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Agenzia Stampa Vicino Oriente
Aggiornato: 13 ore 52 sec fa

GERUSALEMME. Più demolizioni per fermare la protesta palestinese

Gio, 30/10/2014 - 10:15

Il sindaco israeliano Nir Barkat, riferisce il giornale online Times of Israel, ha dato disposizione di aumentare la frequenza delle demolizioni degli edifici abusivi, quelli costruiti dai palestinesi naturalmente.

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 30 ottobre 2014, Nena News – Le strade di Silwan, Wadi al Joz e di A-Tur sul Monte degli Olivi, ricordano quelle dell’inizio della prima Intifada 27 anni fa. Pneumatici consumati dalle fiamme, cassonetti dei rifiuti usati come barricate, sassi che ricoprono l’asfalto. Sono i resti delle battaglie urbane a Gerusalemme Est tra palestinesi e polizia, ormai quotidiane e quasi sempre notturne. Luoghi che al mattino sono presidiati dalle jeep dei “berretti verdi”, la guardia di frontiera. La presenza degli uomini dei reparti antisommossa è cresciuta ovunque nella zona araba della città. Così come quella dei “mistaaravim”, i “mascherati da arabi”, gli agenti di polizia che agiscono sotto copertura e che hanno il compito di catturare chi guida le proteste in strada. Posti di controllo sono stati eretti dalla polizia in tutte nelle aree di contatto tra la popolazione israeliana e quella palestinese, in particolare tra Abu Tur e Silwan, ai piedi delle mura della città vecchia e lungo la strada che costeggia la valle del Kidron.

Più Israele cerca di mettere, defintivamente, le mani su Gerusalemme Est, con la colonizzazione e con i blitz della destra ultranazionalista sulla Spianata delle moschea di al Aqsa, è più i palestinesi si ribellano e reclamano Gerusalemme come capitale del loro futuro Stato. E più i palestinesi alzano il livello della loro protesta contro l’occupazione e più le autorità israeliane pianificano punizioni collettive per fermarla. Il giornale online Times of Israel ieri riferiva che il sindaco Barkat – due giorni fa era alla Spianata di al Aqsa per affermare la sovranità israeliana sul sito religioso – ha dato disposizione di aumentare la frequenza delle demolizioni degli edifici abusivi, quelli costruiti dai palestinesi naturalmente. Una misura che colpirà duramente la popolazione araba. Le stesse associazioni israeliane per i diritti umani, riferiscono che i palestinesi il più delle volte sono costretti a costruire illegamente, perchè le autorità comunali rilasciano con il contagocce i permessi edilizi a Gerusalemme Est. La parte araba della città perciò scoppia, non ci sono case nuove per coprire il fabbisogno. Così le famiglie alzano un piano o due sulla propria abitazione per dare una casa ai figli adulti. Le demolizioni degli alloggi abusivi potrebbero innescare una ulteriore escalation di scontri invece di placare la protesta palestinese come vorrebbe il sindaco Barkat.

Il governo israeliano e l’amministrazione comunale sono convinti di vincere la partita di Gerusalemme, anche con l’uso della forza. Eppure il via libera del premier Netanyahu all’ulteriore espansione delle colonie ebraiche dentro e intorno alla zona araba sta mettendo Israele sotto una forte pressione diplomatica, almeno in apparenza. Ieri il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni si è riunito, su richiesta urgente della Giordania, per valutare l’ennesima espansione degli insediamenti ebraici nelle aree occupate nel 1967. I palestinesi non si illudono. Il veto americano a una, ancora lontana, risoluzione di condanna di Israele è scontato.

Allo stesso tempo aumenta la tensione tra Washington e Tel Aviv. E se nulla può spezzare l’alleanza strategica e militare esistente tra Usa e Israele, la colonizzazione incessante portata avanti dal governo Netanyahu – l’ultimo annuncio parla della costruzione di altre 1000 case per coloni a Har Homa e Ramat Shlomo – sta mettendo alle corde le relazioni tra la Casa Bianca e il primo ministro israeliano. La rivista Atlantic ha riferito che collaboratori di Barack Obama hanno definito “pavido” il premier israeliano, “miope” la sua linea verso il negoziato con i palestinesi e “vigliacca” nei confronti del nucleare iraniano. Uno degli uomini del presidente statunitense, coperto dall’anonimato, ha utilizzato una parola offensiva “chickenshit” (“cacca di gallina”) nei confronti di Israele e del suo primo ministro. «Sono stato sul campo di battaglia numerose volte. Ho rischiato la mia vita per il Paese», ha reagito Netanyahu alle accuse nei suoi confronti raccolte da Atlantic. «I nostri interessi supremi – ha aggiunto il premier israeliano – in primo luogo la sicurezza e la unificazione di Gerusalemme, non interessano quelle fonti anonime che ci attaccano e che attaccano me in particolare».

Sul web in Israele poco dopo hanno fatto la loro apparizione due foto polemiche. Nella prima Netanyahu appare nella divisa di una unità scelta israeliana, nella seconda Barack Obama sta seduto trasognato su un divano, con una sigaretta in mano. In serata l’amministrazione Usa ha preso le distanze dalle dichiarazioni rilasciate dal funzionario americano. Quelle parole sul premier Netanyahu, ha detto il portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale, Alistair Baskey, «non riflettono certamente la posizione dell’Amministrazione… sono controproducenti». Il presidente Usa e il premier israeliano, ha detto ancora Baskey, «hanno costruito un partenariato efficace e si sentono in maniera regolare». Nena News

Categorie: Palestina

LIBRO. Kurdistan, Le Antiche Città tra le Montagne

Gio, 30/10/2014 - 08:20

Di seimila lingue oggi vive al mondo. Il Curdo è una lingua attraverso la quale il popolo che la utilizza vuole rimanere vivo e mantenere i propri usi e costumi.

di Cristina Micalusi

Roma, 30 ottobre 2014, Nena News – Una lingua è il mezzo con cui ci plasmiamo e ci orientiamo nel mondo, essa non è uno strumento usa e getta. Grazie ad essa possiamo codificare i nostri ricordi, è la trama della nostra vita sociale che ci fa riconoscere in una identità di gruppo. Così come la definì il grande linguista Ferdinand de Saussure, essa è la forza di interscambio: cioè la condizione che ci permette di apprendere nuove lingue aprendoci alla conoscenza e al contatto con altre e diverse genti.

Delle seimila lingue oggi vive al mondo, il Curdo è una lingua attraverso la quale il popolo che la utilizza vuole rimanere vivo e mantenere i propri usi e costumi. I curdi, popolo addolorato, perseguitato, torturato eppure popolo vivo e vivace, amante della luce, dei colori, della musica, tiene viva la propria lingua per non assimilarsi e non essere dimenticati.

I kurdi amanti della propria storia e delle proprie tradizioni amano sapere di ciò che non conoscono attraverso la lingua.

Ed è attraverso questo libretto di Fuad Aziz che possiamo scoprire il mondo di questo popolo fiero. Attraverso questo racconto di storia vera possiamo capire chi si trova oggi assediato da quei combattenti jahidisti che tutto travolgono senza rispettare e conoscere l’altro, il diverso.

Quello che vivono oggi i curdi è la riprova che quando la coesistenza di diverse etnie e lingue in uno stesso luogo crea problemi che i paesi non vogliono risolvere in modo positivo, essi generano altri problemi di natura politica, giuridica e sociale.

 

Il diritto all’uso e prima ancora il diritto al rispetto della propria lingua è un diritto umano primario.

