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Dopo i video che mostrano soldati iracheni giustiziare sospetti miliziani dell’Isis, Baghdad corre ai ripari. Le denunce di abusi sulla comunità sunnita aumentano

Rifugiati di Mosul e Hawija nel campo profughi di Daquq, ottobre 2016 (Foto: Reuters)

di Chiara Cruciati    il Manifesto

Sarà pari a 99 milioni di euro il prestito che l’Italia farà al governo di Baghdad per proseguire i lavori di ristrutturazione della diga di Mosul, a cui lavora l’italiana Trevi dopo la vittoria dell’appalto lo scorso anno (273 milioni di euro in 18 mesi più l’invio di 500 soldati a difesa dell’impianto).

Soldi prestati per finire nelle casse di Trevi, su cui si sono accordati giovedì l’ambasciatore italiano Carnelos e il premier iracheno al-Abadi che ha definito la diga «vitale per fornire acqua e energia elettrica ai cittadini». A poca distanza, nel cuore di Mosul, proseguono le operazioni di «pulizia»: lo sminamento, ma anche l’arresto di sospetti miliziani dell’Isis ancora vivi.

Nei giorni scorsi alcuni video hanno mostrato l’esecuzione da parte dell’esercito iracheno di giovani islamisti o sospetti tali, una violazione che ha costretto Baghdad ad intervenire per evitare ulteriori tensioni: è stata aperta un’inchiesta sull’accaduto. Perché quei miliziani non sono solo foreign fighters.

Tanti di loro sono iracheni, giovani di Mosul e della provincia, ex baathisti ben radicati nella comunità sunnita irachena che si sono uniti allo Stato Islamico, spesso come spirito di rivalsa per la marginalizzazione politica e economica subita dopo il 2003 dal nuovo governo sciita.

A quei video si aggiunge la denuncia di Human Rights Watch: 160 famiglie della provincia sunnita di Nineve sarebbero state costrette a lasciare le loro case dalle forze irachene perché accusate di collaborazionismo con l’Isis.

Una punizione collettiva, abusi che non fanno che ampliare i settarismi interni e impedire un’effettiva riconciliazione. Soprattutto alla luce dei primi ritorni a Mosul: circa 200mila sfollati (sui 920mila fuggiti da ottobre 2016) sono rientrati in città, devastata e quasi del tutto rasa al suolo. Si tratta di famiglie che abitano nella zona orientale, meno residenziale e meno danneggiata dalla battaglia. Nena News

Chiara Cruciati è su Twitter @ChiaraCruciati

Nella Striscia un gruppo di giovani palestinesi ha lanciato un progetto per aiutare le famiglie: vendere i lavori ricavati a mano

di Giovanni Vigna

Roma, 15 luglio 2017, Nena News – Da tempo l’Onu sostiene che Gaza, provata da numerose guerre e dal blocco israeliano, diventerà “invivibile” entro il 2020 se la situazione non cambierà. La Striscia è rimasta senza corrente elettrica. L’ultima centrale operativa è stata spenta mercoledì scorso. Secondo il rapporto delle Nazioni Unite “Gaza dieci anni dopo”, pubblicato alcuni giorni fa (link http://bit.ly/2tNDD75), la disoccupazione ha raggiunto il 42%, l’acqua potabile si attesta al 3,8% e si prevede che la popolazione, in continua crescita, toccherà i 2,2 milioni tra tre anni.

Nonostante tutto, il popolo di Gaza non si dà per vinto, come dimostra l’iniziativa promossa da un gruppo di giovani laureati, che hanno lanciato un progetto per vendere all’estero capi d’abbigliamento e prodotti ricamati a mano dalle donne palestinesi. L’obiettivo è fornire una fonte di reddito alle famiglie in grave difficoltà, offrendo l’opportunità di aumentare la propria autonomia alle casalinghe e alle ragazze che lavorano a maglia.

I lavori di ricamo vengono pubblicizzati e venduti in rete sul portale www.indiegogo.com, sito internazionale di crowdfunding, a questo indirizzo http://bit.ly/2udSIQd . “La nostra idea – afferma Heyam Alzaeem, giovane di 27 anni – è combattere la disoccupazione attraverso la produzione di capi d’abbigliamento ricamati a mano e a macchina. Il progetto supporta, al momento, dieci famiglie”.

Cucire a mano i tessuti richiede molto tempo perché i fili vengono lavorati e annodati uno per uno. Con il denaro guadagnato, spiega Alzaeem, saranno coperte le spese vive, verrà pagato l’affitto del locale dove si lavora e saranno comperate le macchine necessarie per aumentare la produzione. Per il momento, a metà luglio, sono stati raccolti circa 1.500 dollari. Il budget necessario da raggiungere per rendere sostenibile il progetto è stimato in 14mila dollari.

Chi contribuisce con 100 dollari riceve a casa, grazie alla compagnia di trasporti internazionali Dhl, due cuscini palestinesi ricamati a mano. Con 150 dollari si acquista una kefia palestinese mentre pagando 200 dollari si compera una borsetta. Una valigia ricamata a mano costa 250 dollari, un vestito da bambino 300 dollari, un vestito da adulto 550 dollari, e così via. Sul sito www.indiegogo.com sono indicati i prezzi e sono pubblicate diverse foto dei prodotti.

“I costi di consegna da Gaza nel resto del mondo con il servizio Dhl sono abbastanza elevati (70 dollari per mezzo chilo di peso) – sottolinea Alzaeem – ma contiamo di abbassare progressivamente le tariffe grazie all’aumento delle vendite. I prodotti ricamati a mano, apprezzati anche all’estero, fanno riferimento all’antica tradizione dei Cananei e sono diventati un simbolo del patrimonio e della storia palestinese, riconosciuto a livello internazionale. Ciò dimostra come la nostra gente sia legata alla propria terra. Questo per noi è un motivo di speranza”. Nena News

All’assedio israeliano che non permette l’ingresso continuativo di energia si aggiunge la disputa Anp-Hamas. Ospedali al collasso, frigoriferi e condizionatori spenti in un’estate torrida. Onu: «Tra 3 anni la Striscia invivibile». Da tutto il mondo appelli perché si intervenga

di Michele Giorgio   il Manifesto

Roma, 14 luglio 2017, Nena News – «A Gaza solo le famiglie ricche riescono a sopportare queste condizioni, gli altri possono solo provare a sopravvivere. Il caldo è insopportabile e la notte siamo al buio completo, senza energia elettrica». Così ci diceva ieri sera Amer Hijazi, un abitante di Gaza. Si riferiva ai pochi palestinesi che, grazie a generatori elettrici privati, tengono in funzione frigoriferi, ventilatori e condizionatori d’aria. Più di tutto hanno la luce in casa, un «lusso» davvero raro a Gaza dove i due milioni di abitanti stanno affrontando uno dei periodi più difficili.

«Perché ci infliggono queste punizioni, siamo degli esseri umani», ripeteva Hijazi accusando chi tiene Gaza in questa condizione: Israele, l’Egitto e, sempre di più, anche l’Anp di Abu Mazen e il movimento islamico Hamas impegnati in una disputa politica di cui pagano le conseguenze solo i civili.

L’unica centrale che fornisce energia elettrica a Gaza è stata di nuovo chiusa mercoledì sera per mancanza di gasolio interrompendo la fornitura quotidiana di 60 megawatt. L’elettricità che arriva dall’Egitto non è disponibile per guasti alle linee di trasmissione. Da ieri perciò, su un fabbisogno estivo di 450 megawatt, Gaza può contare solo su 70 che giungono da Israele. Fino a qualche settimana fa la fornitura era maggiore ma Abu Mazen – per mettere sotto pressione Hamas – ha annunciato che avrebbe pagato solo il 60% della bolletta energetica di Gaza, aprendo la strada ad un’ulteriore riduzione.

Alla fine di giugno la crisi era stata parzialmente alleviata da alcuni milioni di litri di gasolio forniti dall’Egitto che avevano consentito alla centrale elettrica di operare a metà potenza. Le forniture sono state interrotte dopo gli attacchi dell’Isis ai soldati egiziani nel Sinai. Si sussurra però che l’alt alle autocisterne dirette a Gaza sia il risultato delle pressioni dell’Anp sul presidente egiziano al Sisi.

«Questa situazione non è sostenibile – avverte Mohammed Thabet, della società per l’energia elettrica di Gaza – La gente non può avere una vita normale con 2-3 ore di elettricità al giorno». Alla crisi energetica e alla cronica scarsità di acqua potabile, si è aggiunta la politica di «disimpegno» (non dichiarato) di Abu Mazen che ha ridotto salari e sussidi ai dipendenti dell’Anp (oltre 6mila dei quali sono stati «pensionati») per costringere Hamas a rinunciare al controllo di Gaza.

Riflessi gravi dello scontro si hanno anche sull’assistenza ai malati gravi di Gaza. Gli islamisti da parte loro rifiutano di sciogliere il loro «comitato governativo» e di permettere che un esecutivo di «consenso nazionale», guidato dal premier dell’Anp a Ramallah, estenda la sua autorità su Gaza. Un quadro di eccezionale gravità che martedì ha visto il responsabile dell’Onu per gli affari umanitari, Robert Piper, dichiarare Gaza «invivibile» con tre anni di anticipo rispetto ai tempi indicati dall’Onu nel 2012.

Si moltiplicano gli appelli a livello internazionale. «Gaza deve vivere per la vita di tutta la Palestina» (www.we4gaza.org) raccoglie adesioni ovunque, anche in Italia, contro le politiche di «assedio» di Gaza praticate da Israele e sostenute dall’Egitto: «Non si tratta di una catastrofe naturale, ma prodotta dall’uomo».

Altrettanto forte è l’appello della Rete degli ebrei contro l’occupazione che chiede l’afflusso immediato di energia, la cessazione dell’assedio di Gaza e la fine dell’occupazione militare israeliana della Cisgiordania. Nena News

 

Dall’inizio delle riforme economiche il costo della vita è aumentato vertiginosamente in Egitto. A pagare il prezzo dell’austerity sono soprattutto i poveri e i lavoratori. Scioperi, proteste spontanee, e azioni sindacali si sono moltiplicate per chiedere aumenti in busta paga. Ma l’unica risposta del regime sono stati arresti e denunce

 

Sarah Nour*   Masr al Arabia**

Roma, 14 luglio 2017, Nena News – In Egitto, pochi giorni fa la procura ha accusato di istigazione allo sciopero quattro operai della National Cement Company per una protesta durata appena 12 ore. I lavoratori chiedevano una maggiorazione degli stipendi per far fronte al rincaro generale dei prezzi, a seguito degli aumenti del costo dei carburanti. Mohammed al Badawi, presidente della rappresentanza sindacale dello stabilimento ha reso noto che i quattro operai sono lavoratori precari assunti da una compagnia danese di lavoro interinale impiegati nel packaging.

“Gli operai chiedevano un aumento degli stipendi dopo il recente rincaro dei prezzi, ma la società ha preteso che prima di qualsiasi negoziazione rientrassero al lavoro” ha aggiunto Al Badawi. Di fronte al no dei lavoratori – entrati in sciopero per 12 ore – la compagnia li ha denunciati. Amr Mohammed, avvocato dell’ Arab Network for Human Rights, ha fatto sapere che la procura ha disposto la custodia cautelare di quindici giorni per uno di loro, Waleed Ragab, in attesta delle indagini. Gli altri tre lavoratori restano indagati. Inoltre, finora l’avvocato non è riuscito a ottenere tutta la documentazione dal tribunale riguardante le accuse.

