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Si intensifica la campagna contro il movimento kurdo al confine e la repressione all’interno. Washington sosterrà la creazione di una zona cuscinetto in Siria, la Nato dà la sua benedizione

di Chiara Cruciati

Roma, 29 luglio 2015, Nena News – La guerra è aperta. La discesa in campo degli Stati Uniti al fianco della Turchia, con la decisione di appoggiare la creazione di una zona cuscinetto, una “safe-zone” come viene chiamata da Ankara, mette il sigillo alla dichiarazione di guerra turca al Kurdistan, più che all’Isis.

La “safe zone” sarà lunga 90 km e avrà ben più di un compito: impedire il passaggio dei miliziani, ma soprattutto addestrare i ribelli siriani anti-Assad e fare da nuovo rifugio per le centinaia di migliaia di profughi kurdi e arabi siriani entrati in Turchia a causa dell’avanzata dell’Isis.

Perché il presidente Erdogan con la sua “zona sicura” non è alla ricerca di sicurezza dalle incursioni dello Stato Islamico, continue durante l’ultimo anno, ma dall’attività politica di Rojava e del Pkk, ideologo del confederalismo democratico di Kobane. Una sorta di benedizione arriverebbe anche da Washington: il portavoce del Dipartimento di Stato, John Kirby, ha parlato ieri dei maggiori sforzi della coalizione al confine, ma ha negato che gli Stati Uniti abbiano sanzionato o rimproverato la Turchia per i raid contro i combattenti kurdi. Ha anche negato, però, che gli Usa prenderanno parte all’eventuale imposizione di una no-fly zone sul cielo siriano.

Plauso giunge anche dalla Nato, seppure i 28 membri riunitisi ieri a Bruxelles, abbiano negato un loro intervento e chiesto ad Ankara (questo a porte chiuse, riporta una fonte anonima) di proseguire con il processo di pace con il movimento kurdo. In ogni caso il sostegno politico c’è: Erdogan ha il via libera dall’Alleanza Atlantica per liberarsi della minaccia rappresentata dallo Stato Islamico e dai ribelli kurdi.

Da quasi una settimana i jet turchi bombardano il nord dell’Iraq come bombardano le postazioni Isis nel nord della Turchia. Ieri sono state colpite le aree di Gare e Metina e, di nuovo, Qandil, roccaforte del Pkk in Iraq. Secondo il sito di informazione kurdo Anf, soldati turchi avrebbero aperto il fuoco, ieri, contro civili di Rojava: profughi riparati in Siria, stavano tentando di rientrare a Kobane. Un bambino di sei anni sarebbe rimasto ferito.

La reazione kurda sarebbe arrivata nella provincia di Agri: un’esplosione ha messo fuori uso la conduttura di gas che porta 10 miliardi di litri cubi di gas iraniano in Turchia ogni anno. Secondo il ministero dell’Energia, i responsabili sarebbero i combattenti kurdi. Reazioni del Pkk anche a Mardin, Bitlis e Amed, mentre manifestazioni di piazza venivano organizzare a Nusaibyn e Batman: un giovane è rimasto ucciso dalla polizia turca.

Il quadro si fa ogni giorno più chiaro e i dubbi in merito sono stati ben espressi dal leader del Partito Democratico del Popolo, Hdp, Demirtas: la reale intenzione turca è un’incursione dentro Rojava per impedire al popolo kurdo di controllare in modo contiguo il territorio. “La Turchia non intende colpire l’Isis con la ‘safe zone’. Il governo è estremamente disturbato dal tentativo kurdo di creare uno Stato autonomo in Siria. Non lo permetterà mai e interverrà qualsiasi sia il costo”.

Un’accusa a cui indirettamente risponde proprio il presidente Erdogan che alla stampa ha detto che “è impossibile continuare con il processo di pace con chi minaccia la nostra unità nazionale e la nostra fratellanza”. Non solo: Erdogan ha chiesto al parlamento turco di togliere l’immunità a quei parlamnetari che avrebbero sospetti collegamenti con il Pkk. Ovvero l’Hdp, da anni ponte tra Ocalan e i servizi segreti turchi nel periodo del negoziato. Intanto è salito a 1.050 il numero di arrestati nelle operazioni di polizia dentro la Turchia, sospetti membri di Isis e Pkk, ma anche simpatizzanti di movimenti comunisti e di sinistra turchi e kurdi; 96 i siti oscurati dalla censura di Ankara.

Insomma, tutta colpa del Pkk secondo Ankara, nonostante sia stato proprio Ocalan a promuovere il negoziato e a portarlo avanti con serietà (insieme al cessate il fuoco) mentre l’esercito turco e il governo proseguivano nella militarizzazione del territorio kurdo in Turchia e nella repressione dell’identità kurda. Nena News

 

A deciderlo è stato un tribunale di Tripoli che ha decretato la pena capitale per altri 8 membri del passato regime. Non è chiaro però se la sentenza verrà eseguita. Saif al-Islam, infatti, è detenuto da una milizia di Zintan che non riconosce l’autorità del governo di Tripoli

della redazione

Roma, 28 luglio 2015, Nena News – Un tribunale di Tripoli ha condannato a morte in contumacia Saif al-Islam, il figlio del defunto leader libico Moammar al-Gheddafi. Puniti con la pena capitale anche altri otto membri dell’ex regime. Tra questi spiccano i nomi di ‘Abdullah Senussi, ex capo di Intelligence e l’ex primo ministro Baghdadi Ali Mahmoudi. Saif al-Islam – detenuto dal 2011 da una milizia di Zintan che è alleata con il governo di Tobruq e che si rifiuta di consegnarlo al governo di Tripoli – è ricercato anche dalla Corte penale Internazionale dell’Aia (Cpi) perché accusato di aver compiuto crimini contro l’umanità.

Considerate le circostanze, non è possibile al momento stabilire se la sentenza contro di lui sarà o meno eseguita.

Secondo quanto il procuratore di stato rivelò alla stampa a inizio giugno, gli imputati sono stati incriminati “per crimini di guerra e per aver soppresso le proteste pacifiche durante la rivoluzione [del 2011]”. Gli accusati, inoltre, sono stati condannati anche per il reclutaggio di mercenari stranieri che hanno progettato e compiuto attacchi contro obiettivi civili.

Il processo era iniziato nell’aprile del 2014 prima che i combattimenti tra le fazioni rivali portassero ad agosto alla formazione di due parlamenti contrapposti: uno a Tripoli a guida islamista e un altro riconosciuto dalla comunità internazionale a Tobruq (nel nord est della Libia).

La corte penale internazionale e varie organizzazioni di diritti umani hanno più volte lanciato l’allarme per la mancanza di imparzialità del sistema giudiziario del Paese nordaficano. Nena News

«Erdogan sapeva di rischiare di perdere consenso tra il proprio elettorato trattando con il leader curdo Ocalan. Per questo, mentre parlava di pace, negava l’identità curda, l’insegnamento della lingua curda, impediva la partecipazione politica dei curdi e gettava fango sull’Hdp» sostiene la giornalista e attivista turca

Combattenti kurdi del Pkk (Foto: Reuters/Azad Lashkari )

di Chiara Cruciati     il Manifesto

Roma, 28 luglio 2015, Nena News – Raid sullo Stato Islamico in Siria, operazioni militari contro il Pkk tra Turchia e Iraq: Ankara, dopo un anno di silenzio e accuse di collaborazionismo con l’Isis, si è lanciata contro gli islamisti. Ma il target principale è chiaramente un altro: il movimento kurdo. Finisce così una tregua mai realmente voluta dalla Turchia di Erdogan, le cui politiche neoliberiste e nazionaliste hanno affossato le tante richieste di democrazia provenienti dalla base, turca e kurda.

Ne abbiamo parlato con Murat Cinar, giornalista e attivista della sinistra turca.

Dopo aver evitato di intervenire per oltre un anno, ora la Turchia colpisce lo Stato Islamico. Ma anche e soprattutto il Pkk. Sembra che l’azione contro l’Isis sia in realtà una giustificazione all’intervento contro il movimento kurdo.

Le prime operazioni subito dopo la strage di Suruc compiute in quasi 25 città, con lo scopo di arrestare eventuali appartenenti alle organizzazioni Hpg, Pkk e Isis, hanno reso chiaro il proposito del governo: reprimere il Pkk, attraverso arresti di massa e sequestro di beni. Azioni che non venivano messe in atto da quando l’Akp e i servizi segreti hanno optato per il negoziato con Ocalan. La scorsa settimana la rottura della tregua si è concretizzata con i bombardamenti dei jet turchi contro la montagna di Qandil, dove si trovano ufficiali del Pkk e sedi dell’organizzazione.

Ma i raid non vanno letti come un intento secondario: la Turchia non attacca l’Isis e, con quella scusa, anche il Pkk. La prima notte, la Turchia ha bombardato l’Isis in un intervento molto semplice e breve, solo 25 minuti e 5 bombe. Quello contro il Pkk non è un intervento secondario, ma primario: le parole di Davutoglu e le azioni dell’esercito sono l’espressione chiara dell’intenzione di colpire il Pkk e non l’Isis. Davutoglu domenica ha detto che lo scopo è rispondere al Pkk in merito all’uccisione dei due poliziotti a Ceylanpinar. Un gesto forte dopo due anni e mezzo di quasi totale silenzio. Dico quasi perché negli ultimi mesi la tensione era salita: l’esercito ha costruito dighe e nuove caserme in territorio kurdo e ha militarizzato il territorio.

Ancora sabato e domenica in altre 30 città migliaia di poliziotti hanno svolto operazioni nelle abitazioni di civili portando in caserma centinaia di presunti membri del Pkk, ma anche membri del Partito Democratico del Popolo, l’Hdp.

In realtà Erdogan non ha mai portato avanti seriamente il negoziato. Perché l’Akp non vuole la pace?
Parliamo di una realtà partitica particolare: l’Akp prende i voti non solo dai conservatori, ma anche dai nazionalisti. Con l’apparizione di Erdogan sulla scena politica, il partito nazionalista turco è morto e i voti sono confluiti sull’Akp, una compagine nuova con un leader carismatico che aveva promesso un fittizio rilancio economico e la soluzione di un problema storico senza armi.

Ma mentre Erdogan prometteva una soluzione di riconciliazione nazionale (anche per attirare i voti dei kurdi conservatori o dei giovani kurdi che non hanno conosciuto l’epoca della repressione), sapeva di rischiare di perdere consenso tra il proprio elettorato trattando con Ocalan, definito dalla stampa come macellaio e terrorista. Difficile giustificare all’opinione pubblica un negoziato tra i tuoi parlamentari e i tuoi servizi segreti e il Pkk. Per questo, mentre parlava di pace, Erdogan negava l’identità kurda, l’insegnamento della lingua kurda, impediva la partecipazione politica dei kurdi e gettava fango sull’Hdp.

È un gioco insano che non poteva reggere. Perché mentre Erdogan uccideva i nostri giovani a Gezi Park, rendeva precario il lavoro, svendeva il paese, le banche e i porti ai privati, introduceva i pacchetti di sicurezza più totalitari mai visti in Turchia, uccideva centinaia di operai rendendo insicuro il lavoro, non poteva allo stesso tempo costruire la pace né rendere più democratico il paese.

Nei prossimi giorni e mesi si riaprirà il conflitto? L’impressione è che Ankara punti al caos per tornare al voto.

Il conflitto si è già riaperto. Il governo non è ancora legittimo e non si impegnerà a risolvere la questione in modo pacifico. Erdogan è stato chiaro: Pkk e Hdp non hanno saputo sfruttare questa occasione, per cui non avrà pietà.
Dopotutto Erdogan ha sempre governato con la paura e i pacchetti di sicurezza. Aumenta il numero di poliziotti e i loro stipendi, applica le leggi costituzionali degli ultimi golpisti per sospendere il diritto di sciopero, invia la gendarmeria contro gli operai che chiedono aumenti salariali. Lo ha fatto a primavera contro i 100mila metalmeccanici in sciopero e, prima, con i lavoratori del Tekel, l’ente statale per tabacchi e alcolici.

È la cultura della paranoia che aumenta l’attaccamento alla religione e al sentimento nazionalista: la Turchia è il laboratorio del gladio e del nazionalismo ed Erdogan non è che la nuova faccia che sfrutta politiche storiche, dai progetti anti-comunisti di Carter fino al golpe del 1980. È solo l’ultimo strumento di un sistema secolare, un sistema che funziona ma a breve termine. La Storia dimostra che queste politiche non durano. L’Akp può reggere dieci, vent’anni: Gezi Park ha dimostrato che Erdogan è in declino. La mia paura è che mentre va verso la rovina, si trascini dietro un paese a pezzi, pieno di conflitti interni.

