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Una nuova inchiesta della radio pubblica israeliana ritorna sul problema delle discriminazioni tra arabe ed ebree nei reparti di maternità del paese. Smotrich di Casa Ebraica difende la segregazione: “Mia moglie mai sdraiata accanto a qualcuno che ha partorito un bambino che tra 20 anni potrebbe uccidere il suo”

di Giorgia Grifoni

Roma, 7 aprile 2016, Nena News - Segregati già dalla culla. Ha sollevato un polverone il reportage, andato in onda martedì sulla radio pubblica, sulla separazione delle donne arabe da quelle ebree nei reparti di maternità dei principali ospedali del paese. Una segregazione che, sebbene non sia la politica ufficiale, è una pratica comune in molte strutture, portata avanti con o senza la richiesta specifica delle pazienti. Secondo quanto rivelato dall’inchiesta, i nosocomi coinvolti includerebbero l’Hadassah- Mount Scopus e l’Hadassah – Ein Kerem a Gerusalemme, l’Ichilov di Tel Aviv e il Meir a Kfar Saba, mentre il Soroka Medical center di Beersheba e il Rambam di Haifa sembrerebbero gli unici a vietare qualsiasi tipo di separazione tra i pazienti nei loro reparti.

La questione non è nuova alle cronache: già nel 2006 il quotidiano Haaretz riportava alcun casi di segregazione tra partorienti arabe ed ebree in due strutture della Galilea, mentre qualche anno dopo Maariv scopriva che le strutture coinvolte erano ben più numerose. Noam Chomsky, in un passaggio del suo ultimo libro “Sulla Palestina”, si era detto addirittura scioccato dopo aver appreso della consuetudine della separazione da Ruchama Marton, a capo dell’organizzazione Medici per i Diritti Umani che nel 2013 ha portato il problema all’attenzione dell’Associazione dei medici israeliani. In tutti i casi, le amministrazioni ospedaliere si erano difese alludendo a sedicenti “differenze di mentalità” tra le pazienti e avevano promesso di combattere questa pratica all’interno dei loro reparti; anche il Ministero della Salute si era fatto sentire, mentre la Knesset – come riporta +972mag – aveva ospitato un incontro con alcuni medici per “fermare la separazione di pazienti ricoverati in ospedale per motivi etnici, razziali o religiosi”.

Poco, a quanto pare, è stato fatto in questo senso: dall’inchiesta radiofonica si evince infatti che la pratica è ormai consolidata. Alle richieste della reporter – che fingeva di essere in attesa e chiedeva informazioni sul parto – sulla possibilità di evitare una stanza con donne non-ebree, le infermiere del Mount Scopus rispondevano che non c’era alcun problema, dato che si trattava di una pratica comune: “Cerchiamo sempre di organizzare stanze separate”. A Kfar Saba, invece, erano stati meno sicuri, ma comunque rassicuranti: “Non possiamo garantirle una stanza separata, ma cerchiamo sempre di non mischiare le pazienti”. Le giustificazioni per tale consuetudine, tra le intervistate, variano dalle differenze culturali – le famiglie arabe, ad esempio, sarebbero troppo “rumorose” – a quelle linguistiche: le palestinesi, secondo un’ex infermiera del Mount Scopus intervistata da Haaretz, spesso non parlano l’ebraico e si troverebbero più a loro agio con donne con cui possano intendersi.

Non si tratta di semplice separazione su basi etniche e religiose, comunque. Perché alle donne arabe, a quanto si evince dalla testimonianza di un’ex infermiera del Mount Scopus rilasciata al quotidiano Haaretz, sarebbero destinate le stanze più affollate e le sale parto peggio equipaggiate: “C’erano – ha raccontato la donna – due tipologie di camere: quelle affollate con sei letti e un bagno in comune, e quelle più spaziose da due o tre letti. Chiaramente le donne arabe venivano sempre messe in quelle meno confortevoli. Non esiste una cosa come separati ma uguali: la situazione produce discriminazione. E gli infermieri spesso non separano le loro scelte politiche dal loro lavoro”.

Ed è proprio in sala parto, stando al racconto dell’ex infermiera, che comincia la discriminazione: “ L’Hadassah dispone di quattro sale parto piccole e affollate e tre più spaziose, una delle quali è considerata la migliore. Quando ho iniziato a lavorare lì è arrivata una donna araba in travaglio e l’ho messa in quest’ultima. Immediatamente, alcuni infermieri mi hanno detto che quella sala non era per le donne arabe. Ho protestato, dicendo che non era giusto, ma soprattutto illegale. In quel caso hanno concordato di lasciarmi finire lì il parto. Ho subito capito che questa è stata un’eccezione”. Diversi trattamenti, infine, sarebbero riservati alle partorienti palestinesi, ai parenti che vengono in visita e persino ai bambini appena nati: non è raro, secondo l’infermiera, sentire esclamazioni del tipo “Ed ecco un altro terrorista” subito dopo il parto, soprattutto durante i periodi di guerra.

Esclamazioni che trovano un riscontro anche nel mondo politico. Subito dopo la diffusione dell’inchiesta, infatti, il parlamentare di Casa Ebraica Bezalel Smotrich ha difeso le scelte segregazioniste dei nosocomi del paese: “E’ del tutto naturale – ha twittato – che mia moglie non voglia essere sdraiata accanto a qualcuno che abbia appena dato alla luce un bambino che tra vent’anni potrebbe assassinare il suo”. Parole forti, che hanno infiammato lo spettro politico da destra a sinistra, persino all’interno del suo partito. Il ministro dell’Economia e leader di Casa Ebraica Naftali Bennett ha risposto a Smotrich con una citazione dall’Etica dei Padri del Talmud, sottolineando il fatto che l’uomo va amato perché creato a immagine di Dio, “sia esso arabo o ebreo”. Zouheir Balhoul, membro dell’Unione Sionista, si è indignato per il fatto che “Smotrich pensa che tutte le donne e gli uomini arabi siano potenziali terroristi e che non siano legittimi membri della società israeliana”. Eppure, ancora una volta, questa sembra essere la realtà. Nena New

L’Italia e gli “alleati” occidentali nella nuova conquista della Libia pensano sempre più a frantumare il Paese nordafricano in tre Stati federati per meglio sfruttare le sue ricchezze naturali, scrive l’analista Manlio Dinucci

di Manlio Dinucci

Roma, 7 aprile 2016, Nena News«La Libia deve tornare a essere un paese stabile e solido», twitta da Washington il premier Renzi, assicurando il massimo sostegno al «premier Sarraj, finalmente a Tripoli». Ci stanno pensando a Washington, Parigi, Londra e Roma gli stessi che, dopo aver destabilizzato e frantumato con la guerra lo Stato libico, vanno a raccogliere i cocci con la «missione di assistenza internazionale alla Libia».

L’idea che hanno traspare attraverso autorevoli voci. Paolo Scaroni, che a capo dell’Eni ha manovrato in Libia tra fazioni e mercenari ed è oggi vicepresidente della Banca Rotschild, dichiara al Corriere della Sera che «occorre finirla con la finzione della Libia», «paese inventato» dal colonialismo italiano. Si deve «favorire la nascita di un governo in Tripolitania, che faccia appello a forze straniere che lo aiutino a stare in piedi», spingendo Cirenaica e Fezzan a creare propri governi regionali, eventualmente con l’obiettivo di federarsi nel lungo periodo. Intanto «ognuno gestirebbe le sue fonti energetiche», presenti in Tripolitania e Cirenaica. Analoga l’idea esposta su Avvenire da Ernesto Preziosi, deputato Pd di area cattolica: «Formare una Unione libica di tre Stati —Cirenaica, Tripolitania e Fezzan— che hanno in comune la Comunità del petrolio e del gas», sostenuta da «una forza militare europea ad hoc».

È la vecchia politica del colonialismo ottocentesco, aggiornata in funzione neocoloniale dalla strategia Usa/Nato, che ha demolito interi Stati nazionali (Jugoslavia, Libia) e frazionato altri (Iraq, Siria), per controllare i loro territori e le loro risorse.

La Libia possiede quasi il 40% del petrolio africano, prezioso per l’alta qualità e il basso costo di estrazione, e grosse riserve di gas naturale, dal cui sfruttamento le multinazionali statunitensi ed europee possono ricavare oggi profitti di gran lunga superiori a quelli che ottenevano prima dallo Stato libico. Per di più, eliminando lo Stato nazionale e trattando separatamente con gruppi al potere in Tripolitania e Cirenaica, possono ottenere la privatizzazione delle riserve energetiche statali e quindi il loro diretto controllo.

Oltre che dell’oro nero, le multinazionali statunitensi ed europee vogliono impadronirsi dell’oro bianco: l’immensa riserva di acqua fossile della falda nubiana, che si estende sotto Libia, Egitto, Sudan e Ciad. Quali possibilità essa offra lo aveva dimostrato lo Stato libico, costruendo acquedotti che trasportavano acqua potabile e per l’irrigazione, milioni di metri cubi al giorno estratti da 1300 pozzi nel deserto, per 1600 km fino alle città costiere, rendendo fertili terre desertiche.

Sbarcando in Libia con la motivazione ufficiale di assisterla e liberarla dalla presenza dell’Isis, gli Usa e le maggiori potenze europee possono anche riaprire le loro basi militari, chiuse da Gheddafi nel 1970, in una importante posizione geostrategica all’intersezione tra Mediterraneo, Africa e Medio Oriente.

Infine, con la «missione di assistenza alla Libia», gli Usa e le maggiori potenze europee si spartiscono il bottino della più grande rapina del secolo: 150 miliardi di dollari di fondi sovrani libici confiscati nel 2011, che potrebbero quadruplicarsi se l’export energetico libico tornasse ai livelli precedenti. I fondi sovrani, all’epoca di Gheddafi investiti per creare una moneta e organismi finanziari autonomi dell’Unione Africana (ragione per cui fu deciso di abbattere Gheddafi, come risulta dalle mail della Clinton), saranno usati per smantellare ciò che rimane dello Stato libico. Stato «mai esistito» perché in Libia c’era solo una «moltitudine di tribù», dichiara Giorgio Napolitano, convinto di essere al Senato del Regno d’Italia. Nena News

La Compagnia israeliana per l’energia elettrica taglia parzialmente le forniture alle città della Cisgiordania di fronte al debito da 400 milioni di euro accumulato dall’Anp. I palestinesi: «è una punizione collettiva per l’Intifada»

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 6 aprile 2016, Nena News – Abu Mazen da qualche giorno non manca occasione, specialmente sui media israeliani, per ribadire il suo appoggio alla cooperazione di sicurezza con Israele –  chiede a Tel Aviv un maggiore spazio di manovra per condurre le operazioni nelle aree sotto il controllo (teorico) dell’Anp – e di confermare che l’intelligence ai suoi ordini sta facendo il possibile per fermare l’Intifada di Gerusalemme cominciata lo scorso ottobre (gli uomini dell’Anp concentrano controlli e perquisizioni nelle scuole). Invece il presidente palestinese non ha aperto bocca, almeno fino a ieri sera, sulla decisione della Compagnia israeliana della corrente elettrica, presa con ogni probabilità con il consenso del governo Netanyahu, di tagliare in parte la fornitura di elettricità alle città della Cisgiordania.

Dopo Gerico e, due giorni fa, Betlemme, ieri è stata la volta di Hebron di rimanere per alcune ore senza elettricità. E nelle prossime due settimane la Compagnia israeliana cesserà parzialmente l’erogazione in altre città cisgiordane per impedire, dicono i suoi dirigenti, che continui a crescere il debito accumulato dalla Società di distribuzione palestinese e dall’Autorità Nazionale di Abu Mazen di circa 1,7 miliardi di shekel, quasi 400 milioni di euro.

I palestinesi sotto occupazione, dipendenti dall’energia prodotta in Israele, non negano l’esistenza del debito ma considerano il taglio dell’elettricità «una punizione collettiva» contro la popolazione della Cisgiordania per la nuova Intifada cominciata. Qualcuno ipotizza una forma di pressione escogitata dal premier Netanyahu nei confronti dell’Anp. Il comune di Hebron nega di avere debiti. «La Hebron Electric Power Company negli ultimi tre anni ha sempre pagato tutto, le accuse (della compagnia israeliana) sono infondate», ha protestato il vicesindaco Judie Abu Sneina. Rabbia anche a Betlemme dove l’interruzione dell’elettricità lunedì ha colpito il settore turistico proprio nel periodo in cui la città celebra la lunga Pasqua delle varie Chiese cristiane. La Compagnia israeliana però non intende fare marcia indietro, vuole i 400 milioni di euro e un compromesso appare lontano.

Poco alla volta la Cisgiordania rischia di ritrovarsi nella stessa condizione di Gaza dove l’elettricità è disponibile solo per poche ore al giorno.

