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Agenzia Stampa Vicino Oriente
Aggiornato: 1 ora 4 min fa

GAZA. Due morti nella notte. Netanyahu promette vendetta, Abbas balla da solo

Dom, 24/08/2014 - 11:16

Mentre il presidente dell’Anp cerca di riportare al negoziato le due parti senza successo, Israele minaccia: “L’operazione continua”. Un ferito grave a Gerusalemme Est, 5 arresti in Cisgiordania.

 

Un’auto centrata da una bomba israeliana a Gaza City giovedì 21 agosto (Foto: AP Photo/Adel Hana)

 

AGGIORNAMENTI:

ore 18.15 – NIENTE PRIMO GIORNO DI SCUOLA PER I BAMBINI GAZAWI

Oggi si apre l’anno scolastico nei Territori Occupati, ma a Gaza la scuola resta chiusa. O meglio, aperta, ma per accogliere i quasi 500mial sfollati provocati dalle bombe israeliane. Oggi le scuole dell’Unrwa sono utilizzate come rifugio in tutta la Striscia e così mezzo milione di bambini gazawi non potrà ricominciare l’anno scolastico.

ore 16.30 – CINQUE UCCISI NEL POMERIGGIO, TRA LORO TRE BAMBINI

Oggi pomeriggio le bombe israeliane hanno colpito una casa nel quartiere di Tal al-Zaatar, uccidendo cinque persone, tra cui una donna e i suoi tre bambini. In poche ore sono stati 27 i bombardamenti israeliani sulla Striscia.

Intanto, in un’intervista alla tv egiziana, il presidente dell’Anp Abbas ha promesso una sorpresa diplomatica nei prossimi giorni, un piano che sarà presentato al segretario di Stato Usa Kerry e che ha avuto l’ok dei paesi arabi.

ore 14.45 – SETTE MORTI QUESTA MATTINA, TRA LORO UNA BIMBA DI DUE ANNI E UN DICIASSETTENNE

Sono sette le vittime palestinesi dei bombardamenti israeliani che stamattina hanno colpito la Striscia. Il bilancio sale così a 2.111 morti. Tra le vittime di questa mattina ci sono una bambina di due anni, Zeina Bilal Abu Taqiyya, e u ragazzo di 17 anni, Muhammad Wael al-Khudari, uccisi nel quartiere Sheikh Radwan di Gaza City. Un morto e 10 feriti a Deir al Balah, dopo un raid contro la casa della famiglia Tallini. A Beit Lahiya le bombe hanno centrato una motocicletta uccidento Mohammad al-Luqa.

ore 14.30 – MISSILI VERSO IL VALICO DI EREZ, ISRAELE RISPONDE CON LE BOMBE

Stamattina undici missili sono stati lanciati verso il valico di Erez, al confine nord tra Gaza e Israele, che è stato subito chiuso. Quattro i feriti, tutti membri di una famiglia palestinese israeliana. In risposta l’esercito israeliano ha colpito alcuni siti a nord della Striscia.

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La giornata di ieri, sabato 23 agosto

dalla redazione

Gerusalemme, 24 agosto 2014, Nena News – Giorno numero 48. L’offensiva israeliana contro la Striscia di Gaza prosegue a minore intensità delle settimane tragiche di luglio, ma continua a uccidere, senza sosta: nella notte sono morti due palestinesi nel bombardamento della torre Fayrouz di Gaza City (si tratta di Badr Hashim Abu Mnih e Yahya Abu al-Omareen, entrambi sui 20 anni), decine i feriti. Il numero delle vittime è salito a 2.105, 10.550 i feriti.

Colpito anche il più grande centro commerciale della città di Rafah, a sud, completamente distrutto. Raid contro la casa della famiglia al-Ghulayni, a ovest, contro il quartiere al-Barka a Deir al-Balah e contro il campo profughi Al Maghazi, dove una casa è stata completamente distrutta, e contro un centro sportivo a Beit Lahiya. A Rafah distrutti gli uffici del Ministero degli Interni, un edificio di sette piani, il palazzo Zourab: nell’attacco sono stati danneggiati anche i negozi e le case vicini.

Uno degli edifici di Rafah distrutto ieri

Alle bombe israeliane dalla Striscia rispondono le fazioni palestinesi che non hanno mai smesso di lanciare missili verso il territorio israeliano, un centinaio quelli caduti ieri. Stamattina all’alba razzi sono però arrivati anche da nord, da Siria e Libano. I cinque lanciati dal territorio siriano, sono caduti nell’Alture del Golan occupato, quello sparato dal Libano in alta Galilea: nessun ferito, nessun danneggiamento. Immediati gli elicotteri militari israeliani si sono alzati in volo al confine, ma per ora nessuno ha rivendicato il lancio di razzi.

Sul piano diplomatico, il presidente dell’Anp Abbas balla da solo e continua a parlare di un ritorno a negoziati che non esiste. Ieri Abbas ha incontrato al Cairo il presidente egiziano Al-Sisi per premere verso la tregua: “Quello che ci interessa ora è porre fine al bagno di sangue. Appena il cessate il fuoco entrerà in vigore, le due parti potranno sedersi e discutere”. Non è chiaro discutere di cosa: israeliani e palestinesi hanno discusso per nove giorni senza accordarsi nemmeno sul più insignificante dei punti e non lo faranno ora.

Inutili le visite di Abbas prima a Doha e ora al Cairo. Il presidente dell’Anp non nasconde il fastidio per l’atteggiamento di Hamas: voci interne parlano di un Abbas particolarmente arrabbiato per il continuo lancio di razzi verso Israele, che secondo Ramallah sarebbe solo controproducente. Per ora Hamas risponde come al solito: “Ogni proposta che ci verrà fatta – ha detto il portavoce Abu Zuhri – sarà discussa”.

Da parte sua il premier israeliano Netanyahu – che in patria aveva ricevuto non poche critiche per essersi seduto al tavolo del negoziato con Hamas – non molla, e non lo farà soprattutto dopo la morte del bambino di 4 anni, venerdì scorso. In apertura del meeting del gabinetto di sicurezza, questa  mattina, il premier ha promesso che Margine Protettivo proseguirà fino a quando non sarà riportata la calma: “Chiedo ai residenti di Gaza di lasciare i luoghi nei quali Hamas conduce le proprie attività terroristiche – ha detto Netanyahu – Ogni posto così per noi è un target. Abbiamo visto nei giorni recenti che non c’è e non ci sarà nessuna immunità per chi spara contro i cittadini di Israele”. “Molti paesi nella regione e in Occidente – ha aggiunto – stanno cominciando a capire che questo è un fronte unico perché Hamas è l’Isil e l’Isil è Hamas. Si comportano nello stesso modo, sono nati dallo stesso albero avvelenato”.

Una dichiarazione di guerra contro tutta la Striscia, vista l’impossibilità per i residenti a cui Netanyahu si appella di trovare rifugio in alcun luogo: a Gaza non esistono posti sicuri, lo aveva ripetuto anche l’Onu. Non sono sicuri gli ospedali, non sono sicure le scuole, non sono sicuri i rifugi delle Nazioni Unite.

Cisgiordania e Gerusalemme

E mentre in Cisgiordania i bambini si preparano a tornare a scuola, sapendo che i loro fratelli gazawi di scuole non ne hanno più, distrutte o occupate dagli sfollati, proseguono le notti di scontri. Ieri sera un giovane palestinese del campo profughi di Shuafat a Gerusalemme Est è stato centrato da due proiettili sparati dalla polizia israeliana: Yahya Alqam, 20 anni, è stato colpito all’addome due volte, vicino alla colonia di Pisgat Zeev. Secondo testimoni, la polizia ha aperto il fuoco contro le case palestinesi in risposta a degli spari partiti dal campo. Ora Alqam è in terapia intensiva all’ospedale Hadassah.

Notte di arresti in Cisgiordania dove cinque palestinesi sono stati presi dalle forze militari israeliane a Nablus e Betlemme. A Nablus, durante un raid al campo profughi di Balata sono stati catturati Mahmoud Shteii e Rami Murshid; una terza persona è stata arrestata ad un checkpoint volante fuori Nablus; a Betlemme arrestato Wajih Abd al-Fattah Awawad e a Beit Fajar preso Musab Muhammad Jarad Thawabtah. Nena News

 

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Categorie: Palestina

IRAQ. I campi al confine tra morte e solidarietà: il dramma dei profughi iracheni

Sab, 23/08/2014 - 11:07

In campi improvvisati, nelle città curde, dentro scuole e moschee: sarebbero 700mila i rifugiati sunniti, cristiani e yazidi in Kurdistan. Intervista a Fabio Forgione, capo missione di Medici Senza Frontiere.

 

(Foto: Reuters)

 

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 23 agosto 2014, Nena News – Tende bianche lungo il confine, la sabbia gialla a fare da contrasto. Pochissimi i fili stesi fuori con i vestiti ad asciugare: questa gente non ha avuto tempo né modo di portarsi dietro qualcosa dalle proprie case, nelle comunità prese d’assalto dall’Isil. Le immagini che arrivano dal Kurdistan parlano di una crisi umanitaria di vastissime proporzioni: sunniti, sciiti, cristiani e ora yazidi. Un milione e mezzo di rifugiati in due mesi. Molti sono fuggiti a Baghdad, dove il governo sta mettendo a disposizione case mobili, tanti altri nella regione autonoma del Kurdistan, ultimo avamposto contro violenze, stupri, minacce di morte.

«Attualmente mi trovo ad Irbil, capitale del Kurdistan iracheno – racconta al manifesto Fabio Forgione, capo missione di Medici Senza Frontiere – Operiamo in tre zone: ad Irbil e nelle zone limitrofe; a Dohuk, a nord della capitale curda; e a Kirkuk, a sud, da giugno controllata dai peshmerga e prima contesa tra il governo di Baghdad e i curdi. Ad oggi, secondo le statistiche disponibili, circa 70mila sfollati sarebbero arrivati nelle ultime due settimane».

Accolti in campi improvvisati, lungo le zone di frontiera ormai ufficiose tra il Kurdistan e le aree in cui si combatte ancora, in cui ogni giorno miliziani qaedisti e peshmerga si scontrano per rosicchiare terreno. I più fortunati, chi può permetterselo, trova riparo nei centri urbani, ma la maggior parte ha avuto a disposizione solo i campi profughi sorti nell’ultimo mese lungo il confine. Altri, i più vulnerabili, sono finiti dentro scuole, moschee, edifici pubblici: «I profughi vivono in campi improvvisati, in zone periferiche lungo il confine in cui anche prima delle nuove ondate di sfollati la presenza di servizi sanitari e medici era piuttosto limitata. Oltre alle città, come Dohuk e Irbil, le autorità curde per quanto possibile sono presenti anche in queste aree di periferia dove gli sfollati si sono concentrati, così da evitare infiltrazioni o pericoli per il resto del Kurdistan iracheno».

Le cronache delle scorse settimane hanno raccontato i lunghi viaggi intrapresi da sunniti, cristiani e yazidi per avere salva la vita: chi poteva è fuggito a bordo di camioncini o in sella ad un asino, il resto a piedi, nelle  bollenti temperature dell’estate irachena. Senza cibo né acqua. Ancora oggi il bisogno è estremo: «Le necessità primarie sono l’accesso a acqua, cibo e medicinali per le malattie croniche e le vaccinazioni dei bambini – continua Forgione – Medici Senza Frontiere lavora nel settore medico: stiamo creando cliniche mobili che ci permettano di operare in un raggio di azione più ampio e coprire le necessità della popolazione che si muove da un villaggio all’altro, da un’area all’altra. Abbiamo creato team di medici e paramedici che assicurano i trattamenti medici di base e forniscono i medicinali per malattie croniche e salute mentale».

«I traumi a cui sono state soggette queste persone sono gravi. Alcuni di loro in maniera quasi immediata raccontano del loro viaggio; altri sono ancora in preda allo choc e non sono in grado di ricordare. In generale, a prescindere dalla provenienza, che si tratti di cristiani, yazidi o sunniti, gli spostamenti sono stati estremamente difficili a causa dei bombardamenti o per l’attraversamento di numerosi checkpoint, ognuno dei quali ha accresciuto il livello di trauma subito dai vari componenti della famiglia, senza distinzione: ne sono rimasti colpiti tutti, donne, uomini, bambini».

«Adesso la priorità è fare in modo che l’aiuto arrivi nel modo più veloce possibile: il 20% della popolazione sfollata si trova in condizioni precarie, in scuole, edifici pubblici o moschee, in luoghi dove il caldo estivo e le condizioni igieniche rendono la situazione complessa. I fondi che la comunità internazionale sta raccogliendo devono arrivare il più velocemente possibile, anche nelle zone dove l’accesso è più difficile, a quelle comunità sunnite ancora intrappolate nelle zone teatro del conflitto».

Se, infatti, nelle ultime settimane ad arrivare in Kurdistan sono per lo più cristiani e yazidi, i mesi di giugno e luglio sono stati teatro della fuga dei sunniti delle comunità occupate subito dall’Isil: «Le ondate precedenti, dopo la caduta di Mosul e la presa delle province dell’Iraq centrale, erano dovute ad arabi sunniti e sciiti – conclude Forgione – Ma ciò che tutti hanno notato fin dall’inizio è la  solidarietà dimostrata dalle comunità locali, al di là dell’affiliazione politica o l’appartenenza etnica o religiosa. Le famiglie del luogo hanno fornito il primo fondamentale soccorso agli sfollati: lo hanno sottolineato anche le stesse famiglie rifugiate, hanno visto con i propri occhi l’empatia e la solidarietà delle comunità locali». Il primo approdo dopo la fuga dalla morte.

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Categorie: Palestina

What would happen if Palestine joined the International Criminal Court?

Sab, 23/08/2014 - 09:38

Palestine is likely to prove a new challenge for the court in one significant respect: the court would need to confront not just specific or sporadic acts of violence, but the very nature and structure of Israel’s occupation.

 

Shejaia neighbourhood, heavily shelled by Israel for two entire days (Photo: Finbarr O’Reilly/Reuters)

 

Dr. Michael Kearney – The Electronic Intifada
What would happen if Palestinian Authority leader Mahmoud Abbas signs up to join the International Criminal Court (ICC)? The question has acquired a certain urgency amid the Israeli attack on Gaza and reports that the Palestinian political parties, including Hamas, are now committed to joining it.

The first thing to note is that since it began operations in 2002, the court hasn’t been much of a success. Each individual, including several heads of state indicted by the court, have so far been African, leading to condemnation that it is a tool of western neo-colonialism. The flipside to this African focus has been a shift in the original US policy of militant opposition to the body towards a more nuanced relationship, where the US and the United Nations Security Council have seen the ICC as a useful tool in certain foreign adventures, for example, in Libya.

From the perspective of academics, activists and legal professionals, the record of the Office of the Prosecutor and the judges themselves has fed widespread frustration and significant concern that the institution does not have the capacity to make itself fit for purpose.

