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Sono trascorsi 24 mesi dal lancio di “Tempesta Decisiva”, un conflitto che l’Arabia Saudita non riesce a vincere ma che ha messo in ginocchio il paese. Con l’aiuto dei 5 miliardi in armi arrivati da Londra e Washington

Aiuti umanitari in Yemen (Foto: Onu)

della redazione

Roma, 23 marzo 2017, Nena News – Domenica 26 marzo saranno trascorsi esattamente due anni dal lancio di “Tempesta Decisiva”, l’operazione militare della coalizione sunnita contro i ribelli Houthi in Yemen. Un’operazione che, nelle iniziali previsioni dell’Arabia Saudita, leader della coalizione, sarebbe dovuta durare pochissimo, spezzare in breve tempo la resistenza del movimento Houthi che dal settembre 2014 aveva assunto il controllo di buona parte del paese, in particolare il nord e il centro e la capitale Sana’a.

A due anni di distanza la guerra non è finita, l’Arabia Saudita è invischiata in un conflitto che non riesce a vincere e lo Yemen è ridotto letteralmente alla fame. Il paese è devastato, le infrastrutture distrutte: mancano cibo e acqua, l’80% della popolazione necessita di aiuti immediati che non arrivano a causa del blocco aereo imposto dai sauditi e seguito a quello ufficioso degli Stati Uniti via mare.

Al Qaeda nella Penisola Arabica, il braccio più potente della rete jihadista, ha ampliato i territori sotto il proprio controllo, alleandosi via via con tribù, consigli locali anti-Houthi e in alcuni casi, come la città di Aden, con le forze governative alleate di Riyadh. Lo Stato yemenita non esiste più e i deboli tentativi dell’Onu di far sedere allo stesso tavolo Houthi e coalizione sono falliti a causa delle precondizioni delle parti: ben sette cessate il fuoco sono evaporati prima di avere effetto.

Lo scorso anno il movimento ribelle aveva accettato l’implementazione della risoluzione Onu 2216 del 2015, che prevedeva l’abbandono delle armi e il ritiro dalle zone occupate per dare il via al dialogo politico. Ma Riyadh ha sempre boicottato ogni possibilità di negoziato pretendendo il ritiro prima di accettare i punti del dialogo politico. Perché, nelle intenzioni saudite, nel futuro dello Yemen non c’è spazio per un potere alternativo a quello saudita.

E i numeri del disastro crescono: 12mila morti, 42mila feriti gravi, tre milioni di sfollati, 19 milioni di persone senza cibo e acqua a sufficienza e 7 milioni di questi a rischio immediato di carestia. Oltre due milioni di bambini soffrono di malnutrizione, 462mila sono gravemente malnutriti.

Ad accendere un conflitto che è chiaramente regionale, che coinvolge il confronto tra asse sunnita e asse sciita, che serve a Riyadh a rialzarsi dalla sconfitta subita in Siria, sono gli alleati occidentali dei Saud. Da tempo nel mirino di organizzazioni per i diritti umani e associazioni di base ci sono i governi di Londra e Washington – ma anche quello italiano – per il sostegno indefesso che viene garantito a Riyadh.

Con le armi. Se l’Onu ha imposto l’embargo militare agli Houthi, la stessa previsione non vale per la coalizione a guida saudita. Oggi Amnesty International ha pubblicato un duro rapporto sul ruolo di Stati Uniti e Gran Bretagna nella guerra allo Yemen: “I trasferimenti multimiliardari di armi all’Arabia Saudita da parte di Usa e Regno Unito – si legge – non solo alimentano le gravi violazioni dei diritti umani che stanno procurando una sofferenza devastante alla popolazione civile dello Yemen, ma superano di gran lunga il valore del loro contributo alle operazioni umanitarie nel paese”.

In particolare, secondo l’organizzazione, Londra e Washington hanno trasferito nelle casse di Riyadh oltre 5 miliardi di dollari, 10 volte tanto i 450 milioni spesi per aiuti umanitari. Armi usate per stragi di civili, bombardamento di ospedali, cliniche e scuole, raid su infrastrutture, mercati, zone residenziali e siti archeologici di estremo valore. A questi si aggiungono i dati riguardanti l’Italia: nel 2016 Roma ha fornito a Riyadh bombe e munizioni per un valore di oltre 40 milioni di euro, contro i 37 milioni del 2015. Nena News

Il tentativo fallito di Tel Aviv di attirare a sé la Russia, i convogli di Hezbollah, le forze dell’Isis a Palmira: gli ultimi giorni hanno riacceso un conflitto sopito

di Stefano Mauro

Roma, 23 marzo 2017, Nena News – “Il governo di Tel Aviv continua ad aumentare  la tensione lungo il confine con la Siria ed il Libano”. Così titolava tre giorni fa il quotidiano Al Akhbar, dopo l’abbattimento di un drone israeliano sulle Alture del Golan. A pochi giorni dal bombardamento, da parte dei jet israeliani, di una base militare siriana a Palmira ed alla successiva risposta della contraerea di Damasco, non diminuiscono i segnali di un possibile aggravarsi della situazione.

Molti quotidiani hanno, infatti, catalogato il bombardamento di Palmira ed il conseguente lancio di missili russi S-200, come il più grave “episodio bellico” tra Siria e Israele negli ultimi 6 anni. “La risposta di Damasco – secondo un editoriale del Ray Al Youm – indica che Bashar Al Assad si sente nuovamente sicuro e forte all’interno dei confini nazionali, a tal punto da rispondere militarmente all’ennesima incursione israeliana nei cieli siriani”.

Una simile risposta implica, comunque, altre considerazioni. La prima, forse la più importante, riguarda il fallito tentativo da parte di Netanyahu di convincere Putin nell’abbandonare Iran ed Hezbollah, considerati  alleati fondamentali nell’arena siriana e nella regione. Secondo molti analisti, in effetti, la risposta missilistica di Damasco sarebbe stata avallata sia da Teheran che, soprattutto, da Mosca. A conferma di una simile tesi ci sarebbe, inoltre, la convocazione dell’ambasciatore israeliano a Mosca e le proteste ufficiali da parte della diplomazia russa nei confronti “dell’aggressione dello spazio aereo e della sovranità siriana”.

Un altro aspetto altrettanto “controverso” riguarderebbe il reale target del bombardamento israeliano. Alcuni quotidiani mediorientali hanno considerato abbastanza inverosimile l’attacco alla base  aerea T4 di Palmira come “un’azione di contrasto al rifornimento di armi da parte di Hezbollah”. La zona, infatti, è molto lontana dai territori di confine tra  Israele ed il Libano ed è stata recentemente riconquistata dall’esercito lealista ai danni dei miliziani di Daesh (Isis). “La riconquista di Palmira – afferma il quotidiano Al Akhbar- rappresenta una fondamentale vittoria per Damasco perché apre il fronte sia verso Raqqa che verso Deir Ez-Zor”.

L’attacco di Tel Aviv, quindi, viene visto da alcuni media arabi più come un tentativo in supporto agli jihadisti di Daesh, ancora presenti nell’area, piuttosto che una “missione di contrasto al riarmo di Hezbollah”, dato ormai per certo.

Un’ultima analisi, infine, riguarda le reazioni politiche e dei media in Israele. Dietro le dichiarazioni di facciata da parte del premier Netanyahu, che ha affermato “di voler colpire nuovamente obiettivi nemici in Siria”, o quelle del ministro della Difesa, Avigdor Lieberman, che ha minacciato di “voler distruggere il sistema missilistico di Damasco”, traspare una certa preoccupazione negli ambienti militari israeliani. 

Ron Ben Yishai, esperto di questioni militari per il giornale Yediot Aharonot, definisce  il fatto come “la fine della supremazia aerea israeliana nella regione, visto che i missili S-200 hanno abbattuto un aereo e colpito un secondo velivolo israeliano”. Un altro quotidiano, Haaretz, considera molto preoccupante l’arroganza del governo di Tel Aviv visto che “Assad ha cambiato le regole del gioco perché ha nuovamente fiducia nelle proprie risorse (militari), nei suoi alleati e nel pieno sostegno di Putin”.

Una cosa è sicura. Rispondendo al raid israeliano, infatti, Damasco ed i suoi alleati hanno mandato un messaggio a Netanyahu: la politica di rassegnazione e  di accettazione, da parte di Assad,  alle ripetute ingerenze israeliane è ormai conclusa. “Israele dovrà decidere in futuro” conclude Haaretz “ se accettare le vittorie di Damasco o prepararsi ad un intervento militare, dagli esiti incerti, nella guerra in Siria”. Nena News

L’esercito israeliano alla frontiera sud della Striscia ha aperto il fuoco all’alba di oggi su un gruppo di giovani palestinesi, uccidendo un diciottenne

Palestinesi al confine tra Israele e Gaza (Foto: Abed Rahim Khatib/Flash90/File)

di Rosa Schiano

Roma, 22 marzo 2017, Nena News – Un ragazzo di diciotto anni è stato ucciso all’alba di oggi al confine di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, dal fuoco di un carro armato israeliano. Yousef Shaban Abu Athra, avrebbe tentato – secondo fonti militari israeliane – di avvicinarsi alla recinzione che separa il territorio della Striscia da quello israeliano, insieme a duealtri uomini rimasti feriti.

Ashraf al-Qudra, portavoce del Ministero della Sanità a Gaza, ha riferito che i colpi di artiglieria hanno colpito un gruppo di giovani che sostavano nell’area di Nahdha, ad est della città di Rafah,poco prima dell’alba.I due feriti sono stati trasportati all’ospedale Abu Yousef Najjara di Rafah riportando ferite moderate.

Un portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato che i soldati avrebbero individuato tre uomini “nei pressi della recinzione di sicurezzae hanno aperto il fuoco nella loro direzione”, senza fornire ulteriori dettagli.

Israele impone, tramite l’uso della forza armata, una buffer zone di 300 metri all’interno del territorio palestinese per motivi di “sicurezza”, sostenendo il pericolo che vengano posizionati esplosivi al confine e per impedire ai palestinesi di tentare l’ingresso in Israele.

L’uccisione del giovane è stata seguita più tardi, riportano fonti locali, da incursioni di carri armati e bulldozer israeliani nei terreni agricoli palestinesi nell’area di Khan Younis. Incursioni che restano frequenti, nelle aree lungo tutto il confine orientale della Striscia, accompagnate da fuoco di artiglieria sui terreni agricoli e operazioni di “livellamento” che di fatto distruggono la terra e la rendono arida. A farne le spese i contadini, molti dei quali accedono ai propri terreni rischiando la vita.

I motivi per cui i tre giovani si sono avvicinati alla rete di sicurezza non sono ancora chiari. È probabile sia stato il loro un tentativo di entrare in Israele. A causa dell’alto tasso di disoccupazione – che nel 2016 ha raggiunto il 41,2% per gli uomini e il 62,6% delle donne, secondo le statistiche dell’Ufficio centrale di statistica palestinese – non di rado palestinesi, soprattutto di giovane età, tentano di superare la recinzione al fine di cercare un lavoro e miglior vita in Israele.

L’80% della popolazione di Gaza resta dipendente dall’assistenza umanitaria delle associazioni e dagli aiuti internazionali.  L’ultima offensiva militare del 2014 ha causato un rapido deterioramento della situazione umanitaria, un impoverimento dovuto anche alle spese necessarie a riparare e ricostruire le abitazioni distrutte o danneggiate esempre più dure condizioni di vita dettate dal decennale assedio. Nena News

Rosa Schiano è su Twitter: @rosa_schiano

Alla seconda offensiva in pochi giorni contro la capitale prendono parte Ahrar al-Sham e Jaysh al-Islam, leader del team di negoziatori in Svizzera. Dietro sta l’ex al-Nusra che riprende la strategia Isis a Baghdad. Raid Usa a Raqqa uccide 33 civili

Raid su Damasco (Fonte: Syria Media Center)

di Chiara Cruciati

Roma, 22 marzo 2017, Nena News – All’alba di martedì un bombardamento aereo statunitense ha ucciso almeno 33 persone dopo aver colpito una scuola usata per accogliere sfollati a al-Mansoura, città occupata dallo Stato Islamico nella provincia di Raqqa. Lo riporta l’Osservatorio Siriano per i diritti umani, ong basata a Londra e parte del fronte anti-governativo.

“Possiamo confermare che le vittime sono 33, sfollati da Raqqa, Aleppo e Homs. Stanno ancora tirando fuori i corpi dalle macerie. Solo due sopravvissuti”, dice l’organizzazione. Conferma la dà il gruppo di attivisti siriani “Raqqa is being Slaughtered silently”, che aggiunge che la scuola era rifugio a 50 famiglie sfollate.

E mentre Raqqa resta il target ufficiale di tutte le parti in campo per la sua importanza strategica e simbolica, gli ultimi giorni hanno visto una ripresa delle attività militari della nuova federazione Hayat Tahrir al-Sham, sotto la guida del Fronte Fatah al-Sham, l’ex al-Nusra. Ieri i jihadisti hanno lanciato un’ampia offensiva contro la provincia di Hama, sotto controllo governativo, strappando a Damasco il controllo della città di Suran.

Come accaduto per Damasco lo scorso fine settimana, anche stavolta i qaedisti si sono fatti strada con i kamikaze contro i posti di blocco del governo. Ma nemmeno la capitale è al sicuro: dopo il durissimo assalto cominciato sabato con attacchi suicidi, tunnel e missili e il successivo intervento delle truppe di Damasco che lo hanno respinto, ieri la coalizione qaedista è tornata a prendere di mira Damasco.

L’ex al-Nusra è riuscita ad avanzare di nuovo nel quartiere di Jobar, nella zona industriale, e sta tentando di muoversi verso il centro. Anche stavolta la strada è stata aperta con due grandi esplosioni provocate da autobombe contro postazioni governative tra Jobar e Qaboun e con un fitto lancio di missili verso le aree centrali. Il governo sta rispondendo con raid aerei.

Ma la forza e l’intensità degli attacchi perpetrati dale fazioni guidate dall’ex al-Nusra e la facilità di manovra intorno alla capitale fanno temere un nuovo fronte di conflitto. La strategia qaedista appare molto simile a quella applicata dallo Stato Islamico sotto pressione in Iraq: con Mosul assediata e prossima alla caduta, cellule Isis si muovono nel resto del paese attaccando ripetutamente e violentemente Baghdad nell’obiettivo di far crollare ulteriormente la credibilità del governo, incapace di garantire la sicurezza.

