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Ieri le forze di polizia della Striscia hanno ucciso i due presunti responsabili dell’attacco al premier palestinese avvenuto la scorsa settimana. Negli ultimi giorni il presidente Abbas ha attaccato Hamas dichiarando il processo di riconciliazione fallito. Israele si sfrega le mani e con il ministro Bennet ripete che non ci sarà mai uno stato di Palestina

Il premier palestinese Hamdallah (Foto: Reuters)

di Patrizia Cecconi

Gaza, 23 marzo 2018, Nena News – Giornata calda ieri a Gaza. Non solo perché la temperatura ha toccato i 30 gradi, ma anche per i numerosi posti di blocco. Già da un paio di giorni i controlli militari lungo la strada principale che attraversa la Striscia da nord a sud si erano intensificati e in tarda mattinata se ne è capito chiaramente il perché: la polizia era sulle tracce dei presunti esecutori dell’attentato della scorsa settimana al primo ministro Hamdallah.

Di sciocchezze, di bugie e di notizie gonfiate fino a distorcere completamente la realtà se ne sono lette veramente tante. Non ultime quelle odierne in cui si parla di potente bomba e di tentativo fallito di strage contro il primo ministro, il capo dei servizi Majdi Faraji e la loro scorta. Qui a Gaza, ma anche in Cisgiordania, non c’è una sola persona tra le tante intervistate che ritenga possa essersi trattato di un reale tentativo di uccidere Hamdallah.

Tanto l’entità della carica esplosiva quanto la dinamica dell’attentato lasciano a tutti la convinzione che si sia trattato di un messaggio politico e non di un possibile omicidio. Le divergenze tra le varie fazioni politiche riguardano le possibili motivazioni che vanno dal tentativo di interrompere il già difficile processo di riconciliazione al tentativo di facilitare la successione ad Abu Mazen ad uno o all’altro dei diversi candidati.

Visto che non c’è stata alcuna rivendicazione e vista la determinazione con cui Hamas  già dal primo momento ha respinto le colpe attribuitegli dal presidente Abu Mazen, resta da chiedersi perché l’Anp seguiti, al pari di Israele, ad attribuire ad Hamas ogni colpa facendo franare in tal modo il processo di riconciliazione come fosse un dispetto da fare al suo rivale. Ad ogni buon conto l’autorità locale, dal giorno dell’attentato, ha iniziato la caccia all’uomo che sembra essersi conclusa ieri con esito sanguinoso nel campo profughi di Nusseirat, al centro della Striscia.

Due militari uccisi, due presunti attentatori feriti gravemente e poi morti in ospedale, due arrestati. Hamas ufficialmente seguita a condannare l’attentato al primo ministro dell’Anp e i suoi esponenti dichiarano che chi ha agito lo ha fatto sia contro il processo di riconciliazione che contro lo stesso partito che governa Gaza e che, almeno a parole, è favorevole alla riunificazione con Fatah.

Il presidente dell’Anp, nonché di Fatah, sembra invece abbia colto la palla al balzo per dichiarare il processo fallito, ignorando le stesse parole del primo ministro il quale, a pochi minuti dall’attentato, affermava che il tentativo di riconciliazione sarebbe andato avanti. In tutto questo la cittadinanza sembra essere assente e prosegue nella routine della vita quotidiana. Nella serata di ieri dagli alberghi e dai ristoranti sul lungomare arrivava la musica delle feste di matrimonio, i carretti tirati dai cavalli riportavano indietro la frutta rimasta invenduta, nei villaggi seguitava la vita di sempre.

Intanto l’assedio prosegue indisturbato e ignorato dai media mainstream, il ministro dell’estrema destra israeliana, Bennet, dichiara che non ci sarà mai uno stato di Palestina in Cisgiordania e che i palestinesi se vorranno farsi uno stato potranno andarsene a Gaza che potrà allargarsi verso il Sinai: Israele accampa il diritto su basi divine e, per ciò stesso indiscutibili, di espandersi dal Giordano al Mediterraneo e il presidente Abu Mazen, invece che mettere in pratica l’antico e universale insegnamento dell’unione che fa la forza, si  lascia andare a sfoghi da bar contro l’ambasciatore Usa “padrino” di Israele lasciando che Israele stesso possa godere nella messa in pratica di un altro storico  insegnamento che dagli antichi romani ad oggi ha sempre funzionato, quello del “divide et impera”.

Forse per stanchezza e poca fiducia in quella che dovrebbe essere la propria leadership, palestinesi, gazawi compresi, proseguono la loro vita quotidiana sapendo che solo una congiuntura internazionale favorevole e una nuova leadership capace di una lucida visione strategica potranno – forse sarebbe meglio dire potrebbero – farli uscire da questo stato di prigionia in cui l’unica possibilità di non farsi sopraffare dal negativo è quella di camminare con piede leggero sulle catene imposte dall’assediante. Nena News

 

Da oggi in poi i voli tra Israele e India potranno sorvolare lo spazio aereo di Riyadh, finora vietati a quella che fu “entità sionista”. Tel Aviv esulta e parla di “momento storico”. A inizio mese Netanyahu aveva descritto i rapporti con gli stati arabi “i migliori di sempre”

Aereo el-Al in fase di decollo da Tel Aviv (Moshe Shai/Flash90/File)

della redazione

Roma, 23 marzo 2018, Nena News – La normalizzazione dei rapporti tra Israele e i paesi arabi è sempre più alla luce del giorno. Ieri è stato scritto un nuovo e importante capitolo: Air India ha lanciato il suo primo servizio commerciale verso Israele sorvolando lo spazio aereo saudita.

Poco importa per il leggero ritardo registrato dal volo: il passaggio dell’aereo sui cieli sauditi è stato motivo di comprensibile gioia in Israele. “Questo è un momento storico – ha dichiarato il ministro ai Trasporti israeliano Yisrael Katz – E’ la prima volta che c’è un collegamento ufficiale tra lo stato d’Israele e l’Arabia Saudita”. Katz fa bene ad esultare: da oggi in poi, infatti, ci saranno tre voli settimanali che collegheranno Israele all’India transitando per lo spazio aereo saudita, finora vietato alla fu “entità sionista”.

La notizia rallegra anche i passeggeri che ora risparmieranno circa due ore di tempo nella rotta Israele-India e che, va da sé, pagheranno di meno i biglietti. La compagnia di bandiera israeliana el-Al, che opera a Mumbai, doveva infatti fare fino ad oggi una deviazione sul Mar Rosso per evitare i cieli sauditi banditi. Poi a febbraio la decisione storica: il regno wahhabita ha approvato il passaggio di aerei sul suo territorio diretti verso lo stato ebraico. Un’apertura che non ha riguardato però il vicino emirato del Qatar contro cui re Salman e i suoi alleati arabi hanno imposto lo scorso anno un blocco durissimo.

Gli aerei diretti da e verso Tel Aviv liberi di sorvolare il regno wahhabita testimoniano gli ottimi rapporti che legano ormai Israele e Arabia Saudita, nonostante ufficialmente i due Paesi continuino a non avere relazioni diplomatiche. Un idillio sempre più sbandierato ai quattro venti da parte israeliana: il premier Benjamin Netanyahu recentemente ha descritto i legami con il mondo arabo come “i migliori di sempre”. “Gli arabi non sono mai stati più vicini a Israele” ha poi dichiarato a inizio mese durante una sua visita ufficiale a Washington durante la quale ha ribadito come il nemico dello stato ebraico e dei paesi arabi sia comune e si chiami Iran.

Se i politici israeliani parlano pubblicamente delle aperture del mondo arabo, atteggiamento diverso è quello saudita che preferisce mantenere un profilo basso lavorando sotto banco per rinsaldare i rapporti con Netanyahu. Evidente, a tal proposito, il sostegno al nebuloso “piano di pace” tra israeliani e palestinese di Trump che non prevede affatto la nascita dello Stato di Palestina.

La “nuova era” dei rapporti tra Riyadh e Tel Aviv era stata inaugurata dal tour in Medio Oriente di Trump lo scorso maggio. Proprio nella capitale saudita, il presidente statunitense aveva posto la prima pietra di quella cosiddetta alleanza tra Israele e paesi arabi (definita da alcuni commentatori “Nato araba”) in chiave anti-iraniana. Fu significativo allora che, proprio decollando da Riyadh, il presidente Usa atterrò a Tel Aviv con il suo Air Force One. Nena News

A sparare i primi missili fu il presidente francese, impaziente di provocare la caduta del regime libico

di Michele Giorgio

Roma, 23 marzo 2018, Nena News – ”Odissey Dawn”, la guerra voluta più di chiunque altro da Nicolas Sarkozy, ‎cominciò il 19 marzo del 2011, al termine del vertice a Parigi della “Coalizione ‎internazionale” – Onu, Ue, Usa e Paesi arabi -, con una pioggia di missili da crociera ‎Tomahawk lanciati su una ventina di obiettivi in Libia. L’Italia mise a disposizione ‎ben sette basi militari. I primi missili contro le forze governative però decise di ‎lanciarli Sarkozy. La caduta di Gheddafi serviva a coprire i finanziamenti libici che ‎il presidente francese aveva ricevuto per la sua campagna elettorale quattro anni ‎prima? L’interrogativo è legittimo dopo il fermo di Sarkozy ordinato dalla ‎magistratura francese che indaga sulle dichiarazioni di un faccendiere che dice di ‎aver portato cinque milioni di euro da Tripoli a Parigi tra fine 2006-inizio 2007 per ‎consegnarli a Claude Guéant, tra i fedelissimi dell’ex presidente. ‎

‎ Sarkozy trascinò in guerra prima gli Stati Uniti e l’Inghilterra e poi anche l’Italia, ‎con il consenso pieno del capo dello stato con l’elmetto Giorgio Napolitano e del ‎Pd, e anche di Silvio Berlusconi che in seguito diede il via libera ai bombardamenti ‎aerei italiani. Il desiderio di guerra del presidente francese era smisurato. Su suo ‎ordine i jet francesi già qualche ora prima del lancio dei Tomahawk, avevano fatto ‎strage di carri armati libici facendo esplodere la gioia dei ribelli libici che seguivano ‎l’attacco in diretta su Al Jazeera, tv del Qatar, paese che avrebbe giocato un ruolo ‎centrale nell’attacco volto a rovesciare Moammar Ghaddafi e che già operava dietro ‎le quinte per fomentare la “rivolta” anche in Siria.

Il 19 marzo poco dopo ‎mezzogiorno, cinque aerei francesi decollarono dalla base di Saint-Dizier per una ‎missione su tutto il territorio libico. Due Rafale, due Mirage e un aereo radar ‎Awacs ‎«hanno impedito‎», spiegò lo stesso Sarkozy, ‎«attacchi aerei delle forze di ‎Gheddafi contro Bengasi‎». I jet in realtà fecero strage non di aerei ma di carri armati ‎e di centinaia di soldati libici. ‎«Finalmente la Francia ha dato una speranza al ‎popolo libico‎», urlò felice‎ il portavoce del Consiglio di transizione nazionale ‎formato dagli insorti‏.

