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Agenzia Stampa Vicino Oriente
Aggiornato: 8 min 2 sec fa

EGITTO. Prigioni piene di dissidenti, ma al Sisi è l’uomo dell’Occidente

Gio, 27/11/2014 - 11:35

Condannati al carcere 78 manifestanti minorenni. Nel Paese la scure della repressione si sta abbattendo con forza sempre maggiore su chiunque contesti il regime, in nome della sicurezza e della lotta al “terrorismo”. Ma il mondo chiude gli occhi in nome di investimenti milionari

 

Il Presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi

di Sonia Grieco

Roma, 27 novembre 2014, Nena News – Mentre l’Occidente si profonde in strette di mani, che siglano accordi commerciali (l’Italia in prima linea), con il presidente Abdel Fattah al Sisi che ha appena chiuso il suo primo tour europeo, in Egitto la scure della repressione si sta abbattendo con forza sempre maggiore su chiunque contesti il regime salito al potere con il golpe del 3 luglio 2013.

Ieri l’ennesimo verdetto di un sistema giudiziario addetto all’oppressione quanto le Forze armate e la polizia, ha condannato 78 minorenni a pene che vanno dai due ai cinque anni di carcere per avere preso parte a manifestazioni che chiedevano il ritorno alla guida del Paese dell’ex presidente Mohammed Morsi. L’esponente dei Fratelli Musulmani, eletto nelle prime elezioni post-Mubarak e deposto dai militari nel 2013, è in carcere e rischia la condanna a morte. Con la fine del suo governo, contestato dall’opposizione laica che adesso è anch’essa nel mirino della repressione militare, si è aperta una pagina nera per il Paese. Una fase che ricorda i tempi di Hosni Mubarak, e per molti è anche peggiore, inaugurata dalla strage di piazza Rabaa al Adaweya il 14 agosto dell’anno scorso: oltre 600 morti tra i sostenitori di Morsi.

Nell’Egitto di al Sisi la polizia è autorizzata a sparare sui manifestanti (legge 107/2013); il dissenso, che sia quello laico o quello degli islamici vicini alla Fratellanza messa fuori legge, è punito severamente e di solito è paragonato al terrorismo; nelle carceri si partica la tortura; la stampa è imbavagliata da leggi liberticide, come pure l’attività delle Ong; le università sono blindate dalle forze dell’ordine.

In nome della sicurezza, il generale salito al potere con un consenso plebiscitario, ma in assenza di reali rivali e con una scarsa affluenza (47,5 percento) alle urne, emana decreti presidenziali che silenziano ogni forma di opposizione. L’ultimo (n.136/2014) ha posto sotto la giurisdizione militare gran parte delle strutture pubbliche del Paese (università, centrali elettriche, ponti, ferrovie e tutte le proprietà dello Stato) e ha dato mano libera alle Forze armate nella “protezione” di queste strutture. Quindi, chi manifesta all’università, per esempio, sarà giudicato da magistrati in uniforme soggetti agli ordini dei propri superiori. E al vertice della catena di comando c’è il ministero delle Difesa, non gli organismi autonomi della Giustizia. Questo decreto aumenterà il numero di processi a carico di civili celebrati nelle corti militari, dove sono già stati giudicati 12.000 civili dal 2011, secondo Human Rights Watch.

Leggi e decreti, quest’ultimo giudicato incostituzionale dall’opposizione, di cui sono vittime non soltanto i Fratelli Musulmani -finiti a migliaia (15.000) dietro le sbarre e passati dall’essere il partito di governo a formazione terroristica, con centinaia di esponenti condanni a morte-, ma anche le formazioni laiche che nel 2011 avevano fatto di piazza Tahrir il simbolo della primavera egiziana. Una sollevazione popolare che era riuscita a mettere fine al trentennale regime di Mubarak.

Sempre ieri, il Movimento 6 Aprile, composto da giovani attivisti, e la coalizione pro-Morsi dell’Alleanza nazionale a sostegno della legittimità hanno diffuso la notizia della morte di due manifestanti durante le proteste al Cairo e nella cittadina di Nahia. Un dimostrante è stato colpito alla testa da un proiettile sparato dalla polizia e un altro è deceduto in seguito all’inalazione di gas lacrimogeno. Inoltre, si susseguono i blitz della polizia alla ricerca di esponenti dell’opposizione.

In questo clima di repressione e paura, al Sisi è diventato un nuovo Mubarak per l’Occidente. L’alleato che combatte il terrorismo, che ha messo fuori legge i Fratelli Musulmani e per questo è stato lautamente ricompensato dall’Arabia Saudita. Non ha mai smesso di essere foraggiato dagli Stati Uniti e ha firmato commesse per armamenti con la Russia. Adesso punta al rilancio economico, in un Paese alle prese con alti tassi di disoccupazione, spianando la strada agli investimenti stranieri con leggi che semplificano la burocrazia e l’Italia sta giocando un ruolo di primo piano. E non va dimenticata la partita libica, dove l’Egitto si è schierato con i laici di Tobruk. Qui il Cairo potrebbe giocare un ruolo fondamentale nella “gestione” dei flussi migratori verso l’Europa. E per l’Italia al Sisi potrebbe essere un nuovo Gheddafi. Nena News

Categorie: Palestina

Riapre Rafah, per Gaza è sempre un inferno

Gio, 27/11/2014 - 10:51

L’Egitto riapre per qualche ora il valico chiuso da un mese. Troppo poco per permettere il ritorno a casa di migliaia di palestinesi bloccati al Cairo e nel Sinai. La pioggia e il freddo intanto aggravano le condizioni di 100 mila abitanti di Gaza ai quali i bombardamenti israeliani hanno distrutto l’abitazione

di Michele Giorgio – IL MANIFESTO

Gerusalemme, 27 novembre 2014, Nena News - «Avevo programmato di viaggiare con mio figlio per due settimane, per dimenticare l’ultima guerra a Gaza. Ora stiamo affrontando una realtà altrettanto difficile. Dal 5 novembre siamo bloccati in una stanza d’albergo al Cairo…Mi manca mia figlia Zeina». É questo il racconto che qualche giorno fa Abu Abdallah Tafesh, un abitante di Gaza, ha fatto a una giornalista di al Monitor. Una storia amara simile a quella che potrebbero dirci i 3500 palestinesi, secondo stime prudenti, 6000 secondo altri dati, bloccati al Cairo, a El Arish e in altre località da circa un mese, da quando gli egiziani hanno ordinato la chiusura del valico di Rafah in risposta a un attentato (33 soldati uccisi) compiuto il 24 ottobre nel Sinai da Ansar Beit al Maqdes, una formazione jihadista affiliata allo Stato Islamico (Isis). Attentato che, sostiene il regime del presidente Abdul Fattah al Sisi, sarebbe stato concepito nella Striscia di Gaza.

Una versione poco convincente che probabilmente serve alle autorità del Cairo per mascherare il fallimento di oltre un anno di operazioni militari che hanno soltanto scalfito i jihadisti. Al Sisi e il resto dell’establishment egiziano, dal giorno del golpe anti-islamista del 2013, sono impegnati in una dura campagna contro i Fratelli musulmani e il loro braccio palestinese, Hamas. Al punto che il presidente in una intervista al Corriere ha di fatto proposto l’occupazione militare egiziana di Gaza descrivendola come un contributo alla stabilità del territorio palestinese e alla sicurezza di Israele.

In questo mese l’esercito egiziano ha cambiato il volto dei 13 km di frontiera con Gaza, creando una zona cuscinetto larga un chilometro, demolendo almeno 1500 abitazioni e trasferendo da un giorno all’altro decine di migliaia di civili a El Arish e altre località (promettendo risarcimenti irrisori). I militari hanno anche riferito di aver chiuso altre decine di tunnel sotterranei tra la Striscia e l’Egitto. A ciò ha aggiunto la chiusura prolungata del valico di Rafah, l’unica porta sul mondo a disposizione dei palestinesi di Gaza.

Il terminal ieri ha finalmente riaperto, per qualche ora, e oggi resterà operativo dalle 9 alle 16, però solo in uscita dall’Egitto. È una buona notizia ma nessuno sa quanti palestinesi potranno passare. E nessuno è in grado di prevedere quando il valico tornerà ad essere aperto in futuro. Abu Abdullah Tafesh e il figlio forse non saranno in grado di rientrare a Gaza dove l’uomo, un insegnante di educazione fisica, è atteso dalla famiglia e dai suoi studenti. Probabilmente saranno costretti a tornare davanti all’ambasciata palestinese al Cairo a chiedere aiuto per pagare l’albergo.

L’ambasciatore Jamal al-Shobaki ripete che gli abitanti di Gaza sono le vittime degli attentati terroristici nel Sinai, proprio come i soldati uccisi. Parole che non danno conforto a chi è bloccato da settimane, come gli 800 palestinesi costretti ad aspettare all’estero, spesso in condizioni precarie negli aeroporti, quando l’Egitto fisserà una nuova data per l’apertura del valico di Rafah. Il regime di al Sisi consente l’arrivo allo scalo del Cairo ai palestinesi diretti a Gaza solo se il terminal di confine è aperto. Da un anno l’Egitto preme affinchè la guardia presidenziale dell’Anp di Abu Mazen prenda il controllo del versante palestinese di Rafah, in sostituzione della polizia di Hamas.

Il dramma di tanti civili palestinesi ai quali viene impedito di tornare a casa, finisce per apparire marginale di fronte alla condizione spaventosa delle decime di migliaia di palestinesi ai quali i bombardamenti israeliani della scorsa estate hanno distrutto l’abitazione. Piove tanto su Israele e Territori occupati. E la pioggia cade copiosa anche su Gaza trasformando in laghi Shujayea, Beit Hanun, Kuzaa e le altre località ridotte in macerie.

Molte famiglie, con il tempo asciutto, avevano montato tende accanto alla casa distrutta o si erano adattate a vivere negli edifici danneggiati ma ancora in piedi. La pioggia però filtra ovunque, allaga, non lascia altra possibilità che quella di tornare in quelle scuole dove gli sfollati, senza altra possibilità di sistemazione, sono ospitati da mesi. La ricostruzione di Gaza, dopo le fanfare del 12 ottobre alla conferenza dei Donatori (promessi 5,4 miliardi di dollari), rimane una parola scritta su fogli di carta. Israele due giorni fa ha consentito l’ingresso a Gaza di un convoglio di 28 autocarri carichi di cemento e materiali per l’edilizia, appena il secondo in tre mesi. A questo ritmo una nuova casa gli sfollati potranno averla tra una dozzina di anni. Nena News

Categorie: Palestina

ARCHEOLOGIA. La grande sfinge a portata di selfie

Gio, 27/11/2014 - 10:20

Il restauro dell’area e dell’imponente statua è stato progettato in base al dilagante concetto di interattività tra l’opera e i turisti

 

foto di Piera Vincenti

di Valentina Porcheddu – IL MANIFESTO

Roma, 27 novembre 2014, Nena News – Nella tradizione letteraria e filosofica, la parola «sfinge» evoca il mito di Edipo e il celebre enigma «esistenziale» che il demone femminile posto a custodia di Tebe rivolse al futuro re dell’antica città della Beozia. Tuttavia, per la gran parte del mondo, la Sfinge è il volto misterioso e serafico della gigantesca scultura che si staglia sulla piana di Giza, venti chilometri a sud-ovest de Il Cairo. Non è dunque un caso che il ministro egiziano alle antichità, Mamdouh al-Damati, abbia puntato proprio sul restauro del colosso dal corpo di leone e dalla testa umana per rilanciare il turismo verso il paese dei faraoni. Le statistiche della World Tourist Organization rivelano che, dopo la rivolta del 2011 e l’instabilità politica che ne è conseguita, i visitatori sono passati dai circa 14 milioni del 2010 ai 9 milioni del 2013. Alcuni giorni fa, al-Damati – assieme al primo ministro Ibrahim Mahlab e al ministro per il turismo Hisham Zaazou – si è recato nella necropoli di Giza per inaugurare la riapertura del piazzale che conduce ai piedi della Sfinge. Il direttore del progetto Mohammed al-Saidi, ha spiegato i lavori di restyling della statua, che hanno interessato la sostituzione dei blocchi danneggiati nella parte sinistra della figura e il trattamento del busto e del collo con un materiale anti-erosione. In ombra e avare di dettagli le notizie che riguardano il restauro della piramide di Micerino e il tempio di Amenofi II.

