Palestina

La tv di stato siriana mostra immagini di truppe russe al fianco di quelle governative. Washington osserva e prosegue con i colloqui trilaterali con Russia e Arabia Saudita per una soluzione politica del conflitto siriano. Londra, invece, prepara un documento da presentare alla Camera dei Comuni per mandare truppe a Damasco e in Libia

della redazione

Roma, 5 settembre 2015, Nena News - C’è aria di intervento straniero nel conflitto siriano. Ancora una volta. Washington sta tenendo d’occhio Mosca, la cui presenza a Damasco- come riporta il quotidiano britannico Telegraph – nei giorni scorsi si era fatta più consistente:  la tv di stato siriana avrebbe infatti mostrato alcune immagini di truppe russe al fianco di quelle governative. A dare man forte alla notizia, su alcuni account social legati al fronte al-Nusra sarebbero state diffuse  foto di presunti jet russi nei cieli siriani.

Sebbene non ci sia stata “alcuna ridistribuzione di aerei da combattimento russo nella Repubblica araba siriana”  – come ha dichiarato ieri una fonte anonima al portale Russia Today – e sebbene “l’aviazione russa si trovi nelle sue basi permanenti impegnata nei normali addestramenti delle sue truppe”, sulla stampa continuano a circolare voci sul suo impegno “fisico” al fianco del regime di Damasco. Qualche giorno fa, ad esempio, una fonte sempre anonima dichiarava al London Times che nella cittadina di Slanfeh, 50 km a est di Lattakia, nelle ultime settimane si era assistito a un aumento dei funzionari russi. Un sito web dei ribelli, inoltre, avrebbe dichiarato che le forze russe “hanno iniziato ad assumere un ruolo diretto nell’organizzazione delle linee difensive del regime nelle montagne sopra Lattakia”.

Ufficialmente Mosca è impegnata in nuovi colloqui con Arabia Saudita e Stati Uniti per trovare una soluzione al conflitto siriano: come dichiarato ieri dal Segretario di Stato Usa John Kerry, infatti, si sta “cercando di capire se possiamo trovare una via diplomatica, una soluzione politica che avrà un impatto”. Ufficiosamente, però, lavora per mantenere Bashar al-Assad al potere e schiacciare l’avanzata del fondamentalismo islamico, che ormai ha fagocitato oltre un terzo della Siria. Non si può non considerare la presenza, stando alle cifre diffuse dal Ministero degli interni siriano, di oltre 2 mila combattenti russi provenienti dal Caucaso tra le fila del cosiddetto Stato islamico. Mercenari che hanno già promesso al presidente russo Vladimir Putin di “liberare la Cecenia e il nord del Caucaso”.

Washington, che a detta di Kerry non ha alcuna intenzione di intervenire con truppe a terra in Siria, osserva le mosse di Mosca, che nel frattempo annuncia che Assad indirà elezioni parlamentari a breve ed è pronto a “dividere il potere con una sana opposizione”. “Vogliamo davvero creare – ha detto Putin ai giornalisti a margine dell’Eastern Economic Forum a Vladivostok – una sorta di una coalizione internazionale per la lotta contro il terrorismo e l’estremismo. Stiamo anche lavorando con i nostri partner in Siria – ha aggiunto – perché questa unione di sforzi nella lotta al terrorismo vada di pari passo con un processo politico nel paese”.

Se Mosca dissimula, Londra è invece sul piede di guerra. La BBC riporta che la prossima settimana il governo presenterà una “risoluzione” alla Camera dei Comuni per un eventuale intervento militare britannico in Siria contro l’Isis. A convincere i deputati, secondo il governo, saranno i successi dei raid dell’aviazione britannica in Iraq e l’addestramento di truppe curde e irachene. Ma soprattutto la paura di nuovi, massicci flussi migratori che stanno provocando una frattura sempre più ampia tra Londra e l’Unione Europea. Per questo, secondo i piani di Downing Street, alcune truppe saranno destinate alla Libia, ma questo dipenderà soprattutto dall’esito che avranno i colloqui tra il governo di Tripoli e quello di Tobruk:  in caso di accordo, il contingente britannico potrebbe far parte di un’eventuale coalizione della Nato. Tutto, purché le coste libiche siano ben sigillate. Nena News

 

 

 

 

Gaza-PIC e Quds Press. Nel pomeriggio di venerdì si è svolta una manifestazione di massa, nelle strade di Gaza, contro il rapimento di quattro Palestinesi per mano di soldati egiziani, avvenuto due settimane fa nella penisola del Sinai. La marcia, organizzata dal movimento di resistenza islamica, Hamas, è partita da tutte le moschee della città di Gaza, dopo la preghiera del venerdì, e si è diretta al quartier generale dell’ambasciata egiziana chiusa. La protesta, a cui hanno partecipato leader di Hamas, i familiari dei quattro sequestrati e esponenti politici gazawi, ha dato voce alla richiesta rivolta alle autorità egiziane di rilasciare i giovani imprigionati. Uomini armati non identificati, mercoledì 19 agosto hanno attaccato un veicolo palestinese che attraversava il valico di Rafah diretto all’aeroporto del Cairo, e hanno sequestrato i quattro giovani.

 

Jenin-Imemc. Sabato all’alba, l’esercito israeliano ha invaso diverse località del distretto di Jenin, installando posti di blocco.

Fonti media a Jenin hanno riferito che soldati israeliani hanno invaso Ya’bad, Kafrit, Kafr Qoud e Zabbouba e hanno installato posti di blocco all’entrata principale di Ta’nak, Rommana e Zabbouba, e hanno fermato e perquisito diverse auto, mentre controllavano le carte di identità dei passeggeri.

Soldati israeliani hanno invaso una scuola elementare femminile nell’area di al-Malloul, sempre a Jenin, perquisendola alla caccia di “ragazzi che hanno lanciato pietre contro i veicoli dell’esercito”.

Venerdì sera, diversi Palestinesi sono rimasti intossicati dai lacrimogeni sparati dai soldati israeliani che avevano invaso la cittadina di al-‘Arqa.

Imemc. Fonti mediche palestinesi a Hebron, in Cisgiordania, hanno riferito che, sabato all’alba, un giovane è rimasto ferito a seguito dell’assalto di un gruppo di coloni israeliani a Tal Romeida.

Le fonti hanno dichiarato che Jeddawi Hani Abu Haikal, 21 anni, ha riportato tagli e escoriazioni e che gli aggressori hanno spruzzato del peperoncino sulla sua faccia mentre lo assaltavano.

