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Tel Aviv tiene i suoi uomini pronti ad intervenire anche se ritiene che la mediazione tra Hamas e l’Egitto (che apre Rafah per un messe) dovrebbe mantenere la situazione relativamente calma. Erdogan convoca un secondo summit islamico in Turchia per la Palestina mentre il Kuwait avanza all’Onu un testo di condanna d’Israele

(Foto: Amir Cohen. Reuters)

di Roberto Prinzi

Roma, 18 maggio 2018, Nena News – Tensione oggi nei Territori Occupati palestinesi in occasione del primo venerdì di Ramadan. Tel Aviv teme un’altra possibile protesta di massa nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme est e ha pertanto schierato un ingente numero di soldati e poliziotti (solo in Città Santa sono stati mobilitati 1.500 agenti). Nonostante “l’alta preparazione” a intervenire, le autorità israeliane non hanno imposto finora restrizioni all’ingresso dei fedeli musulmani sulla Spianata delle Moschee a Gerusalemme come spesso è accaduto nei venerdì del sacro mese islamico o quando Israele si sente “minacciata”. Secondo alcuni ufficiali, dovrebbe restare relativamente calma anche la situazione nella Striscia di Gaza dopo il bagno di sangue israeliano di lunedì (62 palestinesi uccisi e oltre 2.400 feriti) per via dell’annunciata intesa tra il movimento islamico palestinese Hamas e l’Egitto volta ad evitare una escalation militare nella piccola enclave palestinese assediata.

Nelle ultime ore il Cairo veste i panni del pompiere: il presidente egiziano al-Sisi ha annunciato ieri che il valico di Rafah (a sud della Striscia) resterà aperto per l’intero mese di Ramadan. Una notizia clamorosa se implementata visto che questo varco, unica porta d’accesso verso il mondo esterno per i gazawi a causa del blocco decennale imposto da Israele sulla Striscia, è di fatto quasi sempre chiuso per volontà egiziana.

Le autorità israeliane temono manifestazioni di protesta in Cisgiordania e in Città Santa dopo l’invito delle varie fazioni politiche palestinesi a marciare verso i checkpoint militari dopo la consueta preghiera collettiva del venerdì. Nel tentativo di smorzare le tensioni, altissime dopo il massacro di inizio settimana, il ministro della difesa Avigdor Liberman e il coordinatore delle attività del governo israeliano nei Territori Occupati (Cogat), hanno deciso di non imporre dure restrizioni ai palestinesi della Cisgiordania permettendo loro l’ingresso in Israele se provvisti di regolare permesso.

Intanto, scrive il quotidiano Haaretz citando fonti diplomatiche israeliane, il Cairo starebbe promuovendo in queste ore la riconciliazione tra i due principali partiti palestinesi (Fatah e Hamas) cercando di ripristinare il governo dell’Autorità palestinese (Ap) nella Striscia, migliorando le condizioni economiche dell’enclave assediata e smantellando il braccio militare di Hamas. Il Qatar, invece, propone un consiglio indipendente di esperti con il compito di gestire la Striscia, chiede uno stop agli armamenti per il movimento islamico ed esorta le organizzazioni internazionali a monitorare l’intero processo politico.

Chiamato in causa, l’Onu, con Nickolay Mladenov il suo coordinatore speciale per il processo di pace, prova a organizzare un nuovo forum regionale a cui dovrebbero partecipare Israele, l’Egitto, l’Autorità palestinese e l’Onu. L’obiettivo è quello di creare “un meccanismo d’aiuto a lungo termine” per la gestione della Striscia. Propositi che ad Israele non piacciono affatto: Tel Aviv teme infatti che in tal modo potrebbe nascere un “modello Hezbollah” anche a Gaza in quanto Hamas conserverebbe le sue armi mentre l’Ap si assumerebbe le responsabilità di gestire le questioni civili. Inoltre, le autorità israeliane, sottolinea Haaretz, non si fidano che questo “meccanismo di monitoraggio” internazionale possa davvero prevenire il contrabbando di armi.

A muoversi vi è poi anche la Turchia. Oggi il presidente turco Erdogan ospiterà per la seconda volta in sei mesi un summit islamico dove verrà espressa piena solidarietà ai palestinesi dopo la strage di lunedì. Lo scorso vertice islamico, tenutosi a dicembre ad Istanbul, denunciò la decisione del presidente statunitense Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele. Questa volta, ha promesso il leader turco, il vertice manderà un “forte messaggio al mondo” per il trattamento riservato dagli israeliani ai palestinesi. In questi giorni, Erdogan, in piena campagna elettorale per le legislative e presidenziali del prossimo 24 giugno, è ritornato ad attaccare duramente Israele accusandola di aver compiuto a Gaza un “genocidio” e definendola uno “stato terrorista” che opera un regime di “apartheid”.

Tuttavia la sua retorica lascia il tempo che trova per due motivi: il primo perché le sue parole sono frutto più di mera propaganda politica laddove il “Sultano”, conscio del vuoto politico rappresentato dal silenzio arabo, strumentalizza la questione palestinese per ergersi nel mondo islamico a paladino degli oppressi (poco importa che Ankara e Tel Aviv vadano a braccetto al di là delle offese che si scambiano di frequente). Il secondo è perché il mondo islamico è completamente lacerato dallo scontro politico sunnita-sciita rappresentato dall’Arabia Saudita e l’Iran. Del resto Riyadh, ormai sempre più apertamente vicina a Israele che ai palestinesi in chiave anti-iraniana, non ha alcuna voglia di adottare qualunque misura anti-israeliana che le possa alienare il sostegno statunitense nel suo piano di distruzione di Teheran.

Diversa in queste ore, invece, è la posizione del Kuwait che ieri ha spedito al Consiglio di Sicurezza dell’Onu una bozza di risoluzione che esorta le Nazioni Unite a inviare una forza internazionale al confine tra Israele e Gaza per difendere i gazawi. Un testo che però risulta già morto in partenza: seppure dovesse ottenere la maggioranza dei voti, sarebbe bocciato dal veto americano come già accaduto in passato. Il Kuwait, uno dei 15 membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, chiede che Israele “cessi immediatamente le sue rappresaglie militari, la punizione collettiva dei palestinesi e l’uso illegale di forza contro di loro”. Parole che hanno fatto imbestialire l’ambasciatore d’Israele presso le Nazioni Unite, Danny Danon, che ha parlato di un “nuovo punto basso del cinismo e della distorsione nel sostegno ai crimini di guerra di Hamas”. Nena News

Roberto Prinzi è su Twitter @Robbamir

A Deir al Balah è nato un team formato da palestinesi feriti durante l’offensiva israeliana Margine Protettivo del 2014 e ai quali è stata amputata una gamba. A loro potrebbero aggiungersi i disabili del fuoco dei cecchini israeliani contro la Grande Marcia del Ritorno

di Michele Giorgio     il Manifesto

Gaza, 18 maggio 2018, Nena News – Si chiamano gli “Eroi”, non per presunzione, lo sono davvero. Superando il trauma ‎dell’amputazione di una gamba e le perplessità iniziali di parenti e amici, 14 giovani palestinesi feriti nei bombardamenti aerei israeliani del 2014, hanno dato vita a una squadra di calcio di mutilati a Deir al Balah, a sud di Gaza city. «Sono ragazzi ‎eccezionali, hanno una grande forza, non solo fisica», dice Fuad Abu Ghalion, 61 ‎anni, che in collaborazione con l’Organizzazione per la Riabilitazione dei Disabili, ‎ha dato vita tre mesi fa all’Associazione Calcio Amputati. «Sono giovani – spiega – ‎desiderosi di vivere e divertirsi, nonostante la mutilazione. Sono più forti delle ‎bombe sganciate dagli israeliani».‎

Sul piccolo campo da calcio nel parco giochi del comune di Deir al-Balah, senza le protesi, aiutandosi con le stampelle di metallo, gli “Eroi” corrono e sono incredibilmente abili nel dribblare e passare la palla durante partite in due tempi di ‎‎25 minuti. ‎«È cominciato il Ramadan e al mattino i ragazzi preferiscono rimanere a ‎casa, in questo mese si alleneranno la sera», dice Abu Ghalion scusandosi per ‎l’assenza dei suoi atleti. Mostra foto e filmati dei suoi ragazzi impegnati sul campo ‎verde. Nour Shamia, 26 anni, invece è mattiniero nonostante il digiuno. Da sempre ‎ama il calcio. ‎«Qui a Gaza siamo pazzi per questo sport, ci piace giocarlo e ‎guardarlo in tv, quando c’è il derby tra Real Madrid e Barcellona nelle strade non c’è ‎nessuno, tutti sono incollati allo schermo».

Nour non parla volentieri di quel giorno del luglio 2014 quando rimase ferito in un bombardamento. Dopo aver perso la ‎gamba, spiega, per lui è cominciata un’esistenza nuova, diversa, fatta di cose che non ‎potrà mai più fare. Sa che le stampelle con ogni probabilità lo accompagneranno per ‎tutta la vita. ‎«Con il tempo – racconta – dopo mesi di riabilitazione, ho scoperto che ‎la mutilazione non era la fine di tutto e che avrei potuto praticare uno sport. Far ‎parte di questa squadra di calcio è una bella sensazione. Il mondo deve sapere che a ‎Gaza amiamo la vita e abbiamo talento». La sua storia è uguale a quella degli altri ‎componenti del team, fatta inizialmente di depressione e frustrazione e poi di voglia ‎di ricominciare, anche grazie al calcio.

In queste settimane negli ospedali di Gaza, i medici sono stati costretti ad amputare una gamba o un braccio a non pochi dei feriti dal fuoco dei cecchini durante le manifestazioni della “Grande Marcia del Ritorno” lungo le linee di ‎demarcazione con Israele. Una scelta dolorosa imposta dalla gravità delle ferite. ‎«I ‎chirurghi nei nostri ospedali fanno sempre tutto il possibile per evitare una ‎mutilazione a un giovane che ha davanti tutta la vita ma i proiettili (sparati dai ‎militari israeliani, ndr) provocano danni estesi e irrecuperabili alle ossa e ai muscoli ‎rendendo talvolta impossibile salvare l’arto. Senza dimenticare che molti feriti avranno bisogno di 3-4 interventi chirurgici nel corso del tempo», spiega il dottor Ahmed Mhanna, direttore del reparto di ortopedia dell’ospedale al Awda.

Nuovi ‎disabili perciò si aggiungeranno a quelli causati delle offensive israeliane del 2008, ‎‎2012 e 2014. «Gaza ha un alto numero vittime di bombardamenti che fanno i conti con disabilità di vario livello. Noi ci occupiamo di bambini e ragazzi e una parte del ‎nostro programma purtroppo prevede la consegna di protesi a chi non ha più una ‎gamba o un braccio. È terribile», ci dice Steve Sosebee, presidente della ong Palestine Children’s Relief Fund che opera a Gaza e in Cisgiordania. Secondo le ‎statistiche ufficiali sono 25.000 i palestinesi di Gaza rimasti feriti negli ultimi 10 ‎anni durante le offensive dell’esercito israeliano, centinaia dei quali hanno subito ‎amputazioni‏.‏

Fuad Abu Ghalion crede che il calcio praticato dai disabili sia una delle risposte migliori che i palestinesi possano dare all’occupazione israeliana e un segnale al mondo della vitalità dei gazawi. ‎«Presto gli ‘Eroi’ saranno affiacati da altri team. ‎L’obiettivo è dare vita a una lega del calcio per i mutilati e a una nazionale che possa ‎competere in tornei in tutto il mondo» annuncia Abu Ghalion. ‎«Il sogno è mettere ‎insieme una squadra femminile. A Gaza nulla è impossibile».‎ Nena News

Alcuni accademici, intellettuali e artisti israeliani si rivolgono alla comunità internazionale affinché i responsabili del massacro di lunedì nella Striscia siano indagati e condannati

Proteste nella Striscia di Gaza a confine con Israele (Foto: Reuters)

Roma, 18 maggio 2018, Nena News – Noi, israeliani che desideriamo che il nostro paese sia sicuro e giusto, siamo sconvolti e inorriditi dall’uccisione di massa di manifestanti palestinesi disarmati a Gaza.

Nessuno dei manifestanti rappresentava un pericolo diretto allo Stato di Israele o ai suoi cittadini.

L’uccisione di oltre 50 manifestanti e il ferimento di migliaia ricordano il massacro di Sharpeville nel 1960 in Sudafrica.

Il mondo allora agì.

Facciamo appello ai membri rispettabili della comunità internazionale perché chiedano che chi ha ordinato tale massacro sia indagato e processato.

Gli attuali leader del governo israeliano sono responsabili della politica criminale di fuoco sparato su manifestanti disarmati. Il mondo deve intervenire per fermare le attuali uccisioni.

