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Ahmad Manasra, 14 anni, un anno fa nella colonia israeliana di Pisgat Zeev ferì a coltellate un coetaneo ebreo. Israele celebra come una sua vittoria il voto contrario dell’Interpol all’ammissione della Palestina

Ahmad Manasra in tribunale nell’ottobre 2015 (Foto: Yonatan Sindel/Flash90)

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 9 novembre 2016, Nena News – Sono scesi in strada a centinaia ieri gli studenti di Gaza city, per protestare contro la condanna a 12 anni di carcere che i giudici israeliani hanno inflitto due giorni fa al 14enne Ahmad Manasra, per il ferimento di due israeliani, uno dei quali, un ragazzo, in modo grave.

Manasra un anno fa partecipò, nella colonia israeliana di Pisgat Zeev, nella zona araba di Gerusalemme est, a un attacco con coltelli assieme a suo cugino poi ucciso dagli spari di un passante. Lui rimase ferito e un filmato lo mostrò a terra con intorno alcuni israeliani che ne invocavano la morte. In altro video, diffuso qualche tempo dopo, il ragazzo palestinese appare in lacrime e impaurito mentre viene sottoposto a un duro interrogatorio. Da parte israeliana non si è mai fatto mistero di voler infliggere a Manasra una punizione “esemplare”.

La sua famiglia dovrà inoltre risarcire il ragazzo aggredito e ferito con 180 mila shekel, oltre 40 mila euro. L’avvocatessa della difesa Lea Tzemel ha descritto la condanna a 12 anni di carcere al 14enne palestinese come «inconcepibile». I giudici, ha spiegato, «hanno totalmente ignorato 50 anni di occupazione militare» dei territori palestinesi, ossia lo sfondo in cui avvenne il ferimento del ragazzo israeliano.

Uno sfondo che il governo Netanyahu sembra negare, come se non esistesse. E prova anche a limitare lo spazio di manovra a chi vuole rilanciare il negoziato israelo-palestinese con una formula diversa da quella bilaterale, totalmente fallimentare, che assieme agli Stati Uniti ha imposto nei passati 23 anni. Israele ha confermato il suo secco “no” alla proposta francese di una Conferenza internazionale per riavviare entro la fine dell’anno le trattative. A differenza dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) che invece ieri ha ribadito il suo appoggio all’iniziativa. Parigi invierà gli inviti per l’incontro il mese prossimo nonostante il rifiuto israeliano. Netanyahu comunque sa di non essere isolato, anzi, e adesso vuole che il nuovo presidente americano faccia in modo da bloccare una presunta intenzione di Barack Obama di dare appoggio all’iniziativa francese.

Il premier israeliano ieri ha avuto modo di celebrare il voto con cui l’assemblea dell’Interpol ha respinto la richiesta della Palestina di entrare nell’organizzazione come Stato membro. Il portavoce del ministero degli affari esteri e quello della polizia israeliana, in un comunicato congiunto, hanno denunciato quello che descrivono come «il tentativo dei palestinesi di politicizzare un’organizzazione professionale».

La spina nel fianco di Netanyahu resta l’Unesco. Dopo la recente risoluzione che ha ribadito lo status di Israele come potenza occupante a Gerusalemme Est, la delegazione palestinese all’Unesco chiede ora la restituzione dei Rotoli del Mar Morto scoperti nelle grotte di Qumran. Sono stati trovati in terre occupate (Cisgiordania) e pertanto, ha spiegato la delegazione, rientrano nel retaggio storico dei palestinesi.

Michele Giorgio è su Twitter: @michelegiorgio2

La prossima settimana sarà presentata la bozza ad un parlamento zoppo. Ankara se la prende anche con i repubblicani: il leader del Chp denunciato per insulti al presidente

della redazione

Roma, 9 novembre 2016, Nena News – Tra i primi a congratularsi con il nuovo presidente degli Stati Uniti c’è Ankara: il premier turco Yildirim stamattina ha mandato un messaggio a Donald Trump per ricordargli il caso Gulen. La Turchia vuole l’estradizione dell’imam ex alleato del presidente Erdogan, accusato oggi di (quasi) tutti i mali del paese.

“Ci congratuliamo con Mr. Trump – ha detto il primo ministro – Faccio appello al nuovo presidente da qui riguardo l’urgente estradizione di Fethullah Gulen, la mente, l’esecutore e il perpetratore del vergognoso colpo di Stato del 15 luglio”.

L’estradizione, aggiunge, segnerà un nuovo inizio nei rapporti tra Turchia e Stati Uniti. Rapporti che negli ultimi tempi potrebbero sembrare indeboliti: il presidente Obama non ha nascosto il fastidio per i modi autoritari dell’alleato, definendolo in privato alla stregua di un dittatore. Ma non ha mai messo in dubbio la centraltà della Turchia dentro la Nato e in Medio Oriente: dopotutto, a parte il no alla zona cuscinetto con la Siria (che Ankara sta comunque mettendo in piedi da sola), Washington ha permesso l’invasione turca di Siria e Iraq e ha mosso critiche solo a parole dopo le purghe di massa nel paese.

E, solo pochi giorni fa, ha praticamente regalato Raqqa alla Turchia con un accordo che stabilisce la gestione della città una volta liberata dall’Isis. Lì a combattere sono le Forze Democratiche Siriane: dopo 5 giorni di offensiva si sono avvicinate di 25 km alla città “capitale” del sedicente califfato e liberato una decina di villaggi. I kurdi di Rojava, che guidano la federazione mista, non nascondono la preoccupazione: ieri hanno denunciato il tentativo della Turchia di infiltrare due ingenti gruppi di miliziani anti-kurdi dalla frontiera nord, dal villaggio di Doda e dalla città di Kobane, bloccati dalle Ypg a difesa del confine.

Ma la guerra ai kurdi prosegue anche in casa, protagonista della repressione il Partito Democratico dei Popoli (Hdp), che conta oggi 12 deputati in prigione. Tra loro i due co-presidenti, Demirtas e Yuksekdag, portati in carceri di massima sicurezza. Ieri le agenzie kurde denunciavano le condizioni in cui Demirtas è detenuto: in una cella di isolamento, privato di libri e vestiti. Nella cella ha solo un letto e una coperta ma è riuscito tramite gli avvocati a mandare un messaggio all’esterno: tre fogli di carta in cui chiama la base a resistere insieme contro il fascismo.

Difficile definirlo diversamente: dopo aver quasi azzerato il gruppo parlamentare del principale partito di opposizione – non per grandezza ma per posizione – ieri il presidente Erdogan se l’è presa anche con il partito Repubblicano che dopo il fallito putsh del 15 luglio si era prostrato al potere dell’uomo solo al comando. In un comunicato stampa seguito agli arresti nell’Hdp, il Chp aveva infatti condannato le azioni del governo definendole “incostituzionali” e parlando di “colpo di Stato del presidente” , per poi chiedere il rilascio dei parlamentari e dei 9 giornalisti di Cumhuriyet portati via pochi giorni prima.

Troppo per Erdogan che ha deciso di denunciare il leader dei repubblicani, Kemal Kilicdaroglu, per insulti al presidente, diventato un reato penale gravissimo nel sistema politico ordito dall’Akp. Gli screzi giungono ad una settimana dalla presentazione della bozza di rifoma costituzionale voluta dal governo e che prevede il passaggio dal sistema parlamentare a quello presidenziale. Con l’Hdp e i suoi 58 deputati fuori dai giochi, sarà  facile farla finalmente passare: con 316 seggi in parlamento e una maggioranza necessaria di 330, al partito di governo ne mancano 14 per introdurre una riforma alla costituzione che apra poi al referendum popolare. Nena News

Da 41 anni, ogni 6 novembre, il Marocco commemora l’anniversario della Marcia Verde. Quella che viene celebrata come una mastodontica missione sacra di reintegrazione territoriale è in realtà l’esordio dei soprusi ai danni del popolo sahrawi

Immagine della Marcia Verde del 1975

di Daniela Minieri

Roma, 9 novembre 2016, Nena News – Il 16 ottobre 1975 la Corte Internazionale di Giustizia confermò l’assenza di legami giuridici tra il Sahara Occidentale e il Regno de Marocco. La sera stessa Re Hassan II indirizzò un risoluto discorso al popolo marocchino. Concedendosi la facoltà di interpretare liberamente le conclusioni della Corte a suo favore, il Re persuase il proprio popolo dell’appoggio dei giudici dell’Aia.

Fu pubblicamente rivelato un progetto che, preparato nella totale segretezza, andava sotto il nome in codice di “Operazione Fath”. Altro non era che l’annuncio della Marcia Verde, una marcia “pacifica” che avrebbe condotto 350.000 “pellegrini” a infrangere le frontiere del Sahara Occidentale.

Così fu. All’alba del 6 novembre fu superato il 27° parallelo che funge da frontiera tra il Marocco e il Sahara Occidentale. Travolto da un grande fervore, dal desiderio di entrare nella storia dell’umanità, Hassan II fece di questo avvenimento uno spettacolo internazionale chiamando sulla scena delegazioni di diversi paesi stranieri. Era l’azione decisiva: un abuso di potere, la sottrazione agli obblighi internazionali, l’invasione arrogante del Sahara Occidentale in nome di diritti storici e di una sovranità nazionale da difendere ad ogni costo.

L’ardore patriottico di Hassan II era il riflesso di un nazionalismo esasperato che si è servito della mobilitazione popolare attratta dalla forza accattivante e asfissiante dei mass media. Prima di abbandonare il trono, il diabolico artigiano della Marcia Verde disse del suo successore, Mohammed VI, attuale sovrano della monarchia alawita: «Non è come me e io non sono come lui. Ma a me interessa che faccia proprie due cose fondamentali: essere patriottico fino al sacrificio supremo e tenere stretto il potere qualsiasi cosa succeda».

Ogni 6 novembre, da quarantun anni, dalla capitale del Sahara occupato, Layooune, viene recitato l’inno colonialista marocchino: devozione nella difesa dell’unità e sovranità del Paese, preservazione della stabilità e sicurezza, perpetuazione dell’occupazione del “triangolo utile”, vale a dire del Sahara Occidentale.

Il ritorno all’Unione Africana: la propaganda ingannevole

Colpo di scena: quest’anno Sua Maestà il Re, Mohamed VI, ha tenuto il suo discorso di commemorazione dell’epopea nazionale marocchina, a Dakar, capitale senegalese. La scelta reale ha suscitato lo stupore della comunità internazionale. In realtà, si tratta di una strategia politica ben precisa: il ritorno del Marocco in seno alla famiglia istituzionale africana, l’Unione Africana, «senza chiedere il permesso a nessuno», o meglio a qualcuno.

Si ricordi che nel febbraio del 1982, la Repubblica Araba Sahrawi Democratica, RASD, diventò 51° membro di diritto dell’Organizzazione dell’Unità Africana (sostituita nel 2002 dall’Unione Africana). In segno di protesta, nel novembre del 1984 il Marocco si ritirò dall’Organizzazione, asserendo che «essendo uno dei fondatori dell’unità africana», non avrebbe potuto «esserne il seppellitore».

Il Senegal è stato scelto dal Re giacché appoggiò le ragioni marocchine dell’uscita dall’istituzione africana e perché «è stato in testa ai difensori dell’integrità territoriale e degli interessi superiori del Marocco» considerando la questione del «Sahara marocchino come causa nazionale propria».

Dakar è il punto di partenza di un tour nei Paesi sub-sahariani che il Re è intenzionato ad effettuare sempre nel quadro di questo ritorno all’Unione Africana con la promessa di poter dar voce al continente nei forum internazionali e di impegnarsi nella strategia di sviluppo settoriale in Africa. Questo ritorno gli permetterà di avere il sostegno necessario per difendere quelli che Rabat definisce «diritti legittimi» e per «correggere le contro-verità divulgate dagli avversari dell’integrità territoriale in particolare in seno all’Unione Africana».

Inoltre, lo sviluppo di una fitta rete di relazioni commerciali con i diversi Paesi del continente africano permetterebbe al Marocco di rafforzare la sua presenza economica nel continente e di legittimare l’occupazione del Sahara Occidentale. Invitando tutti gli Stati africani ad assumere con devozione e in uno spirito di collaborazione e solidarietà lo sviluppo e la stabilità delle «Province del Sud», il Marocco ha promesso a chi era e gli sarà fedele di essere il difensore dell’avvenire africano. Ovviamente, ad essere sacrificato ancora sarà il popolo sahrawi.

Questa machiavellica propaganda si inserisce, fra l’altro, in un momento di grande protagonismo internazionale per il Marocco. Marrakesch ospiterà fino al 18 novembre la COP22, vale a dire la ventiduesima edizione della Conferenza delle Parti sul cambiamento climatico indetta dalle Nazioni Unite. Un’altra occasione per pubblicizzare l’occupazione del Sahara Occidentale disegnato come parte integrante del Marocco sul sito web dedicato alla Conferenza. Infatti, una quota crescente di programmi di energia rinnovabile che il Marocco promuove sul sito ufficiale della COP22, avranno luogo nel Sahara illegalmente e brutalmente occupato.

Siemens e l’italiana Enel sono le aziende più coinvolte in questo partenariato di “energia verde” con il Marocco. La Conferenza, iniziata il 7 novembre, è stata infatti inaugurata dal Ministro degli Affari Esteri marocchino, Salaheddine Mezouar, il quale non ha perso occasione per ricordare l’annuale celebrazione dell’occupazione del Sahara Occidentale da parte del proprio Paese durante il discorso di apertura.