Underlying these concerns are financial and logistical problems. It’s not easy sending investigators to central Africa’s war zones to search for convincing evidence and witnesses to crimes that may have been perpetrated a decade previously. Nor, when the Security Council has decided to refer situations such as Darfur and Libya to the court, has it provided any financial or political support.

With new investigations opening up on a regular basis, including recently in Mali and Ukraine, and judicial decisions taking an incredibly long amount of time, the court’s future, in spite of — or perhaps because of — its ever increasing workload is far from certain.

Apart from the perpetual political pressure from Israel’s allies, Palestine is likely to prove a new challenge for the court in one significant respect. To date the prosecutor’s investigations, and the cases brought before the court have focused on specific incidents. The first of the court’s two convictions related to an individual, a rebel commander found guilty of recruiting and using child soldiers in Uganda; the second related to an attack on one specific village in the Democratic Republic of the Congo, again by a rebel commander.

In Palestine, the court would need to confront not just specific or sporadic acts of violence such as the attacks against civilians and civilian objects reported in the UN-commissioned Goldstone report into Israel’s 2008-2009 assault on Gaza, but would also have to address the very nature and structure of Israel’s occupation.

Investigating war crimes related to the settlement project in the West Bank as well as apartheid as a crime against humanity will require the court to engage not just with the conduct of soldiers and rebels, but with the entire system of the occupation. In order to prosecute individuals responsible for these crimes the court must determine also the unlawfulness of Israeli state policies which underlie the overall system of settlement and of domination.

In a recent comment piece, Michael Merryman-Lotze clearly identifies this distinction between individual acts of physical violence and the “more pernicious legal and structural violence that defines Israel’s occupation and its ethno-chauvinistic and discriminatory policies.”

Jurisdiction

As a formally recognized state, Palestine has the right to go to the court. From the moment the recognized authorities of the state ratify the Rome Statute, the ICC’s founding treaty, the court will have jurisdiction to investigate and prosecute individuals who commit crimes on Palestinian territory and over Palestinian nationals wherever they may commit crimes.

The option exists to grant the court retroactive jurisdiction, possibly as far back as 2002, but academic and professional lawyers remain divided as to when the “State of Palestine” as a legal entity came into existence, and as to whether the initial Palestinian Authority approach to the court in 2009 is valid or not. The territory of the “State of Palestine” for the purposes of the court’s jurisdiction would be the Palestinian territories occupied by Israel in 1967, that is to say the West Bank including East Jerusalem and the Gaza Strip.

Complementarity

On ratification, Palestine can make a “self-referral” requesting the prosecutor to begin investigating the “situation” on its territory. The Palestinian judiciary cannot prosecute Israeli officials for the crimes of the occupation and the Israeli judiciary does not do so.

Alternatively, the Office of the Prosecutor can itself open an investigation into the “situation,” or the UN Security Council can request that it do so. If following a preliminary examination of a situation the prosecutor finds a “reasonable basis” to proceed with an investigation, she will go before a pre-trial chamber composed of three judges, and request authorization for a formal investigation.

The chamber examines the request to determine whether a “reasonable basis” exists, in which case it will authorize the investigation. Should the chamber deny authorization, the prosecutor can make subsequent requests based on new facts or evidence.

At this point the prosecutor notifies the concerned states as to the existence of the investigation. She may notify them confidentially, and retains freedom to limit what information she provides in order “to protect persons, prevent destruction of evidence or prevent the absconding of persons.”

Within one month’s receipt of such a notice, a state may inform the court that it currently is, or already has, undertaken the necessary criminal investigation within its own judicial system. In such a case the prosecutor may defer to the state’s own proceedings, since the ICC is supposed to “complement” or prompt national proceedings. If she thinks the state is genuinely unwilling or unable to investigate, she can return to the pre-trial chamber and request fresh authority to re-open an investigation.

As a court of last resort, any ICC investigation will defer to national proceedings, by reference to the principle of complementarity. In order then to protect its nationals from possible ICC prosecution Israel must itself undertake timely, genuine and independent investigations into the crimes of its nationals in the “State of Palestine.”

The court will also have power to prosecute those who attempt to incite people to genocide.

Settlements

There are two general approaches that the Office of the Prosecutor might adopt towards Palestine. On the one hand the court might focus on the spectacular violence of the various Israeli attacks against the people of the Gaza Strip, seeking to indict individuals who planned, ordered, assisted or incited the widespread attacks on Palestinian civilians. On the other, the court could focus on the structural framework of the occupation, namely the settlement project in the West Bank and the accompanying policies and practices of apartheid. Given the court’s record it is difficult to envisage how it could manage to address all of the crimes committed since 2002. It will necessarily have to be selective, but the affirmation of the criminality of the occupation will be clear.

It was the explicit recognition of the criminal nature of the “transfer, directly or indirectly, by the Occupying Power of parts of its own civilian population into the territory it occupies” (Article 8.2.b.vii) which led Israel to vote in 1998 against the adoption of the Rome Statute.

Israel’s chief delegate at Rome, Eli Nathan, said “can it really be held that such an action as that listed in Article 8 above really ranks among the most heinous and serious war crimes, especially as compared to the other, genuinely heinous ones listed in Article 8?”

The 2013 report of a UN Human Rights Council Fact-Finding Mission confirmed that “The transfer of Israeli citizens into the OPT [occupied Palestinian territories], prohibited under international humanitarian law and international criminal law, is a central feature of Israel’s practices and policies,” and that Palestine’s ratification of the Rome Statute “may lead to accountability for gross violations of human rights law and serious violations of international humanitarian law and justice for victims.”

Israeli civilians are being transferred into settlements, whose seizure or construction gives rise to the applicability of two additional war crimes relating to Palestinian property rights, as noted in the Goldstone report. These are the war crimes of “Extensive destruction and appropriation of property, not justified by military necessity and carried out unlawfully and wantonly” (Article 8.2.a.iv) and of “Destroying or seizing the enemy’s property unless such destruction or seizure be imperatively demanded by the necessities of war” (Article 8.2.b.xiii). It is difficult to see what defense any indicted Israeli political or military commanders can rely upon in the face of these charges.

While no one has ever been charged with the war crime of transfer of civilians into occupied territory, the ICC should have no difficulty addressing such charges. The court is supposed to focus on war crimes when they are being perpetrated as part of a plan or policy, indubitably the case with respect to settlements and settlers.

In February 2014, the UK Supreme Court had no problem considering, briefly, the meaning and scope of this crime. The case related to a protest action against an Ahava cosmetics store in London, where a defendant was charged with aggravated trespass.

The accused sought to rely on the defense that the Ahava store was acting in violation of international criminal law because it sold goods manufactured in unlawful West Bank settlements. With respect to “the war crime argument,” the Supreme Court accepted that if a person, including the shopkeeper company, had “aided and abetted the transfer of Israeli civilians into the OPT,” it might have committed an offense against” the UK’s 2001 Rome Statute Act.

Apartheid

No one has ever been charged with the crime of apartheid. South Africa decided to avoid the criminal approach in coming to terms with its transition in the 1990s, relying instead on a truth and reconciliation approach. There has been significant commentary as to the Israeli state’s responsibility for apartheid, and a developing academic critique of the criminal aspect.

The crime of apartheid refers to the commission of certain acts, such as torture or murder, “in the context of an institutionalized regime of systematic oppression and domination by one racial group over any other racial group or groups and committed with the intention of maintaining that regime.” Yet another UN Committee has already established that Israel’s policies and practices in occupied Palestine are in violation of the provision in the Convention on the Elimination of Racial Discrimination prohibiting apartheid.

In taking on the situation in Palestine it would be expected that the ICC prosecutor would act on the evidence and commentary readily available and begin examining the racist “systematic oppression” of Palestinians under Israeli occupation. Individuals held to be responsible for the murder or torture of Palestinians within such a context may then be prosecuted for the crime of apartheid as a crime against humanity.

Gaza

Whether the court can investigate the attacks against Gaza depends on whether Palestine gives the court retroactive jurisdiction. On the face of it, evidence produced in studies such as the Goldstone report suggest overwhelming likelihood that individuals in Israel’s military and political elite ordered, or aided by other means, the commission of many war crimes and crimes against humanity.

The intensity and scale of the attacks against civilians in Gaza would probably mean that the court, as with the Goldstone report, would focus in on a selection of incidents rather than all the crimes of “Operation Cast Lead” or the ongoing “Operation Protective Edge” as a whole. The prosecutor, when choosing who to request arrest warrants for, would need to analyze the chain of command within the Israeli military and political decision-making bodies in order to determine who bears greatest responsibility.

Investigation into Palestinian resistance

Investigations would also focus on the actions of the armed Palestinian resistance. While Hamas spokespersons have stated their confidence in being able to defend any charges laid against them, two issues may be of particular significance during a criminal investigation.

The standard line being taken in the West, and elsewhere, has been that Hamas specifically, but armed Palestinian factions in general, have the aim of targeting civilians. As The Guardian’s editorial of 13 July states, “Hamas would kill scores of Israeli civilians if it could. It’s just that its missiles don’t get through, while Israel’s do.”

This claim is contradicted by the Israeli military, which states that the Iron Dome anti-missile system intercepted only 21 percent of the rockets fired into Israel during July/August 2014. (Even these claims are contested as highly exaggerated by various experts, but that does not alter the argument here.)

Further, in the latest round of fighting/criminality, Israel claimed to have suffered 67 fatalities from Palestinian fire, three of whom were civilians. Given these two sets of data, it would not appear that a strong criminal case against Palestinians for targeting civilians is a foregone conclusion.

 

Any investigation by the prosecution would need to establish where all the missiles landed, and whether there were military objectives in the areas which the Palestinians were aiming for. As things stand today it is extremely difficult to verify whether this was the case or not.

Israel’s military censor has a gag order in effect so it is extremely difficult to identify exactly, or even roughly, where the rockets fell.

Firing weapons which are incapable of making the distinction between combatant and civilian is itself criminal, so, depending on the evidence, the court could seek to prosecute Palestinians on account of the rockets being targeted at civilian areas, or failing to distinguish between military and civilian objectives. Finally, the court would need to consider allegations made against Palestinians of locating their military operations in civilian objects such as hospitals, as well as charges such as the use of human shields by Israeli soldiers (see Goldstone report paragraph 1925).

The Security Council

The key formal power which the Security Council could apply to an ICC investigation into the situation in Palestine is set out in Article 16 of the Rome Statute. In accordance with this provision the council can, in the interests of peace and justice, stall any investigation or proceedings for a period of twelve months.

This power is renewable, and while its use does not appear to have ever been seriously considered before, it might be a means by which Israeli allies on the council could stymie any action by the court.

Conclusion

Given that the ICC will need to investigate not just the crimes of individuals responsible for firing at civilians in hospitals, the demolition of homes, or the shooting of demonstrators, but also the long-term structural basis of the occupation as manifested in the settlement and apartheid projects, Palestine will represent an unprecedented challenge for the court.

The political pressure against the Office of the Prosecutor is likely to be immense and the task of asserting and retaining prosecutorial independence is something to be monitored very closely.

Unlike other situations where the prosecutor has investigated, Israel has in effect a public policy of occupation openly built upon the perpetration of repeated war crimes around settlements and around apartheid. Evidence of criminality, from the public statements and practices of individual Israeli military and political leaders, as well as the multitude of UN, state, nongovernmental, solidarity and other organizations which have monitored and reported on individual war crimes such as torture, deportation, murder, unlawful detention, incitement and so on will provide a further mass of evidence.

It is indefensible that the Palestinian leadership has so far treated the ICC as a political pawn, deferring ratification in return for Israeli half-promises: prisoners released only to be detained again.

A turn to the court, with a focus perhaps on challenging and breaking the structure of the occupation, rather than seeking justice for each and every person murdered, is possibly the most appropriate course which Palestinian advocates should see as a priority in their campaigning around the International Criminal Court.

Dr. Michael Kearney is lecturer in law at the University of Sussex, UK.

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Categorie: Palestina

GAZA. Sterminata la famiglia Dahrouj. L’appello all’Onu di Meshaal e Abbas

Sab, 23/08/2014 - 09:00

Undici raid israeliani nella notte: uccisi i 5 membri di una stessa famiglia. Colpite due moschee e un centro educativo. I leader di Fatah e Hamas chiedono la data di fine dell’occupazione.

 

Bombe su Gaza City ieri, 22 agosto 2014 (Foto: AFP/Roberto Schmidt)

 

AGGIORNAMENTI:

ore 18.50 – COLPITA LA TORRE ZAFER A GAZA CITY: 15 FERITI

Un raid israeliano ha colpito la torre Zafer, 14 piani, a Gaza City. La torre è stata completamente distrutta, almeno 15 i feriti. Secondo fonti locali, Hamas oggi avrebbe giustiziato altri 4 presunti collaboratori a Jabaliya.

ore 16.15 – VOLANTINI DELL’ESERCITO ISRAELIANO SU GAZA

Volantini di avvertimento sono stati lanciati oggi dagli aerei da guerra israeliani sulla Striscia di Gaza in cui si avvertono i residenti che “saranno colpite tutte le infrastrutture di Hamas e di altre organizzazioni, che la leadership di Hamas continuerà ad essere ricercata mentre si nasconde sottoterra e ignora i bisogni dei civili di Gaza. L’esercito attaccherà ogni struttura civile e militare da cui partano atti terroristici verso lo Stato di Israele, ogni casa dalla quale abbiano origine azioni militari. Vi avvertiamo di evacuare ogni area dalla quale parta fuoco diretto a Israele. Residenti di Gaza, la campagna continua. Siete avvertiti”.

ore 13.30 – L’EGITTO INVITA ISRAELE E HAMAS A NUOVI NEGOZIATI

Secondo il presidente dell’ANP, Abbas, oggi al Cairo, l’Egitto inviterà a breve Israele e Hamas per la ripresa del dialogo per un accordo di cessate il fuoco duraturo.

ore 12.20 – IERI MANIFESTAZIONI IN CISGIORDANIA IN SOLIDARIETA’ CON GAZA: DUE FERITI

Centinaia di persone hanno partecipato ieri a manifestazioni in solidarietà con Gaza in diverse città e villaggi della Cisgiordania. Marce si sono tenute a Betlemme, Nabi Saleh, Al Ma’sara, Kufr Qaddum, Beit Iksa (Gerusalemme) e Bi’lin. Almeno due i feriti, di cui uno colpito a Betlemme da un proiettile sparato dai soldati israeliani.

ore 11.40 – ABBAS AL CAIRO CON AL-SISI

Il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, incontrerà oggi al Cairo il presidente egiziano al-Sisi per discutere del cessate il fuoco.

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La giornata di ieri, venerdì 23 agosto

dalla redazione

Gerusalemme, 23 agosto 2014, Nena News – Entra nel suo 47esimo giorno l’operazione Margine Protettivo contro la Striscia di Gaza. Stamattina, un altro massacro: bombe israeliane hanno colpito una casa nel centro di Gaza, nel quartiere di al-Zawayda, uccidendo 5 membri di una stessa famiglia. Altre cinque vittime che portano a 2.098 il numero totale dei morti dall’8 luglio, oltre 10.500 i feriti, di cui – secondo dati Onu – il 70% sono civili.

