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Prosegue la missione annuale a Beirut del Comitato per non dimenticare Sabra e Shatila

Campo profughi palestinesi di Nahr al-Bared. (Foto tratta dal sito anera.org)

di Michele Giorgio   il Manifesto

Beirut, 19 settembre 2017, Nena News – Proseguono gli incontri a Beirut e nel resto del Libano della delegazione italiana del “Comitato per non dimenticare Sabra e Shatila”. Dopo la commemorazione delle vittime palestinesi del massacro compiuto 35 anni fa nei campi di Sabra e Shatila dai miliziani della destra libanese con la copertura dell’esercito israeliano che occupava Beirut, la delegazione visiterà il Libano del sud teatro del conflitto nel 2006 tra lo Stato ebraico e il movimento sciita libanese Hezbollah.

Ieri l’incontro con Talal Salman, direttore dello storico giornale della sinistra araba As Safir. Salman ha offerto la sua lettura del quadro regionale, in particolare degli sviluppi in Siria. Al centro della visita annuale della delegazione italiana restano tuttavia la questione palestinese e il futuro dei profughi. «Il mondo deve trovare una soluzione per milioni di rifugiati palestinesi che da 70 anni attendono la realizzazione dei loro diritti» ha detto al manifesto Bassam Saleh del “Comitato per non dimenticare Sabra e Shatila” «e questa soluzione dovrà prevedere il rispetto del diritto dei profughi al ritorno nella loro terra d’origine, la Palestina. Altrimenti non sarà possibile la pace in Medio Oriente». Nena News

Incontrandosi a New York, il presidente statunitense e il premier israeliano hanno discusso ieri della “minaccia” iraniana lasciando da parte, come era prevedibile, la questione palestinese. Il leader dello stato ebraico parlerà oggi all’Assemblea dell’Onu dove dovrebbe rivolgersi direttamente alla Guida Suprema della Repubblica islamica Ali Khamenei

(Foto: Ronen Zvulun)

di Roberto Prinzi

Roma, 19 settembre 2017, Nena News – Combattere “l’influenza maligna dell’Iran” e “ottimismo nella regione” per il raggiungimento della pace tra israeliani e palestinesi. Questo, in sintesi, il risultato del terzo incontro ufficiale tra il presidente Usa Donald Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu.

Il vertice tra i due leader, tenutosi a New York il giorno prima dell’apertura dei lavori dell’Assemblea Generale dell’Onu, era stato anticipato dalle parole di Trump alla stampa in cui il presidente aveva espresso tutto il suo ottimismo verso la risoluzione del conflitto israelo-palestinese: “C’è una buona chance che ciò possa accadere. Molte persone dicono di no, ma io credo che con l’abilità di Bibi [Netanyahu] e l’altra parte abbiamo una possibilità. Stiamo lavorando duramente affinché ciò accada e vedremo quello che accadrà”. Parole vaghe, prive di alcun fondamento, giusto da dare in pasto alla stampa e a chi, all’interno dell’Autorità palestinese, crede (o finge di credere) al reale impegno Usa per risolvere la questione della Palestina.

La realtà dei fatti è invece ben diversa: come era prevedibile, infatti, il dramma palestinese è stato marginale nel loro incontro. I due alleati si sono limitati a ripetere il solito ritornello: “continuare gli sforzi per raggiungere un accordo di pace permanente” tra israeliani e palestinesi esprimendo “ottimismo” per la possibilità che la pace possa nascere “dall’espansione delle opportunità economiche”. Liquidata velocemente la causa palestinese, si è poi passati al vero tema: il “pericolo” Iran. Gli Usa, si legge in una nota rilasciata dalla Casa Bianca, “si sono impegnati a difendere la loro sicurezza e quella degli israeliani dagli iraniani e dai siriani”. “Le due parti – recita il comunicato – hanno discusso della loro ininterrotta cooperazione in una serie di campi e hanno sottolineato come i loro obiettivi siano contrastare l’influenza maligna iraniana nella regione e risolvere la crisi siriana secondo gli interessi americani e israeliani”.

Maggiori dettagli del loro incontro sono stati rivelati alla stampa dallo stesso Netanyahu, apparso visibilmente soddisfatto per il risultato del meeting con Trump. Secondo il premier, infatti, l’amministrazione Usa vuole modificare l’accordo sul nucleare iraniano: “Gli americani – ha spiegato – hanno cambiato il loro approccio verso l’Iran. Noi consideriamo come loro questa intesa terribile. C’è un reale interesse da parte statunitense a risolvere i problemi dell’accordo”. Tra questi, ha aggiunto il premier, quello “più grande non è se l’Iran viola l’accordo, ma se lo rispetta. A breve avranno accesso all’arricchimento dell’uranio su scala industriale e potranno costruire un arsenale di bombe atomiche. E’ questo il problema più grande dell’accordo”. Non poteva poi mancare l’ennesima frecciata ad Obama: “La posizione del presidente Trump sull’Iran è identica alla nostra. Non era così con la precedente amministrazione. Come noi, il presidente ritiene l’Iran la radice di tutti i problemi del Medio Oriente”.

Ecco perché, nonostante il “forte desiderio” di promuovere la pace tra israeliani e palestinesi espressogli personalmente da Trump, Netanyahu ha detto che l’inquilino della Casa Bianca si concentrerà nel discorso di oggi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite soprattutto sull’Iran. Trump, ha rivelato Bibi, “non è entrato nei dettagli nelle questioni [affrontate]. Spera che ci saranno progressi con i palestinesi e ha dato ad un suo team il compito di realizzarli. Jared Kushner, Jason Greenblatt e David Friedman sono persone eccellenti. Condivido il suo desiderio di giungere alla pace, ma non comprometterò i nostri interessi vitali, soprattutto la sicurezza” perché “pace e sicurezza, sicurezza e pace sono connesse. Non ci sarà la pace senza che Israele abbia accordi di sicurezza inviolabili. Una intesa senza sicurezza durerebbe esattamente due ore”.

La posizione fortemente anti-iraniana del premier trova ampi consensi in Israele. L’ultimo a ribadirlo è stato il capo del Mossad Yossi Cohen. Secondo quanto riportato domenica dal Canale due della televisione israeliana, per Cohen “l’Iran è la Nord Corea di ieri [il riferimento è al lancio missilistico di Pyongyang dell’altro giorno, ndr] per cui dobbiamo agire ora così da non svegliarci con la bomba nucleare [iraniana]”. Cohen è convinto che bisogna abbandonare la posizione prudente di altri ufficiali israeliani che chiedono invece a Tel Aviv di non spingere Washington ad una nuova “avventura” mediorientale visto quanto accaduto poco più di dieci anni fa con Saddam e le sue (inesistenti) armi di distruzione di massa.

Che l’Iran, con i suoi alleati regionali, resti la principale preoccupazione della coalizione governativa israeliana è dimostrato dal fatto che Netanyahu oggi (ore 19 italiane) dovrebbe rivolgersi direttamente alla Guida Suprema dell’Iran, l’Ayatollah Khamenei, nel suo discorso alle Nazioni Unite.

Intanto, da Gerusalemme, dove presenziava ieri ad una cerimonia per un nuovo campus dell’esercito israeliano, mostra i muscoli anche il ministro alla difesa israeliano Avigdor Liberman. Il leader di Yisrael Beitenu ha detto che “Israele è più preparato che mai ad un futuro conflitto militare, ma deve continuare a migliorarsi per rispondere alle crescenti minacce regionali”. Le dichiarazioni del vulcanico ministro sono state forse una risposta a quelle pronunciate poco prima dal Capo di Stato Maggiore dell’esercito iraniano secondo cui “Haifa e Tel Aviv saranno rase al suolo se il regime sionista farà una mossa sbagliata”. Nena News

Roberto Prinzi è su Twitter @Robbamir

Il voto referendario è fissato per il prossimo fine settimana. L’opposizione delle forze internazionali potrebbe però portare ad un rinvio o alla cancellazione

Studenti curdi a Erbil, Kurdistan iracheno. (Foto: Kurdistan24)

di Francesca La Bella

Roma, 19 settembre 2017, Nena News – Il 25 settembre dovrebbe tenersi il referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno. Una data cruciale non solo per la regione curda dell’Iraq, autonoma ormai da molti anni, ma per tutta l’area mediorientale. Le incognite sono numerose e le pressioni internazionali potrebbero portare ad una posticipazione dello stesso se non alla vera e propria cancellazione con conseguenze significative su tutti gli attori coinvolti.

Le prese di posizione contrarie al referendum provengono, infatti, dall’intero arco dei protagonisti internazionali coinvolti nell’area. Non stupisce sicuramente leggere come il Presidente turco Recep Tayyp Erdogan abbia fortemente condannato un’iniziativa considerata unilaterale e dannosa per il destino dell’Iraq. Sventolando lo spettro dello Stato Islamico, il Presidente turco ha, infatti, stigmatizzato la decisione curdo-irachena, giudicata irresponsabile, ed ha offerto al Governo di Baghdad di avviare un dialogo per trovare una soluzione alla questione che permetta il mantenimento dell’integrità irachena.

Nonostante i legami solidi tra KRG e Turchia e le ben più fredde relazioni tra Baghdad ed Ankara, il pericolo di uno Stato indipendente a maggioranza curda nell’area, ha indotto Erdogan ed il Primo Ministro Binali Yildirim a modificare repentinamente le proprie alleanze. L’eventuale vittoria del SI al referendum porrebbe, infatti, la questione del destino delle comunità presenti negli altri Paesi dell’area e della creazione di un Grande Kurdistan indipendente.

Per quanto quest’ultima opzione sia attualmente molto lontana dai desideri degli stessi curdi, divisi sia da linee di confine tra Stati sia da linee di demarcazione profonde tra diverse posizioni politiche, il potere contrattuale dei diversi gruppi curdi nei confronti degli Stati nazionali in cui sono inseriti potrebbe crescere enormemente saldando nuove alleanze intra-curde ed aprendo a prospettive di federazione inter-statuale.

Allo stesso modo risulta in linea con la politica di chiusura adottata in questi anni, la scelta della Corte Suprema irachena di chiedere la sospensione del referendum a causa della possibile incostituzionalità dello stesso. Per Baghdad accettare l’indipendenza curda non significherebbe solo perdere una parte del proprio territorio, oltretutto particolarmente ricco di risorse naturali, ma anche fare i conti con questioni irrisolte come lo status di Kirkuk e Mosul e aprire la strada alle richieste di autonomia e indipendenza di altre comunità etniche.

Da questo punto di vista la debolezza di Baghdad, figlia sia della prolungata ed estenuante lotta contro lo Stato Islamico, sia dell’incapacità dello stato centrale iracheno di consolidare un’unità nazionale basata su principi di equità e giustizia, potrebbe portare ad una definitiva frantumazione del Paese su linee etniche con i curdi al nord, le comunità sunnite nell’area centro-occidentale e gli sciiti nel sud-est. Regioni che, deboli e segnate da lunghi anni di guerra e iper-sfruttamento del territorio, si ritroverebbero a diventare satelliti, e in molti casi zavorra, di altri Paesi dell’area.

La questione è, dunque, particolarmente complessa e coinvolge, seppur apparentemente in misura minore, anche gli altri due protagonisti della regione: Siria ed Iran. La presenza di comunità curde che rivendicano margini di autonomia sul territorio nazionale, la condivisione di un confine, l’orientale per l’Iran e l’occidentale per la Siria, con un Iraq sull’orlo della disgregazione sono fattori di disequilibrio di notevole portata che hanno indotto i due Paesi a schierarsi contro il referendum.

Davanti ad un’escalation bellica che non sembra avere fine e in una fase di ridefinizione degli equilibri mediorientali, il timore del potenziale di instabilità di un’eventuale indipendenza curda ha, infatti, indotto entrambi ad una ferma presa di distanze dalle scelte del KRG.

Se leggiamo le scelte dei due Paesi nell’ottica di un mutamento delle tradizionali alleanze d’area non stupisce nemmeno che, mentre il fronte d’area si compatta nella sua opposizione al referendum, Benjamin Netanyahu scenda in campo al fianco del Kurdistan iracheno. La scelta israeliana, diretta conseguenza di una lunga amicizia con il KRG consolidatasi grazie a petrolio e ingenti flussi di denaro, è, infatti, da considerare funzionale ad una più ampia prospettiva internazionale. Il possibile indebolimento della Turchia così come di Siria e Iran a favore di partiti liberali e fedeli alleati di Israele come il PDK, ben diverso dal PKK turco, definito come “terrorista” dallo stesso Premier israeliano, non può che risultare gradito a Tel Aviv nell’ottica di un avanzamento del proprio potere regionale. Sotto questa luce risulta coerente anche la scelta degli stessi Stati Uniti che, primo alleato del Governo Regionale curdo iracheno dalla caduta di Saddam Hussein, chiedono all’attuale Presidente Barzani di rinviare il referendum, di avviare negoziati con Baghdad e di non porsi in una pericolosa posizione di rottura.

