Palestina

Il 25 e 26 febbraio si svolgerà a Istanbul “La Conferenza popolare dei Palestinesi all’estero”. Abbiamo rivolto alcune domande all’arch. Mohammad Hannoun, presidente dell’API-Associazione dei Palestinesi in Italia.

Che obiettivi ha e cosa vi aspettate da questa conferenza?

Mohammad Hannoun: “Si tratta della prima conferenza in quanto a numero di partecipanti attesi e rappresentanti palestinesi che giungeranno da tutti i continenti. Dall’Italia saranno presenti circa 40 Palestinesi, tra adulti e giovani, di prima e seconda generazione, e di appartenenze politiche e religiose differenti. Vogliamo dare più spazio alla diaspora, vogliamo che i milioni di Palestinesi che vivono fuori dalla Palestina siano coinvolti nella costruzione del futuro della nostra terra.

L’Olp è ridotta a una piccola azienda srl gestita da un gruppetto di persone. I fondi sono del popolo, non dei dirigenti. I Palestinesi della diaspora sono tantissimi e riteniamo che il compito delle nostre associazioni e organizzazioni non sia solo quello di promuovere progetti di solidarietà, ma anche di avere un ruolo attivo, anche politico, nelle decisioni fondamentali del popolo.

Vogliamo unire le forze della diaspora e la conferenza farà incontrare Palestinesi che vivono nei cinque continenti, musulmani, cristiani, laici, di sinistra e di destra. Saranno migliaia e migliaia di persone. Politici, attivisti, professionisti, studenti, lavoratori: è un grande patrimonio”.

L’ANP di Ramallah sarà presente?

M.H.: “No. Anzi, ci sta accattando. Vedono che ci stiamo muovendo per sostenere il popolo palestinese e i suoi diritti. Loro hanno sacrificato tutto: il popolo, il patrimonio, il territorio, il diritto al ritorno, per gli interessi di pochissimi e per mantenere i legami con gli occupanti, gli israeliani. Chi contrasta i loro piani, viene attaccato. Stanno lavorando contro gli interessi dei Palestinesi. E’ il prezzo concordato con i partner israeliani, è l’accordo affinché i dirigenti palestinesi possano spostarsi, gestire i capitali e il potere… In cambio devono reprimere le rivendicazioni popolari. E tutto questo, alla faccia dei Palestinesi morti e dei prigionieri che languono da anni nelle carceri israeliane.

La conferenza non è ancora iniziata e già sono partiti vari attacchi e tentativi di pressione sulla Turchia, che ci ospita. Questo significa che la Conferenza li spaventa perché sarà grandiosa, con risultati che se sfruttati nella direzione giusta, senza ripetere gli errori dell’OLP, della ripartizione in fazioni, porteranno in avanti la questione palestinese, a livello politico, economico, sociale. Si approfondiranno anche i contatti e rapporti con i governi occidentali.

E’ una conferenza intra-palestinese, per fare pressioni sull’OLP e sull’ANP. Diremo loro: ‘O voi ci ascoltate e vi rendete disponibili a ristrutturare l’OLP in modo che all’interno ci siano tutte le forze politiche, altrimenti il popolo prenderà l’iniziativa”.

Riunire la Diaspora, darle più voce in capitolo, costruire progetti politici unitari… Quali altri obiettivi si pone la Conferenza?

M.H.: “Quello di riconoscere l’OLP come legittimo rappresentante, ma a condizione che tutte le forze politiche ne facciano parte, altrimenti non è rappresentativa. Vogliamo costruire una posizione unitaria del popolo palestinese della diaspora: infatti sarà presente tutto l’arco politico nazionale. Riteniamo che  quest’anno sia un anno simbolo, a 100 anni dalla dichiarazione Balfour, a 50 anni dalla Naksa: questa conferenza sarà un punto di svolta nella nostra causa nazionale”.

Altre info: In preparazione a Istanbul la Conferenza popolare della Diaspora palestinese

Popular Conference of Palestinians Abroad

Palestinian heritage to figure prominently in Istanbul conference

Ma’an. Le prove storico-empiriche, combinate con un pizzico di buon senso, sono abbastanza per raccontarci il tipo di opzioni future che Israele ha in serbo per il popolo palestinese: l’apartheid perpetuo o la pulizia etnica, o forse un mix delle due.

L’approvazione della “Legge di regolarizzazione” del 6 febbraio è tutto ciò di cui abbiamo bisogno per immaginare il futuro prospettato da Israele. La nuova legge permette al governo israeliano di riconoscere retroattivamente gli avamposti ebraici costruiti, senza alcun permesso ufficiale, sui terreni privati palestinesi.

Tutti gli insediamenti, sia quelli riconosciuti ufficialmente che quelli non autorizzati, risultano non rispettare le regolamentazioni internazionali. Il verdetto è stato trasmesso numerose volte dalle Nazioni Unite e, più recentemente, pronunciato con chiarezza inequivocabile durante la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza 2334 delle Nazioni Unite.

La risposta di Israele è stato l’annuncio della costruzione di oltre 6000 nuovi edifici, che saranno costruiti lungo i territori della Palestina occupata. Oltre alla realizzazione di insediamenti nuovi di zecca (i primi negli ultimi vent’anni), la nuova legge spiana la strada all’annessione di grandi aree della Cisgiordania occupata.