Stesso obiettivo dell’ex al-Nusra che, consapevole di non poter occupare Damasco, indebolisce l’immagine di un governo che si è rafforzato nel corso dell’ultimo anno, che ha ripreso Aleppo e costretto gli islamisti a rifugiarsi ad Idlib, ora target sia dei raid russi che di quelli statunitensi.

Tra i gruppi che stanno partecipando accanto ad al Qaeda all’assalto della capitale, ci sono i salafiti Ahrar al-Sham e Jaysh al-Islam che però sono considerati dalla diplomazia mondiale rappresentativi del popolo siriano e dunque invitati ai tavoli del negoziato (Mohammed Alloush, leader di Jaysh al-Islam, è il capo negoziatore a Ginevra). Ieri Ahrar al-Sham ha pubblicato un video nel quale annunciava l’occupazione di una fabbrica tessile e mostrava i suoi miliziani distruggere immagini del presidente Assad.

La loro partecipazione all’assalto e il mantenimento dell’alleanza militare e ideologica con Fatah al-Sham – considerato gruppo terroristico a livello internazionale – dovrebbero sollevare dubbi sulla loro effettiva partecipazione, vista anche la rottura della tregua a cui hanno aderito a fine dicembre. Ma per ora non accade. Mentre Damasco era al centro del conflitto, l’inviato Onu per la Siria de Mistura annunciava per domani un nuovo round negoziale a Ginevra con la partecipazione di tutti i soggetti, governo e opposizioni. Nena News

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

Dopo 15 ore dalle proteste nei vari governatorati, il ministro delle Forniture ha cancellato le previste riduzioni dei sussidi. Ma la questione strutturale e ideologica resta: un regime distante e arrogante continua a fare gli stessi errori, zero trasparenza nella governance, nessuna discussione, neppure l’apparenza di una volontà democratica

di Amr Khalifa – Middle East Eye

Roma, 22 marzo 2017, Nena News – Il sacrificio, con la vittoria come obiettivo supposto sul lungo termine, è centrale sia per l’ethos militare egiziano che per la mentalità economica del presidente Abdel Fattah al-Sisi. All’inizio di novembre, con il governo egiziano che svalutava la moneta, parlai con esperti di economica che avvertivano che questa strategia avrebbe potuto condurre ad un’inflazione esplosiva.

Poteva al-Sisi controbilanciare la sofferenza con politiche che avrebbero attutito il colpo? Era quella la scommessa. Prevedibilmente, nelle successive 16 settimane, l’Egitto ha visto il tasso di inflazione passare dal 14% a oltre il 30% alla fine di febbraio.

E circa cinque mesi dopo, nonostante alcuni elementi positivi, il bilancio sulle riforme economiche di al-Sisi è nebuloso, con rischio di pioggia. In Egitto, il teatro dell’assurdo non è qualcosa a cui assisti ma qualcosa che vivi. Quelli in attesa di una ripresa economica con al-Sisi al timone aspettano Godot.

Che mangino dolci

“L’aumento dei prezzi distrugge la gente. La soluzione non sta nei sussidi. C’è qualcosa chiamato politiche di deflazione, alla portata della Banca Centrale e del Dipartimento delle Finanze se avessero capito i loro doveri”, ha sparato su Twitter circa sei settimane fa l’economista egiziana Fatma al-Asyooty.

Se, come regime, decidi di assumere riforme rischiose, non significa ammettere di aver fallito la presa di precauzioni necessarie per garantire che una società già instabile non sia ulteriormente destabilizzata da tali riforme?

L’inflazione era un rischio compreso da tutte le parti e parlando con qualsiasi egiziano, educato o no, delle classi basse o di quelle alte, si vede che quasi nessuno non l’ha subita. In commenti riportati all’inizio del mese, il ministro delle Finanze Amr el-Garthy non ha negato che l’inflazione cresca come un fungo. Eppure deve essere frustrante per un egiziano che, in media, guadagna meno di 3 dollari al giorno sentire un ministro – i cui occhiali valgono quanto tre mesi di stipendio e la cui giacca potrebbe dar da mangiare ad una famiglia per 4-6 mesi – dire che l’inflazione “crescerà a febbraio e marzo ma poi comincerà a calare”.

I tentativi di sedare le paure hanno fatto poco per frenare i prezzi di mercato di beni alimentari, salute e spese domestiche. I poteri economici possono stare nel business dei numeri, focalizzati su modelli economici, permute e manipolazioni, ma mancano della abilità politica necessaria a muoversi in questa zona di pericolo.

Invece del progetto di immagine de “i cambiamenti hanno un costo” che equivale, nella mente di molti, ad aprirsi al ritornello alla Maria Antonietta “che mangino dolci”, i responsabili dell’economia egiziana – e in definitiva al-Sisi stesso – devono comprendere la profondità della crisi e i suoi effetti quotidiani su decine di milioni di egiziani e dunque formulare ed eseguire un piano.

Ma in Egitto una politica razionale è rara come un giorno di neve e un generale ha detto, infatti, agli egiziani di “restare affamati”.

Toccare il pane, minacciare il potere

Questa combinazione (potenzialmente letale sul piano politico) di distacco dal pubblico e la mancanza di preparazione di una rete di sicurezza sociale ha quasi causato una situazione esplosiva all’inizio del mese. Con la gente già sofferente per l’aumento dei prezzi del cibo, oltre il 40%, il Ministero delle Forniture ha pensato bene di limitare le razioni di pane ai fornai.

La mossa voleva impedire ai forni governativi e privati di rivendere la farina sotto sussidio sul mercato a costi maggiorati. Ma ha avuto l’effetto di limitare enormemente l’accesso a coloro senza carta magnetica per il sussidio del pane.

Il piano originale era ridurre la quantità di pagnotte sotto sussidio ad ogni forno da 1.000-4.000 a solo 500. Il pane in arabo egiziano colloquiale si dice a3ish, che significa “vita”. Il pane è letteralmente imprescindibile in un paese dove oltre il 27% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Quella stessa soglia minaccia di inghiottire altri milioni di persone come impatto diretto delle politiche di riforma del Fondo Monetario Internazionale, ingenuamente implementate da un regime a cui sono cadute in testa.

Così, non dovrebbe sorprendere che ogni tentativo di de-sussidiare il pane possa avere effetti esplosivi. Tocca il loro pane e loro minacceranno il tuo potere: è lo stessa cosa che accadde nel 1977 quando Anwar Sadat era al governo ed è rimasto così finora.

In due giorni, il 5 e 6 marzo, manifestazioni di egiziani ordinari e apolitici si sono allargate da Kafr al-Sheikh a Giza, dal Cairo a Alessandria a Minya. Va ricordato che nel 1977 l’aspettativa di vita per un egiziano era di 56,2 anni ed è ora di 71,1 anni. Questo aumento, insieme ad una popolazione di oltre 92 milioni di persone, fa sì che il pane e la gestione dei sussidi sia un pantano esistenziale per ogni regime.

In un quartiere operaio di Alessandria la scena si è scaldata quando la polizia è stata sopraffatta da centinaia di donne velate e operai che urlavano un semplice grido: “Vogliamo il pane, non abbiamo abbastanza cibo”. Con le vite minacciate, nessuna legge anti-proteste potrebbe mettere sotto silenzio questi egiziani. Al contrario centinaia di manifestazioni diverse hanno preso le strade urlando “Via al-Sisi”. Così volatile era la situazione che i manifestanti hanno circondato l’ufficio locale del Ministero delle Forniture nel quartiere Saba Mat di Alessandria e un alto ufficiale è dovuto fuggire.

Subito dopo, notizia confermata dai media, la polizia si è infilata nelle manifestazioni non per sparare ma per distribuire il tanto necessario pane gratis, perché il governo si è improvvisamente ricordato di quanto destabilizzante sia superare certe linee rosse.

Dopo 15 ore dalle proteste nei vari governatorati, il ministro delle Forniture Ali Meselhy ha cancellato le previste riduzioni dei sussidi. Questa volta una crisi potenzialmente massiva e un possibile confronto sono stati evitati. Ma la questione strutturale e ideologica resta. Un regime distante e arrogante continua a fare gli stessi errori: zero trasparenza nella governance, nessuna discussione, neppure l’apparenza di una volontà democratica.

In Egitto la democrazia è una facciata; l’accordo con l’Fmi è stato approvato dal parlamento egiziano quattro mesi fa dopo il fatto. Mantieni questo livello e al-Sisi e la sua gang non hanno bisogno di altri nemici se non se stessi.

La riforma bloccata

Seppur dolorose, le riforme economiche hanno incluso gli sforzi del governo di aumentare gli investimenti diretti stranieri per fermare l’emorragia. In cima a tali sforzi c’è una proposta di legge che sarebbe una manna per gli investitori esteri.La legge in questione vuole affrontare alcune questioni croniche. Innanzitutto, permette alle compagnie straniere di rimpatriare i profitti, incrementare la percentuale di dipendenti stranieri dal 10% al 20% (anche se questo non aiuta ad innalzare l’occupazione egiziana) e diminuire le antiquate procedure burocratiche previste per chi apre società nel mercato egiziano.

Ma – e in Egitto c’è sempre un ma – la legge si è impantanata nel dibattito da fine dicembre. In particolare nelle settimane subito successive alla svalutazione del 3 novembre, il governo ha provato a reclamare la vittoria, dicendo che le proprie politiche avrebbero coperto il buco tra il tasso di cambio ufficiale e quello parallelo del mercato. Ma ci sono chiari segni che il governo sta perdendo la battaglia.

A fine febbraio la sterlina è “salita” a 15,72 contro il dollaro. Con l’arrivo di marzo, tuttavia, il pendolo ha cominciato a muoversi nella direzione sbagliata, fino a 16,3 sterline sul dollaro. Una settimana dopo il dollaro è arrivato a 18 sterline, con alcuni esperti che avvertono che con il Ramadan all’orizzonte (quando cioè il mese sacro aumenterà la domanda) potrebbe toccare quota 20.

Vale la pena menzionare il fatto che c’è stato un afflusso di dollari nel sistema finanziario a partire dalle riforme, ma ciò non pare dovuto alla fiducia degli investitori quanto ai commercianti stranieri di valuta che sfruttano l’opportunità.

Guardare la canna di una pistola

Se alcune fluttuazioni di mercato erano attese, più di 12 settimane dopo lo choc iniziale della svalutazione, la stabilizzazione o qualcosa di simile avrebbe dovuto essere all’orizzonte. Invece, sia il governo che la cittadinanza guardano la canna di una pistola carica. Il dollaro in crescita devasterà ancora di più milioni di egiziani che in silenzio ribollono di rabbia sotto la pressione di un’inflazione senza fine e sfiderà una banca centrale e un governo che sembrano insistere nel dare la colpa alla crisi economica attuale post primavere arabe.

Fino a quando non si genererà senso di responsabilità per questo pantano, come potrà aumentare la fiducia dei mercati locale e straniero nella politica monetaria? La popolarità di al-Sisi ha subito un colpo incredibile a seguito della svalutazione e le riforme. Ma l’autocrate è stato sorprendentemente relisiente, mantenendo una presa corazzata sul potere mentre l’inflessibile legge sulle proteste teneva a bada il resto.

E adesso ha davanti a sé due sviluppi favorevoli: un presidente americano che pensa che al-Sisi sia “un tipo fantastico” e il ritorno dell’Arabia Saudita ad un accordo positivo che fornisce all’Egitto il petrolio di cui necessita. Al-Sisi deve pensare che il quadro è luminoso. Non sarebbe la prima volta che si sbaglia.

Amr Khalifa è giornalista freelance e analista per Ahram Online, Mada Masr, The New Arab, Muftah e Daily News Egypt

Traduzione a cura della redazione di Nena News

Le tradizionali celebrazioni per il nuovo anno kurdo in un contesto di conflitto permanente, dall’Iraq alla Siria alla Turchia

Newroz a Diyarbakir (Fonte: Twitter)

della redazione

Roma, 22 marzo 2017, Nena News – Il nuovo anno kurdo è cominciato, le tante comunità divise tra gli Stati-nazione del Medio Oriente e quelle nella diaspora accendono il fuoco del Newroz, simbolo di rinascita ma soprattutto di identità. Così il popolo kurdo saluta la primavera da tremila anni, la “nuova luce” da salutare con vestiti colorati, danze, falò.

Dal 2010 riconosciuto come giornata internazionale e dall’anno prima inserito nella lista Unesco dei patrimoni orali e immateriali dell’umanità, anche quest’anno il Newroz si celebra in un’atmosfera di conflitto.

Newroz a Sinjar (Fonte: Twitter)

Così è in Iraq dove prosegue la guerra allo Stato Islamico e le divisioni settarie si allargano. A Sinjar dove ieri la comunità kurda ha acceso il tradizionale falò, alla devastazione portata nel 2014 dall’Isis (un massacro che gli yazidi chiedono venga riconosciuto come genocidio e che non cessa, con oltre 3mila tra donne e bambini ancora schiavi di Daesh) si sono aggiunti nelle ultime settimane gli scontri tra fazioni kurde: i peshmerga affiliati al Kdp del presidente kurdo iracheno Barzani hanno attaccato postazioni vicine al Pkk. Uno scontro durissimo che ha lasciato dietro di sé morti e feriti.

Newroz a Cizre (Fonte: Twitter)

Nella vicina Siria il fuoco è stato acceso a Qamishli, Afrin, Jazira, Aleppo. E a Kobane dove a riunirsi è stata la Federazione della Siria del Nord, il corpo fondato nei mesi scorsi dalle amministrazioni autonome dei cantoni e delle comunità liberate dal giogo dell’Isis. Una federazione che punta a fare da modello per il resto del paese, martoriato da sei anni di guerra civile.