La sua famiglia ha detto che gli assalitori sono arrivati dai vicini avamposti coloniali illegali, creati su terreni privati palestinesi nella città di Hebron. E hanno aggiunto che i soldati israeliani sono rimasti nei pressi senza intervenire contro gli aggressori.

Il ragazzo ferito è uno studente del Politecnico di Hebron.

Palestinian Grassroots Anti-apartheid Wall Campaign                                                                                                                                Among the many faces of Occupation, daily demolitions play a relevant and devastating role of land theft and ethnic cleansing of the Palestinian people. This policy is part of the two key overall plans of the Israeli administration: The ‘Relocation Plan’ aimed at clearing Area C in the West Bank from the Palestinian communities in order to prepare it for definitive annexation, as well as the Israeli master plan to ‘Judaize’ Jerusalem, the Galilee and the Naqab and the confiscation of large parts of the West Bank. 

 

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L’allevamento dei pesci che il Cairo intende costruire lungo il confine per distruggere gli ultimi tunnel sotterranei tra il Sinai e la Striscia, impedirà il contrabbando di generi prima necessità e farmaci a basso costo e tante altre cose che hanno tenuto a galla la popolazione palestinese in questi nove anni di embargo israeliano

I lavori in corso lungo il confine tra Gaza e l’Egitto. Foto Anadolu

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gaza, 5 settembre 2015, Nena News – Triglie, gamberi e molto altro. Chi avrà soldi da spendere potrà rifornirsi di pesce egiziano fresco e consolarsi per l’ennesimo duro colpo che il presidente Abdel Fattah al Sisi si prepara ad infliggere alla popolazione della Striscia di Gaza, con la motivazione della lotta al “terrorismo” e all’illegalità. Spariranno i rimanenti 20 tunnel sotterranei per il contrabbando che, si dice, esisterebbero ancora tra Gaza e la penisola del Sinai. Il colpo di grazia lo riceveranno dall’acquacoltura, l’allevamento dei pesci che le autorità egiziane intendono avviare lungo buona parte dei 14 km di confine con la Striscia. Il Cairo spiega che si tratta di gallerie illegali, usate anche per il traffico di armi e per il passaggio di miliziani. Senza quei tunnel transfrontalieri per il contrabbando però a Gaza non entreranno più generi di prima necessità e farmaci a basso costo, pezzi di ricambio per le auto e macchinari vari a prezzi accettabili e tante altre cose che hanno tenuto a galla la popolazione in questi nove anni di embargo israeliano e di isolamento egiziano. Tenendo presente che il valico di Rafah con il Sinai è organizzato solo per il passaggio delle persone – in quei rari giorni in cui viene aperto dagli egiziani – gli abitanti di Gaza presto potranno contare solo su merci provenienti da Israele, che costano di più e sono soggette a restrizioni e limitazioni.

Nell’ultimo anno e mezzo i bulldozer militari hanno demolito i centri abitati egiziani adiacenti a Gaza e costretto la popolazione a trasferirsi a el Arish e in altre località, pur di distruggere centinaia di tunnel tra il Sinai e il territorio palestinese. E rigide misure di sorveglianza sono in atto in tutta la zona. Eppure il Cairo insiste che tra Gaza e la penisola egiziana andrebbero avanti movimenti sotterranei di combattenti a sostegno dei gruppi armati affiliati all’Isis. E ora i bulldozer preparano il terreno per l’allagamento e la costruzione di 18 allevamenti di proprietà dell’esercito. Il sindaco di Rafah, Subhi Radwan, avverte che la già tanto sfruttata falda idrica di Gaza potrebbe inquinarsi se gli egiziani useranno acqua di mare per allagare i 14 km di confine: «Facciamo appello ai nostri fratelli in Egitto per fermare il lavoro che mette in pericolo la popolazione di Gaza. Abbiamo già abbastanza problemi: guerre, assedio e una situazione economica difficile».

Tra i trafficanti di Gaza e migliaia di manovali regna lo sconforto. «È la fine di un grande business che ha dato da mangiare a migliaia di persone, oltre a rompere l’assedio israeliano», spiegava qualche giorno fa Mohammed Abu Shaaban, un commerciante di merci egiziane. Hamas da parte sua dice addio alla “tassa sui tunnel” che in passato ha garantito parecchi milioni di dollari alle sue casse. Il prezzo più alto lo paga la popolazione di Gaza che sprofonda nella povertà, nella disoccupazione, nella invivibilità. Le Nazioni Unite sono tornate a mettere in guardia sul costante peggioramento delle condizioni di vita nella Striscia. In un rapporto dalla Conferenza sul Commercio e lo Sviluppo dell’Onu (Unctad) diffuso nei giorni scorsi si avverte che Gaza diventerà “inabitabile” in meno di 5 anni se saranno confermate le tendenze attuali. Il lungo embargo attuato da Israele dopo la presa del potere da parte di Hamas nel 2007 e tre operazioni militari negli ultimi sei anni, hanno creato situazioni insostenibili. L’offensiva “Margine Protettivo” in particolare ha aggravato la miseria di gran parte della popolazione che ora dipende largamente dagli aiuti umanitari. Il Pil di Gaza è sceso del 15% nel 2014 e la disoccupazione ha raggiunto il livello record del 44%.

Un quadro sconfortante appesantito dai ripetuti allarmi sulla scarsità di acqua potabile mentre, denunciavano il mese scorso in una petizione 35 Ong internazionali, tra le quali Oxfam e Actionaid, la ricostruzione resta al palo a un anno dal cessate il fuoco tra Hamas e Israele. «E’ scandaloso che, a un anno dall’ultima guerra, nessuna casa sia stata ancora completamente ricostruita – hanno scritto le Ong – la comunità internazionale ha lasciato intere famiglie nelle macerie…I leader mondiali stanno di fatto permettendo a Israele di violare le più basilari norme di diritto umanitario». Dal cessate il fuoco tra Hamas e Israele del 26 agosto 2014, è entrato a Gaza soltanto il 5% dei 6,7 milioni di tonnellate di materiale edile necessario per ricostruire ciò che è stato distrutto. Oltre a decine di migliaia di case, ben 11 scuole ed edifici di università sono stati ridotti in macerie. Altre 253 scuole sono state danneggiate durante l’offensiva israeliana. 120.000 palestinesi inoltre non hanno ancora accesso diretto all’acqua per la mancata riparazione, dovuta alla penuria di materiali, di 35.000 metri di tubature danneggiate o distrutte. La rete fognaria in molte zone è inesistente a causa dei danni subiti, con lagune di liquami e rifiuti non trattati che si riversano in strada. Nena News

Urne aperte ieri nel Paese per le elezioni comunali e regionali. Secondo gli analisti, il partito islamista del premier Benkirene è ancora popolare nonostante i limitati successi nella lotta alla corruzione

della redazione

Roma, 5 settembre 2015, Nena News – Urne aperte ieri per 15 milioni di marocchini per le elezioni comunali e regionali. Elezioni che, a un anno da quelle generali del 2016, rappresentano un primo test molto importante per il governo islamista del premier Abdelilah Benkirane salito al potere quasi quattro anni fa in seguito alle proteste delle rivolte arabe.

