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Le discussioni e le votazioni parlamentari sulle modifiche ai 18 articoli della costituzione, iniziate lo scorso 9 gennaio, si sono concluse in tarda nottata. Spetterà ora al referendum previsto per fine marzo-metà aprile stabilire se approvare o meno definitivamente gli emendamenti

Il premier Yildirim festeggia il passaggio degli ultimi articoli emendati della costituzione. (Foto: Reuters)

della redazione

Roma, 21 gennaio 2017, Nena News – Il parlamento turco ha dato l’ok alla controversa bozza costituzionale che, se approvata ora al referendum, trasformerà il Paese in una repubblica presidenziale. La costituzione emendata, avanzata dal partito di governo Akp, ha ricevuto nella tarda nottata di oggi 339 “sì” superando i 330 voti necessari per l’adozione delle modifiche. Hanno votato 488 parlamentari sui 550 complessivi (i 12 assenti sono i membri del partito di sinistra fino curda dell’Hdp arrestati due mesi fa).

Grande gioia per il passaggio della proposta costituzionale è stata espressa dal premier Binali Yildirim: “Non abbiate alcun dubbio che il popolo certamente farà la scelta migliore per la Turchia. Andrà ai seggi, voterà [sì] con il cuore e con la mente”. La palla passa infatti adesso ai cittadini turchi che saranno chiamati a breve a decidere se approvare o meno la nuova costituzione. Ancora non è stata stabilita la data referendaria: secondo i deputati dell’Akp, la consultazione popolare dovrebbe avvenire tra il 26 marzo e la metà d’aprile.

Se l’esecutivo ostenta sicurezza e sprizza comprensibile gioia, di tutt’altro stato d’animo è l’opposizione. Bulent Tezcan (Chp) ha infatti detto che il parlamento “sta creando un regime con un solo uomo a comando che porterà [la Turchia] dove il suo appetito desidera”. Il leader repubblicano Kemal Kilicdaroglu ha criticato la decisione parlamentare perché “consegna la sua autorità [ad Erdogan]” e “tradisce” la storia del Paese. Ha poi promesso di voler “combattere una battaglia per la democrazia” affinché queste riforme siano respinte al referendum.

Le discussioni e le votazioni in parlamento sulle modifiche ai 18 articoli della costituzione erano iniziate lo scorso 9 gennaio e hanno incluso sessioni terminate in tarda nottata. Le due settimane di dibattito sono state tesissime: in almeno due circostanze i politici degli opposti schieramenti sono venuti alle mani. Significativa è stata poi la protesta della parlamentare Aylin Nazliaka (Hdp) che l’altro giorno, alla ripresa del voto in seconda lettura, si è ammanetta al microfono del podio degli interventi in parlamento per protestare contro la riforma e la detenzione dei 12 membri del suo partito arrestati lo scorso novembre (tra questi, anche i co-presidenti dell’Hdp Selahattin Demirtas and Figen Yuksekdag)

La “maratona” parlamentare, come l’hanno definita molti commentatori locali e internazionali, è emblematica della fretta di Erdogan di piegare la costituzione a suo vantaggio per uscire dalla crisi politica in cui ha portato il Paese. Se approvati, i maggiori poteri richiesti dal capo dello stato – ufficialmente per poter difendere meglio la Turchia dalle “minacce” interne ed esterne – stroncherebbero definitivamente qualunque forma di opposizione al suo regime.

Tra le novità principali, il presidente avrà infatti il potere di incaricare e licenziare i ministri. La carica del premier sarà abolita mentre resterà quella del vice-presidente (o forse più di uno). Il capo dello stato potrà inoltre intervenire direttamente nel sistema giudiziario: un aspetto fondamentale per Erdogan che considera il mondo della magistratura controllato dall’amico diventato “nemico” Fethullah Gulen.

Il religioso, in esilio volontario in Pennsylvania (Usa), è accusato dal leader turco di essere il responsabile del fallito putsch del 15 luglio. Gli emendamenti, inoltre, aumentano i casi in cui il presidente potrà dichiarare lo stato di emergenza (in vigore nel Paese dopo il tentato golpe) e stabiliscono ogni cinque anni una data unica per le elezioni parlamentari e presidenziali. La proposta dell’Akp prevede un aumento dei seggi parlamentari (dai 550 attuali a 600) e abbassa da 25 a 18 anni l’età minima per diventare deputato del parlamento. Nena News

 

Lo stato ebraico teme che Damasco possa restaurare l’autorità al periodo precedente la guerra civile siriana. Tel Aviv, in particolare, guarda con preoccupazione al Golan dove i gruppi “ribelli” da lei precedentemente sostenuti potrebbero essere sostituiti dalle truppe di al-Asad, dai Pasdaran iraniani e da Hezbollah

Raid israeliano a Mezzeh. (Fonte foto: media della difesa nazionale siriana)

di Stefano Mauro

Roma, 21 gennaio 2017, Nena News – É passato poco più di un mese dalla caduta di Aleppo e dal ritiro delle milizie “ribelli” legate al Fronte Jabhat Fatah Al Sham (ex Al Nusra) ed alla galassia dei gruppi salafiti ad esso affiliati. Rimane, però, ancora vivo il dibattito in Israele riguardo la sconfitta dell’”opposizione jihadista moderata” al regime di Bashar Al Assad.

Israele nutre forti preoccupazioni dopo Aleppo, soprattutto per quanto riguarda la sicurezza dei suoi confini con la Siria lungo le alture occupate del Golan. La preoccupazione ed il dibattito è talmente vivo da aver fatto affermare al premier Netanyahu che “la caduta di Aleppo mette in serio pericolo la sicurezza di Israele”. Un recente studio del Centro Dayan per gli studi sul Medio Oriente e l’Africa afferma: “quello che è avvenuto ad Aleppo pone delle solide basi circa la possibilità del regime per restaurare l’autorità di Assad al periodo precedente la guerra civile”. L’analisi, pubblicata sul quotidiano Yediot Ahronot, prosegue indicando le prossime tappe e prevede la rapida disfatta di tutti quei gruppi nella zona di Deraa, precedentemente sostenuti da Tel Aviv per supporto logistico, militare e infermieristico, che “sono destinati ad essere sconfitti”. “Senza nessuna ingerenza o intervento esterno” – afferma lo studio – questi gruppi saranno sostituiti nel territorio del Golan dalle truppe lealiste siriane, dai Pasdaran iraniani e da Hezbollah”.

Gli stessi apparati militari israeliani hanno più volte dichiarato il rischio di un riavvicinamento delle truppe di Hezbollah lungo la linea di confine tra le Alture del Golan e le Fattorie di Shebaa (territori occupati illegalmente, secondo numerose risoluzioni dell’ONU, da Tel Aviv e richiesti rispettivamente dalla Siria e dal Libano, ndr), visto che l’area del “Monte Hermon forma una zona strategica predominante su tutto il territorio sottostante in maniera da mettere in difficoltà il sistema difensivo israeliano”. Gli stessi media filo-governativi “rimpiangono” apertamente i sei anni di guerra civile in Siria “perché dal 2011 ad oggi hanno tenuto lontano dai propri confini le truppe sciite iraniane e libanesi” creando una situazione di totale sicurezza lungo la zona di confine.

Proprio da questo timore nascono le reazioni e le provocazione da parte di Tzahal (esercito israeliano) con i recenti bombardamenti dell’aeroporto di Mazzeh, vicino a Damasco, avvenuto la settimana ed il mese scorso. L’obiettivo dichiarato, secondo il quotidiano Ray al Youm, è stato ufficialmente la distruzione di missili Fateh-1 che hanno una gittata di oltre 300 km e possono portare testate da circa 400 kg di esplosivo. Secondo l’editorialista, Abdel Bari Atwan, sono comunque due i punti di analisi e di interesse da analizzare circa i fatti di Mazzeh.

“Quello che colpisce l’opinione pubblica internazionale non è il fatto che Tel Aviv abbia colpito per l’ennesima volta la Siria – afferma il giornalista – ma che piuttosto nessuno stato o capitale araba (riferendosi agli stati del Golfo o alla Giordania, ndr) e occidentale abbia protestato contro l’aggressione ad uno stato sovrano come la Siria, colpita da anni di guerra”.

La seconda considerazione è, invece, legata al fatto che l’esercito israeliano ha colpito Mazzeh con un bombardamento missilistico e non, come ha sempre fatto in passato, con i suoi caccia militari. Questa scelta deriverebbe dal recente abbattimento di un velivolo israeliano, mai confermato da Tel Aviv, e dalla paura circa l’efficacia e la capacità di risposta missilistica delle truppe siriane e delle milizie di Hezbollah con le nuove batterie S-300 di produzione russa.

I bombardamenti israeliani mirano di sicuro a verificare anche il livello di capacità difensiva lungo il confine siro-libanese, come dimostrato dall’abbattimento di alcuni droni spia israeliani in questi ultimi giorni (fonte Al Manar). Provocazioni che potrebbero portare ad una risposta o ad una escalation preoccupante, anche grazie al clima favorevole, a livello interazionale, con l’insediamento del neo-presidente americano Donald Trump ed al suo incondizionato appoggio politico nei confronti del governo di Netanyahu.

Dei primi segni di risposta potrebbero essere già stati lanciati. Diverse fonti interne riportano la notizia di “sospette esplosioni” il 16 gennaio nella base aerea di Hatzor nella sud di Israele. Il governo ha, però, stranamente sigillato tutto il perimento alla stampa, dichiarando che “le detonazioni sono state causate da un problema tecnico che ha fatto esplodere un deposito di carburante”. Al contrario, secondo alcuni media indipendenti, le esplosioni sarebbero state una risposta di Hezbollah per l’attacco a Mazzeh, magari con i nuovi missili Fateh -1 che Israele pensava di aver distrutto. Nena News

 

 

 

Il presidente eletto entra in carica oggi. Ha assicurato al quotidiano israeliano Israel Hayoum che intende mantenere la promessa fatta in campagna elettorale, incurante degli ammonimenti ricevuti

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 20 gennaio 2017, Nena News – Le dichiarazioni di Donald Trump a Israel Hayoum, giornale megafono del premier Benyamin Netanyahu, sono apparse mentre i media di mezzo mondo riferivano dell’ultima conferenza stampa da presidente di Barack Obama. «Lo status quo è insostenibile e negativo per Israele e i palestinesi», ha spiegato il presidente uscente parlando di Medio oriente. Ha quindi aggiunto di aver fatto il possibile per risolvere il conflitto israelo-palestinese ma Obama sa bene di aver tradito le aspettative che aveva generato nel mondo arabo con il suo celebre discorso del 2009 all’università del Cairo.

Ora Trump si prepara a prendere a picconate proprio lo status quo che il presidente uscente ritiene «insostenibile». Ad esclusivo vantaggio degli alleati israeliani. «Non ho dimenticato le mie promesse su Gerusalemme», ha detto a Israel Hayoum il nuovo presidente che alla cerimonia del suo insediamento alla Casa Bianca ha invitato anche i leader del movimento dei coloni israeliani. Trump si è riferito all’intenzione espressa in campagna elettorale di trasferire l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, così da riconoscere la città santa capitale di Israele. «Certo che mi ricordo quello che ho detto su Gerusalemme, naturalmente non l’ho dimenticato. Non sono una persona che non mantiene le promesse», ha assicurato.

Parole che indicano come non abbiamo avuto alcun effetto, almeno in apparenza, gli ammonimenti a non compiere a Gerusalemme passi gravidi di conseguenze che Trump ha ricevuto da più parti, dai leader palestinesi alla Giordania, dall’Unione europea ai pacifisti americani ebrei. Trump con ogni probabilità eviterà di annunciare subito il trasferimento dell’ambasciata. Dovrebbe farlo a maggio, nell’imminenza delle celebrazioni per il 50esimo anniversario della “riunificazione di Gerusalemme”, ossia dell’imposizione della sovranità israeliana sull’intera città in seguito all’occupazione del settore est (palestinese) avvenuta durante la Guerra dei Sei Giorni.

Già nelle prossime settimane, il nuovo ambasciatore americano, David Friedman, noto sostenitore della colonizzazione israeliana dei territori palestinesi occupati, dovrebbe cominciare a lavorare a Gerusalemme, in attesa del trasferimento ufficiale della sede dell’ambasciata.

Intanto una fedelissima di Trump, la governatrice della South Carolina, Nicky Haley, nominata nuova ambasciatrice americana al Palazzo di Vetro, comincia a bacchettare l’Onu su Israele. Nella sua audizione per la conferma in Senato, ha affermato che «mai il fallimento delle Nazioni Unite è stato più scandaloso che nei suoi pregiudizi verso il nostro stretto alleato, Israele». Haley ha definito la recente approvazione da parte del Consiglio di Sicurezza della risoluzione 2334 – che condanna la colonizzazione e altre politiche israeliane nei territori palestinesi – «un calcio nello stomaco a tutti».

Michele Giorgio è su Twitter: @michelegiorgio2

Il Kurdistan iracheno ha cominciato la costruzione di una barriera da Sinjar a Khanaqin, 1000 km di terra per costringere Baghdad a negoziare le nuove frontiere

La barriera in costruzione vicino Bartella (Foto: Cengiz Yar/The Guardian)

di Chiara Cruciati

Roma, 20 gennaio 2017, Nena News – Un altro muro si sta sollevando, stavolta a definire la conquista di territorio compiuta negli anni successivi all’avanzata dello Stato Islamico in Iraq. A innalzarlo è il Kurdistan iracheno, come riporta oggi il Guardian: a nord e est di Mosul, montagne di terra sono state accumulate a formare una barriera lunga più di mille km.

La barriera correrà da Sinjar, vicino il confine siriano, a Khanaqin, a oriente, nel distretto di Diyala, a pochi passi dalla frontiera con l’Iran. Definirà il territorio sotto il controllo di Erbil. Una mossa che accompagna le dichiarazioni di indipendenza che ormai da tempo caratterizzano la politica kurdo-irachena, ampiamente sostenuta dal vicino alleato turco. Ma è anche una mossa che genererà altre tensioni: da due anni, da quando l’Isis prese Mosul, i peshmerga hanno approfittato della guerra in corso e dell’implosione dell’esercito governativo di Baghdad per ampliare i propri confini verso sud, verso territori che rivendicano come propri.

A partire dalla ricca Kirkuk, città contesa teatro di una violenta arabizzazione sotto Saddam e oggi sottoposta al processo inverso, la kurdizzazione della comunità che ha portato alla fuga o alla cacciata di numerose famiglie arabe. Oggi Kirkuk è gestita amministrativamente da Erbil, controllata dalle sue forze militari, costellata di bandiere kurde e di poster con il volto del presidente Barzani.

