Palestina

  • Rapporto tecnico: recenti continui attacchi informatici contro i siti BDSmovement.net dimostrano che si è trattato di aggressioni complesse e coordinate
  • Nel gennaio 2016 Israele ha annunciato piani per utilizzare la guerra informatica contro il BDS
  • La guerra cibernetica ben finanziata contro il BDS riflette il fallimento dei tentativi di bloccare la costante crescita del movimento negli ultimi anni

Un rapporto tecnico diffuso oggi [2 giugno] dal servizio no-profit di sicurezza in rete eQualit.ie evidenzia importanti prove che gli attacchi del tipo Distributed Denial of Service (DDoS) [attacchi informatici che bloccano l'accesso a siti. Ndtr.] portati contro il principale sito del movimento BDS e di altri gruppi critici verso l'occupazione e la violazione dei diritti umani da parte di Israele sono complessi e molto coordinati.

La tecnologia molto sofisticata utilizzata per gli attacchi e le dimensioni dei botnet [reti di dispositivi informatici infettati. Ndtr] coinvolti potrebbe indicare che Israele sia stato direttamente implicato. Israele aveva già affermato di aver intenzione di utilizzare la guerra informatica per sabotare il movimento BDS.

Anche i siti web di circa sei organizzazioni del BDS in Nord America e in Europa hanno subito attacchi di sospensione del servizio in febbraio e marzo, contemporaneamente all'attacco contro il sito BDSmovement.net.

Normalization agreement comes at their expense, Palestinians in Gaza say.

PIC. Il responsabile del Comitato per i detenuti e ex prigionieri, Abdulnaser Farwana, ha dichiarato che tutti i prigionieri palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane, compresi i minorenni, sono sottoposti a torture da parte di soldati e investigatori israeliani.

In un comunicato stampa diramato domenica, Farwana ha affermato che Israele è l’unico stato che legalizza la tortura nelle carceri e che offre immunità a coloro che la praticano.

Ha aggiunto che 71 prigionieri palestinesi sono morti sotto tortura dal 1967 nelle carceri israeliane, e decine di anni sono morti poco dopo essere stati liberati. Molti altri soffrono di handicap psichici e fisici a seguito delle torture subite.

Gli attentatori hanno colpito la città di al-Qaa a maggioranza cristiana che si trova nella parte orientale del Paese dei Cedri. Almeno cinque i civili uccisi. 15 i feriti. Nessun gruppo ha rivendicato le esplosioni, ma la tv al-Manar vicino ad Hezbollah accusa: “è stato lo Stato Islamico”

Esercito libanese impegnato al confine con la Siria

della redazione

Roma, 27 giugno 2016, Nena News – Torna il terrore in Libano. Stamane all’alba una serie di attentati suicidi ha colpito il villaggio a maggioranza cristiana di al-Qaa che si trova sulla strada principale che collega la città siriana di al-Qusayr con la Valle della Beka’a nell’est del Paese dei Cedri. Secondo una fonte militare, sarebbero stati quattro gli attentatori suicidi che si sarebbero fatti saltare in aria. “Il primo ha bussato ad una delle case del villaggio, ma dopo che il proprietario della casa è diventato sospettoso, si è fatto esplodere” ha detto un ufficiale all’Afp. Gli altri tre, invece, sarebbero entrati in azione una volta che un gruppo di persone è accorso per curare il ferito.

Intervistato dall’Afp, George Kettaneh della Croce Rossa libanese ha detto che l’esplosione ha causato almeno otto vittime (tre sono gli attentatori). Bilancio parziale perché alcuni dei 15 feriti (4 sono soldati) versano in condizioni critiche.
Al momento nessun gruppo ha rivendicato gli attacchi. Tuttavia, la tv al-Manar, vicina ad Hezbollah, ha puntato il dito contro l’autoproclamato Stato Islamico (Is).

Il confine tra Libano e Siria è stato più volte teatro di attentati, scontri e colpi di mortaio da quando è iniziata la guerra civile siriana nel marzo del 2011. Bersaglio degli attacchi sono stati per lo più checkpoint e istallazioni militari, ma le esplosioni hanno avuto luogo anche in aree densamente popolate di Beirut. Il Libano sta pagando a caro prezzo le ripercussioni del sanguinoso conflitto siriano.

Accanto al numero di rifugiati (oltre un milione i siriani registrati) e al coinvolgimento militare degli sciiti di Hezbollah libanesi a fianco del presidente siriano al-Asad, il Paese è stato in più circostanze territorio di battaglia tra l’esercito e i gruppi jihadisti. Nell’agosto del 2014 i militari si sono scontrati con l’Is e i qa’edisti del Fronte an-Nusra nella cittadina di Arsal a confine con la Siria. L’attacco dei due gruppi jihadisti causò il rapimento di 30 tra soldati e poliziotti libanesi (16 dei quali sono stati rilasciati solo dopo 18 mesi di negoziazioni). L’ultimo sanguinoso attentato rivendicato dallo Stato Islamico è avvenuto lo scorso 12 novembre nel sud di Beirut: allora a perdere la vita furono 40 persone.

Ieri, intanto, sulla sua agenzia Amaq lo Stato Islamico ha rivendicato l’attacco avvenuto la scorsa settimana al confine tra Giordania e Siria in cui hanno perso la vita 7 soldati giordani (13 i feriti). Nena News

Netanyahu: “L’accordo rafforzerà Israele e porterà stabilità in Medio Oriente”. Tel Aviv chiederà scusa ad Ankara e pagherà una ricompensa per i 10 attivisti turchi della Mavi Marmara uccisi da un suo commando nel 2010. Ma nell’accordo non è prevista la rimozione del blocco su Gaza

AGGIORNAMENTO ore 12:45   Netanyahu: “Accordo turco-israeliano porterà stabilità in Medio Oriente e rafforzerà Israele”

In una conferenza stampa convocata a Roma, Netanyahu ha annunciato poco fa la riconciliazione con la Turchia. Secondo il premier israeliano, l’intesa “aiuterà a portare la stabilità” in Medio Oriente e “rafforzerà Israele”. Rispondendo alle domande della stampa, il leader israeliano ha anche detto che il presidente turco Erdogan ha promesso che lavorerà per ottenere informazioni relative ai militari dell’esercito di Tel Aviv prigionieri di Hamas.

Da Ankara, invece, il premier turco Yildirim fa sapere che il blocco di Gaza sarà “ampiamente tolto” grazie all’accordo turco-israeliano. Una affermazione che Netanyahu nega: sebbene l’accordo preveda l’ingresso di aiuti umanitari turchi attraverso il porto di Ashdod, ha spiegato da Roma il capo di governo israeliano, l’assedio rimane.

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della redazione

Roma, 27 giugno 2016, Nena News – Ormai si attende solo l’annuncio ufficiale, ma la pacificazione tra Israele e Turchia, dopo 6 anni di attriti, è ormai realtà. L’intesa è stata raggiunta definitivamente ieri, ma sarà ufficializzata oggi dalle due parti: il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha convocato per l’occasione una conferenza stampa a Roma per le 12; il premier turco Binali Yildirim, invece, parlerà ai media da Ankara.

