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Gli uomini di al-Asad sarebbero in possesso del 98% della parte orientale della megalopoli situata nel nord della Siria. Ma Damasco è stata costretta ieri a ritirarsi a est dall’antica città liberata a marzo. Mosca accusa: “La cooperazione con gli Usa avrebbe evitato gli attacchi dei terroristi”

della redazione

Roma, 12 dicembre 2016, Nena News – Sembra essere ormai giunta alla fine l’offensiva per la conquista di Aleppo est iniziata dal presidente al-Asad lo scorso 26 novembre: il governo siriano ha detto stamane di essere in controllo del 98% della parte orientale della megalopoli siriana. La notizia è stata confermata anche da Bassam Haj Mustafa, un alto ufficiale del gruppo radicale islamico Nour ad-Din al-Zinki, che ha definito “terrificante” la caduta della città.

L’esercito siriano, aiutato da milizie sciite provenienti da Libano, Iraq e Iran, è avanzato oggi a Sheikh Saeed infliggendo una dura sconfitta ai ribelli. La partita, però, non è ancora chiusa perché i combattimenti proseguono nelle aree non ancora abbandonate dai gruppi di opposizione (per lo più di stampo islamista). L’aviazione di Damasco ha colpito oggi anche l’area di Bustan al-Qasr (vicino alla parte occidentale governata dal governo) e il distretto di al-Fardous prima che quest’ultimo fosse definitivamente occupato dai lealisti di al-Asad.

E’ incerto il numero dei civili ancora presenti nelle aree dove si stanno registrando gli ultimi scontri. Sebbene decine di migliaia di cittadini siano fuggite nelle aree della città sotto il controllo del regime, c’è il fondato sospetto che diverse migliaia di abitanti della zona orientale di Aleppo siano ancora intrappolate nei distretti dove le armi non stanno tacendo.

La gioia comprensibile del governo siriano per la riconquista ormai imminente di Aleppo, la “capitale” del nord del Paese, giunge nelle stesse ore in cui gli uomini di al-Asad sono stati costretti a ritirarsi da Palmira (a est). L’antica città siriana infatti, “liberata” lo scorso marzo, è ritornata ieri nelle mani dei jihadisti dello Stato Islamico (Is). Una notizia che ha stizzito profondamente Mosca che, con il portavoce del presidente russo Vladimir Putin, ha attribuito le responsabilità della sconfitta alla mancata volontà degli Usa di collaborare con Mosca. “La cooperazione con gli Stati Uniti – ha detto oggi ai giornalisti Dmitry Peskov– ci avrebbe permesso di evitare gli attacchi dei terroristi”.

Secondo il portavoce russo, molti dei jihadisti tornati a Palmira hanno recentemente lasciato l’irachena Mosul da dove da quasi due mesi prosegue in chiave anti-Is un’offensiva congiunta irachena-americana. Se le parole di Peskov fossero confermate, è lecito pensare che l’Is, vistosi ormai accerchiato in Iraq, voglia giocarsi le ultime cartucce rimaste in Siria dove, nonostante le difficoltà, continua a mantenere una presenza significativa. Una presenza che è resa possibile soprattutto a causa delle differenti agende politiche di coloro che, almeno a parole, dichiarano di essere tutte anti-califfato.

Da tempo Damasco mira a riprendere definitivamente il controllo di Aleppo ed è comprensibile che il grande sforzo in termini militari e di uomini possa avere avuto degli effetti negativi in altre aree del Paese dove le forze di opposizione continuano a rappresentare una concreta minaccia. Tuttavia, il ritorno dei jihadisti a Palmira – la cui liberazione lo scorso marzo fu salutata con gioia da Damasco e finanche dai suoi detrattori in Occidente – è emblematico della fluidità della situazione politica siriana. Sebbene viva una fase positiva dal punto di vista militare, il governo siriano si dimostra ancora fragile in alcune aree riconquistate, ma non del tutto domate. Di questo il governo ne è fin troppo consapevole. In una intervista rilasciata la scorsa settimana al quotidiano al-Watan, lo stesso presidente al-Asad ha dichiarato che la “liberazione” di Aleppo, per quanto importante, non rappresenterà la vittoria della guerra. Il ritorno degli uomini di al-Baghdadi nell’antica città di Palmira glielo ha violentemente ricordato. Nena News

Nel giorno di lutto proclamato per gli attacchi di sabato sera, le forze di sicurezza hanno arrestato in varie province del Paese 118 membri del partito di sinistra Hdp. Erdogan promette di combattere “il terrorismo fino alla fine”, intanto accelera per cambiare la costituzione

Il luogo in cui si è verificato il duplice attentato di Istanbul sabato sera

di Roberto Prinzi

Roma, 12 dicembre 2016, Nena News – L’attentato di sabato sera a Istanbul ha avuto una risposta scontata: la dura repressione dei curdi. In un solo giorno sono stati arrestati dai reparti dell’antiterrorismo turco 118 membri del partito di sinistra filo curdo Hdp (Partito democratico dei Popoli). I blitz delle forze dell’ordine hanno avuto luogo presso le sedi dell’Hdp a Istanbul, Ankara, Manisa e Mersin. Proprio in quest’ultima città si è registrato il maggior numero di arresti con 51 esponenti del partito a finire con le manette ai polsi.Venti, invece, le persone arrestate a Istanbul, 7 nella capitale.

Ma se i numeri differiscono da un distretto provinciale ad un altro, non cambia la sostanza delle accuse: i detenuti sono infatti incriminati per la loro appartenenza al Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) e “per aver condotto propaganda terroristica”. Nulla di nuovo sotto il sole: sono ormai centinaia gli esponenti del partito (inclusi i co-presidenti dell’Hdp Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdag) a finire in carcere con la stessa accusa dopo il golpe del 15 luglio scorso.

In questo clima di caccia alle streghe, ieri il Paese ha vissuto un giorno di lutto nazionale carico di rabbia e dolore per la duplice esplosione avvenuta vicino allo stadio della squadra di calcio del Beşiktaş. Un attacco rivendicato ieri dal Tak (“I falconi della libertà del Kurdistan”). In un comunicato apparso sul sito del Tak, il movimento spiega che il duplice attentato suicida è una “risposta alla violenza dello stato turco nel sud est del Paese” e alla detenzione di Abdullah Ocalan, il leader del Pkk di cui il Tak rappresenta una corrente scissionista. Alla base del dissenso con il Partito dei lavoratori del Kurdistan, per i “Falconi” c’è soprattutto la disponibilità dei primi al compromesso politico con Ankara.

Grave è stato il bilancio degli attentati. Secondo quanto ha dichiarato ieri il ministro degli Interni turco, Suleyman Soylu, gli attacchi hanno causato la morte di 41 persone (perlopiù forze di polizia, ma anche 7 civili). Partecipando al funerale di alcuni agenti uccisi sabato, il ministro ha condannato i ribelli curdi e i loro alleati in Occidente definendo “animali” gli esponenti del Pkk. “Avete ottenuto qualcosa oltre a dimostrarvi servi, pedine e sicari di certe forze oscure dei vostri oscuri partener occidentali?” ha poi domandato retoricamente. Parole non meno dure sono state espresse da Erdogan. Visitando ieri i feriti ricoverati presso l’ospedale Haseki di Istanbul, il presidente turco ha infatti promesso che la guerra contro “la maledizione del terrorismo durerà fino alla fine”.

Nelle stesse ore una manifestazione improvvisata di centinaia di persone si è diretta verso il luogo dell’attentato per rendere omaggio ai caduti. Molti manifestanti hanno posto dei fiori vicino alle barriere che circondano lo stadio. Bandiere a mezz’asta sono sventolate in segno di lutto in tutto il Paese e nelle sedi diplomatiche turche all’estero.

Chiara appare ormai la ricostruzione dei fatti. Una prima e più forte esplosione ha avuto luogo sabato alle 10:30 dopo che la squadra del Beşiktaş aveva sconfitto 2-1 il Bursasport nel campionato di serie A turca. Erdogan ha detto che l’orario dell’attacco è stato scelto per fare più morti possibili. Ciò sembra però contrastare con quanto accaduto: gli attentati, infatti, sono avvenuti due ore dopo la partita quando molti tifosi della squadra locale avevano già abbandonato l’area. Secondo il ministero degli Interni, la prima esplosione è stata causata da un’autobomba esplosa vicino alle forze di polizia poste nei pressi dell’uscita dello stadio. Alcuni minuti dopo, una persona, che era stata fermata vicino al Macka Park, si faceva saltare in aria. Il bilancio della strage è ancora provvisorio: al momento 41 hanno perso la vita e 155 sono i feriti. Di questi, 14 sono in terapia intensiva. Tre, invece, finora le persone arrestate perché coinvolte nella pianificazione dell’attacco.

Scosso dagli attentati, il mondo politico turco si è mostrato unito. Il partito di governo Akp (quello di Erdogan) e l’opposizione repubblicana (Chp) e nazionalista (Mhp) hanno infatti pubblicato una nota congiunta in cui hanno espresso “pieno sostegno” alle forze di sicurezza impegnate “nel combattere il terrorismo”. “I terroristi saranno distrutti e saranno ritenuti responsabili [per quanto fatto] – si legge nel comunicato – condividiamo questo enorme dolore lasciando da parte tutte le differenti opinioni politiche”. Ovviamente l’unità politica annunciata dalle tre compagini turche ha escluso il filo-curdo Hdp nonostante quest’ultimo, per bocca della parlamentare Meral Danış Beştaş, si sia subito detto pronto alla “cooperazione e non alla dissoluzione”.

Vicinanza alla Turchia è stata espressa dall’intera comunità internazionale. Se il segretario dell’Onu Ban Ki-Moon si è augurato che “i responsabili degli attentati possano essere assicurati velocemente alla giustizia”, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha approfittato dell’occasione per invitare i turchi a denunciare qualunque attacco contro lo stato ebraico. Nella riunione governativa, infatti, il premier ha ricordato ad Ankara che “la battaglia contro il terrorismo deve essere reciproca”. Anche la Federcalcio turca ha voluto rendere omaggio ai caduti con un minuto di silenzio su tutti i campi di gioco sia ieri che oggi, con le bandiere a mezz’asta e con il divieto di musica negli stadi.

Ma la battaglia che Ankara afferma di combattere contro il terrorismo non è l’unica che sta combattendo. Le partite che il Sultano sta giocando contemporaneamente sono 3: la campagna repressiva contro gulenisti (sostenitori veri o presunti del predicatore Gulen ritenuto dalle autorità locali la mente del colpo di stato di luglio) e la guerra sanguinosa contro i curdi del Pkk nell’est del Paese e sui monti Qandil nel nord dell’Iraq (ieri altri 12 combattenti morti a causa dei bombardamenti dei caccia turchi). Vi è poi la questione siro-irachena: ieri i jet di Ankara hanno ucciso 9 miliziani dello Stato Islamico (Is) nel nord della Siria nell’ambito dell’Operazione Scudo d’Eufrate inizata lo scorso agosto.

L’esercito turco e i suoi alleati (la vaga galassia dei “ribelli” siriani) sono entrati due giorni fa nel bastione dell’Is di al-Bab dopo, riferisce l’Osservatorio siriano dei diritti umani, “violenti scontri con i jihadisti”. L’obiettivo della missione non è però tanto combattere i miliziani di al-Baghdadi e simili (con cui, anzi, Ankara è stata fin troppo accondiscendente), ma impedire ai curdi siriani di unificare i loro tre cantoni nel nord della Siria e aiutare i ribelli siriani a non perdere terreno nella lotta contro il “nemico” siriano al-Asad.

Accanto a queste due battaglie repressive-militari, c’è poi quella politica: trasformare il Paese in una repubblica presidenziale. Qualche ora prima che i duplici attentati di sabato squarciassero il cielo di Istanbul, il suo partito (l’Akp) aveva inviato al parlamento una bozza di legge che garantisce l’estensione dei poteri del presidente e abolisce la carica di primo ministro. L’iter burocratico prevede ora che i 21 nuovi articoli costituzionali proposti dal governo vengano discussi dalla commissione parlamentare, poi votati in parlamento e, se approvati, messi a referendum. La speranza di Erdogan è che entro la primavera del 2017 possa avere luogo la consultazione popolare che gli potrebbe garantire di fatto il dominio incontrastato nel Paese. Nena News

Roberto Prinzi è su Twitter @Robbamir

Quaranta artisti africani, tra cui la fotografa e performer etiope, rivisitano la “Divina Commedia” di Dante Alighieri. Il mondo dantesco è esplorato attraverso la fotografia, la pittura e la scultura, ma il messaggio lasciato all’umanità resta intatto

AIDA MULUNEH, “Conversation,” 2016. Courtesy David Krut Projects

di Cecilia D’Abrosca

Roma, 12 dicembre 2016, Nena News – Quaranta artisti africani, tra cui Aida Muluneh, rivisitano la “Divina Commedia” di Dante Alighieri, che diventa The Divine Comedy: Heaven, Purgatory and Hell. Il mondo dantesco è esplorato attraverso la fotografia, la pittura e la scultura, ma il messaggio lasciato all’umanità resta intatto. Aida Muluneh, fotografa etiope e performer, identifica il suo nome con l’intera esposizione itinerante, inaugurata al National Museum of African Art di Washington, DC.