In un intervento a Radio Onda d’Urto, lei ha parlato di un infiltrato nell’Akp che già dopo le elezioni riportava dell’alta probabilità di attentati organizzati dai servizi segreti.

Si tratta di un account misterioso che opera da molto tempo, probabilmente un membro dell’Akp. In passato ha annunciato in anticipo diverse operazioni dell’esercito e dei servizi segreti. Pochi giorni dopo le elezioni del 7 giugno, ha scritto di un pacchetto di Akp e servizi segreti per trascinare il paese nel caos attraverso una serie di attentati, così da portare il popolo a elezioni anticipate, a novembre, convincendolo che solo un governo a partito unico potrà salvarlo.

Quale potrebbe essere la reazione dei movimenti di base turchi e kurdi, quelli che scesero in piazza per Gezi Park e più recentemente per Kobane e Rojava?

Dopo Gezi la gente ha capito di poter fare tanto, il paese si è alzato in piedi e ora ci mette poco a mobilitarsi. Gezi ha sollevato una coscienza che dormiva. La gente è intimorita per le morti di piazza e le aggressioni della polizia ma la strada è ormai segnata: la sinistra si è mobilitata e il successo elettorale dell’Hdp ne è la prova. Non è ormai un partito filo-kurdo e basta, ma è il rappresentante parlamentare della sinistra radicale e dei movimenti di base. Nena News

I progetti di gruppi ed organizzazioni ebraiche che chiedono la ricostruzione del biblico Tempio sono alla base della tensione sulla Spianata delle moschee di Gerusalemme. La complicità del governo israeliano

Riproduzione del secondo Tempio all’Istituto del Tempio di Gerusalemme (foto di Nati Shohat/Flash90)

di Michele Giorgio –   Il Manifesto

Gerusalemme, 28 luglio 2015, Nena News – «Un tempo questi fanatici che chiedono la ricostruzione del Tempio ebraico al posto delle moschee di Gerusalemme, erano pochi e ai margini della politica. Non è più così. Sono sempre più numerosi e influenti. Più di tutto possono contare su un governo ultranazionalista che li appoggia. E quanto abbiamo visto domenica è nulla, le provocazioni proseguiranno sempre più intense». È preoccupato Michael Warschawski, più noto come Mikado. Conosce in profondità il sionismo religioso e i movimenti della “redenzione”. Membro di una importante famiglia ebraica ortodossa, lo scrittore e politogo israeliano, prima di emergere negli anni 70 e 80 come uno dei principali esponenti della sinistra radicale, si era diplomato al Mercaz HaRav, il collegio fondato nel 1924 a Gerusalemme dal rabbino Abraham Isaac Kook, teorico e leader del nazionalismo religioso ebraico, dove ha studiato anche Menachem Froman, il fondatore del movimento dei coloni “Gush Emunim”. Così Warschawski, quando domenica scorsa 300 agenti di polizia hanno affrontato con il pugno di ferro i dimostranti palestinesi che con il lancio intenso di sassi e bottiglie avevano respinto il tentativo di ingresso sulla Spianata delle moschee di militanti della destra religiosa, ha capito subito che l’idea del “ritorno” al Monte del Tempio di Gerusalemme aveva fatto un altro passo in avanti, aveva ottenuto un nuovo importante successo. «Questi movimenti – ha avvertito – si sentono legittimati, sanno di avere il via libera del governo e andranno avanti. E le loro provocazioni potrebbero innescare una escalation dalle conseguenze imprevedibili».

Complice una giornata con poche notizie internazionali forti – anche le bombe del turco Erdogan sui curdi del Pkk destavano scarsa attenzione -, i media italiani domenica hanno dato spazio al blitz della polizia israeliana contro i palestinesi asserragliati nella Spianata delle moschee di al Aqsa e della Cupola della Roccia. Manganellate, gas lacrimogeni, granate assordanti, hanno provocato una trentina di feriti tra i dimostranti. Contusi quattro poliziotti. Hanno però riferito soltanto la versione dell’accaduto data dalle autorità israeliane: era tutto pianificato da giorni, i palestinesi, molti dei quali di Hamas, avevano preparato il loro attacco in occasione del nono giorno del mese di Av nel quale gli ebrei ricordano la distruzione del primo e del secondo Tempio. Alcuni dei volti più noti dei tg italiani hanno lasciato intendere che la causa dei disordini è stato il fanatismo dei musulmani, resi più esaltati del solito dai sermoni dei loro imam. Hanno perciò sorvolato (a dir poco) sulle ragioni di proteste tanto forti, che invece giornali e siti locali, anche israeliani, spiegavano con tutti i particolari.

La giornata di mobilitazione palestinese era stata organizzata per contrastare l’ingresso di centinaia di militanti del movimento ebraico di estrema destra “Torniamo sul Monte” nella Spianata delle Moschee, accompagnati dal ministro Uri Ariel (Casa ebraica). Ex responsabile dell’edilizia, ossia della colonizzazione dei territori palestinesi occupati da Israele nel 1967, Ariel, ora ministro dell’agricoltura, è uno dei più accaniti sostenitori della ricostruzione del Tempio al posto delle moschee, terzo luogo sacro dell’Islam. Convinto, come gran parte dei sionisti religiosi, che l’occupazione militare cominciata nel 1967 abbia segnato l’inizio di “tempi speciali” che impongono la redenzione di tutta Gerusalemme e di Eretz Israel, Ariel ripete che la salvezza del popolo ebraico non potrà compiersi senza la ricostruzione del Tempio.

Come spiega Michael Warschawski, la presenza nel governo di Ariel e di altri esponenti del nazionalismo religioso più estremista, rappresenta una legittimazione dei movimenti per la redenzione e la ricostruzione del Tempio – a cominciare dai “Fedeli del Monte del Tempio” del rabbino Yehuda Glick (scampato qualche mese fa ai colpi esplosi da un palestinese di Gerusalemme) e dagli “studiosi” del Machon HaMikdash (Istituto del Tempio) – e un riconoscimento di fatto delle loro richieste, un tempo teorie “bizzare” ora progetti ragionevoli. Nei mesi scorsi la stessa polizia israeliana aveva messo in guardia dalle provocazioni di questi gruppi di invasati che innescavano le reazioni, anche violente, dei palestinesi. Ma il governo Netanyahu si è mosso per placare le ambizioni di questi gruppi solo dopo le forti proteste della Giordania – la dinastia hashemita si considera custode della Spianata delle moschee – scattate anche domenica scorsa.

Ad incediare il clima, ma pochi all’estero sembrano rendersene conto, sono anche i blitz dell’esercito israeliano nei campi profughi e nei centri abitati palestinesi della Cisgiordania a caccia di “terroristi”. L’ultimo, avvenuto a Qalandiya nella notte tra domenica e lunedì, è costato la vita a un 18enne, Mohammed Abu Latifa. Il giovane, un “ricercato”, ha cercato di fuggire nonostante i colpi sparati dai soldati ma sarebbe caduto da un tetto ed è morto sul colpo. Il “terrorista” è stato sepolto tra i pianti di dolore di parenti e amici e le proteste con lanci di sassi di decine di giovani palestinesi contro il vicino posto di blocco israeliano. Nena News

200 settler sono stati evacuati stamane con forza dagli edifici Dreinoff della colonia di Beit El. Il premier Netanyahu si difende dall’attacco dei falchi del suo governo: “operiamo per rafforzare gli insediamenti, ma rispettando la legge”

della redazione

Roma, 28 luglio 2015, Nena News – Coloni israeliani ancora una volta protagonisti. Questa volta non per un’aggressione ai danni dei palestinesi, ma per essersi scontrati con i soldati di Tel Aviv. Violenti tafferugli sono infatti scoppiati stamane alle prime luci dell’alba nell’insediamento di Beit El (vicino alla città palestinese di Ramallah) dove un gruppo di circa 200 coloni aveva occupato i cosiddetti edifici Dreinoff, due strutture abitative di cui l’Alta corte suprema israeliana ha ordinato la demolizione domenica notte. Era stata l’associazione israeliana per i diritti umani Yesh Din a chiedere alla Corte suprema di demolire il quartiere – chiamato con il nome del suo costruttore Mier Dreinoff – perché è situato su terra privata palestinese. Un ufficiale della difesa, tuttavia, ha detto stamattina che lo status degli edifici Dreinoff è ancora da valutare perché si è “ancora nel mezzo di un processo giudiziario”.

I settler, sconfitti in sede legale domenica, avevano pertanto deciso di barricarsi dentro il complesso residenziale nel tentativo di impedire l’implementazione della decisione dell’Alta Corte. Secondo quanto riferisce Honenu, organizzazione di destra vicina ai coloni, nel corso degli scontri di stamattina, le forze di sicurezza hanno arrestato circa 50 persone. Una volta evacuati gli occupanti, i soldati hanno dichiarato l’area una zona militare chiusa e gli edifici sono al momento controllati dalla polizia di frontiera israeliana per impedire un ritorno dei settler.

L’evacuazione di Beit El decisa dal governo è stata duramente criticata dai settori dell’esecutivo più vicini al movimento dei coloni. Second Ze’ev Elkin, titolare del ministero per gli affari di Gerusalemme, la decisione del governo è da condannare. “Invito il ministro della difesa Ya’alon – ha detto Elkin – a non rimuovere i coloni, ma a completare il processo d”autorizzazione degli edifici avanzando piani per il nuovo quartiere”. “Mentre ricordiamo i 10 anni dalla dolorosa e disastrosa espulsione dei coloni da Gush Katif e dal nord della Samaria – ha aggiunto – è tempo di costruire e non di distruggere”.

Duro nei confronti di Ya’alon è stato anche il ministro dell’Educazione Naftali Bennet. “Dieci anni sono passati dal disimpegno – ha dichiarato il leader di Casa ebraica – e qualcuno ha dimenticato che questa volta il campo nazionale ha una forza pubblica e politica. E’ giunta l’ora che il governo nazionale guidi l’ideologia per cui è stato votato e non segua la strada della sinistra”.

Bennet ha subito incassato il sostegno del leader di Yisrael Beitenu (destra), Avigdor Lieberman. “Concordo con le parole del ministro Bennet – ha scritto stamattina il falco Lieberman sul suo account Facebook – questo è il motivo per cui non abbiamo partecipato a questo esecutivo il cui primo ministro, già al tempo delle trattative per la formazione del governo, non era d’accordo con le nostre richieste di costruire in Giudea e Samaria [la Cisgiordania, ndr] e a Gerusalemme. Invito pertanto il ministro Bennet e i parlamentari di Casa Ebraica ad unirsi a me e a Yisrael Beitenu per formare una opposizione nazionale che si occupi di costruire e non di distruggere”.

Coloni e forze di sicurezza israeliane si confronto a Beit El

Sulla vicenda è intervenuto stamattina il primo ministro israeliano che ha provato a calmare gli animi sottolineando come de facto non vi siano differenze significative tra lui e i settori riottosi del governo. “Lo stato – ha dichiarato Netanyahu – si oppone alla distruzione degli edifici. Operiamo in modo da rafforzare gli insediamenti, ma lo facciamo rispettando la legge”. “La nostra posizione riguardo le case a Beit El – ha aggiunto il premier – è chiara. Ci opponiamo alla loro distruzione e agiamo nell’ambito della legge per impedire questo provvedimento”.

Mentre prosegue la bagarre politica (e non solo) a Beit El, circa 250 settler originari di Sa-Nur, tra cui diverse famiglie che sono state rimosse dall’insediamento nel nord della Cisgiordania durante il “Piano di Disimpegno del 2005″, sono ritornati nella colonia ieri notte senza ottenere alcuna approvazione delle forze di sicurezza israeliane.