In base alle indiscrezioni che trapelano dai media egiziani e stranieri, l’accesso al cortile prospiciente la Sfinge sarà vincolato d’ora in poi al pagamento di un biglietto, il cui «premio» è l’opportunità di sfiorare il monumento, camminandoci liberamente attorno e spingendosi fino alla Stele del Sogno di Thutmosi IV. Ed è proprio questa concessione a far riflettere sull’attuale politica di valorizzazione di uno dei siti più visitati al mondo. Come mostrano anche i recentissimi casi mediatici dello scavo del tumulo di Amphipolis in Grecia e delle ricerche nell’area di Mont’e Prama in Sardegna, l’archeologia del XXI secolo sembra aver trovato un feeling diretto con i suoi fruitori. Se nell’800 si compivano sterri mirati a mettere in evidenza la maestosità delle rovine, la seconda metà del Novecento ha condotto all’utilizzo di una metodologia stratigrafica finalizzata alla conoscenza e non solo alla grandiosa scoperta dell’antichità. Eppure, quello che fu lo sguardo erudito e contemplativo dei secoli passati si è trasformato oggi in una «dittatura delle immagini» che offusca il valore del contenuto. La cultura è divenuta un prodotto di consumo per la massa e la sua promozione non può che somigliare a uno spot pubblicitario attrattivo e seducente. Nena News

La Grande Sfinge si fa dunque più bella e più vicina. A portata di selfie, insomma. E mentre migliaia di followers attendono che venga rivelata l’identità del defunto di Amphipolis fantasticando sulle spoglie di Alessandro Magno, sempre sulla rete impazzano blogs che vedono nell’imponente appeal dei giganti di Mont’e Prama la vittoria degli eroi nuragici sulla «banale quotidianità» dei resti archeologici dell’isola. Se da una parte non si possono biasimare le aspirazioni di tre paesi in crisi che cercano di interrogarsi sull’utilizzo delle proprie risorse, dall’altra ci si chiede se la strumentalizzazione del patrimonio sia non solo eticamente giusta ma anche strategicamente vincente. L’attuale dibattito sulla restituzione dell’arena del Colosseo ha portato all’attenzione il delicato tema della «apertura» dei monumenti alla contemporaneità. A questo proposito, il ritorno di un’altra sfinge – quella che adornava la Statua del dio Nilo nel centro storico di Napoli, trafugata nel secondo dopoguerra e rinvenuta un anno fa dal Nucleo dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale – testimonia che l’eredità dell’antico può essere radicata nella memoria del popolo e nel suo senso di appartenenza a civiltà lontane persino nello spazio, senza dover ricorrere alla sua mercificazione. Infatti, il restauro della scultura di età romana nota anche come o cuorpo ‘e Napule è stato finanziato – tramite la vendita di cartoline con l’effigie di Pulcinella – da 2.200 cittadini, che l’hanno appena restituita alla comunità. Avviata dagli studenti dell’Istituto Comprensivo Teresa Confalonieri – i quali, per l’occasione, hanno assunto le sembianze del fiume Nilo e della sfinge che di nuovo lo accompagna – la cerimonia è stata animata, oltre che da concerti, da un reading teatrale ispirato alla scienziata Ipazia di Alessandria, probabile città d’origine dell’artista alla quale l’opera d’arte «partenopea» è attribuita. Nena News

Questo servizio è stato pubblicato in origine dal quotidiano Il Manifesto il 27 novembre 2014

 

Categorie: Palestina

VIDEO. Nelle strade di Kobane

Gio, 27/11/2014 - 09:52

Nena News vi offre un altro documento filmato eccezionale. Le immagini girate dalla nostra collaboratrice Federica Iezzi all’interno della città curda sotto assedio dei jihadisti dello Stato Islamico

di Federica Iezzi

Kobane , 27 novembre 2014,  Nena News – Siamo a Kobane. Dal settembre scorso, simbolo e arena di scontri tra i jihadisti dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, che seguono pedissequamente il programma di avanzata, e i combattenti curdi dell’Unità di Protezione Popolare.

Secondo i dati dell’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani le vittime sono ormai salite a quasi 1200.

Le porte di Kobane sono custodite dai mortai. Fuoristrada grigi scuri, con le bandiere nere dello Stato Islamico tatuate sulle porte e con MG30 al seguito, sfrecciano ferocemente sulla Halnaj-Kobani, strada a sud-est della città. C’è chi ancora non vuole lasciare la casa dove è cresciuto e le strade dove correva da bambino.

La quotidiana pace di Kobane, si è trasformata nel fragore dei proiettili che crivellano gli edifici crollati, delle auto bruciate, degli spari e delle esplosioni. E la battaglia non accenna a finire: giochi di controllo di strade ed edifici continuano nella zona a sud-est.

Angoli senza luce, sono il teatro distrutto e asserragliato di una città diventata un forte militare. Non ci sono più ospedali pubblici funzionanti e le scorte di medicine stanno finendo. Svuotati i negozi di alimenti e bevande per i combattenti e per i civili. Lungo le strade dritte ed infinite spesso non si incontra nessuno.

Le vie sono piene di buche, di mucchi di spazzatura e di macerie. Sono pattugliate da soldati a volte nemmeno riconoscibili dalle uniformi. Volti incorniciati da una folta barba, muscolosi ma zoppicanti. Le serrande sono abbassate, le porte e le finestre scure sono chiuse sul mondo. Nena News

GUARDA IL VIDEO:

 

Categorie: Palestina

Subcontracting Repression in the West Bank and Gaza

Gio, 27/11/2014 - 09:52

By SABRIEN AMROV and ALAA TARTIRNOV- NEW YORK TIMES

Jerusalem is aflame with what the Israeli writer Uri Avnery has called an “intifada of individuals,” as outbreaks of deadly violence have followed what began with Palestinian protests over fears of encroachment by Jewish extremists on the site in the Old City known to Muslims as the Noble Sanctuary. Five Israelis were killed last week in an attack on a synagogue. Palestinian citizens of Israel, meanwhile, are in turmoil over the Nov. 8 police shooting in northern Israel of a 22-year-old protester, which was caught on videotape.

Yet the occupied West Bank shows no signs of an uprising, and the Palestinian Authority’s president, Mahmoud Abbas, has declared that there will be no third intifada. Under Mr. Abbas’s increasingly authoritarian rule, this guarantee is based largely on the authority’s close security collaboration with Israel.

The Palestinian security forces were created under the Oslo Accords, ostensibly to support the Palestinian state-building project. Initially, those forces were understood by the population to exist for its defense. During the second intifada in 2002, Palestinian security forces confronted the Israeli Army using their light weapons. Israel responded by largely destroying the Palestinian Authority’s security infrastructure.

Under the 2003 road map, however, the Palestinian Authority agreed to make “visible efforts” to arrest individuals and groups “conducting and planning violent attacks on Israelis anywhere.” Since then, Palestinian Authority security forces have responded to Israeli and international donor demands for what was termed security sector reform, led by Lt. Gen. Keith W. Dayton, who headed the Office of the United States Security Coordinator. This has led the authority’s security forces to act in increasingly repressive ways toward the population at large.

Israel’s military and security apparatus remains the biggest threat to the 4.5 million Palestinians living under Israel’s 47-year occupation in the West Bank, Gaza and East Jerusalem. To take just one measure, a Ramallah-based prisoners’ rights organization estimates that the Israeli authorities have arrested a cumulative total of about 800,000 Palestinians since the 1967 war.

But a growing threat to Palestinians now comes from the Palestinian security forces. Amnesty International, Human Rights Watch and other rights organizations have documented numerous abuses. Palestinian security forces have tortured political prisoners and violently suppressed members not only of Hamas and Islamic Jihad, but also of the dissolved Fatah-affiliated Al Aqsa Martyrs Brigade. They have also stifled opposition voices and peaceful demonstrations, roughing up and arresting protesters.

Much of this is done in collaboration with Israel. During our academic research, one high-ranking official from the Palestinian Authority’s Preventive Security Force told us: “We get lists with names” from the Israelis. They “need someone, and we are tasked to get that person for them.”

These policies backfire. Palestinian forces lose the trust of local communities when they are seen as enforcing the illegal occupation and the losses of land and rights that go along with it. With no prospect of a just peace on the horizon, a subcontracted Palestinian jailer is little better than an Israeli jailer, and may even be more psychologically humiliating.

A poll of Palestinian residents of the West Bank and the Gaza Strip by the Doha-based Arab Center for Research and Policy Studies earlier this year showed that 80 percent of respondents opposed continued security coordination with Israel. The behavior of the Palestinian Authority security sector has also helped to reinforce popular support for Hamas and Islamic Jihad, because they are seen as carrying the banner of Palestinian resistance.

International donors should be concerned about the violations of rights and the political fallout since they foot the bill: In 2013 alone, the United States provided $427 million in economic assistance, of which $70 million was allocated specifically to fund the authority’s security forces. At the same time, the European Union gave $227 million in direct funding to the authority, and a further $406 million in economic aid and support for security forces.

Given these numbers, it is hardly surprising that the Palestinian Authority’s security service makes up the government’s largest department, at about 45 percent of its work force, and consumes 27 percent of the annual budget. More worrying still, security officials are being tapped to head municipalities and governorates. In its administrative and academic institutions, and its urban spaces, Palestinian society is more and more dominated by the security apparatus.

To what end do the international donors continue to subsidize an agency that helps to perpetuate the Israeli occupation, fails to meet the needs of Palestinian civilians and violates the very human rights norms they claim to uphold?

The Palestinian Authority was intended to be a short-lived administration, expiring in 1999. Today, it holds no sway in East Jerusalem, or in 60 percent of the occupied West Bank, which Israeli politicians like Economy Minister Naftali Bennett want to see annexed. The Palestinians appear to be farther away than ever from freedom and justice.

Palestinians under Israeli occupation need a police force to maintain internal law and order, but one that is accountable to the people themselves, not to Israel or the donor community. There is no question that fundamental internal reform is needed, but the stalled reconciliation between Fatah and Hamas, which briefly bore fruit in their jointly agreed Palestinian Authority government, makes it difficult to imagine this happening anytime soon.

The international donor group, however, need not wait. Donors should recognize that reforming the authority’s security forces is a nonstarter in the context of prolonged military occupation.

Some Israeli politicians may be content to see an unreformed Palestinian Authority continue to be discredited as long as this obstructs any peace settlement that would end Israel’s occupation. But this is shortsighted and ultimately self-defeating. There can be no security for Israel if Palestinians do not have their basic rights.

Sabrien Amrov is a policy author and Alaa Tartir is a program director of Al-Shabaka: The Palestinian Policy Network.

 

 

Categorie: Palestina

LIBRO. Baghdad Yesterday…e oggi

Gio, 27/11/2014 - 08:39
Nel racconto di Sasson Somekh la vicenda degli ebrei iracheni. Divenuti negli anni Cinquanta nuovi cittadini dello stato d’Israele per loro si prospetterà in maniera preponderante il problema identitario  e linguistico di Cristina Micalusi Roma, 27 novembre 2014, Nena News – Nel suo suo libro di memorie scritto in ebraico Sasson Somekh, studioso che ha dedicato la sua vita all’insegnamento della letteratura araba nelle università israeliane, rievoca la sua giovinezza in una mitica Baghdad, mai dimenticata, lasciata a diciassette anni per emigrare con la famiglia in Israele. Il suo caso rappresenta l’emigrazione degli iracheni di religione ebraica, ed è sicuramente emblematico. Nel 1948 inizialmente furono solo una quindicina i cittadini iracheni che si trasferirono in Israele ma che divennero trentamila appena un anno dopo; e nel 1956 arrivarono a novantamila circa.  Dal 1948 al 1953 complessivamente lasciarono l’Iraq circa 125 mila cittadini di religione ebraica che andarono ad ingrandire in Israele la folta comunità di ebrei provenienti dagli altri paesi arabi. Anche attraverso azioni militari tipo quella denominata “Tappeto Magico” che si occupò del trasferimento dell’antica Babilonia di migliaia di iracheni privati della loro nazionalità. Per questi nuovi cittadini dello stato d’Israele si prospetterà sempre e in maniera preponderante il problema identitario  e linguistico. Molti intellettuali ebreo-iracheni continueranno ad esprimersi e a comporre opere in lingua araba. Ma è evidente che scrivere in arabo in ambiente ebraico vuol dire indiscutibilmente rimanere ai margini dell’ambiente culturale israeliano. Sasson Somekh esprime tutto il disagio di chi è stato strappato alle sue origini e alla sua cultura, non riuscendo mai del tutto ad integrarsi e sentire Israele come il proprio paese.  Così la sua nostalgia per la perdita della patria irachena è paragonabile a quella degli arabi di Israele, anch’essi privati della loro amata Palestina. 

Sasson Somekh durante una conferenza

Sasson Somekh è nato a Baghdad da una famiglia ebraica nel 1933.  Nel 1951, Somekh e la sua famiglia emigrarono in Israele.  Non sapeva l’ebraico, ma ha iniziato impararlo seriamente al fine di raggiungere il suo obiettivo di diventare un traduttore di poesia araba in ebraico. La sua prima traduzione è stata pubblicata nel 1954 in Ner, una rivista pubblicata da un’associazione dedicata alla promozione della riconciliazione arabo-ebraica. E’ stato tra i fondatori della lingua araba Academy in Israele, istituita nel dicembre 2007 in collaborazione con diversi ex allievi.