Ma Kirkuk non è il limite ultimo: da anni sono in corso scontri violenti tra peshmerga e milizie sciite a sud della città, nella zona di Tuz Khurmatu, dove sono finiti intrappolati nel conflitto interno migliaia di sfollati sunniti scappati dai territori occidentali e da Mosul. E ora gli obiettivi sono le città cristiane di Bartella e Bashiqa, dove i peshmerga stanno consolidando le proprie posizioni dopo la liberazione dal giogo islamista.

Molti, all’epoca della presa di Mosul, mossero accuse aperte ad Erbil: si parlò di un accordo segreto con la leadership del “califfato” che evitasse scontri diretti tra i due con l’Isis pià interessato all’inizio ad avanzare verso Baghdad. Ma le difficoltà incontrate dallo Stato Islamico lo hanno fatto ripiegare, spingendolo verso nord-est e aprendo il fronte con il Kurdistan iracheno. Il primo incontro vis-a-vis fu a Sinjar, nell’agosto 2014, dove la popolazione yazidi assistette impotente al massacro con i peshmerga che si davano alla fuga.

Ma nonostante la perdita della piana di Ninawa, oggi i kurdi iracheni controllano un territorio del 40% più ampio di quello pre-2014. L’obiettivo è chiaro: costringere Baghdad, una volta sradicata la presenza islamista da Mosul, a negoziare territorio e maggiore autonomia. Dietro, cane da guardia, c’è la Turchia che non ha mai allentato il sostegno all’alleato kurdo-iracheno, unica realtà kurda con cui fa affari consistenti e tiene rapporti politici continuativi. In chiave anti-Pkk, principalmente, ma anche con lo scopo di impedire una chiara unità politica e amministrativa del futuro Iraq, a maggioranza sciita e sotto l’ala iraniana.

Lo ha ribadito pochi giorni in un’intervista al Washington Post lo stesso presidente Barzani: “Continueremo a esportare petrolio attraverso la Turchia, Baghdad non ha alcun diritto di lamentarsi o criticare visto che ha deciso illegalmente di tagliare il nostro budget”. Una risposta a metà: il taglio del budget è arrivato dopo l’inizio del trasferimento del greggio di Kirkuk verso Ankara.

“La linea su cui siamo oggi è militare, non politica – dice una fonte governativa di Erbil – Non faremo alcun compromesso su quanto fatto prima del 17 ottobre [data di inizio della controffensiva su Mosul, ndr]”. Insomma, Baghdad dovrà sedersi al tavolo e accettare le conquiste kurde. Target principale resta proprio Sinjar: Erbil intende assumerne il controllo, una posizione strategica a metà tra Mosul e la Siria, a poca distanza dal confine turco. C’è chi guarda a tanta insistenza come al modo per tenere lontani gli uomini del Pkk e delle Ypg, il cui intervento è stato fondamentale alla liberazione della comunità yazidi. Nena News

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

Il ricordo dell’attivista Vittorio Arrigoni ucciso a Gaza nel 2011. «Una voce che parla ancora. Una voce che forse non tacerà mai finché ci sarà tanta ingiustizia e tanto dolore in quella terra che ha amato e che ha insegnato ad amare» scrive di lui Patrizia Cecconi

di Patrizia Cecconi

Roma, 20 gennaio 2017, Nena News – (inizia da qui)

Alcuni mesi dopo chiesi a Vittorio se voleva venire in Italia per partecipare a una conferenza all’Università La Sapienza su “isolamento e manipolazione mediatica” in cui avremmo parlato di Cuba e della Palestina, in particolare di Gaza. Vittorio mi rispose “non sono io il regista della mia vita, non so se potrò, semmai faremo un collegamento in diretta”. Infatti facemmo un collegamento telefonico in diretta.

Era il 15 marzo 2011. Quando lo chiamavo per organizzarci usavo le schede pubbliche dalle quali non appariva il numero del chiamante. Vittorio mi pregò di mandargli un messaggio prima della chiamata per dirgli che ero io altrimenti non avrebbe risposto, perché tutte le chiamate anonime erano minacce di morte, quindi le ignorava. Il 15 aprile veniva ucciso.

Il dolore per la sua morte fu qualcosa di straordinario. Forse solo la morte del Che, tanti anni prima, aveva prodotto altrettante emozioni dolorose in mezzo mondo.

Quando la sua salma arrivò in Italia neanche un sotto-sotto-vice segretario del governo italiano andò a riceverla. C’eravamo noi, decine di amici e compagni all’aeroporto e migliaia a San Lorenzo dove la salma arrivò e venne allestita la camera ardente. C’era anche la giornalista di Rainews24 che mi telefonava per chiedermi di arrivare in fretta a San Lorenzo, prima che finisse il suo turno perché solo così avrebbe potuto mandare la mia intervista senza filtri in diretta. Non feci in tempo. Arrivai che il turno era finito, ma non era importante, altri compagni vennero intervistati in diretta e l’Italia più distratta scoprì chi fosse questo suo figlio che tornava ucciso e da allora la sua voce non fu mai spenta. Chi non lo aveva conosciuto cominciò a conoscerlo allora. E cominciò ad amarlo. E cominciò a capire a distanza cosa significa vivere sotto il tallone dello stato definito democratico di Israele.

Io non amo i funerali, ma quello di Vittorio era un omaggio dovuto e così organizzai due pullman per Bulciago. Non sapevo muovermi molto bene su face book, ma la notizia si diffuse comunque e mi scrissero e mi telefonarono dalla Spagna, dall’Irlanda, dalla Grecia, e addirittura dall’Australia e dal Kenya. Vittorio, come l’esplosione di una galassia, aveva lanciato delle piccole luci in tutti i continenti. Il dolore per il suo assassinio era pari all’amore che questo ragazzo era riuscito a creare con la sua voce che gridava “restiamo umani!”

Piccole luci, sì, come “Piccola Luce” viene definito con tenerezza e poesia da Sabina Antonelli, immaginandolo quando ancora non si erano neanche incontrate le due cellule che gli avrebbero dato la vita. “Piccola Luce era lì…..immersa negli innumerevoli Infiniti…..avvolta dal passato, presente e futuro che, in lei, erano un tutt’uno”. Così comincia la storia del bambino che non voleva essere un lupo.

Se non avessi avuto per le mani questo gioiello, nato dalla fantasia di Sabina Antonelli, curato dall’amore e dai ricordi di Egidia Beretta, scaturito da una frase di Vittorio bambino scritta in una descrizione scolastica di se stesso, se non avessi avuto queste righe da leggere e queste immagini da apprezzare, non avrei mai scritto questi ricordi, perché in fondo mi sembrava superfluo farli conoscere.

Ma sono tornati alla mia mente con irruenza e come se dovessero uscire per forza da me. Ne ho tagliati tanti, tutti erano troppi, ma questi si sono proprio imposti. Non importa che qualcuno li legga o che restino silenziosi, ho sentito una strana e improvvisa urgenza di scriverli. Mi sono chiesta perché. Mi sono risposta, dopo averci pensato un po’. Mi sono risposta che forse era la necessità di aggiungere dei piccoli momenti di vita terrena che improvvisamente mi è piaciuto condividere affinché alla fiaba si sommasse la figura viva, quella che da “Piccola Luce” è diventata una voce che parla ancora. Una voce che forse non tacerà mai finché ci sarà tanta ingiustizia e tanto dolore in quella terra che Vittorio ha amato e che ha insegnato ad amare.

Le 12 immagini che l’autrice presenta come possibili scelte del sogno di una Piccola Luce che vorrebbe portare gioia nel mondo sono tutte, in qualche modo, possibili momenti dell’animo di Vittorio. “Sarò una nuvola….darò respiro al mare e fiato ai deserti”. Oppure “Sarò una barca. …Insieme possiamo sfidare i venti ed arrivare all’approdo”. O forse “Sarò un albero!…avrò radici profonde per sostenermi…anche nella furia delle tempeste” o forse un gatto, o un libro, o un orologio. E perché non una città? O un aquilone, o acqua pronta a dissetare? O forse un lupo, “No, non sarò un lupo. Non voglio essere un lupo. …NON HO LE ZANNE. … … Sarò un bambino che non vuole essere un lupo…. “ e l’autrice immagina che nel momento in cui Piccola Luce fece la sua scelta “l’immensità del mondo, la profonda essenza della vita… trovarono posto dentro di lui.

Così le due cellule si unirono e Piccola Luce diventò il bambino che non voleva essere un lupo. Arrivò a vedere il mondo e il mondo vide lui. Crescendo cominciarono le domande. Le domande dei bambini sono tante, si arrotolano e si srotolano dalle più profonde alle più leggere e il bambino si chiedeva il senso della vita e quanta cioccolata potesse mangiare. Poi si chiedeva cosa sarebbe stato da grande, e la fiaba si conclude scoprendo che sarebbe stato una barca, un nuvola, un albero, un orologio, un libro, una città, un aquilone e forse anche uno scoiattolo e una farfalla. Ma non sarebbe mai stato un lupo.

Di certo è stato un sognatore e come lui stesso scrisse un giorno prendendo le parole da un altro grande sognatore, Nelson Mandela, “un vincitore è un sognatore che non ha mai smesso di sognare” Questo è Vittorio, e la fiaba del bambino che non voleva essere un lupo fa omaggio alla sua figura di vincitore. Vincitore sul male e sulla morte, perché Vittorio è qui, come nuvola che passa e ripassa e lascia nell’aria una voce che non si spegnerà . Restiamo umani!

Il ricavato del libro, che è una tenerissima fiaba illustrata da regalare a grandi e bambini, andrà alla Fondazione Vik Utopia, la onlus che realizza progetti che riflettono e tengono vivo lo spirito che ha guidato le scelte del bambino che non voleva essere un lupo.

Il volume è edito da “Segni e parole”, Autrice e illustratrice Sabina Antonelli, 12 euro. Viene spedito in una o più copie per via postale. Per richiederlo scrivere a egidiaberetta@tiscali.it

Un documento di sintesi che ripercorre la storia delle relazioni latinoamericane-palestinesi e valuta qual è la posta in gioco per la causa palestinese nel continente

Manifestazione pro-palestinese in Venezuela

di Cecilia Baeza – Al Shabaka

Traduzione di Rosa Schiano

Roma, 20 gennaio 2017, Nena News – La destra politica cilena ha vinto in decine di comuni nelle elezioni locali dello scorso ottobre, sconfiggendo la coalizione di centro sinistra al governo. Nello stesso mese il vescovo evangelico di destra Marcelo Crivella è diventato sindaco di Rio de Janeiro. Una serie di altre elezioni latinoamericane hanno analogamente visto nel corso dell’ultimo anno la vittoria della destra, denotando un ritiro della “marea rosa” dei governi di sinistra nella regione. Questa svolta a destra non promette bene per la causa palestinese, con dei leader come Crivella, che da sindaco ha scelto come meta del suo primo viaggio Gerusalemme in aperto sostegno agli interessi israeliani.

Si tratta di un cambiamento rilevante rispetto al recente passato. Mentre per decenni i governi dell’America Latina sono stati per lo più amici di Israele, qualcosa iniziò a cambiare negli anni 2000 quando molti di questi governi, progressisti e meno progressisti, mostrarono un maggiore senso di solidarietà con la Palestina attraverso azioni quali il riconoscimento dello stato palestinese e la condanna degli attacchi israeliani contro la Striscia di Gaza. Tale solidarietà ha caratterizzato “un decennio d’oro” per le relazioni tra l’America Latina e la Palestina.

Eppure, queste azioni ufficiali sono rimaste al tempo stesso sostanzialmente simboliche ed hanno permesso che il perseguimento degli interessi materiali israeliani in America Latina continuasse indisturbato. Sebbene gli ultimi cambiamenti politici siano demoralizzanti per coloro che lavorano per i diritti dei palestinesi, essi stanno tuttavia preparando il terreno perché i movimenti popolari, come il movimento del Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni (BDS) ed i gruppi locali della società civile, si uniscano ed esercitino pressione per la realizzazione di quei cambiamenti che non sono stati possibili nemmeno sotto i governi di sinistra.

Questo documento di sintesi ripercorre la storia delle relazioni latinoamericane-palestinesi e analizza il ruolo della pressione esercitata dalla diaspora palestinese ed ebraica sui mutamenti politici della regione. Infine valuta qual è la posta in gioco per la causa palestinese in America Latina e suggerisce potenziali vie di azione contro i tentativi israeliani di perseguire i propri obiettivi in violazione dei diritti dei palestinesi.

America Latina e Palestina: dai pregiudizi alla solidarietà

L’America Latina, ad eccezione di Cuba, per decenni è stata considerata amica di Israele¹. La benevolenza dell’America Latina verso il progetto sionista ebbe inizio nel 1947, quando diplomatici regionali sostennero la Risoluzione 181 delle Nazioni Unite che chiedeva la divisione della Palestina in stato ebraico e arabo. Tredici dei 33 voti a favore vennero dall’America Latina.

Nel ventennio successivo, le posizioni governative latinoamericane continuarono ad essere generalmente favorevoli ad Israele.
A differenza dei governi africani e asiatici, in linea generale nel corso di questo periodo i governi latinoamericani non si preoccuparono più del tema della decolonizzazione e pertanto non si interessarono al sostegno della causa palestinese.

Ad esempio, nessun paese latinoamericano partecipò alla Conferenza di Bandung del 1955 e, a parte Cuba, nessun paese latinoamericano prese parte alla creazione del movimento dei Non Allineati nel 1961. Queste furono piattaforme importanti per gli attivisti e gli intellettuali palestinesi per affermare la loro solidarietà con le lotte di liberazione nel mondo e contestare una narrativa sionista che ritraeva Israele come parte del Terzo Mondo. Infatti, in seguito alla guerra dei Sei Giorni nel 1967, l’OLP riuscì a rafforzare i legami con altri movimenti anticolonialisti e antimperialisti².

A metà degli anni ’70, i rapporti con Israele divennero apertamente più cordiali. Ad eccezione del Brasile, tutte le amministrazioni conservatrici e/o autoritarie – tra le quali vi erano la maggior parte dei governi della regione di quel periodo – stabilirono solidi legami con Israele attraverso l’assistenza militare e/o aiuti allo sviluppo³. Israele fornì le dittature militari di armi, mezzi militari, attrezzature di controllo, addestramento anti-sommossa e perfino consulenza di pubbliche relazioni.

Con la fine della Guerra Fredda e la successiva ondata di democratizzazioni, la retorica ufficiale latinoamericana riguardo a Israele e Palestina divenne più equilibrata, portando i paesi della regione a normalizzare le relazioni con entrambi, Israele e i palestinesi. Gli Accordi di Oslo rafforzarono questa dinamica. Tuttavia, a trarre vantaggio da questa equidistanza alla fine fu Israele più dei palestinesi. A dicembre del 1991, per esempio, tutti i paesi latinoamericani ad eccezione di Cuba votarono per il ritiro della Risoluzione 3379 delle Nazioni Unite che definisce il Sionismo una forma di razzismo⁴.

