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OPINIONE. Il riconoscimento della Città Santa come capitale d’Israele «è la prova della bancarotta morale della comunità internazionale quando si tratta della situazione palestinese» scrive Mariam Barghouti su al-Jazeera

Il presidente Usa Donald Trump

Mariam Barghouti*    al-Jazeera

Roma, 13 dicembre 2017, Nena News – I palestinesi hanno provato un senso collettivo di ansia e rabbia quando il presidente Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti riconoscono formalmente Gerusalemme come capitale di Israele e inizieranno il processo di trasferimento della loro ambasciata da Tel Aviv alla città.

Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele è un altro doloroso colpo al morale palestinese poiché dimostra ancora una volta come le potenze internazionali agiscano senza accettare o riconoscere l’esistenza dei palestinesi, nonostante sia la popolazione che subisce il peso delle conseguenze.

Il problema della dichiarazione USA, tuttavia, non si basa sul riconoscimento e sull’affermazione in se’, ma sulla serie di eventi che hanno portato alla sua concretizzazione. È il culmine del fallimento internazionale nell’affrontare le violazioni di Israele dei diritti umani, il continuo sostegno degli Stati Uniti a Israele, l’incompetenza della leadership palestinese nel raggiungere soluzioni attraverso gli sforzi diplomatici e, più recentemente, la nuova amicizia che l’amministrazione statunitense sta costruendo con alcuni Stati arabi.

La storia si ripete.

Quest’anno – anno in cui Gerusalemme è riconosciuta dagli Stati Uniti come la capitale di Israele – segna anche 100 anni da quando Lord Balfour concesse al movimento politico sionista il diritto a una patria ebraica in Palestina. L’ultima decisione americana, quindi, riecheggia la stessa posizione secondo cui le potenze internazionali possono ignorare la popolazione indigena palestinese e il loro diritto all’autodeterminazione.

La dichiarazione di Balfour non solo dimostrò i pericoli di tali affermazioni unilaterali, ma provò anche che Israele le impiegherà per far avanzare il proprio programma coloniale. La dichiarazione del 1917 spianò la strada alla milizia sionista per radere al suolo i villaggi palestinesi e conquistare la terra palestinese, e oggi la dichiarazione di Trump legittima questa storia di violenza fornendo a Israele un costante sostegno.

Trump aveva ragione affermando che “Gerusalemme è la sede del moderno governo israeliano. È la sede del Parlamento israeliano, della Knesset e della Corte suprema israeliana. È la sede della residenza ufficiale del primo ministro e del presidente. È il quartier generale di molti ministri del governo”.

Gerusalemme è stata infatti considerata la capitale di Israele per decenni, anche se non ufficialmente. È per questo che il riconoscimento di Trump è stato reso possibile. Il lavoro preliminare era già in atto e così tutto ciò che ha portato fino a questo momento è la prova della bancarotta morale della comunità internazionale quando si tratta della situazione palestinese.

Il governo israeliano ha imposto un controllo assoluto e completo sulla popolazione palestinese a Gerusalemme, proprio come ha fatto in altre città e paesi palestinesi. I palestinesi gerosolimitani possiedono solo documenti di residenza, che possono essere revocati in qualsiasi momento; Israele demolisce continuamente case nei quartieri palestinesi con il pretesto che mancano di permessi, e i giovani palestinesi sono bersagliati in modo discriminatorio dalle forze israeliane.

Sono queste politiche israeliane, le stesse politiche contro cui i palestinesi hanno protestato per anni, che hanno messo a tacere le voci palestinesi così che Gerusalemme possa essere presentata di fatto come israeliana.

I leader arabi ignorano le grida dei palestinesi.

Ciò che è ancora più angosciante è che ciò non sarebbe stato possibile senza i compromessi raggiunti dalla leadership palestinese. La politica palestinese è stata segnata da rivalità tra fazioni, collaborazione sulla sicurezza con l’intelligence israeliana a spese dei palestinesi e una serie di concessioni sotto forma di accordi e trattati che non hanno mai incapsulato i fondamenti delle richieste palestinesi; giustizia, liberazione e dignità.

E mentre i palestinesi hanno ripetuto per decenni le loro richieste di autodeterminazione e diritti umani fondamentali, la comunità internazionale e la leadership palestinese li hanno ignorati intenzionalmente per perseguire un’altra agenda che ruota attorno ai negoziati. Ciò ha generato solo maggiore repressione e un netto aumento del numero di insediamenti colonici.

Oggi vediamo sia la comunità internazionale sia i leader arabi ignorare ancora una volta le grida palestinesi per la giustizia. Ciò è evidente nel discorso dominante dei leader globali e arabi. Esso ruota attorno alla paura di un’altra insurrezione, instabilità e protesta. Nella maggior parte dei discorsi e dei proclami non c’è una vera presa di posizione sulle radici dell’aberrazione imposta al popolo palestinese sotto forma di un’occupazione violenta.

La fissazione sulla possibile reazione dei palestinesi e della comunità araba come la ragione principale per opporsi a questa decisione oscura il fatto che il riconoscimento di Gerusalemme come capitale israeliana si basa su violazioni e abusi dei diritti umani.

È l’amplificazione della “paura della reazione dei palestinesi / degli arabi” che può tragicamente rappresentare la cornice entro cui spingere verso ulteriori negoziati mentre gli stati arabi si affrettano a controllare il tumulto della protesta e gli Stati Uniti spingono la loro visione di una pace che è solo una facciata per dare a Israele ciò che vuole; uno stato senza il fastidio dell’esistenza palestinese.

Così mentre i leader di tutto il mondo proclamano che questa mossa porterà alla fine dei colloqui di pace, della soluzione dei due Stati e di qualsiasi stabilità nella regione, la verità è che non c’è mai stata né pace né stabilità nei territori dall’inizio dell’occupazione israeliana.

Il discorso degli Stati arabi indica anche l’insincerità nel volere raggiungere una vera soluzione nella regione, soluzione che dovrebbe ritenere Israele responsabile dei suoi crimini e fornire ai palestinesi i loro pieni diritti. Ciò è particolarmente vero mentre si diffonde l’ondata di condanne contro la decisione.

I palestinesi hanno memorizzato questo scenario e la realtà che nessuna azione farà seguito. La verità è che gli Stati Uniti hanno un programma che è allineato con gli interessi israeliani e gli Stati arabi hanno fatto amicizia con l’amministrazione Trump, limitando ogni azione.

Proprio questa estate, abbiamo assistito ai palestinesi che protestavano contro le misure israeliane nella moschea al-Aqsa. Anche allora ci furono condanne e proteste da parte degli Stati arabi e dei paesi internazionali. Tuttavia, questo approccio sintomatico e simbolico continuerà solo a rafforzare l’occupazione e l’espropriazione di Israele della terra palestinese.

Tra le righe del discorso di Trump di mercoledì si intravvede il messaggio di Israele alla comunità globale. Esso predice che se commetti abbastanza crimini mentre reciti una storia al mondo, otterrai ciò che vuoi e te la caverai.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

* (Traduzione di Angelo Stefanini pubblicata originariamente su zeitun.info)

 

 

Il leader sciita si prepara alle elezioni accreditandosi come figura non settaria, capace di raccogliere il consenso sunnita. Passando per Riyadh e fuggendo da Teheran

La milizia sciita Saraya al-Salam del religioso Moqtada al-Sadr (Foto: Ali Al-Saadi/AFP via Getty Images)

della redazione

Roma, 12 dicembre 2017, Nena News – Il leader religioso sciita Moqtada al Sadr si prepara alle elezioni mostrandosi di nuovo, come fatto nel corso degli ultimi anni, come figura nazionale e non settaria. Lo fa ordinando ai suoi uomini, le Brigate della Pace (l’ex Esercito del Mahdi, protagonista della resistenza sciita all’occupazione statunitense del decennio scorso), di consegnare le armi al governo centrale di Baghdad e di cedere tutte le zone controllate nel paese dopo la cacciata dello Stato Islamico.

Fa poi appello allo Stato: ora date un lavoro ai miliziani, ha detto, così che le Brigate della Pace possano trasformarsi in una sorta di organizzazione di sostegno alle famiglie irachene, a chi ha subito perdite a causa della guerra e a chi è rimasto ferito dal conflitto.

Pacificazione è la parola d’ordine di al-Sadr, impegnato da tempo ormai a mostrarsi come leader politico di riferimento, distante dall’Iran e sempre più vicino al Golfo, portatore di richieste di trasparenza e lotta alla corruzione. Questi gli slogan con cui negli ultimi anni ha portato in piazza migliaia di persone. Ma per rafforzarsi davvero ha bisogno anche di “eliminare” i nemici sul suo stesso fronte, quello sciita. Ovvero le Unità di mobilitazione popolare, le milizie sciite protagoniste della guerra all’Isis legate a doppio filo a Teheran.

Per questo al-Sadr ha condito il suo appello con un’altra richiesta: anche le milizie sciite consegnino le armi al governo centrale. Diversa la posizione di Baghdad che, per bocca del portavoce del primo ministro al-Abadi, riconosce alle Unità di mobilitazione popolare un ruolo diverso: “Le forze popolari sono un istituto ufficiale e fanno parte degli apparati di sicurezza. C’è una legge del parlamento su questo: fanno parte dell’esercito e delle forze di sicurezza e ricevono ordini dal comandante in capo delle forze armate”.

Dunque, non vanno smantellate. Ufficialmente è così: da quando le principali offensive irachene, a Mosul, Sinjar e nell’ovest dell’Iraq, sono state lanciate, il governo centrale ha posto sotto il suo controllo anche le milizie sciite. Ma tutti sanno che tale controllo è volatile e strettamente dipendente dall’Iran, che le ha armate, finanziate e gestite. Una forza che non è solo militare ma politica, vista la gestione di molti territori liberati, ufficiosamente in mano alle milizie sciite e parte di quell’asse sciita a cui Teheran lavora da anni, dalla Siria all’Iraq.

Per al-Sadr si tratta di nemici pericolosamente potenti, soprattutto in vista delle elezioni del prossimo anno, a maggio. Per questo ne chiede l’assorbimento e il disarmo, oltre a inchieste serie e trasparenti sugli abusi compiuti dai miliziani sciiti nelle aree e le comunità sunnite liberate, dalla provincia di Anbar a quella di Ninive. Chiaro l’obiettivo di al-Sadr, fin dalla sua visita, pochi mesi fa, a Riyadh dove ha incontrato i vertici della petromonarchia sunnita: accreditarsi come leader nazionale, raccogliendo il consenso non solo della maggioritaria comunità sciita ma anche di quella sunnita, vittima di una dura discriminazione politica dopo la caduta di Saddam Hussein, una marginalizzazione che ha permesso l’avanzata dello Stato Islamico e la mancata resistenza iniziale della popolazione. Nena News

 

Non è stata una accoglienza calorosa quella che i ministri degli esteri europei hanno riservato al premier israeliano. Ma l’Ue pur condannando la dichiarazione di Trump su Gerusalemme riafferma il ruolo di Washington tra israeliani e palestinesi. Ieri, intanto, quinto giorno di scontri e proteste nei Territori

Il premier israeliano Netanyahu ieri a Bruxelles con Federica Mogherini (Foto: www.news.com)

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 12 dicembre 2017, Nena News – «Non c’è nessuna iniziativa di pace (dell’Ue), nessun tentativo di riprendere i negoziati tra palestinesi e israeliani che possa avvenire senza il coinvolgimento degli Stati Uniti». Su queste parole di Federica Mogherini, alta rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, è spirato ieri il “nuovo protagonismo mediorientale” dei leader europei, così lo aveva definito qualcuno.

La spumeggiante e piuttosto insolita voglia di dirla tutta del presidente francese Macron – che domenica all’Eliseo aveva condannato il riconoscimento fatto da Donald Trump di Gerusalemme capitale di Israele e aveva detto al suo ospite, il premier Benyamin Netanyahu, che la città santa deve essere la capitale anche della Palestina – ieri è arrivata sfiatata al Consiglio dei ministri degli esteri europei, come una bottiglia di Coca cola lasciata aperta. Troppo dolce e senza gas.

Mogherini durante e dopo l’incontro con Netanyahu non ha messo in alcun modo in discussione il ruolo degli Usa che pure in 24 anni di mediazione tra israeliani e palestinesi non ha prodotto alcun risultato. Washington piuttosto ha avallato le politiche che hanno affondato la soluzione a Due Stati, a cominciare dalla colonizzazione dei Territori palestinesi occupati, fino al riconoscimento unilaterale di Gerusalemme capitale di Israele.

Il fatto che Mogherini abbia affermato che «l’unica soluzione possibile rimane quella dei Due Stati, secondo i confini del 1967, con Gerusalemme capitale di entrambi», non è un passo in avanti. Le dichiarazioni europee non seguite da decisioni concrete sono aria fritta in un quadro dove il tempo gioca sempre a favore del premier israeliano. «Ora assistiamo a questo vortice di condanne e proteste per il riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele ma tra dieci o quindici giorni, se non ci saranno sviluppi, la crisi comincerà a sgonfiarsi a non essere più di attualità per i governi occidentali e anche per quelli arabi attenti a non incrinare i rapporti con Israele. E proprio su questo puntano Netanyahu e Trump», diceva ieri al manifesto lo scrittore e politologo israelo-americano Jeff Halper, autore di “La guerra contro il popolo. Israele, i palestinesi e la pacificazione globale”.

«Netanyahu – ha aggiunto – non deve far altro che chiamare alla ripresa del negoziato con i palestinesi. La trattativa per la trattativa, senza alcun obiettivo vero». Israele, ha concluso Halper, «non ha alcuna soluzione per il conflitto se non quella che già abbiamo davanti agli occhi, lo status quo, l’occupazione permanente dei Territori, perché il suo governo è contro la nascita di uno Stato palestinese. E ora che Trump e gli Stati uniti gli hanno regalato Gerusalemme, (il primo ministro) tirerà a guadagnare tempo per spegnere le proteste e le aspirazioni dei palestinesi».

Per Netanyahu ieri l’incontro con i ministri degli esteri dell’Ue non è stata una passeggiata ma sostenere, come fatto un’agenzia di stampa italiana, che l’Europa abbia voltato le spalle a Israele è fuorviante, una fake news. Il nulla di fatto è un buon risultato per il premier israeliano in un ambiente, quello europeo, che lui definisce «ipocrita».

«Ho detto ai ministri europei di smetterla di viziare i palestinesi, che continuano ostinatamente a rifiutarsi di riconoscere lo Stato di Israele». Invece i palestinesi l’hanno già riconosciuto Israele, dopo la firma degli Accordi di Oslo nel 1993, con una seduta speciale a Gaza del loro parlamento, il Consiglio Nazionale. Netanyahu in realtà vuole il riconoscimento di Israele come “Stato del popolo ebraico” che i palestinesi rifiutano perché potrebbe pregiudicare le residue speranze di ritorno nella loro terra d’origine per i profughi delle guerre del 1948 e 1967 ed indebolire lo status dei palestinesi con cittadinanza israeliana.

Che Netanyahu tornerà indenne dall’Europa, lo sapevano bene gli esponenti palestinesi riuniti ieri davanti all’America House di Gerusalemme Est a protestare contro la dichiarazione di Donald Trump. «Gli appoggi di cui gode Israele sono innumerevoli e l’Europa e i Paesi arabi se vogliono davvero schierarsi dalla parrte del diritto, dalla parte della Gerusalemme araba, devono fare molto di più. Siamo stanchi delle solite frasi» spiegava Hatem Abdel Qader, personalità tra le più note di Gerusalemme Est e rappresentante del partito Fatah nella zona araba della città.

In quello stesso momento in varie parti della Cisgiordania, come alla periferia di Ramallah e Betlemme e tra le zone H1 e H2 di Hebron, centinaia di palestinesi sono scesi in strada a protestare contro Trump e Israele. In serata Israele ha di nuovo bombardato Gaza dopo un lancio di razzi o colpi di mortaio palestinesi. E non si è saputo nulla del vertice trilaterale al Cairo tra il presidente palestinese Abu Mazen, il re giordano Abdallah e il presidente egiziano el Sisi.