L’invasione prima e l’occupazione e annessione poi del Sahara Occidentale, conforme ad altri casi storici di anschluss, è così promossa a livello internazionale. Mentre al di là del Mediterraneo si decanta la pace “per rendere il mondo un posto sicuro per la democrazia”, quella stessa democrazia è oggi complice e colpevole di aver inchiodato ad un muro minato le vite di un intero popolo, il popolo sahrawi, derogando a quel nocciolo duro di valori tanto osannati.

L’intera comunità internazionale, dominata dai suoi animali politici più selvaggi, è complice del dramma di un popolo sacrificato da anni in nome di bramosie di potere e di guadagno, un popolo che non ha acconsentito ai progetti di saccheggio delle proprie risorse, della propria terra. Un popolo umiliato da una propaganda storica, diplomatica e mediatica, ingannevole e repellente. Nena News

Ieri la corte amministrativa di appello ha confermato l’annullamento dell’accordo di cessione delle due isole e multato il presidente. L’Arabia Saudita blocca i cargo di greggio verso il Cairo, sintomo di una rottura sempre più ampia

Manifestazione del 15 aprile 2016 davanti al sindacato della stampa contro la cessione di Tiran e Sanafir (Foto: Stringer/Anadolu Agency)

Chiara Cruciati

Roma, 9 novembre 2016, Nena News – Un altro schiaffo al regime del Cairo è arrivato ieri dopo la sentenza del 21 giugno con cui una corte amministrativa egiziana aveva annullato la cessione delle isole Tiran e Sanafir all’Arabia Saudita, decisa ad aprile dal presidente al-Sisi durante la visita di re Salman nel paese.

Ieri la corte amministrativa di appello ha rigettato il ricorso mosso a fine giugno dall’esecutivo, confermando di fatto l’annullamento dell’accordo di cessione. Tiran e Sanafir, insiste la magistratura egiziana, sono proprietà nazionale. Non si svendono, come richiesto all’epoca da una mozione di un gruppo di avvocati tra cui il noto Malek Adly della Rete degli avvocati dell’Egyptian Center for Economic and Social Rights, che ha trascorso per questo cinque mesi in prigione in totale isolamento.

Non solo: la corte ha multato il presidente al-Sisi e il premier Ismail. Dovranno pagare 800 sterline egiziane, poco più di 40 euro, a testa per aver fatto appello, ma non si fermano: il 5 dicembre è prevista l’udienza di fronte all’Alta Corte amministrativa. Una multa simbolica, è vero, ma che lascia il presidente golpista nudo. Proprio quella cessione, ad aprile, scatenò proteste di massa nel paese, manifestazioni popolari per la prima volta dal golpe del 2013 e dalla repressione sanguinosa delle proteste dei Fratelli Musulmani.

Il paese si era sollevato per due isole, ma quella sollevazione aveva il sapore chiaro di un crollo del consenso di un governo repressivo e dittatoriale. In migliaia sono finiti in prigione per aver difeso le due isole. E i tribunali continuano a dare loro ragione, sebbene siano ancora tantissimi gli attivisti dietro le sbarre. Oltre 150 di loro sono stati condannati a pene dai due ai cinque anni.

Di quella cessione, però, il governo egiziano aveva bisogno per sopravvivere. Un regalo che sottindeva l’ingresso nella sfera di influenza e potere saudita che a suon di miliardi di dollari – linfa vitale per un paese in grave crisi economica – si comprava la fedeltà egiziana in politica interna (nella repressione dei Fratelli Musulmani) e in quella estera con prestiti, finanziamenti, donazioni e accordi sull’export di greggio. Ma ad ottobre Il Cairo ha preso decisioni decisamente negative per Riyadh, la fine della luna di miele: l’Egitto ha infatti votato a favore della risoluzione russa sulla Siria avversata dai sauditi, per poi riallacciare i rapporti con Mosca e discutere anche con l’Iran. Infine non ha mandato in Yemen i soldati che l’Arabia Saudita si aspettava.

Non stupisce dunque la decisione di lunedì di Riyadh che ha sospeso a tempo indeterminato un accordo di aiuti energetici da 23 miliardi di dollari al Cairo. A confermarlo è stato il ministro del Petrolio egiziano El Molla: “Nn ci hanno dato una motivazione. Ci hanno solo informato di aver bloccato la spedizione di greggio fino a prossima notifica”.

Anche questo accordo risaliva alla visita di aprile di re Salman al Cairo: 700mila tonnellato di greggio raffinato al mese per cinque anni. I primi cargo sono partiti e arrivati fino all’inizio di ottobre. Poi i primi screzi e oggi il blocco. A monte, dicono fonti saudite, la visita che il ministro El Molla avrebbe dovuto fare in Iran, proprio per negoziare un altro accord petrolifero. El Molla nega, ma la rottura non si è ricucita. Forse al-Sisi si sente abbastanza coperto dai generosi prestiti di Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale. Nena News

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

Amir Eid è un ragazzo di 25 anni che vive al Cairo. Il 15 ottobre 2016 ha dichiarato obiezione di coscienza al servizio militare. La sua è una scelta rara e pericolosa in un paese profondamente militarizzato

di FocusMiddleEast

Roma, 9 novembre 2016, Nena News – Amir Eid vive al Cairo, ha 25 anni, una laurea in Architettura, e il sogno di proseguire gli studi con un master in Italia. La sua iscrizione era già stata accettata dal Politecnico di Milano, ma l’esercito non gli hanno concesso il permesso di espatrio. Motivo: non ha ancora assolto gli obblighi del servizio militare.

Appena laureato, nel maggio 2015 Amir ha presentato la domanda per effettuare gli accertamenti medici per l’arruolamento di leva, chiedendone contemporaneamente l’esenzione per motivi familiari. Da allora è rimasto un anno e mezzo in un limbo, in attesa di una decisione. Un anno e mezzo in cui gli è stato negato il permesso di andare all’estero. Un anno e mezzo in cui, per ottenere un permesso di lavoro, ha dovuto affrontare ogni quindici giorni interminabili attese negli uffici dell’autorità militare. Quando la chiamata è arrivata, con l’ordine tassativo “presentarsi il 16 ottobre”, Amir ha deciso di rifiutare, di non comparire davanti all’ufficiale per l’arruolamento e dichiarare pubblicamente la sua obiezione di coscienza.

Il servizio militare in Egitto è obbligatorio e varia da uno a tre anni. Si può essere esonerati solo in alcuni casi specifici, come l’essere figlio unico, avere la doppia nazionalità, o per motivi di salute. Avere buone conoscenze ai piani alti della gerarchia militare però può aiutare ad ottenere l’esenzione, oppure a trascorrere il periodo di leva tranquillamente a casa propria.

L’esperienza del servizio militare rappresenta un incubo per la maggior parte dei giovani. Per chi si è appena laureato, la leva significa dover interrompere forzatamente la propria formazione, e rimandare di uno, due o tre anni qualsiasi progetto di vita, sia professionale che privato (il matrimonio in Egitto è una questione socialmente molto pressante). I racconti di chi ha finito la leva insistono sempre molto sulla differenza tra la vita “dentro” e “fuori” l’esercito, quasi come fosse un periodo di prigionia. E per molti versi lo è.

Sono storie di vessazioni e umiliazioni, di lunghi mesi lontani da casa e dagli affetti, spesso a migliaia di chilometri dalla propria città, in zone desertiche, giornate di esercitazioni estenuanti, oppure di ore, giorni e settimane che non passano mai. Anche le distinzioni di classe vengono riprodotte pesantemente tra le reclute: per le persone di origini più umili e senza una qualifica universitaria, la leva si trasforma spesso in un periodo di lavoro forzato, o nella polizia (magari a dirigere il traffico per le strade del Cairo), o al servizio personale di qualche alto ufficiale in veste di cameriere, autista, galoppino tuttofare, oppure in una delle tante fabbriche di proprietà dell’esercito. Il tutto per una paga spesso irrisoria rispetto al costo della vita.

Eppure, quello dell’esercito resta un tabù in Egitto. Si possono criticare le politiche di al-Sisi (ex-generale e ministro della Difesa), o singole scelte e prese di posizione, ma criticare l’esercito in quanto istituzione è un’altra cosa. La società egiziana resta profondamente militarizzata, non solo nelle strutture politiche, sociali ed economiche, ma anche nell’immaginario culturale. La storia del paese è intimamente legata ai militari: dall’indipendenza ai decenni di guerra contro Israele, fino al ruolo giocato nella rivoluzione e nella deposizione di Mubarak prima e di Morsi poi, l’esercito rappresenta per molti il garante dell’unità e della stabilità dell’Egitto.

Anche per questo le storie di obiettori di coscienza sono rarissime, se ne contano solo sette prima di Amir. Cercare stratagemmi per evitare la leva è una cosa, dichiarare apertamente il proprio rifiuto per l’istituzione militare è un’altra. Significa essere un disertore e un traditore. Ma Amir non ha voluto restare nell’ombra, e ha scelto di portare avanti una lotta politica oltre che personale. “Penso che questa sia la migliore età per arricchire le proprie conoscenze e imparare. Ho sempre creduto che il vero servizio per lo stato fosse attraverso la scienza, la cultura e la coscienza civile, e non solo prendendo le armi o lavorando nella produzione di torte, biscotti, pasta e benzina”, ha dichiarato in un video postato su YouTube (sottotitolato in diverse lingue), attraverso cui ha scelto di rendere pubblica la propria decisione.

“Sono un pacifista e dichiaro la mia obiezione di coscienza al servizio militare perché sono contro l’utilizzo delle armi. Sono contro l’idea di instillare paura e di aumentare gli armamenti”. E continua: “Ritengo che gli eserciti e le armi non risolvano i problemi, anzi li peggiorino. Penso che i mezzi pacifici siano i migliori per risolvere i conflitti”.

Il suo intento è quello di raggiungere quante più persone possibili anche all’estero, perché la sua storia diventi un simbolo, e uno strumento con cui gettare luce su una realtà che pochi conoscono al di fuori dell’Egitto. Ora, come è successo nei casi precedenti di obiettori in Egitto, Amir ha già iniziato a ricevere richiami e velate minacce di ripercussioni dopo il suo atto di disobbedienza. Pur non essendo legalmente un disertore, l’aver reso pubblica la sua scelta lo espone ancora di più al rischio di ritorsioni. Nella ‘migliore’ delle ipotesi c’è il rischio che l’esercito continui a trascurare la sua situazione fino al compimento dei 30 anni, età in cui decade l’obbligo del servizio militare, il che significherebbe per lui altri 5 anni senza poter lavorare, viaggiare e studiare.

I suoi amici e solidali chiedono che la storia di Amir sia resa pubblica e diffusa in modo più ampio possibile, in modo da evitare che la sua battaglia cada nel silenzio. “Facciamo appello ad organizzazioni internazionali, ONG, giornalisti, blogger e a tutti i cittadini perché ci aiutino a diffondere le parole di Amir,” scrivono in un post di solidarietà alcuni amici, “non solo per garantire la sua incolumità, ma anche per sostenere una causa di pace”.

Il link alla pagina della campagna contro il servizio militare obbligatorio in Egitto (lanciata dai primi obiettori nel 2010): No to Compulsory Military Service Movement. Nena News

Il premier israeliano è in una botte di ferro: «Chiunque sarà eletto le relazioni fra Stati Uniti ed Israele non solo resteranno eguali ma anzi si rafforzeranno ulteriormente». Per i palestinesi, con Trump o Clinton, è notte fonda

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 8 novembre 2016, Nena News – In politica e diplomazia di solito le cose non accadono per caso. Perciò non è un caso che Israele ieri, alla vigilia del voto che deciderà il nuovo presidente degli Stati Uniti, abbia detto in maniera «chiara ed inequivocabile» di opporsi alla Conferenza internazionale per il Medio Oriente che la Francia intende organizzare entro la fine dell’anno a Parigi. All’emissario francese Pierre Vimont, il negoziatore Yitzhak Molcho e il consigliere per la sicurezza nazionale Yaakov Nagel, hanno spiegato che  «Israele non parteciperà ad alcuna conferenza internazionale che sia convocata in contrasto con le sue posizioni», che il progresso vero del processo di pace ed il raggiungimento di un accordo avverranno solo mediante negoziati diretti fra Israele e l’Autorità palestinese» e che «ogni iniziativa diversa non fa altro che allontanare la Regione da quel processo».

Il dopo Obama è già cominciato per Israele. Con il secco no di Molcho e Nagel alla Francia, il premier Netanyahu ha inviato a Trump e Clinton un messaggio molto chiaro: silurate la conferenza di Parigi e impedite un colpo di coda del presidente uscente. Da tempo circolano voci di una vendetta fredda di Obama per l’umiliazione che gli ha inflitto il primo ministro israeliano andando ad arringare (marzo 2015) il Congresso Usa contro l’accordo sul nucleare che l’Amministrazione stava negoziando con l’Iran e per il costante utilizzo degli numerosi amici di Israele ai vertici delle istituzioni politiche statunitensi contro la politica della Casa Bianca. Netanyahu stapperà la sua bottiglia più costosa per festeggiare l’uscita di scena di Obama. Non che il presidente americano abbia modificato o limitato in qualche modo le relazioni strettissime, strategiche, tra Usa e Israele, anzi ha concesso a Tel Aviv il pacchetto di aiuti militari più generoso mai accordato ad un altro Paese. Però Obama nei rapporti personali e in con diverse dichiarazioni non ha nascosto i suoi mal di pancia per gli atteggiamenti e le politiche di Netanyahu volte a demolire definitivamente l’idea di uno Stato palestinese proclamando allo stesso tempo di appoggiarla, a cominciare dall’espansione senza precedenti delle colonie ebraiche in Cisgiordania e Gerusalemme Est.