Poi, l’affermazione di più governi di sinistra a metà degli anni 2000 produsse un cambiamento nelle politiche nei confronti della Palestina. Le amministrazioni latinoamericane dopo il 2008 mostrarono una solidarietà senza precedenti con il popolo palestinese. L’ondata di riconoscimenti dello Stato di Palestina tra il 2008 e il 2013 segnò l’apice di questo cambiamento. Ad eccezione di Messico, Panama e Colombia, tutti i paesi nella regione ora riconoscono ufficialmente la Palestina come stato.

Questa non fu l’unica espressione di solidarietà. Venezuela e Bolivia hanno sospeso i rapporti diplomatici con Israele a gennaio del 2009 in segno di protesta contro l’Operazione Piombo Fuso e lo stesso ha fatto il Nicaragua nel mese di febbraio del 2010 in risposta all’attacco sul convoglio umanitario della Freedom Flotilla diretto alla Striscia di Gaza. Di fronte al brutale assalto israeliano su Gaza nel 2014, il presidente venezuelano Nicolas Maduro ha lanciato una campagna chiamata “SOS Palestina”. La Bolivia si è spinta oltre, rinunciando ad un accordo con Israele per l’esenzione dal visto e dichiarando Israele uno “stato terrorista”.

Non solo i governi di sinistra radicale, ma anche le amministrazioni di sinistra e centro-sinistra hanno preso parte a questa evoluzione. Il presidente brasiliano Luis Inácio Lula da Silva e il presidente domenicano Leonel Fernandez si sono recati, in una visita storica, nei Territori Palestinesi Occupati rispettivamente nel 2010 e nei 2011 mentre l’Argentina e l’Uruguay hanno aperto nuove ambasciate a Ramallah.

Inoltre, mentre la comunità internazionale è rimasta in silenzio durante l’aggressione israeliana del 2014, Brasile, Argentina, Cile, Peru e Ecuador hanno espresso una forte dichiarazione di condanna ed hanno convocato i propri ambasciatori per consultazioni. Recentemente, nel 2015, il governo brasiliano di Dilma Rousseff ha rigettato la nomina di Dani Dayan, un ex leader nel Consiglio Yesha – comitato che rappresenta le colonie israeliane in Cisgiordania – come ambasciatore israeliano in Brasile.

Tale sostegno governativo si è tradotto anche in donazioni finanziarie e cooperazione tecnica sud-sud. Venezuela, Cile, Bolivia e Brasile hanno innalzato i propri livelli di cooperazione con la Palestina. Dal 2008, ad esempio, l’Agenzia brasiliana per la cooperazione ha realizzato sei progetti in Palestina in settori quali la sanità, lo sport, i mezzi di comunicazione. Tra il 2006 ed il 2012, le somme che il Brasile ha donato alle successive conferenze internazionali, in particolare per la ricostruzione di Gaza, hanno superato i 30 milioni di dollari. Il paese inoltre è diventato uno dei maggiori donatori della Unrwa tra i BRICS.

Benché sia chiaro che i governi di sinistra siano stati maggiormente entusiasti nel mostrare la propria solidarietà con i palestinesi attraverso mosse più audaci e ferventi, anche i governi di destra hanno seguito questa tendenza. Le amministrazioni di Sebastian Piñera in Cile, Otto Pérez Molina in Guatemala e Porfirio Lobo in Honduras hanno partecipato all’ondata di riconoscimenti ufficiali dello stato di Palestina. Piñera nel 2011 si è anche recato in visita ai Territori Palestinesi Occupati⁵.

I flussi della Marea Rosa e con essi il sostegno alla Palestina

Tuttavia, non molto tempo dopo tali sviluppi, i governi di destra hanno iniziato a vincere le elezioni in America Latina e a dichiarare il loro sostegno ad Israele. Una serie di diversi fattori hanno causato il cambio politico, tra cui gli scandali di corruzione tra i partiti di sinistra al governo ed una crisi economica regionale. Mentre le questioni internazionali non costituiscono elemento centrale del cambiamento, il “decennio d’oro” dei rapporti latinoamericani-palestinesi è diventato un simbolo di ciò che la destra definisce una politica estera “ideologica”.

Dopo 12 anni di governo kirchnerista di sinistra, nel novembre 2015 l’Argentina è stato il primo paese a passare al centro destra con la vittoria presidenziale del conservatore Mauricio Macri, sindaco di Buenos Aires. A distanza di meno di un mese, il Partito Socialista Unito del Venezuela, la forza politica che ha sostenuto la rivoluzione bolivariana guidata dal presidente Hugo Chávez fino alla sua morte nel 2013 e che ora è portata avanti dal suo successore, Nicolas Maduro, ha subito una grave sconfitta nelle elezioni legislative. Oggi, il futuro del governo di Maduro è incerto.

In Brasile, il controverso impeachment di Dilma Rousseff nel 2016 ha messo fine al tredicennale governo del Partito dei Lavoratori. Il vicepresidente Michel Temer, a capo del Partito del Movimento Democratico Brasiliano, è diventato presidente ad interim e si è alleato con partiti di destra per formare il proprio governo.

Qualche mese più tardi, il Partito dei Lavoratori ha perso oltre la metà delle 644 municipalità che aveva ottenuto nel 2012. Un altro cambiamento è avvenuto in Peru, dove Pedro Pablo Kuczynski, ex finanziere di Wall Street, ha vinto al ballottaggio le elezioni presidenziali di giugno 2016, mentre Veronika Mendoza, la candidata del Fronte Ampio di sinistra, è arrivata terza al primo turno delle votazioni. Nel 2011, la candidata di sinistra Ollanta Humala con la sua alleanza aveva vinto sia la presidenza sia il più alto numero di seggi parlamentari.

I leader della destra hanno usato la questione palestinese come simbolo del cambiamento nelle alleanze internazionali. Ciò si è rivelato particolarmente vero in Argentina. Nel mese di giugno 2014, Macri, ancora sindaco di Buenos Aires, partecipò ad una conferenza internazionale dei sindaci a Gerusalemme. Macri colse l’occasione per dire al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che se avesse vinto la presidenza il comportamento dell’Argentina nei riguardi di Israele sarebbe cambiato in positivo e che la cooperazione tra i due paesi sarebbe migliorata.

Non appena fu eletto presidente, Macri iniziò a tener fede alle sue promesse. A gennaio del 2016 ha incontrato Netahyahu al Forum economico mondiale a Davos, dove hanno deciso di accrescere gli investimenti nella tecnologia, nella sicurezza, nella difesa e nel settore alimentare.

Nessun altro paese nella regione ha assistito ad un così rapido e radicale cambiamento di atteggiamento nei confronti di Israele e Palestina. Eppure chiari segnali puntano in tale direzione in altri paesi. A meno di un mese dalla sua nomina di ministro degli Esteri brasiliano nel maggio 2016, José Serra, ex governatore di São Paulo noto per le sue relazioni di lunga data con le organizzazioni ebraico brasiliane pro-Israele e con funzionari israeliani, ha annunciato che il paese potrebbe riconsiderare il suo recente voto a favore della risoluzione UNESCO su Gerusalemme, che sollecita Israele a porre fine alle “aggressioni e misure illegali contro la libertà di culto e l’accesso dei musulmani ai propri luoghi sacri”.

Anche se il Brasile ha finito per mantenere il proprio voto, il suo rappresentante ha specificato che in futuro sarebbe stato improbabile il sostegno a tali risoluzioni.

Il gruppo parlamentare evangelico, terzo raggruppamento parlamentare più forte in Brasile, sta svolgendo un ruolo sempre più importante nel rafforzamento delle relazioni tra i politici di destra e Israele. In Brasile la crescente popolazione evangelica di circa 50 milioni di persone – la seconda più grande al mondo, dopo gli Stati Uniti – è a portata di mano per il sionismo cristiano.
Lo stesso principio vale per Jimmy Morales, un comico televisivo cristiano evangelico che ha vinto le elezioni presidenziali in Guatemala nell’ottobre del 2015. Il Jerusalem Post lo ha definito un “amico di Israele”⁶.

[continua]

Note:

1. Kaufman, Edy, Yoram Shapira, e Joel Barromi, Israeli-Latin American Relations (New Brunswick, NJ: Transaction Publishers, 1979), 94.

2. Chamberlin, Paul Thomas, The Global Offensive: The United States, The Palestine Liberation Organization, and the Making of the Post-Cold War Order (New York: Oxford University Press, 2012). Inoltre, sostenendo l’idea per cui la lotta armata sia lo strumento più efficace per il raggiungimento della liberazione nazionale, l’OLP trovò accoglienza favorevole tra le guerrillas latinoamericane. Cuba e Nicaragua, grazie alla Rivoluzione Sandinista del 1979, furono poi fondamentali nel connettere la OLP ai movimenti di sinistra in America Latina. (Fernandez, Damian J., ed., Central America and the Middle East: The Internationalization of the Crises (Miami: International University Press, 1990). Nel 1988, Cuba e Nicaragua erano i soli paesi nella regione a riconoscere ufficialmente la Palestina come stato.

3. Bahbah, Bishara A. e Linda Butler, Israel and Latin America: The Military Connection (London: Palgrave Macmillan, 1986).

4. Vedere la Risoluzione 46/48 delle Nazioni Unite.

5. Il fatto che Honduras e Cile siano i due paesi latinoamericani con le più numerose comunità palestinesi – di cui una parte importante si identifica con i partiti di destra – ha contribuito a questa mossa diplomatica.

6. Come un collaboratore del Jerusalem Post recentemente ha scritto, “C’è una affascinante collaborazione tra la comunità ebraica e la comunità evangelica del Guatemala, in sostegno ad Israele…Mentre l’Europa sta diventando sempre più islamizzata, ora più che mai dobbiamo coltivare i nostri rapporti con i paesi latinoamericani e usare il momento storico del sostegno evangelico in nostro favore”.

Cecilia Baeza, membro di Al-Shabaka, insegna presso la Fondazione Getulio Vargas di San Paolo, in Brasile. È co-fondatrice di RIMAAL, una rete di ricercatori sui rapporti tra l’America Latina e il Medio Oriente. Ha un dottorato in relazioni internazionali dallo Sciences Po, Istituto di studi politici di Parigi. 

Un documento di sintesi che ripercorre la storia delle relazioni latinoamericane-palestinesi e valuta qual è la posta in gioco per la causa palestinese nel continente

di Cecilia Baeza – Al Shabaka

Traduzione di Rosa Schiano

Roma, 21 gennaio 2017, Nena News – [continua da qui]

Il ruolo della diaspora ebraica e palestinese

Si stima che in America Latina risiedano un milione e mezzo di ebrei, dei quali oltre l’80% vivono in Argentina. Circa 120.000 ebrei vivono in Brasile. Negli anni ’20 furono create nella regione organizzazioni sioniste che svolsero un ruolo essenziale nello strutturare e influenzare queste comunità, di cui parte dei membri sono stati rappresentati tra le élite economiche e politiche locali.

Come in qualsiasi altra regione, la diaspora ebraica in America Latina non è uniforme. Benché la maggioranza delle istituzioni ebraiche abbia sempre mantenuto stretti legali con Israele, importanti dissidenti, voci di sinistra, molti dei quali erano trotzkiste, sono riusciti a farsi sentire.

Tuttavia, a partire dalla Seconda Intifada, un rigido allineamento con Israele è diventato prassi. Le principali organizzazioni ebraiche svolgono un ruolo attivo nel sostegno al governo israeliano ed alle sue politiche, principalmente impegnandosi nella diplomazia pubblica attraverso contatti personali e interviste con i media. Inoltre, spesso organizzano e sponsorizzano tour in Israele per giornalisti e membri dei rispettivi parlamenti come uno strumento per divulgare la narrazione israeliana della Palestina⁷.

La regione è anche abitata da un’ampia presenza araba, principalmente siriana-libanese. Alcuni osservatori ritengono che il 5% della popolazione latinoamericana sia di origine araba, ovvero circa 25-30 milioni di persone. Sebbene sia difficile reperire numeri affidabili, è chiaro che le più vaste comunità di siriani e libanesi si trovino in Brasile, Argentina, Venezuela e Messico. La popolazione palestinese della diaspora equivale all’incirca al numero di ebrei latinoamericani. Si trova soprattutto in due paesi: Cile, con 350.000 palestinesi e Honduras, con 120.000.

Molti latinoamericani di origine palestinese e siriana-libanese, come gli ebrei latinoamericani, fanno parte dei ceti alti e pertanto frequentano gli stessi quartieri d’élite, le università, i circoli. Questo segmento dell’alta società della diaspora ebraica e palestinese tende a sostenere i partiti della destra. Poiché la lotta per i diritti dei palestinesi è stata associata ai movimenti di sinistra e, fino agli anni ’80, alle guerriglie, gli interessi di classe e l’appartenenza politica hanno spesso allontanato questi benestanti latinoamericani di origine araba dalla causa palestinese⁸.

Sebbene altri segmenti di questa diaspora, soprattutto le classi medie, abbiano assunto un ruolo importante nella difesa dei diritti dei palestinesi, vi è assenza di unità all’interno della comunità, al contrario di quanto avviene in quella degli ebrei latinoamericani della diaspora, per i quali il sionismo rappresenta il legame che li unisce.

Valutare l’influenza dei gruppi di pressione della diaspora sulla politica estera dell’America Latina non è semplice; solo pochi studi empirici sono stati condotti sul tema. Tuttavia, si può dire che né le pressioni palestinesi né quelle sioniste possano da sole spiegare l’orientamento della politica estera. Con ciò non si intende negare l’importanza dei gruppi di pressione della diaspora, ma sottolineare che la loro efficacia dipende da un accumulo di fattori convergenti.

In generale, tali gruppi possono suggerire che una scelta politica vada in un senso o nell’altro, ma non sono mai il fattore determinante. Ad esempio, il voto a favore della ripartizione nel 1947 fu il risultato di un allineamento con gli Stati Uniti e di un supporto al sionismo dopo gli orrori della seconda guerra mondiale, nonché della persuasività della diplomazia sionista si affidava alle comunità ebraiche locali per convincere i leader latinoamericani.

Per contro, l’attività di pressione araba a favore dei diritti dei palestinesi è stata relativamente debole fino agli anni 2000. Sebbene alla fine degli anni Settanta e Ottanta l’Olp abbia richiamato l’attenzione sulla causa palestinese tra i giovani latinoamericani di origine palestinese, i contesti autoritari che hanno caratterizzato gran parte dei paesi della regione all’epoca hanno limitato la sensibilizzazione e la mobilitazione politica a favore dei palestinesi. I processi di democratizzazione negli anni Novanta ridussero tali ostacoli, ma ormai l’atteggiamento di distacco della Olp impegnata con la promessa di un ipotetico progetto di costruzione di uno stato, aveva impedito la creazione di un più forte movimento pro-Palestina in America Latina.