Ha scritto 10 libri, molti traduzioni dall’arabo all’ebraico, tra i quali sono quattro antologie della moderna poesia araba, e circa 90 articoli in riviste accademiche. Nel corso degli ultimi 50 anni Somekh ha pubblicato centinaia di articoli su riviste letterarie. I suoi articoli si occupano principalmente di letteratura moderna e scrittori arabi, connessioni tra arabo e letteratura ebraica.  E’ un collaboratore del quotidiano Haaretz. Nena News

Categorie: Palestina

La battaglia per Gerusalemme

Gio, 27/11/2014 - 08:06

Potrebbe essere l’ultima lotta palestinese prima che gli israeliani si impadroniscano definitivamente di Gerusalemme est, oppure la prima di uno scontro più ampio, scrive David Hearst

foto Reuters

di David Hearst- Middle East Eye

Essere un palestinese residente a Gerusalemme vuol dire soffrire di una condizione particolare di apolidia. Non sono né cittadini di Israele né della Palestina. Non possono votare. Non hanno un passaporto ufficiale e non possono attraversare liberamente le frontiere.

Hanno il diritto di residenza a Gerusalemme, ma è una lotta quotidiana per ottenerlo. Sottoposti alla politica “del centro delle attività vitali” del ministero degli Interni di Israele, devono continuamente confutarne un rifiuto, [dimostrando] che la loro vita familiare non è altrove. Ciò significa raccogliere permanentemente ricevute, come prescrizioni mediche e iscrizioni scolastiche, per provare che vivono a Gerusalemme. Gli ispettori arrivano al punto di contare i vestiti negli armadi o il cibo nel frigorifero, come prova del numero dichiarato di bambini che vivono in casa.

Ottenere la cittadinanza di un qualsiasi altro paese o passare troppo tempo altrove sono due ragioni per la revoca dello status di residente, che non può essere trasmesso ai figli. Non possono costruire sulla propria casa, e se lo fanno devono pagare per la demolizione di quello che hanno costruito, o buttarlo giù loro stessi. Questa è la comunità dalla quale provengono i due uomini che martedì hanno sparato e preso a coltellate i fedeli che pregavano la mattina presto in una sinagoga di Gerusalemme ovest.

C’è un altro elemento peculiare di questo attacco contro un bersaglio religioso ebraico. Ghassan Abu Jamal, di 23 anni, e Odai Abu Jamal, di 30, non erano membri di un gruppo religioso palestinese. Erano del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, – una organizzazione laica, rivoluzionaria e di sinistra, fondata da George Habbash, un cristiano palestinese, responsabile di una serie di dirottamenti aerei negli anni ’60.

Questo ci porta al terzo elemento nuovo di questo attacco: l’FPLP non ha, in base alle prove che si hanno, ordinato o pianificato questo attacco. Una dichiarazione postata sulla pagina Facebook del gruppo ha appoggiato l’attacco ed identificato gli attaccanti come membri dell’FPLP, ma un comunicato stampa mandato via mail per conto dell’organizzazione ha omesso [di citare] l’affiliazione dei due uomini con il gruppo. Il FPLP di Gaza voleva rivendicare la responsabilità dell’attacco, quello della Cisgiordania no. Si tratta della stessa cosa successa con il rapimento e l’uccisione di tre giovani coloni da parte di membri di Hamas, di cui lo stesso Hamas non sapeva niente.

Ofer Zalzberg, esperto di Medio Oriente dell’International Crisis Group (ICG) [una delle principali organizzazioni non governative che si occupa di prevenzioni di conflitti. Ha sede a Bruxelles e può vantare nel suo organico numerosi politici, diplomatici e professori provenienti in particolare dagli Usa e dagli altri membri della Nato. N.d.Tr.] ha perfettamente illustrato quello che è successo in questo caso: “Non c’è nessun leader che possa ottenere ciò che rappresenta i bisogni e le richieste degli abitanti di Gerusalemme Est o dei palestinesi in generale. Per i palestinesi, Abbas sembra che non faccia niente, le azioni della Giordania sono limitate, mentre neppure la maggior parte del mondo arabo o islamico sembra mobilitarsi,” afferma Zalzberg. ” Nessuno sta facendo qualcosa contro le minacce percepite dai palestinesi di Gerusalemme est e quindi, in assenza di leader, reagiscono i singoli,” aggiunge.

Mentre Benjamin Netanyahu sostiene che gli incitamenti di Mahmoud Abbas sono responsabili dell’attacco alla sinagoga, una giovane donna di Ramallah ha messo in rete un video che biasima il presidente palestinese per averlo condannato. Kristina Yousef dice:

“Signor presidente! Dov’era lei un mese fa? Dov’era quando il ragazzino Turin è stato ammazzato? Dov’era lei ieri, quando Yousef al-Ramouni [un autista palestinese trovato impiccato nel suo autobus. Secondo la polizia israeliana si è trattato di un suicidio, secondo i palestinesi è stato ucciso da coloni israeliani. N.d.Tr.] è stato impiccato mentre stava lavorando? Ha visto il video di sua moglie che piangeva e gridava? Lei dov’è? Legge le notizie? Lei dov’è?”

“Noi non siamo in guerra. Siamo in mezzo ad un massacro. Abbiamo perso ogni speranza. Questi sono gli unici che ci fanno tenere la testa alta e invece lei se ne viene fuori a condannarli?

“Dove sono le violazioni di Al-Aqsa [la principale moschea di Gerusalemme]? Eccole. Mancano solo pochi anni perché scompaia. La stanno demolendo. Le stanno scavando sotto [si riferisce ad un tunnel scavato dagli israeliani sotto la collina su cui si trova la moschea. N.d.Tr.]. Ogni giorno, le donne sono colpite ad Al-Aqsa. Perché non lo denuncia? Se lei non ci vuole sostenere, allora si faccia da parte. Mi creda, possiamo fare il lavoro senza di lei. Possiamo difendere il nostro paese; non abbiamo bisogno di lei.”

foto Yonatan Sindel/Flash90

Che piaccia o no, si tratta di un’autentica voce palestinese. Il suo video è diventato virale. La questione, allora, non è il grado di condanna o di dissociazione di Abbas dai palestinesi che mettono in atto questi attacchi. A questo proposito, il capo dello Shin Bet [servizi segreti israeliani] Yoram Cohen ha nettamente smentito il suo primo ministro. Il problema è fino a che punto Abbas, l’Autorità Nazionale Palestinese e praticamente tutte le fazioni palestinesi hanno perso il controllo degli eventi che si stanno verificando sul terreno. I palestinesi di Gerusalemme est non solo sono senza Stato, ma anche senza leader.

La voce di Youssef non è sorprendente, è il prodotto di una generazione che è cresciuta sotto una politica che è stata praticata in modo consistente ed appoggiata a livello internazionale. Si tratta della soppressione di ogni opposizione politica in Cisgiordania, isolando Gerusalemme, per permettere ad Abbas di parlare. La voce di Abbas arriva a costo di far tacere tutte le altre.

La politica è stata minata in due modi. Israele nel suo complesso ha smesso di ascoltare Abbas. E il presidente palestinese ha smesso di essere ascoltato dagli stessi palestinesi.

La linea rossa in questa lotta è Al Aqsa in particolare e Gerusalemme in generale. Non ci sono dubbi nelle menti dei palestinesi di Gerusalemme est sul fatto che Israele abbia ormai passato questa linea. Attaccare luoghi di culto è purtroppo diventato usuale. Dal giugno 2011, 10 moschee in Israele e in Cisgiordania sono state bruciate da presunti estremisti di destra ebrei. Nessuno è stato incriminato. Oltre 63 moschee sono state distrutte e 153 parzialmente danneggiate nell’attacco israeliano a Gaza.

Fin dall’occupazione di Gerusalemme est nel 1967, c’erano ebrei che aspiravano a eliminare la moschea di Al Aqsa e la Cupola della Roccia e sostituirle con il Terzo Tempio. C’è sempre stato un attivo commercio di foto della città santa con al-Aqsa e la Cupola della Roccia cancellate con il fotoshop. Ma questa sorta di compimento di un auspicio era rimasto ai margini del discorso politico israeliano. Ora ci è entrato in pieno.

I movimenti per la ricostruzione del Terzo Tempio hanno guadagnato terreno e il veto religioso contro il fatto di andare a pregare sul Monte del Tempio è svanito. Trent’anni fa Yehuda Etzion, uno dei leader del movimento, fu condannato per aver progettato la distruzione della Cupola della Roccia. Ora gode dell’appoggio della destra. “Il Tempio sarà costruito a spese delle moschee, non c’è dubbio in proposito,” sostiene Etzion.

A poche centinaia di metri da al-Aqsa, il sovrappopolato e povero quartiere palestinese di Silwan è ai primi stadi dell’ebraicizzazione. Ora viene indicato come “La Città di Davide”. Poco dopo che i coloni si sono impadroniti di altre 23 abitazioni a Silwan alla fine di settembre e ne sono seguiti violenti scontri, è apparso un messaggio pubblicitario che si congratulava con i coloni per la loro impresa sionista.”Il rafforzamento della presenza ebraica a Gerusalemme è una nostra sfida comune ” affermava l’annuncio. “Con la vostra conquista dell’insediamento ci avete riempito di orgoglio.”

Chi ha firmato questo annuncio? Il premio Nobel Eli Wiesel, Shlomo Aharonishky, ex capo della polizia israeliana, e il generale in congedo Amos Yadlin, ex capo dell’intelligence dell’esercito israeliano e possibile candidato alla dirigenza del Partito Laburista. Come ha notato il collaboratore di Middle East Eye Meron Rapoport: “In breve, non si tratta di un pugno di pazzi di destra, ma il fior fiore dell’establishment di Israele.”

I coloni della “Città di Davide” sono solo la parte visibile di una più vasta attività di spossessamento. Dichiarare l’area un luogo del Patrimonio Nazionale Ebraico, nonostante il fatto che non sia stata trovata nessuna prova attendibile che metta in rapporto il re Davide con le pietre scoperte durante gli scavi, ha legittimato le azioni dei coloni.

L’occupazione di Silwan non è un’attività marginale. Il ministro dell’Edilizia israeliano Uri Ariel, che proviene dal partito “La Casa Ebraica” [il partito dei coloni. N.d.Tr.], è interessato ad affittare lì un appartamento.

Sami Abu Atrash, un collega di Yusef al-Ramouni, trovato impiccato ad una sbarra di ferro nell’autobus che guidava, martedì ha riassunto l’atmosfera a Gerusalemme est. Ha detto a Middle East Eye: “Sono contro di noi. Vogliono che nessun palestinese viva su questa terra. Vogliono trasferire tutta la gente…Noi lavoriamo per gli ebrei, e li aiutiamo, tutto il tempo, giorno e notte. Ma gli israeliani – e non solo i coloni, è il governo – li spingono ad ucciderci, e a distruggere le nostre case. Questo è il sistema del governo contro il popolo palestinese.”

Quello che sta succedendo a Gerusalemme est ha obbligato persino il più filo-occidentale e accondiscendente dei leader arabi, il re Abdallah di Giordania, a ritirare il proprio ambasciatore. Il re si sta comportando in modo pragmatico. E’ al corrente della presenza di sostenitori dello Stato Islamico in Giordania, per non parlare della maggioranza palestinese del regno hascemita. Abdullah sa che niente può unire gli arabi altrettanto rapidamente come Gerusalemme.

Il che ci porta all’ultima e forse più significativa differenza tra questa sollevazione palestinese, se di questo si tratta, e le due precedenti. Se si dovesse materializzare, sarà combattuta dai palestinesi dentro i muri che Israele gli ha costruito attorno, dai palestinesi di Gerusalemme est e da quelli del 1948, che sono cittadini israeliani. A differenza delle due Intifada precedenti, questo conflitto non rimarrà circoscritto dentro confini certi, come quelli garantiti da Stati forti, sia amici che ostili. L’Egitto di Mubarak è scomparso, e una rivolta jihadista molto estesa sta lottando per il controllo della penisola del Sinai. Le forze di Bashar Assad non controllano più i confini settentrionali di Israele sulle Alture del Golan. Trasformare Gerusalemme in una zona di battaglia, nelle circostanze caotiche in cui si trova il mondo arabo, dove quattro Stati sono falliti, vuol dire invitare ogni combattente arabo a parteciparvi.

E Gerusalemme diventerà sicuramente una zona di scontro se il ministro degli Interni riduce il controllo sulle licenze di porto d’armi per i cittadini ebrei, Gerusalemme est verrà bloccata da posti di blocco e da pattuglie di polizia, o se la risposta del governo è l’annuncio di 78 nuove colonie.

Per cui per una volta Netanyahu ha ragione. E’ una battaglia per Gerusalemme. Sarà l’ultima combattuta dai palestinesi prima che gli ebrei israeliani se ne impadroniscano, o la prima di una lotta più vasta – nella quale Gerusalemme fungerà da magnete per i militanti di qualunque parte – sunniti o sciiti, laici o islamisti, apostati, jihadisti o nazionalisti. Netanyahu ha scelto l’unico campo di battaglia in grado di attirarli tutti.

David Hearst è redattore capo di Middle East Eye. E’ stato capo redattore degli Esteri per “The Guardian”, ex condirettore degli esteri, direttore capo dell’Europa, direttore dell’Ufficio a Mosca, corrispondente per l’Europa e per l’Irlanda. E’ passato al “Guardian” dal giornale “The Scottman”, dove era corrispondente per l’educazione.

