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L’offensiva finale su Sirte sembra alle porte, ma un’eventuale sconfitta delle forze islamiste potrebbe privare i due principali attori della contesa libica, GNA e Governo di Tobruk, di un nemico comune con conseguenze disgregative di ampia portata.

Sarraj a Sirte posa con le milizie di Misurata. Photo GNA

di Francesca La Bella

Roma, 2 settembre 2016, Nena News - Il mandato statunitense per i bombardamenti in Libia è ufficialmente scaduto: 104 raid in 30 giorni che avrebbero indotto un arretramento significativo delle forze dello Stato Islamico (IS) a Sirte, secondo quanto riportato dalla rivista statunitense Stars and Stripes. L’operazione non sembra, però, destinata a concludersi date le difficoltà in cui versa il Governo di Fayez al Sarraj e l’indeterminatezza della situazione sul campo di battaglia. In quest’ottica si legga l’incontro del 25 agosto a Stoccarda (Germania) tra il presidente del Governo di Accordo Nazionale (GNA) libico, il comandante in capo del comando USA per l’Africa (Africom), Thomas Waldhauser, e l’inviato speciale di Washington in Libia, Jonathan Winer. Un incontro per ribadire la necessità del Governo libico di un supporto diplomatico e militare da parte degli alleati stranieri per riuscire a contenere le forze islamiste nel nord del Paese e mantenere un efficace controllo del territorio.

Per quanto la battaglia finale per Sirte sia ormai alle porte, il percorso verso una reale risoluzione del conflitto sembra, infatti, ancora molto lontana. Da un lato l’attacco definitivo contro le forze dell’IS a Sirte rischia di risultare inutile, come dichiarato dal Generale Mohammed Al-Ghasri delle forze di Misurata, se non dovesse riuscire ad impedire l’esodo dei miliziani verso altre aree dove potrebbero riorganizzarsi come fu con lo spostamento da Derna a Sirte. Dall’altro un’eventuale sconfitta delle forze islamiste priverebbe i due principali attori della contesa libica, GNA e Governo di Tobruk, di un nemico comune con conseguenze disgregative di ampia portata. Per quanto in questi lunghi mesi, la battaglia contro lo Stato Islamico non sia riuscita a cementare un fronte comune e il presidente del Parlamento libico di Tobruk Aquila Saleh e il Generale Khalifa Haftar abbiano agito in maniera indipendente, ponendosi in netta contrapposizione con il GNA, una fase di maggiore tranquillità dei campi di battaglia potrebbe aprire ad una nuova pagina del conflitto di potere tra le due parti.

A seguito dell’ennesimo voto contrario da parte di Tobruk, il GNA, nonostante le vittorie sul campo, continua a perdere legittimità agli occhi della popolazione. Per quanto le strutture economiche e la quasi totalità delle forze internazionali si siano schierate al fianco di Tripoli, infatti, la fiducia interna sembra essere in netto calo a causa della mancanza di politiche di miglioramento delle condizioni socio-economiche mentre aumenta il radicamento di Haftar in Cirenaica. La sostituzione dei sindaci di Ajdabiya and Benghazi con dei governatori militari e la sempre più massiccia presenza di unità militari fedeli al Generale nell’area petrolifera di Zuetina, danno la dimensione di un’occupazione tangibile dei centri politici ed economici della regione.

La forza di Tobruk, in buona parte dipendente dal legame privilegiato con l’Egitto di Al Sisi, rischia, però, di essere anche la sua debolezza. La necessità del supporto egiziano è risultata evidente in questi mesi. Nei giorni scorsi, il Capo di Stato maggiore della Camera dei Rappresentanti di Tobruk (HoR), Abdelraziq Al-Nathori, ha, ad esempio, dichiarato di voler delegare alle forze armate egiziane il controllo del confine Libia-Egitto e di quello Libia-Sudan, dati gli impegni militari sul campo delle forze libiche. Parallelamente, però, il Cairo sembra aver parzialmente modificato il proprio approccio al GNA, avviando un percorso di colloqui e di aperture verso Sarraj e il suo Governo. Così, se da un lato, il vice-premier del Governo libico, Ahmed Maitig, condannando le politiche di Tobruk nel Paese, non stigmatizza l’atteggiamento del Cairo e apre alla mediazione con l’Egitto, lo stesso Governo di Al Sisi dimostra la propria disponibilità al compromesso. Durante gli incontri del 27 agosto della commissione Libia, si è giunti ad un accordo sulla circolazione di cittadini libici in Egitto senza visto e, a seguito dell’incontro con l’inviato ONU in Libia, Martin Kobler, il Ministro degli Esteri egiziano Ahmed Abou Zaid ha espresso la soddisfazione dell’Egitto per la decisione del GNA di modificare la propria lista dei parlamentari.

Il rischio è, dunque, che, una volta indotto l’arretramento dello Stato Islamico, la dipendenza dal supporto internazionale possa ridefinire le alleanze e le politiche dei due attori o ad una recrudescenza delle tensioni qualora manchi una convergenza di interessi tra le parti. Nena News

Francesca La Bella è su Twitter @LBFra

La denuncia dell’associazione Peace Now: nuova ondata di cemento in Cisgiordania. Molte le abitazioni costruite negli anni passati e legalizzate oggi: così funziona il sistema della colonizzazione a cui partecipano civili e governo

della redazione

Roma, 1 settembre 2016, Nena News – A poco sono servite le rimostranze statunitensi della scorsa settimana. E neppure quelle ribadite ieri: Israele prosegue spedito sulla via della colonizzazione dei Territori Occupati.

Ieri, secondo quanto riportato dal quotidiano israeliano Haaretz e l’associazione Peace Now, un comitato militare israeliano ha approvato nuovi piani di costruzione per un totale di 463 unità in diverse colonie nei Territori: 20 a Givat Zeev, 30 a Bet Arye, 179 a Ofarim, 234 a Elqana. E così si arriva ad un totale, dall’inizio dell’anno, di 2.623 abitazioni per colonie in Cisgiordania.

Le 179 di Ofarim sono state già costruite senza permesso negli anni Ottanta e riceveranno la definitiva e retroattiva approvazione. Una sorta di condono, pratica comune in Israele dove molto spesso solo gli stessi coloni a costruire per poi ottenere il via libera del governo: una macchina ben funzionante che vede civili e potere politico impegnati nella stessa strategia. “Il governo Netanyahu continua a pianificare e costruire in tutta la Cisgiordania – spiega Peace Now – E nel frattempo manda ai coloni il messaggio che ogni costruzione realizzata senza pianificazione sarà retroattivamente legalizzata”.

Anche stavolta l’alleato statunitense protesta, con poco successo: “Siamo particolarmente preoccupati dalla politica di approvazione retroattiva di insediamenti illegali e non autorizzati – ha detto il porrtavoce della Casa Bianca, Josh Earnest – La significativa espansione dell’attività coloniale pone una minaccia seria e crescente alla possibilità di una soluzione a due Stati”.

Stessa musica dal Dipartimento di Stato che cita l’attività del Quartetto per il Medio Oriente nella soluzione del conflitto: “Da quando il Quartetto ha pubblicato il suo rapporto abbiamo assistito ad una crescente accelerazione dell’attività coloniale israeliana che va nella direzione opposta”, dice il portavoce del segretario di Stato Kerry.

Le condanne servono a poco (solo martedì Israele rispediva al mittente le dichiarazioni dell’inviato Onu in Medio Oriente, che criticava l’espansione coloniale) perché non sono seguite da alcuna misura concreta. A Tel Aviv le parole non creano alcun danno, finendo per fare da avallo alle politiche di occupazione e colonialismo. A parte le blande misure assunte dall’Unione Europea sull’etichettatura dei prodotti provenienti dalle colonie israeliane nel mercato europeo, nessuna sanzione è stata mai adottata. Israele prosegue senza ostacoli, conscio che ogni metro in più guadagnato oggi sarà un punto a favore al negozaito futuro, se mai ce ne sarà uno. Nena News

La Turchia nega il cessate il fuoco con i kurdi annunciato da Washington: «Andiamo avanti». Convocato l’ambasciatore statunitense. La politica di Obama nel paese è l’ultimo fallimento: difficoltà a gestire gli amici e a contenere gli avversari

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 1 settembre 2016, Nena News – Gli ultimi mesi di amministrazione Obama e l’ultimo fallimento mediorientale: la strategia statunitense in Siria si sta sgretolando. Le macerie sono disseminate nel corridoio che va da Afrin a Jazira, nord del paese, confine con la Turchia. Qui si concentrano tutte le contraddizioni della guerra e della vacillante rete di alleanze che cinque anni di conflitto non hanno cristallizzato.

In poche settimane si è assistito a cambi di casacca repentini, spiegabili con l’emersione di nuovi interessi regionali e globali. Il riavvicinamento tra Turchia e Russia ha aperto al dialogo tra Ankara e Teheran e all’impensabile compromesso – a cui il governo turco è ormai pronto – sul destino del presidente siriano Assad. Negoziati dietro le quinte che hanno come comune denominatore il soggetto sacrificabile, i kurdi di Rojava.

Il rigetto sprezzante da parte turca dell’annuncio Usa di cessate il fuoco con le forze kurde è l’esempio concreto delle difficoltà statunitensi a gestire gli amici e a contenere gli avversari. Martedì pomeriggio la coalizione anti-Isis aveva dato per raggiunta una tregua «approssimativa» tra esercito turco e Ypg kurde.

I kurdi hanno subito accettato; Ankara ha aspettato qualche ora prima di smentire l’alleato: «Non accettiamo in nessuna circostanza un compromesso o un cessate il fuoco con elementi kurdi – ha sentenziato Omer Celik, ministro per gli Affari Ue – La repubblica turca è uno Stato sovrano e legittimo. Non si può dire che abbia raggiunto un accordo con dei terroristi».

Non ha mancato di intervenire il premier Yildirim, ottima spalla per Erdogan dopo il licenziamento – mascherato da dimissioni – del predecessore Davutoglu: «Le operazioni continueranno fino a quando tutte le minacce ai cittadini turchi saranno eliminate. Gli Usa ci hanno più volte assicurato il ritiro delle Ypg all’est dell’Eufrate».

Il ritiro è in buona parte avvenuto, a salvaguardia dei civili, già caduti vittima delle violenze turche. Ma la Turchia e il suo braccio, l’Esercito Libero Siriano, avanzano sia verso Manbij (a sud est) che verso al-Bab (a sud-ovest).

Per Saleh Muslem, co-presidente del Pyd, il Partito di Unione Democratica che amministra Rojava e gestisce le Ypg, le ragioni dietro l’aggressione sono palesi e sostenute dalla nuova rete di alleanze di Ankara: «La strategia turca si basa sulla negazione dell’esistenza del popolo kurdo – ha detto in un’intervista all’agenziaAnfEnglish – Per questo funzionari turchi sono andati in Russia e in Iran e hanno personalmente incontrato Bashar al-Assad. Anche noi abbiamo incontrato i turchi, svariate volte: il popolo kurdo aspira ad un futuro di pace e democrazia. Non abbiamo sparato nemmeno una pallottola, non siamo un pericolo. Rojava è in Siria, non in Turchia: non hanno alcun diritto di interferire».

Ieri Ankara ha lanciato l’ultima sfida, convocando l’ambasciatore statunitense, John Bass: «Abbiamo sottolineato che tali annunci non sono accettabili e non si confanno alla relazione di amicizia [tra i due paesi]», ha detto il portavoce del Ministero degli Esteri.

Di operazioni, smentite e altri screzi Obama discuterà direttamente con Erdogan domenica, quando si incontreranno in Cina ai margini del summit del G20. Il presidente turco parlerà di Siria anche con il russo Putin, l’unico a godere tra i due litiganti. Washington è infastidita dalle mosse unilaterali turche perché rischiano di compromettere la strategica alleanza militare con le Forze Democratiche Siriane, il gruppo più efficace nella lotta all’Isis.

Il vice consigliere alla Sicurezza Nazionale Rhodes è chiaro: «Non sosteniamo il movimento di forze turche a sud di Jarabulus e l’attacco alle Sdf. Azioni contro le Sdf complicano gli sforzi di creare un fronte unito contro lo Stato Islamico». Ieri, però, nonostante gli slogan di guerra amplificati dai ministri turchi, di scontri a terra non se ne sarebbero registrati: «La situazione è calma, entrambe le parti rispettano la tregua», dice il Consiglio Sdf di Jarabulus.

Al contrario, per la prima volta, l’Isis avrebbe attaccato l’Esercito Libero con i kamikaze: ci sarebbero delle vittime. L’Els se la prende con gli Stati Uniti: nonostante la richiesta di copertura aerea, riporta l’agenzia Anadolu, i jet Usa non si sarebbero fatti vedere.

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

Ahmed Medhat morto per emorragia mentre si trovava in custodia da un solo giorno. La famiglia chiede un’inchiesta. Resta in prigione anche Ismail Khalil, torturato da un anno, nonostante l’ordine di rilascio

Poliziotti egiziani aggrediscono un manifestante (Fonte: Daily News Egypt)

della redazione

Roma, 1 settembre 2016, Nena News – La macchina della repressione guidata dalla polizia egiziana non si ferma. Mentre l’Italia aspetta il nuovo incontro a Roma tra la Procura italiana e gli inquirenti egiziani sul caso Regeni previsto per l’8 settembre, al Cairo un altro giovane è morto nelle mani dei poliziotti.

Ahmed Medhat, studente di medicina, è morto lunedì mentre si trovava in una caserma della capitale. La famiglia ha visto il corpo il giorno dopo e subito accusato la polizia di averlo ucciso. Secondo le prime informazioni disponibili dall’autopsia, il giovane è morto per una frattura alla testa e la conseguente emorragia.

L’avvocato della famiglia Medhat, Ahmed Saad Sabah, ha già chiesto l’apertura di un’inchiesta. Lo studente era stato arrestato lo stesso giorno, lunedì, alle 8.30 di mattina. Era stato condannato a febbraio in contumacia a due anni di prigione per proteste non autorizzate a cui aveva partecipato nel 2015, un reato con cui il regime egiziano ha messo dietro le sbarre migliaia di persone, attivisti e semplici cittadini, sulla base della nuova legge anti-terrorismo voluta dal presidente al-Sisi.

Secondo quanto raccontato dal fratello di Ahmed, il giovane è morto la sera, alle 23.30. Si trovava, ovviamente, in mano alla polizia. Che dà la sua versione dei fatti: lo studente si è ferito mortalmente alla testa mentre cercava di fuggire dalla camionetta che lo portava in caserma. Una versione che sembra non reggere: l’avvocato Sabah spiega che le ferite alla testa non presentano i graffi tipici di una caduta.