Michele Giorgio è su Twitter: @michelegiorgio2

Ieri il presidente russo ha fatto visita all’egiziano al-Sisi e al turco Erdogan: al centro della diplomazia russa la fornitura di centrali nucleari al Cairo e Ankara. Così Mosca si pone come super potenza, neo-imperialismo alternativo a quello Usa

Il presidente Putin ieri nel palazzo presidenziale egiziano con al-Sisi (Foto: Press Photo)

della redazione

Roma, 12 dicembre 2017, Nena News – Gerusalemme è stata al centro solo ufficialmente degli incontri che ieri il presidente russo Putin ha avuto prima al Cairo e poi ad Ankara: in un solo giorno l’inquilino del Cremlino è volato tra Medio Oriente e Nord Africa per tre visite lampo ma indicative del ruolo russo nella regione.

Prima in Siria, dove dalla base aerea russa nella provincia di Latakia al cospetto del presidente Assad ha annunciato il ritiro parziale dell’esercito. E poi Egitto e Turchia dove i meeting con i presidenti al-Sisi e Erdogan si sono incentrati sui rapporti bilaterali, energetici e militari. Mosca pigliatutto, verrebbe da dire. Di certo Putin sa come muoversi tra le pieghe dei fallimenti e i passi falsi degli Stati Uniti, per portare avanti gli obiettivi strategici russi: mettere i piedi nel Mediterraneo e promuovere il proprio neo-imperialismo come alternativa a quello statunitense.

Una realtà che fa il paio con i dati pubblicati in questi giorni dallo Stockholm International Peace Research Institute: nel 2016 Mosca ha visto crescere la vendita di armi all’estero del 3,8%, portandosi al terzo posto nella classifica dei paesi per vendita di equipaggiamento militare dopo Stati Uniti e Gran Bretagna. E se gli Usa continuano a garantirsi la fetta più grande (oltre il 50% delle vendite totali) mentre quella russa rappresenta il 7,1%, il dato va relativizzato: Mosca ha evitato l’isolamento internazionale e si pone oggi come super potenza militare e politica in ogni angolo del mondo.

I due incontri di ieri ne hanno dato la misura: al Cairo, accolto dal presidente al-Sisi, Putin ha cementato un rapporto sempre più stretto. Alleati nella crisi libica, dove entrambi sponsorizzano più o meno direttamente il generale Khalifa Haftar, partner commerciali ormai consolidati con l’Egitto che ha accettato di ospitare navi e jet da guerra russi in basi da aprire lungo la costa egiziana e che ha firmato contratti da miliardi di dollari per l’acquisto di armi russe, elicotteri e caccia, ieri i due hanno finalizzato un accordo miliardario: la centrale nucleare di Dabaa, 130 km a nord ovest del Cairo, la prima dell’Africa del nord. Tre reattori da 1.200 megawatt l’uno che dovrebbero creare almeno 4mila posti di lavoro oltre alle migliaia dell’indotto.

L’obiettivo è completare la costruzione, che sarà realizzata dalla compagnia russa Rosatom, entro il 2028-2029. Dovrà garantire prezzi competitivi e coprire una buona parte delle necessità energetiche di una popolazione in costante crescita. Con buona pace dell’ambiente: non sono pochi gli analisti che criticano la mossa nucleare di al-Sisi in un paese in cui le infrastrutture idriche e elettriche sono carenti e dove la siccità colpisce con cadenza regolare intere comunità.

Il mega prestito russo che coprirà l’85% dei costi di costruzione e funzionamento prevede l’investimento di 25 miliardi di dollari che comprenderanno anche la fornitura di combustibile per 70-80 anni, la manutenzione dell’impianto e il trattamento del combustibile esaurito. Non solo: durante il meeting al-Sisi ha parlato dell’intenzione di russa di incrementare gli investimenti nella zona industriale che Mosca ha voluto nel Canale di Suez.

Armi al centro anche nella visita successiva, ad Ankara. Ieri Erdogan e Putin hanno annunciato la conclusione, tra pochi giorni, dell’accordo di vendita per il sistema difensivo missilistico S-400, il più avanzato dell’industria militare russa, capace di portare tre diversi tipi di missili e di colpire 300 target a lancio, fino ad un’altitudine di 27 chilometri.

Una vendita che si somma all’aumento del 30% degli scambi commerciali nel corso del 2017, affari che hanno fatto dimenticare il gelo lungo quasi due anni tra Mosca e Ankara a causa del diverso approccio verso la guerra siriana e l’abbattimento di un jet russo da parte dei caccia turchi. Tutto dimenticato: anche in Turchia al centro della discussion è finito il nucleare e il progetto di impianto – anche questo finanziato dalla Russia – ad Akkuyu. Domenica nella provincia di Mersin, nel sud del paese, si è tenuta la cerimonia di lancio del progetto alla presenza del ministro dell’Energia e dei rappresentanti della russa Rosatom. Il primo reattore dovrebbe essere operativo nel 2023. Nena News

 

Parla l’analista saudita Ali al-Ahmed, dopo l’uccisione dell’ex dittatore Saleh: «Il paese è cambiato, le logiche tribali non valgono più. Riyadh non vince perché non ha uomini sul campo. L’Iran presente con esperti e denaro»

Manifestazione a Sana’a per festeggiare la morte di Saleh (Foto: Reuters)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 12 dicembre 2017, Nena News – Dopo l’uccisione dell’ex dittatore Ali Abdullah Saleh, lo Yemen non ha tregua: i raid sauditi sono proseguiti tutta la settimana, a copertura dell’offensiva terrestre delle forze governative del presidente Hadi. L’ultima strage è di ieri: 23 civili uccisi nella provincia nord di Sa’ada, roccaforte Houthi.

L’escalation è realtà quotidiana. E in tale situazione stonano le parole dell’amministrazione statunitense, la stessa che a maggio firmò contratti di vendita con Riyadh per 110 miliardi di dollari in armi in dieci anni e la stessa che sostiene attivamente l’operazione militare contro il movimento Ansar Allah con intelligence e supporto logistico: negli ultimi due giorni, prima il presidente Trump e poi il segretario di Stato Tillerson hanno chiesto «moderazione» all’Arabia saudita e la fine del blocco imposto su porti e aeroporti controllati dagli Houthi.

Nelle stesse ore faceva la sua prima apparizione pubblica Ahmed Abdullah Saleh, figlio dell’ex presidente, auto-proclamatosi suo successore alle corti del Golfo. Del ruolo di Emirati arabi e Arabia saudita e delle prospettive del movimento Houthi abbiamo discusso con Ali al-Ahmed, analista saudita tra i massimi esperti dei paesi del Golfo, fondatore e direttore del think tank Institute for Gulf Affairs di Washington.

Dopo la morte di Saleh e l’intensificarsi della reazione saudita, assisteremo alla fine del movimento Ansar Allah?

Non credo. Emirati arabi e Arabia saudita hanno compiuto gravi errori e gli Houthi hanno un eccezionale supporto popolare. Abu Dhabi ha tentato di trovare una via d’uscita dal conflitto coinvolgendo Saleh, ma ha impiegato del tempo a convincere Riyadh. Quando ci è riuscita, era troppo tardi. Nessuno ha compreso il radicamento dei ribelli nel paese, nemmeno gli Stati uniti che fino a poco tempo fa non prendevano in considerazione il potenziale del movimento. Non hanno compreso la trasformazione popolare dello Yemen: le vecchie logiche tribali sono quasi del tutto scomparse, si è passati da una struttura sociale tribale a una dettata dall’ideologia, che sia politica o religiosa.

Gli Houthi hanno raccolto consenso sia tra le giovani generazioni che tra gli adulti. Lo si è visto nel settembre 2014: hanno assunto il controllo dell’intero paese senza trovare resistenza. Lo Yemen sta tornando alla sua identità originaria, drogata nel secolo scorso dalla pesante interferenza del wahhabismo sponsorizzato da Riyadh.

Dunque non si assisterà a significativi cambiamenti sul campo di battaglia?

Al di là dell’escalation militare, che non è una novità, le milizie di Saleh non sono numerose, si sono ridotte con il crollo di consenso verso l’ex dittatore. Si dice addirittura che a tradirlo sia stato il figlio di uno dei suoi bracci destri. Le bombe saudite, poi, non fanno che aumentare il sostegno popolare a chi resiste all’aggressione, ovvero gli Houthi. Lo storico appoggio delle tribù a Saleh non è più determinante, nei fatti la sua influenza politica era evaporata da tempo. E gli Emirati lo sanno: quando il 2 dicembre Saleh ha annunciato la rottura con Ansar Allah, il movimento ha lanciato per la prima volta un missile verso Abu Dhabi. Un messaggio chiaro: il sistema missilistico è in mano agli Houthi, non a Saleh.

Perché macchine da guerra come quelle saudita e emiratina non riescono a piegare la resistenza Houthi?

Riyadh non vince perché non ha uomini sul terreno. Non ci sono miliziani in Yemen che combattono per Riyadh, eccezion fatta per le forze governative, buona parte delle quali è in cerca solo di un salario e non del raggiungimento di obiettivi politici. Lo Yemen è geograficamente un paese difficile, montagnoso: chi ci combatte deve conoscerlo bene. E gli Houthi lo conoscono.

La guerra potrebbe finire a breve visti gli alti costi per chi l’ha lanciata?

Non ci sono indicazioni in tal senso. La guerra non è iniziata solo per gli interessi strategici, politici e petroliferi del Golfo, ma anche su spinta di certe potenze occidentali. In primis Stati uniti e Gran Bretagna, principali venditori di armi a Riyadh e interessati a destabilizzare la regione: un Golfo stabile sarebbe meno dipendente dalle armi occidentali.

L’Iran è davvero presente al fianco degli Houthi?

Nel 2009, nel corso della sesta guerra di Sana’a contro gli Houthi, Saleh chiese l’intervento saudita giocando la carta della minaccia sciita. All’epoca l’Iran aveva contatti minimi, se non inesistenti, con Ansar Allah. Ma da allora c’è stato un avvicinamento che si traduce oggi in sostegno in termini di logistica, intelligence, denaro. Non di armi e uomini, però: se si guarda alle armi usate dagli Houthi si vede che sono molto simili a quelle utilizzate in Siria dal fronte pro-Assad, ma non sono identiche. Perché Teheran non ne invia di proprie, ma addestra gli Houthi a costruirsi i missili, inviando sul posto i propri tecnici.

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

Prossima all’abbandono da parte degli Usa, Rojava prova a salvare il confederalismo democratico con nuove cooperazioni militari e nuove sponde internazionali: centri di coordinamento con Baghdad e Mosca che oggi ha annunciato il ritiro delle truppe

della redazione

Roma, 11 dicembre 2017, Nena News – Con gli Stati Uniti pronti a farsi uccel di bosco e ad abbandonare il sostegno militare alle Forze Democratiche Siriane una volta sconfitto l’Isis, i leader curdi della federazione – le unità di difesa popolare Ypg – si guardano intorno. Da salvare c’è molto: il confederalismo democratico creato nei cantoni di Rojava, da poco uscito da nuove elezioni interne, e funzionante.

C’è da difendere il sogno dell’autonomia nel post-guerra, promessa dal governo di Damasco ma costantemente in bilico a causa dei cangianti interessi dei protagonisti del conflitto siriano. Washington ha seguito il solito modello: dopo aver rifornito di armi e sostegno militare i curdi nel nord della Siria, unico efficace bastione contro lo Stato Islamico, ha già annunciato l’imminente passo indietro. Basta armi ma sopratttutto silenzio di tomba sulle aspirazioni curde, già seppellite sotto l’alleanza tra Usa e Turchia.

E allora i curdi guardano altrove, consapevoli che senza sponde internazionali il futuro di Rojava è segnato. Ieri i leader delle Sdf hanno incontrato i vertici dell’esercito iracheno al confine per discutere della comune difesa della frontiera dal transito degli islamisti in fuga. “Si è discusso della protezione del confine siriano-iracheno nella vicina regione di Deir Ezzor e di come sradicare definitivamente i mercenari di Daesh”, si legge nel comunicato delle Sdf, che hanno poi annunciato la nascita di un centro di coordinamento comune.

Un’alleanza che potrebbe stupire visti i diversi obiettivi statuali dei due soggetti e il cappello statunitense. Ma che è figlio di una necessità stringente. La stessa che ha spinto le Sdf verso Mosca: il presidente Putin, da anni ormai pivot delle crisi mediorientali e arabe, si infila nei buchi lasciati dagli Stati Uniti. E ora lo fa passando per Rojava: la scorsa settimana si sono tenuti incontri tra i vertici dell’esercito russo e le Ypg per proseguire la lotta allo Stato Islamico.

Le Ypg hanno annunciato la liberazione di un altro villaggio nella provincia di Deir Ezzor alla presenza del generale russo Poplavsky, capo della base russa di Khmeimim, dove opera l’aviazione di Mosca. Durante l’incontro è stata resa nota la nuova cooperazione militare tra Rojava e Russia, con quest’ultima che ha messo a disposizione i propri caccia a copertura dell’avanzata curda nel nord della Siria. Sono già stati quasi 700 i raid russi a sostegno dei curdi nell’ultimo periodo, fa sapere il ministero della Difesa russo. Che però specifica: la cooperazione è limitata alla riva orientale dell’Eufrate. Una sottolineatura importante perché evita tensioni con la Turchia che ha posto l’attraversamento del fiume come linea rossa invalicabile dalle Ypg.

Dall’altra parte sta Afrin, terzo cantone curdo che Rojava intende unire a Kobane e Jazira per dare continuità territoriale alla regione e al progetto del confederalismo democratico. Inaccettabile per Ankara che lì ha dispiegato da oltre un anno le proprie truppe per impedire la creazione di un corridoio contiguo curdo al proprio confine meridionale.

La Russia, dunque, tiene il piede in due staffe anche in chiave anti-Usa. Una strategia molto simile a quella statunitense: utilizzare le forze curde senza mettere eccessivamente in pericolo l’alleanza con la Turchia. I curdi, da parte loro, avanzano nella speranza di trovare spazio nel processo diplomatico in corso ad Astana e a Ginevra, da cui – pur se invitati a singhiozzo – restano all’angolo.

C’è da capire ora il futuro ruolo russo nella guerra: questa mattina il presidente russo Putin, a sorpresa, ha visitato la base di Khmeimim. Da qui ha detto di aver ordinato al Ministero della Difesa il ritiro dell’esercito russo dalla Siria. Putin ha incontrato anche il presidente siriano Assad e oggi volerà al Cairo per incontrare il presidente al-Sisi. Nena News

Al di là delle condanne della Lega Araba e dei singoli paesi, nessuno ha assunto misure concrete. Macron e Mogherini strigliano Netanyahu, mentre Washington prova a spostare su Abu Mazen la responsabilità delle tensioni

Gerusalemme est durante le proteste palestinesi (Foto: Ma’an News)

della redazione

Roma, 11 dicembre 2017, Nena News – Non calano le tensioni intorno a Gerusalemme. Ieri i Territori Occupati sono stati teatro di nuove manifestazioni e scontri: almeno 157 i feriti tra Gerusalemme, Gaza e Cisgiordania, secondo la Mezzaluna Rossa. Due giovani palestinesi sono stati colpiti dal fuoco israeliano a Betlemme, sparato dalle torrette militari che costellano il muro di separazione.

Secondo testimoni, i due sono stati soccorsi da alcuni civili mentre cercavano di scappare verso il vicino campo profughi di al-Azza. Sono ricoverati in ospedale. Poco prima a Gerusalemme un palestinese di 24 anni ha accoltellato una guardia privata israeliana alla stazione degli autobus della città: il giovane è stato arrestato, la guardia è in ospedale.

Lontano dalle piazze continuano i bracci di ferro tra i protagonisti dell’attuale crisi. La Casa Bianca ha accusato il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen, di abbandonare il negoziato di pace con Israele dopo l’annuncio di non voler incontrare il vice presidente Usa Mike Pence, che sarà in visita nella regione a fine mese. Abu Mazen aveva congelato l’incontro fino a quando gli Stati Uniti non avessero ritirato il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele. L’ufficio del vice presidente ha invece confermato l’incontro con il premier israeliano Netanyahu e il presidente egiziano al-Sisi, da più parti indicato come il nuovo mediatore della pace. Una conferma che si scontra invece con il rifiuto del grande imam di al-Azhar che ha già fatto sapere di non voler vedere Pence.