Il raid di stamattina ha sterminato la famiglia Dahrouj. Per ora i soccorritori hanno identificato solo una donna, Hayad Abed Rabbo Dahrouj, di 47 anni. Tra le vittime ci sarebbero il nipote della donna di 28 anni sua moglie di 26 e i loro due bambini di 4 e 3 anni. Altri bombardamenti hanno colpito la sede del comune di al-Qarara e un vicino centro educativo, la mosche Al-Aidon di Shajaye e quella nel villaggio di Abasan a sud. Colpita nel quartiere Zeitoun di Gaza City anche la casa della famiglia Aqil, ma fortunatamente non si sono registrate vittime. Raid israeliani anche contro due basi militari delle Brigate Al Qassam a Rafah e Khan Younis, nel sud della Striscia, e una terza a nord, a Beit Lahiya. In totale, durante la notte sono stati compiuti 11 raid aerei, secondo quanto dichiarato dall’esercito israeliano, violentissimi, forse  in risposta alla morte del bambino israeliano di 4 anni, Daniel Tragerman, morto ieri dopo il lancio di un razzo da Gaza verso il kibbutz dove viveva con la famiglia.

Nonostante la situazione sul terreno sia tragica e quella sul tavolo del negoziato in stallo, la delegazione di negoziatori palestinesi continua a premere per un cessate il fuoco, insistendo per la fine dell’embargo e il riconoscimento della libertà di movimento di persone e beni dentro e fuori la Striscia. Israele non risponde nemmeno più a tali richieste, puntando il dito sulla demilitarizzazione di tutte le fazioni di Gaza prima di sedersi al tavolo a trattare una tregua.

Ieri a muoversi sono stati i due leader di Hamas e Fatah. Khaled Meshaal e Mahmoud Abbas, dal Qatar dove si sono incontrati, hanno fatto appello congiunto alle Nazioni Unite perché prepari una sorta di scadenzario dell’occupazione israeliana dei Territori, ovvero un programma temporale da seguire per porre fine all’occupazione militare. Per ora i governi occidentali si stanno limitando a premere per una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che preveda un cessate il fuoco duraturo e la fine dell’assedio: una bozza presentata dalla Giordania è in lavorazione, sul tavolo dei 15 membri permanenti, ma non piace a tutti, Stati Uniti in primis. Nena News

 

 

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Categorie: Palestina

IRAQ. Volantini e bombe su Mosul contro l’avanzata jihadista

Ven, 22/08/2014 - 11:10

Continua l’intervento degli Stati Uniti che pensano all’invio di altri 300 militari. Cresce il potenziale di vendita di greggio dei curdi. Teheran preoccupata dalla spartizione dell’Iraq.

 

Peshmerga curdi

 

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 22 agosto 2014, Nena News – L’atroce fine del reporter James Foley resterà negli occhi dell’opinione pubblica statunitense, la stessa che preme per il disimpegno di Washington dal fronte mediorientale. Il presidente Obama lo sa: inviare anche un solo marine nella bolgia irachena danneggerebbe definitivamente la sua immagine, seppur quella bolgia sia figlia degli errori della precedente amministrazione e dell’attuale.

Nessun marine, solo bombe dai droni senza pilota. Ieri i bombardamenti Usa sulle postazioni jihadiste a nord sono ripresi, nonostante l’Isil abbia apertamente minacciato di uccidere anche il secondo giornalista ostaggio, Steven Sotloff. Missili sono stati lanciati anche dalla marina, a protezione di peshmerga e esercito iracheno impegnati nel tentativo di riprendere Mosul. Quattordici i raid compiuti dai droni Usa, mentre fonti del Pentagono hanno parlato del possibile invio di altri 300 militari Usa in Iraq, da dispiegare dentro e intorno Baghdad. 

Accanto alle bombe, dal cielo iracheno sono piovuti volantini su Mosul: un messaggio in arabo del Ministero della Difesa ai residenti perché si sollevino contro le milizie di Al Baghdadi e sostengano la controffensiva governativa. I volantini potrebbe anticipare un’ampia operazione di ripresa della città da giugno roccaforte dell’Isil, quasi svuotata dei propri residenti fuggiti verso il Kurdistan.

C’è da capire se Mosul, città sunnita come il resto della provincia di Ninawa, abbia intenzione di prendere le parti di quel governo che negli ultimi otto anni ha lavorato per estromettere la comunità sunnita dalla gestione economica e politica del paese. Nei due mesi appena trascorsi, sono stati numerosi i sunniti che hanno deciso di sostenere l’avanzata dell’Isil, nella speranza di sfruttarla come piede di porco per far cadere l’esecutivo a maggioranza sciita. Fondamentale la partecipazione degli ex ufficiali baathisti, tuttora fedeli a Saddam, la cui conoscenza del territorio ha garantito la prepotente avanzata qaedista.

Una spaccatura visibile del già fragile melting pot iracheno, a cui i governi occidentali partecipano armando i peshmerga curdi. Gli ultimi due mesi sono stati forieri di speranze per la regione autonoma del Kurdistan e per i curdi di Siria e Turchia, che vedono nella nuova legittimazione militare dei fratelli iracheni lo spiraglio per una reale indipendenza. L’autonomia che Irbil cerca di ottenere da tempo, sganciandosi da Baghdad soprattutto nel settore energetico, è oggi un’ufficiosa realtà. Secondo fonti turche, dalla fine di agosto dall’oleodotto indipendente del Kurdistan iracheno transiteranno 200-220mila barili al giorno, il doppio della produzione del passato. Il tutto grazie ai lavori di miglioramento del condotto, che arriva in Turchia, a cui ha messo mano la compagnia turco-inglese Genel Energy, a riprova dei consistenti interessi europei nell’area.

L’iniziativa curda ha ovviamente fatto infuriare Baghdad, impegnato a impedire le vendite indipendenti di greggio all’estero, cominciate a maggio senza il beneplacito del potere centrale. Ad oggi non è facile per il Kurdistan trovare compratori che riconoscano la regione autonoma come venditore legittimo ma il sostegno internazionale ai peshmerga potrebbe essere la chiave di volta. Tanto da spingere l’ex premier Maliki ad “avvertire” il suo successore, Al Abadi, a non accettare precondizioni poste dai curdi per la formazione del nuovo governo di unità.

La preoccupazione cresce anche in Iran, consapevole che un’eventuale maggiore indipendenza curda spaccherebbe l’unità dell’Iraq e incrementerebbe l’influenza Usa a scapito di quella iraniana. Perciò l’Iran ha sempre premuto per un rafforzamento di Baghdad, anche attraverso la strana alleanza con gli Usa cercata nelle prime settimane di avanzata dell’Isil: «Per l’Iran niente è potenzialmente minaccioso come la prospettiva di un Kurdistan indipendente perché ridurrebbe la sua influenza sull’Iraq – spiega l’analista iraniano Maham Abedin – Inoltre, un’entità indipendente curda diventerebbe base permanente per l’influenza statunitense e israeliana, nel cortile di casa iraniano. Infine, rafforzerebbe gli irredentisti curdi in Iran. Per questo Teheran lavora per contenere le forze centrifughe irachene, intervenendo direttamente nel conflitto». E cercando di salvare il governo sciita, costringendolo ad aprirsi alle comunità curde e sunnite: l’Iran sa che solo un esecutivo di unità nazionale impedirebbe la spartizione definitiva dell’Iraq, suo Stato satellite.

 

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PALESTINA. La parlamentare con il foglio di via

Ven, 22/08/2014 - 10:56

Khalida Jarrar del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina ha ricevuto da Israele l’ordine di lasciare Ramallah e di confino a Gerico. Le organizzazioni per i diritti umani contro il mancato intervento dell’Anp.

 

 

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gaza City, 22 agosto 2014, Nena News – I soldati israeliani ieri non si sono presentati di nuovo alla porta di Khalida Jarrar ma cresce ugualmente la mobilitazione dei palestinesi a sostegno della parlamentare del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp) che mercoledì si è vista consegnare dalle forze di occupazione un ordine di espulsione entro 24 ore da Ramallah e di confino a Gerico per almeno sei mesi. Il motivo? Non si conosce.

L’Esercito parla di «minaccia alla sicurezza» di Israele. Attivisti, compagni di partito e diversi deputati si sono detti pronti a schierarsi a protezione della esponente del Fplp, per impedire ai soldati di avvicinarsi alla sua abitazione.

L’Olp, per bocca del capo negoziatore Saeb Erakat, ha protestato contro il provvedimento israeliano, sottolineando che infrange leggi e convenzioni internazionali. Una ondata di critiche tuttavia ha colpito in queste ore proprio i vertici dell’Olp e dell’Anp. Ramallah è una città autonoma, sulla base degli accordi di Oslo, e sotto il pieno controllo dell’Anp che però non ha sollevato alcuna obiezione al raid compiuto dalle forze militari israeliane all’interno della città. L’ong Addameer, che assiste i detenuti politici, ha condannato la passività dell’Anp nei confronti della minacciata deportazione di un membro del Parlamento e ha accusato le autorità palestinesi di aver di fatto avallato il confino della Jarrar.

Eletta al parlamento palestinese nel 2006, esponente di punta del Fplp e del movimento delle donne, a Jarrar è proibito viaggiare al di fuori del territorio palestinese dal 1998 (ha potuto lasciare la Cisgiordania solo nel 2010, per cure mediche ad Amman). Negli ultimi anni Israele ha deportato in Cisgiordania tre parlamenti palestinesi Mohammad Abu Teer, Ahmad Atoun e Mohammad Totah – e il ministro degli affari di Gerusalemme Khalid Abu Arafeh.

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GAZA. È ancora crisi umanitaria, mentre il mondo affonda nello stallo

Ven, 22/08/2014 - 09:00

Aumenta il numero di sfollati e di morti, sempre di più i bambini feriti, orfani e con necessità di supporto psicologico. L’Onu pensa ad una risoluzione ma le posizioni restano inconciliabili.

 

(Foto: Mohammed Talatene, Anadolu Agency/Getty Images)

 

AGGIORNAMENTI:

ore 18.00 – SCONTRI IN CISGIORDANIA TRA SOSTENITORI DI HAMAS E FORZE DI SICUREZZA DELL’ANP

Oggi ad Hebron si sono registrati scontri tra le forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese e centinaia di sostenitori di Hamas. La polizia palestinese ha usato i gas lacrimogeni per disperdere la folla e impedire che si avvicinasse al checkpoint israeliano nel centro della città.

Sul piano politico il premier di Gaza e leader di Hamas Haniyeh ha detto oggi che i palestinesi non accetteranno niente se non la fine dell’embargo della Striscia e ha accusato Israele di usare i negoziati per coprire i propri crimini. Il funzionario del movimento islamista, Mushir al-Masri, ha aggiunto che un ritorno al dialogo con gli israeliani è condizionato all’accettazione da parte di Israele delle richieste palestinesi.

ore 17.45 – BAMBINO ISRAELIANO MUORE PER UN RAZZO. MISSILI SULL’AEROPORTO DI TEL AVIV

Un bambino israeliano di 4 anni è rimasto ucciso a Sha’ar Hanegev, al confine con la Striscia di Gaza, dopo che un missile ha colpito la macchina su cui viaggiava. Il bimbo è morto poco dopo per le ferite riportate.

Intanto Hamas fa sapere di aver lanciato missili M75 verso l’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv.

ore 11.45 – UNDICI ESECUZIONI A GAZA

Funzionari di Hamas hanno confermato l’uccisione oggi di undici collaboratori israeliani nella Striscia di Gaza, condanne a morte decise da una sentenza del tribunale.

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La giornata di ieri, giovedì 21 agosto

dalla redazione

Gerusalemme, 22 agosto 2014, Nena News – Quattro morti questa mattina all’alba hanno aperto il 46esimo giorno dell’offensiva Margine Protettivo: colpito dalle bombe israeliane il campo profughi di Al Nuseirat e il centro di Gaza. Tra le quattro vittime, anche il 14enne Mahmoud Talaat Shreiteh. Ieri erano state 38 le vittime, per un bilancio totale che è salito a 2.087, secondo i dati forniti dal Ministero della Salute.

Non cessa la crisi umanitaria, infiammata dai nuovi raid dopo una settimana di cessate il fuoco: i feriti hanno superato le 10.500 unità, gli ospedali sono affollati e costretti a lavorare con scarsità di materiali e medicinali: secondo l’Onu sono 3mila i bambini feriti, di cui mille con disabilità gravi, 1.500 orfani e 373mila con immediata necessità di supporto psicologico.

Strapieni anche i rifugi Onu che ospitano 435mila sfollati – poco meno di un terzo della popolazione gazawi – a cui se ne aggiungono tanti altri che hanno trovato riparo a casa di amici o parenti o che stanno dormendo tra le macerie delle proprie case. La vita nelle scuole dell’UNRWA è invivibile: in ogni classe dormono decine e decine di persone, i bagni non sono sufficienti così come il cibo e l’acqua e quei rifugi stanno diventando un pericoloso focolaio di malattie.

E mentre la popolazione palestinese paga l’ennesimo prezzo dei giochi di potere, proseguono i tentativi di trovare un accordo, nonostante il palese fallimento di negoziati lunghi quasi 10 giorni. Ieri la delegazione palestinese aveva presentato tramite il negoziatore egiziano una nuova proposta di tregua a Israele, senza ricevere risposta. Le richieste restano le stesse: fine del blocco di Gaza, riapertura di porto e aeroporto, liberazione dei prigionieri, tra gli altri. Israele non cede di un passo e insiste sulla completa demilitarizzazione della Striscia di Gaza.

Per ora a proseguire è il dialogo tra Ramallah e Gaza, tra il presidente dell’Anp Abbas e il leader politico di Hamas, Meshaal. I due si sono incontrati ieri a Doha, in Qatar, per due volte, in quella che è stata descritta da alcune fonti presenti al meeting una conversazione “difficile”, da altre “positiva”. Diversa la versione dei servizi segreti israeliani: secondo lo Shin Bet, durante l’incontro Abbas ha accusato Meshaal di essere un bugiardo e di aver tentato di ordire un complotto contro l’Anp in Cisgiordania. Da parte palestinese non è giunto alcun commento in merito alle presunte rivelazioni israeliani.

Si muove intanto anche la comunità internazionale: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania stanno discutendo della possibilità di andare in Consiglio di Sicurezza per produrre una risoluzione che chieda il cessate il fuoco. Un’iniziativa che sarebbe apprezzata da entrambe le delegazioni, dicono al Palazzo di Vetro, che avrebbero separatamente chiesto al Consiglio di prendere misure immediate per rompere lo stallo.

