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Agenzia Stampa Vicino Oriente
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In questi giorni sono al lavoro negli ospedali di Gaza, in stretta cooperazione con i colleghi palestinesi, diverse equipe volontarie del “PCRF- Soccorso medico per i bambini palestinesi” giunte dall’Italia per fare formazione ed operare bimbi con patologie gravi

foto PCRF

 di Martina Luisi*

Gaza, 31 maggio 2016, Nena News - Palestine Children’s Relief Fund (PCRF) è una ong presente in Palestina sin dall’inizio degli anni Novanta, con l’intento specifico di fornire appropriate cure mediche gratuite ai bambini gravemente ammalati. In particolare il  PCRF organizza missioni specialistiche dall’estero su base volontaria, equipaggiamento, ricostruzione di strutture sanitarie o anche ricoveri umanitari in ospedali di paesi più fortunati. Col tempo i programmi si sono ampliati per includere programmi di assistenza sociale, psico-sociale e umanitaria legati alle emergenze, anche in paesi limitrofi come il Libano e la Siria.

L’impegno di PCRF è incredibilmente massiccio ed in forte crescita: all’estero è supportato da circa 40 gruppi satellite dislocati in tutto il mondo ed impegnati a raccogliere fondi e ad accogliere nei propri paesi i bambini più poveri e marginalizzati per realizzare interventi altrimenti impossibili a livello locale. Rientra tra questi “Country-Chapter” anche l’Italia dove si è costituita nel 2013 l’Associazione PCRF-Italia, con un ruolo attivo nell’organizzazione di missioni e nella realizzazione di progetti specifici, sostenuti da importanti attori come il la Cooperazione Italiana, la Regione Toscana, la Tavola Valdese, Asl e molti altri donatori e promotori pubblici e privati, tra cui le ong Cospe e CMSR.

foto PCRF

E’ proprio dall’Italia che tra il 25 ed il 26 Maggio sono giunte nella Striscia di Gaza ben 5 missioni che sono attualmente impegnate tra lo Shifa Hospital e lo European Gaza Hospital (EGH) rispettivamente a Gaza city e a Khan Younis nel sud della Striscia.

Il team ormai veterano è quello della cardiochirurgia pediatrica che dal 2013 ha realizzato una decina di missioni (per contare solo quelle chirurgiche) e operato 95 bambini affetti da malattie cardiovascolari. Guidata da Vincenzo Stefano Luisi (cardiochirurgo, presidente di PCRF-Italia) il team si compone da una solida base di esperti ed amici come Paolo Del Sarto, Vittoria De Lucia e Sofia Redaelli (FTGM/Ospedale del Cuore di Massa), Massimo Padalino, Cristiana Carollo, Dario Fichera, Angela Prendin e Elena Carluccio (Ospedale universitario di Padova), Federica Iezzi (Ospedali Riuniti di Ancona) e Paola Dal Soglio (Ospedale di Verona). 

L’impegno di questo team e di PCRF-Italia è quello di costituire un reparto di cardiochirurgia pediatrica autonomo che non richieda più sostegno dall’esterno. Un’utopia, si può pensare, ma i nostri volontari sanno sognare e sono testardi a sufficienza per farcela. A Gerusalemme, al Makassed hospital, ce l’hanno già fatta, costituendo il primo reparto cardiochirurgico dedicato ai bambini in tutta la Palestina.

foto PCRF

Con loro, presso lo stesso EGH, anche un nuovissimo team di chirurgia toracica composto da Gianfranco Menconi e Baldassare Ferro (ASL 6 Livorno) e Alessandro Torrini (Asl 12 Viareggio). Tre persone diverse con un bagaglio umano indispensabile e che già hanno il “mal di Gaza” stampato in fronte. Torneranno, ne siamo certi. I colleghi palestinesi si sono già premurati di avere questa conferma.

Come evidente, spiccano per queste due prime esperienze il ruolo di diverse ASL soprattutto toscane che si completano e si integrano tra loro e col personale locale che partecipa attivamente anche ai fini dello scambio e della propria formazione.

Allo Shifa si sono insediate invece due equipe provenienti da Napoli e composte la prima dai chirurghi pediatrici Bruno Cigliano, Sergio D’Agostino e dall’anestesista Raffaele Aspide, e la seconda dagli oncologi Gianpiero Cione e Luciano Keller. La grinta e l’entusiasmo partenopei sono percepibili e non sono mancati scambi a distanza con i colleghi italiani all’EGH per confrontarsi su taluni pazienti visitati che richiedono l’attenzione integrata di diversi specialisti.

Infine partecipano anche Angelo Stefanini (Università di Bologna) e Martina Luisi (Coordinatrice PCRF-Italia) che seguono lo sviluppo di un progetto pilota in materia di Primary Health Care nell’area sud di Khan Younis e Rafah che sarà avviato attraverso un primo workshop realizzato in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS/WHO), l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (UNRWA), il Ministero della Salute e la partecipazione di altre ong come Palestinian Medical Relief Society (PMRS).

Ma l’impegno di PCRF a Gaza è molto altro ancora: sono infatti in corso diversi programmi come quello sulla salute mentale per i bambini traumatizzati dalle recenti offensive militari israeliane con interventi di tipo sociale e socio-sanitario, ed il ben più noto programma per la cura delle malattie oncologiche. A fronte dell’ampio numero di bambini malati di cancro e delle difficoltà di raggiungere la Cisgiordania o altri paesi per ricevere le cure necessarie, PCRF sta replicando l’esperienza della cardiochirurgia pediatrica : dopo aver avviato il primo centro oncologico presso l’Ospedale di Beit Jala nei pressi di Betlemme (Huda al Masri Pediatric Cancer Department), sono in corso i lavori per costruire un’omologa struttura a Gaza.

Siamo al cemento, un cemento forte come le intenzioni di tutti gli operatori e sostenitori di PCRF. Crediamoci. Qualcuno venuto qui prima di noi ci ha insegnato che bisogna saper sognare e vale la pena farlo.

*Coordinatrice nazionale del PCRF Italia

per info: martina@pcrf.net

 

Shaykh Ali Salman di al-Qifaaq dovrà restare 9 anni non 4 in carcere. E’ quanto ha stabilito oggi una corte bahrenita. Ong locali: “è un modo per silenziare il dissenso”

Shaykh Ali Salman

della redazione

Roma, 30 maggio 2015, Nena News – Una corte d’appello di Manama ha raddoppiato oggi gli anni di detenzione al leader dell’opposizione bahrenita Skaykh Ali Salman. La decisione di aumentare a 9 anni la pena originaria di 4 anni di carcere per “istigazione alla violenza” ha scatenato le dure proteste del partito di Salman, al-Wifaaq, che ha definito la sentenza “inaccettabile e provocatoria”.

Il 50enne leader dell’opposizione è stato arrestato nel dicembre del 2014 perché aveva partecipato ad una manifestazione contro le elezioni legislative boicottate dalla maggioranza sciita. Ali Salman è stato accusato di incitamento all’odio contro il governo e di tentato golpe. Accuse difficili da credere essendo Salman un leader moderato, favorevole alla instaurazione in Bahrein di una monarchia costituzionale e non promotore di una rivoluzione in nome della repubblica. Il leader di al-Wifaaq ha anche appoggiato il “dialogo nazionale” che si è svolto nell 2014 tra monarchia e opposizione cercando di giungere ad un compromesso con le autorità locali. Il suo arresto (dicembre 2014) e la sua successiva condanna (luglio 2015), hanno provocato violenti scontri tra i suoi sostenitori e le forze di polizia. In più di una circostanza l’opposizione è scesa in piazze chiedendo il suo rilascio. Ma re Hamad, monarca sunnita in un Paese a maggioranza sciita, si è sempre rifiutato di accordargli una amnistia.

Di processo “ingiusto” ha parlato oggi l’avvocato di Salman, Jalila al-Sayed. Secondo al-Sayed i diritti del suo assistito non sono stati rispettati: secondo la difesa, infatti, le prove filmate presentate dalla procura sarebbero state “manipolate” . Dure critiche arrivano anche da Maryam al-Khawaja dell’associazione “Centro del Golfo per i diritti umani” e sorella della nota attivista Zaynab detenuta attualmente in carcere. “La sentenza di oggi è solo un altro esempio di come funziona il sistema giudiziario locale. E’ un semplice strumento per mettere sotto silenzio e prendere di mira tutti coloro che criticano il regime”.

Ma di fronte a queste violenze gli europei e statunitensi, sempre pronti a dispensare lezioni di democrazie ai loro “nemici”, tacciono. A inizio mese ha fatto discutere il posto d’onore riservato al monarca bahrenita re Hamad durante le celebrazioni per il 90esimo compleanno della regina britannica Elisabetta II. Le violenze e le violazioni dei diritti umani da parte delle autorità del piccolo arcipelago arabo sono ben note all’Unione Europea e agli Stati Uniti. Ciononostante, non destano alcun clamore presso le cancellerie occidentali: il Bahrein è uno stretto alleato occidentale in chiave anti-iraniana, ospita la V flotta degli Usa e, di recente, anche una base militare britannica.

A criticare la sentenza del tribunale di Manama è anche Sayed Ahmed al-Wadaei, il direttore dell’Istituto del Bahrein per i diritti e la democrazia. “Questa è una nota di demerito per il sistema giudiziario locale. Nonostante gli inviti dell’Onu per il rilascio di Shaykh Salaman, la sentenza di carcere conferma la poltica autoritaria del governo che mira a silenziare tutti coloro che manifestano il dissenso nel Paese. Chi non condanna il verdetto di oggi dà la luce verde al Bahrein [per continuare su questa linea]”.

Lo scorso 5 febbraio il parlamento europeo ha condannato fermamente l’uso continuo della tortura da parte delle forze di sicurezza bahrenite e l’applicazione di leggi anti-terrorismo che tendano a punire i cittadini per il loro credo politico. Nena News

OPINIONE. Se da un punto di vista militare il governo Al Abadi ha ricostruito il proprio apparato di difesa per contrapporsi all’Isis, non si può dire la stessa cosa per quanto riguarda la sfera politica ed amministrativa. Le proteste e gli scontri di questi giorni, infatti, potrebbero sfociare in nuove lotte e conflitti riportando il paese nel baratro dello scontro settario

Esercito iracheno

di Stefano Mauro     Contropiano

Roma, 30 maggio 2016, Nena News – Quando nel 2003 il presidente degli Stati Uniti George W Bush decise di attaccare ed invadere l’Iraq, in poco tempo il regime di Saddam Hussein venne sconfitto dalla coalizione internazionale, ma con esso fu subito distrutto tutto l’apparato militare, burocratico e di polizia dello stato iracheno.

Nei successivi nove anni gli USA tentarono di ricostruire un apparato burocratico e di pubblica sicurezza confidando però nella sola classe politica moderata sciita che portò all’elezione del primo ministro Iyad Allawi. Il loro primo obiettivo fu, invece, una continua delegittimazione degli esponenti sunniti iracheni ed un loro progressivo allontanamento dalla sfera politica nazionale: abbastanza eclatante fu il caso del vice presidente sunnita Tareq al Hashemi accusato di terrorismo nel 2011 e fuggito a Doha. L’accusa di terrorismo era legata, invece, alla politica settaria del nuovo primo ministro Nouri Al Maliki nei confronti della comunità sunnita.

La lotta tra le due confessioni, sunniti e sciiti, ha radici lontane. Da quando, infatti, nel 1979 il presidente Saddam Hussein prese il potere e incentrò il proprio apparato politico Ba’athista sulle tribù sunnite del nord, a discapito, anche attraverso persecuzioni e massacri, della comunità sciita del meridione o di quella curda del nord-est.

In questi lunghi anni si sono succedute diverse elezioni e l’impostazione dell’attuale apparato governativo è stata, purtroppo, quella sulla suddivisione confessionale, portando quindi il paese a tutte le problematiche legate a tale scelta: dall’annullamento di una reale impronta politica nazionale al problema del clientelismo confessionale per attribuzione di cariche e appalti. In base a questa suddivisione il presidente della repubblica è un curdo, il primo ministro uno sciita ed il presidente del parlamento un sunnita oltre alle diverse quote comunitarie dei diversi rappresentanti in parlamento. Le prime elezioni del gennaio 2005 furono boicottate da parte dei sunniti che protestavano contro il processo di de-ba’athizzazione in tutti gli apparati statali. Le seguenti elezioni del dicembre 2005, successive al varo della nuova costituzione, portarono all’ingresso politico della comunità sunnita anche se con moltissime frizioni causate dall’atteggiamento discriminatorio del primo ministro Nouri Al Maliki.

