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Intervista al regista Veysi Altay, a Roma per la presentazione di due documentari sulle diverse forme di resistenza alla repressione turca

Il regista Veysi Altay, terzo da sinistra (Fonte: http://www.sanatatak.com)

di Chiara Cruciati

Roma, 22 febbraio 2017, Nena News – “La repressione della Turchia contro il popolo kurdo dura da più di 100 anni. Ma se la repressione è forte, forte è anche la lotta kurda. C’è chi manifesta e c’è chi usa l’arte. Io e altri colleghi registi vogliamo raccontare la resistenza kurda. Con il cinema è facile diffondere un messaggio perché il pubblico è potenzialmente enorme, entriamo nelle case della gente di tutto il mondo, dentro e fuori il paese”.

Veysi Altay è un regista fuori dal comune. La sua cinepresa si muove intorno ad un impegno politico concreto, che oltre all’arte lo ha portato sui tanti e diversi fronti dell’oppressione turca. Lo abbiamo incontrato a Roma, in occasione della rassegna cinematografica “Venti di Mesopotamia”, un viaggio dentro il popolo kurdo attraverso i film.

Altay ha presentato due film, “Berfo Ana” e “Nu Jin”. Il primo racconta la storia di Berfo Kirbayir, donna kurda che per 33 anni, dal 7 ottobre 1980, ha cercato il figlio Cemil, scomparso dopo il golpe militare del settembre di quell’anno. Sparito, eclissato. Solo nel 2011 le autorità turche hanno ammesso che il giovane fu torturato e ucciso in prigione. Uno spaccato del fenomeno terribile delle sparizioni forzate: “Da 15 anni mi occupo di scomparsi in Turchia, delle loro storie e delle loro famiglie – ci spiega Altay – Il documentario parte da questa attività. Madre Berfo ha cercato il corpo del figlio per 33 anni, senza mai arrendersi né stancarsi e diventando una guida per le tante famiglie che hanno subito la stessa sorte. Ho voluto mostrare la sua lotta, mai vista né sentita dal governo e dal mondo”.

“Nu Jin” supera un confine, quello turco-siriano, e arriva a Kobane. La città, simbolo della lotta al fascismo dell’Isis, ha combattuto per mesi prima di riuscire a liberarsi e a diventare modello di una società alternativa. Lì, a Kobane, Veysi è andato a dare il suo sostegno senza pensare a girare un film: “Quando sono andato a Kobane, non sapevo bene perché ci stavo andando: se come guerrigliero o come sostegno alla popolazione civile. Di certo non sono andato per girare un film. Ma poi, una volta lì, la realtà si è imposta su di me e ho dovuto immortalarla. Per tre mesi e mezzo ho fatto il giornalista per raccontare al mondo cosa stava succedendo a Kobane: i compagni che lottavano contro i barbari, le tante etnie che non volevano solo liberare una città, ma il mondo intero, la battaglia per la libertà, l’umanità, i diritti umani, la speranza per il futuro”.

Nato nel 1976 ad Agri, Veysi ha lavorato per 18 anni come fotografo e giornalista, oltre che come volontario per l’Associazione dei diritti umani in Turchia e per Amnesty International. La sua attività si è sempre incentrata sulla repressione del governo turco nei confronti del popolo kurdo, nell’idea di inchiodare gli artefici delle sofferenze kurde alle proprie responsabilità.

“È con Amnesty International che ho iniziato a seguire le famiglie degli scomparsi: nel 1995 quando le ‘madri del sabato’, hanno cominciato a ritrovarsi le ho seguite e appoggiate, documentando la loro lotta – aggiunge – Così mi sono ritrovato nel mondo del cinema. Tutti i miei lavori si incentrano sulle ingiustizie commesse dal governo. Non a caso ho sulle spalle tantissime denunce, processi, detenzioni. Ho perso il conto di quanti interrogatori ho sostenuto, tutti con l’accusa di propaganda terroristica, di appartenenza a organizzazione terroristica e offesa allo Stato turco”.

Il documentario “Nu Jin” è finito subito nel mirino di Ankara: al governo sono bastati i manifesti del film per muovere le prime denunce per “sostegno al terrorismo”. “Abbiamo prenotato alcuni cinema per presentarlo ma la polizia ha compiuto raid e fatto pressioni perché non venisse proiettato. Molte sale lo hanno cancellato. Siamo comunque riusciti a proiettarlo, sia in Kurdistan che nel resto della Turchia”.

Una sorte che segna lo spettro dall’arte kurda, pesantemente presa di mira dal governo di Ankara che sta chiudendo cinema, associazioni culturali, accademie, centri giovanili. Ma, come tanti altri artisti, anche Altay prosegue nel suo lavoro con l’obiettivo primario di portare il Kurdistan fuori dai suoi confini, nelle case della gente di tutto il mondo e sul tavolo dei governi occidentali che sostengono – con denaro e vendita di armi – la macchina militare turca. “Se il capitalismo è un meccanismo globale anche la lotta deve diventare globale, internazionale: chiunque combatte l’ingiustizia in un angolo del mondo, deve farlo in unione agli altri. Solo così potremo vincere”. Nena News

Nena News vi propone due clip realizzate nell’ospedale di Erbil, dove l’organizzazione italiana è tornata per sostenere le strutture locali ad affrontare l’emergenza umanitaria di Mosul

Pazienti da Mosul ricoverati a Erbil (Foto: Emergency)

della redazione

Roma, 22 febbraio 2017, Nena News - La seconda fase dell’operazione governativa per la liberazione di Mosul dallo Stato Islamico è stata lanciata domenica scorsa. Nelle settimane precedenti Emergency si era riattivata per tornare ad operare ad Erbil, capitale del Kurdistan iracheno dove aprì un ospedale 20 anni fa.

La decisione di tornare è dettata dall’emergenza umanitaria che le organizzazioni internazionale si attendono: sono già 3mila i feriti arrivati da Mosul nei mesi scorsi e il timore è che il loro numero lieviterà vista la particolare battaglia che coinvolgerà la popolazione civile. Mosul ovest, dove si concentra la seconda fase dell’operazione, è fatta di vie strette e zone residenziali, dove la resistenza che il “califfato” opporrà con i cecchini, i kamikaze, i tunnel e i campi minati avrà un impatto sicuramente devastante sui civili.

Qui l’articolo sul ritorno di Emergency a Erbil.

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“RITORNO A ERBIL”

Mesi di combattimenti e l’offensiva lanciata dell’esercito iracheno nel tentativo di strappare Mosul a Daesh (Isis) hanno ridotto allo stremo la popolazione, intrappolata tra le linee del fronte. Emergency ha deciso di tornare ad Erbil per supportare il sistema sanitario nazionale, fornendo, 24 ore su 24, cure medico-chirurgiche gratuite alla popolazione colpita dal conflitto. Lo fa tornando all’Emergency Hospital, l’ospedale che aveva costruito nel 1998 per le vittime di guerra e delle mine antiuomo che ha condotto fino al 2005, quando ha trasferito la gestione del centro alle autorità sanitarie locali.  Video di Davide Preti.

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“HO PAURA DELLA GUERRA E DELLE ARMI”

“Ho paura della guerra e delle armi. Ho paura che il mio braccio non torni più uguale”. Khalid è uno dei bambini ricoverati nell’ Emergency Hospital di Erbil.  Le aree di Mosul abitate dai civili vengono attaccate indiscriminatamente e i residenti in fuga utilizzati come scudi umani: dall’inizio di dicembre 2016 i combattimenti hanno causato almeno 3.125 feriti (fonte Ministero della Salute). Negli ultimi giorni Emergency ha ricevuto 10 pazienti al giorno: i civili, come sempre, pagano il prezzo più alto. Video di Davide Preti.

 

 

Durante l’incontro alla Casa Bianca si è discusso anche di Teheran e delle strategie per contrastarne l’influenza nella regione. Il premier israeliano: “Gli arabi e l’Arabia Saudita in particolare non ci considerano più come nemici, ma come degli alleati”

di Stefano Mauro

Roma, 22 febbraio 2017, Nena News – Sono numerosi e preoccupanti i particolari emersi dopo il summit di Washington tra il primo ministro israeliano Netanyahu ed il neo presidente americano Donald Trump.

La notizia più eclatante e maggiormente discussa è, ovviamente, quella legata alla questione palestinese e, forse, al definitivo tramonto degli Accordi di Oslo e della risoluzione dei Due Stati. La probabile sorte del popolo palestinese potrebbe essere legata, infatti, non tanto alla creazione di un unico Stato “democratico, laico e multiconfessionale” come sostenuto da alcuni partiti palestinesi di sinistra come il Fronte Popolare Liberazione Palestina (Pflp), ma purtroppo da uno Stato esplicitamente razzista perché “unico ed ebraico” come dichiarato dall’esponente di estrema destra del governo di Tel Aviv, Naftali Bennet, leader del partito “Focolare Ebraico”.

Altrettanto inquietanti per il futuro della regione mediorientale, però, sono stati gli altri argomenti discussi durante il summit. Secondo la stampa araba, infatti, l’obiettivo principale dell’incontro sarebbe stato quello relativo all’Iran ed alla sua crescente egemonia nella regione, preoccupazione condivisa da entrambe le amministrazioni.

Dopo anni di frustrazioni ed incomprensioni con il predecessore di Trump, quel Barack Obama principale artefice dell’accordo sul nucleare di Vienna dei 5+1 (Usa, Regno Unito, Francia, Cina, Russia e Germania) con Teheran, il primo ministro israeliano ha trovato un interlocutore che lo ascolta e, soprattutto, lo sostiene.

La strategia concordata sarebbe quella relativa ad “arginare in qualsiasi maniera“ la repubblica islamica iraniana ed i suoi principali alleati nella regione: Hezbollah. Sono diversi mesi, infatti, che l’esercito di Tel Aviv si sta muovendo in maniera abbastanza disinvolta e provocatoria lungo il confine con Siria e Libano, attraverso sconfinamenti e bombardamenti lungo le alture del Golan.

Il primo ministro israeliano ha dichiarato alla stampa di aver richiesto a Trump di “riconoscere la definitiva sovranità dello Stato ebraico sulle alture del Golan – occupate illegalmente dal 1967 – per questioni difensive e strategiche nell’area”. In effetti la notizia relativa alla volontà di Tel Aviv di annettersi illegalmente parte di quel territorio circola da diversi mesi, anche per vie ufficiali, nonostante la condanna dell’Onu e la Risoluzione 497 che indica come “nulla e priva di ogni rilevanza giuridica internazionale” l’annessione israeliana.

Oltre a ciò c’è da aggiungere il sostegno militare e logistico che lo Stato sionista avrebbe fornito ai gruppi jihadisti nella zona di Dera’a, principalmente Daesh e Al Nusra, lungo il confine siro-libanese per la creazione di una zona “cuscinetto” da possibili attacchi o incursioni di Hezbollah o dell’esercito di Damasco.

Resta, comunque, da vedere quale sarà la risposta dell’amministrazione americana, visto che una presa di posizione simile, rischierebbe di unire ancora di più la comunità internazionale e l’Onu contro gli Usa.

Trova ulteriori e concrete conferme, invece, la solida alleanza tra lo Stato israeliano e l’Arabia Saudita. Interrogato dalla stampa americana circa i “ saldi rapporti di collaborazione tra Israele e alcuni paesi arabi”, la risposta del primo ministro è stata inequivocabile.

In un’intervista sul programma “60 minuti”, dell’americana CBS News, Netanyahu ha ribadito: “Tutto quello che posso dire è che la situazione di Israele è cambiata nel mondo arabo……gli arabi e l’Arabia Saudita, in particolare, non ci considerano più come nemici, ma come degli alleati nella loro lotta contro l’Iran nella regione…..grazie a questa alleanza abbiamo raggiunto un ottimo livello di cooperazione economica e militare”.

La stampa araba, infatti, riprende notizie circa la creazione di una base militare americana in territorio saudita con stanziamento anche di truppe israeliane per quanto riguarda il livello di cooperazione militare. A livello diplomatico ci sarebbe, invece, l’avvio di relazioni ufficiali con la prossima apertura dell’ambasciata saudita in Israele o le voci, riferite da Al Manar, di un futuro invito da parte di Netanyahu del re saudita Salman a Tel Aviv.

