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E’ una delle peggiori crisi umanitarie della storia recente. Sette milioni gli sfollati interni e 230mila i morti. In tanti cercano una speranza in Europa, ma in maggioranza restano nei Paesi della regione

©UNHCR/I.Prickett

 

della redazione

Roma, 10 luglio 2015, Nena News – L’insicurezza, la paura e la mancanza di una prospettiva di pace stanno spingendo milioni di siriani alla fuga dalle proprie case e dallo stesso Paese. Non si parla più di negoziati per la soluzione di un conflitto che da quattro anni sta devastando la Siria, ma di minacce jihadiste ed emergenza umanitaria sempre più grave. Almeno un milione di persone sono fuggite soltanto negli ultimi dieci mesi.

Da marzo del 2011, quattro milioni di persone-un sesto della popolazione- hanno lasciato la Siria, mentre in sette milioni sono sfollate all’interno del Paese. Sono 230mila i morti di questi conflitto. “La peggiore crisi umanitaria della nostra generazione”, ha detto Antonio Guterres, a capo dell’Unhcr. E sta avendo ripercussioni su tutta la regione, fino a toccare il continente europeo.

Mentre l’Europa si dilunga a stabilire quote di accoglienza (e l’Ungheria a innalzare muri contro i migranti e i rifugiati), sono i Paesi confinanti con la Siria quelli che accolgono il maggior numero di rifugiati.

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Al primo posto la Turchia, con 1.8 milioni di siriani che aumenteranno nei prossimi mesi, considerato che la guerra non accenna a finire. Ankara vuole costruire un nuovo campo di accoglienza per 55mila persone, nel timore che l’acuirsi dei combattimenti ad Aleppo spingerà molti siriani ad attraversare il confine con la Turchia. L’Unhcr prevede che entro la fine dell’anno i rifugiati siriani saranno 4.27 milioni.

 

 

In Libano, invece, sono 1.2 milioni i siriani arrivati negli ultimi quattro anni, su una popolazione di circa quattro milioni di libanesi. Mentre in Giordania i rifugiati sono quasi 630mila. L’impatto dell’arrivo in massa di centinaia di migliaia di persone non è semplice da gestire, anche considerato il fatto che l’Unhcr, agenzia Onu per i rifugiati, è a corto di fondi. Ha ricevuto dai donatori meno di un quarto dei 5.5 miliardi di dollari che servirebbero per far fronte all’emergenza quest’anno.

Guterres si è rivolto anche all’Europa, dove circa 270mila siriani hanno chiesto asilo. In tanti si imbarcano per le coste del Vecchio Continente o affrontano viaggi pericolosi attraverso i Balcani per raggiungere parenti e amici negli Stati europei, soprattutto quelli del Nord. Circa un terzo dei 137mila migranti che hanno attraversato il Mediterraneo nella prima metà dell’anno è composto da siriani.

“È un tragedia umana, una situazione terribile per la regione”, ma tocca anche l’Europa, ha detto Guterres, che ha chiesto ai Paesi europei di “assumersi le proprie responsabilità”. Nena News

L’Esercito, rivela il quotidiano israeliano, chiude gli occhi mentre i “settler”  annettono terre private per espandere gli insediamenti o per tenerle di riserva o coltivarle

Un palestinese osserva una colonia israeliana in Cisgiordania. Foto Debbie Hill UPI

di Chaim Levinson

Secondo un’inchiesta di Haaretz, la maggior parte degli insediamenti che hanno annesso terre di proprietà privata palestinese per creare zone cuscinetto di sicurezza hanno nei fatti usato la terra per altri scopi, mentre l’Amministrazione Civile chiude un occhio. Queste zone cuscinetto vennero create per la prima volta dopo la seconda Intifada (palestinese contro l’occupazione militare, ndr) quando, tra il 2002 e il 2004, 31 persone furono uccise da attacchi terroristici in cui gli esecutori riuscirono ad entrare negli insediamenti.

Ciò sollecitò la ricerca di sistemi di sicurezza elettronici specifici per ogni comunità, per migliorare la difesa e creare uno spazio sicuro tra la recinzione dell’insediamento (se c’era) e la prima linea di difesa. L’intenzione era di installare nell’area elementi di osservazione per essere in grado di perseguire i terroristi e di instaurare una deterrente psicologico contro chi tentasse di violare l’insediamento. Negli insediamenti costruiti sulla terra di proprietari privati palestinesi, o nelle sue vicinanze, l’occupazione di queste zone è stata appoggiata dagli ordini di successivi comandanti del Comando Centrale delle Forze di Difesa israeliane. Migliaia di dunams (unità di misura mediorientale, di origine ottomana, corrispondente a 1000 m2, ndt.) di terra coltivata furono sottratti ai loro proprietari palestinesi in questo modo.

Teoricamente i proprietari [palestinesi] possono chiedere di entrare nell’insediamento per lavorare la terra, ma la concessione di questi permessi implica una lunga procedura, ed anche quando sono rilasciati, vengono a volte annullati per problemi di coordinamento o per minacce da parte degli insediamenti. In pratica, pochi proprietari di terre hanno avuto il permesso di entrare in queste zone speciali per lavorare la loro terra.

Haaretz ha scoperto che in anni recenti, con il pretesto di queste zone cuscinetto di sicurezza e con il tacito avallo dell’Amministrazione Civile (in realtà l’autorità militare israeliana che governa sulla zona C della Cisgiordania, ndt.), molte colonie che si sono appropriate di terre private le utilizzano in realtà come terreni di riserva o per l’agricoltura. In sette su dodici insediamenti in cui ufficialmente vi sono zone cuscinetto di sicurezza sono state espropriate terre private. In altri due sono state occupate terre statali.

Per esempio, nella colonia di Karmei Tzur è stata espropriata una striscia di terra nel 2005 per proteggerla da nord, ma di fatto vi è stato creato un campo di basket. Negli insediamenti di Ateret, Pnei Hever, Nahliel e Kiryat Arba queste terre della zona cuscinetto vengono coltivate dagli agricoltori degli insediamenti. A Kiryat Arba nella zona di sicurezza sono stati installati dei prefabbricati. Nell’insediamento di Mevo Dotan nella zona cuscinetto è stata costruita una strada per collegare la colonia con un nuovo avamposto nelle vicinanze.

Solo negli insediamenti di Hermesh, Shavei Shomron e Telem le zone cuscinetto di sicurezza vengono utilizzate per il loro scopo originario.

Oltre alle zone di sicurezza ufficiali, alcune colonie hanno creato zone di questo tipo non ufficiali, che sono presidiate dall’esercito israeliano e dai comandi della sicurezza delle colonie, in quanto linea di separazione che i palestinesi non sono autorizzati ad oltrepassare. Questa zona non ufficialmente definita a volte è segnata da una recinzione e a volte controllata da ronde.

Intorno all’insediamento di Kokhav Hashachar ci sono una barriera parziale ed un’ampia area dove ai palestinesi non è consentito entrare. Sono stati requisiti dozzine di dunams che sono coltivati dai coloni a Itamar e Maale Michmash. A Psagot si stanno costruendo case nella zona di sicurezza.

Dror Etkes, un ricercatore sulle politiche degli insediamenti, ha dichiarato ad Haaretz: “L’esperienza dimostra che, anche nei casi in cui le aree erano inizialmente chiuse per ragioni di sicurezza, col tempo questo è diventato un modo di espandere l’area sotto il controllo dei coloni. E’ un’altra dimostrazione dell’atteggiamento dello stato, che considera le proprietà palestinesi come proprietà di nessuno.”

L’Amministrazione Civile ha replicato: “Nei luoghi in cui esistono costruzioni illegali sono stati emessi ordini di interruzione dei lavori e di demolizione”, citando Karmei Tzur, Mevo Dotan, Ateret, Pnei Hever e Kiryat Arba come esempi di tali ordini. “L’Amministrazione Civile coordina l’ingresso dei palestinesi nelle zone cuscinetto perchè possano coltivare la loro terra, quando ne viene fatta richiesta.” L’Amministrazione Civile ha aggiunto che essa agisce quando riceve un reclamo da parte palestinese riguardo agli ingressi.

 (Traduzione di Cristiana Cavagna)

Dopo lunghe trattative, è stata raggiunta l’intesa per la sospensione di combattimenti e raid fino al 17. Popolazione allo stremo: mancano cibo, acqua, medicine. Il nuovo capo di al Qaeda minaccia gli Usa

della redazione

Roma, 10 luglio 2015, Nena News – Inizia oggi la pausa umanitaria chiesta dalle Nazioni Unite per portare aiuti alla popolazione yemenita, ormai allo stremo dopo quasi quattro mesi di combattimenti tra i ribelli Houthi e i fedeli del governo in esilio di Hadi sostenuti dai raid della coalizione guidata dall’Arabia Saudita. E mentre gli yemeniti sperano che questo spiraglio apra la strada a una soluzione duratura del conflitto, torna a farsi sentire al Qaeda: il nuovo leader della filiale yemenita dell’organizzazione terroristica ha minacciato gli Stati Uniti che continuano a impiegare i droni per colpire le basi qaediste nel Paese.

La tregua è indispensabile sotto il profilo umanitario. È stata negoziata per settimane dall’inviato Onu per lo Yemen, Ismail Ould Cheikh Ahmed, e soltanto negli ultimi giorni è stata accettata dalle parti in guerra. La pausa inizia alle 23.59 (22.59 in Italia) di oggi e dovrebbe durare fino al 17 luglio, fine del Ramadan.

L’annuncio è arrivato quando sono trascorsi otto giorni dalla dichiarazione dello stato di “emergenza umanitaria” da parte dell’Onu: quasi il 90 per cento della popolazione (21 milioni di persone) ha urgente bisogno di aiuti. Nella metà delle regioni del Paese scarseggiano cibo, acqua, medicine e carburante: significa che 13 milioni di persone hanno bisogno di cibo e quasi 9,5 milioni di persone non ha accesso ad acqua potabile. Un disastro umanitario in un Paese poverissimo che il conflitto sta mettendo in ginocchio. Il conflitto ha ucciso oltre tremila persone e un milione di yemeniti hanno abbandonato le proprie case.

Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon ha auspicato che la pausa sia “rispettata pienamente, senza violazioni da parte di alcun combattente sotto il controllo” delle fazioni in guerra. Lo scorso maggio c’era stata un’altra pausa umanitaria di cinque giorni, sempre negoziata dall’Onu.

Nelle stesse ore in cui veniva annunciata la sospensione dei combattimenti, è tornata a farsi sentire la filiale yemenita d al Qaeda. Qassim al-Raymi, il nuovo capo di quello che è considerato il braccio più temibile e strutturato dell’organizzazione terroristica, in un messaggio audio diffuso sui social ha esortato i suoi seguaci a “puntare le proprie frecce” contro il nemico, non citato, ma identificato, secondo la statunitense SITE, proprio negli Stati Uniti che proseguono la campagna militare (con l’impiego di droni) contro i qaedisti in Yemen. È il primo messaggio ai suoi miliziani di Qassim al-Raymi, che ha preso il posto di Nasser al-Wuhayshi, ucciso da un drone un mese fa. Nena News

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Il Parlamento di Tripoli avrebbe respinto la proposta di risoluzione dell’Onu, che avrebbe dovuto portare alla creazione di un’amministrazione condivisa tra i due governi, ma anche a politiche comuni contro i movimenti jihadisti sempre più forti sul territorio

di Francesca La Bella

Roma, 10 luglio 2015, Nena News – Nella Libia divisa un accordo tra le parti sembra essere un obiettivo impossibile da raggiungere. Tralasciando per qualche minuto la miriade di componenti del panorama politico libico e prendendo in considerazione solo i due schieramenti maggiori facenti capo al governo di Tripoli e a quello di Tobruk, possiamo vedere come le prospettive di pacificazione siano incerte. Il Parlamento di Tripoli avrebbe, infatti, respinto la proposta di risoluzione proposta dalle Nazioni Unite. Nonostante il canale non sia definitivamente chiuso data la disponibilità espressa dal portavoce del Congresso Nazionale Generale di Tripoli, Omar Hamidan, a riaprire il dialogo, la bocciatura dell’accordo nato dai negoziati di Skhirat e Berlino di giugno sembra aver messo un freno all’entusiasmo per una possibile riconciliazione libica. Il compromesso non avrebbe dovuto portare solo alla creazione di un’amministrazione condivisa tra i due governi, ma avrebbe dovuto essere anche veicolo di politiche comuni contro i movimenti jihadisti in generale e contro le diramazioni locali dello Stato Islamico in particolare. I gruppi che guardano con favore al progetto di Califfato in tutta l’area sono, infatti, sempre più incisivi nelle dinamiche interne alla Libia.