A Gaza intanto rischia di interrompersi la prima parziale ricostruzione di case ed edifici avviata da una parte delle famiglie palestinesi che avevano avuto l’abitazione distrutta dai bombardamenti del 2014.  I comandi militari israeliani hanno annunciato che non faranno più entrare il cemento a Gaza, perchè quello autorizzato in precedenza sarebbe stato usato dall’ala militare di Hamas per costruire gallerie sotterranee e postazioni fortificate. Nena News

Prosegue la campagna militare contro la popolazione kurda a sud-est: ieri dichiarato il coprifuoco a Silopi, c’è già la prima vittima

Coprifuoco a Silvan (Foto: Getty Images)

della redazione

Roma, 6 aprile 2016, Nena News – Dopo Cizre, Sur, Nusaybin , Silvan, Hakkari, anche Silopi torna sotto coprifuoco. Da ieri il più colpito è il quartiere di Zap: parlamentari dell’Hdp riportano di intensi e continui colpi di artiglieria. Per ora il bilancio è di un morto e tre feriti, mentre polizia e esercito vengono dispiegati in tutta la città.

La città, a poca distanza dai confini siriano e iracheno e vicina alla città più martoriata da agosto, Cizre, è tornata nel mirino turco dopo un attacco ad un veicolo militare che ha ucciso un ufficiale. Ad annunciare l’entrata in vigore del coprifuoco, ieri notte, sono stati i megafoni dei minareti e quelli della polizia.

Le operazioni proseguono anche nel resto del Kurdistan turco, da Diyarbakir a Nusaybin. La volontà di piegare definitivamente la resistenza popolare e quella dei gruppi armati del Pkk è palese: dopo aver riacceso il conflitto lo scorso luglio, il governo di Ankara non intende aprire ad alcun negoziato ponendo così fine a tre anni di tregua fortemente voluta dal leader del Partito Kurdo dei Lavoratori, Abdullah Ocalan.

Ieri a parlare è stato il presidente turco Erdogan, ribaldando i fatti: “Avevamo parlato di risoluzione e loro ci hanno ingannato, non ci si può fidare della loro parola. Ora è tardi e noi termineremo la questione”. Una minaccia durissima con cui Ankara nasconde la campagna militare lanciata contro il Pkk e il popolo kurdo in Turchia, Siria e Iraq dopo l’attentato di luglio a Suruc. Con la scusa di colpire l’Isis Erdogan ha ordinato l’avvio di un’operazione brutale che ha visto raid nel nord dell’Iraq, nelle montagne di Qandil, nel nord della Siria, contro Rojava, e nel sud-est della Turchia attraverso coprifuoco e artiglieria pesante che hanno ucciso almeno 310i civili (dati della Turkish Human Rights Foundation) e distrutto città. Oltre 350mila gli sfollati in un paese che l’Europa giudica abbastanza sicuro per accogliere centinaia di migliaia di rifugiati siriani.

“I terroristi hanno due opzioni – ha aggiunto Erdogan – Arrendersi alla giustizia o essere neutralizzati, uno a uno. Non c’è una terza via. Li stiamo uccidendo nei loro dieci, venti, trent’anni e continuerà così”. Tra le alternative che il presidente individua, oltre ad una campagna militare indiscriminata, c’è il ritiro della cittadinanza: “Dobbiamo essere risoluti nel prendere tutte le misure necessarie a fermarli, compreso il ritiro della cittadinanza. Non possono essere nostri cittadini”.

Cittadini di serie A i kurdi turchi non ci si sono mai sentiti, schiacciati da una discriminazione strutturale imposta alle aree a maggioranza kurda a sud-est, teatro di confische di terre, concentrazione della popolazione nelle zone urbane, perdita delle terre, arresti di funzionari amministrativi e repressione della società civile.

A gettare benzina sul fuoco è anche l’opposizione nazionalista, da sempre acerrima nemica di un movimento – quello kurdo – considerato separatista: ieri il leader del Mhp, il partito nazionalizta, ha chiesto la sospensione dell’immunità parlamentare per quei deputati considerati affiliati al Pkk (ovvero il partito di sinistra pro-kurdo Hdp), ma soprattutto ha fatto appello al governo perché “distrugga il distretto meridionale di Nusaybin”.

“Primo ministro, il mio consiglio è: fai appello ai cittadini che vivono a Nusaybin e nelle province del distretto dove le operazioni stanno proseguendo. Garantisci loro tre giorni per mettersi al riparo, per evacuare le città e poi spiana Nusaybin, distruggila, e non lasciare nessuno vivo”. Nena News

Partendo dal ruolo del popolo palestinese, questo contributo di Alaa Tartir mette in discussione gli assunti fondamentali riguardo la perpetuazione del conflitto con Israele e discute i prerequisiti necessari ad adottare strategie alternative. Tra queste il coinvolgimento diretto del popolo

La Cupola della Roccia chiusa da bandiere israeliane nella Città Vecchia (Foto: Nena News)

 di Alaa Tartir – Mediterranean Politics*

Roma, 6 aprile 2016, Nena News – Il distorto processo di pace tra palestinesi e israeliani sottintende che il conflitto israelo-palestinese sia risolvibile e che raggiungerà una conclusione in un futuro prossimo. Secondo il commento che segue, si tratta di un assunto semplicistico che deve essere superato, nel tentativo di ragionare su soluzioni alternative realistiche e attuabili. E se l’assunto celato del processo di pase fosse che il conflitto è permanente, prolungato e possibilmente irrisolvibile? Come influirebbe ciò sulle scelte politiche e d’intervento? E che impatto avrebbe un simile punto di partenza sulle strategie israeliane e palestinesi?

Tali domande non sono soltanto poste come mero esercizio intellettuale, ma sono influenzate da complesse dinamiche di conflitto, dagli interessi in gioco, dalle realtà locali e da asimmetriche relazioni di potere. Evidentemente, una pace giusta e durevole è molto distante. È una menzogna sostenere che una pace vicina e negoziata è dietro l’angolo, e che lo scenario dei due Stati è la sola via percorribile per una soluzione duratura e per la salvaguardia dei diritti. Tali diritti e la tradizionale soluzione dei due Stati costituiscono due sfere incompatibili. Al contrario, ogni analisi dovrebbe iniziare dalla realtà di uno Stato (quello israeliano) – da non essere confusa con la soluzione ‘un solo Stato’ -, la sua natura e le sue politiche, le sue pratiche di regime e di segregazione, il suo progetto coloniale in Cisgiordania e a Gaza.

Tuttavia, tale punto di partenza, per strategie e visioni alternative, include una serie di presupposti e punti chiave che permetterebbero a palestinesi e israeliani di avviare un cambiamento positivo. Per quanto riguarda il fronte palestinese, i fattori che ne comportano la debolezza sono l’assenza di una leadership politica unita, rappresentativa e trasparente e di una cultura del dibattito. Per quanto riguarda il fronte israeliano, invece, i fattori che contribuiscono alla perpetuazione dell’impasse sono la volontà e l’incapacità di percepire e riconoscere i costi di un’occupazione militare, assieme a un generalizzato senso di superiorità e all’incapacità di affrontare una fobia demografica – e le fobie associate – nella narrativa collettiva.

I palestinesi hanno un bisogno disperato di una nuova leadership intellettuale, per revitalizzare e ridare forma al pensiero palestinese e contribuire alla formazione di un pensiero coeso, al fine di offrire strategie alternative e visioni che conducono l’azione politica. Una rivitalizzazione del pensiero palestinese è infatti una precondizione necessaria alla ricostituzione di un sistema politico palestinese. Senza visioni chiare e piani applicabili a scenari differenti, i palestinesi rimarranno frammentati e incapaci di cambiare lo status-quo.

Tale leadership intellettuale ha bisogno di essere ispirata dalle voci e dalle aspirazioni della gente, andando oltre i preconcetti e ragionando su soluzione creative e realistiche – non nel senso conservatore del termine. Il sistema politico palestinese esistente marginalizza la gente, soprattutto i rifugiati, e la spinge ai margini del sistema politico stesso – invece che riportarla al centro – e nel corso degli anni ha sviluppato e perpetuato un sistema di governo personale e neo-clientelare. Alla leadership non dovrebbe essere concesso di far leva sui sacrifici e sulle sofferenze della popolazione palestinese per ottenere vittorie di corto raggio, oltre che spesso d’interesse personale, e benefici per l’élite a scapito della società. Ciò è solo possibile quando una cultura della trasparenza diventa norma, piuttosto che eccezione, e quando la gente palestinese decide di sedere al posto del guidatore nel processo democratico, sfidando e scontrandosi con più livelli di repressione e ingiustizia, interni ed esterni.

L’esercizio della proprietà popolare sul sistema politico non solo assicurerà trasparenza pubblica, ma contribuirà anche a rimarginare le fratture sul piano della legittimità e della fiducia. La prima domanda alla quale ogni nuovo intellettuale o leader palestinese deve rispondere è: che posizione occupa la gente palestinese nel proprio sistema politico? Non si tratta di una visione utopistica, ma piuttosto di un concetto molto semplice se l’obiettivo è il governo democratico. Ciò che è necessario è una nuova leadership che rigetti i pilastri fondamentali degli accordi di Oslo e le attuali regole del gioco (la matrice del controllo). Rifiutare gli accordi di Oslo non vuol dire rifiutare la pace, ma la schiavitù e l’oppressione che sono state perpetuate per decenni. E quindi, senza confrontarsi con Israele, con tutti i mezzi che il diritto internazionale conferisce a un popolo vittima dell’occupazione, i palestinesi non sovvertiranno mai lo status quo – lo scenario favorito per Israele. Confrontare il potere occupante, colonizzatore e oppressore è la prima lezione che ci trasmette la storia dei movimenti di liberazione, in tutto il mondo.

Attualmente, e dopo un quarto di secolo di negoziati di pace falliti, tale strategia di confronto in teatri locali e internazionali, a micro e macro livelli – per esempio utilizzando il boicottaggio e le sanzioni (BDS), la Corte Internazionale dei Crimini (ICC) o altre forme di resistenza per realizzare i diritti – è l’unica via possibile per affrontare gli squilibri di potere tra israeliani e palestinesi. E a meno che l’asimmetria di potere non sia risolta e l’occupazione militare della Cisgiordania e di Gaza non sia terminata, non ci sarà mai una pace giusta e duratura. È cruciale sottolineare come la fine dell’occupazione rappresenti un prerequisito per ogni soluzione, sia a uno che a due Stati.

Per gli israeliani, la continua elezione di leader sempre più di destra, alcuni dei quali non considerano nemmeno i palestinesi degli esseri umani, o si rifiutano di riconoscergli una nazione, non lascia ampi margini di ottimismo. Nel corso dell’estate 2015, ho avuto l’occasione di dedicare del tempo alla scoperta della Palestina storica, oggi Israele, e di parlare con molti israeliani con background molto diversi, e diversi gradi di religiosità, senza rivelare la mia identità palestinese. Tale esercizio mi ha mostrato quanto le attitudini e le certezze degli israeliani comuni siano distanti da un’occupazione che dista tra i 15 e i 60 km. In altre parole, ciò mi ha permesso di comprendere quanto spessa e ben impermeabilizzata sia la bolla narrativa israeliana.

Gli israeliani con cui ho parlato o rifiutano di considerate la situazione corrente come un’occupazione, o hanno davvero faticato a comprendere a cosa mi stessi riferendo. Come può essere che il più grande elefante presente nella stanza non venga così facilmente notato? Ciò rimane una questione aperta. Tuttavia, tale questione potrebbe anche offrire parte della soluzione. A meno che gli israeliani ‘comuni’ non ammettano l’occupazione e la riconoscano come fonte principale della loro insicurezza, c’è molto poca speranza di pace. Il ruolo della comunità internazionale, in particolare dell’Unione Europea, è cruciale a tal proposito, per iniziare il processo di riconoscimento, attraverso tattiche di boicottaggio e sanzione ma anche rifiutando di sussidiare l’occupazione israeliana attraverso l’industria internazionale degli aiuti in Cisgiordania e nella Striscia. Le misure che hanno un impatto economico, politico e morale quotidiano sugli israeliani ‘comuni’ costituiscono prerequisiti necessari per cambiare le dinamiche future delle relazioni israelo-palestinesi.

Un’altra osservazione dominante che ho avuto modo di rilevare nel corso della mia breve, casuale e non rappresentativa esperienza, è il senso di superiorità. Liberali, uomini di sinistra, fondamentalisti, secolaristi, religiosi, voci progressiste, di ogni generazione e città, condividevano la caratteristica della superiorità, che risulta problematica sul livello personale e umano, prima ancora che venga estesa alla politica. Dichiarazioni come ‘siamo la nazione scelta da Dio’, ‘non ci importa della legge internazionale’, ‘aiutiamo quei poveri palestinesi a porre fine all’occupazione’, ‘offriamo ai palestinesi un lavoro e loro lavorano per noi’, ‘ Gaza è irrilevante’, ‘ho amici palestinesi ma non mi fiderei mai di loro’, sono ricorrenti in ogni discussione. Quindi, a meno che gli israeliani ‘comuni’ non percepiscano se stessi come gente comune e non come superiori ad altre nazioni, è impossibile immaginare come la soluzione a uno o due Stati possa funzionare.