Un invito che sancirebbe una certezza fondata, ormai con l’avallo ufficiale anche di Washington: l’alleanza strategica tra Tel Aviv e Riyadh. Una convergenza che rischia, però, di compromettere e far esplodere tutta la regione mediorientale. Nena News

La solida relazione tra Teheran e Mosca, testata nel contesto siriano, potrebbe ulteriormente ampliarsi nei prossimi mesi. Tuttavia, tra le due potenze vi è un diverso approccio rispetto ai gruppi di opposizione a Bashar al-Asad. Alla base di questa intrinseca differenziazione vi sono calcoli geopolitici regionali (per gli iraniani) e mondiali (per i russi)

Da sinistra a destra: i ministri degli esteri russo Lavrov e iraniano Zarif

di Francesca La Bella

Roma, 21 febbraio 2017, Nena News – Parlare di Siria non è mai semplice e lo è ancor meno riuscire ad analizzare le alleanze sul campo. Tra i maggiori protagonisti internazionali sul terreno siriano troviamo due attori come Russia ed Iran che, in questa particolare fase storica, stanno determinando le sorti della guerra civile in atto. La presenza delle forze di Teheran e Mosca a difesa del governo di Bashar al Assad ha, infatti, avuto un impatto rilevante sia sul campo di battaglia sia in ambito diplomatico. L’alleanza tripartita con la Turchia durante la prima e la seconda fase dei colloqui di Astana in Kazakistan sembra, in questo senso, essere riuscita, nonostante gli evidenti limiti ancora presenti, a imporre una tregua prolungata e a portare al tavolo negoziale la maggior parte degli attori del conflitto.

La convergenza di interessi tra le tre potenze avrebbe, dunque, permesso alla Siria di iniziare un percorso di negoziazione tra le parti e, in questo senso, sembra aprirsi la strada per un’azione congiunta per far fronte al disequilibrio mediorientale. Secondo quanto riportato da agenzie di stampa locali, la solida relazione tra Mosca e Teheran, testata nel contesto siriano, potrebbe, infatti, ulteriormente ampliarsi nei prossimi mesi. In un’intervista rilasciata domenica scorsa al media libanese Al-Mayadeen, il portavoce del Parlamento iraniano, Ali Larijani, avrebbe, infatti, dichiarato che i due Paesi condividono gli stessi obiettivi nell’area e che sarebbe stato intrapreso un percorso per la formazione di un’alleanza strategica per il Medio Oriente tra Mosca e Teheran.

Analizzando più approfonditamente la questione, però, diviene evidente come esistano linee di frattura significative e come all’apparente vicinanza tra gli interlocutori, corrisponda un’intrinseca differenziazione delle motivazioni e degli obiettivi del coinvolgimento di Russia e Iran nel contesto siriano. Il diverso approccio delle due potenze rispetto ai gruppi ribelli siriani è un esempio concreto di questa distanza. Nei colloqui di preparazione di Astana, infatti, l’apertura russa alle opposizioni e il continuo richiamo dei portavoce di Mosca alla necessità di coinvolgere tutti gli attori del conflitto siriano non hanno trovato eco nelle parole dei rappresentanti di Teheran. Questo differente atteggiamento, per quanto dovuto a molteplici cause legate sia alle dinamiche interne alla Siria sia alle più ampie prospettive d’area, in ultima istanza, dipende dal ruolo geopolitico dei due Paesi.

In questo senso, il sostegno dell’Iran al governo Assad deve essere letto nell’ottica di un Paese che vuole ricoprire un ruolo leader nelle dinamiche mediorientali e che, nella Siria, vede un alleato fondamentale per il proprio posizionamento regionale. L’eventuale partecipazione delle opposizioni ad un futuro governo, invece, potrebbe indebolire la relazione tra i due Paesi a favore di altri attori regionali, Turchia e Arabia Saudita in primis, con una conseguente marginalizzazione di Teheran nello scacchiere mediorientale. Per quanto riguarda la Russia, invece, la volontà di proporsi come interlocutore indispensabile in tutti i principali contesti globali, ha indotto Mosca ad aprirsi alla possibilità di mediare sia con le potenze locali sia con gli attori internazionali. L’invito agli Stati Uniti per Astana, osteggiato da Teheran, l’apertura alla Turchia e, contemporaneamente, alle minoranza curde siriane mostrano come i russi abbiano intrapreso un percorso che, passando per la Siria, mira ad un ruolo mondiale. Visto in una logica più ampia, il governo Assad diventa, così, sacrificabile e le alleanze strumentali e passibili di revisione qualora dovesse mutare il contesto generale.

Più che dall’intervento del neo-eletto Presidente statunitense Donald Trump o dalle resistenze saudite ad eventuali colloqui con Teheran, le frizioni tra Russia e Iran potrebbero, dunque, nascere dalla competizione tra i due Paesi. Come molti analisti tendono a sottolineare, però, queste problematiche difficilmente troveranno sfogo nel breve periodo data la necessità di entrambi di mantenere un fronte solido fino alla definitiva sconfitta dello Stato Islamico prima in Siria e poi in Iraq. Se si dovesse giungere ad una fase di pacificazione, invece, le contraddizioni potrebbero esplodere in tutta la loro forza alterando nuovamente l’equilibrio di potenza dell’area. Nena News

Francesca La Bella è su Twitter @LBFra

L’organizzazione italiana torna nell’ospedale che aprì 20 anni fa per affrontare l’emergenza umanitaria della città dove si sta per svolgere la battaglia finale contro l’Isis: «Si tratta di feriti di guerra, persone colpite dai mortai dell’Isis, l’artiglieria pesante irachena e i raid statunitensi»

L’ospedale di Emergency a Erbil © Emergency

di Chiara Cruciati   il Manifesto

Roma, 21 febbraio 2017, Nena News – «La zona est di Mosul è quella meno residenziale e più industriale, mentre ad ovest c’è la città vecchia: la battaglia è destinata ad essere più cruenta. Le vie sono strette, i quartieri residenziali. I civili soffriranno molto di più gli scontri. Anche perché si tratta dell’ultimo baluardo dell’Isis: opporrà una resistenza all’ultimo sangue».

Emanuele Nannini, vice coordinatore dell’Ufficio Umanitario di Emergency, si prepara all’emergenza che esploderà con il lancio della seconda fase della controffensiva. «Dalla città di Mosul, dal 17 ottobre [data di inizio dell’operazione, ndr] a metà gennaio, sono arrivati 3mila feriti – spiega al manifesto – Nelle settimane passate i combattimenti erano quasi fermi: le truppe irachene, liberata la parte est, si erano fermate al fiume per riorganizzarsi. Il momento è stato propizio: abbiamo potuto aumentare la capienza ospedaliera in attesa che ripartisse l’operazione».

L’ospedale di cui parla è il centro che Emergency aprì vent’anni fa a Erbil, Kurdistan iracheno. All’epoca l’organizzazione italiana era arrivata per curare i feriti della guerra civile tra i due principali partiti kurdi, il Kdp dei Barzani e il Puk dei Talabani.

Emergency aprì due ospedali, uno ad Erbil e uno a Suleimanya, i poli del potere dei due clan: «Nel 2005 con l’attenuazione del conflitto e lo sviluppo della capacità delle autorità locali di gestire i centri, abbiamo passato gli ospedali al Ministero della Sanità. È rimasto in carico ad Ermergency il centro di riabilitazione di Suleimaniya, dove costruiamo le protesi e continuiamo a seguire i pazienti».

Quasi dieci anni dopo, nel giugno 2014, l’Isis occupa Mosul e si allarga nell’Iraq orientale. In poco tempo milioni di iracheni fuggono e raggiungono il Kurdistan, che ospitava già centinaia di migliaia di rifugiati dalla vicina Siria. Un afflusso enorme (2 milioni di persone su una popolazione locale di sei) che si unisce alla crescente crisi economica che colpisce Erbil e che fa collassare il sistema sanitario.

«Emergency ha deciso di tornare con un importante numero di personale espatriato per aiutare le autorità kurde nella gestione sanitaria di profughi siriani e sfollati iracheni – continua Emanuele – Negli ultimi due anni abbiamo preso in carico sei cliniche nei campi profughi dove offriamo assistenza di base, seguiamo i pazienti cronici che fanno fatica ad accedere al sistema sanitario locale e facciamo promozione igienico-sanitaria».

«Siamo tornati in contatto con i due ospedali di Erbil e Suleimaniya: fino allo scorso anno le autorità locali sono riusciti a gestirli ma poi, a causa della crisi economica, il calo del prezzo del petrolio e l’alto numero di sfollati ospitati, il sistema sanitario è letteralmente collassato. A questo si è aggiunta la controffensiva su Mosul: su Erbil si sono riversati da subito molti feriti, la città dista solo 70 km».

A gennaio Emergency è tornata nella capitale del Kurdistan iracheno. È tornata per riabilitare gli ospedali, per la messa in sicurezza e la riabilitazione dei dipartimenti, per aumentare la capienza ospedaliera (passata al momento da 20-25 letti a 70-80).

Ma anche per sostenere finanziariamente il personale: «Da più di un anno lo staff locale, 120 dipendenti, riceve solo il 25% dello stipendio. Interverremo con un sistema di incentivi: molti si sono trovati un secondo lavoro e lavorano part time in ospedale, lasciando i turni scoperti. Così torneranno a pieno ritmo in ospedale».

Emergency si prepara in vista della seconda fase della controffensiva su Mosul. Alla base sta un coordinamento tra organizzazioni internazionali e autorità locali che permette l’arrivo dei feriti di guerra a Erbil: attraverso i Trauma Stabilization Point, i feriti vengono portati dalle ambulanze irachene al confine con il Kurdistan e lì presi in carico dai medici kurdi.

«Si tratta di feriti di guerra, persone colpite dai mortai dell’Isis, l’artiglieria pesante irachena e i raid statunitensi – aggiunge Emanuele – Ma arrivano pazienti anche dalle zone già riprese dal governo iracheno, spesso feriti nell’esplosione di autobombe islamiste o ordigni lasciati nelle città dopo la ritirata».

Sullo sfondo un paese martoriato da decenni di guerre ininterrotte, sfaldato dopo l’invasione Usa. A pagare sono i civili: il livello di distruzione è immenso. Non solo sul piano infrastrutturale, ma anche su quello comunitario e psicologico: «Il senso di trauma tra gli sfollati è fortissimo. C’è un’enorme incertezza. Non sanno neppure se torneranno nei loro villaggi, a causa degli scontri settari».

Scontri che influenzano anche l’accoglienza in Kurdistan. Se nei primi mesi dopo la cadura di Mosul, le porte sono rimaste aperte, negli ultimi due anni Erbil ha imbastito un sistema di screening che taglia fuori i sunniti.

Per entrare serve uno sponsor locale, più facilmente rintracciabile da cristiani e yazidi: «C’è una grossa distinzione negli ingressi a seconda della provenienza, maggiore cautela verso chi arriva da Mosul per timore che tra loro si nascondano islamisti. Gli sfollati vengono portati in grossi campi in una sorta di zona cuscinetto tra zone Isis e Kurdistan. Qui si svolge un processo di screening molto lungo e tortuoso e poi li si rialloca in altri campi».