Proprio la capitale italiana è stata teatro delle ultime fasi negoziali: qui, infatti, il primo ministro israeliano ha incontrato ieri il Segretario di stato Usa John Kerry per poter fissare gli ultimi punti dell’accordo. L’annuncio doveva già arrivare ieri in serata, scrive il quotidiano israeliano Ha’Aretz citando fonti governative, ma è stato posticipato per motivi “tecnici”. “Quando volevamo annunciare l’intesa – ha detto un ufficiale al giornale – era ormai in corso il pasto dell’Iftar di rottura del digiuno del Ramadan. Così abbiamo preferito rimandare a domani mattina [oggi, ndr]”.

Le relazioni turco-israeliane erano state sospese nel 2010 dopo che un comando israeliano aveva assaltato la Mavi Marmara, una delle imbarcazioni della “Gaza Freedom Flotilla” che tentava di raggiungere le coste di Gaza per rompere l’assedio che Israele ha imposto nel 2007 sul piccolo lembo di terra palestinese. Nel blitz sulla nave le forze armate di Tel Aviv uccisero 10 attivisti turchi.

Sebbene non siano stati ancora rivelati i dettagli dell’accordo, pare ormai certo che solo due delle tre principali richieste avanzate da Ankara verranno accolte: Israele si scuserà e pagherà una ricompensa (ammettendo nei fatti, quindi, di aver sbagliato e non solo di “essersi difeso dall’aggressione” dei militanti pro-Palestina). Tel Aviv la spunta però sulla questione principale: nell’intesa non è prevista la fine dell’assedio sulla Striscia di Gaza.

L’accordo dovrebbe regolare anche le attività che il movimento islamico palestinese Hamas svolgerà in Turchia. Il capo del Mossad [Intelligence israeliana, ndr] Yossi Cohen sarebbe infatti riuscito a strappare la promessa al capo dei Servizi segreti turchi, Hakan Fidan, di non permettere al movimento islamico di compiere “azioni terroristiche” contro lo stato ebraico dal territorio turco. I dirigenti di Hamas potranno però continuare a svolgere regolarmente le loro attività politiche in Turchia.

Entrando più nei dettagli dell’incontro, la stampa israeliana sostiene che Tel Aviv pagherà 20 milioni di dollari alle famiglie delle vittime del blitz militare sulla Mavi Marmara. Israele, inoltre, permetterà alla Turchia di costruire nella Striscia di Gaza un ospedale, una centrale elettrica e un impianto per desalinizzazione dell’acqua. Tutto il materiale per questi progetti verrà trasportato dal porto israeliano di Ashdod.

Da parte sua, invece, Ankara farà cadere qualunque denuncia contro i soldati e ufficiali israeliani responsabili dell’attacco all’imbarcazione. L’intesa prevederà la “normalizzazione” dei rapporti: gli ambasciatori turco e israeliano torneranno nelle ambasciate dei due Paesi e saranno ripristinati i servizi diplomatici. Non è ancora chiaro se Ankara farà pressioni su Hamas per la restituzione dei corpi dei due soldati israeliani (presumibilmente) uccisi durante l’offensiva “Margine protettivo” e per il rilascio dei due civili che Tel Aviv ritiene prigionieri del movimento islamico palestinese.

Secondo l’ufficiale israeliano citato da Ha’Aretz, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan avrebbe dato ordine a “tutte le agenzie turche di aiutare a risolvere il problema dei cittadini israeliani dispersi”. Una questione, quella del riportare gli israeliani vivi o morti a casa, che sta molto a cuore a gran parte della popolazione israeliana al punto che a Netanyahu è stato chiesto di non firmare alcuna “normalizzazione” con i turchi se non fosse inserita anche questa clausola.

Il premier, dal canto suo, sa di aver strappato una intesa favorevole. Parlando oggi a Roma alla stampa durante i colloqui con Kerry, Netanyahu è apparso raggiante quando ha detto che l’accordo con Ankara porterà “immense” implicazioni per l’economia israeliana. Secondo alcuni analisti, infatti, lo stato ebraico è alla ricerca di un potenziale cliente per le sue esportazioni di gas e una riappacificazione con i turchi potrà servire anche a questo scopo.

L’intesa è stata accolta favorevolmente anche da Washington che, con il suo Segretario di stato John Kerry, ha parlato di “passo positivo”. Gli Usa da anni lavorano al riavvicinamento tra i suoi due alleati, soprattutto in un Medio Oriente che si è fatto politicamente più instabile da quando (2014) è stato annunciato il “califfato” dello “Stato Islamico” (Is).

Soddisfazione per l’intesa è stata espressa anche dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Secondo fonti della presidenza turca, Erdogan avrebbe avuto una conversazione telefonica con il presidente palestinese Mahmoud Abbas durante la quale avrebbe spiegato i vantaggi che l’accordo avrebbe portato alla popolazione palestinese, in particolare a quella gazawi. Abbas avrebbe apprezzato gli sforzi di Ankara e si sarebbe congratulato con il suo omologo turco per i risultati ottenuti. Un ufficiale di Ankara, riferisce la Reuters, ha descritto l’accordo come una “vittoria diplomatica” della Turchia perché lo stato ebraico avrebbe nei fatti accettato le sue richieste. Una gioia fuoriluogo laddove la questione principale (il blocco israeliano su Gaza) è stato di fatto bypassato dai due ex-nemici. Nena News

Palestinian Grassroots Anti-apartheid Wall Campaign PortugalIDF Under the title “No to the Horizon2020 Law Train project - No to cooperation with Israel’s repressive system!”, on Thursday 24, a large coalition of Portuguese forces has held the official launch of a campaign aimed at ending the participation of the Portuguese ministry of Justice and the police in a joint, EU funded project with Israeli police forces.

The project Law Train is meant to unify the methodology for interrogation among Israeli and EU police forces and is a de facto normalisation of Israel’s most cruel practices, including physical and psychological torture, ill-treatment, arbitrary detention, threats, racial discrimination. It is coordinated from Israel and includes the participation of the Israeli Ministry of Public Security/Israeli National Police, the Ministry of Justice of Portugal/Judiciary Police, the Federal Public Service of Justice of Belgium and the Ministry of Interior of Spain/Guardia Civil. For more click here

At the eve of the International Day against Torture (June 26), the Movement for the Rights of the Palestinian People and Peace in the Middle East (MPPM) presented a joint declaration of over 15 national organizations and movements, including Palestine Solidarity organizations, the General Federation of Portuguese Trade Unions, organizations working against racism and police violence as well as the Association 25th of April, dedicated at upholding the memory and principles of the revolution that overthrew dictatorship in Portugal in 1974.

