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Si intensifica drammaticamente lo scontro a nord del paese: al-Nusra e Ahrar al-Sham occupano un villaggio ad Aleppo, 28 morti nel bombardamento di un campo di sfollati

della redazione

Roma, 6 maggio 2016, Nena News – Mentre a Palmira le note del maestro russo Valery Gergiev e dall’orchestra Mariinsky risuonavano tra le rovine dell’antica città violata dallo Stato Islamico e poi liberata dall’esercito siriano, ad Aleppo l’aria si riempiva solo del suono cupo delle violenze. Le 48 ore di tregua sembravano avere dato respiro alla popolazione sotto assedio, massacrata da anni di guerra civile e ora dal rinnovato conflitto. Ma ieri gli scontri si sono spostati a poca distanza dalla città, nel villaggio di Khan Touman, lungo la direttrice Damasco-Aleppo: gruppi islamisti hanno preso d’assalto la comunità e le forze governative lì posizionate.

I qaedisti del Fronte al-Nusra e i salafiti di Ahrar al-Sham hanno assunto il controllo del villaggio questa mattina, lasciandosi dietro 73 morti, tra miliziani e soldati. L’artigieria siriana ha risposto con pesanti bombardamenti, nel tentativo di salvare una comuntà geograficamente strategica. La tregua dunque non regge: se al-Nusra, insieme all’Isis, è tagliato fuori dall’accordo di cessate il fuoco siglato il 27 febbraio perché considerato gruppo terroristico, Ahrar al-Sham ne è parte su imposizione del Golfo che lo considera partner per la pace. O meglio, un altro dei suoi bracci dentro il conflitto siriano. Così mentre Ahrar al-Sham combatte al fianco di al Qaeda in Siria, viene accolto al tavolo di Ginevra come una qualsiasi forza di opposizione.

Poche ore prima la Siria assisteva all’ennesimo scempio: raid aerei hanno colpito un campo profughi nella provincia settentrionale di Idlib, uccidendo almeno 28 civili e ferendone 50. Secondo fonti locali, i bombardamenti hanno centrato il campo nel villaggio di al-Kammouna, al confine con la Turchia, controllato da al-Nusra. Per questo le opposizioni hanno puntato il dito contro l’esercito del presidente Assad e i jet russi, sebbene altre fonti accusino del massacro la Turchia.

Le immagini che ieri venivano rilanciate online raccontavano l’orrore: tende in fiamme, persone in fuga, i tentativi fallimentari dei soccorsi di spegnere il fuoco, donne e bambini feriti caricati sui furgoni. Il campo è casa oggi a circa 2mila sfollati siriani provenienti dalle province di Idlib, Hama e Aleppo. Il gioco dello scaricabarile, della propaganda facile di entrambe le parti, non è che un’ulteriore beffa per i civili siriani, usati da tutti e due i fronti come carne da macello.

Gli Stati Uniti hanno subito condannato l’attacco, definendolo “senza giustificazione”, ma hanno aggiunto di non avere prove che si sia trattato di un attacco perpetrato da Damasco. Poco prima una doppia esplosione colpiva il villaggio di Mukharam al-Fakwani, nella provincia centrale di Homs: alla prima bomba è seguito un kamikaze che si è fatto saltare in aria mentre arrivavano i soccorsi.  Almeno 7 i morti, tutti donne e bambini, 49 i feriti. Seppure non ci siano state ancora rivendicazioni, la responsabilità sembra essere dello Stato Islamico.

L’Isis continua ad avanzare e a radicarsi, approfittando dello stallo diplomatico e dello scarso interesse mostrato dalla comunità internazionale nel frenarne le offensive: ieri i miliziani islamisti hanno occupato il giacimento di gas di Saher, 150 km a nord-est di Palmira, dopo aver ucciso 30 dei soldati governativi posti a sua difesa. Nena News

Nel campo si cerca di ri-costruire e ri-produrre tutto ciò che esiste al di fuori: il teatro diviene luogo sperimentale d’incontro, di confronto e di creazione, ma anche momento di crescita personale

L’ingresso el Freedom Theatre nel campo profughi di Jenin (Foto: Chiara Cruciati/Nena News)

di Cecilia D’Abrosca

Roma, 6 maggio 2016, Nena News – L’intreccio tra arte e politica in alcuni contesti è un’evoluzione naturale. L’arte si fa metalinguaggio,  e la politica adopera l’arte come sistema di input, come strumento formativo e linguaggio idoneo alla creazione di consapevolezza e coscienza critica. Questo è il Freedom Theatre di Jenin, città della Cisgiodarania, all’interno dei Territori Palestinesi Occupati. Sui resti delle macerie del campo e del suo precedente teatro, lo “Stone Theatre”, Juliano Mer-Khamis nel 2006 dà avvio al Freedom Theatre. Il padre di Juliano è palestinese, Saliba Khamis, sua madre, Arna Mer-KHamis, è ebrea israeliana. Juliano più volte affermerà di sentirsi fieramente “assieme ebreo e palestinese”. E’ il direttore del Freedom Theatre, nonchè attore, regista e attivista.

La città di Jenin ospita un campo di rifugiati palestinesi tra i più numerosi in Palestina, popolato da oltre 16.000 persone. Il teatro vive all’interno del campo ed è questa specificità a condizionarne, in modo irreversibile, la funzione, l’attività e la produzione.

Perché nasce un teatro all’interno di un campo palestinese? In quale concezione va letta la sua produzione artistica? Cosa significa fare teatro in Palestina? In quali forme la condizione quotidiana dei Territori Occupati penetra la modalità della performance, quale direzione le imprime? Chi sono gli attori del Freedom Theatre e che tipo di percorso compiono?

Va detto, in primo luogo, che un campo riproduce un microcosmo; si tratta di una piccola città nella città, munita di ciò che permette un’esistenza il più possibile vicina al limite della considerazione della dignità umana. Nel campo si cerca di ri-costruire e ri-produrre tutto ciò che esiste al di fuori, per questo motivo, è riservato anche uno spazio all’intrattenimento, al loisir, ma soprattutto, volendo contestualizzare la funzione e l’utilità dell’arte palestinese, il teatro diviene luogo sperimentale d’incontro, di confronto e di creazione, ma anche momento di crescita personale.

Il teatro di Jenin è un teatro che, sulla base delle teorizzazioni di Bertold Brecht, viene definito come teatro di sperimentazione, didattico ed epico, pur conservando le caratteristiche dei teatri delle civiltà orientali e mediorientali che, anche in tempi recenti, tengono gli spettacoli, così come nell’antichità, nei cortili dei templi e dei palazzi di governo, o in aree aperte, delimitate e contrassegnate da scarni elementi simbolico-scenografici (non mancando esempi di rappresentazione al chiuso, in ampi spazi quadrangolari, divisi in parti destinate all’azione e al pubblico). Il teatro prospettato da Brecht, opposto al teatro borghese “della chiacchiera”, è quello di “un teatro del gesto e dell’urlo”, che prescrive all’attore di rappresentare il personaggio come altro da sè, in seguito ad un effetto di straniamento.

Quanto al carattere didattico, rimanda ad un teatro semplice e povero nei mezzi che ha come fine l’insegnamento e lo scambio immediato tra attori e pubblico, rinunciando, però, ad assumere un tono imbonitorio o paternalistico. Infine vi è il carattere epico, che fa riferimento ad un teatro in cui  sono presenti elementi narrativi associati alle rappresentazioni drammatiche, a loro volta accompagnate da didascalie dipinte o filmate. In sintesi siamo di fronte ad un teatro “antiromantico”, così come definito dallo stesso Bertold Brecht, che trova la sua espressione in un collettivo di attori-narratori che mirano all’osservazione critica del comportamento umano e della realtà politica e sociale circostante. Dunque, un teatro intimamente connesso alla contemporaneità.

Spostandoci a Jenin, in Cisgiordania, ecco che il senso del Freedom Theatre, del Teatro della Libertà, appare più chiaro e articolato. Lo spirito del FT è di creare un’alternativa: ad una società oppressa e culturalmente isolata, i continuatori dell’opera di Juliano (ucciso il 4 aprile 2011) orientati dal suo insegnamento e dalla sua visione, mostrano la volontà di incidere su ogni età, formare persone in grado di sviluppare una coscienza critica, dunque consapevoli della dimensione nella quale vivono, che siano capaci, “semmai un giorno la Palestina sarà libera”, di costruire una società fondata sull’uguaglianza e sul riconoscimento e sulla tutela dei diritti civili e politici: “Un posto nuovo dove gli esseri umani possano tirare fuori quanto di meglio abbiano dentro di sè”.

Il percorso promosso dal FT segue una linea educativa e formativa, ma allo stesso tempo permette ad artisti ed aspiranti tali, di acquisire un elevato livello di professionalità e mettere alla prova la propria capacità artistica (grazie ad esempio alla presenza della “Film School” nel campo) e renderla nota al pubblico attraverso esibizioni e partecipazioni a diversi festival al di là del Medio Oriente. Ad esempio, il 29 maggio a Parigi al Cinema Luminor Hotel de Ville, sarà proiettato il documentario “Journey of a Freedom Fighter” in concorso al Festival Cinè-Palestine (FCP), che si terrà dal 29 al 7 giugno, al quale interverrà uno degli attori del FT, Ahmad Al Rokh.

Il progetto teatrale globale da un lato prevede al suo interno un percorso completo di studio della disciplina, volto a formare potenziali talenti e dall’altro contempla una visione politico-ideologica che ricalca gli ideali e le pratiche del suo fondatore; siamo di fronte ad un teatro che opera una forma di resistenza non violenta, di tipo culturale, poiché poggia e si “serve” della cultura popolare, ma in particolare dell’arte teatrale e del suo linguaggio, per agire e trasformare, partendo dal basso, dai più piccoli, la situazione in cui versano i palestinesi, richiamando l’attenzione su di loro e proseguendo la ricerca di uno stile in linea con un teatro stabile.

Ancora una volta ad essere centrale è l’arte ed il suo messaggio di spinta al cambiamento dello status quo. L’arte intende trasformare la realtà, stimolare il pensiero critico operando nel concreto, salvando coloro che sono rimasti orfani e quelli che ritengono l’arte una chiave diretta dell’emancipazione. È un’arte strumentale e funzionale quella di Jenin, forma di resistenza e denuncia pacifica attuata dai palestinesi che vivono nel campo.

Attualmente il teatro trae ispirazione da un progetto intitolato “Care and Learning”, in cui il teatro e l’arte sono utilizzati a scopo “terapeutico”, per canalizzare la paura cronica, la depressione e lo stress post-traumatico di cui sono vittime gli abitanti del campo, in particolare i bambini del campo rimasti orfani.

Un’altra figura ispiratrice del FT è stata fino agli anni Novanta Arna Mer-Khamis, madre di Juliano, la cui energia ed umanità, la passione per la difesa e l’educazione dei bambini palestinesi l’ha vista protagonista di campagne di lotta alla libertà e ai diritti umani. Il suo impegno civile e il suo attivismo pacifico le valse il “Right Livelihood Award” nel 1993, il Premio Nobel alternativo, un anno prima della sua morte. Nena News

I media israeliani riportano con insistenza dichiarazioni dei vertici militari che elencano le rinnovate capacità militari del movimento libanese. Ma la guerra in Siria, per ora, blocca, le spinte belliche di Tel Aviv

di Stefano Mauro – Contropiano

Roma, 6 maggio 2016, Nena News – Diventano sempre più numerose e costanti le dichiarazioni di esponenti militari israeliani relativi ad un possibile scontro militare contro Hezbollah. In queste settimane, infatti, è aumentato progressivamente il numero di servizi televisivi o mezzo stampa che evidenziano come una “molto prevedibile guerra contro le milizie sciite” potrebbe rivelarsi un’ennesima sconfitta simile a quella riportata dalle forze sioniste nel 2006.