La vicenda dei quattro lavoratori della National Cement segue una catena di vertenze operaie che si sono intensificate in modo significativo dopo il maggio 2016, in coincidenza con le riforme economiche che hanno portato ad aumenti generalizzati dei prezzi, mentre gli stipendi stagnavano.

Il 24 maggio 2016 ventisei operai dei cantieri navali di Alessandria sono finiti sotto processo militare per aver rivendicato un miglioramento delle condizioni economiche. Quattordici di loro sono rimasti detenuti per oltre tre mesi. Anche in questo caso, l’accusa era di istigazione allo sciopero. Con la stessa imputazione, il 26 settembre scorso, le forze di sicurezza hanno arrestato sei lavoratori dei trasporti pubblici che chiedevano il pagamento di bonus arretrati: la loro detenzione è durata circa quattro mesi.

A un mese dalla liberalizzazione del tasso di cambio della Lira egiziana (in seguito alla quale sono seguiti aumenti di prezzi per tutti i beni essenziali) le forze di sicurezza hanno arrestato due lavoratori dell’Abyek Cement a Ein Sokhna e altri due presso la Suez Company. Le loro rivendicazioni riguardavano in entrambi i casi un aumento salariale. La procura ne ha poi ordinato il rilascio dopo due giorni.

Ed è stata ancora una volta l’accusa di “istigazione allo sciopero” a portare in tribunale diciannove operai della IFFCO Oils Company di Suez, agli inizi di febbraio, dopo che il loro presidio era stato caricato e disperso. La mobilitazione era nata intorno alla richiesta di ottenere un extra per far fronte al rincaro generale dei prezzi. I giudici hanno riconosciuto l’innocenza dei lavoratori, ma ciò non ha impedito che la ditta li licenziasse.

Una vicenda simile è avvenuta anche più recentemente, nell’aprile 2017, quando le forze di sicurezza hanno arrestato diciassette lavoratori della compagnia  di telecomunicazioni Etisalat. Gli arresti sono arrivati in diversi luoghi e momenti, dopo che alcuni di loro avevano manifestato davanti alla sede centrale per circa mezz’ora chiedendo un adeguamento degli stipendi all’inflazione. La procura della National Security li ha successivamente rilasciati tutti.

Neanche un mese dopo, a fine maggio, la polizia ha arrestato trentadue addetti alla sicurezza del cementificio di Torah, dopo un presidio di protesta durato circa cinquanta giorni. Rivendicavano l’applicazione di una sentenza dello scorso anno che stabiliva l’obbligo per l’azienda di equiparare trattamento economico e assunzioni a quelle di tutti gli altri lavoratori.

Secondo Kamal Abbas, membro del Consiglio nazionale per i Diritti Umani e coordinatore generale del Centro per i servizi sindacali e operai, per continuare ad attuare le riforme imposte dal FMI il regime non può fare a meno di imporre una stretta securitaria a tutti i lavoratori. E aggiunge Abbas parlando a Masr al Arabiyya: “Gli analisti continuano a chiedersi cosa faranno i lavoratori di fronte a questi rincari senza precedenti e alla repressione che colpisce chiunque rivendichi miglioramenti salariali. Non sembrano esserci svolte all’orizzonte, solo altre riforme”.

Secondo Abbas anche gli aumenti ottenuti recentemente da alcuni operai e impiegati non saranno affatto sufficienti a far fronte al carovita. E aggiunge: “in questa situazione possono verificarsi esplosioni incontrollate di rabbia da parte dei cittadini, anche se nessuno può dire come e quando”. Soprattutto in mancanza di organizzazioni, sindacati e partiti, si potrebbero avere tumulti disordinati, che andrebbero incontro alla repressione certa.

L’avvio delle riforme economiche è coinciso con la liberalizzazione del cambio il 3 novembre scorso, attuata in ossequio alla condizioni imposte dal Fondo Monetario Internazionale per la concessione di un prestito da 12 miliardi di dollari, da sborsare in tre tranches. L’Egitto ha ottenuto la prima fetta lo scorso novembre. Poi, due settimane fa il governo ha deciso di alzare il prezzo dei carburanti, per la seconda volta in meno di un anno (il primo aumento si era verificato dopo l’oscillazione dei cambi). I prezzi sono saliti vertiginosamente in questi mesi: la benzina a 92 ottani è passata da 350 centesimi a 5 lire, quella a 80 ottani da 325 cent a 3.65, e un litro di gas da 235 centesimi a 3,65 lire. Il gasolio usato nell’industria alimentare è aumentato da 1500 a 2000 lire, quello per i cementifici da 2500 a 2700 a tonnellata, così come per l’industria dei mattoni e altri settori.

Secondo le previsioni del governo queste misure porteranno ad alzare il tasso di inflazione del 5% circa (con un aumento dei prezzi delle merci del 3,7%) rispetto a un’inflazione che secondo l’agenzia egiziana per le statistiche ad aprile ha toccato il 32,9%.

*Traduzione e editing a cura di Focus MiddleEast per il blog https://therobin16.wordpress.com/

Link all’articolo originale (in Arabo): http://bit.ly/2uhdoXl

** Masr al Arabiyya è uno dei 123 siti internet bloccati dalle autorità dal 24 maggio 2017

Le vittime avevano sparato poco prima a tre poliziotti israeliani (due di loro sarebbero in gravi condizioni) vicino alla porta dei Leoni. Israele ha deciso di chiudere per oggi il complesso di al-Aqsa. Ucciso un 18enne palestinese nel campo profughi di Dheisheh durante un blitz dell’esercito

Uno dei tre palestinesi ucciso stamattina vicino ad al-Aqsa. (Foto: Ma’an)

della redazione

Roma, 14 luglio 2017, Nena News – Mattina di sangue a Gerusalemme: la polizia israeliana ha ucciso stamattina tre palestinesi che avevano aperto il fuoco poco prima contro tre poliziotti israeliani vicino alla moschea di al-Aqsa in città vecchia.

La portavoce militare ha detto che l’attacco è avvenuto vicino alla Porta dei Leoni e che i tre aggressori sarebbero poi fuggiti verso la nota moschea posta nelle immediate vicinanze. La polizia li avrebbe quindi inseguiti e gli avrebbe sparato nel cortile di al-Aqsa, parte del complesso noto ai musulmani come Haram al-Sharif (il nobile santuario, terzo luogo sacro per l’Islam) e Har HaBayt (Monte del Tempio) agli ebrei. I media palestinesi sostengono che la polizia israeliana non avrebbe permesso al personale sanitario di prestare soccorso ai 3 palestinesi feriti che, dopo un po’, sarebbero morti. Secondo fonti mediche, due dei tre agenti israeliani rimasti feriti sono in gravi condizioni.

Al-Jazeera riferisce che, in seguito all’attacco, la polizia israeliana ha ordinato per oggi l’immediata chiusura dell’Haram al-Sharif.

Sempre stamane nel campo profughi di Dheisheh (sud di Betlemme) un 18enne palestinese, Bara’a Hamadah, è stato ucciso durante un blitz dei soldati israeliani.

Da settembre del 2015 più di 260 palestinesi sono stati uccisi da Israele nel corso di attacchi (alcuni dei quali presunti) contro obiettivi israeliani (per lo più militari) e nei blitz dell’esercito nei Territori occupati. 43 le vittime israeliane. A perdere la vita anche due cittadini americani, uno britannico e un richiedente asilo eritreo scambiato da una folla inferocita a Beer Sheva per “terrorista arabo”. Nena News

Il principe saudita Mohammed bin Salman, che di fatto già guida il Paese, deve digerire la medizione di Tillerson per risolvere la crisi sul Qatar. Intanto lavora per colpire, con un vertice contro il “terrorismo”, gli interessi economici di Doha in Africa. Ma il conto rischia di pagarlo solo il popolo Sahrawi

Il principe saudita Mohammed bin Salman e il re del Marocco Mohammed VI

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Roma, 13 luglio 2017, Nena News – Deve ingoiare il suo primo boccone amaro Mohammed bin Salman, il nuovo principe ereditario di fatto già alla guida dell’Arabia saudita. Il giovane falco della casa dei Saud ha fondato la sua linea di politica estera sull’alleanza con Washington e su una rinnovata pressione americana sul rivale Iran. E invece il Segretario di stato Rex Tillerson sta mandando in fumo i suoi piani proprio nel momento della riscossa, cominciata con l’isolamento del Qatar accusato da Riyadh di infedeltà alla causa sunnita, di mantenere rapporti con Tehran e di sponsorizzare gli odiati Fratelli musulmani.

L’embargo attuato dai sauditi e dagli alleati egiziani, emiratini e bahraniti peraltro fa acqua da tutte le parti. Anzi Doha ha rilanciato forte e ha fatto poker. La Exxon, insieme a Total e Shell, hanno aderito senza esitazioni al ricco piano qatariota di aumento della produzione di gas liquido del 30% entro i prossimi sette anni. Gli interessi economici superano ogni decisione politica. Una regola alla quale non si è potuto sottrarre un re del capitalismo come Donald Trump – i rapporti finanziari e militari tra Washington e Doha restano saldissimi – che pure per giorni ha fatto la voce grossa contro il Qatar illudendo l’Arabia saudita.

Mohammed bin Salman deve digerire l’intenzione di Tillerson di «trovare un compromesso» tra le petromonarchie sunnite, a svantaggio della sua linea aggressiva. Non per questo rinuncia alla pressione sul Qatar e al progetto di costituire una “Nato araba” contro l’Iran. Per questo ora guarda all’Africa e, il ministro degli esteri al Jubeir, ha lanciato l’idea di un summit in Arabia saudita «contro il terrorismo» – simile a quello che a maggio ha portato a Riyadh cinquanta leader islamici di fronte a Donald Trump – che in realtà mira a colpire gli enormi investimenti fatti dal Qatar in quel continente.

La lotta all’estremismo religioso e a chi lo sponsorizza in Africa ufficialmente prenderà di mira Boko Haram e al Qaeda nel Maghreb ma non sono in pochi a pensare che sfocerà nell’inserimento tra i «terroristi» anche del Fronte Polisario e dei combattenti del popolo sahrawi in lotta per la piena autodeterminazione e contro l’occupazione del Sahara occidentale da parte del Marocco. Alla casa regnante saudita non sono piaciute le forti esitazioni di Rabat nei confronti dell’isolamento del Qatar e per ritorsione ha manifestato un (cauto) sostegno alla causa sahrawi. Ma è solo «tattica» per avere l’appoggio di re Mohammed VI alla linea aggressiva contro il Qatar.

Il Marocco infatti «farà tutto per ottenere il sostegno della sua posizione sulla questione sahariana», scriveva qualche giorno fa Hadda Hazzam, editorialista del giornale algerino al-Fajr manifestando i timori del suo Paese che Mohammed bin Salman possa trasformare il proposto summit africano contro il terrorismo in un tentativo di mettere sotto pressione proprio l’Algeria schierata (ma tra non poche contraddizioni) contro l’occupazione del Sahara occidentale e che ha sollecitato il dialogo tra il Qatar e i suoi boicottatori.

