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Agenzia Stampa Vicino Oriente
Aggiornato: 18 ore 6 min fa

Onore alle vittime: evitare di ripetere gli errori del passato nella ricostruzione di Gaza

Mar, 23/09/2014 - 11:47

L’editorialista di Al-Shabaka, Omar Shaban, descrive le dimensioni della distruzione e spiega perché la ricostruzione sarà più difficile questa volta. Egli illustra gli errori che sono stati fatti nelle precedenti richieste dei donatori e negli sforzi della ricostruzione e sostiene che questi possono – e devono- essere evitati.

di Omar Shaban – Al Shabaka

Sommario

Per quanto sconvolgenti siano stati gli orrori della guerra che Israele ha scatenato nella Striscia di Gaza dal 7 luglio, la dimensione dei danni rischia di essere ancora più spaventosa. Una conferenza dei donatori per Gaza è prevista per settembre in Norvegia, ma se i donatori e l’Autorità Nazionale Palestinese di Ramallah adotteranno lo stesso approccio per la ricostruzione che hanno seguito dopo le scorse due guerre, le sofferenze di Gaza continueranno immutate. In questa sintesi politica, l’editorialista di Al-Shabaka Omar Shaban descrive le dimensioni della distruzione e spiega perché la ricostruzione sarà più difficile questa volta. Egli illustra gli errori che sono stati fatti nelle precedenti richieste dei donatori e negli sforzi della ricostruzione e sostiene che questi possono – e devono- essere evitati.

Perché questa guerra è molto peggiore

La Striscia di Gaza- uno dei luoghi più densamente abitati al mondo- ha subito tre guerre in soli sette anni. Peraltro la terza guerra è risultata peggiore delle due precedenti: il brutale attacco israeliano di 22 giorni nel 2008-09 e quello di otto giorni nel 2012, per quanto siano stati terribili, e lo dico in base alla mia personale esperienza in quanto persona che ha cercato di sopravvivere ad essi. Al 10 agosto nell’attuale guerra gli attacchi israeliani dall’aria, da terra e dal mare hanno ucciso 1.914 palestinesi e ne hanno feriti 9.861, in base a quanto affermato dal ministero palestinese della Salute, rispetto ai 1.4000 uccisi nel 2008-09. Le Nazioni Unite hanno stimato che fino ad ora il 73% dei morti nell’attuale attacco erano civili, compresi 448 bambini. Molti dei feriti hanno ricevuto danni gravissimi e non potranno riprendersi completamente, rimanendo del tutto o parzialmente disabili.

Ma questa guerra non è peggiore solo perché il numero di morti è maggiore; è peggio perché questa volta sarà molto più difficile la ricostruzione. La distruzione è cumulativa: si aggiunge alle distruzioni delle due precedenti guerre di Israele contro Gaza, molte delle quali non sono state superate. Per fare solo un esempio: 500 famiglie stanno ancora aspettando la ricostruzione delle loro case demolite. In più, la maggior parte dei danni significativi alle infrastrutture e ai pozzi d’acqua non sono stati riparati. Si stima che la sola guerra del 2008-09 abbia causato circa 1.7 miliardi di dollari di danni materiali a fattorie, fabbriche, servizi ed edifici pubblici, strade, reti elettriche ed idriche, impianti fognari e reti telefoniche.

Questa volta è ancora più grave perché Gaza sta affrontando le peggiori condizioni economiche, politiche e sociali da decenni. Il blocco imposto da Israele contro la Striscia di Gaza nel giugno del 2007 è stato solo lievemente attenuato all’inizio del giugno 2010. Poco dopo l’attacco omicida contro la Freedom Flottilla per Gaza il 31 maggio 2010, la pressione internazionale ha obbligato il governo di Benjamin Netanyahu ad aumentare il numero ed il volume dei beni ammessi nella fascia costiera.

Inoltre, i crescenti sforzi egiziani di distruggere i tunnel, che sono iniziati durante il governo del presidente Mohammed Morsi e notevolmente incrementati dopo la destituzione del presidente, ha privato le autorità di Hamas a Gaza di una fonte vitale di risorse e forniture di materie prime così come di beni intermedi e di prodotti finiti. Questa situazione ha reso estremamente difficile per il governo di Hamas pagare i salari ai suoi 50.000 dipendenti, molti dei quali attualmente non hanno ricevuto lo stipendio da parecchi mesi.

Allo stesso modo, nonostante la firma il 23 aprile 2014 di un accordo di riconciliazione, il recente governo di unità nazionale ha realizzato molto poco per affrontare le necessità immediate di Gaza. Per esempio, non ha pagato i salari dei dipendenti pubblici che sono stipendiati da Hamas, portando il governo di unità su un terreno ancora più precario nel mezzo di una crisi [sempre] più grave. Ciò è largamente imputabile al rifiuto israeliano di riconoscere [questo governo] o di permettere ai suoi membri di muoversi liberamente tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania.

Una stima preliminare dei danni

Le dimensioni delle distruzioni dell’estate 2014 possono essere valutate dalle seguenti stime preliminari calcolate all’11 agosto. Queste indicano che:

1. Ottomilaottocento case sono state distrutte in modo irreparabile e 7.900 sono state parzialmente distrutte, soprattutto nelle zone di confine di Shuja’iyah a est di Gaza City, Beit Hanoun e Beit Lahiya a nord e Khuza’a, Abasan e Rafah a sud est della Striscia di Gaza.

2. Molte delle circa 475.000 persone obbligate a lasciare le proprie case e a rifugiarsi nelle strutture dell’UNRWA (United Nations Refugee and Works Agency) e nelle scuole statali, così come nei parchi e chiese non saranno in grado di ritornare alle loro abitazioni in quanto sono state rese inagibili. Queste persone non hanno perso solo le proprie case ma anche tutte le proprietà, compresi mobili, vestiti, automobili e documenti.

3. Depositi contenenti 300.000 litri di combustibile industriale destinati all’unica stazione di produzione dell’elettricità nella Striscia di Gaza sono stati distrutti e la centrale è stata messa fuori uso. Senza energia elettrica, le scorte di cibo vanno a male, la fornitura di acqua per le abitazioni è interrotta, gli scarichi fognari non possono essere trattati e gli ospedali sono obbligati a contare su generatori di elettricità poco sicuri. Oltretutto otto delle dieci linee elettriche che arrivano da Israele e che riforniscono la Striscia di Gaza sono state scollegate, facendo scendere la fornitura di elettricità importata da Israele dai 120 megawatt a meno di 30.1.

4. L’enorme danno fatto alle infrastrutture, comprese strade, impianti elettrici ed idrici che sono stati distrutti, costituisce un potenziale disastro per l’ambiente e per la salute.

5. Dozzine di fabbriche e di aziende commerciali sono state distrutte, compresi negozi, stazioni di servizio e stabilimenti di calcestruzzo preconfezionato nell’area di confine e nella zona industriale di Beit Hanoun. Le forze armate israeliane hanno distrutto con i bulldozer migliaia di dunam [1 dunam= 1.000 mq.] di terra coltivata e serre nell’area di confine con il pretesto di colpire i tunnel.

6. In base ai rapporti preliminari, anche molte istituzioni governative sono state colpite, compresi i ministeri delle Finanze, degli Interni e degli Affari Religiosi (awgaf), così come l’Amministrazione centrale del personale, oltre a dozzine di moschee. Nel corso degli eventi, documenti ufficiali e registrazioni, difficili o impossibili da recuperare, sono andati distrutti.

Un bilancio completo sicuramente metterà in luce una dimensione ancora maggiore delle distruzioni. Gli sforzi di superare le conseguenze di questa guerra dovranno far fronte a parecchi ostacoli insormontabili.

foto Afp

Evitare gli errori del passato

La natura, le dimensioni e l’efficacia degli sforzi per la ricostruzione si baseranno sulle clausole di un accordo di tregua. Questo potrà spaziare da uno stop unilaterale di Israele alle sue operazioni militari, come ha fatto nel 2008-09, fino ad un rinnovo dell’accordo di cessate il fuoco concluso nel novembre 2012, che stabilì di alleggerire il blocco, di eliminare la zona cuscinetto lungo i confini tra Gaza e Israele e di estendere la zona di pesca da tre a sei miglia, con l’accordo di entrambe le parti per porre fine alle ostilità. Il governo israeliano ha applicato in parte queste condizioni per un tempo limitato. Il terzo e più positivo scenario è naturalmente la fine della guerra, il riconoscimento da parte di Israele del governo di unità [palestinese] e l’abolizione totale del blocco in preparazione di negoziati per una pace giusta e complessiva.

Molte domande sono sorte durante gli sforzi internazionali per la ricostruzione dopo un conflitto, nel momento in cui passano da un intervento [di ricostruzione] immediato a uno sviluppo complessivo e sostenibile. Per esempio, gli sforzi dovrebbero concentrarsi sulla ricostruzione e sulla ristrutturazione [degli edifici esistenti] o sulla costruzione [di edifici nuovi] e sullo sviluppo? Nel secondo dopoguerra, per esempio, in Giappone la questione era:” Ci dobbiamo concentrare nella ristrutturazione di quello che la guerra ha distrutto o nel costruire tutto dalle fondamenta? L’approccio corretto risiede nella combinazione efficace delle due alternative. Ma, al di la dell’esperienza internazionale, ci sono insegnamenti specifici da imparare dai precedenti interventi a Gaza, specialmente in quanto non hanno avuto successo nel rimettere in piedi Gaza, per usare un eufemismo.

Il più grave errore che i donatori hanno fatto nel passato è stato di escludere i rappresentanti di Gaza, incluso Hamas stesso, negli sforzi di ricostruzione. Questo è successo durante la conferenza dei donatori di Sharm al-Sheikh nel marzo 2009 per ricostruire Gaza dopo l’attacco israeliano del 2008-09.

Erano presenti i rappresentanti di 70 Stati e 16 organizzazioni regionali, ma le istituzioni di Gaza, compresi i dirigenti di Hamas, erano assenti. Inoltre, il fatto che il piano fosse presentato solo in inglese (la versione in arabo fu disponibile solo mesi dopo) sottolineò la scarsa importanza che l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) attribuiva alla partecipazione della società civile nazionale, di istituzioni accademiche e non.

In quella conferenza l’ex primo ministro Salam Fayyad presentò un piano di 2.8 miliardi di dollari, ma più di metà di questo (il 52%) era destinato a finanziare il bilancio dell’ANP e a ridurne il deficit. Nei fatti, vennero assunti impegni per 4.48 miliardi di dollari- il 167% in più rispetto alle richieste dell’ANP-, un fatto raro nella storia delle donazioni. Ma l’attuale terribile situazione di Gaza, dove le infrastrutture e le persone soffrono ancora per i danni inflitti in quella guerra, solleva domande riguardo a se tali aiuti sono stati effettivamente ricevuti e se così [fosse], come e dove sono stati sborsati.

Infatti fino ad ora non esistono dati esaurienti che forniscano questa informazione. Coloro che sono sinceramente impegnati alla reale e duratura ricostruzione di Gaza, nell’attuale congiuntura dovrebbero porre queste domande, per evitare che la storia si ripeta.

Anche se Hamas non sarà presente alla conferenza dei donatori prevista per settembre in Norvegia – e non si prevede che verrà invitato, in base a fonti attendibili – ci sono altre istituzioni e voci da Gaza che potrebbero partecipare. Ciononostante, probabilmente Hamas sarà molto desideroso di fornire tutte le informazioni di cui l’ANP ha bisogno per fare la supervisione del processo di ricostruzione perché è interesse di Hamas farlo. Allo stesso tempo, Hamas vuole essere tenuto al corrente e coinvolto, anche se presumibilmente in secondo piano, in modo da garantire che la ricostruzione sia fatta correttamente. Ovviamente è anche desideroso di mostrare alla popolazione di Gaza che è partecipe del processo e di continuare a recuperare la propria popolarità.

Aiuti urgenti e necessità di sviluppo

In termini di aiuti urgenti alla popolazione, le necessità più impellenti sono le seguenti:

1. Riparare le reti idriche ed elettriche per garantire che i residenti di Gaza, soprattutto quelli più colpiti, abbiamo accesso a acqua sicura per prevenire gravi ripercussioni sulla salute pubblica dovuti alla carenza di acqua potabile.

2. Riparare le linee elettriche che portano l’elettricità da Israele e cercare di aumentare l’importazione di corrente di 120 MW per ridurre la carenza a causa della chiusura dell’impianto locale di energia e per venire incontro ai bisogni attesi.

3. Importare e produrre in loco ripari prefabbricati che offrano un minimo di servizi di base per sistemare le migliaia di famiglie che hanno perso la casa durante la guerra e per riattivare l’economia. Questo sforzo dovrebbe includere sussidi economici per alcune di quelle famiglie perché affittino appartamenti nella Striscia di Gaza per alleggerire la pressione sociale e politica che si potrebbe accumulare se rimanessero senza un rifugio adeguato.

4. Aiutare il sistema sanitario a curare le migliaia di persone ferite durante la guerra. A causa delle molte strutture sanitarie parzialmente o totalmente distrutte, si avrà bisogno di ospedali da campo e di assistenza dall’estero. Dovrà essere prestata una speciale attenzione alle persone con disabilità e agli orfani che hanno perso le loro famiglie nella guerra.

5. Aumentare e sviluppare servizi di appoggio psicosociale per curare le decine di migliaia di cittadini, soprattutto bambini, che sono stati sottoposti a traumi psicosociali per aver perso le loro famiglie o per effetto della guerra stessa.

A medio termine, gli aiuti per lo sviluppo dovrebbero concentrarsi su:

 

1.Progetti ad alta intensità di lavoro negli ambiti abitativo, infrastrutturale, agricolo e peschiero per creare da subito lavoro e attività di sviluppo economico.

2. Coltivare le terre agricole nelle zone di confine per garantire che il settore agricolo contribuisca non solo alla creazione di lavoro ma anche all’approvvigionamento alimentare per la popolazione e fieno per il bestiame.

3. Ripulire alcune delle zone distrutte per permettere alle famiglie di tornare alle loro case, se abitabili, e per prevenire rischi per la salute nelle aree distrutte nei primi giorni della guerra.

4. Spazzare via e rimuovere i detriti dalle strade e dai luoghi pubblici per creare lavoro, incentivare le attività economiche e lottare contro la povertà e la miseria che molte famiglie hanno sofferto a causa della guerra e dell’attuale assedio.

Modi per far rivivere Gaza

Per ottenere quanto detto sopra, la comunità internazionale deve esercitare pressioni su Israele per mettere fine all’assedio e permettere l’entrata di materie prime a Gaza. Altrimenti Gaza nei prossimi anni sarà obbligata a vivere di aiuti.

Inoltre, come detto sopra, non si devono fare gli stessi errori. L’ANP così come i donatori internazionali e regionali dovrebbero consultarsi costantemente e regolarmente con i dirigenti di Hamas, le organizzazioni non governative, le associazioni di imprenditori e le università di Gaza per verificare i danni, progettare interventi e realizzarli. L’enfasi dovrebbe essere posta sul coinvolgimento ove possibile di imprese e istituzioni locali per ampliarlo il più possibile con lo scopo di garantire che la ricostruzione sia un processo nazionale piuttosto che internazionale e che la società palestinese riceva la maggior parte dei finanziamenti previsti.

