Palestina

Gino Bartali (1914-2000) diventerà cittadino onorario di Israele. Un riconoscimento legato alle esigenze politiche dell’oggi. Ma lui non può né accettare né rifiutare né definire il senso e il limite del suo eventuale rifiuto o dell’eventuale accettazione

Gino Bartali

di Flavia Lepre

Roma, 26 aprile 2018, Nena News – Diversi giornali in tutte le lingue, a qualche giorno dall’accaduto, continuano a rimbalzare la notizia: “Natalie Portman ha fatto sapere che non andrà in Israele a giugno a ritirare il Premio Genesis, definito il Nobel ebraico. (…) perché, come ha spiegato un rappresentante al comitato del premio, “i recenti avvenimenti in Israele sono stati estremamente dolorosi per lei”. La regista ed attrice israelo-statunitense ha avuto anche modo di precisare i propri intendimenti e il senso del suo gesto. Infatti, accusata dal ministro della cultura Miri Regev di essere condizionata dal Bds, ha voluto chiarire che il suo è un rifiuto verso l’attuale premier Netanyahu e non aderisce né sostiene il boicottaggio d’Israele.

Insomma, ha potuto rifiutare di essere associata all’attuale governo israeliano e definire con esattezza la propria posizione: “Non vorrei che sembrasse un appoggio a Benjamin Netanyahu, che terrà un discorso durante la cerimonia”. Ha potuto esercitare il diritto che ella stessa riconosce agli israeliani e a tutti gli ebrei di criticare il governo d’Israele.

“Il grandissimo ciclista e dirigente sportivo Gino Bartali (1914-2000) diventerà cittadino onorario di Israele”. Lo ha fatto sapere lo Yad Vashem, il Museo della Shoà di Gerusalemme, confermando l’anticipazione del sito Pagine ebraiche. La nomina, postuma – ha detto il portavoce di Yad Vashem Simmy Allen – avverrà in una cerimonia prevista il prossimo 2 maggio, due giorni prima della partenza del Giro d’Italia da Gerusalemme stessa”. Riferisce Globalist (e diversi altri quotidiani) del 22 aprile.

Gino Bartali “persona semplice e buona, sempre al servizio di tutti”, secondo il ricordo della nipote Gioia, sarebbe meno sensibile alle sofferenze inflitte oggi da Israele e dal suo governo ai palestinesi di quanto vi si è dimostrata Natalie Portman? Meno di lei potrebbe dire: “Devo prendere posizione contro la violenza, la corruzione, l’ineguaglianza e l’abuso di potere”? Meno di lei avrebbe diritto a non lasciarsi associare al responsabile dello spiegamento dei cecchini che hanno sparato ai Gazawi, ragazzini inclusi?  Mentre “l’attrice “non si sente a suo agio a partecipare ad alcun evento pubblico in Israele” e “non può in tutta coscienza andare avanti con la cerimonia”, dobbiamo supporre che invece Bartali non avrebbe problemi a rinunciare di prendere posizione contro la violenza, l’ineguaglianza e l’abuso di potere e non avrebbe alcun disagio a partecipare a una cerimonia con Netanyahu??

Bartali non può né accettare né rifiutare né definire il senso e il limite del suo eventuale rifiuto o dell’eventuale accettazione. Bartali è morto. Israele, la sua attuale dirigenza, quella stessa da cui Natalie Portman è riuscita a prendere le distanze, si fregerà del suo conferimento della cittadinanza israeliana. Bartali non può assumere una posizione, deve subire le decisioni altrui.

Perché si decide l’opportunità di ricorrere alla procedura “molto rara” e che “viene usata con il contagocce” che consente a Yad Vashem di “conferire anche, in casi particolari, una cittadinanza onoraria di Israele a chi fosse ancora in vita, oppure postuma ai suoi congiunti”?

In questo momento è Israele ad aver bisogno di Bartali, nonviceversa. Di fronte all’indignazione generale che il comportamento del suo esercito ha suscitato a Gaza, è Israele che necessita di evocare l’ombra dei milioni di ebrei uccisi in Europa per rivitalizzare le compassionevoli simpatie nei suoi confronti ed attraverso la figura prestigiosa di Bartali far convergere su di sé il riflesso del gesto di umanità compiuto dal ciclista italiano. All’epoca, Israele non esisteva e ora ripete la pretesa di essere il rappresentante unico di tutti quegli ebrei uccisi o internati nei campi e scampati alla morte, pretesa che molti ebrei disconoscevano e disconoscono.

La violenza dei vivi sui morti. Israele vìola l’intimità di un morto, imponendogli presunte onorificenze con quella stessa mano da cui contemporaneamente altri hanno rifiutato di riceverne. Quale arroganza permette ad un governo che appena respinto da una contemporanea cittadina viva, impone a uno straniero che non c’è più la propria cittadinanza?! Quand’anche Bartali avesse condiviso la presunzione d’Israele di rappresentare tutti gli ebrei di tutti i tempi, chi autorizza d’imporgli lo stesso palco di Netanyahu, che Portman ha rifiutato?

“Il gesto più nobile nei confronti di coloro che sono morti è serbarne il ricordo, imparare dalla loro sofferenza e, finalmente, lasciarli riposare in pace.” (Norman Finkelstein, “L’industria dell’Olocausto”, Conclusione). Nena News

Domenica 29 aprile, Milano, Centro congressi Assago: XVI Conferenza dei Palestinesi d’Europa, Milano.
Inizio convegno alle ore 11.00
Dalle 10.00 -alle 11.00 registrazione

Prima parte: 14:00-14:45
Gerusalemme capitale della Palestina e le dichiarazioni di Trump
Modera: Maria Pia Pizzolante, attivista di Rete Futura
Michele Piras, già deputato parlamento italiano
Marco Furfaro, politico
Elly Schlein, europarlamentare italiana

Seconda parte: 14:50-15:35
Diritti umani negati e violati in Palestina
Fabio Marcelli, avvocato Giuristi democratici e ricercatore presso il CNR
Fausto Giannelli, avvocato Giuristi democratici
Dario Rossi, avvocato Giuristi democratici