Il fallimento e la delusione di Oslo e lo scoppio della Seconda Intifada nel settembre del 2000 spinsero le organizzazioni in sostegno dei palestinesi ad agire. Inoltre l’intifada destò particolare interesse nella diaspora grazie ad internet; finalmente, i latinoamericani di origine palestinese ebbero accesso diretto a cosa stava accadendo in Palestina senza il filtro dei media occidentali. E mentre molti legami transnazionali sono andati perduti col tempo, media online e social network sono stati fondamentali per riconnettere i palestinesi della diaspora alla società palestinese.

Lo status diplomatico conferito all’AP attraverso Oslo ebbe inoltre un effetto di mobilitazione. Il riconoscimento ufficiale da parte di autorità locali dell’AP permise ad alcuni membri conservatori della diaspora palestinese latinoamericana di sostenere una causa che era stata precedentemente etichettata come collegata al “terrorismo internazionale”. In seguito a questi sviluppi, i gruppi di pressione palestinesi divennero più consapevoli, articolati e persuasivi – e aiutarono le organizzazioni palestinesi a usare la propria influenza nella sfera politica.

Il Cile ne è un esempio. La creazione o la riattivazione di organizzazioni come la Fundación Palestina Belén 2000, la Federación Palestina e l’Unione Generale degli Studenti Palestinesi ha consentito attività politiche a favore della Palestina. Anche il gruppo interparlamentare cileno-palestinese, una coalizione di deputati di entrambi i partiti di destra e di sinistra, ha dato il proprio sostegno⁹.

Questa più ampia rete pro-Palestina include ricchi imprenditori, studenti, attivisti e politici. Ha lavorato in collaborazione con il governo cileno e le sue istituzioni. Per esempio, una serie di organizzazioni di solidarietà con la Palestina recentemente hanno invitato Hanan Al-Hroub, insegnante della Cisgiordania che nel 2016 ha vinto il Global Teacher Prize; Al-Hroub è stata ricevuta in Cile dalla presidente Michelle Bachelet.

Questi gruppi cileni approcciano al proprio lavoro con ideologie differenti. Benché prevedibile, tale eterogeneità può offuscare il messaggio politico della lotta palestinese e qualche volta ostacolare risultati positivi. Al contrario, in Cile come nel resto dell’America Latina, i gruppi ebraici sionisti sono molto più uniti nel proprio messaggio e nelle proprie attività. Così, sebbene gli anni 2000 abbiano visto una crescita dell’attivismo latinoamericano per i diritti dei palestinesi, strategie migliori dovrebbero essere attuate – in particolare di fronte alla rinnovato riemergere della destra.

Oltre i simboli: lo sviluppo di una campagna popolare

A livello governativo e diplomatico, il prossimo decennio si profila cupo per i rapporti latinoamericani-palestinesi. Tuttavia, uno sguardo più critico al “decennio d’oro” mostra che vi sono sempre stati ostacoli per il movimento pro-Palestina nell’interfacciarsi con le amministrazioni latinoamericane. Armati di strategie per lottare contro questi ostacoli, il movimento può e deve contare su altre risorse e alleanze per portare avanti la propria causa.

Anche quando i governi latinoamericani di sinistra realizzavano azioni a sostegno dei diritti dei palestinesi, gli interessi materiali di Israele non sono stati minacciati. Ad esempio, Israele e Mercosur (il blocco regionale sudamericano che comprende Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay) ad aprile 2010 hanno negoziato ed hanno stipulato un accordo di libero scambio.

Da allora vi è stato un significativo incremento nelle esportazioni israeliane a Mercosur, dagli 807 milioni di dollari del 2009 ai 1.3 miliardi di dollari nel 2012¹⁰. Il Brasile ora è la prima destinazione delle esportazioni israeliane in America Latina, ricevendo un terzo di tutte le esportazioni israeliane nella regione.

Il governatore di Rio Grande do Sul, Tarso Genro, figura prominente del Partito dei Lavoratori, ad aprile 2013 ha firmato un accordo di cooperazione nel campo della ricerca che fa di Elbit System la prima azienda militare israeliana a capo di un progetto militare brasiliano.

Fu anche sotto il governo del Partito dei Lavoratori che nel 2014 le compagnie di sicurezza israeliane ottennero circa 307 milioni di dollari in contratti militari con le Forze Armate Brasiliane. Inoltre, il governatore di Buenos Aires, Daniel Scioli, candidato con il partito di sinistra al governo Fronte per la Vittoria nelle elezioni presidenziali del 2015, ha firmato un accordo con Mekorot e Ashtrom BV (un marchio israelo-olandese) per la costruzione di un impianto regionale per il trattamento delle acque a La Plata. Questo rafforzamento dei rapporti economici ha contribuito ad agevolare o comunque a facilitare l’attuale svolta a destra.

Questo tipo di azioni posso essere contrastate dalle comunità palestinesi, dai movimenti sociali e dalle campagne popolari che richiamano i governi ad assumersi le loro responsabilità in tema di diritti umani. In quest’ottica, il movimento del BDS sta accrescendo l’attività di sensibilizzazione. Nel 2014, per esempio, Buenos Aires ha sospeso un contratto da 170 milioni di dollari con Mekorot per l’impianto di trattamento delle acque a causa delle pressioni degli attivisti del BDS, dell’Unione Centrale dei Lavoratori e dei movimenti sociali secondo cui Mekorot stava tentando di esportare le discriminatorie politiche sull’acqua che adotta contro i palestinesi.

Un’altra importante vittoria in America Latina è stata l’annullamento dell’accordo con Elbit System sull’onda delle proteste riguardo ruolo di Elbit nella costruzione del muro di separazione e per la sua stretta collaborazione con l’esercito israeliano.

Per contro, il boicottaggio accademico è in fase iniziale. Non vi sono ancora università o associazioni accademiche latinoamericane che hanno interrotto le proprie relazioni con Israele. Diverse iniziative, tuttavia, sono in corso. A gennaio 2016, oltre 200 intellettuali brasiliani hanno firmato una lettera che invita al boicottaggio di Israele. In Argentina, un simile elenco include oltre 400 studiosi.

Ad aprile, in Cile, il 64% degli studenti dell’Università del Cile hanno votato a favore dell’interruzione dei legami istituzionali con le università israeliane ed il 56% si sono opposti alle attività che coinvolgono rappresentanti dello stato israeliano. A settembre, la federazione degli studenti dell’Università Cattolica Pontificia del Cile ha votato per la fine degli accordi di cooperazione universitaria con l’Università Ebraica di Gerusalemme ed il Technion – l’Istituto israeliano di Tecnologia. In entrambi i casi, gli studenti di origine palestinese hanno avuto un ruolo determinante nella mobilitazione.

La lezione del “decennio d’oro”: compiere passi avanti per i diritti dei palestinesi

È fondamentale rafforzare tra le comunità locali il movimento latinoamericano per i diritti dei palestinesi. Non solo perché la svolta a destra della regione la sta privando dei suoi alleati a livello governativo, ma anche perché essa può rappresentare una sfida per gli interessi dell’economia israeliana nella regione – ciò che nemmeno i governi di sinistra hanno fatto.

Il movimento del BDS può continuare a concentrarsi soprattutto sul boicottaggio dell’industria militare israeliana, incluso le società di sicurezza private. Mentre l’America Latina si posiziona soltanto al quarto posto in tali importazioni, dietro la regione Asia-Pacifico, l’Europa e il Nord America, il settore è fortemente emblematico, poiché la sua presenza in America Latina risale agli anni del regime autoritario.

Inoltre, in Brasile, l’industria militare israeliana è impegnata ad addestrare ed equipaggiare la polizia militare, accusata di violazioni dei diritti umani quali l’uccisione e la tortura di detenuti. Ad essere più vulnerabili sono i giovani uomini neri delle favelas e le comunità marginalizzate. Le forze di sicurezza inoltre fanno un uso eccessivo della forza per reprimere le proteste. I movimenti pro-Palestina possono rafforzare la loro collaborazione con organizzazioni per i diritti umani e organizzazioni locali delle vittime che lottano contro la brutalità della polizia per denunciare la connessione israelo-brasiliana basata su razzismo e violenza della polizia.

Un esempio di tale solidarietà può essere trovato a Rio de Janeiro. La società israeliana International Security and Defense Systems (ISDS) addestra la polizia nelle favelas con le stesse tecniche usate a Gaza. Ha ottenuto un appalto con i Giochi Olimpici di Rio del 2016. I movimenti palestinesi come Stop the Wall e il Comitato nazionale del BDS hanno unito le forze con i movimenti a Rio che lavorano per i diritti umani nelle favelas in una campagna chiamata “Olimpiadi senza Apartheid” per l’annullamento del contratto. L’accordo è ancora in atto e la campagna contro la presenza di ISDS a Rio de Janeiro continua.

In un momento in cui i movimenti pro-Palestina stanno perdendo accesso ai governi, incluso ai ministeri della Difesa, sarebbe un’ingenuità pensare che le campagne per l’embargo militare potranno apportare nel breve termine una differenza sostanziale. Tuttavia attendere passivamente il ritorno di una configurazione politica più favorevole non è un’alternativa.

I cicli elettorali in America Latina sono ogni quattro anni. È fondamentale per il movimento pro-Palestina iniziare a porre le proprie priorità strategiche nel programma dei partiti di sinistra. Ciò può contribuire ad evitare in futuro un’altra serie di azioni simboliche che soddisfano i rappresentanti diplomatici palestinesi ma sono spesso disconnesse dalle reali esigenze dei palestinesi.

Qualcuno potrebbe sostenere che quelli che lavorano per i diritti dei palestinesi potrebbero avvalersi dei legami della diaspora araba con le élite della destra per comunicare con gli attuali governi. È tuttavia improbabile che questo possa portare a dei risultati. Gli ostacoli della destra agli interessi dei palestinesi, così come i suoi legami con le forze armate e, in misura crescente, con la chiesa evangelica, sono troppo numerosi per consentire una promozione della Palestina come vera causa bipartisan. Ciò non significa che i politici della destra non possano appoggiare specifiche richieste, ma gli attivisti dovrebbero tener presente che tale sostegno mirato resterebbe limitato.

La diaspora palestinese – sia a livello organizzativo che individuale – ha un importante ruolo da svolgere nella ricerca dell’autodeterminazione e dei diritti umani palestinesi. I latinoamericani di origine palestinese meglio sono in grado di sensibilizzare le loro rispettive società sulla quotidianità in Palestina. Per riuscirci, devono lavorare al di fuori delle loro reti etniche e costruire forti legami con i movimenti sociali locali.

Ad esempio, portare Hanan Al-Hroub in Cile per incontrare la comunità palestinese e funzionari cileni di alto livello è stata una eccellente iniziativa, ma sarebbe stata ancor più efficace presentare il suo lavoro ai movimenti popolari per l’istruzione al fine di creare legami duraturi tra la società palestinese e la cilena.

Note:

7. Queste organizzazioni includono la CONIB (Confederação Israelita do Brasil), la AMIA (Asociación Mutual Israelita Argentina), la DAIA (Delegación de Asociaciones Israelitas Argentinas) e la CJCh (Comunidad Judía de Chile).

8. La classe non è il solo elemento in gioco. I libanesi maroniti, che costituiscono una porzione significativa dell’alta società degli arabi latinoamericani della diaspora, hanno attraversato, in seguito alla guerra civile libanese, un processo di nazionalismo a lunga distanza che li ha distaccati dalla causa palestinese. Queste dissonanze contribuiscono a chiarire perché la maggioranza dei più ricchi latinoamericani di origine araba non difenda i diritti palestinesi. Per esempio, né Miguel Facusse Barjum, un magnate honduregno morto nel 2015, né Alvaro Saieh Bendeck, un miliardario cileno, pubblicamente hanno sostenuto la Palestina nonostante le loro origini palestinesi. A volte, tali personaggi non rispettano nemmeno i diritti dei palestinesi.

9. Un’azienda familiare brasiliano libanese, per esempio – il Grup MCassab e la famiglia Cutait – è proprietaria dell’importatore esclusivo di Sodastream in Brasile.

10. Con 48 membri su un totale di 120 nella Camera dei Deputati, è attualmente il più ampio dei gruppi bi-nazionali. Otto membri del gruppo sono di origine araba, di cui sei sono di origine palestinese. Due senatori inoltre hanno origini palestinesi.

11. Si veda la banca dati Comtrade delle Nazioni Unite.

Cecilia Baeza, membro di Al-Shabaka, insegna presso la Fondazione Getulio Vargas di San Paolo, in Brasile. È co-fondatrice di RIMAAL, una rete di ricercatori sui rapporti tra l’America Latina e il Medio Oriente. Ha un dottorato in relazioni internazionali dallo Sciences Po, Istituto di studi politici di Parigi.

Le forze aeree di Russia e Turchia  hanno compiuto missioni congiunte contro l’Isis. Intanto a pochi giorni dall’apertura ad Astana dei negoziati tra l’esecutivo del presidente Bashar Assad e le opposizioni, l’Iran si schiera contro la partecipazione degli Usa

della redazione

Roma, 19 gennaio 2017, Nena NewsTurchia e Russia cementano con bombardamenti aerei congiunti la loro alleanza in Siria, che pure appena qualche mese fa appariva innaturale se non impossibile. Ieri le forze aeree russe e  turche hanno effettuato assieme 36 raid contro l’Isis ad el Bab, nella provincia di Aleppo. Ad annunciarlo è stato un portavoce dello Stato maggiore russo, Serghiei Rudskoi, che ha spiegato che tutti gli obiettivi erano stati concordati dai due Stati maggiori. Rudskoi ha lasciato capire che il coordinamento militare tra Mosca e Ankara procede bene e che andrà avanti.

Le due parti appaiono ben coordinate anche in diplomazia, in vista dei negoziati sulla Siria che si apriranno la prossima settimana ad Astana, con la partecipazione di rappresentanti di Damasco e delle opposizioni.

Non si può dire lo stesso dei rapporti tra Mosca e Tehran. L’Iran, a differenza della Russia, è contrario alla partecipazione di Washington al vertice di Astana. «Non abbiamo invitato gli Stati Uniti e ci opponiamo alla loro presenza ai colloqui», ha dichiarato il ministro degli esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif prendendo le distanze dal suo omologo russo, Serghiei Lavrov, che ha detto di ritenere opportuna la presenza anche di Usa e Onu. Lavrov ha anche detto di non opporsi alla partecipazione ai negoziati di Mohammed Alloush, leader del gruppo jihadista Jaysh al Islam, sponsorizzato dall’Arabia saudita, che in passato Mosca aveva definito un’organizzazione terroristica. Il governo siriano invece è contrario alla partecipazione del Qatar e dell’Arabia Saudita. Ad Astana non andrà un altro gruppo islamista radicale, Ahrar al Sham, stretto alleato di An Nusra, il ramo siriano di al Qaeda, che ha fatto sapere di non avere alcuna intenzione di negoziare una soluzione politica per la Siria.