C’è una necessità di coordinamento tra gli aiuti locali, regionali ed internazionali e le campagne per la raccolta fondi a favore di Gaza. Inoltre il lavoro sul terreno deve essere organizzato correttamente per evitare sovrapposizioni. Deve essere messo in atto un meccanismo trasparente di monitoraggio e accompagnamento di queste donazioni e [si devono] orientare i beneficiari perché vi abbiano accesso. Le iniziative dell’ente scelto per gestire questi fondi e le regole che dovrà applicare devono essere di dominio pubblico.

I palestinesi della diaspora potrebbero anche dimostrare di essere utili, contribuendo soprattutto con denaro e competenze, ma devono essere interpellati e coinvolti nel processo fin da subito. Il loro contributo e coinvolgimento non servirà solo a consolidare la riconciliazione tra Fatah e Hamas, ma anche ad aiutare a dare un senso e un obiettivo a coloro che, nella diaspora, sono pronti a offrire il proprio aiuto. Essi possono anche servire a creare vincoli più forti tra loro e le comunità ed istituzioni di Gaza.

E’ altrettanto importante discutere il modo di utilizzare i depositi accumulati nel settore bancario, ad esempio tutti quelli delle banche che operano nei Territori occupati palestinesi, i cui fondi hanno raggiunto gli 8 miliardi di dollari. Una possibilità è che l’ANP prenda prestiti da queste banche e li usi per contrarre e pagare mutui per fornire appartamenti a favore di famiglie che hanno perso la propria casa durante la guerra. Vale la pena di notare che, ad esempio, qualche migliaio di appartamenti, soprattutto a Gaza City, ma anche in altre parti di Gaza, rimangono vuoti perché non sono a prezzi accessibili. Un sistema di mutui può essere istituito per utilizzare questi depositi e risolvere la crisi abitativa. Su larga scala, strumenti di investimento riconosciuti a livello internazionale come il franchising, collaborazioni strategiche e jont ventures possono essere utilizzati, soprattutto nel campo dell’energia e dell’elettricità, nella costruzione di un porto e di un aeroporto e in progetti di sviluppo regionale.

Queste sono solo alcune delle modalità per aiutare a ripristinare una vita normale e la dignità per i palestinesi di Gaza. Nel 2012, l’ONU stimava che Gaza sarebbe diventata invivibile nel 2020 se fosse continuato l’attuale andamento; questo prima dell’ultimo attacco israeliano. Se il milione ottocentomila palestinesi di Gaza non saranno condannati ad un luogo invivibile, la corretta ricostruzione deve iniziare al più presto.

 

Omar Shaban è il fondatore e direttore dell PalThink di Studi Strategici di Gaza, un gruppo di studio indipendente senza affiliazioni politiche. E’ un analista di politica economica del Medio Oriente e uno scrittore e commentatore fisso per media arabi ed internazionali. Omar è il fondatore dei gruppi palestinesi di Amnesty International, [è] vice presidente del consiglio di amministrazione di Asala, un’associazione che promuove il microcredito per le donne e un membro dell’Istituto per la Buona Amministrazione.

Al-Shabaka, il network politico palestinese, è un’organizzazione indipendente, senza affiliazione partitica e no profit, il cui scopo è di sviluppare e alimentare un pubblico dibattito sui diritti umani e sull’autodeterminazione dei palestinesi nel quadro delle leggi internazionali. Le sintesi politiche di Al-Shabaka possono essere riprodotte con la debita attribuzione ad Al-Shabaka.

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Categorie: Palestina

LIBRO. “E fu mattina”, l’ossessione del denaro e del conformismo

Mar, 23/09/2014 - 11:00

Il protagonista decide di ritornare nel suo paese d’origine perché Tel Aviv è troppo cara e perché gli arabi sono emarginati. Ma il paese della memoria non c’è più e gli uomini di una volta sono irriconoscibili, trasformati da una continua ossessione per il denaro e da un ottuso conformismo.

di Cristina Micalusi

Roma, 23 settembre 2014, Nena News – Il secondo romanzo di Sayyed Kashua, “E Fu Mattina”, narra di una comunità palestinese che vive all’interno dello Stato d’Israele e che di colpo una mattina si trova all’interno dei Territori Occupati.  Allude quindi alla questione dei “transfer” e dello scambio di territori tra Israele e Autorità nazionale palestinese. Questione rilevante e ancora attuale nel dibattito politico all’interno di Israele.

La fine della storia del primo romanzo di Kashua, Arabi Danzanti, rappresenta l’amara presa di coscienza da parte di un arabo in Israele che non potrà mai integrarsi ed avere una vita normale al pari di un israeliano.

Così l’ipotesi del transfer non appartiene solo ad una letteratura palestinese immaginifica, ma è parte della realtà nel dibattito politico finalizzato alla realizzazione concreta di veri piani demografici.

Il protagonista decide di ritornare nel suo paese d’origine perché Tel Aviv è troppo cara e perché gli arabi sono emarginati, persino lui che ha studiato in una scuola ebraica e parla ebraico correttamente. Ma il paese della memoria non c’è più e gli uomini di una volta sono irriconoscibili, trasformati da una continua ossessione per il denaro e da un ottuso conformismo.

Il suo animo sarà stravolto quando un giorno il paese finisce sotto un assedio interminabile. I soldati bloccano tutte le strade, non si può né uscire né entrare. Così l’indignazione verso il proprio Paese incapace di difendere i propri cittadini, cresce con un ritmo quasi claustrofobico. E un senso di solitudine e di esilio sulla propria terra avvolge l’intera narrazione della storia. Fino all’assurdo colpo di scena, quando viene annunciato che il villaggio del protagonista sarà uno dei pochi “fortunati” paesi che passeranno sotto la giurisdizione dell’Autorita Nazionale Palestinese.

C’è in questo romanzo tutta la precarietà di un’identità in bilico tra due culture: una a cui si appartiene e l’altra a cui si aspira a farne parte, ma che ti rifiuta.

Sayed Kashua è nato nel 1975. Fa parte di quel gruppo di scrittori palestinesi in Israele che hanno scritto o scrivono in ebraico come Antun Shammas e Atallah Mansur.

Titolo:   E Fu Mattina

Titolo originale:  Wa-Yehi Boqer

Autore:   Sayed Kashua

Edizione:  GuanInviato da iPhone

Anno:  2005

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Categorie: Palestina

Israele, migranti: Corte Suprema ordina chiusura centro-prigione Holot

Mar, 23/09/2014 - 09:59

Battuta di arresto per il governo Netanyahu che ha varato negli anni passati una dura politica di respingimento dei migranti africani provenienti da Sudan e Eritrea.

Tel Aviv, 23 settembre 2014, Nena News – Con una decisione che costituisce un colpo alle politiche anti-migranti del governo del premier Benyamin Netanyahu, i giudici della Corte suprema israeliana hanno ordinato ieri  la chiusura  entro 90 giorni del Centro di accoglienza per migranti africani di Holot, nel Neghev, di fatto una prigione nel deserto sia pure con cancelli (semi) aperti. La sentenza ha accolto gli appelli di organizzazioni umanitarie locali e internazionali, tra le quali Human Rights Watch.

I giudici hanno anche annullato un emendamento della legge sull’immigrazione che consente la reclusione fino a un anno per i clandestini in Israele.

Il Centro di Holot era stato voluto con forza dal governo Netanyahu per placare le proteste degli israeliani che chiedono l’espulsione immediata  di tutti i migranti africani (sudanesi ed eritrei in maggioranza). Holot infatti allontana i clandestini dai rioni popolari di alcune citta’.

Proprio nei giorni scorsi Netanyahu aveva esaltato la sua decisione di far costruire un Muro nel Neghev, realizzato per bloccare gli ingressi illegali dei migranti dall’Egitto, e di “stimolare” migliaia di clandestini a tornare in Africa, grazie anche ad assegni pro capite.  In Israele vivono circa 50 mila migranti africani.

I nove giudici della Corte Suprema  hanno stabilito che la politica del governo dovra’ essere profondamente riesaminata. La decisione ha subito destato proteste nei rioni proletari di Tel Aviv, dove maggiore e’ la presenza dei migranti. Nena News

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USA e alleati arabi attaccano Raqqa. Israele abbatte Sukhoi siriano

Mar, 23/09/2014 - 09:17

Ai bombardamenti sulla capitale del “califfato” hanno preso parte anche Qatar e Arabia saudita, paesi accusati di sostenere il jihadismo in Siria

Miliziano dello Stato Islamico a Raqqa, dal sito della abcnews

della redazione

Roma, 23 settembre 2014, Nena News – Dopo l’Iraq gli Stati Uniti hanno attaccato postazioni e depositi di munizioni dello Stato Islamico a Raqqa, di fatto la capitale di quel “califfato” che l’emiro dello SI, Abu Bakr al Baghdadi, ha proclamato sui territori siriani e iracheni controllati dai suoi uomini. E lo hanno fatto in maniera massiccia, usando per la prima volta i caccia F22, i più costosi al mondo, e missili Tomahawk lanciati dalle navi da guerra. Sarebbero stati colpiti decine di obiettivi.

La Siria ha fatto sapere di essere stata informata dagli Stati Uniti dei raid. “Gli americani hanno informato il nostro ambasciatore alle Nazioni unite che sarebbero stati effettuati bombardamenti contro l’organizzazione terroristica Stato islamico a Raqqa”, ha detto il ministero degli esteri citato dalla tv di stato. Washington invece nega di aver avuto qualsiasi tipo di contatto con rappresentanti di Damasco.

E’ da notare che – non si sa se in forma simbolica o concreta – ai raid aerei e ai bombardamenti hanno preso parte forze militari di cinque paesi arabi: Bahrain, Giordania, Emirati, Arabia saudita e Qatar. Gli ultimi tre sono apertamente indicati dagli esperti come finanziatori – attraverso comuni cittadini – proprio dello SI e di altre formazioni jihadiste e qaediste che combattono in Siria e Iraq e responsabili di stragi di civili. La Giordania invece offre ospitalità ai programmi americani (e non solo) di addestramento dei “ribelli” anti Assad ed è ritenuta una via di transito delle armi che arrivano al Fronte Meridionale, una coalizione di decine di gruppi islamisti, tra i quali al Nusra, ossia il ramo siriano di al Qaeda.

foto di Orit Perlov (twitter)

Intanto stamani proprio sulle Alture del Golan occupate, un missile Patriot ha abbattuto un Sukhoi siriano che secondo Tel Aviv aveva violato lo spazio aereo israeliano. Damasco ha confermato la notizia. Non si conosce la sorte del pilota siriano. Nena News

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Categorie: Palestina

PALESTINA. Unrwa: “No al trasferimento dei beduini”

Lun, 22/09/2014 - 14:51

Il commissario generale Pierre Krahenbul avverte Israele e la comunità internazionale di bloccare il piano per reinsediare 12.500 beduini in una nuova città vicino Gerico per non affossare ancor di più la soluzione a due stati

della redazione

Roma, 22 settembre 2014, Nena News - Bloccare il piano per il trasferimento di circa 12 mila beduini dalla Cisgiordania centrale alla periferia di Gerico: è l’appello dell’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi (UNRWA) a Israele e alla comunità internazionale contro quello che da essa è definito equivalente a “un trasferimento forzato, che viola la quarta Convenzione di Ginevra (sul trattamento delle popolazioni civili in tempo di guerra, ndr)” e che “compromette ancora di più l’attuazione della soluzione a due stati”.

La scorsa settimana la giornalista israeliana Amira Hass aveva svelato il piano, ideato dall’Amministrazione civile israeliana in Cisgiordania, per reinsediare 12.500 beduini appartenenti alle tribù dei Jahalin, Kaabneh e Rashaida che vivono nelle zone intorno a Gerusalemme est in una nuova cittadina creata ad hoc per loro nella Valle del Giordano, vicino Gerico. Secondo Pierre Krahenbul, commissario generale dell’UNRWA, oltre a sradicare le comunità beduine dal loro territorio, il piano di Tel Aviv potrebbe servire “per un’ulteriore espansione degli insediamenti israeliani illegali, allontanando sempre di più la possibilità di una soluzione a due stati”. 

Inoltre, l’amministrazione civile israeliana è accusata di voler procedere senza prima consultarsi con la popolazione in questione, in netto contrasto con l’obbligo in tal senso istituito dalla Corte Suprema: Jamil Hamadin, membro della tribù dei Jahalin, ha infatti dichiarato a Haaretz che l’Amministrazione Civile non ha mai parlato con il suo clan. Ma Israele si difende sostenendo di aver condotto decine di incontri con le varie tribù e di -”voler lavorare per il solo scopo di portare beneficio alle popolazioni beduine dell’area, consentendo loro di vivere in luoghi con infrastrutture adeguate”. Che si tratti piuttosto, come suggerisce al-Jazeera, di ripristinare i piani di costruzione di 1.200 unità abitative per coloni accantonati nel dicembre del 2012?

La creazione di «città permanenti» costituisce l’apice della lotta iniziata 40 anni fa da Israele contro i beduini. Nel corso degli anni, infatti, Tel Aviv ha limitato le aree destinate al pascolo dei loro animali, ristretto i loro spostamenti e non ha permesso loro di costruire case nei luoghi in cui vivevano da decenni. Dagli Accordi di Oslo, inoltre, l’Amministrazione Civile ha pubblicato migliaia di ordini di demolizione contro le tende e baracche in cui essi risiedevano e li ha trasferiti in cittadine costruite apposta per loro. Nena News

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SIRIA. PKK: “Curdi, unitevi alla resistenza contro l’Isis”

Lun, 22/09/2014 - 13:17

Dal leader del partito dei lavoratori curdi l’appello a raggiungere i compagni che hanno bloccato l’avanzata dell’Isis a Kobani. 130 mila profughi entrati in Turchia, ma Ankara oggi ha chiuso le frontiere

Combattente del YPG nel “cimitero dei martiri curdi” nel nord della Siria (Foto: Reuters)

della redazione

Roma, 22 settembre 2014, Nena News - Mentre i combattenti curdi del YPG avrebbero arrestato l’avanzata dell’Isis nella zona di Kobani (Ayn al-Arab in arabo) al confine con la Turchia dopo giorni di combattimenti, il PKK ha lanciato un appello ai curdi residenti in Turchia per attraversare la frontiera e combattere lo Stato islamico, accusando Ankara di collaborare con l’Isis. Lo riferisce l’AFP, ricordando che il governo turco è stato a lungo criticato per aver indirettamente contribuito alla nascita dell’Isis per il sostegno dato agli elementi islamisti nella lotta contro il regime di Bashar al-Assad.

Kobani, la terza più grande città curda in Siria, e una ventina di villaggi circostanti sono stati attaccati nella notte tra giovedì e venerdì dai miliziani dell’Isis e difesi per settantadue ore dai guerriglieri curdi del YPG, che hanno annunciato di aver arrestato l’avanzata islamista questa notte aiutati da “alcuni giovani combattenti provenienti dalla Turchia”. Decine di migliaia di persone sono fuggite dagli scontri rifugiandosi entro le frontiere di Ankara: oggi Melissa Fleming, portavoce dell’agenzia Onu per i rifugiati, ha annunciato che nei giorni scorsi 130 mila profughi provenienti da Kobani hanno attraversato il confine.