  1. Avraham Burgex presidente della Knesset e dell’Agenzia ebraica
  2. Nurit Peled Elhanan,vincitrice del premio Sakharov 2001
  3. David Harelvice presidente dell’Accademia israeliana per le scienze umane e premio Israel 2014
  4. Yehoshua Kolodnyvincitore del premio Israel 2010
  5. Alex Levacfotografo e vincitore del premio Israel 2005
  6. Judd Ne’emanregista e vincitore del premio Israel 2009
  7. Zeev Sternhellstorico e vincitore del premio Israel 2008
  8. David Shulmanvincitore del premio Israel 2016
  9. David Tartakoverartista e vincitore del premio Israel 2002

 

A rivelarlo è stato ieri il capo del movimento islamico a Gaza, Yahya Sinwar. Sinwar ha anche spiegato che il suo partito ha “resistito pacificamente” durante le proteste di queste settimane, ma che “non abbandonerà le armi se Israele eccederà”. Human rights Watch, intanto, sfida Tel Aviv sulle legge anti-Bds

I leader di Hamas Haniyeh (sinistra) e quello di Gaza Sinwar

della redazione

Roma, 17 maggio 2018, Nena News – Hamas ha raggiunto un accordo con l’Egitto per evitare l’escalation al confine tra la Striscia e Israele. A rivelarlo è stato ieri il suo leader a Gaza, Yahya Sinwar. Intervistato dalla tv panaraba al-Jazeera, Sinwar ha detto che il partito islamista “ha resistito pacificamente” durante le proteste settimanali iniziate lo scorso 30 marzo. Tuttavia, ha precisato, “ciò non vuol dire che non faremo ricorso alla resistenza armata qualora Israele eccederà e provocherà altro sangue. [In tal caso] saremo costretti a rispondere di conseguenza”. Sul carattere “pacifico” delle manifestazioni non è affatto d’accordo Tel Aviv: per Israele, infatti, “l’organizzazione terroristica Hamas” ha organizzato le rivolte come pretesto per attaccare le infrastrutture di sicurezza israeliane. In una nota, l’esercito ha fatto sapere che ieri, per ben due volte, alcuni membri di Hamas avrebbero sparato lungo il confine tra la Striscia e il territorio israeliano. I “terroristi” hanno provato a colpire anche un caccia israeliano danneggiando alcune case di Sderot, nel sud d’Israele (non si registrano feriti).  L’aviazione israeliana avrebbe quindi rispondo attaccando con violenza sei presunte postazioni del movimento islamico Hamas in tutta la Striscia di Gaza, in particolare nei pressi di Beit Lahiya, nel nord-ovest della Striscia.

Sinwar ha poi rivelato l’accordo tra il Cairo e il suo movimento affinché le attuali manifestazioni “non si trasformino in uno scontro militare”. Il ruolo di mediazione egiziano è stato lodato anche dal ministro dell’Intelligence israeliano Israel Katz. Intervistato dalla radio militare, Katz ha detto che nel corso del suo viaggio in Egitto compiuto domenica al leader di Hamas Ismail Haniyeh l’Intelligence egiziana ha comunicato di “avere prove” che dimostrano come il partito islamista palestinese abbia finanziato gli scontri e abbia mandato le persone al confine. “L’Egitto lo ha inequivocabilmente avvisato che se [le proteste] continueranno, Israele risponderà e compirà passi molto più duri di fronte a quali il Cairo si farà da parte”.

Ieri, intanto, un ufficiale di Hamas ha dichiarato che almeno 50 delle 61 vittime del massacro israeliano di tre giorni fa al confine con Israele erano suoi membri (la Jihad Islamica invece fa sapere di aver perso 3 combattenti). In serata poi diversi attivisti gazawi del “Comitato Nazionale per il ritorno dei campi” hanno impedito l’ingresso nella Striscia di camion contenenti materiale sanitario provenienti dal Magen David Adom [la croce rossa israeliana, ndr]. Il Comitato ha motivato il suo gesto spiegando che non vuole “abbellire l’immagine dell’occupazione israeliana, la stessa che ha compiuto il massacro di innocenti lunedì”. L’Autorità palestinese, invece, ha richiamato i suoi rappresentanti da Romania, Repubblica Ceca, Ungheria e Austria dopo che gli ambasciatori di questi 4 Paesi hanno partecipato a un ricevimento israeliano per celebrare l’inaugurazione dell’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme.

Dell’altissima tensione che regna da giorni in Israele e nei Territori occupati palestinesi ha parlato anche il presidente egiziano al-Sisi. “Per ciò che concerne l’ambasciata Usa – ha detto il leader golpista citato dalla Reuters – abbiamo già detto che questa questione avrà conseguenze negative sull’opinione pubblica araba e islamica e causerà insoddisfazione e instabilità, oltre ad avere ripercussioni sulla causa palestinese. Esorto gli israeliani a comprendere che le reazioni dei palestinesi su questo argomento sono legittime”.

Contro Tel Aviv, intanto, si è alzata ieri la voce di Human Rights Watch (Hrw): la ong statunitense ha fatto sapere di voler intraprendere una lotta giudiziaria contro la legge israeliana che vieta a individui e gruppi che sostengono il Bds (Boicottaggio, disinvestimenti e sanzioni contro Israele) di entrare nello stato ebraico. Per comprendere l’iniziativa di Hrw bisogna ritornare a inizio mese quando Tel Aviv ha ordinato a Omar Shakir, il direttore della ong statunitense in Israele e Palestina, di lasciare il Paese entro due settimane ritirandogli il suo permesso di lavoro. Shakir non ha confermato di appoggiare il movimento Bds, ma ha accusato il governo Netanyahu di voler silenziare la sua organizzazione per il lavoro che svolge di monitoraggio delle violazioni dei diritti umani sia in Israele che nei Territori Occupati palestinesi.

L’espulsione del direttore di Human Rights Watch è stato agevolato lo scorso marzo da una modifica alla cosiddetta legge israeliana anti-boicottaggio che permette alle autorità di negare l’ingresso a coloro che sono attivisti del Bds. Intervistato dal portale web Middle East Eye, Shakir si è detto “fiducioso che la corte [israeliana] capirà quanto sia pericolosa questa legge e rovescerà perciò la decisione [contro di lui]”. Per il ministro degli Interni israeliano Ariye Deri, invece, Shakir “sostiene il boicottaggio d’Israele, invita a disinvestire nel Paese e a imporci sanzioni. Pertanto quest’uomo non deve rimanere in Israele”. Tuttavia, lo stesso ministero degli interni, ha ammesso che da quando Shakir è entrato a far parte di Hrw “non vi è alcuna informazione circa le sue attività [di boicottaggio]”. Resta da chiedersi allora per quale motivo dovrebbe lasciare il Paese. Nena News

Intervista alla scrittrice palestinese: «Li stiamo mettendo in difficoltà: le proteste di famiglie, donne, ragazzi sono resistenza popolare. Settant’anni dopo non dobbiamo restare dei numeri: quando scrivo della perdita della mia scuola, del mio quartiere, del mio tinello, racconto cosa vuol dire Nakba per ognuno di noi»

Suad Amiry

di Chiara Cruciati

Roma, 17 maggio 2018, Nena News – «Se domani Milano, Roma, Napoli venissero messe sotto assedio, come reagireste?». Così Suad Amiry risponde a chi in questi giorni (governi e stampa occidentale) pare incapace di descrivere per quel che è la Grande Marcia del Ritorno di Gaza. Architetto, tra le più note scrittrici palestinesi, era ieri a Firenze per un incontro organizzato dall’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese.

Oggi i palestinesi, nella diaspora e nella Palestina storica, commemorano la Nakba mentre a Gaza è in corso una strage. La Nakba continua, ma continua anche la lotta palestinese per il ritorno.

Israele va ripetendo bugie: il responsabile delle violenze è Hamas. Per cosa esattamente è responsabile? Da tre anni non usa armi. Partiamo da questo: è impensabile mettere due milioni di persone dentro una prigione per 11 anni, impedendogli di studiare, muoversi, curarsi, uscire. La gente è disperata, davvero disperata. Se succedesse a voi? Oggi siamo a 70 anni dalla Nakba, quando siamo stati cacciati dalle nostre terre. La mia famiglia è stata cacciata da Gerusalemme, so che significa essere un profugo che non può tornare a casa. La Nakba continua: confiscano le nostre terre, costruiscono colonie. E ora gli Stati uniti si comportano come cent’anni fa fece la Gran Bretagna: Trump ha promesso Gerusalemme agli israeliani come Balfour promise la Palestina al movimento sionista. Eppure stiamo mettendo in difficoltà Israele: queste manifestazioni sono resistenza non violenta e popolare. Famiglie, donne, ragazzi preoccupano Israele perché è una resistenza che non può battere.

Da generazioni i palestinesi vivono la cacciata dalle proprie terre come un fatto temporaneo. Quanto questo senso di temporaneità, ma allo stesso tempo di precarietà, ha plasmato il popolo palestinese?

Per lungo tempo i palestinesi hanno provato in ogni modo a mantenere viva la speranza, anche con l’accettazione di Israele e della soluzione a due Stati, senza ottenere nulla. In mancanza di una soluzione il sentimento di instabilità, precarietà, preverrà impedendo la formazione di una società normale. L’altro elemento di cui tener conto è quello dell’assenza, un concetto che mi ossessiona: Israele ci considera assenti anche se siamo lì, a pochi chilometri. Assenti significa inesistenti.

Nonostante l’uso israeliano di forza letale senza alcuna giustificazione, la narrazione prevalente è quella della legittima «difesa dei confini». Il reale contesto di deprivazione e di lotta per la libertà dei palestinesi scompaiono. È una novità nel panorama internazionale o una narrativa consolidata a Occidente?

La narrativa israeliana è diventata quella europea e americana. La cultura occidentale ha fatto propria quella visione. Non esiste più una contro-narrativa, ma una mera accettazione delle politiche di Israele.

Nei suoi libri, da «Golda ha dormito qui» all’ultima opera «Damasco», sono centrali i concetti della perdita e della nostalgia, accanto a quello della memoria. Quanto ritrova di quei sentimenti nelle mobilitazioni di queste settimane?

Uno dei limiti che noi palestinesi abbiamo è il non parlare delle perdite personali subite. Non siamo stati capaci di raccontare le storie personali. Allora come oggi. Cosa significa per una famiglia aver perso lunedì un figlio o un marito, non vederlo tornare a casa, non trovarlo più nella sua stanza? Qualche anno fa durante le manifestazioni in Libano per la Nakba, un amico, Munib al-Masri, fu colpito dai proiettili israeliani e rimase paralizzato. Ho seguito la sua storia, cosa ha significato l’aver abbandonato la scuola, aver viaggiato all’estero sperando di tornare in piedi. Noi palestinesi siamo rimasti dei numeri. Nei miei racconti provo a fare questo: raccontare le storie individuali, non solo quella collettiva. Quando scrivo della perdita della mia scuola, del mio quartiere, del mio tinello, racconto cosa vuol dire Nakba per ognuno di noi. E dunque per l’intera società, per tutto il popolo.

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

I bombardamenti dell’aviazione israeliana hanno preso di mira presunte postazioni del movimento islamico Hamas. Ieri il nuovo allarme sulla situazione umanitaria a Gaza lanciato dalla Ong Oxfam

foto di Eliyahu Hershkowitz

della redazione

Gaza, 17 maggio 2018, Nena News – Nelle scorse ore, durante la prima notte del mese islamico del Ramadan, si sono vissuti nella Striscia di Gaza momenti che hanno ricordato scene dell’offensiva israeliana Margine Protettivo del 2014.  L’aviazione israeliana ha attaccato con violenza sei presunte postazioni del movimento islamico Hamas in tutta la Striscia di Gaza, in particolare nei pressi di Beit Lahiya, nel nord-ovest della Striscia. Le esplosioni sono state molto potenti. In un caso l’onda d’urto è stata talmente forte da far tremare gli edifici sul lungomare di Gaza city, alcuni chilometri di distanza. Non si ha notizia di danni alle persone.

Le forze armate israeliane sostengono di aver attaccato “quattro obiettivi in un compound militare, compresi edifici e altre infrastrutture e altri tre obiettivi in un impianto di produzione di armi”, in apparente risposta al fuoco aperto da una mitragliatrice palestinese contro velivoli israeliani – con ogni probabilità droni – che avrebbe però colpito una abitazione nella cittadina israeliana di Sderot, adiacente a Gaza. Nelle ore precedenti ci sono stati altri attacchi israeliani in reazione, secondo il portavoce militare,  a raffiche sparate da palestinesi.

Nonostante le condanne internazionali e le ripercussioni diplomatiche – come lo scontro duro in atto con la Turchia - per la strage di oltre 60 palestinesi avvenuta lunedì durante le manifestazioni popolari a ridosso delle barriere di demarcazione tra Gaza e Israele, il governo Netanyahu non rinuncia alla linea del pugno di ferro. Continua inoltre ad accusare Hamas di aver inscenato, in queste ultime settimane, proteste con decine di migliaia di civili palestinesi allo scopo di compiere attentati e atti di violenza.