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Il pericolo islamista libico è tale che alcuni provvedimenti sono stati o saranno messi in atto dai Paesi limitrofi per cercare di arginare il problema degli sconfinamenti e della propagazione del fenomeno. Se negli scorsi mesi Egitto ed Algeria si erano posti in prima linea per trovare una soluzione alla crisi libica sovvenzionando e sostenendo una o l’altra parte e fornendo armamenti per combattere la minaccia jihadista, dopo l’attentato di Sousse, anche la Tunisia ha deciso di aumentare la protezione dei propri confini. E’ notizia di questi giorni il progetto di un muro di circa 160 km che dovrebbe dividere Tunisia e Libia la cui costruzione dovrebbe già essere iniziata e dovrebbe completarsi entro fine 2015. In un intervento televisivo, il primo ministro tunisino Habib Essid avrebbe, a tal proposito, ha dichiarato che la minaccia libica necessita prioritario intervento per tutelare la sicurezza interna del suo Paese.

In un contesto di fallimento statuale e di frammentazione politica e sociale, lo Stato Islamico ha, infatti, trovato in Libia un terreno fertile sia per la propria propaganda sia per l’addestramento di militanti diretti verso l’estero. Mentre l’attenzione di media occidentali è rivolta principalmente verso il pericolo di infiltrazione in Europa, i flussi di movimento e di espansione dei gruppi islamisti sono perlopiù diretti verso altri Paesi del mondo arabo con la carica di destabilizzazione che questo comporta. A livello interno, invece, l’espansione dello Stato Islamico e dei gruppi affiliati si scontra con un panorama variegato di attori. In questa situazione, il livello di conflitto non è necessariamente proporzionale alla distanza politica e ideologica tra gli oppositori: in città come Derna, da molti identificata come perno centrale dell’avanzata dello Stato Islamico insieme a Sirte, la contrapposizione tra militanti dell’IS e affiliati del Consiglio della Shura è sempre maggiore.

E’ di pochi giorni fa la notizia dell’esecuzione di 8 membri dello Stato Islamico ad opera del gruppo facente riferimento ad Al-Qaeda e del sostegno espresso da Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM) al Consiglio della Shura per la tutela della città dall’avanzata dell’IS dopo lo scoppio di alcune autobombe. Questo non deve far pensare ad una condizione di debolezza dei fedeli del Califfato che pochi giorni fa hanno annunciato di aver preso il completo controllo di Sirte e del suo porto. Deve, però, far riflettere sulla molteplicità di linee di frattura che attraversano il Paese.

Anche laddove si sono create le condizioni necessarie per dar vita a delle alleanze, queste sono ogni giorno messe alla prova dagli eventi e dai mutamenti del contesto e, così, lo stesso generale Khalifa Haftar che viene, da occidente, considerato un referente politico centrale per la ricostruzione libica, cerca, dentro e fuori dal Paese, nuovi assi di coordinamento per il futuro. In questo senso, probabilmente, devono essere letti il viaggio del Generale in Serbia all’inizio di questa settimana e quello al Cairo programmato per la settimana prossima. L’aiuto internazionale, diplomatico e militare, potrebbe, infatti, sia aiutare Haftar a vincere qualche battaglia sul campo sia consentire al Generale di rendersi indispensabile per ogni futuro progetto di transizione.

La situazione, in continuo divenire, non sembra presentare nel breve periodo prospettive di miglioramento e la crisi libica, per quanto sia difficile immaginarlo, potrebbe aggravarsi ulteriormente ponendo serie questioni di sicurezza e di contagio per i Paesi limitrofi. Nena News

Le dichiarazioni di Pierre Krähenbühl, Commissario Generale dell’Agenzia dell’Onu che assiste i profughi palestinesi, nell’anniversario dell’inizio dell’offensiva militare israeliana contro Hamas a Gaza.

 

di Pierre Krähenbühl

A un anno dalla devastazione di Gaza che è costata la vita a oltre 1500 civili, compresi 551 bambini, le cause profonde del conflitto rimangono inascoltate. La disperazione, la miseria e la negazione della dignità derivanti dalle ostilità dello scorso anno e dal blocco rappresentano ormai il quotidiano per il popolo di Gaza. Le ferite psicologiche sono visibili ovunque a Gaza. Sono tantissimi i bambini traumatizzati dagli effetti delle ostilità e oltre un migliaio di persone vive in condizioni di permanente disabilità. Questo dovrebbe rappresentare un promemoria del fatto che i conflitti devono essere in prima battuta esaminati in base ai costi in termini umani che infliggono.

Oltre a ciò, a 315 giorni dal cessate il fuoco, nessuna casa di quelle distrutte – oltre 12.000 – è stata ricostruita. Questa situazione lascia 120,000 persone senza un’abitazione. A ciò si deve aggiungere l’alto tasso di disoccupazione e la mancanza di prospettive per i giovani di Gaza. Una bomba ad orologeria per l’intera regione.

È necessaria un’azione politica concreta su molti fronti per raggiungere il cambio di rotta necessario nella Striscia, che dovrebbe avere inizio con la cessazione del blocco, assicurando diritti e sicurezza a tutti, consentendo di aumentare le esportazioni da Gaza e stimolando la ripresa economica e la libertà di movimento dei civili. Nonostante nelle scorse settimane alcuni passi siano stati compiuti, si è ancora lontani dall’ottenere quanto necessario per apportare cambiamenti significativi nelle vite delle persone.

Vi è inoltre la necessità di accertare le responsabilità per la violazione delle leggi internazionali durante le ostilità del 2014. Le indagini devono proseguire in accordo con gli standard internazionali. Le vittime delle violazioni dovrebbero essere prontamente e adeguatamente compensate e ottenere un giusto risarcimento.ù

Tra la disperazione in cui versa Gaza, la speranza è un lusso che comincia a scarseggiare e per questo cruciale. Questa settimana, le prime famiglie rifugiate hanno ricevuto assistenza da UNRWA per la ricostruzione delle loro case totalmente distrutte. Nonostante i numeri siano piccoli, e le operazioni siano in ritardo, questo sviluppo potrebbe essere significativo del fatto che, poco a poco, i fondi disperatamente richiesti potrebbero raggiungere la Striscia.

Nel contesto Medio-orientale, sempre più instabile, negare bisogni e diritti al popolo di Gaza è un rischio che il mondo non può correre.

INFORMAZIONI DI CONTESTO

I 50 giorni di conflitto hanno visto l’uccisione di 2,262 palestinesi, 1500 dei quali erano civili, compresi 551 bambini e 305 donne. 71 israeliani sono stati uccisi 66 dei quali erano soldati e 1 era un bambino. 138 studenti che frequentavano le scuole UNRWA hanno perso la vita e almeno 814 sono stati feriti. Delle oltre 11.000 persone ferite a Gaza, 1000 sono bambini che rimarranno disabili a vita. La distruzione delle abitazioni è avvenuta su larga scala. Al picco massimo del conflitto, oltre mezzo milione di rifugiati sono scampati agli attacchi – circa 300.000 di loro hanno trovato rifugio in circa 90 scuole di UNRWA: sei volte il numero di rifugiati durante il conflitto del 2008/2009. UNRWA stima che circa 140,000 case siano state danneggiate o totalmente distrutte. Il processo di ricostruzione deve velocizzarsi affinché Gaza possa essere ricostruita.

Un anno fa Israele lanciava l’offensiva “Margine protettivo”. Tra le pagine più insanguinate della scorsa estate c’è quella del 1 agosto a Rafah, quando i comandi dello Stato ebraico diedero il via libera al codice di condotta previsto quando un soldato viene catturato dal nemico: bombardamenti continui su tutta la zona. Fu strage nella città palestinese

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Rafah (Striscia di Gaza), 9 luglio 2015, Nena News – Una lacrima scende lentamente sul bel viso di Fatma Abu Musa. Si ferma all’altezza del labbro superiore. Una mano corre veloce ad asciugarla, per farla sparire subito. È un dolore composto quello della giovane donna, tenuto dentro, manifestato solo a tratti dalla voce rotta dall’emozione. «Karam era la mia migliore amica, ci volevamo bene. L’avevo aiutata io a indossare l’abito da sposa e quattro mesi dopo sono stata io a lavare il suo corpo prima della sepoltura. Delle volte mi dico…è stato solo un brutto sogno e presto ti sveglierai… ma non è così. Karam non c’è più», racconta Fatma, tecnico di laboratorio dell’ospedale “Kuwaiti” di Rafah. La sua amica Karam Dheir, 26 anni, è rimasta uccisa il 1 agosto del 2014 durante quello che rimarrà scolpito nella memoria collettiva della popolazione di Rafah come il “Venerdì Nero”.

E’ una delle pagine più insanguinate dell’offensiva militare israeliana “Margine Protettivo” cominciata l’8 luglio dello scorso anno e andata avanti fino al 26 agosto. Cinquanta giorni di bombardamenti aerei, tiri di mezzi corazzati e di artiglieria, cannonate dal mare, di incursioni e combattimenti che hanno ucciso circa 2.200 palestinesi, tra i quali molte centinaia di civili indifesi, oltre 500 bambini e ragazzi. Tante famiglie sono state decimate, colpite da bombe mentre erano riunite in casa. Undicimila i feriti, centinaia di migliaia di persone sfollate per settimane, decine di migliaia di case ed edifici distrutti o danneggiati gravemente, anche ospedali, in particolare nella fascia orientale di Gaza. Beit Hanoun, Shujayea, Khuzaa, Zayton, Zannah e, appunto Rafah, sono i nomi di alcuni dei centri abitati ridotti a una distesa di rovine. Migliaia sono i razzi e i colpi di mortaio che il movimento islamico Hamas e altre organizzazioni palestinesi hanno sparato verso il territorio israeliano, facendo sette morti civili (tra i quali un bambino di 4 anni) e centinaia di feriti. 66 sono i soldati israeliani rimasti uccisi un anno fa, quasi tutti, negli scontri a fuoco con i combattenti di Hamas e di altri gruppi.