Da quella data il governo israeliano ha costituito diverse commissioni d’inchiesta militari per comprendere ed analizzare quello che non ha funzionato durante l’invasione del Libano di dieci anni fa.  Le conclusioni: numerose sconfitte sul campo con un numero elevato di perdite di militari, incapacità di neutralizzare il sistema di missili di Hezbollah, il fatto di aver colpito prevalentemente obiettivi civili e causato la morte di un’enormità di vittime inermi tra la popolazione, come, purtroppo, avviene sempre anche nelle invasioni della Striscia di Gaza.

L’interesse e le preoccupazioni sono causa anche delle dichiarazioni del segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, sulle capacità di risposta delle milizie sciite ad una possibile invasione del suolo libanese e delle contromisure messe in atto da Tel Aviv. In un’intervista rilasciata alla stampa nazionale ed estera, il vice capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, Yair Golan, ha espresso”forti preoccupazionisulle capacità militari delle milizie di Hezbollah” considerate ormai come capacità, armamenti e preparazione “equiparabili ad un vero e proprio esercito”.  La stampa israeliana non ha mancato di evidenziare come le milizie sciite abbiano riportato numerose vittorie sul campo nel conflitto siriano e come sia enormemente aumentato il potenziale bellico di Hezbollah.

Lo stesso Golan, per riproporre un tema caro alle forze sioniste in merito alla loro tipologia di intervento militare, ha precisato come “la presenza dei combattenti nelle zone e nei villaggi non permetterà ad Israele di eliminare questa minaccia se non attraverso forti danni alle infrastrutture e numerose vittime tra i civili (come nel 2006 o a Gaza, ndr)”.

In un’altra intervista sul quotidiano Haaretz, il responsabile delle comunicazioni dello stato maggiore dell’esercito, Uzi Moscovic, ha dichiarato che “un’invasione di terra insieme ai bombardamenti aerei non saranno sufficienti per eliminare il lancio di razzi e le capacità di risposta del nemico in territorio israeliano”. Moscovic ha inoltre aggiunto che “mancano diverse informazioni (nonostante i continui passaggi di droni, ndr) sulla dislocazione delle piattaforme mobili visto che Hezbollah ha costruito un sistema d’attacco su una rete di 170 villaggi, eludendo la nostra capacità di spionaggio” (fonte al Akhbar).

Per rassicurare l’opinione pubblica israeliana il militare di Tel Aviv ha comunque escluso un possibile intervento militare in tempi brevi a causa sia della vicina situazione di conflitto in Siria, ma soprattutto del mancato sostegno politico dell’amministrazione americana ad un nuovo intervento militare in Libano.  A queste dichiarazioni si aggiungono le informazioni relative alle nuove batterie di missili ed al nuovo sistema di radar, molto probabilmente di provenienza iraniana e russa, di cui sarebbe in possesso Hezbollah e che sarebbe una vera minaccia contro l’aviazione israeliana che in questi anni ha sorvolato indisturbato i cieli libanesi quasi quotidianamente.

Infine c’è stata l’intervista sul secondo canale israeliano di un ufficiale di battaglione di stanza al confine con il Libano, Eliav Helbaz, che ha messo in evidenza come sia diventata più costante la presenza di osservatori di Hezbollah e sia aumentato anche il numero di miliziani. L’ufficiale ha dichiarato che “nonostante siano impegnati in Siria, (i miliziani sciiti, ndr) hanno aumentato le loro truppe sul confine come era avvenuto prima della guerra del 2006 e controllano l’attività dei nostri militari lungo la linea di confine”. Non a caso le truppe di Tel Aviv hanno cominciato a prendere delle contromisure: la costruzione di mura lungo il confine, in maniera da evitare incursioni nel loro territorio, esercitazioni per lo sgombero delle due colonie, Meskafaam e Mokelleh, a ridosso del confine o, infine, lo spostamento di alcune attività chimiche, considerate a rischio, nella zona di Haifa.

Come è presumibile Israele si sta preparando ad una nuova invasione del Libano con l’obiettivo di eliminare il nemico che lo ha sconfitto nel 2000, causando il suo ritiro dal Libano, e nel 2006. La crescita di segnali in questo senso è anche legata alla nuova convergenza di interessi geopolitici con gli stati che gravitano intorno all’Arabia Saudita, suo principale alleato nella regione. Secondo alcuni analisti lo stato sionista sarebbe in attesa di vedere anche come andranno le elezioni in USA dove il probabile candidato repubblicano, Donald Trump, ha dichiarato in questi giorni che il governo di Tel Aviv deve continuare ed aumentare la colonizzazione dei territori palestinesi occupati in Cisgiordania, manifestando il proprio incondizionato sostegno alla politica sionista del governo israeliano per ingraziarsi anche l’appoggio delle lobby ebraiche americane.

Dopo mesi di screzi il presidente silura il primo ministro, contrario alla riforma costituzionale e al pugno di ferro contro i media nazionali

Il premier dimissionario Davutoglu e il presidente turco Erdogan (Foto Reuters/Umit Bektas)

di Chiara Cruciati

Roma, 5 maggio 2016, Nena News – Il lungo matrimonio politico tra Recep Tayyip Erdogan e Ahmet Davutoglu è giunto al capolinea. Aria di crisi tirava da tempo e ieri, nel quartiere generale del partito Akp, si è fatta concreta: il primo ministro ha annunciato le sue dimissioni.

Le divisioni sono esplose mercoledì in un incontro faccia a faccia tra i due: un’ora e 40 minuti e Erdogan ha sfiduciato il suo premier. Il sentore che la luna di miele fosse agli sgoccioli si era fatto strada la scorsa settimana quando il comitato esecutivo dell’Akp aveva tolto al premier il potere di nominare i presidenti provinciali del partito. Una prima stoccata per restringere l’autorità del primo ministro. La seconda e mortale è giunta mercoledì: mentre Davutoglu cercava di porre fine ai dissaporti con il presidente, fonti dell’Akp facevano girare già la voce di un congresso speciale per la fine di maggio.

Così ieri Davutoglu si è presentato di fronte al partito e alla nazione e ha annunciato un congresso straordinario per il 22 maggio. E visto che lo statuto dell’Akp prevede che il ruolo di segretario coincida con la poltrona di primo ministro, in quell’occasione Davutoglu si dimetterà anche da capo del partito: «Ho deciso che, per l’unità del partito, un cambio alla segreteria sia più appropriato».

Nonostante ciò Davutoglu, che per il premier Erdogan aveva rivestito la carica di ministro degli Esteri, ieri ha voluto salvare le apparenze per evitare che le crepe interne al partito si allarghino: la decisione, ha detto, è personale. Così non è: Davutoglu più che dimissionario è licenziato. Tra la stampa e i partiti di opposizione si parla già di «golpe di palazzo». È chiaro a tutti che Erdogan al suo fianco vuole un premier più accondiscendente, obbediente, incline a fare delle strategie del capo politiche concrete. Qualche nome c’è già: il ministro dei Trasporti Yildirim o quello dell’Energia Albayrak (genero del presidente) o, ancora, il vice premier Akdogan garantirebbero ad Erdogan il controllo pressochè totale del paese.

Esercito, servizi segreti, presidenza e consiglio dei ministri: farebbe l’en plein. «Quanto accaduto mostra quanto potere è stato ammassato nelle mani di una sola persona – è il commento di Soner Cagaptay, direttore del Turkish Research Programme al Washington Institute – Erdogan gode di un’autorità di cui nessuno ha mai goduto nella storia moderna della Turchia. Renderà il paese così politicamente fragile che quando se ne andrà non ci saranno più istituzioni in grado di tenere la nazione insieme». «La politica turca è entrata in un periodo in cui il sistema presidenziale è de facto cominciato», aggiunge il direttore del think tank Istanbul Policy Center, Fuat Keyman.

A far pendere la bilancia per la sua sostituzione sono le chiare differenze di visione tra i due uomini forti di Ankara. In primo luogo quella riforma costituzionale in senso presidenziale che Erdogan rincorre da un decennio e che era stata frenata dalle elezioni di giugno: non avendo ottenuto la maggioranza necessaria, il presidente-sultano ha impedito la formazione di un governo di coalizione e imbastito una campagna di terrore e paura con cui ha costretto il paese al voto anticipato. Davutoglu non ha mai nascosto la contrarietà al sistema presidenziale.

Screzi sono nati anche sull’accordo sui rifugiati siglato da Ankara con l’Unione Europea: 6 miliardi di euro in cambio della deportazione in Turchia dei profughi sbarcati in Grecia. Il negoziato con Bruxelles è stato gestito direttamente da Davutoglu, con una collaborazione minima da parte di Erdogan. A monte sta l’atteggiamento più “occidentale” del premier, interessato a imbastire relazioni economiche e politiche con Europa e Usa e in opposizione con la svolta autoritaria da impero ottomano del presidente. Davutoglu guarda a Bruxelles, Erdogan al Medio Oriente di cui intende da anni farsi leader: non a caso il presidente ha sempre sminuito la vittoria del suo premier, la storica abolizione del visto di lavoro per i cittadini turchi diretti in territorio europeo.

Allo stesso modo il premier dimissionario non ha mostrato entusiasmo per l’attacco ai media portato avanti personalmente dal presidente e si è opposto alla detenzione preventiva dei giornalisti indagati, come nel caso del direttore e il caporedattore di Cumhuriyet, Dundar e Gul. Allo stesso modo, riportano fonti interne al governo, Davutoglu non ha lesinato critiche per il pugno di ferro contro il sud-est kurdo: pur appoggiando la campagna militare in corso, aveva paventato la possibilità di riaprire il dialogo con il Pkk, possibilità più volte negata con estrema durezza da Erdogan in ogni occasione utile. Nena News

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

Il sindacato della stampa chiede scuse ufficiali e dimissioni del ministro degli Interni o sarà sciopero. La procura generale consegna parte dei tabulati telefonici a Roma. Violata la mail di Giulio Regeni un mese dopo la sua scomparsa


La vignetta pubblicata ieri sul quotidiano indipendente egiziano al-Maqal

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 5 maggio 2016, Nena News – Quarantotto ore dopo la notizia dell’ordine di censura imposto dal governo egiziano alla stampa nazionale sul caso Regeni, ieri gli inquirenti italiani – analizzando il computer del ricercatore – si sono trovati di fronte all’ennesima scoperta: qualcuno è entrato nell’account di posta elettronica di Giulio a fine febbraio, oltre un mese dopo la sua sparizione. Subito la Procura di Roma si è rivolta a Google per poter identificare l’indirizzo Ip da cui è stata effettuata l’intrusione.

Gli inquirenti egiziani, da parte loro, hanno sempre dichiarato di non essere stati in grado di entrare nell’account Google di Giulio. Le cose sono due: o continuano a mentire o qualcun altro ha hackerato il suo profilo. Tra le possibilità anche quella che la password sia stata ricavata dallo smartphone di Giulio, mai ritrovato dopo la sua morte.

Nelle stesse ore le autorità del Cairo tentavano di ristabilire una collaborazione con il team del pm Pignatone consegnando a Roma parte dei tabulati telefonici richiesti con una rogatoria a inizio aprile e sempre negati dietro il pretesto di violazione della costituzione. I tabulati, relativi alle telefonate di 13 egiziani (considerati di «interesse investigativo»), saranno analizzati da Ros e Sco, mentre resta ancora senza risposta la richiesta italiana dei video delle telecamere di sorveglianza nel centro del Cairo.