Terza parte: 15:40-16:20
Palestina e solidarietà: realtà e prospettive presenti e future
Modera: Giovanni Sarubbi
Francesco Giordano, attivista
Maria Pia Pizzolante, attivista di Rete Futura
Pietro Stefani, ricercatore
Movimento BDS – Milano
Angela Lano, giornalista, direttrice agenzia stampa InfoPal.it

 

Ahmed Abu Hussein è spirato ieri. Era stato ferito all’addome da un colpo sparato da un cecchino israeliano mentre per conto della radio “Voce del Popolo” seguiva le manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno. A inizio mese era stato ucciso Yasser Murtaja dell’agenzia el Ein

Il giornalista Ahmad Abu Hussein, ucciso a Gaza

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 26 aprile 2018, Nena News – Ahmad Abu Hussein, 24 anni, lavorava per Voce del Popolo, radio di sinistra ‎legata al Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Il 13 aprile era stato ‎colpito all’addome da un proiettile sparato da un tiratore scelto israeliano mentre ‎seguiva a est di Jabaliya le manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno. Quella ‎pallottola gli aveva devastato l’intestino.

Trasferito in un ospedale israeliano, Abu ‎Hussein è spirato ieri dopo 12 giorni di sofferenze. È il secondo giornalista ucciso ‎dal fuoco dell’esercito israeliano nelle ultime quattro settimane. A inizio mese era ‎morto Yasser Murtaja dell’agenzia el Ein, anche lui colpito mentre filmava le ‎manifestazioni palestinesi a ridosso delle linee di demarcazione tra Gaza e ‎Israele.

Abu Hussein sarà accusato dalle autorità israeliane di essere un terrorista ‎come è avvenuto nel caso di Murtaja? Foto e video del suo ferimento lo mostrano ‎che indossa una giacca blu e un casco contrassegnato “TV”, 50 metri dietro a una ‎catasta di pneumatici incendiati dai manifestanti. Ahmad Abu Hussein stava ‎soltanto facendo il suo lavoro di reporter. Il suo nome si aggiunge a quelli di altri ‎‎40 palestinesi uccisi dal 30 marzo.‎

I funerali del giornalista si sono svolti già ieri mentre Gaza attendeva l’arrivo ‎della salma di Fadi al Batsh, l’ingegnere assassinato il 21 aprile a Kuala Lampur da ‎due uomini che le autorità locali descrivono come ‎«agenti di un Paese straniero» ‎mentre la famiglia dell’ucciso parla apertamente del coinvolgimento del Mossad, il ‎servizio segreto israeliano.

Il corpo era atteso ieri al Cairo in transito per Gaza. Nei ‎giorni scorsi il ministro israeliano della difesa Avigdor Lieberman si era rivolto ‎all’Egitto affinché impedisse il trasferimento a Gaza della salma di al Batch che il ‎governo Netanyahu descrive come un esponente del movimento islamico, ‎specializzato nel perfezionamento dei droni.

Intanto provoca sdegno e rabbia tra i palestinesi la condanna a nove mesi di ‎carcere per Ben Deri, l’agente della polizia di frontiera israeliana che il giorno della ‎Nakba di quattro anni fa uccise con un colpo di precisione sparato da grande ‎distanza il 17enne palestinese Nadim Nawara a Beitunia durante una ‎manifestazione nei pressi del carcere di Ofer. L’unità di Deri era stata autorizzata a ‎sparare proiettili di gomma, meno letali, ma il poliziotto invece caricò il suo fucile ‎con proiettili veri. Accusato di ‎«omicidio colposo», Deri ha patteggiato la pena ‎affermando di aver inserito ‎«accidentalmente‎» nel caricatore munizioni regolari.

‎Quel giorno fu ucciso anche un altro ragazzo palestinese, Mohammed Abu Daher, ‎ma il responsabile nel suo caso non è mai stato individuato. Presto sarà scarcerato ‎Elor Azaria, il caporale dell’esercito israeliano responsabile due anni fa a Hebron ‎dell’uccisione a sangue freddo di un assalitore palestinese che era a terra ferito ‎gravemente e non in grado di nuocere. Condannato a 18 mesi per omicidio ‎colposo, Azaria ha poi visto la sua pena ridotta a nove mesi.‎

Michele Giorgio è su Twitter: @michelegiorgio2

Pene carcerarie dai due ai sette anni per 13 reporter e impiegati del quotidiano d’opposizione, tra cui il direttore Sabulcu, l’editore Altay, il giornalista investigativo Sik. Prosciolti in tre. Così Ankara si prepara alle elezioni anticipate

I disegni dal processo a Cumhuriyet

della redazione

Roma, 26 aprile 2018, Nena News – “Nessuna condanna potrà impedirci di fare giornalismo. Se necessario andremo in prigione di nuovo ma continueremo a fare giornalismo”. Così ieri Murat Sabuncu, direttore del quotidiano turco di opposizione Cumhuriyet commentava a caldo la durissima sentenza emessa dalla corte nel carcere di Silivri, a Istanbul.

Un processo assurdo aperto contro giornalisti e impiegati del giornale, accusati di terrorismo e di sostegno – in contemporanea secondo la procura – sia al Pkk che al movimento Hizmet dell’imam Gulen, due realtà estremamente distanti tra loro. Ma nel calderone della repressione della stampa pare importare poco.

Il direttore Sabuncu è stato condannato a sette anni e sei mesi di carcere, come il noto giornalista investigativo Ahmet Sik e Orhan Erinc, Akin Atalay, Aydin Engin e Hikmet Cetinkaya. Sik in particolare è accusato di associazione con l’organizzazione di Gulen, sebbene proprio le sue inchieste in passato – e soprattutto il libro “L’esercito dell’imam” – ne abbiano messo in luce la rete all’interno delle istituzioni del paese. Sei anni e sei mesi all’editore Altay – che ieri ha reagito parlando di un paese dove “non c’è più giustizia”, una Turchia dove “domina la paura” – tra i tre e i quattro anni al vignettista Musa Kart e a Onder Celik, Kadri Gursel, Hakan Kara, Emre Iper e Bulent Utku. Prosciolti solo in tre: Bulent Yener, Turhan Gunay e Gunseli Ozaltay.