*(Traduzione di Amedeo Rossi)

Categorie: Palestina

ISIS. Obama scarica Hagel e arma le tribù sunnite

Mer, 26/11/2014 - 16:47

Il segretario alla Difesa capro espiatorio di strategie contraddittorie e inefficaci. Armi alle milizie di Anbar, il timore è una nuova Libia. In Siria civili e ribelli con l’Isis contro i raid Usa.

 

L’ex segretario alla Difesa Hagel con il presidente Obama

 

AGGIORNAMENTO ore 11.30 – SIRIA, BOMBE GOVERNATIVE SU RAQQA: 130 MORTI 

È di almeno 130 vittime il bilancio dei bombardamenti compiuti ieri dall’aviazione di Damasco sulla città di Raqqa, roccaforte dell’Isis e “capitale” dello Stato Islamico. Secondo fonti sul posto, gran parte dei morti sono civili. Cinquanta i feriti gravi, cento quelli ricoverati in ospedale.

Gli aerei hanno colpito almeno dieci volte la città e hanno avuto come target la moschea di Al-Hani e il mercato cittadino.

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di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 26 novembre 2014, Nena News – Vignette satiriche dove un Obama ghignante dà un calcio a Chick Hagel e un hashtag dedicato: «L’Isis ha fatto cadere il segretario alla Difesa». Così lo Stato Islamico festeggia le dimissioni-licenziamento di Hagel, come fosse una propria vittoria.

I rapporti tra Hagel e Casa Bianca non sono mai stati in realtà rosei: l’obiettivo della presidenza Obama di limitare l’intervento militare esterno, evitare altre truppe sul terreno delle crisi globali e ridurre il budget del Pentagono è fallito per i continui cambi di strategia, spesso contradditori. Da parte sua il repubblicano moderato Hagel, seppur sfidando l’approccio guerrafondaio del partito e mantenendosi scettico sulla guerra in Iraq, in Medio Oriente, ha puntato ad una strategia di più ampio raggio: come il capo di Stato maggiore Dempsey, parlava da tempo – ufficiosamente  – della necessità di inviare marines in Iraq e di rovesciare Assad in Siria come parte integrante della strategia anti-Isis. 

Ma con le presidenziali alle porte e un indebolimento del Pentagono nel processo decisionale a favore di Cia e Casa Bianca, Hagel è diventato il capro espiatorio. La strategia di Washington non cambierà: in Iraq sono già 3.100 i consiglieri militari, i raid aerei hanno raggiunto quota 6.600 e il sostegno alle milizie armate sul terreno prosegue.

Non solo a favore di peshmerga, opposizioni moderate siriane e esercito iracheno: la Casa Bianca sta valutando l’ipotesi di armare le tribù sunnite della regione di Anbar, cuore del conflitto tra Isis e Baghdad. Missili, granate e lanciarazzi per un valore di 24 milioni di dollari. C’è da chiedersi se il costante armamento di gruppi senza un controllo governativo trasformerà l’Iraq in una nuova Libia, un paese nel caos dove dalla caduta di Gheddafi a dettare legge sono milizie che si ritagliano porzioni di territorio e di potere politico.

Non cambia nemmeno il rapporto con gli alleati mediorientali. L’incontro in Turchia tra il vice presidente Usa Biden e il premier Davutoglu doveva cancellare le discrepanze in merito alla Siria. Ma Biden se n’è andato senza aver ottenuto garanzie da una riluttante Ankara su una cooperazione militare concreta, che preveda l’uso della base turca di Incirlik e dello spazio aereo del paese.

Davutoglu ha reiterato l’impegno ad addestrare 2mila miliziani delle opposizioni siriane, ma non intende concedere niente senza prima aver ottenuto la testa di Assad. La posta in gioco è appetitosa: diventare leader dell’asse sunnita mediorientale. Per farlo Ankara si sta riavvicinando a Baghdad, che dopo la caduta di Saddam è finito sotto l’ala iraniana.

Davutoglu ha fatto visita nel fine settimana al premier iracheno al-Abadi: «La visita – spiega su al-Monitor l’analista Zulfikar Dogan – è il segno del cambiamento dei sentieri della diplomazia turca. Erdogan e Davutoglu non hanno mai abbandonato la passione per ‘l’asse sunnita’. Sono diverse le ragioni del cambiamento: la crescente sfera di influenza dell’Isis che ha la simpatia ufficiosa dell’Akp; le crescenti accuse di un sostegno turco; il ritorno degli Usa nella regione. Davutoglu lo ha detto: Baghdad ci è mancata. Una frase che riflette l’intenzione di radicare la cooperazione militare, politica e economica tra i due paesi».

Ognuno con la sua strategia, che pare ben poco efficace. Il polso della situazione lo danno le interviste al The Guardian di membri dell’Esercito Libero Siriano, gruppo moderato anti-Assad: gruppi di ribelli – da al-Nusra a Anrar al-Sham fino all’Esercito dei Mujahideen – stanno stringendo alleanze tattiche con l’Isis e sempre più comunità civili si appoggiano agli islamisti, considerati gli unici in grado di garantire la sicurezza contro i raid aerei Usa. Assam Murad, combattente dell’Els, è chiaro: «Non combatteremo lo Stato Islamico dopo che la campagna Usa finirà. I civili sanno che la coalizione non è qui per salvarli da Assad e si rivolgono all’Isis».

 

 

Categorie: Palestina

Will Israel’s new race law really bother the West?

Mer, 26/11/2014 - 11:42

The U.S. and EU ignore violations of civil rights in Saudi Arabia, Iran and China – why should Israel be any different?

 

(Photo: EPA/OLIVER WEIKEN)

 
By Zvi Bar’el – Haaretz

“We expect Israel to stick to its democratic principles,” U.S. State Department spokesman Jeff Rathke said in response to a question about the Jewish nation-state bill. But to which democratic principles exactly was he referring?

To those that directly harm Israel’s non-Jewish minorities? Or maybe to the laws against asylum-seekers, which have crashed again and again into the wall of the High Court of Justice? Or perhaps the Nakba law? The admissions committees law? The national priority areas law? The land laws? The amendment to the Citizenship Law that enables people to be stripped of their citizenship? Don’t all these constitute violations of “democratic principles”?

So what made the U.S. State Department decide to address the nation-state bill specifically? And why do the Americans only “expect,” not even bothering to “urge” or “encourage,” much less to condemn the collapse of democracy in the Jewish state?

The administration and Congress go crazy over evidence of religious or ethnic discrimination in states like China, Myanmar, Iran, Egypt, Pakistan and other benighted countries. An American law passed in 1998 even authorizes the administration to impose sanctions on any country designated as “a country of particular concern” for its infringement on the rights of religious minorities.

Israel isn’t included on this blacklist because ostensibly, it doesn’t harm its religious minorities. But here’s the core of the deception: When a country defines itself according to its religion, and when most of its minority population consists of Muslim and Christian Arabs, the difference between a religious minority, which mustn’t be harmed under American law, and a national minority, whose status isn’t guaranteed, disappears.

The European Union, which hasn’t yet commented on the nation-state law, is supposedly more aggressive in its attitude about violating the rights of national minorities. Thus, for instance, one of the initial pretexts for refusing to let Turkey become a full EU member was its decades of discrimination against the Kurds.

Granted, the EU is considering sanctions against Israel over its policies in the West Bank and East Jerusalem. But when it comes to Israel’s Arab citizens and the erosion in their status as a result of the nation-state law, Europe, of all places, is silent. And really, why should it raise a fuss? After all, Europe itself is gripped with fear over what it terms “the spread of Islam.”

And what’s good for Europe is surely good for Israel. Thus, Europe’s silence and America’s squeak won’t topple the Israeli race law.

But this blind eye is deceptive, because the absence of a reprimand doesn’t ensure membership in the club of “proper” states. In the same way that they aren’t disturbed by the state of civil rights in Israel, the United States and Europe refuse to get excited over the state of civil rights in Saudi Arabia, ignore the persecution of minorities in Iran and don’t really see China as deserving of punishment because of its oppression of ethnic and religious minorities. The West does wonderful business with all of them, or else hungers to do business with them. So it holds its nose and shakes hands.

Minority rights, according to Israel and its Arab and Muslim comrades, don’t belong to the system of universal values; such rights are strictly their own internal affair, and no other country has the right to intervene in this matter. “Every country develops a democracy that suits its character and culture,” Bashar Assad declared shortly after being elected Syria’s president in 2000. In Jerusalem, people are now nodding their heads in complete agreement.

But perhaps American Jews have something to say? All those millions who rush to unite to defend Israel’s reputation as the democratic state of guaranteed refuge for every Jew in the world, but not for all its citizens? What has become of all those Jews who marched alongside American blacks in their historic campaign for equal rights? Has anyone heard anything from them recently about the law for discrimination against Israel’s minorities?

Maybe they did say something. But it was undoubtedly in English, and perhaps because of the distance, we didn’t hear it.

Categorie: Palestina

YEMEN. Milizie tribali fanno saltare in aria la principale conduttura di greggio

Mer, 26/11/2014 - 11:24

Interrotto il flusso di petrolio verso il Mar Rosso. Scontri in corso nella capitale Sana’a tra Houthi e tribù sunnite: almeno 10 morti.

 

Sostenitori Houthi a Sana’a (Foto: REUTERS/Khaled Abdullah)

 

dalla redazione

Roma, 26 novembre 2014, Nena News – Dieci morti stamattina in scontri nella capitale yemenita Sana’a tra ribelli Houthi e miliziani tribali sunniti. Le violenze sono iniziate nel quartiere di Hasba e sono proseguite per due ore: secondo fonti Houthi, i miliziani di Ahmar, tribù sunnita che guida il principale partito islamista Islah, avrebbero rifiutato di fermarsi ad un checkpoint. I ribelli Houthi, a loro volta, hanno cercato di dare fuoco alla casa di Sam al-Ahmar, leader tribale.

Nelle stesse ore, un gruppo armato ha fatto saltare in aria la principale conduttura di greggio del paese, nella provincia di Marib, come riporta il Ministero degli Interni, bloccando il flusso verso il Mar Rosso. La conduttura, lunga 435 km, collega i giacimenti di Safir, a est della capitale, con l’impianto di Ras Isa nel porto di Hodeida sul Mar Rosso. La città costiera è stata occupata ad ottobre dagli Houthi, che hanno guadagnato così una posizione strategica tra Sana’a e il mare, garantendosi il controllo del passaggio di greggio verso l’Europa.

Da tempo le tubature di olio e gas sono target di milizie tribali che tentano così di ottenere maggiori concessioni dal governo centrale, atti che hanno provocato gravi danni alle esportazioni del paese che vive per il 90% delle vendite di greggio: tra marzo 2011 e marzo 2013, attacchi alle infrastrutture energetiche hanno provocato perdite per 4,75 miliardi di dollari.

Da settembre gli sciiti Houthi, minoranza yemenita, hanno assunto il controllo della capitale chiedendo un nuovo governo e maggioranza rappresentanza politica. Da due mesi il paese è nel caos: scontri settimanali per il controllo del territorio provocano centinaia di morti e la mediazione tentata dall’Onu è naufragata da tempo. Dietro, gli interessi regionali dell’asse sciita guidato da Teheran e quello sunnita con in testa l’Arabia Saudita.

Dopo la rimozione del presidente Saleh nel 2011, la politica resta invischiata in un pericolo stallo, apparentemente insuperabile. Nonostante ad ottobre fossero state accolte le richieste Houthi e il precedente governo fosse stato sostituito da un premier che gli stessi sciiti avevano indicato, le tensioni interne non sono cessate e un nuovo premier è stato nominato il 9 novembre. Il nuovo primo ministro, Khaled Bahhah e il suo esecutivo avevano giurato e aperto la nuova legislatura con la promessa di porre fine alle divisioni interne e ai settarismi etnici. Ma i continui scontri tra Al Qaeda e sunniti da una parte e Houthi e sostenitori dell’ex presidente Saleh dall’altra dimostrano il contrario. Nena News

Categorie: Palestina

PALESTINA. La Ue rinvia il voto sul riconoscimento dello Stato

Mer, 26/11/2014 - 10:16

Rimandato al 18 dicembre per mancanza di consenso: i socialisti premono per una mossa unilaterale, i popolari vogliono infilarci il negoziato con Israele.

 

 

dalla redazione

Gerusalemme, 26 novembre 2014, Nena News – Il parlamento europeo avrebbe dovuto votare domani una mozione sul riconoscimento dello Stato di Palestina, ma l’assenza di consenso interno sulla terminologia da utilizzare ha convinto i parlamentari a rimandare la votazione al 18 dicembre, tra tre settimane. La mozione era stata presentata dal gruppo di socialisti democratici ed è stata spostata su richiesta dei popolari per mancanza di consenso sulla bozza: quella originale parlava della necessità che “tutti i Stati membri Ue riconoscano lo Stato di Palestina entro i confini del 1967 con Gerusalemme come capitale”; i popolari premono per seguire il modello spagnolo, ovvero il riconoscimento dello Stato solo a seguito di negoziati tra le parti.