E’ il secondo assedio messo in atto dallo Stato islamico nell’enclave curda stretta tra i territori conquistati dal Califfato al sud e la Turchia a nord: a luglio i combattenti del YPG, come ha spiegato il suo portavoce Redur Xelil alla Reuters, erano stati aiutati da centinaia di curdi provenienti dalla Turchia. Ora il leader del PKK Dursun Kalkan ha invitato il popolo curdo a “unire tutte le proprie forze per aumentare la resistenza”, accusando le autorità turche di connivenza con lo Stato islamico.

La risposta di Ankara è stata la chiusura di tutti i valichi di frontiera con la Siria, ufficialmente per evitare ulteriori scontri con la popolazione curda rifugiata e arrabbiata – ieri l’esercito ha lanciato lacrimogeni e sparato cannoni ad acqua contro una manifestazione – e ufficiosamente per impedire lo sconfinamento dei “suoi” curdi verso la Siria per combattere l’Isis. Una delle paure di Ankara, come è stato spiegato questo mese al segretario Usa per la Difesa Chuck Hagel, è che le armi donate dalla coalizione internazionale alle formazioni che combattono l’Isis – e quindi anche al YPG – finiscano nelle mani dei separatisti curdi di Turchia. E intanto migliaia di profughi curdi e siriani arrivati davanti ai valichi chiusi aspettano al di là del filo spinato. Nena News

 

 

 

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Categorie: Palestina

LIBANO. Jihadisti sempre più presenti, Beirut chiede armi e soldi alla coalizione anti-Isis

Lun, 22/09/2014 - 11:56

Nel week end decapitato il terzo soldato dall’inizio del mese e attaccato un posto di blocco di Hezbollah. Ma senza l’equipaggiamento dell’esercito saranno le milizie a fronteggiarsi

della redazione

Roma, 22 settembre 2014, Nena News - L’ombra jihadista che marcia su Beirut non è una promessa, ma quasi una realtà. E dopo la decapitazione, da parte del fronte al-Nusra, di Mohammed Hamieh – uno dei circa 30 soldati libanesi ostaggi della formazione qaedista da oltre due mesi (Hamieh è stato il terzo soldato decapitato dall’inizio di settembre, ndr) – ieri è stata la volta dell’attacco a un posto di blocco di Hezbollah nel villaggio di Khraibeh, nella valle della Bekaa. Tre miliziani sono rimasti uccisi e numerosi feriti. La rivendicazione è arrivata immediatamente, firmata al-Nusra: la stessa formazione cui gli Stati Uniti hanno indirettamente regalato centinaia di milioni di dollari per combattere l’Isis assieme alle altre formazioni ribelli sul territorio siriano. E stamattina Hezbollah ha colpito in Siria una base di al-Nusra, uccidendo 23 jihadisti tra cui il loro leader Abdel Leith al-Shami.

Ora i servizi d’intelligence americani avrebbero individuato una nuova minaccia jihadista proveniente dalla Siria e conosciuta con il nome di gruppo Khorasan: guidato da Muhsen al-Fadhli, un tempo vicino a Osama Bin Laden, il gruppo sarebbe uno dei più pericolosi della galassia jihadista siriana assieme ad al-Nusra. Khorasan ha annunciato questa mattina di voler marciare sul Libano, già impegnato in un conflitto frontaliero con i miliziani di al-Nusra e sul fronte interno con i loro sostenitori nel paese, a cominciare da quelli, numerosissimi, presenti nella città di Tripoli e nelle enclavi sunnite al confine con la Siria. Secondo una fuga di notizie da parte dei servizi segreti libanesi ci sarebbero, inoltre, 40 cellule dell’Isis attive in tutto il territorio libanese, pronte a colpire obiettivi nemici come Hezbollah o le zone sciite, già abbondantemente devastate da una serie di attentati e attacchi che vanno avanti da un anno e mezzo, da quando cioè il Partito di Dio ha partecipato alla battaglia di Qusair al fianco dell’esercito di Assad.

Nel mezzo sta il governo libanese e il suo debole esercito, che all’inizio di agosto ha subito gravi perdite nell’attacco jihadista alla cittadina di frontiera di Arsal, con decine di soldati e poliziotti uccisi e rapiti. Alleata della coalizione internazionale anti-Isis capeggiata dagli Stati Uniti, Beirut ha detto di voler “prendere e non dare” nella lotta allo stato islamico, dal momento che “combattiamo l’Isis a casa nostra”. “Il Libano – ha dichiarato ieri il ministro degli Esteri Gebran Bassil – è nel cuore della battaglia. Non abbiamo armi né jet per contribuire agli attacchi contro l’Isis, ma al contrario abbiamo bisogno di armi, aerei e soldi per combattere i jihadisti che sono a casa nostra”. Bassil ha inoltra annunciato che il Libano non fornirà spazi aerei da sorvolare né basi militari per gli alleati. Certo è che se i finanziamenti all’esercito libanese non arriveranno in fretta, si assisterà a un’escalation di “auto-difesa”: gli ultimi a scendere nelle strade sono stati, a partire da agosto, i cristiani. Secondo fonti locali, stanno riattivando le loro milizie per la prima volta dalla fine della guerra civile. Nena News

 

 

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Categorie: Palestina

Yemen, c’è l’accordo. Ma a Sana’a si combatte ancora

Lun, 22/09/2014 - 09:11

Siglato ieri in presenza del rappresentante Onu Jamal Benomar, il documento prevede una rappresentanza degli Houthi nel governo e nel dialogo nazionale in cambio di un loro ritiro. Ma secondo gli analisti i ribelli non ripiegheranno tanto presto

 

Ribelli Houthi bloccano la strada per il ministero dell’Interno a Sana’a, 23 agosto (Foto: AP)

della redazione

Roma, 22 settembre 2014, Nena News - Si combatte ancora a Sana’a, all’alba del quinto giorno di scontri tra i ribelli sciiti Houthi e il governo a trazione islamista dominato dal partito al-Islah, nel quale i rappresentanti Houthi non sono mai riusciti a trovare posto. Si combatte nonostante un accordo, siglato ieri sotto l’egida delle Nazioni Unite, che dovrebbe porre fine non solo ai combattimenti, ma anche alla generale esclusione della minoranza zaydita dalla vita politica yemenita e dal dialogo nazionale avviato più di un anno fa’.

La protesta degli Houthi, che da oltre un mese organizzano marce pacifiche e sit-in alle porte della capitale per chiedere la formazione di un nuovo governo, una rappresentanza politica e il ripristino dei sussidi per il carburante tagliati dal presidente Abd Rabbo Mansour Hadi, ha mostrato l’improvvisa forza del movimento: da minoranza ribelle aggrovigliata alla frontiera con l’Arabia Saudita a forza politica capace di mobilitare le masse contro il governo, il clan sciita degli Houthi ha fatto letteralmente irruzione a Sana’a giovedì scorso, circondando un accampamento militare  dei lealisti del generale Ali Mohsen e scontrandosi con milizie sunnite e tribali fedeli a Mohsen.  Era passato qualche giorno dal mancato accordo con il governo yemenita, dominato dal clan sunnita rivale degli al-Ahmar e dall’odiatissimo generale Ali Mohsen, entrambi riuniti sotto il partito-ombrello al-Islah. La presa di Sana’a ha seguito quella, lo scorso luglio, di Amran e al-Jawf, feudi del clan rivale al-Ahmar, che ha provocato decine di morti e la fuga di migliaia di famiglie.

Secondo l’accordo, la cui bozza è stata pubblicata da al-Jazeera, il presidente dovrà nominare un nuovo governo entro un mese dalla firma, un governo in cui gli Houthi avranno un certo numero di posizioni di gabinetto – forse addirittura al pari dei loro rivali del partito al-Islah. Dovrà inoltre nominare due consiglieri, un Houthi e uno del Sud (che chiede la secessione, ndr) che siederanno in una commissione per esaminare i progressi compiuti in fase di stallo sulle politiche concordate in occasione della Conferenza Dialogo Nazionale (NDC), una serie di colloqui di pace tenutisi tra la maggior parte dei principali attori politici dello Yemen nel 2013 e nel 2014.  Il presidente dovrà poi appuntare un nuovo primo ministro e dare il via alla redazione di una nuova costituzione sulla base del consenso nazionale.

L’accordo prevede inoltre che il governo riduca il prezzo della benzina alla pompa fino ad arrivare a 3,000 riyal (circa $ 14), una diminuzione del 25 per cento dai 4,000 riyal ($ 18) a cui era stata portata a fine luglio: a metà settembre Hadi aveva tagliato il prezzo del carburante fino a 3.500 riyal ($ 16), ma gli Houthi avevano chiesto un ulteriore calo. Quanto ai doveri degli Houthi, l’accordo prevede che venga formata una commissione per supervisionare il loro ritiro da Sana’a, da Amran e da al-Jawf, su cui hanno consolidato il controllo a partire da luglio dopo una serie di scontri con il clan degli al-Ahmar e con le forze governative.

Ma a Sana’a c’è il timore che gli Houthi non si ritireranno tanto presto: tra gli analisti intervistati da al-Jazeera alcuni sono convinti che i ribelli non cederanno i territori di al-Jawf e Amran appena conquistati senza avere in cambio enormi concessioni da parte del governo. Altri, invece, credono che il loro obiettivo sia il generale Ali Mohsen, ex numero due del regime di Ali Abdullah Saleh e membro del clan degli al-Ahmar, che tra il 2004 e il 2010 ha guidato numerose spedizioni punitive mascherate da “contenimento” nella zona di Sa’adah per conto del governo e dell’Arabia Saudita che, timorosa di un contagio sciita aldilà della frontiera, infiltrava estremisti sunniti per piegare le richieste di rappresentatività degli Houthi. Nena News

 

 

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Categorie: Palestina

La miseria dell’unità palestinese

Lun, 22/09/2014 - 07:24

Contrariamente ad alcune ottimistiche aspettative sui cambiamenti politici interni derivanti dal recente attacco israeliano a Gaza, la divisione palestinese continua a definire e frammentare lo spettro politico

Ismail Haniyeh (a sinistra) e Mahmoud Abbas

di Tariq Dana – Alternative Information Center 

Hebron, 22 settembre 2014, Nena News – Subito dopo l’attacco contro Gaza, Israele ha confiscato 4mila dunam di terre palestinesi [un dunam è pari a mille metri quadrati, ndt] vicino Betlemme, in Cisgiordania.  Mentre il movimento israeliano Peace Now ha descritto l’azione come un atto “senza precedenti dagli anni ‘80”, dalle agenzie stampa e dai siti palestinesi la notizia è stata riportata a margine e, come sempre, l’Autorità Palestinese ha fallito nell’affrontare la questione. Oltre a questo, il chiaramente esausto e distratto pubblico palestinese ha ricevuto la notizia con apatia.

Al contrario, la realtà della vita politica palestinese è dominata ancora una volta, noiosamente e provocatoriamente, dalla rinnovata rivalità tra Fatah e Hamas, che potrebbe facilmente portare al collasso del fragile governo di unità. Scontri verbali e accuse reciproche hanno marginalizzato la tragedia di Gaza e coperto l’attuale colonizzazione israeliana in Cisgiordania. Questo nuovo round di conflitto interno è senza dubbio deliberato; è una guerra fabbricata su un’autorità vuota. Il fatto che i palestinesi sono profondamente divisi resta una caratteristica del nostro tempo.

La crisi è cominciata con Mahmoud Abbas che ha accusato Hamas di portare avanti un “governo ombra” a Gaza. In risposta, Hamas ha accusato Abbas di provare a sabotare il fragile accordo di riconciliazione. Ondate di accuse reciproche si sono scatenate. Da quando Hamas ha espulso Fatah dalla Striscia di Gaza nel 2007 e con la conseguente divisione, l’opinione pubblica palestinese ha incolpato entrambi i partiti di infliggere una miseria politica tale da paralizzare la vita palestinese. Questa volta, tuttavia, si dovrebbe essere onesti: non si possono incolpare allo stesso modo le due fazioni. L’Autorità Palestinese di Ramallah ha sulle spalle maggiore responsabilità per aver rafforzato la crisi tra Fatah e Hamas.

La resistenza e la resilienza di Gaza durante l’attacco israeliano ha significativamente incrementato la popolarità di Hamas. Secondo un recente sondaggio, se le elezioni presidenziali si tenessero ora, l’ex premier di Hamas, Ismail Haniyeh, vincerebbe con il 61% dei voti, contro il 32% per Abbas. Non c’è dubbio che tale scenario ha creato molti timori alla leadership di Fatah, che prima della guerra a Gaza era sicura di archiviare una vittoria alle prossime elezioni a causa della profonda crisi che Hamas viveva nella Striscia.

Quello che molti palestinesi hanno considerato come una vittoria di Gaza ha provocato un’ulteriore erosione della legittimità dell’Anp in Cisgiordania e una crescente sfiducia nel suo approccio politico, basato solo su negoziati sbilanciati. La leadership Anp-Fatah gioca un ruolo importante nell’incrementare i danni alla sua stessa legittimazione a causa della sua incapacità e mancanza di volontà nel rispettare le promesse e nel trascinare Israele di fronte al diritto internazionale. Mahmoud Abbas, che ha ripetutamente promesso di portare Israele alla Corte Penale Internazionale, ha adesso rifiutato definitivamente di firmare lo Statuto di Roma che faciliterebbe il perseguimento dei leader e dei vertici militari israeliani coinvolti in crimini di guerra.

La leadership di Fatah giustifica il rifiuto di Abbas di firmare quel documento come strumento per impedire a Israele di sfruttare la Corte Penale. In altre parole, Israele potrebbe usarla per perseguire palestinesi accusati di ‘crimini di guerra’, compresi i leader e i combattenti di Hamas. Intanto, Hamas continua a insistere perché Abbas vada alla Corte. Il fallimento continuo di Abbas deriva dalle pressioni israeliane e statunitensi che hanno come conseguenza il ricatto dell’Anp, minacciata di perdere gli aiuti internazionali, e la punizione dello stesso Abbas.

Un altro problema fondamentale, che rende un vero accordo di unità impossibile, si basa sull’intenzione dell’Anp di monopolizzare gli strumenti della violenza a Gaza. È semplicemente un altro modo per disarmare le forze di resistenza nella Striscia, sostituendole con forze di sicurezza addestrate dall’Occidente, simili a quelle operative in Cisgiordania. Né Hamas né gli altri bracci armati a Gaza accetterebbero una simile richiesta, in qualsiasi circostanza.

Ma soprattutto la principale differenza tra Hamas e Fatah è data dalle loro visioni concorrenti e forse dai loro progetti contradditori. Lo spreco della storica opportunità di unire il fronte palestinese dopo la guerra di Gaza indica che l’unità palestinese è rimandata ancora una volta. Dato il crescente abisso tra i due gruppi, l’ottimismo su una potenziale unità, un’unità autentica, è senza fondamento nella migliore delle ipotesi, mitica nella peggiore. Nena News

Traduzione a cura della redazione di Nena News 

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Categorie: Palestina

IRAQ. Bombe francesi sull’Isis, venerdì di sangue a Baghdad

Sab, 20/09/2014 - 10:26

Oltre 20 morti nella capitale per l’esplosione di autobomba. Parigi inizia i raid aerei, Obama ottiene l’ok del Senato all’armamento delle opposizioni siriane. Occhi chiusi sulle cause dell’avanzata jihadista.