Come nel caso di Regeni, quando le autorità egiziane parlarono di omicidio nato in ambienti omossessuali, anche stavolta la polizia prova a utilizzare un espediente simile: Ahmed sarebbe stato arrestato in un raid in unca casa di prostituzione a Nasr City. Nel corso degli arresti, un ragazzo – non specificano chi – avrebbe tentato di fuggire saltando dal secondo piano dell’edificio.

Con la macchina della repressione si attiva dunque anche quella della propaganda, dell’insabbiamento dei fatti tipico del regime egiziano. La situazione non è affatto cambiata negli ultimi mesi, quando l’attenzione internazionale cominciò a concentrarsi sugli abusi compiuti contro la società civile dal governo. L’attenzione è calata e al-Sisi è tornato senza problemi a giocare il suo ruolo di “stabilizzatore” regionale. Così non è: l’Egitto sopravvive solo grazie al denaro e ai prestiti del Golfo e del Fondo Monetario Internazionale che gli permettono di restare a galla. Ma la crisi economica e sociale morde come mai prima, creando l’humus per una futura destabilizzazione interna.

Oggi i media indipendenti egiziani hanno parlato anche di un altro caso, quello di Ismail Khalil: scomparso nel maggio del 2015, sottoposto a torture e violenze per oltre un anno, il 27enne aveva finalmente ricevuto da un tribunale la possibilità di uscire su cauzione, 50mila sterline egiziane (più di 5mila euro). La famiglia ha pagato il 23 agosto, ma una settimana è già trascorsa e Khalil è ancora in prigione. E le torture continuano, denuncia Amnesty International, che ha chiesto l’immediato rilascio a causa del peggioramento grave delle sue condizioni di salute. Nena News

Secondo il quotidiano libanese As-Safir, i due ex nemici avrebbero trovato una convergenza sul prossimo futuro: la Turchia toglierà sostegno alle opposizioni nella città settentrionale siriana in cambio di mano libera nella guerra a Rojava

di Stefano Mauro – Contropiano

Roma, 1 settembre 2016, Nena News – Il governo di Bashar Al Assad ed il governo turco del sultano Erdogan sarebbero sul punto di concludere un accordo che potrebbe ulteriormente far cambiare le sorti della guerra in favore delle forze lealiste siriane. Secondo il giornale libanese As Safir i dettagli dell’accordo sarebbero questi: Ankara rinuncia ad Aleppo, lasciando campo libero al governo siriano, ed il regime di Damasco concede alle truppe turche di combattere indisturbate le milizie curde per opporsi al progetto autonomista del Rojava (territorio e regione curda all’interno dei confini siriani).

Questa intesa di reciproca non belligeranza, suggerita dai russi e dagli iraniani, sarebbe stata sancita in un incontro giovedì scorso a Baghdad. Nel summit, organizzato tra i ministri della difesa iracheno e quello siriano, avrebbe partecipato, per la prima volta, il capo dell’intelligence turca, Haqane Fidane. Proprio in quell’occasione il governo turco ha avuto l’avvallo da parte del governo siriano per l’avvio dell’operazione “scudo dell’Eufrate”: in questi giorni, infatti, il governo di Al Assad non ha fatto quasi alcuna rimostranza al governo turco per l’invasione del proprio territorio nazionale.

Durante il summit sono stati calendarizzati, a Damasco, Mosca e Istanbul, ulteriori incontri bilaterali per discutere dei diversi argomenti di frizione tra i due governi, fino a pochi mesi fa acerrimi nemici. Da parte turca c’è la richiesta di informazioni relativa a 7 suoi ufficiali che avevano preso parte al conflitto, probabilmente come consiglieri militari, al fianco dei ribelli siriani nelle zone di Aleppo, Latakia e Idlib. La notizia era sempre stata negata dallo stato maggiore turco che adesso, invece, richiede notizie sulla sorte dei suoi militari dispersi dal febbraio 2015.

Secondo il giornale libanese le autorità turche avrebbero anche ammesso un loro coinvolgimento attivo nella recente battaglia di Aleppo per rompere l’assedio dei ribelli nei quartieri orientali. Altri militari turchi avrebbero combattuto a fianco dei miliziani del Partito Islamico del Turkestan, addestrati da Ankara. In cambio di un disimpegno da parte turca da Aleppo, il governo di Damasco avrebbe fornito informazioni utili relative alla prigionia di 4 militari turchi, sui 7 dispersi.

Nei dettagli l’accordo tra siriani e turchi includerebbe un impegno di Damasco per cessare qualsiasi attività di supporto e di collaborazione con le milizie curde. In cambio i turchi hanno promesso di sospendere il loro sostegno logistico e militare nei confronti di quei gruppi della galassia jihadista, foraggiata da Ankara, che combatte nella provincia di Aleppo. In effetti il governo turco ha intrapreso due azioni congiunte. La prima è l’invasione denominata “Scudo sull’Eufrate” avviata con la scusa di contrastare e combattere Daesh -minimamente colpito dalle truppe turche- che ha, invece, come obiettivo prinicipale quello di far arretrare i curdi dietro il fiume Eufrate.

La seconda, meno nota ai media occidentali , è la smobilitazione di migliaia di combattenti jihadisti (appartenenti principalmente ad Ahrar Al Sham o ai gruppi salafiti turcomanni, ndr) dalla zone di Aleppo e Idlib, ed il loro rientro all’interno del confine turco al fine di lasciare agire indisturbate le truppe lealiste siriane disimpegnandole anche da città come Latakia.

Appare molto provocatorio l’atteggiamento di Erdogan nei confronti dei suoi alleati/nemici americani. Da una parte ha avviato un’operazione militare contro i curdi e le milizie delle FDS (Forze Democratiche Siriane) sostenute militarmente dagli americani, alimentando ulteriore confusione in una guerra che sempre più sembra essere un “tutti contro tutti”. Da questo punto di vista, il governo americano ha spinto Ankara a sospendere qualsiasi azione militare, ha negato il proprio sostegno aereo all’operazione ed ha, infine, cominciato a non collaborare più con i turchi in materia di prevenzione e sostegno militare in Siria. Da un’altra parte appare abbastanza difficile che gli americani lascino che il governo turco consolidi la propria alleanza con l’asse formato da russi, iraniani e siriani.

In quest’ottica il segretario di stato Kerry, ha eventualmente previsto di occupare una parte del territorio siriano, sotto il controllo turco, in maniera da istituire una sorta di base operativa nel nord e di prevedere, inoltre, l’istituzione di una no fly-zone, senza un preciso mandato ONU, cosa che ha fatto innervosire il Cremlino allontanando sempre di più un accordo congiunto tra Mosca e Washington.

Il ministro della Difesa sostiene che i media hanno già condannato i due soldati che hanno ucciso palestinesi che non presentavano alcuna minaccia. Per lui quei militari combattevano il terrorismo

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme,31 agosto 2016, Nena News – Per i politici la colpa è sempre dei giornalisti. E anche il ministro israeliano della difesa, Avigdor Lieberman, si è aggiunto all’elenco di chi punta l’indice contro i media. A suo dire i giornalisti israeliani (facendo il loro lavoro) impedirebbero ai soldati di svolgere i loro compiti, instillando in loro il timore che potrebbero essere giudicati per quanto fanno nei Territori palestinesi occupati.

«Mi aspetto che la stampa lavori sodo per rafforzare la capacità deterrente di Israele contro i nostri nemici e per non scoraggiare i nostri soldati dal combattere i terroristi», ha detto il ministro due giorni fa. Parole che avevano un fine preciso.

Lieberman infatti ha deciso di scendere in campo in difesa dei due soldati finiti sotto i riflettori per aver ucciso due palestinesi che non rappresentavano alcun pericolo. Il primo, il sergente Elor Azaria, è sotto processo per aver sparato, lo scorso marzo a Hebron, a sangue freddo alla testa di un giovane palestinese che poco prima aveva ferito con un coltello un altro militare.

Il palestinese, Abdel Fattah al Sharif, ferito dagli spari di altri soldati, era a terra, praticamente immobile e non in condizione di nuocere, quando Azaria lo ha ucciso. L’accaduto è stato ripreso dalla telecamera di un palestinese che coopera con il centro israeliano per i diritti umani B’Tselem che ha subito diffuso le immagini facendo scattare l’arresto del sergente.

Il secondo militare, di cui non è nota l’identità, venerdì scorso ha ucciso un palestinese disarmato, Eyad Hamed, 38 anni di Silwad (Ramallah), che non avrebbe rispettato l’intimazione di alt. Per Lieberman la stampa ha già condannato i due soldati. Con un insolito approccio garantista, il ministro ha spiegato che «occorre rispettare il principio della presunzione di innocenza, si è colpevoli solo dopo una sentenza definitiva dei giudici». Infine ha affermato che chi combatte il terrorismo «non può svolgere il suo dovere facendosi accompagnare da un avvocato».

Lieberman e altri ministri cavalcano lo sdegno dell’opinione pubblica schierata apertamente a sostegno dei due soldati finiti sotto accusa. Per la maggior parte degli israeliani i due militari hanno semplicemente fatto il loro dovere: prima si spara e poi si fanno domande «quando si a che fare con i terroristi». E in questo quadro il terrorista non è solo colui che fa esplodere una bomba o che compie un attacco armato ma anche il palestinese che lancia una pietra contro un’automobile israeliana o che «si comporta in modo sospetto».

Su questo punta la difesa per ottenere la piena assoluzione per Elor Azaria, accusato peraltro solo di omicidio colposo. Il sergente israeliano afferma di aver sparato ad Abdel Fattah al Sharif per impedire che il palestinese azionasse una cintura esplosiva (che in realtà non esisteva). Una versione smentita dalle testimonianze di alcuni militari, incluso il suo comandante Tom Naaman.

Tuttavia  negli ultimi giorni Azaria ha visto migliorare la sua situazione processuale grazie ad una valanga di deposizioni e testimonianze, anche di alti ufficiali – come gli ex generali Shmuel Zakai, Dan Biton e Uzi Dayan – a suo favore.

Dayan in particolare, già qualche giorno prima della sua deposizione, parlando a Radio Darom, aveva lasciato capire che l’uccisione di Abdel Fattah al Sharif non doveva entrare in un’aula di tribunale perché, ha lasciato capire, andava risolta all’interno dell’Esercito.

A sostegno di ciò Dayan ha portato l’esempio di tre lavoratori palestinesi, a bordo di un minibus,  uccisi il 10 marzo 1998,  all’incrocio Tarqumiya, tra Israele e la Cisgiordania, da soldati israeliani di guardia un posto di blocco. I militari dichiararono che avevano aperto il fuoco di fronte all’intenzione dell’autista del minibus di investirli. Una versione che fu smentita subito dalle indagini. I soldati furono fermati e interrogati ma non processati per l’omicidio che avevano commesso.

Intanto Human Rights Watch, in un suo rapporto, mette sotto accusa l‘Autorità nazionale palestinese (Anp) del presidente Abu Mazen in Cisgiordania e il movimento islamico Hamas a Gaza che «arrestano, ingiuriano e incriminano penalmente giornalisti e attivisti che esprimono in modo pacifico critiche verso le autorità».

Secondo l’Ong con sede negli Usa, in Cisgiordania l’Anp arresta «attivisti e musicisti che prendono in giro le forze di sicurezza palestinesi e accusano il governo di corruzione» in commenti postati su Facebook o in graffiti e canzoni hip hop. L’Ong riferisce il caso di un’attivista di Gaza critico di Hamas «arrestato e intimidito» e quello di un giornalista, finito in manette, perché «aveva postato la foto di una donna che cercava da mangiare in un bidone di spazzatura». Nena News

Michele Giorgio è su Twitter: @michelegiorgio2

Ieri pomeriggio la coalizione anti-Isis ha annunciato un cessate il fuoco di due giorni tra esercito turco e Ypg kurde. Ma poco dopo Ankara ha colpito di nuovo. Protesta la Francia che chiede la fine dell’operazione

La gente di Kobane protesta alla frontiera la costruzione del muro da parte della Turchia (Foto: Twitter)

AGGIORNAMENTI

ore 12 – ANKARA SMENTISCE GLI USA E CONVOCA AMBASCIATORE

Il governo turco ha questa mattina smentito l’annuncio di tregua che ieri era stato dato dal portavoce statunitense della coalizione anti-Isis e subito rilanciato dalle Ypg kurde. Il ministro per gli Affari con la Ue ha negato la cessazione delle ostilità: “Non accettiamo in nessuna circostanza un compromesso o un cessate il fuoco con elementi kurdi”.

Poco dopo l’ambasciatore Usa in Turchia, John Bass, è stato convocato dalle autorità turche per chiedere spiegazioni in merito all’annuncio.

ore 10.30 – LA CESSAZIONE DELLE OSTILITA’ NON REGGE

Poche ore dopo l’annuncio di una tregua, seppur “approssimativa”, tra forze turche e kurde, sono ricominciati gli scontri a ovest di Jarubulus. Un raid di Ankara ha colpito dopo aver fatto sapere che tre soldati erano stati feriti dal lancio di un missile.

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di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 31 agosto 2016, Nena News -Nessuna parata militare in grande stile quest’anno: il Giorno della Vittoria, immancabile occasione per celebrare le radici del nazionalismo turco, ieri è stato festeggiato in sordina. Dal Ministero della Difesa spiegano che il trauma subito la notte del 15 luglio, il tentato colpo di Stato, va superato lentamente. Forse si preferisce evitare una marcia delle forze armate i cui vertici sono stati decapitati dalle purghe post-golpe.

Non che il presidente Erdogan, che con lo stato di emergenza ha posto esercito e servizi sotto il proprio diretto controllo, non voglia risollevare le sorti dei militari. Per farlo ne esalta le gesta nel nord della Siria, facendo leva sulla facile propaganda della lotta al terrorismo.

Peccato che – di nuovo – a scontrarsi contro l’Isis non siano le truppe turche penetrate, per la prima volta ufficialmente, in territorio siriano ma i kurdi delle Ypg. Ovvero quelli a cui danno la caccia da una settimana i sempre più numerosi carri armati di Ankara.

Nel pomeriggio di ieri è, però, giunta la notizia di un accordo di cessate il fuoco tra le Forze Democratiche Siriane, Sdf, e l’esercito turco. A renderlo noto è stato il colonnello Thomas, portavoce del Comando Centrale della coalizione anti-Isis: «Nelle ultime ore abbiamo ricevuto l’assicurazione di tutte le parti coinvolte di una cessazione delle ostilità così da focalizzarsi sulla minaccia Isis. Un accordo approssimativo che durerà un paio di giorni, speriamo che si consolidi».