Inoltre, proprio come il popolo palestinese e la sua leadership necessitano di affrontare un serio processo di riforma strategica, così anche gli israeliani. Gli israeliani hanno bisogno di riconciliare internamente una serie di questioni che sono principalmente legate alle strutture di segregazione, alla supremazia ebraica, alla natura ebraica dello stato, ai timori demografici e al ritorno dei rifugiati palestinesi in esilio. Lo status di Gerusalemme, tuttavia, rimane una questione chiave che deve essere affrontata con urgenza a causa della propria centralità per le dinamiche attuali e future delle relazioni israelo-palestinesi. Gli israeliani non devono sottovalutare il significato che Gerusalemme ha per il popolo palestinese. Nulla può spiegare questo punto meglio delle proteste e degli atti di resistenza che si verificarono nella Palestina occupata nell’ottobre del 2015. È un compito sconfortante affrontare e dibattere tali questioni. Tuttavia, non possono essere ignorate se attori differenti sono interessati a trovare soluzioni realistiche.

Questa serie di osservazioni, d’indicatori e temi potrebbe aiutare ad aprire un futuro di relazioni israelo-palestinesi; dal momento che presentano degli ostacoli basici ma fondamentali per ogni futura pace duratura. Tale riflessione incentrata sul ruolo della gente rappresenta l’elemento mancante di una vasta serie di analisi. Senza una legittimità popolare, senza riportare la gente al centro del sistema politico e non solo tramite le elezioni, e senza che le aspirazioni della gente vengano soddisfatte, la pace rimarrà elusiva e il conflitto irrisolvibile. Le percezioni della gente, le loro paure e sofferenze, i loro valori e le loro credenze, così come le loro preponderanti narrative non possono più essere ignorate, se siamo interessati a raggiungere giustizia e uguaglianza. Tuttavia, le categorie convenzionali, gli assunti e gli schemi concettuali sono fondamentalmente sbagliati. Muovere verso categorie e strumenti alternativi richiede innanzitutto una ferma ammissione del fatto che le categorie esistenti debbano essere messe da parte.

Circa un quarto di secolo di fallimenti rivela dove stanno i problemi ed espone le limitazione e i deficit strutturali di un approccio che ignora le cause profonde del conflitto e supporta la normalità della dominazione e della colonizzazione. Andare oltre i cicli di fallimento richiede un serio coinvolgimento in un processo di decolonizzazione di Israele e Palestina e nuove categorie e presupposti per comprendere il motivo per cui il conflitto persiste. Né i vecchi strumenti, né le categorie attuali possono servire come catalizzatori per un positivo cambiamento futuro. Solo affrontando gli squilibri di potere e ponendo fine all’occupazione israeliana nel breve termine si può raggiungere una discussione di soluzioni durature.

*L’articolo originale è stato pubblicato nel dicembre 2015 sulla rivista accademica “Mediterranean Politics‘s Forum on the Future of Palestinian-Israeli Relations”. Click here to read the Forum’s Introduction

Traduzione a cura di Giovanni Pagani

Importato nel vecchio continente dal Messico, il fico d’India ha trovato in Palestina il suo ambiente naturale. Simbolo della pazienza e della Nakba del popolo palestinese, aiuta contro il colesterolo e i disturbi gastro-intestinali

Fichi d’india nel villaggio palestinese di Nilin (Foto: Chiara Cruciati/Nena News)

di Patrizia Cecconi

Gaza, 6 aprile 2016, Nena News – “In tutta la Palestina storica, ovunque vedrai spuntare un saber, fino al 1948 c’era un villaggio arabo.” Questo mi disse un giorno un prete cristiano in Palestina. È cominciata così la mia attenzione al fico d’India, il saber appunto, nome scientifico: Opuntia ficus-indica. Famiglia delle Cactacee, genere Opuntia, specie ficus-indica. Originario del Messico e importato nel vecchio continente nel 1493 dagli spagnoli che devastarono il nuovo mondo appena scoperto.

Il fico d’India portato nel vecchio mondo si ambientò perfettamente ai climi aridi e tuttora vive bene su terreni pietrosi e assolati come se ne trovano in Palestina, ma anche nelle nostre regioni del Sud. Gli arabi lo usavano, oltre che per i suoi frutti, per segnare i confini tra i diversi fondi e nelle campagne siciliane e quest’uso è ancora abbondantemente presente come lo era nei villaggi palestinesi. È proprio per questo che il prete palestinese mi disse che avrei ancora potuto trovare traccia di alcuni degli oltre 400 villaggi rasi al suolo nel 1948 dalle appena nate forze militari israeliane.

In Palestina il fico d’India si è immediatamente naturalizzato e da diversi secoli è talmente diffuso che viene comunemente considerato originario di questa terra, in fondo così accogliente che lo lascia crescere ovunque, accettando che venga rappresentato  come un simbolo identitario quasi al pari dell’olivo. Per esempio non fu mai rimproverato al regista Franco Zeffirelli di aver preso la grande cantonata di inserire i fichi d’India nei paesaggi del suo “Gesù di Nazareth”, semmai ci si rida sopra!

Saber in arabo significa anche pazienza e mi dicono che il nome probabilmente nasce dalla pazienza necessaria a privare delle migliaia di spine i suoi buonissimi frutti che sono ricchi di calcio, fosforo e vitamina C. I cladodi, cioè i fusti modificati che sostituiscono le foglie nella fotosintesi clorofilliana e che comunemente sono chiamati pale o, erroneamente, foglie, sono ricchi di una sostanza gelatinosa efficacissima contro gli eccessi di tosse e in particolare contro la tosse convulsa.  Una volta privati delle spine sono anche buoni da mangiare, sia cotti che crudi e perfino in marmellata. Se cotti, il loro sapore ricorda quello degli asparagi e, oltre al piacere del gusto, va tenuto presente il loro effetto gastroprotettore e la capacità di ridurre l’assorbimento di grassi e zuccheri aiutando il metabolismo glico-lipidico. I cladodi sono  un cibo ipocalorico ricco di fibre, pectine e mucillagini, tengono sotto controllo i tassi di glucosio e colesterolo nel sangue e favoriscono la digestione.

Il frutto del fico d’India, chiamato anch’esso fico d’India,  è una bacca, all’esterno ha ciuffi di aculei che ne rendono immangiabile la buccia, mentre all’interno ha una polpa dolcissima, mucillaginosa e con molti semi ossei ed oltre ad essere di sapore ottimo ha proprietà antisettiche, emollienti e lassative ed ha una comprovata capacità di ritardare la crescita delle cellule tumorali. Inoltre è efficace nella cura del diabete, come le sue pale riduce il tasso di colesterolo nel sangue, è efficace nel curare i disturbi gastrointestinali.  Sia le pale che i frutti contengono poi vitamina A, B1, B2, B3 e C.

In particolare, l’alto contenuto di vitamina C ha fatto di questo cibo una delle prime cure contro lo scorbuto per i lunghi viaggi in mare già dalla fine del 1400. Nei frutti, ma soprattutto nelle pale, si trovano poi minerali importanti quali calcio, magnesio, ferro, potassio e rame.

I fiori del fico d’India sono di una rara bellezza. Spuntano sul margine del cladodo ed hanno i petali lucidi e solitamente di colore giallo brillante. Fioriscono in questa stagione e dal loro ovario si sviluppa il frutto che maturerà in piena estate. Volendo, i frutti possono essere anche essiccati e conservati per l’inverno mantenendo molte delle proprietà che hanno da freschi, a parte alcune vitamine che vanno perdute durante l’essiccazione.

In Palestina, dove il saber cresce  praticamente ovunque, potrebbe svilupparsi con facilità una produzione, ovviamente biologica, di frutti essiccati e  le donne di alcuni dei villaggi di Gaza, particolarmente massacrati dai bombardamenti israeliani e dalla povertà,  hanno preso in considerazione questa opportunità di cui ho parlato loro proprio in questi giorni. Ora si tratta di lavorarci affinché possa svilupparsi questa nuova attività che produrrebbe insieme piacere per un cibo particolarmente gustoso e salubre e reddito per chi vorrà farne un nuovo lavoro.

Oltre all’essiccazione del frutto, questa pianta può offrire facile applicazione in campo erboristico poiché il gel contenuto nei cladodi giovani, e ottenibile per semplice centrifuga, può essere consumato in modeste quantità prima dei pasti. Questo gel, legandosi ai cibi, porta ad un effetto che è insieme gastroprotettore, di controllo della massa ponderale, detossicante in quanto facilita il transito intestinale e, infine, come già detto, riduttore dei livelli di colesterolo e di zuccheri nel sangue. Il tutto con semplice ricorso alla natura che, avendo generosamente accolto un figlio nato in un altro continente, si trova arricchita e pronta a condividere questa ricchezza chiedendo solo un po’ di “saber”, stavolta inteso come pazienza, per liberare dalle spine questo suo figlio oggi diventato palestinese. Nena News

La storia di due fratellini di Tel el Hawa, rimasti gravemente feriti in un bombardamento israeliano durante l’offensiva militare Margine Protettivo dell’estate 2014. Come loro tanti altri bambini di Gaza, disabili per il resto della loro vita

Salwa (foto Federica Iezzi)

di Federica Iezzi

Gaza City, 6 aprile 2016, Nena News  – Ha ancora i segni di Margine Protettivo, l’ultima offensiva militare israeliana sulla Striscia di Gaza, la piccola casa di Shaad e Salwa, nel quartiere di Tal el-Hawa, a sud di Gaza City. Quartiere abitato da quasi 9.000 civili, pesantemente colpito da raid aerei e colpi di artiglieria. Una porta, la sera chiusa solo con un chiavistello, fa da ingresso all’armonia di una casa accogliente che ha dovuto rinunciare all’infanzia di due bambini.

Shaad ha 8 anni e a causa di una granata l’estate di due anni fa ha perso la vista e ha rischiato di non poter più camminare. La sua gamba sinistra porta ben visibili le profonde cicatrici di una guerra violenta e arbitraria. Salwa è la sorella maggiore di Shaad, ha 10 anni. La stessa granata ha colpito ancora quella famiglia. Salwa ha perso il suo viso pulito da bambina. Al posto della pelle liscia oggi c’è il ricordo di un’ustione segna il suo volto, nonostante sia tutto sorridente. Un sorriso che contagia i suoi genitori e sua nonna.

Giocavano insieme fuori casa quando un rumore assordante dall’alto ha terrorizzato il quartiere e immobilizzato a terra i bambini. Tra sangue e polvere Salwa si è alzata da quella terra martoriata. Non riusciva a sentire niente ma con gli occhi cercava solo il fratello. Shaad non poteva muoversi. Sapeva di essere vivo ma non vedeva Salwa e non l’avrebbe mai più rivista. Vedeva solo ombre. Non poteva correre via da quel terreno che continuava a vibrare, perché la gamba sinistra non si muoveva.

Shaad ci dice “Sto bene, grazie a Dio”. Con la sorella, fu portato sanguinante, a bordo di una macchina, allo Shifa hospital di Gaza City. La madre continuava a gridare ai medici di non tagliare la gamba a suo figlio. Dopo un intervento di chirurgia ortopedica e tre interventi di chirurgia plastica, oggi Shaad riesce a stare in piedi. Cammina lentamente, appoggiato alle mura della sua casa. Lo attendono altre procedure ortopediche per stabilizzare il bacino e le ossa della gamba. Nel frattempo ha imparato a leggere con il sistema di scrittura braille. Ha un ‘libro speciale’, così lo chiama Shaad, che gli permette di continuare a studiare. Nonostante i movimenti inconsulti, le improvvise contrazione e gli scatti, ci legge alcuni passi del Corano con una pronuncia perfetta dell’arabo classico.

Ogni piccolo rumore, si trasforma ancora in confusione che Shaad avverte alzando il tono della voce. La mamma ci racconta che è il suo modo di manifestare la paura. La vicinanza della sorella, il solo sentire la sua presenza tra il vociare e il disordine, lo riesce a tranquillizzare.

La casa di Shaad e Salwa colpita dalle schegge (foto Federica Iezzi)

Salwa lo scorso anno è stata sottoposta ad un delicato intervento di chirurgia plastica, che le ha restituito per metà il suo volto. Sotto i capelli ricci quasi non si nota la cicatrice. “Sono stata fortunata quel giorno, tante mie amiche non ci sono più. All’inizio non avevo più voglia di giocare, poi non sapevo con chi giocare, adesso è indifferente”, ci dice con una voce ferma.

Nè Shaad né Salwa hanno ottenuto i permessi per uscire dalla Striscia di Gaza, per cure mediche.

Più di mille complessi residenziali sono stati presi di mira e almeno 17.000 case e famiglie sono state distrutte dall’esercito israeliano durante l’offensiva militare di un anno e mezzo fa contro il movimento islamico Hamas che però ha colpito soprattutto la popolazione e causato distruzioni immense. L’eredità di Margine Protettivo è la morte di centinaia di bambini. Almeno 3.000 quelli feriti e un centinaio quelli con disabilità permanenti. E secondo i dati degli ultimi report dell’UNICEF, 373.000 bambini e ragazzi palestinesi hanno bisogno di assistenza psicosociale e solo 3.000 di loro ne usufruisce.