In the declaration, the organizations state that:
“With their cooperation, the EU and the countries participating in the LAW-TRAIN project, including Portugal, are objectively validating the Israeli system of control and military repression, which includes illegal methodologies "interrogations", and help to maintain it by giving it political and moral cover. With that they violate their obligations under international law and tarnish their duty to uphold justice and human rights.
“The Portuguese constitution provides that  international relations of Portugal are to be governed by the principles of national independence, respect for human rights and the rights of peoples".
“The undersigning organizations, committed to the defense of freedom and respect for human rights, protest against this involvement of Portugal with entities that have the negation of these values as their mission and urge the Portuguese Government to immediately cease its participation in the project LAW -Train because we consider it completely unacceptable that institutions of democratic Portugal are associated through this project with the repressive organs of the State of Israel.”

After an introduction by the vice-president of the MPPM, Carlos Almeida, on the political meaning of such a project within the context of Palestine and Portugal, the international outreach coordinator of Stop the Wall presented the framework of the wider campaign to end EU funding and projects that include Israeli companies and institutions that form the military and security sector of the country. Further campaign efforts are being planned.

The same day, José Luís Ferreira, MP of the Green Party in Portugal, submitted a written questions to the foreign ministry denouncing the project and asking:

  1. “1- How do you justify the participation of the government of Portugal in the LAW-TRAIN project, since there is an association and cooperation with repressive organs of Israel?
  2. 2 - Faced with this situation, does the Portuguese government consider to cease its participation in the LAW-TRAIN project?
  3. 3- Does the government intend to address the European Commission regarding the termination of this project and the direct or indirect financing of the military-industrial complex Israeli?
  4. 4- How does the government explain that European public funds to finance research and development activities end up financing mechanisms that violate human rights?”

(See the full question here)

This question follows the questioning of the Ministry of Justice by the parliamentary bloc of the Portuguese Communist Party (PCP), on May 20, which denounced the project and asked:

  1. “1 - Has the participation of the Portuguese State from the above mentioned project Law Train already been rescinded or not?
  2. 2 - If this step has not been taken yet, how does the government accompany this process and when does it preview that Portugal will disassociate itself from this unacceptable situation?
  3. 3 - What data or information have been shared, in the framework of this project, in connection with criminal investigation and Portuguese judicial authorities? What are these data or informations and which are the exact entities that have access to them?”

(For the full request of information, see here.)

MIGUEL VIEGAS, MEP of the PCP has questioned the European Commission:
“How does it assess a situation, in which European public funds to finance R&D activity end up feeding torture mechanisms and human rights violations
“Given this evidence, what does the European Commission plans to do to stop the LAW-TRAIN project and to stop in the same manner with any direct or indirect financing of the Israeli repressive military-industrial complex.”
For the full question see here

None of the parliamentary questions have received answers yet.

 

 

 

Gerusalemme-Ma’an. Lunedì mattina le forze speciali israeliane hanno nuovamente assaltato il complesso della Moschea Al-Aqsa, a Gerusalemme, evacuando i fedeli musulmani, compresi gli anziani, per permettere a estremisti ebrei israeliani di girare liberamente nei cortili.

Il direttore del dipartimento di beni religiosi di Al-Aqsa, Sheikh Azzam al-Khatib, ha dichiarato a Ma’an che “è stato il primo ministro israeliano Netanyahu a prendere la decisione di invadere la moschea al-Aqsa”.

Al-Khatib ha spiegato che la polizia israeliana ha annunciato, domenica a mezzanotte, che la Porta dei Marocchini – da cui gli estremisti ebrei sono soliti entrare nel complesso sotto scorta militare – “sarebbe rimasta chiusa durante gli ultimi dieci giorni del sacro mese di Ramadan”. Da diversi anni, ha aggiunto Sheikh al-Khatib, ai fedeli ebrei e ai turisti non era stato permesso entrare nel complesso di Al-Aqsa negli ultimi dieci giorni di Ramadan, in quanto sono particolarmente sacri per i musulmani. Il complesso era rimasto tranquillo fino alle 9:00 di mattina, quando improvvisamente forze speciali israeliane lo hanno invaso attraverso la Porta dei Marocchini per “proteggere i coloni” che stavano entrando. Le forze israeliane hanno poi chiuso tutte le porte nella parte sud della moschea, la principale del complesso, mentre decine di fedeli musulmani erano ancora all’interno. Domenica vi erano stati scontri a al-Aqsa tra fedeli palestinesi e forze israeliane, con 5 feriti.

Gerusalemme-PIC. Il presidente del Concilio supremo islamico, Sheikh Ekrema Sabri, domenica ha criticato l’aggressione compiuta dalla polizia israeliana contro i fedeli nella moschea al-Aqsa, avvenuta nelle prime ore della giornata.

Parlando con un giornalista di PIC, Sheikh Sabri ha denunciato l’irruzione effettuata nella mattinata dalla polizia dell’occupazione israeliana nell’area della moschea al-Aqsa e le violenze perpetrate contro i pacifici fedeli musulmani.

Ha inoltre denunciato l’irruzione effettuata da bande di coloni israeliani ad Al-Aqsa durante il mese di Ramadan in aperta violazione delle leggi interne ed internazionali.

“I fedeli musulmani sono stati attaccati mentre stavano vegliando all’interno della Moschea Al-Aqsa come sempre accade durante gli ultimi dieci giorni di Ramadan”, ha dichiarato Sabri.

“La polizia di occupazione israeliana ha colpito i pacifici fedeli musulmani con raffiche di proiettili di gomma e lacrimogeni mentre continuavano a ripetere l’invocazione ‘Allah è il più grande’ in segno di protesta contro l’aggressione”, ha aggiunto.

Numerosi fedeli musulmani hanno riportato ferite mentre altri sono stati arrestati dopo l’aggressione.

Fonti del Dipartimento per i Beni culturali islamici (Awqaf) hanno riferito che i militari israeliani hanno impedito ai musulmani al di sotto dei 30 anni di età di entrare nella Moschea, provocando ulteriori tensioni all’interno ed attorno al luogo sacro.

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

Oggi la nostra chef Fidaa ci presenta uno dei dolci palestinesi più squisiti e noti. Ideale nel mese sacro di Ramadan dove si è soliti finire il pasto con un dolcetto

di Fidaa Abu Hamdiyyeh

Ramallah, 27 giugno 2016, Nena News – Non si può venire in Palestina senza fermarsi in una pasticceria a mangiare il knafeh. Soprattutto se vi trovate a Nablus, la città regina dei dolci qui da noi, in cui potrete gustare il migliore knafeh di tutta la Palestina. Mancano ormai solo 10 giorni alla fine del Ramadan, il mese sacro islamico in cui, tra le varie usanze, si è soliti finire il pasto con un dolcetto sia se si è a casa che fuori. Approfittando di questa abitudine, la pasticceria vicino casa mia è sempre affollata di sera. Vanno a ruba tutti i tipi di dolci palestinesi, ma quello più venduto resta il knafeh perché è offerto caldo appena tolto dal fornello. In Palestina si usa il formaggio Akkawi o Nablousi, noi qui lo facciamo con la pasta kataifi e con formaggi diversi.