Nel 2011, infatti, il partito di Benkirane Giustizia e Sviluppo (Pjd) è diventato la prima formazione politica islamista nel Nord Africa a vincere le elezioni e, di conseguenza, la prima a guidare un governo. I risultati di quel voto hanno convinto il re Mohammed VI – la cui famiglia regna nel Paese da 350 anni – a fare delle (parziali) concessioni. Mentre i regimi autocratici cadevano in Tunisia, Egitto e Libia, il sovrano Mohammed Vi è riuscito astutamente a raffreddare immediatamente i possibili bollori rivoluzionari interni limitando alcuni suoi poteri quasi assolutistici con una nuova costituzione. Tra le principali novità del nuovo ordinamento vi sono le modalità con cui viene nominato il premier. In passato, infatti, il sovrano sceglieva direttamente il suo primo ministro mentre adesso deve “limitarsi” a incaricare il candidato del partito che ha ottenuto maggiori seggi in parlamento.

Nonostante i suoi limitati successi nel fermare la corruzione, gli analisti locali sostengono che il primo ministro Benkirane è ancora popolare nel Paese soprattutto per aver abbassato il deficit di bilancio dal 7 al 5% del del prodotto interno lordo. Di diverso avviso è il suo principale rivale, Mostafa Bakkoury, leader del Partito Autenticità e Modernità. Secondo Bakkoury – uno stretto consigliere del sovrano – la “priorità [di Benkirane] in questi quattro anni è stata il suo clan piuttosto che il popolo”.

Il premier Benkirane vota in un seggio a Rabat (AFP – Fadel Senna)

Un fattore importante di queste votazioni sarà rappresentanto dall’affluenza alle urne. Nelle elezioni del novembre del 2011, ad esempio, meno di metà degli aventi diritto si registrarono per votare. Ieri, complice anche il fatto che era venerdì giorno di preghiera collettivo, il numero di persone che si era recata ai seggi di mattina era stato basso.

Il Ministero degli Interni ha detto che le operazioni di voto sono avvenute senza problemi. Tuttavia, secondo quanto riferisce l’agenzia di stato Map, in un villaggio a nord di Marrakesh otto persone sarebbero entrate in un seggio e avrebbero rotto una urna. Il motivo che li ha spinti a compiere questo gesto non è ancora chiaro. Rabat ha fatto sapere immediatamente che punirà i colpevoli.

Il Marocco è considerato tra i paesi arabi più stabili nella regione mediorientale e nordafricana. Tuttavia, anch’esso è impegnato a fronteggiare il pericolo del terrorismo islamico. Le autorità marocchine hanno spesso annunciato di aver arrestato “cellule terroristiche” e di aver sequestrato armi a gruppi che dichiaravano essere affiliati allo Stato Islamico (Is). Nena News

Gerusalemme-PIC. Il governo israeliano sta compiendo enormi sforzi per suddividere la Moschea di Al-Aqsa temporaneamente vietando ai fedeli musulmani di entrarvi in determinati orari. Questi tentativi hanno spinto alcuni funzionari pubblici di Gerusalemme a far suonare il campanello d’allarme per un pericolo imminente, e di chiedere tutte le misure possibili per opporsi agli sforzi israeliani.

L’ex-ministro palestinese per gli Affari di Gerusalemme, Khaled Abu Arafeh, ha dichiarato a questo proposito che “l’occupazione ha cercato fin dall’inizio della Intifada del 2000 di suddividere temporaneamente la Moschea di Al-Aqsa vietando ai fedeli musulmani della Striscia di Gaza e della Cisgiordania di entrare nella moschea il venerdi’. Inoltre ha continuamente trasformato Gerusalemme e i dintorni della Citta’ Vecchia erigendo tante barriere militari e posti di blocco”.

Assenza dell’Autorità palestinese

Abu Arafeh ha detto che l’occupazione israeliana approfitta dell’assenza del ruolo dell’Autorita’ Palestinese nel proteggere la liberta’ religiosa per imporre uno status quo col quale i Palestinesi possano pregare nella Moschea di Al-Aqsa soltanto in determinati orari. Secondo lui, accettando questa situazione, ha permesso ad Israele di intensificare i piani per suddividere temporaneamente Al-Aqsa.

Ha ricordato che i piani israeliani sono cominciati dapprima con la chiusura della Moschea e poi sono andati via via crescendo per controllare i tempi nei quali anziani, donne e bambini in eta’ scolare palestinesi hanno il permesso di entrare nella Moschea.

Abu Arafeh ha messo in guardia sui pericoli che si corrono ignorando i tentativi israeliani dicendo “Ci stiamo avvicinando ad un punto molto pericoloso dato che l’occupazione israeliana ha iniziato la chiusura temporanea della Moschea di Al-Aqsa imponendo orari precisi per poter entrare ed uscire dalla moschea per poter dare piu’ spazio ai coloni… potrebbe arrivare il momento nel quale i Palestinesi non potranno piu’ entrare ad Al-Aqsa dall’alba al tramonto, proprio come e’ accaduto per la Moschea Ibrahimi di Hebron”.

Abu Arafeh ha invitato i Palestinesi ed i musulmani a non accettare lo status quo, che realizzerebbe i piani di Israele.

Un vocabolo ebraico

Abu Arafeh ha spiegato che il termine “suddivisione temporale” e’ originariamente ebraico ed e’ stato ampiamente diffuso attraverso i media per essere utilizzato ed accettato. Questo termine significa tempi specifici per gli ebrei con lo scopo di privare i musulmani del loro diritto di pregare eper controllare interamente la Moschea di Al-Aqsa.

Un passo pericoloso

Azmi Draini, un portavoce dei media, ha affermato che “la suddivisione temporale e’ un termine pericoloso che pone Al-Aqsa tra due parti contrapposte con apparentemente uguali diritti”.

Ha anche aggiunto che il governo israeliano viola il diritto dei Palestinesi di professare la propria fede, ed attacca le donne nella Moschea di Al-Aqsa.

“L’applicazione della suddivisione temporale non puo’ essere realizzata praticamente fintanto che vi saranno fedeli musulmani alle entrate di Al-Aqsa che chiedono il loro diritto di pregare”, ha proseguito Draini. “La gente di Gerusalemme che si riunisce alle entrate di Al-Aqsa ogni giorno nelle prime ore del mattino sono l’unico deterrente, in pratica, per l’imposizione dello status quo”.