Intanto Siria e Iran stringono ulteriormente i rapporti. Durante la visita del premier siriano Imad Khamis a Teheran, le due parti hanno firmato cinque accordi economico-commerciali, nel settore energetico, agricolo e della telefonia cellulare. L’Iran controllerà in parte anche una delle principali riserve di fosfati nella Siria centrale. Nena News

La Lista Araba Unita denuncia le politiche israeliane contro la comunità palestinese del Paese e accusa l’esecutivo Netanyahu di aver provocato le violenze. Il premier: “La colpa è loro, la violenza di ieri rafforzerà la legge”

Umm al-Hiran nel 2009. (Foto: Daniel Tchetchik. Fonte HaAretz)

della redazione

Roma, 19 gennaio 2017, Nena News – Nuovo sciopero generale nel “settore arabo” d’Israele in seguito agli scontri e alle demolizioni avvenuti ieri nel villaggio beduino di Umm al-Hiran. In serata centinaia di persone hanno mostrato solidarietà verso i residenti evacuati con la forza dalla polizia israeliana: le principali manifestazioni di sostegno alla comunità araba hanno avuto luogo a Tel Aviv, Nazareth,Wadi Ara e Haifa. Qui si è avuta la protesta più partecipata: circa 200 persone hanno sventolato le bandiere palestinesi ed esposto striscioni e manifesti di condanna alle politiche del governo Netanyahu.

La situazione è precipitata ieri all’alba a Umm al-Hiran, un villaggio di 700 anime del Neghev abitato dai discendenti di un gruppo beduino trasferitosi lì dopo essere stato rimosso dal suo villaggio originario per fare posto al Kibbutz Shoval. La tensione tra polizia e comunità locale si era fatta tesa la scorsa sera quando sono arrivati sul posto i bulldozer con l’obiettivo di “far rispettare la legge”. Due giorni fa, infatti, la Corte Suprema israeliana ha respinto in via definitiva il ricorso della popolazione contro la sua demolizione. L’intenzione di Netanyahu è creare sulle sue ceneri una cittadina ebraica (Hiran) di 2.400 unità abitative che saranno occupate principalmente dalla vicina comunità di Meitar (nord est di Be’er Sheva). È dal 1956 che gli abitanti di Umm al-Hiran lottano per vedere riconosciuto il loro insediamento nell’area. Una battaglia che appare sempre più difficile da vincere: sullo sfondo, infatti, c’è il “Piano Prawer” che prevede il “trasferimento” di intere comunità beduine verso sette township (Rahat, Hura, Tel as-Sabi, Ararat an-Naqab, Lakiya, Kuseife e Shaqib al Salam).

Negli scontri avvenuti ieri nel villaggio beduino hanno perso la vita due persone. Uno dei due è il residente Yacoub Abu al-Kian. La polizia sostiene che Abu al Kian – descritto come un islamista e un simpatizzante dell’Isis – avrebbe investito intenzionalmente un gruppo di agenti ferendo gravemente un poliziotto, Erez Levy, deceduto in seguito in ospedale. Diversa, invece, la versione fornita dagli abitanti del villaggio: non ci sarebbe stato alcun attentato, la colpa sarebbe solo della polizia che ha sparato contro al-Kian mentre questi spostava la propria jeep. L’uomo, sostengono, ha perso il controllo del veicolo che guidava ed ha travolto ed ucciso l’agente. Gli abitanti di Umm al Hiran chiedono pertanto l’apertura di una inchiesta indipendente che faccia chiarezza sui fatti di ieri.

Eppure un video diffuso ieri dalla stessa polizia (girato da un drone o un elicottero) non dovrebbe lasciare spazio a dubbi. Nel filmato il Land Cruiser del beduino israeliano Yaqub al Kyan sta procedendo lentamente quando ad un certo punto i poliziotti, sembrerebbe senza motivo, aprono il fuoco contro la vettura. Solo a quel punto la macchina accelera investendo in pieno un gruppo di poliziotti (tra cui anche l’ufficiale morto). Abu al Kyan, colpito dai proiettili, probabilmente ha perduto il controllo dell’auto o forse, sentendosi in pericolo di vita perché sottoposto alle pallottole dei poliziotti, ha provato istintivamente ad allontanarsi dagli spari nel modo più veloce possibili. Ipotesi che Tel Aviv non prende lontanamente in considerazione perché è convinta che si tratti di un “atto terroristico”.

Ferito alla testa e alla schiena negli scontri di ieri è stato anche il capo della Lista Araba Unita, Ayman Odeh. Di fronte alle telecamere Odeh ha detto di essere stato colpito da un proiettile ricoperto di gomma, un’accusa che la polizia nega perché sostiene che a ferire il parlamentare sia stata una roccia scagliata dai manifestanti. Intervistato dal Canale 2 israeliano fuori l’ospedale con una benda sulla testa e una maglietta sporca di sangue, il leader palestinese ha puntato il dito contro Netanyahu perché avrebbe contribuito ad aizzare gli animi con la sua retorica “anti-araba”. Odeh ha tuttavia voluto lanciare un messaggio distensivo: “Nel Neghev – ha detto – c’è posto per tutti, ebrei ed arabi”.

Diversa l’opinione del governo. Il premier Netanyahu ha infatti puntato il dito contro i parlamentari arabi, gli unici responsabili di quanto è accaduto nel villaggio beduino. “Chiedo a tutti, in particolar modo ai membri della Knesset, di essere responsabili, di smetterla di istigare gli animi e di incitare alla violenza” ha detto rassicurando che le proteste di ieri non impediranno l’abbattimento delle case “illegali”. “Non soltanto questo incidente non ci fermerà, ma ci rafforzerà anche. Rafforzerà la nostra determinazione ad applicare la legge ovunque” ha spiegato. Più duro è stato il commento del suo collega di partito, Gilad Erdan, che ha accusato i parlamenti della Lista Araba Unita di “avere le mani sporche di sangue” per l’uccisione del poliziotto Levy.

E quando i toni del dibattito politico israeliano si accendono, ecco che non può tirarsi indietro il partito dei nazionalisti-religiosi di “Casa Ebraica”. “Insieme alle ong di sinistra, l’incitamento al terrorismo di Odeh sta causando l’agitazione infinita dei residenti beduini” ha scritto sul suo account Facebook la ministra della giustizia Ayelet Shaked. “Invece di promuovere la coesistenza e il dialogo, [i parlamentari arabi] hanno generato violenza e rabbia”. “Non è la prima volta – ha poi concluso – che membri della Lista Unita e quelli di Balad [uno dei partiti che compongono il raggruppamento arabo, ndr] causano spargimenti di sangue. Zoabi con la Mavi Marmara [durante la Freedom Flotilla del 2010], [l’ex leader di Balad] Bishara nel caso di Hezbollah, Ghattas che aiuta gli assassini e Odeh che ora getta benzina sul fuoco istigando alla violenza che ha causato la morte di un agente di polizia”.

“Non è un incidente se contro di noi arabi ci sono decine di migliaia di ordini di demolizioni” accusa il parlamentare della Lista Araba Ahmad Tibi intervenendo stamattina a Radio Israele. “Non ci sono piani di sviluppo, né progetti regolatori, né di espansione” ha poi sottolineato criticando il concetto d’illegalità sbandierato dal governo Netanyahu: “Allo stato attuale i cittadini palestinesi d’Israele sono costretti a costruire illegalmente perché gli organismi israeliani addetti alla pianificazione territoriale non hanno permesso alle comunità arabe la necessaria crescita naturale”. “Non puoi gettare gli arabi nel mare e lamentarti che si bagnano” ha poi chiosato.

Tibi, insieme al suo collega di partito Saadi, hanno pertanto presentato una mozione che propone di congelare per 10 anni le demolizioni delle costruzioni “illegali” nelle comunità arabe. Il tempo, precisano, servirà a “sviluppare un piano nazionale esaustivo” concernente lo sviluppo e l’urbanistica. La loro proposta, che sarà discussa dalla Commissione ministeriale per la Legislazione domenica, non dovrebbe però includere le costruzioni di Umm al-Hiran e ad altri villaggi beduini non riconosciuti da Tel Aviv dove la terra appartiene allo stato.

Ieri, intanto, alcuni parlamentari arabi della Knesset hanno incontrato alcuni ufficiali dell’Unione Europea (Ue) ai quali hanno denunciato le “politiche crudeli israeliane” contro di loro. Particolare attenzione è stata posta sia ai fatti di ieri ad Umm al-Hiran, ma anche alle demolizioni avvenute la scorsa settimana nella cittadina di Qalansawe che avevano portato il “settore arabo” ad indire immediatamente uno sciopero generale. Hanno partecipato all’incontro l’ambasciatore dell’Ue in Israele, Lars Faabord-Andersen e l’inviato della Commissione Europea in Medio Oriente, Michael Kohler. Nena News

L’UNRWA è l’unica agenzia che opera all’interno del Gaza Camp, nessuna NGO è operativa con programmi o progetti in sostegno della comunità. Il cibo scarseggia, il tasso di disoccupazione è alle stelle, ci sono solo cinque scuole per oltre 5 mila minori ed altri 4 mila non frequentano scuola

testo e foto di Eleonora Pochi

Jerash, Giordania, 19 gennaio 2017, Nena News – Gaza camp è abitato da oltre 30 mila palestinesi – ammassati in poco più di 0.75 Kmq – provenienti da Gaza. Si trova nella città di Jerash, nel nord della Giordania ed è uno dei primi campi in Giordania, formatosi nel 1968 come “campo d’emergenza” in seguito alla “guerra dei sei giorni” del 1967.

E’ anche uno dei campi profughi peggiori. E’ tangibile la negazione di diritti di base per questi palestinesi provenienti da Gaza, totalmente diversa la situazione per i milioni di palestinesi provenienti dalla Cisgiordania, che rappresentano la gran parte della popolazione in Giordana. Ad Amman, capitale giordana, il 90% degli abitanti sono di origine palestinese.

Le ragioni di questa differenziazione tra palestinesi di Gaza e Cisgiordania rimandano alla spartizione amministrativa del 1950, con l’annessione della Cisgiordania alla Giordania e della Striscia di Gaza all’Egitto. I palestinesi cisgiordani hanno la cittadinanza giordana, mentre quelli di Gaza no, facendo capo all’Egitto. Secondo l’UNRWA “agli ex-abitanti della Striscia sono negati molti dei servizi di base tra cui l’accesso alle scuole statali, l’occupazione del governo, e l’assistenza sanitaria”. Secondo quanto dichiarato dal direttore di campo, ad oggi l’UNRWA è l’unica agenzia che opera all’interno di questo campo-ghetto, nessuna NGO è operativa con programmi o progetti in sostegno della comunità. Il cibo scarseggia, il tasso di disoccupazione è alle stelle, ci sono solo cinque scuole per oltre 5 mila minori ed altri 4 mila non frequentano scuola, cercando di aiutare la famiglia svolgendo lavori manuali. Quei pochi che riescono a terminare la scuola secondaria grazie ad UNRWA non possono continuare con l’Università perché i costi sono insostenibili, non ci sono sovvenzioni, inoltre non possono accedere alle facoltà di Medicina, Legge, Comunicazione. Si contano sulle dita di una mano i ragazzi che hanno potuto frequentare un’Università giordana, grazie a fondi donati dall’estero.

Nel campo c’è un solo centro per l’assistenza sanitaria di base – in cui manca molto materiale – e neanche l’ombra di un presidio per la salute mentale. D’altronde quando il cibo scarseggia sembra utopico parlare di benessere psicosociale. L’unica NGO che attualmente opera nel campo è Palestine Children’s Relief Fund, che attraverso visite domiciliari, prende in carico i casi che necessitano interventi medici urgenti e organizza missioni di medici specialisti dall’estero.

Le infrastrutture di base sono a dir poco fatiscenti, le condizioni igieniche pessime di conseguenza e gran parte dei tetti è formata da lastre di amianto. I ragazzini giocano con calcinacci e ferri arrugginiti. Gli abitanti di quel campo risiedono in un limbo infinito, mi parlano dell’Europa come gli italiani parlavano dell’America nel dopoguerra. Un insegnante spiega che cercano di organizzare attività ricreative con bambini e ragazzi, per tentare di fornire loro una parentesi di normalità e speranza. Ma è molto difficile: “Dall’UNRWA negli ultimi tempi si son visti costretti ad interrompere alcuni servizi e attività per mancanza di fondi. Ci manca la formazione – sottolinea – abbiamo bisogno di specializzarci e studiare per poter continuare a sperare in un futuro migliore della quotidianità del campo”. Si potrebbe fare molto per supportare questa gente. Ad esempio “promuovere percorsi di studio all’estero o avviare microimprese di artigianato” suggerisce uno dei coordinatori di campo.

Paradossalmente quel campo si trova in condizioni molto peggiori di Zaatari Camp, che ospita rifugiati siriani, servito da un network di organizzazioni e da più agenzie delle Nazioni Unite. Nena News

Il ricordo dell’attivista Vittorio Arrigoni ucciso a Gaza nel 2011. «Una voce che parla ancora. Una voce che forse non tacerà mai finché ci sarà tanta ingiustizia e tanto dolore in quella terra che ha amato e che ha insegnato ad amare» scrive di lui Patrizia Cecconi

di Patrizia Cecconi

Roma, 19 gennaio 2017, Nena News – Era il 2010. Esattamente il 31 maggio. In cinque compagne e in modo piuttosto riservato seguivamo l’azione della prima Freedom flotilla. Cercavamo di sollecitare l’attenzione della stampa, convinte che fosse l’unico modo per proteggere gli attivisti che si erano imbarcati per portare aiuti umanitari ai gazawi assediati e, soprattutto, per denunciare e rompere l’assedio israeliano.

Erano tempi in cui le riunioni alla Rete Romana, che avevamo costituito ufficialmente da non molto, erano più o meno quotidiane e molto vivaci. Non mancavano screzi e contrasti anche forti, come ben si addice a ogni gruppo che abbia valori di sinistra perché, come si sa, senza contraddizione non c’è vita! Ma la Rete aveva senso di esistere e quindi resisteva superando le contraddizioni.

I media in linea di massima ignoravano la missione della Freedom. Fino al 31 maggio. Poi le cose, almeno per qualche giorno, sarebbero cambiate. Alcune testate, tra cui Rainews online, avevano scritto qualcosa circa la spedizione pacifista, ma non c’era piaciuto quel che avevano scritto, e fu così che la Rete Romana inviò una lettera indignata alla redazione di Rainews24. Inaspettatamente ci risposero invitandoci a parlare in Tv. Le mie compagne proposero che andassi io perché a loro il mio eloquio sembrava convincente. Intanto la Freedom stava per lasciare le acque internazionali. Sapevamo che non potevamo abbandonare neanche un secondo i contatti con i naviganti e quindi ci demmo i turni di due ore di riposo a rotazione.

