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Agenzia Stampa Vicino Oriente
Aggiornato: 29 min 57 sec fa

Bombe nella Baghdad senza coprifuoco. La Giordania dà i numeri, mentre i kurdi avanzano

Lun, 09/02/2015 - 09:30

Almeno 14 vittime in due esplosioni nella capitale irachena. Il governo tenta la pacificazione interna e promette la campagna via terra contro il califfato. I kurdi liberano un terzo dei villaggi occupati dall’Isis.

 

 

della redazione

Roma, 9 febbraio 2015, Nena News – Due esplosioni all’alba di questa mattina hanno ucciso 14 persone a Baghdad, 46 i feriti. Il primo attentatore si è fatto saltare in aria in piazza Adan, al centro del quartiere sciita di Kadhimiya, mentre la seconda bomba ha colpito il quartiere sciita di Husseiniyah.

Nonostante l’incontenibile violenza che sta insanguinando la capitale, il governo ha deciso sabato scorso di sospendere il coprifuoco notturno che durava dall’invasione statunitense del paese, nel tentativo di normalizzare la vita in città. Una decisione accolta con gioia dai cittadini di Baghdad che domenica hanno preso d’assalto le strade della capitale sventolando bandiere, infilandosi in rumorosi caroselli, suonando il clacson e ballando per le strade.

Eppure il giorno prima a poche ora dalla fine del coprifuoco 37 persone erano state uccise da un’altra serie di attacchi. Il coprifuoco che vigeva sulla capitale dalla mezzanotte alle 5 del mattino non ha mai impedito le violenze: la maggior parte degli attacchi venivano compiuti nel tardo pomeriggio e a mezzogiorno, nelle ore di punta. Nella convinzione del premier al-Abadi migliorare la qualità della vita nella capitale potrebbe limitare l’influenza di gruppi estremisti come l’Isis, che mirano alla polarizzazione dei settarismi già esistenti e già radicati in tutto il paese.

Una politica di pacificazione interna che viene portata avanti dal nuovo governo soprattutto nell’esercito: la tanto attesa legge per la formazione di unità sunnite da integrare a quelle governative ma organizzate a livello locale è stata approvata, anche dietro le pressioni Usa. Washington non ha mai nascosto l’intenzione di voler trasformare l’Iraq in uno Stato federale, diviso in tre entità etniche e religiose (curdi, sunniti e sciiti): la presenza di tre forze militari distinte, ma alleate – i peshmerga in Kurdistan, l’esercito ufficiale sciita e le unità militari sunnite – sono un primo passo verso la realizzazione di un simile obiettivo.

Resta da vedere chi prenderà parte all’annunciata offensiva via terra contro lo Stato Islamico: a parlarne è stato l’inviato Usa John Allen che in un’intervista con una tv giordana ha anticipato l’intenzione del governo iracheno di procedere con “una campagna via terra per riprendersi il paese”, sostenuto dai raid della coalizione. La mossa segue all’intensificazione delle operazioni della Giordania contro il califfato, reazione scatenata dalla morte del pilota al-Kasasbeh. Obiettivo di re Abdallah non è tanto vendicare il pilota, quanto evitare un rafforzamento delle simpatie pro-Isis nel paese e tenere a bada le tribù, estremamente critiche nei confronti della decisione della monarchia di prendere parte alla coalizione.

In pochi giorni, dallo scorso giovedì, l’aviazione giordana ha compiuto 56 raid aerei tra Siria e Iraq ricevendo l’atteso plauso della Casa Bianca. Secondo le autorità giordane le attività militari hanno permesso di distruggere il 20% del potenziale militare dello Stato Islamico. Se così fosse, i dati che qualche settimana fa erano stati snocciolati dal Pentagono – che aveva candidamente ammesso di aver strappato all’Isis solo l’1% dei territori occupati in 6 mesi di raid – appaiono ancora più ridicoli. Ma resta difficile immaginare che in soli 4 giorni Amman sia riuscita in tale impresa e che da quando ha aderito alla coalizione ha ucciso 7mila miliziani (i dati Usa parlano di 6mila miliziani uccisi in totale). 

La guerra della propaganda è tra le più pericolose nel teatro di conflitto mediorientale. Mentre la popolazione di Siria e Iraq soffre per l’avanzata dell’Isis o muore per le bombe della coalizione, gli attori regionali cercano di ottenere il massimo dalla guerra al terrore. Chi evita i grandi annunci e la propaganda spicciola è Rojava, unica a aver saputo frenare l’Isis: dopo la liberazione di Kobane, le forze kurde delle Unità di Protezione Popolare hanno riassunto il controllo oltre un terzo dei villaggi intorno la città: “Le Ypg anno ricatturato 128 villaggi su 350 nelle ultime due settimane”, ha fatto sapere l’Osservatorio Siriano per i diritti umani. Nena News

Categorie: Palestina

IRAQ. L’Isis e le tribù sunnite da armare

Sab, 07/02/2015 - 15:20

Gli Emirati arabi tornano a chiedere armi e addestramento ai clan della provincia di Anbar, cuore della lotta tra Baghdad e l’Isis. E nella capitale le bombe uccidono oltre 27 persone

Foto AFP/Sabah Arar

della redazione

Roma, 7 febbraio 2015, Nena News - Tribù sunnite irachene armate e addestrate per combattere l’Isis a terra. Tornano a chiederlo a gran voce gli Emirati arabi, che lo scorso dicembre si sono ritirati dalla coalizione internazionale contro lo Stato islamico per ” la mancanza di sicurezza garantita ai piloti che sorvolano i territori conquistati dal Califfato” e tentano di colpire le loro postazioni.

A rivelarlo è stato ieri il quotidiano emiratino al-Ittihad, che ha spiegato il ritiro dalla coalizione di Dubai in funzione del pericolo che potevano correre i suoi militari bombardando l’Iraq e la Siria. Gli Emirati si sono chiamati fuori dalle missioni aeree contro il Califfato proprio pochi giorni dopo l’abbattimento del jet giordano e il sequestro del suo pilota Moaz al-Kasasbeh, bruciato vivo poco tempo dopo, la cui esecuzione è stata diffusa in un video martedì scorso.

Ma non è tutto: secondo il quotidiano emiratino la ragione principale del disimpegno di Dubai starebbe nel mancato supporto della coalizione internazionale alle tribù sunnite di Anbar, provincia irachena circondata e parzialmente occupata dall’Isis, alle quali erano state promesse armi, aiuto finanziario e addestramento in fase di formazione della coalizione. “Né gli attacchi aerei, né una guerra mediatica sono sufficienti per la sconfitta del Califfato” scrive il quotidiano citando fonti della sicurezza emiratine, che descrive come “insoddisfatte perché la coalizione ha dimenticato la gente di Anbar”.

Lo scorso novembre era trapelata la notizia che la Casa Bianca stesse valutando l’ipotesi di armare le tribù sunnite della regione di Anbar, cuore del conflitto tra Isis e Baghdad e che stesse considerando di inviare missili, granate e lanciarazzi per un valore di 24 milioni di dollari. Una strategia ufficialmente accantonata per timore di un risultato già tristemente noto in Libia: milizie senza controllo, armate fino ai denti, che combattono la loro guerra settaria e mettono in ginocchio un intero paese. E il rischio di una carneficina confessionale in Iraq, dove lo scontro tra sciiti – la maggioranza della popolazione irachena, repressa e assassinata per anni e ora a capo delle istituzioni – e sunniti ha già provocato migliaia di morti solo nel post Saddam, secondo gli analisti è decisamente più alto.

Proprio oggi due bombe esplose nella capitale irachena hanno causato almeno ventisette morti e oltre cinquanta feriti. Alcune agenzie parlano invece di oltre trentasette morti in tre attentati. Gli attacchi, i più sanguinosi degli ultimi mesi nella capitale, sono stati perpetrati nella parte orientale a maggioranza sciita e nel centro della città: l’esplosione di una bomba in un ristorante ha provocato almeno 22 vittime, mentre un ordigno esploso in un centro commerciale avrebbe ucciso altre 5 persone. Gli attacchi, che non sono ancora stati rivendicati, sono stati compiuti nel giorno in cui il governo aveva deciso di togliere il coprifuoco notturno, attivo ormai da oltre sette anni. Nena News

Categorie: Palestina

GAZA. La ricostruzione perduta

Sab, 07/02/2015 - 13:29

A tre mesi dalla Conferenza del Cairo in cui i membri della comunità internazionale hanno fatto a gara a chi stanziava più fondi per la ricostruzione, nella Striscia non è arrivato ancora un centesimo. Onu e Lega Araba lanciano un appello urgente ai donatori

della redazione

Roma, 7 febbraio 2015, Nena News - Non ci sono soldi, per Gaza, e senza quei soldi non c’è futuro. I vertici delle Nazioni Unite e della Lega Araba hanno lanciato ieri un appello per spingere i donatori a rispettare gli accordi finanziari presi alla Conferenza del Cairo lo scorso ottobre per la ricostruzione della Striscia dopo l’offensiva israeliana “Margine Protettivo” dello scorso agosto. Di quei 5.4 miliardi di dollari promessi dalla comunità internazionale, infatti, non è ancora arrivato neanche un centesimo: a confermarlo è stata l’Unrwa, l’agenzia Onu che assiste i profughi palestinesi.

In una dichiarazione congiunta diffusa ieri sera, il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon e il segretario della Lega Araba Nabil al-Arabi hanno espresso “profonda preoccupazione” per le risorse limitate ad oggi destinate a Gaza, esortando caldamente “i donatori a onorare ed erogare al più presto i loro impegni finanziari per “prevenire un ulteriore deterioramento della situazione umanitaria già drammatica”. La Striscia, con i suoi 2200 morti, 11 mila feriti, 110 mila sfollati e 96 mila case in macerie da oltre sei mesi, sembra essere stata dimenticata dal mondo.

L’Unrwa, che attendeva una porzione importante di questi fondi per garantire gli aiuti umanitari e la ricostruzione, ha già terminato i 77 milioni di dollari che inizialmente aveva avuto a disposizione per aiutare 66mila famiglie a riparare le loro case danneggiate. “Nelle nostre casse – ha avvertito un portavoce dell’agenzia – non ci sono più fondi. Decine di migliaia di palestinesi non hanno un tetto e noi non possiamo assisterli. Erano stati assicurati 5,4 miliardi dollari alla conferenza del Cairo ma praticamente nulla ha raggiunto Gaza sino ad oggi. Questo è doloroso e inaccettabile”.

Lo scorso mese l’Onu, a corto di denaro, aveva annunciato di dover sospendere gli aiuti finanziari all’alloggio a decine di migliaia di palestinesi a Gaza che, oltre alla perdita di familiari e di proprietà, devono far fronte a un duro inverno: nelle scorse settimane si sono registrati almeno tre morti per il freddo e l’unica centrale elettrica della Striscia, colpita dall’esercito israeliano, non è ancora in funzione. La maggior parte della popolazione sopravvive con 4-5 ore di elettricità al giorno, mentre scarseggiano i materiali per la ricostruzione che Israele si guarda bene dal far entrare dal valico di Eretz.