Newroz a Afrin (Fonte: Twitter)

Ma le armi non tacciono: l’operazione del governo turco, lanciata ad agosto 2016, “Scudo dell’Eufrate”, prosegue e ha nel mirino Manbij, città liberata dalle Forze Democratiche Siriane la scorsa estate. Ma non solo: l’intera Rojava è una minaccia per Ankara che va avanti con la costruzione del muro che sta separando i kurdi siriani da quelli turchi. L’appuntamento, a Kobane, è stato sulla collina Mishtenur, dove a gennaio 2015 sventolò un’enorme bandiera con i colori del Kurdistan, a simboleggiare la liberazione dallo Stato Islamico.

Newroz a Kobane (Fonte: Twitter)

E poi c’è la Turchia, Stato che tenta da un secolo di cancellare l’identità kurda. Fino a dieci anni fa celebrare il Newroz era impossibile, vietato dalla legge. E fu proprio durante il Newroz del 2013 che il leader del Pkk Ocalan lanciò il suo messaggio di tregua allo Stato turco, un cessate il fuoco che è stato rotto da Ankara nel luglio 2015, un mese dopo le elezioni parlamentari.

Newroz a Agri (Fonte: Twitter)

Ieri erano milioni i kurdi del Bakur, il Kurdistan turco, che hanno festeggiato nelle piazze e nelle comunità: da Kiziltepe a Antep, da Agri a Cizre, fino a Diyarbakir (Amed in kurdo), considerata la capitale del Kurdistan storico. Secondo le agenzie kurde, erano un milione ieri a Diyarbakir le persone che hanno assistito alle celebrazioni, sotto gli slogan “Vinceremo” e “No” (Hayir) al referendum previsto per il 16 aprile e accompagnato da una durissima repressione da parte governativa del partito di sinistra pro-kurdo Hdp.

Newroz a Dilok (Fonte: Twitter)

I suoi co-leader, Demirtas e Yuksekdag, sono tuttora in prigione, incarcerati lo scorso 4 novembre e in isolamento da allora. Dal palco di Diyarbakir è stato letto il loro messaggio: “Il fuoco del Newroz sta bruciando con gioia nonostante le pressioni e i divieti. Non cederemo di fronte all’oppressore e all’oppressione. Proteggeremo l’onore del nostro popolo ovunque e alla fine vinceremo”. A parlare dal palco di Mardin è stato il deputato Ahmet Turk: “Nessuno dubiti: vinceremo nonostante le politiche di oppressione”. Nena News

 

Scontri a fuoco, manifestazioni di protesta, cambi di casacche: il governo non gode di alcuna autorità. Domenica presa d’assalto la base navale di Abu Seta, sede del Gna; venerdì i misuratini hanno aperto il fuoco sui manifestanti

Miliziani di Misurata durante la presa di Sirte- (Foto: LaPresse)

di Chiara Cruciati –  Il Manifesto

Roma, 21 marzo 2017, Nena News – Fuga o visita istituzionale? A guardare la situazione di caos in Libia, riesplosa con tutto il suo bagaglio di contraddizioni nel fine settimana, sembrerebbe che il premier del governo di unità nazionale (Gna) al-Sarraj sia venuto in Italia non tanto per impegni pregressi quanto per il fuoco sparato contro la base navale di Abu Seta, sede del Consiglio di presidenza (troppo spaventato dalla scarsa legittimità di cui gode e dall’assenza di sicurezza della capitale per insediarsi sulla terraferma di Tripoli).

La stretta di mano immortalata nella foto pubblicata ieri su Twitter dal primo ministro italiano Gentiloni conferma la presenza in Italia, in un momento in cui un premier “normale” dovrebbe restare nel suo paese: oltre all’assalto armato agli uffici galleggianti di al-Sarraj, gli ultimi giorni hanno visto migliaia di persone scendere in piazza contro le milizie armate.

Domenica miliziani legati alle Brigate al-Nawasi (salafiti dell’area tripolina di Suq al-Juma’a che avevano espresso in passato sostegno al Gna tanto da aiutarlo nell’insediamento) hanno assaltato Abu Seta, occupandola per alcune ore. A facilitare loro il compito il controllo che esercitano su al-Jumaa, la zona che si affaccia su Abu Seta.

A monte dell’attacco la rabbia per un comunicato emesso dal Gna che criticava il fuoco sparato (probabilmente da misuratini) contro la manifestazione anti-milizie di venerdì a Tripoli e che annunciava l’apertura di un’inchiesta per individuare i responsabili della sparatoria.

Poco dopo le forze di sicurezza del Gna hanno ripreso la base a seguito di un accordo stretto tra il ministro della Difesa al-Barghathi (inizialmente dato per «rapito») e le Brigate al-Nawasi. Ma l’assalto dice molto dell’incapacità del governo di unità di esercitare effettiva autorità sulla capitale. La scorsa settimana Tripoli era tornata ostaggio di scontri a fuoco tra miliziani legati al Gna e gruppi armati locali, conclusosi in apparenza con un cessate il fuoco.

Una tregua – siglata giovedì e che doveva durare 30 giorni – sopravvissuta il tempo di una notte perché gli scontri sono ripresi quasi subito. Venerdì scorso, in piazza sono scesi migliaia di manifestanti contrari alle milizie di Misurata (blocco islamista dall’alleanza facile, in prima linea a Sirte al fianco del Gna e ora di nuovo in rivolta).

Dalla folla di piazza dei Martiri e piazza Algeria sono partiti alcuni slogan a favore del generale Haftar. Subito sono riecheggiati colpi di armi da fuoco, sparati da mitragliatrici montate su pick-up probabilmente guidate da misuratini, che hanno disperso la folla.

Al fuoco si è unita la protesta ufficiale: parlamentari di Misurata hanno detto di aver sospeso i contatti con il Gna fino a quando non porgerà scuse ufficiali per le manifestazioni anti-islamiste di venerdì. «Quanto successo non è libertà di parola ma incitamento alla violenza contro la città di Misurata», una protesta a parole a cui è seguito domenica l’assalto alla base di Abu Seta.

Dietro sta la longa manus di Khalifa Ghwell, ex primo ministro del governo islamista di Tripoli, sciolto dopo la creazione dell’esecutivo di unità voluto dall’Onu: Ghwell, protagonista negli ultimi mesi di putsch durati poche ore, è più di una mina vagante, continuando a rappresentare e gestire fazioni islamiste capaci di controllare ampi territori e di attuare azioni armate pericolose, come l’attacco fallito al convoglio presidenziale su cui viaggiava al-Sarraj, lo scorso febbraio.

A mischiare ulteriormente le carte ci sono le dichiarazioni di fonti vicino allo stesso Ghwell che all’agenzia araba Asharq al-Awsat avrebbero detto di aver tentato la via di un’intesa con i rivali di Tobruk per destituire al-Sarraj. Una prospettiva avanzata da alcuni media già a gennaio, seppure si scontri con la natura dei rapporti tra l’ex governo tripolino e il ribelle Tobruk, il cui braccio armato – l’Esercito Nazionale libico del generale Haftar – è impegnato da tre anni in una vasta operazione anti-islamista. Secondo Asharq al-Awsat, Ghwell sarebbe pronto a lanciare un’operazione militare contro i quartier generali delle milizie pro-Sarraj.

Al caos sul terreno si aggiunge dunque il caos delle dichiarazioni e del rimescolamento vero o presunto delle alleanze che pare avere come reale obiettivo quello di impedire il raggiungimento di una qualsivoglia intesa capitanata dal Gna.

Al-Sarraj gode solo del consenso internazionale, è privo dell’appoggio a lungo termine delle milizie armate (che cambiano velocemente casacca) e anche di consenso popolare. Per ora a tenerlo in piedi sono Onu e Unione Europea, ma anche il riconoscimento del nuovo attore, la Russia, che punta su al-Sarraj per aprire le porte del Gna ad Haftar.

Chiara Cruciati è su Twitter @ChiaraCruciati

Ieri il dissidente emiratino Ahmad Mansour è stato fermato dalle autorità di Abu Dhabi perché accusato di “crimini cibernetici”. Nelle stesse ore, l’attivista bahreinita Ibrahim Sharif era incriminato da Manama per “istigazione all’odio”. In Arabia Saudita, intanto, il governo aumenta le pressioni sulle aziende per l’assunzione di personale saudita

L’attivista emiratino Ahmad Mansour

di Roberto Prinzi

Roma, 21 marzo 2017, Nena News – Non c’è pace per i dissidenti politici nel Golfo. Secondo l’agenzia emiratina Wam, ieri il noto attivista per i diritti umani negli Emirati arabi uniti (Eau), Ahmad Mansour, è stato fermato dalle autorità di Abu Dhabi perché accusato di “crimini cibernetici”. Il suo “reato”, riporta la Wam, è stato “diffamare l’Eau” su Twitter e Facebook pubblicando “false informazioni sul Paese danneggiandone così la reputazione all’estero e incoraggiando il settarismo [all’interno]”. Mansour – famoso per aver ricevuto lo scorso anno il prestigioso premio Martin Ennals per aver denunciato con il suo lavoro gli arresti arbitrari, i casi di tortura e la mancanza di indipendenza dell’apparato giudiziario nel suo Paese – è stato arrestato ieri sera durante un blitz delle forze di polizia nella sua casa nell’emirato di Ajman. Sono poche finora le notizie relative al fermo di Mansour: non è chiaro dove l’attivista sia detenuto e per quanto tempo resterà in carcere. Per il momento le autorità locali preferiscono tenere la bocca cucita e poco spazio ha il suo arresto sulla stampa emiratina. Diversa, invece, è stata la reazione delle ong internazionali per i diritti umani che hanno chiesto il suo immediato rilascio.

Non se la passano meglio i dissidenti nel vicino Bahrain. Ieri, infatti, l’Istituto per i diritti e la democrazia del Bahrain, ha fatto sapere che l’attivista Ebrahim Sharif è stato accusato di “istigazione all’odio” contro il governo dopo essere stato interrogato dalle autorità locali. Sharif è l’ex leader del partito Waad, un partito politico tendenzialmente laico e di sinistra impegnato da tempo in un braccio di ferro giudiziario con il governo che non ha mai nascosto la sua intenzione di volerlo sciogliere. La biografia di Sharif è simile a quella di molti che si oppongono alla monarchia di re Hamad: imprigionato per più di 4 anni per il ruolo svolto nelle proteste del 2011, è stato nuovamente arrestato poco dopo essere stato rilasciato nel 2015 ed è rimasto in galera per più di un anno.

Continua così indisturbata la repressione del dissenso nella monarchia sunnita (in un Paese a maggioranza sciita). A inizio mese il parlamento ha approvato un cambiamento costituzionale che permetterà alle corti militari di processare i civili. Un provvedimento, quest’ultimo, che è solo l’ultimo di una lunga serie di misure contro l’opposizione. L’impennata repressiva si è registrata lo scorso giugno: nel giro di due settimane è stata tolta la nazionalità all’importante guida religiosa sciita Shaykh Isa Qassim, è stato bandito il principale partito di opposizione (al-Wefaaq), è stato arrestato il noto attivista dei diritti umani Nabeel Rajab ed è stata costretta all’esilio la dissidente Zeinab al-Khawajah perché minacciata di essere nuovamente arrestata per un periodo di tempo indefinito. Si tenga presente poi che pure Ali Salman, il leader di al-Wefaaq, è in prigione dove sta scontando una pena di nove anni.

In risposta al duro giro di vite operato da Manama, sono aumentati gli attacchi contro le forze di sicurezza locali rivendicati per lo più da gruppi sciiti. Il governo punta però il dito contro l’Iran accusando la Guardia rivoluzionaria di aver addestrato e armato gli oppositori. Le tensioni nel Paese si sono acuite lo scorso gennaio quando le autorità locali hanno giustiziato 3 uomini colpevoli, sostiene Manama, di aver compiuto un attacco bomba contro la polizia. Un’accusa rigettata con forza dagli attivisti secondo i quali la testimonianza di colpevolezza sarebbe stata estorta con la tortura. Alcuni dissidenti hanno sottolineato come l’interregno rappresentato dalla fine dell’amministrazione Usa di Obama e l’inizio di quella di Trump abbia fornito a re Hamad una ghiotta occasione per reprimere in modo indisturbato le voci dell’opposizione.

Che i legami tra Emirati e la monarchia di re Hamad siano molto forti è apparso evidente domenica quando l’assistente del ministero degli affari esteri emiratino, Abdul Rahim al-Awadhi, ha convocato l’ambasciatrice svizzera Maya Tissafi affinché questa denunciasse il suo Paese “colpevole” di aver criticato la scorsa settimana il Bahrain al Consiglio dei diritti umani dell’Onu (Unhrc) e “di aver ignorato”, invece, i progressi compiuti da Manama nel campo dei diritti umani. L’attacco di al-Awadhi a Berna ha fatto seguito a quello di sabato del Consiglio di Cooperazione del Golfo che in un comunicato aveva “fortemente” condannato il rapporto elvetico all’Unhr.

Sebbene per altri motivi, non se la passeranno meglio i lavoratori stranieri impiegati in Arabia saudita. Ieri il governo ha annunciato che aumenterà le pressioni sulle compagnie locali affinché queste assumano cittadini sauditi. La nuova politica messa in campo dai Saud si inserisce nel più ampio programma di riforme lanciate lo scorso anno per combattere il tasso di disoccupazione tra i sudditi e farlo scendere dall’attuale 12,1% al 9% entro il 2020. Con il nuovo provvedimento, escogitato nel 2011 e noto come Nitaqat, il ministro del Lavoro valuterà le aziende in base alla percentuale di sauditi impiegati come forza lavoro. Maggiore sarà il numero dei locali utilizzati, migliore sarà il trattamento di Riyadh nei loro confronti (in termini di licenze, agevolazioni, ottenimento di visti per stranieri). Le compagnie che avranno tra le loro file meno connazionali, al contrario, subiranno delle punizioni.