Il sottotenente israeliano Hadar Goldin

Uno di questi militari morti era il sottotenente Hadar Goldin, di una unità di ricognizione della Brigata Givati, caduto quel 1 agosto. La sua vicenda genera ancora emozione nell’opinione pubblica israeliana. Il suo corpo, e quello del sergente Oron Shaul, sempre della Givati, sarebbero nelle mani di Hamas. Per i palestinesi il nome di Goldin invece è sinonimo di strage, di civili fatti a pezzi dalle cannonate. Il 1 agosto 2014 gli abitanti di Rafah hanno appreso sulla loro pelle dell’esistenza della “Direttiva Annibale”. «Era stata annunciata una tregua di diverse ore a Rafah – ricorda Fatma Abu Musa –, perciò andai al lavoro più rilassata rispetto agli altri giorni. Le strade erano affollate, alcuni andavano ai forni per comprare il pane, altri si procuravano un po’ di frutta e ortaggi. Tanti ancora ne approfittavano per tornare per qualche ora alle case che avevamo dovuto abbandonare perchè troppo esposte alle cannonate». Poco dopo, aggiunge Fatma, si sarebbe scatenato l’inferno: «All’improvviso cominciarono a cadere bombe sulla parte est di Rafah, le esplosioni erano continue, tanti scappavano urlando e in preda al panico. I colleghi dell’ospedale ‘Abu Yusef al Najjar’ (il principale di Rafah, ndr) ci dissero di tenerci pronti perchè loro erano in pieno codice rosso per l’arrivo di decine di feriti in condizioni gravissime e che presto ci sarebbe stato bisogno del nostro intervento». Saleh Mohsen, quel giorno era in Sharaa Bildesi, una delle strade più colpite. «Chiedevo a Dio di farmi ritrovare in vita la mia famiglia – dice Mohsen – non mi importava di morire, pensavo solo alla salvezza dei miei figli. I colpi cadevano ogni 10 secondi, in modo indiscriminato». Alle ore 12 i morti erano già decine, centinaia i feriti. Fu colpito – da due missili, secondo testimoni palestinesi – anche l’ospedale “Abu Yousef al Najjar” e i medici furono costretti ad evacuare i feriti e gli ammalati. «Cominciarono a portarli da noi, nonostante si trattasse di un ospedale specializzato in ostetricia e ginecologia– spiega Fatma Abu Musa –, nelle nostre piccole sale operatorie i medici facevano quattro inteventi chirurgici alla volta. Era talmente continuo l’afflusso dei feriti che chiedemmo ai proprietari delle case vicine di ospitare quelli meno gravi». Andò avanti così per tre giorni. Ad un certo punto, aggiunge Fatma, «con l’obitorio pieno, svuotammo i frigoriferi dei gelati nelle sale di attesa e li usammo per conservare i cadaveri dei bambini e i corpi smembrati che i medici non avevano potuto ricomporre». Fatma in quei giorni si sarebbe trovata davanti agli occhi anche il corpo senza vita della sua amica Karam, uccisa dall’esplosione di missile sganciato da un drone, nessuno sa contro chi e contro cosa.

Quel “Venerdì nero” 1 agosto scattò la “Direttiva Annibale”, in risposta all’uccisione di due soldati israeliani e alla cattura – ma forse era già morto – del sottotenente Hadar Goldin da parte di uomini di Hamas. Si tratta di un codice di condotta delle forze armate israeliane – deciso nel 1986 e revocato nel 2003 ma tornato in vigore dopo il caso del caporale Ghilad Shalit, fatto prigioniero da un commando palestinese nel 2006 e tornato a casa solo nel 2011 in cambio della liberazione di un migliaio di detenuti politici – che impone di “non lasciare indietro nessuno” a costo di ucciderlo: meglio un soldato morto che prigioniero del nemico. La direttiva prevede un bombardamento violento e intenso, per ore, dell’area dove potrebbe trovarsi il militare catturato. Rafah però non è un deserto o una enorme campagna vuota e disabitata. E’ la terza città della Striscia di Gaza per numero di abitanti. Sparare a tappeto sulla zona est della città e i suoi sobborghi significa provocare una strage di civili.

Quella mattina del 1 agosto tutto comincia a cavallo dell’inizio della tregua. Le versioni di Israele e di Hamas sono opposte. I soldati, afferma Tel Aviv, erano in perlustrazione, alla ricerca di tunnel sotterranei e Hamas avrebbe approfittato della cessazione delle ostilità per tendere un agguato alla pattuglia, fare prigioniero un militare e trascinarlo dentro Gaza attraverso un tunnel. Il movimento islamico nega e afferma che sarebbe stato proprio l’esercito israeliano a violare la tregua mandando in esplorazione i suoi soldati a ridosso delle linee palestinesi in segno di sfida e per provocare la ripresa dello scontro. Neppure la Commissione d’inchiesta del Consiglio dell’Onu per i Diritti umani, che ha ascoltato 22 testimoni, visionato filmati e immagini satellitari sui fatti del 1 agosto, è stata in grado di determinare se lo scontro a fuoco e la cattura di Goldin siano avvenuti prima o dopo l’inizio della tregua. Ha accertato però che Rafah finì sotto un bombardamento spaventoso, con i civili in trappola.

Una pioggia di oltre 1000 proiettili solo nelle prime tre ore, caduta su strade e case. Un grandine di fuoco che ha devastato Mashru Amer, Tannur, Hay al Jneina, Via Uruba, Al Shawka, Zallata, la zona dell’aeroporto e la superstrada Salahuddin. Il 95 per cento delle vittime della “Direttiva Annibale” viveva in queste zone. Un caso riferito alla Commissione dell’Onu è quello di un’ambulanza colpita mentre trasportava civili feriti a Msabbeh. Il veicolo prese fuoco uccidendo le otto persone a bordo. Secondo i dati delle Nazioni Unite a Rafah si sono avuti 100 morti solo il 1 agosto, tra cui 75 civili (24 bambini e 18 donne). I media palestinesi hanno parlato di circa 200 morti a Rafah dopo la cattura di Hadar Goldin. Il bagno di sangue è andato avanti anche nei giorni successivi, segnati dalla strage (10 morti), il 3 agosto, in una scuola dell’Unrwa (Onu) che, come molte altre di Gaza in quei giorni, ospitava sfollati. I comandi israeliani dissero di aver ordinato di sparare contro miliziani armati e non verso la scuola.

In Israele della “Direttiva Annibale” si discute ancora, e sui fatti del 1 agosto ha indagato la Procura militare. Ma solo in riferimento al sottotenente Goldin e a una possibile negligenza che potrebbe avere segnato la sorte della pattuglia finita sotto attacco. Non certo per le conseguenze devastanti che la sua applicazione ha avuto sulla popolazione di Rafah. Il tenente colonnello Eli Gino, comandante durante “Margine Protettivo” delle unità di ricognizione della Brigata Givati, ha dichiarato che il fuoco delle forze armate israeliane è stato «proporzionato» e sottolineato che quando «viene rapito un soldato, tutti i mezzi sono leciti» anche se esigono un prezzo elevato. Il 26 settembre 2014, il quotidiano Yediot Ahronot ha ricostruito l’accaduto in un lungo articolo, “Impedire un altro incidente Ghilad Shalit”, in cui si ribadisce che la linea seguita era quella di impedire, ad ogni costo, che Goldin rimanesse vivo nelle mani di Hamas. E nonostante Israele sostenga, contro gli esiti delle indagini dell’Onu, di non aver commesso alcun crimine la scorsa estate, l’esercito si è premurato di nascondere l’identità di un capitano e di un maggiore che, si comprende dallo stesso articolo di Yediot Ahnorot, sono coinvolti nella attuazione della direttiva e rischiano di finire davanti alla Corte penale internazionale. La “Direttiva Annibale è l’inizio del fascismo in Israele”, scrisse l’opinionista Uri Arad il 12 agosto del 2014. Inizio del fascismo non per la strage di civili innocenti a Rafah in quel “Venerdì nero” ma perchè il premier Netanyahu riteneva e forse ancora ritiene sacrificabile la vita di un soldato israeliano. Nena News

“Ascoltano la radio, guardano la TV, vedono cadaveri, sentono le bombe, il rumore assordante dei vetri che scoppiano, ascoltano storie di guerra. Sono terrorizzati”. Le parole del fondatore del Gaza Community Mental Healt Program, Eyad Serraj, anche se riferite all’attacco armato del 2012, sono tristemente attuali.

Gaza, civili in fuga dalle bombe (foto Reuters)

di Eleonora Pochi – Il Manifesto

Gaza, 9 luglio 2015, Nena News“La guerra più devastante per la Striscia di Gaza”, come viene definita dai palestinesi, ha provocato un tragico deterioramento del benessere psicofisico di adulti e minori. Circa il 98.3% dei bambini presenta sintomi riconducibili ad una diagnosi di PTSD (Post Traumatic Stress Disorder). Tuttavia resta sempre molto difficile parlare di disturbi da stress “post” traumatico poichè nella Striscia i traumi continuano a ripetersi e a mantenere livelli di stress ricorrenti. I sintomi più diffusi – secondo specialisti locali – sono tra quelli della “ipervigilanza”: aggressività, flashback ed incubi e nella valutazione psicologica del bambino, sono da considerare non solo i comportamenti manifesti ma anche il percorso di sviluppo, il funzionamento del sistema familiare, le caratteristiche individuali dei genitori e della loro relazione di coppia.

La presa in carico del bambino comporta spesso un supporto anche alla coppia genitoriale. Molto spesso i genitori soffrono di depressione a causa del senso di impotenza dovuto al non riuscire a proteggere i loro figli come vorrebbero. Da una situazione ambientale altamente ostile e mortificante – come ad esempio l’esposizione cronica all’umiliazione intenzionale – scaturisce la repressione di pulsioni che porta talvolta all’abuso sessuale di minori da parte di membri di sesso maschile all’interno del nucleo familiare. Inoltre, il bambino che vive eventi traumatici tipici di contesti di conflitto armato percepisce i genitori come incapaci di proteggerlo. La morte violenta di una figura d’attaccamento genera nel minore uno stress grave e delle reazioni depressive. Sono sempre le madri che si rivolgono agli specialisti e quelle che segnalano eventuali abusi corrono il rischio di ripercussioni, poiché a livello sociale e culturale è una pratica inaccettabile. Per quanto riguarda i bambini rimasti orfani dalla guerra, sono presi in carico da cugini o parenti, grazie ad un forte senso di solidarietà.

Alcune delle esperienze traumatiche causate dall’operazione militare “Protective Edge” sono state: la fuga da un bombardamento in corso, l’irruzione di soldati in casa durante la notte, essere utilizzati come scudi umani dall’esercito israeliano, avere la percezione di non essere mai in un posto sicuro, vedere distrutta la propria casa e perdere qualsiasi cosa, sopravvivere con una o più disabilità croniche. Delle 138.406 case danneggiate o distrutte durante l’ultima guerra, nessuna è stata ricostruita.

Attualmente migliaia di bambini non hanno accesso all’istruzione e molti di quelli che riescono a raggiungere scuole o strutture adibite dall’UNRWA hanno scarsa capacità di concentrazione che riescono a riacquistare pian piano con il supporto di operatori e specialisti, poiché anche gli insegnanti molto spesso trovano difficoltà a gestire livelli così alti di stress. Solo nella parte della costa, quasi 300 edifici scolastici sono stati danneggiati da “Protective Edge”. In un contesto simile, il lavoro minorile diviene uno strumento di sopravvivenza.

Durante una visita al Gaza Community Mental Healt Program, Yasser Jamei, direttore generale, ha spiegato:“Durante l’ultima guerra noi del GCMHP siamo stati costretti a restare in casa, nonostante l’istinto ci spingesse inesorabilmente in strada per dare supporto ed aiuto alle persone. Noi specialisti della salute mentale dobbiamo cercare di preservarci, per quanto possibile, dai traumi perchè altrimenti come potremmo curare i bambini e la gente…E’ un compito estremamente difficile. Molti operatori di ONG, anche internazionali, sono scesi nelle strade, negli ospedali, durante i bombardamenti per dare il loro aiuto, si sono fatti guidare dall’istinto. Ma il risultato è stato che dopo poche settimane erano distrutti, traumatizzati, stressati, non in grado di operare. Ed è proprio quando finiscono di fumare le macerie che noi entriamo in azione. Perchè da lì il crollo è invisibile, ma egualmente devastante”.

L’incubo più ricorrente per i bambini di Gaza è il serpente, rappresentazione di un male incontrollabile, ostile ed insidioso. “Ascoltano la radio, guardano la TV, vedono cadaveri, sentono le bombe, il rumore assordante dei vetri che scoppiano, ascoltano storie di guerra. Sono terrorizzati”. Le parole del fondatore del Gaza Community Mental Healt Program, Eyad Serraj, anche se riferite all’attacco armato del 2012, sono tristemente attuali.

Lo scenario che si disegna è preoccupante; rappresenta un quadro in cui il bambino si trova chiuso in una spirale di traumi dalle quale non gli è possibile uscire perchè le uniche vie di fuga, le relazioni familiari e sociali, sono a loro volta compromesse e “traumatizzate”. Uno scenario caratterizzato da un’eterna, angosciante attesa del prossimo bombardamento. Nena News

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Nell’anniversario di “Margine Protettivo”, esce nella versione italiana “Gaza Writes Back”, un libro di racconti che commemora la precedente aggressione israeliana sul territorio palestinese

di Cristina Micalusi

Roma, 9 luglio 2015, Nena News - A un anno da “Margine Protettivo”, l’ennesima guerra scatenata da Israele contro una popolazione indifesa, qual è quella di Gaza, esce nella versione italiana Gaza Writes Back, un libro di racconti che commemora “Piombo Fuso” la precedente aggressione israeliana sul territorio palestinese di Gaza.

