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Agenzia Stampa Vicino Oriente
Aggiornato: 4 ore 9 min fa

Israele accelera le demolizioni di case dei Beduini

Ven, 26/09/2014 - 08:17

L’area selezionata, appartenente a Gerusalemme Est, è stata prescelta per l’espansione della colonia di Ma’aleh Adumim.

di Amira Hass*     Haaretz

Roma, 26 settembre 2014, Nena NewsL’Amministrazione Civile della Cisgiordania (l’istituzione israeliana che sovrintende all’occupazione, n.d.t.) da aprile ha impresso un’accelerazione alle demolizioni dei fabbricati dei Beduini nella zona E-1 di Gerusalemme Est. L’area è stata prescelta per espandere la colonia di Ma’aleh Adumim. Il numero di tali demolizioni nei primi otto mesi del 2014 è stato più alto in confronto a qualunque altro periodo degli ultimi cinque anni, come pure di conseguenza il numero di persone che hanno perso la loro casa, secondo quanto riportato dall’indagine dell’Associazione dell’ Agenzia per lo Sviluppo sulla base dei dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento delle Questioni Umanitarie.

Sebbene le demolizioni siano state eseguite solamente in quattro degli otto mesi complessivi (marzo, aprile, maggio e agosto), in quei mesi sono stati rasi al suolo nell’area E-1 più fabbricati (35) in confronto a tutto il 2013 (21). Conseguentemente il numero delle persone senza casa è salito da 57 [nel 2013] a 156 [negli 8 mesi del 2014]. L’aumento spropositato del numero di persone che sono state private della propria casa a causa delle demolizioni nei primi 8 mesi del 2014 confrontato con il numero di edifici rasi al suolo segnala che la maggior parte delle strutture distrutte quest’anno erano residenziali e non per il bestiame o per altri usi.

In tutta la zona C- la parte della Cisgiordania sotto il pieno controllo di Israele, in base agli accordi di Oslo – l’Amministrazione Civile ha fatto demolire 346 fabbricati in questi otto mesi [del 2014], lasciando 668 Palestinesi senza casa. In tutto il 2013, 565 demolizioni hanno prodotto 805 Palestinesi senza casa. Le uniche demolizioni avvenute finora questo mese sono successe l’8 settembre, quando l’Amministrazione Civile ha decretato l’abbattimento di tre case e di un recinto per le pecore a Khan al – Ahmar, un accampamento beduino vicino a Ma’aleh Adumim.

Vi abitava una famiglia composta da 14 persone, compresi otto bambini. Per la quarta volta in tre anni le case della famiglia sono state demolite, dato che si trovavano all’interno di un’area utilizzata dall’esercito israeliano per le esercitazioni di tiro. La famiglia, come la maggior parte dei Beduini [che si trovano] nella stessa situazione, è disposta a rischiare ripetute demolizioni piuttosto che lasciare l’area dove vive, in quanto vivono dell’allevamento delle pecore e delle capre e di lavori saltuari nelle comunità vicine.

L’agenzia palestinese di informazione Ma’an ha anche riferito che giovedì scorso [il 18 di settembre, n.d.t.] gli ispettori dell’Amministrazione Civile, accompagnati da decine di soldati, da un bulldozer e un elicottero, hanno fotografato tutti i fabbricati di diverse comunità beduine vicino a Azariyeh e Abu Dis e hanno distrutto qualche recinzione. I rappresentanti dei Beduini pensano che le demolizioni siano recentemente aumentate perché il piano dell’Amministrazione Civile per sistemarli in un nuovo e definitivo villaggio a nord di Gerico sta andando avanti e che l’Agenzia spera di esercitare una pressione per indurli ad accettare il trasferimento. Il progetto prevede di spostare migliaia di Beduini da 23 comunità di Gerusalemme Est e ricollocarli nel nuovo paese, Talet Nueima, insieme agli appartenenti ad altre tribù beduine. Il loro trasferimento permetterebbe l’espansione di diversi insediamenti ebraici.

L’Amministrazione Civile rifiuta di concedere ai Beduini permessi di costruire nelle comunità dove attualmente vivono o di collegare queste comunità alle infrastrutture necessarie, anche se hanno vissuto in questa zona fin dagli anni cinquanta. Nel frattempo la loro mobilità si è ridotta sensibilmente a causa della costruzione di colonie e di strade e del fatto che alcune zone sono state dichiarate poligoni militari o riserve naturali.

Nel corso degli ultimi 20 anni, i Beduini hanno ripetutamente presentato ricorso all’Alta Corte di Giustizia contro le demolizioni. Dato che la Corte non ha mai emesso sentenze relative all’illegalità in linea di principio delle demolizioni come sostenuto nei loro reclami, le ha più volte proibite per il fatto che i Beduini non avevano altro posto dove vivere. La costruzione di Talet Nueima, anche se i Beduini hanno già dichiarato di esserne contrari, permetterà alle autorità di affermare che hanno un qualche altro posto dove vivere.

L’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite che assiste i rifugiati palestinesi, domenica scorsa ha chiesto urgentemente ai paesi donatori che finanziano l’Autorità Palestinese di opporsi più fermamente al piano di trasferimento. La maggior parte dei Beduini sono stati espulsi dal Neghev nel 1948 e di conseguenza sono registrati come rifugiati. Il commissario generale dell’UNRWA Pierre Krahenbuhl ha detto che il piano potrebbe considerarsi un caso di trasferimento forzoso, quindi in violazione del diritto internazionale e permetterebbe anche ulteriori costruzioni di colonie, minando perciò la possibilità della soluzione a due Stati. Nena News

*Traduzione di Carlo Tagliacozzo

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Categorie: Palestina

Hamas-Fatah: il governo di unità nazionale prende il controllo di Gaza

Gio, 25/09/2014 - 17:22

Siglato al Cairo l’accordo tra le due fazioni rivali che concretizza l’esecutivo di unità nazionale per tutti i Territori palestinesi formato a giugno e rimasto sulla carta. All’ANP il controllo del valico di Rafah, sì al pagamento degli stipendi degli ex-impiegati del governo Hamas

 

Da sinistra, il capo negoziatore di Fatah Azzam al-Ahmad stringe la mano al capo dell’ufficio politico di Hamas Moussa Abu Marzouk al Cairo (Foto: Khaled Desouki/AFP)

della redazione

Roma, 25 settembre 2014, Nena News - Un accordo “completo” per un governo di unità nazionale che comprenda tutti i territori palestinesi è stato siglato oggi al Cairo tra Hamas e Fatah dopo due giorni di colloqui. Lo hanno annunciato poco fa i negoziatori di entrambe le fazioni, specificando che una conferenza stampa è prevista per questa sera per dare l’annuncio ufficiale. Il documento, di cui ancora non si conoscono tutti i dettagli, concretizza così il governo di unità nazionale formato lo scorso giugno e rimasto sulla carta a causa della massiccia campagna israeliana di arresti dei membri di Hamas in Cisgiordania e dell’offensiva dell’esercito di Tel Aviv su Gaza in seguito al rapimento e all’uccisione dei tre coloni adolescenti vicino Hebron.

Così l’esecutivo di unità nazionale presieduto da Abu Mazen da oggi subentrerà effettivamente al governo di Hamas nella Striscia di Gaza, prendendo il controllo del valico di Rafah e del corridoio Philadelphia adiacente alla frontiera con l’Egitto. Le modalità di controllo degli altri valichi di frontiera, come ha specificato il presidente dell’ufficio politico di Hamas Moussa Abu Marzouk, saranno invece decise dalle Nazioni Unite e dal governo di unità nazionale, in vista dei colloqui del prossimo mese con Israele.

Fonti di entrambe le delegazioni hanno rivelato alle agenzie stampa che è stato raggiunto un accordo in merito al pagamento degli stipendi dei 45 mila ex dipendenti del governo di Hamas (27 mila civili e il resto militari) che l’ANP aveva accettato di sobbarcarsi lo scorso aprile, durante i colloqui di riconciliazione nazionale, ma che in realtà non aveva mai fatto, scatenando l’ira del movimento islamista e facendo sfociare le relazioni tra le due fazioni quasi a un punto di rottura, con l’ANP che aveva accusato Hamas di “governo parallelo de facto” nella Striscia. ”Tutti i dipendenti pubblici – ha annunciato oggi Azzam Ahmed Abbas, membro di Fatah - saranno a carico del governo di unità nazionale perché sono tutti palestinesi ed è il governo di tutti i palestinesi”. La leadership israeliana, che non ha mai digerito la riconciliazione palestinese, non si è ancora espressa. Nena News

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Categorie: Palestina

Ankara aiuta l’Isis, la guerriglia curda minaccia di riprendere i combattimenti

Gio, 25/09/2014 - 11:17

Nonostante le continue smentite dell’Akp e del suo leader Erdogan, lo stretto legame tra l’establishment turco e le bande jihadiste inquadrate nell’Isis e in altre organizzazioni del fondamentalismo sunnita, che sono state finanziate, sostenute logisticamente e coperte allo scopo di indebolire il governo siriano di Bashar al Assad e allungare le mani di Ankara sulla Siria, scrive Marco Santopadre

di Marco Santopadre – CONTROPIANO

Roma, 25 settembre 2014, Nena News – Lo spazio aereo turco e le sue basi aeree non sono state utilizzate per gli attacchi militari franco-statunitensi contro gli avamposti e le raffinerie dell’Isis in Siria. Ci ha tenuto a dichiararlo una fonte del governo turco. “Il nostro spazio aereo a la nostra base non sono stati utilizzati”, ha precisato in forma anonima il rappresentante di Ankara smentendo in maniera indiretta quanto aveva detto l’Osservatorio siriano per i diritti dell’uomo (Osdh) secondo il quale “degli aerei venuti dalla Turchia” avevano realizzato gli attacchi.

Nei giorni scorsi Ankara ha chiuso la porta in faccia a Washington rifiutandosi non solo di partecipare ai raid contro i jihadisti, ma ha irritato Stati Uniti e soci anche rifiutando l’uso delle proprie basi per operazioni di tipo ‘umanitario’. Dopo aver accolto circa 100 mila profughi curdi e siriani sfuggiti dall’ultima avanzata di terra delle milizie fondamentaliste sunnite, Ankara ha chiuso i valichi di frontiera e ha mandato poliziotti e militari a disperdere con la forza i manifestanti curdi e gli sfollati che protestavano. D’altronde è noto, nonostante le continue smentite dell’Akp e del suo leader Erdogan, lo stretto legame tra l’establishment turco e le bande jihadiste inquadrate nell’Isis e in altre organizzazioni del fondamentalismo sunnita, che sono state finanziate, sostenute logisticamente e coperte allo scopo di indebolire il governo siriano di Bashar al Assad e allungare le mani di Ankara sulla Siria. Un legame confermato nei giorni scorsi quando il governo turco ha ottenuto dalle milizie di Al Baghdadi la liberazione di decine di ostaggi turchi in cambio della liberazione di alcuni combattenti islamisti che, feriti durante i combattimenti con le milizie curde o l’esercito siriano, si erano rifugiati in territorio turco e si erano fatti curare senza problemi negli ospedali delle regioni di confine con Damasco.

Un rapporto privilegiato tra Ankara e Isis che sta facendo infuriare la guerriglia curda, da tempo impegnata in un difficile cessate il fuoco con l’esercito turco che a questo punto potrebbe saltare. Recentemente il movimento di liberazione dei curdi di Turchia ha accusato il governo dell’Akp di aver avviato una nuova guerra contro i curdi sostenendo di fatto l’avanzata nel nord della Siria dei jihadisti dell’Isis. Il consiglio direttivo del Kck – l’Unione delle comunità del Kurdistan, una sorta di fronte urbano del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) – ha denunciato che “lo stato di non conflitto” è stato nei fatti interrotto dalle iniziative del Partito per la giustizia e lo sviluppo al governo. L’organizzazione curda ha quindi deciso “di intensificare la lotta in ogni campo e con ogni mezzo per rispondere alla guerra avviata dall’Akp contro il nostro popolo”. La nota accusa il governo dell’Akp di approfittare degli sforzi di pace del leader del PKK in carcere Abdullah Ocalan, affermando che la tregua è ora “priva di senso”. La tregua è in vigore da marzo 2013, seppur con varie interruzioni e violazioni, potrebbe quindi saltare presto. “Di fronte alla politice dell’Akp, il nostro consiglio esecutivo è stato incaricato di assumere qualunque iniziativa politica e militare per invalidare le politiche infauste e torbide contro il popolo curdo” si legge nella nota del KCK.

Già nei giorni scorsi Abdullah Ocalan aveva emesso un comunicato attraverso uno dei suoi legali esprimendo impazienza circa l’immobilismo dell’AKP nel processo di pace, accusando Ankara di essere più disponibile a negoziare con l’Isis che a trattare con i curdi.