Gli ingredienti:

500 g di pasta kataifi
300 g di mozzarella (senza acqua)
200 g di formaggio spalmabile
300 g di burro chiarificato
1 cucchiaino di colorante alimentare di colore arancione

Per guarnire:

Pistacchio tritato
500 ml di ater

Procedimento:
Sbriciolate in una ciotola la mozzarella e mescolatela con il formaggio spalmabile molto bene. Mettete la pasta kataifi su una teglia e seccatela in forno a 180°C per quasi 10 minuti poi sbriciolatela con le mani o nel robot e mescolatela con il burro chiarificato aggiungendo il colorante. Su un vassoio con i bordi bassi di circa 40 cm di diametro sistemate i 3/4 di pasta kataifi e aggiungete sopra il formaggio. Pre scaldate il forno a 190°C e infornate il knafeh per circa 20 minuti, fino a quando la pasta non avrà un colore dorato uniforme. Infine rovesciate il knafeh sul vassoio da portata che deve essere più grande di quello usato per cuocerlo e versate l’ater. Servite il dolce caldo guarnito con il pistacchio tritato
Buon dolce!!
Fida

«Ammazzato come un egiziano», dicono gli attivisti. Perché al Cairo di tortura si muore e solo i racconti dei sopravvissuti riescono a dare la misura delle violazioni nelle prigioni dell’esercito. Come il buco nero di al-Azouly

Chiara Cruciati   il Manifesto

Roma, 27 giugno 2016, Nena News - Nella Giornata internazionale per le vittime di tortura la mente non può che andare a Giulio Regeni e alle parole che gli egiziani da allora ripetono: «Giulio è stato ammazzato come un egiziano». Perché di tortura e detenzione in Egitto si muore continuamente. Si moriva sotto Mubarak, si muore – se possibile con più frequenza – sotto al-Sisi.
Per questo il regime mostra nervosismo per i riflettori che Amnesty International mantiene accesi: il portavoce del Ministero degli Esteri egiziano Abu Zeid ha parlato di provocazione dopo l’annuncio della tweet action di ieri e oggi [ieri, ndr] per chiedere verità per Giulio. Si tratta – dice Abu Zeid – «di un nuovo modo di colpire l’Egitto» da parte di un’organizzazione, Amnesty, «che non è neutrale né professionale».

Bilanci è difficile darne. Il Nadeem Center, organizzazione che da 20 anni documenta i casi di tortura e offre assistenza psicologica alle vittime, ci prova: solo nel 2015 ha registrato 1.176 casi di tortura e 500 morti. Ma se si guarda ai numeri esorbitanti di prigionieri politici è facile immaginare che le vittime siano molte di più: 41mila detenuti per ragioni politiche, questo il bilancio – sempre al ribasso – che l’organizzazione egiziana Arabic Network for Human Rights Information è riuscita a calcolare.

Un intreccio mortale: sparizioni forzate, prigionieri politici, torture sistematiche. I racconti dei sopravvissuti portano dritti all’inferno, dentro celle sporche e affollate, lontane e dimenticate, dove vengono ammassati attivisti, avvocati, sostenitori dei Fratelli Musulmani, uomini sospettati di legami con gruppi islamisti. «È peggio di qualsiasi cosa si possa immaginare», raccontava un anno fa al’agenzia The New Arab Abdullah Ahmed, 22 anni, studente di ingegneria accusato di affiliazione allo Stato Islamico. «Le violazioni sono disumane, elettroshock ai genitali, abusi sessuali, waterboarding, prigionieri appesi per gambe e braccia, calci in faccia. Gli animali selvatici trattano i loro simili molto meglio di così».

È la quotidianità nelle carceri d’Egitto. Al-Azouly è una di queste. Un buco nero, la prigione più temuta da sempre, chiusa dentro la base militare di Al Galaa ad Ismailia, 130 km a nord-est del Cairo, che dal 2013 ha fagocitato la ribellione di Fratelli Musulmani, studenti e attivisti alla repressione di Stato. Qui in migliaia sono scomparsi, nascosti al resto del paese e al suo sistema legale. Chi esce da al-Azouly prova a raccontare quel girone infernale: i prigionieri subiscono scosse elettriche e pestaggi di routine, vengono appesi per ore, costretti a rilasciare confessioni di ogni tipo.

«Ufficialmente tu non sei lì», dice Ayman al The Guardian. Ayman è finito a al-Azouly nel 2013 ed è uno dei pochi fortunati ad esserne usciti. «Non ci sono documenti che attestino la tua presenza là. Se muori a al-Azouly nessuno lo saprà mai».
La procedura è per molti la stessa: arrestati con pochissime prove a carico, vengono torturati con regolarità nel famigerato Edificio S-1, fino a quando non sputano le informazioni che i carcerieri vogliono sentire. «Moltissimi ad al-Azouly sono stati arrestati in modo indiscriminato – spiega Mohammed Elmessiry, ricercatore di Amnesty – Poi i servizi segreti li torturano fino a quando non raccolgono quello che serve per dimostrare la partecipazione a violenze».

Così giustificano la detenzione che comincia allo stesso modo: il prigioniero è costretto a passare per “la cerimonia di benvenuto”, un pestaggio di gruppo con bastoni e tubi che dura fino a quando il detenuto riesce a raggiungere la cella dove scomparirà, insieme ad altri 20-25 prigionieri.

Prigioni come al-Azouly sono gestite dai servizi segreti militari, mentre l’intelligence del Ministero degli Interni opera in centri legati alla polizia. Il percorso è simile: le confessioni – vere o false che siano – vengono estorte dall’esercito e poi confermate di fronte a procuratori civili. Solo allora si finisce in un carcere civile, come la nota prigione della capitale, Scorpion, dove le torture sono meno sistematiche perché legali e familiari possono fare visita ai detenuti.

Una legge contro la tortura non esiste, sebbene l’Egitto sia firmatario della Convenzione Onu del 1984. La società civile tenta da tempo di sottopore un disegno di legge al parlamento, senza successo. L’avvocato el-Borai e due giudici, Raouf e Al-Gabbar, ne hanno redatto uno che propone 25 anni di carcere ai responsabili di torture. Per questo sono sotto inchiesta, accusati di attività politica illegale. Nena News

MemoIsraele è uno stato che deve la sua esistenza a pulizie etniche, massacri e guerre apparentemente infinite. Gli eventi del ’47-’48, quando lo stato fu fondato, sono conosciuti come la “Nakba”, una catastrofe per gli Arabi. Questo per il semplice fatto che ben 750 mila Palestinesi sono stati espulsi dai violenti militari sionisti che poi costituiranno l’esercito israeliano.