Il blocco di Gaza però non sarà rimosso come chiedono i dimostranti palestinesi della “Grande Marcia del Ritorno” – domani è atteso un nuovo venerdì di proteste – malgrado le organizzazioni umanitarie continuino a lanciare l’allarme sulla situazione nel piccolo territorio palestinese. L’ultimo è giunto ieri dalla Ong internazionale Oxfam. Dieci anni di blocco da parte di Israele – denuncia Oxfam in un comunicato – hanno causato il collasso delle infrastrutture e dei servizi di base per due milioni di abitanti intrappolati nella Striscia, in maggioranza profughi, ormai allo stremo. La situazione umanitaria è disperata – avverte la Ong – e quasi la metà della popolazione non ha cibo a sufficienza, con un tasso di disoccupazione arrivato oltre il 40% e circa 23.550 persone ancora senza casa dalla guerra del 2014.

“Il valico Kerem Shalom, uno dei pochissimi punti di accesso per i beni e gli aiuti in entrata e uscita da Gaza, dopo essere rimasto danneggiato negli scontri di due giorni fa, al momento è chiuso o aperto solo per il passaggio di pochissimi beni essenziali”, ha detto Paolo Pezzati, policy advisor di Oxfam Italia per le emergenze umanitarie. “Andando avanti così – ha aggiunto – la popolazione rimarrà presto senza carburante, vitale per l’irrigazione dei pochi campi rimasti, che possono permettere alla popolazione di non morire di fame, così come per la desalinizzazione dell’acqua marina, da cui dipende l’accesso all’acqua potabile del 90% della popolazione di Gaza“. Nena News

 

Shadi Ghazaly Harb è in carcere da ieri perché accusato di aver insultato le istituzioni statali e per aver pubblicato “notizie false” sui social media. Venerdì era stata arrestata Amal Fathy, attivista e moglie di Mohammed Lofty, il consulente della famiglia Regeni

della redazione

Roma, 16 maggio 2018, Nena News – La repressione del regime egiziano di al-Sisi non conosce tregua: ieri un procuratore di stato ha ordinato la detenzione per 15 giorni del noto attivista Shadi Ghazaly Harb nell’attesa che le indagini sul suo conto vadano avanti. Secondo quanto ha dichiarato la legale dell’imputato, Rajia Omran, Harb, protagonista delle manifestazioni anti-Mubarak del 2011, si era consegnato al procuratore di Dokki lunedì perché accusato di aver insultato le istituzioni statali e per aver pubblicato “notizie false” sui social media. Il procuratore aveva quindi ordinato il suo rilascio su cauzione (2.800 dollari). Tuttavia, l’attivista è rimasto in cella per un altro caso riguardante la “sicurezza dello stato” in cui sono coinvolti diversi oppositori del presidente egiziano al-Sisi. Harb, che ieri è stato interrogato per diverse ore dalla procura, è accusato di far parte di una organizzazione terroristica, di aver usato i social media per istigare al terrorismo e per aver pubblicato “fake news” che danneggiano la sicurezza e l’interesse pubblico.

Il caso di Harb giunge a pochi giorni dall’arresto dell’attivista Amal Fathy. Fathy è stata arrestata venerdì scorso dopo che aveva postato un video in cui criticava il governo per la sua incapacità di affrontare la questione delle molestie sessuali nel paese. Sono stati rilasciati invece suo marito e il bimbo di tre anni che erano stati portati via con lei. Sulla detenzione di Fathy è intervenuta subito l’ong Amnesty International (AI) che ha parlato di un “nuovo punto basso raggiunto dall’Egitto nel campo della libertà di espressione”. Ma soprattutto la famiglia Regeni: due giorni fa la madre di Giulio, Paola Deffendi, ha annunciato l’inizio di uno sciopero della fame finché non verrà scarcerata l’attivista. A lei si alterneranno anche la sua legale Ballerini, altri esponenti politici (tra loro Laura Boldrini e Monica Cirinnà) e della società civile. Del resto oltre ad essere una nota attivista, Amal Fathy è la moglie di Mohammed Lofty, consulente della famiglia Regeni e direttore dell’Ecrf (Commissione egiziana per i diritti e le libertà).

Ma Harb e Fathy solo solo gli ultimi nomi di una lunga lista di dissidenti detenuti in carcere, quando non uccisi o scomparsi nel nulla. Da quando il regime di al-Sisi è salito al potere con un golpe militare ai danni del presidente islamista Morsi, sono migliaia le persone, principalmente islamiste ma anche “laici” o semplicemente dissidenti, a essere vittime dello stretto giro di vite del regime. Il governo ha anche vietato le proteste non autorizzate dal ministro degli Interni. Senza dimenticare poi che la scure di al-Sisi ha colpito anche il mondo dell’informazione tra arresti di giornalisti e centinaia di siti web chiusi. Nena News

I genitori di Leila Ghandur, la bimba di otto mesi soffocata lunedì dai gas lacrimogeni, negano di aver portato la figlia sotto le barriere con Israele. Ieri, giorno della Nakba, altri due palestinesi uccisi dall’esercito israeliano mentre Gaza piange ancora le 60 vittime della strage di lunedì

Le manifestazioni di proteste a Gaza

di Michele Giorgio   il Manifesto

Gaza, 16 maggio 2018, Nena News – Il dolore muto di Anwar Ghandur contrasta con il clamore e lo sdegno che ha ‎suscitato nel mondo la morte della figlioletta di otto mesi, Leila, soffocata lunedì dai gas lacrimogeni lanciati dai soldati israeliani. Sotto la tenda del lutto nel ‎quartiere di Zeitun, a Gaza city, siedono parenti e amici. Si alzano tutti in piedi per ‎stringere la mano a chi porta vicinanza e condoglianze. Un ragazzo serve ai ‎presenti caffè amaro. Anwar ha 27 anni e il volto di un adolescente. Sua moglie ‎Maryam ne ha appena 19. ‎«È stato un colpo duro, per me e soprattutto per mia ‎moglie» dice ‎«già un anno fa avevamo perduto il nostro primo bimbo, Salim, di ‎un anno. La sera si era addormentato tranquillo ma non si è più svegliato, è morto ‎nel sonno».

Arrivano altre persone, tra queste Jamal Khudari, fino a qualche anno ‎fa presidente del Comitato contro l’assedio di Gaza. Anwar va a salutarlo. Una ‎stretta di mano veloce, Khudari sussurra qualche parola di conforto. Il giovane ‎padre torna da noi. ‎«Maryam aveva ritrovato la serenità quando ha partorito Leila. ‎Abbiamo perduto anche lei e mia moglie è devastata». La giovane mamma resta in ‎casa, non solo per la tradizione che separa i sessi nelle occasioni pubbliche di ‎lutto. Semplicemente non ce la fa a parlare, ci spiega Anwar.

Sui social infuria lo scontro tra chi denuncia l’orribile morte di una bimba a causa dei lacrimogeni e chi difende Israele sempre e comunque, contro ogni evidenza, non mancando di accusare i Ghandur di imprudenza se non addirittura ‎di aver lucidamente portato la figlia fino alle barriere di demarcazione, sotto il ‎fuoco dei soldati isreliani e nel fumo dei lacrimogeni per provocarne la morte e ‎mettere sotto accusa Israele. Anwar non sa di questa insana battaglia in internet. Le ‎ultime ore le ha passate a piangere Leila e a confortare la moglie. ‎«La mia bimba ‎era molto lontana dalle barriere» ci racconta ‎«era con la mamma, la nonna e la zia ‎in una tenda (ad est di Shajayie,ndr) dell’accampamento». Tutto è accaduto in ‎pochi attimi. ‎

«Mia moglie – prosegue – mi ha detto che ad un certo punto sopra ed ‎intorno alla tenda sono caduti diversi candelotti lacrimogeni sganciati da un drone ‎israeliano. La tenda è stata avvolta in una nuvola di fumo, sono scappate ma Leila ‎nel frattempo aveva inalato molto gas. Ha perduto i sensi subito, all’ospedale è ‎arrivata morta». Per Israele e la descrizione che ne danno molti mezzi ‎d’informazione gli accampamenti di tende eretti per la “Grande Marcia del Ritorno” cominciata il 30 marzo nella fascia orientale di Gaza non sarebbero altro che delle “basi di lancio” di attacchi alle barriere e di preparazione di attentati. Piuttosto sono punti di riunione per migliaia di civili, per le famiglie, situati a parecchie centinaia di metri dalle recinzioni. In alcuni di essi spesso organizzati ‎momenti di intrattenimento e dibattiti.

Ciò che non viene riferito a sufficienza è ‎che l’esercito israeliano ha a disposizione nuovi “mezzi di dispersione” delle ‎manifestazioni, come i cannoncini che sparano in pochi secondi decine di ‎candelotti a grande distanza e anche droni che dall’alto sganciano i lacrimogeni ‎sui ‎manifestanti che si avvicinano alle barriere e anche su quelli fermi molto più ‎indietro. Proprio i lacrimogeni sparati da un drone hanno provocato la morte di ‎Leila, secondo il racconto che ci ha fatto il padre. Le autorità di Gaza hanno aperto una indagine per accertare le cause della morte della bimba. Così come quella di altri otto ragazzi, con meno di 16 anni, che figurano tra le 60 vittime della strage di lunedì.

L’accampamento di Abu Safieh a Est di Jabaliya ieri ha cominciato ad affollarsi dopo le 15. E così tutti gli altri lungo la fascia orientale di Gaza. Si ‎diceva che dopo il massacro avvenuto il giorno prima, i palestinesi sarebbero ‎rimasti a casa, per paura e per il lutto. Ma il 15 maggio, il giorno della Nakba, la ‎‎”catastrofe” del 1948 e i suoi profughi ancora in esilio e ai quali Israele non permette il ritorno, sono motivi che più di altri spingono i palestinesi in qualsiasi punto del pianeta a ricordare e a protestare. ‎«Gli israeliani dovranno ucciderci tutti ‎ma non ci arrendiamo, non ci faranno dimenticare i nostri diritti», ci dice Husan al ‎Sheikh, parente di una delle vittime di lunedì. ‎«Siamo qui per dire che non ‎accetteremo un’altra Nakba», aggiunge. Il fuoco dei soldati israeliani ieri ha fatto ‎nuove vittime: un uomo di 51 anni e un giovane. I feriti sono stati oltre 250.

‎Ghassan Abu Sitta è un chirurgo ortopedico di origine palestinese che lavora ‎nel più prestigioso e meglio attrezzato degli ospedali libanesi, quello che fa capo ‎all’università americana. A fine mese guadagna quanto gli stipendi messi insieme ‎di una dozzina di colleghi di Gaza. Però non dimentica la sua terra e tutte le volte ‎che può corre a Gaza da volontario. ‎«Questa è la mia gente, ogni palestinese ha il ‎dovere di dare un contributo, siamo ad un momento di svolta. Israele e gli Usa ‎vogliono cancellare la questione palestinese». In questi giorni Abu Sitta è impegnato all’ospedale al Awda nel nord di Gaza. «L’afflusso di feriti è incessante» ci dice il chirurgo «e il tipo di ferite mi sconvolge, perché questi proiettili si spezzano quando entrano nel corpo e i frammenti corrono verso punti diversi distruggendo vasi sanguigni, muscoli, ossa. Ad un paziente ho estretto ‎pezzi di uno stesso proettile nelle gambe, nei genitali e nell’addome. Con i miei ‎colleghi facciamo il possibile ma tanti di questi feriti saranno disabili per sempre». ‎Mentre torniamo verso Gaza city, scorgiamo nelle strade più affollate alcuni ‎giovani con una gamba fasciata che avanzano lentamente aiutondosi con le ‎stampelle. Altri con un braccio fasciato e legato al collo. Ne contiamo nove fino ‎all’arrivo. Sono solo una frazione delle migliaia di feriti di queste ultime ‎settimane. I funerali che ieri hanno attraversato Gaza si sono portati via per sempre ‎di giovani e ragazzi, i disabili ci ricorderanno per anni l’orrore di questi giorni. ‎Nena News

Migliaia di persone hanno manifestato ieri contro il massacro israeliano a Gaza di lunedì e in ricordo della Nakba. Pretoria ha richiamato il suo ambasciatore, ma gli attivisti chiedono la fine dei rapporti diplomatici con Israele. Due delle principali comunità ebraiche locali parlano di “doppio standard del governo Anc”

Manifestazione ieri a Johannesburg

Testo Francesco Pontarelli, redazione Nena News    Foto: Francesco Pontarelli 

Johannesburg, 16 maggio 2018, Nena News – Migliaia di sudafricani sono scese in piazza ieri per condannare le uccisioni di oltre 60 gazawi compiute lunedì dall’esercito israeliano al confine con la Striscia di Gaza e per ricordare il 70esimo anniversario della Nakba, la “Catastrofe” del popolo palestinese. “Veniamo qui per condannare ed esprimere la nostra rabbia per il regime di apartheid [israeliano]” ha detto durante la manifestazione di Città del Capo Mohammad Desai del movimento Bds (Boicottaggio, disinvestimenti e sanzioni contro Israele). L’attivista ha poi spiegato che il popolo palestinese si è schierato a fianco dei sudafricani durante gli anni della segregazione raziale rappresentando una fonte d’ispirazione per combattere il governo della minoranza bianca. Una manifestazione di protesta più contenuta a livello numerico (circa duecento persone) ha avuto luogo ieri anche a Johannesburg. 