Molti bambini, come Shaad e Salwa, sono stati testimoni di sei operazioni militari a Gaza in otto anni, che hanno toccato la vita a più di 5.000 bambini e hanno lasciato un numero sproporzionatamente alto di disabilità tra la generazione più giovane della Striscia. Nena News

In un editoriale il direttore del quotidiano pro-governativo paragona il ricercatore italiano a Said, la cui morte per mano della polizia ha dato il via alle proteste contro Mubarak. Ancora in silenzio il parlamento

Chiara Cruciati   il Manifesto

Roma, 5 aprile 2016, Nena News – Giulio come Khaled: il doloroso parallelo tra i due 28enni, massacrati dalla brutalità del regime egiziano, lo aveva ricordato la madre del giovane egiziano, Layla. In un video messaggio alla madre di Regeni, Paola Deffendi, ha fatto suo il dolore per il ricercatore italiano e ringraziato per l’attenzione che la famiglia ha attirato sui casi di migliaia di egiziani scomparsi nel silenzio.

Oggi quel parallelo lo vede anche la voce del governo egiziano, il quotidiano al-Ahram. In un editoriale di domenica, il direttore Mohammed Abdel-Hadi Allam avverte del pericolo che Il Cairo corre, molto simile a quello che sei anni fa portò alla caduta di Mubarak: il caso Regeni ha le stesse potenzialità distruttive per il governo egiziano del caso di Khaled Said. Nel giugno 2010 il giovane era stato pestato a morte ad Alessandria dalla polizia. La foto del suo corpo martoriato è stata resa pubblica, visualizzazione fisica dell’atrocità del regime (esattamente come la famiglia Regeni ha promesso di fare se la verità non verrà a galla) ed è diventata il simbolo della rabbia del popolo egiziano, di attivisti e giovani che hanno lanciato campagne online e per le strade. Un’escalation che sei mesi dopo ha trovato il suo sbocco in Piazza Tahrir.

Per questo Khaled è considerato il primo martire della rivoluzione, il sasso che ha generato la valanga sotto cui è sparito Mubarak. Abdel-Hadi Allam ne è convinto: il “sasso” Regeni, scomparso proprio nell’anniversario della rivoluzione, può avere lo stesso effetto sul presidente-golpista al-Sisi. Domenica ha avvertito i vertici dello Stato, colpevoli di non aver afferrato la gravità della situazione: «Il caso di Said non andò come molti all’epoca si aspettavano – scrive il direttore di al-Ahram, nominanato dall’esecutivo come i predecessori – La storia naive sulla morte di Regeni ha danneggiato l’Egitto all’esterno e all’interno e ha offerto la giustificazione per paragonare quello che avviene oggi nel paese con quello che avveniva prima del 25 gennaio 2011».

Un regime dittatoriale, uno Stato di polizia che al-Ahram – il più diffuso quotidiano della regione – dalle sue colonne descrive con prudenza: riporta notizie di sparizioni e torture (soprattutto nel corso dell’ultimo anno, pubblicando reportage sulle condizioni delle carceri e le campagne degli attivisti anti-governativi) ma le controbilancia con le voci governative che negano una repressione che è strutturale, istituzionalizzata.
Stavolta però si gioca fuori casa: annunciate i risultati dell’inchiesta con trasparenza, scrive Abdel-Hadi Allam, o metterete in serio pericolo le relazioni con l’Italia, il cui governo ha dimostrato dalla prima ora l’apprezzamento per la piega presa dal Cairo di al-Sisi. Il fatto che simili parole – ricerca della verità, storia naive – siano pronunciate da un giornale di proprietà dello Stato lascia il re nudo: «Alcuni funzionari che non capiscono il valore della verità pongono lo Stato egiziano in una situazione imbarazzante ed estremamente grave. Chiediamo allo Stato di affrontare il caso con la massima serietà e portare di fronte alla giustizia i colpevoli. Quelli che non colgono il pericolo per le relazioni tra Egitto e Italia stanno spingendo verso una rottura dei rapporti diplomatici».

Il governo non pare avere il polso della situazione, con un’opinione pubblica ormai ampiamente schierata contro le posizioni dei vertici. Che continuano a rilasciare dichiarazioni per poi rimangiarsele. La strategia del “avete capito male”, però, non dà i risultati sperati. Dopo giorni di rimpalli tra Ministeri degli Esteri e degli Interni, domenica a negare di aver mai attribuito la responsabilità della morte di Giulio alla fantomatica banda criminale è stato lo stesso dicastero responsabile della polizia. Quel Ministero degli Interni che aveva pubblicato le foto di un vassoio d’argento con su i documenti di Regeni, dicendo di averli trovati in casa della sorella del capo banda, Tareq Abdel Fattah, domenica ha negato durante la trasmissione tv al-Haya al Youm di aver mai detto che la gang avesse ucciso il giovane.

La televisione resta il luogo preferito per esporre teorie e opinioni. Come successo in passato, c’è chi torna sulla versione del complotto internazionale ordito dai Fratelli Musulmani: Rifaat el-Said, esponente del Partito dell’Unione di Sinistra, sul canale Al-Assema ha “identificato” Regeni come «agente di un apparato italiano» e posto il dubbio che la Fratellanza «possa essersi infiltrata negli apparati egiziani per mettere l’Egitto in crisi». Resta ancora in silenzio il parlamento, ora su indicazione del presidente della Camera dei Rappresentanti: ieri Ali Abdel Aal ha ordinato ai parlamentari di non trattare il caso Regeni durante le sedute pubbliche. Nena News

Uscito dal congelatore, l’antico conflitto tra armeni e azeri va ad inserirsi nel quadro della crisi mediorientale, nelle tensioni religiose ed etniche di quella parte del mondo e nello scontro tra Turchia e Russia. Sullo sfondo ci sono i forti interessi economici legati al Southern Gas Corridor, un gasdotto da 45 miliardi di dollari

di Michele Giorgio –  Il Manifesto

Roma, 5 aprile 2016, Nena News - Il nuovo conflitto tra Armenia e Azerbaijan, per il controllo del Nagorno-Karabach (N-K), riemerge da un passato lontano, che ha fatto 30mila morti, 80mila feriti e centinaia di migliaia di profughi. E ora, uscito dal congelatore, va ad inserirsi nel quadro della crisi mediorientale, nelle tensioni etniche e religiose di quella parte del mondo e nello scontro tra Turchia e Russia. Proprio per questa ragione i nuovi combattimenti tra separatisti armeni appoggiati da Yerevan e le truppe azere – che hanno già provocato decine di morti e feriti, anche civili – rischiano di allargare l’incendio nel Vicino Oriente. Un “attore” è già entrato in scena: il leader turco Erdogan che ha espresso appoggio totale all’Azerbaijan . Il Nagorno-Karabakh «un giorno tornerà certamente al suo padrone legittimo…la Turchia è a fianco dell’Azerbaijian», ha proclamato il sultano di Ankara. L’Iran tifa in silenzio per i separatisti armeni ma non intende lasciarsi coinvolgere, tenendo conto che milioni dei suoi abitanti sono di origine azera. Stesso discorso vale per la Russia che pure sostiene le ragioni armene. Putin punta a spegnere questo nuovo focolaio di tensione che si è sprigionato mentre è impegnato militarmente in Siria e deve tenere a bada le ambizioni di Ankara. Gli Usa si dicono allarmati ma non faranno la voce grossa con gli alleati azeri, troppo importanti per ragioni strategiche. Non è destinato a cambiare le carte in tavola l’appello lanciato ieri dal segretario di stato Kerry assieme al ministro degli esteri russo Lavrov per la cessazione immediata delle ostilità. E’ cauta la Georgia, timorosa che il conflitto possa alimentare altre pulsioni separatiste nella regione, a tutto vantaggio di Mosca.

Il Nagorno-Karabakh è una regione montagnosa, con una larga maggioranza di cristiani armeni, che in era sovietica, per decisione dello stesso Stalin, fu assegnata all’Azerbaijan (a maggioranza islamica). Gli scontri sono andati avanti per decenni fino ad aggravarsi durante l’era Gorbachev, quando le aperture decise dal leader sovietico furono di fatto il detonatore di conflitti etnici e religiosi rimasti sopiti per lungo tempo nel Caucaso e nelle repubbliche meridionali dell’Urss. La guerra tra Armenia e Azerbaijan fu totale tra il 1992 e il 1994, dopo la proclamazione di indipendenza dei N-K fatta dai separatisti armeni ed è stata segnata da pogrom commessi dall’una e dall’altra parte e dall’espulsione di decine di migliaia di persone dalle loro città. La tregua precaria – sulla quale doveva vigilare il Gruppo di Minsk creato dalla Conferenza sulla Sicurezza e Cooperazione in Europa – è stata violata tante volte nei passati 22 anni ma mai lo scontro aveva raggiunto questo livello, al punto da far temere l’inizio di nuovo e più devastante conflitto militare. Il presidente armeno Serzh Sargsian, come coloro lo hanno preceduto, sa che il consenso in patria è strettamente legato al mantenimento del controllo del N-K e ha annunciato che se le ostilità nella regione si intensificheranno, Yerevan riconoscerà in via definitiva l’indipendenza della regione. Sarebbe il via libera alla nuova guerra. Da parte sua il presidente azero Ilham Aliyev fa i conti con le difficoltà causate dal brusco calo del prezzo del petrolio, la principale risorsa del Paese. Perciò rilancia la questione del N-K “occupato” per tenere lontana l’attenzione della sua gente dalla crisi economica e finanziaria.

Fare il punto della situazione sul terreno è arduo. Le due parti, che si accusano a vicenda di aver violato il cessate il fuoco, diffondono comunicati in cui esaltano i propri (presunti) successi militari e le sconfitte dell’avversario.  L’impressione però è che le forze armate azere siano superiori per tecnologia e potenza di fuoco rispetto a quelle dei separatisti e dell’Armenia.  Se durante la guerra nel 1994 gli armeni furono in grado di respingere tutte le offensive lanciate dall’Azerbaijan per riconquistare il N-K che si era proclamato indipendente, questa volta Baku sembra aver rovesciato i rapporti di forza. L’Azerbaijan nei passati 22 anni ha speso molti miliardi di dollari per ammodernare e rafforzare le sue forze armate. Un programma ampio realizzato grazie anche alle relazioni speciali, dietro le quinte, che Aliyev mantiene con Israele. Tel Aviv ha addestrato le truppe speciali azere e fornito, con un accordo da 1,6 miliardi di dollari, armamenti dell’ultima generazione, inclusi i droni che Baku usa in questi giorni. Qualche anno fa la nota rivista Foreign Policy rivelò che l’Azerbaijan aveva messo a disposizione di Israele alcune basi aeree abbandonate, offrendo così a Tel Aviv la possibilità di attaccare con facilità le centrali atomiche iraniane. 

Sullo sfondo dei nuovi combattimenti tra armeni e azeri ci sono i forti interessi economici legati al Southern Gas Corridor, un gasdotto da 45 miliardi di dollari che a partire dal 2019 porterà dal Mar Caspio il gas azero verso l’Europa, passando per sette Paesi. Un progetto che gli Stati Uniti ritengono fondamentale per ridurre la dipendenza occidentale dai giacimenti russi. Nena News

 

In una logica di stabilizzazione del Paese e di riavvio dell’economia, il GNA sembra essere percepito, sia da forze interne sia dagli attori internazionali, come l’unica alternativa praticabile per avviare un nuovo corso per la Libia

Il premier libico del governo d’unità, Fayez as-Sarraj

di Francesca La Bella

Roma, 5 aprile 2016, Nena News - L’arrivo a Tripoli del Governo di Fayez al-Sarraj, dopo le prime resistenze, sembra ottenere sempre maggiore consenso giorno dopo giorno. Le notizie provenienti dalla Libia mostrano, in questo senso, un crescente sostegno per il Governo di Accordo Nazionale (GNA) e una progressiva marginalizzazione delle forze facenti riferimento al Governo di Khalifa al-Ghwell, fino ad ora alla guida del Governo della capitale, e delle forze facenti base a Tobruk. In una logica di stabilizzazione del Paese e di riavvio dell’economia, il GNA sembra essere percepito, sia da forze interne sia dagli attori internazionali, come l’unica alternativa praticabile per avviare un nuovo corso per la Libia. L’appoggio alla nuova dirigenza di alcuni ministri di Tripoli sarebbe, infatti, affiancato da un formale endorsement delle grandi strutture economiche del Paese: la National Oil Corporation libica (NOC) e la Banca Centrale libica.

Guardando alle notizie delle ultime settimane, la centralità della questione economica in generale e del settore petrolifero in particolare nelle dinamiche politiche appare ancora più evidente e potrebbe essere un’efficace chiave di lettura per leggere gli attuali mutamenti in corso. Il 30 marzo il Governo Sarraj sbarca a Tripoli e, date le pressioni del Governo al-Ghwell, si rifugia nella base navale di Abu Sittah. Il 31 marzo il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approva la risoluzione 2278 in cui viene formalmente condannato l’illecita esportazione di petrolio dalla Libia anche da parte di “istituzioni parallele” non operanti sotto l’autorità del GNA. Nello stesso testo, il Consiglio di Sicurezza invita il nuovo Governo a comunicare al più presto agli organismi ONU, l’esclusiva ed effettiva capacità di controllo da parte del GNA di NOC, Banca Centrale ed Autorità libica per gli investimenti (Fondo sovrano libico-LIA). Se di un avvicinamento tra Hassan Bouhadi, presidente della LIA legato alla sfera di influenza di Tobruk, e Sarraj era stata data notizia ad inizio marzo, anche le altre due istituzioni hanno confermato, in questi giorni, il loro sostegno al Governo. Il NOC, in particolare, ha immediatamente mostrato il proprio plauso per la risoluzione ONU ed ha avviato intensi colloqui con il GNA per dare immediato nuovo impulso al settore petrolifero.