Diversa la posizione europea espressa ieri vis-à-vis dal presidente francese Macron a Netanyahu, in visita a Parigi. All’Eliseo Macron non ha risparmiato dure critiche all’alleato: in due ore di colloquio, Parigi ha chiesto a Tel Aviv “il congelamento della colonizzazione”, ma soprattutto ha espresso “disapprovazione” per la decisione di Trump definendola “contraria al diritto internazionale e pericolosa per la pace”. Netanyahu, consapevole dell’opposizione di quella parte della comunità internazionale che ancora vede nella soluzione a due Stati l’unica via d’uscita al conflitto, pur all’angolo ha ripetuto lo stesso mantra: “Se Parigi è la capitale della Francia, Gerusalemme è la capitale di Israele”. Un discorso che viola alla radice quanto previsto dal diritto internazionale e da quella risoluzione, la partizione della Palestina storica da parte dell’Onu nel 1947, che Israele ha sempre utilizzato per legittimarsi.

Lo ha ribadito, con più debolezza, stamattina anche l’Alto rappresentante della Ue per gli Affari Esteri, Federica Mogherini: a Bruxelles durante la visita di Netanyahu – che da parte sua ha chiesto agli europei di seguire l’esempio statunitense – ha ripetuto la necessità di riaprire il dialogo coinvolgendo i paesi della regione mediorientale e poi, senza nominare la repressione delle proteste palestinesi, si è detta preoccupata per la sicurezza di Israele e per l’aumento dell’estremismo come frutto delle attuali tensioni intorno Gerusalemme.

Dura la Lega Araba che, sabato al Cairo, ha fatto appello a Washington perché ritiri la dichiarazione di Trump, sottolineandone allo stesso tempo il nullo “effetto legale” della decisione che è volta solo ad “aumentare la tensione e alimentare la rabbia”. Ma, come nel caso europeo, alle parole non seguono i fatti: nessun paese arabo ha assunto misure più drastiche al di là delle condanne a parole, ritirato gli ambasciatori o congelato i rapporti diplomatici. Solo il Libano, per bocca del suo ministro degli Esteri, ha chiesto alla Lega Araba di imporre sanzioni a Washington.

Ma quello che appare chiaro è che i palestinesi sono di nuovo soli. Accanto alle loro proteste ci sono quelle della base, dei cittadini di paesi di tutto il mondo scesi in decine di migliaia in piazza per protestare contro gli attacchi alla Gerusalemme araba. Ma le leadership restano distanti: molte parole, zero fatti. Nena News

L’indebolimento del Consiglio di Cooperazione del Golfo e l’idea di creare un comitato ex novo sono frutto dell’alleanza tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti che, dalla Libia al Qatar, cercano di ridurre le possibili opposizioni degli altri paesi membri

Il summit del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Fonte: Kuna agency)

di Francesca La Bella

Roma, 11 dicembre 2017, Nena News - Martedì 5 dicembre si è tenuto il primo incontro del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Ccg) dopo l’inizio della crisi tra Arabia Saudita e Qatar. Gli effetti sui rapporti d’area di questi lunghi mesi di contrasto si sono resi evidenti. Solo Qatar e Kuwait hanno partecipato con i propri rappresentanti ufficiali mentre gli altri paesi hanno inviato membri di secondo piano e così un assemblea che avrebbe dovuto durare due giorni si è conclusa in poche ore senza essere giunta a conclusioni significative.

Ciò che ha reso il Consiglio influente a livello regionale e internazionale è stato che, dalla sua istituzione il 25 maggio 1981, si è progressivamente trasformato in un compatto blocco economico e politico grazie ad una superficie e una popolazione contenute, 2,41 km quadrati e 50 milioni di abitanti, e un PIL superiore a 1,6 trilioni di dollari. Ad oggi, però, le tensioni all’interno del Ccg dovute alla campagna contro il Qatar e al progressivo peggioramento della crisi yemenita sembrano aver portato ad una vera e propria rottura dell’alleanza dell’area del Golfo. Ad accentuare questa distanza ha contribuito anche la mancata attuazione del programma di implementazione del Consiglio attraverso unione doganale, mercato comune, moneta unica e banca centrale unica.

Una frattura ulteriormente approfondita dall’annuncio da parte di Emirati Arabi Uniti (Eau) e Arabia Saudita della nascita di un nuovo consiglio di cooperazione che, lavorando indipendentemente e senza le limitazioni del Ccg, coordinerà i due paesi i tutti i principali settori: militare, politico, economico, commerciale e culturale. Secondo quanto riportato da Gulf News il presidente emiratino Shaikh Khalifa Bin Zayed Al Nahyan, lunedì scorso, ha emesso una risoluzione con la quale viene istituito un comitato di cooperazione Eau-Arabia Saudita.

La risoluzione stabilisce che il comitato sarà presieduto da Shaikh Mohammad Bin Zayed Al Nahyan, principe ereditario di Abu Dhabi e vicecomandante supremo delle forze armate degli Emirati Arabi Uniti, mentre Shaikh Mansour Bin Zayed Al Nahyan, vice primo ministro e ministro degli Affari presidenziali, ricoprirà il ruolo di vice presidente.

A riprova delle tensioni che hanno attraversato il summit si guardi alle azioni del governo saudita nei giorni immediatamente successivi. Venerdì il ministro degli Esteri Saudita Adel al-Jubeir, rappresentante di Ryad durante lo scorso Ccg, è stato licenziato e sostituito con Khalid bin Salman bin Abdulaziz Al Saud, fratello minore del principe ereditario saudita. Per quanto i due episodi non siano direttamente correlati e la nuova nomina sia probabilmente legata più agli eventi palestinesi che non alle dinamiche in atto all’interno del Ccg, è significativo rilevare come al Consiglio sia stato inviato un rappresentante “sacrificabile” e che la famiglia Saud stia progressivamente accentrando su di sé tutti i principali poteri e ruoli dirigenziali all’interno dello Stato.

La nascita di questo nuovo organo di coordinamento e la parallela marginalizzazione del ben più longevo Ccg sono conseguenza di un generale riallineamento delle alleanze d’area e mostrano le diverse velocità a cui si muovono gli ex alleati del Golfo. Si tenga presente che i due paesi condividono il vertice della classifica dei più ricchi della regione mediorientale. In base alle analisi sul reddito delle famiglie riportate nel Global Wealth Report 2017 del Credit Suisse Research Institute, l’Arabia Saudita avrebbe raggiunto i 772 miliardi di dollari, mentre la ricchezza degli Emirati Arabi Uniti sarebbe stimata in 603 miliardi. A riprova della distanza con gli altri paesi del Ccg si noti che la ricchezza totale del Kuwait e del Qatar è stimata rispettivamente a 292 miliardi e 218 miliardi di dollari.

Se da un lato, dunque, la necessità di creare un comitato ex novo può essere considerato indice dell’incapacità dei sauditi di controllare efficacemente il Ccg e di estromettere i propri avversari da quella arena, dall’altro il rafforzamento della relazione Eau-Arabia Saudita è frutto della convergenza di interessi e di visioni tra i due paesi.

Il processo di avvicinamento non inizia, però, con quest’ultimo atto. Nel maggio dello scorso anno, un incontro a Jedda tra il sovrano saudita e il presidente Uae portò all’annuncio di un comitato di coordinamento composto da alti funzionari governativi di entrambi i paesi per implementare i “legami religiosi, storici, sociali e culturali condivisi tra gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita” secondo quanto riferito dalla Emirates News Agency. Successivamente, nello scorso dicembre, durante una visita ufficiale in cui il re saudita venne insignito del più alto onore emiratino, la medaglia Zayed, Sheikh Mohammed bin Rashid, vicepresidente e governatore di Dubai, dichiarò che vi era stato un radicale cambiamento di paradigma nei rapporti bilaterali tra i due paesi.

La crescente interdipendenza tra Abu Dhabi e Riyadh ha, inoltre, una significativa relazione con le più ampie dinamiche che investono Medio Oriente e Nord Africa. La vicinanza tra i due paesi è in primo luogo collegata allo Yemen e allo sforzo bellico profuso da entrambi. Attualmente, la coalizione guidata dall’Arabia Saudita si trova in una fase particolarmente critica a causa delle accresciute capacità tecniche dei ribelli Houthi, capaci di attacchi al territorio saudita con missili a lungo raggio e di minacce alle strutture nucleari in costruzione negli Emirati Arabi Uniti.

A questo si aggiungano la difficoltà di Riyadh nel trovare alleati in territorio yemenita, problema diventato ancor più pressante con la morte il 4 dicembre dell’ex presidente Ali Abduallah Saleh e la recrudescenza delle tensioni. L’esistenza di un organo alternativo al Ccg potrebbe, però, permettere all’Arabia Saudita e agli Emirati di agire in maniera unilaterale e di portare avanti i propri obiettivi strategici senza le limitazioni imposte dalla concertazione all’interno della coalizione del Ccg.

Gli interessi dei due oaesi non si limitano, però, alla sola penisola arabica. Paesi come Libia, Iraq o Libano stanno diventando sempre di più territori in cui Riyadh ed Abu Dhabi provano a ampliare la propria influenza. Le dinamiche libiche, in particolare, sono state cruciali nella decisione di imporre il blocco del Qatar e di attuare nuove strategie per l’intero Medio Oriente. L’avanzata delle forze di Tobruk e del Generale Khalifa Haftar, legate a doppio filo con l’Egitto, principale partner delle due potenze del Golfo Persico, gioca sicuramente a favore dell’asse guidato da Riyadh.

Paesi come il Bahrein che, nella contrapposizione con il Qatar ha investito molte energie, potrebbero scegliere, infatti, di appoggiare senza riserve le scelte saudite come già avvenuto in precedenza. Il mantenimento del consesso Ccg obbligherebbe, invece, i due paesi a mediare con paesi alleati con il fronte opposto e a politiche non sempre uniformi. Nena News

Francesca La Bella è su Twitter @LBFra

Un nuovo appuntamento con le donne protagoniste di rivoluzioni nei propri paesi. Winnie Mandela, “liberata” dalla figura del marito, sarà protagonista del movimento delle sudafricane e della lotta contro la legge dei pass

di Cecilia D’Abrosca

Roma, 11 dicembre 2017, Nena News – Winnie incontra Nelson Mandela all’età di venti anni. Lui è una figura di leader, nella lotta al regime di apartheid, ampiamente riconosciuta. La sua fama precede il suo nome e la sua fede nella liberazione dei neri del Sudafrica travalica ogni ideologia razzista.

Il 14 giugno1958, Nomzamo Winifred Zanyiwe “Winnie” e Nelson Mandela diventano moglie e marito. Winnie, ben presto, realizza che il ruolo di compagna di una delle figure politiche internazionali più amate e seguite si accompagna alla solitudine. Suo marito è  quasi sempre lontano da casa, impegnato nelle riunioni dell’ “African National Congress” (Anc), nonchè coinvolto in casi giudiziari eclatanti, come il processo per tradimento intentato nel 1956. In quella occasione 156 persone, tra cui lo stesso Mandela, subiscono l’arresto in Sudafrica. Nei mesi che precedono il processo, l’abitazione di Mandela diviene oggetto di frequenti incursioni della polizia, ad ogni ora del giorno e della notte.

Nello stesso anno del matrimonio, nel 1958, Winnie partecipa ad un’azione di massa che vede le donne mobilitarsi contro il governo dell’apartheid: intendono ostacolare la legge sui pass, ossia un sistema di “passaporti regionali”, dunque interni, con lo scopo di segregare la popolazione, esercitare un controllo sul lavoro e sulla circolazione delle persone. La grande protesta del ’58 ha luogo a Johannesburg ed è precedutata nel ’56 da quella di Pretoria.

La coordinazione dell’evento a Johannesburg viene affidata al Presidente dell’Anc Women League, Lilian Ngoyi e tra le altre ad Albertina Sisulu. Nel corso della manifestazione, la polizia arresta circa mille donne che decidono di non richiedere la scarcerazione immediata, ma di trascorrere altre due settimane in prigione, come segno di ulteriore protesta. Durante quelle settimane Winnie, incinta, conosce in prima persona le condizioni delle prigioni sudafricane e ciò ridà un nuovo valore e intensifica il senso della sua lotta civile e politica. Intanto, l’Anc raccoglie i fondi per pagare le multe delle donne condannate.

La forza con la quale Winnie affronta il carcere è una occasione per affrontare la questione carceraria, ma non solo: la sua autonomia decisionale – nelle settimane vissute in prigione – le permette di uscire dall’ombra di suo marito e di sottrarsi, agli occhi del pubblico, alla sua “protezione”; al contempo, però, questo mette in guardia la sicurezza nazionale circa l’autorità e la volontà di Winnie – ora slegata da quella di Mandela – come voce in grado di urlare il proprio dissenso.

L’esistenza di Winnie Mandela è costellata da momenti che la ritraggono come una protagonista attiva della battaglia di liberazione del Sudafrica dal regime di apartheid: scende nelle strade sfidando i raid della polizia; prossima alla maternità affronta il carcere e ne denuncia il sistema; lotta con le altre donne dei movimenti, organizzando le marce nazionali storiche decisive di liberazione. Dunque, l’evoluzione della sua attività politica e l’incidenza del suo impegno sociale vanno di pari passo con le fasi che contraddistinguono la storia contemporanea della Repubblica Sudafricana.

Iter delle proteste femminili contro il regime di apartheid e il suo impianto normativo

Il primo tentativo di istitutire il sistema dei pass, una sorta di “passaporto interno”, per le donne nere del Sudafrica risale al 1913, quando lo Stato Libero dell’Orange (il precursore dell’odierna Repubblica Sudafricana), introduce una nuova richiesta: non solo gli uomini, ma anche le donne, avrebbero dovuto portare con sè un documento/permesso speciale. Il rifiuto del principio razzista e segregazionista, alla base della ratio normativa dei pass, si traduce in una protesta da parte di un gruppo multietnico femminile composto in maggioranza da professioniste che scelgono di agire secondo forme di resistenza passiva.

Molte di loro ricevono il sostegno del “South African Native National Congress”, che nel 1923 diviene “African National Congress” – precluso alle donne fino al 1943. La protesta contro i pass, diffusasi nello Stato Libero dell’Orange, si protrae fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, che segna il momento a partire dal quale le autorità allentano la rigidità.

Con la Blacks Act n.67 del 1952 (la legge sull’abolizione dei pass e il coordinamento dei documenti), il governo del Sudafrica muta solo la forma delle sua “richieste”, dirigendosi questa volta a tutti i residenti maggiori di sedici anni, obbligati a possedere un reference book. Il nuovo “libro delle referenze”, firmato dal datore di lavore, al quale spettava di rinnovare la firma ogni mese, doveva esprimere le abilità e il grado di affidabilità di uomini e donne neri, l’autorizzazione a circolare  in aree specifiche e il certificato che attestasse il pagamento delle tasse.

Durante gli anni Cinquanta, le donne del “Congress Alliance”, una coalizione politica anti-apartheid formatasi in Sudafrica in quegli anni, si uniscono per combattere il sessismo esistente nei vari gruppi anti-apartheid, come l’Anc. Lilian Ngoyi, una sindacalista e attivista politica, Helen Joseph, Albertina Sisulu e Sophia Williams-De Bruyn e molte altre, formarono la Federazione delle Donne del Sudafrica che nel 1956 con la cooperazione dell’“Anc Women League”, l’ala femminile dell’African National Congress, allestisce una manifestazione di massa contro la nuova legge. Winnie e le altre donne politiche s’inseriscono, dunque, in questo “circuiti” sociali intrecciati al campo dei diritti e della tutela delle minoranze.

Pretoria 1956. La marcia delle donne contro la law pass 

Il 9 agosto 1956 20mila donne di ogni etnia, marciano nelle strade di Pretoria fino all’Union Buildings per domandare una petizione a JG Strijdom, il primo ministro del Sudafrica, sull’introduzione della nuova legge sui pass. Strijdom fa in modo di trovarsi altrove e la petizione viene accolta dal suo assistente.

Durante la marcia le donne intonano questa canzone di libertà:

Wathint’ abafazi, Strijdom!

wathint’ abafazi,
wathint’ imbokodo,
uza kufa!

[Quando] colpisci le donne,

tu colpisci una roccia,

sarai schiacciato [morirai]!

Sebbene gli anni ’50 segnino l’apice della resistenza passiva all’apartheid da parte di movimenti sociali femminili e non, questo è stato in gran parte ignorato dalla storiografia e dal governo dell’apartheid. Tra le proteste più sanguinose contro la legge dei pass, vi è il massacro di Sharpeville nel 1961. Le leggi sui pass sono state abrogate solo nel 1986.