Le elezioni del 2010 e 2014 non si differenziano da quelle precedenti sia per quanto riguarda gli esiti dei rappresentanti – Al Maliki viene rieletto in entrambe i casi – sia per quanto riguarda la campagna di denigrazione e annichilimento degli esponenti della comunità sunnita. Dopo il ritiro statunitense, nel 2011, la recrudescenza degli attentati terroristici e gli scontri settari hanno provocato una paralisi istituzionale aggravata dallo scontro politico tra il primo ministro sciita Al Maliki ed il presidente del parlamento: il sunnita Osama al Nujaifi, aggravato ancora di più dall’assenza del presidente della repubblica pro-tempore il curdo Jalal Talabani, colpito nel 2012 da un grave ictus. Questo ha consentito alle varie formazioni terroristiche attive in Iraq di approfittare del caos creatosi e di rafforzare le proprie posizioni. Proprio nel 2012 l’Iraq subisce le ripercussioni della guerra civile siriana. Nel 2013, infatti, a causa dell’ingente numero di guerriglieri jihadisti sia nella parte orientale siriana che in quella occidentale irachena, Abu Bakr Al Baghdadi, leader dello Stato Islamico in Iraq, proclama la creazione di un califfato trans-nazionale con il nuovo nome di Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, conosciuto con l’acronimo inglese ISIS o ISIL o con l’acronimo arabo di Daesh.

All’inizio del 2014 il gruppo jihadista ottiene diverse vittorie in territorio iracheno fino a conquistare la città di Fallujah e la provincia di Anbar, mentre nell’estate dello stesso anno arriva a impossessarsi del nord-est espugnando Mosul. L’appoggio di ex militari sunniti del regime ba’athista, ormai estromessi dal potere politico sciita di Baghdad e con una preparazione militare ed una conoscenza del territorio, ha inevitabilmente influito nella rapida ascesa dell’ISIS in tutto il territorio settentrionale iracheno.

Dopo vari tentativi per definire nuovi equilibri di potere, legittimati dai risultati delle elezioni politiche del 30 aprile scorso, è stato finalmente trovato un accordo per l’attribuzione delle principali cariche istituzionali: Fuad Massoum (curdo) è stato eletto Presidente della Repubblica, Salim al-Jabouri (sunnita) è andato a presiedere il Parlamento e Haider Al-Abadi (sciita) è stato nominato Primo Ministro.

L’approccio politico del leader sciita sembra molto più conciliante nei confronti della comunità sunnita, a differenza del suo predecessore Al-Maliki allontanato dall’incarico di governo proprio per questo motivo. Nelle sue intenzioni la prima mossa politica di Al Abadi sarebbe stata quella di proporre un governo di unità nazionale che si allontanasse dai legami confessionali e clientelari precedenti. Questo passaggio ad oggi non è ancora avvenuto, ed è per questo motivo che i sostenitori del movimento sciita guidato da Moqtada al Sadr, hanno protestato vivamente fino ad occupare la zona verde ed il parlamento iracheno.

I sostenitori sadristi lamentano, infatti, l’immobilità politica della classe dirigente irachena che vive solamente di corruzione e clientelismo. In quest’ottica si devono analizzare le diverse manifestazioni di questi tre venerdì consecutivi. In risposta alle proteste emerse in questi ultimi mesi, il premier Al Abadi ha promesso che “l’impegno del governo per nuove riforme radicali ci sarà subito dopo la presa di Fallujah e della totalità della provincia di Anbar, vitale per lo stato iracheno”.

Da un punto di vista militare, invece, la scelta di Al Abadi di ricostruire un apparato militare che coinvolga tutte le forze politiche e tutte le confessioni del paese sembra essere stata vincente. Le rapide vittorie dell’ISIS in territorio iracheno erano, infatti, anche legate alla progressiva disgregazione dell’esercito a causa anche delle continue frizioni tra sunniti e sciiti a livello politico: le sconfitte di Tikrit e Mosul, infatti, con i militari iracheni che scappavano e lasciavano armi ed equipaggiamenti ai miliziani jihadisti, avevano reso necessaria una riforma anche delle forze militari interne.

Le Forze di Mobilitazione Popolare o Forze Popolari (FP o in arabo Al-Hashd as-Shaabi) sono state formate nel giugno 2014, dopo la richiesta dell’Ayatollah Ali Al Sistani di “unire tutti gli sforzi per la difesa del territorio iracheno e della capitale Baghdad”. Sono costituite sia dai vecchi apparati militari sia dalle differenti milizie confessionali sotto la supervisione del ministero dell’interno iracheno e del primo ministro Al Abadi. Il carattere multiconfessionale delle FP è sicuramente il punto di forza che ha cambiato le sorti della lotta contro l’ISIS: quello che le popolazioni sunnite del nord poco tolleravano era, infatti, la netta predominanza di comandanti sciiti nelle loro aree rurali. All’interno delle milizie ci sono tutte le formazioni militari di quasi tutte le confessioni del paese: gli sciiti, i sunniti, i cristiani, gli yazidi e il coordinamento delle forze curde.

Dal 2015 ad oggi sono state diverse le vittorie ottenute dalle FP con la riconquista di città fondamentali come Ramadi fino alla battaglia di questi giorni che riguarda un altro centro di fondamentale importanza: Fallujah. Le vittorie di questi ultimi mesi sono legate soprattutto al sostegno da parte delle tribù locali che riconoscono parte delle FP, costituite da sunniti, realmente forze di liberazione dall’oppressione jihadista di Daesh nella quale erano cadute.

Bisogna inoltre aggiungere che, come avviene in Siria, le difficoltà di contrapposizione alle milizie jihadiste sono anche legate alle ingerenze da parte di paesi come l’Arabia Saudita e la Turchia che tentano di preservare i propri interessi geo-politici: i sauditi per contrastare l’asse sciita rappresentato da Iran, Iraq, Libano e Yemen, i turchi per ostacolare l’ascesa politica e militare dei peshmerga curdi. Sono numerose, in particolare da fonti locali e agenzie stampa russe e iraniane, le accuse nei confronti di turchi e sauditi che riforniscono di armi le milizie jihadiste di Daesh e favoriscono il loro passaggio o spostamento dai territori limitrofi. Da un altro punto di vista sono altrettanto frequenti e importanti, gli aiuti ed il sostegno iraniano alle milizie irachene. Proprio in questi giorni, ad esempio, è stato visto in territorio iracheno il generale Sulemaini, comandante delle celebri brigate iraniane al Quds – forze di intervento e di preparazione alle truppe che si contrappongono al jihadismo dall’Iraq alla Siria- con il chiaro scopo di coordinare l’attacco finale alla città di Fallujah.

Se, quindi, da un punto di vista militare il governo Al Abadi ha ricostruito il proprio apparato di difesa per contrapporsi all’ISIS, non si può dire la stessa cosa per quanto riguarda la sfera politica ed amministrativa. Le proteste e gli scontri di questi giorni, infatti, potrebbero sfociare in nuove lotte e conflitti riportando il paese nel baratro dello scontro settario, aggravando l’instabile situazione interna in cui quotidianamente la capitale irachena è vittima di attentati dinamitardi di matrice jihadista che fanno centinaia di morti. Nena News

Dopo giorni di bagarre interna, l’esecutivo Netanyahu ha sciolto definitivamente i suoi dubbi sul leader oltranzista di Yisrael Beitenu. A festeggiare è anche il capo di Casa Ebraica, Naftali Bennet, che chiedeva una modifica all’interno del gabinetto di sicurezza

Da sinistra a destra: Avigdo, Benjamin Netanyahu (Likud), Naftali Bennet (Casa Ebraica)

di Roberto Prinzi

Roma, 30 maggio 2016, Nena News – Dopo giorni di polemiche, attacchi e due dimissioni, stamattina il governo israeliano ha approvato all’unanimità la nomina del falco Avigdor Lieberman (Yisrael Beitenu) al ministero della Difesa. Nella riunione dell’esecutivo tenutasi a Gerusalemme si è anche stabilito che a Yisrael Beitenu (che da oggi entra ufficialmente a far parte della coalizione governativa) spetterà anche un altro dicastero importante: quello dell’Immigrazione che sarà diretto da Sofa Landver. Tzachi Hanegbi del Likud (il partito del premier Netanyahu) sarà ministro senza portafoglio nell’ufficio del premier.

L’intesa raggiunta oggi è stata accolta con grande soddisfazione dal ministro del Welfare nonché presidente del comitato centrale del Likud, Haim Katz. “L’aggiunta dei membri di Yisrael Beitenu alla coalizione di governo – ha scritto Katz in una nota – riflette la volontà di chi [ci] ha votato, rafforza la leadership nazionale e aiuta il governo a promuovere misure per migliorare il benessere dei cittadini israeliani”.

Sembrerebbe essersi conclusa, quindi, con il voto unanime di stamattina la crisi politica che aveva messo a rischio per diversi giorni la composizione attuale dell’alleanza governativa. L’ingresso di Yisrael Beitenu al governo, annunciato in pompa magna la scorsa settimana dal premier, era nei fatti rimasto in bilico fino a ieri. Alla base dei rinvii vi era soprattutto la richiesta/ricatto da parte del capo del “partito dei coloni”, Naftali Bennet, di modificare le modalità in base alle quali viene informato il gabinetto di sicurezza. Bennet, con cui il primo ministro ha un rapporto tutt’altro che semplice, aveva minacciato a più riprese l’uscita dal governo della sua compagine politica qualora non fosse stato accontentato.

La richiesta del leader di Casa Ebraica era sul tavolo da giorni: nominare un funzionario militare che abbia come compito quello di informare l’intero gabinetto (che comprende, tra i vari parlamentari, lo stesso Bennet) sulle decisioni relative alla sicurezza d’Israele, soprattutto in caso di guerra. Attualmente, infatti, Netanyahu e il titolare della Difesa possono controllare le informazioni fornite dai servizi di Intelligence e dall’esercito comunicando ai membri del gabinetto solo quelle che ritengono opportune. In questo modo, ha denunciato Bennet, si influenza l’intero operato del comitato sicurezza che rischia di essere tenuto all’oscuro su importanti dettagli.

La polemica va avanti da tempo. Già durante l’offensiva israeliana “Margine Protettivo” nella Striscia di Gaza (estate 2014) il leader di Casa ebraica e l’allora ministro degli Esteri Lieberman protestarono vivacemente contro la gestione “personalistica” (e “troppo debole”) di Netanyahu e del ministro della Difesa Ya’alon della campagna militare contro i palestinesi. Il ben servito dato dieci giorni fa a quest’ultimo dal premier e il possibile ingresso di Lieberman hanno soltanto riaperto il vaso di Pandora.

Dopo un’altra giornata tesa, nella tarda serata di ieri Bennet ha finalmente stemperato i toni. “A partire da lunedì ci sarà un segretario militare”, “la nazione ebraica ha vinto. Ritorniamo a lavoro” ha twittato non nascondendo una certa giustificata soddisfazione. In base ai termini dell’accordo, inoltre, il capo del Consiglio della sicurezza nazionale (o il suo vice) dovrà essere a disposizione del gabinetto che, tra i vari compiti, ha quello di autorizzare o meno il dispiegamento di truppe di terra in caso di guerra. Una vittoria, quella raggiunta da Bennet, non irrilevante dal punto di vista politico: viene ristretta con oggi l’ampia libertà di cui hanno sempre goduto i premier e i ministri della difesa israeliani in tema sicurezza, questione chiave nello stato ebraico.