 

Un’auto esplosa lo scorso 10 settembre nel quartiere di New Baghdad, nella capitale (Foto: AP Photo/ Karim Kadim)

 

AGGIORNAMENTO ore 11.00 – LIBERATI OSTAGGI TURCHI. L’ISIS TAGLIA L’ACQUA A 800MILA IRACHENI

Secondo quanto riportato dal premier turco Davutoglu, i 49 ostaggi turchi catturati dall’Isis a Mosul sono tornati in Turchia accompagnati dall’intelligence. Non si hanno dettagli del rilascio. Tra loro bambini, diplomatici del consolato turco in Iraq e militari.

In Iraq, intanto, i miliziani dell’Isis hanno chiuso l’accesso al canale di irrigazione Mahroot, a nord est di Baqubah (provincia di Diyala), impedendo a 800mila iracheni di approvvigionarsi di acqua potabile e acqua per l’irrigazione dei campi.

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di Chiara Cruciati – Il Manifesto 

Roma, 20 settembre 2014, Nena News – Mentre Washington accumula denaro per le opposizioni siriane e i jet parigini iniziano a bombardare l’Iraq, nel paese non cessa il bagno di sangue figlio non solo dell’avanzata dell’Isis ma anche degli effetti della guerra civile in corso. Non passa giorno senza attacchi: ieri ad essere colpita è stata Imam Qasim, nord di Kirkuk, 10 vittime e 20 feriti. Morte anche nella capitale: quattro autobombe sono saltate in aria di fronte alla moschea sciita di al-Mubarak (nel quartiere di Karradah), nei mercati del sobborgo sciita di Nahrawan e di quello di Bayaa e in un parcheggio a Mahmoudiyah. Bilancio di almeno 20 morti e una cinquantina di feriti nell’ennesimo venerdì di sangue iracheno. 

La polizia ha puntato il dito contro lo Stato Islamico, ma per ora non ci sono rivendicazioni. L’offensiva del gruppo islamista sunnita, però, prosegue e si radica. Lo raccontano i residenti delle aree settentrionali e occidentali dell’Iraq, dove le milizie di al-Baghdadi dettano legge. Dopo l’emissione di documenti di identità e di nuovi curriculum scolastici, l’Isis ora ha creato la sua polizia, nella provincia di Ninawa, la prima ad essere occupata a giugno. Obiettivo, «implementare le leggi della giustizia religiosa», si legge in un sito web vicino al gruppo. Uomini vestiti di nero, con scritto sul braccio «Polizia Islamica dello Stato di Ninawa», sono chiamati a controllare checkpoint e strade, perquisire case, arrestare i criminali (ovvero chiunque si opponga alla causa di al-Baghdadi) e «reprimere il dissenso».

L’altra faccia della medaglia delle violenze esercitate in Iraq sono quelle compiute in Siria. Dopo la presa di 21 villaggi curdi vicino la città di Kobani, lungo il confine con la Turchia, oltre 4mila civili sono fuggiti per il timore delle violenze dell’Isis. Ankara ieri ha aperto i confini per permettere l’ingresso dei profughi, donne, uomini, bambini esausti, fuggiti a piedi o con mezzi di fortuna sotto i colpi di mortaio lanciati dai miliziani. Poche ore prima nella città di frontiera di Dikmetas erano scesi in piazza centinaia di curdi turchi, per protestare contro l’iniziale rifiuto delle autorità turche a permettere l’ingresso dei rifugiati. La polizia ha disperso la folla con lacrimogeni e cannoni ad acqua, fino al passo indietro di Ankara: «Accetteremo i nostri fratelli dalla Siria che scappano alla morte», ha detto il premier Davutoglu che ha aggiunto di voler estendere il mandato per il dispiegamento di truppe al confine con la Siria ma non ha confermato la notizia di una possibile zona cuscinetto lungo la frontiera.

La risposta della comunità internazionale pare un palliativo, che lavora a valle chiudendo gli occhi sulle cause a monte. La frammentazione dell’Iraq, a seguito dell’occupazione Usa, la mancata ricostruzione, la cancellazione dell’esercito e l’inasprimento dei settarismi interni si affiancano al sostegno più o meno diretto che i regimi sunniti hanno dato negli ultimi 15 anni ai gruppi islamisti impegnati a destabilizzare Damasco e Baghdad e arginare la crescente influenza iraniana. Di questo, ai meeting internazionali si evita di parlare. Meglio agire, con raid che alcuni generali statunitensi hanno definito inefficaci per l’assenza di una verifica di quanto accade sul terreno: che cosa si è colpito, dove, quali i danni arrecati all’Isis.

Quale la percezione e la volontà dello stesso governo iracheno: ieri l’Ayatollah al-Sistani, leader religioso sciita nel paese, ha ricordato la necessità di «garantire la sovranità e l’indipendenza» dell’Iraq. Una reazione che fa eco a quella del premier al-Abadi che ha tenuto a precisare che truppe straniere sul suolo iracheno non saranno le benvenute. Ma intanto ai droni statunitensi si sono uniti i jet Rafale francesi di stanza negli Emirati arabi: Parigi, dopo sole 24 ore dall’annuncio di Hollande, ha lanciato i primi quattro raid contro la città di Zumar (decine di miliziani uccisi, secondo l’esercito iracheno) e distrutto un deposito dell’Isis che conteneva veicoli, armi e carburante.

La Francia diventa così il primo paese ad impegnarsi militarmente al fianco del presidente Obama che ha pubblicamente ringraziato Parigi. Poco prima, giovedì notte, la Casa Bianca incassava con 78 voti a favore e 22 contrari anche l’ok del Senato – dopo quello della Camera, ottenuto mercoledì – all’avvio del programma di addestramento e armamento delle opposizioni siriane al presidente Assad. Un pacchetto da 500 milioni di dollari che sarà implementato entro i prossimi tre mesi.

Come i deputati prima di loro, anche i senatori non hanno nascosto malcontento e scetticismo. Poco prima del voto, i senatori democratici avevano precisato di non voler votare risoluzioni sull’operazione in Siria e Iraq prima delle elezioni di medio termine, a novembre. Eppure Obama ha finto soddisfazione per il risultato finale e un’unità che non c’è: «Siamo più forti come nazione quando il presidente e il Congresso lavorano insieme – ha scritto in un comunicato la Casa Bianca –Questi terroristi pensavano di poterci intimidire. Americani, noi non abbiamo paura». E una strategia reale ce l’hanno? Secondo il segretario alla Difesa Hagel, l’esercito ha già preparato un piano per colpire l’Isis nel nord della Siria, ma i timori restano. Damasco, cuore del mondo arabo, non è Baghdad e un intervento non coordinato con il governo potrebbe avere ripercussioni difficili da prevedere.

 

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Categorie: Palestina

Il sindaco di Gerusalemme: “Pugno duro contro l’Intifada silenziosa”

Sab, 20/09/2014 - 09:56

Oltre 760 arresti in tre mesi, di cui 260 minorenni: la crociata di Barkat contro gli adolescenti palestinesi. In Cisgiordania, cresce la protesta dei beduini minacciati di deportazione.

 

Proteste a Gerusalemme durante il mese di Ramadan

 

di Michele Giorgio – Il Manifesto 

Gerusalemme, 20 settembre 2014, Nena News – Oltre 700 arresti di palestinesi in tre mesi, in buona parte ragazzini, non sono sufficienti per il sindaco israeliano di Gerusalemme, Nir Barkat, che giovedì sera ha avvertito che sarà usato il pugno di ferro contro gli «arabi», per mettere fine a quella che ha descritto come l’«Intifada silenziosa» in atto nella zona Est (occupata del 1967) della città.

«Voglio essere chiaro su di un punto, useremo la mano pesante nei confronti di chi fa violenza di qualsiasi tipo, non accetteremo lanci di bottiglie molotov contro le stazioni del tram e le case ebraiche», ha scritto Barkat sul suo profilo Facebook, in riferimento alle proteste palestinesi a Gerusalemme Est divampate dopo l’assassinio, a giugno, dell’adolescente Mohammed Abu Khdeir e continuate con l’inizio dell’offensiva «Margine Protettivo» contro Gaza.

Il sindaco ha colto l’occasione per tirare le orecchie ai giudici, a suo dire troppo «permissivi», perché hanno rimesso in libertà molti degli arrestati. Quindi ha rassicurato i residenti israeliani che qualche giorno fa avevano organizzato una contestazione contro il ministro della pubblica sicurezza Yitzhak Aharonovitch, accusato di non avere ancora schiacciato le proteste palestinesi, e il comune che ha dato il via libera a un (rarissimo) progetto di edilizia popolare nel settore arabo della città.

I «violenti» palestinesi contro i quali il sindaco Barkat intende usare la mano pesante sono adolescenti, quasi tutti. Più che di Intifada silenziosa si dovrebbe parlare di Intifada dei bambini, dei ragazzini. Proprio ieri il quotidiano Haaretz riferiva che dei 760 palestinesi arrestati negli ultimi due mesi, 260 erano minorenni e fra di essi figurano anche bambini fra i 9 e i 12 anni, non perseguibilipenalmente e che finiscono ugualmente nelle jeep della polizia durante la caccia al dimostrante.

Il clima si è fatto incandescente da quando sono stati uccisi a Gerusalemme Mohammed Abu Khdeir, 16 anni (bruciato vivo da estremisti israeliani in risposta all’uccisione di tre giovani ebrei in Cisgiordania) e, più di recente, un altro adolescente, Mohammed Sikronot (dalla polizia).

Uccisioni alle quali bisogna aggiungere i circa 500 bambini e ragazzi palestinesi morti sotto i bombardamenti israeliani su Gaza tra luglio e agosto. Il pugno di ferro di cui parla Barkat in realtà va avanti da tempo e i giudici non sono stati così teneri con i palestinesi come afferma il sindaco. Lo confermano anche gli arresti, a inizio della settimana, di sei ragazzi sospettati di aver partecipato all’attacco di una stazione di servizio, tutti di età compresa fra 13 e 15 anni. Le famiglie accusano la polizia d’aver agito senza prove e sulla base di confessioni estorte con la forza.

Da parte sua Haaretz riferisce alcuni casi estremi, fra cui il fermo per molte ore, questa settimana, di bambini di 8-9 anni, in seguito a lanci di pietre e bottiglie vuote contro auto della polizia nel quartiere di Wadi Joz.

Non lontano da Gerusalemme, nella Cisgiordania occupata, intanto sale la protesta di tre tribù beduine palestinesi minacciate di deportazione nella nuova «cittadina», Talath Nueima, vicino a Gerico. Due tribù, i Jahalin e i Cabaneh, si oppongono strenuamente al piano delle autorità israeliane che prevede l’abbandono forzato delle loro terre situate nelle vicinanze di Gerusalemme.

La terza tribù, i Rashaida, chiede una revisione dei progetti annunciati. Per le autorità israeliane non ci sarebbe alcun problema: una volta «insediati» nella nuova località, i beduini potranno ricevere «migliori servizi sociali». Da parte di chi non si sa. Il piano di deportazione non tiene in alcun conto le necessità di popolazioni abituate alla vita nomade, che si sostengono con la pastorizia. Haaretz, che ha dedicato alla vicenda un editoriale, ipotizza che il tentativo di spedire i beduini a Gerico potrebbe essere stato concepito dal governo Netanyahu per sgomberare terreni necessari a un’ulteriore estensione di insediamenti colonici ebraici.

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Categorie: Palestina

Palestinians fleeing Syria charged $400 per month to rent garages in Beirut

Sab, 20/09/2014 - 09:20

Palestinian refugees protested in Beirut against the discriminations they are subjected in Lebanon: lack of school, loss of residency permits, forced deportations, ack of support from Unrwa.

 

 

by Moe Ali Nayel – The Electronic Intifada

Beirut, 20th September 2014, Nena News – On Tuesday, 9 September, Palestinian refugees from Syria descended from across Lebanon to Beirut. They gathered in a group of approximately two hundred to protest outside the UN refugee agency UNHCR’s headquarters in the capital’s Jnah neighborhood. The protest was called by Syria’s Palestinians in Lebanon, an organization that draws attention “to all the humiliation and insults” they are subject to in Lebanon. At the protest, Palestinian refugees described the dire conditions they face in Lebanon.

A middle-aged man, Omar, stood warily on the sidewalk facing the UNHCR building. A resident of Yarmouk refugee camp near Damascus, which has been under siege since June 2013, Omar was sandwiched between his teenaged son and daughter. He held onto his family in the absence of his wife who he said was “taken by death in Yarmouk last year.” Omar explained that “it’s very difficult for a father to support his family.” Then he went silent.

He began to grow uncomfortable as his son and daughter looked at him from both sides, waiting for him to continue. The widowed father’s sleep-deprived eyes broke into tears as he spoke again. “We don’t know what to do,” he said. “We’ve lost everything in Syria and we can’t return to Yarmouk. No one wants to help us; we can’t stay in Lebanon.”

Firm demands

Palestinian refugees from Syria came to the protest with a list of demands they delivered to UNHCR representatives. The demands include lifting the ban on renewing residency permits for those who have been in Lebanon for more than a year; ending forced deportation; lifting the closure of the Syrian-Lebanese border; addressing the lack of adequate financial support from UNRWA, the UN agency for Palestine refugees; and securing the right to asylum in European countries.

Tarik Sakhnin, 23, was studying journalism at Damascus University before he fled to Lebanon two years ago. He told The Electronic Intifada: “This is not a protest. This is us trying to confront the world, trying to say we are here we are living in hard times. We are here because we refuse to die silent.” Sakhnin said that Palestinians from Yarmouk and other refugee camps in Syria want to return to Palestine, not to “the unknown of today’s Syria.”

Most Palestinians in Syria are refugees from the 1948 ethnic cleansing of Palestine and their descendants. Israel refuses to respect the right of Palestinian refugees to return to their land and property. “The majority of us came here today in the hope we can get the right to apply for asylum to Europe, and once we get a European passport, we want to return to Palestine,” Sakhnin added.

The severity of circumstances Palestinians have experienced has pushed many to take desperate measures in hope of a better life, including undertaking treacherous journeys by small boats to other countries across the Mediterranean. “Many of us have nothing left to live for in life so we take the only option available now, we go and take death boats, risk it all and hope we get to Europe alive,” explained Sakhnin.

The plight of Palestinian refugees from Gaza and Syria came to the fore in recent days. Approximately five hundred refugees, many of them Palestinians, were drowned during the deliberate sinking of a vessel by human traffickers in the Mediterranean.