Mentre la frase wathint ‘abafazi, wathint’ imbokodo è diventata il simbolo del coraggio e della forza delle donne sudafricane. Nena News

Il termine apartheid viene spesso utilizzato con riferimento alla situazione dei palestinesi sotto occupazione. Yara Hawari  studia l’applicazione del termine alla situazione dei cittadini palestinesi di Israele, focalizzandosi su cittadinanza, territorio, educazione e politica. E si chiede se tale analisi possa contribuire alla promozione dei diritti di tale comunità e al contrasto della divisione tra i palestinesi nel loro insieme

La città palestinese di Umm al Fahem nel nord est di Israele

di Yara Hawari – Al Shabaka
Traduzione di Elena Bellini

Ramallah, 9 dicembre 2017, Nena News – (qui la prima parte)

Mantenimento del regime

Israele mantiene il regime di apartheid attraverso vari sistemi di controllo, interno ed esterno. All’interno dei confini del 1948, lo Stato mira a sottomettere i palestinesi fin dall’inizio della loro esistenza attraverso il sistema educativo. Definito durante il governo militare, il sistema scolastico statale pone i bambini palestinesi e quelli ebrei israeliani in scuole separate. Secondo Ismael Abu-Saad, Professore di Pedagogia all’Università Ben Gurion del Negev, mentre le strutture formali del governo militare sono cambiate da allora, la strategia di usare “l’insegnamento come mezzo per scopi politici perdura e continua tutt’oggi a determinare l’esperienza didattica degli studenti arabi palestinesi autoctoni in Israele”.

Questa strategia politica comprende il controllo dei programmi per cancellare l’identità palestinese e per prevenire manifestazioni contro lo Stato. Le scuole palestinesi sono anche molto povere di risorse: per gli allievi palestinesi si investe meno di un terzo di quanto destinato agli allievi ebrei israeliani. Questa mancanza di risorse dimostra non solo la disgustosa diseguaglianza tra due categorie di cittadini, ma è anche un ostacolo a opportunità future per i bambini palestinesi.

Le scuole ebraiche israeliane hanno enorme autonomia relativamente ai programmi, mentre i programmi delle scuole palestinesi vengono definiti dal Ministero dell’Istruzione. Non sorprende, quindi, che i programmi delle scuole palestinesi siano incentrati quasi esclusivamente sulla storia ebraica, sui “valori” e la cultura, senza alcun riferimento alla storia arabo-palestinese. La narrativa della Nakba, termine con cui i palestinesi chiamano la catastrofe dell’espropriazione del 1948, è assente e, di fatto, bandita.

La Israel’s Budget Foundation Law, comunemente conosciuta come “Legge sulla Nakba”, autorizza il ministro delle finanze a tagliare o eliminare la concessione di fondi pubblici a qualsiasi istituzione che commemori la Nakba o consideri il Giorno dell’Indipendenza israeliana come giorno di lutto. Ciò comprende scuole, ong, e Comuni. La negazione di questo evento cruciale della storia palestinese ha l’obiettivo di separare i palestinesi da un’identità collettiva in cui la Nakba gioca un ruolo chiave.

I palestinesi possono ottenere ben poco, nel sistema legale israeliano, attraverso denunce e ricorsi, e inoltre non riescono a contrastare seriamente il regime razziale. E anche se la partecipazione politica palestinese nella Knesset è spesso citata come esempio di democrazia e pluralità dello Stato, dal 1948 nessun partito arabo è stato incluso in una coalizione di governo e solo pochi cittadini palestinesi sono stati nominati a posizioni ministeriali. I candidati alla Knesset possono essere rifiutati se negano l’esistenza di Israele come Stato ebraico e democratico, quindi la partecipazione politica in Israele è basata sull’accettazione che lo Stato è per il popolo ebraico e che l’esistenza dei palestinesi entro lo Stato non sarà mai alla pari con quella della loro controparte ebraica.

La mobilitazione politica contro il regime si è comunque messa in atto al di fuori delle politiche istituzionali, sia nella società civile che in ambienti militanti, entrambi sotto costante sorveglianza e vessazione. Adalah, il Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba in Israele, ha documentato l’arresto sistematico e le persecuzioni contro elementi chiave della società e attivisti politici. Analogamente, lo Stato spesso sopprime con la violenza le manifestazioni, per esempio nell’ottobre del 2000 quando 13 cittadini palestinesi disarmati sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco per aver protestato in solidarietà con i palestinesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza.

Nonostante tali pratiche ciniche e violente, Israele conserva un’immagine di democrazia liberale, multiculturale e alleata dell’Occidente in una regione altrimenti ostile. Dipinge il sionismo come un’ideologia ebraica di liberazione nazionale piuttosto che come fondamento di un regime coloniale che sostiene un sistema di apartheid. Israele è anche riuscito a plasmare il dibattito su cosa sia la Palestina e chi sia un palestinese.

Quindi, la Nakba ha diviso il popolo palestinese in tre frammenti: i cittadini palestinesi di Israele, i palestinesi della Cisgiordania e Gaza, e i palestinesi in esilio (i rifugiati). Israele e molti processi internazionali di pace, inclusi gli Accordi di Oslo, hanno continuato a rafforzare tale frammentazione attraverso la concezione volutamente limitata della Palestina come “Territori Palestinesi Occupati” e del popolo palestinese come unicamente quello all’interno di tali territori. La Nakba non viene perciò riconosciuta come parte della storia palestinese e quindi sia i cittadini palestinesi di Israele che i rifugiati palestinesi in esilio vengono esclusi dalla lotta di liberazione palestinese. Il rapporto dell’Escwa sottolinea che tale frammentazione è la modalità principale attraverso cui Israele impone l’apartheid al popolo palestinese. È dunque importante creare strategie che utilizzino l’analisi dell’apartheid per contrastare tale frammentazione.

L’analisi dell’apartheid come strategia per garantire diritti a tutti i palestinesi

Il termine “apartheid”, sicuramente a causa delle sue gravi implicazioni politiche e giuridiche, deve ancora far breccia nel regno dei media mainstream o della politica relativamente a Israele e Palestina. Solo occasionalmente è stato applicato alla situazione in Cisgiordania. Infatti, il rapporto dell’Escwa, con le sue conclusioni secondo cui Israele pratica l’apartheid contro l’intera popolazione palestinese, è stato ritirato poco dopo la pubblicazione in seguito alla fortissima pressione da parte di USA e Israele.

Tuttavia, l’analisi dell’apartheid può essere utilizzata strategicamente per contrastare la divisione del popolo palestinese e per promuovere i diritti dei palestinesi, inclusi quelli dei cittadini palestinesi di Israele. Ci sono diverse ragioni per cui l’analisi dell’apartheid è particolarmente utile a tal proposito.

Primo, il diritto internazionale fornisce un modello universale e la definizione del termine, che riconosce che l’apartheid può manifestarsi in diverse forme. Il concetto di apartheid non è quindi limitato a quella del regime sudafricano. Apartheid è anche un meccanismo legalmente sancito, praticato e mantenuto all’interno dello Stato. Come tale, il problema riguarda non il partito politico o i politici che siedono al governo, ma piuttosto il fondamento costituzionale dello Stato stesso. Quindi, l’analisi dell’apartheid riconosce che il regime israeliano di oppressione e discriminazione non solo colpisce tutti i frammenti della società palestinese, ma di fatto dipende da tale frammentazione. Pertanto, le soluzioni a lungo termine alla violazione dei diritti dei palestinesi devono tener conto di ogni segmento del popolo palestinese, non solo dei palestinesi della Cisgiordania e di Gaza.

Basarsi su questi punti di forza fornisce qualche utile strategia possibile. Chi lavora con il diritto internazionale e l’analisi politica, non dovrebbe lasciare da parte il perseguimento dei diritti dei palestinesi nella cornice dell’occupazione militare, con particolare attenzione al riconoscimento della Green Line. Comunque, i politici e gli attori della società civile palestinese devono anche porre l’attenzione sul fatto che i cittadini palestinesi di Israele e i palestinesi rifugiati non sono separati dalla generale lotta palestinese. Mettere insieme questi elementi aiuterà a combattere i limiti del discorso internazionale che decreta chi sia un palestinese.

Per i palestinesi, soprattutto per i leader politici e della società civile, uno degli obiettivi principali dovrebbe essere contrastare la divisione rafforzata dal regime israeliano. I leader dovrebbero tener ben presente l’era precedente agli Accordi di Oslo, un periodo di forte cooperazione attraverso la Green Line, e partire dall’attività già messa in atto, sebbene su piccola scala, da varie ong, come Baladna (Associazione dei Giovani Arabi di Haifa), focalizzata principalmente sul riunire i giovani palestinesi . Ciò di cui c’è bisogno è uno sforzo collettivo portato avanti dai palestinesi di entrambe le parti della Linea Verde e in esilio, che stimoli una visione politica e un futuro sostenibile.

C’è un precedente di tale visione tra i cittadini palestinesi di Israele. I Future Vision Documents, pubblicati nel 2006-2007, sono nati da uno sforzo collettivo di politici palestinesi, intellettuali e leader della società civile. I documenti non solo hanno esposto le istanze sociali e politiche della comunità palestinese in Israele, ma hanno anche avanzato una sintetica narrativa palestinese. Il risultato è stato un quadro teorico e strutturato per i diritti dei palestinesi all’interno dello Stato di Israele. Il quadro immaginava il futuro nonostante i limiti politici gerarchici e presentava proposte di vera politica.

Inoltre, il focus dei documenti su Israele metteva in luce adeguatamente i limiti, soprattutto relativamente alla frammentazione. L’allargamento di tale visione attraverso e oltre la Green Line, e la sua trasformazione in una richiesta di porre fine all’apartheid e alla frammentazione forzata, deve assumere un ruolo centrale nella lotta di liberazione palestinese. Solo attraverso un tale sviluppo tutte le componenti del regime di apartheid israeliano possono essere messe in discussione. Nena News

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Yara Hawari è ricercatrice per le politiche palestinesi di Al-Shabaka – The Palestinian Policy Network. Studiosa e attivista anglo-palestinese, i suoi scritti sono una costante fonte di informazione grazie al suo impegno per la decolonizzazione. Nata in Galilea, Yara ha passato la vita tra la Palestina e la Gran Bretagna. Attualmente è all’ultimo anno di dottorato allo European Centre for Palestine Studies dell’Università di Exeter. La sua tesi prende in esame progetti e iniziative di storia orale in Galilea, e più in generale la storia orale come forma autoctona di produzione del sapere. Yara è anche assistente universitaria e lavora come come giornalista freelance per vari organi di stampa, tra cui The Electronic Intifada e The Independent.

Oggi la nostra rubrica settimanale sul continente africano vi porta in Madagascar, Sudan, Repubblica Democratica del Congo e Mali

Una donna nella Repubblica Democratica del Congo (Foto: Medici senza Frontiere)

di Federica Iezzi

Roma, 9 dicembre 2017, Nena News -

Madagascar
Continua a rallentare l’ondata di peste in Madagascar. Il numero di nuovi contagi è stato in costante calo nelle ultime settimane, secondo gli ultimi dati diffusi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Tra gli inizi di agosto e la fine dello scorso novembre, il Ministero della Sanità del Madagascar ha contato un numero totale di 2.348 casi, tra cui 202 decessi. 7.300 infezioni sono state curate attraverso trattamenti gratuiti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha risposto con un investimento di 1,5 milioni di dollari come fondo di emergenza, ha erogato oltre 1,2 milioni di dosi di antibiotico e ha seguito capillarmente il lavoro di oltre 4.400 operatori sanitari per la prevenzione e la diffusione della peste nelle zone più colpite.

Sebbene la peste sia endemica in Madagascar, questo focolaio non ha precedenti in termini di velocità e portata. Colpite anche aree in passato non endemiche, con una proporzione maggiore per la sua forma polmonare.

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Sudan
Alla vigilia dei due mandati di arresto per Omar al-Bashir, emessi dalla Corte penale internazionale, l’attuale presidente sudanese ha effettuato la sua prima visita ufficiale in Russia, dove ha incontrato il presidente russo Vladimir Putin, il primo ministro Dmitry Medvedev e il ministro della Difesa Sergey Shoygu.

Abbandonate le alleanze del Golfo e degli Stati Uniti, sembra essere in atto un tentativo disperato di al-Bashir di rimanere al potere per le elezioni previste nel 2020. Dunque, il recente riavvicinamento di al-Bashir all’asse russo-iraniano sembra non essere altro che una manovra tattica per ricattare gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita nel fornire sostegno politico e finanziario alla sua presidenza.

Incriminato per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio commessi in Darfur, dopo 28 anni al potere, al-Bashir non ha molto da offrire ai suoi alleati o al popolo sudanese. Durante l’incontro, il controverso presidente sudanese avrebbe parlato della creazione di basi militari sulla costa del Mar Rosso e avrebbe rivelato di essere interessato all’acquisto del sistema di difesa aerea russo S-300 e dei jet Su-30 e Su-35.

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Repubblica Democratica del Congo
Nell’ultimo rapporto di Human Rights Watch, è stata descritta dettagliatamente la mobilitazione di più di 200 ex combattenti congolesi dell’M23 (Movimento per il 23 marzo), durante le proteste nel Paese, scoppiate dopo che l’attuale presidente Joseph Kabila ha rifiutato di dimettersi alla fine del suo mandato.

Oltre a uccidere più di 60 manifestanti, le forze di sicurezza congolesi e i combattenti dell’M23 hanno arrestato arbitrariamente centinaia di civili nel dicembre 2016. Tra ottobre e dicembre 2016, mentre le proteste contro Kabila si intensificarono, gli alti funzionari congolesi hanno schierato gli ex-ribelli nelle principali città congolesi, tra cui Kinshasa, Lubumbashi e Goma.

Le accuse arrivano tra i rinnovati timori di un ripetersi di violenze, vista la decisione di ritardare il voto al dicembre 2018, atto a spingere per un terzo mandato del presidente.

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Mali
Il Mali ha annunciato il rinvio delle elezioni regionali in programma per dicembre, al prossimo aprile. In primo piano le preoccupazioni per la sicurezza a seguito degli ultimi attacchi di gruppi armati ai danni delle forze di pace delle Nazioni Unite, Minusma, e delle forze maliane, al confine con il Niger. Attacchi rivendicati dal Nusrat al-Islam wal Muslimeen, gruppo legato ad al-Qaeda.

Secondo le cifre diffuse delle Nazioni Unite, oltre 146 membri della missione Minusma hanno perso la vita dal 2013 in Mali. Nena News

Il bilancio è stato dato dal ministero della sanità palestinese. Sono centinaia inoltre i feriti nelle proteste di ieri in Cisgiordania e a Gerusalemme Est contro la dichiarazione fatta martedì da Donald Trump sulla città santa capitale di Israele

foto Times of Israel

AGGIORNAMENTI:

ore 10:20 Scontri a Betlemme. Ferita una palestinese a Khuza’a (Striscia di Gaza)

Ministero della salute: “Ferita alla spalla una palestinese ad est di Khuza’a (Striscia di Gaza). Si registrano scontri all’ingresso settentrionale di Betlemme.

ore 10:00 La Jihad islamica esorta alla “rabbia popolare” e a scontrarsi con le forze israeliane in Cisgiordania e a Gaza

Le fazioni palestinesi esortano a protestare anche oggi. Una manifestazione è prevista a Gerusalemme alle 13

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Gerusalemme, 9 dicembre 2017, Nena News -Sono quattro i palestinesi uccisi ieri da Israele nella Striscia di Gaza. I primi due, Mahmoud al Masri e Maher Atallah sono morti in località diverse di Gaza durante le proteste contro la decisione di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme capitale d’Israele. Nel corso della notte sono stati uccisi Mohammad Safadi e Abdallah al Atal, durante i ripetuti raid aerei compiuti la scorsa notte dall’aviazione israeliana in seguito al lancio di tre razzi da Gaza verso la città di Sderot, uno dei quali è stato intercettato dal sistema Iron Dome.

Sono centinaia i palestinesi feriti ieri in Cisgiordania e Gaza, durante scontri con l’esercito israeliano e le manifestazioni contro Trump. In gran parte a causa dei gas lacrimogeni lanciati dai soldati israeliani. Nena News.

