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Agenzia Stampa Vicino Oriente
Aggiornato: 16 ore 41 min fa

Il Califfato voluto dagli Usa

Gio, 11/06/2015 - 07:43

Se l’Isis sta avanzando in Iraq e Siria, è perché a Washington vogliono proprio questo. Lo conferma un documento ufficiale dell’Agenzia di intelligence del Pentagono, datato 12 agosto 2012, desecretato il 18 maggio 2015

mappa dal sito www.outsidethebeltway.com

di Manlio Dinucci

Roma, 11 giugno 2015, Nena News - Mentre lo Stato islamico occupava Ramadi, la seconda città dell’Iraq, e il giorno dopo Palmira nella Siria centrale, uccidendo migliaia di civili e costringendone alla fuga decine di migliaia, la Casa Bianca dichiarava: «Non ci possiamo strappare i capelli ogni volta che c’è un intoppo nella campagna contro l’Isis» (The New York Times, 20 maggio). La campagna militare, «Inherent Resolve», è stata lanciata in Iraq e Siria oltre nove mesi fa, l’8 agosto 2014, dagli Usa e loro alleati: Francia, Gran Bretagna, Canada, Australia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain e altri. Se avessero usato i loro cacciabombardieri come avevano fatto contro la Libia nel 2011, le forze dell’Isis, muovendosi in spazi aperti, sarebbero state facile bersaglio. Esse hanno invece potuto attaccare Ramadi con colonne di autoblindo cariche di uomini ed esplosivi.

Gli Usa sono divenuti militarmente impotenti? No: se l’Isis sta avanzando in Iraq e Siria, è perché a Washington vogliono proprio questo. Lo conferma un documento ufficiale dell’Agenzia di intelligence del Pentagono, datato 12 agosto 2012, desecretato il 18 maggio 2015 per iniziativa del gruppo conservatore «Judicial Watch» nella competizione per le presidenziali. Esso riporta che «i paesi occidentali, gli stati del Golfo e la Turchia sostengono in Siria le forze di opposizione che tentano di controllare le aree orientali, adiacenti alle province irachene occidentali», aiutandole a «creare rifugi sicuri sotto protezione internazionale». C’è «la possibilità di stabilire un principato salafita nella Siria orientale, e ciò è esattamente ciò che vogliono le potenze che sostengono l’opposizione, per isolare il regime siriano, retrovia strategica dell’espansione sciita (Iraq e Iran)».

Il documento del 2012 conferma che l’Isis, i cui primi nuclei vengono dalla guerra di Libia, si è formato in Siria, reclutando soprattutto militanti salafiti sunniti che, finanziati da Arabia Saudita e altre monarchie, sono stati riforniti di armi attraverso una rete della Cia (documentata, oltre che dal New York Times, da un rapporto di «Conflict Armament Research»). Ciò spiega l’incontro nel maggio 2013 (documentato fotograficamente) tra il senatore Usa John McCain, in missione in Siria per conto della Casa Bianca, e Ibrahim al-Badri, il «califfo» a capo dell’Isis. Spiega anche perché l’Isis ha scatenato l’offensiva in Iraq nel momento in cui il governo dello sciita al-Maliki prendeva le distanze da Washington, avvicinandosi a Pechino e Mosca. Washington, scaricando la responsabilità della caduta di Ramadi sull’esercito iracheno, annuncia ora di voler accelerare in Iraq l’addestramento e armamento delle «tribù sunnite». L’Iraq sta andando nella direzione della Jugoslavia, verso la disgregazione, commenta l’ex segretario alla difesa Robert Gates.

Lo stesso in Siria, dove Usa e alleati continuano ad addestrare e armare miliziani per rovesciare il governo di Damasco. Con la politica del «divide et impera», Washington continua così ad alimentare la guerra che, in 25 anni, ha provocato stragi, esodi, povertà, tanto che molti giovani hanno fatto delle armi il loro mestiere. Un terreno sociale su cui fanno presa le potenze occidentali, le monarchie loro alleate, i «califfi» che strumentalizzano l’Islam e la divisione tra sunniti e sciiti. Un fronte della guerra, al cui interno vi sono divergenze sulla tattica (ad esempio, su quando e come attaccare l’Iran), non sulla strategia. Armato dagli Usa, che annunciano la vendita (per 4 miliardi di dollari) all’Arabia Saudita di altri 19 elicotteri, per la guerra nello Yemen, e a Israele di altri 7400 missili e bombe, tra cui quelle anti-bunker per l’attacco all’Iran. Nena News

Categorie: Palestina

SIRIA, Hezbollah avanza nel Qalamoun ma esercito perde altro terreno a sud

Gio, 11/06/2015 - 06:38

Infuria la battaglia nella regione a cavallo tra Libano e Siria ma i jihadisti del “Fronte Meridionale” forti delle armi e degli aiuti che entrano dalla Giordania fanno nuovi progressi.

foto dal sito www.dailystar.com.lb/

della redazione

Roma, 11 giugno 2015, Nena NewsI combattenti di Hezbollah continuano ad avanzare nella regione montuosa del Qalamoun, un’area strategica tra Siria e Libano, facendo arretrare i qaedisti di al Nusra e i miliziani dell’Isis. Lo ha confermato ieri sera, in un discorso televisivo, il segretario generale del movimento sciita Hassan Nasrallah assicurando che sarà fatto tutto il possibile per proteggere la zona della frontiera con la Siria minacciata dalla presenza di “organizzazioni terroristiche”. “L’Isis ha cominciato una battaglia ma saremo noi a finirla (con una vittoria)”, ha detto il leader sciita.

Nasrallah ha rimarcato la vittoria ottenuta Hezbollah a Ras al Balbeek durante l’incursione tentata martedì dall’Isis per alleggerire la pressione nel Qalamoun. E ha ammesso che il suo movimento ha subito “perdite” nelle battaglie in corso ma non ha fornito cifre. Secondo il quotidiano di Beirut “The Daily Star” negli scontri avvenuti due giorni fa nella Valle della Bekaa, Hezbollah avrebbe perso almeno 8 combattenti mentre 14 sarebbero stati i jihadisti dell’Isis uccisi.

Hezbollah è un alleato importante per Damasco. Il suo contributo a sostegno dell’Esercito Arabo Siriano, ossia le forze armate governative, è stato sino ad oggi fondamentale per il controllo o la ripresa di determinati territori. Negli ultimi tre mesi però le truppe siriane hanno subito diverse sconfitte, perdendo a nord-ovest l’intera regione di Idbil caduta nelle mani del cosiddetto “Esercito della Conquista” (Jesh al Fateh) guidato dai qaedisti di Al Nusra – grazie agli aiuti ingenti in armi e finanziamenti che entrano dalla confinante Turchia schierata contro Damasco -, e ad est la città di Palmira conquistata il mese scorso dall’Isis.

Le cose per le truppe governative non vanno molto meglio nelle regioni meridionali già in parte controllate dal cosiddetto “Fronte Meridionale”, un’alleanza di milizie islamiste radicali capeggiate anche in questo caso dal Fronte al Nusra, che rappresenta al Qaeda in Siria. I rovesci militari che i governativi hanno subito in questa regione sono frutto anche, o soprattutto, delle forniture di armi che passano per la frontiera con la Giordania. Peraltro nel regno hashemita, così come in Turchia, si svolgono gli addestramenti di “ribelli siriani moderati” da parte delle autorità locali con la collaborazione di consiglieri militari statunitensi. Cacciabombardieri governativi ieri hanno compiuto numerosi raid nel sud del Paese, in particolare nell’area dell’importante base della 52/a Brigata dell’esercito conquistata a inizio settimana dal “Fronte Meridionale” nella provincia di Daraa.

Intanto migliaia di civili continuano a rifugiarsi in Turchia per sfuggire ai combattimenti in corso tra i combattenti curdi e l’Isis intorno alla città di Tel Abyad. Circa 7000 dalla scorsa settimana. Nena News

Categorie: Palestina

BAHRAIN. La guerra su commissione dell’Arabia Saudita.

Gio, 11/06/2015 - 05:40

Il Bahrain deve essere considerato uno dei principali terreni di battaglia nella guerra fredda, o meglio della guerra per commissione, tra Arabia Saudita ed Iran. Il conflitto di potere all’interno del Paese trascende i confini dello stesso e così anche le conseguenze di una notizia di cronaca che potrebbe sembrare di poco conto.

Manifestazione pro-governativa. Manama, febbraio 2012.
Reuters/Hamad I Mohammed

di Francesca La Bella

Roma, 11 giugno 2015 Nena News - Il Ministero dell’Interno del Bahrain ha annunciato alcuni giorni fa di aver arrestato dieci persone in quanto autori di azioni violente ed appartenenti al gruppo Sayara Al Ashtar, gruppo sciita di opposizione considerato terrorista dal Governo di Manama. Gli ufficiali della piccola monarchia del Golfo avrebbero dimostrato, inoltre, come due dei sospettati abbiano agito all’interno dei confini iraniani incoraggiando ed agevolando il reclutamento di giovani del Bahrain per attacchi contro il Governo e le forze armate tra il 2013 e il 2015. Avrebbero ipotizzato, infine, che l’addestramento degli stessi sia avvenuto in suolo iracheno grazie alle condizioni di instabilità del Paese.

Viene da chiedersi, a questo punto, quale sia il contesto nel quale si inserisce questa notizia. A partire dal 2011, in contemporanea con le più note rivolte dei Paesi nord-africani e medio-orientali affacciati sul Mediterraneo, anche il Bahrain ha assistito a proteste e manifestazioni anti-governative. La Primavera Araba bahrainita ha, in maniera non dissimile dagli altri Paesi coinvolti, indotto una maggiore partecipazione della popolazione alla politica in senso ampio, ma ha anche significato la forte repressione governativa di ogni forma di opposizione. Questo ha portato, quasi immediatamente, ad un arretramento di molti movimenti di protesta ed alla radicalizzazione dei rimanenti. A questo si deve, poi, aggiungere la divisione etnico-religiosa tra sunniti e sciiti. Nonostante la popolazione sciita sia nettamente la maggioranza nel Paese, il potere politico ed economico è nelle mani della minoranza sunnita praticamente da sempre. In un Paese dove, nonostante le limitate dimensioni, il Pil pro-capite è ben più altro della media dell’area, le differenze economiche e sociali tra le due parti sono state ancor più evidenti costituendo una delle motivazioni principali delle proteste.

Report delle maggiori organizzazioni per i diritti umani mondiali sottolineano, inoltre, come gli strascichi delle proteste del 2011 abbiano lasciato un segno profondo nella società bahrainita. Il settarismo e le divisioni interne alla società sono sempre più profonde, incalcolabile è il numero dei feriti, dei morti e degli scomparsi in questi anni e la struttura sociale del Paese è risultata profondamente mutata a causa della carcerazione di molti attivisti che avevano partecipato alle proteste. Le lunghe detenzioni hanno, infatti, privato le comunità locali di figure sociali fondamentali come medici, infermieri e avvocati che si erano spesi, durante le proteste del 2011 e negli anni successivi, nell’assistenza ai manifestanti.

L’ultimo tassello da aggiungere al quadro è sicuramente legato all’ambito internazionale. L’affidabilità e il campo di appartenenza dei governanti di Manama sono, infatti, considerati fattori importanti nelle dinamiche globali da diversi punti di vista. In primo luogo il Bahrain è sede del Comando Centrale delle Forze navali e della Quinta Flotta degli Stati Uniti. La posizione avanzata all’interno del Golfo Persico dell’arcipelago bahrainita viene, dunque, considerata strategica sia per il controllo dello Stretto di Hormuz sia per il monitoraggio delle attività iraniane nel Golfo Persico. In questo senso, la divisione sciiti-sunniti, la poisizione geografica e le caratteristiche socio-politiche hanno da sempre reso il Bahrain terreno di scontro nella contesa tra Arabia Saudita ed Iran.

Non stupisce, quindi, vedere come l’Iran sia il primo accusato nel momento in cui vengono messi sotto processo appartenenti a movimenti sciiti. Il Governo di Manama si è, infatti, immediatamente espresso contro la presunta interferenza iraniana negli affari interni del Paese. Parallelamente l’Arabia Saudita viene considerato il primo partner per la famiglia al-Khalifa al potere in Bahrain e sempre maggiore è la capacità di influenza della Monarchia saudita nel Paese. Fin dalle prime fasi delle rivolte, infatti, il sostegno dei Saud al Governo di Manama è stato evidente e anche se, quattro anni fa, l’impegno era militare e di ampia scala, il fatto che la cooperazione tra i due Paesi sia oggi meno evidente non significa che sia minore.

Per capirne il reale significato politico, l’arresto dei dieci appartenenti a Sayara Al Ashtar non deve essere letto, quindi, come un atto giudiziario interno, ma come l’espressione di una più vasta politica di repressione delle opposizioni, perlopiù sciite, e di allineamento sempre maggiore con le richieste di sicurezza dell’asse sunnita a guida saudita. In questo senso il Bahrain, che a giorni dovrà affrontare il processo allo Sceicco Ali Salman, leader della principale coalizione di opposizione, con i prevedibili trascichi di sangue che ne conseguiranno, deve essere considerato uno dei principali terreni di battaglia nella guerra fredda, o meglio della guerra per commissione, tra Arabia Saudita ed Iran. Il conflitto di potere all’interno del Paese trascende, dunque, i confini dello stesso e così anche le conseguenze di una notizia di cronaca che potrebbe sembrare di poco conto.

Categorie: Palestina

LIBIA. Tobruk dice no al piano Onu

Mer, 10/06/2015 - 13:25

I repentini punti segnati dal califfato negli ultimi giorni fanno da cassa di risonanza al fallimento diplomazia. Tra chi smania per intervenire c’è il premier italiano Renzi che al G7 ha ritirato fuori dal cilindro l’opzione militare come soluzione agli sbarchi di rifugiati disperati

di Chiara Cruciati - Il Manifesto

Roma, 10 giugno 2015, Nena News - L’Isis procede vittorioso tra le macerie dello Stato libico. Dopo la conquista di Derna e Sirte, lungo la costa est, il califfato ha occupato venerdì la città di Harwa, a est di Sirte. Presi gli edifici governativi, simbolo dell’unità che fu e del vuoto politico che attanaglia la Libia dall’operazione anti-Gheddafi ordita dalla Nato 4 anni fa. E ieri a cadere in mano agli islamisti è stata una centrale elettrica, poco fuori Sirte, che rifornisce il centro e l’ovest del paese.

I repentini punti segnati dal califfato negli ultimi giorni fanno da cassa di risonanza alla sconfitta della diplomazia delle Nazioni Unite e all’incapacità di previsione di quella comunità internazionale che rimugina sul desiderato intervento esterno.