Interessante è, infine, evidenziare come le altre componenti curde si siano approcciate alla questione referendum. Se PUK e Gorran in Iraq, dopo alcune iniziali resistenze e nonostante l’incolmabile distanza con il partito di Governo, hanno deciso di appoggiare il referendum, la reazione di PYD siriano e PKK turco sono state più ambivalenti. “Il referendum è un diritto democratico” sono state le parole con cui Cemil Bayik, membro dell’esecutivo del KCK, Consiglio delle Comunità Kurde, ha posto fine alla diatriba sulla legittimità del referendum stesso per il popolo curdo. Una presa di posizione netta che, nel bisogno di essere ribadita, trova la sua stessa fragilità.

L’idea alla base di questo referendum può, solo parzialmente, conciliarsi con il grande progetto di confederalismo democratico propagandato dal PKK e dai suoi alleati. In questo senso l’indipendenza del KRG viene considerata più un’occasione per disarticolare il contesto d’area che non un obiettivo politico a cui tendere per il futuro dei territori a maggioranza curda. Nena News

Il massimo tribunale del Paese ha stabilito oggi che il voto referendario è “incostituzionale”. Il premier al-Abadi coglie la palla al balzo e chiede alle autorità del Kurdistan di sospenderlo

Il premier iracheno al-Abadi

della redazione

Roma, 18 settembre 2017, Nena News – Il premier iracheno Haider al-Abadi ha chiesto stamane alle autorità del Kurdistan iracheno di sospendere il referendum sull’indipendenza dopo che la Corte suprema ha ordinato la sua sospensione. Secondo una nota rilasciata oggi dal massimo tribunale del Paese, “la separazione di qualunque regione o provincia dall’Iraq è incostituzionale”. “La corte suprema – continua il comunicato – ha dato l’ordine di sospendere il referendum previsto per il 25 settembre finché non avrà esaminato tutti i reclami di incostituzionalità che ha ricevuto”. Intervistato dall’Associated Press, il portavoce della corte, Ayas al-Samouk, ha detto “di aver ricevuto diverse proteste ed è per questo che abbiamo deciso di sospendere il referendum”. Secondo alcune fonti parlamentari, almeno tre deputati avrebbero presentato un reclamo contro il voto.

Nei giorni scorsi il leader curdo Massoud Barzani aveva provato a calmare le acque dicendo che il (prevedibile) “sì” referendario non avrebbe prodotto un’immediata dichiarazione d’indipendenza della regione autonoma curda, ma, piuttosto, avrebbe segnato l’inizio di “discussioni serie” con Baghdad. Barzani ha però già respinto una proposta statunitense che prova a sostituire il voto referendario con due anni di negoziati con il governo centrale.

Oggi, intanto, il segretario alla difesa britannico Michael Fallon ha detto che nel pomeriggio cercherà di convincere il leader curdo ad annullare la controversa consultazione popolare nel corso del loro incontro a Erbil. “Ci teniamo all’integrità dell’Iraq. Stiamo lavorando con l’Onu per trovare alternative a questo referendum” ha detto Fallon.

La decisione della corte suprema giunge ad una settimana di distanza dal “no” del parlamento iracheno al voto referendario. “Questo referendum non ha base costituzionale, è una minaccia all’integrità dell’Iraq garantita dalla costituzione, alla pace civile e alla sicurezza regionale” si legge nella risoluzione approvata dalla maggioranza dai deputati.

Oltre ad Unione Europea e Usa, ad opporsi fortemente al voto sono Turchia, Iraq, Iran e Siria che temono che l’indipendenza del Kurdistan iracheno possa avere ripercussioni dirette anche sui loro territori incoraggiando i desideri separatisti delle popolazioni curde presenti nei loro paesi. Unica voce fuori dal coro è ufficialmente Israele che, con il premier Netanyahuha annunciato di sostenere l’indipendenza di Erbil con cui Tel Aviv da anni intrattiene ottime relazioni commerciali. Nena News

35 anni fa il massacro. Oggi ai profughi palestinesi si sono aggiunti migliaia di rifugiati della guerra in Siria. Tutti vivono ai margini, tra malattie, violenza e aggressività

di Kassem Aina*

Beirut, 18 settembre 2017, Nena News – Nessuno sa più come descrivere lo stato attuale dei campi profughi dei palestinesi in Libano:  la situazione è diventata  miserabile, a prescindere dalle ragioni storiche che ne hanno causato l’esistenza. La memoria ci riporta a 70 anni fa, quando i massacri sionisti del 1947-48 hanno costretto i palestinesi residenti nella loro patria a lasciare case e averi, temendo per i loro figli e le loro famiglie, a causa dell’orrore e dei crimini commessi contro civili, bambini, donne e anziani, a seguito della nascita dello Stato di Israele sulla terra di Palestina.

I PALESTINESI proprietari dei terreni e titolari del diritto in patria sono diventati  rifugiati che vivono in campi vicini e allo stesso tempo lontani dalla loro terra e patria natale, sostituiti da  immigrati, cittadini di un altro paese, che hanno occupato case e terre, hanno ucciso uomini e donne, e distrutto pietre e tagliato alberi, per una bieca promessa che è la Dichiarazione di Balfour, di cui ricorre il  centenario. Una promessa coloniale britannica ha ceduto la terra palestinese all’entità sionista e a chi non ne è mai stato proprietario.

I palestinesi non perdonano e non perdoneranno mai quella promessa. E non dimenticheranno mai il loro diritto a tornare in patria, nonostante la miseria, la povertà, la privazione e l’ingiustizia vissuta nella condizione di rifugiati.

LA VITA NEL CAMPO, nella maggior parte delle case, è come in un sepolcro senz’aria, senz’acqua, né sole né  corrente elettrica. In poche parole, sono luoghi inadatti alla vita umana, in  molti casi neppure degni di animali. La vita nel campo è diversa dalla normalità: le viuzze sono strettissime e accolgono il visitatore con una rete di cavi dell’energia elettrica sovraposizionati e tubi dell’acqua, che ogni inverno causano la morte di molte persone in caso di fulmini. Nel campo vivono palestinesi e libanesi, siriani e iracheni,  sudanesi ed etiopi, indiani e curdi, e ancora altre etnie; ci sono tossicodipendenti e disoccupati, venditori, barbieri, medici, ingegneri e infermieri, insegnanti.

Il campo, un luogo che non somiglia a nessun altro, è un ricettacolo di problemi, ignoranza, malattie sociali e psicologiche, così come violenza e aggressività. Nel campo convivono il credente e l’ateo, il radicale e il laico. Malgrado tutto ciò, il visitatore sarà il benvenuto, troverà il sorriso e l’ospitalità. Il campo ha bisogno di sostegno e solidarietà,  e accoglie i visitatori sempre.

LA SUPERFICIE dei campi è stata stabilita dallo Stato libanese nel 1948 ed è ancora la stessa, nonostante l’aumento della popolazione, visto che la quarta generazione di profughi vive nella stessa casa e nello stesso campo. Tra gli stretti vicoli e le case sovraffollate c’è buio durante il giorno, e gli edifici crescono in verticale senza fondamenta e senza un piano urbanistico. La costruzione verticale è diventata la soluzione al problema particolare dell’aumento della popolazione, a causa dell’impossibilità di avere più superficie, in particolare dopo la decisione del governo libanese di vietare ai palestinesi il diritto di acquistare un’abitazione, una decisione ingiusta e contraria ai diritti umani e a ogni credo religioso, anche perché il governo libanese ha respinto la proposta di assegnazione di terre alternative ai campi distrutti da Israele (Nabatiyeh camp nel 1971) e nella guerra civile condotta dalle forze cristiane isolazioniste (Tal al-Zaatar e Jeser al-Basha nel 1976).

LA GUERRA IN SIRIA ha avuto un effetto negativo sui campi profughi palestinesi in Libano, che adesso ospitano decine di migliaia di profughi palestinesi e siriani costretti a lasciare la Siria; nel campo di Burj el Barajneh, vicino a Beirut, il numero dei residenti siriani attualmente è di 24mila persone: una cifra che supera il numero dei palestinesi già residenti. La situazione non è migliore nel campo di Shatila: il numero dei palestinesi è diventato di gran lunga inferiore al numero di siriani e di altri cittadini arabi, asiatici e africani; solo il 25-30% dei profughi è palestinese.

DA QUANDO SONO STATI FONDATI nel 1948, i campi hanno attraversato diverse fasi: all’inizio costituiti da tende per famiglie, poi grazie all’Unrwa-Onu sono diventati costruzioni di una stanza per  famiglia. Fino al 1970 gli abitanti erano sottoposti all’autorità di sicurezza libanese, che praticava tutte le forme di ingiustizia e di oppressione contro i palestinesi; questa fase è finita con la rivoluzione palestinese e l’ingresso dell’Olp nei campi, che li ha liberati dall’autorità libanese; è stata la fase d’oro per i campi e per tutti i palestinesi che vivono in Libano.

IN QUESTA SECONDA FASE i campi sono diventati focolai di patriottismo rivoluzionario, e serbatoio umano che forniva uomini e ragazzi a tutte le organizzazioni della rivoluzione.
Ne è conseguito anche il miglioramento delle condizioni abitative; i tetti di lamiere e zinco sono stati sostituiti da tetti di cemento.

E così i palestinesi hanno potuto avere  case degne di questo nome, anche perché fino ad allora era vietato ammodernare e riparare le case. La terza fase dei campi è iniziata quando l’Olp e le sue forze militari hanno lasciato il Libano, nel 1982, come conseguenza della guerra scatenata da Israele e dell’accordo firmato tra Olp, governo libanese e amministrazione degli Usa, sotto gli auspici di una garanzia internazionale di protezione dei campi, rimasti senza armi e senza combattenti.

LA SITUAZIONE È PEGGIORATA di nuovo; nella seconda metà del mese di settembre del 1982 venne consumato l’orrendo massacro di Sabra e Shatila, perpetrato dalle milizie cristiane, d’estrema destra e terroriste, sotto la supervisione e la cura dell’esercito israeliano che, sotto il comando di Ariel Sharon, occupava la città di Beirut e altre zone del Libano.

E DOPO QUESTO MASSACRO i campi profughi vicino a Beirut e nel sud del Libano hanno subito le guerre interne libanesi, che hanno causato morti e distruzione delle case; esse sono state poi ricostruite di nuovo, per essere abitate dalle nuove generazioni di profughi.

Rimanere nei campi malgrado la situazione miserabile non è la «scelta patriottica» dei palestinesi, perché i palestinesi dei campi hanno tenuto ferma la loro  determinazione a rivendicare il diritto al ritorno in patria, e hanno conservato l’identità e l’accento orgoglioso della lotta degli antenati e dei martiri, che sono caduti per il diritto al ritorno.

LA DETERMINAZIONE È FORTE, anche se alcuni dei giovani vivono in uno stato di disperazione derivante dalle difficili condizioni di vita e dalla situazione di discriminazione nei loro confronti, visto che viene impedito l’esercizio di molte professioni, come quelle di medico, ingegnere, farmacista.

Ci sono ben 37 professioni che i palestinesi in Libano non possono esercitare. Questa categoria di giovani palestinesi guarda all’Europa, agli Usa, al Canada come a luoghi di immigrazione per sfuggire alla miseria e all’oppressione, ma questo gruppo continua a insistere sul suo diritto al ritorno.

Molti dei figli di palestinesi che hanno lasciato i campi del Libano, quando ottengono una cittadinanza che permette di visitare la loro terra d’origine, vanno nei loro villaggi e a conoscere la loro patria; ogni palestinese porta con sé la sua patria d’origine ovunque vada.

LA FRUSTRAZIONE vissuta dai figli dei campi ha molti motivi, i più importanti dei quali sono forse le leggi ingiuste, la disastrosa situazione abitativa e i servizi dell’Unrwa-Onu in declino  in tutti i settori, salute, educazione, ambito sociale, sanitario e di soccorso. Si aggiungono a questo le divergenze politiche fra palestinesi.

Nonostante tutto, si deve ricordare che le istituzioni civili palestinesi e alcune delle iniziative dei giovani contribuiscono ad alleviare le sofferenze fornendo assistenza e opportunità di lavoro, e organizzando attività educative per i bambini, i giovani e le donne. La causa prima di questa situazione è l’occupazione israeliana e l’incapacità della comunità internazionale di attuare le proprie risoluzioni riguardanti la causa palestinese.

IL CAMPO DI SHATILA, che ha subito un massacro terribile trentacinque anni fa, si prepara a ricevere la delegazione italiana del Comitato «Per non dimenticare il massacro di Sabra e Shatila», per commemorare l’anniversario,  come è consuetudine da ben sedici anni, grazie al fondatore del comitato Stefano Chiarini, giornalista del manifesto che ha sostenuto la lotta dei popoli oppressi; i suoi scritti e i suoi articoli sono stati un’arma più efficace di tutte le armi e di tutti gli slogan.