Misure richieste

Draini ha sottolineato l’importanza della “opposizione agli sforzi che vogliono cambiare la situazione attuale di Al-Aqsa, e cio’ richiede una serie di passi. Sul terreno, il passo piu’ importante e’ l’aumento dei fedeli musulmani nella Moschea di Al-Aqsa giorno dopo giorno, e, se non riescono a raggiungerla, devono presentarsi nel punto piu’ vicino ad essa. Politicamente, alcune misure devono essere adottate dalla Lega Araba. Ed i media dovrebbero dare risalto all’argomento come un grande evento e non come una normale notizia”.

Zina amr, una musulmana palestinese di Al-Aqsa, dice “L’occupazione israeliana vuole imporre una suddivisione temporale tra ebrei e musulmani. Adesso Israele impedisce alle donne di entrare nella Moschea dalle 7 alle 11 del mattino, mentre lo permette soltanto agli ebrei. Cio’ significa che Israele sta tentanto di normalizzare la completa separazione tra musulmani ed ebrei”.

Chiarisce inoltre che il governo israeliano ha aumentato gli sforzi per escludere i Palestinesi dalla Moschea, iniziando col loro arresto e sottoponendoli a dure prove, quindi e’ passata alla loro incarcerazione a alla loro espulsione da Gerusalemme. Ed ora ha raggiunto un livello di espulsione di massa.

Amr ha chiesto al ministro giordano di Awqaf e delle questioni islamiche di fare attenzione ai pericoli che minacciano la Moschea di Al-Aqsa, in quanto tutte le violazioni israeliane sfidano il controllo del ministero della Moschea di Al-Aqsa.

Bayan Al-Ja’ba, un attivista palestinese di Gerusalemme, ha detto che “attualmente e’ la fase della suddivisione temporale. Cioe’ alcuni giorni ed orari sono sia per musulmani che per ebrei, mentre altri orari sono destinati ad essere separati. La prossima fase potrebbe essere la divisione degli spazi nella Moschea di Al-Aqsa”.

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

Secondo i dati riportati dall’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, OCHA, sono almeno 320 i decessi dall’inizio dell’anno. Sottostimati i contagi che parlano di 30.000 malati. E il governo tace

(Fonte: Onu)

di Federica Iezzi

Lubumbashi (Repubblica Democratica del Congo), 5 settembre 2015, Nena News – Esplosa lo scorso marzo, nella provincia del Katanga, l’epidemia di morbillo continua a serpeggiare pericolosamente nel sud-est della Repubblica Democratica del Congo. Un significativo aumento di casi è stato osservato all’inizio del mese di marzo, principalmente nella zona di Malemba-Nkulu. Poi verso il distretto di Haut-Lomami con 400-800 nuovi casi a settimana.

Secondo i dati riportati dall’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, OCHA, sono almeno 320 i decessi dall’inizio dell’anno. Sottostimati i contagi che parlano di 30.000 malati, su una popolazione di 11 milioni di abitanti. Esclusi dalle statistiche gli abitanti delle vaste regioni di foreste e delle zone rurali, luoghi non facilmente accessibili.

La costante esposizione alla malnutrizione, alla malaria e alla tubercolosi, la mancanza di una capillare campagna di vaccinazione e le indigenti condizioni di vita continuano ad aggravare l’impatto con il morbillo.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità parla, in Congo, già di gravi complicazioni quali cecità, encefalite, diarrea e disidratazione, infezioni dell’orecchio, polmonite. Nella prima settimana di marzo è stato registrato un tasso di mortalità di quasi il 19%. Mentre i tassi di mortalità sono estremamente bassi nei Paesi occidentali, dell’ordine dell’1‰, i decessi possono superare il 20% nei Paesi in via di sviluppo.

Nel Katanga, le epidemie sono ricorrenti nonostante le campagne di vaccinazione. Ultima grave epidemia nel 2011 con 1.085 decessi e 77.000 contagi.

Nello scorso mese di giugno 10 distretti sanitari su 68 nel Katanga hanno affrontato situazioni di notevole diffusione dell’infezione. Oggi i distretti colpiti sono 20. In un anno, sono stati vaccinati quasi 1,5 milioni di bambini e trattati più di 50.000 casi in 31 distretti sanitari nella provincia del Katanga. I numeri oggi continuano a crescere senza alcuna dichiarazione ufficiale circa l’epidemia da parte del governo congolese.

Intanto si continua a lavorare nelle campagne di immunizzazione nelle province del Sud Kivu, Equateur e Maniema.

Risulta ancora difficoltosa la pianificazione di programmi di vaccinazione di routine per carenza di fondi, mancanza di vaccini, gravi deficienze legate alla stabilità di elettricità per la corretta conservazione dei vaccini, limitatezza di risorse umane qualificate, rifiuto della vaccinazione per motivi religiosi o culturali, insicurezza e isolamento di alcune regioni da parte di gruppi armati.

Durante gli ultimi tre mesi, trattati più di 20.000 pazienti con infezione da morbillo in 5 ospedali e in circa 100 presidi sanitari locali. 287.000 bambini di età compresa tra i sei mesi e i 15 anni sono stati vaccinati come misura preventiva.

Spesso le famiglie viaggiano per 20 chilometri a piedi per ottenere cure mediche, per l’assenza di medicine nei presidi sanitari locali e dopo aver provato i rimedi della medicina tradizionale.

I bambini arrivano nei dispensari medici già con complicazioni respiratorie del morbillo, malnutrizione e altre infezioni concomitanti, come la malaria.

Ottenere forniture mediche è arduo. Per diversi mesi, la strada principale che collega il distretto di Kabalo, centro dell’epidemia, con le altre città della provincia del Katanga è paludosa e impraticabile. A questo si aggiunge la penuria di carburante. L’unico mezzo di collegamento e di approvvigionamento è il treno. Così i pochi farmaci disponibili hanno costi smodati, che pochi possono permettersi.

Dal Ministero della Salute congolese, arriva l’impegno di cure mediche gratuite per i pazienti, vaste campagne di vaccinazione per i bambini, rafforzamento della sorveglianza epidemiologica, formazione del personale sanitario locale e sostegno a strutture mediche.

