Palestina

PIC. Il Segretario generale dell’Iniziativa nazionale palestinese, Moustafa Barghuthi, ha affermato che l’approvazione da parte del Knesset israeliano del disegno di legge per la legalizzazione di nuovi avamposti, è una dichiarazione di guerra contro il popolo palestinese e l’idea stessa di pace.

Martedì, durante una conferenza stampa, Barghuthi ha dichiarato che permettere la confisca delle terre private palestinesi a favore dei coloni e la legalizzazione di 120 nuovi insediamenti israeliani in Cisgiordania, significa condannare a morte lo Stato palestinese.

Secondo il Segretario generale: “Tutto ciò non sorprende, dal momento che Israele è retto da un governo fascista che ha deciso di investire in apartheid e oppressione razziale e di legittimare la pratica del banditismo sull’insieme delle terre e dei beni palestinesi”.

Barghuthi (membro del Consiglio legislativo palestinese per l’Iniziativa nazionale) ha inoltre sottolineato che l’estremismo razziale che caratterizza la società israeliana continua a legittimare le politiche estremiste e razziste del governo d’occupazione.

Il Segretario generale ha invitato i Palestinesi ad adottare una strategia nazionale unica, basata sulla resistenza all’occupazione israeliana e alle sue azioni razziste, ad esigere un boicottaggio totale d’Israele e delle sue politiche, a porre fine ad ogni tipo di cooperazione con esso, e ad annunciare il fallimento del preteso compromesso di pace.

Inoltre, egli ha ugualmente invitato i paesi arabi e tutti coloro che sostengono la libertà e l’indipendenza dei Palestinesi alla necessità di boicottare, oggi più che mai, l’occupazione israeliana e d’imporre sanzioni al governo razzista ed estremista israeliano.

Il Knesset israeliano ha già approvato in lettura preliminare con 60 voti favorevoli e 49 contrari, la legge che prevede di legalizzare decine di insediamenti.

Con la ratifica della legge è autorizzata la costruzione di circa 4000 abitazioni per coloni israeliani sulle proprietà private palestinesi, la confisca di 8000 dunum (1 d.=a 1.000 m²) in Cisgiordania, e il trasferimento di 40 famiglie dall’insediamento di Amona, a nord-est di Ramallah, verso terre palestinesi scelte in virtù di suddetto progetto e considerate come “proprietà degli assenti”.

Traduzione di Daniela Minieri

This time jury will be allowed to hear testimony about torture, PTSD experienced by Palestinian American.

PIC. Mercoledì, il comitato distrettuale israeliano di pianificazione e edificazione nella Gerusalemme occupata discuterà le procedure per l’approvazione e esecuzione di 20 progetti di colonizzazione nella Città Santa.

Tra questi progetti c’è la costruzione di 770 unità abitative e decine di strutture commerciali, pubbliche e turistiche sulle terre palestinesi annesse alla colonia di Gilo, localizzata tra Betlemme e Gerusalemme.

Il comitato discuterà un piano per ampliare le unità abitative nella colonia di Ramot, nel nord di Gerusalemme, e per costruire una grande sinagoga nell’area di Jabal Mukaber che guarda sulla moschea al-Aqsa e la Città Vecchia.

Un altro progetto è quello di costruire una sinagoga a cinque piani per i coloni di Ramot Shlomo, nella città di Shuafat, a nord di Gerusalemme

 

 

Nel mese di ottobre la percentuale dei permessi israeliani per pazienti di Gaza è la più bassa in sette anni, riporta l’Oms. I più colpiti sono i pazienti oncologici che nella Striscia non trovano i medicinali adatti

Il reparto di maternità dell’ospedale Shifa di Gaza (Foto: Loulou d’Aki)

di Rosa Schiano

Roma, 7 dicembre 2016, Nena News La percentuale dei permessi rilasciati da Israele a pazienti palestinesi di Gaza per l’attraverso del valico di Erez è la più bassa in sette anni, riferisce un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Delle 2.019 richieste inviate, infatti, solo il 44.08% sono state approvate:si tratta della percentuale più bassa dal mese di aprile 2009.

A 125 pazienti (6.19%) sono state negate le autorizzazioni di viaggio, tra questi vi erano cinque minori e sei persone anziane di età superiore ai 60 anni, mentre 1.004 pazienti (49.73%) non hanno ricevuto alcuna risposta, tra questi 265 minori e 116 anziani, secondo i dati dell’ufficio di collegamento palestinese.

Il 92.8% dei pazienti a cui sono state negate le autorizzazioni ad attraversare il valico – e che necessitavano di trattamenti in ortopedia, oncologia, neurochirurgia, chirurgia generale ed altre specialità – avevano appuntamenti presso ospedali a Gerusalemme est e in Cisgiordania, solo il 7.2% in ospedali in Israele.

Gli oltre 1.000 pazienti che non hanno ricevuto risposta – tra cui 265 minori – hanno perso i propri appuntamenti; la maggior parte di essi aveva bisogno di cure mediche in oncologia, ortopedia, pediatria, ematologia, oftalmologia, cardiologia, chirurgia vascolare.

Il ritardo nel rilascio dei permessi comporta il rimando di cure mediche anche urgenti. I pazienti di Gaza a volte fanno nuove richieste dopo che sono state loro negate le autorizzazioni o quando, avendo bisogno di cure nel più breve tempo possibile, non hanno ricevuto ancora risposta.

Inoltre, a coloro che inviano richieste di attraversamento del valico viene spesso chiesto dalle autorità israeliane di sottoporsi ad interrogatori della sicurezza. L’Oms riferisce che ad ottobre sono 14 i pazienti, tra cui sei donne, a cui è stato chiesto di sottoporsi ad interrogatori al valico diErez e soltanto ad uno dei pazienti è stato dato il consenso di attraversarlo.

Tra le varie specialità mediche, le richieste per trattamenti in oncologia restano le principali. Una situazione di cui soffrono soprattutto le donne colpite da cancro al seno. Difficile che siano disponibili nella Striscia farmaci essenziali, tra cui i chemioterapici, questo ha a volte comportato interruzioni dei cicli di chemioterapia, mentre la radioterapia non è disponibile, da qui la necessità per i pazienti di Gaza di trattamenti medici al di fuori della piccola enclave assediata. Nena News

Rosa Schiano è su Twitter: @rosa_schiano

 

In esclusiva le foto del campo profughi a Sidone, teatro nella notte di duri scontri tra il partito palestinese e il gruppo di Bilal al-Bader. L’infiltrazione di milizie islamiste non fa che peggiorare le già difficili condizioni di vita dei rifugiati palestinesi

testo e foto di Michele Giorgio

Ain el-Helwe (Sidone), 7 dicembre 2016, Nena News – Resta alta la tensione nel campo profughi palestinese di Ain el-Helwe (Sidone), dove stanotte si sono registrati nuovi scontri tra i combattenti di Fatah e gli islamisti che fanno capo a Bilal al-Bader. Secondo le testimonianze raccolte, intorno alle 2 (ora locale) due islamisti sono entrati in una strada vicino all’ospedale an-Nida’a dove si trova una postazione di Fatah e avrebbero iniziato a sparare per aria alcuni colpi di fucile.