Ora parte una nuova fase, Mosul ovest deciderà il destino dell’Iraq, delle sue divisioni interne e delle sue contraddizioni. Sulla pelle dei civili. Nena News

Chiara Cruciati è su Twitter @ChiaraCruciati

Lo scorso marzo Elor Azaria ha ucciso a Hebron il palestinese Abdel Fattah ash-Sharif che, gravemente ferito, non rappresentava alcuna minaccia per l’incolumità dei soldati. L’accusa chiedeva una “condanna appropriata” dai tre ai cinque anni. La maggior parte degli israeliani lo considera un “eroe”

Il soldato Azaria

AGGIORNAMENTI:

Ore 13.15   Human Right Watch: perdonare soldato Israele incoraggia impunità

“Perdonare Azaria o ridurre la sua pena incoraggerebbe l’impunità per aver preso illegalmente la vita di un’altra persona”. E’ questo il commento della ong dei diritti umani internazionale Human Right Watch a chi in Israele invoca il perdono per Elor Azaria. “La sentenza – ha detto Sari Bashi di HRW – “è un messaggio importante sul regnante uso eccessivo della forza. I rappresentanti israeliani devono anche ripudiare la retorica dello sparare per uccidere che molti di loro hanno promosso, anche quando non c’è pericolo immediato di morte”.

ore 12:50   I ministri israeliani chiedono la grazia per Azaria

“La sicurezza dei cittadini d’Israele ha bisogno di una grazia immediata per Elor Azaria” ha detto il ministro dell’istruzione Naftali Bennet. Il leader di Casa Ebraica ha detto che il soldato “è stato mandato per difendere i cittadini d’Israele durante l’apice dell’ondata di terrorismo palestinese con i coltelli e l’intero percorso investigativo del processo è stato contaminato sin dall’inizio”. Bennet ha aggiunto poi che “se anche avesse commesso un errore, Elor non deve scontare la sua pena in carcere. Noi pagheremo il prezzo”.

Sulla stessa lunghezza d’onda il ministro dei Trasporti Israel Katz (Likud, il partito del premier Netanyahu): “E’ giunta l’ora della grazia. Dobbiamo riportare Elor a casa”. Per un’assoluzione è favorevole anche la ministra alla Cultura Miri Regev che ha chiesto al capo di Stato maggiore Eizenkot di concedere la grazia ad Azaria per quello che ha già sopportato.

Di diverso avviso è l’opposizione. Ofer Shelah del partito centrista Yesh Atid ha infatti dichiarato che: “nessuno è felice di vedere Azaria andare in prigione, ma assolverlo rappresenterebbe una presa in giro del sistema legale dell’esercito”. Anche l’Unione sionista con Omer Barlev invita i parlamentari di entrambi gli schieramenti a rispettare la separazione dei poteri e a evitare di fomentare tensioni chiedendo l’assoluzione del militare.

ore 11:50      Azaria è stato condannato poco fa a 18 mesi di carcere

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della redazione

Roma, 21 febbraio 2017, Nena News – É attesa per oggi la sentenza contro il soldato israeliano Elor Azaria (20 anni) accusato di omicidio colposo per aver ucciso lo scorso anno a Hebron un palestinese disarmato e gravemente ferito. L’accusa chiede una “condanna appropriata” dai tre ai cinque anni mentre la difesa ha già fatto sapere che se Azaria dovesse essere punito oggi con il carcere farà immediatamente ricorso in appello.

La sentenza dei giudici militari sarà decisa oggi a Tel Aviv nel quartier generale dell’esercito israeliano (la Kirya) dove all’esterno, come già accaduto nelle precedenti udienze, è prevista una folta rappresentanza dei sostenitori dell’imputato. La tensione è alta: lo scorso mese i manifestanti pro-Azaria sono entrati in contatto con le forze dell’ordine e hanno paralizzato il traffico protestando per il processo che sta subendo il giovane soldato. In un nota la polizia ha già fatto sapere di “essere pronta e preparata a rispondere a qualunque scenario” si verrà a creare fuori la Kirya.

I fatti risalgono alla mattina del 24 marzo dello scorso anno quando due palestinesi, Abdel Fattah ash-Sharif e Ramzi Aziz al-Qasrawi, attaccano due soldati israeliani a Hebron nella Cisgiordania occupata (ferendone uno) prima di essere raggiunti dai colpi sparati dal militare rimasto illeso. Qasrawi muore sul colpo mentre al-Sharif resta gravemente ferito. Circa 11 minuti dopo arriva sulla scena della sparatoria il sergente Azaria, un medico da combattimento della Brigata Kfir, che, vedendo al-Sharif a terra, consegna il suo casco ad un altro soldato e lo spara alla testa uccidendolo. Le immagini – registrate da un operatore della ong israeliana B’tselem – diventano subito virali in rete scatenando un acceso dibattito in Israele tra chi (in netta maggioranza) si schiera con il “figlio” killer e chi ne condanna l’operato.

La difesa di Azaria ha in un primo momento sostenuto che il militare ha sparato al palestinese perché, nonostante quest’ultimo fosse ferito, rappresentava lo stesso una minaccia per i soldati. In una delle fasi del processo, l’imputato ha anche affermato che temeva che la vittima potesse attivare la sua cintura esplosiva (che la vittima però non indossava). Le tesi difensive sono state contraddittorie: ad un certo punto è stato sostenuto che al-Sharif fosse già morto per le ferite riportate nella prima sparatoria e che dunque non sarebbe stata ucciso dal militare. E allora quale pericolo rappresentava se era già morto?

La giudice Col. Maya Heller ha definito la testimonianza dell’imputato “evasiva” e ha detto che “il motivo che lo ha spinto [a sparare] è perché credeva che il terrorista meritava di morire”. Tuttavia, nonostante i giudici abbiano negato nei fatti la sua versione, lo hanno “graziato” condannandolo solo per omicidio colposo escludendo quindi l’intenzionalità del gesto. Lo scorso 31 gennaio, il procuratore Nadav Weisman ha detto che “la pena appropriata per l’accusato non dovrebbe essere inferiore ai tre anni e né superiore ai cinque” e ha chiesto che Azaria sia retrocesso da sergente a soldato semplice. Eppure gli anni chiesti non coincidono con la descrizione cruda che fa l’accusa secondo cui il soldato ha “agito deliberatamente, ha usato la sua arma per punire, ha ucciso una persona anche se era un terrorista”. A gennaio la famiglia dell’imputato ha chiesto alla corte la clemenza affermando di vivere da mesi sotto “tortura” e di essere distrutta dal processo.

Clemenza la chiede anche la maggior parte degli israeliani che vedono in Azaria un “figlio” e un “eroe” che stava compiendo solo “il suo dovere”. Una posizione non condivisa dai vertici militari che hanno immediatamente condannato l’operato del sergente e che con un loro portavoce hanno fatto sapere che “questo non è l’IDF [esercito israeliano, ndr], non sono i suoi valori, non sono i valori del popolo ebraico”.

Ma la posizione della leadership militare è nettamente minoritaria in Israele: un sondaggio compiuto lo scorso mese dagli Studi di sicurezza nazionale ha rivelato che il 73% degli israeliani accusa il Capo di stato maggiore per aver condannato Azaria prima ancora dell’inizio del processo. Il caso del soldato killer ha avuto grande popolarità in Israele: importanti autorità del mondo politico israeliano (non soltanto di estrema destra, ma anche di centro) e facce note del mondo dello spettacolo e della musica locale hanno espresso pubblicamente il loro pieno sostegno al soldato “eroe”. Un sostegno che è stato anche finanziario: una campagna di crowfounding on line, lanciata dal parlamentare Sharon Gal (Yisrael Beitenu) per coprire le spese legali di Azaria, ha raccolto lo scorso anno in meno di 24 ore 128.000 dollari.

E molti di loro faranno sentire oggi la propria voce fuori la Kirya di Tel Aviv dove sarà pronunciata la sentenza. Tra questi, potrebbero esserci anche i sostenitori della squadra di calcio del Beitar Yerushalaim, espressione dell’estrema destra israeliana profondamente anti-araba, che già a gennaio entrarono in contatto con le forze di polizia e intonarono cori contro il capo di stato maggiore Gadi Eisenkot.

Azaria rischia fino a 20 anni di prigione, ma nei fatti è improbabile una pena simile. In primo luogo perché l’ultimo soldato israeliano condannato per omicidio colposo per l’uccisione nel 2003 del fotoreporter e attivista britannico Tom Hurndal è stato il Serg. Taysir Heib e ha ricevuto una condanna di solo 8 anni di prigione (diventati 6 e mezzo per buona condotta).

In secondo luogo perché Azaria ha l’attenuante che la sua vittima 15 minuti prima aveva accoltellato un soldato israeliano. Inoltre, alcuni commentatori sostengono che perfino in caso di condanna l’imputato potrebbe essere alla fine graziato. Per la legge infatti, tutti i condannati (tra cui i soldati) possono far appello o al capo dello stato Reuven Rivlin o al Capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot. Il primo ha detto in passato che considererà l’ipotesi di una grazia solo quando tutte le strade legali saranno state battute. Nena News

Trump e Netanyahu stanno provando ad avanzare una forma più sfacciata e legalizzata di apartheid ai danni del popolo palestinese

di Daoud Kuttab*   al-Jazeera

Roma, 20 febbraio 2017, Nena News – Grazie all’idillio tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente statunitense Donald Trump, ignorare la leadership nazionale palestinese sembra essere tornato di nuovo in primo piano. Durante il loro primo incontro da quando si è insediata la nuova amministrazione degli Stati Uniti, Trump ha ripetutamente parlato della necessità per gli israeliani e i palestinesi di fare la pace, ma ha evitato di menzionare la dirigenza palestinese.

Apparentemente per paura delle ripercussioni del ritiro di Washington dal sostegno alla soluzione a due stati e al riconoscimento della legittima leadership palestinese, gli Usa hanno mandato martedì 14 febbraio il capo della Cia Mike Pompeo dal presidente Abbas a Ramallah. Nel mandare da Abbas il capo della Cia piuttosto che una figura politica, gli Usa hanno dato la priorità a questioni riguardanti la sicurezza – tra cui la cooperazione alla sicurezza con gli israeliani – invece che alla necessità di riconoscere le aspirazioni politiche e nazionali palestinesi.

Trump si è anche allontanato dallo storico consenso statunitense e internazionale sulla soluzione a due stati che è stata la base del conflitto israelo-palestinese.

“La solita minestra”

Il commento ingenuo del presidente Usa sulla soluzione a due o ad uno stato – quando ha detto che “può vivere con una delle due” – significa che è probabile che Washington prolunghi lo status quo dell’occupazione. Sin dall’occupazione del 1967, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha ripetutamente espresso l’illegalità dell’occupazione come nel preambolo della risoluzione 242 in cui “enfatizza l’inammissibilità dell’acquisizione del territorio attraverso la guerra”. (PDF)

Lasciando la soluzione alle [due] parti bypassando allo stesso tempo politicamente la leadership palestinese, l’amministrazione Trump sta autorizzando gli israeliani a dettare ai palestinesi qualunque accordo essi desiderano.

La trasparente realtà dell’occupazione israeliana e l’assenza di una soluzione politica mostrano come le attuali tattiche d’Israele non abbiano prodotto per decenni risultati. Il problema è che lo stretto legame tra Trump e Netanyahu e il ritiro del primo al sostegno alla soluzione a due stati indeboliscono ancora di più la capacità degli Usa ad essere un mediatore onesto. Sperare che i leader arabi sostituiscano i palestinesi e siano d’accordo a raggiungere la pace con Israele a nome loro è un’altra proposta sbagliata. Così come dice il detto: “la solita minestra”.

In passato i leader arabi così come quelli israeliani e statunitensi hanno cercato di trovare una leadership alternativa per i palestinesi, ma hanno fallito miseramente. L’Egitto e la Giordania ad esempio hanno resistito alle pressioni d’Israele e della comunità internazionale su chi avrebbe dovuto rappresentarli negli anni ’70 e nel 1974 il summit arabo ha riconosciuto l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) come il solo legittimo rappresentante del popolo palestinese.

Dopo l’occupazione del 1967, Israele ha provato invano ad aggirare l’Olp chiudendo un occhio alle organizzazioni benefiche islamiche fondate dallo shaykh Ahmad Yassin e da cui è nata Hamas a Gaza.

Un tentativo simile di indebolire la leadership palestinese è avvenuto negli anni ’80 nelle aree rurali della Cisgiordania con la creazione di un’alternativa all’Olp chiamata “Leghe di villaggio”. Anche questo sforzo di modificare la dirigenza palestinese incaricando dei collaboratori fallì miseramente.