E’ la prima volta che scrivo di quella notte. Pochissimi sanno chi seguiva la prima Freedom flotilla in Italia e cercava i contatti con i media. Eravamo noi, cinque compagne riunite in una casa a Trastevere. Preoccupate. Molto. L’unico giornale che seguiva adeguatamente l’azione era il Manifesto, ma il Manifesto era il “nostro” giornale e a noi invece serviva che la stampa mainstream e le Tv parlassero, e che parlassero in modo corretto di quell’operazione internazionale così importante e così coraggiosa. Perché solo i media mainstream avrebbero potuto proteggere la flotilla mostrando la loro attenzione. Tutte e tutti i compagni, in Italia e nel mondo che sostenevano l’operazione non erano, non eravamo, niente davanti allo strapotere israeliano. Avevamo bisogno dei media.

A Gaza c’era Vittorio. Lui era arrivato un paio di anni prima, anche lui dal mare col gruppo Free Gaza, ma la marina israeliana allora era stata eccezionalmente distratta e così Vittorio, già precedentemente espulso, già picchiato violentemente dai soldati israeliani che lo abbandonano mezzo morto, già dichiarato nemico da Israele, era riuscito a rientrare ed era rimasto durante i feroci bombardamenti israeliani che chiusero il 2008 e aprirono il 2009 nel sangue. Fu lui la voce che da Gaza parlava al mondo. La stessa voce che durante il massacro mandava i suoi report al Manifesto e a PeaceReporter firmando con un’incredibile esortazione: “restiamo umani”. Sì, nonostante tutto. Nonostante l’agire da belve sanguinarie che bruciavano i bambini col fosforo bianco che arde lentamente e tortura fino alla morte. Nonostante tutto! Perché Vittorio invocava l’umanità nascosta dietro il silenzio dei media e chiedeva attenzione al mondo. Restiamo umani era il suo grido. Non era un ululato, ma un grido che svegliava l’umanità, perché Vittorio era stato il bambino che non voleva essere un lupo. Un lupo come veniva percepito nelle favole antiche, no!

Quella notte tra il 30 e il 31 maggio, lui seguiva la Freedom da Gaza, noi la seguivamo da Roma. Altri da altre città nel mondo. Alle 4 di notte era il mio turno di riposo. Ero indecisa se andare a dormire, eravamo tutte molto tese e si cominciavano a fare ipotesi molto buie. Due di noi erano molto pessimiste, ma i naviganti erano disarmati, tra di loro c’era perfino un bambino di un anno e una vecchia pacifista ebrea ultraottantenne. Non sarebbe successo nulla, semmai li avrebbero arrestati e poi estradati. Così pensavano le altre tre. Alle 4 e mezza mi svegliò disperata Giovanna: Israele aveva attaccato le navi. Dal cielo, con gli elicotteri, si erano calati dei militari armati e avevano sparato. Dal mare avevano abbordato le navi con la marina da guerra. Avevano ucciso senza motivo. Dopo un po’ non arrivarono più notizie. Eravamo disperate. Telefonammo a radio3. Mi chiamarono a prima pagina. Comunicai quel che era successo: Atto di pirateria israeliana. Uccisi un numero imprecisato di pacifisti. Portavano aiuti umanitari. Attaccati in acque internazionali. Israele si è macchiato di altri crimini. Poi non riuscii più a parlare. Alle 10 la radio mandò in onda la telefonata e per mezz’ora si parlò di quanto successo. Non era molto, ma era qualcosa. Intanto Rainews24 aveva contattato Vittorio. Alle 12, io dagli studi Rai e lui da Gaza dovevamo essere intervistati.

Rainews24 ci aveva convocati diversi giorni prima perché spiegassimo le motivazioni della Freedom flotilla, in seguito alla lettera indignata che avevamo mandato come Rete Romana. Non potevano immaginare che il giorno dell’appuntamento sarebbe stato anche il giorno di un’ennesima e gratuita strage. Qualche giornale delinquente riuscì a fare un’edizione straordinaria titolando a caratteri cubitali “Israele ha fatto bene a sparare”, ma altri giornali, sicuramente meno infami anche se in linea di massima filoisraeliani, cercavano “le ragioni” per giustificare l’ingiustificabile azione criminale e finivano per “sgridare” Israele che forse aveva esagerato. No comment! Ricordo le parole di uno dei miti della letteratura israeliana, immotivatamente considerato democratico, Yeoshua, il quale fingendo di condannare il suo paese lo assolse accusandolo di stupidità. Un’azione criminale diventava un’azione stupida!

Negli studi di Rainews24, alle porte di Roma, mi accompagnò Alessandra, la compagna che traduceva i testi in e dall’inglese e che fino all’ultimo aveva sperato che l’azione della Freedom riuscisse. Avevamo entrambe un profondo dolore che si accresceva con la consapevolezza della nostra impotenza davanti allo strapotere israeliano nutrito dalla tolleranza e dalle complicità internazionali. Quando entrammo ci accolsero due giornalisti che ci offrirono un caffè e uno disse tra i denti “quelli (riferito agli israeliani) sono proprio bastardi dentro, lo sappiamo bene, anche se siamo imbavagliati”. Ricordo perfettamente l’espressione del giornalista che disse così. Io e Alessandra facemmo un mezzo sorriso e ci usci pure qualcosa del tipo “per fortuna non tutti”. A volte mi chiedo quanto può essere alta la nostra fiducia verso questa umanità per far uscire pensieri del genere in situazioni del genere!

Ci fecero aspettare molto, venendo continuamente a scusarsi dell’attesa. Si era capito che c’era qualche ostacolo. Alla fine mi chiamarono. Vittorio aspettava al di là del mare. Poi finalmente partì l’intervista. Parlammo senza filtri, se non quelli necessari a non creare un muro preventivo negli spettatori. Dovevamo andare in diretta, ma non fu così. I redattori, loro malgrado, furono costretti a tagliare qualcosa altrimenti l’intervista non sarebbe andata in onda. La giornalista che aveva voluto il servizio si scusò per i tagli imposti e disse che comunque il servizio restava molto efficace e che avrebbe fatto di tutto per mandarlo ogni mezz’ora per l’intera giornata. Non ci riuscì. Andò solo poche volte e a notte fonda. Del resto, il giornalista che ci aveva accolto aveva detto “… anche se siamo imbavagliati”!

[continua domani]

We do not know in what manner Saudi Arabia – which has thousands of islands in the Red Sea and the Arabian Gulf whose exact location it does not know – would have been affected had it postponed its demand for sovereignty over these two islands for a few more years

Tiran and Sanafir islands in the Aqaba Gulf

by Abdelbari Atwan – www.raialyoum.com

On Monday, Egypt’s Supreme Administrative Court fired a ‘lethal bullet’ at the agreement that upholds Saudi sovereignty over the islands of Tiran and Sanafir at the gateway to the Gulf of Aqaba. It did so by issuing a unanimous and final verdict that the agreement is null and void, and that the two islands fall under Egyptian sovereignty. This effectively slams the door in the face of any attempt at mediation to restore relations to normalcy. It also places President ‘Abdelfattah as-Sissi in confrontation with the people– or broad sectors of them– should he try to ignore this judicial verdict that enjoys wide-scale support.

We will not seek to join the current legal dispute between supporters of this verdict, who are the majority, and those opposed to it who are in a minority. Each camp has its own point of view and the documents to support it and contradict its opponents’ positions. All that we can say is that the Saudi and Egyptian governments have implicated themselves in a legal and political predicament, displaying an unprecedented strategic ‘short-sightedness’ that reveals a mis-assessment of the situation by opening this thorny file at this specific point in time without taking into consideration the consequences of moving down this dangerous slippery slope.

We do not know in what manner Saudi Arabia – which has thousands of islands in the Red Sea and the Arabian Gulf whose exact location it does not know – would have been affected had it postponed its demand for sovereignty over these two islands for a few more years. Even if it turns out that it truly has sovereignty over them, they are uninhabited islands that contain no gold. They were under Israeli occupation for decades and have no touristic value. And the same goes for Egypt, in one way or another, but this does not mean that we dismiss its right to demand sovereignty over the two islands or any other islands. We support postponing the issue instead of allowing the two countries relations towards further tension.

Saudi Arabia is currently fighting a bloody war of attrition in Yemen, and another in Syria. It sees Iran as an existential threat. At the same time, it is facing domestic terrorism and a financial and economic crisis that has forced it to adopt austerity measures that have begun to stir popular anxiety and widespread criticism. Is this the right moment to enter a political and legal crisis with the largest Arab country without which it cannot confront each and every one of these crises?

President Sissi conceded these islands because he is in a financially critical situation and wants the Saudi billions to salvage his country’s collapsed economy, and hence his rule. In other words, he is hostage to financial need. This is why he disregarded the element that goes by the name ‘the Egyptian people’ and ignored their extreme sensitivity towards conceding any Egyptian soil, even if in favor of a sister-state such as Saudi Arabia that has offered loans and financial grants to the order of fifty billion dollars.

The warning that the Saudi authorities issued to the Egyptian president, threatening to take strict punitive measures against him and his government if he does not make up his mind and hand over the two islands (giving him three weeks to do so according to some reports) was somewhat hasty. In fact, it was not appropriate at all as a mistimed act of escalation.

The pressures exerted on the Egyptian authorities, comprising a Gulf alliance that has agreed to cease any financial backing to it as long as it fails to comply with Saudi preconditions, and the decision to halt the monthly 700-thousand-ton oil grant, may not only turn the Egyptian street against Saudi Arabia, but against most of the Gulf states. It may drive President Sissi to throw himself into Iran and its camp’s lap, whereas Saudi Arabia and the Gulf states stand in the opposite camp in the direct or proxy political and military wars that are raging on more than one front today.

A few days ago, the Egyptian government sent Oil Minister Ahmad al-Mulla to Iraq. He returned carrying a grant of two million oil barrels each month. This will do more than counterweigh the Saudi grant, and with much easier conditions. In addition, he signed an agreement to refine Iraqi oil in Egyptian refineries so as to meet Baghdad’s needs of basic products such as petrol and fuel oil.

There are a number of likely scenarios after this verdict has been issued:

– First, the Egyptian government may uphold the Supreme Administrative Court’s decision and cancel the agreement, clinging to its sovereignty over the two islands, and bearing the consequences.

– Second, it may oppose this verdict and cast doubt on it, heading to Parliament to endorse it on the grounds that it believes that Parliament is the body that is constitutionally authorized to deal with such agreements and treaties. What makes this option likely is the statement issued by the ‘Support Egypt Coalition’ – which is the majority bloc in Parliament – that said that this verdict does not alter the fact that ‘it is Parliament that has the authority to rule on international treaties and agreements …and it will not relinquish this right.’

– Third, President Sissi may continue to procrastinate in an attempt to gain time, while seeking Gulf mediation to mend relations with Saudi Arabia, or reduce its pressures and warnings at least.

– Fourth, the two countries may decide to get wise and rational and freeze their disagreements over the islands at present.

It is difficult to say which of these four scenarios is the most likely. But we prefer the last since we are aware of the dangers that may ensue from any of the other three for both countries and the region as a whole.

For us, the two islands are neither Egyptian nor Saudi, but Arab. It makes little difference to us under whose sovereignty they are so long as they remain Arab. We did not wish for matters between these two sisterly countries to reach this sorry state.

“But if it proves impossible to reach a settlement that is acceptable to both sides, what is wrong with heading to the International Court of Justice and bringing the disagreement before it as Qatar and Bahrain did when they disagreed over the island of Hawar

In arrivo i fondi del Qatar per pagare l’acquisto del gasolio necessario per il funzionamento della centrale elettrica. Ma il problema della mancanza di energia non è risolto e la popolazione protesta con forza anche contro il governo di Hamas

di Michele Giorgio

Gerusalemme, 18 gennaio 2017, Nena NewsOscurata da settimane di schermaglie diplomatiche e dalla tensione a Gerusalemme per l’intenzione di Donald Trump di riconoscere tutta la città capitale di Israele, la crisi energetica nella Striscia di Gaza è passata (quasi) inosservata. I disagi per la popolazione causati dalla penuria di corrente elettrica sono enormi. E non è motivo di particolare sollievo la buona notizia che i governi di Qatar e Turchia, fronte alle immagini di donne e bambini esposti al freddo, si sono attivati con finanziamenti per diversi milioni di dollari per garantire il funzionamento della centrale elettrica di Gaza. Ogni giorno, da anni, due milioni di persone vivono con poche ore di corrente: otto quando va bene, due-tre come in questo periodo di crisi acuta. Negli ultimi giorni perciò si sono moltiplicate a Gaza le proteste contro i due governi palestinesi incapaci di dare una soluzione a un problema che si trascina da troppo tempo. Giovedì scorso migliaia di palestinesi, partiti dal campo profughi di Jabaliya, hanno marciato in direzione della centrale elettrica. La polizia di Hamas ha disperso a manganellate i dimostranti. Numerosi gli arresti.

I due milioni di abitanti di Gaza hanno bisogno di 450-500 megawatt. La centrale elettrica – bombardata due volte da Israele, nel 2006 e nel 2014 – però non riesce a produrne più di 30 megawatt. Altri 30 arrivano dall’Egitto e 120 da Israele. D’inverno la temperatura di notte scende a tre-quattro gradi e la popolazione, in gran parte povera, per riscaldarsi usa ogni mezzo possibile, a cominciare da vecchie stufe a gasolio che non di rado provocano incendi con vittime e feriti. Pesano anche problemi finanziari e contrasti politici. Indebitata per un miliardo di dollari la società elettrica non è in grado di ottenere altro credito. Servono cinquecento milioni di dollari per riabilitare la rete elettrica e il blocco di Gaza, attuato da Israele ed Egitto, rende complicato ottenere i pezzi di ricambio. L’Anp di Abu Mazen paga per l’acquisto in Israele del gasolio per la centrale di Gaza. Ora però sostiene di non poter più coprire costi per decine di milioni di dollari a causa delle sue difficoltà finanziarie. Una spiegazione che Hamas respinge.

Gli islamisti però sono finiti a loro volta sotto accusa. Alle manifestazioni di protesta a Gaza molti hanno urlato «Basta Hamas. Vogliamo l’elettricità». Motivo di tanta rabbia l’erogazione, per un numero maggiore di ore, negli edifici di Hamas e, pare, anche nelle abitazioni di funzionari del movimento islamico. Inoltre ai dipendenti pubblici viene decurtata direttamente dallo stipendio una quota per il costo dell’energia ma ciò, secondo indiscrezioni, non avverrebbe con i dirigenti governativi. La gente è stanca. Così quando nei giorni scorsi la polizia ha arrestato un comico locale, Adel al Mashwakh, perché aveva postato su Facebook un video in cui criticava Hamas (visualizzato 180.000 volte), è scesa in strada a urlare la sua protesta.