In occasione della commemorazione, come non ricordare lo sforzo e la responsabilità di chi ha proseguito il lavoro di Stefano Chiarini nel comitato e del giornalista Maurizio Musolino, scomparso un anno fa? Noi, come anche i bambini dei campi in Libano, abbiamo piena fiducia nel fatto che i membri del Comitato continueranno sulla loro strada che ha fatto conoscere al mondo l’orrore della strage, e ha ricordato agli amanti della giustizia, della pace, della libertà e dei diritti umani che i criminali assassini devono essere puniti, e che le famiglie delle vittime del massacro sono sostenute nel.

È un diritto per gli italiani, che ogni anno costituiscono la delegazione estera più numerosa, di essere fieri e orgogliosi del loro ruolo in questa iniziativa di solidarietà. I campi del Libano, a Beirut, a nord e a sud, attendono con amore – non c’è altra parola per dirlo – il loro arrivo come ogni anno.

(Traduzione di Bassam Saleh)
* Associazione Bait Atfal Alsumud partner di «Per non dimenticare Sabra e Chatila»

Hamas ha detto ieri di aver sciolto la commissione amministrativa, di essere d’accordo ad indire elezioni generali (le prime dal 2006) e di permettere ad un governo di intesa nazionale di amministrare la Striscia. Fatah: “Parole incoraggianti, ma attendiamo ora passi concreti”

della redazione

Roma, 18 settembre 2017, Nena News – Sempre più vicina la riconciliazione tra Hamas e Fatah. Ieri il movimento islamico palestinese ha annunciato infatti di aver sciolto la sua commissione amministrativa formata a inizio anno, di essere d’accordo ad indire elezioni generali (sarebbero le prime dal 2006) e di permettere ad un governo di intesa nazionale di amministrare la Striscia di Gaza.

In pratica gli islamisti hanno accettato le tre richieste fatte dal presidente Abbas per porre fine alle divisioni interne al mondo politico palestinese. Il leader di Fatah, visibilmente soddisfatto per la vittoria politica, si è mostrato però cauto: secondo lui ora dalle parole bisogna passare ai fatti. Dello stesso avviso il suo collega di partito Mahmoud Aloul che ha definito le notizie di ieri “incoraggianti”, ma “vogliamo vedere cosa accade realmente prima di muoverci alla seconda fase. Noi di Fatah però siamo pronti alla riconciliazione”.

Una possibilità che però appare concreta: l’alto ufficiale di Fatah, Azzam al-Ahmed, ha infatti riferito che i due partiti si incontreranno al Cairo entro 10 giorni quando il governo di unità nazionale dovrebbe già aver iniziato ad amministrare Gaza. A questo primo incontro, ha spiegato al-Ahmed, dovrebbe seguire un vertice a cui parteciperanno tutte le forze politiche palestinesi che hanno firmato nel maggio del 2011 l’accordo di riconciliazione.

La prudenza di Ramallah è d’obbligo visto che negli ultimi 10 anni – da quando cioè Hamas ha assunto il controllo della Striscia cacciando Fatah – i diversi tentativi di riconciliazione tra le due parti si sono sempre rivelati fallimentari. L’ultimo accordo d’intesa tra il movimento islamico e l’Autorità palestinese (Ap) è stato raggiunto nell’aprile del 2014 e avrebbe dovuto portare a delle elezioni generali.

Tuttavia, a causa della devastante offensiva israeliana “Piombo Fuso” nella Striscia e di una disputa sul pagamento dei salari a decine di migliaia di forze di sicurezza di Hamas, l’accordo di unità nazionale non è stato nei fatti mai implementato. Anzi, la crisi interna al mondo palestinese è andata peggiorando quando a inizio anno gli islamisti hanno annunciato a Gaza di aver formato una commissione per amministrare il piccolo lembo di terra palestinese. Un atto che ha mandato su tutte le furie Ramallah che ha accusato i rivali politici di aver voluto istituire nella Striscia un “governo ombra” indipendente da quello cisgiordano.

L’Ap – dominata da Fatah – ha quindi optato per la linea dura peggiorando la situazione umanitaria nella Striscia (tagli sui carburanti, medicine e salari per i dipendenti pubblici ed ex prigionieri) nel tentativo di far cadere Hamas e rimpossessarsi dell’enclave. Non pago, lo scorso mese Abbas ha minacciato di prendere ulteriori misure repressive contro i suoi abitanti nel caso in cui Hamas non si fosse attenuta alle tre richieste dell’Autorità palestinese (scioglimento della commissione, trasferimento dell’amministrazione di Gaza all’Ap ed elezioni).

Se Fatah è prudente, maggiore soddisfazione per l’annuncio fatto ieri dal movimento islamico è stata espressa da Nickolay Mladenov, il coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente. Mladenov ha chiesto a “tutte le parti di cogliere questa opportunità per riportare l’unità e aprire una nuova pagina per il popolo palestinese. “L’Onu – ha aggiunto – aiuterà questi sforzi [diplomatici]. E’ fondamentale che la grave situazione umanitaria a Gaza, soprattutto la paralizzante crisi elettrica, sia trattata come priorità”.

Le aperture confermate ieri da Hamas giungono a distanza di una settimana dalla visita di una sua delegazione al Cairo. Recentemente il movimento islamico ha provato a migliorare le sue relazioni con l’Egitto (tesissime dopo il golpe militare di al-Sisi nel 2013) smarcandosi prima dalla Fratellanza musulmana (“terroristi” per il governo egiziano) e poi aumentando i controlli al confine tra la Striscia e l’Egitto. L’obiettivo è chiaro: uscire dall’isolamento politico alleviando le pene della sua popolazione intrappolata nella piccola enclave. Uno dei primi passi potrebbe essere l’apertura del valico di Rafah che alleggerirebbe l’asfissiante assedio israeliano.

Il presidente Abbas, intanto, è arrivato ieri a New York dove prenderà parte ai lavori della 72esima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Mercoledì incontrerà il suo pari statunitense Donald Trump, un giorno prima del suo discorso al Palazzo di Vetro. Nena News

Secondo l’artista iraniana di arti visive, attraverso l’analisi e l’osservazione dei comportamenti e delle azioni femminili è possibile cogliere lo spirito e l’evoluzione storica dell’Iran. Le donne sono soggetti attivi, portatrici dell’ideologia comunitaria e rappresentanti della struttura sociale

Shirin Neshat. (Fonte foto: Pinterest)

di Cecilia D’Abrosca

Roma, 18 settembre 2017, Nena NewsShirin Neshat, interprete dell’arte e della cultura islamica, è l’artista iraniana Leone d’Argento che con il film “Looking for Oum Kulthum” era in Concorso alle Giornate degli Autori – Venice Days, rassegna autonoma istituita nel 2004 all’interno della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Lo spazio riservato agli autori nasce per esaltare il cinema senza alcuna limitazione, dando risalto alla sperimentazione, all’originalità e alla ricerca espressiva. Il film, coprodotto anche dagli italiani “In Between Art Film” e “Vivo Film”, racconta la storia di Mitra, donna e artista appassionata di musica, in particolare di Oum Kulthum, celebre cantante e musicista egiziana morta nel 1975. Il sogno della protagonista è di girare un film sulla vita del suo mito.

Al fine di comprendere la personalità di Oum Kulthum, Mitra ripercorre le lotte e i sacrifici da lei compiuti, per affermarsi in campo artistico. Si immedesima nell’esistenza della sua icona: ne osserva, con profondità, il percorso, i limiti espressivi imposti da una società patriarcale, i condizionamenti derivati da un atteggiamento esterno conservatore e la tenacia con la quale Oum reagisce a questo, traducendolo nel linguaggio filmico. Ma ecco il colpo di scena, durante le riprese, il figlio di Mitra muore; l’evento drammatico sconvolgerà la sua vita e la spingerà al silenzio artistico. Quello di Shirin Neshat è il film che, assieme ad altri undici, è stato selezionato per le Giornate, in occasione della 74esima edizione della Mostra del Cinema, conclusasi lo scorso 9 settembre.

Shirin Neshat è una artista iraniana che vive in esilio in Occidente. Negli anni Settanta si trasferisce negli Stati Uniti per laurearsi, dopo molti anni decide di far ritorno in Iran per riabbracciare la famiglia e crearsi una posizione. È da poco terminato il 1979, anno della Rivoluzione Islamica, quando, al suo arrivo, Shirin Neshat si rende conto che il suo Paese era cambiato. Decide di rientrare in Occidente e fermarsi, tiene molte conferenze sulla questione relativa alla funzione sociale dell’artista (in particolare, quello mediorientale), alla percezione che l’Occidente ha dell’arte islamica e dei suo autori, al messaggio politico-culturale del prodotto artistico. Durante gli incontri pubblici, Shrin Neshat dichiara che, “la cultura islamica aveva sostituito quella persiana trasformando l’Iran in un Paese ideologizzato”.

Nonostante questa ammissione, l’Iran segna il punto di partenza della sua poetica e del suo percorso artistico. Emerge come fotografa, poi inizia a realizzare video installazioni ed infine si orienta sul cinema. Shirin Neshat studia il tessuto sociale del Paese, soffermandosi sugli aspetti della vita religiosa, politica e sulle tematiche di gender. I segnali del cambiamento sociale, d’inclusione ed esclusione, vengono da lei resi attraverso la fotografia in bianco e nero: Women of Allah (1993-97), “Le donne di Allah”, è un insieme di immagini di donne velate e di primi piani di parti del corpo femminile sulle quali sovrascrive versi di poetesse iraniane contemporanee che invitano alla riflessione sulle credenze e sui luoghi comuni che investono le donne musulmane.

Le donne sono il soggetto delle sue storie, viste come portatrici dell’ideologia comunitaria e rappresentanti della struttura sociale. Shirin Neshat si rivolge a loro in quanto soggetti attivi nella società, poichè, secondo l’autrice, dall’analisi e dall’osservazione dei comportamenti e delle azioni femminili è possibile cogliere lo spirito e l’evoluzione storica del suo Paese. Due video installazioni mostrano aspetti dell’universo femminile emotivo e esperienziale: Fervor (2000), che esamina la relazione d’amore tra un uomo e una donna, e Soliloquy (1999), che racconta di una donna musulmana in conflitto tra la scelta di uno stile di vita tradizionale ed un altro più conforme alla modernità.

(Fonte foto: Pinterest)

Ciò che Shirin Neshat intende problematizzare, è la posizione della donna e di un’ artista iraniana in relazione al suo coinvolgimento nella sfera pubblica. Più volte ha dichiarato che, la sua esperienza di vita e di lavoro in Occidente, l’ha condotta ad intraprendere una “battaglia” immediata contro l’immaginario che coinvolge l’identità, le donne, il sistema religioso; dall’altro, afferma, che sebbene l’arte occidentale sia più “libera”, ossia meno determinata dalla situazione politica, proprio per questo motivo, essa rischia di trasformarsi in puro intrattenimento, a danno dello spirito che anima gli artisti nel fare arte. Sottolinea, al contrario, che le forme artistiche iraniane fanno capo a un tipo di arte politica, sia per la caratteristica delle dinamiche interne sia riguardo il peso degli artisti, che si fanno portavoce delle istanze collettive.

Gli intellettuali e gli artisti iraniani, secondo quanto afferma Shirin Neshat, hanno un forte séguito nel dibattito politico e culturale del Paese, contribuendo a mostrare la pluralità degli orientamenti teorici sui temi complessi e controversi. Per Shirin Neshat, essere un’artista iraniana che lavora in Occidente rappresenta la grande sfida della sua vita, da un punto di vista umano, culturale e artistico.  Nena News

Painful questions need to be answered.  Why were they massacred as refugees? Has the world already forgotten? These questions have haunted me and they have yet to receive answers, writes a witness of the massacre Swee Chai Ang

by Swee Chai Ang*

This September will be the thirty-fifth anniversary of the Sabra-Shatila Massacre in West Beirut. Three thousand unarmed refugees were killed from 15-18 September 1982.

I was then a young orthopedic trainee who had resigned from St Thomas Hospital to join the Christian Aid Lebanon medical team to help those wounded by Israel’s invasion of Lebanon. That invasion, named “Peace for Galilee”, and launched on 6 June 1982, mercilessly bombarded Lebanon by air, sea, and land. Water, food, electricity, and medicines were blockaded. This resulted in untold wounded and deaths, with 100,000 made suddenly homeless.

I was summoned to the Palestine Red Crescent Society to take charge of the orthopedic department in Gaza Hospital in Sabra-Shatila Palestinian refugee camp, West Beirut. I met Palestinian refugees in their bombed out homes and learned how they became refugees in one of the 12 Palestinian refugee camps in Lebanon. Before this encounter, I had never heard of Palestinians.