E mentre il Qatar, che alla Conferenza del Cairo aveva fatto la maggiore offerta di aiuti – 2 miliardi di dollari, seguito dall’Unione Europea con 450 milioni di euro e da un aiuto aggiuntivo di Washington del valore di 212 milioni di dollari – stenta assieme agli altri membri della comunità internazionale a rispettare i suoi impegni, il futuro della Striscia appare sempre più nero. Nena News

 

 

Categorie: Palestina

No Voice: Hopes for Israeli elections from those who cannot vote

Sab, 07/02/2015 - 12:09

Over 200,000 people with no legal status live in Israel today. There are another 4 million in the West Bank and Gaza Strip. All of these people are directly affected by Israeli elections but they have not right to vote. This is what they have to say — about the Right and the Left, the ‘demographic threat,’ peace, war, democracy and dictatorship

Foto Reuters

 

‘Occupied people cannot vote for their occupier’

By Bassam Almohor – +972mag

The argument heats up at one of the tables in this men-only café in a Palestinian city.

Israeli elections are a hot topic of discussion for the Palestinians here. At this table, a man with a suit and tie argues that if Herzog/Livni win we will secure a peace agreement in our favor, and recall the historic White House handshake between Arafat and Rabin 22 years ago. He regrets that there has been no courageous Israeli politician with the guts to sign a historic deal with the Palestinians like the late Prime Minister Rabin.

A man with a dark, thick mustache takes the other side, and say that the Left is dead, for 25 years since the collapse of the Soviet Union. Only the Right, the Likud, he says, can sign a deal and agree to withdraw from occupied lands, like late Sharon who withdrew from Gaza 10 years ago.

A loud shaved-headed man argues that we need the Right — or even the far-right — to win. They are extreme, and with their measures against the Palestinians, their indifference to international resolutions and their violations of human rights and war crimes against the occupied people — they will lose in the international arena. The Palestinians would gain more support in international institutions, which in turn would create major pressure on Israel to give up. The BDS movement is spreading wide and gaining momentum in Western Europe and the U.S., thus cornering Israel and forcing it to accept a just and lasting peace.

There is another short man with round eyeglasses who says, no, it doesn’t matter to us who wins: the Israeli Left and Right are two sides of the same coin. The coin has many sides with lost of political names, yet for us, it is the same: Israel, our occupier for the past 48 years, or 67 years. These elections do not concern us; it’s a political struggle between political giants who fight over internal issues that do not concern us. Israeli policy towards the Palestinian does not change whether the winner is the Likud, Labor, the Center, the religious, the settlers, the Russians, or whoever.

A Palestinian contrarian, with the face of a philosopher, sits in the front corner listening to the argument but does not participate. He tells me, “It feels awful, absurd, and stupid to see this occupier vote, practicing so-called democracy. My occupier practices democracy on my land, my occupier is not only an oppressor; my occupier is a wicked hypocrite. This ‘democracy’ thing makes me sick. Every time they practice democracy in Israel I feel more wars coming, more misery, more destruction, more images of shattered bodies and torn buildings, more blackness looming in the sky. I feel bad. I feel the worst yet to come.”

I, too, listen and think of these elections: These are not our elections; occupied people cannot vote for their occupier; Israel is not “a state of its citizens”; “I am not a firm believer in democracy.”

I remain silent.

Bassam Almohor is a photographer and tour guide from Ramallah. He blogs for +972’s Hebrew language sister site, Local Call.

‘I support anyone who won’t deport me’

By Mutasim Ali – +972mag

The truth is I really don’t want to get involved in Israeli politics because I’m a resident and I have absolutely no intentions of staying in Israel. In addition, I don’t want to add fuel to the claims of right-wing Israeli politicians who say we are a demographic threat.

That said, nobody can deny the fact that we asylum seekers are a community of 47,137 people, which is not a small number.

Regardless of how politics work in Israel, we in the asylum seeker community have organized ourselves quite impressively. And politics is how different people get to live together. Period.

There is no doubt that we’re greatly affected by Israeli politics and politicians. As of right now, less than a month and a half before the elections, would you be surprised if I told you every one of us is wondering and asking what the next government will look like? Who will next prime minister be?

Some people have gone so far as to ask whether Ehud Olmert might be back again. He is the one who gave status to hundreds of Darfuris, which is diametrically different to the way all other African asylum seekers are treated in Israel.

I don’t care who wins but I stand with anybody who supports me in my plight and who says no to retroactively punishing me for the way I entered Israel. I’m with anyone who will not deport me to a place where I have a well-founded fear for my life and liberty.

Once I and others gain legal status, I believe we will begin to see an end to the problems in many Israeli neighborhoods and cities — not just south Tel Aviv but other areas as well. As a matter of fact I helped run a campaign for city without borders in 2012, not because I want to be a part the complex conflict between Left and Right, but because I’m done with the lack of policies and the political deception. I felt I had to start the campaign because of the way the asylum seeker issue was being used for political gain.

I believe that to be a good politician you need to be honest and believe in what you’re fighting for. For example, see the contradiction in some of those parties that voted for the anti-Infiltration Law last December but also believe deep down in their bones that it is not at all fair, and that it is also not for the good of Israeli residents of south Tel Aviv and other areas.

If I’m asked who I would vote for, if I could, I would gravitate toward the Left. That is because I was born liberal; I was educated by liberal parents to never think only inside the box and to believe strongly that different races and colors can live together. That would be true in any country, regardless of my legal status.

To Israelis, of course you know better than I whom to vote for. But if you ask me, I would say go with those candidates who will improve your daily lives and tackle the real issues.

Don’t support those spreading hatred, animosity, fear, racism, and of course not those taking for themselves recycling redemptions on the public’s bottles. By the way, I have a ton of empty bottles of water and some soft drinks in my room but because in Holot there is no place to recycle them, I should probably bring them to Jerusalem. I heard they know what to do with them there.

Finally, I wish the best of luck to your candidates and hope that this time is different. I really, really want what is best for Israeli society. We strangers come after.

Mutasim Ali, 28, originally from Darfur, has been in Israel since 2009. He has been imprisoned in the Holot detention facility for African asylum seekers for eight months.

The inevitability of civil rights for all

By Sam Bahour – +972mag

There is a single supreme governing body between the Mediterranean Sea and the Jordan River; it is the Israeli parliament, called the Knesset. This has been the case from June 1967 until today, without interruption.

Approximately half the people governed are denied any representation within that parliament. What does this mean in reality? It means that a set of Israeli legislators make the decisions that shape every aspect of the lives of approximately 4.5 million Palestinians living in the West Bank and Gaza Strip.

Except as soldiers in Israel’s military or as illegal settlers, most of these legislators have never set foot in the West Bank (very few could even navigate their way around East Jerusalem) or in the Gaza Strip.

We do not have 3G on our mobile phones because Israeli decision makers prohibit it. Students from Gaza and the West Bank are unable to attend each other’s universities, because Israeli decision makers, who could not find these Palestinian universities on a map, prohibit the two parts of the occupied territory from freely interacting. This draconian list is long and its ramifications are harsh.

The bottom-line for us Palestinians ‘living’ under Israel’s boot of occupation: Historically, in the U.S. and many other places, when a population is long disenfranchised, unrest ensues, forcing greater equality. Jewish Israelis living in perpetual denial should take note when they head to their polling booths this March, for their sake if not for ours. The looming fork in the road for us is signposted “Palestinian Statehood” or “Civil Rights for All.” While the idea of the former is dispensable, the coming of the latter is inevitable.

Israel pretends its society is a normal, American-style melting pot, but there are only two problems: there is nothing remotely “normal” about Israeli’s societal composition and, furthermore, the pot’s ingredients, by policy design, have yet to melt.

The destructive societal divisions among Israel’s population shine through in every election; this time around is no different. While Israel’s nearly five-decade military occupation of Palestinians is slowly, but surely, ripping Israel out of its global comfort zone, not one electoral contender has peeped a word about how the occupation will come to an end.

Likewise, while racism inside Israel against Christian and Muslim Palestinians — full Israeli citizens — has reached levels provoking even some Jewish Israelis to call it fascism, Israel’s political parties are acting as if it’s business-as-usual. The only bold and somewhat refreshing electoral move, thus far, is Avraham Burg’s joining of the Hadash Party, and even there the debate immediately focused around Palestinian political parties running in a single slate, or not, instead of the seismic shift that Burg’s move represents amongst Israel’s Zionist personalities.

Sam Bahour is a Palestinian-American business consultant in Ramallah and serves as a policy adviser to Al-Shabaka, the Palestinian Policy Network. He blogs atePalestine.com.

 

‘I hope Israelis vote for someone who doesn’t think only of himself’

By Marife Adriano – +972mag

It’s very strange to have been in Israel so many years and to not have a right to express my opinion about the government.

Governments make decisions that affect us, foreigners. I have been living here 19 years, I love this country. But people like me, and others who have been here even longer, are still classified as “foreigners” and are regularly deported. Others die because their legal status changes and suddenly they don’t have access to medical care.

People work for this country for years, but they aren’t given an opportunity to become a part of it. If I hadn’t given birth to my son I would be one of those in danger of deportation. I lived here without any legal status for 13 years before getting status as a resident in 2008. But what about all the others in my situation who don’t have children?

If I could vote I would support anyone who advances the peace process, and any politician who proposes a new path for tackling the country’s problems. I hope that Israelis vote for somebody who doesn’t think only of themself but rather of all the people who live here, and who will bring peace for everyone.

Marife Adriano is a migrant worker from the Philippines who has been in Israel since 1995. She is a mother of one son who was born in Israel, and who holds permanent residency but is not a citizen. Nena News

Categorie: Palestina

YEMEN. Gli Houthi sciolgono il Parlamento e annunciano un governo transitorio

Sab, 07/02/2015 - 10:44

Fallita la trattativa con i partiti politici di maggioranza, il gruppo ribelle sciita ha annunciato ieri la dissoluzione del Parlamento e la prossima formazione di un governo transitorio. L’inviato Onu Jamal Benomar vola in Arabia Saudita e sul Paese si profila lo spettro dello scontro settario

Ribelli Houthi bloccano la strada per il ministero dell’Interno a Sana’a, 23 agosto (Foto: AP)

della redazione

Roma, 7 febbraio 2015, Nena News – Dissolvere il Parlamento con una “dichiarazione costituzionale” e annunciare un nuovo “governo transitorio” che avrà la durata di due anni. E poi scegliere i 551 membri che comporranno il nuovo emiciclo tramite i “comitati rivoluzionari” diretti da uno dei leader del gruppo Mohammed Ali al-Houthi; infine, istituire un consiglio presidenziale di cinque membri scelti dal nuovo Palramento per gestire gli affari del Paese. Così il gruppo ribelle sciita Houthi, che da due settimane ha bloccato le istituzioni di Sanaa e costretto il presidente yemenita Abd Rabbo Mansour Hadi agli arresti domiciliari, ha preso definitivamente il controllo del Paese, dando corpo a quel golpe a cui i partiti sunniti e la stampa internazionale gridavano ormai da settimane.

Il dialogo tra le parti è collassato definitivamente ieri, il giorno dopo la data-limite fissata dagli Houthi per dare modo alle fazioni politiche di risolvere l’impasse in cui versa il Paese da quando il movimento, storico escluso dal potere, ha rioccupato la capitale lo scorso gennaio: un gesto volto a prendere con la forza quella partecipazione politica che, seppur negoziata con i partiti padroni dello Yemen sotto l’egida delle Nazioni Unite lo scorso settembre, è rimasta lettera morta. Due settimane fa, infatti, Salah al-Sammad, uno dei due consiglieri houthi nominati dal presidente secondo l’accordo si era dimesso perché le sue proposte venivano “costantemente ignorate”.