Ora si attende l’appello, tutti resteranno a piede libero anche Atalay, rilasciato ieri: era l’unico ancora detenuto in via cautelare, in carcere ha trascorso più di 500 giorni. “Come abbiamo sempre detto, non possono intimidire il quotidiano Cumhuriyet – ha detto all’uscita dal tribunale – Continuerà a dire la verità ai suoi lettori. Questo giornale non può essere comprato con i soldi. I nostri colleghi mostreranno come si fa giornalismo”.

“Questo è un ultimatum e una minaccia diretta contro la gente che ha annunciato la propria determinazione a fare giornalismo”, ha detto l’editorialista Gursel, anche lui condannato. Al centro sta proprio la libertà di stampa, da anni calpestata in Turchia, primo paese al mondo per numero di giornalisti detenuti, oltre 170. Un paese dove 200 tra agenzie stampa, emittenti radio e tv, giornali e siti web sono stati chiusi per decreto dal 15 luglio 2016, giorno del tentato golpe e inizio della campagna di epurazione interna.

È così che la Turchia si prepara alle elezioni anticipate, volute dal presidente Erdogan per guadagnare un anno e mezzo nell’applicazione della riforma costituzionale che trasforma la repubblica da parlamentare a presidenziale. Un presidenzialismo assoluto che riconosce al capo dello Stato il potere di nominare e lincenziare ministri, di esercitare potere legislativo, di scegliere i giudici costituzionali, di redigere il bilancio interno, di sciogliere il parlamento, di guidare le forze armate.

Le elezioni si svolgeranno sotto lo stato di emergenza, introdotto quasi due anni fa e mai sospeso, uno status legale che garantisce al governo maggiori poteri. Che si sono tradotti in questi mesi nell’epurazione di migliaia di persone: secondo un recente rapporto della Commissione Europea, dal 15 luglio 2016 oltre 150mila persone sono state fermate, 78mila arrestate, 110mila dipendenti pubblici licenziati.

Intanto, continua in forma separata il processo a Can Dundar, ex direttore di Cumhuriyet, già condannato a cinque anni e oggi in esilio in Europa: insieme al caporedattore Gul era stato accusato di aver diffuso segreti di Stato perché pubblicò le prove video e fotografiche della consegna di armi da parte dei servizi segreti turchi, Mit, a gruppi jihadisti attivi in Siria. Nena News

Londra-PIC. La commissione di coordinamento della Grande Marcia del Ritorno ha inviato una lettera all’Alto Commissario ONU per i diritti umani Zeid bin Ra’ad chiedendogli di mandare una missione investigativa per un controllo più vigile delle proteste a Gaza.

Il capo della commissione Zaher Birawi ha detto che la lettera rende noto come le forze di occupazione israeliane continuino ad attaccare manifestanti disarmati vicino al confine con Gaza, nonostante abbiano mantenuto il carattere pacifico della Grande Marcia del Ritorno sin dal primo giorno in cui è stata lanciata.

Birawi ha spiegato che sono stati uccisi 32 Palestinesi, due dei quali arrestati dalle forze di occupazione israeliane, e più di 2.850 feriti a causa dell’uso eccessivo, da parte di Israele, di forza letale contro pacifici cittadini, che manifestavano per il loro diritto al Ritorno.

Nella sua lettera Birawi ha sottolineato che esistono obblighi legali ai quali Israele deve ottemperare accorpati principalmente in tre protocolli: i Regolamenti dell’Aia sulle Leggi e i Costumi della Guerra di terra del 1907, la Quarta Convenzione di Ginevra del 1949 relativa alla Protezione dei Civili in Tempo di Conflitti Armati e il Protocollo Aggiuntivo I alla Quarta Convenzione di Ginevra del 1977.

La commissione di coordinamento ha aggiunto che i civili che vivono in un regime di occupazione non dovrebbero essere sottoposti a punizioni collettive, come per esempio l’assedio imposto su Gaza, o l’uso eccessivo di forza, come sta accadendo nella Grande Marcia del Ritorno. E ha continuato dicendo che l’uso eccessivo e illegale di forza contro i manifestanti pacifici a Gaza viola gli articoli 27 e 47 della Quarta Convenzione di Ginevra e l’articolo 46 dei Regolamenti dell’Aia.

Traduzione per InfoPal di Laura Pennisi

 

Gerusalemme-PIC e Quds Press. Le forze israeliane hanno iniziato i lavori di preparazione per la costruzione di un nuovo quartiere di insediamenti su terra palestinese nella città di Sur Baher, a est della Gerusalemme occupata, secondo quanto riportato dal quotidiano ebraico Haaretz.

Il giornale ha rivelato che il quartiere sarà costruito su lotti di terra palestinese confiscati negli anni ’70 e sarà assegnato ai soldati israeliani in congedo.

Le forze israeliane hanno iniziato a sradicare alberi di ulivo, piantati dai palestinesi nell’area, poiché stanno pianificando di stabilire 180 unità di insediamento facenti parte della prima fase del progetto.

Intervista dell’agenzia tedesca Civaka al politologo Mustafa Pekoz: “Il pretesto delle armi chimiche per spezzare la crescita della Russia in Medio Oriente e limitare le sue sfere di influenza. La Terza Guerra Mondiale attualmente viene effettivamente condotta nella forma di guerre regionali: iniziata con l’occupazione dell’Afghanistan, viene continuata con le guerre in Iraq, Libia e Siria”

Il cacciatorpediniere © FLICKR.COM/ OFFICIAL U.S. NAVY PAGE

di Civaka (Traduzione Rete Kurdistan)

Roma, 26 aprile 2018, Nena News – Come vanno inquadrati gli attuali conflitti tra USA e Russia nel contesto della situazione politica mondiale?