Indubbiamente, la nuova norma è soltanto la goccia che ha fatto traboccare il vaso nella questione della soluzione bilaterale, ma questo poco importa, o comunque non è mai importato ad Israele. La discussione sulla soluzione non è che uno specchietto per le allodole, per quel che possa interessare ad Israele. Tutte le “trattative di pace” e l’intero “processo di pace”, anche quando era al suo apice, raramente hanno rallentato i bulldozer israeliani, né tantomeno hanno rallentato la costruzione di ulteriori “case per gli ebrei” o messo fine all’incessante pulizia etnica nei confronti dei palestinesi.

Nello scrivere a “Newsweek”, Diana Buttu ha descritto come il processo di costruzione degli insediamenti sia sempre accompagnato dalla demolizione delle case palestinesi. 140 strutture palestinesi sono state demolite dall’inizio del 2017, stando ai dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari nei Territori Occupati.

Da quando Donald Trump ha fatto giuramento, Israele si è sentita libera dal suo obbligo di utilizzare giri di parole. Per decenni, gli ufficiali israeliani hanno sentitamente parlato di pace, ma hanno poi fatto qualsiasi cosa in loro potere per ostacolarne il raggiungimento. Ad oggi, semplicemente non se ne interessano. Periodo.

Hanno perfezionato il loro gioco di equilibri solo perché hanno dovuto farlo, perché Washington si aspettava che loro lo facessero, anzi, lo ha espressamente chiesto. Ma Trump aveva dato loro carta bianca: fate come credete; gli insediamenti non sono un ostacolo alla pace; Israele è stato “trattato molto, ma molto ingiustamente” e io correggerò questa ingiustizia storica, e via dicendo.

Quasi subito dopo l’insediamento di Trump al governo, il 20 gennaio, tutte le maschere sono cadute. Il 25 gennaio il vero Benjamin Netanyahu è riapparso, facendo interamente cadere i suoi giochetti e dichiarando con un’invidiabile sfrontatezza: “Stiamo costruendo e continueremo a costruire” insediamenti illegali.

Che altro c’è da dire su Israele arrivati a questo punto? Niente. L’unica soluzione di cui importa ad Israele è quella che egli stesso propone, costantemente supportata dal cieco appoggio degli Stati Uniti, dall’inutilità dell’Europa e da sempre imposta ai palestinesi e agli altri Paesi arabi anche con la forza, se necessario.

I guardiani della grande farsa della soluzione bilaterale, i quali scaltramente hanno modellato il “processo di pace” e hanno fedelmente obbedito ad Israele, adesso sono sorpresi. Sono stati smascherati dai terribili piani di Israele che ha esposto di petto la sua “soluzione”, non lasciando ai palestinesi che la scelta tra assoggettamento, umiliazione o prigione.

Jonathan Cook ha ragione. La nuova legge è soltanto il primo passo verso l’annessione della Cisgiordania o, per lo meno, di gran parte di essa. Un piccolo numero di avamposti è stato legalizzato, ma hanno bisogno di essere fortificati, (“naturalmente”) estesi e protetti. L’occupazione militare, durata effettivamente 50 anni, non sarà più temporanea e reversibile. Il diritto civile continuerà ad essere applicato agli ebrei nei territori della Palestina occupata, mentre la legge militare ai restanti palestinesi.

Questa è la vera definizione di apartheid, nel caso in cui ve lo steste chiedendo.

Per andare incontro alla “necessità di sicurezza” degli insediamenti, saranno costruite più strade principali “esclusivamente per ebrei”, saranno eretti più muri, vi saranno più varchi divisori per tenere i palestinesi lontani dalla loro terra, sorgeranno più scuole e altre risorse primarie, ma anche più posti di blocco, più sofferenza, più dolore, più rabbia e anche più violenza.

Questo è il punto di vista di Israele. Anche in Trump sta crescendo un sentimento di frustrazione dovuto alla sfacciataggine e all’audacia di Israele. Si è appellato ad Israele durante un’intervista al giornale “Israel Hayoom” esortandolo ad “essere ragionevole nel rispetto della pace”.

“Ci sono ancora così tanti spazi inutilizzati e ogni volta che si costruiscono nuovi insediamenti tali spazi vengono meno”, ha dichiarato Trump, il quale sta facendo marcia indietro circa le promesse fatte sullo spostamento dell’ambasciata degli Stati Uniti, l’espansione incontrollata degli insediamenti e altro ancora, poiché ha realizzato che Netanyahu e i suoi sostenitori americani lo hanno, dapprima, spinto su un precipizio e, adesso, gli stanno anche chiedendo di saltare.

Importa ben poco, tuttavia, se Trump tiene duro con la sua posizione estremamente pro-Israele o regredisce verso una linea di accondiscendenza simile a quella del suo predecessore, Barack Obama; la realtà difficilmente cambia – solo ad Israele, in sostanza, è concesso di influenzare gli esiti.

L’approvazione del progetto di legge da parte dei legislatori israeliani, invece, rappresenta la fine di un’era. Abbiamo raggiunto il punto in cui possiamo apertamente dichiarare che il famigerato “processo di pace” è stato solo un’illusione sin dal principio, dal momento che Israele non aveva alcuna intenzione di cedere i territori occupati della Cisgiordania, e tanto meno la Gerusalemme est, ai palestinesi.

In tutto ciò la leadership palestinese ha ben poco di cui essere rimproverata.