Ne era seguito il sequestro del capo di gabinetto del presidente Hadi – nonché segretario generale del dialogo nazionale – Ahmad Awad bin Mubarak a un posto di blocco rivendicato dagli Houthi come misura preventiva per evitare che l’accordo tra il gruppo e il governo venisse rotto. Poi, una scaramuccia tra il gruppo e l’esercito yemenita per l’istituzione di un check-point davanti al palazzo presidenziale aveva scatenato l’inferno nella capitale, con morti e feriti e la decisione di occupare le sedi istituzionali yemenite. Invece di prendere immediatamente possesso del Parlamento, i ribelli Houthi avevano intavolato di nuovo il dialogo con i partiti di maggioranza, che hanno rifiutato le richieste del gruppo ribelle: sul tavolo c’erano le dimissioni di Hadi e il rimpasto di governo.

Alcuni giorni fa, a palazzo presidenziale occupato e a capo dello Stato già barricato nella sua residenza, i tre maggiori partiti yemeniti – gli islamisti di al-Islah, il partito socialista e quello nasserista, tutti vicini al presidente, ndr – avevano espresso il rifiuto di continuare a negoziare con gli Houthi sulle dimissioni di Hadi e il rimpasto di governo. Mohamed Qabati, portavoce delle tre formazioni, aveva accusato gli Houthi di aver rinnegato il precedente accordo per respingere le dimissioni di Hadi, oltre ad aver represso con la forza la manifestazione contro di loro organizzata sabato scorso a Sanaa, fermando alcuni attivisti e due giornalisti, rilasciati a condizione di non coprire gli eventi del corteo.

Secondo i politici di alto livello che hanno partecipato ai colloqui degli ultimi giorni, gli Houthi avrebbero insistito sulla formazione di un consiglio presidenziale con i rappresentanti del nord e del sud dello Yemen, secondo un  modello confederativo a cui sono più favorevoli che non alla partizione del Paese in sei regioni come proposto dal presidente Hadi. I partiti politici yemeniti hanno poi chiesto garanzie sul fatto che la formazione del consiglio sarebbe andata di pari passo con un ritiro delle forze Houthi dalle istituzioni-chiave e con il rilascio di Hadi e dei membri del governo.

Altre parti nei colloqui, secondo quanto rivela al-Jazeera, avrebbero voluto che il parlamento convocasse ed eventualmente annunciasse le elezioni anticipate, cosa a cui gli Houthi si sono opposti, sostenendo il Parlamento non aveva legittimazione e che il suo mandato era scaduto. Verso la fine della sessione parlamentare l’inviato Onu Jamal Benomar avrebbe lasciato la sala e sarebbe partito per l’Arabia Saudita.

Dure le critiche che arrivano dalla comunità internazionale. Se Washington si è dichiarata “profondamente preoccupata” per gli sviluppi nel paese, dato che la mossa degli Houthi “non ha soddisfatto gli standard stabiliti dall’inviato Onu inYemen”,  il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha espresso “grave preoccupazione” per la dichiarazione di ieri pomeriggio, dicendosi pronto a intraprendere “ulteriori passi”, che potrebbe significare nuove sanzioni, se il gruppo sciita Houthi non ritornasse immediatamente ai negoziati condotti dalle Nazioni Unite per avviare una transizione democratica.

Ma non sembra un golpe portato avanti in solitudine. Come suggerisce il quotidiano al-Akhbar, la presenza alla dichiarazione costituzionale degli Houthi del ministro dell’Interno e quello della Difesa simboleggia la benedizione di alcune fazioni politiche alla mossa del gruppo. Prima della dichiarazione pronunciata da un rappresentante Houthi, inoltre,  il giornalista Abdelkarim al-Khiwani – incarcerato per anni durante gli anni di Ali Abdallah Saleh – e un rappresentante del sud dello Yemen, Hussein Zaid, hanno letto discorsi a sostegno della nuova dichiarazione.

Non è chiaro come evolveranno i rapporti tra gli Houthi e gli indipendentisti del sud: sebbene questi ultimi in varie occasioni abbiano cavalcato l’onda del vuoto di potere garantito dall’occupazione sciita della capitale, dichiarando che non avrebbero più obbedito agli ordini di Sanaa, nei giorni scorsi si sono registrati scontri nella città di Aden tra i gruppi armati pro-governativi dei Comitati popolari del Sud  e i combattenti Houthi; inoltre 57 deputati delle circoscrizioni del Sud avevano annunciato giorni fa il boicottaggio dei lavori parlamenti in protesta contro il “golpe” del movimento sciita. Un conflitto nel conflitto di cui potrebbe approfittare al-Qaeda, presente nel sud del Paese, con cui i ribelli Houthi si sono già scontrati nei giorni scorsi.

Ma a preoccupare ancora di più è il probabile scontro aperto tra sunniti e sciiti: come spiega il giornalista di al-Jazeera Hashem Ahelbarra, infatti, ” la rinascita spettacolare dei Houthi potrebbe ulteriormente alimentare le tensioni settarie nel Paese”, perché potrebbe “essere vista dai sunniti come la conquista sciita dello Yemen”. Nena News

Categorie: Palestina

In dubbio la morte di Kayla Jean Mueller

Sab, 07/02/2015 - 08:39

La cooperante americana, ostaggio dell’Isis, sarebbe rimasta uccisa quando un bombardiere giordano ha colpito l’edificio dove si trovava nel distretto di Raqqa, in Siria. Il Pentagono si è limitato a comunicare, attraverso la Cnn, che «non ci sono prove»

Kayla Jean Mueller, rapita nel 2013 ad Aleppo

di Michele Giorgio

Roma, 7 febbraio 2015, Nena NewsLa notizia è arrivata mentre migliaia di giordani, con la regina Rania, sfilavano per Amman gridando «Morte all’Isis» e re Abdallah e il suo governo confermavano l’espansione dei raid aerei contro il Califfato di Abu Bakr al Baghdadi. Ci sarebbe anche la cooperante americana Kayla Jean Mueller, ostaggio dei jihadisti, tra le vittime dell'”Operazione Martire Muaz” lanciata da Amman per vendicare l’esecuzione del pilota Muaz al Kassesbeh. Lo ha annunciato SITE Intelligence Group, che si occupa del monitoraggio sul web del jihadismo, facendo riferimento a un comunicato diffuso dall’Isis. Mueller sarebbe morta quando un bombardiere giordano ha colpito l’edificio dove si trovava nel distretto di Raqqa, in Siria. La notizia ieri sera attendeva una conferma da parte degli Stati Uniti. Il Pentagono si è limitato a comunicare, attraverso la Cnn, che «non ci sono prove» che la cooperante sia stata uccisa da un bombardamento aereo. L’Isis potrebbe avere diffuso il messaggio allo scopo di imbarazzare i giordani di fronte agli alleati americani. Questo è quello che pensano gli analisti.  Mueller, 26enne, fu rapita in Siria nel 2013 mentre stava raggiungendo Aleppo con il suo fidanzato siriano. Di lei da allora non si era saputo più nulla per mesi. Poi il Califfato ha inviato un video ai colleghi della donna per dimostrare che era viva, in cui la 26enne chiedeva di essere salvata. Per il suo rilascio aveva chiesto più di 6 milioni di dollari.

La morte di Mueller, se confermata, potrebbe raffreddare in parte il desiderio di vendetta dei vertici giordani, forti in queste ultime ore di un più convinto sostegno popolare alla decisione di partecipare alla Coalizione anti-Isis guidata dagli Usa. «La rappresaglia è solo all’inizio…colpiremo l’Isis ovunque», in Siria e Iraq, ha detto perentorio ieri il ministro degli esteri Nasser Judeh commentando le decine di raid aerei giordani che avrebbero distrutto postazioni dell’Isis in località non precisate. Secondo fonti americane i jet giordani avrebbe effettuato tra le 15 e i 24 incursioni su Raqqa e Deir az-Zour, grazie all’appoggio e ai rifornimenti in volo garantiti dalla Coalizione. Amman non rinuncia peraltro alla possibilità di inviare truppe scelte a combattere sul terreno i miliziani dell’Isis. A Est è in corso un rafforzamento dei reparti giordani dispiegati lungo il confine con la regione irachena di Al Anbar, dove è forte la presenza dell’Isis, in modo particolare nell’area di Ruwaished.

 

La casa dove sarebbe rimasta uccisa la cooperante americana. Foto diffusa in rete dall’Isis

Tuttavia Amman mentre combatte l’Isis, rimette in libertà importanti ideologi di al Qaeda. E’ stato scarcerato nelle ultime ore Issam al Barqawi, più noto tra i suoi seguaci come Abu Muhammad al Maqdisi, padre spirituale di Abu Mussab Zarqawi, delfino di Osama bin Laden e fondatore, dopo l’invasione anglo-americana dell’Iraq nel 2003, dello “Stato Islamico in Iraq” (ramo iracheno di al Qaeda che, in seguito, sotto la guida di al Baghadi, è uscito dall’organizzazione diventando Isis). Al Maqdisi, che ha studiato a Mosul, con ogni probabilità è stato scarcerato per essere usato in funzione anti Califfato. Un ruolo che non deve dispiacere all’ideologo qaedista, visto che la sua organizzazione cerca di recuperare tra i salafiti radicali i consensi perduti dopo la proclamazione del Califfato.

  Come sarà impiegato e a chi andrà il miliardo di dollari che l’Unione europea, ha annunciato ieri la responsabile della politica estera Federica Mogherini, intende stanziare per aiutare la lotta contro l’Isis? L’interrogativo è d’obbligo. È probabile infatti che i fondi europei vadano in parte a finanziare ancora una volta la cosiddetta “opposizione siriana moderata”, che conta pochissimo sul terreno e che, attraverso la sua milizia, l’Esercito siriano libero, mantiene alleanze e contatti con formazoni islamiste radicali ideologicamente vicine all’Isis, a cominciare dal Fronte al Nusra (al Qaeda in Siria). La guerra civile siriana peraltro sta conoscendo alcune delle sue giornate più insanguinate. La formazione jihadista Jeish all’Islam due giorni fa ha bombardato con 120 colpi di mortaio e razzi Damasco uccidendo almeno 10 civili, tra le quali un bambino, e facendo un numero imprecisato di feriti. Il gruppo armato aveva già colpito la capitale lo scorso 25 gennaio prendendo di mira il quartiere residenziale di Midan (7 civili uccisi). La risposta dell’aviazione governativa non si è fatta attendere ed è stata devastante. Almeno 60 persone – tra cui alcuni ragazzi – sono rimaste uccise in decine di raid aerei su Duma, Arbin, Kafar Batna ed Ein Terma, centri situati nella regione orientale di Ghouta dove i gruppi islamisti e jihadisti hanno stabilito da tempo alcune delle loro roccaforti e dove si concentrano da settimane i tentativi delle forze armate siriane di riprendere il controllo di quei territori. Nena News

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EGITTO, raid egiziani nel Sinai: 27 morti

Ven, 06/02/2015 - 13:42

Secondo fonti militari, gli elicotteri Apache hanno preso di mira stamane i miliziani della “Provincia del Sinai”, gruppo che ha giurato fedeltà ad Abu Bakr al-Baghdadi, l’autoproclamato “califfo dello Stato islamico”. Mercoledì 230 attivisti sono stati condannati a 25 anni di prigione. Pene per 10 anni di carcere per 39 minori.

della redazione

Roma, 6 febbraio 2015, Nena News - L’aviazione militare egiziana ha ucciso stamane 27 presunti jihadisti nel Nord del Sinai in una delle più vaste operazioni di sicurezza degli ultimi mesi. A rivelarlo sono fonti della sicurezza locali.