Gli Usa e la Russia sono le due potenze militari più importanti al mondo. Entrano continuamente in conflitto tra loro a livello internazionale. Entrambe le potenze cercano in particolare di costruire la loro egemonia in Asia Centrale, in Eurasia e nel Medio Oriente. Cercano di imporre il loro rispettivo potere a livello regionale. Da quando Putin, lui stesso un ex agente del Kgb, è arrivato al potere in Russia, la Russia ha cercato con successo di ampliare la propria influenza in aree che in precedenza entro sotto influenza sovietica. Sotto la guida di Putin la Russia è riuscita a controllare accanto alle relazioni militari e politiche, anche significative fonti energetiche. In questo modo è stato costruito un equilibrio importante nei confronti dell’Europa. Essendo stati battuti dal punto di vista militare, la Russia ha attribuito grande significato all’allargamento della propria influenza in Medio Oriente. Le relazioni politico-militari della Russia con l’Iran in questo contesto sono di particolare rilevanza. La Russia attraverso la partecipazione alla guerra in Siria ha usato anche la propria forza militare nella regione del Mar Nero. Così è stato mostrato alla Nato che la Russia nella regione è una potenza importante.

Gli Usa nell’anno 2001 hanno occupato l’Afghanistan e con questo hanno reso chiara la pretesa di essere l’unica potenza guida capitalista globale. Gli strateghi Usa hanno sviluppato la pretesa di costruire capacità militari con le quali si poteva fare la guerra contemporaneamente in tre diverse regioni del mondo e al bisogno eseguire anche diverse operazioni di occupazione. Da questo punto di vista gli Usa erano considerati l’Impero Romano del 21° secolo. Afghanistan e Iraq venivano considerati parte di questa strategia. Gli Usa con la costruzione di basi militari in Medio Oriente e Asia Centrale hanno cercato di imporre il proprio potere in Asia.

Nei 17 anni passati da allora, la Russia è riuscita a esercitare di nuovo un certo grado di controllo in Medio Oriente e in Eurasia. Gli Usa in Afghanistan hanno subito pesanti sconfitte e non sono riusciti a imporre alcuna stabilità politica. Anche in Iraq non sono riusciti a imporre il loro potere come previsto. Gli Usa in Medio Oriente e in Asia Centrale hanno perso influenza in modo decisivo. Nella competizione tra gli Usa e la Russia in Siria si tratta quindi soprattutto della questione di chi riesce a imporre con maggiore successo la propria strategia per il Medio Oriente. Questa guerra si vede nel modo più chiaro in Siria. Da un lato c’è la Russia e dall’altro gli Usa che esercitano controllo sugli Stati del Golfo e vogliono mantenere questa situazione così com’è. Chi alla fine si imporrà, verrà deciso dagli equilibri e dalle alleanze regionali.

Ultimamente si parla di nuovo di più di una nuova “Guerra Fredda”. Questa analisi a suo parere è calzante?

Ogni fase storica e politica produce strategie militari e politiche che le sono adatte. La strategia della Guerra Fredda del recente passato era espressione di un conflitto tra il mondo capitalista e il mondo socialista. I conflitti tra i due schieramenti nemici avvenivano in quasi tutte le parti del mondo. L’equilibrio di potere tra Unione Sovietica e Stati Uniti in questo senso era la conseguenza di un conflitto tra due diversi sistemi ideologico-politici.

L’Unione Sovietica e il Patto di Varsavia alla fine si sono sciolti. La Russia ormai a livello economico e politico è diventata una parte importante del sistema globale capitalistico. La Russia in ascesa non ha sviluppato un’alternativa al modello globale, ma armonizza molto con il sistema globale. Quindi non è possibile che gli Usa e la Russia per via del loro scontro di potere regionale in Medio Oriente entrino di nuovo in una fase di Guerra Fredda. Mancano le basi economiche e politiche per questo. Lo scontro di potere nella regione avviene sullo sfondo dei rispettivi interessi militari, politici e economici delle due potenze. Quindi penso che non sarebbe giusto definire questa nuova fase come una nuova Guerra Fredda.

A fronte delle schermaglie militari nell’ambito dei conflitti regionali delle due potenze si può parlare del pericolo di una nuova guerra mondiale?

La concorrenza degli Usa e della Russia continuerà nell’ambito di scontri regionali. Questa concorrenza e i conflitti che vanno di pari passo con essa, a fronte delle relazioni globali non prepareranno la strada per una guerra mondiale nello stile del passato. Ci troviamo in un tempo nel quale a livello globale è egemonica un’economia transnazionale. Per questo penso che una guerra mondiale nello stile della Prima o della Seconda Guerra Mondiale non risponderebbe agli interessi del sistema globale.

Se proprio vogliamo parlare di una guerra mondiale, possiamo dire che la Terza Guerra Mondiale attualmente viene effettivamente condotta nella forma di guerre regionali. Si distingue quindi nella sua tipologia dalle precedenti guerre mondiali. Questa guerra è iniziata con l’occupazione dell’Afghanistan e viene continuata con le guerre in Iraq, Libia e Siria. Questo nuovo tipo di strategia di guerra globale anche in futuro verrà continuata piuttosto in forma di guerre regionali.

Uno scontro diretto di Usa e Russia non ci sarà. Se consideriamo i recenti attacchi di Usa, Francia e Regno Unito contro la Siria, vediamo che non sono state attaccate forze russe e anche la Russia non ha messo in azione il sistema di difesa anti-aereo S-400. Questo equilibrio continuerà. L’operazione contro la Siria quindi resta limitata e non verrà allargata come in parte atteso. Già è abbastanza difficile portarla avanti. In un mondo in cui numerosi Paesi dispongono di armi nucleari, una guerra mondiale nella quale tutte le parti perderebbero, è molto improbabile. Anche la guerra in Siria non aprirà la strada a una guerra del genere.

I diversi attori che partecipano ai conflitti in Medio Oriente sembrano seguire strategie diverse rispetto alla Siria. Possiamo parlare del fatto che gli attacchi di Usa, Francia e Regno Unito contro la Siria a livello internazionale porteranno a una nuova formazione di blocchi?