L’ultima volta che gli Usa hanno provato a bypassare i palestinesi [le cose] le si sono ritorte contro in modo clamoroso. L’ex presidente George HW Bush – insieme al Segretario di Stato James Baker – spinse i leader palestinesi non [appartenenti] all’Olp a rappresentare il loro popolo all’interno di una delegazione giordana-palestinese durante la conferenza di pace del 1991 a Madrid. In risposta a ciò, ufficiali dell’Olp e israeliani raggiunsero un accordo segreto ad Oslo nel 1993 senza che Washington ne fosse a conoscenza.

“Apartheid permanente”

Le condizioni di Netanyahu per accettare una soluzione a due stati espresse nel discorso alla Bar Ilan nel 2009 hanno ora un ulteriore elemento che nega l’idea di un stato palestinese indipendente. Abbandonare l’impegno ad una soluzione a due stati significa virtualmente una presenza permanente delle truppe israeliane dentro l’intero territorio palestinese. Almeno che 4 milioni di palestinesi non diventino ferventi sionisti dall’oggi al domani, è improbabile che essi accettino e riconoscano uno stato ebraico e siano favorevoli a non vedersi garantiti gli stessi diritti politici riservati agli ebrei.

L’approccio di Trump e Netanyahu alla questione è spingere la regione verso una forma più sfacciata e legalizzata di apartheid in cui la maggioranza palestinese nei Territori Occupati sarà spogliata dei suoi diritti politici mentre i coloni ebrei godranno a pieno di diritti politici e nazionali.

La corte penale internazionale descrive questo tipo di “discriminazione istituzionalizzata” come apartheid e la considera un “crimine contro l’umanità”. Inoltre, l’idea di una “grande intesa” che includa i paesi arabi è destinata a fallire. L’ex inviato per la pace statunitense per i negoziati israelo-palestinesi, Martin Indyk, l’ha definita un approccio da “dentro-fuori”

La proposta di Indyk include l’idea del presidente Trump di convocare i leader di Quattro paesi arabi (Giordania, Egitto, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti) e del Quartetto (Unione Europea, gli Stati Uniti, l’Onu, la Russia) e annunciare “una serie di principi concordati che serviranno come termini di riferimento per la negoziazione diretta tra israeliani e palestinesi per raggiungere la soluzione a due stati”.

Tale summit certamente non produrrà i risultati che Netanyahu e Trump desiderano. Il piano di pace arabo del 2002 è molto chiaro [quando afferma] che gli arabi giungeranno ad una normalizzazione delle relazioni con Israele solo quando Israele accetterà di ritirarsi dai confini del 1967. Il Quartetto – con l’eccezione degli Usa – respingerà anche la disinvolta idea di Trump di rinunciare alla soluzione a due stati.

Se si vuole che gli incontri tra Trump e Netanyahu producano una svolta politica, bisognerebbe tener presente un semplice principio: l’arte di una intesa richiede che chi fa l’accordo sia onesto e neutrale e che le parti del conflitto si riconoscano e si impegnino l’una con l’altra. Nena News

Daoud Kuttab è un giornalista palestinese vincitore di premi ed ex professore di giornalismo presso l’Università di Princeton. Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di al-Jazeera

* (Traduzione a cura della redazione di Nena News)

Le forze armate hanno fatto irruzione ieri presso la comunità beduina vicino a Gerusalemme. Rischia di essere rasa al suolo anche la Scuola di Gomme costruita nel 2009 dalla ong Vento di Terra e dal gruppo Arcò

Scuola di Gomme

della redazione

Roma, 20 febbraio 2017, Nena News – Le forze armate israeliane hanno fatto ieri irruzione presso la comunità beduina di Khan al-Ahmar nel nord est di Gerusalemme per consegnare ordini di demolizione per 40 case. Rischia di essere demolita anche la Scuola di Gomme costruita nel 2009 dalla ong Vento di Terra e dal gruppo Arcò (Architettura e cooperazione). La notizia è stata confermata anche dal Cogat (il Coordinamento delle attività governative nei Territori) che è responsabile delle implementazione delle politiche israeliane nella Cisgiordania occupata palestinese. Un suo portavoce, infatti, ha detto che “ordini di fine costruzione” sono stati rilasciati per un numero (non specificato) di edifici a Khan al-Ahmar e saranno eseguiti “secondo le direttive dello stato [israeliano] e le richieste certificazioni legali”. La risposta delle autorità palestinesi non si è fatta attendere: il ministro dell’istruzione Sabri Saydam ha denunciato il blitz alla “Scuola di Gomme” descrivendolo come una “procedura sistematica e violenta”.

Non è la prima volta che le autorità minacciano di demolizione la scuola. Lo scorso agosto, infatti, dopo che si erano diffuse notizie di una sua chiusura per ordine dell’ufficio del primo ministro, la Corte Suprema israeliana ordinò allo stato d’Israele di fornire una opinione formale sulla scuola. A ottobre poi Tel Aviv ha deciso di rimandare la decisione di quattro mesi. Ora che il tempo previsto è scaduto, non è chiaro cosa accadrà alla struttura scolastica. All’agenzia di stampa palestinese Ma’an, il ministero di giustizia israeliano ha fatto sapere che esaminerà il caso con attenzione.

Secondo l’ong israeliana “Rabbini per i diritti umani” – che dà supporto legale alla comunità di Khan al-Ahmar  – Israele non avrebbe preso ancora una decisione definitiva perché è consapevole delle pesanti critiche internazionali che riceverebbe nel caso in cui la scuola venisse demolita.

A denunciare il raid israeliano è Vento di Terra. “All’alba di stamattina [ieri, ndr] – si legge in un comunicato della ong italiana – i militari israeliani hanno fatto irruzione nella Scuola di Gomme. La scuola, sotto minaccia di demolizione, è stata circondata e un blocco militare è stato imposto su tutto il villaggio beduino di al Khan Al Ahmar. Alunni e insegnanti non hanno potuto accedere alle classi. 3 famiglie hanno ricevuto ordini di demolizione per le loro abitazioni che dovranno lasciare entro 5 giorni”. L’organizzazione italiana chiede pertanto “a tutti coloro che intendono difendere la Scuola di Gomme e il diritto all’educazione dei suoi alunni di aderire all’appello pubblicato su change.org”. L’invito è ad agire subito: “Sono gli ultimi giorni per farlo!”

Ma ad essere sotto attacco è una intera comunità che, come in altri casi simili, è sotto minaccia di trasferimento. L’obiettivo di Tel Aviv – già da tempo avviato– è quello di costruire centinaia di case per soli ebrei negli insediamenti del “corridoio E1” in modo tale da dividere la Cisgiordania in due tronconi impedendo nei fatti la creazione di uno stato palestinese. Nena News

In una nota l’esercito israeliano ha fatto sapere che due missili sono caduti oggi nell’area di Eshkol (nord ovest del Neghev) senza causare né danni né feriti. Ieri l’agenzia Amaq dell’autoproclamato “Stato Islamico” aveva fatto sapere che quattro jihadisti erano stati uccisi sabato da un drone israeliano

Miliziani della “Provincia del Sinai”

della redazione

Roma, 20 febbraio 2017, Nena News – Due razzi lanciati oggi dalla Penisola del Sinai hanno colpito il sud d’Israele senza causare danni, né feriti. Secondo una nota dell’esercito israeliano, i missili sono caduti nell’area del Consiglio regionale di Eshkol (nella parte nord occidentale del Neghev).

L’attacco giunge il giorno dopo che l’agenzia Amaq dell’autoproclamato Stato Islamico (Is) ha riferito che un drone israeliano ha ucciso sabato quattro jihadisti della “Provincia del Sinai” (gruppo affiliato all’Is) mentre viaggiavano in macchina non lontano da Rafah (vicino alla Striscia di Gaza). Secondo l’agenzia, le vittime progettavano di lanciare missili contro lo stato ebraico. Ieri, inoltre, l’esercito egiziano ha fatto sapere di aver scoperto e distrutto un “tunnel centrale” che collega il Sinai con Rafah (nel sud della Striscia) utilizzato da un non specificato “gruppo terrorista”.

L’attacco di stamane contro il territorio israeliano – compiuto (sembrerebbe) da jihadisti affiliati all’Is – non sarebbe una novità nell’ultimo periodo. Due settimane fa la “Provincia del Sinai” aveva rivendicato il lancio di una serie di missili contro la cittadina di Eilat (sud d’Israele). Anche allora non si contarono né danni né feriti. Nell’ultimo mese la situazione appare molto tesa nel territorio a confine tra Egitto e stato ebraico: lo scorso 25 gennaio infatti, in occasione del sesto anniversario della rivoluzione egiziana, il governo israeliano ha avvisato i suoi cittadini di possibili “attacchi terroristici” nella Penisola del Sinai. Un’area che è spesso teatro di attacchi sanguinosi contro le forze armate egiziane. Soprattutto da quando l’attuale presidente egiziano al-Sisi ha deposto nel 2013 con un golpe militare il presidente legittimamente eletto dei Fratelli Musulmani Mohammed Morsi. Nena News

Le operazioni sono iniziate ieri: le truppe irachene, coperte dai raid della coalizione internazionale a guida Usa, sono avanzate nei villaggi vicini all’aeroporto. In visita oggi a Baghdad, il Segretario alla Difesa statunitense Mattis ha promesso: “non prenderemo il petrolio iracheno”

della redazione

Roma, 20 febbraio 2017, Nena News – È iniziata ieri l’offensiva dell’esercito iracheno per la conquista della parte occidentale di Mosul ancora sotto il controllo dell’autoproclamato Stato Islamico (Is). Ad annunciare il via alle operazioni è stato il premier Haider al-Abadi sulla tv nazionale. Usando l’acronimo arabo invece di Is, il primo ministro ha detto che le forze irachene si stanno movendo “per liberare per sempre il popolo di Mosul dall’oppressione di Daesh e dal terrorismo”. “Questa è l’ora zero, stiamo per terminare questa guerra, se Dio vuole” gli ha fatto poi eco l’ufficiale iracheno Mahmoud Mansour impegnato in queste ore in prima linea nei combattimenti.

Baghdad aveva dichiarato Mosul est “completamente liberata” lo scorso mese dopo tre mesi di combattimenti violenti. Ciononostante, la situazione è tutt’altro che pacificata anche in quest’area: nella sola giornata di ieri si sono registrati due attacchi suicidi. Un portavoce militare dell’esercito iracheno, il Brigadier Generale Yahya Rasoul, ha confermato gli attentati (rivendicati subito dall’Is) e ha detto che il loro obiettivo sono state, nel primo caso, le tribù sunnite alleate di Baghdad dispiegate nel quartiere di Zihoour e, nel secondo, le truppe irachene presenti nell’area di Nabi Yunis. Non è chiaro però quante persone siano rimaste uccise. Secondo alcuni ufficiali che hanno preferito restare anonimi, il primo attacco avrebbe causato l’uccisione di un combattente sunnita e il ferimento di nove persone, mentre nel secondo attentato sarebbero rimasti feriti cinque soldati.

L’offensiva iniziata ieri è molto complessa: la zona occidentale di Mosul infatti ha strade strette ed è densamente popolata. Il rischio per i civili è altissimo: le Nazioni Unite hanno già detto che centinaia di migliaia di civili intrappolati nell’area sud ovest della città si trovano “a rischio estremo” e hanno a disposizione scarse quantità di cibo, acqua, carburante ed elettricità. Le operazioni militari hanno fatto registrare primi incoraggianti successi per il governo al-Abadi: le truppe irachene hanno ripreso il controllo di 15 villaggi occupati nel 2014 dall’Is. Un alto ufficiale delle Forze di risposta rapida del Ministero degli interni, Abbas al-Juburi, ha riferito ieri alla stampa che i militari, guidati dalle unità della polizia federale, sono avanzati senza incontrare significativa resistenza nei villaggi a sud di Mosul in direzione dell’aeroporto. Un altro reparto dell’esercito, fa sapere il ministero degli interni, si sarebbe mosso invece verso il villaggio di Bakhira, sempre nell’area sud ovest della città. Le operazioni di terra stanno avvenendo anche grazie alla copertura aerea della coalizione internazionale a guida statunitense che nella sola giornata di sabato ha compiuto in città nove raid contro il “califfato”.