Thomas ha poi specificato che l’accordo è stato frutto della mediazione Usa. Le Sdf confermano parlando però solo di una «pausa», dalla Turchia non giungono commenti ufficiali. Ieri, per il sesto giorno, altri veicoli militari turchi erano entrati nel nord della Siria, in Rojava. E il capo di stato maggiore turco, Hulusi Akar, aveva precisato che Ankara non avrebbe mollato la presa.

Una risposta diretta proprio alle recriminazioni degli Usa che, dopo aver sostenuto l’inaugurazione dell’operazione Scudo dell’Eufrate, lunedì hanno tolto l’appoggio. A monte sta l’obiettivo reale dell’offensiva, che la Turchia non ha comunque mai nascosto: le truppe turche e i miliziani delle opposizioni siriane (Esercito Libero in prima linea, ma anche gruppi turkmeni e islamisti) si stanno velocemente muovendo verso sud-est. Presa Jarabulus, frontiera nord-occidentale, i “ribelli” siriani minacciano Manbij.

Ironia della sorte, se si trattasse davvero di coincidenze, mentre i bulldozer militari di Ankara sono impegnati alla frontiera con Rojava a costruire un muro che separi i cantoni turchi dal Kurdistan turco, a combattere lo Stato Islamico sono ancora le Ypg alla testa delle Sdf, la ricca federazione di kurdi, arabi, circassi, turkmeni e assiri che sta ripulendo il nord della Siria dalla presenza Isis (il nemico che in teoria era la ragione scatenante l’operazione Scudo dell’Eufrate): a sud ovest di Manbij, liberata dall’occupazione islamista il 12 agosto, ieri si sono registrati scontri tra Sdf e sacche islamiste, fa sapere Shervan Darwish, portavoce Sdf.

Le Sdf hanno difeso alcuni villaggi del distretto di Manbij, attaccati con almeno tre autobombe dall’Is: gli islamisti, dice Darwish, hanno approfittato degli scontri in corso con le opposizioni siriane e che hanno indebolito le difese delle Sdf. Nel pomeriggio l’assalto del “califfato” non era ancora cessato, ma i jet Usa erano intervenuti a difesa degli alleati a terra. La posizione di Washington si fa ogni giorno più complessa, tra l’incudine kurda e il martello turco. Ieri alle proteste di Washington si sono aggiunte quelle della Francia. Il presidente Hollande ha avvertito la Turchia: «Questi interventi multipli e contraddittori portano con sé il rischio di una più ampia escalation». Per cui, suggerisce, Ankara deve subito interrompere i raid sulle Ypg.

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

The arrest of renowned author Asli Erdogan on terrorism charges generates questions about Turkey’s arbitrary use of emergency law

Il quotidiano pro-kurdo chiuso dalle autorità turche Ozgur Gundem

by Pinar Tremblay – Al Monitor

Rome, 31st of August 2016, Nena News – On Aug. 16, Ozgur Gundem, one of the few remaining independent news outlets in Turkey, was closed by a decision from Istanbul’s 8th Court of Peace. Pro-government newspaper Sabah reported the news as “PKK’s [Kurdistan Workers Party] newspaper is shut down. It was a tool for both the PKK” and followers of self-exiled cleric Fethullah Gulen. Police raided the offices of Ozgur Gundem and the homes of several columnists and staff and detained them.

Some employees were taken into custody for “spreading terror propaganda,” according to the official explanations.

The reports from the raids were quite scary. For example, editorial cartoonist Dogan Guzel was photographed in handcuffs being pulled out of the building with a torn T-shirt and bruises and marks on his face and body.

Twenty-four journalists from Ozgur Gundem, IMC TV and DIHA news agency were taken into custody, including Asli Erdogan, a renowned author, human rights activist and columnist. Erdogan was named one of PEN International‘s “most promising 50 authors of tomorrow” and has received multiple prestigious literary awards.

Erdogan is a brilliant woman who was educated at Turkey’s best schools. She has a degree in computer engineering and physics, but decided to focus on literature in the early 1990s. Erdogan has represented Turkey on several international platforms. From 1998 until 2000, she was the Turkish representative of the International PEN’s Writers in Prison Committee. Until June, Erdogan was a writer in residence in Krakow, Poland, for the International Cities of Refuge Network.

She has written for other left-wing newspapers as well, always focusing on issues the majority of columnists would not dare: torture, Kurdish rights, human rights violations in prisons and violence against women. Internationally respected for her literary works — which are translated in several foreign languages — and her human rights battles, Erdogan has stood up for those in need for the past two decades. Her impressive achievements were even acknowledged in 2013 by Turkish Radio and Television in a documentary detailing her life and works.

Erdogan has been persecuted for her human rights activism before, having to live in exile, being subjected to social lynching and losing her jobs. Still, she has not been deterred. That must be why she was part of a solidarity program called Editor-in-Chief on Watch for Ozgur Gundem, one of the most troubled publications in modern Turkish history. Just to put it in perspective, the newspaper was completely shut down by court order from 1994 to 2011.

On Aug. 19, the majority of Ozgur Gundem’s personnel were released, but Erdogan was officially arrested. Her lawyers objected that she couldn’t be arrested for simply having her name on the newspaper’s board as part of the solidarity program — though she isn’t the first.

Erdal Dogan, one of Erdogan’s attorneys and a prominent human rights activist, told Al-Monitor, “In the official documents it is stated that Erdogan was arrested for her writings. However, when we look at what are in these writings that the prosecution said support a terror [operation], what we see is that Erdogan supports human rights, peace and stands up against violence. As a female Turkish author she stands in solidarity with the Kurds, Alevis and all ‘others’ who are discriminated against, without being apologetic. On top of it all, she dares to write for Ozgur Gundem.”

Human rights activist and Alevi Bektasi Association Chairwoman Hatice Altinisik concurred with Dogan and said, “Erdogan is a Turk, a ‘White Turk.’ And she is now in custody for being a member of the PKK. Because she was on the board of Ozgur Gundem, a newspaper that struggles to be a voice for the suppressed, she is seen as being a member of a terror organization. In a sense, the political opposition is labeled as terror. Now Erdogan here is persecuted to set a precedent for other White Turks. This decision is telling them, ‘Do not get involved with the Kurds.’ This is not the first time; they tried to make Pinar Selek out to be a terrorist and it failed. It will fail with Erdogan as well.”

Al-Monitor spoke with several prominent columnists and academics and almost all of them agreed with Altinisik’s view that if an ethnic Turk from the upper middle class supports the Kurdish cause or the rights of those who are suppressed, that would be a major threat for the ruling Justice and Development Party (AKP), because it brings further attention and justification to the suffering of the Kurds, Alevis and other minorities.

Indeed, a prominent scholar who studies immigration issues told Al-Monitor on condition of anonymity, “Erdogan fights against discrimination. She has been the voice of even African immigrants to Turkey. Going over Erdogan’s writings, you cannot find any arguments specifically supporting the PKK or encouraging any sort of violence. However, she dares to do what even most of the upper middle class Kurds would not do, and that is not good news for the AKP. Erdogan in jail sends a message to all of us to be silent — and, in a sense, to be complicit with the atrocities of the state.”

This could explain the difficult and inhumane conditions Erdogan is being subjected to in prison. She answered questions from the daily Cumhuriyet in a letter.

“I have not been physically tortured. However, ill-treatment in prison will leave permanent damages on my body. I am not given water or my medications. I have diabetes and require a special diet; without it all my body suffers,” she said. “The mattress I am to sleep on is imbued with urine, and as an asthma patient … I have not had any access to fresh air.”

It was particularly painful to read Erdogan’s answer to the question about what she plans to do first upon her release: “I will have a 16.08.2016 [the day police raided her home] tattooed on my left arm, just like female prisoners in Auschwitz,” a Nazi concentration camp.

This is Turkey after the July 15 failed coup, a Turkey where emergency laws allow additional restrictions on the rights of those detained. It does not help that pro-government newspapers claim the Gulenist movement has been cooperating with the PKK. The evidence for this claim is shaky. For example, a 2010 case in which more than 3,000 Kurdish activists, politicians and intellectuals were prosecuted is now under scrutiny because most of the prosecutors and judges on those cases are being taken into custody for allegedly being Gulenists.

Using terrorism laws arbitrarily and widely against people who are not involved in any stage of violence is counterproductive for the AKP’s goals.

For one, if Turkey is serious in seeking Gulen’s extradition from the United States, Ankara should realize indiscriminate arrests of intellectuals hurt Turkey’s credibility internationally. The inevitable question becomes: “Is this really a war on terror or a political witch hunt?”. The more the government conflates stories of Gulenist crimes with opposition figures, other terror organizations and foreign countries‘ secret services, the less credibility the stories have in the eyes of political observers. This confusion may work in the short term for angry domestic audiences, but overall it hurts Turkish national interests.

Second, it distracts authorities from focusing on what really matters: those who have generated and are planning to generate terror attacks that cost Turkey lives and money. After July 15, the workload of the courts has increased dramatically, which inevitably will affect the quality of deliberation and due process. All of these factors weaken confidence in Turkey’s legal system, which is already seen as practicing “legal violence” against innocent people.

Turkey is suffering from simultaneous attacks by three potent terror organizations: the PKK, the Islamic State and the Gulen movement. Shouldn’t taxpayers’ money be spent to prosecute those who create violence rather than those who create ideas for peace and justice?

Nella notte le forze armate hanno compiuto un raid nella sede della stazione al-Sanabel, sud della Cisgiordania. Una settimana fa prolungato di 3 mesi l’ordine di detenzione amministrativa del giornalista Omar Nazzal

Il raid notturno alla radio palestinese al-Sanabel (Foto: Ma’an News)

della redazione

Roma, 31 agosto 2016, Nena News – Nella notte l’esercito israeliano ha compiuto un raid nella radio al-Sanabel nella città di Dura, a sud della Cisgiordania: cinque impiegati sono stati arrestati e le strumentazioni confiscate, mentre le autorità israeliane emettevano un ordine di chiusura di tre mesi.

Secondo testimoni, i soldati hanno distrutto l’interno degli uffici e portato via l’equipaggiamento per le trasmissioni. Tra i detenuti c’è il direttore della stazione radio, Ahmad al-Darawish e quattro impiegati (Mohammed al-Sus, Nidal Amro, Muntaser Nassar e Hamed al-Nammura) dopo aver perquisito le loro case.

Arriva anche il commento dell’esercito israeliano: l’operazione, dice il portavoce, è motivata dalle attività di “incitamento alla violenza” da parte dell’emittente. Alla base sta un ordine militare.

Un caso che si aggiunge alle numerose violazioni nei confronti della stampa palestinese. A marzo lo Shin Bet, i servizi segreti interni israeliani, avevano chiuso la stazione tv della Jihad Islamica in Cisgiordania, Falastin al-Youm, con l’accusa di “fare appello” a attacchi terroristici contro Israele e i suoi cittadini”.

Pochi giorni fa era stata l’associazione palestinese per la libertà di stampa Mada a pubblicare un rapporto sugli abusi nei confronti della stampa: nei Territori Occupati sono aumentati, si legge, del 17% nella prima metà del 2016. Abusi sia da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese che dell’occupazione israeliana: se i casi totali sono scesi del 12%, da 224 casi nei primi sei mesi del 2015 a 198 nei primi sei mesi del 2016, è aumentato il tasso di violazioni compiute dalle autorità israeliane, 133 in tutto.

Ovvero, calano gli abusi da parte del governo di Ramallah ma crescono quelle di Israele, in un periodo di tensioni e violenze. Tra le violazioni più comuni ci sono arresti di giornalisti, confisca di equipaggiamento, chiusura delle emittenti. Ben 23 i giornalisti arrestati, tra loro Omar Nazzal, reporter di Falastin al-Youm condannato all’inizio di maggio a quattro mesi di detenzione amministrativa (arresto senza processo né accuse ufficiali) dopo essere stato detenuto il 23 aprile mentre viaggiava verso la Giordania.

In arabo: “Il sindacato dei giornalisti palestinesi chiede l’immediato rilascio di Omar Nazzal”

Avrebbe dovuto essere rilasciato il 22 agosto, una settimana fa, ma poco prima la corte militare ha prolungato l’ordine di detenzione amministrativa di altri tre mesi. Il 4 agosto Nazzal ha iniziato lo sciopero della fame per protestare contro la pratica cautelare, ricevendo il sostegno dei giornalisti palestinesi e della società civile che ha organizzato numerosi sit-in.

In aumento anche i casi di arresti di utenti di social network, con la generica accusa di istigazione alla violenza: molti giovani palestinesi sono stati fermati e detenuti per aver pubblicato post, video o foto online. Nena News

I due anni di Isis scanditi da barbarie. E ora a reclutare minori sono anche le tribù sunnite che combattono a Mosul con Baghdad. Scoperte 72 fosse comuni tra Iraq e Siria: 15mila cadaveri stimati

Yazidi in fuga da Sinjar ad agosto 2014 (Foto: REUTERS/Rodi Said)

della redazione

Roma, 31 agosto 2016, Nena News – Il 20 agosto, poche ore dopo il massacro di Gaziantep (un kamikaze si è fatto esplodere ad un matrimonio kurdo, 56 morti), il presidente Erdogan ha individuato in un minorenne di 12-14 anni il responsabile. Di lì a poco la smentita, poi una nuova conferma: di anni ne avrebbe 17. Fonti kurde negano si fosse trattato di un bambino, almeno questo raccontano i sopravvissuti.

Nelle stesse ore, mentre Gaziantep piangeva una strage invece che festeggiare un matrimonio, a Kirkuk le forze di polizia kurdo-irachene fermavano un ragazzino con la maglietta di Messi. Sotto la divisa a strisce del Barcellona aveva una cintura esplosiva. È stato arrestato due ore dopo che suo fratello si era fatto saltare in aria nella stessa città, di fronte ad una moschea sciita senza provocare vittime.

Ancora, pochi giorni fa, sono stati dei bambini a giustiziare a colpi di pistola cinque prigionieri kurdi. Tutto ripreso dai video e le macchine fotografiche dell’oliata macchina della propaganda del “califfo”.