Si prospetta anche un altro incontro tra i due team investigativi, al Cairo nel fine settimana: a chiederlo è stato il procuratore generale egiziano Sadeq che dice di voler discutere degli sviluppi nelle indagini. Che, però, a causa del palese ostruzionismo egiziano, sono ben pochi. Un ostruzionismo che fa il paio con le censure imposte ai media nazionali: di Regeni non si deve parlare, come non si deve parlare di tutte le patate bollenti del governo. Ma i giornalisti non cedono. Ieri dall’assemblea generale del sindacato della stampa sono uscite le richieste in risposta agli attacchi governativi: scuse ufficiali della presidenza egiziana per il raid di domenica contro la sede del sindacato, dimissioni del ministro degli Interni Ghaffar, rilascio dei giornalisti agli arresti, nuova legge a protezione della stampa:.

Decise anche le misure da prendere: non si pubblicherà più il nome di Ghaffar e si apporrà il banner “No alla censura dei media, il giornalismo non è un crimine” sui giornali cartacei e sui siti web (la versione online del quotidiano governativo al-Ahram è stata la prima a porre la banda nera). E se entro una settimana le richieste non saranno accolte, la stampa entrerà in sciopero.

Ieri in previsione dell’assemblea la polizia anti-sommossa aveva circondato la zona e impedito l’accesso a centinaia di manifestanti. Erano però 2mila i giornalisti, gli avvocati e gli attivisti di fronte all’edificio: hanno cantato slogan («Pane, libertà e sindacato», chiaro richiamo alla rivoluzione di piazza Tahrir). E lo scontro si è ampliato. Sostenitori di al-Sisi, arrivati in autobus con su la scritta “Lunga vita all’Egitto”, hanno organizzato una contromanifestazione a difesa del governo. Decine di persone hanno dichiarato il loro sostegno all’esecutivo, tenuti a distanza dal cordone di poliziotti e dalle barricate di metallo poste intorno alla sede del sindacato.

Il braccio di ferro è destinato a durare, la protesta non si eclisserà con facilità. A modello della repressione gli egiziani hanno preso gli abusi contro la stampa e fatto del sindacato lo strumento con cui difendere diritti politici e civili. Perché le violazioni contro i media non sono che lo specchio di quelle contro qualsivoglia movimento: secondo il Journalists Syndicate’s Liberties Committee, nel 2015 si sono registrati 782 attacchi contro i giornalisti, arresti, distruzione delle equipaggiature, raid, chiusura di giornali.

Il tutto, spiega l’agenzia indipendente Mada Masr, in un contesto di vacuum legislativo. Normative a protezione della stampa non ce ne sono e il disegno di legge presentato alla fine del 2014 è ancora in sospeso, aspramente criticato dal sindacato che accusa il governo di aver imbastito una legislazione repressiva: l’attuale bozza prevede l’incarcerazione per pubblicazione di articoli considerati offensivi per le istituzioni e l’obbligo per le agenzie web di ottenere l’autorizzazione alla pubblicazione, di avere dietro di sé compagnie con un capitale pari almeno a mezzo milione di sterline egiziane (circa 50mila euro) e di essere dirette da un giornalista di nazionalità egiziana con minimo di 10 anni di esperienza.

L’obiettivo è chiaro: limitare gli spazi di espressione in rete, in un paese interessato negli ultimi anni dalla nascita di siti e blog indipendenti capaci di informare in modo alternativo la popolazione ma anche di svelare i frequenti casi di corruzione. La risposta del governo è, per ora, indiretta: mentre il tribunale d’appello del Cairo proscioglieva l’ultimo premier dell’era Mubarak, Ahmed Nazif, dalle accuse di corruzione e abuso di ufficio, un’altra corte condannava a sei mesi di prigione l’attivista Sanaa Seif (sorella dei noti Mona Seif e Alaa Abdel-Fattah) per il reato di «insulti alla magistratura». Convocata dal procuratore che la indagava per aver incitato le proteste del 25 aprile, non si era presentata. Nena News

Gli Arabi e l’Iran hanno una sola alternativa sulla regione: sedersi intorno a un tavolo e delineare una mappa di interessi comuni, sostiene Urayb ar-Rintawi sul quotidiano giordano ad-Dustour

di Urayb ar-Rintawi – ad Dustour

(traduzione di Romana Rubeo)

L’Amministrazione Obama e molti Stati Europei sostengono che sia impossibile ‘azzerare’ l’influenza dell’Iran sulla regione. Una posizione antitetica rispetto a quella di alcuni governi e organi di stampa ufficiali “Sunniti” o “Arabi moderati”. L’Occidente, tuttavia, non ha tra le sue priorità la definizione degli “interessi dell’Iran” nella regione. I suoi obiettivi hanno una duplice natura: da una parte, garantire la stabilità del mercato petrolifero e delle rotte di approvvigionamento energetico; dall’altra, assicurare la sicurezza e la supremazia di Israele.

Ma sul versante arabo del Golfo, quindi sull’altro fronte della guerra tra diversi schieramenti e gruppi religiosi, non si è aperta una vera discussione in merito agli interessi dell’Iran né si assiste a tentativi di delineare delle mappe che distinguano ciò che è accettabile e auspicabile da ciò che non può essere tollerato. Al contrario, si ripete spesso che l’Iran non dovrebbe intromettersi negli ‘affari interni’ dei Paesi Arabi e gli si chiede con insistenza di porre fine alle politiche ostili che minano la sicurezza interna e la stabilità degli Stati nella regione.

Si potrebbero azzardare ipotesi circa il contenuto delle dichiarazioni congiunte tra gli Stati Arabi o tra loro e altre potenze regionali, forse attraverso comunicati della Lega Araba o della Organizzazione della Cooperazione Islamica. Si potrebbero anche includere le dichiarazioni emerse dagli incontri tra governi arabi e occidentali, che auspicano la fine degli interventi e delle politiche ostili da parte dell’Iran. Ma questi discorsi diplomatici non sono realmente utili per i ricercatori e gli osservatori che vogliono capire l’autentica natura della posizione araba o distinguere, all’interno dei vari interessi, distinguere tra quelli accettabili, meno accettabili e non tollerabili.

Anche l’Iran, dal suo canto, sta tenendo un comportamento simile. Preferisce mantenere le carte coperte. Alcuni dei suoi leader ‘rivoluzionari’ si spingono oltre parlando di ‘spazio vitale’ della Repubblica Islamica. Si riferiscono all’ingresso di alcune capitali arabe nella sfera di influenza iraniana e alle sponde del Mediterraneo come a ‘scuderie’ per Tehran e le sue Guardie Rivoluzionarie. Al contrario, i politici ‘riformisti’ dipingono l’Iran come una sorta di organizzazione benefica, una specie di Caritas il cui unico ruolo sarebbe la promozione della solidarietà e dell’amicizia e il cui unico interesse sarebbe un futuro comune migliore per le nazioni della regione e il consolidamento dei rapporti di vicinanza e di fratellanza islamica, senza alcuna ingerenza negli affari interni di altri Stati.

Il punto è che la regione avrebbe assoluto bisogno di un dialogo tra Arabi e Iran fondato su tutt’altre basi: dovrebbe liberarsi dal discorso diplomatico e dai rapporti reciproci che alimentano la fiamma dell’odio confessionale e della mobilitazione nazionalistica e dovrebbe arginare le guerre per procura che hanno sfiancato le società arabe, riducendole a un cumulo di macerie e devastazione.

Il dialogo dovrebbe fondarsi, devo riconoscerlo, sulle basi delineate da Obama, che pure hanno stizzito alcuni e sollevato critiche da parte di altri. Un dialogo il cui fine dovrebbe essere la delineazione degli interessi delle diverse parti in gioco e del loro reciproco riconoscimento.  Dovrebbe anche essere fondato su una stima accurata dei pro e dei contro. In fondo, la regione è stata praticamente dissanguata dal conflitto che ha investito entrambe le sponde del Golfo Arabo/ Persiano.

Ovviamente, un dialogo del genere non determinerebbe la fine immediata dei conflitti e delle crisi che interessano la regione, o la trasformazione degli odi e delle ostilità in amore incondizionato tra le parti. Tuttavia, un fruttuoso dialogo strategico con l’Iran potrebbe creare meccanismi adeguati per contenere e gestire i conflitti, in modo da salvaguardare gli interessi minimi delle parti e fornire loro una exit strategy che non le induca verso scenari più rischiosi e onerosi. A tal proposito, si potrebbe guardare ad alcune scelte attuate durante la Guerra Fredda, che hanno impedito lo scoppio di un conflitto diretto tra i due campi. In altri casi, determinate scelte hanno giocato un ruolo fondamentale per porre fine o per stemperare le crisi, invece di incoraggiare politiche che avrebbero condotto a un conflitto ‘fuori controllo’, per citare il Segretario di Stato Statunitense John Kerry, che ha così descritto la situazione siriana, con una delle dichiarazioni più pessimistiche mai formulate sinora.

Ad esempio, si potrebbe considerare l’ipotesi di un’organizzazione regionale per la sicurezza e la cooperazione che inizi a definire gli interessi delle parti. In un secondo momento, si potrebbe lavorare sugli interessi comuni e concordare sulla gestione del conflitto senza sfociare nella violenza, nello spargimento di sangue e nella devastazione sistematica.

La speranza è che, un giorno, questo crei un sistema solido, in grado di condurre la regione verso un clima di cooperazione e scambi reciproci. Potrebbe sembrare una chimera o una proposta del tutto utopica, in una congiuntura storica in cui, da Taiz a Aleppo, da Baghdad a Beirut, la tensione sembra ai massimi livelli. Ma, in fondo, anche il cammino intrapreso dall’Europa per la sicurezza e la cooperazione tra la regione orientale e quella occidentale potrebbe essere iniziato da una sorta di utopia, prima che la ‘ragione’ e la ‘volontà’ la trasformassero in una solida rete di relazioni politiche e internazionali.

Gli Arabi hanno timori da dissipare e interessi da difendere, ed è proprio questo che li caratterizza in quanto tali. E l’Iran ha, anch’esso, i suoi timori e i suoi interessi e troverà sempre chi li sostiene, sia nella corrente ‘rivoluzionaria’ sia in quella ‘riformista’. Ma l’Iran deve rinunciare al ruolo di potenza dominante sulla maggioranza etnica e confessionale [Araba Sunnita] nonostante la debolezza e la fragilità della politica del mondo arabo; e gli Arabi, dal canto loro, devono rinunciare al proposito di ‘azzerare’ gli interessi iraniani.  

La domanda che si pone è dunque: esiste un reale punto di convergenza tra le parti? Se sì, dove? E quando sarà trovato?

Non è nota la sua durata. Solo 48 ore, secondo la televisione di stato siriana. Al Consiglio di Sicurezza dell’Onu accuse solo per Bashar Assad, oscurate le responsabilità dei jihadisti.

della redazione

Roma,  5 maggio 2015, Nena News  – E’ entrata in vigore la scorsa notte la nuova nuova fragile tregua ad Aleppo annunciata ieri dopo un accordo raggiunto tra Usa e Russia. Non è chiaro quanto sarà la sua durata. Solo 48 ore, secondo la televisione di stato siriana. Gli ultimi tre giorni sono stati tra i più tragici per Aleppo. Lo scontro è stato violentissimo nella notte tra lunedì e martedì quando gruppi jihadisti (qualcuno li chiama “ribelli”) sono riusciti a penetrare, pare grazie a una galleria sotterranea e a un intenso lancio di razzi, nella zona ovest della città controllata dalle forze governative. Solo dopo diverse ore l’esercito è riuscito a respingere l’assalto che ha fatto un numero imprecisato di morti e feriti su entrambi i lati. Sono stati gli scontri più duri ad Aleppo nell’ultimo anno, accompagnati da bombardamenti aerei governativi sulle postazioni avversarie e dai colpi di armi pesanti sparati dai jihadisti verso la zona ovest della città. Ad Aleppo dal 22 aprile sono morti almeno 280 civili. Ieri si combatteva anche a Ghouta, a Est di Damasco.