«Perché il regno saudita non ha chiesto un vertice africano per combattere la povertà, le malattie e la carestia, mentre ha finanziato progetti negli Usa per aiutare a combattere la disoccupazione e ha concesso 80 milioni di dollari allo Stato della Louisiana? Perché non ha investito in Africa aiutando a combattere la povertà e la guerra in modo da evitare che il Continente finisse nelle mani dei gruppi terroristici?», domandava polemicamente Hazzam. A Riyadh, come sa bene l’editorialista algerino, non interessa combattere il terrorismo in Africa ma imporre la sua egemonia diplomatica e finanziaria e imporre il Wahabbismo che da decenni promuove in tutto il mondo islamico, dal Nordafrica all’Asia.  Nena News

Michele Giorgio è su Twitter: @michelegiorgio2

Da un punto di vista strategico Raqqa non rappresenta nulla. Però è un simbolo perché è “la capitale dello Stato Islamico” e la sua conquista da parte dell’esercito siriano significherebbe mandare in parte in fumo i piani di Washington  e dei suoi alleati per il futuro della Siria

foto Reuters

 

di Stefano Mauro

La battaglia di Raqqa è entrata nella sua fase finale” – così ha dichiarato il comandante americano della forza Centcom Joseph Votel – “anche se per la sua liberazione ci vorranno diversi mesi”. Quasi tutti i protagonisti del conflitto siriano (locali, regionali e internazionali) sembrano decisi nel partecipare alla battaglia per la liberazione della capitale dello Stato Islamico in Siria.

Ad inizio giugno le Forze Democratiche Siriane (truppe a maggioranza curda sostenute dagli USA) hanno avviato  la quinta fase: l’attacco decisivo a Raqqa. Dopo la conquista di Al Tabaqa, con il sostegno aereo degli USA, le FDS hanno accerchiato la città da nord, da ovest e da est e sono riuscite ad entrare nella periferia di Raqqa. In contemporanea le truppe di Damasco, proprio in questi giorni, hanno conquistato la città di Al Rasafa, località a sud della capitale di Daesh ed hanno liberato oltre 1500 Km quadrati in pochi giorni.

Da un punto di vista strategico Raqqa non rappresenta nulla. Non ha niente a che vedere con Aleppo, seconda città siriana e capitale economica o con Palmira, la “Perla del Deserto”, strategica per l’accesso nel deserto siriano chiamato Badia. Raqqa, però, è un simbolo perché è “la capitale dello Stato Islamico” e la sua conquista rappresenterebbe la quasi definitiva sconfitta di Daesh anche in territorio siriano, come è avvenuto in questi giorni a Mosul in Iraq.

Fox News e Russia Today riportano, comunque, che in questi mesi lo Stato Islamico ha spostato la maggior parte dei suoi quadri di comando e, soprattutto, le sue risorse economiche nella città di Al Mayadin, a sud  di Deir Ez Zor. Diverse testimonianze, infatti, riportano di una grossa  mobilitazione in quell’area, strategica perché vicino al confine iracheno, di molti miliziani e dei loro familiari.  Nella capitale dell’Isis, secondo il quotidiano francese Libération, sarebbero rimasti numerosi “foreign fighters tunisini, egiziani e ceceni pronti alla difesa della loro capitale”.

In un’intervista al canale di Hong Kong Phoenix, il presidente siriano Bashar Al Assad ha dichiarato che “la liberazione di Raqqa e di Deir Ez Zor sono i prossimi obiettivi di Damasco”, dopo la riconquista  in un solo anno  di oltre il 40% del  territorio nazionale. Il governo siriano, infatti, controlla tutte le cinque principali città del paese: Damasco, Aleppo, Homs, Lattakia e Hama nel quale vive oltre l’80% della popolazione siriana.

La conquista di Raqqa e, ancor più, quella di Deir Ez Zor, risultano invece strategiche per una questione simbolica e, soprattutto, per ostacolare i piani americani nella regione. Secondo Damasco, infatti,  Washington mira a conquistare la città di Raqqa per posizionarsi in maniera stabile e per imporre i propri piani nel paese.  Il giornale libanese Al Akhbar afferma che gli americani vorrebbero rimpiazzare Daesh con qualche milizia tribale “ribelle” in modo da dividere lo stato siriano nella sua parte centro-orientale e limitare la presenza iraniana in Siria.

Scenario che complicherebbe anche la situazione dei curdi siriani. Da questo punto di vista, come ventilato da diverso tempo dalla stampa americana, le Ypg dovrebbero, dopo aver fatto il lavoro “sporco” per Washington, rientrare nei loro territori ed eventualmente dover contrastare un’ennesima “operazione di pulizia” portata avanti dal presidente turco Erdogan. Proprio per questo motivo diversi esponenti curdi siriani hanno riallacciato i rapporti, come avvenuto già a Manbij, con il governo di Damasco in maniera da poter poi mediare, eventualmente, per una zona autonoma, ma non separata dal governo di Damasco, nel Rojava.

Vista la veloce avanzata delle FDS nella zona di Raqqa, le truppe siriane e quelle di Hezbollah stanno puntando alla liberazione di Deir Ez Zor.  La città  è già in possesso delle truppe lealiste, ma  è assediata da diversi anni da Daesh. Le truppe siriane mirano a chiudere qualsiasi possibilità di fuga agli jihadisti dell’ISIS e puntano ad ostacolare qualsiasi brama di espansione ai “ribelli” filo-americani verso la zona orientale del paese.

L’esercito siriano, appoggiato da russi, hezbollah ed iraniani, resta al momento il vero vincitore di questa guerra di strategia. La presenza di Qassem Soleimani, generale iraniano della Brigata Al Quds (reparto militare che agisce al di fuori dei confini iraniani e risorsa fondamentale per la riorganizzazione delle truppe irachene filo-sciite, ndr), ha portato nelle settimane scorse alla conquista di gran parte del territorio meridionale di confine con Giordania e Iraq. Una vittoria che ha limitato le mire espansionistiche USA nella zona di Al Tanf  ed ha favorito il ricongiungimento delle truppe di Damasco con quelle irachene dell’Hasced Shaabi (Unità Mobilitazione Popolare) per contrastare Daesh e “sigillare” il confine siriano.

Resta da riconquistare, infine, la zona di Idlib dove “sopravvive” l’altro gruppo jihadista Hayat Tahrir Al Sham (ex Al Nusra) che in questi mesi ha eliminato tutti i gruppi “ribelli” non allineati alle sue posizioni. Agli sforzi militari si aggiungono, comunque, anche quelli diplomatici con gli accordi di Astana. La creazione di quattro “aree demilitarizzate” ha favorito, anche in questo caso, il governo di Damasco visto che nelle aree possono essere presenti solamente  osservatori russi, iraniani e turchi e che la loro creazione ha diminuito in parte la capacità sia americana che israeliana di sostenere militarmente  i gruppi ribelli al regime.

I prossimi mesi saranno, quindi, fondamentali per capire meglio le sorti della Siria e della sua integrità territoriale. Per il momento, invece, l’unica certezza è che all’interno di Raqqa sono rimasti oltre centomila civili, tenuti ostaggi come “scudi umani”, contro i bombardamenti aerei della coalizione che hanno causato in pochi giorni oltre 200 vittime. Nena News

 

Arrestata lo scorso 2 luglio la parlamentare del Fronte Popolare dovrà scontare, per ordine dei giudici militari israeliani, sei mesi di carcere “amministrativo”, ossia senza processo ed accuse formali

Khalida Jarrar

della redazione

Roma, 13 luglio 2017, Nena News – Accusata un po’ di tutto al momento dell’arresto, lo scorso 2 luglio, la parlamentare palestinese Khalida Jarrar, figura di spicco del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp), dovrà scontare, per ordine dei giudici militari israeliani, sei mesi di carcere “amministrativo”, ossia senza processo ed accuse formali. Una decisione che, spiegano i palestinesi, conferma che contro Jarrar non c’è alcun capo di imputazione concreto e che il suo arresto ha esclusivamente motivazioni politiche, legate alle attività della parlamentare contro l’occupazione militare israeliana dei territori palestinesi. Il 17 luglio si terrà una nuova udienza di conferma della decisione presa ieri dalla corte militare di Ofer.

Jarrar, 54 anni, capo della Commissione parlamentare dei prigionieri palestinesi e vice presidente del Consiglio di amministrazione del gruppo Addameer che lotta per i diritti dei detenuti, era stata scarcerata nel giugno del 2016 dopo 14 mesi trascorsi in carcere. All’epoca i capi di accusa che pesavano su di lei erano ben 12, tra i quali l’aver svolto attività politica per il Fplp e aver “istigato” al sequestro di soldati israeliani. Tuttavia anche in quel caso queste accuse sfociarono in una detenzione amministrativa di sei mesi, poi rinnovata, e non in un processo. Molti palestinesi indicarono nella “vendetta” la reale motivazione dietro quell’arresto, poiché Jarrar aveva resistito all’ordine di deportazione da Ramallah, la sua città, a Gerico. Nello stesso periodo inoltre era entrata nella commissione palestinese che si occupa di preparare rapporti sulle violazioni israeliane destinati alla Corte Penale Internazionale.

  Una portavoce dell’esercito israeliano ha detto dopo il nuovo arresto che Jarrar è stata arrestata perché sarebbe “tornata ad operare in una organizzazione terroristica come il Fplp”.

     A inizio mese assieme a Jarrar erano stati detenuti anche Khitam Saafin, la presidente dell’Unione della commissione delle donne palestinesi e una decina di esponenti del Fplp, tra cui Ihab Massoud, scarcerato lo scorso 12 febbraio dopo 16 anni trascorsi in una prigione di Israele dove ha preso parte a più scioperi della fame dei detenuti politici palestinesi.  «Questi attacchi non ci fermeranno – commenta il Fplp – continueremo la resistenza all’occupazione e a contrastare crimini e progetti che tentano di liquidare la causa palestinese». Il Fplp, il più importante dei partiti e dei movimenti della sinistra palestinese, aggiunge che questi arresti «evidenziano la futilità» della linea dell’Anp a sostegno dei negoziati e del coordinamento di sicurezza con Israele.

Jarrar non è l’unica deputata ad essere in carcere: sono 13 i parlamentari palestinesi in prigione in Israele di cui nove in detenzione amministrativa. Lo scorso 28 giugno era stato arrestato il parlamentare Mohammed Maher Badr, vicino ad Hamas. Issa Qaraqe, capo del comitato per i  prigionieri politici, ricorda che dal 2002 Israele ha arrestato 70 deputati, pari a circa la metà del numero totale di membri del Clp, tra cui altre due donne, Majida Fida e Samira Halaika.

Samidoun, la rete di solidarietà con i detenuti, e le associazioni delle donne palestinesi rivolgono un appello alle organizzazioni internazionali affinchè siano fatte pressioni su Israele per ottenere la scarcercazione immediata di Jarrar, Saafin e di tutti i prigionieri politici. Nena News

Un rapporto di Amnesty International accusa gli islamisti dell’Isis ma anche Stati Uniti e Baghdad. Il califfato avrebbe ammesso la morte di al-Baghdadi. Ora faida interna per il successore

Civili in fuga da Mosul (Foto: Amnesty International)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 12 luglio 2017, Nena News – Mosul è libera, il «califfo» è morto: apparentemente è giornata di buone notizie per la polveriera siro-irachena. Ma dietro ai titoli dei giornali c’è il buco nero in cui Baghdad è risucchiata da 15 anni.