Il più grande errore che la questa ha commesso (al di là della sgraziata mancanza di unità) è stato quello di fidarsi degli Stati Uniti, la spalla forte di Israele, nella gestione del “processo di pace”, concedendo ad Israele tempo e risorse per terminare i suoi progetti colonizzatori e continuare, quindi, a distruggere i diritti dei palestinesi e le loro aspirazioni politiche.

Tornando sempre sugli stessi passi, usando lo stesso linguaggio e cercando la salvezza attraverso l’obsoleta “soluzione dei due Stati” non si otterrà altro che un ulteriore spreco di tempo e di energie.

Le opzioni proposte da Israele, sebbene umilino i palestinesi, possono essere lette diversamente. Invece, l’ostinazione di Israele sta adesso lasciando ai palestinesi (e agli israeliani) un’unica via d’uscita: la cittadinanza ugualitaria in un unico Stato, altrimenti si procederà ad un terrificante apartheid o, peggio, alla pulizia etnica.

Usando le parole dell’ex Presidente Jimmy Carter, “Israele non troverà mai la pace fino a che non permetterà a palestinesi di esercitare i loro fondamentali diritti umani e politici”.

La “concessione” di Israele, tuttavia, tarda ad arrivare, lasciando alla comunità internazionale la responsabilità morale di esigerla.

Traduzione di Giusy Preziusi

Photographs from West Bank and Golan Heights mislabeled as showing Israel.

The Palestinian Bedouin community is located in the central West Bank, an area the Israeli government has long sought to seize.

Valle del Giordano – PIC. Circa 150 coloni israeliani hanno invaso la regione di Umm Ka’bah, nella valle del Giordano, a nord della Cisgiordania occupata, sabato 18 febbraio.

Fonti locali hanno dichiarato a PIC che decine di coloni israeliani sono entrati nella zona protetta dalle forze di occupazione israeliane.

I coloni hanno cantato inni religiosi durante il raid, aggiungono le fonti locali.

Irruzioni simili sono state recentemente segnalate nella regione, destando paura tra gli abitanti di un nuovo piano israeliano di espansione delle colonie a discapito delle terre palestinesi.

Traduzione di Daniela Minieri

Israeli forces physically assault demonstrators commemorating the 1994 Ibrahimi Mosque Massacre in Hebron.

Le forze armate hanno fatto irruzione ieri presso la comunità beduina vicino a Gerusalemme. Rischia di essere rasa al suolo anche la Scuola di Gomme costruita nel 2009 dalla ong Vento di Terra e dal gruppo Arcò

Scuola di Gomme

della redazione

Roma, 20 febbraio 2017, Nena News – Le forze armate israeliane hanno fatto ieri irruzione presso la comunità beduina di Khan al-Ahmar nel nord est di Gerusalemme per consegnare ordini di demolizione per 40 case. Rischia di essere demolita anche la Scuola di Gomme costruita nel 2009 dalla ong Vento di Terra e dal gruppo Arcò (Architettura e cooperazione). La notizia è stata confermata anche dal Cogat (il Coordinamento delle attività governative nei Territori) che è responsabile delle implementazione delle politiche israeliane nella Cisgiordania occupata palestinese. Un suo portavoce, infatti, ha detto che “ordini di fine costruzione” sono stati rilasciati per un numero (non specificato) di edifici a Khan al-Ahmar e saranno eseguiti “secondo le direttive dello stato [israeliano] e le richieste certificazioni legali”. La risposta delle autorità palestinesi non si è fatta attendere: il ministro dell’istruzione Sabri Saydam ha denunciato il blitz alla “Scuola di Gomme” descrivendolo come una “procedura sistematica e violenta”.

Non è la prima volta che le autorità minacciano di demolizione la scuola. Lo scorso agosto, infatti, dopo che si erano diffuse notizie di una sua chiusura per ordine dell’ufficio del primo ministro, la Corte Suprema israeliana ordinò allo stato d’Israele di fornire una opinione formale sulla scuola. A ottobre poi Tel Aviv ha deciso di rimandare la decisione di quattro mesi. Ora che il tempo previsto è scaduto, non è chiaro cosa accadrà alla struttura scolastica. All’agenzia di stampa palestinese Ma’an, il ministero di giustizia israeliano ha fatto sapere che esaminerà il caso con attenzione.

Secondo l’ong israeliana “Rabbini per i diritti umani” – che dà supporto legale alla comunità di Khan al-Ahmar  – Israele non avrebbe preso ancora una decisione definitiva perché è consapevole delle pesanti critiche internazionali che riceverebbe nel caso in cui la scuola venisse demolita.

A denunciare il raid israeliano è Vento di Terra. “All’alba di stamattina [ieri, ndr] – si legge in un comunicato della ong italiana – i militari israeliani hanno fatto irruzione nella Scuola di Gomme. La scuola, sotto minaccia di demolizione, è stata circondata e un blocco militare è stato imposto su tutto il villaggio beduino di al Khan Al Ahmar. Alunni e insegnanti non hanno potuto accedere alle classi. 3 famiglie hanno ricevuto ordini di demolizione per le loro abitazioni che dovranno lasciare entro 5 giorni”. L’organizzazione italiana chiede pertanto “a tutti coloro che intendono difendere la Scuola di Gomme e il diritto all’educazione dei suoi alunni di aderire all’appello pubblicato su change.org”. L’invito è ad agire subito: “Sono gli ultimi giorni per farlo!”