Nel Katanga, l’epidemia ha inghiottito le zone di Kikondja, Mukanga e Lwamba. E circa un terzo delle aree colpite è oggi oggetto di un esteso programma di vaccinazione. Nena News

Gerusalemme-PIC. L’occupazione israeliana sta mettendo a punto gli ultimi ritocchi per completare lo schema di ebraicizzazione del quartiere di al-Sharaf, ad est della moschea di al-Aqsa. Sono stati stanziati circa 150 milioni di shakel (40 milioni di dollari) per finanziare i progetti di ebraicizzazione di questo quartiere; tali progetti sono sponsorizzati dalla cosiddetta “Compagnia di ricostruzione e sviluppo del quartiere ebraico”. Il ministro israeliano delle Infrastrutture, Yoav Galant, e il ministro degli Affari di Gerusalemme, Ze’ev Elkin, appoggiano questo insano progetto e gli attribuiscono la massima importanza, secondo quanto riportano i media israeliani. Secondo lo schema, che è stato valutato da Quds Press, un parcheggio sotterraneo che può ospitare circa 600 automobili sarà costruito nella parte sud-orientale del quartiere di 200 acri, sarà quindi scavato un tunnel lungo il muro storico di Gerusalemme per dare spazio al parcheggio. 25 milioni di shakel sono stati stanziati per costruire edifici commerciali e rafforzare le infrastrutture del centro del quartiere e inoltre sarà a breve concessa una licenza di costruzione per implementare un progetto che prevede la costruzione di due ascensori che collegano il quartiere di al-Sharaf con quello di Al-Magharba e con l’area perimetrale del muro di al-Buraq; per intensificare la presenza ebraica, incoraggiare il turismo e facilitare l’accesso al muro di Al-Buraq per cui saranno stanziati circa 26 milioni di shakel. Sarà annunciato inoltre un appalto per costruire un’enorme sinagoga chiamata il Gioiello di Israele nello stesso quartiere al costo di 45 milioni di shakel. Il CDRJQ sta pianificando di convertire le proprietà palestinesi in proprietà israeliane che sono ufficialmente registrate nell’Israel Land Register. Il quartiere di Al-Sharaf, che è abitato da 6000 ebrei, è stato occupato da Israele nel 1967 ed è stato trasformato in quartiere ebraico assumendo il nome di “Quartiere ebraico”. Traduzione di Domenica Zavaglia

PIC. Due adolescenti palestinesi hanno raccontato le loro storie di abusi e torture da parte dei soldati israeliani, avvenute quando sono stati arrestati la settimana scorsa.

Due prigionieri diciottenni, Mohammad al-Adarbeh e Mahmoud Yousif, hanno dichiarato all’avvocato della Società per i Prigionieri Palestinesi, che li ha visitati giovedì, che sono stati oggetto di gravi pratiche di tortura da parte delle truppe israeliane, sia durante l’arresto sia successivamente.

Adarbeh, del campo profughi al-Aroub di Hebron, ha affermato che le forze israeliane hanno invaso la sua casa, dopo la mezzanotte, immobilizzando i membri della famiglia nella cucina, perquisendo a fondo l’abitazione e scatenando il caos.

Ha affermato che i soldati hanno iniziato a colpirlo duramente su tutto il corpo con le mani e con il calcio dei fucili. L’avvocato ha sottolineato che i segni sono ancora visibili. Il prigioniero è in stato di arresto dal 1° di settembre.

Yousif, dalla città di Nabi Saleh, ha affermato che i soldati israeliani lo hanno arrestato il 28 di agosto, e ha aggiunto di essere stato colpito violentemente alle mani e sul corpo con il calcio dei fucili.

4 September 2015

A monthly roundup of photographs documenting Palestine, Palestinian life, politics and culture, and international solidarity with Palestine.

Ramallah-PIC. Le Forze speciali israeliane hanno preso d’assalto, nella giornata di lunedì, la sezione 11 del carcere di Nafha, come riportato da un’associazione palestinese per i diritti umani.

Il Centro di Informazione dei Prigionieri ha comunicato che le forze armate israeliane hanno realizzato un’ingiustificata campagna di caccia all’uomo nella sezione dove sono detenuti i prigionieri palestinesi condannati a lunghe pene detentive.

Il Centro ha altresì sottolineato la gravità del raid israeliano che potrebbe rappresentare l’inizio di nuove misure repressive da parte di Israele.

Allo stesso tempo, il Centro Studi Palestinese sui Detenuti ha riportato che sei prigionieri stanno portando avanti uno sciopero della fame dichiarato il 20 agosto 2015, in protesta contro la loro detenzione amministrativa, situazione che coinvolge centinaia di prigionieri palestinesi detenuti senza alcuna accusa e senza processo.

I sei detenuti in sciopero della fame, identificati in Nidal Abu Baker, Shadi Ma’ali, Ghassan Zawehra, Bader Roza, Mounir Sharar, e Kaid Abu Rish sono stati recentemente spostati in regime di isolamento, come riportato dal centro studi.

I prigionieri hanno dato tempo fino al primo settembre al Servizio carcerario israeliano affinché accetti le loro istanze, diversamente interromperanno anche l’assunzione  di acqua e vitamine.

Il centro studi sui prigionieri palestinesi ha richiesto supporto popolare in solidarietà ai sei scioperanti fino a che non vengano accolte le loro legittime richieste.

Traduzione di Mafalda Insigne

Imemc. Lunedì sera, due bambini palestinesi di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, sono stati feriti da raffiche di proiettili sparati contro le abitazioni civili dall’esercito egiziano.

Secondo il PNN, Adam Abu-Susein, di 13 anni, è rimasto lievemente ferito, mentre Mohammad Abu-Susein, 14 anni, è stato ferimento in modo grave.

I due ragazzini sono stati ricoverati all’ospedale Abu-Yousuf Al-Najjar, a Rafah.

Ali Abunimah 4 September 2015

Settlement profiteer’s attempts to find investors likely marred by association with Israeli occupation.

Gerusalemme-Ma’an. Le autorità israeliane giovedì hanno diramato una lista nera che vieta a 40 donne palestinesi di entrare nella moschea di al-Aqsa, secondo quanto hanno dichiarato fonti locali a Ma’an.

Il mese scorso, la polizia e i tribunali israeliani hanno compilato l’elenco delle donne a cui è stato vietato l’accesso alla moschea di al-Aqsa per un periodo dai 10 ai 60 giorni.

Il comandante della polizia israeliana a Gerusalemme, Avi Bitton, ha detto mercoledì che la lista nera è costituita da donne che “causano problemi e danni” sul posto, ma che alle altre non in lista è stato consentito l’ingresso solo dopo aver presentato un documento d’identità.

Le autorità israeliane hanno impedito alle donne di entrare nella moschea dalle 07:00 alle 11:00 del mattino nelle ultime due settimane.