Con l’ingresso ufficiale dell’oltranzista Lieberman, il governo potrà ora disporre di 6 seggi in più rafforzando l’esigua maggioranza (un solo seggio) di cui godeva finora Netanyahu. La riappacificazione tra Bennet e primo ministro ha anche un’altra conseguenza: spegne al momento la possibilità d’ingresso dei laburisti nell’esecutivo di estrema destra. Fino ai cinguettii distensivi del leader di Casa Ebraica, infatti, il Canale 2 israeliano aveva parlato di concrete possibilità di vedere il Campo Sionista diretto da Hertzog (teoricamente il principale partito d’opposizione e lo storico rivale del Likud) all’interno della nuova coalizione governativa in cambio di alcuni ministeri. Per ora Hertzog deve attendere facendo attenzione a guardarsi alle spalle: il malcontento interno verso la sua leadership è ormai palpabile. Nena News

Roberto Prinzi è su Twitter @Robbamir

L’obiettivo è rispondere alla campagna per il boicottaggio delle università israeliane lanciata lo scorso gennaio da oltre 300 professori e ricercatori universitari italiani. Resta in carcere l’astrofisico palestinese Imad Barghouthi nonostante una corte militare israeliana avesse chiesto giovedì il suo rilascio

Il Technion di Haifa

di Roberto Prinzi

Roma, 30 maggio 2016, Nena News – Rispondere al boicottaggio lanciato all’inizio di quest’anno da oltre 300 accademici italiani e rafforzare i rapporti con lo stato ebraico. Sono questi i motivi principali che spingeranno questa settimana decine di ricercatori e studiosi provenienti dall’Italia a incontrare i loro colleghi israeliani in una serie di conferenze di carattere per lo più scientifico.

“E’ uno sforzo senza precedenti per rispondere concretamente ad una questione delicata” ha detto al quotidiano israeliano Ha’Aretz Francesco Talo, ambasciatore italiano in Israele. “Crediamo che la ricerca e le università debbano essere libere, aperte al dialogo e allo scambio”. Il boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane ha avuto meno successo in Italia che in altri paesi occidentali. Eppure qualcosa si sta muovendo: lo scorso gennaio più di 300 accademici hanno firmato un petizione in cui si chiede alle università italiane di cancellare gli accordi di cooperazione con il Technion di Haifa e con altre istituzioni accademiche israeliane.

Le iniziative congiunte di questa settimana, che si svolgeranno da martedì a venerdì in varie città d’Israele e avranno come centro Tel Aviv, mirano pertanto a stroncare sul nascere questa protesta e a ribadire la vicinanza tra i due Paesi. “Abbiamo pensato che la migliore risposta sia agire: fare concretamente il contrario di quello che alcune persone ci chiedono di fare portando un significativo numero di ricercatori e accademici in Israele” ha aggiunto Talo. “Tutti sono liberi di dire quello che vogliono – ha precisato il diplomatico – ma noi risponderemo con le azioni”.

La risposta delle autorità italiane non sorprende: Roma ha sempre espresso una forte contrarietà alla campagna internazionale di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) nei confronti dello stato ebraico. Emblematiche in tal senso furono le parole del premier Renzi nel suo discorso alla Knesset lo scorso luglio quando affermò che “chiunque boicotta Israele, sta boicottando se stesso” e “tradendo il suo futuro”.

La delegazione italiana che giungerà in queste ore in Israele sarà la più numerosa di sempre: guidata dal ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, comprenderà oltre 60 ricercatori a cui si uniranno anche i rappresentanti della Conferenza italiana dei rettori (che riunisce i capi delle maggiori università italiane). Diversi i temi che gli studiosi italiani e israeliani affronteranno: nuovi trattamenti per le malattie cardiache, l’uso dei robot per aiutare le persone anziane e i disabili, gli ultimi progressi compiuti nel campo della chirurgia plastica, bioetica, psicologia ed economia.

Non solo dibattiti culturali però. Giovedì mattina, infatti, l’intera delegazione raggiungerà il Centro Peres per la Pace a Tel Aviv dove verranno firmati tre accordi di cooperazione in campo scientifico tra le università dei due Paesi. Per giovedì, in concomitanza con la festa della repubblica italiana, sono previsti inoltre diversi avvenimenti e celebrazioni. Tra questi, la presentazione della recente traduzione in italiano del Talmud e un festival di danze popolari italiane.

Negli incontri tra docenti italiani e israeliani, però, nessuna solidarietà verrà espressa nei confronti del loro collega palestinese Imad Barghouti in carcere da due mesi nonostante una sentenza della corte d’appello militare israeliana ne avesse chiesto giovedì il suo immediato rilascio “per mancanze di prove”. In una nota pubblicata ieri, l’Associazione dei prigionieri palestinesi (PPS) ha fatto sapere che la procura militare dello stato ebraico ha presentato alla corte un atto di accusa contro Barghouti per “istigazione contro Israele” per alcuni suoi commenti contro lo stato ebraico postati su Facebook. Secondo quanto riferisce il PPS, l’astrofisico è stato ieri interrogato dall’Intelligence israeliana nel carcere di Ofer dove si trova in regime di detenzione amministrava (arresto senza processo né prove).

Barghouti è stato arrestato dalle forze israeliane lo scorso aprile al checkpoint di Nabi Saleh nei pressi di Ramallah (Cisgiordania). Lo scienziato non è nuovo al carcere: alla fine del 2014 è rimasto dietro le sbarre per un mese e mezzo per alcuni suoi post contro l’offensiva israeliana “Margine protettivo” (luglio-agosto 2014) in cui più di 2.000 palestinesi sono stati uccisi. A contribuire alla sua scarcerazione fu una vasta campagna di solidarietà promossa dalla comunità scientifica internazionale. L’arresto di aprile ha avuto ugualmente ampia eco in Occidente: centinaia di scienziati e accademici di tutto il mondo hanno firmato di recente un appello in cui si chiede la sua liberazione. Un’altra petizione è stata presentata alle corti israeliane agli inizi di maggio. Nena News

Roberto Prinzi è su Twitter  @Robbamir

Europe’s growing Kurdish diaspora would be vastly increased if the crushed and war-suffering masses of Diyarbakir could find their way to Germany, Denmark and Sweden

Turkish President Recep Tayyip Erdogan © Adem Altan / Reuters

di Robert Fisk    The Independent

Roma, 30 maggio 2016, Nena News – Just why is the Sultan of Turkey so impatient to get hold of that visa-free EU travel for his people to visit Schengen Europe? If the EU doesn’t jump to it, he orated last week, the Turkish parliament would scupper the whole deal and – for this was the implication – let that army of Arab refugees set sail again across the Aegean for Greece. And where was the €3bn Turkey was promised? What few Europeans asked, however, was whether this travel stuff just might have something more to do with a particular group of Turkish people: the Kurds.

The Europeans, who are engaged in a massive campaign of bribery to stop the hordes of Middle Eastern poor arriving in their lands, fluffed on about Erdogan’s desire to keep his vicious anti-terrorism laws. Angela Merkel, who drew up this awful deal to avoid a repeat of her finest hour last year, tut-tutted away in the background. But in the Arab world – from which so many of the teeming masses are coming – the great and the good have taken a rather more cynical view.

Folk from several foreign ministries in the Middle East (the Syrians excluded, since they would have their own reasons for saying this) suspect that Sultan Erdogan is keener to clear up a little local problem, especially in the south-east of his country, by encouraging his 16 million Kurdish citizens to avail themselves of that precious visa-free EU travel. “Do you think Erdogan expects his people to flock to Europe because they want to go on a shopping spree to Paris?” an Arab diplomat based in Beirut asked, in an unpleasant and ungenerous spirit.

Of course, the Sultan wishes to join the EU, wants the initial €3bn payment, and intends to keep his growing dictatorial powers intact. And Turkish gastarbeiter have been in Europe for decades. But Schengen Europe’s growing Kurdish diaspora – it’s probably well over 1.5 million people – would be vastly increased if the crushed and war-suffering masses of Diyarbakir could find their way to Germany, Denmark and Sweden.

To touch a live wire for a moment: the Ottoman Empire destroyed most of its Christian population in the 1915 Armenian genocide of a million and a half souls, and its Ataturk successors butchered more than 50,000 Kurds and Alevis between 1937 and 1938. Amid another war in Turkish Kurdistan, caused by our modern Sultan’s refusal to adhere to a ceasefire, there’s added incentive for another non-Turkic exodus. Welcome to the EU. Yes, this is meant to be just “visa-free travel”, but we all know what that means. And we would tolerate the arrival of even hundreds of thousands of Kurds in order to avoid another million gaunt faces at the border wire.

Bingo. The Sultan reduces his Kurdish “problem” with EU generosity, and further ‘Turkifies’ his nation; and we still keep the hordes at bay. History, of course, plays strange tricks amid the embers that still smoulder from the old Ottoman Empire. Time was (about five years ago) when the bling-literati told us all that democratic Recep Tayyip Erdogan was a role model for a future Arab leadership.

The man who had turned his back on Ataturk, the previous role model for the poor old Arab world, may have been a bit of a Muslim Brotherhood fellow, but he believed in free elections, free press, market economy and massive anti-terror campaigns – the latter being an immediate winner in Washington, London and Paris – and other ‘soft targets’, provided it was smothered in a veneer of concern for human rights.

But now the Sultan, in his 1000 room palace with his preposterous golden chairs of state (just look at how Merkel leaned forward uncomfortably on hers when she was conducting ‘Operation Bribery’), looks less of an Ottoman than an Ataturk, the man he was supposed to despise. He’s still going through the motions, reintroducing the Ottoman language – in Arabic script, though presumably many Ottoman archives on the Armenian genocide will remain closed – and encouraging ladies to wear the veil. But the Sultan is now beginning to act more like the Father of His People.

It’s instructive to remember that one nation in Europe had tremendous admiration for Ataturk and his new land: Nazi Germany. The Turkish Fuhrer was lauded in the Nazi press for obvious reasons. He had restored his nation after defeat by France and Germany in the First World War; he ruled a country freed (by the Ottomans) of a hated minority group; he ran a largely one-party system, ruthlessly suppressing opposition, and marginalised religion. Does that remind you of anyone? The ex-corporal chappie, perhaps? The one with the moustache?

The most brilliant academic work on these distressing parallels is the scholar Stefan Ihrig (he would not agree with my conclusions), who has scrupulously unearthed heaps of Nazi German newspaper clippings in which Ataturk’s Turkey was virtually deified, its leader obviously carrying out “the will of the nation”. A purified Turkey mirrored back to Germany what the Nazis wanted their own creation to become: a Teutonic, purified Germany.

No wonder Hitler asked his generals before they set out on their genocidal campaign into 1939 Poland: “Who, after all, is today speaking of the destruction of the Armenians?” In reality, Ataturk was uninvolved in the Armenian genocide and loathed the Ottomans. But I’ve watched the newsreel film of Ataturk’s funeral and you can clearly see the Nazi German military and civilian dignitaries clustered around the front of the horse-drawn cortege. Volkischer Beobachter, the party newspaper, dripped obituaries of the great man.

But who is Erdogan today, the man who restarted the Kurdish war and now wants his visa-free travel to Europe so quickly? Is he the Sultan in his palace, master of a great if imaginary empire? Or, as one Turkish journalist bravely put it, “Ataturk’s kid”? I’m not going to say a bit of both. I think Erdogan’s trying to combine the two. Father of the Nation and Cleanser of the Land, Father Figure of a purified Turkey and a Middle East Emperor whose voice, from the palace on the Sublime Porte, will thunder through the halls of Gulf potentates.

And where is that EU visa-free travel by the way? Come along now, cough it up, Angela. You may get a lot of Kurds in Berlin, but when you sign up for a Bribery Treaty you can’t complain about the uses to which the other side puts the deal. That’s called “interference in the internal affairs of a sovereign state”. Nena News

Militari e agenti dei servizi segreti condannano chi, nel governo, ripete che non c’è un partner palestinese con il quale negoziare e chiedono il ritiro dai Territori occupati per far nascere lo Stato di Palestina

Amnon Reshef. Foto tratta dal sito israeliano in lingua ebraica: Comandanti per la sicurezza d’Israele

di Michele Giorgio   il Manifesto

Gerusalemme, 30 maggio 2016, Nena News – Oltre 200 ex generali ed ufficiali delle forze armate ed agenti dei servizi segreti, che si definiscono “Comandanti per la sicurezza di Israele”, criticano pubblicamente la mancanza di iniziativa da parte del governo Netanyahu e hanno elaborato un “piano” per sbloccare la situazione di stallo con i palestinesi. Non si tratta di una proposta particolarmente avanzata e rispettosa di tutti i diritti dei palestinesi. Chiede però un ampio ritiro israeliano dai territori occupati nel 1967 per consentire ai palestinesi di costruire un loro Stato indipendente.

Il presidente del gruppo, Amnon Reshaf, ha condannato i “mercanti di paura” secondo i quali non ci sarebbe un partner palestinese per trattare un accordo. Un riferimento evidente agli esponenti della maggioranza di destra che negano l’esistenza di una controparte per eventuali negoziati e descrivono il presidente dell’Anp Abu Mazen come un nemico e un sostenitore del terrorismo.