E tutto quello che il popolo curdo ha dovuto subire e la lotta coraggiosa che sta portando avanti oggi, può darsi che un giorno potrà trasformarsi in storie magiche e meno crudeli della realtà.

Fuad Aziz è nato ad Erbil, città del Kurdistan iracheno, nel 1951. Attualmente vive e lavora a Firenze. Da alcuni anni si occupa di illustrazioni di libri per ragazzi. È tra i fondatori dell’ Associazione Interculturale Biblioteca di Pace di Firenze e si occupa della cultura della fiaba come importante strumento di comunicazione e di scambio culturale.

 

Titolo: KURDISTAN Le Antiche Città tra le Montagne

Autore: FUAD AZIZ

Edizioni: SINNOS

Anno:   2005

Categorie: Palestina

Malala: i soldi del Nobel alle scuole di Gaza

Gio, 30/10/2014 - 07:31

“Senza istruzione non ci sarà mai pace”. Con queste parole la giovane pachistana ha donato 50mila dollari per la ricostruzione delle strutture scolastiche nella Striscia. Sono 24 gli istituti totalmente distrutti, decine quelli danneggiati e ancora inagibli. Per 500mila studenti palestinesi quest’anno studiare sarà davvero difficile

Malala Yousafzai

della redazione

Roma, 30 ottobre 2014, Nena News – La premio Nobel per la Pace, Malala Yousafzai, studentessa pachistana di17 anni, ha deciso di donare tutti i soldi (50mila dollari) ricevuti in premio per la ricostruzione delle scuole nella Striscia di Gaza.

Gli edifici scolastici dell’enclave palestinese non sono stati risparmiati dai 52 giorni di bombardamenti israeliani contro Gaza, in cui sono morti circa 2.200 palestinesi, tra cui 505 bambini. Le scuole sono state prese di mira dall’aviazione e dall’artiglieria israeliane per ragioni di “sicurezza” e negli attacchi hanno perso la vita tanti sfollati che vi avevano trovato rifugio. Sono 24 le strutture scolastiche totalmente distrutte, come quella del martoriato centro abitato di Al-Shijaeyyah, raso al suolo dalle bombe.

“Sono onorata di annunciare che tutti i soldi ricevuti in premio andranno agli studenti e alle scuole di un posto in particolare difficoltà: Gaza”, ha detto Malala parlando a Stoccolma alle cerimonia per il ritiro del premio che condivide con Kailash Satyarthi, attivista indiano impegnato a liberare i bambini dalla schiavitù. “I bisogni sono enormi. Oltre metà della popolazione di Gaza ha meno di 18 anni. (Questi giovani) hanno il diritto di ricevere un’istruzione di qualità, la speranza e reali opportunità per costruire il loro futuro. Questi soldi serviranno a ricostruire 65 scuole danneggiate nel recente conflitto”. “Senza istruzione non ci sarà mai la pace”, ha concluso.

La giovane Malala è stata insignita del Premio Nobel per il suo impegno a favore del diritto all’istruzione delle donne e per questo nel 2012 fu vittima di un attentato che l’ha fatta conoscere in tutto il mondo. La sua donazione servirà alla riabilitazione delle scuole Unrwa. Secondo l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, 138 studenti che frequentavano i suoi istituti sono rimasti uccisi durante l’offensiva israeliana, mentre 814 sono stati feriti e 560 hanno perso uno o entrambi i genitori. Inoltre, sarà necessaria un’assistenza specifica per tutti i bambini che hanno subito danni gravi e adesso soffrono di disabilità permanenti.

Secondo i dati riportati dal sito Middle East Eye, ci sono circa 500mila studenti a Gaza e di questi circa 24.000 frequentano le 91 scuole gestite dall’Onu, mentre gli altri vanno in quelle pubbliche gestite dal governo, che sono 187. Sono stati danneggiati anche diversi istituti privati: 49 scuole, 5 college e l’Università Islamica di Gaza, oltre a 75 asili e centri diurni.

A Gaza la scuola è ricominciata a metà settembre. Le lezioni danno una parvenza di normalità ai bambini della Striscia, ma negli edifici ci sono ancora sfollati e la carenza di strutture agibili costringe gli istituti ai doppi turni e a formare classi sovraffollate. Inoltre, per la maggioranza degli studenti universitari tornare a studiare sarà un’impresa difficile anche dal punto di vista economico. In tanti hanno perso la casa, oltre ad amici e parenti, nei bombardamenti. Le bombe hanno distrutto anche il diritto allo studio. Nena News

Categorie: Palestina

Abdel Basset Sayda: assicurare aiuti continui a combattenti kurdi

Gio, 30/10/2014 - 05:48

INTERVISTA. Nato ad Amuda, nel governatorato di al-Hasakah, nel 1956, Abdulbaset Sieda (in curdo Abdel Basset Sayda), leader curdo siriano è stato in esilio in Svezia. Poi è tornato a combattere per l’autodeterminazione curda. Oggi a devastare la sua terra è lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS)

di Federica Iezzi

 

Quali sono gli ultimi aggiornamenti da Kobane?

L’attuale situazione a Kobane è molto grave. L’ISIS ormai da più di un mese assale barbaramente interi quartieri della città, per ottenerne il completo controllo. Allo stesso tempo, sopravvive l’insistenza da parte dei combattenti dell’Unità di Protezione Popolare, di opporsi fino all’ultimo respiro. I raid aerei della coalizione internazionale, condotti nei giorni scorsi, sono risultati in incursioni di successo su strategici siti Daash (lin arabo lo Stato Islamico, ndt). Questo ha contribuito notevolmente ad impedire l’avanzata su Kobane dei combattenti jihadisti. E in molti luoghi addirittura si è assistito ad una loro ritirata. Kobane è attualmente il simbolo dei curdi siriani. La caduta della città potrebbe avere come conseguenza diretta, il convincimento popolare della mancanza di serietà della campagna internazionale contro il terrorismo. I combattenti curdi dell’YPG, che stanno difendendo la città ormai da settimane, hanno mostrato una resistenza eroica e stabile. Continua intanto il desiderio di molti giovani curdi di unirsi alle fila dell’Unità di Protezione Popolare.

 

Molti combattenti si sono uniti alla YPG, dopo l’inizio dell’offensiva su Kobane. Cosa si aspetta il popolo curdo dalla coalizione internazionale?

Confidiamo anche negli attacchi aerei della coalizione internazional, per ottenere il ripiegamento dell’ISIS da Kobane. C’è ancora forte necessità di armamenti, munizioni, materiale logistico e forniture mediche. Tutto ciò dovrebbe essere assicurato ai combattenti curdi continuativamente.

 

Cosa potrebbe realmente creare l’ISIS in Medio Oriente?

Lo Stato Islamico rappresenta un terrorista legittimo e brutale. Contraddice assolutamente il progetto di democrazia nazionale, per il quale più di tre anni fa scoppiò la guerra civile in Siria. L’ISIS non minaccia solo la Siria, ma l’intera regione mediorientale. In breve tempo, a subire il potere dell’ISIS, potrebbero essere Iraq, Libano e Turchia, a causa dei turbinosi rapporti con la politica interna, delle numerose e diverse etnie di cui è composta la popolazione. L’ISIS misura il suo vigore con la destabilizzazione di sicurezza e stabilità in un Paese. In questo caso di tutto il Medio Oriente. Uno degli effetti visibili al mondo è l’ondata di rifugiati verso l’Occidente. Legato a questo fenomeno, oggi iniziano a prendere forma e vita una serie di piccole operazioni di estremismo religioso, destinate a crescere, portate avanti proprio dai membri di quelle comunità strappate violentemente alla loro terra.