They recounted stories of being driven out of their homes in Palestine in 1948, often fleeing massacres at gunpoint. They fled with whatever possessions they could carry and found themselves in neighboring Lebanon, Jordan and Syria.

The United Nations put them in tents while the world promised they would return home soon. That expectation never materialized. Since then the 750,000 refugees, comprising half of the population of Palestine in 1948, continued to live in refugee camps in the neighboring countries. It was 69 years ago that this refugee crisis started. The initial 750,000 has since grown to 5 million. Palestine was erased from the map of the world and is now called Israel.

Soon after my arrival, the PLO (Palestine Liberation Organisation) evacuated. It was the price demanded by Israel to stop the further relentless bombardment of Lebanon and to lift the ten-week military blockade. Fourteen thousand able-bodied men and women from the PLO evacuated with the guarantee by Western powers that their families left behind would be protected by a multinational peacekeeping force.

Those leaving were soldiers, civil servants, doctors, nurses, lecturers, unionists, journalists, engineers, and technicians. The PLO was the Palestinians’ government in exile and the largest employer. Through evacuation, fourteen thousand Palestinian families lost their breadwinner, often the father or the eldest brother, in addition to those killed by the bombs.

That ceasefire lasted only three weeks. The multinational peacekeeping force, entrusted by the ceasefire agreement to protect the civilians left behind, abruptly withdrew. On September 15, several hundred Israeli tanks drove into West Beirut. Some of them ringed and sealed off Sabra-Shatila to prevent the inhabitants from fleeing. The Israelis sent their allies; a group of Christian militiamen trained and armed by them, into the camp. When the tanks withdrew from the perimeter of the camp on the 18 September, they left behind 3,000 dead civilians. Another seventeen thousand were abducted and disappeared.

Our hospital team, who had worked non-stop for 72 hours, was ordered to leave our patients at machine-gun point and marched out of the camp. As I emerged from the basement operating theatre, I learned the painful truth. While we were struggling to save a few dozen lives, people were being butchered by the thousands. Some of the bodies were already rotting in the hot Beirut sun. The images of the massacre are deeply seared into my memory: dead and mutilated bodies lining the camp alleys.

Only a few days before, they were human beings full of hope and life, rebuilding their homes, talking to me, trusting that they would be left in peace to raise their young ones after the evacuation of the PLO. These were people who welcomed me into their broken homes. They served me Arabic coffee and whatever food they found; simple fare but given with warmth and generosity. They shared their lives with me. They showed me faded photographs of their homes and families in Palestine before 1948 and the large house keys they still kept with them. The women showed me their beautiful embroidery, each with motifs of the villages they left behind. Many of these villages were destroyed after they left.

Some of these people became patients we failed to save. Others died on arrival. They left behind orphans and widows. A wounded mother begged us to take down the hospital’s last unit of blood from her to give to her child. She died shortly afterward. Children witnessed their mothers and sisters being raped and killed.

The terrified faces of families rounded up by gunmen while awaiting death; the desperate young mother who tried to give me her baby to take to safety; the stench of decaying bodies as mass graves continued to be uncovered will never leave me. The piercing cries of women who discovered the remains of their loved ones from bits of clothes, refugee identity cards, as more bodies were found continue to haunt me.

The people of Sabra-Shatila returned to live in those very homes where their families and neighbors were massacred. They are a courageous people and there was nowhere else to go. Afterwards, other refugee camps were also blockaded, attacked and more people were killed. Today, Palestinian refugees are denied work permits in 30 professions and 40 artisan trades outside their camps. They have no passports. They are prohibited from owning and inheriting property. Denied the right of return to their homes in Palestine, they are not only born refugees, they will also die refugees and so will their children.

But for me, painful questions need to be answered. Not why they died, but why were they massacred as refugees? After 69 years, has the world already forgotten? How can we allow a situation where a person’s only claim to humanity is a refugee identity card? These questions have haunted me and they have yet to receive answers.

*Dr. Swee Chai Ang is a Consultant Orthopaedic Surgeon and founder of Medical Aid for Palestinians. She is the author of: “From Beirut to Jerusalem,” published by The Other Press.

This article first appeared on Arab America

Nuovo appuntamento settimanale con la rubrica “Focus on Africa”. Oggi vi portiamo in Kenya, Tunisia, Sudafrica e Repubblica Centrafricana

Lotta per i diritti delle donne in Tunisia (foto UNDP)

di Federica Iezzi

Tunisia

La Tunisia continua a portare avanti proposte ambiziose per riformare le leggi del Paese su matrimonio e eredità. Solo il mese scorso, il presidente Beji Caid Essebsi aveva annunciato la sua proposta di assicurare l’uguaglianza tra uomo e donna nel diritto ereditario e di permettere il matrimonio tra una tunisina e uno straniero non musulmano.

Il ministro tunisino della Giustizia, Ghazi Jeribi, ha firmato una circolare per l’annullamento della legge n.216 del 1973, che impediva alle donne tunisine di sposare uomini non musulmani. Mossa che ha incontrato una forte resistenza da parte degli oppositori del presidente e da parte di organismi religiosi internazionali.

Prima d’ora, una donna musulmana non era autorizzata a sposare un non-musulmano. Contrariamente, agli uomini è consentito di sposare donne di qualsiasi fede. Secondo la legge islamica, inoltre, alle donne spetta la metà dell’eredità rispetto all’erede maschio.

Le proposte arrivano subito dopo, il pacchetto di leggi approvato per combattere la violenza contro le donne.

Kenya

L’Independent Electoral and Boundaries Commission ha fissato la data del nuovo turno elettorale in Kenya, durante la sua 204esima riunione plenaria, al 17 ottobre prossimo.

Questo avviene dopo che la Corte Suprema del Paese ha annullato i risultati delle elezioni presidenziali dello scorso 8 agosto e ha assicurato un nuovo voto entro 60 giorni.

Il tribunale ha sostenuto la petizione guidata da Raila Odinga, veterano candidato di opposizione, ai danni del presidente in carica Uhuru Kenyatta.

Le elezioni presidenziali non sono state condotte in conformità con la costituzione, rendendo inutilizzabili i risultati dichiarati. Questo quanto espresso dal capo della giustizia David Maraga.

L’ardua sfida ancora una volta rimarrà quella di autenticare tutte le schede di voto delle 40.883 stazioni elettorali, per determinare la legittimità del risultato della votazione.

Sud-Africa

Posticipato il summit Israele-Africa previsto per il prossimo ottobre, a Lomé in Togo. Il ministero degli Esteri israeliano non ha attualmente fornito una data alternativa all’incontro.

Le motivazioni ufficiali dell’annullamento delle date, sono le attuali proteste in Togo contro il regime di Gnassingbé. La motivazione reale è la minaccia di boicottaggio della conferenza da parte di diversi Paesi africani, guidati dal Sud-Africa.

Il governo Netanyahu ritiene che i Paesi africani e Israele possano trarre vantaggio da una continuativa cooperazione, soprattutto nei settori come l’acqua, l’agricoltura, la salute e la tecnologia.

La storia dell’aggressione imperialista israeliana ai danni del continente africano è chiara. Il flagrante sostegno militare di Israele, per le occupazioni di Sud-Africa e Zimbabwe negli anni ‘70, costò la vita a migliaia di civili. Per non parlare degli stretti legami con l’apartheid sudafricana, in cui Tel Aviv era il principale sostenitore del regime bianco, quando Pretoria era sotto un serrato embargo internazionale. Inoltre, calpestare i diritti degli etiopi e dei rifugiati eritrei e sudanesi, rappresenta il quotidiano disprezzo riservato oggi agli africani residenti in Israele.

Repubblica Centrafricana

Secondo gli ultimi report dell’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, migliaia di persone continuano ad essere sradicate da vaste aree della Repubblica Centrafricana e costrette a fuggire a causa di violenti combattimenti fra le fazioni in lotta.

La crisi politica nell’ex colonia francese, si protrae dal 2013, in seguito alla caduta del governo Bozizé ad opera di una coalizione di gruppi ribelli a maggioranza musulmana, chiamata Seleka. I prolungati abusi del gruppo Seleka ai danni della popolazione cristiana dell’area, hanno portato alla nascita di gruppi di autodifesa, gli anti-balaka, con l’inizio di una campagna di violenza e il successivo esodo massivo di civili di religione musulmana verso i Paesi limitrofi.

Gruppi armati e milizie hanno commesso abusi dei diritti umani, inclusi uccisioni illegali, torture, maltrattamenti, rapimenti, violenze sessuali, saccheggi e distruzione di interi villaggi. I reati sono sotto la giurisdizione di una sezione speciale della Corte Penale Internazionale.

Il numero di sfollati interni ha sfiorato gli 800.000. In 450.000 hanno lasciato il Paese per Camerun, Ciad e Repubblica Democratica del Congo. Due milioni e mezzo di civili sono dipendenti da assistenza umanitaria.

Attualmente, più di 12.000 peacekeepers delle Nazioni Unite supportano la polizia locale a proteggere i civili e sostengono le attività del governo del presidente Faustin-Archange Touadera, la cui elezione, lo scorso anno, ha contribuito in modo significativo all’aumento delle violenze interne.

 

 

 

 

 

Anche quest’anno tanti italiani hanno scelto di andare a Beirut, con il Comitato “Per Non dimenticare Sabra e Shatila”, per ribadire che quel massacro non sarà mai chiuso nell’ultimo cassetto della storia. Un viaggio nel ricordo dell’impegno di Stefano Chiarini e Maurizio Musolino

 di Stefania Limiti

Roma, 16 settembre 2017, Nena NewsMentre a Roma si litiga per la targa intestata alla grande figura di Yasser Arafat, in Libano oltre 500 mila profughi palestinesi, nei loro poveri campi, ospitano i rifugiati di altre guerre e di altre occupazioni militari. E’ il paradigma tragico, diremmo grottesco, di un popolo dimenticato, che si ostina, tuttavia, contro forze enormi, a vivere e a rivendicare la propria appartenenza nazionale. Inascoltati, dimenticati, sempre scacciati: anche dalla toponomastica. Il vice sindaco di Roma Luca Bergamo, che ha avuto la delega dalla sindaca Raggi a gestire la spinosa (pazzesco!) faccenda della targa, dice al Manifesto che l’attuazione delle delibera (la n. 165 del 28 luglio, prevede che sia intitolato un parco ad Yasser Arafat, nella zona di Centocelle, e una piazza al Rabbino Capo Emerito Elio Toaff a Colle Oppio)  è ferma e rimandata a data da destinarsi. Non si farà. Nonostante la richiesta di una ventina di associazioni e l’opportunità di aprire un dibattito pubblico destinato, invece, a morire qui. Troppe le pressioni delle comunità ebraiche per impedirlo, troppo forti per essere respinte dalla giunta Raggi. Piccole meschinità accanto a una grande tragedia dall’altra.

Per capire la questione palestinese è molto importante andare in Libano e conoscere la realtà di quel pezzo di umanità scacciata dalle proprie case nel 1947 e poi venti anni dopo. Uomini e donne che non sono tornati indietro e che non possono guardare il futuro perché non hanno patria, cittadini di serie b in un paese ospitante. Il Comitato Per non dimenticare Sabra e Chatila, da quando è stato fondato nel 2001 da Stefano Chiarini e grazie all’impegno de Il Manifesto e del giornale indipendente libanese As Safir, fa proprio questo: si reca lì ogni anno, in occasione dell’anniversario del massacro di Sabra e Chatila, due poverissimi campi profughi alla periferie di Beirut, dove i macellai falangisti sotto la regia dell’occupante israeliano e le direttive del falco Ariel Sharon fecero scempio dei corpi di duemila persone. Un orrore che nel settembre del 1982 svegliò l’umanità dormiente: i palestinesi ancora massacrati! Anche la sinistra italiana, affascinata dal mito dei kibbutz e dalle esperienze ‘socialisteggianti’ del neo-stato di Israele, dovette guardare in faccia la realtà dell’occupazione militare e dei suoi crimini. Quel massacro, più di tanti altri, fu odioso, realizzato con lo stratagemma di lasciar partire il contingente internazionale e di aver imposto l’esilio dei fedayin, i giovani combattenti guidata da Arafat, verso la Tunisia. Fu fatto per dare una lezione ai Palestinesi: non esistete e noi vi schiacceremo.