Il piano chiede uno stop della costruzione di insediamenti ebraici nei Territori occupati, l’accettazione dell’iniziativa di pace araba del 2002 e il riconoscimento di Gerusalemme Est, la parte araba della città, come capitale dello Stato palestinese.
L’iniziativa allarga la spaccatura tra i militari e il governo Netanyahu che si è fatta ancora più profonda nei giorni scorsi dopo l’improvvisa nomina dell’ultranazionalista Avigdor Lieberman a ministro della difesa al posto di Moshe Yaalon, un ex comandante delle forze armate.

Intanto la Francia si prepara ad ospitare, il 3 giugno, un incontro con i ministri degli esteri di diversi Paesi finalizzato alla convocazione, in autunno, di una conferenza internazionale per rilanciare il negoziato israelo-palestinese. L’iniziativa francese è stata respinta da Netanyahu che si è detto disposto solo ad incontrare Abu Mazen. Nena News

Middle East Eye cita fonti giordane e palestinesi secondo cui Giordania, Egitto e Emirati stanno pianificando la sostituzione del presidente con il nemico di sempre, Dahlan. Di nuovo le mani arabe sul destino del popolo palestinese?

Mohammed Dahlan e, sullo sfondo, Mahmoud Abbas

della redazione

Roma, 28 maggio 2016, Nena News – Sulla testa del presidente palestinese Abu Mazen, Mahmoud Abbas, cade un’altra tegola. A lanciarla sono i paesi arabi teoricamente alleati: ieri il portale di informazione Middle East Eye, generalmente ben informato sugli sviluppi regionali, ha riportato di un piano segreto per sostituire Abbas alla presidenza dell’Olp e dell’Autorità Nazionale Palestinese. Al suo posto Emirati Arabi, Egitto e Giordania (i tre complottisti) metterebbero il suo arci-nemico, Mohammed Dahlan. Leader di Fatah a Gaza, capo dei servizi di sicurezza, figliocco degli Usa, era stato mandato in esilio dopo la guerra fratricida con Hamas e l’accusa di aver preso parte all’assassinio di Arafat proprio negli Emirati da cui da tempo si vocifera che pianifichi interventi esterni per tornare in auge.

A svelare il piano a Mee sono state fonti giordane e palestinesi, separatamente. Secondo tali indiscrezioni, Abu Dhabi avrebbe già informato Israele dell’intenzione di sostituire Abbas con Dahlan e a breve tratteranno la questione anche con i sauditi. Con una serie di obiettivi: unificare una sgretolata Fatah in vista delle elezioni; indebolire Hamas; assumere il controllo dell’Olp e dell’Anp; arrivare ad un accordo di pace con Israele con il sotegno arabo.

Non certo degli obiettivi da poco che però dimostrano, se confermati, come i paesi arabi abbiano per decenni – fin dal 1948 – gestito dietro le quinte il fato del popolo palestinese, fingendo di sventolare la bandiera della loro causa per nascondere i reali interessi, spesso coincidenti con quelli dell’occupante. Non è un caso che due dei tre paesi apparentemente coinvolti – Egitto e Giordania – abbiano siglato trattati di pace con Tel Aviv su pressione Usa, mentre il Golfo non ha mai fatto troppo mistero della cooperazione alla sicurezza che ha con Israele.

Una pace che uscisse da un simile accordo non garantirà i diritti di autodeterminazione del popolo palestinese. A muovere i fili sono altri, seppure – se le indiscrezioni di Mee fossero confermate – di mezzo ci sarebbero anche pezzi grossi di Fatah, ancora fedeli a Dahlan. Abbas potrebbe rischiare grosso se è vero che il principe emiratino Mohammed bin Zayed ha proposto il suo arresto alla prima visita in Giordania.

Ma prima i passi da compiere sarebbero altri: primo, la riconciliazione dentro Fatah attraverso l’intervento di Dahlan. Poi, accordarsi con Hamas su elezioni presidenziali e legislative. Terzo, ristrutturare Fatah: Dahlan potrebbe puntare alla presidenza del parlamento, posizione che gli garantirebbe un controllo sulla presidenza. Infine, annichilire Hamas costringendolo a dividersi tra una fazione nazionale e una internazionale, ovvero direttamente operativa all’interno dell’organizzazione dei Fratelli Musulmani.

Sullo sfondo sta la crisi aperta tra Hamas e Egitto che oggi starebbe proponendo al movimento islamista le condizioni per una riconciliazione che tolga il secondo assedio su Gaza. Hamas ha bisogno estremo di riaprire la porta egiziana e in questi giorni non fa che lodare il presidente al-Sisi che si è auto-proposto come mediatore con Israele.

Una cosa i tre paesi arabi non tengono in considerazione: l’opinione che i palestinesi hanno di Dahlan. Che non è certo ottima: accusato di corruzione e relazioni strette con i servizi segreti israeliani e gli Stati Uniti, non è meglio di Abbas. Ma, come dicevamo, ai palestinesi è lasciata poca scelta. Nena News

INTERVIEW. Abed Salaymeh, “Open the Zone” campaign spokesperson: «Palestinian chidren born under occupation live in an environment of humiliation and dehumanization»

Foto di “Open the Zone”

by Giovanni Vigna

Mantova, 28th of May 2016, Nena News – Hebron’s children childhood has been stolen. The monster that has torn their innocence forever has the aspect of the heavily armed Israeli soldiers and the features of the settlers living in the heart of the city who, thanks to the impunity they enjoy, are allowed to commit every kind of violence and harassment against local Arab population.

This is the very disquieting picture of the situation coming to light from the interview with Abed Salaymeh, “Open the Zone” campaign spokesperson and Shuhada Street (the main road of Hebron closed since 2000) resident. The “Open the Zone” campaign, that aims to inform public opinion about the condition of Palestinian families forced to live in the “Closed Military Zone”, has been promoted by International Solidarity Movement and Youth Against Settlements.

The organizers haven’t resigned themselves to the abuse of power logic and have proposed a children’s play useful to give the kids hope, smile and a real life shade back, in order to turn a weak light on in the dark insanity of a city where young people have stopped dreaming. 

What is the goal of the “Open The Zone” campaign?

The campaign aims to raise awareness and bring more attention to the families that are forced to live under closure in the ‘closed military zone’ (CMZ) on Shuhada Street and in the Tel Rumeida neighborhood of Hebron, on both the international and local level. The Palestinian residents have been struggling in their everyday life to lead a decent live, but since the declaration of the CMZ have been dehumanized and degraded to mere numbers (every Palestinian resident was assigned a number by the Israeli forces that identifies Palestinians registered as residents within the CMZ) and struggle to reach their homes.

Foto di “Open the Zone”

Who is Zleikha Mohtaseb and what is her role in this project?

Zleikha Mohtaseb is one of the Shuhada Street residents. In her role as a teacher and due to her extensive and valuable experience working with (traumatized) children, she is an assistant in the campaign, helping out in organizing activities with children.

Can you describe the children’s game you organized in cooperation with Zleikha Mohtaseb?

The game was organized by Zleikha, in order to offer the children living in the CMZ a relief from the constant tension of living in the CMZ and give them a possibility to breathe and to just be children. The play gave them the opportunity to be distracted from constantly seeing heavily armed Israeli soldiers, and instead watching the play with people dressed funny, in order to make them laugh. The game was deliberately staged right outside the arbitrary borders of the CMZ, the borders of which have deliberately been extended to include the Youth Against Settlements center. Thus, the game was still within the children’s neighborhood, but right outside the CMZ as otherwise the actors would not have been allowed to attend the play. The human right to play, for the children living inside the CMZ, is mainly denied through the mere existence of the CMZ.

The play, called “Matchsticks,” tells the story about a boy mistreated by his parents, deprived of his right to equality and security, which served as an allegory for growing up under occupation. Why is this play useful for children?

The game mainly focused on the comedian features of it, in order to give children the chance to be just children. As within the CMZ, no events for children can be held and possibility for children to play is extremely limited, practically all children from this area attended the play. Since that majority of children were very young (between 3 and 6 years old), they understood mainly the comedian part of the play, bringing joy and laughter to the otherwise dull and scary daily life including the obligation of having to pass checkpoints. The main point of the play was to give the children a possibility to enjoy their childhood but in the Israeli occupied and controlled parts of Hebron in general, and the CMZ in specific, live can unfortunately not be separated from occupation.

Which are the problems of children growing up under occupation?

Children growing up under occupation suffer from a wide range of problems. Firstly, living under this military occupation, kids are directly affected by seeing heavily armed Israeli soldiers everywhere. Also Palestinian children are forced to learn from a very young age that Israeli soldiers and Israeli settlers enjoy complete impunity for everything they’re doing, thus directly illustrating to them that they are different from these soldiers and settlers on a everyday basis. So, Palestinian children grow up in an environment that teaches them that they are ‘different’, they are ‘numbers’. The effect this kind of humiliation and dehumanization has on children is a question better to ask to professionals. 

The play is the initial event opening the Open the Zone campaign, organized by Youth Against Settlements and the International Solidarity Movement.

As the campaign aims to raise awareness, a major part of it is (social) media work. There are daily reports or personal accounts as well as videostatements published both on the ISM webpage and Facebook, as well as the YAS Facebook>>. In the past days, Salaymeh states, there have been in the net twitterstorms and thunderclap campaigns. Furthermore, a children’s event for the children has been held in the Old City.

Marking 200 days of Cmz and thus 200 days of collective punishment, activists have organized a sit-in tent outside Shuhada checkpoint. <<The campaign – Abed declares – will continue as long as the CMZ order is upheld or extended.

Foto di “Open the Zone”

Can you describe the current situation in Hebron?

Hebron is unique among other Palestinian cities, as the illegal settlements are in the heart of the city. The occupation is implementing a policy to attempt to evacuate Palestinian residents from this area. The policy of declaring a CMZ on a Palestinian population is not something new, but has been implemented before in 2000 and 2008 with the aim to evacuate Palestinian residents from these areas, and was successful. That’s why on Shuhada Street and in Tel Rumeida about 1000 houses are empty.

Why is Shuhada Street, an important commercial and social street, closed since 2000?

<<Shuhada Street used to be the main street and thoroughfare in Hebron city. It connects the north of the city with the south and goes right through the Old City towards the Ibrahimi mosque. The street used to be the main market, full of commercial shops on the ground floor and houses on the upper floors. The colonial plan of the Israeli government is to empty this street in order to connect the four settlements that are located there, right in the heart of the city, making it a settlers only street. This is currently the case with the majority of Shuhada Street only allowed for settlers and Palestinians entirely banned from it.

What is the condition of Palestinians living in Hebron and in Tel Rumeida?

Palestinians living in H2 generally are not having their very basic rights, for example, they are not allowed to open their shops, especially in Tel Rumeida and Shuhada Street. They are not allowed to drive cars there this includes ambulances, that are barred from accessing this area. This in many cases has already led to death due to denial of medical assistance, and women giving birth at checkpoints as they were denied to pass. Palestinians living in this area are not having any kind of protection, as the Palestinian police is not allowed to function in this area, and the Israeli forces will not provide any sort of protection from settlers’ or soldiers’ violence and harassment.

All Palestinians inside the Israeli occupied West Bank are forced under military law, regardless of their age, meaning they are subject to curfews, arbitrary detentions and arrests, checkpoints, closed military zones etc. On the other hand the settlers from the illegal settlements enjoy full liberty under the Israeli civilian law, granting them full impunity. In cases where Palestinians are attacked by settlers, Palestinians are presumed guilty unless they can prove otherwise, while the settlers are innocent until the police proves the opposite, which so far has not happened to the settlers. The campaign can be seen as a continuation of previous campaigns aiming to open Shuhada Street and end the injustice happening to the Palestinian people. Nena News

Provvedimento per «recuperare» terreni di proprietà privata in mano ai bianchi. Zuma potrebbe attuare uno dei progetti-pilastro dell’African National Congress (Anc) sin dal suo insediamento nel 1994

di Rita Plantera

Cape Town, 28 maggio 2016, Nena News – Se Jacob Zuma – il presidente sudafricano più discusso del ventennio post-apartheid – promulgasse la legge, potrebbe concludere il suo mandato vantando l’attuazione di uno dei progetti-pilastro dell’African National Congress (Anc) sin dal suo insediamento nel 1994. Giovedì scorso il Parlamento sudafricano ha approvato un disegno di legge che consente allo Stato di espropriare per «interesse pubblico» – dietro corrispondenza di un compenso «giusto ed equo» determinato da un giudice di nomina governativa – terreni di proprietà privata. Ossia le terre in mano ai bianchi.