Subjected to violence

Refugees from Syria sheltering in Lebanon have been subjected to public, violent resentment from Lebanese citizens as well as raids in which security forces look for the most trivial pretext to attack, arrest or deport people back to Syria. The violence in Syria has impacted Lebanon. Most recently, Lebanese soldiers have been captured by the group Islamic State in the town of Arsal, close to Lebanon’s border with Syria, in multiple incidents over the past two months. There has also been fighting between the Lebanese army and the Islamic State in the Bekaa Valley, where Arsal is located.

Um Muhammad, 48 years old, is another Palestinian refugee to have fled Syria. She and her family have been living in Lebanon’s Rashidieh refugee camp for the past two years. “In Rashidieh, there is no security or safety — my six girls and only son and I live in a garage,” she said. “We pay a monthly rent of $100 and another $50 for electricity.” She explained that they are forced to search for food every day, foraging for edible plants to eat.

“A Palestinian mother will have to come up with a miracle,” she added, to nourish her family under such circumstances. Throughout the month of Ramadan earlier this summer, Um Muhammad said that she only received one portion of food aid which only lasted a few days, and UNRWA stopped giving her family financial aid to pay their rent.

“Our people, those political factions in the camp, are against us,” she said. “They raised the rent for everyone and then turned to us and blamed us. They said, you Syrians raised the prices, and so in turn, Palestinians from Lebanon believe that it was us who made their situation worse than it was.”

Deprived of education

Um Muhammad’s children will not be going to school this year. This is the second school year they have missed. The Lebanese education ministry announced recently that priority will be given to Lebanese children. The other 400,000 non-Lebanese pupils will have to wait and see if there will be available teachers and seats in government-run schools.

According to UNRWA, more than 53,000 Palestine refugees from Syria were seeking safety and shelter in Lebanon in April this year. Most of them have gone to the coastal city of Saida and to refugee camps further south. Some Palestinians who fled from Syria now residing in Shatila camp in Beirut live inside garages and pay a steep rent of up to $400 a month for such inadequate spaces.

“Dilemma”

According to one international aid worker who operates relief programs in the south of Lebanon, Palestinian refugees from Syria have been excluded from the relief programs funded by UNHCR. “One day last winter, we were distributing winter kits [containing thick blankets and mattresses] at the area of distribution for Syrian refugees,” said the worker, who spoke on condition of anonymity.

“Our team was approached by two Palestinian families from Syria,” the aid worker recounted. “They were obviously eligible to get a kit, but our team leader was faced with a moral dilemma: UNHCR provides us with data of beneficiaries from the program and those two families were not listed because they are [Palestinian refugees from Syria]. We knew if we gave them kits and listed them as additional beneficiaries, UNHCR might stop our funding and we would all lose our jobs. Finally, we decide to give both families kits without listing them.”

UNHCR is only mandated to offer relief to Syrians fleeing from Syria, and not Palestinians, even though they are fleeing the same war.

Majida is a 34-year-old schoolteacher and mother of three who once had her own two-bedroom apartment in Yarmouk. Today, she shares a one-bedroom apartment with her brother-in-law and his family in Saida refugee camp.

“My three children and I risked deportation by coming here [to the protest] today. Our residency permit expired last year and if we are stopped at a checkpoint we will get deported back to Syria,” she said.

Majida bitterly denounced the favoritism that influences decisions about which families receive aid. She said that some families who know aid workers or who are affiliated with certain political parties receive monthly help.

“I am not going to beg this or that man from the political parties,” she exclaimed. “We will not die from hunger … We are forced to be in Lebanon in exile — it is not as if we are here on a vacation.”

Moe Ali Nayel is a freelance journalist based in Beirut. 

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Categorie: Palestina

SIRIA. La battaglia per la conquista di Kobani

Sab, 20/09/2014 - 08:48

Da più di 48 ore nella zona di Kobani, a nord della Siria, si susseguono violenti scontri tra i combattenti curdi dell’YPG e i jihadisti dell’Isis. Si cerca di scongiurare un nuovo massacro, dopo quello degli yazidi, dei turcomanni e dei cristiani.

 

 

 

di Federica Iezzi

Aleppo, 20 settembre 2014, Nena News – Iniziato l’assedio da parte dei combattenti dell’Isis di 24 villaggi curdi nell’area di Kobane (Ayn al-Arab), nel nord della Siria, vicino al confine con la Turchia. Gli attacchi nelle ultime 48 ore hanno coinvolto carri armati e artiglieria pesante, fucili d’assalto, kalashnikov e granate. Continuano i bombardamenti dell’Isis nei villaggi di Barkel e Qihida a sud di Kobane. Questa notte presi altri 3 villaggi nei pressi del fiume al-Forat, ad ovest di Kobane. Per ora nessuna informazione sul numero di vittime.

Il violento assalto ha spinto i civili ad abbandonare le proprie case nel timore di ritorsioni da parte dei jihadisti. Circa 3.000 rifugiati tra uomini, donne e bambini sono arrivati al confine turco nella notte. Hanno lasciato le loro case, nei villaggi circondati dalle forze dell’Isis, e hanno camminato per almeno 10 chilometri senza acqua né cibo. I più piccoli, avvolti in coperte di fortuna, sono arrivati in stato di disidratazione marcata.

Già dallo scorso mercoledì, aree ad ovest di Kobani, battevano la bandiera nera dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria. L’Isis ha cercato di stabilire il controllo su una fascia di territorio vicino al confine con la Turchia, ha tentato l’espansione verso est, fuori dalle proprie roccaforti, nelle province di al-Raqqa e Der Ezzor, al confine con l’Iraq. L’intera area curda di Kobani, nella zona di Aleppo, è sempre stata  una spina nel fianco per i ribelli jihadisti, fonte di pesanti passati insuccessi. Oggi Kobani è una piccola tasca di terreno siriano, isolata dalle vaste aree di territorio controllato dall’Isis e dalle aree controllate dalle forze fedeli al presidente Bashar al-Assad. E’ difficile da difendere.

I 50.000 combattenti siriani dell’YPG, Unità di Protezione Popolare, hanno richiesto al governo turco urgenti aiuti nella lotta contro l’Isis, nel nord della Siria. Il governo di Davotoglu ha assicurato aiuti ai rifugiati siriani curdi. In un conflitto che contrappone militanti curdi contro gli estremisti sunniti, armare il PKK e l’YPG rimane ancora un dilemma. 46 cittadini turchi sono ancora oggi in ostaggio in Iraq, nelle mani dell’ISIS.

I rapporti tra l’YPG e il governo siriano di al-Assad rimangono ambigui. Finora l’YPG non sarebbe stato supportato dalle forze di Damasco. Invece sembrano rafforzarsi i rapporti con i gruppi di insorti non islamici, nella provincia di Aleppo. Per più di un anno, combattenti dell’ISIS e milizie curde si sono affrontati in lotte feroci, in diverse zone del nord della Siria, dove le grandi popolazioni curde risiedono. Gli scontri sono solo un aspetto della più ampia guerra civile in Siria.

Intanto si ripetono massacri e rapimenti di donne nelle aree sequestrate di recente. I timori della comunità internazionale sono puntati sul rivivere le atrocità degli yazidi, nella regione di Sinjar, nel vicino Iraq mentre in Siria proseguono gli scontri tra i ribelli siriani e l’ISIS a Dabeq, nel governatorato di Aleppo. Bombardamenti dalle forze di al-Assad sui villaggi di Nahya Aqirbat, Hamada Omar, Kafar Zita, Demo e Tal al-Meleh, nella provincia di Hama, e sui vilaggi di al-Bab, Balat e al-Jaboul, vicino Aleppo, tutti controllati dall’Isis. Nena News

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Gaza e le barche della morte

Sab, 20/09/2014 - 08:26

La nuova tragedia della Striscia: centinaia di giovani fuggono a bordo dei barconi dei contrabbandieri di uomini in cerca di una vita migliore. Responsabile è l’occupazione israeliana, il silenzio dei paesi arabi e i governi occidentali.

 

 

di Meri Calvelli

Roma, 20 settembre 2014, Nena News – Altro disastro umanitario sta “aspettando al varco” la popolazione palestinese della Striscia di Gaza; dopo la brutale guerra, ma ancor di più il brutale e duraturo assedio sulla popolazione, centinaia di giovani stanno tentando la fuga dalla morte lenta che offre la loro terra di Palestina. E’ però una fuga dalla morte, illusoria, in quanto alla morte, anche se in altro modo, non sfuggono; vanno incontro ad un ennesimo disastro, questa volta condotto da maledetti contrabbandieri di esseri umani avidi e criminali, tanto quanto chi scatena le guerre sulla popolazione civile. Convincono centinaia di disperati, lì come in tutte le zone di conflitto mondiale, a fuggire, a procurarsi un “passaggio”, ammaliati dalla facilità di approdo, inconsapevoli però di quello che li attende nel mare.

Per Gaza è un fenomeno nuovo, non si era mai verificato in precedenza che cittadini di Gaza se ne andassero in numeri così consistenti e soprattutto che usassero un mezzo di disperazione così grande come gli scafisti clandestini. La disperazione e l’ultima distruzione totale di Gaza, ha forzato molti giovani ad andarsene. Responsabile è l’occupazione militare che nessuno vuole fermare; connivente è l’Egitto che ha permesso la chiusura e l’assedio della Striscia di Gaza per anni e anni e che nemmeno durante la guerra criminale tra Israele e Hamas, ha aperto uno spiraglio di speranza verso la popolazione civile che cadeva inerme sotto le bombe.

Sono una vergogna i regimi arabi, ricchi sfondati, che continuano ad accumulare miliardi di dollari in banche estere investendo su progetti di sperimentazione militare, facendo prosperare l’economia dell’occidente, americana e europea; sono responsabili di questa tragedia perché hanno chiuso le porte in faccia a tutti gli arabi che fuggivano dalla morte e dalla miseria come è il caso dei siriani, degli iracheni, dei libici.

E ancora sono responsabili i governi occidentali che hanno fatto affari sulle ricchezze dei paesi arabi, senza concedere niente alla povera gente, solo leggi, divieti e repressione per chi è  fuggito dalle loro guerre.

E’ una tristezza enorme vedere oggi migliaia di morti innocenti, donne uomini bambini e anche da Gaza, per lo più giovani, che fuggono dalla disperazione, sacrificando ancora una volta la loro vita per cercare un lavoro e una opportunità per il futuro della famiglia che lasciano di la del Mediterraneo. Ancora una volta martiri, di nuovo profughi.

Un appello all’Italia affinché non si renda partecipe di questa tragica ecatombe e che apra le frontiere all’accoglienza e al passaggio della popolazione che vuole dirigersi verso mete diverse. Ma un appello anche alla popolazione di Gaza affinché invece non cada in questo delirio di fuga verso la “morte certa” che viene prospettata dai contrabbandieri avidi di denaro e incuranti della vita altrui, con barche e altri mezzi di fortuna non legali e non sicuri. Un appello a non andare via, a non abbandonare Gaza. Nena News

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Allarme del Pkk: l’Isis avanza in Siria

Ven, 19/09/2014 - 08:29

Gli islamisti conquistano 21 villaggi curdi al confine con la Turchia Nuovo video di minacce dei jihadisti, con l’ostaggio John Cantlie.

di Chiara Cruciati

Roma, 19 settembre 2014, Nena News – L’avanzata dell’Isis prosegue sugli schermi. Dopo il video di martedì in cui minaccia le truppe Usa nel caso rimettano piede in Iraq, ieri strumento di propaganda del califfo al-Baghdadi è stato l’ennesimo prigioniero delle milizie jihadiste: nel video John Cantlie, fotogiornalista britannico, dichiara di essere stato catturato e di voler rivelare la verità sugli obiettivi dell’Isis in Siria e Iraq.

«So quello che pensate – dice Cantlie – ‘Lo sta facendo perché ha una pistola puntata alla testa’. Non nego di essere prigioniero ma da quando sono stato abbandonato dal mio governo non ho niente da perdere». Il conflitto con l’Isis «è un’altra guerra che non sarà vinta. Dirò la verità sul sistema e le motivazioni dello Stato Islamico», aggiunge facendo prevedere che, a differenza degli ostaggi giustiziati prima di lui, potrebbe essere usato come strumento di propaganda, magari in messaggi futuri, come lo stesso Cantlie afferma alla fine del video di tre minuti e mezzo. Il reporter era stato catturato in Siria a novembre del 2012 insieme a Foley, la prima vittima occidentale dei miliziani dell’Isis. Una parodia, la definiscono i media occidentali, a cui ieri – prima della pubblicazione del video – avevano reagito le comunità musulmane britanniche.

Oltre 100 imam di tutto il paese hanno firmato una dichiarazione nella quale chiedono all’Isis di liberare l’altro ostaggio britannico, il cooperante Alan Henning, minacciato di morte per decapitazione: «Noi, imam musulmani britannici, organizzazioni e individui, esprimiamo orrore e repulsione per l’omicidio senza senso di David Haines ndr] e per le minacce al nostro concittadino Alan Henning», un atto contrario al Corano, «il più condannabile dei peccati compiuto non da musulmani ma da mostri». Nelle stesse ore, però, proseguiva inarrestabile l’offensiva dei miliziani di al-Baghdadi: ieri, a bordo di carri armati, hanno assunto il controllo di 21 villaggi curdi nel nord della Siria, al confine con la Turchia. Le comunità si trovano intorno alla città di Kobani, circondata dalle milizie jihadiste: «Abbiamo perso i contatti con la maggior parte dei residenti dei villaggi occupati dall’Isis», ha detto il vice capo delle forze armate curde della città, che ha riportato di brutali violenze commesse contro i civili e della fuga di massa dei residenti. L’obiettivo appare chiaro: assumere il controllo della fascia di territorio che da Aleppo (target dell’Isis) e Raqqa e Deir a-Zor (sue roccaforti) corre lungo la frontiera con la Turchia. Una notizia che giunge insieme all’appello del Pkk ai curdi turchi perché imbraccino le armi contro lo Stato Islamico e partano per Kobani. E arriva anche insieme all’avvistamento di un drone nel cielo siriano, a nord, vicino alle aree in mano all’Isis. Che si tratti degli aerei di ricognizione che il presidente Obama aveva annunciato di voler inviare? Per ora nessuna conferma, mentre dalle stanze dei bottoni statunitensi la Casa Bianca ottiene il via libera all’intervento.

Mercoledì la Camera ha approvato il piano di equipaggiamento e addestramento delle opposizioni siriane moderate (nonostante la notizia del patto di non aggressione siglato dai ribelli vicini all’Esercito Libero Siriano con l’Isis). Una luce verde che non cancella i dubbi intorno alla nuova crociata Usa: a votare sì sono stati 273 deputati, 156 i contrari per lo più tra le file democratiche (che hanno annunciato che voteranno raid contro l’Isis solo dopo le elezioni di mid term, a novembre) . E i repubblicani che hanno sostenuto il presidente lo fanno rimarcando il loro scetticismo verso l’operazione, considerata troppo limitata e con scarse chance di successo. E mentre da Parigi il presidente Hollande annunciava l’avvio di raid aerei sull’Iraq, per ieri sera era previsto il voto del Senato Usa sullo stesso emendamento promosso dalla Camera. Se scettici sono gli stessi parlamentari Usa, c’è poco da stupirsi per le dichiarazioni rilasciate ieri dal presidente iraniano Rowhani all’emittente Nbc: dopo aver accusato i miliziani dell’Isis di essere dei selvaggi che «vogliono uccidere l’intera umanità», ha definito «ridicola» la coalizione messa in piedi da Obama e formata da quasi 40 paesi. «Se vogliono usare droni così nessun americano resterà ferito, è davvero possibile combattere il terrorismo? – ha detto il presidente iraniano in riferimento alla promessa della Casa Bianca di non inviare marines – In ogni caso i raid aerei dovrebbe avere luogo solo con il permesso del popolo di quel paese e del suo governo».