Ieri l’inviato Onu per la Libia, Bernardino Leon, è stato preso a schiaffi dal parlamento eletto, ovvero l’autorità considerata dall’Occidente l’interlocutore privilegiato. Dopo la formazione di un secondo parlamento islamista a Tripoli, fu costretto lo scorso anno all’esilio a Tobruk.

L’incontro tra i due parlamenti si sarebbe dovuto tenere oggi a Berlino. A fare da ombrello la quarta versione della bozza di accordo stilata da Leon, che – dopo aver avvertito della crisi finanziaria in cui la Libia sta sprofondando – sperava di raggiungere un’intesa entro l’inizio del mese sacro di Ramadan, il 17 giugno. La proposta Leon, consegnata lunedì alle parti, prevedeva la formazione di un governo di unità nazionale, della durata di un anno, con un consiglio dei ministri guidato da un premier e due vice, un triumvirato rappresentativo delle fazioni avversarie; il riconoscimento di una sola Camera dei Rappresanti con potere legislativo; e la creazione di un Alto Consiglio di Stato (ovvero l’attuale parlamento islamista di Tripoli) con poteri consultivi sia sul piano esecutivo che legislativo.

Il braccio libico della Fratellanza Musulmana, parte dell’operazione Fajr Libya che governa a Tripoli, ha accolto con favore la bozza di accordo: «Così si realizza un positivo miglioramento che va preso seriamente per porre fine alla divisione politica», ha commentato il leader Sawan, del partito islamista Giustizia e Costruzione. A dire no è stato proprio Tobruk che ha vietato ai propri delegati di partire per la Germania: «La maggioranza dei deputati ha rigettato la bozza», ha detto da Tobruk il parlamentare Tareq al-Jouroushi alla Reuters. Parlando con l’Ap, il portavoce del team di negoziatori, Essa Abdel-Kaoum, ha aggiunto che il rifiuto è figlio della scelta di Leon «di piegarsi» alle richieste islamiste che con la bozza in questione avrebbero ottenuto più potere e, di conseguenza, maggiore controllo delle risorse energetiche, vere prede dei due parlamenti rivali.

Così crolla il castello di carte dell’Onu che fino a poche ore prima si diceva «ottimista»: «Abbiamo distribuito una nuova proposta – aveva detto lunedì Leon – Tutto quello che posso dirvi è che la reazione è stata positiva».

Ed invece proposta bocciata: alla porta resta quell’Europa che da tempo indica nella Libia la causa del rafforzamento di gruppi islamisti radicali in Nord Africa e delle stragi nel Mediterraneo e strepita per intervenire. Dimenticando chi quel rafforzamento lo ha provocato: il rovesciamento del colonnello Gheddafi, il cui pugno di ferro aveva saputo tenere insieme le tante anime libiche, ha fatto esplodere la latente divisione del paese, frammentato in autorità diverse e rivali. Oggi i gruppi armati attivi in Libia sarebbero almeno 1.700: milizie laiche, islamiste, tribali, intenzionate a ritagliarsi il loro angolo di potere economico e politico e non certo vogliose di abbandonare le armi generosamente distribuite dall’Occidente durante l’attacco Nato.

Tra chi smania per intervenire c’è il premier italiano Renzi che al G7 ha ritirato fuori dal cilindro l’opzione militare come soluzione agli sbarchi di rifugiati disperati. Lo stesso ha fatto sabato il ministro della Difesa spagnolo, che giustifica l’attacco con la presenza dell’Isis nel paese. Così la fortezza Europa, che da metà maggio – secondo i documenti pubblicati da WikiLeaks – discute di azioni militari, pensa di fermare le stragi. Andando al valle, invece che a monte. Nena News

 

Categorie: Palestina

EGITTO. Attacco suicida a Luxor: morti tre attentatori

Mer, 10/06/2015 - 12:25

Quattro feriti tra i passanti e la polizia che ha aperto il fuoco quando il gruppo di attentatori ha tentato di forzare la barriera di accesso al tempio. Duro colpo al turismo, settore chiave del Paese. Nel 1997 la strage nella Valle delle Regine

Tempio di Amon a Karnak

della redazione

Roma, 10 giugno 2015 – Sventato un attacco suicida in uno dei principali centri turistici egiziani. Un kamizaze  è riuscito  a farsi saltare in aria nei pressi del Tempio di Karnak, nella città di Luxor, ferendo quattro passanti, ma il bilancio avrebbe potuto essere più grave. Erano tre gli attentatori, due di loro uccisi dalla polizia quando il gruppo ha cercato di forzare la barriera di accesso al tempio. Il terzo è riuscito a passare e si è ha detonato l’ordigno.

Al momento non ci sono state rivendicazioni. Luxor è uno dei siti archeologici egiziani più frequentati dai turisti, con milioni di visitatori egiziani e internazionali all’anno. Una settimana fa due poliziotti erano stati uccisi a colpi di pistola sulla strada che porta alla Grande Piramide di Cheope, meta principale dei tour turistici nel Paese, dove gruppi jihadisti hanno ucciso decine di agenti e di funzionari statali dal luglio del 2003, quando il presidente eletto Mohammed Morsi, esponente dei Fratelli Musulmani, è deposto da un golpe militare che ha portato al potere all’attuale capo di Stato Abdel Fattal al-Sisi.

Nel 1997, un gruppo armato (rivendicò l’attentato “Jamaa Islamiya”) fece una strage tra i turisti in visita nella Valle delle Regine: 70 i morti. Nena News

Categorie: Palestina

Israele sperimenta le “bombe sporche”

Mer, 10/06/2015 - 10:52

Dal 2010 sono stati eseguiti nel Neghev una ventina di test, “di carattere difensivo”, volti a verificare gli effetti delle esplosioni di questi ordigni che i terroristi minacciano di usare ma che potrebbero essere impiegati anche da uno Stato contro i suoi nemici.

Esercitazione militare nel Neghev

 

 di Michele Giorgio - Il Manifesto

Gerusalemme, 10 giugno 2015, Nena News – Sono bombe che piac­ciono molto ai fana­tici, come quelli dell’Isis, ma che potreb­bero essere usate in deter­mi­nate cir­co­stanze anche da uno Stato vero e pro­prio con­tro i suoi avver­sari. Par­liamo delle cosid­dette “bombe spor­che”, armi pen­sate per spar­gere mate­riale radioat­tivo, uti­liz­zando esplo­sivi con­ven­zio­nali. Non sono vere armi nucleari, né’ hanno lo stesso potere distrut­tivo, in ogni caso sono peri­co­lose. Israele le ha testate per quat­tro anni, nel deserto del Neghev, nel qua­dro del pro­getto “Campo Verde”, a breve distanza dalla cen­trale nucleare di Dimona dove, secondo esperti inter­na­zio­nali, pro­dur­rebbe il plu­to­nio per il suo arse­nale ato­mico segreto. Lo ha scritto un paio di giorni fa il quo­ti­diano Haa­retz e le sue rive­la­zioni non sono state con­fer­mate ma nep­pure smen­tite da fonti uffi­ciali. Nes­suno inol­tre ha sen­tito il dovere di ras­si­cu­rare la popo­la­zione civile, tenuta per anni all’oscuro di tutto.

Dal 2010 sono stati ese­guiti nel Neghev una ven­tina di test, “di carat­tere difen­sivo”, ha pre­ci­sato Haa­retz, volti a veri­fi­care gli effetti delle esplo­sioni delle “bombe spor­che”. Gli ordi­gni più pic­coli erano di 250 grammi e quelli più grandi di 25 chi­lo­grammi. Le deto­na­zioni sono avve­nute in zone aperte e in ambienti chiusi. In alcuni casi il mate­riale radioat­tivo è rima­sto abban­do­nato sul ter­reno, in modo da accer­tare, nel corso del tempo, la dif­fu­sione e l’intensità delle radia­zioni. In un altro caso gli scen­ziati israe­liani hanno pro­vato a veri­fi­care se fosse pos­si­bile disper­dere il mate­riale radioat­tivo misto ad acqua nel sistema di ven­ti­la­zione di un edi­fi­cio. Espe­ri­menti rischiosi per il quale è stato usato il Tech­ne­tium 99m, per­chè facil­mente rile­va­bile dai sen­sori e per la sua rare­fa­zione rapida. A moni­to­rare le deto­na­zioni sono stati pic­coli droni. Dopo quat­tro anni di espe­ri­menti, ha con­cluso Haa­retz, la sen­sa­zione è stata che l’esplosione di “bombe spor­che” in zone aperte ha un impatto soprat­tutto psi­co­lo­gico sulla popo­la­zione men­tre in un ambiente chiuso potrebbe pro­vo­care una con­ta­mi­na­zione seria e i suc­ces­sivi lavori di boni­fica richie­de­reb­bero un lungo periodo.

Da un lato, stando al reso­conto fatto da Haa­retz, gli espe­ri­menti hanno avuto un carat­tere difen­sivo, per la pro­te­zione dei civili di fronte alle minacce lan­ciate da gruppi ter­ro­ri­stici. Dall’altro non è affatto escluso l’impiego delle “bombe spor­che” anche da parte delle forze armate di uno Stato. Ad esem­pio, un attacco all’Iran con que­sto tipo di armi, oltre a quelle con­ven­zio­nali, con­tro siti di ricerca e basi mili­tari, ossia ambienti chiusi, avrebbe il risul­tato di ren­dere inu­ti­liz­za­bili per un lungo periodo edi­fici e strut­ture di impor­tanza stra­te­gica. D’altronde negli stessi anni in cui nel Neghev si spe­ri­men­ta­vano gli effetti delle “bombe spor­che”, il governo israe­liano, anche allora gui­dato da Benya­min Neta­nyahu, era sul punto di lan­ciare un attacco con­tro le cen­trali ato­mi­che ira­niane. La vicenda è ritor­nata alla ribalta pro­prio nelle ultime ore, in occa­sione di un dibat­tito alla con­fe­renza annuale negli Stati Uniti del gior­nale israe­liano The Jeru­sa­lem Post, quando la edi­to­ria­li­sta ultra­na­zio­na­li­sta Caro­line Glick, ha accu­sato fron­tal­mente l’ex capo del Mos­sad Meir Dagan e l’ex capo di stato mag­giore Gabi Ash­ke­nazi di aver respinto l’ordine rice­vuto dal primo mini­stro di pre­pa­rare e attuare entro un mese un raid mili­tare con­tro gli impianti ato­mici iraniani.

Il fatto che l’Iran e le potenze del 5+1 (i mem­bri per­ma­nenti del CdS dell’Onu più la Ger­ma­nia) siano vicini ad un’intesa sul nucleare — attesa per la fine del mese — non ha in alcun modo spinto il governo Neta­nyahu a chiu­dere in un cas­setto i piani di attacco israe­liani. E nel con­te­sto dei con­tatti al livello più alto sulle que­stioni regio­nali, gli Stati Uniti hanno inviato in Israele il capo dello stato mag­giore con­giunto Mar­tin Demp­sey e il capo della Cia John Bren­nan. Demp­sey è arri­vato un paio di giorni fa, su invito dell’omologo israe­liano Gadi Eisen­kot. Bren­nan invece ha com­piuto la scorsa set­ti­mana una mis­sione segreta durante la quale è stato rice­vuto da Netanyahu. Nena News

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CISGIORDANIA. Blitz dei soldati israeliani a Jenin: ucciso un palestinese

Mer, 10/06/2015 - 10:32

Izz al-Din Walid Bani Gharra aveva 21 anni. E’ stato colpito al petto da cinque proiettili durante l’irruzione dei militari nel campo. Dall’inizio dell’anno sono dodici i palestinesi morti e 900 i feriti

della redazione

Roma, 10 giugno 2015, Nena News – Un 21enne palestinese è stato ucciso all’alba di oggi nel campo profughi di Jenin, in Cisgiordania, durante un blitz dell’esercito israeliano.

Il ragazzo, Izz al-Din Walid Bani Gharra, è stato colpito al petto da cinque proiettili durante il blitz, secondo l’agenzia palestinese Ma’an, ma non è ancora chiara la dinamica dell’accaduto. Sarebbero scoppiati scontri nel campo durante l’irruzione dei militari israeliani, che hanno arrestato un numero imprecisato di persone. I soldati hanno usato gas lacrimogeno, proiettili di gomma e veri, e accusano di vittima di aver tentato di lanciare un ordigno contro di loro.

La sparatoria è la prima dopo due mesi nei Territori palestinesi occupati, dove i blitz dell’esercito israeliano sono frequenti. Gharra è però il dodicesimo palestinese ucciso da soldati israeliani dall’inizio dell’anno, secondo l’Ocha, l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari umanitari. Sono 900, invece, i feriti.

Dal Duemila sono stati uccisi 8.890 palestinesi, tra cui 1.900 minorenni, secondo il gruppo per diritti umani Defense for Children Internatonal. Nena News

Categorie: Palestina

Turchia: Il ritorno della politica

Mer, 10/06/2015 - 07:40

La società civile si è mobilitata in occasione del voto e quella richiesta di democrazia emersa con Gezi Park ha messo i bastoni tra le ruote alle ambizioni presidenzialiste di Erdogan

 

di Serena Tarabini

Roma, 10 giugno 2015, Nena News – “Al sana yeni Türkiye! “: “ Prenditela la nuova Turchia!” questo era uno dei titoli dei giornali dell’8 giugno, il giorno dopo il voto. Un invito che riprendeva ironicamente il mantra utilizzato da Erdoğan per questa campagna elettorale: “ Vota per una nuova Turchia”

La frase capeggiava sulla prima pagina di Cumhuriyet, il quotidiano per il cui direttore il Presidente Erdoğan in persona aveva evocato l’ergastolo la settimana prima, avendo il giornale pubblicato delle foto che ancora una volta provavano l’aiuto materiale in armi che la Turchia da tempo fornisce alle milizie dell’Isis, con la copertura dei servizi segreti.

La nuova Turchia che è uscita dalle urne non è quella a cui puntava il Presidente: avendo perso la maggioranza assoluta mantenuta per 14 anni, cioè da quando l’AKP, il suo partito, è al potere, ha subito una battuta d’arresto l’ambizione di riformare il sistema parlamentare in chiave presidenziale, cambiamento che gli avrebbe permesso di ritornare sullo scenario politico con un ruolo di primo piano e di concentrare il potere nelle sue mani. Un progetto che era il tema principale di queste elezioni e che ha suscitato profonde discussioni e diffuso malcontento anche fra il suo stesso elettorato che di fatto non lo ha sostenuto fino in fondo.

Inoltre , a rompere le uova nel paniere all’ex premier aspirante capo assoluto, e a portare un significativo rinnovamento dentro uno scenario politico cristallizzato, ha sicuramente contribuito la sfida lanciata e vinta dall’HDP, il partito filo curdo.