Questo libro ricorda e commemora quei giorni pieni di dolore e atrocità, ma ricorda al mondo l’esistenza di una patria del popolo palestinese. Lo fa con una narrativa giovane tramite scrittori e scrittrici di Gaza, in inglese senza filtri e codici di non-palestinesi.

Il testo è la testimonianza che raccontare storie è un atto di resistenza, di costruzione della propria memoria; perché nel libro non si commemorano solo gli otto anni di Piombo Fuso, ma la Palestina tutta. Quella raccontata dagli anziani, quella perduta e mai più ritrovata, quella dei Territori Occupata, di Gerusalemme, del Muro di separazione.

In questi giovani scrittori di Gaza c’è una Palestina che non hanno mai conosciuto ma che è ben presente nel loro essere palestinesi ed è quel territorio dove coesistevano da tempo persone di ogni etnia, religione, fede. Quella Palestina che purtroppo oggi è connotata sempre più spesso da parole quali morte, restrizioni, sofferenze, isolamento a cui Israele l’ha costretta.

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Le storie di Gaza Writes Back sono scritte da quindici autori di cui solo tre uomini, che sono cresciuti con l’occupazione, con l’invecchiamento della leadership palestinese, con i molti voltagabbana della comunità internazionale.
I racconti hanno uno stile, un punto di vista e trame differenti.

Va inoltre ricordato che anche prima della guerra questi ragazzi palestinesi, come qualsiasi ragazzo del mondo, usavano Facebook, Twitter, scrivere post su un blog, ma durante Piombo Fuso erano particolarmente spinti dalla voglia di raccontare al mondo cosa stava accadendo, di rompere l’isolamento che Israele imponeva, e impone tuttora, loro costantemente.

Tutta questa scrittura iniziale puramente descrittiva è poi sfociata nella narrativa di questo testo, perché perdere la propria Storia e non ricordare è come morire.
Ma questi ragazzi con la loro nuova resistenza sanno che la memoria è un’àncora di salvezza. Nena News

Titolo:  “Gaza Writes Back” –  Racconti di giovani autori e autrici da Gaza, Palestina.

A cura di : Refaat Alareer

Editore: LORUSSO

Anno:  2014

Si tratta di un ebreo dell’Etiopia, Avera Menghistu, entrato nella Striscia circa 10 mesi fa e di un palestinese con cittadinanza israeliana. Lo sostiene il ministero della Difesa. Hamas per ora non conferma

Avera Menghistu, l’ebreo etiope che sarebbe prigioniero a Gaza

 

Da quando il Sud Sudan nel 2011 ha ottenuto l’indipendenza dal governo di Khartoum, lo status di Abyei è irrisolto. Non esiste alcun governo, nessun sistema di giustizia legale e nessuna forza di polizia.

Testo e foto di Federica Iezzi

Abyei (Sudan), 9 luglio 2015, Nena News Il distretto di Abyei conta almeno 10.000 chilometri quadrati contesi tra gli stati di Kordofan meridionale, in Sudan e di Bahr al-Ghazal settentrionale, in Sudan del Sud. Pezzo di terra tormentato, galleggia sul bacino petrolifero del Muglad.

Da quando il Sud Sudan nel 2011 ha ottenuto l’indipendenza dal governo di Khartoum, lo status di Abyei è irrisolto. Non esiste alcun governo, nessun sistema di giustizia legale e nessuna forza di polizia. Dal maggio 2011, Abyei è stata privata di un’amministrazione funzionale, dopo che le forze sudanesi hanno preso il controllo della zona, producendo quasi 105.000 rifugiati interni.

Oggi 40.000 di loro vivono ancora come sfollati nella città di Agok, nel governatorato di Warrap, 30 chilometri a sud-ovest di Abyei, in perenne stato di emergenza umanitaria. Ogni giorno cibo, alloggi, attrezzi agricoli e sementi incontrano la popolazione esasperata da anni di inattività.Il campo petrolifero di Diffra e l’area di Marial Achak oggi sono i terreni più contestati tra i governi di Khartoum e Juba. Abyei rimane una zona smilitarizzata ma l’esercito del presidente sudanese al-Bashir, presidia i giacimenti, in cambio del solo 4% delle vendite di petrolio, alla gente del posto.

Contestati sono anche i villaggi. Da un lato i Ngok-Dinka, tribù da un milione e mezzo di persone del Sud Sudan, allevatori e agricoltori. Dall’altro i Misseriya, pastori nomadi arabi del nord, affini al Sudan. In eterna lotta per etnia e per appartenenza.

A mantenere la stabilità, senza grossi risultati, il mandato della Forza di Sicurezza ad Interim delle Nazioni Unite per Abyei (UNISFA). A promuovere la riconciliazione, nel tentativo di rompere le tensioni tra le comunità Ngok-Dinka e Misseriya, i co-presidenti dell’Abyei Joint Oversight Committee (AJOC), Hassan Ali Nimir e Deng Mading Mijak.

Fazilah, giovane insegnante della popolazione Misseriya, parla della scuola dopo che decine di edifici sono stati rasi al suolo, nei violenti scontri tra l’esercito di Khartoum e i combattenti del Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan. “30 scuole sono state distrutte, almeno 40 sono state danneggiate, con pareti e tetti crollati sotto colpi di mortaio, granate e bombe. 400 scuole hanno bisogno di essere ristrutturate”.

I rapporti dell’UNICEF parlano della scuola come l’infrastruttura più colpita dal 2008.

“Gli ospedali del distretto di Abyei sono costretti a convivere con gravi carenze di medicinali”, ci racconta il dottor Suleyman, mentre cammina tra i letti dei suoi pazienti nell’Abyei Hospital. La maggiorparte delle forniture mediche degli ospedali di Abyei proviene dal governo di Juba, ma non soddisfa il fabbisogno della popolazione. Fino ad ora, le organizzazioni umanitarie hanno fornito l’assistenza sanitaria attraverso cliniche mobili. Continua “Pochi mesi fa non avevamo nemmeno i farmaci per curare la malaria. Inoltre la carenza di operatori sanitari qualificati, in grado di trattare patologie come colera, malaria e polmonite, determina l’innalzamento dei tassi di mortalità, soprattutto infantile”.

La carenza di carburante continua a provocare disservizi nel settore sanitario e in quello commerciale. L’approvvigionamento di acqua è fermo, perché controllato da pompe idriche non funzionanti, per mancanza di gasolio. E i tentativi da parte dell’Abyei Area Administration di imporre controlli sui prezzi del petrolio ne hanno peggiorato la carenza. Una tanica da 20 litri di gasolio può costare oggi più di 500 sterline sudsudanesi (circa 160 dollari) sul mercato nero, prezzi alle stelle rispetto ai mercati internazionali.

“Rimangono solo vuoti, edifici saccheggiati”, queste le parole di Gatluak. Lavora guadagnando 120 sterline sudsudanesi al mese (circa 30 dollari), nella ricostruzione delle strade nel distretto di Abyei.

 

 

“Stiamo iniziando adesso, dopo dieci anni, a raccogliere i frutti di una campagna basata su una chiara strategia e su principi morali coerenti e innegabilmente efficaci,” dichiara Omar Barghouti, co-fondatore del gruppo. “Il BDS sta conquistando le menti e i cuori delle persone in tutto il mondo”.

di Tia Goldenberg – Associated Press

(traduzione di Romana Rubeo)

Gerusalemme, 9 luglio 2015, Nena News –  Dieci anni fa, un piccolo gruppo di Palestinesi ha avuto un’idea innovativa: ispirandosi al movimento anti-apartheid, ha deciso di promuovere un movimento di boicottaggio globale ai danni di Israele, una pratica non violenta per sostenere la lotta dei Palestinesi per l’indipendenza.

A lungo rimasto ai margini della scena, il movimento BDS oggi sembra sempre più incisivo, al punto che Israele lo ha definito una minaccia strategica, alla stregua dei gruppi militanti palestinesi e del programma nucleare iraniano. Israele taccia il movimento di antisemitismo, ma grazie alla sua struttura decentralizzata e a un lessico imperniato sul riconoscimento dei diritti umani universali, il BDS ha riportato di recente numerose vittorie, che hanno allarmato la classe dirigente di Israele.

“Stiamo iniziando adesso, dopo dieci anni, a raccogliere i frutti di una campagna basata su una chiara strategia e su principi morali coerenti e innegabilmente efficaci,” dichiara Omar Barghouti, co-fondatore del gruppo. “Il BDS sta conquistando le menti e i cuori delle persone in tutto il mondo, nonostante l’influenza egemonica che Israele conserva ancora presso i governi europei e degli Stati Uniti.”

fermo immagine Omar Barghouti

Il movimento BDS, acronimo che sta per “boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele”, è nato nel 2005, da un’idea di 170 organizzazioni della società civile palestinese, con sede in tutto il mondo. È cresciuto fino a diventare un network internazionale, che riunisce migliaia di associazioni di volontari, artisti e istituzioni accademiche, che si ripropongono di interrompere i rapporti con Israele.

Tra i suoi membri, annovera attivisti del mondo accademico, gruppi ecclesiastici e persino Ebrei Americani delusi dalle politiche israeliane.

Il dato più allarmante per Israele è che alcune istanze portate avanti dal movimento, contro i beni prodotti nelle colonie della Cisgiordania, iniziano a essere recepite dai governi europei. Sebbene l’UE si dichiari ufficialmente contraria al boicottaggio contro Israele, sono all’esame delle linee guida per etichettare i prodotti delle colonie; in Israele, molti temono che questa misura possa preludere a un divieto assoluto di importazione. I beni prodotti negli insediamenti coloniali, che costituiscono una minima percentuale delle esportazioni Israeliane, includono vini, datteri e cosmetici. Ora che il processo di pace è in una fase di stallo e non sembra poter riprendere, a causa della linea dura perseguita dal governo, gli Israeliani temono che questo sentimento si diffonda ulteriormente.

C’è il timore che il fenomeno si espanda fino a diventare una tendenza egemonica, che potrebbe compromettere il sostegno verso Israele,” ha spiegato Emmanuel Nahshon, del Ministero degli Esteri Israeliano.

Il BDS persegue tre obiettivi: porre fine all’occupazione israeliana dei territori conquistati durante la Guerra dei sei giorni del 1967; contrastare la discriminazione subita dai cittadini arabi di Israele e promuovere il diritto al ritorno dei profughi palestinesi, consentendo loro di tornare in possesso delle proprietà perse durante il conflitto che ha seguito la creazione di Israele, nel 1948.

L’ultimo proposito è visto da Israele come un appello alla sua distruzione. Le autorità israeliane si oppongono al “diritto al ritorno” dei Palestinesi, perché un massiccio afflusso di profughi comporterebbe, a loro avviso, l’inevitabile fine dello Stato Ebraico inteso come nazione. La comunità internazionale è favorevole alla cosiddetta soluzione “due popoli, due Stati”, che prevede la creazione di uno Stato Palestinese accanto a quello Israeliano; anche il Presidente Mahmoud Abbas si è detto disposto a mettere in discussione la questione dei profughi in nome di un accordo di pace.

Barghouti, ingegnere formatosi negli Stati Uniti, che vanta anche una laurea conseguita nell’Università Israeliana di Tel Aviv, ha sempre sostenuto l’assoluta “neutralità” del BDS rispetto alla soluzione politica del conflitto. Ma ha anche dichiarato che il movimento si fa portavoce dell’“opinione pubblica” Palestinese e che ogni trattato che “compromettesse i diritti basilari sanciti dal diritto coloniale e che perpetuasse l’occupazione coloniale” sarebbe inaccettabile.

Il governo israeliano considera il movimento come una delle tante minacce che la popolazione ebraica ha subito nel corso della storia.