Le parole che piovono sull’offensiva sono tante, le promesse e gli impegni ancora di più. Nessuno però intende compiere il passo in più, ovvero prendere in considerazione le reali condizioni di vita del popolo di Gaza. Quello che le fazioni palestinesi chiedono – come ha spiegato bene Gideon Levy in diversi editoriali – non è nulla di assurdo o ingiusto: chiedono la fine dell’embargo e maggiore libertà. Nena News

 

 

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GAZA. A Rafah, tra gli orfani di Margine Protettivo

Gio, 21/08/2014 - 10:23

Mayar e Qusay sono due dei tanti bambini della Striscia rimasti senza genitori, uccisi dalle bombe israeliane. Difficile stimare quanti bambini gazawi siano oggi senza una famiglia: decine i nuclei familiari sterminati.

 

 

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Rafah, 21 agosto 2014, Nena News – I Siam sono a lutto da settimane. È passato quasi un mese da quel  mattino del 21 luglio quando missili sganciati da droni israeliani uccisero 12 membri di questa famiglia di Shaboura, alla periferia di Rafah. Eppure continuano i riti funebri.

È giunta l’ennesima tragica notizia dal Cairo: un altro dei Siam rimasti feriti è spirato in ospedale e la famiglia è di nuovo riunita per le preghiere. Gli uomini, una trentina forse più, sono seduti all’ombra di un grande albero. Le donne sono tutte in casa. Dolore e stanchezza segnano il volto dei presenti in una giornata dove un caldo finalmente accettabile e un cielo azzurro senza droni disegnano una cornice diversa per questa terra martoriata che, con la sua gente, paga un prezzo altissimo per il diritto alla libertà e alla dignità.

Mayar sorride. Che bella l’infanzia che ti permette di superare, almeno in apparenza, tragedie che invece  sono devastanti per gli adulti. E poi lei è proprio piccola, ha appena un anno e mezzo. Solo per qualche anno durerà questa inconsapevolezza. Presto Mayar si renderà conto di dover vivere il resto della sua esistenza senza i genitori, Mohammed e Sumud, uccisi quel 21 luglio assieme al fratellino, Mouin. E nessuno sa se riuscirà a superare senza conseguenze, senza disabilità, la frattura in tre punti della gamba sinistra e quella del bacino.

Mayar è orfana, una dei tanti orfani di Gaza, spesso di padre e madre, che i bombardamenti israeliani dal cielo, da terra e dal mare si sono lasciati alla spalle. La bimba sorride tra le braccia di zia Nariman, che sarà la sua seconda mamma. Lo zio Ahmad sarà il suo tutore.

«Mayar è piccola ma ricorda i genitori – dice Nariman – a sera chiama mamma, mamma. È così triste tutto ciò». La zia piange. La morte del fratello e di sua cognata è per lei una ferita aperta. «Mayar aveva un padre, una madre e un fratello, la sua famiglia, ora ha solo gli zii, non è lo stesso, non è giusto», ripete Nariman tra le lacrime. La bimba, bloccata dall’armatura di gesso che le stringe la gamba e il bacino, ora non sorride. Osserva con sguardo triste i presenti nella stanza. Dalle braccia della zia passa a quelle della nonna che la bacia con tenerezza. Poi all’improvviso sorride di nuovo ai cuginetti Mohsen e Muhmen, più grandicelli, che passano correndo davanti a lei. Anche loro sono orfani. Il primo ha perduto il padre, il secondo la madre.

Tra le conseguenze devastanti dell’offensiva israeliana contro Gaza oltre alla morte di almeno 542 bambini e ragazzi e 250 donne (dati del ministero della sanità), c’è anche quella dei numerosi orfani. Nessuno conosce ancora il loro numero esatto, decine secondo alcune fonti. Cifre drammatiche che non sorprendono. Il portavoce militare israeliano ha sempre fatto riferimento alla presunta presenza di “miliziani” di Hamas e altri gruppi armati nelle zone colpite per spiegare gli attacchi contro case ed edifici di Gaza. Il mondo è rimasto colpevolmente in silenzio di fronte a queste giustificazioni e il risultato è stato devastante per i civili palestinesi. Dozzine di famiglie sono state colpite e decimate, il più delle volte in casa. I loro nomi rimarranno scolpiti nella memoria di chi ha vissuto o seguito la «terza guerra» di Gaza: al Batch, Siam, al Najar, solo per citarne alcuni.

Chi è sopravvissuto ai massacri in qualche caso preferirebbe avere seguito il destino dei famigliari uccisi, tanto sono gravi le ferite che hanno subito e le conseguenze che si porteranno dietro per sempre. I piccoli orfani di madre e padre invece si portano dentro la solitudine di chi ha perduto la protezione, la guida, la carezza quotidiana. Gli zii assicurano che daranno tanto affetto a Mayar, prima fra tutti zia Nariman che non trova pace. E affetto riceverà anche Qusay Abu Namlah, tre mesi e mezzo, sempre di Rafah, ferito alle gambe e alle braccia. I suoi genitori sono stati uccisi dalla cosiddetta «Direttiva Annibale», ossia dal bombardamento a tappeto che prevedono le procedure militari israeliane per impedire che un soldato catturato sia portato via vivo dal nemico.

Quel soldato, il tenente Hadar Goldin, probabilmente era morto quel giorno di fine luglio che doveva coincidere con una tregua. Eppure i cannoneggianti e i raid aerei sulla zona orientale di Rafah andarono avanti per due giorni facendo circa 150 morti, tra i quali il papà e la mamma di Qusay. Ora quel bambolotto di carne e ossa con due occhi che ti scrutano dentro, è all’ospedale al Makassed di Gerusalemme Est. Al ritorno a Rafah, sarà affidato a qualche parente.

Tanti piccoli orfani non avranno la fortuna di diventare adulti a casa di uno zio o di una zia. «Per alcuni o forse molti di loro il futuro è l’orfanatrofio», ci dice Suhail Flaifl, del Palestine Children’s Relief Fund (Pcrf), una ong palestinese che garantisce assistenza medica specializzata ai bambini palestinesi feriti o gravemente ammalati e che in questi giorni sta anche distribuendo aiuti a migliaia di sfollati. «Molte famiglie di Gaza sono povere e l’affetto non basta a sfamare tante bocche. Non pochi potrebbero avere difficoltà a tirare su i figli di un fratello o una sorella rimasti uccisi, per mancanza di risorse economiche. Affidarli a un istituto è la soluzione che sceglierà qualche famiglia o le autorità locali. Non abbiamo ancora dati ufficiali ma posso affermare che mai in passato un’operazione militare (israeliana, ndr) aveva causato tanti piccoli orfani e ucciso e ferito tanti bambini», aggiunge Flaifl.

Diverse associazioni, non solo locali, sono al lavoro per raccogliere i fondi che serviranno al mantenimento dei bambini rimasti orfani e per aiutare le donne con figli che hanno perduto il marito, la casa e ogni forma di sostentamento. Anche tanti uomini sono stati colpiti duramente negli affetti. Nabil Siam, uno zio di Mayar, ha bisogno di conforto. È devastato dal dolore. Ci mostra foto della sua famiglia spazzata via dai missili: moglie e quattro figli. Un quinto figlio è in condizioni disperate in un ospedale del Cairo. Lui non ha più il braccio sinistro. La lacrime gli scorrono lungo il viso e continua a tormentarsi con la stessa domanda: «Perché hanno colpito la mia famiglia? Perché? Erano soltanto una donna e dei bambini». Nella sala tutti tacciono. Nemmeno Mayar sorride.

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IRAQ. Obama minaccia l’Isil: “Siete un cancro da estirpare”

Gio, 21/08/2014 - 10:00

Dopo la brutale uccisione del giornalista James Foley, il presidente Usa promette di proseguire nell’intervento. Il mondo arma i curdi, inasprendo i settarismi interni iracheni.

 

 

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 21 agosto 2014, Nena News – «Un messaggio all’America». Così i miliziani dell’Isil descrivono la decapitazione del freelance statunitense James Foiley, barbara vendetta contro i bombardamenti Usa lungo il confine ufficioso tra le aree occupate dai qaedisti e il Kurdistan.

Un video fatto girare in rete martedì dagli islamisti mostra un miliziano con il volto coperto accanto a Foley, in ginocchio, vestito con un’uniforme arancione che richiama palesemente le divise dei prigionieri della famigerata prigione Usa di Guantanamo. Prima dell’uccisione, il giornalista è costretto a ripetere l’appello preparato dall’Isil: «Chiedo ai miei amici e alla mia famiglia di sollevarsi contro i veri killer, il governo degli Stati uniti, per quello che mi accadrà che è il solo risultato dei loro crimini. Non perdete la dignità e non accettate nessun risarcimento per la mia morte da coloro che hanno infilato l’ultimo chiodo nella mia bara con la loro campagna aerea in Iraq». E ancora, rivolgendosi al fratello John, militare nell’aviazione, il reporter chiude il suo ultimo messaggio: «Oggi muoio, John. Quando i tuoi colleghi hanno sganciato le bombe su questa gente, hanno firmato il mio certificato di morte».

L’uccisione del giornalista, 40 anni, del New Hampshire, è stata confermata dalla famiglia in un post su Facebook nel quale si dice «fiera di lui, ha dato la vita per mostrare al mondo le sofferenze del popolo siriano». Foley era stato catturato da uomini armati nel novembre 2012 proprio in Siria, nella provincia di Idlin, dove copriva la guerra civile in corso per conto di Global Post.

Ma all’Isil l’atroce morte di James non basta e minaccia di uccidere un altro ostaggio statunitense, Steven Sotloff, 31 anni, reporter del Time, che appare nello stesso video. Un messaggio chiaro al presidente Obama che dieci giorni fa ha dato l’ok ai bombardamenti per fermare le barbarie dell’Isil contro le minoranze cristiana e yazidi. A rispondere è Diane, la madre di Foley che implora i miliziani perché risparmino la vita di altri ostaggi che «come James non hanno alcun controllo delle politiche del governo statunitense». Risponde anche Obama: ieri pomeriggio il presidente ha definito l’omicidio «un atto che ha atterrito il mondo intero» e accusato l’Isil di essere portatore di «un’ideologia fallita, una visione vuota che non ha alcun rispetto per la vita umana e che è destinata a perdere». E poi la promessa, dietro le righe: «Sradicheremo questo cancro prima che si espanda».

Eppure, visto il nuovo uso dei social network da parte dell’Isil, il messaggio lanciato con la morte di Foley appare diretto agli Usa tanto quanto a possibili nuovi seguaci. La proclamazione del califfato islamico, i sermoni dell’autobattezzato califfo Al Baghdadi e le immagini della forza militare del gruppo sono rivolti a ogni potenziale jihadista nel mondo arabo e fuori, nell’intenzione di fare dello Stato Islamico la destinazione di miliziani da usare come strumento per modificare gli equilibri della regione.

Per ora l’unica reazione internazionale alle milizie di Al Baghdadi in Siria e in Iraq è il finanziamento a pioggia e l’armamento dei peshmerga curdi, i soli ad oggi apparentemente degni di ricevere sostegno militare dall’Occidente che sta facendo la fila per inviare armi e denaro. Una strategia che non fa che inasprire i settarismi interni iracheni e la divisione ormai quasi compiuta del paese in tre parti. Dopo aver sfruttato le spinte settarie irachene post-Saddam per garantirsi alleanze strategiche, gli Stati uniti oggi compiono gli stessi errori, svicolando gli appelli di Baghdad che da due mesi chiede l’intervento dei droni.

Oggi, nonostante l’allontanamento del premier Maliki e il tentativo del nuovo primo ministro Al-Abadi di giungere alla creazione di un governo di unità nazionale, Washington prosegue con una strategia che facilita i curdi, impegnati da tempo nell’accidentato percorso verso l’indipendenza. Lo stesso Kurdistan sa però che il potere centrale potrebbe avere un ruolo significativo nell’ottenimento di una maggiore autonomia e non vuole farsi scappare l’occasione di restare con un piede dentro il governo: ieri il curdo Zebari, ministro degli Esteri, è tornato sulla sua poltrona dopo aver sospeso la propria partecipazione all’esecutivo guidato da Maliki, che aveva accusato i curdi di sostenere l’avanzata dell’Isil.

Anche Al-Abadi prosegue per la sua strada e procede con le consultazioni per la formazione del nuovo governo: secondo fonti interne, l’esecutivo sarà formato da 20 ministri, di cui 12 assegnati all’Iraqi National Alliance, coalizione sciita, e 4 a testa a sunniti e curdi. E se in parlamento si cerca l’intesa, sul terreno i primi screzi tra curdi e esercito governativo si fanno sentire, rafforzati dall’intervento militare a senso unico degli Usa: ieri non sono mancate aspre discussioni su chi avrebbe riconquistato parte della diga di Mosul. Baghdad dice il suo esercito, Irbil i peshmerga. E i settarismi si ampliano.

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GAZA. Uccisi tre leader di Hamas, oltre 2.040 vittime in un mese

Gio, 21/08/2014 - 09:00

La ripresa dell’attacco ha già provocato oltre 22 morti. Tra loro i comandanti delle Brigate al Qassam. Hamas promette una reazione. Kerry cerca la mediazione di Qatar e Turchia.

 

(Foto: Said Khatib/AFP/Getty Images)

 

AGGIORNAMENTI:

ore 19.30 – 82 RAZZI LANCIATI OGGI SU ISRAELE, MA SECONDO L’ESERCITO L’ARSENALE DI HAMAS E’ QUASI ESAURITO

Oggi sarebbero stati lanciati verso il territorio israeliano 82 razzi. Secondo l’esercito israeliano, però, l’arsenale di Hamas sarebbe prossimo all’esaurimento (ne resterebbe il 25%), per questo i missili lanciati in questi due giorni avrebbero raggiunto solo le città al confine con Gaza: al movimento islamista, dice l’esercito, restano solo missili di medio raggio.

Venticinque i morti palestinesi oggi, a causa dei bombardamenti israeliani sulla Striscia.

ore 15.30 – ABBAS IN QATAR INCONTRA MESHAAL. ISRAELE RICHIAMA 10MILA RISERVISTI

L’incontro tra il presidente dell’ANP Abbas e il leader dell’ufficio politico di Hamas Meshaal è stato “positivo”, dicono fonti palestinesi presenti in Qatar al meeting a cui ha partecipato anche l’emiro Tamim bin Hamad al Thani. Oggi pomeriggio i due si incontreranno di nuovo.

Il consiglio dei ministri israeliano, intanto, ha approvato la chiamata di altri 10mila riservisti.

ore 12.15 – COLPITO CIMITERO: 4 UCCISI MENTRE SEPPELLIVANO I PARENTI

Le forze israeliane hanno colpito stamattina un cimitero nel distretto di Sheikh al-Radwan district, uccidendo quattro persone: Muhammad Talal Abu Nahl, Rami Abu Nahl, Haitham Tafesh e Abed Talal Shuweikh. I loro corpi sono stati portati all’ospedale Shifa di Gaza City.