Ad appoggiare la mossa sono stati anche alcuni esponenti del governo tra cui il parlamentare di Casa Ebraica Bezalel Smotrich e il professore Arieh Eldad. “E’ tempo di risistemare le cose dopo 10 anni dal disimpegno da Gaza. E’ questo parte da qui, nel nord della Samaria [Cisgiordania, ndr] ha detto Smotrich in una conferenza stampa. “Le famiglie sono ritornate nell’insediamento con l’intenzione di starci. Non intendiamoci muovere da qui” ha aggiunto il parlamentare. Nena News

La loro uccisione sarebbe avvenuta nel corso di un raid effettuato dalla polizia in un appartamento della capitale. Morto anche un civile. Secondo le fonti di sicurezza locali, i due uomini appartenevano ad Ajnad Misr, gruppo jihadista attivo soprattutto al Cairo

Il Consolato italiano al Cairo dopo l’attacco dello scorso 11 luglio

della redazione

Roma, 28 luglio 2015, Nena News – Le forze di polizia egiziane hanno ucciso ieri al Cairo i due presunti autori dell’attentato al consolato italiano dello scorso 11 luglio. Secondo quanto riferiscono fonti della sicurezza egiziana, l’uccisione dei due ricercati sarebbe avvenuta nel corso di un raid compiuto dagli agenti di polizia in un appartamento della capitale. Nella sparatoria che avrebbe avuto luogo tra i poliziotti e i due presunti jihadisti è morto anche un civile. Nove i feriti.

“I due jihadisti appartengono ad Ajnad Misr [Soldati d’Egitto] e gli investigatori fanno sapere che potrebbero essere coinvolti nell’attacco al consolato italiano”, ha dichiarato un ufficiale della sicurezza che ha preferito restare anonimo. Secondo l’ufficiale, i due uomini erano anche ricercati dalle autorità egiziane perché responsabili dell’uccisione di diversi poliziotti.

Lo Stato islamico aveva rivendicato l’attentato alla sede diplomatica italiana in cui era rimasto ucciso un civile egiziano. L’attacco al consolato di due settimane fa è stato il primo ad una istituzione straniera da quando i gruppi jihadisti hanno iniziato a combattere il regime golpista di As-Sisi due anni fa.

Ajnad Misr si è resa nota per diversi attentati nella capitale che hanno preso di mira principalmente i poliziotti e che hanno avuto come target anche edifici governativi (tra cui il palazzo presidenziale) e l’Università del Cairo. Lo scorso aprile il leader del gruppo, Hammam Mohammed Attiyah, è stato ucciso nel corso di un raid effettuato dalla polizia in un appartamento della capitale. Secondo le autorità egiziane, Attiyah aveva fatto parte di Ansar Beit al-Maqdis – il principale gruppo jihadista in Egitto che lo scorso novembre ha annunciato la sua affiliazione allo Stato islamico (Is) – ma se ne sarebbe allontanato per fondare nel 2013 Ajnad Misr che è attivo soprattutto al Cairo.

Lo scorso 1 luglio, nove militanti islamici tra cui tra Nasser al-Houfia, un importante esponente della Fratellanza Musulmana, sono stati uccisi da agenti della polizia in un appartamento della capitale nel corso di un raid simile a quello avvenuto ieri. I Fratelli musulmani sono stati designati “gruppo terroristico” nel dicembre 2013 pochi mesi dopo il golpe militare che ha deposto il presidente islamista Mursi. Nena News

I militari turchi avrebbero colpito il villaggio di Zor Mikhar, a est di Kobane, e subito dopo un veicolo delle Unità di Protezione popolare a Til Findire. Le autorità turche negano e promettono un’indagine. Continuano i raid sulle postazioni Isis e su quelle del PKK nel nord dell’Iraq. Domani il vertice urgente NATO voluto da Erdogan

Carri armati turchi al confine con la Siria – © Reuters

della redazione

Roma, 27 luglio 2015, Nena News – Ankara attacca i militanti curdi in Siria: è l’accusa rivolta dalle Unità di Protezione Popolare curde (YPG) alla Turchia, all’indomani di un bombardamento che ha colpito il villaggio siriano di Zor Mikhar, a est di Kobane, strappato dall’YPG assieme ad alcune unità dell’Esercito siriano libero all’Isis, con un bilancio di quattro feriti. Sempre secondo i reparti di liberazione curdi, un’ora dopo un carro armato turco avrebbe aperto il fuoco su un veicolo dell’YPG nel vicino villaggio di Til Findire. “Invece di colpire le posizioni occupate dai terroristi dell’Isis – si legge in un comunciato dell’YPG – le forze turche attaccano le posizioni dei nostri difensori. Esortiamo la leadership turca a fermare questa aggressione e a seguire le linee guida internazionali”.

La risposta di Ankara alle accuse è arrivata in mattinata: prima nega di aver colpito le forze curde siriane, ma poi promette un’investigazione sull’accaduto. “Le nostre operazioni militari – ha dichiarato un funzionario del governo turco – mirano a neutralizzare le minacce imminenti alla sicurezza regionale della Turchia. Il PYD (il partito curdo siriano che ha il suo braccio armato nel YPG, ndr) , insieme ad altri, rimane al di fuori del campo di applicazione del corrente sforzo militare: stiamo indagando sulle accuse fatte all’esercito turco di essere impegnato in incarichi contro forze diverse da [dall’Isis] “.

Una versione che non convince molto, se si pensa al ruolo ambiguo che ha avuto la Turchia nel conflitto siriano, soprattutto in concomitanza con l’emergere dell’Isis. Ankara è stata infatti accusata da più parti – soprattutto dai combattenti curdi nel nord della Siria – se non di sostenere direttamente le formazioni jihadiste operanti in Siria, quantomeno di chiudere un occhio sui passaggi di armi e uomini verso la frontiera, passaggi che hanno contribuito ad arricchire le fila del cosiddetto califfato con migliaia di reclute provenienti dall’Europa e dal Nord Africa. Tutto per controbilanciare il peso dei curdi, che per le autorità turche restano il pericolo numero uno.

Tant’è vero che la guerra appena scatenata da Ankara all’Isis è cominciata non dopo la strage di Suruç – 32 militanti pro -curdi sono morti in un’attentato organizzato da militanti legati allo Stato islamico nel centro culturale della città – ma dopo l’uccisione, il giorno seguente, di un soldato turco a un posto di frontiera da parte dell’Isis e l’assassinio di due poliziotti come vendetta per Suruç per mano del PKK, il Partito dei lavoratori del Kurdistan messo da Ankara nella lista delle organizzazioni terroristiche. Solo allora Ankara ha dato il via a una valanga di arresti sia tra i militanti islamisti che tra quelli curdi, e alle operazioni militari contro obiettivi dell’Isis in Siria ha affiancato quelle contro il PKK nel nord dell’Iraq. 

Che sbarazzarsi per sempre del PKK fosse nei sogni delle autorità turche già da tempo è storia ormai nota: nonostante un effimero cessate il fuoco tra i curdi e la Turchia,  il negoziato proposto due anni fa dal leader curdo Ocalan non è mai veramente stato rispettato, con Ankara che  – come accusa il PKK – non ha mantenuto le sue promesse, ha incrementato i posti di blocco e le stazioni di polizia nelle aree curde, ha costruito un numero di dighe sproporzionato alla produzione energetica curda e ha ucciso civili.

Intanto, sul piano diplomatico, Ankara ha chiesto alla NATO di organizzare una riunione urgente per discutere della situazione: il meeting, che si terrà domani, è stato chiamato in base all’articolo 4 del Trattato Atlantico, che consente ai membri di richiederlo se la loro integrità o la sicurezza del territorio è minacciata. Nel vertice si parlerà delle misure che il governo turco intende prendere contro l’Isis, compresi i raid e la no-fly zone parziale concordata con gli Stati Uniti, che correrà per 90 chilometri da est a ovest, dalla citta siriana di Maare a Jarablus, e 50 chilometri di profondità. Obiettivo di Washington è non solo utilizzare la base di Incirlik a nord di Aleppo, ma soprattutto coinvolgere maggiormente Ankara nella coalizione anti-Isis.

Nonostante sia nella coalizione sin dall’inizio, il governo turco non ha pienamente cooperato a causa di una visione differente sulla crisi siriana: per Ankara l’obiettivo è sempre stato rovesciare il rivale Assad, più che battere gli uomini del sedicente Stato Islamico. Ora che il territorio turco è stato toccato, però, il presidente Erdogan pensa a una partecipazione nei bombardamenti “mirati” alle postazioni del califfato in Siria e in Iraq. Bombardamenti che fanno discutere: secondo un report diffuso dall’Osservatorio siriano per i Diritti Umani, infatti, i raid della coalizione hanno ucciso oltre 3.216 persone dal settembre 2014 ad oggi. Tra loro, 173 civili, di cui 53 minori e 35 donne nelle province di Hassakah, Raqqa, Idlib, Deir el-Zor e Aleppo. Il report sottolinea come 64 civili siano stati uccisi nel massacro compiuto dalla coalizione nel villaggio di Bir Mahali, a sud di Kobane. Tra i jihadisti uccisi ci sarebbero 2.927 uomini dell’Isis, in maggioranza non siriani, e 115 combattenti di al-Nusra. Nena News

Observers argue that IS is neither Islamic nor a state, but what legacy would it have as a ‘caliphate’ compared to some of its predecessors? 

Una scena del filmato diffuso dall’Isis

by Mamoon Alabbasi – Middle East Eye

Militants who named their group the Islamic State (IS), after capturing territory in Iraq and Syria, have had their brand challenged on two fronts: they are seen as neither Islamic nor a state.

Mainstream Islamic scholars have lashed out at the militant group’s use of religious terminology, seeking to refute their claims to faith by contrasting them to traditional practices of the Prophet Mohamed as well as placing theological references in historical context.

One example was an open letter by Muslim scholars and religious authorities to Abu Bakr al-Baghdadi, the leader of IS in Iraq, pointing out in theological terms why his group’s actions are un-Islamic.

Muslim leaders, politicians and commentators, as well as ordinary members of the faith, have distanced their religion from the practices of IS, to the extent that many have resorted to using the word “Daesh” – the Arabic acronym for the Islamic State in Iraq and Levant – just so as to avoid the word “Islamic” when referring to the militants. 

In the fields of journalism and academia, meanwhile, some non-Muslims have questioned whether IS can really call itself a state.

“Look at the map of what it controls,” wrote David Shariatmadari in the Guardian, “and you’ll see anything but a state in the modern sense”.

“Its territory snakes along riverbanks, grabbing towns here and there, extending its fingers into patches of desert,” he added.

Indeed, the fact that IS is not a state has helped the militants militarily, wrote The American Interest website. “ISIS is no more a traditional state than it is a traditional army, and for precisely the same reason: its fluidity.”

Even world leaders, like US President Barack Obama and British Prime Minister David Cameron, have jumped on that bandwagon, stressing that IS is neither Islamic nor a state.

However IS has also sought to draw legitimacy by branding the territory it controls as a “caliphate”.

‘Ethnic, linguistic, and religious pluralism’

“The word [caliphate] itself comes from the Arabic khalifa, or successor, and was used initially to refer to those who led the young Muslim community after the death of the Prophet Muhammad in 632,” Jonathan Lyons, author of the book The House of Wisdom: How the Arabs Transformed Western Civilization, told Middle East Eye.

“Its later, symbolic usage suggests the unity of political and religious leadership, although in practice this was often not the case. The institution of the caliphate was formally abolished in 1924, following the final collapse of the Ottoman Empire,” added Lyons, who lectures on the relationship between Islam and the West.

Lyons, has lived in and written three books on the region, pointed out that IS’s version of the caliphate differs drastically with life in Baghdad over a thousand years ago.

“There are other aspects of the caliphate throughout the history of Islam that are worth noting – aspects that fly in the face of IS’s declared war on anyone who does not share their particular interpretation of the faith,” said Lyons, who is also currently working on a revisionist history of the Muslim world.

“Chief among these was the remarkable ethnic, linguistic and religious pluralism that characterised the institution for much of its early history, a fruitful mixing of cultures and traditions which made the Islamic empire of the late medieval period the leading world centre of science, philosophy and culture,” he added.

In some eras during the history of that caliphate, the treatment of minorities and the promotion of education particularly stood out in stark contrast to IS’s inflammatory rhetoric to anything that originates from what they perceive as outsiders.

“Under the Abbasid caliphs, who made Baghdad their capital in 762 CE, the Islamic empire greedily absorbed learning from disparate traditions and cultures – Jewish, Hindu, Zoroastrian, Syriac Christians and pagan – as a matter of state-sanctioned intellectual policy,” said Lyons.

“Abbasid scholars then went on to new heights in philosophy, medicine, mathematics, astronomy and other sciences, achieving breakthroughs that later laid the foundation for Europe’s own scientific and intellectual development,” he added.