Il mutamento di approccio del NOC, fino ad ora presentatosi come neutrale rispetto alle diatribe interne, risulta ancor più significativo alla luce dei risvolti internazionali di questa comunanza di intenti con il Governo Sarraj. Se dal punto di vista della politica interna il Presidente del NOC Mustafa Sanallah, ha dichiarato di voler porre fine al periodo di divisioni e di volersi muovere per il bene del Paese al fianco del GNA, grazie ad una “chiara intelaiatura legale internazionale” di supporto, la rete di contatti con le compagnie petrolifere internazionali e, in particolare, con l’italiana ENI potrebbero costituire il mercato naturale per il previsto incremento produttivo libico. Le previsioni per il futuro dell’export libico sembrano essere, in questo senso, rosee. Il portavoce del NOC, Mohamed Al-Harary, avrebbe, infatti, prefigurato un aumento sostanziale della produzione già nei prossimi due mesi grazie alla possibile riapertura di pozzi e terminal petroliferi decisa a seguito dell’arrivo di Sarraj a Tripoli da Ibrahim Jadhran, presidente della Petroleum Facilities Guard, forza armata di circa 27000 unità delegata al controllo ed al mantenimento della sicurezza delle strutture petrolifere.

I colloqui tra il NOC e le controparti internazionali hanno, però, una lunga storia alle spalle e più che essere una conseguenza dell’insediamento del GNA a Tripoli, potrebbero esserne una delle cause. Se a dicembre numerosi incontri bilaterali si sono tenuti ad Istanbul tra la dirigenza del NOC e le maggiori compagnie internazionali presenti in Libia (Turkish Petroleum Corporation, ENI, Tatneft Company, Total E & P, Statoil, Deutsche Erdoel AG, British Petroleum, Sipex, Medco International) per ribadire l’impegno della Libia verso la stabilizzazione e la necessità di una solida presenza internazionale per permettere il riavvio dell’economia, molti altri incontri si sono svolti in questi mesi ed alcuni attori hanno, progressivamente, accentuato il proprio ruolo nel Paese. E’ sicuramente questo il caso dell’italiana ENI. In questi anni di grande disequilibrio del contesto libico e di declino del settore petrolifero nazionale, ENI è stata una delle poche compagnie petrolifere straniere in grado di mantenere le proprie attività in Libia, concentrando la propria attività principalmente nell’area di Tripoli dove si trovano il terminal di Mellitah e i giacimenti offshore di Bouri.

Nonostante questo, le oggettive difficoltà date dalla mancanza di sicurezza e, negli ultimi mesi, dagli attacchi dello Stato Islamico hanno portato la compagnia italiana a premere sia sul proprio Governo sia sul NOC per la soluzione della questione. In questo senso risulta significativo che l’ultimo incontro tra NOC e ENI sia del 12 marzo, pochi giorni prima dell’ingresso di Sarraj a Tripoli, e che sia stato organizzato per approvare il budget 2016. Un legame tra i due attori che appare, dunque, solido e continuativo nonostante le difficoltà del Paese e che sembra riuscire a modularsi a seconda delle contingenze. A tal riguardo esemplificativa risulta essere l’intervista rilasciata dall’ex Amministratore Delegato ENI Paolo Scaroni che, intervistato in merito al futuro della Libia, avrebbe dichiarato che l’unica soluzione praticabile potrebbe essere la divisione in aree di influenza con esclusiva gestione delle risorse naturali, petrolio e gas in primis. Una divisione amministrativa che ricalcherebbe i confini delle regioni maggiori (Tripolitania, Cirenaica) e le sfere di competenza delle diverse compagnie petrolifere con l’Italia fermamente posizionata in Tripolitania. Dall’investimento internazionale nella questione petrolio e dalla priorità riservatagli dal GNA all’arrivo a Tripoli sembra, così, evidente che il settore idrocarburi, oltre a ricoprire un ruolo sostanziale nella futura economia libica, rappresenta una variabile imprescindibile per il bilanciamento politico e diplomatico del Paese sia all’interno sia verso l’estero.

Negli ultimi cinque anni è raddoppiato il numero di lavoratori minorenni di età compresa tra i 10 ed i 17 anni. Povertà e disoccupazione – aggravate dagli otto anni di assedio israeliano sulla Striscia e dalla ultima offensiva militare di Tel Aviv – hanno spinto bambini ed adolescenti a lasciare l’istruzione scolastica e a lavorare per aiutare le proprie famiglie

Un bambino palestinese raccoglie del pesce al porto di Gaza. Foto: REUTERS/Mohammed Salem)

di Rosa Schiano

Roma, 5 aprile 2016, Nena News – Negli ultimi cinque anni è raddoppiato a Gaza il numero di lavoratori minorenni di età compresa tra i 10 ed i 17 anni: sarebbero 9700, di cui 2.900 al di sotto dei 15 anni, cioè l’età minima legale di ammissione all’impiego. È quanto emerge da un rapporto dell’Ufficio Palestinese di Statistica. Secondo alcuni economisti della Striscia, la cifra reale potrebbe essere due volte superiore.

Le condizioni socio economiche sono peggiorate dopo otto anni di blocco economico che hanno messo in ginocchio l’economia della Striscia e soprattutto dopo la devastante offensiva israeliana dell’estate del 2014. Povertà e disoccupazione hanno spinto bambini ed adolescenti a lasciare l’istruzione scolastica e tentare di guadagnare per aiutare le proprie famiglie, altri riescono a lavorare una volta terminate le lezioni.

Lavorano duramente in officine meccaniche, fabbriche e cantieri edilizi, spesso vendono in strada accendini, caramelle, gomme da masticare, pane, tè caldo da bere al momento e guadagnano pochi euro a settimana, non sufficienti ad aiutare le proprie famiglie. Si tratta di ragazzi appartenenti a nuclei familiari che vivono in condizioni di grande povertà e che maggiormente hanno accusato il colpo dell’elevato tasso di disoccupazione – che attualmente si attesta al 43% – il più alto al mondo secondo la Banca Mondiale e che cinque anni fa era al 35%. Secondo le Nazioni Unite, l’80% della popolazione della Striscia è dipendente dagli aiuti internazionali.

I loro padri spesso non guadagnano abbastanza o sono disoccupati e le loro famiglie numerose lottano per andare avanti fino alla fine del mese. A volte, i bambini e gli adolescenti che lavorano hanno perso uno dei loro genitori durante la guerra, altre volte i genitori sono disabili o malati e non sono in grado di provvedere ai propri figli. Una situazione che li sottopone a un grande sforzo psicologico, considerato che la maggior parte di essi presentano sintomi da disturbo da stress post traumatico. In molti casi i minori si sono dati da fare per ottenere un ricavo economico anche dalle macerie che rimangono dall’ultima offensiva, cercando pezzi di cemento e materiali da riciclare e rivendere.

In un altro recente rapporto l’Ufficio Palestinese di Statistica aveva affermato che nel 2015 erano complessivamente oltre 65.000 i minorenni tra i 7 ed i 14 anni che lavorano nei Territori Palestinesi Occupati, in aggiunta a 102.000 minori sotto i 18 anni. Fra questi figurano i minori palestinesi che lavorano negli insediamenti coloniali – principalmente nella Valle del Giordano, in Area C – il cui sfruttamento è stato denunciato da Human Rights Watch in un rapporto pubblicato l’anno scorso. I bambini lavoratori sono costretti a raccogliere verdure e ortaggi negli insediamenti agricoli e lavorano in condizioni dure e pericolose per la propria salute. Anche in questo caso, i minori hanno dichiarato di essere costretti a lavorare per poter aiutare le proprie famiglie, lì in quell’area della Cisgiordania sotto totale controllo israeliano dove maggiormente è alto il tasso di povertà delle famiglie palestinesi.

A Gaza esiste inoltre un’evidente disuguaglianza economica tra bambini appartenenti a famiglie che vivono in condizioni di benessere e che si possono permettere vestiti e cellulari ed altri che non hanno accesso a beni di prima necessità. Alcune istituzioni ed organizzazioni umanitarie tentano di riportare in classe bambini che hanno abbandonato la scuola e spiegano alle loro famiglie che l’istruzione dei propri figli vale più dei pochi soldi che possono guadagnare.

Sembra che l’assedio isoli Gaza anche sotto l’aspetto del lavoro minorile; la Striscia pare infatti andare in controtendenza rispetto al resto del mondo, dove il tasso di lavoro è diminuito di un terzo dal 2000, secondo quanto riporta l’Organizzazione Internazionale del Lavoro ed il numero di lavoratori minorenni è sceso da 246 milioni a 168 milioni.

L’economia di Gaza non può sopravvivere se non è connessa al mondo esterno. La chiusura dei valichi, le restrizioni al movimento di beni e persone imposte da Israele ed Egitto e la distruzione dei tunnel da parte del governo di Al Sisi hanno contribuito ad incrementare le difficoltà economiche nel territorio. Secondo un rapporto del Palestinian Center for Human Rights pubblicato a marzo sull’impatto del blocco, la restrizione al movimento di merci al valico di Kerem Shalom (Karm Abu Salem), unico valico commerciale della Striscia, ha comportato l’assenza di beni di prima necessità, carburante, gas da cucina e materiale da costruzione. Le autorità israeliane hanno inoltre continuato a vietare le esportazioni di prodotti verso la Cisgiordania ed il resto del mondo fatta eccezione per quantità limitate di alcuni prodotti per lo più agricoli. L’impossibilità di esportare ha costretto alla chiusura centinaia di fabbriche nella Striscia, fra cui fabbriche tessili e di abbigliamento. Di conseguenza, non vi è stata finora nessuna possibilità di rianimare l’economia palestinese.

Alle difficoltà dettate dall’assedio si aggiungono le conseguenze ancora vive dell’ultima operazione militare sulla Striscia nel corso della quale le bombe israeliane distrussero almeno 11.000 abitazioni e ne danneggiarono gravemente altre 6.800, causando lo sfollamento circa 100.000 persone. Nel mese di febbraio di quest’anno, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) ha dichiarato che alla fine del 2015 almeno 16.000 famiglie (90.000 persone) erano ancora senza casa, mentre alla fine di gennaio, solo il 15% circa delle famiglie sfollate (2.703) sono riuscite a tornare alle proprie case che sono state riparate o ricostruite. La riparazione e la ricostruzione di altre 2.000 case è in fase di completamento, grazie all’aiuto economico internazionale. Nonostante questi progressi – afferma il rapporto – ad un anno e mezzo di distanza dalla fine dell’offensiva, la ricostruzione e la riparazione delle abitazioni del 74% delle famiglie sfollate deve ancora iniziare. Nena News

I risultati della necroscopia resi noti ieri mostrano che il giovane 21 palestinese era ancora vivo prima di essere ucciso a Hebron lo scorso 24 marzo. Demolizioni di case palestinesi a Gerusalemme est e in Cisgiordania

di Roberto Prinzi

Roma, 4 aprile 2016, Nena News – Era ancora vivo il 21enne Abd al-Fattah as-Sharif prima di essere ucciso a distanza ravvicinata da un soldato israeliano il 24 marzo scorso a Hebron. “I risultati dell’autopsia erano prevedibili. Quello che il mondo intero ha visto nel video già era di per sé sufficiente, la necroscopia lo ha solamente confermato” ha affermato con amarezza il dottore palestinese Rayan al-Ali, presente durante l’esame necroscopico compiuto presso l’Istituto israeliano di medicina forense a Abu Kabir, vicino a Tel Aviv. Un’esame a cui al-Ali ha potuto solo assistere e che non ha eseguito per via di un ordine della Corte suprema israeliana.

I risultati dell’autopsia non presentano nulla di nuovo, ma confermano quanto già appare evidente nel video dell’organizzazione israeliana B’Tselem dove si sentono i soldati israeliani gridare in ebraico: “il cane [as-Sharif, ndr] è ancora vivo” e l’imputato affermare: “il terrorista merita di morire”. Il dato più interessante che è emerso ieri, però, è che il colpo mortale è stato sparato a distanza ravvicinata e ciò, secondo alcuni commentatori, avallerebbe la tesi secondo cui as-Sharif è stato “giustiziato”. L’aspetto più importante che ora resta da dimostrare all’accusa è se il palestinese a terra, già colpito dai soldati dopo aver accoltellato un militare, rappresentava o meno una “minaccia” per l’incolumità degli israeliani. Stando a quanto mostra il breve filmato – dove si vede nitidamente uno dei militari allacciarci le scarpe proprio vicino ad ash-Sharif mentre affianco al giovane agonizzante passano alcuni coloni israeliani – sembrerebbe di no.