Elicotteri Apache avrebbero preso di mira i miliziani della “Provincia del Sinai”, gruppo che ha dichiarato lo scorso novembre la sua affiliazione allo “Stato Islamico” di Abu Bakr al-Baghdadi. La “Provincia del Sinai” aveva rivendicato gli attentati della scorsa settimana ad al-‘Arish (capoluogo del Governorato del Sinai del Nord) in cui sono stati assassinati 30 uomini delle forze di sicurezza egiziane.

I raid di stamane giungono a due giorni dalla sentenza emessa dal tribunale penale del Cairo che ha comminato pene per 25 anni di carcere e multe per un totale di 2.2 milioni di dollari per 230 attivisti per fatti che risalgono al 16 dicembre 2011. Un presidio di protesta contro la nomina di Kamal Ganzouri a primo ministro decisa dal Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF), fu disperso violentemente dalle forze di polizia fuori l’edificio dell’esecutivo al Cairo. Negli scontri che seguirono e che durarono cinque giorni furono uccise almeno 18 persone (più di 800 i feriti).

Nello stesso processo sono stati condannati a 10 anni di carcere anche 39 minori. Tutti gli imputati potranno fare ricorso in appello.

Tra i condannati spicca il nome di Ahmed Douma noto blogger e attivista egiziano. Douma, che ha partecipato alle proteste contro Mubarak, la giunta militare e il presidente islamista Morsi, è stato accusato insieme ad altri 269 imputati di possesso di armi bianche, bombe Molotov, aggressione a forze di polizia, incendio del Complesso Scientifico nel centro del Cairo e danno agli uffici governativi. Nena News

Categorie: Palestina

Re Abdallah con l’elmetto pensa a operazioni di terra

Ven, 06/02/2015 - 12:42

Dopo l’esecuzione compiuta dai jihadisti del pilota Muaz al Kassesbeh il monarca hashemita  intenderebbe impiegare truppe speciali di terra alla frontiera con l’Iraq

di Michele Giorgio

Roma, 6 febbraio 2015, Nena News -La Giordania lancia all’attacco i suoi cacciabombardieri contro Mosul e Raqqa, le “capitali” dello Stato Islamico (Isis) rispettivamente in Iraq e Siria, dopo l’esecuzione compiuta dai jihadisti del suo pilota Muaz al Kassesbeh e non esclude la possibilità di impiegare truppe speciali di terra per operazioni contro lo Stato islamico. Questo almeno è quanto sostiene una fonte governativa anonima citata ieri dal quotidiano panarabo Asharq al Awsat. L’annuncio (non ufficiale) è giunto qualche ora dopo la notizia – data con un tweet dai Peshmerga curdi – di un violento raid aereo compiuto dai bombardieri giordani su al-Kesk, una località a ridosso di Mosul, in cui sarebbero rimasti uccisi 55 presunti membri dell’Isis, tra i quali un comandante militare Abu-Obida al Tunisi. Altre fonti parlano di 37 morti. Non è da escludere che tra le vittime ci siano anche civili e non solo jihadisti. Le centinaia di raid aerei compiuti dalla Coalizione arabo-occidentale guidata dagli Usa su Iraq e Siria negli ultimi mesi hanno fatto anche vittime innocenti. Ad esempio lo scorso 28 dicembre, ha riferito ieri una organizzazione umanitaria, circa 60 persone, per lo più civili tra cui minori, sono stati uccise nel nord della Siria, in una zona controllata dallo Stato islamico in attacchi compiuti dalla Coalizione. Non sono però queste vittime civili che stanno o starebbero inducendo alcuni Paesi arabi, come gli Emirati, a rinunciare alla campagna aerea anti-Isis. Le petromonarchie sono irritate dalla decisione di Barack Obama di dare spazio alla partecipazione dell’Iran agli attacchi contro lo Stato Islamico.

Intanto Re Abdallah non toglie l’elmetto. Ha ordinato nuovi attacchi con decine di aerei nelle ultime ore e ieri ha visitato a Karak la famiglia del pilota arso vivo dall’Isis mentre, ha riferito la tv statale, alcuni caccia sorvolavano la zona di ritorno da un raid su un obiettivo non specificato, probabilmente quello riferito dai Peshmerga. Il sorvolo su Karak di ritorno dall’attacco in Iraq, è stato una sorta di risarcimento che Abdallah ha voluto dare al padre di Muaz al Kassesbeh, che due giorni fa aveva invocato una dura vendetta e definito «insufficiente» l’avvenuta impiccagione della kamikaze mancata Sajida Rishawi e del qaedista Ziad Karbouli. Asharq al Awsat non precisa dove le forze speciali giordane potrebbero essere impiegate contro lo Stato Islamico. Tuttavia tenendo presente che l’Isis non ha unità nel sud della Siria, al confine con la Giordania – dove invece sono attivi contro l’esercito governativo i qaedisti di al Nusra e gli islamisti radicali del Fronte Meridionale –, è plausible ipotizzare che un’eventuale azione di terra delle forze armate di Amman avverrà al confine con l’Iraq. Re Abdallah potrebbe presentarla alla sua opinione pubblica come un’operazione a difesa della frontiera orientale del paese.

   Lo Stato Islamico non sembra particolarmente scosso dalle intenzioni vere o presunte di re Abdallah e del suo governo. D’altronde da mesi subisce ogni giorno attacchi aerei della Coalizione ma continua a conservare il controllo di quasi tutto il vasto territorio tra Iraq e Siria che ha conquistato in pochi giorni la scorsa estate. Il califfo al Baghdadi non si scompone e i suoi uomini non tralasciano, anche durante i combattimenti, di produrre filmati propagandistici che, nella maggior parte dei casi, fanno gelare il sangue nelle vene di chi li guarda. Nell’ultimo diffuso in ordine di tempo, di taglio però più politico, compare una donna che potrebbe essere Hayat Boumeddiene, la moglie di Amedy Coulibaly, il francese musulmano responsabile il mese scorso dell’uccisione di quattro persone nel supermarket kosher di Parigi, prima di essere a sua volta ucciso dalla polizia. Il video si intitola “Blow up France 2″. La donna appare col volto coperto, in tuta mimetica, armata di kalashnikov e schierata accanto a un gruppo di altri guerriglieri col volto nascosto da passamontagna. Si vede poi un combattente dell’Isis che loda gli attacchi di Parigi al giornale Charlie Hebdo e al supermercato e che inneggia a nuovi attentati. Per gli investigatori francesi quella donna potrebbe essere Hayat, apparentemente fuggita in Siria, passando per la Turchia, prima dell’azione compiuta dal marito a Parigi. Nena News

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Zimbabwe. Le coltivazioni forzate

Ven, 06/02/2015 - 12:39

Il governo di Harare accusato di violazione dei diritti umani per il trasferimento forzato delle vittime dell’inondazione di un anno fa, costrette a stabilirsi su terreni  destinati alle piantagioni di canna da zucchero. Agli sfollati non è stata data altra alternativa che coltivare  secondo le dispisizioni degli uomini di Mugabe

Foto UNHCR

 

di Federica Iezzi

Harare (Zimbabwe), 6 febbraio 2015, Nena News - Secondo l’ultimo rapporto di Human Rights Watch, il governo dello Zimbabwe avrebbe limitato deliberatamente gli aiuti umanitari durante l’inondazione dell’inizio del 2014. L’obiettivo sarebbe stato quello di costringere le 20.000 vittime del disastro ambientale a reinsediarsi in terreni dove il governo del Paese sudafricano prevedeva di stabilire piantagioni di canna da zucchero.

Nel febbraio 2014, dopo pesanti piogge, nel bacino di Tokwe-Mukorsi, nella regione di Masvingo, nello Zimbabwe sudorientale, una catastrofica alluvione costrinse l’esercito del Paese a trasferire circa 3.300 famiglie nel campo delle Nazioni Unite di Chingwizi. Dichiarato immediatamente lo stato di disastro nazionale dall’attuale presidente Robert Mugabe. Il governo zimbabwiano chiuse il campo nel mese di agosto, nel tentativo di trasferire in modo permanente tutte le famiglie a Bongo e Nyoni, nell’area di Nuanetsi, dove a ciascuna famiglia fu assegnato un ettaro di terreno da coltivare.

Il Ministro degli affari provinciali di Masvingo, Kudakwashe Bhasikiti, legato al partito di governo ZANU-PF, impose alle famiglie la sola coltivazione di canna da zucchero, per un progetto stabilito dettagliatamente nei piani di Mugabe. Coloro che non seguirono le disposizioni, rimasero senza mezzi di sostentamento e vennero etichettati come ”nemici dello Stato”.

La polizia antisommossa ha indiscriminatamente picchiato e arrestato 300 persone durante manifestazioni. L’esercito di Mugabe ha utilizzato la violenza e l’intimidazione per sedare le proteste, e limitato la distribuzione di cibo, servizi sanitari e accesso all’istruzione a coloro che si rifiutavano di accettare i piani di reinsediamento governativi. L’assistenza alimentare era garantita alle sole famiglie reinsediate a Nuanetsi.

Oggi, un anno dopo il disastro, le famiglie di Nuanetsi sono ancora interamente dipendenti dagli aiuti umanitari. Nel settembre 2014 l’ultima derrata di aiuti umanitari dal Programma Alimentare Mondiale. Per raggiungere acqua potabile la gente è costretta a camminare per almeno 20 chilometri. Molti vivono ancora nelle tende. Mugabe ha proibito la costruzione di strutture permanenti in quanto la proprietà del terreno è ancora contesa tra il governo, il Development Trust Fund of Zimbabwe, organizzazione sotto il controllo della Presidenza, e le due società private Nuanetsi Ranch Private Limited e Zimbabwe Bio Energy Limited.

Le accuse al regime di Mugabe sono quelle di abuso e violazione dei diritti umani alle vittime delle inondazioni, costrette a lasciare improvvisamente le loro case e reinsediare terreni per programmi forzati di coltivazione. Il governo dello Zimbabwe ha costretto 20.000 persone ad accettare un pacchetto di reinsediamento che ha fornito lavoro, ad un’irrisoria retribuzione, e ha lasciato le vittime delle inondazioni del tutto indigenti.

I 28 anni del governo di Mugabe non sono stati privi di episodi di violazione dei diritti umani. Amnesty International già nel 2005 denunciò l’Operazione Murambatsvina, che portò alla distruzione di più di 92.000 abitazioni, nelle zone periferiche della città di Harare e dei più grossi centri urbani, occupate dalle baraccopoli. 700.000 persone rimasero senza una casa. Nena News

 

Categorie: Palestina

TUNISIA. Laici e islamici insieme al governo

Ven, 06/02/2015 - 11:58

Alla guida dell’esecutivo di coalizione Habib Essid, vecchia conoscenza del passato regime di Ben Ali, che ha promesso riforme economiche e soprattutto sicurezza. A Ennahda il ministero del Lavoro, altri dicasteri chiave agli indipendenti

 

Il neo-premier Habib Essid

della redazione

Roma, 6 febbraio 2015, Nena News – Sicurezza e lotta al terrorismo di stampo jihadista. Sono queste le priorità del governo di coalizione tunisino che ieri ha ottenuto la fiducia del Parlamento.

Alla guida dell’esecutivo c’è una vecchia conoscenza del passato regime di Ben Ali, rovesciato dalle rivolte del 2011. Un uomo che pare attraversare tutte le ere con disinvoltura. Il primo ministro Habib Essid è stato un funzionario di spicco del ministero dell’Interno sotto Ben Ali (condannato all’ergastolo in contumacia), ha avuto la guida del dicastero dell’Interno nel primo governo post-rivoluzionario e ha mantenuto ruoli di rilievo anche nella coalizione guidata dal partito islamico Ennahda che, curiosamente, ha salutato con positività la sua candidatura.