Deputati curdi all’interno del parlamento turco non sono una novità: il sistema politico prevede la possibilità di essere eletti come indipendenti, e questo ha fatto sì che già da due legislature fosse rappresentata anche questa forza; la grande novità di queste elezioni è stato decidere di correre come lista e superare l’alta soglia di sbarramento del 10%.

Il risultato era imprevedibile, la tensione nei giorni precedenti al voto è salita a causa di arresti , agguati e attentati ( il più grave le due esplosioni a Dijarbakir) ai danni dell’HDP,  che prefiguravano una strategia della tensione volta mandare il paese nel caos, ma alla fine, nonostante il consueto bilancio di morti che si verifica in occasione di ogni elezione in Turchia, e anche grazie ai ripetuti richiami alla calma da parte di Selahttin Demirtas, il co-leader del HDP , l’atmosfera si è tranquillizzata; il voto si è svolto in maniera regolare e senza intoppi e si è anche   caratterizzato per la straordinaria presenza di osservatori provenienti dalla società civile che si sono organizzati per controllare le operazioni di voto e di spoglio.

Lo scrutinio, come è prassi in questo paese, è avvenuto a tempi di record , e già a poche ore dalla chiusura dei seggi era chiaro che la politica turca era entrata in una fase nuova. Una parte del paese ha mostrato insofferenza nei confronti di Erdoğan e della sua mania di grandezza, ha sanzionato il comportamento ambiguo mostrato durante l’assedio di Kobanı, ha reagito al rallentamento dell’economia ed ha tolto il suo voto all’AKP di Erdoğan. Ma nel contempo il laboratorio politico curdo, ha convinto e conquistato quell’elettorato più sensibile alle questioni democratiche, accogliendo istanze ecologiste, femministe, omosessuali, e superando la sua connotazione etnica curda candidandosi a rappresentare   tutte le minoranze.

Di fatto fra i 80 deputati (su 550) eletti nelle fila dell’ HDP, ci sono curdi, armeni, yezidi e suriani, atei ed omosessuali dichiarati, e moltissime donne : in relazione a quest’ ultimo aspetto, è proprio grazie all’esempio messo in campo concretamente da diversi anni da quello che era il partito filo curdo BDP, evolutosi nell ‘HDP, che anche gli altri partiti turchi sono stati spinti ad aumentare le loro rappresentati donne, e questo rende ora il parlamento turco quello a maggiore presenza femminile di tutta Europa.

A poche ore dalla chiusura dei seggi e quando i risultati non erano ancora definitivi, migliaia di persone si sono riversate nelle strade: ad Istanbul i quartieri a maggioranza curda erano un’esplosione di bandiere, caroselli, fuochi d’artificio, danze e canti. Ma non si è tratta di una vittoria solo dei curdi; questo risultato è anche il portato a lungo termine delle rivolte di Gezi park, il frutto maturo di una nuova richiesta di democrazia che aveva bisogno di sedimentare e diffondersi nella società per confluire in un dato politico.

Non si tratta di una rivoluzione, il partito di Erdoğan gode ancora di un ampio consenso, permangono problemi gravi e profonde lacune democratiche, ed un futuro incerto per questo parlamento, fra coalizioni improbabili ed ipotesi di elezioni anticipate, ma nel frattempo in Turchia si è tornati a fare politica. Nena News

 

Categorie: Palestina

Da Rumsfeld a Obama: l’ipocrisia Usa ha distrutto l’Iraq

Mar, 09/06/2015 - 10:32

L’ex segretario di Stato accusa Bush per l’invasione del paese, nonostante ne sia stato il burattinaio. Il presidente dice di non avere strategie, ma solo per colpa di Baghdad.

Bombe Usa sull’Iraq nel 2003 (Foto: Corbis)

della redazione

Roma, 9 giugno 2015, Nena News – L’adagio “meglio tardi che mai” probabilmente non consolerà il popolo iracheno. Non consolerà le famiglie che hanno perso i propri cari durante l’invasione Usa, non consolerà uno Stato fatto a pezzi, non consolerà chi ha visto esplodere i settarismi interni al paese. Né consolerà quei tre milioni di iracheni costretti alla fuga dallo Stato Islamico che ha trovato in un paese distrutto il migliore dei terreni per la propria avanzata.

È difficile che le dichiarazioni rilasciate ieri dall’ex segretario alla Difesa Donald Rumsfeld trovino spazio nei pensieri del popolo iracheno. Il burattinaio dell’invasione dell’Iraq, il braccio destro dell’allora presidente Bush, in un’intervista al Times ha ammesso l’errore. Non il suo, a quanto pare, ma quello dell’inquilino della Casa Bianca: “L’idea di poter portare la democrazia in Iraq mi sembrò irrealistica. Ne fui preoccupato fin dalla prima volta che sentii quelle parole. Non sono uno di quelli che pensa che un particolare modello di democrazia sia appropriato per altri paesi in ogni momento della loro storia”.

Un capolavoro di ipocrisia spicciola: la colpa non fu mia, ma di Bush. Ma soprattutto a stupire è l’insistenza su quell’obiettivo che il mondo nel 2003 capì subito essere la copertura a ben altri disegni: portare la democrazia in Iraq. Una democrazia fatta di 500mila morti dal 2003 al 2013 (secondo dati dell’associazione britannica “Iraqi Body Count”), dalla distruzione completa delle infrastrutture e delle istituzioni statali, dall’esplosione dei settarismi interni, dalla corruzione dilagante e, ora, dall’avanzata del califfo.

Tutti risultati dell’invasione Usa in Iraq. E oggi, a 12 anni di distanza dall’inizio della seconda guerra del Golfo e a 4 dal ritiro dei soldati statunitensi dal paese, sono ancora gli errori di strategia della Casa Bianca a impedire al paese di salvarsi. Lo ha ammesso, parzialmente, il presidente Obama ieri durante la conferenza finale del G7 in Germania: “Non abbiamo ancora una strategia compleata perché questa richiede l’impegno da parte degli iracheni”. Insomma, noi non sappiamo che fare ma la responsabilità è del governo iracheno.

In particolare Obama ha puntato il dito contro l’inefficace addestramento delle truppe irachene, frutto dello smantellamento di quel che fu l’esercito di Saddam Hussein. E se per Ash Carter, segretario alla Difesa Usa, l’inettitudine dell’esercito iracheno è stata la responsabile della caduta in mano all’Isis da Ramadi a metà maggio, sono in pochi quelli che dentro le stanze dei bottoni statunitensi fanno ammenda. Obama si è limitato a dire che Washington preparerà nuovi piani per “avere truppe irachene addestrate, fresche, ben equipaggiate e concentrate”. E che tenterà di allargarsi alla comunità sunnita che, nonostante i proclami di Usa e Iraq, continua a non essere inclusa nell’ampio fronte interno anti-Isis.

Da parte sua il premier iracheno al-Abadi, anche lui presente al meeting tedesco, ha di nuovo chiesto armi e supporto militare. La risposta di Obama? Includi i sunniti. Un’impresa non facile dopo anni di marginalizzazione e la spaccatura interna alla comunità, parte della quale non disdegna la venuta dell’Isis (visto come lo strumento per far cadere il governo sciita) e parte della quale, al contrario, si è armata da sola per resistere all’offensiva jihadista.

Eppure fu proprio l’amministrazione di Washington ad imporre il governo Maliki – il predecessore di al-Abadi, divisivo e accentratore – e a epurare della componente sunnita e pro-Saddam l’esercito e le istituzioni.

Di chi sia la colpa, resta il fatto che è trascorso un anno dalla presa di Mosul da parte dell’Isis, partito dalla seconda città irachena per occupare un terzo dell’Iraq e quasi metà della Siria. E dopo un anno nessuno è in grado di disegnare una strategia militare e politica contro un gruppo che – secondo la Cia – è composto da 30mila uomini? Una strategia non esiste perché l’approccio Usa si fonda sull’utilizzo dei soli raid aerei, non conosce più la realtà sul terreno (soprattutto in Siria, dove non possiede pezze d’appoggio, gruppi alleati forti che sappiano fornire informazioni e mettere in piedi azioni militari concreti), si ostina a chiudere al governo di Damasco e a rifiutare una qualsivolgia forma di collaborazione diretta con chi i risultati li porta a casa, l’Iran. Nena News

Categorie: Palestina

Netanyahu lancia l’offensiva contro il Bds

Mar, 09/06/2015 - 10:21

Il governo pronto a rendere disponibili 26 milioni dollari per combattere la campagna di boicottaggio e sanzioni contro Israele per le sue politiche di occupazione e per la negazione dei diritti dei palestinesi. Per diversi ministri il Bds sarebbe «un nuovo antisemitismo». Scende in campo anche il miliardario americano Sheldon Adelson, uno stretto alleato di Netanyahu.

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 9 giugno 2015, Nena News - Il governo israe­liano si pre­para ad usare il pugno di ferro con­tro il Bds, le atti­vità dei movi­menti e gruppi che pro­muo­vono nel mondo il boi­cot­tag­gio e le san­zioni con­tro Israele per le sue poli­ti­che nei con­fronti dei pale­sti­nesi sotto occu­pa­zione. Quello che hanno in mente il pre­mier Neta­nyahu, i suoi mini­stri e buona parte della Knes­set non è solo una cam­pa­gna diplo­ma­tica. In via di defi­ni­zione, scri­vono i gior­nali, c’è una con­trof­fen­siva molto arti­co­lata che sarà finan­ziata con 26 milioni di dol­lari. E se in pas­sato sono state prese di mira quelle orga­niz­za­zioni e gli atti­vi­sti che all’interno del Paese pro­muo­vono il boi­cot­tag­gio, ora l’attenzione si spo­sta tutta all’estero, sulle asso­cia­zioni stra­niere legate al Bds. Un depu­tato ieri ha pre­sen­tato in par­la­mento un dise­gno di legge che pre­vede il divieto d’ingresso in Israele per tutti i cit­ta­dini stra­nieri che saranno segna­lati come soste­ni­tori del boicottaggio.

Che Neta­nyahu sia molto deter­mi­nato lo dimo­stra la furia con la quale ha attac­cato Ste­phane Richard, l’amministratore dele­gato del colosso fran­cese della tele­fo­nia Orange che qual­che giorno fa al Cairo aveva affer­mato di essere pronto a riti­rare «anche domani» la sua com­pa­gnia da Israele. Neta­nyahu ha chie­sto una dichia­ra­zione di soste­gno al governo fran­cese, giunta subito, e Richard è stato messo nell’angolo. L’ad della Orange subito dopo ha affer­mato di «amare Israele» e, di fronte al rifiuto dell’ambasciatore dello Stato ebraico a Parigi di rice­verlo, ha deciso che nei pros­simi giorni arri­verà a Tel Aviv per chia­rire le affer­ma­zioni che aveva fatto al Cairo.

Il Bds negli ultimi tempi ha otte­nuto diversi suc­cessi, come l’adesione dell’Unione degli Stu­denti Bri­tan­nici. Ciò ha fatto cre­scere l’allarme in Israele dove da set­ti­mane gran parte della stampa locale riporta con ampio spa­zio aggior­na­menti e com­menti sul Bds e su come com­bat­terlo. Diversi espo­nenti poli­tici, non solo di destra, descri­vono il boi­cot­tag­gio come una cam­pa­gna “anti­se­mita”, allo scopo di rac­co­gliere con­sensi, soprat­tutto in Europa e negli Stati Uniti, non solo dai governi ma anche dall’opinione pub­blica. La mini­stra della giu­sti­zia Aye­let Sha­kek ha defi­nito il Bds «anti­se­mi­ti­smo in abiti nuovi». «Se non è poli­ti­ca­mente cor­retto oggi essere anti­se­miti, è invece molto ‘in’ essere anti Israele», ha com­men­tato.

Secondo il pre­mier Neta­nyahu «Chi boi­cotta non parla di Giu­dea e Sama­ria (Cisgior­da­nia, ndr), ma si rife­ri­sce allo Stato di Israele…un tempo la gente era abi­tuata a dele­git­ti­mare gli ebrei, ora la fa con il nostro Stato». Par­lando qual­che giorno fa in diretta tele­fo­nica ad un ampio raduno anti Bds a Las Vegas, Neta­nyahu ha avver­tito che la «dele­git­ti­ma­zione di Israele è una grande sfida per il popolo ebraico e lo Stato ebraico…deve essere com­bat­tuta e si è tutti in prima linea…Si tratta del nostro diritto di esi­stere qui come un popolo libero e del nostro diritto di difen­derci». Il mini­stro degli affari stra­te­gici, Gilad Erdan, è stato per­ciò inca­ri­cato di avviare al più pre­sto la con­trof­fen­siva al Bds ma anche di rispon­dere alle ini­zia­tive avviate dall’Autorità nazio­nale pale­sti­nese in varie sedi inter­na­zio­nali, come la recente richie­sta di sospen­sione di Israele dalla Fifa, riti­rata però prima del voto.

I pro­mo­tori del Bds non si lasciano inti­mi­dire, fanno sapere che pro­se­gui­ranno la loro cam­pa­gna e respin­gono al mit­tente l’accusa di anti­se­mi­ti­smo, sot­to­li­neando che il boi­cot­tag­gio ha lo scopo di col­pire le poli­ti­che di occu­pa­zione di Israele e soste­nere i diritti dei pale­sti­nesi. Negli Usa però dovranno fare i conti con un avver­sa­rio molto potente, Shel­don Adel­son. Il magnate ame­ri­cano ha annun­ciato l’impiego di grandi risorse finan­zia­rie e umane per com­bat­tere il Bds e ha messo insieme un coor­di­na­mento che coin­volge circa 50 orga­niz­za­zioni e asso­cia­zioni, anche cri­stiane. Il miliar­da­rio spiega che l’impegno sarà sud­di­viso tra tre gruppi: i finan­zia­tori, i mili­tanti che ope­rano sul ter­reno e le società di ricerca che dovranno dare infor­ma­zioni sugli atti­vi­sti del Bds. La con­ven­tion anti boi­cot­tag­gio a Las Vegas inol­tre ha pun­tato l’indice con­tro gli ebrei ame­ri­cani pro­gres­si­sti che offrono appog­gio a coloro che cri­ti­cano Israele e le sue politiche. Nena News

Categorie: Palestina

What’s next for Turkey?

Mar, 09/06/2015 - 09:45

With the Justice and Development Party losing its parliamentary majority in the general elections, a viable coalition is now unlikely and all signs point to a political crisis.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan

by Cengiz Candar – Al Monitor

By noon Turkish time on June 8, 96.6% of the ballots in the more than174,000 polling stations in Turkey’s parliamentary elections were counted. The results are in: The ruling Justice and Development Party (AKP) has lost its parliamentary majority and the pro-Kurdish Peoples’ Democratic Party (HDP), the new darling of Turkish pro-democracy forces and liberals, has passed the undemocratic 10% threshold with a 13.1% share of the vote.