Un riferimento alla porta sbattuto in faccia dagli Usa all’asse Teheran-Damasco che nelle scorse settimane aveva aperto alla cooperazione con l’Occidente contro l’Isis, proposta rigettata dagli Stati uniti che con Assad non intendono parlare. Preferiscono armare quelle opposizioni che con lo Stato Islamico sono venute a patti e rafforzare l’alleanza con i regimi sunniti del Golfo che permettano a Washington di indebolire l’asse sciita Iran-Siria. Anche se quei regimi sono i burattinai dietro la creazione dell’Isis. Nena News

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Richard Falk: due tipi di antisemitismo

Ven, 19/09/2014 - 07:40

E’ estremamente infelice considerare le critiche a Israele, anche se formulate in termini forti, salvo che si tratti di incitamento all’odio, come antisemitismo, scrive l’ex Relatore dell’Onu per i diritti umani nei Territori Occupati, Richard Falk

di  Richard Falk 

Centro Studi Sereno Regis

(traduzione di Giuseppe Volpe)

 Contrariamente a gran parte del pensiero convenzionale che tratta l’’antisemitismo’ esclusivamente come forma di odio etnico, c’è un secondo tipo di atteggiamento che è accusato di essere ‘antisemitismo’ perché è critico, spesso legittimamente, del sionismo e delle politiche e pratiche di Israele. Questo secondo tipo di presunto antisemitismo è una tattica impiegata per screditare i critici di Israele insistendo che non andrebbero distinti la critica di Israele e l’odio del popolo ebraico. Questi due tipi distinti di antisemitismo operano in disaccordo tra loro e anche se possono esistere situazioni in cui si sovrappongono è pericoloso farne una cosa sola.

E’ piuttosto insolito anche per i critici più aspri del comportamento del governo USA essere censurati come antiamericani, salvo a volte nel mezzo di crisi internazionali della sicurezza, ma anche allora tali accuse solitamente riflettono l’atteggiamento di patrioti ignoranti o di estremisti che si identificano con la destra della politica statunitense. Inoltre tali accuse, anche se sgradevoli, mancano dello stigma dell’antisemitismo, che porta con sé un’implicita accusa secondaria di indifferenza all’Olocausto, al genocidio nazista e alla lunga storia di persecuzioni dirette contro gli ebrei. A mio parere questa etichettatura dei critici di Israele come ‘antisemiti’ è una forma miope di disdicevole propaganda statale, generalmente messa in atto all’estero da gruppi sionisti fanatici e in parte responsabile di una reazione emergente che si esprime nell’odio e nell’ostilità contro gli ebrei. Questa è una materia estremamente delicata che quasi certamente è trattata emotivamente in un modo plasmato da forti allineamenti ideologici a favore o contro il modo in cui Israele si è comportato dalla sua discussa creazione nel 1948 e in rapporto agli atteggiamenti nei confronti di stretti collegamenti tra il movimento sionista e il popolo ebreo.

L’antisemitismo di tipo I è una forma di razzismo virulento, caratterizzata da odio e invidia e che conduce a forme molteplici di ostilità nei confronti degli ebrei. E’ stato spesso accompagnato da un forte sostegno governativo e sociale a una reazione punitiva nei confronti degli ebrei per salvaguardare la religione e l’etnia dominanti e per affermare i valori e le tradizioni della comunità politica non ebrea, supposta sotto minaccia in conseguenza delle attività ebree; storicamente l’antisemitismo di tipo I fa risalire le sue radici storiche alle origini e all’ascesa della cristianità, rafforzato in secoli successivi da restrizioni europee alla proprietà ebrea di terre e di habitat concessi che indussero gli ebrei a concentrarsi su denaro e attività bancaria, creando una stretta relazione tra ebrei e ascesa del capitalismo, specialmente del capitale finanziario.

Casi estremi di antisemitismo di tipo I comportano la presa del potere statale da parte di un atteggiamento antisemita, come esemplificato dalla Germania di Hitler. Ha anche rilievo osservare che l’antisemitismo era relativamente raro nel mondo islamico, che sosteneva la libertà di culto delle minoranze religiose, pur affermando un ruolo egemone dell’Islam, specialmente nell’era del califfato ottomano. Fino ai problemi generati dal sionismo l’antisemitismo non era un problema serio nel Medio Oriente dove gli ebrei nella maggior parte dei paesi arabi erano trattati come una religione autentica e una minoranza rispettata. In tutta la storia moderna gli ebrei hanno sofferto prevalentemente a causa dell’antisemitismo europeo, con la Russia considerata come parte dell’Europa.

In Germania la presa nazista del potere statale e l’abuso di esso hanno condotto per gradi ai campi della morte, al genocidio su vasta scala, cui è stato attribuito il suo status storico distintivo con divenir noto come Olocausto. Quest’attuazione genocida dell’antisemitismo era stata preparata dall’ideologia nazista e dalle sue feroci e dichiarate pratiche discriminatorie, che demonizzavano gli ebrei assieme al popolo Rom e ad altri considerati inadatti a propagare gli ariani, proposti come razza padrona. L’antisemitismo di tipo I nelle società cristiane dopo il nazismo è generalmente scomparso dietro una spessa nuvola di senso di colpa e di negazione legata al passato, anche se persistono tenui modelli di pregiudizio sociale. Questi modelli implicano una varietà di esclusioni e discriminazioni, che vanno da modi informali e inespressi di discriminazione nel lavoro e nella vita sociale alla profilazione etnica che richiama l’attenzione pubblica su aspetti sfavorevoli dell’aspetto fisico o del comportamento attribuiti agli ebrei e comprende battute che perpetuano visioni stereotipe dell’”ebreo”. Tali atteggiamenti sociali sono in una certa misura compensati da un vasto riconoscimento dei risultati e dell’influenza degli ebrei, sproporzionati rispetto al loro piccolo numero e dalla considerevole resistenza del popolo ebreo nei secoli, pur avendo affrontato molte sfide spaventose.

Il Sionismo Cristiano, cosiddetto, è meglio considerabile come un avallo indiretto all’antisemitismo di tipo I che si cela sotto il velo di un ardente sostegno a Israele come stato e al sionismo come movimento. La sua animosità antisemita è diretta contro gli ebrei della diaspora, derivando da una lettura del Libro delle Rivelazioni che prevede che la Seconda Venuta di Gesù avrà luogo soltanto quando tutti gli ebrei saranno tornati nello stato ebraico di Israele. Per promuovere quest’affermazione profetica il sionista cristiano favorisce intraprendere passi per incoraggiare gli ebrei a emigrare in Israele e da questo punto di vista è in accordo con la tendenza più influente del pensiero sionista. L’ulteriore carattere antisemita del Sionismo Cristiano è diretto a una fase successiva del Giudizio Universale, un tempo di resa dei conti in cui tutti quelli che non avranno abbracciato la fede cristiana saranno consegnati alla dannazione permanente. Nonostante questo fulcro antisemita Israele si è legato ufficialmente ed esistenzialmente al Sionismo Cristiano, dando alla sua organizzazione uno status diplomatico e apprezzandone il sostegno incondizionato all’interno della scena politica statunitense. Questo collegamento tra Israele e il Sionismo Cristiano costituisce un patto faustiano e opera per spostare l’equilibrio politico negli Stati Uniti in una direzione israeliana ancor più di quanto sarebbe stato normale.

L’antisemitismo di tipo II si presenta in due varianti diverse. La prima variante è quella che potremmo chiamare “una marca araba di antisemitismo”, che assume la forma di condanna degli ebrei e del popolo ebraico per aver impiantato uno stato ebraico in Israele. La rabbia è diretta contro Israele anche perché assicura un diritto di ritorno a tutti gli ebrei di tutto il mondo negando contemporaneamente qualsiasi diritto al ritorno a ogni palestinese, negando tale diritto persino a quei palestinesi e loro discendenti che o fuggirono o furono espulsi dalle loro case nel 1948. Questo tipo di fusione di un progetto statale con l’etnia del popolo coinvolto è inaccettabile ed è una forma di propaganda antistatale che assume una forma odiosa prendendo di mira un’etnia sommata a un’entità politica. La maggior parte degli arabi che non sottoscrive tale orientamento è attenta a tracciare la distinzione tra Israele come fenomeno politico illegittimo e gli ebrei come etnia distinta e geograficamente dispersa. E’ importante, anche, non qualificare gli arabi come ‘antisemiti’ perché alcuni in effetti superano il confine di questo odio etnico.

La seconda espressione dell’antisemitismo di tipo II, abbastanza stranamente, sottoscrive indirettamente l’antisemitismo arabo affermando che l’ostilità allo stato di Israele non può essere distinta dall’ostilità al popolo ebraico. La disputa centrale è che una forte critica di Israele come stato ebraico o diretta contro il progetto sionista o esprimente una forte disapprovazione per le politiche e pratiche di Israele sono espressioni appena mascherate di odio nei confronti degli ebrei come popolo e del giudaismo come religione. I promotori di quella che potrebbe essere chiamata la “marca sionista dell’antisemitismo” fanno del loro meglio per far credere alla gente che i due tipi di preoccupazione non sono appropriatamente distinguibili. In questo modo i critici di Israele sono denigrati come “antisemiti” nel senso autentico dell’odio contro gli ebrei. Se gli stessi ebrei diventano fortemente e visibilmente critici di Israele sono marchiati da “ebrei che odiano sé stessi” o semplicemente messi assieme agli antisemiti di tipo I. Con questo non si vuole negare che alcuni ebrei, per un profondo atteggiamento psicologico, possano effettivamente odiare la loro identità ebraica e cercare con forza di sottrarsi a essa, ma criticare Israele e rifiutare il sionismo non dovrebbero essere usati come prova di odio di sé. In realtà alcuni antisionisti basano le loro idee su forti convinzioni che il sionismo sia un tradimento dei valori e della tradizione ebraica e mostrano grande orgoglio per la loro eredità ebrea.

Ricordo un incontro a Cipro più di un decennio fa con lo specialista dell’hasbara [propaganda filo-israeliana – n.d.t.] professor Gerald Steinberg dell’Osservatorio ONU [ONG filosionista; vedere anche oltre – n.d.t.]  e l’ambasciatore israeliano nella Cipro greca in una riunione dell’Inter-Action Council dedicata alla risoluzione dei conflitti in Medio Oriente. L’Inter-Action Council è formato da ex capi di stato e io ero stato invitato come “risorsa”. Quella sessione era sul conflitto israelo-palestinese ed era presieduta da Helmut Schmidt, l’ex cancelliere tedesco. Nella discussione i partecipanti israeliani avevano sostenuto con forza che Israele, il sionismo e l’identità ebraica erano un’unità e che qualsiasi critica diretta a una delle tre prospettive era un attacco alle altre due. Io sono intervenuto per dire che dissentivo vigorosamente da una simile idea e che mi sentivo un ebreo con un atteggiamento critico nei confronti sia del comportamento di Israele sia delle pretese sioniste. Successivamente diversi partecipanti, tra cui il signor Schmidt, mi hanno ringraziato per aver detto quello che loro credevano ma mi hanno detto che non potevano dire perché temevano che sarebbe stato trattato come prova del loro antisemitismo. Per contro Steinberg è stato molto ostile dopo la riunione, informandomi in modo perentorio che i miei commenti erano stati “assolutamente di nessun aiuto”.

Secondo me è estremamente infelice considerare le critiche a Israele, anche se formulate in termini forti, salvo che si tratti di incitamento all’odio, come antisemitismo. L’antisemitismo di tipo II ha diverse gravi conseguenze indesiderabili: fa una cosa sola di un valido rifiuto dell’odio etnico e di tentativi illegittimi di etnicizzare o screditare le critiche a Israele e al sionismo; fa credere a molti non ebrei che se sono critici di Israele saranno ingiustamente screditati come antisemiti e gli ebrei sono indotti a temere che saranno considerati odiatori di sé, in tal modo inibendo le critiche a Israele e al sionismo. Per questo motivo consente a Israele di nascondere le sue politiche e pratiche criminali nei confronti del popolo palestinese invocando la memoria dell’Olocausto e la lunga storia di persecuzioni degli ebrei e in tal modo inibendo le critiche. Inoltre induce molti a credere che non ci sia differenza tra l’identità ebraica e la solidarietà sionista. Ciò promuove una tendenza di alcuni non ebrei a considerare gli ebrei una categoria etnico-politico-religiosa anche se non hanno alcun rapporto con lo stato di Israele e dunque responsabili come popolo della persecuzione del popolo palestinese. Questo insistere che l’antisemitismo di tipo II è una forma reale di antisemitismo incoraggia il comportamento antisemitico di tipo I. Quando i giovani arabi delle banlieux di Parigi tirano sassi a ogni ebreo che riescono a trovare nelle strade della città l’atto di odio è basato nella maggior parte dei casi sulla loro estrema ostilità nei confronti di Israele. E’ chiaro in tale comportamento che esiste un rapporto simbiotico tra i tentativi, ugualmente illegittimi, arabi e israeliani di collegare Israele/sionismo all’odio degli ebrei.

La cultura popolare statunitense incorpora questa confusione. Ad esempio in uno dei primi episodi della serie televisiva House of Cards un senatore statunitense è totalmente screditato come candidato potenziale a una carica elettiva perché i suoi oppositori hanno scoperto che da universitario era stato autore, su un giornale studentesco, di un editoriale non firmato che criticava la costruzione di insediamenti nella West Bank. Una volta che ne è stato reso noto l’autore è stato dato per scontato che la sua carriera politica era finita, senza alcuna considerazione per la sua età, per la ragionevolezza di ciò che aveva scritto e per la presunta apertura, in una democrazia costituzionale, a idee diverse. Nel corso dei recenti attacchi israeliani contro Gaza questa stessa atmosfera a Washington ha prodotto una risoluzione con il cento per cento di sostegno che ha espresso appoggio senza riserve al diritto di Israele di difendersi. Negli Stati Uniti polarizzati riscontrare una simile unanimità conferma soprattutto l’innegabile successo delle forze filoisraeliane nel trattare l’antisemitismo di tipo II come sinonimo di odio nei confronti degli ebrei. Come hanno sostenuto in modo convincente, con ampia documentazione,  John Mearsheimer e Stephen Walt questa distorsione dell’atmosfera politica ha interferito con il perseguimento razionale degli interessi nazionali statunitensi in Medio Oriente.