Ma ad essere sotto attacco è una intera comunità che, come in altri casi simili, è sotto minaccia di trasferimento. L’obiettivo di Tel Aviv – già da tempo avviato– è quello di costruire centinaia di case per soli ebrei negli insediamenti del “corridoio E1” in modo tale da dividere la Cisgiordania in due tronconi impedendo nei fatti la creazione di uno stato palestinese. Nena News

Change.org. All’alba del 19 febbraio, i militari israeliani hanno fatto irruzione alla Scuola di Gomme. La scuola, sotto minaccia di demolizione, è stata circondata e un blocco militare imposto su tutto il villaggio beduino di Al Khan Al Ahmar. Alunni e insegnanti non hanno potuto accedere alle classi. 3 famiglie hanno ricevuto ordini di demolizione sulle loro abitazioni, che dovranno lasciare entro 5 giorni.

Il Ministro per l’Educazione palestinese Sabri Saydam ha subito richiamato la necessità di azioni urgenti a protezione della Scuola di Gomme e del diritto all’educazione dei bimbi beduini.

Chiediamo a tutti coloro che intendono difendere la Scuola di Gomme e il diritto all’educazione dei suoi alunni di aderire e far girare il più possibile l’appello pubblicato su Change.org. Sono gli ultimi giorni per farlo!

CHI DEMOLISCE UNA SCUOLA, DEMOLISCE IL FUTURO!

Qui il link ad un articolo di Ma’an News sull’accaduto:
https://www.maannews.com/Content.aspx?id=775539

In una nota l’esercito israeliano ha fatto sapere che due missili sono caduti oggi nell’area di Eshkol (nord ovest del Neghev) senza causare né danni né feriti. Ieri l’agenzia Amaq dell’autoproclamato “Stato Islamico” aveva fatto sapere che quattro jihadisti erano stati uccisi sabato da un drone israeliano

Miliziani della “Provincia del Sinai”

della redazione

Roma, 20 febbraio 2017, Nena News – Due razzi lanciati oggi dalla Penisola del Sinai hanno colpito il sud d’Israele senza causare danni, né feriti. Secondo una nota dell’esercito israeliano, i missili sono caduti nell’area del Consiglio regionale di Eshkol (nella parte nord occidentale del Neghev).

L’attacco giunge il giorno dopo che l’agenzia Amaq dell’autoproclamato Stato Islamico (Is) ha riferito che un drone israeliano ha ucciso sabato quattro jihadisti della “Provincia del Sinai” (gruppo affiliato all’Is) mentre viaggiavano in macchina non lontano da Rafah (vicino alla Striscia di Gaza). Secondo l’agenzia, le vittime progettavano di lanciare missili contro lo stato ebraico. Ieri, inoltre, l’esercito egiziano ha fatto sapere di aver scoperto e distrutto un “tunnel centrale” che collega il Sinai con Rafah (nel sud della Striscia) utilizzato da un non specificato “gruppo terrorista”.

L’attacco di stamane contro il territorio israeliano – compiuto (sembrerebbe) da jihadisti affiliati all’Is – non sarebbe una novità nell’ultimo periodo. Due settimane fa la “Provincia del Sinai” aveva rivendicato il lancio di una serie di missili contro la cittadina di Eilat (sud d’Israele). Anche allora non si contarono né danni né feriti. Nell’ultimo mese la situazione appare molto tesa nel territorio a confine tra Egitto e stato ebraico: lo scorso 25 gennaio infatti, in occasione del sesto anniversario della rivoluzione egiziana, il governo israeliano ha avvisato i suoi cittadini di possibili “attacchi terroristici” nella Penisola del Sinai. Un’area che è spesso teatro di attacchi sanguinosi contro le forze armate egiziane. Soprattutto da quando l’attuale presidente egiziano al-Sisi ha deposto nel 2013 con un golpe militare il presidente legittimamente eletto dei Fratelli Musulmani Mohammed Morsi. Nena News

Gerusalemme occupata˗PIC, Quds Press. Domenica le autorità dell’occupazione israeliana hanno notificato la demolizione e l’evacuazione di circa 40 strutture beduine palestinesi a est della Gerusalemme occupata.

Jamil Hamadein ha riferito all’agenzia news al-Quds Press che domenica mattina numerosi veicoli militari, nonché i membri dell’amministrazione civile israeliana, hanno fatto irruzione nel villaggio beduino di Khan al-Ahmar e l’hanno dichiarato “zona militare chiusa”.

Hamadein ha dichiarato che lo staff dell’amministrazione civile hanno consegnato alle famiglie palestinesi del villaggio 40 ordini di demolizione per strutture abitative, stalle per pecore, una scuola e una moschea con il pretesto di costruzione senza licenza.

Sabri Saydam, ministro dell’Educazione e dell’Educazione superiore palestinese, ha dichiarato in un comunicato stampa che i funzionari israeliani hanno fatto irruzione nella scuola di Khan al-Ahmar, che serve numerose comunità beduine nella periferia della Gerusalemme occupata, hanno minacciato di demolirla o di rimuovere alcune aule e hanno bloccato l’accesso a insegnanti e studenti. Ha aggiunto che questa procedura fa parte di una serie di attacchi sistematici contro la scuola.

Saydam ha invitato le istituzioni e le organizzazioni internazionali a “intervenire immediatamente per fermare queste pratiche disumane, proteggere il processo educativo, assicurare il diritto a un’educazione sicura e porre un limite alle politiche razziste di Israele e alle sue decisioni arbitrarie”.