E’ proprio sulla questione della “pericolosità” della vittima che si sta muovendo la difesa del soldato-killer (il cui nome non è stato reso noto dalla stampa locale). Una difesa raffazzonata e contraddittoria. In un primo momento l’imputato ha dichiarato che as-Sharif era una “minaccia” per i militari perché poteva azionare la cintura esplosiva (che, però, non ha mai indossato). Poi la versione è cambiata e la difesa ha parlato di un coltello vicino ad as-Sharif che il giovane avrebbe potuto utilizzare per compiere un’ulteriore aggressione.

Nonostante le dichiarazioni contraddittorie, la tesi del soldato è stata già parzialmente accolta dalla corte militare israeliana che sta indagando sul caso: chi ha sparato, infatti, sarà processato per omicidio colposo e non doloso perché ha agito senza intenzionalità. Che tradotto vuol dire: non è stata commessa una esecuzione a sangue freddo. Non solo, venerdì il soldato è stato condotto anche in una base militare nella Valle del Giordano (non in un carcere quindi) dove sconterà una detenzione “aperta” e potrà ricevere le visite dei familiari. Quello che pare emergere in queste prime fasi processuali è una spaccatura tra il procuratore militare Zagagi-Pinhas e i vertici dell’esercito (e in parte della corte) che, invece, sembrano far quadrato attorno all’accusato.

Zagagi-Pinhas ha usato parole molto dure contro l’uccisore di as-Sharif: “[il soldato] ha dato risposte evasive a domande sorte dalla sua versione dei fatti. I suoi continui cambiamenti di versione hanno sollevato dubbi sulla credibilità delle richieste della difesa. ” tuonava qualche giorno fa. “Il quadro su cui si basano i sospetti contro di lui – aggiungeva – è molto chiaro: il soldato ha detto più volte che il terrorista ha provato a raggiungere il coltello mentre il video mostra una situazione diversa, con il coltello a una distanza significativa dal terrorista che è in grave condizioni. Il video parla da solo. Il terrorista non rappresentava alcuna minaccia: nessuna delle altre persone sulla scena erano allarmate. Il militare ha mostrato indifferenza nel colpire il terrorista e lo ha fatto senza avvertire prima i commilitoni e i comandanti”. La durezza di Zagagi-Pinhas, però, sembra cozzare con la “morbidezza” finora mostrata da chi dovrà emettere la sentenza finale sul caso.

Un caso che ha avuto ampia eco internazionale. “Siamo preoccupati che questa uccisione potrebbe non essere stata solo un episodio isolato – dichiarava alcuni giorni fa l’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, Rupert Colville – tutti gli incidenti dove le forze di sicurezze [israeliane] hanno provocato la morte o il ferimento [degli aggressori] saranno pienamente indagati e i responsabili saranno chiamati a rispondere delle proprie azioni”. Riesaminare tutti i casi appare una pia illusione. Di sicuro Colville non è il solo a livello internazionale che accusa Israele di aver compiuto “omicidi extragiudiziari”. Dubbi sono stati espressi la scorsa settimana anche dal senatore del Vermont, Patrick Leahy, e da 10 membri della Camera dei Rappresentanti Usa che hanno anche firmato una lettera in cui denunciano le “sospette esecuzioni extragiudiziali” compiute recentemente dalle forze armate israeliane.

E una lettera, alcuni mesi fa, l’avevano firmata anche diverse famiglie di aggressori palestinesi (veri e presunti) uccisi in questi ultimi mesi dall’esercito israeliano. Il motivo? Chiedere alle autorità israeliane di compiere le autopsie sui corpi dei loro cari ammazzati nel corso di quelle che i palestinesi chiamano “operazioni”, ma che gli israeliani considerano “atti di terrorismo”. Non una pura formalità volta soltanto a stabilire i casi dei decessi, ma una vera e propria richiesta politica: i risultati ufficiali degli esami necroscopici, infatti, sono necessari per denunciare Tel Aviv alla Corte penale internazionale. Nella lettera, le famiglie chiedevano anche la presenza di un dottore palestinese durante l’esecuzione delle autopsie data la scarsa fiducia nutrita nei confronti delle istituzioni israeliane. Una sfiducia che deriva, sostengono le associazioni umanitarie locali, dall’impunità che viene offerta agli israeliani in caso di violenze contro i palestinesi.

Mentre le indagini proseguono, i bulldozer israeliani sono tornati all’azione stamane in Cisgiordania e a Gerusalemme est dove sono state demolite cinque case palestinesi perché costruite “senza permessi”. Le demolizioni sono avvenute nel villaggio di Surif (nord di Hebron), a Khirbet al-Marajiim (Nablus) e nel quartiere di Jabal al-Mukabbir (nella parte occupata di Gerusalemme est).

Ma “l’illegalità” nelle costruzioni non è l’unico motivo dietro la distruzione di case palestinesi: oggi tre abitazioni nel villaggio di Qabatiya (a sud di Jenin) sono state rase al suolo come “punizione” per un attacco armato compiuto lo scorso febbraio a Gerusalemme da tre giovani del luogo (poi uccisi). Nena News

Roberto Prinzi è su Twitter @Robbamir

Gli scontri, iniziati lo scorso aprile, vedono contrapposti da un lato i sostenitori del presidente Nkurunziza e, dall’altro, coloro che ritengono il suo terzo mandato presidenziale una violazione della carta costituzionale e degli accordi di Arusha. La guerra civile ed etnica terminata nel 2005 ha causato circa 300.000 morti

Foto: Unhcr

di Federica Iezzi

Roma, 4 aprile 2016, Nena News – Accolto dalle autorità del Burundi il consenso al dispiegamento di una forza militare delle Nazioni Unite nel Paese per fermare le violenze che rischiano di sfociare nell’ennesimo conflitto etnico. Via libera anche all’aumento del numero di osservatori dei diritti umani ed esperti militari dell’Unione Africana, in territorio burundese. Il Burundi è stato coinvolto in una spirale di violenze politiche da quando, lo scorso aprile, il presidente Pierre Nkurunziza, sfruttando una controversa interpretazione della Costituzione, ha vinto il suo terzo mandato con il 69% dei voti.

La crisi sanguinosa che ha ucciso fino a 900 persone contrappone i sostenitori del presidente Nkurunziza contro chi ritiene, la sua rielezione per il terzo mandato, una violazione al limite dei due soli mandati previsti dalla Costituzione e dagli accordi di Arusha, che nel 2005 avevano posto fine alla guerra civile ed etnica che aveva lasciato come eredità al Paese 300.000 morti. Dopo un fallito colpo di stato e due visite ufficiali da parte dell’ONU, il governo ha intensificato la repressione. Il risultato sono i più di 250.000 civili fuggiti nei Paesi limitrofi, Rwanda, Tanzania, Uganda e Congo, e le altre 15.000 persone sfollate all’interno del Paese.

L’ultima visita degli esponenti dell’ONU risale allo scorso gennaio. In quell’occasione, era stato verificato che 439 persone erano state uccise solo negli ultimi mesi, che le persone venivano selettivamente uccise – tutsi in questo caso – e che coloro che hanno ucciso cercavano essenzialmente di distruggere la leadership dell’altro gruppo. Il quadro è quello di una riprese delle feroci divisioni tra hutu, tutsi e twas. La risoluzione, figlia di un’analisi francese e disposta dai 15 Stati membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, si prefigge di lavorare con il governo del Burundi al disarmo, all’assistenza civile nello sviluppo, al monitoraggio e alla sicurezza sul confine con il Rwanda, all’avanzamento di uno Stato di diritto. Il Consiglio ha sottolineato la fondamentale importanza del dialogo tra maggioranza e opposizione, al fine di trovare una soluzione pacifica consensuale all’interno del Paese.

Nel testo della risoluzione si evince una diminuzione del numero di omicidi affiancata da un preoccupante aumento di violazioni dei diritti umani, arresti arbitrari, detenzioni, condanne senza processo, esecuzioni extragiudiziali, sparizioni e sevizie. Dunque nonostante alcuni progressi, compreso il rilascio di alcuni detenuti, la riapertura di una stazione radio indipendente e la cooperazione del governo con esperti di diritti indipendenti, le gravi violazioni non accennano a fermarsi.

L’opposizione chiede il dispiegamento delle forze militari per disarmare i violenti gruppi armati conservatori, tra cui le milizie alleate al partito di governo CNDD-FDD (Consiglio Nazionale per la Difesa della Democrazia-Forze per la Difesa della Democrazia), note come ‘Imbonerakure’. Ad oggi gli Imbonerakure hanno circa 50.000 membri in tutto il Paese e ricevono addestramento militare nella Repubblica Democratica del Congo. In molte zone rurali, le milizie agiscono in collusione con le autorità locali e con totale impunità. I timori di una guerra etnica hanno portato anche ad una crisi economica. L’economia del Burundi, che si basa molto sugli aiuti internazionali e sulle esportazioni di tè e caffè, si è ridotta di un ulteriore 7,2% rispetto allo scorso anno. Sospeso anche il sostegno finanziario diretto al governo del Burundi da parte dell’Unione Europea.

Il Burundi ha avuto una storia in cui la giustizia è stata negata e la vita ha continuato a scorrere in un modello di impunità. Negli ultimi 50 anni nessuno è stato punito per i crimini contro l’umanità e per i genocidi commessi dal 1993 al 2005. Nena News

L’attivista palestinese di «Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni» sulle nuove misure punitive

Omar Barghouti

di Michele Giorgio  il Manifesto

Roma, 4 aprile 2016, Nena News – Dal tono della voce di Omar Barghouti traspaiono determinazione e preoccupazione. «Non sono sorpreso – ci dice l’opinionista palestinese, uno dei fondatori della Campagna per il boicottaggio accademico e culturale di Israele (Pacbi) e del movimento per il Boicottaggio, Disinvestimento e sanzioni (Bds) –, non sono nuove le intimidazioni israeliane contro chi denuncia l’occupazione e difende i diritti umani e i diritti del popolo palestinese». La differenza – aggiunge – «è che ora gli israeliani prendono di mira direttamente chi denuncia violazioni abusi e discriminazioni e, più di tutto, non esitano a fare nomi e cognomi mettendo a rischio le persone indicate nei loro avvertimenti».

Il nome di Omar Barghouti, che ha scritto anche per il New York Times, è stato fatto più volte durante la conferenza «Stop Bds» tenuta a inizio settimana a Gerusalemme su iniziativa di Ynet (il portale del quotidiano Yediot Ahronot). E nei suoi confronti (e degli altri attivisti del Bsd) sono state annunciate severe misure punitive e lanciati pesanti avvertimenti. Il ministro responsabile per l’intelligence Israel Katz ha ipotizzato delle «esecuzioni mirate civili» di chi porta avanti il boicottaggio di Israele precisando di non proporre l’eliminazione fisica degli attivisti del Bds ma di colpirli in altri modi.

Il ministro dell’interno Aryeh Deri è stato più chiaro portando ad esempio proprio Omar Barghouti che, ha sottolineato, è in possesso di una carta d’identità blu (la residenza in Israele), da quando nel 1994 ha sposato una palestinese con cittadinanza israeliana. Quindi, ha lasciato capire, a Barghouti potrebbe essere revocato il diritto a risiedere e ad entrare nel territorio israeliano, così come è avvenuto di recente con i familiari di palestinesi accusati di attentati. Per il ministro dell’interno il Bds intende distruggere lo Stato ebraico e Omar Barghouti non sarebbe meno pericoloso di Hezbollah o dell’ayatollah Khameini e gli attivisti del boicottaggio vanno trattati come «terroristi».

Alla conferenza di Ynet oltre a diversi ministri, hanno preso parte anche parlamentari della maggioranza e dell’opposizione e Roseanne Barr, un’attrice e conduttrice tv statunitense, vincitrice di svariati Emmy Awards. La controffensiva di Israele alle iniziative di boicottaggio – in risposta, spiega il Bds, alle politiche israeliane – ha avuto un forte impulso nell’ultimo anno. Pesano anche le donazioni raccolte nei mesi scorsi dal ricco imprenditore israelo-americano Sheldon Adelson, vicino al premier Netanyahu e proprietario del quotidiano israeliano di destra Israel HaYom, allo scopo di combattere il Bds che progressivamente sta prendendo piede nei campus universitari americani. Di recente esponenti di governi e parlamenti di alcuni Paesi europei e dell’America latina, sollecitati da Israele, hanno annunciato l’approvazione di leggi punitive contro il Bds.

Il governo Netanyahu non si mostra preoccupato per gli effetti economici del boicottaggio quanto per la crescita nell’opinione pubblica europea ed americana di una maggiore consapevolezza dell’occupazione militare dei Territori e delle sue conseguenze per i palestinesi. A rischio è lo status internazionale dello Stato ebraico. In Europa e Stati Uniti, associazioni, sindacati, studenti, intellettuali, professori universitari hanno preso posizione a favore del boicottaggio di Israele. Nelle scorse settimane centinaia di docenti italiani hanno firmato una petizione contro l’università di Haifa “Technion” accusata di partecipare attivamente alla produzione di armi poi usate dall’Esercito contro i palestinesi. Gli attivisti del Bds inoltre sollecitano a non acquistare prodotti israeliani, in particolare quelli provenienti dalle colonie ebraiche nei Territori occupati. Senza dimenticare l’appello lanciato da Bds ad artisti internazionali affinché rinuncino ad esibirsi in Israele. Negli ultimi anni diverse pop e rock star internazionali hanno annullato i loro concerti a Tel Aviv.