 «Chiunque sarà eletto le relazioni fra Stati Uniti ed Israele, che già sono solide e forti, non solo resteranno eguali ma anzi si rafforzeranno ulteriormente», ha affermato domenica Netanyahu, con evidente soddisfazione. «Ci aspettiamo che gli Usa continuino a restare fedeli al principio che loro stessi hanno sancito molti anni fa, ossia che il conflitto israelo-palestinese può essere risolto solo mediante trattative dirette senza precondizioni, e ovviamente non con risoluzioni dell’Onu o di altre istituzioni internazionali», ha aggiunto riferendosi a una possibile iniziativa di Obama alle Nazioni Unite  che Clinton o Trump dovranno bloccare, pur non essendo ancora in carica. Netanyahu, come una buona fetta degli israeliani (soprattutto i coloni) e il suo ricchissimo alleato americano Sheldon Adelson, in silenzio tifa per Trump che in campagna elettorale ha promesso di più allo Stato ebraico, a partire dal riconoscimento Usa di Gerusalemme come capitale di Israele. Ma si augura la vittoria di Hillary Clinton più stabile rispetto all’imprevedibile Trump, con una solida esperienza internazionale, maturata prima da first lady e poi come Segretario di stato, e alleata di ferro di Israele.

Si preferisce Clinton anche ai vertici dell’Anp di Abu Mazen. Il presidente e i suoi più stretti collaboratori però tacciono per non perdere la faccia di fronte alla popolazione palestinese che rifiuta Trump e disprezza Clinton e l’intera classe americana schierata sempre e comunque con Israele e contro la legalità internazionale.  «Tra gli uomini del presidente prevalgono quelli che preferiscono Clinton perchè la conoscono e mantengono rapporti politici con lei» dice al manifesto l’analista Ghassan al Khatib «eppure la politica dei Democratici si è quasi sempre rivelata sfavorevole ai palestinesi, persino più di quella dei Repubblicani. Lo stesso Obama ha promosso il disimpegno degli Usa dalla questione palestinese e dal Medio Oriente. Trump però genera troppi timori a causa della sua imprevedibilità e delle sue dichiarazioni contro gli arabi e l’Islam». Secondo al Khatib il Medio Oriente dilaniato dalle guerre sarà nei guai in ogni caso. «Dovesse vincere Trump» dice l’analista «vedremo un più intenso impegno militare americano nella regione. Con Clinton invece proseguirà il coinvolgimento minimo degli Usa che non darà alcun benefico alla causa palestinese».

Non bevono per motivi religiosi ma idealmente stappano una bottiglia di champagne assieme a Netanyahu i petromonarchi del Golfo, a cominciare dal saudita Salman che non aspetta altro che l’uscita di Obama dalla Casa Bianca. Vorrebbero vincente Trump, perchè credono che con lui alla presidenza gli Stati Uniti probabilmente lanceranno quelle operazioni militari, contro la Siria e l’Iran, che l’Amministrazione uscente invece ha congelato. Clinton, pensano, seguirà le orme di Obama. Nena News

Durante un recente seminario all’Università di Exter (Gran Bretagna), un professore ha cercato di dimostrare la continuità storica della presenza ebraica in Palestina attraverso alcune scoperte archeologiche. L’obiettivo era chiaro: sostenere che l’ideologia fondante lo stato ebraico non è sinonimo di colonialismo

Rifugiati palestinesi durante la Nakba del 1948. (Foto: UNRWA)

di Anna Maria Brancato

Roma, 8 novembre 2016, Nena News – Per quanto da sempre ci si sia sforzati di reclamare e di invocare l’obiettività della ricerca storica, bisogna ammettere che sposare un filone narrativo piuttosto che un altro equivale spesso a fare una precisa scelta di campo e la ricerca storica applicata alla questione palestinese ne è l’esempio più concreto. La polarizzazione del dibattito storico tra israeliani e palestinesi viene erroneamente fatta risalire all’apparizione di quella nuova corrente storiografica, chiamata appunto ‘Nuova Storiografia’, nata grazie allo studio e al lavoro di storici israeliani basato sull’analisi di alcuni documenti declassificati negli archivi israeliani e inglesi.

Nel periodo del mandato britannico circolavano già alcuni articoli in lingua araba che ammonivano sui pericoli dell’immigrazione sionista e sui presupposti ideologici di tale immigrazione. Subito dopo il ’48, alcuni storici palestinesi avevano immediatamente cercato di fare luce sulle conseguenze della guerra. Ancor meglio hanno fatto gli storici e intellettuali della diaspora palestinese, che intorno agli anni ‘60/’70 hanno riflettuto e scritto sulle conseguenze e sulle modalità di nascita dello stato ebraico, basti pensare a Walid Khalidi che per primo analizzò e tradusse il cosiddetto ‘Piano D’ o ‘Plan Dalet’, in base al quale venne pianificata quella che poi lo storico Ilan Pappé ha definito la ‘pulizia etnica della Palestina’.

La novità apportata negli anni ’80 dalla Nuova Storiografia, dunque, non è stata relativa alla conoscenza di fatti ignorati prima e riguardanti le politiche di distruzione e espulsione premeditate dai fautori dello stato ebraico. I meriti della Nuova Storiografia vanno ricercati per prima cosa nella sua (ri)definizione di ciò che da quel momento è stata ribattezzata ‘Vecchia Storiografia’ (‘Old Historiography’, definizione di Benny Morris), ma soprattutto nell’aver dato una connotazione, per così dire, ‘pubblica’ e aperta a un dibattito latente all’interno del quale la voce palestinese veniva fatta tacere e ignorata.

Quando due narrazioni entrano in conflitto e una risulta, per questioni politiche e di potere, dominante è molto più facile che la versione più debole raggiunga la ribalta solo dopo che un gruppo di ‘revisionisti’ o ‘dissidenti’ interno alla corrente dominante emerge a sostegno della versione opposta. Questa dinamica è stata particolarmente evidente all’interno del dibattito storico sulla questione israelo-palestinese.

Nonostante, però, la Vecchia Storiografia, o storiografia ufficiale israeliana, sia stata sfidata dal suo interno, continua a essere dominante ancora oggi e il dibattito sul ’48 non può (e non deve) dirsi concluso, anche alla luce degli ultimi scritti di Benny Morris e lo scambio di battute con Daniel Blatman avvenuto proprio nei giorni scorsi, sulle pagine del quotidiano Haaretz.

Non è e non può dirsi concluso anche perché la versione ufficiale israeliana è quella ritenuta valida da gran parte della comunità accademica ‘occidentale’, nonostante una delle accuse mosse dalla Nuova Storiografia alla Vecchia riguardasse proprio questioni metodologiche. I lavori dei ‘vecchi’ storici risultavano, infatti, essere basati su racconti personali, testimonianze ed erano commissionati e controllati direttamente da vertici del governo o dell’esercito. Questo avrebbe prodotto una mancanza di obiettività e di libertà di ricerca accademica che, invece, i Nuovi Storici si proponevano di recuperare.

C’è da dire che col tempo il metodo scientifico è invece diventato il punto forte della storiografia filo-sionista, tanto da poter sembrare a prima vista tutto fuorché una narrazione lacunosa o ‘di parte’. Prendo come esempio un episodio a cui ho assistito di persona. Durante un seminario dal titolo “The Jews and Their Land: the Historical Basis for Zionism” tenutosi lo scorso due novembre presso l’Università di Exeter in Gran Bretagna, un professore associato di ‘Early Jewish Studies’ del Dipartimento di Teologia e Religione ha cercato di dimostrare la continuità storica della presenza ebraica in terra di Palestina attraverso l’analisi di alcune scoperte archeologiche, cosa peraltro già ampiamente dimostrata e accertata e che in nessun caso può e vuole essere messa in discussione.

Partendo, dunque, dal presupposto che difficilmente la presenza ebraica in Palestina possa essere negata, come invece emerso in vari punti del discorso del professore, l’accostamento tra ‘ebraicità’ e sionismo così forzato può risultare strumentale a chi non tollera critiche alla politica israeliana e accusa di antisemitismo i detrattori di Israele. Scavando, senza continuità temporale, dentro millenni prima di Cristo, alla ricerca di una qualsiasi segno grafico o reperto che possa testimoniare in qualche modo la reale esistenza dell’antico regno ebraico, il professore intende riallacciare un passato a dir poco remoto all’esistenza e alle politiche di uno stato, oggi quasi completamente riconosciuto e integrato all’interno della comunità internazionale.

Se, dopo la riesumazione delle tracce archeologiche della presenza ebraica (ebraica, non sionista) uno nutrisse ancora qualche dubbio su quali possano essere a quel punto le basi storiche dell’ideologia sionista (sionista, non ebraica), il professore, avviandosi alla conclusione della sua presentazione, afferma che alla luce di tutto ciò il sionismo non è sinonimo di colonialismo, semplicemente perché gli ebrei hanno abitato la Palestina da sempre.

Alla luce di quelli che sono i nuovi sviluppi del dibattito storiografico, puntualizzare alcuni punti della presentazione del professore è d’obbligo. Intanto una chiarificazione dei termini sarebbe subito necessaria. Confondere o scambiare ebraismo con sionismo è cosa da cui storici, intellettuali e semplici sostenitori della causa palestinese dotati di buon senso e consapevolezza storica, stanno ben lontani. Il sionismo, infatti, non può cercare le sue basi storiche appoggiandosi alla presenza ebraica in Palestina millenni prima di Cristo, in quanto rappresenta prima di tutto un movimento nazionalista di chiara origine europea.

Chiarito questo primo punto, risulta più facile individuare nel sionismo una forma di colonialismo altrimenti definito ‘settler colonialism’. I settler colonial studies si propongono di studiare quella forma di colonialismo che mira alla totale eliminazione della popolazione nativa al fine di acquisire sempre maggiore controllo su una determinata porzione di terra e, tramite dinamiche e strutture relazionali e di propaganda (che includono anche l’egemonia di una certa narrazione storica a discapito di un’altra) arriva a trasformare i ‘settlers’ in nativi.

Ancora, quello che si vuole mettere in discussione non è di certo la presenza di una comunità ebraica in Palestina nel corso dei secoli, quanto piuttosto il diritto del sionismo di fare di Israele uno stato a base etnica, solo per ebrei. Questo, però, il professore non l’ha detto esplicitamente: è stato cauto e scientificamente impeccabile nel non affermarlo. Personalmente, credo che tentare di dimostrare quali siano le basi storiche del sionismo (rimando al titolo del seminario) significhi per esteso andare a cercare le fondamenta di uno stato d’apartheid che dal 1948 impedisce il ritorno dei profughi palestinesi (i nativi), incentivando il trasferimento in Israele di qualsiasi ebreo da qualsiasi parte del mondo; uno stato che controlla le identità e i movimenti dei palestinesi residenti in Israele e nei T.O. tramite un complesso sistema di checkpoint e documenti; uno stato che, nonostante gli appelli dell’ONU, continua a costruire colonie e avamposti illegali, che demolisce le abitazioni nei villaggi palestinesi e raramente concede permessi per ricostruire.

Che poi il sionismo, come ideologia che è stata e sta alla base delle politiche dell’establishment israeliano, sia riuscito nel suo tentativo di sostituzione etnica in Palestina è una questione irrisolta che si presta ad ulteriori valutazioni e approfondimenti. Come del resto irrisolta rimane la questione posta come titolo del seminario (la ricerca delle basi storiche del sionismo) e che volutamente, e in maniera molto sleale, cerca di confondere e di fondere ritrovamenti archeologici, prove bibliche e strumenti scientifici con le politiche di un movimento nazionalista che, in modo anacronistico, vaga alla ricerca delle sue origini. Nena News

 

 

La proposta – sostenuta dal governo Netanyahu – vieterà a chi sostiene il movimento di boicottaggio, disinvestimenti e sanzioni di entrare nel Paese. Accesso concesso, invece, ad una delegazione di giornalisti marocchini che in questi giorni prova ad abbattere i “miti negativi” che circolano su Tel Aviv

Manifestanti pro-Palestina a Londra. (Foto: Reuters)

di Roberto Prinzi

Roma, 8 novembre 2016, Nena News – La Commissione degli Affari interni della Knesset ha approvato ieri una proposta di legge che vieterà a chi sostiene il movimento di boicottaggio, disinvestimenti e sanzioni (BDS) di entrare in Israele. La mozione, passata con 8 voti a favore e cinque contrari, potrà ora seguire il suo iter legislativo: sarà votata a breve alla Knesset in prima lettura e se dovesse ottenere la maggioranza dei voti, come è prevedibile, ritornerà alla Commissione per ulteriori discussioni.

Nel dibattito che ha preceduto il voto, la parlamentare di Meretz (sinistra), Michal Rozin, ha sottolineato come la proposta, sostenuta dal governo Netanyahu, sia “completamente superflua” e sporcherà l’immagine d’Israele all’estero. “Il ministro degli Interni – ha argomentato Rozin – ha già la capacità di fermare gruppi anti-israeliani che arrivano nel Paese. Pertanto, questa [mozione] non apporta nulla di produttivo e darà solo un’immagine nostra negativa all’esterno”.