Bitton ha aggiunto che le recenti restrizioni sono state imposte “per prevenire le tensioni nella zona, in quanto violano l’ordine, e rappresentano una minaccia per i visitatori”.

Tuttavia, i residenti hanno spiegato che le forze israeliane hanno scelto le quattro ore del mattino per consentire ai fedeli ebrei l’accesso alla Spianata delle moschee attraverso la porta dei Maghrebini, violando un accordo tra Israele e il Waqf islamiche che gestisce il complesso e che vieta culti non musulmani presso il luogo santo.

Fonti locali riferiscono che la polizia ha eretto barricate di ferro e ha collocato forze presso tutte le porte della moschea, per imporre restrizioni.

Il direttore della moschea di al-Aqsa, sheikh Omar al-Kiswani, ha affermato che, oltre alla polizia israeliana che impedisce alle donne di entrare nella moschea, le forze hanno anche imposto restrizioni all’ingresso degli uomini confiscando loro le carte d’identità alle porte.

Anche gli studenti delle scuole hanno sperimentato le restrizioni mentre si recano e tornano dalle scuole situate nel compound.

Agli studenti delle scuole religiose è stato consentito l’ingresso al complesso della moschea attraverso la porta di Hatta con un insegnante come scorta, mentre le studentesse, che pure hanno bisogno di una scorta, possono entrare solo dalla porta Silsilah.

Il plesso della moschea è il terzo luogo più santo dell’Islam, ed è anche venerato come luogo più santo dell’ebraismo, in quanto si trova dove gli ebrei credono che sorgessero il primo e il secondo tempio.

Traduzione di Edy Meroli

 

Nel confronto a distanza tra Riad e Teheran sono gli yemeniti a pagare il prezzo più alto. Oggi 22 soldati degli Emirati Arabi sono morti, mentre partecipavano alle operazioni della coalizione anti-Hounti. E del conflitto cerca di approfittare l’Isis

della redazione

Roma, 4 settembre 2015, Nena News – Sono 22 i soldati degli Emirati Arabi Uniti (EAU) morti oggi in Yemen. Lo ha riferito Abu Dhabi, ammettendo così in via ufficiale di avere un ruolo di rilievo nella coalizione guidata dall’Arabia Saudita che da marzo bombarda il Paese in sostegno alle forze le forze fedeli al presidente Abd Rabbo Mansur Hadi, riparato a Riad, contro i ribelli Houthi che controllano parte del territorio yemenita, inclusa la capitale Sana’a.

Le ricostruzioni dell’accaduto sono contrastanti: il movimento sciita sollevatosi lo scorso settembre contro il governo centrale parla di un proprio attacco con razzi a una base della coalizione a Marib, mentre le Forze armate yemenite parlano di un’esplosione accidentale nel deposito armi della base.

In qualunque modo siano andate le cose, l’accaduto conferma la presenza in Yemen di un massiccio contingente di truppe straniere, entrate nel Paese sotto la guida saudita per rimettere al potere un presidente gradito alla casa reale, e anche a buona parte delle potenze straniere, e schiacciare la sollevazione degli Houthi legati all’Iran, che chiedono un maggiore peso politico.

È un confronto a distanza tra Iran e Arabia Saudita per la supremazia regionale, che sarà al centro della visita, oggi, del sovrano saudita re Salman con il presidente Usa Barack Obama. Un visita prevista a maggio e rinviata a causa delle tensioni nate tra i due storici alleati proprio sull’Iran, con cui è stato da poco chiuso un accordo sul programma nucleare che aprirebbe la strada a una distensione e quindi a una maggiore influenza politica della Repubblica Islamica nella regione.

In Yemen Riad sta mostrando i muscoli con una campagna di bombardamenti che sta devastando il Paese e non risparmia la popolazione civile. Secondo i dati dell’Onu, il conflitto ha fatto oltre 4.000 morti e 20.000 feriti, di cui circa la metà sono civili, e ha provocato oltre un milione di sfollati.

Washington sostiene l’impresa saudita, ma ha più volte mostrato fastidio per l’impatto della campagna militare sui civili: 21 milioni di persone che necessitano di aiuti urgenti (fonte Onu). Gli yemeniti sono ridotti allo stremo in questo Paese poverissimo, dove è difficile far arrivare gli aiuti (i sauditi hanno bombardato il porto di Hodeida, dove dovrebbero arrivare i carichi di farmaci), già provato dall’annosa presenza di Al Qaeda nella Penisola arabica (AQPA). Lo scorso luglio Obama e Salman avevano discusso del bisogno “urgente” di mettere fine ai combattimenti, dopo il fallimento dei negoziati e anche delle tregue umanitarie, ma nulla è cambiato.

In Yemen si combatte, i raid della coalizione proseguono, a quanto pare anche con l’impiego di armi di fabbricazione italiana, e all’estremismo di Al Qaeda si sta aggiungendo l’ombra dei jihadisti dell’Isis. Gli uomini dell’autoproclamato Califfato sono tornati a colpire mercoledì scorso, mettendo a segno un duplice attacco suicida contro una moschea sciita a Sana’: oltre trenta morti e novanta feriti. Lo scorso 21 marzo l’Isis aveva firmato i primi attentati in Yemen, prendendo di mira diverse moschee sciite e il bilancio fu tragico: 142 morti. Nena News

I siriani non sono stati tutelati, denuncia un rapporto Onu in cui si danno le cifre di una tragedia di cui non si vede la fine: 2.000 morti nel Mediterraneo, oltre 4 milioni di rifugiati e oltre 7 milioni di sfollati interni. Pinheiro: apriamo canali legali per la fuga dalla guerra

della redazione

Roma, 4 settembre 2015, Nena News – Del fallimento della cosiddetta comunità internazionale in Siria si parla ormai da tempo, ma adesso che i siriani premono alle porte dell’Europa e muoiono a decine insieme con gli altri migranti in fuga dalle violenze, o dalle conseguenze economiche dei conflitti, sulle rotte marittime e terrestri, questo fallimento è entrato con prepotenza nelle nostre case.

I numeri snocciolati negli ultimi anni dalle agenzie delle Nazioni Unite, adesso hanno i nomi di uomini, donne e bambini i cui corpi senza vita spiaggiano sulle nostre coste, destando ondate di indignazione che costringono i governi a spartirsi quote di rifugiati, non senza resistenze.

Il fallimento politico delle potenze internazionali che operano nel conflitto siriano è accompagnato dal loro fallimento anche sul fronte umanitario: i rifugiati e gli sfollati siriani non sono stati tutelati, denuncia un’inchiesta dell’Onu. L’appello di Paulo Sergio Pinheiro, a capo della commissione d’inchiesta Onu sulla Siria, ad agire con “umanità e compassione” è stato accompagnato dalla pubblicazione di un report in cui non si salva nessuno: né la cosiddetta comunità internazionale né alcuna delle parti in guerra.