I due casi, insieme, hanno risollevato la questione dei bambini reclutati dallo Stato Islamico tra Siria e Iraq. Per ovvie ragioni buona parte dei minorenni che si uniscono alle fila dell’Isis non arrivano da fuori, non sono foreign fighters, ma locali spesso in cerca di una paga. Secondo i dati raccolti in questi anni dal think tank Combating Terrorism Center, sarebbero attualmente 1.500. Vengono addestrati in campi specifici, in molti casi al martirio e ad azioni suicide. Il loro numero, avverte il Centro, è in costante aumento: su base mensile, il tasso di bambini impiegati in operazioni kamikaze è salito da sei a undici dal gennaio 2015 al gennaio 2016.

Il nuovo problema che sorge è però il “contagio” delle pratiche belliche: secondo Human Rights Watch per combattere l’Isis a Mosul due milizie tribali sunnite usano i suoi stessi mezzi. Reclutano bambini, minori di 15 anni. Ad oggi, dice Hrw sarebbero almeno sette i bambini portati vicino Mosul, per prepararli alla prossima offensiva sulla città. Secondo alcuni testimoni, che hanno visto i bambini reclutati e portati via, il governo di Baghdad li pagherà per il lavoro svolto, 375 dollari al mese.

Atrocità che si sovrappongono e si moltiplicano. Siria e Iraq sono devastate dalla guerra e dalle barbarie. A darne la misura, ieri, la macabra scoperta resa pubblica dall’Ap: 72 fosse comuni sono state individuate tra Siria e Iraq. Conterebbero tra i 5 e i 15mila cadaveri, una stima basata sull’analisi di mappe, documenti forniti dai funzionari locali e testimonianze dei sopravvissuti.

Non è la prima volta che accade, la fossa comune è uno dei marchi di fabbrica dell’Isis che la usa sia per generare terrore che per “comodità”, visto l’elevatissimo numero di esecuzioni compiute in singole comunità.

Tanti i massacri noti. La strage di Camp Speicher ha inaugurato il “califfato: a soli due giorni dalla presa di Mosul, il 12 giugno 2014, 1.500-1.700 cadetti sciiti dell’esercito iracheno furono giustiziati a Tikrit, appena occupata. Due mesi dopo, agosto 2014, toccò alla tribù siriana al-Sheitaat: 700 persone, soprattutto civili, furono uccisi nella provincia di Deir Ezzor in Siria, per aver combattuto l’occupazione islamista. Uccisi, decapitati, gettati in svariate fosse comuni.

Pochi giorni dopo i massacri più famosi, quelli subiti dal popolo yazidi. Con l’occupazione della zona di Sinjar e della strategica piana di Ninawa, in centinaia di migliaia furono costretti alla fuga e all’assedio. E se molti arrivarono stremati ma vivi nel Kurdistan iracheno, in migliaia furono giustiziati mentre donne e ragazzine venivano trasformate in schiave sessuali vendute al mercato di Mosul. Oggi sono i sopravvissuti a quel genocidio a chiedere la tutela delle fosse comuni yazide ritrovate dopo la liberazione di Sinjar, almeno 25: abbandonate al degrado perché difficili da salvaguardare, rischiano di scomparire insieme alla memoria delle stragi. Nena News

In attesa della decisione della Corte Suprema israeliana, pubblichiamo l’appello di Vento di Terra e Assopace contro la demolizione della scuola della comunità beduina di Khan al Ahram già firmato da alcuni parlamentari italiani

VENTO DI TERRA – ASSOPACE

Al Villaggio beduino di Khan al Ahmar l’attività didattica è ripresa con due settimane di anticipo.

La Scuola di Gomme, realizzata da Vento di Terra ong, sostenuta negli anni dalla diplomazia internazionale, e in particolare dalle Agenzie ONU, è divenuta un simbolo del diritto all’istruzione e di difesa dei diritti delle comunità beduine palestinesi residenti in Area C. Si tratta di una struttura senza fondamenta, realizzata con pneumatici usati, progettata dallo studio Arcò di Milano per fare fronte alle complesse normative e alle specifiche esigenze locali. Una struttura che per caratteristiche costruttive e materiali utilizzati, è considerata un esempio nell’ambito dell’architettura bioclimatica. La scuola è dalla sua fondazione sotto ordine di demolizione ed è stata costantemente attaccata dal movimento dei coloni quale “minaccia all’esistenza dello stato di Israele”. La Corte Suprema Israeliana si è espressa nel 2014 invitando le parti a trovare un accordo e ribadendo il valore sociale della struttura.

La Corte suprema israeliana si riunirà il prossimo 30 agosto per deliberare su di una richiesta di demolizione immediata della scuola presentata dal movimento dei coloni israeliano. Nell’area, a fronte della realizzazione dell’imponente insediamento di Maale Adumim, non sono state realizzate strutture a favore delle popolazione palestinese. Il plesso di Khan al Ahmar – realizzato nel 2009 dalla Ong italiana Vento di Terra con il contributo della Cooperazione Italiana, della CEI e di una rete di Enti Locali lombardi – ospita 8 classi, per un totale di circa 200 minori. Minori che a causa delle limitazioni imposte dai militari e dell’imponente rete di infrastrutture presenti non posseggono alternative reali e rischiano di perdere il diritto all’istruzione primaria.

Sono alunni appartenenti in maggioranza alla comunità beduina Jahalin, che vive nell’area del “Corridoio E1”. Una striscia di terra che da Gerusalemme giunge a Gerico, terra palestinese occupata militarmente da Israele, definita dagli Accordi di Oslo quale “Area C” – fino al 1999, quando avrebbe dovuto realizzarsi il totale ritiro dell’esercito israeliano, mentre invece ne continua il totale controllo. È considerata strategica dai militari, che ivi vorrebbero completare il “Muro di Separazione”, separando in due tronconi ciò che rimane dei Territori Palestinesi. La costruzione delle colonie, la deportazione dei residenti, la demolizione delle case, la realizzazione di infrastrutture militari e civili da parte della potenza occupante, rappresentano una grave violazione del Diritto internazionale. L’intenzione espressa dell’esecutivo israeliano è demolire la scuola e riallocare in tempi brevi gli alunni nel plesso di Al Jabal, distante una decina di chilometri.

In questo quadro, la demolizione della scuola di Khan Al Ahmar creerebbe un pericoloso precedente e un danno notevolissimo alla comunità locale, ponendo le basi per una sua rapida deportazione. Si tratterebbe della seconda demolizione di una struttura realizzata dalla Cooperazione italiana in due anni, dopo lo spianamento del luglio 2014 del Centro per l’infanzia di Um al Nasser, nella Striscia di Gaza, anch’esso realizzato dalla Ong Vento di Terra. Azione perpetrata dall’Esercito israeliano durante l’occupazione dell’area, in piena violazione della Quarta Convenzione di Ginevra.

Vento di Terra Ong e Assopace Palestina lanciano un appello a personalità del mondo della politica, della cultura e dell’arte per chiedere al Governo Italiano e all’Unione Europea di intervenire per la tutela dei diritti umani fondamentali e del diritto all’istruzione delle comunità beduine, per la difesa della Scuola di Gomme, perché i bambini di Khan al Ahmar possano avere un futuro.

Hanno sottoscritto l’appello:

On. Franco Bordo

On. Beatrice Brignone

On. Filippo Fossati

On. Giulio Marcon

On. Marisa Nicchi

On. Erasmo Palazzotto

On. Michele Piras

On. Arturo Scotto

On. Marietta Tidei

On. Vincenza Bruno Bossio

Decine di civili uccisi. I “ribelli”sotto la Turchia minacciano Manbij di invasione. Gli Usa furiosi: «Fermatevi». Voci da Kobane: «Siamo tutti al confine, i turchi hanno mandato tank e bulldozer per costruire un muro di separazione»

Combattenti curdi delle YPG

di Chiara Cruciati   il Manifesto

Roma, 30 agosto 2016, Nena News – Il popolo di Rojava ha versato troppo sangue per arrendersi ora all’aggressione della Turchia che prova a chiuderlo in un assedio fisico: «Da tre giorni carri armati e bulldozer turchi entrano nel territorio di Kobane dal valico di Mursitpinar e portano avanti la costruzione di un muro – ci dice al telefono Idriss Nassan, ex portavoce del cantone di Kobane – Hanno già scavato un fosso e portato dentro blocchi di cemento».

«La gente protesta da tre giorni, dandosi il cambio al confine, 24 ore al giorno. Ma non riusciamo a fermarli: i bulldozer entrati oggi (ieri, ndr) sono protetti dai carri armati. È una violazione del nostro territorio». Sono tantissimi i residenti di Kobane nel corridoio di terra battuta che li divide dalla città kurdo-turca di Suruç: bandiere delle Ypg e del Kurdistan, donne e uomini, bambini che reggono i microfoni ai rappresentanti istituzionali di Rojava che si rivolgono alla folla.

L’obiettivo turco a Kobane è lo stesso che nel resto di Rojava: una barriera fisica che penetri in territorio siriano per 20 metri e tagli la continuità con il Bakur, il Kurdistan turco. «Il muro correrà lungo il confine – aggiunge Nassan – Stanno lavorando anche nel cantone di Afrin, a ovest, e in quello di Jazira, alla frontiera con l’Iraq, per dividere le città kurde in Turchia da quelle in Siria».

La gente lo sa: ieri in migliaia sono scesi in piazza a Til Temir, Zirgan e Dirbesiye, per protestare. L’aggressione monta di ora in ora, tra domenica e ieri l’artiglieria turca ha aperto il fuoco 61 volte.

Domenica è stato il giorno più duro, con 45 morti tra Jeb al Kussa e Amarna: «A Jeb al Kussa hanno compiuto un massacro – dice Nassan – Almeno 30 civili uccisi, con l’artiglieria, con i raid. La Turchia manda avanti l’Esercito Libero Siriano. Eppure le Ypg (le Unità di Difesa Popolari kurde, ndr) hanno annunciato il ritiro dal sud di Jarabulus, proprio per salvaguardare i civili. Non significa che ci arrenderemo: difenderemo la nostra gente e il nostro territorio».

Ankara non pare, infatti, intenzionata a fermarsi a Jarabulus: tramite l’Els ha preso 10 villaggi liberati dalle Ypg e prosegue l’avanzata. A questo – era chiaro da subito – serve l’operazione “anti-Isis” Scudo dell’Eufrate. Invece di inseguire gli islamisti in fuga da Jarabulus, Ankara si muove palesemente verso est, il cuore di Rojava.

Ora è a soli 15 km da Manbij, la città liberata dalle Forze Democratiche Siriane (Sdf) il 12 agosto dopo due anni e mezzo di occupazione Isis. La città a cui i media internazionali hanno dato ampio spazio, raccontando la liberazione con foto di giubilo di kurdi e kurde che cancellavano i simboli dell’oppressione, barbe lunghe e niqab. Ora l’Els (alleato occidentale, in teoria) lancia un ultimatum alle Ypg: fuori da Manbij entro domani o sarà invasa.

A dare quella che ritiene essere un’efficace copertura “legale” ad una vera e propria invasione ci ha provato ieri il ministro degli Esteri Cavusoglu: «Nei luoghi in cui arrivano le Ypg costringono tutti alla fuga. Compiono una pulizia etnica».

Ma la rinnovata aggressività turca spaventa anche gli Stati Uniti che dopo le riverenze ora chiedono ad Ankara di fermarsi. Era stato il vicepresidente Biden a inchinarsi mercoledì a Erdogan facendo mea culpa per i ritardi nella condanna del tentato golpe, nelle stesse ore in cui 5mila miliziani delle opposizioni siriane passavano il confine coperti dall’artiglieria turca e i jet Usa. Ma ieri Washington è stata costretta a intervenire per non perdere il solo vero alleato che ha nella lotta (quella vera) allo Stato Islamico, i kurdi di Rojava.

In un tweet il portavoce del Dipartimento della Difesa, Peter Cook, ha tolto a Scudo dell’Eufrate la copertura Usa: «Stiamo monitorando da vicino gli scontri a sud di Jarabulus, dove l’Isis non è più presente, tra forze armate turche, alcuni gruppi di opposizioni e unità affiliate alle Sdf. Riteniamo questi scontri inaccettabili. Non siamo coinvolti in queste attività, non sono state coordinate con noi e non le sosteniamo».

Immediata la reazione stizzita di Ankara: il vice premier Kurtumulus ha “invitato” la Casa Bianca a «mantenere la parola data», ovvero costringere le Ypg a ritirarsi a est dell’Eufrate. Come se questo potesse davvero fermare la furia turca.

E se gli Usa, al solito, si barcamenano per salvare capra e cavoli, Mosca resta colpevolmente silente sia di fronte alle azioni militari che alle dichiarazioni di guerra, quelle pronunciate domenica da Erdogan davanti ad una folla acclamante a Gaziantep, diversa da quella che lo ha accolto dopo il massacro al matrimonio kurdo dandogli dell’assassino. Damasco, da parte sua, ha di nuovo condannato «le ripetute violazioni e i massacri» cdella Turchia nel nord del paese. Nena News

Chiara Cruciati è su Twitter  @ChiaraCruciati 

 

L’attentato dello “Stato islamico” è avvenuto ieri all’interno di un compound militare. Ribelli houthi e governo yemenita, intanto, sarebbero pronti ad una nuova iniziativa di pace sponsorizzata dagli Usa. L’Onu lancia l’allarme: “profondamente preoccupati per le condizioni umanitarie nel Paese”

Conseguenze dell’attentato suicida ieri ad Aden. (Foto: Reuters)

AGGIORNAMENTO

ore 13:40   ONU: “Sono circa 10.000 le vittime del conflitto yemenita”

Intervenendo oggi ad una conferenza stampa, il Coordinatore umanitario delle Nazioni Unite, Jamie McGoldrick, ha detto che “le vittime dei 18 mesi della guerra civile yemenita sono circa 10.000″. Un dato molto più grave rispetto alla stima dei 6.600 finora ripetuta da ufficiali e volontari. McGoldrick ha spiegato che il nuovo calcolo si basa su informazioni ufficiali fornite dalle strutture mediche presenti in Yemen. Un dato che purtroppo deve essere letto a ribasso: il coordinatore delle Nazioni Unite ha infatti riferito che alcune aree non hanno centri sanitari e i familiari delle vittime seppelliscono pertanto i loro cari direttamente.

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di Roberto Prinzi

Roma, 30 agosto 2016, Nena News – E’ stato un massacro l’attacco suicida dello “Stato Islamico” (Is) avvenuto ieri in un campo di addestramento di Aden nel sud dello Yemen: i morti sono stati 70, i feriti 67 (alcuni in gravissime condizioni).