Un ruolo di primo piano nell’offensiva anti-Is lo stanno svolgendo anche le truppe speciali americane che, secondo quanto ha riferito il Comando centrale Usa, sono impegnate direttamente nelle operazioni belliche in sostegno delle truppe irachene. Accanto al numero (per ora imprecisato) di combattenti a stelle e strisce, non va dimenticato che diverse migliaia di militari statunitensi (oltre 5.000) sono presenti sul territorio iracheno per fornire sostegno logistico e addestramento alle truppe locali.

A confermare la presenza americana nei combattimenti è stato ieri anche il Segretario alla Difesa Usa Jim Mattis. Nel corso di una visita a sorpresa compiuta oggi in Iraq, Mattis ha poi provato a tranquillizzare gli iracheni: contraddicendo il presidente Donald Trump, l’alto ufficiale statunitense ha dichiarato che “gli Usa non intendono prendersi il petrolio iracheno”. “Penso che tutti noi in questa stanza e tutti noi in America – ha aggiunto – paghiamo il nostro gas e il petrolio e sono sicuro che continueremo a farlo nel futuro”. Le parole di Mattis stridono con le intenzioni di Trump il quale, sia durante la sua campagna elettorale che nel corso di un incontro avuto lo scorso mese alla Cia, aveva usato tutti altri toni. Parlando all’Intelligence, il neo presidente era stato infatti chiaro: “le spoglie appartengono al vincitore, pertanto dovremmo mantenere il petrolio”.

Trump ha però anche ribadito che sconfiggere l’Is è una priorità della sua amministrazione. Un impegno riconfermato anche durante il suo discorso d’insediamento alla Casa Bianca quando ha promesso che sradicherà “completamente il terrorismo islamico dalla faccia della terra”. Parole che hanno avuto una prima applicazione concreta lo scorso 28 gennaio quando ha dato a Mattis e a 30 alti ufficiali statunitensi l’ordine di presentare entro 30 giorni un piano anti-Is sia in Iraq che in Siria.

Mattis, per ora, preferisce temporeggiare affermando che non discuterà con gli alleati iracheni di questioni specifiche. L’obiettivo, afferma, è raccogliere prima informazioni. Negli ambienti militari statunitensi le operazioni sul tavolo sono innanzitutto addestrare e sostenere maggiormente le truppe locali e i gruppi siriani “moderati” aumentando nello stesso tempo il lavoro d’intelligence. Il Pentagono preme anche per avere più libertà nel decidere le modalità di lotta al califfato. In Siria, ad esempio, c’è chi suggerisce di mandare altre truppe americane (tra cui anche unità di combattimento) soprattutto in vista di un imminente assalto su Raqqa, la “capitale” siriana dello Stato Islamico. Un’altra questione al momento in stand by è poi se offrire armi e veicoli ai curdi siriani e se poterli addestrare. Da un lato, infatti, le Ypg curde si sono rivelate di gran lunga la forza migliore e più affidabile per sconfiggere l’Is. Dall’altro, però, ci sono le proteste rumorose della Turchia, alleato chiave Usa e della Nato, che le considera un gruppo terroristico.

Mentre prosegue l’offensiva nella zona ovest di Mosul, le Nazioni Unite lanciano l’allarme per i civili rimasti intrappolati in città. Secondo il Palazzo di Vetro quasi la metà dei negozi alimentari è chiusa, i prezzi del cherosene e del gas da cucina sono aumentati a dismisura e molte famiglie starebbero bruciando pezzi di legno, mobili, plastica e immondizia per riscaldarsi. “La situazione è angosciante” ha commentato laconicamente Lise Grande, coordinatrice umanitaria per l’Iraq dell’Onu. Secondo le agenzie umanitarie tra i 250.000 e i 400.000 civili potrebbero scappare dalla città a causa dell’offensiva. L’Onu ritiene che 750.000 persone siano ancora nella zona occidentale di Mosul. Nena News

 

 

Espressione culturale concepita nel 2009 ad Amman ed indirizzata ai giovani, il progetto implica una diversa modalità di costruzione del rapporto con se stessi in modo da poter affrontare le sfide connaturate all’età. Ogni sorta di sperimentazione e pratica avviene lungo le forme espressive del teatro

di Cecilia D’Abrosca

Roma, 20 febbraio 2017, Nena News – NnaMaher Kaddoura è il fondatore del New Think Theater, espressione culturale e modello di innovazione della capitale della Giordania, indirizzato ai giovani, allo scopo di orientarli durante la crescita e rinforzare i tratti della personalità. L’idea originaria che fa da linea guida all’azione del New Think, viene concepita nel 2009, da allora l’evoluzione e la diffusione capillare dell’iniziativa appaiono inarrestabili.

Durante uno degli ultimi incontri, avvenuto in una università pubblica di Amman, la partecipazione ha coinvolto enormemente gli studenti, al punto da spingere a fare una stima dei partecipanti dell’anno appena trascorso, e ritenere che, oltre duecentomila persone hanno assistito ai dibattiti organizzati in seno al New Think. L’impronta del progetto, avente un programma a lungo termine, implica una diversa modalità di costruzione del rapporto con se stessi in modo da poter affrontare le sfide connaturate all’età.

Coloro i quali lavorano al New Think, canalizzano ogni sorta di sperimentazione e pratica lungo le forme espressive del teatro e di un festival istituito ad hoc, predisponendo, dunque, forme di interazione tra Cultura e Educazione. L’intenzione manifesta è, di voler ricalcare le orme del Teatro greco antico, riportando in luce la funzione pedagogica che questo esercitava nei confronti dei cittadini, senza alcuna distinzione di ceto sociale.

Il New Think, nelle forme del New Think Theater e Festival è predisposto in modo che i parlanti condividano con gli studenti le loro esperienze di vita, attraverso un linguaggio colloquiale e comprensibile. Durante il “racconto” i protagonisti dovrebbero essere abili a ripercorrere i momenti chiave della loro vita e far riflettere i loro interlocutori sul fatto che, qualunque cosa accada nella vita, a prescindere dalla complessità della situazione, deve prevalere la fiducia e la motivazione a superare le prove più impegnative. Rendere partecipi gli studenti, nell’ottica del progetto educativo, funge da stimolo, e sprona i ragazzi a fare le proprie scelte con responsabilità.

La presenza dell’ospite che si racconta, deve essere da monito e spingere a pensare: “Sì, ce l’ha fatta”, dal momento che l’obiettivo comunicativo dev’essere quello di lasciare una impressione positiva al pubblico (com’è avvenuto nella ultima occasione in cui il partecipante era una persona disabile, autore di un libro). Molti altri, invece, illuminano i giovani descrivendo loro l’emozione nella scoperta di una passione e nella decisione di portarla avanti.

Ogni discussione prende forma all’interno di un teatro dove la messa in scena vede la vita altrui, di fronte ad una platea di studenti cui è richiesta una partecipazione attiva. Il New Think Theater è un canale educativo itinerante che raggiunge le università e gli istituti superiori che predispone occasioni di confronto e scambio diversificate; è assimilabile ad una piattaforma di conoscenza che guida per la comunità, improntata sul dialogo, su presentazioni informali che vanno al cuore.

Si tratta di una realtà brillante che si autodefinisce, organizzazione, il cui scopo è di portare sul palcoscenico persone che hanno un messaggio, qualcosa di nuovo, utile ad ispirare gli altri: qualcuno che abbia una storia forte da raccontare, attraverso esempi di vita vera; persone che apportano innovazioni nel loro campo e nel sistema del pensiero collettivo. Il riferimento è a modelli positivi di comportamento e al loro potenziale di “aiuto” diretto all’esterno: “Credo che ciascuno di noi abbia dentro di sé un piccolo gigante, donatoci da Dio”, dice Maher Kaddoura, “Ciascuno ha solo bisogno di trovarlo e liberarlo”. Nena News

Maher Kaddoura: consulente aziendale (in pensione) e filantropo, ha ideato di diversi programmi socio-educativi che hanno sede in Giordania, tra cui lo stesso New Think Theater.

 

 

 

 

L’attentato di ieri – il primo da quando è stato eletto il neo presidente Abdullahi Mohammed – è avvenuto nel quartiere Wadajir. Nessun gruppo ha finora rivendicato l’attacco, ma i jihadisti di al-Shabab sono i maggiori indiziati

Medina hospital, Mogadiscio

Testo e foto di Federica Iezzi

Mogadiscio (Somalia), 20 febbraio 2017, Nena News – Gli ultimi dati parlano di almeno 35 morti e il numero di feriti continua a salire a causa dell’esplosione di un’autobomba nella capitale somala, Mogadiscio. La violenta deflagrazione è avvenuta nel sud del quartiere Wadajir, nel Kaawo-Godeey market, riporta il funzionario di polizia, il capitano Mohamed Hussein. Rimangono brandelli di decine di negozi e bancarelle.

Appena dopo l’al-Dhuhr, la preghiera islamica di mezzogiorno, la vettura è esplosa nei pressi di un importante incrocio, punto di ritrovo di soldati, membri delle forze di sicurezza, civili e operatori commerciali. I primi feriti sono stati trasportati al Medina Hospital nell’omonimo quartiere. Almeno 30 di loro sono stati trattati per lesioni critiche. Tra le vittime anche donne e bambini.

Quello di ieri è il primo attacco nella capitale dall’elezione del neo presidente Mohamed Abdullahi Mohamed, avvenuta poco più di una settimana fa. Il prezzo della strada rocciosa della Somalia verso la democrazia. Solo poche ore prima delle ultime elezioni, un attacco terroristico condotto dai militanti di al-Shabab, collegati ad al-Qaeda, ha provocato morti e feriti nell’International Village Hotel, nella città portuale di Bosasso, nella regione autonoma del Puntland.

Kaawo-Godeey market – Mogadiscio

Al momento nessun gruppo sembra aver rivendicato la responsabilità dell’esplosione al mercato di Kaawo-Godeey, anche se i militanti jihadisti di al-Shabab rimagono i maggiori indiziati. Il gruppo ha promesso di combattere il governo somalo, con il suo Ministero degli Esteri, perchè ritenuto uno Stato apostata. Il presidente Mohamed Abdullahi Mohamed ha immediatamente condannato il feroce attacco.

Nonostante il costante lavoro delle truppe di pace dell’Unione Africana, dispiegate nel Paese dal 2007, i militanti di al-Shabab impongono la loro autorità in alcune zone rurali. Solo due giorni fa un ordigno esplosivo ha ucciso due persone e ne ha ferite altre nella città di Beledweyne, a nord di Mogadiscio. Nena News

Dopo l’ennesima strage firmata Isis e le mancate riforme governative, la comunità sciita guidata dal religioso al-Sadr torna a manifestare. Senza slogan, a bocca chiusa

La protesta in silenzio di Baghdad (Fonte: The New Arab)

della redazione

Roma, 18 febbraio 2017, Nena News – Questa volta nessuno slogan gridato con rabbia né parole di accusa contro il governo centrale: dopo l’autobomba che giovedì ha devastato per l’ennesima volta uno dei quartieri sciiti di Baghdad, la comunità scende in piazza in silenzio.

Sul volto di tanti una sciarpa con la bandiera irachena copre la bocca: è la protesta silenziosa a cui ieri hanno preso parte migliaia di iracheni sciiti, molti dei quali sostenitori del leader religioso Moqtada al-Sadr.

Si sono ritrovati di nuovo a piazza Tahrir, lo stesso luogo dove una settimana fa la protesta contro la commissione elettorale  (accusata di favoritismo verso il rivale del blocco sciita, l’ex premier Nouri al-Maliki) si era bagnata di sangue: 6 morti di cui 5 manifestanti e un poliziotto. Ma ieri si sono commemorati anche altri morti: le 59 vittime dell’attentato di giovedì nel quartiere sciita di al-Bayya. Un camion  imbottito di esplosivo è stato lanciato contro un mercato e dei rivenditori di auto, terzo attacco in pochi giorni rivendicato dallo Stato Islamico sotto pressione a Mosul, dove la controffensiva governativa sta ripartendo dopo un breve periodo di pausa necessario alla riorganizzazione militare e seguito alla liberazione della parte est della città.