“Terremo vivo il processo educativo”, ha aggiunto. “I nostri studenti studieranno nei caravan, nelle tende e sotto gli alberi. Le nazioni del mondo libero e le istituzioni internazionali devono aiutarli a ottenere i propri diritti”.

Le Autorità israeliane cercano di cacciare decine di famiglie palestinesi dalle comunità beduine a est della Gerusalemme occupata, come preludio all’espansione degli insediamenti israeliani nella regione, specialmente della colonia di Ma’ale Adumim, costruita sulle terre dei paesi di al-Eizariya e Abu Dis.

Traduzione di F.G.

A cura di Parallelo Palestina

I BAMBINI E LA GUERRA

info: https://www.facebook.com/events/1111120242333672/#

I disegni sono stati realizzati da bambini palestinesi, di età compresa tra i 4 e i 15 anni, e da bambini italiani compresi tra i 6 e i 10 anni . Lo scopo della mostra è far “raccontare” ai bambini la loro esperienza attraverso le loro “opere”, perché, come spiegano gli autori, “i disegni dei bambini ci raccontano molte cose”.
Spesso psicologi e pedagogisti si servono del disegno per esplorare gli aspetti profondi della personalità infantile, le proiezioni del mondo interiore, le dinamiche di relazione. “In questa mostra – spiegano – il disegno viene invece utilizzato come un modo di ‘raccontare’, da parte dei bambini, la loro esperienza, diretta o indiretta, sulla guerra”.
I disegni dei bimbi di Gaza, che hanno vissuto negli ultimi mesi l’esperienza della guerra e dei bombardamenti, raccontano la realtà del conflitto e compongono tanti quadri che denunciano le ingiustizie e le violenze, traumi non solo individuali ma anche collettivi. “Sono disegni che reclamano il rispetto dei diritti umani – Raccontano anche desideri ed aspettative future che per ora possono solo immaginare, come il desiderio di avere una casa, una quotidianità e una società più giusta”.
Ai bambini delle scuole primarie dei circoli “Silvestro dell’Aquila” e “Galileo Galilei” è stato chiesto di immaginare la guerra e di rappresentarla attraverso il disegno.
“I disegni contengono materiali e contenuti che tra mass media, senso comune e forme di gioco infantile i bambini assimilano dall’ambiente: la guerra spettacolarizzata, la guerra ‘giocata’, la guerra come fiaba, talvolta l’idea di guerra che la narrazione storica racconta a scuola. Si tratta sempre e comunque di una realtà lontana, scarsamente collocata in uno spazio geografico e in un tempo reali”…

Museo Diocesano di Milano 21-26 febbraio dalle 10.00 alle 18.00

La mostra fa parte della settimana
RESTIAMO UMANI
https://sites.google.com/site/parallelopalestina/restiamo-umani

Le operazioni sono iniziate ieri: le truppe irachene, coperte dai raid della coalizione internazionale a guida Usa, sono avanzate nei villaggi vicini all’aeroporto. In visita oggi a Baghdad, il Segretario alla Difesa statunitense Mattis ha promesso: “non prenderemo il petrolio iracheno”

della redazione

Roma, 20 febbraio 2017, Nena News – È iniziata ieri l’offensiva dell’esercito iracheno per la conquista della parte occidentale di Mosul ancora sotto il controllo dell’autoproclamato Stato Islamico (Is). Ad annunciare il via alle operazioni è stato il premier Haider al-Abadi sulla tv nazionale. Usando l’acronimo arabo invece di Is, il primo ministro ha detto che le forze irachene si stanno movendo “per liberare per sempre il popolo di Mosul dall’oppressione di Daesh e dal terrorismo”. “Questa è l’ora zero, stiamo per terminare questa guerra, se Dio vuole” gli ha fatto poi eco l’ufficiale iracheno Mahmoud Mansour impegnato in queste ore in prima linea nei combattimenti.

Baghdad aveva dichiarato Mosul est “completamente liberata” lo scorso mese dopo tre mesi di combattimenti violenti. Ciononostante, la situazione è tutt’altro che pacificata anche in quest’area: nella sola giornata di ieri si sono registrati due attacchi suicidi. Un portavoce militare dell’esercito iracheno, il Brigadier Generale Yahya Rasoul, ha confermato gli attentati (rivendicati subito dall’Is) e ha detto che il loro obiettivo sono state, nel primo caso, le tribù sunnite alleate di Baghdad dispiegate nel quartiere di Zihoour e, nel secondo, le truppe irachene presenti nell’area di Nabi Yunis. Non è chiaro però quante persone siano rimaste uccise. Secondo alcuni ufficiali che hanno preferito restare anonimi, il primo attacco avrebbe causato l’uccisione di un combattente sunnita e il ferimento di nove persone, mentre nel secondo attentato sarebbero rimasti feriti cinque soldati.