Secondo le ricostruzioni delle forze di sicurezza locali, un attentatore suicida sarebbe riuscito ad entrare con la sua vettura nel compound militare dietro ad un camion che trasportava le colazioni per le reclute. A quel punto si sarebbe fatto esplodere uccidendo decine di persone che erano allineate per ricevere il pasto. Molte vittime – sostengono alcuni ufficiali – sarebbero rimaste seppellite dalla caduta del tetto della struttura a causa della violenta esplosione.

Aden, la “capitale temporanea” del governo yemenita, è stata spesso teatro di attentati terroristici che hanno preso di mira le forze di sicurezza, ma quello di ieri è stato “l’attentato più sanguinoso avvenuto in città” come ha osservato giustamente su al-Jazeera Hakim al-Masmari, redattore del quotidiano Yemen Post. La mattanza di ieri porta di nuovo al centro dell’attenzione la forza conquistata nel Paese dai gruppi jihadisti che, approfittando del caos generato dalla guerra civile, sono riusciti a conquistare vaste aree nel sud est dello Yemen.

Nel tentativo di frenare l’avanzata di al-Qa’eda nella penisola arabica (offshoot yemenita dell’organizzazione radicale islamica) e dell’Is da circa due mesi le autorità locali stanno addestrando centinaia di soldati ad Aden. E negli ultimi tempi i risultati sembravano essere incoraggianti: a inizio mese il governo yemenita era riuscito ad entrare a Zinjibar, capitale dell’instabile provincia dell’Abyan, dovendosi però fermare ad al-Mahfid per la strenua resistenza dei qa’edisti.

Nonostante questi successi militari, si è ancora lontani dall’aver “bonificato” l’intera parte meridionale del Paese dalle formazioni radicali islamiche: i jihadisti, infatti, continuano a controllare ampie aree della provincia di Shabwa e dell’Hadhramawt e, come l’attacco di ieri mostra nitidamente, riescono ad aggirare senza grossi problemi i controlli delle forze di sicurezza anche nei territori amministrati dal governo.

Gli attacchi devastanti di al-Qa’eda e dell’Is si vanno ad inserire nella già difficile situazione politica che vive lo Yemen sempre più lacerato dalla sanguinosa guerra tra la coalizione a guida saudita e le forze ribelli houthi. Un conflitto che, iniziato alla fine del marzo 2015, è ben lontano dal concludersi. Eppure i giorni che hanno preceduto l’attentato di Aden avevano mandato qualche timido segnale di speranza. Il governo yemenita sostenuto da un blocco sunnita a guida saudita, infatti, aveva accolto con favore il piano statunitense per riprendere i colloqui di pace (naufragati in Kuwait ad agosto dopo tre mesi di sterili trattative) che dovrebbero portare alla formazione di un governo di unità nazionale. Posizione che sembra essere condivisa anche dai ribelli (sostenuti dall’ex presidente Saleh e, sebbene non ufficialmente, dall’Iran) che dalla capitale Sana’a hanno definito “positiva” la proposta Usa.

Ma è stata soprattutto l’apertura del presidente yemenita Hadi a destare maggiori sorprese: come riportato dal sito sabanew.net, in un meeting tenutosi sabato a Riyad il suo esecutivo ha dato “un parere positivo alle proposte emerse nel vertice di Jeddah” a cui ha partecipato anche il Segretario di Stato americano John Kerry. Kerry vuole far avanzare la lenta macchina diplomatica: giovedì scorso aveva incassato l’ok dei rappresentati dei Paesi del golfo, della Gran Bretagna e dell’inviato speciale delle Nazioni Unite in Yemen, Ismail Ould Cheikh Ahmed.

La proposta americana offre agli houthi e ai loro alleati di entrare a far parte del governo d’unità, ma impone loro il ritiro da Sana’a e da altre aree occupate negli ultimi mesi e la consegna delle armi. Da parte loro i ribelli sciiti considerano la creazione di un esecutivo nazionale un passaggio necessario per porre fine al caos yemenita. Domenica, riferisce un’agenzia di stampa vicina alle forze sciite, “[gli houthi] hanno discusso i passi necessari da compiere per la fondazione di un governo al più presto possibile” in una riunione del Consiglio Supremo, un organismo politico creato di recente dai ribelli che ha suscitato non pochi malumori ad Aden. Il governo del presidente Hadi è pronto a riprendere il processo di pace, ma a condizione che venga rispettata la risoluzione Onu 2216 (ritiro degli houthi dai territori occupati e consegna delle armi).

Che una soluzione politica quanto più unitaria possibile venga trovata al più presto è assolutamente necessario: la situazione umanitaria è sempre più preoccupante. Anche la diplomazia internazionale – che per mesi ha sonnecchiato di fronte alla catastrofe vissuta dal Paese e ha di fatto perso tempo in Kuwait – sembra aver compreso che ora non può più aspettare, che deve agire. La mattanza di Aden servirà ad accelerare questo processo? Solo il tempo potrà dirlo. Giovedì scorso Kerry è stato laconico, ma chiaro: “la guerra in Yemen deve terminare il più presto possibile”.

Una speranza ribadita anche dall’Onu che ieri è tornata ad esprimere la sua “profonda preoccupazione” per le conseguenze dei combattimenti sui civili. Il coordinatore per gli Affari umanitari delle Nazioni Unite in Yemen, Jamie McGoldrick, ha invitato le autorità locali all’immediata apertura dell’aeroporto di Sana’a e alla ripresa dei voli commerciali nella capitale nel tentativo di alleviare la sofferenza della popolazione. Secondo l’Onu, in 16 mesi di guerra sono state uccise almeno 6.600 persone (stima rivista nettamente a ribasso se i considera che da tempo questo dato non viene aggiornato). L’80% della popolazione ha bisogno di aiuti umanitari. Nena News

Roberto Prinzi è su Twitter @Robbamir

La vicenda di Ahmad Mansour, controllato dai servizi segreti degli Emirati grazie a un soft dell’azienda israeliana Nso, ha fatto emergere le produzioni “speciali” che pongono ai primi posti lo Stato ebraico nel campo dello spionaggio informatico

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Roma, 30 agosto 2016, Nena NewsAhmad Mansour se l’è vista brutta negli ultimi anni. All’inizio del 2011, dopo aver firmato una petizione che chiedeva riforme democratiche ai ricchi regnanti di Dubai, Abu Dhabi e degli altri Emirati, fu travolto da una campagna diffamatoria online orchestrata dall’apparato di sicurezza. Twitter, Facebook, televisione e radio diffusero informazioni false su di lui. Lo fecero passare per un degenerato nemico dello Stato. Poi ad aprile venne incarcerato per quasi otto mesi per aver “insultato i governanti”.  Infine a novembre fu condannato a tre anni per lo stesso “reato”.  Le proteste internazionali lo salvarono dalla prigione. Da allora Mansour prosegue, tra mille ostacoli e minacce, la sua attività a difesa dei diritti umani. Sa che i servizi di sicurezza lo tengono costantemente sotto controllo. Così quando qualche settimana fa ha ricevuto un sms sospetto con l’invito a cliccare su un link, ha deciso di rivolgersi al Citizen Lab (un gruppo di esperti di sicurezza dell’Università di Toronto). Un eccesso di cautela che si è rivelato provvidenziale.

Se avesse  cliccato quel link, gli hanno spiegato, il suo iPhone 6, grazie a uno spyware (un programma di spionaggio), sarebbe diventato uno strumento perfetto per sorvegliarlo in tutto: gli spostamenti, i messaggi inviati e ricevuti, le telefonate. E, sorpresa tra le sorprese,  dietro allo spyware utilizzato dalla polizia politica degli Emirati per tenerlo sotto controllo, c’è il Nso Group, una società israeliana specializzata nella vendita di software spia che impiega ex membri dell’unità 8200 dell’intelligence militare incaricata di intercettare le comunicazioni elettroniche: email, social network e telefonate. Lo scopo principale della 8200, ha scritto in passato la stampa israeliana, è quello di «controllare ogni aspetto della vita  dei palestinesi». Registra qualsiasi dettaglio «dannoso» alle loro vite – preferenze sessuali, problemi finanziari, malattie e relazioni extraconiugali–  per servirsene, a tempo debito, «per estorcere o ricattare le persone». Tra le telefonate intercettate con più regolarità ci sarebbero proprio quelle a sfondo sessuale. «Nell’intelligence i palestinesi non hanno alcun diritto – spiegò  Nadav, un sergente al quotidiano britannico Guardian, dopo il dissenso espresso due anni fa da 43 membri dell’unità 8200 – Non è come per i cittadini israeliani che, se si vogliono raccogliere informazioni su di loro, è necessario andare in tribunale». I dati raccolti servono in molti casi a far diventare determinate persone spie dell’occupante, minacciando di rivelare fatti personali delicati.

L’attivista degli Emirati Mansour perciò doveva diventare un libro aperto e ricattabile per i suoi controllori e la Nso ha messo a disposizione dei servizi di sicurezza degli Emirati, ufficialmente ancora “nemici” di Israele, il software giusto, Pegasus. Il mondo è rimasto all’oscuro per settimane. I possessori di un iPhone o di un iPad hanno installato su suggerimento della Apple un aggiornamento di emergenza, iOS 9.3.5, senza sapere che risolve tre punti deboli, sfruttati da Pegasus, del sistema operativo del gigante di Cupertino.  

La vicenda di Mansour e la vulnerabilità nel sistema di sicurezza della Apple hanno acceso i riflettori su questo settore dell’economia israeliana che viaggia a gonfie vele. Il Nso Group, con sede a Herzliya – ora di proprietà della società statunitese Francisco Partners Management – opera in completa segretezza. Non ha nemmeno un sito web ed è una delle 27 società di sorveglianza elettronica con sede in Israele, secondo i dati contenuti in un recente rapporto della Ong britannica Privacy International. In Israele la percentuale di tali imprese è dello 0.33 ogni 100.000 persone (negli Stati Uniti è dello 0.04.). Tutte queste società affermano di lavorare contro il crimine e il terrorismo. Parole magiche di questi tempi, specie perché arrivano da Israele indicato come “modello di sicurezza” dall’Europa e dagli Usa mentre gli attivisti dei diritti umani lanciano l’allarme sulla scarsa attenzione nei confronti dell’abuso di tale tecnologia da parte di governi che intendono colpire oppositori e dissidenti. 

Le competenze di Israele derivano in parte dal suo esercito che investe generosamente nella cosiddetta cyberguerra. L’unità 8200 è considerata un laboratorio per le future start-up. Dopo aver lasciato il servizio militare, i suoi membri sfruttano le loro conoscenze per fondare aziende o per farsi assumere da quelle esistenti, più di 300, che per la maggior parte producono programmi per proteggere le istituzioni pubbliche dagli attacchi informatici. «Il 10 per cento di queste aziende invece lavora a tecnologie che consentono l’infiltrazione dei sistemi informatici», spiega Daniel Cohen, esperto israeliano di cyberguerra. Secondo Privacy International, tali imprese  hanno fornito la tecnologia per monitorare Internet e la telefonia mobile alla polizia segreta in Uzbekistan e Kazakhstan, così come alle forze di sicurezza colombiane, Trinidad e Tobago, Uganda, Panama e Messico. Nena News

 

 

L’Associazione Art Solution è un punto di riferimento per l’intera comunità di rapper e breakdancer tunisini e riveste un ruolo sociale molto importante: tenere impegnati i ragazzi marginalizzati

La rapper Boutheina el-Aloudi. (Foto: Boutheina el-Aloudi)

Di Cecilia D’Abrosca

Roma, 30 agosto 2016, Nena News – Tra le sub-culture urbane e metropolitane vi è l’hip-hop. Spesso ci si riferisce alla musica hip-hop, trascurando l’importanza del corpo e delle lyrics che ne costituiscono la base. L’hip hop è anche danza, danza che si fa in strada, breakdance, alla quale si accompagna musica e composizione di testi ad argomento sociale e politico. L’hip hop si scrive e si mette in musica. La peculiarità dei suoi testi, precisi e schietti, è di scuotere e smantellare qualcosa di già dato, in termini di comportamenti. La parola stessa “break-dance”, significa “danza che rompe qualcosa, che ricerca una rottura”, e che intende rappresentare una forma di danza, lontana da quella classica, che abbia una valenza di utilità sociale e risveglio del pensiero critico sulla realtà.

I rapper, non a caso, oltre a muoversi in un determinato modo e usare un linguaggio del corpo codificato verso i loro fan, scrivono testi dall’impatto e dal significato molto fort, spesso si tratta di vere e proprie invettive e/o denunce di situazioni di disagio e marginalità che interessano una minoranza, ma non solo. Cosa significa sub-cultura? Il prefisso “sub”, indica qualcosa che è al di sotto, che non si pone allo stesso livello della cultura mainstream, quella dominante, ovvero quella condivisa e ritenuta accettabile socialmente; dunque, l’hip hop, inteso come “cultura”, si colloca ad un livello più “in basso” rispetto a questa.

Lo stesso discorso è valido per il “punk” ad esempio, concepito altrettanto come sub-cultura metropolitana. Il linguaggio dell’hip hop coinvolge un intero universo simbolico fatto di immagini, rituali, atteggiamenti, entro il quali i suoi membri si riconoscono ed identificano, fermo restando che il suo contesto di riferimento è quello della città e della sua periferia, della street art, dei murales, dalla fotografia di strada, della marginalità.

Se l’hip hop è sub-cultura, il rap è un tratto culturale dell’hip hop, un movimento culturale nato dall’altra parte dell’ Oceano Atlantico quasi 50 anni fa, che è stato “portato fuori” ed ha assunto una vita propria. Il rap ha semplicemente subito un mutamento, un’evoluzione culturale, in quanto un elemento specifico di una cultura e di un’area geografica, se portato in un’altra si modifica e si trasforma e si adatta alla nuova situazione. Anche a Tunisi, capitale della Tunisia, si fa rap e si balla l’hip hop. Qui, vi sono molte ballerine che hanno la passione della danza e per le battaglie sociali. Sono loro le più combattive, che mostrano una forte attitudine a spezzare rigide norme sociali che in città come Tunisi possono condizionare il loro status.

Ma prima di parlare in particolare di una di loro, popolare anche all’estero, è bene soffermarsi sul ruolo e sul riconoscimento che ad un artista viene tributato in Tunisia, attraverso le parole di Boutheina El Aloudi, rapper tunisina. Lei dice che in Tunisia, l’investimento sul capitale culturale è molto basso e questo penalizza i più giovani che, non ricevendo incentivi e stimoli ad intraprendere un percorso artistico, seppur talvolta dotati, finiscono con vivere una vita estrema e pericolosa, fatta di violenza. Aggiunge, “se l’educazione alla cultura e alle arti non interverrà, le generazioni successive pagheranno ingiustamente per questa carenza.” Ciò che la preoccupa di più è l’atteggiamento delle famiglie, che in molti casi non sostengono i figli nelle loro scelte, costringendoli purtroppo a lasciare gli studi scolastici e a dedicarsi solo alla danza e alla musica. Invece lei afferma: “La famiglia è ed è stata l’elemento fondante della mia carriera e del mio successo.”