Caliphate clash: What legacy can IS offer?

Back then, some of those who flocked from the West to the Middle East did not have militancy in mind.

“Arabic became the new lingua franca of science and philosophy for centuries,” noted Lyons, “and ambitious European students, discouraged at the low level of learning available to them at home, traveled great distances and struggled to learn Arabic in order to gain access to the latest scholarship”.

“The wonders of Aristotelean philosophy, for example, were first distilled and explained to a knowledge-hungry West by the great Arab philosophers, and translations of their works were highly valued across Europe even as the Catholic Church, seeing its position as moral and philosophical arbiter badly threatened, tried numerous times – unsuccessfully as it happened – to stem the import of Muslim learning,” Lyons added.

But could IS replicate a legacy that is even remotely similar to what was common in that era? Not likely, according to Lyons.

“It is important to note, then, that the enormous contribution to world civilization made under the Abbasid Caliphate, and carried on to varying degrees by the later Islamic empires, would not have been possible under anything like the intolerant stance and exclusivist attitudes of Daesh, whose vision of a restored caliphate appears as little but an ahistorical justification of its own authoritarian tendencies and institutional interests,” concluded Lyons. Nena News

 

Riyadh annuncia lo stop ai bombardamenti per cinque giorni a partire da questa mattina, ma subito dopo colpisce le roccaforti degli Houthi nelle province di Hajjah e Saadah. E di corridoio umanitario per 13 milioni di yemeniti ancora non si ha notizia

Raid saudita del 3 giugno a Sanaa (Foto: Reuters/Mohamed al-Sayaghi)

della redazione

Roma, 27 luglio 2015, Nena News - Una nuova tregua “umanitaria”, la terza in un mese, sarebbe già stata violata dagli stessi che l’hanno dichiarata. E’ la storia che si ripete in Yemen, a quattro mesi dall’inizio dei raid della coalizione anti-houthi a guida saudita e dopo l’annuncio fatto unilateralmente sabato da Riyadh di interrompere i bombardamenti per cinque giorni per “motivi umanitari”. La violazione della tregua sarebbe avvenuta questa mattina all’alba, quando due raid sauditi hanno colpito un centro medico di Hajjah che dava rifugio ai militanti houthi e la periferia di Saadah, roccaforte della ribellione sciita. Secondo quanto riportato dall’agenzia stampa iraniana Fars, le vittime sarebbero rispettivamente 3 e 2. 

A darne la notizia è stata l’emittente CNN, che cita fonti del ministero della Difesa yemenita. La maggior parte della stampa internazionale si è invece concentrata su bombardamenti nella città di Taez, già teatro due settimane fa della violazione saudita del secondo cessate il fuoco: secondo le fonti di sicurezza yemenite sarebbero stati gli Houthi ad aprire il fuoco, mentre alla periferia nord e ovest di Aden, recentemente riconquistata dalle forze governative, i ribelli sciiti si sarebbero scontrati con le milizie fedeli al presidente Abd Rabbo Mansour Hadi. 

Il dito internazionale è puntato tutto sugli Houthi, nonostante abbiano dichiarato di non aver acconsentito ad alcun cessate il fuoco perché non interpellati. A seguito dell’appello fatto ieri sera dal segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon per rispettare la tregua, il capo del comitato rivoluzionario degli Houthi Mohammad Ali al-Houthi ha dichiarato tramite l’agenzia stampa Saba che il gruppo non avrebbe preso una posizione a riguardo fino a quando le Nazioni Unite non glielo avessero notificato.

Solo un tiepido monito è giunto invece dall’ONU alla notizia del bombardamento della coalizione anti-houthi nella notte di venerdì su un complesso residenziale nella città costiera di Mokha. L’attacco, il più sanguinoso dall’inizio dei raid lo scorso 26 marzo, ha provocato dalle 80 alle 120 vittime, quando una serie di bombe è stata sganciata su un complesso di abitazioni di lavoratori della vicina centrale elettrica. Sarebbe stato allora che il presidente Abd Rabbo Mansour Hadi, rifugiatosi da tempo a Riyadh, avrebbe chiesto al suo alleato saudita il cessate il fuoco di cinque giorni.

Intanto, di corridoio umanitario non si ha ancora notizia: dopo la concessione fatta mercoledì scorso dal blocco sunnita all’attracco nel porto di Aden di un cargo delle Nazioni Unite contente aiuti per circa 180 mila persone, il primo in quattro mesi, per ora sui rifornimenti per la popolazione affamata grava il silenzio. Quattro mesi di raid e di guerra hanno ucciso oltre 3.500 persone – tra loro circa 365 bambini – stando alle cifre diffuse dall’Onu, mentre oltre la metà della popolazione yemenita è in disperato bisogno di cibo. Nena News

 

Mohammed  Abu Latifa è caduto da un tetto mentre tentava di sfuggire all’arresto durante l’ennesima retata dell’esercito israeliano nel suo  campo profughi. Gerusalemme est presidiata dopo scontri  su Spianata moschee innescati da blitz di estremisti di destra.

Mohammed Abu Latifa, 18 anni

della redazione

Gerusalemme, 27 luglio 2015, Nena NewsUn altro giovane palestinese è rimasto ucciso nell’ennesima retata dell’esercito israeliano a caccia di presunti “terroristi” nel campo profughi di Qalandiya (tra Gerusalemme e Ramallah). La radio militare israeliana ha riferito che Mohamed Abu Latifa, 18 anni, avrebbe cercato di sottrarsi all’arresto, i soldati gli hanno sparato alle gambe ma il ragazzo – sempre secondo l’emittente israeliana – ha proseguito la fuga ed è caduto da un tetto. Precipitato da diversi metri di altezza Abu Latifa è morto sul colpo.

Le circostanze della caduta del giovane palestinese restano poco chiare, un mistero per gli abitanti del campo profughi che confermano solo in parte la versione fornita dagli israeliani.

L’accaduto aggiunge nuova tensione a quella provocata dagli scontri avvenuti ieri a Gerusalemme, dopo un blitz delle forze antisommossa israeliane seguito all’ingresso di diverse centinaia di nazionalisti religiosi israeliani nella Spianata della moschea di al Aqsa, considerata dalla tradizione ebraica il Monte del biblico Tempio. Il loro arrivo – in occasione delle celebrazioni per il nono giorno del mese di Av in cui gli ebrei ricordano la prima e la seconda distruzione del Tempio - era stato preannunciato dal movimento ebraico di estrema destra, “Torniamo sul Monte”, che invoca la ricostruzione immediata del Tempio nella Spianata, terzo luogo santo dell’Islam che ospita la Moschea al Aqsa e la Cupola della Roccia.

Nella zona degli scontri, protetto da decine di agenti di polizia, era presente anche un ministro dell’estrema destra, Uri Ariel.

Le tensioni erano cominciate già tre giorni fa quando una giovane colona israeliana, ripresa da una telecamera nei pressi della Spianata, ha pronunciato ad alta voce la frase “Maometto è un maiale”, poi rilanciata in rete da altri estremisti.

Secondo la ricostruzione della polizia invece gli scontri, in cui sono rimasti feriti una ventina di palestinesi e quattro agenti, sarebbero stati organizzati a tavolino da “attivisti islamici”. Nena News

La stampa siriana annuncia una serie di vittorie delle forze governative nella cittadina al confine con il Libano, mentre i comitati di coordinamento locali denunciano il lancio di 50 bombe a barile da parte dell’esercito la notte scorsa. Intanto Assad concede l’amnistia ai disertori. Le opposizioni si accordano su una roadmap senza il presidente siriano

Syrian soldiers

della redazione

Roma, 25 luglio 2015, Nena News - E’ battaglia all’ultimo sangue per Zabadani, la cittadina siriana al confine con il Libano assediata dall’esercito di Assad e da Hezbollah da quasi un mese. Oggi, stando a quanto diffuso dall’Osservatorio siriano per i Diritti umani, sull’ultima roccaforte islamista nella cintura intorno a Damasco sarebbero piovute almeno 50 bombe a barile, lanciate dagli elicotteri del regime siriano. L’uso, a Zabadani, di queste armi, che sono dei barili riempiti con esplosivi, munizioni, chiodi e ferraglia varia, era stato denunciato qualche giorno fa dall’inviato Onu per la Siria Staffan de Mistura, poiché nel raid di martedì scorso avevano causato “una distruzione senza precedenti e molte vittime tra la popolazione civile”.

Dopo oltre tre settimane di combattimenti, l’esercito governativo e il suo alleato libanese, il Partito di Dio, sembrano aver riconquistato ampie zone della città, punto di transito di uomini e armi nella tormentata frontiera tra i due paesi. L’ultimo bastione di al-Nusra nella zona potrebbe essere presto riconquistato del tutto da Bashar al-Assad, che ne controlla i maggiori punti di ingresso, stando ai report delle agenzie stampa governative. La Sana riporta ad esempio come i soldati abbiano distrutto un tunnel di 70 metri usato da alcuni gruppi di ribelli per contrabbandare rifornimenti da Zabadani alla vicina Madaya. Stessa notizia riportata dall’emittente tv al-Manar, legata a Hezbollah, che racconta inoltre come decine di combattenti ribelli siano morti a seguito di un’operazione condotta da Damasco in alcuni quartieri della città meridionale di Deraa.

Ai successi militari del regime si accompagna l’annuncio, fatto oggi in diretta tv da Bashar al-Assad, di concedere l’amnistia a tutti i disertori, che essi si trovino in Siria o all’estero. L’agenzia stampa Reuters fa notare come, secondo alcune fonti diplomatiche, dopo gli insuccessi di Idlib e Palmyra – conquistate entrambe da coalizioni di forze islamiste – l’esercito sia ora concentrato a difendere alcuni bastioni importanti per Assad, come Damasco, Homs e la regione costiera a forte presenza alawita. Sempre la Reuters rivela che, a fronte di una carenza di manodopera sempre più importante – un numero imprecisato di uomini sarebbe fuggito dal reclutamento – l’esercito stia assoldando milizie locali nelle aree che controlla.

Sul versante politico opposto, invece, ieri a Bruxelles il Consiglio nazionale siriano e il Comitato di Coordinamento nazionale hanno annunciato di aver siglato un accordo per una roadmap che metta fine al conflitto. I due organi di opposizione al presidente siriano – rispettivamente in esilio e interno -avrebbero acconsentito a istituire un governo di transizione che guidi il paese fuori dalla guerra, governo di cui non faccia parte Assad: la sua presenza nel futuro della Siria era stata sempre rifiutata dall’opposizione basata a Istanbul, mentre era stata considerata da quella di stanza a Damasco, ufficiosamente “tollerata” da Assad. Nena News

 

 

A metà del 2015 la Repubblica Islamica ha già mandato al patibolo 700 persone. Per gli attivisti, chiuso l’accordo sul nucleare, è il momento per Rouhani di aprire il file dei diritti umani

©Amnesty International

di Sonia Grieco

Roma, 25 luglio 2015, Nena News – Amnesty International (AI) l’ha definita “un’attività frenetica” e in effetti dall’inizio dell’anno l’Iran ha eseguito 694 condanne a morte, l’equivalente di oltre tre persone al giorno. Il boia non si è fermato neanche durante il mese del Ramadan, che ha visto andare al patibolo quattro persone.

Cifre “sconcertanti” per Said Boumedouha, vice direttore di AI Medio Oriente e Nord Africa: “Di questo passo alla fine dell’anno si arriverà a oltre mille esecuzioni”. “L’uso della pena di morte è sempre ripugnante, ma è ancora più preoccupante in un Paese come l’Iran, dove i processi sono palesemente iniqui”.

A comminare con tanta facilità condanne capitali sono tribunali per niente indipendenti e imparziali, in processi spesso sbrigativi, viziati e celebrati a porte chiuse. Agli imputati è spesso negato di parlare con gli avvocati durante la fase investigativa e le procedure per ricorrere in appello o per chiedere la commutazione della pena, oppure il perdono, sono inadeguate. Sono stati denunciati casi di torture e maltrattamenti. Inoltre, si finisce nel braccio della morte per reati che variano da crimini gravi, come l’omicidio, ad azioni che non dovrebbero neanche essere criminalizzate.

La condizione dei condannati a morte è particolarmente inumana. Aspettano il proprio momento senza avere indicazioni di quando saranno messi a morte, senza poter vedere i propri cari che a volte sono informati giorni, anche settimane, dopo l’esecuzione.

