Nena news

Condividi contenuti
Agenzia Stampa Vicino Oriente
Aggiornato: 1 giorno 9 ore fa

ISRAELE-PALESTINA. Bambini (palestinesi) nel mirino

Mer, 25/03/2015 - 11:05

Politiche di occupazione e impunità. Sono gli ingredienti di un uso sproporzionato della forza da parte dei militari israeliani che spesso aprono il fuoco, con proiettili veri, anche contro i minorenni. Quest’anno sono già trenta quelli rimasti feriti. La denuncia di Defence for Children

della redazione

Roma, 25 marzo 2015, Nena News – Sono trenta i minorenni palestinesi feriti dai militari israeliani nei primi tre mesi dell’anno in Cisgiordania e a Gerusalemme est. Lo riferisce un rapporto dell’organizzazione Defense for Children International-Palestine (DCIP), spiegando che il ritmo a cui si stanno verificando i ferimenti a colpi di arma da fuoco non fanno prevedere una diminuzione per i prossimi mesi o un cambiamento di strategia da parte Israeliana. È la conferma di un uso sproporzionato della forza contro i palestinesi, già denunciato lunedì durante la sessione speciale del Consiglio dei Diritti umani dell’Onu, a Ginevra, boicottata da Israele.

L’anno scorso undici ragazzi sono stati uccisi dal fuoco degli israeliani che utilizzano proiettili veri per disperdere le manifestazioni dei palestinesi, ma soltanto in un caso è stata aperta un’indagine e c’è stato un rinvio a giudizio. Di solito i responsabili restano impuniti. Le corti militari israeliane raramente perseguono membri delle Forze armate: dal 2002 al 2012 ci sono state 117 incriminazioni su 2.207 casi di ferimenti di minorenni palestinesi con armi da fuoco. Si tratta più o meno del 5 per cento dei casi, fa notare il gruppo israeliano per i diritti umani Yesh-Din.

DCIP ha inoltre sottolineato che i bambini e i ragazzi feriti non rappresentavano una reale minaccia all’incolumità dei militari che hanno aperto il fuoco. Secondo le regole delle Forze armate israeliane, l’impiego di proiettili veri è consentito in caso di una minaccia letale diretta, ma di solito si è trattato di ragazzi disarmati, spesso colpiti mentre lanciavano pietre durante le proteste contro l’occupazione israeliana dei Territori palestinesi.

Il dato più sconfortante, però, è che non si rileva alcun cambiamento della politica israeliana e dell’atteggiamento delle forze di sicurezza. L’impunità di cui godono i soldati israeliani fa sì che continuino ad aprire il fuoco, utilizzando munizioni vere, anche contro minorenni. Negli ultimi quindici anni sono stati uccisi quasi novemila palestinesi e di questi almeno 1.900 erano minorenni.

Il rapporto arriva due giorni dopo la sessione speciale del Consiglio di Diritti umani dell’Onu (Unhrc), a Ginevra, che ha discusso le violazioni israeliane durante l’offensiva militare contro la Striscia di Gaza della scorsa estate (oltre duemila morti e migliaia di sfollati tra i palestinesi) e nei Territori occupati.

La ferocia della distruzione e l’elevato numero di vittime civili pone seri dubbi sul fatto che Israele abbia rispettato i principi del diritto umanitario internazionale della proporzionalità, della distinzione e della precauzione nell’attacco”, ha detto Makarim Wibisono, inviato speciale dell’Onu per i Diritti umani nei Territori e a Gaza, criticando duramente anche l’embargo che tiene la Striscia “in una stretta mortale che non consente alla persone neanche di aiutarsi da sole”. Hanno invece parlato palesemente di crimini contro l’umanità i delegati di alcuni Paesi arabi. La sessione è stata disertata da Israele e Stati Uniti.

A luglio invece è atteso il rapporto della commissione d’inchiesta Unhrc sul conflitto a Gaza. L’uscita del documento sta innervosendo Tel Aviv che ha chiesto che l’intera inchiesta sia accantonata, poiché la giudica faziosa nei propri confronti.

Ma prima di luglio c’è un altro “appuntamento” che infastidisce lo Stato ebraico. Ad aprile i palestinesi dovrebbero consegnare alla Corte penale internazionale la documentazione per denunciare gli abusi israeliani nei Territori e a Gerusalemme est. Nena News

Categorie: Palestina

YEMEN. Houthi verso Aden, presidente in fuga

Mer, 25/03/2015 - 09:10

Continua l’avanzata del movimento sciita verso Sud. I ribelli hanno occupato una base dell’aviazione usata i raid Usa contro al Qaeda. Il presidente ha lasciato la capitale ombra Aden. Ieri  aveva chiesto al Consiglio di sicurezza dell’Onu di autorizzare i “paesi volontari” a proteggere “l’autorità legittima” 

AGGIORNAMENTO ORE 14.15 – Lega Araba discute intervento in Yemen

Domani la Lega Araba si riunisce per discutere sulla questione Yemen, dove oggi la situazione è precipitata al punto da costringere alla fuga il presidente Hadi. Lo scenario di un intervento militare prende forma dopo l’esortazione del ministro degli Esteri yemenita che ha chiesto ai Paesi arabi di fermare, con l’uso delle armi, l’avanzata degli Houthi.

AGGIORNAMENTO ORE 13.30 – Houthi verso Aden. Taglia sul presidente Hadi

Il presidente avrebbe lasciato la città di Aden e forse persino il Paese, secondo le notizie di stampa. I ribelli Houthi stanno avanzando verso quella che è considerata la capitale ombra di Hadi, la città meriodonale di Aden, e hanno messo una taglia di 100.000 dollari per la cattura del presidente.

AGGIORNAMENTO ORE 11.30 – Hadi in fuga, Houthi avanzano verso Sud

Secondo indiscrezioni riportate dall’Associated Press, il presidente yemenita Abd Rabbo Mansour Hadi ha lasciato la città meridionale di Aden, diventata la sua capitale ombra dopo la fuga da Sana’a. Hadi sarebbe fuggito poche ore prima che il movimento sciita Houthi annunciasse di essersi impadronito della base dell’aviazione dove stanziano le truppe statunitensi ed europee che coadiuvano l’esercito yemenita nel contrasto ad al Qaeeda. La base, da dove partono i droni americani, si trova a meno di 60 chilometri da Aden.

Gli Houthi hanno arrestato il ministro della Difesa, Mahmoud al-Subaihi. Nena News

della redazione

Roma, 25 marzo 2015, Nena News - Riyadh è pronta a intervenire in Yemen. Lo riferisce il quotidiano israeliano Haaretz citando fonti dell’amministrazione Usa, le quali hanno confermato ieri che l’Arabia Saudita starebbe mobilitando le sue truppe verso la frontiera sud-occidentale. La mossa, spiega il quotidiano, è in linea con l’avanzata degli Houthi verso il sud dello Yemen, nuova roccaforte del presidente Abd Rabbo Mansour Hadi e del governo a lui fedele che, deposto dai ribelli sciiti nel gennaio scorso, si è riorganizzato ad Aden.

Nonostante i funzionari americani ci tengano a precisare che il contingente saudita, da loro descritto come “significativo”, sembra dispiegato per scopi “difensivi”, proprio ieri il presidente Hadi aveva chiesto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu di autorizzare con una risoluzione l’intervento dei “paesi volontari” per proteggere lo Yemen e “l’autorità legittima dall’aggressione degli Houthi”. Richiesta che era seguita alla dichiarazione di lunedì scorso in cui Riyadh, al termine dei colloqui sulla crisi yemenita con gli altri membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo CCG, aveva offerto “tutti gli sforzi” del gruppo di sceicchi, disposti a prendere “tutte le misure necessarie” per proteggere la regione dall’aggressione degli Houthi.

E’ ormai da qualche mese che le petromonarchie del Golfo – capitanate da Riyadh, che con Sanaa condivide oltre 1.100 chilometri di frontiera – premono sull’Onu perché autorizzi un intervento armato in Yemen contro quello che definiscono “un colpo di stato della milizia sciita nei confronti dell’autorità legittima”. Grande era stata la delusione del CCG quando, a febbraio, il Consiglio di Sicurezza aveva adottato una risoluzione verso Sanaa che non contemplava l’azione secondo il capitolo 7 della Carta delle Nazioni Unite, ovvero l’uso della forza.

Nelle settimane passate sembrava che Riyadh avesse deciso di cambiare strategia, instaurando contatti telefonici con un gruppo di leader Houthi e in contemporanea, lavorando di diplomazia sul potente partito yemenita al-Islah, costola dell’odiatissima Fratellanza musulmana – che i sauditi hanno denunciato come “organizzazione terroristica” – per instaurare di nuovo un dialogo. Strategia, a quanto pare, abbandonata in fretta: i raid aerei in territorio yemenita, spiegano i funzionari Usa, potrebbero partire non appena gli Houthi si avvicinino ad Aden e minaccino l’incolumità del presidente Hadi. Nena News

Categorie: Palestina

Israele boicotta sessione l’Unhrc sul conflitto a Gaza

Mar, 24/03/2015 - 14:54

Al Consiglio dei Diritti umani, a Ginevra, dura denuncia dell’inviato Onu sulle violazioni israeliane durante Margine protettivo. Israele e Usa assenti. Tel Aviv fa pressione per eliminare la commssione d’inchiesta sul conflitto a Gaza, che sta preparando un rapporto in uscita a luglio

Palazzo delle Nazioni, Ginevra

 

della redazione

Roma, 24 marzo 2015, Nena News – Israele e Stati Uniti assenti ieri alla sessione speciale del Consiglio dei Diritti umani delle Nazioni Unite (Unhrc), a Ginevra, che ha discusso la situazione dei Territori palestinesi occupati e dell’offensiva militare israeliana contro la Striscia di Gaza della scorsa estate.

Durante la riunione sono emerse le violazioni israeliane in quei 50 giorni di bombardamenti indiscriminati che hanno ridotto Gaza a un cumulo di macerie e hanno provocato la morte di circa 2.200 persone, tra cui centinaia di bambini. Sono state 73 invece le vittime israeliane, in maggioranza militari.

“La ferocia della distruzione e l’elevato numero di vittime civili pone seri dubbi sul fatto che Israele abbia rispettato i principi del diritto umanitario internazionale della proporzionalità, della distinzione e della precauzione nell’attacco”, ha detto Makarim Wibisono, inviato speciale dell’Onu per i Diritti umani nei Territori e a Gaza, criticando duramente anche l’embargo che tiene la Striscia “in una stretta mortale che non consente alla persone neanche di aiutarsi da sole”. Hanno invece parlato palesemente di crimini contro l’umanità i delegati di alcuni Paesi arabi.

Dichiarazioni che arrivano mentre una commissione d’inchiesta dell’Onu sta preparando un rapporto sul conflitto della scorsa estate che sarà reso pubblico a luglio, e che sta innervosendo Tel Aviv. La presentazione della relazione era prevista per ieri, ma è stato chiesto un rinvio dopo che il capo della commissione ha dovuto dimettersi su pressione di Israele. L’avvocato esperto in Diritto internazionale, William Schabas, ha lasciato l’incarico il mese scorso in seguito alle accuse di parzialità mossegli dallo Stato ebraico per avere lavorato nel 2012 per l’Olp. Accuse respinte da Schabas che, però, ha preferito farsi da parte per non compromettere il lavoro della commissione d’inchiesta. Al suo posto è stato chiamato il magistrate newyorkese Mary McGowan Davis.

Nonostante il passo indietro di Schabas, Tel Aviv vuole che l’intera inchiesta sia accantonata, poiché la giudica faziosa nei suoi confronti. Il dossier sui diritti violati da Israele è nell’agenda di quasi ogni sessione del Consiglio. Il ministero israeliano degli Esteri ha detto alla Reuters che la discussone annuale delle Nazioni Unite sui diritti umani a Gaza e nei Territori occupati “rende Israele oggetto di un’attenzione negativa”. Israele, infatti, vanta il triste primato di essere l’unico Paese al mondo ad avere un punto specifico dell’agenda esclusivamente dedicatogli, quello sulle ripetute violazioni dei diritti umani   nei Territori palestinesi.