The distribution of seats in the new Turkish parliament is as follows:

– 258 seats for the Islamist AKP (40.9%)
– 132 seats for the main opposition Republican People’s Party (CHP) (25%)
– 80 seats for the Turkish Nationalist Action Party (MHP) (16.3%)
– 80 seats for the pro-Kurdish HDP (13.1%)

Turnout was very high, with 86% of the electorate voting. This means some 3% more voters participated this year, compared with 83.16% in the 2011 general elections.

In the general election of 2011, the AKP won 327 seats with a 49.83% share of the vote, while the CHP won 135 seats with 25.98% and the MHP won 53 seats with 13.01%. The HDP did not exist at the time, and 35 pro-Kurdish independents were elected.

There is no debate that the victor this year is the HDP. The loser, just as certainly, is President Recep Tayyip Erdogan, in what is widely seen as a tacit referendum on his presidency. Elected to the post less than a year ago with 52% in the first round, Erdogan had vigorously campaigned for a strong following to enable amending the constitution to give Turkey a presidential system and himself executive powers.

Selahattin Demirtas, the rising Kurdish star of Turkish politics, said in his victory speech late on election night, “As of this hour, the debate about the presidency, the debate about dictatorship is over. Turkey averted a disaster at the brink.” His statement was met with the cheers of a jubilant crowd. Addressing Erdogan, the crowd said, “We prevented you from becoming the president [you wanted to be].”

In the beginning of the campaign, Erdogan sought 400 seats for the AKP. Then, he lowered his hopes to 330 seats, the number necessary to hold a referendum for constitutional amendment. Finally, in the last weeks he resigned himself to 276 seats, the minimum majority to form a single-party government.

The result is clear: The AKP lost not only around 10% of its previous support, but despite being the leading party, lost nearly 70 seats and fell 18 seats short of the number needed for single-party rule. For the first time since 2002, the AKP, which had won with safe margins in 2007 and 2011, lost its right to form a single-party government.

This significant setback for Erdogan and the AKP immediately gave way to speculation on what is next. Since there can be no single-party government with the current distribution of the 550 parliament seats, a coalition of parties must receive a vote of confidence and start running the country. Another option is forming a minority government if there is a supportive consensus. Needless to say, any such government will be at the mercy of the parties it has to count on.

Under Turkey’s constitution, the president can call for another election if the parties fail to form a government and receive a vote of confidence within 45 days. The election must be repeated within three months of that period.

Erdogan, however, still holds some cards to play, though he might be reluctant to act because a redo would be double-edged sword for him and the AKP.

The election results are indicators of Turkey’s new balance of power, which is not likely to change in three months. And if it does, it might change further to the detriment of the standing of Erdogan and the AKP, since it is now obvious that Erdogan can be stopped and the AKP is no longer invincible.

One of the first consequences of the elections will be an internal debate in the AKP. Although the AKP chairman, Prime Minister Ahmet Davutoglu, made a victory speech from the balcony of the AKP headquarters in Ankara, his remarks were far from convincing.

Davutoglu was also flanked by party elders such as Deputy Prime Minister Bulent Arinc, former Deputy Prime Minister Besir Atalay and also Foreign Minister Mevlut Cavusoglu. Each showed stony faces, gazing at the ground rather than displaying the jubilant attitude Davutoglu was trying to create during his speech, as if he were still campaigning.

A tweet that circulated widely read, “Somebody should remind Davutoglu that they are not in power anymore, lost 10%, nearly 6.5 million votes and dropped from 311 seats to 258.”

Diken, an influential digital media outlet, reminded readers that Davutoglu stated on May 9 that if the AKP does not win the elections with a parliamentary majority, he would “resign on June 8.”

A debate that may erupt among the AKP ranks will possibly draw former president and party founder Abdullah Gul back to the AKP ranks. The blame game will be played: Is it because of Erdogan or his “inadequate” successor, Davutoglu? This lack of unity makes the option of a minority AKP government quite a weak possibility with Davutoglu at the helm, even if he manages to stay there.

It is too early to tell what Erdogan’s game plan will be. For the first time in months, he did not appear before the cameras and made only a sober written statement the day after the election. Whether he will push for a change in the AKP leadership, or the ranks of the party will rise against him, is too early to tell. None of these possibilities can be ruled out at the moment.

Arinc suggested June 8 that the three opposition parties — the CHP, MHP and HDP — form a coalition government. However, perhaps inadvertently, MHP chairman Devlet Bahceli declared on election night that the MHP will stay out of any coalition, proposing an AKP-CHP-HDP coalition instead. He also stressed that the MHP is ready for an early election.

The HDP leadership has also released a statement ruling out any coalition with or any support for the AKP. No coalition involving both the HDP and the MHP seems viable or at all likely.

It is still too early to discuss any other coalition alternatives, either between the CHP and the AKP or between the CHP and the MHP or the HDP.

The AKP is on the verge of an internal crisis and appears a shell-shocked political force in decline. A coalition with the AKP would be a fatal spider’s kiss for the ascending parties or for the CHP, which did not make any gains but maintained its status in Turkey’s complex political equation.

All signs point to a political crisis or impasse for Turkey. There is at this very moment no likelier alternative, in terms of a coalition government, a minority government or a new election cycle.

We are in for intensive political maneuvering. The passage of time might be accompanied by dire economic developments that would further complicate a way out based on a national consensus. Nevertheless, none of these uncertainties came as a surprise. They were all predicted.

No matter what is in store for the days to come, it is a day for celebration in Turkey for a very simple reason: On June 7, the worst was averted.

Categorie: Palestina

YEMEN. Guerra dei droni, la famiglia Ali Jaber denuncia Obama

Mar, 09/06/2015 - 08:15

Nel 2012 un drone anti-al Qaeda uccise due membri della famiglia di Faisal Ali Jaber che tenta di trascinare la Casa Bianca in tribunale. Con due obiettivi: ricevere delle scuse e mettere in discussione la legalità degli attacchi a distanza.

Un veicolo colpito da un missile lanciato da un drone Usa in Yemen (Foto: Stringer/Reuters)

della redazione

Roma, 9 giugno 2015, Nena News – La famiglia yemenita Ali Jaber denuncia Obama per l’uccisione di due suoi membri il 29 agosto 2012, centrati da un drone statunitense della famigerata guerra a distanza contro al Qaeda. L’obiettivo di Faisal Ali Jaber, che ha perso il cognato Salem e il nipote Waleed, è ottenere dalla Corte Distrettuale di dichiarare l’attacco con i droni illegali e quindi da Washington scuse ufficiali per l’uccisione di civili innocenti.

Perché, spiega l’associazione per i diritti umani Reprieve, che segue il caso degli Ali Jaber, l’obiettivo finale è far cadere la patina di segretezza che circonda la guerra con i droni e costringere gli Stati Uniti ad assumersi le responsabilità dei tanti civili uccisi in Yemen sotto l’ombrello della guerra ad al Qaeda.

Quel giorno di tre anni fa Salem Ali Jaber, marito e padre di 7 bambini, religioso che si era schierato contro il movimento qaedista e che aveva tenuto pochi giorni prima un duro discorso contro il gruppo, era stato convinto da tre ragazzi ad andare con loro in alcuni villaggi a est dello Yemen per tenere discorsi simili alla popolazione. Waleed, 26 anni, poliziotto, una moglie e un figlio, aveva deciso di andare con lui. L’auto è stata centrata da quattro missili Hellfire nel villaggio di Khashamir.

“I corpi di tutti e cinque erano a pezzi – si legge nella denuncia – Salem e Waleed furono identificati solo perché la gente li conosceva bene e poterono riconoscere pezzi di corpo”.

“Dal quel giorno maledetto in cui ho perso due cari, la mia famiglia e io chiediamo al governo statunitense di ammettere l’errore e scusarsi – ha spiegato alla stampa Faisal – Le nostre richieste sono state ignorate. Nessuno ammetterà pubblicamente che un drone americano ha ucciso Salem e Waleed, anche se lo sanno. È ingiusto”.

Soprattutto se è vero quanto riportato dal sito The Intercept che ha pubblicato documenti segreti dell’intelligence Usa: fin da subito Washington sapeva di aver ucciso dei civili. Dalle autorità yemenite la famiglia Ali Jaber ha ricevuto 155mila dollari in contanti per la perdita. Non è dato sapere se fossero stati girati dagli Stati Uniti, ma Faisal ne è convinto: “Se gli Usa hanno pagato la mia famiglia in segreto, perché non possono semplicemente ammettere in pubblico che i miei cari sono morti per errore?”.

Una denuncia che potrebbe aprire la strada ad altre denunce: è quello che spera la famiglia Ali Jaber, che se la Casa Bianca fosse costretta dalla corte alle scuse ufficiali, tanti altri casi simili verrebbero alla luce.

Secondo il Bureau of Investigative Journalism, i droni Usa in Yemen hanno ucciso 673 persone, di cui 100 civili tra il 2002 e il 2015. E al Qaeda non è stata sradicata: il più potente e organizzato braccio dell’organizzazione, al Qaeda nella Penisola Arabica (Aqap), contro la quale Washington ha lanciato una campagna militare e di propaganda è più viva che mai e oggi controlla quasi un’intera provincia a sud dello Yemen. Con il beneplacito indiretto della coalizione anti-sciiti messa in piedi dall’Arabia Saudita che bombarda ribelli Houthi e civili yemeniti ma non pare più di tanto interessata a colpire al Qaeda. Perché, nella guerra per procura all’Iran, al Qaeda fa il gioco di Riyadh, organizzando operazioni militari contro il nemico comune, il movimento sciita degli Houthi.

Lo schiaffo di Hadi al negoziato Onu

A pochi giorni dal lancio dell’iniziativa Onu a Ginevra, il negoziato tra ribelli sciiti Houthi e governo Hadi, il presidente esiliato – che la scorsa settimana aveva detto di voler prendere parte al tavolo del dialogo – ieri ha di nuovo indebolito alla base gli sforzi delle Nazioni Unite. Ponendo una precondizione, destinata a uccidere il negoziato: a Ginevra non si deve parlare e non si parlerà di transizione politica ma solo dell’implementazione della risoluzione 2216 dell’Onu, che impone agli Houthi il ritiro dalle zone occupate e l’abbandono delle armi.

“Non ci saranno negoziati – ha detto Hadi alla tv al-Arabiya – Ma solo una discussione su come implementare la risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu. Ci consulteremo”. Nena News

Categorie: Palestina

ISRAELE. Cina: “I nostri lavoratori non vanno impiegati nelle colonie”

Mar, 09/06/2015 - 07:09

Stallo nel negoziato tra Pechino e Tel Aviv sull’accordo per l’ingresso di migliaia di lavoratori cinesi. Dietro l’immigrazione straniera sta l’enorme business delle società private israeliane.

Lavoratori cinesi nel settore delle costruzioni in Israele

di Chiara Cruciati

Gerusalemme, 9 giugno 2015, Nena News – I lavoratori cinesi immigrati in Israele non devono essere impiegati nelle colonie nei Territori Occupati. Questo sarebbe l’ostacolo, secondo fonti israeliane anonime, alla sigla di un accordo tra Tel Aviv e Pechino per l’arrivo di migliaia di lavoratori cinesi in aziende israeliane di costruzione.

La preoccupazione del governo cinese sarebbe legata alle promesse elettorali del premier Netanyahu, rieletto il 17 marzo: intensificazione della costruzione di colonie in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, considerata illegale dal diritto internazionale. Per farlo servono più lavoratori, da cui il tentativo di farne partire altre migliaia dalla Cina. Lo stesso ministro delle Finanze, Moshe Khalon, ha parlato del piano di inserimento di lavoratori cinesi proprio per accelerare la costruzione di nuove case e quindi abbassare i prezzi.

Ma Pechino potrebbe mettere il veto: sì all’ingresso ma solo se non saranno impiegati nelle colonie. “Stiamo negoziando con la Cina un accordo per l’arrivo di altri migliaia di lavoratori – ha detto il funzionario del governo israeliano, in condizione di anonimato, all’Afp – Ma per il momento il negoziato è fermo a causa di alcuni problemi, compreso l’impiego di tali immigrati nelle colonie in Giudea e Samaria [come viene chiamata, con nome biblico, la Cisgiordania dalle autorità di Tel Aviv, ndr]. Pechino chiede che gli si assicuri che i lavoratori non saranno mandati lì”.

L’accordo in questione ne andrebbe a sostituire uno precedente, che prevedeva il rapporto diretto con compagnie private ma che aveva generato seri problemi legati a violazioni delle leggi sul lavoro. E se Pechino non commenta, lo stesso funzionario israeliano ha tenuto a specificare che tale condizione non è legata alla campagna di boicottaggio che tanti grattacapi sta provocando ai vertici di Tel Aviv. È al contrario, dice, legata al sostegno della Cina alla soluzione a due Stati e quindi alla creazione di uno Stato palestinese nei territori occupati nel 1967 da Israele.

La notizia, però, giunta a pochi giorni dalle dichiarazioni dell’amministratore delegato della compagnia francese Orange, che ha fatto sapere di voler disinvestire dalla compagnia telefonica partner in Israele, non fa certo fare i salti di gioia al premier Netanyahu. Nè alle tante compagnie private che negli anni hanno guadagnato milioni nel grande e profittevole business dell’immigrazione per lavoro dal sud est asiatico.

Dopo la diminuzione di lavoratori palestinesi in Israele, a seguito della Seconda Intifada, della costruzione del muro e dell’implementazione del complesso sistema dei permessi, Israele si è rivolto all’Asia e all’Est Europa per sostituire – soprattutto nel settore delle costruzioni – i muratori e gli operai palestinesi, attraverso accordi bilaterali con Romania, Moldavia, Bulgaria, Thailandia e Sri Lanka. In breve tempo si è venuto a creare un sottobosco di aziende e società che gestiscono l’assunzione e l’arrivo per periodi limitati di lavoratori stranieri, grazie agli appalti generosamente forniti dal governo israeliano. Ogni lavoratore straniero paga alla società israeliana una quota (tra i 5mila e i 6mila dollari) per poter accedere al mercato del lavoro israeliano. Per questo i contratti non superano i 5 anni: una volta che il lavoratori è costretto ad andarsene, un altro lo sostiuisce oliando costantemente la macchina del business interno.

Un sistema che ha provocato più di una polemica in Israele a causa degli scarsi controlli su queste società private, accusate in alcuni casi di violazioni gravi dei diritti dei lavoratori.