Medusa, Boutheina El Aloudi

Boutheina si avvicina alla break dance a 15 anni. Suo fratello è un ballerino così come suo zio, in un certo modo, per lei la strada è già spianata. Sin da piccola le era concesso avere amici maschi attraverso i quali comincia ad apprendere i primi passi di danza e ad acquisire familiarità con l’hip hop, scelta che la sua famiglia non ha mai ostacolato. La prima performance risale all’età di16 anni, oggi ne ha 25, ed è stata nella città di Nabeul. A partire da questo momento si è esibita per numerosi festival ed ha collaborato con artisti internazionali, tra cui The Knife. Per una donna nord africana, scegliere di dedicarsi a questa carriera è di per sè significativo e forte.

Boutheina El Aloudi, il cui nome d’arte è Medusa, afferma che: “Le donne semplicemente non fanno hip hop. Perchè è visto come haram (qualcosa di vietato e proscritto dalla legge islamica).” Infatti, si chiede dove siano finite le donne nell’hip hop oggi, riconoscendo che sa bene di esporsi troppo, in quanto donna e mamma in un paese islamico, ma la sua è una scelta, e dichiara:” Io mette tutto nella mia carriera. Tutta me stessa.”

Lavorare nel campo artistico a Tunisi è complesso. Oltre alla mancanza di fondi nel settore culturale, che, come anticipato, scoraggia e demotiva chi intende intraprendere un percorso musicale o d’arte, vi è un altro aspetto non trascurabile: la mancanza di visibilità e/o il riconoscimento dell’esistenza di artiste donne nella sfera pubblica. E`come se si volesse negare la loro presenza, il lavoro, il messaggio all’esterno, il riscontro col pubblico, il successo. Ciò, inibisce molti aspiranti artisti a varcare la scena, costringendoli o a dover rinunciare alla propria aspirazione, o a dover cercare appoggi all’estero.

Poiché, come sottolinea Medusa, parlando della situazione tunisina, cita questo proverbio: “Nessuno è profeta nel proprio Paese”, ciò significa che in Tunisia è difficile essere apprezzato e riconosciuto come artista, specie se sei una donna, per via di condizionamenti di vario tipo. Ma se si raggiunge il successo all’estero, allora quando si torna in Tunisia tutti ti acclameranno come “il grande artista, figlio della Tunisia”. Ma questo discorso di difficoltà di affermarsi, ripete, è valido per le donne e per gli uomini.

Medusa si sofferma poi sulla sua musica e sui suoi testi, ciò che intende riportare all’attenzione è la loro specificità. In essi è chiaramente espressa la sua prospettiva femminista, il voler parlare delle donne. E questo ha la sua motivazione: l’hip hop spesso è erroneamente associato alla misoginia, presenta testi fortemente maschili, dove si parla di uomini, alcol, belle ragazze, e poco spazio trova la rappresentazione femminile. Medusa sceglie una prospettiva orientata a fare delle donne le protagoniste dei testi rap. Di fare in modo che la musica parli anche di loro, all’interno di un genere che con difficoltà le riconosce come ballerine, autrici, interpreti, al pari dei maschi.

Art Solution

In che modo si cerca oggi di dare spazio e risonanza ai giovani tunisini che si avvicinano all’hip hop? Attraverso Art Solution. Essa è un’associazione che lavora alla promozione e al sostegno della sub-cultura urbana. L’associazione viene fondata nel 2011 da Chouaieb Brick ed è diventata un punto di riferimento per l’intera comunità di rapper e breakdancer della Tunisia. L’associazione è un modo per tenere impegnati i ragazzi marginalizzati, la direttrice dell’Ufficio di comunicazione dell’Associazione, dichiara: “Ciò che proviamo a fare è, guidare i giovani riguardo a ciò che essi devono fare e come lo devono fare. Noi insistiamo affinché non lascino andare il loro talento, non a caso, Art Solution è una sorta di “piattaforma” di diffusione e condivisione della conoscenza.”

Questo tipo di struttura è particolarmente incisiva quando si tratta di potenziare la visibilità e l’inclusione delle donne nell’hip hop, in quanto, oggi, attraverso di essa, il loro lavoro è evidenziato, a differenza di quanto accadesse pochi anni fa. A ciò concorrono anche eventi e workshop che vedono assieme artiste europee e nord africane, com’è accaduto durante “Alternative Vibes”, evento ospitato dall’Associazione, grazie al lavoro e all’ esistenza di Art Solution. Nena News

Continua l’offensiva turca nel nord della Siria. Ieri gli attacchi di Ankara hanno ucciso almeno 45 persone. Ma la comunità internazionale tace. 15 i morti per le bombe a barile sganciate da al-Asad ad Aleppo. E’ iniziata l’evacuazione di Daraya dalle forze ribelli

Erdogan ieri a Gazantiep. (Foto: Reuters)

di Roberto Prinzi

Roma, 29 agosto 2016, Nena News – “Faremo qualunque sforzo per ripulire la Siria da Daesh [acronimo arabo per “Stato Islamico”, ndr]. Quanto alla questione del partito terrorista [curdo] dell’Unione democratica (Pyd) noi avremo esattamente la stessa determinazione [nel distruggerlo]”. E’ un Erdogan ringalluzzito dai “successi” militari del suo esercito in Siria quello che ieri ha parlato ad un raduno a Gazantiep, nel sud della Turchia a confine con la Siria. Il presidente turco si è recato lì ufficialmente per mostrare vicinanza alla città ancora scossa dal devastante attentato suicida della scorsa settimana che ha causato la morte di 55 persone.

“Siamo pronti e determinati a ripulire la regione dai gruppi terroristici – ha detto arringando la folla – ecco perché siamo a Jarablus, ecco perché siamo a Bashiqa (in Iraq). Se necessario, noi non mancheremo di assumerci la stessa responsabilità in altre aree. Non permetteremo assolutamente alcuna attività terroristica vicino ai nostri confini”. Sì perché per Ankara il jihadismo dello “Stato Islamico” e di gruppi ad esso non molto dissimili per visione e pratiche politiche non è diverso dall’azione dei curdi siriani: entrambi sono “terroristi”. Entrambi (teoricamente) vanno eliminati.

L’attentato di Gaziantep – la cui matrice non è ancora stata chiarita – ha segnato un punto di non ritorno nel conflitto siriano. Due giorni dopo l’attacco suicida, infatti, la Turchia ha deciso di lanciare la sua operazione militare “Scudo d’Eufrate” nel nord della Siria. Ufficialmente per fermare le “attività terroristiche” (dopo averle per anni sponsorizzate, si chieda ai jihadisti). Nella realtà dei fatti per fermare il prima possibile il progetto delle Ypg (le unità combattenti del Pyd) di unificare i tre cantoni curdi di Afrin, Kobane e Cezire. Un segreto di pulcinella: anche lo “Stato Islamico” (Is) sa perfettamente che i soldati del “sultano” fanno meno paura di quanto le dichiarazioni ufficiali sembrerebbero dimostrare. Nel mirino dell’esercito e dell’aviazione turca ci sono soprattutto loro, i combattenti curdi. “L’uguale energia” che Erdogan ha detto ieri che sarà spesa contro i jihadisti di al-Baghdadi e le Ypg è solo uno slogan vuoto per non far adirare troppo gli alleati, soprattutto quelli della Casa Bianca.

E così che dalle parole si è passati immediatamente ai fatti: ieri le forze armate turche hanno aumentato la loro offensiva (arrivata oggi al sesto giorno) con aerei da guerra e artiglieria e hanno colpito ripetutamente i combattenti turchi nel nord della Siria. Negli attacchi sono rimasti uccisi almeno 35 civili (decine le persone ferite) a Jeb el-Kussa, un villaggio a confine con la Turchia. Secondo l’Osservatorio siriano dei diritti umani, altri 15 civili hanno perso la vita in un altro raid in un’area vicina.

L’offensiva turca procede spedita nel silenzio della comunità internazionale. Le bocche cucite di europei e degli statunitensi sono emblematiche dell’ipocrita lotta occidentale contro il terrorismo di matrice islamica in Siria e Iraq, ma anche di quanto a loro stia così poco a cuore il rispetto dei diritti umani (sbandierati a intermittenza per mere convenienze politiche). Nessun commento è finora giunto dal parlamento europeo e dagli Usa circa la pericolosa escalation militare in corso in Siria. Parigi – primo sponsor europeo dei ribelli siriani – non si è ancora indignata: forse sarà la questione burkini sulle spiagge della Costa Azzurra che l’avrà distratta. Di Obama si sono perse le tracce.

Del resto come non comprendere il grosso imbarazzo della sua amministrazione: a combattersi sono due forze che ricevono contemporaneamente sostegno militare made in Usa e, teoricamente, sono entrambe impegnate a combattere l’Is (la Turchia fa parte della coalizione a guida statunitense contro lo Stato islamico ed è membro della Nato). Un pasticciaccio che farebbe anche sorridere se non ci fossero di mezzo le vite dei civili e la distruzione di un Paese che mai più tornerà a risplendere (ci auguriamo vivamente di sbagliare).

Resta ora da capire soltanto quanto ancora questo silenzio continuerà: l’offensiva di Ankara durerà di sicuro finché i curdi non si saranno ritirati a est del fiume Eufrate e avranno abbandonato il loro proposito di collegare i tre cantoni curdi nel nord della Siria. Ankara fa la gradassa perché sa di avere il tacito sostegno di Mosca, del governo siriano e dell’Iran: tutti sono favorevoli ad un ridimensionamento dei curdi, nonostante siano i principali protagonisti dell’arretramento dello “Stato Islamico” in Siria (l’ipocrisia è l’unico elemento che unisce tutte le forze presenti in campo).

L’escalation siriana potrebbe avere però ripercussioni negative in Turchia scatenando sempre più gli attacchi del Pkk contro target militari turchi gettando ancora di più il Paese nel caos totale (come se non bastasse già la caccia alle streghe contro qualunque voce di opposizione in corso da 3 anni a questa parte, non solo dal fallito golpe di metà luglio come spesso si ricorda). Certo la mano libera data da Mosca e Teheran ad Ankara contro i curdi ha avuto un prezzo: Erdogan ha dovuto accettare la presenza del presidente siriano al-Asad in un futuro governo di transizione. Una prospettiva impensabile fino a poco più di un mese fa.

La guerra della Turchia in Siria è però dal punto di vista del presidente una scelta obbligata qualunque siano gli “effetti collaterali” da pagare: sabato un militare turco è stato assassinato vicino al villaggio di al-Amarneh nel nord della Siria. Altri tre soldati – riferisce l’agenzia turca filo governativa Anadolu – sono rimasti feriti in un attacco con razzi lanciati dai combattenti curdi del Ypg. Dispiace, ma la macchina da guerra deve avanzare.

Nel nuovo scenario geopolitico e militare che si è venuto a creare nelle aree a confine tra la Siria e la Turchia ad approfittarne sono i ribelli siriani “moderati” che, rinvigoriti dal sostegno turco, hanno espulso ieri i curdi da alcuni villaggi a ovest dell’Eufrate. Tra le aree ripulite, vi è quella di Amarneh dove da giorni la battaglia tra gli alleati turchi e le Ypg si è molto intensificata. “Le forze curde devono ritirarsi ad est dell’Eufrate. Combatteremo i gruppi terroristici, tra cui anche quelli curdi, anche in tutta la parte nord orientale di Aleppo” ha dichiarato il Capitano Abdel Salam Abdel Razzak, portavoce del gruppo Nour ad-Din el-Zinki. I ribelli – ha rivelato Abdel Razzak – si sposteranno a sud di Jarablus, verso Manbij [da poco liberata dal controllo Is dalle Forze siriane democratiche a guida curda, ndr] e da lì continueranno ad avanzare”.

Ma le violenze proseguono imperterrite anche in altre aree del Paese. L’aviazione siriana ha nuovamente bombardato ieri il quartiere di al-Waer a Homs (nella Siria centrale). Un attivista locale ha riferito che i raid hanno ucciso una persona. Al-Waer (75.000 abitanti) è l’ultima sacca di resistenza ribelle rimasta in città dall’anno scorso ritornata sotto il controllo di Damasco. Si combatte anche ad Aleppo dove un attacco con bombe a barili da parte del governo siriano ha ucciso almeno 15 persone nel distretto di Maadi (controllato dai ribelli) nella parte orientale della metropoli. Intervistato da al-Jazeera, un soccorritore ha detto che l’attacco ha avuto luogo vicino ad una tenda dove diverse persone stavano ricevendo le condoglianze per le 15 persone uccise all’inizio della scorsa settimana nel distretto di Bab an-Nayrab.

Ieri, intanto, il primo gruppo di ribelli e delle loro famiglie ha evacuato la cittadina di Daraya. Secondo quanto riferisce l’Osservatorio siriano, almeno cinque bus avrebbero trasportato combattenti e civili nella città settentrionale di Idlib come stabilito dall’accordo raggiunto venerdì tra governo siriano e opposizione. Daraya, a soli 15 minuti di macchina da Damasco, è stata una delle prime cittadine in Siria a ribellarsi contro al-Asad ed è diventata simbolo della “rivolta” contro il presidente siriano. Circondata dai lealisti del regime dal 2012, è ritornata nelle mani del governo la scorsa settimana. Nena News

Roberto Prinzi è su Twitter @Robbamir

Dopo tre mesi e mezzo l’avvocato e attivista per i diritti umani sarà rilasciato. Era stato il primo a seguire il caso di Giulio Regeni, cercandolo nelle stazioni di polizia il 25 gennaio, quando scomparve

Malek Adly. Foto tratta da Internet

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 29 agosto 2016, Nena News – Dopo 114 giorni di detenzione l’avvocato egiziano Malek Adly sarà scarcerato. Attivista per i diritti umani e responsabile della Rete degli avvocati dell’Egyptian Center for Economic and Social Rights, era stato arrestato il 5 maggio scorso, uno degli oltre 1.300 detenuti prima e dopo le manifestazioni del 15 e 25 aprile contro la cessione delle isole Tiran e Sanafir all’Arabia Saudita da parte del Cairo.