Un esempio recente di queste manipolazioni di tali accuse di antisemitismo è stato sollevato dal caso di Steven Salaita cui è stata recentemente negata la nomina a una cattedra all’Università dell’Illinois perché aveva trasmesso numerosi tweet “incivili” durante i massacri militari di luglio/agosto a Gaza. Il rettore dell’università, Phyllis Wise, ha trattato erroneamente questi tweet come prova di antisemitismo del tipo I, anche se ha scaltramente affermato di aver agito per proteggere un’atmosfera di educazione nel campus e non perché Salaita ha mostrato idee anti-israeliane. Il rettore Wise ha utilizzato questa (mis)percezione fortemente incoraggiata da pressioni sioniste esterne al campus e minacce riguardo ai finanziamenti, per giustificare la negazione a Salaita di una nomina accademica che egli aveva accettato e su cui aveva fatto conto in buona fede. Egli aveva affittato una casa nelle vicinanze di quello che ragionevolmente riteneva sarebbe stato il suo nuovo campus a Urbana-Champlain e si era già dimesso dalla sua posizione presso la Virginia Tech University. Salaita aveva eccezionali valutazioni presso la Virginia Tech, compresi apprezzamenti di studenti di un ambiente che apprezzava tutti i punti di vista. La sua erudizione in Studi Indiani Statunitensi era stata vagliata approfonditamente in una lunga procedura di assunzione presso la Illinois. La giustificazione zoppa data dal rettore Wise e dai suoi sostenitori è che i tweet di Salaita erano prova di una mancanza di civiltà in rapporto a temi delicati che potevano mettere a disagio o inibire i suoi studenti ebrei. Le prove suggeriscono, al contrario, che Steven Salaita ha personalmente respinto e intensamente disapprovato l’antisemitismo di tipo I, anche se, da palestinese-statunitense, è rimasto comprensibilmente molto turbato dal comportamento di Israele nei confronti del popolo palestinese e ha reagito emotivamente nel mezzo della crisi.

Non mi fingo neutrale su questi temi. Nel corso degli ultimi sei anni, da Speciale Relatore dell’ONU sulla Palestina Occupata per conto del Comitato per i Diritti Umani sono stato continuamente bersaglio di una sostenuta campagna diffamatoria capeggiata da una ONG di orientamento sionista, l’Osservatorio ONU, con sede a Ginevra. Sono stato ripetutamente accusato di antisemitismo e le mie idee su altri temi sono state analogamente distorte per creare l’impressione di un giudizio bizzarro. Sono stato definito sostenitore del terrorismo, teorico di una cospirazione dell’11 settembre, e cose simili. Il Centro Simon Wiesenthal di Los Angeles mi ha elencato nel 2013 come terzo antisemita più pericoloso del mondo, appena dopo il Leader Supremo dell’Iran e il primo ministro turco. Nella lista dei primi dieci c’erano anche autori illustri come Max Blumenthal e Alice Walker. In modo interessante il [Centro] Wiesenthal non ha fatto alcun tentativo di distinguere la critica di Israele dall’odio contro gli ebrei, intitolando la sua lista “Offese antisemite, anti-israeliane”, che nella lista fa tutt’uno dei due tipi di orientamento.

A causa dell’atmosfera in Nord America in cui dimostrare un sostegno del cento per cento, e oltre, a Israele è divenuto un ingrediente indispensabile della credibilità politica, questi attacchi diffamatori sono stati accettati come validi da numerosi dirigenti pubblici che non si sono mai presi il disturbo di controllare con me o di esaminare le mie reali idee su tali temi controversi. In conseguenza sono stato attaccato da luminari quali il Segretario Generale dell’ONU, due ambasciatori USA presso l’ONU (Susan Rice e Samantha Powers), dal ministro degli esteri del Canada, tra gli altri, e sono stato un bersaglio favorito di Fox TV e dell’impero mediatico di Murdoch. In aggiunta sono stati compiuti tentativi di far cancellare le mie conferenze presso università di vari paesi di tutto il mondo (comprese McGill e McMaster in Canada, AUB a Beirut, ANU Melbourne e Sidney in Australia, Norfolk nel Regno Unito e Princeton, University of Texas, University of Iowa e altre negli USA). Tali università sono state avvertite che a meno che la mia apparizione nel campus non fosse stata cancellata ne avrebbero sofferto i finanziamenti. Almeno in una occasione sono stato informato che una precedente offerta di nomina a docente ospite in un’università all’estero, il Kings College di Londra, era stata ridotta di anno in anno a un anno solo a causa del mio presunto antisemitismo. Persino mia moglie è stata diffamata da simili fanatici sionisti che hanno cercato di sconfiggere la sua candidatura al Comitato per i Diritti Umani dell’ONU nel 2014 quale Speciale Relatore sul Diritto al Cibo. E’ stata accusata di aver scritto testi istigatori anti-israeliani in collaborazione con me, un’assoluta menzogna poiché non abbiamo mai collaborato su questa materia, ed è stato anche denunciato che lei condivideva le mie idee antisemite, il che è una menzogna doppia.

Questo uso dell’antisemitismo come arma ideologica, quello che è chiamato antisemitismo di tipo II, sta avendo effetti paradossali, contribuendo tra l’altro a nuovi scoppi di antisemitismo di tipo I, quello vero. La logica di questo sviluppo è la seguente: se gli ebrei devono appoggiare ciò che Israele fa ai palestinesi per evitare di essere etichettati da antisemiti, allora diviene ragionevole ritenere che gli ebrei, e non solo il governo di Israele, siano responsabili dei crimini perpetrati contro il popolo palestinese. Se agli oppositori dell’antisemitismo non è consentito di essere critici di Israele, nonostante le sue drastiche deviazioni dalla morale e dalla legge, allora è creata una profonda confusione tra il rifiuto dell’odio e degli stereotipi etnici che sono assolutamente sbagliati e il ripudio del comportamento immorale e illegale di un governo soggetto a contestazione riguardo ai fatti e alla sua interpretazione della legge e della morale. Più evidentemente, se Israele invoca l’Olocausto per legittimare le proprie affermazioni storiche di essere una vittima e poi fa dietrofront e rende vittima in forma estrema un altro popolo, prima espellendo la maggior parte dei suoi membri dalla loro patria e poi occupando con la forza la terra che resta in mani palestinesi e gradualmente confiscando il residuo territorio, non sembra implicare il popolo e lo stato se l’opposizione è messa a tacere o emarginata. Passar sopra i crimini contro l’umanità e il comportamento genocida di Israele o altrimenti essere accusati di essere antisemiti aggrava la confusione. Essa è ulteriormente aggravata dall’estremismo arabo e islamico che insiste che le malefatte di Israele sono una conseguenza diretta della sua affermazione di essere uno stato ebraico e non uno stato normale.

In conclusione io ritengo sia nell’interesse sia degli ebrei sia dei palestinesi che l’antisemitismo di tipo II sia smascherato come strumento tossico di propaganda che dev’essere ripudiato dalle persone di buona volontà indipendentemente dalla loro etnia e dalle loro convinzioni politiche. Parlando per esperienza, è personalmente doloroso e genera rabbia in tutti quelli che insistono che le critiche a Israele per il trattamento del popolo palestinese devono essere contrastate in modo vigoroso. Israele da tempo ha dedicato fondi importanti e grandi sforzi a deviare la colpa per le proprie politiche e pratiche sollevando la bandiera nera dell’antisemitismo per screditare critiche responsabili e meritate. Col crescere in tutto il mondo del movimento di solidarietà nei confronti dei palestinesi è evidente che questo genere di hasbara sta fallendo.

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SAPORI E IDENTITA’. Nidini con il pistacchio

Ven, 19/09/2014 - 07:00

Oggi la nostra chef molto speciale, Fidaa Abu Hamdiyyeh, torna sui dolci, proponendoci una ricetta mediorientale semplice con un occhio alle calorie…in modo da farci sentire troppo in colpa.

di Fidaa Abu Hamdiyyeh

Roma, 19 settembre 2014, Nena News  – Adoro i dolci, mangiarli e farli!! Oggi vi propongo dei dolcetti che sicuramente tanti di quelli che sono passati per la Palestina l’hanno assaggiati, a casa di amici o li hanno acquistati nelle nostre pasticcerie. Lo so, i dolci fanno ingrassare, troppe calorie. La mia versione però è più leggera di quella che si trova nei negozi, così si mangia senza sentirsi troppo in colpa.

Gli ingredienti sono:

100 grammi pasta di knafeh (si trova surgelata nei negozi etnici)

50 grammi di burro

Pistacchio quanto basta

Ater

1 bicchiere di zucchero

1 bicchiere d’acqua

Una gozza di limone

Oppure usate miele

 

Procedimento:

scongelate la pasta e ungetela con il burro, cercate di lasciare la pasta com’è a forma di fili, meglio per modellarla. Fate attorno al dito un piccolo cerchietto della pasta, (vedete che assomiglia a un nido) e appoggiatelo sul vassoio.  Quando avete finito di fare tutto questo, mettete dei pezzi di pistacchio dentro come vedete nella foto, infine infornateli a 200 gradi per qualche minuto (appena diventano dorati).

Toglieteli dal forno e versate l’Ater o il miele sopra e serviteli.

Buon dolce.

Fidaa

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L’ammutinamento nella Stasi israeliana

Ven, 19/09/2014 - 06:05

I veterani dell’unità d’elite dell’intelligence hanno preso una decisione storica, dichiarando che non collaboreranno più con l’occupazione [dei territori palestinesi]. Seguendo il loro esempio, forse anche qualche veterano dei servizi di sicurezza dello Shin Bet si farà avanti e racconterà in cosa consiste il proprio lavoro. Articolo di Gideon Levy.

di Gideon Levy-Haaretz

Gerusalemme, 19 settembre 2014, Nena News – I 43 veterani dell’unità d’elite dell’intelligence che hanno dichiarato che non collaboreranno più con l’occupazione hanno portato un doppio contributo alla società israeliana. Come altri obiettori di coscienza, compresi soldati e piloti dell’aeronautica militare, questi membri dell’Unità 8200 sono coraggiosi e morali. Ma il loro rifiuto ha un’ulteriore dimensione, senza precedenti in Israele. Essi hanno inflitto un’altra scalfittura nell’orribile volto dell’occupazione israeliana, più profonda di quelle che l’hanno preceduta, perché coinvolge gli aspetti più oscuri ed abietti della perniciosa routine dell’occupazione. In una società sana, l’azione dei riservisti e la loro denuncia dovrebbe aver scatenato un vero sconvolgimento. Ma in Israele tutti i sistemi di difesa, offesa e propaganda, di ridicolizzazione e di negazione sono stati subito mobilitati con il proposito di seppellire rapidamente questa importante lettera di queste spie-obiettori.

Anche loro sono tra le eccellenze della nostra gioventù, forse i migliori – tanto quanto i piloti. L’Unità 8200, la più numerosa dell’esercito israeliano, sono secondi solo all’aeronautica per la selezione delle reclute. La loro immagine è luminosa, e il loro futuro è garantito: le aziende di alta tecnologia li attendono. Il loro servizio militare non comporta rischi e – come i piloti – non vedono le proprie vittime da vicino. Finora il loro operato è stato quasi privo di scrupoli. Non uccidono, colpiscono o arrestano, fanno lavoro d’ufficio, impiegati di prestigio, il tipo di figli che praticamente tutti i genitori vorrebbero avere. Le loro armi sono la loro intelligenza, il loro computer e altri strumenti sofisticati; il loro bunker è il loro ufficio. Va sottolineato che la maggior parte del loro lavoro è fondamentale e legittimo. E ancora, l’Unità 8200 è la Stasi [famigerati servizi segreti della Germania comunista. N.d.Tr.] israeliana.

A differenza dei servizi di intelligence della Germania est, i suoi emuli israeliani non prendono di mira i cittadini del proprio Stato, ma piuttosto i palestinesi che da questo Stato sono occupati. Gli si può fare qualunque cosa, usando metodi che la Stasi ci avrebbe invidiato. Come la Stasi, non è coinvolta solo nella raccolta di informazioni e nello spionaggio, ma anche nei meccanismi di controllo, estorsione e sfruttamento di un’intera nazione. Questa attività si basa sulla creazione di un enorme esercito di collaboratori ed informatori, reclutati grazie al perfido uso dei loro punti deboli, dei loro bisogni, delle loro malattie e dei loro orientamenti sessuali.

Grazie all’Unità 8200, un’intera nazione è privata del diritto alla privacy. Il grande contributo dei nuovi obiettori è che ce ne abbiano parlato. Nei loro studi di arabo, hanno imparato tutti i modi in cui si dice “omosessuale” in quella lingua – perché gli serve. Gli si chiede di scoprire l’orientamento sessuale, la salute ed i problemi economici di decine di migliaia di individui. Forse c’è un nipote di qualcuno che si trova sulla lista dei terroristi ricercati da Israele, forse un cugino a cui si voglio fare delle domande, che può essere ricattato. Forse accetteranno di parlare di un vicino di casa in cambio di una cura chemioterapica; un rapporto in cambio di un’operazione chirurgica; una spiata in cambio di soldi; qualche informazione in cambio di una notte a Tel Aviv.

Questo abbietto – non c’è altro modo per definirlo- lavoro di raccolta [di informazioni] è realizzato da soldati dell’esercito israeliano, e “ogni madre ebrea dovrebbe saperlo”[citazione di Ben Gurion, padre di Israele. N.D.Tr.]. Raccolgono importanti informazioni per la sicurezza, ma, oltre a questo, anche informazioni politiche e personali, e segnalano le persone da uccidere. Alcuni di loro hanno cercato di parlarne durante il fine settimana, e le stazioni radio e televisive si sono messe a ridere. I commentatori hanno fatto a gara tra loro nella scelta degli aggettivi: “sballato”, “scandaloso”, “insignificante”, “[roba da] marmocchi viziati” e, peggio di tutti, “politicizzati” e “sinistrorsi” – all’unisono, naturalmente. Nessuno è andato in soccorso di un gruppo di persone che, fino a giovedì, erano un motivo di orgoglio. Neppure gli attivisti della comunità LGBT, che sono chiamati impropriamente in causa per ogni commento in merito a lesbiche, gay, bisessuali e transessuali. Sono rimasti in silenzio a proposito della persecuzione ai danni dei loro consimili palestinesi da parte dello Stato, che si vanta del proprio atteggiamento illuminato nei confronti della comunità gay.

Questo è Israele per voi. Finché i membri dell’Unità 8200 sono stati all’altezza del proprio ruolo nell’immonda occupazione, erano considerati giovani uomini e donne con dei principi, ed erano rispettati. Ma appena hanno deciso che ne avevano abbastanza, sono diventati oggetto di scherno e di ostracismo. Il passo che hanno fatto è un evento importante. Seguendo il loro esempio, forse anche alcuni veterani del servizio di sicurezza Shin Bet – l’altro pilastro della Stasi israeliana nei territori [occupati] – si faranno avanti e finalmente diranno quello che fanno sul lavoro. I loro comandanti lo hanno fatto, almeno parzialmente, nel documentario “The gatekeepers – I guardiani di Israele”.

Il sistema militare e dei media schiaccerà rapidamente i 43 obiettori, ma forse non saranno dimenticati. Dalla più profonda oscurità, hanno rotto il silenzio.