La Palestina è stata letteralmente cancellata dalle mappe, e i rifugiati mandati in esilio negli stati vicini. Loro e i loro discendenti non possono ancora fare ritorno. Da quella palese ed estensiva campagna di pulizia etnica, Israele è stato coinvolto in un lento e insidioso processo di rimozione delle persone rimaste in terra palestinese. Con la colonizzazione e l’annessione di terre palestinesi, lo stato ha pian piano rimosso tutti i palestinesi.

Colonie di soli ebrei, descritti in termini eufemistici come “insediamenti”, sono state poi costruite nelle terre da cui i palestinesi sono stati violentemente scacciati. In alcuni casi, come a Hebron e Gerusalemme, gli estremisti ebrei hanno preso la situazione in mano, prendendo prima l’esercito israeliano e istituendo poi dei sistemi di corte per legittimare in modo retroattivo questi vili atti di furto e aggressione. In altri casi, la loro fame è stata saziata in modo differente.

In entrambi i casi, l’effetto è lo stesso per le vittime palestinesi: la pulizia etnica. Ma i palestinesi hanno rifiutato di farsi intimidire, e continuano la loro lotta secolare contro il progetto sionista. Resistono tutti i giorni, in primo luogo con il semplice fatto di continuare a esistere nella loro terra. Questo, più di ogni altra cosa, vanifica il progetto di insediamento coloniale.

A causa di ciò, le voci estremiste in Israele sono sempre più in crescita, affermando che un lento processo non porta nulla di buono. Chiedono un’espulsione rapida. Queste voci, che una volta erano agli estremi del sionismo, sono ora al centro della scena – anche nel governo, come ho precedentemente fatto notare.

Lo testimoniano questo mese le provocazioni da parte di fanatici israeliani della “Giornata di Gerusalemme” nella capitale occupata della Palestina storica.

Come riportato da David Sheen e Dan Cohen, l’evento annuale è il più grande raduno annuale di “Morte agli Arabi”. Quest’anno si potevano leggere manifesti che inneggiavano all’espulsione dei Palestinesi, “Non può esserci convivenza con loro (i Palestinesi), trasferiteli, adesso”, che venivano liberamente distribuiti durante la marcia dell’attivista di estrema destra Baruch Marzel. Dei giovani ebrei intonavano “Possa il tuo villaggio bruciare!” mentre marciavano verso la Città Vecchia.

Tema principale era la distruzione della Moschea di Al-Aqsa – il terzo luogo sacro dell’Islam. Il movimento cosiddetto “Tempio fedele” vuole sostituirlo con un “Terzo tempio”. In realtà, questo è più una provocazione nazionalista che un anelito religioso. La pratica ebraica tradizionale riteneva che il “Monte del Tempio” fosse il luogo “Santo dei Santi” delle storie della Bibbia – il luogo stesso della presenza di Dio sulla Terra. Perciò gli ebrei osservanti non dovevano avvicinarsi.

Queste voci popolari di agitazione fascista vorrebbero schiacciare ogni forma di esistenza palestinese sulla terra. Affermano la superiorità di Israele. Certamente estremisti in ogni modo, queste persone sono, purtroppo, sempre più vicino al centro politico in Israele.

Durante il raduno del giorno di Gerusalemme al Muro del pianto (Muro di Buraq, ndr), uno dei capi rabbini di Israele (che sono finanziati dallo stato) ha chiesto la distruzione di Al-Aqsa.

Uri Ariel, ministro dell’Agricoltura, colono che vive in Cisgiordania, ha raccolto l’eco di tali appelli: “La sovranità è nel potere dello Stato di Israele, lo dobbiamo usare e implementare in tutti gli ambiti. Diciamo al primo ministro Netanyahu che è il momento per la sovranità. Il tempo per la sovranità sul Monte del Tempio è arrivato”.

Pochi giorni dopo Ariel ha chiesto che l’Area C della Cisgiordania (che costituisce il 60 per cento della superficie) venga allegata formalmente ad Israele. Sottovalutando le cifre relative alla popolazione palestinese in quelle regioni, ha affermato: “Queste sono zone dove non ci sono arabi, ad eccezione di poche migliaia che non costituiscono un fattore numerico significativo”

Deve evidentemente fare i conti con la realtà, dato che l’annessione implica che le persone che vivono in quei territori avranno la piena cittadinanza israeliana, cosa che il cosiddetto “stato ebraico” vuole assolutamente evitare quando si parla di Arabi. La probabile alternativa alla cittadinanza sarebbe la pulizia etnica: cacciare con la forza i palestinesi che vivono lì.

Infatti, in una precedente intervista dei Tempi di Israele in cui Ariel chiede l’annessione, in modo definitivo il ministro afferma: “Ne rimuoveremmo qualche migliaio, che di per sé non costituisce un numero significativo”. Più tardi, il sito web ha corretto dicendo che si trattava di un “errore di traduzione” poiché il ministro non chiedeva l’evacuazione.

Qualunque sia la verità, l’annessione dell’Area C è uno dei punti di forza del partito di Ariel, “Casa ebraica”. Il partito fa parte della coalizione di governo ed è costituito da un gruppo di coloni privi di qualsiasi misura oggettiva. Il piano di annessione non tiene conto del numero di Palestinesi che vivono nella parte più rurale. Infatti, secondo dati più realistici, sono più di 150 mila i Palestinesi che vivono lì.

Indipendentemente dai numeri, la pulizia etnica è chiaramente la logica imperativa. Israele deve essere fermato.

Traduzione di Domenica Zavaglia

Gerusalemme. Domenica mattina, fedeli palestinesi si sono scontrati con la polizia israeliana nel complesso della moschea al-Aqsa, a Gerusalemme Est.

Lo scontro è iniziato dopo che la polizia israeliana ha aperto un cancello che porta al complesso, usato dai turisti e dai visitatori ebrei, lasciando entrare un gruppo di coloni.

Il centro di informazioni gerosolimitano, Wadi Hilweh, ha dichiarato che le forze di polizia israeliane hanno fatto uso di proiettili di metallo rivestiti di gomma e di granate stordenti dentro il complesso islamico, il terzo per importanza, dopo Mecca e Medina.

Cinque Palestinesi sono rimasti feriti.

I media palestinesi parlano di fatto “senza precedenti”.

 

UK scholar criticizes academic group’s failure to respond to Palestinian appeals.

Memo e Quds Press. Facebook e Twitter hanno recentemente eliminato migliaia di pubblicazioni, pagine ed account, in risposta alla richiesta della ministra israeliana della Giustizia.

“Siamo riusciti a raggiungere i nostri obiettivi poiché il 70 per cento circa delle nostre richieste [di chiudere gli account di Facebook e Twitter] sono state realizzate]”, ha affermato la ministra Ayelet Shaked, secondo il giornale israeliano Yedioth Ahronoth.

Ha anche aggiunto: “Siamo anche riusciti ad eliminare contenuti d’incitamento alla morte e alla violenza su internet”.

Durante una riunione che ha tenuto tre giorni fa per discutere la “lotta contro i contenuti d’incitamento vergognosi sui social media”; Shaked ha ribadito che la “cooperazione [d’Israele] con Facebook, Twitter e Google rispetto agli incitamenti violenti elettronici palestinesi”.