Sui fatti di Gaza è stato duro il commento di Jessie Duarte, vice segretario generale del partito di governo Anc. “L’Onu ha fallito: Israele ignora le risoluzioni – ha detto alla tv locale eNca – È giunta l’ora che il movimento di solidarietà internazionale si schieri contro questo atroce regime israeliano”. Duarte ha poi aggiunto che Israele “sta perpetuando una azione disumana contro il popolo palestinese e che perciò va fermato”. 

In seguito alle uccisioni di lunedì, il governo sudafricano ha anche convocato il suo ambasciatore in Israele, Sisa Ngobane. In una nota, il governo ha deplorato“nel modo più forte l’ultima violenta aggressione compiuta dalle forze armate israeliane al confine con la Striscia”. “Le vittime – continua l’Anc – partecipavano ad una protesta pacifica. Considerato il modo grave e indiscriminato dell’ultimo attacco di Tel Aviv, il governo sud africano ha deciso di richiamare l’ambasciatore Sisa Ngombane con effetto immediato fino ad ulteriore notifica”. In una dichiarazione ufficiale, il partito di governo Anc, ha poi detto di essere rimasto “profondamente scioccato” per il “massacro di manifestanti pacifici palestinesi”. “Noi – si legge nel comunicato – guardiamo con incredulità al fatto che un popolo, che ci ricorda continuamente l’odio e il pregiudizio che gli ebrei hanno subito durante il regno antisemita di Hitler, possa usare la stessa crudeltà meno di un secolo dopo”. L’Anc ha poi aggiunto che “non accetterà mai un governo che considera insignificanti gli esseri umani”. “Nessuna pontificazione d’Israele propagandata dal suo governo o dai suoi cittadini – afferma la principale forza politica del Paese – può camuffare la sistematica oppressione del popolo palestinese. Tutti i sudaricani devono sollevarsi e trattare Israele per quello che è: uno stato paria”.

La posizione di Pretoria è stata però criticata da due delle principali organizzazioni ebraiche sudafricane che considerano la il ritiro dell’ambasciatore una mossa “oltraggiosa” che mostra “il doppio standard utilizzato contro lo stato ebraico”. In una nota congiunta, la Federazione sionista del Paese e il Comitato sudafricano ebraico dei deputati hanno detto che, se da un lato dispiace per la morte dei civili, dall’altro “noi crediamo che Israele, come stato sovrano, abbia il diritto di difendere i suoi confini e i suoi cittadini”. “Israele – si legge ancora nel comunicato – affronta un pericolo reale: Hamas istiga la sua gente ad assaltare la barriera di sicurezza e ad attaccare i civili israeliani. Ritirando l’ambasciatore, il governo sta evitando di giocare un ruolo significativo nel trovare una soluzione al conflitto [israelo-palestinese]”.

I manifestanti scesi in piazza ieri a Città del Capo e Johannesburg hanno chiesto però al governo di fare ulteriori passi in avanti interrompendo i rapporti diplomatici con Tel Aviv e tagliando gli accordi commerciali che legano i due paesi. Protagoniste delle proteste sono state anche le forze del movimento sindacale, in particolare della federazione di recente formazione SAFTU (Southi African Federation of Trade Unions) e del sindacato NUMSA (National Union of Metalworkers of Southi Africa).

La solidarietà del popolo sudafricano verso la causa palestinese affonda le sue radici in un passato (solo parzialmente risolto) segnato da colonialismo, occupazione della terra, disumanizzazione, suprematismo razziale, segregazione territoriale e sfruttamento. Le mobilitazioni di ieri fanno leva su una memoria ancora viva del popolo sudafricano: le immagini del massacro lungo il confine di Gaza non sono poi così distanti nella memoria collettiva dalla stragi di Sharpeville nel 1960, dalla rivolta di Soweto del 1976, ma anche dall’uccisione di 34 minatoria in sciopero a Marikana nell’agosto del 2012. Nena News

La commemorazione tra i rifugiati palestinesi nel Paese dei Cedri: “La prima generazione di rifugiati sta scomparendo, per questo abbiamo una responsabilità ancora maggiore di raccontare ai più giovani la Nakba e di non fargli dimenticare la nostra cultura”

(Foto: Raffaello Rossini/Nena News)

testo di Giovanni D’Ambrosio, foto di Raffaello Rossini

Beirut, 15 maggio 2018, Nena News – “Benvenuto in Palestina”, mi dice Kamal mentre mi fa strada tra il labirinto di minuscole vie, spesso così strette da lasciar passare solo una persona alla volta, che compongono il centro del campo di Chatila. “Per noi tutto questo”, indicando con un gesto delle mani gli alti edifici che ci circondano, “è come essere in Palestina, una Palestina temporanea”. In effetti, superato il posto di blocco dell’esercito fisso nelle vicinanze del campo, ovunque si posi lo sguardo si incontrano simboli che rimandano alla Palestina.

Il murales di un giovane Arafat sorridente sembra salutarci mentre ci avviciniamo all’entrata del campo. Bandiere palestinesi sono sparse un po’ ovunque, sui tetti degli edifici o sui balconi, insieme a quelle gialle di Fatah e a quelle rosse del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina. Il campo si estende su circa un chilometro quadrato ed è rimasto tale dall’anno della sua fondazione nel 1949. Allora gli abitanti non erano più di 4mila e molti ricordano i decenni passati richiamandosi curiosamente all’altezza degli edifici. Spesso mi è capitato di ascoltare, “dovevano essere gli anni ’60, quando Chatila era ancora alta due piani”.

(Foto: Raffaello Rossini/Nena News)

Oggi di persone ce ne sono tra le 20 e le 30mila, di cui circa la metà sono palestinesi e gli edifici sono talmente alti e ravvicinati da non permettere alla luce del sole di raggiungere il suolo. Siamo alla vigilia dell’anniversario della Nakba, la “catastrofe”, ovvero l’istituzione dello Stato d’Israele e l’occupazione della Palestina storica. La guerra del 1948 e le azioni delle milizie sioniste hanno causato l’esodo e l’espulsione di più di 700mila palestinesi nei paesi circostanti. Convinti di poter tornare nelle loro terre finita la guerra, da settant’anni i rifugiati palestinesi e i loro discendenti, divenuti col tempo circa cinque milioni, lottano generazione dopo generazione per vedere riconosciuto il loro diritto al ritorno stabilito anche dal diritto internazionale (e ribadito a varie riprese) dall’articolo 11 della risoluzione 194 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, approvata l’11 dicembre 1948.

(Foto: Raffaello Rossini/Nena News)

Jamila fa parte della seconda generazione di rifugiati, ovvero la prima ad essere nata e cresciuta in un campo rifugiati in Libano. È la direttrice del centro di Chatila di Beit Atfal Assumoud, un’associazione palestinese nata nel 1976 in seguito al massacro del campo di Tel al-Zaatar per opera dei falangisti, partito cristiano di estrema destra famoso in seguito per il massacro di Sabra e Chatila del 1982, con lo scopo di dare soccorso ai bambini palestinesi rimasti orfani.

Oggi l’associazione si è estesa e lavora in tutti i campi del Libano, una decina, e ha diversificato le sue attività incentrandole sul sostegno alle famiglie e sull’educazione. Alla domanda che le pongo sul significato di questo giorno a settant’anni dalla Nakba mi risponde: “Se tu chiedi a un bambino dell’asilo – dice indicandomi i piani superiori – da dove viene, lui ti risponderà che è palestinese, non libanese, e ti dirà anche il villaggio d’origine della sua famiglia. Noi viviamo qui con i nostri corpi, ma le nostre menti sono ancora nella nostra terra. Io, per esempio, sono di Yajur. Un piccolo villaggio nel nord della Palestina, vicino a Haifa, accanto a una montagna che si chiama Karmel, verde tutte le stagioni dell’anno. In primavera il villaggio è invaso dal profumo dei fiori e il mare dista solo quindici minuti a piedi. Il fiume Muqatta porta acqua fresca e dolce al villaggio; non come qui”, riferendosi alle condizioni di vita insalubri del campo,“che l’acqua è salata e non esistono spazi verdi. Per questo è difficile dimenticare, capisci? Sono giorni difficili ma dobbiamo continuare a mantenere viva la speranza che un giorno torneremo nella nostra terra”.

(Foto: Raffaello Rossini/Nena News)

Jamila non ha mai visto il suo villaggio, che dal 1948 è rimasto disabitato, ma si sente comunque fortunata poiché i suoi genitori le hanno trasmesso i ricordi e il sentimento di appartenenza a quella terra. “La prima generazione di rifugiati sta scomparendo – mi dice – per questo noi abbiamo una responsabilità ancora maggiore rispetto al passato di raccontare ai più giovani queste storie e di non fargli dimenticare la nostra cultura. Da qui l’importanza della commemorazione della Nakba e del lavoro che facciamo ogni giorno a Beit Atfal Assumoud”.

Il giorno dopo l’intervista sono invitato al campo di Bourj el Barajneh per assistere alle attività organizzate dall’associazione in vista del 15 maggio. Due pullman, uno dal campo di Mar Elias e l’altro da quello di Chatila, portano bambini e famiglie dei tre campi di Beirut a incontrarsi nel centro di Bourj el Barajneh dove una sala è stata addobbata per l’occasione con le bandiere e i colori palestinesi. L’atmosfera è quella di una chiassosa festa popolare. Bambini e ragazzi si esibiscono, indossando vestiti tradizionali, in canti e balli che ricordano la loro terra e rivendicano il diritto al ritorno dei rifugiati. I discorsi dal palco improvvisato ripetono ciò che Jamila mi aveva già spiegato il giorno prima. La trasmissione della memoria e l’accento posto sull’identità e sulla cultura palestinese sono forme di resistenza pacifica all’occupazione.

(Foto: Raffaello Rossini/Nena News)

In tutto il Libano associazioni palestinesi e solidali si sono mobilitate con varie attività per l’anniversario della Nakba e per riportare l’attenzione della comunità libanese e internazionale sulla mancanza di giustizia sociale e di diritti civili dei rifugiati residenti nel paese. È proprio lo scopo, ad esempio, di una passeggiata in bicicletta organizzata da Heartbeats to Palestine e appoggiata dalla campagna BDS che, attraversando il Libano da nord a sud nel fine settimana dell’11 e 12 maggio, ha percorso 200 chilometri fino a raggiungere il confine israeliano, in aperta polemica con il Giro d’Italia fatto partire da Israele.

I palestinesi in Libano vivono in uno stato di estrema marginalizzazione. Come mi racconta Kassem Aine, direttore generale di Beit Atfal Assumoud, “i palestinesi pagano le contraddizioni e le divisioni confessionali interne della società libanese. Non abbiamo la cittadinanza, poiché avercela significherebbe cambiare gli equilibri religiosi del paese incidendo sul sistema politico confessionale presente, né abbiamo alcun tipo di riconoscimento politico e la maggior parte di noi è soggetta a costanti discriminazioni. Al di fuori dei campi sono più di una trentina i lavori che non possiamo praticare, come fare il medico, l’ingegnere, o addirittura il tassista. Per poter lavorare al di fuori dei campi serve un permesso che è molto difficile da ottenere, per cui tanti palestinesi rinunciano a farne domanda. Non ci è inoltre possibile passare le nostre proprietà legalmente acquistate in eredità ai nostri famigliari. La stessa terra dov’è costruito il campo di Chatila non ci appartiene ma è affittato dall’UNRWA e l’affitto scadrà tra una ventina d’anni”.

(Foto: Raffaello Rossini/Nena News)

“Noi non vogliamo la nazionalità”, mi ripetono alcuni collaboratori dell’associazione, “noi vogliamo diritti. In Libano ci lasciano vivere, o sopravvivere, e nessuno ci obbliga ad andarcene. Ma questa non è casa nostra, non abbiamo bisogno del passaporto, abbiamo bisogno di lavoro e di poter vivere in pace”.