Se molti esperti rassicurano che non si tratti di un via libera a una confisca selvaggia e violenta sul modello della riforma agraria di Mugabe nel vicino Zimbabwe (dove le aziende agricole di proprietà dei bianchi sono state espropriate dal governo per essere redistribuite ai neri), dall’altro alcuni economisti temono che la riforma potrebbe colpire gli investimenti e la produzione in un periodo difficile per il paese, già impegnato ad affrontare la peggiore siccità in almeno un secolo. Non solo. In passato a sollevare preoccupazioni sulle proposte di legge (susseguitesi dal 2008) su un’equa distribuzione dei terreni agricoli (per la stragrande maggioranza di proprietà dei bianchi, meno di un decimo della popolazione totale) sono state anche associazioni per i diritti perché temono che i provvedimenti potrebbero rivelarsi incostituzionali.

E sarebbe proprio l’accezione di «pubblico interesse» che se non altrimenti ben chiarita potrebbe spianare la strada a espropri arbitrari. Un secolo fa, sotto il dominio britannico, il South Africa’s 1913 Natives’ Land Act assicurò l’87% di tutte le terre alla minoranza bianca e il 13% ai neri. Rapporti di proprietà diseguali che due decenni di governo dell’Anc non sono riusciti a disarticolare, benché fosse una priorità del partito sin dal 1994, anno delle prime elezioni libere e dell’elezione di Nelson Mandela primo presidente nero del Sudafrica. Proprio i piani elaborati sotto la presidenza di quest’ultimo prevedevano la cessione ai neri del 30% dei terreni agricoli commerciali entro il 2014. Ad oggi invece il totale dei terreni restituiti ammonta a solo un terzo di quel 30%.

Probabilmente tra le ragioni che non hanno aiutato a raggiungere il target stabilito c’è lo schema che sostiene le normative e cioè il cosiddetto «willing buyer, willing seller» che lascia più margine di negoziazione ai proprietari e agricoltori bianchi che accettano di negoziare piuttosto che ai «beneficiari».

Schema che nel disegno di legge appena varato viene sostituito con la figura del giudice di nomina governativa che stabilisce il compenso del terreno da espropriare. La redistribuzione delle terre è una delle problematiche cardine delle ingiustizie razziali, sociali ed economiche e più di altre rappresenta il retaggio degli anni bui dell’era coloniale e dell’apartheid. Una delle prime leggi approvate dal primo governo democratico nel 1994 fu il Restitution of Land Rights Bill volto a restituire i terreni a coloro che ne erano stati espropriati durante il regime.

Nel 2014 con il Restitution of Land Rights Amendment Act, Zuma ha riaperto i termini per fare richiesta di restituzione dei terreni riconoscendo un problema di fondo, ovvero che tra il 1995 e il 1998 molti degli abitanti delle zone rurali non erano riusciti a raggiungere i 14 uffici, dislocati per lo più nei centri urbani, per presentare domanda. Da aprile 2015 per iniziativa della Commission on Restitution of Land Rights più di centomila famiglie delle aree rurali remote sono state raggiunte da uffici su quattro ruote, specializzati nella rivendicazione territoriale e in grado di raccogliere circa 27. 000 richieste di restituzione di terreni.

A inoltrarle sono tutti quei sudafricani espropriati delle terre dopo il 19 giugno 1913, data dell’entrata in vigore del Natives Land Act che impediva ai sudafricani neri di possedere terra al di fuori di riserve designate che con la legislazione successiva forzò milioni di persone a trasferirsi nelle township di lamiera. Nena News

Ieri terza manifestazione anti-governativa in un mese. Il premier al-Abadi aveva chiesto di posporre la protesta a dopo la ripresa di Fallujah. La città è circondata, civili in trappola

Proteste a Baghdad (Fonte: PressTv)

della redazione

Roma, 28 maggio 2016, Nena News – Alcuni avevano in mano ramoscelli di ulivo, altri dei fiori. Li hanno porti alle forze di sicurezza irachene che non hanno risposto come speravano: non hanno aperto la strada verso la Zona Verde, obiettivo per il terzo venerdì delle proteste anti-governative di sadristi e cittadini, di poveri e ex baathisti, cittadini di Baghdad ma anche di Najaf e Karbala. “Noi portiamo ulivi, loro ci danno bombe”, il commento di una donna.

Giovedì il premier al-Abadi aveva provato a sfruttare l’operazione su Fallujahper frenare i manifestanti: state a casa, aveva detto, rimandate le proteste a dopo la liberazione della città. Non ha funzionato: migliaia di persone per la seconda settimana consecutiva e la terza volta in un mese hanno tentato di abbattere le barriere di cemento e filo spinato poste dalla polizia a Tahrir Square e sul ponte che conduce alla Zona Verde, area fortificata di 4 km quadrati dove si nascondono parlamento, ministeri e ufficio del primo ministro.

Per fermarli la polizia ha sparato gas lacrimogeni e poi colpi di avvertimento in aria. Chi aveva le maschere anti-gas faceva la spola, prendeva i feriti e li portava al sicuro. Anche stavolta ci sono state persone che come venerdì scorso hanno sofferto per l’inalazione dei gas, ma nessuna vittima: una settimana fa erano stati 4 i morti in piazza, uccisi da pallottole della polizia.

Gli appelli di al-Abadi non fanno presa sulla gente, furiosa per il modo di governare un paese alle prese con una forza occupante sul proprio territorio. Se il premier ha cercato di imporre al parlamento le riforme che lui stesso aveva proposto, la sua debolezza è stata surclassata dalle reti parallele di potere e corruzione imbastite negli anni dai partiti politici.

L’operazione per la ripresa di Fallujah, intanto, prosegue: esercito governativo, milizie sciite e sunnite, coperti dai raid aerei Usa avanzano da diverse direzioni. Dentro la città restano bloccati 100mila civili, usati come scudi umani dallo Stato Islamico e con a disposizione poco cibo e poca acqua. L’esercito ha fatto appello alle famiglie perché scappino da sud ovest, dove è stato aperto un corridoio per la fuga. Qualche centinaio di persone, soprattutto donne e bambini, sono riusciti a lasciare ieri Fallujah: ad accoglierli dei bus portati dal governo. Ma, secondo l’Onu, sarebbero almeno 50mila i civili intrappolati nelle zone roccaforti dell’Isis.

Hadi al-Amiri, leader delle potenti milizie Badr, sostenute dall’Iran, ha detto ieri che la battaglia finale per la città comincerà “tra pochi giorni, non settimane”. La città, aggiunge, è già circondata. Ma a protezione dell’occupazione, gli islamisti hanno posto trincee e campi minati che richiederanno una guerriglia urbana, pericolosa per chi ancora vi risiede. Le vittime si contano già: solo nella giornata di lunedì, quando l’operazione è cominciata, le vittime erano 50, di cui 30 civili. Nena News

In “Malati d’amore” l’autrice Hoda Barakat racconta una passione dagli stessi effetti devastanti del conflitto che esplode fuori, la guerra civile libanese

di Cristina Micalusi

Roma, 28 maggio 2016, Nena News – In “Ahl al-Hawà”, l’autrice Hoda Barakat esplora l’unica alternativa alla complicità con il male, la fuga dalla vita, attraverso la follia. Qui più che una patologia, la follia è descritta proprio nello starsene fuori dal quadro, nel ribellarsi alla logica dell’insieme e in ultima analisi, nella mancanza di memoria del protagonista: una memoria incapace di costruire una storia o piuttosto una memoria scettica nel costruirne una, ma in grado di scegliere o inventare dettagli importanti del tempo e del luogo “pubblico” ovvero della pubblica mistificazione.

Rispetto al suo primo romanzo, “Hagiar al-Dahak” ( La pietra del riso), la guerra  è descritta in modo astratto e remoto e ridotta quasi esclusivamente, a rituali della violenza simbolica, processioni e programmi televisivi; mentre le emozioni sono scandagliate in maniera così ravvicinate da perdere i contorni soliti. L’amore è ricondotto alla sua radice assoluta e inguaribile, ovvero al desiderio di morte. – come recita un mistico attribuito a Majnun ( il pazzo e poeta per eccellenza della tradizione erotica araba) : “Se tutto il mondo e ciò che contiene fossero tuoi, e qualcosa ti separasse da Laylà, ancora saresti povero per la sua mancanza. Perché solo il desiderio che la tua anima ha di morire ti guida verso di lei”.

La stessa passione che in questo romanzo assume gli effetti devastanti della guerra civile libanese nel proprio microcosmo. È contemporaneamente messo in evidenza il concetto della “crisi come cancellazione delle differenze” nel corso della guerra civile , la volontà di amalgamare la comunità, nella forma più comune della soppressione dell’amore e anche nell’indifferenza dell’altro.

A questi contesti molteplici corrisponde uno stile complesso di scrittura, dalla descrizione alla metafora, con utilizzo della punteggiatura in funzione più ritmica che logica. Al tempo stesso, la scrittrice utilizza una lingua classica e preziosa, con ridondanze e costruzioni circolari. Notevole è l’uso di archetipi culturali antichi, come le parabole evangeliche o la tradizione araba medievale della follia erotico-poetica.

La guerra civile è al centro della scrittura di Hoda Barakat pur non essendone l’oggetto. La scrittura è l’unico mezzo per interrogarsi su una drammaticità che non può essere descritta direttamente ed è soprattutto il “luogo” abitabile lasciato da questa devastazione… E poiché mi è diventato chiaro che gli scritti ideologici e politici non potevano dare nessuna risposta, mi sono rifugiata nella letteratura. ”

Hoda Barakat non porta la sua testimonianza di vittima, ma conduce un’esplorazione degli aspetti più devastanti della guerra sulla società e sul l’individuo. “In una guerra civile, per uccidere il tuo nemico, lo devi conoscere. Questa conoscenza intima della tua vittima é una fonte di violenza che si raddoppia all’infinito. Il nemico sei tu e questo fa molto più male”.

Nata nel 1952 in un villaggio della montagna libanese, Hoda Barakat è considerata tra le più interessanti e nuove voci della narrativa araba contemporanea, molto apprezzata anche dalla critica internazionale.

Titolo: Malati d’Amore

Titolo originale: Ahl al-Hawà

Autore: Hoda Barakat

Edizioni: Jouvence

Anno: 1993

Delle misure promesse dal governo nemmeno l’ombra: Roma e Il Cairo chiudono il capitolo Regeni. E quello della repressione interna: a proteggere al-Sisi c’è la Ue

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 27 maggio 2016, Nena News – Sono trascorsi quattro mesi da quando Giulio Regeni scomparve a poca distanza dal suo appartamento nel quartiere di Dokki, al Cairo, in una serata surreale: c’era silenzio nella capitale egiziana, blindata da polizia ed esercito mandati dal presidente golpista al-Sisi a impedire che il popolo ricordasse la sua rivoluzione. Giulio è sparito nel quinto anniversario di piazza Tahrir, nelle maglie della repressione di Stato, nome tra i nomi di desaparecidos dimenticati nell’oblio delle galere.

A quattro mesi di distanza di verità non ce n’è l’ombra. Si sente parlare spesso di ragion di Stato, formuletta per coprire l’assenza di giustizia. Di Giulio parlano solo i cittadini. Non ne parlano i governi che dopo qualche screzio (solo così possono essere definite le labili misure prese da Roma e le reazioni stizzite del Cairo, alla luce dell’attuale apatia italiana) hanno chiuso il capitolo Regeni. Chiudere il capitolo Regeni, però, significa anche chiudere la porta sulle sofferenze del popolo egiziano, schiavo di un regime brutale che neppure trent’anni di Mubarak sono mai riusciti ad imbastire.

Eppure nulla è cambiato nelle pratiche del Ministero degli Interni e della presidenza: come schiacciasassi polizia e esercito continuano nella repressione. Gli ordini di detenzione contro simboli della società civile continuano ad essere prolungati senza che si giunga ad alcun processo: è il caso di Ahmed Abdallah, direttore della Commissione Egiziana dei Diritti e le Libertà, dietro le sbarre da oltre un mese; dei giovani di Aftal al-Shawarea (Bambini di Strada), gruppo satirico che ha spaventato il regime con la videocamera di un telefono cellulare; dei giornalisti Badr e el-Sakka e dell’avvocato Malek Adly.