In effetti, già con i poteri attuali il ministro degli Interni può vietare a determinati individui di entrare nello stato ebraico. Con la risoluzione, però, verrà creata una speciale lista di individui e di organizzazioni giudicati “anti-israeliani” a cui sarà negato l’accesso nello stato ebraico salvo possibili esenzioni da parte del titolare del dicastero degli Interni.

La mozione anti-Bds, introdotta per la prima volta da Yinon Magal del partito di estrema destra Casa Ebraica, è stata difesa ieri in sede dibattimentale da Bezalel Smotrich, già noto alle cronache per le sue posizioni fortemente ostili alla sinistra e agli arabi. A chi, come Rozin, faceva notare l’inutilità della proposta e il danno che reca alla reputazione di Tel Aviv all’estero, il parlamentare di Casa Ebraica ha risposto con toni aspri: “È una vergogna che voi [opposizione, ndr] vi schierate con i nemici d’Israele”. Una categoria molto ampia quella dei “nemici” per il governo Netanyahu: se gli “arabi” interni e i palestinesi lo sono per definizione, non meno pericolosi per l’integrità dello stato ebraico sono gli attivisti di sinistra locali e internazionali. Ecco perché non è un caso che la presentazione di questa mozione segua la recente “Legge delle ong” o “Legge per la trasparenza”.

Quest’ultimo provvedimento – approvato dalla Knesset lo scorso giugno – impone a partire dal 2017 alle Ong finanziate in prevalenza dall’estero di precisare l’origine e l’entità delle donazioni ricevute. Queste organizzazioni, inoltre, dovranno riportare tali donazioni nelle loro pubblicazioni e nelle comunicazioni con funzionari dello Stato. Se non lo faranno saranno multate. L’obiettivo, spiegò in estate Netanyahu, è quello di evitare una situazione “assurda” in cui, a suo dire, alcuni Stati esteri interferiscono negli affari interni del Paese grazie alle Ong ed associazioni israeliane che finanziano.

La campagna contro la sinistra non passa però solo a livello legislativo. L’attacco subito recentemente dal direttore dell’organizzazione per i diritti umani israeliana B’Tselem, Hagai el-Ad, rientra infatti all’interno del duro giro di vite deciso dal governo Netanyahu contro le sole forze veramente di opposizione presenti nel Paese (ong di sinistra e palestinesi d’Israele). A suscitare la rabbia del governo israeliano contro el-Ad è stato il suo discorso a inizio ottobre al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite durante il quale ha denunciato l’occupazione israeliana e la costruzione illegale delle colonie nei Territori palestinesi in Cisgiordania.

Le parole di el-Ad hanno mandato su tutte le furie il premier Netanyahu che ha accusato la ong di “negare i diritti degli ebrei, di diffondere bugie e distorcere la storia”. Come ulteriore punizione, il primo ministro ha anche promesso che proibirà ai volontari del servizio civile di lavorare con l’organizzazione dei diritti umani. E ad attaccare i “nemici” dello stato è anche l’indagine che sta compiendo la polizia sui presunti fondi illeciti ottenuti dal partito arabo Balad. Una campagna contro chi denuncia Israele con toni aspri che sta preoccupando (almeno a parole) anche le Nazioni Unite. Meno di due settimane fa, infatti, il rappresentante speciale dell’Onu, Micheal Lynk, ha fatto sapere che esaminerà nel suo prossimo rapporto il trattamento che Tel Aviv destina ai gruppi umanitari.

Ma se i “nemici” dello stato ebraico vanno combattuti con durezza, tutt’altra accoglienza merita chi prova a normalizzare i rapporti con la fu “entità sionista”. A maggior ragione quando lo stato di provenienza dei normalizzatori non intrattiene ufficialmente rapporti diplomatici con lo stato ebraico. Date queste premesse, dunque, ecco spiegato perché una delegazione di sette noti giornalisti marocchini (cinque donne e due uomini) in visita in questi giorni in Israele sta ricevendo tutti gli onori da parte delle autorità locali. Il gruppo, ospitato dal Ministero degli Esteri, dovrà studiare “di prima mano” la situazione nello stato ebraico in modo da abbattere i “miti negativi” associati al Paese. Secondo il portale israeliano Ynet, “la delegazione incontrerà ministri, parlamentari e ufficiali della Corte Suprema israeliana e farà anche un tour del confine con Gaza”. Soltanto del confine però. Che non sia mai si spingano troppo al di là delle recinzioni a vedere di “prima mano” cosa accada anche lì. Nena News

 Roberto Prinzi è su Twitter @Robbamir

Intervista al giornalista turco Zeynalov: «I conflitti in Siria e Iraq servono ad allungare lo stato di emergenza necessario a reprimere le opposizioni». Un altro deputato Hdp arrestato, convocati gli ambasciatori europei

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 8 novembre 2016, Nena News – Le porte delle celle turche continuano ad aprirsi: ieri è stato arrestato un altro parlamentare dell’Hdp, il Partito Democratico dei Popoli, fazione di sinistra pro-kurda decapitata da un’ondata di arresti senza precedenti. È stato preso ieri ad Hakkari Nihat Akdagon, uno dei tre deputati che mancavano alla lista nera di Ankara. Non cessano nemmeno le proteste, violentemente attaccate dalla polizia: ieri è toccato ad una manifestazione indetta da organizzazioni di donne, aggredite con proiettili di gomma a Istanbul.

All’autoritarismo governativo, l’Hdp ha risposto domenica annunciando la sospensione delle attività parlamentari, interne all’assemblea e nelle commissioni. Quasi una secessione dell’Aventino, se ci è permesso il paragone, a cui reagisce il premier Yildirim: dopo aver arrestato 12 deputati Hdp, minaccia di accusare di tradimento gli altri 46 se non si presenteranno in parlamento. Ma li accusa anche di finanziare il terrorismo, pur volendoli seduti sugli scranni parlamentari: domenica ha parlato di trasferimento di denaro dai comuni guidati dall’Hdp al Pkk.

Una guerra senza quartiere, che arriva all’Europa: ieri il governo ha convocato gli ambasciatori dei paesi della Ue per le condanna espresse dopo gli arresti. Ne abbiamo parlato con il giornalista turco di origine azera Mahir Zeynalov, editorialista di Al Arabiya e commentatore per Cnn e Bbc, deportato dal paese nel febbraio 2014.

Cosa ci si deve aspettare dalla nuova ondata repressiva?

Con la crescente repressione contro media e politici kurdi, il governo turco li sta portando al limite: aprirà ad una battaglia interna tra kurdi e esercito, una guerra civile che potrebbe allargarsi ulteriormente. Sono le azioni di Ankara a rendere concreto un simile scenario.

L’obiettivo è distruggere la sola opposizione al presidenzialismo. Ma l’attacco va letto anche come parte di una strategia più ampia che coinvolge Siria e Iraq?

Erdogan non tollera chiunque metta in dubbio la sua autorità mentre è alla caccia di pieni poteri presidenziali. Lo stato di emergenza è lo strumento perfetto per la sua campagna di eliminazione delle opposizioni. Per questo, ha bisogno del caos. Le guerre in Siria e Iraq, come quella nel sud-est turco, sono buone ragioni per ampliare lo stato di emergenza. Provocando un’escalation dei conflitti nei due paesi vicini e inviandoci l’esercito, Erdogan prova a convincere l’opinione pubblica che il governo sta affrontando nemici sia all’interno che all’esterno. E questo gli permetterà di ampliare lo stato di emergenza e reprimere ogni dissidente.

Quali settori della società sostengono Erdogan?

Gode di un ampio e fedele sostegno dalla base della società turca, per lo più conservatrice e nazionalista. Non manca un numero significativo di kurdi conservatori che, come in ogni autocrazia, sperano in affari lucrosi o posti di lavoro.

La guerra all’Hdp può essere vista anche come uno scontro tra visioni socio-economiche? Neoliberismo contro un’idea più egualitaria di società?

Non sono certo che sia causa di frizione. Ci sono gruppi che non si sono piegati a Erdogan e i kurdi sono uno di questi. Li vuole punire, è semplice.

Perché il governo turco pensa di non aver bisogno del processo di pace con il Pkk?

Dopo che Erdogan lanciò il processo di pace, alle elezioni del giugno 2015 ottenne il 41%, quasi il 10% in meno di quanto serviva per la maggioranza assoluta e la modifica del sistema politico da parlamentare a presidenziale. Quel 10% mancante sono elettori radicalmente nazionalisti. Ha abbandonato il processo di pace e a novembre 2015 ha preso il 49%. La pace con i kurdi per lui è un ostacolo. Nena News

Chiara Cruciati è su Twitter @ChiaraCruciati

Ideatori e co-autori dell’evento sono i disegnatori egiziani Mohamed e Haitham el-Seht. Con le loro opere i due artisti mostrano come i fatti accaduti in Egitto nel 2011 abbiano ridefinito il campo delle arti visive e del racconto per immagini nel mondo arabo

di Cecilia D’Abrosca

Roma, 7 novembre 2016, Nena News – Mohamed e Haitham el-Seht, disegnatori egiziani e graphic novelist, sono ideatori e co-autori del Comic International Festival organizzato, quest’anno, al Cairo, in Egitto. I due artisti si propongono di mostrare, attraverso le loro opere, che i fatti accaduti in Egitto nel 2011, hanno comportato, tra gli effetti a lungo termine, la ridefinizione del campo delle arti visive e del racconto per immagini, o graphic novel, che, oggi, nei paesi arabi, esplica una funzione sociale, informativa e di intrattenimento – fermo restando la sua natura letteraria. Il contesto nel quale vengono enucleate queste premesse è il Cairo Comics International Festival 2016.

 Si parla di letteratura “visiva” ogni qualvolta le immagini che accompagnano le parole, ne defininiscono il senso. Il racconto per immagini, possibile declinazione del fumetto, presenta una componente visiva e una verbale. Il fumetto è “tante cose”, in Occidente (si pensi al Lucca Comics in corso), così come in Medio Oriente, pur riflettendo le specifiche esigenze di scrittura e le diverse spinte sociali: è libertà di espressione, è bisogno di fare informazione, è politica (perchè ogni azione/evento che faccia ricadere i suoi effetti nella sfera pubblica, diviene politico), è riflessione, è processo creativo e creatività stessa, è formazione del pensiero critico.

I Comics Twins (appellativo col quale i due fratelli sono noti), scelgono il genere letterario del fumetto per veicolare immagini del loro Paese e commentarle testualmente. Lo scorso anno, per la prima volta, hanno legato la loro attività alla creazione di un festival internazionale, quale momento di confronto e discussione in merito allo stato della graphic novel. L’evento è stato concepito come il momento e il luogo di consacrazione del Comics in Africa e in alcuni paesi arabi.

Mohamed e Haitham, sin da piccoli, viaggiano spesso con i genitori, partecipando a numerose mostre ed esposizioni di arte visiva, avvicinandosi, in questo modo, all’universo multiforme del comics e dell’arte. Dopo essersi laureati in Fine Arts, alla “Minya University” in Egitto, proseguono il loro percorso artistico insieme. Iniziano ad esplorare l’iter che segna la nascita e l’affermazione della graphic novel e del comics in Europa, operando un parallelo tra le scuole e gli indirizzi di studi istituiti in Medio Oriente, dove, ciascuno di essi, esprime e delinea un propria linea personale. I due autori sono interessati a promuovere nuovi percorsi didattici, all’interno delle accademie e università, che orientino e influenzino il processo creativo alla base del racconto attraverso le immagini. Conoscitori del fumetto francese e di quello americano, prendono dall’uno e dall’altro ciò che ritengono abbia un elevato impatto simbolico e tralasciano quello che appare artificioso e inadeguato a rappresentare la realtà africana.

Quando si guarda al fumetto e alla sua portata civile, ideologica e culturale, è inevitabile non collocarlo tra le modalità espressive di riproduzione della realtà e dei suoi livelli (o “tipi”), o ad una tecnica narrativa visual che si struttura, a discrezione dell’autore-artista, attorno a specifici gruppi o soggetti posti fuori dal sistema, che si prefigge di captare i cambiamenti in seno alla società e al costume con un duplice obiettivo, artistico, senz’altro, e informativo poi. Il fumetto è una forma di comunicazione visiva avente un contenuto definito e uno stile proprio.

Negli ultimi anni il campo culturale e quello delle arti si sono occupati di ri-formulare il rispettivo ruolo e funzione. In considerazione di questo, il genere letterario e artistico del fumetto ha plasmato la sua natura e la sua forma estetica adeguandola alle nuove pratiche artistiche. L’osservazione della realtà, da parte degli artisti, si affina, diviene più analitica e specifica, quasi settoriale; molti sono quelli che scelgono di incentrare la loro ricerca su individui che, per qualche motivo, vivono defilati pur formando il tessuto cittadino. La rappresentazione per mezzo del disegno è utile alla conoscenza e alla comprensione di specifiche circostanze. Al bisogno artistico dei fratelli el-Sahet, di creare, scrivere, far interagire le immagini con le parole, si sovrappone l’esigenza di illustrare un quadro del loro continente.