I combattenti del partito palestinese avrebbero immediatamente risposto dando così il via ad uno scontro armato che si è protratto per ore. Al momento la situazione nel maggiore dei campi rifugiati palestinesi presenti in Libano (con i suoi 80.000 abitanti ufficiali) sembra essersi calmata. Tuttavia, sui tetti di alcuni edifici sono ancora presenti i cecchini.

I ripetuti scontri tra gruppi palestinesi ad Ain el-Helwe aveva indotto due settimane fa l’esercito libanese ad annunciare la costruzione di un muro di cemento alto diversi metri con torri di guardia. Un muro che ufficialmente dovrà impedire che i ricercati, specialmente i jihadisti in fuga, trovino rifugio nel campo ma che ben rappresenta la condizione degli oltre 400mila rifugiati palestinesi in Libano, di fatto segregati nei loro campi, esclusi da decine di lavori, costretti a sopravvivere grazie agli aiuti umanitari internazionali e locali. Secondo i piani, l’avvio dei lavori della barriera intorno a Ain el Helwe, progettata nei mesi scorsi, sarà completata in 15 mesi. Dopo qualche giorno dall’annuncio, però, l’esercito ha fatto dietro front e al momento la costruzione del muro è sospesa.

A distanza di nove anni dalla distruzione del campo profughi palestinese di Nahr al Bared (Tripoli), rimasto per mesi sotto il fuoco dell’artiglieria dell’esercito libanese intenzionato a stanare i jihadisti di Fatah al Islam che vi si erano rifugiati, anche Ain el Helwe paga il conto della penetrazione di gruppi di islamisti radicali che approfittano del vuoto di sicurezza che regna nel campo profughi.

Le formazioni palestinesi, a cominciare da Fatah, hanno provato senza successo ad impedire che i jihadisti creassero delle basi nel campo. E in questi ultimi tempi non sono mancati gli scontri a fuoco con morti e feriti. Nel giugno 2015 uno dei leader di Fatah, Talal Balawna, fu assassinato da “sconosciuti”, un’uccisione che ha anticipato gli scontri armati di due mesi tra Fatah e JundalSham, andati avanti per più di una settimana.

Jundal Islam da allora ha fatto il bello e il cattivo tempo ad Ain al Hilwe, fino all’arresto due mesi fa da parte dell’intelligence libanese del suo fondatore, Imad Yasmin, che è anche un leader dello Stato Islamico. Un clima di cui i profughi sono le vittime e che ha contribuito ad alimentare la propaganda dei tanti che libanesi che considerano i campi palestinesi un “problema” da risolvere anche con le maniere forti. Nena News

Didascalie:

n. 1: la strada dove sono scoppiati gli scontri, allagata perché le cisterne d’acqua sono state colpite dai proiettili

n. 2-3: auo crivellate da colpi di mitragliatrice

n. 4-5: bossoli a terra, un bambino gli cammina vicino

n. 6-7: i segni dell’esplosione di una granata

n. 8: l’ospedale al-Nidaa, gli scontri sono avvenuti vicino all’edificio

n. 9: auto in fila al checkpoint controllato dall’esercito libanese all’ingresso del campo

n. 10-11: l’ingresso del campo profughi con i vessilli del Pflp e di Fatah

n. 12: il muro in costruzione intorno al campo profughi

Palestinians from Gaza city pray outside the Dome of the Rock during their visit to the Al-Aqsa mosque compound, Islam’s third holiest site, in the old city of Jerusalem on October 5, 2014. Israeli authorities relaxed restrictions for the Muslim holiday of Eid al-Adha and allowed Palestinian pilgrims to cross into Israel from Gaza to pray at the al-Aqsa mosque compound. AFP PHOTO/ AHMAD GHARABLI

Gaza-PIC. Le autorità israeliane hanno esteso la decisione di non concedere i permessi di viaggio a 150 cittadini anziani di Gaza per visitare la moschea di Aqsa di venerdì fino a nuovo avviso.

La decisione israeliana ha escluso 100 impiegati che lavorano per l’UNRWA di Gaza, secondo Mohamed Maqadmeh, portavoce per l’Autorità generale palestinese degli Affari civili (GACA).

Il portavoce ha dichiarato che Israele li ha informati di aver cancellato i permessi di viaggio di 150 cittadini da Gaza a Gerusalemme.

Le autorità israeliane hanno dichiarato di aver preso tale decisone perché i passeggeri non erano disposti a tornare indietro a Gaza il giorno stesso.

Ogni venerdì, le autorità israeliane permettono a 250 cittadini di Gaza oltre i 50 anni di visitare la Città Vecchia di Gerusalemme per pregare nella moschea di Aqsa.

Il GACA coordina lo spostamento di 150 di questi passeggeri, mentre l’UNRWA coordina il viaggio di altri 100 che lavorano presso l’UNRWA a Gaza.

Traduzione di F.G.

Gli Usa senza più alternative, tra Assad e un’opposizione sunnita radicale, dicono sì al piano russo e poi cambiano idea. Mosca pone il veto al Consiglio di Sicurezza e punta a distruggere i “ribelli” prima dell’arrivo di Trump

Il segretario di Stato Usa Kerry e il ministro degli Esteri russo Lavrov (Foto: Reuters)

AGGIORNAMENTO ore 10.45 – ESERCITO RIPRENDE L’INTERA CITTA’ VECCHIA

Nella notte l’esercito governativo ha ripreso l’intera Città Vecchia di Aleppo dopo durissimi scontri con le opposizioni. Secondo quanto riportato da al-Jazeera i gruppi armati anti-Assad, allo stremo, avrebbero chiesto una tregua di cinque giorni dopo aver rifiutato accordi precedenti

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di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 7 dicembre 2016, Nena News – Damasco avanza nel cuore di Aleppo est, la Russia impone diktat, la strategia Usa si scioglie come neve al sole. Sullo sfondo il silenzio assordante di Bruxelles, fuoriuscita dalla crisi siriana pagando miliardi di dollari alla Turchia di Erdogan per fermare i profughi disperati, e dell’Onu che si limita a proporre risoluzioni nate già morte.

Il voto di lunedì sera in Consiglio di Sicurezza sulla mozione che chiedeva una settimana di tregua nella città siriana è stato archiviato dal veto di Russia e Cina. Un veto prevedibile visti i piani che Mosca ha per Aleppo, portati avanti con jet e negoziati sottobanco con opposizioni reticenti. Quanto avviene oggi è diretta conseguenza della decisione dell’Occidente di abdicare, di farsi da parte nella ricerca di una soluzione politica ad un conflitto che ha volutamente acceso come parte della redifinizione di confini e zone di influenza in Medio Oriente, processo cominciato nel 2003 con l’invasione dell’Iraq.