Ma i Palestinesi da allora hanno continuano a lottare: tanti gli errori, tragiche le loro divisioni ma di certo hanno avuto la straordinaria forza di rivendicare la loro volontà di essere un popolo e di non permettere all’ occupante di annientarli. Si conosce da vicino tutto questo andando in Libano, visitando i campi, parlando con le forze politiche sociali, ricordando che il Diritto al ritorno è sancito dalla Legge internazionale. Anche quest’anno in molti hanno scelto di andare insieme al Comitato Per Non dimenticare Sabra e Shatila dal 16 al 23 settembre. Dobbiamo tutto questo all’impegno e alla intelligenza di Stefano Chiarini e di Maurizio Musolino. Dicono i poeti che non si muore finché altri ti portano nel cuore: entrambi scomparsi prematuramente,  sono nel nostro cuore e vivono tra noi con la loro passione per il Medioriente e la solidarietà, l’amore, verso il popolo palestinese. Nena News

Un gruppo di uomini armati che indossavano tute mimetiche ha fatto irruzione nel ristorante Fadak, nel distretto di Dhi Qar, dopo aver colpito un posto di blocco della polizia nel distretto di Batha con un’autobomba

foto Reuters

della redazione

Roma, 15 settembre 2017, Nena News – Mentre l’attenzione è rivolta al nuovo attentato con più di 20 feriti, con ogni probabilità ancora dell’Isis, che ha colpito oggi Londra, passa inosservato l’ultimo duplice attacco suicida compiuto ieri dallo Stato islamico sull’autostrada Dhi Qar-Bassora e in un ristorante di Nassiriya, in Iraq. Si tratta di un’altra gravissima strage. I morti sono 84 morti e i feriti 93 feriti, quasi tutti musulmani sciiti. Le vittime si stavano dirigendo verso la città santa sciita di Kerbala e tra i morti ci sono anche cittadini iraniani in pellegrinaggio. Il Califfato ha rivendicato l’attentato attraverso un messaggio diffuso dalla sua agenzia di stampa “Amaq”.

Secondo la ricostruzione dell’accaduto fatta da fonti ufficiali irachene,  un gruppo di uomini armati che indossavano tute mimetiche ha fatto irruzione nel ristorante Fadak, nel distretto di Dhi Qar, dopo aver colpito un posto di blocco della polizia nel distretto di Batha con un’autobomba. Per le persone presenti nel ristorante non c’è stato scampo. Le tv irachene hanno mandato in onda immagini raccapriccianti di morte e devastazioni.

La striscia di sangue si allunga di pari passo con il disfacimento, sotto l’urto dell’offensiva degli esercito di Iraq e Siria, dello Stato islamico proclamato tre anni fa dall’emiro Abu Bakr al Baghdadi. L’Isis, si prevede, intensificherà i suoi attentati per dimostrare di non essere stato sconfitto. Ad agosto un totale di 125 civili iracheni sono stati uccisi e altri 188 sono rimasti feriti in atti di terrorismo, violenza e scontri armati, secondo i dati della missione di assistenza delle Nazioni Unite per l’Iraq (Unami). Dall’inizio dell’anno in Iraq sono decedute almeno 2.858 persone, mentre 3.742 sono rimaste ferite. Il governatorato di Baghdad è stato il più colpito il mese scorso con 45 morti e 135 feriti.

Intanto si è appreso che due giorni fa unità combattenti curde hanno catturato in Siria un cittadino statunitense che militava nelle file dello Stato islamico e l’hanno consegnato alle forze Usa. Lo ha reso noto il Dipartimento della difesa americano senza rivelare l’identità dell’uomo. Si stima che 40 mila combattenti stranieri siano confluiti in Iraq e Siria nel corso degli ultimi anni per combattere dalla parte dell’Isis. Nena News

Il premier di destra offre il sostegno di Israele alla creazione di uno Stato curdo. Sa che la frantumazione dell’Iraq e, in futuro, forse anche della Siria, indebolisce gli avversari nella regione e mette in difficoltà anche Turchia e Iran

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 15 settembre 2017, Nena News – I riflessi del referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno, previsto a fine mese, continuano ad infiammare il dibattito regionale e a tenere in fibrillazione gli Stati coinvolti direttamente, l’Iraq, e indirettamente, Siria, Turchia e Iran. La consultazione però interessa anche gli Stati Uniti – artefici della “piena autonomia curda” quando al potere in Iraq c’era il nemico Saddam Hussein – la Russia e diversi altri Paesi. Tra questi Israele, da sempre vicino alla causa dei curdi iracheni. Così mentre sono in corso intensi negoziati e movimenti dietro le quinte per affondare il referendum – l’alleanza che la Turchia di Erdogan sta provando a stringere con l’Iran ne è una dimostrazione – o per imporre il rinvio della consultazione, il premier israeliano Netanyahu è stato il primo leader “occidentale” a pronunciarsi apertamente a favore della proclamazione di uno Stato curdo. I palestinesi sotto occupazione israeliana invece dovranno aspettare, forse per sempre. L’uomo alla guida del governo più a destra della storia di Israele ha tuttavia precisato che per lui il Pkk di Abdallah Ocalan è un’organizzazione «terroristica», prendendo le distanze dalle affermazioni di senso opposto fatte di recente dall’ex vice capo di stato maggiore Yair Golan.

Tanta passione per i diritti dei curdi si spiega con la lettura israeliana dell’attuale quadro politico e strategico della regione. Il referendum curdo, se il voto come si prevede sarà a favore della separazione dall’Iraq, avrà un effetto domino a partire dalla Siria. Qui i curdi, con l’appoggio americano, di fatto già controllano e governano gran parte del nord del Paese, ed è opinione diffusa che subito dopo il Kurdistan iracheno sarà il Rojava a votare per l’indipendenza, forse la prossima primavera. Non sorprende che negli ultimi mesi Damasco abbia usato toni più duri nei confronti delle intenzioni dei curdi siriani, anche perché sono sostenute da Washington. La nascita di entità separate in Iraq e in Siria va nella direzione auspicata dal governo Netanyahu che punta all’indebolimento degli avversari di Israele, a cominciare dalla Siria. Senza sottovalutare che l’indipendenza curda in Iraq metterebbe in difficoltà anche il “nemico numero uno”, l’Iran. Israele ha tutto da guadagnare dall’acuirsi della crisi tra curdi e arabi e il suo premier gioca sui tavoli della diplomazia tutte le carte che ha in mano. In questi giorni sta riallacciando buone relazioni in America latina dove, fino a qualche tempo fa, si tifava apertamente per i diritti dei palestinesi. Netanyahu è stato accolto con entusiasmo dal presidente argentino Mauricio Macri e ha rafforzato i legami (storici) tra Israele e Colombia.

L’attivismo diplomatico del premier israeliano punta molto anche sullo sport. Israele ora aspetta il Giro d’Italia 2018 che per la prima volta nella sua centenaria storia partirà al di fuori dell’Europa, grazie anche ai milioni di euro che gli sponsor israeliani hanno messo sul piatto. La corsa prevede tre tappe in Terra Santa e sarà presentata lunedì prossimo a Gerusalemme, alla presenza di due campioni: Ivan Basso e Alberto Contador. Obiettivo principale è fare in modo che il ciclismo internazionale celebri a Gerusalemme i 70 anni dalla nascita dello Stato di Israele.

Netanyahu non raccoglie solo successi. Ufficialmente è solo un rinvio eppure la decisione del presidente del Togo, Faure Gnassingbè, di rimandare a data da destinarsi il vertice Africa-Israele che si sarebbe dovuto tenere dal 23 al 27 ottobre prossimo a Lomè, rappresenta un duro colpo per il premier israeliano. Al rinvio ha contribuito in maniera decisiva l’opposizione al vertice da parte di alcuni Stati africani-arabi, in particolare l’Algeria, la Mauritania, il Marocco e la Tunisia (esplicitamente ringraziati dall’Olp). Netanyahu – che nel 2016 aveva visitato Ruanda, Kenya, Uganda, Etiopia – punta al riavvicinamento con diversi Paesi africani per sottrarli al sostegno alla causa palestinese, soprattutto in sede Onu. E per questo potrebbe organizzare il vertice in Israele nel 2018 con gli Stati africani che non fanno parte della Lega araba.

L’arresto di due religiosi sauditi, che avrebbero apparentemente adottato una posizione troppo neutrale in merito alla crisi con il Qatar, rappresenta un grave precedente. L’Arabia Saudita non tollera più alcuna opinione dissidente, anche da parte dei membri della famiglia reale

Re Salman dell’Arabia saudita

Editoriale di raialyoum.com

(traduzione di Romana Rubeo)

L’arresto del religioso saudita e predicatore Salman Fahd al-‘Awdah, e del suo collega ‘Awadh al-Qarni, di certo non sorprende. Anzi, c’era da aspettarselo, nel clima di polarizzazione politica e tribale che sta attraversando la regione del Golfo, e vista l’insistenza delle autorità Saudite, guidate dal principe ereditario Mohammad bin Salman, che di fatto sta governando il Paese, a mostrare il pugno di ferro contro qualsiasi tipo di opposizione, anche tra i religiosi appartenenti al cosiddetto ‘Islamic awakening’, o tra i membri della stessa famiglia reale saudita…

…È quanto meno singolare che gli Stati che ora sono protagonisti della crisi del Golfo, un tempo perseguivano politiche comuni in Yemen, Siria, Libia, e ancor prima in Iraq. Sono intervenuti direttamente nelle questioni interne di quei Paesi o hanno inviato armamenti; adesso si stanno comportando allo stesso modo, ma gli uni contro gli altri. Chiunque segua gli scambi di opinione sui media o le campagne a favore dei gruppi di opposizione Paesi potrà difficilmente negare quanto si afferma.

Sull’arresto dei due uomini di fede, le opinioni sono discordanti; tutti, però, convergono su un punto: avrebbero adottato una posizione troppo ‘neutrale’ sulla crisi del Golfo e avrebbero rifiutato di esporsi pubblicamente al fianco del proprio governo contro il Qatar. La neutralità non è ammessa, agli occhi dei Sauditi, che sembrano aderire a quanto affermò un ex Presidente degli Stati Uniti: ‘O con noi o contro di noi’.

Secondo fonti vicine allo Sceicco Salman al-‘Awdah, a far perdere la pazienza al regime saudita, e quindi a determinare il fermo, sarebbe stato un Tweet scritto in seguito alla telefonata tra l’Emiro del Qatar e il Principe ereditario bin Salman. La telefonata avrebbe dovuto sancire una svolta nella risoluzione della crisi, che ormai si protrae da 100 giorni. Lo Sheicco ‘Awdah l’aveva quindi salutata favorevolmente, esprimendo la sua soddisfazione su Twitter: ‘Dio ti ringraziamo e ti preghiamo affinché i nostri cuori si predispongano benevolmente e tutto il popolo possa trarne beneficio.’

Purtroppo per lo Sceicco ‘Awdah e per lo Sceicco Qarni (e forse per altri sceicchi troppo ‘neutrali’ che potrebbero essere arrestati in futuro), la telefonata, che avrebbe dovuto avviare un dialogo e aprire la strada a una risoluzione delle controversie, ha avuto in realtà un esito molto diverso. Le due parti avevano visioni contrapposte e, secondo il punto di vista Saudita, il Qatar avrebbe rifiutato di sottomettersi, rilasciando una dichiarazione altamente fuorviante, senza ammettere che l’iniziativa della telefonata partiva direttamente dal Principe Tamim, e non da un eventuale coordinamento con il Presidente degli Stati Uniti.

I Sauditi fedeli al regime e controllati dalle agenzie di intelligence si erano già scagliati violentemente su Twitter contro i due sceicchi, in particolare contro ‘Awdah. A loro avviso, la detenzione sarebbe giustificata dal rifiuto di esprimere lealtà al proprio Paese o di prendere posizione nella crisi; ci sarebbero anche altre motivazioni, che abbiamo deciso di non riportare in questo editoriale.

L’arresto dei due sceicchi, e prima ancora del Principe [figlio dell’ex Re Saudita Fahd] ‘Abdelaziz bin Fahd, colpevole di aver adottato una posizione simile e di aver aspramente criticato il Principe ereditario Mohammad bin Zayed, strettissimo alleato del Principe bin Salman nella guerra Yemenita, rivela le reali intenzioni dei Sauditi, che intendono punire duramente chiunque si discosti dalla posizione del regime, o dimostri una posizione troppo ‘neutrale’. Un atteggiamento ritorsivo che potrebbe colpire chiunque, a prescindere dallo stato sociale o dalla posizione nella famiglia reale.

Questa linea politica pericolosa e senza precedenti potrebbe però avere conseguenze nefaste, compromettendo la stabilità del Regno e le relazioni con i sudditi. Se la crisi non dovesse essere contenuta velocemente, cosa di cui è lecito dubitare, la situazione potrebbe degenerare. Nena News

 

I volontari di Music for Peace, che hanno distribuito aiuti umanitari alla popolazione, raccontano una Gaza assediata e soffocata dai suoi problemi  ma anche vittima di un sistema economico e sociale interno che ha favorito l’elité ricca e abbandonato i più deboli

foto di Music for Peace

della redazione di Music for Peace

Gaza, 15 settembre 2017, Nena News – Va concludendosi l’intervento umanitario in Striscia di Gaza, Palestina. Dopo otto anni di iniziative in questa prigione a cielo aperto, troviamo una popolazione cambiata. I dati concreti sono che Mfp ha consegnato oltre 400 pacchi di medicinali, 3.000 di alimentari, 1.100 pannoloni per disabili e per bambini, 600 zaini e astucci scolastici, 800 articoli da gioco, capi d’abbigliamento, cucine da campo e altro ancora per un valore economico di circa € 300.000. Distribuendo tutto il materiale in maniera diretta, a volte casa per casa, altre volte incontrando le famiglie in luoghi prestabiliti, abbiamo operato in tutta la Striscia e siamo entrati in contatto con oltre 3.000 persone.