Non è chiaro cosa ci sia dietro queste cifre preoccupanti, ma secondo quanto si apprende dalle autorità iraniane, l’80 per cento dei detenuti nel braccio della morte è accusato di reati legati al traffico di droga. La legge iraniana, che prevede la pena capitale per un’ampia gamma di reati di droga, viola il diritto internazionale che ne limita l’uso ai reati più gravi, quelli che riguardano l’omicidio. D’altronde, non ci sono elementi che confermino che il ricorso al boia sia un deterrente e, invece, è evidente che i condannati a morte provengono da ambienti svantaggiati, ai margini della società. “Siamo vittime della miseria” , ha spiegato uno di loro ad Amnesty: “Se avessimo un lavoro, […] perché dovremmo imboccare una strada che ci garantisce la morte?”

Ma non ci sono soltanto persone spinte a delinquere dalla miseria. Le carceri della Repubblica Islamica sono piene di dissidenti, di prigionieri di coscienza, di attivisti e di membri di minoranze etniche e religiose. Finiscono dietro le sbarre con vaghe accuse legate a questioni di sicurezza nazionale e le cose continuano a funzionare così anche dopo le pressioni del presidente Hassan Rouhani su Parlamento e magistratura affinché fossero definiti meglio i reati politici.

È proprio a Rouhani, l’uomo che sta riportando l’Iran sulla scena internazionale, che pensano gli attivisti. Adesso che il capitolo sul nucleare iraniano è stato chiuso, la sua popolarità interna gli dà la forza per agire sulla questione dei diritti umani, cui potrebbe dedicare la seconda parte del suo mandato. Il successo ottenuto a Ginevra resta monco se non si cambia passo rispetto alle violazioni dei diritti della persona di cui si macchia l’Iran, non soltanto riguardo allo “sconcertante” ricorso al boia nei tribunali del Paese.

“Rouhani ha fatto alcune promesse elettorali, tra cui alcune che riguardano i diritti umani. È stato preso dal file sul nucleare, adesso dovrebbe concentrarsi su quello dei diritti umani”, ha detto al Guardian Ahmed Shaheed, inviato speciale Onu per le violazioni dei diritti umani in Iran. La situazione nella Repubblica Islamica è peggiorata, secondo Shaheed. Non è una colpa diretta del presidente, ma Rouhani potrebbe far sentire il suo peso su quella parte di apparato, l’intelligence e la magistratura, che è responsabile degli abusi.

Finora l’isolamento internazionale dell’Iran ha funto anche da scusa per mettere in fondo alle priorità, alle questioni da affrontare, la violazione dei diritti delle persone. Questa scusa adesso non regge più, ha detto l’avvocato e attivista Nasrin Sotoudeh, in carcere da maggio per reati legati alla sicurezza nazionale. “L’Iran ha negoziato con la comunità internazionale per trovare una soluzione alla questione del nucleare. Dovrebbe fare lo stesso a casa sua e aprire un dialogo con l’opposizione e i dissidenti interni”, ha spiegato Sotoudeh, nota per la sua battaglia contro le esecuzioni di minori e vincitrice con il regista Jafar Panahi del Premio Sakharov per la libertà di pensiero nel 2012. Nena News

Offensiva politica e mediatica dei settler dopo l’intervento degli Stati Uniti e dell’Ue a sostegno dei 340 abitanti del villaggio palestinese a sud di Hebron minacciati di espulsione.

Khirbet Susiya, foto di Chiara Cruciati

di Michele Giorgio

Gerusalemme, 25 luglio 2015, Nena News – Era agitato l’altro giorno Nadav Abramov, direttore del sito archeologico ebraico di Susya, mentre rispondeva alle domande di Arutz 7, l’emittente radiofonica del movimento dei coloni israeliani nella Cisgiordania occupata. «Qui non c’è alcun villaggio arabo di Khirbet Susiya – affermava -, è solo una hamula (famiglia allargata araba, ndr) che arrivò 20 anni fa dalla città di Yatta e si stabilì su terreni non edificabili, tra cui il sito archeologico. Ha costruito tende e baracche, tutto illegalmente». Quella di Abramov è la versione dei coloni israeliani della storia di un angolo polveroso e desolato di terra palestinese ora al centro dell’attenzione di molti nel mondo. Loro, i coloni, che si sono insediati in Cisgiordania, dopo il 1967, infrangendo le risoluzioni internazionali e la Convenzione di Ginevra, accusano i palestinesi di vivere illegamente nella loro terra.

  È un paradosso che si trascina di decenni. In questo clima due giorni fa il governo Netanyahu, interrompendo una presunta non dichiarata moratoria sull’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, ha dato il via libera alla costruzione di altre 906 abitazioni e approvato il riconoscimento di alcuni avamposti colonici. Non basta però a chi pensa di rappresentare l’avanguardia della redenzione di tutta la biblica Terra di Israele. I coloni insediati a sud di Hebron perciò devono liberarsi della presenza anche dei 340 palestinesi di Khirbet Susiya. D’altronde anche la “legge civile” è dalla loro parte. I massimi giudici israeliani, quelli della Corte Suprema, hanno sentenziato la “legalità” dell’espulsione cancellando l’ordine che impediva all’Esercito e all’Amministrazione Civile (responsabile per l’Area C, il 60% del territorio cisgiordano) di distruggere il villaggio.

Negli ultimi giorni i coloni hanno lanciato un’offensiva politica e mediatica contro le pressioni di Stati Uniti e Unione europea che chiedono a Israele di non demolire Khirbet Susiya. Ma sono scatenati anche nei confronti degli attivisti della minuscola sinistra radicale israeliana che da mesi appoggiano la lotta degli abitanti di Susiya. Tzviki Bar-Hai, un ex capo del Consiglio regionale dei coloni di Har Hebron, sostiene di essere stato in quella zona, 40 anni fa, e «non c’erano palestinesi». «Ero lì nel 1976, e a parte la sinagoga che è stata costruita nel 1969, non c’era anima viva…Siamo stati in grado di avviare i scavi archeologici nel 1983 e anche allora non c’erano palestinesi in giro». Bar Hai naturalmente ha sorvolato sul fatto che i coloni in Cisgiordania ci sono andati solo dopo l’occupazione militare nel 1967. «In realtà quei palestinesi sono tutti di Yatta – ha protestato – e sono sostenuti da attivisti di sinistra che vengono qui durante il fine settimana per dare credito alla versione dell’espulsione (degli abitanti del villagio)». Ed è sceso in campo anche il vice ministro della difesa Eli Ben Dahan (del partito Casa ebraica, il più vicino al movimento dei coloni) per respingere le (rare) voci che alla Knesset si soDono levate contro l’ordine di demolizione. «Quel villaggio è una invenzione della sinistra, non è mai esistito», ha affermato perentorio. Dov Chenin, deputato ebreo della Lista araba unita, gli ha fatto notare che nel 1982 una funzionaria del ministero della giustizia, Plia Albek, scrisse che l’antica sinagoga di Susya è situata a Khirbet Susiya, dentro un villaggio arabo, su terre di proprietà di palestinesi.

Una colonia alle porte di Gerusalemme Est

I palestinesi di Khirbet Susiya vivono su un tratto di terra tra il sito archeologico israeliano e una colonia. E non hanno intenzione di arrendersi. Erano stati espulsi dalle loro case già nel 1986, per far posto allo scavo archeologico dopo la scoperta di una sinagoga del IV secolo. Sono stati sradicati di nuovo, nel 1990, e ancora nel 2001 dopo l’uccisione di un colono. Ma sono tornati sempre nella loro terra, tirando su tende e povere case di mattoni e lamiere. Adesso attendono l’esecuzione della sentenza di demolizione prevista entro il 3 agosto. Ma i bulldozer potrebbero muoversi prima. Qualche giorno fa i funzionari dell’Amministrazione civile hanno preso contatto con i residenti palestinesi esortandoli ad andare via subito. Hanno proposto un “trasferimento volontario” alla periferia di Yatta, a circa due km di distanza. Ma i palestinesi di Khirbet Susiya non cedono. E’ la loro terra, ripetono. Sanno che se andranno via i frutteti e pascoli passeranno subito ai coloni. Già ora, riferiscono le Nazioni Unite, non hanno accesso a circa 2/3 dei loro campi agricoli – 200 ettari – perchè vicini a un insediamento israeliano. Nena News

 

L’Ue, scrivono gli esperti del Consiglio Affari Esteri dell’Unione, deve agire ulteriormente e più velocemente per garantire che gli insediamenti israeliani non traggano in alcun modo benefici dai rapporti bilaterali con lo Stato ebraico

di Rosa Schiano

Roma, 25 luglio 2015, Nena News – Proseguendo sulla strada intrapresa con la pubblicazione delle linee guida della Ue che prevedono l’etichettatura dei prodotti israeliani provenienti dalle colonie in Cisgiordania, mercoledi il Consiglio Affari Esteri della UE ha pubblicato un documento sulla politica di differenziazione descritta come uno degli strumenti più adatti a contrastare il mantenimento dello status quo voluto da Tel Aviv, a preservare la possibilità di una soluzione due popoli due stati ed aiutare a creare le condizioni per una ripresa dei negoziati.

Secondo il documento, i capi europei dovrebbero difendere tale politica di differenziazione dai tentativi della classe politica israeliana di rappresentare erroneamente le azioni della UE come boicottaggio di Israele. La differenziazione infatti, specifica il documento, non mira ad isolare Israele ma intensificare i legami tra l’UE e lo stato ebraico e allo stesso tempo rispettare i propri obblighi legali. Legami che sono storicamente forti, si afferma nel documento, così come forte è la convinzione europea sulla soluzione del conflitto basata sui due Stati. Allo stesso tempo, il testo sottolinea che l’UE ed i suoi Stati membri, come il resto della comunità internazionale, non riconoscono alcuna sovranità israeliana, legale o de facto, sui Territori Palestinesi Occupati. Si tratta di un dovere di non riconoscimento basato sul diritto internazionale, e risultante nell’ obbligo legale di differenziare chiaramente tra Israele e le sue attività al di fuori della Linea Verde (la “Green Line”, facendo riferimento ai confini Israeliani entro le linee del 1967) nell’ambito delle relazioni bilaterali. Le attività israeliane al di fuori delle linee del 1967 che delimitano l’area di giurisdizione territoriale israeliana e che sono considerate la base per un futuro accordo di pace basato sui due Stati non possono quindi essere parte dei rapporti bilaterali EU–Israele. Lo stesso sistema di controllo israeliano all’interno dei Territori Palestinesi Occupati risulta essere incompatibile con una futura soluzione dei due Stati.

Tra gli esempi di questa nascente politica di differenziazione, nel luglio 2013, la pubblicazione da parte della Commissione Europea delle linee guida sui finanziamenti dell’Unione Europea e i requisiti sulla partecipazione di Israele a Horizon 2020, il programma europeo di ricerca e sviluppo, anche se, si afferma nel documento, la politica di differenziazione non è stata sufficientemente compresa o implementata.

La condanna europea degli insediamenti e delle violazioni del diritto internazionale nei Territori Palestinesi Occupati è stata ampiamente ignorata dai governi israeliani con il passare degli anni. Alcuni politici israeliani hanno addirittura equiparato la differenziazione ad una manifestazione di antisemitismo europeo che cerca di delegittimare Israele. Secondo gli esperti europei, consentendo a Israele di definire negativamente la politica di differenziazione, l’Europa perde l’opportunità di chiarire che essa non è una misura discriminatoria ma la conseguenza legale dei tentativi israeliani di includere gli insediamenti illegali nei rapporti economici con l’Europa.

Il documento quindi intende evidenziare cosa fino ad ora è stato fatto in tema di differenziazione e quali passi possono ancora essere fatti per applicarla in maniera più coerente.Con riferimento ai legami con l’Europa, il documento specifica che Israele ha ricevuto 13.5 millioni di dollari tra il 2007 e il 2013 come parte dell’ European Neighbourhood and Partnership Instrument (ENPI), il principale strumento finanziario europeo per sostenere programmi di cooperazione allo sviluppo con i paesi vicini mentre sarebbero 900 milioni di dollari i fondi per la ricerca che Israele dovrebbe ricevere nell’ambito di Horizon 2020.