I numeri sono sufficienti a dare la dimensione della tragedia in corso, di cui non si vede la fine. Sono oltre duemila i siriani annegati nel Mediterraneo, sono i caduti in una fuga che ha portato fuori dal Paese oltre quattro milioni di persone. E a dispetto degli allarmismi scattati in Europa, la maggioranza dei rifugiati siriani si è riversata nei Paesi limitrofi, soprattutto in Turchia (circa 1,9 milioni) e in Libano (circa 1.1 milioni), non senza problemi. I numeri si riferiscono ai siriani registrati dalle agenzie Onu ed è plausibile che siano inferiori alla realtà. Alle porte dell’Europa, invece, hanno bussato 250.000 siriani. Ma certo gli arrivi continueranno, finché continuerà la guerra in Siria e ancora a lungo dopo che finirà, come accaduto per gli afgani -altro popolo vittima degli interessi nazionali, internazionali e di estremisti- che continuano a fuggire da un Paese instabile e pericoloso.

Chi è rimasto in Siria è intrappolato sotto il fuoco incrociato dei gruppi ribelli, delle varie sigle della galassia jihadista, delle truppe di Assad e dei suoi alleati. Un campo di battaglia senza regole, con porzioni del Paese occupate dall’uno o dall’altro gruppo, in un equilibrio precario che però ha determinato uno stallo nel conflitto. I belligeranti hanno canali di approvvigionamento (di uomini e soldi) e capacità belliche sufficienti a combattere a lungo. Dunque, il Paese potrebbe restare in guerra ancora per anni, senza vincitori, ma con 7.6 milioni di sfollati interni che vivono in condizioni precarie, senza prospettive, in costante pericolo e in molti casi alla costante ricerca di una via di fuga. E poiché non c’è un corridoio legale per andare via dalla Siria, bisogna affidarsi ai trafficanti che lucrano sulla guerra e sull’emergenza umanitaria. È questo che Paulo Sergio Pinheiro ha proposto alla comunità internazionale: una via di fuga legale e controllata.

La fuga, d’altronde, è l’unica soluzione per molti siriani. Il rapporto della commissione Onu ha infatti sottolineato come questa sia una guerra in cui tutte le parti in lotta stanno commettendo crimini di guerra e contro l’umanità. “La competizione tra le potenze regionali”, si legge nel rapporto, “ha esacerbato la dimensione settaria del conflitto” e l’arrivo in Siria di centinaia di mercenari stranieri e di predicatori fanatici ed estremisti ha peggiorato le cose. Gli uomini dell’Isis commettono abusi di ogni sorta sulla popolazione e lo stesso accade nelle zone controllate da altri gruppi, come a esempio i qaedisti di Al Nusra nella provicnia di Iblid. Il governo fa la sua parte con bombardamenti indiscriminati, che stanno mietendo vittime tra la popolazione.

“Il fallimento globale nella tutela dei siriani adesso si sta traducendo in una crisi in Europa e la responsabilità di difendere i diritti umani di questi rifugiati non è stata adeguatamente condivisa”, ha detto Pinheiro. Nena News

Intervista a Medici Senza Frontiere. La comunità internazionale ha dimenticato 3 milioni di sfollati. Senza fondi, l’assistenza umanitaria rischia il collasso

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 4 settembre 2015, Nena News – La comunità internazionale dimentica in fretta. Dimentica di aver giustificato i primi raid contro lo Stato Islamico in Iraq, nell’agosto 2014, con la protezione dei civili yazidi in fuga. Bombe “umanitarie” a cui oggi segue l’indifferenza. L’emergenza è alle porte, spiega al manifesto il capo missione di Medici Senza Frontiere in Iraq, Fabio Forgione, di stanza a Erbil: a ottobre non ci saranno più soldi per sostenere i 500mila rifugiati nel Kurdistan iracheno.

Quando ci sentimmo, lo scorso anno, ci raccontò di famiglie intere costrette a vivere per strada o in edifici in costruzione. Oggi nel Kurdistan iracheno i campi riescono ad accogliere i 500mila rifugiati presenti?

La situazione dell’accoglienza è cambiata notevolmente rispetto allo scorso anno: sono stati aperti decine di campi, in cui la maggioranza dei profughi si concentra. Dei 500mila rifugiati che ancora popolano i tre distretti kurdi, il 65-70% sono in campi in cui le organizzazioni internazionali e le autorità kurde hanno progressivamente cominciato a fornire servizi medici e sanitari, alloggio, distribuzione del cibo. E hanno aperto scuole: la tendenza è quella di fornire i campi (soprattutto quelli più grandi che ospitano tra i 15mila e i 30mila rifugiati) propri istituti educativi.

All’interno di tale contesto, però, una delle preoccupazioni che abbiamo è l’affievolimento dell’interesse della comunità internazionale e quindi dei fondi dei donatori. Oggi solo una minima parte, il 20%, del budget complessivo necessario alla copertura dei bisogni è effettivamente stato versato. Così anche nel Kurdistan iracheno, servizi che prima erano disponibili ora stanno scemando perché i fondi sono diminuiti. Si stima che tra ottobre e novembre il 60-70% dei progetti delle organizzazioni internazionali in Kurdistan potrebbe terminare. E questo avrebbe effetti disastrosi: oltre ai bisogni dei rifugiati, dopo un anno, si è creato anche un problema di assorbimento da parte delle comunità locali. Entrambi necessitano di assistenza: diminuire i servizi potrebbe generare un peggioramento dell’assistenza umanitaria.

Ad un anno dall’assedio del Sinjar e della fuga in massa della popolazione yazidi, qual è oggi la situazione degli sfollati interni nel resto dell’Iraq?

Rispetto al 2014 si è avuto un netto peggioramento della situazione sul piano umanitario, anche a causa delle successive battaglie, la liberazione di Tikrit, i continui scontri in Anbar, nelle zone fuori Mosul, a Baghdad, a Diyala. Questo ha generato ulteriori flussi di profughi. In tutto l’Iraq oggi si contano quasi 4 milioni di sfollati interni che si vanno ad aggiungere ai 250mila rifugiati siriani già presenti dal 2012. Ormai non c’è area nel centro e nel nord del paese che non sopporta carichi enormi in termini di accoglienza.