Il clima a Gaza è molto cambiato in questi ultimi anni. Di certo molti fondi sono entrati e gli effetti sono facilmente visibili a Gaza City, lungo la via del mare, sul porto, ma anche in alcune zone periferiche. Molte case sono state ricostruite e le strade principali sono state riparate. Tuttavia, c’è una considerazione molto importante da fare: tutti i fondi che sono arrivati in questi anni nella Striscia sono stati investiti in ciò che serviva a reggere l’assurdo, illogico, irrazionale sistema economico dell’area. Non c’è stata una ricaduta sulle masse, né in termini di istruzione, né di servizi sanitari o di welfare. È nata una classe ricca che ha le sue radici soprattutto nell’autorità de facto, nel commercio lecito (con Israele) e in quello illecito (con l’Egitto o altre forme di illegalità). Si è formato un’instabile e precario ceto medio. Permane una vastissima classe povera, che è oggetto di ingiustizie, soprusi e sfruttamento. Essa paga il vero prezzo dell’assedio, che sempre di più si materializza in: assenza di libertà di movimento e di autorealizzazione, mancanza di prospettive lavorative ed economiche. Per quanto riguarda il breve periodo, invece, i ceti medio e basso sono asfissiati da due questioni cruciali: l’insostenibilità del costo della vita e l’insalubrità dell’ambiente circostante.

foto di Music for Peace

La prima problematica è chiaramente imminente e ha a che fare con la quotidianità. A causa dell’assedio, i prezzi delle merci hanno ormai raggiunto quelli italiani e in alcuni casi sono maggiori. 500 dollari al mese è il costo dell’affitto di un appartamento a Gaza City (certamente la zona più cara della Striscia) senza l’uso del generatore per quando manca la corrente elettrica (garantita per sole tre ore al giorno). Un pieno ad una Fiat Panda costa circa 70 Euro. Un pacchetto di sigarette 5 Euro. Una bottiglia d’acqua da 1,5 l si compra ad 1 Euro circa, mentre una bottiglia di Coca Cola è disponibile al costo di quasi 1,80 Euro. Ovviamente, ci sono prodotti  che costano molto meno, come il riso, gli ortaggi e la frutta. Ad ogni modo, lo stipendio medio di un Gazawo è di 400 euro per 12 ore di lavoro giornaliere (quando si è fortunati ad averne uno). I prezzi sono saliti alle stelle negli ultimi due anni. La chiusura del valico di Rafah e la distruzione di moltissimi tunnel con l’Egitto sono la principale causa del fenomeno recente. Di certo, l’assedio rimane la causa principale di una situazione che era allo stremo anche in precedenza.

La Striscia di Gaza è una città. A leggere sulle cronache giornalistiche o ad ascoltare i telegiornali, sembra si parli di un’area vastissima, ma così non è. La situazione di assedio comporta una serie di conseguenze drammatiche per un luogo così contenuto. La Striscia di Gaza è lunga solo 40 km, come da Roma a Fregene, da Milano a Pavia, da Genova Nervi ad Arenzano. Non è assurdo, nell’era di internet, non poter andare a comprare da Roma a Fregene direttamente? Non è illogico, da Milano a Pavia, dover pagare uno o più dazi doganali? Non è inaccettabile, da Genova ad Arenzano, non poter commerciare liberamente? Senza contare il fatto che ad alcuni beni non è consentito l’accesso, queste assurdità fanno aumentare i prezzi. Lo stesso discorso accade per i prodotti che arrivano dall’Egitto. Il Valico di Rafah è chiuso, il che spinge la maggior parte degli scambi commerciali verso Israele. Con Il Cairo rimane aperta quasi esclusivamente la via del contrabbando attraverso i tunnel. Come in tutte le storie di guerra e di assedi, il contrabbando serve a ricevere materiali, ma a prezzi più elevati di quelli di mercato, perché i ricavi devono essere ripartiti con i contrabbandieri. Tutti questi costi gravano principalmente sui ceti medio e basso, le vere vittime dell’assedio di Gaza.

foto di Music for Peace

La seconda questione riguarda la salute dei gazawi e l’insalubrità di mare, terra e aria. La popolazione si sta nutrendo di spazzatura e se questa situazione non verrà fermata potrà avere ripercussioni gravissime. Il suolo e il sottosuolo sono pieni di rifiuti. A Gaza vivono 4.570,83 abitanti per km2. Questo vuol dire che c’è pochissimo spazio libero. Dove vanno a finire quindi i rifiuti di quasi due milioni di persone? La risposta è sotto gli occhi di tutti: sotto terra, senza alcun tipo di discarica organizzata, in mare o bruciati all’aria aperta. Allo stesso tempo, a causa della ridotta disponibilità di corrente elettrica, si è fermato l’impianto di depurazione delle acque scure. I Gazawi stanno dunque scaricando tutto in mare, lo stesso mare da cui pescano (nel limite del consentito, perché non possono allontanarsi troppo dalle coste, com’è noto), lo stesso mare in cui si bagnano, lo stesso mare da cui bevono o con cui si lavano (poiché l’acqua che utilizzano è desalinizzata dal mare, non avendo più accesso a corsi d’acqua dolce).

Per quanto riguarda gli allevamenti, invece, gli ovini e i bovini mangiano chiaramente mangimi e fieno. Quest’ultimo crescerà su un terreno pieno di spazzatura e sarà dunque inquinato. In ogni caso, chiunque sia mai stato a Gaza avrà visto gli ovini mangiare direttamente dalla spazzatura che invade ovunque le strade. Non sarebbe eccessivo affermare che i Gazawi stanno letteralmente mangiando i propri rifiuti e bevendo i propri escrementi. La situazione non è più sostenibile.

foto Music for Peace

I giovani non hanno la possibilità di esprimere se stessi, di avere dello svago, di costruirsi un lavoro e un futuro che abbia un senso e che dia loro un senso di autorealizzazione. La generazione precedente ha smesso di sognare. La voglia di lottare e di resistere sta venendo meno sotto i colpi dell’indifferenza di quanti vedono, non parlano e non agiscono. Si sta corrodendo il senso della comunità, l’unità di un popolo che grazie a questo, fino ad oggi, è sopravvissuto. L’importanza del “nostro” sta lasciando il posto all’ “io” e al “mio”. Si pensa sempre di più al qui e ora, a cercare di andare avanti un altro giorno, anche a discapito del vicino di casa. Non si vede più un futuro e tutto ha perso di significato. La maggior parte dei Gazawi vorrebbe la pace, uno Stato, una vita normale, ma non è più abituata al lavoro, al costruire e a sognare. Vige una depressione nazionale. L’unica alternativa sembra essere il desiderio di andare via e questo ci riporta ad un tema centrale del dibattito politico italiano: la questione delle migrazioni. Probabilmente, nessun popolo ama la propria terra come i Palestinesi. Eppure, nessun popolo vorrebbe migrare come quello palestinese. L’unico modo per normalizzare i flussi migratori è dare una speranza. Bisogna adoperarsi, a Gaza come altrove, affinché ci sia un reale diritto di scelta. Quando la vita, “a casa propria” è insostenibile, si ha davvero la possibilità di scegliere se migrare oppure no? Occorre impegnarsi per riportare la speranza di una vita normale laddove ora non c’è. Per Gaza, occorre aprire  il valico di Rafah (con l’Egitto)  e organizzare una road map verso la normalizzazione delle comunicazioni verso l’esterno. Occorre porre fine all’assedio e supportare un processo di normalizzazione interna. Occorre farlo al più presto o ciò che ci ritroveremo saranno due milioni di persone senza speranza: un’emergenza umanitaria senza pari o una bomba di rabbia in procinto di esplodere. Gaza e i Gazawi hanno bisogno che vengano aperti i valichi per poter cominciare ad organizzare una vita che possa avere una logica, un futuro e che non sia fatta di scarti, sopravvivenza e miseria. Nena News

E’ questa la minaccia che ha lanciato oggi Yoav Galant, ministro dell’edilizia del governo Netanyahu , mentre nel Nord di Israele proseguono le esercitazioni di preparazione ad una possibile guerra tra lo Stato ebraico e il movimento sciita libanese

della redazione

Roma, 14 settembre 2017, Nena News - ”Se Hezbollah farà l’errore di andare a un conflitto con Israele, il Libano tornerà all’età della pietra”. E’ questa la minaccia a tutto il Libano che ha lanciato oggi Yoav Galant, ministro dell’edilizia del governo Netanyahu e generale della riserva, mentre nel Nord di Israele proseguono le esercitazioni militari di preparazione proprio ad una possibile guerra tra lo Stato ebraico e il movimento sciita libanese. ”Hezbollah è oggi un nemico atipico perché nel mondo non sono molti a disporre di 100 mila missili” ha detto Galant in un’intervista radiofonica. Secondo Galant l’Iran si starebbe assicurando il controllo di fatto di un territorio va dal Golfo fino al Mediterraneo. E’ questa la teoria del cosiddetto “corridoio sciita” che, nelle affermazioni israeliane, porterebbe Tehran a stabilire basi militari permenenti in Siria.

    Intanto sarebbe arrivata ieri sera a destinazione a Deir Ezzor, il capoluogo dell’omonima provincia orientale siriana, la carovana di autobus e veicoli con a bordo 300 jihadisti dello Stato islamico e le loro famiglie evacuati dalla zona libanese di Arsal e da quella siriana di Qalamun, come previsto da un accordo mediato dal movimento sciita libanese Hezbollah e approvato da Damasco. Da parte sua lo Stato islamico ha rilasciato un combattente di Hezbollah, Ahmed Matuq, che aveva catturato alcuni mesi fa. Lo riferiscono fonti locali. Non è però chiaro se a Deir Ezzor siano giunti tutti gli autobus dei jihadisti. La Coalizione militare a guida statunitense in un primo momento aveva fermato, con bombardamenti aerei, il convoglio costringendolo a dividersi in due parti.

L’accordo per il trasferimento dei miliziani nella provincia siriana confinante con l’Iraq è stato fortemente contestato da Baghdad che, sottolineando di non essere stata consultata preventivamente, ha accusato i governi di Damasco e Beirut di aver spostato ad Est miliziani armati spingendoli di fatto a passare il confine e a stabilirsi nella adiacente regione irachena dell’Anbar. Proteste che avevano fornito a Washington il pretesto per lanciare nuove accuse ad Hezbollah e al presidente siriano Bashar Assad e per ordinare agli aerei della Coalizione di fermare gli autobus con a bordo di jihadisti bombardando la strada che stavano percorrendo. “I terroristi vanno eliminati non trasferiti” aveva spiegato il portavoce della Coalizione. Per giorni gli automezzi sono rimasti fermi in una zona semidesertica fino a quando gli Usa hanno rinunciato ai loro propositi. Beirut da parte sua ha spiegato che l’accordo per il trasferimento dei miliziani dello Stato islamico si è reso necessario per individuare il luogo dove erano stati uccisi e sepolti nove militari libanesi catturati nel 2014 ad Arsal.

Tutto era cominciato a fine agosto, al termine dell’offensiva “Jroud Dawn” contro l’Isis fra le città cristiane di Al Qaa e Ras Baaalbek lanciata dall’esercito libanese sul confine con la Siria. Il 27 agosto le forze libanesi hanno annunciato il cessate il fuoco a cui sono seguite le operazione di ricerca dei cadaveri di nove militari e il raggiungimento dell’accordo per il trasferimento dei jihadisti. Nena News

Secondo la stampa israeliana l’esercito non sarebbe preparato, nonostante le recenti simulazioni di guerra, ad un nuovo confronto armato contro il movimento sciita libanese

Il capo di stato maggiore Gadi Eisenkot (secondo da sinistra( assiste a manovre militari

di Stefano Mauro

Roma, 14 settembre 2017, Nena News . In queste settimane la stampa israeliana sta dedicando particolare attenzione alla recente esercitazione militare dell’esercito lungo il confine con il Libano. Stessa eco ha avuto anche il bombardamento di un sito di ricerche in Siria, presso la città di Masyaf, sospettato di essere (con molti dubbi e perplessità secondo numerosi analisti, ndr) un sito di stoccaggio di sostanze chimiche. Il quotidiano israeliano Haaretz ha etichettato il bombardamento come un gesto di frustrazione dopo le numerose vittorie da parte di Hezbollah in Libano e Siria (Arsal, Qalamoun, Deir Ez Zor) ai danni delle strategie di Tel Aviv nell’area.