Chi sono i soggetti raffigurati dai Twins Comics? I due writer e artisti, si distanziano dalle linee narrative del fumetto americano, da molti considerato come un modello, poichè lo reputano poco “fedele” alla descrizione dei tempi odierni: la sua tendenza è di rappresentare super eroi con i quali la gente comune fa fatica ad identificarsi. È inverosimile, dicono, proiettare aspettative, timori e sogni su personaggi vincenti in ogni situazione della vita. Al contrario, i gemelli el-Seth sono più vicini al fumetto francese, chè attinge dalla vita sociale, reale. Il soggetto dei fumetti in Africa, racconta dei venditori, dei senzatetto, dei giovani inoccupati.

Mohamed el-Sahet sostiene che un artista che lavori con l’immagine, non può non usare un approccio psicologico nel costruire i suoi personaggi, i quali vanno scoperti visitando di persona i luoghi popolati da loro, dunque, è utile recarsi nei mercati e parlare con i venditori per osservarne le particolarità, andare nelle piazze dove s’incontrano i giovani per cogliere altre sfumature. El-Seth sa di “non essere un mago” ma reputa che solo se ci si immerge in alcune dinamiche e le si osserva da vicino, sia possibile intravedere quello che le persone sentono, così da catturarlo e fissarlo in un’opera, quale ad es. la graphic novel.         È essenziale che i protagonisti del racconto per immagini siano onesti, veri, in modo da incarnare emozioni reali, dal momento che, la fruizione del medium visivo attiva un processo basato sul coinvolgimento e sull’identificazione da parte del lettore, con l’effetto di provocare interesse, piacere, curiosità.

I temi del Cairo Comix International Festival, edizione 2016: “Vogliamo incontrare gli artisti internazionali del fumetto e confrontarci con loro. Lavorare a nuove idee. Costruire”, dice Haithman, “Desideriamo diffondere la cultura e la pratica del comic art in tutto il Paese”.

Nasce con questo spirito il Festival Internazionale del Comics, che pochi giorni fa ha dato appuntamento al prossimo anno, che accoglie autori, disegnatori e fumettisti arabi e africani, che si propongono di diffondere il genere artistico-letterario e condurlo alla sua affermazione come forma d’arte, al pari di quanto sia già avvenuto altrove. A tal fine, numerosi sono i progetti editoriali che, seppure agli albori, stanno apportando benefici in questo settore dell’industria culturale. I co-autori del Festival si spostano dalla Giordania all’Egitto, toccando altri posti, organizzando interessanti workshop sul tema che hanno ad oggetto, la storia del fumetto, i suoi intrecci con gli altri generi narrativi, la sua funzione educativa e artistica, i suoi possibili sviluppi e contaminazioni. Molti creativi li sostengono, alcuni giungono dal Kenya, Libya, Rwanda e tutti ripetono che “l’Africa è piena di cose meravigliose e sono orgogliosi di essere artisti africani.”

Com’è organizzato il Festival e cos’è possibile vedere? I gemelli che sono “il cuore della comic culture”, così definiti al Cairo, hanno predisposto l’evento in modo da dedicare uno spazio alle mostre di artisti arabi, ad esempio, quest’anno è stato celebrato Najib Farah (1953- 2015), e un altro, allestito per gli autori più giovani, i quali, in un’area apposita, denominata Shamareekh, possono lasciare i loro lavori e proposte, le opere ritenute più interessanti saranno esposte e pubblicate in un libro fotografico che ripercorre le giornate del Festival. Vi è, poi, una sala molto dinamica, denominata Massmeeting, all’interno della quale, alcuni docenti spiegano come trasformare una storia scritta in un romanzo per immagini. Essa è frequentata da giovani novelist che intendono apprendere le tecniche più d’avanguardia, e infine, un’altra zona è riservata alle esposizioni di artisti contemporanei invitati a dialogare e incontrare gli studenti, i giovani writer e artisti del fumetto. Nena News

 

 

 

L’offensiva contro la “capitale” siriana dell’autoproclamato Stato Islamico è stata annunciata ieri dalle Forze democratiche siriane. Una battaglia “necessaria” secondo la Francia e che ha incassato subito l’ok di Washington. Un’operazione che potrebbe infliggere un corpo letale agli uomini di al-Baghdadi già sotto duro attacco nel bastione iracheno di Mosul

Le forze democratiche siriane annunciano il via alle operazioni per liberare Raqqa (Foto: Reuters)

della redazione

Roma, 7 novembre 2016, Nena News – “La battaglia per liberare Raqqa e i suoi dintorni è iniziata”. Ad annunciarlo ieri è stata la portavoce delle Forze Siriane democratiche (SDF), Jihan Shaykh Ahmad. L’operazione, denominata “la collera dell’Eufrate”, prevedrà l’impiego di 30.000 combattenti. “Raqqa – ha detto Ahmad – sarà liberata con l’aiuto del suo popolo, siano essi curdi, arabi o turkmeni. Sono loro gli eroi che sono rappresentati dalla bandiera delle Sdf”. L’operazione per la liberazione della “capitale” siriana dello Stato Islamico (Is) procederà attraverso due tappe. In una prima fase, spiegano le autorità militari curde, si proverà a prendere il controllo delle aree attorno alla città nel tentativo di isolarla. Una volta raggiunto questo obiettivo, si proverà poi a conquistarla. “La battaglia non sarà semplice e richiederà azioni attente e accurate perché l’Is difenderà [strenuamente] il suo fortino consapevole che una sua sconfitta segnerà la sua fine in Siria” ha spiegato Talal Sello, un altro portavoce delle forze arabo-curde sostenute dagli Stati Uniti.

Raqqa, nel nord della Siria, era abitata prima dell’inizio del conflitto siriano da 240.000 persone. Si stima che 80.000 le persone siano riuscite a scappare dalla città in questi oltre cinque anni di guerra. Nel marzo del 2013 è stata il primo capoluogo di provincia a essere conquistata dall’opposizione siriana. Un dominio effimero quello dei ribelli: sarebbe infatti passata dopo poco (gennaio 2014) nelle mani dell’Isis che ne avrebbe fatto la sua “capitale” siriana una volta annunciato il califfato (giugno dello stesso anno).

Considerata, dunque, la centralità che essa presenta per lo Stato Islamico, va da sé che la sua perdita potrebbe risultare letale per il “califfo” al-Baghdadi. Soprattutto se i jihadisti dovessero perdere contemporaneamente anche il bastione iracheno di Mosul dal 17 ottobre scorso sotto attacco da parte delle forze irachene, curde e della coalizione internazionale a guida Usa.

Proprio l’attacco simultaneo alle due città, ha confessato Sello, “rientrava da un po’ nei piani” delle forze arabo-curde ed ha incassato subito l’ok degli alleati occidentali che in questi mesi hanno fornito alle Sdf addestramento e armi. L’avvio delle operazioni, inoltre, era stato preannunciato lo scorso mese dal segretario alla Difesa Usa Ashton Carter quando, giunto in Iraq per controllare lo stato dell’offensiva a Mosul, aveva dichiarato che un attacco a Raqqa sarebbe avvenuto “nel giro di qualche settimana”. Un battaglia “necessaria” secondo quanto ha dichiarato ieri il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian.

Tuttavia, che è sulla carta più complessa di quella in corso a Mosul. Dopo oltre cinque anni di guerra civile, infatti, la Siria è divisa in diverse aree ciascuna controllata da una differente autorità: una parte del territorio è sotto il controllo del governo siriano; su un’altra detta legge l’autoproclamato califfato; poi vi sono le zone controllate da forze dell’opposizione per lo più islamiste non tanto dissimili per ideologia e pratiche a quelle dell’Is; e infine vi è l’area curda del Rojava.

In questo intricato puzzle, inoltre, si tenga presente che le Sdf sono forze dominate per lo più dai curdi delle Unità di Protezione popolare (Ypg) e sono considerate unità “terroriste” dalla Turchia che ad agosto ha lanciato la sua offensiva nel nord della Siria per combattere sì lo Stato Islamico, ma soprattutto per impedire ai curdi di formare una entità statuale indipendente al confine turco-siriano. L’ostilità di Ankara verso le Sdf, però, deve fare i conti con il sostegno che almeno per il momento sta dando loro l’alleato Washington. Gli statunitensi, infatti, hanno ben poca voglia in questa fase di fare a meno delle uniche forze “on the ground” ad aver inflitto ai jihadisti di al-Baghdadi significative sconfitte in Siria e sembrerebbero pertanto favorevoli ad accettare le condizioni che le forze arabo-curde starebbero imponendo in queste ore.

Secondo quanto ha dichiarato Sello, infatti, le Sdf hanno concordato “definitivamente” con gli Usa che nell’operazione in corso “non spetterà alcun ruolo alla Turchia o alle fazioni ad esse alleate”. Al momento non è giunta alcuna conferma pubblica da parte di Washington né, tantomeno, le autorità turche hanno preferito commentare la notizia. Quel che certo, però, è che ieri c’è stato un vertice ad Ankara tra il capo militare turco, Hulusi Akar, e la sua controparte americana rappresentata da Joseph Dunford. E sempre ieri le forze siriane ribelli sostenute dalla Turchia si sono avvicinate alla strategica al-Bab in mano agli uomini del califfato e si troverebbero ora soltanto a 15 km dalla cittadina vicina al confine turco-siriano. Il messaggio di Ankara è chiaro: noi non ci fermiamo. Nena News

 

 

 

 

I co-presidenti trasferiti in carceri di massima sicurezza, mentre viene confermato l’arresto di 9 giornalisti di Cumhuriyet. Benivan Atalas, Hdp: «È una repressione sistematica e di lungo termine portata avanti con la detenzione fisica»

Il co-presidente dell’Hdp,Selahattin Demirtas

di Chiara Cruciati –  il Manifesto

Roma, 7 novembre 2016, Nena News – A volte un’immagine vale più di tante analisi. Immaginate una prigione di massima sicurezza e una cella in isolamento. Immaginate un carcere destinato ai peggiori criminali e ai terroristi all’estremo confine nord-occidentale, a due passi dalla Grecia. Il più lontano possibile dal sud est kurdo: questa è stata l’altro ieri [sabato per chi legge] la destinazione finale del co-presidente dell’Hdp, il Partito Democratico dei Popoli, Selahattin Demirtas.

La co-presidente, Figen Yuksekdag, non ha avuto sorte migliore: anche per lei prigione di massima sicurezza ma a Kocaeli, nord est di Istanbul. Così il governo turco tratta parlamentari democraticamente eletti sui quali pesano accuse di terrorismo, di cui la magistratura non ha mostrato prove concrete.

E se si può ampiamente dibattere sulla natura del presunto complice Pkk (per Turchia, Ue e Usa organizzazione terroristica, per tanti altri un movimento di liberazione), a contare non sono le prove giudiziarie: bastano quelle politiche. L’Hdp, oltre che rappresentare un’ampia fetta della comunità kurda, è prima di tutto fazione di sinistra votata da milioni di turchi stanchi del nazionalismo fascistoide dei vertici. Da mesi Demirtas chiama al cessate il fuoco, alla ripresa del dialogo tra governo e Pkk. Eppure è tacciato di terrorismo.

Lo sono anche altri nove funzionari dell’Hdp arrestati l’altro ieri, dopo l’ondata di fermi di venerdì contro i parlamentari del partito. È successo ad Adana, città al confine con la Siria: unità speciali della polizia turca, addirittura accompagnati da elicotteri, hanno compiuto raid nelle case dei nove funzionari e li hanno portati via. Una repressione sistematica che non finirà qui, ci dice al telefono Berivan Atalas della commissione Esteri dell’Hdp: «Molto probabilmente ci saranno altri arresti contro i nostri parlamentari, funzionari e sostenitori. È una repressione di lungo termine portata avanti usando la detenzione fisica».

«Al momento sono otto i deputati in carcere, tra cui i co-presidenti. Solo quattro di loro sono stati rilasciati, ma sotto controllo della polizia. Stiamo mobilitando tutta la nostra gente, il popolo dell’Hdp in Turchia, ma anche sostenitori fuori. Useremo ogni mezzo democratico a partire dalle manifestazioni di piazza. Oggi [sabato] c’è stata una protesta a Istanbul ma la polizia ha attaccato i manifestanti e alcuni di loro sono stati arrestati, non ho il numero esatto».

Dagli uffici dell’Hdp si rialza già la testa: ieri [sabato] il comitato centrale insieme al partito cugino del Dbp ha tenuto un meeting per organizzare un sit-in a Diyarbakir. «Ci aspettiamo una mobilitazione significativa di tutti i movimenti democratici popolari in Turchia che in queste ore ci stanno sostenendo con dichiarazioni e promettendo manifestazioni – conclude Atalas – Al contrario di partiti come il Chp, solidale solo a parole».

Sono tacciati di terrorismo anche i giornalisti del quotidiano Cumhuriyet. Dopo i fermi della scorsa settimana, ieri [sabato] nove giornalisti sono stati ufficialmente arrestati. Tra loro il direttore Murat Sabuncu. L’accusa – di nuovo – è di aver commesso crimini a favore di ben due organizzazioni terrostiche, Hizmet dell’imam Gulen e il Pkk, come se i due fossero soggetti ideologicamente assimilabili.

Una precisione maniacale che calpesta senza problemi anche i fatti: tramite la propria agenzia stampa Amaq, lo Stato Islamico ha rivendicato l’attentato di venerdì a Diyarbakir, un’autobomba in cui sono morte 11 persone a poche ore dagli arresti di massa contro l’Hdp. Subito Ankara aveva bollato il Pkk come responsabile, giustificando l’affermazione con la vendetta che il Partito dei Lavoratori aveva promesso dopo le manette strette ai polsi dei 13 parlamentari.