L’offensiva iniziata ieri è molto complessa: la zona occidentale di Mosul infatti ha strade strette ed è densamente popolata. Il rischio per i civili è altissimo: le Nazioni Unite hanno già detto che centinaia di migliaia di civili intrappolati nell’area sud ovest della città si trovano “a rischio estremo” e hanno a disposizione scarse quantità di cibo, acqua, carburante ed elettricità. Le operazioni militari hanno fatto registrare primi incoraggianti successi per il governo al-Abadi: le truppe irachene hanno ripreso il controllo di 15 villaggi occupati nel 2014 dall’Is. Un alto ufficiale delle Forze di risposta rapida del Ministero degli interni, Abbas al-Juburi, ha riferito ieri alla stampa che i militari, guidati dalle unità della polizia federale, sono avanzati senza incontrare significativa resistenza nei villaggi a sud di Mosul in direzione dell’aeroporto. Un altro reparto dell’esercito, fa sapere il ministero degli interni, si sarebbe mosso invece verso il villaggio di Bakhira, sempre nell’area sud ovest della città. Le operazioni di terra stanno avvenendo anche grazie alla copertura aerea della coalizione internazionale a guida statunitense che nella sola giornata di sabato ha compiuto in città nove raid contro il “califfato”.

Un ruolo di primo piano nell’offensiva anti-Is lo stanno svolgendo anche le truppe speciali americane che, secondo quanto ha riferito il Comando centrale Usa, sono impegnate direttamente nelle operazioni belliche in sostegno delle truppe irachene. Accanto al numero (per ora imprecisato) di combattenti a stelle e strisce, non va dimenticato che diverse migliaia di militari statunitensi (oltre 5.000) sono presenti sul territorio iracheno per fornire sostegno logistico e addestramento alle truppe locali.

A confermare la presenza americana nei combattimenti è stato ieri anche il Segretario alla Difesa Usa Jim Mattis. Nel corso di una visita a sorpresa compiuta oggi in Iraq, Mattis ha poi provato a tranquillizzare gli iracheni: contraddicendo il presidente Donald Trump, l’alto ufficiale statunitense ha dichiarato che “gli Usa non intendono prendersi il petrolio iracheno”. “Penso che tutti noi in questa stanza e tutti noi in America – ha aggiunto – paghiamo il nostro gas e il petrolio e sono sicuro che continueremo a farlo nel futuro”. Le parole di Mattis stridono con le intenzioni di Trump il quale, sia durante la sua campagna elettorale che nel corso di un incontro avuto lo scorso mese alla Cia, aveva usato tutti altri toni. Parlando all’Intelligence, il neo presidente era stato infatti chiaro: “le spoglie appartengono al vincitore, pertanto dovremmo mantenere il petrolio”.

Trump ha però anche ribadito che sconfiggere l’Is è una priorità della sua amministrazione. Un impegno riconfermato anche durante il suo discorso d’insediamento alla Casa Bianca quando ha promesso che sradicherà “completamente il terrorismo islamico dalla faccia della terra”. Parole che hanno avuto una prima applicazione concreta lo scorso 28 gennaio quando ha dato a Mattis e a 30 alti ufficiali statunitensi l’ordine di presentare entro 30 giorni un piano anti-Is sia in Iraq che in Siria.

Mattis, per ora, preferisce temporeggiare affermando che non discuterà con gli alleati iracheni di questioni specifiche. L’obiettivo, afferma, è raccogliere prima informazioni. Negli ambienti militari statunitensi le operazioni sul tavolo sono innanzitutto addestrare e sostenere maggiormente le truppe locali e i gruppi siriani “moderati” aumentando nello stesso tempo il lavoro d’intelligence. Il Pentagono preme anche per avere più libertà nel decidere le modalità di lotta al califfato. In Siria, ad esempio, c’è chi suggerisce di mandare altre truppe americane (tra cui anche unità di combattimento) soprattutto in vista di un imminente assalto su Raqqa, la “capitale” siriana dello Stato Islamico. Un’altra questione al momento in stand by è poi se offrire armi e veicoli ai curdi siriani e se poterli addestrare. Da un lato, infatti, le Ypg curde si sono rivelate di gran lunga la forza migliore e più affidabile per sconfiggere l’Is. Dall’altro, però, ci sono le proteste rumorose della Turchia, alleato chiave Usa e della Nato, che le considera un gruppo terroristico.

Mentre prosegue l’offensiva nella zona ovest di Mosul, le Nazioni Unite lanciano l’allarme per i civili rimasti intrappolati in città. Secondo il Palazzo di Vetro quasi la metà dei negozi alimentari è chiusa, i prezzi del cherosene e del gas da cucina sono aumentati a dismisura e molte famiglie starebbero bruciando pezzi di legno, mobili, plastica e immondizia per riscaldarsi. “La situazione è angosciante” ha commentato laconicamente Lise Grande, coordinatrice umanitaria per l’Iraq dell’Onu. Secondo le agenzie umanitarie tra i 250.000 e i 400.000 civili potrebbero scappare dalla città a causa dell’offensiva. L’Onu ritiene che 750.000 persone siano ancora nella zona occidentale di Mosul. Nena News

 

 

Ramallah-PIC. Lunedì mattina un civile palestinese 58enne è stato dichiarato morto dopo essere stato investito da un’auto israeliana nei pressi dell’insediamento di Mudi, a Ramallah.

Malik Abu Khalil, membro del consiglio del villaggio di Kherbatha al-Misbah, ha riferito che il cittadino palestinese Husni Jaber Daraj è stato ucciso nell’attacco automobilistico di un colono israeliano mentre andava a lavoro, nei territori occupati nel ’48.

Il colono israeliano è fuggito dalla scena e nessun poliziotto israeliano si è presentato sul luogo per inseguire l’assassino.

Numerosi palestinesi sono stati uccisi o mutilati durante gli attacchi automobilistici compiuti dai coloni israeliani residenti nei territori palestinesi occupati.