 

Parliamo della situazione di tutta la popolazione siriana, i più giovani, i più piccoli sono le prime vittime della guerra civile. Cosa pensa della condizione dei bambini costretti a lavorare?

Il fenomeno del lavoro minorile è fuori da ogni standard civile. I bambini che entrano nel mercato del lavoro, al fine di garantire il raggiungimento delle esigenze di una famiglia, sono forzatamente costretti ad abbandonare l’istruzione. Nello stesso tempo sono esposti a violenze psicologiche e fisiche, come risultato di azioni che non sono commisurate all’età. Il futuro più prossimo è quello della comparsa di una serie di mali sociali. Il fenomeno del lavoro minorile inoltre acuisce il già alto tasso di disoccupazione. E molti dei giovani disoccupati iniziano a spendere il loro tempo nelle reti di gruppi estremisti.

 

Molte scuole siriane sono state danneggiate dagli scontri interni, altre vengono oggi usate come sistemazioni per i rifugiati interni siriani. Pensa che la mancanza di un organizzato sistema di istruzione, incoraggi il lavoro minorile?

L’istruzione in Siria non può attualmente raggiungere tutti gli studenti, a causa della distruzione di un gran numero di edifici scolastici. Gran parte degli edifici rimasti in piedi si sono trasformati in rifugi per gli sfollati, fenomeno che porta ad aggravare, già l’enorme problema. Fornire istruzione a questi bambini è importante, ma non sufficiente. L’allarme potrebbe essere arginato agevolando l’attività lavorativa dei genitori e consentendo loro di ottenere i requisiti di base per vivere e per mandare i figli a scuola.

 

Ci sono milioni di siriani che vivono come rifugiati nei Paesi limitrofi? Sono davvero sfruttati e sottopagati?

I rifugiati siriani che vivono nei paesi confinanti con la Siria, sopportano una vera tragedia a causa delle dure condizioni di asilo. A questo si aggiungono le inclinazioni negative che iniziano ad emergere da parte dei cittadini dei Paesi limitrofi, verso i rifugiati siriani. I rifugiati siriani sono costretti allo sfruttamento come conseguenza di un lavoro abusivo, non regolarizzato. E i salari sono sproporzionatamente inferiori, rispetto ai duri sforzi che stanno vivendo.

 

Pensa che un giorno i rifugiati siriani possano tornare nella loro terra e vivere una vita senza guerra?

Questa guerra deve finire, non importa come e quando. Si deve lavorare ad una soluzione politica. E qualsiasi soluzione non sarebbe corretta se non prendesse in considerazione la questione del ritorno dei profughi, consentendo loro di ripartire da zero nella loro vita quotidiana. Se le cose dovessero continuare in questo modo, il numero delle vittime crescerà esponenzialmente. E tutto questo sarebbe una rigida perdita per la Siria e per i siriani. Nena News

Categorie: Palestina

La battaglia per lo Yemen

Mer, 29/10/2014 - 13:15

Sono centinaia le vittime delle violenze che scuotono il Paese, teatro dello scontro tra il movimento sciita e le fazioni sunnite. La capitale resta nelle mani degli Houthi. Il Sud torna a chiedere l’indipendenza, mentre Khaled Bahah cerca di formare la nuova squadra di governo

 

Manifestanti pro-Houthi

di Sonia Grieco

Roma, 29 ottobre 2014, Nena News – A dirigere il traffico a Sana’a adesso ci sono i combattenti sciiti Houthi, armati di fucile e con indosso la pettorina fluorescente, racconta il settimanale Yemen Times.

La capitale yemenita è nelle loro mani dal 21 settembre e sembra che non abbiano intenzione di suonare la ritirata, nonostante l’accordo siglato con il presidente Abd Rabbuh Mansur Hadi e l’insediamento alla guida del governo di un uomo a loro gradito: Khaled Bahah, ex inviato alle Nazioni Unite. Né si sono fermati i combattimenti al Sud tra il movimento sciita, che dalla capitale si è spinto verso le regioni meridionali, e le milizie di al Qaeda e delle tribù sunnite. Lo scorso fine settimana sono morte almeno 250 persone negli scontri nella città di Radda, mentre la popolazione è in fuga.

Una situazione esplosiva, che alcuni temono faccia tornare il Paese alla divisione pre-1990 tra un Nord sciita e un Sud sunnita dove c’è il pericolo di una espansione dei qaedisti. Gli Houthi non vogliono mollare la presa sulla capitale, giustificando la loro presenza come una forza di contrapposizione a una possibile avanzata di al Qaeda su Sana’a, mentre sono in corso le consultazioni per la formazione del nuovo esecutivo. Al Sud, invece, le istanze indipendentiste, mai sopite, sono state rinvigorite dall’offensiva dei combattenti sciiti, dotati di artiglieria pesante, che non hanno incontrato una reale opposizione da parte delle Forze armate yemenite. Al contrario, riferisce il libanese Daily Star, il 193esimo battaglione di stanza a Radda avrebbe abbandonato le sue posizioni per lasciar passare gli Houthi. Il suo comandante è noto come un uomo del regime dell’ex presidente Ali Abdullah Saleh, fattosi da parte in seguito alla rivolta scoppiata in Yemen nel 2011 sull’onda delle primavere arabe.

Dal 14 ottobre (51esimo anniversario della rivolta contro la Gran Bretagna) a Aden, l’ex capitale del Sud, ci sono manifestazioni e sit-in a oltranza per la secessione. Inoltre, domenica scorsa i due movimenti secessionisti hanno ritrovato l’unità e hanno fondato il Consiglio supremo del movimento meridionale pacifico e rivoluzionario, che al primo posto del suo programma ha messo l’indipendenza delle regioni del Sud. Una richiesta che ha trovato la sponda di 33 dei 53 deputati del Sud, che hanno parlato di referendum per l’indipendenza e si sono costituiti in un unico blocco parlamentare. Una conseguenza della situazione a Sana’a, ha tuonato al Islah, il partito-ombrello sunnita.

Soltanto negli ultimi giorni il presidente Hadi ha apertamente criticato la presenza dei combattenti sciiti nella capitale. “L’espansione armata degli Houthi”, ha detto, “non è comprensibile né accettabile dopo la firma dell’accordo di pace”. Ma sono in molti a ritenere che l’avanzata degli Houthi sia stata possibile anche grazie alla complicità di Hadi che, se non ha sostenuto, ha per lo meno lasciato fare, sperando in un indebolimento del rivale Islah che è in effetti alle strette.

Secondo molti analisti, sullo sfondo di queste lacerazioni interne a un Paese poverissimo e da sempre instabile c’è la lotta per la supremazia regionale tra l’Iran sciita e la dinastia sunnita che regna a Riad. Un ruolo (involontario) che mette lo Yemen al centro di interessi regionali e internazionali legati anche alla massiccia presenza sul suo territorio di al Qaeda nella Penisola arabica (AQPA), presa di mira dai droni Usa. Nel Paese è in atto una sorta di resa dei conti tra sciiti e sunniti che mette in allarme Washington e le petromonarchie, preoccupati dell’influenza iraniana sul povero e agitato Paese della Penisola.