Ieri la scelta di manifestare in silenzio è stata espressamente sostenuta dagli organizzatori che hanno chiesto di non intonare slogan ma solo di portare con sé e sventolare bandiere irachene. Sia per evitare altri scontri che per dare più forza alla loro frustrazione: dall’avvento del nuovo premier al-Abadi (come al-Maliki, esponente del potente partito Dawa) le speranze in una reale lotta alla corruzione delle istituzioni e nella formazione di un governo di tecnici slegati dai legami nepotistici delle fazioni politiche sono presto evaporate. Al-Abadi si è dimostrato incapace di frenare le dinamiche clientelari interne al potere iracheno e che dal 2003 dettano e influenzano le divisioni settarie del popolo iracheno.

Al-Sadr ne approfitta da mesi, organizzando con regolarità manifestazioni partecipatissime nella capitale (dove ha spostato il suo quartier generale da Najaf, roccaforte sciita meridionale): le proteste contro il governo stanno spaccando il fronte sciita ma anche costruendo intorno ad al-Sadr e alle sue Brigate della Pace – rebranding delle milizie armate sadriste note prima come Esercito del Mahdi, impegnato nel decennio scorso contro l’occupazione Usa – un’immagine di movimento nazionale iracheno, prima che sciita. Nena News

Dopo l’incontro tra Trump e Netanyahu, un sondaggio dice che il 55% dei cittadini di Israele resta ancorato alla prima soluzione. I coloni: annettere senza uguaglianza. Abu Mazen nel mirino per l’incapacità di reagire nomina per la prima volta un suo vice dentro Fatah

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 18 febbraio 2017, Nena News – Il caos è enorme dopo l’uscita di Donald Trump che due giorni fa, di fatto, ha mandato in pensione il principio dei Due Stati per Israele e Palestina. Si dice tutto e il contrario di tutto in seno all’amministrazione. L’ambasciatrice al Palazzo di Vetro, Nikki Haley, ha fatto retromarcia: gli Usa «sostengono la soluzione dei Due Stati ma servono idee fresche», ha detto.

A Washington David Friedman, amico e finanziatore dei coloni israeliani in Cisgiordania, scelto come ambasciatore in Israele, ha mostrato un volto insolitamente moderato, affermando di essere dalla parte dei Due Stati, per guadagnarsi l’approvazione del Senato alla sua nomina. «La soluzione dei Due Stati, se fosse raggiunta, rappresenterebbe un beneficio enorme per israeliani e palestinesi», ha detto, scusandosi per la retorica delle sue affermazioni in campagna elettorale e promettendo toni più pacati.

Si alza un muro contro la “svolta” annunciata da Trump. Fioccano le critiche al presidente americano che si è sbarazzato in mezzo minuto del principio fondante di due decenni di diplomazia statunitense in Medio Oriente per aprirsi, ha spiegato, a qualsiasi soluzione di pace che sarà decisa dalle parti. Naturalmente il tycoon intende accettare solo quelle che saranno gradite a Israele. I diretti interessanti invece ci ragionano sopra.

«È salita al 36% la percentuale dei palestinesi dei Territori occupati che guardano alla creazione di uno Stato unico democratico (per ebrei e arabi, ndr). È un dato significativo, perché di pari passo cala il sostegno ai Due Stati graditi oggi solo dal 44% dei palestinesi intervistati». Rispondendo alle nostre domande Hamada Jaber, analista del Palestinian Center for Policy and Survey Research di Ramallah, ieri sottolineava l’importanza dei dati emersi dal sondaggio svolto, tra israeliani e palestinesi, dal suo istituto assieme al centro Tami Steinmetz for Peace Research di Tel Aviv, e pubblicato due giorni fa.

Quei risultati, ha aggiunto, indicano «un netto spostamento nella direzione dello Stato unico, anche se l’appoggio a questa soluzione resta basso tra gli israeliani, il 19%». Secondo l’analista, «mentre la diplomazia è in panne e si mostra litigiosa, i leader politici farebbero meglio ad informarsi su ciò che pensano palestinesi e israeliani».

La soluzione a Due Stati «appare irrealizzabile ad un numero crescente di persone. Oggi il 55% degli israeliani e appena il 44% dei palestinesi hanno fiducia in quella formula, lo scorso giugno erano rispettivamente il 59% e il 51%. Inoltre l’80% degli israeliani e il 72% dei palestinesi non crede che sarà fondato uno Stato palestinese nei prossimi cinque anni».

 L’idea di Stato unico per molti israeliani non coincide con quella dei palestinesi. Questi ultimi immaginano due popolazioni con eguali diritti. Invece per la destra al potere in Israele, o gran parte di essa, lo Stato unico esiste già e il governo dovrebbe proclamare l’annessione della Cisgiordania, senza – suggerisce il 46% di coloni – garantire diritti ai palestinesi.

Interessante la posizione espressa, prima dell’incontro tra Trump e Netanyahu, dal capo dello Stato di Israele Reuven Rivlin. Pur essendo un dirigente del Likud, il partito di maggioranza, Rivlin ha proposto l’annessione della Cisgiordania a Israele garantendo allo stesso tempo pieni diritti politici ai palestinesi. Non è chiaro cosa intenda. Potrebbe essere uno sviluppo della sua idea dei “due parlamenti”, uno per gli ebrei e l’altro per i palestinesi, avanzata  qualche anno fa. Allora era finito sotto il tiro di israeliani e palestinesi. I primi perché contrari ad “assorbire” anche i palestinesi oltre alla terra (il vero obiettivo), i secondi perché il progetto potrebbe nascondere un’apartheid di fatto.

Ai vertici dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) l’idea dello Stato unico resta un tabù. Al massimo viene agitata come una minaccia, per spaventare i leader politici israeliani ancorati all’idea sionista di Israele quale Stato solo degli ebrei.

Al presidente Abu Mazen in queste ore trema la terra sotto ai piedi. L’Anp è stata costituita nel 1994 per costruire le fondamenta dello Stato palestinese che però non è mai nato e ora è messo in discussione da Trump e Netanyahu. Di fronte all’instabilità politica frutto dell’incertezza, Abu Mazen ha accettato la nomina a suo vice nel partito Fatah di Mahmoud al Aloul, l’ex governatore di Nablus che, pertanto, si candida a prendere il suo posto.

L’incarico ad al Aloul segnala la debolezza del presidente e infligge un colpo alle ambizioni di Marwan Barghouti, il leader più popolare di Fatah (in carcere in Israele) che aveva ottenuto il maggior numero di voti al recente congresso del partito. Nena News

Michele Giorgio è su Twitter: @michelegiorgio2

L’esperto di insediamenti coloniali israeliani, Dror Ektes: «La fine del principio dei Due Stati non favorirà lo Stato unico democratico per ebrei e palestinesi»

di Michele Giorgio

Gerusalemme, 18 febbraio 2017, Nena News – Il dopo Trump-Netanyahu alla Casa Bianca è segnato dalle reazioni alle dichiarazioni fatte durante la conferenza stampa congiunta dal presidente americano e dal premier israeliano su punti centrali come la soluzione dei Due Stati – messa nel congelatore ma invocata anche ieri da Nazioni Unite e Lega araba – le colonie ebraiche, il ruolo dei Paesi arabi in un ipotetico negoziato israelo-palestinese. Trump, secondo indiscrezioni, vorrebbe convocare in tempi stretti un summit con i leader arabi alleati degli Stati Uniti.

Di questi temi abbiamo parlato con l’analista Dror Ektes, esperto di colonizzazione ebraica in Cisgiordania e a Gerusalemme est e delle politiche israeliane nei Territori occupati.

Trump e Netanyahu hanno silurato la soluzione dei Due Stati e così facendo hanno aperto una opportunità all’idea di uno Stato unico, per ebrei e palestinesi, con eguali diritti

Non correrei troppo. E comunque non hanno detto la stessa cosa. Trump è un personaggio imprevedibile, che dice di cui a mio avviso forse non sa nulla o molto poco. Ha detto che gli va bene tutto, uno Stato, due Stati, un’altra soluzione. Temo però che non si riferisse allo Stato unico democratico che auspicano sempre più palestinesi e anche qualche israeliano.Trump ha semplicemente lasciato intendere che gli andrà bene qualsiasi risultato di una trattativa israelo-palestinese, il cui risultato dovrà favorevole a Israele prima di tutto. Netanyahu invece non ha fatto alcun accenno alla soluzione di uno Stato e ha sorvolato su quella a Due Stati. Come sempre ha manovrato, provando a dire tutto e niente nello stesso momento.

Il primo ministro israeliano non vuole fermare la colonizzazione e non lo farà nonostante l’invito di Trump a contenerla, non sostiene e allo stesso tempo non boccia la formula dei due Stati per evitare che la comunità internazionale non lo accusi di aver già messo in piedi un sistema di apartheid. L’unica cosa certa è che Trump e Netanyahu non hanno parlato nell’interesse dei palestinesi e dei loro diritti.

Esistono le condizioni per mettere sul tavolo la soluzione dello Stato unico

Non dobbiamo illuderci, rimaniamo con i piedi per terra. Certo, la discussione è aperta. Questa soluzione è ritenuta da tanti l’unica strada che può evitare l’instaurazione di un’apartheid a danno del popolo palestinese. Tuttavia non credo che Netanyahu sia così ingenuo da aprire le porte a una evoluzione contraria ai sui piani.

A mio avviso la conferenza stampa alla Casa Bianca ha detto più di ogni altra cosa che Netanyahu conta con l’aiuto dell’Amministrazione americana di conservare di alzare una cortina fumogena che nasconda le politiche che il suo governo attuerà nei prossimi mesi ed anni. A cominciare dalla colonizzazione, che osservo da anni.

Il proseguimento delle costruzioni negli insediamenti ebraici è essenziale per realizzare il piano di dispossessamento dei palestinesi e per completare l’istituzione di un sistema di apartheid. Netanyahu, con la copertura di Trump, non muoverà un dito perché lasciando inalterata la situazione politica e diplomatica attuale comunque farà gli interessi di Israele.

La soluzione dei Due Stati è davvero parte del passato dopo l’incontro Trump-Netanyahu. A sorpresa (ieri) David Friedman, il nuovo ambasciatore Usa in Israele, si è proclamato a favore dei Due Stati.

Netanyahu ha fatto il possibile per ucciderla e ha raggiunto il suo obiettivo. Allo stesso tempo sa che non può dichiararla morta, perché più parti internazionali continuano ad invocarla, in particolare gli Stati Uniti e l’Europa. Netanyahu gioca con abilità la sua partita e se sarà necessario, per gli interessi della destra israeliana, non esiterà a rimportare in superfice persino l’idea di uno Stato palestinese. Perché, in ogni caso, sarà una Stato-fantoccio, senza sovranità, con un territorio non omogeneo e che però tutti chiameranno Stato di Palestina.

La soluzione dei Due Stati potrà rivivere soltanto grazie con un deciso intervento della comunità internazionale e solo se gli Usa, l’Unione europea e le Nazioni Unite imporranno a Israele il rispetto della legalità internazionale e il ritiro dai territori occupati. Io queste condizioni al momento non le vedo.

Il premier israeliano e il presidente americano intendono coinvolgere, in ipotetiche trattative sulla questione palestinese, i leader arabi. Si torna all’opzione giordana?

In tutta franchezza è una schiocchezza. Nessuno è così ingenuo da credere che i Paesi arabi, anche quelli che, come sostiene Netanyahu, si sono avvicinati a Israele, riconosceranno un’occupazione mascherata e faranno i passi che i palestinesi non intendono muovere. E anche se lo facessero, i palestinesi non accetteranno decisioni che negano i loro diritti su questa terra.

Michele Giorgio è su Twitter: @michelegiorgio2

Il 50% sostiene la vecchia soluzione, ma il dato cala tra i palestinesi cittadini israeliani che sognano uno Stato binazionale. Metà dei coloni vuole annettere la Cisgiordania senza riconoscere diritti ai suoi abitanti

della redazione

Roma, 17 febbraio 2017, Nena News – Sembrava che la conferenza stampa alla Casa Bianca del premier israeliano Netanyahu e del presidente Usa Trump fosse caduta nel vuoto. Eppure i due hanno nella pratica messo fine a 20 anni di diplomazia statunitense e di fittizio processo di pace: no alla soluzione a due Stati, dice Netanyahu; fate come volete, risponde Trump.