A New York il Consiglio di sicurezza dell’Onu – convocato d’urgenza su richiesta di Gran Bretagna e Francia – i rappresentanti di diversi Paesi hanno colto l’occasione per attribuire soltanto a Damasco la colpa di quanto accade della fine del cessate il fuoco proclamato a fine febbraio, dimenticando che anche i “ribelli” hanno enormi responsabilità nel fallimento del cessate il fuoco proclamato a fine febbraio. Poco contano, soprattutto per Parigi e Washington, le testimonianze di chi vive nell’inferno della guerra. Padre Ibrahim al Sabbagh, un francescano, ha raccontato ad AsiaNews gli ultimi giorni nella parte di Aleppo controllata dal governo. «Missili e razzi lanciati dalla zona sotto il controllo dei ribelli hanno colpito l’ospedale di Dabbi’t, centrando il reparto di ostetricia e uccidendo 17 bambini, oltre che donne e uomini…In precedenza avevano lanciato missili sulle università, in particolare quella statale». «Nella strada che porta all’università» ha proseguito il sacerdote, «è stato abbattuto un edificio e al momento non si conosce il numero di vittime o feriti».

La Russia peraltro sostiene che la notizia del bombardamento aereo lo scorso 27 aprile dell’ospedale al Quds di Aleppo sarebbe falsa. Il portavoce del ministero della difesa di Mosca ieri ha mostrato due foto della struttura, una del 29 aprile di quest’anno e l’altra del 15 ottobre 2015. In entrambe le immagini l’ospedale gestito da Medici senza Frontiere avrebbe gli stessi danni. Secondo il portavoce russo ciò dimostrerebbe che va avanti la «campagna mediatica per screditare il processo di pace in Siria».

Il Segretario di stato americano John Kerry ha avvertito il presidente siriano Assad che ci saranno «ripercussioni» non  meglio precisate se Damasco “si farà beffe” dell’ accordo per il cessate il fuoco ad Aleppo. Poi ha lanciato una sorta di ultimatum: entro agosto Russia e Iran devono avviare la “transizione” in Siria. In poche parole devono convincere il loro alleato Assad a  farsi da parte e a rinunciare a qualsiasi ruolo nel futuro del Paese. A Kerry non importa che diversi milioni di siriani restano schierati dalla parte del presidente che, tra le altre cose, ritengono l’unico in grado di proteggerli dai jihadisti dell’Isis (tornati all’offensiva in diverse aree), dai qaedisti di al Nusra e dai salafiti radicali di Ahrar al Sham. Gruppi destinati a prendere il controllo e a spartirsi la Siria quando sarà realizzata la “transizione” che tanto invocano i governi occidentali e i loro alleati arabi. L’opposizione “laica” e ciò che resta della sua milizia, l’Esercito libero siriano, non contano nulla sul terreno, lo sanno anche le pietre.

Parigi ha annunciato che la prossima settimana ospiterà i colloqui con i ministri degli esteri dell’Arabia saudita, Qatar, Turchia e Emirati, tutti nemici di Damasco e, notoriamente, tutti “sinceri sostenitori” della democrazia. Nena News

 

La notte scorsa Israele ha bombardato quattro postazioni di Hamas nel nord della Striscia e presunte basi del movimento islamico nel sud di Gaza, non lontano dall’aeroporto di Rafah, provocando danni materiali ma nessuna vittima

Gaza, foto di archivio di Robert Tait

della redazione

Gaza, 5 maggio 2016, Nena News - Resta alta la tensione lungo le linee tra Gaza e Israele nonostante un leader del movimento islamico Hamas, Musa Abu Marzouk, abbia sostenuto qualche ora fa che, grazie all’intervento dell’Egitto, è stata raggiunta una intesa fra le parti per riportare la calma. La notte scorsa, pare dopo un lancio di colpi di mortaio da parte di combattenti palestinesi, Israele ha colpito quattro postazioni di Hamas nel nord della Striscia. Qualche ora prima l’aviazione dello Stato ebraico aveva colpito altre presunte basi di Hamas nel sud di Gaza, non lontano dall’aeroporto di Rafah (non operativo dal 2000) provocando danni materiali ma nessuna vittima.

Da alcuni giorni blindati e bulldozer israeliani effettuano incursioni all’interno della Striscia per eliminare, almeno questa è la motivazione ufficiale, vegetazione troppo alta che potrebbe offrire un riparo a chi vuole lanciare razzi o sparare contro le postazioni militari lungo il confine. Incursioni che in alcuni casi sono state accolte dai palestinesi con il fuoco di armi automatiche. Ieri però lo scontro si è fatto più violento. I palestinesi hanno sparato anche colpi di mortaio e Israele ha colpito con la sua artiglieria un posto di osservazione di Hamas non lontano dal confine. Il fuoco israeliano, pur non prendendo di mira centri abitati, ad un certo punto si è fatto così intenso da spingere il ministero dell’istruzione di Gaza a chiudere due scuole, Subhi Abu Karsh e Beit Dajan, a Est di Shujayea, quindi a breve distanza dal confine.

Il braccio armato di Hamas “Izz al-Din al-Qassam”, ha condannato con forza gli attacchi aerei e i cannoneggiamenti israeliani e denunciato la violazione del cessate il fuoco raggiunto nell’agosto del 2014 al termine dell’offensiva israeliana Margine Protettivo. Da parte sua Israele rivendica il diritto di “vivere in tranquillità” dei centri abitati a ridosso della Striscia di Gaza e di avviare le ricerche delle gallerie sotterranee che Hamas, secondo lo Stato ebraico, avrebbe ripreso a scavare.

A Gaza intanto cresce la preoccupazione per l’inizio di una nuova ampia offensiva militare israeliana  dopo quella del 2014 che ha ucciso oltre 2200 persone, tra i quali centinaia di bambini, e provocato immense distruzioni. Nena News

Inviata per “errore” una mail contenenti le strategie del Ministero degli Interni per difendersi dalle proteste dei giornalisti. Daily New Egypt: in meno di un anno 8 i casi di censura. Ma ad appoggiare il sindacato è ora anche il governativo al-Ahram

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 4 maggio 2016, Nena News – Censura sul caso Regeni e gamba tesa contro la stampa egiziana in rivolta: è il contenuto, in breve, delle istruzioni a uso interno che per errore il Ministero degli Interni ha inviato ai media dal proprio indirizzo mail. Ufficialmente per errore: dopo l’invio, il dicastero ha parlato di «malfunzionamento tecnico», ma nei corridoi si rincorrono voci diverse. C’è chi parla di un hackeraggio, chi di atto volontario da parte di qualcuno interessato a ostacolare l’uscita dal tunnel in cui il regime di al-Sisi si è infilato.

Il presidente appare indebolito: la campagna di repressione di società civile e stampa è così brutale da avere prodotto l’effetto opposto, almeno all’interno dei confini nazionali. Se fuori la comunità internazionale continua a coccolare Il Cairo, in casa la gente esprime una rabbia crescente. Il governo, dice quel documento diffuso per errore, corre ai ripari ed indica le linee guida per zittire le proteste, quella che viene definita «un’escalation deliberata» ordita dai leader sindacali che puntano ad ottenere vantaggi politici. «C’è da aspettarsi – si legge – una feroce campagna mediatica da parte di tutta la stampa in solidarietà con il sindacato», violato domenica scorsa dal raid della polizia e dall’arresto di due giornalisti.

Per questo, ordina il Ministero, si deve rimanere fermi nelle propri posizioni e «coordinarsi con programmi tv, esperti e generali in pensione per invitarli a parlare a favore del Ministero»: «Non possiamo fare un passo indietro ora: una retromarcia significherebbe ammettere di aver fatto un errore. E se c’è un errore, chi è il responsabile?». Di certo ieri uno sbaglio, volontario o meno, è stato commesso e il  Ministero ha già fatto sapere di aver avviato indagini interne per risolvere il mistero della mail incontrollabile.

Ad emergere, però, da quelle righe è anche una pratica spesso utilizzata dal governo cariota: la censura su fatti sensibili e potenzialmente distruttivi. Come il caso Regeni: alla procura generale (quella che dovrebbe collaborare con gli investigatori di Roma) è stato chiesto di imporre il silenzio sull’omicidio del ricercatore. Non è la prima volta: secondo quanto riportato dal Daily News Egypt, dal 29 giugno 2015 alle proteste di massa del 25 aprile, sono stati almeno 8 i casi di censura su fatti interni. Quel giorno di un anno fa veniva ucciso l’ex procuratore generale Hisham Barakat, omicidio che ha dato il via ad un’ondata di divieti per la stampa: è successo con il caso dei fondi esteri alle Ong egiziane; con la denuncia di corruzione mossa da Hisham Geneina, presidente (poi licenziato) dell’istituto Central Auditing Organization che dal 1942 monitora i casi di corruzione; con le mazzette ricevute da funzionari del Ministero dell’Agricoltura. L’obiettivo è palese: impedire ai giornalisti di investigare, alla gente di discuterne.

Ma ieri, nella Giornata Internazionale per la Libertà di Stampa, i giornalisti egiziani hanno continuato a manifestare. Di fronte alla sede del Sindacato della stampa, proseguono nel sit-in indetto per costringere il ministro degli Interni Ghaffar alle dimissioni e per ottenere il rilascio dei due giornalisti di January Gate, Amr Badr e Mahmoud el-Sakka. I due lunedì si sono visti allungare l’ordine di detenzione di due settimane, con l’accusa di aver diffuso notizie false e aver incitato al colpo di Stato.

Sopra l’edificio la bandiera del sindacato è stata sostituita da bandiere nere, listate a lutto per ricordare le condizioni di lavoro dei giornalisti egiziani. Oggi si terrà un’assemblea generale durante la quale il sindacato annuncerà le prossime mosse. Per ora hanno ottenuto un sostegno inatteso: la mano tesa del giornale governativo al-Ahram. In un editoriale definito in Egitto «senza precedenti», il quotidiano di proprietà dell’esecutivo del Cairo si fa carico indirettamente delle stesse richieste dei colleghi: le dimissioni del ministro Ghaffar. Il raid contro il sindacato della stampa, scrive al-Ahram, è «una mossa inaccettabile» da parte di un Ministero che «ha commesso tanti errori nell’ultimo periodo, concludendo con il suo infelice comportamento nei confronti dei diritti dei giornalisti e dei lavoratori dell’informazione».

Eppure, aggiunge il quotidiano, Ghaffar «non riuscirà nel suo pernicioso obiettivo di chiudere le bocche e reprimere le libertà di espressione e opinione». Un affondo durissimo che dà la misura delle crepe che si stanno moltiplicando nel monolitico blocco del potere del presidente golpista.

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

Yosef Ben David è stato condannato a vita per l’omicidio del giovane palestinese di Shuafat, bruciato vivo nel 2014. A Ramallah un palestinese investe tre soldati: ucciso sul posto

La casa della famiglia Abu Khdeir a Shuafat (Foto: Chiara Cruciati/Nena News)

della redazione

Gerusalemme, 4 maggio 2016, Nena News – Sono trascorsi quasi due anni dall’omicidio dell’adolescente palestinese Mohammed Abu Khdeir, 16enne residente a Shuafat, Gerusalemme Est. Una morte atroce – costretto a bere benzina e poi bruciato vivo – che provocò scontri e indignazione in tutta la Palestina storica. Poco prima erano stati ritrovati i corpi dei tre giovani coloni rapiti e uccisi in Cisgiordania. Poco dopo partiva la più brutale delle operazioni militari israeliane contro Gaza, Margine Protettivo.