La conoscenza dell’arte africana contemporanea è il punto di partenza per comprendere il cambiamento verificatosi nel Paese, in fase postcoloniale, e cogliere il nuovo spirito giovanile che anima la cultura e le arti in Africa. Gli artisti, in questi ultimi anni, hanno costruito un’immagine diversa del loro paese, slegata da visioni anacronistiche e residuali. Quando si pensa all’arte africana, si fa strada il pressappochismo di molti, che si prefigurano un qualcosa di indefinito, chiamato “arte”, che fa fatica ad emerge, che ha bisogno di definirsi e completarsi.

Ma l’Africa, è un continente “nuovo”, giovane, che ha il più alto numero di giovani al mondo, che si muove in campo artistico con costanza, ma senza grossi clamori degli interpreti, che però incidono sulla scena dell’industria culturale. Molti giovani lasciano il continente, poiché in alcuni paesi l’esercizio della libertà di espressione è condizionata. Aida Maluneh, nata in Etiopia, vive ad Addis Abeba dal 2007, dopo aver studiato all’università americana di Howard e ha lavorato come fotografa al Washington Post. Pochi anni fa ha deciso di ritornare in Africa per inaugurare una nuova fase della sua vita e costruire nuovi spazi per l’arte contemporanea africana, sempre più in crescita.

Aida si avvicina alla fotografia nell’età adolescenziale. Quando era piccola la sua nazionalità etiope le creava disagio e imbarazzo, perché sapeva di non vivere in un paese “semplice” e, dice, avrebbe voluto essere sudafricana. Comincia a guardarsi intorno, a selezionare ciò che le piaceva e ad osserva ciò che rende unico il mondo e quelle insopportabili ai suoi occhi. Ne consegue un percorso di riflessione e analisi dove comincia a fotografare la realtà per renderla tangibile, dichiarando, qualche anno più tardi: ”Capii che le immagini potevano creare o distorcere la realtà delle cose, secondo il mio piacere. Con queste premesse, all’età di 16 anni, ho iniziato ad esplorare la fotografia”

Foto volto con mani in rosso: Courtesy David Krut Projects

Il rapporto che Aida instaura con l’immagine nasce dal dissenso e dalla critica sociale, dall’ impossibilità di accettare uno stato di cose. Da queste parole, emana il messaggio della sua arte emana: “Io non cerco risposte, ma sollevo domande, interrogativi provocatori sulla vita che viviamo – come persone, come nazione, come esseri umani.”

Fare arte è, per Aida Muluneh, un modo per stimolare il pensiero e spingere alla riflessione su temi di interesse collettivo e trasversale. Così come, nella maggior parte delle artiste donne, anche in Aida Muluneh è possibile intravedere la specificità dell’arte femminile: lei entra nell’opera, è parte di essa, la interpreta, vale a dire, “si fa opera” La sua corporeità incarna e libera sentimenti e stati d’animo partecipando, attraverso i colori che le dipingono il volto, al messaggio artistico nella sua interezza.

Aida è quasi sempre il soggetto delle sue opere, veicolo e strumento per creare le emozioni. Il suo corpo è un ricettacolo di segni e di significati che il fruitore dell’arte deve interpretare per rispondere agli interrogativi che la sua essenza artistica, pone. Vi è, nella sua espressione facciale, uno stile quasi ritrattistico; ogni scena è rappresentata in modo teatrale, laddove vi è la piena integrazione tra immagine sceneggiata e persona, come a formare un tutt’uno: lo spirito dei suoi lavori è quello di costruire un unicum tra artista e opera.

AIDA MULUNEH, “The more loving one (Part Two),” 2016. Courtesy David Krut Projects

L’ultima mostra d’arte fotografica raccoglie spunti critici, sedimenta riflessioni e visioni personali dell’artista, nonché la prospettiva filosofica alla base delle sue creazioni. Ma la consacrazione di Aida è avvenuta con The World is 9, la sua prima solo exhibition, durante la quale ha esposto da sola 29 delle sue opere. Il titolo della prima mostra, The World is 9, è collegato al ricordo di sua nonna che le ha sempre detto: ”Il mondo è 9, non 10, non è mai completo, mai perfetto.”

Ciascuna delle 29 fotografie che realizzano la mostra, si pone come “un riflesso delle manifestazioni dell’inconscio e del subconscio, nel tempo e nell spazio vitale.” Dai suoi scatti sceglie di escludere immagini che raccontino miseria e sofferenza, allo scopo di allontanare gli stereotipi più diffusi da sempre affibbiati all’Africa, ma mostrare il mondo così come appare ai suoi occhi. Grazie all’impegno di Aida e al suo attivismo in campo artistico, dal 2010 l’Etiopia ha la sua biennale di fotografia, fondata da lei stessa, che si configura come il primo festival internazionale del Paese. Nena News

 

I giudici della Corte suprema israeliana hanno respinto l’istanza di scarcerazione per l’insegnante della Scuola del Circo Palestinese fermato nel dicembre 2015 e da allora detenuto senza aver mai saputo le ragioni del suo arresto

Manifestazione a sostegno drlla liberazione di Mohammed Abu Sakha

di Michele Giorgio

Roma, 12 dicembre 2016, Nena News – Dopo quasi un anno trascorso in carcere senza essere stato processato e senza conoscere le ragioni della sua detenzione, Mohammed Abu Sakha, 23 anni, insegnante alla Scuola del Circo Palestinese (Scp) di Bir Zeit, resterà dietro le sbarre. La Corte Suprema israeliana ha respinto l’istanza di scarcerazione presentata dai suoi avvocati, sulla base della vaga motivazione presentata nel dicembre 2015 dal procuratore militare, secondo la quale Abu Sakha sarebbe «una minaccia alla sicurezza». Inutili le proteste della Scp che in questi 12 mesi ha portato il caso di Abu Sakha in varie sedi internazionali e avviato una campagna per la sua liberazione immediata. Ogni sforzo è stato inutile come inutili sono state in questi anni le denunce della “detenzione amministrativa” praticata da Israele, una sorta di arresto cautelare che può essere rinnovato all’infinito dalle autorità militari. Vana è stata anche la partecipazione all’udienza della Corte Suprema di rappresentanti dell’Unione europea a Gerusalemme, del Consolato generale belga, della Rappresentanza diplomatica svizzera presso l’Anp, di Amnesty International e di Terre des Hommes Italia.

Abu Sakha è specializzato nell’insegnamento a bambini con difficoltà di apprendimento. Il 14 dicembre di un anno fa venne fermato a un posto di blocco militare israeliano mentre andava a far visita ai genitori e imprigionato prima a Megiddo, nel nord di Israele, e poi nel carcere di Ketziot nel Negev. Prima dell’estate era respinto un altro appello per la sua scarcerazione. Il centro per i diritti umani Addameer calcola in circa 7.000 i prigionieri politici palestinesi, 720 dei quali in detenzione amministrativa. Anche un ricercatore e giornalista di Addamer, Hassan Safadi, è in carcere senza processo da diversi mesi.

Le critiche e le esortazioni a rispettare le leggi internazionali e la Convenzione di Ginevra nei Territori palestinesi occupati non scuotono le autorità israeliane. Soprattutto quando si parla di colonizzazione. L’ennesima colata di cemento si annuncia in Cisgiordania. Altri 770 alloggi per coloni sorgeranno nell’insediamento di Gilo a sud di Gerusalemme, dove un mese fa era stata annunciata la costruzione di 181 nuove case. Appena qualche giorno fa la Knesset ha approvato in prima lettura il disegno di legge relativo alla “sanatoria” per gli avamposti coloniali in Cisgiordania sostenuta da buona parte del governo di destra. La legge, se approvata in via definitiva, permetterà la confisca di circa 800 ettari di terre private palestinesi e la legalizzazione di 55 piccoli insediamenti coloniali costruiti senza l’autorizzazione del governo. Nena News

 

Il giovane giornalista e attivista per i diritti umani palestinese è stato condannato ad ulteriori sei mesi di carcere senza accuse e senza processo

Hassan Safadi

di Rosa Schiano

Roma, 12 dicembre 2016, Nena News – Giornalista e difensore dei diritti umani, coordinatore dell’ufficio stampa di Addameer, organizzazione per i diritti umani e per i diritti dei detenuti palestinesi, Hasan Safadi era stato incarcerato il 1 maggio mentre attraversava il ponte di Allenby tra la Giordania ed i territori palestinesi e sottoposto ad una quarantina di giorni di interrogatori presso il centro Al-Moskobiya.

Il 10 giugno aveva ricevuto un ordine di detenzione amministrativa di sei mesi senza accuse e senza processo ed avrebbe dovuto essere rilasciato l’8 dicembre.

Tuttavia, la detenzione amministrativa per il giornalista ventiquattrenne è stata rinnovata per ulteriori sei mesi, dal 7 dicembre all’8 giugno 2017.

Gli ordini di detenzione amministrativa posso essere rinnovati all’infinito, da sei mesi a sei mesi. Alcuni palestinesi, come riferito dall’organizzazione Addameer, hanno speso anni in detenzione amministrativa, soltanto sulla base di informazioni segrete. La detenzione amministrativa non riconosce a coloro che sono accusati il diritto di venire a conoscenza delle accuse di cui sono imputati, negando quindi loro la possibilità di difendersi.

“La detenzione di Safadi è parte dei costanti attacchi a giornalisti palestinesi e operatori dei mezzi d’informazione, alcuni dei quali tenuti in detenzione amministrativa senza accuse e senza processo” – riferisce sul proprio sito Addameer.

Una politica volta a colpire politici, attivisti per i diritti umani e giornalisti palestinesi, secondo gruppi per i diritti umani.

Nel mese di ottobre si contano almeno 7000 prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane, di cui 720 in detenzione amministrativa, 400 minori, 64 donne, 6 membri del Consiglio Legislativo Palestinese (di cui 3 in detenzione amministrativa). Nena News

Indagine aperta dal procuratore generale Sadeq su chi uccise i cinque egiziani accusati della morte di Giulio. Ma ora c’è da capire per conto di chi hanno agito. Attentato a Giza: rivendica il movimento Hasm, per il governo è legato ai Fratelli Musulmani

di Chiara Cruciati     il Manifesto

Roma, 10 dicembre 2016, Nena News – Quasi 1.100 euro di cauzione, 20mila sterline egiziane, e Azza Soliman ha visto aprirsi la cella del carcere: l’attivista per i diritti delle donne, fondatrice del Center for Egyptian Women Legal Assistance, era stata arrestata mercoledì nell’ambito del caso che vede coinvolte decine di ong accusate di aver ricevuto illegalmente fondi esteri.

È libera ma le accuse non cadono rientrando nel più complesso piano repressivo che vede coinvolti presidenza, Ministero degli Interni e esercito, con i rispettivi servizi segreti. Su di loro si focalizza da mesi l’indagine della Procura di Roma, impegnata nel difficile caso Regeni. Difficile a causa dei numerosi insabbiamenti e la scarsa collaborazione da parte delle diverse e parallele autorità egiziane, ma che negli ultimi giorni ha vissuto una piccola svolta.

Durante l’incontro di martedì e mercoledì a Roma il procuratore generale egiziano Sadeq ha consegnato ai pm Colaiocco e Pignatone due ingenti verbali: uno relativo alle dichiarazioni dei poliziotti che il 24 marzo uccisero cinque egiziani accusandoli della morte di Giulio; e l’altro a quelle di Mohammed Abdallah, torbida figura che da mesi ruota intorno al caso, il capo del sindacato degli ambulanti che avrebbe attirato le attenzioni della polizia sul giovane ricercatore (o che, viceversa, sarebbe stato usato dai servizi).

Sono emerse così le identità degli agenti del National Security Agency, l’ex Ssis sotto il Ministero degli Interni, che avevano indagato su Giulio fino al 22 gennaio, non al 10 come precedentemente detto. Ma soprattutto arriva la notizia di un’inchiesta da parte della procura generale su due poliziotti che a fine marzo massacrarono di pallottole cinque egiziani per poi imbastire lo show del ritrovamento dei documenti di Giulio nella casa di uno di loro.

Altre cinque vittime innocenti, sacrificate per dare in pasto all’Italia una verità di comodo. Ora Il Cairo indaga su di loro. Si dirà, normale che accada visto che gli stessi inquirenti egiziani hanno ammesso l’innocenza dei cinque. Non così normale nell’Egitto dell’impunità di polizia, esercito e servizi. Ora c’è da superare un altro ostacolo: quello che i due facciano da capro espiatorio in un’altra verità di comodo. Una simile messiscena non è il frutto di due semplici poliziotti, ma di una mente di più alto livello nella piramide del potere egiziano.

In queste ore la procura di Roma è impegnata nell’opera di traduzione dei due faldoni consegnati da Sadeq. Ci sono anche i tabulati telefonici dei cinque agenti della Nsa che seguirono il file Regeni dopo la denuncia di Abdallah e di un cellulare dello stesso sindacalista che svela un’ultima telefona, appunto il 22 gennaio, al centralino della Nsa a Nasr City.

Ci vorrà tempo e altri incontri (l’Egitto non ha ancora consegnato le immagini delle telecamere di sicurezza), ma la speranza è di individuare qualche indizio in più, un elemento nuovo – sfuggito alla probabile opera di pulizia di Ministero degli Interni o servizi – che indichi la via che porta ai mandanti politici della barbara morte di Giulio. Che porti a chi ordinò di proseguire le indagini fino al 22 gennaio e a chi – documenti di Giulio alla mano – li fece nascondere a casa di Tareq Saad Abdelfattah, poco prima che venisse crivellato di colpi nel suo furgone insieme a quattro parenti.