Sono stati colpiti mentre seppellivano dei familiari, uccisi la notte prima dai raid israeliani.

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La giornata di ieri, mercoledì 20 agosto

dalla redazione

Gerusalemme, 21 agosto 2014, Nena News – Ormai Margine Protettivo è tornata nel vivo, a due giorni dal fallimento del cessate il fuoco mediato dall’Egitto. Razzi verso Israele, bombe contro la stremata popolazione gazawi. Il timore ora è che il conflitto si faccia quasi latente: meno devastante del mese scorso, a bassa intensità ma continuo, impedendo alla Striscia di avviare la ricostruzione e di tornare a vivere una vita “normale”.

Lo scontro si fa sempre più diretto tra Hamas e Israele: dopo aver tentato di far saltare in aria Mohammed Deif, leader del braccio armato del movimento islamico, le Brigate al Qassam, (finendo per uccidere invece la figlioletta e la moglie), Tel Aviv la notte scorsa ha preso di mira tre comandanti di alto livello in bombardamenti a Rafah, nel quartiere di al-Sultan, uccidendoli. Si tratta di Muhammad Abu Shammala, Raed al-Attar e Muhammad Barhoum.

Abu Shammala, 40 anni, era comandante generale delle Brigate al Qassam a sud della Striscia, al-Attar (40 anni) del distretto di Rafah. Entrambi erano nella lista nera israeliana, accusati di aver pianificato il rapimento del soldato Shalit nel 2006. Si sta ancora cercando tra le macerie il corpo di Barhoum. Secondo i servizi segreti israeliani, Abu Shammala è stato coinvolto nell’infiltrazione in territorio israeliano via tunnel dello scorso 17 luglio, quando 13 miliziani sono riusciti a oltrepassare il confine. Agli omicidi mirati dei tre leader Hamas risponde con durezza, promettendo a Israele di far “pagare un prezzo alto per l’assassinio dei comandanti delle Al Qassam”: “I crimini israeliani non distruggeranno la determinazione palestinese – ha detto il portavoce Sami Abu Zuhri – Non renderanno la resistenza debole”.

Nell’attacco contro i tre leader sono stati uccisi anche cinque civili, almeno 40 i feriti: Hasan Hussein Younis, 75 anni, sua moglie Amal Ibrahim Younis, il 17enne Ahmad Nasser Killab, Nathira Killab e Aysha Atiyyeh. Due morti anche al campo profughi di Nuseirat, colpiti mentre guidavano una moto: Jumaa Matar, 27 anni, e Omar Abu Nada, 22. A Beit Lahiya uccisi un bambino di 13 anni e un uomo. Ha ormai superato quota 2.040 morti il bilancio dell’operazione Margine Protettivo, ripresa martedì sera dopo l’ennesimo fallimento al tavolo dei negoziati. A ieri sera erano almeno 22 le vittime dalla fine del cessate il fuoco, 10.200 i feriti in oltre un mese di attacco.

Negoziati a cui ancora qualcuno tenta di aggrapparsi: il segretario di Stato Usa Kerry è ancora in diretto contatto con Turchia e Qatar, paesi considerati sponsor di Hamas, per rinnovare la tregua tra Israele e movimento islamista. Israele aveva rifiutato di avere al tavolo Ankara e Doha proprio per la vicinanza ad Hamas, preferendo ovviamente l’Egitto, acerrimo nemico del movimento palestinese. Ma importa poco a chi ci si rivolge in qualità di mediatore: fino a quando Israele non accetterà nessuna delle condizioni poste dalle fazioni palestinesi, che chiedono l’ovvia fine dell’assedio di Gaza e dei suoi quasi due milioni di abitanti, un accordo non sarà mai raggiunto. Nena News

 

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GAZA. Proseguono attacchi israeliani. Aumenta bilancio vittime

Mar, 19/08/2014 - 20:41

Questa mattina uccisi sette palestinesi a Deir al Balah. Tra i morti della scorsa notte la moglie e la figlia del comandante militare di Hamas, Mohammed Deif, del quale si ignora la sorte.

Foto di archivio

 

AGGIORNAMENTI

ore 16.oo Gaza: Hamas, Deif è vivo, sempre lui al comando

Sarebbe ancora vivo il comandante militare di Hamas, Mohammed Deif, scampato all’attacco aereo israeliano della scorsa notte a Sheikh Radwan in cui hanno trovato la morte sua moglie e suo figlio neonato. Lo riferisce un comunicato diffuso dalle Brigate Ezzedin al Qassam, il braccio armato di Hamas, guidate proprio da Mohammed Deif.

ore 10.30 ISRAELE VUOLE CONFINARE A GERICO LA PARLAMENTARE KHALIDA JARRAR DEL FRONTE POPOLARE PER LA LIBERAZIONE DELLA PALESTINA

Le autorità israeliane intendono confinare nella città di Gerico (Cisgiordania) la parlamentare Khalida Jarrar, del Fronte popolare per la liberazone della Palestina (Fplp). ”Stamane – ha detto Jarrar all’agenzia italiana Ansa – una quarantina di soldati israeliani ha fatto irruzione nella mia abitazione di Ramallah e mi hanno consegnato un ordine in ebraico che mi impone di recarmi a Gerico nelle prossime 24 ore e di restarci a tempo indeterminato”. Jarrar ha opposto un netto rifiuto.

 

ORE 8.30  11 PALESTINESI UCCISI DA IERI POMERIGGIO

Sono almeno 11 i palestinesi di Gaza uccisi dagli attacchi israeliani in corso da ieri pomeriggio.  Il bilancio complessivo dei morti nella Striscia è salito a 2029 e include anche un palestinese deceduto la scorsa notte in un ospedale di Gaza e ferito in precedenza.

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della redazione

Gaza, 20 agosto 2014, Nena News – Lo scontro tra Israele e Hamas è ripreso con violenza dopo il lancio, ieri pomeriggio, di tre razzi da Gaza e la rottura della tregua. Nelle ultime 12 ore le forze armate dello Stato ebraico hanno compiuto decine di attacchi e l’aviazione israeliana  avrebbe cercato di uccidere Mohammed Deif, il comandante militare del movimento islamico. Ma le bombe sganciate contro un edificio del quartiere di Sheikh Radwan hanno provocato la morte di sua moglie e sua figlia e ferito 15 persone mentre del leader militare di Hamas si ignora la sorte.

Da Gaza la scorsa notte sono stati lanciati decine razzi verso Israele, anche in direzione di Tel Aviv, che non hanno fatto vittime. Poi lo scontro si è placato per qualche ora. I bombardamenti aerei israeliani però sono ripresi all’alba. A Deir al Balah sono stati uccisi almeno sette palestinesi, tra i quali donne e bambini e le sirene di allarme sono risuonate nella regione israeliana di Eskhol e a Kerem Shalom, per il lancio di altri razzi.

Il segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon si è detto deluso dalla ripresa dei combattimenti. Non sarà facile fermare una seconda volta l’offensiva israeliana che tra luglio e i primi di agosto ha già ucciso oltre 2000 palestinesi (quasi  70 i morti israeliani, tutti soldati tranne tre).

Giorni e giorni di colloqui al Cairo non sono riusciti ad accorciare le differerenze tra le parti.    Israele non sembra intenzionato a fare alcuna concessione e i palestinesi da parte loro reclamano la fine dell’assedio di Gaza e libertà piena di  movimento e qualcuno ora parla di “Operazione Margine Protettivo 2″, in riferimento all’inizio di una seconda fase dell’offensiva lanciata dalle forze armate israeliane lo scorso 8 luglio.

Il capo negoziatore palestinese Azzam al Ahmad la scorsa notte ha proclamato la fine delle trattative e ha addossato ogni colpa a Israele. Il governo del premier Netanyahu da parte sua punta l’indice contro Hamas. Nena News

 

 

 

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Categorie: Palestina

GAZA. Tregua estesa di 24 ore, accordo lontano

Mar, 19/08/2014 - 07:46

Voci discordanti giungono dal Cairo, ma appare chiaro che israeliani e palestinesi non hanno trovato alcun compromesso. Continua a salire il numero delle vittime: 2.016, di cui 541 bambini.

 

(Foto: Thomas Coex/AFP/Getty Images)

 

AGGIORNAMENTI:

ore 11.10 – HAMAS: NESSUN’ALTRA TREGUA, ACCORDO O NO

Il leader di Hamas, Izzat al-Rishq, ha detto che la delegazione palestinese non estenderà la tregua dopo la mezzanotte di oggi “anche se non si troverà un accordo. Non siamo interessati a prolungare i negoziati”.

La Jihad Islamica ha aggiunto che Israele non intende accettare nessuna delle richieste palestinesi.

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dalla redazione

Gerusalemme, 19 agosto 2014, Nena News – Il cessate il fuoco di 5 giorni scaduto ieri notte a mezzanotte è stato esteso di altre 24 ore. L’accordo per un altro giorno di tregua è giunto nella serata di ieri, ha fatto sapere la delegazione palestinese al Cairo. Di nuovo, come accaduto nei giorni scorsi, sono tante le indiscrezioni – spesso contraddittorie – che giungono dall’Egitto.

Mentre la delegazione israeliana tornava ieri a Tel Aviv per incontrare il gabinetto di sicurezza, fonti egiziane riportavano della preparazione di documenti per la firma di un accordo definitivo in attesa di altre sei ore di negoziati previste per oggi. Nelle stesse ore, il presidente dell’ANP Abbas volava a Doha per incontrare il capo di Hamas, Meshaal, e l’emiro del Qatar, sponsor del movimento islamista.

Stamattina l’ex ministro dei Prigionieri dell’Autorità Palestinese, Ashraf al-Ajrami, ha detto che Israele avrebbe abbandonato la condizione di demilitarizzazione della Striscia e avrebbe accettato il dispiegamento di una forza internazionale che impedisca l’ingresso di armi a Gaza: “A breve la parte israeliana – ha detto al-Ajrami – sarà soddisfatta se Hamas avrà un numero limitato di armi e questo porterà ad un risultato definitivo nei negoziati del Cairo”. Diversa la versione israeliana, secondo la quale nessun risultato è stato ancora raggiunto: “La delegazione israeliana ha ricevuto dal gabinetto di sicurezza l’ordine di continuare a insistere sulla questione della sicurezza – ha detto una fonte interna – Quando un accordo su un simile documento sarà prodotto, il gabinetto si incontrerà”.

Altre fonti israeliane hanno sottolineato che non ci arriverà alla cessazione dell’assedio su Gaza, ma solo ad un accordo “stretto” con il quale Israele si impegnerà a rendere più facile la vita nella Striscia in cambio dello stop del lancio dei missili. Ovviamente, Tel Aviv non intende accettare la costruzione di un porto e un aeroporto, ma solo la più frequente apertura dei valichi.

Smentite di un accordo vicino giungono anche da parte palestinese: stamattina il capo della delegazione Azzam Al-Ahmad ha detto all’agenzia Wafa che nessun progresso reale è stato compiuto e che Israele insiste “testardamente” sulle proprie richieste: “Speriamo di ottenere qualcosa in qualsiasi momento al fine di giungere ad un accordo che ponga fine al ciclo di violenza”.

E nonostante le armi tacciano, continua a salire il numero dei morti a Gaza: secondo il Ministero della Salute sarebbero 2.016 le vittime gazawi, di cui 541 bambini e 250 donne. Quasi 10.200 i feriti, 64 I soldati uccisi secondo fonti israeliane. Nena News

 

 

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Categorie: Palestina

GAZA. La tregua scade a mezzanotte e non c’è l’accordo

Lun, 18/08/2014 - 07:45

Si è irrigidita ulteriormente la posizione israeliana. Anche Hamas ribadisce le sue condizioni ma in casa palestinese ormai non si parla più ad una sola voce. Abu Mazen vuole accogliere la proposta egiziana di cessate il fuoco

Macerie a Beit Lahiya (Foto: Khalil Hamra/AP)

AGGIORNAMENTI

ORE 17 Gaza: Abu Mazen in Qatar per incontrare leader Hamas Khaled Meshaal

Il presidente palestinese Abu Mazen è partito oggi per il Qatar per incontrare il leader politico di Hamas, Khaled Meshal.  Il suo scopo è quello di persuadere Meshaal a dare il via libera alla proposta egiziana di cessate il fuoco che non convince il movimento islamico e non è stata accettata neppure da Israele. Abu Mazen andrà venerdì al Cairo per un incontro col presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi.

ORE 11 Oltre 2000 i palestinesi uccisi dall’offensiva israeliana “Margine Protettivo”

Il numero di palestinesi uccisi dall’inizio dell’offensiva “Margine Protettivo” contro Gaza ora supera i 2.000, secondo i calcoli fatta dall’agenzia di stampa al-Ray. I morti accertati sono 2.016, mentre i feriti sono stimati in 10.193. La maggior parte degli uccisi – sottolinea l’agenzia – sono bambini, donne e anziani. Altre fonti, come le Nazioni Unite, riferiscono un bilancio leggermente inferiore. Israele da parte sua afferma che circa la metà dei morti palestinesi sarebbero combattenti di Hamas e di altre formazioni armate. Una versione seccamente smentita dai palestinesi.

ORE 9.30 Conferenza donatori dopo tregua duratura

Il governo norvegese ha annunciato che i paesi donatori si riuniranno al Cairo per finanziare la ricostruzione di Gaza quando sarà raggiunto un cessate il fuoco duraturo tra Israele e i palestinesi.    I fondi raccolti saranno versati al presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu
Mazen, ha precisato Boerge Brende, il ministro degli esteri norvegese, che presiede il comitato di coordinamento degli aiuti internazionali.

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Gerusalemme, 18 agosto 2014, Nena News  – A mezzanotte termina la tregua di cinque giorni e nessuno – ne’ i dirigenti israeliani ne’ i palestinesi – sanno dire se subito dopo a Gaza riprenderanno i bombardamenti israeliani e i lanci di razzi o se un nuovo cessate il fuoco consentirà la continuazione delle trattative al Cairo. Al momento il governo del premier Netanyahu e il movimento islamico Hamas sembrano escludere la possibilità di un accordo sulla base dell’ultima proposta presentata alle parti dall’Egitto.

Ieri Netanyahu ha avvertito che Hamas ”non può sperare di compensare una sconfitta militare con un successo politico”. E ha ribadito che il suo governo respingerà ogni proposta che non tenga nel dovuto conto gli interessi di sicurezza di Israele, in evidente riferimento alla richiesta israeliana del “disarmo completo di Gaza”.

Immediata la replica del portavoce di Hamas, Sami Abu Zuhri, che ha negato “l’indebolimento” del movimento islamico e ha previsto nuovi combattimenti, questa volta ad Ashqelon, ossia in territorio israeliano. Un alto dirigente di Hamas, Musa Abu Marzouq, ha  detto che l’irrigidimento di Israele riporta tutto il negoziato “al punto di partenza”. Abu Marzouq ha escluso un ulteriore prolungamento della tregua alla mezzanotte.