Se il provvedimento faciliterà l’inserimento dei disoccupati sauditi nel mercato lavorativo, dall’altro lato, sottolineano diversi commentatori, aumenterà i costi per le società che non potranno più disporre di manovalanza (straniera) a salari bassi. Ciò, secondo alcuni, potrebbe frenare lo sviluppo del settore pubblico e ostacolare la diversificazione dell’economia nazionale che si basa per lo più sul petrolio. Senza dimenticare poi che oltre 12 milioni di stranieri si ritroveranno nei fatti dall’oggi al domani senza lavoro. Nena News

Roberto Prinzi è su Twitter @Robbamir

Ieri l’esercito è riuscito a respingere, dopo combattimenti cruenti, l’offensiva della Hay’at Tahrir al Sham, la joint venture in Siria dell’organizzazione di Ayman Zawahri


Abu Jaber, coordinatore e portavoce dei qaedisti della Hay’at Tahrir al Sham

di Michele Giorgio

Roma, 21 marzo 2017, Nena News -Non ci vuole molto ad immaginare lo sdegno, oltre all’allarme e alla paura, che susciterebbe un attacco di centinaia di miliziani di al Qaeda ad una città occidentale. Sono ancora negli occhi di tutti le scene degli attentati negli Stati uniti nel 2001 e in tempi più recenti a Parigi, Bruxelles, Nizza e Berlino dove hanno colpito militanti dell’Isis parente stretto di al Qaeda. Invece è passata quasi inosservata la massiccia offensiva lanciata nei giorni scorsi contro la capitale siriana Damasco da Hay’at Tahrir al Sham (Hts, Assemblea per la Liberazione del Levante), la coalizione di forze jihadiste guidata da Fateh al Sham (an Nusra) e che risponde agli ordini di Ayman Zawahri, il leader di al Qaeda. Si è trattato dell’attacco più ampio portato contro Damasco negli ultimi cinque anni ma ha trovato spazio solo in qualche articolo su pochi quotidiani. Non sorprende. Per governi e media occidentali al Qaeda è terrorista in Europa e Stati uniti e “forza di liberazione” in Siria.

Ieri l’esercito siriano è riuscito a riprendere il controllo dell’area intorno ai quartieri di Jobar e Qaboun, da dove è scattato il piano dei qaedisti. Tra sabato e domenica però le truppe governative sono state prese alla sprovvista dall’attacco che ha visto l’impiego di auto imbottite di esplosivo, l’utilizzo di tunnel sotterranei e lanci di razzi e colpi di mortaio su aree centrali della capitale. I morti sono stati decine. L’offensiva della Hay’at Tahrir al Sham è stata appoggiata dagli alleati di Ahrar al Sham e da decine di uomini della fazione indipendente Failaq al Rahman. È dovuta intervenire la Guardia repubblicana, appoggiata dall’aviazione, per respingere le forze di al Qaeda. Nella capitale siriana si è rivissuta la tensione dell’estate 2012 quando, dopo un potente attentato al quartier generale delle forze di sicurezza, i “ribelli” occuparono per alcuni giorni diversi quartieri e sobborghi nel tentativo di dare una spallata” a Bashar Assad, prima di essere costretti al ritiro. Da allora tante cose sono cambiate. Il presidente ora è molto più forte, può contare sull’appoggio della Russia e sull’aiuto all’esercito governativo da parte di migliaia di combattenti sciiti iraniani, libanesi e afghani.

L’attacco a Damasco compiuto dalla joint venture di al Qaeda era stato in qualche modo annunciato il 17 marzo, con un video postato in rete, da Abu Jaber (Hashem al Sheikh), l’ex capo di Ahrar al Sham scelto come coordinatore e portavoce della Hay’at Tahrir al Sham. Abu Jaber, teorico del cosiddetto “jihad popolare”, ha invocato l’unità di tutti i miliziani islamici. Quindi ha annunciato che Hts avrebbe lanciato nuove operazioni armate e ricordato gli attacchi «nel cuore delle fortificazioni» del nemico, ossia gli attentati con decine di morti– uno dei quali a siti religiosi sciiti – compiuti a Damasco nei giorni scorsi. Abu Jaber ha usato buona parte del video per esortare i sunniti a prendere le armi contro gli sciiti e il «nemico persiano» (l’Iran).

La nuova escalation di attacchi e violenze avviene mentre continuano i colloqui tra Assad e i mediatori russi sulla nuova carta costituzionale e per l’avvio di un processo politico in Siria. Mosca ha anche raggiunto un accordo con le Unità di Protezione Popolare (Ypg) che prevede la presenza di militari russi nella zona della città di Afrin dove organizzeranno l’addestramento del forze kurde.

Israele intanto alza la voce con la Siria. Il ministro della difesa Lieberman ha avvertito che lo Stato ebraico distruggerà il sistema di difesa antiarea della Siria se cercherà di nuovo di respingere i raid dell’aviazione israeliana in territorio siriano, come ha fatto nei giorni scorsi. L’incidente è stato considerato il più grave tra i due Paesi dall’inizio della guerra in Siria. Alza il tiro anche il capo di stato maggiore israeliano Gadi Eisenkot che ha esteso all’intero Libano la responsabilità della situazione poichè non farebbe nulla di concreto per bloccare il passaggio di armi in corso, secondo Tel Aviv, dalla Siria a Hezbollah. Nena News

 

 

Dopo quattro anni di richieste, funzionari di governo e rappresentanti sindacali hanno trovato l’accordo: il nuovo contratto collettivo dei medici prevedrà un aumento di stipendio tra i 500 e i 700 dollari, 40 ore di lavoro a settimana e il riconoscimento degli straordinari

Foto: Federica Iezzi

di Federica Iezzi

Nairobi (Kenya), 22 marzo 2017, Nena News - Termina dopo più di 100 giorni, lo sciopero degli operatori sanitari in Kenya. Senza fondi e sovraccaricato a lungo, il sistema sanitario kenyano, di fronte a tre mesi di assenza di assistenza sanitaria, è arrivato vicino al collasso. Da dicembre uno sciopero ha coinvolto almeno 5.000 medici dopo molteplici tentativi di raggiungere un compromesso con il Ministero della Salute. Lo sciopero è arrivato nel bel mezzo delle feroci critiche al governo dell’attuale presidente Uhuru Kenyatta, che cerca la rielezione nel prossimo mese di agosto.

Strumenti e equipaggiamenti carenti o danneggiati, insufficienza di personale medico specialistico, bassi salari per inaccettabili orari di lavoro: questi solo alcuni dei motivi per cui, per mesi, si è trascinato lo sciopero. In una grave situazione di stallo, medici militari sono stati arruolati negli ospedali pubblici del Paese per cercare di ridurre i disagi.

Tra lunghi e dispendiosi viaggi per raggiungere gli ospedali maggiori del Paese, in parte funzionanti, e procedure costose, in assenza di copertura assicurativa sanitaria, la gente dei distretti kenyani più poveri è stata costretta a rinunciare alle cure. Circa 2.500 strutture sanitarie pubbliche sono state colpite dallo sciopero e decine di malati sono morti durante l’astensione dal lavoro del personale medico, visto che la maggior parte dei kenyani non può permettersi assistenza sanitaria privata.

Ma quali erano davvero le condizioni di lavoro offerte agli operatori sanitari pubblici in Kenya? Gli stipendi netti di medici nuovi assunti erano uguali al 58% del PIL pro-capite rispetto per esempio all’86% in Malawi, al 116% in Zimbabwe e al 154% nella Repubblica Democratica del Congo, secondo i dati della Banca Mondiale. Oltre alla misera retribuzione, la maggior parte delle strutture sanitarie sono ancora gravemente sotto organico, costringendo i lavoratori a lunghe turnazioni e in più in strutture inadeguate.

Nessuna offerta per trattenere gli operatori sanitari a rimanere nel proprio Paese e nessun vantaggio a chi si offre di lavorare nelle ardue condizioni delle zone rurali. Dopo quattro lunghi anni di richieste, funzionari di governo e rappresentanti sindacali sono dunque arrivati ad un accordo per una più equa retribuzione e un legale orario di lavoro.

Lo stipendio medio di un medico kenyano nelle strutture pubbliche era solo tra i 400 e gli 850 dollari al mese. Il nuovo contratto collettivo prevede un aumento di stipendio tra i 500 e i 700 dollari. I medici, che prima erano costretti a rientrare in ospedale senza turni né orari, ora lavoreranno 40 ore a settimana e sarà loro riconosciuta ogni ora di lavoro straordinario.

Le condizioni di lavoro aberranti nel settore della sanità pubblica, gli alti rischi per la salute pubblica, le fatiscenti strutture sanitarie pubbliche, la mancanza di attrezzature di base per gli ospedali periferici e la totale assenza di fondi per la ricerca, mostrano la crisi del settore sanitario del governo Kenyatta. Dal decentramento dei servizi sanitari, dal governo centrale ai governi di contea, nel 2013, ci sono stati più di due dozzine di scioperi.

La scarsa gestione delle risorse umane nelle contee, i ritardi nei pagamenti degli stipendi, la mancanza di materiali e farmaci, la mancanza di strutture adeguate per alcune specialità mediche e chirurgiche, l’impossibile progressione di carriera e i ritardi nella formazione, sono stati per anni i punti centrali delle proteste. Nena News

 

Resta alta la tensione tra le forze di sicurezza e i residenti dei campi rifugiati dopo l’ennesimo blitz “anti-fuggitivi” compiuto da Ramallah. Nella Striscia, intanto, Hamas giustizia due persone per “spaccio di droga”. Israele arresta 20 persone per istigazione alla violenza su Facebook e Whatsapp

Le forze di sicurezza palestinesi

della redazione

Roma, 20 marzo 2017, Nena News – Resta alta la tensione nei campi profughi palestinesi. In particolar modo a Balata (Nablus) teatro stanotte di un violento conflitto a fuoco tra le forze di sicurezza palestinesi e alcuni uomini armati. Nel corso della sparatoria, fanno sapere da Ramallah, è rimasto ucciso il poliziotto Hasan Ali Abu al-Haj e sono rimasti feriti due “fuggitivi” (solo uno è stato arrestato).

Secondo quanto ha riferito il portavoce delle forze di sicurezza Adnan Dmeiri all’agenzia palestinese Wafa, la persona fermata si chiama Ahmad Abu Hamada “al-Zabour” ed era considerato il principale ricercato del campo perché accusato di omicidio, commercio di armi e di diversi attacchi contro la polizia. Secondo una prima ricostruzione dei fatti fornita dalle autorità, gli agenti, entrati nel campo per arrestare dei “fuggitivi”, sarebbero riusciti ad accerchiare al-Zabour. Quest’ultimo, gravemente ferito alla testa e allo stomaco, ha rifiutato di arrendersi e ha sparato ed ucciso Abu al-Haj. Ignota al momento l’identità del secondo uomo che è riuscito a dileguarsi nonostante sia rimasto ferito.

Da quando Ramallah ha lanciato un duro giro di vite in Cisgiordania contro i gruppi armati, Balata è stata più volte teatro di sparatorie. La violenza era culminata alla fine d’agosto quando due poliziotti e tre uomini armati sono rimasti uccisi durante un blitz della polizia nella città vecchia di Nablus. Un episodio che ebbe ampia eco internazionale: l’Onu parlò a tal proposito di “uccisioni extragiudiziarie” soprattutto perché una delle vittime era stata picchiata a morte durante la detenzione in un carcere palestinese. Lo scorso settembre, poi, le forze di sicurezza uccidevano un altro uomo armato in città e ne ferivano altri 3 in circostanze mai del tutto chiare.

Questi episodi non sono casuali, ma rispondono all’applicazione del “nuovo metodo” anti-fuggitivi messo in campo da Ramallah. Modello che ha descritto molto bene lo scorso mese all’agenzia Ma’an il governatore di Nablus Akram Rajoub: condurre imboscate mirate nel campo nel tentativo “di evitare di far del male ai cittadini innocenti”. Le violenze di stanotte giungono dopo giorni di intense proteste da parte delle varie fazioni politiche palestinesi nei confronti dell’Ap accusata di “aver aumentato la sua cooperazione alla sicurezza con Israele adottando una politica delle porte girevoli” che permette il trasferimento dei detenuti dalle carceri dell’Ap a quelle gestite da Israele.

Proprio il discusso legame tra Ramallah e Tel Aviv per ciò che concerne le questioni securitarie – uno dei lasciti del presunto processo di pace – aveva portato in piazza centinaia di manifestanti la scorsa domenica. L’occasione era stata l’apertura del processo contro cinque attivisti accusati dall’Ap di possesso illegale di armi e di aver pianificato attacchi contro lo stato ebraico. Un’accusa, quest’ultima, che ha suscitato un ginepraio di polemiche poiché quattro degli imputati si trovano in una prigione israeliana e uno, Basel al-Araj, è stato ucciso dalle forze armate israeliane a inizio mese. Di fronte alla protesta pacifica fuori il tribunale, l’Ap ha risposto con estrema durezza: picchiando e arrestando i contestatori prima fuori il palazzo di giustizia di Ramallah e poi nel campo di Dhueishe. La risposta repressiva di Ramallah ha avuto immediate conseguenze politiche con la principale forza di sinistra (Il Fronte popolare per la Liberazione della Palestina) che ha annunciato la scorsa settimana che non parteciperà alle elezioni municipali di maggio.

Non si muore però solo in Cisgiordania. Ieri, infatti, una corte militare di Gaza ha condannato a morte due persone “per spaccio di droga”. Una sentenza che ha suscitato profondo clamore perché per la prima volta (almeno ufficialmente) la pena capitale è stata applicata nella Striscia per un reato simile (per altri capi d’accusa, come omicidio e per collaborazionismo con Israele, il boia era più volte entrato in azione negli ultimi tempi).

Le esecuzioni (rispettivamente per fucilazione e impiccagione) sono state confermate dal portavoce del ministero degli interni di Hamas, Iyad al-Buzm, che ha difeso l’operato del governo islamista perché mira a proteggere “la società palestinese dai vari pericoli posti dall’Occupazione israeliana e dai nemici del nostro popolo alla nostra società”. Quello che Israele non è riuscito a realizzare con la guerra e l’assedio – ha poi aggiunto – non lo raggiungerà con le droghe”. Nei mesi scorsi le esecuzioni compiute dagli islamisti avevano suscitato le proteste dell’Unione Europea (Ue) che aveva ribadito la sua “ferma opposizione al suo utilizzo in qualunque circostanza”.