NENA NEWS PUBBLICA IL REPORTAGE PUBBLICATO OGGI DAL QUOTIDIANO IL MANIFESTO SULLE MANIFESTAZIONI DI IERI

Michele Giorgio

«Non ci sarà una nuova Intifada a causa di Trump», proclamava ieri un giornalista europeo in Via Dolorosa, nel cuore della città vecchia. «Lo escludo» aggiungeva un altro. «I palestinesi non hanno voglia di una nuova rivolta» interveniva un altro ancora. L’arrivo in corteo da Bab Qattanin di almeno trecento palestinesi, usciti dalla Spianata di al Aqsa urlando slogan contro Donald Trump, Israele e gli Accordi di Oslo, ha messo fine a questa gara di presunta competenza tra giornalisti stranieri che pensano di aver capito tutto di questa terra e dei suoi abitanti. «Al Quds (Gerusalemme) è araba, Al Quds è araba» scandivano, uomini e donne, vecchi e giovani, mentre avanzavano verso le decine di poliziotti israeliani in assetto antisommossa che li attendevano all’altezza dell’Ospizio Austriaco. Spintoni, grida, imprecazioni. Poi dal corteo è partita una sedia di plastica ed è scattata, pesante, la carica della polizia. Immediati due-tre arresti. Il corteo è arretrato mentre il proprietario della rosticceria “Basti” osservava sgomento la sua vetrina andata in frantumi sotto l’urto violento degli agenti di polizia e della folla in fuga.

Scontri e tafferugli sono andati avanti per ore anche sul piazzale davanti alla Porta di Damasco, l’ingresso principale della città vecchia di Gerusalemme, nella adiacente Musrara e in via Nablus. La polizia, aiutata dai mistaaravim (agenti “travestiti” da arabi), ha effettuato arresti “mirati” tra i giovani che osavano gridargli in faccia la loro rabbia. Alla fine di una giornata di tensione a Gerusalemme est si sono registrati alcuni feriti leggeri e diversi arresti. Più alto il bilancio nel resto dei Territori occupati. Centinaia di giovani palestinesi con il volto coperto dalla kufiah hanno affrontato soldati e guardie di frontiera al valico di Qalandiya, a Betlemme, Hebron, alla periferia di Ramallah in tante altre città e località della Cisgiordania. Gli incidenti più gravi ancora una volta si sono avuti a Gaza, lungo le linee di demarcazione con Israele. Un trentenne, Mahmoud al Masri, è stato ucciso da un colpo sparato dalle torrette israeliane contro un gruppo di manifestanti che si era radunato all’altezza di Khan Yunis. Per lui la morte è stata istantanea. Si è parlato anche di una seconda vittima palestinese ma ieri sera non c’era ancora la conferma. Alla fine della giornata il ministero palestinese della sanità ha parlato di circa 200 feriti (la tv al Jazeera dava un bilancio più alto), molti dei quali intossicati dai gas lacrimogeni. I media israeliani davano cifre più basse – e riferivano di alcuni poliziotti rimasti contusi – ma comunque confermavano decine di feriti palestinesi. In serata sono stati lanciati alcuni razzi da Gaza verso la cittadina israeliana di Sderot. Almeno uno di essi è stato intercettato dal sistema di difesa Iron Dome. Gli altri due sono caduti senza fare danni. Alcune ore dopo l’aviazione israeliana ha bombardato Gaza facendo almeno 10 feriti.

Ieri non sarà stato l’inizio della terza Intifada palestinese al quale si era appellato giovedì il leader del movimento islamico Hamas, Ismail Haniyeh, e non si sono visti nelle strade i numeri alti di manifestanti che si attendevano. Ma nessuno può escludere che la dichiarazione di Donald Trump possa innescare poco alla volta una ampia sollevazione palestinese. Dipenderà anche dal livello di repressione delle proteste che attuerà Israele. «Chiunque sposti la sua ambasciata a Gerusalemme occupata diventerà un nemico dei palestinesi e un obiettivo delle fazioni palestinesi. Dichiariamo l’Intifada fino alla liberazione di Gerusalemme», ha ribadito ieri Fathy Hammad, un leader di Hamas. E anche l’Anp del presidente Abu Mazen lascia sfogare le proteste. «Ai vertici palestinesi e intorno ad Abu Mazen regna una spaccatura profonda» ci spiegava ieri un esponente di Fatah che ha chiesto l’anonimato «due leader importanti come Jibril Rajub e Saeb Erekat chiedono di farla pagare all’Amministrazione e di tenere fuori dalla porta Mike Pence. Altri invece invocano moderazione e sostengono che non si può rinunciare al dialogo con gli Usa».

Tra i tanti governi e le tante istituzioni che in queste ore criticano o condannano il riconoscimento americano di Gerusalemme capitale di Israele, è significativa la presa di posizione per il rispetto del diritto  internazionale a Gerusalemme da parte della Chiesa cattolica e di altre altre Chiese. Il segretario di stato vaticano Pietro Parolin si è detto «preoccupato». Più forte la dichiarazione rilasciata dal Patriarcato latino (cattolico) di Gerusalemme. «Ogni soluzione unilaterale non può essere considerata una soluzione. Gerusalemme, infatti, è un tesoro dell’intera umanità…Gerusalemme è un unicum, è patrimonio del mondo intero…Ogni rivendicazione esclusiva – sia essa politica o religiosa – è contraria alla logica propria della città», è scritto nella nota del Patriarcato. Due giorni fa  i 13 leader cristiani di Gerusalemme, tra i quali padre Francesco Patton, custode francescano di Terra Santa, avevano chiesto agli Stati Uniti di continuare «a riconoscere l’attuale status internazionale di Gerusalemme».

Intervista all’attivista e membro del Pflp Leila Khaled: «È morta l’illusione sulla natura di Israele, progetto coloniale e razzista: la sola via d’uscita è una società laica e democratica. La sicurezza dei popoli si basa sulla lotta al capitalismo che trasforma i conflitti politici in conflitti settari e religiosi per annientare le cause giuste»

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 8 dicembre 2017, Nena News – «Gerusalemme è e resterà la capitale della Palestina; né Trump né tutta la potenza dell’esercito israeliano e dei coloni violenti e illegali potrà rompere questa connessione o cancellare l’identità araba della Gerusalemme occupata». Leila Khaled, storica attivista palestinese, membro del partito marxista Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (Pflp), non è spaventata dall’ultima mossa del presidente Trump.

Cosa significa per i palestinesi nell’immediato futuro la dichiarazione di Trump su Gerusalemme capitale di Israele?

La dichiarazione non sorprende, riflette il solito ruolo statunitense in relazione alla Palestina. Sono questo, partner chiave dell’occupazione israeliana in violazione dei diritti del nostro popolo. Gli Usa inviano tre miliardi di dollari l’anno all’esercito israeliano e la proclamazione del guerrafondaio e imperialista Trump sottolinea il ruolo nefasto giocato in Palestina e nella regione. Gerusalemme è e resterà la capitale della Palestina. E l’ondata di rabbia popolare tra i palestinesi e gli arabi in reazione a questa trovata colonialista mostra l’orrenda realtà del cosiddetto “processo di pace” guidato dagli Usa che ha portato solo devastazione al nostro popolo.

In questi giorni avrebbe dovuto essere in Italia ma l’ingresso le è stato impedito a seguito di pressioni politiche, ultima di una serie di censure contro eventi sulla questione palestinese. La Palestina fa paura?

Il rifiuto delle organizzazioni sioniste e dei gruppi di destra riflettono il loro permanente obiettivo di diffondere paura e odio. Non rappresentano la comunità ebraica nella sua interezza. Si tratta di gruppi politici sionisti che lavoravano attivamente per sopprimere l’organizzazione palestinese e diffondere razzismo. Combatterli è parte della più vasta battaglia anti-coloniale perché i colonizzatori cercano sempre di proiettare un’immagine del popolo oppresso come “spaventoso”, “barbaro”, “terrorista”. Noi dipendiamo dalla saggezza e la conoscenza delle masse, compreso il popolo italiano, per vedere oltre le bugie e lottare per la giustizia in Palestina e nel mondo. Le autorità possono impedirci fisicamente di raggiungere la nostra gente e i nostri amici in tutto il mondo, ma per fortuna la mia voce è stata ascoltata negli eventi previsti: ho partecipato con video conferenze alle iniziative di Cagliari, Roma e Napoli. Per noi, questa è vita quotidiana.

La cosa più importante è non accettarla e resistere in ogni possibile spazio che possiamo raggiungere per dire la nostra versione della storia, perché l’obiettivo del separarci dai movimenti di base è esattamente quello di sopprimere la narrativa palestinese e impedire che la nostra voce sia ascoltata. Ringrazio Udap (Unione democratica arabo-palestinese) e tutti per il supporto ricevuto da così tante organizzazioni e partiti politici, al di là delle nostre aspettative, da organizzazioni italiane, scrittori, sindacati e giornalisti.

Quest’anno i palestinesi commemorano due eventi che sono colonna portante dell’occupazione israeliana della Palestina storica: i 100 anni dalla dichiarazione Balfour e i 50 anni di occupazione militare dei Territori. Quel processo coloniale continua senza interferenze e quello che abbiamo di fronte è la creazione de facto di uno Stato unico, in cui un popolo gode di privilegi e diritti e un altro sotto un regime di apartheid. È la fine delle aspirazioni nazionali palestinesi?

È la fine delle illusioni sulla natura dello Stato di Israele e del progetto sionista. L’aspirazione del popolo palestinese a continuare la propria lotta per la libertà non cesserà mai. Negli ultimi decenni, hanno tentato di convincerci che Israele poteva essere un progetto democratico o un “partner” quando in realtà è un regime coloniale di insediamento, razzista e segregazionista. Chi nella “comunità internazionale” chiede ai palestinesi di sostenere la soluzione a due Stati allo stesso tempo non fa nulla per fermare la costruzione di colonie da parte di Israele, la confisca di terre, la demolizione di case, le diverse pratiche di pulizia etnica contro i palestinesi che si trovino a Haifa, Akka o Gerusalemme, senza contare Gaza.

Quello che è morto sono queste illusioni e la sola via d’uscita storica – che il Pflp sostiene – è la liberazione di tutta la Palestina storica e la creazione di una società democratica e laica, dove tutti vivano in eguaglianza, senza distinzione di colore, razza, sesso, religione o lingua. E siccome siamo convinti che uno “Stato” rappresenta una classe, noi siamo per il socialismo e uno Stato delle masse popolari, non uno Stato dei capitalisti, che siano essi palestinesi o israeliani.

Com’è possibile superare la divisione geografica e fisica del popolo palestinese realizzata da Israele? Oggi metà della popolazione palestinese nella Palestina storica ha meno di 20 anni: sono nati e cresciuti dopo gli Accordi di Oslo, con il muro e i checkpoint, impossibilitati a conoscersi. Una divisione che genera diverse forme di resistenza contro la stessa occupazione. Come i giovani possono superare tale divisione e ricostruire il movimento di liberazione nazionale, ucciso da Oslo e dall’indebolimento dell’Olp?

Una domanda molto importante. La nostra società, il nostro popolo è fatto di giovani e questo è un elemento di speranza in sé. I palestinesi hanno vissuto nella loro terra per migliaia di anni come un popolo unico, unito. La catastrofe vissuta nel 1948 – orchestrata e preparata – è stato proprio questo, lo sfollamento dalle terre dei palestinesi e l’impedimento al ritorno. Dopo il 1948 il nostro popolo si è ritrovato nei campi profughi in Libano, Siria, Giordania e in patria. Molti di loro sono migrati nei paesi del Golfo, in America Latina, Europa e Nord America, nel tentativo di vivere e fuggire dalla miseria e l’oppressione dell’esilio. Ci sono oltre 500mila palestinesi in Cile o che 250mila palestinesi sfollati vivono oggi come “internally displaced people” dentro Israele. Questa realtà è stata creata dai poteri coloniali e da Israele e il modo in cui i palestinesi possono unirsi è attraverso la loro rivoluzione e un progetto politico collettivo, un progetto di liberazione che assicuri diritti a tutti. E questi diritti vanno individuati, secondo noi, nel diritto al ritorno e nel diritto all’autodeterminazione sulla nostra terra, da praticare con volontà libera, scelte politiche e il futuro che scegliamo di costruire. Vale ancora oggi.

Creare isole e isolare enclavi di palestinesi è parte della creazione di uno stato di assedio che ogni segmento palestinese affronta. Tale assedio è orchestrato per restringere la loro abilità di combattere mentre cercano di sopravvivere – andare a scuola, mangiare, vivere. Si tratta di questioni esistenziali, individuali e collettive che impediscono ai palestinesi di mobilitarsi e combattere per la propria causa e la loro liberazione. I giovani palestinesi oggi sono alla ricerca di una nuova onda della permanente rivoluzione palestinese contro l’occupazione e per un progetto di liberazione. L’Olp ha bisogno di essere ricostruito interamente con le sue istituzioni – non dipendenti dall’Anp – e di essere guidato dai giovani e dalle donne che reclamano il proprio ruolo. Ricordo la mia energia e il mio entusiasmo da giovane, è lo spirito necessario a ricostruire il movimento di liberazione nazionale e direzionare la bussola palestinese, perché abbiamo bisogno di idee fresche, aria fresca e sangue fresco nelle vene della rivoluzione.

La sinistra palestinese, spina dorsale della resistenza nazionale, vive oggi una crisi? È ancora capace di formulare un’alternativa e di promuoversi tra i palestinesi, dentro la Palestina storica e nella diaspora?

Posso parlare del Pflp. Siamo consapevoli di vivere una crisi, già dal Quinto Congresso del Fronte nel 1993. Ci siamo detti che stavamo entrando in una crisi strutturale che includeva i livelli politico, militare, finanziare, teoretico. Quell’incontro è stato documentato, l’autocritica è disponibile. Non ci sono soluzioni magiche per uscire dalla crisi eccetto attraverso la lotta, su tutti i fronti. Siamo anche consapevoli di non poterci nascondere dietro le masse; al contrario, dobbiamo essere coinvolti con le masse perché il nostro popolo è il principale fattore di rinascita della sinistra palestinese, dobbiamo ascoltare il suo dolore e le sue domande. Ovviamente tale crisi non è separata dalla crisi del movimento di liberazione nazionale in Palestina e nella regione e da quello della sinistra nel mondo. Penso che sia tempo di superare la perdita dell’Unione Sovietica e del blocco socialista; è stato un momento critico ma dobbiamo andare oltre perché un mondo alternativo, per il quale combattiamo ancora, per cui tutta l’umanità combatte ancora, può essere realizzato attraverso il sostegno mutuale e la solidarietà internazionale che combatte ogni forma di oppressione, imperialismo, capitalismo, razzismo e sessismo.

Questo sottolinea il bisogno di un Fronte Popolare internazionale che ci coinvolga tutti. Sappiamo che l’autocritica è uno strumento rivoluzionario vitale, ma dovrebbe sempre essere praticato accanto alla lotta in sé contro le forze di oppressione e sfruttamento. Dobbiamo fare una differenza tra la perdita di un gruppo di Stati che una volta rappresentavano il socialismo e il movimento di persone nel mondo che guardano ad una società alternativa, un mondo più felice. E questo è l’obiettivo finale di tutti i rivoluzionari, dedicare la propria vita alla protezione dei bambini, la difesa dell’ambiente, la lotta al razzismo e al sessismo. Tutto ciò non va separato dalla lotta per la liberazione della Palestina. Sappiamo che costruire un movimento unito della sinistra è un compito complesso che può essere raggiunto solo da movimenti e individui rivoluzionari. Non so, forse abbiamo bisogno di un altro Lenin.

Come vede il processo di riconciliazione tra Hamas e Anp? Sembra manchi ancora una visione nazionale o una strategia comprensiva.

Qualsiasi strategia nazionale deve essere realizzata attraverso la resistenza e in un contesto di dialogo interno alla resistenza. Significa atti e pensieri, pratica e teoria, e non divisioni, scontri e violenza. La nostra posizione classica si basa sul termine “unità nazionale”. Pensiamo che quanto accaduto al Cairo, il dialogo tra diverse fazioni palestinesi, non sia abbastanza. I partiti rappresentano una porzione della società palestinese, ma qui c’è bisogno di un dialogo con tutti i settori e le organizzazioni, comprese quelle delle donne, i gruppi studenteschi e i giovani palestinesi. Come possiamo portare tutto il nostro popolo, di qualsiasi appartenenza, ad essere parte della discussione, parte vitale e importante molto di più delle fazioni?