Di qui probabilmente la scelta di non partecipare alla riunione di ieri, che però è stata spiegata con un “no comment” del portavoce della delegazione israeliana a Ginevra. Un boicottaggio del Consiglio che era già avvenuto nel 2012, quando in discussione c’erano le violazioni contro i palestinesi perpetrate dai coloni. Se n’è parlato anche ieri, in riferimento alla situazione nei Territori occupati e a Gerusalemme Est, dove vivono circa 500mila coloni in insediamenti illegali, ma che il neo-eletto premier Benjamin Netanyahu ha più volte annunciato di voler espandere e aumentare.

Se le ragioni dell’assenza di Israele sono piuttosto chiare, anche se non ufficiali, quella degli Stati Uniti ha sollevato interpretazioni diverse. La versione ufficiale è che l’inviato Usa, Keith Harper, era a Washington, ma alcuni hanno pensato che sia stato un modo per evitare di doversi schierare dalla parte dell’alleato con cui ultimamente i rapporti sono freddi. La scorsa settimana la Casa Bianca aveva avvertito Tel Aviv che l’incrollabile sostegno di cui ha sempre goduto nei consessi internazionali non era più scontato. Inoltre, in un’intervista all’Huffigton Post dopo le elezioni israeliane, il presidente Barack Obama ha usato toni duri su Netanyahu che prima del voto aveva affermato che con lui uno Stato palestinese non vedrà mai la luce. Dichiarazioni che cancellavano dall’orizzonte i negoziati su cui gli Stati Uniti hanno perso la faccia per anni.

Ma se alcuni hanno interpretato l’assenza degli Usa ieri a Ginevra come un segno di raffreddamento dei rapporti tra Washington e Tel Aviv, qualcun altro ha letto la cosa in maniera differente. Secondo il delegato pachistano, che ha parlato a nome dell’Organizzazione della Conferenza islamica, si è trattato di un “tentativo deliberato di minare la credibilità del Consiglio dei diritti umani”.

Gli Stati Uniti non c’erao neanche l’anno scorso (e neppure nel 2013), in aperta opposizione con il punto 7 dell’agenza, quello in cui si biasima Israele per il suo comportamento nei confronti dei palestinesi dei Teritori occupati e di Gaza. Nena News

Categorie: Palestina

«I coloni israeliani ci prendono la casa»

Mar, 24/03/2015 - 13:42

La vicenda della famiglia Sob Laban minacciata di espulsione dalla sua abitazione adiacente a un edificio dei coloni nei pressi della Spianata delle Moschee. Il 31 maggio i giudici decideranno la sorte della famiglia palestinese che, nel frattempo, raccoglie sostegni. Destra israeliana scatenata dopo vittoria schiacciante di Netanyahu. GUARDA IL VIDEO

Mustafa Sub Laban

testo, video e foto di Michele Giorgio    il Manifesto

Gerusalemme, 24 marzo 2015, Nena News – Benyanim Netanyahu, ad appena una settimana dal trionfo elettorale, si appresta a formare il suo governo con gli ultranazionalisti e i religiosi. Ha quattro settimane a disposizione ma non gli occorre tanto tempo. L’unica difficoltà che deve affrontare sono gli appetiti dei suoi partner della coalizione che reclamano ministeri importanti, a cominciare da quello dell’edilizia, “centro di comando” della colonizzazione. Proprio i coloni israeliani, entusiasti per l’esito del voto e per le promesse fatte dal premier, vanno avanti con i loro progetti. Ovunque, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

Una attività intensa, che non conosce soste. Ne sa qualcosa Mustafa Sob Laban, 65 anni, pensionato. «Viviamo nella paura, ci aspettiamo che da un momento all’altro arrivino quelli di Ataret Cohanim (una organizzazione di coloni israeliani che opera nella città vecchia di Gerusalemme, ndr) assieme alla polizia e ci buttino fuori dalla casa dove la nostra famiglia vive dal 1953», ci dice accogliendoci nei pochi metri quadrati dove vivono in otto. Lui e la moglie Noura, Rafat il figlio più giovane, Ahmad il figlio sposato con sua moglie e tre bimbi. «Il più piccolo ha 3 anni, il più grande 9 e si chiama Mustafa, come me. Ora sono fuori casa, chi all’asilo e chi a scuola», ci racconta con in volto l’espressione felice di tutti i nonni quando parlano dei nipotini.

Il 31 maggio l’Alta Corte di Giustizia israeliana esaminerà il ricorso contro l’espulsione presentato dalla famiglia palestinese. Mustafa, moglie e figli non si fanno tante illusioni, rischiano di ritrovarsi senza un tetto e di dover lasciare la casa dove pensavano di rimanere fino alla fine dei loro giorni. Domenica scorsa centinaia di palestinesi, attivisti stranieri e alcuni israeliani, hanno manifestato davanti alla casa minacciata di occupazione al grido di “Basta discriminazioni, no ai coloni”, “Proteggiamo la famiglia Sob Laban”. Mustafa ha capito di non essere solo.

La casa dei Sob Laban è in Aqbat al Khaldiyya, nel cuore del quartiere musulmano della città vecchia di Gerusalemme. È a pochi metri da Suq al Qattanin, uno degli ingressi più spettacolari sulla Spianata della moschea di al Aqsa. E dal terrazzino di casa Sob Laban la cupola dorata della moschea della Roccia è incredibilmente vicina, una illusione ottica la fa apparire a portata di mano. Accanto all’abitazione sventola una bandiera israeliana, che segna la presenza di un istituto religioso nazionalista. La differenza di ampiezza degli ingressi dei due edifici simboleggia i rapporti di forza. Ampio e restaurato quello israeliano, un portoncino di colore verde sbiadito quello della famiglia palestinese. Quelli di Ataret Cohanim dal loro stabile, occupato tanti anni fa, si sono già spostati in quello accanto. Dal porticino malandato si accede subito a due appartamenti dove ora vivono i coloni. I Sob Laban sono qualche gradino più in alto e resistono, da decenni.

«È una storia lunga – spiega Musfafa –, questa casa è affittata dal 1953. A quel tempo i nostri genitori pagavano l’affitto alle autorità giordane (che hanno occupato Gerusalemme Est dal 1948 al 1967, ndr), e quando sono arrivati gli israeliani hanno continuato a versarlo alle nuove autorità. Tutti i mesi, regolarmente». Nel 1984 un giudice israeliano ordina ai Sob Laban di lasciare la casa, perchè pericolante. «I lavori di ristrutturazione sono andati avanti per cinque anni e quando siamo tornati abbiamo trovato l’ingresso della nostra casa sbarrato dai coloni – continua Mustafa –, dopo un’altra lunga battaglia legale, nel 2001 una corte israeliana ha sentenziato il nostro diritto ad aprire un nuovo ingresso.

Mustafa Sub Laban

Purtroppo la vicenda non si è fermata quell’anno e nel 2010 quelli di Ataret Cohanim ci hanno intimato di lasciare la casa. Infine lo scorso 14 settembre ci è stato consegnato un ordine di sgombero del tribunale di Gerusalemme che, sostenendo una nostra presunta morosità, ha dato ai coloni il diritto di occupare casa nostra. Ma noi abbiamo sempre versato l’affitto e anche l’arnona (simile all’italiana IMU)». I coloni da parte loro sostengono che la casa apparteneva, prima del 1948, ad una famiglia ebrea e che i Sob Laban non avrebbero versato sempre l’affitto. «Sono pretesti – dice Mustafa -, usati dai coloni per toglierci la casa. E la legge israeliana fa il loro gioco».

Istituto religioso ebraico accanto alla casa di Mustafa Sub Laban

Questa non è una storia di proprietà contese, di inquilini morosi e di carte bollate. Questa è la battaglia per Gerusalemme, che ogni giorno oppone i coloni israeliani, vogliosi di «redimere» la zona araba occupata nel 1967, e i palestinesi che si oppongono come possono ad una costante azione di penetrazione, non solo nella città vecchia. Ai piedi della mure antiche, a Silwan, altre cinque famiglie palestinesi hanno ricevuto nei giorni scorsi un ordine di demolizione. Le loro case sono abusive, dicono le autorità comunali israeliane. I coloni che agiscono contro le leggi e le risoluzioni internazionali invece sono “in regola” e in attesa del nuovo governo amico scavano, costruiscono, occupano. Nena News

GUARDA IL VIDEO: 

Categorie: Palestina

YEMEN, l’abisso è ormai vicino

Mar, 24/03/2015 - 12:44

La situazione è ormai fuori controllo nel Paese dove gli sciiti huthi provano ad avanzare a sud verso Aden, i jihadisti (qaedisti e ora anche gli affiliati allo “Stato Islamico”) rivendicano sanguinosi attentati e gli uomini del deposto presidente Hadi chiedono l’intervento militare dei Paesi del Golfo.

Combattente Houthi. Foto di Abdulrahman Hwais/EPA

di Roberto Prinzi

Roma, 24 marzo 2015, Nena News - I recenti eventi in Yemen stanno spingendo il paese “verso una guerra civile”. A dirlo è stato domenica l’inviato speciale delle Nazioni Unite nel paese, Jamal Ben Omar. Intervenendo ad una riunione di emergenza convocata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, Ben Omar ha dichiarato che se non vengono fatti “passi immediati, il paese scivolerà in un conflitto ancora più violento”. Pertanto ha lanciato il suo appello esortando “tutte le parti [del conflitto] a riconoscere la gravità della situazione e a terminare le ostilità astenendosi dalle provocazioni e dall’uso della violenza”. L’allarme è inquietante, i tempi sono brevi: “se non si raggiunge al più presto una situazione politica, lo Yemen potrebbe diventare come la Siria, la Libia e l’Iraq”.

Le valutazioni di Ben Omar non appaiono affatto esagerate. Soprattutto se si considera che nelle stesse ore in cui pronunciava queste parole, i ribelli houthi occupavano la città di Taiz e il suo aeroporto dopo duri scontri con le forze fedeli al deposto presidente Hadi. In un messaggio televisivo trasmesso domenica, un preoccupato Hadi aveva invitato i suoi sostenitori a mobilitarsi nel sud del paese (sua roccaforte) nel tentativo di fermare l’avanzata degli houthi. Il presidente fuggitivo – qualche settimana fa è riuscito a trovare rifugio ad Aden scappando dalla ormai ostile Sana’a controllata dagli houthi – aveva sfidato le forze sciite definendo il loro governo “un golpe contro la legittimità costituzionale”. In modo provocatorio Hadi aveva implorato i suoi sostenitori ad alzare la bandiera yemenita sulle montagne di Maran (un fortino degli houthi) e aveva attaccato pubblicamente l’Iran perché, a detta sua e di molti analisti, sostiene i ribelli (accusa negata, però, sia dagli houthi che da Tehran) .

Ad una situazione ormai fuori controllo, l’Onu ha provato ieri a porre un freno. Ben Omar ha annunciato, infatti, che nuovi colloqui di riconciliazione tra le parti belligeranti si terranno a Doha in Qatar in una data ancora da stabilire sottolineando, però, che se accordo sarà raggiunto, questo sarà siglato a Riyad.

Accordo che, al momento, resta una chimera. Ieri il ministro degli esteri yemenita, in una intervista rilasciata alla tv saudita al-Hadath, ha chiesto a gran voce un intervento militare dei Paesi del Golfo arabo per fermare l’avanzata dei combattenti houthi. Concetto ribadito e approfondito sulle colonne del quotidiano as-Sharq al-Awsat: “chiediamo l’intervento delle forze del Gulf Shield per fermare l’espansione dei ribelli sostenuti dall’Iran” ha dichiarato facendo riferimento alla forza militare delle sei nazioni (Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Oman e Bahrein) che fanno parte del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC). “Abbiamo detto al GCC, alle Nazioni Unite così come alla comunità internazionale che dovrebbe essere imposta una no-fly zone, e che debba essere proibito l’uso degli aerei negli aeroporti controllati dagli houthi”.