Ieri la stampa irachena riprendeva la notizia di Alsumaria News: lo Stato Islamico (nello specifico la sezione di Diyala, provincia occidentale irachena) avrebbe ammesso la morte di Abu Bakr al Baghdadi, invitando i propri uomini a continuare la lotta. Conferme giungerebbero anche da Tal Afar: fonti della leadership ammettono l’uccisione del leader ma non dicono in quale occasione. E aggiungono: Daesh sta lavorando all’individuazione del successore. Non senza faide interne tra le anime del «califfato».

Da individuare ci sarà anche la nuova strategia militare e politica dell’Isis, colpito dalla graduale perdita di territorio ma ancora in grado di operare sia in termini di reclutamento che di guerriglia terroristica. Al momento, oltre a Raqqa, la battaglia più dura è quella di Tal Afar dove l’Isis in fuga da Mosul ha trasferito leadership e struttura amministrativa.

Fuori premono le milizie sciite legate a Teheran, facendo immaginare un nuovo crudo scontro. La città, a metà tra la Siria e Mosul, è a maggioranza turkmena (da cui i tentativi turchi di imporre un intervento), minoranza che non nasconde il timore di abusi da parte sciita. Per questo le milizie sciite hanno accettato di non entrare a Tal Afar e lasciare il passo all’esercito.

Un simile clima è specchio del caos che è oggi il puzzle iracheno. Le paure della minoranza turkmena sono le stesse di quella, più consistente, sunnita. Ieri Amnesty International ha dato un primo quadro della situazione a Mosul nel rapporto «Ad ogni costo»: attraverso decine di interviste ai civili, accusa sia l’Isis che la coalizione anti-Isis di violazioni del diritto internazionale.

Daesh ha usato i residenti di Mosul ovest come scudi umani, li ha costretti a spostarsi da una comunità all’altra per utilizzarli come estrema difesa alla controffensiva governativa e gli ha impedito – con cecchini e mine – di scappare. Dall’altra parte le forze statunitensi e britanniche, così come quelle governative irachene e le unità peshmerga (un totale di 100mila uomini), non hanno preso misure adeguate per tutelare la vita dei civili, usando armi pesanti in zone densamente popolate e modificando di pochissimo la strategia militare nonostante le caratteristiche della città vecchia di Mosul.

Il caso più eclatante è quello ammesso dal comando Usa in Iraq: almeno 200 morti nel bombardamento di alcuni edifici, lo scorso 17 marzo. Di numeri precisi non ce ne sono. Prova a dare un bilancio, incrociando i dati dal posto con quelli ufficiali della coalizione, l’ong Airwars: da febbraio (quando la battaglia per Mosul ovest è partita) sarebbero 3.700 le vittime dell’offensiva.

Un numero sottostimato e a cui vanno aggiunti le centinaia, forse migliaia, di civili uccisi dall’Isis. «Gli orrori vissuti dalla gente di Mosul e il disprezzo per la vita umana da parte di ogni attore del conflitto non deve restare impunito – dice Lynn Maalouf, direttrice di Amnesty per il Medio Oriente – Intere famiglie sono state cancellate, molti sono sepolti sotto le macerie. La gente di Mosul merita verità dal proprio governo e giustizia».

Nessuna vendetta o punizione collettiva verso una comunità che ha subito morte e deprivazione, che oggi per bocca degli sfollati dice di non voler tornare nella città devastata. Riconciliazione, assistenza e inclusione, unica via per rimettere insieme i pezzi del puzzle iracheno prima che il paese scompaia ingoiato dalle potenze esterne

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

Fuoco contro i manifestanti nel campo profughi: morti un 21enne e un 17enne. E mentre sale il numero di vittime palestinesi, fonti parlano di nuovi tagli dell’Anp contro Hamas a Gaza

I due giovani palestinesi uccisi a Jenin, il 17enne Aws Mohammed Salama e il 21enne Sa’ad Hasan Salah

della redazione

Roma, 12 luglio 2017, Nena News – Sono due le vittime degli scontri della scorsa notte nel campo profughi di Jenin: due ragazzi palestinesi, il 21enne Sa’ad Hasan Salah e il 17enne Aws Mohammed Salama sono stati uccisi dal fuoco sparato dall’esercito israeliano. Un terzo giovane, il 19enne Odai Nizar Abu Na’sa, è stato ferito alla gamba, le sue condizioni non sono critiche.

Alle prime ore dell’alba l’esercito ha fatto irruzione nel campo profughi, lanciando gas lacrimogeni, granate e proiettili di gomma e scatenando la reazione di protesta dei residenti, per lo più giovani. Secondo la versione delle autorità israeliane, alcuni palestinesi hanno lanciato Molotov contro i soldati che stavano “operando nel campo”, ferendo nove militari.

Secondo fonti mediche palestinesi Salah – il più giovane di tre fratelli, di cui uno prigioniero politico in un carcere israeliano e un altro ex detenuto –  è stato colpito da tre pallottole di cui una alla testa. Poche ore prima, si era tenuto nel villaggio di Tuqu’, a Betlemme, il funerale del 24enne Muhammad Ibrahim Jibril, ucciso lunedì dall’esercito mentre era in auto perché sospettato di voler investire dei soldati.

Nelle stesse ore venivano condotte altre operazioni in tutta la Cisgiordania con arresti, perquisizioni e blocchi stradali da sud, a Hebron, al centro-nord, Nablus e Tulkarem. Almeno otto gli arresti. Attaccato all’alba anche il campo profughi di Shuafat, a Gerusalemme.

Continua a salire il numero di palestinesi uccisi dall’esercito e la polizia israeliani dall’inizio dell’anno, ormai 39, e dall’ottobre 2015 quando cominciò la cosiddetta “intifada di Gerusalemme”: 277 vittime. Sono invece 42 gli israeliani uccisi. I palestinesi, molti dei quail giovanissimi, sono stati uccisi in occasioni diverse, durante manifestazioni di piazza ma anche durante attacchi con i coltelli, veri e presunti.

Se in molti casi è stato dimostrato successivamente da video e foto che non era in corso alcuna aggressione, ad alzarsi è stata la voce delle organizzazioni internazionali per i diritti umani che accusano da anni Israele di un uso sproporzionato della forza e della pratica dello “shoot to kill”, ovvero aprire il fuoco contro un aggressore vero o presunto senza tentare di arrestarlo o fermarlo sebbene non rappresenti una minaccia concreta.

E sale la tensione, ancora, anche tra Fatah e Hamas. Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, che cita funzionari vicini al presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Abbas, il governo di Ramallah avrebbe deciso di sospendere lo stipendio a 80mila famiglie di Gaza perché considerate legate al movimento islamista. Non solo: l’Anp, nell’ambito della nuova strategia del “disimpegno”, starebbe pensando di tagliare il salario anche ai dipendenti del sistema sanitario della Striscia, considerando Hamas il solo responsabile di tali spese.

Se confermato si tratterebbe dell’ennesima misura contro Gaza volta a indebolire Hamas ma pagata dalla popolazione. Una misura che segue al taglio del 40% nel pagamento dell’elettricità fornita da Israele (costringendo la popolazione a vivere – con il caldo estivo – con sole 3-4 ore di elettricità al giorno), alla riduzione del 30% degli stipendi dei propri dipendenti nella Striscia e alla sospensione dei contributi a ex prigionieri politici considerati legati a Hamas. Nena News.

Oggi vi proponiamo un’altra parte del viaggio iniziato lo scorso anno nell’intervento dell’ong italiana Cric a sud di Hebron. Tra i progetti dell’intervento anche l’ingresso nelle scuole: si parte da al-Burj per dare agli alunni gli strumenti pratici per coltivare nel rispetto dell’ambiente e con significativi risultati produttivi anche dove suolo e acqua sono più scarsi. Ad esempio lungo il muro

La scuola di al-Burj, a sud di Hebron

della redazione

Hebron, 12 luglio 2017, Nena News – A scuola di ambiente, mille bambini immersi nei segreti dell’agricoltura e della produzione sostenibile: è l’idea dietro uno dei progetti dell’intervento che da tre anni Cric e Lrc portano avanti a sud di Hebron. Con degli obiettivi importanti: propagare attività e metodologie agricole che aiutino a mitigare gli effetti dannosi dei cambiamenti climatici e ad aumentare la produttività.

L’istituto da cui il progetto pilota è partito e si sta già allargando ad altre scuole è quella di al-Burj. Non un istituto a caso: oltre ad essere il villaggio in cui si sta svolgendo una parte dell’intervento, è qui che ha sede una delle scuole di eccellenza dei Territori Occupati. L’eccellenza è stata sancita da un contest promosso dall’Autorità Nazionale Palestinese che ha eletto la scuola di al-Burj tra le dieci migliori della Cisgiordania.

Siamo entrati dentro le sue classi con Gianluca De Luigi, project manager dell’ong italiana Cric, Mohammed Alsalimiya, coordinatore locale dell’associazione palestinese Lrc, e Eyas Abu Rabada, agronomo e ricercatore del Lrc.

«Nella scuola di al Burj – continua Gianluca – è stato costruito un sistema integrato composto dal sistema di trattamento delle acque reflue, dal sistema per la coltivazione di vegetali con poco terreno a disposizione, dal sistema idroponico (fuori suolo), dal sistema solare fotovoltaico e dal composter. Una struttura pensata per essere riprodotta sia in altre scuole attraverso il Ministero dell’Educazione che a favore della stessa comunità di al-Burj». Un sistema preciso e funzionale: «I pannelli solari forniscono elettricità al sistema idroponico che a sua volta fornisce acqua al terreno, mentre il compost è utilizzato per arricchire il suolo», spiega Elyas.

A monte, dicono, c’è l’intervento del Ministero che da quest’anno ha introdotto l’agricoltura come materia nel curriculum scolastico palestinese. Una spinta forte che punta a collegare la terra all’istruzione: «La proposta che abbiamo presentato al Ministero è stata accolta molto bene e subito ci è stato fornito l’aiuto necessario a portare avanti il progetto attraverso gli environmental club, ovvero i gruppi ambientalisti presenti dentro le scuole. E ora lo sta promuovendo attraverso i social».

«Abbiamo ricevuto già richieste da altre scuole dell’area per fornire loro lo stesso progetto pilota – aggiunge Mohammed – L’obiettivo è dare agli studenti le capacità pratiche relative all’insegnamento dell’agricoltura, attraverso un pacchetto di intervento sostenibile. L’idea è nata dalle richieste delle famiglie dei beneficiari: gli insegnanti conoscevano la nostra attività e hanno pensato bene di coinvolgere gli studenti. E non sono pochi: ad al-Burj gli alunni sono 600, a cui se ne aggiungono 400 di un altro istituto vicino».

La scuola di al-Burj, a sud di Hebron

I ragazzi di al-Burj saranno i pionieri, i loro insegnanti i primi trainer. Dopo aver ricevuto l’addestramento da Cric e Lrc, il progetto è partito. E saranno loro, bambini e adolescenti, a portare nelle loro case le tecniche imparate a scuola, utili in un contesto particolare come quello palestinese dove confisca di terre, espansione coloniale e mancato controllo delle risorse idriche hanno abbassato drasticamente sia la produttività delle terre che il tasso di occupazione in agricoltura.