Le autorità dell’occupazione israeliana dichiarano che questi attacchi sono “semplici incidenti stradali”.

Traduzione di F.G.

Espressione culturale concepita nel 2009 ad Amman ed indirizzata ai giovani, il progetto implica una diversa modalità di costruzione del rapporto con se stessi in modo da poter affrontare le sfide connaturate all’età. Ogni sorta di sperimentazione e pratica avviene lungo le forme espressive del teatro

di Cecilia D’Abrosca

Roma, 20 febbraio 2017, Nena News – NnaMaher Kaddoura è il fondatore del New Think Theater, espressione culturale e modello di innovazione della capitale della Giordania, indirizzato ai giovani, allo scopo di orientarli durante la crescita e rinforzare i tratti della personalità. L’idea originaria che fa da linea guida all’azione del New Think, viene concepita nel 2009, da allora l’evoluzione e la diffusione capillare dell’iniziativa appaiono inarrestabili.

Durante uno degli ultimi incontri, avvenuto in una università pubblica di Amman, la partecipazione ha coinvolto enormemente gli studenti, al punto da spingere a fare una stima dei partecipanti dell’anno appena trascorso, e ritenere che, oltre duecentomila persone hanno assistito ai dibattiti organizzati in seno al New Think. L’impronta del progetto, avente un programma a lungo termine, implica una diversa modalità di costruzione del rapporto con se stessi in modo da poter affrontare le sfide connaturate all’età.

Coloro i quali lavorano al New Think, canalizzano ogni sorta di sperimentazione e pratica lungo le forme espressive del teatro e di un festival istituito ad hoc, predisponendo, dunque, forme di interazione tra Cultura e Educazione. L’intenzione manifesta è, di voler ricalcare le orme del Teatro greco antico, riportando in luce la funzione pedagogica che questo esercitava nei confronti dei cittadini, senza alcuna distinzione di ceto sociale.

Il New Think, nelle forme del New Think Theater e Festival è predisposto in modo che i parlanti condividano con gli studenti le loro esperienze di vita, attraverso un linguaggio colloquiale e comprensibile. Durante il “racconto” i protagonisti dovrebbero essere abili a ripercorrere i momenti chiave della loro vita e far riflettere i loro interlocutori sul fatto che, qualunque cosa accada nella vita, a prescindere dalla complessità della situazione, deve prevalere la fiducia e la motivazione a superare le prove più impegnative. Rendere partecipi gli studenti, nell’ottica del progetto educativo, funge da stimolo, e sprona i ragazzi a fare le proprie scelte con responsabilità.

La presenza dell’ospite che si racconta, deve essere da monito e spingere a pensare: “Sì, ce l’ha fatta”, dal momento che l’obiettivo comunicativo dev’essere quello di lasciare una impressione positiva al pubblico (com’è avvenuto nella ultima occasione in cui il partecipante era una persona disabile, autore di un libro). Molti altri, invece, illuminano i giovani descrivendo loro l’emozione nella scoperta di una passione e nella decisione di portarla avanti.

Ogni discussione prende forma all’interno di un teatro dove la messa in scena vede la vita altrui, di fronte ad una platea di studenti cui è richiesta una partecipazione attiva. Il New Think Theater è un canale educativo itinerante che raggiunge le università e gli istituti superiori che predispone occasioni di confronto e scambio diversificate; è assimilabile ad una piattaforma di conoscenza che guida per la comunità, improntata sul dialogo, su presentazioni informali che vanno al cuore.

Si tratta di una realtà brillante che si autodefinisce, organizzazione, il cui scopo è di portare sul palcoscenico persone che hanno un messaggio, qualcosa di nuovo, utile ad ispirare gli altri: qualcuno che abbia una storia forte da raccontare, attraverso esempi di vita vera; persone che apportano innovazioni nel loro campo e nel sistema del pensiero collettivo. Il riferimento è a modelli positivi di comportamento e al loro potenziale di “aiuto” diretto all’esterno: “Credo che ciascuno di noi abbia dentro di sé un piccolo gigante, donatoci da Dio”, dice Maher Kaddoura, “Ciascuno ha solo bisogno di trovarlo e liberarlo”. Nena News

Maher Kaddoura: consulente aziendale (in pensione) e filantropo, ha ideato di diversi programmi socio-educativi che hanno sede in Giordania, tra cui lo stesso New Think Theater.

 

 

 

 

Hebron-PIC. Lo stato di salute del prigioniero Walid Ghaith (43 anni) è gravemente peggiorato nella prigione di Ramleh, secondo quanto ha rivelato la Società dei Prigionieri palestinesi.

Ghaith soffre di una malattia cardiaca ed era stato da poco trasferito nella prigione del Negev, nella clinica del carcere di Ramleh dopo aver perso conoscenza, secondo quanto ha riferito la sua famiglia.

Ghaith è stato vittima di una crisi cardiaca circa tre anni fa e ha subito un intervento chirurgico a cuore aperto, hanno aggiunto i familiari.

Ghaith dovrebbe essere liberato a fine febbraio, dopo aver passato sette anni e mezzo nelle carceri israeliane.