Tre mesi e mezzo in isolamento che hanno gravato sulle sue condizioni di salute, come denunciato più volte dalla moglie Asmaa, senza un letto dove dormire né cure mediche, senza la possibilità di uscire nemmeno per l’ora d’aria. E senza mai arrivare di fronte ad un giudice: una pratica molto comune quella delle detenzione preventiva, che interesserebbe 10mila degli attuali 60mila prigionieri politici egiziani.

L’altro ieri, dopo campagne locali e internazionali che ne chiedevano il rilascio, la corte penale di South Benha ha rigettato l’appello mosso dalla procura all’ordine di scarcerazione di giovedì: Adly sarà liberato. Secondo fonti interne al tribunale, le procedure di rilascio richiederanno qualche giorno.

Non si ferma però l’inchiesta che pesa su di lui e altre centinaia di attivisti e semplici cittadini: è accusato del tentativo di rovesciare il governo, di incitamento alle violenze e di diffusione di notizie false in merito all’accordo di cessione. Malek Adly è stato tra i primi in Egitto a denunciare pubblicamente la scomparsa e l’uccisione di Giulio Regeni, esponendosi come Ahmed Abdallah, consulente legale della famiglia del ricercatore e in carcere dal 25 aprile. Già poche ore dopo la sparizione di Giulio, il 25 gennaio, Adly è stato contattato dagli amici del giovane e ha fatto il giro delle stazioni di polizia del Cairo per avere sue notizie.

Quando il corpo di Giulio è stato ritrovato, il 3 febbraio, si è offerto di seguire come legale le indagini, smentendo fin da subito le prime dichiarazioni dei vertici egiziani secondo cui i responsabili erano semplici criminali.

Adly era anche nel team di avvocati che ha preparato il ricorso contro la decisione del presidente al-Sisi di cedere Tiran e Sanafir durante la visita di re Salman al Cairo. Una cessione che ha creato non pochi problemi al regime egiziano: oltre alle proteste di massa (le prime dal luglio 2013 quando con un golpe al-Sisi depose il presidente eletto Morsi), il 21 giugno il Consiglio di Stato ha annullato l’accordo per violazione della sovranità nazionale.

Ovviamente il governo ha subito fatto appello (la corte si riunirà il 30 agosto), mentre le centinaia di persone detenute per aver protestato contro quella decisione restano dietro le sbarre. Nel frattempo prosegue spedita la macchina della propaganda: il Ministero della Cultura ha annunciato la pubblicazione di un libro, corredato di mappe e documenti storici, per dimostrare che le due isolette sul mar Rosso si trovano in acque saudite. Nena News

Chiara Cruciati è su Twitter @ChiaraCruciati

Alcune fonti hanno rivelato a Middle East Eye che contatti ravvicinati tra Ankara e Tehran hanno aiutato a spianare la strada alla penetrazione turca in Siria

Il ministro degli Esteri iraniano Zarif (sinistra) e il presidente turco Erdogan

di Jonathan Steele   Middle East Eye*

Roma, 29 agosto 2016, Nena News – Mentre la Turchia aumenta il numero dei suoi tank nel nord della Siria, il governo iraniano sta mantenendo un evidente ma indicativo silenzio. Le notizie dell’incursione [turca] sono state ampiamente trattate dai media locali, ma non c’è stata alcuna reazione da parte degli ufficiali [della Repubblica islamica].

Le relazioni dell’Iran con la Turchia si sono molto intensificate nelle ultime settimane e gli analisti suggeriscono che c’è una sorta d’imbarazzo a Teheran su come dover gestire pubblicamente l’avanzata turca. I media iraniani hanno riportato la condanna dell’attacco da parte del governo siriano che la considera una “aggressione”, ma non hanno ancora riferito di alcuna dichiarazione del loro governo.

Le relazioni tra Iran e Turchia sono in una fase delicata. Il vice ministro degli Esteri iraniano, Houssein Jaberi Ansari, era ad Ankara martedì poche ore prima che la Turchia mandava i suoi primi carri armati in territorio siriano. Non è ancora chiaro se sia stato avvisato in anticipo [della penetrazione turca]. La sua visita giungeva dopo uno scalo a sorpresa fatto a Teheran la scorsa settimana dal ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu prima di visitare l’India. Questo evento, a sua volta, aveva fatto seguito ad un incontro ad Ankara tra il ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan lo scorso 12 agosto.

L’inedita serie frenetica di visite tra le due parti dal fallito colpo di stato in Turchia non si limita soltanto a questioni bilaterali. La visita di Ansari si è focalizzata ufficialmente sul futuro della Siria. Middle East Eye ha appreso che l’Iran è diventato il principale canale per i contatti tra Erdogan e il presidente siriano Bashar al-Asad. Una fonte vicina alla leadership iraniana ha rivelato a MEE che “i turchi e i siriani si stanno coordinando grazie agli iraniani”.

Per più di quattro anni dall’inizio della guerra civile siriana, la Turchia ha insistito sulle dimissioni di al-Asad. Tuttavia, ha incominciato a modificare la sua posizione prima del fallito golpe del 15 luglio. Dopo il colpo di stato questi cambiamenti hanno avuto un’accelerazione al punto che il primo ministro turco Binali Yildirim ha dichiarato che al-Asad potrà rimanere durante il periodo di transizione.

Il futuro dei curdi siriani è chiaramente parte di questa nuova equazione. Gli attacchi compiuti recentemente dall’esercito siriano e dalla sua aviazione sui combattenti della difesa popolare curda (Ypg) nella città di Hasakah potrebbero essere visti come un segnale che al-Asad sta lanciando a Erdogan: il presidente siriano starebbe condividendo le preoccupazioni del suo pari turco circa la forza crescente dei curdi siriani in un’ampia sezione di territorio al confine meridionale con la Turchia. Fino a poco tempo fa, l’esercito siriano aveva ignorato le Ypg considerandole perfino un alleato potenziale nella guerra contro lo Stato Islamico (Is).

L’ultimo obiettivo di al-Asad è convincere Erdogan a fermare gli armamenti che dalla Turchia giungono ai gruppi di opposizione che non appartengono all’Is e che combattono Damasco ad Idlib e ad Aleppo. “La Turchia non fermerà immediatamente il rifornimento di armi ai ribelli, ma a poco a poco ci sarà un quid pro quo con gli attacchi di al-Asad sulle Ypg ad Hasakah” ha detto la fonte a MEE parlando in condizioni di anonimato.

La fonte ha anche rivelato alcuni dettagli relativi alla rapida reazione iraniana al golpe turco nonostante questo fosse ancora in corso. La stampa ha ampiamente riferito come il ministro degli Esteri iraniano Zarif abbia espresso solidarietà ad Erdogan con un tweet in cui condannava il golpe ancora prima che questo fallisse. Una mossa che ha colpito il leader turco e che è stata molto diversa da quella europea e statunitense che è stata pacata [inizialmente] salvo poi trasformarsi in condanna dopo che è apparso chiaro quale sarebbe stato l’esito del tentato colpo militare.

Secondo la fonte, i tweet di mezzanotte di Zarif sono stati indotti dall’ufficio della Guida suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khemenei. “Zarif e Ruhani sono stati molto cauti e hanno esitato inizialmente alla notizia del golpe. Prima che venisse pubblicato il tweet, saranno stati pressati più volte dall’ufficio della Guida suprema” ha aggiunto. La rapida condanna iraniana del tentato golpe si è basata su uno dei principi fondamentali della politica estera dell’Iran, sostiene Foad Izadi, professore alla Facoltà di studi mondiali dell’università di Teheran. “I golpe sono inaccettabili” ha detto a MEE. “Un secondo principio è che non si mandano forze al di là dei confini internazionali senza prima aver raggiunto un accordo con un governo di un paese”.

Ciononostante, l’Iran è rimasto in silenzio sull’incursione turca nel nord della Siria, con i soli suoi alleati a Damasco a denunciare la penetrazione di Ankara nel territorio sovrano siriano. Nena News

Questo articolo è disponibile in francese sull’edizione francese di Middle East Eye.

* (Traduzione a cura della redazione di Nena News)

 

 

 

 

L’arte tenta di rompere l’isolamento culturale e politico unendo la Striscia di Gaza alla Cisgiordania. Ma gli attori palestinesi riscontrano molti ostacoli anche dentro Israele

Attori palestinesi del Freedom Theatre di Jenin interpretano “Animal Farm”, marzo 2009. (Foto: REUTERS/Mohamad Torokman)

di Rosa Schiano

Roma, 29 agosto 2016, Nena News – Per raggiungere il teatro si percorre una strada polverosa che, da via Omar al Muktar, nei pressi del porto vecchio di Gaza city, si addentra all’interno del campo rifugiati di Shati, abitato in prevalenza da pescatori. Negli anni passati, il centro culturale al-Mishal ha ospitato concerti dell’orchestra giovanile del conservatorio musicale Edward Said di Gaza. Da qualche tempo, gruppi di artisti tentano di dare nuovamente vita all’attività teatrale, interrotta a causa della difficile situazione politica – tra cui le difficoltà nate dalle divisioni politiche nel 2007 che hanno avuto un impatto negativo su tutti gli aspetti della vita palestinese – e delle dure condizioni di vita dettate dall’assedio e dagli interventi militari israeliani.

Recentemente – in particolare dall’inizio di quest’anno – il teatro palestinese di Gaza sta vivendo un periodo di particolare attività, probabilmente perché al centro degli eventi teatrali vi sono temi che riflettono aspetti della società palestinese e preoccupazioni quotidiane di carattere politico e sociale. L’ultima opera in scena – dopo il debutto del 7 giugno e la rappresentazione finale del 22 luglio, è stata “Akher al-Ankoud” (L’ultimo chicco del grappolo d’uva”), che racconta la storia di un giovane della Striscia di Gaza che sviluppa problemi comportamentali a causa della disoccupazione e delle condizioni di povertà ed il cui padre rifiuta di abbandonarlo.

L’opera ha ricevuto una buona affluenza di pubblico, nonostante il biglietto non fosse gratuito ma avesse un costo di 20 shekels (poco più di 4 euro). Abu Ali Yassin, direttore del teatro, ha portato precedentemente in scena altre opere che affrontano la situazione sociale e politica di Gaza, tra cui, ad aprile, “Romeo and Juliet”. L’opera infatti è una rivisitazione del lavoro di Shakespeare inserita nel contesto delle divisioni interne palestinesi. La giovane coppia composta da Yousef, il cui padre è un membro di Hamas, e Suha, il cui padre è un membro di Fatah è separata dalla profonda divisione interna palestinese tra i due movimenti rivali Hamas e Fatah, che nella versione palestinese sostituiscono le famiglie rivali Montecchi e Capuleti.

La Romeo e Giulietta di Gaza è un’opera significativa anche per lo sguardo critico sul contrasto politico interno. È “un appello all’amore; un voler dare uno spazio ai giovani per sognare un bel futuro distante dall’attuale condizione di Gaza”, ha affermato Ali Abu Yassin. La rappresentazione è stata apprezzata ed applaudita dagli oltre trecento spettatori del centro culturale al-Mishal. Secondo il direttore, l’apprezzamento deriva proprio dal malcontento del pubblico verso l’attuale situazione politica. Gli spettatori si sentono rappresentati all’interno dell’opera che esprime ciò che essi vorrebbero esprimere.

Il finale è però diverso dalla famosa opera di Shakespeare. Yousef infatti scappa da Gaza imbarcandosi illegalmente nella speranza di un futuro migliore in Europa, mentre Suha lo implora di tornare indietro. Il suo destino non verrà mai rivelato. Torna così in mente il naufragio avvenuto nel 2014 durante il quale molti palestinesi di Gaza persero la vita mentre decine furono i dispersi. Mentre nel lavoro di Shakespeare le due famiglie europee si riconciliano dopo la morte della coppia, nella storia di Gaza esse restano nemiche: un finale che riflette l’assenza di speranza in una società profondamente divisa.

Le difficoltà della vita quotidiana non hanno scoraggiato i palestinesi che hanno realizzato propri lavori nella prosa, nella poesia e nel teatro, dimostrando che la creatività può nascere dalla sofferenza. Nonostante questi primi importanti passi per il rilancio del teatro, c’è ancora molto da fare. Gli attori non riescono ad autosostenersi con ciò che guadagnano, inoltre nella Striscia di Gaza vi è mancanza di teatri, di biblioteche e non c’è un istituto superiore per l’arte teatrale.

“Dovremmo dare maggior sostegno al teatro. Il fatto è che siamo presi ognuno dai nostri problemi quotidiani e questo ci ha tenuti lontani dalle attività culturali. Qui il teatro non viene sostenuto come in Cisgiordania”, ci ha detto al telefono un frequentatore del centro al-Mishal aggiungendo che “alcune attività culturali si svolgono anche al Rashad al-Shawa center”, un edificio al centro di Gaza city spesso utilizzato per conferenze, festival, esposizioni.

Il governo palestinese non offre attualmente al teatro di Gaza alcun sostegno economico. Le rappresentazioni teatrali sono realizzate grazie ad iniziative personali e ad un piccolo aiuto da parte di organizzazioni non governative. Recentemente l’attività teatrale a Gaza ha ricevuto nuova spinta anche grazie alla presenza di docenti di teatro ed attori esperti, mentre in passato esso si è basato sul lavoro di artisti dilettanti a causa dell’assenza di insegnanti e di istituti d’arte. In assenza di sostegno economico, il lavoro teatrale si è ridotto nel corso degli anni. Inoltre, attori e gruppi teatrali non hanno opportunità di viaggiare per partecipare a festival internazionali a causa della quasi totale chiusura del valico egiziano di Rafah.

Sembra che il Ministero della cultura palestinese non disponga di fondi per supportare l’attività teatrale a Gaza, tuttavia, esso starebbe cercando di favorirne l’attività garantendo ai gruppi teatrali le autorizzazioni per le loro rappresentazioni e la risoluzione di problemi logistici. Se, da un lato, il costo del biglietto dovrebbe consentire un sostegno economico per le attività teatrali, da un altro lato esso deve restare accessibile per favorire la partecipazione popolare. 

Arte per uscire dall’isolamento

Se la situazione politica ha finora limitato lo sviluppo delle arti, le cose stanno man mano cambiando e l’arte sta innanzitutto costruendo un ponte tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania. Si è da poco concluso il Palestine International Festival for Dance and Music (Festival internazionale della Palestina per la danza e la musica) che è stato inaugurato e si è svolto simultaneamente in Cisgiordania e Gaza. Si è trattata della prima partecipazione di Gaza a questo festival fondato nel 1993 dal Popular Art Centre (Centro popolare delle arti). “Il festival è un evento culturale che intende rompere l’assedio culturale imposto da decenni sulla Palestina ed i palestinesi. Esso mira principalmente a rompere l’isolamento culturale di cui è vittima il popolo palestinese come risultato dell’occupazione israeliana”, si legge sul sito internet del centro.