Poi il capo militare del PKK Murat Karayilan, che guida la guerriglia dalla base sul monte Kandil nel nord dell’Iraq, è andato oltre affermando che “il processo di pace è finito”. Nena News

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Categorie: Palestina

Operazione Isis, obiettivo Cina

Gio, 25/09/2014 - 10:45

di Manlio Dinucci

Roma, 25 settembre 2014, Nena News – Mentre l’Isis diffonde attraverso le compiacenti reti mediatiche mondiali le immagini della terza decapitazione di un cittadino occidentale, suona un altro campanello di allarme: dopo essersi diffuso in Siria e Iraq, l’Isis sta penetrando nel Sud-Est asiatico. Lo comunica la Muir Analytics, società che fornisce alle multinazionali «intelligence contro terrorismo, violenza politica e insurrezione», facente parte dell’«indotto» della Cia in Virginia, usata spesso dalla casa madre per diffondere «informazioni» utili alle sue operazioni.

Campo in cui la Cia ha una consolidata esperienza. Durante le amministrazioni Carter e Reagan essa finanziò e addestrò, tramite il servizio segreto pachistano, circa 100mila mujaheddin per combattere le forze sovietiche in Afghanistan. Operazione a cui partecipò un ricco saudita, Osama bin Laden, arrivato in Afghanistan nel 1980 con migliaia di combattenti reclutati nel suo paese e grossi finanziamenti. Finita la guerra nel 1989 con il ritiro delle truppe sovietiche e l’occupazione di Kabul nel 1992 da parte dei mujaheddin, le cui fazioni erano già in lotta l’una con l’altra, nacque nel 1994 l’organizzazione dei taleban indottrinati, addestrati e armati in Pakistan per conquistare il potere in Afghanistan, con una operazione tacitamente approvata da Washington. Nel 1998, in una intervista a Le Nouvel Observateur, Brzezinski, già consigliere per la sicurezza nazionale Usa, spiegò che il presidente Carter aveva firmato la direttiva per la formazione dei mujaheddin non dopo ma prima dell’invasione sovietica dell’Afghanistan per «attirare i russi nella trappola afghana». Quando nell’intervista gli fu chiesto se non si fosse pentito di ciò, rispose: «Che cosa era più importante per la storia del mondo? I taleban o il collasso dell’impero sovietico?».

Non ci sarebbe quindi da stupirsi se in futuro qualche ex consigliere di Obama ammettesse, a cose fatte, ciò di cui già oggi si hanno le prove, ossia che sono stati gli Usa a favorire la nascita dell’Isis, su un terreno sociale reso «fertile» dalle loro guerre, per lanciare la strategia il cui primo obiettivo è la completa demolizione della Siria, finora impedita dalla mediazione russa in cambio del disarmo chimico di Damasco, e la rioccupazione dell’Iraq che stava distaccandosi da Washington e avvicinandosi a Pechino e Mosca. Il patto di non-aggressione in Siria tra Isis e «ribelli moderati» è funzionale a tale strategia.

In tale quadro, l’allarme sulla penetrazione dell’Isis nelle Filippine, in Indonesia, Malaysia e altri paesi a ridosso della Cina – lanciato dalla Cia attraverso una sua società di comodo – serve a giustificare la strategia già in atto, che vede gli Usa e i loro principali alleati concentrare forze militari nella regione Asia/Pacifico. Là dove, avvertiva il Pentagono nel 2001, «esiste la possibilità che emerga un rivale militare con una formidabile base di risorse, con capacità sufficienti a minacciare la stabilità di una regione cruciale per gli interessi statunitensi». La «profezia» si è avverata, ma con una variante. La Cina viene temuta oggi a Washington non tanto come potenza militare (anche se non trascurabile), ma soprattutto come potenza economica (al cui rafforzamento contribuiscono le stesse multinazionali Usa fabbricando molti loro prodotti in Cina). Ancora più temibile diventa la Cina per gli Usa in seguito a una serie di accordi economici con la Russia, che vanificano di fatto le sanzioni occidentali contro Mosca, e con l’Iran (sempre nel mirino di Washington), importante fornitore petrolifero della Cina. Vi sono inoltre segnali che la Cina e l’Iran siano disponibili al progetto russo di de-dollarizzazione degli scambi commerciali, che sferrerebbe un colpo mortale alla supremazia statunitense.

Da qui la strategia annunciata dal presidente Obama, basata sul principio (spiegato dal New York Times) che, in Asia, «la potenza americana deve seguire i suoi interessi economici». Gli interessi Usa che seguirà l’Italia partecipando alla coalizione internazionale a guida Usa «contro l’Isis». Nena News

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Categorie: Palestina

Guerra al Califfato, l’immaginario e la violenza

Gio, 25/09/2014 - 09:32

Gli ultimi decenni dovrebbero insegnare all’Occidente che la fase di instaurare interventi coloniali che riportino successo è finita e che fondare la nuova era di diplomazia interventista con la crociata morale di difesa dei diritti umani, democrazia e di antiterrorismo può ingannare solo i cittadini del proprio paese, scrive Richard Falk

foto Carl de Souza – Afp

di Richard Falk – Il Manifesto

Se prendiamo in considerazione quanto sta avvenendo nella regione mediorientale, a livello politico, circola un’altra «verità» che disturba: l’intera regione in questa fase appare meglio governata in modo autoritario, anziché in una sorta di «incoraggiamento alla democrazia».

Era questo il tema della litania della presidenza di George Bush (2000-2008) oppure durante della rivolta popolare che sembrava così piena di speranze in Siria, Egitto, Yemen, Bahrain, risultata infine insostenibile. I paesi con risultati migliori di questi, ora sembano essere proprio quelli laddove il vecchio regime autoritario è prevalso senza grandi intralci (come in Marocco) con qualche riforma «cosmetica». Le alternative presentano un situazione molto peggiore: terribile guerra civile (Siria) oppure una situazione caotica senza uscita (Libia). Data la situazione in Iraq, gli strateghi americani non preferirebbero, segretamente, un ritorno di Saddam Hussein in Iraq come regalo degli dei? La Siria, come l’Iraq ha inviato segnali errati in tutta la regione mediorientale. È iniziato tutto con una sfida della popolazione contro il regime di Assad, che ha fornito l’occasione per scatenare una sanguinaria campagna di repressione di «counterinsurgency».

In seguito, forze politiche esterne,Turchia, Usa, Paesi del Golfo, hanno formato una coalizione come «Amici della Siria» per aiutare le forze dell’opposizione ad avere la meglio, mal calcolando le capacità militari del governo di Damasco. In Siria, invece di un cambio di regime va così avanti una Guerra civile che ha già causato 200 mila vite umane, causato milioni di rifugiati e altri milioni di persone internamente internamente. Tre risultati negativi politici sono la conseguenza di queste direttive: i paesi confinanti sono stati destabilizzati, la irrisolta guerra siriana ha fatto sorgere varie forme di estremismo islamico e le atrocità di Assad hanno costituito una licenza ad altri nella regione (come al Sisi) di perpetrare crimini umanitari che restano impuniti.

Quale è la lezione da apprendere? Gli ultimi decenni dovrebbero insegnare all’Occidente che la fase di instaurare interventi coloniali che riportino successo è finita e che fondare la nuova era di diplomazia interventista con la crociata morale di difesa dei diritti umani, democrazia e di antiterrorismo può ingannare solo i cittadini del proprio paese. (…)Qualora l’intervento militare – poi – non abbia come conseguenza l’occupazione, i risultati non sono migliori. Montagne di corpi umani e desolazione è quanto resta, ma la nuova realtà che si prospetta come nel caso della Libia è un caos ingovernabile con milizie armate che si sostituiscono alle norme di legge. Washington chiama queste situazioni «failed states» come se non avesse nulla a che vedere con il collasso della governance.

L’America e la Nato avrebbero dovuto aver appreso i limiti della superiorità militare e le problematiche relative all’ccupazione dai loro fallimenti in Afghanistan ed Iraq. La superiorità militare può generalmente impressionare soltanto un governo del Terzo Mondo e distruggere la sua capacita militare, ma questa è soltanto una fase iniziale e semplice, come uno sforzo per controllare il future politico di un determinate paese. Bush non capì questo quando per l’Iraq annunciò «missione compiuta» al mondo intero. (…) L’idea di trasformare in sicurezza una milizia indigena addestrata per salvaguardare il governo imposto con un intervento militare è davvero una «missione impossibile». Non è con la forza militare che si puo controllare la storia. Questo modo di pensare è parte della cultura politica degli Usa, in base al quale la sicurezza viene assicurata con la violenza del potere. Questo ci riconduce all’Isis e quanto si può fare per migliorare la situazione e non peggiorarla. Obama è stato incaricato di formulare la risposta nella regione mediorientale. Ha dovuto affrontare una problematica dai molteplici aspetti. È stato eletto presidente due volte, in parte per porre fine al coinvolgimento americano nelle guerre oltreoceano, sopratutto in Medio Oriente e ancora una volta sta facendo una corsa per ramazzare nella regione ed in Europa alleati per una nuova guerra contro un nemico che non poneva nessuna minaccia contro la popolazione americana. Per aggirare questa realtà è stato necessario dramatizzare la barbarie delle tattiche dell’Isis, focalizzandosi sulle vittime americane e assicurando che non ci sarebbero stati morti americani. E qui sta il nocciolo del problema: la leadership americana nella regione dipende dalla protezione dello status quo autoritario. Quanto ha proposto Obama è una vecchia formula per il fallimento: bombardamenti, addestramento, fornitura di armi e «consiglieri» per forze amiche (curdi iracheni, siriani moderati, milizie irachene) per spezzare l’arruolamento e i finanziamenti dell’Isis.

Il programma di Obama è una pallida versione della dottrina post-Vietman di «counter-insurgency» ed i rischi di morti vengono minimizzati, così come lo sporco lavoro, che viene svolto dai droni e dalle forze indigene. Ebbene, come precedentemente, il risultato sarà una mistura di caos, «incidenti» che provocheranno la morte di civili innocenti facendo emergere il risentimento dell’opinione pubblica e grande sofferenza della società civile creando altri rifugiati e internamente cittadini in fuga. È questo ancora una volta il modo militaristico per affrontare la situazione e certamente per creare una situazione ancora peggiore. Certamente esistono opzioni preferibili, ma per attuarle richiede ammettere che l’occupazione americana dell’Iraq è stata la causa dell’emergere dell’Isis sopratutto dopo l’eliminazione degli elementi Bathisti nel governo e le forze armate con l’incoraggiamento al settarismo shiita. Un altro percorso produttivo presuppone una visione diplomatica americana che comporterebbe un allentamento dei legami di dipendenza da Israele e seguire piuttosto una linea di interessi geo-strategici in Medio Oriente.

Ciò comporterebbe includere l’Iran per trovare una soluzione politica per la guerra civile in Siria; proporre una «nuclear free-zone» in tutto il Medio Oriente; esercitare pressione su Israele per il riconoscimento ai Palestinesi dei diritti riconosciuti dal diritto internazionale. È questo un approccio prettamente politico che contrasta con il militarismo che sta producendo distruzione nell’intera regione mediorientale, sin da quando la parziale stabilita della guerra fredda è venuta meno con il crollo del muro di Berlino. Le geopolitiche militariste sembrano portare ancora verso un’altra catastrofe occidentale nel Medio Oriente. Non esiste all’orizzonte alcuna intenzione politica – da nessuna parte – che possa contrastare tale disastrosa decisione politica: e così il ciclo della violenza assassina si ripete ancora una volta. Il militarismo di questa coalizione occidentale sta confrontandosi con il militarismo dell’Isis, come già accaduto in precedenti interventi occidentali in quelle aree.

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Con Music For Peace 100 tonnellate di aiuti per Gaza

Gio, 25/09/2014 - 09:01

Cento tonnellate di aiuti non sono solo un carico umanitario, contengono il cuore e la solidarietà di 100.000 persone. È necessario smetterla con le parole e la filosofia fine a se stessa, è importante combinare le parole ai fatti quando ci occupiamo Gaza, scrive Stefano Rebora.

di Stefano Rebora

Gaza, 25 settembre 2014, Nena News – Cento tonnellate di medicine, alimenti e materiale scolastico, 2 ambulanze e 7 container: è il carico con cui Music for Peace è entrata a Gaza il 16 Settembre. Al momento siamo il primo e l’unico convoglio umanitario proveniente dall’Italia per la Striscia.