“È in corso un’imponente battaglia contro lo Stato di Israele, una campagna internazionale tesa a diffamarlo,” ha dichiarato di recente il Primo Ministro Benjamin Netanyahu. “Ad essere in discussione non sono le nostre azioni, ma la nostra stessa esistenza.”

Il movimento BDS è guidato da un comitato nazionale con sede in Cisgiordania, con rappresentanti di tutto il mondo, che stabiliscono le linee guida, ma consentono alle organizzazioni locali di decidere la loro strategia, di volta in volta. Si concentra su battaglie che hanno una discreta possibilità di successo, quindi non prende di mira le principali multinazionali attive in Israele, come la Microsoft e la Intel.

Sono state condotte battaglie nelle cooperative e nei consigli comunali statunitensi. Il movimento ha contribuito all’organizzazione di campagne di boicottaggio condotte dalle unioni studentesche statunitensi e britanniche e si sta facendo strada negli ambienti accademici americani. Circa dieci di consigli studenteschi ha approvato in via ufficiale le proposte di disinvestimento.

Molti artisti, come Roger Waters, Elvis Costello e Lauryn Hill, si sono rifiutati di esibirsi in Israele. Inoltre, il BDS ha esercitato pressioni su grandi imprese come la SodaStream, che produce acqua gassata, la Veolia, azienda di costruzioni francese, o la G4S, società internazionale attiva nel settore della sicurezza.

Il mese scorso, l’Unione Studentesca Nazionale Britannica ha aderito al movimento. La scorsa settimana, il supremo organo legislativo della Chiesa Unita di Cristo ha votato per il disinvestimento delle aziende che operano nei territori occupati da Israele, similmente a quanto aveva fatto la Chiesa Presbiteriana statunitense lo scorso anno. Di recente, anche la Chiesa Episcopale e la Chiesa Mennotita statunitensi hanno messo ai voti delle proposte di disinvestimento: sono state respinte nel primo caso, mentre, nel secondo caso, la decisione è stata rimandata e la votazione si ripeterà tra due anni.

Forse il colpo più importante è stato messo a segno il mese scorso, con l’annuncio da parte dell’Amministratore Delegato del gigante francese della telefonia, Orange, di voler interrompere la partnership con l’omonima israeliana, con l’intenzione di migliorare i rapporti commerciali con il mondo arabo. Sebbene il numero uno di Orange, Stephane Richard, si sia poi recato personalmente in Israele per scusarsi, il piano che prevede l’interruzione delle operazioni commerciali è ancora in piedi.

Il concetto di boicottaggio è particolarmente inviso ad Israele. Netanyahu l’ha paragonato al boicottaggio delle imprese e degli artisti ebrei da parte dei Nazisti, nella Germania degli anni ’30, subito prima dell’Olocausto; ma quella campagna fu avviata quando il partito nazista era al potere e fu accompagnata da atti di violenza e brutali slogan antisemiti.

“Ogni aggressione ai danni degli Ebrei è stata preceduta da una campagna di diffamazione,” ha aggiunto poi Netanyahu.

Negli anni ’70 e ’80, i Paesi Arabi incoraggiavano le aziende a fare affari con loro, per escludere Israele. Attualmente, Israele è impegnato a respingere i tentativi di paragonare le politiche israeliane in Cisgiordania all’apartheid sudafricana.

Gli attivisti del BDS negano ogni pulsione antisemita, sostenendo che la loro è una battaglia contro Israele, non contro gli ebrei. Contano anche su un ridotto, ma sempre più numeroso, gruppo di sostenitori di religione ebraica, come i “Jewish Voice for Peace,” negli Stati Uniti, i cui 9.000 soci paganti aderiscono al boicottaggio contro Israele.

Naomi Dann, portavoce del movimento, ha dichiarato che questa presa di posizione è frutto della delusione in seguito al fallimento del processo di pace sostenuto dagli Stati Uniti. Pur comprendendo l’affetto che lega gli Ebrei a Israele, ha ribadito che non possono essere i Palestinesi a pagarne le conseguenze.

Non vogliamo distruggere Israele,” ha spiegato, “Ma il riconoscimento di pari diritti e la costruzione di una società democratica sono fattori più importanti della preservazione del carattere ebraico dello Stato.”

Non è semplice quantificare gli effettivi traguardi del BDS.

Le principali multinazionali, tra cui Microsoft, Google, Apple e Intel, sono tuttora operative in Israele. Artisti di fama internazionale, come Paul McCartney, Lady Gaga, Madonna e Rihanna, si sono esibiti in Israele negli ultimi anni.

Secondo un rapporto diramato a febbraio dal Ministero delle Finanze Israeliano, il BDS ha avuto un impatto trascurabile sull’economia del Paese. Ma la relazione profila un possibile peggioramento del quadro generale, nel caso in cui i governi dell’Unione Europea dovessero aderire al boicottaggio o annullare gli accordi di libero scambio. Allo stesso modo, un recente studio condotto dalla Rand Corporation ha evidenziato che, sebbene il movimento BDS “non abbia ancora avuto ricadute particolarmente negative” su Israele, risulta essere in crescita, e il governo israeliano teme “effetti deleteri” per il quadro economico.

Manifestazione contro il BDS negli Stati Uniti – foto di Yotav Eliach

Il mese scorso, i miliardari di religione ebraica Sheldon Adelson e Haim Saban hanno avviato una campagna fondi a Las Vegas per contrastare l’attività del BDS nelle università americane. Il Ministro della Giustizia Israeliano, Ayeled Shaked, ha dato incarico al suo dipartimento di studiare “misure legali” per ostacolarlo. In settimana, anche Hillary Rodham Clinton, candidata alle primarie democratiche per le Presidenziali Americane, ha espresso la sua opposizione al BDS.

David Makovsky, membro anziano del Washington Institute for Near East Policy ed ex membro del team di negoziatori del Segretario di Stato John Kerry, ha dichiarato che Israele dovrebbe dimostrare chiaramente di essere intenzionato alla creazione di uno Stato Palestinese, se vuole arrestare questo processo.

“Per ridurne la portata e l’impatto, basterebbe che il Primo Ministro si dichiarasse apertamente a favore della soluzione ‘due popoli, due Stati’, assicurando che Israele non costruirà altri insediamenti nei confini del futuro Stato Palestinese,” ha dichiarato. Nena News

 

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In un comunicato dell’organizzazione, accompagnato da due video, è descritto e ripreso l’abbordaggio della nave ammiraglia: “E’ stato un attacco, in palese violazione del diritto marittimo internazionale”

Un fotogramma dell’abbordaggio di Marianne da parte della marina israeliana (Fonte: Freedom Flotilla)

della redazione

Roma, 8 luglio 2015, Nena News - Le operazioni di abbordaggio della Marianne, la nave “ammiraglia” della nuova missione della Freedom Flotilla per Gaza bloccata lo scorso 29 giugno in acque internazionali di fronte alla Striscia, non sono state poi così pacifiche come dichiarato dalle autorità militari israeliane: lo dice un comunicato della Freedom Flotilla stessa diffuso ieri. Stando a quanto dichiarato dall’organizzazione, i soldati israeliani hanno usato violenza, minacce e commesso abusi nei confronti dell’equipaggio e dei passeggeri.

Le immagini dell’abbordaggio, diffuse assieme al comunicato e girate dai passeggeri a bordo – tra loro, oltre al deputato della Knesset Basel Ghattas, l’ex presidente tunisino Moncef Marzouki e numerosi giornalisti internazionali – parlano chiaro: nel primo video si vede il momento dell’abbordaggio da parte di un gommone della guardia costiera israeliana, con un militare che minaccia mentre l’altro componente del commando punta la pistola contro Charlie Andreasson, un membro dell’equipaggio della Marianne.

Nel secondo si sentono i soldati di Tel Aviv affermare al megafono che con il loro gesto gli attivisti sostengono “il regime presente a Gaza”, mentre alcuni fotogrammi dopo si vede un militare usare il taser contro un membro dell’equipaggio e si sentono le sua urla di dolore.

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“Durante le operazioni di dirottamento – si legge nel comunicato – Israele ha commesso un atto di pirateria. La mattina del 29 giugno, alle ore 01.06, la marina israeliana ha attaccato la “Marianne”, parte della Freedom Flotilla III. Lo ha fatto di notte, seguendo l’imbarcazione sin da quando era a 140 miglia nautiche da Gaza, e attaccando a una distanza di circa 100 miglia nautiche da Gaza, in acque internazionali“. “Le 18 persone a bordo – continua il comunicato – sono state rapite e portate contro la loro volontà al porto militare di Ashdod, per essere poi trasferite alla prigione di Givon. Sono state deportate in piccoli gruppi, tra il 1° e il 6 luglio”.

Abbordare la nave è stata una “violazione del diritto marittimo internazionale”, secondo il comitato della Flotilla che ha impugnato la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto Marittimo: “Questo documento si applica a difesa del diritto delle imbarcazioni civili di navigare in acque internazionali, e proibisce quindi azioni di attacco violento in acque internazionali, come ha invece fatto la marina militare israeliana alla “Mavi Marmara” (2010), con il risultato dell’uccisione di nove cittadini turchi e un cittadino americano, il sequestro di navi e il rapimento di decine di civili che hanno tentato di interrompere il blocco negli ultimi quattro anni”.

Infine, il comitato ha affermato che la Freedom flotilla non si fermerà e ha lanciato un appello alla comunità internazionale: “Chiediamo ai governi di tutto il mondo – si legge al termine del comunicato – e alle organizzazioni internazionali di ripristinare il diritto internazionale. Le nostre azioni non sarebbero necessarie se le istituzioni obbligassero il governo israeliano a rispondere per i crimini di guerra e la punizione collettiva ai danni della popolazione di Gaza. Finché non agiranno concretamente, finché Israele non si adeguerà alle leggi internazionali e il blocco di Gaza non avrà fine, la Coalizione della Freedom Flotilla continuerà a navigare verso Gaza”. Nena News

 

 

La barriera al confine con la Libia è l’ultima delle misure contro la minaccia jihadista adottate nel Paese.  A breve l’approvazione di una legge anti-terrorismo. HRW: attenzione al rischio di limitazioni alle libertà degli individui

della redazione

Roma, 8 luglio 2015, Nena News – Il governo tunisino ha annunciato la costruzione di un muro lungo il confine con la Libia per arginare la minaccia del terrorismo jihadista. L’ultimo attentato sulle spiagge di Sousse (38 morti) ha riacceso l’allarme nel Paese, considerato l’unico in cui la primavera araba ha preso una piega democratica.

Un successo, per alcuni analisti, minacciato però dalla presenza sullo stesso territorio tunisino di cellule jihadiste (la Tunisia è il maggiore esportatore di miliziani per l’Isis al mondo) che hanno preso di mira le strutture turistiche, cioè uno dei settori chiave dell’economia della Tunisia, alle prese con crisi economica e disoccupazione. Si ritiene che l’attentatore di Sousse, Seifeddine Rezgui, sia stato addestrato in Libia.

Così a Tunisi, dopo la dichiarazione dello stato di emergenza, si pianifica l’innalzamento di una barriera lunga circa 160 chilometri, che secondo le previsioni del premier Habib Essid, dovrebbe essere terminata entro l’anno. Saranno le Forze armate a costruire il muro e le torrette di sorveglianza.

In Tunisia il livello di allerta è alto. Nelle strutture turistiche e sulle spiagge sono stati dispiegati 1.400 soldati e nelle prossime settimane potrebbe essere approvata una legge anti-terrorismo che giace in Parlamento dall’inizio del 2014.

Le misure di emergenza adottate dal governo di Tunisini, però, hanno sollevato i timori di Human Rights Watch per il rischio di limitazioni alla libertà degli individui. Ad allertare la Ong sono state le dichiarazioni del ministro Kamel Jendoubi che ha rivelato che dopo l’attacco al museo Bardo, lo scorso marzo, sono state fermate oltre mille persone, di cui almeno 120 per sospette attività terroristiche, senza però chiarire se il resto dei fermati fossero stati rilasciati.