Questo è l’Egitto di al-Sisi, un mix di repressione impunita, crisi economica e violenza. Ieri un altro attentato ha colpito Giza al Cairo: sei poliziotti sono morti ad un checkpoint per l’esplosione di una bomba. A rivendicare l’attacco è stato il movimento Hasm, gruppo relativamente giovane che secondo le autorità egiziane è legato ai Fratelli Musulmani.

Hasm non ha dato indicazioni sulla propria ideologia o appartenenza, ma ha più volte dichiarato di agire contro coloro che detengono in prigione o condannano a morte migliaia di persone (aveva rivendicato a settembre i tentati omicidi del procuratore Abdel Aziz e dell’ex muft Ali Gomaa).

Secondo altre fonti del Ministero degli Interni, invece, il responsabile è Ajnad Misr, gruppo jihadista legato all’Isis. Di diverso, rispetto al passato, c’è il luogo dell’attentato: simili attacchi a checkpoint e membri delle forze armate avviene generalmente nella Penisola del Sinai. Questa volta si sono avvicinati al cuore della capitale. Nena News

La Commissione costruzione e pianificazione dello stato ebraico ha deciso mercoledì di edificare 770 nuovi alloggi per coloni nell’insediamento illegale a sud di Gerusalemme. Un rapporto dell’Onu, intanto, attacca Israele: “L’occupazione sta diventando sempre più profonda e radicata”. Tel Aviv: “Studio fazioso”

Colonia israeliana nei Territori Occupati palestinesi

della redazione

Roma, 10 dicembre 2016, Nena News – Nuova colata di cemento nei Territori occupati palestinesi. La Commissione costruzione e pianificazione dello stato ebraico ha deciso infatti di edificare 770 nuovi alloggi per coloni nell’insediamento illegale di Gilo (sud di Gerusalemme).

La notizia è stata confermata dalla portavoce della municipalità di Gerusalemme, Rachel Greenspan. Intervistata dall’agenzia Ma’an, Greenspan ha spiegato che il progetto approvato tre giorni fa risale al 2013 e che l’obiettivo di Tel Aviv è “continuare a sviluppare Gerusalemme per il beneficio di tutti i residenti, sia ebrei che arabi”. Una dichiarazione, quest’ultima, che lascia molti dubbi: è difficile comprendere quali “benefici” possano trarre i palestinesi dall’estensione delle colonie israeliane sul territorio che, secondo gli accordi di Oslo, dovrebbe essere parte del loro futuro stato.

Ad esultare per le nuove unità abitative è l’organizzazione israeliana di destra Ir Amim che in una nota ha sottolineato come il progetto lasci fuori “solo una piccola area fra Gerusalemme e la città palestinese di Beit Jala”. Che tradotto politicamente vuol dire che la continuità del futuro stato palestinese, qualora mai dovesse nascere, risulterà ancora più danneggiata.

L’estensione dell’insediamento di Gilo procede da tempo a ritmo sostenuto: soltanto lo scorso mese le autorità israeliane avevano annunciato la costruzione di 181 nuove case. L’annuncio fu allora accompagnato dalle consuete parole di “biasimo” della comunità internazionale, in particolar modo da Stati Uniti e Spagna. Tuttavia, come da prassi consolidata, le denunce europee e statunitensi non si sono poi tramutate in azioni concrete sul campo lasciando così a Tel Aviv la possibilità di continuare ad agire indisturbata in Cisgiordania e a Gerusalemme est.

La nuova colata di cemento nei Territori Occupati giunge infatti a distanza di qualche giorno dal voto in prima lettura della Knesset sul disegno di legge relativo alla legalizzazione retroattiva degli avamposti in Cisgiordania (Regulation Law). Se confermato con altre due votazioni parlamentari, la legge permetterà l’annessione illegale di migliaia di ettari di terre palestinesi (circa 8.000 dunam) attraverso la legalizzazione di 55 insediamenti costruiti con assistenza del governo. Secondo il centro Applied Research Institute – Jerusalem (Arij), in Cisgiordania e a Gerusalemme est vivono attualmente tra i 500.000 e i 600.000 settler in 196 insediamenti e 232 avamposti considerati illegali dal diritto internazionale.

Le costruzioni per i coloni procedono di pari passo con le distruzioni di case palestinesi che quest’anno hanno registrato un vero e proprio boom: nella sola prima metà del 2016, infatti, Tel Aviv ha quasi raddoppiato il numero totale delle demolizioni compiute in tutto il 2015. In termini numerici ciò vuol dire che 1.569 palestinesi sono rimasti senza un tetto sopra le loro teste.

Ieri, intanto, un nuovo attacco contro Israele è giunto dal relatore speciale sui diritti umani delle Nazioni Unite, Michael Lynk. Inviando il suo primo rapporto all’Assemblea generale dell’Onu, Lynk ha detto che esaminerà il trattamento che lo stato ebraico riserva alle organizzazioni umanitarie israeliane. “I difensori dei diritti umani compiono un indispensabile lavoro per portare alla nostra attenzione le violazioni dei diritti umani e in nessun modo, pertanto, dovrebbero essere minacciati o intimiditi” ha dichiarato.

A monte della rabbia del governo israeliano contro le ong di sinistra vi è soprattutto la denuncia dell’occupazione israeliana fatta al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dal direttore dell’ong israeliana B’Tselem, Hagai el-Ad. Il suo intervento, lo scorso ottobre, mandò su tutte le furie il premier Netanyahu che accusò l’organizzazione umanitaria di “negare i diritti degli ebrei, di diffondere bugie e distorcere la storia”. Come ulteriore punizione, il primo ministro disse che avrebbe proibito ai volontari del servizio civile di lavorare con B’Tselem.

Nel suo studio Lynk osserva anche però come “l’occupazione israeliana stia diventando sempre più profonda, più radicata, più integrata e ancorata” e come allo stesso tempo “la situazione economica e sociale dei palestinesi stia sempre di più peggiorando”. Secondo l’inviato Onu, ciò ha portato alla creazione di una “economia palestinese sfigurata e soffocata che Israele, potenza occupante, controlla e sfrutta a suo vantaggio”.

Il rapporto è stato prontamente condannato da Tel Aviv. Il suo ambasciatore all’Onu, Danny Danon, ha accusato Lynk di “minimizzare il grande danno causato [allo stato ebraico] dai gruppi estremisti israeliani che ci calunniano in ambito internazionale dando così legittimità alle azioni dei nemici d’Israele contro di noi”. Il rapporto, ha sintetizzato Danon, è “uno studio unilaterale e fazioso di una organizzazione di cui non riconosciamo credibilità e autorità”. Secondo lo stato ebraico, infatti, il Consiglio dei diritti umani dell’Onu sarebbe anti-israeliano. Nena News

 

Ieri un tribunale d’Istanbul ha chiuso il caso contro i generali dell’esercito israeliano coinvolti nell’attacco del 2010 contro la nave di attivisti diretta a Gaza

Una donna ha in mano l’immagine di Cevdet Kiliçlar, uno dei 10 attivisti uccisi durante l’assalto israeliano sulla Mavi Marmara, Istanbul, novembre 2012. (Foto: Ozan Köse/Flickr)

di Rosa Schiano

Roma, 10 dicembre 2016, Nena News – Hanno lottato fino alla fine gli avvocati della squadra legale della Mavi Marmara, con il supporto degli attivisti e dei famigliari delle vittime. Il giudice turco ha deciso di archiviare il caso e lasciar cadere i mandati di arresto internazionali nei confronti dei generali israeliani accusati.

Ieri, in tarda mattinata, all’esterno della porta d’ingresso dell’aula del tribunale di Istanbul era già schierata una nutrita presenza di addetti alla sicurezza. Le prime tensioni sono iniziate a salire quando le porte dell’aula del tribunale erano ancora chiuse e, sembra, dovute al fatto che donne e uomini che affermavano di essere in lista per accedere al tribunale non riuscivano a superare i controlli della sicurezza, ciò avrebbe causato un ritardo nell’inizio del procedimento.

La grave assenza di un traduttore ufficiale ha reso difficile, anche questa volta come nella precedente udienza, la comprensione e la comunicazione. “We need justice”, una voce si è alzata dalla platea nel tentativo di farsi comprendere dal giudice in inglese.

Attivisti presenti in aula facevano fatica a capire cosa stesse avvenendo e non sarebbe stata data loro possibilità di essere ascoltati. “Non una parola, non siamo rappresentati, ci è impedito di portare il nostro caso al tribunale e non capiamo cosa sta succedendo, chi sta parlando… siamo come sordi”, ha affermato Osama Qashoo, passeggero a bordo della Mavi Marmara, rivolgendosi a chi, in aula, gli aveva chiesto informazioni, in un clima caotico dove chi interveniva gridava a gran voce.

Qualche giorno fa, il Ministero della giustizia turco aveva informato i giudici della posizione del governo a favore dell’archiviazione del caso. Per gli avvocati, il governo non avrebbe potuto togliere al tribunale il diritto a procedere. Nel pomeriggio, il giudice avrebbe chiesto di restare solo prima di pronunciarsi, gli avvocati si sarebbero allontanati ed una manifestazione si è tenuta all’esterno dell’aula. Proteste che non hanno inciso, poiché il tribunale ha archiviato il caso e la decisione, denunciano attivisti, sarebbe stata presa dal giudice in assenza dei querelanti.

Se l’accordo tra Israele e Turchia raggiunto a giugno rende vana ogni azione legale da parte di cittadini turchi nei confronti di Israele – sollevando lo stato ebraico da ogni responsabilità civile e penale – non è chiaro invece e non è menzionato se ci sia la possibilità di azioni legali in Turchia da parte di passeggeri non turchi.

Di fatti, nell’accordo, si afferma che soltanto persone fisiche e giuridiche turche vi sono soggette, come ha fatto notare Dror Feiler, attivista e compositore che partecipò alla Flotilla del 2010, presente anch’egli in tribunale. C’è da dire anche che l’accordo che concede questa “amnistia” agli imputati, come sottolineano gli avvocati, non è stato approvato da un numero sufficiente di parlamentari e si tratterebbe dunque di un accordo tecnicamente invalido. A fine udienza, all’esterno del tribunale si sono radunate le famiglie delle vittime in un presidio di protesta contro la decisione del giudice e contro il governo turco che le avrebbe abbandonate, mostrando a braccia alzate le foto dei propri famigliari assassinati.

Per le famiglie delle vittime, per cui la Turchia ha accettato 20 milioni di risarcimento da parte di Israele in cambio di immunità legale, si otterrà giustizia soltanto con la condanna dei responsabili di quel grave attacco.

La Flotilla era partita dalle coste turche nel maggio 2010. A bordo trasportava beni destinati alla popolazione civile di Gaza tra cui medicinali, materiale da costruzione, materiale per le scuole. Israele avvisò che avrebbe impedito la Flotilla di raggiungere Gaza rompendo il blocco, l’attacco fu durissimo e dieci attivisti furono uccisi dall’esercito, molti altri furono feriti. I passeggeri sopravvissuti pretendono da sei anni che i responsabili della terribile aggressione siano perseguiti. L’incidente suscitò una condanna internazionale e una crisi diplomatica tra Turchia ed Israele, terminata a giugno con gli accordi bilaterali. Nena News

 

Il 30 Novembre l’accordo Opec sul taglio della produzione è stato confermato, ma sui mercati pesa l’incognita del raggiungimento di un’intesa tra Paesi Opec e non-Opec durante il meeting che si terrà oggi a Vienna

di Francesca La Bella

Roma, 10 dicembre 2016, Nena News - A fine novembre, dopo lunghi mesi di indeterminatezza, è stato, infine, raggiunto un definitivo accordo sul taglio della produzione petrolifera in ambito Opec. Secondo quanto definito a Vienna, a partire da gennaio 2017, i Paesi Opec dovrebbero effettuare un taglio di 1,2 milioni di barili al giorno per un periodo di sei mesi, eventualmente prorogabili. Gli effetti sul mercato del greggio sono stati immediati, ma il trend positivo sembra essersi nuovamente arrestato. Per quanto il Brent abbia registrato un rialzo del 15% in pochi giorni superando i 54$ al barile, il previsto incontro tra membri Opec e non-Opec lascia numerose incognite per il reale impatto di queste decisioni. Secondo l’accordo, infatti, si prevede un taglio significativo anche per i Paesi produttori non facenti parte dell’Opec come Russia, Messico, Colombia o Kazakistan. Se questi ultimi, ed in particolare Mosca, non dovessero siglare una definitiva intesa, la scelta dei membri Opec potrebbe dimostrarsi un’arma a doppio taglio con repentini effetti negativi sull’economia interna. Data la crescita della vendibilità dello shale oil statunitense, un eventuale aumento della produzione dei Paesi esterni all’Opec potrebbe, infatti, bloccare il rialzo dei prezzi: i Paesi Opec e, in particolare l’Arabia Saudita, si troverebbero, contemporaneamente, con una produzione minore e con un basso prezzo di vendita.