Sempre ieri, intanto, Israele ha arrestato 18 persone perché iscritti in un gruppo WhatsApp dal nome “Strada al paradiso” a cui apparteneva anche Ibrahim Mahmoud Matar, il giovane palestinese ucciso lunedì scorso dopo aver tentato di accoltellare dei soldati israeliani. Secondo la portavoce della polizia israeliana Luba al-Samri, la vittima era stata influenzata dai componenti del gruppo a compiere l’attacco. Sempre per “incitamento”, ma questa volta su Facebook, ieri le autorità israeliane hanno esteso la detenzione del giornalista Mohammed Batroukh (in carcere dal 7 marzo) fino a domani e condannato a 10 anni di prigione Walid Rajabi. Nena News

«La controrivoluzione emerge quando la rivoluzione perde forza». Il regime di el Sisi, dice, è come se non peggio di quello di Mubarak. «Mi unisco a chi chiede verità e giustizia per Giulio Regeni»

Lo scrittore egiziani Aswani

di Michele Giorgio   il Manifesto

Roma, 20 marzo 2017, Nena News – «La controrivoluzione emerge quando la rivoluzione perde forza e noi egiziani facemmo un grave errore nel 2011», ci dice al telefono da New York Alaa al Aswani, il più noto degli scrittori egiziani ed uno dei più importanti romanzieri arabi degli ultimi trent’anni. «Abbiamo lasciato piazza Tahrir troppo presto, subito dopo le dimissioni da presidente di Hosni Mubarak. Non avremmo dovuto uscire da quella piazza senza eleggere i rappresentanti della rivoluzione in ogni parte dell’Egitto». Più di sei anni dopo al Aswani continua a riflettere su quei giorni di gennaio e febbraio 2011 che misero fine al potere del “faraone” Mubarak – «quelli sono stati i 18 giorni più belli della mia vita», ripete – e sui motivi del fallimento che, passando attraverso la breve presidenza islamista di Mohammed Morsi e il colpo di stato militare del 2013, hanno portato alla nascita di un altro regime autoritario, culminato nell’ascesa al potere del raìs Abdel Fattah al Sisi.

Dentista di professione e scrittore per vocazione, Alaa al Aswani è l’autore di romanzi avvincenti tradotti in decine di lingue come Palazzo Yacoubian, Chicago e Cairo Automobile Club. Nel 2013 si pronunciò a favore della deposizione di Morsi – «i Fratelli musulmani al potere erano un pericolo per l’Egitto però non ho mai appoggiato violenze e massacri» – ora è schierato con forza contro il regime. «Non ho mai sostenuto al Sisi come presidente – ci dice – e ho scritto che la sua elezione non è stata democratica. Per queste mie posizioni non sono più nella condizione di pubblicare i miei articoli, sono sotto attacco dei media e mi vietano le apparizioni televisive». Al Aswani da qualche mese è negli Usa dove insegna letteratura araba. Al suo ritorno in Egitto, previsto in estate, pubblicherà il suo nuovo romanzo, che avrà per tema proprio la rivoluzione di piazza Tahrir.

L’ex presidente Mubarak è stato condannato per la repressione che ordinò nel 2011. Ora i giudici dicono che non fu responsabile di quei massacri e si prepararano a farlo liberare. Tanti protagonisti della rivoluzione invece restano in carcere

È molto triste tutto questo ma non è una sorpresa. Il regime al potere oggi in Egitto è controrivoluzionario e uno dei suoi compiti è proprio quello di punire coloro che parteciparono alla rivoluzione. Le responsabilità di Mubarak sono state accertate. Alcuni di quelli che facevano parte del suo entourage hanno testimoniato che fu Mubarak in persona a dare l’ordine di sparare e uccidere i manifestanti durante la sollevazione popolare. Eppure siamo vicini alla sua liberazione e questo spiega bene la realtà in cui vivono gli egiziani.

Prima del 2011 tutti erano contro Mubarak mentre ora tanti egiziani sono schierati con el Sisi, nonostante le brutalità e gli abusi del suo regime non siano diverse da quelle compiute in passato dal presidente-faraone. Come lo spiega

Dopo ogni rivoluzione si formano tre gruppi nella società: i rivoluzionari veri che restano fedeli ai loro principi, i sostenitori del vecchio regime e, tra queste due parti, c’è la massa passiva. Questo segmento sociale, il più consistente, non ha una coscienza (politica) ben definita, non è pronto a pagare il prezzo che comporta la rivoluzione, anzi teme i cambiamenti profondi. Perciò il caos in cui è rimasto l’Egitto per lungo tempo e la propaganda antirivoluzionaria diffusa dai media hanno avuto gioco facile nel condizionare l’opinione di tanti egiziani. Le persone che hanno vissuto sotto una lunga dittatura sono disposte ad accettare gli stravolgimenti che propone la rivoluzione? Dare una risposta compiuta a questo interrogativo significa spiegare perché così tanti egiziani stanno con al Sisi. In ogni caso sono ottimista. La rivoluzione del 2011 è stata fatta da tanti giovani e sono convinto che i giovani torneranno protagonisti contro il regime attuale.

In Italia resta in primo piano il caso della brutale uccisione di Giulio Regeni, più di un anno fa al Cairo. La magistratura italiana nei giorni scorsi ha accusato di nuovo le autorità egiziane di non fornire la cooperazione necessaria per arrivare ai responsabili dell’assassinio di Regeni

Non sono in possesso di prove per accusare i servizi egiziani dell’assassinio di Giulio Regeni. Allo stesso tempo gli apparati di sicurezza sono stati e sono ancora oggi responsabili di delitti efferati e di molti crimini in Egitto e questo li rende tra i principali sospettatti dell’uccisione del giovane italiano. Da parte mia non posso che esprimere vicinanza e solidarietà alla famiglia Regeni ed unirmi a coloro che chiedono con forza che sia fatta chiarezza su tutta la vicenda.

Lei sta scrivendo un romanzo sulla rivoluzione che, a quanto pare, non risparmia accuse anche al regime di el Sisi. Non teme reazioni da parte delle autorità al suo ritorno in Egitto

Per le mie posizioni sto già pagando delle conseguenze. Se sono preoccupato? Certo, lo sono. Come essere umano non posso essere tranquillo in questa situazione ma non ho paura. Continuerò ad esprimere ovunque sia possibile la mia opinione sull’Egitto sotto il regime di el Sisi. Nena News

 

Duemila persone hanno raggiunto ieri il centro di Beirut per protestare contro le recenti decisioni del governo Hariri in campo economico. Il premier prova (invano) a calmare gli animi, mentre da Israele il capo di stato maggiore dell’esercito promette: “il Paese dei Cedri sarà responsabile della prossima guerra con Hezbollah”

Manifestanti alla protesta di ieri a Beirut. (Foto: Anadolu)

della redazione

Roma, 20 marzo 2017, Nena News – Duemila persone sono scese in strada ieri nel cuore di Beirut per protestare contro il tentativo del parlamento libanese di aumentare le tasse. “Tenete fuori le vostre mani dalle mie tasche”, “Noi non pagheremo” si leggeva sui cartelli portati dai manifestanti mentre il corteo gridava a più riprese la parola “rivoluzione”. In una piazza Riyad al-Solh blindata dalla polizia, il premier Sa’ad al-Hariri ha provato a vestire i panni del pompiere: “La strada sarà lunga – ha detto – noi saremo dalla vostra parte per combattere la corruzione”. Una promessa che non ha affatto convinto i contestatori: il primo ministro, infatti, è stato fatto oggetto del lancio di alcune bottigliette d’acqua di plastica al grido di “ladro”. Costretto a terminare il suo improvvisato comizio, Hariri, ha poi provato a stemperare gli animi su Twitter dove ha invitato i contestatori a formare una commissione “che si faccia carico delle loro istanze e le discuta positivamente”.

L’obiettivo del governo è chiaro: alzare le imposte così da trovare le risorse necessarie per finanziare gli aumenti degli stipendi degli impiegati pubblici. Questo provvedimento rientra in una più ampia manovra che dovrebbe portare l’esecutivo ad approvare il primo bilancio statale in 12 anni. Gli aumenti, che saranno approvati nelle prossime settimane, avranno effetto solamente dopo aver ricevuto l’ok del presidente della repubblica Aoun. Un’approvazione che appare al momento scontata: il governo di unità di Hariri, nato ad ottobre dopo una complessa mediazione che ha visto Aoun (alleato di Hezbollah) diventare capo dello stato dopo anni di impasse politico, comprende quasi tutte le principali formazioni politiche locali. A mostrare palese contrarietà alla disposizione, infatti, sono stati solo i falangisti cristiani, i comunisti e i socialisti di Jumblatt. Posizione intermedia l’assunta invece Hezbollah che ha criticato solo alcuni aumenti. Al momento il parlamento ha proposto di alzare l’Iva dell’1% (su un totale dell’11%) e le tasse su tabacco, alcol importato e sui viaggi.

A provare a tranquillizzare i cittadini libanesi ci ha pensato oggi il presidente del parlamento Nabih Berri che ha assicurato che la scala salariale è una “giusta richiesta della popolazione ed il governo ha la responsabilità di trovare le risorse per finanziarla”. Tuttavia, ha poi sottolineato come gli sforzi del governo debbano essere rivolti innanzitutto a trovare un accordo su una nuova legge elettorale che Berri considera urgente. Il paese dei Cedri non ha elezioni parlamentari dal 2009 ed il parlamento ha esteso due volte il suo mandato perché i partiti non sono stati capaci di trovare una intesa su come votare. Teoricamente le elezioni sono fissate per maggio, tuttavia i principali esponenti politici non hanno ancora dato l’ok definitivo.

Se il voto è ancora incerto, resta poi da capire se la rabbia di ieri dei manifestanti è estemporanea o se, al contrario, riuscirà a dare vita ad un forte movimento di opposizione dal basso. Secondo gli attivisti, il governo ha sperperato i fondi pubblici attraverso contratti con privati poco chiari e dovrebbe trovare il denaro con la lotta alla corruzione e non tassando i cittadini. A causare il loro malcontento non è il solo singolo provvedimento: è l’intera classe politica ad essere denunciata perché corrotta, incapace di rispondere alle esigenze della popolazione come le proteste del 2015 del variegato movimento You Stink, avevano chiaramente mostrato.

Ai problemi di politica interna si aggiungono poi quelli regionali. Intervenendo ieri ad una cerimonia in una base militare nel nord d’Israele, il capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, il Generale Gadi Eisenkot, ha avvisato Beirut che nella prossima guerra con Hezbollah lo stato libanese sarà ritenuto direttamente responsabile delle violenze. La formazione sciita resta per Tel Aviv un nemico temibile. Eisenkot ha infatti ripetuto ciò che diversi esperti militari israeliani ripetono da tempo: la formazione sciita ha aumentato le sue capacità belliche (“si sta armando e rafforzando”) e starebbe operando a sud del fiume Litani (vicino al confine con lo stato ebraico) violando così il cessate il fuoco del 2006 che pose fine alla guerra tra Israele ed Hezbollah. “Continueremo ad agire in modo da contrastare i tentativi del Partito di Dio e impediremo qualunque trasferimento di armi avanzate [verso di loro]”.

Un ammonimento, quest’ultimo, che non è solo retorico: ieri, in un nuovo raid di Tel Aviv sulle Alture del Golan, è stato ucciso un combattente appartenente ad una milizia pro-Asad con legami con la formazione sciita. A riportare la notizia è stata la stampa israeliana. Nena News

 

 

L’obiettivo del progetto è di proseguire negli sforzi finora compiuti volti ad accelerare l’uguaglianza di genere e l’emancipazione femminile nel continente africano. Per molte donne, il decennio 2010-2020 rappresenta un’opportunità ed un mezzo per migliorare il dialogo tra il sistema lavorativo e i loro diritti, l’integrazione sociale, politica ed economica e la partecipazione a iniziative culturali e a movimenti associativi

 

di Cecilia D’Abrosca

Roma, 20 marzo 2017, Nena News – L’African Women’s Decade (AWD) coincide con il decennio in corso, 2010-2020, dedicato alle donne africane e lanciato dall’African Union durante un summit ad Adis Abeba. L’inizio ufficiale della decade ha avuto luogo a Nairobi, in Kenya. L’anima del progetto è di proseguire negli sforzi finora compiuti volti ad accelerare l’uguaglianza di genere e l’emancipazione femminile in Africa, non perdendo mai, come riferimento, l’operato delle donne che occupano i ruoli dirigenziali.

Sin dall’istituzione del AWD, FEMNET, sorta nel 1998, ha assunto una posizione strategica, rendendo popolare la Decade e presentando le donne che operano e compongono l’African Women’s Decade. Come parte integrante dell’AWD, FEMNET, che opera come network e organizzazione per lo sviluppo delle donne africane nell’ambito dell’uguaglianza e dei diritti civili e politici, assieme a diversi enti, è lo strumento delle donne africane, ciò che trasforma l’AWD in una piattaforma comune per lavorare alla pace, all’uguaglianza e allo sviluppo dell’ Africa. Per molte donne, il decennio 2010-2020 rappresenta un’opportunità ed un mezzo per migliorare il dialogo tra il sistema lavorativo e i diritti delle donne, l’integrazione sociale, politica ed economica e la partecipazione a iniziative culturali e a movimenti associativi.

È tuttora in corso la 61esima Sessione della Commissione delle Nazioni Unite sullo Status delle Donne (CSW), nel palazzo dell’Onu a New York fino al 24 marzo. In concomitanza con l’attività della Commissione, si è svolto ieri un evento collaterale, all’interno dell’ Armenian Cultural Centre, pianificato da FEMNET, sul tema: Illicit Financial Flows and its impact on women and girls in Africa, ossia “Flussi Finanziari Illeciti e il loro impatto sulle donne e sulle ragazze in Africa”. L’incontro promosso dall’organizzazione desidera portare alla ribalta una questione di rilevanza politica, economica e sociale e creare uno spazio internazionale di dialogo e cooperazione sull’argomento. La partecipazione all’evento era aperta a tutte le donne africane e alle organizzazioni presenti alla Sessione della Commissione delle Nazioni Unite sullo Status delle Donne.

Premesse allo stato della questione di genere in Africa

Negli ultimi anni, un progresso considerevole ha interessato il tema del Gender nel continente africano. Dai dati aggiornati al 1 Gennaio 2017, emerge che il Rwanda ha il più alto numero di seggi in Parlamento ricoperti da donne e che, nella top ten dei paesi africani, per numero di seggi femminili, vi è anche il Sud Africa e il Senegal.