“La sfida della sicurezza richiede una risposta forte, ma non il sacrificio dei diritti che i tunisini hanno conquistato nella Costituzione post-rivoluzionaria”, ha detto Eric Goldstein, vice direttore di HRW in Medio Oriente e Nord Africa. Nena News

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Commemorazioni nella Striscia e nei Territori occupati, e anche in Israele. L’attenzione internazionale sull’enclave palestinese si è di nuovo affievolita, mentre i palestinesi vivono ancora tra le macerie, sotto l’embargo imposto da Tel Aviv e nel timore di nuovi attacchi

della redazione

Roma, 8 luglio 2015, Nena News – È trascorso un anno dall’inizio dell’offensiva israeliana denominata ‘Margine Protettivo’ contro la Striscia di Gaza, costata la vita a oltre duemila palestinesi (tra cui oltre 500 bambini) in poco più di 50 giorni di combattimenti e raid dell’aviazione israeliana.

Una guerra (terminata il 26 agosto con una tregua che sta reggendo) che ha riacceso i riflettori del mondo sull’enclave palestinese. L’attenzione internazionale di quei giorni, però, si è di nuovo affievolita e a Gaza si vive ancora tra le macerie, sotto l’embargo imposto da Israele, che rende sempre più difficile l’esistenza dei palestinesi. Le cause di quel conflitto persistono e la minaccia di un’altra guerra è sempre in agguato.

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I numeri della distruzione sono allarmanti: in centomila, sui circa 1.8 milioni di abitanti, vivono ancora da sfollati, i finanziamenti internazionali sono insufficienti e la ricostruzione va a rilento, il 39 per cento della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Circa 18mila abitazioni sono state distrutte o rese inagibili.

L’anniversario del conflitto è stato ricordato oggi nella Striscia e nei Territori occupati, ma per i palestinesi di Gaza (al contrario che per Hamas che parla di vittoria) si è celebrato il ricordo dei cari caduti sotto le bombe che hanno colpito case, scuole, infrastrutture. Un martellamento indiscriminato condannato dagli organismi internazionali, con l’Onu che il mese scorso in un rapporto ha detto che entrambe le parti in lotta (Israele e Hamas che governa la Striscia da otto anni) avrebbero commesso crimini di guerra. Si è trattato del terzo conflitto per Gaza in pochi anni (2009 Piombo Fuso, 2012 Pilastro di Difesa). Il peggiore in termini di numero di vittime e di distruzione.

Anche in Israele si è tenuta una commemorazione per i 73 israeliani morti durante l’offensiva. Il premier Benjamin Netanyahu ha difeso l’attacco a Gaza e ha lanciato l’ennesimo monito ai “nemici di Israele”, cioè Hamas, Hezbollah, Iran e Isis: “Chiunque proverà ad attaccare il nostro popolo pagherà con il sangue”.

Intanto, per i palestinesi le cose si complicano anche a causa della rottura tra Hamas e Anp, che ha fatto sfumare la riconciliazione iniziata prima del conflitto. A Gaza, inoltre, Hamas deve far fronte alla presenza di simpatizzanti dell’Isis che hanno sfidato il movimento islamico palestinese, oltre che lo Stato ebraico, definito “debole” per non avere applicato la shari’a a Gaza. Lo sporadico lancio di razzi verso Israele, di matrice salafita, oltre a provocare la reazione dell’aviazione israeliana, mina una fragile tregua.

Poco più di un anno fa, il rapimento e l’omicidio di tre giovani coloni in Cisgiordania provocò una massiccia caccia ai rapitori nei Territori, con blitz dell’esercito israeliano in cui furono arrestati centinaia di palestinesi e in 5 furono uccisi. Al ritrovamento dei corpi dei tre coloni, seguì il rapimento e l’assassinio di un 17enne palestinese per mano di tre coloni israeliani legati all’estrema destra. Da Gaza furono lanciati razzi e l’8 luglio iniziò l’offensiva militare israeliana ‘Margine protettivo’ contro la Striscia. Nena News

(Soccorritori cercano corpi nella casa della famiglia Al Najar. Foto: IMAGE: EYAD BABA/ASSOCIATED PRESS)

Kamikaze e autobombe stanno segnando questi giorni di Ramandan. Almeno 25 morti nell’aultimo attentato. Intanto, il presidente Buhari ha approvato un pacchetto di aiuti per pagare gli stipendi. In programma una radicale ristrutturazione del settore petrolifero

Il presidente nigeriano Muhammadu Buhari

della redazione

Roma, 8 luglio 2015, Nena News – Moschee, chiese, mercati in Nigeria sono diventati il bersaglio di attentati che negli ultimi giorni hanno fatto strage tra la popolazione civile. L’ultimo attacco, nella città settentrionale di Zaria, ha fatto almeno 25 morti e oltre 30 feriti. L’esplosione è avvenuta vicino a un palazzo governativo, dove in tanti, tra cui molti giovani, facevano la fila per cercare un impiego nell’amministrazione. Ancora non ci sono rivendicazioni, ma per molti dietro le stragi c’è la mano di Boko Haram, il gruppo attivo dal 2009, legatosi all’Isis lo scorso gennaio.

Ieri una giovanissima kamikaze, stando a quanto riferisce Al Jazeera, si è fatta saltare in aria a Kano, altra città del Nord martoriato dall’insurrezione armata di Boko Haram che sta seminando terrore e morte nel Paese, allo scopo di imporre la sua fanatica versione della sharia a una popolazione, quella del Nord a maggioranza musulmano, stretta tra le scorrerie dei miliziani capeggiati da Abubakar Shekau, un esercito accusato di abusi sulla popolazione e una povertà diffusa, che lo contrappone al Sud, cristiano, più ricco.

La scorsa settimana sono stati quattro gli attentati e i miliziani hanno compiuto un massacro nelle moschee di Kukawa: sono stati passati per le armi oltre 140 fedeli. Secondo Amnesty International, negli ultimi sei anni sono stati almeno 17mila i musulmani uccisi dai miliziani e un milioni e mezzo di persone hanno dovuto abbandonare le proprie case per sfuggire alle carneficine.

Una crisi che sta destabilizzando un Paese con una storia di golpe, regimi militari, rivalità etniche-religiose e un presente di disparità sociali, corruzione, violenze, povertà. Un Paese di contraddizioni, che è il maggiore produttore di petrolio del continente, ma anche ai vertici delle classifiche della povertà.

La raffica di attentati che sta insanguinando il Ramadan nigeriano si è intensificata all’indomani dell’elezione alla presidenza di Muhammadu Buhari, musulmano (ha sconfitto Goodluck Jonathan, cristiano, alla guida del paese dal 1999), politico di lungo corso, noto per la sua lotta alla corruzione, che ha già guidato la Nigeria sotto il regime militare negli anni Ottanta.

Buhari ha di recente deciso di rimuovere i checkpoint dell’esercito, affidando il controllo della sicurezza alla polizia. Sono state rafforzate le misure di sicurezza nei luoghi sacri ed è stato vietato il commercio per strada (anche la falconeria), invitando la popolazione a evitare i luoghi affollati. Misure criticate da diversi analisti, che collegano l’intensificazione degli attacchi alla rimozione dei posti di blocco militari.

In effetti le bombe degli ultimi giorni sono seguite all’annuncio del capo della polizia, Solomon Arase, delle nuove misure, ma in passato i soldati nigeriani sono stati accusati da diverse Ong internazionali di violazioni e di abusi contro la popolazione civile. La loro presenza, soprattutto al Nord, è spesso significata arresti indiscriminati, detenzioni arbitrarie, esecuzioni sommarie, rappresaglie. Una brutalità che ha creato un terreno favorevole a Boko Haram che nel nord-est ha il suo bacino di reclutamento, anche è stato ricacciato dalle forse regionali, che sono riuscite a riprendere il controllo di diverse città e centri abitati.

È di questi giorni la dichiarazione alla Bbc del portavoce delle Forze armate, Sani Usman, sul rilascio di cento uomini, 24 donne, e decine di minorenni accusati di legami con i miliziani. Alcuni hanno trascorso mesi in carcere prima che le indagini li scagionassero.

Buhari è stato eletto a marzo, con l’impegno a contrastare e sradicare l’insurrezione di quelli che prima dell’affiliazione all’Isis erano chiamati i “taliban nigeriani”. Un’impresa che non è riuscita a Goodluck Jonathan , poco amato al Nord, e che coinvolge anche altri Stati della regione, toccati dalle scorribande dei miliziani di Abubakar Shekau. Per molti la soluzione non va cercata soltanto nelle armi, ma in politiche di sviluppo economico e di equità sociale che sottrarrebbero consenso a Boko Haram. Un anno fa Kashim Shettima, governatore del Borno, lo Stato più colpito dall’emergenza, parlò di un “Piano Marshall per il Nord”.

L’economia nigeriana, che dipende per l’80 per cento dalle royalty per le estrazioni (entrate abbattute dalla drastica riduzione del prezzo del greggio l’anno scorso) e per il 90 per cento dalle entrate in valuta estera, è arrivata quasi al collasso sotto il governo di Jonathan. Quale sia precisamente il piano di Buhari non è ancora ben chiaro, essendo rimaste centrali le questioni di sicurezza e la corruzione. Il presidente, che si è impegnato a ridurre i ministeri da 42 a 19, dovrebbe nominare a breve la sua squadra di governo, ma ha già messo in piedi alcune commissioni, tra cui la ‘commissione di transizione’ per la realizzazione di riforme.

La Reuters ha ottenuto qualche indiscrezione: tra le raccomandazioni, il ridimensionamento dell’amministrazione, noto luogo di corruzione in Nigeria, una radicale riforma della criticata compagnia petrolifera nazionale, il taglio dei salatissimi sussidi per il petrolio e il cherosene. Ma la cosa più urgente da fare, per evitare disordini, è il pagamento degli stipendi arretrati e dei sussidi. Almeno 12 Stati su 36 devono ai propri dipendenti oltre 550 milioni di dollari in salari. Molti lavoratori non percepiscono uno stipendio da mesi. Per far fronte alla questione, Buhari ha approvato un pacchetto di interventi da 2.1 miliardo di dollari per aiutare gli Stati in bancarotta a corrispondere i salari. I soldi li prenderà da un prestito della banca central e dai dividendi corrisposti dalla agenzia statale del gas.

Tra gli obiettivi del mandato di Buhari c’è il recupero dei soldi rubati dagli ex funzionari statali e dalle compagnie petrolifere, ha detto il presidente. Nel 2013 un’indagine dell’ex governatore della banca centrale, Lamido Sanusi, rivelò che la Nigerian National Petroleum Corporation (NNCP) non aveva versato venti miliardi di dollari in entrate nelle casse statali. Accusa negata dalla NNCP (il cui consiglio è stato disciolto dal presidente il mese scorso) che è nel mirino dei cambiamenti nel settore petrolifero che vorrebbe fare il presidente, partendo dalla revisione dei contratti con le compagnie petrolifere, come Shell, Exxon, Chevron. Riforme non facili, che prenderanno tempo e dovranno essere realizzate sotto la costante minaccia di Boko Haram. Nena News

Torna l’appuntamento della nostra redazione sulla radio indipendente. Lunedì abbiamo parlato del dimenticato conflitto in Yemen, terreno di confronto tra le due potenze regionali: Arabia Saudita e Iran

(Foto: Abdul-Rahman Hwais/EPA)

Roma, 8 luglio 2015, Nena News – Si è consumato un massacro negli ultimi giorni in Yemen. I bombardamenti della coalizione anti-Houthi, guidata da Riad, hanno fatto quasi duecento morti in 48 ore e l’Isis è tornato in azione, colpendo con due autobombe la capitale Sana’a e la città meridionale di al Bayda. Raid e attentati che rendono sempre più precario il cammino verso la tregua intrapreso di nuovo negli ultimi giorni, per fermare i combattimenti durante il Ramadan (iniziato a metà giugno) e portare aiuto a una popolazione allo stremo. Ne abbiamo parlato ai microfoni di Pablo Castellani su Radio Città Aperta, durante la trasmissione “Note e Notizie”. Nena News

La corrispondenza di lunedì 7 luglio. Nena News

http://nena-news.it/wp-content/uploads/2015/07/6-7-2015-radio-città-futura-yemen-nena-news.mp3

How human rights — generally conceived as a counter-hegemonic instrument for righting historical injustices — are being deployed to subjugate the weak and reinforce their domination. The book analyzes the inversions that can take place when emancipatory discourses are appropriated by the dominant group in contexts of political asymmetry

 

by Jadaliyya 

(http://www.jadaliyya.com/pages/index/22040/new-texts-out-now_nicola-perugini-and-neve-gordon-)

 

Jadaliyya (J): What made you write this book?