Mentre mi risuonano in mente i versi finali di una poesia di Mahmoud Darwish, […]Tutti i cuori degli uomini sono la mia nazione, ritiratemi pure questo passaporto; in tutti i campi palestinesi le persone si preparano alle manifestazioni che domani mattina, 15 maggio, avranno luogo nei vari campi per poi muoversi nel pomeriggio verso il confine israeliano e ricordare così a loro stessi e agli altri che dopo settant’anni dalla “catastrofe”, il popolo palestinese è ancora pronto a lottare per il riconoscimento del proprio diritto a esistere. Nena News

Parla l’analista Mukreir Abu Saada: siamo stati abbandonati anche dal mondo arabo, in questo contesto sfavorevole i palestinesi hanno diritto a leader migliori di quelli attuali che non si impegnano per la riconciliazione

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 15 maggio 2018, Nena News – Lo sdegno e il dolore tra gli abitanti di Gaza per questa nuova strage ‎di civili sono aggravati dalle reazioni morbide giunte dai Paesi arabi ‎ed occidentali. Tanti non mettono in discussione la versione fornita ‎dall’esercito israeliano, secondo il quale i soldati non avrebbero fatto ‎altro che aprire il fuoco, con precise regole d’ingaggio, su “violenti” e ‎‎”terroristi” manovrati, se non addirittura pagati, dal movimento ‎islamico Hamas per compiere attentati.

Ciò mentre si moltiplicano le ‎condanne di Israele da parte dei centri per i diritti umani ‎internazionali . Su questo e altri temi abbiamo intervistato l’analista, ‎Mukreir Abu Saada, docente di scienze politiche all’Università al ‎Azhar di Gaza city.‎

La decisione di Donald Trump di trasferire l’ambasciata ‎statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme è stato il motivo scatenante ‎delle ultime manifestazioni di protesta palestinesi a Gaza. I morti ‎solo nelle ultime ore sono stati oltre 50, eppure fate fatica a far ‎sentire la vostra voce. 

Il mondo non riesce a capire che queste manifestazioni palestinesi ‎a ridosso delle linee con Israele non sono frutto di macchinazioni ‎politiche ma l’esito di 11 anni di assedio totale di Gaza che colpisce ‎due milioni di persone innocenti. La condizione di Gaza non è più ‎sostenibile, la popolazione non ce la fa più. Certe forze politiche ‎sono coinvolte, senza dubbio, ma i palestinesi vanno al confine con ‎Israele per chiedere una una vita normale, per avere la libertà. Le ‎manifestazioni andranno avanti spontaneamente e non perché sia ‎tutto telecomandato a distanza come sostiene Israele. Qualcuno deve ‎intervenire, la comunità internazionale o i Paesi della regione, non lo ‎so ma qualcuno deve agire per mettere fine a tutto questo.‎

Questo intervento internazionale non sembra all’orizzonte e il ‎governo israeliano agisce in un contesto molto favorevole. Gli Stati ‎uniti hanno trasferito la loro ambasciata a Gerusalemme e alcuni ‎Paesi arabi, in particolare l’Arabia saudita ed altre monarchie del ‎Golfo, rafforzano le relazioni con Israele. Per i palestinesi non sarà ‎facile far emergere le loro ragioni.

Un nuovo massacro di palestinesi è avvenuto qui a Gaza nel ‎giorno del passaggio da Tel Aviv a Gerusalemme dell’ambasciata ‎statunitense e a poche ore dal 70esimo anniversario della Nakba. Di ‎fronte a tutto ciò il mondo arabo tace, al massimo balbetta, non fa ‎nulla per proteggere i palestinesi. Non si può negare, ci hanno ‎dimenticato. Certo, capisco che alcuni dei Paesi arabi fanno i conti ‎con crisi interne, conflitti e problemi economici e sociali molto ‎gravi. Altri, come le monarchie del Golfo, sono occupati dal loro ‎scontro a distanza con l’Iran e per loro la questione palestinese non ha ‎più rilevanza. Israele e Usa prendono vantaggio da questa situazione ‎e dalle divisioni esplose in questi anni tra i Paesi arabi.‎

Neppure la strage di decine di civili di Gaza pare aprire la ‎strada alla riconciliazione tra il movimento islamico Hamas e ‎l’Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen.

E’ sconcertante. Neppure di fronte al sangue che è stato sparso a ‎Gaza Hamas e Abu Mazen riescono a trovare l’intesa auspicata da ‎tutti per realizzare la riconciliazione nazionale. Il popolo palestinese ‎merita una leadership migliore, e mi riferisco ad entrambe le parti. ‎Sino ad oggi il nostro popolo non è stato in grado di darsi una nuova ‎direzione politica e di rinnovare i leader che controllano la loro vita ‎quotidiana. L’unica speranza è che la continuazione delle proteste e ‎della manifestazioni (lungo le linee con Israele, ndr) metta sotto ‎pressione l’Anp e Hamas fino a spingere queste due forze a fare i ‎conti con la realtà e ad agire soltanto nell’interesse del popolo ‎palestinese. Però non sono ottimista perché negli ultimi 11 anni, ‎Israele ha lanciato tre grandi operazione militari contro Gaza e altre ‎più piccole facendo migliaia di morti e feriti. Neppure questo ha ‎indotto le fazioni palestinesi rivali a ricucire lo strappo e a dare vita a ‎una politica nuova, ecco perché guardo con un certo distacco alla ‎possibilità della riconciliazione. Temo che ci vorrà molto di più per ‎convincere l’Anp e Hamas a voltare pagina. ‎

Michele Giorgio è su Twitter: @michelegiorgio2

Ieri 59 morti a Gaza, un massacro mentre i vertici statunitensi e israeliani festeggiavano l’inaugurazione della nuova sede dell’ambasciata Usa a Gerusalemme. E oggi i palestinesi commemorano i 70 anni dalla catastrofe

A Gaza ieri (Foto: Ma’an News)

AGGIORNAMENTI:

ore 12.30 – Studenti protestano all’università di Tel Aviv

Foto: Hadash Tel Aviv, Tel Aviv University

ore 12 – Stati Uniti bloccano comunicato del Consiglio di Sicurezza su Gaza

Gli Stati Uniti hanno impedito con il veto l’emissione di una bozza di comunicato del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che chiedeva l’apertura di un’inchiesta indipendente sulla strage di ieri a Gaza: “Il Consiglio di Sicurezza esprime il suo oltraggio e il suo dolore per l’uccisione di civili palestinesi che esercitvano il diritto alla protesta pacifica – si leggeva nella bozza, visionata dall’Afp – Chiede un’inchiesta indipendente e trasparente sulle azioni per garantire l’individuazione delle responsabilità”.

ore 11.50 – Onu:  Diritto a difendersi non giustifica la violenza

Oggi l’ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite di Ginevra ga condannato “la sconvolgente violenza letale” da parte delle forze armate israeliane e ha chiesto un’inchiesta indipendente. Il portavoce Colville ha aggiunto che il diritto alla difesa di Israele non è la giustificazione all’uso di forza letale contro palestinesi che si avvicinano a una barriera.

ore 11.15 – Scontri ad Aida, Betlemme. Negozi chiusi per lo sciopero

Fonti palestinesi riportano di scontri in corso nel campo profughi di Aida a Betlemme tra manifestanti ed esercito israeliano. Ci sarebbero due arresti. A Gerusalemme est, Gaza e Cisgiordania tutti i negozi sono chiusi, come gli uffici pubblici, le banche e le scuole. A Ramallah hanno risuonato le sirene a commemorare il giorno della Nakba mentre migliaia di persone stanno manifestando nelle principali città palestinesi. Sotto, immagini da Betlemme di Sahera Dirbas.

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della redazione

Gaza/Roma, 15 maggio 2018, Nena News – Cinquantanove morti, il più grande aveva 39 anni il più giovane otto mesi: ieri a Gaza è stato un massacro. Usando cecchini, artiglieria e aviazione l’esercito israeliano ha aperto il fuoco su decine di migliaia di manifestanti negli accampamenti lungo le linee di demarcazione tra la Striscia e Israele. I primi morti sono arrivati già in tarda mattinata a pochi minuti dalla ripresa della Marcia del Ritorno: a fine serata il bilancio è di 59.

Tra loro sei minori, la più piccola aveva otto mesi, Leila al-Ghandour: è morta per l’inalazione di gas lacrimogeni, che sono piovuti a centinaia ben distante dalla barriera, dentro gli accampamenti, alcuni dei quali hanno preso fuoco. Il bilancio potrebbe salire: i feriti sono 2.771, alcuni in condizioni estremamente gravi in un’enclave dove gli ospedali sono al collasso per le carenze strutturali dovute al blocco israeliano, che compie 11 anni, e a causa dell’enorme numero di feriti delle ultime sei settimane di proteste, quasi 10mila.

Secondo i dati forniti dal Ministero della Salute di Gaza, almeno 1.204 palestinesi sono stati colpiti da proiettili, 79 al collo, 161 alle braccia, 62 alla schiena e al petto, 52 allo stomaco, 1.055 alle gambe. Oltre 200 feriti sono minori, 78 donne.

E oggi, 70esimo anniversario della Nakba, le proteste proseguiranno: se ieri le manifestazioni hanno avuto nel mirino il trasferimento dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, oggi 13 milioni di palestinesi nel mondo commemorano la catastrofe del 1948, l’espulsione di un milione di persone dalle loro terre e la distruzione di circa 530 villaggi da parte delle milizie paramilitari sioniste.

Ieri sera il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mahmoud Abbas, ha dichiarato tre giorni di lutto per la strage di Gaza, mentre comitati popolari e partiti hanno lanciato per oggi lo sciopero generale in tutti i Territori Occupati. E oggi sarà anche il culmine della Marcia del Ritorno, la grande iniziativa popolare lanciata da organizzazioni e comitati della Striscia il 30 marzo scorso, Giornata della Terra.

Giorno di lutto anche in Turchia, su decisione del governo di Ankara che ha ritirato l’ambasciatore da Stati Uniti e Israele dopo il massacro compiuto ieri su civili disarmati, per stessa ammissione dell’esercito israeliano. Eppure la Casa bianca ieri, mentre i suoi rappresentanti festeggiavano a Gerusalemme, non ha espresso alcuna condanna a Tel Aviv, ma al contrario ha attribuito la responsabilità della strage ad Hamas: “Crediamo che Hamas sia responsabile di quanto accade – ha detto il vice segretario alla stampa Raj Shah – Crediamo che Hamas come organizzazione sia impegnato in un’azione cinica che conduce a queste morti. Israele ha il diritto di difendersi”.

Poco chiaro da cosa, visto che di fronte i soldati avevano palestinesi disarmati. Per questa ragione il Sudafrica ieri ha ritirato il proprio ambasciatore da Israele e stamattina l’Economic Freedom Fighters sudafricano ha chiesto all’ambasciatore israeliano di lasciare il paese. Il Kuwait ha invece chiesto una riunione d’urgenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu per discutere quanto accaduto ieri nella Striscia. Nena News

 

Nuovi arresti per proteste per i rincari dei biglietti della metro, altro duro colpo ai magri stipendi degli egiziani. E mentre cresce il numero dei prigionieri politici, diventa strutturale la misura della custodia cautelare contro attivisti politici e giornalisti

Il fotoreporter egiziano Mahmoud Abu Seid, in carcere dall’agosto 2013

di Pino Dragoni

Roma, 15 maggio 2018, Nena News – Sono almeno ventidue le persone fermate dalla polizia nella giornata di venerdì al Cairo per le proteste contro l’aumento improvviso del costo dei biglietti della metropolitana. Alcuni disordini sono scoppiati spontaneamente in diverse stazioni metro della capitale egiziana in seguito all’annuncio di un incremento del 350% del prezzo dei biglietti. Molti pendolari hanno iniziato a scavalcare i tornelli e a urlare slogan contro i rincari, in alcuni casi bloccando i binari e scatenando la reazione della polizia.

Il regime recitando il solito copione accusa i Fratelli Musulmani di aver istigato le proteste, in realtà segnale di un diffuso malessere sociale. Il governo dichiara che gli aumenti serviranno a migliorare il servizio e compensare le perdite della società dei trasporti. Ma è evidente il nesso tra questa decisione e le misure di austerità che dal 2016 il regime sta portando avanti per poter accedere ai prestiti del Fondo Monetario Internazionale, che hanno già causato un’inflazione oltre il 30% e una gravissima perdita di potere d’acquisto per classi lavoratrici e il ceto medio.

Gli aumenti arrivano proprio a pochi giorni dall’inizio del mese di Ramadan, un periodo dell’anno in cui le famiglie hanno più spese da sostenere. Secondo un attivista locale, che ha commentato la notizia sul suo profilo Facebook, il regime ha già in programma altri tagli sostanziosi ai sussidi sui carburanti, che entreranno in vigore subito dopo la fine del mese sacro per i musulmani.

Il movimento dei Socialisti Rivoluzionari denuncia che con le nuove tariffe il costo mensile per i pendolari sarà l’equivalente di un quarto del salario minimo, un’assurdità per un paese in cui il 30% della popolazione vive ormai al di sotto della soglia di povertà. Intanto, secondo l’Egyptian Center for Economic and Social Rights attualmente dieci persone (sette uomini e tre donne) sarebbero ancora detenute per le proteste di venerdì. Rischiano condanne fino ai 5 anni con le accuse di assembramento, manifestazione e interruzione di pubblico servizio.