La Tunisia sarà quindi guidata da un governo di colazione tra laici e islamici, in cui ci stanno anche partiti minori. Nell’esecutivo hanno preso posti chiave – Finanza, Esteri – i laici di Nidaa Tounes, vincitore delle parlamentari dello scorso ottobre, ma con un maggioranza relativa che lo ha obbligato a cercare alleati. Agli indipendenti sono toccati i dicasteri di Difesa, Interno e Giustizia, mentre Ennahda, il secondo partito dell’Assemblea tunisina, ha ottenuto il ministero del Lavoro, posto chiave in un Paese alle prese con crisi economica e alti tassi di disoccupazione, e tre sottosegretariati.

Una “maggioranza rassicurante”, l’ha definita il presidente del Parlamento Mohamed Ennaceur. Rassicurante soprattutto per una comunità internazionale che considera la Tunisia l’unico successo della cosiddetta primavera araba, iniziata proprio nel Paese nordafricano. In Tunisia non si è tornati alla dittatura, un anno fa è stata ratificata una Costituzione considerata un esempio di laicità tra quelle del mondo arabo e c’è una maggiore libertà dopo il 2011, ma i conti con il passato non sono stati chiusi del tutto e chi è sceso (e continua a farlo) in piazza sperando di ottenere democrazia –  ma anche lavoro, servizi, giustizia, equità – è rimasto deluso. Una delusione evidente nella bassa affluenza alle urne registrate alle politiche e alle presidenziali, la seconda prova al voto per i tunisini negli ultimi quattro anni e la loro prima volta nell’elezione diretta del presidente. Hanno scelto Beji Caid Essebsi, candidato di Nida Tounes.

La fiducia al governo di coalizione è l’ultimo tassello, in ordine di tempo, di una transizione che non sta smantellando il vecchio apparato. Nida Tounes ha in mano le redini del Paese e il neopremier ha già chiarito quale sarà la strada da seguire. Prima di tutto la lotta al terrorismo. La Tunisia è un grosso bacino di reclutamento per i jihadisti che raccolgono consensi tra i giovani frustrati e disillusi da una situazione economica che li penalizza, e la questione sicurezza è stata il cavallo di battaglia dei laici.

Gli anni successivi alle rivolte sono stati caratterizzati dall’ascesa politica del partito islamico Ennahda, bandito sotto Ben Ali, ma sebbene si tratti di una forza moderata, il suo mandato è stato bagnato dal sangue di due esponenti dell’opposizione uccisi da militanti islamisti: Chokri Belaid (assassinato a febbraio del 2012) e Mohammed al-Brahmi (25 luglio 2013). Due omicidi di cui è stato ritenuto moralmente responsabile Ennahda, che hanno scatenato un ritorno delle proteste e la fine del governo islamico con un accordo raggiunto grazie alla mediazione del potente sindacato tunisino Ugtt, da cui è nato un governo tecnico di transizione, più gradito alle potenze occidentali.

Ma è l‘economia la questione cruciale per i tunisini. Essid ha detto che il Paese ha bisogno “di intraprendere immediatamente riforme economiche, incluse la razionalizzazione dei sussidi, la revisione del sistema delle imposte, la riforma del sistema bancario e i tagli alla spesa pubblica”. Nel solco della strada già intrapresa dal precedente governo tecnico, quella delle libertà economiche più che politiche, delle riforme invocate da Banca Mondiale ed FMI, più che dai cittadini. Nena News

 

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SIRIA. Decine di morti in bombardamenti islamisti su Damasco e raid aerei su Ghouta

Ven, 06/02/2015 - 11:12

La guerra civile siriana è stata segnata ieri da una ulteriore sanguinosa escalation passata quasi del tutto inosservata.

Damasco sotto attacco

Roma, 6 febbraio 2015, Nena News – Mentre l’attenzione internazionale resta concentrata sulla Giordania che ha lanciato all’attacco decine di suoi aerei contro presunte postazioni dell’Isis (decine i morti) in risposta all’esecuzione del pilota Muaz al Kassasbeh, la guerra civile siriana è stata segnata ieri da una ulteriore sanguinosa escalation passata quasi del tutto inosservata.

Ieri la formazione jihadista Jeish all’Islam, alleata dell’Esercito libero siriano (la milizia dell’opposizione finanziata e armata dai Paesi occidentali e dalle monarchie arabe) ha bombardato con 120 fra colpi di mortaio e razzi la capitale Damasco uccidendo almeno 10 civili, tra le quali un bambino, e facendo un numero imprecisato di feriti. Colpi di mortaio e razzi sarebbero stati indirizzati anche verso l’ambasciata russa che però non è stata colpita.  Il leader di Jeish al Islam, Zahran Alloush, aveva in precedenza annunciato su Twitter il bombardamento della capitale, aggiungendo che continuerà nei prossimi giorni. Il gruppo armato aveva già colpito Damasco lo scorso 25 gennaio prendendo di mira il quartiere residenziale di Midan (almeno 7 civili uccisi).

La risposta dell’aviazione siriana non si è fatta attendere ed è stata devastante. Quaranta, forse 50 persone – tra cui 12 ragazzi secondo fonti locali – sono rimaste uccise in decine di raid aerei su Duma, Arbin, Kafar Batna ed Ein Terma, sobborghi a est della capitale, situati nella regione di Ghouta dove i gruppi islamisti e jihadisti che combattono contro le autorità centrali hanno stabilito da tempo alcune delle loro roccaforti. Verso quella zona l’esercito governativo avrebbe lanciato due giorni fa un’offensiva che, stando a testimoni, sarebbe stata respinta dalle formazioni islamiste. Sempre secondo fonti locali i bombardamenti aerei governativi su Ghouta si sarebbero fatti intensi da diverse settimane a questa parte e avrebbero provocato decine di morti.

Ieri inoltre sono divampati combattimenti tra governativi e “ribelli” nelle strade di Jobar, un centro abitato sempre nei pressi di Damasco.Nena News

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SAPORI E IDENTITÀ. Involtini di cavolfiore

Ven, 06/02/2015 - 09:08

Ingredienti di stagione per la gustosa ricetta che ci propone oggi la nostra chef Fidaa. Tante spezie, legumi e vegetali freschi per un piatto adatto a un pasto con amici e parenti

 

 

di Fidaa Abu Hamdiyyeh

 

Ramallah, 6 febbraio 2015, Nena News - Aspetto questa stagione ogni anno, perchè i cavolfiori baladi sono diversi; sono di colore giallo e hanno un sapore intenso e buonissimo. Sulle strade fuori dalla città si trovano i contadini a vendere i loro prodotti, sono così invitanti che molti passanti non possono non fermarsi a comprarli.

Oggi ho fatto gli involtini di foglie di cavolfiori. L’abitudine è di farle senza carne, dette anche somi (si dice per i piatti senza carne, ma la parola letteramente significa a digiuno) nella mia città natale Hebron, non vedevo l’ora di farle e di proporvele.

Ingredienti

per il ripieno:

100 g di riso

50 g di ceci precotti

8 cucchiai di olio d’oliva

1 pomodoro frersco tagliato a cubetti

2 cucchiaini di prezzemolo tritato

1/2 cucchiaino di cumino

1/2 chucchiaino di curcuna

Sale a piacere

1/2 chilo di foglie di cavolfiore

Procedimento

Sbollentate le foglie e poi tagliate la parte dura in mezzo, fate dei pezzi grandi come una mano e lasciateli da parte.

Preparate il ripieno unendo tutti gli ingredienti, poi prendete una foglia e stendetela su un piattino, mettete circa un cucchiaino del ripieno su un lato e piegatela verso l’interno coprendo solo il ripieno, poi piegate verso l’interno i due lati destra e sinistra e arrotolate la foglia, e così fatte con tutte le foglie.

Su una pentola appoggiate le parti che avete tagliato prima, sistemate le foglie e copritele d’acqua calda. Mettete la pentola sul fuoco a fiamma bassa per circa un’ora.

Spegnete il fuoco e servite gli involtini con il limone e un filo d’olio sopra.

Buon appetito,

Fidaa

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LIBRI. Cronache allegoriche dal Cairo

Ven, 06/02/2015 - 08:46

Al-Ghitani si può definire uno storiografo del passato che fa rinascere personaggi storici in intrigate avventure di Palazzo, pieno di spie, agenti segreti, fumatori di hashish, mercanti, splendide fanciulle ed eroi

Gamal al-Ghitani

della redazione

Roma, 6 febbraio 2015, Nena News – Zayni Barakat , romanzo post moderno del 1971, allegorico, è il capolavoro dello scrittore egiziano Gamal al-Ghitani.

La storia, ben documentata dalle cronache medievali dei principali storiografi dell’epoca, si rifà all’invasione degli ottomani in Egitto nel XVI secolo all’epoca del sultano al-Ghuri.

Come il premio nobel Naguib Mahfùz, da cui è stato fortemente influenzato, anche al-Ghitani è un “cronista del Cairo”, con la differenza  che mentre il primo è un attento osservatore della vita quotidiana della capitale egiziana dei nostri giorni, il secondo si può definire uno storiografo del passato che fa rinascere personaggi storici in intrigate avventure di Palazzo, pieno di spie, agenti segreti, fumatori di hashish, mercanti, splendide fanciulle ed eroi.
Per questo suo modo di scrivere, come Mahfùz nel suo periodo “faraonico”, al-Ghitani nasconde la realtà egiziana dei nostri tempi dietro personaggi del passato.
Il risultato di questa trasposizione allegorica è la similitudine che viene fuori tra il corrotto regno dei Mamelucchi e il regime nasseriano; il protagonista del romanzo, al-Zayni Barakat ibn Musà, ha infatti molti tratti caratteristici con il presidente Abd al-Nasser. Lo stesso clima di terrore poliziesco di allora, secondo lo scrittore, è percepibile anche sotto il regime di Nasser.

Al-Ghitani ha sempre espresso pubblicamente le sue idee anche se queste lo portarono a periodi di detenzione. Non ha risparmiato critiche neppure alla Fratellanza Musulmana al potere, sostenendo l’importanza del lavoro tra cultura e politica, proprio come il suo mentore Naguib Mahfùz.

Secondo al-Ghitani gli scrittori e gli artisti devono lottare per la libertà di pensiero e di espressione, soprattutto oggi che l’Egitto è in fiamme. 

Scrittore e giornalista nativo della cittadina di Guhayna ( Alto Egitto), vive al Cairo fin dall’infanzia.

Scoperto da Naghib Mahfuz, a cui rimarrà sempre legato, pubblica il suo primo racconto nel 1963. Dopo tre anni sarà arrestato insieme a molti altri intellettuali di sinistra. 

Nel 1968 inizia a lavorare come corrispondente di guerra per il quotidiano Akhbàr al-Yawm, di cui diventa capo redattore nel 1985, mentre dal 1993 dirige il settimanale  letterario Akhbàr al-adab, una delle testate più prestigiose in tutto il mondo arabo.

Ha ottenuto numerosi riconoscimenti importanti, tra cui il Premio Letterario dello Stato Egiziano (1980), il Sultan Aways di Dubai (1998) e il Grinzane-Cavour di Torino (2005), in questo caso per “Schegge di Fuoco”.