Registriamo un gap tra il ruolo dei partiti e i bisogni della nostra gente e dobbiamo muoverci oltre per costruire un fronte unito nazionale. Ricordiamoci che Hamas e Fatah sono entrambi la destra del movimento di liberazione nazionale. Noi li vediamo come forze identiche, seppur si differenzino l’uno dall’altro. Dobbiamo rafforzare la sinistra del movimento di liberazione, ovvero il Pflp. Ricordate, un uccello non può volare solo con un’ala.

Israele è riuscito a dipingere la resistenza palestinese come forma di terrorismo islamista o jihadismo, una narrativa che la comunità internazionale ha accettato, accettando con essa il modello securitario israeliano contro specifici gruppi etnici e religiosi (come nel caso dei rifugiati in Europa). Quali sono gli strumenti in mano al movimento di liberazione per distruggere tale narrativa?

Israele ha sempre cercato di sfruttare l’alto livello di ignoranza che esiste oggi intorno all’Islam. Uguaglia l’Isis a organizzazioni come Hezbollah o Hamas, quando in realtà non hanno nulla a che fare e Hezbollah lo combatte sul campo mentre Israele ci condivide certi obiettivi. Tenta di proiettare un’immagine della resistenza come “islamista” e “jihadista”, sapendo dell’esistenza di un terreno fertile in Europa e nel mondo creato dalle forze fasciste e di destra (di cui alcune anche anti-ebraiche). Abbiamo visto crescere alleanze tra Israele e forze fasciste. Chiedo alla gente di leggere di più sui vari gruppi influenzati dall’Islam, perché sono tra loro molto diversi. È una generalizzazione fallace ingrandita da razzismo e colonialismo.

Voglio parlare su tre livelli differenti. Il primo è personale, non per egocentrismo ma perché la mia identità di laica, marxista, femminista in un’organizzazione di sinistra impegnata in azioni di resistenza diretta è un chiaro rifiuto di questo contesto. Gruppi come l’Isis o simili ci odiano quanto ci odia Israele. Oltre a ciò, Israele promuove la creazione e lo sviluppo di gruppi come l’Isis nella regione e condivide con loro obiettivi comuni di caos e distruzione. Israele tenta di fabbricare un’immagine falsa dei palestinesi e di venderla al mondo occidentale per poter dire che non siamo un popolo con una causa, dei diritti e una lotta giusta. Ma mi chiedo se davvero questa strategia funziona. La capacità della gente di verificare i fatti, nonostante tutte le fabbricazioni, la propaganda dei media e il lavaggio del cervello, è qualcosa che esiste ancora e può svelare queste bugie per quel che sono. Diversi mesi fa, c’è stata un’operazione palestinese a Gerusalemme contro i soldati israeliani. Le autorità israeliane sono subito corse a dire che era stato l’Isis, quando in realtà era stata realizzata da giovani che simpatizzavano per un gruppo laico di sinistra. L’Isis non esiste in Palestina e non ha mai attaccato Israele e i suoi interessi. L’Isis ha bruciato la bandiera palestinese.

In secondo luogo, i poteri coloniali cercando sempre un capro espiatorio per la crisi del sistema capitalista. Così ad esempio Trump con la sua campagna razzista contro gli afroamericani, i latini e i musulmani, prova a dire che sono “il problema” negli Stati uniti, mentre allo stesso tempo è partner dell’Arabia saudita, degli Emirati e di altri Stati reazionari che sostengono gruppi reazionari violenti in Siria. La crisi del sistema capitalista in Europa e negli Usa ha sempre cercato questi capri espiatori, come accadde durante l’era nazista e fascista in Europa attraverso l’uso di campagne razziste cominciate con discorsi di odio, articoli e libri che portarono a uccisioni di massa e all’Olocausto. Oggi, Israele tenta di usare i crimini del nazismo come giustificazione ai suoi stessi progetti razzisti di uccisione e esclusione e si appropria falsamente dell’eredità “della difesa del popolo ebraico” quando altro non è che un progetto coloniale razzista per l’espulsione dei palestinesi.

Terzo, i rifugiati sono costretti a venire in Europa per una ragione: le loro storie non cominciano quando arrivano sulle vostre coste. Eventi politici li spingono lì – massacri, interventi militari occidentali, dittature, bombardamenti. Un esempio classico è la storia delle relazioni tra Italia e Libia. I paesi occidentali sono guidati da una classe dirigente feroce che porta avanti una guerra contro il mondo arabo per il petrolio e il profitto. Quando si studia la storia di paesi come l’Iraq e la Siria, si viene a sapere che centinaia di migliaia di iracheni, siriani, afghani sono stati costretti a lasciare il proprio paese da guerre imposte su di loro. La gente non migra perché vive sotto una dittatura: migra per sopravvivere alle guerre. L’Europa ha una grande responsabilità, accanto a quella Usa e dei paesi arabi reazionari, nel creare queste guerre. Quando l’Europa sostiene le politiche di intervento promesse dagli Usa non deve poi aspettarsi altro.

La sicurezza delle persone di tutte le nazionali si fonda sulla lotta al capitalismo. Trasformare i conflitti politici in conflitti religiosi e settari beneficia solo l’imperialismo, perché cancella i diritti delle persone e le loro cause giuste e sposta la discussione su un piano vago, vuoto e superficiale. Questo è quello che vogliono i nostri nemici. I conflitti ci sono a causa di reali interessi – politici, economici e sociali – e non perché si è nati ebrei, musulmani o cristiani. Dovremmo considerare questa la base di un pensiero scientifico e di analisi.

Voglio approfittare di questa occasione per ringraziare il manifesto per avermi intervistato e per aver dato spazio alla nostra voce. Incoraggiamo i lettori a mobilitarsi per costruire un movimento forte e progressista che confronti il capitalismo, l’imperialismo e l’austerità e combatta per un’Italia democratica e socialista. Sappiamo che avete la vostra battaglia e vi sosteniamo.

Manifestazioni previste in tutta la Palestina storica dopo la preghiera del venerdì. Hamas chiama alla Terza Intifada nel 30° anniversario della Prima. Tel Aviv approfitta della dichiarazione di Trump per mettere sul tavolo 14mila nuove case per coloni

La manifestazione di ieri a Nablus (Foto: Maan News)

AGGIORNAMENTI:

ore 11.15 – Controlli della polizia nella Spianata delle Moschee

Sono in corso in questo momento gli ingressi dei palestinesi di Gerusalemme nella Spianata delle Moschee, per la tradizionale preghiera del venerdì. La polizia controlla gli ingressi. Foto e video di Nena News

Spianata delle Moschee

 

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della redazione

Roma/Gerusalemme, 8 dicembre 2017, Nena News – La giornata di ieri si è conclusa con oltre cento feriti tra Gaza e Cisgiordania, colpiti da proiettili rivestiti di gomma e proiettili veri o intossicati dai gas lacrimogeni. Per tutto il giorno i negozi hanno tenuto le saracinesche abbassate, scuole, università e uffici pubblici hanno osservato la chiusura: lo sciopero generale indetto mercoledì sera – a pochi minuti dalla dichiarazione del presidente statunitense Trump che riconosceva Gerusalemme come capitale d’Israele – ha coinvolto davvero tutti.

Ramallah, Betlemme, Salfit, Tulkarem, Jenin, Qalqiliya, Hebron, Gerusalemme: le piazze si sono riempite. A Gaza le manifestazioni sono iniziate ieri mattina, i manifestanti hanno marciato verso il confine con Israele, zona interdetta unilateralmente dalle autorità israeliane: i soldati hanno aperto il fuoco contro i palestinesi, ferendone almeno nove di cui alcuni in modo grave. E in serata la Striscia è stata colpita da numerosi raid dell’aviazione israeliana in risposta al lancio di un missile che non ha provocato danni. 

Ma è per oggi che si attendono le tensioni maggiori: è il “Giorno della Rabbia” in tutti i Territori e nello Stato di Israele. Dopo la preghiera del venerdì, manifestazioni sono previste ovunque in Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme e nelle città palestinesi dentro Israele, Kufr Qassem, Jaljulia, Baqa el Gharbie, Kufr Karaa, Umm al Fahem, Tarma, Kufr Qanna. E domani si prosegue con manifestazioni a Rahat, al Renee, Arrabe, Majdal Krum e Taibe, mentre domenica gli studenti palestinesi manifesteranno all’università di Tel Aviv.

Un palestinese arrestato a Hebron (Foto: Maan News)

Le autorità israeliane hanno incrementato ulteriormente la presenza militare in Cisgiordania e a Gerusalemme est, inviando centinaia di poliziotti e soldati. “Diverse centinaia di poliziotti e poliziotti di frontiera sono stati dispiegati dentro e nei pressi della Città Vecchia”, ha fatto sapere il portavoce della polizia, Micky Rosenfeld.

Sul piano politico reagiscono i principali partiti palestinesi: Hamas ha chiamato ieri alla Terza Intifada – oggi, 8 dicembre, è il trentesimo anniversario dallo scoppio della Prima - con il leader Haniyeh che ha fatto sapere di aver “dato istruzioni a tutti i membri di Hamas ad essere pronti a confrontare questo nuovo pericolo che minaccia Gerusalemme e la Palestina”. Ha poi fatto appello al presidente dell’Autorità nazionale palestinese – con cui Hamas è in fase di riconciliazione – perché interrompa subito il coordinamento alla sicurezza con lo Stato di Israele e il dialogo con gli Stati Uniti.

Da parte sua, Abu Mazen è stretto tra due fuochi: dopo aver condannato la decisione di Trump e ordinato il ritiro dei rappresentanti dell’Olp negli Stati Uniti, è corso ad Amman per discutere nuove mosse con il re Abdallah di Giordania, ma sembra incapace di compiere una vera rottura, agitando così anche la base di Fatah stanca di negoziati infiniti senza via d’uscita. Più dura la leadership del partito con Jibril Rajoub, ex uomo forte dei servizi di sicurezza, che ha annunciato il boicottaggio degli incontri con rappresentanti Usa in visita nella regione: “Non accoglieremo il vice di Trump [il vice presidente Mike Pence, ndr]. Ha chiesto di incontrare Abbas il 19 di questo mese a Betlemme: quell’incontro non si terrà”, ha detto Rajoub.

Chi approfitta subito delle parole di Trump è il governo israeliano: ieri il ministro dell’Abitazione, Yoav Gallant, membro del partito di destra Casa Ebraica, ha detto che presenterà la prossima settimana al consiglio dei ministri il piano di costruzione di 14mila nuove case per coloni, di cui 6mila a Gerusalemme est. Nena News

 

Il termine apartheid viene spesso utilizzato con riferimento alla situazione dei palestinesi sotto occupazione. Yara Hawari studia l’applicazione del termine alla situazione dei cittadini palestinesi di Israele, focalizzandosi su cittadinanza, territorio, educazione e politica. E si chiede se tale analisi possa contribuire alla promozione dei diritti di tale comunità e al contrasto della divisione tra i palestinesi nel loro insieme

Il villaggio di Al Araqib, nel deserto del Naqab, distrutto dalle autorità israeliane centinaia di volte

di Yara Hawari – Al Shabaka
(Traduzione di Elena Bellini)

Ramallah, 8 dicembre 2017, Nena News – Alcune figure di spicco del panorama internazionale hanno definito “apartheid” la realtà della Cisgiordania, facendo riferimento a elementi di segregazione come le strade per soli coloni, gli insediamenti fortificati e il muro di separazione. Nel suo libro “Peace Not Apartheid” del 2006, l’ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter ha applicato il termine nello specifico ai Territori Palestinesi Occupati (Opt), mentre John Kerry nel 2014 ha avvisato che Israele “potrebbe” diventare uno Stato di apartheid nel caso in cui non si realizzasse la soluzione dei due Stati.

Più di recente, però, alcune voci eminenti hanno utilizzato il termine riferendosi alla situazione dei cittadini palestinesi di Israele. Jodi Rudoren, ex capo della redazione di Gerusalemme del New York Times, ha dichiarato: “Io… penso che la questione dell’apartheid riguardi più il modo in cui vengono trattati gli arabo-israeliani (cittadini palestinesi di Israele) all’interno di Israele”. All’inizio di quest’anno, La Commissione Economica e Sociale per l’Asia Occidentale (Escwa) ha pubblicato un rapporto in cui dichiara che Israele, fin dall’inizio, “ha stabilito un regime di apartheid che controlla il popolo palestinese nel suo insieme”, intendendo con palestinesi non solo quelli dei Territori Occupati, ma anche quelli in esilio e quelli che risiedono in Israele.(1)

Il presente documento di sintesi analizza il concetto di apartheid applicato ai cittadini palestinesi di Israele, focalizzandosi in particolare su cittadinanza, territorio, educazione e politica. Conclude proponendo strategie su come utilizzare tale analisi per promuovere i diritti dei cittadini palestinesi e per contribuire a contrastare la disgregazione del popolo palestinese.

Apartheid: gli esordi

Il diritto internazionale consuetudinario e lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale definiscono l’apartheid come “gli atti disumani… commessi nel contesto di un regime istituzionalizzato di oppressione sistematica e di dominazione da parte di un gruppo razziale su altro o altri gruppi razziali, ed al fine di perpetuare tale regime”.

Anche se molti associano l’apartheid al Sudafrica, la definizione è applicabile universalmente e questo mette in discussione l’idea errata che l’apartheid sia stato un evento eccezionale e da allora concluso. La definizione permette anche di considerare l’apartheid come un sistema che può assumere diverse caratteristiche e che si manifesta con varie modalità, tra cui quella economica (si veda Rethinking Our Definition of Apartheid, secondo cui l’apartheid in Sudafrica non è ancora finita).

Mentre 750mila palestinesi venivano espulsi dai confini del neonato Stato ebraico nel 1948, 150mila palestinesi sopravvissero e furono sottoposti alla legge marziale per circa 20 anni. Questo periodo, conosciuto come governo militare, trovava fondamento nei Regolamenti d’Emergenza del 1945, introdotti dalle autorità del Mandato Britannico, che se ne servirono per controllare gli arabi della Palestina. Le normative limitavano ogni aspetto della vita dei palestinesi nel nuovo Stato, incluse la libertà di movimento e la libertà di espressione politica.

In questo periodo vi fu una massiccia appropriazione di terre, grazie alla Absentee Property Law (Legge sulla Proprietà degli Assenti) approvata dalla Knesset nel 1950. La legge è ancora oggi lo strumento principale attraverso cui Israele confisca terre, anche a Gerusalemme Est (2). La normativa permette allo Stato di confiscare proprietà a chiunque abbia lasciato il proprio luogo di residenza tra il 29 novembre 1947 e il 19 maggio 1948. Questa e altre leggi, tra cui quelle che compongono la Legge Fondamentale – che funge tuttora da Costituzione israeliana – hanno codificato l’apartheid nel sistema legislativo. Queste leggi affermano anche la dottrina fondante di Israele: supremazia ebraica in uno Stato ebraico, con discriminazione di tutti gli altri.

Anche se il regime militare è stato abolito nel 1966, la comunità palestinese continua a essere considerata una potenziale minaccia demografica alla natura dello Stato. Israele, quindi, ha mantenuto sia la segregazione che l’emarginazione dei palestinesi. Oggi, i palestinesi di Israele sono 1,5 milioni, un quinto della popolazione totale. Non c’è stato alcun tentativo di assimilarli nella struttura coloniale, come invece in altri casi di regimi coloniali. L’obiettivo di assicurare a Israele una natura esclusivamente ebraica ha marginalizzato i cittadini palestinesi, che continuano a sopravvivere.

Cittadinanza come sistema di apartheid

Si dice spesso che i palestinesi in Israele sono cittadini “di seconda classe”, ma questa espressione non riflette la realtà. Anche se ai palestinesi rimasti entro i confini del nuovo Stato venne concessa la cittadinanza israeliana, questa non è mai stata usata come meccanismo di inclusione. E questo perché in Israele, a differenza che nella maggior parte dei paesi, cittadinanza e nazionalità sono termini e categorie distinte.

Mentre esiste qualcosa come la cittadinanza israeliana, non c’è una nazionalità israeliana; la nazionalità viene definita, piuttosto, secondo criteri etnico-religiosi. Israele individua 137 possibili nazionalità, tra cui ebrei, arabi, drusi, che vengono registrate sulle carte d’identità e in banche dati. Dal momento che lo Stato si autodefinisce costituzionalmente “ebraico”, chi ha nazionalità ebraica ha la meglio sulla popolazione non ebraica (per lo più palestinese).