Ieri una corte israeliana ha chiuso il caso Abu Khdeir con un’altra sentenza esemplare: dopo i due minorenni complici (condannati uno all’ergastolo e uno a 21 anni di carcere), Yosef Haim Ben David, 31 anni, è stato condannato all’ergastolo più 20 anni di prigione. Prima della sentenza Ben David ha chiesto scusa per il crimine commesso: “Mi scuso per quello che è successo. Lavoravo come volontario paramedico e mi sono occupato sia di corpi di ebrei che di arabi. Ho sempre avuto rispetto per i corpi senza vita, come sacri. Chiedo perdono alla famiglia”.

A poco è servito, come ha poco è servito il tentativo dei suoi avvocati di farlo passare per insano di mente: il giudice ha definito l’atto “inconcepibile”. “L’accusato ha commesso un atto barbaro, motivato dalla vendetta. Vendetta per chi? Per le famiglie dei rapiti che non volevano vendetta?”. E se tra i palestinesi c’è soddisfazione per condanne considerate giuste, la famiglia Abu Khdeir solleva dei dubbi: temono, dicono, che i tre responsabili non resteranno in prigione per sempre ma saranno rilasciati prima del termine.

Di certo la sentenza di ieri è un caso raro nel panorama giudiziario israeliano, che spesso garantisce impunità agli aggressori israeliani di palestinesi. Diverso è il trattamento riservato ai palestinesi che il più delle volte – come abbiamo visto in questi mesi – non riescono nemmeno ad arrivare dentro l’aula di un tribunale. La pratica dell’esecuzione immediata sul posto di presunti aggressori è ormai radicata, nonostante le critiche e le proteste delle organizzazioni per i diritti umani e, a sorpresa, anche dei vertici di esercito e polizia.

Stamattina l’ennesimo caso: un palestinese è stato colpito a morte dal fuoco dei militari israeliani dopo aver compiuto un presunto attacco in auto vicino alla colonia di Dolev, a nord ovest di Ramallah. Secondo l’esercito israeliano, l’uomo – identificato come Ahmed Riyad Abd al-Aziz Shehada, 36 anni del campo profughi di Qalandiya – ha investito con il suo furgoncino un gruppo di soldati ferendone tre, prima di essere colpito. Diversa la versione riportata dall’agenzia palestinese Ma’an News: testimoni raccontano di aver visto il furgone investire i soldati per errore, mentre attraversavano la strada. Subito l’esercito ha chiuso la strada principale con blocchi di cemento e impedendo ai residenti di entrare e uscire da Ramallah. Nena News

L’organizzazione, ora guidata da Ayman al Zawahiri, che nel 2001 fu capace di realizzare sul suolo americano l’attentato più grave passato alla storia, paga in termini di popolarità lo scontro con i rivali dell’Isis. Ma la sua rete è sempre ben diffusa tra Asia e Africa ed è particolarmente forte in Yemen e Siria

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 4 maggio 2016, Nena News – Cinque anni dopo l’uccisione, compiuta da un commando dei Navy Seal, del suo leader e fondatore Osama bin Laden, colto di sorpresa nel suo rifugio fortificato di Abbottabad (Pakistan) – questa è la versione ufficiale –, e a due anni dalla proclamazione del “Califfato” da parte dei rivali dello Stato Islamico (Isis) in ampie porzioni dell’Iraq e della Siria, al Qaeda resta una organizzazione attiva e diffusa, anche se ha subito battute d’arresto e ha visto numerosi dei suoi esponenti uccisi o catturati.

Gli attacchi in Europa e in Africa, la sua forza in Yemen e Siria, confermano che l’organizzazione, capace nel 2001 di infliggere gli attacchi più gravi mai avvenuti sul suolo degli Stati Uniti, conserva intatta la sua pericolosità pur avendo perduto, a vantaggio dell’Isis, la capacità di attirare nuovi militanti.

Il ramo yemenita, al Qaeda nella Penisola Arabica (Aqap, con decine di migliaia di combattenti), nato nel gennaio 2009, è senza dubbio il più solido di tutta l’organizzazione. Aqap ha saputo sfruttare il conflitto tra il governo yemenita e i ribelli sciiti Houthi per espandere il suo controllo nel sud del paese. Guidato da Qassem al Rimi, il ramo yemenita nel gennaio del 2015 ha anche rivendicato l’attacco contro il settimanale satirico francese Charlie Hebdo.

L’altro braccio forte di al Qaeda, il Fronte al Nusra (7-8000 uomini), comandato da Abu Mohammad al Jolani, opera in Siria. Assieme ad altre formazioni jihadiste controlla porzioni importanti del territorio siriano: la provincia di Idlib, alcuni rioni di Aleppo e importanti aree nel sud della Siria e a ridosso del Golan occupato da Israele. Ben armato, composto da uomini addestrati e pronti alla sacrificare la vita, il Fronte al Nusra rappresenta una minaccia concreta per l’esercito siriano. Il primo problema per al Qaeda in Siria è la rivalità con l’Isis, sfociata spesso in scontri armati. Non è da escludere però che la necessità di contrastare meglio l’offensiva governativa di terra e quella aerea della Russia e della Coalizione guidata dagli Usa, convinca le due parti stringere un’alleanza militare.

Molto attiva è anche al Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqim), fondata nel 2007, quando il Gruppo salafita algerino per la Predicazione e il Combattimento proclamò la sua fedeltà a Osama bin Laden. Aqim ha attirato combattenti da tutta la regione del Sahara, creato basi nel nord del Mali, stabilito reti di traffico di droga e sequestrato occidentali (alcuni dei quali poi giustiziati). Dopo l’intervento francese in Mali, Aqim ha ristabilito le sue roccaforti nel sud della Libia, non mancando di rivendicare attacchi in Algeria, Burkina Faso, Costa d’Avorio e ancora nel Mali.

Due anni fa, al Qaeda ha annunciato la nascita di un ramo asiatico, Al Qaeda nel subcontinente indiano (Aqis), che, oltre ad avere le storiche roccaforti in Afghanistan e Pakistan, opera in India, Bangladesh e Myanmar. La sua forza è stimata intorno ai 600 uomini  ma può contare sull’appoggio di gruppi con migliaia di combattenti, come i Taleban afghani e pakistani. Fedele ad al Qaeda resta inoltre il violento gruppo somalo Shebab. Cacciato da Mogadiscio nel 2011 rimane però una minaccia costante, anche in Kenya dove compie attacchi regolari.

Al Qaeda perciò mantiene una rete ampia cinque anni dopo l’uccisione di Osama Bin Laden. Il suo punto debole è il vertice dell’organizzazione, incapace di opporre efficaci politiche di reclutamento all’appeal dell’Isis sui giovani musulmani convertiti al salafismo in Occidente e Asia. I jihadisti stranieri si sono uniti in massa ai ranghi dello Stato Islamico in Iraq e Siria snobbando in buona parte quelli di al Qaeda. Il medico egiziano Ayman al Zawahiri, che ha preso il posto di Osama bin Laden nel giugno 2011, resta un ideologo salafita di primissimo piano che, prima con la lotta al comunismo sovietico e poi agli Stati Uniti, ha inscritto il jihad in una prospettiva escatologica globale. Allo stesso tempo al Zawahiri non possiede le doti di leader del “califfo” dell’Isis Abu Bakr al Baghdadi.

Mentre due anni fa il successore di bin Laden rivolgeva i suoi appelli all’ummah islamica e minacce al resto del mondo registrando occasionali messaggi video e audio nel suo rifugio segreto, al Baghdadi ha prima preso le distanze da al Qaeda e poi è passato all’azione cancellando in un solo colpo i confini coloniali tracciati dall’Accordo Sykes-Picot e proclamando subito il “Califfato” che al Zawahiri riteneva prematuro. Al Baghdadi e i suoi uomini hanno usato, con abilità, le nuove tecnologie della comunicazione mettendo in piedi una temibile macchina da guerra mediatica. E hanno anche saputo intercettare le generose “donazioni” dei ricchi wahabiti del Golfo interessati più a conseguire obiettivi immediati – come la caduta del nemico Bashar Assad in Siria e la fine del potere sciita in tutto l’Iraq – che a rimanere ancorati alla realizzazione sul lungo (a dir poco) periodo dei “disegni divini” ai quali fa sempre riferimento al Zawahiri.

Michele Giorgio è su Twitter: @michelegiorgio2

Un altro ospedale colpito: 19 morti. Onu, Russia e Usa parlano di tregua vicina, ma nessuno dei due fronti intende allentare la presa: chi prende la città, prende la Siria

Distruzione ad Aleppo (Foto: Anadolu Agency/Getty Images)

della redazione

Roma, 4 maggio 2016, Nena News – Ancora un ospedale, ancora ad Aleppo: dopo due settimana di violenti scontri e gravi violazioni, dopo raid su cliniche e civili, ieri la seconda città siriana ha dovuto riaggiornare il bilancio della nuova ondata di violenze: se la scorsa settimana era toccato all’ospedale al Quds colpito dall’aviazione governativa (50 morti) e ad una clinica a Al Marja (almeno 5 vittime), target che avevano sollevato lo sdegno internazionale, ieri ad essere colpito  è stato l’ospedale al-Dabeet nel quartiere di Muhafaza, specializzato in ginecologia e ostetricia.

Le vittime nel quartiere sono almeno 19, tra loro tre bambini e tre donne che si trovavano in quel momento nella clinica. Secondo fonti sul luogo, responsabili della strage sono stati missili sparati dai gruppi islamisti di opposizione, probabilmente il Fronte al-Nusra, verso la parte nord della città, controllata dalle forze governative.

Dal 22 aprile a ieri, il numero totale delle vittime civili supera le 270 (tra loro 49 bambini), violenze che ricordano a tutti che una città come Aleppo, per i due fronti, il pro e l’anti Assad, non è negoziabile. Governo e opposizioni, sostenute da Golfo e Turchia, sanno che chi si aggiudicherà Aleppo – centro economico e culturale per eccellenza del paese, crogiuolo di epoche storiche e culture diverse, gioiello Unesco – si aggiudicherà la Siria. Per questo la città è stata tenuta fuori dalla tregua negoziata nei giorni scorsi su Damasco e la sua periferia, una tregua “di secondo livello”, visto che quella entrata in vigore il 27 febbraio continuava ad essere violata.

Ieri la diplomazia mondiale si è rimessa al lavoro per far tacere le armi ad Aleppo. Ma i discorsi sono gli stessi di sempre, privi di una reale volontà politica. Ieri pomeriggio il ministro degli Esteri russo Lavrov aveva annunciato che la tregua sarebbe stata raggiunta in poche ore, dopo i due giorni di meeting avuti con l’inviato Onu de Mistura e il segretario di Stato Usa Kerry. L’obiettivo, dicono, è la ripresa del negoziato di Ginevra, fallimentare dialogo che si rivela non solo inefficace ma pericoloso: una cortina di fumo dietro la quale entrambi i fronti proseguono nel conflitto cercando di avanzare di qualche metro.

Difficile che i siriani credano ancora all’ottimismo delle Nazioni Unite: ieri de Mistura di diceva ancora convinto che se la tregua su Aleppo sarà archiviata, il negoziato potrà ripartire a breve. Su quali basi, non è dato sapere. Le due parti hanno espresso con chiarezza le proprie precondizioni, inconciliabili, a partire dal futuro del presidente Assad.