A gettare benzina sul fuoco ci ha poi pensato ieri Riyad con il suo ministro degli esteri Saud al-Faisal. Al-Faisal ha affermato che l’Iran sta provando a “seminare un conflitto settario nella regione” aggiungendo, pertanto, che gli stati del Golfo prenderanno tutti i necessari provvedimenti per sostenere l’alleato Hadi. “Se questa questione non si risolve in modo pacifico – ha chiarito durante una conferenza – faremo di tutto per proteggere la regione dall’avanzata [di Teheran]. Ci opponiamo all’intervento iraniano in Yemen. E’ un atto di aggressione”. Ha quindi concluso con un augurio/diktat: “desideriamo proteggere la sovranità yemenita, la legittimità dello Yemen rappresentata da Hadi e speriamo che la crisi possa essere risolta pacificamente”. Ma, qualora ciò non dovesse accadere, “siamo pronti a rispondere a qualunque richiesta del presidente [Hadi], [e a fare] qualsiasi cosa che lo sostenga”.

Al-Faisal, però, non è sembrato altrettanto preoccupato dalla presenza sempre più minacciosa dei gruppi estremisti islamici. Eppure al-Qaeda riunita sotto l’ombrello di Aqap (al-Qa’eda nella penisola arabica) e gli affiliati dello Stato Islamico (Is) guadagnano terreno nel Paese. Proprio l’Is ieri su Twitter ha rivendicato l’attacco di venerdì contro le forze di polizie che ha causato la morte di 29 persone. Come consuetudine del “califfato”, la rivendicazione è stata affidata ad uno scarno comunicato: “i leoni nel Lahj [provincia yemenita del sud, ndr] hanno liquidato 29 apostati”. Dove per apostati si deve leggere sciiti.

Gli uomini del califfo al-Baghdadi si erano assunti la responsabilità anche degli attacchi suicidi di venerdì contro due moschee sciite della capitale Sanaa in cui hanno perso la vita 142 persone. Questi attentati sono stati i primi ad essere rivendicati in Yemen da gruppi affiliati allo Stato Islamico. Finora, infatti, nel Paese le formazioni qaediste non hanno avuto rivali nell’ambito del radicalismo islamico. Le esplosioni e le uccisioni compiute negli ultimi giorni dall’Is segnalano l’ingresso ufficiale nello scenario yemenita degli uomini del “califfo”. Resta da capire come le due forze fondamentaliste opereranno in Yemen: collaboreranno o, come accaduto in Siria, si scontreranno violentemente?

La battaglia sul campo, intanto, non cessa. Da domenica gli houthi controllano Taiz (città di oltre tre milioni di persone a 256 km a sud di Sana’a) e hanno ormai una forte presenza nell’intero governatorato. Circa 350 ribelli sciiti hanno preso il controllo dell’aeroporto internazionale della città e – secondo il Yemen Times – anche di alcuni importanti edifici governativi. Una fonte anonima delle Forze di sicurezze vicine al gruppo houthi ha confermato la notizia aggiungendo anche che i ribelli armati “stanno pattugliando alcuni quartieri di Taiz e hanno allestito alcuni check point nelle aree di Naqil el-Ebel e ar-Raheda che si trovano rispettivamente a 30 e 80 chilometri a sud di Taiz”. Secondo alcuni osservatori la caduta di Taiz potrebbe spianare la strada verso la conquista di Aden (città che ospita Hadi).

Un’avanzata che appare sempre più probabile e imminente. Fadhel Abu Taleb, membro dell’ufficio politico dei ribelli sciiti, ha infatti dichiarato ieri che i comitati popolari degli Ansar Allah (gli houthi) continueranno ad avanzare anche negli altri governatorati del paese per “ripulirli” da al-Qa’eda. Una scusa per fare piazza pulita anche degli oppositori che strizzano l’occhio ai sauditi e che si raccolgono intorno all’ex presidente Hadi.

Continuano, nel frattempo, le proteste a Taiz contro l’occupazione della città da parte dei ribelli sciiti. Decine di migliaia di cittadini anno manifestato ieri contro la presenza degli Houthi e delle forze fedeli all’ex presidente yemenita Saleh (il predecessore di Hadi). Le proteste, che da due giorni hanno luogo in città, sono state duramente represse dalle forze di sicurezze e dagli Ansar Allah con lacrimogeni e cannoni ad acqua. Ma Abu Taleb difende la risposta energica dei suoi uomini: “è nei doveri delle forze di sicurezza fermare i manifestanti che stanno danneggiando edifici, negozi e paralizzano il traffico. Chiunque proverà ad alimentare la sommossa, sarà fermato”. Nena News

Categorie: Palestina

LIBRI: Macerie di Miriam Marino

Mar, 24/03/2015 - 09:44

Il romanzo ha per protagonista Tikva, adolescente israeliana che scopre di essere figlia di una donna palestinese. Inizia da questa scoperta sconcertante un percorso verso la verità fatto di decostruzioni e ricostruzioni che accompagnano la crescita della ragazza fino a una consapevolezza che le renderà impossibile il ritorno nella famiglia israeliana di suo padre.

di Patrizia Cecconi

Roma, 24 marzo 2015, Nena News – Un titolo pesante, proprio come le macerie di vite, di sentimenti, di diritti, di felicità e di bellezze violate che accompagnano quasi ogni pagina di questa storia dolorosa e bella. Una storia che ha per protagonista Tivka, adolescente israeliana che scopre di essere figlia di una donna palestinese. Inizia da questa scoperta sconcertante un percorso verso la verità fatto di decostruzioni e ricostruzioni che accompagnano la sua crescita fino a una consapevolezza che le renderà impossibile il ritorno nella famiglia israeliana di suo padre. 

Macerie che si sostituiscono alle certezze e che provocano disorientamento e dolore, ma anche entusiasmo e coraggio. Quel coraggio che è proprio dell’adolescenza, e che porta Tivka a riconoscersi con altri adolescenti che sanno lottare duramente come adulti, ma che sanno anche innamorarsi teneramente, nonostante il dolore che li avvolge. 

Come sempre nei suoi lavori letterari, Marino afferra la realtà e la trasforma in una finzione narrativa che rende i personaggi - altrimenti schiacciati nel grigiore della cronaca – vivi nelle loro emozioni e capaci di coinvolgere il lettore fino a farlo soffrire d’indignazione o sorridere di tenerezza davanti alle espressioni di questa adolescenza che a dispetto di tutto ama la vita.

Il volume si apre con l’agonia di un geco afferrato da una gatta. Un’agonia prolungata dalla pietà della protagonista, ancora bambina, che cerca di salvarlo. E’ casuale? O è forse una chiave di lettura? Certo, sapendo l’amore dell’autrice per gli animali e in particolare per gatti, resi addirittura protagonisti di alcuni suoi racconti struggenti, la domanda è pertinente, ma l’autrice non dà chiavi interpretative nello svolgersi del romanzo e quello del geco sembra soltanto un episodio che segnala la sensibilità di Tivka davanti al dolore dell’altro. La stessa sensibilità che le farà fare una precisa scelta di campo, dapprima insieme al suo amico israeliano che si batte contro l’occupazione, poi del tutto interna alla società palestinese, reale vittima dello strapotere israeliano che nella famiglia paterna veniva esaltato come patriottismo.

Il romanzo s’intreccia con circa dieci anni di eventi, segnati, quando più quando meno, dai drammi vissuti dal popolo palestinese e va a concludersi col massacro di Jenin del 2002. Anni che vedono nella vita privata di Tivka il fiorire di amicizie profonde e di inaspettati grandi amori e lo spegnersi di vite giovani e giovanissime per mano israeliana o per la disperazione di un dolore che non lascia scampo.

Un romanzo doloroso e bello, fatto di storia vera, terribilmente amara, e di sentimenti delicati eppure forti come le piantine che i detenuti del carcere di Ansar 3, nel deserto, riescono incredibilmente a far crescere tra torture e privazioni imposte dai carcerieri israeliani. E come quelle piantine che sfidano il deserto e i carcerieri, riuscendo a crescere contro ogni perfida legge umana, così il romanzo si chiude con un’aspettativa di speranza nell’attesa che Jamal, il solo volto che ormai riesce a illuminare l’animo di Tivka, veda aprirsi le porte della prigione in cui è rinchiuso senz’altro motivo che quello di essere un palestinese che vuole la Palestina libera. Nena News

MACERIE, di Miriam Marino, Ed. Città del Sole, 2014.

Categorie: Palestina

VIDEO/FOTO. Un milione di kurdi festeggiano il Newroz e la lotta di liberazione

Mar, 24/03/2015 - 08:59

Il 21 marzo a Diyabarkir, sud della Turchia, il popolo kurdo si è riunito per celebrare la primavera e il capodanno, a poche ore dalla strage compiuta dall’Isis a Hasakah, nord della Siria. 

Foto, video e testo di Claudio Locatelli*

Diyarbakir (Turchia), 24 marzo 2015, Nena News - “Biji Biji Kobane, Viva Viva Kobane”: questo lo slogan intonato a gran voce dalle oltre un milione di persone presenti il 21 marzo 2015 al Newroz di Diyarbakir (Amed in lingua curda), il saluto alla primavera, la più importante festività kurda.

Un momento di celebrazione vietato dal governo di Ankara fino all’anno 2000; ancora oggi seppur ormai legalizzato, viene spesso represso o osteggiato in varie forme. Quando si tenta di reprimere un popolo la prima cosa su cui si agisce è la sua felicità: in questo giorno dai colori sgargianti verde, giallo e rosso l’identità kurda si esprime al suo massimo livello, cosi la volontà di resistere e di andare avanti.

Nonostante la forte pioggia i discorsi si alternano a musiche e balli, gli applausi si mescolano al segno di vittoria fatto con la mano. “Questo è un Newroz di resistenza – inizia così Asia Abdullah, co-presidente del PYD, il Partito dell’unione Democratica del Rojava, qui appositamente da uno dei cantoni kurdi presenti in Siria – Nessun potere può indebolire il fuoco del Newroz” continua, riferendosi ai due sanguinosi attacchi terroristici avvenuti proprio il giorno prima al Newroz di Hesekê nel cantone Cizirê del Rojava, dove due autobombe hanno lasciato 20 morti e 70 feriti.

Secondo l’osservatorio per i diritti umani della Siria oltre ai due veicoli vi è stata una terza esplosione nel quartiere di Al-Mufti causata da un kamikaze dell’Isis. Le gang del califfato di  Al-Baghdadi avevano già minacciato i kurdi di trasformare in un bagno di sangue la loro festività principale.

“Biji Biji kobane,Viva Viva Kobane” viene scandito nuovamente in segno di resistenza. Infine, quando la lettera di Ocalan, il leader kurdo per antonomasia, giunge dal carcere Imrali dove è detenuto dallo stato turco fin dalla sua cattura avvenuta nel 1999, il boato fra della folla è immenso. Il messaggio viene letto emblematicamente sia in curdo che in turco e tra i vari punti recita come le “guerre di identità insensate e spietate” sono il risultato della “crisi neo-liberale causata dal capitalismo imperialista e dai suoi collaboratori a livello locale”.

Ribadisce inoltre la linea tenuta dal 2013, sempre annunciata durante un Newroz : “Riteniamo che sia necessario che il Pkk convochi un congresso straordinario per mettere fine a 40 anni di conflitto armato con la Repubblica di Turchia e per adeguarsi allo spirito di questa nuova era”.

La folla si perde all’orizzonte, le bandiere sfuggono alle moltitudini, il volto del loro leader, le effigi dei due principali gruppi combattenti in Siria YPG e YPJ, il simbolo dell’associazione per le donne e molti altri, non si contano davvero più. Nena New

*Osservatore internazionale, delegazione Italiana Newroz 2015 – Diyarbakir (Amed)

 

GUARDA IL VIDEO:

Categorie: Palestina

NIGERIA, tra proclami elettorali e stragi di Boko Haram

Lun, 23/03/2015 - 16:49

Il presidente candidato Goodluck Jonathan  si sta giocando il secondo mandato sul contrasto ai jihadisti. L’offensiva congiunta di Ciad, Camerun, Niger, Nigeria e Benin ha ricacciato la setta di Abubakar Shekau, ma la vittoria non pare imminente. Strage di mogli-schiave a Bama: uccise dai miliziani per evitare che si risposassero con “infedeli”

Il presidente nigeriano Goodluck Jonathan

di Sonia Grieco

Roma, 23 marzo 2015, Nena News – Sabato prossimo 70 milioni di nigeriani sono chiamati alle urne per le presidenziali. Un voto spostato dal 14 febbraio al 28 marzo per volontà del presidente uscente e candidato, Goodluck Jonathan, che ha imposto il rinvio per ragioni di sicurezza legate all’avanzata della setta di stampo jihadista Boko Haram. Le milizie guidate da Abubakar Shekau stanno mettendo a ferro e fuoco il nord-est del Paese, sconfinando in Camerun e Ciad, e all’inizio del mese hanno proclamato la propria fedeltà al sedicente Stato Islamico di Abu Bakr al-Baghdadi.