La legge che proibisce le proteste, emanata nel novembre 2013, in tre anni ha portato in carcere circa 10.400 persone. Lo rivela una dettagliatissima inchiesta pubblicata in questi giorni sul portale indipendente Mada Masr intitolata “Prigionieri per sempre”, che si concentra sull’uso della custodia cautelare come misura punitiva per gli oppositori politici. La detenzione preventiva per gli imputati in attesa di processo è infatti diventata negli ultimi anni una prassi consolidata, che colpisce soprattutto gli islamisti, ma anche attivisti laici e di sinistra, giornalisti e ricercatori. In mancanza di dati ufficiali, l’inchiesta getta luce su un fenomeno che solo recentemente ha iniziato ad emergere nella sua ampiezza.

Da misura preventiva la custodia cautelare è diventata un modo per prolungare a oltranza la detenzione dei prigionieri politici, senza alcuna possibilità di appello contro i continui rinnovi del provvedimento. Il caso tristemente più noto è quello di Shawkan, il giovane fotoreporter in carcere da cinque anni la cui udienza è stata rimandata più di sessanta volte. In migliaia di casi nel periodo monitorato la detenzione supera gli stessi limiti stabiliti per legge. Più il processo è politico, più le decisioni finiscono per essere arbitrarie e a discrezione del giudice, è il commento degli autori.

E dietro le sbarre la vita per i prigionieri politici rischia di diventare un inferno. È di una settimana fa la denuncia del centro Nadeem per le vittime di tortura per le condizioni del leader islamista moderato Abdel Moneim Aboul Futuh. Arrestato a febbraio durante la campagna per le presidenziali, il 67enne a capo del partito Egitto Forte, detenuto nel famigerato carcere di Tora, ha avuto quattro attacchi cardiaci in meno di tre mesi.

Nonostante le gravi condizioni di salute, i giudici hanno finora rifiutato il trasferimento in ospedale, e l’anziano oppositore continua ad essere mantenuto in isolamento in “condizioni disumane”. La negligenza medica intenzionale “equivale ad una lenta condanna a morte,” una “tortura indiretta” secondo il centro Nadeem, che ha censito 59 casi del genere nei primi tre mesi del 2018. Nena News

Il comunicato dell’associazione palestinese per la tutela dei rifugiati e degli sfollati interni a 70 anni dalla catastrofe palestinese del 1948

di Badil

Betlemme, 15 maggio 2018, Nena News – Per il popolo palestinese, 70 anni di Nakba si traducono in sette decenni di oppressione, colonialismo e apartheid da parte di Israele; di indifferenza da parte di una comunità internazionale che ha scelto di ignorare i propri obblighi e le proprie responsabilità ai sensi del diritto internazionale; di un processo di pace inconsistente e iniquo. Nonostante 70 anni di Nakba, tuttavia, il popolo palestinese non ha rinunciato a chiedere il rispetto dei propri diritti fondamentali – il diritto al ritorno alle proprie terre, e il diritto all’autodeterminazione.

Oggi, su una popolazione complessiva di 12.7 milioni, almeno 8.26 milioni di palestinesi sono “forcibly displaced” (sfollati forzati) in tutto il mondo. Fin dalla propria costituzione, lo Stato israeliano ha messo in pratica politiche di annessione territoriale, colonizzazione e trasferimenti forzati di popolazione, negando agli sfollati palestinesi le riparazioni dovute a fronte delle gravi violazioni di diritti umani e di diritto umanitario subite (in particolare, il diritto al ritorno, alla restituzione delle proprietà perdute, e al risarcimento monetario).

Il rimanente terzo, coloro che non sono sfollati forzati, sparsi su tutto il territorio della Palestina Mandataria, è soggetto a continue politiche di trasferimento forzato da parte di Israele.

Negli ultimi anni Israele e Stati Uniti hanno promosso una dura campagna contro UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino ‎Oriente), la principale agenzia internazionale incaricata di fornire assistenza umanitaria ai rifugiati palestinesi, chiedendo di porre termine al suo mandato. Non è la prima volta che assistiamo al tentativo, da parte di Israele, di delegittimare UNRWA. Così come non è la prima volta che l’amministrazione Usa applica, o minaccia di applicare, drastici tagli ai finanziamenti della stessa agenzia come forma di ricatto politico.

UNRWA è finanziata quasi esclusivamente da contributi volontari: in questo modo, l’efficacia dei suoi progetti è subordinata alla volontà e al beneplacito dei suoi finanziatori, esponendo pericolosamente l’Agenzia a interferenze e pressioni politiche esterne. Ciò è tanto più evidente se si guarda all’atteggiamento degli Usa e Israele a partire dal processo di Oslo in poi, in cui risulta plateale la sistematica messa in atto di una strategia finalizzata, sul piano generale, ad annichilire i diritti fondamentali del popolo palestinese e, nello specifico, i diritti dei rifugiati e degli sfollati interni palestinesi.

La scomparsa di UNRWA, la cui sola esistenza testimonia il fallimento della comunità internazionale di fronte alla più longeva e numerosa crisi di rifugiati, è uno degli obiettivi di tale strategia: ad oggi, UNRWA sta affrontando una grave crisi finanziaria, che ha significativamente compromesso le capacità dell’Agenzia di ‎soddisfare anche i bisogni umanitari più basilari.

Gli attacchi statunitensi non si sono limitati a UNRWA. Oltre ad Israele stesso, gli Stati Uniti sono stati l’unico paese a riconoscere ufficialmente Gerusalemme capitale di Israele, quando il presidente Donald Trump ha annunciato, il 6 dicembre 2017, l’imminente trasferimento dell’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme. Negli ultimi 70 anni, l’intera comunità internazionale ‎ha respinto le pretese sovraniste israeliane su Gerusalemme, negandone ogni legittimità – coerentemente con quanto affermato da numerose risoluzioni ONU.

Le dichiarazioni di Trump non solo sono contrarie al diritto internazionale, ma rappresentano anche l’espresso appoggio statunitense all’illegittima annessione israeliana di Gerusalemme Est e delle colonie illegalmente costruite attorno alla città‎. Le recenti politiche Usa riguardo ai rifugiati, a UNRWA e allo status di Gerusalemme non fanno che dimostrare l’inadeguatezza degli Stati Uniti a svolgere il ruolo di mediatore nel processo di pace, a causa del proprio sostegno incondizionato nei confronti di Israele.

Di fronte al mancato rispetto dei propri diritti, i palestinesi hanno reagito organizzando, dagli anni Novanta in poi, la “Marcia del Ritorno”, che ogni anno si svolge in un diverso ex-villaggio palestinese spopolato durante la Nakba (oggi territorio israeliano). La Marcia del Ritorno‎ è‎ diventata un punto di riferimento per i palestinesi cittadini israeliani e ha visto la sempre più‎ crescente partecipazione di persone di ogni appartenenza politica e di ogni provenienza ‎geografica, in particolare dei giovani palestinesi.

Questa iniziativa ha influenzato la pi‎ù recente Marcia del Ritorno nella Striscia di Gaza, a cui hanno partecipato centinaia di palestinesi gazawi e brutalmente repressa da parte delle forze di occupazione israeliane. Dal 30 marzo 2018, Israele si è ‎reso responsabile della morte di 51 palestinesi (oltre 100 nel momento in cui pubblichiamo questo intervento) e del ferimento di oltre 5.000 palestinesi, in violazione della Convenzione di Ginevra e dello Statuto della Corte Penale Internazionale. Ancora una volta, si rende evidente la necessità di assicurare protezione alla popolazione palestinese ‎e chiarire le responsabilità di Israele.‎

La mancanza di soluzioni giuste e durevoli per i rifugiati palestinesi è‎, inoltre, di importanza fondamentale nel quadro dei sanguinosi conflitti che stanno attraversando il Medio Oriente, in particolare in Siria. Dei 560.000 rifugiati presenti sul territorio, 400.000 sono sfollati (120.000 hanno lasciato il paese, mentre altri 280.000 sono sfollati interni) e necessitano di immediata assistenza umanitaria.

I diritti inalienabili del popolo palestinese, primi fra tutti il diritto all’autodeterminazione e il diritto alle riparazioni per i torti subiti, non possono che essere frustrati di fronte all’approccio politico e umanitario adottato dalla comunità internazionale.‎ È più che mai necessaria l’adozione di un “rights-based approach”, ossia una strategia ‎che ponga al centro il rispetto di tali diritti fondamentali. Ignorare tale necessità significa mantenere uno status quo dove manca ogni forma di protezione internazionale e significa condannare i palestinesi a un destino di esilio forzato.

La passività e l’indifferenza della comunit‎à internazionale non riguardano solo coloro che sono già stati cacciati dalle proprie case, ma rappresentano un incoraggiamento nei confronti di Israele a conquistare altro territorio ed esiliare altri palestinesi, nella più totale impunità.‎

PHROC (Palestinian Human Rights Organizations Council) ritiene che una soluzione giusta e durevole non possa essere raggiunta senza l’adozione di una strategia basata sulla giustizia, sul diritto internazionale, e sugli atti internazionali rilevanti – tra tutti, la risoluzione 194 dell’assemblea generale ONU e la risoluzione 237 del consiglio di sicurezza ONU. Ancora una volta, è‎ più che mai necessario che la comunità‎ internazionale:

– Assuma tutte le misure per assicurare il rispetto da parte di Israele dei propri obblighi ai sensi del diritto internazionale umanitario e del diritto internazionale dei diritti umani;
– Faccia adeguata pressione per assicurare protezione internazionale ai rifugiati palestinesi, anzitutto per garantire la realizzazione del diritto al ritorno alle proprie case d’origine e il diritto all’autodeterminazione;
– Assicuri un finanziamento regolare a UNRWA, al fine di garantire assistenza umanitaria e protezione a tutti i palestinesi in stato di bisogno.

Con metà dei voti scrutinati il primo partito è la coalizione Sairoun, seconde le milizie sciite, solo terzo il favorito premier al-Abadi. Un voto di rottura, verso formazioni che presentano nuove priorità. Terremoto nei rapporti con l’Iran: se le milizie sono legate a doppio filo a Teheran, lo sciita al-Sadr non è affatto un filo-iraniano

Le urne irachene, sabato scorso (Foto: Rudaw)

della redazione

Roma, 14 maggio 2018, Nena News – I risultati sono ancora parziali, solo la metà dei voti sono stati scrutinati. Ma i primi dati forniti dalla Commissione elettorale mescolano le carte irachene: alle elezioni parlamentari iracheni, che si sono svolte sabato (bassa l’affluenza, poco superiore al 44%) il favorito, l’attuale primo ministro al-Abadi a capo della coalizione Nasr, “Vittoria”, sarebbe solo terzo. Eppure un recente sondaggio dava la sua popolarità alle stelle: il 79% degli iracheni gradiva la sua politica, soprattutto dopo l’annuncio dello scorso dicembre di sconfitta dello Stato Islamico.

In testa al momento c’è la coalizione Sairoun, “In cammino insieme”, formata dal movimento del religioso sciita Moqtada al-Sadr e dal Partito Comunista iracheno. Segue al secondo posto la coalizione Fatah, “Conquista”, che riunisce le unità di mobilitazione popolare, ovvero le milizie sciite legate all’Iran e guidate dal potente Hadi al-Amiri.

Secondo la Reuters che ha visionato un documento della Commissione elettorale, Sairoun sarebbe prima con 1.3 milioni di voti e 54 seggi su 329, Fatah seconda con 1.2 milioni di voti e 47 seggi e al-Abadi terzo con un milione di preferenze e 42 seggi.

Sul piano geopolitico lo sconquasso è visibile: se al-Sadr non è affatto un filo-iraniano, anzi, ha sempre criticato la longa manus di Teheran sugli affari iracheni tanto d andare a far visita alla monarchia saudita lo scorso anno (stessa cosa fece quasi in contemporanea al-Abadi). le milizie sciite sono in qualche modo la principale espressione dell’Iran in Iraq, armate e addestrate dalla unità di élite delle Guardie Rivoluzionari del generale Suleimani.

Si resta in attesa, dunque, dei risultati definitivi: la vittoria di al-Sadr non significa in automatico la possibilità di formare un governo, una coalizione più ampia sarà di certo necessaria. C’è ancora molto da capire, soprattutto in termini di disaffezione della popolazione (più di un iracheno su due non si è recato alle urne) e di priorità nel post Isis: in molti hanno riconosciuto la loro preferenza a forze relativamente nuove o comunque di rottura, vuoi la forza militare delle milizie sciite, vuoi il discorso anti-corruzione, riformista e a sostegno della classe operaia di al-Sadr. Amiri e al-Sadr sono al momento primi in quattro delle dieci province scrutinate.