È sempre stato difficile arrivare in questa terra martoriata da guerra e assedio, quest’anno più che mai. Siamo stati bloccati 50 giorni in Italia in attesa dei permessi di transito e valico dei confini. Nel frattempo c’è stata l’Operazione Margine Protettivo, i morti, i feriti, gli sfollati, la brutalità di una guerra feroce. Durante gli ultimi giorni di attacchi alla Striscia ci sono stati rilasciati i permessi di transito sul suolo egiziano. Abbiamo dunque lasciato l’Italia il 26 agosto. Per le procedure del ministero degli esteri egiziano il convoglio sarebbe dovuto entrare a Gaza dopo appena 72 ore. Ma la tensione nel Sinai, le attività militari nel nord della regione e la macchinosa burocrazia egiziana hanno bloccato la carovana per altri 22 giorni. Ma il 16 Settembre, dopo 72 gironi di stop, il primo convoglio umanitario italiano è entrato a Gaza. Si tratta della sesta missione nella Striscia di Gaza. La prima fu nel 2009, con un grande amico ad attenderci oltre il valico: Vittorio Arrigoni.

In questi giorni stiamo distribuendo personalmente il materiale agli ospedali e alle famiglie più colpite dall’ultimo attacco, percorrendo in lungo e in largo tutta la Striscia. Ci imbattiamo così nel quartiere di Shejaya, dove la gente è tornata a vivere nelle proprie case sventrate oppure nelle tende montate sopra le macerie (nella foto reuters). È un quartiere raso al suolo: la moschea, l’ospedale Al Wafa, il centro per ragazzi down, non c’è più nulla. Lì conosciamo Ahmed, due grandi cicatrici solcano il suo ventre in lungo e in orizzontale. È stato ferito da un bombardamento, ha atteso i soccorsi per circa tre ore. I familiari lo credevano morto, attendevano il suo corpo nel cimitero. Invece ha resistito, hanno dovuto asportargli un polmone e operarlo altre 4 volte a Gerusalemme. Conosciamo anche Somud, una ragazza dagli occhi grandi che terrorizzata ci dice «Il 25 terminerà la tregua, forse la guerra ricomincerà». Questa è Gaza. Si ha certezza del qui e adesso, non del futuro, non del domani. La situazione è appena meno grave, ma ugualmente terribile a Khan Younis, Nuseirat, Jabalya, Rafah, Zytoon: macerie. Case, vite, esistenze che non torneranno. Le scuole dell’Unrwa pullulano di famiglie sfollate, mentre non ci sono piani per la ricostruzione.

Distribuiamo alimenti, kit scolastici, materassi, coperte, giocattoli, le medicine solo agli ospedali. Sappiamo che cento carovane non serviranno a risolvere i problemi dei Gazawi. Infatti, ancor più del materiale è importante il messaggio contenuto in esso. Non raccogliamo denaro, ma direttamente materiale, sensibilizziamo gli studenti e puntiamo a coinvolgere le persone: quando saremo in tanti a camminare verso la giusta direzione, potremmo cambiare le cose. 100 tonnellate di aiuti non sono solo un carico umanitario, ma contengono il cuore e la solidarietà di 100.000 persone. È necessario smetterla con le parole e la filosofia fine a se stessa, è importante continuare a parlare di Palestina, ma combinare le parole ai fatti, perché questo è quello che la gente ci chiede, in Italia come a Gaza.

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Categorie: Palestina

Come è cambiata la vita dei bambini in Siria?

Mer, 24/09/2014 - 16:31

Reportage sulla vita dei bambini siriani che corrono per le strade sotto assedio, lavorano, vanno a scuola e subiscono violenze, in una guerra civile che non accenna ad arrestarsi

 

Testo di Federica Iezzi    Foto di Alan Ali (al-Hasakeh, Siria)

Aleppo (Siria), 24 settembre 2014, Nena News - Ogni giorno donne nascoste dietro al niqab, cercano di trascinare prepotentemente i propri bambini fuori dalla guerra. I ricordi dell’infanzia, nei sobborghi delle città siriane, rimangono imprigionati sotto le macerie. I croccanti. Le giornate di sole. Nessun bambino vedrà più le nonne preparare l’hummus a pranzo.

I bambini. Vulnerabili nei campi da gioco, nelle scuole, sulla spiaggia, nei rifugi. Secondo i dati dell’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani il numero di bambini uccisi in più di tre anni, nel conflitto siriano, è di 17.139.

Almeno 500.000 bambini sono stati feriti. Convivono con ustioni, ferite da proiettile e fratture. 200.000 avranno una disabilità permanente. Più di 350.000 bambini sono rimasti orfani.

I bambini arrestati dalle forze di Bashar al-Assad hanno sopportato, in una spirale buia di silenzio, forme di violenza fisica durante gli arresti, i trasferimenti o gli interrogatori.

Cinque milione di bambini sono oggi rifugiati in territorio siriano nel mezzo di una accanita guerra civile. Campi affollati. Dalle condizioni igieniche scadenti. Violente e inaspettate oscillazioni di temperature segnano il corpo martoriato dei più piccoli. Dai 35 gradi estivi si passa ai -6 nei rigidi inverni continentali. Cresce costantemente il rischio di malattie infettive come la polmonite. In più, centinaia di migliaia di bambini non hanno ricevuto vaccinazioni di routine per più di due anni, diventando vulnerabili alle malattie infettive come il morbillo e la poliomielite. Nella provincia di Idleb una dozzina di bambini ha perso la vita dopo la vaccinazione antimorbillosa, per le compromesse condizioni di salute. E i numeri sono destinati a crescere.

Molti bambini rimangono i soli capifamiglia, dopo la morte di padri, nonni, zii e cugini. Per mandare avanti la casa, lavorano per pochi soldi in condizioni pericolose e di sfruttamento. Vendono succhi di frutta, zucchero, tabacco, accendini, benzina e caramelle sugli angoli delle strade dove bombe, proiettili e colpi di mortaio fanno da teatro. Comprano otto pite arabe per 25 lire siriane e le rivendono in strada al doppio del prezzo. Rovistano nei cassonetti e poi vendono lattine di alluminio vuote. In una settimana guadagnano 10 dollari. Questo già a sei anni.

I ragazzini più grandi, fino a 12 anni, lavorano nei negozi come magazzinieri. In inverno cercano nei cassonetti e nelle strade rottami da bruciare per difendersi dal freddo pungente. In estate cercano ghiaccio o acqua fredda nei bar, in cambio del proprio lavoro. Puliscono. Riordinano. Servono. Chiedono ai passanti se hanno bisogno di qualunque tipo di aiuto in cambio di poche lire. Alcuni chiedono l’elemosina, accasciati senza forze sui marciapiedi. Altri si occupano delle loro magre capre.

Dai dodici anni in poi si lavora per 11 ore al giorno nei campi al confine con la Turchia. In quei pochi rimasti. Spalle e piedi doloranti, per raccogliere irrisorie quantità di ortaggi e verdure. I campi coltivati sono vicini a fogne a cielo aperto. Unica fonte di acqua pulita sono pozzi a chilometri di distanza. I campi attorno ad Aleppo sono continuamente bombardati dalle forze governative e oggi anche dai combattenti jihadisti dell’ISIS.

Gli adolescenti lavorano in fabbriche alla preparazione di stoffe, di cibi e di materiale per le pulizie in seminterrati insalubri e poco illuminati. Guadagnano tra i 50 e gli 80 dollari al mese, dopo almeno 12 ore di lavoro al giorno.

In tanti non vanno più a scuola. Le stime dell’UNICEF parlano di un milione di bambini che non avrà la possibilità di andare a scuola quest’anno. Nelle aree di Idleb e al-Raqqa circa la metà dei bambini non seguirà, per il quarto anno consecutivo, le lezioni del nuovo anno scolastico. Rimangono indietro. Rimangono indietro per la vita. Molte scuole sono diventate rifugi per gli sfollati. Il tempo di insegnamento è sceso da cinque a due ore al giorno. In più molti insegnanti sono fuggiti dalla Siria.

I bambini più fortunati li ritrovi a giocare nei cortili pieni di detriti, sporchi di terra e fango, con pistole e fucili giocattolo. Giocano alla guerra. Giocano alla vita reale. E’ tutto un gioco. E’ tutto vero. L’esercito del Presidente contro l’Esercito Siriano Libero. Conoscono già a tre anni il suono di un’arma da fuoco. Sanno riconoscere il rumore di una cannonata dal rumore delle raffiche del kalashnikov. Sanno riconoscere il fragore dei raid aerei, dei barili bomba, degli obici. Sanno puntare al petto e premere il grilletto dei loro giochini, facendo finta di uccidere un amichetto e lasciarlo in un bagno di sangue. 

Ancor prima di nascere i bambini combattono una guerra contro la propria mamma e contro quello che lei ha intorno. Le donne sono costrette spesso a lavorare duramente durante tutta la gravidanza. Respirano aria satura di quel petrolio che entra in Siria da vie non governative. Mangiano non a sufficienza, cibi surgelati, non conservati bene. Molti bambini nascono con cardiopatie congenite. Con buchi nel cuore.

Mentre i prezzi alimentari salgono, secondo i dati dell’UNICEF un numero crescente di bambini è a rischio di malnutrizione. Il latte e i pannolini sono molto costosi e difficili da trovare negli scaffali dei negozi siriani. Alle famiglie non bastano i soldi per comprare ne cibo ne medicine. Ed ecco che i bambini diventano l’unica risorsa per arrivare alle 35.000 lire siriane al mese. Nena News

 

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Categorie: Palestina

PALESTINA, tra la “serenità” diplomatica e la rabbia della strada

Mer, 24/09/2014 - 15:55

Al Cairo Fatah e Hamas discutono di governo di unità nazionale e di ricostruzione. A New York, invece, il Presidente Abbas ha incontrato Kerry e comunicherà in settimana una nuova data limite per giungere alla pace. Ma nei Territori Occupati la tensione è alta: scontri a Hebron e Gerusalemme. E a Gaza scioperano gli addetti alla pulizia degli ospedali

della redazione

Roma, 24 settembre 2014, Nena NewsFatah e Hamas si sono incontrate stamattina al Cairo nel tentativo di implementare l’accordo di riconciliazione siglato ad aprile. Secondo quanto affermano le autorità locali, a dirigere l’incontro sarebbe stato il direttore dell’Intelligence egiziana Farid Tuhami. Durante l’incontro le due parti avrebbero discusso del governo di unità nazionale a Gaza e in Cisgiordania oltre alla ricostruzione della Striscia dopo l’offensiva israeliana. Al centro della due giorni di incontri vi è “il ritorno del governo di unità nella Striscia di Gaza e il ripristino della sua autorità senza ostacoli” ha detto all’AFP il capo della delegazione di Fatah ‘Azzam al-Ahmad.

I due partiti avrebbero anche concordato sulla necessità di indire al più presto le elezioni presidenziali e parlamentari come, del resto, era stato concordato ad aprile quando le due parti si sono di nuovo riavvicinate. Fatah e Hamas ritengono entrambe che spetta al governo di unità nazionale sia la ricostruzione nella Striscia, ma anche lo spiegamento delle forze di sicurezza lungo i confini di Gaza con l’Egitto. Come gesto distensivo il Cairo ha oggi aperto il valico di Rafah permettendo agli studenti gazawi che studiano all’estero di poter uscire. Secondo le fonti egiziane l’incontro sarebbe avvenuto in un clima sereno ed è giudicato positivo.

Nel frattempo continua la missione diplomatica a New York del Presidente palestinese Mahmoud Abbas. Lunedì, parlando nell’Union Cooper Hall, nella stessa sala in cui Abraham Lincoln proclamò la fine della schiavitù, Abbas ha invitato il mondo a pensare alla Palestina. “La comunità internazionale – ha dichiarato il Presidente parlando in inglese – ha la responsabilità di proteggere le nostre persone che vivono sotto il terrore dei coloni e di un esercito. Lo dico oggi al premier israeliano Netanyahu: termina l’occupazione, fai la pace”. Abbas ha poi proposto un nuovo limite temporale durante il quale dovranno avvenire i prossimi negoziati con Israele. Il piano dovrebbe essere annunciato in settimana alle Nazioni Unite. “Sicurezza equivale a giustizia” ha detto tracciando un parallelo tra la lotta del suo popolo e quella centenaria per i diritti civili negli Stati Uniti. Il Presidente ha ricordato King e Lincoln e ha poi esortato la comunità internazionale “a smetterla di nascondersi dietro agli inviti a ritornare ai negoziati”.

Ma il discorso di lunedì è stata solo la prima tappa del viaggio americano di Abbas. Ieri, infatti, il leader di Fatah aveva incontrato il Segretario di Stato americano Kerry a New York. I due hanno discusso dell’importanza di fornire aiuto umanitario a Gaza dove più di 100.000 persone sono ancora senza un tetto. Il Segretario statunitense ha ribadito la necessità di giungere ad una pace secondo la formula di due due stati per due popoli e si è proposto come mediatore nelle prossime negoziazioni.