Oggi anche il Consiglio di Sicurezza Onu si riunisce per discutere della città siriana sotto attacco multiplo. Lavrov ha ribadito di essere al lavoro con gli Usa per interrompere gli scontri per poi ricordare che del futuro del paese decideranno i siriani e non le potenze straniere. Sì alla risoluzione 2254, ovvero governo di transizione che porti a nuova costituzione e ad elezioni, ma inclusivo. Ovvero insieme ad Assad. Nena News

Transparency International pubblica lo studio 2016 sulla percezione della corruzione nell’area MENA: un cittadino su tre dichiara di aver pagato  tangenti, pratica diffusa soprattutto tra magistratura e polizia. Ma le nuove generazioni mostrano speranza per il futuro

di Raffaele Angius

Roma, 4 maggio 2016, Nena News – In questi giorni Transparency International, una delle più importanti organizzazioni non governative sul fronte della trasparenza con sede a Berlino, ha pubblicato l’attesa ricerca sulla percezione della corruzione nel Medio Oriente e nel Nord Africa. Realizzata in collaborazione con Afrobarometer e Arab Barometer, centri per gli studi sociali, politici ed economici che coinvolgono numerosi partner radicati nel territorio, la ricerca ha preso in esame un campione complessivo di oltre 10mila adulti in Algeria, Egitto, Gordania, Libano, Marocco, Palestina, Sudan, Tunisia, e Yemen sulla good governance, per analizzare il trend della percezione della corruzione in questi paesi e per favorire una educazione alla resistenza contro la corruzione da parte della popolazione civile.

Secondo Transparency International, nell’area MENA un cittadino su tre – circa cinquanta milioni di persone – dichiara di aver dovuto pagare almeno una tangente nell’ultimo anno, in particolare nell’ambito dei servizi medici, educativi e di distribuzione dell’acqua.

Secondo le rivelazioni dell’indagine, tra gli ambiti maggiormente sensibili alla corruzione pubblica spiccano la giustizia (31%) e le forze di polizia (27%) e tra i paesi con il peggior punteggio emerge il settore pubblico egiziano, a fronte di un posizionamento relativamente più virtuoso di Giordania e Tunisia. I paesi con il punteggio aggregato più basso sono invece lo Yemen e il Libano.

Secondo l’indagine circa il 30% della popolazione ha dovuto pagare una mazzetta per accedere a un qualche servizio pubblico e il 61% della popolazione è convinto che la corruzione nel proprio paese sia aumentata nell’ultimo anno. “È come se le Primavere Arabe non ci fossero mai state. I leader che non riescono a fermare la corruzione, falliscono nel promuovere la libertà di parola e falliscono nel fermare le tangenti, falliscono anche nel portare dignità nella quotidianità delle persone che vivono nel Medio Oriente e nel Nord Africa. I diritti umani delle persone ne sono seriamente danneggiati” ha dichiarato José Ugaz, presidente di Transparency International.

Ma un dato positivo c’è: è quello riguardante la fiducia nel cambiamento da parte della popolazione coinvolt. Il 58% degli intervistati ritiene di poter avere un ruolo attivo nella lotta alla corruzione attraverso una prassi quotidiana virtuosa. I giovani sono i più fiduciosi in un cambiamento che parta dal basso e le donne percepiscono se stesse come capaci di poter denunciare un caso di corruzione al pari degli uomini.

A conclusione dell’indagine, che è disponibile in inglese e in arabo, sono contenute delle conclusioni sulle rilevazioni effettuate e sulle precedenti esperienze di indagine e intervento della ONG che ha sede a Berlino. Nelle raccomandazioni, rivolte ai governi nazionali, si chiede un maggiore impegno e un maggior impiego di risorse per invertire il trend negativo legato alla diffusione della corruzione, così come si chiede di prendere una posizione decisa e fattiva a tutela della cittadinanza nell’esercizio del proprio diritto a una vita dignitosa attraverso una maggiore sicurezza. Nena News

Infografica: http://www.transparency.org/files/content/feature/2016_MENA_GCBInfographics_EN.pdf

Indagine completa:
http://www.transparency.org/whatwedo/publication/people_and_corruption_mena_survey_2016

Secondo Abd al-Malik al-Houthi, Tel Aviv starebbe agendo sia direttamente che indirettamente formando le forze armate saudite

Il leader ribelle abd al-Malik al-houthi

di Roberto Prinzi

Roma, 3 maggio 2016, Nena News – Al conflitto yemenita starebbero partecipando anche gli israeliani. A riferirlo è stato ieri il leader del movimento degli houthi, abd al-Malik al-Houthi. In un discorso televisivo, in occasione del 12esimo anniversario dall’assassinio del fondatore del movimento ribelle sciita Hussein Badreddin al-Houthi, abd al-Malik ha attaccato duramente Israele: “tutto quello che accade nella nostra regione serve gli interessi di una sola parte : gli Usa e i sionisti [israeliani, ndr]”. “La lobby sionista – ha aggiunto – sta agendo in modo malvagio complottando contro la nostra nazione [nel significato di Umma islamica, ndr], alimentando guerre civili e provocando delle crisi”. “Possiamo affermare che quello che sta accadendo qui in Yemen serva gli interessi palestinesi?” si è chiesto ironicamente.

Secondo il leader houthi, Tel Aviv starebbe partecipando direttamente alla sanguinosa guerra yemenita che vede contrapposti i ribelli sciiti (sostenuti dall’Iran e dagli uomini dell’ex presidente Saleh) e il governo del presidente Hadi (appoggiato da una coalizione sunnita a guida saudita, dagli indipendentisti del sud e da varie tribù). Tuttavia, “l’intromissione” israeliana non finirebbe qui: il capo ribelle ha anche detto che Tel Aviv sta addestrando le forze armate saudite mandate al confine a combattere i riottosi sciiti.

Il ragionamento di abd al-Maik è di più ampio respiro. Secondo lui, il “pericolo” d’Israele trascende i confini yemeniti e abbraccia tutta la regione mediorientale. Per sconfiggere le mire espansionistiche israeliane bisogna avere innanzitutto l’arma della “consapevolezza”: “l’attività sionista – ha infatti argomentato – si concentra sui media e su tutti i mezzi che formano l’opinione pubblica”. Per abd al-Malik, dunque, è necessario sconfiggere l’hasbara (propaganda) israeliana in modo da indebolire la sua immagine a livello internazionale.

La denuncia della presenza israeliana in Yemen (tutta ancora da appurare) non è nuova da parte degli houthi, in particolar modo del suo leader. Lo scorso novembre sempre Abd al-Malik dichiarò che Israele e gli Usa erano i manovratori della guerra civile in corso nel Paese. Un mese dopo ribadì l’accusa rincarando la dose: l’obiettivo dello stato ebraico è quello di “rendere schiavi i musulmani “. Se non è ancora possibile dimostrare la veridicità delle dichiarazioni del leader houthi per ciò che concerne la guerra in Yemen iniziata nel marzo 2015, è però ormai noto che le relazioni tra sauditi e israeliani siano buone, nonostante tra di loro non vi siano ufficialmente relazioni diplomatiche.

Non è più un segreto, infatti, che i rappresentanti dei due governi si incontrano da tempo in summit internazionali dove, tra una stretta di mano di fronte alle telecamere e qualche sorriso, parlano apertamente di progetti comuni. Soprattutto quando questi piani riguardano il “nemico” comune: l’Iran sciita avvertito da ambedue i Paesi come “minaccia”, sebbene per motivi diversi. Al di là degli stereotipi assai triti e ritriti nel suo discorso (un Israele che controlla e dirige il mondo), le parole di abd al-Malik non risultano così irragionevoli se si pensa che in Yemen la partita giocata dalla coalizione sunnita è proprio volta a limitare l’influenza iraniana nella regione. Quale miglior alleato per Riyad di quello israeliano per combattere gli houthi, “la longa manus” di Teheran nel “cortile di casa” saudita?

Il discorso di Abd al-Malik giunge il giorno stesso in cui la diplomazia internazionale ha registrato un nuovo fallimento: ieri il governo yemenita ha infatti annunciato di sospendere la sua partecipazione ai negoziati con gli houthi iniziati lo scorso 21 aprile in Kuwait. Tuttavia, ha anche precisato, che continuerà a partecipare ad incontri “indiretti” con l’inviato speciale dell’Onu nello Yemen, Ismail Ould Shaikh Ahmed. La tempistica con cui arriva questo nuovo attacco ad Israele da parte del leader youth è pura casualità frutto di un’analisi geopolitica o nasce per fini meramente propagandistici nel tentativo di conquistare qualche simpatia nel mondo arabo islamico?

Quale che sia la risposta a questa domanda, la cosa certa è che i negoziati si sono di nuovo impantanati. Ufficialmente per l’assalto ribelle di sabato sera alla base di al-Amaliqa nella provincia settentrionale di Amran. Un attacco che ha fatto infuriare il ministro degli esteri yemenita nonché leader della delegazione dei lealisti in Kuwait, Abdul Malek al-Mikhalifi. Di fronte a questo “crimine”, ha detto al-Mikhalifi, il governo reagirà prendendo una “posizione appropriata”. Chissà in Yemen quanti, nel sentire il ministro pronunciare l’aggettivo “appropriata”, avranno incominciato a tremare. Nena News

Roberto Prinzi è su Twitter  @Robbamir

Via libera alla sospensione dell’immunità: Erdogan vuole trascinare in tribunale i leader dell’Hdp e spezzare definitivamente la resistenza politica kurda

Selahattin Dermitas

della redazione

Roma, 3 maggio 2016, Nena News – Dopo la rissa è giunta l’approvazione: una commissione parlamentare ad hoc ieri sera ha dato il via libera alla controversa proposta di legge del governo volta a sospendere l’immunità parlamentare in caso di indagini. Una proposta, partorita dal partito di governo Akp del presidente Erdogan, che ha un unico obiettivo: spogliare dell’immunità i deputati dell’Hdp, il Partito Democratico dei Popoli, fazione di sinistra pro-kurda accusata di essere braccio politico del Pkk.

Negli ultimi mesi, dalla fine di luglio 2015 quando Ankara ha lanciato una brutale campagna militare contro il sud est kurdo uccidendo almeno 338 civili, sfollandone 100mila e distruggendo intere comunità, il governo è impegnato nell’indebolimento politico dell’avversario. Lo ha fatto con raid della polizia nelle sedi del partito e con arresti di centinaia di suoi membri. Ma il target è la leadership: il co-segretario Selahattin Demirtas è tra coloro contro i quali sono stati aperti fascicoli di inchiesta con l’accusa di sostegno al terrorismo, reato per cui si rischiano almeno 15 anni di prigione.

Ma c’è l’immunità. O almeno c’era: stamattina è stata soppressa. Non senza tensioni: nell’aula è scoppiata la rissa tra deputati, che si sono lanciati bottiglie d’acqua a vicenda e si sono presi a pugni, mentre i membri dell’Hdp lasciavano la sala in segno di protesta. Ora la palla passa al parlamento che dovrà approvare la bozza finale.

Erdogan è quindi ad un passo dall’obiettivo, trascinare in tribunale i leader dell’Hdp. La rabbia è tanta: il Partito Democratico dei Popoli accusa Ankara di voler reprimere il dissenso e di lavorare all’esclusione politica dei 22 milioni di kurdi cittadini turchi. Esclusi e martoriati: se molti di loro avevano visto nel 13% dei voti ottenuti dall’Hdp alle elezioni di giugno la speranza di inclusione, la campagna militare lanciata a fine luglio l’ha presto dissipata. Le condizioni di vita sono rese impossibili dai continui e ininterrotti coprifuoco imposti dall’esercito turco sulle principali città kurde a sud est e dai raid e i bombardamenti da parte dell’artiglieria.