Shaked ha affermato che diminuendo gli incitamenti su internet sono diminuiti anche gli attacchi contro gli israeliani.

“Ciò prova che c’è una relazione diretta tra gli incitamenti su internet e la violenza in Israele”, ha affermato.

Traduzione di F.H.L.

Ramallah–Quds Press. I risultati preliminari sulla situazione degli investimenti internazionali e sul debito estero dell’Autorità Palestinese alla fine del primo quadrimestre del 2016 indicano che il totale del bilancio del debito estero nell’economia palestinese ha raggiunto circa 1.637 milioni di dollari americani.

L’ente centrale di statistiche palestinese (Palestinian Central Bureau of Statistics) e l’autorità monetaria palestinese (Palestine Monetary Authority) – entrambe istituzioni governative – hanno emesso un rapporto in cui hanno annunciato che la bilancia degli investimenti dell’economia palestinese utilizzata al di fuori della Palestina ha superato la bilancia degli investimenti esteri utilizzata nell’economia palestinese (assets esteri e obbligazioni straniere) raggiungendo il valore di 906 milioni di dollari americani.

I depositi monetari locali nelle banche estere, in aggiunta alla moneta estera circolante nell’economia palestinese, hanno assorbito la quota più grande e ciò rappresenta circa il 67% del totale del valore degli assets esteri.

I risultati hanno indicato che il totale della bilancia degli assets dell’economia palestinese investiti all’estero ammonta a 5,891 milioni di dollari americani, distribuiti tra investimenti diretti esteri per una percentuale pari al 5,6%, portafoglio investimenti per il 19%, altri investimenti (tra i più importanti vi sono la valuta e i depositi) per il 67,5% e infine assets di riserva per il 7,9%.

Gli investimenti stranieri del settore bancario rappresentano il 76% del totale degli assets stranieri dell’economia palestinese.

Il totale della bilancia delle passività straniere (obbligazioni) nell’economia palestinese (investimenti in Palestina da parte dei non residenti) ammonta a circa 4.985 milioni di dollari americani, distribuiti tra investimenti diretti esteri per il 52,9%, portafoglio investimenti per il 14,3% e altri investimenti (tra i più importanti vi sono i prestiti e i depositi dall’estero) per il 32,8%.

Gli investimenti stranieri nel settore bancario rappresentano circa il 34,5% del totale delle passività estere nell’economia palestinese.

I risultati preliminari hanno indicato che il totale del bilancio del debito estero nell’economia palestinese ha raggiunto circa 1.637 milioni di dollari americani, distribuito tra il debito del settore pubblico per il 65,7%, del settore bancario per il 31,3% e di altri settori (le società finanziarie e non, le istituzioni civili e familiari) per il 3%.

Traduzione di Martina Di Febo

Pchr. Rapporto settimanale sulle violazioni israeliane nei Territori palestinesi.

– Un bambino palestinese è stato ucciso mentre un altro civile è morto a causa delle ferite in Cisgiordania.

– 6 civili, tra cui 3 bambini, sono stati feriti in Cisgiordania.

– Un civile è stato ferito mentre giocava con un oggetto sospetto degli avanzi delle forze israeliane, ad est del quartiere di al-Zaytoun.

  • Le forze israeliane hanno portato a termine 56 incursioni nelle comunità palestinesi in Cisgiordania e 5 a Gerusalemme.

– 54 civili, tra cui 8 donne e 3 ragazze.

– 11 di loro, tra cui 8 bambini e 3 ragazze, sono stati arrestati nella Gerusalemme occupata.

 Le forze israeliane hanno continuato a colpire i pescatori palestinesi nel mare della Striscia di Gaza.

– Le forze israeliane hanno aperto il fuoco contro 6 pescherecci palestinesi, a sud di Yata, ma non si segnalano vittime o arresti.

  • Le forze israeliane hanno demolito case come punizione collettiva

– Una casa è stata demolita nel villaggio di Hajjah, a nord est di Qalqilya.

  • Le forze israeliane hanno continuato le attività di insediamento in Cisgiordania.

– Due case sono state spianate nella parte meridionale di Yata, e 19 civili sono sfollati, 12 bambini e 4 donne.

  • Le forze israeliane hanno diviso la Cisgiordania in cantoni e hanno continuato a imporre la chiusura illegale della Striscia di Gaza per il 9 ° anno.

– In Cisgiordania sono state istituite decine di posti di blocco temporanei e altri sono stati ristabiliti per ostacolare la circolazione dei civili palestinesi.

– 13 civili palestinesi, tra cui 2 donne, sono state arrestati ai check-point militari in Cisgiordania.

– Il direttore dell’ ufficio di Gaza del “World Vision” è stato arrestato al valico di  Beit Hanoun nel nord della Striscia di Gaza.

Riassunto

Le violazioni israeliane del diritto internazionale e del diritto internazionale umanitario nei Territori Palestinesi Occupati sono continuate nel periodo di riferimento (16-22 giugno 2016).

Colpiti:

Le forze israeliane hanno continuato a commettere crimini, mietendo vittime civili. Hanno anche continuato a far uso di forza eccessiva contro i civili palestinesi che partecipavano a proteste pacifiche in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, la maggior parte dei quali erano giovani. Durante il periodo di riferimento, le forze israeliane hanno ucciso un bambino palestinese, mentre un altro civile è deceduto a causa delle ferite in Cisgiordania. Inoltre, le forze israeliane hanno ferito altri 6 civili, tra cui 3 bambini, in Cisgiordania. Nella Striscia di Gaza, un civile ha subito ferite moderate  a causa dell’esplosione di un oggetto sospetto lasciato dalle forze israeliane con cui stava giocando. Inoltre, le forze israeliane hanno continuato a colpire  i pescatori palestinesi nel mare della Striscia di Gaza e gli agricoltori nella zona di confine.

In Cisgiordania, riguardo l’uso della forza contro proteste pacifiche da parte delle forze israeliane, il 21 giugno 2016, le forze israeliane hanno ucciso un bambino palestinese e hanno ferito altri quattro civili, tra cui 3 bambini; le ferite di due di loro sono considerate gravi. Inoltre, le forze israeliane hanno arrestato altri due bambini vicino al ponte del villaggio di Beit Sira e Beit ‘Or al-Tahta, a sud ovest di Ramallah, quando le forze israeliane hanno aperto il fuoco contro un’auto con a bordo 6 bambini, guidata da’ Ahd Othman (di 21 anni) che tornavano a casa nel villaggio di Beit al-Tahta. Le forze israeliane hanno inizialmente  affermato che i bambini palestinesi avevano lanciato pietre contro le auto dei coloni sulla strada 443. Solo più tardi, hanno ammesso di aver erroneamente ucciso il bambino.