Nel 2011 la primavera yemenita -come accaduto in Bahrein- si è risolta con l’intervento del Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG), organismo dominato dai sauditi, che ha imposto alla piazza un patto di elité: Saleh ha ceduto la presidenza al suo vice Hadi in cambio dell’immunità e il governo di transizione è stato formato a metà da Islah e a metà dal partito dell’ex presidente, il General People’s Congress. Ma Islah, che ha accarezzato l’idea di arrivare ai vertici del potere, è ben presto caduto in disgrazia a Riad per i suoi legami con i Fratelli musulmani e, dopo avere svolto per anni un ruolo anti-Houthi al confine con l’Arabia Saudita, è stato inserito nella lista nera dalla monarchia wahabita. Il patto è dunque saltato e sono entrati in scena gli Houthi, capaci di mobilitare la popolazioni e di mettere in campo anche una certa forza militare.

Il 18 agosto sono iniziate le manifestazioni antigovernative degli Houthi a Sana’a, con la richiesta delle dimissioni dell’esecutivo, sfociate nell’occupazione della capitale e dello strategico porto di Hodeidah affacciato sul mar Rosso. Un nuovo premier e un’intesa per formare un nuovo governo non hanno però fermato le violenze.

In base all’accordo approvato da tutte le forze politiche, ogni partito deve indicare i nomi da inserire nel futuro esecutivo, ma venerdì gli Houthi hanno fatto sapere che rinunciano a entrare al governo. “Lasceremo le nostre poltrone a disposizione dei nostri fratelli del Sud”, ha detto il leader, Abdul Malik al-Houthi, senza che però nessun combattente sciita abbia lasciato Sana’a. L’intenzione sembra quella di controllare dall’esterno. A ottobre hanno posto il veto alla nomina alla guida del governo di Ahmed Bin Mubarak, ottenendo che fosse designato una figura a loro gradita, Khaled Bahah.

Secondo un’analisi di Middle East Eye, tanta generosità nasconderebbe il timore di trovarsi al potere in un momento difficile, con il rischio di fallire e perdere tutto il credito guadagnato con quella che il movimento sciita ha definito una “rivoluzione” contro un “governo corrotto”. Gli Houthi, infatti, sono in una posizione di forza ed entrare nella macchina amministrativa potrebbe persino risultare d’intralcio per il loro obiettivo: un ruolo nello Yemen post transizione. Nena News

Categorie: Palestina

GAZA. L’Egitto costruisce la zona cuscinetto e il muro della propaganda contro Hamas

Mer, 29/10/2014 - 11:10

Avviati i lavori al confine con la Striscia: evacuate 82o abitazioni civili. Durissima campagna anti-Gaza in Egitto dopo l’attentato in Sinai. Sgomento dentro Hamas.

 

Un soldato egiziano al confine con Gaza (Foto: AFP PHOTO/ Said Khatib)

 

 

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gaza City, 29 ottobre 2014, Nena News – Khalil Shahin è preoccupato, scuote la testa. «Queste accuse formulate dall’Egitto ci lasciano perplessi, sono ingigantite e finiranno solo per colpire i civili palestinesi che non avranno più disponibile il valico di Rafah – avverte Shahin, vice direttore del Centro Palestinese per i Diritti Umani di Gaza city – Sostenere, come fanno le autorità egiziane, che Gaza è la causa dell’instabilità del Sinai e degli attentati che vi avvengono, è davvero troppo».

E invece il Cairo rincara la dose e da quando il presidente al Sisi ha fatto riferimento a non meglio precisate «mani straniere» dietro gli attacchi dei jihadisti di Ansar Bayt al Maqdes nel Sinai, nei quali la scorsa settimana sono rimasti uccisi 33 soldati, esponenti della politica, vertici militari e media egiziani hanno rinnovato l’attacco ai palestinesi, a Gaza, e Hamas già visti nell’ultimo anno.

È un modo per coprire oltre un anno di fallimenti delle operazioni militari contro i gruppi jihadisti che si rafforzano nel Sinai settentrionale. Il conto però lo paga Gaza. Dopo aver chiuso a tempo indeterminato il valico di Rafah, ieri le forze armate egiziane hanno cominciato il «piano di evacuazione» degli abitanti nei territori del Sinai lungo la frontiera con la Striscia di Gaza. I civili hanno avuto l’ordine di abbandonare le loro case entro 48 ore, per dare modo alle autorità militari di creare una «zona cuscinetto» che isolerà Gaza dal Sinai.

Si tratta di 820 case, centinaia di famiglie che dovranno trasferirsi in alloggi di fortuna a el Arish. I militari egiziani dicono di aver già distrutto nove tunnel che collegavano il Sinai con la Striscia, sequestrando due veicoli carichi di droga e munizioni per armi automatiche.

Il giornale filo governativo egiziano El Watan ha scritto che le indagini dicono che gli attentatori di Ansar Bayt al Maqdes sono stati addestrati nella Striscia di Gaza, sotto la direzione di Mumtaz Durmush, capo dell’Esercito dell’Islam, gruppo salafita presente da diversi anni nella Striscia. E che dopo l’infiltrazione nella penisola del Sinai, attraverso un tunnel da Gaza, gli attentatori hanno usato esplosivi presi dai gruppi armati palestinesi agli israeliani per attaccare le postazioni militari egiziane.

Parlando al quotidiano saudita al Sharq al Awsat il generale Sameeh Beshadi, ex capo della sicurezza nel distretto del Nord del Sinai, ha detto perentorio che non vi è «alcun dubbio che gli elementi palestinesi hanno preso parte agli attacchi». Una tesi che a Gaza fa scuotere la testa a molti. «Sappiamo della presenza (a Gaza) di gruppi salafiti – spiega lo studioso di movimenti islamisti Mohammed Ismail – Alcuni di questi gruppi si dicono vicini all’Isis masi tratta di formazioni meno organizzate ed armate rispetto all’Isis e Hamas le tiene sotto controllo per evitare che minaccino il suo controllo di Gaza». Ismail sottolinea che l’Egitto punta l’indice contro i palestinesi mentre «non tiene in considerazione il fatto che i jihadisti nel Sinai ci sono arrivati da diversi paesi e che le armi di cui dispongono sono in gran parte quelle comprate dai trafficanti libici dopo la caduta di Gheddafi».

In Hamas lo sgomento è forte in queste ore. Dopo la riconciliazione con Fatah, il partito del presidente Abu Mazen, la nascita del governo di unità nazionale e le trattative indirette al Cairo con Israele, i rapporti tra Egitto e Hamas erano migliorati. Ora, dopo l’attentato nel Sinai, sono di nuovo in crisi profonda.

«Gli egiziani parlano di tunnel tra Gaza e l’Egitto che però non esistono più, sono diventati un ricordo del passato, è stato proprio l’esercito egiziano a chiuderli. Quindi le attività sotterranee di cui si parla sono impossibili», ha commentato Iyad al Borzum, del ministero dell’interno. Il Cairo però va avanti: già cominciata la costruzione di un canale di 20 metri di larghezza lungo la frontiera con Gaza. I lavori termineranno alla fine dell’anno.

Categorie: Palestina

How Israel is turning Gaza into a super-max prison

Mer, 29/10/2014 - 10:44

The agreement passes nominal control over Gaza’s borders and the transfer of reconstruction materials to the PA and UN in order to bypass and weaken Hamas. But the overseers – and true decision-makers – will be Israel.