Visto che la Nazione Ebraica e lo Stato di Israele sono considerati un tutt’uno, l’esclusione dei cittadini non ebrei è una logica conseguenza. Il rapporto dell’Escwa spiega che la differenziazione tra cittadinanza e nazionalità consente un sofisticato e velato sistema razzista non necessariamente riconoscibile dall’ignaro osservatore. Il sistema divide la popolazione in due categorie (ebrei e non ebrei), incarnando l’esatta definizione di apartheid. I cittadini palestinesi sono dunque definiti come “arabi israeliani”, un termine che è divenuto comune nei media mainstream. Oltre a fungere da elemento del sistema binario di esclusione, questo termine mira a negare l’identità palestinese di questi cittadini, permettendo nel contempo a Israele di dipingersi come Stato variegato e multiculturale. Tutto ciò si concretizza nell’accesso alla terra, agli alloggi e all’istruzione, come si vedrà di seguito.

Sia i cittadini palestinesi che gli ebrei israeliani hanno portato svariate volte la questione di cittadinanza e nazionalità davanti al giudice. Mentre i palestinesi l’hanno fatto per tentare di guadagnare pieni diritti all’interno dello Stato, gli ebrei israeliani solitamente hanno chiesto di rinunciare all’identità etnico-religiosa. Finora la Corte Suprema israeliana ha rigettato tutte le petizioni volte a far cambiare la legge perché la nazionalità israeliana si aprirebbe tecnicamente all’inclusione di cittadini non ebrei e ciò metterebbe in discussione il fondamento sionista di Israele come Stato-nazione ebraico.

Segregazione e privazione della terra

Anche l’organizzazione territoriale all’interno di Israele è una dimostrazione di apartheid. La maggior parte dei cittadini palestinesi di Israele vive in villaggi e città “per soli arabi”, solo pochi abitano in “città miste”. Tale segregazione non è accidentale né è un modello residenziale “naturale”. Un rapido esame svela l’obiettivo israeliano: concentrare la massima quantità di arabi palestinesi nel minor spazio possibile.

I villaggi sopravvissuti alla pulizia etnica del 1948 hanno visto la maggior parte delle loro terre confiscate, e da allora non è permessa alcuna espansione. Il risultato è che i villaggi e le città arabe soffrono di un pesante sovraffollamento e non vi è alcuna possibilità di miglioramento attraverso lo sviluppo o la crescita. Inoltre, dal 1948, non una singola città araba è stata costruita, né un villaggio.

Se i palestinesi lasciano le loro città e i villaggi d’origine, viene loro impedito l’acquisto o l’affitto di terre, principalmente per due meccanismi: i comitati di ammissione e il Fondo Nazionale Ebraico (Jnf) e le politiche discriminatorie delle autorità statali. Le comunità rurali possono istituire comitati d’ammissione che valutano la “compatibilità sociale” di potenziali residenti, spianando la strada al rifiuto “legalizzato” dei richiedenti palestinesi perché non sono ebrei. L’Alta Corte ha difeso questa pratica nonostante i ricorsi contro di essa.

La Israel Land Authority (conosciuta come Israel Land Administration fino al 2009) è stata incaricata fin dall’inizio di portare avanti il mandato del Fondo Nazionale Ebraico e agire come custode della terra di Palestina per il popolo ebraico, nonché operare secondo lo Statuto del 1952 dell’Organizzazione Sionista Mondiale – Agenzia Ebraica, la cui principale funzione è riunire e trasferire in Israele la comunità ebraica mondiale.

I piani regolatori urbani e rurali e l’organizzazione del territorio, quindi, preservano la supremazia del carattere ebraico dello Stato e supportano la narrativa sionista. L’obiettivo del National Master Plan, formulato in base alla Planning and Building Law del 1965, ribadisce questa politica: “Sviluppare spazi in Israele in un modo che permetta di raggiungere gli obiettivi della società israeliana e delle sue diverse componenti, di realizzarne il carattere ebraico, di assimilare gli immigrati ebrei e mantenere il carattere democratico”.

Questa ideologia e le politiche che la promuovono hanno avuto conseguenze devastanti per gli spazi palestinesi entro i confini del 1948. In Galilea, dove i palestinesi sono la maggioranza, il governo israeliano ha portato avanti tentativi circostanziati di “giudaizzazione” della regione. Tra questi, il circondare i villaggi palestinesi di insediamenti israeliani per prevenire la contiguità territoriale, svelando così la preoccupazione dello Stato per l’aspetto demografico, e specialmente la paura dell’aumento della popolazione palestinese. Questa ossessione israeliana si è concretizzata anche in continue deportazioni e ricollocazioni forzate di decine di migliaia di beduini palestinesi nel Naqab (Negev).

Sono 90mila i beduini che vivono in “villaggi non riconosciuti”: Israele, cioè, considera illegali i villaggi e i loro abitanti “intrusi” nel territorio dello Stato. La classificazione di “illegale”deriva innanzitutto dal fatto che molti dei villaggi sono preesistenti alla nascita di Israele, e la consuetudine beduina stabilisce la proprietà della terra. Relativamente ai restanti villaggi, i beduini li fondarono dopo essere stati espulsi dalle terre dei loro antenati nel 1948, e non sono “autorizzati” dallo Stato. In questo modo, Israele fa appello alla legalità per privare molti beduini del Naqab di servizi di base come acqua ed elettricità e, in molti casi, demolisce anche i villaggi.

Il fatto che palestinesi e ebrei vivano in spazi separati rende più semplice per Israele privare i palestinesi di servizi ovunque entro i confini del 1948. Le istituzioni semi-governative che hanno a che fare con l’allocazione delle risorse favoriscono tale privazione. Queste istituzioni sono organismi ebraici o sionisti, tra cui l’Agenzia Ebraica e l’Organizzazione Sionista Mondiale, e il loro mandato è mettersi a disposizione del popolo ebraico e preservare il carattere sionista dello Stato. Il risultato è che negano risorse ai palestinesi nello stesso modo in cui ai palestinesi è negato lo spazio, sulla base del fatto che non sono ebrei. Anche se molti Paesi hanno una distribuzione di terre e di risorse ineguale e ingiusta, è raro che tali politiche siano sancite dalla legge in modo così esplicito come in Israele.

(continua)
Note:
1. Il rapporto dell’ESCWA dichiara che “Israele ha stabilito un regime di apartheid che opprime il popolo palestinese nel suo insieme… Israele è colpevole di politiche e pratiche che costituiscono il crimine di apartheid come giuridicamente definito dal diritto internazionale”.
2. Un caso recente è stato il tentativo di espulsione, nel 2014, della famiglia Ghait-Sub Laban, che viveva nella propria casa di Gerusalemme Vecchia da 60 anni.

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Yara Hawari è ricercatrice per le politiche palestinesi di Al-Shabaka – The Palestinian Policy Network. Studiosa e attivista anglo-palestinese, i suoi scritti sono una costante fonte di informazione grazie al suo impegno per la decolonizzazione. Nata in Galilea, Yara ha passato la vita tra la Palestina e la Gran Bretagna. Attualmente è all’ultimo anno di dottorato allo European Centre for Palestine Studies dell’Università di Exeter. La sua tesi prende in esame progetti e iniziative di storia orale in Galilea, e più in generale la storia orale come forma autoctona di produzione del sapere. Yara è anche assistente universitaria e lavora come come giornalista freelance per vari organi di stampa, tra cui The Electronic Intifada e The Independent.

Il presidente Usa ha mantenuto la promessa fatta a Israele. «Usa non più mediatori, Gerusalemme sarà la capitale eterna della Palestina» gli risponde Abu Mazen. Ondata di condanne e proteste da ogni angolo del mondo per un passo che rischia di far sprofondare il Medio oriente oltre a negare i diritti dei palestinesi

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 7 dicembre 2017, Nena NewsDiciassette anni dopo un’altra “passeggiata”, quella di Donald Trump sul diritto internazionale e sulla risoluzione 181 dell’Onu, ha deciso il destino di Gerusalemme.

Il riconoscimento esplicito che Trump ha fatto di Gerusalemme capitale di Israele incide sulla pietra il futuro della città, offerta su di un piatto d’argento a Israele. Per la Casa Bianca la sovranità sulla città delle tre fedi monoteistiche, dalla storia millenaria, che tante suggestioni e passioni genera in milioni di persone in tutto il mondo, appartiene solo a Israele. È in malafede chi descrive il passo di Trump come “simbolico”. Al contrario è sostanziale e inserito nel nuovo scacchiere regionale che l’Amministrazione Usa intende costruire con i suoi principali alleati, Israele e Arabia saudita, e sul quale i palestinesi sono una pedina insignificante.

Trump ha provato a spiegare la sua decisione come la constatazione di una realtà consolidata, come un passo che gli Usa avrebbero dovuto muovere da lungo tempo. «Riconosciamo l’ovvio: che Gerusalemme è la capitale di Israele. Non è altro che un riconoscimento della realtà», ha detto aggiungendo che gli Usa restano «impegnati per facilitare un accordo di pace accettabile da entrambe le parti». E si è vagamente espresso a favore di «una soluzione a Due Stati» se, ha subito precisato, «concordata dalle parti». I suoi predecessori, ha aggiunto, hanno ripetutamente congelato il trasferimento dell’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme, deciso dal Congresso, con l’idea che ciò avrebbe favorito il processo di pace tra israeliani e palestinesi. Secondo Trump questa politica è stata fallimentare ed è venuto il momento di cambiare approccio.

Ha perciò annunciato l’avvio dei lavori per la costruzione della nuova ambasciata Usa a Gerusalemme, che secondo il presidente sarà «un magnifico tributo alla pace». Ha espresso sostegno al mantenimento dello status quo dei luoghi santi di Gerusalemme, e, infine, dopo aver appiccato il fuoco della rabbia di palestinesi, ha lanciato un appello alla moderazione. «La pace non è mai al di fuori della portata di chi vuole raggiungerla, quindi oggi chiediamo calma, moderazione e tolleranza affinchè ciò prevalga su chi semina odio. Dio benedica gli israeliani, Dio benedica i palestinesi».

Recitare il ruolo del moderato e pacifista è stato facile per il primo ministro israeliano Netanyahu sazio di una vittoria decisiva. «È un giorno storico» ha commentato intervenendo in tv subito l’annuncio fatto dal presidente Usa. «La decisione di Trump – ha aggiunto Netanyahu – è un passo importante verso la pace, perché non ci può essere alcuna pace che non includa Gerusalemme come capitale di Israele». E in linea con le parole dell’alleato americano ha assicurato che «non ci sarà alcun cambiamento nello status quo dei luoghi santi. Israele garantirà sempre libertà di culto a ebrei, cristiani e musulmani».

Frasi con ogni probabilità non indirizzate ai palestinesi ma ai nuovi alleati arabi, alle monarchie sunnite. Gerusalemme ormai è nostra, ha fatto capire Netanyahu, accettatelo e noi non vi imbarazzeremo davanti alle vostre popolazioni. Anzi collaboreremo ancora più convinti contro il nemico comune, l’Iran. Poi è stata solo festa, simboleggiata dalle bandiere di Israele e Stati Uniti proiettate sulle mura antiche della città vecchia di Gerusalemme, occupata da Israele nel 1967. In quello stesso momento migliaia di palestinesi, soprattutto a Gaza, manifestavano contro gli Stati uniti e Israele. Oggi è prevista un’altra giornata “della rabbia” e di scioperi di protesta ma le ore più calde delle proteste si vivranno con ogni probabilità domani, dopo le preghiere islamiche del venerdì.

In tarda serata è intervenuto il presidente palestinese Abu Mazen, apparso esausto davanti alle telecamere. «La decisione di Trump in contrasto con le risoluzioni internazionali equivale a una rinuncia da parte degli Stati uniti del ruolo di mediatori di pace» ha affermato accusando la Casa Bianca di aver fatto un «regalo» a Israele che ora, ha previsto, si sentirà incoraggiato a proseguire l’espansione delle colonie ebraiche nei Territori palestinesi occupati. Poi ha proclamato perentorio che «Gerusalemme rimarrà la capitale eterna dello Stato di Palestina».

Simili le dichiarazioni dei maggiori esponenti dell’Olp. Non sono molte le carte a disposizione di Abu Mazen. Sente però di dover insistere sull’unità dei palestinesi. «L’unità – ha detto prima del discorso di Trump – è la vera risposta a tutti i tentativi volti a violare i nostri diritti». Ma il suo tempo forse è scaduto. Nello stesso Fatah, il suo partito, cresce il dissenso verso la linea della moderazione. I prossimi mesi saranno decisivi.

Dichiarazioni di condanna o di critica dell’annuncio di Trump su Gerusalemme sono giunte da ogni parte del mondo, dall’Unione europea alla Russia, dalla Giordania alla Turchia, fino al Vaticano. «Tutte queste proteste sono come gli avvertimenti per la salute dei fumatori sui pacchetti di sigarette che intanto si continuano a fabbricare», ha commentato con amarezza il poeta palestinese Ibrahim Nasrallah.

E’ stato il leader del movimento islamico a lanciare l’appello alla rivolta domani, in occasione del 30esimo anniversario dell’inizio della prima Intifada. Netanyahu ostenta sicurezza: altri Paesi pronti a seguire gli Stati Uniti. Oggi sciopero generale nei territori occupati palestinesi

AGGIORNAMENTI

ore 11.45 – Israele dispiega altre truppe nei Territori Occupati, feriti a Gaza

In previsione delle manifestazioni di protesta e lo sciopero generale dichiarato nei Territori, le autorità israeliane hanno aumentato la presenza militare in Cisgiordania e a Gerusalemme est e definito le misure “parte della preparazione dell’esercito per possibili sviluppi”. Nella notte, intanto, le forze militari hanno arrestato almeno 36 palestinesi in Cisgiordania, a Nablus, Hebron, Betlemme, Ramallah, Salfit e Jenin.

Palestine Tv riporta di un ferito da colpi di proiettile nella Striscia di Gaza e manifestanti intossicati da gas lacrimogeni nella zona di Khan Younis, al confine con Israele

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della redazione

Gerusalemme, 7 dicembre 2017, Nena News - Il giorno dopo il riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele da parte di Donald Trump, il premier israeliano Benyamin Netanyahu ostenta serenità e, più di tutto, fiducia nel futuro. E’ convinto  che ora che gli Stati Uniti hanno aperto la strada, non tarderanno altri Paese a trasferire la loro ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme unendosi al riconoscimento della città come capitale dello Stato ebraico.

“Siamo in contatto con altri Paesi che accetteranno il riconoscimento (fatto dagli Usa), non ho dubbi che non appena l’ambasciata statunitense sarà portata a Gerusalemme, altri Stati faranno altrettanto”, ha detto Netanyahu questa mattina durante un incontro al ministero degli esteri israeliano.

 Le Filippine potrebbero essere il primo Paese a seguire gli Stati uniti, riporta oggi il quotidiano di Tel Aviv Haaretz che ricorda come la Repubblica Ceca sia pronta a riconoscere Gerusalemme Ovest, la parte ebraica della città, capitale di Israele.

La rabbia intanto cresce tra i palestinesi e oggi il leader di Hamas, Ismayl Haniyeh, ha invitato a iniziare domani, in occasione del venerdì delle preghiere islamiche e del 30esimo anniversario dell’inizio della prima Intifada contro l’occupazione israeliana, “una nuova Intifada per la liberazione di Gerusalemme”. In diretta tv, Haniyeh ha detto che questa sollevazione contro Israele sarà chiamata “Intifada per la liberazione di Gerusalemme”, e  ha aggiunto “Come abbiamo liberato Gaza siamo in grado di liberare Gerusalemme…Il riconoscimento (americano) di Gerusalemme quale capitale di Israele è una dichiarazione di guerra nei nostri confronti. Perciò invitiamo tutti i palestinesi, tutta la nazione islamica e gli uomini liberi a manifestare domani perché tutta la Palestina unita è nostra così come tutta Gerusalemme”.

E’ improbabile che queste dichiarazioni siano state concordate con il presidente palestinese Abu Mazen che, attraverso il suo partito Fatah, ha avviato con Hamas un processo di riconciliazione nazionale. Fatah ieri pur manifestando forte rabbia per la dichiarazione fatta da Trump, ha esortato i palestinesi a manifestare pacificamente e a non scegliere la strada della violenza. Oggi gli abitanti nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est aderiscono allo sciopero generale indetto da partiti e movimenti palestinesi. A Gaza nel primo pomeriggio sono previste nuove manifestazioni di protesta.