Dall’altra parte non si assiste ad un corrispettivo incremento dell’aiuto umanitario: la maggior parte degli sforzi si concentrato nel Kurdistan iracheno, a Erbil, Dohuk e Sulaymaniyah, lasciando il resto dell’Iraq quasi del tutto scoperto. Ed è precisamente in queste aree, il sud di Kirkuk, la provincia di Ninawa e le periferie di Baghdad, che Msf cerca di operare per raggiungere queste sacche di profughi.

Per quale ragione la gran parte degli sfollati interni non entra in Kurdistan, la zona più sicura del paese?

L’ingresso in Kurdistan è legato a motivi di natura etnica. Coloro che sono direttamente o indirettamente considerati arabi sunniti, quindi collegabili [dai peshmerga] ai gruppi armati che occupano l’ovest dell’Iraq, non hanno possibilità di accedere e si trovano ancora ammassati lungo le linee del fronte dove la sicurezza rappresenta un serio problema e l’accesso ai servizi da parte delle organizzazioni umanitarie è estremamente ridotto.

Oggi in Iraq si assiste ad un livello altissimo di polarizzazione dove la situazione riguardante la sicurezza ha subito un netto deterioramento. Le varie amministrazioni temono che, all’interno degli ingenti gruppi di rifugiati che continuano a cercare di entrare in aree più sicure, ci siano individui legati ai gruppi estremisti sunniti. Questa preoccupazione porta a controlli molto rigidi lungo le frontiere che delimitano oggi il Kurdistan iracheno.

Nel resto del paese quindi si trovano 3 milioni di sfollati, per lo più sunniti. Esistono campi profughi dove essere accolti?

Sono numeri enormi, basti pensare alle centinaia di migliaia di civili fuggiti da Mosul e rifugiatisi nelle città meridionali di Najaf e Karbala, quelli fuggiti da Anbar verso Baghdad e Salah-a-din. Ci sono altri campi fuori dal Kurdistan, creati nel tentativo di concentrare numeri più alti possibili di persone in determinate località, ma la maggior parte dei profughi non si trova in zone sicure: si tratta per lo più di arabi sunniti bloccati in zone cuscinetto dove per noi è difficile entrare e per loro è difficile accedere a servizi primari.

In che modo organizzazioni come Msf riescono a raggiungere, almeno in parte, questi gruppi di rifugiati?

Cerchiamo di aprire e mantenere un dialogo con tutti gli attori, con le differenti milizie che controllano queste aree: l’accesso da parte nostra è giustificato solo ed esclusivamente da ragioni mediche. Questo, in maniera graduale e progressiva, ha permesso ai nostri team medici di guadagnare terreno e raggiungere aree come Abu Ghraib a Baghdad e zone nella provincia di Salah-a-din, 100-150 km a sud di Kirkuk.

La nuova legge antiterrorismo, voluta dalla ministra della giustizia Ayelet Shaked, è stata approvata in prima lettura dalla Knesset. Se approvata renderà reato qualsiasi forma di opposizione palestinese, anche non violenta, all’occupazione militare israeliana

La ministra israeliana della giustizia Ayelet Shaked

Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 4 settembre 2015, Nena News – Nuovo “successo” della ministra israeliana della giustizia, Ayelet Shaked, esponente di punta della destra più radicale. Il suo “Terror Act” è stato approvato in prima lettura mercoledì sera dalla Knesset. La notizia è giunta mentre si discuteva del via libera che il premier Netanyahu intende dare all’allentamento ulteriore delle regole di ingaggio per i militari israeliani in modo che possano sparare subito in caso di lancio di pietre e bottiglie incendiarie. Cosa che in verità già si vede tante, troppe volte in giro per i Territori occupati ma che si vuole ammantare di legalità. Shaked, dopo aver ottenuto l’inasprimento delle pene fino a 20 anni di carcere per coloro – i palestinesi – che lanciano sassi, ora sta per mettere a disposizione delle autorità una serie di strumenti punitivi eccezionali. Coloro che saranno condannati per “terrorismo” – un reato dai contorni molto larghi in Israele dove, appunto, include anche il lancio di pietre – dovranno affrontare condanne fino a 30 anni di reclusione. Verranno inoltre legalizzate le “detenzioni amministrative” – arresti preventivi eseguiti senza alcuna prova concreta che prevedono il carcere senza processo per sei mesi e per più volte consecutive – mentre i “sostenitori del terrorismo”, categoria nella quale saranno inclusi anche quelli che sventoleranno la bandiera palestinese, rischiano di rimanere in prigione per tre anni.

Il disegno di legge definisce il terrorismo in base a tre elementi: la motivazione, l’obiettivo e il danno. La motivazione può essere ideologica, diplomatica, nazionalista o religiosa. L’obiettivo sarebbe quello di creare panico o di spingere il governo israeliano a prendere una determinata decisione o impedire che possa farlo. Il danno è verso la persona o per la sicurezza nazionale, verso proprietà e infrastrutture o siti e figure religiose. In sostanza qualsiasi atto di opposizione all’occupazione militare israeliana, anche il semplice sventolio della bandiera palestinese, sarà considerato terrorismo e punito severamente punito.

L’obiettivo non pare proprio quello di «combattere la violenza». Con questi nuovi “strumenti” un giudice israeliano, ad esempio, potrebbe considerare “atto di terrorismo” una protesta a Gerusalemme Est contro la confisca o la demolizione di una casa, perchè, a suo giudizio, mette a rischio la sicurezza pubblica e crea “panico” nel resto della popolazione. E potrebbe essere inquadrata come “atto di terrorismo” anche l’azione di una settimana fa a Nabi Saleh di una madre e di altre donne palestinesi che hanno liberato un ragazzino tenuto stretto da soldato israeliano, intenzionato ad arrestarlo per il lancio di sassi. In quella scena diversi esponenti del governo e della Knesset hanno visto non un ragazzino preso per il collo da un adulto armato di mitra, ma una «aggressione gravissima» a danno del militare. Il “Terror Act” di Ayelet Shaked, se approvato, rappresenterà l’inclusione nell’ordinamento giuridico israeliano di una repressione legalizzata, riconosciuta, di ogni forma di dissenso o di reazione da parte dei palestinesi all’occupazione.

Tuttavia attribuire il “Terror Act” solo all’impegno incessante della ministra Shaked sarebbe un errore. Perchè a preparare la prima bozza della nuova legge antiterrorismo è stata in realtà l’ex ministra della giustizia, Tzipi Livni, considerata una “pacifista” in Israele, con l’appoggio della sua lista elettorale, Campo Sionista, controllata dal Partito laburista. Alla Knesset non sono mancate le proteste ma non paiono destinate a raggiungere risultati. Di fatto a contestare queste misure, lontane anni luce da un sistema democratico, sono solo la sinistra sionista (Meretz) e la Lista Araba Unita. Nena News

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