«Prendo sul serio le minacce che mi sono state rivolte (alla conferenza di Ynet) – ripete Barghouti –, tenendo presente il livello di impunità esistente nell’establishment israeliano, non posso che essere preoccupato anche per la mia incolumità. Tuttavia se da un lato non prendo alla leggera questa minaccia dall’altro non ho alcuna intenzione di interrompere il mio impegno per i diritti umani e per i diritti dei palestinesi». Nena News

Michele Giorgio è su Twitter @MicheleGiorgio2

Le forze armate gestiscono il 35-40% del Pil del paese. Producono di tutto, dal cibo alle tv, e ottengono gli appalti più redditizi. Su di loro si fonda il potere extraparlamentare di al-Sisi

di Chiara Cruciati   il Manifesto

Roma, 4 aprile, 2016, Nena News – La famiglia Regeni, con la sua caparbia e necessaria ricerca della verità, non sfida solo uno Stato. Sfida un sistema monolitico di potere in cui interessi economici, strategia politica e autoritarismo si intrecciano nelle mani dei responsabili, diretti e indiretti, della morte di Giulio.

Le apparenti spaccature dentro il governo egiziano tra Ministero degli Esteri (che ancora ieri ribadiva al quotidiano al-Shorouq l’intenzione di collaborare con l’Italia) e il Ministero degli Interni (intenzionato a salvarsi dalla tempesta) possono essere relegate in un angolo, esercizi filosofici che difficilmente si tradurrano in un reale cambiamento degli equilibri nazionali. Non è un caso che, nonostante le pressioni dell’opinione pubblica italiana e dei media indipendenti egiziani, il parlamento resti in silenzio, spettatore passivo di un regime che opera in totale autonomia.

Per capire l’Egitto del presidente-generale basta guardare a chi detiene il potere economico. Il Cairo uscito dalle ceneri di una rivoluzione senza precedenti è ancora preda dell’esercito. Un potere radicato da ben prima di Gamal Abd el-Nasser e oggi sempre più tentacolare. Su questo si fonda il regime del golpista al-Sisi e del suo Ministero degli Interni, la mano che gestisce forze di sicurezza e servizi segreti, vera autorità interna in uno Stato di polizia.

Abdel Fattah al-Sisi non gode di un partito politico d’appoggio, di una forza parlamentare a cui sostenersi. Perché il parlamento non è la chiave per il controllo dell’opinione pubblica, ma lo è l’esercito, unica sua fonte di legittimazione politica. Al-Sisi ha l’esercito e l’esercito ha la ricchezza. E la ricchezza porta con sé influenza politica, autorità sociale, posti di lavoro in una fase di recessione, reti clientelari fedeli per interesse.

Da quando ha assunto il potere con la forza, il presidente-generale ha emesso 263 decreti presidenziali. Di questi 32 hanno a che fare con l’esercito: ha aumentato del 10% gli assegni pensionistici dei militari; ha autorizzato la Difesa a creare compagnie di sicurezza private; ha dato alla Lands Projects Agency, compagnia dell’esercito nata nel 1981, il potere di lanciarsi nel settore commerciale per fare profitto. Ovviamente senza pagare le tasse e sfruttando come manodopera gratuita i giovani chiamati alla leva.

I numeri sono esorbitanti, un business coperto dal segreto di Stato che rappresenterebbe – secondo stime di fonti indipendenti – il 35-40% del prodotto interno lordo. Oltre un terzo dell’economia di un paese di 85 milioni di persone, di cui una parte è attribuibile alle forze armate e una parte al Ministero degli Interni. Al-Sisi, in un’intervista del 2014, negò e parlò di una fetta minima dell’economia nazionale: non più del 2% del Pil. Ma due anni prima l’allora vice ministro per gli Affari Finanziari, il generale Mohamed Nasr, rivelò entrate pari a 198 milioni di dollari.

L’esercito controlla innumerevoli compagnie private, dal settore delle costruzioni a quello agricolo, dal turismo alla sanità. Fino alla produzione di fertilizzanti: a novembre al-Sisi ha annunciato la creazione di un’industria di fertilizzanti, affidata alla compagnia el-Nasr di proprietà delle forze armate, che sfornerà un milione di tonnellate l’anno in nove diversi impianti.

Dietro sta la National Service Projects Organization, ente creato dall’esercito nel 1979 per soddisfare le necessità di consumo delle forze armate ma ben presto diventato così potente da vendere l’ingente surplus al mercato interno egiziano. Produce e vende di tutto, pasta, acqua minerale, benzina, cemento, frigoriferi, tv, computer. Allo stesso tempo, all’esercito vengono affidati i progetti infrastrutturali più redditizi: l’allargamento del Canale di Suez, 9 miliardi di dollari; l’aeroporto di Sohag e il porto di Gurghada; ponti, stadi, ospedali e strade; e ora il mega progetto di trasformazione di 600mila ettari di deserto in terra coltivabile.

Il sistema si fonda su un oligopolio impossibile da scalfire: prima il potere politico rappresentato dal governo concede appalti alle aziende legate alle forze armate; poi quelle stesse aziende producono beni e servizi a costi più bassi di quelli del settore privato civile, mangiandosi buona parte della domanda di consumo. Fuori resta il popolo egiziano, costretto nel limbo della crisi economica, del gap di investimenti tra centro e periferia, dell’indebolimento delle piccole e medie imprese soffocate da tasse e concorrenza sleale, dell’assenza di opportunità di lavoro. La risposta è spesso la stessa: clientelismo, favori, fedeltà all’élite politico-economica per entrare nell’ingranaggio.

E il parlamento egiziano non ha voce in capitolo: non ha il diritto di conoscere il budget reale delle forze armate, il valore delle terre pubbliche possedute, i tentacolari interessi economici dei vertici dell’esercito. Né tantomeno ha il potere di sottoporre a controlli o supervisioni i progetti commerciali ed economici dei militari. Nonostante ciò, ci prova ancora: un gruppo di parlamentari sta lavorando a disegni di legge volti ad ottenere risposte definitive a richieste rimaste sempre inevase. Gli assetti economici dell’esercito, dice un parlamentare in anonimato al sito web Al-Monitor, si sta espandendo di anno in anno ma «l’interesse nazionale impedisce al parlamento di aprire un’inchiesta». Nena News

Chiara Cruciati è su Twitter @ChiaraCruciati

Le autorità israeliane hanno concesso ai palestinesi un ampliamento dell’area marittima di oltre 3 miglia dalla costa. Ma i pescatori chiedono maggiori diritti


di Rosa Schiano

Roma, 4 aprile 2016, Nena News – Centinaia di piccole barche e pescherecci sono salpati dal porto di Gaza nel pomeriggio di ieri per raggiungere le 9 miglia dalla costa, il nuovo limite marittimo che Israele ha concesso ai pescatori palestinesi estendendo l’area per la pesca precedentemente limitata alle 6 miglia.

Tanti e tutti insieme sono partiti, condividendo l’emozione con chi dal porto assisteva a questo evento che non accadeva da almeno 10 anni, mentre altri pescatori le cui barche sono state confiscate erano attristati per non poter parteciparvi. Decine di persone in piedi sugli scogli hanno accompagnato le barche con i loro occhi, i loro sorrisi, le macchine fotografiche.

Dallo scorso giovedì si era appreso che le autorità israeliane avevano deciso di estendere l’area per la pesca a partire dal mese di aprile e solo per alcune zone della Striscia: dalla parte centrale detta “Wadi Gaza” verso sud fino al confine egiziano, senza variazioni per il limite di 6 miglia nelle acque a nord della Striscia.

Nizar Ayyash, presidente dell’Unione dei pescatori di Gaza, ha dichiarato che l’estensione non è sufficiente ed ha sottolineato che gli accordi di Oslo riconoscono ai palestinesi 20 miglia nautiche dalla costa.

La preoccupazione è tanta e giustificata. In un’intervista rilasciata al New York Times, Zacaria Baker, coordinatore locale del comitato dei pescatori nella UWAC (Union of Agricultural Work Committees), oltre ad esprimere la grande emozione vissuta dai pescatori, ha chiesto se sarebbe stata garantita loro anche una adeguata protezione, affermando che a volte le forze navali israeliane aprono il fuoco anche all’interno delle zone autorizzate. La maggior parte dei pescatori usano il GPS per misurare la loro distanza dalla costa, ha affermato Baker.

Le autorità israeliane negano di attaccare barche palestinesi all’interno dell’area concessa, affermando di fermare o arrestare soltanto i pescatori che violano questo limite. Eppure, nel corso degli ultimi anni, sono diverse le testimonianze e le registrazioni di violazioni da parte delle navi militari israeliane che immotivatamente sono entrate nelle acque di Gaza ed hanno attaccato ed arrestato pescatori. Si tratta di violazioni – uso di armi da fuoco, cannonate di acqua, inseguimenti, arresti – che spesso sono state riportate anche da osservatori internazionali, denunciate da centri per i diritti umani e che in alcuni casi sono state visibili anche dalla costa. Inoltre, è stato spesso rilevato che il limite marittimo a nord di Gaza non è effettivamente di 6 miglia – come invece dichiarato – e che la marina israeliana ha imposto ai pescatori di lavorare in uno spazio marittimo più ristretto man mano che ci si avvicina al confine israeliano (concedendo un limite di circa 1.5 miglia dalla costa).

Nel corso degli anni i pescatori sono stati vittime non solo di attacchi e di arresti, ma sono stati spesso privati delle loro imbarcazioni – unica fonte di sostentamento per le loro famiglie – e delle attrezzature per la pesca.

La maggior parte dei pescatori di Gaza vive in condizioni di povertà e molti di essi si sono indebitati per poter acquistare i motori, spesso crivellati dai proiettili. A causa di queste difficoltà il numero dei pescatori è diminuito progressivamente nel corso degli anni. Ciò che essi guadagnano non è sufficiente a soddisfare le necessità economiche delle proprie famiglie.

Gli accordi per la tregua raggiunti con l’ultima offensiva israeliana dell’estate del 2014 denominata “Margine Protettivo” avevano stabilito un’estensione dell’area per la pesca fino a 6 miglia dalla costa, come era già stato previsto dagli accordi per la tregua della precedente operazione “Pilastro di Difesa” (novembre 2012). Nena News

Obama incontra Erdogan, fuori i servizi cacciano giornalisti e manifestanti. I due parlano di Siria, mentre Amnesty accusa Ankara (100 rifugiati siriani deportati ogni giorno) e Dundar e Gul affrontano la seconda udienza

Manifestanti protestano durante il discorso di Erdogan al Brookings Center (Foto: Drew Angerer/Getty Images)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 02 aprile 2016, Nena News – Erdogan esporta il modello turco anche negli Stati Uniti: giovedì, mentre parlava al Brookings Center, gli uomini della sicurezza cacciavano i giornalisti, strappavano cartelli di protesta dalle mani dei manifestanti, picchiavano reporter. Le immagini fanno da sfondo alla “faida” Obama-Erdogan: al presidente turco, in città per il summit sulla sicurezza nucleare, era stato negato un incontro ufficiale. Ma per zittire le voci di una rottura Obama ha visto Erdogan per un dialogo informale.

Nell’intervista-fiume al The Atlantic il presidente Usa aveva già spianato la strada ad un raffreddamento: «Considera [Erdogan] un autoritario che rifiuta di usare il suo enorme esercito per portare stabilità in Siria», scriveva l’intervistatore Goldberg. Proprio la Siria è stata al centro del dialogo tra i due, con contorno di lamentele turche per il sostegno di Washington alle Ypg kurde. La Casa Bianca, da par suo, non ha alcuna intenzione di abbandonare una forza efficace contro l’Isis. E Obama è ben consapevole che la bellicosa strategia militare turca evita l’Isis ma colpisce i kurdi.

Ma ancora giovedì Ankara tornava sulla questione Rojava: se le Ypg supereranno la linea rossa, unilateralmente individuata nelle città di Azaz e Jarabulus, ripartiranno i raid. A distanza rispondeva la Russia: secondo Rt, Mosca ha presentato al Consiglio di Sicurezza Onu le prove che Ankara avrebbe rifornito l’Isis di armi per un valore di 1,9 milione di dollari, rendendosi così il primo fornitore militare del gruppo.

I crimini delle autorità turche, avallati dal complice silenzio europeo, colpiscono anche i rifugiati siriani. Se Bruxelles dipinge la Turchia come paese sicuro in cui relegarli, il governo non li vuole: ieri Amnesty ha denunciato il rimpatrio forzato di migliaia di profughi. Una media di 100 al giorno da gennaio, tra loro donne e bambini, rispediti in una guerra a cui la Turchia partecipa nelle vesti di incendiaria.