 

 

by Jonathan Cook – Counterpunch

Nazareth, 29th of October 2014, Nena News – It is astonishing that the reconstruction of Gaza, bombed into the Stone Age according to the explicit goals of an Israeli military doctrine known as “Dahiya”, has tentatively only just begun two months after the end of the fighting. According to the United Nations, 100,000 homes have been destroyed or damaged, leaving 600,000 Palestinians – nearly one in three of Gaza’s population – homeless or in urgent need of humanitarian help.

Roads, schools and the electricity plant to power water and sewerage systems are in ruins. The cold and wet of winter are approaching. Aid agency Oxfam warns that at the current rate of progress it may take 50 years to rebuild Gaza.

Where else in the world apart from the Palestinian territories would the international community stand by idly as so many people suffer – and not from a random act of God but willed by fellow humans? The reason for the hold-up is, as ever, Israel’s “security needs”. Gaza can be rebuilt but only to the precise specifications laid down by Israeli officials.

We have been here before. Twelve years ago, Israeli bulldozers rolled into Jenin camp in the West Bank in the midst of the second intifada. Israel had just lost its largest number of soldiers in a single battle as the army struggled through a warren of narrow alleys. In scenes that shocked the world, Israel turned hundreds of homes to rubble.

With residents living in tents, Israel insisted on the terms of Jenin camp’s rehabilitation. The alleys that assisted the Palestinian resistance in its ambushes had to go. In their place, streets were built wide enough for Israeli tanks to patrol. In short, both the Palestinians’ humanitarian needs and their right in international law to resist their oppressor were sacrificed to satisfy Israel’s desire to make the enforcement of its occupation more efficient.

It is hard not to view the agreement reached in Cairo this month for Gaza’s reconstruction in similar terms.

Donors pledged $5.4 billion – though, based on past experience, much of it won’t materialise. In addition, half will be immediately redirected to the distant West Bank to pay off the Palestinian Authority’s mounting debts. No one in the international community appears to have suggested that Israel, which has asset-stripped both the West Bank and Gaza in different ways, foot the bill.

The Cairo agreement has been widely welcomed, though the terms on which Gaza will be rebuilt have been only vaguely publicised. Leaks from worried insiders, however, have fleshed out the details. One Israeli analyst has compared the proposed solution to transforming a third-world prison into a modern US super-max incarceration facility. The more civilised exterior will simply obscure its real purpose: not to make life better for the Palestinian inmates, but to offer greater security to the Israeli guards.

Humanitarian concern is being harnessed to allow Israel to streamline an eight-year blockade that has barred many essential items, including those needed to rebuild Gaza after previous assaults.

The agreement passes nominal control over Gaza’s borders and the transfer of reconstruction materials to the PA and UN in order to bypass and weaken Hamas. But the overseers – and true decision-makers – will be Israel. For example, it will get a veto over who supplies the massive quantities of cement needed. That means much of the donors’ money will end up in the pockets of Israeli cement-makers and middlemen.

But the problem runs deeper than that. The system must satisfy Israel’s desire to know where every bag of cement or steel rod ends up, to prevent Hamas rebuilding its home-made rockets and network of tunnels. The tunnels, and element of surprise they offered, were the reason Israel lost so many soldiers. Without them, Israel will have a freer hand next time it wants to “mow the grass”, as its commanders call Gaza’s repeated destruction.

Last week Israel’s defence minister Moshe Yaalon warned that rebuilding Gaza would be conditioned on Hamas’s good behaviour. Israel wanted to be sure “the funds and equipment are not used for terrorism, therefore we are closely monitoring all of the developments”. The PA and UN will have to submit to a database reviewed by Israel the details of every home that needs rebuilding. Indications are that Israeli drones will watch every move on the ground.

Israel will be able to veto anyone it considers a militant – which means anyone with a connection to Hamas or Islamic Jihad. Presumably, Israel hopes this will dissuade most Palestinians from associating with the resistance movements.

Further, it is hard not to assume that the supervision system will provide Israel with the GPS co-ordinates of every home in Gaza, and the details of every family, consolidating its control when it next decides to attack. And Israel can hold the whole process to ransom, pulling the plug at any moment.

Sadly, the UN – desperate to see relief for Gaza’s families – has agreed to conspire in this new version of the blockade, despite its violating international law and Palestinians’ rights. Washington and its allies, it seems, are only too happy to see Hamas and Islamic Jihad deprived of the materials needed to resist Israel’s next onslaught. The New York Times summed up the concern: “What is the point of raising and spending many millions of dollars … to rebuild the Gaza Strip just so it can be destroyed in the next war?”

For some donors exasperated by years of sinking money into a bottomless hole, upgrading Gaza to a super-max prison looks like a better return on their investment.

Jonathan Cook won the Martha Gellhorn Special Prize for Journalism. His latest books are “Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East” (Pluto Press) and “Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human Despair” (Zed Books). His website is www.jonathan-cook.net. A version of this article first appeared in the National, Abu Dhabi.

Categorie: Palestina

SIRIA. Peshmerga a Kobane. Opposizioni moderate allo sbando

Mer, 29/10/2014 - 10:30

I 150 combattenti curdi inviati da Irbil stanno arrivando nella città sotto assedio. Isis e Fronte al-Nusra strappano all’Esercito Libero i villaggi intorno Idlib.

 

I peshmerga iracheni in viaggio verso Kobane (Foto: AFP Photo/Safin Hamed)

 

di Chiara Cruciati

Roma, 29 ottobre 2014, Nena News – I 150 peshmerga che tanto hanno fatto discutere in questi giorni sono arrivati in Turchia questa mattina. Prossima destinazione Kobane: una parte del gruppo a bordo di autobus è in viaggio verso la città curda a nord della Siria, scortata da veicoli militari turchi. Alcuni sono arrivati in aereo, altri in autobus dal Kurdistan iracheno, sventolando bandiere curde.

Lungo il confine i curdi che da oltre un mese hanno assistito da lontano alla battaglia di Kobane li hanno visti passare e li hanno accolti con canti e slogan. Sembra giunta alla fine la diatriba tra Ankara e Rojava, che hanno passato l’ultima settimana a scambiarsi accuse per il ritardo nell’arrivo dei peshmerga mandati da Irbil.

“Resteranno fino a quando non saranno più necessari”, aveva detto ieri il ministro curdo Qader. Avranno con sé armi automatiche, lanciarazzi e mortai, tutti di fabbricazione Usa, con la promessa di non lasciarli in mano alle Unità di Protezione Popolare di Kobane e ai combattenti del Pkk presenti nella città curda. Funzionari di Irbil hanno poi tenuto a precisare che non saranno impiegati in azioni dirette, sul campo, ma sosteranno con l’artiglieria i combattimenti dei kurdi siriani.

La notizia fa sorridere il presidente Obama, dopo settimane di pressioni sulla Turchia perché intervenisse a Kobane. L’unico intervento ottenuto è stato il via libera al passaggio dei peshmerga. Poca cosa: appare alquanto improbabile che 150 combattenti possano fare la differenza in campo, quella differenza che nemmeno le bombe della coalizione riescono ad archiviare.

L’Isis resta fermo nelle proprie posizioni e si fa beffe del fronte anti-Isis, di nuovo via web. Ieri è stato pubblicato un nuovo video dello Stato Islamico in cui appare l’ostaggio britannico John Cantlie, usato dall’Isis alla stregua di un reporter di guerra. Cantlie da Kobane dice di voler svelare le bugie dei media occidentali: l’Isis non sta perdendo la battaglia per la città kurda, dice nel video, perché controlla ancora la zona est e sud della città. La caduta di Kobane, aggiunge, è solo questione di tempo.