Ieri, un giorno dopo l’incontro, i paesi arabi si sono finalmente espressi e lo hanno fatto insieme alle Nazioni Unite: dopo un incontro al Cairo tra il segretario generale della Lega Araba Aboul-Gheit e il segretario Onu Guterres, con un comunicato congiunto i due organismi hanno ribadito il sostegno alla soluzione a due Stati come “unica via per una soluzione duratura e giusta alla causa palestinese”.

Da Ramallah, intanto, l’Autorità Nazionale Palestinese fa sapere – attraverso indiscrezioni e voci di corridoio – di non avere idea di cosa fare, di quale strategia utilizzare, quali canali attivare per fermare l’espansionismo esplosivo di Tel Aviv. Nessun riferimento alla Corte Penale, richiamata in causa le scorse settimane dopo l’approvazione della legge sugli avamposti e di altre 6mila case per coloni tra Cisgiordania e Gerusalemme est.

Nel caos di dichiarazioni, a dare il contesto sono israeliani e palestinesi. Interessante è in tal senso il sondaggio realizzato, in contemporanea, nello Stato di Israele dall’Università di Tel Aviv, e nei Territori Occupati dal Palestinian Center for Policy and Survey Research. La metà degli ebrei israeliani è favorevole ai due Stati come soluzione definitiva (erano il 56% sei mesi fa e il 71% nel 2010).

La preferenza ai due Stati cala tra i palestinesi dei Territori Occupati: la scelgono il 44% di loro (51% sei mesi fa e il 57% nel 2010), ma muovendo dubbi sui dettagli di un eventuale accordo. Il ricordo degli accordi di Oslo e la realtà quotidiana della sua implementazione, di certo, influiscono su una simile considerazione.

Diversa la posizione dei palestinesi cittadini israeliani: il 56% di loro – circa 1,8 milioni di persone, il 20% della popolazione israeliana – preferisce uno Stato binazionale, uno Stato unico con uguali diritti, e il 74% una confederazione. Un dato che si spiega bene con la frustrazione e la crisi di identità che attraversa la comunità palestinese rimasta dentro lo Stato di Israele: non si sente israeliana, perché politicamente, civilmente e economicamente discriminata, ma non si sente più palestinese perché privata della rappresentanza politica dell’Anp, concentrata sui solo Territori.

Interessante anche il dato dalle colonie, che si discosta da quello dei cittadini ebrei israeliani dentro lo Stato di Israele: se tra questi ultimi il 31% sostiene l’idea di un’annessione della Cisgiordania senza riconoscere uguali diritti ai palestinesi – nella pratica, l’apartheid – il dato sale tra i coloni, dove ben il 46% vuole annettere le terre senza i suoi abitanti.

Israeliani e palestinesi sono però d’accordo su un dato: per l’80% degli ebrei israeliani e il 72% dei palestinesi uno Stato di Palestina non vedrà la luce prima di cinque anni. Ora, a guardare la confusione sollevata dalla nuova amministrazione Usa, ce ne vorranno ancora di più: se le precedenti cercavano di salvare la faccia, ma mai hanno svolto il ruolo di mediatore equo, quella Trump cancella ogni finzione e dà ad Israele un assegno in bianco. Nena News

Gli Stati Uniti ammettono l’uso di uranio impoverito in raid del 2015. Intanto ad Astana il dialogo si chiude senza un accordo sulla tregua

di Chiara Cruciati

Roma, 17 febbraio 2017, Nena News – Ieri l’atteso vertice di Astana, il secondo promosso da Russia, Turchia e Iran, è stato archiviato senza grossi risultati. Un accordo definitivo sul cessate il fuoco non è stato raggiunto. Secondo fonti sentite dal quotidiano Asharq al-Awsat, il comunicato finale avrebbe dovuto contenere un protocollo – redatto dai russi – che però governo e opposizioni non hanno firmato: procedure per individuare eventuali violazioni della tregua e misure per prevenirle, accanto a sanzioni verso i responsabili.

Nessuna firma, però, perché restano, dicono fonti arabe, “profonde divisioni nella visione dei due principali sponsor, Turchia e Russia”. In particolare Ankara non avrebbe dato il via libera ad alcuni criteri di monitoraggio della tregua

Unico elemento in più è stata la promessa di Mosca di non bombardare più le zone controllate dalle opposizioni, così da facilitare un eventuale scambio di prigionieri, come proposto nei giorni scorsi da Damasco. Da parte loro le opposizioni, per bocca dell’Alto Comitato per i Negoziati (federazione creata dall’Arabia Saudita nel dicembre 2015 e inizialmente rimasta fuori da Astana), confermano la presenza all’incontro del prossimo giovedì, il 23 febbraio, a Ginevra sotto l’egida Onu. Più dura la delegazione governativa: l’ambasciatore siriano all’Onu e capo negoziatore, Bashar al-Jaafari, ha accusato i gruppi anti-Assad e la Turchia di “boicottaggio del meeting di Astana” e chiesto il ritiro delle truppe turche dal nord della Siria.

Le truppe di Ankara sono presenti ormai da agosto 2016, senza provocare particolari resistenze da parte governativa. Ora, però, la battaglia di al-Bab si fa più stringente – con i turchi che ieri annunciavano l’ingresso nella città di frontiera – e la possibilità di un faccia a faccia tra esercito governativo e unità dell’Esercito Libero Siriano più probabile.

Gli Stati Uniti, esclusi da Astana, non commentano. Ma parlano: due giorni fa il Pentagono ha ammesso l’uso di proiettili ad uranio impoverito in almeno due raid contro l’Isis a novembre 2015. Oltre 5mila proiettili Pgu-14 da 30 millimetri avrebbero colpito dei convogli dello Stato Islamico che, secondo il Dipartimento della Difesa Usa, venivano usati per trasportare petrolio. Il Pentagono è stato costretto ad ammetterlo dopo che il think tank Foreign Policy ha citato fonti interne che parlavano dell’utilizzo dell’arma, non ufficialmente vietata dal diritto internazionale e di guerra, ma considerato estremamente pericolosa per i civili.

Il caso esplose qualche anno dopo la guerra nei Balcani, all’inizio del nuovo millennio, quando militari italiani di ritorno da Kosovo e Bosnia Erzegovina cominciano ad ammarlarsi. I due paesi erano stati bombardati dalla Nato con proiettili all’uranio impoverito, derivante da materiale di scarto delle centrali nucleari e utilizzato per la sua consistente capacità di perforazione. Ma l’esplosione di quei proiettili rilascia nell’aria nano-particelle di metalli pesanti, responsabili di malattie croniche gravi sul lungo periodo.

L’uranio impoverito è stato ampiamente usato anche in Medio Oriente: in Iraq medici e scienziati hanno registrato nel tempo un aumento innaturale e repentino dei casi di tumori e malformazioni alla nascita, leucemia, anemia, il collasso del sistema immunitario, a causa dell’uso da parte Usa di armi chimiche e uranio impoverito.

Immediata, dunque la reazione, delle organizzazioni internazionali: “Siamo rimasti senza parole nel sentire che è stato usato in Siria”, ha commentato Doug Weir, coordinatore della Coalizione per Bandire le armi a uranio. L’Onu – nonostante non sia stato ancora messo fuorilegge – lo ha definito nel 2014 “estremamente pericolo per gli esseri umani e l’ambiente”. Nena News

Alle elezioni vince Farmajo sull’uscente Sheikh Mohamud. Molteplici le sfide: la minaccia degli estremisti, la carestia incombente, le fazioni in lotta e la disoccupazione dilagante

di Federica Iezzi

Mogadiscio, 17 febbraio 2017, Nena News – Eletto al ballottaggio con 184 voti, dopo due turni di votazione, superando l’attuale capo di Stato Hassan Sheikh Mohamud, Mohamed Abdullahi Mohamed è stato dichiarato il nuovo presidente della Somalia.

Hassan Sheikh Mohamud ha ottenuto un leggero vantaggio su Mohamed Abdullahi Mohamed, detto Farmajo, 88 voti a 72, dopo il primo turno tra ventuno candidati. Ma Farmajo ha ottenuto un chiaro vantaggio dopo il secondo turno tra i tre candidati rimasti.

Membro del clan dominante Hawiye, l’ex presidente Hassan Sheikh Mohamud, durante i suoi cinque anni di governo, è stato in grado di accumulare consensi tra la comunità internazionale ma non è riuscito ad arginare la corruzione endemica somala. Farmajo, laureatosi presso l’Università di Buffalo, nello Stato di New York, è stato ambasciatore della Somalia negli Stati Uniti nel 1985 e primo ministro somalo, prima di lasciare la sua carica nel 2011.

Con lo scoppio della guerra civile nel 1991, con i movimenti di resistenza contro il regime di Siad Barre e, in epoca recente, con i timori legati agli attacchi da parte del gruppo estremista islamico al-Shabab, per anni i regolari turni elettorali sono stati pesantemente limitati.

Il voto della scorsa settimana è stato il culmine di un processo elettorale prolungato e controverso. E’ iniziato quando 14mila anziani e le figure regionali di spicco, hanno scelto 275 deputati e 54 senatori, i quali a loro volta sono stati il cuore elettorale del neo-presidente Farmajo.

L’esercito governativo somalo ha garantito sicurezza nella capitale durante l’intero turno elettorale. La presa del potere da parte del nuovo leader, ufficialmente in carica da ieri, ha riversato nelle strade e nelle piazze delle maggiori città somale migliaia di cittadini. Nel quartiere di Eastleigh a Nairobi, in Kenya, conosciuto come ‘piccola Mogadiscio’ i membri della diaspora somala hanno festeggiato i risultati delle elezioni. Il pensiero comune è quello di una nuova via verso la stabilità politica e la democrazia piena.

Queste sono solo le seconde elezioni democratiche nel martoriato paese del Corno d’Africa che per anni ha viaggiato nel caos. Dal dittatore Mohamed Siad Barre, al fallimento delle missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite, dai governi di transizione e dalle corti islamiche all’intervento militare di Etiopia e Stati Uniti, dispute tra clan, corruzione, violenze, sono state pratiche quotidiane per anni.

Le elezioni, sono state in gran parte finanziate da Stati Uniti e Unione Europea. Emirati Arabi Uniti, Qatar e Turchia sono stati tutti accusati di finanziamento delle campagne elettorali di candidati specifici e quindi, indirettamente, promotori della corruzione.

Il nuovo presidente dovrà sin dall’inizio affrontare molteplici sfide: la minaccia rappresentata da gruppi estremisti somali, la carestia incombente, le istituzioni deboli, le fazioni in lotta e la disoccupazione dilagante in un paese in cui oltre il 70% della popolazione è sotto i 30 anni.

Farmajo, rafforzate le sue credenziali come nazionalista somalo, durante la sua campagna elettorale, attraverso la critica circa i presunti tentativi dei paesi vicini per influenzare le elezioni, rappresenta una promessa per combattere i militanti islamici e per risollevare l’economia somala.

I critici disegnano Farmajo come inesperto. Preoccupano le sue opinioni fieramente indipendenti che potrebbero irritare i Paesi limitrofi come l’Etiopia e il Kenya. Nena News

L’ostinazione di Israele lascia palestinesi e israeliani con un’unica alternativa: uguale cittadinanza in uno Stato unico o un’orrenda apartheid e altra pulizia etnica

di Ramzy Baroud – Counterpunch

Ramallah, 17 febbraio 2017, Nena News – Le prove storiche empiriche combinate con un po’ di buon senso sono abbastanza per dirci il tipo di opzioni future che Israele ha nel cassetto per il popolo palestinese: apartheid perpetua o pulizia etnica, o un mix di entrambe.

L’approvazione della “Regularization Bill” del 6 febbraio è tutto quello di cui abbiamo bisogno per immaginare il futuro ideato da Israele. La nuova legge permette al governo israeliano di riconoscere retroattivamente gli avamposti ebraici costruiti senza permesso ufficiale su terra privata palestinese.