Con le bombe che stravolsero Baghdad 13 anni fa, con la caccia alla testa di Saddam Hussein e la distruzione dello Stato iracheno, gli Stati Uniti e i suoi alleati – Londra, Roma, Madrid, Parigi, ma anche il Golfo – hanno pavimentato la strada verso l’ennesimo colonialismo che oggi esplode in tutte le sue contraddizioni. Perché è ricomparsa la Russia che ha archiviato l’imperialismo monocolore Usa e ha imposto i propri interessi, facendo da calamita per quei paesi tagliati fuori dalla rete di alleanze statunitense.

Le lacrime di coccodrillo di fronte al dramma di Aleppo e alla prossima vittoria del nemico Assad lasciano il tempo che trovano. A versarle è chi ha finanziato ribelli di sordida fama, chiaramente pochi interessati ai valori democratici millantati da Bruxelles e Washington. Armi e denaro hanno riempito le casse di milizie salafite, islamiste, qaediste, ma anche di gruppi apparentemente liberali e poi pronti a saltare sul carro di al Qaeda.

Oggi quelle contraddizioni – ancora più eclatanti guardando alla vicina Mosul, dove gli islamisti sono bollati come il male quando in Siria vengono più che tollerati – massacrano Aleppo. Le opposizioni non intendono cedere nonostante l’avanzata dei governativi: ieri altri quartieri di Aleppo est (Shaar, Dahret Awad, Juret Awad, Karam al-Beik e Karam al-Jabal) sono caduti in mano a Damasco, che ormai controlla il 70% di Aleppo est e si trova a poche centinaia di metri dal cuore della Città Vecchia.

Mosca può così permettersi di dire no alla tregua, ribadendo che sarà indetta solo quando i “ribelli” si arrenderanno. Per questo ha preparato un piano con Washington, un accordo di massima su tempi e vie di evacuazione dei miliziani a Idlib che ieri la Casa Bianca ha però ritirato: «Ora hanno un nuovo piano – ha detto il ministro degli Esteri russo Lavrov, che bolla come «inaffidabile» la controparte – È un tentativo di dare tempo ai miliziani, riprendere fiato e rifornirsi».

Le stesse opposizioni ieri hanno rigettato la proposta di resa. Alla testa del fronte anti-Assad, compattato dall’ultima offensiva governativa sotto la nuova bandiera dell’Esercito di Aleppo, ci sono salafiti e jihadisti che con una mano accolgono gli aiuti esterni e con l’altra rifiutano di seguire le indicazioni Usa. Mosca è convinta dei legami con l’Occidente, intessuti via Turchia, e ieri ha apertamente accusato le intelligence avversarie di aver fornito alle opposizioni le coordinate dell’ospedale da campo russo appena arrivato ad Aleppo ovest e subito colpito dai missili dei “ribelli”.

Gli Stati Uniti negano le accuse ma la fragilità della loro non-strategia regala spazio e tempo alla Russia. Lo spiegano bene le parole del segretario di Stato Kerry che ieri rimpiangeva l’occasione del settembre 2013 quando Obama bloccò in extremis l’intervento contro Assad («Ci è costato moltissimo») e le dichiarazioni di lunedì, al suo ultimo meeting Nato prima dell’avvento del nuovo presidente Trump: «L’angoscia [occidentale] si manifesta nelle politiche in tutto il mondo».

Perché Usa e Nato (sgretolata dal doppiogioco dell’alleato turco) hanno subito l’avanzata russa, prima diplomatica e poi militare, per arrivare alla fine del secondo mandato dell’amministrazione Obama senza prospettive di vittoria. Tutto finirà nelle mani di Trump, alla cui entrata in carica la Russia vuole arrivare con un Aleppo senza ribelli. Con una Casa Bianca senza più alternative – Assad da una parte e una compagine sunnita radicale dall’altra – il tycoon potrebbe optare per la via più semplice: combattere l’Isis in coordinamento con Putin, lasciando il caos siriano ai russi. Con il rischio, però, di veder rafforzato il suo spauracchio, l’Iran.

Nella capitale del nord, ormai ombra della bellezza abbagliante persa nel 2012, si muore ogni giorno: 340 i civili uccisi a est dal governo, 80 ad ovest dai “ribelli”. Alla morte si aggiunge la consapevolezza dei sopravvissuti: serviranno anni per ricostruire le normali relazioni sociali, politiche ed economiche che hanno caratterizzato la Siria, per rimbastire rapporti di fiducia e mutuo rispetto, per ricucire le ferite di sfollati, rifugiati e civili disumanizzati, trasformati in meri scudi umani.

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

Freedom of expression means that boycotts may be advocated, say two government ministers.

A cura di Parallelo Palestina.

Bristol Palestine Film Festival

http://www.bristolpff.org.uk/

…e non perdetevi il trailer:

https://vimeo.com/194038957

Giunto alla sua sesta edizione, ritorna con una serie di documentari e film (alcuni mai visti prima nel Regno Unito) che forniscono una visione unica della vita in Palestina, raccontata attraverso le storie delle persone che vi abitano.
Il Festival prende il via il Venerdì 8 dicembre con la commedia thriller “Amore, furti e altri guai”, storia di un ladro d’auto maldestro che sta per avere una pessima giornata. Sabato avremo “Trip Along Exodus”, uno sguardo lungo 70 anni di storia palestinese attraverso la vita del Dr. Elias Shoufani, la cui figlia regista sarà presente per un incontro-dibattito successivo.
Domenica si parte con “Oriented”, un documentario avvincente che ridefinisce ciò che significa essere gay, arabo e vivere in Israele, ed è seguìto da “3000 Nights”, un’allegoria cruda e poetica della libertà sotto occupazione.

Oltre che al Watershed le proiezioni del Festival si terranno anche in altri luoghi in tutta Bristol, come al Baggator, all’Easton e al The Arts House di Stokes Croft.


Venerdì 9 dicembre

“Amore, furti e altri guai”
Mousa entra nella difficoltà della sua vita quando ruba la macchina sbagliata. Quello che pensava fosse una macchina israeliana e un modo semplice per fare soldi nel suo povero campo profughi palestinese risulta essere un carico di sventura quando scopre un soldato israeliano rapito nel bagagliaio. Spera allora di ottenere il riscatto che gli garantirà un visto di uscita dal paese e dalla sua naufragata storia d’amore. Mousa si ritrova in fuga dalle milizie palestinesi e dall’intelligence israeliana

Ave Maria
Dir. Basil Khalil, 2015, commedia, 15 minuti, Palestina, sottotitolato.
Le Suore della Misericordia del convento nel mezzo del deserto della Cisgiordania hanno la loro routine quotidiana di silenzio e di preghiera interrotto quando una famiglia di coloni israeliani religiosi si schiantano con la loro auto contro la parete del convento.

Sabato 10 dicembre

Un viaggio lungo un esodo + Dibattito
Dir. Hind Shoufani, 2015, Documentario, 2 ore, Palestina, sottotitolato.