‎Quel giorno da Bengasi, la “capitale” della cosiddetta “Rivoluzione del 17 ‎febbraio”, giungevano notizie drammatiche di bombardamenti contro molti quartieri ‎della città e perfino contro un ospedale. Testimoni parlavano di decine di morti e di ‎migliaia di civili terrorizzati in fuga con ogni mezzo verso il confine col l’Egitto. Il ‎leader degli insorti Mustafa Abdul Jalil invocò l’immediato aiuto di Sarkozy che ‎scalpitava per attaccare. ‎«È in corso un bombardamento su tutti i distretti di ‎Bengasi. Oggi ci sarà una catastrofe se la comunità internazionale non attuerà le ‎risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu‎», disse Abdul Jalil dando il via ‎libera al presidente francese. Il bombardamento a tappeto, devastante, era una ‎invenzione del capo degli insorti. I giornalisti che poi entrarono a Bengasi si resero ‎conto che ‎«gli attacchi del regime» in realtà avevano provocato pochi danni ‎materiali alla città. ‎

Tutto era cominciato proprio a Bengasi un mese prima, apparentemente sulla scia ‎delle rivolte in Tunisia ed Egitto e delle proteste di massa che infiammavano Yemen ‎e Bahrein. Il 16 febbraio decine di persone erano rimaste ferite e due uccise durante ‎una manifestazione contro l’arresto di un attivista per i diritti umani. Il giorno dopo ‎venne proclamata una “Giornata della collera”, alla quale parteciparono in maggior ‎parte i famigliari di centinaia di detenuti uccisi nella repressione di una rivolta nel ‎carcere Abu Slim di Tripoli che chiedevano la liberazione dell’avvocato legale che li ‎rappresentava.

A questi si aggiunsero altri dimostranti. Gli slogan erano soprattutto ‎contro la corruzione dilagante. Le forze di sicurezza reagirono con brutalità. I morti, ‎almeno sette quel giorno, si moltiplicarono nei giorni successivi e gli scontri si ‎allargarono a Derna, Tobruk e a tutto il territorio orientale creando una Libia 2 fino ‎al valico di frontiera di Sallum con l’Egitto. Il 27 febbraio Bengasi e le città della ‎‎”rivoluzione del 17 febbraio” diedero vita al ”Consiglio Nazionale Libico” che, tra i ‎suoi primi pronunciamenti, assicurò la validità dei contratti petroliferi con ‎l’Occidente. Poche ore dopo il premier francese Francois Fillon ordina a due aerei di ‎decollare per Bengasi per portare “aiuti umanitari” alla popolazione. Sarkozy aveva ‎già deciso per la guerra e la fine di Gheddafi.‎ Nena News

La ong statunitense sostiene che indire delle elezioni quest’anno è sbagliato perché le autorità locali non possono garantire la libertà di adunarsi e quella di espressione. Le Nazioni Unite, invece, parlano di “massima priorità”. Da Parigi, intanto, Sarkozy si difende dalle accuse di illeciti: “Tutte bugie”

Il premier libico al-Sarraj

della redazione

Roma, 22 marzo 2018, Nena News – La Libia non dovrebbe indire delle elezioni quest’anno perché il Paese è troppo violento e le autorità locali non possono garantire la libertà di adunarsi e quella di espressione, elementi essenziali per potere andare alle urne. A dirlo è stata ieri la ong Human Rights Watch (HRW).

“La Libia oggi non potrebbe essere più lontana dal garantire il rispetto della legge e dei diritti umani per non parlare poi delle condizioni richieste per convocare delle libere elezioni” ha detto in una nota Eric Goldstein, vice direttore di HRW per il Medio Oriente e il Nord Africa. “Le autorità – ha aggiunto Goldstein – devono garantire la libertà di riunione, di associazione e di parola a tutti coloro che partecipano alle elezioni”. Una precondizione fondamentale poi per andare alle urne, continua la ong statunitense, è poi che la magistratura possa risolvere le dispute. Ma ciò non avviene in Libia dove il sistema giudiziario è “sul punto di collassare”.

Di diverso avviso è però l’Onu e i vari attori locali che con le urne vogliono cercare di risolvere l’impasse in cui si trova il fragile governo di unità nazionale. Le Nazioni Unite, che lo hanno sponsorizzato nel 2016, sono favorevoli a indire nuove elezioni entro quest’anno qualora ci fossero le necessarie condizioni legislative e di sicurezza. A ribadire questa posizione è stato ieri l’inviato Onu nel Paese, Ghassan Salame. Parlando al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’alto diplomatico internazionale ha detto che “libere e credibili elezioni” in Libia nel 2018 sono “una massima priorità”.

Il processo di registrazione per il voto è iniziato lo scorso dicembre anche se non è stata finora stabilita una data per le (eventuali) elezioni. Né, tantomeno, è chiaro con quale ordine avverranno le elezioni locali, parlamentari e presidenziali. Nonostante le tante incognite su una possibile votazione, le Nazioni Unite sottolineano come l’alto processo di registrazione per il voto (più di 2,4 milioni di persone si sono iscritte nel Paese per votare alla commissione elettorale) sia una “prova” del desiderio dei libici di recarsi alle urne. Non sono dello stesso avviso i diversi analisti che invece sottolineano come questi numeri non si tradurranno necessariamente in un’alta affluenza elettorale a causa delle precarie condizioni di sicurezza. Nella sola ultima settimana, infatti, si sono continuati a registrare scontri sanguinosi tra opposte fazioni armate nelle città di Sabha (a sud) e a Derna (ad est).

Di Libia è stato costretto a parlare ieri l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy, sotto inchiesta per un caso di corruzione. Il quotiano francese Le Figaro riferisce che l’ex leader transalpino ha detto ai magistrati che le accuse di fondi illeciti libici per la sua campagna elettorale del 2007 sono solo “bugie” che hanno reso la sua vita un “inferno” e che gli hanno causato la sconfitta alle presidenziali del 2012. Secondo gli inquirenti francesi, Sarkozy è sospettato di corruzione passiva, un reato che, se provato, potrebbe costargli fino a 10 anni di carcere.

La magistratura francese indaga sulle dichiarazioni di un faccendiere che dice di ‎aver portato cinque milioni di euro da Tripoli a Parigi tra la fine del 2006-inizio 2007 per ‎consegnarli a Claude Guéant, tra i fedelissimi dell’ex presidente. ‎ Sarkozy trascinò in guerra nel marzo del 2011 prima gli Stati Uniti, poi l’Inghilterra e anche l’Italia ‎con il consenso dell’allora capo di stato Giorgio Napolitano, del Pd, e infine di Silvio Berlusconi il cui governo diede il via libera ai bombardamenti ‎aerei italiani. Nena News

Iraq, Turchia, Siria: il popolo curdo celebra il nuovo anno in solidarietà con il cantone occupato. Una primavera di liberazione dall’oppressore, iniziata 26 secoli fa da Kawa, fabbro tirannica

Celebrazioni del Newroz a Diyarbakir, Turchia. (Foto: Reuters)

di Chiara Cruciati     il Manifesto

Roma, 22 marzo 2018, Nena News – Sono saliti in cima alla montagna di Akre con il buio. Hanno acceso il grande fuoco del Newroz, le fiaccole hanno illuminato il capodanno curdo. Venticinquemila persone hanno partecipato la notte tra il 20 e il 21 marzo ai festeggiamenti nella comunità considerata la «capitale» del Newroz, nel Kurdistan iracheno.

A VALLE, OLTRE IL CONFINE tra Siria e Iraq disegnato cento anni fa dall’accordo segreto di Sykes-Picot, centinaia di migliaia di curdi trascorrevano la festa simbolo della liberazione dalla tirannia da sfollati, lontani dalle loro case di Afrin. Non è il primo Newroz che il Kurdistan trascorre immerso in una tragedia di popolo, nazionale.

La caduta del cantone curdo-siriano in mano alle truppe turche e all’Esercito libero siriano è stata al centro delle celebrazioni, degli slogan gridati a Diyarbakir, Cizre, Erbil, Kirkuk. Qui, a sei mesi dalla presa della città da parte del governo centrale di Baghdad, tantissime bandiere del Kurdistan hanno attraversato la cittadella, la qala, per la prima volta dalla sostituzione degli amministratori curdi, a ottobre.

A Suleymaniya, le autorità locali hanno indetto tre giorni di lutto in solidarietà con Afrin, nessuna festa pubblica. Ma per le strade il nome del cantone ha risuonato: «Viva la resistenza di Afrin», hanno gridato decine di manifestanti.

DOPOTUTTO È LO STESSO Kurdistan siriano a voler comunque festeggiare: a Qamishli decine di migliaia di persone hanno acceso il fuoco del Newroz incitando alla resistenza, cuore dell’immaginario della primavera curda, il capodanno, la rinascita.

Che affonda le radici nel 612 avanti Cristo e nella leggendaria figura del fabbro Kawa, tirannicida e liberatore del popolo dei medi, antenato di quello curdo. Tra i due fiumi, il Tigri e l’Eufrate, un castello dalle mura alte e cupe si staglia sui monti Zagros, residenza di Dehak, re degli assiri, oppressore, infanticida e devastatore delle ricchezze dei campi, della flora e della fauna.

UN DOLORE COLLETTIVO, condiviso dall’intero popolo e da Kawa che tra le mani di Dehak ha perso sedici figli, uccisi per soddisfare la fame del diabolico re. Fino alla ribellione: il fabbro, per salvare l’ultima figlia, con un trucco offre al tiranno il cervello di una pecora. Gli altri abitanti fanno lo stesso, mentre i ragazzi fuggono sulle montagne. Da uomini liberi si organizzano in un esercito. Marciano sul castello, alle loro fila si aggiungono migliaia di persone. In testa c’è Kawa: entra nel castello e con il suo martello uccide re Dehak.

Sale sulla vetta della montagna e annuncia alla Mesopotamia la libertà. E con la libertà torna la primavera: il sole, le aquile, i cavalli, i frutti della terra. È il 21 marzo, equinozio di primavera e nuovo anno.

Non è un caso che quella tradizione identitaria sia stata il primo target dell’invasione del cantone curdo-siriano: non appena entrati nel centro di Afrin, i miliziani dell’Els e i soldati turchi hanno sparato contro la statua di Kawa, l’hanno avvolta con le funi e l’hanno tirata giù con un trattore.

Un atto profondamente simbolico che va di pari passo con i bombardamenti che negli ultimi due mesi hanno preso di mira siti archeologici curdi nel nord della Siria e con i raid che, tra il 2015 e il 2016, hanno devastato il patrimonio archeologico curdo nel sud-est turco.

SUR, LA CITTÀ VECCHIA di Diyarbakir (considerata dal popolo curdo capitale politica e culturale), comunità con sette millenni di vita, ha subito più di altre il passaggio dell’esercito turco: 1.519 edifici del tutto distrutti, 500 parzialmente demoliti. Una perdita enorme che si riproduce: la cancellazione dell’identità curda oggi passa per una ricostruzione di Stato, gentrificazione politica più che economica che impedisce il ritorno di decine di migliaia di sfollati a Sur.

Anche qui ieri si è celebrato il Newroz, come ogni anno. E come ogni anno le autorità centrali hanno provato a soffocarlo: oltre 50 persone sono state arrestate mentre raggiungevano Diyarbakir, tra loro due giornalisti. Ankara ha dispiegato in tutto il sud-est migliaia di soldati e poliziotti e compiuto arresti di massa in previsione delle celebrazioni: oltre 100 persone sono state detenute con l’accusa di voler organizzare «manifestazioni pirata».

Ma le piazze si sono riempite comunque, a Van, Urfa, Cizre, Nusaybin, Mardin, Istanbul, Ankara. Ovunque a sventolare, aperta sfida al governo e al presidente Erdogan, erano bandiere del Kurdistan unito e a risuonare slogan di solidarietà con Afrin e il Pkk.