Le prospettive non sono, dunque, lineari come ci si aspetterebbe e i dati di questi ultimi giorni dimostrano l’ambiguità delle scelte degli attori coinvolti. L’Energy Information Administration (Eia) ha dovuto rivedere al rialzo le previsioni sull’output degli Stati Uniti, mentre, secondo le stime di Reuters e Bloomberg, l’Opec non sembra aver ancora iniziato il blocco, avendo portato la produzione a livelli record: 34,20 milioni di barili al giorno. Parallelamente anche la Russia manterrebbe alti i propri standard di produzione, raggiungendo, secondo i dati diffusi da Mosca, i 11,2 milioni di barili al giorno. In questo contesto non stupisce, dunque, verificare che Ryad mostra, più degli altri, un atteggiamento ambivalente teso a tutelarsi da un eventuale fallimento del piano di contenimento delle esportazioni. Dopo il sofferto accordo e la necessaria mediazione con Iran e Iraq, l’Arabia Saudita cerca, infatti, di mantenere un ruolo centrale nella contesa bilanciando resistenze e concessioni. Così, mentre la Saudi Aramco abbassa i prezzi di listino del greggio per gennaio, mostrando di voler essere il più possibile competitiva sul mercato, gli stessi sauditi hanno iniziato ad informare i propri clienti sui tagli delle forniture a partire dall’anno nuovo a causa dei tagli, sottolineando che l’impatto maggiore sarà quello relativo all’export verso il nord-America a causa dei bassi margini di profitto.

Ciò che accade sui mercati, però, non ci parla solo di economia e di prezzi, ma è un significativo riflesso del ribilanciamento degli equilibri mondiali. Da un lato, infatti, troviamo, all’intero dell’Opec, Paesi che possono essere considerati vincitori della disputa petrolifera grazie al crescente ruolo geopolitico ricoperto: Libia e Nigeria sostenute in quanto in lotta contro nemici interni difficili da combattere, Iran e Iraq in quanto sempre più centrali per la determinazione del futuro del Medio Oriente. Dall’altro i Paesi del Golfo sembrano essere sempre più in difficoltà nell’imporsi come mediatori preferenziali tra l’Occidente e il Medio Oriente. In questo senso sia la volontà di costruire un’Unione del Golfo in funzione dichiaratamente anti-iraniana sia la scelta dell’Arabia Saudita di tagliare di circa 500.000 barili la propria produzione giornaliera devono essere analizzate come sintomi di una crescente debolezza intrinseca. Le parole di Theresa May al Consiglio di cooperazione del Golfo sono, in quest’ottica, significative. Il premier britannico, in visita in Bahrain, ha, infatti, affermato la necessità di una partnership strategica tra il proprio Paese e gli Stati del Golfo che consisterà in investimenti nel campo della Difesa in Bahrein e Giordania per “respingere le iniziative regionali aggressive dell’Iran, che siano in Libano, Iraq, Yemen, Siria o nello stesso Golfo”.

L’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti e la crescente influenza russa in Medio Oriente, hanno, infatti, portato ad un mutamento degli equilibri regionali che indebolisce la posizione del Golfo in generale e dell’Arabia Saudita in particolare. Nonostante le dichiarazioni del neo-Presidente statunitense, infatti, l’Iran, anche grazie al proprio ruolo nella questione siriana e la vicinanza con Mosca, sta progressivamente allargando la propria sfera di influenza a danno di Ryad. L’accordo petrolifero potrebbe, dunque, essere l’ultima occasione per l’Arabia Saudita per porsi come protagonista, seppur di secondo piano, delle dinamiche regionali e mondiali. Una partita molto rischiosa che potrebbe sancire la definitiva sconfitta del colosso saudita sia in ambito economico sia dal punto di vista diplomatico.

 Francesca La Bella è su Twitter @LBFra

Le nomine del conservatore David Friedman a consigliere per gli affari americani con lo stato israeliano e del generale James “Mad Dog” Mattis a segretario della difesa, denotano una chiara convergenza politica nei confronti di Tel Aviv

Trump parla all’Aipac, marzo 2016. Foto tratta dal sito di Haaretz

di Stefano Mauro

Roma, 9 dicembre 2016, Nena News – Il 9 novembre 2016, con la vittoria di Donald Trump alle presidenziali negli Stati Uniti, la destra israeliana ha esultato per l’insperato risultato elettorale considerandolo come “l’inizio di un nuovo periodo di alleanza con obiettivi convergenti”.

Si è passati, infatti, dai rapporti tesi avuti con l’amministrazione Obama all’elezione di un “vero amico dello Stato di Israele con il quale poter lavorare insieme per la sicurezza e la stabilità della regione” come annunciato dal primo ministro israeliano Netanyahu. Toni ancora più entusiastici per l’ultranazionalista ministro dell’istruzione, Naftali Bennett, che ha dichiarato:“la vittoria di Trump offre ad Israele la possibilità di rinunciare all’idea della creazione di uno stato palestinese”.

Diverse dichiarazioni elettorali avevano da una parte l’intento di accaparrarsi i voti della potente lobby ebraica americana, ma sono, comunque, sembrate un vero e proprio “endorsement” nei confronti del governo israeliano di Netanyahu e della sua politica coloniale e razzista.

Dopo i proclami pre-elettorali e l’euforia post elettorale si è passati, però, velocemente ai fatti. La nomina di David Friedman, conservatore e, probabilmente, futuro ambasciatore americano in Israele, come consigliere per gli affari americani con lo stato sionista nel nuovo team presidenziale, denota una chiara convergenza politica nei confronti di Tel Aviv.

Personaggio poco conosciuto, il neo consigliere ha da subito manifestato la sua ostilità nei confronti dei palestinesi fino al punto di aver detto di “favorire apertamente l’annessione definitiva della Cisgiordania”. In un’intervista al sito jewishinsider.com Friedman ha confermato che “tra l’amministrazione Trump e Tel Aviv, il livello di cooperazione strategica, militare e tattica raggiungerà livelli mai avuti in precedenza”.

Lo stesso finanziamento nei confronti di Israele “non si limiterà ai “soli” 38 miliardi di dollari in 10 anni – generoso lascito del predecessore Obama – per il MOU (Memorandum of Understanding), ma sarà incrementato ulteriormente”. Maggiori finanziamenti militari giustificati da motivi di sicurezza nei confronti dei principali nemici israeliani nella regione: Iran, Hezbollah ed i partiti palestinesi contrari alla linea politica dell’ANP (Hamas e FPLP). Stessa linea per la nomina a segretario della difesa del generale James “Mad Dog” Mattis che recentemente ha etichettato l’Iran come “la principale minaccia per la regione mediorientale”.

Gli incarichi fatti da Trump per il suo nuovo staff hanno rinvigorito l’azione di contrasto da parte del governo Netanyahu nei confronti dell’accordo sul nucleare siglato dall’amministrazione Obama con l’Iran. L’intesa è stata da sempre osteggiata da Israele, creando numerose frizioni con la precedente amministrazione americana. Vista la nuova linea politica di Trump, invece, il primo ministro israeliano ha recentemente dichiarato alla stampa di voler far cambiare idea sull’intesa con la repubblica iraniana in “qualsiasi maniera”.

Bisogna, però, osservare che l’accordo, raggiunto nel luglio 2015 con l’Iran, è stato siglato da più nazioni coinvolte (il famoso 5+1: USA, Cina, Russia, Francia, Gran Bretagna e Germania) e che, quindi, sarà difficile “eliminarlo o variarlo” come dichiarato dal ministro degli esteri russo Lavrov. La stessa sintonia di azione riguarda, ancora, il sostegno incondizionato di Trump alla colonizzazione da parte dell’entità sionista in tutta la Cisgiordania. In un’intervista rilasciata al dailymail.com, il neo-presidente ha dichiarato che “Israele deve continuare a costruire delle colonie nella West Bank visto che i palestinesi continuano a lanciare razzi e che non ci sono possibilità per un serio processo di pace”.

Grande preoccupazione da parte dei palestinesi c’è anche per ciò che riguarda le scarse possibilità attribuite da Trump nel portare avanti i colloqui di pace “perché la soluzione dei due stati non funziona”. Grave è la dichiarazioni fatta durante il suo incontro pre-elettorale con il primo ministro Netanyahu a New York, nel quale ha garantito la volontà di “riconoscere Gerusalemme come capitale unica e indivisibile dello Stato di Israele”. Affermazioni condannate duramente dal segretario generale dell’OLP, Saeb Erekat, ed etichettate come “frasi che negano il dialogo di pace, il diritto internazionale e le risoluzioni ONU”.

È di questi giorni, infatti, l’approvazione di una proposta di legge che legittima la costruzione di oltre 4mila nuovi insediamenti coloniali su terre palestinesi. La legge, frutto di un accordo politico tra Netanyahu e Bennett, ministro e leader del partito di estrema destra “Focolare Ebraico”, punta ad un’annessione sempre maggiore della Cisgiordania. Questo “è un primo passo verso la sovranità israeliana in Giudea-Samaria (nome ebraico della regione, ndr)” secondo le parole dello stesso ministro. La reazione della sinistra sionista è stata polemica poiché “una simile legge è un suicidio nazionale e punta a togliere qualsiasi speranza alla soluzione di pace per i due stati” come affermato dal leader laburista Herzog.

Fondamentali per la sua elezione, infine, sono stati i legami con l’AIPAC (associazione ebraica americana di sostegno ad Israele) o i suoi contatti con il quotidiano filo-sionista “Algemeiner”. Un legame profondo che arriva fino alla conversione per l’ebraismo ortodosso da parte della figlia Ivanka, moglie di Jarod Kushner, investitore nel settore immobiliare come il suocero. Proprio Kushner, con la sua omonima fondazione, è stato la pedina fondamentale sia per il sostegno da parte dell’establishment israeliano sia, soprattutto, per il business immobiliare legato alla costruzione delle nuove colonie nei territori occupati ed in Cisgiordania. Rapporti, affettivi ed economici, talmente radicati da fargli affermare “noi amiamo Israele, noi combatteremo per Israele al 100% e sarà così per sempre”. Parole che non sembrano pronunciate dal futuro presidente della più potente nazione del mondo, ma piuttosto da un “fidato amico” di Israele. Nena News

Nel suo ultimo rapporto l’organizzazione per i diritti umani ha anche esortato Washington a sospendere la vendita di armi all’Arabia Saudita. Richiesta subito caduta nel vuoto: ieri l’amministrazione Obama ha dato l’ok per vendere ai suoi alleati arabi elicotteri e jet da guerra per un valore superiore ai 7 miliardi di dollari

Effetti di un raid saudita a Sana’a, febbraio 2016. (Foto: © Mohamed al-Sayaghi / Reuters)

di Roberto Prinzi

Roma, 9 dicembre 2016, Nena News – Gli Stati Uniti potrebbero essere complici delle “atrocità” commesse in Yemen a causa delle bombe che stanno fornendo all’Arabia Saudita. A sostenerlo è un rapporto pubblicato ieri dalla ong statunitense Human Rights Watch (Hrw). Secondo l’organizzazione per i diritti umani, infatti, più di 160 yemeniti sono rimasti uccisi in un mese dalle bombe che Washington ha venduto a Riyadh nonostante gli americani fossero già a conoscenza delle violazioni commesse nel Paese dalla monarchia wahhabita.

“Sta finendo il tempo per l’amministrazione Obama per sospendere la vendita di armi all’Arabia Saudita e per non essere per sempre associata alle atrocità della guerra yemenita” ha avvertito la ricercatrice dell’organizzazione, Priyanka Motaparthy.

Nel suo rapporto Human Rights Watch accusa la coalizione sunnita a guida saudita di aver commesso crimini di guerra (bombardamenti contro matrimoni, mercati affollati, ospedali e scuole) ed invita la comunità internazionale ad aprire una inchiesta indipendente che possa assicurare alla giustizia i responsabili dei massacri avvenuti nel Paese. Nel suo studio l’ong cita in particolare il raid aereo ad Arhab (cittadina a nord della capitale Sana’a) dello scorso 10 settembre in cui sono stati uccisi 31 civili e sono rimaste ferite 40 persone. Dai frammenti delle armi usate nell’attacco della coalizione saudita, scrive Hrw nel rapporto, è possibile constatare come esse siano state prodotte negli Stati Uniti nell’ottobre 2015. Ma Arhab non è un caso isolato secondo Hrw: 10 giorni dopo, infatti, i caccia del blocco sunnita hanno colpito ad Houdeida una casa a tre piani vicino uccidendo 28 civili e ferendone 32.

“Per stabilire se le armi siano utilizzate o meno contro i civili, i governi [occidentali] che vendono armi all’Arabia Saudita non possono affidarsi né alle indagini della coalizione saudita, né a quelle del governo yemenita” ha aggiunto Motaparthy. “Gli Usa e la Gran Bretagna, e tutti coloro che vendono armi a Riyadh, dovrebbero sospendere le vendite finché gli attacchi non diminuiranno e non saranno indagati [quelli avvenuti] in maniera appropriata”.

Una richiesta che è caduta subito nel vuoto: ieri infatti Washington ha venduto ai suoi alleati arabi armi per un valore superiore ai 7 miliardi di dollari. L’accordo maggiore, manco a dirlo, è stato raggiunto con i sauditi che per 3,51 miliardi di dollari hanno acquistato 48 elicotteri pesanti da trasporto Boeing 48 CH-47 F con motori di riserva e mitragliatrici. Ma a godere dell’eccellenza bellica made in Usa sono stati anche gli Emirati Arabi Uniti che verseranno nelle casse americane 3,5 miliardi di dollari per l’acquisto di 27 elicotteri d’attacco AH-64 E. Si è “limitato” il Qatar che ha comprato 7 jet militari da trasporto C-17 e dei motori di ricambio per la “modica” somma di 781 milioni di dollari.

Ma le vendite belliche americane hanno raggiunto anche il lontano Marocco a cui Washington è pronta a consegnare 1.200 anti missili Tow 2 per un valore di 108 milioni di dollari. Affari d’oro che potrebbero essere bloccati soltanto dal Congresso. Uno scenario, quest’ultimo, che appare pura utopia: l’ingente flusso di denaro fa gola negli States a politici, ma soprattutto alle grandi multinazionali di armi che hanno una forte incidenza sulle politiche americane. Di fronte a questo mix di forze le lamentele delle organizzazioni umanitarie, pertanto, lasciano il tempo che trovano.