Washington ha inoltre annunciato che darà alla Striscia di Gaza 71 milioni di dollari: 59 milioni saranno destinati ai progetti dell’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione), 12 milioni, invece, saranno distributi a varie organizzazioni umanitarie. “A questa cifra – sottolinea il Dipartimento di Stato – “bisogna aggiungere i 47 milioni di dollari per assistenza umanitaria annunciati dal Segretario Kerry il 21 luglio. Per cui la somma complessiva supera i 118 milioni di dollari in aiuti”.

 Ma se il clima politico e diplomatico è (apparentemente) disteso, tutt’altra atmosfera si vive nei Territori Occupati. A Hebron migliaia di persone hanno partecipato ai funerali di Amer Abu Aisha e Marwan al-Qawasmeh, uccisi ieri dall’esercito israeliano durante uno scontro a fuoco. Secondo Tel Aviv i due avrebbero rapito ed ucciso i tre giovani coloni a giugno la cui sparizione aveva dato inizio ad una caccia all’uomo furibonda da parte d’Israele (centinaia di arresti – principalmente di Hamas – e decine di vittime palestinesi). Il governatore di Hebron ha parlato di “esecuzione” perché le autorità israeliane non hanno fatto nulla per arrestarli e interrogarli. La rabbia dei tanti palestinesi accorsi a dare l’ultimo saluto alle due vittime si è tradotta subito dopo la fine delle esequie funebri in violenti scontri con i soldati israeliani che hanno utilizzato pallottole vere e ricoperte di gomma. Al momento si contano 20 feriti da parte palestinese. Un uomo, sparato alla testa, sarebbe in condizioni gravi.

Rabbia e scontri anche a Gerusalemme vicino alla moschea di al-Aqsa. Secondo testimoni oculari i tafferugli sarebbero stati provocati dalla decisione delle autorità di Tel Aviv di cacciare i palestinesi dal sito sacro per i musulmani. La disposizione avrebbe generato subito il malcontento dei palestinesi che avrebbero incominciato a lanciare pietre verso la polizia israeliana che avrebbe risposto usando gas lacrimogeni, proiettili ricoperti di gomma e granate stordenti. Il bilancio è di 27 i feriti (di cui 12 intossicati dai gas inalati).

A Gaza, invece, hanno iniziato uno sciopero di tre giorni i dipendenti delle pulizie degli ospedali. Protestano perché non ricevono lo stipendio da cinque mesi. I lavoratori minacciano uno sciopero generale qualora la situazione non dovesse essere risolta al più presto. Fatah e Hamas si scambiano le accuse per il mancato pagamento, mentre il Ministro della Sanità di Gaza Ashraf al-Qidra ha avvertito delle gravi ripercussioni che potrebbe avere lo sciopero dei lavoratori. Soltanto la scorsa settimana 180 interventi chirurgici sono stati rimandati a causa dello sciopero degli addetti alle pulizie. Nena News

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Categorie: Palestina

Will Abbas walk the walk on his threats to Israel?

Mer, 24/09/2014 - 13:11

Palestinian President Mahmoud Abbas will present his plan to end the Israeli occupation at the UN General Assembly, with PA officials warning they will launch a political campaign against Israel should the plan be rebuffed.

Palestinians hold posters depicting President Mahmoud Abbas during a rally in the West Bank town Bethlehem, March 17, 2014. (photo by REUTERS/Ammar Awad. Source: al-Monitor)

Ahmad Melhem  al-Monitor

Roma, 24 settembre 2014, Nena News – Palestinian President Mahmoud Abbas is scheduled to address the UN General Assembly in New York on Sept. 26 with an overview of his political plan to end the Israeli occupation of Palestine.
In recent weeks, the Palestinian leadership has raised the level and volume of its diplomatic and political movement to mobilize support for its plan. In a statement Sept. 19, Nabil Abu Rudeineh, a spokesman for the Palestinian president, described the coming weeks as “decisive and important” for the Palestinian cause.

Al-Monitor spoke with Jamal Muheisen, a member of the Fatah Central Committee, regarding what the coming weeks will entail. He said that the coming stage will witness a political clash between the Palestinian Authority (PA) and Israel, through the plan that Abbas will present to the UN Security Council and the General Assembly. According to Muheisen, Abbas will also demand that the Security Council intervene to draw borders and issue a decision setting a time limit for ending the Israeli occupation.

This move comes after the failure of Palestinian-Israeli negotiations led by US Secretary of State John Kerry. Wasil Abu Yousef, a member of the PLO’s Executive Committee, told Al-Monitor that Abbas presented his plan to the PLO and obtained its consent.

Abu Yousef explained that the essence of the Palestinian plan, which garnered unanimous Arab support after Arab foreign ministers were briefed on its content, is based on reaching out to the Security Council and demanding the implementation of legitimate UN resolutions and international law practices.

According to members of the Palestinian leadership, the plan would be vetoed by the United States in the Security Council; a Palestinian delegation presented the plan on Sept. 3 to Kerry, who informed the Palestinians of the United States’ rejection of it. Maj. Gen. Tawfiq al-Tirawi, a member of the Fatah Central Committee, told Al-Monitor that the US informed the Palestinian leadership of its rejection of the plan. Thus, achieving success in the Security Council will be nearly impossible.

Tirawi said that based on the US position in the Security Council they will take the appropriate steps, and that “there is an alternative Palestinian plan that will be used in the event we fail in the Security Council.” Political analyst Hani al-Masri told Al-Monitor, “While the president’s plan will receive support from various countries in the world, it will be rejected by the United States and some European countries; therefore, it cannot pass in the Security Council.” The Palestinian leadership is prepared for an American veto in the Security Council, which was evident in Abu Rudeineh’s statement, in which he referred to this alternative plan and said “it is no longer possible to maintain the status quo.”

Tirawi told Al-Monitor that in the event the plan fails, the Palestinian leadership will meet and take steps to respond to US-Israeli intransigence. The essence of the alternative plan lies in the idea of a political and legal clash with Israel. Muheisen said that if there is no consensus on the Palestinian plan, they will escalate their political campaign against Israel in international institutions.

He added, “The political clash with Israel will be represented by joining 520 conventions and international institutions; heading to the International Criminal Court [ICC] and filing complaints against Israel and its leaders; escalating the popular resistance in the Palestinian territories against the occupation and the settlers; repudiating all obligations and agreements; and canceling security coordination with Israel.”

The PLO Executive Committee also discussed in its meetings halting security coordination with Israel as one of the options to respond to the US and Israeli stance, according to Abu Yousef. There is a serious push internally to implement this option, he noted, since the PA cannot remain in the status quo, lacking power and sovereignty.

Masri, however, believes that what is needed from Palestinian leaders is a new national strategy based on changing the balance of power, and that the government should not engage in partial separatist tactics or steps as tools to apply pressure. He said that they should adopt a comprehensive approach based on national unity, strengthening the resistance against the occupation and the boycott of Israel, and going to the ICC.

Masri criticized the mechanisms of the Palestinian plan, asking, “Why should we head to the Security Council when we know the American veto will be waiting for us?” He said: “It was necessary to gather all the Palestinian power cards, represented by supporting the resistance and the boycott of Israel; implementing the Goldstone Report and the advisory opinions of The Hague; going to the ICC; materializing Palestinian unity; and heading to the General Assembly. Then we would go to the Security Council from a position of strength.”

Masri was also not convinced by talk that the PA might end its security coordination with Israel.

“The PA is not prepared to stop security coordination with Israel. They could force some tactical and partial steps in this area, but not a full process,” he added. Despite the political confrontations that are expected to occur in the coming weeks, the Palestinian leadership has taken a decision that they will not consider dissolving the PA. This contradicts earlier statements made by Abbas on previous occasions threatening to hand the keys of occupation to Israel.

Abu Yousef told Al-Monitor that dissolving the PA is completely off the table and has not been discussed during PLO meetings, especially after the recognition of a Palestinian state at the UN.

For his part, Amin Maqboul, the secretary-general of Fatah’s Revolutionary Council, told Al-Monitor that the Palestinian options involve reviewing all Palestinian commitments entered into the post-Oslo period, yet “dissolving the PA is not an option for us. This term does not appear in the Palestinian lexicon. The clash with Israel and a review of the obligations and duties carried out by the PA could push Israel to undermine the PA; however, the Palestinian leadership [is not considering] dissolving the PA.”

Masri also ruled out the option of dissolving the PA, saying, “The option of dissolving the PA — according to what the president said, that he would hand over the keys to Israel — is out of the question. No one can hand over the PA to his enemy. The form, obligations and functions of it can change, but we can’t hand it over.”

The PA’s moves after Abbas’ speech at the UN will be closely observed by the Palestinian public, who will see if the PA will walk the walk on its threats against Israel. Nena News

 

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Categorie: Palestina

Nuovi raid anti-Isis in Siria e Iraq

Mer, 24/09/2014 - 12:50

Cinque attacchi stamattina a Kobani e ad al-Bukamal. Londra scalda i motori per entrare in guerra (ma forse solo in Iraq), mentre incerta resta la posizione turca. Kerry afferma che “sarà in prima linea”, ma Ankara continua a tacere.

di Roberto Prinzi

Roma, 24 settembre 2014, Nena News  -Continua senza sosta la campagna militare occidentale – sostenuta anche da 10 paesi arabi – in Siria e in Iraq. Cinque raid aerei hanno colpito stamane i territori controllati dallo Stato Islamico (Isil) in Siria vicino al confine iracheno. Nella notte, invece, i bombardamenti della coalizione internazionale si sono concentrati nei pressi del confine con la Turchia.

Secondo il direttore dell’Osservatorio siriano dei diritti umani, Rami Abd al-Rahman, gli aerei da guerra avrebbero colpito vicino al confine turco a ovest di Kobani (conosciuta anche come ‘Ayn al-’Arab) e ad al-Bukamal sul confine iracheno. Al momento non è possibile dire con certezza chi abbia effettuato gli attacchi. Tuttavia, secondo quanto riferisce Abd al-Rahman, gli aerei provenivano dalla Turchia. “La gente e gli attivisti di lì sostengono che i raid sono probabilmente della coalizione, non del regime. Le esplosioni sono molto più forti rispetto a quelle di ieri”.

Ieri per la prima volta i caccia americani – con la cooperazione di Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Giordania – avevano colpito il territorio siriano. “E’ soltanto un inizio” aveva subito promesso un portavoce dell’esercito statunitense ad una stampa affamata di notizie e dettagli dell’operazione. Il portavoce è stato di parola. Basta a chiedere agli abitanti di Kobani e al-Abukamal. La prima cittadina (a predominanza curda) era stata attaccata dall’Isis la scorsa settimana. Un offensiva feroce che aveva costretto alla fuga verso la Turchia più di 130.000 curdi siriani. La seconda, invece, è tra i principali valichi di confine tra la Siria e l’Iraq. Una frontiera che l’Isil vuole far sparire del tutto avendo annunciato a giugno l’entità transnazionale chiamata “califfato”. Secondo i dati forniti dall’Osservatorio siriano al-Abukamal è stata colpita dalla coalizione ben 22 volte nella sola giornata di ieri.

Il governo siriano, intanto, ha invitato nuovamente l’occidente a coordinare gli attacchi contro l’Isil con Damasco. In una intervista alla BBC News, l’assistente del Ministro dell’Informazione, Bassam Abu Abdallah, ha detto che “[noi siriani] stiamo affrontando lo stesso nemico [vostro] e pertanto dovremmo collaborare”. Abu Abdallah ha ribadito che gli Usa avevano informato il regime siriano prima che iniziassero i bombardamenti a Raqqa e ha sottolineato la necessità di includere nella coalizione internazionale oltre al suo Paese anche la Russia, la Cina e l’Iran.

A Londra, nel frattempo, fremono i preparativi dei bombardamenti. Stamattina, intervistato dalla BBC Radio 4, il leader laburista Ed Miliband ha dichiarato che il suo partito sosterrà un attacco in Iraq (“è una minaccia che non può essere ignorata”) ma non in Siria (“la situazione è qui in qualche modo differente. La Siria, a differenza dell’Iraq, non ha chiesto un intervento”). Posizione della “sinistra” britannica che collima con quella enunciata dal premier di destra David Cameron. Downing Street è stata chiara: “la Gran Bretagna non può tirarsi fuori dalla battaglia contro l’Isis. Aspetta solo di sentire una richiesta formale da Baghdad per lanciare gli attacchi aerei contro i militanti”. Richiesta che, secondo la stampa inglese, dovrebbe essere presentata dal primo ministro iracheno Haidar al-Abadi oggi all’incontro delle Nazioni Unite a New York. “Queste persone – ha aggiunto Cameron riferendosi ai fondamentalisti guidati da Abu Bakr al-Baghdadi – vogliono ammazzarci. Dobbiamo mettere su questa coalizione per assicurarci che alla fine riusciremo a distruggere questa organizzazione del male”. Venerdì il Parlamento dovrebbe dare la luce verde per gli attacchi.