Ma l’Isis si è attribuito l’attentato. Non stupisce: non è la prima volta che lo Stato Islamico massacra la Turchia e colpisce le comunità kurde. L’autobomba è inoltre saltata in aria a pochi giorni dall’appello-audio del “califfo” al-Baghdadi che ha invitato i suoi uomini – molti presenti in territorio turco con cellule note alle forze di sicurezza – a invadere il paese per vendicarsi della partecipazione all’operazione su Mosul.

Poco importa, il responsabile per la narrativa del governo resta il Pkk. Lo ha ribadito ieri il governatore di Diyarbakir che cita intercettazioni in mano agli inquirenti. A monte sta la necessità di plasmare il nemico più adatto alla strategia del sultano Erdogan e della sua politica di potenza regionale: il Pkk è l’avversario perfetto perché minaccia il mito della grande nazione turca e le ambizioni da impero ottomano del presidente.

Lo fa a sud-est, come lo fa nel nord della Siria e in Iraq. Insomma è il nemico perfetto perché sfruttabile in tutto il Medio Oriente, per impedire partecipazione politica alla minoranza kurda in Turchia e per costruire finalmente quelle zone cuscinetto in Iraq e in Siria utili a spezzettare i paesi vicini. Nena News

 Chiara Cruciati è su Twitter @ChiaraCruciati

Foto satellitari diffuse dalla società di intelligence Stratfor mostrano che gli uomini del califfato stanno fortificando il centro della città. Nelle ultime ore i jihadisti hanno lanciato il contrattacco contro le forze governative

di Michele Giorgio   il Manifesto

Roma, 7 novembre 2016, Nena News – Lo Stato Islamico è al contrattacco. Gli uomini dell’Isis hanno lanciato tra venerdì notte e ieri attacchi mirati e sono riusciti a riprendere una parte delle aree conquistate questa settimana dall’Esercito a est di Mosul. Sono riusciti a spingersi anche nel distretto di Gogjali di cui mercoledì le forze governative avevavo annunciato la liberazione. I jihadisti hanno usato mortai e armi automatiche, le truppe irachene hanno risposto con l’artiglieria. Gli infiltrati del Califfato inoltre hanno colpito di nuovo a Baghdad con quattro attentati ieri in diversi quartieri della capitale che hanno ucciso almeno dieci persone. Il più sanguinoso, con tre morti e nove feriti, è stato compiuto a Sheikh Omar in un fast food affollato di lavoratori.

Gli scontri più intensi a Mosul sono avvenuti nel quartiere residenziale di al Bakr e potrebbero essere il preludio di una controffensiva più ampia che l’Isis potrebbe avviare nei prossimi giorni, per dare tempo al grosso delle sue forze di rafforzare la difesa della città. Le foto diffuse dalla Stratfor, una società di intelligence Usa, mostrano che in diversi quartieri di Mosul i jihadisti agli ordini di Abu Bakr al Baghdadi hanno raso al suolo molti edifici, specie nella zona dell’aeroporto, per costringere gli assalitori ad avanzare allo scoperto. Non basterà a rovesciare le sorti della guerra ma potrebbe rallentare i passi in avanti delle forze governative. Le immagini, scattate il 31 ottobre, rivelano che l’Isis prepara la battaglia ad ovest del Tigri erigendo barricate, muri e lasciando lungo le strade blocchi di cemento in grado di fermare i veicoli. L’intento, secondo Stratfor, sarebbe quello di trasformare le fortificazioni di Mosul in un muro da cui prendere di mira e bombardare da lunga distanza il nemico mentre si avvicina.

Da parte loro i comandi iracheni hanno lanciato l’attacco decisivo per la liberazione della cittadina di Hammam Alil. Si tratta di una località strategica perché permetterebbe all’esercito di avanzare verso l’aeroporto di Mosul. La 15esima divisione dell’esercito e la polizia ieri hanno preso il controllo dell’istituto di agraria e delle aree circostanti ma i combattimenti ieri sera proseguivano intesi, a conferma che, dopo lo sbandamento iniziale, i jihadisti si sono riorganizzati e hanno deciso di vendere cara la pelle. Il punto debole delle difese organizzate dall’Isis resta l’ingresso meridionale di Mosul dove anche ieri è proseguita l’avanzata dell’Esercito. Ad ovest invece le Forze di mobilitazione popolare, composte da miliziani sciiti, hanno preso il controllo di quella parte di territorio con l’intenzione di impedire la fuga verso la Siria agli uomini del Califfatoץ

Si aggrava nel frattempo il dramma degli sfollati, che secondo le organizzazioni umanitarie sono arrivati a 30.000 (8.000 solo nelle ultime ore). Almeno 1.600 civili di Hammam Alil, secondo fonti irachene, sarebbero stato trasferiti con la forza dai jihadisti a Tal Afar. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani teme che saranno usati come scudi umani a protezione dei capi dello Stato islamico. Nena News

 

 

 

Brutale attentato contro un gruppo di sfollati portati via da un convoglio governativo. La battaglia per Mosul prosegue: l’esercito apre un nuovo fronte sui quartieri di Tahrir e Zahra

AGGIORNAMENTO ore 11.30 – SERIE DI ATTENTATI TARGATI ISIS

I miliziani dello Stato Islamico si difendono con gli attentati contro i civili iracheni. Ieri una bomba ha ucciso 20 sfollati nella zona di Hemrin, tra Hawija e Tikrit. Erano diretti nella città di al-Alam, lungo il Tigri: stavano fuggendo a piedi verso nord quando pattuglie della polizia irachena li hanno individuati e fatti salire. Poco dopo l’esplosione. Una tattica precisa quella dell’Isis, che a Mosul è sotto assedio: colpire lontano dalla città, nelle zone dove lo Stato iracheno dovrebbe sentirsi più sicuro. Non è un caso che i civili colpiti si erano posti sotto la protezione del governo, che sta trasferendo molte famiglie per evitare che vengano trasformate in scude umani.

A Mosul intanto le truppe governative avanzano: le unità di controterrorismo hanno ripreso almeno sei quartieri, Malayeen, Samah, Khadra, Karkukli, Quds e Karama. Sugli edifici ora sventolano bandiere irachene L’Isis prova a difendersi: alla Reuters i residenti di Mosul raccontano di artiglieria pesante e lancia-missili posizionati in mezzo alle zone più abitate, nei quartieri residenziali.

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di Michele Giorgio – Il Manifesto

Roma, 5 novembre 2016, Nena News – È alla periferia est che si gioca il destino di Mosul. I combattimenti si stanno facendo più intensi su quel lato del fronte dove le forze governative irachene cercano di avanzare ma i miliziani dell’Isis oppongono una strenua resistenza. Ieri cinque commando delle forze speciali irachene sono rimasti uccisi nel tentativo di prendere il controllo del quartiere di Samaha, necessario per consolidare la testa di ponte aperta mercoledì nel distretto di Gogjali.

Gli uomini del califfato non arretrano. Sono ancora attestati a 300 metri dalle linee governative, ha riferito un inviato della tv curda Rudaw. L’esercito di Baghdad per questo sta cercando di aprire un secondo fronte, a nord-est di Mosul, in direzione dei quartieri di Tahrir e Zahara. Deve però fare i conti con le incursioni dell’Isis volte ad allentare la pressione su Mosul. Come quella avvenuta giovedì nella città di Shirqat in cui sono rimasti uccisi 6 agenti di polizia, 20 jihadisti e 10 civili. Non lontano dal fronte sono attestati i 500 militari italiani della missione Presidium, che presidiano la diga di Mosul.

Più la battaglia per Mosul entra nel vivo più aumentano le preoccupazioni per i civili. Ravina Shamdasani, portavoce dell’Alto commissario Onu per i diritti umani, ieri ha avvertito che 400 donne sono ostaggio dell’Isis a Tal Afar. Donne che appartengono a minoranze, quindi ancora più esposte a violenze e abusi. Lo Stato islamico, ha aggiunto Shamdasani, continua a trasferire i civili con la forza. Martedì scorso, circa 1.600 persone a bordo di camion sono state portate da Hamam al-Alil a Tal Afar. Potrebbero essere usate come scudi umani.

Altrettanto importanti, ma meno riferiti dai media internazionali, sono i civili uccisi dai raid aerei della Coalizione a guida Usa, incluso quello di mercoledì scorso che ha ucciso quattro donne nel quartiere di al-Qudus di Mosul. I civili, come si temeva, sono i più colpiti e vivono in condizioni spaventose. L’Ong Oxfam denuncia che migliaia di famiglie irachene di Mosul vivono in un «inferno pieno di fumo» a causa degli incendi appiccati dai miliziani dell’Isis in ritirata. Il fumo, scrive Oxfam, «oscura il sole e rende grigie le facce dei bambini». Un problema che riguarda soprattutto la regione di Qarayya dove l’Isis in ritirata ha appiccato incendi a 19 pozzi di petrolio.

Michele Giorgio è su Twitter: @michelegiorgio2

 

Il giornalista turco Murat Cinar: «Erdogan ha cambiato strategia per salvarsi e ora colpisce chi due anni fa è stato protagonista del processo di pace con i kurdi»

Il leader dell’hdp, Demirtas

di Emma Mancini – Il Manifesto

Roma, 5 novembre 2016, Nena News – Ieri le agenzie kurde aggiornavano di ora in ora l’inquietante elenco dei parlamentari dell’Hdp arrestati. A Diyarbakir, capoluogo simbolico del Kurdistan, città distrutta dalla violenza della repressione governativa, il clima è di profondo dolore. Murad Akincilar, direttore dell’Istituto di ricerca politica e sociale, al telefono non nasconde l’angoscia: «Forse voi avete più informazioni di noi. Qui non abbiamo internet, i telefoni non funzionano, le strade sono chiuse. Non sappiamo neppure quante persone abbiano perso la vita stamattina. Alla stampa è vietato coprire quanto accaduto, ma sembra che il numero sia molto più alto di quanto dichiarato ufficialmente».

«Abbiamo di fronte un concetto nuovo di repressione: vogliono incrementare al massimo la pressione sulla comunità kurda – ci spiega – Da tempo si preparavano a questo, una politica strettamente connessa con quanto succede in Siria e Iraq. Il governo sa che le ambizioni kurde non saranno del tutto soffocate ma cerca di allontanare il più possibile la soluzione politica del conflitto, di guadagnare tempo uccidendo ogni avanzata kurda sia in Siria che in Turchia».

Non è sorpreso neppure Murat Cinar, giornalista turco, con cui parliamo dei numerosi arresti di ieri.

Perché una simile ondata di arresti proprio in questo momento?

Facciamo un passo indietro: a maggio hanno rimosso l’immunità parlamentare perché volevano processare i deputati dell’Hdp. Tolta l’immunità, i processi si sono aperti e tutti e 55 i parlamentari del partito sono stati convocati per gli interrogatori. Hanno rifiutato di presentarsi perché non si fidano di un sistema giudiziario sotto il controllo di quello politico. Si arriva così all’oggi: il giudice ha chiesto alla polizia di portarli in tribunale con la forza. È la conseguenza di un percorso che l’Hdp aveva previsto.

Le accuse sono varie ma tutte collegate alla campagna in corso contro il Pkk e più in generale contro il popolo kurdo

Sono accusati di reati gravi: appartenenza ad organizzazione terroristica, propaganda terroristica, vilipendio del presidente della Repubblica, incitamento all’obiezione di coscienza. Non mancano accuse ridicole come la partecipazione a funerali di combattenti. Il caso più assurdo, ma che spiega il delirio del governo, è quello di Sirri Süreyya Önder: è accusato di propaganda terroristica sulla base di una lettera di Ocalan letta in piazza a Diyarbakir al Newroz di due anni fa.

Ma il contesto era del tutto diverso: Önder faceva parte di una delegazione parlamentare che, su autorizzazione del Ministero della Giusitizia e per volontà politica del governo, doveva incontrare Ocalan nell’ambito del processo di pace. Tanto che in quella lettera il leader del Pkk invitava all’abbandono della lotta armata, applaudita e apprezzata dal governo. Ma lo stesso governo un anno fa ha chiuso quella fase definendola un errore storico. E quegli atti, oggi, vengono riciclati per colpire i protagonisti del dialogo tacciandoli di terrorismo.

Come si è passati dal processo di pace alla guerra aperta?

La visione politica del governo è cambiata radicalmente per il bisogno di consenso politico. Quando il paese non ha avuto più bisogno del modo di governare dell’Akp, ovvero la paura, Erdogan ha perso le elezioni per la prima volta dopo 14 anni nel giugno 2015. I voti dei kurdi e dei turchi scettici sono confluiti all’Hdp che ha registrato un boom, mentre la destra estrema  e ultranazionalista  ha bollato l’Akp come traditore e girato il voto a partiti più piccoli.

Poi è ripreso il conflitto: a novembre 2015 le piccole formazioni di destra si sono ritirate e i loro voti sono tornati di nuovo all’Akp che ha sfruttato il conflitto che esso stesso aveva provocato. Ha vinto le elezioni con voti anti-Pkk, facendo capire che la carta panturchista vince sempre.

Come si inserisce in tale strategia il tentato golpe del 15 luglio?

La politica anti-democratica e aggressiva ha prevalso e oggi gode dell’enorme potenza mediatica del governo. I media delle opposizioni sono stati chiusi ed è stata recisa la stampa vicina a Gülen. È rimasta una fetta di canali tv, radio e giornali in mano a gruppi imprenditoriali che sono legati in modo diretto o indiretto all’Akp.