«Il sistema che proponiamo è un sistema integrato che permetta di garantire produzione e qualità anche in contesti urbani o in zone dove la disponibilità di terra è più scarsa». Dunque terrazzi, orti domestici, ma anche i territori al confine con lo Stato di Israele dove il muro costruito a partire dal 2002 ha mangiato le terre agricole palestinesi. Da queste parti si è costretti spesso a fare di necessità virtù, a inventare e reinventarsi, un’altra forma di sumud, di resistenza e resilienza sotto occupazione.

Dunque perché non fare un altro passo? Dopo gli ottimi risultati registrati dal progetto di Cric e Lrc e, ora, il lancio dell’agricoltura a scuola, il prossimo step è legare i due interventi al progetto già in cantiere di turismo responsabile, politico, sociale e ambientale. Ovvero, portare qui chi vuole saperne di più.

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Per saperne di più, sentire le voci degli esperti e dei contadini, conoscere il sistema agricolo palestinese e le sue produzioni tipiche, vedere in brevi clip gli interventi sul territorio, fai un giro nella piattaforma multimediale: clicca qui

Ieri il segretario di Stato Tillerson ha siglato con Doha un accordo per la lotta al terrorismo, “sfiduciando” l’embargo saudita. Intanto l’emirato parla con Teheran: annunciata una maggiore cooperazione, soprattutto in campo energetico

La visita di ieri di Tillerson a Doha (Foto US Department)

della redazione

Roma, 12 luglio 2017, Nena News – Gli Stati Uniti entrano a gamba tesa nella crisi del Golfo: ieri il segretario di Stato Usa, Rex Tillerson a Doha ha stretto con il Qatar un “un memorandum d’intesa in merito ai futuri sforzi che il Qatar può fare per rafforzare la lotta contro il terrorismo e il suo funzionamento”. Così il consigliere Hammond spiegava ieri il contenuto dell’accordo tra Washington e Doha, “passo avanti” nella risoluzione della guerra fredda in corso con i paesi del fronte sunnita, Arabia Saudita, Egitto, Bahrain e Emirati Arabi.

Da settimane il segretario di Stato getta acqua sul fuoco acceso da Trump dopo la visita di fine maggio in Arabia Saudita, ponendosi come mediatore della crisi: prima di raggiungere Doha ha fatto tappa in Kuwait, paese impegnato nel negoziato, e oggi volerà a Gedda per incontrare l’altro fronte, i rappresentanti saudita, egiziano, bahrenita e emiratino.

L’accordo siglato ieri ha un peso politico importante, una chiara presa di posizione di un’amministrazione che ora, per bocca dello stesso Tillerson, definisce “ragionevole” la richiesta di fine dell’embargo mossa dal Qatar. In aperta opposizione alla posizione del fronte guidato dai sauditi che di nuovo ieri hanno accusato Doha di aver violato gli accordi stretti in sede di Consiglio di Cooperazione del Golfo in merito al sostegno al terrorismo e di finanziamento della Fratellanza Musulmana, arci-nemico saudita.

L’emirato isolato risponde minacciando di uscire dal Ccg, insistendo nel rifiutarsi di accettare le 13 richieste mosse da Riyadh, Manama, Il Cairo e Abu Dhabi (tra cui la chiusura di al Jazeera e la cacciata della rappresentanza diplomatica iraniana, oltre al pagamento di non meglio precisati risarcimenti danni).

La giravolta statunitense ha basi solide: all’iniziale plauso del presidente Trump che con una serie di tweet aveva appoggiato l’isolamento del Qatar da parte dell’alleato di ferro Riyadh, è seguita la solita e ovvia realpolitik Usa, ben rappresentata da Tillerson, ex presidente della Exxon e testa d’ariete della lobby energetica e petrolifera americana.

Se sottobanco a muoversi è proprio la Exxon – insieme a Total e Shell – che ha aderito ufficiosamente al faraonico progetto qatariota di aumento della produzione di gas liquido del 30% entro il 2024, le relazioni economiche tra Washington e Doha sono troppo fiorenti per mettere in serio pericolo. Anche se a premere sull’acceleratore è Riyadh: l’interesse saudita per l’annichilimento del principale avversario interno all’asse sciita non fa il gioco di Washington, più interessata a costruire una Nato araba in chiave anti-Iran che a veder spezzettato il fronte sunnita.

Gli Stati Uniti sono il principale investitore straniero in Qatar e il primo importatore nell’emirato di beni di ogni genere, macchinari, automobili, strumenti medici, prodotti agricoli: una ricchezza che fa del Qatar il quarto importatore di beni statunitensi al mondo.

Oltre 120 compagnie statunitensi sono attive nel paese, per lo più nel settore energetico ampiamente sviluppato da società americane, sia per quanto riguarda le infrastrutture petrolifere che quelle per il gas liquido (di cui il Qatar è primo fornitore al mondo). Dall’emirato agli Stati Uniti arrivano invece gas naturale, alluminio e fertilizzanti. L’interscambio, dal decennio scorso, si attesta sui 6,3 miliardi di dollari l’anno in prodotti commerciali.

Senza dimenticare gli investimenti che la petromonarchia ha negli Stati Uniti (l’ultimo accordo prevede l’investimento di 45 miliardi di dollari in fondi sovrani Usa entro il 2021, denaro che porta con sé un potenziale enorme in termini di occupazione) e il ruolo dell’industria bellica (anche qui la più recente intesa è stata siglata a crisi già esplosa, con la vendita di jetF35 per un totale di 21 miliardi di dollari).

Alla porta dell’emirato, però, sta anche il nemico numero uno della Casa Bianca, l’Iran. Dopo aver offerto – insieme alla Turchia – al Qatar isolato l’invio di beni alimentari e l’utilizzo del proprio spazio aereo, Teheran punta più in alto. E ieri il ministro degli Esteri qatariota, Sheikh Mohammed bin Abdulrahman al Thani, ha espresso l’interesse a sviluppare una maggiore cooperazione con la Repubblica Islamica.

A partire dallo sfruttamento del giacimento di gas South Pars, nel Golfo Persico, su cui ha messo le mani la Total (la stessa che intende sviluppare la produzione qatariota nei prossimi anni): la multinazionale francese, dopo la firma dell’accordo pochi giorni fa, si è assicurata oltre il 50% delle quote, a cui prendono parte anche la cinese Cnpc e l’iraniana Petropars. Un investimento totale di 4,8 miliardi. Nena News

Per il direttore del centro, Abdel Rahman, non è chiaro però “come e quando sia stato ucciso”. La notizia non trova conferma al momento sui social media collegati allo Stato islamico. La coalizione a guida Usa: “Non possiamo verificare la notizia”

L’autoproclamato “califfo” Abu Bakr al-Baghdadi

AGGIORNAMENTO ore 16:10

Secondo l’emittente irachena al-Sumaria News, al-Baghdadi sarebbe morto in un raid nella provincia di Nineveh, non lontano da Mosul.

della redazione

Roma, 11 luglio 2017, Nena News – Abu Bakr al-Baghdadi, l’autoproclamato “califfo” dello Stato Islamico (IS), sarebbe stato ucciso. A riferilo è stato poco fa l’Osservatorio siriano per i diritti umani (OSDU). “Alti comandanti dello Stato Islamico presenti a Deir Azzor hanno confermato all’Osservatorio la morte di Abu Bakr al-Baghadadi” ha detto il direttore dell’Osdu Abdel Rahman all’Afp “L’abbiamo appreso oggi – ha detto al-Rahman – ma non sappiamo come è morto e quando”. Secondo il direttore dell’Osservatorio, negli ultimi mesi al-Baghdadi “si trovava nelle parti orientali della provincia di Deir Azzor”, ma non è chiaro se sia stato ucciso lì o in un’altra area. Deir Azzor, nella parte orientale della Siria, è ancora per lo più sotto il controllo dell’Is.

La (presunta) morte del “califfo” non ha trovato al momento conferma sui social media collegati all’Is. Anche la coalizione internazionale a guida Usa ha fatto sapere che non può verificare quanto sostenuto dall’Osservatorio. Tuttavia, per bocca del suo portavoce il Colonnello Riyan Dillon, si è augurata “che la notizia sia vera”.

Lo scorso mese, il ministro degli esteri russo aveva detto che era “molto probabile” che il leader dello Stato Islamico era rimasto ucciso in un raid compiuto a maggio dall’aviazione russa.

L’iracheno Abu Bakr al-Baghdadi (46 anni) non appare in pubblico dal 2014 quando nella moschea an-Nuri di Mosul (recentemente distrutta) annunciò la nascita del califfato. Nena News

A riferirlo è stata ieri la Commissione internazionale della Croce Rossa. 7.000 nuovi infetti al giorno nella capitale Sana’a. E se la guerra è la causa principale della crisi umanitaria in corso nel Paese, responsabili sono anche i Paesi donatori i cui aiuti economici promessi tardano ad arrivare

Infetto di colera, Sana’a. (Foto: REUTERS/Khaled Abdullah)

della redazione

Roma, 11 luglio 2017, Nena News – Sono più di 300.000 i casi di colera registrati in Yemen. A riferirlo è stata ieri la Commissione internazionale della Croce Rossa (ICRC). Secondo l’Icrc, l’epidemia, iniziata lo scorso aprile, “continua ad aumentare vertiginosamente ed è fuori controllo”. “Oggi – si legge sul suo account Twitter – si ritiene che più di 300.000 persone siano state contagiate”.

Va da sé che più aumenta il numero degli yemeniti infetti, più è alta la probabilità che cresca quello dei morti: Iolanda Jaquemet della Croce Rossa ha detto che al momento le vittime di colera sono più di 1.700, almeno 200 in più rispetto all’ultimo bollettino pubblicato dall’Organizzazione mondiale della Sanità (WHO) lo scorso 1 luglio. Un dato provvisorio che è destinato a crescere: del resto, sottolinea Robert Mardini dell’Icrc, ogni giorno si registrano 7.000 nuovi casi nella capitale Sana’a e in altre tre aree del Paese.

La gravità della situazione è dimostrata da un altro elemento: il WHO aveva previsto il numero di 300.000 infetti a fine agosto, non a luglio. Dunque la malattia viaggia a ritmo molto più rapido di quanto si poteva temere. Tra le cause principali vi è sicuramente la guerra iniziata nel marzo del 2015 da una coalizione di paesi sunniti guidati dall’Arabia Saudita contro i ribelli sciiti houthi. Proprio il conflitto armato, spiega il WHOT, ha creato “la tempesta perfetta per il colera”.

Malattia infettiva altamente contagiosa, il colera si diffonde attraverso cibo e acqua contaminati. Non è difficile da curare, ma in un Paese come lo Yemen dove si continua a combattere e meno della metà delle strutture mediche è al momento operativa, è facile comprendere perché i risultati finora raggiunti siano modesti. Non solo: il collasso economico del Paese ha portato 30.000 operatori sanitari a non ricevere lo stipendio da più di 10 mesi. Di fronte all’emorragia del personale della sanità, indispensabile nella lotta contro il colera, l’Onu è intervenuto dando degli “incentivi”.