Ma non si combatte solo a Kobane. Nel resto della Siria è in atto uno scontro su due livelli, tra Damasco e Isis e tra Stato Islamico e opposizioni moderate. Seppure il nemico sia lo stesso Washington insiste nel non voler parlare con il governo di Assad, aiutando indirettamente l’avanzata islamista. Ora sempre più vicina alla caduta è la città di Idlib, 30 chilometri da Aleppo.

Lunedì miliziani dell’Isis e del Fronte al-Nusra (ex gruppo qaedista, oggi affiliato allo Stato Islamico dopo la stipula di un patto di non aggressione) hanno lanciato una dura offensiva contro la comunità, strategica per la sua posizione. A metà tra Aleppo e Latakia, lungo la costa mediterranea, Idlib rappresenta il corridoio di passaggio tra il nord – per gran parte occupato dalle milizie di al-Baghdadi – e la costa, e quindi Damasco. Due giorni fa gli islamisti hanno temporaneamente occupato la sede del governatore e il quartier generale della polizia e avrebbero decapitato 70 soldati governativi. Poco dopo l’esercito di Damasco ha riassunto il controllo di Idlib, ma l’alleanza tra al-Nusra e al-Baghdadi continua a preoccupare.

Preoccupa anche la Casa Bianca, dopo la presa da parte islamista di alcune comunità intorno Idlib, strappate al controllo delle opposizioni moderate dell’Esercito Libero Siriano sempre più allo sbando. Ormai in un angolo, il braccio armato della Coalizione Nazionale Siriana (considerata dalla comunità internazionale unico rappresentante legittimo del popolo siriano), è spinto fuori da ogni area prima controllata, tanto da perdere ulteriore credibilità anche agli occhi dell’alleato Usa. A Washington si continua a discutere del programma di addestramento e armamento di 5mila miliziani dell’Els, nella convinzione però che vadano ormai utilizzati non per la guerra guerreggiata quanto per una futura transizione politica. Se mai ce ne sarà una. 

La perdita delle comunità intorno Idlib è un altro duro colpo per le opposizioni moderate, incapaci di frenare Isis e Fronte al-Nusra, in grado di allargarsi fino al Libano dove nei giorni scorsi è stato protagonista di una dura battaglia a Tripoli con l’esercito di Beirut.

“Quanto successo è già avvenuto in passato – ha detto Jamal Maarouf, leader delle opposizioni moderate siriane – Ma questa volta la mobilitazione è molto ampia”. Impossibile frenarla, soprattutto per una coalizione internazionale divisa al suo interno tra gli interessi personali e strategici di ogni attore in campo che detta diktat e impone obiettivi. Nena News

 

Categorie: Palestina

GERUSALEMME. Meeting d’urgenza del Consiglio di Sicurezza sulle colonie israeliane

Mer, 29/10/2014 - 09:37

Su richiesta dell’Anp, il Consiglio Onu si riunisce oggi per discutere dell’ondata colonizzatrice messa in atto nella città santa dal governo di Tel Aviv. Ma le pressioni internazionali restano inefficaci.

 

 

dalla redazione

Roma, 29 ottobre 2014, Nena News – La richiesta di Abbas è stata accolta: il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite terrà oggi un meeting d’urgenza sull’espansione coloniale israeliana, sempre più selvaggia, nei Territori Occupati.

La decisione giunge dopo le pressioni dell’Autorità Palestinese e della Giordania, ma soprattutto per il palese fastidio espresso da Stati Uniti e Unione Europea per l’annuncio di altre mille case per coloni che saranno costruite in due insediamenti di Gerusalemme, Har Homa e Ramat Shlomo. A Bruxelles, che ha avvertito Tel Aviv del pericolo che tali azioni unilaterali rappresentano per i rapporti con l’Europa, e a Washington, che ha definito simili atti “incompatibili con il processo di pace”, Netanyahu ha risposto picche: le dichiarazioni internazionali sono “scollegate dalla realtà”, Gerusalemme è israeliana e continuiamo a costruire.

Netanyahu ha ragione: nessuno può impedire a Israele di proseguire nella violazione del diritto internazionale restando impunito. Ha ragione perché al di là dei discorsi, le dichiarazioni e i meeting d’urgenza la comunità internazionale non ha mai esercitato una reale pressione – economica, diplomatica, politica – su Tel Aviv.

La richiesta di Ramallah, sebbene esaudita, porterà a ben poco: “Il presidente ha chiesto un meeting d’emergenza del Consiglio di Sicurezza per discutere delle pericolose violazioni portate avanti dalle autorità israeliane a Gerusalemme, così come quelle compiute contro la moschea di al-Aqsa – ha detto il portavoce del presidente Assad, Nabeel Abu Rodaina – Chiederemo al Consiglio di lavorare da subito per fermare la nuova ondata di colonie israeliane approvate dal governo” perché “geopardizzano il processo di pace”. Abu Rodaina ha aggiunto che il procedimento avviato all’interno del Consiglio di Sicurezza e volto a imporre una data di scadenza dell’occupazione israeliana non è cessato, ma prosegue, contrariamente a voci che parlavano di un nuovo passo indietro di Ramallah su richiesta della Casa Bianca.

Anche la Giordania aveva mosso pressioni ieri per un incontro d’urgenza, dopo la lettera dell’ambasciatore palestinese all’Onu Mansour che chiedeva un intervento immediato. Resta da vedere quanto le Nazioni Unite saranno in grado di fare contro la macchina israeliana. Da lunedì, giorno dell’annuncio da parte di Tel Aviv della costruzione delle nuove colonie, il governo – ed in particolare il premier Netanyahu – hanno risposto sdegnati ad ogni critica, da parte palestinese e da parte internazionale. Dalla fine dell’offensiva contro la Striscia di Gaza, il livello di tensione non si è abbassato: il nuovo target israeliano è diventata – o meglio, tornata – Gerusalemme, teatro in questi ultimi mesi di tentativi sempre più frequenti di quella che alcuni analist chiamano “giudaizzazione della città”.

Dalla costruzione di nuovi insediamenti alle restrizioni ormai quotidiane contro la moschea di al-Aqsa fino alla dura repressione delle manifestazioni di protesta palestinesi e all’occupazione selvaggia del quartiere di Silwan, Tel Aviv ha premuto l’acceleratore della definitiva occupazione della città, cominciata nel 1948 e proseguita con l’annessione di Gerusalemme Est nel 1967.

L’eventuale esplosione della tensione latente, che la popolazione palestinese sta accumulando, potrebbe esplodere da un giorno all’altro: le manifestazioni da giugno ad oggi sono quasi quotidiane, centinaia gli arresti, decine i raid nei quartieri di Gerusalemme Est e almeno due morti. Ultima provocazione quella di ieri quando il sindaco di Gerusalemme, Nir Barkat, è entrato nella Spianata delle Moschee protetto da guardie armate e ha camminato all’interno. Un atto ormai sempre più comune: ogni settimana estremisti israeliani accompagnati da polizia e esercito entrano nella Spianata, il cui accesso è vietato ai fedeli palestinesi, per rivendicare il possesso del luogo sacro. Atti che qualche settimana fa hanno provocato lo scoppio di un incendio dovuto ad un gas lacrimogeno sparato dalla polizia. Nena News

Categorie: Palestina

CULTURA. Light for Gaza: la musica di Bollani per la Palestina

Mer, 29/10/2014 - 09:08

Stefano Bollani con il suo Piano Solo e l’associazione Sunshine4Palestine per una raccolta fondi che completi il sistema fotovoltaico del Jenin Charitable Hospital di Gaza: ad oggi si è riusciti a fornire 16 ore al giorno di elettricità all’ospedale invece di 4.