Nicola Perugini and Neve Gordon (NP & NG): There were two concrete developments that prompted the writing of this book. The first was the recent appearance of Israeli settler human rights NGOs, which is a new type of actor that, in spite of its local specificities, aligns ideologically with conservative organizations around the globe. The settler NGOs are a manifestation of institutional transformations within the culture of human rights in the colonial situation of Israel/Palestine. Moreover, these organizations came into being by adopting a threefold strategy. First, they have appropriated the language of human rights, translating it into a specific Zionist dialect. Second, they have been mirroring the techniques and strategies of liberal human rights NGOs. Finally, they have been trying to invert the asymmetry of power on the ground by transforming the settler into the native and the indigenous into the invader. In the book we show, for example, how these settler organizations take petitions submitted by left leaning cause-lawyers who fight for Palestinian rights, cut and paste numerous passages from these petitions, and simply replace basic terms like Jewish settlements with Palestinian settlements in order to advance dispossession. This was a fascinating change, and we were convinced that it pointed to something profound about human rights and their deployment in the current global context. The second development was the emergence and proliferation of the term “lawfare” within the framework of the so-called “war on terror” and “asymmetric conflicts.” Lawfare combines the words law and warfare and is increasingly defined by government officials, think-tanks, conservative NGOs, and scholars dealing with the various international war fronts as the use of law for realizing a military objective. The attempt of different NGOs to file suits in European courts against Israeli government and military officials for committing war crimes is one example of this development. Lawfare is, however, not only used to describe attempts by liberal human rights groups to submit warfare and conflict to legal oversight. We show that lawfare is also used as a speech act that aims to reconstitute the human rights field as a national security threat, and in this way, implement policies that attempt restrict the work of liberal human rights NGOs and to arrest the deployment of a human rights discourse deemed threatening to the state. The fact that settler organizations are using human rights to lay claim to the colony, while their conservative allies are claiming that certain human rights NGOs are a national security threat by attacking what they call the politicization of human rights, is intriguing. These phenomena underscore that we are witnessing the rise of a new political paradigm that in our counterintuitive title we have called the human right to dominate.

 

J: Who do you hope will read this book, and what sort of impact would you like it to have?

NP & NG: We think that anyone interested in human rights and social change will gain from reading the book. Activists and scholars from different disciplines have, for some time, recognized and even critiqued the top-down approach of human rights organizations, their frequent lack of accountability to the people they purportedly represent, their alienating professionalism, and their complete subordination to legal fiats, which political theorist Bonnie Honig once called “jurocratic rule.” We show that all of these characteristics have helped to consolidate the paradigm of the human right to dominate. Rights can advance domination when those who believe in their emancipatory potential end up—wittingly or not—enhancing subjugation. In addition to human rights practitioners, legal scholars, political theorists, and social scientists, we hope that other audiences will find the book compelling: for instance, activists working for social change and people concerned about current affairs in Middle East. Having spoken with numerous activists over the years, we know that many are dissatisfied with the human rights discourse and what it can achieve. We believe that the book registers this discontent–which sometimes translates into frustration–as well as manages to articulate and explain the current crisis in the political language employed by progressives around the globe. Our hope is that our book will have an impact on the language people use in their struggles, on how they construct and shape the political meaning of their struggles, and on how human rights are taught in universities. Finally, we hope that all those who have been involved in the so-called peace process in Israel/Palestine over the past decades might gain a better understanding of how slippery the political field of human rights has become in the wake of the transformation of human rights into the new global moral lingua franca.

 

J: What particular topics, issues, and literatures does the book address?

NP & NG: When we met during a fellowship at the Institute for Advanced Study in Princeton, we were both reading critical literature on human rights and humanitarianism, and more broadly on the paradoxes of liberal politics—authors such as Samuel Moyn, Mahmood Mamdani, Didier Fassin, Lila Abu Lughod, Laleh Khalili, Wendy Brown, Lori Allen, Ilana Feldman, Lisa Hajjar, Achille Mebmbe, Samera Esmeir, Gregoire Chamayou, and Costas Douzinas, but also many others. We were also both familiar with the internal debates among human rights activists who struggle for justice in Israel/Palestine. We spent a lot of time discussing together the critical literature produced on the paradoxes of human rights and humanitarian aid in Israel/Palestine, and we felt the urgency of trying to connect the dots between the problematic hydraulic model that practitioners, experts, and many human rights scholars have adopted, whereby more human rights equals more emancipation, and the rapprochement between conservative/colonial formations and liberal human rights discourses. There are many parallels to be drawn between the way the Bush administration invoked women’s rights to help justify the war in Afghanistan and the way the French nationalist Marine Le Pen has been advocating women’s rights as part of her campaign against migrant Muslims. Her ideological counterparts in Denmark have become the most outspoken champions of the basic right of freedom of expression as they support the publication of vilifying caricatures of the Muslim prophet Muhammad in local newspapers. Geert Wilders, the founder and leader of the conservative Freedom Party in Holland, compared the Qu’ran to Hitler’s Mein Kampf, invoking the discourse of gay and women’s rights to attack and undermine religious freedoms in his country and elsewhere. In the book, we show the convergences between these conservatives and liberal human rights NGOs, and expose how the latter also use human rights to reinforce domination. We decided to call this deployment “the human right to dominate” not as a cheap provocation, but as a phrase that captures the emergence of a new paradigm in contemporary politics—one that deserves a sophisticated interpretation that explains how and why human rights lend themselves to such appropriations.

 

J: Why is Israel/Palestine so central to this paradigm?

NP & NG: Because of everything we have said above, but also because Israel/Palestine occupies a special place in many of the narratives on human rights. Chapter One shows how following World War II, the allies—who shaped the Universal Declaration of Human Rights—conceived Israel’s creation as a reparation for the extermination of European Jews and their plight as refugees. Thus, the book is an invitation to reconsider this “paradox of reparation,” the idea that reparation for egregious human rights violations resulted in the creation of a settler state that carries out violations of human rights. Scholars have noted that human rights are bound by the state, but the conversation has to be shifted from a formal analysis of this connection to its empirical manifestations and consequences. Moreover, our analysis suggests that there cannot be reparation for Palestinians—unless reparation is conceived as a form of condoning and ignoring historical experiences of injustice, no matter how complicated and intricate these experiences are—that does not tackle the issue of what Mahmud Darwish called the relationship between “dominant victim” and “dominated victim.” This is true for Palestine as well as for all those contexts in which previous victims face the risk of doing injustice by demanding justice.

 

J: How do you see this book as different from other critiques of human rights?

NP & NG: When we began writing this book, we constantly resisted cynicism, to borrow Lori Allen’s expression in her important book The Rise and Fall of Human Rights. Our point of departure in the book was, on the one hand, the widespread failure of human rights activism to challenge domination; and, on the other hand, the disorienting appropriation of human rights by political actors that openly advocate for dispossession, subjugation, and discrimination. We aspired to steer away from certain simplifications that flatten the relationship between human rights and domination while also resisting an essentialist interpretation of this relationship that—to put it bluntly—reduces the human right to dominate to an intrinsic Western characteristic. The book builds on existing critiques by looking at new human rights phenomena and practices and by developing, as much as possible, a nuanced theorization. Nuanced does not mean renouncing a radical critique; rather, we assume that a radical critique is a never-ending process that implies an ongoing reconsideration of reality. As we point out in the conclusion, even after powerful political forces have appropriated human rights and have used them to advance domination, it is still possible to re-appropriate human rights. “Lesson learnt,” to use a terminology familiar to human rights organizations and the NGO world.

 

J: What other projects are you working on now?

NP & NG: We are working on a new book, On Human Shielding. The idea, which began while we were still writing The Human Right to Dominate, is to recompose a genealogy of human shielding that analyzes how this phenomenon relates to the politics of vulnerability, as well as to racial politics. We use the phrase “human shielding” to denote situations in which civilian bodies are transformed, voluntarily or involuntary, into a necro-technology of warfare. The human shield is predicated upon a value ascribed to a living human being who is defined as a civilian and, as such, is protected according to international humanitarian law. A human body thus becomes a shield by virtue of that body’s prior definition as a civilian. Consequently—and as opposed to inanimate shields, which are ultimately conceived and produced in order to protect human vulnerability in war—in the case of human shields vulnerability itself becomes the means of protection. In other words, the human shield defends a vulnerable body, an object, or an area that has become part of the military hostilities, but it does so through its own vulnerability. In this sense, the politics of human shielding is fundamentally a politics of vulnerability. This is what our new project deals with, and we are trying to untangle the intersection between human shielding, vulnerability, and the history of race. We assume that—in spite of the normative and political transformations of the last decades, especially after the decolonization process and what Pier Paolo Pasolini has called “the [revolutionary] irruption of color in the world”—a solid trace of this racial politics still exists within current discussions on human shielding, and that by mapping out the historical relationship between human shielding, vulnerability, and race, we can gain a better understanding of our contemporary moment.

Nicola Perugini and Neve Gordon,

The Human Right to Dominate. New York and Oxford: Oxford University Press, 2015.

Secondo il quotidiano inglese, l’obiettivo del premier israeliano era quello di far adottare la risoluzione (poi votata) temendo la formulazione di un’altra molto più dura nei confronti dello stato ebraico

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu

della redazione

Roma, 7 luglio 2015, Nena News – Se la notizia fosse confermata, sarebbe quanto mai clamorosa: il premier israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe chiesto a diversi leader europei di sostenere il rapporto del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite (Unhrc) che accusa sia Israele che le fazioni palestinesi di aver compiuto crimini di guerra durante “Margine Protettivo”. A rivelarlo è il quotidiano britannico Jewish Chronicle of London.

Secondo la ricostruzione del Chronicle, Netanyahu avrebbe chiamato il primo ministro britannico David Cameron, la cancelliera tedesca Angela Merkel e altri alleati definiti “chiave” venerdì scorso poco prima della votazione al Consiglio dei diritti umani chiedendo loro di votare a favore dell’adozione della risoluzione (poi passata) temendo la formulazione di un’altra molto più dura nei confronti di Israele.

Secondo una fonte vicina a Cameron raggiunta dal quotidiano britannico, il premier inglese – noto sostenitore dello stato ebraico – aveva ritenuto inizialmente la mossa di Tel Aviv una “pura follia”, ma avrebbe votato a favore del rapporto dopo essere stato rassicurato che anche gli altri leader europei si sarebbero espressi per l’applicazione del rapporto Onu.

In una nota ufficiale il ministero degli esteri israeliani ha smentito categoricamente la ricostruzione del Chronicle. “Israele ha annunciato a tutti i membri del Consiglio dei diritti umani che si oppone fortemente alla risoluzione che è stata adottata come già ha detto nella risposta formale che ha presentato” si legge nella dichiarazione del Ministero riportata dal The Times of Israel. “Allo stesso tempo – continua la nota – Israele aveva chiesto ai membri del Consiglio di accertarsi che il testo proposto non fosse reso più duro [nei confronti di Tel Aviv]”

“Sia gli israeliani che i britannici lo negheranno – ha chiosato la fonte vicina a Cameron che ha parlato con il Jewish Chronicle - [e so che] sembra pazzesco, ma è vero”.

Il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha adottato venerdì scorso il rapporto dell’Onu relativo alla guerra della scorsa estate nella Striscia di Gaza. Sui 47 membri del Consiglio, 41 hanno votato a favore della risoluzione mentre 5 si sono astenuti (Etiopia, India, Kenia, Macedonia e Paraguay). Uno solo voto contrario: quello statunitense.