In questo giro di affari miliardario, è perciò ipocrita l’atteggiamento di Washington che se da un lato continua a finanziare la mattanza in Yemen, dall’altro esorta l’alleato yemenita ad accettare la road map tracciata dall’Onu per raggiungere la pace con i rivali sciiti houthi. Gli inviti di Zio Sam alla pacificazione non hanno finora riscosso successo: il governo del presidente in esilio Hadi – longa manus di Riyadh in Yemen – ha già infatti scartato martedì questa possibilità definendo la proposta delle Nazioni Unite un “precedente internazionale pericoloso”. Una dichiarazione che ha fatto subito infuriare (a parole) il Dipartimento di Stato Usa che si è detto “deluso” per la risposta negativa dell’esecutivo yemenita.

E mentre il governo di Hadi (riconosciuto dalla comunità internazionale) e quello rivale di Sana’a (sostenuto ufficiosamente dall’Iran) non riescono a trovare una intesa che ponga fine alla  guerra, la situazione umanitaria continua a peggiorare. Martedì l’associazione internazionale Secondo l’organizzazione umanitaria, le importazioni di cibo ad agosto erano meno della metà necessaria a nutrire la popolazione e in questi mesi si sarebbero ulteriormente ridotte. L’Amministratore delegato del gruppo, Mark Goldring, non usa troppi giri di parole per descrivere le condizioni umanitarie del Paese: “Lo Yemen è sul punto di morire di fame”. “All’inizio – ha aggiunto Goldring – ci sono state le restrizioni sulle importazioni. Poi quando le cose sembravano migliorare, le grù al porto, i depositi, la strade e i ponti sono stati bombardati. Quanto accaduto non è avvenuto per caso, ma è [un fatto] sistematico”. Nena News

Roberto Prinzi è su Twitter @Robbamir

La commissione giustizia del Parlamento ha votato per l’abolizione di un articolo del codice penale che garantisce l’immunità agli stupratori che sposano le loro vittime. Un successo che si deve alla campagna di una piccola ong locale, Abaad

Beirut tre giorni fa. Sit-in in abito da sposa delle attiviste di Abaad (foto di Hassan Shaban)

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Beirut, 9 dicembre 2016, Nena News – Si fa festa nell’ufficio di Abaad a Furn el Chebbak, alla periferia di Beirut. «È un grande giorno, è una grande vittoria per le donne libanesi», ci dice accogliendoci Soulayma Mardam Bey, una delle responsabili di questa piccola ma agguerrita ong libanese (www.abaadmena.org) che si batte per i diritti delle donne e contro la violenza di genere. Due giorni fa la Commissione Giustizia del Parlamento, dopo una lunga battaglia condotta da Abaad, ha votato l’abolizione dell’articolo 522  del codice penale che garantisce l’immunità agli stupratori che sposano le loro vittime. Manca ancora il voto dell’assemblea parlamentare ma, assicura Mardam Bey, «ci sentiamo al sicuro, il presidente della commissione, Robert Ghanem, garantisce l’appoggio di tutte le forze politiche contro quell’articolo. Non si torna indietro». Si aspetta perciò la prima riunione utile dell’assemblea per scrivere la parola fine sull’articolo 522 e impedire, come sottolinea lo stesso Robert Ghanem, che ciò che sarà abolito non verrà ripresentato sotto altre forme in futuri progetti di legge. Assicurazioni in tal senso sono giunte anche dal primo ministro incaricato Saad Hariri che l’altro giorno, con un tweet, ha manifestato la sua soddisfazione per la decisione presa dalla Commissione Giustizia del Parlamento.

   È costata mesi di impegno quotidiano ad ogni livello, mediatico e in Parlamento, la campagna contro il matrimonio riparatore dello stupro. Determinante è stata anche la collaborazione offerta da altre ong che ugualmente si battono per i diritti delle donne, in particolare durante la recente mobilitazione internazionale contro la violenza di genere. Più volte le attiviste di Abaad sono scese nelle strade del centro di Beirut, l’ultima martedì in piazza Road al Sohl, indossando abiti da sposa insaguinati ed issando cartelli con la scritta «Il matrimonio non può cancellare lo stupro». L’aspetto più complesso, aggiunge Mardam Bey, «era l’atteggiamento delle famiglie delle donne stuprate oltre alle paure e alle comprensibili esitazioni del vittime della violenza sessuale, spesso appena adolescenti, a denunciare apertamente il loro aggressore e a respingere il matrimonio cosiddetto riparatore».

Il Libano non è l’area tra Hamra e Achrafieh che forma più o meno il centro di Beirut, aperto e cosmopolita, dove, in apparenza, le donne godono di ampia libertà in confronto a quelle di altri Paesi della regione. Domina sempre la famiglia patriarcale. Il degrado, la disoccupazione, la povertà, il sovraffollamento già ben visibili alla periferia della capitale libanese, sono determinanti per tenere in piedi una società che resta profondamente conservatrice, soprattutto nelle campagne e nei piccoli centri abitati. Aree dove il rispetto di tradizioni vecchie di secoli va ben oltre le restrizioni imposte dalle religioni alle donne. «La difesa dell’onore della famiglia – ci spiega Mardam Bey – ancora oggi spinge tante donne, soprattutto quelle più giovani, a rimanere in silenzio dopo aver subito uno stupro e ad accettare la soluzione preferita da non pochi genitori di un matrimonio che copre la violenza avvenuta e salva l’aggressore da un processo».

(foto di Michele Giorgio)

L’articolo 522 del codice penale, di cui si attende la definitiva abolizione, di fatto legalizza questa “soluzione sociale” che piace alle famiglie e che nega alle donne la possibilità di far incriminare e condannare gli stupratori. «Non è facile, i problemi non sono risolti però si segnalano anche dei miglioramenti» aggiunge Mardam Bey «ad esempio le gerarchie religiose, di ogni fede in Libano, si sono espresse a sostegno della nostra campagna per l’abolizione dell’articolo 522 del codice penale e a favore della condanna degli stupratori».

Adaab, che opera grazie a donazioni di grosse ong internazionali, è intenzionata a spingere l’onda del cambiamento sociale, tenendo però fede al suo impegno principale contro la violenza sulle donne. Dal 2011, quando è stata fondata, l’ong ha sviluppato diversi progetti. Uno dei più importanti è quello degli shelter, appartamenti per le donne che fuggono dalle violenze, soprattutto quella domestica. «Abbiamo shelter segreti che offrono rifugi sicuri alle donne a rischio – conclude la rappresentante di Abaad -, donne spesso molto giovani alle quali offriamo anche assistenza clinica e terapia individuale o di gruppo. Siamo al lavoro tutto l’anno, 24 ore su 24,  per garantire aiuto e consulenza alle donne in pericolo o che hanno già subito abusi. E abbiamo avviato anche un programma per aumentare la consapevolezza degli uomini sulla violenza di genere». Tra il 2013 e il 2015 Abaad ha fornito un riparo sicuro a 317 donne libanesi in situazioni di pericolo di vita. Nena News

Una dozzina di coloni mascherati che brandivano coltelli e bastoni e gridavano “morte agli arabi” ha attaccato cinque contadini palestinesi che stavano raccogliendo olive. “Sono venuti per uccidere”, ha detto una vittima

Colonia israeliana in Cisgiordania. foto UPI/Debbie Hill

di Gideon Levy e Alex Levac*

Roma, 9 dicembre 2016, Nena News – E’ stato un pogrom [attacchi antisemiti contro la popolazione ebraica nei Paesi dell’Est Europa. Ndtr.].I sopravvissuti sono cinque pacifici contadini palestinesi che parlano un ebraico smozzicato e lavorano nell’edilizia in Israele, con permessi di ingresso validi. Durante i fine settimana coltivano ciò che è rimasto delle loro terre, la maggior parte delle quali sono state depredate a favore dei coloni che strangolano il loro villaggio, Janiya, fuori Ramallah. Sono convinti di essere sopravvissuti solo per miracolo all’attacco di sabato scorso.

“Pogrom” è davvero la sola parola per descrivere quello che hanno subito. “Vi uccideremo!” hanno gridato gli assalitori, mentre picchiavano gli uomini sulla testa e sul corpo con mazze e tubi di ferro, e brandivano coltelli a serramanico. L’unico “crimine” dei palestinesi, che stavano raccogliendo le loro olive quando i coloni si sono gettati su di loro, era il fatto di essere palestinesi che hanno avuto l’ardire di lavorare la loro terra.

Il periodo della raccolta delle olive è tradizionalmente la stagione dei pogrom in Cisgiordania, ma questo è stato uno dei più violenti. Nessun rappresentante ufficiale israeliano ha condannato l’assalto, nessuno si è indignato. Uno degli aggrediti è stato medicato con 10 punti in testa, un altro ha avuto un braccio e una spalla rotti, un terzo zoppica, un quarto ha perso gli incisivi. Solo uno è riuscito a scappare agli assalitori, ma anche lui si è fatto male quando si è ferito a una gamba sul terreno roccioso mentre fuggiva.

I contadini, che giorni dopo l’aggressione erano ancora in stato di shock per questa brutta esperienza, sono stati portati via dai compaesani; le olive sono rimaste sparse sul terreno. Ora hanno paura di tornare nell’oliveto. Questo fine settimana, si sono ripromessi, manderanno giovani di Janiya a prendere quello che avevano raccolto e a finire il lavoro. Per quanto riguarda loro, con il corpo e l’anima acciaccati, dicono di non essere in grado di fare niente.

Gli assalitori, circa una dozzina di coloni mascherati, si vedono in un video girato da un abitante, Ahmed al-Mazlim, mentre, palesemente in preda all’eccitazione per la loro azione, tornano alle loro baracche, sparse sotto la colonia di Neria, nota anche come “Nord Talmon”, tra Modi’in e Ramallah. Questo è stato il loro “oneg Shabbat” la loro festa del sabato: scendere nella valle e picchiare persone che stavano lavorando la propria terra, innocenti quanto indifese, forse addirittura con l’intenzione di uccidere. Un fine settimana pacifico.

Si vedono i coloni risalire lentamente verso le baracche del loro avamposto illegale, che si trova sulla collina sotto Neria. Non hanno fretta, in fin dei conti nessuno li sta inseguendo. Alla fine si siedono sulla soglia di una delle baracche per dissetarsi con una borraccia.

Non avevo mai visto prima criminali lasciare la scena del delitto con tale indifferenza. Forse erano esausti del loro lavoro – picchiare arabi – stanchi ma contenti. Yotam Berger, il giornalista di Haaretz che è stato il primo a pubblicare il video, ha visitato le baracche il giorno dopo il pogrom. Sapeva bene che dei coloni vivevano lì, anche se le strutture erano vuote quando è arrivato. Fino a quel momento non erano stati fatti arresti, ed esperienze precedenti suggeriscono che non ne verrà fatto nessuno. La polizia sta indagando.

Janiya, un piccolo villaggio di 1.400 anime nella parte centrale della Cisgiordania, si guadagnava di che vivere lavorando la sua terra finché gran parte di questa è stata portata via dalle vicine colonie, dalla fine degli anni ’80. Poche regioni sono altrettanto popolate di coloni come questa; pochi villaggi hanno avuto tanta terra rubata come Janiya. Degli originali 50.000-60.000 dunam (5.000-6.000 ettari) posseduti dai suoi abitanti, solo 7.000 (700 ettari) rimangono di loro proprietà. Il villaggio è stato strangolato.

Da una buona posizione ai suoi confini, si può vedere la valle in cui è stato perpetrato l’attacco, e le colonie vicine. La nostra guida è Iyad Hadad, un ricercatore sul campo dell’organizzazione per i diritti umani israeliana B’Tselem. Sotto di noi le case di Talmon A confinano con le rimanenti terre di Janiya, molto vicino alle case dei paesani. Basta allungare la mano per toccarle; un altro progetto di espansione e arrivano fin dentro Janiya.

A destra, verso sudest, c’è la colonia di Dolev, a vantaggio dei cui abitanti Israele ha bloccato per anni la strada principale per Ramallah. Appollaiata sulla collina c’è Talmon B; lì vicino c’è Talmon C; e là, all’orizzonte, si trova Talmon D. Sulla cima della collina, ad una certa distanza, c’è una base dell’esercito israeliano.

Ogni cima di collina rappresenta un’altra minaccia per il tranquillo villaggio. Neria si trova sopra l’uliveto della famiglia Abu Fuheida e i pendii terrazzati che scendono da lì. Le costruzioni della “gioventù delle colline” [gruppo di giovani coloni molto violenti. Ndtr.] sono sparse su tutto il territorio, tra le varie Talmon, a decine di metri le une dalle altre.

La valle è tranquilla. Alcuni degli oliveti ora sono di proprietà delle colonie; quando si fa la raccolta, ci si mette d’accordo con l’esercito israeliano. Per esempio, la scorsa settimana le olive sono raccolte nelle parti di Talmon A coltivate dai palestinesi. Ma l’aggressione da parte dei coloni è stata perpetrata in un luogo in cui il coordinamento non è richiesto, perché non è proprietà di alcuna colonia.