Un documentario lungometraggio che esplora gli ultimi 70 anni di politica palestinese visti attraverso il prisma della vita del padre del regista, il Dr. Elias Shoufani, un leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e un intellettuale accademico e di sinistra, che è stato uno dei leader dell’opposizione ad Arafat all’interno di Fatah per 20 anni.
Hind Shoufani
Hind Shoufani è una poetessa e regista palestinese che affronta le tematiche femministe, la libertà ed suoi limiti, il mondo arabo con le sue insidie e la sua bellezza attraverso le parole e i versi.
E’ fondatrice del collettivo Poeticians, un gruppo di guerriere della parola che si esibiscono in varie sedi in Medio Oriente, dal 2007. Hind ha pubblicato due libri, “More light than death could bear” e “Inkstains on the edge of light” ed è l’editrice dell’antologia Poeticians “Nowhere near a damn rainbow”, con più di 30 poetesse che scrivono sul mondo arabo.

Hind è attratta dalla longevità del lutto, dai segreti recessi del cervello che costringono le persone a scrivere, dalla lotta contro l’oppressione in tutte le sue forme e in tutti gli angoli del mondo, dai film che ricreano la nozione dell”Altro” nella mente delle persone, dalla vita dei rifugiati palestinesi nomadi e senza radici, dal diverso modo di amare e da ciò che significa essere giovane, arabo, bilingue, e secolare nella crescente ondata di estremismo montante nella sua terra d’origine. Scrive della Siria, di sua madre, dei deserti del Dubai e di tutto il resto.
Chai For Tre
Chai For Tre sono Knud Stüwe all’Oud, Simon Leach alle percussioni oud e derabukka e David Mowat alla tromba e corno flugel. Suoneranno musica del Mediterraneo e Medio Oriente: melodie turche, baladi egiziano, arie classiche da Hijaz, la musica sefardita dalla Spagna e danze Dabke palestinesi.

Domenica 11 dicembre

Oriented
“Oriented” segue la vita di tre amici palestinesi esplorando la loro identità nazionale e sessuale a Tel Aviv durante i bombardamenti di Gaza del 2014. Khader è un “tesoro” di Tel Aviv proveniente da una prominente famiglia mafiosa musulmana. Vive con il suo ragazzo ebreo, David, un locale impresario di vita notturna LGBT, e la loro dalmata, Otis, a Tel Aviv. Khader è in conflitto con il suo desiderio di cambiamento di fronte ad una situazione apparentemente senza speranza. Fadi è un fervente nazionalista palestinese sepolto dal senso di colpa per un amore ebreo e Naeem deve affrontare con la sua famiglia il discorso sulla sua sessualità. Nel frattempo, la guerra fermenta.
In Overtime
Dir. Rami Yasin, 2014, corto, 13min, Palestina, sottotitolato
Quando a 40 anni, Amir visita il suo padre malato in ospedale con l’intenzione di rivelargli un segreto di lunga data, la natura del loro non ottimo rapporto si mette di mezzo. Mentre i due uomini si fronteggiano, Amir non regge la tensione e finalmente si ritira e se ne va. Accecato dalla rabbia e dalle sue galoppanti emozioni, Amir si ritrova bloccato tra il senso di colpa e un disperato bisogno di correre di nuovo dal padre prima che sia troppo tardi.
3000 Nights
Ispirato da una storia vera e girato in una vera e propria prigione, “3000 Nights” racconta la storia di una insegnante palestinese, appena sposata che è falsamente arrestata e rinchiusa in una prigione israeliana dove dà alla luce un figlio. Attraverso la lotta per far crescere il suo bambino dietro le sbarre, il film ripercorre il viaggio di una giovane madre attraverso la speranza, la resilienza e la sopravvivenza contro ogni probabilità.
Casa
Dir. Ahmad Saleh, Animazione, 2014, 5min, Palestina
Per generazioni, la famiglia ha vissuto in una casa spaziosa, bella e confortevole. La generosità della casa era diventata parte della loro vita. Gli ospiti erano stati sempre accolti per godere di un piacevole soggiorno. Fino a quando un ospite è arrivato con un piano diverso in mente.
Sorelle velocità
Dir. Ambra Fares, 2015, documentario, 1h 18 min, Palestina, con sottotitoli
Vuoi incontrare le prime pilote di gare automobilistiche palestinesi? Marah, Betty, Maysoon, Khalid e Mona sono le protagoniste di questo veloce e furioso documentario sul mondo adrenalinico dello sport dei motori in Cisgiordania.
Sullo sfondo della tensione dell’occupazione militare e della restrizione delle libertà civili, queste cinque giovani donne formano la prima squadra di auto da corsa a guida soltanto femminile in Medio Oriente. In lizza per il riconoscimento in uno sport dominato dagli uomini, questo affascinante studio le mostra come straordinarie donne che combattono repressioni di tutti i tipi: problematiche di accesso alla pratica, pregiudizi di genere, pressioni sociali, nonché una bizzarra concorrenza interna. Saranno in grado di superare la tempesta?
Con una fantastica colonna sonora e soggetti brillantemente carismatici, il film mescola personale e politico con grande effetto, lasciandovi addosso il tifo per una squadra straordinaria.

Lunedi 12 dicembre

Torna anche a grande richiesta

“Betlemme: nascosto alla vista”

è un film sullo strangolamento e la detenzione del ‘Little Town’ di Betlemme e del suo impatto sulla comunità cristiana locale. Presentato dal fondatore di Amos fiducia Garth Hewitt, il film comprende anche interviste con Jeff Halper, Naim Ateek, Yehuda Shual e Mitri Raheb.
La serata includerà un dibattito con Bristol Kairos Iniative.

Gli aiuti alla “sicurezza” degli Stati Uniti all’Autorità Nazionale Palestinese hanno trasformato Ramallah in sub-appaltatore dell’occupazione e spianato la strada all’autoritarismo interno

Forze di sicurezza dell’Anp (Foto: Issam Rimawi/Flash90)

di Alaa Tartir – Al Jazeera

Ramallah, 7 dicembre 2016, Nena News – Intellettuali e attivisti criticano regolarmente l’ingente quantità di fondi – 3.1 miliardi di dollari – che gli Stati Uniti fanno transitare a Israele ogni anno. Recentemente il presidente Usa Barack Obama ha riconosciuto a Israele 38 miliardi di dollari in aiuti militari per i prossimi 10 anni, il più grande singolo impegno di assistenza militare nella storia statunitense. Con il presidente eletto Donald Trump, che di certo continuerà se non aumenterà questa quantità, le critiche sono destinate a crescere.

Tuttavia gli aiuti militari a Israele non sono l’unico modo in cui gli Usa sostengono l’occupazione israeliana della Palestina. Gli aiuti statunitensi ai palestinesi, una media di 400 milioni di dollari l’anno dal 2008 che si dividono tra sostegno al budget all’Autorità Nazionale Palestinese e assistenza a progetti civili, in ultima istanza supportano l’occupazione israeliana.