Certa è la presa di Baghdad da parte di sadristi e comunisti: Sairoun è prima nella capitale, ma anche nelle province di Wasit, al-Muthanna, Diyala e Dhi Qar. Fatah delle milizie sciite vincerebbe invece Bassora, Kerbala, Babil e al Qadisiya, dunque le aree sud a maggioranza sciita. A Baghdad al-Abadi sarebbe solo quinto, prima di lui il rivale diretto, l’ex premier al-Maliki al terzo posto, e la coalizione sunnita Watanuya dell’ex primo ministro Allawi. Nena News

DIRETTA. La Città Santa blindata per il trasferimento dell’ambasciata statunitense. Israele raddoppia le truppe sia a Gaza che in Cisgiordania dove sono previste manifestazioni di protesta per tutta la giornata: già numerosi i morti palestinesi, centinaia i feriti. Ieri intanto gli israeliani hanno festeggiato il Jerusalem day: foto e video

Gaza, gas lacrimogeni e fuoco israeliano (Fonte: Twitter)

AGGIORNAMENTI:

ore 12.50 – Altre due vittime a Gaza: bilancio sale a 10 morti

ore 12.45 – Scontri a Qalandiya, migliaia di palestinesi in marcia a Gaza

Sono in corso scontri in Cisgiordania, a Betlemme, Hebron e Qalandiya, il checkpoint tra Gerusalemme e Ramallah. Sono intanto migliaia i palestinesi che stanno marciando a Gaza verso il confine. Qui le foto di Ma’an News.

ore 12.30 – Strage a Gaza: almeno otto uccisi in poche ore, oltre 700 i feriti

In pochi minuti il bilancio delle vittime a Gaza è salito a 8, oltre 700 i feriti. L’esercito israeliano ha ucciso Ubaida Salim Farhan, 30 anni, Mohammad Ashraf Abu Sitta, 26, Izza ad-din Musa as-Simak, 14, Izz ad-din Nahid al Awiti, 23, Bilal Ahmad Abu Diqqa, 26 anni. In precedenza erano stati uccisi Ibrahim Abu Laila, 29 anni, e Anas Qudeih di 21. L’ottava vittima non è stata ancora identificata

ore 12.05 – Seconda vittima a Gaza

Secondo palestinese ucciso dall’esercito israeliano nella Striscia, a est di Jabaliya, nel nord di Gaza: Ibrahim Abu Laila di 29 anni

ore 12 – Manifestazione a Ramallah per il diritto al ritorno. Video di Michele Giorgio:

 

ore 11.30 – Cento feriti a Gaza, un morto

Sono già cento i feriti a Gaza, lungo le linee di demarcazione con Israele, e si parla già di una vittima, il 21enne Anas Qudeih, secondo le prime informazioni del Ministero della Salute palestinese, colpito a Khan Younis: le truppe israeliane hanno già aperto il fuoco e sparato gas lacrimogeni contro i manifestanti che da sei settimane sono accampati al confine. Secondo alcuni testimoni, i gas sono stati lanciati direttamente sulle tende degli accampamenti a oltre 500 metri di distanza dalla frontiera. Ieri il ministro dell’Educazione israeliano Naftali Bennett alla Israel Radio ha avvertito i palestinesi: la barriera sarà un “muro di ferro” e chiunque si avvicinerà sarà considerato un “terrorista”

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della redazione

Roma/Gerusalemme, 14 maggio 2018, Nena News – Una giornata di enorme tensione aleggia sull’intera Palestina storica: oggi l’ambasciata statunitense sarà ufficialmente trasferita nel quartiere di Arnona, a Gerusalemme. All’inaugurazione prenderanno parte i vertici dello Stato israeliano, con il premier Netanyahu e il presidente Rivlin in testa, e alti funzionari statunitensi: se mancherà Trump, che invierà un suo video, ad assistere ci saranno la figlia Ivanka e il genero, nonché consigliere per il Medio Oriente Jared Kushner.

E se l’Unione Europea non parteciperà per la posizione di contrarietà a modifiche unilaterali dello status di Gerusalemme, alcuni paesi membri rompono con Bruxelles: alle celebrazioni andranno i rappresentanti di Austria, Romania, Ungheria, Repubblica Ceca e forse Bulgaria.

Le celebrazioni di ieri a Gerusalemme (Foto: Michele Giorgio/Nena News)

La data non è scelta a caso: ieri Israele ha celebrato il Jerusalem Day, il giorno di Gerusalemme, che festeggia la “riunificazione” della città, ovvero l’occupazione nel 1967 della sua parte est, palestinese, e l’annessione totale della città santa, atto illegale secondo la comunità internazionale. E proprio ieri Gerusalemme si è riempita di israeliani in festa, in tutta la Città Vecchia fino alla Spianata delle Moschee dove sono scoppiati scontri con i palestinesi.

A seguire i video girati da Michele Giorgio ieri a Gerusalemme:

 

 

E per oggi sono attese manifestazioni in tutta la Palestina storica: una marcia di gerusalemiti e palestinesi del ’48, ovvero i palestinesi cittadini israeliani, si svolgerà in Città Vecchia, mentre alle 10 è prevista una grande manifestazione nella piazza al-Manara a Ramallah. Proteste anche a Gaza. In vista della mobilitazione palestinese, che protesta per l’ambasciata Usa ma anche per i 70 anni di Nakba, che cadono domani, le autorità israeliane hanno mobilitato l’esercito: raddoppiate le truppe intorno la Striscia  e in Cisgiordania, dove domani sono previste marce di decine di migliaia di persone verso i confini. A Gerusalemme ad operare sarà invece la polizia.

 

Intervista audio a Mustafa Barghouti, attivista di Mubadara e della campagna Bds:

http://nena-news.it/wp-content/uploads/2018/05/intervista-Mustafa-Barghouti-.mp3
Dalla piazza al-Manara di Ramallah parla padre Giulio, da poco eletto nel Comitato centrale dell’Olp:

 

Già questa mattina a Gaza l’aviazione ha lanciato volantini e l’artiglieria leggera sparato gas lacrimogeni di avvertimento per dire ai palestinesi di stare lontano dalle linee di demarcazione orientali. A Khan Younis, nel sud della Striscia, le forze israeliane hanno aperto il fuoco e ferito un palestinese alla gamba.

Negozi palestinesi chiusi nella Città Vecchia di Gerusalemme (Foto: Michele Giorgio/Nena News)

Si temono altre giornate di sangue: dal 30 marzo, quando in occasione della Giornata della Terra, è iniziata la grande marcia del ritorno nella Striscia, il fuoco aperto dai cecchini israeliani ha ucciso almeno 54 persone – l’ultima è morta sabato sera, un 15enne ferito venerdì – e ne ha ferite oltre 7mila, molte in modo gravissimo e rese disabili a vita. Nena News

Intervista a Avraham Burg, politico e scrittore israeliano, ex presidente della Knesset: «La società israeliana si è radicalizzata perché, come nel resto del mondo, il welfare è stato demolito dalla filosofia neoliberista e la solidarietà sociale da politiche identitarie»

La “presentazione” di Netanyahu contro l’Iran (Foto: Reuters/Amir Cohen)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 14 maggio 2018, Nena News – Bombe israeliane su Damasco (ormai di una frequenza inquietante), missili siriani sul Golan, decisioni unilaterali dell’amministrazione Usa stanno conducendo la regione verso una pericolosa escalation bellica. Ne abbiamo discusso con Avraham Burh, «Avrum», politico e scrittore israeliano, già presidente della Knesset, ex membro del Partito laburista e oggi della formazione di sinistra Hadash.

Il conflitto che Israele sta costruendo contro l’Iran si fa concreto. Quali sono gli obiettivi del governo Netanyahu?

Sono diversi. La prima ragione delle manovre tra due dei principali attori regionali, Israele e Iran, è l’immediato futuro della Siria, una lotta tattica e strategica. Spostandoci sul medio termine, la motivazione di Israele è evitare la libanizzazione della Siria, con milizie in stile Hezbollah, e dunque evitare che proxy dell’Iran si stabilizzino ai confini israeliani. La motivazione iraniana è opposta: una striscia di terra che dall’Iran passi per le zone sciite irachene, la Siria fino al Libano. Il terzo elemento, quello di lungo periodo, è la creazione da parte israeliana di una zona di influenza, in contrasto con quella iraniana: una coalizione Usa, Israele, Egitto e Arabia saudita, dove i sauditi giochinno da pivot della coalizione.

Di nuovo giovedì il ministro della difesa israeliano Lieberman ha lanciato un appello ai paesi del Golfo per la creazione di un asse anti-Teheran.

Non sono però così certo che una tale alleanza possa reggere. Il Medio Oriente non è quello che si vede, è luogo pieno di specchi: non sai mai qual è l’oggetto reale e quale il suo riflesso. Di base, se si vuole dividerlo tra sciiti e sunniti, è chiaro che Israele ha scelto il secondo fronte. Ma se si va a vedere in profondità non è così semplice. Un esempio: l’Iran sostiene Hamas che è una formazione sunnita. Il Medio Oriente è come il caffè arabo: bisogna aspettare che la polvere si posi in fondo alla tazzina per capire. Per questo non sono affatto sicuro che una simile alleanza possa davvero realizzarsi: in mezzo ci sono diversi elementi che potrebbero interferire, a partire dal ruolo della Turchia.

In tale contesto la società israeliana ha vissuto una polarizzazione ulteriore, dagli anni ’90 si è spostata a destra, si è radicalizzata. Un effetto delle politiche dei governi post-laburisti o la trasformazione è avvenuta alla base?

Se si guarda al processo vissuto dall’Italia negli ultimi 20 anni è piuttosto simile a quello in Israele: le politiche di Berlusconi e Netanyahu sono entrambe state fondate sull’apparenza mediatica, mentre il welfare veniva demolito dalla filosofia neoliberista e la solidarietà sociale distrutta da politiche identitarie. Il processo è identico, globale. La differenza sta nella presenza, in Israele, di un conflitto con i palestinesi che si sviluppa nell’ambito di dinamiche di trasformazione delle società e frammentazione della solidarietà interna.

Il nemico interno collante di una società frammentata sul piano socio-economico: i palestinesi sono lo strumento per evitare l’esplosione di conflitti interni?

Oggi assistiamo alla combinazione tra la divisione interna israeliana e la radicalizzazione dell’attitudine verso i palestinesi. Questo ha fatto venir meno qualsiasi spinta verso una soluzione. Abbiamo una leadership palestinese debole, una leadership israeliana priva di interesse verso il dialogo, una diversità di interessi da parte dei paesi vicini, un presidente pazzo alla Casa bianca e un’Europa invisibile. Non ci sono più attori, come successo con Oslo, che sostengano l’apertura di un dialogo.

Viene meno anche la legalità internazionale: il trasferimento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme, lunedì, è un atto simbolico o il preludio a cambiamenti strutturali?

Trump non ha una politica chiara, è impossibile definirlo e comprenderlo. È possibile che oggi ripaghi i suoi amici conservatori in America e in Israele e che domani invece «ricatti» Israele: ho spostato l’ambasciata, ho creato un conflitto con l’Iran, ora dovete accordarvi con i palestinesi. Chissà. Di certo l’Occidente ha perso il controllo su tutto e Israele fa quel che vuole. A muovere i fili in Medio Oriente sono i vari imperi e i loro alleati locali, l’impero americano, il russo, il persiano e quello neo-ottomano.

Israele, allo stesso tempo, gode ancora di appoggio in Europa per la crescente islamofobia e perché visto come modello di sicurezza.

Non esiste un’Europa sola, ma due: un’Europa dell’est che d’improvviso si scopre «giudeofila» per giustificare la sua islamofobia; e poi un’Europa dell’ovest preda di poteri nuovi come in Italia i 5stelle, che non hanno idea della questione. In tale caos dominato dalla paura, in nome di una falsa sicurezza si sacrificano i diritti. E il modello è Israele.

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

FOTO E VIDEO. Testimonianze dal corteo nazionale per la Palestina, a 70 anni dalla Nakba e in contemporanea con la manifestazione di Milano. Decine le adesioni di associazioni e movimenti

video e foto di Chiara Cruciati e Roberto Prinzi

Roma, 14 maggio 2018, Nena News - Sabato a Roma 5mila persone hanno marciato accanto al popolo palestinese a settant’anni dalla Nakba: giovani palestinesi, rifugiati da anni in Italia, decine di movimenti di base, associazioni e comunità hanno risposto all’appello del Coordinamento delle comunità palestinesi in Italia e di Udap, l’Unione democratica araba palestinese, da anni attive nel nostro paese.