Interi quartieri sono rasi al suolo, scene di guerra che non finiscono sui media occidentali. Eppure a parlare sono anche altri partiti di opposizione all’Akp, anche quelli tradizionalmente lontani dalle aspirazioni autonomiste kurde: ieri il Partito Repubblicano ha chiesto al governo di dichiarare il distretto di Cizre, nella provincia di Sirnak, “area disastrata”: “Per migliorare le condizioni di vita dei cittadini che continuano a vivere Cizre o che sono stati costretti a lasciare le proprie case – si legge nel rapporto – ogni tipo di aiuto, cibo, medicinali, vestiti, ripari, devono essere forniti subito”. Nena News

Dopo la morte dei figli al posto di blocco di Qalandiya, Saleh Abu Ismail sfida le autorità israeliane a diffondere le immagini dell’accaduto. Nega che i figli avessero l’intenzione di compiere un attacco contro la polizia. Anche Haaretz chiede la pubblicazione del video girato dalle telecamere di sorveglianza

Questa foto è stata presa da twitter (quella sulla home page è di Maannews)

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 3 maggio 2016, Nena News – Maram Abu Ismail ha davvero lanciato un coltello verso gli agenti della polizia israeliana al posto di blocco di Qalandiya prima di essere uccisa dalle raffiche sparate da guardie private?  Di fronte a questo interrogativo, ancora senza risposta, Saleh Abu Ismail, padre di Maram, 23 anni, incinta e madre di due bimbe, e di Ibrahim, 16, l’altro figlio ucciso il 27 aprile a Qalandiya, ha preso l’iniziativa lanciando una sfida aperta alle autorità israeliane. «Devono diffondere subito il filmato dell’accaduto (girato dalle telecamere di sorveglianza)» ripete l’uomo che definisce una «messinscena» il ritrovamento di coltelli da parte della polizia. «I miei figli sono stati uccisi senza motivo», insiste Abu Ismail che dalla sua parte ora ha anche Haaretz.

«Quanto è accaduto al posto di blocco di Qalandiya mercoledì scorso non può rimanere solo a Qalandiya – esortava ieri il quotidiano israeliano in un editoriale – L’uccisione di Maram Abu Ismail e di suo fratello Ibrahim…colpiti da guardie di sicurezza al posto di blocco solleva interrogativi e sospetti gravi». La polizia replica che quel filmato non può essere diffuso perchè sono ancora in corso le indagini.      

Il sospetto che sorella e fratello siano stati ammazzati in modo sommario, senza alcuna ragione, si è fatto ancora più forte quando le autorità israeliane hanno riferito che ad aprire il fuoco contro Maram non erano stati i poliziotti bensì dei contractor. Secondo la versione ufficiale, la donna si sarebbe diretta assieme al fratello verso il settore del posto di blocco di Qalandiya da dove transitano verso Gerusalemme gli autoveicoli (autorizzati). Il passaggio per le persone è dall’altro lato. Maram non avrebbe risposto all’intimazione di fermarsi giunta dalla polizia che ha sparato in aria alcuni colpi di avvertimento. Quindi ha estratto un coltello e, da una distanza non meglio precisata, l’avrebbe lanciato in direzione di un agente, senza colpirlo. A questo punto le guardie private hanno aperto il fuoco contro la donna e il fratello intenzionato, sempre secondo la versione ufficiale, ad attaccare a sua volta i poliziotti.

Saleh Abu Ismail difende i figli. Maram, ha spiegato, si era ferita ad una mano due settimane prima. Sopraggiunta una forte infezione, non avendo ottenuto cure adeguate nel suo villaggio, Beit Surif, e a Ramallah, la donna aveva deciso di andare all’ospedale a Gerusalemme Est assieme al fratello. Maram, dice il padre, non conosceva il valico di Qalandiya e si sarebbe avviata per errore in direzione delle corsie destinate al passaggio delle auto. Testimoni hanno riferito che di fronte alle intimazioni a fermarsi, la donna, visibilmente confusa, avrebbe estratto e lanciato verso gli agenti non un coltello ma alcuni fogli appallottolati, pare i referti medici a conferma del suo bisogno di cure immediate. In reazione al quel gesto le guardie private hanno aperto il fuoco uccidendola sul colpo. Poi, sempre secondo le testimonianze, avrebbero fatto fuoco su Ibrahim che intendeva soccorrere la sorella.

«Mia figlia non ha lanciato alcun coltello» insiste Salah Abu Ismail che nega la militanza di Maram in qualsiasi organizzazione politica: «Era la madre di due bambine piccole e non aveva mai avuto mai problemi con Israele». Per la polizia invece la donna avanzava tenendo una mano dietro la schiena e all’improvviso ha scagliato il coltello. Dopo la sparatoria, sempre secondo la versione israeliana, un altro coltello sarebbe stato trovato sul corpo senza vita di Ibrahim. Salah denuncia «la messinscena» e chiede con forza che siano mostrate subito le immagini girate dalle telecamere di sorveglianza, richiesta sostenuta anche dal deputato israeliano comunista Dov Chenin e dalla Lista araba unita.

L’accaduto ha fornito nuove ragioni a chi denuncia il “grilletto facile” di soldati, poliziotti e guardie private israeliane, in particolare da quando, lo scorso ottobre, è cominciata l’Intifada di Gerusalemme. Le forze israeliane, protestano i palestinesi, sparano subito e sempre per uccidere, compiendo delle «esecuzioni extragiudiziali». Qualche settimana fa  a Hebron dove un militare israeliano ha sparato alla testa e ucciso un assalitore palestinese a terra e non in grado di nuocere. Il soldato è stato poi acclamato come un eroe da gran parte degli israeliani e rinviato a giudizio dai giudici militari soltanto per omicidio colposo. Nena News

Quattro mesi di carcere per Omar Nazzal di Falestin al-Yawm. Secondo Israele aveva partecipato alle attività di un “gruppo terrorista” palestinese. L’avvocato respinge l’accusa: “è un processo politico”

In arabo: “Il sindacato dei giornalisti palestinesi chiede l’immediato rilascio di Omar Nazzal”

della redazione

Roma, 3 maggio 2016, Nena News – Detenzione amministrativa (arresto senza processo) di quattro mesi per il giornalista palestinese Omar Nazzal. E’ quanto ha stabilito ieri un tribunale militare israeliano. Nazzal è stato arrestato lo scorso 23 aprile mentre era in viaggio verso la Giordania da dove sarebbe dovuto volare alla volta della Bosnia per partecipare ad un incontro della Federazione europea dei giornalisti. La notizia, resa nota dall’agenzia palestinese Wafa, è stata confermata dalla portavoce dell’esercito Luba al-Samri. Il giornalista – ha detto al-Samri – dovrà restare in prigione fino al 22 agosto perché accusato di “attività illegale” con il Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp), il principale partito di sinistra palestinese, ma che Tel Aviv considera un “gruppo terrorista”.

Secondo l’avvocato di Nazzal, Mahmoud Hassan, il suo assistito sarebbe stato preso di mira dalle autorità israeliane per il suo attivismo politico. Hassan ha poi sottolineato come sotto la detenzione amministrativa, Israele può arrestare presunti sospetti per periodi indefiniti di tempo senza che questi abbiano un regolare processo o vengano accusati formalmente di un reato.

Il giornalista 54enne lavora per la televisione Falestin al-Yawm che Israele ha deciso di chiudere alcuni mesi fa per “istigazione alla violenza” e per la sua “vicinanza” alla formazione islamista palestinese della Jihad islamica. La decisione del tribunale è giunta, per ironia della sorte, proprio alla vigilia della giornata mondiale della libertà di stampa, occasione in cui la stampa palestinese è solita denunciare le dure restrizioni imposte da Israele agli operatori dell’informazione locale. Accanto all’arresto di giornalisti, Tel Aviv ha stabilito negli ultimi mesi la chiusura di alcune radio e televisioni palestinesi.

La decisione del tribunale israeliano ha scatenato subito le ire di Ramallah. Hanan Ashrawi, tra le principali esponenti dell’Autorità palestinese, ha dichiarato che bisogna ritenere “Israele responsabile per la sfacciata e pianificata escalation contro i media palestinesi”.
Secondo dati forniti dal sindacato locale della stampa, Tel Aviv detiene attualmente 19 tra giornalisti e studenti di giornalismo palestinesi. Uno di questi è in carcere da più di 20 anni. A febbraio erano complessivamente 627 i palestinesi sotto detenzione amministrativa. Il loro numero è raddoppiato a partire da ottobre, da quando cioè sono iniziati gli attacchi palestinesi (veri e presunti) contro target israeliani (per lo più militari) che hanno portato all’uccisione di più di 200 palestinesi (28 le vittime israeliane). L’ultimo attacco con i coltelli è avvenuto ieri sera nella città vecchia di Gerusalemme. Ferito un 60enne israeliano le cui condizioni di salute non destano preoccupazioni. Fermato un 19enne palestinese: dovrà scontare ora 4 mesi di carcere.

Ad essere arrestati da Israele sono però anche gli attivisti dei diritti umani. Due giorni fa le forze armate israeliane hanno fermato Hasan Safadi mentre attraversava il ponte di al-Karameh. Secondo la versione fornita da ad-Dameer, l’associazione che sostiene i prigionieri palestinesi, Safadi sarebbe stato interrogato per 4 ore e poi sarebbe stato trasferito al centro di interrogazione di al-Moskobiyyeh. Prevista per oggi l’udienza a Gerusalemme: il giudice dovrà decidere se estendere o meno il periodo di detenzione per sette giorni. Ufficialmente per continuare l’inchiesta. Nena News

La ministra di giustizia dello stato ebraico ha detto ieri che “le leggi che passeranno al parlamento israeliano saranno estese anche alla Giudea e la Samaria”. La “centrista” Livni l’attacca: “così è la fine della soluzione a due-stati, 2.5 milioni di palestinesi voteranno da noi”

di Roberto Prinzi

Roma, 2 maggio 2016, Nena News – La legge israeliana regolerà anche la vita in Cisgiordania? Secondo la ministra di giustizia dello stato ebraico, Ayelet Shaked, sì. E anche molto presto. Intervenuta ieri al Forum legale per la Terra d’Israele, nonostante la forte contrarietà espressa dal procuratore generale Yehuda Weinstein, Shaked ha parlato della Hoq Hanormot (conosciuta come “la legge della normalizzazione”) che dovrebbe estendere il controllo giuridico israeliano anche al territorio cisgiordano.

“Ho creato una commissione congiunta con il ministro della difesa Ya’alon affinché ogni legge passata alla Knesset venga applicata anche alla Giudea e la Samaria [la Cisgiordania nel linguaggio della destra israeliana, ndr] o per mezzo della legge stessa, o per ordine di un generale o con ogni altro modo considerato appropriato” ha detto la ministra, esponente di punta del partito dei coloni “Casa ebraica”.

Non paga della dichiarazione, che di fatto si fa beffa delle risoluzioni internazionali in quanto considera la Cisgiordania territorio israeliano e non parte del futuro stato palestinese, Shaked ha rincarato la dose: “in qualità di ministra di giustizia, darò a questa proposta la priorità. Finora non è stato fatto molto a riguardo. La maggior parte delle leggi sono molto restrittive se si pensa che le leggi relative all’ambiente e al lavoro non si applicano alla Giudea e Samaria”. E poi ha concluso il suo intervento con la promessa: “il mio obiettivo è che ciò avvenga entro un anno”.

Messaggio chiaro e inequivocabile che, per l’ennesima volta, ribadisce la scarsa voglia (è un eufemismo) del governo Netanyahu (chiunque sia il suo rappresentante) di raggiungere qualunque tipo di accordo di pacificazione con i palestinesi. Una dichiarazione che fa ancora più clamore perché giunge a pochi giorni dal no secco di Netanyahu alla proposta di pace avanzata dai francesi. Sia chiaro – si era premurato di spiegare il premier alla stampa – il suo rifiuto non deriva assolutamente dal mancato desiderio di Tel Aviv di porre fine al conflitto con i palestinesi, ma dal presupposto che qualunque accordo con loro deve nascere “in incontri bilaterali” e non “con mosse unilaterali”.

Una contrarietà al concetto di unilateralità che cambia e si modifica nella stanza dei bottoni israeliani a seconda della situazione: rigettato con forza quando a proporlo sono gli altri (siano essi palestinesi, Onu o europei), diventa principio cardine della prassi israeliana quando conviene allo stato ebraico: costruire nuove colonie, invadere il territorio palestinese e finanche nel “liberare” aree precedentemente in suo possesso (qualcuno si ricorda del “disimpegno da Gaza” nel 2005?).