Da Gerusalemme fanno sapere che l’esercito è pronto a sferrare un nuovo durissimo attacco. E’ già stato dato l’ordine di sospendere da oggi i collegamenti ferroviari tra Ashqelon e Sderot, vicino a Gaza,  dove si attendono lanci di razzi palestinesi.  Il ministro per le questioni strategiche Yuval Steinitz ha escluso categoricamente che Israele possa accogliere la richiesta di Hamas per la costruzione di un porto a Gaza che, a suo dire, diventerebbe un “duty-free per i missili iraniani”.

Presto andrà al Cairo il presidente palestinese Abu Mazen che esorta le parti di accettare la proposta egiziana. Il leader dell’Anp è il più interessato a un accordo immediato di cessate il fuoco, anche se saranno accolte ben poche delle richieste presentate dai palestinesi. Il piano egiziano prevede che  siano proprio le sue forze a prendere il controllo dei valichi (sul versante palestinese) con Israele e l’Egitto, e a monitorare l’ingresso e la distribuzione degli aiuti alla popolazione e dei materiali necessari per la ricostruzione.

  Al momento la prospettiva più concreta è la ripresa della guerra di attrito tra Israele e Hamas vista nei giorni scorsi tra una tregua e l’altra. Nena News

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IRAQ. Obama si accorge che l’Isil è un nemico

Ven, 15/08/2014 - 11:45

Dopo aver evitato ogni intervento e aver finanziato i gruppi di opposizione siriani, la Casa Bianca vede minacciati i propri interessi. Scontri a Fallujah: muoiono 4 bambini.

 

Miliziani dell’Isil a Fallujah

 

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 15 agosto 2014, Nena News – La guerra civile irachena arriva più vicina a Baghdad: ieri scontri tra l’esercito governativo e miliziani sunniti a Fallujah – città ad ovest della capitale, nella devastata provincia di Anbar, occupata lo scorso dicembre – hanno ucciso quattro bambini e una donna. La notizia arriva in contemporanea alla decisione dell’Onu di alzare al massimo il livello di emergenza nel paese.

A nord prosegue l’avanzata dell’Isil: i qaedisti stanno convergendo a Qara Tappa, nella provincia di Ninawa, la seconda a cadere in mano jihadista all’inizio di giugno. Se Qara Tappa venisse presa, si allargherebbe il fronte controllato dall’Isil lungo il confine con il Kurdistan, dove da settimane i peshmerga tentano di arginarne l’avanzata.

Cresce anche la crisi umanitaria. Secondo fonti sul posto, i miliziani dell’Isil avrebbero rapito un centinaio di donne e bambini, la settimana scorsa, nell’attacco alla comunità yazidi di Sinjar. Dopo aver inviato 130 consiglieri militari, tra cui marines e forze speciali, per gestire le operazioni di soccorso degli yazidi intrappolati sul monte Sinjar, ieri gli Stati Uniti hanno fatto marcia indietro: «L’operazione di salvataggio è molto meno probabile – ha detto il portavoce del Pentagono, John Kirby – Ci sono meno rifugiati del previsto e le loro condizioni sono migliori delle attese. Continueremo comunque a fornire aiuti umanitari». E mentre il governatore della provincia di Anbar, Ahmed Khalaf al-Dualimi, ha detto di aver ricevuto dagli Usa la promessa di dare sostegno aereo contro i jihadisti, dai jet vengono lanciati acqua e cibo e con le bombe si tenta di aprire un corridoio per permettere la fuga degli yazidi: 45mila persone sarebbero riuscite a lasciare il monte Sinjar, 4.500 quelle ancora intrappolate.

Gli Stati Uniti intendono evitare con ogni mezzo un coinvolgimento diretto nel conflitto iracheno: «I 130 consiglieri non parteciperanno a nessun tipo di combattimento in Iraq – ha ripetuto Ben Rhodes, consigliere alla sicurezza nazionale della Casa Bianca – Ci sono molti modi in cui possiamo collaborare all’evacuazione delle persone su quella montagna». Come lavorare accanto ai peshmerga, fornire loro nuove armi, bombardare dall’alto. Ma è grave e irresponsabile limitarsi ad un intervento rivolto solo alla crisi umanitaria: quel dramma è figlio di un’azione di più vasto respiro, un’operazione volta alla spaccatura del paese e alla creazione tra Siria ed Iraq di un califfato sunnita. Un’eventualità che appare sempre più concreta e a cui l’amministrazione Obama sta rispondendo flebilmente, nonostante le gravi responsabilità che pesano sulla Casa Bianca, errori di valutazione e volute strategie politiche cominciate con l’occupazione dell’Iraq e l’inasprimento dei suoi settarismi interni e finite con l’appoggio incondizionato alle opposizioni al presidente siriano Assad.

«All’improvviso l’Isil è diventato una minaccia che merita i missili americani – spiega su Counterpunch Shamus Cooke, sindacalista e analista di Workers Action – Per quasi due anni il presidente Obama ha completamente ignorato il più grande e brutale gruppo terroristico del Medio Oriente, permettendogli di diventare un potere regionale. Per oltre due anni l’Isil e altri gruppi qaedisti sono stati la principale forza trainante della guerra siriana, 170mila morti e milioni di rifugiati. E ora, all’improvviso Obama vuole intervenire per ragioni ‘umanitarie’ contro l’Isil. La ragione vera è un’altra: ora l’Isil minaccia gli interessi americani, mentre prima li sosteneva».

Dal ritiro delle truppe Usa dall’Iraq nel dicembre 2011 la Casa Bianca ha finto di non vedere i primi germogli di una futura guerra civile, ignorando l’avanzata di un’organizzazione molto più strutturata e ben finanziata di quanto sia mai stata Al Qaeda. L’offensiva dell’Isil, che venga arginata o meno, modificherà irrimediabilmente il volto dell’Iraq e della regione. A monte, il sostegno Usa ai gruppi di opposizione moderati anti-Assad, molto spesso assorbiti da quelli radicali, e quello diretto dei paesi del Golfo, alleati di vecchia data di Washington e tra i primi responsabili dell’innaturale crescita dei movimenti qaedisti in Siria e Iraq.

«Obama sapeva bene che ad inviare loro montagne di soldi, armi e miliziani era l’Arabia Saudita – continua Cooke – La Casa Bianca ne aveva bisogno contro Assad e, quando l’Isil ha attaccato l’Iraq, si è limitata a chiedere la formazione di un governo di unità nazionale. Obama voleva questo: un cambiamento di regime in entrambi i paesi e ha usato l’Isil come alleato de facto. Fino all’offensiva contro i curdi: lì l’Isil ha superato la linea rossa andando contro il Kurdistan iracheno, alleato degli Usa e zona ricca di risorse naturali. Da qui l’inizio di bombardamenti che Baghdad aveva chiesto per mesi senza mai ottenere nulla».

 

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Categorie: Palestina

GAZA. Accordo vicino, ma non si parla dell’assedio della Striscia

Ven, 15/08/2014 - 10:34

Secondo fonti palestinesi, la tregua duratura sarà annunciata lunedì dopo la definizione dei punti dell’accordo. Ma la fine del blocco è rimandata a futuri negoziati. Tre morti per le ferite riportate, 344 bambini nati nei rifugi Onu.

 

Il reparto di maternità dell’ospedale Shifa di Gaza (Foto: Loulou d’Aki)

 

AGGIORNAMENTI:

ore 19.00 – GLI 11 PUNTI DELLA PROPOSTA DI ACCORDO EGIZIANA

I media egiziani hanno pubblicato la proposta di accordo del Cairo che sia israeliani e palestinesi stanno valutando:

1. Israele interromperà i bombardanti su Gaza da mare, terra e aria e non compirà altre incursioni di terra;

2. Tutte le fazioni palestinesi fermeranno gli attacchi contro Israele via mare, terra e aria e la costruzione di tunnel;

3. I valichi tra Israele e Gaza saranno riaperti e sarà permesso il passaggio di beni e persone per ricostruire Gaza. La definizione del trasferimento di beni sarà autorizzato sulla base di accordi tra Israele e Autorità Palestinese;

4. Le autorità israeliane coordineranno con l’ANP le questioni legate ai fondi per la ricostruzione di Gaza;

5. La buffer zone lungo il confine nord e est sarà eliminata e dal 1 gennaio 2015 lungo la frontiera saranno dispiegate forze sell’ANP. Prima la buffer zone sarà ridotta a 300 metri, poi a 100 e infine sarà rimossa;

6. La zona di pesca sarà estesa subito a  6 miglia nautiche e poi a 12;

7. Israele assisterà l’ANP nella ricostruzione delle infrastrutture distrutte a Gaza e fornirà il necessario ai residenti che hanno perso la casa. Fornirà aiuti medici e permetterà il trasferimento di aiuti umanitari e cibo;

8. L’ANP, Israele e gruppi internazionali umanitari forniranno i prodotti basi per ricostruire Gaza per permettere il ritorno nelle case il prima possibile;

9. L’Egitto chiede alla comunità internazionale di fornire assistenza finanziaria e umanitaria per la ricostruzione di Gaza;

10. Dopo il cessate il fuoco e il ritorno alla vita normale a Gaza, le parti avvieranno negoziati indiretti al Cairo entro un mese. Si discuterà della questione dello scambio dei prigionieri e dei corpi dei soldati;

11. La questione della costruzione del porto e l’aeroporto sarà considerata nell’ambito degli Accordi di Oslo.

ore 15.00 – ANP: IL GOVERNO DI UNITA’ NAZIONALE RICOSTRUIRA’ GAZA

Il vice premier dell’Autorità Palestinese, Ziad Abu Amr, ha detto che il responsabile della ricostruzione di Gaza e della sua gestione sarà il governo di unità nazionale tra Hamas e Fatah: “Il governo palestinese assumerà la responsabilità per quello che avverrà nella Striscia e per i bisogni dei suoi residenti”, ha detto Abu Amr durante una visita all’ospedale Shifa di Gaza City.

ore 12.45 – GABINETTO DI SICUREZZA ISRAELIANO CONCLUSO SENZA DECISIONI

Il gabinetto di sicurezza israeliano si è riunito stamattina per tre ore ma nessuna decisione è stata presa in merito ai negoziati in corso al Cairo. Oggi si riunisce anche l’ufficio politico di Hamas: il funzionario Izzat al-Rishq ha scritto su Facebook che al meeting parteciperanno i leader del movimento in Qatar e quelli nei Territori Occupati.

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La giornata di ieri, giovedì 14 agosto 

dalla redazione

Gerusalemme, 15 agosto 2014, Nena News – Regge la seconda tregua di 5 giorni iniziata ieri e dal Cairo giungono sempre più insistenti voci di un accordo vicino. Alcuni media arabi pubblicano anche possibili bozze di accordo. A parlare per primo è stato il portavoce della Jihad Islamica, Yousef al-Hasayneh: le parti avevano optato per cinque giorni in più di cessate il fuoco per definire alcuni “aspetti tecnici” dell’accordo finale.

“Ci aspettiamo un accordo di tregua completo da firmare subito dopo lo scadere dei 5 giorni di cessate il fuoco – ha aggiunto al-Hasayneh – La delegazione ha fatto molti progressi nel porre fine all’assedio e all’offensiva contro i palestinesi”. Ovvero, l’accordo prevedrà la fine dell’operazione militare, l’espansione della zona di pesca e l’aumento dei beni che potranno entrare dentro Gaza. Della costruzione di porto e aeroporto si discuterà tra un mese. Se fosse vero, i punti in questione sono esattamente quelli proposti da Israele nei giorni scorsi e definiti ieri dalla delegazione palestinese “terribili”.

Più articolata la proposta pubblicata dall’agenzia stampa palestinese Ma’an: secondo indiscrezioni, Israele sarebbe d’accordo nell’apertura dei valichi di frontiera con Gaza sulla base di un accordo dettagliato con l’Autorità Palestinese e nella fornitura di materiali per la ricostruzione della Striscia. Silenzio su porto e aeroporto. Da parte palestinese, sarebbero state aggiunti altri punti: l’adesione dell’ANP ai trattati e le organizzazioni internazionali, il dispiegamento di 1000-3000 guardie presidenziali al valico di Rafah, lo spostamento della conferenza internazionale sulla ricostruzione di Gaza dalla Norvegia all’Egitto, un accordo separato con l’Egitto su Rafah e l’avvio di negoziati sul porto e l’aeroporto.

Funzionari di Hamas avrebbero riferito di un loro interesse in un cessate il fuoco di lungo termine e nel passare il controllo di Gaza nelle mani dell’ANP, di cui il movimento è parte grazie alla formazione del governo di unità nazionale. Fonti di Hamas avrebbero poi detto alla Israel Radio di non avere intenzione di riprendere le ostilità.

E mentre a Gaza si continua a morire – ieri sono deceduti tre anziani per le ferite riportate nei bombardamenti israeliani: Jihad Ali Abu Zied, 61 anni, Mahdheyad al-Mebayyed, 91, e Ibrahim Ismail Abu Odeh, 64 – la vita riprende lentamente. L’Unrwa fa sapere che nei giorni scorsi nei rifugi dell’Onu, dove hanno trovato riparo quasi 100mila sfollati, sono nati 344 bambini. L’emergenza umanitaria, però, non cessa: nei rifugi Onu mancano acqua e bagni a sufficienza, le malattie si stanno diffondendo e l’agenzia dell’Onu non sa ancora come operare a poche settimane dalla ripresa delle attività scolastiche. Nena News

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IRAQ. Maliki non molla: “Non mi dimetto”

Gio, 14/08/2014 - 10:31

L’ex premier presenta ricorso alla corte federale contro la nomina di Al Abadi. Gli Usa inviano altri 130 consiglieri per le operazioni di soccorso ai rifugiati yazidi. Armi da Parigi e Londra.

 

Rifugiati iracheni in fuga verso il Kurdistan

 

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 14 agosto 2014, Nena News – Maliki non si arrende. Il silenzio dei giorni appena trascorsi, dopo la nomina del nuovo premier Al Abadi che estromette il leader sciita dalla guida del governo, è stato rotto ieri: Nouri al-Maliki ha annunciato che non si dimetterà. Resterà in attesa della sentenza della corte federale sul ricorso che chiede l’annullamento della nomina del rivale. «Una violazione della costituzione – ha ribadito Maliki – Non ha alcun valore. Confermo che il governo andrà avanti e non ci sarà una sostituzione senza una decisione della corte federale».

E mentre Baghdad risuona del boato di due autobomba che ieri hanno ucciso 10 persone, con una mano Maliki calma gli animi invitando le forze armate a non interferire, mentre con l’altra lancia minacce: la nomina di Al Abadi, ha detto ieri, «aprirà le porte dell’inferno». Vero è che Maliki è ancora a capo delle forze armate e ne controlla i vertici, tutti uomini a lui fedeli. Ma tale fedeltà non è a senso unico: la milizia sciita Asaib Ahl al-Haq, finanziata generosamente dall’Iran, ha già dichiarato il proprio sostegno ad Al-Abadi che nelle prime consultazioni si è già accaparrato 127 dei 165 seggi necessari alla maggioranza parlamentare. Tutti seggi sciiti, ma giungono già dagli scranni curdi e sunniti le prime dichiarazioni di appoggio al nuovo esecutivo.