 

 

di Sunshine4Palestine

Roma, 29 ottobre 2014, Nena News – Il 3 Novembre 2014 non sarà una serata come le altre. Al Teatro Argentina di Roma si esibirà dalle 21.30 l’eclettico Stefano Bollani con il suo concerto Piano Solo. Bollani è un puzzle di musica, di simpatia, di estemporaneità che si fondono in continuazione per poi cogliere e plasmare i suoni in un continuo dialogo fra improvvisazione e canzone, pubblico e pianista.

Piano Solo è un viaggio nella sua musica interiore, nelle sue emozioni, passando dal Brasile alla canzone degli anni’40 fino ad arrivare ai bis a richiesta in cui mescola 10 brani come se fosse dj. Un viaggio incredibile, dove Bollani sembra prendere per mano ogni spettatore per portarlo accanto a sè, nella sua musica piena di sentimento e di divertimento. Destrutturando e ricostruendo ogni volta in modo diverso i brani che spesso ritroviamo nei suoi dischi.

L’improvvisazione, la genialità, il piacere non sono gli unici leit motiv della serata, patrocinata dal Comune di Roma. Ad essi si affiancherà la beneficenza perché i proventi del concerto saranno devoluti all’associazione non–profit Sunshine4Palestine (S4P), ideatrice dell’evento.

“I fondi che riusciremo a raccogliere grazie alla serata – racconta Barbara Capone, presidente di S4P – sono destinati ad ultimare il progetto al quale stiamo lavorando dal 2011, il nostro “progetto zero”, che consiste nel dotare il Charitable Hospital Jenin, nella Striscia di Gaza, dell’energia necessaria al suo funzionamento con la costruzione di un impianto fotovoltaico sul tetto della struttura. Un impianto che convertirà sole in vite umane”.

L’impianto è suddiviso in tre moduli, che possono essere installati l’uno indipendentemente dall’altro. Grazie alle numerose donazioni pervenute negli anni passati, ad eventi culturali organizzati con la collaborazione di Radiodervish, Saro Cosentino, Nicola Alesini, Valentina Lupi, Matteo Scannicchio, Antonio Rezza, i Luf e ad un finanziamento della Fondazione Vik Utopia Onlus, il primo dei tre moduli è stato istallato nel gennaio 2014.  L’istallazione ha permesso un aumento del 181% del numero di pazienti trattati dal nosocomio.

Per coprire il fabbisogno energetico dell’ospedale, tutti e tre i moduli sono necessari, ma grazie all’istallazione e messa in opera del primo modulo, Sunshine4Palestine è riuscita a fornire sufficiente energia alla struttura per operare in situazioni di emergenza. Allo stato corrente, l’impianto permette il funzionamento di uno dei piani dell’ospedale per 16 ore al giorno, rispetto alle 4 ore precedenti. Il piano ospita il Pronto Soccorso, la clinica ginecologica, il laboratorio di analisi e la farmacia dell’ospedale. L’impianto ha resistito agli attacchi di luglio/agosto 2014 e, a seguito della distruzione della sola centrale elettrica di Gaza, è ora più che mai impellente completarne la realizzazione.

“Crediamo che con questo progetto – continua Barbara Capone – potrà essere offerta energia sostenibile per aiutare a mantenere funzionante ed affidabile un servizio sanitario pubblico, la cui attività è essenziale per lo sviluppo pacifico di quelle terre. Ringraziamo Stefano Bollani e il Teatro Argentina che hanno creduto nella nostra associazione da subito. Per noi è un onore inimmaginabile aver ricevuto questa accoglienza per un progetto che è nato partendo da un sogno, un foglio di carta ed una matita”. 

 

INFO e PREVENDITA BIGLIETTI:

3 Novembre 2014 ore 21.30 – Teatro Argentina, Largo di Torre Argentina n. 52, Roma

06 6840 00311

www.teatrodiroma.net

Categorie: Palestina

BAHREIN, bandito per tre mesi al-Wefaaq

Mar, 28/10/2014 - 15:34

Stamattina il tribunale amministrativo di Manama ha stabilito che il principale partito di opposizione ha violato la “legge sulle associazioni” e, pertanto, sarà escluso finché non “regolarizzerà il suo statuto”. Il provvedimento è solo l’ultimo tentativo delle istituzioni del regno per mettere a tacere il dissenso.

della redazione

Roma, 28 ottobre 2014, Nena News - Stamane il tribunale amministrativo di Manama (Bahrein) ha stabilito che al-Wefaaq, il principale partito di opposizione dello stato del Golfo, ha “violato la legge sulle associazioni” e gli ha dato tre mesi per regolarizzare il suo statuto. Lo scorso luglio il governo si era rivolto ad una corte locale denunciando le «irregolarità» nello status del maggiore movimento di opposizione.

La decisione di oggi ha connotazioni ancora più politiche se si considera che le parlamentari del 22 novembre sono ormai imminenti. Due settimane fa al-Wefaaq aveva deciso di boicottare le elezioni perché, a suo dire, il parlamento che uscirà fuori dalle votazioni non avrà sufficiente potere per contrastare l’azione governativa. Inoltre, secondo i suoi membri, i distretti elettorali favoriranno la minoranza sunnita che regna lo stato del Golfo.

Il partito ha giudicato la sospensione di oggi «irrazionale e irresponsabile». «Il governo – si legge in un suo comunicato in inglese – sta distruggendo la vita politica e sociale del Paese escludendo le persone». Al momento la notizia non è stata commentata dalle autorità locali.

Al-Wefaaq, che è vicino alla maggioranza sciita, ha vinto 18 dei 40 seggi parlamentari nel 2010. Tuttavia il suo successo elettorale è durato appena un anno: avendo svolto un ruolo di primo piano nelle proteste del 2011 è stato espulso dal parlamento. Quest’anno era iniziato con (apparenti) buoni auspici: è stato infatti avviato un processo di riconciliazione tra il monarca Hamad bin Isa al-Khalifa e l’opposizione sciita. Tuttavia, il tentativo è stato subito strozzato dagli atti intimidatori del governo contro gli esponenti di al-Wefaaq.

L’esclusione di un partito che si oppone al potere autoritario della monarchia degli al-Khalifa è solo l’ultimo esempio della dura repressione subita da chi si oppone alle autorità locali. Una situazione grave, denunciano gli attivisti, ma che tuttavia non riesce a conquistare le simpatie e le attenzioni occidentali. Anche perché gli al-Khalifa sono stretti alleati di Washington e il Bahrein ospita la quinta flotta della Marina statunitense.

Le manifestazioni di proteste iniziate in Bahrein il 14 febbraio 2011 sono state duramente represse da Manama (con l’aiuto dell’Arabia Saudita) nel silenzio generale della comunità internazionale. Il piccolo stato insulare ha il secondo tasso più alto di arresti pro capite tra gli stati arabi in Asia occidentale e nel nord Africa. Più di 2.000 bahreiniti sono stati imprigionati per aver protestato contro la monarchia degli al-Khalifa in questi tre anni e mezzo di proteste. Secondo le associazioni dei diritti umani sono circa 200 i minori detenuti nelle carceri del regno. Alcuni di essi sono stati soggetti a tortura e ad abusi sessuali.