Siamo alla fine della stagione del raccolto, e questo è un canalone chiamato Natashath. E’ sabato mattina, una giornata stupenda, e cinque membri della famiglia Abu Fuheida – Sa’il, Hassan, Sabar, Sa’ad e Mohammed – scendono all’oliveto di famiglia, dove hanno una settantina di ulivi. Sono circa le 8,30; non ci sono altri contadini lì attorno. Portano sacchi (“Nessun coltello”, chiarisce subito uno di loro) sparsi per terra per raccogliere le olive cadute, con una bottiglia di Coca Cola, pomodori, pane pita e affettati. Non è una buona annata per le olive, il raccolto è stato scarso.

Lavorano fino a mezzogiorno, si siedono per mangiare e ritornano alle scale. Il loro piano è di finire il raccolto entro il pomeriggio. Ma in quel momento gli aggressori gli piombano addosso all’improvviso: i raccoglitori, sulle scale, con la testa in mezzo ai rami, non li vedono. Solo Sa’il, con i suoi 57 anni il più vecchio del gruppo e l’unico che non è su una scala, riesce a scappare, ferendosi solo fuggendo in preda al panico.

Secondo Sa’il e il suo fratello ferito, Hassan, erano 10, forse 15 assalitori. Sembravano giovani e robusti. Uno dei quattro che hanno aggredito Hassan portava occhiali; Hassan ha visto solo i suoi occhi. E’ stato quello che gli ha inflitto i colpi peggiori, aggiunge Hassan. Tutti avevano tubi, mazze, randelli o coltelli. Ce n’era anche uno che sembrava di vedetta: è rimasto sulla collina vicino a Neria, con un fucile, osservando a quanto pare quello che stava succedendo. “Morte agli arabi! Morte agli arabi!” gridavano gli aggressori. “Vi uccideremo, porci.”

Sa’il: “Erano aggressivi, violenti, non ho mai visto un attacco del genere. Erano venuti per uccidere.”

I contadini si sono precipitati giù dalle scale, dritti nelle mani degli assalitori, che hanno afferrato prima Sabar, poi Hassan, circondandoli, alcuni coloni per ogni palestinese, e li hanno percossi. Sabar è stato il primo a perdere conoscenza, Hassan dice di essere svenuto anche lui. Gli autori del pogrom hanno cercato di colpirli in testa, ma Hassan se l’è protetta con le mani. La sua mano destra ora è bendata, con dei punti e fasciata, ha perso quattro denti e ha anche un labbro tagliato. Si muove a malapena e parla a fatica.

L’aggressione è durata tra i cinque e i dieci minuti. Uno dei cugini, Mohammed, ad un certo punto è riuscito a scappare, dopo essere stato leggermente ferito, e ha chiesto aiuto al villaggio. Quando gli aggressori se ne sono andati, i feriti sono stati portati via su ambulanze ed auto private all’ospedale pubblico di Ramallah. Hassan ha raccontato di aver ripreso conoscenza in casa di suo fratello, dove era stato portato dagli abitanti del villaggio prima di essere trasportato in ospedale. Quando si è alzato gli è venuto un capogiro. Era sicuro che sarebbe morto, dice Hassan, un lavoratore edile (“con regolare permesso”) a Rishon Letzion [in Israele. Ndtr.].

Solo Hassan e Sa’il erano al villaggio quando ci siamo andati questa settimana (le altre tre vittime erano andate al comando della regione di Binyamin per testimoniare alla polizia). La loro casa era affollata di visitatori che confortavano gli aggrediti. Gli assalitori sono pazzi, ci ha detto il loro cugino Sahar: “Odiano gli arabi, odiano l’odore degli arabi, vedono un arabo e lo vogliono calpestare. Vogliono ucciderci. Non vogliono arabi qui. E fanno quello che vogliono.”

Ci siamo seduti all’ombra della buganvillea nel cortile della casa della famiglia. Ho chiesto ad Hassan cosa pensi di quello che è successo. Un tenue sorriso ha attraversato le sue labbra ferite mentre ripeteva: “Non so cosa pensare. Succede ogni anno.”

*(Traduzione di Amedeo Rossi. Pubblicato originariamente sul sito http://zeitun.info/)

La rassegna salernitana ha chiuso i battenti due giorni fa con lo spettacolo teatrale ideato e interpretato da Serena Gatti e liberamente ispirato ai romanzi dell’architetta palestinese Suad Amiry

di Maria Rosaria Grieco*

Salerno, 9 dicembre 2016, Nena News – Maldoriente, lo spettacolo teatrale ideato e interpretato da Serena Gatti e liberamente ispirato ai romanzi di Suad Amiry, conclude a Salerno la terza edizione della rassegna “Femminile Palestinese”. Ieri sera è stato emozionante ascoltare la narrazione della vita quotidiana di una donna architetto palestinese. La raffinata interpretazione di Serena Gatti ha saputo mostrare con grande impatto la brutalità dell’occupazione. Con eleganza e leggerezza ha puntato al cuore di tutti noi, portandoci per mano dentro alla vita di tutti i giorni, dentro al dolore, alle aspettative calpestate, alle umiliazioni reiterate.

Ci ha catapultato nel bel mezzo di un universo senza diritti, costringendoci a vivere la “normalità” della vita sotto occupazione, una vita non solo senza diritti, ma anche senza futuro e addirittura senza un passato. Ci siamo sentiti tutti cittadini di una terra a cui è negata l’identità, a cui è negata la memoria, in uno stillicidio continuo pianificato da sempre.

Femminile palestinese, che curo dal 2014, nasce proprio con la mission di contrastare la sistematica azione di memoricidio che nega l’identità culturale e politica di un popolo, che divora la sua memoria, la sua storia, i suoi diritti umani e civili. La rassegna infatti, attraverso linguaggi artistici differenziati, afferma una narrazione sulla Palestina diversa da quella dominante e lo fa soprattutto attraverso la voce delle sue donne, come è stato ieri sera con lo spettacolo Maldoriente che ha chiuso il programma 2016.

L’attrice Serena Gatti durante la sua performance a Salerno. (Foto: Maria Rosaria Greco)

Quest’anno la rassegna, oltre alla piecè teatrale della Gatti, ha portato a Salerno l’attivista Arwa Abu Heikal di al-Khalīl (Hebron), il poeta palestinese Ibrahim Nasrallah, la cantante palestino/libanese Amal Ziad Kaawash con il gruppo musicale multietnico Jussur Project, lo storico israeliano Ilan Pappe che ha parlato di linguaggio e decolonizzazione con i docenti Giso Amendola, Pino Grimaldi e il giornalista di Al Jazeera Clayton Swisher, il libro di cucina POP Palestine cuisine con le autrici Fidaa Ibrahim Abuhamdieh, Silvia Chiarantini e la fotografa Alessandra Cinquemani, il performer Daniele De Michele, in arte DON PASTA con il suo spettacolo “Palestine Food Sound System”.

È stato un percorso fantastico pieno di emozioni che ha intercettato gli interessi culturali più svariati con un pubblico sempre eterogeneo e partecipe, un pubblico meravigliosamente curioso. Il mio pensiero va ai tantissimi affezionati che ci hanno seguito e sostenuto ad ogni appuntamento, senza i quali saremmo stati solo un contenitore sterile.

E in particolare voglio sottolineare il sostegno del Centro di produzione teatrale “Casa del Contemporaneo”, che ha sposato sia la vision che la mission della rassegna Femminile palestinese, senza mai intaccarne l’autonomia e tutelando quindi un progetto culturale che difficilmente avrebbe trovato spazio altrove. Dare voce alla Palestina è una scelta coraggiosa e scomoda per chi fa impresa culturale. Muoversi nella convinzione di sostenere il dibattito sui valori umani e civili è una scelta culturale che va oltre i soliti schemi commerciali.

Mi piace quindi parlare di queste buone prassi, che accadono oggi, nella città di Salerno, una delle tante città di provincia del sud Italia. Io penso sia meritevole prendere decisioni del genere, di militanza socioculturale, mentre in Italia e in Europa si innalzano muri, barricate e chiusure culturali, oltre che politiche, nei confronti di tutto ciò che viene vissuto come “diverso”. La direzione di Casa del Contemporaneo invece, controcorrente, ha voluto inserire la rassegna Femminile palestinese nel proprio cartellone permettendone la realizzazione. E noi continueremo a lavorare in rete con un territorio che sa rispondere agli stimoli culturali con grande passione.

Con le parole di Suad Amiry, che chiudono lo spettacolo Maldoriente, insieme al popolo palestinese che resiste e insieme a tutti i popoli che vedono calpestati i propri diritti umani e civili: “resteremo qua venti volte. All’infinito”. Noi resteremo qua venti volte, all’infinito. Nena News

*Curatrice di “Femminile Palestinese”

Nel mese di ottobre la percentuale dei permessi israeliani per pazienti di Gaza è la più bassa in sette anni, riporta l’Oms. I più colpiti sono i pazienti oncologici che nella Striscia non trovano i medicinali adatti

Il reparto di maternità dell’ospedale Shifa di Gaza (Foto: Loulou d’Aki)

di Rosa Schiano

Roma, 7 dicembre 2016, Nena News La percentuale dei permessi rilasciati da Israele a pazienti palestinesi di Gaza per l’attraverso del valico di Erez è la più bassa in sette anni, riferisce un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Delle 2.019 richieste inviate, infatti, solo il 44.08% sono state approvate:si tratta della percentuale più bassa dal mese di aprile 2009.

A 125 pazienti (6.19%) sono state negate le autorizzazioni di viaggio, tra questi vi erano cinque minori e sei persone anziane di età superiore ai 60 anni, mentre 1.004 pazienti (49.73%) non hanno ricevuto alcuna risposta, tra questi 265 minori e 116 anziani, secondo i dati dell’ufficio di collegamento palestinese.

Il 92.8% dei pazienti a cui sono state negate le autorizzazioni ad attraversare il valico – e che necessitavano di trattamenti in ortopedia, oncologia, neurochirurgia, chirurgia generale ed altre specialità – avevano appuntamenti presso ospedali a Gerusalemme est e in Cisgiordania, solo il 7.2% in ospedali in Israele.

Gli oltre 1.000 pazienti che non hanno ricevuto risposta – tra cui 265 minori – hanno perso i propri appuntamenti; la maggior parte di essi aveva bisogno di cure mediche in oncologia, ortopedia, pediatria, ematologia, oftalmologia, cardiologia, chirurgia vascolare.

Il ritardo nel rilascio dei permessi comporta il rimando di cure mediche anche urgenti. I pazienti di Gaza a volte fanno nuove richieste dopo che sono state loro negate le autorizzazioni o quando, avendo bisogno di cure nel più breve tempo possibile, non hanno ricevuto ancora risposta.

Inoltre, a coloro che inviano richieste di attraversamento del valico viene spesso chiesto dalle autorità israeliane di sottoporsi ad interrogatori della sicurezza. L’Oms riferisce che ad ottobre sono 14 i pazienti, tra cui sei donne, a cui è stato chiesto di sottoporsi ad interrogatori al valico diErez e soltanto ad uno dei pazienti è stato dato il consenso di attraversarlo.

Tra le varie specialità mediche, le richieste per trattamenti in oncologia restano le principali. Una situazione di cui soffrono soprattutto le donne colpite da cancro al seno. Difficile che siano disponibili nella Striscia farmaci essenziali, tra cui i chemioterapici, questo ha a volte comportato interruzioni dei cicli di chemioterapia, mentre la radioterapia non è disponibile, da qui la necessità per i pazienti di Gaza di trattamenti medici al di fuori della piccola enclave assediata. Nena News

Rosa Schiano è su Twitter: @rosa_schiano

 

In esclusiva le foto del campo profughi a Sidone, teatro nella notte di duri scontri tra il partito palestinese e il gruppo di Bilal al-Bader. L’infiltrazione di milizie islamiste non fa che peggiorare le già difficili condizioni di vita dei rifugiati palestinesi

testo e foto di Michele Giorgio

Ain el-Helwe (Sidone), 7 dicembre 2016, Nena News – Resta alta la tensione nel campo profughi palestinese di Ain el-Helwe (Sidone), dove stanotte si sono registrati nuovi scontri tra i combattenti di Fatah e gli islamisti che fanno capo a Bilal al-Bader. Secondo le testimonianze raccolte, intorno alle 2 (ora locale) due islamisti sono entrati in una strada vicino all’ospedale an-Nida’a dove si trova una postazione di Fatah e avrebbero iniziato a sparare per aria alcuni colpi di fucile.

I combattenti del partito palestinese avrebbero immediatamente risposto dando così il via ad uno scontro armato che si è protratto per ore. Al momento la situazione nel maggiore dei campi rifugiati palestinesi presenti in Libano (con i suoi 80.000 abitanti ufficiali) sembra essersi calmata. Tuttavia, sui tetti di alcuni edifici sono ancora presenti i cecchini.

I ripetuti scontri tra gruppi palestinesi ad Ain el-Helwe aveva indotto due settimane fa l’esercito libanese ad annunciare la costruzione di un muro di cemento alto diversi metri con torri di guardia. Un muro che ufficialmente dovrà impedire che i ricercati, specialmente i jihadisti in fuga, trovino rifugio nel campo ma che ben rappresenta la condizione degli oltre 400mila rifugiati palestinesi in Libano, di fatto segregati nei loro campi, esclusi da decine di lavori, costretti a sopravvivere grazie agli aiuti umanitari internazionali e locali. Secondo i piani, l’avvio dei lavori della barriera intorno a Ain el Helwe, progettata nei mesi scorsi, sarà completata in 15 mesi. Dopo qualche giorno dall’annuncio, però, l’esercito ha fatto dietro front e al momento la costruzione del muro è sospesa.