“Non impiegheremo più di un mese” per sconfiggerli, ha affermato Jonathan in un’intervista alla Bbc la scorsa settimana. Il presidente si sta giocando il secondo mandato sul contrasto a Boko Haram e ha forse pensato di poter risolvere la questione in queste sei settimane di rinvio, durante le quali è iniziata l’offensiva congiunta, terrestre e aerea, patrocinata dall’Unione Africana, che vede impegnati 10mila uomini inviati da Ciad, Camerun, Niger, Nigeria e Benin. Ma non è andata così, nonostante le importanti vittorie rivendicate dall’esercito nigeriano, che ha ripreso il controllo delle città di Yobe e Adamawa e ha respinto i miliziani dalla propria roccaforte, lo Stato del Borno, liberando anche la città di Bama.

L’annuncio di Jonathan è pura propaganda elettorale, si aggiunge ad altre promesse (come quella di riportare a casa le studentesse rapite quasi un anno fa) disattese e, inoltre, è stato seguito dalla terribile notizia della strage di spose-schiave massacrate dai loro stessi mariti-miliziani per non farle cadere in mano agli “infedeli”. Le donne erano state costrette a sposare gli uomini di Boko Haram e quando questi quando hanno saputo dell’imminente attacco dell’esercito nigeriano sono fuggiti verso Gwoza, ma prima, temendo di morire, hanno trucidato le mogli per evitare che si risposassero con “infedeli”. I corpi delle donne sono stati ritrovati dai militari in alcuni pozzi, dopo la riconquista, lunedì scorso, di Bama. Nei pozzi c’erano anche i cadaveri di uomini, forse persone che avevano opposto resistenza oppure ostaggi diventati ingombranti.

L’ottimismo di Goodluck Jonathan è piuttosto infondato, anche alla luce dell’inefficacia della strategia del governo di Abuja, che ha a lungo sottovalutato i jihadisti e non ha risolto i problemi di corruzione nelle Forze armate che si sono macchiate di crimini e abusi, e certo non hanno contribuito a guadagnarsi il sostegno delle comunità locali minacciate dai jihadisti. Le denunce delle organizzazioni umanitarie parlano di esecuzioni di massa di civili; di torture e violenze; di detenzioni illegali da parte dell’esercito e della polizia. In questo malcontento Boko Haram trova terreno fertile per continuare le sue scorrerie e minacciare la stabilità di un Paese segnato da profonde divisioni etniche e religiose -tra un Sud cristiano più ricco e un Nord musulmano più povero-, da una storia di golpe e di regimi militari, dalla corruzione, dalla povertà e dalle violenze. La Nigeria è al terzo posto della classifica della povertà della Banca Mondiale con il 7 per cento dei poveri del mondo, ma è anche una nazione ricca di risorse e il maggiore produttore di petrolio del continente africano.

Le radici di questa insurrezione armata stanno nell’arretratezza economica di un’ampia parte del territorio, trascurato dal governo centrale, se non addirittura discriminato. Non sono state messe in campo politiche economiche per il nord-est. Non sono stati creati sviluppo e lavoro per i giovani di quelle zone, costretti a scegliere tra la povertà e la promessa di un bottino di guerra offertagli da Boko Haram.

Le elezioni si terranno in questo clima di divisione, di malcontento e di paura, contrassegnato da annunci elettorali che difficilmente si tramuteranno in realtà. Su 70 milioni di nigeriani aventi diritto, circa 19, soprattutto delle zone settentrionali, non sono riusciti a ritirare la scheda elettorale e quindi non potranno votare. Questo gioca a vantaggio di Jonathan, cristiano, esponente del Partito Democratico Popolare nigeriano, alla guida del paese dal 1999, che non raccoglie consensi al Nord e tra musulmani. Il suo sfidante, Mohammadu Buhari, è un avversario temibile, ha la sua base elettorale al Nord, dove è diffuso il risentimento verso il governo centrale. Nena News

Categorie: Palestina

ISRAELE. La Knesset incorona Netanyahu

Lun, 23/03/2015 - 14:18

Fine delle consultazioni tra i neodeputati e il presidente Rivlin: Netanyahu verso l’ufficializzazione del quarto incarico, con 61 voti su 120 alla Knesset. Decisivo Kulanu, Yesh Atid sceglie l’opposizione. E gli Stati Uniti non difendono Israele al forum annuale dell’Onu sui diritti umani

Foto: Ansa/Epa

della redazione

Roma, 23 marzo 2015, Nena News – Sono appena terminate le consultazioni tra il presidente israeliano Reuven Rivlin e i nuovi deputati della Knesset per la nomina del premier che formerà il prossimo governo israeliano. E, come era chiaro fin dalla proclamazione della sua vittoria alle elezioni del 17 marzo scorso, non ci sarà nessun governo di “unità nazionale”: la maggioranza ha scelto Benjamin Netanyahu. Ora si attende l’annuncio ufficiale dell’incarico, poi il quattro volte premier avrà un mese di tempo per scegliere i ministri e formare la sua squadra di governo.

Rivlin, che ieri ha incontrato i delegati  di Likud, Campo Sionista, Lista Araba Unita, Shas, Giudaismo Unito per la Torah e Casa Ebraica, si era raccomandato di formare un governo di larghe intese: “Le questioni politiche – avrebbe detto ieri ai delegati – e la pressione che i nostri migliori amici in Europa e negli Stati Uniti eserciteranno richiedono un’ampia coalizione nella prossima Knesset”. Ma le posizioni sembrano nette: degli 81 deputati sentiti ieri, ben 55 si sono espressi a favore di Netanyahu capo del governo. Se non gli fosse stato affidato l’incarico, hanno fatto sapere i partiti che lo appoggiano (Shas, Giudaismo Unito, Casa Ebraica), i deputati sarebbero passati all’opposizione. Campo Sionista ha nominato Yitzhak Herzog come premier, mentre la Lista Araba Unita, come prevedibile, ha preferito non nominare nessuno visto il suo rifiuto per i partiti sionisti.

Oggi, invece, è stato il giorno di Kulanu, Yesh Atid, Meretz e di Yisrael Beitenu. Moshe Kahlon, leader del neonato partito centrista, ha assicurato i suoi 11 seggi a Netanyahu, portandolo alla sospirata maggioranza di 61 deputati alla Knesset. Yair Lapid, invece, non ha raccomandato nessun premier, dichiarando di voler “servire i nostri elettori e tutto l’elettorato” dai banchi dell’opposizione. La stessa strada verrà percorsa dal partito di sinistra Meretz, mentre il quotidiano Times of Israel suggerisce che quasi certamente Yisrael Beitenu dell’ex ministro degli Esteri Avigdor Lieberman si unirà alla coalizione di maggioranza guidata dal Likud.

Dopo le consultazioni comincia anche il toto-ministri. Il Likud ha già chiarito la sua strategia: ottenere a tutti i costi i ministeri decisivi di Esteri, Difesa a Istruzione per garantire la stabilità della coalizione. Lo ha detto la deputata Tzipi Hotovely: “Sono certa che sia di reciproco interesse stabilire una coalizione duratura, forte e stabile, e per questo le altre parti devono abbassare le loro richieste”. Smentite, a tal proposito, le voci su un presunto aut-aut di Tekumah, corrente oltranzista di Casa Ebraica, voci che volevano l’ex ministro della Casa Uri Ariel minacciare di portare via i due seggi di Tekumah dalla coalizione di Netanyahu se non fosse stato riconfermato il dicastero al partito dei coloni di Naftali Bennett.

Ora le prossime mosse toccano a Netanyahu, che ha già chiarito la sua linea nei confronti degli Stati Uniti invitando lo speaker repubblicano della Camera dei Rappresentanti John Boehner, accompagnato da un nutrito gruppo di membri del Congresso, il prossimo 31 marzo a Gerusalemme. Il giorno scelto non è casuale: è infatti la deadline per raggiungere un accordo sul nucleare tra le potenze del 5+1 e l’Iran, da firmare prima che il negoziato venga accantonato per sempre a luglio, negoziato osteggiato sia dai Repubblicani che da Netanyahu con colpi sempre più decisivi all’amministrazione americana che vuole a tutti i costi l’intesa.

La Casa Bianca, dal canto suo, non si limita a guardare passivamente le mosse di Tel Aviv: dopo aver minacciato Israele di toglierle il suo sostegno in sede Onu per aver pubblicamente fatto outing sulle sue reali intenzioni verso i palestinesi, screditando l’amministrazione Obama sul negoziato per la soluzione a due stati, ora Washington comincia a metterle in pratica. Come riferisce la Reuters, gli Stati Uniti non prenderanno la parola durante il dibattito annuale sulle violazioni commesse nei territori palestinesi al principale forum sui diritti umani delle Nazioni Unite in programma oggi. Al forum, che conta 47 membri, Washington aveva sempre difeso Israele a spada tratta: l’ultima volta era stato nel marzo 2013. Nena News

 

 

Categorie: Palestina

INTERVISTA. Ayman Odeh: «Lotteremo contro il razzismo e le discriminazioni»

Lun, 23/03/2015 - 12:28

I leader e gli attivisti della Lista Araba Unita sono passati dall’euforia per il buon risultato elettorale alla depressione per la schiacciante vittoria che le urne hanno regalato al premier di destra Benyamin Netanyahu.  Abbiamo intervistato Ayman Odeh, leader del fronte unito dei principali partiti arabi

Ayman Odeh, ©Mehdi Chebil, France 24

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 23 marzo 2015, Nena News - Avete ottenuto il 17 marzo un risultato importante, la Lista Araba Unita con i suoi 13 seggi è il terzo gruppo più ampio alla Knesset. Le elezioni però le ha vinte nettamente Netanyahu, il governo all’orizzonte sarà ancora più spostato a destra e voi apparite isolati in Parlamento.

Prima di tutto voglio dire che siamo felici e soddisfatti perchè tanti arabo israeliani sono andati ai seggi elettorali. È stato uno sforzo dell’intera minoranza araba contro quelle forze israeliane che avrebbero voluto tenerla fuori dalla politica e dalle istituzioni. Significa che abbiamo reagito esercitando un diritto che ci garantisce la legge fondamentale. Purtroppo tanti israeliani ebrei hanno scelto di nuovo Netanyahu, il Likud e la destra estrema. E questa destra unita dietro Netanyahu sarà ancora al potere. Il quadro che abbiamo davanti, nessuno può nasconderlo, è preoccupante e molto complesso. Ma noi abbiamo un ruolo da svolgere e lo porteremo avanti. Non sono d’accordo con chi sostiene la presunta irrilevanza della Lista Araba Unita. Al contrario, rappresentiamo uno schieramento forte che ha intenzione di farsi sentire e di lottare con i sistemi democratici a sua disposizione per bloccare il razzismo e la discriminazione. E vogliamo che si uniscano alla nostra lotta i cittadini ebrei che credono nell’uguaglianza.

 

Non mancano le voci arabo israeliane fuori dal coro. Non pochi sostengono che la minoranza palestinese, araba, non deve partecipare alle elezioni ma boicottarle, per non offrire una copertura democratica al sistema politico-istituzionale israeliano costruito, affermano, per favorire gli ebrei e discriminare i non-ebrei. A loro avviso l’appello lanciato il 17 marzo da Netanyahu ai cittadini ebrei ad andare a votare in massa per contrastare l’affluenza alle urne di quelli arabi e il risultato elettorale, ne sarebbero una dimostrazione evidente.