Ad un livello istituzionale, l’African Union, dopo aver istituito l’African Women’s Decade, in azione dal 2010 al 2020, ha lanciato lo scorso anno the African Year of Human Rights, con un focus particolare sui Diritti delle Donne. L’anno precedente, invece, l’African Development Bank Group ha ideato l’African Gender Equality Index, il primo Indice che misura l’Uguaglianza di Genere, offrendo una sorta di istantanea della differenza in termini economici, sociali e in materia di diritti civili, tra uomini e donne, il cui l’obiettivo è di “fornire ai leader, ai policymaker e alla società civile dati consistenti per procedere a smantellare ogni tipo di barriera che impedisca alle donne di provvedere in modo completo allo sviluppo del continente”.

La questione va analizzata nel profondo, dal momento che molti uomini giocano un ruolo passivo nell’aspetto legato al genere e agli sforzi compiuti dalle donne per difendere e conquistare nuovi diritti. L’atteggiamento riscontrato in molti di loro denota mancanza di comprensione delle ramificazioni che il gender ha sviluppato nel tessuto sociale, il che equivale ad immaginare un “mondo maschile” privo di consapevolezza relativa all’essenzialità di forme di appoggio e mobilitazione messe in atto attivamente con le donne.

Questo chiarirebbe perché, sebbene il diritto all’uguaglianza tra i sessi sia garantito da leggi costituzionali, molti uomini mostrino scarsa sensibilità ed empatia nei confronti di una lotta che dovrebbe essere “comune”, se paragonata alla discriminazione dettata dal colore della pelle, dalla religione o dall’appartenenza ad una etnia piuttosto che ad un’altra, e al suo maggiore impatto in termini di dissenso. Il silenzio “maschile” verso una discriminazione istituzionalizzata non fa altro che colpire in primis le donne che gli sono vicine, che vivono nella stessa casa o condividono il medesimo ambiente di lavoro. Nena News

Intervista all’antropolo e saggista Jeff Halper, già direttore dell’Israeli Committee Against House Demolitions (Icahd) e cofondatore di The People Yes! Network

foto Getty Images

a cura di Barbara Bertoncin

(Traduzione di Stefano Ignone – Zeitun.info)

 

Tu da tempo denunci come in Israele-Palestina non ci siano più le condizioni per una soluzione a Due Stati

Abbiamo trascorso anni e anni lavorando sulla questione palestinese. Ovunque nel mondo è uno dei temi principali di cui la gente parla. Ecco, io dico che la soluzione a due stati è andata. È morta. Ed è così da anni. Il problema è che la sinistra non ha ancora definito un nuovo obiettivo da raggiungere. Qual è il nostro progetto? Io ho scritto molto su quella che ritengo debba essere la via da percorrere una volta venuta meno l’opzione dei due stati. Dobbiamo puntare a uno stato democratico binazionale. Questa è la mia idea, ce ne sono altre in giro. Purtroppo la sinistra non si esprime, inclusi i palestinesi, e noi siamo bloccati, perché io non posso rivendicare nulla in nome dei palestinesi, posso spingermi solo fino a un certo punto, ma non posso rappresentarli. Continuo a partecipare a grandi convegni, fra un paio di settimane sarò in Irlanda a intervenire sul diritto internazionale e i palestinesi. Gli incontri si susseguono, c’è la campagna Bds (boicottaggio, disinvestimenti e sanzioni), ci sono i dossier, i rapporti dell’Onu, di Human Rights Watch, di Amnesty e milioni di altri gruppi differenti, c’è la protesta… Ecco, il punto è che ci sono solo proteste e documenti! Non c’è un movimento politico pro-attivo. Non si fa nulla di politico. Israele non ha più l’appoggio incondizionato da parte della comunità internazionale. Trump si proclama suo amico, ma non sono certo lo sia davvero. Io continuo ad andare all’estero a parlare, e la gente mi dice: va bene, ti ascoltiamo da vent’anni, sappiamo tutto, abbiamo capito, l’occupazione è una brutta cosa, vìola i diritti umani…  Ma dicci cosa vuoi, dicci cosa vogliono i palestinesi e gli israeliani di sinistra. Dicci cosa fare e lo faremo. Boicottare Sodastream non libererà la Palestina. Ripeto, serve un obiettivo politico. Il problema è che noi di sinistra non ci vediamo davvero come attori politici: commentiamo, analizziamo, scriviamo, ma non ci buttiamo, non ci impegniamo in un processo politico. Così lasciamo il terreno libero a Netanyahu e alla destra. Penso che sia ora di fermarsi e formulare un’idea: dove stiamo andando? Cosa vogliamo? Io non voglio passare l’intera vita a ricostruire l’ennesima casa o a scrivere l’ennesimo articolo. Tanto più che sono convinto che ci sarebbero le condizioni per rilanciare. Il fatto di esserci liberati della soluzione a due stati è positivo, chiarisce la situazione. Però bisogna agire, altrimenti avrà vinto la destra.

Nelle scorse settimane il parlamento israeliano ha approvato una legge per “regolarizzare” gli insediamenti ebraici e le case edificate su terreni privati. I palestinesi hanno parlato di “furto legalizzato”.

Io penso che Israele si annetterà l’Area C, la zona della Cisgiordania sotto il pieno controllo israeliano, magari non tutta, ma la maggior parte degli insediamenti. Comincerà in piccolo, con Ma’ale Adumim e l’area circostante, che è strategica, e alla fine farà lo stesso con tutti gli insediamenti. La destra ha sempre voluto prendersi l’Area C. Circa il 95% dei palestinesi sono stati confinati alle aree A e B, e sono pochissimi quelli rimasti nella C. Dunque vogliono annetterla. C’è sempre stata un’opposizione a questo, persino da parte di Obama. Questa legge apre questa strada. Dice che gli ebrei israeliani possono prendersi qualsiasi terreno palestinese vogliano, offrendo in cambio una compensazione economica. In realtà credo che la Corte suprema israeliana non la lascerà passare perché è davvero troppo. Cosa succederà allora? Che il governo dirà: “Va bene, se non possiamo fare così, dovremo annettere l’area C politicamente”. Sarà una decisione politica, che non ha nulla a che vedere con le corti; insomma, temo che questa legge, in qualche modo, dia alla destra una scusa per procedere con le annessioni. Diranno: “Noi volevamo solo la terra, ma visto che non possiamo, siamo costretti ad annettere”. Ecco, credo che succederà questo, che Israele si annetterà la maggior parte dell’Area C, così da espandersi dal 78% della Palestina storica a circa l’85%, inclusi tutti i confini, Gerusalemme, le acque e le risorse, tutto. Dopodiché è possibile che Israele firmi una pace separata a Gaza. In fondo, gli egiziani non la vogliono, Israele non la vuole, nemmeno l’Autorità Palestinese vuole Gaza. Solo Hamas è interessata ad averla. Bene, sarà quello lo Stato palestinese. Ora Israele è in piena “love story” con l’Arabia Saudita e con gli Stati del Golfo, sono loro a sostenere Hamas, anche finanziariamente. Diranno ad Hamas: fate un accordo con Israele e niente più razzi, niente più violenze. Avigdor Lieberman, il ministro degli esteri israeliano, la scorsa settimana ha parlato di un impegno israeliano a ricostruire il porto marittimo e l’aeroporto di Gaza, e a dare ai gazani permessi di lavoro in Israele. Sono tutti segnali. A dire il vero, nessuno ha ancora detto nulla ufficialmente, anche se è risaputo che sono in corso dei contatti tra israeliani e Hamas. Anche l’Egitto starebbe incoraggiando in questo senso, che Gaza diventi lo Stato palestinese. Questo ci lascia con le aree A e B. Israele dice che non sono un loro problema. Insomma, l’occupazione è conclusa. Israele potrebbe anche concedere la cittadinanza israeliana ai palestinesi rimasti nell’area C (tra i 40.000 e i 120.000). Non è un numero che possa minacciare la demografia israeliana, e così non si potrà dire che hanno fatto l’apartheid; diranno: sì abbiamo preso l’area C, ma guardate, gli abbiamo dato la cittadinanza! Dopodiché Israele dirà che le aree A e B, dove si trova il 95% dei palestinesi della West Bank, sono un problema della comunità internazionale. L’Europa, gli Stati Uniti, attraverso le Nazioni Unite, imporranno quindi un protettorato sulle aree A e B, più o meno come il protettorato britannico. Siccome i palestinesi non sono pronti per autogovernarsi, non hanno un’economia solida, e non possono avere uno stato, l’Onu diventerà il loro padrone di casa… Un po’ come succede già oggi, con le agenzie Onu e le varie ong che danno loro soldi e aiuti. Ecco come la vedo. Una prospettiva di questo tipo combacia con l’idea di Netanyahu di “dare autonomia” ai palestinesi. Quello che resta incerto è la tempistica. Credo che Abu Mazen, persino lui, non acconsentirebbe a una cosa del genere. Ma Abu Mazen sta per uscire di scena, ha 85 anni, non durerà a lungo. Israele potrebbe aspettare ancora un po’, dopodiché annetterà l’area C. Con Gaza fuori dai giochi, l’Autorità palestinese non avrà più ragione di esistere. Diventeranno dei semplici collaborazionisti. Non vedo poi chi potrà sostituire Abu Mazen; certo in una situazione del genere Barghuti non prenderebbe il comando e comunque Israele non lo permetterebbe. Potrebbe esserci un’Autorità palestinese nelle aree A e B, sotto l’egida Onu, un po’ sul modello dei bantustan sudafricani in cui c’erano comunque dei leader, delle autorità locali. A questo punto, di fatto, Israele avrà vinto. Se nessuno ci si opporrà, andrà così. Per questo dico che dobbiamo intervenire, ed è urgente, perché quello che ho descritto non accadrà fra cinque anni: sta già accadendo ora.

Tu dici che l’alternativa è accettare la soluzione dello stato unico, purché binazionale, cioè democratico?

Quello che io sostengo è che c’è già un unico stato. La soluzione a due stati è andata, ma uno stato c’è; non si può andare da nessuna parte in Palestina senza attraversare un checkpoint israeliano; c’è una sola valuta, lo shekel, in tutto il paese, che tu ti trovi a Gaza, in Israele o in Cisgiordania. C’è un’unica rete idrica, un’unica rete elettrica, una rete autostradale, un esercito, un governo effettivo, voglio dire: c’è già un unico stato qui. Ciò che dobbiamo fare a sinistra è essere intelligenti, cioè dire: “Va bene, Israele, hai vinto. Hai eliminato la soluzione dei due stati. Non puoi biasimare gli arabi per questo, perché sei tu che hai creato un solo stato. Lo accettiamo: non accettiamo però che sia uno stato di apartheid. E dunque c’è una sola via d’uscita equa, cioè concedere pari diritti a tutti i cittadini del paese. Una democrazia”. I palestinesi non hanno problemi con la soluzione a uno stato. La questione è se sarà uno stato binazionale o semplicemente uno stato dove tutti votano. Io dico che dovrà essere uno stato binazionale, ed è qui che si incontrano le resistenze dei palestinesi. Binazionale per due ragioni: la prima è che è già binazionale. Voglio dire, è da un secolo che i palestinesi combattono per i loro diritti nazionali, e così gli ebrei; non si può far finta che entrambi siano solo elettori. L’altro problema riguarda la popolazione israeliana, perché in questo stato ci sarà una maggioranza palestinese! Gli ebrei israeliani hanno un timore legittimo: “Cosa succederà se quell’unico stato diventa una democrazia, una persona, un voto, e i palestinesi faranno a noi ciò che noi abbiamo fatto a loro?”. “Cosa succederà se in parlamento passeranno delle leggi per discriminarci, per portarci via la terra?”. Hanno ragione. Voglio dire, è una preoccupazione legittima, a cui si risponde con il principio dello stato binazionale. In democrazia, un parlamento è limitato: c’è una costituzione, una corte suprema; insomma, un parlamento non può far approvare qualsiasi legge voglia. Qui il parlamento sarebbe limitato nel senso che non potrebbe emanare leggi che violino l’integrità di un qualsiasi gruppo nazionale: palestinesi, arabi, ebrei israeliani. Non potrebbe farlo. Ciascun popolo avrebbe il diritto all’auto-determinazione, alla propria lingua, alle proprie istituzioni, e così via. Se questo principio fosse garantito, credo che gli ebrei israeliani comincerebbero a pensarci. Perché agli ebrei israeliani, in realtà, non è mai importato del territorio. Non hanno mai sostenuto gli insediamenti. Se ci pensi, ci sono seicentomila coloni, meno del 10% della popolazione israeliana. Dopo sessant’anni, miliardi di dollari spesi e tutto il resto, solo il 10% si è convinto ad andare a vivere là. E la maggior parte vive nei sobborghi di Tel Aviv o Gerusalemme. Oltretutto le più grosse colonie della Cisgiordania sono abitate da ultra-ortodossi: a loro non importa niente se stanno lì o qui, vogliono soltanto che il governo gli permetta di costituire una comunità coesa. Se invece prendi i veri coloni, non gli ultra-ortodossi, ma quelli di Hebron, che odiano gli arabi; ecco sono meno dell’1% della popolazione israeliana, forse sessantamila persone. Per gli ebrei israeliani, ciò che conta è la sicurezza. La loro sicurezza personale, prima di tutto: poter salire su un autobus, entrare in un locale pubblico, ecc., e poi la sicurezza collettiva. Se verranno rassicurati rispetto al fatto di poter continuare a vivere in questo paese come ebrei israeliani, di poter parlare ebraico, di avere un’università ebraica, i loro giornali… Se potranno avere tutto questo, cioè diritti nazionali in uno stato democratico, credo che lo stato unico sia ipotesi interessante per gli israeliani. Perché risolve il problema di ciò che può accadere se c’è una maggioranza palestinese. In uno stato democratico binazionale, non importa chi è la maggioranza, i tuoi diritti collettivi saranno comunque protetti, anche se fai parte del 10% della popolazione. Ho cercato di sintetizzare tutto questo in uno slogan, non so se funziona bene in italiano. Il problema della campagna di boicottaggio è che non è connessa a un risultato finale. Allora per me lo slogan è  “Bds for Bds”, cioè “Boicottaggio, disinvestimenti e sanzioni, per uno stato democratico binazionale”. Questa potrebbe essere la direzione, il focus del nostro lavoro. Il problema qual è? Che non posso essere io a dare garanzie in questo senso. Perché la gente mi risponde: “E tu come lo sai che gli arabi ci lasceranno in pace?”. Certo, posso dire loro: “Guarda, conosco gli arabi, andrà tutto bene”, ma so già con quali epiteti reagiranno. Abbiamo bisogno di qualcuno che, da parte palestinese, dica quello che a suo tempo disse l’Anc: “La nostra visione del nuovo Sudafrica è un paese inclusivo di tutti…”. Ora sto lavorando a un gruppo per una Freedom Charter; ecco, se i palestinesi sapranno dire che la loro visione di Israele-Palestina è un paese inclusivo di tutti, credo che potremmo convincere gli israeliani ad accettare. Diversamente diranno di no. Se il nuovo stato è solo una democrazia, una persona un voto, senza il binazionalismo, gli israeliani non accetteranno mai.