Lo scorso anno la quota massima di lavoratori stranieri da impiegare in Israele era stata aumentata dal governo da 8mila a 15mila unità. Oggi sarebbero circa 45mila gli operai arrivati da fuori il paese. L’organizzazione israeliana per i diritti dei lavoratori, Kav LaOved, ha raccolto testimonianze di immigrati costretti a pagare commissioni di 30mila euro alle compagnie che ne hanno permesso l’ingresso in Israele, una grave violazione della stessa legge israeliana. E un modo per ricattare il lavoratore: in media un muratore guadagna 1.550 dollari al mese: per poter coprire tale quota è costretto a restare legato al contratto con la compagnia per anni. Nena News

Categorie: Palestina

Turning a south Lebanese village into Israel’s next target

Lun, 08/06/2015 - 13:07

I have visited the villages where the New York Times says people are being turned into human shields for Hezbollah weapons. By using Israeli army intel without verifying its claims, the NYT helps legitimise Israel’s next war 

Il villaggio di Muhaybib

by Belen Fernandez – Middle East Eye

Roma, 8 maggio 2015, Nena News – As we approach 25 May – the 15th anniversary of Israel’s forced withdrawal from Lebanon following a nasty 22-year occupation – it seems the Israelis are itching for another showdown.

This, at least, is the hunch one gets after perusing Isabel Kershner’s recent New York Times dispatch, datelined Tel Aviv: “Israel Says Hezbollah Positions Put Lebanese at Risk.”

An example of militarised journalism par excellence, it reads a bit like a press release for the Israel Defense Forces, in which Israeli army officials and experts sound off on Hezbollah’s alleged activities in south Lebanon.

Kershner makes a half-hearted attempt to glaze her report with a veneer of impartiality by continually casting the allegations as what “Israel says”  (e.g. “Israel says the situation is similar in the Gaza Strip, where, it says, Hamas is using the same tactic of hiding its forces among civilians”).

But the fact of the matter is that Israel is given so much space in which to say things that one begins to wonder why the Times doesn’t give up trying to make a buck off of subscriptions and instead start invoicing the IDF for PR services.

The piece begins with Kershner hovering vicariously over a village in south Lebanon, one of two hamlets with the misfortune to be targeted by name:

“Viewed from the air, Muhaybib looks like a typical southern Lebanese village – a cluster of about 90 houses and buildings punctuated by the minaret of a mosque and surrounded by fields.”

Normalcy lasts only a split second, and we move in for the kill: “But when the Israeli military trains its lens on that hilltop Shiite village close to the border, it sees nine arms depots, five rocket-launching sites, four infantry positions, signs of three underground tunnels, three anti-tank positions and, in the very center of the village, a Hezbollah command post.”

Hezbollah’s wanton militarisation of Muhaybib and other southern Shiite villages is, we are told, supposedly illustrated in maps and aerial photography handed over to the Times by Israel, which “says this amounts to using [village] civilians as a human shield”.

The paper has included a few of these damning graphics for our viewing pleasure. Without the trusted guidance of the IDF, photographs of a door, some rocks, and a hole in the ground might have seemed slightly more innocuous in nature.

Setting the stage

The precision with which Israel has purported to tally Muhaybib’s militant amenities -nine arms depots, four infantry positions – confers an apparent truthfulness upon the allegations. These things have been counted, therefore they must exist.

But when it comes to intelligence gathering, precision has never been Israel’s forte. Rather, a seemingly wilful imprecision has enabled the slaughter of everyone from children playing football in the Gaza Strip to civilians sheltering at a United Nations base in Qana, south Lebanon. Hardly exceptions to the rule, these sorts of massacres have become standard operating procedure.

The latter episode, which took place in 1996 with the help of an Israeli drone and killed more than 100 people, is incidentally mentioned in Kershner’s article during one of her brief trespasses into the opposing viewpoint.

An important question is thus raised: given the IDF’s homicidal behavioural patterns, why assist journalistically in paving the way for further atrocities without vetting the information provided by said homicidal army?

Think of it this way: If ISIS were to hand you pictures of a cheese grater and tell you it’s a satellite image of chemical weapons belonging to Bashar al-Assad, you wouldn’t take their word for it. But more on this subject later.

Kershner never specifies what variety of Israeli “lens” was used to assess the topography of Muhaybib, but the IDF presumably has plenty of lenses to choose from, thanks to its near-constant violation of Lebanese airspace with drones, supersonic jets, and other anxiety-inducing objects.

Whatever model it was, the lens did a bang-up job. Muhaybib is, it seems, just the tip of the iceberg of south Lebanon’s Hezbollah-fication. In the nearby village of Shaqra, home to approximately 4,000 people, the lens has identified “about 400 military sites and facilities belonging to Hezbollah”, writes Kershner.

And that’s not all. Continuing her reckless flyover of Lebanese territory, Kershner reports: “Zooming out over a wider section of southern Lebanon, the Israeli military says the number of potential targets for Israel in and around villages runs into the thousands”.

In portraying the area as up to its ears in Hezbollah, Kershner and her pen are, of course, preemptively justifying the Israeli elimination of each and every one of those targets – and whatever collateral damage that might entail.

Promiscuous projectiles

By this point in the article, many readers might be wondering how it is that Hezbollah has managed to cram one military site per 10 people into parts of the country. As I pointed out in a recent post for Jacobin Magazine, the elevated estimates of military-sites-per-capita may have something to do with Israel’s documented inability to distinguish Lebanese milk factories from Hezbollah command centres.

And although the IDF is endeavouring to attract attention by portraying the alleged conversion of civilian areas into military compounds as a new and dangerous threat, they’ve been saying the same thing for years.

Back in July of 2006, when Israel launched a 34-day assault on Lebanon that killed 1,200 people – the majority of them civilians – Israeli foreign minister Tzipi Livni made creative excuses for the IDF’s glaring lack of surgical precision.

According to Livni, Israeli intelligence had determined that many south Lebanese civilians had Katyusha rockets and other varieties stored under their beds: “When you go to sleep with a missile, you might find yourself waking up to another kind of missile.” Ah, those promiscuous projectiles.

Now, it seems, the cohabitation between civilians and military hardware has become so entrenched that you don’t even need to be sleeping with a Lebanese missile to be fair game for an Israeli one; merely existing in the area suffices. Kershner quotes Israel’s former chief of military intelligence, Amos Yadlin, on the decreasing options for civilian identity in south Lebanon: “We already made it clear in 2006 that people in the villages do not have immunity if we have intelligence that they intend to fire at Israel.”

Bye bye, Geneva Conventions – not that Israel was ever beholden to them in the first place. One of the many problems with Yadlin’s oh-so-sophisticated logic is that it authorises collective punishment based on the supposition that the Israelis are endowed with some omniscient capacity to detect intent. Ergo, an arsenal amassed to defend Lebanon from Israel’s predatory and punitive policies is appraised as offensive in nature, thereby justifying further punitive measures by Israel.

Another complication stems from Israel’s modus operandi vis-à-vis persons who are quite clearly not intending to fire at Israel, such as the 23 civilians – mainly children – who in July 2006 were massacred at close range by Israeli helicopter while fleeing their homes in south Lebanon. They were doing so under Israeli orders.

South Lebanon in three easy steps

After 11 paragraphs of faithfully transmitting the Israeli line re the current state of Hezbollahlandia, Kershner admits in her article that “the Israeli claims could not be independently verified”.

And there we have, plain as day, the reason the thing shouldn’t have been written in the first place. But it was written, and no stab was taken at a verification process that would have been about as straightforward as it gets.

As I noted at Jacobin, the New York Times happens to possess a vast quantity of resources, among them a bureau in Beirut, Lebanon’s capital city, which is a mere two hours’ driving time from the south of the country.

Why no one from said bureau could have undertaken this drive prior to the publication of such an explosive piece is perplexing, particularly since a note at the bottom of the article specifies that “Anne Barnard contributed reporting from Beirut”.

Had Barnard or someone else been dispatched on a reconnaissance mission, the piece might have acquired a more balanced perspective – or at least a sentence along the lines of: “During a visit to Muhaybib, south Lebanon, the New York Times did not trip over any Hezbollah command posts.”

In the event, the newspaper would like to stage a visit at some point in the future, I’d be happy to give them some pointers. I myself rented a car the other day, for 25 dollars, and drove to both Muhaybib and Shaqra. No Israeli-issued map was necessary; I simply proceeded from the south Lebanese city of Tyre up into the hills past the memorial to the Qana massacre victims, and then asked for directions.

The first time I visited this particular section of the south near the Israeli border was shortly after the end of the 2006 war, when a friend and I decided to conduct a hitchhiking tour of Lebanese rubble. In spite of Israeli squawking about Hezbollah’s use of human shields to protect its weaponry, the only armaments on display at the time were ginormous unexploded cluster munitions scattered across select southern thoroughfares – past which two young men who picked us up hitchhiking enjoyed driving at high speeds.

These particular Israeli party favours have long since been removed, though many of the estimated four million cluster bombs with which Israel saturated south Lebanon in the last war continue to litter the landscape in unexploded form, periodically killing and maiming children and other living things. This is an area, in short, in which you might be forgiven for going to sleep with a missile.

Human shields galore

As I approached Shaqra the other morning, a series of Lebanese martyr portraits lining the road reiterated the human toll of Israel’s quest for regional dominance. Inside the village, Shaqra’s current crop of human shields went about their morning routines: going to school, going to the bakery, opening up shops, setting out café tables.

I meanwhile set out in search of the 400 military sites and facilities belonging to Hezbollah, which I did not find, although I did find some houses, some farms, some hair salons and clothing stores, a colourful establishment offering “Botox filling”, an equally colourful establishment called “Magic Land”, a painting of Che Guevara, a pond with rancid water, and a graffito reading “THUG LIFE”.

I then drove on to tiny Muhaybib, the place Kershner describes as “look[ing] like a typical southern Lebanese village” when “viewed from the air”. I arrived to find that, when viewed from the ground, it also looks like a typical Lebanese village.

One human shield, a woman with two mini-human shields in backpacks by her side, waved to me from behind the oversized martyr portrait in front of her house. From a nearby garden, another shield – an elderly woman and thus presumably a repeat offender – grinned widely and directed me down a dead-end road, from which I then emerged with the help of a middle-aged male shield with braces.

At the local mosque, I mistook a martyr portrait for an armed guard, made sure no one had witnessed me ask a poster a question, and headed home.

Graphic accompanying Kershner’s NYT article. The caption reads: “A slide from an Israel Defense Forces presentation that it says illustrates how Hezbollah has moved military facilities into civilian areas”.

Along the way I saw plenty of rocks, trees, and doors – some of the featured items in the above graphic accompanying Kershner’s article.

Preemptive strike

Obviously, the point of taking issue with Kershner’s New York Times piece is not to deny that Hezbollah is extremely well armed. They are. But they’re also famously professional and know not to leave their war toys lying around for the IDF “lens” to spy on.

In a 2006 report, Human Rights Watch claimed that, although Hezbollah “occasionally” placed weapons in “populated areas”, these limited cases did “not justify the IDF’s extensive use of indiscriminate force” in its summer assault on Lebanon. And while there was clearly no love lost between HRW and the Party of God, the report “found no cases in which Hezbollah deliberately used civilians as shields to protect them from retaliatory IDF attack”. Furthermore, HRW emphasised that “in none of the cases of [Lebanese] civilian deaths documented in this report is there evidence to suggest that Hezbollah forces or weapons were in or near the area that the IDF targeted during or just prior to the attack”.

But what Kershner has now done, most problematically, is to paint the south Lebanese landscape as so thoroughly and blatantly militarised – its villages teeming with arms depots and the like – that a whole section of the country is lucky if it’s perceived as having a civilian population at all. And the fewer civilians that are perceived to be running around a territory the IDF is longing to blow up, the more leeway it has.

Kershner appears to know full well what she’s up to. The current Israeli ruckus over Hezbollah’s alleged fortification of villages is, she surmises, part of an effort “to pre-empt or deflect the inevitable international censure that comes with civilian casualties”.

Thanks in part to articles like hers, however, Israel is saved from having to fight this battle alone. The collaborative arrangement hasn’t gone unnoticed by the Israeli newspaper Haaretz, which ran the recent headline: “Israel’s secret weapon in the war against Hezbollah: The New York Times.”

Of course, this is hardly the first time the Times has gone to war on behalf of the Jewish state. Back in 2002, three days prior to Israel’s deadly rampage in the Palestinian town Jenin, foreign affairs columnist Thomas Friedman decreed that “Israel needs to deliver a military blow that clearly shows terror will not pay”.

As veteran British journalist Robert Fisk recalls in The Great War for Civilisation: The Conquest of the Middle East: “Well, thanks, Tom, I said to myself when I read this piece of lethal journalism a few days later. The Israelis certainly followed Friedman’s advice.”

And while Kershner’s intervention is less transparently lethal than Friedman’s, she, too, deserves some thanks. But in her defence, it’s not her fault the US newspaper of record intermittently consents to serve as a propaganda arm for the Israeli military. (As far back as 1982, even Friedman was censored by editors for referring to Israel’s indiscriminate shelling of Muslim West Beirut as indiscriminate.)

Then again, the New York Times is largely a reflection of the views of the establishment, which aren’t too friendly to opponents of Israel. For an example of how these prejudices play out in real life, consider a Times headline from July 2006, 10 days into the Israeli-administered carnage in Lebanon: “U.S. Speeds Up Bomb Delivery for the Israelis.”

Two-tier humanity

The dehumanising discourse deployed in the West against Arabs and Muslims also works in Israel’s favour, with the Israelis cast as “like us”- i.e. inhabiting a superior tier of humanity despite frequently inhuman behaviour.

The upshot is that, if you’re a south Lebanese civilian, there’s a lot you’re up against. In Kershner’s article, you’ve got one solitary “Hezbollah sympathiser” who speaks vaguely in your defense – but it’s his word against those of a whole line-up of Israeli military officials and experts, one of whom warns that “many, many Lebanese will be killed” in the next round of Israel vs Hezbollah.

The blame for the impending deaths is conveniently placed on the latter contender on account of its supremely dangerous military build-up. No regard is paid to the fact that, when it comes to military destruction of life and property, the IDF has the Party of God beat hands down.

Furthermore, Israel isn’t exactly qualified to go around decrying the militarisation of villages given its own existence as one big militarised village with a universal military draft. If we wanted to get nitpicky, we could ask just how “civilian” universally drafted civilians are.

Last year, the Mondoweiss website drew attention to a potential conflict of interest arising from Kershner’s son’s own service in the IDF. With her preemptive strike on south Lebanon, she too has enlisted – and put a new spin, perhaps, on the concept of combat journalism.

– Belen Fernandez is the author of The Imperial Messenger: Thomas Friedman at Work, published by Verso. She is a contributing editor at Jacobin magazine.

The views expressed in this article belong to the author and do not necessarily reflect the editorial policy of Middle East Eye.