Nel rapporto dell’Onu pubblicato lo scorso mese la distruzione causata da Israele nei 50 giorni dell’offensiva Margine Protetittivo veniva descritta “senza precedenti” e venivano invitate le due parti belligeranti (lo stato ebraico e il movimento islamico palestinese Hamas) a cooperare con l’inchiesta preliminare della Corte penale internazionale (Cpi). Il documento delle Nazioni Unite, il cui team di esperti è stato guidato dal giudice Mary McGowan Davis, aveva accusato sia Hamas sia Israele affermando che entrambe le parti hanno potuto compiere crimini di guerra.

Commentando il voto di venerdì Netanyahu aveva affermato: “il Consiglio dei diritti umani dell’Onu decide di condannare lo stato d’Israele che è innocente e che si è difeso dagli attacchi di una organizzazione terroristica assassina”. “L’Unhrc – aveva aggiunto il primo ministro – non è interessata al [rispetto] dei diritti umani”. Nena News

Il presidente statunitense afferma che i jihadisti saranno sconfitti ma che la battaglia contro di loro sarà lunga. Intanto il Dipartimento di Stato fa sapere che lo Stato Islamico ha perso il 20 e il 30% del suo territorio in Iraq e Siria


della redazione
Roma, 7 luglio 2015, Nena News – La coalizione anti-Isis “sta intensificando” la sua campagna militare contro gli uomini di al-Baghdadi in Siria. A dirlo è stato ieri il presidente Usa Barack Obama parlando al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti (il Pentangono). Obama ha affermato che le recenti perdite militari dello Stato Islamico (Is) dimostrano che i jihadisti saranno sconfitti anche se ha precisato che la battaglia contro di loro sarà lunga. Nel suo intervento il presidente ha ribadito che non manderà altre truppe all’estero per addestrare le forze alleate in Iraq e Siria sottolineando come l’obiettivo della coalizione sia quello di colpire le finanze illecite del gruppo fondamentalista.

“L’Is è opportunista, è sveglia. In molti posti in Iraq e Siria, anche in aree urbane, si nasconde tra la popolazione civile. Ci vorrà del tempo per sradicarla” ha dichiarato, prima di passare a enumerare i progressi compiuti dalla coalizione in Iraq (Monte Sinjar, la diga di Mosul, la Provincia di Kirkuk) e in Siria (Kobani e Tel Abyad) senza dimenticare le sconfitte a Ramadi (Iraq) e nella parte centrale e meridionale della Siria. Il discorso di Obama di ieri non ha aggiunto nulla di nuovo rispetto a quello che il presidente aveva già ripetuto in altre occasioni: nessuna apertura verso il regime siriano di al-Asad, né una possibile collaborazione con l’Iran per sconfiggere i jihadisti in Iraq. Il presidente si è limitato ad annunciare l’arrivo di nuovi volontari siriani (“alcuni sono già addestrati”) che potranno costituire una “forza nuova” contro l’Is. Ha poi promesso al governo iracheno l’invio di altri aiuti militari (tra cui anche i razzi anti-carro).

Le dichiarazioni del presidente erano state precedute in mattinata da quelle del portavoce del Dipartimento di Stato, John Kirby, secondo cui lo Stato Islamico ha perso in un anno il 20 e il 30% del territorio che era sotto il suo controllo in Iraq e Siria. Le sconfitte dell’Is sono avvenute laddove è funzionato il coordinamento tra i raid della coalizione e le forze di terra locali. Uno dei casi di questa positiva collaborazione – ha ricordato al Pentagono il segretario della difesa Ash Carter – è rappresentato dai peshmerga curdi che nella sola giornata di ieri hanno affermato di aver ucciso 40 jihadisti vicino a Kirkuk nel nord dell’Iraq. “In Siria stiamo facendo di più via cielo. Penso che lo abbiate visto. E ciò è possibile negli ultimi giorni grazie all’azione sul terreno delle forze curde che ci danno l’opportunità di sostenerli tatticamente”.

Le parole dei vertici americani cozzano, però, con la realtà. Che l’Is stia indietreggiando è infatti tutto da dimostrare. Nonostante i raid aerei subiti quotidianamente, i jihadisti non soltanto riescono a mantenere sotto il loro saldo controllo le loro “capitali” (Raqqa in Siria e Mosul in Iraq) e il confine tra Iraq e Siria (occupando ampie porzioni di territorio in questi due stati), ma passano al contrattacco con facilità. Ieri gli uomini di al-Baghdadi sono rientrati in una cittadina conquistata recentemente dai curdi siriani che dista a soli 55 chilometri da ar-Raqqa. L’attacco è stato confermato anche dalle forze curde siriane del’Ypg: “L’Is ha lanciato una offensiva sul larga scala all’alba ed è riuscita ad entrare ad ‘Ain Issa” ha detto all’Afp Redur Khalil, il portavoce delle Unità di Protezione popolare del popolo curdo (Ypg).

‘Ain Issa era stata conquistata dai curdi lo scorso 23 giugno a pochi giorni di distanza dalla loro vittoria a Tel Abyad, cittadina a confine con la Turchia. Due giorni fa, intanto, la coalizione a guida Usa è arrivata a colpire alcune aree di Raqqa. L’obiettivo dei bombardamenti – ha spiegato il segretario alla difesa Carter – è stato quello di limitare “il movimento dell’Is e la sua capacità di contrastare l’avanzata delle forze curde”.

Ma se lo Stato islamico è il nemico da “abbattere” (secondo quanto ha ripetuto ieri Obama), continuano a non far inorridire alla coalizione internazionale i crimini compiuti dai qa’edisti di an-Nusra che, alleati a volte con i ribelli moderati appoggiati dagli occidentali, non sono meno brutali dei miliziani dello Stato islamico. Ieri un attentore suicida dell’organizzazione qa’edista si è fatto saltare in aria ad un checkpoint controllato dall’esercito di al-Asad vicino ad Aleppo uccidendo almeno 25 soldati siriani. L’attacco suicida ha luogo mentre in città è in corso una offensiva della variegata opposizione al regime che mira a riprendere il controllo delle parti occidentali della città ancora controllate dal governo.

Secondo alcuni testimoni oculari, al-Asad starebbe riuscendo a mantenere i territori in città sfruttando la rivalità tra i ribelli (tra cui anche an-Nusra) e lo Stato islamico. Secondo Mohammed al-Khatieb di al-Monitor, Damasco starebbe evitando di attacare lo Stato Islamico ad Aleppo preferendo colpire principalmente i gruppi dell’opposizione “moderata”. Non perché vi sia un alleanza tra gli uomini di al-Baghdadi e quelli di al-Asad – precisa al-Khatieb – ma per puro opportunismo: sbarazzarsi prima dell’opposizione sponsorizzata dagli occidentali e dai partner regionali sfruttando gli scontri in corso sul fronte est tra i gruppi ribelli e i jihadisti dell’Is. Nena News

The disappearance of Mahmoud Salfiti, a Salafist prisoner who had been granted a 24-hour leave to visit his family, raises questions about Hamas’ ability to control and secure the Gaza Strip

Poliziotti di Hamas a Gaza (Foto:REUTERS/Mohammed Salem. Source: al-Monitor)

Rasha Abu Jalal         al-Monitor

Roma, 7 luglio 2015, Nena News - The disappearance of prisoner Mahmoud Salfiti, who belongs to a Salafist group in the Gaza Strip and is convicted of killing an Italian man in 2011, has raised serious questions in Palestinian society on how he managed to escape and the role of the Hamas security forces. Salfiti’s escape has also revived the debate on the expansion of Salafist influence and its ability to affect change in Gaza.

Salfiti, 27, and two others — Mohammed Albraizat, 24, and Talal Omari, 21 — had threatened in a video on April 15, 2011, to kill Italian volunteer Vittorio Arrigoni, who was on an assignment in Gaza with the International Solidarity Movement, in the event Hamas did not release Salafist detainees within 30 hours. Arrigoni was found hanged and handcuffed in an apartment before the deadline expired.

Four days later, Hamas security forces entered a house in the Nuseirat refugee camp in central Gaza; Salfiti sustained minor injuries and Albraizat and Omari were killed in the operation. Salfiti was sentenced to 15 years in prison in February 2013.

After spending less than four years in Ansar prison in Gaza City, Salfiti was granted a 24-hour home leave by the prison administration on June 18 to visit his family in Gaza on the occasion of the holy month of Ramadan. Iyad al-Bezem, spokesman for the Ministry of Interior in Gaza, confirmed Salfiti’s escape to Al-Monitor and said that his ministry is investigating.

“By law, prison administrations can grant detainees a home leave for good conduct when they have completed a quarter of their prison term; this was the case with Salfiti, but he never returned,” Bezem said.

However, several well-informed sources told Al-Monitor on condition of anonymity that Salfiti took advantage of the home leave that he was granted for Ramadan, and that he had made his way to Syria to join the Islamic State (IS).

The same sources said that senior leaders in the Izz ad-Din al-Qassam Brigades, Hamas’ military wing, were involved in mediation efforts with the security services in Gaza in mid-June. They said that the security services agreed to grant Salfiti a home leave when his relatives promised to bring him back after 24 hours. But six hours after he left Ansar prison, he had disappeared. The sources stressed that they did not know how Salfiti had managed to escape from Gaza and whether he used the Rafah crossing on a fake passport or one of the few remaining tunnels to Egypt.

Salfiti’s escape from Gaza went viral on social media and Twitter as people speculated about which route he used. Some denounced the authorities for enabling the escape of a dangerous Salafist and failing to put in place surveillance measures during Salfiti’s visit to his family.

Senior Hamas official Yahya Moussa told Al-Monitor that Salfiti’s escape is a “serious matter.”

“We sent a request to the security services to brief us on the circumstances of the [escape]. This is a very important issue for us and the relevant parties must be held accountable,” Moussa said. “Salfiti may have been able to escape through the Rafah crossing by using a fake passport,” and noted that this also happens in other parts of the world and not just in the Gaza Strip.

Kayed al-Ghoul, member of the political bureau of the left-wing Popular Front for the Liberation of Palestine, which denounced Salfiti’s disappearance, told Al-Monitor that there may have been “prior arrangements” that allowed Salfiti’s escape from Gaza. He ruled out the possibility that a solely personal effort on his part could have led to this, due to the tight security measures in Gaza.

“This incident needs to be seriously examined for its circumstances to be revealed, especially since there are indications of prior arrangements that allowed his escape. In light of the complex issues plaguing Gaza and the closing of official crossings and tunnels, it is difficult for anyone to escape illegally,” Ghoul said.

He pointed out that Salfiti’s escape “reinforces the idea of ​​the ability of Salafist groups in Gaza to extend their influence,” and called on the security authorities and Hamas to take the appropriate measures that would stop the expansion of Salafist groups in the Gaza Strip.

IS members in Aleppo had threatened Hamas in a video published on social networking sites June 30. The speaker in the video introduced himself as “Abu Qoutada al-Felastini.”

Felastini, a Gaza resident who recently joined IS in Syria, addressed Hamas in his speech and said, “We swear by God that we will take our revenge on you and make all of you cry. We swear that Gaza will be filled with blood and body parts.” He accused Hamas of “heading toward unbelief given the demolition of the Ibn Taymiyyah Mosque [in August 2009]” and promised Hamas to avenge the killing of Younis al-Hanr, a Salafist, on June 2 in the Sheikh Radwan neighborhood in northern Gaza City.

Moussa questioned the widening influence of Salafist groups in Gaza and downplayed their ability to bring about change amid the current circumstances in Palestinian society. “It is not true that IS or Salafist groups have influence in Gaza, or that they are expanding,” he said.

He explained that the presence of IS elements and Salafist groups in the Gaza Strip “is very limited,” and that “there are several national and Islamic resistance movements in Gaza that use weapons for the sole purpose of ending the Israeli occupation. The ideas of these movements are spread across the Palestinian arena, so there is no suitable environment for IS’ expansion in Gaza.” Nena News

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Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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