Le dichiarazioni oltranziste della ministra, inoltre, seguono quelle recenti del primo ministro secondo cui le Alture del Golan (occupate da Israele nel 1967 e annesse illegalmente per la comunità internazionale nel 1981) rimarranno per sempre israeliane. Unilateralmente andrebbe aggiunto.

Ma se Shaked propone l’uniformità giuridica tra Cisgiordania e territorio israeliano, l’opposizione alla sua proposta espressa dalla “centrista” Livni pone paradossalmente quest’ultima ancora più a destra di “Casa Ebraica”. “Il governo di destra sta iniziando silenziosamente il processo di annessione imponendo la sua ideologia” ha detto l’ex titolare del dicastero degli Esteri durante la mattanza di Piombo fuso nella Striscia di Gaza del 2009. Contrarietà, quindi, perché danneggia i diritti dei palestinesi? Tutt’altro. “Il risultato finale – ha infatti spiegato – sarà il collasso dell’idea dei due stati, una pressione internazionale e, alla fine, 2.5 milioni di palestinesi che avranno il diritto di votare alla Knesset”. Ritorna nelle parole di Livni lo spettro della minaccia demografica rappresentata dagli “arabi” che, integrati nel sistema israeliano, cancellerebbero l’identità “ebraica” dello stato d’Israele. Prospettiva da scongiurare assolutamente anche a costo di cedere con dispiacere un po’ dell’Eretz Yisrael.

Unica voce israeliana fuori dal coro è quella della leader di Meretz Zehava Gal-On. Shaked, ha detto la parlamentare di sinistra, sta combinando “annessione e apartheid” rendendo Israele “puzzolente” e “lebbroso” all’opinione pubblica mondiale. Nena News

Roberto Prinzi è su Twitter @Robbamir

A causare il ritiro della delegazione governativa è stato l’assalto degli houthi alla base militare di al-Amaliqa. Gli incontri – dichiarano però gli ufficiali yemeniti – continueranno “in modo indiretto”

della redazione

Roma, 2 maggio 2016, Nena News – La diplomazia internazionale registra un nuovo fiasco in Yemen: ieri il governo yemenita ha annunciato di sospendere la sua partecipazione “diretta” ai negoziati con gli houthi iniziati lo scorso aprile in Kuwait. Tuttavia,  continuerà a partecipare ad incontri “indiretti” con l’inviato speciale dell’Onu nello Yemen, Ismail Ould Shaikh Ahmed. Il motivo di questo dietrofront? Le “continue violazioni” del cessate il fuoco compiute dagli houthi. “Esortiamo le Nazioni Unite ad agire seriamente per porre fine a queste violenze che minano gli incontri di pace” ha affermato un ufficiale del governo che ha preferito restare anonimo.

Dalle parole si è passati presto ai fatti: la sessione negoziale prevista per ieri pomeriggio è saltata e da ora in avanti, ha spiegato l’ufficiale, “i contatti avverranno solo con il mediatore delle Nazioni Unite e gli altri partner del processo di pace”. Tradotto praticamente questo vorrà dira che Ahmed ritornerà a fare spola tra le due delegazioni che riprenderanno quindi a non parlarsi “faccia a faccia” (cosa che, per ironia della sorte, avevano iniziato a fare proprio sabato).

La notizia dell’abbandono (ma anche no) dei negoziati da parte dei delegati del presidente yemenita Hadi (sostenuto dal blocco sunnita a guida saudita) giunge a meno di 24 ore dai commenti positivi sull’andamento delle trattative espressi dall’inviato speciale dell’Onu nel Paese. Sabato, un (troppo) ottimista Ahmed aveva parlato di incontri “produttivi” perché avevano toccato “gli argomenti chiave” per porre fine al conflitto che ha causato in un anno quasi 7.000 morti e più di 2.5 milioni di sfollati.

A causare ufficialmente il ritiro del governo yemenita dal processo di pace è stato l’assalto ribelle di sabato sera alla base di al-Amaliqa nella provincia settentrionale di Amran. Un attacco che ha fatto infuriare il ministro degli esteri yemenita nonché leader della delegazione dei lealisti in Kuwait, Abdul Malek al-Mikhalifi. Di fronte a questo “crimine”, ha detto al-Mikhalifi, il governo reagirà prendendo una “posizione appropriata”. Non ha spiegato, però, in che cosa essa consisterà e quando avverrà.

Sia il blocco sunnita che sostiene Hadi, sia gli sciiti houthi appoggiati dall’Iran si scambiano da tempo accuse su chi sta violando il cessate il fuoco in vigore dallo scorso 11 aprile. “Abbiamo registrato 3.694 infrazioni della tregua da parte dei ribelli e dei loro alleati [i sostenitori dell’ex presidente Saleh, ndr]” hanno ribadito ieri i lealisti. Diverso è il parere degli houthi che accusano invece le forze governative e la coalizione saudita di aver compiuto più di 4.000 violazioni (principalmente raid aerei). Di fronte a questo clima di aperta ostilità, la liberazione sabato di 40 prigionieri houthi detenuti in Arabia saudita appare un gesto di pacificazione insignificante.

E mentre le due parti (con i loro rispettivi sponsor) litigano, le forze jihadiste ne approfittano: un nuovo attacco suicida ha colpito ieri Aden, la “capitale temporanea” dei lealisti. Nell’attentato sono state uccise cinque guardie del corpo del capo della sicurezza del Paese, Shallal Shayei. Shayei viaggiava con il governatore di Aden, Aidroos al-Zubaidi, quando l’attentatore ha attaccato il convoglio. Entrambi sono rimasti illesi. Non è la prima volta che i gruppi radicali islamici prendono di mira il capo della sicurezza: giovedì scorso un attentatore travestito da donna aveva attaccato la sua casa con’autobomba. Nena News

Ieri i manifestanti che avevano fatto irruzione nella Zona Verde e in parlamento se ne sono andati. Ma la crisi politica resta, accesa dalle interferenze esterne e dalla corruzione delle istituzioni

I manifestanti sciiti entrano nella Zona Verde di Baghdad sabato 30 aprile 2016 (Foto: Khalid al Mousily/Reuters)

di Chiara Cruciati

Roma, 2 maggio 2016, Nena News – I sadristi se ne sono andati: hanno lasciato il parlamento e la Zona Verde, il giorno dopo aver fatto irruzione nel luogo simbolo delle istituzioni irachene. La rabbia era esplosa sabato: pochi minuti dopo il discorso del leader religioso sciita Moqtada al-Sadr a Najaf, che chiedeva una protesta pacifica contro lo stallo parlamentare nella nomina del nuovo governo tecnico, migliaia di suoi sostenitori nella capitale hanno abbattuto una parte del muro di cemento che divide la capitale dalla “zona rossa” e sono entrati.

Un atto senza precedenti che ha preso di mira quei quattro km quadrati simbolo dell’occupazione Usa e della fine del regime di Saddam Hussein, dal 2003 area fortificata e inaccessibile sede di ambasciate straniere, del parlamento e degli uffici governativi. Il muro di cemento che da un decennio la delimita oggi come ma prima rappresenta la lontananza delle istituzioni dalla gente, il tentativo debole di chi detiene il potere a mantenere la distanza dalla base. Una distanza visibile: molti manifestanti si sono trovati di fronte ad un quartiere ricco, ben tenuto, con acqua corrente e elettricità continua, quando il paese soffre per continui blackout e servizi quasi inesistenti.

Così la base, dopo mesi di proteste, è esplosa. Non è un atto estemporaneo: dallo scorso anno, con l’Isis che occupava già un terzo del territorio iracheno, le comunità sciite di numerose comunità erano scese in piazza per settimane, nel torrido caldo estivo, per chiedere al premier al-Abadi di mettere in atto le riforme anti-corruzione promesse da tempo. A manovrare lo scontento, in modo sapiente, è stato al-Sadr, passato da leader della resistenza sciita in chiave anti-statunitense a moralizzatore e riformatore. Sotto di lui non sta più il temibile Esercito del Mahdi, ma le cosiddette Brigate della Pace, in prima linea contro l’Isis e ora spauracchio del potere costituito di Baghdad.

I suoi sostenitori sono tanti, sono decine di migliaia e continuano ad aumentare, anche all’interno di fazioni politiche avversarie. Perché il popolo iracheno è stanco e frustrato: decenni di guerra permanente e miliardi di dollari destinati alla ricostruzione scomparsi tra le pieghe del clientelismo strutturale delle istituzioni nazionali. Sabato la frustrazione ha preso la forma di un vero e proprio assalto al parlamento: i manifestanti sono entrati nelle aule, sono saliti sulle poltrone e hanno sventolato le bandiere dell’Iraq gridando slogan contro la corruzione dei propri deputati. Molti di loro si sono dati alla fuga in auto, alcuni sono finiti sotto il lancio di sassi della folla.

Il premier al-Abadi, dato inizialmente in fuga dalla capitale, ha emesso un comunicato nel quale chiedeva di manifestare in modo pacifico e assicurava: “La situazione è sotto controllo”. Eppure poco prima il governatorato di Baghdad dichiarava lo stato di emergenza e l’esercito chiudeva tutti gli ingressi alla città: si poteva uscire ma non entrare.

Ieri i manifestanti hanno lasciato la Zona Verde, a seguito di un comunicato di Moqtada al-Sadr per poter garantire la sicurezza durante il pellegrinaggio sciita che si tiene in questi giorni in ricordo dell’imam al-Kadhim, figura sacra sciita. Nelle stesse ore il primo ministro ordinava l’arresto di coloro che hanno aggredito le forze di sicurezza e i deputati e che hanno danneggiato proprietà dello Stato.

Ma la potenza della protesta resta in tutta la sua forza. Chiedono un nuovo governo tecnico, quello che al-Abadi ha già individuato ma che il parlamento continua a non votare facendo ostruzionismo: a fare da tappo è il timore dei partiti politici di perdere il controllo dei ministeri e quindi di veder indebolita la rete di consenso basata su favori e clientelismo.

Sullo sfondo dell’instabilità delle istituzioni sta la concreta minaccia islamista: l’Isis, nonostante la perdita di Tikrit, Sinjar e Ramadi, continua a controllare quasi un terzo del territorio del paese e compie attacchi nelle zone non occupate. Gli ultimi proprio mentre a Baghdad la Zona Verde veniva invasa: ieri due autobomba sono esplose nella città meridionale di Samawa, uccidendo almeno 30 persone e ferendone 55; sabato 23 civili hanno perso la vita per un’esplosione rivendicata dall’Isis nel sito sacro di Kadhimiyah.

E se la debolezza dello Stato è il primo ostacolo alla lotta contro lo Stato Islamico, all’assenza di unità interna si aggiungono le interferenze esterne. A partire dalle superpotenze, Usa e Russia, che puntano a controllare Baghdad con il sostegno militare e dall’Occidente che continua a concedere prestiti miliardari tramite Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale. L’obiettivo è un paese malleabile alle proprie esigenze strategiche. Dall’altra parte sta però l’Iran che dalla caduta di Saddam ha allungato le mani sulle istituzioni irachene e oggi controlla la lotta all’Isis con le proprie guardie rivoluzionarie e con milizie irachene sciite fedeli.

In mezzo si pone al-Sadr, sciita non certo filo-iraniano che non intende piegarsi a Teheran mettendo ulteriormente in difficoltà il premier (estremamente debole) al-Abadi che della Repubblica Islamica ha bisogno. Il consenso di cui gode il religioso sciita cambia gli equilibri, spinge il primo ministro verso i propri interessi strategici e spacca il fronte sciita, ulteriore divisione in un Iraq frammentato. Nena News

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

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