Qualche progresso è stato compiuto. L’organizzazione mondiale della Sanità ha detto che è riuscita ad arginare il tasso di morte (lo 0,6% dei casi di colera registrati) grazie ad una rete di punti di reidratazione e quel che resta del sistema sanitario locale. Ma si è ancora ben lontani dall’arginare la malattia, in alcuni distretti particolarmente diffusi.

E se la guerra incide (e tanto) sulla sua diffusione, non meno colpevoli sono i paesi donatori. Jamie McGoldrick, coordinatore umanitario delle Nazioni Unite nello Yemen, ha infatti ricordato che una gran parte del miliardo di dollari in aiuti promessi dalla comunità internazionale ad aprile per affrontare i bisogni urgenti della popolazione non è mai arrivata. E tra malnutrizione galoppante e colera, le organizzazioni umanitarie stanno operando una scelta difficile: “Le ong hanno dovuto riprogrammare le loro risorse spostandole dalla malnutrizione all’ondata di colera” ha detto McGoldrick giovedì scorso su Twitter.

Ma la coperta è corta se non arrivano altri fondi: “Se non rimpiazziamo queste risorse – ha spiegato il coordinatore –l’insicurezza alimentare peggiorerà”. E questa, a sua volta, potrebbe causare altre vittime. Secondo i dati forniti dal Programma alimentare mondiale, circa 17 milioni di yemeniti (due terzi della popolazione) non sanno quando riceveranno il loro pasto. Nena News

Israele e gli USA hanno intrapreso intensi tentativi diplomatici per bloccare la risoluzione palestinese. I ministri israeliani accusano l’UNESCO di negare la storia e di essere antisemita

La Tomba dei Patriarchi a Hebron. (Foto di Gil Cohen-Magen. Fonte: Haaretz)

Barak Ravid* Haaretz

Roma, 11 luglio 2017, Nena News – Venerdì l’UNESCO ha votato per il riconoscimento della Città Vecchia di Hebron e della Tomba dei Patriarchi [la moschea di Ibrahim per i palestinesi, ndt.] come siti del patrimonio culturale palestinese.

Nonostante intensi tentativi diplomatici intrapresi nelle scorse settimane, Israele e gli Stati Uniti non sono riusciti a riunire l’appoggio di un numero sufficiente di Stati membri per bocciare l’iniziativa. Dodici Stati della commissione per il patrimonio culturale dell’umanità hanno votato a favore della risoluzione e tre hanno votato contro.

La risoluzione, proposta dai palestinesi, include due punti importanti. Il primo afferma che la Città Vecchia di Hebron e la Tomba dei Patriarchi sono luoghi del patrimonio culturale palestinese e verranno registrati come tali nell’elenco del patrimonio culturale dell’umanità dell’UNESCO. Il secondo asserisce che i due siti devono essere riconosciuti come luoghi in pericolo, il che significa che ogni anno la commissione per il patrimonio culturale dell’umanità dell’UNESCO si riunirà per discutere del loro caso.

Naftali Bennet, ministro dell’Educazione israeliano e presidente del comitato nazionale dell’UNESCO, ha condannato la decisione, affermando che il legame ebraico con Hebron risale a migliaia di anni fa e non verrà reciso. “E’ spiacevole ed imbarazzante vedere l’UNESCO negare ogni volta la storia e distorcere la realtà per mettersi al servizio di quelli che cercano di spazzare via lo Stato ebraico dalla mappa geografica,” ha affermato. “Israele non intende rinnovare la cooperazione con l’UNESCO finché continuerà a servire come mezzo per attacchi politici invece di essere un organismo tecnico.”

Il ministro della Difesa Avigdor Lieberman ha definito l’UNESCO una “organizzazione politicamente schierata, ignobile e antisemita, le cui decisioni sono scandalose.” “Nessuna decisione di questo organismo irrilevante comprometterà il nostro diritto storico sulla “Tomba dei Patriarchi” o il nostro diritto sul Paese. Spero che con l’aiuto del nostro grande amico, gli Stati Uniti, questa organizzazione non venga più finanziata.”

“Questa decisione dimostra ancora una volta che l’Autorità Nazionale Palestinese non cerca la pace ma intende piuttosto incitare contro Israele e calunniarlo,” ha aggiunto. Un portavoce dei coloni di Hebron ha definito la decisione “ridicola”, “antisemita” e “tipica  del branco di ignoranti dell’UNESCO consumati dall’odio.”

I palestinesi hanno acclamato il voto dell’UNESCO, con il ministro degli Esteri palestinese che l’ha definito “l’unica decisione logica e corretta.” “Hebron è una città che si trova nel cuore dello Stato di Palestina e ospita un sito inestimabile per il patrimonio culturale dell’umanità e sacro per miliardi di persone delle tre religioni monoteiste in tutto il mondo. La Città Vecchia di Hebron e il luogo sacro è minacciato a causa delle azioni irresponsabili, illegali e altamente dannose di Israele,la potenza occupante, che mantiene in città un regime di separazione e discriminazione in base all’etnia e alla religione.

“Lo Stato di Palestina continuerà a difendere e a celebrare molti importanti siti storici della Palestina come parte del patrimonio culturale dell’umanità, e resisterà ad ogni tentativo di mantenere la Palestina o la sua storia in ostaggio dei progetti e delle azioni di intolleranza ed esclusione.” Per essere approvata la risoluzione aveva bisogno dell’appoggio di due terzi dei membri della commissione con diritto di voto. La decisione è stata presa con voto segreto dopo che tre Stati lo hanno chiesto durante l’incontro di venerdì.

Israele e gli Stati uniti hanno fatto pressioni su parecchi membri della commissione per il patrimonio culturale dell’umanità e sulla segreteria dell’UNESCO perché il voto fosse segreto, cosa che avrebbe consentito a un maggior numero di Paesi, compreso uno Stato arabo, di votare contro la risoluzione o astenersi dal voto senza pagare un prezzo politico per questo.

Durante l’incontro di venerdì sulla questione è scoppiato uno scontro verbale molto acceso tra l’ambasciatore israeliano all’UNESCO Carmel Shama Hacohen e i delegati palestinese e libanese. La discussione è avvenuta quando Shama Hacohen ha appreso che il voto sarebbe stato solo parzialmente segreto, nel senso che mentre agli Stati non sarebbe stato chiesto di rivelare la propria scelta, il voto non si sarebbe svolto dietro un paravento.

Shama Hacohen ha accusato il delegato polacco che presiedeva l’incontro di aver violato l’impegno riguardo alla segretezza del voto. Ad un certo momento il delegato libanese ha chiesto che Shama Hacohen fosse espulso dall’incontro dagli addetti alla sicurezza. Alla fine il voto parzialmente segreto è andato avanti come previsto, in quanto i 21 delegati hanno inserito il loro voto in un’urna al centro della sala dell’incontro.

Venerdì un importante diplomatico israeliano ha detto che il delegato polacco che presiedeva l’incontro non ha rispettato la sua promessa di garantire un voto segreto. Ha aggiunto che la mancanza di segretezza e la presenza di telecamere hanno impedito a molti Stati, compreso un Paese arabo, di votare contro la risoluzione.

*(Traduzione di Amedeo Rossi e pubblicata su zeitun.info)

 

Uno dei leader delle proteste del 2011 è stato condannato ieri per aver diffuso “false notizie e aver fatto dichiarazioni sulla situazione interna del regno”. I gruppi umanitari, però, denunciano: “E’ stato un processo farsa”

della redazione

Roma, 11 luglio 2017, Nena News – Due anni di carcere per l’attivista dei diritti umani bahrenita Nabeel Rajab. Secondo quanto riferisce l’agenzia ufficiale statale Nba, Rajab è stato condannato ieri da un tribunale di Manama per aver diffuso “false notizie e aver fatto dichiarazioni sulla situazione interna del regno che avrebbe minato il suo prestigio e il suo status”.

La sentenza – per cui è ammesso l’appello – è stata duramente criticata dall’Istituto del Bahrain per i diritti e la democrazia (Bird): l’attivista, sostiene l’organizzazione, è stato punito per “aver parlato con i giornalisti” e “ha già trascorso più di un anno in carcere, principalmente in isolamento”. In una nota, Bird ha anche fatto sapere che “gli avvocati di Rajab hanno detto che il loro assistito non ha ricevuto le garanzie basilari per un progetto giusto”. Accusa che le autorità giudiziarie respingono: il legale dell’imputato, affermano, è stato presente nel corso degli atti.

“Questa sentenza oltraggiosa contro qualcuno che ha detto la verità mostra la brutalità del governo bahrenita e i suoi odiosi crimini. Questo è stato un processo farsa” ha detto Sayed Ahmed al-Wadaei del Bird. Duro il commento anche di Amnesty International (AI) che ha parlato a riguardo di “campagna inarrestabile” da parte delle autorità locali per “spazzare via il dissenso”. “Imprigionare Nabeel Rajab soltanto perché ha espresso la sua opinione è una palese violazione dei diritti umani ed è un segnale allarmante perché vuole dire che le autorità locali andranno avanti con il silenziare qualunque critica” ha aggiunto il segretario generale di AI, Salil Shetty. “Il governo bahrenita e il suo apparato giudiziario hanno stretto la morsa sulla libertà d’espressione” ha accusato Shetty.

Preoccupazione per il suo arresto è stata espressa anche dal Dipartimento di stato americano. Tuttavia, gli Usa si tengono ben lontani dal criticare apertamente l’alleato del Golfo che ospita sul suo territorio la Quinta Flotta della marina statunitense. Un rapporto saldo quello tra Stati Uniti e il piccolo arcipelago arabo che il presidente Donald Trump ha definito “meraviglioso”. La sua amministrazione, inoltre, ha annunciato a inizio anno di voler vendere a Manama alcuni jet F-16 a prescindere dal rispetto dei diritti umani da parte delle autorità locali come aveva invece stabilito la precedente presidenza Obama.

Rajab è ricoverato in ospedale da aprile e non è stato presente durante le ultime 9 udienze. L’Istituto per i diritti umani bahranita ha detto che da giugno gli avvocati dell’imputato non presentavano in aula per protestare contro la decisione del tribunale di continuare il processo in assenza del loro assistito. L’Associated press scrive che anche alcuni osservatori diplomatici sono usciti fuori dalla corte a giugno a causa di queste procedure.

Rajab (52 anni) è stato più volte arrestato negli ultimi anni per aver preso parte a proteste “non autorizzate”. Rilasciato anzi tempo nel 2015 per motivi di salute, è stato nuovamente incarcerato nel giugno 2016. L’attivista, inoltre, è sotto processo per aver mandato una serie di tweet in cui criticava la campagna militare del blocco sunnita a guida saudita nello Yemen. Per questi “reati” dovrà presentarsi in aula il prossimo 7 agosto. Accusato di “aver insultato un organismo statale e aver insultato un paese vicino”, se trovato colpevole, rischia fino a 15 anni di prigione.

Il caso di Rajab ha attirato molto l’attenzione dell’opinione pubblica locale e internazionale perché l’attivista è stata una figura di primo piano nelle proteste di massa che nel 2011 hanno scosso il piccolo arcipelago. Anche qui infatti, come in gran parte del mondo arabo, decine di migliaia di persone sono scese in piazza per protestare contro la monarchia sunnita (il Paese è però a maggioranza sciita). Di fronte al malcontento popolare, re Hamad ha usato il pugno di ferro sopprimendo ogni forma di dissenso anche grazie all’aiuto delle forze armate saudite ed emiratine.