Questa potrebbe essere la soluzione migliore per la Ue, timorosa di compiere passi troppo concreti perché – seppur premendo a parole per la soluzione a due Stati – ha sempre invitato gli Stati membri ad evitare mosse unilaterali che non siano figlie del dialogo tra israeliani e palestinesi. Per ora a festeggiare è Israele, che plaude al rinvio del voto, definito “controproducente”, e continua a fare lobby all’interno dei vari gruppi parlamentari perché anche la votazione del 18 dicembre si concluda con un flop.

Un obiettivo da non mancare per Tel Aviv, dopo il voto favorevole dei parlamenti di Gran Bretagna, Irlanda e Spagna, quello della Svezia e l’attesa votazione del parlamento francese, prevista per il 28 novembre. Di riconoscimento torna a parlare anche il presidente dell’Autorità Palestinese, Abbas: “E’ venuto il momento di trovare la volontà politica per lavorare seriamente all’ottenimento dei diritti inalienabili del popolo palestinese, compresa l’indipendenza dello Stato entro i confini del 1967”. Ovvero il 22% della Palestina storica.

Ma se a parole l’Anp preme per lo Stato, nei fatti frena un’azione individuale: ieri il ministro degli Esteri palestinese all’Onu Malki ha annunciato il rinvio della richiesta al Consiglio di Sicurezza Onu di promuovere una risoluzione per porre fine all’occupazione militare israeliana dei Territori Occupati, per la mancanza ad oggi di almeno nove voti a favore. Nena News

Categorie: Palestina

Gli otto punti di Netanyahu per sedare Gerusalemme

Mer, 26/11/2014 - 09:59

Ynet News pubblica la proposta di legge del Likud: deportazioni, demolizione di case e rifiuto del funerale per chi compie atti terroristici. L’Onu critica la politica di distruzione delle abitazioni.

 

(Foto: AFP – Musa al-Shaer)

 

AGGIORNAMENTO ore 12.15 – RITIRATA LA RESIDENZA A GERUSALEMME ALLA MOGLIE DI UNO DEI RESPONSABILI DELL’ATTACCO IN SINAGOGA

Questa mattina il ministro degli Interni israeliano, Gilad Erdan, ha ordinato il ritiro del diritto di residenza a Gerusalemme a Nadia Abu Jamal, moglie di Ghassan Abu Jamal, uno dei due palestinesi responsabili dell’attacco alla sinagoga del 18 novembre. La donna, originaria della Cisgiordania, aveva ottenuto il diritto al ricongiungimento familiare perché sposata con un residente di Gerusalemme.

Madre di tre bambini, il più grande di 6 anni, ora deve lasciare la città e perderà tutti i diritti sociali come l’assicurazione sanitaria e il diritto a mandare i figli in scuole di Gerusalemme. Dopo la demolizione della casa di Abu Jamal, ora ad essere punita è sua moglie.

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dalla redazione

Gerusalemme, 26 novembre 2014, Nena News – Dopo le ambasciate di Italia, Francia, Spagna, Gran Bretagna e Germania e dopo Amnesty International, adesso sono le Nazioni Unite a criticare duramente la politica israeliana di demolizione delle case dei palestinesi responsabili di atti di violenza. Una misura che era stata sistematicamente applicata durante la Seconda Intifada, per poi finire nel cassetto perché considerata dagli stessi vertici politici e militari controproducente.

Le tensioni che stanno in queste settimane scuotendo Gerusalemme hanno riportato in auge la misura: sono state demolite le case dei palestinesi che hanno ucciso con la propria auto pedoni alla fermata del tram e dei due responsabili dell’attacco in sinagoga. Ieri sono le Nazioni Unite a puntare il dito contro tale pratica: la demolizioni di case deve interrompersi subito, hanno detto Wikisomo, inviato speciale sulla situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi, e Leilani Farha, inviato speciale sul diritto alla casa.

“Tutti gli atti di violenza richiedono una risposta ferma da parte delle autorità israeliane e il responsabile deve essere processato di fronte ad un tribunale per il crimine. Ma lo Stato non può andare oltre quanto previsto dal diritto internazionale”. Ovvero, la demolizione di casa è una forma punitiva contraria al diritto internazionale: “Nel caso di Al-Shaludi [palestinese accusato di aver ucciso una donna di 22 anni e una bambina di tre mesi investendole con la propria auto, ndr], ucciso dalla polizia israeliana sul luogo dell’attacco, la demolizione della casa in piena notte non ha avuto altro obiettivo che punire i suoi genitori innocenti e i 5 fratelli, rendendoli senza tetto”.

Eppure le violenze non cessano e a punire la popolazione palestinese sono sia civili che militari: ieri un autista israeliana di autobus ha investito due palestinesi al checkpoint Al-Jalama a Jenin, uccidendone uno, il 22enne Noor Hassan Naim Salim. L’autista è stato arrestato. Nelle stesse ore a Gerusalemme un soldato israeliano sparava un proiettile di gomma contro un giovane palestinese nel quartiere di al-Tur, colpendolo alla testa. Le sue condizioni sono gravi.

La calma non torna a Gerusalemme e non tornerà, probabilmente, fino a quando non saranno prese misure atte a rispettare il diritto internazionale. La comunità internazionale per ora resta a guardare le misure unilaterali prese dal governo di Tel Aviv, dalla dichiarazione di Israele come Stato ebraico (la Knesset voterà la prossima settimana) alle politiche applicate a Gerusalemme contro la popolazione palestinese.

Tra queste, come riportato oggi dall’agenzia stampa israeliana Ynet News, c’è un piano di otto punti preparato dal parlamentare del Likud Levin su indicazione del premier Netanyahu e volto, secondo quanto dichiarato a frenare l’ondata di violenze nel paese. L’obiettivo è dare, dice Levin, alla polizia e all’esercito pieni poteri di deterrenza. Come? In otto mosse:

  1. i palestinesi catturati perché coinvolti in atti di terrorismo perderanno automaticamente la cittadinanza israeliana se israeliani o quella palestinese se residenti nei territori dell’Autorità Palestinese;
  2. dopo la prigione, saranno deportati;
  3. quelli uccisi durante il tentativo di compiere un attacco, non riceveranno funerale;
  4. i loro corpi non saranno riconsegnati alle famiglie, ma sepolti in luoghi sconosciuti senza commemorazioni né possibilità di visite future da parte dei familiari;
  5. le loro case saranno demolite entro 24 ore dall’attacco;
  6. i lanciatori di pietre a volto coperto, chi incita al terrorismo, chi partecipa a manifestazioni illegali in cui lancia fuochi d’artificio, saranno arrestati. Stessa misura per chi sventola bandiere nemiche, compresa quella palestinese. Al termine del periodo di reclusione, perderanno i loro benefici sociali e la patente di guida per 10 anni;
  7. le famiglie dei terroristi perderanno la cittadinanza e saranno deportate a Gaza se dichiareranno sostegno ai parenti coinvolti;
  8. i negozi che stamperanno poster che sostengono il terrorismo saranno chiusi.

Se una tale proposta di legge dovesse passare, si tratterebbe di una gravissima forma di punizione collettiva che difficilmente potrebbe fare da deterrente come immaginano i vertici israeliani. La bozza non indica quali atti siano considerati terroristici e individua come crimini il lancio di pietre – che spesso porta all’arresto di bambini e adolescenti – e l’avere in mano la bandiera del proprio popolo, come fosse un’organizzazione terroristica. Nena News

 

 

 

Categorie: Palestina

PALESTINA, l’Olp rinvia la richiesta all’Onu per la fine dell’occupazione israeliana

Mar, 25/11/2014 - 15:19

Il ministro degli Esteri palestinesi, Riyad al-Maliki, ha detto che l’Organizzazione per la liberazione della Palestina sta cercando di ottenere il sostegno di nove membri del Consiglio di Sicurezza e ha spiegato che, al momento, la principale preoccupazione della comunità internazionale è il nucleare iraniano.

della redazione

Roma, 25 novembre 2014, Nena NewsL’organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) ha sospeso ieri la bozza di risoluzione in cui chiede alle Nazioni Unite la fine dell’occupazione israeliana. Intervistato dall’Agenzia Ma’an, il Ministro degli Affari Esteri, Riyad al-Maliki, ha detto che questa decisione è stata presa perché l’Olp sta cercando di ottenere il sostegno di nove membri del Consiglio di Sicurezza in modo che la richiesta possa essere approvata.

Un’altra motivazione alla base di questo rinvio è che i colloqui sul nucleare iraniano attualmente in corso sono la principale preoccupazione dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza.

Maliki ha, però, provato a tranquillizzare il suo popolo (“non ci rinunciamo, nonostante l’opposizione internazionale e le minacce statunitensi”) spiegando che: “gli stati membri ci hanno detto che ora daranno la priorità alla questione iraniana, non a quella relativa allo stato palestinese”. Dunque l’Olp tornerà alla carica al Consiglio di Sicurezza dell’Onu non prima del 30 giugno 2015 termine fissato ieri da Iran e le potenze del 5+1 (Usa, Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina + Germania) per raggiungere un accordo sul nucleare.

Il rinvio è l’ennesimo flop politico del presidente palestinese. Lo scorso settembre alle Nazioni Unite Abbas aveva annunciato la presentazione da parte palestinese di una richiesta formale al Consiglio di Sicurezza in cui si chiedeva la fine dell’occupazione israeliana. Secondo una copia della proposta palestinese ottenuta dall’AFP, Ramallah esigeva un ritiro totale di Israele (“la forza occupante”) da tutti i territori palestinesi occupati nel 1967 (tra cui Gerusalemme est) entro una data limite fissata nel novembre 2016.

A distanza di alcune settimane dal discorso di Abbas, il segretario Generale dell’Olp Yasser Abed Rabbo aveva rincarato la dose precisando che la bozza di risoluzione sarebbe stata inviata entro la fine di ottobre. Un altro dirigente dell’organizzazione palestinese, Wassel Abu Yousef, era stato più cauto e aveva parlato di fine novembre. Ora tutto è rimandato di sette mesi. Resta da chiedersi, a questo punto, quanto sia reale la volontà dell’Autorità palestinese di combattere in sede Onu per il riconoscimento di una Palestina libera.

E se dubbi sorgono sulle effettive intenzioni dei vertici politici palestinesi di presentare la bozza di risoluzione a New York, chiara è, invece, la posizione delle forze internazionali: no a soluzioni unilaterali, sì a nuovi negoziati. Intervenendo ad una commissione delle Nazioni Unite sui diritti dei palestinesi, il segretario dell’Onu Ban Ki-Moon ha affermato ieri che “il popolo israeliano e quello palestinese condividono lo stesso destino su una terra condivisa. Non si può cancellare l’altro”. Secondo Ban, gli israeliani e i palestinesi sembrano “aver perso il contatto [con la realtà] e quando questo succede, non si è molto lontani dal precipizio”.

Ma mentre gli occidentali condannano i timidi passi “unilaterali” palestinesi di essere riconosciuti come stato, tacciano di fronte a quelli compiuti da Israele. Domenica il governo di estrema destra israeliano ha approvato una proposta di legge che indica Israele come “il focolare nazionale del popolo ebraico” sostituendo la precedente definizione di “stato ebraico e democratico”.

La sospensione decisa dall’Olp ha,un ulteriore significato: mostra per l’ennesima volta quanto la causa palestinese non sia più al centro dell’agenda politica internazionale e sia sempre più una questione marginale, nonostante le frasi di circostanza della diplomazia occidentale e araba. Soprattutto per questo motivo, la scelta di Ramallah di attendere i tempi lunghi della diplomazia occidentali (laddove la Palestina scompare ogni giorno sempre di più) appare un clamoroso (seppur prevedibile) autogol. Nena News

Categorie: Palestina

Ong ad Israele: “Basta con la politica dello spara e uccidi”

Mar, 25/11/2014 - 12:34

Le organizzazioni internazionali e israeliane per i diritti umani puntano il dito soprattutto contro il ministro della pubblica sicurezza Yitzhak Aharonovitch che alcune settimane fa ha dichiarato: “un terrorista che colpisce i civili dovrebbe essere ucciso”.

di Roberto Prinzi

Roma, 25 novembre 2014, Nena NewsLe organizzazioni israeliane e internazionali per i diritti umani hanno accusato lo “stato ebraico” di implementare una politica dello “spara e uccidi” contro i palestinesi. Sul banco degli imputati vi è soprattutto il ministro israeliano della pubblica sicurezza Yitzhak Aharonovitch che, commentando alcune settimane fa l’attacco compiuto da un palestinese alla stazione di un tram leggero di Gerusalemme, aveva dichiarato: “un terrorista che colpisce i civili dovrebbe essere ucciso”.  Era inizio novembre e il palestinese Ibrahim al-Akkari aveva ucciso poche ore prima in un attacco una guardia di frontiera israeliana. Aharonovitch, intervistato dai media locali, fu laconico: “l’azione del poliziotto di frontiera che ha inseguito il terrorista e lo ha ucciso rapidamente è una azione giusta e professionale. E’ il modo in cui mi piace che questi incidenti finiscano”.