 

Titolo:  Zayni Barakat. Storia del Gran Censore della città del Cairo

Autore: Gamal al-Ghitani

Edizioni: Giunti

Anno:  1997

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Israele e i diritti negati dei bambini palestinesi

Gio, 05/02/2015 - 13:02

Sono 151 i minorenni detenuti nelle prigioni israeliani. Sono processati in tribunali militari e costretti a confessare con intimidazioni e minacce. Ogni anno finiscono in manette crica mille adolescenti e bambini palestinesi

Malak al-Khatib Foto AFP/Abbas Momani

della redazione

Roma, 5 febbraio 2015, Nena News – La storia di Malak al-Khatib, la 14enne palestinese arrestata lo scorso 31 dicembre dagli israeliani per il lancio di pietre, ha riacceso ancora una volta i riflettori sull’arresto e sulla detenzione dei minorenni palestinesi.

Sono 151 quelli detenuti al momento nelle carceri di Israele, secondo un rapporto dell’organizzazione Military Court Watch (MCW). Di solito finiscono dietro le sbarre per avere lanciato qualche pietra contro i blindati o i militari israeliani. Un reato da Corte marziale in Israele che è l’unico Paese al mondo dove i minorenni (persino dodicenni) sono processati nei tribunali militari.

È andata così anche per Malak, condannata a due mesi di reclusione e 1.500 dollari di multa. Ha confessato di avere raccolto da terra un sasso e di averlo lanciato contro alcune automobili mentre rientrava a casa da scuola a Beitin, in Cisgiordania. Inoltre, secondo la testimonianza di cinque militari, aveva con sé un coltello che voleva usare per pugnalare gli uomini della sicurezza israeliana in caso di arresto. Una confessione che il padre della ragazza è sicuro le sia stata estorta con intimidazioni e minacce, e non sarebbe una novità. “Una ragazzina di 14 anni circondata da soldati israeliani ammetterebbe qualsiasi cosa, anche di avere un’arma nucleare”, ha detto all’agenzia palestinese Maan.

È stato già denunciato altre volte l’impiego di minacce per estorcere confessioni a ragazzini privati dell’assistenza legale e persino della presenza dei genitori. L’Unicef ha criticato gli israeliani per il trattamento che riservano ai minorenni palestinesi, ha parlato e portato prove di interrogatori che sono “un misto di intimidazioni, minacce e violenza psicologica, con il chiaro intento di costringere il bambino a confessare”. Vengono spaventati a morte, con minacce che riguardano i famigliari, o sono messi in isolamento. Secondo Defense for Children International (DCI), nel 20 per cento dei casi bambini e adolescenti sono stati tenuti in isolamento in media per dieci giorni. E questo trattamento è riservato a ragazzi che sono poco più che bambini, spesso arrestati nel cuore della notte, anche se Tel Aviv dall’anno scorso ha un programma sperimentale che esclude gli arresti nottetempo. I mandati, però, vengono consegnati sempre dopo la mezzanotte, secondo MCW.

Malak ha fatto notizia, ha scatenato indignazione e proteste in Cisgiordania soprattutto perché è una ragazza. Non sono molte quelle finite dietro le sbarre. Il suo volto ha campeggiato nelle piazze delle città palestinesi e la leadership palestinese si è rivolta alle Nazioni Unite per denunciare gli arresti indiscriminati di minorenni nei Territori occupati. Nel 47 per cento dei casi, vengono trasferiti in prigioni in Israele, dove è più complicate per i legali e i famigliari incontrarli. Una violazione delle Convenzioni di Ginevra.

È tutto il sistema che prevede l’arresto e la detenzione di adolescenti e bambini a violare diverse norme internazionali sui diritti dell’infanzia. Ogni anno gli israeliani arresto un migliaio di minorenni e tra i 500 e i 700 sono processati in tribunali militari. Nena News

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TERRA E IDENTITA’. Il kharrub o carrubo.

Gio, 05/02/2015 - 10:30

“O caro amico, ci è sufficiente dipingere con l’inchiostro dell’anima … una chiara freccia … che indichi la direzione giusta verso il nostro carrubo”. Era il giugno del 1986 e così scriveva Samih al Qasim al suo amico Mahmoud Darwish alla vigilia della prima intifada. I due grandi poeti palestinesi esprimevano la loro speranza prendendo come riferimento simbolico il “loro” carrubo.

di Patrizia Cecconi

Roma, 05 febbraio 2015, Nena NewsIl carrubo, kharrub in arabo, nome scientifico Ceratonia siliqua, famiglia delle fabaceae o leguminose, è un albero che cresce lentamente, a 100 anni si considera giovane e produce circa 2 quintali di frutti, le carrube, e a 500 ne produce ancora circa 30 chili. Un albero che ha origine proprio qui, in Palestina, dove era conosciuto e usato oltre 4000 anni fa.

Chioma sempreverde, lucida e folta che può superare i 10 metri di diametro fornendo un’apprezzatissima isola d’ombra quando il sole brucia la terra. Ha foglie composte, formate da coppie di foglioline di forma ellittica a margine intero e di colore verde scuro e brillante nella parte superiore. E’ pianta generalmente dioica, cioè i fiori maschili e femminili sono portati su due diversi individui per cui la fruttificazione è possibile solo se entrambi i generi sono presenti. Il frutto inizia a formarsi in primavera subito dopo la fecondazione e matura completamente dopo un anno, prendendo la forma di lungo baccello, botanicamente detto “siliqua”, dapprima verde e poi marrone lucido e coriaceo. La polpa è dolce e fibrosa e i semi, durissimi, tutti di peso pari a 0,20 grammi e detti in arabo “qerat”, venivano utilizzati per pesare oro e pietre preziose dando nome a quell’unità di misura che ancora oggi si chiama “carato”.

 

Qualche migliaio di anni fa il carrubo attraversò il Mediterraneo con navi fenice e greche, anzi furono proprio i greci a farne conoscere la coltivazione nell’Italia meridionale, ma fu solo nel Medioevo con gli arabi – che ne furono i massimi esportatori e utilizzatori – che il suo uso si affermò in Occidente sia a livello alimentare, sia a livello farmacologico, sia per usi artigianali ricavati dal legno e dalle foglie. Fino a pochi decenni fa i suoi frutti hanno salvato dalla morte per fame migliaia di persone e la sua importanza nel passato è testimoniata dal Museo del Carrubo che si trova nell’isola di Cipro e che racchiude un antico mulino per macinare le carrube e ottenere la farina di polpa e di semi con la quale si preparavano dolci e paste alimentari.

Questi baccelli che una volta erano cibo per poveri e per cavalli, oggi sono un frutto difficile da reperire nei normali negozi e quindi si trovano a prezzi proibitivi negli scaffali dedicati ai cibi esotici. E pensare che nel vangelo di Luca si legge che il “figliol prodigo”, divenuto povero e affamato, “Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci…”. Si legge pure che san Giovanni Battista, cioè il profeta Yahya per la religione islamica, visse anni nel deserto nutrendosi solo di carrube, perché queste possono essere essiccate e conservarsi per mesi e mesi e forniscono zuccheri, vitamine, proteine e sali minerali.

In effetti 100 grammi di carrube forniscono circa 220 calorie, 90 gr. di carboidrati, 40 gr. di fibre, 1 gr. di proteine, vitamine B,C,E e sali minerali; non hanno glutine e quindi sono adatte anche ai celiaci. Nell’industria conserviera la farina di carrube viene usata come addensante (E410) in quanto ha la capacità di assorbire acqua per più di 50 volte il suo peso. Proprio questa caratteristica, insieme ad altri principi attivi, ne fa un valido regolatore intestinale, ottimo per riequilibrare la flora batterica, eliminare gonfiori e proteggere le pareti gastriche. Inoltre accelera il metabolismo, inibendo l’assorbimento dei grassi e favorendo la produzione di HDL, il “colesterolo buono” . Nonostante la sua ricchezza in carboidrati la farina di carruba è un utile coadiuvante nel controllo del diabete mellito perché contiene zuccheri riduttori che non alterano il picco glicemico.

In erboristeria cosmetica viene usata la farina di semi mescolata a burro di cacao o cera vergine per ottenere una maschera per il viso emolliente e antiossidante. L’infuso di carrube, come rimedio officinale, viene usato per calmare la tosse, contro il mal di gola e per schiarire la voce, uso che ne facevano i cantanti lirici fino al secolo scorso. Ma l’infuso di carrube è anche una bevanda tipica del Ramadan. E’ estremamente semplice da ottenere, basta lasciare in acqua fredda le carrube spezzate per un paio d’ore. Ne viene fuori una bevanda dolcissima che si beve dopo il tramonto e che reintegra zuccheri, liquidi e sali perduti durante il digiuno rituale.

Il carrubo ama il caldo e il sole, non chiede acqua, sopporta le condizioni più dure ma non il gelo prolungato. Spunta da un seme caduto dal frutto e ama restare laddove è nato. E’ uno degli individui arborei più attaccati alla terra in cui cresce. Le sue radici sono capaci di penetrare a fondo, inserirsi nelle fessure, spaccare anche le rocce calcaree e inglobarle. Estirparlo significa il più delle volte ucciderlo.

Si dice che il carrubo non invecchia col passare dei secoli ma diventa più robusto, più frondoso, più imponente. Insomma, è un albero palestinese per origine e per vocazione e oltre ad essere bello sia d’estate che d’inverno, potrebbe essere ancora una fonte di reddito e di salute utilizzandone le numerose proprietà offerte dai suoi frutti. Nena News

Categorie: Palestina

La Giordania sul filo del rasoio

Gio, 05/02/2015 - 09:56

Governo e  monarchia  dopo  la barbara esecuzione del pilota giordano da parte dell’Isis, cavalcano l’onda dello sdegno popolare, per raccogliere consensi. Nei mesi scorsi tanti sudditi di re Abdallah avevano criticato la partecipazione ai raid aerei americani e tra questi molti vorrebbero che la monarchia seguisse l’esempio degli Emirati che hanno interrotto, senza annunciarlo, gli attacchi contro i jihadisti

Anwar Tarawneh, moglie del plota giordano Muaz al-Kaseasbeh, giustiziato dall’Isis

 

AGGIORNAMENTO ORE 10

ISIS: LA GIORDANIA BOMBARDA MOSUL

Caccia giordani, secondo fonti vicine ai Peshmerga curdi, hanno bombardato Mosul, la ‘capitale’ del Califfato in Iraq, uccidendo 55 presunti  membri dello Stato Islamico.

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di Michele Giorgio

Roma, 5 febbraio 2015, Nena News – Il premier giordano Abdullah Ensour ieri ha ribadito la validità della scelta fatta dal regno hashemita di partecipare alla campagna aerea della Coalizione anti-Isis guidata dagli Stati Uniti. «Il crimine commesso (l’esecuzione del pilota Muaz al Kassasbeh da parte dell’Isis, ndr) dice con chiarezza che la Giordania ha avuto ragione a prendere parte alla guerra contro il terrorismo e le organizzazioni terroristiche, perchè è la nostra guerra, la guerra degli arabi e dei musulmani prima ancora che dell’Occidente», ha proclamato Ensour. Poco prima erano stati impiccati i due “terroristi” Sajeda al Rishawi e Ziad al Karbouli per assecondare il desiderio di vendetta della famiglia del pilota giustiziato e di molti giordani. Il governo e soprattutto la monarchia provano a cavalcare l’onda dello sdegno popolare, per raccogliere consensi. Nei mesi scorsi molti dei sudditi di re Abdallah avevano criticato la partecipazione ai raid aerei. I giordani non approvano le stragi dell’Isis ma, allo stesso tempo, non guardano con favore ad operazioni militari, guidate dagli Stati Uniti, che prendono di mira i musulmani sunniti. Vorrebbero piuttosto che la monarchia seguisse l’esempio degli Emirati che hanno interrotto, senza annunciarlo, gli attacchi aerei contro i jihadisti.