Io vedo il boicottaggio delle elezioni legislative come una forma di stanchezza di fronte a tutto ciò che subiscono gli arabo israeliani. Il fenomeno esiste ma accanto ad esso c’è anche una maggioranza (di arabi) che, al contrario, pensa che partecipare al voto ed essere protagonista sia di eccezionale importanza. Sono tante persone che desiderano avere un ruolo e prendere parte a programmi politici di forte impatto. Penso che la nostra presenza alla Knesset sarà decisiva per contrastare le politiche della destra e per denunciare leggi volte ad affossare i nostri diritti. Al contrario una nostra assenza finirebbe solo per facilitare i disegni di Netanyahu.

 

Parliamo proprio di leggi. Con ogni probabilità il nuovo governo Netanyahu ripresenterà alla Knesset la legge che definisce Israele come Stato del popolo ebraico contro la quale lo scorso anno avete protestato con forza. In quel caso cosa farete

Ci attendiamo che Netanyahu ripresenti quella legge che ci colpisce direttamente. Posso già annunciare ci batteremo con tutte le nostre forze per fermarla perchè crediamo che Israele debba essere uno Stato per tutti i suoi cittadini, ebrei ed arabi, per la maggioranza e la minoranza della popolazione. Uno Stato fondato sull’uguaglianza e la certezza del diritto, per tutti. Non escludiamo di portare la nostra lotta anche in un quadro internazionale, facendo riferimento alle Nazioni Unite e ad altre istituzioni che tutelano i diritti dei popoli e delle minoranze.

 

Siete un insieme di comunisti, islamisti, laici, progressisti, conservatori. Si dubita della vostra tenuta sul lungo periodo. Quanto è solida la Lista Araba Unita

Siamo molto uniti. Chi prevede che la nostra lista sia destinata a frantumarsi in breve tempo si sbaglia. Abbiamo ideologie diverse e differenti modi di fare politica. Ma questa è una fase nuova, più drammatica e preoccupante per la nostra comunità. Una fase nella quale siamo consapevoli di dover lottare insieme contro la discriminazione e chi vuole tenerci lontano dal processo decisionale. Non ci sono differenze ideologiche quando ci occupiamo di villaggi arabi ancora scollegati dalle reti idrica ed elettrica o quando visitiamo il “Triangolo” (un’area di Israele a forte maggioranza araba, ndr) che il ministro degli esteri Lieberman vorrebbe separare dal territorio di Israele o quando affrontiamo il razzismo. Perchè ci occupiamo di questioni che riguardano tutti gli arabo israeliani. Le diversità resteranno e nessuno vuole o può annullarle ma la Lista Araba resterà unita per continuare la sua battaglia. Nena News

Categorie: Palestina

ISRAELE. Gideon Levy: “Grazie, Netanyahu, per aver detto la verità”

Lun, 23/03/2015 - 12:02

Il premier riconfermato, scrive il giornalista di Haaretz in un editoriale, sarà ricordato per aver detto la verità su Israele: non ci sarà mai uno stato palestinese

di Gideon Levy – Haaretz

Roma, 23 marzo 2015, Nena News - Vorrei ringraziare il primo ministro Benjamin Netanyahu. Grazie per aver detto la verità. Per almeno 25 anni statisti israeliani hanno mentito, ingannato il mondo, gli israeliani e se stessi. Ora Netanyahu ha detto la verità. Se solo questa verità fosse stata detta da un primo ministro israeliano 25 anni fa, o forse anche 50 anni fa, quando nacque l’occupazione. Tuttavia meglio tardi che mai. Il pubblico lo ha premiato per questa verità e Netanyahu è stato eletto per un quarto mandato.

Netanyahu ha annunciato la scorsa settimana che, se fosse stato rieletto, uno Stato palestinese non sarebbe mai sorto. Chiaro e semplice, forte e chiaro. Nessuno ha avuto il coraggio di rivelare la verità nel passato. L’ultimo di questi imbroglioni è stato Isaac Herzog: il suo audace piano comprendeva cinque anni di negoziati. Il pubblico lo ha ricompensato per questo.

Dopo tutto si dovevano ingannare gli americani, gli europei e i palestinesi. Bisognava anche giocare per tempo, costruire insediamenti e sbarazzarsi di ogni possibile partner palestinese: Yasser Arafat era troppo forte, il presidente Mahmoud Abbas è troppo debole; e Hamas è troppo estremo. Si deve giocare per tempo in modo che i palestinesi diventino più estremisti e tutti capiscano che non c’è nessuno con cui parlare.

Ora arriva l’uomo considerato un bluffer e solo lui racconta la fatidica verità storica: non ci sarà alcuno stato palestinese. Non durante il suo mandato, che ora sembra eterno e non dopo perché allora sarà troppo tardi. La fine dei negoziati è la fine dei giochi. Non ci sarà più spola diplomatica, quartetti, emissari, mediatori e piani.

Non c’era alcuna possibilità fin dall’inizio. In Israele non c’è mai stato un primo ministro – tra cui i due vincitori del Premio Nobel per la Pace – che intendesse anche per un secondo stabilire uno stato palestinese. Ora Netanyahu ha posto fine alla convenienza dell’inganno. Se Israele avesse giocato le sue carte apertamente fin dall’inizio, come Netanyahu ha fatto oggi, forse saremmo in un luogo diverso, in un posto migliore.

Se solo Israele avesse detto prima che brama il territorio occupato per sé e non potrà mai rinunciarci, che centinaia di migliaia di ebrei vivono lì e non ha alcuna intenzione di evacuarli, che non si preoccupa del diritto internazionale e non gli importa di quello che tutto il mondo pensa, che i palestinesi non hanno diritto di vivere lì, che Abramo, il nostro patriarca, è sepolto lì, che Rachel, la nostra matriarca, piange lì, che la sicurezza di Israele dipende da questo e che l’Olocausto è alle porte! Le ragioni sono molte e varie, ma tutti dicono una cosa: ora e per sempre da Hebron a Jenin. Sì all’autonomia di leghe di villaggio o di una Autorità palestinese, ma no a uno stato. Mai.

Se un leader onesto come Netanyahu avesse detto questo anni fa: gli israeliani, i palestinesi, tutto il mondo lo avrebbe saputo. Allora sarebbe stato possibile cercare altre soluzioni, invece di perdere tempo a barare, o di vedere l’odio crescere e il sangue versato per niente. Avremmo potuto pensare molto tempo fa ad alternative alla soluzione dei due Stati come la creazione di un unico uno stato e in tal caso le alternative sono due: democrazia o apartheid. Invece, siamo stati ingannati.

Ora Benjamin Netanyahu ha posto fine a tutto questo. Dobbiamo essere grati a lui per questo. La storia ricorderà che è stato il primo premier israeliano a dire la verità. Nena News

(Traduzione a cura di Bocche Scucite)

Categorie: Palestina

SIRIA. L’opposizione poco moderata

Lun, 23/03/2015 - 10:48

Il Consiglio nazionale rifiuta di partecipare ai colloqui di Mosca 2, dopo le aperture di qualche settimana fa all’eventualità che Assad sia parte della transizione. Cambia anche la strategia dell’asse sunnita: Riyadh e Doha unite per denunciare all’Onu la presenza di Hezbollah nel conflitto siriano. E Human Rights Watch denuncia: “Ribelli moderati attaccano con la stessa violenza di Isis e regime”

Miliziani dell’Esercito siriano libero lanciano razzi contro le truppe governative nella provincia di Daraa il 21 marzo scorso (Foto: Reuters /Wsam al-Mokdad)

della redazione

Roma, 23 marzo 2015, Nena News - Al tavolo del negoziato sulla Siria previsto il prossimo sei aprile a Mosca l’opposizione non ci sarà. Lo ha confermato sabato Anas el-Abdo, portavoce del Consiglio Nazionale siriano, organo politico della cosiddetta opposizione moderata in esilio in Turchia riconosciuta e sostenuta dalla quasi totalità della Comunità internazionale. Dopo aver discusso dell’eventualità di presenziare i colloqui, i membri del Consiglio hanno decretato che “non vi è alcun motivo di partecipare alla riunione di Mosca, soprattutto quando vediamo i tentativi da parte degli alleati del regime, compresi la Russia e l’Iran, di porre di nuovo al centro della scena di Assad”.

Eppure, tutto faceva sperare che i colloqui sponsorizzati dalla Russia, chiamati “Mosca 2″, potessero far sedere allo stesso tavolo le due parti del conflitto siriano. L’opposizione, che aveva rifiutato di partecipare al primo tavolo organizzato lo scorso gennaio nella capitale russa, un mese fa aveva per la prima volta ammesso che la caduta di Assad non era una precondizione al negoziato, smentendo un mantra ripetuto ormai da quattro anni. “Insistiamo – aveva detto il presidente della Coalizione Khaled Khoja – nell’obiettivo di far cadere Assad e i servizi di sicurezza. Ma non è necessario avere queste condizioni all’inizio del processo, sarà necessario alla fine del processo, con un nuovo regime e una nuova Siria”.

Alle dichiarazioni di Khoja era seguito l’allineamento degli Stati Uniti: prima il capo della Cia John Brennan aveva profetizzato che una Siria senza Assad avrebbe decretato l’invasione totale dell’Isis. Poi la Casa Bianca, per bocca del suo segretario di Stato John Kerry, una settimana fa aveva aperto per la prima volta al presidente siriano: Assad, aveva dichiarato Kerry alla CBS, deve essere parte della transizione. Ma ora l’opposizione siriana sembra rimangiarsi tutto,  rifiutando qualsiasi transizione politica “che includa Assad”.

E nonostante la Coalizione nazionale consideri le ultime vicende diplomatiche “un successo”, perché indicherebbe che un alleato-chiave di Assad come la Russia ha “finalmente riconosciuto l’opposizione”, fa sapere che il boicottaggio di Mosca 2 si rende necessario per  “la mancanza di un ordine del giorno chiaro, l’assenza di un chiaro punto di riferimento per tutto ciò che potrebbe essere deciso e il rifiuto della coalizione di impegnarsi in un dialogo con il regime, se questo non è parte di un processo di transizione “.

La verità è che è l’intero asse sunnita nella regione ad aver improvvisamente cambiato rotta. Se gli sviluppi delle ultime due settimane facevano pensare a un rafforzamento dell’asse sciita grazie soprattutto ai successi delle milizie di Teheran a Tikrit al fianco dell’esercito regolare contro l’Isis, che avevano portato persino l’Arabia saudita ad aprire ai ribelli sciiti Houthi in Yemen, ora la situazione appare capovolta: i contatti sarebbero stati interrotti, i ribelli avrebbero bombardato la residenza del presidente defenestrato Hadi ad Aden e venerdì scorso sarebbero stati ripagati con due kamikaze mandati dall’Isis a Sanaa che hanno ucciso quasi 150 fedeli sciiti in due moschee. Inoltre, Riyadh e Doha si sono riscoperti amici per la pelle, dopo la guerra fredda dello scorso anno, e starebbero lavorando insieme per denunciare il coinvolgimento di Hezbollah nel conflitto siriano e far prendere provvedimenti in merito alle Nazioni Unite.

Intanto, nel rifiuto più totale dell’opposizione persino a tentare il dialogo, in Siria si continua a morire. Almeno 25 persone sono rimaste uccise e 80 ferite sabato notte nella città nordorientale di Hasake, quando un’autobomba è esplosa nel mezzo delle celebrazioni del Nowrooz (capodanno curdo), una strage – secondo fonti locali – firmata Isis. E sebbene il mondo si indigni solo per i massacri perpetrati dal Califfato e dal regime siriano, l’opposizione amata e armata dall’Occidente non sembra essere poi così “moderata”: un rapporto di Human Rights Watch accusa i ribelli di agire “mimando la crudeltà del regime siriano e dei suoi alleati”, portando avanti “attacchi indiscriminati” che hanno provocato “numerose vittime tra la popolazione civile” e violato “le leggi della guerra”.