Categorie: Palestina

La doppia opposizione siriana

Lun, 08/06/2015 - 12:10

Al via oggi al Cairo due giorni di incontri tra diverse fazioni dell’opposizione anti-Assad per la nascita di una nuova formazione che, stando ai promotori, sarà “completamente differente dal Consiglio Nazionale”. Forte presenza della minoranza parlamentare “tollerata” dal regime e volontà di negoziare con il presidente

(Fonte: Arabpress)

della redazione

Roma, 8 giugno 2015, Nena News – Un nuovo tipo di opposizione tenta di farsi largo nella galassia siriana e un nuovo attore regionale prova a giocarsi con la Turchia lo scettro di sponsor dello schieramento anti-Assad. Accade al Cairo, dove si apre oggi una conferenza di due giorni che si propone di riunire alcune fazioni dell’opposizione siriana per formare una coalizione alternativa alla cosiddetta opposizione “moderata” in esilio a Istanbul riconosciuta dalla comunità internazionale.

Secondo quanto riporta l’AFP, circa 200 figure provenienti da differenti fazioni armate e non sono giunte nella capitale egiziana per un meeting deciso lo scorso gennaio nel corso di una serie di incontri tra l’opposizione tollerata da Assad e presente nel parlamento di Damasco e alcuni rappresentanti del Consiglio Nazionale Siriano, organo politico della cosiddetta opposizione “moderata” in esilio in Turchia riconosciuta e sostenuta dalla quasi totalità della Comunità internazionale.

Haytham Manna, esponente veterano dell’opposizione e organizzatore chiave della manifestazione ha dichiarato che forze “arabe, curde e di tutte le fedi saranno presenti alla riunione per eleggere un comitato politico che adotti una road map e rediga una carta”, rivelando che la nuova formazione, chiamata “Opposizione Nazionale Siriana”, sarà “completamente differente dal Consiglio Nazionale”. Dopo le formalità, i rappresentanti del nuovo schieramento incontreranno l’inviato Onu per la Siria Staffan de Mistura.

Non è ancora stato reso noto il peso dei membri del Consiglio di stanza a Istanbul, né è stato precisato se parteciperà anche l’Esercito Libero Siriano, ma Manna ha chiarito che si tratterà di un incontro “al 100 per cento siriano e da noi finanziato, non controllato da nessuno e gestito da qualcuno con un ordine del giorno puramente siriano”.  A testimonianza delle differenze con l’attuale organo di opposizione politica, che ha disertato a più riprese i colloqui organizzati a Mosca, c’è la volontà dichiarata di negoziare con Assad: un’eventualità che l’opposizione stanziata a Istanbul rifiuta da 4 anni e oltre 220 mila morti.

Resta anche da capire il ruolo dell’Egitto: sebbene Manna assicuri che il Cairo ospiterà solo la conferenza e non interferirà con essa, è indubbio il fatto che al-Sisi stia cercando di emergere dalle ceneri dei conflitti regionali. A cominciare dalla vicina Libia, sulla quale oggi si apre a Rabat un giro di colloqui organizzato dall’Onu e fortemente sponsorizzato da Italia, Algeria ed Egitto per una soluzione politica tra i due governi paralleli. Nena News

 

 

Categorie: Palestina

TURCHIA. Il sultano non ride più

Lun, 08/06/2015 - 10:24

Il partito del presidente Erdogan vince nettamente nelle parlamentari di ieri. Tuttavia, il suo Akp non ha i seggi necessari per avanzare l’ambito referendum costituzionale, né potrà formare da solo un governo di maggioranza. Festeggia la sinistra pro-curda guidata da Dermitas

di Roberto Prinzi

Roma, 8 giugno 2015, Nena News – Dopo 13 anni di successi elettorali incontrastati, il “sultano” Erdogan deve ammettere la sconfitta. Non sono bastate le sue grida isteriche contro gli appartenenti allo “stato parallelo”, contro gli “armeni” del partito di sinistra Hdp, né tanto meno l’utilizzo della repressione contro qualunque forma di dissenso. Alla fine il presidente non è riuscito nel suo intento: conquistare i tre quinti della Grande assemblea nazionale (il parlamento) indispensabili per cambiare la costituzione e ampliare i suoi poteri presidenziali.

Certo, ha vinto. E pure nettamente. Il suo Akp, infatti, si è di nuovo confermato la prima forza del Paese mantenendo ad una distanza di 16 punti percentuali il suo principale oppositore, il partito repubblicano del popolo (Chp). Tuttavia, il calo di consensi è evidente. Nella scorsa tornata elettorale l’allora premier Erdogan aveva ottenuto il 49,83% dei voti, 9 punti in più rispetto al 40,80% di ieri. Tradotto in seggi, questo dato vuol dire aver perso un “tesoretto” di 70 deputati (da 327 del 2011 agli attuali 254/257). Con questi numeri il presidente, rappresentato nel governo dal delfino Ahmet Davutoglu, deve deporre in un cassetto almeno per ora i suoi sogni di “sultanato” rivestito di presidenzialismo. E’ questo il principale elemento politico che emerge dalle urne turche. E’ questo quello che ha voluto esprimere in primo luogo il popolo turco. Se l’Akp è deluso, festeggia il partito del popolo democratico (l’Hdp) che riuscirà finalmente a portare in parlamento i curdi all’interno di uno stesso raggruppamento.

Con i risultati elettorali di ieri si apre ora in Turchia una fase politica incerta. L’Akp (259 seggi sui 550 complessivi) non potrà dare vita da sola ad un esecutivo e, pertanto, dovrà trovare un alleato per allestire un governo di coalizione. La procedura sarà la seguente: il presidente Erdogan dovrebbe chiedere all’Akp (il partito più grande) di presentare un esecutivo entro 45 giorni. Il nuovo governo presenterà alla Grande assemblea il suo programma e su di esso sarà votata o meno la fiducia. Qualora il parlamento dovesse sfiduciarlo, il capo dello stato dovrà indire nuove elezioni. In realtà l’Akp potrebbe guidare il Paese anche con gli attuali numeri. Ma, debole per i pochi seggi, sarebbe sotto minaccia costante dell’opposizione.

“L’Akp ha detto che non accetterà un governo di coalizione, né appare probabile che gli altri 3 partiti accantonino le loro differenze” ha detto ieri sera Kilic Kanat, l’editorialista del quotidiano filogovernativo Daily Sabah. Secondo Kanat, è difficile ipotizzare un’alleanza tra il partito del popolo repubblicano (Chp) l’Hdp e i nazionalisti del Mhp perché sono troppe le divergenze ideologiche tra i tre raggruppamenti. Ancora più improbabile è poi lo scenario in cui i nazionalisti scendano a compromessi con una formazione come l’Hdp che è filo-curda.

Viste queste premesse, sostiene Kanat, nuove elezioni potrebbero essere indette tra due mesi. L’unica possibile coalizione sarebbe quella rappresentata dall’ultra destra nazionalista del Mhp con l’Akp. Questa alleanza porrebbe la pietra tombale sul (già fermo) processo di pace con il partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) avviato da Erdogan alla fine del 2012. Le prime dichiarazioni post-elezioni dei nazionalisti sono vaghe. Il loro leader, Bahceli, ha escluso categoricamente qualunque coalizione alternativa. “Dovrebbe nascere un governo armonico. L’Akp si è impegnata a risolvere il conflitto curdo. Perciò, Akp e Hdp dovrebbero stare insieme” ha detto ieri commentando i risultati dello spoglio. Bahceli ha poi aggiunto: “il secondo modello è Akp-Chp-Hdp. Se dovesse nascere questa alleanza, noi saremo all’opposizione.

Se regna incertezza su cosa accadrà nel breve periodo, è possibile però fare alcune considerazioni su quanto è accaduto ieri.

a) La sconfitta di Erdogan

Il calo di deputati islamisti nella Grande assemblea è iniziato nel 2011. Allora, infatti, l’Akp conquistava 327 seggi (con quasi il 50% dei voti) laddove nel 2007 erano stati 341 (sebbene con una percentuale di preferenze leggermente più bassa). Ora assistiamo ad un vero tracollo con 50 parlamentari in meno. Di fronte a questi risultati, stonano le dichiarazioni del premier Davutoglu pronunciate ieri a spoglio concluso: “tutti dovrebbero sapere che l’Akp ha vinto le elezioni. Nessuno dovrebbe parlare di vittoria quando ha perso”. “Questa tornata elettorale – ha aggiunto il primo ministro – ha dimostrato che la spina dorsale della Turchia è l’Akp. L’Akp è in tutte le regioni e province. Faremo di tutto, all’interno del quadro politico, per mantenere la stabilità [del Paese] e dare conforto [alle persone] come hanno fatto i quadri dell’Akp negli ultimi 12-13 anni”. Quello che non ha detto, però, è che ciò a cui miravano gli islamisti non era la vittoria su rivali deboli e divisi (quella era data per scontata), ma la conquista di 330 seggi (i tre quinti della Grande Assemblea) indispensabili per Erdogan per modificare la costituzione del Paese in modo da avere più poteri come presidente. Ma se questo era un obiettivo complicato, molto più alla portata di mano sembrava il raggiungimento dei 276 seggi che avrebbe assicurato al suo partito una maggioranza minima per governare da solo il Paese. Invece anche su questo punto l’Akp ha fallito.

b) Il boomerang del 10%

Molto probabilmente Erdogan e il suo partito hanno pagato a caro prezzo la scelta di mantenere la soglia di sbarramento al 10% (un lascito del regime militare degli anni 80) per salvaguardare la “stabilità politica”. Se il limite per entrare in parlamento fosse stato del 5% o del 7% le cose forse sarebbero andate meglio all’Akp. Se anche non fosse riuscito con i numeri a ottenere il cambio di costituzione, avrebbe potuto conquistare più facilmente una maggioranza parlamentare. Questa possibilità dipende dal complesso sistema elettorale turco che può dare luce a rappresentanze parlamentari non corrispondenti al numero effettivo dei voti ottenuti da un partito. Nel 2002, per esempio, l’Akp ottenne una grande maggioranza, ma solo con il 34% dei voti (cioè 7 punti percentuali in meno rispetto a quest’anno). Inoltre, una soglia alta come quella posta al 10%, ha contribuito a compattare la sinistra che si è presentata unita (non più formata da candidati indipendenti come nelle passate elezioni) e che ha dovuto, per forza di cose, allargare il suo bacino elettorale. Scelte che hanno decisamente pagato.

c) Centralità della questione curda

La presenza massiccia (78 seggi) nel prossimo parlamento della sinistra dell’Hdp mostra quanto le voci delle regioni a sud est della Turchia (dove vi è una forte presenza curda) non possano restare più inascoltate. Il tema della pacificazione del Pkk non può essere una questione marginale per Ankara. Le grida di gioia e i festeggiamenti di ieri sera avvenuti a Diyarbakir per la vittoria dell’Hdp – descritti con grande pathos anche da buona parte della stampa mainstream occidentale – riportano la questione curda al centro del dibattito politico nazionale ed internazionale. Sarebbe però miope ed errata una lettura degli eventi che non inserisce la questione dei curdi turchi nel contesto regionale. Quanto accade negli ultimi mesi nella provincia di Hasakeh (nord-est della Siria), dove i miliziani dello Stato islamico (Is) minacciano sempre di più da vicino i territori dei curdi siriani, non può essere disgiunto da quanto accade a Diyarbakir in Turchia e Erbil nel nord dell’Iraq. Sebbene siano in pochi a sottolinearlo in queste ore, la “sconfitta” di Erdogan è stata anche una bocciatura delle politiche scellerate pro-Is (e anti-curde) di Ankara.

d) La sinistra turca ha un leader

E’ stata la vittoria soprattutto di Selahattin Dermitas, il leader dell’Hdp. Dermitas è stato molto abile ad allargare la base elettorale del suo raggruppamento anche ad altre realtà della società turca. Per questo motivo è riduttivo definire la sua formazione politica solo come “partito dei curdi”. Nell’Hdp convivono forze progressiste, ma anche liberali, omosessuali affianco a conservatori musulmani. Dermitas ha messo da parte le istanze più radicali della sinistra per dare la possibilità di unire in un orizzonte comune delle idee fondamentali non negoziabili: il rispetto dei diritti umani, civili e democratici nel Paese. Valori quanto mai avvertiti come necessari ed inalienabili sotto il regime del “sultano” Erdogan. Tuttavia, nel suo accogliere voci diversi, l’Hdp non ha mai strizzato l’occhio al centro sinistra rappresentato dal Chp (il partito kemalista) nel tentativo di costituire con esso un “blocco democratico”. Ha conservato gelosamente la sua identità di sinistra. Commentando l’exploit elettorale di ieri, Dermitas ha affermato: “questa vittoria è di tutti gli oppressi, arabi, ebrei, turchi, curdi, di tutti gli emarginati, dei contadini e dei lavoratori. E’ loro questa vittoria. E’ la nostra vittoria comune. E’ la vittoria di chi vuole una costituzione civile diversa da quella scritta durante il golpe militare. E’ la vittoria di un popolo dalla grande dignità che vuole vivere con onore. E’, in particolare, la vittoria delle donne”. Queste parole rappresentano il manifesto politico dell’Hdp

e) Rimandato il partito kemalista

C’è chi ha provato a sminuire il successo alle urne di Dermitas affermando che molti dei voti ottenuti dal suo partito provengono da sostenitori kemalisti. Secondo questa lettura, infatti, parte dell’elettorato vicino al partito repubblicano avrebbe votato l’Hdp soltanto per fargli superare la soglia del 10% in modo tale da togliere voti (e quindi seggi) a Erdogan. Un passaggio di voti, non ancora quantificabile, indubbiamente ci sarà stato. Ma non sembra avere inciso più di tanto. Il partito di Kemal Kilicdaroglu, infatti, ha praticamente ottenuto il medesimo risultato in termini di voti e seggi di quattro anni fa. Si sono rafforzati i nazionalisti che riusciranno a portare in parlamento 30 candidati in più. Quello che invece va sottolineato a proposito del Chp è che non è riuscito a scalfire la forza dell’Akp. E’ questo è un problema politico non irrilevante.

f) Lo spirito Gezi

E’ vero che in queste elezioni una gran parte del popolo turco ha detto no al tentativo di Erdogan di cambiare la costituzione. Ma sul banco degli imputati è salita anche la politica economica ed estera dell’Akp. E’ stata la vittoria dei tanti manifestanti scesi in piazza a Gezi Park nel 2013 per opporsi al liberismo sfrenato ricoperto di valori islamici dall’Akp. E’ stata la vittoria delle decine di curdi uccisi perché protestavano per il collaborazionismo di Ankara con i miliziani dell’Is mentre la siriana Kobane veniva assediata dagli uomini del “califfo”. La sconfitta del sultano è stata anche una loro vittoria. Un omaggio a chi, in quelle giornate, ha pagato con la vita la dura repressione di Ankara. Nena News

Categorie: Palestina

Susiya, il villaggio palestinese che sfida la colonizzazione di Israele

Lun, 08/06/2015 - 09:49

Dal 1986 target delle politiche di trasferimento forzato della popolazione, la comunità ha trascinato Tel Aviv alla Corte Suprema. Ha perso e oggi rischia la demolizione completa. Ma la battaglia non è conclusa

Il villaggio di Susiya, dietro una colonia israeliana (Foto: Chiara Cruciati)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

foto di Chiara Cruciati

Susiya (Hebron), 8 giugno 2015, Nena News –  Ahmad versa il caffè nei bic­chieri di pla­stica, nella tenda della pro­te­sta del pic­colo vil­lag­gio di Susiya. Ha 8 anni e que­sto com­pito lo rende orgo­glioso: seduti, pro­tetti dal sole che già pic­chia forte nelle col­line a sud di Hebron, ci sono i rap­pre­sen­tanti dei comi­tati popo­lari dei vil­laggi della zona, venuti a dimo­strare soli­da­rietà. «Siamo qui per man­te­nere una pre­senza fissa – spiega al mani­fe­sto Hafez Huraini, del vicino vil­lag­gio di At-Tuwani – Se Israele demo­li­sce Susiya, potrebbe demo­lire altre comunità».