«IL NEWROZ è la resistenza contro l’oppressione – ha detto Ziya Pir, parlamentare Hdp – Il fuoco del Newroz è la ribellione contro quello che i nemici del popolo curdo hanno fatto ad Afrin». Nel 2018 come nel 612 prima di Gesù Cristo. Nena News

È facile incolpare Hamas dell’attacco avvenuto a Gaza, ma ci sono sospetti molto più probabili

Il premier palestinese Hamdallah. (Foto: Mohammad Salem/Reuters)

Amira Hass*   Haaretz

Roma, 22 marzo 2018, Nena News – Hamas non ha e non potrebbe avere alcun interesse nell’attaccare importanti funzionari dell’Autorità Nazionale Palestinese mentre andavano ad inaugurare un impianto di trattamento delle acque reflue che gli abitanti della Striscia di Gaza attendevano da molto tempo.

Hamas non ha neppure interesse a far finta di niente e a lasciare che qualcun altro attacchi i visitatori [arrivati] da Ramallah. Hamas si vuole dipingere come una potenza forte che governa e che desidera cedere la propria parte di potere perché preoccupata per il popolo, e non a causa dei propri fallimenti. Il fatto che non sia riuscita a impedire questo attacco indebolirà la sua posizione nei colloqui con Egitto e Fatah, la fazione dominante nell’ANP.

Data la continua e prevedibile situazione di stallo del dialogo per la riconciliazione tra Hamas e Fatah, questo è un compromesso che conviene ad Hamas: controlla di fatto Gaza, ma gli Stati donatori che lo boicottano continuano a costruire, attraverso l’ANP, le infrastrutture vitali ed urgentemente necessarie. Il successo di questi progetti infrastrutturali mitiga il disastro ambientale ed umanitario provocato dall’assedio israeliano. Probabilmente ridurranno le enormi sofferenze della popolazione, anche se solo un poco, e di conseguenza neutralizzeranno anche una delle principali ragioni della rivolta sociale contro Hamas.

Nel 2007 cinque persone annegarono nelle acque reflue che fuoriuscirono dalla vasca del vecchio ed inadeguato impianto di trattamento di Beit Lahia. Per anni acque fognarie non trattate si sono riversate in mare e sono penetrate nell’acquifero, con tutte le implicazioni note ed ignote che ciò comporta. L’attuale impianto, il cui costo di 75 milioni di dollari è stato coperto da Svezia, Belgio, Francia, Commissione Europea e Banca Mondiale, dovrebbe servire circa 400.000 persone. Il Quartetto per il Medio Oriente (Stati Uniti, Nazioni Unite, Unione Europea e Russia) e il dipartimento di Stato USA hanno tenuto i contatti con le autorità israeliane in modo che consentissero l’ingresso a Gaza dei materiali da costruzione e degli esperti necessari. Senza la loro assistenza probabilmente la costruzione sarebbe durata molti più anni.

Secondo il comunicato stampa della Banca Mondiale, Israele e l’ANP hanno raggiunto un accordo temporaneo per la fornitura dell’energia elettrica necessaria per far funzionare l’impianto, senza la quale sarebbe stato una cattedrale nel deserto. Israele ha già accettato di attivare un’altra linea elettrica. Ma l’ANP ed Hamas devono ancora raggiungere un accordo su come pagare questa elettricità aggiuntiva.

La disputa sul finanziamento di servizi come l’elettricità per gli abitanti di Gaza è descritta come il principale ostacolo al progresso dei tentativi di riconciliazione tra Fatah ed Hamas. Ma queste discussioni di natura finanziaria – che avvengono nel momento in cui la popolazione di Gaza è sprofondata in una povertà e in una disperazione senza precedenti – sono semplicemente una copertura dell’inimicizia e della mancanza di fiducia tra i due principali movimenti palestinesi.

L’ANP sostiene di spendere una parte significativa del suo bilancio a Gaza, mentre Hamas non condivide le proprie entrate con L’ANP. Ma i gazawi affermano che una parte significativa di queste spese è coperta dai diritti di dogana che l’ANP riscuote sulle merci importate a Gaza via Israele. Hamas chiede che l’ANP paghi i salari di circa 20.000 dipendenti pubblici che Hamas ha assunto durante i suoi anni al potere. Ramallah chiede che prima gli venga dato il controllo totale di ogni attività governativa a Gaza, compresa la riscossione delle tasse e dei versamenti.

Hamas continua a riscuotere imposte al consumo non ufficiali per finanziare la propria amministrazione nel territorio (le sue attività militari sono finanziate soprattutto con denaro dall’estero). Hamas sta cercando di incrementare la quantità e varietà di beni importati attraverso l’Egitto, da cui ricava tasse. Gli abitanti di Gaza dicono che l’ANP ha fatto tutto quanto in suo potere per evitare che i prodotti arrivassero attraverso l’Egitto, proprio perché questi forniscono entrate ad Hamas.

I gazawi sostengono anche che il governo del presidente dell’ANP Mahmoud Abbas ha preparato ulteriori “misure punitive” contro Gaza – come il taglio del bilancio municipale e ulteriori tagli ai salari che Abbas eroga ai “suoi” lavoratori del pubblico impiego, che sono stati pagati per non lavorare fin da quando nel 2007 Hamas ha preso il potere a Gaza. Che sia vero o no, quello che importa è che i gazawi accusano Abbas e Fatah di cercare di sottometterli economicamente in modo che Hamas rinunci alle proprie richieste di condivisione nell’assunzione di decisioni politiche e nelle istituzioni dell’OLP.

La richiesta di Abbas di “un solo governo, una sola forza armata” è logica e naturale, e tale è anche il suo timore che Hamas voglia rinunciare alle responsabilità sulle questioni civili e poi raccogliere un vantaggio politico, soprattutto tra i palestinesi della diaspora, dalla sua reputazione come “movimento di resistenza”. Ma al contempo Abbas non consente [che si tengano] nuove elezioni (in Cisgiordania e a Gaza), ha bloccato da 12 anni il Consiglio Legislativo Palestinese e controlla il sistema giudiziario.

A fine aprile il Consiglio Nazionale Palestinese, il parlamento dell’OLP, si dovrebbe riunire a Ramallah. I suoi parlamentari includono tutti i membri di Hamas eletti al consiglio legislativo nel 2006. Il solo fatto che si riunisca a Ramallah piuttosto che in un posto come Il Cairo o Amman è una chiara prova che Abbas e Fatah non sono interessati alla partecipazione di delegati di Hamas e di altri gruppi di opposizione, a cui Israele non vuol concedere di uscire da Gaza o di entrare in Cisgiordania.

In questa situazione persino le ragionevoli richieste politiche di Abbas ad Hamas sono viste come passi per consolidare il suo potere autoritario e conservare il controllo di Fatah sull’OLP e sull’ANP.

Prima di arrivare alla conclusione che Mohammed Dahlan, il rivale di Abbas, o gruppi salafiti siano dietro l’attacco contro il convoglio del primo ministro palestinese Rami Hamdallah, è altrettanto possibile immaginare un altro scenario, in cui i responsabili siano stati alcuni giovani, senza un progetto politico ma con accesso ad esplosivi, influenzati dalla descrizione di Fatah e dell’ANP come collaborazionisti che hanno abbandonato Gaza. Nena News

*(Traduzione di Amedeo Rossi pubblicata originariamente qui su zeitun.info)

 

L’adolescente palestinese, che a dicembre schiaffeggiò due soldati israeliani, ha raggiunto ieri un accordo con la procura militare evitando così una sentenza più pesante. La scorsa settimana la procuratrice militare Pinhas ha invece aperto allo sconto di pena per il soldato Azaria che due anni fa uccise a sangue freddo a Hebron un palestinese gravemente ferito

Ahed Tamimi

della redazione

Roma, 22 marzo 2018, Nena News – Otto mesi di carcere: è questo l’accordo raggiunto ieri tra la 17enne palestinese Ahed Tamimi e la procura militare israeliana. Ad annunciarlo è stato ieri l’avvocato dell’adolescente, Gabi Lasky: la sua assistita si dichiarerà colpevole evitando così una sentenza più pesante. Il suo reato? Aver schiaffeggiato lo scorso dicembre due soldati israeliani di fronte alla sua abitazione nel villaggio di Nabi Saleh, nella Cisgiordania occupata.

Una simile intesa è stata raggiunta ieri anche dalla madre di Ahed, Nariman, (sotto processo per aver filmato l’atto di sua figlia e per averlo postato in rete) e dalla cugina Nour accusata di aver preso parte all’“aggressione”. L’accordo non è stato ancora ufficializzato perché si attende la risposta dei giudici militari. Tuttavia, secondo la stampa israeliana, l’approvazione dell’accordo sembrerebbe essere certa.

Il patteggiamento di Tamimi giunge a una settimana di distanza dall’apertura della procuratrice militare israeliana Sharon Zagagi Pinhas per uno sconto di pena (da 18 mesi di carcere a solo un anno) per il soldato Elor Azaria, che il 24 marzo del 2016 uccise a Hebron a sangue freddo il palestinese Abdel Fattah al-Sharif. Pinhas, ha spiegato, è favorevole al suo rilascio abbreviato perché questa è una “misura standard” per i prigionieri che hanno una “buona condotta” e perché il condannato non costituisce un pericolo. Un anno per un soldato israeliano responsabile dell’uccisione di un palestinese che giaceva a terra gravemente ferito e non era più in ‎condizione di nuocere, 8 mesi ad una adolescente palestinese per qualche schiaffo a dei militari che poco prima avevano ferito gravemente suo cugino: l’immagine più significativa della doppia “giustizia” israeliana. Nena News

La visita dell’erede al trono saudita rafforza i legami economici con gli Usa. Nelle stesse ore il Congresso affossava la risoluzione per ritirarsi dal conflitto nel Golfo

Bin Salman ieri nello Studio Ovale con il presidente Trump (Foto: Reuters)

della redazione

Roma, 21 marzo 2018, Nena News – L’erede al trono saudita, Mohammed bin Salman, è in questi giorni in visita alla Casa Bianca, tappa di un lungo viaggio intrapreso a marzo dal delfino – da molti considerato il monarca ufficioso – e volto nuovo saudita. O almeno così si presenta, come l’innovatore e il riformatore, l’ideatore del pacchetto di riforme Vision 2030, che nascondono un’identica ideologia politica e identiche forme di discriminazione contro donne, migranti, minoranze.

Ma il presidente Usa Trump non poteva che accoglierlo con tutti gli onori a Washington, definendo l’Arabia Saudita prima del meeting a porte chiuse “un paese amico, un grande acquirente e un investitore nell’economia statunitense”. Tutto vero: Riyadh non è solo il principale importatore di armi Usa e occidentali del mondo, ma è anche il paese che ha investito e investirà miliardi nell’economia interna Usa, programmi che creano 40mila posti di lavoro e permettono a Trump di insistere sui propri slogan politici. Ed è il paese che, insieme a Israele, tiene aperta la via del conflitto con l’Iran, arcinemico di questa amministrazione.

E nello Studio Ovale è giunto l’annuncio a sorpresa del delfino saudita: se lo scorso anno un accordo tra i due paesi aveva portato alla firma di investimenti di 200 miliardi, Mohammed bin Salman ha alzato la posta e parlato di 400 miliardi nei prossimi dieci anni.