Una notizia che rallegrerà sicuramente Barack Obama. Ieri il Presidente Usa ha espresso tutta la sua soddisfazione per la partecipazione di cinque stati arabi all’offensiva in Siria.“Questa è la prova che non è soltanto una guerra americana” ha dichiarato riferendosi al contributo dato da Arabia Saudita, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Giordania. Proprio però il coinvolgimento giordano potrebbe essere alla base degli scontri che hanno avuto luogo stamattina tra i soldati di Amman e miliziani armati al confine tra la Siria e il Regno hashemita. Fonti di sicurezza giordane, citate dall’Agenzia Anadolu, sostengono che dei miliziani avrebbero tentato di infiltrarsi in Giordania ma sarebbero state respinti dalle forze di sicurezza. Poche sono ancora le notizie ed è difficile verificarle. Secondo fonti vicino ai gruppi di opposizione siriana, il conflitto a fuoco sarebbe avvenuto nella giordana Zayzun a pochi chilometri dalla Siria.

Ambiguo resta l’atteggiamento della Turchia. Erdogan ha mantenuto finora un basso profilo non volendo unirsi alla coalizione internazionale per paura di ritorsioni sul suo territorio e, fino ad alcuni giorni fa, per la sorte dei suoi 46 cittadini rapiti dall’Isil a giugno e liberati solo sabato. Ieri, però, Kerry ha affermato che Ankara è pronta ad unirsi al fronte anti-Isis. “La Turchia – ha detto ieri il Segretario di Stato statunitense al forum globale contro il terrorismo – è parte di questa coalizione e sarà impegnata in prima linea”. Le autorità turche per il momento non smentiscono né confermano. Piuttosto preferiscono restare vaghi affermando di “impegnarsi a combattere il terrorismo” (come ha ribadito ieri il neo Ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu). E hanno le bocche cucite di fronte alle ricostruzioni della stampa locale secondo cui la Turchia sarebbe scesa a patti con l’Isil per la liberazione dei suoi cittadini. Il quotidiano Hurriyet sostiene che i ribelli siriani hanno rilasciato 50 membri dello Stato Islamico – tra cui anche un importante leader radicale – in cambio dei 46 prigionieri di Ankara.

Di fronte ai no comment turchi una domanda nasce spontanea: come è possibile che uomini spietati come quelli dell’Isil abbiano liberato i prigionieri senza aver nulla in cambio? Sono stati improvvisamente folgorati sulla via di Damasco? O, come più probabile, c’è stato uno scambio? Da uno stato che per più di tre anni ha lasciato i suoi confini con la Siria aperti affinché potessero entrare più combattenti possibili (“moderati” e non) per abbattere il regime di al-Asad qualche dubbio sulla purezza delle capacità negoziali turche è d’obbligo. E se c’è stato un compromesso con i jihadisti, con quale credibilità Ankara “sarà impegnata in prima linea” a combattere l’Isil? Nessuna, ma poco importa: perché in una coalizione formata dai paesi del Golfo e dagli occidentali, primi finanziatori e sostenitori dei ribelli “moderati”, tutto è consentito. In nome, ovviamente, della libertà. Nena News

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Categorie: Palestina

Nasrallah: “America, fonte del terrorismo”

Mer, 24/09/2014 - 09:34

In un discorso televisivo trasmesso ieri dalla rete al-Manar, il leader di Hezbollah ha attaccato duramente Washington. Gli Usa, infatti, dando «pieno sostegno al terrorismo», non hanno le qualifiche morali ed etiche per capeggiare una coalizione che si propone di combattere l’Isis. Sui soldati libanesi rapiti dai jihadisti ha invitato il paese all’unità e a negoziare «da una posizione di forza».

della redazione

Roma, 24 settembre 2014, Nena News«Secondo noi l’America è la madre del terrorismo, la fonte del terrorismo. Se c’è terrorismo nel mondo, guardate all’America». A dirlo è stato ieri il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah. «L’America dà pieno sostegno al terrorismo dello stato sionista [Israele, ndr]. Lo aiuta militarmente, finanziariamente, legalmente e perfino pone il veto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite».

La guida del “Partito di Dio” fa ricorso alla storia e agli ultimi avvenimenti nella regione per screditare l’azione militare a guida statunitense in Iraq e Siria: «chi ha gettato la bomba atomica sul popolo giapponese, chi ha ucciso in Vietnam e altrove, chi ha sostenuto il [premier israeliano] Netanyahu nei cinquanta giorni di guerra, non ha le qualifiche morali ed etiche per presentarsi come leader di una coalizione che combatte il terrorismo». E poi ha chiarito inequivocabilmente: «non combatteremo mai a fianco di un’alleanza che serve gli interessi statunitensi e non quelli della regione».

Secondo il leader di Hezbollah l’obiettivo dell’alleanza occidentale – a cui partecipano anche 10 stati arabi – non mira, come affermano le cancellerie occidentali, a combattere il terrorismo. Molti di questi paesi anti-Isis, sottolinea Nasrallah, hanno finanziato i jihadisti che combattono in Iraq e Siria. Ciò deve portare i popoli della regione a riflettere sul perché ora, invece, questi stessi paesi hanno deciso di attaccare i fondamentalisti. Il riferimento è in particolare all’Arabia Saudita e al Qatar che hanno sostenuto economicamente e militarmente i ribelli siriani nel tentativo di far cadere il Presidente Bashar al-Asad.

Nel suo ultimo discorso del 15 agosto, il capo del “Partito di Dio” aveva affermato che l’interesse statunitense di combattere lo Stato Islamico di Iraq e Siria (Isis) fosse nato solo quando i jihadisti avevano iniziato a minacciare il Kurdistan iracheno, regione strategicamente importante per gli interessi occidentali.

Nella seconda parte del suo discorso, Nasrallah ha affrontato la questione «umiliante» dei 26 soldati libanesi rapiti sette settimane fa dai qa’edisti di an-Nusra e dall’Isis nella cittadina di ‘Ersal nel nord est del Libano. Secondo il leader di Hezbollah i negoziati per il loro rilascio sono ostacolati dalle «prestazioni» di alcuni partiti che mirano solo a conquistare «punti in chiave politica». Ha quindi lanciato un accorato appello alle forze politiche ad essere unite superando i vari interessi personalistici «per il bene dei soldati, dell’esercito, delle loro famiglie e del Paese». Il riferimento è soprattutto ai rivali dell’“Alleanza del 14 marzo” che addossano ad Hezbollah le responsabilità del rapimento dei militari per il suo coinvolgimento nella guerra civile siriana.

Nasrallah si è poi difeso dai tanti «bugiardi» che in Libano accusano il suo partito di non voler negoziare con i jihadisti ribadendo come, sin dal primo giorno, abbia sostenuto l’azione del governo volta alla loro liberazione. «Noi non rifiutiamo il principio della negoziazione, né con le organizzazioni terroristiche, né con i gruppi takfiri. Non importa. Con Israele, vale lo stesso discorso. Alla fine è una questione umanitaria» ha dichiarato. Tuttavia, bisogna farlo «da una posizione di forza, non piangendo o implorando. Piangere porterà solo ad una catastrofe. Se c’è una speranza che questi soldati possano ritornare dalle loro famiglie, questa speranza risiede innanzitutto in un atteggiamento dignitoso».

Dei 33 membri delle forze di sicurezza libanesi rapiti ad agosto dall’Isil e da an-Nusra, cinque sono stati rilasciati e tre sono morti. Due per decapitazione. Nena News

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Categorie: Palestina

Esercito israeliano uccide presunti responsabili omicidio giovani coloni

Mar, 23/09/2014 - 12:13

della redazione

Gerusalemme, 23 settembre 2014, Nena News – L’esercito  ha ucciso  in Cisgiordania Amer Abu Aisha e Marwan Qawasme,  sospettati da Israele del rapimento e dell’omicidio di tre giovani coloni lo scorso giugno nei pressi di Hebron. I due palestinesi, secondo un comunicato del portavoce militare israeliano, sarebbero stati uccisi durante uno scontro a fuoco in un blitz avvenuto la notte scorsa. A Qawasme e Abu Aisha, militanti di Hamas, erano già state demolite le case.

La tensione è forte in queste ore a Hebron, dove durante il loro blitz gli israeliani hanno sfondato porte e hanno fatto brillare alcune cariche. Proteste si registrano nel campus universitario.

Gilad Shaer (16 anni), Naftali Frenkel (16) e Eyal Ifrach (19) scomparvero in Cisgiordania il 12 giugno, mentre facevano l’autostop nei pressi dell’istituto religioso dove studiavano, situato in una colonia tra Betlemme ed Hebron. Israele impegnò nelle ricerche dei tre giovani oltre tremila soldati, effettuando raid in campi profughi e città, in particolare a Hebron dove vivevano Amer Abu Aisha e Marwan Qawame, indicati quasi subito dal governo Netanyahu come i responsabili del sequestro.  Centinaia di palestinesi furono arrestati, tra i quali decine di leader, deputati e attivisti di Hamas. Un’altra dozzina di palestinesi furono uccisi durante i raid militari israeliani.

“Mi aspetto un suo aiuto per riportare a casa i giovani rapiti e per catturare i loro rapitori”, disse perentorio durante una conversazione telefonica il premier Netanyahu al presidente dell’Anp Abu Mazen che, da parte sua, mise a disposizione i servizi segreti palestinesi. In seguito si è appreso, dalla stessa stampa israeliana, che le autorità politiche e militari israeliane in realtà sapevano sin dall’inizio che i tre giovani erano stati uccisi subito dai loro rapitori, grazie alla registrazione di una telefonata effettuata da uno dei tre sequestrati al numero di emergenza della polizia.

Le “ricerche”, accompagnate dalla massiccia campagna repressiva, andarono avanti ugualmente come se i tre giovani fossero ancora in vita, allo scopo evidente di infliggere un colpo ad Hamas e mettere in forte imbarazzo politico e diplomatico Abu Mazen. Quest’ultimo all’inizio di giugno aveva ufficializzato la nascita del primo governo palestinese di consenso nazionale dal 2007, con la partecipazione di Hamas. Governo riconosciuto dagli Usa, Onu e Unione europea per lo sgomento di  Netanyahu.

La tensione si trasformò in una escalation dopo il ritrovamento dei corpi dei tre rapiti. Un’omicidio che estremisti israeliani vendicarono a fine giugno con l’assassinio a Gerusalemme di un adolescente palestinese, Mohammed Abu Khdeir, bruciato vivo.  Il governo Netanyahu poi a inizio luglio è andato alla resa dei conti con Hamas lanciando un attacco devastante contro Gaza – terminato con il cessate il fuoco del 26 agosto – e costato la vita a circa 2200 palestinesi, in gran parte civili (72 i morti israeliani, quasi tutti soldati caduti in combattimento). Nena News

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Onore alle vittime: evitare di ripetere gli errori del passato nella ricostruzione di Gaza

Mar, 23/09/2014 - 11:47

L’editorialista di Al-Shabaka, Omar Shaban, descrive le dimensioni della distruzione e spiega perché la ricostruzione sarà più difficile questa volta. Egli illustra gli errori che sono stati fatti nelle precedenti richieste dei donatori e negli sforzi della ricostruzione e sostiene che questi possono – e devono- essere evitati.

di Omar Shaban – Al Shabaka

Sommario

Per quanto sconvolgenti siano stati gli orrori della guerra che Israele ha scatenato nella Striscia di Gaza dal 7 luglio, la dimensione dei danni rischia di essere ancora più spaventosa. Una conferenza dei donatori per Gaza è prevista per settembre in Norvegia, ma se i donatori e l’Autorità Nazionale Palestinese di Ramallah adotteranno lo stesso approccio per la ricostruzione che hanno seguito dopo le scorse due guerre, le sofferenze di Gaza continueranno immutate. In questa sintesi politica, l’editorialista di Al-Shabaka Omar Shaban descrive le dimensioni della distruzione e spiega perché la ricostruzione sarà più difficile questa volta. Egli illustra gli errori che sono stati fatti nelle precedenti richieste dei donatori e negli sforzi della ricostruzione e sostiene che questi possono – e devono- essere evitati.