Il 19 giugno 2016, fonti mediche dell’ospedale di al-Ahli a Hebron, hanno dichiarato che Arif Shareef Jaradat (di 22 anni), del villaggio di Sa’ir, ad est di Hebron, è deceduto a causa delle ferite riportate. Secondo le indagini del PCHR, il civile è stato colpito con un proiettile dalle forze israeliane il 4 maggio 2016, quando erano entrate nel villaggio. E’ stato trasferito all’ospedale al-Ahli di Hebron dove ha subito un intervento chirurgico per asportare parte del fegato e dell’intestino crasso. E’ stato quindi dimesso dall’ospedale. Il 17 giugno 2016, Jaradat è stata portato all’ospedale  al-Ahli dopo che  il suo stato è peggiorato. I medici hanno detto di aver trovato l’intestino crasso chiuso, a causa di  aderenze. Il suo stato di salute è peggiorato ed è quindi  deceduto. Va ricordato che il civile in questione soffriva della “sindrome di Down”.

Traduzione di Edy Meroli

 

 

Hebron. Venerdì sera, a Hebron, i soldati israeliani hanno ucciso una giovanissima mamma palestinese, Majd Abdullah al-Khdour, 19 anni, che aveva perso il controllo della propria auto andando a finire contro quella di un colono, secondo quanto affermato da testimoni oculari.

I militari hanno sparato raffiche di proiettili letali contro l’auto, soprattutto contro il parabrezza, colpendo al-Khdour in tutta la parte superiore del corpo.

Majd, residente a Bani Neim, cittadina a est di Hebron, era madre di una bimbetta, Hadil.

E’ stata uccisa mentre percorreva l’area di Baq’a, nei pressi della colonia illegale di Keryat Arba’.

I medici palestinesi sono accorsi sul posto ma i soldati hanno impedito loro di avvicinarsi alla vittima, chiudendo tutta la zona.

Come consueto, l’esercito israeliano ha affermato che la vittima “aveva deliberatamente investito degli israeliani” e che è stata colpita per questa ragione, ma testimoni oculari smentiscono tale versione, sottolineando che si è trattato di un incidente causato dalla perdita di controllo dell’auto mentre la giovane attraversava un posto di blocco.

I due israeliani rimasti feriti nell’incidente sono stati trasferiti al centro medico di Shaare Tzedek, a Gerusalemme.

(Fonti: Imemc, Ma’an)

(Nella foto, la figlia di Majd, Hadil)

 

Il parlamento ha passato la proposta che salva militari e membri dei servizi segreti dai processi per abusi contro i civili. Tutto coperto dalla volatile etichetta del “controterrorismo”

Soldati turchi (Foto: Xinhua/Cihan)

della redazione

Roma, 25 giugno 2016, Nena News – L’immunità ai soldati è legge: la proposta presentata all’inizio di giugno dal Ministero della Difesa è stata approvata ieri dal parlamento turco. Garantisce ai militari impegnati “in operazioni di controterrorismo” una copertura legale nel caso di abusi e crimini commessi durante le azioni sul campo.

L’espressione “controterrorismo” può avere significati ampi, che la politica può arricchire a seconda delle esigenze. Di certo dentro ci finisce la campagna militare in corso a sud est, contro il Pkk, ma soprattutto contro la popolazione civile. Sebbene pochi giorni fa il premier Yildirim parlasse di operazione conclusa, così non è: gli scontri terrestri continuano, come aumentano i villaggi sotto coprifuoco e i raid aerei contro presunte postazioni kurde.

Ora i soldati che commetterrano abusi – le comunità kurde ne hanno pronta una lunga lista: edifici residenziali assediati, utilizzo di armi chimiche, omicidi di civili (oltre 600 quelli accertati), raid indiscriminati in aree residenziali – non subiranno conseguenze. I poteri dell’esercito, così come quelli dei servizi segreti, si ampliano a dismisura. E con loro quelli del presidente Erdogan che sulle forze armate mantiene il controllo: secondo la nuova normativa, spetterà al governo – in particolare il primo ministro – dare il permesso per giudicare soldati sospettati di abusi. Ma anche civili impegnati in attività di controterrorismo, come i funzionari dei servizi segreti.

Inoltre, va a coprire anche abusi compiuti in passato perché retroattiva. Insomma, l’anno di brutale campagna militare contro il sud-est è al sicuro. Sul piano delle operazioni militari, la legge regala ai comandanti militari il potere – senza l’ok della magistratura – di ordinare perquisizioni e di emettere mandati d’arresto.

Le prime voci critiche si alzano dalle Nazioni Unite perché la nuova legge rende nella pratica impossibile aprire inchieste sulle violazioni commesse contro la popolazione civile kurda. Ovvia la reazione dell’Hdp, il partito di sinistra pro-kurdo che sta vestendo i panni di sola vera opposizione al governo dell’Akp: il partito è consapevole degli effetti che la nuova legge avrà sul campo, un inasprimento delle pratiche militari e delle punizioni collettive contro la popolazione kurda.

La legge appena passata fa il paio con quella che a fine maggio ha cancellato l’immunità parlamentare, aprendo a centinaia di processi contro deputati accusati di svariati reati. Se nazionalisti e kemalisti sono accusati di corruzione e abuso di ufficio, a rischiare di più sono proprio i parlamentari dell’Hdp, su cui pendono già inchieste per sostegno al terrorismo, propaganda a favore di organizzazione terroristica (il Pkk) e incitamento alla violenza. Lo stesso co-segretario dell’Hdp, Demirtas, rischia fino a 15 anni di prigione. Nena News

 

Israele controlla le risorse idriche. Ed avendone il controllo, impone il contingentamento della quantità di acqua che i palestinesi hanno il permesso di produrre e consumare

di Amira Hass – Haaretz

(traduzione di Carlo Tagliacozzo – Zeitun.info)

Ramallah, 25 giugno 2016, Nena News – I portavoce israeliani hanno pronte tre risposte da utilizzare quando rispondono alle domande sulla carenza d’acqua nelle città palestinesi della Cisgiordania, che emerge chiaramente rispetto al pieno soddisfacimento idrico delle colonie:

1) Le condutture palestinesi sono vecchie e di conseguenza vi sono perdite d’acqua; 2) i palestinesi si rubano l’acqua tra loro e la rubano agli israeliani; 3) in generale, Israele nella sua grande generosità, ha raddoppiato la quantità d’acqua che distribuisce ai palestinesi in confronto a quella stabilita dagli accordi di Oslo.

“Distribuzione”, i portavoce scriveranno nelle loro risposte. Non diranno mai che Israele vende ai palestinesi 64 milioni di m³ d’acqua all’anno invece dei 31 milioni di m³ stabiliti dagli accordi di Oslo. Accordi che sono stati firmati nel 1994 e che era previsto scadessero nel 1999. Non diranno che Israele vende ai palestinesi l’acqua dopo avergliela rubata.