L’intesa tra i due si era consolidata lo scorso maggio, a pochi mesi dall’elezione di Trump, nel primo viaggio del presidente in Medio Oriente: nella capitale saudita aveva incontrato tutti i leader dell’area sunnita, firmato accordi di vendite di armi da miliardi con Riyadh e gettato le basi per la crisi con il Qatar che sarebbe esplosa di lì a poche settimane. E i rapporti si consolidano: in questo viaggio negli Usa, Mohammed bin Salman ha intenzione di discutere l’acquisto di tecnologie per sviluppare il proprio programma nucleare – quello che all’Iran è vietato – che, specifica la sua delegazione, sia volto a scopi civili e non all’arricchimento dell’uranio.

Ma il principe non visiterà solo la Casa Bianca. In programma ci sono incontri con i rappresentanti delle principali aziende e multinazionali di stanza negli Usa, tra cui Apple, a New York, Boston, Los Angeles, San Francisco, Seattle e Houston.

E mentre Mohammed bin Salman incontrava Trump, il Senato Usa affossava la risoluzione che chiedeva di sospendere il sostegno di Washington alla guerra contro lo Yemen. Con 55 voti contro e 44 a favore la richiesta – mossa sulla base del War Powers Act del 1973 che dà al Congresso il potere di introdurre risoluzioni per il ritiro delle forze Usa da un conflitto – è stata bocciata. Nena News

I racconti dal cantone curdo-siriano: l’opposizione ad Assad sta creando istituzioni parallele per giustificare l’occupazione. Decine di morti a Ghouta: raid governativi su una scuola, dicono attivisti locali; missili jihadisti su un mercato, ribatte Damasco. E torna l’Isis

Civili arrestati ad Afrin dalle truppe turche (Foto: AnfEnglish)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 21 marzo 2018, Nena News – Afrin è distrutta, le macerie dei palazzi sventrati occupano il cantone curdo-siriano. E ora incendi mangiano le strutture ancora in piedi, appiccati dopo i saccheggi dai miliziani dell’Esercito Libero Siriano (Els). Ieri il ministro degli Esteri turco Cavusoglu lanciava promesse: «Non glielo permetteremo», ha detto a saccheggi ormai perpetrati.

E da Afrin parla l’Els che annuncia all’agenzia turca Anadolu la creazione di un «Congresso della liberazione», una sorta di parlamento locale composto da 30 membri dell’opposizione che gestisca ricostruzione, rientro degli sfollati e passaggio dell’amministrazione a funzionari locali. Eppure gli amministratori locali sono stati cacciati, la loro sede occupata dalle bandiere della Turchia e dell’Els. Saraà formato, aggiunge l’intervistato Hasan Sindi, anche un corpo di polizia con il compito “accessorio” di «eliminare completamente le Ypg».

«L’esercito turco e l’Els – dice al manifesto l’Information Center di Afrin – hanno portato dei collaboratori, arabi e curdi, ad Afrin per dare vita a false istituzioni che legittimino l’occupazione». Per chi non collabora l’unica opzione pare essere la prigione: con ogni via di uscita ormai chiusa, i residenti rimasti – qualche migliaio – devono scegliere tra carcere e uniforme dell’Els.

«Stiamo ricevendo informazioni su gruppi di persone arrestate nel centro della città e nei villaggi vicini – aggiunge l’Information Center – Almeno 300 sono prigionieri in una scuola. E si riporta di sparizioni di persone denunciate per sostegno alle Ypg». Fuori dalla città, intanto, centinaia di migliaia di sfollati hanno raggiunto aree sotto il controllo governativo o delle unità di difesa Ypg/Ypj.

Come Tal Rifat, divisa a metà tra le due forze: ieri la Mezzaluna è arrivata con la Croce Rossa per consegnare indispensabili aiuti umanitari a circa 25mila famiglia, 14 camion con 25 tonnellate tra coperte, cibo, acqua. E mentre il presidente Erdogan difende l’operazione spacciandola per protezione dei confini della Nato e i locali (riporta Agenzia Nova) denunciano la presenza di carri armati tedeschi Leonard nella città occupata, 400 km a sud si consuma un altro dramma.

Dopo la fuga di 45mila civili, ieri l’Onu ha chiesto accesso immediato a Ghouta est dove ne restano intrappolati almeno 200mila. Per ora gli aiuti sono stati portati agli sfollati che, dice l’Unhcr, arrivano «esausti, affamati, assetati, malati, senza effetti personali»: i centri di assistenza sono affollati, con neonati da registrare e persone senza documenti da identificare.

Ma raggiungere il centro dell’enclave è quasi impossibile per gli scontri ininterrotti. Dal cielo, con i raid governativi, e da terra con i missili delle opposizioni jihadiste. Ieri attivisti locali hanno denunciato la distruzione da parte governativa di una scuola nella cittadina di Arbin, usata come rifugio. Sedici morti, di cui molti bambini, che si aggiungono a 16 vittime all’alba e 35 nel pomeriggio: missili jihadisti hanno centrato un mercato, tra i morti donne e bambini.

Le violenze si intensificano: Jaysh al-Islam, gruppo salafita leader nella Ghouta, ha lanciato una controffensiva lunedì smentendo così le voci di un concreto negoziato in corso, mentre l’esercito di Damasco avanza e riprende l’80% del sobborgo. Il presidente Assad (ripreso domenica mentre guidava dentro Ghouta a dimostrare la presunta sicurezza della zona e dimenticando i civili intrappolati) vuole una resa completa, le opposizioni puntano all’evacuazione.

E come accaduto in questi anni, nel caos si infila l’Isis, dato per morto ma ancora presente in sacche di territorio siriano. A partire dal dimenticato campo profughi di Yarmouk, tuttora occupato, e da cui i miliziani del «califfo» si sono allargati a zone vicine: nelle ultime 24 ore l’Isis ha ucciso 36 soldati siriani e occupato il distretto di al-Qadam, sud della capitale, dopo l’uscita dei qaedisti di al-Nusra a seguito di un accordo con il governo.

Un’altra controffensiva, dunque, che preoccupa e riaccende l’attenzione sul campo palestinese: dentro restano 4.500 civili sui 150-180mila di prima della guerra. Tutti fuggiti, chi resta è ridotto letteralmente alla fame.

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

Dopo undici anni Tel Aviv riconosce la responsabilità del bombardamento dell’impianto di Deir Ezzor. L’obiettivo è mandare un messaggio all’Iran. Ma c’è chi avanza un’ipotesi interna: Ehud Olmert

Il sito siriano di Deir Ezzor prima e dopo il bombardamento israeliano (Foto: Ap)

della redazione

Roma, 21 marzo 2018, Nena News – Ci sono voluti undici anni ma alla fine Israele lo ha confermato: è lo Stato ebraico il responsabile dell’operazione militare che nel 2007 ha distrutto un reattore nucleare siriano. L’operazione, lanciata tra il 5 e il 6 settembre 2007, ha visto il coinvolgimento di otto caccia tra F16 e F15 che in quattro ore totali hanno raggiunto e bombardato l’impianto siriano di Al-Kubar a Deir Ezzor, nel nord-est del paese.

In realtà lo sapevano già tutti, la responsabilità di quell’operazione non era affatto misteriosa. Ma il comando militare israeliano non aveva mai voluto ammettere il proprio coinvolgimento mantenendo il segreto per più di un decennio e imponendo ai media il silenzio. Dopo il bombardamento del sito siriano, Damasco rifiutò la richiesta dell’Agenzia per l’Energia Atomica di visitare l’impianto, facendo crescere i sospetti che fosse il primo passo verso lo sviluppo di armi nucleari.

Qualche anno fa il New Yorker uscì con la notizia di un’incursione a Vienna di un agente del Mossad, nel 2006, nella casa di Ibrahim Othman, responsabile per l’Agenzia per l’Energia Atomica del programma siriano. Rubò documenti che dimostravano l’esistenza di un reattore nucleare e pochi mesi dopo 17 tonnellate di esplosivo piovvero su Deir Ezzor.

A questo punto, viene da chiedersi, perché ammetterlo ora, dopo anni passati ad interferire nella guerra nel paese vicino, la Siria, con raid aerei e bombardamenti di presunti convogli di armi, di postazioni di Hezbollah, dell’aeroporto di Damasco: dal 2011 in poi Tel Aviv non è rimasto a guardare ma ha preso parte attiva alla destabilizzazione della Siria anche attraverso il sostegno più o meno indiretto ai gruppi islamisti di opposizione presenti nel sud.

La risposta la dà lo stesso capo di Stato maggiore israeliano, Gadi, Eizenkot: “Il messaggio nell’attacco al reattore nucleare nel 2007 è che lo Stato di Israele non permetterà lo sviluppo di capacità che minacciano l’esistenza di Israele”.

Ovvero, l’Iran: il messaggio, dietro l’ammissione di un segreto di Pulcinella, è diretto a Teheran, l’attuale nemico numero uno dello Stato ebraico per quanto ad oggi non abbia mai rappresentato una reale minaccia. Lo confermano le parole del ministro israeliano dell’Intelligence, Israel Katz: “L’operazione e il suo successo hanno reso chiaro che Israele non permetterà a chi minaccia la sua esistenza di avere tra le mani armamenti nucleari, la Siria allora e l’Iran oggi”, ha scritto Katz su Twitter.

Parla anche il ministro della Difesa, Avigdor Lieberman: “La motivazione dei nostri nemici è aumentata negli anni, ma è cresciuta anche la forza dell’Idf (l’esercito israeliano, ndr). Le capacità dell’aviazione e dell’intelligence si sono intensificate da quelle che avevamo nel 2007. Tutti in Medio Oriente dovrebbero comprendere bene l’equazione”.

Ma c’è anche chi avanza un’altra ipotesi, interna: il messaggio è diretto all’ex primo ministro dell’epoca Ehud Olmert, di cui starebbe per uscire le memorie, e di cui quell’operazione in Siria accompagnò gli ultimi mesi al potere e che era appena uscito dalla guerra contro il Libano, non certo di successo.

A metà del 2008 comparvero le prime accuse di corruzione e di lì a poco Olmert si dimise sia dal ruolo di primo ministro che dal partito Kadima. Seguì una valanga di accuse che nel 2014 hanno portato alla condanna al carcere per 19 mesi. È stato rilasciato nel luglio 2017, dopo 16 mesi e mezzo. Nena News

I jihadisti  la scorsa notte hanno lanciato un attacco a sorpresa a Qadam, un sobborgo meridionale della capitale

Membri dello Stato Islamico (Foto: Islamic Social Media)

della redazione

Roma, 20 marzo 2018, Nena NewsDell’Isis l’Occidente quasi non parla più. Passati gli attentati in Europa, cadute le “capitali” dello Stato Islamico, Mosul in Iraq e Raqqa in Siria, il movimento jihadista è sparito dalle pagine dei giorni che aveva riempito nel 2014 e negli anni successivi. Invece l’Isis è vivo e vegeto e in Siria continua a rappresentare una minaccia importante e a controllare porzioni significative di territorio, anche a ridosso di Damasco. I jihadisti la scorsa notte hanno lanciato un attacco a sorpresa a Qadam, un sobborgo meridionale della capitale,  uccidendo 36 soldati e combattenti filo-governativi siriani. Altri militari sono stati feriti o catturati, oppure dispersi in azione. Secondo alcune fonti i morti sarebbero addirittura un centinaio.

Gli uomini del “Califfato” hanno rivendicato l’attacco con un comunicato diffuso sul web, pubblicando anche le foto di alcuni prigionieri con la tuta arancione mentre vengono giustiziati pubblicamente. Da parte del governo di Damasco invece non ci sono conferme.