La dichiarazione generò subito indignazione negli ambienti della sinistra non governativa israeliana, qualche mugugno tra le forze politiche “moderate”, ma fu tacitamente ben accolta dal governo di estrema destra guidato da Netanyahu. “Quanto ha affermato Aharonivitch e la sua applicazione sul campo, mostra come le autorità israeliane vogliano che questi incidenti [gli attentati compiuti dai palestinesi, ndr] finiscano con il terrorista ucciso sulla scena del crimine piuttosto che consegnarlo al sistema giudiziario” ha scritto Carolina Landsmann sul liberal Ha’aretz. Il centro di informazione israeliano per i diritti umani nei Territori Occupati (B’Tselem) ha detto di essere “estremamente preoccupata” per il commento “provocatorio” del ministro che “istiga alle esecuzioni senza processo”. Anche il gruppo dei diritti umani ACRI si è unito al coro di proteste: “il fatto che gli ufficiali di polizia agiscano come giuria, giudici e boia è inadeguato e inaccettabile” .

B’Tselem sostiene che una delle prime vittime di questa politica extra giudiziaria è stata il ventunenne Abdel al-Rahman Shaludi. Lo scorso 22 novembre Shaludi investì alcuni civili israeliani causando la morte di una donna e di una bambina. Raggiunto dalla polizia fu subito sparato. Nessuno provò prima ad arrestarlo.

All’inizio di novembre è stato il turno del palestinese con cittadinanza israeliana Kheir Hamdan. Le forze di sicurezza giustificarono la sua uccisione sostenendo che il giovane li aveva attaccati con un coltello. Ricostruzione smentita dalle telecamera di sorveglianza in cui si vede il ragazzo colpire il furgone della polizia con un coltello all’esterno prima di girarsi e allontanarsi. Ma proprio a quel punto uno dei poliziotti, uscito dal furgone, lo spara dietro la schiena. Poi c’è Mu’taz Hihazi accusato da Israele di aver ferito con colpi di arma da fuoco il rabbino Yehuda Glick, noto esponente dell’ultra destra religiosa israeliana. Il caso Hijazi è ancora più inquietante perché il giovane fu sparato dai soldati di Tel Aviv sulla terrazza di casa e non sulla scena del crimine.  Fu dunque una operazione “mirata” e fatta al freddo. Secondo il racconto della madre, inoltre, il figlio trentaduenne sarebbe stato anche picchiato, torturato per ore (anche con un trapano) prima di essere ucciso.

Accanto a questi omicidi, sottolineano i gruppi umanitari, c’è poi la punizione collettiva rappresentata dalla demolizione delle case degli attentatori. E pensare che tale disposizione era stata abbandonata da Tel Aviv nel 2005 perché, così si disse allora, non c’era prova alcuna che potesse servire da deterrente per nuovi attacchi contro Israele.

Le forze di sicurezza israeliana respingono le critiche mosse dalle associazioni umanitarie e affermano che le uccisioni degli attentatori (o, in alcuni casi, presunti tali) è legittimata dall’“auto-difesa”. “Secondo la legge – ha dichiarato la portavoce della polizia israeliana Luba Samri – quando il pericolo è reale, immediato e minaccia la vita di un ufficiale di polizia o di persone innocenti, un poliziotto può sparare. E’ questione di uccidi o sei ucciso”. Dichiarazioni che non convincono Amnesty International che, raggiunta dall’AFP, parla di politica di “uccisioni deliberate”: “le autorità hanno l’obbligo assoluto di assicurarsi che le proprie forze agiscano in accordo alla legge”.

Tuttavia, il sempre più frequente utilizzo delle armi da fuoco da parte di Tel Aviv, denunciano le ong, va al di là degli attentati mortali avvenuti in territorio israeliano abbracciando sempre di più la quotidianità palestinese. Secondo Saleh Hijazi di Amnesty, il numero dei casi in cui i soldati israeliani hanno sparato ai palestinesi è aumentato in Cisgiordania. “Nel trattare con i palestinesi – ha detto Hijazi – [la polizia e i militari] usano una forza eccessiva”.

Dalle colonne di Ha’aretz Landsmann, però, osserva anche come intenzione dello stato ebraico sia quello di evitare ulteriori scambi di prigionieri palestinesi condannati per omicidio di israeliani (come è avvenuto con il soldato Shalit nel 2011) e nota con amarezza: “il miglior modo per escludere qualunque rilascio è non arrestarli”. Nena News

Categorie: Palestina

Under US pressure, Turkey focuses on relations with Baghdad

Mar, 25/11/2014 - 08:52

Prime Minister Ahmet Davutoglu signaled Turkey’s intentions of switching diplomatic tracks during his Baghdad visit.

Iraqi Prime Minister Haider al-Abadi (R) and Turkey’s Prime Minister Ahmet Davutoglu in Baghdad, November 20, 2014. (REUTERS/Hadi Mizban/Pool. Source: al-Monitor)

Zülfikar Doğan   al-Monitor

Roma, 25 novembre 2014, Nena NewsThe visit of Turkish Prime Minister Ahmet Davutoglu to Baghdad, three years after the 2011 visit of then-Prime Minister Recep Tayyip Erdogan, has to be seen as a new start between the two countries. This visit may well signal a serious changing of tracks of Turkish diplomacy, which under Erdogan and then-Foreign Minister Davutoglu was perceived as a Sunni-oriented neo-Ottoman Middle East policy. The New York Times wrote that Davutoglu had shown in this visit that he has abandoned his passion for a “Sunni axis.” Only when the price of this diplomacy turned out to be “regional and global isolation” did Turkey become aware of the need to switch tracks. Although government quarters tried to justify the point Turkey had reached as “dignified loneliness,” they found out that they had to face Middle Eastern reality.

Davutoglu’s visit, which came three months after the formation of a new Iraqi government under Haider al-Abadi, was also on the heels of major steps to sort out the problems between the Kurdistan Regional Government (KRG) and Baghdad. Davutoglu’s visits to Baghdad and Erbil emerged as signals of a new period in ending the tensions between the two countries and a joint determination to rebuild military, economic and diplomatic relations. There are several reasons that motivated the Justice and Development Party (AKP) government toward this substantial change, which started with Iraq policy but which soon might also affect Turkey’s overall Middle East policy: the growing but disregarded sphere of influence of the Islamic State (IS), which was ignored and which had the covert sympathy of the AKP government. The growing worldwide spread of accusations against Turkey about its stance. The return of the United States to the region, militarily and politically. The mounting threats from the radical Sunni IS terror group adjacent to its borders compelled Turkey to review its policies. When asked in Baghdad about Turkey’s support of IS, Davutoglu dismissed it as baseless.

The US position that its priority in Syria is not Assad but combating IS compounded Turkey’s isolation. Ankara also could not ignore the new process in Iraq that began with US pressure on former Prime Minister Nouri al-Maliki to withdraw and replace him with Abadi. The United States had earlier stated that it didn’t approve of Ankara signing agreements with the KRG on oil, natural gas and in other areas by sidelining the legitimate Baghdad government and marketing Kurdish oil to world markets.

Davutoglu’s remark, “We have missed Baghdad,” reflected an intention to forge strong cooperation between the two countries with military, political and economic steps. Turkey’s allowing peshmerga forces to move to Kobani via Turkish territory was one such sign. Davutoglu said if needed there would be further permission for peshmerga to move through Turkey and that Turkey would assist in military training of peshmerga. Davutoglu, by emphasizing that not only the KRG, but Iraq’s overall national security and stability are important for Turkey, indicated there would be further military cooperation, including on the war on terror.

The accord between Erbil and Baghdad on sharing of oil revenues, as well as Hoshyar Zebari’s assumption of the Ministry of Finance in the Abadi Cabinet, thus ensuring the Kurdish share, will certainly contribute to the improvement of economic ties between Turkey and Iraq. The High Level Strategic Cooperation Council was established between the two countries in 2008, but remained dormant because of troubled relations. Now the council is expected to be reactivated during the visit of Abadi to Ankara, scheduled for Dec. 24-25. One of the major issues it is expected to tackle is to annul the decision of the Maliki government banning the Iraqi Ministry of Trade from working with Turkish companies and excluding Turkish companies from bidding for about $500 billion worth of infrastructure construction contracts.

Then there is the cancelation of permits issued to state-owned Turkish Petroleum Corp. (TPAO) for exploring and producing oil. The first council meeting is expected to renew the licenses to TPAO and allow it to explore for oil in new fields. The council is likely to revive the Basra-Baghdad-Ceyhan Oil pipeline project and thus provide oil from southern Iraq a second outlet to the world. The Kirkuk-Yumurtalik (Turkey) pipeline, which has not been operating at full capacity because of the conflict between Erbil and Baghdad, is likely to be brought up to full capacity and thus further boost Iraq’s oil revenues,

The first positive sign of this came when Davutoglu was in Baghdad. The Iraqi Oil Ministry announced that the Kirkuk oil was flowing through the pipeline from the Kurdish region to Turkey, with 150,000 barrels a day reaching the Turkish port of Iskendurun. Turkey earns $1 per barrel of Iraqi oil exported from Iskendurun. The Iraqi oil revenue is deposited at Turkey’s Halkbank, a public bank. Turkey also gets paid for transporting the oil and for port services. This also provides a guaranteed source of oil for Turkey. The chairman of the Turkish-Iraq Business Council, Ercument Aksoy, says returning to former levels of Turkey-Iraq relations will mean boosting Turkey’s exports to Iraq to $3 billion per month. The scheduling of the visit of Iraqi President Fouad Massoum to Ankara immediately after his visit to Tehran will certainly need to be seen as a message to Ankara of Iran’s influence on Iraq and that Tehran will always be in the loop in Turkey-Iraqi relations.

The newly reformatted relations between Turkey and Iraq, which supports President Bashar al-Assad in Syria along with Tehran, is the harbinger of a potential change in Ankara-Tehran and Ankara-Damascus relations. Nena News

Categorie: Palestina

Il mosaico iracheno (parte 2)

Mar, 25/11/2014 - 08:30

In questa seconda parte Francesca La Bella rivolge la sua attenzione alla regione dell’Anbar e alle province a maggioranza sunnite

PRIMA PARTE

di Francesca La Bella

Roma, 25 novembre 2014, Nena NewsLa zona centrale dell’Iraq, nella quale si situa anche la capitale Baghdad, è quella dove è demograficamente maggioritaria la componente sunnita. Un’area dove più forti sono state le conseguenze degli attacchi internazionali dato il radicamento delle forze favorevoli a Saddam Hussein. Città come Ramadi, Falluja o Tikrit, città principali insieme a Baghdad del cosiddetto triangolo sunnita, divenute celebri per la strenua resistenza alle azioni della Coalizione internazionale. Città che, ad oggi, sono centrali nella battaglia tra l’IS e il Governo centrale iracheno.

E’, infatti, proprio nell’area a maggioranza sunnita che si gioca la principale disputa tra le controparti e dove maggiori sono i protagonisti in campo. In queste province, nucleo centrale del Califfato, lo Stato Islamico trova sia la propria base sia i suoi più forti avversari e, per questo, il controllo di esse diventa fondamentale per lo sviluppo degli eventi a prescindere dalla presa della capitale. Gli attori, in questo caso, sono molteplici ed alleanze a geometrie variabili portano a continui e repentini cambiamenti degli equilibri. Gruppi di ex-alleati di Saddam Hussein hanno mantenuto una discreta presenza su questi territori, alcuni gruppi sciiti di opposizione hanno ampliato il loro raggio d’azione anche nelle zone a maggioranza sunnita sia in opposizione allo Stato islamico sia nell’ottica di preservazione del predominio sciita sull’intero territorio iracheno.

Gli scontri tra milizie paramilitari in quest’area è, dunque, all’ordine del giorno. A questo si aggiunge l’azione dell’esercito regolare e delle milizie della più grande delle provincie dell’area, la provincia di Anbar. Quest’ultima è ormai da molto tempo, teatro di violenti scontri tra gruppi sunniti locali, esercito iracheno e militanti dell’IS. Se durante la guerra d’Iraq del 2003, l’Anbar si era distinto per la netta contrapposizione all’ingresso della Coalizione dei Volenterosi, nel periodo 2006-2008, la stessa provincia ha svolto un importante ruolo nella sconfitta delle compagini islamiste, riunite sotto la denominazione AQI (al-Qaeda in Iraq) nell’area. Il cosiddetto Anbar awakening ha, di fatto, permesso al Governo centrale, con l’aiuto statunitense, di ristabilire l’effettivo controllo sulle area centrale dell’Iraq. La mancanza di sostegno della popolazione sunnita ha avuto, dunque, un peso consistente nella capacità di azione dei gruppi islamisti, ma nel corso del Governo a guida Maliki la situazione è radicalmente cambiata e AQI, ormai diventato ISIL (e poi IS), ha trovato sempre maggior seguito tra la popolazione.

Ed in questo contesto che l’ennesima rivolta contro il Governo centrale ha aperto spazi di conquista per lo Stato islamico. All’intervento dell’esercito regolare nelle aree di Ramadi e Falluja per sedare le proteste sunnite si sono contrapposti, infatti, due diversi schieramenti: uno rappresentato dal Consiglio Generale Militare dei Rivoluzionari e da altre forze sunnite unitesi a tutela della popolazione sunnita dai raid dell’esercito regolare e dei gruppi paramilitari sciiti ed uno rappresentato dall’IS.