Negli ultimi due decenni gli Stati Uniti sono stati secondi solo all’Unione Europea in donazioni a Cisgiordania e Striscia di Gaza, con oltre 5 miliardi su un totale di 30 in aiuti. Questi fondi sono stati per lo più girati al settore della sicurezza dell’Anp. Metà dei dipendenti pubblici palestinesi sono impiegati nella sicurezza. Ogni anno il settore riceve un miliardo di dollari di budget dall’Anp e il 30% circa degli aiuti internazionali.

Dal 2005 gli Stati Uniti, tramite l’ufficio della United States Security Coordinator (Ussc) per Israele e i Territori palestinesi, hanno lavorato per professionalizzare e potenziare l’efficacia delle forze di sicurezza dell’Anp come parte del progetto di costruzione dello Stato (sotto occupazione) per la Palestina. Eppure il principale cardine di questo progetto è stato il radicamento della collaborazione alla sicurezza tra Anp e Israele.

Che l’Anp e Israele lavorino insieme sulla sicurezza significa che una sostanziosa parte degli aiuti al settore della sicurezza dell’Autorità Palestinese serve sia a Israele che alla Palestina. Ricerche mostrano che almeno il 78% degli aiuti internazionali ai palestinesi finiscono nell’economia israeliana.

Gli aiuti Usa rendono più facile e economico a Israele la sicurezza per le sue colonie – illegali secondo il diritto internazionale e agli occhi del mondo e degli Stati Uniti. La presenza di coloni israeliani nei Territori Occupati palestinesi è anche una violazione del diritto internazionale. Gli aiuti dunque compromettono la sicurezza dei palestinesi finanziando gli interessi del loro occupante. “Collaborazione” sotto occupazione in realtà significa dominio dell’oppressore.

Vale la pena ricordare le parole dell’ex capo dell’Uscc, il generale Keith Dayton, che elogiò “i nuovi uomini palestinesi” che aveva creato addestrando le forze di sicurezza dell’Anp. Dayton celebrava l’abilità dei nuovi palestinesi di bloccare sollevazioni di massa, notando che ora puntano le loro pistole non contro Israele ma contro i “nemici reali” – quei palestinesi che resistono all’occupazione di Israele.

Gli aiuti alla sicurezza alla Palestina inoltre trasformano l’Anp in un sub-appaltatore dell’occupazione israeliana. Basta che chiediate a qualsiasi giovane palestinese della Cisgiordania che ha provato a protestare contro l’uccisione da parte di Israele di migliaia di civili a Gaza nel 2014 ed è stato fermato dalle forze dell’Anp. La grande maggioranza dei palestinesi rifiuta la posizione del presidente Mahmoud Abbas per cui il coordinamento alla sicurezza con Israele è “sacra”.

Un residente del campo profughi di Jenin in Cisgiordania mi ha detto: “Non ho problemi con il coordinamento alla sicurezza se fosse reciproco. Ma è solo dominio. Quando l’Anp potrà chiedere a Israele di arrestare un colono per proteggere la sicurezza del popolo palestinese, allora sarà diverso”. Un residente del campo profughi di Balata a Nablus ha aggiunto: “Il coordinamento alla sicurezza mina la nostra sicurezza e esternalizza [il ruolo di occupante] alle forze di sicurezza dell’Anp”.

I campi di Balata e Jenin sono regolarmente presi di mira dalle forze dell’Anp addestrati dagli Usa per “indurre legge e ordine” attraverso operazioni di sicurezza. L’ultimo round si è svolto una settimana fa con circa 2mila uomini entrati a Balata, portando a duri scontri.

Inoltre come mostra la mia ricerca, questi aiuti “securitari” hanno reso l’Anp sempre più autoritaria e, come alcuni analisti hanno precisato, hanno segnato il sentiero verso uno Stato di polizia. Sia Amnesty International che Human Rights Watch hanno documentato che l’uso eccessivo di forza da parte della sicurezza dell’Anp così come gli assalti commessi dalla polizia in Cisgiordania. L’Anp inoltre limita la libertà di espressione così come la partecipazione e la mobilitazione.

Infatti il 25 luglio due organizzazioni per i diritti umani europee hanno presentato una richiesta sulla base dell’articolo 15 all’ufficio del procuratore della Corte Penale Internazionale per avviare un’inchiesta sul crimine di torture “diffuse e sistematiche” di detenuti palestinesi commessi dalle forze dell’Anp in Cisgiordania. La richiesta invita il procuratore a considerare una possibile inchiesta.

Tuttavia questo uso della forza da parte dell’Anp impallidisce contro quella di Israele, l’attore che ha il vero monopolio dell’aggressione e la violenza nei Territori Palestinesi dato che è l’occupante militare e la somma autorità. In effetti la maggior parte degli aiuti Usa alla Palestina non solo ostacola gli sforzi palestinesi verso la propria libertà dall’occupazione israeliana, ma ha anche promosso l’autoritarismo dell’Anp.

Gli aiuti per controllare i confini e rafforzare la sicurezza interna porterebbero a benefici se la Palestina fosse uno Stato sovrano o se il processo di pace si stesse effettivamente svolgendo. Ma nelle attuali condizioni di conflitto e oppressione i politici devono trovare prima la via verso una risoluzione giusta.

Il sostegno statunitense all’Anp attraverso gli aiuti alla sicurezza inoltre pone un carico economico pesante sulle spalle dei palestinesi, visto che il budget e le risorse scarse sono prosciugati dal settore della sicurezza. Il denaro potrebbe essere speso in infrastrutture, educazione e servizi sociali invece che mantenere i salari degli insegnanti ad un livello così basso da spingerli nelle piazze in una delle più vaste proteste di massa in Palestina negli ultimi anni.

Dobbiamo anche guardare seriamente a come questi aiuti vengono allocati. Un rapporto recente del Geneva Center for the Democratic Control of Armed Forces (Dcaf), ancora non pubblicato ma che ho potuto visionare, fornisce statistiche poco note che quantificano il settore della sicurezza dell’Anp.

Il rapporto del Dcaf mostra che ci sono 83.276 membri delle forze di sicurezza in Cisgiordania e Gaza. Secondo tutti gli standard internazionali è un numero molto alto, con un rapporto di 1 a 48 sulla popolazione totale. In Afghanista, altro paese in conflitto, è di 406 poliziotti ogni 100mila persone, secondo i dati Interpol, e di 5.8 soldati attivi ogni mille persone secondo i dati dell’International Institute for Strategic Studies.

Usando gli stessi dati negli Stati Uniti il rapporto è di 260 poliziotti per 100mila abitanti e 4.6 soldati attivi per mille persone. Eppure in Palestina un alto rapporto di personale di sicurezza non ha alcun senso non fornendo migliore sicurezza ai palestinesi. La principale fonte di insicurezza palestinese è l’occupazione israeliana che è sostenuta dal settore della sicurezza dell’Anp.