Il timore, dal 4 mag­gio scorso, è con­creto: dopo una tor­tuosa bat­ta­glia legale, la Corte Suprema israe­liana ha deciso il destino di Susiya. Il giu­dice Sohl­berg ha can­cel­lato l’ordine tem­po­ra­neo che da anni impe­diva all’esercito di distrug­gere la comu­nità e dato ai mili­tari e all’Amministrazione Civile (l’ente israe­liano che gesti­sce l’Area C della Cisgior­da­nia, il 60% del ter­ri­to­rio sotto il con­trollo israe­liano) la facoltà di deci­dere la sorte del villaggio.

Nasser Nawajah mostra i documenti di proprietà della terra (Foto: Chiara Cruciati)

Non sarebbe la prima volta che Susiya viene rasa al suolo: comu­nità di 250 resi­denti, pastori e agri­col­tori, ha vis­suto la prima espul­sione nel 1986. All’epoca Tel Aviv la giu­sti­ficò con la pre­senza di un’antica sina­goga all’interno del vil­lag­gio. La zona fu dichia­rata sito archeo­lo­gico: per la legge israe­liana, che viene appli­cata – in vio­la­zione al diritto inter­na­zio­nale – nel ter­ri­to­rio occu­pato, signi­fica che nes­sun civile può risie­dervi. Eppure gli abi­tanti di Susiya, costretti a rico­struire il vil­lag­gio a qual­che cen­ti­naia di metri dal sito, hanno assi­stito impo­tenti al tra­sfe­ri­mento di coloni israe­liani nelle loro terre. Per i coloni, il sito archeo­lo­gico non è off limits.

Nel 2001, è arri­vata la seconda espul­sione. Ma sta­volta Susiya è rima­sta: gli abi­tanti hanno vis­suto in grotte natu­rali e poi hanno rico­struito le loro case. Case fatte di tende e allu­mi­nio, non di cemento: nell’Area C della Cisgior­da­nia, un pale­sti­nese può costruire una vera abi­ta­zione solo con il per­messo delle auto­rità israe­liane. Che nel 96% dei casi lo rifiu­tano, costrin­gendo la popo­la­zione a costruire lo stesso e a vivere nel ter­rore di veder arri­vare i bulldozer.

Un ter­rore pro­vo­cato sia dalle uni­formi mili­tari che dalle pistole e i col­telli dei coloni dei vicini inse­dia­menti. Abu Nas­ser, 65 anni, muove il bastone con foga men­tre ci rac­conta degli attac­chi not­turni di gio­vani estre­mi­sti ebraici: «Ven­gono di notte, aggre­di­scono la gente, danno fuoco alle tende, ammaz­zano le pecore. Nes­suno interviene».

Nes­suno inter­viene per­ché (a Susiya ne sono con­vinti) l’obiettivo di Israele è pren­dersi que­sto pezzo di terra. «Il vil­lag­gio si trova lungo la strada 317 – aggiunge Hafez – che corre lungo la Linea Verde, che divide la Cisgior­da­nia del sud da Israele. Tel Aviv sta creando lungo la 317 un anello di colo­nie per annet­tere defi­ni­ti­va­mente tutto il sud di Hebron al pro­prio territorio».

La tenda della protesta di Susiya (Foto: Chiara Cruciati)

Per pren­derlo usano ogni mezzo. Anche la Corte Suprema, la stessa che per anni ha impe­dito la distru­zione del vil­lag­gio, oggi ha dato il via libera all’esercito. «Per difen­derci abbiamo optato per le vie legali, con il soste­gno di Rab­bini per i Diritti Umani – spiega al mani­fe­sto il capo del comi­tato popo­lare di Susiya, Nas­ser Nawa­jah – Nel 2012 abbiamo con­se­gnato alla Corte i docu­menti di pro­prietà della terra per sfi­dare una peti­zione dell’associazione dei coloni ‘Rega­vim’ che chie­deva la demo­li­zione del nostro vil­lag­gio per­ché ‘inse­dia­mento ille­gale’. Il nostro appello ha con­vinto la Corte a ordi­nare la sospen­sione delle demo­li­zioni e ci ha chie­sto di pre­sen­tare un piano rego­la­tore del villaggio».

Il piano è stato con­se­gnato all’Amministrazione Civile che nel 2013 lo ha, ovvia­mente, rifiu­tato. «La Corte Suprema ha allora impo­sto all’esercito di indi­vi­duare una solu­zione alter­na­tiva alla demo­li­zione, un fatto posi­tivo: in que­sto modo ci ha for­nito una sorte di protezione».

Quella pro­te­zione, però, il 4 mag­gio è eva­po­rata: la Corte ha deciso di non deci­dere e rimesso tutto in mano a eser­cito e Ammi­ni­stra­zione Civile. Così due giorni dopo la sen­tenza, fun­zio­nari israe­liani si sono pre­sen­tati al vil­lag­gio per con­se­gnare ordini di demolizione.

«La giu­sti­fi­ca­zione uffi­ciale è che a Susiya manca tutto: ser­vizi pub­blici, allac­cio all’acqua, all’elettricità – ci spiega il rab­bino Arik Ascher­man, avvo­cato israe­liano di Rab­bini per i Diritti Umani – Ma è pro­prio Israele che, non rico­no­scendo il vil­lag­gio, non per­mette di avere tali ser­vizi. Come asso­cia­zione stiamo seguendo un caso più ampio alla Corte Suprema: la pos­si­bi­lità per i vil­laggi pale­sti­nesi in Area C di pre­sen­tare un pro­prio piano rego­la­tore. Israele non per­mette il natu­rale svi­luppo delle comu­nità pale­sti­nesi per obiet­tivi poli­tici, senza rispet­tare le norme di legge. Insomma, sfi­diamo le basi dell’occupazione per ricon­se­gnare que­ste terre ai pro­prie­tari, i palestinesi». Nena News

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LIBRO. Sognare e vedere Ramallah

Lun, 08/06/2015 - 08:19
Nel 1963 Murid al-Barghouthi si reca in Egitto per studiare Letteratura inglese. Qualche mese prima della laurea, la guerra del 1967 lo trasforma in un esiliato perenne. Ma una volta rientrato in Palestina scopre che molti ricordi sono persi di Cristina Micalusi Roma, 8 giugno 2015, Nena News - “Ho visto Ramallah” è un testo che racconta cos’è e cosa dovrebbe essere la Palestina e il rapporto con essa, e parla in modo essenziale e con naturalezza della ghurba, l’esilio. Un tema sentito dalla maggior parte dei poeti e scrittori palestinesi, soprattutto da qual fatidico 1967.Barghuthi esprime tutto lo sconforto con cui egli è costretto a vivere quotidianamente. Le sue parole  diventano universali tanto da poter pensare che, in alcuni passaggi del libro, egli possa descrivere la storia dei tunisini appena arrivati a Lampedusa o la famiglia di senegalesi in qualche metropoli italiana. Insomma dove ci sono le condizioni e le conseguenze dell’esilio che i palestinesi provano da troppo tempo.

Per lo scrittore questi nuovi esuli non hanno colpe perché anche per lui è stato così: nel giro di un’estate è diventato esule in Egitto. Egli rivive il suo passato ma una volta rientrato in Palestina scopre che molti ricordi sono persi: dopo anni di attesa quel passato che pensava fosse il suo presente e la sua ultima dimora è scomparso, e si è trasformato in un altro tempo per altri individui.

Il libro è pieno di domande, legittime quasi tutte senza risposta.

Dal testo:  ” […] Lo straniero è l’individuo costretto a rinnovare il permesso di soggiorno, a compilare moduli e comprare carte da bollo, a presentare continuamente certificati e documenti. Non partecipa direttamente alle vicende oppure alla politica interna che riguarda la popolazione del luogo in cui vive, anche se è il primo a subirne le conseguenze.  Non gioisce delle loro gioie, ma condivide le loro paure….”

Murid al-BArghuthi nasce in Palestina, a Deir Ghassana nel 1944. Quando ha solo sette anni la famiglia si trasferisce a Ramallah.
Nel 1963 Murid si reca in Egitto per studiare Letteratura Inglese. Qualche mese prima della laurea, la guerra del 1967 lo trasforma in un esiliato perenne. In quanto palestinese militante Murid viene presto espulso dall’Egitto di Anwar al-Sadat e trova ospitalità in Ungheria.
Solamente dal 1990 ottiene l’autorizzazione a rientrare in Egitto e a ricongiungersi con la moglie e il figlio.

Nel 1997, per “Ho visto Ramallah” riceve il premio Mahfuz per la narrativa. Nena News

Titolo:  Ho Visto Ramallah Autore: Murid al-Barghuthi Editore: Ilisso Anno: 2005
Categorie: Palestina

GAZA. Hamas cerca la riconciliazione con i salafiti

Lun, 08/06/2015 - 07:49

Di fronte alle numerose sfide sulle sicurezza, i leader di Hamas sembrano aver optato per la riconciliazione piuttosto che per la forza delle armi

Hamas’ leader Khaled Meshaal (Photo: Reuters)

di Adnan Abu Amer – al-Monitor

(Traduzione a cura di Romana Rubeo)

Roma, 8 giugno 2015, Nena News - La Striscia di Gaza si trova oggi ad affrontare minacce di varia natura: le preoccupazioni circa una nuova possibile offensiva israeliana in assenza di una vera e propria tregua con Hamas, le tensioni causate dai rapporti ormai deteriorati tra Hamas e l’Egitto, le paure scatenate da una serie di attentati che hanno colpito Gaza negli ultimi due mesi, in particolare quello del 17 aprile, nei pressi della sede del Parlamento, e il doppio attentato del 18 aprile, nei pressi della sede dell’UNRWA e dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente. Nessuno degli attentati è stato finora rivendicato.

Nel frattempo, i rapporti tra Hamas e i Salafiti sono sempre più tesi, come dimostrato dall’aumento dei checkpoint di sicurezza e degli arresti ai danni dei membri del movimento. Il primo maggio la situazione si è esacerbata, quando i Salafiti hanno chiesto pubblicamente la liberazione dei loro compagni detenuti; nei giorni successivi, le forze di sicurezza di Hamas hanno fatto irruzione nel loro quartier generale al centro di Gaza.

È sempre più evidente che Hamas stia adottando, con i Salafiti, la strategia del bastone e della carota. Se da un lato ha condotto numerosi arresti dopo i recenti attentati, dietro le quinte ha aperto il dialogo e sta cercando una mediazione con i leader salafiti, nel tentativo di non aggravare ulteriormente le tensioni ed evitare uno scontro armato.

Al momento, Hamas si trova ad affrontare molte questioni legate alla sicurezza, su più fronti: con l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), con l’Egitto e con Israele. Pertanto, non ha alcuna intenzione di scatenare anche un conflitto interno, e preferisce tentare la strada della riconciliazione con i Salafiti, anziché quella dello scontro. A questa posizione ha fatto riferimento Abu al-Ayna al-Ansari,  leader del movimento jihadista salafita, che in un’intervista rilasciata il 10 maggio al quotidiano Al-Ayyam, ha dichiarato che i prossimi giorni saranno contraddistinti dal tentativo di arginare le tensioni con le forze di sicurezza, per calmare le acque ed evitare gli scontri.

Ahmed Yousef, ex consigliere politico di Ismail Haniyeh, numero due dell’Ufficio Politico di Hamas, ha dichiarato ad Al-Monitor che le divisioni politiche tra i palestinesi hanno favorito l’insorgere di ideologie fallaci, dissidi di natura politica e atti di natura violenta che potrebbero essere sfruttati per destabilizzare Gaza e distoglierla dalle questioni esterne.  Un ufficiale della sicurezza di Gaza, esperto del movimento Salafita, ha dichiarato in forma anonima ad Al-Monitor: “Siamo di fronte a un problema di sicurezza più generale, non riconducibile solo al mondo salafita. Alcuni personaggi coinvolti sono ufficiali della sicurezza dell’ANP, il cui scopo è destabilizzare Gaza. Ricevono sostegno diretto e indiretto, per fomentare le agitazioni.” Anche Ansari ha fatto riferimento a uno scenario simile, sostenendo che ci sono segnali di ingerenza di una terza parte non meglio specificata, che lavora per agitare le acque, destabilizzare Gaza e alimentare le tensioni tra i Salafiti e le forze di sicurezza.

In un’intervista rilasciata ad Al-Monitor, un alto funzionario dell’ANP, in forma anonima, ha respinto le accuse di sostegno alle fazioni Salafite di Gaza. A suo avviso “la situazione attuale di Gaza discende dalle politiche di Hamas, che si stanno ritorcendo contro lo stesso movimento. Perché è stato proprio Hamas a istituire, sostenere, incoraggiare e persino sfruttare i movimenti Salafiti, in più occasioni. Quando non sono stati più funzionali ai suoi scopi, Hamas ha cercato di sbarazzarsene”. Gli organi di stampa più vicini all’ANP e a Fatah, come Al-Fateh News e Kofia Press, guardano con ottimismo alle crescenti tensioni tra Hamas e i Salafiti, sostenendo che ormai la situazione è a un punto di non ritorno.

La nostra redazione ha avuto modo di leggere un documento interno e inedito sulla sicurezza a Gaza, che esaminava gli atti di violenza presumibilmente commessi dai Salafiti. Secondo il rapporto, “I Jihadisti Salafiti non fanno riferimento a un singolo gruppo. Di conseguenza, ogni fazione va affrontata singolarmente, per garantire continuità alla sicurezza di Gaza. Al contempo, bisogna consentire a tutte le fazioni di svolgere le loro attività, senza però che queste compromettano la sicurezza nazionale”.