Un insediamento israeliano

C’è qualcuno nel versante palestinese che sta lavorando in questo senso?

Nessuno che io conosca. Non riesco a trovare un approccio strategico tra i palestinesi. Gli accademici fanno le loro cose di accademia e non succede niente. Non che la sinistra israeliana sia meglio; è la stessa cosa. Non ci sono neppure israeliani con una strategia. Ecco il problema. Non c’è nessuno! Io sono completamente isolato, e continuo a chiedere, a provare…Per come la vedo io ci sono tre livelli: al fondo c’è il popolo. Ma il popolo palestinese è impegnato a combattere per la propria esistenza, che sia a Gaza o Bilin, lotta per attraversare un checkpoint ogni giorno, ecc. Loro resistono. E poi parliamo di persone normali, non sono organizzate, molte non sono istruite, non hanno accesso ai media, ai politici, a paesi esteri… Insomma, la gente è impegnata a resistere. Possono creare un movimento di base, ma a un certo punto devono passare la palla a un secondo livello, quello degli intellettuali, dei leader, delle persone istruite. Solo loro possono organizzare la resistenza, fare delle campagne. Il secondo livello poi deve passare la palla al terzo, che siete voi, la società civile internazionale, che si mobilita e porta le campagne a livello globale. Bene, al momento c’è il primo livello, il popolo, che si mobilita; anche il terzo livello si mobilita, voglio dire, ci sono migliaia di gruppi in tutto il mondo. È il livello intermedio che manca. È questo che sta paralizzando tutto. Questo è un vuoto che non possono coprire gli israeliani. La guida va presa in mano dai palestinesi. Ho anche pensato a un appello, a una lettera alla società civile palestinese, da parte di centinaia di gruppi da tutto il mondo che dicano: abbiamo bisogno di voi, della vostra guida, dovete dirci in che direzione andare…

Per quanto riguarda la demolizione delle case, come sta andando?

La demolizione gode di ottima salute, procede. Siamo arrivati quasi a cinquantamila case demolite. Succede sempre più spesso. Il processo va avanti. In ebraico si parla di “giudaizzazione”; l’intero progetto del sionismo dell’ultimo secolo è stato trasformare la Palestina nella terra di Israele. Credo che ormai siamo agli ultimi stadi. I palestinesi ottengono molto sostegno internazionale, ma poi? Certo, boicottiamo Sodastream, Hewlett Packard (HP), G4s, ecc. Ma qual è lo scopo di tutta questa roba? Quando abbiamo boicottato il Sudafrica il tema era “Una persona, un voto”. Avevamo un obiettivo. Ma oggi?

Demolizione di una casa palestinese a Yatta (foto di Nasser Shiyoukhi/AP)

Qualcuno paventa un apartheid anche all’interno della Linea verde…

Giusto. Il fatto è che conosco i palestinesi, ho dei buoni amici tra i cosiddetti palestinesi del ’48. Una delle mie amiche è del partito comunista, così le ho detto: “Dai, invitami, a parlare della soluzione a uno stato”. Mi ha detto: “No, non potremmo mai fare una cosa del genere, noi siamo per la soluzione a due stati”. Sai com’è, i comunisti sono sconnessi dalla realtà.  parte le battute, gli arabi israeliani sono impegnati a tutelare i loro diritti in Israele, che in effetti sono a rischio, e quindi non hanno tempo e spazio per occuparsi dei palestinesi di Gaza. Ciò in cui è riuscita Israele, con la comunità internazionale, è stato dividere i palestinesi: ci sono i palestinesi israeliani, i palestinesi della Cisgiordania, i palestinesi di Gaza, quelli dei campi… Non si conoscono più, non si parlano, hanno obiettivi differenti, addirittura sono in competizione l’uno con l’altro…Tu lo sai, io lo so, ma non ci possiamo fare nulla. Non c’è una discussione tra i palestinesi. Quando vado a una conferenza sui diritti dei palestinesi, per dire, non c’è mai gente dei campi, o di Gaza. Non so se i palestinesi della Cisgiordania o di Israele conoscano ancora gente dei campi. Insomma, quello che ci è aspetta è un compito tutt’altro che facile.

Cosa ti aspetti ora che c’è Trump sulla scena?

Credo che Trump lascerà che Israele faccia tutto ciò che vuole. Non credo che lui abbia una strategia. Credo che di base la sua idea sia davvero: “Prima l’America: non interverremo, non ci immischieremo”. Il resto starà alle parti, a israeliani e palestinesi che devono negoziare… e ciò, di fatto, significa che Israele può fare ciò che vuole. Insomma, credo che gli Stati Uniti si tireranno indietro, che di fatto equivale a sostenere Israele. Vedremo cosa farà l’Europa, se proverà a prendere il posto degli Stati Uniti. Sarebbe interessante. La mia paura è che non ci sia alcun movimento forte attorno alla questione palestinese. L’Europa oggi è impegnata ad affrontare il problema dei richiedenti asilo; gli Usa hanno Trump, non c’è posto per nient’altro. Come ho già detto, se non troviamo un focus, un obiettivo politico, la gente si stancherà. Le persone non restano in un movimento per sempre, se non succede niente; ci sono tante cose da fare… Continuo a ripeterlo anche ai palestinesi: se non facciamo qualcosa alla svelta, se non ci organizziamo, perderemo! Semplicemente spariremo. È una possibilità.

 

Aveva 16enne Murad Yusif Abu Ghazi morto ieri ad al-Arrub (Hebron) nel corso degli scontri con l’esercito israeliano. Si è dimessa “per le pressioni subite”, intanto, la Segretaria generale di un organismo delle Nazioni Unite che in uno studio pubblicato mercoledì aveva accusato Tel Aviv di “compiere il crimine dell’Apartheid”

Rima Khalaf, ex capo della Commissione economica e sociale per l’Asia occidentale (Foto: Reuters)

della redazione

Roma, 18 marzo 2017, Nena News – Un morto e un ferito: è questo il bilancio degli scontri avvenuti ieri sera nel campo profughi di al-Arrub (Hebron, sud della Cisgiordania) tra un gruppo di palestinesi e l’esercito israeliano. A confermare la morte di Murad Yusif Abu Ghazi (16 anni) è stato ieri il ministero della salute palestinese con un breve comunicato. Il minorenne, si legge nella nota, è deceduto all’ospedale al-Ahli di Hebron alle 21:30 locali per le gravi ferite riportate al petto. Non destano molta preoccupazione, invece, le condizioni di Saif Salif Rushdi (17 anni) che non è in pericolo di vita.

Il 16enne palestinese Abu Ghazi ucciso ieri ad al-Arroub (Fonte foto: social network)

Secondo un portavoce militare israeliano, “l’incidente” è avvenuto dopo che “erano state lanciate alcune bombe incendiare contro alcuni veicoli che transitavano su una strada vicina al villaggio di al-Arrub. In risposta a questa minaccia, le forze armate hanno sparato ai sospetti”. L’esercito ha ammesso l’uccisione e il ferimento dei due palestinesi e ha fatto sapere che sta indagando su quanto è accaduto.

Abu Ghazi è la 13esima vittima palestinese dall’inizio dell’anno e, nello specifico, è il secondo minorenne a perdere la vita in circostanze più o meno simili. La sua morte presenta molte somiglianze con quella di Qusay Hassan al-Umour, il 17enne palestinese morto a gennaio dopo essere stato colpito al petto tre volte da proiettili veri sparati dai militari israeliani. Una morte, quella di al-Umour, che è stata giustificata dallo stato ebraico con il fatto che il giovane (“il principale istigatore tra centinaia di palestinesi”) stava lanciando in direzione dei soldati alcune bombe molotov. Una versione che la ong israeliana per i diritti umani israeliana B’Tselem ha sempre respinto definendola “prima di ogni fondamento”: non solo non sarebbero state lanciate le molotov, ma la situazione si era anche calmata prima che il giovane venisse ucciso. Secondo B’Tselem, inoltre, al-Umour e gli amici si trovavano a 80-100 metri dalle forze di sicurezza quando il minorenne è stato colpito mortalmente. Una distanza, spiega l’ong, troppo grande per poter rappresentare una “minaccia” per i militari.

Brutte notizie per i palestinesi giungono anche in campo internazionale. Tre giorni fa un rapporto Onu dell’Escwa (Commissione sociale ed economica dell’Asia occidentale) aveva accusato Israele di imporre “un regime d’Apartheid”. Un’accusa gravissima – la prima di tal genere proveniente da un organismo collegato all’Onu – che aveva prontamente scatenato le ire di Washington e Tel Aviv. Neanche il tempo di festeggiare la notizia nei Territori Occupati che immediato è giunto ieri un segnale di segno diametralmente opposto: la Segretaria generale dell’Escwa, Rima Khalaf, ha annunciato infatti le sue dimissioni. “Sostengo quanto affermato nel rapporto, Israele sta compiendo il crimine dell’Apartheid – si legge in un suo comunicato – Sono incapace di accettare le pressioni subite nell’ultimo periodo. Il Segretario generale dell’Onu [Guterres] ha chiesto ieri di ritirare il rapporto e io mi sono rifiutata [di farlo]”.

Dimissioni accolte prontamente dall’Onu che, con il suo portavoce Dujarric, ha duramente attaccato il lavoro di Khalaf. “Il problema – fanno sapere dal Palazzo di Vetro – non era sul contenuto [del report], ma sul processo. Il Segretario Generale non può accettare che un sottosegretario o un ufficiale delle Nazioni Unite pubblichi un rapporto sotto il nome Onu, sotto il logo dell’Onu senza che prima vengano consultati i dipartimenti competenti o finanche lui stesso. “Lo studio [in questione] non riflette le opinioni del Segretario Generale ed è stato scritto senza che sia stato consultato”.

E se Ramallah non sorride più, di tutt’altro umore sono invece ora Usa e Israele. “Il Segretario ha fatto bene a prendere le distanze da questo rapporto, ma deve andare oltre ritirandolo” ha affermato l’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite Nikki Haley. Scontata la gioia israeliana. “Il tentativo di diffamare ed etichettare erroneamente l’unica vera democrazia in Medio Oriente [Israele, ndr] creando una fasulla analogia è spregevole e rappresenta una palese bugia” ha dichiarato Danny Dannon, l’ambasciatore dello stato ebraico alle Nazioni Unite. Nena News

 

Euforia a Riyadh per i risultati del viaggio a Washington del figlio del re e vice principe ereditario Mohammed bin Salman. Tra Usa e Arabia Saudita è di nuovo alleanza stretta dopo i contrasti durante la presidenza Obama

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 18 marzo 2017, Nena News – «Il principe Mohammed considera sua eccellenza (Donald Trump) come un vero amico dei musulmani, che servirà il mondo musulmano in un modo inimmaginabile». No, non è una barzelletta. Queste frasi sono contenute nel comunicato diffuso delle autorità di Riyadh dopo l’incontro di inizio settimana a Washington tra Trump e Mohammed bin Salman, 31 enne figlio del re dell’Arabia saudita Salman, nonchè vice principe ereditario e ministro della difesa.

Non è finita. Stando al comunicato il principe Mohammad e il presidente Usa «hanno discusso l’esperienza di successo dell’Arabia saudita nella costruzione di una recinzione sul confine con l’Iraq, che ha portato a prevenire l’ingresso illegale di persone ed operazioni di contrabbando». Il rampollo di casa Saud quindi ha esortato Trump ad andare avanti con il suo progetto per la costruzione di una barriera lungo tutto il confine tra gli Usa e il Messico.

Dulcis in fundo Mohammed bin Salman ha trovato legittimo il provvedimento esecutivo del presidente americano che blocca l’ingresso negli Usa ai cittadini di sei Paesi a maggioranza islamica, lasciando fuori, ovviamente, l’Arabia saudita. «Questa misura è una decisione sovrana volta a impedire ai terroristi di entrare negli Stati Uniti d’America», recita il comunicato diffuso da Riyadh, tralasciando il “particolare” dei passaporti sauditi di cui erano in possesso 15 dei 19 dirottatori dell’11 settembre.

È scontato a questo punto un passo del presidente dalla chioma gialla volto a silurare il Justice Against Sponsors of Terrorism Act (Jasta), la legge che autorizza i parenti delle vittime degli attentati del 2001 a fare causa ai paesi stranieri che ritengono essere coinvolti negli attacchi sul suolo americano. Il Paese è uno solo, l’Arabia Saudita, sospettata di aver fornito sostegno al piano di al Qaeda.

I Saud, l’anno scorso, avevano protestato dopo la sua approvazione da parte del Congresso, minacciando di ritirare gli investimenti per centinaia di miliardi di dollari che hanno fatto negli Stati Uniti. Poi alla Casa Bianca è entrato Trump ed è cambiato tutto. Le relazioni tra i due Paesi sono tornate floride come e più di prima. È quasi superfluo riferire della soddisfazione con la quale i media sauditi hanno salutato l’ingresso del principe Mohammed nello Studio Ovale.

Dopo gli «anni amari» della presidenza Obama, culminati nell’accordo internazionale sul programma nucleare iraniano contestato dalla casa reale saudita, ora a Riyadh non solo tirano un sospiro di sollievo ma guardano anche a come consolidare i rapporti con l’Amministrazione Usa. E in questi casi non c’è di meglio di un buon affare, come ai bei tempi dei presidenti Bush padre e Bush figlio. Mohammed bin Salmam e Donald Trump hanno discusso lo sviluppo di un programma congiunto, da 200 miliardi di dollari, nel settore dell’energia, del commercio e delle infrastrutture. Il principe saudita ha anche illustrato il suo piano Vision 2030 che prevede la creazione di un fondo di investimento sovrano che potrebbe essere il più grande nel mondo.