Nell’Anbar lo Stato Islamico ha, dunque, uno dei nuclei centrali della sua azione (come parallelamente a Raqqa in Siria) e, in questi giorni, la situazione della provincia sembra sul punto di esplodere nuovamente. Sarebbe, infatti, in atto un’offensiva dell’IS contro Ramadi, capoluogo ed unica città della provincia ancora sotto esclusivo controllo del Governo centrale. Nonostante i differenti obiettivi delle tribù alla guida dell’Anbar rispetto alle volontà politiche del Governo Abadi, si sta conformando una alleanza di fatto tra le due parti contro quello che viene considerato il nemico, al momento, più pericoloso. Nonostante questo, l’ingresso in città di milizie sciite spaventa la popolazione dati i casi di violenza contro i sunniti del passato. Si teme, inoltre, che le milizie, regolari e non, possano rimanere sul territorio dell’Anbar a prescindere dal risultato ottenuto contro le forze dello Stato Islamico. Come nel caso del Kurdistan, dunque, l’alleanza strategica momentanea non apre a prospettive future di conciliazione nazionale data la natura emergenziale del riavvicinamento e la mancanza di obiettivi condivisi.

Le aree a maggioranza sciita

Molto forti all’interno dell’Iraq sono anche i gruppi politici e militari sciiti. Alcuni nati in opposizione a Saddam Hussein, altri formatisi in contrapposizione all’occupazione statunitense prima e al Governo al Maliki in seguito, altri ancora formalmente indipendenti, ma agenti ufficiosi delle politiche del Governo centrale sciita. Queste compagini hanno oggi un ruolo particolarmente importante nella lotta contro lo Stato Islamico e nel controllo effettivo di alcune parti del Paese. Benché le principali città sciite del sud sembrino escluse dall’attuale conflitto e sottoposte al controllo esclusivo del Governo centrale, nell’area centrale del Paese la percezione di un incombente pericolo per la popolazione è tale che, ad esempio, per la festa dell’Ashura (festa del sacrificio) di inizio novembre, ingenti sono state le misure di sicurezza messe in atto da Baghdad per tutelare i pellegrini sciiti in arrivo a Kerbala.

In quest’ottica si legga il rinnovato vigore di gruppi come quello guidato da Moqtada al Sadr che, dopo essersi ritirato per un breve periodo dalla vita politica irachena, ha scelto di tornare e, ad oggi, il suo movimento controllerebbe le aree di Samarra, Jurf el Sakher e il governatorato di Diyala. La forza di questi gruppi è tale, anche grazie alle vittorie sul campo contro lo Stato Islamico, da permettere ai suoi dirigenti di minacciare Baghdad di ritiro immediato dagli avamposti conquistati qualora si conformasse la possibilità di un intervento internazionale a guida statunitense.

Per la popolazione di queste aree, però la liberazione dal controllo dello Stato Islamico, non significa, necessariamente un miglioramento del proprio livello di sicurezza. Molte testimonianze parlano di attacchi diretti delle milizie sciite contro la popolazione sunnita e di interi villaggi rasi al suolo dalle stesse in una logica di vendetta contro la popolazione sunnita per gli attacchi dell’IS contro gli sciiti. Laddove non esiste omogeneità etnica le problematiche diventano, così ancor più stringenti e la lotta contro lo Stato Islamico si trasforma in un conflitto tra sunniti e sciiti che, inasprendo gli animi da entrambe le parti, porta nuove forze sia alle compagini più radicali della galassia sciita sia all’IS. A questa situazione, già di per sé precaria, si aggiunga la questione dei profughi interni che, potrebbe modificare parzialmente la demografia del Paese oltre che obbligare ad un contatto diretto etnie diverse come successo alle migliaia di profughi sunniti dell’Anbar spinti verso sud-ovest dall’avanzata dell’IS.

Un discorso a parte deve essere, invece, fatto per Baghdad. Alla problematica degli sfollati, nella capitale, si è aggiunto un ulteriore fattore di destabilizzazione: molti sono stati gli attentati nei quartieri sciiti e, per quanto il controllo della città sia ancora saldamente nelle mani del Governo, il timore di nuovi attacchi è sempre maggiore.

Alla luce di tutto questo e, consci che molti altri fattori, interni ed internazionali, contribuiscono a rendere precaria la situazione irachena e impediscono la soluzione della vicenda sia nel breve sia nel medio periodo, possiamo sottolineare come l’IS sia solo uno dei fattori della crisi irachena. La causa primaria delle fratture irachene deve, dunque, essere cercata nel passato del Paese e la crisi attuale non potrà essere risolta con la mera vittoria militare sullo Stato Islamico, ma dovrà passare per la soluzione di questioni politiche, economiche e sociali di più ampio respiro. Nena News

Categorie: Palestina

Il mosaico iracheno (parte 1)

Mar, 25/11/2014 - 08:14

Francesca La Bella prova ad interpretare la realtà irachena approfondendo le peculiarità e le problematiche delle diverse aree del Paese. In questa prima parte l’attenzione è concentrata sul Kurdistan iracheno

di Francesca La Bella

Roma, 25 novembre 2014, Nena News - L’Iraq è un Paese pieno di contraddizioni e lo è fin dalla sua nascita come Stato Nazione in senso moderno. Forti spinte centrifughe e grandi ricchezze naturali sono stati gli ingredienti principali dell’instabilità interna e, ad oggi, il mosaico tra etnie ed interessi contrapposti che sembrava potesse avere qualche possibilità di completamento, potrebbe essere andato definitivamente in pezzi.

Ciò che ha portato ad un mutamento così repentino della situazione è sicuramente la rinnovata intraprendenza di IS (Stato Islamico) e le relative conseguenze. Questo non avrebbe, però, potuto avere un effetto così dirompente se non si fosse inserito in un contesto già di per sé conflittuale. Se da un lato, possiamo, infatti, disegnare sul suolo iracheno due linee immaginarie che solcano approssimativamente il 33esimo e il 36esimo parallelo e che dividono rispettivamente l’area curda da quella sunnita e quest’ultima dall’area sciita, troviamo, all’interno di queste zone etnicamente abbastanza omogenee, varie fazioni politiche ed armate con obiettivi e interessi divergenti. Ed è su questo retroterra che va ad innestarsi l’azione dello Stato islamico ed il suo progetto di Califfato transnazionale tra Iraq e Siria.

L’indicazione dei due paralleli non è, oltretutto, casuale, ma riprende le linee scelte dall’amministrazione statunitense durante la guerra del Golfo per la determinazione delle No-fly-zone sul Paese. E’ interessante, a tal proposito, notare come, la cacciata di Saddam Hussein e la fine di un’epoca di Governo a guida sunnita non abbia posto fine alle divisioni etniche e che, quest’ultima crisi, abbia avuto inizio durante il Governo di Nouri al-Maliki, sciita, primo ministro iracheno per due interi mandati.

Le fasi finali della dirigenza Maliki sono, infatti, stati segnati da fortissime tensioni etniche causate dalle politiche discriminatorie del Governo. Se da un lato, i sunniti, ed in particolare quelli della regione dell’Anbar, si sentivano esclusi dai centri del potere ed emarginati rispetto alla vita politica del Paese, il Governo Regionale del Kurdistan iracheno (KRG) stigmatizzava l’operato discriminatorio del Governo nei confronti dei Curdi. A questo si aggiungano le controversie in merito ai proventi petroliferi tra Kurdistan e Governo centrale e le accuse sunnite a Maliki di appoggiare ufficiosamente i gruppi paramilitari sciiti per mantenere il controllo delle minoranze del Paese.

In questo quadro bisogna leggere l’avanzata dello Stato Islamico e, nonostante la sostituzioni di Maliki con Haider al-Abadi, sciita anch’esso, ma considerato a livello internazionale un moderato, sembrano non essersi ricucite le profonde divisioni all’interno del Paese. Ad oggi, si può, di conseguenza, provare ad interpretare la realtà irachena approfondendo le peculiarità e le problematiche delle diverse aree del Paese.

Kurdistan

Fin dall’inizio della sua avanzata l’IS ha identificato i curdi come target delle proprie azioni. Pur condividendo la scelta religiosa (i curdi sono perlopiù di confessione sunnita), la divisione etnica e la presenza curda in territori identificati come parte del futuro Califfato, ha contrapposto KRG e Stato Islamico. La battaglia per Mosul e per Kirkuk, in particolare, hanno avuto un valore sostanziale in quanto i Peshmerga (esercito regolare curdo) hanno cercato di difendere la popolazione e di prendere il controllo di due città da molto tempo contese tra KRG e Governo centrale. L’attribuzione delle due aree, ricchissime di materie prime (petrolio ed acqua in particolare), è da sempre stato fattore di scontro tra curdi e Baghdad e l’IS, con la presa della diga di Mosul, si è inserito come terzo contendente nella diatriba.

Parallelamente, l’azione contro gli Yezidi, popolo di origine e lingua curda, ma con religione propria, sul monte Sinjar, e la penetrazione nei territori curdi in Siria ha esacerbato il conflitto tra le due parti. Se, da un lato, il conflitto in Siria ha creato un nuovo fronte di scontro tra curdi iracheni e IS (a difesa di Kobane sono giunti, nelle settimane passate, alcuni battaglioni peshmerga), ha anche permesso al KRG di solidificare il proprio controllo sul territorio iracheno e di stringere accordi con il Governo Centrale e con i vicini d’area per garantire la propria sicurezza e la ripresa dell’economia.

In questo senso devono essere letti il prestito concesso dal Governo Abadi al KRG di 500 milioni di dollari per la commercializzazione del petrolio curdo attraverso la compagnia petrolifera di Stato irachena e la visita del primo Minitro turco Ahmet Davutoglu ad Erbil. Durante l’incontro il rappresentante turco ha sottolineato la vicinanza tra le due parti, promettendo aiuto per la gestione degli sfollati interni ed esprimendo apprezzamento per la promessa di 150.000 barili di petrolio al giorno che inizieranno ad essere inviati da Kirkuk verso la Turchia.

La realtà del Kurdistan iracheno in questo momento ha, però, due facce. Da un lato il Governo prova a porsi come interlocutore privilegiato sia a livello interno sia a livello internazionale cercando di dimostrare la propria capacità di garantire la ripresa dell’economia anche in una fase di crisi, dall’altra gravi problemi sociali persistono. Se alcune zone sono ormai solidamente sotto il controllo curdo, in molte altre, soprattutto nell’area di Mosul, i combattimenti continuano incessantemente con alti costi in termini economici e di vite umane. Anche laddove il controllo amministrativo curdo è esclusivo, d’altra parte, i problemi non mancano.

La popolazione di alcune zone ha ingrossato le file dell’IS, creando una linea di frattura forte all’interno dello stesso schieramento curdo. Alcune testimonianze, riferiscono di militanti dello Stato Islamico provenienti da Halabja (città curdo-irachena tristemente nota per essere stata colpita con armi chimiche dal Governo iracheno nel 1988, durante la guerra Iran-Iraq) attivi durante durante l’assedio di Kobane in Siria. A questo si aggiungano i villaggi praticamente rasi al suolo dall’avanzata dell’IS, le decine di sfollati ospitati in campi profughi sia in territorio iracheno sia aldilà del confine con la Turchia.

La situazione è, dunque, ancora lungi dall’essere risolta e il riavvicinamento strategico tra curdi e Governo centrale dettato dal comune nemico da combattere e dai convergenti interessi economici, rimanendo inalterati i fattori di divisione del passato, potrebbe non passare la prova della fine del conflitto data la mancanza di programmazione di un’azione comune a livello politico. Nena News

CONTINUA

Categorie: Palestina

IRAN. Negoziato sul nucleare prolungato di sette mesi

Lun, 24/11/2014 - 17:09

Febbrile attività diplomatica americana e iraniana nell’ultima settimana per salvare in extremis i colloqui, termine ultimo fissato per la fine di giugno. Imperversa lo scetticismo tra i funzionari occidentali

I rappresentanti del 5+1 con il ministro degli esteri iraniano Mohamad Javad Zarif il capo della diplomazia europea Catherine Ashton a Vienna il 24 novembre 2014 (Foto: AFP/ Joe Klamar)

della redazione

Roma, 24 novembre 2014, Nena News - Ancora sette mesi per non dichiarare il fallimento del negoziato. Sette mesi in cui la diplomazia occidentale e quella iraniana dovranno lavorare a ritmi serrati per cercare di superare gli ostacoli che hanno impedito la firma dell’accordo sul nucleare per la seconda volta in un anno. Una corsa contro il tempo quella che si è verificata la scorsa settimana, mentre si avvicinava il termine ultimo di un negoziato già prolungato a luglio, con le diplomazie americana e iraniana che cercavano di definire un accordo che a molti sembra ancora molto distante. Funzionari occidentali hanno detto che mirano a ottenere un accordo sostanziale entro marzo, ma che sarebbe necessario più tempo  per raggiungere un consenso su tutti gli importanti dettagli tecnici, per cui il nuovo termine ultimo è stato fissato al prossimo 30 giugno. Il prossimo round di colloqui è previsto tra un mese.