Degli 83.276 membri delle forze di sicurezza, 65.463 ricevono lo stipendio dall’Anp e 17.813 dal governo de facto di Hamas a Gaza, mostra il rapporto. L’Anp, che sopravvive degli aiuti internazionali, paga i salari a 31.913 impiegati in Cisgiordania e 33.550 a Gaza. Non solo l’Anp spende quasi un terzo del suo budget totale della sicurezza , un miliardo di dollari, ma il 78% dei 261 milioni previsti per il settore della sicurezza è andato in stipendi.

Inoltre andrebbe notato che al personale della sicurezza pagato dall’Anp al momento è impedito di lavorare per Hamas a causa del conflitto tra Cisgiordania guidata dall’Anp e Gaza guidata da Hamas (sebbene Israele resti l’attuale potere occupante per entrambe le enclavi). L’Anp paga oltre 40 milioni di dollari ogni mese per mantenere i suoi impiegati a Gaza, in sua assenza. Questi “assenti” sono costati qualcosa come 4.8 miliardi di dollari all’Anp negli ultimi 10 anni. Né funzionari dell’Anp né leader di Hamas hanno affrontato questa questione; al contrario continuano a mantenere la divisione politica che tanto ha danneggiato la lotta palestinese per la libertà e l’uguaglianza nell’ultimo decennio.

Secondo il rapporto del Dcaf, l’Anp ha 223 generali e Hamas 80. A confronto l’esercito Usa ha 410 generali in totale (di cui 110 nella marina, 36 nei marine e 131 nell’aviazione). Sicuramente, anche nel migliore scenario di un settore della sicurezza che effettivamente la garantisce ai palestinesi, questa proporzione deformata non ha alcun senso.

I dati del rapporto sono preziosi non solo perché rari ma anche perché mostrano ai politici la necessità di valutare criticamente l’efficacia di questo flusso di aiuti. Le statistiche del Dcaf dovrebbero essere considerate per ripensare la politica riguardanti gli aiuti alla Palestina se gli Usa fossero seri nel voler raggiungere la pace nella regione.

Questo ripensamento non dovrebbe portare a meno aiuti alla Palestina o ad abbandonare il settore della sicurezza dell’Anp, questo aumenterebbe solo gli alti tassi di disoccupazione in Cisgiordania e Gaza. Dovrebbe, invece, riconfigurare i doveri delle forze di sicurezza così da poter sfidare la politica che favorisce la sicurezza di Israele a quella dei palestinesi e da renderle più responsabili nei confronti del popolo palestinese che vorrebbero servire.

Qualcuno potrebbe dire che modificare gli aiuti in questo modo porterebbe a maggiore violenza tra palestinesi e israeliani e tra i palestinesi stessi. Non succederà se sarà sostenuto da una reale sforzo per raggiungere una pace giusta, compresa la fine immediata dell’occupazione militare. La verità è che occupazione militare e ruolo autoritario non porteranno mai la sicurezza. Un migliore stanziamento degli aiuti insieme all’investimento su una pace giusta è il percorso verso una reale e sostenibile sicurezza.

Traduzione a cura della redazione di Nena News

Gerico˗Ma’an. Martedì le forze israeliane hanno spianato numerose strutture appartenenti a diverse famiglie palestinesi della Valle del Giordano, a nord della città di Gerico, nella Cisgiordania occupata.

Secondo l’agenzia news palestinese Wafa, soldati e bulldozer israeliani hanno invaso il villaggio di Fasayil e distrutto numerose strutture d’acciaio appartenenti ad Abed al-Hadi Ali Hussein Obayyat, Adnan Ibrahim Abu Kharabish e Zaid Mahmoud Ibrahim Abu Kharabish

Le forze israeliane hanno anche demolito due strutture sanitarie appartenenti ad Adnan e Zaid Abu Kharabish.

Non è stato possibile ottenere un commento immediato da parte del COGAT, l’agenzia israeliana responsabile per l’attuazione delle politiche di Israele nel territorio palestinese occupato.

Martedì stesso le autorità israeliane avevano già demolito tre strutture palestinesi nel quartiere di Silwan, nella Gerusalemme Est occupata.

Secondo i dati dell’ONU, perlomeno 1.569 palestinesi sono rimasti sfollati dall’inizio del 2016 a causa delle demolizioni nei territori occupati, in confronto ai 688 del 2015.

Traduzione di F.G.

Nazareth-PIC. Con un’altra mossa razzista, le autorità israeliane della città di Beersheba hanno prontamente deciso di mettere a tacere il sistema pubblico informativo in lingua araba sugli autobus che circolano in città.

Per volontà del sindaco di Beersheba, Ruvik Danilovich, il ministro israeliano dei Trasporti ha incaricato la Dan Bus Company di rimuovere la voce in arabo dagli annunci effettuati a bordo dei suoi autobus pubblici.

Danilovich ha giustificato questa mossa razzista affermando che non ha fatto altro che rispondere alle richieste dei residenti ebrei israeliani che hanno presentato denunce alla ditta e al municipio di Beersheba riguardanti gli annunci in arabo emessi alle fermate del bus.

Parlando ad un canale israeliano, il sindaco ha inoltre sostenuto che l’arabo sarà nuovamente incluso sugli autobus di Beersheba una volta che “venga adottato in tutto il territorio israeliano”.

Tale misura è stata deplorata dai cittadini arabi di Israele che l’hanno definita razzista e in quanto parte della campagna di istigazione che è stata lanciata dal governo di Benjamin Netanyahu contro i cittadini arabi durante i recenti incendi che hanno colpito il paese.

Beersheba è una città di 200.000 abitanti nella regione meridionale del Negev.

Molti dei passeggeri dei bus e dei treni di Beersheba sono residenti arabi della città e delle zone limitrofe, ed il sistema di diffusione in arabo è stato progettato proprio per servire loro.

L’arabo è una lingua ufficialmente riconosciuta in Israele. Per legge, i ministri del governo devono emanare tutte le comunicazioni ufficiali, gli annunci pubblicitari e i moduli ufficiali sia in ebraico che in arabo, e la popolazione ha il diritto di rivolgersi alle autorità locali e agli enti governativi in ebraico ed in arabo.

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

Betlemme-Ma’an. Lunedì 5 dicembre, la Lista Unita, una coalizione del parlamento israeliano che rappresenta i cittadini palestinesi di Israele, ha dichiarato di voler presentare una querela contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, dopo le accuse secondo cui la recente ondata di incendi in Israele e in Cisgiordania era stata causata da Palestinesi – incendi di matrice politica.

Nella dichiarazione sui social media, il capo della lista, Ayman Odeh, ha affermato che la decisione di sporgere querela “per incitamento contro i cittadini arabi è giunta  in risposta alle dichiarazioni di Netanyahu durante i giorni degli incendi secondo il quale la vera minaccia per lo stato di Israele non sono i Palestinesi dei territori occupati, ma gli Arabi all’interno di Israele”.