A ciò si aggiunge una politica repressiva delle voci critiche in casa: l’incarcerazione di giornalisti e accademici, il commissariamento di quotidiani indipendenti, l’oscuramento dei social network. Il caso più eclatante è quello di Dundar e Gul, direttore e caporedattore di Cumhuriyet, imprigionati per tre mesi con l’accusa di spionaggio e sostegno ad organizzazioni terroristiche per aver svelato il tentativo dell’intelligence di consegnare armi a islamisti in Siria. Scarcerati dalla Corte Suprema, stanno affrontando il processo: ieri si è tenuta la seconda udienza, a porte chiuse come la prima. Nulla di fatto: tutto rimandato.

Prima dell’ingresso in tribunale, Dundar ha ribadito che alla sbarra dovrebbero esserci i servizi segreti e non dei giornalisti: «A processo c’è il nostro diritto ad informare e quello della gente a conoscere». Fuori, a sostegno dei due reporter centinaia di persone e membri dei partiti di opposizione Chp e Hdp, a cui è stato impedito di entrare in tribunale. Sono entrati invece 473 avvocati, intenzionati a portare avanti collettivamente la difesa di Dundar e Gul.

Dagli Usa risponde Erdogan che in un’intervista alla Cnn nega di essere in guerra con la stampa: «Non abbiamo mai fatto nulla per fermare la libertà di espressione. La stampa turca è molto critica nei confronti miei e del governo. Siamo stati molto pazienti», ha detto in un’apoteosi di ipocrisia.

Ultimo tassello del puzzle è la campagna anti-kurda a sud est: secondo la Human Rights Foundation, da agosto a marzo 310 civili kurdi hanno perso la vita in operazioni dell’esercito turco, sebbene giovedì il capo dell’aviazione Unal sia arrivato a dire che «nessun civile è stato danneggiato». Basta guardare alla giornata di ieri: due bambini, Harun Çağlı di 4 anni e Ayşenur Geçit di 6, sono morti per l’esplosione di un ordigno lasciato dall’esercito turco a Cizre.

La reazione kurda, fatta di resistenza civile e guerriglia urbana, potrebbe vivere un’escalation: giovedì Murat Karayilan, leader del Pkk e membro del Commando Generale dell’Hpg, ha annunciato l’invio di unità armate per «sostenere l’autodifesa dei giovani kurdi». Nelle stesse ore un’autobomba esplodeva alla stazione dei bus a Diyarbakir, uccidendo 7 poliziotti. Ieri il Pkk ha rivendicato l’attacco.

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

Il premier al-Abadi presenta i 16 ministri tecnici del nuovo esecutivo. Al-Sadr plaude e interrompe la protesta, i kurdi si oppongono e rifiutano il Ministero del Petrolio

Il premier iracheno Al Abadi

della redazione

Roma, 2 aprile 2016, Nena News – Il rimpasto di governo in Iraq promesso dal premier al-Abadi e chiesto da parte dei partiti politici del paese è stato realizzato. Il parlamento è chiamato entro sabato prossimo a votare o meno la fiducia o a proporre cambiamenti dei candidati ministri. Tra loro un ministro che piace molto all’Occidente e alle istituzioni finanziarie: Ali Allawi, sciita educato negli Stati Uniti, è stato nominato ministro delle Finanze, facendo felice così il Fondo Monetario Internazionale che ha in ballo un costistente prestito da 15 miliardi di dollari alle casse irachene.

Le pressioni sul primo ministro si erano fatte molto più forti nel corso delle ultime settimane, soprattutto da parte del blocco sadrista al-Ahrar che con sit-in e proteste ha chiesto la formazione di un nuovo esecutivo di tecnici, incaricato di portare avanti le riforme anti-corruzione che da agosto languono in parlamento.

La lista presentata da al-Abadi è composta da 16 ministri, 6 in meno del precedente governo. Tranne i titolari di Interni e Difesa, gli altri cambiano tutti. C’è chi plaude e chi oppone resistenza. Il religioso sciita Moqtada al-Sadr ha interrotto il sit-in nella Zona Verde di Baghdad dopo aver ottenuto quanto richiesto, definito il rimpasto “coraggioso” e promesso di votare sì alla fiducia. Una vittoria significativa quella incassata dal movimento sadrista che, nonostante una presenza limitata in parlamento (34 seggi su 328), fuori gode di un consenso sempre più ampio, dimostrato dalla partecipazione alle manifestazioni di protesta cominciate a febbraio e dall’autorità crescente ricoperta dalle Brigate dalla Pace. Di certo il ruolo sempre più radicato del religioso modifica almeno in parte gli equilibri interni, spostando l’asse della bilancia un po’ più lontano dall’Iran, che sta nella pratica gestendo le operazioni militari in corso nel paese.

Ma simili reazioni non sono giunte dal resto dello spettro politico iracheno che teme di perdere l’influenza e l’autorità guadagnata con politiche clientelari e corruzione. Tra i contrari ci sono i partiti kurdi che nei giorni scorsi avevano posto come precondizione alla fiducia almeno il 20% dei ministeri di Baghdad. Al-Abadi ha scelto proprio un kurdo, il geologo Nzar Saleem Numan, come ministro del Petrolio, un posto chiave soprattutto alla luce delle rotture tra Erbil e Baghdad in merito alla vendita del greggio all’estero e al conseguente blocco dei trasferimenti del budget nazionale. Eppure Numan ha rifiutato attribuendone la ragione “all’attuale situazione politica nel paese”: “Non c’è un ampio accordo politico sulla formazione del nuovo gabinetto iracheno”, ha commentato, riferimento chiaro alla contrarietà dei partiti kurdi in parlamento.

La strada resta in salita, danneggiando ulteriormente gli sforzi militari anti-Isis di Baghdad, troppo divisa per riuscire a rispondere con forza alle sfide che si presentano. A partire dalla ripresa di Mosul e dalla lotta alla corruzione. Nena News

 

L’esecutivo di al-Sarraj si è insediato a Tripoli, ma le resistenze interne sono numerose e distruttive. All’Occidente bastano le apparenze: la macchina della guerra è di nuovo in funzione

della redazione

Roma, 02 aprile 2016, Nena News – L’Europa scalda i motori. La precondizione tanto attesa si è finalmente palesata: un governo di unità libico si è insediato a Tripoli, l’operazione militare ormai è vicina. Poco importa che quel governo non sia riconosciuto dai due parlamenti rivali che avevano siglato un accordo di unità in Marocco, lo scorso dicembre, né che buona parte delle milizie attive sul campo lo minaccino apertamente. Mercoledì, il giorno dell’insediamento nella capitale, il parlamento islamista ha definito il governo al-Sarraj illegale e chiesto di andarsene subito.

Ma bastano le apparenze, come appare chiaro dalle parole del ministro degli Esteri francese Ayrault che ieri, rivolgendosi alla comunità internazionale, ha chiesto di preparare al più presto il supporto militare all’esecutivo del premier al-Sarraj. Supporto militare significa intervento armato che in un tale contesto di divisione significa guerra civile, ancora più distruttiva di quella che sta insanguinando la Libia dal 2011.

I gruppi armati fedeli ai parlamenti rivali di Tripoli e Tobruk hanno infatti già dichiarato la contrarietà ad un intervento straniero, che ovviamente non piace neppure alle milizie esterne ai due governi e ai gruppi islamisti attivi in Libia. L’unica milizia che ha riconosciuto fedeltà al nuovo esecutivo è quella di Misurata, che in questi giorni sta proteggendo la base dove il governo si è installato.

Centrale sarà il ruolo dell’Egitto che controlla l’esercito di Tobruk guidato dal potente generale Haftar: il presidente egiziano al-Sisi si è più volte detto contrario ad un’operazione europea anti-Isis nel paese, facendosi ago della bilancia del possibile confronto. Nei giorni scorsi, però, Il Cairo si è detto interessato a riconoscere il governo al-Sarraj, eliminando così la contrarietà a priori del parlamento di Tobruk che per mesi ha boicottato il voto di fiducia. Da parte sua Haftar resta in attesa, consapevole del potere di cui gode nell’est della Libia: secondo gli analisti, getterà un occhio sulla Tripolitania per verificare le capacità di tenuta del nuovo governo, per poi decidere cosa fare.

Ed ecco che Il Cairo del golpe militare veste nuovamente i panni del difensore degli interessi occidentali, un paravento che gli permette di proseguire nelle politiche di repressione delle libertà interne senza ricevere troppe critiche.

E se ieri dieci città libiche sottoposte all’autorità del governo islamista di Tripoli hanno dichiarato fedeltà al nuovo esecutivo di unità, di certo tale appoggio non basta. Non basta che sia la comunità internazionale a riconoscere un governo che la Libia stessa non riconosce. Gli applausi di Obama, Renzi e Hollande non possono che generare estrema preoccupazione, soprattutto alla luce dei piani internazionali che immaginano già una Libia divisa: gli italiani in Tripolitania, i britannici in Cirenaica, i francesi nel Fezzan, una divisione neocoloniale che avalla gli interessi strategici europei.

Interviene anche il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che giovedì ha emesso una risoluzione che attribuisce al solo governo di unità l’autorità di esportare petrolio all’estero, condannando contemporaneamente le “istituzioni parallele” che fanno altrettanto. Già ieri alcune milizie a controllo di giacimenti petroliferi hanno giurato fedeltà ad al-Sarraj. Nena News

Il soldato che ha ucciso a sangue freddo Abd al-Fattah al-Sharif aspetterà il processo in una base militare in detenzione “aperta”, nonostante il procuratore militare lo reputi colpevole

Il 21enne palestinese ucciso dal soldato israeliano a Hebron – Fonte: Ma’an News

della redazione

Gerusalemme, 02 aprile 2016, Nena News – Il soldato che ha ucciso a sangue freddo un ferito palestinese, il 21enne Abd al-Fattah al-Sharif, a terra con un colpo alla testa è stato rilasciato. Accusato di omicidio colposo e non volontario, perché “non mosso da intenzionalità”, ieri sera è stato condotto in una base militare in Valle del Giordano dove sconterà una detenzione “aperta”. La corte militare che lo ha giudicato, inoltre, gli ha concesso di ricevere subito visite familiari.

Martedì si terrà una nuova udienza nella quale gli avvocati difensori porteranno prove per chiederne il rilascio definitivo. Diversa, almeno in parte, la posizione del procuratore militare che ha lamentato una scarsa collaborazione da parte del soldato: “Ha dato risposte evasive a domande sorte dalla sua versione dei fatti. I suoi continui cambiamenti di versione hanno sollevato dubbi sulla credibilità delle richieste della difesa”, ha detto il procuratore Zagagi-Pinhas.

A parlare basterebbe il video girato da un membro dell’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem che mostra un’esecuzione a sangue freddo di un uomo impotente e già ferito. Parlare di autodifesa o di protezione della sicurezza di Israele, come fatto da innumerevoli parlamentari e politici israeliani, nega palesemente quelle immagini e le parole registrate: un soldato dice “Questo cane è ancora vivo”, lui risponde “Merita di morire”.

Lo stesso procuratore parla di “quadro molto chiaro, su cui basano i sospetti contro di lui”: “Il soldato ha detto più volte che il terrorista ha provato a raggiungere il coltello mentre il video mostra una situazione diversa, con il coltello ha una distanza significativa dal terrorista che era in grave condizioni. Il video parla da solo. Il terrorista non rappresentava alcuna minaccia: nessuna delle altre persone sulla scena erano allarmate. Il soldato ha mostrato indifferenza nel colpire il terrorista e lo ha fatto senza avvertire prima i commilitoni e i comandanti”.

Nonostante ciò, a pagare per ora è solo Imad Abu Shamsiyeh, l’attivista di B’Tselem che ha girato il video: ieri l’organizzazione ha chiesto alla polizia e all’esercito israeliano di proteggerlo dopo le minacce di morte ricevute questa settimana.

Palese è la differenza di trattamento con i prigionieri palestinesi, che scontano pene severissime anche se il reato commesso è il lancio di pietre (fino a 20 anni di carcere dal novembre 2014) e che vivono in condizioni detentive pessime. Se le visite familiari sono un lusso – molto spesso i palestinesi della Cigiordania vengono detenuti in prigioni in Israele, in violazione del diritto internazionale – ai prigionieri è imposto di pagarsi le spese della detenzione e quando escono raccontano e denunciano torture e umiliazioni fisiche e psicologiche da parte delle guardie carcerarie israeliane.

Ma come accade in tanti altri settori della vita quotidiana, dell’economia, dei diritti fondamentali, la legge nei Territori Occupati non è uguale per tutti. A preoccupare è, ancora una volta, l’humus razzista in cui si muove la società israeliana: se sondaggi hanno dimostrato chiaramente come buona parte degli israeliani difenda l’operato del soldato, se petizioni online per il suo rilascio hanno subito raccolto vasta eco, quelle immagini dicono qualcosa in più. Tre ambulanze israeliane accorse sul posto si lanciano sul soldato lievemente ferito da un coltello, in piedi e senza alcun danno grave, in grado di camminare e parlare perché l’entità della ferita è minima. A terra ci sono però due uomini, palestinesi, che – seppur responsabili di un attacco – prima vengono lasciati dissanguare senza che gli sia prestata alcuna cura e poi muiono, uno nel disinteresse dei medici e l’altro freddato da un uomo in uniforme. Nena News

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Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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