In Cisgiordania intanto prosegue lo stillicidio di vite palestinesi. Nidal Mahdawi, di 44 anni, è stato ucciso perché ad un posto di blocco nella zona di Tulkarem, secondo la versione israeliana, avrebbe estratto un coltello e tentato di colpire un soldato. Una versione che i palestinesi non confermano. A Taqua (Betlemme) un 17enne, Qusay al Umour, è stato colpito dai militari israeliani, durante scontri violenti ha detto l’esercito. In un filmato che gira in rete il ragazzo però non appare mettere in alcun modo in pericolo i soldati.

 

GUARDA IL VIDEO

https://www.facebook.com/QudsN/videos/1397693826974181/

I rappresentanti delle due parti, e di altre forze politiche, sono rimasti riuniti per tre giorni a Mosca. Le intese prevedono la formazione di un “Consiglio Nazionale” che includa anche i palestinesi in esilio. La “riconciliazione” è stata annunciata più volte in passato senza alcun effetto concreto

Strette di mano tra i rappresentanti di Fatah e di Hamas nel 2014. Ma la riconciliazione non è mai avvenuta

della redazione

Gerusalemme, 18 gennaio 2017, Nena News – Al termine di tre giorni di colloqui a Mosca, i principali partiti palestinesi, Fatah e Hamas, hanno annunciato ieri un accordo per la formazione di un governo di unità nazionale prima e lo svolgimento delle elezioni.

“Abbiamo raggiunto un accordo in base al quale chiederemo (il presidente) Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ad avviare consultazioni per la creazione di un governo di unità nazionale”, ha riferito Azzam al-Ahmad, dirigente di primo piano del partito Fatah, assieme al numero 2 di Hamas Musa Abu Marzouq durante la conferenza stampa nella capitale russa. Subito dopo, ha aggiunto, sarà formato un “Consiglio Nazionale” che includerà anche i palestinesi in esilio.

Non è la prima volta dal giugno 2007, quando Fatah e Hamas andarono allo scontro armato a Gaza e alla conseguente frattura, che le due parti annunciano un accordo di riconciliazione. In tutte le occasioni precedenti le intese non hanno mai avuto riflessi concreti sul terreno e nelle istituzioni palestinesi.

L’anno scorso il governo di Ramallah, che fa riferimento ad Abu Mazen, ha rinviato le elezioni municipali nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza alle quali, per la prima volta in dieci anni, intendeva partecipare anche il movimento islamico Hamas.

La rivalità tra le due principali forze politiche palestinese è sempre alta e in Cisgiordania, controllata da Fatah, e a Gaza, sotto l’autorità di Hamas, sono frequenti gli arresti di militanti e simpatizzanti della parte avversa.

A margine dei colloqui i rappresentanti palestinesi, tra i quali anche esponenti di altre forze politiche, laiche e islamiste, hanno anche incontrato il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov. Al responsabile della diplomazia russa hanno chiesto di dissuadere il nuovo presidente degli Stati Uniti Donald Trump dal realizzare la promessa fatta in campagna elettorale di spostare l’ambasciata americana in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, per riconoscere l’intera città santa, inclusa la parte araba occupata militarmente nel 1967, come capitale dello Stato di Israele. Nena News

 

 

 

Le ruspe dovevano radere al suolo, per l’ennesima volta, il villaggio beduino nel deserto del Neghev.  Gli scontri tra gli abitanti e la polizia avrebbero fatto uno, forse due morti. Tra i feriti anche il deputato Ayman Odeh colpito al volto da un proiettile rivestito di gomma

della redazione

Gerusalemme, 18 gennaio 2017, Nena NewsUno forse due abitanti del villaggio beduino di Um al Hiran, nel deserto del Neghev, sono stati uccisi dalla polizia questa mattina durante demolizioni di case ordinate dalle autorità israeliane e alle quali la popolazione locale, assieme ad attivisti arabi ed ebrei, hanno provato ad impedire. Tra i feriti c’è anche il deputato Ayman Odeh, leader della Lista araba unita, colpito al volto e alla schiena da proiettili rivestiti di gomma sparati dalla polizia.

Le notizie sono ancora frammetarie. Secondo una ricostruzione dell’accaduto un uomo, Yacoub Abu al Kian, è stato ucciso  quando gli agenti hanno aperto il fuoco contro la sua automobile. La polizia sostiene che al Kian avrebbe investito intenzionalmente un poliziotto, ferendolo. Testimoni invece dicono che l’uomo ha perduto il controllo dell’autovettura quando gli agenti hanno sparato nella sua direzione.

La seconda vittima non è stata ancora confermata.

Il deputato arabo Ayman Odeh (foto dai social)

La situazione è sempre molto tesa nel villaggio. Gruppi di abitanti si sarebbero barricati nelle abitazioni minacciate dalle demolizioni. La polizia, che denuncia la presenza di “militanti del movimento islamico”, ha schierato centinaia di uomini e, secondo l’attivista Haggai Matar, impedirebbe alla stampa di raggiungere Umm al Hiran.

   Questo villaggio beduino ha subito ripetute demolizioni da parte delle autorità israeliane che intendono trasferire, sulla base anche di una recente sentenza della Corte Suprema, l’intera comunità in un’altra località. Progetto al quale gli abitanti si oppongono con forza.

Israele qualche anno fa ha dato il via al “Piano Prawer” che prevede il “trasferimento” – in realtà espulsioni forzate, affermano gli attivisti – di intere comunità beduini in township nel Neghev. Nena News

La conferenza sul Medio Oriente voluta da Hollande ha tradito le aspettative approvando una dichiarazione finale debole sui nodi del conflitto israelo-palestinese

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 17 gennaio 2017, Nena News – Domenica, mentre a Parigi i rappresentanti di oltre 70 Paesi si riunivano per rilanciare la soluzione dei “Due Stati”, in Israele il deputato del Likud, Yoav Kisch, rendeva pubblico il suo “piano di pace”: fine degli Accordi di Oslo del 1993, scioglimento dell’Autorità nazionale palestinese, controllo israeliano permanente su gran parte dei territori occupati nel 1967, autonomia palestinese senza sovranità sul 39% della Cisgiordania.

Qualcuno commenterà che Yoav Kisch è uno sconosciuto e, perciò, la sua proposta non vale nulla. Si sbaglia. Il parlamentare non ha fatto altro che mettere nero su bianco un piano accettabile per la destra israeliana e anche da quei partiti di opposizione, come i laburisti di Isacc Herzog, che pure chiedono la separazione “totale” dai palestinesi. «Mentre entriamo nell’era Trump, non possiamo restare passivi…considerazioni di sicurezza vietano la creazione di uno Stato palestinese sovrano», ha spiegato Kisch. «Questo piano – ha aggiunto – eviterà la creazione di uno Stato terrorista nel cuore della nostra terra e permetterà a Israele di preservare il suo carattere speciale di Stato ebraico e democratico».

La Conferenza di Parigi su Israele e Palestina è stata un fallimento. E’ rimasta lontana anni luce dalla realtà sul terreno oggi dominata dai tanti israeliani, dai ministri al cittadino comune, che sottoscriverebbero subito il piano di Kisch che ai palestinesi sotto occupazione assegna un po’ di autonomia amministrativa o uno Stato finto, senza sovranità. E perché si è rivelata un altro incontro dove i partecipanti hanno trascorso il tempo a cercare i compromessi giusti per non irritare il governo israeliano.

Domenica sera, l’ufficio del premier Netanyahu non ha nascosto la soddisfazione per l’esito di una conferenza a Parigi che Israele ha condannato, bocciato e descritto come una sorta di secondo “Processo Dreyfus”. Grazie anche alle pressioni dei Paesi stretti alleati di Tel Aviv, come l’Italia, la conferenza non avrà alcun impatto. Tra un paio di giorni non ne parlerà più nessuno dopo che per mesi la Francia è andata in giro a vedere l’incontro come la strada giusta per rilanciare il negoziato e i “Due Stati”.

Fanno sorridere le dichiarazioni del ministro degli esteri francese Jean Marc Ayrault che ieri parlava di una dichiarazione «chiara ed ambiziosa che ha ricordato la necessità di impegnarsi nei negoziati nella prospettiva che i Due Stati, quello di Israele e quello di Palestina, possano vivere insieme ed in pace». È arduo crederlo. Il documento esorta le parti a non compiere mosse unilaterali che potrebbero pregiudicare il conseguimento di un accordo. Nessuno però crede questo governo israeliano sospenderà l’espansione degli insediamenti ebraici solo perché a chiederlo è la comunità internazionale che Netanyahu considera un residuo del passato che ostacola il futuro rappresentato dell’era di Donald Trump. Per i palestinesi l’appello a rinunciare a mosse unilaterali rappresenta un “no” a nuove iniziative al Consiglio di Sicurezza dell’Onu che il mese scorso ha approvato una risoluzione più critica di Israele rispetto alla dichiarazione finale di Parigi.

Dal testo finale della conferenza in Francia è svanito anche il monito a Trump, intenzionato a trasferire l’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme per riconoscere la città santa come la capitale unita di Israele. I rappresentanti arabi hanno chiesto che fosse inserito almeno un accenno di censura al presidente americano eletto ma alla fine hanno ceduto e Ayrault ha esposto diplomaticamente solo la Francia.

Portare l’ambasciata statunitense a Gerusalemme ha spiegato il ministro degli esteri «Sarebbe una decisione molto gravida di conseguenze e una provocazione». Il presidente Abu Mazen e i suoi collaboratori ora parlano di successo della conferenza che, a loro dire, ha ridato slancio alla soluzione dei “Due Stati” e alla creazione dello Stato di Palestina.

Ma i palestinesi sanno bene che Parigi è stata un’altra occasione perduta, un altro bluff. Per loro è una magra consolazione il fatto l’Alto Rappresentante della politica estera dell’Ue, Federica Mogherini, a conclusione del Consiglio d’Europa di ieri, abbia bocciato il passo annunciato da Trump per Gerusalemme. «La Ue continuerà a rispettare il consenso internazionale contenuto nella risoluzione 478 nel 1980 – ha proclamato Mogherini – Di sicuro non sposteremo la nostra delegazione, che è a Tel Aviv. Credo che sia molto importante per tutti evitare azioni unilaterali, specialmente quelle che possono avere serie conseguenze in grandi settori delle pubbliche opinioni, in grandi parti del mondo».

Michele Giorgio è su Twitter: @michelegiorgio2

Il 17enne Qusay Hasan al-Umour è morto ieri colpito da numerose pallottole ed è stato poi trascinato via con violenza dai soldati. L’esercito parla di “violenti scontri”, ma nelle immagini si vede con chiarezza che il giovane si trovava a grande distanza dai militari

Il corpo di Qusay Hasna al-Umour, riconsegnato alla famiglia (Foto: Ma’an News)

della redazione

Roma, 17 gennaio 2017, Nena News – Ucciso e portato via: le immagini del video girato ieri dal giornalista Hisham Abu Sharqah in Cisgiordania, nel villaggio di Tuqu a sud di Betlemme, stanno facendo il giro della rete e riaprono una questione mai chiusa. Gli omicidi extragiudiziali compiuti dall’esercito israeliano e l’uso delle pallottole nei casi di proteste popolari, quando i manifestanti non rappresentano alcuna minaccia.

Ieri pomeriggio a cadere sotto numerosi colpi sparati dai soldati israeliani è stato il 17enne Qusay Hasan al-Umour, del villaggio di Tuqu. Durante scontri, seguiti all’invasione della comunità da parte dell’esercito, i residenti hanno protestato e lanciato pietre. I militari hanno risposto con il fuoco. Qusay viene colpito e, come si vede nel video, preso e portato via con violenza dai soldati che poi impediscono con i gas lacrimogeni a delle donne di avvicinarsi per riavere indietro il corpo. Alcuni militari gli salgono sopra, lo voltano con forza e poi lo trascinano via, la testa a colpire il terreno.

Il cadavere sarà riconsegnato solo dopo. Secondo l’autopsia condotta all’ospedale palestinese di Beit Jala, Qusay è stato colpito da almeno 6 pallottole al petto e alle gambe, ma i medici non hanno potuto precisare se sia morto subito per i colpi o fosse ancora vivo quando è stato trascinato via. Eppure si trovava – come si vede dalle immagini – a grande distanza dai soldati. Secondo l’esercito israeliano i militari si sono trovati coinvolti in “violenti scontri” con “centinaia” di giovani palestinesi intenti a lanciare pietre. Per questo, aggiunge il portavoce, “sono stati sparati proiettili calibro 0.22 contro il principale istigatore, portandolo alla morte”. Nessun soldato è rimasto ferito.

Una violenza gratuita e ingiustificata, secondo i palestinesi e le tante organizzazioni internazionali e locali che da tempo imputano a Israele omicidi extragiudiziali e l’uso eccessivo della forza per reprimere manifestazioni e proteste. Nena News

 

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Ieri alcuni gruppi anti-Assad hanno confermato la partecipazione al tavolo kazako. Gli altri lo boicottano. E c’è chi parla di “supporto remoto”

Rappresentanti dell’Alto Comitato per i Negoziati, federazione delle opposizioni (Foto: Reuters)

della redazione

Roma, 17 gennaio 2017, Nena News – Le fratture interne al fronte di opposizione al governo di Damasco ieri sono state portate sul tavolo di Astana. Il 23 gennaio dovrebbe aprirsi il negoziato sulla crisi siriana, sponsorizzato da Russia, Turchia e Iran. E ieri è giunto il via libera delle opposizioni: parteciperemo. O meglio, una parte volerà in Kazakistan, un’altra parte si defilerà e una terza assicura “sostegno remoto”.

Resta dunque fumosa la base stessa del negoziato su cui fino a ieri il fronte anti-Assad non dava neppure la certezza della partecipazione: durante gli scontri a Wadi Barada, valle nei pressi di Damasco da cui parte la principale conduttura d’acqua diretta alla capitale, i “ribelli” si erano sfilati dal dialogo improntato alla fine di dicembre dalla tregua nazionale mediata da Mosca, Ankara e Teheran. Poi è arrivata la tregua a Wadi Barada, centinaia di miliziani hanno ricevuto l’amnistia e molti leader di gruppi armati si sono ritrovati in Turchia a discutere sul da farsi. Probabile che il governo turco abbia fatto pressioni serie perché confermassero la partecipazione al tavolo del dialogo: dopo la sconfitta subita ad Aleppo, le opposizioni sono all’angolo e con loro rischia il principale sponsor politico e militare, Ankara appunto.