E se Maliki non molla l’osso, l’ex premier appare sempre più isolato: la comunità internazionale lo ha abbandonato, Washington ha impiegato un attimo a scaricarlo, mentre Teheran da tempo premeva – forte del sostegno dei leader religiosi sciiti iracheni e iraniani – per una sua sostituzione. Lo stesso intervento Usa, aveva detto Obama nei giorni scorsi, sarebbe dipeso dalla formazione di un governo di unità nazionale guidato da una figura più coesiva.

Il primo segno è arrivato ieri: la Casa Bianca ha inviato altri 130 consiglieri militari, in aggiunta ai 775 già presenti. Il loro compito – sottolinea il Pentagono – sarà collaborare con l’esercito iracheno per affrontare la crisi umanitaria a nord. Ovvero, ha precisato il segretario di Stato Kerry, l’amministrazione Usa valuta la possibilità di lanciare un’operazione di salvataggio dei profughi. Marines e unità speciali sono già atterrati nella capitale curda, Irbil, ma il Dipartimento di Stato ci tiene a sottolineare che nessun militare sarà impiegato in operazioni di combattimento.

Non cessa intanto la fuga della comunità yazidi: decine di migliaia i profughi sono ancora intrappolati sul monte Sinjar, mentre oltre 100mila hanno immediato bisogno di aiuti umanitari dopo aver attraversato il confine con la regione autonoma del Kurdistan. Una fuga dettata dalle violenze dei jihadisti dell’Isil: un tentato genocidio, lo hanno descritto in molti, che ha terrorizzato la piccola comunità che oggi chiede di essere portata via dall’Iraq. «Vogliono andarsene – ha raccontato la giornalista di Al Jazeera, Jane Arraf, dal campo Bad-git Kandala, al confine con la Siria – Dicono che non c’è alcuna possibilità di sentirsi sicuri, mai più».

E mentre il mondo assiste al dramma delle minoranze target dell’avanzata dell’Isil, i leader mondiali infilano le mani nel caos iracheno. Alla consegna di armi ai peshmerga curdi avviata dagli Usa la scorsa settimana, hanno risposto anche Gran Bretagna e Francia. Londra si occuperà del trasporto di equipaggiamento militare donato dalla Giordania al Kurdistan e invierà elicotteri Chinook per l’operazione di salvataggio degli yazidi, mentre Parigi ha annunciato ieri l’invio di armi ai peshmerga a partire dalle prossime ore. La Germania sta valutando la possibilità di inviare equipaggiamento non letale all’esercito iracheno. A monte l’ennesimo fallimento dell’Unione Europea, priva di una politica estera comune: i 28 Stati membri non sono riusciti a stabilire una linea di condotta unica limitandosi a garantire ad ogni paese la libertà di intervenire in autonomia.

Forte anche il sostegno dell’Iran, che gode di un’estrema influenza nelle faccende irachene. Dietro la nomina di Al Abadi c’è il benestare sia di Teheran che di Washington: l’Iran punta ad un governo inclusivo che ricacci indietro la minaccia jihadista e la longa manus saudita, che negli anni passati ha indirettamente finanziato i gruppi estremisti sunniti anti-Assad in Siria e Iraq; gli Stati Uniti non possono permettersi la divisione di un paese occupato per otto anni e ora in preda a settarismi interni così forti da limitare l’egemonia statunitense su una delle aree strategiche della regione. Settarismi frutto delle dirette politiche Usa contro cui ha puntato il dito anche l’ex segretario di Stato Hillary Clinton che domenica, in un’intervista, ha sollevato il dubbio che il sostegno di Obama ai ribelli siriani abbia favorito la crescita dei movimenti islamisti estremisti.

 

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GAZA. La nuova tregua traballa: bombe sulla Striscia, missili su Israele

Gio, 14/08/2014 - 08:55

Dopo l’estensione del cessate il fuoco di altri 5 giorni, nella notte c’è stato uno scambio di fuoco tra le due parti. Proseguono i negoziati, ma senza reali progressi. Usa e Gran Bretagna bloccano l’invio di armi a Tel Aviv.

 

Macerie a Beit Lahiya (Foto: Khalil Hamra/AP)

 

AGGIORNAMENTI:

ore 16.25 – VIDEO: LA TESTIMONIANZA DI UN RESIDENTE DI KHUZAA (Video: Michele Giorgio)

 

 

ore 15.30 – IL BRACCIO ARMATO DI FATAH RIVENDICA CATTURA DI UN SOLDATO ISRAELIANO

In un video pubblicato su internet, le Brigate Al Aqsa, braccio armato di Fatah, hanno pochi minuti fa rivendicato la cattura di un soldato israeliano a Beit Hanoun. Si tratterebbe di Sani Toren Yaron, numero di matricola 7599999. La notizia è stata riportata da alcuni media arabi, ma non è stata confermata ufficialmente da Israele.

ore 13.15 – ISRAELE CONFERMA SOSPENSIONE DELL’INVIO DI ARMI DAGLI STATI UNITI

Un funzionario israeliano ha confermato la decisione della Casa Bianca di interrompere l’invio di missili Hellfire a Israele, per evitare un’ulteriore escalation delle violenze a Gaza. Una decisione che potrebbe raffreddare i già tesi rapporti tra il presidente Obama e il premier Netanyahu. Secondo un report del Wall Street Journal, il Dipartimento di Stato e la Casa Bianca hanno ordinato la supervisione di ogni futura vendita, dopo aver scoperto l’utilizzo di certe armi a fini bellici senza il previo consenso degli Stati Uniti.

ore 13.00 – DELEGAZIONE PALESTINESE: “LA PROPOSTA DI TREGUA ISRAELIANA E’ TERRIBILE”

Fonti palestinesi hanno riferito oggi alla tv libanese Al-Mayadeen che le condizioni presentate dalla delegazione israeliana per un cessate il fuoco duraturo sono “terribili”: la bozza di accordo pone come condizione per l’apertura dei valichi di frontiera alla firma di un accordo non con Hamas ma con l’Autorità Palestinese e non prevede alcuna data per la riapertura dei confini. Il confine di Rafah e il trasferimento di denaro per il pagamento dei dipendenti pubblici di Gaza non vengono menzionati nella proposta, mentre vengono rimandati ad un secondo negoziato l’allargamento della zona di pesca, la creazione di un porto e di un aeroporto e il rilascio dei prigionieri. Israele – spiega la fonte – ha solo dato l’ok “per una graduale rimozione dell’assedio”.

ore 11.15 – SIRENE IN ISRAELE FALSO ALLARME. ALLE 16 SI RIUNISCE IL GABINETTO DI SICUREZZA ISRAELIANO: LE RICHIESTE DEI MINISTRI

Le sirene suonate questa mattina a sud di Israele. ha fatto sapere la polizia, sono state un falso allarme: nessun missile è stato lanciato da Gaza. Intanto il governo israeliani si riunisce per discutere del negoziato con i palestinesi: alle 16 italiane il gabinetto di sicurezza si incontrerà a Tel Aviv per analizzare l’andamento dei negoziati per un cessate il fuoco permanente. Secondo l’emittente tv Channel 2, i ministri presenteranno le loro condizioni per la tregua: il ministro della Difesa Livni e quello delle Finanze Lapid intendono premere per un rafforzamento del ruolo dell’Autorità Palestinese, mentre Bennett (Economia) e Lieberman (Esteri) chiederanno maggiore controllo sui fondi trasferiti a Gaza.

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La giornata di ieri, mercoledì 13 agosto

dalla redazione

Gerusalemme, 14 agosto 2014, Nena News – Tregua o no? Dopo che ieri sera poco prima dello scadere della mezzanotte e della tregua di 72 ore cominciata lunedì le delegazioni israeliana e palestinese si erano accordate per un’estensione del cessate il fuoco di altri 5 giorni, razzi sono caduti in territorio israeliano e bombe sono state sganciate sulla Striscia di Gaza poco dopo la mezzanotte.

Secondo il Ministero degli Interni palestinesi sarebbero stati quattro i bombardamenti israeliani nella notte. L’esercito israeliano ha ribadito che si è trattato di azioni dirette a “siti del terrore” colpiti in risposta al lancio di sei razzi verso il sud del paese. Stamattina, nonostante la tregua, suonano le sirene di avvertimento nel sud di Israele, ma dalle 3 di ieri notte non si sono registrati  attacchi da nessuna delle due parti.

Ma tregua o no, restano i dubbi sui progressi dei negoziati al Cairo: come nei giorni precedenti, voci discordanti arrivano dall’Egitto. Da una parte il negoziatore palestinese Azzam al-Ahmed ha ribadito che l’accordo sarebbe vicino e che le due parti si sono già accordate su “molti punti” (tra cui la fine dell’assedio di Gaza). Dall’altra il leader di Hamas, Moussa Abu Marzouk, insiste sull’incapacità di trovare basi comuni per una tregua duratura e ha parlato di un altro round di negoziati: “Non possiamo dire che ci siamo accordati su qualcosa – ha detto Abu Marzouk – I disaccordi riguardano la terminologia che Israele usa in ogni frase della bozza di accordo. Quello che Israele dà con una mano, se la riprende con l’altra”.

Stamattina ha parlato anche il premier del governo di unità nazionale dell’Autorità Palestinese, Rami Hamdallah, che in un’intervista ha fatto sapere che l’ANP è pronta a prendersi la responsabilità dei valichi di frontiera di Gaza e dell’aeroporto che Hamas intende costruire nella Striscia.

E mentre al Cairo si discute con difficoltà, decisioni significative vengono prese dai governi occidentali. Ieri il premier britannico Cameron aveva ribadito l’intenzione della Gran Bretagna di non vendere più armi a Israele, ovvero di sospendere le consegne in corso, se l’offensiva contro Gaza fosse ripresa. A sorpresa la stessa decisione sarebbe stata presa anche da Washington, che nei giorni scorsi – mentre si infilava i panni del mediatore – aveva rifornito Israele delle munizioni per il funzionamento del sistema anti-missile Iron Dome. In una telefonata tra il presidente Obama e il premier Netanyahu, la Casa Bianca avrebbe parlato della sospensione di missili Hellfires da parte del Pentagono e di altre armi, che Israele in passato avrebbe utilizzato per fini bellici senza comunicarlo agli Usa: “Siamo stati accecati – ha detto un diplomatico statunitense – Gli Usa sono i loro migliori amici. Il fatto che ci abbiano usato o ci abbiano pubblicamente manipolato, è un calcolo errato del loro posto nel mondo”. Nena News

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Categorie: Palestina

IRAQ. Good bye Maliki

Mer, 13/08/2014 - 09:20

Gli Usa scaricano il vecchio alleato e promettono di intensificare l’intervento militare se il nuovo premier Al Abadi formerà un governo di unità nazionale.

 

 

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 13 agosto 2014, Nena News – Mentre in Iraq si apre uno spiraglio politico, la prossima formazione di un governo di unità, continua la battaglia sul campo. Dopo l’obbligata ritirata delle forze curde la scorsa settimana e la presa da parte dell’Isil della più grande diga irachena a Mosul e delle comunità cristiane e yazidi – un’occupazione violenta che ha provocato la fuga disperata di centinaia di migliaia di civili – è l’Isil a subire ora l’avanzata dei peshmerga, forti del sostegno aereo statunitense. Le bombe lanciate dagli F35 Usa contro le postazioni jihadiste al confine con il Kurdistan hanno permesso di fermare gli attacchi lanciati contro due villaggi nel distretto di Tuz Khumatu. Non si attenua però la crisi umanitaria: secondo l’Onu sarebbero 30mila i civili intrappolati nel monte Sinjar, circondato dai jihadisti, senza cibo né acqua; 15mila quelli fuggiti in Siria e oltre 100mila quelli che hanno ritrovato rifugio in diverse comunità curde.

Ma a tenere banco ieri era la notizia della nomina a sorpresa del nuovo primo ministro da parte del presidente della Repubblica Massoum. Il designato è Haider Al-Abadi, sciita membro del partito Stato di Diritto, la creatura dell’ex premier Maliki: cresciuto politicamente in Occidente, Al-Abadi è rientrato in Iraq solo nel 2003, dopo la caduta di Saddam Hussein. Ieri Al-Abadi ha promesso l’immediata creazione di un governo di unità nazionale che includa le fazioni sunnite e curde e ha chiesto ai leader politici di mettere da parte i settarismi interni che hanno garantito all’Isil il migliore dei terreni di coltura. Secondo fonti a lui vicine, il primo ministro ha già avviato consultazioni con le principali fazioni irachene.

Ieri è giunto anche l’atteso plauso dell’amministrazione Obama che ha promesso un’intensificazione dell’intervento militare contro l’Isil dopo la nomina del nuovo premier. Washington, il burattino che scelse Maliki come suo uomo a Baghdad otto anni fa, ha impiegato poco ad abbandonare il vecchio alleato, come accadde anche con il rais egiziano Mubarak e il tunisino Ben Ali. Ora la Casa Bianca punta sul governo di unità nazionale di Al-Abadi. Il segretario di Stato Kerry è chiaro: nessun marine metterà di nuovo piede in Iraq, ma gli Usa sono pronti a «considerare altre opzioni politiche, economiche e di sicurezza».

Insieme a quello occidentale, è giunto anche il commento favorevole dell’Iran alla nomina di Al-Abadi e l’allontanamento di Maliki, da tempo target delle critiche della Repubblica Islamica: come avvenuto due mesi fa, quando le prime province irachene caddero in mano jihadista, Washington e Teheran hanno mostrato una nuova convergenza di vedute.

Il timore, però, che serpeggia tra gli scranni parlamentari e per le strade di Baghdad è un eventuale colpo di mano da parte del “deposto” Maliki: domenica l’ex primo ministro aveva apertamente accusato il presidente Massoum di violazione della Costituzione perché si era rifiutato di affidargli il terzo mandato consecutivo come capo del governo. Un’accusa gravissima anticipata dal dispiegamento di soldati e unità speciali fedeli a Maliki intorno alla zona verde della capitale – sede del parlamento, le ambasciate, gli uffici governativi e l’abitazione del premier – e lungo le principali vie di comunicazione.

Ieri però Maliki ha chiesto all’esercito di restare fuori dalle questioni politiche e per ora la situazione resta calma: dopo le manifestazioni di gioia per la cacciata dell’ex premier da parte di gran parte della popolazione – consapevole delle responsabilità in capo all’ex premier nella divisione del paese – la sensazione è che anche i generali e le milizie sciite fedeli a Maliki intendano restare in attesa delle prossime mosse politiche.