L’organizzazione non governativa ha monitorato gli attacchi avvenuti intorno a Homs e Damasco dal gennaio 2012 all’aprile 2014. Alcuni attacchi, come spiega HRW, sono stati rivendicati da al-Nusra e dallo Stato islamico, ma “l’Esercito siriano libero – come si legge nel rapporto – e altri gruppi ribelli sembrano aver condotto attacchi indiscriminati e mortali nelle aree popolate dai civili, soprattutto in quelle dove vivono cristiani, alawiti, sciiti, drusi”. Human Rights Watch ha quindi condannato l’atteggiamento dei ribelli, che puntano il dito contro “le violenze commesse dal regime e dai suoi alleati per giustificare le proprie violenze nelle aree ad alta concentrazione di minoranze religiose”. Nena News

 

 

Categorie: Palestina

“Lo Yemen rischia di sbriciolarsi in tante entità”

Lun, 23/03/2015 - 08:11

Intervista all’analista yemenita e nota blogger, Sama’a al-Hamdani: “Non è uno scontro solo tra sciiti e sunniti, ma tra numerosi poteri diversi. La crisi economica avrà un ruolo nella divisione”.

 

Una delle moschee colpite venerdì a Sana’a (Foto: Reuters)

 

di Chiara Cruciati – il Manifesto

Roma, 23 marzo 2015, Nena News – Lo Stato Islamico rivendica il massacro di venerdì a Sana’a, al Qaeda l’uccisione di 20 soldati a sud del paese. Alle divisioni interne yemenite e alle interferenze esterne, si potrebbe aggiungere una faida interna tra gruppi islamisti rivali, con l’Isis pronto a scalzare al Qaeda, madre ripudiata dal califfo. Ne abbiamo parlato con Sama’a Al-Hamdani, analista yemenita per al-Monitor e diversi think thank internazionali e nota blogger.

Gli attacchi alle moschee sono stati rivendicati dall’Isis. La presenza dello Stato Islamico in Yemen potrebbe condurre ad una battaglia interna con al Qaeda, che nel paese ha la sua roccaforte?

Gli attacchi hanno avuto come target tre moschee sciite, due a Sana’a e una a Sadah, ma l’attacco è stato fermato in tempo. La motivazione di tali operazioni è politica: terrorizzare gli Houthi e i loro sostenitori. Sarebbe un errore affermare che l’Isis nel paese ha già una struttura radicata: chi ha agito venerdì potrebbe essere un gruppo che si richiama al califfato. Partendo da questo elemento, è essenziale notare che al Qaeda in Yemen non è un gruppo unico e granitico, ma è formato da tanti piccoli gruppi riuniti sotto l’ombrello di Aqap (al Qaeda nella Penisola Arabica). Se l’Isis riuscisse a guadagnare terreno in Yemen, è possibile che alcune delle fazioni di Aqab si uniscano allo Stato Islamico. Allo stesso tempo però ci sono gruppi qaedisti che considerano quella dell’Isis una falsa Jihad, non riconoscono come legittimo l’approccio del califfo. Per questo, come successo con altre correnti islamiste in Medio Oriente, è probabile che la presenza dello Stato Islamico sia fonte di scontro con al Qaeda.

Lo Yemen è oggi diviso in due, due governi e due autorità. Quali immagina essere i risultati di tale divisione?

Il paese finirà frammentato in tante piccole entità. A prima vista lo Yemen appare diviso in due poteri opposti. Se la divisione si radicherà, senza che nessuno dei due prevalga sull’altro, il conflitto si spezzetterà perché in realtà la divisione non è solo tra due poteri ben distinti: dietro esistono numerose altre fazioni etniche, religiose, politiche. Se una figura nazionale forte non comparirà ad unificare il paese, lo Yemen finirà diviso in ben più di due entità territoriali. 

L’attuale situazione è anche il prodotto della “guerra fredda” tra Arabia Saudita e Iran. Riyadh accusa gli Houthi di essere sostenuti da Teheran, che a sua volta accusa i sauditi di controllare da decenni le politiche yemenite. Qual è il ruolo dei poteri regionali nel conflitto?

Gli Houthi godono dell’appoggio sia dell’Iran che dell’ex presidente Saleh, mentre l’Arabia Saudita supporta ogni potere che oggi si schieri contro gli Houthi. Per Riyadh lo Yemen è il cortile di casa e ne influenza il destino da anni. E oggi teme un capovolgimento dei ruoli: uno Yemen alleato dell’Iran con cui condividere un confine.

Lo Yemen è un paese povero, la gente vive in miseria, priva di reali diritti civili. L’Arabia Saudita ha da sempre controllato Sana’a con gli aiuti finanziari, oggi interrotti perché la capitale è occupata dagli Houthi. Questo può provocare un peggioramento delle condizioni di vita della popolazione?

Lo Yemen non è solo un paese povero, ma è un paese dove la vita umana non ha valore. La reale devastazione che questi attacchi provocheranno è l’impossibilità di avere giustizia per i tanti innocenti uccisi. La sicurezza interna non funziona né intende lavorare a favore del popolo. Il sistema di giustizia è collassato. Gli yemeniti vivono grazie agli aiuti esterni e il ritardo nell’arrivo di questi aiuti, legato ad una strategia di isolamento del paese, va a colpire proprio la gente. L’economia yemenita è ad un passo dal collasso totale, tutti hanno ritirato i propri risparmi dalle banche, è un miracolo che ancora giri del denaro contante. Una simile fonte di instabilità avrà un suo ruolo nel conflitto.

Categorie: Palestina

Altro schiaffo di Netanyahu a Barack Obama

Sab, 21/03/2015 - 12:37

Il premier israeliano, fresco di vittoria elettorale, riceverà a fine mese colui che considera il vero presidente degli Stati Uniti d’America, lo speaker della Camera John Boehner, suo stretto alleato. Proprio nel giorno in cui l’Amministazione Usa potrebbe raggiungere l’accordo con Tehran sul nucleare iraniano tanto contestato da Netanyahu. Intanto l’Ue in un rapporto condanna duramente la politica di Israele a Gerusalemme

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 21 marzo 2015, Nena NewsBenyamin Netanyahu va avanti a zig zag e tra il tira e molla sullo Stato di Palestina e le dichiarazioni d’amore per gli Stati Uniti fatte l’altra sera, ha dato un altro schiaffone a Barack Obama che pure, anche se con un paio di giorni di ritardo, si era congratulato con lui per la vittoria elettorale. A fine mese il premier israeliano, riconfermato a furor di popolo il 17 marzo, si prepara a ricevere con tutti gli onori colui che considera il vero presidente degli Stati Uniti d’America: lo speaker della Camera John Boehner, accompagnato da un nutrito gruppo di membri del Congresso. Una visita che si svolgerà, “casualmente”, nelle stesse ore in cui scadrà la deadline, 31 marzo, per il raggiungimento di un accordo sul programma nucleare iraniano tra i Paesi membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu, più la Germania, e Tehran. L’intesa appare vicina – il negoziato ieri è stato sospeso per qualche giorno per consentire ai delegati iraniani di partecipare ai funerali della madre del presidente, Hassan Rohani – e in caso di firma di un accordo, Boehner potrebbe, proprio da Gerusalemme, confermare l’intenzione di non rispettarlo annunciata dai Repubblicani nella lettera inviata un paio di settimane fa all’Iran.

A dare una mano al piano messo a punto da Netanyahu e Boehner per sabotare il compromesso con Tehran, sono giunte le dichiarazioni, dell’ex comandante militare ed ex capo della Cia David Petraeus, che nel 2007 e 2008 ha guidato le forze Usa in Iraq, secondo il quale la principale minaccia per la stabilità dell’Iraq e della regione non sarebbe lo Stato Islamico (!) ma le milizie sciite, a suo dire, sostenute dall’Iran. Insomma, Tehran è il “male assoluto” da combattere, proprio come va ripetendo Netanyahu. Nel frattempo mentre la destra americana si scatena contro Obama, accusandolo di aver commesso un «tragico errore» a non aver salutato con gioia la vittoria elettorale di Netanyahu e ad aver messo il premier israeliano nell’angolo per le dichiarazioni di rifiuto della soluzione dei 2 Stati (Israele e Palestina), Tel Aviv fa sapere che non si attende alcun cambiamento nei rapporti militari e strategici con Washington, quelli che davvero contano. Amos Gilad, responsabile per gli affari strategici del ministero della difesa, ha detto ieri che le relazioni in quell’ambito rimarranno «intense», nonostante lo scontro tra Netanyahu e Obama. Rispetto a una possibile revoca da parte degli Stati Uniti dell’opposizione al riconoscimento dello Stato di Palestina al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, Gilad si è mostrato scettico. «Aspettiano di capire cosa (l’Amministrazione) intenda fare», ha commentato lapidario. D’altronde oltre alle schermaglie verbali per Netanyahu motivi concreti di preoccupazione ce ne sono pochi, visto che lo stesso Obama, nella telefonata dell’altra sera, ha sottolineato l’importanza che gli Usa attribuiscono alla cooperazione con Israele nei settori militare, intelligence e sicurezza.

Netanyahu piuttosto non si fida dell’Europa. Un rapporto redatto dai capi delle missioni a Gerusalemme dei Paesi dell’Ue, molto critico verso la politica israeliana e pubblicato dal quotidiano britannico Guardian, denuncia che nel 2014 la crisi nella Città Santa e in particolare nella sua parte araba sotto occupazione, ha raggiunto un livello che ricorda gli anni della Intifada e minaccia la realizzazione dei 2 Stati. Adesso a Bruxelles, aggiunge il giornale, si starebbero discutendo misure punitive verso Israele. Diciannove persone – quasi tutte palestinesi – sono state uccise, sottolinea il rapporto. Gli arresti di palestinesi sono stati 1300; il 40%, viene precisato, erano minorenni. Questa conflittualità vede le sue radici nell’espansione delle colonie ebraiche costruite illegalmente da Israele nella Gerusalemme palestinese. Proprio da Har Homa, una colonia ebraica molto importante, Netanyahu qualche giorno ha promesso che rafforzerà la colonizzazione a Gerusalemme Est, costruendo migliaia di nuovi alloggi per ebrei. La crescita sistematica delle attività di colonizzazione è indicata dal rapporto come una delle cause della fiammata di violenze e fa temere che la spartizione della città fra israeliani e palestinesi – nel contesto di possibili accordi di pace – sia sempre più difficile. Sono citate anche le tensioni sulla Spianata della moschea di Al Aqsa. «Quasi ogni giorno – denuncia il rapporto – coloni e attivisti nazional-religiosi vi entrano, scortati dalla polizia israeliana». Secondo il Guardian la frustrazione dei vertici europei è elevata. Fra le misure punitive ora all’esame di Bruxelles vi sono: restrizioni negli spostamenti in Europa di coloni israeliani notoriamente violenti; blocco dei prodotti provenienti dalle colonie e la segnalazione ad uomini d’affari ed operatori turistici europei dei rischi connessi ad attività legate alle colonie. Nena News

 

 

Categorie: Palestina

Yemen preda della faida Isis-al Qaeda e degli interessi delle corti arabe

Sab, 21/03/2015 - 10:23

Dopo la carneficina di ieri a Sana’a, il timore è di un conflitto interno ai due gruppi islamisti, seppure gli analisti sollevino dubbi sulla responsabilità del califfo. Guerra aperta tra Houthi e presidente Hadi: giovedì gli sciiti hanno bombardato il palazzo presidenziale ad Aden

 

Corpi senza vita in una delle due moschee colpite ieri a Sana’a (Foto: AP Photo/Hani Mohammed)

 

di Chiara Cruciati

Roma, 21 marzo 2015, Nena News – Il bilancio finale del duplice attacco alle moschee sciite di Sana’a è di 142 morti, centinaia i feriti. In realtà le moschee prese di mira sarebbero state tre: la terza avrebbe dovuto saltare in aria nella vicina città di Sadah, ma qualcosa non ha funzionato e l’attentatore ha fallito.

Tra i morti nelle due moschee della capitale di ieri anche un noto imam e due generali del movimento ribelle Houthi, target degli attentatori. La loro mano sarebbe stata guidata dallo Stato Islamico, dicono su Twitter account riconducibili al califfato, mentre al Qaeda, il potente braccio di Al Qaeda in Yemen, smentisce di avere a che fare con quel massacro. Nelle stesse ore stava rivendicando un’altra operazione: 20 soldati uccisi da miliziani qaedisti nella provincia meridionale di Lahj, dopo l’assalto a uffici dell’intelligence e del governo.