Ieri in un comunicato alcuni dei gruppi di opposizione si sono detti pronti a partecipare al negoziato. Tra loro, in prima fila, ci sono Esercito Libero Siriano, Jaysh al-Islam e Fastaqim. Chi invece non ci sarà sono Noureddine al-Zinki e Ahrar al-Sham, il gruppo salafita che mantiene rapporti con i qaedisti di Jabhat Fatah al-Sham (l’ex al-Nusra): una fonte ha riferito all’agenzia russa filo-governativa Sputnik che garantiranno comunque “supporto remoto” al dialogo, ma altre voci ad al Jazeera riportano di un ufficioso boicottaggio del dialogo.

Non ci sarà, almeno strutturalmente, neppure l’Alto Comitato per i Negoziati (Hnc), creatura saudita forgiata a Riyadh a dicembre 2015. O meglio, ci sarà – dice – ma dietro le quinte. Supervisionerà il negoziato ma senza inviare una propria delegazione ufficiale.

Alla confusione sui partecipanti si aggiunge quella sugli argomenti da trattare. Se la scorsa settimana il presidente Assad si diceva pronto a “discutere di tutto”, senza specificare però nel dettaglio che cosa, ieri i gruppi di opposizione che andranno ad Astana hanno messo i primi paletti: i primi giorni di negoziato saranno diretti solo a verificare la tenuta della tregua, monitorare le violazioni e a “neutralizzare il ruolo criminale dell’Iran” (che, però, è uno dei principali mediatori del dialogo stesso).

“Le fazioni andranno e per prima cosa discuteranno la questione del cessate il fuoco e le violazioni del regime”, dice l’Esercito Libero. “La maggior parte dei gruppi ha deciso di partecipare. Le discussioni saranno sul cessate il fuoco, la consegna degli aiuti e il rilascio dei detenuti”, ha aggiunto il leader di Fastaqim, Zakaria Malahifji. Si va al negoziato per “neutralizzare il ruolo criminale” iraniano, ha concluso Mohammad Alloush, leader di Jaysh al-Islam, che si è anche definito il capo della delegazione di opposizione.

E se ufficialmente di precondizioni non ne sono state poste, ponendo alla base del negoziato gli obiettivi di Ginevra (la conferenza di pace Onu), ovvero governo di transizione e elezioni e nuova costituzione entro 18 mesi, è nota la posizione delle opposizioni che non intendono dare vita ad un governo di unità con l’attuale presidente.

Dovrebbero esserci anche gli Stati Uniti, invitati dalla Turchia, fa sapere il ministro degli Esteri turco Cavusoglu. Non ci saranno rappresentanti kurdi, vittoria incassata da Ankara che continua a porli sullo stesso piano di Isis e ex al-Nusra. Si va così a perdere una delle colonne della resistenza anti-islamista nel nord della Siria, la sola in grado di porre un freno all’avanzata dell’Isis e a costringere i suoi miliziani alla ritirata.

Ma la presenza kurda legittimerebbe agli occhi turchi il progetto di confederalismo democratico in atto a Rojava e la sua unità territoriale, minando allo stesso tempo l’operazione “Scudo dell’Eufrate” in corso da fine agosto a cui prende attivamente parte anche l’Esercito Libero. Nena News

A pochi mesi dalle elezioni l’Iran può essere considerato l’ago della bilancia di un sistema mediorientale in riassestamento. Una eventuale vittoria della componente conservatrice potrebbe, però, mutare questo equilibrio

Poster elettorali a Karaj, Iran (Foto: Abedin Taherkenareh/EPA)

di Francesca La Bella

Roma, 17 gennaio 2017, Nena News - Il 2017 potrebbe rivelarsi un anno cruciale per il futuro dell’Iran e del Medio Oriente in senso ampio. A maggio di quest’anno, infatti, si terranno le elezioni persiane e i mutamenti avvenuti a livello globale e d’area negli ultimi mesi, potrebbero influire in maniera significativa sulla tornata elettorale. Allo stesso tempo, con l’accrescersi della capacità di Teheran di diventare punto focale delle dinamiche geopolitiche internazionali, un avvicendamento della dirigenza nazionale alla guida del Paese potrebbe indurre un repentino sconvolgimento degli equilibri mondiali.

L’Iran, dopo l’elezione di Hassan Rowhani, ha, infatti, progressivamente ampliato il proprio range di intervento e, ad oggi, ricopre un ruolo centrale in tutte le principali questioni che investono l’area. La dirigenza moderata, infatti, è riuscita a mantenere solidi rapporti con gli alleati di sempre e a presentarsi a livello globale come un interlocutore credibile ed indispensabile per la stabilizzazione dell’area: dalla guerra in Siria ai conflitti in Yemen e Bahrain così come nel management del settore petrolifero, Teheran può oggi essere considerata l’ago della bilancia di un sistema mediorientale in riassestamento.

Una eventuale vittoria della componente conservatrice potrebbe, però, mutare questo equilibrio e gli ultimi avvenimenti sembrano aver creato il terreno necessario perché questo avvenga. Da un lato l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti e il continuo richiamo dell’amministrazione entrante alla necessità di rivedere l’accordo sul nucleare hanno dato nuova forza all’ala conservatrice incarnata in primo luogo dall’Ayatollah Ali Khamenei, ridimensionando la capacità di intervento del Governo Rowhani.

Dall’altro, la morte dell’ex Presidente Akbar Hashemi Rafsanjani sembra aver privato i moderati di una delle figure più autorevoli del proprio schieramento. In questo senso, molti analisti si sono interrogati sulla capacità di Rowhani di mantenere un’ampia base elettorale in mancanza di un padre spirituale del calibro di Rafsanjani, in particolare in un momento in cui le sfide della politica internazionale mettono a dura prova la solidità della posizione iraniana nell’area.

Sarebbe, però, riduttivo valutare la situazione senza considerare parallelamente le dinamiche sottese alla ragnatela di alleanze che sempre più sembra avvolgere l’area mediorientale. La partecipazione delle forze iraniane nella guerra civile siriana al fianco del Governo Assad e della Russia oltre alla riapertura di tutti i principali canali commerciali da e per la Persia grazie al blocco delle sanzioni potrebbero, infatti, aver messo Teheran al riparo da eventuali conseguenze negative in caso di revisione da parte statunitense dell’accordo sul nucleare.

Dal punto di vista politico, il meeting sulla questione siriana che si terrà ad Astana (Kazakistan) il 23 gennaio, potrebbe costituire una vittoria diplomatica per il Governo Rowhani. A prescindere dai possibili risultati dell’incontro e dai futuri rapporti tra le potenze coinvolte date le diverse posizioni assunte su numerose questioni e la fragilità delle alleanze attualmente vigenti, il coinvolgimento nei colloqui rappresenta un innegabile riconoscimento del ruolo iraniano nel presente e nel futuro dell’area.

Parallelamente, Teheran, in questi ultimi mesi, è riuscita a intessere nuovi legami economici a livello globale che le permetterebbero di differenziare la propria economia anche alla luce dell’accordo di riduzione della produzione petrolifera firmato in sede Opec. Per quanto i dati dicano che l’estrazione del greggio iraniano continua a crescere grazie alla cancellazione dei vincoli di esportazione ed alla parziale esenzione dalle limitazioni decisa proprio a compensazione del lungo periodo di inattività causato dalle sanzioni, la necessità di trovare nuovi canali di investimento sembra essere una priorità dell’attuale Governo.

In questo senso si leggano investimenti come quello previsto per la costruzione di una grande struttura farmaceutica azero-iraniana a Baku in Azerbaijan o i numerosi investimenti nelle energie rinnovabili in collaborazione con imprese cinesi in territorio iraniano. Da questo punto di vista, le relazioni economiche, da un lato, potrebbero permettere a Teheran di creare nuove alleanze diplomatiche utili a rendere inefficaci eventuali iniziative di chiusura di potenze internazionali come gli Stati Uniti o di competitor regionali come l’Arabia Saudita o la Turchia. Dall’altro, la stabilizzazione dell’economia interna potrebbe rafforzare la posizione del Governo in carica, permettendo a Rohwani di raccogliere i frutti delle proprie politiche al momento del voto.

Le variabili che potrebbero mutare questo quadro sono, però, numerose e solo valutando in itinere gli eventi dei prossimi mesi, si potrà giungere ad un’analisi adeguata del voto e delle conseguenze dello stesso per l’Iran e per tutta l’area mediorientale. Nena News

Francesca La Bella è su Twitter @LBFra

Nel testo finale non c’è nessuna menzione della risoluzione 2234 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu contro le colonie, né un riferimento al pericolo derivante da un eventuale spostamento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme. Il vertice invita le due parti ad un generico impegno per la soluzione a due stati

di Roberto Prinzi

Roma, 16 gennaio 2017, Nena News – Il premier israeliano Benjamin Netanyahu da ieri sera ha tutto il diritto di festeggiare: i (possibili) timori delle ultime settimane riguardo al summit di Parigi sul conflitto israelo-palestinese si sono dissolti come neve al sole nella serata di ieri. Le “minacce” e i “colpi di coda di Obama” che non pochi commentatori annunciavano si sono trasformate alla fine in carezze per lo stato ebraico. La dichiarazione finale, sostenuta da 70 paesi, è un capolavoro della diplomazia: dice tutto per non dire nei fatti nulla. Le parole sono le solite: israeliani e palestinesi devono impegnarsi per raggiungere la pace e smetterla con le azioni unilaterali che potrebbero “precludere fruttuosi negoziati”. Il comunicato finale recita inoltre che “entrambe le parti riaffermano ufficialmente il loro impegno alla soluzione a due stati” e si dissociano da quelle forze che non riconoscono questo obiettivo.

Nel testo non c’è nessuna menzione dei punti che Tel Aviv considera “problematici”: della risoluzione 2234 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu contro le colonie israeliane votata lo scorso 23 dicembre (senza che gli Usa ponessero il veto) non vi è infatti alcuna traccia. Le autorità israeliane possono rallegrarsi anche della conversazione telefonica tra il Segretario di Stato Usa Kerry e Netanyahu durante la quale l’alto diplomatico americano ha promesso all’alleato che non sarà intrapresa alcuna azione contro gli insediamenti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. In pratica non verrà dato seguito a quanto è stato votato al Palazzo di Vetro soltanto meno di un mese fa.

Per Tel Aviv il successo ottenuto a Parigi (pur non avendo partecipato all’incontro) è il “risultato delle dure reazioni” del suo governo dopo il passaggio della 2234. Il testo finale del summit, dagli israeliani definito un “significativo indebolimento” rispetto a quanto temevano, è motivo di orgoglio per i padroni di casa francesi che, con il loro ministro degli esteri Ayrault, hanno sottolineato “l’urgenza” di agire per scongiurare “la minaccia che incombe sulla soluzione a due stati”. “Peggiorare questo conflitto – ha aggiunto – sarebbe un dono per gli estremisti”. La conferenza di pace, secondo il capo del Quai d’Orsay, rappresenta invece una “mano tesa” verso la creazione di due stati, uno palestinese affianco a quello israeliano.

Che il summit di Parigi si sia concluso con un successo per gli israeliani è reso evidente anche da un altro elemento: i paesi arabi non sono riusciti ad inserire nella dichiarazione finale l’impossibilità per l’entrante presidente americano Trump (si insedierà tra cinque giorni) di spostare l’ambasciata statunitense a Gerusalemme. I rappresentanti arabi sono stati costretti alla fine a cedere e in cambio hanno ricevuto briciole: Ayrault ha infatti detto che una tale decisione “sarebbe gravida di conseguenze” e si tratterebbe di “provocazione”. Parole vaghe, insomma, nulla di concreto. Tra l’altro solo dalla Francia perché gli altri leader europei presenti hanno preferito non affrontare il tema.

Soddisfazione per il risultato del vertice è stata espressa anche dal ministro degli Esteri Alfano che ha sottolineato il “contributo” determinante dell’Italia nell’inserimento nella dichiarazione finale di almeno due elementi precisi: le violenze e l’incitamento al terrorismo per cui vengono messe in guardia entrambe le parti. E, in secondo luogo, perché è emersa “una posizione equilibrata”. Alfano ha poi chiosato: “C’è il tema di chi incita alla violenza e chi considera eroi o martiri i terroristi. Finché sarà così, non ci sarà pace e sicurezza in Israele”. Una dichiarazione, quest’ultima, che testimonia nella sua disarmante semplicità con chi Roma si schieri segnalando la profonda continuità anche in campo internazionale del governo Gentiloni con quello Renzi.

La Conferenza di Parigi, che era stata convocata ufficialmente per rianimare un processo di pace moribondo, incorona e di fatto legittima lo status quo attuale che è alla base della “stagnazione politica” denunciata dai francesi. Uno status quo, però, che è più a parole che nei fatti: lo stato ebraico continua a modificare la realtà sul terreno annunciando e costruendo nuovi insediamenti e demolendo case palestinesi nei Territori Occupati e in Israele. E’ stata dunque un graditissimo e forse inatteso regalo per Netanyahu (un dono sicuramente più gradito di quelli per cui è sotto inchiesta) che temeva un dispetto dell’amministrazione Obama uscente dopo i rapporti tesi di questi anni.

Un timore che il leader israeliano aveva provato a scongiurare screditando e minimizzando l’importanza del summit (lo aveva definito “un passo indietro” e “futile”). Negli ambienti governativi israeliani non erano in pochi quelli che ritenevano che da Parigi potesse uscire fuori un documento troppo “sbilanciato” che desse legittimità alla risoluzione “anti-israeliana” del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Un’eventualità che però la diplomazia ha voluto in tutti i modi sventare. A maggior ragione ora che mancano solo quattro giorni all’insediamento di Trump alla Casa Bianca: un evento, quest’ultimo, che sicuramente avrà pesato sulle conclusioni inutilmente retoriche per i palestinesi.

Per i palestinesi, non per l’Autorità palestinese che invece (è un caso?) ha accolto con favore i risultati del vertice. “E’ un messaggio per Israele, la potenza occupante, che deve rispettare il diritto internazionale e quello umanitario e porre fine alla sua occupazione militare della Palestina e raggiungere la pace e la stabilità nella regione” ha dichiarato in serata l’alto ufficiale palestinese Saeb Erekat. Erakat ha chiesto alla Francia e agli altri Paesi presenti a Parigi di riconoscere immediatamente lo Stato di Palestina nei confini del 1967 con Gerusalemme est come capitale.

Tra strette di mano e sorrisi tra i 70 diplomatici giunti nella capitale francese, l’unica voce fuori dal coro è stata quella britannica che si è rifiutata di firmare la dichiarazione finale. Londra, tramite il suo portavoce degli Esteri, ha fatto sapere di avere “particolari riserve”: per il governo inglese, infatti, c’è il rischio che questa conferenza possa irrigidire in futuro le posizioni palestinesi in campo negoziale. Nena News

Roberto Prinzi è su Twitter @Robbamir

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