Traduzione di Chiara Parisi

L’attentato di ieri – il primo da quando è stato eletto il neo presidente Abdullahi Mohammed – è avvenuto nel quartiere Wadajir. Nessun gruppo ha finora rivendicato l’attacco, ma i jihadisti di al-Shabab sono i maggiori indiziati

Medina hospital, Mogadiscio

Testo e foto di Federica Iezzi

Mogadiscio (Somalia), 20 febbraio 2017, Nena News – Gli ultimi dati parlano di almeno 35 morti e il numero di feriti continua a salire a causa dell’esplosione di un’autobomba nella capitale somala, Mogadiscio. La violenta deflagrazione è avvenuta nel sud del quartiere Wadajir, nel Kaawo-Godeey market, riporta il funzionario di polizia, il capitano Mohamed Hussein. Rimangono brandelli di decine di negozi e bancarelle.

Appena dopo l’al-Dhuhr, la preghiera islamica di mezzogiorno, la vettura è esplosa nei pressi di un importante incrocio, punto di ritrovo di soldati, membri delle forze di sicurezza, civili e operatori commerciali. I primi feriti sono stati trasportati al Medina Hospital nell’omonimo quartiere. Almeno 30 di loro sono stati trattati per lesioni critiche. Tra le vittime anche donne e bambini.

Quello di ieri è il primo attacco nella capitale dall’elezione del neo presidente Mohamed Abdullahi Mohamed, avvenuta poco più di una settimana fa. Il prezzo della strada rocciosa della Somalia verso la democrazia. Solo poche ore prima delle ultime elezioni, un attacco terroristico condotto dai militanti di al-Shabab, collegati ad al-Qaeda, ha provocato morti e feriti nell’International Village Hotel, nella città portuale di Bosasso, nella regione autonoma del Puntland.

Kaawo-Godeey market – Mogadiscio

Al momento nessun gruppo sembra aver rivendicato la responsabilità dell’esplosione al mercato di Kaawo-Godeey, anche se i militanti jihadisti di al-Shabab rimagono i maggiori indiziati. Il gruppo ha promesso di combattere il governo somalo, con il suo Ministero degli Esteri, perchè ritenuto uno Stato apostata. Il presidente Mohamed Abdullahi Mohamed ha immediatamente condannato il feroce attacco.

Nonostante il costante lavoro delle truppe di pace dell’Unione Africana, dispiegate nel Paese dal 2007, i militanti di al-Shabab impongono la loro autorità in alcune zone rurali. Solo due giorni fa un ordigno esplosivo ha ucciso due persone e ne ha ferite altre nella città di Beledweyne, a nord di Mogadiscio. Nena News

Ramallah-PIC. Nella dichiarazione sugli sviluppi economici in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, e riguardo alla situazione finanziaria dell’Autorità Palestinese (ANP), il Fondo Monetario Internazionale si è pronunciato mercoledì affermando che l’economia palestinese sta affrontando delle condizioni difficili.

Un rapporto del FMI che copre il periodo dal 31 gennaio al 9 febbraio 2017 ha rivelato che il prodotto interno lordo (PIL) è cresciuto dal 3,5% nel 2015 al 6% nel 2016, ma che in ogni caso questo incremento non è stato sufficiente a creare nuovo lavoro, mentre il tasso di disoccupazione è salito a oltre il 28% nel 2016.

Il rapporto evidenziava che il consumo è ancora il primo fattore di crescita “in un clima di incertezza politica, così come di restrizioni imposte sui passaggi, che costituiscono un ostacolo al settore degli investimenti privati in tutta la Cisgiordania”.
Nello stesso rapporto si invita a proseguire i lavori di ricostruzione da parte di donatori-finanziatori nella Striscia di Gaza. La situazione umanitaria è in ogni caso critica, a causa del ritardo nei pagamenti e della deteriorazione dei servizi pubblici.

Secondo invece un rapporto del ministero delle Finanze dell’Autorità palestinese a Ramallah, le discussioni tra l’ANP e il governo israeliano hanno contribuito al pagamento dei precedenti impegni finanziari dell’ANP, fino ad aumentare le entrate fiscali e non fiscali di quasi il 2% del PIL.

Karen Ongley, a capo del FMI, ha detto che accoglie con favore l’approccio prudente del bilancio 2017, che ha visto un calo del sostegno dei donatori, senza ulteriori trasferimenti da Israele.

Ongley ha evidenziato che, nonostante gli sforzi esercitati per aumentare i ricavi domestici, il calo degli stessi nelle dichiarazioni di entrata ed altri pagamenti da Israele evidenzia un decremento delle entrate totali, mentre le pressioni sulla spesa rimangono invariate.

Ongley ha anche previsto che il deficit delle spese ricorrenti aumenterà del 2% del PIL, che potrebbe causare, con il calo del 15% del sostegno di donatori, un fabbisogno di finanziamenti di circa il 6% del PIL.

Traduzione di Marta Bettenzoli

21-26 FEBBRAIO

 

22 FEBBRAIO

22-24-25 FEBBRAIO

 

25 FEBBRAIO

 

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A cura di Parallelo Palestina.

“Noi viviamo affinché le nostre radici affondino ancor di più in questa terra, e affinché sia più difficile estirparci!”

Il Centro Documentazione Palestinese, in collaborazione con Edizioni Q, invita a partecipare alla lettura di «Per non dimenticare e altri racconti», di Jamal Bannura.

– Presentazione di Wasim Dahmash – Edizioni Q
– Lettura di Enrico Frattaroli – Regista, autore di teatro

Sabato 25 febbraio 2017, ore 17:00
Via dei Savorgnan 40 (Roma)

The threat of legal action against BDS activists in Catalunya is an attempt to normalize an abnormal, unjust colonial conflict.

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Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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