Con la scomparsa del sostegno della rete di Gülen, la carta che il governo poteva giocare era quella della lotta al terrorismo. E ha vinto perché questo non è un paese che cambia l’approccio militarista in due anni: la Turchia è piena di persone terrorizzate dall’idea di perdere il paese. Il kurdo separatista rappresenta quella minaccia che dà voti ai conservatori. Si tratta di un percorso politico e mediatico completo in cui realtà come Mosul e Raqqa sono strettamente connessi, è la stessa strategia di potenza.

VIDEO. La protesta delle comunità beduine è stata innescata dall’arrivo bulldozer israeliani, al lavoro sotto la protezione della polizia

di Middle East Monitor

(traduzione di Cristiana Cavagna – Zeitun.info)

Roma, 5 novembre 2016, Nena News – Migliaia di abitanti del Negev hanno manifestato (nei giorni scorsi, ndr) di fronte all’edificio del Consiglio Regionale di Ramat Hanegev, per protestare contro la demolizione di case nel Negev ed il feroce attacco a Bir Hadaj, dove sono state demolite parecchie case con il pretesto di licenze di costruzione illegali. I manifestanti hanno bloccato il traffico sull’autostrada 40, in accordo con la polizia, impugnando cartelli di condanna contro le demolizioni e di appello per la cessazione di questi crimini nel Negev. Vi erano sindaci, attivisti pubblici e politici e forze nazionali.

La protesta è iniziata dopo che bulldozer israeliani, sotto la protezione della polizia, hanno demolito le case di famiglie vissute nella comunità per generazioni, lasciandole senza casa e costringendole a spostarsi in tende per ripararsi.

Poiché il governo israeliano rifiuta di riconoscere i 51 villaggi del Negev – compresi quelli costituitisi prima della nascita dello stato di Israele – i residenti si sono trovati di fronte al trasferimento dopo che le forze israeliane hanno incrementato le demolizioni nella zona e confiscato la loro terra e proprietà. La zona viene destinata alla costruzione di città e fattorie ebree sulle rovine dei villaggi arabi.

I cittadini arabi del Negev e dei territori palestinesi hanno fatto appello alle organizzazioni internazionali umanitarie e per i diritti umani perché si rechino nella zona e testimonino i crimini compiuti contro i suoi abitanti. Nena News

GUARDA IL VIDEO

 

Lo Stato Islamico non è un nemico sfruttabile come il Partito Kurdo dei Lavoratori, che può essere usato in Siria e Iraq come in parlamento per uccidere le opposizioni rimaste

di Chiara Cruciati

Roma, 5 novembre 2016, Nena News – Non è la prima volta che accade, che il governo turco storca il naso di fronte alle rivendicazioni degli attentati. Poche ore fa sulla sua agenzia stampa Amaq lo Stato Islamico ha assunto la responsabilità per l’attacco che ha colpito ieri Diyarbakir, capoluogo simbolico del Kurdistan e città devastata da oltre un anno di campagna militare turca. Nove persone sono rimaste uccise (anche se attivisti sul posto denunciano un numero maggiore di vittime, tenuto nascosto dalle autorità) e oltre cento ferite. Subito il governo di Ankara ha accusato il Pkk così da chiudere il cerchio della propria narrativa: a poche ore dall’arresto dei leader dell’Hdp, il Pkk reagisce. La prova che sono l’uno il braccio dell’altro.

Così non è: è stato l’Isis a mettere una bomba di fronte ad una stazione di polizia a Diyarbakir, a pochi giorni dall’appello audio del leader al-Baghdadi che, alle strette a Mosul, invitava i suoi miliziani ad invadere la Turchia. Ma le autorità turche non sembrano scoraggiarsi e insistitono sulla carta del Pkk: lo fanno il governatorato di Istanbul e il premier Yildirim, che continuano a dire che è stato il Pkk.

Perché, nella mente e la propaganda dell’Akp, il partito di governo del presidente Erdogan, il Partito kurdo dei Lavoratori è un nemico molto migliore dello Stato Islamico. È un nemico utilizzabile in tutto il Medio Oriente, è un nemico da sconfiggere per fare prevalere di nuovo spinte nazionalistiche e politiche di potenza attraverso lo schiacciamento definitivo delle ambizioni democratiche kurde. Ed è un nemico da sfruttare per crearsi zone cuscinetto lungo tutto il proprio confine sud, dalla Siria all’Iraq, primo passo verso separazioni fisiche dei paesi vicini e una chiara influenza da parte di Ankara.

In tale contesto l’Hdp, il Partito Democratico dei Popoli, è l’opposizione da schiacciare. La sola opposizione rimasta, dopo il tentato golpe del 15 luglio che ha cementato intorno al governo dell’Akp tutti i partiti nazionalisti del paese. Al contrario l’Hdp è l’opposizione che non cede su certe questioni e che vede nella riforma costituzionale in senso presidenzialista inseguita da anni da Erdogan un pericolo serio, la definita morte dell’emaciata democrazia turca. E in parlamento, con i suoi 58 deputati, è un ostacolo vero.

La soluzione è mettere quei deputati in prigione. In molti si aspettavano gli arresti di ieri. Sono arrivati ieri: 12 parlamentari sono stati portati in carcere per rispondere alle domande dei giudici che li stanno indagando dopo la sospensione dell’immunità parlamentare, che a maggio ha aperto la strada ai processi politici. Tra loro i co-presidenti Selahattin Demirtas e Figen Yuksekdag. I parlamentari si sono difesi e proseguito sulla via del silenzio: non intendono rispondere ai giudici perché non li riconoscono soggetti legittimi, ma burattini del governo. “Solo la gente che ci ha eletto può farci domande sulle nostre attività politiche – hanno detto alcuni di loro ieri in tribunale – Siamo rappresentanti eletti del popolo. Rappresentiamo chi ci ha votato, non noi stessi. Non permetteremo a nessuno di violare la nostra identità e il volere della gente”.

Immediata la levata di scudi dei paesi alleati europei e dell’Onu: ieri una lunga lista dei leader mondiali si è detta preoccupata, scioccata, allibita per gli arresti. Ma nulla più: eppure non si tratta di detenzioni che spuntano dal nulla. Da anni l’Hdp è nel mirino del governo, che da mesi ne arresta membri e sostenitori o ne sospende i sindaci democraticamente eletti, con l’accusa di sostegno al Pkk sotto varie forme: appartenenza al Pkk, propaganda a suo favore, incitamento alla violenza e alle manifestazioni non autorizzate, partecipazione ai funerali di combattenti e così via.

Non spuntano dal nulla, ma sono parte delle più ampie campagne di purghe lanciate dopo il 15 luglio e il fallito golpe e che ha visto spazzare via opposizioni vere e presunte, la sospensione di 110mila funzionari pubblici, l’arresto di migliaia di loro. E stamattina, dopo gli arresti di 11 giornalisti del quotidiano di opposizione Cumhuriyet, la procura ha confermato il fermo di nove di loro, tra cui il direttore Murat Sabuncu. Accusati di legami con l’organizzazione dell’imam Gulen e del Pkk, accuse di per sé folli vista la lontananza ideologica tra le due organizzazioni, note nemiche l’una dell’altra. Nena News

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

«Ogni sbarco porta con sé un carico di sofferenza, dolore, morte. Ad ogni numero di persone salvate si accompagna un numero di persone decedute o disperse. È un tragico conteggio quotidiano» scrive Rosa Schiano

Hotspot a Lampedusa (Foto: Rosa Schiano/Nena News)

di Rosa Schiano

Lampedusa, 4 novembre 2016, Nena News – [continua da qui]

La Lampedusa dei migranti e della vita quotidiana

Il primo approccio era stato un po’ brusco, a partire dall’atterraggio, non avevo messo in conto il forte vento. “Si parla di Lampedusa come isola dell’accoglienza, ma a Lampedusa l’accoglienza la fanno i militari, i lampedusani non li vedono nemmeno i migranti, tranne quei pochi che escono dall’hotspot”, è tra le frasi che mi sono state dette a dieci minuti dal contatto con la terra.

Alla ricerca dei vari volti di quest’isola riservata che si lascia conoscere solo lentamente, ho scelto di viverla nel tentativo ambizioso di capirla, scoprirne i differenti punti di vistatenendo alla larga ogni semplificazione. Se è vero che nella stagione estiva è raro incontrare i giovani migrantiche restano chiusi all’interno dell’hotspot, una volta che la maggior parte dei turisti sono andati via succede invece di vederli camminarelentamente nelle vie del centro, sostare in spiaggia o vicino il mare per distrarre la propria mente nell’attesa di ripartire.

Un’attesa spesso troppo lunga, poiché, sebbene l’hotspot sia un luogo di identificazione pensato per trattenere persone non oltre le 72 ore, i migranti vi tengono trattenuti anche per un mese ed oltre. E così quel buco “istituzionale” nella recinzione viene tollerato per allentare la tensione. La struttura, situata all’interno di una vallata, è nascosta agli occhi dei residenti e dei turisti. Il suono degli spari provenienti da battute di caccia rendono l’atmosfera inquietante. La sera, piccoli gruppi di migranti sostano all’esterno dell’Archivio Storico di Lampedusa, alla fine della centrale via Roma, un luogocarico di storia e cultura, il cui presidente, Nino Taranto, insegna loro espressioni e vocaboli in italiano. Incontrarsi lì è diventato quasi un appuntamento quotidiano. Taranto hascaricato video musicali per ogni paese di provenienza dei migranti che per un’ora o più possono così tornare a sentire i ritmi della propria terra d’origine. In maniera composta accettano il proprio turno, ragazzi in prevalenza dal Mali, Nigeria, Eritrea, Somalia, Gambia.

C’è una Lampedusa che non vuole essere strumentalizzata, quella che dice che non tutta Lampedusa è solidale, che i lampedusani non sono degli eroi e quella che non vuole che le immagini dei migranti vengano utilizzate per creare emergenze per dire che l’Europa sia a rischio invasione. C’è quella che si riunisce all’interno del Forum Lampedusa solidale che raccoglie più realtà locali e di associazione che si incontrano per discutere su come affrontare al meglio la realtà dell’immigrazione e far sì che vi sia una comunicazione trasparente sul numero di persone presenti nei centri, che venga tutelata la dignità delle persone, soprattutto quando si parla di minori.

C’è poi la Lampedusa con le difficoltà di un territorio di frontiera e di cui non si parla abbastanza, seppurec’è chi dice che si esagera. Un’isola che è al tempo paradiso turistico e al tempo carente di servizi, dove non esiste una sala parto e le donne incinte devono trasferirsi un mese prima del parto “in Sicilia”, accollandosi le spese per viaggio e alloggio: sono almeno venti anni che un bambino non nasce a Lampedusa. Non c’è un cinema né strutture e attività per i giovani che si ritrovano spesso a passare il tempo vagando sui motorini.

“Che cosa fanno i giovani di Lampedusa durante l’inverno? Aspettano l’estate”, commentaNino Taranto.Il tempo passa, seduti in qualche locale – solo pochi restano aperti in inverno. Si aspetta intanto la costruzione del nuovo stadio, la squadra di calcio di fatti quest’anno ha saltato il campionato, è in corso una raccolta fondi. “Per aiutare i migranti bisogna aiutare i lampedusani”, mi ha detto un esponente della solidarietà locale. Askavusa, collettivo che ha raccolto e realizzato un’esposizione dei beni dei migranti raccolti nei pescherecci, è diventato anche luogo di riflessione e di discussione ed organizza incontri con la comunità sui problemi dell’isola, come la militarizzazione e la presenza di radar usati per il controllo dell’immigrazione, più propriamente “dispositivi anti-migranti” – almeno sei, di cui tre di produzione israeliana, che provocano inquinamento elettromagnetico e sono pericolosi per l’ambiente e la salute degli abitanti.

C’è un “investimento eccessivo sugli strumenti di controllo”, affermano denunciandoun’economia sulla costruzione delle frontiere e una militarizzazione dell’isola. Il collettivo racconta che nel 2011, al tempo dello scoppio  della “primavera araba”, diecimila tunisini arrivarono sull’isola (i residenti a Lampedusa sono quasi 6.000). Un’invasione costruita, secondo Askavusa, per creare un’emergenza. L’isola è diventata palcoscenico dove girare immagini che serviranno a dire, ad esempio nel 2011, che l’Europa è stata invasa, mentre nel 2013 quanto avvenuto è servito a giustificare le successive politiche europee.

Nel frattempo il Consiglio dei Ministri approvava un piano straordinario da 26 milioni di euro per fronteggiare lo stato di emergenza e opere di riqualificazione per migliorare l’immagine dell’isola e favorirne la promozione turistica. Dopo il 3 ottobre 2013, a distanza di nemmeno dieci giorni dalla strage, fu istituito il sistema di sorveglianza europeo Eurosur, il rafforzamento di Frontex e l’acquisto di droni: “investimenti militari per emergenze umanitarie”, denunciano. A due settimane dalla strage, partiva l’operazione Mare Nostrum. “È servito che 317 persone morissero davanti agli occhi degli europei per giustificare l’operazione, sono servite quelle immagini al moloFavaloro. Poi è iniziata l’operazione Triton di sorveglianza e fortificazione delle frontiere della fortezza Europa”.