L’attacco giunge dopo che la settimana scorsa diverse decine di combattenti islamisti, insieme alle loro famiglie, erano stati sgomberati da Qadam in seguito ad un accordo tra Damasco e il gruppo qaedista di Hayat Tahrir al Sham, organizzazione dominata dal Fronte al Nusra, la filiale siriana di al Qaeda.

Le forze armate siriane stanno organizzando una controffensiva per riprendere il sobborgo da anni enclave di estremisti islamici, tra cui l’Isis e il Fronte an Nusra. L’Isis già controlla da alcuni anni altri quartieri della parte sud di Damasco, come il campo profughi palestinese di Yarmuk e Hajar al Aswad.

Intanto l’Esercito siriano avanza ancora  a Ghouta Est, una vasta area a ridosso della capitale anch’essa per anni nelle mani di gruppi jihadisti e qaedisti. Secondo fonti legate all’opposizione siriana un 17 bambini e una donna sarebbero rimasti uccisi da un missile sganciato da un caccia russo su una scuola-rifugio. La notizia attende la conferma di fonti indipendenti. Nena News

 The American activist was killed by an Israeli bulldozer operator on March 16, 2003, as she protested the destruction of Palestinian homes during the second Intifada

 

photo ISM

by Michele Giorgio – Il manifesto

Rome, 20th March 2018, Nena News – On April 10, Rachel Corrie would have celebrated her 39th birthday, perhaps together with friends and family in Olympia, the small town in the state of Washington where she grew up and studied. And she would have probably continued her activism for peace and justice which led her in her youth to join the International Solidarity Movement to support the rights of the Palestinians.

But Rachel, a quiet girl who kept to herself, lost her life on March 16, 2003, only 25 years old, under the tracks of one of the Israeli army’s armored bulldozers while she was trying to prevent the demolition of a Palestinian house in Rafah, in the Gaza Strip. On Friday, her parents and the foundation that bears her name reminded us all of her courage. Commemorations were also held in Gaza, where Vittorio Arrigoni will also be remembered in a month’s time, six years after he was brutally murdered.

So many things have changed in Gaza — and all for the worse — compared with January 2003, when the young American woman left for Rafah. These were terrible months, with the Israeli army committed to demolishing hundreds of homes along the border between Gaza and Egypt during the Second Palestinian Intifada. Death, blood and destruction were the order of the day, but there was no way to tell that just a few years later, Gaza would become a de facto open-air prison, controlled by Israel and Egypt, in which over two million Palestinians are now forced to live.

 Even in those tragic moments in 2003, few could imagine that there would be three major Israeli military offensives against Gaza in just eight years — in 2008, 2012 and 2014 — which killed thousands of Palestinians, and, even more, that the Strip would become a battleground in the conflict between the two main Palestinian movements, Fatah and Hamas.

Rachel did not think of herself just as a “human shield”. Most of all, she wanted to document the shootings of civilians, the deliberate destruction of infrastructure and the abuses of all kinds by the Israelis. And she wrote a lot, informing her family, her friends and other activists about what she saw every day, and telling about her emotions and her sense of helplessness before the events.

Her death came on March 16. Together with six other ISM activists, she formed a line in front of the Israeli bulldozers which were ready to advance and destroy several Palestinian houses, including the home of a friend of hers. She was wearing a fluorescent jacket. As she had done on other occasions, she climbed a mound of earth that was in front of one of the bulldozers so that the operator of the machine would see her and have to stop. Suddenly, she fell—perhaps because of the bulldozer pushing against the mound under her, although no one can be certain. She ended up under the machine’s tracks.

Witnesses said that after she was buried under the earth, the military vehicle passed over her a second time. In the following months, the Israeli army disclaimed any responsibility for what happened to Rachel and any other demonstrators. A Haifa court later ruled that the bulldozer driver did not see the American girl, “who should have stayed away from the danger zone,” and that her death was “the result of an accident that she had brought upon herself.” This version of events has been categorically denied by the comrades of the young activist.

But Corrie did get some of the justice she was due from global civil society, who have made her a symbol of non-violent resistance and the struggle for justice. Her diaries have been adapted into a play, My Name is Rachel Corrie, by the British actor and director Alan Rickman, which is being staged nowadays all over the world. Nena News

Erdogan has denied that he wants to annex Afrin to Turkey. Those who doubt his intentions may view raising the Turkish flag in the heart of the city as the first step towards its ‘Turkification” writes Abdelbari Atwan

Photo Reuters

by Abdelbari Atwan –  www.raialyoum.com

On Sunday, Turkish forces and the FSA (Free Syrian Army) units loyal to them officially took control of the city of ‘Afrin in Northern Syria. This follows a military operation that has lasted for two months in which 1500 fighters from the YPG (Kurdish People’s Protection Units), 400 members of the FSA, 46 Turkish soldiers, and over 300 civilians including 43 children were killed – according to a report by the pro-opposition SOHR (Syrian Observatory for Human Rights).

A number of indications could decide the main features of may happen next after the Turkish forces and their allies’ entry into the city:

– First, the Turkish flag was raised over the Municipal Council building in the city center and President Recep Tayyip Erdogan announced this in a speech delivered to his party’s supporters. So does this mean that ‘Afrin is now Turkish territory? Has it been stripped of its Syrian identity?

– Second, both the Syrian state and its Russian allies have kept silent in response to the city’s capture. Does this mean that a deal was struck that facilitated the Turkish forces’ entry – according to which ‘if you help us take back the Eastern Ghouta, we will keep silent about your capture of ‘Afrin, if only for a while’?

– Third, President Erdogan has announced on more than one occasion that capturing ‘Afrin would be the prelude or a launching pad for an attack to capture neighboring Manbij. So, when will this attack take place? And will there be a clash between Turkish forces and the American troops stationed in Manbij since the latter have refused to comply with President Erdogan’s demands to withdraw from the city, as the Russian forces stationed in ‘Afrin did?

– Fourth, according to reports, the Kurdish YPG withdrew from ‘Afrin after their resistance collapsed in light of the scale of Turkish mobilization and the aerial bombardment of the besieged city. Therefore, the pressing question concerns what these Kurdish forces will do next: Will they accept defeat, or will they opt for a guerilla war to undermine Turkish control?

President Erdogan’s plan to capture ‘Afrin is based on three main objectives: First, to destroy the YPG forces that he views as an extension of the separatist PKK (Kurdistan Workers’ Party); second, to prevent the establishment of Kurdish autonomy in ‘Afrin near the Turkish borders; and third, to return hundreds of thousands of refugees from the area who had fled to Turkey together with millions of Syrian refugees and establish a safe zone between 30 kilometers and 50 kilometers deep.

President Erdogan has repeatedly denied that he wants to annex ‘Afrin to Turkish territories in a manner similar to what happened to Iskenderun province [Turkish Hatay]. But those who doubt his intentions may view raising the Turkish flag in the heart of the city as the first step towards its ‘Turkification,’ despite the fact that this flag was raised alongside the FSA’s [Syrian] flag.

The opposition SDF (largely Kurdish Syrian Democratic Forces) have fiercely attacked Russia and accused it of collusion with the Turkish military intervention when it withdrew its forces [from ‘Afrin] and opened the city’s airspace to Turkish warplanes that bombarded ‘Afrin’s defenders. This means that relations between the Kurds (or most of them) and the Russians have sunk below zero.

For its part, ‘Afrin’s [Kurdish] Self-Administration Authority has warned Turkey that it will fight until all the areas captured by Ankara are recaptured. A statement it issued said: ‘Our war against the Turkish occupation and the takfiri force that goes by the name FSA has now entered a new phase, where we will move from direct confrontation to hit-and-run tactics’ – that is to say, the kind of guerilla warfare at which the Kurds are so adept.

The Syrian authorities’ official silence regarding Turkey’s assault on ‘Afrin raises a number of questions. We do not exclude the possibility that it is a result of coordination between these authorities and their Russian allies. The Syrian leadership has always viewed any Turkish intervention in ‘Afrin as a violation of Syrian sovereignty. It deployed units from the Popular Forces loyal to it so as to fight Turkish forces alongside the Kurds.

There are a number of explanations for this official Syrian silence:

– First, the leadership in Damascus may have received Russian assurances that the Turkish presence in ‘Afrin is temporary and that it will end after the Kurdish armed elements there are destroyed. That is something that the Syrian leadership does not oppose.

– Second, this leadership may have plans or wishes for ‘Afrin to turn into a lethal trap for the Turkish forces and their allies, drowning them in a bloody war of attrition during which the Syrian leadership would provide military backing for the YPG.

– Third, this leadership may be wagering on a Turkish/U.S. clash in the Manbij area, hoping for ‘a plague on both their houses.’

– Fourth, the Syrian leadership may be turning a blind eye to what is happening in ‘Afrin until it recaptures the entire Eastern Ghouta, after which each issue will be addressed. After all, the matter is one of priorities for the Syrian leadership.

We cannot claim that any one of these explanations is more likely than the other. The current and future situation of ‘Afrin remains ambiguous, and it would be wise to wait until the dust settles, the positions on the ground clarify, and the reactions of the various parties to the conflict become clearer. However, what is certain is that the Turkish forces’ entry into the city and raising the Turkish flag over its main buildings give the impression that a new and very dangerous chapter in the war on Syria has begun.

Can one say that the ‘Afrin trap for Turkey is, in one form or another, a repetition of the Kuwait trap for Iraq and its president Saddam Hussein that was set up for him 28 years ago with U.S. and Arab collusion?

We leave the answer to the coming weeks and months’ developments

Il ruolo di mediatore nelle dispute balcaniche da parte di Ankara non è una novità ma la voglia di mantenere la pace nell’area poggia su concreti e forti interessi economici e politici

Bakir Izetbegović, Erdogan e Aleksandar Vučić

di Marco Siragusa

Roma, 20 marzo 2018, Nena News – Lo scorso 29 Gennaio si è svolto ad Istanbul un incontro trilaterale tra il Presidente turco Erdogan, il suo omologo serbo Alexsandar Vučić e il rappresentante musulmano della presidenza della Bosnia-Erzegovina Bakir Izetbegović. Il summit è stato l’occasione per affrontare due questioni prioritarie per la stabilità della regione balcanica e della politica estera turca nell’area: il rispetto dell’integrità territoriale della Bosnia-Erzegovina, paese con un’alta presenza musulmana, e gli investimenti infrastrutturali turchi nei due paesi. Entrambe le parti coinvolte ad Istanbul hanno valutato l’incontro molto proficuo, se non addirittura “storico” come espresso da Izetbegović, grazie al reciproco riconoscimento dei diritti territoriali della Bosnia musulmana-croata e della Repubblica Srpska, le due componenti che costituiscono la Bosnia-Erzegovina come stabilito dai controversi Accordi di Dayton del 1995.

Il ruolo di mediatore attivo nelle dispute balcaniche da parte di Ankara non è certo una novità degli ultimi mesi ma ha radici storiche ben più profonde e obiettivi strategici di ampio respiro. Sorge spontaneo quindi chiedersi quali siano gli interessi turchi nell’area e da dove derivi tale protagonismo.

