuni attivisti, di provare a far dimenticare quanto accaduto a Ramallah la scorsa settimana.

A Beirut, invece, la protesta ha avuto luogo fuori l’ambasciata dell’Autorità palestinese. Qui alcuni dimostranti reggevano in mano un cartello: “Un popolo, un sangue, un organismo”. A distanza ravvicinata alcuni sostenitori di Fatah inscenavano una contromanifestazione (erano “migliaia” scrive, gonfiando i numeri, l’agenzia filo-governativa Wafa che pnon riporta il presidio anti-Ap). Ad Amman, si è riproposta una scena simile fuori la missione diplomatica dell’Autorità palestinese. Ma questi cortei, fanno sapere gli attivisti, non sono altro che un assaggio delle manifestazioni di domani che dovrebbero aver luogo in più località “sia dentro che fuori la Palestina”.

Indette intanto per oggi nuove manifestazioni di massa lungo le linee tra Gaza e il territorio israeliano in quello che è stato battezzato dai palestinesi come “Venerdì di solidarietà con i feriti”.

Dopo le preghiere islamiche del venerdì migliaia di gazawi dovrebbero raggiungere gli accampamenti di tende allestiti a breve distanza dalle barriere con Israele per ribadire la loro determinazione a spezzare il blocco israeliano.

La tensione è alta: Netanyahu ‎ha avvertito due giorni fa che se i palestinesi invieranno ancora “palloni incendiari” da Gaza ‎verso il territorio israeliano ‎ “il pugno di ferro dell’esercito colpirà con ‎potenza…Siamo pronti ad ogni scenario ed è meglio che i nostri nemici lo ‎capiscano e subito‎”.

Sono 133 i gazawi uccisi dall’esercito israeliano dallo scorso 30 marzo quando sono cominciate nella Striscia le manifestazioni popolari della “Grande marcia del Ritorno”. Oltre 13.000 i feriti. Nena News

Ramallah-PIC. Le forze d’occupazione israeliane (IOF) hanno demolito o sigillato 48 case palestinesi in Cisgiordania e Gerusalemme occupata dall’ottobre del 2015.

Il Centro per gli Studi e la Documentazione Abdullah Hourani ha informato che 43 case sono state demolite e cinque sigillate con calcestruzzo pronto, dall’ottobre del 2015, quando i palestinesi hanno iniziato l’Intifada di Gerusalemme nella Cisgiordania, a Gerusalemme e all’interno d’Israele.

Secondo le autorità israeliane, i proprietari delle case erano “coinvolti in attacchi anti-occupazione”.

Il centro ha affermato che le demolizioni ed il sigillo delle case fanno parte della politica di punizione collettiva israeliana contro i civili palestinesi che vivono sotto occupazione.

Accusata di aver speso quasi 100mila dollari dello Stato in pasti preparati da ristoranti a cinque stelle, la first lady rischia di trascinare nel baratro il marito anch’egli sotto inchiesta

di Michele Giorgio   il Manifesto

Gerusalemme, 22 giugno 2018, Nena News – A Sarah Netanyahu proprio non piacevano le pietanze preparate dal cuoco, pagato ‎dallo Stato, impiegato presso la residenza ufficiale di suo marito e primo ministro ‎di Israele, Benyamin Netanyahu. E per questa ragione, per diverso tempo, pur ‎avendo uno chef a disposizione ha ordinato pasti in ristoranti stellati spendendo ‎quasi 100mila euro del contribuente israeliano. Ci sono voluti anni per arrivarci e ‎alla fine i giudici hanno deciso di incriminarla per frode. Ora Sarah Netanyahu rischia il carcere ma può raggiungere un accordo con la magistratura se si dichiarerà colpevole e indennizzerà lo Stato restituendo la cifra indicata nell’atto di accusa.

Tuttavia l’ammissione di colpa avrebbe riflessi politici immediati per il marito, coinvolto in indagini per truffa, che ha sempre sostenuto di non aver mai ‎violato la legge e di essere vittima, assieme alla moglie, di una campagna mediatica ‎orchestrata dall’opposizione e dai suoi rivali per costringerlo a farsi da parte. ‎

‎ La moglie di Netanyahu, nota per impulsività ed arroganza nei confronti del ‎personale di servizio, è stata più volte accusata di ricercare a tutti i costi uno stile ‎di vita sontuoso con il denaro dei contribuenti e di intromettersi in affari di stato. ‎In passato però è sempre uscita indenne dalle indagini. Questa volta no e le ‎conseguenze del passo fatto dai giudici potrebbero rivelarsi pesanti. Assieme a lei è stato stato incriminato Ezra Saidof, un alto funzionario dell’ufficio del primo ministro addetto alla contabilità. Nell’atto di accusa, lungo una ventina di pagine, ‎si afferma che entrambi hanno agito per addossare allo Stato spese di gestione ‎della residenza del premier a Gerusalemme e di quella privata di Cesarea che non ‎erano previste dai regolamenti. Le casse statali avrebbero perciò finanziato uscite ‎non autorizzate.

«Accuse assurde e deliranti» replicano gli avvocati della first lady. ‎«È la prima volta al mondo che la moglie di un leader viene processata per ‎cibo offerto su vassoi usa-e-getta‎», ironizzano, sostenendo che la maggior parte ‎dei pasti non fu consumata dalla famiglia Netanyahu ma durante cene ‎diplomatiche. Aggiungono che la moglie del premier ‎«non è una dipendente ‎statale e non conosceva le procedure‎» per la gestione della residenza ufficiale del ‎primo ministro. Forse. Ma non tutto, insiste la procura, si è svolto in buona fede ‎come vorrebbero far credere gli avvocati.

La first lady e Seidof, riferiva ieri sera il ‎sito del quotidiano Haaretz, hanno fatto in modo da far apparire nei documenti ‎ufficiali il cuoco poco gradito come un operaio addetto alla manutenzione e non ‎uno chef, proprio per aggirare l’accusa di spendere inutilmente soldi pubblici per ‎acquistare pasti nei ristoranti.‎

Quello che è certo in queste ore è la preoccupazione di Benyamin Netanyahu, ‎sui carboni ardenti per una vicenda che potrebbe travolgerlo poiché egli stesso è ‎sotto la lente d’ingradimento di polizia e magistratura. ‎Nena News

 

Gerusalemme occupata-PIC. Il ministro israeliano della Sicurezza pubblica Gilad Erdan sta cercando di far avanzare un emendamento che darebbe alle forze di polizia israeliane che operano a Gerusalemme est l’immunità dalle cause palestinesi per i danni che provocano durante operazioni contro i cittadini di Gerusalemme.

Secondo la legge attuale, i soldati dell’esercito e la polizia di frontiera sono protetti dalle causa legali per danni o lesioni intentate dai palestinesi in Cisgiordania.

La legge in vigore garantisce anche protezione ai soldati dell’esercito che agiscono in aree tra la Linea Verde e la Gerusalemme occupata, ma non ai membri della polizia che possono essere citati in giudizio dagli arabi di Gerusalemme est per danni o lesioni causati durante incursioni in case o scontri con residenti locali.

L’emendamento di Erdan ha l’intenzione di fornire protezione legale a tutte le attività da parte della polizia comune e di quella di frontiera all’interno della Linea Verde, e di renderle anche immuni dalle azioni legali intentate dai residenti di Gerusalemme Est.

Pagine

Subscribe to Palestina Rossa aggregatore - Palestina

Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

PalestinaRossa newsletter

Resta informato sulle nostre ultime news!

Subscribe to PalestinaRossa newsletter feed

Accesso utente