(Traduzione di Amedeo Rossi)

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Sabra e Shatila, solitudine della memoria

Ven, 19/09/2014 - 05:15

32 anni fa il mondo scopriva il massacro di Sabra e Chatila, caduto nel silenzio di un Occidente cieco e sordo quando il carnefice si chiama Israele. Come ogni settembre, il Comitato creato dal nostro Stefano Chiarini, torna a Beirut per non dimenticare e per chiedere che la legalità internazionale valga anche per il popolo palestinese. Un viaggio tra la cruda quotidianità dei campi profughi, specchio della recente devastazione di Gaza.

foto Alkemia

di Maurizio Musolino – Il Manifesto

Beirut, 19 settembre 2014, Nena News – Gaza, Deir Yassin, Sabra e Chatila, Jenin, e ancora Gaza, Qana e decine di altri massacri, crudeli come tutti i massacri e caduti nel silenzio di un Occidente che si copre bocca, occhi e orecchie quando il carnefice è Israele. Una spirale che sembra inarrestabile e che si poggia sull’impunità degli assassini. Nessuna giustizia per queste donne e questi uomini. Appunto da questa profonda ingiustizia ha preso vita, oramai quindici anni fa, il Comitato «Per non dimenticare Sabra e Chatila», creato dalla lungimiranza di un eccezionale giornalista del manifesto, Stefano Chiarini. Da allora ogni anno a settembre una delegazione si reca a Beirut per non dimenticare, e per chiedere che la legalità internazionale valga anche per il popolo palestinese.

Quest’anno le celebrazioni per il 32° anniversario del massacro risentono del recente attacco a Gaza, vecchi crimini si mischiano con i nuovi, e così Gaza finisce per essere il perno degli incontri. È diffusa la consapevolezza che l’impunità genera nuovi mostri e perpetua i crimini, fra i più giovani però c’è anche un senso di impotenza. Ahmad ha 22 anni, è del campo di Nahr El Bared, ed è un militante del Fronte popolare, appena mi vede inizia a raccontarmi che a Gaza i palestinesi hanno vinto, che i sionisti sono con le spalle al muro, ma appena la discussione tocca la cruda quotidianità è lui stesso a spiegarmi che lì ha tanti amici, che li sente via internet tutti i giorni, e che gli raccontano come finiti i bombardamenti tutto sia ritornato come prima: stesso embargo, stesso senso claustrofobico, stessa mancanza di futuro, stesse divisioni fra Hamas e Fatah. Nelle sue parole non c’è retorica.

Di Gaza ci parla anche il dottor Ghassan Abu Seta, un medico chirurgo plastico di Beirut, figlio di genitori palestinesi e libanesi, che durante i bombardamenti ha deciso di andare a prestare il suo aiuto a Gaza. Ci racconta delle difficoltà per entrare e delle limitazioni che la stessa amministrazione di Gaza frapponeva al suo lavoro. «C’erano morti, tantissimi feriti bisognosi di cure, i medici erano pochi ed erano costretti a turni spaventosi. Che senso aveva impedirci di lavorare?». Ghassan racconta di un suo collega che appresa la notizia della morte del nipotino ha smesso di lavorare solo il tempo di una sigaretta… bisognava pensare ai vivi.

Gli stessi vivi a cui ci esorta a pensare il responsabile per le questioni palestinesi del Partito Hezbollah: «Dobbiamo onorare i martiri, ma la resistenza deve pensare alle donne e agli uomini che soffrono oggi, deve pensare alle migliaia di prigionieri che illegalmente sono detenuti nelle carceri di Israele». Un appello che trova terreno fertile all’interno della delegazione. Bassam Saleh, da oltre quarant’anni in Italia, è alla guida del comitato italiano per la solidarietà ai prigionieri politici palestinesi. Bassam viene in Libano da molti anni ma ad ogni incontro non riesce a nascondere l’emozione. «Non bisogna mai smettere di ricordare i crimini, ma soprattutto dobbiamo ricordare che nei campi vivono ancora tantissimi rifugiati in condizioni miserrime, dobbiamo ricordare il loro diritto a tornare nelle loro case. La nostra presenza li fa sentire meno soli e a chi mi dice che non serve a nulla gli rispondo che “le battaglie perse sono quelle che non si combattono…”».

Chissà quanta consapevolezza di questo c’è nelle teste di quei giovani che ci vedono passare per le strette vie di Chatila. Ci guardano cercando ci capire cosa pensiamo e nello stesso tempo sembrano urlarci il loro senso di impotenza, la loro rabbia. Samihe non ha più di vent’anni, ma il suo sguardo è duro come i suoi lineamenti. Ci ringrazia, quando passiamo davanti alla sua casa. Ma poi rivolto al nostro accompagnatore dice: «Vedi, vengono dall’Italia, ma non dai paesi qui intorno, i nostri fratelli arabi ci hanno abbandonato. E anche noi continuiamo a litigare fra palestinesi… Non meritiamo questo». Di anno in anno cresce la disillusione fra i palestinesi. Un brutto sentimento.

Eppure qualche piccola vittoria in questi anni sono riusciti ad ottenerla. Nahr El Bared, il campo a nord di Tripoli, distrutto dall’esercito libanese nel 2007, sta risorgendo. Per la prima volta nella storia del Paese dei cedri un campo distrutto viene ricostruito. Non era successo a Sabra e a Tel Azzatahar. Il miracolo è frutto della tenacia e dell’ostinazione dei palestinesi che vivono in Libano, ma anche a Marwan Al Abd, leader del fronte popolare in Libano e responsabile per la ricostruzione. Marwan ci racconta delle difficoltà affrontate, della volontà di coinvolgere la popolazione e degli ostacoli che i paesi donatori e il governo libanese hanno frapposto al suo lavoro. Oggi il campo è ricostruito quasi per metà e i lavori vanno avanti. Marwan sottolinea le analogie con quanto accaduto sette anni fa a Nahr El Bared e quanto sta accadendo oggi in Siria e Iraq con l’Isis. «Il gruppo Fatah Al Islam, che si era nascosto in una parte del campo, non era diverso dai criminali di oggi dell’Isis. E noi palestinesi avevamo capito bene, in anticipo sui tempi, alcune caratteristiche di questo fenomeno. Non si trattava di al Qaeda, ma di qualcosa di diverso. Come altri gruppi dell’estremismo islamico però erano nati ed erano pagati da “insospettabili” di turno». Del fenomeno Isis ci parla anche il segretario generale del Partito nasseriano libanese, Osama Sa’ad. Osama ci spiega che «attualmente Isis non è operativo in Libano, anche se le idee e probabilmente alcune cellule dormienti, sono in agguato. Dobbiamo stare attenti. Noi – insiste Osama – combattiamo il sionismo, l’imperialismo e sappiamo che queste forme di oscurantismo sono figlie e complici di quegli stessi poteri». In questi giorni il Libano è un incrocio di commemorazioni, i maroniti ricordano l’uccisione di Bashir Gemayel, un omicidio dalle tinte oscure e mai chiarito, i progressisti libanesi, l’inizio della resistenza e i palestinesi Sabra e Chatila. Anche nelle ricorrenze il Libano non smette di essere il paese delle divisioni.

Ci sarà una manifestazione che culminerà nella fossa comune di Sabra. I palestinesi si stanno preparando. Si preparano le forze politiche e sociali, ma soprattutto i giovani che riempiranno quel corteo con la musica tradizionale palestinese. È anche questo un modo di lottare contro l’oscurantismo. L’arte da sempre è stato un fenomenale antidoto a chi voleva uccidere l’uomo, oggi lo è contro chi vuole uccidere l’idea stessa di Palestina. Di tutto questo è convinta Tullia, la figlia maggiore di Stefano Chiarini, che da anni è una delle colonne del Comitato per non dimenticare…: «È fondamentale essere qui, per non dimenticare quei crimini, per non lasciare soli i nostri amici palestinesi. Ma oggi lo è ancora di più dopo Gaza. Noi in Italia dobbiamo lavorare per coinvolgere chi non ha la nostra stessa sensibilità, lo vedo fra i miei coetanei (Tullia ha 20 anni) in pochi conoscono la questione palestinese e la loro sensibilità è solo superficiale e figlia del momento. Ma ogni volta che vengo qui mi pongo una domanda: forse ripongono in noi una fiducia eccessiva. Noi siamo deboli e il contesto del nostro Paese non ci aiuta. È una sensazione bruttissima». E così anche le frustrazioni ci legano e ci fanno sentire ancora più vicini al popolo palestinese. Nena News

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GAZA. L’offensiva israeliana e le sue distruzioni spingono tanti palestinesi a lasciare la Striscia

Gio, 18/09/2014 - 17:36

Molti sono morti nei naufragi dei giorni scorsi nel tentativo di raggiungere l’Europa. E’ un fenomeno nuovo per Gaza che, si teme, potrebbe allargarsi a causa della disperazione che regna nel piccolo lembo di terra palestinese teatro tra luglio e agosto di una devastante offensiva militare israeliana

di Michele Giorgio -  IL MANIFESTO

Gaza, 18 settembre 2014, Nena News – Una nuova catastrofe sta emergendo dalle macerie dei bombardamenti israeliani di luglio e agosto su Gaza. «La nostra è una vita in prigione – spiega Abdel Halim Qudaih, di Khuzaa, uno dei centri abitanti più colpiti dagli attacchi delle forze armate israeliane – non c’è lavoro, non ci sono prospettive per i giovani, gli israeliani ci bombardano, la nostra casa è stata distrutta a metà. Per i miei figli, tutti laureati, l’unica strada è la fuga da Gaza, dall’oppressione, dalla miseria, verso paesi che possono offrire un lavoro, la dignità a noi palestinesi». Abdel Halim elenca i figli: Maatasem, Ahmad, Amir, Mohammed. Al momento di pronunciare il nome del quinto, Hamada, si commuove. Hamada era sui quei barconi di migranti che nei giorni scorsi hanno provato a raggiungere le coste italiane ma sono finiti in fondo al mare. «Quei disgraziati, abbiamo letto, hanno cercato di ucciderlo assieme a tutti gli altri (migranti), hanno speronato la sua barca – dice Abdel Halim Qudaih, con la voce rotta dall’emozione, riferendosi agli scafisti -, non abbiamo notizie di Hamada da una settimana ma noi speriamo ancora».

Pregano per i loro figli tante altre famiglie. I Masri non sanno più nulla di 15 parenti saliti sui barconi affondati. Oltre 20 sono i dispersi della famiglia Abu Bakr. Un destino terribile quello degli Abu Bakr. A luglio quattro dei loro bambini furono uccisi dal fuoco della marina militare israeliana sulla spiaggia di Gaza city. Le scene di quei piccoli corpi anneriti portati via dalle ambulanze in un estremo e vano tentativo di strapparli alla morte, sono rimaste impresse per giorni nella mente di milioni di persone in tutto il mondo. Ma tanti, troppi, le hanno già dimenticate, come quelle delle decine di famiglie di Gaza decimate dai bombardamenti andati avanti per 50 giorni. La Gaza simbolo dell’oppressione del popolo palestinese ora viene guardata come un territorio colpito da un terremoto e non da un martellamento a tappeto di artiglieria e aviazione, specie nelle sue zone orientali trasformate in cumuli di macerie.

A proposito. L’Anp di Abu Mazen, Israele e l’Onu  hanno raggiunto un accordo per la “ricostruzione di Gaza”. Vietato il coinvolgimento di Hamas, pena l’interruzione del “flusso di aiuti”, anche se il movimento islamico era e resta il governo di fatto nella Striscia. Alle Nazioni Unite spetterà monitorare che l’ingresso dei materiali da costruzione, in modo che non siano usati per “fini militari”. In realtà è un accordo temporaneo che permetterà l’ingresso a un numero di autocarri tre volte più alto di quello attuale, però ancora insufficiente a garantire una ricostruzione rapida. Anche a questo ritmo ci vorranno anni per ridare una casa a circa 100 mila palestinesi. Lo hanno capito gli abitanti di Shujayea – il quartiere orientale di Gaza city distrutto per un 50% dall’esercito israeliano – che si sono rifiutati di ricevere decine di “case mobili” (2 stanze, gabinetto e cucinotto) regalate dagli Emirati. Motivo? Temono di rimanerci dentro per anni, come accade ai terremotati in molte parti del mondo. Ma questa non è una emergenza umanitaria, è la conseguenza di una offensiva militare devastante e a Shajayea come in tutta Gaza continuano a chiedere soluzioni politiche vere, la libertà e la fine del blocco israeliano. Le case mobili andranno tutte a Khuzaa.

Dai cumuli di macerie scappano i migranti di Gaza.  Si fa fatica a definirli migranti i palestinesi della Striscia che a migliaia, passando per l’Egitto, provano ad andare in Europa seguendo flussi migratori più consolidati dall’Egitto e dalla Libia. Pagano tra i 3 e i 4 mila dollari, 500 dei quali servono per ungere gli agenti della sicurezza egiziana che devono garantire l’arrivo senza problemi ad Alessandria e altre località sulla costa Mediterranea. A Khan Yunis, c’è anche un “ufficio mobile” (nel senso che ogni giorno è in posto un diverso) di un trafficante locale di esseri umani. Si passa per i tunnel sotterranei con il Sinai ricostruiti di recente, o anche in superfice, se si ottiene il visto, per il valico di Rafah. Infine si tenta di arrivare in Europa, assieme a siriani ed egiziani. E’ un fenomeno nuovo per la gente di Gaza, ma destinato a crescere, prevedono tutti. «Non scappano solo i più emarginati – ci dice Sami Ajrami, un giornalista – in realtà chi è disposto ad affrontare il mare spesso ha una laurea e alle spalle una famiglia che ha cercato di costruirgli un futuro. Sono palestinesi giovani, ma non solo, che sognano una vita diversa da quella che hanno sempre fatto, che scappano da una prigione, che non dimenticano la loro terra ma che tentano di cambiare la loro esistenza». A Gaza nessuno condanna queste persone, tanti altri pensano di imitarle, di tentare la fuga verso l’Europa. Non manca però chi fa notare che fuggire fa il “gioco” dell’occupante israeliano. Distruzioni, morti, feriti e mancanza di prospettive – dicono i più critici – spingono i palestinesi ad abbandonare e, di fatto, a rinunciare a lottare per un futuro diverso per tutta la gente di Gaza e non solo per poche migliaia.

Scappano anche donne e bambini, intere famiglie. Tra i pochi superstiti certi del naufragio costato la vita a centinaia di persone ci sono proprio due donne, una delle quali si chiama Nour Farad, assieme a una bimba e un bimbo. Tutti erano ricoverati all’ospedale di Palermo e stanno bene. Per gli altri le speranze di ritrovarli in vita sono pochissime. Non si fa illusioni Samir Abu Toameh di Bani Suheila. «Non so più nulla di mio figlio Ibrahim – dice ormai rassegnato – so che difficilmente riuscirò a rivederlo. Dove avevo mai la testa quando ho consentito la sua partenza? Non dovevo permetterlo ma sognavo per lui un’altra vita. Non abbiamo nulla, nessuno dei miei figli qui a Gaza lavora. Un figlio è andato a Dubai e riesce a malapena a sostenersi. Questa non è vita, è solo sofferenza». Samir parla e intorno a lui vediamo solo case distrutte, macerie, solitudine, l’abbandono di un mondo che vuole dimenticare Gaza, ancora una volta.   Nena News

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