Il governo israeliano tuttavia ha finora continuato a estendere i propri insediamenti coloniali e connetterli allo Stato ebraico: una rete di strade solo per israeliani attraverso la Cisgiordania collega gli insediamenti israeliani con Israele e tra di essi attraversando i popolati centri palestinesi. Gli insediamenti, nel frattempo, sono completamente integrati nella rete elettrica nazionale israeliana, mentre i coloni comunicano usando usando i servizi e le infrastrutture, incluso installazioni come le antenne, delle quattro principali compagnie di telecomunicazione sono israeliane. Gli insediamenti occupano quindi un ruolo all’interno società israeliana come ogni altra città all’interno della Linea Verde, afferma il documento. La colonia di Ariel, per esempio, ospita una delle otto università israeliane. Ancora, cinque squadre di calcio delle colonie (Ma’aleh Adumim, Ariel,Kiryat Arba, Bik’at Hayarden, e Givat Ze’ev) attualmente giocano nel campionato nazionale israeliano, che è membro della UEFA. Ad una prima occhiata, si legge nel testo, gli insediamenti contribuiscono solo al 4% del PIL e a meno dell’1% delle esportazioni israeliane verso la UE (circa 230 milioni di dollari).Tuttavia essi sono una componente cruciale dell’attuale sistema dell’occupazione e controllo della Cisgiordania e ostacolano la creazione di uno Stato palestinese.

Gli Accordi di Oslo del 1995 e gli accordi che ne sono conseguiti alla fine degli anni ’90 hanno diviso il territorio della Cisgiordania in tre aree: l’Area A (17.2%), sotto il controllo dell’Autorita Palestinese, l’ Area B (23.8%), sotto il controllo congiunto dell’amministrazione civile palestinese e sicurezza israeliana e palestinese, ed Area C (59%), sotto completo controllo israeliano. Il controllo che Israele esercita sull’Area C consente allo Stato ebraico accesso esclusivo a importanti risorse naturali della Cisgiordania, incluso le falde acquifere. Agli imprenditori palestinesi ed alle aziende agricole è impedito l’accesso a queste risorse. Inoltre , continua il documento, in quanto potenza occupante Israele non può ricavarealcun beneficio economico o finanziario dai territori occupati, come previsto dal diritto internazionale incluso dalla Corte Internazionale di Giustizia, e dalla Corte Europea di Giustizia, una posizione condivisa altresì dagli Usa e da ogni altro paese al mondo ad eccezione di Israele.

Il documento riporta che, a partire dall’occupazione israeliana dei territori palestinesi nel 1967, ogni governo di Tel Aviv ha continuato a promuovere la costruzione di insediamenti. Sotto il primo ministro Netanyahu dal 2009, la spesa sugli insediamenti è salita di un terzo. Allo stesso tempo, gli insediamenti godono di investimenti economici preferenziali incluso indennità fiscali. Anche i ministeri dell’agricoltura e del turismo hanno incoraggiato gli imprenditori a operare dentro il territorio della Cisgiordania e a sviluppare al suo interno progetti agricoli. Gli esperti europei affermano che nulla di ciò sarebbe possibile senza il ruolo delle banche israeliane come Bank Hapoalim, Bank Leumi, e Bank Mizrahi Tefahot, che forniscono ipoteche per le abitazioni dei coloni e finanziano le imprese per la costruzione di infrastrutture per gli stessi insediamenti, come la Jerusalem Light Rail, un treno che ha lo scopo di connettere piu saldamente gli insediamenti a Israele.

Il documento riferisce che l’Unione Europea è obbligata ad assicurare la coerente applicazione della legislazione sulla protezione del consumatore e l’etichettatura dei prodotti per permettere ai consumatori europei di fare una scelta consapevole nell’acquisto dei prodotti, incluso quelli israeliani o degli insediamenti. Tuttavia l’emanazione delle linee guida europee è stata ripetutamente rinviata in primo luogo per “considerazioni politiche” non volendo interferire nei negoziati di pace israelo-palestinesi o nelle elezioni israeliane. In assenza di qualsiasi processo diplomatico, e con l’inserimento del nuovo governo israeliano, la possibilità di emanare le linee guida per l’etichettatura si è da poco nuovamente avvicinata. Nel frattempo alcuni Stati membri hanno perseguito la propria politica nazionale in tema di etichettature: finora, il Regno Unito (2009), la Danimarca (2012) ed il Belgio (2014) hanno introdotto le proprie linee guida nazionali. Inoltre, sedici Stati membri UE, incluso i tre citati, lo scorso mese di aprile hanno pubblicamente sostenuto l’introduzione di linee guida europee sulla questione (i paesi sono Francia, Inghilterra, Spagna, Italia, Belgio, Svezia, Malta, Austria, Irlanda, Portogallo, Slovenia, Ungheria, Finlandia, Danimarca, Olanda, Lussemburgo). Diciassette Stati membri UE hanno anche emanato avvisi sulle conseguenze legali e finanziarie alle quali potrebbero far fronte in caso di rapporti commerciali con enti legati all’occupazione israeliana. E così nel 2014 l’olandese PGGM, tra i principali gestori di fondi pensione in Europa, ha venduto le azioni di 5 istituti di credito israeliani decidendo quindi di tagliare i rapporti con queste banche perché hanno filiali in Cisgiordania e “finanziano gli insediamenti coloniali nei territori palestinesi occupati”, si legge nel comunicato pubblicato dal fondo pensioni. Alla mossa olandese ha fatto seguito quella del fondo pensione statale del Lussemburgo FDC che ha escluso nove grandi banche e imprese israeliane a causa del loro coinvolgimento negli insediamenti israeliani e nelle violazioni dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati. In Danimarca, Danske Bank ha messo in lista nera la più grande banca israeliana, Hapoalim, a causa del suo coinvolgimento nel finanziare la costruzione di colonie: sul proprio sito si legge che Bank Hapoalim è coinvolta in attività in conflitto con il diritto umanitario internazionale. Ancor più significativa la decisione di KLP Kapitalforvaltning, la maggior compagnia assicurativa norvegese, che ha interrotto i rapporti con le due maggiori compagnie internazionali di materiale da costruzione proprietarie di sussidiarie che operano nell’ Area C della Cisgiordania. Sul sito della compagnia si legge che “KLP esclude le compagnie Heidelberg Cement e Cemex poiché sfruttano risorse naturali nei territori palestinesi occupati in Cisgiordania. Per KLP, questa attività costituisce un inaccettabile rischio di violazione delle fondamentali norme etiche”. Lo sfruttamento di risorse naturali nei territori palestinesi occupati favorisce il prolungamento del conflitto, secondo la compagnia KLP.

Secondo il documento degli Affari Esteri, inoltre, un’effettiva politica di differenziazione potrebbe favorire l’apertura di un dibattito all’interno della stessa società israeliana sulla sostenibilità dello status quo nei Territori Palestinesi Occupati ed i suoi effetti sui rapporti di Israele con l’Europa.

Tornando al ruolo delle banche israeliane, il documento sostiene che esse giocano quindi un ruolo cruciale nel finanziare il trasferimento di terra, la costruzione e le attività commerciali che sostengono gli insediamenti. Attraverso le transazioni bancarie con le banche israeliane e le società multinazionali attive nei Territori Palestinesi Occupati, le banche europee potrebbero infatti accrescere il capitale diretto a investimenti e attività negli insediamenti israeliani. Come chiarito dalla Commissione Europea nelle sue linee guida, i finanziamenti europei non dovrebbero essere diretti a enti israeliani operanti nei Territori Palestinesi Occupati. Secondo il Consiglio degli Affari Esteri, la Commissione Europea e i governi degli Stati membri dovrebbero quindi chiedersi se l’Unione Europea e i suoi stati membri possano permettersi di fornire fondi a banche europee senza accertarsi che tali fondi non siano diretti alla struttura del capitale di tali enti israeliani, e quindi, che le operazioni quotidiane tra banche europee e israeliane rispettino i requisiti UE di non fornire sostegno materiale all’occupazione. E ancora, dovrebbero chiedersi se le filiali europee delle banche israeliane possano essere autorizzate a accumulare depositi e attirare investimenti nell’UE senza garantire che i ricavi di queste operazioni non siano diretti agli insediamenti o usati per finanziare attività che contravvengono al diritto internazionale e sono illegittime secondo il diritto dell’Unione Europea. In generale, se gli investimenti in compagnie e istituzioni israeliane rispettino i requisiti della differenziazione dell’ Unione Europea tra enti israeliani dentro i confini del 1967 e quelli all’interno dei Territori Palestinesi Occupati.

Un’altra questione posta dagli esperti riguarda la validità di documenti legali e certificati prodotti all’interno degli insediamenti coloniali. Infatti, il non riconoscimento degli insediamenti implica anche il non riconoscimento degli enti ed istituzioni israeliane all’interno dei Territori Palestinesi Occupati e i loro atti. Quindi la Commissione Europea e gli Stati membri dovrebbero all’interno delle rispettive giurisdizioni rivedere la validità di certificati emanati da enti israeliani situati nei Territori Palestinesi Occupati. Ad esempio esse dovrebbero valutare se le istituzioni europee e i datori di lavoro debbano riconoscere i certificati di titoli di studio emanati da enti situati all’interno degli insediamenti, come ad esempio l’università Ariel. Allo stesso modo dovrebbero valutare se gli atti di proprietà realizzati da autorità israeliane in Cisgiordania e internazionalmente considerati illegittimi possano essere considerati validi dentro la UE e Stati membri.

Con riferimento a Gerusalemme est, il documento afferma che l’Unione Europea come il resto del mondo non riconosce la sua annessione e considera illegali gli insediamenti israeliani in quella parte della città. Ne consegue che la politica di differenziazione richiede a UE e Stati membri di evitare di riconoscere o cooperare con istituzioni, organizzazioni o compagnie israeliane nella parte occupata della città, incluso i ministeri della giustizia e della costruzione.

Il documento degli Affari Esteri affronta anche la questione dei cittadini che hanno doppia residenza in Israele ed Unione Europea e che vivono negli insediamenti. Molti cittadini israeliani infatti hanno un passaporto europeo, sia perché nati in Europa ed emigrati in Israele, sia perché la legge consente loro di chiedere un passaporto europeo in virtù di precedenti legami familiari. In questo senso, il documento propone alcune questioni in tema di riconoscimento, per esempio con riferimento alle transazioni che richiedono un attestato di residenza in Israele. Essenzialmente, la questione è come le autorità europee possano riconoscere un attestato di residenza in un insediamento, come esse possano riconoscere lo status di cittadino israeliano residente all’interno dei Territori Palestinesi Occupati. Nena News

L’uomo è morto ieri in casa sua durante un blitz dei militari israeliani. È il 17esimo palestinese ucciso dall’inizio dell’anno, il terzo a luglio

Beit Ummar, Hebron. il 23 luglio 2015 – © MaanImages/Mohammad Ayyad Awad

della redazione

Roma, 24 luglio 2015, Nena News – Sono almeno otto i palestinesi rimasti feriti durante la celebrazione del funerale di Falah Abu Maria, il 53enne rimasto ucciso durante un blitz dei soldati israeliani in casa sua ieri all’alba.

Ieri alle esequie nella città di Beit Ummar, vicino Hebron, in Cisgiordania, hanno partecipato centinaia di persone che scandivano slogan contro l’occupazione israeliana. Secondo fonti palestinesi, i soldati israeliani hanno sparato proiettili di gomma e gas lacrimogeno, ferendo i partecipanti. Inoltre, avrebbero chiuso le strade di acceso a di Beit Ummar.

Abu Maria è stato colpito al petto da due proiettili. La famiglia ha riferito che l’uomo si era opposto all’arresto del figlio da parte delle forze di occupazione, cercando di strapparlo dalle braccia dei militari intenzionati a portarlo via. Secondo il portavoce ufficiale israeliano, invece, avrebbe tentato di “strangolare” un soldato costringendolo a sparare.

Il giorno prima, le forze armate israeliane avevano ucciso un altro palestinese nel villaggio di Birqin (ovest di Jenin): Mohammed Ahmad Alawneh, 21 anni. Il giovane è stato colpito al petto da un proiettile.