Quali saranno gli sviluppi nel Paese una volta che si sarà esaurito lo sdegno per l’esecuzione del pilota, alla luce dell’intenzione proclamata dalle autorità di proseguire i raid aerei assieme al resto della Coalizione? «Passati lo sdegno e il desiderio di rappresaglia, l’accaduto non potrà che accrescere la polarizzazione dell’opinione pubblica giordana», prevede l’analista politico Mouin Rabbani, «accanto a quelli che approveranno un maggiore impegno militare contro l’Isis, non mancheranno di far sentire la loro voce coloro che pensano che quello in corso non sia altro che un nuovo conflitto americano contro arabi e musulmani e che, pertanto, la Giordania dovrebbe abbandonare la Coalizione». Rabbani non esclude, sul lungo periodo, una crescita delle simpatie verso lo stesso Stato Islamico.

Se da un lato l’islamismo in Giordania fa capo soprattutto ai Fratelli Musulmani, movimento politico spesso preso di mira dai servizi di sicurezza, dall’altro il jihadismo salafita, al quale si ispira l’Isis, ha diverse roccaforti nel Paese. Senza dimenticare che il padre fondatore, una dozzina di anni fa, dello Stato Islamico in Iraq, Abu Musab al Zarqawi (ucciso nove anni fa da un drone Usa), proveniva dalla città giordana (con campo profughi palestinese) di Zarqa e che non sono pochi i giordani che si sono uniti all’Isis e ora combattono in Siria e Iraq contro i governi “infedeli” di Damasco e di Baghdad.

Jihadisti che in prevalenza partono dalla città di Maan, storico punto di riferimento del radicalismo religioso e da sempre spina nel fianco della monarchia hashemita. Secondo gli esperti, i problemi economici che da tempo affronta la Giordania stanno accrescendo il sostegno per l’Isis. Nel Califfato proclamato da Abu Bakr al Baghdadi, tanti giovani giordani residenti a Maan, vedono la soluzione a problemi causati dalla linea filo occidentale adottata dalla dinastia hashemita. Il sindaco di Maan, Majed al-Sharari, è preoccupato per il futuro della sua città dove da tempo, su alcuni edifici, sventolano le bandiere nere del Califfato di al Baghdadi. «La partecipazione giordana ai raid aerei e i problemi economici sono un concentrato di tensioni, la catastrofe esploderà molto presto, nel 2015», ha avvertito il sindaco al-Sharari. Si teme una nuova rivolta simile a quella divampata a Maan una dozzina di anni fa contro l’aumento del prezzo del pane. Una sommossa che diede l’opportunità a formazioni religiose radicali di innescare violente proteste contro la monarchia. Secondo il ministro dell’informazione Mohammad al-Momani, invece la pericolosità dell’Isis in Giordania sarebbe limitata. «Abbiamo pochi giordani che esprimono la loro simpatia per il terrorismo, le organizzazioni terroristiche e l’ideologia fondamentalista, ma pensiamo che questo fenomeno sia sotto controllo», spiega al Momani.

Quali saranno gli sviluppi futuri nessuno può dirlo. Di sicuro Amman non cambierà politica nei confronti di Damasco nonostante l’appello lanciato dal ministero degli esteri siriano per unire le forze contro lo Stato Islamico e al Nusra (al Qaeda). Secondo l’analista Maher Abu Tair, del quotidiano al Dostour di Amman, la Giordania (che già offre appoggio logistico ai programmi statunitensi di addestramento dei “ribelli” siriani e lascia passare aiuti, pare anche armi, per le formazioni anti Assad) si preparerebbe a dare maggior sostegno militare ai miliziani islamisti impegnati nel sud della Siria. Nena News

Categorie: Palestina

INTERVISTA. Moni Ovadia: la Palestina «modello d’ingiustizia»

Gio, 05/02/2015 - 09:22

A otto anni dalla scomparsa del giornalista de il manifesto, Stefano Chiarini, la giuria del “suo” premio, composta da operatori dell’informazione, intellettuali, esponenti della società civile, presieduta da Flavio Novara e di cui fanno parte Maurizio Musolino e Stefani Limiti del “Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila”, ha assegnato il riconoscimento al drammaturgo e musicista Moni Ovadia. Un premio che ricorda l’impegno di Stefano per la giustizia in Medio Oriente e in Palestina. Ne abbiamo parlato al telefono con Ovadia.

 

Moni Ovadia

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

 

 Il premio Chiarini le è stato attribuito per l’impegno a favore della causa palestinese. In che modo l’arte è in grado di avvicinare una questione solo apparentemente lontana come quella palestinese alla gente?

Mi occupo di cultura yiddish, il cui messaggio è strettamente collegato al popolo palestinese, un popolo in diaspora, segregato nella propria terra o in esilio. Al centro del mio discorso c’è l’umanità fragile, di cui la Palestina è specchio. Il popolo palestinese è il più solo al mondo, ma riesce a mantenere la propria identità in condizioni disperate. Non posso non sostenere una simile causa e lo faccio con i mezzi che conosco: smuovere le coscienze attraverso il processo artistico che permette la trasfigurazione in modo più efficace di un saggio accademico. Dopotutto, chi tracciò le caratteristiche dell’uomo moderno meglio del più grande drammaturgo della storia, William Shakespeare? Io, artigiano dell’arte, cerco di portare al centro l’umanità. È perciò impossibile non parlare di ingiustizia, oppressione. E la Palestina ne è modello: una topografia devastata, un futuro compresso. Lo faccio con l’arte perché sono un militante e resto sconcertato di fronte al silenzio e alla viltà raggelante che caratterizza le posizioni della politica.

 

Pochi giorni fa si è celebrata la Giornata della Memoria. In un articolo lei ha accusato Israele di cercare legittimazione attraverso «l’industria dell’Olocausto», strumentalizzandolo a fini di propaganda. Quale dovrebbe essere in tal senso il ruolo delle comunità ebraiche?

Come scrive il profeta Isaia a Dio non intessano i nostri dogmi religiosi: «Che mi importa dei vostri sacrifici senza numero? dice il Signore. Smettete di presentare offerte inutili. Togliete il male dalle vostre azioni, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso». Ogni fede dovrebbe mirare alla giustizia. Israele sfrutta l’Olocausto per ripulire la falsa coscienza dell’Europa e l’attuale governo Netanyahu, il peggiore di sempre, si fonda sulla mentalità della rappresaglia, dell’infantilismo reazionario. Le comunità ebraiche europee si sono appiattite sulle posizioni del governo israeliano, per questo sono uscito da quella di Milano. Dovrebbero occuparsi dell’ethos ebraico, invece hanno sostituito la Torah con Israele facendo propria la psicopatologia dell’accerchiamento che Tel Aviv usa ogni qualvolta ne ha occasione, come nei recenti attacchi a Parigi. Devono alzare la voce.

 

Uno degli strumenti più efficaci per fare pressioni sull’occupazione israeliana è la campagna Bds, che ha come target anche gli artisti. Cosa ne pensa?

Ho ancora perplessità sul boicottaggio del mondo dell’arte e del sapere perché si potrebbe danneggiare chi, dentro Israele, sostiene il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione. A differenza del Sudafrica, Israele è strategico per l’Occidente, che a livello politico continuerà a sostenerlo. Il Bds ha una forte legittimità, ma va ragionato nel caso di artisti e accademici, che spesso sono coloro che smascherano le bugie da Pinocchio di Netanyahu.

Categorie: Palestina

REPORTAGE. Aleppo si aggrappa alla vita

Gio, 05/02/2015 - 08:41

Mentre continuano gli scontri tra le forze governative e i qaedisti del Fronte al-Nusra, nei quartieri occidentali di Aleppo si vede la vita scorrere in tutte le sue forme disordinate, a volte interrotte e frantumate dai combattimenti. Gli abitanti non si arrendono alla guerra.

©Fabio Bucciarelli-AFP

testo di Federica Iezzi

 Aleppo, 05 febbraio 2015, Nena News – Da quando infuriano di nuovo i combattimenti, famiglie intere sono state costrette a fuggire dalle loro case. Alcuni vivono in sorte di campeggi, altri nelle rovine di vecchi condomini. Gli edifici non hanno mura, come le case delle bambole vecchio stile. Dai soffitti di cemento grezzo, la pioggia si infiltra e si raccoglie in pozzanghere scure sui pavimenti di calcestruzzo. Nessun servizio igienico. Nessuna protezione se non teli di plastica forniti dalle Nazioni Unite. Si stima che siano 1,78 milioni gli sfollati di Aleppo. Il governatorato locale è dal luglio del 2012, un campo di battaglia chiave schiacciato tra i militanti dello Stato Islamico, l’esercito governativo e i ribelli cosiddetti “moderati” finanziati e appoggiati dagli Stati Uniti, dai altri paesi occidentali e le monarchie arabe.

I qaedisti del Fronte al-Nusra, controllano aree sul lato nord-occidentale della città. L’ultimo, in ordine di tempo, ad essere strappato dalle mani del governo siriano il quartiere di al-Ashrafieh, ad ovest della città. L’esercito governativo controlla solo un terzo dei quartieri di Aleppo. La parte orientale della città è invece contesa tra ISIS e l’Esercito siriano libero, la milizia dell’opposizione. Le forze militari agli ordini del presidente Assad cominciano a chiudere le tangenziali a nord di Aleppo e gli abitanti temono di subire la stessa sorte di Homs se jihadisti e qaedisti non lasceranno la città. Si annuncia un assedio che potrebbe durare mesi, con pochi aiuti umanitari. Senza ingressi e senza uscite.

I combattimenti avvenuti intorno alla città di Hama hanno danneggiato le linee elettriche che rifornivano anche Aleppo. Si studia perciò alla luce delle candele e si lotta quotidianamente con i tagli dell’elettricità. E si convive anche con la scarsità di acqua. Le pompe idrauliche non funzionano più. Gli abitanti di quella che era la città più prospera della Siria, sono ridotti a raccogliere acqua dai pozzi e trasportarla in taniche.

Non c’è il latte. Non c’è gas. Non c’è lo zucchero.

Nel centro storico di Aleppo e nel souq della cittadella del tredicesimo secolo, costellati da due anni di bombardamenti, il silenzio è interrotto da disordinati spari, tra le barriere di sabbia e detriti, erette per bloccare i ribelli. Le granate non fanno distinzione tra combattenti e civili, uomini e donne, vecchi e bambini. E proprio i bambini di Aleppo hanno imparato subito la lezione: non si toccano le schegge delle bombe dopo l’esplosione. Bruciano le dita. La gente racconta che i raid aerei distruggono solo i primi quattro o cinque piani degli edifici, quindi le migliori possibilità di sopravvivenza, sono nei piani nei quali la luce non arriva.

Non c’è più nessun popolo. Non ci sono gatti né insetti. Niente.

Come succedeva nella Sarajevo negli anni ’90, oggi nelle strade all’ingresso di Aleppo si leggono cartelli scritti a mano con lettere arabe, che indicano la presenza dei qannas, i tiratori scelti delle parti in lotta. Uccidono indiscriminatamente.