E se ogni tanto una buona notizia sembra ricomparire dalle sabbie mobili dell’oppressione, l’entusiasmo ha vita breve: potrebbero restare in prigione i 47 manifestanti arrestati il 25 aprile e condannati a 5 anni di galera a cui martedì la corte di appello di Giza aveva cancellato la pena. Gli avvocati avevano chiesto la dilazione della multa da 11mila euro, 100mila sterline egiziane, a testa: un pagamento a rate, richiesta generalmente accettata dai tribunali egiziani. Ma non stavolta: o pagano tutto o resteranno altri due mesi dietro le sbarre.

Allora ci si auto-organizza: il partito nasseriano al-Karamah (“Dignità”) ha lanciato una campagna di raccolta fondi per trovare i soldi necessari a coprire le 470mila sterline egiziane che restituiranno la libertà ai 47 manifestanti.

Ma per ogni sfida che la società civile lancia al regime c’è chi para il colpo, un ricevitore internazionale che rispedisce indietro le minacce ad al-Sisi. È l’Europa dell’immunità, l’Europa che nel regime cariota vede il sostegno necessario nella “guerra al terrore” e in quella ai migranti. L’ultima denuncia la muove Amnesty International che ricorda a tutti che sull’Egitto vigerebbe un embargo europeo sulla vendita di armi.

Era stato imposto dopo i massacri di Rabaa al-Adweya e Nahda in cui furono uccisi quasi mille manifestanti, il 14 agosto 2013, un mese dopo il golpe che depose il presidente democraticamente eletto Morsi. Eppure i leader europei non nascondono affatto la montagna di accordi militari che continuano a stringere con Il Cairo. Basti pensare al presidente francese Hollande che un mese fa volava da al-Sisi mentre Roma richiamava l’ambasciatore per protesta: tra gli accordi siglati c’era la vendita di un sistema militare satellitare e navi da guerra dal valore di un miliardo di euro.

Metà degli Stati membri della Ue, 12 su 28, non hanno mai sospeso il trasferimento di armi all’Egitto, dice Amnesty: solo nel 2014 sono state autorizzate 290 licenze per l’esportazione di equipaggiamento militare (veicoli blindati, elicotteri, munizioni, pistole, armi pesanti, tecnologia di sorveglianza), per un totale di 6.77 miliardi di dollari. E seppure in prima fila ci sia la Bulgaria, sono i paesi più potenti a proseguire nel business congiunto: Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna.

«Fornire armi che probabilmente alimentano la repressione interna è contrario al Trattato di commercio delle armi [siglato nel dicembre 2014] di cui i paesi Ue sono membri», dice Brian Wood, capo della sezione sul controllo delle armi di Amnesty. In prima linea c’è l’Italia, la stessa che dovrebbe chiedere giustizia per Giulio: nel 2014 Roma ha autorizzato 21 licenze di vendita per quasi 34 milioni di euro; nel 2015 3.661 fucili da 4 milioni; quest’anno già 73mila euro in pistole e revolver. Senza dimenticare chi opera oltreoceano: gli Stati Uniti e la loro “paghetta” al Cairo, 1.3 miliardi di dollari in aiuti militari all’anno.

A rispondere ad Amnesty è il ministro degli Esteri egiziano Shoukry che, pur ammettendo di non averlo letto, definisce il rapporto «esagerato»: «Non ho visto il rapporto che attribuisce alla Ue la responsabilità di quello che avviene in Egitto. Quelle armi di cui Amnesty parla hanno significativamente contribuito alla sicurezza e alla difesa di forze armate e polizia».

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

Nonostante sia in corso il negoziato, i raid sauditi continuano ad uccidere i civili. Gli Emirati firmano un contratto da 529 milioni di dollari con una compagnia privata di contractor

(Foto: Reuters)

della redazione

Roma, 27 maggio 2016, Nena News – L’ottimismo dell’Onu è disarmante. Nonostante scontri, raid contro i civili, mercenari in arrivo, negoziati regolarmente sospesi, le Nazioni Unite ieri hanno parlato di accordo vicino tra il movimento ribelle Houthi e la coalizione a guida saudita.

La notizia fa da contraltare a quella in arrivo dagli Emirati Arabi Uniti, tra i paesi in prima linea nella guerra yemenita a sostegno del presidente Hadi e del suo governo: Abu Dhabi ha firmato un contratto da 529 milioni di dollari con una compagnia di sicurezza privata, la Reflex Responses Management, contractor da inviare in Yemen a sostegno delle forze aeree saudite. Mercenari che non fanno immaginare che la guerra sia agli sgoccioli e che si aggiungono a migliaia di subcontractor che arrivano da tutto il mondo per combattere questa guerra: africani e arabi sì, ma anche latinoamericani che hanno visto nel massacro del paese più povero della Penisola Arabica un succulento business.

La notizia fa il paio con i continui raid che piovono sullo Yemen, nonostante la tregua: gli scontri proseguono, seppur in tono minore, ma i massacri sono gli stessi. Tre giorni fa un’intera famiglia è stata uccisa da un bombardamento della coalizione (si sarebbe trattato di jet emiratini) nella città di el-Mahala, nella provincia meridionale di Lahj : 11 persone sono state uccise, tra loro quattro bambini, quando due missili hanno centrato la loro abitazione. La giustificazione è la solita: accanto a quella casa si sospettava ci fosse un edificio abitato da miliziani islamisti. Il bilancio totale è ancora difficilmente definibile: l’Onu è rimasta ferma a 6.400 vittime, ma fonti locali alzano i numeri e parlano di almeno 9.400 vittime.

In tale contesto il negoziato in Kuwait appare come uno specchietto per le allodole: seppure Riyadh sia consapevole della necessità di giungere prima o poi alla fine di un conflitto che non riesce a vincere, vuole arrivarci con un movimento Houthi che sia il più debole possibile. Così, accanto al dialogo e allo scambio di pirigonieri, prosegue con i raid.

Eppure dopo l’ennesima sospensione, ieri le Nazioni Unite hanno fatto sapere che le due parti stanno discutendo i dettagli di un possibile accordo comprensivo: “La situazione sul terreno è complessa ma dal Kuwait arriva speranza”, ha detto l’inviato Onu per lo Yemen, Ismail Ould Cheikh Ahmed. Nei giorni scorsi aveva incontrato separamente le due delegazioni per individuare insieme i meccanismi della consegna delle armi, della ristrutturazione delle istituzioni statali e del dialogo politico interno. L’inviato Onu ha poi proposto la creazione di una task force economica che si occupi della ricostruzione del paese, sia dal punto di vista infrastrutturale che di sviluppo economico. Nena News

Al via il PalFest, festival di cultura in Palestina che accoglie poeti, scrittori e visitatori da tutto il mondo. Con un obiettivo: ribaltare la narrativa della superiorità intellettuale israeliana

di Eleonora Pennini

Ramallah, 27 maggio 2016, Nena News – Durante quest’ultima settimana di maggio la Palestina si riempie di poeti e scrittori, libri e visitatori da tutto il mondo. Dal 21 al 26 maggio si tiene il PalFest, il festival internazionale di letteratura palestinese con eventi e presentazioni nelle maggiori città di Ramallah, Betlemme, Gerusalemme, Haifa e Nablus. A Gaza, dove dal 2013 è quasi impossibile avere accesso, PalFest organizza proiezioni e letture tramite Skype. Quest’anno ad esempio, verrà mostrato il film di produzione italo-palestinese Io sto con la sposala storia di tre amici palestinesi e italiani che aiutano un gruppo di rifugiati siriani ad arrivare in Svezia, fingendo un matrimonio con centinaia di invitati.

Dal 2008 il PalFest è diventato un appuntamento annuale che si propone di  mostrare e supportare la vita culturale palestinese e allo stesso tempo di rompere l’assedio militare israeliano. Gli organizzatori collaborano con numerosi gruppi locali – quali l’Hebron Rehabilitation Committee, la Arab Cultural Association a Haifa, il Khalil Sakakini Center a Ramallah e Project Hope a Nablus – per creare un festival immersivo, con molteplici attività educative e culturali, seguendo il motto di Edward Said il potere della cultura contro la cultura del potere”. Scrittori ed artisti provenienti da Stati Uniti, Gran Bretagna e paesi arabi vengono invitati per arricchire ulteriormente il festival con performances e workshops.

Impossibile immaginarsi un’iniziativa più innocua e pacifica, eppure sono proprio eventi come questo che spaventano lo stato di Israele: un festival con presenza internazionale che comunica un’immagine positiva della Palestina e presenta i suoi abitanti non come terroristi o vittime, ma come persone ospitali, acculturate e con tanto potenziale. Niente di peggio per scuotere le fondamenta della narrativa israeliana basata su autodifesa, eroismo, e superiorità morale e culturale. Così anche la letteratura diventa una minaccia alla sicurezza nazionale e la macchina burocratica si mette al lavoro per ostacolare come meglio può.

Uno degli scrittori invitati quest’anno è Ahmed Masoud. Originario del campo profughi di Jabalya, nel nord della Striscia di Gaza, Ahmed vive da molti anni a Londra dove ha completato un dottorato in letteratura inglese. È uno scrittore prolifico, attivista e fondatore del gruppo di danza dabke Al Zaytouna. Il suo ultimo libro intitolato Vanished: the mysterious disappearence of Mustafa Ouda è un giallo coinvolgente, ambientato a Gaza, che si legge tutto d’un fiato. Ahmed doveva presentare proprio questo libro all’Educational Bookshop di Gerusalemme Est, oltre ad esibirsi in altri eventi del PalFest 2016.

Ho avuto modo di sentir parlare Ahmed Masoud durante la conferenza organizzata a Londra lo scorso 14 maggio dalla Palestine Solidarity Campaign per commemorare la Nakba. In quel contesto lo scrittore ha parlato di discriminazione in campo culturale, spiegando al pubblico come un qualsiasi scrittore israeliano possa viaggiare con facilità per pubblicizzare il proprio lavoro. Proprio in quell’occasione Ahmed ha raccontato del suo proposito di andare in Palestina, munito di passaporto inglese, per partecipare al PalFest. Ma non sorprenderà nessuno il fatto che Israele abbia negato l’ingresso ad Ahmed Masoud, unicamente sulla base della sua provenienza. L’autore descrive l’accaduto sul suo blog, il tono rivela l’immensa amarezza:

“Ieri (21 maggio 2016) Israele mi ha negato l’ingresso in Palestina, principalmente perché sono di Gaza. Questo è tutto, nessun’altra ragione. Nessuna spiegazione, nessun dettaglio, non gliene è fregato niente che viaggiavo con il mio passaporto britannico. Mi hanno portato in una stanza e mi hanno mostrato tutti i miei dati su di uno schermo, un soldato è entrato con una pistola. Ho detto di voler parlare con l’ambasciata britannica ma loro mi hanno riso in faccia e in un arabo fortemente accentato mi hanno detto “Enta Falasteeni khabebi” (Sei Palestinese caro”). […] Ora immaginatevi questo, dopo aver aspettato ed essere stato interrogato per ore, vi viene detto che non potete entrare a casa vostra. Vi portano in una stanza, vi urlano addosso, poi vi portano a prendere la vostra valigia, i vostri compagni di viaggio stanno tutti aspettando. Loro vi guardano pensando che ce l’abbiate fatta ma poi vedono la guardia dietro di voi. Vi vedono prendere la vostra roba e tornare indietro per essere infine buttato fuori.”

Ahmed Masoud non potrà intrattenere i suoi lettori al PalFest quest’anno. Tuttavia i metodi denigranti spesso usati ai controlli di immigrazione in Israele non fanno altro che esporre la fragilità di uno stato basato su razzismo e segregazione. Quando persino la letteratura diventa una minaccia alla sicurezza nazionale, il declino non può essere poi tanto lontano. Vi raccomando altamente di leggere Vanished, purtroppo al momento soltanto in inglese. Per la recensione scritta da Selma Dabbagh e apparsa su Electronic Intifada cliccate qui. Nena News

Amnesty International denuncia la vendita di armi all’Egitto da parte di numerosi Paesi europei nonostante la sospensione (non vincolante) firmata nel 2013 dopo il massacro di Rabaa e le gravi violazioni dei diritti umani in atto

Forze speciali egiziane. Armi beretta AR/70/90. Portaledifesa

di Francesca La Bella

Roma, 27 maggio 2016, Nena News- Il 14 agosto 2013 l’Egitto fu teatro di uno dei più cruenti massacri della storia recente egiziana in piazza Rabaa al-Adawiya al Cairo. Dopo 40 giorni di occupazione della piazza da parte dei sostenitori della Fratellanza Musulmana e del deposto Presidente Mohamed Morsi, le forze armate governative sgomberarono l’area sparando sulla folla con un computo finale di centinaia di morti (600 secondo il Ministero della Salute egiziano, tra 800 e 1000 secondo Human Rights Watch, 2600 secondo la National Alliance for the Defense of Legitimacy, coalizione a sostegno di Morsi). L’evento smosse le coscienze dell’opinione pubblica mondiale rendendo evidente la violenza dilagante nel Paese a seguito del colpo di Stato del Generale Al Sisi.