La risposta a questa domanda è in relazione diretta con la risposta alla prima domanda. È chiaro che questa formazione di blocchi non avviene tra un campo capitalista e un campo comunista e anche in futuro non avverrà lungo confini simili. L’operazione in Siria è espressione di una lotta di concorrenza tra le potenze globali Usa e Europa da una parte e le forze in rapida ascesa Russia e Cina dall’altra. Inoltre il conflitto mostra che entrambe le parti in Medio Oriente e in Asia Centrale cercano di imporre i rispettivi interessi e in questo modo entrano in concorrenza tra loro. In questo si arriva anche a seri conflitti tra Europa e Usa che si comportano da dominatori unici. Russia e Cina non si comportano, come forse si ritiene, nel quadro di un accordo comune univoco. Anche la Germania ha dichiarato di non voler dare un appoggio attivo per la guerra in Siria. In modo simile, la Cina nonostante la sua appartenenza al Consiglio di Sicurezza dell’Onu non ha svolto un ruolo attivo per una fine della crisi siriana.

Per questo non sarebbe giusto parlare di una formazione di blocchi classica a fronte delle lotte di potere degli Usa e della Russia in Siria. Così gli Stati Uniti e la Russia nell’ambito delle loro relazioni energetiche sono molto dipendenti gli uni dall’altra. Nella Nato sono rappresentati gli Usa e l’Ue e tuttavia l’Ue ha posto il veto contro l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Mentre gli Usa vogliono condurre una nuova politica di escalation nei confronti dell’Iran, l’Ue si rifiuta. Per questo non penso che il conflitto in Siria a livello globale porterà alla formazione di blocchi strategici. Gli eventi nella regione confermano questa valutazione.

Come ragione per l’operazione ci si è serviti dell’uso di gas tossico da parte del regime di Assad. Il regime di Assad in questo periodo può davvero aver usato gas tossici a Ghouta est?

Come sa, attacchi con gas tossici in Siria sono stati portati all’ordine del giorno già diverse volte. Più tardi è venuto fuori che i tentativi di usare gas tossici non sono stati attuati dal regime di Assad ma da organizzazioni islamiste radicali. Inoltre dopo l’occupazione di Ghouta i militanti islamisti vicini alla Turchia, insieme alle loro famiglie, sono stati portati a Al-Bab e Idlib. Non sembra logico che in un periodo in cui i gruppi islamisti hanno preso la decisione di abbandonare Ghouta, ora da parte del regime di Assad venga usato gas tossico. Regimi come quello di Assad hanno il potenziale di usare gas tossici. Ma l’uso a Ghouta non è particolarmente realistico. Inoltre non è Assad che conduce la guerra siriana, ma la Russia e l’Iran. Senza la decisione e l’approvazione di queste due forze, una mossa del genere non è pensabile. Né la Russia né l’Iran permetterebbero di usare armi chimiche.

Che obiettivo persegue l’alleanza a tre di Usa, Francia e Regno Unito?

Come pretesto è stato usato l’impiego di armi chimiche e si è detto di avere prove. La Russia ha chiesto di presentare queste prove, ma non sono stati messi sul tavolo fatti chiari. Questo significa che fondamentalmente non si tratta delle armi chimiche. Al centro di questa operazione ci sono Usa, Regno Unito e Francia che possono essere definiti sostenitori attivi. L’obiettivo primario di Usa, Regno Unito e Francia è di spezzare la crescente influenza della Russia in Medio Oriente e di limitare le sue sfere di influenza. Si tenga presente che dopo l’avvelenamento del presunto agente doppiogiochista russo a Londra, la Russia è stata dichiarata colpevole e una serie di Paesi Nato, soprattutto Regno Unito e Usa hanno istigato una guerra diplomatica contro la Russia. Molti diplomatici russi sono stati espulsi. La Russia ha risposto a questo. Anche alla base delle “operazioni” contro Mosca dopo l’avvelenamento, dove anche in questo caso non sono state presentate prove serie, c’è la crescente influenza della Russia nella politica internazionale.

Le implicazioni militari e politiche della crescente influenza della Russia, in particolare in Siria, in Medio Oriente si fanno sentire. Questo in un certo qual modo è un attacco all’area di influenza degli Stati Uniti. Il crescente allargamento dell’egemonia della Russia in Medio Oriente equivale alla trasformazione dell’equilibrio di forze e relazioni nei prossimi anni. Serviva un messaggio per arginare la crescente influenza della Russia. L’operazione contro la Siria conteneva sostanzialmente un messaggio per la Russia. È chiaro che la Russia ora rifletterà più volte su ogni possibile avanzata militare.

Come parte di questa fase vanno considerati anche gli effetti di simili operazioni sull’economia della Russia, dove il rublo ha subito una seria perdita di valore. La Russia non cambierà nella sostanza la sua strategia in Medio Oriente, ma attribuirà ancora più significato all’equilibrio di forze. La Francia, in particolare in Rojava, ha preso la decisione di diventare più attiva militarmente. Con la partecipazione all’operazione ha voluto rappresentare sia la sua forza sia la sua posizione nella regione.

Un altro punto è il contenimento della crescente influenza dell’Iran in Siria. La Siria nella politica di egemonia regionale dell’Iran assume un ruolo strategico. Che il sostegno a Damasco porti frutti, dal punto di vista geopolitico significa che l’Iran diventa un vicino nel Mediterraneo. In un caso del genere gli equilibri del Medio Oriente avranno esito positivo per l’Iran. Arginare l’Iran in Siria è di importanza vitale soprattutto per gli interessi strategici di Israele.

In che modo questa operazione è legata alla politica di Trump sull’Iran?