Questo approccio sembra suggerire che la strategia sarà quella di trattare con i Salafiti attraverso il dialogo, per prevenire un’ulteriore radicalizzazione; le aperture verso il movimento saranno rese evidenti da un dialogo su più fronti con i leader e gli studiosi Salafiti. Hamas, che non sembra intenzionato ad aprire uno scontro con altri movimenti islamisti, potrebbe fare ricorso a canali secondari per disinnescare il conflitto prima che la situazione degeneri. Gaza non può permettersi uno scontro armato tra Hamas e i Salafiti.

Di sicuro, Hamas ha un potenziale militare che potrebbe infliggere un duro colpo alla fazione avversaria, ma si preoccupa delle conseguenze future. Cosa succederebbe se i Salafiti agissero come i membri dello Stato Islamico (ISIS) o quelli di Ansar Bayt al-Maqdis nella Penisola del Sinai, e alcuni comportamenti raccapriccianti diventassero la norma? Le tensioni a Gaza non possono essere separate dal contesto sanguinario, caratterizzato da un atroce conflitto settario, che sta devastando la regione.

I Salafiti sanno che la posizione di Hamas è ben più difficile e complicata rispetto al 2009, anno in cui il movimento godeva del massimo splendore da un punto di vista finanziario e militare. La situazione attuale potrebbe essere letta come un tentativo di approfittare dell’altrui debolezza, esercitare pressioni e provare a conquistare un ruolo più decisivo all’interno della Striscia. In questo, potrebbero essere agevolati dall’espansione di organizzazioni affiliate, come l’ISIS, che oggi ha ramificazioni in Siria, Iraq, Libano, Libia e Sinai.

Hamas è consapevole che le organizzazioni jihadiste salafite che si rifanno ideologicamente ad al-Qaeda, tra cui anche l’ISIS, godono del rispetto e dell’ammirazione dei Palestinesi per via delle vittorie militari e delle conquiste riportate in Iraq e Siria. I leader di Hamas, che hanno rilasciato dichiarazioni anonime a Al-Monitor, hanno specificato di non aver alcuna intenzione di arrivare a uno scontro armato con i Salafiti e replicare i tragici eventi di Rafah dell’agosto 2009, che causarono la morte di molti salafiti e in particolare del loro leader, Abdel Latif Moussa.

Hamas si rende conto del fatto che la regione sarà investita da tensioni crescenti in Siria e Iraq, e forse anche in Libano e nel Sinai, e che le organizzazioni salafite, tra cui l’ISIS, Jabhat al-Nusra e L’Esercito della conquista, assumeranno un ruolo sempre più rilevante. Ha scelto pertanto un approccio cauto con i Salafiti, non dichiarandosi apertamente attiva nella coalizione regionale e internazionale che si oppone a queste organizzazioni jihadiste. Agendo in modo diverso, potrebbe perdere il sostegno e la collaborazione di altri movimenti islamici. È per questa ragione che Hamas sta tentando di stabilizzare la sicurezza interna di Gaza attraverso la riconciliazione e non attraverso lo scontro. Nena News

Categorie: Palestina

TURCHIA, alle parlamentari Erdogan perde terreno

Dom, 07/06/2015 - 10:35

L’Akp, il partito del presidente turco, si conferma nettamente la prima formazione politica, ma non riesce a formare da solo un governo di maggioranza. Sorride la sinistra pro-curda dell’Hdp che supera lo sbarramento elettorale del 10%

AGGIORNAMENTO ORE 20:00   80% dei voti scrutinati: Akp di Erdogan, con 277 seggi, conserva una semplice maggioranza parlamentare, ma non può formare da solo governo di maggioranza

Con l’80% dei voti scrutinati, il presidente Recep Tayyip Erdogan e il suo partito Akp è nettamente il partito più grande in Turchia attestandosi al 43%. A riferirlo è la tv statale TRT. Tuttavia, le previsioni gli attribuiscono solo 277 seggi, quota minima per conservare una semplice maggioranza parlamentare. Dati simili vengono riferiti anche dalla CNNTurk secondo cui l’Akp è al 42,4%

AGGIORNAMENTO ORE 19:45   Analisti turchi: “elezioni anticipate scenario molto probabile”

Sui media turchi, molti analisti politici sostengono che con questi risultati è molto probabile lo scenario di elezioni anticipate. I partiti potrebbero non riuscire a formare un governo di coalizione

AGGIORNAMENTO ORE 19:40  Onder (Hdp): “siamo contenti di entrare in Parlamento con 80 deputati”

“Siamo felici di entrare in parlamento con 80 deputati” ha dichiarato poco fa il deputato dell’Hdp Sirri Sureyya Onder. Onder ha chiesto ai sostenitori del suo partito di sinistra di restare ai seggi elettorali finché il conteggio dei voti non sarà terminato

AGGIORNAMENTO ORE 19:30    70% di voti scrutinati: il partito di Erdogan arretra, la sinistra pro-curda all’11,1% sopra allo sbarramento del 10%

La stampa turca, con il 70% dei voti già scrutinati, attribuisce al partito di governo Akp (quello del presidente Erdogan) il 43% delle preferenze, ai kemalisti del Chp il 24,5%, ai nazionalisti del Mhp il 17% e alla sinistra pro-curda dell’Hdp l’11,1%, ben al di sopra, quindi, della soglia di sbarramento del 10%. Se dovessero essere confermati questi dati, Erdogan non avrebbe i numeri per realizzare un referendum costituzionale

AGGIORNAMENTO ORE 16:10   Urne chiuse. Inizia il conteggio dei voti nei 17.240 seggi elettorali

AGGIORNAMENTO ORE 16:05  Yildiz (ministro dell’energia turco): “nessun gatto fermerà il conteggio dei voti”

Alle scorse presidenziali di agosto un gatto fu accusato dal governo dell’Akp di aver provocato il guasto tecnico responsabile del blackout che colpì ampie aree del Paese. L’improvviso buio fermò il conteggio dei voti. Secondo l’opposizione e molti attivisti, il blackout permise alle autorità di compiere brogli in diversi seggi elettorali. Intervistato stamane dal quotidiano filogovernativo as-Sabah, il ministro dell’energia turco, Taner Yildiz, ha detto che “le linee elettriche sono monitorate da elicotteri e da 16.000 operatori che si accerteranno che non ci saranno corti circuiti”

AGGIORNAMENTO ORE 15:45   Ancora un attentato nelle zone a maggioranza curda del Paese

Ieri alle 19:25 alcuni uomini armati hanno aperto il fuoco contro una caffetteria di Diyarbakir (sud est Turchia). Nella sparatoria sono rimaste ferite tre persone che sedevano di fronte al locale. A riferirlo è l’agenzia Anadolu. I feriti (64, 26 e 27 anni), colpiti da un fucile a pompa azionato da dentro una macchina, sono in discrete condizioni.

AGGIORNAMENTO ORE 13:20  Barzani (premier Kurdistan iracheno): “che le elezioni turche portino alla pace”

AGGIORNAMENTO ORE 13   Premier Davutoglu: “Fermato un sospetto in relazione al duplice attacco bomba avvenuto durante il raduno dell’Hdp a Dyarbakir il 6 giugno”

“Condanniamo [il duplice attacco bomba a Diyarbakir] nel modo più netto. Abbiamo espresso piena solidarietà. E’ un attacco a tutti i partiti. Anche all’Akp [il partito del primo ministro e del presidente Erdogan]. Attaccare le elezioni è come attaccare la democrazia. Nessuno dovrebbe avere esitazioni ad andare alle urne”.

AGGIORNAMENTO ore 12:50  VIDEO: rissa nei pressi di un seggio elettorale: 15 feriti.  

In una rissa, avvenuta nella provincia del sud est di Sanliurfa, sono rimaste ferite 15 persone. I rappresentanti di partito presenti al seggio elettorale nel distretto di Eyyubiye si sono scontrati con coltelli, mazze, pistole e pietre. A riferirlo è l’agenzia stampa turca Dogan.

Il video è preso da Hurriyet tv:

http://webtv.hurriyet.com.tr/haber/sanliurfa-da-sandik-basinda-kavga-15-yarali_113914

AGGIORNAMENTO ore 12:35   CNNTurk: “lunghe file ai seggi di Diyarbakir”

Secondo l’emittente privata CNNTurk, l’affluenza alle urne nella “capitale” del Kurdistan turco Diyarbakir (sud-est del Paese) potrebbe superare il 90%. Lunghe file sono segnalate da stamattina.

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di Roberto Prinzi

Roma, 7 giugno 2015, Nena News – Quasi 54 milioni di elettori turchi sono chiamati oggi alle urne ad eleggere i 550 deputati che andranno a formare per quattro anni la nuova Grande assemblea nazionale turca (il parlamento). I partiti politici che parteciperanno alla venticinquesima elezione generale sono 20 a cui vanno aggiunti 165 candidati che si presenteranno come indipendenti.

Sistema elettorale

La grande assemblea nazionale turca (il TBMM) è composta da 550 deputati eletti ogni quattro anni con un sistema proporzionale a lista chiusa dove i candidati vengono eletti per distretto. Tranne che per tre casi (Istanbul, Ankara e Smirne) a ciascun distretto corrisponde una provincia (sono 81 complessivamente). Tra le 81 province, Istanbul, perché molto popolosa, manda il maggior numero di parlamentari nella Grande Assemblea: 88 deputati per i tre distretti di cui è composta. Nonostante sia la regione più vasta, la provincia di Konya, essendo scarsamente abitata, darà invece solo 14 deputati.

Per sedere in parlamento un partito deve superare la soglia elettorale del 10%. Se non dovesse farcela, i suoi voti vengono distribuiti tra le altre formazioni politiche che sono riuscite a superare lo sbarramento in quel determinato distretto. In termini pratici questo vuol dire che un dato gruppo può ottenere un grosso consenso in una provincia, ma non riesce a conquistare seggi in parlamento a causa di uno scarso riscontro in altre aree del Paese. Pertanto, con tale sistema, vengono avvantaggiati i grossi partiti a discapito dei piccoli che spesso optano di presentare i loro candidati come indipendenti e, in una fase successiva, di “unire” le forze in un partito qualora essi dovesse essere eletti. Secondo il Consiglio supremo elettorale, sono quasi 54 milioni gli aventi diritto chiamati a votare. Urne aperte a partire dalle 8 (ora locali) fino alle 17 in 174.240 seggi.

Secondo quanto ha dichiarato due giorni fa il ministro degli interni Sebahattin Ozturk, saranno 404.000 gli agenti delle forze dell’ordine chiamati oggi a controllare i seggi elettorali. Di questi 300.000 saranno poliziotti, mentre il resto sarà costituito da personale della gendarmeria. Il ministro ha detto che a partire dal 4 giugno sono stati registrati 531 “crimini elettorali. Il ministero degli Esteri turco ha comunicato che poco più di un milione di cittadini residenti all’estero – un’affluenza del 36% – ha votato nelle 122 sedi diplomatiche nazionali.

Partiti

Sono 20 i partiti registrati alle elezioni parlamentari di oggi. Tuttavia, secondo i sondaggi, saranno solo in tre a superare l’alta soglia elettorale: il Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp) al governo dal 2002, il Partito del popolo repubblicano (Chp) e il Partito del movimento nazionalista (MHP). A questi si potrebbe unire la compagine di sinistra e pro-curda rappresentata dal Partito del popolo democratico (Hdp) il cui risultato elettorale sarà di fondamentale importanza perché, se riuscisse ad entrare nella Grande assemblea nazionale, potrebbe rovinare i piani del presidente islamista Erdogan. Il suo partito l’Akp, guidato dal premier Ahmet Davutoglu, cerca infatti di ottenere tra i 311 ai 377 seggi in modo da trasformare la Turchia in un sistema presidenziale “alla Putin” (come lo definiscono alcuni analisti locali).

Il partito ha ottenuto il 49% dei voti nelle passate parlamentari del 2011 e il suo candidato alle presidenziali dello scorso agosto (Racep Tayyep Erdogan) è stato eletto alla carica di capo dello stato con il 52% delle preferenze. La formazione, che domina dal 2002 lo scenario politico locale, devo molta della sua popolarità al suo successo economico (soprattutto nei suoi primi 8 anni di governo) e all’aver compattato gran parte della società attorno a valori religiosi musulmani condivisi. Oltre ad aver consensi ad Ankara e Istanbul, l’Akp è molto forte nella regione centrale dell’Anatolia.

Il Chp, il principale partito di opposizione ed erede del kemalismo, prova a replicare il buon successo di quattro anni fa quando riuscì a guadagnare il 26 dei voti. Laico e duro avversario delle politiche di Ergodan, il partito guidato da Kemal Kilicdaroglu ha già escluso la possibilità di formare un governo di coalizione con l’Akp qualora nessuna formazione politica dovesse ottenere una maggioranza parlamentare. Durante la sua campagna elettorale Kilicdaroglu ha parlato di economia, istruzione, sistema giudiziario e politico. Poca attenzione, invece, è stata data al “processo di pace” in corso dalla fine del 2012 con il partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK).

Il Partito del movimento nazionalista di Devlet Bahceli ha concentrato i suoi sforzi elettorali sul settore pubblico e sui pensionati. Altri due punti importanti del suo programma sono combattere la corruzione e togliere l’immunità parlamentare. Ha più volte ribadito la sua contrarietà a qualunque “soluzione pacifica” con i separatisti curdi. Nelle scorse elezioni del 2011 ha ottenuto il 13% delle preferenze. Il Chp e il Mhp hanno presentato un candidato unico alle presidenziali di agosto che ha avuto il 38% dei voti.

E, infine, l’Hdp guidato da Selahattin Dermitas. L’obiettivo del partito, che ha una base tradizionale curda e raccoglie molte aree della sinistra progressista turca, è quello di superare lo sbarramento del 10% (alcuni dei suoi deputati si candidarono come indipendenti nel 2011) e ottenere 60 seggi nella Grande assemblea. Il punto centrale del programma dell’Hdp è la risoluzione pacifica del trentennale conflitto con i curdi. Alcuni analisti temono che una sua eventuale assenza in parlamento potrebbe mettere a repentaglio i (lenti) negoziati in corso con il Pkk e radicalizzare i curdi del Paese.

Erdogan ha finora escluso a parole alcun legame tra i risultati elettorali e le trattative con il leader curdo Ocalan. Il partito, forte nelle province del sud-est, ha nelle sue liste candidati musulmani conservatori, ma anche rappresentati dichiaratamente omosessuali. E’ riduttivo e fuorviante definirlo soltanto come il “partito dei curdi” perché Dermitas si è rivolto a settori diversi della società turca cercando di contrastare in alcune aree anche lo stesso Akp. Nena News

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