Intervista a Bassam Saleh, rappresentante della Comunità palestinese di Roma:

La parola ad una giovane rifugiata palestinese:

Parla Patrizia Cecconi, autrice e attivista di ritorno da Gaza:

Incontro con Marco Ramazzotti Stockel, Ebrei contro l’Occupazione

Intervista a Shafik Kurtam, presidente della Comunità palestinese della Campania

La giornata:

 

 

L’associazione israeliana per i diritti umani lancia un appello contro il trasferimento forzato delle comunità palestinesi nei Territori Occupati. Con un video e materiali in italiano

 

di B’Tselem

Roma, 12 maggio 2018, Nena News – Non stiamo parlando di qualcosa di ipotetico. Si tratta invece di qualcosa che sta accadendo proprio ora, ogni giorno: Israele sta cercando di trasferire migliaia di palestinesi che vivono in circa 200 comunità agropastorali nell’area C della Cisgiordania. Dozzine di queste comunità sono a rischio di sfratto immediato, mentre altre subiscono angherie, violenze e ruberie di ogni genere.

L’espulsione di questi residenti (teoricamente “protetti”) dalle loro case che si trovano in un territorio occupato costituisce un reato, sia che l’espulsione venga attuata usando la forza bruta, sia rendendo la vita dei residenti così insopportabile da farli andar via, apparentemente di loro spontanea volontà. In entrambi i casi, il trasferimento forzato è vietato e costituisce crimine di guerra.

La strategia di Israele consiste nel proibire ai palestinesi la costruzione di edifici, siano essi pubblici o privati. Viene anche negata loro la possibilità di allacciarsi al sistema idrico e a quello elettrico oppure di pavimentare le strade. In alcune comunità, Israele ha demolito sia le case che le infrastrutture allestite dai residenti, come pannelli solari per generare energia, cisterne per l’acqua e strade di accesso. In aggiunta, i militari fanno esercitazioni sui pascoli e sui campi di alcune comunità e a volte persino in mezzo alle aree abitate.

Questa non è altro che una forma di violenza statale organizzata e continua, che ha lo scopo di ridurre al minimo la presenza palestinese in Cisgiordania, concentrando i residenti in alcuni siti ed espropriandoli della loro terra e delle loro proprietà.

Cosa puoi fare?

Fare pressioni sulle autorità israeliane si è spesso dimostrato un modo per prevenire, o almeno rimandare, la realizzazione di certi progetti. Anche in questo caso, le proteste pubbliche –in Israele e in altri paesi– possono aiutare queste comunità palestinesi a restare sulla loro terra e possono contribuire ad evitare la distruzione delle loro case. Il biasimo della pubblica opinione è un prezzo che Israele non vuol pagare e preferirebbe generalmente evitare. Noi possiamo alzare questo prezzo.

Perché Israele vuole sloggiare questi abitanti?

L’obiettivo di Israele consiste nel creare quanti più fatti compiuti possibile sul terreno, per rendere disponibile sempre più terra per gli insediamenti e per arrivare a una situazione in cui sia più facile annettere l’area C (unilateralmente o sulla base di un futuro accordo) e comunque, fino a quel momento, annettersi de facto la terra. A questo scopo, Israele vuole appropriarsi di quanta più terra possibile di queste comunità. Mentre cerca di far questo, Israele sospende la vita stessa della regione. La scusa ufficiale è quella di “far rispettare le leggi di pianificazione e costruzione” e lo fa demolendo quelle che definisce “costruzioni illegali” e allontanando i residenti dalle terre che ha unilateralmente dichiarato “poligoni di tiro”. Tutte queste sono spudorate bugie: lo stato sa perfettamente di aver fatto in modo che i Palestinesi dell’area C non avessero alcuna possibilità di costruire o di allestire infrastrutture in modo legale.

Dove avviene tutto questo?

Israele concentra i suoi sforzi su tre aree della Cisgiordania:

1. Le colline a sud di Hebron: In questa zona vivono circa 1000 persone, una metà delle quali sono minorenni. I militari cominciarono il trasferimento forzato degli abitanti alla fine del 1999, col pretesto che quella terra era stata dichiarata “poligono di tiro” fino dagli anni 1980.

2. La zona di Ma’ale Adumin: Negli anni 1980 e 1990, l’Amministrazione Civile espulse centinaia di Beduini della tribù Jahalin al fine di istituire e poi ampliare l’insediamento di Ma’ale Adumin. I residenti furono trasferiti in un sito permanente creato per loro vicino alla discarica di rifiuti di Abu Dis, perdendo così la possibilità di accedere ai pascoli che erano il loro mezzo di sopravvivenza. Oggi altri 3000 residenti circa, sono a rischio di imminente espulsione. Questo numero comprende 1400 persone che vivono in un’area che Israele definisce come E1 e che è destinata all’espansione di Ma’ale Adumin, in modo da creare una continuità abitativa tra l’insediamento e Gerusalemme.

3. La Valle del Giordano: Circa 2700 Palestinesi vivono in quest’area, in una ventina di comunità pastorali. L’esercito ha dichiarato gran parte delle terre in cui vivono “poligoni di tiro” e svolge esercitazioni militari vicino alle loro case. In alcune comunità, i residenti sono periodicamente costretti a lasciare le loro abitazioni in modo che i soldati possano esercitarsi nelle immediate vicinanze.

Perché i palestinesi non costruiscono in modo legale?

Perché Israele ha reso impossibile farlo. Si è appropriato di tutti i poteri di pianificazione e di costruzione nell’area C e l’Amministrazione Civile si rifiuta di redigere piani urbanistici per le comunità palestinesi. Quando i residenti, non avendo altra scelta, costruiscono comunque case, edifici pubblici e infrastrutture, Israele minaccia di demolire queste “strutture illegali” e in alcuni casi mette in atto la minaccia. Israele ha creato una situazione burocratica senza uscita che impedisce a queste comunità qualsiasi costruzione e qualsiasi sviluppo legale.

Se il trasferimento forzato è illegale, non sarebbe meglio combatterlo con le armi della legalità e adire all’Alta Corte Israeliana di Giustizia?

La realtà quotidiana in Cisgiordania è una sistematica violazione della legge compiuta da Israele, grazie a una quantità di norme e di ordinanze militari decise senza il coinvolgimento dei Palestinesi che vivono nella regione. Il problema è che, al momento attuale, non esiste una istituzione a livello mondiale che possa far rispettare realmente la legge internazionale. All’interno di Israele, le battaglie legali sostenute da queste comunità sono riuscite a dilazionare nel tempo demolizioni e trasferimenti. Tuttavia, l’Alta Corte di Giustizia non ha preso una posizione chiara sull’illegalità delle politiche israeliane. In alcuni casi, i giudici hanno persino approvato la demolizione di case e di infrastrutture, pur sapendo che i residenti non avevano dove altro andare. Nena News

 

Oggi il paese va alle urne per le prime parlamentari dopo l’invasione dello Stato islamico. La strana alleanza comunisti-sadristi, la lista mista del premier al-Abadi: obiettivo dichiarato un futuro non settario. Ma restano corruzione e appartenenze etniche e confessionali

Manifesti elettorali in Iraq

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 12 maggio 2018, Nena News – Fuori dalla sede del Partito comunista iracheno, a Baghdad, sventolano le bandiere della Sairoun Alliance, la coalizione nata in occasione delle parlamentari tra il movimento del religioso sciita al-Sadr e la fazione marxista.

Dentro, i poster di membri del partito uccisi o arrestati nelle varie ondate repressive. Nessun riferimento all’Islam, caratteristica che ha accompagnato la lunga vita, quasi centenaria del Pci, e che muove dubbi sulla scelta di unire le proprie forze a quelle di un movimento religioso.

Il segretario, Raid Jahed Fahmi, è di opinione diversa: al centro dell’alleanza tra laici e islamisti, tra comunisti e sadristi, stanno i poveri, la classe operaia e una cittadinanza devastata economicamente e socialmente da corruzione e disoccupazione: «Sempre più persone – dice in un’intervista a Middle East Eye – iniziano a capire che i loro problemi non dipendono dalle differenze tra comunità, ma dall’incapacità e la corruzione del governo, da cattive politiche economiche. Molte idee di Marx sono attualissime, specialmente quelle sulla globalizzazione. Siamo ancora ispirati dall’approccio marxista, nel modo di analizzare la società, la proprietà, la natura delle contraddizioni».

Tra pochi giorni le urne daranno il verdetto. Oggi si aprono: 24 milioni di iracheni sono chiamati a eleggere il nuovo parlamento, 329 deputati che nomineranno primo ministro e presidente. Il voto è iniziato già giovedì per 800mila membri di polizia ed esercito e per 850mila di cittadini all’estero.

A questi si aggiungono milioni di sfollati interni su cui i numeri variano, come variano le previsioni di effettiva affluenza alle urne: se nel 2014, con l’inizio dell’occupazione dell’Isis dell’ovest del paese, gli sfollati raggiunsero la cifra record di sei milioni, oggi sono calati (2,9 milioni secondo l’Unhcr, 2,6 per l’agenzia Ocha).

Nei giorni scorsi la Commissione elettorale ha garantito il diritto al voto, dopo che la stampa aveva denunciato l’impossibilità per chi non risiedeva più nel proprio territorio di infilare la scheda nell’urna. In particolare per chi viveva nelle zone contese tra il governo centrale di Baghdad e il governo regionale del Kurdistan, ovvero Kirkuk e Sinjar. Secondo la Commissione non c’è da temere: gli sfollati potranno votare in 166 seggi dedicati in 70 campi nel Kurdistan iracheno.

Difficile capire che ne sarà delle centinaia di migliaia di sfollati che non hanno mai trovato ospitalità in campi riconosciuti, bloccati in una terra di nessuno, a sud di Kirkuk e a ovest di Mosul. Sono sunniti, provenienti dalle province di Anbar e Ninewe, le più colpite dall’occupazione del «califfato», liberate nel corso degli ultimi due anni ma mai ricostruite.

Al centro della sfida elettorale sta proprio il post-Isis, variamente declinato: la ricostruzione fisica, ma soprattutto quella politica, con i tentativi dei vari fronti di superare i settarismi che hanno dilaniato l’Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein. A contendersi i 329 seggi saranno 6.990 candidati di 87 partiti diversi, di cui 2.011 donne a cui saranno garantiti 83 seggi (il 25%). Altri nove seggi sono riservati alle minoranze.

Sul fronte sciita lo scontro principale sarà interno all’ex coalizione Dawa: il premier uscente al-Abadi si presenta con la Nasr Coalition (Vittoria) contro il predecessore al-Maliki a capo di State of Law.

Il primo porta alle urne il suo bagaglio: la (quasi) sconfitta dell’Isis, l’evitata indipendenza curda, la risalita della produzione petrolifera e il manifesto Vision 2030, riforme ispirate a quelle saudite condite con una caccia al voto sunnita in chiave anti-settaria con candidati misti e provenienti da tutte e 18 le province irachene e (prima volta nella storia) comizi nelle zone curde e sunnite. Ma porta anche aumento della disoccupazione, calo dei salari e corruzione rampante.

Terzo incomodo sarà la Sairun Coalition di al-Sadr e Pci, con il primo interessato a solidificare la figura di leader non settario ma nazionale costruita negli anni mobilitando decine di migliaia di persone in campagne anti-corruzione.

E infine, quarta formazione sciita, le unità di mobilitazione popolare, le milizie legate all’Iran che puntano al riconoscimento politico per il ruolo nella campagna di liberazione dall’Isis: si presentano con la coalizione Fatah (Conquista), guidata da Hadi al-Amiri, capo delle milizie Badr, le più potenti oltre che le più direttamente legate a Teheran, armate e addestrate dalle unità al Quds del generale Suleimani. Una fedeltà che apre a un ampliamento della già radicata influenza iraniana (come accadrebbe con al-Maliki), a cui altre correnti (lo stesso al-Abadi ma anche al-Sadr) hanno fatto muro presentandosi nei mesi scorsi alla corte saudita.

Per i curdi correranno i due rivali di Puk e Kdp, oltre al partito di opposizione Gorran, entrambi indeboliti dal fallimentare referendum per l’indipendenza del settembre 2017 e delle faide interne ai clan di riferimento, Talabani e Barzani.

Chi punta alla rinascita è il frammentato fronte sunnita, marginalizzato dal governo sciita post-invasione Usa e appesantito da una leadership ormai poco credibile, dalle limitanti appartenenze tribali e dall’incapacità di difendere i territori dall’Isis. Due le liste principali: al-Qarar al-Iraqi, con a capo l’attuale vice presidente al-Nujaifi e il fratello governatore di Mosul, e Wataniya Alliance dello speaker del parlamento al-Jabouri. Deboli e divisi: più di un analista prevede che tanti sunniti voteranno al-Abadi, comunque popolare in tutto il paese.

L’orizzonte politico è dunque destinato a cambiare, ad accantonare il motto «demografia è democrazia», scusa a governi esclusivamente sciiti? Improbabile: le nuove posizioni anti-settarie di leader storicamente portatori di interessi di parte, confessionali o tribali, appare un mero make up retorico necessario a invogliare una popolazione delusa, stanca di divisioni, attentati, invasioni. E su cui ora più di prima pesano i potenti vicini, Iran e Arabia saudita.

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