Questo è il problema fondamentale. Con il governo Trump sono apparsi cambiamenti fondamentali. I nuovi conservatori a Washington sono diventati di fatto una potenza. Vogliono avviare una fase che assomiglia alla strategia di guerra della seconda era Bush. Come in passato, come obiettivo primario è stato scelto l’Iran. Ma ci sono differenze rispetto agli anni 2000. È una realtà il fatto che in parallelo all’incredibile crescita di Russia e Cina, anche l’Iran è rafforzato militarmente economicamente e ha conquistato vantaggi diplomatici e politici. Per questo un’ampia operazione militare contro l’Iran è molto difficile. Sembra piuttosto che si intenda arginare le sfere di influenza dell’Iran. Si intende spezzare l’influenza militare e politica dell’Iran su Iraq, Yemen e Siria.

È noto che una parte importante delle truppe di terra che combattono in Siria sono militanti di Hezbollah e Guardiani della Rivoluzione iraniani. Con l’operazione contro la Siria gli Usa hanno dato un messaggio serio anche all’Iran. L’operazione è rivolta sia contro la Russia come attore centrale nella zona, ma ha effetti anche sull’Iran. Arginare l’Iran in Siria è desiderio anche di Israele, Arabia Saudita e Egitto. Con questo ogni avanzata nei confronti del regime di Assad è una risposta contro l’Iran.

Questa operazione può essere valutata anche come un messaggio alla Turchia che fa parte dell’alleanza di Astana e occupa Afrin?

Ankara ha reso pubbliche numerose dichiarazioni su Manbij e i territori a est dell’Eufrate. Ci sono state perfino dichiarazioni che si sarebbe intervenuti a Manbij così come lo si è fatto a Afrin. Era chiaro che dopo l’occupazione di Afrin sarebbe arrivata all’ordine del giorno la questione di Manbij. Anche se gli attacchi aerei di Usa, Regno Unito e Francia avevano come obiettivo diretto il regime di Assad, contenevano anche un messaggio per la Turchia. Questa operazione ha dimostrato quale reazione ci sarà se la Turchia si rivolge direttamente o indirettamente contro Manbij. La Francia con l’operazione ha dato una risposta alla minaccia di Erdogan riferita allo spostamento di soldati francesi a Manbij. Significa che perfino un piccolo avanzamento della Turchia verso Manbij porterà con sé reazioni molto dure. Gli Usa, che non consideravano il cantone di Afrin una loro zona di sicurezza e hanno incoraggiato Ankara a attaccare Afrin, a Manbij prenderanno una posizione opposta.

Nazareth-PIC. Mercoledì, membri dell’organizzazione terroristica israeliana Price Tag hanno dato fuoco a due veicoli di proprietà palestinese nel villaggio di Iksal, a Nazareth, nei Territori occupati nel 1948.

Secondo quanto riferito, la polizia israeliana è arrivata sulla scena, ha raccolto prove e intervistato testimoni, ma non ha effettuato arresti.

L’attacco doloso è stato eseguito all’alba. I coloni hanno anche fatto dei graffiti con la scritta “O, ebrei, facciamolo”.

Il Price Tag ed altri gruppi israeliani simili effettuano regolarmente attacchi terroristici contro i palestinesi nei Territori occupati.

Negli ultimi mesi, i terroristi israeliani hanno devastato decine di veicoli palestinesi nella Cisgiordania e nella Gerusalemme occupate.

Gaza-MEMO. Mercoledì 25 aprile, il giornalista palestinese Ahmed Abu Hussein è deceduto a causa delle ferite riportate domenica sera, dopo essere stato colpito da cecchini israeliani mentre copriva le proteste di massa vicino al confine orientale di Gaza.

Abu Hussein era arrivato all’ospedale governativo di Ramallah dopo essere stato colpito dai proiettili israeliani mentre copriva la “Grande Marcia del Ritorno”.

Nonostante la gravità della sua situazione, Israele aveva inizialmente negato ad Abu Hussein il permesso di essere trasportato nella Cisgiordania occupata per essere curato. Alla fine è stato spostato, “dopo strenui sforzi” da parte di funzionari palestinesi e dopo che gli era stato negato il trattamento in Israele.

Abu Hussein è il secondo giornalista ucciso mentre copriva le proteste. Il 6 aprile, il fotografo palestinese Yaser Murtaja è stato colpito all’addome mentre copriva le proteste vicino al confine di Gaza con Israele. Al momento, indossava un giubbotto anti-proiettile blu con la scritta “PRESS” chiaramente visibile. È morto il giorno successivo in ospedale, a causa delle ferite.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

In occasione della mobilitazione nazionale indetta per il 4 maggio a L’Aquila -a sostegno della compagna Nadia Lioce sotto processo e per rilanciare la lotta contro il 41-bis, il carcere e la repressione- pubblichiamo questi materiali che abbiamo diffuso nel corso della manifestazione del 25 aprile a Milano: la locandina è stata realizzata insieme ai Proletari Torinesi per il SRI

LOCANDINA 4 MAGGIO

FLYER 4 MAGGIO

VOLANTINO:

Nel luglio del 2017 lo Stato ha aperto un nuovo processo contro la militante delle BR-PCC Nadia Lioce, prigioniera nel carcere de L’Aquila. Arrestata nel 2003, è detenuta continuativamente in regime di 41-bis dal 2005 e da allora può partecipare alle udienze solo per videoconferenza. La compagna è accusata di «disturbo della quiete pubblica e oltraggio a pubblico ufficiale» a seguito di una serie di battiture alle sbarre, messa in atto nell’ambito di una protesta effettuata tra marzo e settembre del 2015.
Formalmente Nadia è sotto processo per reati connessi a quelle battiture. La posta in gioco, però, è molto più alta. Attraverso il 41-bis lo Stato vuole spingere la compagna a rinnegare il proprio percorso politico, per poi utilizzare il conquistato annientamento della sua identità politica quale ulteriore cuneo per accrescere il senso di sconfitta e di impotenza circa la possibilità di una rottura e di una trasformazione rivoluzionaria della società e acquisire così un ulteriore vantaggio nello scontro più generale e di più lungo periodo con le componenti antagoniste del Movimento e con la Classe.
Questo nuovo processo rientra in questa strategia e serve perciò allo Stato per ribadire e rilanciare nei fatti l’applicazione del 41-bis quale strumento controrivoluzionario e di tortura di classe. Non a caso lo Stato, nel settembre scorso, le lo ha prorogato per altri due anni.
Questo non è solo un processo contro Nadia: è anche un processo contro gli altri due militanti delle BR-PCC detenuti in 41-bis a Spoleto e ad Opera; contro i/le tant* compagn* detenut* nei regimi d’isolamento denominati «Alta Sicurezza-2»; contro quant* lottano e vorrebbero farlo; e soprattutto contro quant* si pongono o potrebbero porsi la questione di come caratterizzare in termini sempre più politici e antagonistici i rispettivi interventi politici.
La prima udienza è stata subito colta dagli organismi che si occupano di lotta alla repressione, al carcere e di solidarietà militante rivoluzionaria quale opportunità per rilanciare una più che necessaria mobilitazione contro il 41-bis e un più che doveroso sostegno alla compagna stessa.
Per il 24 novembre, giorno della seconda udienza, viene indetta una mobilitazione nazionale a L’Aquila ma lo Stato avverte: la manifestazione non verrà in alcun modo e per alcun motivo autorizzata. Quel giorno circa 80 compagn* provenienti da tutta Italia si riuniscono sia sotto il Tribunale che sotto il carcere della città, sfidando nei fatti il divieto imposto, mentre la compagna consegna una dichiarazione da depositare agli atti e consultabile anche sul nostro blog. La reazione dello Stato non si fa attendere: nei mesi di febbraio e marzo 2018, 31 compagn* vengono denunciat* e indagat* per «manifestazione non autorizzata».
In occasione della prossima udienza contro Nadia, il 4 maggio, è stata indetta un’ulteriore mobilitazione nazionale a L’Aquila, sia sotto al Tribunale (ore 09.00) che sotto al carcere.
Prendere parte e parteciparvi è quanto mai necessario: la tortura dell’isolamento, i tentativi con questa di spingere i rivoluzionari prigionieri a collaborare con lo Stato e l’eventuale o conseguente possibilità offerta a* compagn* detenut* di (ri)aprire la questione della «liberazione» a patto -e solo a patto- che dichiarino pubblicamente e definitivamente chiusa la politica rivoluzionaria a prescindere da chi la pratichi e a qualsiasi livello la si assuma, rappresentano tre nodi capaci di influire in maniera decisiva sulla ricostruzione di un Movimento rivoluzionario e sui quali bisogna posizionarsi e mobilitarsi.
Lo Stato non può annullare queste contraddizioni: può solo gestirle in termini controrivoluzionari da una parte e, dall’altra, tentare di impedire che intorno ad esse si radichino pratiche di rottura e contenuti rivoluzionari. In questo senso le 31 denunce e l’impegno di carattere riformista e revisionista di diverse realtà attive sul terreno della repressione risultano funzionali a questi obiettivi.
Rilanciamo la lotta contro il 41-bis, a sostegno della resistenza  della compagna impegnata a difendere la propria identità politica e per rispondere al tentativo di lungo periodo dello Stato di ostacolare la formazione di un’area antagonista intorno a contraddizioni particolarmente importanti e sensibili per la lotta e la prospettiva rivoluzionarie!

                            CONTRO IL 41-BIS!
SOLIDARIETA’ CON TUTTI I RIVOLUZIONARI PRIGIONIERI IN ITALIA E NEL MONDO!
LA REPRESSIONE E LE DENUNCE NON FERMANO LA LOTTA!

Collettivo Contro la Repressione per il Soccorso Rosso Internazionale
ccrsri.wordpress.com/ccrsri1@gmail.com

Almost a fifth of all Palestinians detained last year by Israel were children in Jerusalem.

Israeli Border Police combatant Ben Dery shot 17-year-old Nadim Nuwara in the chest with a live bullet.

Gaza-PIC. Gli ospedali di Gaza non possono più ospitare o fornire interventi chirurgici a molti pazienti e cittadini feriti dopo averne ricevuti a decine durante le recenti proteste nelle zone di confine.

Secondo l’amministrazione generale degli ospedali, 4.000 interventi chirurgici programmati sono stati posticipati a causa della forte pressione esercitata sulle sale operatorie e sui reparti degli ospedali dal ministero della Salute.

Il direttore dell’amministrazione generale Abdul-Latif al-Hajj ha affermato che tale problema è stato causato dal gran numero di cittadini trasferiti negli ospedali in seguito a ferite da proiettili, durante la loro partecipazione alle proteste del Ritorno, a marzo, al confine orientale di Gaza.

Hajj ha aggiunto che gli ospedali non sono riusciti a condurre interventi minori per molti pazienti che necessitano solo di cure mediche rapide.

Gaza-MEMO.Un ragazzino palestinese di 12 anni ha perso la gamba sinistra dopo essere stato colpito dalle forze israeliane, in un momento con una maggiore presenza di cecchini sul confine di Gaza.

Le immagini del dodicenne Abdel Rahman Nawfal, che urlava di dolore dopo essere stato colpito ad una gamba con proiettili letali, martedì 17 aprile, mentre si trovava vicino alla barriera di confine con i suoi amici, sono state ampiamente condivise sui social media. Secondo quanto riferito, il proiettile è esploso sotto il ginocchio, causando danni irreparabili al tessuto.
Nonostante sia stato portato in due ospedali a Gaza, prima di essere trasferito in Cisgiordania per il trattamento, i medici non sono stati in grado di salvare la gamba e sono stati costretti ad amputare l’arto.

Nawfal ha dichiarato ai giornalisti, dal suo letto d’ospedale, a Ramallah, che sognava di diventare un medico e vorrebbe ancora provare e sforzarsi per raggiungere quell’obiettivo.

Nawfal è uno dei almeno 500 minorenni di Gaza che sono stati feriti dalle forze israeliane nel mese di marzo. La violenta risposta di Israele alle proteste sul confine, parte della Grande Marcia del Ritorno, ha suscitato una condanna internazionale; oltre 1.700 persone sono state ferite con munizioni letali, con conseguenti lesioni così gravi che i medici di Gaza affermano di non aver visto niente di simile neanche durante l’offensiva israeliana “Margine protettivo” dell’estate del 2014.