Intanto otto paesi, fra cui l’Italia, hanno chiesto una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu entro la fine di questa settimana per discutere del riconoscimento unilaterale di Gerusalemme capitale di Israele da parte di Trump. Si tratta di Bolivia, Egitto, Francia, Senegal, Svezia, Gran Bretagna e Uruguay e, appunto, l’Italia. I paesi hanno anche chiesto alla presidenza del Consiglio di sicurezza un intervento del segretario generale Antonio Guterres.

Una ondata di condanne al passo fatto dal presidente americano arriva in queste ore anche dai leader dei paesi del Sud-est asiatico. “Invito i musulmani di tutto il mondo a far sentire la loro voce, a esprimere con chiarezza la loro forte opposizione a qualunque riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, ora e per sempre”, ha dichiarato il premier malesiano, Najib Razak. Il capo di stato dell’Indonesia, Joko Widodo, ha condannato a sua volta la decisione della Casa Bianca. “L’Indonesia condanna con forza” il riconoscimento Usa di Gerusalemme come capitale di Israele, ha detto oggi il leader del piu’ popoloso stato a maggioranza musulmana al mondo, in occasione di una conferenza a Bogor. L’Indonesia ha fatto sapere che “sarà sempre al fianco della Palestina”. Il ministero degli esteri di Singapore ha ribadito  il futuro status di Gerusalemme dovrebbe essere deciso tramite negoziati diretti da israeliani e palestinesi. Nena News

INTERVISTA. Parla lo storico Salim Tamari: «Trump senza volerlo danneggia chi oggi festeggia. La sua dichiarazione ha ridato slancio alla battaglia per i diritti palestinesi sulla Città Santa»

foto di Hadas Parush/Flash90

di Michele Giorgio

Gerusalemme, 7 dicembre 2017, Nena News – La storia passata e recente di Gerusalemme e la rilevanza della città per ebrei, musulmani e cristiani sono al centro dell’attenzione dopo la dichiarazione di Donald Trump volta a realizzare soltanto le aspirazioni di Israele. Su questi temi abbiamo intervistato Salim Tamari, sociologo e storico di Gerusalemme. Direttore dell‘Institute of Jerusalem Studies e della rivista internazionale Jerusalem Quarterly, Tamari dopo la conferenza di Madrid del 1991 ha partecipato all’unico negoziato ufficiale – senza alcun risultato – tenuto sino ad oggi da arabi e israeliani sul diritto al ritorno per i profughi palestinesi della guerra del 1948.

 

La maggior parte degli israeliani quando parla di Gerusalemme sottolinea esclusivamente il legame della città con l’Ebraismo e il premier Netanyahu (ieri) ha descritto la dichiarazione di Trump come un’enfasi dell’identità storica e nazionale d’Israele. Eppure Gerusalemme ha uguale importanza per i palestinesi e gli arabi e per i musulmani e i cristiani in tutto il mondo.

Per gli arabi Gerusalemme non è solo una identità. E’ stata ed è il luogo della passione di Cristo e di preghiera per i palestinesi cristiani. E per i musulmani Gerusalemme è la città del viaggio notturno di Maometto e il sito della Spianata di al Aqsa, il terzo luogo santo dell’Islam. Pertanto i sentimenti e l’attaccamento degli arabi e dei palestinesi, che sono musulmani e cristiani, per Gerusalemme non sono meno importanti e significativi di quelli che provano gli ebrei. La storia di Gerusalemme parla chiaro, Israele non può manipolarla come crede e, in definitiva, non può vantare sulla città un diritto esclusivo.

Intanto Trump, contro le risoluzioni internazionali e a rischio di scatenare una grave crisi, l’ha riconosciuta come capitale di Israele e l’ambasciata americana, presto o tardi, sarà trasferita da Tel Aviv a Gerusalemme. Cosa cambia in concreto la dichiarazione del presidente Usa.

Siamo di fronte ad una svolta della posizione americana (su Gerusalemme) che in termini pratici non cambia molto rispetto alla situazione che già conosciamo. Sul terreno vedremo manifestazioni di collera di palestinesi e arabi contro questa azione di forza degli Stati uniti ma i riflessi maggiori a mio avviso si avranno sullo status di Washington nella mediazione tra israeliani e palestinesi. Il riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele manda in mille pezzi la posizione mantenuta dagli Usa per decenni, ossia che lo status della città sarebbe stato definito da negoziati finali tra israeliani e palestinesi. Gli Stati uniti, ancora più di prima, non hanno i titoli e la credibilità per presentarsi come mediatori tra le due parti.

 

Siamo giunti alla fine del processo diplomatico che proprio gli Stati uniti avevano avviato a Madrid e che nel 1993 era confluito negli accordi che Israele e Olp avevano in segreto raggiunto in Oslo.

Questa iniziativa statunitense, basta guardasi intorno, è fallita da lungo tempo. E Trump già da un anno si muove fuori dal percorso tracciato dai suoi predecessori dopo Oslo. A inizio anno ha mandato in pensione la soluzione a Due Stati, Israele e Stato palestinese, che è stata la colonna portante del negoziato sostenuto in particolare da Usa e Europa. Il presidente americano lavora al suo “Grande accordo” tra Israele e mondo arabo e procede seguendo linee diverse da quelle note sino ad oggi. Trump punta a raggiungere obiettivi non inseguiti, almeno non così apertamente, dai suoi predecessori. Eppure, senza volerlo, Trump ha innescato un movimento che non è a favore di Israele. Con la sua mossa ha riportato l’attenzione su Gerusalemme, ha suscitato nuove passioni nei palestinesi. Trump indirettamente ha costretto i Paesi arabi ed occidentali a prendere di nuovo posizione a sostegno dei diritti dei palestinesi su Gerusalemme e sul futuro della città. E non tarderanno a emergere le gravi discriminazioni che Israele attua nei confronti degli arabi a Gerusalemme. Non penso di essere un ottimista ma questo sdegno internazionale non si vedeva da tempo e potrebbe ritorcersi contro chi oggi in Israele festeggia le parole di Trump. Nena News

 

 

“Dopo più di due decenni di rinvii, ho deciso che è giunta l’ora di riconoscerla come capitale d’Israele”, ha detto il presidente statunitense. Ha poi reso noto aver allertato il Dipartimento di Stato affinché inizi i preparativi per trasferire l’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme

della redazione

Roma, 6 dicembre 2017, Nena News – Gli Usa riconoscono Gerusalemme come capitale d’Israele e trasferiranno l’ambasciata in Città Santa. A dirlo è stato poco fa il presidente americano Donald Trump nel suo tanto atteso discorso. Facendo esplicito riferimento all’Atto del 1995 del Congresso americano, il presidente ha detto che “dopo più di due decenni di rinvii, ho deciso che è giunta l’ora di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele. Israele ha il diritto di scegliere la propria capitale”.

“Ritengo – ha poi spiegato – che quest’azione sia nel migliore interesse degli Stati Uniti D’America e per il raggiungimento della pace tra Israele e i palestinesi” precisando che qualcosa “deve essere fatto” e che “non si tratta di niente di più o di meno del riconoscimento della realtà: gli ebrei hanno costruito Gerusalemme migliaia di anni fa e oggi è sede dell’ufficio del primo ministro e del parlamento”.

Non pago, però, il presidente ha anche dichiarato di aver allertato il Dipartimento di stato affinché inizino i preparativi per trasferire l’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme. “La nuova ambasciata statunitense a Gerusalemme sarà un fantastico contributo alla pace”, ha affermato.

Trump ha presentato la sua iniziativa – ampiamente condannata dalla comunità internazionale – come una “nuova direzione del processo di pace tra israeliani e palestinesi”. Ha poi comunicato che il vice presidente Mike Pence viaggerà nella regione nei prossimi giorni per parlare con i rappresentanti di tutti gruppi. “I nostri figli erediteranno il nostro amore, non i nostri conflitti”, ha concluso

Il premier israeliano Netanyahu potrà dirsi molto soddisfatto dal breve discorso del presidente. Trump gli ha dato tantissimo, ma non tutto: non ha precisato nel suo comunicato che Gerusalemme è “unita e indivisibile” come avrebbe voluto il suo governo di estrema destra.

E arrivano subito le reazioni. La prima è proprio del premier israeliano: “La decisione di Trump è un passo importante, una pietra miliare, nella storia di Gerusalemme. Verso la pace, perché non ci può essere alcuna pace che non includa Gerusalemme come capitale di Israele. Voglio anche che sia chiaro che non ci sarà alcun cambiamento nello status quo dei Luoghi Santi. Israele assicurerà sempre libertà di culto a ebrei, cristiani e musulmani».

Sul fronte palestinese i primi a reagire sono i leader di Hamas, che avvertono Trump: la sua decisione “ha aperto le porte dell’inferno”. Rabbia anche dalle Nazioni Unite; a parlare è il segretario generale Onu Guterres che ricorda come Gerusalemme sia capitale di Israele come della Palestina: “Dal mio primo giorno qui – ha aggiunto – mi sono costantemente dichiarato contrario ad ogni misura unilaterale che metta a repentaglio la prospettiva della pace”.

In tv in serata il presidente palestinese Abu Mazen ha annunciato di aver ordinato alla delegazione diplomatica palestinese di lasciare Washington e tornare in Palestina. Sottolineando che “Gerusalemme è la capitale eterna dello Stato di Palestina”, ha accusato il presidente Usa di aver “infranto tutti gli accordi” e aver così rinunciato “al ruolo di mediatori di pace”. Nena News

Si attende oggi il riconoscimento americano della sovranità israeliana su tutta la città, incluso il settore arabo rivendicato dai palestinesi. Preoccupazioni tra arabi ed europei. Si annunciano manifestazioni di protesta nei Territori palestinesi occupati: tre giorni di rabbia dalla Cisgiordania a Gaza

Palestinesi protestano durante una manifestazione israeliana alla porta di Damasco a Gerusalemme (Foto: Afp)

AGGIORNAMENTI

ore 10.30 - CAMERA USA CHIEDE TAGLIO DEI FONDI ALL’ANP

Ieri la Camera dei rappresentanti del Congresso Usa ha votato a favore della riduzione di 300 milioni di dollari in aiuti all’Autorità nazionale palestinese a causa del fondo dell’Olp, storica previsione del movimento di liberazione, utilizzato per gli stipendi dei prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliani.

La legge, che ora passerà al Senato, è stata ribattezzata Taylor Force Act, dal nome del 29enne staunitense ucciso lo scorso anno da un palestinese mentre era in vacanza a Tel Aviv. A guidare la proposta di legge sono stati i repubblicani secondo i quali tali pagamenti sono da considerare “un premio” riconosciuto a dei “terroristi”. Il fondo, previsto dall’Olp ormai da anni, serve a garantire entrate economiche alle famiglie dei prigionieri politici, in particolare di coloro condannati a pene carcerarie molto lunghe o all’ergastolo.

ore 10 – IL PAPA: “RICONOSCERE I DIRITTI DI TUTTI I POPOLI”. RIYADH: “TRUMP DANNEGGIA LA PACE”

Ieri papa Francesco ha ricevuto la telefonata preoccupata di Abu Mazen e oggi ha parlato in Vaticano della decisione su Gerusalemme del presidente Trump: “La prima condizione per il dialogo – ha detto – è il riconoscimento dei diritti di tutti i popoli”. Al tradizionale Angelus del mercoledì ha chiesto “il rispetto dello status quo della Città Santa”. Parla anche il re saudita, Salman bin Abdulaziz al Saud: tale passo mina la pace, ha detto il monarca in una telefonata con Trump.

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di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 6 dicembre 2017, Nena News – «Il presidente Abbas (Abu Mazen) ormai non si faceva illusioni ma le parole di Trump comunque sono state una doccia fredda». Così fonti della presidenza palestinese descrivevano ieri il gelo calato a Ramallah dopo la telefonata che Donald Trump ha fatto ieri ad Abu Mazen per informarlo «della sua intenzione di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme».

Abu Mazen ha reagito spiegando al biondo tycoon che da un anno occupa la Casa Bianca «i pericoli di una tale decisione sul processo di pace, sulla sicurezza e la stabilità» nella regione e nel mondo. Ha ribadito che «non ci può essere nessuno Stato palestinese senza Gerusalemme Est come capitale».

Niente da fare. Trump va avanti per la sua strada e manterrà la promessa fatta a Israele durante la campagna elettorale. Non lo fa perché è “folle” come pensano e dicono tanti ma per aprire la strada a un disegno regionale ampio, nel quale la forzatura su Gerusalemme a vantaggio di Israele sarà bilanciata con una garanzia ai sauditi e agli altri petromonarchi sunniti che il “nemico” sciita iraniano sarà presto ridimensionato, in un modo o nell’altro. Il premier Netanyahu celebra anche se il trasferimento dell’ambasciata Usa subirà uno slittamento come hanno fatto sapere ieri funzionari americani citati dal quotidiano Haaretz.

La demolizione del diritto internazionale arriverà questo pomeriggio quando Trump riconoscerà la sovranità dello Stato ebraico sull’intera Gerusalemme, incluso il suo settore arabo (Est) occupato 50 anni fa. E nessuno è in grado di fare previsioni su come reagiranno i palestinesi a Gerusalemme e nelle strade dei Territori occupati.

È stato proclamato un “Giorno di rabbia” e manifestazioni di protesta sono annunciate a Ramallah, in altre città cisgiordane e nella Striscia di Gaza. Abu Mazen è di fronte a un dilemma. Da un lato non può fermare la rabbia e le contestazioni popolari, dall’altro è pronto a frenarle perché le proteste ad un certo punto non potranno non prendere di mira anche la sua idea di soluzione negoziata del conflitto con Israele.

«Il riconoscimento Usa di Gerusalemme capitale di Israele rappresenta la fine certificata degli accordi di Oslo e mette in aperta discussione la funzione dell’Anp», diceva ieri al manifesto l’analista politico palestinese e docente universitario Ghassan al Khatib. «Il processo diplomatico – ha spiegato – cominciato nell’ottobre del 1991 (con la conferenza di Madrid, ndr) e che ha contemplato la proclamazione di uno Stato palestinese accanto a Israele, muore domani (oggi) se Trump farà il suo annuncio su Gerusalemme.

Ventisei anni fa gli Usa diedero il via a questa idea ora ne sanciscono la conclusione senza fornire ai palestinesi un altro orizzonte». In questo quadro l’inutilità dell’Autorità nazionale palestinese è palese, conclude Khatib: «L’Anp è stata creata per dare vita allo Stato di Palestina e di fare di Gerusalemme Est la sua capitale. Ora che per essa non c’è più alcuna prospettiva, i palestinesi non tarderanno a metterla in discussione, malgrado i tentativi che farà Israele per tenerla in vita ed evitare di dover gestire i bisogni della popolazione palestinese sotto occupazione».

L’allarme per le conseguenze che avrà il passo di Trump è alto e non solo nel mondo arabo. I capi di Stato della Lega araba, durante la sessione straordinaria tenuta ieri al Cairo, hanno rimarcato la “pericolosità” di una simile decisione in tutto il Medio Oriente. Il più preoccupato è il re giordano Abdallah che sa bene che la questione di Gerusalemme – di cui lui sarebbe il custode islamico – mette a forte rischio la stabilità del suo regno popolato in maggioranza da palestinesi. Il turco Erdogan, avvertendo che Gerusalemme è una «linea rossa per i musulmani» è arrivato a minacciare la sospensione delle relazioni diplomatiche con Israele. Parole che non hanno scosso il governo Netanyahu secondo il quale Gerusalemme sarebbe «la capitale ebraica da tremila anni e la capitale di Israele da 70 anni».

Preoccupazione anche in Europa. Il presidente francese Macron ha chiamato Trump per spiegargli che «la questione dello status di Gerusalemme dovrà trovare una soluzione nel segno dei negoziati tra israeliani e palestinesi» con l’obiettivo la costituzione di due Stati «che vivano insieme in pace e in sicurezza, con Gerusalemme come capitale». Punti sui quali ha battuto, in una conferenza stampa a Bruxelles con il segretario di Stato Usa Rex Tillerson, anche la ministra degli esteri dell’Ue Federica Mogherini. Alla posizione europea si è allineato il ministro degli esteri italiano Alfano.

Michele Giorgio è su Twitter: @michelegiorgio2

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