Molti quotidiani, in effetti, hanno definito le numerose e unilaterali incursioni (come il recente lo sconfinamento di una pattuglia militare nella zona del Golan siriano, ndr) dell’aviazione israeliana nei cieli libanesi ed i bombardamenti in territorio siriano, sempre giustificati da “azioni per impedire il rifornimento di armi del partito sciita”, come una vera e propria “Hezbollah-fobia”.

Haaretz sottolinea come “Hezbollah sia il nemico principale di Tel Aviv ed il Libano il più inquietante  e incerto campo di battaglia” oppure come l’apertura di un fronte in  Siria potrebbe diventare “uno scenario di guerra, ancora più critico e pericoloso”. Il quotidiano si riferisce al fatto che un attacco contro Beirut avrebbe una conclusione “incerta e non scontata”. Peggio forse l’apertura di un secondo fronte in Siria che aprirebbe le porte alle migliaia di miliziani filo-Hezbollah (iracheni, pachistani, afgani ed iraniani) complicando ulteriormente la situazione per Israele.

“Prima del 2011”-  afferma l’agenzia stampa russa Sputnik –  “Hezbollah possedeva circa 10mila testate missilistiche ed aveva una preparazione prevalentemente da guerriglia con una vocazione difensiva”. Adesso, secondo l’intelligence di Tel Aviv, sarebbe in possesso di “oltre 180mila missili con un’enorme potenza di fuoco aerea, terrestre e marittima, con 40mila effettivi organizzati in battaglioni e reparti d’élite e con un’esperienza militare considerevole anche in ambito offensivo.

Il sito Debkafile, vicino alle forze armate israeliane, descrive dettagliatamente l’esercitazione militare che ha coinvolto tutti i reparti di Tsahal (marina, aviazione e mezzi corazzati) per simulare eventuali azioni offensive e difensive contro le milizie sciite. Nelle stesse ore, rileva il quotidiano libanese Al Akhbar, due battaglioni di Hezbollah e le truppe lealiste siriane riuscivano a rompere l’assedio di Deir Ez Zor contro i miliziani di Daesh (durato oltre tre anni, ndr) ottenendo, sul campo, l’ennesima vittoria.

Debkafile pone l’accento su quanto sia stato fondamentale il sostegno da parte dell’aviazione russa che ha pesantemente bombardato i miliziani jihadisti durante l’attacco, ma, allo stesso tempo, pone dei dubbi sull’utilità di un’esercitazione in grande stile e sulla reale preparazione militare di Tel Aviv contro un esercito che ha acquisito un’esperienza operativa lunga sei anni. “L’unico elemento di superiorità da parte di Israele” – conclude l’articolo – “sarebbe l’utilizzo dell’aviazione, anche se, nel caso di conflitto allargato in territorio siriano e libanese, quest’ultimo fattore potrebbe essere compromesso a causa di una possibile reazione aerea russa”. Ancora più esplicito Haaretz che si interroga su un “possibile sostegno diretto o indiretto” della Russia nei confronti dei suoi alleati libanesi ed iraniani visto che “i servizi di sicurezza israeliani non sono a conoscenza dell’eventuale reazione di Mosca”.

L’ultima incognita rimane, inoltre, la potenza di fuoco della contraerea siriana e sciita con l’utilizzo dei missili S-300 e S-400 che, utilizzati solamente una volta durante un’incursione israeliana, avrebbero abbattuto un caccia di Tel Aviv.

Secondo la stampa israeliana, quindi, l’esercito non sarebbe pronto, nonostante le recenti simulazioni di guerra, ad un confronto contro il movimento sciita. Un conflitto che, a detta di numerosi analisti, dipenderebbe solo da Israele visto che, in questo momento, sia la Siria che Hezbollah sono concentrate nella definitiva distruzione di Daesh  e dalla riconquista del territorio siriano. Nena News

 

 

Queste sono le voci di alcuni giovani di Gaza che hanno condiviso le loro tragiche storie personali, sperando che il mondo li ascolti

Ramzy Baroud* – Maan News Agency

(traduzione di Amedeo Rossi – Zeitun. info)

Gaza – Quando è ora di andare a letto ho paura di spegnere la luce. Non sono un fifone, è solo che ho paura che quella lampadina che pende dal soffitto sia l’ultima luce che rimane (accesa) nella mia vita.” Poco dopo aver scritto queste parole Moath al-Haj, giovane artista del campo profughi di Gaza, è morto nel sonno. Dopo che era sparito per due giorni gli amici di Moath hanno buttato giù la sua porta e lo hanno trovato rannicchiato nella coperta nel posto in cui da 11 anni viveva da solo.

Moath

Moath abitava nel campo profughi di al-Nuseirat, uno dei più affollati di Gaza, un nome che è legato a sofferenze storiche, guerre ed a una leggendaria resistenza. Cresciuto negli Emirati Arabi Uniti, Moath è tornato a Gaza per frequentare l’università Islamica, ma è rimasto lì, subendo tre guerre e un blocco durato dieci anni.

Comunque il giovane conservava una parvenza di speranza, come rappresentato nei suoi molti disegni e dai suoi toccanti commenti. Moath ha imparato a vivere in un mondo tutto suo fin da quando era piccolo. Il mondo esterno gli sembrava imprevedibile e, a volte, crudele.

Quando sua madre è morta, Moath aveva solo un anno. Suo padre è morto di tumore negli Emirati Arabi Uniti e, a causa di circostanze al di fuori del suo controllo, Moath ha vissuto da solo. A stare con lui erano i suoi amici del quartiere, ma per lo più erano le sue espressioni artistiche schive, eppure profonde.

“Sorridi, che la guerra si vergogni,” era una delle sue vignette. In essa una ragazzina con un vestito a fiori dà la schiena al lettore, guardando altrove.” I personaggi delle opere artistiche di Moath avevano sempre gli occhi chiusi, come se rifiutassero di vedere il mondo intorno a loro, e insistevano ad immaginare un mondo migliore nei loro stessi pensieri.

Dopo un esame accurato del suo corpo, i dottori hanno concluso che Moath è morto in seguito ad un infarto. Il suo cuore, pesante per le disgrazie individuali e collettive, ha semplicemente ceduto. E così uno dei migliori giovani di Gaza è stato seppellito in un cimitero sempre affollato. I media sociali si sono riempiti di dichiarazioni di condoglianze, fatte da giovani palestinesi di Gaza, sconvolti dalla notizia che Moath è morto, che la sua ultima luce si è spenta e che la vita del giovane è finita, mentre l’assedio e la situazione di guerra rimangono.

Nella stessa settimana, i palestinesi hanno commemorato i tre anni dalla fine della guerra devastante di Israele contro la Striscia. La guerra ha ucciso più di 2.200 palestinesi, la maggior parte dei quali civili, e 71 israeliani, la maggioranza dei quali soldati.

La guerra ha lasciato Gaza in rovina, in quanto più di 17.000 case sono state totalmente distrutte e migliaia di altre strutture, compresi ospedali, scuole e fabbriche sono state demolite o gravemente danneggiate. La guerra ha totalmente distrutto qualunque parvenza di attività economica avesse la Striscia di Gaza. Oggi l’80% di tutti i palestinesi di Gaza, la maggioranza dei quali dipende dagli aiuti umanitari, vive al di sotto del livello di povertà.

C’è un’intera generazione di palestinesi di Gaza che cresce senza conoscere altro che guerra ed assedio e che non ha mai visto il mondo al di là dei confini letali di Gaza. Queste sono le voci di alcuni di questi giovani gazawi, che hanno gentilmente condiviso le loro tragiche storie personali, sperando che il mondo ascolti la loro richiesta di libertà e di giustizia.

Isra Migdad è uno studente di finanza islamica:

“Dopo che la nostra casa è stata parzialmente danneggiata durante la guerra israeliana del 2014 c’è voluto un anno e mezzo alla mia famiglia per ricostruirla, a causa del ritardo nel materiale da costruzione a cui viene concesso entrare nella Striscia di Gaza e dei prezzi proibitivi di questo materiale, quando si riesce a trovare. Ho perso la borsa di studio per il mio master nel 2014 a causa del blocco e della difficile situazione finanziaria della mia famiglia dopo la guerra.

“Ho passato gli ultimi tre anni a presentare domande per una borsa di studio, solo per apprendere che molte università in Europa non sanno niente, o molto poco, dell’assedio israeliano contro Gaza e della continua chiusura dei confini. Ho ottenuto un’altra borsa di studio, solo per riperderla, dato che non ho avuto abbastanza tempo per completare le procedure per il viaggio e per contrattare l’uscita da Gaza.

“Sì, voglio una vita migliore, ma amo anche Gaza. Eppure la situazione sta diventando più dura ogni giorno che passa. E’ difficile trovare un lavoro stabile e, anche se si riesce ad avere un’occasione altrove, è quasi impossibile uscire.”

Ghada Abu Karsh, 23 anni, ha studiato letteratura inglese e lavora attualmente come traduttrice:

“Giorno dopo giorno la situazione a Gaza diventa sempre più complicata e persino peggiore di prima. Dall’ultima guerra ad oggi niente sembra migliorare. Assolutamente niente. “Durante il mio lavoro al Centro Palestinese per il Commercio (Pal-Trade), che si occupa dell’economia palestinese, vedo ogni giorno gente che lotta in ogni settore economico. La crisi elettrica sta distruggendo gli affari ovunque. Il settore agricolo è in rovina in quanto i coltivatori non possono esportare i propri prodotti e non hanno accesso neppure al mercato palestinese in Cisgiordania.

“Nonostante gli impegni da parte di importanti donatori di sostenere la ricostruzione in seguito al conflitto del 2014, la situazione per i palestinesi che vivono a Gaza non è mai stata peggiore. Oltretutto la gente a Gaza sta affrontando una pesante carenza di acqua potabile e di un sistema sanitario adeguato ed equo. Persino il mare è inquinato a causa dei liquami che vi vengono scaricati quotidianamente. Ci sono poche speranze di un miglioramento delle condizioni in prospettiva.”

Banyas Harb è un’insegnante:

“La chiusura ed il blocco senza precedenti imposti a Gaza hanno creato una sensazione di impotenza. Il problema più frustrante di cui i giovani stanno soffrendo è la chiusura del valico di Rafah [verso l’Egitto, ndt.]. I giovani a Gaza rappresentano circa un terzo della popolazione palestinese, eppure meno del 10% di tutti i giovani può vedere quello che c’è oltre Gaza. Ci sentiamo abbandonati. Soli.”

 

 

Kholod Zughbor ha una laurea in Letteratura inglese presso l’università “Alazhar” a Gaza:

“L’assedio contro Gaza è in atto dal 2006. La situazione è stata terribile qui, anche prima che iniziassero le guerre. La disoccupazione tra i giovani di Gaza è stimata al 60%.

Ho assistito a tre guerre. Ho visto la vita peggiorare progressivamente, soprattutto dopo l’ultima guerra. Tre anni dopo la guerra del 2014 la situazione è diventata più dura e misera. La Striscia di Gaza è ancora lontana dal pieno ricupero, e quello che è stato costruito è solo una goccia nell’oceano di rovine.”

 

Sondos ha una laurea in Letteratura inglese. E’ un’assistente sociale:

In quanto assistente sociale, ho visitato oltre 350 famiglie che sono state colpite dalla guerra e dalle sue conseguenze. Sono gravate da serie conseguenze psicologiche e sono costantemente offuscate dalla sensazione di una catastrofe impellente. In ogni casa che ho visitato c’è una storia straziante di povertà, disoccupazione, paura del futuro, di un’altra guerra israeliana. “Senza pressioni dall’estero su Israele, i gazawi continueranno a rivivere questo incubo nella loro prigione a cielo aperto. Non possono né ricostruire le loro case distrutte, né importare i beni di prima necessità, né avere accesso in modo regolare all’elettricità ed all’acqua potabile.

“Ma Gaza continuerà ad aggrapparsi alla vita e non si lascerà prendere dalla disperazione. I nostri giovani continueranno a cercare un’educazione migliore e lavoreranno per ottenere i loro obiettivi, indipendentemente dai problemi. Continueranno a utilizzare la loro immaginazione per superare tutti gli ostacoli, come abbiamo fatto per molti anni. Coraggio e determinazione sono le nostre qualità più preziose.”

*Ramzy Baroud è un editorialista, scrittore e fondatore di PalestineChronicle.com stimato a livello internazionale. Il suo ultimo libro è “Mio padre era un combattente per la libertà: la storia non raccontata di Gaza.”

Yousef Aljamal, scrittore e studente di dottorato di Gaza, ha contribuito a questo articolo.