La settimana scorsa, l’ONG Medici Senza Frontiere ha dichiarato che i suoi team medici hanno affrontato “ferite devastanti e di una gravità insolita, che sono estremamente complesse da trattare. Le ferite riportate dai pazienti lasceranno la maggior parte di loro con gravi disabilità fisiche a lungo termine “.

PIC. A cura di Addameer. Nel mese di marzo, le forze israeliane hanno rapito 609 Palestinesi, tra cui 95 minori e 13 donne.

Le cifre sono state pubblicate da numerose organizzazioni di difesa dei diritti dell’uomo – The Commission for Prisoners and Ex-Prisoner Affairs, The Prisoners Club, Addameer Human Rights Association, Centro Al Mezan per i diritti dell’uomo – riguardo alle violazioni commesse dalle forze di occupazione contro i prigionieri e le loro famiglie nel corso del mese di marzo 2018.

In data 28 marzo 2018, il numero di Palestinesi detenuti nelle prigioni di occupazione era di 6.500. Questo numero comprende 62 donne, delle quali 8 sono minori. Il numero totale di minorenni detenuti è attualmente di 350.

Le autorità di occupazione hanno emesso 81 ordini di detenzione amministrativa. Tra questi, 34 erano nuovi mentre gli altri erano dei rinnovi di passati ordini di detenzione amministrativa. Il numero totale dei detenuti amministrativi si aggira intorno ai 500, attualmente.

Il rapporto si interessa, inoltre, ai metodi israeliani utilizzati contro i prigionieri palestinesi, che include un aumento della pratica di isolamento in celle. Il rapporto conferma che il sistema penitenziario israeliano viola il diritto internazionale umanitario e il diritto internazionale umanitario.

Noi, in qualità di società civile palestinese, lanciamo un appello a tutta la comunità internazionale al fine di riconoscere le violazioni della Quarta Convenzione di Ginevra da parte dell’occupazione e l’oppressione continua alla quale è sottomesso il popolo palestinese. Inoltre, invitiamo i popoli del mondo a continuare a fare pressione sui loro governi affinché cessino di sostenere lo Stato israeliano e a rimanere solidali con il popolo palestinese.

Traduzione di Chiara Parisi

MEMO. È apparso un nuovo video che mostra le forze d’occupazione israeliane mentre sparano ai manifestanti palestinesi nella Cisgiordania occupata, con un soldato che fa il tifo dopo un “colpo” di successo.

Il video è stato pubblicato questo martedì dalla ONG israeliana per i diritti umani B’Tselem, ed è stato filmato da uno dei suoi volontari.

Secondo B’Tselem, l’incidente è avvenuto nel pomeriggio del 13 aprile, quando circa 30 abitanti del villaggio palestinese di Madama, a sud di Nablus, “hanno cercato di rimuovere un posto di blocco che l’esercito israeliano aveva posto all’ingresso orientale del villaggio” durante la mattinata.
Circa 11 soldati israeliani sono poi “arrivati sulla scena” e “negli scontri che si sono seguiti”, ha continuato B’Tselem, “i residenti hanno lanciato pietre contro i soldati da una distanza di 50-80 metri, ed i soldati hanno sparato granate stordenti e proiettili di gomma rivestiti di metallo contro gli abitanti del villaggio”.

Sette residenti palestinesi “hanno riportato ferite da proiettili di metallo rivestiti in gomma che i soldati hanno sparato”, compresi due che hanno avuto bisogno di essere “portati in ospedale a Nablus per cure mediche”.

Nel video, si possono vedere tre soldati israeliani discutendo tranquillamente il momento migliore per aprire il fuoco sui manifestanti disarmati, con uno che dice al suo collega di lasciare che i residenti si avvicinino.
“Abbiamo bisogno di un bel colpo e basta”, dice il soldato. “Questo insegnerà loro a non lanciare pietre”.

Dopo aver sparato ad un manifestante, un soldato si alza, esulta e dice: “Figlio di p******!”

In un comunicato stampa, B’Tselem ha dichiarato: “Il fare allegramente il tifo mentre si spara contro una persona che cerca di liberare la strada di accesso a casa sua ed il discutere tranquillamente gli altri modi per colpirlo, insieme alle altre persone assieme a lui, fanno parte della colonna sonora discordante che accompagna 51 anni di occupazione”.

Traduzione di F.H.L.

 

Nazaret-PIC. C’è stato un forte aumento nel numero di attacchi di estremisti ebrei contro i palestinesi in Cisgiordania, quest’anno, secondo quanto riportato dal quotidiano israeliano Haaretz.

Secondo i dati del servizio di intelligence israeliano Shin Bet, il numero di crimini d’odio dei coloni israeliani nel 2018 ha già superato il numero totale nel 2017, con attacchi concentrati sull’area di Nablus.

Il rapporto si riferiva ad un’impennata degli attacchi “price tag”, caratterizzati da atti di vandalismo come graffiti o contro dei veicoli.

Ci sono stati 13 attacchi di questo tipo dal gennaio 2018, rispetto agli 8 dell’anno precedente. Gli attacchi definiti “gravi almeno come incendi dolosi” superino quelli dello scorso anno.

Nel 2018 si sono verificati due attacchi di questo tipo, mentre nel 2017 sono stati cinque, secondo lo Shin Bet.

Solo poche settimane fa, una moschea nel villaggio di Aqraba, vicino a Nablus, in Cisgiordania, è stata vandalizzata da coloni israeliani. Le parole “vendetta” e “price tag” sono state scritte sulle pareti della moschea, in ebraico. Ci sono state anche segnalazioni di aggressori che lanciavano materiali infiammabili e gridavano slogan razzisti.

Traduzione di F.H.L.

Syrian army aims to take back control of camp from Islamic State.

Israeli soldiers discuss using live ammunition against Palestinians who pose no threat, before self-censoring as they are filmed.

Video shows deaf protester was shot in head when his back was turned to Israeli soldiers.

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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