Perché questa guerra è molto peggiore

La Striscia di Gaza- uno dei luoghi più densamente abitati al mondo- ha subito tre guerre in soli sette anni. Peraltro la terza guerra è risultata peggiore delle due precedenti: il brutale attacco israeliano di 22 giorni nel 2008-09 e quello di otto giorni nel 2012, per quanto siano stati terribili, e lo dico in base alla mia personale esperienza in quanto persona che ha cercato di sopravvivere ad essi. Al 10 agosto nell’attuale guerra gli attacchi israeliani dall’aria, da terra e dal mare hanno ucciso 1.914 palestinesi e ne hanno feriti 9.861, in base a quanto affermato dal ministero palestinese della Salute, rispetto ai 1.4000 uccisi nel 2008-09. Le Nazioni Unite hanno stimato che fino ad ora il 73% dei morti nell’attuale attacco erano civili, compresi 448 bambini. Molti dei feriti hanno ricevuto danni gravissimi e non potranno riprendersi completamente, rimanendo del tutto o parzialmente disabili.

Ma questa guerra non è peggiore solo perché il numero di morti è maggiore; è peggio perché questa volta sarà molto più difficile la ricostruzione. La distruzione è cumulativa: si aggiunge alle distruzioni delle due precedenti guerre di Israele contro Gaza, molte delle quali non sono state superate. Per fare solo un esempio: 500 famiglie stanno ancora aspettando la ricostruzione delle loro case demolite. In più, la maggior parte dei danni significativi alle infrastrutture e ai pozzi d’acqua non sono stati riparati. Si stima che la sola guerra del 2008-09 abbia causato circa 1.7 miliardi di dollari di danni materiali a fattorie, fabbriche, servizi ed edifici pubblici, strade, reti elettriche ed idriche, impianti fognari e reti telefoniche.

Questa volta è ancora più grave perché Gaza sta affrontando le peggiori condizioni economiche, politiche e sociali da decenni. Il blocco imposto da Israele contro la Striscia di Gaza nel giugno del 2007 è stato solo lievemente attenuato all’inizio del giugno 2010. Poco dopo l’attacco omicida contro la Freedom Flottilla per Gaza il 31 maggio 2010, la pressione internazionale ha obbligato il governo di Benjamin Netanyahu ad aumentare il numero ed il volume dei beni ammessi nella fascia costiera.

Inoltre, i crescenti sforzi egiziani di distruggere i tunnel, che sono iniziati durante il governo del presidente Mohammed Morsi e notevolmente incrementati dopo la destituzione del presidente, ha privato le autorità di Hamas a Gaza di una fonte vitale di risorse e forniture di materie prime così come di beni intermedi e di prodotti finiti. Questa situazione ha reso estremamente difficile per il governo di Hamas pagare i salari ai suoi 50.000 dipendenti, molti dei quali attualmente non hanno ricevuto lo stipendio da parecchi mesi.

Allo stesso modo, nonostante la firma il 23 aprile 2014 di un accordo di riconciliazione, il recente governo di unità nazionale ha realizzato molto poco per affrontare le necessità immediate di Gaza. Per esempio, non ha pagato i salari dei dipendenti pubblici che sono stipendiati da Hamas, portando il governo di unità su un terreno ancora più precario nel mezzo di una crisi [sempre] più grave. Ciò è largamente imputabile al rifiuto israeliano di riconoscere [questo governo] o di permettere ai suoi membri di muoversi liberamente tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania.

Una stima preliminare dei danni

Le dimensioni delle distruzioni dell’estate 2014 possono essere valutate dalle seguenti stime preliminari calcolate all’11 agosto. Queste indicano che:

1. Ottomilaottocento case sono state distrutte in modo irreparabile e 7.900 sono state parzialmente distrutte, soprattutto nelle zone di confine di Shuja’iyah a est di Gaza City, Beit Hanoun e Beit Lahiya a nord e Khuza’a, Abasan e Rafah a sud est della Striscia di Gaza.

2. Molte delle circa 475.000 persone obbligate a lasciare le proprie case e a rifugiarsi nelle strutture dell’UNRWA (United Nations Refugee and Works Agency) e nelle scuole statali, così come nei parchi e chiese non saranno in grado di ritornare alle loro abitazioni in quanto sono state rese inagibili. Queste persone non hanno perso solo le proprie case ma anche tutte le proprietà, compresi mobili, vestiti, automobili e documenti.

3. Depositi contenenti 300.000 litri di combustibile industriale destinati all’unica stazione di produzione dell’elettricità nella Striscia di Gaza sono stati distrutti e la centrale è stata messa fuori uso. Senza energia elettrica, le scorte di cibo vanno a male, la fornitura di acqua per le abitazioni è interrotta, gli scarichi fognari non possono essere trattati e gli ospedali sono obbligati a contare su generatori di elettricità poco sicuri. Oltretutto otto delle dieci linee elettriche che arrivano da Israele e che riforniscono la Striscia di Gaza sono state scollegate, facendo scendere la fornitura di elettricità importata da Israele dai 120 megawatt a meno di 30.1.

4. L’enorme danno fatto alle infrastrutture, comprese strade, impianti elettrici ed idrici che sono stati distrutti, costituisce un potenziale disastro per l’ambiente e per la salute.

5. Dozzine di fabbriche e di aziende commerciali sono state distrutte, compresi negozi, stazioni di servizio e stabilimenti di calcestruzzo preconfezionato nell’area di confine e nella zona industriale di Beit Hanoun. Le forze armate israeliane hanno distrutto con i bulldozer migliaia di dunam [1 dunam= 1.000 mq.] di terra coltivata e serre nell’area di confine con il pretesto di colpire i tunnel.

6. In base ai rapporti preliminari, anche molte istituzioni governative sono state colpite, compresi i ministeri delle Finanze, degli Interni e degli Affari Religiosi (awgaf), così come l’Amministrazione centrale del personale, oltre a dozzine di moschee. Nel corso degli eventi, documenti ufficiali e registrazioni, difficili o impossibili da recuperare, sono andati distrutti.

Un bilancio completo sicuramente metterà in luce una dimensione ancora maggiore delle distruzioni. Gli sforzi di superare le conseguenze di questa guerra dovranno far fronte a parecchi ostacoli insormontabili.

foto Afp

Evitare gli errori del passato

La natura, le dimensioni e l’efficacia degli sforzi per la ricostruzione si baseranno sulle clausole di un accordo di tregua. Questo potrà spaziare da uno stop unilaterale di Israele alle sue operazioni militari, come ha fatto nel 2008-09, fino ad un rinnovo dell’accordo di cessate il fuoco concluso nel novembre 2012, che stabilì di alleggerire il blocco, di eliminare la zona cuscinetto lungo i confini tra Gaza e Israele e di estendere la zona di pesca da tre a sei miglia, con l’accordo di entrambe le parti per porre fine alle ostilità. Il governo israeliano ha applicato in parte queste condizioni per un tempo limitato. Il terzo e più positivo scenario è naturalmente la fine della guerra, il riconoscimento da parte di Israele del governo di unità [palestinese] e l’abolizione totale del blocco in preparazione di negoziati per una pace giusta e complessiva.

Molte domande sono sorte durante gli sforzi internazionali per la ricostruzione dopo un conflitto, nel momento in cui passano da un intervento [di ricostruzione] immediato a uno sviluppo complessivo e sostenibile. Per esempio, gli sforzi dovrebbero concentrarsi sulla ricostruzione e sulla ristrutturazione [degli edifici esistenti] o sulla costruzione [di edifici nuovi] e sullo sviluppo? Nel secondo dopoguerra, per esempio, in Giappone la questione era:” Ci dobbiamo concentrare nella ristrutturazione di quello che la guerra ha distrutto o nel costruire tutto dalle fondamenta? L’approccio corretto risiede nella combinazione efficace delle due alternative. Ma, al di la dell’esperienza internazionale, ci sono insegnamenti specifici da imparare dai precedenti interventi a Gaza, specialmente in quanto non hanno avuto successo nel rimettere in piedi Gaza, per usare un eufemismo.

Il più grave errore che i donatori hanno fatto nel passato è stato di escludere i rappresentanti di Gaza, incluso Hamas stesso, negli sforzi di ricostruzione. Questo è successo durante la conferenza dei donatori di Sharm al-Sheikh nel marzo 2009 per ricostruire Gaza dopo l’attacco israeliano del 2008-09.

Erano presenti i rappresentanti di 70 Stati e 16 organizzazioni regionali, ma le istituzioni di Gaza, compresi i dirigenti di Hamas, erano assenti. Inoltre, il fatto che il piano fosse presentato solo in inglese (la versione in arabo fu disponibile solo mesi dopo) sottolineò la scarsa importanza che l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) attribuiva alla partecipazione della società civile nazionale, di istituzioni accademiche e non.

In quella conferenza l’ex primo ministro Salam Fayyad presentò un piano di 2.8 miliardi di dollari, ma più di metà di questo (il 52%) era destinato a finanziare il bilancio dell’ANP e a ridurne il deficit. Nei fatti, vennero assunti impegni per 4.48 miliardi di dollari- il 167% in più rispetto alle richieste dell’ANP-, un fatto raro nella storia delle donazioni. Ma l’attuale terribile situazione di Gaza, dove le infrastrutture e le persone soffrono ancora per i danni inflitti in quella guerra, solleva domande riguardo a se tali aiuti sono stati effettivamente ricevuti e se così [fosse], come e dove sono stati sborsati.

Infatti fino ad ora non esistono dati esaurienti che forniscano questa informazione. Coloro che sono sinceramente impegnati alla reale e duratura ricostruzione di Gaza, nell’attuale congiuntura dovrebbero porre queste domande, per evitare che la storia si ripeta.

Anche se Hamas non sarà presente alla conferenza dei donatori prevista per settembre in Norvegia – e non si prevede che verrà invitato, in base a fonti attendibili – ci sono altre istituzioni e voci da Gaza che potrebbero partecipare. Ciononostante, probabilmente Hamas sarà molto desideroso di fornire tutte le informazioni di cui l’ANP ha bisogno per fare la supervisione del processo di ricostruzione perché è interesse di Hamas farlo. Allo stesso tempo, Hamas vuole essere tenuto al corrente e coinvolto, anche se presumibilmente in secondo piano, in modo da garantire che la ricostruzione sia fatta correttamente. Ovviamente è anche desideroso di mostrare alla popolazione di Gaza che è partecipe del processo e di continuare a recuperare la propria popolarità.

Aiuti urgenti e necessità di sviluppo

In termini di aiuti urgenti alla popolazione, le necessità più impellenti sono le seguenti:

1. Riparare le reti idriche ed elettriche per garantire che i residenti di Gaza, soprattutto quelli più colpiti, abbiamo accesso a acqua sicura per prevenire gravi ripercussioni sulla salute pubblica dovuti alla carenza di acqua potabile.

2. Riparare le linee elettriche che portano l’elettricità da Israele e cercare di aumentare l’importazione di corrente di 120 MW per ridurre la carenza a causa della chiusura dell’impianto locale di energia e per venire incontro ai bisogni attesi.

3. Importare e produrre in loco ripari prefabbricati che offrano un minimo di servizi di base per sistemare le migliaia di famiglie che hanno perso la casa durante la guerra e per riattivare l’economia. Questo sforzo dovrebbe includere sussidi economici per alcune di quelle famiglie perché affittino appartamenti nella Striscia di Gaza per alleggerire la pressione sociale e politica che si potrebbe accumulare se rimanessero senza un rifugio adeguato.

4. Aiutare il sistema sanitario a curare le migliaia di persone ferite durante la guerra. A causa delle molte strutture sanitarie parzialmente o totalmente distrutte, si avrà bisogno di ospedali da campo e di assistenza dall’estero. Dovrà essere prestata una speciale attenzione alle persone con disabilità e agli orfani che hanno perso le loro famiglie nella guerra.

5. Aumentare e sviluppare servizi di appoggio psicosociale per curare le decine di migliaia di cittadini, soprattutto bambini, che sono stati sottoposti a traumi psicosociali per aver perso le loro famiglie o per effetto della guerra stessa.

A medio termine, gli aiuti per lo sviluppo dovrebbero concentrarsi su:

 

1.Progetti ad alta intensità di lavoro negli ambiti abitativo, infrastrutturale, agricolo e peschiero per creare da subito lavoro e attività di sviluppo economico.

2. Coltivare le terre agricole nelle zone di confine per garantire che il settore agricolo contribuisca non solo alla creazione di lavoro ma anche all’approvvigionamento alimentare per la popolazione e fieno per il bestiame.

3. Ripulire alcune delle zone distrutte per permettere alle famiglie di tornare alle loro case, se abitabili, e per prevenire rischi per la salute nelle aree distrutte nei primi giorni della guerra.

4. Spazzare via e rimuovere i detriti dalle strade e dai luoghi pubblici per creare lavoro, incentivare le attività economiche e lottare contro la povertà e la miseria che molte famiglie hanno sofferto a causa della guerra e dell’attuale assedio.

Modi per far rivivere Gaza

Per ottenere quanto detto sopra, la comunità internazionale deve esercitare pressioni su Israele per mettere fine all’assedio e permettere l’entrata di materie prime a Gaza. Altrimenti Gaza nei prossimi anni sarà obbligata a vivere di aiuti.