Le cupole dell’antica moschea di Umayyad, terreno di battaglia fino allo scorso luglio, sono coperte da segni di razzi. Poco è rimasto dei preziosi archi, una volta case e negozi dei piccoli produttori tessili. I viali deserti della “capitale del Nord”, così è soprannominata Aleppo, sono disseminati di detriti, frammenti di bombe e proiettili, vetri rotti, edifici distrutti, finestre in frantumi, polvere e pezzi di metallo arrugginito. Ai lati delle strade si vende gasolio da riscaldamento e gas: combustibili di bassa qualità che raggiungono Aleppo dal mercato nero iracheno. E su ogni grosso incrocio, venditori ambulanti offrono generatori ben etichettati, provenienti dalla Cina. Sono gli unici affari che vanno bene perchè scarseggia l’elettricità. Nei viottoli, in parte bruciati e distrutti, del vecchio bazar di Aleppo si trovano ancora carne, verdure e pane. Le donne un tempo erano la vita dei mercati di questa città nota a tutto il mondo, oggi sono coperte dalla testa ai piedi nell’hijab e molte tengono nascosto l’intero viso sotto il niqab

L’odore di plastica bruciata rimane perennemente nella gola e il fumo sale all’infinito sopra Aleppo. I bambini frugano nelle montagne di spazzatura, per cercare materiale riciclabile. Sui marciapiedi della città anziani uomini, con kefiah dai mille colori, vendono legna da ardere.

Nel quartiere cristiano di Suleiman al-Halaby, quattro bambini su cinque non vanno più a scuola. Bombardamenti, fuoco di artiglieria e cecchini sembrano essere diventati comuni. Le famiglie devono educare i figli e portare a casa il cibo da mangiare. Fanno del loro meglio per sopravvivere in mezzo a questo conflitto, a caos e povertà. Alcuni abitanti di Aleppo ci dicono: “All’inizio di questa guerra c’era ingiustizia. Ora si è aggiunta l’umiliazione”. Nena News

Categorie: Palestina

Gli «esodati» di Gaza

Gio, 05/02/2015 - 08:08

Il mondo ha dimenticato in fretta questo lembo di terra palestinese, devastato dall’offensiva israeliana della scorsa estate. Ad aggravare la condizione di Gaza l’irrisolto scontro tra l’Anp e Hamas. 50 mila palestinesi, ex dipendenti del governo Haniyeh,  sono senza stipendio dallo scorso giugno. Il nuovo esecutivo non li riconosce.

 

Foto di Alessio Romenzi scattata per conto del Time lo scorso luglio in una scuola di Jabaliya

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gaza, 5 febbraio 2015, Nena News - Amr e Ahmed, 29 e 34 anni, si svegliano alle prime luci del giorno. Ed escono in strada poco dopo. Il primo con una vecchia automobile va alla ricerca di oggetti di metallo o di plastica che potrebbero essere riciclati. Il secondo lava tazze e bicchieri nel minuscolo caffè di proprietà di uno zio della moglie, a Tel el Hawa, a Gaza city. Entrambi non portano a casa più di 500 shekel al mese, circa 100 euro, ed entrambi fino ad un anno fa erano dipendenti del governo del premier di Hamas, Ismail Haniyeh. Per Amr e Ahmed la riconciliazione tra l’Anp di Ramallah e il movimento islamico a Gaza dopo la gioia iniziale si è rivelata devastante.

Senza stipendio

Sono senza stipendio da quando, lo scorso giugno, è stato formato il governo di consenso nazionale palestinese ed è stato sciolto l’esecutivo di Haniyeh. Nelle stesse condizioni si trovano tra 40 e 50 mila abitanti di Gaza, «esodati» lasciati al loro destino, assieme alle famiglie, da un governo che non è mai realmente entrato in carica e che non ha mai esteso alla Striscia la sua autorità. «Ero impiegato al ministero della sanità, la vita non è mai stata facile perchè lo stipendio non arrivava mai puntuale – racconta Ahmed – però sapevo che presto o tardi quei soldi me li avrebbero dati. Non tanti, 1500 shekel (circa 300 euro, ndr) ma almeno potevo assicurare il pane ai miei figli». Soldi che varie parti arabe e islamiche donavano al governo di Hamas, Qatar in testa. Poi quell’aiuto è diminuito, sotto l’urto delle alleanze ballerine in Medio Oriente e del colpo di Stato in Egitto che ha isolato Gaza. Amr ha una storia simile a quella di Ahmed. Pochi mesi fa faceva parte nella segreteria di un ufficio periferico del ministero dell’interno. Oggi passa ore ed ore a rovistare tra cumuli di detriti. «Ma non nelle rovine delle case (private) distrutte da Israele, lì solo coloro che ci vivevano hanno il diritto di recuperare qualcosa», ci tiene a precisare Amr, ricordando il rispetto per coloro che hanno perso tutto, spesso anche la vita, nei bombardamenti israeliani della scorsa estate su Gaza.

Tensioni tra Hamas e Anp

La condizione a dir poco precaria di queste migliaia di ex dipendenti pubblici abbandonati dal nuovo governo, è uno dei motivi di maggiore tensione tra Hamas e l’Anp a Ramallah. Il movimento islamico lancia accuse pesanti all’esecutivo del premier Rami Hamdallah, che a Gaza è stato soltanto una volta e per poche ore. «Trovo assurdo che l’Autorità nazionale palestinese da quasi 8 anni continui a pagare lo stipendio a oltre 20mila dipendenti pubblici (dell’esecutivo precedente alla presa del potere di Hamas nella Striscia nel 2007, ndr) ai quali chiede di non lavorare e allo stesso tempo neghi il salario a chi invece lavorava e vorrebbe continuare a farlo», ci dice Mahmoud Zahar, uno dei fondatori di Hamas ed ex ministro degli esteri, accogliendoci nel suo ufficio a Gaza city. «Hamdallah e (il presidente) Abu Mazen – aggiunge – trattano questi lavoratori rimasti senza alcun reddito come se fossero militanti di Hamas e non come dei semplici cittadini impiegati nei servizi pubblici. Eppure stiamo parlando di padri di famiglia, spesso di giovani appena sposati, di essere umani». Ritorna, irrisolta, la questione dei cosiddetti «Dayton» (dal cognome del generale Usa Keith Dayton che tra il 2005 e il 2010 supervisionò l’addestramento delle forze di sicurezza dell’Anp). A Gaza identificano così le migliaia di dipendenti pubblici ai quali Abu Mazen e l’allora premier dell’Anp Salam Fayyad ordinarono di cessare ogni attività lavorativa all’indomani della presa del potere di Hamas. Da allora tutti i mesi, o almeno quelli in cui da Ramallah riescono a mandare i fondi alla Palestine Bank di Gaza, migliaia di palestinesi che, ufficialmente, non lavorano da quasi 8 anni ricevono lo stipendio mentre altre decine di migliaia impiegati fino a pochi mesi fa sono diventati invisibili, come se non esistessero.

Dimenticati dal mondo

È un paradosso che aggrava la condizione di Gaza, rapidamente dimenticata dal mondo, come con ogni probabilità aveva previsto il governo israeliano al termine di «Margine Protettivo» della scorsa estate. 2200 morti palestinesi, 11 mila feriti, 96 mila case in macerie. Vite umane e distruzioni che non interessano più a nessuno, a cominciare dai «fratelli arabi» e dalle democratiche nazioni occidentali. Le promesse di aiuto fatte lo scorso ottobre alla conferenza del Cairo – 5,4 miliardi di dollari – non sono state mantenute. L’Unrwa, l’agenzia che assiste i profughi palestinesi, che attendeva una porzione importante di questi fondi per garantire gli aiuti umanitari e la ricostruzione, ha già terminato i 77 milioni di dollari che inizialmente aveva avuto a disposizione per aiutare 66mila famiglie a riparare le loro case danneggiate. «Nelle nostre casse non ci sono più fondi. Decine di migliaia di palestinesi non hanno un tetto e noi non possiamo assisterli. Erano stati assicurati 5,4 miliardi dollari alla conferenza del Cairo ma praticamente nulla ha raggiunto Gaza sino ad oggi. Questo è doloroso e inaccettabile», ha avvertito un portavoce dell’Unrwa.

La ricostruzione non è mai cominciata e la vita di 100 mila sfollati palestinesi resta un inferno, anche per la mancanza di energia. Occorreranno ancora mesi per poter rimettere in funzione l’unica centrale della Striscia colpita dall’esercito israeliano. Al momento la maggior parte della gente di Gaza ha elettricità per non più di 4-5 ore al giorno. E nelle scorse settimane il freddo ha ucciso almeno tre bambini e un adulto. Le Nazioni Unite fanno i conti con l’asfissiante sistema di controlli che hanno avallato per garantire l’ingresso dei materiali a Gaza sulla base delle restrizioni di Israele. Da settembre a oggi rari convogli di autocarri con cemento hanno fatto ingresso nella Striscia. E la mancanza dei materiali non potrà essere risolta con il sostituto del cemento che ha ideato l’ingegnere Imad al Khalidi di Gaza, anche per abbattere i costi. Un sacco di cemento, quando disponibile, costa 150 skekel (34 euro), quello ideato da al Khalidi – di fatto il terreno stesso della Striscia con potassio, magnesio, ossidi metallici, calcare e sabbia, più calce macinata e una piccola quantità di gesso – 27 shekel (6 euro). Pochi però si fidano di questi «mattoni organici», come li chiama l’inventore.

Non «girano» i soldi

A Gaza di fatto non girano più soldi. I pochi apparati produttivi esistenti sono stati distrutti o danneggiati dagli attacchi aerei e dall’artiglieria israeliana. «Margine Produttivo» ha trascinato l’economia palestinese in recessione per la prima volta dal 2006. Mentre nel 2014 la Cisgiordania ha visto un’espansione del 4,5%, Gaza al contrario ha fatto segnare un -15%, secondo gli ultimi dati del Fmi. Nel 2015 si prevede una lieve ripresa ma molto dipenderà dalla capacità dell’Anp di potere versare gli stipendi ai suoi dipendenti e, naturalmente, anche agli «esodati» di Gaza. E se in Cisgiordania la disoccupazione ufficiale si aggirerà intorno al 19%, nella Striscia sarà del 41%, tenendo ben presente che la percentuale reale di chi non ha un lavoro è molto più alta.

In questo contesto i più deboli – ossia le donne e i bambini già tra le vittime principali della guerra – sono tra i più esposti alla precarietà estrema. A cominciare dalle vedove, donne rimaste sole a prendersi cura dei figli, spesso piccoli. Per molte di esse, senza soldi e senza casa, l’unica soluzione è seguire la tradizione, ossia sposare un fratello o un cugino del marito ucciso dai bombardamenti. Ibtisan, 22 anni di Shujayea, il sobborgo orientale di Gaza city martellato per settimane dalle forze armate israeliane, vive con i due figli superstiti e il padre anziano tra le macerie, in ciò che resta della casa dove hanno trovato la morte il marito e un figlio di 8 anni. «Hassan e Tareq (il marito e il figlio,ndr) non fecero in tempo a lasciare la casa quando cominciarono a cadere le bombe» ricorda la giovane donna «abbiamo vissuto per settimane in una scuola, ora siamo tornati qui, nella nostra casa, anche se è in parte distrutta. La notte con mio padre e i bambini andiamo ancora in quella scuola, per ripararci dal freddo». Nel futuro di Ibtisam c’è una sola certezza, un’unica garanzia. «Sposerò mio cognato» ci dice «ha già una moglie ma si è detto disposto ad accogliermi assieme ai bambini e a mio padre. Per me è la salvezza».

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Mer, 04/02/2015 - 11:42

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Categorie: Palestina