Questo è quello che aspetta uno Yemen già in guerra civile? Una faida interna tra l’Isis e la madre tradita, al Qaeda, che difficilmente permetterà al califfo di allargarsi anche nel paese in cui è più forte e radicata? Per ora gli Usa preferiscono non sbilanciarsi e dicono di non avere alcuna conferma che l’attacco di ieri sia stato organizzato dallo Stato Islamico. Possibile, anzi, dice il portavoce Earnest, che l’Isis cerchi di attribuirsi l’azione a fini di propaganda, dopo l’attacco contro il Museo del Bardo a Tunisi.

I dubbi restano e non sono pochi gli analisti che in queste ore confutano l’ipotesi Stato Islamico: l’Isis non avrebbe ancora nel paese una struttura così radicata e ben organizzata da poter ordire simili attacchi. Più probabile che dietro ci sia al Qaeda, non certo nuova a tale tipo di azione. Resta da capire la ragione della non-rivendicazione del gruppo di Ayman al-Zawahiri, che ieri ha subito preso le distanze da un massacro che ha attirato verso il piccolo paese del Golfo gli occhi del mondo, molto spesso girati da un’altra parte. Insomma, perché perdere l’occasione di tanta visibilità se si fosse il reale responsabile?

Di certo c’è che la carneficina di ieri rientra nel più ampio quadro di un paese diviso tra comunità religiose, sunniti e sciiti, una divisione radicata dalla presenza di gruppi terroristici (spesso finanziati dall’esterno) e dagli interessi economici e strategici dei potenti attori regionali. Che i grandi burattinai della crisi yemenita siano Teheran e Riyadh è difficile da negare: l’Iran appoggerebbe – seppur gli sciiti lo neghino – il movimento Houthi, che controlla il nord e parte del centro; l’Arabia Saudita sostiene il presidente Hadi in esilio a Aden tentando di mantenere viva l’influenza che per decenni ha esercitato sul paese più povero del Golfo.

Eppure a metà marzo, c’era stato un tentativo di avvicinamento dell’Arabia Saudita al movimento ribelle Houthi. Da tempo Riyadh accusa gli sciiti (che da settembre occupano la capitale e da febbraio hanno creato un vero e proprio governo parallelo a quello di Hadi) di essere organizzati e armati dall’Iran. Per i sauditi è quindi necessario limitare l’influenza degli Ayatollah, che si stanno consolidando in tutto il Medio Oriente, a partire dall’Iraq di cui guidano l’esercito nella controffensiva contro l’Isis. Per cui, meglio farsi amici anche i nemici. La scorsa settimana è stata caratterizzata dal tentativo di dialogo tra Houthi e sauditi, con il Consiglio di Cooperazione del Golfo che mediava per aprire il tavolo del negoziato tra sciiti e presidente Hadi proprio a Riyadh.

Se inizialmente la leadership Houthi aveva confermato di aver preso contatti indiretti con l’Arabia Saudita e liberato come atto di buona volontà il premier Baha e i suoi ministri dagli arresti domiciliari, l’idillio è durato ben poco: il timore di un’ingerenza eccessiva dei sauditi (che per anni hanno represso le ribellioni Houthi, che nel 2011 hanno soffocato nel sangue le proteste popolari, hanno aperto e chiuso i rubinetti dei finanziamenti per proprio interesse) spaventa i ribelli. Che hanno risposto con le bombe: giovedì, un giorno prima le stragi in moschea, aerei da guerra Houthi bombardavano il palazzo presidenziale ad Aden, capitale provvisoria del presidente in fuga Hadi. Hadi è stato portato in un posto sicuro, dicono i fedelissimi. Nelle stesse ore l’aeroporto era teatro di durissimi scontri tra Houthi e forze governative, dopo il tentativo dei primi di assumere il controllo dello scalo.

La frammentazione del paese è ormai una realtà, seppur non ufficiale. A pagarne lo scotto una popolazione che vive in miseria, priva di diritti civili, sociali e politici, le cui sorti vengono decise nelle corti arabe. O dalle bombe fatte esplodere dall’estremismo islamico. Nena News

Categorie: Palestina

KOBANE, dopo la liberazione è ancora emergenza

Sab, 21/03/2015 - 10:14

Edifici e infrastrutture distrutti, niente acqua potabile ed elettricità, ordigni esplosivi nascosti nelle case. Nel Rojava e nella città siriana simbolo della resistenza curda contro lo Stato Islamico l’emergenza non è finita e il ritorno a casa degli sfollati è ancora lontano

Tra le macerie di Kobane (Foto: Reuters)

di Ivan Compasso

Kobane, 21 marzo 2015, Nena News – Ordigni nelle abitazioni e falde acquifere inquinate. Se lo Stato Islamico è stato scacciato dalla provincia di Kobane e nel cantone del Rojava ogni giorno si aggiunge un villaggio liberato, i problemi non sono risolti e, anche nella città divenuta simbolo della resistenza al Califfato, l’emergenza non è finita.

Secondo l’UNHCR, dal settembre del 2014 il numero degli sfollati è cresciuto fino a duecentomila. Solo per venticinquemila di questi c’è stata l’opportunità di tornare a casa. Nella città di Kobane sono stati colpiti, danneggiati o distrutti quasi 3250 tra edifici pubblici, privati e infrastrutture. Ai danni ingenti si aggiungono altri seri problemi. La città e i villaggi attorno ad essa per rifornirsi di acqua ed elettricità sono sempre dipese da centri vicini come Mimbej, Sirrim e Sheklar. Questi negli ultimi due anni sono stati in mano a IS che ha messo in atto una strategia tesa a distruggerne gli impianti. Così Kobane è rimasta senza acqua potabile e senza elettricità e lo è ancora oggi. La cosa preoccupa molto per l’alto rischio igienico sanitario.

Una città senz’acqua, con sistemi fognari e depuratori fuori uso è esposta a seri rischi. Durante questi ultimi mesi anche i pozzi che erano stati scavati per sopperire a questa mancanza sono stati inquinati volutamente, quasi quelli di IS fossero consapevoli essere ormai vicini alla resa. Nelle case dei villaggi liberati da YPJ e YPG da febbraio, più di 250 a questo punto, sono stati poi rinvenuti ordigni esplosivi. Talvolta nascosti nei divani, altre nelle camere da letto o nelle cucine, con l’obiettivo di mietere più vittime possibile tra i civili. Ci sono stati morti e feriti per questo anche dopo che IS è stato cacciato e si è ritirato. Non si può quindi che procedere con l’individuazione di queste vere e proprie trappole per renderle innocue. Ogni qualvolta si libera un villaggio è la prima operazione che va fatta, quella di mettere in sicurezza il più possibile il territorio. Le milizie curde non sono però dotate degli strumenti adatti per questo tipo di lavoro. Ci sono poi altri ordigni inesplosi e mortai che sono il naturale lascito degli scontri, cui pure bisogna pensare. Quindi ci vorrà ancora tempo per ultimare questo tipo di operazioni.

Così, mentre si tolgono i drappi neri dai palazzi e dalle moschee, si fa i conti con i danni e con quel che c’è da fare per ricominciare una vita vera. Alla fine di gennaio, immediatamente dopo la liberazione, si è costituito il KRB, comitato per la ricostruzione del Cantone di Kobane, che deve valutare e decidere come intervenire e a quali interventi dare priorità. Ora, in pieno Newroz, di certo c’è da festeggiare la ritirata del nemico che qui ha davvero seminato morte e distruzione ma le condizioni di una qualsivoglia normalità sono davvero ancora lontane.

Mancano ospedali, scuole e attività commerciali. Anche le fabbriche e i luoghi dove si trovavano gli impianti per molitura e lavorazione del grano sono stati distrutti. Quest’ultimo è un danno particolarmente significativo perché è proprio in questa regione, il Rojava, che veniva prodotto il settanta per cento del cereale siriano. Alimento alla base dell’alimentazione, non solo della gente di qui.

Se nel mese di Gennaio l’azione congiunta dei bombardamenti americani e l’azione di terra di YPJ e YPG sono stati decisivi, oggi tocca a questi ultimi, in alcuni casi con la collaborazione dell’ESL (Esercito Liberazione Siriano), scontrarsi villaggio dopo villaggio per cacciare gli uomini del Califfato. La strada per fare in modo che la maggior parte degli sfollati faccia ritorno nelle loro case è ancora lunga. Il Primo Ministro del Cantone di Kobane, Enwer Muslim si chiede “Come mai il mondo ha festeggiato la liberazione di Kobane, addirittura indicandola come esempio di vittoria dell’umanità alle barbarie e ora nessuno ci aiuta? Perché non si è ancora in grado di garantire un corridoio umanitario con la Turchia?”. La maggior parte degli sfollati vive li, nei campi profughi lungo il confine, ancora oggi. Nena News

 

Categorie: Palestina

BAHREIN. Attivisti chiedono a Londra di arrestare il principe aguzzino

Sab, 21/03/2015 - 09:16

Sono state raccolte prove e testimonianze della partecipazione del rampollo della casa reale nelle torture perpetrate nelle careceri bahreinite contro i dissidenti. Il dossier, consegnato a Scotland Yard, fa scricchiolare i rapporti con Manana

 Fotogramma del video diffuso giovedì scorso dal principe Nasser bin-Hamad

di Giorgia Grifoni

Roma, 21 marzo 2015, Nena News – Scricchiola la connivenza dei paesi occidentali, soprattutto la Gran Bretagna, con la repressione in atto in Bahrein. E le autorità britanniche, dopo aver spiccato l’ordine di arresto della celebre attivista bahreinita Maryam Khawaja il 30 agosto scorso mentre faceva ritorno a Manama per visitare il padre in sciopero della fame,  e dopo aver trattenuto anche l’attivista Nabeel Rajab  lo scorso maggio appena arrivato a Heathrow, ora potrebbero prendere provvedimenti anche contro la dinastia al-Khalifa che controlla il piccolo regno del Golfo. Gruppi di attivisti e di rifugiati politici bahreiniti stanno infatti pressando Scotland Yard perché arresti il principe Nasser bin-Hamad, figlio del re, accusato di aver torturato i manifestanti in prigione durante la sanguinosa repressione che, dal 2011, continua fino a oggi.

Gli attivisti, come ha riportato il quotidiano The Independent, hanno detto ieri di aver consegnato un nuovo “dossier di prove” all’Unità crimini di guerra della polizia metropolitana britannica chiedendo l’arresto del principe che si trova ora a Londra: a far scattare la mobilitazione dei gruppi per i diritti umani sarebbe stato un video postato giovedì dal principe sul social network Instagram in cui si vedeva il rampollo bahreinita fare jogging ad Hyde Park con un corredo di guardie a cavallo dietro di lui. Il principe Nasser, laureato al college di Sandhurst e appassionato equestre, è un assiduo frequentatore della Gran Bretagna: si muoveva liberamente finché, nell’ottobre scorso, un primo dossier di prove di alcuni rifugiati politici aveva spinto l’Alta Corte del Regno Unito a togliergli l’immunità diplomatica.

In particolare, era stata la testimonianza di un rifugiato, conosciuto solo come FF, a far scattare l’apertura del caso: arrestato durante le sanguinose proteste contro la mancanza di democrazia in Bahrain nel 2011, ha affermato che il principe Nasser aveva partecipato di persona alle torture di due prigionieri politici nel mese di aprile dello stesso anno. Pur privato dell’immunità diplomatica di cui godeva, in quanto membro della famiglia reale e delle forze armate bahreinite, il principe Nasser non era stato arrestato da Scotland Yard per “mancanza di prove”: anzi, dopo essere stato dichiarato “il benvenuto” in Gran Bretagna, ha visitato il paese in almeno un’occasione, durante la quale – come rivela The Independent – ha incontrato funzionari della difesa e l’inviato di David Cameron per il Medio Oriente. Meno di un mese dopo la riunione, il Bahrein ha firmato un accordo per stabilire una nuova base della Royal Navy nel paese del Golfo.