Inoltre, come detto sopra, non si devono fare gli stessi errori. L’ANP così come i donatori internazionali e regionali dovrebbero consultarsi costantemente e regolarmente con i dirigenti di Hamas, le organizzazioni non governative, le associazioni di imprenditori e le università di Gaza per verificare i danni, progettare interventi e realizzarli. L’enfasi dovrebbe essere posta sul coinvolgimento ove possibile di imprese e istituzioni locali per ampliarlo il più possibile con lo scopo di garantire che la ricostruzione sia un processo nazionale piuttosto che internazionale e che la società palestinese riceva la maggior parte dei finanziamenti previsti.

C’è una necessità di coordinamento tra gli aiuti locali, regionali ed internazionali e le campagne per la raccolta fondi a favore di Gaza. Inoltre il lavoro sul terreno deve essere organizzato correttamente per evitare sovrapposizioni. Deve essere messo in atto un meccanismo trasparente di monitoraggio e accompagnamento di queste donazioni e [si devono] orientare i beneficiari perché vi abbiano accesso. Le iniziative dell’ente scelto per gestire questi fondi e le regole che dovrà applicare devono essere di dominio pubblico.

I palestinesi della diaspora potrebbero anche dimostrare di essere utili, contribuendo soprattutto con denaro e competenze, ma devono essere interpellati e coinvolti nel processo fin da subito. Il loro contributo e coinvolgimento non servirà solo a consolidare la riconciliazione tra Fatah e Hamas, ma anche ad aiutare a dare un senso e un obiettivo a coloro che, nella diaspora, sono pronti a offrire il proprio aiuto. Essi possono anche servire a creare vincoli più forti tra loro e le comunità ed istituzioni di Gaza.

E’ altrettanto importante discutere il modo di utilizzare i depositi accumulati nel settore bancario, ad esempio tutti quelli delle banche che operano nei Territori occupati palestinesi, i cui fondi hanno raggiunto gli 8 miliardi di dollari. Una possibilità è che l’ANP prenda prestiti da queste banche e li usi per contrarre e pagare mutui per fornire appartamenti a favore di famiglie che hanno perso la propria casa durante la guerra. Vale la pena di notare che, ad esempio, qualche migliaio di appartamenti, soprattutto a Gaza City, ma anche in altre parti di Gaza, rimangono vuoti perché non sono a prezzi accessibili. Un sistema di mutui può essere istituito per utilizzare questi depositi e risolvere la crisi abitativa. Su larga scala, strumenti di investimento riconosciuti a livello internazionale come il franchising, collaborazioni strategiche e jont ventures possono essere utilizzati, soprattutto nel campo dell’energia e dell’elettricità, nella costruzione di un porto e di un aeroporto e in progetti di sviluppo regionale.

Queste sono solo alcune delle modalità per aiutare a ripristinare una vita normale e la dignità per i palestinesi di Gaza. Nel 2012, l’ONU stimava che Gaza sarebbe diventata invivibile nel 2020 se fosse continuato l’attuale andamento; questo prima dell’ultimo attacco israeliano. Se il milione ottocentomila palestinesi di Gaza non saranno condannati ad un luogo invivibile, la corretta ricostruzione deve iniziare al più presto.

 

Omar Shaban è il fondatore e direttore dell PalThink di Studi Strategici di Gaza, un gruppo di studio indipendente senza affiliazioni politiche. E’ un analista di politica economica del Medio Oriente e uno scrittore e commentatore fisso per media arabi ed internazionali. Omar è il fondatore dei gruppi palestinesi di Amnesty International, [è] vice presidente del consiglio di amministrazione di Asala, un’associazione che promuove il microcredito per le donne e un membro dell’Istituto per la Buona Amministrazione.

Al-Shabaka, il network politico palestinese, è un’organizzazione indipendente, senza affiliazione partitica e no profit, il cui scopo è di sviluppare e alimentare un pubblico dibattito sui diritti umani e sull’autodeterminazione dei palestinesi nel quadro delle leggi internazionali. Le sintesi politiche di Al-Shabaka possono essere riprodotte con la debita attribuzione ad Al-Shabaka.

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LIBRO. “E fu mattina”, l’ossessione del denaro e del conformismo

Mar, 23/09/2014 - 11:00

Il protagonista decide di ritornare nel suo paese d’origine perché Tel Aviv è troppo cara e perché gli arabi sono emarginati. Ma il paese della memoria non c’è più e gli uomini di una volta sono irriconoscibili, trasformati da una continua ossessione per il denaro e da un ottuso conformismo.

di Cristina Micalusi

Roma, 23 settembre 2014, Nena News – Il secondo romanzo di Sayyed Kashua, “E Fu Mattina”, narra di una comunità palestinese che vive all’interno dello Stato d’Israele e che di colpo una mattina si trova all’interno dei Territori Occupati.  Allude quindi alla questione dei “transfer” e dello scambio di territori tra Israele e Autorità nazionale palestinese. Questione rilevante e ancora attuale nel dibattito politico all’interno di Israele.

La fine della storia del primo romanzo di Kashua, Arabi Danzanti, rappresenta l’amara presa di coscienza da parte di un arabo in Israele che non potrà mai integrarsi ed avere una vita normale al pari di un israeliano.

Così l’ipotesi del transfer non appartiene solo ad una letteratura palestinese immaginifica, ma è parte della realtà nel dibattito politico finalizzato alla realizzazione concreta di veri piani demografici.

Il protagonista decide di ritornare nel suo paese d’origine perché Tel Aviv è troppo cara e perché gli arabi sono emarginati, persino lui che ha studiato in una scuola ebraica e parla ebraico correttamente. Ma il paese della memoria non c’è più e gli uomini di una volta sono irriconoscibili, trasformati da una continua ossessione per il denaro e da un ottuso conformismo.

Il suo animo sarà stravolto quando un giorno il paese finisce sotto un assedio interminabile. I soldati bloccano tutte le strade, non si può né uscire né entrare. Così l’indignazione verso il proprio Paese incapace di difendere i propri cittadini, cresce con un ritmo quasi claustrofobico. E un senso di solitudine e di esilio sulla propria terra avvolge l’intera narrazione della storia. Fino all’assurdo colpo di scena, quando viene annunciato che il villaggio del protagonista sarà uno dei pochi “fortunati” paesi che passeranno sotto la giurisdizione dell’Autorita Nazionale Palestinese.

C’è in questo romanzo tutta la precarietà di un’identità in bilico tra due culture: una a cui si appartiene e l’altra a cui si aspira a farne parte, ma che ti rifiuta.

Sayed Kashua è nato nel 1975. Fa parte di quel gruppo di scrittori palestinesi in Israele che hanno scritto o scrivono in ebraico come Antun Shammas e Atallah Mansur.

Titolo:   E Fu Mattina

Titolo originale:  Wa-Yehi Boqer

Autore:   Sayed Kashua

Edizione:  GuanInviato da iPhone

Anno:  2005

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Israele, migranti: Corte Suprema ordina chiusura centro-prigione Holot

Mar, 23/09/2014 - 09:59

Battuta di arresto per il governo Netanyahu che ha varato negli anni passati una dura politica di respingimento dei migranti africani provenienti da Sudan e Eritrea.

Tel Aviv, 23 settembre 2014, Nena News – Con una decisione che costituisce un colpo alle politiche anti-migranti del governo del premier Benyamin Netanyahu, i giudici della Corte suprema israeliana hanno ordinato ieri  la chiusura  entro 90 giorni del Centro di accoglienza per migranti africani di Holot, nel Neghev, di fatto una prigione nel deserto sia pure con cancelli (semi) aperti. La sentenza ha accolto gli appelli di organizzazioni umanitarie locali e internazionali, tra le quali Human Rights Watch.

I giudici hanno anche annullato un emendamento della legge sull’immigrazione che consente la reclusione fino a un anno per i clandestini in Israele.

Il Centro di Holot era stato voluto con forza dal governo Netanyahu per placare le proteste degli israeliani che chiedono l’espulsione immediata  di tutti i migranti africani (sudanesi ed eritrei in maggioranza). Holot infatti allontana i clandestini dai rioni popolari di alcune citta’.

Proprio nei giorni scorsi Netanyahu aveva esaltato la sua decisione di far costruire un Muro nel Neghev, realizzato per bloccare gli ingressi illegali dei migranti dall’Egitto, e di “stimolare” migliaia di clandestini a tornare in Africa, grazie anche ad assegni pro capite.  In Israele vivono circa 50 mila migranti africani.

I nove giudici della Corte Suprema  hanno stabilito che la politica del governo dovra’ essere profondamente riesaminata. La decisione ha subito destato proteste nei rioni proletari di Tel Aviv, dove maggiore e’ la presenza dei migranti. Nena News

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USA e alleati arabi attaccano Raqqa. Israele abbatte Sukhoi siriano

Mar, 23/09/2014 - 09:17

Ai bombardamenti sulla capitale del “califfato” hanno preso parte anche Qatar e Arabia saudita, paesi accusati di sostenere il jihadismo in Siria

Miliziano dello Stato Islamico a Raqqa, dal sito della abcnews

della redazione

Roma, 23 settembre 2014, Nena News – Dopo l’Iraq gli Stati Uniti hanno attaccato postazioni e depositi di munizioni dello Stato Islamico a Raqqa, di fatto la capitale di quel “califfato” che l’emiro dello SI, Abu Bakr al Baghdadi, ha proclamato sui territori siriani e iracheni controllati dai suoi uomini. E lo hanno fatto in maniera massiccia, usando per la prima volta i caccia F22, i più costosi al mondo, e missili Tomahawk lanciati dalle navi da guerra. Sarebbero stati colpiti decine di obiettivi.

La Siria ha fatto sapere di essere stata informata dagli Stati Uniti dei raid. “Gli americani hanno informato il nostro ambasciatore alle Nazioni unite che sarebbero stati effettuati bombardamenti contro l’organizzazione terroristica Stato islamico a Raqqa”, ha detto il ministero degli esteri citato dalla tv di stato. Washington invece nega di aver avuto qualsiasi tipo di contatto con rappresentanti di Damasco.

E’ da notare che – non si sa se in forma simbolica o concreta – ai raid aerei e ai bombardamenti hanno preso parte forze militari di cinque paesi arabi: Bahrain, Giordania, Emirati, Arabia saudita e Qatar. Gli ultimi tre sono apertamente indicati dagli esperti come finanziatori – attraverso comuni cittadini – proprio dello SI e di altre formazioni jihadiste e qaediste che combattono in Siria e Iraq e responsabili di stragi di civili. La Giordania invece offre ospitalità ai programmi americani (e non solo) di addestramento dei “ribelli” anti Assad ed è ritenuta una via di transito delle armi che arrivano al Fronte Meridionale, una coalizione di decine di gruppi islamisti, tra i quali al Nusra, ossia il ramo siriano di al Qaeda.

foto di Orit Perlov (twitter)

Intanto stamani proprio sulle Alture del Golan occupate, un missile Patriot ha abbattuto un Sukhoi siriano che secondo Tel Aviv aveva violato lo spazio aereo israeliano. Damasco ha confermato la notizia. Non si conosce la sorte del pilota siriano. Nena News

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PALESTINA. Unrwa: “No al trasferimento dei beduini”

Lun, 22/09/2014 - 14:51

Il commissario generale Pierre Krahenbul avverte Israele e la comunità internazionale di bloccare il piano per reinsediare 12.500 beduini in una nuova città vicino Gerico per non affossare ancor di più la soluzione a due stati

della redazione

Roma, 22 settembre 2014, Nena News - Bloccare il piano per il trasferimento di circa 12 mila beduini dalla Cisgiordania centrale alla periferia di Gerico: è l’appello dell’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi (UNRWA) a Israele e alla comunità internazionale contro quello che da essa è definito equivalente a “un trasferimento forzato, che viola la quarta Convenzione di Ginevra (sul trattamento delle popolazioni civili in tempo di guerra, ndr)” e che “compromette ancora di più l’attuazione della soluzione a due stati”.

La scorsa settimana la giornalista israeliana Amira Hass aveva svelato il piano, ideato dall’Amministrazione civile israeliana in Cisgiordania, per reinsediare 12.500 beduini appartenenti alle tribù dei Jahalin, Kaabneh e Rashaida che vivono nelle zone intorno a Gerusalemme est in una nuova cittadina creata ad hoc per loro nella Valle del Giordano, vicino Gerico. Secondo Pierre Krahenbul, commissario generale dell’UNRWA, oltre a sradicare le comunità beduine dal loro territorio, il piano di Tel Aviv potrebbe servire “per un’ulteriore espansione degli insediamenti israeliani illegali, allontanando sempre di più la possibilità di una soluzione a due stati”. 