Il quotidiano israeliano Jerusalem Post ha anche citato Odeh per aver detto che “tutti sanno che non c’è stata un’ ondata di terrorismo, non c’è stata un’intifada di incendi” e che “se le affermazioni sul ‘terrore’ sono smentite, allora migliaia di ebrei hanno incitato contro gli arabi e hanno chiesto di ucciderli… ma nemmeno uno di loro è stato indagato”.

Il 26 novembre, il primo ministro israeliano aveva accusato i “terroristi” di cercare di “sommergere la nostra regione di odio. (…)  Le loro fiamme non potranno mai bruciare la nostra speranza.

“(…) Alcuni Palestinesi hanno acceso fuochi e festeggiato nelle strade. Altri stanno aiutando a spegnere le fiamme. I primi non troveranno posto per nascondersi e saranno portati davanti alla giustizia”.

Il ministro dell’Istruzione israeliano, Naftali Bennett, ha anche accusato i Palestinesi di essere “terroristi di fuoco”, affermando che “potrebbe appiccare il fuoco soltanto colui al quale questa terra non appartiene”, sottintendendo sia che i Palestinesi sono i responsabili degli incendi sia che non hanno alcun legame con la terra da cui circa 700 mila di loro furono deportati durante la creazione di Israele, nel 1948.

Nel frattempo, il ministro israeliano della Sicurezza Pubblica, Gilad Erdan, aveva chiesto di demolire le case di qualsiasi Palestinese riconosciuto colpevole di incendio doloso, e il ministro della Difesa, Avigdor Lieberman, aveva affermato, durante una visita all’insediamento israeliano illegale di Hallamish, in Cisgiordania, dopo un incendio, che la migliore risposta alla distruzione provocata dalle fiamme è di “espandere gli insediamenti”.

La critica ha sostenuto che i politici israeliani si sono affrettati a biasimare i Palestinesi per gli incendi come una manovra politica per convincere ulteriormente la comunità internazionale dell’ostilità palestinese verso lo stato di Israele.

Nel frattempo, la Lista Unita e il movimento Fatah in Cisgiordania hanno condannato i Palestinesi che hanno festeggiato gli incendi come vendetta per il disegno di legge israeliano che vieta la chiamata alla preghiera musulmana, mentre le squadre della protezione civile palestinese hanno fornito rinforzi per aiutare Israele a controllare gli incendi a Haifa e a Gerusalemme.

Decine di Palestinesi sono stati arrestati con il sospetto di incendio doloso o di istigazione a commettere incendio doloso; almeno 16 di loro erano palestinesi con cittadinanza israeliana, tra cui sei minori, secondo quanto riportato dal quotidiano israeliano Haaretz.

La scorsa settimana, Haaretz ha riferito che una fonte della polizia ha respinto le accuse che gli incendi fossero appiccati per  ragioni “nazionaliste” o “terroriste”, mentre l’investigatore capo dell’Autorità israeliana per gli incendi e il soccorso, Ran Shelef, ha dichiarato al Jerusalem Post, domenica: “In parecchie zone non troverete molte prove che dimostrino se era doloso”.

Shelef ha detto che la prova di incendio doloso è stata trovata in quattro aree: la regione della Galilea a nord di Israele, la zona da Umm el-Fahm a Betar Illit, la Cisgiordania occupata e la regione centrale di Israele. Gli investigatori non hanno ancora determinato la causa degli incendi nella città costiera settentrionale di Haifa.

Lunedì scorso, i funzionari israeliani avrebbero affermato che su un totale di 1.773 incendi segnalati, sviluppatisi in gran parte dentro e intorno a Gerusalemme e a Haifa, solo 25 sono stati sospettati di incendio doloso. L’esercito israeliano sta anche esaminando la prova che un grande incendio è iniziato dopo che un soldato israeliano ha gettato una sigaretta accesa in una zona vicino a un posto di blocco.

Fonti della sicurezza israeliana hanno anche affermato che una combinazione di venti tesi e una siccità senza precedenti, segnalata all’inizio di quest’anno come la peggiore in Medio Oriente da 900 anni, sono stati la causa principale degli incendi.

Traduzione di Edy Meroli

Activists hail victory as World Food Program ends contract with occupation profiteer.

Palestine ChronicleLa legislazione israeliana che, a quanto pare, voleva mettere fine all’inquinamento acustico proveniente dai luoghi di culto musulmani ha, paradossalmente, provocato una cacofonia di indignazione in gran parte del Medio Oriente.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato questo mese il suo supporto per il cosiddetto “Muezzin Bill” (la legge con i muezzim, ndr), affermando che esso sia assolutamente necessaria per fermare il richiamo alla preghiera mattutina proveniente dalle moschee che sveglia gli israeliani dal loro sonno. Una votazione in parlamento si terrà in settimana. “L’uso degli altoparlanti da parte dei muezzin è del tutto inopportuno, in un’epoca in cui si hanno a disposizione le sveglie sul cellulare nonché le applicazioni per gli smartphones”, ha dichiarato Netanyahu.

Un palestinese su cinque, di quelli che costituiscono la popolazione di Israele, la maggior parte dei quali musulmani, e altri 300.000 che vivono sotto occupazione a Gerusalemme Est, dicono che la legislazione è gravemente discriminatoria. La logica ambientalista della proposta di legge è irrazionale, affermano.

Moti Yogev, un colono che ha scritto la proposta, aveva chiesto il divieto di utilizzare altoparlanti per frenare la diffusione dei sermoni presumibilmente carichi di astio nei confronti di Israele.

La scorsa settimana, dopo che l’ala ebraica ultra-ortodossa aveva iniziato a temere che la proposta di legge potesse applicarsi anche alle sirene che danno inizio allo Shabbat, il governo ha urgentemente introdotto un’eccezione, sollevando le sinagoghe dal rispetto di questa legge.

Il “Muezzin Bill” non giunge in un contesto politico neutrale. L’ala estremista del movimento dei coloni che l’ha proposto, compie atti di vandalismo e incendia moschee in Israele e nei territori occupati da anni. La nuova legge prosegue sulla scia di una legge sponsorizzata dal governo che permette ai legislatori ebrei di espellere dal parlamento i rappresentanti della minoranza palestinese, se portavoce di opinioni impopolari.

I leader palestinesi di Israele sono raramente invitati nelle trasmissioni televisive, se non per difendere se stessi dalle accuse di avere comportamenti sovversivi.  Questo mese la sede di Haifa di un’importante catena di ristoranti, ha imposto al suo staff il divieto di parlare arabo, al fine di evitare che i clienti ebrei sospettassero di essere derisi.

Gradualmente, la minoranza palestinese di Israele si è ritrovata schiacciata fuori dalla sfera pubblica. Il “Muezzin Bill” è solo la fase più recente di un processo che mira a rendere i palestinesi impercettibili e invisibili.