Ora gli attivisti dichiarano di aver consegnato un nuovo dossier all’Unità crimini di guerra di Scotland Yard, contenente delle prove “decisive” per procedere contro il reale bahreinita. Il principe Nasser, dal canto suo, si dichiara innocente, negando qualsiasi coinvolgimento nelle torture e sostenendo che le accuse contro di lui sono mosse da “motivazioni politiche”. Sulla stessa posizione si trova il governo bahreinita, che in occasione della sospensione dell’immunità del principe lo scorso ottobre aveva diffuso un comunicato in cui si scagliava contro “il  tentativo mal mirato, politicamente motivato e opportunistico di abusare del sistema legale britannico. Il governo del Bahrein nega di nuovo categoricamente le accuse contro Sheikh Nasser”.

Eppure, come evidenziano le ultime notizie in provenienza dal regno, le torture ci sono state e continuano a esserci: lo scorso anno, nel giro di due mesi, erano morti in custodia Jaffar Mohammed Jaffar e Fadhel Abbas, arrestati in seguito alla promulgazione della controversa legge anti-terrorismo per il loro presunto ruolo nelle manifestazioni contro la monarchia al-Khalifa che, sunnita, tiene sotto scacco la maggioranza sciita del paese senza diritti. Il rapporto dell’ong britannica Centro internazionale per gli studi sulle prigioni (CPS) diffuso lo scorso anno piazzava il Bahrein, con tremila prigionieri politici su una popolazione di 1.2 milioni di persone (di cui solo 570 mila con cittadinanza) al secondo posto per tasso di popolazione imprigionata tra le nazioni arabe. Persino la Commissione di Inchiesta indipendente per il Bahrein (BICI), nominata dal governo stesso e guidata dall’avvocato di origine egiziana Sherif Bassiouni, aveva sottolineato due anni fa i gravi abusi e le torture compiute in carcere. “Almeno cinque persone sono morte a causa della tortura – si legge nella relazione della BICI – tra cui figurano  tecniche come la forzatura a stare in piedi,  gravi percosse, l’uso dell’elettroshock e delle bruciature di sigarette, la privazione del sonno, le minacce di stupro, l’abuso sessuale, l’isolamento, le impiccagioni per gli arti e l’esposizione a temperature estreme”. Nena News

Categorie: Palestina

Strage in Yemen: l’Isis colpisce le moschee Houthi

Ven, 20/03/2015 - 16:48

Due kamikaze si sono fatti saltare in aria in due moschee della capitale: almeno 137 i morti. Lo Stato Islamico rivendica l’attacco, stravolgendo sia le sorti della guerra civile in corso che la presenza di al Qaeda.

 

Una delle moschee colpite oggi a Sana’a (Foto: Reuters/Khaled Abdullah)

 

della redazione

Roma, 20 marzo 2015, Nena News – Un massacro: è salito a 137 il bilancio dei morti del duplice attacco suicida che ha colpito oggi a mezzogiorno, durante la preghiera del venerdì, due moschee nella capitale Sana’a, le moschee Badr e al-Hashoosh. Un bilancio che continua a salire, con testimoni che raccontano di tappeti intrisi di sangue e pezzi di corpi sparsi a terra. Se inizialmente nessun gruppo aveva rivendicato l’attacco e fonti interne parlavano di nuovo di al Qaeda, poco fa è giunta la dichiarazione dell’Isis: account Twitter riconducibili agli uomini del califfato hanno attribuito la responsabilità della carneficina allo Stato Islamico.

Tra i morti anche un noto imam Houthi, al-Murtada bin Zayn al-Mahatwari. «Teste, gambe, braccia erano sparsi per terra – dicono i presenti – Il sangue scorreva come un fiume». Per ora la Casa Bianca ha fatto sapere che non esistono prove che si tratti di un’operazione gestita dall’Isis, di cui non si conosce la reale presenza nel paese. Si tratta solo di propaganda, ha detto il portavoce Earnest. Ma Al Qaeda si è già distanziata dall’attacco e su Twitter il califfato ha fatto girare un comunicato nel quale promette che l’azione sarà solo la prima “di un’inondazione”.

Un attacco che colpisce due moschee utilizzate per lo più da sostenitori e membri del movimento ribelle sciita degli Houthi, che da settembre  hanno preso con la forza il controllo della capitale e da due mesi hanno cacciato il governo ufficiale del presidente Hadi. I kamikaze sono entrati nelle due moschee e si sono fatti saltare in aria. Un atto simbolico, oltre che dirompente perché si fa a colpire il potere ufficioso, il secondo governo del paese, ormai diviso a metà: il presidente Hadi è fuggito ad Aden un mese fa, scappando agli arresti domiciliari, con il sostegno dell’Arabia Saudita, da decenni burattinaio delle vicende yemenite.

E gli Houthi che non hanno mai nascosto l’intenzione di mettere un freno all’ingerenza saudita, appoggiandosi all’alleato iraniano, hanno risposto giovedì bombardando con aerei da guerra il palazzo presidenziale dove Hadi si era rifugiato, ad Aden, “capitale” provvisoria del suo governo.

L’avanzata dell’Isis nel paese più povero del Golfo potrebbe avere un effetto dirompente sia sugli equilibri interni, ormai esplosi in una vera a propria guerra civile, sia sulla presenza del più forte braccio di Al Qaeda, quello attivo in Yemen. Nena News

Categorie: Palestina

VIDEO. Il genocidio degli Yazidi e la solidarietà del Pkk

Ven, 20/03/2015 - 11:32

Intervista esclusiva per Nena News ai profughi yazidi rifugiati nel sud della Turchia: la fuga dallo Stato Islamico e l’accoglienza del partito di Ocalan mentre l’Onu indaga sui crimini di guerra commessi contro la minoranza.

 

Il campo profughi yazidi a Diyarbakir (Foto: Claudio Locatelli/Nena News)

 

video e testo di Claudio Locatelli*

Diyarbakir (Turchia), 20 marzo 2015, Nena News – Nel giorno e nelle ore in cui l’alto commissariato Onu per i diritti umani accusa Daesh (acronomo arabo per Isis) di aver compiuto un efferato genocidio contro l’indifesa popolazione degli yazidi, popolo di origine sincretica presente secolarmente sul territorio mesopotamico, la delegazione italiana di Osservatori Internazionali per il Newroz 2015 – Diyarbakir si trova proprio di fronte ai cancelli di un campo profughi Yazid. Sono profughi dei monti del Gebel Singiār (Iraq) e il campo rappresenta un esempio tangibile della fuga dal massacro, a quelli che si possono definire, già oggi, i sopravvissuti.

Un signore dallo sguardo sofferto ma ancora ospitale ci racconta la sua storia, emblema di molte altre che abbiamo ascoltato, compreso e condiviso, con la mente attenta e il cuore solidale: “Ringraziamo il Pkk perché se non fosse per loro (del popolo degli Yazidi) non ne sarebbe sopravvissuto neanche uno”.

La comunità internazionale si trova di fronte ad un genocidio ancora in corso, ancora vivido, ancora disperatamente presente in questi giorni.
I kurdi combattenti, diramazione del partito clandestino Pkk, sono i soli ad aver aiutato la popolazione degli yazidi, ad aver garantito loro una via di fuga conquistata con il sangue ed il sudore, per poi ospitare i sopravvissuti in un evidente coerenza solidale in quella che è considerata da molti la capitale del Kurdistan Turco: Diyarbakir. Nena News

*Osservatore internazionale, delegazione Italiana Newroz 2015 – Diyarbakir (Amed)

GUARDA IL VIDEO:

Categorie: Palestina

I crimini sciiti contro i sunniti garantiranno gli interessi di chi vuole un Iraq diviso

Ven, 20/03/2015 - 11:14

In un rapporto di Hrw si raccontano le violenze delle milizie Badr contro la città sunnita di Amerli. Ora i timori si concentrano su Tikrit e Mosul. Ad avvantaggiarsi dalla divisione interna sono gli attori regionali che puntano a un Iraq debole e influenzabile.

 

L’ex premier Maliki ad Amerli dopo la liberazione dall’Isis (Foto: AP)

della redazione

Roma, 20 marzo 2015, Nena News – Amerli modello per Tikrit? I timori di una crescita repentina e pericolosa dei settarismi interni iracheni si fanno ogni giorno più concreti. Sul campo ciò si traduce nei crimini che secondo le organizzazioni internazionali per i diritti umani i miliziani sciiti hanno compiuto nelle comunità sunnite liberate dal gioco dell’Isis.

A darne la misura è un rapporto pubblicato mercoledì da Human Rights Watch e incentrato sulla comunità sunnita di Amerli, liberata dall’esercito iracheno e dalle milizie sciite a metà novembre. All’epoca quella liberazione fu accolta come il primo passo compiuto da Baghdad per ricacciare indietro l’avanzata islamista: su internet giravano foto e video del capo dei pasdaran iraniani, il generale Suleimani, che si faceva portare in trionfo dopo aver guidato con successo l’operazione.

Cosa è successo dopo lo racconta il rapporto di 31 pagine di Hrw “Dopo la liberazione arrivò la distruzione”. Una serie di interviste, immagini dal satellite e video girati sul posto mostrano la deliberata distruzione di proprietà civili da parte delle stesse milizie liberatrici. I miliziani, scrive Hrw, “hanno saccheggiato le proprietà dei civili sunniti che erano fuggiti durante la battaglia, hanno bruciato le loro case e i negozi e distrutto almeno due interi villaggi”.

Gli scontri furono violenti: le milizie sciite e le truppe di Baghdad circondarono Amerli e i villaggi vicini e portarono avanti una dura offensiva via terra, sostenuta dai raid Usa. Così fu liberata la città occupata per tre mesi dall’Isis, ma a pagarne lo scotto fu di nuovo la comunità sunnita: “Ventiquattro testimoni, tra cui leader tribali locali e peshmerga kurdi, hanno raccontato di aver visto i miliziani [sciiti] saccheggiare le città e i villaggi intorno Amerli dopo l’offensiva contro l’Isis e distruggere le case della città. Hanno visto i miliziani prendere oggetti di valore, come frigoriferi, televisioni, vestiti, prima di incendiare le abitazioni”.

Secondo i testimoni i responsabili sarebbero gli uomini della potente milizia sciita irachena Badr, armata e addestrata dall’Iran. I crimini commessi non aiuteranno di certo il difficile processo di unificazione del paese, dilaniato da settarismi etnici e religiosi riesplosi con la caduta di Saddam. Il nuovo premier al-Abadi lo sa bene e sta tentando, ancora troppo debolmente, di impedire comportamenti che alienano ancora di più la comunità sunnita dal potere centrale. Ma il controllo che Baghdad esercita sulle milizie sciite è minimo e il timore, fondato, è che i sunniti non sostengano la controffensiva governativa contro l’Isis per paura di punizioni collettive sciite.

Insomma, meglio l’Isis di Baghdad. Tale considerazione appare sempre più pericolosa soprattutto in vista della liberazione di Tikrit, roccaforte sunnita e città natale di Saddam Hussein, quindi simbolo cruciale della battaglia contro l’emarginazione della comunità sunnita. La distruzione del mausoleo dell’ex leader, compiuta la scorsa settimana durante scontri a Tikrit, è l’esempio di come l’Iraq difficilmente riuscirà ad avere la meglio su divisioni interne radicate e pericolose, un sostegno concreto al califfato.

Senza dimenticare Mosul, seconda città irachena, a maggioranza sunnita e prossimo target della controffensiva governativa. Se la comunità sunnita guarderà all’operazione come un modo per schiacciare definitivamente le proprie aspirazioni, potrebbe decidere di non sostenere Baghdad, facendo scivolare il paese in una pericolosa guerra civile. Ad avvantaggiarsene potrebbe essere quegli attori arabi e internazionali che puntano ad una disintegrazione dell’Iraq e la sua trasformazione in uno Stato federale, diviso per etnie e religioni, e facilmente controllabile dall’esterno. A favore, cioè, degli interessi regionali, quelli dell’asse sciita guidato dall’Iran e quelli dell’asse sunnita guidato dall’Arabia Saudita. Nena News

Categorie: Palestina