Il ministro degli esteri britannico Philip Hammond ha spiegato ai giornalisti che l’Iran e le potenze del 5+1 (Usa, Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina+Germania) “hanno compiuto progressi significativi” nell’ultima tornata di colloqui, iniziati lo scorso martedì a Vienna, sostenendo che vi fosse il chiaro obiettivo di raggiungere un “accordo di sostanza” entro i prossimi tre mesi con l’aspettativa che l’Iran “contini ad astenersi da un’attività’ atomica sensibile”. In cambio Teheran potrà accedere a circa 700 milioni di dollari al mese di alleggerimento delle sanzioni fino al termine del negoziato.

Nonostante l’estensione all’apparenza speranzosa, tra i delegati occidentali imperversa lo scetticismo. “Sono dieci anni – ha dichiarato un diplomatico in forma anonima all’agenzia Reuters – che si avanzano proposte e idee. A questo punto non rimane più niente. E ‘essenzialmente una questione secondaria ora. Gli iraniani non si muovono. E’ una scelta politica”. Molti funzionari occidentali hanno messo in dubbio la decisione di estendere ancora il negoziato dicendo che non c’è motivo di aspettarsi che gli iraniani mostrino la flessibilità necessaria per porre fine alla situazione di stallo nelle settimane e nei mesi a venire. Hanno anche messo in dubbio la volontà della leadership iraniana al compromesso. Teheran, dal canto suo, accusa l’Occidente di chiedere troppo alla Repubblica islamica quando sostiene che deve cessare ogni attività nucleare che sostiene necessaria per il suo sviluppo economico.

La questione che appare più insormontabile è quella dell’arricchimento dell’uranio. Washington vuole che essa cessi del tutto per evitare che possa servirsene un giorno per costruire un eventuale ordigno nucleare (molto improbabile, dato che ha l’Iran ha appena diluito tutte le sue scorte di uranio altamente arricchito sotto la supervisione dell’agenzia Onu per il nucleare, ndr), ma Teheran, seppur desiderosa di concludere un accordo che porti un allentamento delle sanzioni, ha ripetuto più volte che non accetterà mai di rinunciare al suo programma nucleare destinato, a detta delle autorità, a scopi energetici.

Il costo del fallimento, come fa notare l’agenzia Reuters, sarà molto alto sia per relazioni tra Teheran e l’Occidente sia a livello regionale. A vegliare sulla non riuscita del negoziato rimangono Israele e l’Arabia Saudita, che hanno tutte le intenzioni di impedire che una qualsiasi firma finale venga posta: Tel Aviv per assicurarsi che il presunto arsenale atomico di Teheran non venga mai puntato contro di lei, Riyadh per accertarsi di non perdere la posizione privilegiata raggiunta negli anni nella regione. Nena News

Categorie: Palestina

TERRITORIO E IDENTITÀ. Il melograno, il frutto che unisce la vita e la morte

Lun, 24/11/2014 - 15:29

Una pianta decantata in tutto il Vicino Oriente nei secoli e coltivabile anche da chi, come i palestinesi sotto occupazione, ha scarse risorse idriche. Con questo frutto si preparano dolci legati alla commemorazione dei morti, proprio per quella specie di filo che unisce la fine della vita  alla rinascita

di Patrizia Cecconi

Roma, 24 novembre 2014, Nena News -RUMMAN, Punica granatum,  Malum punicum, Pomo saraceno, Melograno. Tanti nomi per un alberello della famiglia delle Lythracee che per bellezza, simbologia e proprietà li merita tutti. Il nome Rumman, con cui è conosciuto in Palestina viene dall’antico egiziano “Rmn” e dato che la pianta ha la sua origine nell’area compresa tra l’Africa settentrionale e l’Asia occidentale, questo  dovrebbe essere il nome originario. I romani invece lo chiamarono Punica granatum, che oggi è anche il suo nome scientifico: Punica perché arrivato da Cartagine,  e  granatum per i tanti grani che lo compongono.

Di miti intorno al melograno ne sono fioriti tanti, sia per la bellezza dei suoi fiori, sia per la particolarità dei suoi frutti. Anche le religioni lo hanno fatto proprio: per il Corano è un albero del paradiso; per la Bibbia è importante  il frutto per il numero dei suoi  grani (o arilli)  613 come i 613 precetti della Torah che, secondo la tradizione ebraica,  dovrebbero rappresentare l’agire corretto di ogni ebreo. Un ruolo, giocato solo sulla sua bellezza,  viene assegnato a questo frutto nel Cantico di Salomone in un crescendo di sensualità rendendo chiaro che l’amore cantato è inteso anche come amore fisico. La donna amata è paragonata a un intero giardino di melograni che si offriranno all’amore durante la fioritura. Immagine, questa, che nobilita tanto il melograno quanto il piacere di amare come essenza della vita.

E infatti questo frutto si presta da sempre a interpretazioni legate alla sfera della sensualità e della fertilità, basti pensare che tra i suoi simboli più antichi c’è quello dell’erotismo e dell’invincibilità attribuitogli già dai babilonesi tramite la figura di Ishtar,  dea dell’amore e della fertilità ma anche della guerra. Simbolo  riproposto nel legame vita-morte-vita dalla mitologia  greca. Leggende che hanno in comune il simbolo dell’abbondanza, del dolore e dell’amore, della vita e della morte che si riallacciano in energia vitale.

In una di queste leggende, il melograno sboccia dalle gocce di sangue di Dioniso, ucciso dai Titani, ma per quei miracoli propri della mitologia, il corpo del dio bambino viene ricomposto e Dioniso, rinato alla vita, diventerà il dio della gaiezza, dell’estasi, della libertà senza freni e il padre della vite. Anche nel mito di Persefone, forse il più significativo del legame tra vita, morte e rinascita, rientra questo frutto. La fanciulla rapita dal dio Ade, salvata da sua madre Demetra che riuscirà a ottenere il suo ritorno sulla terra ma, ingannata da Ade mangia 7 chicchi di melagrana e vedrà così compiersi l’incantesimo che la vorrà 6 mesi nell’Ade e solo gli altri 6 mesi sulla terra a far fiorire la natura. Questa separazione-unione che va ripetendosi e che mantiene il senso della vita passando via via il testimone è un richiamo che ho sentito fare anche dal venditore improvvisato di succo di rumman nei pressi di Gerico, vicino al “Monte delle Tentazioni”, quello di cui parla il Vangelo. Questo improvvisato barman, privato della casa dalle forze di occupazione, con uno spremiagrumi e un banco di legno s’è inventato un lavoro per sopravvivere e, preparandomi il succo, mi ha detto  che dalla morte di tutti quei chicchi nasce la vita per la salute di chi lo beve. Poi ha aggiunto, “proprio come chi dà la propria vita per il suo popolo”.

Lui magari lo diceva solo per vendere più succhi, ma senza saperlo ha messo nella sua frase tanto il senso simbolico del melograno, quanto la ricchezza di nutrienti che tra vitamine, sali minerali, polifenoli, fibre e antiossidanti ne fanno un gioiello di cui già Ippocrate decantava le proprietà oggi riconfermate dalle analisi scientifiche.  Ma prima ancora di lui, oltre 4500 anni fa, già gli egiziani lo usavano come antielmintico.

Ippocrate, circa 2.500 anni fa ne utilizzava sia scorza che frutto per farne preparazioni a scopo antinfiammatorio, astringente, antibatterico, gastroprotettivo, vasoprotettore  e ricostituente. Oggi sappiamo che i suoi studi empirici erano corretti. Nel succo degli arilli sono presenti le vitamine A, B, E, C e K , oltre a  polifenoli, antiossidanti e soprattutto acido ellagico, che fanno della melagrana un cardioprotettore e un alleato contro l’invecchiamento cellulare e, sembra, addirittura un killer delle cellule cancerogene.

Ma vediamolo nelle sue caratteristiche botaniche questo alberello di 4-5 metri. Le varietà della specie botanica, dovute tutte a ibridazioni di laboratorio, sono oltre 300 e proprio a Gerusalemme, presso l’Università Ebraica nella parte Est occupata militarmente da Israele nel 1967,  sorge il maggior centro mondiale di studi sull’ibridazione del Punica granatum.

Quest’albero ama i terreni semi aridi e quindi può essere facilmente coltivato anche dai palestinesi le cui risorse idriche, come si sa, sono state decimate dall’occupazione.

Il melograno ha anche avuto la fortuna di non finire in massa sotto la mannaia che ha privato i territori palestinesi di circa 3 milioni di alberi di olivo e infatti, chiunque vada in Palestina, troverà facilmente un venditore di succo di rumman che per pochi shekel fornirà una dose di antiossidanti, vitamine, sali minerali e acido ellagico prodotta là per là e indiscutibilmente buona.

La specie originaria del Punica granatum ha foglie ovali, a margine intero e fiori sono di color rosso vermiglio generalmente a 4 petali e particolarmente belli. Il frutto è una bacca tondeggiante dalla scorza coriacea detto balausta. Al suo interno è ripartito in setti fibrosi che separano i circa 600 arilli in diversi gruppi.

In questo periodo, al Sud, con questo frutto si preparano dolci legati alla commemorazione dei morti, proprio per quella specie di filo che, come diceva il venditore del Monte delle Tentazioni, unisce la fine della vita  alla rinascita.

Per riportare in una stessa sfera i due frutti che la mitologia greca ha legato a Dioniso, consiglio a chi ama il vermouth, di lasciar macerare in un litro di vino secco di buona qualità un quarto di scorza di balausta per un mese, al buio e con tappo ermetico. Dopo un mese avrete un ottimo cugino del Martini dry con cui potrete inaugurare l’anno nuovo accompagnandolo con chicchi sciolti di melograno che portano di sicuro salute e qualcuno dice anche fortuna.

Intanto gli alberelli di melograno sembrano in festa, le loro grandi bacche si stanno aprendo un po’ ovunque e gli arilli chiedono di essere consumati per ricominciare il ciclo. Anche su terra arida, anche con due sole gocce d’acqua il melograno manda a dire che la vita non si ferma. Nena News

Categorie: Palestina

TUNISIA. Le presidenziali verso il ballottaggio

Lun, 24/11/2014 - 14:35

In vantaggio, seppur non assoluto, il leader del partito laico Nidaa Tounis Beji Caid Essebsi, esponente del vecchio regime e vincitore delle elezioni parlamentari. Segue il presidente ad interim Marzouki, oppositore di Ben Ali. La terza tornata elettorale il 31 dicembre 

della redazione

Roma, 24 novembre 2014, Nena News – A poche ore dall’inizio degli scrutini per l’elezione del presidente della repubblica, appare sempre più chiaro che la Tunisia andrà al ballottaggio il prossimo 31 dicembre. Nessun candidato tra i 22 presenti ha infatti raggiunto il quorum sufficiente per essere eletto al primo turno come primo capo dello stato dopo il deposto Ben Ali, nonostante gli annunci trionfalistici di vittoria dei sostenitori dei due favoriti alle elezioni: Mohamed Moncef Marzouki, presidente ad-interim oppositore del vecchio regime e sostenuto dagli islamisti di Ennahda, e Beji Caid Essebsi, leader del partito laico Nidaa Tounis e rappresentante della vecchia guardia di Ben Ali che ha trionfato alle elezioni parlamentari dello scorso mese.

Stando ai primi risultati degli exit polls, Essebsi si mantiene comunque in testa nelle le preferenze dei tunisini con il 42 percento circa dei voti finora scrutinati, seguito da Marzouki con uno scarto di circa dieci punti. Al terzo posto si piazza il leader del Fronte popolare Hamma Hammami con il 10 percento delle preferenze, seguito dall’uomo d’affari Slim Riahi. Come fanno notare la stampa nazionale e internazionale, si è registrato un basso afflusso dei giovani alle urne, un fenomeno che gli analisti fanno ricadere sui partiti politici tunisini incapaci di coinvolgere i giovani con i loro programmi politici e dare loro risposte.

Nonostante la vivace stagione politica che si è aperta con la deposizione di Ben Ali e che ha visto l’ascesa e la caduta degli islamisti moderati di Ennahda e la stesura di una Costituzione unica nel mondo arabo in quanto a laicità, uguaglianza e libertà fondamentali, infatti, Tunisi soffre ancora di problemi economici endemici, con una disoccupazione da record, una corruzione diffusa e con i retaggi del vecchio regime, oltre che con la minaccia del radicalismo sunnita che è già costato la vita ai due esponenti dell’opposizione a Ennahda, Chokri Belaid e Mohamed el-Brahmi.

La Tunisia aspetta quindi la terza tornata elettorale in tre mesi, un voto storico considerato una tappa fondamentale del processo di transizione politica in atto dall’inverno 2011, quando si è sollevata contro un regime decennale e ha inaugurato la stagione delle primavere arabe. Rivolte che agli occhi di molti analisti hanno preso una piega democratica soltanto in questo Paese nordafricano, ma che adesso, con la probabile vittoria di un ex esponente di quello stesso regime, potrebbero non aver fatto abbastanza. Nena News

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