 

La ong statunitense accusa il blocco sunnita guidato da Riyadh di non rispettare il diritto internazionale e chiede alla comunità internazionale di inserirlo in una “lista della vergogna” tra i paesi che violano i diritti dei bambini

Effetti di un raid saudita in Yemen. (Fonte foto: sito della BBC)

della redazione

Roma, 13 settembre 2017, Nena News – L’accusa di Human Rights Watch (Hrw) è pesante: la coalizione saudita sta compiendo in Yemen “crimini di guerra”. Nel suo ultimo rapporto pubblicato due giorni fa la ong statunitense documenta le uccisioni, a partire da giugno, di 26 bambini in cinque raid aerei. Il blocco sunnita guidato da Riyadh, denuncia l’organizzazione, nonostante le sue garanzie, non sta rispettando il diritto internazionale e pertanto andrebbe inserito in una “lista della vergogna” tra i paesi che violano i diritti dei bambini.

“L’Arabia Saudita ha promesso di ridurre i danni ai civili, tuttavia i suoi bombardamenti stanno spazzando via intere famiglie” ha detto Sarah Leah Whitson, la direttrice del Medio Oriente del gruppo. “I civili yemeniti non dovrebbero aspettare altro tempo ancora prima di ricevere il sostegno dei membri del Consiglio dei diritti umani per l’apertura di una inchiesta internazionale credibile”.

Di fronte all’uccisione dei civili, la coalizione ha agito in due modi: o ha ammesso i suoi “errori” dovuti a “errori tecnici” o a uno “lavoro sbagliato di intelligence” o ha negato del tutto le sue responsabilità. Qualunque sia stata la “motivazione” dietro questi massacri, l’unico elemento certo è che finora non è stata aperta alcuna indagine. Anzi: al numero crescente dei morti civili, i paesi occidentali (Washington e Londra in testa, ma anche Roma) hanno risposto continuando a vendere armi alla coalizione incassando miliardi di dollari.

I numeri presentati nel rapporto sono agghiaccianti: secondo Hrw, soltanto negli ultimi due mesi, i jet di guerra della coalizione hanno ucciso 39 civili, di cui 26 bambini. Non usa giri di parole l’ong nel denunciare la campagna aerea del blocco anti-houthi: i cinque raid che hanno colpito 4 case e un negozio di alimentari, infatti, sono stati compiuti “deliberatamente o avventatamente” e hanno provocato “una indiscriminata perdita di vite civili in violazione delle leggi internazionali” costituendo “crimini di guerra”.

Il 3 luglio, ad esempio, un bombardamento ha ucciso 8 membri di un’unica famiglia nella provincia di Taiz. Scena che si è ripetuta più o meno in modo simile il 4 agosto quando a morire sotto le bombe sono state 9 persone di uno stesso nucleo familiare. Sei delle vittime erano bambini di età compresa tra i 3 e i 12 anni.

“Le ripetute promesse della coalizione saudita di bombardare rispettando la legge non stanno risparmiando ai bambini yemeniti gli attacchi illegali – continua Whitson – Ciò dimostra quanto sia importante da parte delle Nazioni Unite che la coalizione venga inserita nella ‘lista della vergogna’ per le violazioni commesse contro di loro durante un conflitto armato”.

Gli orrori della guerra yemenita dimenticata dalla stampa mainistream (a partire da quella italiana) hanno provocato finora almeno 10.000 morti, un bilancio sicuramente a ribasso dato che risale a diversi mesi fa. Lunedì l’Onu ha detto di aver verificato almeno 5.144 vittime civili principalmente a causa dei raid della coalizione. In Yemen, inoltre, si continua a morire di colera: sui 600.000 casi registrati, sono poco più di 2.000 le persone ad aver perso la vita per la malattia. Una cifra che, seppur più lentamente, continua ogni giorno a salire. I più colpiti? I bambini. Nena News

Si rafforza l’alleanza dietro le quinte tra Israele e Arabia saudita. Nei giorni scorsi un principe saudita, forse l’erede al trono Mohammed bin Salman, avrebbe segretamente visitato lo Stato ebraico. Profumo d’intesa anche tra gli ex nemici Hamas ed Egitto

Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman

di Michele Giorgio   il Manifesto

Roma, 13 settembre 2017, Nena News – In Medio oriente si fanno due tipi di diplomazia. Una alla luce del sole e un’altra dietro le quinte. Nulla di nuovo in effetti ma non è mai stato tanto evidente come in questo momento in cui si apprende di Paesi nemici a parole e alleati negli stessi obiettivi. Il caso di Israele e Arabia saudita fa scuola.

Un paio di giorni fa è girata la notizia che l’erede al trono saudita, il potente principe Mohammed bin Salman, avrebbe visitato Israele in segreto per discutere di strategie comuni in Siria e nei confronti del “nemico” Iran. A riferire per primo l’indiscrezione, mai confermata ufficialmente, è stato Simon Aran di Radio Israele. Aran non è andato oltre un non meglio precisato «principe saudita è giunto in Israele» mentre i media arabi hanno chiamato in causa proprio Mohammed bin Salman. Immediata è partita la condanna della visita da parte dei giornali legati al Qatar, pronti ad inserire l’indiscrezione nella crisi lacerante, cominciata tre mesi fa, tra Doha e Riyadh. Dall’Arabia saudita ha replicato il giornale Elaph che ha smentito tutto aggiungendo che, in realtà, è stato un principe qatariota e non saudita a trascorrere due giorni a Tel Aviv.

Comunque sia andata, la settimana scorsa il premier israeliano Netanyahu non ha certo sottolineato senza motivo che i rapporti attuali con gli Stati arabi «sono i migliori di sempre nella storia di Israele» anche senza la pace con i palestinesi. «Ciò che sta accadendo con loro – ha detto Netanyahu durante una riunione al ministero degli esteri – non è mai avvenuto neppure quando abbiamo firmato accordi. C’è cooperazione in vari modi e a vari livelli, anche se ancora tutto non è palese». Da parte sua Aran ha ricordato che quasi venti anni fa «c’erano rappresentanti arabi in Israele, tra cui l’ambasciatore della Mauritania e rappresentanti del Qatar, della Tunisia, del Marocco e dell’Oman» e che «un diplomatico israeliano era stato inviato a Doha». Ma quella era la «pace di Oslo» in cui israeliani e palestinesi negoziavano un accordo “finale”, che non è mai arrivato, mentre oggi il governo più a destra della storia di Israele raccoglie a piene mani consensi da Paesi arabi con i quali tecnicamente sarebbe ancora «in guerra».

In questo vortice in cui i nemici di un tempo ora si scoprono alleati, si sviluppa il rapporto tra il movimento islamico Hamas e il regime egiziano di Abdel Fattah el Sisi. Il Cairo è in guerra con i Fratelli musulmani, denunciati come una «organizzazione terroristica». E «terroristi» per gli egiziani fino a qualche tempo fa erano pure i Fratelli musulmani in Palestina, ossia Hamas, accusato di contribuire alla destabilizzazione del Sinai, mantenendo rapporti «ambigui» con le cellule armate filo-Isis che operano nella penisola. Con una svolta a 180 gradi el Sisi ora intavola trattative con Hamas che, da parte sua, ha spedito al Cairo il suo leader Ismail Haniyeh e gran parte della sua direzione politica per continuare il dialogo. La ragione dietro questa svolta sarebbe la necessità per il Cairo di cooptare Hamas nella «lotta al terrorismo» e di migliorare le condizioni di vita a Gaza. In realtà gli egiziani puntano a scaricare il presidente dell’Anp, Abu Mazen, “ostacolo” per la realizzazione di un piano volto a portare al comando il loro uomo, il “reietto” Mohammed Dahlan, con l’appoggio di un Hamas addomesticato e pronto a cooperare alla sicurezza del Sinai.

Sebbene si svolga alla luce del sole invece non riceve sempre la dovuta attenzione la diplomazia russa che pure si sta confermando il perno sul quale ruotano le soluzioni per i focolai di crisi in Medio Oriente. La visita del ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, domenica scorsa a Gedda e il suo viaggio due giorni fa ad Amman – a poche settimane dal precedente tour in Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Qatar – hanno rafforzato ulteriormente la posizione di Mosca nella regione. Lavrov in Arabia saudita ha affrontato il tema delle “zone di sicurezza” in Siria, frutto dell’accordo tra Mosca, Ankara e Teheran sottoscritto a maggio ad Astana, precisando che le aree «non saranno utilizzate per dividere il paese in enclavi». Poi ha sottolineato che la Russia «sostiene attivamente» gli sforzi dell’Arabia Saudita di riunire i gruppi siriani di opposizione per rendere «più efficaci i colloqui» con i rappresentanti del governo di Damasco. Da parte sua il ministro degli esteri saudita Adel al Jubeir ha espresso soddisfazione per la posizione russa “neutrale” sullo Yemen. E ieri a Mosca c’era il primo ministro libanese e alleato degli Usa Saad Hariri. Nena News

No secco dei parlamentari al referendum del 25 settembre nel Kurdistan iracheno. Ma Erbil tira dritto e con il suo presidente Barzani annuncia la legittimità del voto anche nella contestata Kirkuk. A sostenerlo è Israele

Il parlamento iracheno

della redazione

Roma, 13 settembre 2017, Nena News – Il parlamento iracheno ha votato ieri contro il referendum sull’indipendenza del Kurdistan previsto per il prossimo 25 settembre autorizzando il premier al-Abadi a “prendere tutte le misure” necessarie per preservare l’unità del Paese.

“Questo referendum non ha base costituzionale, è una minaccia all’integrità dell’Iraq garantita dalla costituzione, alla pace civile e alla sicurezza regionale” si legge nella risoluzione approvata ieri. Di “incostituzionalità” ha parlato anche al-Abadi che ha chiesto alla leadership curda di venire a Baghdad per discutere della questione referendaria. Una delegazione curda aveva per la verità già incontrato alcuni ufficiali iracheni ad agosto per un primo round di incontri sull’indipendenza della loro regione. Una rappresentanza irachena sarebbe dovuta poi recarsi a Erbil (capitale del Kurdistan iracheno) a inizio settembre per un secondo vertice, ma la visita non ha ancora avuto luogo.

Ecco perché l’ennesimo invito al dialogo del primo ministro cozza con la realtà e appare solo una dichiarazione tampone priva di alcuna efficacia. Il governo autonomo del Kurdistan, infatti, è consapevole di avere il sostegno della popolazione e della maggioranza dei suoi parlamentari (solo la sinistra con Gorran e gli islamisti si oppongono) e perciò tira dritto per la sua strada infischiandosene di quello che pensa Baghdad. Emblematico quanto accaduto ieri quando i deputati curdi hanno abbandonato polemicamente gli scranni del parlamento dove si sarebbe di lì a poco votato per la legittimità del referendum. Una legittimità che ieri il presidente del Kurdistan iracheno, Masoud Barzani, ha ribadito anche nella contestata città di Kirkuk: “Kirkuk resterà al sicuro come lo è ora grazie ai peshmerga [forze curde, ndr]”. “Noi – ha aggiunto – non faremo compromessi con l’identità della città. Preferiremo rinunciare ai nostri diritti che fare concessioni su quelli delle minoranze etniche che vivono lì”.

Proprio Kirkuk è tra i punti più caldi dello scontro Erbil-Baghdad: rivendicata da entrambe le parti, è la città de-kurdizzata negli anni ’80 da Saddam Hussein e oggi de-arabizzata da Barzani dopo la vittoria contro l’autoproclamato Stato Islamico (Is). Al momento le sue immense ricchezze petrolifere sono in mano al governo regionale del Kurdistan che ne ha assunto il controllo dopo che l’esercito iracheno, nel 2014, si diede alla fuga all’arrivo delle milizie del “califfato”.

Il referendum ha inasprito le tensioni tra le due parti quando il Krg (il governo della regione autonoma curda) ha deciso di includerla nel voto. Una mossa che non solo ha scatenato le ire di Baghdad, ma anche aumentato le preoccupazioni delle potenze occidentali. Proprio quest’ultime temono che il risultato (scontato) a favore dell’indipendenza del Kurdistan possa esacerbare lo scontro tra il governo centrale e la regione autonoma mettendo così in secondo piano la lotta contro l’Is che, pur nettamente ridimensionato, continua a mietere vittime con devastanti attentati suicidi.

Ad opporsi fortemente al voto referendario sono, manco a dirlo, Turchia, Iraq, Iran e Siria che temono che l’indipendenza del Kurdistan iracheno possa avere ripercussioni dirette anche sui loro territori incoraggiando i desideri separatisti delle popolazioni curde presenti nei loro paesi.

Unica voce fuori dal coro è ufficialmente Israele che, con il premier Netanyahu, ha annunciato di sostenere l’indipendenza di Erbil con cui Tel Aviv da anni intrattiene ottime relazioni commerciali. In una nota rilasciata stamane dall’ufficio del primo ministro, Netanyahu ha detto di “appoggiare i legittimi sforzi del popolo curdo ad avere un proprio stato” dichiarando però la sua opposizione ai “terroristi” del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). Nena News

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