Tra gli obiettivi, contribuire al rilancio della scena artistica in Palestina, preservarne il patrimonio culturale, proteggere l’identità nazionale. Il festival, che ha riscosso successo ed ha ospitato gruppi musicali e di danza provenienti da paesi europei, nord africani ed oltre, è ormai diventato un evento nazionale annuale. Al fine di superare le barriere e le restrizioni alla libertà di movimento imposte dal muro e dai checkpoint, a partire dal 2005 il festival si tenne non soltanto a Ramallah ma anche in altre città, villaggi e campi rifugiati in Cisgiordania. Quest’anno il diciassettesimo festival, incentrato proprio sul tema del diritto alla libertà di movimento, si è svolto dal 24 luglio al 10 agosto contemporaneamente a Ramallah, Jenin, Hebron, Gerusalemme e Gaza, nell’intento di creare ponti di comunicazione tra la Striscia assediata e la Cisgiordania sfidando il blocco israeliano.

Un gruppo musicale di Gaza, la Dawaween Band, avrebbe dovuto esibirsi all’Al-Hakawati Theater di Gerusalemme il 6 agosto, ma Israele ha rifiutato di concedere ai musicisti il permesso di attraversare il valico per “motivi di sicurezza”. La band ha allora pensato di esibirsi, in segno di protesta, presso il valico di Erez/Beit Hanoun che avrebbe dovuto attraversare, inscenando un vero e proprio concerto con tanto di palco e sedie sulle quali era scritto “Jerusalem Audience” (pubblico di Gerusalemme), ed ha cantato e suonato per quasi un’ora. Il lavoro della band è incentrato sulla salvaguardia della musica tradizionale, di cui l’oud, parente del liuto europeo, è una componente essenziale così come lo diventa spesso il ritmo dei tamburi.

Con il diffondersi delle influenze occidentali, la sfida è far sì che la musica tradizionale possa far presa su un pubblico moderno. Nella band c’è anche una giovane cantante che, incoraggiata dai familiari, ha deciso di superare le preoccupazioni dettate dal carattere conservatore della società che ancora di rado accetta che le donne si esibiscano in pubblico.

Un salto da Gaza ad Haifa. Il teatro palestinese indipendente dentro Israele

Era solo uno studente di recitazione Bashar Murkus attuale drammaturgo e direttore del Kashabi, teatro palestinese indipendente – quando ha fondato una propria compagnia teatrale ed ha portato in giro le proprie opere diventando uno degli attori principali del teatro palestinese in Israele. Un giorno è riuscito a fondare il proprio teatro, nell’area centrale del porto israeliano di Haifa, lì dove ci sono le abitazioni abbandonate di Wadi Salib. Una volta quartiere centrale da cui i palestinesi fuggirono nel 1948, Wadi Salib è diventata un sinonimo della Nakba ad Haifa e le sue mura testimoniano in silenzio una storia di trasferimenti forzati ancora impressa nella memoria dei residenti di Haifa. È in questo contesto che Murkus ed il suo gruppo teatrale hanno fondato il Khashabi, il primo teatro per i palestinesi di Haifa ad essere indipendente dai fondi statali. Il logo del teatro, un albero bianco su fondo scuro, simbolizza l’aspirazione degli autori a piantare radici nella città e a dar vita ad uno spazio per il teatro palestinese indipendente in Israele.

Il teatro, che cavalca fisicamente due mondi, quello arabo palestinese e quello israeliano, unisce il ricco patrimonio culturale e letterario palestinese alla sperimentazione di stili diversi di narrazione. Di recente la sua attività è stato tuttavia adombrata da una polemica nata attorno ad uno dei suoi lavori politici realizzato nel 2015, “Un tempo parallelo”, un’opera che racconta la lotta quotidiana dei prigionieri politici palestinesi, rappresentata più volte senza ricevere reazioni polemiche fin quando una versione con sottotitoli in ebraico presso il teatro Al Midan ha scatenato le ire di coloro che hanno visto in essa una glorificazione dei “terroristi”. L’opera è stata basata in parte sulla vita e gli scritti di Walid Dakka, un prigioniero palestinese accusato dell’uccisione di un soldato israeliano.

Dakka, che è stato uno scrittore prolifico dietro le sbarre, continua a dichiararsi innocente, mentre Murkus ribadisce che l’opera è concentrata più sulla lotta contro il tempo all’interno del carcere o meglio sul rapporto tra i prigionieri ed il tempo e sul loro dare un senso alla vita in carcere, piuttosto che sul crimine di cui è accusato Dakka. Ad esempio, essa racconta della battaglia di Dakka per potersi sposare ed avere un figlio mentre è in carcere, con riferimenti a storie di altri prigionieri, diventando in questo modo un racconto di tutti i detenuti in ogni parte del mondo. La reazione negativa contro la produzione è stata così forte che il finanziamento statale al teatro Al Midan è stato temporaneamente revocato ed è stata valutata una modifica alla politica israeliana sul finanziamento delle arti.

Sebbene il finanziamento per il teatro Al-Midan sia stato poi ripristinato, quanto avvenuto ha messo in luce quanto sia precario il lavoro degli artisti palestinesi all’interno di Israele quando esso dipende da finanziamenti ed approvazioni da parte del Ministero della Cultura israeliano. Tra le strutture culturali palestinesi che hanno avuto difficoltà c’è il Teatro Nazionale Palestinese, meglio conosciuto come l’Hakawati, situato a Gerusalemme est, più volte chiuso dalle autorità israeliane – l’ultima volta nel mese di novembre 2015 – perché non in regola con il pagamento delle tasse dovute alla municipalità, all’assicurazione nazionale ed alla compagnia elettrica israeliana. Fondato nel 1984, divenne uno dei pilastri dell’arte e della cultura palestinese ed uno delle poche rimanenti istituzioni culturali palestinesi a Gerusalemme. Ha ricevuto apprezzamenti internazionali grazie alle sue rappresentazioni ed alla formazione di giovani attori ed ha collaborato con gruppi statunitensi, inglesi, francesi, ricevendo anche donazioni da Europa, Usa ed altri paesi.

Secondo alcuni palestinesi, la pressione sul teatro da parte delle autorità israeliane rientrerebbe nel tentativo del governo di marginalizzare le istituzioni culturali ed artistiche arabe. A giugno aveva suscitato molte critiche il ministro della cultura israeliana Miri Regev – ex portavoce dell’esercito e membro del Likud, partito di destra al governo – che aveva minacciato di tagliare i fondi alle compagnie teatrali che rifiutano di esibirsi negli insediamenti coloniali israeliani. La stessa Regev congelò il trasferimento dei fondi al teatro Al Midan che aveva osato mettere in scena “Il tempo parallelo” di Murkus. Artisti israeliani avrebbero protestato accusandola di non comprendere l’arte.

Regev aveva inviato un controverso questionario alle compagnie di danza e di teatro allo scopo di sapere se si stessero esibendo all’interno degli insediamenti in Cisgiordania, un primo passo che le avrebbe poi consentito di adottare penalizzazioni verso gli istituti culturali che rifiutano di svolgere rappresentazioni all’interno delle colonie. Dall’ufficio del ministro hanno fatto sapere che la Regev sarebbe orgogliosa di condurre una “rivoluzione” che impedisca il boicottaggio e renda la cultura accessibile a tutti i cittadini israeliani. Una decisione che politicizza il mondo dell’arte e si ripercuote sulla libertà artistica, secondo molti operatori.

È proprio questo che ha portato il Khashabi ad essere indipendente. Sebbene nell’area vi siano altri luoghi e compagnie teatrali che si dedicano al teatro in lingua araba, dal Nazareth Fringe Ensemble all’Al-Hakawati di Gerusalemme al famoso Jenin Freedom Theater e lo stesso al-Midan di Haifa – per Murkus il suo Khashabi si differenzia dagli altri in quanto racchiuderebbe in sé un modo di pensare, un’idea di lavoro collettivo: partendo da un tema generico come l’ “identità”, la compagnia teatrale si concentra in un periodo di ricerca – il laboratorio teatrale serve così a sua volta per la ricerca del tema dell’identità e l’esplorazione dei suoi aspetti – fino al momento in cui la produzione dell’opera inizia a prendere forma.

Il lavoro di Khashabi si basa sul concetto di fare teatro attingendo e a turno amplificando la forza dei palestinesi. Questo lavoro collettivo coinvolge anche il pubblico al fine di farlo sentire partecipe e la comunità locale, al di là delle distinzioni di istruzione e di classe. Il teatro ospita anche seminari per aspiranti attori ed offre spazio ad altri gruppi ed artisti fuori stagione. In autunno, il Khashabi ospiterà un festival di “shorts” (esibizioni di breve durata), che andranno dal teatro alla danza. Sviluppando uno spazio basato sull’idea di cooperazione e sostegno reciproco in cui professionisti del teatro, giovani ed artisti siano liberi di creare e sperimentare, il Khashabi tenta così di generare un nuovo movimento artistico, di rafforzare la comunità locale e al contempo preservare l’idea di identità palestinese. Nena News

La magistratura militare ha chiuso senza esiti 13 delle 31 inchieste su crimini di guerra commessi due anni fa durante la sua ultima offensiva militare. Saeb Erekat (Olp): l’unica strada è la Corte penale internazionale

di Michele Giorgio

Gerusalemme, 27 agosto 2016, Nena News – Mercoledì scorso le agenzie di stampa italiane riferivano, con ampio spazio, anche con filmati, della conclusione «nel migliore dei modi» della ”Operazione Safari”, ossia il trasferimento in Israele e in altri Paesi degli animali del malandato zoo di Gaza. Hanno oscurato l’ultimo capitolo di un’altra operazione di cui, nello stesso giorno, hanno riferito le principali agenzie di stampa internazionali come la francese Afp e l’americana Ap. L’Operazione “Margine Protettivo”. A due anni dalla conclusione dell’ultima offensiva israeliana contro Gaza – circa 2300 palestinesi uccisi, migliaia feriti, decine di migliaia di abitazioni e strutture industriali completamente o parzialmente distrutte – i comandi militari dello Stato ebraico hanno annunciato la chiusura di quasi la metà delle inchieste interne che avevano avviato. Sulle complessive 360 denunce di crimini di guerra, i giudici militari avevano trovato «prove sufficienti» solo per 31 indagini e 13 di queste sono state chiuse. Tre soldati sono stati rinviati a giudizio per atti di sciacallaggio. Niente di più.

Eppure erano insistenti le accuse di crimini di guerra rivolte a Israele da vari organismi internazionali e centri per i diritti umani al termine delle operazioni militari, a cominciare dalle Nazioni Unite. L’Onu, peraltro, non mancò di puntare l’indice anche contro il movimento islamico Hamas e i suoi lanci di razzi verso il territorio israeliano dove fecero alcune vittime civili (dei 73 morti israeliani, 66 erano soldati caduti in combattimento). Le polemiche andarono avanti per mesi e la Ong “Breaking the Silence”, composta da ex militari israeliani, pubblicò a ridosso del primo anniversario della guerra, decine di rivelazioni di soldati e ufficiali (anonimi) su violenze, bombardamenti indiscriminati e altre violazioni commesse dall’esercito nei 50 giorni di “Margine Protettivo”.  Per la magistratura militare israeliana al contrario l’operato dei comandi e dei soldati sul terreno avvenne nel quadro delle regole di ingaggio e delle procedure (israeliane) previste durante combattimenti e incursioni in territorio nemico.

Tra i casi in cui non è stato riscontrato alcun illecito, si legge in un rapporto di 21 pagine, c’è anche il bombardamento di una scuola delle Nazioni Unite a Rafah, a sud di Gaza, in cui rimasero uccisi dieci civili. L’attacco fu condannato con forza dal Segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon e definito «vergognoso» anche dagli Stati Uniti, i principali alleati di Israele. Il presidente francese Francois Hollande parlò di un bombardamento «inaccettabile» e invocò un procedimento giudiziario contro i responsabili. Di altro avviso sono stati i giudici militari. Nel loro rapporto, a proposito di questo caso, si legge che erano stati individuati tre combattenti palestinesi in sella ad una moto. I comandi militari quindi avrebbero preso la decisione di colpirli con un missile a basso potenziale per minimizzare i danni intorno all’obiettivo. Tuttavia quando fu lanciato i tre combattenti presero «inaspettatamente» una direzione diversa da quella preventivata e il missile, che li seguiva elettronicamente, esplose proprio nei pressi della scuola. Fu un “errore” però legittimo, spiega la magistratura militare israeliana, perché l’attacco non era diretto contro civili.

Appropriata sarebbe stata la condotta delle Forze Armate per tutta la durata di “Margine Protettivo”, mai rivolta intenzionalmente, dicono gli israeliani, contro la popolazione civile. Non fu perciò un crimine anche la strage di sette membri della famiglia Ziyadeh durante un raid nel campo profughi di Bureij, nel centro di Gaza. Perché, l’edificio sarebbe stato utilizzato da Hamas e Jihad come un centro di comando. «Il fatto che dei civili siano rimasti coinvolti nelle ostilità è un risultato deplorevole ma non influisce sulla legittimità dell’attacco», hanno scritto i giudici israeliani. Legittima fu perciò anche la “Direttiva Annibale”, ossia il bombardamento a tappeto di una vasta aerea del “territorio nemico” per impedire la cattura di soldati, che Israele attuò ai primi di agosto del 2014 uccidendo circa 200 palestinesi a Rafah. Tra questi 15 membri della famiglia Zoroub. Anche in quel caso l’abitazione sarebbe stata usata da Hamas come un comando militare, quindi era un obiettivo “legittimo”.

«Non ci aspettavamo niente di meno della giustificazione di Israele dei propri crimini di guerra durante il suo ultimo massiccio attacco contro Gaza» ha commentato il Segretario del Comitato Esecutivo dell’Olp Saeb Erekat. «Questo mette in evidenza l’atteggiamento di Israele – ha aggiunto – che  bombarda aree civili, edifici delle Nazioni Unite, ospedali e altre strutture protette dalle Convenzioni di Ginevra. Durante quell’attacco durato 50 giorni – ha concluso Erekat – Israele ha ucciso 487 bambini…La strada che seguiremo è quella di una indagine della Corte penale internazionale sui crimini di Israele».

 

 

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Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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