Si sventolano bandiere turche e bosniache

La dissoluzione della Jugoslavia socialista negli anni ’90 e i cambiamenti politici interni portati avanti da Halil Turgut Özal furono per la Turchia l’occasione per l’apertura di un interessante ventaglio di opportunità per tornare a giocare un ruolo centrale nella regione. La nuova politica estera turca si poneva come obiettivo quello di presentare il paese come guida e modello di un Islam moderato in grado di dialogare anche con l’Occidente. La forte presenza musulmana nella regione balcanica (circa 8 milioni e mezzo di musulmani vivono oggi prevalentemente in Bosnia, Kosovo e Albania) attirava l’attenzione di Ankara, interessata a sfruttare non solo la lunga storia comune ma anche e soprattutto la centralità geografica dell’area per il commercio con il resto d’Europa. Durante la guerra in Bosnia del 1992-95 la Turchia agì come protettrice della comunità musulmana tanto a livello mediatico quanto a livello militare, con l’invio di armi e l’aggiramento dell’embargo imposto al paese. Questo provocò un forte peggioramento dei rapporti con la Serbia, ulteriormente aggravati dalla partecipazione ai bombardamenti NATO del 1999. Durante tutto il decennio la Turchia cercò quindi di costruirsi l’immagine di mediatrice, seria ed affidabile, del conflitto e di sostenitrice della diffusione dell’Islam moderato in Kosovo, Albania e Bosnia.

La vittoria dell’AKP alle elezioni del 2002 confermò l’interesse turco nel mantenere la stabilità politica in Bosnia, obiettivo fortemente sostenuto da Ahmet Davutoğlu che considerava la Bosnia “l’avamposto politico, economico e culturale della Turchia per raggiungere l’Europa Centrale”, mentre l’Albania svolgeva il ruolo di “barometro della politica turca balcanica” necessaria per esercitare una certa influenza nella regione.

In questi ultimi quindici anni la politica estera turca nei Balcani si è quindi strutturata attraverso strumenti di soft power. Dal punto di vista politico Ankara ha puntato al superamento dei sentimenti conflittuali derivanti dalle guerre degli anni ’90 tra musulmani e serbi mediante incontri bilaterali e, come nel caso del summit di Gennaio, trilaterali.

Chiaramente la voglia di mantenere la pace nell’area poggia su concreti e forti interessi economici e politici. L’instabilità mediorientale impone infatti ad Ankara la necessità di impedire l’apertura di un nuovo fronte ai confini occidentali che minerebbe il raggio d’azione della sua politica estera rivolta verso l’Europa. Il processo di adesione avviato dai paesi dei Balcani Occidentali ha inoltre offerto un terreno comune su cui lavorare per dimostrare all’UE la propria serietà e affidabilità. La presenza turca nelle missioni ONU in Kosovo e più in generale nelle iniziative rivolte alla regione riconoscono il ruolo fondamentale di Ankara.

L’attenzione turca si è però riversata anche su aspetti che travalicano quelli prettamente politici. Alla luce del fallito colpo di Stato del 2016, attribuito a Fethullah Gulen, l’attuale governo turco sta cercando di limitare l’attività del movimento Hizmet che negli ultimi decenni ha contribuito alla creazione di oltre 40 istituzioni accademiche, tra università e scuole religiose, in tutti i Balcani. Bisognerà capire se nel prossimo futuro l’intento di Erdogan sarà quello di controllarle completamente con uomini a lui fedeli o invece opterà per la loro chiusura. Dato la forte reazione e le ingenti misure repressive attuate nel paese sembrerebbe che l’importanza esercitata da tali istituzioni nella diffusione di un’immagine positiva della Turchia non basterà ad evitarne lo smantellamento. Molto interessante è inoltre l’incredibile diffusione nelle principali televisioni, comprese quelle serbe, di serie tv ambientate ad Istanbul. Questo ulteriore strumento cerca di rendere abituale e familiare la cultura turca presentata come naturale ponte tra quella orientale e quella occidentale, valore presente anche nelle aspirazioni dei popoli balcanici.

Infine, per comprendere gli interessi economici che stanno alla base della politica estera turca nei Balcani, è necessario dare uno sguardo veloce ai dati relativi al commercio e agli investimenti destinati all’area (Albania, Kosovo, ex Repubblica Jugoslava di Macedonia, Serbia, Montenegro, Bosnia-Erzegovina). Questi dati ci offrono la misura delle grandi opportunità economiche che i paesi ex jugoslavi possono offrire ad Ankara. Dal 2002 al 2017 le esportazioni turche nella regione sono passsate da circa 350 milioni a circa 2 miliardi di dollari, mentre le importazioni da 38 a 746 milioni di dollari (Turkish Statistical Institute). La crescita esponenziale degli scambi commerciali, con un forte sbilanciamento in favore della Turchia, è favorita dal raggiungimento di accordi bilaterali di libero scambio come quello firmato nel 2013 con il Kosovo, il primo accordo di tale natura sottoscritto dalla regione autonoma.

Stesso andamento è stato registrato per il flusso di investimenti diretti esteri turchi che, nel solo 2016, hanno raggiunto i 100 milioni di dollari (Central Bank of the Republic of Turkey). Tali investimenti sono stati diretti soprattutto verso i settori dell’agricoltura, verso quello bancario, quello energetico e quello infrastrutturale. Quest’ultimo risulta infatti fondamentale per i collegamenti con il resto d’Europa tanto a livello di trasporto su gomma, in cui si inserisce il progetto di costruzione dell’autostrada Belgrado-Sarajevo discussa a Gennaio, quanto a livello aeroportuale, con l’acquisizione ad esempio della concessione dell’aeroporto di Priština, per stimolare gli scambi turistici.

Molti analisti hanno utilizzato il termine “Neo-ottomanismo” per indicare la politica estera turca nei Balcani avviata già all’indomani della fine della guerra fredda. Sebbene la sempre più crescente influenza turca poggi su un portato storico lungo cinque secoli e non certo trascurabile, sembrerebbe che l’obiettivo principale di questa politica sia quello di imporsi a livello internazionale come attore necessario per il mantenimento della stabilità alle porte d’Europa e partecipare alle opportunità economiche che si aprono. Difficilmente infatti la Turchia potrebbe sostituirsi totalmente alle altri grandi potenze globali come l’UE, la Cina o la Russia, sia per una differente capacità di penetrazione e disparità di risorse economiche da destinare all’area sia per la mancanza di alternative concrete all’adesione europea. Certamente, però, questi attori dovranno fare i conti con la forza attrattiva di Ankara tra i musulmani balcanici e con l’evolversi degli equilibri generali nei rapporti tra la Turchia e le grandi potenze.  Nena News

Queste le parole rivolte ieri al presidente palestinese all’ambasciatore americano a Tel Aviv David Friedman, un sostenitore del movimento dei coloni israeliani. Non pochi  palestinesi però guardano con scetticismo a questo tardivo spirito battagliero di Abu Mazen

Il presidente dell’Anp Abu Mazen

della redazione

Gerusalemme, 20 marzo 2018, Nena News“Figlio di un cane” così il presidente palestinese Abu Mazen ieri ha qualificato  l’ambasciatore Usa in Israele, David Friedman, un accanito sostenitore del movimento dei coloni israeliani nella Cisgiordania occupata. “Loro costruiscono sulle loro terre?”, ha chiesto incredulo Abu Mazen ai presenti durante una riunione  dei vertici dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) riferendosi a recenti dichiarazioni Friedman secondo il quale i coloni israeliani non violerebbero la legge internazionale e i diritti palestinesi perché vivrebbero “nella loro terra, nella terra di Israele”.  “Lui è un colono”, ha esclamato Abu Mazen che qualche settimana fa aveva rivolto un “cattivo augurio” a Donald Trump: “Possa crollare la tua casa”.  

L’ambasciatore Usa a Tel Aviv David Friedman

Abu Mazen conferma – anche con queste colorite imprecazioni –  la posizione di fermezza nei confronti degli Stati Uniti adottata dopo il riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele fatto a dicembre da Trump. Alla popolazione palestinese non dispiace questo approccio inedito e più battagliero ma ciò non significa che nei Territori occupati sia in sensibile aumento il gradimento del presidente dell’Anp. Tanti ritengono tardivo il “risveglio” del presidente che per due decenni anni ha insistito sulla possibilità di raggiungere l’indipendenza palestinese grazie proprio alla mediazione degli Stati Uniti. Inoltre l’Anp non ha ancora interrotto la cooperazione di sicurezza con Israele che la popolazione palestinese chiede con forza da anni.

Lo scetticismo perciò prevale e non pochi prevedono che Abu Mazen sarà costretto tra qualche mese a fare una retromarcia sull’esclusione degli Stati Uniti da una ipotetica futura trattativa tra israeliani e palestinesi. D’altronde Abu Mazen rischia di ritrovarsi da solo quando l’Amministrazione Usa presenterà il suo “piano di pace” alla luce delle manovre dietro le quinte di alcuni Paesi arabi del Golfo volte a dare appoggio al progetto di Trump nonostante la netta opposizione dei palestinesi.

Il piano americano, stando alle versioni di esso apparse sulla stampa araba e israeliana, non contempla un appoggio chiaro alla soluzione a Due Stati  (Israele e Palestina) che per decenni è stato il principio di tutte le iniziative diplomatiche internazionali e che anche Stati Uniti hanno informalmente sostenuto fino all’ascesa al potere di Trump. E la Casa Bianca dopo aver adottato sanzioni economiche punitive  – come il taglio dei fondi Usa per l’agenzia dei profughi Unrwa – ora lascia intendere che la «pace» in Medio Oriente si può fare senza i palestinesi. I segnali inquietanti in quella direzione non mancano.

Qualche giorno fa l’Amministrazione Usa ha convocato una conferenza a Washington su come “aiutare” la Striscia di Gaza alla quale hanno partecipato Israele e  i Paesi arabi ma non i palestinesi. Abu Mazen aveva respinto l’invito – ritenendo il meeting un pretesto per promovere il piano americano – ma l’assenza dei rappresentanti palestinesi non è sfociata nell’annullamento dell’incontro che invece si è svolto regolarmente con la partecipazionedei delegati arabi. A questo si aggiungono le voci, credibili, di pressioni saudite sulla presidenza palestinese affinché si dichiari pronta a negoziare le proposte americane. A dare forza a queste indiscrezioni è stato anche il recente incontro al Cairo tra il presidente egiziano Abdel Fattah el Sisi e il potente erede al trono saudita Mohammed bin Salman. I due al termine dei colloqui non hanno emesso alcun comunicato a sostegno di Abu Mazen.

Infine ad aggravare il quadro c’è la paralisi se non proprio la fine del processo di riconciliazione interna, cominciato alla fine della scorsa estate, tra Fatah, il partito guidato da Abu Mazen, e il movimento islamico Hamas che da quasi 11 anni controlla la Striscia di Gaza.  Ieri il presidente è tornato ad accusare Hamas di responsabilità nel fallimento della riconciliazione e per l’attentato a Rami Hamdallah, la settimana scorsa a Gaza, da cui il premier dell’Anp è uscito illeso. Abu Mazen ha anche preannunciato che adotterà “nuove misure” nei confronti del movimento islamista e di Gaza che potrebbero però colpire soprattutto la popolazione civile. Per questo i rappresentanti delle maggiori formazioni politiche palestinesi si sono incontrati a Gaza per rinnovare la condanna dell’attentato a Hamdallah e per invitare Abu Mazen a recarsi nella Striscia per far luce in prima persona sull’attentato. Nena News

 

Sabato e domenica la polizia lancia lacrimogeni ai manifestanti che nella regione di Gafsa chiedono lavoro e sviluppo economico. Riprendono le manifestazioni dopo un gennaio ad alta tensione e l’approvazione della legge di bilancio

Protesta in Tunisia (Fonte: Twitter)

della redazione

Roma, 19 marzo 2018, Nena News – Giornata di scontri quella di ieri a Mdhilla, nel governatorato di Gafsa, in Tunisia. La polizia ha lanciato gas lacrimogeni contro decine di manifestanti che stavano protestando per la mancanza di lavoro e di sviluppo economico nell’area, nota per i fosfati e le miniere. Proprio sulle miniere si concentrano le proteste della comunità: che il profitto delle estrazioni venga in parte usato, chiedono, per investimenti nella zona, poverissima.