A distanza di nove anni dalla distruzione del campo profughi palestinese di Nahr al Bared (Tripoli), rimasto per mesi sotto il fuoco dell’artiglieria dell’esercito libanese intenzionato a stanare i jihadisti di Fatah al Islam che vi si erano rifugiati, anche Ain el Helwe paga il conto della penetrazione di gruppi di islamisti radicali che approfittano del vuoto di sicurezza che regna nel campo profughi.

Le formazioni palestinesi, a cominciare da Fatah, hanno provato senza successo ad impedire che i jihadisti creassero delle basi nel campo. E in questi ultimi tempi non sono mancati gli scontri a fuoco con morti e feriti. Nel giugno 2015 uno dei leader di Fatah, Talal Balawna, fu assassinato da “sconosciuti”, un’uccisione che ha anticipato gli scontri armati di due mesi tra Fatah e JundalSham, andati avanti per più di una settimana.

Jundal Islam da allora ha fatto il bello e il cattivo tempo ad Ain al Hilwe, fino all’arresto due mesi fa da parte dell’intelligence libanese del suo fondatore, Imad Yasmin, che è anche un leader dello Stato Islamico. Un clima di cui i profughi sono le vittime e che ha contribuito ad alimentare la propaganda dei tanti che libanesi che considerano i campi palestinesi un “problema” da risolvere anche con le maniere forti. Nena News

Didascalie:

n. 1: la strada dove sono scoppiati gli scontri, allagata perché le cisterne d’acqua sono state colpite dai proiettili

n. 2-3: auo crivellate da colpi di mitragliatrice

n. 4-5: bossoli a terra, un bambino gli cammina vicino

n. 6-7: i segni dell’esplosione di una granata

n. 8: l’ospedale al-Nidaa, gli scontri sono avvenuti vicino all’edificio

n. 9: auto in fila al checkpoint controllato dall’esercito libanese all’ingresso del campo

n. 10-11: l’ingresso del campo profughi con i vessilli del Pflp e di Fatah

n. 12: il muro in costruzione intorno al campo profughi

Gli Usa senza più alternative, tra Assad e un’opposizione sunnita radicale, dicono sì al piano russo e poi cambiano idea. Mosca pone il veto al Consiglio di Sicurezza e punta a distruggere i “ribelli” prima dell’arrivo di Trump

Il segretario di Stato Usa Kerry e il ministro degli Esteri russo Lavrov (Foto: Reuters)

AGGIORNAMENTO ore 10.45 – ESERCITO RIPRENDE L’INTERA CITTA’ VECCHIA

Nella notte l’esercito governativo ha ripreso l’intera Città Vecchia di Aleppo dopo durissimi scontri con le opposizioni. Secondo quanto riportato da al-Jazeera i gruppi armati anti-Assad, allo stremo, avrebbero chiesto una tregua di cinque giorni dopo aver rifiutato accordi precedenti

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di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 7 dicembre 2016, Nena News – Damasco avanza nel cuore di Aleppo est, la Russia impone diktat, la strategia Usa si scioglie come neve al sole. Sullo sfondo il silenzio assordante di Bruxelles, fuoriuscita dalla crisi siriana pagando miliardi di dollari alla Turchia di Erdogan per fermare i profughi disperati, e dell’Onu che si limita a proporre risoluzioni nate già morte.

Il voto di lunedì sera in Consiglio di Sicurezza sulla mozione che chiedeva una settimana di tregua nella città siriana è stato archiviato dal veto di Russia e Cina. Un veto prevedibile visti i piani che Mosca ha per Aleppo, portati avanti con jet e negoziati sottobanco con opposizioni reticenti. Quanto avviene oggi è diretta conseguenza della decisione dell’Occidente di abdicare, di farsi da parte nella ricerca di una soluzione politica ad un conflitto che ha volutamente acceso come parte della redifinizione di confini e zone di influenza in Medio Oriente, processo cominciato nel 2003 con l’invasione dell’Iraq.

Con le bombe che stravolsero Baghdad 13 anni fa, con la caccia alla testa di Saddam Hussein e la distruzione dello Stato iracheno, gli Stati Uniti e i suoi alleati – Londra, Roma, Madrid, Parigi, ma anche il Golfo – hanno pavimentato la strada verso l’ennesimo colonialismo che oggi esplode in tutte le sue contraddizioni. Perché è ricomparsa la Russia che ha archiviato l’imperialismo monocolore Usa e ha imposto i propri interessi, facendo da calamita per quei paesi tagliati fuori dalla rete di alleanze statunitense.

Le lacrime di coccodrillo di fronte al dramma di Aleppo e alla prossima vittoria del nemico Assad lasciano il tempo che trovano. A versarle è chi ha finanziato ribelli di sordida fama, chiaramente pochi interessati ai valori democratici millantati da Bruxelles e Washington. Armi e denaro hanno riempito le casse di milizie salafite, islamiste, qaediste, ma anche di gruppi apparentemente liberali e poi pronti a saltare sul carro di al Qaeda.

Oggi quelle contraddizioni – ancora più eclatanti guardando alla vicina Mosul, dove gli islamisti sono bollati come il male quando in Siria vengono più che tollerati – massacrano Aleppo. Le opposizioni non intendono cedere nonostante l’avanzata dei governativi: ieri altri quartieri di Aleppo est (Shaar, Dahret Awad, Juret Awad, Karam al-Beik e Karam al-Jabal) sono caduti in mano a Damasco, che ormai controlla il 70% di Aleppo est e si trova a poche centinaia di metri dal cuore della Città Vecchia.

Mosca può così permettersi di dire no alla tregua, ribadendo che sarà indetta solo quando i “ribelli” si arrenderanno. Per questo ha preparato un piano con Washington, un accordo di massima su tempi e vie di evacuazione dei miliziani a Idlib che ieri la Casa Bianca ha però ritirato: «Ora hanno un nuovo piano – ha detto il ministro degli Esteri russo Lavrov, che bolla come «inaffidabile» la controparte – È un tentativo di dare tempo ai miliziani, riprendere fiato e rifornirsi».

Le stesse opposizioni ieri hanno rigettato la proposta di resa. Alla testa del fronte anti-Assad, compattato dall’ultima offensiva governativa sotto la nuova bandiera dell’Esercito di Aleppo, ci sono salafiti e jihadisti che con una mano accolgono gli aiuti esterni e con l’altra rifiutano di seguire le indicazioni Usa. Mosca è convinta dei legami con l’Occidente, intessuti via Turchia, e ieri ha apertamente accusato le intelligence avversarie di aver fornito alle opposizioni le coordinate dell’ospedale da campo russo appena arrivato ad Aleppo ovest e subito colpito dai missili dei “ribelli”.

Gli Stati Uniti negano le accuse ma la fragilità della loro non-strategia regala spazio e tempo alla Russia. Lo spiegano bene le parole del segretario di Stato Kerry che ieri rimpiangeva l’occasione del settembre 2013 quando Obama bloccò in extremis l’intervento contro Assad («Ci è costato moltissimo») e le dichiarazioni di lunedì, al suo ultimo meeting Nato prima dell’avvento del nuovo presidente Trump: «L’angoscia [occidentale] si manifesta nelle politiche in tutto il mondo».

Perché Usa e Nato (sgretolata dal doppiogioco dell’alleato turco) hanno subito l’avanzata russa, prima diplomatica e poi militare, per arrivare alla fine del secondo mandato dell’amministrazione Obama senza prospettive di vittoria. Tutto finirà nelle mani di Trump, alla cui entrata in carica la Russia vuole arrivare con un Aleppo senza ribelli. Con una Casa Bianca senza più alternative – Assad da una parte e una compagine sunnita radicale dall’altra – il tycoon potrebbe optare per la via più semplice: combattere l’Isis in coordinamento con Putin, lasciando il caos siriano ai russi. Con il rischio, però, di veder rafforzato il suo spauracchio, l’Iran.

Nella capitale del nord, ormai ombra della bellezza abbagliante persa nel 2012, si muore ogni giorno: 340 i civili uccisi a est dal governo, 80 ad ovest dai “ribelli”. Alla morte si aggiunge la consapevolezza dei sopravvissuti: serviranno anni per ricostruire le normali relazioni sociali, politiche ed economiche che hanno caratterizzato la Siria, per rimbastire rapporti di fiducia e mutuo rispetto, per ricucire le ferite di sfollati, rifugiati e civili disumanizzati, trasformati in meri scudi umani.

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

Gli aiuti alla “sicurezza” degli Stati Uniti all’Autorità Nazionale Palestinese hanno trasformato Ramallah in sub-appaltatore dell’occupazione e spianato la strada all’autoritarismo interno

Forze di sicurezza dell’Anp (Foto: Issam Rimawi/Flash90)

di Alaa Tartir – Al Jazeera

Ramallah, 7 dicembre 2016, Nena News – Intellettuali e attivisti criticano regolarmente l’ingente quantità di fondi – 3.1 miliardi di dollari – che gli Stati Uniti fanno transitare a Israele ogni anno. Recentemente il presidente Usa Barack Obama ha riconosciuto a Israele 38 miliardi di dollari in aiuti militari per i prossimi 10 anni, il più grande singolo impegno di assistenza militare nella storia statunitense. Con il presidente eletto Donald Trump, che di certo continuerà se non aumenterà questa quantità, le critiche sono destinate a crescere.

Tuttavia gli aiuti militari a Israele non sono l’unico modo in cui gli Usa sostengono l’occupazione israeliana della Palestina. Gli aiuti statunitensi ai palestinesi, una media di 400 milioni di dollari l’anno dal 2008 che si dividono tra sostegno al budget all’Autorità Nazionale Palestinese e assistenza a progetti civili, in ultima istanza supportano l’occupazione israeliana.

Negli ultimi due decenni gli Stati Uniti sono stati secondi solo all’Unione Europea in donazioni a Cisgiordania e Striscia di Gaza, con oltre 5 miliardi su un totale di 30 in aiuti. Questi fondi sono stati per lo più girati al settore della sicurezza dell’Anp. Metà dei dipendenti pubblici palestinesi sono impiegati nella sicurezza. Ogni anno il settore riceve un miliardo di dollari di budget dall’Anp e il 30% circa degli aiuti internazionali.

Dal 2005 gli Stati Uniti, tramite l’ufficio della United States Security Coordinator (Ussc) per Israele e i Territori palestinesi, hanno lavorato per professionalizzare e potenziare l’efficacia delle forze di sicurezza dell’Anp come parte del progetto di costruzione dello Stato (sotto occupazione) per la Palestina. Eppure il principale cardine di questo progetto è stato il radicamento della collaborazione alla sicurezza tra Anp e Israele.

Che l’Anp e Israele lavorino insieme sulla sicurezza significa che una sostanziosa parte degli aiuti al settore della sicurezza dell’Autorità Palestinese serve sia a Israele che alla Palestina. Ricerche mostrano che almeno il 78% degli aiuti internazionali ai palestinesi finiscono nell’economia israeliana.

Gli aiuti Usa rendono più facile e economico a Israele la sicurezza per le sue colonie – illegali secondo il diritto internazionale e agli occhi del mondo e degli Stati Uniti. La presenza di coloni israeliani nei Territori Occupati palestinesi è anche una violazione del diritto internazionale. Gli aiuti dunque compromettono la sicurezza dei palestinesi finanziando gli interessi del loro occupante. “Collaborazione” sotto occupazione in realtà significa dominio dell’oppressore.

Vale la pena ricordare le parole dell’ex capo dell’Uscc, il generale Keith Dayton, che elogiò “i nuovi uomini palestinesi” che aveva creato addestrando le forze di sicurezza dell’Anp. Dayton celebrava l’abilità dei nuovi palestinesi di bloccare sollevazioni di massa, notando che ora puntano le loro pistole non contro Israele ma contro i “nemici reali” – quei palestinesi che resistono all’occupazione di Israele.

Gli aiuti alla sicurezza alla Palestina inoltre trasformano l’Anp in un sub-appaltatore dell’occupazione israeliana. Basta che chiediate a qualsiasi giovane palestinese della Cisgiordania che ha provato a protestare contro l’uccisione da parte di Israele di migliaia di civili a Gaza nel 2014 ed è stato fermato dalle forze dell’Anp. La grande maggioranza dei palestinesi rifiuta la posizione del presidente Mahmoud Abbas per cui il coordinamento alla sicurezza con Israele è “sacra”.

Un residente del campo profughi di Jenin in Cisgiordania mi ha detto: “Non ho problemi con il coordinamento alla sicurezza se fosse reciproco. Ma è solo dominio. Quando l’Anp potrà chiedere a Israele di arrestare un colono per proteggere la sicurezza del popolo palestinese, allora sarà diverso”. Un residente del campo profughi di Balata a Nablus ha aggiunto: “Il coordinamento alla sicurezza mina la nostra sicurezza e esternalizza [il ruolo di occupante] alle forze di sicurezza dell’Anp”.

I campi di Balata e Jenin sono regolarmente presi di mira dalle forze dell’Anp addestrati dagli Usa per “indurre legge e ordine” attraverso operazioni di sicurezza. L’ultimo round si è svolto una settimana fa con circa 2mila uomini entrati a Balata, portando a duri scontri.

Inoltre come mostra la mia ricerca, questi aiuti “securitari” hanno reso l’Anp sempre più autoritaria e, come alcuni analisti hanno precisato, hanno segnato il sentiero verso uno Stato di polizia. Sia Amnesty International che Human Rights Watch hanno documentato che l’uso eccessivo di forza da parte della sicurezza dell’Anp così come gli assalti commessi dalla polizia in Cisgiordania. L’Anp inoltre limita la libertà di espressione così come la partecipazione e la mobilitazione.