In particolare anche Basel Ghattas, un legislatore palestinese cristiano della Galilea, ha denunciato la proposta di legge. Le chiese di Nazareth, Gerusalemme e Haifa, ha giurato, avrebbero trasmesso i richiami del muezzin se fosse stato imposto il bavaglio alle moschee. Per Ghattas e altri, la proposta costituisce un’aggressione all’identità palestinese nonché musulmana della comunità. Netanyahu, dall’altra parte, ha respinto le critiche paragonando le restrizioni imposte alle misure adottate da Stati quali Francia e Svizzera. “Ciò che è buono per l’Europa, è buono per Israele”, ha detto. Con l’eccezione, però, che Israele non è l’Europa, e i palestinesi che ci vivono sono la sua popolazione natia, non immigrata.

Haneen Zoabi, un altro avvocato, ha osservato che la legislazione non ha a che fare con “il rumore nelle loro orecchie, bensì nelle loro teste”. I loro timori colonialisti, ha detto, sono suscitati dalla presenza costante palestinese in Israele, una presenza che si pensava fosse stata estinta con la Nakba del 1948, la creazione di uno Stato ebraico e la rovina della madrepatria palestinese. L’ennesima prova è stata fornita nel fine settimana da dozzine di incendi che hanno distrutto foreste di pini e case adiacenti nel territorio di Israele, alimentati dai venti e da mesi di siccità.

Alcuni post sui social media hanno sostenuto che gli incendi siano da interpretare come la punizione divina per il “Muezzin Bill”. Senza pressoché alcuna prova, Netanyahu ha accusato i palestinesi di aver dato avvio agli incendi “terroristi” per radere al suolo Israele. Il primo ministro israeliano ha bisogno di distogliere l’attenzione dalla sua incapacità di tenere conto delle segnalazioni di sei anni fa, quando accadde qualcosa di simile, che le foreste di Israele possono costituire un pericolo d’incendio. Se verrà fuori che qualche incendio è stato provocato intenzionalmente, Netanyahu non avrà alcun interesse a spiegare il perché.

Molte delle foreste sono state piantate decenni da Israele per occultare la distruzione di centinaia di villaggi palestinesi, dopo che l’80% della popolazione palestinese – circa 750.000 persone – fu espulsa, nel 1948. Oggi quelle persone vivono in campi profughi, presenti anche in Cisgiordania e a Gaza.

Secondo gli studiosi israeliani, i fondatori europei della nazione israeliana hanno trasformato l’albero di pino in un’arma da guerra, utilizzandolo per ripulire ogni traccia dei palestinesi. Lo storico israeliano Ilan Pappe chiama questa politica “memoricidio”.

Gli alberi di ulivo così come altre specie natie di quell’area come carruba, melograno e limone furono anch’esse sradicate e soppiantate da pini. L’importazione del panorama europeo sarebbe stato un modo per assicurare che gli immigrati ebrei non sentissero la mancanza di casa.

Oggi, per molti ebrei israeliani solo il muezzin costituisce una minaccia a questo idillio artificiale. Il suo richiamo alla preghiera proviene dalle decine di comunità palestinesi che sopravvissero alle espulsioni di massa del 1948 e che, pertanto, non furono sostituite da pini.

Come un fantasma indesiderato, adesso il suono perseguita città ebraiche vicine. Il “Muezzin Bill” mira a sradicare i residui uditivi della Palestina nel modo più completo così come le foreste di Israele hanno oscurato le sue parti visibili, rassicurando gli israeliani di vivere in Europa piuttosto che in Medio Oriente.

(Nella foto: una moschea di Gaza distrutta nell’offensiva israeliana dell’estate del 2014)

Traduzione di Martina Di Febo

 

 

 

Israel using violence and coercion in effort to end prison protests.

A major player in Labour anti-Semitism controversy, Smeeth’s ties to Israel lobby overlooked by press.

World Council of Churches condemns detention and expulsion of Isabel Apawo Phiri, of one of its leaders. 

Gerusalemme-Palestine Chronicle, Safa, IBT, MEMO, PIC. Le fazioni palestinesi hanno condannato la decisione del Patriarca greco Theophilos di interrompere l’erogazione dello stipendio dell’arcivescovo palestinese Atallah Hanna a causa delle sue posizioni e dichiarazioni sui diritti palestinesi.

Le fazioni palestinesi hanno divulgato una dichiarazione che evidenzia il continuo sostegno di Hanna e la sua lotta per il popolo palestinese, insieme all’arcivescovo Manuel Musallam, e il loro rifiuto alla leva dei Cristiani nell’esercito israeliano.

Le fazioni palestinesi hanno fortemente criticato la decisione del Patriarca Greco in Palestina di licenziare Hanna, definendola “ingiusta e politica”.

Esse citano posizioni politiche dietro a tale atto che definiscono “in linea con le politiche di occupazione israeliane” che mirano a zittire la libertà di espressione e occultare l’identità palestinese.

“Ricatto”

La Chiesa Greco-Ortodossa di Gerusalemme ha licenziato l’unico arcivescovo palestinese adducendo “le sue ultime prese di posizioni” e il suo “chiaro sostegno” a diverse questioni, secondo quanto riporta Middle East Monitor.

La decisione di licenziare l’arcivescovo Atallah Hanna ha lo scopo di “ricattarlo e di fare pressioni su di lui e su tutti i religiosi arabi”, ha dichiarato il suo ufficio in una comunicazione ufficiale.

“Il Patriarca Theophilos [III] e la sua Santa Assemblea hanno deciso oggi di interrompere l’erogazione dello stipendio dell’arcivescovo Atallah Hanna”, ha riferito l’ufficio, aggiungendo che anche quelli di altri religiosi arabi sono stati “arbitrariamente interrotti” dal Patriarca Greco-Ortodosso di Gerusalemme.

La chiesa riporta altre misure “punitive” contro i religiosi arabi, compreso il trasferimento dell’archimandrita Christophoros Atallah dal suo monastero in Giordania a Gerusalemme.

Atallah Hanna ha espresso preoccupazione per gli sviluppi e si aspetta che Theophilos non prenda “decisioni vendicative”:  “Ci aspettiamo che Theophilos sia più saggio e più responsabile, perché la situazioni non peggiori”. E ha aggiunto che è sua intenzione risolvere la situazione in modo pacifico. “Ci aspettiamo da lui che agisca come un pontefice spirituale e non prenda decisioni vendicative lontane dalla spiritualità della Chiesa”.

“Attualmente stiamo affrontando una nuova fase e realtà. Sembra che siamo costretti a prendere una posizione e che è impossibile vedere qualcosa di positivo da parte di Theophilos. Tuttavia, ciò non influenzerà il nostro messaggio spirituale, umanitario e patriottico”.

Hanna ha aggiunto che Theophilos “avrebbe dovuto punire coloro che chiedono il reclutamento nell’esercito di occupazione o che vendono i nostri beni e sono coinvolti nelle cospirazioni contro l’esistenza cristiana nella regione”.

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