La tensione era salita già sabato sera quando alcuni manifestanti avevano tentato di bloccare i treni che trasportano i fosfati fuori dalla regione. La polizia è intervenuta con i gas lacrimogeni. Il giorno prima, venerdì, una riunione ministeriale aveva cercato di individuare senza successo soluzioni per la crisi della zona dove le proteste popolari hanno bloccato per quasi due mesi l’esportazione di fosfati, considerati settore strategico per l’economia tunisina. Solo il 6 marzo, dopo sei settimane di blocco, era ripresa la produzione negli impianti della Società dei fosfati di Gafsa: l’attività mineraria nel bacino di Metlaoui, Om Larayes, Redeyef e Mdhilla era stata impedita dai disoccupati in protesta dal 20 gennaio.

Venerdì, tra le soluzioni proposte dal governo, c’è stata la costruzione di una stazione di energia elettrica, troppo poco per i manifestanti. “Lavoro, libertà, dignità nazionale”, hanno gridato rilanciando gli slogan della rivoluzione del 2011. Nonostante la Tunisia sia stata presa a modello della riuscita delle rivolte, di paese stabile non toccato dalle guerre civili che hanno caratterizzato altre nazioni della regione araba, disoccupazione e marginalizzazione restano radicate. Lo sviluppo economico ha toccato la costa e le principali città, senza lambire le aree storicamente più povere.

Una realtà a cui si aggiungono le misure di austerity imposte dal governo centrale in cambio di finanziamenti stranieri e di istituzioni internazionali e che hanno provocato un aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, il taglio dei sussidi e l’incremento dell’Iva. Tutte misure assunte sulla base dei prestiti garantiti dal Fondo Monetario Internazionale, modello ormai noto in Nord Africa e che ha colpito le classi più povere in Tunisia come nel vicino Egitto. L’obiettivo diventa il taglio del deficit, a scapito delle politiche di incremento dell’occupazione e di sostegno alle famiglie povere, allargando un gap di disuguaglianze già ampio e che va a interessare soprattutto le generazioni più giovani.

Già a gennaio la Tunisia era stata teatro di una nuova ondata di proteste popolari. Con una vittima: l’8 gennaio scorso durante una manifestazione a Tebourba è morto Khomsi Yefreni, secondo la famiglia investito da un veicolo dell’esercito. Diversa la versione governativa: Yefreni è morto perché soffriva di asma.

Negli stessi giorni venivano arrestati i leader della campagna “Fech Nestannew” (Cosa stiamo aspettando), un gruppo di giovani che via social e nelle strade combatte le misure di austerità della legge di bilancio promossa all’inizio dell’anno da Tunisi. Tra gli 800 arrestati in una settimana (un’ondata che aveva sollevato al protesta dell’Alto Commissariato Onu per i diritti umani) anche Ahmed Sassi, insegnante di filosofia, rilasciato poco dopo; fermati anche alcuni membri del Fronte Popolare, partito di opposizione, anche loro rilasciati con l’accusa pendente di distruzione di proprietà a Gafsa. E ancora studenti, attivisti, membri di organizzazioni per i diritti umani, giornalisti.

Alle loro proteste il primo ministro Chahed aveva risposto definendo i manifestanti dei “vandali”, delegittimando le richieste politiche della piazza. Il partito di governo Ennahda aveva invece parlato di manifestazioni strumentalizzate dalla sinistra e dagli anarchici. Tutto pur di non rispondere alla popolazione. Nena News

Fare di assedio virtù: turbine eoliche, macchine elettriche e il primo mattone fatto di carbone e cenere. Dopo 11 anni di blocco israeliano i gazawi hanno sviluppato una scienza utile e «fai da te»

Majd Mashharawi al lavoro per la sua Green Cake

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 19 marzo 2018, Nena News – Far di assedio virtù: in uno dei territori più affollati del pianeta, quasi due milioni di persone chiuse in 365 chilometri quadrati, con il97%di acqua non potabile ed energia elettrica disponibile dalle quattro alle sei ore al giorno, Gaza si ingegna.

Pannelli solari fatti in casa, auto elettriche assemblate sui tetti, mattoni costruiti con il carbone, sono alcune delle invenzioni che scandiscono da qualche anno la vita nella Striscia. E se l’assedio israeliano compie undici anni, è il periodo successivo all’ultima offensiva militare «Margine Protettivo» (luglio-agosto 2014) ad aver stimolato giovani studenti e ricercatori.

Perché, a quasi quattro anni di distanza, Gaza non è mai stata ricostruita: l’intricato sistema imbastito dalle Nazioni unite, su idea dell’inviato speciale Robert Serry, si è presto arenato per la mancanza dell’elemento indispensabile, il cemento. Da Israele non entra quasi nulla e decine di migliaia di famiglie vivono ancora da sfollateo in affitto forzato. Solo il 20% delle 17mila case distrutte o seriamente danneggiate è stato ricostruito.

Se il cemento non c’è, ha pensato due anni fa Majd Masharawi, laureata in ingegneria civile, usiamo qualcos’altro. Con l’amica Rawan Abdelatif si è inventata la «Green Cake»: dopo un anno di tentativi hanno prodotto il loro primo mattone fatto di carbone e cenere. Letteralmente, l’araba fenice che risorge dalle sue ceneri. Il mattone, unico al mondo, pesa la metà di un mattone normale e, test alla mano, è più resistente. Ed è anche molto più economico, elemento non da poco in un territorio schiacciato dal 44% di tasso di disoccupazione (valore che supera il 60% tra i giovani di età compresa tra 15 e 29 anni).

Il carbone a Gaza non manca: ogni giorno i ristoranti producono 30 kg di carbone, ogni settimana le fabbriche di stoviglie di argilla sette tonnellate. Dopo decine di tentativi falliti, Majd ha prodotto il primo prototipo grazie ad una piccola fabbrica: ha avanzato per tentativi vista l’assenza nella Striscia di laboratori in grado di testarne durata e resistenza. Ce ne sono in Cisgiordania ma la separazione delle due enclavi palestinesi da parte di Israeleha impedito al mattone di superare due muri di cemento.

Lo scorso anno la «Green Cake» ha vinto il premio Mobaderoon III per start up locali e un finanziamento per la produzione dei primi mille mattoni, attirando l’attenzione del progetto Japan-Gaza Innovation Challenge. Il mattone, che non è riuscito a sbarcare in Cisgiordania, è volato in Giappone per i test.

È invece del mese scorso la fiera organizzata dall’Autorità dell’ambiente palestinese, in contemporanea a Gaza, Hebron e Jenin. Un festival delle invenzioni per migliorare la qualità della vita sotto assedio: le ingegnere Rana al-Ghossein, Fidaa al-Shanti e Haya al-Ghalayini hanno presentato un macchinario a energia solare che aumenta l’umidità dell’aria e produce gocce d’acqua (un litro di acqua potabile l’ora),mentre l’ingegnere Islam al-Amoudi si è inventato un macchinario che sfrutta la sabbia e la pressione per filtrare le acque reflue per utilizzarle per l’irrigazione.

Gioca con il vento, invece, la prima turbina eolica fatta a mano. L’hanno costruita due ricercatori, Mohamed Elnaggar e Ezzaldeen Edwan, del Palestine Technical College di Deir al-Balah, a sud di Gaza. Dal 2007 Israele vieta l’ingresso a Gaza delle turbine per generare energia dal vento e i due hanno pensato di fare da soli. E hanno vinto: la cooperazione tedesca ha finanziato il progetto dopo il primo prototipo, dal costo totale di 4.700 dollari e capace diprodurre 5 kilowatt all’ora. Con cinque turbine, dicono Mohamed e Ezzaldeen, si può produrre energia per un intero palazzo di 20-25 appartamenti.

Era fatta a mano anche la prima auto elettrica gazawi: ad assemblarla, nel 2012, è stato un tassista di 32 anni, Munther al-Qassas, che la carenza di carburante doveva sopportarla ogni giorno, tra file interminabili alle pompe di benzina a seccoe costi che lievitavano. L’ha costruita sul tetto della sua casa a Gaza City: ha due posti oltre al guidatore, è senza sportelli ed è più piccola di una Smart, non supera i 20 km all’ora ma permettedi tamponare la crisi. E sfidare l’occupazione.

A tre giorni dal Newroz, truppe turche e miliziani dell’Esercito Libero Siriano prendono la città del cantone, saccheggiano case e negozi e distruggono i simboli dell’identità curda. L’Amministrazione autonoma risponde: ora sarà guerriglia. Centinaia di migliaia di civili ridotti alla fame evacuati

La statua di Kawa ad Afrin distrutta dai miliziani dell’Els (Foto: Reuters)

della redazione

Roma, 19 marzo 2018, Nena News – La prima cosa che ieri mattina alle 8.30 le truppe turche e i miliziani dell’Esercito Libero Siriano hanno fatto una volta entrati nel centro della città di Afrin è stata la distruzione di un simbolo: la statua di Kawa, leggendario fabbro che il 21 marzo del 612 avanti Cristo liberò i medi, popolo considerato l’antenato di quello curdo, dai tiranni assiri e re Dehak. Kawa lo uccise e il 21 marzo è rimasto nell’immaginario curdo il giorno della rinascita e della liberazione, il Newroz.

Afrin è caduta in mano agli invasori a tre giorni dal Newroz, dopo 289 morti civili (secondo l’Amministrazione autonoma di Afrin molti di più: oltre 500 civili, 1.030 i feriti, 820 le vittime tra i combattenti). E potrebbero non restare gli unici: in città si continua a combattere e le unità di difesa popolari Ypg/Ypj hanno annunciato una strenua resistenza. Ieri mattina, marciando nel centro di Afrin, turchi e islamisti hanno dato fuoco alle bandiere delle Ypg trovate, sono entrati nella sede dell’Amministrazione autonoma e hanno esposto i loro vessilli, quelli dello Stato turco e quelli dell’Esercito Libero Siriano.

Da Ankara il presidente Erdogan festeggiava: “La maggior parte dei terroristi è già scappata con la coda tra le gambe. Le nostre forze speciali e i membri dell’Esercito Libero Siriano stanno ripulendo i resti e le trappole che si sono lasciati dietro – ha detto – Nel centro di Afrin, i simboli della fiducia e della stabilità stanno sventolando invece dei cenci dei terroristi”.

L’Amministrazione autonoma risponde: ora si passa dal confronto diretto, quello messo in atto nei quasi 60 giorni di operazione “Ramo d’Ulivo”, alle tattiche di guerriglia: ieri notte un ordigno è esploso in un edificio di Afrin, uccidendo 11 persone, di cui quattro membri dell’Esercito Libero. Non se ne conosce la responsabilità.

Da ieri quei miliziani sono impegnati nel saccheggio della città: foto pubblicate online li mostrano entrare nei negozi e nelle case di Afrin e portare via cibo, televisori, oggetti elettronici, caricarli su auto e camioncini e portarli via.

SOHR: After they thieved its villages…the forces of the “Olive Branch” Operation start to loot #Afrin city after their full control on it @syriahr https://t.co/aYZJCykRWr pic.twitter.com/fIFVv8jG01

— Mutlu Civiroglu (@mutludc) 18 marzo 2018

La leadership curda prova a dare la carica: “Le nostre forze – ha detto il copresidente Othman Sheikh Issa – sono presenti in tutto il distretto di Afrin. Queste forze colpiranno le posizioni del nemico turco e dei suoi mercenari in ogni occasione. Le nostre forze diventeranno il loro incubo costante”.