Infatti il 25 luglio due organizzazioni per i diritti umani europee hanno presentato una richiesta sulla base dell’articolo 15 all’ufficio del procuratore della Corte Penale Internazionale per avviare un’inchiesta sul crimine di torture “diffuse e sistematiche” di detenuti palestinesi commessi dalle forze dell’Anp in Cisgiordania. La richiesta invita il procuratore a considerare una possibile inchiesta.

Tuttavia questo uso della forza da parte dell’Anp impallidisce contro quella di Israele, l’attore che ha il vero monopolio dell’aggressione e la violenza nei Territori Palestinesi dato che è l’occupante militare e la somma autorità. In effetti la maggior parte degli aiuti Usa alla Palestina non solo ostacola gli sforzi palestinesi verso la propria libertà dall’occupazione israeliana, ma ha anche promosso l’autoritarismo dell’Anp.

Gli aiuti per controllare i confini e rafforzare la sicurezza interna porterebbero a benefici se la Palestina fosse uno Stato sovrano o se il processo di pace si stesse effettivamente svolgendo. Ma nelle attuali condizioni di conflitto e oppressione i politici devono trovare prima la via verso una risoluzione giusta.

Il sostegno statunitense all’Anp attraverso gli aiuti alla sicurezza inoltre pone un carico economico pesante sulle spalle dei palestinesi, visto che il budget e le risorse scarse sono prosciugati dal settore della sicurezza. Il denaro potrebbe essere speso in infrastrutture, educazione e servizi sociali invece che mantenere i salari degli insegnanti ad un livello così basso da spingerli nelle piazze in una delle più vaste proteste di massa in Palestina negli ultimi anni.

Dobbiamo anche guardare seriamente a come questi aiuti vengono allocati. Un rapporto recente del Geneva Center for the Democratic Control of Armed Forces (Dcaf), ancora non pubblicato ma che ho potuto visionare, fornisce statistiche poco note che quantificano il settore della sicurezza dell’Anp.

Il rapporto del Dcaf mostra che ci sono 83.276 membri delle forze di sicurezza in Cisgiordania e Gaza. Secondo tutti gli standard internazionali è un numero molto alto, con un rapporto di 1 a 48 sulla popolazione totale. In Afghanista, altro paese in conflitto, è di 406 poliziotti ogni 100mila persone, secondo i dati Interpol, e di 5.8 soldati attivi ogni mille persone secondo i dati dell’International Institute for Strategic Studies.

Usando gli stessi dati negli Stati Uniti il rapporto è di 260 poliziotti per 100mila abitanti e 4.6 soldati attivi per mille persone. Eppure in Palestina un alto rapporto di personale di sicurezza non ha alcun senso non fornendo migliore sicurezza ai palestinesi. La principale fonte di insicurezza palestinese è l’occupazione israeliana che è sostenuta dal settore della sicurezza dell’Anp.

Degli 83.276 membri delle forze di sicurezza, 65.463 ricevono lo stipendio dall’Anp e 17.813 dal governo de facto di Hamas a Gaza, mostra il rapporto. L’Anp, che sopravvive degli aiuti internazionali, paga i salari a 31.913 impiegati in Cisgiordania e 33.550 a Gaza. Non solo l’Anp spende quasi un terzo del suo budget totale della sicurezza , un miliardo di dollari, ma il 78% dei 261 milioni previsti per il settore della sicurezza è andato in stipendi.

Inoltre andrebbe notato che al personale della sicurezza pagato dall’Anp al momento è impedito di lavorare per Hamas a causa del conflitto tra Cisgiordania guidata dall’Anp e Gaza guidata da Hamas (sebbene Israele resti l’attuale potere occupante per entrambe le enclavi). L’Anp paga oltre 40 milioni di dollari ogni mese per mantenere i suoi impiegati a Gaza, in sua assenza. Questi “assenti” sono costati qualcosa come 4.8 miliardi di dollari all’Anp negli ultimi 10 anni. Né funzionari dell’Anp né leader di Hamas hanno affrontato questa questione; al contrario continuano a mantenere la divisione politica che tanto ha danneggiato la lotta palestinese per la libertà e l’uguaglianza nell’ultimo decennio.

Secondo il rapporto del Dcaf, l’Anp ha 223 generali e Hamas 80. A confronto l’esercito Usa ha 410 generali in totale (di cui 110 nella marina, 36 nei marine e 131 nell’aviazione). Sicuramente, anche nel migliore scenario di un settore della sicurezza che effettivamente la garantisce ai palestinesi, questa proporzione deformata non ha alcun senso.

I dati del rapporto sono preziosi non solo perché rari ma anche perché mostrano ai politici la necessità di valutare criticamente l’efficacia di questo flusso di aiuti. Le statistiche del Dcaf dovrebbero essere considerate per ripensare la politica riguardanti gli aiuti alla Palestina se gli Usa fossero seri nel voler raggiungere la pace nella regione.

Questo ripensamento non dovrebbe portare a meno aiuti alla Palestina o ad abbandonare il settore della sicurezza dell’Anp, questo aumenterebbe solo gli alti tassi di disoccupazione in Cisgiordania e Gaza. Dovrebbe, invece, riconfigurare i doveri delle forze di sicurezza così da poter sfidare la politica che favorisce la sicurezza di Israele a quella dei palestinesi e da renderle più responsabili nei confronti del popolo palestinese che vorrebbero servire.

Qualcuno potrebbe dire che modificare gli aiuti in questo modo porterebbe a maggiore violenza tra palestinesi e israeliani e tra i palestinesi stessi. Non succederà se sarà sostenuto da una reale sforzo per raggiungere una pace giusta, compresa la fine immediata dell’occupazione militare. La verità è che occupazione militare e ruolo autoritario non porteranno mai la sicurezza. Un migliore stanziamento degli aiuti insieme all’investimento su una pace giusta è il percorso verso una reale e sostenibile sicurezza.

Traduzione a cura della redazione di Nena News

Ieri la Knesset ha approvato un disegno di legge “ripulito”: si legalizzano gli outpost ma senza diritti di proprietà. La colonia-simbolo resta fuori, ma si mantiene l’impianto coloniale

L’avamposto di Amona (Fonte: Haaretz)

della redazione

Gerusalemme, 6 dicembre 2016, Nena News – Ieri sera la Knesset ha approvato in prima lettura il disegno di legge sulla legalizzazione retroattiva degli avamposti considerati illegali anche dalla legge israeliana. Ma non c’è Amona: l’outpost che più di altri rappresenta il movimento dei coloni e il processo ufficioso di colonizzazione della Cisgiordania è stato escluso.

Il voto è passato con 60 sì e 4 no e permetterà, se confermato, l’annessione illegale di migliaia di ettari di terre palestinesi, 8mila dunam, attraverso la legalizzazione di 55 insediamenti. Ma la legge ne esce “ripulita”: lo Stato di Israele riconosce ai coloni il diritto a usare terra privata palestinese ma non i diritti di proprietà. Dunque i proprietari legittimi, i palestinesi, possono chiedere una compensazione. Inoltre la legge si applicherebbe solo alle colonie costruite con assistenza del governo.

Se la legge era stata promossa per evitare l’evacuazione di Amona, prevista entro il 25 dicembre su decisione della Corte Suprema, ora quell’insediamento è sparito dal disegno di legge. Alle 40 famiglie di Amona sarà proposto un accordo: il trasferimento su terre considerate “abbandonate” sulla base della legge degli Assenti, invenzione legale del neonato Stato israeliano nei primi anni ’50 che ha permesso a Tel Aviv di appropriarsi delle proprietà immobili e mobili dei rifugiati palestinesi, perché etichettati come assenti.

A chiedere un compromesso a Naftali Bennett, leader di Casa Ebraica, partito dei coloni, e ministro dell’Educazione, era stato ieri lo stesso premier Netanyahu che voleva evitare ulteriori critiche da parte della comunità internazionale. Soprattutto sulla base delle indicazioni della Corte che aveva precisato che la legge, così com’era, non avrebbe mai ricevuto il via libera.

Domenica il segretario di Stato Usa Kerry, a fine mandato, era tornato sulla questione criticando aspramente il disegno di legge definendolo “profondamente allarmante” perché nuovo ostacolo alla creazione di un futuro Stato di Palestina nei Territori Occupati e quindi alla realizzazione della soluzione a due Stati.

L’evacuazione dei 330 coloni di Amona potrà salvare la coalizione di ultra destra che governa Israele, con Casa Ebraica disposta ad accettare il compromesso in vista dell’entrata in carica di Donald Trump a presidente Usa che apre prospettive nuove di espansione coloniale. Ma non mette in alcun pericolo il progetto coloniale israeliano: il furto di terre, così come definito da organizzazioni per i diritti umani israeliane, non viene cancellato ma si dà ai coloni un ulteriore strumento di avanzamento in Cisgiordania e Gerusalemme Est.

Lo ha detto con chiarezza lo stesso Bennett ieri, dopo il voto: “Oggi la Knesset è passata dal percorso per creare uno Stato palestinese a quello di estensione della sovranità in Giudea e Samaria [Cisgiordania, ndr]. Non ci sono dubbi: la legge permetterà l’estensione della sovranità israeliana”. Nena News

Sussulto all’Onu sulla Siria, dopo mesi di silenzio, ma la tregua non passa. La Russia ha preparato un piano di evacuazione per le opposizioni che rifiutano

Il Consiglio di sicurezza dell’Onu

della redazione

Roma, 6 dicembre 2016, Nena News – No al cessate il fuoco di sette giorni: la battaglia di Aleppo si sposta a New York dove ieri la risoluzione proposta al Consiglio di Sicurezza è stata bocciata da Russia e Cina che hanno posto il veto. Così, in fretta, si chiude il solo tentativo debole e arruffato delle Nazioni Unite di intervenire politicamente nel conflitto in corso nella capitale del nord siriana.

Il silenzio assordante dell’Onu fa il paio con quello di Stati Uniti e Europa che, a parte qualche richiamo spicciolo al rispetto dei diritti umani, hanno completamente messo all’angolo la Siria e la sua guerra civile. Tutto in mano alla Russia che fa il bello e il cattivo tempo e che sta portando Damasco alla vittoria. L’amministrazione Obama, in chiusura di mandato, non pare intenzionata a spendersi oltre lasciando la patata bollente al successore, dichiarato putiniano. L’Unione Europea sul pezzo non c’è mai stata, limitandosi a ignorare il dramma dei rifugiati pagando fior di milioni alla Turchia.

Ieri il veto all’Onu non è nulla di nuovo o inaspettato. La Russia sa di essere ad un passo dalla vittoria e pone le sue condizioni: no ad un cessate il fuoco ora ma solo quando le opposizioni accetteranno la resa. Lo ha spiegato il ministro degli Esteri russo Lavrov al segretario di Stato Usa Kerry a cui ha presentato il suo piano: accordo con i “ribelli”, individuazione delle vie di transito e dei tempi dell’evacuazione e solo dopo la tregua.

Dopotutto né Mosca né Damasco hanno fretta: in poche settimane hanno ripreso quasi il 70% di Aleppo est, accerchiando su ogni lato le opposizioni armate e tagliando le vie di rifornimento. Un cessate il fuoco adesso permetterebbe ai “ribelli” di riorganizzarsi nel momento in cui stanno perdendo tutto: terreno, armi e anche scudi, con la fuga di oltre 31mila civili che con l’avanzata del governo sono riusciti ad uscire dall’assedio interno e esterno che li ha soffocati per quattro anni. Colpiti dal cielo dall’aviazione governativa, intrappolati a terra dai gruppi armati.

Le opposizioni provano a tenere insieme i pezzi, unendosi in una nuova coalizione, l’Esercito di Aleppo. Ma sono consapevoli della prossima sconfitta. Per questo hanno accettato di dialogare con la Russia, tramite la mediazione dell’alleato della prima ora, la Turchia, ma quel negoziato non sta portando da nessuna parte: ieri i “ribelli” hanno detto di no alla resa e all’evacuazione, nonostante il governo si sia nel frattempo ripreso altri quartieri portandosi a 800 metri dalla cittadella.

L’idea russa è un accordo sulla falsa riga di quelli di Daraya a Damasco o al-Waer a Homs: il governo garantisce l’uscita in sicurezza dei miliziani e le famiglie, la messa a disposizione di autobus diretti a Idlib, distretto quasi del tutto in mano all’ex al-Nusra, e la ripresa del sobborgo da parte delle truppe governative. Ad oggi tutti i “ribelli” arresi sono finiti tutti a Idlib, per una ragione precisa: da tempo Assad, non potendo sradicare del tutto la presenza dei gruppi armati, ha individuato nella creazione di enclavi la soluzione al momento migliore. Infilare i miliziani in zone precise, definite, circondate da territori in mano governativa, così da impedire loro di muoversi e portandoli così a morte naturale.

Resta da vedere quando resisteranno ad Aleppo est. La situazione dei civili è ogni giorno più drammatica: fonti locali parlano di 310 civili uccisi dall’inizio delle operazioni governative, a novembre, ad Aleppo est e quasi 100 ad Aleppo ovest, uccisi dai missili e gli attacchi dei miliziani. Acqua potabile e cibo sono introvabili, di ospedali non ne esistono praticamente più. Ieri è stata Mosca ad accusare i “ribelli” di aver colpito una clinica: razzi hanno colpito un ospedale da campo russo appena arrivato a ovest, uccidendo due infermieri e ferendo due medici. Nena News

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