Non è sfuggito che l’invito a Washington sia stato fatto al vice principe ereditario e a Mohammad bin Nayef, il primo in linea di successione, che pure era stato l’interlocutore privilegiato di Mike Pompeo durante la recente missione del direttore della Cia a Riyadh.

Secondo l’autorevole giornale arabo online Raiaalyoum «Trump si rende conto che (Mohammed bin Salman) ha ricevuto ampi poteri economici, politici e di sicurezza…e che ha voce in capitolo in tutte le decisioni del regno. Nonostante la sua giovane età è dietro le decisione di andare in guerra in Yemen, di vendere le azioni della Aramco e di fondare la Coalizione araba (contro l’Iran)». La benedizione di Washington, prevede Raiaalyoum, potrebbe favorire l’ascesa al trono di Mohammed bin Salman a danno del principe ereditario Mohammad bin Nayef.

Una benedizione da Trump la aspetta anche Benyamin Netanyahu che ieri ha incontrato di nuovo Jason Greenblatt, inviato speciale del presidente Usa. Il primo ministro vuole un accordo Usa-Israele sull’espansione degli insediamenti ebraici nei Territori palestinesi occupati e ha ribadito ieri la volontà di costruire una colonia ex novo. Dopo il nuovo faccia a faccia l’ufficio del premier israeliano ha comunicato che «sono stati fatti progressi». Greenblatt ieri ha avuto colloqui con i leader del movimento dei coloni.

Michele Giorgio è su Twitter: @michelegiorgio2

La barca su cui stavano scappando in Sudan è stata colpita da un elicottero Apache, 80 i sopravvissuti. Intanto a Washington Trump sigla nuovi accordi con Riyadh

Il soccorso ai profughi somali sopravvissuti in Yemen (Foto: Abduljabbar Zeyad/Reuters)

della redazione  

Roma, 17 marzo 2017, Nena News – La scorsa notte trentuno rifugiati somali – tra cui donne e bambini – sono stati uccisi in un raid aereo lungo le coste occidentali dello Yemen, nei pressi della città di Hodeida, uno dei principali porti yemeniti conteso da governo e ribelli Houthi.

Secondo la guardia costiera la loro imbarcazione è stata colpita dal fuoco sparato da un elicottero Apache vicino allo stretto di Bab al-Mandab mentre si allontanavano dallo Yemen. Ottanta profughi sono stati portati in salvo.

L’ufficiale Mohamed al-Alay ha detto alla Reuters che i profughi avevano con sé documenti dell’Unhcr, l’Alto commissariato Onu per i rifugiati. Erano diretti, probabilmente, in Sudan per sfuggire alla guerra nel paese che li aveva accolti.

Non è chiaro chi sia il responsabile dell’attacco, ma visto il coinvolgimento di un Apache è molto probabile che si sia trattato dalla coalizione anti-Houthi a guida saudita che dal marzo 2015 sta portando avanti una brutale operazione contro lo Yemen, ribattezzata Tempesta decisiva. Poche ore prima jet sauditi avevano colpito un convoglio di cibo nella provincia di Hodeida, uccidendo i passeggeri e distruggendo il contenuto dei camion.

Secondo i dati delle organizzazioni internazionali, il bilancio totale delle vittime di due anni di guerra sarebbe pari a 12mila morti, ma la difficoltà nel reperire dati certi fa pensare a numeri più alti. A ciò si aggiungono le operazioni dirette contro gli aiuti umanitari, il blocco aereo e marino imposto dall’Arabia Saudita che sta provocando una carestia senza precedenti nel paese, con 21 milioni di persone – l’80% della popolazione yemenita – con necessità immediata di assistenza.

A sostenere la guerra saudita, quasi invisibile agli occhi occidentali, sono gli Stati Uniti: prima con il presidente Obama che ha garantito assistenza logistica e di intelligence, oltre ad aiuti militari a Riyadh, e oggi con il successore Trump. Nei giorni scorsi il presidente Trump ha incontrato alla Casa Bianca il principe saudita Mohammed bin Salman con il quale ha ribadito l’amicizia che lega i due paesi e imbastito un programma congiunto nell’ambito energetico e delle infrastrutture da l valore iniziale di 200 miliardi di dollari. Denaro da investire, dicono da Washington, nei prossimi quattro anni.

Con gli affari e il sostegno indefesso alle guerre saudite, Trump si riavvicina ai sauditi dopo un raffreddamento parziale delle relazioni dovuto alla firma dell’accordo sul nucleare iraniano da parte di Obama e il voto dello scorso anno del Congresso della Justice against sponsors of terrorism Act, legge che permette ai cittadini statunitensi di fare causa agli Stati considerati responsabili o complici di attacchi terroristici in suolo americano. Come quelli dell’11 settembre, in cui il coinvolgimento saudita è acclarato. Nena News

La Procura di Roma individua i membri dei servizi egiziano coinvolti. Il ministro Shoukry: «Da noi apertura senza precedenti», ma l’ambasciatore resta al Cairo. La Nato accoglie al-Sisi: all’Egitto un ufficio diplomatico permanente al Patto Atlantico

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 17 marzo 2017, Nena News – Due generali, due colonnelli, un maggiore, tre capitani, due agenti: le cariche dei dieci membri del dipartimento per le attività sindacali e le organizzazioni politiche illegali della National Security egiziana coinvolti nel caso Regeni non sono superabili dalla narrativa delle mele marce e del caso isolato, cara al regime di al-Sisi.

Le rivelazioni della Procura di Roma sulla nuova rogatoria inviata al procuratore generale Sadek smontano – una volta di più – l’impalcatura di depistaggi che dal 3 febbraio 2016, giorno del ritrovamento del corpo martoriato di Giulio, Il Cairo ha sapientemente costruito.

Sapientemente perché, seppur palesemente fasulla, quell’impalcatura permette al presidente golpista di non venir sporcato a livello internazionale dalle pratiche brutali della macchina della repressione interna. Lo si vede ogni giorno, in un climax di legittimazione occidentale del regime che mortifica le aspirazioni democratiche e egualitarie del popolo egiziano.

Eppure il caso Regeni (la terribile sorte di uno straniero che illumina quella identica di migliaia di egiziani) nega alla base tale legittimazione. Nella rogatoria il team di Piazzale Clodio è chiarissimo: chiede i verbali dei dieci soggetti coinvolti nella sparizione, la morte e la successiva catena di insabbiamenti, non soggetti qualsiasi ma ingranaggi centrali dei servizi segreti che fanno capo al Cairo.

«Questo ufficio – si legge – ritiene che Giulio Regeni sia stato oggetto di accertamenti, per un non breve periodo, ad opera di ufficiali degli apparati di sicurezza egiziani. Questi ultimi, nel ricostruire le indagini effettuate, hanno riferito, tra molte reticenze, fatti non conformi al vero e ciò sia in ordine ai tempi e ai modi dell’attività svolta a gennaio 2016, sia in ordine alla perquisizione del 24 marzo 2016 che portò al ritrovamento dei documenti di Giulio Regeni».

Hanno mentito, depistato: la Procura di Roma fa quello che il governo italiano non fa, abbandonando il lessico imbellettato della diplomazia. Aggiungendo un elemento importante: quei soggetti hanno usato un luogo compatibile con le torture subite da Giulio («professionisti della tortura», li definì la madre Paola Deffendi) per almeno una settimana e – se davvero si fosse trattato di “mele marce” – lontano da occhi indiscreti. Quasi una domanda retorica che, insieme all’uccisione di cinque egiziani, svela di per sé la pochezza della teoria dei lupi solitari.

Nel mirino della Procura torna infatti anche la sparatoria, come la definì la polizia egiziana, in cui morirono cinque egiziani accusati di aver assassinato Giulio. Innocenti, vittime di esecuzioni a sangue freddo con colpi sparati alla testa e i corpi messi nei sedili del minivan. Per quelle morti il procuratore del Cairo sta indagando due poliziotti. Ma è ovvio che non si è trattato dell’azione solitaria di due agenti.

E la Procura di Roma lo spiega: fu un colonnello a collocare i documenti di Giulio in casa di una delle vittime, lo stesso che contattò il generale e il capitano del Dipartimento che avevano registrato la denuncia del capo del sindacato ambulanti Abdallah e con lui avevano intessuto relazioni dirette (Abdallah ripete che fu uno di loro a consegnargli la videocamera con cui filmò Regeni il 6 gennaio).

Nelle stesse ore parlava il ministro degli Esteri egiziano Shoukry: in un’intervista alla tv egiziana Dmc, ha detto che la morte di Giulio e il mancato ritorno dell’ambasciatore italiano al Cairo «gettano un’ombra sui legami bilaterali» tra i due paesi. E aggiunge: «Abbiamo dimostrato una trasparenza senza precedenti nella collaborazione degli organi giudiziari con la controparte italiana. Abbiamo accettato di essere così aperti in via eccezionale, data la natura storica dei legami con l’Italia».

Apertura e trasparenza visibili solo a Shoukry che, in ogni caso, ha optato per una misura identica nei confronti di Roma: l’ambasciatore Badr non si insedierà in Italia – dice il segretario della Commissione parlamentare agli Esteri, Tarek al-Kholi, ad Agenzia Nova – fino a quando quello italiano non tornerà in Egitto.

Il mare magnum di bugie non bagna l’Occidente. Le istituzioni italiane non ne parlano, quelle internazionali corrono alla corte di al-Sisi. Ieri è giunto l’ultimo riconoscimento in ordine di tempo. Con un decreto presidenziale al-Sisi ha approvato la creazione di una missione diplomatica permanente alla Nato.

Non una partnership vera e propria, ma un innalzamento consistente del livello dei rapporti con il Patto Atlantico: Il Cairo avrà un suo ufficio permanente di rappresentanza, come Israele e la Russia. Due giorni fa era stato il segretario Stoltenberg a lodare l’iniziativa: «Rafforzerà la cooperazione e il partenariato tra Nato e Egitto».

Una misura (probabilmente definita una settimana fa quando il generale Pavel, capo del Comando Militare Nato, ha fatto visita all’esercito egiziano e quindici giorni fa quando Shoukry è stato ricevuto da Stoltenberg a Bruxelles) che si inserisce all’interno di un legame ventennale, quello del Dialogo Mediterraneo di cui Il Cairo fa parte con Israele, Giordania, Tunisia, Algeria, Mauritania e Marocco.

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

Per i media il più grave incidente tra i due paesi dal 2011, nonostante le tante incursioni israeliane e gli omicidi mirati commessi. Stati Uniti accusati di aver ucciso 42 civili in una moschea in un raid contro al-Qaeda

della redazione

Roma, 17 marzo 2017, Nena News – Quanto successo stanotte viene definito dai media regionali e internazionali come il più grave incidente tra Siria e Israele dal 2011, l’inizio della guerra civile siriana. Se numerose sono state le operazioni israeliane sul territorio siriano, anche vicino Damasco, spesso con target Hezbollah, lo scambio di fuoco di ieri notte ha coinvolto anche il territorio israeliano.

Ieri notte quattro aerei dell’aeronautica di Tel Aviv sono penetrati in Siria e hanno lanciato diversi missili. Damasco ha reagito con i sistemi di difesa aerea e rispondendo con missili contro i jet militari israeliani. Nessuno di questi ha colpito i caccia, ma uno di loro è arrivato a nord di Gerusalemme dove è stato intercettato dal sistema di difesa israeliano Arrow, mentre le sirene di avvertimento sarebbero risuonate nella Valle del Giordano. Secondo Damasco, invece, uno dei missili ha abbattuto un caccia nei pressi di Palmira. Israele smentisce la perdita del jet.

L’altro elemento nuovo è l’ammissione immediata dell’esercito israeliano: a differenza delle smentite precedenti, stavolta – in una dichiarazione che il quotidiano Haaretz definisce “eccezionalmente rara” – ha ammesso di aver violato il cielo siriano con i caccia. Ogni precedente operazione, intorno Damasco e a sud, che ha avuto nel mirino convogli di Hezbollah ma anche i suoi leader: un anno fa, nel maggio 2016, Israele uccise Mustafa Badreddine, comandante militare del movimento sciita libanese, con un attacco aereo nei  pressi dell’aeroporto di Damasco.

Prima era toccato ad un simbolo del movimento libanese, Samir Kuntar, prigioniero in un carcere israeliano per 29 anni, e ucciso da missili israealiani a Jaramana, sobborgo della capitale siriana alla fine del 2015.

L’interesse israeliano per la guerra civile siriana è stato da subito significativo. Non per il timore di un contagio che non c’è mai stato, a differenza degli altri paesi vicini travolti o comunque toccati dal flusso di gruppi jihadisti o dalle instabilità interne dovuto all’arrivo di milioni di profughi.

Per Tel Aviv la guerra civile è stata la migliore occasioni per liberarsi dell’asse nemico, Hezbollah-Damasco-Teheran. Non ha potuto gioire però perché il risultato sperato non è stato archiviato. Oggi, dunque, l’obiettivo di Tel Aviv – sconfitta dalla guerra come Riyadh e Ankara – è evitare un eccessivo rafforzamento iraniano ai suoi confini nord.

Nelle stesse ore nel nord del paese un bombardamento aereo centrava una moschea nell’ora della preghiera: almeno 42 i morti secondo fonti locali nel villaggio di al-Jina, provincia di Aleppo, ma potrebbero essere di più con i soccorsi impegnati a tirare fuori corpi dalle macerie. Responsabile dell’attacco sarebbe la coalizione a guida Usa anti-Isis che però nega: i jet non hanno colpito una moschea ad Aleppo, ma un meeting di al-Qaeda ad Idlib. Ora, fa sapere l’esercito Usa, è in corso un’indagine per verificare se sono stati commessi errori: secondo il colonnello Thomas, portavoce del comando centrale Usa, “non abbiamo centrato una moschea ma un edificio a 15 metri, la moschea è ancora in piedi”. Senza specificare a quale moschea si riferiscono. Nena News

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