Parole dure che non sono dirette solo ai vertici del governo di Ankara. Sono dirette prima di tutto alla popolazione civile, al milione di persone del distretto di Afrin e ai 2,5 milioni di residenti nella regione settentrionale di Rojava (oltre quattro calcolando i rifugiati accolti in questi anni) che hanno visto cadere uno dei cantoni, uno delle colonne portanti del progetto del confederalismo democratico.

Giovani, famiglie, anziani ridotti alla fame in queste settimane di assedio, perpetrato tagliando l’acqua e costringendo oltre 150mila persone alla fuga dalla città di Afrin, attraverso il deserto di Shebha verso Aleppo. Sabato l’Amministrazione autonoma aveva fatto appello alle agenzie internazionali perché soccorressero gli sfollati, in fuga senza cibo né acqua e bombardati dai raid aerei turchi. Sabato mattina almeno 13 persone erano morte così, quando i pick up su cui stavano scappando dall’invasione turca è stato centrato dai missili.

A loro si è rivolto Issa, ringraziando tutti per “la resistenza e la resilienza senza precedenti”, prima di annunciare ai media che tutti i civili sono in via di evacuazione da Afrin “per evitare una catastrofe umanitaria”. Il cibo manca da giorni, i forni hanno tamponato la crisi distribuendo pane gratis ma senza rifornimenti era impossibile nutrire tutta la popolazione rimasta. L’acqua potabile non arrivava più: la Turchia l’ha tagliata, chiudendo le reti idriche e interrompendo l’attività dei sistemi di pompaggio.

Ora si guarda avanti. Di fronte ci sono le minacce del presidente Erdogan che da settimane parla di un’avanzata ulteriore, verso Manbij e poi Kobane, due simboli della lotta delle Ypg e delle Ypj allo Stato Islamico ma anche della multiculturalità e la multietnicità del fronte di Rojava. Il portavoce del governo turco, Bekir Bozdag, ieri ha assicurato che la campagna militare proseguirà per “distruggere il corridoio del terrorismo e impedire la creazione di uno Stato terrorista”.

Peccato che i suoi primi alleati in “Ramo d’Ulivo”, l’Esercito Libero Siriano, abbia già fatto sapere che ogni operazione contro l’Isis è stata sospesa proprio per permettere di concentrarsi sulla guerra al confederalismo democratico curdo. Di certo c’è la storia di questi anni e l’assenza pressoché totale di conflitto tra l’Isis e le opposizioni siriane, islamiste e moderate.

A combattere l’Isis sono stati i combattenti e i civili di Rojava, acclamati dall’Occidente e i media internazionali oggi silenti sul massacro di Afrin. Anche a loro si rivolge l’Amministrazione autonoma del cantone: “Le forze internazionali, la coalizione contro l’Isis, la Ue, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu hanno taciuto sugli attacchi. Ad Afrin sono in corso un genocidio e un’espulsione forzata. Questo mostra che le forze internazionali non si sono assunte le proprie responsabilità nei confronti del nostro popolo”. Che alla fine, come accaduto da secoli, ha come amiche solo le montagne. Nena News

In attesa dell’evento ciclistico che partirà da Gerusalemme la squadra israeliana partecipa alla Milano-Sanremo. Proteste in tutto il mondo, in Italia dieci le città coinvolte. E in Palestina si corre il Contro Giro

Proteste nel mondo contro il Giro d’Italia da Gerusalemme (Fonte: Bds)

di Flavia Lepre

Roma, 19 marzo 2018, Nena News - Con toni entusiastici ed epici Israele incomincia a costruire la propria epopea ciclistica, per celebrare con lo sport le proprie conquiste molto meno aleatorie: Gerusalemme, le colline siriane del Golan e a breve buona parte della Valle del Giordano.

L’Israel Cycling Academy, la squadra ciclistica israeliana nata nel 2015 in vista del lancio nazionale nel mondo del ciclismo, ha ottenuto il suo primo successo con il colombiano Edwin Avila nella terza tappa del Tour di Taiwan martedì 13. Il Jerusalem Post, nel darne notizia, ne estende l’alone dorato sulla prestazione effettuata dal team nella Tirreno-Adriatico e definita “impressionante dimostrazione di forza”, nonostante i posizionamenti non ai primi posti, e presenta in modo entusiasmante lo sviluppo di senso di appartenenza e reciproca fiducia tra il campione e la sua nuova squadra.

Invece nel resto del mondo, dopo varie manifestazioni di protesta e l’episodio di contestazione lo scorso mese della partecipazione della squadra israeliana al Trofeo Laigueglia, continuano le iniziative per spostare la partenza del Giro d’Italia da Gerusalemme e dalle due tappe israeliane di Haifa ed Eliat.

La seconda giornata internazionale d’azione “Cambia Giro” si è svolta in una ventina di città in Malesia, Olanda,  Francia, Inghilterra, Belgio, in Italia dieci le città coinvolte. Destinazioni delle proteste in bicicletta in alcune città l’Unione Ciclistica Internazionale, interpellata in precedenza anche per via epistolare, e che è restata muta, Federazioni ciclistiche nazionali, la Corte Penale Internazionale dell’Aia ed a Manchester anche il Consolato italiano.

I due fuochi dell’ellittico Giro restano l’Italia e la Palestina. l’Italia, dove il senso di responsabilità per l’uso deplorevole di questo evento sportivo appare piuttosto vivo poiché gli organizzatori del Giro sono italiani e perché il Giro vi approderà dopo le eventuali prime tre tappe “israeliane” e dove sono in preparazione forme di contestazione della manifestazione sportiva.

La Palestina, dove decine di ciclisti dei due sessi hanno già dato vita ad un “Contro Giro” da Ramallah a Qalandia, simbolo della quotidiana oppressione del muro e di uno dei più angoscianti checkpoint disseminati dall’occupazione militare in Cisgiordania, luogo in cui nel solo 2016 sono state 33 le abitazioni demolite, uno degli atti attraverso cui Israele porta avanti la propria politica di pulizia etnica dal 1948 ad oggi.

L’iniziativa si è tenuta nell’ambito della XIV edizione dell’Israeli Apartheid Week, settimana di azioni di denuncia dell’apartheid israeliana, nata in Canada nel 2005nell’Università di Toronto e diffusasi negli anni successivi in oltre 200 paesi, uscita dalle università per diffondere consapevolezza nella lettura del regime instaurato da Israele attraverso il modello del colonialismo d’insediamento, che ha come proprie finalità strutturali  l’eliminazione della popolazione nativa, e per diffondere e rafforzare il movimento di Boicottaggio Disinvestimenti e Sanzioni.

Dopo il Trofeo Laigueglia e la Tirreno-Adriatico ancora su territorio italiano si consumerà uno degli atti di complicità del ciclismo italiano con l’occupazione israeliana e le sue violazioni del diritto internazionale, in attesa e preparazione di quello più grave ed eclatante del Giro d’Italia.  Sabato 17 parteciperà alla Milano-Sanremo il team israeliano accusato, come la Federazione di cui fa parte, di violazione del diritto umanitario internazionale, in quanto si allena e partecipa a gare che attraversano territori palestinesi sotto occupazione sotto occupazione e “a fine aprile parteciperà ad una gara israeliana che passa per Gerusalemme est nei Territori palestinesi occupati, arrivando alla colonia illegale israeliana di Pisgat Ze’ev”. Nena News

L’attivista americana fu travolta e uccisa il 16 marzo del 2003 mentre a Rafah tentava di impedire la demolizione di una casa palestinese da parte di una ruspa militare israeliana

Rachel Corrie

di Michele Giorgio

Gaza, 17 marzo 2018, Nena News – Il prossimo 10 aprile Rachel Corrie avrebbe festeggiato il 39esimo compleanno, magari proprio ad Olympia, la cittadina nello Stato di Washington dove era cresciuta e aveva studiato. E forse avrebbe continuato il suo attivismo a favore della pace e la giustizia che da giovane l’aveva portata ad unirsi all’International Solidarity Movement per sostenere i diritti dei palestinesi. La vita di Rachel, ragazza poco appariscente e riservata, invece è finita il 16 marzo del 2003, ad appena 24 anni, sotto i cingoli di una ruspa corazzata dell’esercito israeliano mentre tentava di impedire la demolizione di un’abitazione palestinese a Rafah, nella Striscia di Gaza. Ieri i genitori e la fondazione che porta il suo nome hanno ricordato il suo impegno. Commemorazioni si sono svolte anche a Gaza dove tra un mese sarà ricordato Vittorio Arrigoni, a sei anni dalla sua brutale uccisione.

Tante cose, e tutte in peggio, sono cambiate a Gaza rispetto a quel gennaio del 2003 quando la giovane americana partì per raggiungere Rafah. Era mesi terribili, con l’esercito israeliano impegnato a demolire centinaia di case lungo il confine tra Gaza e l’Egitto durante la seconda Intifada palestinese. Morte, sangue e distruzioni erano all’ordine del giorno ma nulla lasciava presagire che qualche anno dopo Gaza sarebbe diventata di fatto una prigione a cielo aperto, controllata da Israele e dall’Egitto, in cui ora vivono richiusi oltre due milioni di palestinesi. Anche in quelle fasi tragiche pochi potevano immaginare tre grandi offensive militari israeliane contro Gaza in appena otto anni – 2008, 2012, 2014 – che hanno ucciso migliaia di palestinesi e, ancora di più, che la Striscia sarebbe diventata il terreno di scontro tra i due principali movimenti palestinesi, Fatah e Hamas.

Rachel Corrie davanti a una ruspa militare israeliana

Rachel non si considerava solo uno “scudo umano”. Più di tutto voleva documentare gli spari su civili, le distruzioni deliberate di infrastrutture e gli abusi di ogni tipo. E scriveva tanto, per tenere informata la famiglia, i suoi amici, altri attivisti su ciò che vedeva ogni giorno e anche per raccontare le sue emozioni e il senso di impotenza davanti agli eventi. La morte arrivò il 16 marzo. Assieme ad altri sei attivisti dell’Ism si era schierata davanti ai bullodozer israeliani pronti ad avanzare e a spianare alcune case palestinesi, inclusa quella di un suo amico. Indossava un giubbetto fluorescente. Come aveva fatto altre volte salì su di un mucchio di terra accatastata da una ruspa facendosi vedere dall’operatore della macchina per spingerlo a fermarsi. Ad un certo punto cadde, non si è mai saputo se a causa della pressione sulla terra fatta dal bulldozer. Finì sono i cingoli. Testimoni raccontarono che dopo averla coperta di terra il mezzo militare le passò sopra una seconda volta. Nei mesi successivi l’esercito israeliano addossò ogni responsabilità a Rachel e agli altri dimostranti. Il tribunale di Haifa ha poi sentenziato che il conducente del bulldozer non vide l’americana «che sarebbe dovuta restare lontana dalla zona pericolosa» e che la sua morte fu «il risultato di un incidente che lei stessa aveva attirato su di sé». Una versione smentita con forza dai compagni della giovane attivista.

A dare giustizia a Rachel Corrie è stata la società civile globale, elevandola a simbolo della resistenza non violenta e della lotta per la giustizia. I suoi diari sono diventati un testo teatrale “My name is Rachel Corrie”, curato dall’attore e regista britannico Alan Rickman e rappresentato ancora oggi in tutto il mondo.

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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