«Maliki ha sfruttato il sentimento di vittimizzazione sciita per crearsi una rete clientelare radicata – spiega al manifesto l’analista iracheno Harith Hasan – Il regime di Saddam Hussein si era fondato sulla comunità sunnita per costruire la propria struttura di potere, dalle istituzioni all’esercito. Maliki ha fatto lo stesso, puntando sulla comunità sciita per radicare la propria egemonia: il premier è partito dal totale rimaneggiamento dell’esercito e delle forze militari. Al posto dei generali e degli ufficiali sunniti, fedeli a Saddam e che rappresentavano il 95% dell’apparato militare, Maliki ha posto i suoi uomini, tutti sciiti. Questo ha reso più profonda la convinzione della comunità sunnita che la realtà nata dopo il 2003 fosse una vendetta nei loro confronti».

«Da questo sentimento sono partite le prime sommosse sunnite, mentre a livello politico mancava una formula di integrazione della comunità. Questo problema avrebbe potuto essere risolto nel 2008 quando i sunniti accettarono il processo politico partecipando alle elezioni. Ma Maliki li ha ignorati e ha consolidato il proprio potere facendo leva su persone a lui fedeli, a partire dall’esercito. Per questo la comunità sunnita oggi è sospettosa verso le forze di sicurezza e l’esercito nelle zone occupate dall’Isil è subito fuggito: era consapevole che non avrebbe ricevuto alcun aiuto dai sunniti».

Ora resta da vedere se quello stesso esercito, la milizia personale di Maliki, deciderà di difendere il vecchio leader o si adeguerà al nuovo processo politico. Ieri fonti militari hanno detto alla stampa che molti generali hanno già dichiarato fedeltà al nuovo premier. Maliki sarebbe già un ricordo.

 

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Categorie: Palestina

GAZA. Ultimo giorno di tregua, ancora nessun accordo

Mer, 13/08/2014 - 08:32

Dal Cairo non è ancora arrivata nessuna bozza di tregua duratura, troppa distanza tra le richieste di israeliani e palestinesi. Ieri notte 12 arrestati in Cisgiordania, 57 a Gerusalemme.

 

Foto: Reuters

 

AGGIORNAMENTI:

ore 22.55 – CONFERMATA ESTENSIONE DELLA TREGUA: 5 GIORNI DI CESSATE IL FUOCO

ore 21.40 – PORTAVOCE DI HAMAS NEGA LANCIO DI RAZZI VERSO ISRAELE

ore 21.30 – LANCIO DI TRE RAZZI VERSO IL TERRITORIO ISRAELIANO, ESPLOSIONE A GAZA: TREGUA FINITA?

Voci contrastanti arrivano dal Cairo: Israele avrebbe accettato un’estensione della tregua di altre 72 ore, ma Hamas avrebbe rifiutato perché ritiene il prolungamento solo una scusa israeliana per non rispondere alle richieste palestinesi. A breve la conferenza stampa della delegazione palestinese. Secondo altre fonti, il negoziato sta invece proseguendo.

Pochi minuti fa tre razzi sono stati lanciati da Gaza verso il territorio israeliano e un’esplosione è stata registrata nella Striscia.

ore 19.30 – CONFERENZA STAMPA DELLA DELEGAZIONE PALESTINESE ALLE 20.30 ITALIANE, QUELLA ISRAELIANA LASCIA IL CAIRO PER LA NOTTE

ore 18.40 – FUNZIONARIO HAMAS ANNUNCIA TREGUA VICINA, HANIYEH PRECISA: “SOLO QUANDO ISRAELE TOGLIERA’ IL BLOCCO SU GAZA”

Nel trado pomeriggio un ufficiale di Hamas, Mohammed Abu Askar, aveva detto alla stampa che una nuova bozza di tregua era stata presentata ed era stata accettata dalla delegazione palestinese: “Eccetto per alcuni dettagli, le parti sono vicine all’accordo”, aveva detto. Più tardi il leader dell’ufficio politico Haniyeh ha precisato: cessate il fuoco solo quando sarà cancellato il blocco su Gaza.

ore 16.00 – LA PROPOSTA DI ACCORDO EGIZIANA RIFIUTATA DA HAMAS

L’Egitto, fanno sapere dal Cairo, ha presentato una bozza di accordo per un cessate il fuoco duraturo tra Israele e Hamas da implementarsi in due fasi a partire dal 2015, ma il movimento islamista ha rifiutato. Secondo fonti interne, l’accordo prevedeva un successivo negoziato sull’apertura del porto e dell’aeroporto in cambio dei corpi dei due soldati che secondo Israele sono in mano ad Hamas, il rilascio dei palestinesi arrestati nell’ultimo mese, il graduale ritiro israeliano dalla buffer zone.

Hamas ha detto di no e ha avvertito che non estenderà la tregua dopo lo scadere della mezzanotte di oggi se non si faranno concreti progressi al Cairo.

ore 13.00 – SETTE MORTI NELL’ESPLOSIONE DI BEIT LAHIYA: IL GIORNALISTA ITALIANO SIMONE CAMILLI, UN REPORTER PALESTINESE E 5 ARTIFICIERI

L’esplosione dell’ordigno israeliano a nord di Gaza, a Beit Lahiya, è avvenuta mentre si tentava di disinnescare l’ordigno. Sette le vittime: il giornalista italiano dell’AP, Simone Camilli; un fotoreporter di Gaza e 5 artificieri. Dei 6 gazawi uccisi ne sono per ora stati identificati tre: Bilal Muhammad al-Sultan, 27 anni, Taysir Ali al-Hum, 40, e Hazem Ahmad Abu Murad, 38. L’ordigno era stato portato in uno stadio a poca distanza dal luogo di ritrovamento per ragioni di sicurezza e, grazie a questa precauzione, sono state evitate altre vittime.

ore 11.45 – CINQUE MORTI A BEIT LAHIYA PER ORDIGNO INESPLOSO, TRA LORO UN GIORNALISTA ITALIANO

Cinque persone sono state uccise stamattina a Beit Lahiya per la detonazione di un ordigno israeliano inesploso. Tra loro un giornalista italiano che lavorava per l’ANP: si tratterebbe di Simone Camilli.

ore 10.30 – HAMAS: DUE MORTI IN BOMBARDAMENTO ISRAELIANO A NORD DI GAZA

Secondo Al-Aqsa Radio, legata ad Hamas, due gazawi sarebbero stati uccisi da un missile israeliano lanciato stamattina a nord di Gaza, un atto che rappresenterebbe la rottura del cessate il fuoco. L’esercito israeliano per ora non ha commentato. Oggi, però, come già ieri, la Marina israeliana ha aperto il fuoco contro le navi di alcuni pescatori che si stavano avvicinando al limite consentito da Israele, nessun ferito.

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La giornata di ieri, martedì 12 agosto

dalla redazione

Gerusalemme, 13 agosto 2014, Nena News – Ultimo giorno dei tre di cessate il fuoco cominciati alla mezzanotte del 10 agosto. Ultimo giorno di negoziati al Cairo entro il quale i team israeliano e palestinese dovrebbero trovare un accordo per porre fine all’operazione Margine Protettivo contro Gaza.

Contrastanti le voci che escono dall’Egitto: “Ci sono stati progressi, ma non abbastanza per firmare un accordo – ha detto ieri sera uno dei membri della delegazione palestinese – Il dialogo ricomincerà domattina [oggi, mercoledì]”. Una bozza di accordo sembra lontana, le richieste delle due parti incompatibili. E mentre a Gaza la gente tenta di utilizzare il tempo a disposizione per uscire, aprire i negozi, ritirare soldi nelle banche e cercare tra le macerie delle case distrutte qualche effetto personale sopravvissuto alla devastazione, dal Cairo il silenzio è assordante. Da entrambe le parti giungono minacce di lasciare il tavolo e non rinnovare la tregua di altre 72 ore, un’estensione che non porterebbe a nulla se sul tavolo la discussione resta così fragile: “Il negoziato è difficile – ha detto un altro funzionario palestinese – Le distanze sono molto ampie. Non ci sono progressi”.

Entrambi i team, quello israeliano e quello palestinese, restano separati, ognuno in diretto contatto con il mediatore egiziano in stanze diverse, lanciando proposte e controproposte: Hamas e con lui l’intera delegazione palestinese vogliono la fine del blocco di Gaza per fermare il lancio di missili; Israele chiede prima il disarmo e propone un lieve allentamento dell’assedio, con l’allargamento a 19 km delle miglia nautiche utilizzabili dai pescatori e la garanzia di far entrare più camion dentro la Striscia ogni mese. Ieri era stata presentata dall’Egitto una bozza di accordo che non andava però a toccare le questioni chiave e si limitava a prevedere un allentamento del blocco di Gaza.

A far infuriare ulteriormente Tel Aviv è stato ieri l’avvio della commissione d’inchiesta sui crimini commessi durante Margine Protettivo contro i civili gazawi da parte del Consiglio Onu per i Diritti Umani. Ieri il Consiglio ha nominato gli avvocati che indagheranno i crimini israeliani, subito tacciati da Israele di essere prevenuti nei confronti di Tel Aviv, che ha già fatto sapere che non collaborerà con le indagini.

Oltre 70 arresti nei Territori nella notte

Tensione alta anche in Cisgiordania, dove prosegue la campagna anti-Hamas di Israele. Nella notte l’esercito israeliano ha arrestato 12 persone in Cisgiordania e 57 a Gerusalemme, tra loro alcuni sospetti membri del movimento islamico. Nena News

 

 

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Categorie: Palestina

IRAQ. Benservito a Maliki: Al Abadi è il nuovo premier

Mar, 12/08/2014 - 16:59

Dopo il tentativo di colpo di Stato di Maliki, che ha dispiegato militari a lui fedeli intorno alla zona verde di Baghdad, il presidente della Repubblica ha nominato il nuovo primo ministro. Armi Usa in sostegno ai curdi.

 

Il nuovo premier iracheno Al Abadi

 

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 12 agosto 2014, Nena News – Il presidente iracheno lancia il guanto di sfida contro il premier Nouri al-Maliki. Ieri dopo giorni di alta tensione politica, il curdo Fouad Massoum, neo eletto presidente della repubblica, ha nominato primo ministro il vice presidente del parlamento, Haider al-Abadi, membro di Stato di Diritto, stesso partito di Maliki, tornato dall’esilio negli Usa dopo la caduta di Saddam Hussein. Ora Al-Abadi ha 30 giorni di tempo per formare un nuovo governo e ottenere la fiducia parlamentare. All’ex premier resta la carica di comandante in capo delle forze militari, un’eventualità che fa temere un possibile colpo di mano: mentre al-Ibdadi prometteva di «proteggere il popolo iracheno», il “deposto” Maliki annunciava il ricorso alla corte costituzionale. Una vendetta già anticipata dal tentativo di colpo di Stato di domenica scorsa.

Non bastavano le violenze dell’Isil contro i civili e l’occupazione di un terzo del paese, le esecuzioni sommarie, le chiese distrutte e le moschee in macerie. A dare il colpo di grazia era stato domenica proprio Maliki, uno dei responsabili del settarismo che insanguina l’Iraq da anni. Il premier (o meglio, ex), in un atto di grave irresponsabilità, dopo aver impedito con ogni mezzo la sua deposizione a favore di un governo di unità nazionale, è stato il protagonista di un atto che sfiora il colpo di Stato. Due giorni fa ha apertamente accusato il presidente Massoum di violazione della costituzione.

Un’accusa gravissima a cui è seguito il dispiegamento di forze militari e poliziotti fedeli al premier intorno alla zona verde della capitale, sede fortificata delle ambasciate, gli uffici ministeriali e governativi, l’abitazione del primo ministro e il parlamento. Carri armati sotto il diretto controllo dell’ex premier hanno occupato in breve tempo le strade e i ponti principali della capitale, mentre miliziani iniziavano il pattugliamento dei quartieri sciiti. 

Il massiccio arrivo di forze militari – che prosegue ancora oggi – è cominciato nella serata di domenica, intorno alle 20.30, sinistra anticipazione del discorso che di lì a poco Maliki avrebbe tenuto di fronte alle telecamere dalla tv di Stato: l’intenzione di denunciare il presidente Massoum, considerato colpevole di aver violato la costituzione per non avergli affidato il terzo mandato consecutivo per la formazione del nuovo governo. Un atto di impeachment rivolto al parlamento e che scuote il già fragile spettro politico iracheno. A monte sta la rivendicazione di Maliki di vittoria alle elezioni di fine aprile. In realtà, quelle consultazioni elettorali si chiusero con risultati quantomeno incerti: Stato di Diritto non ottenne la maggioranza assoluta, ma 92 seggi su 328. I tentativi di alleanze con partiti sciiti, nell’obiettivo di racimolare i 165 seggi necessari a governare il paese, sono falliti lasciando l’Iraq in un gravissimo stallo politico che ha facilitato l’avanzata dell’Isil.

Immediata la reazione della comunità internazionale, che da tempo premeva per un allontanamento di Maliki: messo a sedere sulla poltrona di premier dall’occupazione Usa, è considerato uno dei responsabili della settarizzazione dell’Iraq, portata avanti con politiche discriminatorie delle comunità sunnita e curda, estromesse dalla gestione del potere politico ed economico. L’inviato speciale dell’Onu a Baghdad Mladevon ha denunciato il quasi colpo di Stato, chiedendo alle forze militari di «astenersi da interferenze nel processo politico democratico». Da Washington il segretario di Stato Kerry ha ribadito il sostegno statunitense al presidente Massoum e chiesto a Maliki di evitare una crisi politica che avrebbe il solo devastante effetto di aggravare la già drammatica emergenza umanitaria.

Sul campo continuano i bombardamenti americani alle postazioni dell’Isil, iniziati venerdì a nord, a poca distanza dalla capitale della regione autonoma del Kurdistan. Allo sganciamento di bombe, è seguito l’invio di armi direttamente ai peshmerga, impegnati da due mesi nel tentativo di arginare l’offensiva jihadista che ora minaccia direttamente i confini curdi e i territori ufficiosamente conquistati da Irbil, tra cui la strategica Kirkuk. Dalla Casa Bianca la conferma ufficiale è giunta ieri: da una settimana, secondo il Dipartimento di Stato, armi e munizioni statunitensi stanno raggiungendo il Kurdistan. Ma sul piano diplomatico, il presidente Obama insiste per la formazione di un governo di unità nazionale, inclusivo delle minoranze, condizione ad un intervento più ampio da parte dell’aviazione Usa. «Riaffermiamo il sostegno ad un processo di selezione di un primo ministro che possa rappresentare le aspirazioni del popolo iracheno e creare consenso nazionale», ha commentato la portavoce del Dipartimento di Stato, Jen Psaki. Il messaggio per il rais Maliki è chiaro: farsi da parte. A favore dell’ex primo ministro c’è l’enorme potere archiviato in otto anni, una rete clientelare ramificata e il controllo totale delle forze armate a capo delle quali ha posto propri uomini. Resta da vedere se parlamento e presidente riusciranno ad arginare tale potere.

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