Due morti in due giorni, che si aggiungono agli altri 15 palestinesi uccisi dall’inizio dell’anno. Dall’inizio del 2014 le forze armate dello stato ebraico hanno ferito in media 35 palestinesi a settimana. Nena News

Primi raid turchi sul territorio siriano, dopo un attacco dell’Isis al confine. Ankara concede agli Usa la base di Incirlik. Raffica di arresti dell’anti-terrorismo, nel mirino jihadisti e curdi

Carri armati turchi al confine con la Siria – © Reuters

 

della redazione

Roma, 24 luglio 2015, Nena News – La Turchia prenderà tutte le misure necessarie per garantire la sicurezza nazionale. Lo ha assicurato ieri sera il primo ministro turco Ahmet Davutoglu, riferendosi sia all’Isis sia ai curdi, a termine di una giornata convulsa, segnata da scontri a fuoco con i miliziani dell’Isis al confine con la Siria (un soldato e un jihadista morti e due militari feriti) e dai raid, proseguiti stamattina, dell’aviazione di Ankara sul territorio siriano, i primi dall’inizio della guerra. Nelle stesse ore in cui la Turchia entrava in azione in Siria, è stato annunciato che da agosto consentirà all’aviazione statunitense l’utilizzo della base di Incirlik per bombardare le postazioni dei jihadisti. Secondo il quotidiano turco Hurriyet, l’accordo con gli Usa prevede anche una no-fly zone parziale nel nord della Siria, che impedirebbe all’aviazione di Damasco di agire nell’area controllata dagli uomini del sedicente Stato islamico.

Una “svolta”, secondo gli statunitensi che potranno utilizzare la base situata nel Sud del Paese, vicina alla zona delle operazioni. I turchi, inoltre, pensano a una zona cuscinetto e alla costruzione di un’altra parte di muro lungo il confine, per arginare il transito di miliziani su cui la Turchia è stata accusata di avere chiuso un occhio.

Molti osservatori, infatti, hanno rilevato la posizione ambigua di Ankara verso l’Isis e le altre formazioni di stampo jihadista, considerati pedine utili a controbilanciare il peso dei curdi che per il governo turco restano il nemico numero uno e hanno ripreso gli attacchi contro i militari turchi. Dopo la strage nella città curda di Suruc (32 morti), lunedì scorso, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan-PKK ha messo da parte il processo di pace promosso due anni fa dal leader prigioniero Ocalan, ma mai portato seriamente avanti dalle autorità turche. La misura era colma per i curdi che accusano il governo del presidente Recep Tayyip Erdoğan di collaborare con i jihadisti e all’indomani della strage, per cui le autorità turche accusano l’Isis, hanno messo a segno attentati contro militari. I combattenti curdi hanno denunciato da tempo l’atteggiamento turco rispetto alla battaglia contro i jihadisti che stanno portando avanti, il mancato interesse di Ankara verso la battaglia per la città curda di Kobane e l’insofferenza per i successi militari dei gruppi curdi che per le autorità turche restano nella lista delle organizzazioni terroristiche.

Intanto, nella notte un’operazione dei reparti anti-terrorismo a Istanbul ha portato all’arresto di circa 250 persone sospettate di legami con l’Isis, con i gruppi armati curdi e della sinistra. Oltre cinquemila agenti hanno preso parte ai blitz in diversi rioni della capitale e secondo l’agenzia di Stato Anatolia, un esponente della formazione marxista-leninista DHKP/C sarebbe morto in una sparatoria con gli agenti.

La zona degli scontri tra soldati turchi e Isis. © Hurriyet

Gli sviluppi sull’asse Washington-Ankara danno un vantaggio geografico alla coalizione anti-Isis. La Turchia è stata sotto pressione per la concessione della base e la “svolta” è arrivata dopo la strage di Suruc. Nonostante sia nella coalizione sin dall’inizio, il governo turco non ha pienamente cooperato a causa di una visione differente sulla crisi siriana: per Ankara l’obiettivo è sempre stato rovesciare il rivale Assad, più che battere gli uomini del sedicente Stato Islamico.

L’accordo per l’utilizzo delle base di Incirlik includerebbe anche una no-fly zone parziale nel nord della Siria: 90 chilometri da est a ovest, dalla citta siriana di Maare a Jarablus, e 50 chilometri di profondità. Il Daily Sabah, giornale vicino al partito di governo (AKP), ha riferito che la Turchia sosterrà l’opposizione ad Assad nelle aree settentrionali della Siria anche con l’impiego dell’aviazione. E questo sostegno non sarà ostacolato da Washington che non si opporrà alle iniziative turche per contrastare l’avanzata sia dei curdi sia dell’Isis nell’area di Aleppo, dove sono in corso aspri scontri tra le truppe di Assad e le milizie jihadiste.

Intanto, il confine è militarizzato. Le truppe sono in stato di allerta e nelle ultime ore si è aperta l’ipotesi di un intervento in Siria. Ad Ankara però non c’è ancora un governo e il rischio di un ritorno alle urne è concreto, resta dunque da capire se la Turchia è vicina a una svolta o a un maggiore coinvolgimento nel fronte internazionale anti-Isis. Nena News

Il ministro degli esteri Adel al Jubeir ieri ha descritto come un pellegrinaggio religioso il recente arrivo a Riyadh dei vertici del movimento islamico palestinese.  Intanto tra gli islamisti palestinesi non pochi premono per confermare l’alleanza con l’Iran

Re Salman con il leader di Hamas, Khaled Meshaal

di Michele Giorgio - Il Manifesto

Roma, 24 luglio 2015, Nena NewsSono falliti i negoziati tra la monarchia saudita e Hamas volti ad includere anche il movimento islamico palestinese nel “fronte arabo sunnita” opposto all’Iran sciita? Il sospetto è forte dopo le “precisazioni” fatte ieri dal ministro degli esteri saudita Adel al Jubeir, braccio esecutivo della politica regionale di Re Salman. «L’arrivo nel nostro regno, la scorsa settimana, di una delegazione di Hamas ha avuto uno scopo religioso e non politico», ha detto al Jubeir, aggiungendo che «non sono mutate le relazioni tra l’Arabia saudita e il movimento islamico palestinese», che dal 2007 controlla Gaza.

Certo la delegazione di Hamas è stata impegnata anche nell’Umra, il pellegrinaggio minore nei luoghi santi dell’Islam. Ma solo gli ingenui possono credere che il leader del movimento islamico palestinese Khaled Mashaal, il suo braccio destro Musa Abu Marzouk, un comandante militare del calibro di Saleh al Arouri e un importante dirigente in esilio come Mohammed Nazzal, si siano recati tutti insieme in Arabia saudita solo per l’Umra. Re Salman e Meshaal venerdì scorso non si sono incontrati solo per un colloquio sulla fede mentre nella regione non si discuteva altro che dell’accordo sul programma nucleare iraniano firmato a Vienna.

Non ci sono dubbi sull’avvicinamento tra Hamas e Riyadh, che da qualche tempo ha messo da parte l’ostilità nei confronti dei Fratelli Musulmani – oppositori della regola dinastica nell’Islam e sostenitori delle elezioni – per dare vita a uno schieramento di Stati e movimenti sunniti contrapposto all’Iran destinato a diventare ancora più influente nella regione dopo l’accordo raggiunto in Austria. Fonti di Hamas a Gaza da parte loro hanno detto che i colloqui in Arabia saudita sono avvenuti nel quadro di iniziative diplomatiche che hanno già rafforzato i legami tra Riyadh, la Turchia e il Qatar.

  Il tentativo saudita è quello di strappare Hamas alla storica alleanza con l’Iran, in modo da mettere fine all’immagine di Tehran schierata dalla parte del popolo palestinese e di Riyadh alleata degli Stati Uniti e, di conseguenza, molto morbida con Israele. E Khaled Meshaal è il più sensibile tra i leader di Hamas al richiamo dei fratelli sunniti schierati a protezione dell’ortodossia contro il revival sciita innescato dall’Iran. Tre anni fa ha stracciato l’alleanza con la Siria che durava da quasi 20 anni e, con tutto l’ufficio politico di Hamas, si è trasferito da Damasco in Qatar (che protegge e finanzia la Fratellanza). Qualcosa però non deve essere andato per il verso giusto, tanto da costringere il ministro degli esteri saudita a ingranare la retromarcia.

«Le ragioni delle precisazioni di al Jubeir possono essere soltanto due – spiega al manifesto l’analista di Gaza, Mukreim Abu Saada – i sauditi forse si sono resi conto che è prematuro portare Hamas e, di fatto, i Fratelli nell’alleanza regionale sunnita, gli egiziani peraltro non sono favorevoli». L’altra – ha proseguito Abu Saada, «potrebbe essere l’assenza di una posizione condivisa all’interno di Hamas. Accanto a una corrente favorevole a dare all’organizzazione una dimensioL’analista palestinese si è riferito in particolare all’ala militare di Hamas, le Brigate Ezzedin al Qassam, che, a differenza della direzione politica, continua a considerare l’Iran l’alleato più affidabile, anche dopo l’accordo di Vienna.

A guidare gli oppositori alla linea di Meshaal per un’alleanza organica con la coalizione sunnita, è uno dei fondatori di Hamas, il medico Mahmoud Zahar, emerso più forte dal conflitto con Israele di un anno fa a Gaza. Riyadh in ogni caso non rinuncerà all’avvicinamento con Hamas. Radwan al Akhras, opinionista del quotidiano qatariota al-Arab, sottolineava un paio di giorni fa che re Salman sa che deve investire in tutti i movimenti politici, anche in Hamas, se vuole affermarsi come leader regionale dei sunniti. Nel frattempo, scriveva al Akhras, il sovrano ha già fatto liberare otto militanti di Hamas detenuti in Arabia saudita e concesso alle organizzazioni di beneficenza del movimento islamico palestinese una più ampia libertà d’azione nel territorio saudita. Da parte sua Khaled Meshaal spinge affinchè il monarca saudita prenda il posto dell’Egitto di Abdel Fattah al Sisi (nemico giurato dei Fratelli Musulmani e, quindi, anche di Hamas) nel ruolo di mediatore tra le opposte fazioni palestinesi. Nena News

 

 

 

Mer­co­ledì, in due diversi atten­tati, più di 40 per­sone sono rima­ste uccise e più di 90 ferite. È suc­cesso nel nord della Nige­ria, presso due sta­zioni dell’autobus nella città di Gombe già tea­tro di un altro attacco in un mer­cato lo scorso venerdì (50 i morti); e nel Came­run set­ten­trio­nale

di Rita Plantera

Roma, 24 luglio 2015, Nena News – «Invo­lon­ta­ria­mente, e ose­rei dire non inten­zio­nal­mente, l’applicazione del Leahy Law Amend­ment da parte del governo degli Stati uniti ha aiu­tato e favo­rito i ter­ro­ri­sti di Boko Haram». Con que­sta cri­tica lan­ciata dallo Uni­ted Sta­tes Insti­tute for Peace mer­co­ledì scorso, il pre­si­dente della Nige­ria Muham­madu Buhari ha con­cluso la sua visita di quat­tro giorni alla Casa Bianca.

Sotto accusa dun­que l’amministrazione di Obama e la legge Leahy, che impe­di­rebbe al governo ame­ri­cano la ven­dita di armi ai Paesi che vio­lano i diritti umani. Eppure, durante que­sta prima visita del pre­si­dente nige­riano alla Casa Bianca dopo la sua ele­zione a marzo scorso il pro­blema sicu­rezza è stato al cen­tro dei col­lo­qui. A Buhari, che si è gua­da­gnato la pre­si­denza attra­verso una con­sul­ta­zione elet­to­rale demo­cra­tica (prima tran­si­zione paci­fica del potere per la Nige­ria), Obama — oltre a rico­no­scer­gli «una chiara agenda» nella lotta con­tro Boko Haram non­ché uno sforzo con­si­de­re­vole per sra­di­care la cor­ru­zione — ha pro­messo un forte soste­gno militare.

Una pro­messa e un impe­gno rin­no­vato quello degli Usa che hanno già inve­stito (da quando Buhari è stato eletto) 5 milioni di dol­lari a favore di una task force mul­ti­na­zio­nale con­tro Boko Haram. Stra­te­gie di buona con­dotta nell’intento di miglio­rare le rela­zioni eco­no­mi­che con la Nige­ria — il più grande pro­dut­tore di petro­lio dell’Africa — soprat­tutto da quando quelle con altri Paesi afri­cani come Egitto e Suda­frica si sono raf­fred­date. Sono migliaia le vit­time e con­ti­nui gli attac­chi di Boko Haram — ormai non solo più di natura locale bensì tran­sfron­ta­liera — nel corso degli ultimi sei anni, sia nelle zone rurali ed urbane soprat­tutto del nord-est, sia lungo i con­fini con i Paesi limitrofi.