Tutte le colonie – quelle ufficialmente riconosciute e gli avamposti non autorizzati – sono illegali secondo il diritto internazionale. Tale verdetto è passato numerose volte alle Nazioni Unite e, più recentemente, riaffermato con chiarezza inequivocabile dalla risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza.

La risposta di Israele è stata l’annuncio della costruzione di oltre 6mila nuove case da costruire nei Territori Palestinesi Occupati, la costruzione di una colonia nuova di zecca (la prima in 20 anni) e la nuova legge che pavimenta la strada all’annessione di ampie porzioni della Cisgiordania occupata.

Indubbiamente la legge è “l’ultimo chiodo nella bara della soluzione a due Stati”, ma questo non è importante. Non ha mai interessato Israele, quanto meno. Le chiacchiere su una soluzione sono state mero fumo negli occhi per quanto riguardava Israele. Tutti i “dialoghi di pace” e l’intero “processo di pace”, anche quando era al suo apice, raramente hanno rallentano i bulldozer israeliani, la costruzione di altre case per ebrei o messo fine alla pulizia etnica incessante dei palestinesi.

Su Newsweek Diana Buttu descrive come il processo di costruzione delle colonie è sempre, sempre accompagnato dalla demolizione di case palestinesi. 140 strutture palestinesi sono state demolite dall’inizio del 2017, secondo l’agenzia Onu Ocha.

Da quando Donal Trump ha giurato, Israele si è sentito liberato dell’obbligo del linguaggio ambiguo. Per decenni, i funzionari israeliani hanno parlato appassionatamente di pace e hanno fatto tutto quello che potevano per ostacolare il suo raggiungimento. Adesso, semplicemente se ne fregano. Punto.

Avevano perfezionato il loro comportamento equilibrato semplicemente perché dovevano farlo, perché Washington se lo aspettava, lo chiedeva. Ma Trump gli ha dato un assegno in bianco: fate quello che vi piace; le colonie non sono un ostacolo alla pace, Israele è stato “trattato molto, molto ingiustamente” e io correggerò quest’ingiustizia storica, e così via. Quasi subito dopo l’avvento di Trump alla presidenza il 20 gennaio scorso, le maschere sono cadute.

Il 25 gennaio il vero Benjamin Netanyahu è riemerso, dichiarando con invidiabile sfrontatezza: “Noi stiamo costruendo e continueremo a costruire” colonie illegali.

Cosa c’è altro da discutere con Israele a questo punto? Nulla. La sola soluzione che interessa a Israele è la “soluzione” di Israele, sempre guidata dal cieco supporto americano e l’inutilità europea e sempre imposta ai palestinesi e agli altri paesi arabi, se necessario con la forza.

I guardiani della grande farsa della soluzione dei due Stati, chi astutamente ha costruito il “processo di pace” e ha danzato su ogni ritmo israeliano è ora frastornato. Sono stati esclusi dai terrificanti piani di Israele che spara la sua “soluzione” dritto in mezzo agli occhi, lasciando ai palestinesi la scelta tra l’assoggettamento, l’umiliazione e l’imprigionamento.

Jonathan Cook ha ragione. La nuova legge è il primo passo verso l’annessione della Cisgiordania o, almeno, di buona parte. Una volta che i piccoli avamposti saranno legalizzati, dovranno essere fortificati, (“naturalmente”) espansi e protetti. L’occupazione militare, in auge da 50 anni, non sarà più temporanea e reversibile. La legge civile continuerà ad essere applicata agli ebrei nei Territori Palestinesi Occupati e quella militare ai palestinesi occupati.

È l’esatta definizione di apartheid, nel caso ve lo stesse ancora chiedendo.

Per raggiungere i “bisogni di sicurezza” dei coloni, altre by-pass road per soli ebrei saranno costruite, altri muri eretti, altri cancelli per tenere lontani i palestinesi dalle loro terre, dalle scuole e dalle fonti di sussistenza saranno messi su, altri checkpoint, altra sofferenza, altro dolore, altra rabbia e altra violenza.

Questa è la visione di Israele. Anche Trump è più frustrato dalla sfacciataggine e l’audacia israeliane. Ha chiesto ad Israele in un’intervista con il quotidiano Israel Hayom di “essere più ragionevole con il rispetto per la pace”. “C’è molta terra ancora. E ogni volta che la prendete per le colonie, ce n’è di meno”, ha detto Trump. Ha frenato sulla promessa di trasferire l’ambasciata Usa e l’espansione senza controllo delle colonie, perché realizza che Netanyahu e i suoi sostenitori negli Stati Uniti lo hanno lasciato su un baratro e ora gli chiedono di saltare.

Ma ha poca importanza. Che Trump rimanga sulla sua posizione estremamente pro-israeliana o cambi marcia verso una più annacquata simile a quella del suo predecessore Obama, la realtà probabilmente non cambierà, perché solo Israele è alla fine autorizzato a influenzarne i risultati.

L’approvazione dei parlamentari israeliani della legge è, infatti, la fine di un’era. Abbiamo raggiunto il punto in cui possiamo apertamente dichiarare che il cosiddetto “processo di pace” è stato un’illusione fin dall’inizio, perché Israele non ha mai avuto intenzione di concedere Cisgiordania e Gerusalemme est ai palestinesi.

La leadership palestinese è difficilmente innocente in tutto ciò. Il più grave errore che i leader palestinesi hanno commesso (a parte la loro disgraziata divisione) è stato quello di aver creduto che gli Stati Uniti, il principale sponsor israeliano, avrebbero gestito un “processo di pace” che ha garantito a Israele tempo e risorse per terminare i propri progetti coloniali, devastando i diritti e le aspirazioni politiche palestinesi.

Ritornando agli stessi vecchi canali, usando lo stesso linguaggio, cercando la salvezza nell’altare della stessa vecchia soluzione a due Stati non si otterrà nulla se non lo spreco di altro tempo e altra energia.

Ma le umilianti opzioni di Israele per i palestinesi possono essere anche lette in un altro modo. Infatti, è l’ostinazione di Israele che oggi lascia i palestinesi (e gli israeliani) con un’unica alternativa: uguale cittadinanza in uno Stato unico o un’orrenda apartheid e altra pulizia etnica.

Con le parole dell’ex presidente Jimmy Carter, “Israele non troverà mai la pace fino a quando non permetterà ai palestinesi di esercitare i loro diritti fondamentali umani e politici”. Il “permesso” israeliano è lontano dall’arrivare, lasciando la comunità internazionale con la responsabilità morale di pretenderlo. Nena News

Traduzione a cura della redazione di Nena News

Il presidente americano e il premier israeliano abbandonano, di fatto, la soluzione dei Due Stati per cercare altre “possibilità”. I palestinesi: non accetteremo un’apartheid legalizzata. Il capo della Cia Mike Pompeo ricevuto alla Muqata da Abu Mazen

Trump e Netanyahu alla Casa Bianca (Foto: Kevin Lamarque/Reuters)

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 16 febbraio 2017, Nena News – Lo Stato palestinese indipendente, la soluzione dei Due Stati, sono formule del passato. Ciò che un funzionario dell’Amministrazione Usa aveva annunciato ieri prima dell’incontro tra Donald Trump e Benyamin Netanyahu – gli Usa non cercheranno più di dettare i termini di un eventuale accordo di pace insistendo sulla creazione di uno Stato palestinese accanto a quello d’Israele ma sosterranno qualunque soluzione le due parti concorderanno – è stato confermato punto per punto dal presidente americano e dal premier israeliano.

Netanyahu, durante la conferenza stampa, assieme a Trump, tenuta poco dopo il suo arrivo alla Casa Bianca, ha detto che non intende negoziare con «etichette», come la soluzione dei Due Stati. «Voglio – ha affermato – trattare della «sostanza». Non ha fatto una marcia indietro ufficiale sul riconoscimento del diritto dei palestinesi ad essere indipendenti, come gli chiedono i suoi ministri.

Ha però chiuso nel cassetto il principio dei Due Stati, Israele e Palestina, proclamandosi aperto a qualsiasi «soluzione». Soluzione che, ha insistito, dovrà contemplare necessariamente due punti: il riconoscimento palestinese di Israele quale Stato del popolo ebraico e la sicurezza di Israele ad ovest del fiume Giordano.

Qualche istante prima Trump aveva detto «Che la soluzione sia a uno o due Stati, quella che loro preferiscono», l’importante è che sia pace. Con poche parole il presidente Usa ha messo a fine al sostegno che per decenni i governi americani, repubblicani e democratici, avevano dato alla soluzione dei Due Stati. Certo, un sostegno ambiguo, mai da mediatori imparziali e sempre schierati dalla parte degli alleati israeliani. Però era una posizione ufficiale, ribadita più volte dopo gli Accordi di Oslo del 1993 tra Israele e palestinesi. Ora è acqua passata.

Sulle colonie israeliane Trump ha sorvolato, limitandosi ad affermare che preferirebbe che il governo Netanyahu «fermasse la costruzione degli insediamenti (coloniali) per un po’». Secondo il presidente Usa, gli israeliani dovranno mostrare un po’ di flessibilità. Per lui i responsabili di tutto non sono gli occupanti ma proprio gli occupati, i palestinesi, che dovranno sbarazzarsi dell’«odio» verso Israele che insegnerebbero ai ragazzi sin dai primi anni di vita, anche nelle scuole.

Sullo spostamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, Trump ha spiegato: «Mi piacerebbe che succedesse, seguiamo questa possibilità con grande attenzione». Gioiosi i commenti in Israele alle parole di Trump. «Una nuova era. Nuove idee», ha twittato il ministro Naftali Bennett, «Non c’è bisogno di un terzo Stato palestinese – ha aggiunto – dopo Gaza e la Giordania».

Preoccupanti le posizioni espresse dal presidente Usa anche sull’Iran e l’accordo sul nucleare. Israele, a suo dire, affronta «enormi problemi di sicurezza» a partire dalle «ambizioni nucleari dell’Iran», con il quale si è stretto «uno degli accordi peggiori che io abbia mai visto». Per questo, ha ricordato, la sua Amministrazione ha già imposto nuove sanzioni contro Tehran.

L’abbandono, di fatto, della soluzione dei Due Stati ha avuto tra i leader politici palestinesi l’effetto dell’esplosione di una bomba. «Non ha senso» ha detto Hanan Ashrawi del Comitato esecutivo dell’Olp, «spieghino con chiarezza di quale alternativa parlano. L’alternativa alla soluzione a Due Stati è o uno Stato unico con eguali diritti per tutti (ebrei e palestinesi, ndr) o l’apartheid».

Analoghe le dichiarazioni del segretario generale dell’Olp Saeb Erekat che ha categoricamente escluso che i palestinesi possano accettare un’apartheid legalizzata. In queste ore si fanno ipotesi sulla “alternativa” che Trump e Netanyahu hanno in mente. Con ogni probabilità il premier israeliano pensa, con l’aiuto degli Usa, di coinvolgere quei Paesi arabi (le petromonarchie) che dietro le quinte mantengono relazioni con Israele. Paesi che dovrebbero partecipare ai negoziati e imporre “la soluzione” ai palestinesi.

Diverso il parere dell’analista Ghassan Khatib. «Trump e Netanyahu non hanno alcuna alternativa in mente perché sanno che i palestinesi non cederanno sui loro diritti» ha detto al manifesto Khatib «lavoreranno semplicemente per il mantenimento dello status quo. Israele continuerà le sue politiche di occupazione e colonizzazione con la copertura degli Usa».

Nella stanza dei bottoni della Muqata, il quartier generale dell’Anp a Ramallah non si sono registrati particolari movimenti. Abu Mazen non ha rilasciato, almeno fino a ieri sera, alcun commento. In quella stanza nei giorni scorsi il presidente palestinese ha però ricevuto per due volte in segreto il capo della Cia, Mike Pompeo. Secondo l’agenzia palestinese Maan sarebbero state esaminate le linee guide delle relazioni fra l’Anp e la Casa Bianca. Altri dicono che Pompeo a Ramallah ha ammonito Abu Mazen dall’interrompere la cooperazione di sicurezza con Israele.

Michele Giorgio è su Twitter: @michelegiorgio2

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