Il collettivo ha pubblicato una interessante inchiesta, “Lampedusa, 3 ottobre 2013. Il naufragio della verità” (scaricabile qui) che analizza e racconta i fatti accaduti il 3 ottobre, scritto a partire dalle testimonianze dei primi soccorritori e di alcuni sopravvissuti che testimoniano l’orrore di quella notte e l’inspiegabile ritardo nei soccorsi.

A distanza di nemmeno dieci giorni, l’11 ottobre 2013, avvenne un altro naufragio, tra Malta e Lampedusa, nel corso del quale persero la vita circa 268 profughi siriani in fuga dalla guerra tra cui 60 bambini. Un rimbalzo di responsabilità tra Malta e la guardia costiera italiana causò un ingiustificabile ritardo nelle operazioni di salvataggio e l’imbarcazione, colpita precedentemente da proiettili di una motovedetta libica, affondò.

Nei giorni scorsi si è appreso che diversi ufficiali della marina militare sono indagati dalla procura di Roma per omicidio colposo e omissione di soccorso. «Da quando è arrivato il Papa a Lampedusa nel 2013, vi è una narrazione positiva dell’isola, che da isola dell’“invasione”è diventata isola della “misericordia”, isola dell’”accoglienza”», ci dice il collettivo. Se prima i lampedusani hanno accolto nelle proprie case i migranti e cucinato per loro, quello attuale è invece un modello accoglienza in realtà basato sulla forza militare e che al tempo stesso ne nutre le risorse. Comunque, in tanti sono anche consapevoli che esser diventati simbolo mondiale dell’accoglienza abbia in cambiofavoritoil recente boom turistico ed un conseguente ritorno economico. L’accoglienza quotidiana, infine, tra le tante difficoltà, si manifesta con una semplicità e spontaneità che non ha bisogno di essere spettacolarizzata.

Dati e speranze

Gli ultimi dati dell’Organizzazione mondiale per le migrazioni (IOM) riferiscono che nel 2016 sono 333.384 i migranti arrivati in Europa via mare, mentre 3.940 sono morti o dispersi, mai un numero così alto prima d’ora. Mentre c’è chi localmente mostra nel piccolo la propria solidarietà, le regole europee per l’ottenimento dei permessi e del diritto all’asilo sembrano inasprirsi e nemmeno sembrano essere rispettate. Nel 2015 oltre il 55% dei richiedenti asilo avrebbe ricevuto un diniego, mentre ad accedere allo status di rifugiato politico sarebbe meno del 5%; nel 2016 si registra un significativo aumento dei dinieghi, con tassi superiori al 60%, secondo i dati del Coordinamento Migranti.

A Lampedusa, porta d’ingresso verso l’Europa per chi scappa da orrori e povertà, tappa di transito per il nord Europa che ora ha chiuso le porte, i migranti si chiedono quando e dove potranno condurre un’esistenza dignitosa al sicuro, una vita migliore di quella da cui sono scappati. Tuttavia, una volta trasferiti, rischiano di ritrovarsi bloccati per mesi nel cortocircuito dell’accoglienza, privi di prospettive. Coloro a cui viene negato il diritto di asilo vengono colpiti da un decreto di espulsione con mezzi propri e, tagliati fuori dal sistema dell’accoglienza, finiscono in quello del lavoro nero. Vanno incontro a lunghi tempi di attesa anche coloro che rientrano tra i “ricollocabili” (eritrei, siriani ed iracheni) e coloro che hanno diritto di asilo.

Nel frattempo il resto d’Europa pare andare in un’altra direzione rispetto a paesi come Italia e Grecia che rischiano di esser lasciati soli nella gestione della migrazione, che potrebbe invece essere più facilmente gestita a livello europeo.Chiusa la rotta balcanica, l’Europa sta trattando con paesi africani per arginare ilcrescente flusso dal Mediterraneo centrale che ha portato ad un aumento delle morti in mare – tra questi paesi vi è la Nigeria, poi Etiopia, Niger, Mali, Senegal – con lo scopo di rimpatriare quelli che vengono considerati migranti economici. Per queste persone alla ricerca di lavoro e migliori opportunità, la realtà dell’Europa finisce per rispondere solo di rado alle loro speranze e aspettative.

Non sapendo quando verranno trasferiti sul “continente”, ogni sera saluto Hassan, Mohammed, Laouni e gli altri nell’incertezza di rivederli il giorno seguente, nella forte e silenziosa speranza che nel percorsoche faranno vengano considerati esseri umani prima che migranti. Nena News

Sono finiti in manette i co-presidenti Selahattin Demirtas e Figen Yuksekdag e 14 deputati dell’Hdp in una inchiesta su “attività terroristiche”. E’ l’ultimo atto di una repressione contro i curdi, i giornalisti e gli oppositori di Erdogan che non sembra conoscere fine

Selahattin Demirtas e Figen Yuksekdag

AGGIORNAMENTO

Turchia: bomba Diyarbakir, almeno 1 morto e 30 feriti

Ha fatto almeno 1 morto e 30 feriti l’autobomba esplosa stamani nei pressi di un edificio della polizia a Diyarbakir, a poche ore dagli arresti dei leader e almeno 11 deputati del partito filo-curdo Hdp.

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della redazione

Roma, 4 novembre 2016, Nena News – La mano pesante della repressione torna a colpire i curdi nella Turchia del presidente islamista Erdogan. I due co-presidenti del Partito Democratico del Popolo (Hdp) sono stati arrestati oggi, alle prime luci del giorno, nel quadro di una “inchiesta sul terrorismo”. Selahattin Demirtas, con un twitter, ha avvertito che la polizia era arrivata a casa sua a Diyarbakir per arrestarlo. Successivamente l’Hdp ha comunicato che è stata arrestata ad Ankara Figen Yuksekdag, l’altro co-presidente.

Fonti locali hanno aggiunto che oltre a Demirtas e Yuksekdag, sono finiti in manette 11, (secondo altre fonti 14) dei 30 deputati dello HDP. Le autorità turche, con Erdogan in testa, affermano che l’Hdp sarebbe un’estensione politica del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) che Ankara considera un “gruppo terroristico”.

  Demirtas sarebbe accusato anche di aver “insultato” Erdogan durante un discorso pubblico e di aver “istigato alla ribellione” e a “disobbedire alla legge dello Stato”.

Gli arresti di Selahattin Demirtas e Figen Yuksekdag, ha protestato Sezgin Tanrikulu, deputato del partito socialdemocratico Chp, principale forza di opposizione in Turchia, “non rappresentano solo un golpe, ma anche un tentativo di dividere il Paese. Il Parlamento è stato bombardato un’altra volta”.

La mano dura del governo turco contro l’Hdp di fatto era iniziata già durante le elezioni generali del giugno 2015, in cui il partito progressista e filo curdo andò per la prima volta oltre la soglia del 10 per cento ed entrò in Parlamento. L’assemblea legislativa turca ha votato prima dell’estate a favore della revoca della immunità parlamentare, una mossa che, come molti avevano previsto, voleva colpire proprio l’Hdp.

Questa settimana sono stati arrestati anche Gültan Kisanak e Firat Anli, co-sindaci della città sudorientale di Diyarbakir, con l’accusa di avere legami con il PKK. La reazione dei vertici dell’Hdp all’arresto dei due sindaci è stata immediata e Demirtas ha promesso che il partito “lotterà” contro questo provvedimento giudiziario “illegale e senza alcuna giustificazione”. L’amministrazione di Diyarbakir nel frattempo è stata posta sotto il controllo di un commissario, come già avvenuto in altri ventiquattro comuni guidati dai partiti curdi.

L’arresto dei vertici dell’Hdp è solo l’ultimo atto della repressione che ha colpito persone ritenute vicine al Pkk e i seguaci, veri o presunti, dell’islamista (e rivale di Erdogan) Fethullah Gulen, accusato dal presidente e dal governo di essere dietro al fallito colpo di stato della scorsa estate.

Nei giorni scorsi un’operazione contro il principale giornale di opposizione, Cumhuriyet, sono stati fermati e interrogati il direttore e una dozzina di giornalisti nell’ultima operazione di polizia contro le testate giornalistiche non allineate ad Erdogan. Nena News

Dopo la ventata di ottimismo data dall’accordo di Algeri, il prezzo del petrolio ha ricominciato a scendere. Il ruolo di Riyadh in questo contesto di disequilibrio è centrale e riguarda sia il piano economico sia il piano geopolitico.

di Francesca La Bella

Roma, 4 novembre 2016, Nena News - Il prezzo del petrolio ha ricominciato a scendere. Dopo la ventata di ottimismo data dall’accordo di Algeri di fine settembre, il mancato raggiungimento di una mediazione a Vienna ha indotto un significativo ribasso del valore del greggio sul mercato mondiale. Durante la riunione Opec della scorsa settimana, infatti, non è stato possibile confermare la limitazione della produzione di petrolio decisa ad Algeri e la discussione è stata rimandata ad una nuova riunione da tenersi nuovamente a Vienna il 30 novembre. Le problematiche che avrebbero portato a questo “nulla di fatto” sarebbero numerose: le resistenze all’accordo di Iran e Iraq, i primi restii a bloccare la produzione proprio ora che per Teheran sarebbe possibile tornare ai livelli pre-sanzioni ed i secondi che, negli introiti del greggio, trovano fonte di finanziamento primaria per le spese di guerra interna; le richieste di esenzione dal blocco di Libia e Nigeria che, in ripresa dopo un lungo periodo di stallo, vorrebbero mantenere uno status privilegiato per tornare a standard di produzione e di esportazione pre-crisi. Perchè il quadro sia completo, bisogna, però, aggiungere alcune importanti variabili esterne al mondo Opec. Da un lato la crescente produzione petrolifera statunitense costituisce la principale concorrenza per la commercializzazione del petrolio Opec e incide in maniera significativa sul mercato del greggio, dall’altra la Russia, tra i principali promotori di un accordo di contenimento della produzione, avrebbe dichiarato che qualsiasi azione in questo senso non potrà avere seguito senza un preliminare accordo in seno all’Opec, facendo in questo modo mancare il proprio sostegno esterno al progetto.

Il mancato accordo riflette una realtà di difficili relazioni tra produttori petroliferi con una rilevanza che trascende dal semplice ambito economico. Per valutare le cause e le conseguenze di questa situazione, infatti, si guardi al più ampio ambito geopolitico in cui queste potenze si muovono. In un Medio Oriente e un Nord Africa segnati da un perdurante disequilibrio, dalla lotta contro lo Stato Islamico e da un’insanabile frattura che divide Iran e Arabia Saudita portando, di fatto, alla creazione di due blocchi contrapposti, il petrolio diventa allo stesso tempo moneta di scambio e arma di pressione. La vendita del petrolio finanzia gli eserciti, come quello saudita in Yemen o quello iracheno in lotta per la riconquista di Mosul. Gli oleodotti cementano relazioni internazionali, come per il Kirkuk-Ceyhan dal Governo Regionale curdo-iracheno (Krg) alla Turchia o il Green Stream dalla Libia e l’Italia. La spartizione della commercializzazione del greggio riflette la potenza regionale degli Stati nazionali e, così, un Paese come l’Arabia Saudita, in forte crisi politica a livello interno e d’area, prova ad imporsi come attore di primo piano proprio attraverso il petrolio.

In questo senso è molto interessante leggere le valutazioni fatti da analisti internazionali in merito alla fluttuazione del prezzo del petrolio e di come questo sia influenzato positivamente (in rialzo) dall’instabilità geopolitica. Stratas Advisors ad esempio, sottolinea come la politica saudita anti-Iran nell’area abbia avuto un ruolo chiave nel disequilibrio della regione. Secondo quanto riportato nel report settimanale sull’andamento del greggio della società statunitense di consulenza nel settore energetico, attualmente il rischio più grande per il Medio Oriente sarebbe il potenziale per un grande conflitto settario. Come sottolineato dal team macroeconomico di Stratas, le tensioni sarebbero, infatti, in aumento. Nel mese di luglio, Turki al Faisal, ex ministro dell’intelligence saudita e ambasciatore negli Stati Uniti e nel Regno Unito, avrebbe espresso il suo appoggio alle rivendicazioni del gruppo dissidente iraniano MEK mentre numerose fonti avrebbero confermato il sostegno logistico dell’Arabia Saudita alle minoranze interne all’Iran in una logica di destabilizzazione del colosso persiano dall’interno.

Il ruolo di Ryad in questo contesto di disequilibrio è, quindi, da considerarsi centrale. In parallelo all’azione politico-diplomatica, l’azione sul mercato del petrolio sembra essere parte di una strategia complessiva di riconquista del proprio ruolo regionale ed internazionale. Nei mesi passati, infatti, la continua discesa del prezzo del petrolio poteva essere principalmente imputata alla volontà dell’Arabia Saudita di saturare il mercato in modo da mettere fuori mercato lo shale oil statunitense. Allo stesso tempo il crollo del prezzo del greggio ha avuto un forte impatto sulle casse saudite e, dato l’ingente investimento di fondi in Yemen, in Bahrain e in tutti i contesti d’area considerati prioritari nell’opera di contenimento del potenziale iraniano, la scelta di aderire ad un tavolo negoziale in seno all’Opec è stata considerata da Ryad l’unica strada percorribile. A fronte della mancata adesione al progetto di Iraq e Iran e delle potenzialità di produzione di Libia e Nigeria, l’Arabia Saudita potrebbe, però, fare un passo indietro per mantenere il proprio ruolo di leader del settore e non dover sostenere il peso dei tagli senza la possibilità di beneficiare di un prezzo di vendita maggiore.

Francesca La Bella è su Twitter @LBFra

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