Nelle due ultime set­ti­mane in par­ti­co­lare, in rap­pre­sa­glia a un’offensiva mili­tare lan­ciata dai governi regio­nali nel corso di quest’anno, gli attac­chi kami­kaze e i raid nei vil­laggi si sono intensificati.

Mer­co­ledì scorso, in due diversi atten­tati attri­buti a Boko Haram, più di 40 per­sone sono rima­ste uccise e più di 90 ferite. È suc­cesso nel nord della Nige­ria, presso due sta­zioni dell’autobus nella città di Gombe (circa 29 i morti e 60 i feriti) già tea­tro di un altro attacco in un mer­cato lo scorso venerdì (50 i morti); e nel Came­run set­ten­trio­nale, nella capi­tale della regione del Far North, Maroua (appena oltre il con­fine con Gombe), quar­tier gene­rale delle ope­ra­zioni dell’esercito came­ru­nense nell’ambito della forza mul­ti­re­gio­nale con­tro il gruppo isla­mi­sta (circa 13 morti e 32 feriti). E ancora, sono migliaia e migliaia gli sfol­lati che dalla Nige­ria si river­sano ai con­fini con Came­run e Niger, secondo quanto reso noto recen­te­mente dall’Ufficio dell’Alto Com­mis­sa­rio delle Nazioni Unite per i Rifu­giati (Unhcr).

Secondo quanto segna­lato dalle auto­rità, circa 2.500 nige­riani sono arri­vati a Diffa nel sud del Niger negli ultimi giorni, peg­gio­rando una situa­zione uma­ni­ta­ria già disa­strosa. Que­sto a seguito dei com­bat­ti­menti intorno alla città nige­riana di Dama­sak, con i rifu­giati che arri­vano nei vil­laggi di Che­ti­mari e Gaga­mari in Niger, dove più di 100.000 nige­riani si sono rifu­giati a par­tire dalla metà del 2013.

Secondo le orga­niz­za­zioni uma­ni­ta­rie, si stima che circa 150 mila per­sone si siano river­sate a Diffa negli ultimi due anni, aumen­tando di un terzo la popo­la­zione di una regione che sof­fre ter­ri­bil­mente la scar­sità di cibo e dipende in gran parte dagli aiuti. Nena News

Mentre si attende il risultato di una controversa tornata elettorale, i burundesi scappano oltreconfine nel timore di nuove violenze: almeno 112mila i rifugiati

Registrazione dei votanti. Photo: MENUB

Testo e foto di Federica Iezzi

Bujumbura (Burundi), 24 luglio 2015, Nena News - Dopo tre mesi di instabilità e repressioni, un fallito tentativo di colpo di stato lo scorso maggio, continui spari ed esplosioni nella capitale Bujumbura, a inizio settimana i burundesi sono tornati alle urne.

Sulla scheda elettorale erano elencati otto candidati, tre dei quali di fatto fuori dai giochi perché schierati contro il terzo mandato di Nkurunziza: Jean Minani, presidente del partito di opposizione Frodebu-Nanyuki, Domitien Ndayizeye e Sylvestre Ntibantunganye, ex capi di stato. Il capofila di coloro che puntano ad evitare che il presidente conquisti il terzo, controverso mandato è l’hutu Agathon Rwasa, leader del National Liberation Forces. In contrapposizione a quest’ultimo Jacques Bigirimana e Gerald Nduwayo, di minoranza tutsi. Ruolo ambiguo invece quello di Jean de Dieu Mutabazi, alla guida del Participatory Opposition Coalition, realtà vicina al governo.

Per mesi a guidare la ribellione nelle strade del Burundi è il generale Godefroid Niyombare, ex capo dei servizi segreti. Al suo fianco numerosi ufficiali dell’esercito e della polizia. Alle proteste è seguita la repressione. Fucilati nelle piazze della capitale decine di manifestanti.

E mentre l’Unione Europea ha annunciato i tagli degli aiuti, come protesta per la violenta repressione, dall’inizio di aprile, più di 112.000 rifugiati hanno lasciato il Burundi per Rwanda, Tanzania e Repubblica Democratica del Congo, tra la crescente violenza e l’intimidazione, soprattutto da parte delle milizie Imbonerakure, ala giovanile del partito di Nkurunziza, il Consiglio Nazionale per la Difesa della Democrazia-Forze per la Difesa della Democrazia.

Ancora sanguinante la profonda ferita di un decennio fa, risultato dei crudi conflitti etnici tra hutu e tutzi, che hanno lasciato 300.000 morti, sulla riarsa terra del piccolo Paese del Centrafrica, e come eredità solo paura e sfiducia.

Secondo i dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), il campo Bugesera, progettato per contenere 8.000 persone, ne ospita più di 13.000. Le tende di Bugesera sono la prima tappa per i 27.000 rifugiati burundesi in Rwanda. “Corridoio umanitario” per permettere loro l’ingresso nei Paesi limitrofi.

Esigui supporti dall’East African Community nella regione di Kigoma, in Tanzania, nel Mahama Main Refugee Camp, e nei distretti di Kirehe e Bugesera, nella provincia orientale del Rwanda.

I risultati dei disordini nel Burundi sono: 66.000 rifugiati in Tanzania, 56.000 in Rwanda, 9.038 in Uganda, 11.500 nella Repubblica Democratica del Congo e 400 nel lontano Zambia. Tra questi si conta un gran numero di bambini. Molti senza i loro genitori. Circa il 30% denutriti. Nessuno nei campi profughi supporta Nkurunziza. Tutti coloro che lo sostengono sono tornati in Burundi.

Per le recenti elezioni il confine del Burundi è rimasto chiuso 48 ore. Schiere di donne e bambini hanno affollato la spiaggia di Kigunga sulla riva del lago Tanganica al confine tra Burundi e Tanzania, in attesa del trasporto verso il campo profughi di Nyarugusu, aperto per contenere circa 50.000 persone, oggi in lotta per ospitare 64.000 congolesi e 78.000 burundesi. Meno di un metro quadrato di spazio a persona. Punto di arrivo della gente del Burundi e di rifugiati di una guerra civile che imperversa dal 1997 nella Repubblica Democratica del Congo.

Crescente il bisogno di acqua potabile, serbatoi e prodotti chimici per depurazione, quando l’UNHCR ha già segnalato 3.000 casi di colera, con picchi fino a 400 nuovi casi ogni giorno.

Mentre il Burundi attende mestamente la terza vittoria del presidente Nkurunziza, l’ONU stima che ogni giorno 500 nuove persone arrivano, in condizioni disagiate, nei campi profughi dei Paesi confinanti. Nena News

L’intesa di Ginevra avrà ripercussioni sugli equilibri mediorientali, ma anche sui rapporti politici all’interno del Paese. E la fine delle sanzioni potrebbe cambiarne il volto

Il Presidente iraniano Hassan Rohani accanto ad un ritratto della Guida Suprema Ali Khamenei. Tehran, 13 giugno 2015. BEHROUZ MEHRI/AFP/Getty Images

di Francesca La Bella

Roma, 24 luglio, Nena News - Le reazioni degli attori internazionali all’accordo sul programma nucleare iraniano sono state molteplici e variegate e, accanto ad un diffuso ottimismo per la conclusione positiva delle discussioni, molte sono state le prese di posizione contrarie al riavvicinamento tra Teheran e leader mondiali.

Sia negli Stati Uniti sia in alcuni Paesi mediorientali, Arabia Saudita ed Israele in primis, vi è grande timore per le conseguenze del piano di controllo della proliferazione nucleare iraniana e della fine delle sanzioni su settori strategici dell’economia di Teheran. Le ricadute del negoziato potrebbero cambiare gli equilibri regionali dal punto di vista politico-diplomatico, ma anche dal punto di vista economico soprattutto se si considerano le condizioni di instabilità dell’area. In questo senso un Iran libero da embargo potrebbe rendere maggiormente incisiva la propria azione regionale ed internazionale andando ad intaccare la capacità di influenza saudita e la volontà di potenza israeliana, mutando in maniera significativa gli equilibri interni a Paesi chiave come la Siria, il Libano, l’Iraq o lo Yemen.

L’attenzione del Governo di Teheran sembra, però, al momento, maggiormente focalizzata sulle dinamiche interne al proprio Paese. L’accordo è stato accolto con manifestazioni di piazza e comunicati di tutte le maggiori figure politiche iraniane e le conseguenze nazionali del patto potrebbero essere ancor più evidenti rispetto a quelle internazionali. Quella che viene considerata una grande vittoria del Presidente Hassan Rouhani, del Ministro degli esteri Mohammad Javad Zarif e di tutto il fronte iraniano moderato sembra aver incrinato gli equilibri interni al Paese. Per quanto molti analisti sostengano che le divisioni siano minori rispetto alle apparenze e che la conclusione positiva dei negoziati non sarebbe stata possibile senza il beneplacito dell’Ayatollah Ali Khamenei, molte delle dichiarazioni provenienti dalla platea politica iraniana sembrano osteggiare l’implementazione dell’accordo. La Guida Suprema iraniana ha affermato la settimana scorsa in occasione della preghiera di fine Ramadan alla moschea di Teheran che, nonostante l’accordo, non sarebbe cambiata la politica iraniana nei confronti dell’arroganza statunitense ed ha concluso ricordando che non esistono accordi bilaterali o negoziazioni su questioni regionali ed internazionali con gli Stati Uniti al di fuori della questione nucleare. Poche ore prima dell’ufficializzazione del patto, in un’intervista all’agenzia di stampa iraniana Tasnim anche il comandante delle Guardie Rivoluzionarie Mohammad Ali Jafari aveva espresso il suo scetticismo in merito alla questione. Pur sottolineando che la polarizzazione interna al Paese è da considerare più una costruzione dei media occidentali che una realtà, il generale ha dichiarato con fermezza che qualsiasi risoluzione perderebbe validità qualora cada in contraddizione con le linee guida (“red lines”) della politica della Repubblica Islamica d’Iran. I punti dell’accordo che presenterebbero maggiori criticità sono quelli relativi alle ispezioni a luoghi di rilevanza militare ed al prolungamento dell’embargo sugli armamenti per altri cinque anni.

Ciò che è in gioco è, però, ben di più. L’accordo, infatti, apre il mercato iraniano agli investimenti esteri come immediatamente confermato dalle parole di Mohammad Khazaee, ambasciatore iraniano alle Nazioni Unite, che ha annunciato l’approvazione di investimenti di aziende e compagnie europee nel mercato iraniano per un valore di oltre 2 milioni di dollari. Parallelamente il 23 e il 24 luglio è previsto a Vienna un convegno sulle possibilità commerciali e di investimento in Iran che, come da headline del sito ufficiale, sarà storico in quanto primo evento dopo la firma degli accordi. Dal punto di vista economico vi è, dunque, una forte apertura verso l’esterno che potrebbe risultare gradita ai settori produttivi iraniani, ma potrebbe essere utilizzata come strumento di pressione in caso di scelte di politica regionale dell’Iran non in linea con i bisogni di tutela degli investitori. Dal punto di vista politico-diplomatico, invece, l’accordo sul nucleare, da un lato obbliga Teheran al dialogo con gli Stati Uniti e con le Nazioni Unite, ma dall’altra costituisce un riconoscimento del ruolo del Paese nell’area e ne legittima in maniera informale l’azione.

Alla luce di questo, il presidente Rouhani esce rafforzato dai negoziati e, se il processo di rimozione delle sanzioni dovesse arrivare a conclusione, con una gestione efficace dei capitali liberati da embargo, il governo potrebbe avviare la ripresa dell’economia iraniana portando ulteriori consensi al fronte moderato. La grande instabilità mediorientale e le pressioni dei due maggiori alleati statunitensi nell’area (Arabia Saudita e Israele) potrebbero, però, rendere più difficile la transizione, obbligando Rouhani a concedere molto sul piano politico e militare alle componenti più conservatrici. Il coinvolgimento diretto e indiretto iraniano nella maggior parte dei teatri di guerra dell’area ha dei costi significativi e la nuova iniezione di liquidità dovuta alla fine delle sanzioni potrebbe andare a finanziare movimenti politici di altri Paesi, vicini alla dirigenza di Teheran, come i gruppi sciiti iracheni, Hezbollah o Hamas. In questo caso l’investimento potrebbe essere letto sia in una logica di balance of power e di marginalizzazione del ruolo di Arabia Saudita ed Israele sia in un’ottica di contenimento quando non di sradicamento dello Stato Islamico e dei gruppi ad esso collegati. Nena News

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