Alla repressione nelle strade, Manama ha poi incominciato negli ultimi anni un attacco sistematico contro qualunque forma di dissenso. Il duro giro di vite della monarchia non ha risparmiato nessuno: né partiti e il principale quotidiano d’opposizione (al-Wasat è stato chiuso), né gli attivisti e il noto leader religioso Issa al-Qasim a cui è stata tolta la cittadinanza o hanno ricevuto lunghe pene detentive. La repressione ha prodotto alcuni attacchi armati contro le forze di polizia da parte di alcuni gruppi sciiti. Secondo Manama dietro le loro azioni, vi sarebbe la “nemica” Iran. Nena News

 

Oltre un milione di persone hanno partecipato ieri alla giornata conclusiva della grande manifestazione iniziata il 15 giugno. Erdogan risponderà con un mega raduno il 15 luglio e intanto manda la polizia a arrestare 42 dipendenti di due atenei di Istanbul

La giornata finale della marcia della giustizia a Istanbul

della redazione

Roma, 10 luglio 2017, Nena News – Poche ore dopo la fine della marcia per la giustizia, 100mila persone per 480 chilometri e oltre un milione per la giornata finale di ieri, la polizia turca ha compiuto stamattina due raid nell’università di Medeniyet e quella di Bogazici, entrambe a Istanbul: 42 persone sono state arrestate su un totale di 72 mandati d’arresto. L’accusa la stessa da un anno a questa parte, appartenenza alla rete dell’imam Gulen, considerato la mente del golpe del 15 luglio 2016.

E, nelle stesse ore in cui una folla oceanica ascoltava il leader del partito repubblicano parlare di giustizia, a poca distanza, sempre ad Istanbul, il segretario di Stato Usa Tillerson ritirava il premio del World Petroleum Council per il suo lavoro di decenni per la Exxon. La conferenza che durerà fino al 13 luglio ospita le compagnie petrolifere ed energetiche leader nel mondo, con Ankara che fa da ospite e che si rilancia come attore centrale nella distribuzione di risorse energetiche dal Medio Oriente all’Europa.

Questo è il quadro a poche ore dalla conclusione di una marcia storica che ha messo in piedi persone di estrazione politica, sociale e economica diversa intorno allo slogan scelto dal Chp, il partito repubblicano: giustizia. Da 15 luglio hanno marciato per 40 km, da Ankara a Istanbul, e sono arrivati ieri vicino alla prigione in cui è incarcerato uno dei deputati del Chp, Enis Berberoglu, ma anche tanti altri oppositori.

Un evento storico che alcuni sono arrivati addirittura a paragonare alla marcia di Gandhi in India. Di certo si è trattato dalla manifestazione più partecipata da anni, da Gezi Park e piazza Taksim. La prima sollevazione pacifica contro il governo dell’Akp e il presidente Erdogan ad un anno esatto dal tentato golpe e dallo stato di emergenza che ha ulteriormente stretto il controllo sulla Turchia.

Dal palco ieri Kemal Kilicdaroglu, leader del Chp, ha parlato di “un nuovo inizio”: “Tutti devono saperlo. Il 9 luglio è un nuovo passo. Un nuovo clima, una nuova storia, una rinasciata. La giornata finale della marcia per la giustizia è un nuovo inizio, non è la fine”.

Erdogan tace: dopo aver mosso le solite accuse ai partiti coinvolti, a partire dall’Hdp che ha aderito in un secondo momento, il presidente ha preferito il silenzio. Alcuni sostenitori dell’Akp hanno provato ad aggredire i manifestanti, fermati dalla polizia, ma Erdogan non ne parla da giorni. È in attesa del 15 luglio, allora risponderà con un mega raduno per l’anniversario, il primo, del fallito golpe.

Ma la marcia di questo mese è difficile da cancellare: ha ridato speranza a molti, ha messo insieme persone con esigenze e richieste apparentemente diverse e avvicinato i partiti di opposizione, i sindacati, i quotidiani di opposizione, tutti presenti ieri in piazza sotto una sola parola: giustizia. E ha permesso di individuare le priorità, dieci punti letti dal palco da Kilicdaroglu: identificare i responsabili politici del golpe, ridare al parlamento la sua autorità, cancellare lo stato di emergenza, porre fine alla morte civile delle vittime dello stato di emergenza, garantire l’indipendenza della magistratura, rilasciare giornalisti e parlamentari, ristabilire la democrazia parlamentare, combattere disoccupazione e porvertà e perseguire una politica estera pacifica e giusta. Nena News

Il premier al-Abadi ha annunciato la liberazione della città dopo nove mesi di combattimenti e tre anni di occupazione dell’Isis, che si sposta a Tal Afar. Onu: un miliardo di dollari per ricostruire. Ma la sfida vera è politica

La polizia federale irachena festeggia l’a liberazione di Mosul (Foto: Getty)

di Chiara Cruciati

Roma, 10 luglio 2017, Nena News – Mosul è stata liberata. L’annuncio lo ha dato ieri il premier iracheno al-Abadi, arrivato per l’occasione nella seconda città irachena a congratularsi con l’esercito dopo quasi nove mesi di battaglia strada per strada e tre anni di occupazione islamista.

Una battaglia durissima in una città distrutta, spettro della sua storia e della sua ricchezza. L’immane distruzione l’hanno mostrata le immagini che in questi mesi hanno accompagnato la lenta avanzata delle truppe irachene e, da ultimo, le macerie della Grande Moschea al-Nuri e del suo minareto, il “gobbo”.

Ieri i soldati festeggiavano, ballavano e sventolavano le bandiere irachena. L’ultima è stata issata lungo il fiume Tigri. Ma mentre i civili intrappolati per mesi in città vecchia venivano portati via, affamati e assetati, con poche cose con sé, tutti controllati dalle forze governative che temono che tra loro si nascondano miliziani in fuga, il rumore dei combattimenti continuava a risuonare: ci sarebbero piccolissime sacche di miliziani ancora presenti.

Secondo fonti locali della provincia di Ninive, molti sono fuggiti a Tal Afar, cittadina a ovest di Mosul, a metà strada tra la città irachena e il confine con la Siria da mesi assediata dalle milizie sciite legate all’Iran e sottoposte – per questa operazione – al controllo di Baghdad. Un volantino distribuito nella cittadina spiegherebbe alla popolazione che tutte le strutture amministrative dell’Isis, che di Mosul aveva fatto la base del suo progetto statuale, sono state trasferite a Tal Afar.

L’Isis ammette la sconfitta a Mosul ma non si arrende. La strategia militare e politica del califfato si era già ampiamente modificata nel corso dell’ultimo anno quando la percezione della perdita territoriale era ormai radicata dopo Ramadi, Fallujah, Kobane. Kamikaze nei territori non occupati, azioni a sorpresa da Baghdad a Damasco hanno dimostrato la capacità di infiltrazione islamista e di attrazione di nuovi adepti e potranno continuare a destabilizzare paesi indeboliti da anni di guerra e frammentati sul piano politico e sociale.

È il caso di Mosul, specchio di questa distruzione politica. Nelle strade strette della città vecchia sono decine i corpi senza vita degli ultimi islamisti, impegnati in una resistenza brutale fatta di kamikaze e cecchini. Tanto brutale da uccidere il 40% dei soldati delle forze di élite irachene, perdite elevatissime che si sommano alla devastazione subita dai civili. Oltre due milioni gli sfollati da Mosul, un numero imprecisato di vittime – molti cadaveri sono sotto le macerie, rendendo impossibile definire un bilancio – e una distruzione immane.

Ora c’è da ricostruire la città sia fisicamente che sul piano sociale. Nei giorni scorsi il portavoce dell’ufficio del premier, Saad al-Hadithi, parlava di un piano di ricostruzione delle aree occupate dall’Isis e ora liberate: 100 miliardi di dollari da investire in 10 anni per scuole, ospedali, strade, infrastrutture elettriche e idriche. Altri numeri li danno il Dipartimento della Difesa statunitense (che ha chiesto al Congresso 1,269 miliardi di dollari per il 2018 a sostegno del governo iracheno) e l’Onu che parla di un miliardo di dollari per ricostruire le infrastrutture base di Mosul.

E mentre si fa avanti la Banca Mondiale, l’ente che finanzierà con i prestiti i 100 miliardi previsti da Baghdad, a preoccupare è il trattamento che sarà riservato alla comunità sunnita, marginalizzata dal 2003 dopo la caduta di Saddam Hussein e protagonista di sollevazioni e proteste culminate con una parziale accoglienza – o una scarsa resistenza – all’arrivo dello Stato Islamico in città nel giugno 2014.

Gli sfollati devono tornare al più presto, dicono da Baghdad, dunque la ricostruzione va lanciata subito. E vanno fatti tornare tutti, sciiti, sunniti, kurdi, cristiani, tutte le minoranze che hanno fatto di Mosul la città del melting pot e della convinvenza e ora teatro di una divisione interna pericolosa frutto della paura di rappresaglie e nuove discriminazioni.

Ma soprattutto è necessario un piano politico di inclusione che li faccia sentire parte di uno Stato al momento fallito. Intorno premono gli interessi di tanti attori esterni: gli Stati Uniti che non hanno mai nascosto l’interesse per una divisione federale dell’Iraq; la Turchia, presente con le truppe a nord di Mosul, che immagina la creazione di un corridoio settentrionale che impedisca al Pkk di radicarsi a Sinjar; l’Iran che punta al mantenimento dell’unità nazionale per fare di Baghdad il primo pezzo di un asse sciita che arrivi in Libano, via Damasco. Nena News

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

Il teatro come forma di conoscenza e dubbio non solo per il pubblico, ma in primo luogo per gli attori e i registi: una forma d’arte che coniuga le tradizionali storie palestinesi allo storytelling moderno

di Cecilia D’Abrosca

Roma, 10 luglio 2017, Nena News – Drammaturgo e regista palestinese, Bashar Murkus, è uno dei protagonisti più vivaci della scena teatrale indipendente palestinese. Autore acclamato e più volte premitato, abile a trasformare la realtà quotidiana in sequenze sceniche e trame narrative fruite da un pubblico eterogeneo. Dal legame con la Palestina trae slancio ad approfondire e analizzare i nessi tra la vita della comunità e i fattori politici e sociali che incidono sulla situazione odierna.

Cosa intende veicolare il teatro palestinese se non un progetto che racchiude un tentativo di resistenza e smantellamento dello status quo? Ancora una volta la risposta ad una realtà schiacciante prende forma per mezzo delle arti. Il teatro è uno strumento che educa, orienta, instilla dubbi; è un linguaggio di espressione ma è altresì testo, che va letto seguendo una scenografia, le figure umane che scorrono in scena, le musiche e le parole che danno vita ai contenuti, presi a prestito da storie e episodi di vita che interessano fasce della popolazione, di gruppi etnici o categorie professionali e sociali, le cui condizioni di vita sono contraddistinte da criticità e rischio.

Fatte queste premesse, il teatro indipendente palestinese, nello specificio, nasce dall’impegno di Bashar Murkus e sorge dal punto di vista fisico nel quartiere di Wadi Salib ad Haifa, città in cui vivono sia palestinesi israeliani che ebrei israeliani. Questo esperimento artistico, iniziato nel 2011, prende il nome di Khashabi Theatre e costituisce il primo esempio di teatro indipendente in città.