Complimenti per la demagogia. Complimenti per rispondere solo con un ottavo della verità. L’acqua è l’unica questione per cui Israele è (ancora) in difficoltà nel difendere la sua politica discriminatoria, oppressiva e devastante con il pretesto della sicurezza e di dio. Per questo deve confondere e stravolgere questo fatto fondamentale: Israele controlla le risorse idriche. Ed avendone il controllo, impone il contingentamento della quantità di acqua che i palestinesi hanno il permesso di produrre e consumare. In media i palestinesi consumano 73 litri pro capite al giorno. Al di sotto della quantità minima necessaria. Gli israeliani consumano in media 180 litri al giorno, e c’è chi afferma che sono anche di più. E qui, a differenza di là, non troverete migliaia di persone che consumano 20 litri al giorno. D’estate.

Vero, alcuni palestinesi rubano l’acqua. Contadini disperati, i soliti imbroglioni. Se non ci fosse la mancanza d’acqua ciò non accadrebbe. Una gran parte dei ladri sta nell’area C, sotto il pieno controllo di Israele. Per cui, per favore, lasciate all’IDF e alla polizia il compito di trovare tutti i criminali. Ma giustificare la crisi con il furto, questo è un inganno.

Con gli accordi di Oslo, Israele ha imposto una suddivisione vergognosa, razzista , arrogante e brutale delle risorse idriche in Cisgiordania: l’80% agli israeliani (su entrambi i lati della Linea Verde) e il 20 % ai palestinesi ( da pozzi perforati prima del 1967, che i palestinesi continuano a sfruttare; dalla Mekorot, l’azienda idrica, da pozzi da trivellare in futuro dal bacino acquifero montano; da pozzi e da sorgenti per uso agricolo. Tra l’altro, molte sorgenti, si sono prosciugate a causa dei pozzi israeliani troppo profondi o perché i coloni se ne sono impadroniti. Le vie del furto non conoscono confini. Nena News

Quest’anno la crisi idrica è ancora peggiore del solito: Tel Aviv accusa l’Anp, l’Anp accusa Israele. Intanto Salfit, Nablus, Jenin e i campi profughi non hanno acqua da settimane

Cisterne nella comunità di Dkaika nelle colline a sud di Hebron (Foto: Chiara Cruciati/Nena News)

di Chiara Cruciati

Roma, 25 giugno 2016, Nena News – L’acqua non c’è e Israele e Autorità Palestinese giocano allo scaricabarile. In mezzo restano i palestinesi della Cisgiordania, delle comunità agricole e dei campi profughi, alle prese quest’anno con una carenza d’acqua ancora peggiore degli anni passati. Nei campi di Dheisheh,a Betlemme, e Balata, a Nablus, nella città settentrionale di Salfit, nei villaggi agricoli nella zona di Nablus e Jenin.

Che le risorse idriche d’estate scarseggino più del solito le famiglie palestinesi lo sanno bene: arriva raramente dalle tubature israeliane che preferiscono – con il caldo – garantirla alle colonie. Quest’anno, però, Israele prova a difendersi accusando l’Autorità Nazionale Palestinese di avere infrastrutture troppo vecchie, principale ragione della mancanza d’acqua. Insomma, secondo Tel Aviv l’acqua viene mandata come sempre ma se viene sprecata è a causa della rete idrica antiquata che ne perde troppa: questo gap, dice il portavoce della Water Authority israeliana, Uri Schor, “impedisce il trasferimento di tutta l’acqua necessaria alla regione”.

E qua c’è il primo problema. Se fosse così, Israele dovrebbe anche ricordare che per svolgere lavori infrastrutturali in buona parte della Cisgiordania, l’Anp deve ottenere il permesso israeliano. Può svolgerne con relativa tranquillità nel 18% della Cisgiordania, Area A, sotto il controllo militare e civile palestinese. Con maggiori difficoltà può svolgerli in Area B. Impossibile, invece, raggiungere il 60% della Cisgiordania, sotto controllo totale israeliano. Lì l’acqua va comprata con le cisterne, neanche a pensarci di ottenere un permesso da parte israeliana per costruire tubature e reti idriche.

Per cui la diatriba Anp-Israele riguarda una piccola parte del territorio. Il governo di Ramallah si difende: la compagnia israeliana Mekorot (che gestisce le risorse idriche dentro lo Stato di Israele ma anche nei Territori Occupati, rivendendo ai palestinesi le proprie risorse d’acqua) – dice l’Anp – garantisce quote maggiori d’acqua alle colonie. Un dato già noto: secondo la federazione di associazioni Ewash, i coloni israeliani ricevono in media 240 litri d’acqua al giorno, mentre i palestinesi della Cisgiordania 73. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda un uso di 100 litri d’acqua al giorno a persona.

“Le tubature non vanno migliorate – dice un funzionario della Palestinian Water Authority ad Haaretz – UsaAid ha appena completato la nuova rete a Deir Sha’ar che serve Hebron e Betlemme. Israele deve aumentare l’afflusso e oltre mezzo milione di palestinesi riceveranno il dovuto. Ma Israele ricatta l’Ap: vuole che approviamo il progetto israeliano per servire le colonie nell’area di Tekoa, altrimenti non invierà più acqua a Deir Sha’ar”. Secondo gli accordi successivi ad Oslo, infatti, l’autorità dell’acqua palestinese e quella israeliana sono riunite in un comitato congiunto che decide i progetti idrici da realizzare nei Territori Occupati. È formato da un terzo soggetto, l’esercito israeliano, che fa pendere a favore di Tel Aviv il potere decisionale.

La situazione però va risolta: interi villaggi non hanno acqua corrente da settimane. Comprare le cisterne diventa impegnativo, visto il costo dieci volte maggiore del normale. Non c’è acqua per le persone, ma neppure per gli animali e per i campi e le fattorie, spesso piccole attività familiari che sono l’unica fonte di sostentamento in molte comunità agricole. “Quando le misure discriminarie israeliane vengono implementate in primavera ed estate – scrive in un comunicato Ewash – quando la richiesta d’acqua è naturalmente maggiore e le colonie vengono sistematicamente privilegiate, i palestinesi si ritrovano a vivere in condizioni molto difficili”.

Così le cisterne sopra i terri palestinesi, usate per immagazzinare più acqua possibile le poche volte che arriva, sono vuoti. Ma stavolta lo sono da troppo tempo: anche nel campo profughi di Dheisheh, dove dicono di essere abituati ai tagli d’acqua, stavolta cominciano ad essere seriamente preoccupati.

“Accade ogni anno – dice Naji Owdah, direttore del centro Laylac – Nella gran parte del campo l’acqua è disponibile poche volte durante l’estate. E quando ci mette troppo ad arrivare, i ragazzi scendono in strada”. Lo hanno già fatto: i palestinesi dei campi hanno marciato per protesta prima a Betlemme, poi a Ramallah. Con una convinzione: che la colpa sia di tanti, dall’Onu all’Anp a Israele. “La gente sta capendo che in molti ottengono vantaggi da questa situazione – conclude Owdah – Una sorta di mafia dell’acqua”. Nena News

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

 

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