In risposta a questi eventi, il 21 agosto 2013, il Consiglio degli Affari Esteri dell’Unione Europea, prese posizione, affermando che l’uso della forza da parte delle forze di sicurezza egiziane era da considerare sproporzionato e che alcune azioni dovevano essere messe in atto per tutelare il rispetto dei diritti umani della popolazione egiziana e la transizione verso la democrazia. Per questo motivo gli Stati membri dell’UE concordarono di: sospendere le licenze per l’esportazione verso l’Egitto di qualsiasi attrezzatura che avrebbe potuto essere utilizzata per la repressione interna; rivalutare i titoli di esportazione di attrezzature militari e di rivedere la politica di assistenza nel campo della sicurezza verso l’Egitto.

Il report di Amnesty International di denuncia della vendita di armi da parte di 12 membri dell’Unione Europea (Italia, Germania, Francia, Gran Bretagna, Spagna, Bulgaria, Cipro, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia e Ungheria) all’Egitto in violazione all’impegno preso in sede europea farebbe riferimento proprio a questa decisione del Consiglio. Secondo l’organizzazione internazionale “Solo nel 2014, gli stati dell’Unione Europea hanno emesso 290 autorizzazioni all’esportazione di forniture militari all’Egitto, per un valore di oltre sei miliardi di euro, tra cui piccole armi, armi leggere e relative munizioni, veicoli blindati, elicotteri, armi pesanti per operazioni anti-terrorismo e tecnologia per la sorveglianza”.

Per quanto riguarda l’Italia, ad esempio, secondo i dati istat sulle esportazioni estere analizzati dall’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e Difesa (OPAL) le esportazioni italiane verso l’Egitto per il 2014 sarebbero state pari a 25 milioni di euro e buona parte dei prodotti esportati sarebbero state armi leggere utilizzate per la sicurezza interna.

Nonostante un contesto di progressivo deterioramento delle condizioni di tutela delle libertà individuali e di crescente utilizzo dell’uso della forza contro dissidenti ed oppositori politici, le misure di controllo delle esportazioni da parte europea sarebbero diventate sempre più labili permettendo al Governo egiziano di registrare, nel periodo 2011-2015 rispetto al 2006-2010, un aumento del 37% nei trasferimenti di armi in ingresso. Per quanto un ruolo significativo in questa crescita sia da imputare alla riapertura del canale di vendita statunitense, secondo il Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), think thank svedese, di fondamentale importanza risulterebbero essere gli accordi di scambio siglati con Francia e Germania.

L’istituto svedese avrebbe anche sottolineato come l’inconsistenza delle misure di sospensione fosse già insita nello stesso accordo del 2013. In contrasto con la maggior parte delle altre misure restrittive dell’UE relative alla esportazione di armi il Consiglio non avrebbe, infatti, emesso una decisione o un regolamento, ma avrebbe espresso solo un generale impegno politico. In mancanza di definizioni temporali, presenti invece per il congelamento degli asset degli ex membri del Governo Mubarak votata nel 2011 e valida fino al marzo 2017, o di una chiara definizione di “sospensione” e di “apparecchiature per la repressione interna”, la decisione del Consiglio, fin dalla sua proclamazione, sarebbe, così, rimasta una vaga dichiarazione di intenti priva di strumenti per essere resa vincolante.

Le violazioni non si limiterebbero, però, alla sola decisione del Consiglio, ma anche all’Arms Trade Treaty (ATT). Oltre ad impedire la vendita a Paesi sottoposti ad embargo, il trattato, infatti, sistematizza i diversi casi in cui è vietato il commercio di armi: violazione del diritto umanitario, violazione delle Convenzioni di Ginevra, terrorismo, genocidio. L’ATT considererebbe, inoltre, ostativo al commercio di armi per i soggetti firmatari la violazione da parte del soggetto ricevente delle norme internazionali sulla tutela dei diritti umani. Per quanto non esista un embargo vincolante sulla vendita di armi all’Egitto, i numerosi report di agenzie internazionali e le stesse risoluzioni del Parlamento Europeo dovrebbero, dunque, secondo Amnesty International indurre a valutare la possibilità di commercializzazione delle armi con l’Egitto in base alle normative del Trattato.

Anche il Parlamento Europeo, chiamato ad esprimersi in merito all’omicidio del ricercatore italiano Giulio Regeni, nella seduta del 10 marzo 2016, ha espresso la propria preoccupazione per l’evoluzione del contesto egiziano ribadendo il necessario impegno europeo ad implementare le previsioni degli atti del Consiglio. Nella risoluzione 2016/2608, il Parlamento Europeo descrive, infatti, un contesto di gravi violazioni dei diritti umani in Egitto: limitazioni alla libertà di stampa e di espressione; detenzioni arbitrarie; sparizioni forzate; tortura. Alla luce di questo contesto il Parlamento invita gli Stati membri ad aderire alle previsioni del Consiglio per quanto riguarda l’esportazione di attrezzature e tecnologia militare per la sicurezza. Aggiunge inoltre la necessità di “sospensione dell’esportazione di attrezzature di sorveglianza qualora ci sia evidenza dell’utilizzo delle stesse per la violazione di diritti umani”.

Anche in questo caso, però, non si tratta di un impegno vincolante e l’accordo tra Francia ed Egitto per la fornitura di armi per un valore stimato di un miliardo di euro firmato a metà aprile è l’ennesima prova della mancanza di volontà dell’Europa di prendere le distanze da Al Sisi e dal suo Governo. Nena News

Francesca La Bella è su Twitter: @LBFra

E’ l’ultima mossa in un giro di vite in corso da parte del regime di Abdel Fattah el Sisi contro i media e la libertà di espressione

della redazione

Roma, 26 maggio 2016, Nena NewsLe autorità egiziane lunedì scorso hanno impedito l’ingresso nel Paese a Remy Pigaglio, corrispondente del quotidiano cattolico La Croix, residente al Cairo dal 2014, al suo rientro in Egitto dopo una breve vacanza in Francia. A nulla è servito che Pigaglio fosse in possesso di un permesso di lavoro e di soggiorno e di un regolare accredito stampa egiziano. Il giornalista è stato detenuto per 30 ore all’aeroporto internazionale del Cairo prima di essere rispedito a Parigi.

Pigaglio ha riferito al suo ritorno in Francia che i funzionari egiziani gli hanno portato via il telefono cellulare e hanno esaminato le foto al suo interno. Quindi gli hanno ritirato il passaporto ed impedito di parlare con i funzionari dell’ambasciata francese e la sua famiglia mentre è rimasto detenuto per una notte interna.

“Non capisco affatto e ancora non so il motivo per cui hanno deciso di vietarmi l’ingresso”, ha detto il reporter aggiungendo che alcune delle foto osservate con attenzione dai funzionari della sicurezza dell’aeroporto riguardavano l’assemblea generale tenuta all’inizio del mese dal sindacato dei giornalisti egiziani in seguito all’arresto di due suoi membri.

L’ambasciatore francese al Cairo ha cercato di intervenire a favore di Pigaglio ma non è riuscito a evitare la deportazione. Ieri a Parigi, il ministro degli esteri Jean-Marc Ayrault ha riferito dopo una riunione di gabinetto di aver protestato con il governo egiziano.

   Non è il primo giornalista straniero al quale viene impedito l’ingresso in Egitto dal luglio 2013, quando le forze armate hanno attuato un golpe contro il governo dei Fratelli Musulmani e il presidente islamista Mohammed Morsi, poi sfociato nell’elezione a capo dello stato di Abdel Fattah al Sisi.

Ben peggiore comunque è la sorte subita da numerosi operatori dell’informazione egiziani, non pochi dei quali sono stati condannati a lunghe pene detentive semplicemente per aver seguito o partecipato a manifestazioni politiche.

Nel 2015 l’Egitto è stato classificato al 158esimo posto su 180 Paesi nel Press Freedon Index. Lo scorso dicembre il Comitato per la Protezione dei Giornalisti ha comunicato che l’Egitto è secondo solo alla Cina per numero di giornalisti incarcerati.

All’inizio di questo mese un nuovo progetto di legge è stato presentato al parlamento egiziano per regolamentare il lavoro dei  media. Se approvata, la nuova legge porterà alla scomparsa di decine di piccoli giornali e agenzie on line usati in particolare dai giovani egiziani e da attivisti dei diritti umani per criticare le autorità. La legge prevede anche il divieto di qualsiasi trasmissione televisiva in diretta senza il permesso delle autorità competenti. Nena News

 

Kurdi, arabi, turkmeni e assiri lanciano l’operazione per la “capitale” del sedicente califfato. Usa e Russia provano a metterci il cappello. Prosegue intanto l’avanzata di Baghdad che cerca di tranquillizzare i civili 

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 26 maggio 2016, Nena News – Due città, due simboli per lo Stato Islamico e due operazioni che potrebbero scardinarne la macchina della propaganda. Raqqa e Fallujah sono oggi il terreno di controffensive dall’enorme potenziale ma anche di grande rischio. A 24 ore dal lancio dell’operazione per la liberazione di Raqqa, le Forze Democratiche Siriane (Sdf) hanno liberato tre villaggi a nord della città. L’Isis è stato costretto ad arretrare, segno che la controffensiva potrebbe gradualmente portare a risultati concreti.

L’operazione è stata ufficialmente lanciata martedì: le Sdf, federazione di gruppi armati arabi, assiri e turkmeni guidati dai kurdi di Rojava, ha messo in campo 30mila uomini per liberare quella che viene considerata ormai da due anni la “capitale” del sedicente califfato.

Secondo quanto spiegato dalle Ypg kurde, i combattenti attaccheranno da tre direzioni diverse, a partire da una distanza di 50 km da Raqqa. L’obiettivo è tagliare le vie di rifornimento settentrionali allo Stato Islamico e relegarlo nella zona sud della città. La presenza di gruppi arabi, dicono i comandanti delle Sdf, servirà ad attirare il sostegno delle comunità arabe che temono rappresaglie e sfollamenti per mano kurda.

A sostenerli dall’alto saranno i raid aerei della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. Dopo aver escluso Rojava dal tavolo del negoziato di Ginevra, su preciso diktat turco, ora Washington non vuole perdere l’occasione di mettere il cappello sull’offensiva più importante in due anni di “califfato”.

Occasione ghiotta anche per la Russia che ha già proposto bombardamenti congiunti con l’aviazione Usa. Gli Stati Uniti hanno rifiutato la cooperazione con Mosca per la seconda volta in sette giorni. Ma ieri una porta pareva aprirsi: il portavoce delle Forze Democratiche, Talal Selo, ha fatto sapere che i leader militari della federazione e la coalizione stanno discutendo della possibilità di coordinarsi con l’esercito russo.

I kurdi di Rojava si giocano molto: Raqqa è preda succosa, rappresenta il modello statuale immaginato dall’Isis, è il cuore della sua capacità militare ma soprattutto è la concretizzazione delle ambizioni amministrative del “califfo” al-Baghdadi. Se le Sdf riusciranno a segnare punti importanti nel medio periodo, la questione kurda si porrebbe a tutt’altro livello: sarà molto più difficile per la Turchia realizzare la zona cuscinetto al confine e l’esclusione di una forza tanto centrale dal negoziato.

Il simbolismo dietro l’operazione è esplosiva: combattenti auto-organizzati, con alle spalle un modello democratico confederale, che arrivano dove eserciti nazionali non sono arrivati. E ci arrivano con una federazione multi-etnica e multi-religiosa, specchio del futuro che immaginano per la Siria post-Isis.