Il logo – un albero bianco dominato da uno sfondo nero – è il simbolo delle aspirazioni dei suoi fondatori: piantare radici nella città e creare le condizioni all’affermazione del teatro palestinese indipendente in Israele.

Il Khashabi Theatre congiunge due mondi, la tradizione culturale e letteraria della Palestina con il metodo dello storytelling moderno. Le commedie prodotte hanno uno stile vario – che riprende Chekhov e le tecniche del documentario teatrale – sebbene il lavoro intellettuale finale emerga da un intenso processo di ricerca e contaminazioni.

A Parallel Time (“Un Tempo Parallelo), è una testo teatrale politico scritto da Bashar Murkus, tradotto e diretto da Rebekah Maggor. La commedia evoca la lotta quotidiana dietro le sbarre per un gruppo di prigionieri politici palestinesi e la loro battaglia collettiva per superare la disperazione dell’arresto a lungo termine. L’opera è stata rappresentata al teatro Al-Midan di Haifa, con sottotitoli in lingua ebraica, suscitando reazioni da parte di coloro che hanno interpretato il testo come una sorta di propaganda ai prigionieri palestinesi.

La commedia è basata, in parte, sulla vita di Walid Dakka, un prigioniero palestinese accusato di aver ucciso un soldato israeliano. Bashar Murkus sostiene che la commedia non aspira ad affrontare la questione del crimine, ma il rapporto dei prigionieri con il tempo che passa. Dunque, la prospettiva che insegue l’autore è imperniata sull’aspetto umano e narrativo. La commedia prova a descrivere la relazione tra i prigionieri e le modalità di creazione di senso all’interno della prigione, piuttosto che soffermarsi sulla causa nazionale palestinese.

Il concetto – di fare teatro in modo da amplificare la forza dei palestinesi e prendere da loro qualcosa in cambio, che identifichi il “loro” teatro – avvolge il lavoro del Khashabi, i testi del drammaturgo e dei suoi colleghi. Uno degli obiettivi dei fondatori del teatro è stimolare la partecipazione e il coinvolgimento della popolazione nelle attività teatrali attraverso i workshop di attori locali, le giornate riservate ai gruppi di artisti non locali e ai loro spettacoli, e i festival riservati alla proiezione di corti audiovisivi sulla danza e sulle arti visive.

Il Khashabi Theatre è espressione di un modo di pensare, di agire e interagire con il pubblico; peculiare è l’approccio alla scrittura per il teatro, che segue un metodo interdisciplinare adottato dai membri della compagnia sin dagli anni dell’università. Partendo da un tema definito, ad esempio, la città di “Haifa” o il tema dell’ “identità”, gli autori fissano un periodo di tempo da dedicare alla ricerca all’interno della comunità palestinese; ciò comporta una interdipendenza tra strategia di lavoro e comunità locale, dal momento che “quando fai ricerca sulla tua comunità e con il sostegno di quest’ultima – dice Bashar – prendi in cambio molte cose e ne restituisci delle altre dando”. “Con il tempo, la gente diviene parte del processo, fino a trasformarsi in audience”.

Partendo da un esempio concreto, nel caso di A Parallel Time, si è al cospetto di una commedia che mostra in che modo, le condizioni di isolamento soffochino le istanze creative. Il nodo tematico, sviluppato lungo tutta la narrazione, tenta di ricostruire il travaglio, vissuto dall’autore, durante l’evoluzione del processo artistico. In altri momenti, il rapporto tra la ricerca, la forma e il contesto è molto esplicito. E’ il caso della scelta dell’area del quartiere da destinare al teatro e dei contenuti legati alla memoria della Nakba e al passato palestinese da riproporre ad un pubblico trasversale.

L’équipe teatrale si rende conto di dover riconsiderare la relazione tra la città di Haifa e la narrativa della storia palestinese, in quanto la conoscenza limitata di alcune vicende storiche da parte dei più giovani, non vissute in prima persona, ma legate alla loro terra, li rende consapevoli di ignorare, ad esempio, il significato profondo della Nakba e di ricondurre l’esperienza di vita alla memoria degli anziani. Da qui, il riconoscimento della debolezza della relazione che i giovani hanno con il passato.

Vi è una ulteriore commedia, frutto del lavoro del Teatro, che soddisfa, in un certo modo, le perplessità espresse poc’anzi. Si tratta di Sitt bil Ouffeh: A Theatrical Dinner (“Una Cena Teatrale”): l’opera vede in scena due donne intente a cucinare dei piatti tradizionali, che nel frattempo raccontano storie che hanno udito dalle loro nonne, fondendo i ricordi personali alla trama dell’opera, che non ha nulla di scritto, in perfetto storytelling moderno.

La commedia spinge alla piena identificazione l’audience; la scelta drammaturgica di Bashar Murkus prevale, l’atto di cucinare in scena innesca una connessione sensoriale con lo stile del racconto/cultura orale che la commedia desidera richiamare.

L’effetto della visione è diverso a seconda della composizione del pubblico: gli anziani prestano molta attenzione alle storie narrate dalle giovani donne durante la rappresentazione, poichè le conoscono, le hanno vissute sulla loro pelle e le hanno raccontate ad altri; al contrario, il pubblico più giovane si confronta con le stesse domande di Bashar Murkus e dei suoi colleghi, in merito ai passaggi storici decisivi per la Palestina, ammettendo che si avverte un dolore, si respira, è qui. Nena News

Nel mirino degli esperti dell’Istituto di Diritto Internazionale il programma Law-Train, progetto di Horizon 2020 della Ue che coinvolge il ministero della Sicurezza israeliano. Secondo l’Istituto viola le norme europee per l’uso sistematico della tortura da parte di Israele documentato dall’Onu

di Ali Abunimah – The Electronic Intifada

Ramallah, 10 luglio 2017, Nena News - Un gruppo di importanti esperti di diritto internazionale è arrivato alla conclusione che l’Unione Europea sta finanziando illegalmente i torturatori israeliani e deve smettere [di farlo].

Affermano che il programma “Law-Train” viola le norme Ue e le leggi internazionali perché uno dei partecipanti, il ministero della Sicurezza di Israele, “è responsabile o complice di torture, di altri crimini di guerra e contro l’umanità”Law-Train è iniziato nel maggio 2015 con l’apparente intento di “armonizzare e condividere tecniche di interrogatorio tra i Paesi coinvolti per affrontare le nuove sfide della criminalità transnazionale.”

E’ finanziato attraverso un programma di ricerca della Ue chiamato Horizon 2020, che ha anche destinato milioni di dollari all’industria bellica israeliana.

Uso massiccio della tortura

Law-Train coinvolge l’università israeliana di Bar-Ilan, il ministero della Sicurezza pubblica israeliano, l’università cattolica di Lovanio in Belgio, il ministero della Giustizia belga, la Guardia civile, polizia paramilitare, spagnola e la polizia rumena. Il suo comitato consultivo include Cornelia Geldermans, un pubblico ministero olandese.

Originariamente era stato coinvolto anche il Portogallo, ma lo scorso anno si è ritirato in seguito alla crescente opposizione dell’opinione pubblica nei confronti del ruolo di Israele nel programma Ue. E’ previsto che Law-Train prosegua fino all’aprile 2018 e che metà dei suoi quasi 6 milioni di fondi vadano ai partecipanti israeliani.

“L’uso della tortura da parte degli investigatori israeliani è stato ampiamente documentato dalla stampa internazionale ed israeliana e confermato da ricercatori internazionali e dagli stessi investigatori israeliani”, ha affermato Michel Waelbroeck, l’autore del parere giuridico e uno dei membri dell’Istituto di Diritto Internazionale [istituto con sede in Belgio che intende formulare principi giuridici generali atti a preservare la pace e l’armonia nel mondo, ndt].

“Nel giugno 2016 la commissione dell’Onu contro la tortura ha denunciato l’uso della tortura da parte di Israele e le tecniche illegali e violente durante gli interrogatori da parte della sua polizia e del personale penitenziario.”

L’opinione è sostenuta da 25 esperti di diritto internazionale e giuristi, compresi gli ex- inquirenti per i diritti umani dell’Onu Richard Falk e John Dugard, e da Laurens Jan Brinkhorst, un ex vice-primo ministro olandese ed ex-direttore generale della Commissione Europea.

Israele presenta un elenco ampiamente documentato di torture, anche contro bambini e ha sistematicamente evitato di fare indagini su denunce di abusi.

Finanziamento illegale

A febbraio centinaia di docenti universitari ed artisti belgi hanno sollecitato il proprio governo a porre fine all’appoggio a favore di Law-Train e nel parlamento europeo sono state sollevate obiezioni sul progetto.

Organizzazioni dei diritti umani di Palestina Belgio e Spagna hanno anche scritto ai funzionari della Ue esprimendo preoccupazione in merito all’appoggio ad organismi israeliani impegnati nella tortura. Dato che l’opposizione contro Law-Train è aumentata, la Commissione Europea, il potere esecutivo della Ue, ha realizzato una valutazione da parte di “una commissione di esperti indipendenti” che ha concluso che il programma ha dimostrato “una rispondenza da buona ad eccellente” con le leggi della Ue, compresa la “Carta dei Diritti Fondamentali” europea.

Ma gli esperti di diritto affermano che il parere ignora le regole fondamentali della Ue che vietano di finanziare individui o organizzazioni impegnati in “gravi comportamenti professionali illeciti” come la tortura. Gli esperti legali hanno concluso che, poiché il ministero della Sicurezza pubblica di Israele è “responsabile di gravi e continue violazioni” del divieto europeo ed internazionale riguardo alla tortura, il finanziamento della Ue è illegale.

Ma, lungi dal prendere provvedimenti per chiedere conto ad Israele delle torture, Carlos Moedas, il direttore di ricerca della Ue, recentemente ha visitato Israele per celebrare la sua partecipazione a Horizon 2020.

Proteste in Francia

Mentre importanti funzionari della Ue si stringono in un abbraccio con il regime di occupazione, apartheid e colonialismo di insediamento israeliano contro i palestinesi, i cittadini europei stanno continuando a chiedere di porre fine a tale complicità.

Sabato 24 giugno attivisti del Bds Francia hanno portato la loro protesta di fronte al padiglione dell’industria bellica israeliana Elbit Systems al Paris Air Show [Salone internazionale dell’aeronautica e dello spazio di Parigi-Le Bourget, una delle manifestazioni internazionali più importanti di presentazione di materiali aeronautici e spaziali, ndt].

In un video si possono vedere i contestatori che si stendono a terra e esibiscono un cartello che denuncia il fatto che Israele sperimenti le sue armi sui palestinesi. I manifestanti hanno chiesto un embargo sulle armi, la fine della cooperazione militare con Israele e il sostegno alla campagna per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni.

Elbit è una delle principali fabbriche di droni che Israele ha utilizzato per uccidere civili palestinesi. E’ stata incaricata dall’amministrazione Obama di fornire tecnologie per la sorveglianza lungo il confine tra Usa e Messico. Elbit ha anche notevolmente beneficiato di finanziamenti della Ue.

Traduzione di Amedeo Rossi – Zeitun

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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