Inoltre, l’amministrazione civile israeliana è accusata di voler procedere senza prima consultarsi con la popolazione in questione, in netto contrasto con l’obbligo in tal senso istituito dalla Corte Suprema: Jamil Hamadin, membro della tribù dei Jahalin, ha infatti dichiarato a Haaretz che l’Amministrazione Civile non ha mai parlato con il suo clan. Ma Israele si difende sostenendo di aver condotto decine di incontri con le varie tribù e di -”voler lavorare per il solo scopo di portare beneficio alle popolazioni beduine dell’area, consentendo loro di vivere in luoghi con infrastrutture adeguate”. Che si tratti piuttosto, come suggerisce al-Jazeera, di ripristinare i piani di costruzione di 1.200 unità abitative per coloni accantonati nel dicembre del 2012?

La creazione di «città permanenti» costituisce l’apice della lotta iniziata 40 anni fa da Israele contro i beduini. Nel corso degli anni, infatti, Tel Aviv ha limitato le aree destinate al pascolo dei loro animali, ristretto i loro spostamenti e non ha permesso loro di costruire case nei luoghi in cui vivevano da decenni. Dagli Accordi di Oslo, inoltre, l’Amministrazione Civile ha pubblicato migliaia di ordini di demolizione contro le tende e baracche in cui essi risiedevano e li ha trasferiti in cittadine costruite apposta per loro. Nena News

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SIRIA. PKK: “Curdi, unitevi alla resistenza contro l’Isis”

Lun, 22/09/2014 - 13:17

Dal leader del partito dei lavoratori curdi l’appello a raggiungere i compagni che hanno bloccato l’avanzata dell’Isis a Kobani. 130 mila profughi entrati in Turchia, ma Ankara oggi ha chiuso le frontiere

Combattente del YPG nel “cimitero dei martiri curdi” nel nord della Siria (Foto: Reuters)

della redazione

Roma, 22 settembre 2014, Nena News - Mentre i combattenti curdi del YPG avrebbero arrestato l’avanzata dell’Isis nella zona di Kobani (Ayn al-Arab in arabo) al confine con la Turchia dopo giorni di combattimenti, il PKK ha lanciato un appello ai curdi residenti in Turchia per attraversare la frontiera e combattere lo Stato islamico, accusando Ankara di collaborare con l’Isis. Lo riferisce l’AFP, ricordando che il governo turco è stato a lungo criticato per aver indirettamente contribuito alla nascita dell’Isis per il sostegno dato agli elementi islamisti nella lotta contro il regime di Bashar al-Assad.

Kobani, la terza più grande città curda in Siria, e una ventina di villaggi circostanti sono stati attaccati nella notte tra giovedì e venerdì dai miliziani dell’Isis e difesi per settantadue ore dai guerriglieri curdi del YPG, che hanno annunciato di aver arrestato l’avanzata islamista questa notte aiutati da “alcuni giovani combattenti provenienti dalla Turchia”. Decine di migliaia di persone sono fuggite dagli scontri rifugiandosi entro le frontiere di Ankara: oggi Melissa Fleming, portavoce dell’agenzia Onu per i rifugiati, ha annunciato che nei giorni scorsi 130 mila profughi provenienti da Kobani hanno attraversato il confine.

E’ il secondo assedio messo in atto dallo Stato islamico nell’enclave curda stretta tra i territori conquistati dal Califfato al sud e la Turchia a nord: a luglio i combattenti del YPG, come ha spiegato il suo portavoce Redur Xelil alla Reuters, erano stati aiutati da centinaia di curdi provenienti dalla Turchia. Ora il leader del PKK Dursun Kalkan ha invitato il popolo curdo a “unire tutte le proprie forze per aumentare la resistenza”, accusando le autorità turche di connivenza con lo Stato islamico.

La risposta di Ankara è stata la chiusura di tutti i valichi di frontiera con la Siria, ufficialmente per evitare ulteriori scontri con la popolazione curda rifugiata e arrabbiata – ieri l’esercito ha lanciato lacrimogeni e sparato cannoni ad acqua contro una manifestazione – e ufficiosamente per impedire lo sconfinamento dei “suoi” curdi verso la Siria per combattere l’Isis. Una delle paure di Ankara, come è stato spiegato questo mese al segretario Usa per la Difesa Chuck Hagel, è che le armi donate dalla coalizione internazionale alle formazioni che combattono l’Isis – e quindi anche al YPG – finiscano nelle mani dei separatisti curdi di Turchia. E intanto migliaia di profughi curdi e siriani arrivati davanti ai valichi chiusi aspettano al di là del filo spinato. Nena News

 

 

 

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LIBANO. Jihadisti sempre più presenti, Beirut chiede armi e soldi alla coalizione anti-Isis

Lun, 22/09/2014 - 11:56

Nel week end decapitato il terzo soldato dall’inizio del mese e attaccato un posto di blocco di Hezbollah. Ma senza l’equipaggiamento dell’esercito saranno le milizie a fronteggiarsi

della redazione

Roma, 22 settembre 2014, Nena News - L’ombra jihadista che marcia su Beirut non è una promessa, ma quasi una realtà. E dopo la decapitazione, da parte del fronte al-Nusra, di Mohammed Hamieh – uno dei circa 30 soldati libanesi ostaggi della formazione qaedista da oltre due mesi (Hamieh è stato il terzo soldato decapitato dall’inizio di settembre, ndr) – ieri è stata la volta dell’attacco a un posto di blocco di Hezbollah nel villaggio di Khraibeh, nella valle della Bekaa. Tre miliziani sono rimasti uccisi e numerosi feriti. La rivendicazione è arrivata immediatamente, firmata al-Nusra: la stessa formazione cui gli Stati Uniti hanno indirettamente regalato centinaia di milioni di dollari per combattere l’Isis assieme alle altre formazioni ribelli sul territorio siriano. E stamattina Hezbollah ha colpito in Siria una base di al-Nusra, uccidendo 23 jihadisti tra cui il loro leader Abdel Leith al-Shami.

Ora i servizi d’intelligence americani avrebbero individuato una nuova minaccia jihadista proveniente dalla Siria e conosciuta con il nome di gruppo Khorasan: guidato da Muhsen al-Fadhli, un tempo vicino a Osama Bin Laden, il gruppo sarebbe uno dei più pericolosi della galassia jihadista siriana assieme ad al-Nusra. Khorasan ha annunciato questa mattina di voler marciare sul Libano, già impegnato in un conflitto frontaliero con i miliziani di al-Nusra e sul fronte interno con i loro sostenitori nel paese, a cominciare da quelli, numerosissimi, presenti nella città di Tripoli e nelle enclavi sunnite al confine con la Siria. Secondo una fuga di notizie da parte dei servizi segreti libanesi ci sarebbero, inoltre, 40 cellule dell’Isis attive in tutto il territorio libanese, pronte a colpire obiettivi nemici come Hezbollah o le zone sciite, già abbondantemente devastate da una serie di attentati e attacchi che vanno avanti da un anno e mezzo, da quando cioè il Partito di Dio ha partecipato alla battaglia di Qusair al fianco dell’esercito di Assad.

Nel mezzo sta il governo libanese e il suo debole esercito, che all’inizio di agosto ha subito gravi perdite nell’attacco jihadista alla cittadina di frontiera di Arsal, con decine di soldati e poliziotti uccisi e rapiti. Alleata della coalizione internazionale anti-Isis capeggiata dagli Stati Uniti, Beirut ha detto di voler “prendere e non dare” nella lotta allo stato islamico, dal momento che “combattiamo l’Isis a casa nostra”. “Il Libano – ha dichiarato ieri il ministro degli Esteri Gebran Bassil – è nel cuore della battaglia. Non abbiamo armi né jet per contribuire agli attacchi contro l’Isis, ma al contrario abbiamo bisogno di armi, aerei e soldi per combattere i jihadisti che sono a casa nostra”. Bassil ha inoltra annunciato che il Libano non fornirà spazi aerei da sorvolare né basi militari per gli alleati. Certo è che se i finanziamenti all’esercito libanese non arriveranno in fretta, si assisterà a un’escalation di “auto-difesa”: gli ultimi a scendere nelle strade sono stati, a partire da agosto, i cristiani. Secondo fonti locali, stanno riattivando le loro milizie per la prima volta dalla fine della guerra civile. Nena News

 

 

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Yemen, c’è l’accordo. Ma a Sana’a si combatte ancora

Lun, 22/09/2014 - 09:11

Siglato ieri in presenza del rappresentante Onu Jamal Benomar, il documento prevede una rappresentanza degli Houthi nel governo e nel dialogo nazionale in cambio di un loro ritiro. Ma secondo gli analisti i ribelli non ripiegheranno tanto presto

 

Ribelli Houthi bloccano la strada per il ministero dell’Interno a Sana’a, 23 agosto (Foto: AP)

della redazione

Roma, 22 settembre 2014, Nena News - Si combatte ancora a Sana’a, all’alba del quinto giorno di scontri tra i ribelli sciiti Houthi e il governo a trazione islamista dominato dal partito al-Islah, nel quale i rappresentanti Houthi non sono mai riusciti a trovare posto. Si combatte nonostante un accordo, siglato ieri sotto l’egida delle Nazioni Unite, che dovrebbe porre fine non solo ai combattimenti, ma anche alla generale esclusione della minoranza zaydita dalla vita politica yemenita e dal dialogo nazionale avviato più di un anno fa’.

La protesta degli Houthi, che da oltre un mese organizzano marce pacifiche e sit-in alle porte della capitale per chiedere la formazione di un nuovo governo, una rappresentanza politica e il ripristino dei sussidi per il carburante tagliati dal presidente Abd Rabbo Mansour Hadi, ha mostrato l’improvvisa forza del movimento: da minoranza ribelle aggrovigliata alla frontiera con l’Arabia Saudita a forza politica capace di mobilitare le masse contro il governo, il clan sciita degli Houthi ha fatto letteralmente irruzione a Sana’a giovedì scorso, circondando un accampamento militare  dei lealisti del generale Ali Mohsen e scontrandosi con milizie sunnite e tribali fedeli a Mohsen.  Era passato qualche giorno dal mancato accordo con il governo yemenita, dominato dal clan sunnita rivale degli al-Ahmar e dall’odiatissimo generale Ali Mohsen, entrambi riuniti sotto il partito-ombrello al-Islah. La presa di Sana’a ha seguito quella, lo scorso luglio, di Amran e al-Jawf, feudi del clan rivale al-Ahmar, che ha provocato decine di morti e la fuga di migliaia di famiglie.

Secondo l’accordo, la cui bozza è stata pubblicata da al-Jazeera, il presidente dovrà nominare un nuovo governo entro un mese dalla firma, un governo in cui gli Houthi avranno un certo numero di posizioni di gabinetto – forse addirittura al pari dei loro rivali del partito al-Islah. Dovrà inoltre nominare due consiglieri, un Houthi e uno del Sud (che chiede la secessione, ndr) che siederanno in una commissione per esaminare i progressi compiuti in fase di stallo sulle politiche concordate in occasione della Conferenza Dialogo Nazionale (NDC), una serie di colloqui di pace tenutisi tra la maggior parte dei principali attori politici dello Yemen nel 2013 e nel 2014.  Il presidente dovrà poi appuntare un nuovo primo ministro e dare il via alla redazione di una nuova costituzione sulla base del consenso nazionale.

L’accordo prevede inoltre che il governo riduca il prezzo della benzina alla pompa fino ad arrivare a 3,000 riyal (circa $ 14), una diminuzione del 25 per cento dai 4,000 riyal ($ 18) a cui era stata portata a fine luglio: a metà settembre Hadi aveva tagliato il prezzo del carburante fino a 3.500 riyal ($ 16), ma gli Houthi avevano chiesto un ulteriore calo. Quanto ai doveri degli Houthi, l’accordo prevede che venga formata una commissione per supervisionare il loro ritiro da Sana’a, da Amran e da al-Jawf, su cui hanno consolidato il controllo a partire da luglio dopo una serie di scontri con il clan degli al-Ahmar e con le forze governative.

Ma a Sana’a c’è il timore che gli Houthi non si ritireranno tanto presto: tra gli analisti intervistati da al-Jazeera alcuni sono convinti che i ribelli non cederanno i territori di al-Jawf e Amran appena conquistati senza avere in cambio enormi concessioni da parte del governo. Altri, invece, credono che il loro obiettivo sia il generale Ali Mohsen, ex numero due del regime di Ali Abdullah Saleh e membro del clan degli al-Ahmar, che tra il 2004 e il 2010 ha guidato numerose spedizioni punitive mascherate da “contenimento” nella zona di Sa’adah per conto del governo e dell’Arabia Saudita che, timorosa di un contagio sciita aldilà della frontiera, infiltrava estremisti sunniti per piegare le richieste di rappresentatività degli Houthi. Nena News

 

 

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