Oltre il confine sta un Iraq che ha nei settarismi interni uno dei principali pericoli alla stabilità. Una città come Fallujah ha altrettanto valore simbolico di Raqqa: nella provincia sunnita di Anbar, è stato il cuore della resistenza armata all’invasione Usa del 2003. Dopo la liberazione di Ramadi avvenuta a fine dicembre, Baghdad punta su Fallujah per mettere freno alle proteste popolari alimentate nelle ultime settimane dai brutali attacchi islamisti ai quartieri della capitale. Ieri l’ennesimo: un bomba è esplosa a Abu Deshir, uccidendo una persona e ferendone sette.

Per farlo ha bisogno non solo di vittorie ma di vittorie pulite. Deve cioè evitare i settarismi che hanno operato a Tikrit e nelle altre comunità sunnite liberate dalle forze sciite sottoforma di rappresaglie e umiliazioni. A Fallujah ci sono tra i 60 e i 100mila civili (erano 300mila prima dell’occupazione islamista del 2014) e oggi sono letteralmente ostaggio dello Stato Islamico: usati come scudo umano, dicono fonti locali, e ridotti alla fame dall’accerchiamento dell’esercito governativo che da mesi taglia le vie di rifornimento dell’Isis, impedendo così l’ingresso di cibo.

Il premier al-Abadi usa la televisione per rassicurare i residenti di Fallujah: «Alle forze armate è stato ordinato di preservare la vita dei cittadini e proteggere le proprietà pubbliche e private», ha detto nei giorni scorsi sperando di porsi agli occhi dei civili spaventati dalle potenziali violenze sciite come una valida alternativa alla brutalità dello Stato Islamico. Per farlo ha ordinato l’apertura di corridoi umanitari per coprire la fuga dei civili intrappolati e di campi che li accolgano. Ma da domenica sera solo 17 famiglie sono riuscite a lasciare la città.

La scorsa notte l’aviazione dello Stato ebraico ha colpito a sud della Striscia dopo il lancio di un razzo da parte palestinese. Poche ore prima i deputati del movimento islamico avevano dato il via libera all’esecuzione di 13 condanne a morte

della redazione

Gaza, 26 maggio 2016, Nena News –  Resta critica la situazione nella Striscia di Gaza. La scorsa notte i cacciabombardieri israeliani hanno preso di mira due presunte postazioni del movimento islamico Hamas, che controlla Gaza dal 2007, dopo il lancio di un razzo verso la regione di Shaar HaNeghev da parte di un piccolo gruppo “Le Brigate Omar Hadid” che si proclama affiliato allo Stato islamico. Non ci sono stati danni alla cose e alle persone da una parte e dall’altra del confine ma l’accaduto ribadisce la fragilità della situazione lungo le linee tra Gaza e Israele.

Nelle scorse settimane si era temuto l’inizio di una nuova offensiva israeliana in conseguenza delle incursioni delle forze armate dello Stato ebraco all’interno della Striscia alla ricerca, secondo la motivazione data dal portavoce militare a Tel Aviv,  di gallerie sotterranee scavate dall’ala militare di Hamas. Il movimento islamico aveva reagito proclamando di essere pronto a respingere le forze israeliane entrate a Gaza.

Un nuovo possibile attacco israeliano, simile a quello devastante di due anni fa (“Margine Protettivo”), non è l’unico argomento di discussione tra la gente di Gaza. La disoccupazione, la scarsità di acqua potabile e dell’energia elettrica e, naturalmente, il blocco israelo-egiziano di Gaza restano i temi principali per gli abitanti. Da qualche settimana però si discute anche dell’aumento della criminalità nella Striscia, dovuto all’aggravarsi delle condizioni economiche della Striscia. Alla crescita del numero dei furti, in particolare nelle abitazioni, si è abbinata anche quella degli omicidi, in molti casi durante le rapine, e la popolazione è spaccata tra chi appoggia il pugno di ferro deciso da Hamas, ossia l’uso della pena di morte, e chi invece pensa che non sia quella la risposta giusta.

Ieri i deputati di Hamas di Gaza nel Consiglio nazionale palestinese hanno votato a favore dell’esecuzione della pena di morte per 13 condannati per omicidi ed altri reati comuni. Un passo che segue l’annuncio fatto la scorsa settimana da uno dei leader di Hamas, Ismail Haniyeh, sulla esecuzione in tempi brevi delle 13 condanne a morte, forse anche in conseguenza delle pressioni dei familiari delle vittime che, peraltro, chiedono che le esecuzioni siano condotte in pubblico per dare un esempio (richiesta alla quale Hamas per ora sembra resistere). I centri per i diritti umani da parte loro hanno condannato la decisione e chiedono all’esecutivo di Gaza di congelare le condanne a morte.

Il mantenimento dell’ordine pubblico a Gaza e della sicurezza degli abitanti è al momento uno degli obiettivi prioritari di Hamas. Gli ultimi provvedimenti presi dal governo prevedono, ad esempio, anche la rimozione dalla strade dei mendicanti, numerosi a causa della disoccupazione ma tra di essi vi sarebbero anche tante persone che raccolgono elemosine per conto di terzi.

La stampa locale riferisce che sarà avviata una campagna di sensibilizzazione che coinvolgerà oltre alla polizia anche i ministeri dell’ istruzione, degli affari sociali, della cultura e delle questioni religiose. Nelle intenzioni del governo solo chi dimostrerà di vivere in condizioni di estrema povertà sarà assistito, gli altri dovranno abbandonare le strade, altrimenti rischieranno pesanti ammende. Nena News

Ai giornalisti palestinesi spetta il compito di demolire anni e anni di disinformazione e ricostruire una propria, lucida narrazione, che sia scevra dai capricci delle diverse fazioni e dai tornaconti personali di ciascuno

di Ramzy Baroud

(traduzione di Romana Rubeo)

Roma, 26 maggio 2016, Nena News – Conoscere personalmente centinaia di giornalisti e professionisti della comunicazione palestinesi, provenienti da ogni parte del mondo, è stata un’esperienza incredibile. Per molti anni, i media palestinesi sono stati sulla difensiva, incapaci di articolare un messaggio coerente, lacerati tra le diverse fazioni, nel tentativo disperato di respingere gli attacchi della campagna informativa israeliana, delle sue falsificazioni e della continua propaganda della “hasbara.”

È presto per parlare di un cambiamento significativo del paradigma comunicativo, ma la seconda Conferenza Tawasol, che si è tenuta a Istanbul il 18 e il 19 maggio, ha fornito l’occasione di analizzare il panorama mediatico in continua evoluzione e di porre alla luce le opportunità e le ardue sfide che i Palestinesi si trovano ad affrontare. 

A loro, non spetta solo il compito di demolire anni e anni di disinformazione israeliana, spacciata per verità storica e propinata al mondo come oggettiva, ma anche quello di ricostruire una propria, lucida narrazione, che sia scevra dai capricci delle diverse fazioni e dai tornaconti personali di ciascuno. Ovviamente, non sarà facile.

Il messaggio che ho voluto portare alla Conferenza “Palestine in the Media” , organizzata dal  Palestine International Forum for Media and Communication, è stato questo: se la classe dirigente palestinese non riesce a raggiungere l’unità politica, spetta almeno agli intellettuali insistere sull’unità della narrazione che vogliono proporre. Anche il meno obiettivo tra i Palestinesi riconosce la centralità della Nakba, la pulizia etnica della Palestina e la distruzione delle città e dei villaggi avvenuta tra il 1947 e il 1948. Allo stesso modo, tutti possono, e dovrebbero, convenire, sulle aberrazioni e sulla violenza dell’occupazione, sulla disumanizzazione dei checkpoint militari, sull’erosione di territorio in Cisgiordania ad opera degli insediamenti illegali e della colonizzazione, sulla morsa soffocante imposta su Gerusalemme Occupata (al Quds); sull’ingiustizia del blocco su Gaza e sulle guerre unilaterali condotte sulla Striscia, che hanno causato oltre 4.000 vittime, in massima parte civili, nel corso di 7 anni, oltre che su molte altre questioni.

Il Professor Nashaat Al-Aqtash dell’Università di Birzeit, forse con una maggiore dose di realismo, ha persino ridimensionato le aspettative. Ha infatti dichiarato: “Se solo riuscissimo a concordare sulla narrazione relativa ad Al-Quds e agli insediamenti illegali, sarebbe già un buon inizio”.

La verità è che i Palestinesi hanno più cose in comune di quanto non vogliano ammettere. Sono tutti vittime delle stesse atrocità, tutti combattono la stessa occupazione, subiscono le medesime violazioni dei diritti umani e affrontano un futuro incerto dettato dal medesimo conflitto. Eppure, molti non riescono a separarsi da affiliazioni a gruppi e fazioni, di natura quasi tribale. Non c’è niente di male ad avere delle convinzioni ideologiche o a sostenere un partito anziché un altro. Ma se questo legame diventa predominante rispetto alla lotta collettiva e nazionale per la libertà, si apre una crisi morale.  Purtroppo, non tutti ne sono esenti.

Tuttavia, come sempre accade, le cose stanno cambiando. A vent’anni dal fallimento del cosiddetto “processo di pace”, con l’aumento esponenziale degli insediamenti nei territori occupati e con l’esacerbarsi della violenza per il raggiungimento degli obiettivi politici, molti Palestinesi sono stati costretti ad affrontare la dolorosa realtà.  Non può esserci libertà per il popolo palestinese senza unità e senza resistenza.

La resistenza non è necessariamente sinonimo di armi e coltelli; può essere anche intesa come lo sfruttamento delle energie dei connazionali in patria e in “shatat” (Diaspora), e la mobilitazione delle comunità a favore della giustizia e della pace nel mondo.

È sconcertante constatare come una nazione umiliata così a lungo sia anche così incompresa e come spesso i carnefici vengano assolti e considerati vittime. Verso la fine degli anni ’50, il Primo Ministro Israeliano David Ben-Gurion si rese conto che era necessario unificare la narrazione sionista relativa alla conquista e alla pulizia etnica della Palestina. Secondo una rivelazione del quotidiano israeliano Haaretz, Ben-Gurion temeva che la crisi dei rifugiati palestinesi sarebbe diventata un vero problema se Israele non avesse dichiarato, a più riprese e in modo coerente, che i Palestinesi avevano lasciato volontariamente le loro terre, seguendo i dettami dei vari governi Arabi.

Si trattava di un’invenzione, ma molte presunte verità non sono altro che una bugia ripetuta nel tempo. Chiese a diversi accademici di presentare una versione falsificata ma coerente della storia dell’esodo dei Palestinesi e il risultato fu il GL-18/17028, del 1961, un documento che costituisce la pietra miliare della “hasbara” israeliana sulla pulizia etnica della Palestina. Il messaggio centrale che contiene è semplice: i Palestinesi fuggirono e non furono cacciati dalle loro case. Israele lo ripete da oltre 55 anni e molti hanno finito per credervi.

Solo di recente, grazie al lavoro di un fiorente gruppo di storici palestinesi, e di coraggiosi israeliani, che si oppongono a questa propaganda, si sta delineando anche una narrazione palestinese, e c’è ancora molto da fare per limitare i danni. La reale vittoria sarà vedere questa versione non come una “contro-narrazione”, ma come verità storica, libera dal peso di un racconto offuscato da bugie e mezze verità.

Credo vi sia solo un modo per concretizzare questo auspicio: gli intellettuali palestinesi dovrebbero investire tempo ed energie a studiare a raccontare la “storia del popolo Palestinese”, per riumanizzarlo e sfidare la percezione generalizzata, che li vede come terroristi o come eterne vittime. Solo quando l’individuo comune sarà posto al centro della storia, i risultati saranno davvero efficaci e  duraturi. La stessa logica andrebbe applicata al giornalismo.

Oltre a trovare una storia comune, i giornalisti palestinesi dovrebbero aprirsi al mondo, uscendo dalla tradizionale cerchia degli amici e sostenitori devoti e confrontandosi con la società nel senso più ampio del termine. Gli estimatori della verità, soprattutto quelli animati da una visione umanista, non potranno approvare il genocidio e la pulizia etnica.

Temo che la necessità di controbattere la “hasbara” israeliana in Occidente abbia comportato una profusione eccessiva di energie in alcuni luoghi specifici, tralasciando invece parti del mondo, il cui supporto ai movimenti di solidarietà internazionale è stato finora centrale. Nulla dovrebbe essere preso per scontato. La buona notizia è che i Palestinesi stanno facendo grandi progressi e stanno avanzando nella direzione giusta, pur senza il sostegno della loro classe dirigente. Nena News

 

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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