A inizio anno il re ha approvato una legge che prevede il carcere fino a sette anni e una multa fino a 26,500$ per chi pubblicamente lo insulta. Lo scorso 15 ottobre le autorità bahreinite hanno ordinato l’arresto della nota attivista Zaynab al-Khawaja (che vive però in Gran Bretagna) perché secondo un giudice avrebbe offeso re Hamad strappando una sua fotografia. Lo scorso febbraio Zaynab era stata rilasciata dopo quasi un anno di prigione per aver scontato vari «reati», tra i quali quello di aver partecipato a manifestazioni in cui si chiedeva una maggiore rappresentanza democratica. Suo padre Abd el-Hadi è l’ex presidente del Centro per i Diritti umani del Bahrein e, come molti altri militanti anti-governativi, sta scontando un ergastolo. Il 19 ottobre è stato processato Nabeel Rajab reo di aver mosso alcune critiche alle istituzioni statali sul suo account di Twitter. Rajab è il fondatore del Centro dei Diritti umani in Bahrein ed ha svolto un ruolo di primo piano durante le proteste del 2011. Arrestato nel 2012 è stato rilasciato nel 2014. Nena News

Categorie: Palestina

Netanyahu: Israele continuerà a costruire a Gerusalemme

Mar, 28/10/2014 - 13:50

“Gli inglesi costruiscono a Londra, i francesi a Parigi, noi a Gerusalemme”, ha tuonato il premier israeliano ieri alla Knesset respingendo le proteste palestinesi per l’ulteriore espansione delle colonie ebraiche di Ramat Shlomo e di Har Homa. Londra e Parigi però non sono città occupate militarmente, Gerusalemme sì.

foto di Hadas Parush/Flash90

 

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 28 ottobre 2014, Nena News - Alza la voce Benyamin Netanyahu. Più il suo governo viene criticato, anche dagli alleati occidentali, per la sua politica nei confronti dei palestinesi e più il premier israeliano irrigidisce la sua linea. E rafforza l’alleanza strategica con i coloni. «Israele ha il pieno diritto di costruire nei rioni ebraici di Gerusalemme. Gli inglesi costruiscono a Londra, i francesi a Parigi, noi a Gerusalemme», ha tuonato Netanyahu ieri alla Knesset respingendo le proteste palestinesi per l’ulteriore espansione delle colonie ebraiche di Ramat Shlomo e di Har Homa, dove, riferiva ieri il quotidiano Haaretz, saranno costruiti rispettivamente 660 e 400 appartamenti. Londra e Parigi però non sono città occupate militarmente, Gerusalemme sì. Lo dicono il diritto internazionale e le risoluzioni dell’Onu. Il fatto che qualche mezzo d’informazione, come la principale agenzia di stampa italiana, definisca “rioni ebraici” le colonie israeliane costruite dopo il 1967 a Gerusalemme, non annulla la legge internazionale.

La colonizzazione della zona araba (Est) della Città Santa, da sempre provoca tensioni, proteste, la ribellione dei palestinesi. A maggior ragione oggi che procede a tappe forzate, abbinandosi a una penetrazione più rapida che in passato dei settler di Elad e Ataret Cohanim nel quartiere palestinese di Silwan e ai blitz della destra ultranazionalista sulla Spianata delle Moschee. «Non alzeremo la bandiera bianca…Se Israele continuerà a spingerci in un angolo, tutte le opzioni sono sul tavolo», ha avvertito Jibril Rajub, uomo forte di Fatah, il partito del presidente palestinese Abu Mazen.

Nuvole nere oscurano il cielo sopra Gerusalemme. La tensione è alta sin dai giorni di “Margine Protettivo”, l‘offensiva militare israeliana contro Gaza della scorsa estate. E’ da luglio, e con maggiore intensità in questi ultimi giorni, che centinaia di giovani si scontrano con la polizia israeliana. Accade a Ras al Amud, Wadi el Joz, Sheikh Jarrah, a-Tur e a Silwan, il quartiere dove viveva Abd al Rahman Shaludi, il 22enne, che la scorsa settimana ha travolto ed ucciso a una fermata del tram una bimba di tre mesi e un donna straniera. Per le autorità israeliane si è trattato di un attentato, compiuto da simpatizzante di Hamas. Per la famiglia del presunto attentatore, ucciso dal fuoco di una guardia di sicurezza, sarebbe stato un incidente. Comunque sia a Gerusalemme si respira un clima da Intifada. Le sirene delle ambulanze e delle auto della polizia riecheggiano continuamente nella zona araba della città, la polizia ha inviato altri mille agenti a sostegno dei reparti antisommossa.

Le ricadute in Cisgiordania sono inevitabili, immediate. Un ragazzino, Orwa Hammad, è stato ucciso qualche giorno fa dal fuoco del soldati israeliani a Silwad (Ramallah). Ad aggravare la tensione è giunta la decisione del ministro della difesa israeliano Moshe Ya’alon di accogliere una insistente richiesta dei coloni. Dal mese prossimo gli autobus israeliani che dalla Cisgiordania che si dirigono verso Israele, saranno un simbolo della segregazione nei Territori occupati. Ci saranno autobus per i lavoratori palestinesi, altri per i coloni. Gli “arabi” inoltre non potranno usare gli stessi transiti dei coloni: un primo autobus li porterà al posto di blocco di Eyal, a Qalqiliya, un secondo li attenderà sull’altro versante del Muro. «Il tentativo di segregazione è palese e le giustificazioni fornite (sicurezza, affollamento) non possono permettere il camuffamento di una politica razzista», ha commentato Jessica Montell, dell’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem.

Nuvole nere si addensano di nuovo anche su Gaza, sempre in attesa, dopo l’attacco militare israeliano di luglio e agosto, di una ricostruzione annunciata, finanziata (a parole) ma che stenta ad avere inizio. Ieri al Cairo dovevano cominciare le trattative indirette tra Israele e Hamas per il prolungamento del cessate il fuoco e la fine dell’assedio di Gaza. L’Egitto ha rinviato i colloqui, in apparente ritorsione contro il movimento islamico palestinese per l’attentato sanguinoso della scorsa settimana in cui oltre trenta soldati sono stati uccisi nel Sinai da un jihadista kamikaze. Il Cairo sostiene che Hamas, in controllo di Gaza, non attuerebbe politiche per impedire che i jihadisti in azione nel Sinai trovino sostegno logistico nella Striscia. Hamas smentisce ma gli egiziani non cambiano idea e per ora tengono chiuso a tempo indeterminato il valico di Rafah e annunciano di voler imporre una “zona cuscinetto” lungo il confine con Gaza. Nena News

Categorie: Palestina

Grazie al Califfo, in Egitto arrivano gli Apache

Mar, 28/10/2014 - 12:51

Il nuovo presidente Abdel Fattah Al-Sisi sta sfruttando al meglio il dossier della lotta all’autoproclamatosi “stato islamico” chiedendo lo sblocco degli Apache e un nuovo approccio degli Stati Uniti riguardo al dossier libico

di Azzurra Meringolo –  AFFARI INTERNAZIONALI

Roma, 28 ottobre 2014, Nena News - È ormai sicuro. I dieci Apache statunitensi stanno per atterrare in Egitto. Certo, non si può dire che ci siano volati, visto che il Cairo li sta aspettando da più di un anno. Infatti, fanno parte di quei 1.3 miliardi di dollari che Washington fa arrivare ogni anno nelle tasche dell’esercito egiziano. L’intervento con il quale i militari egiziani sono tornati al potere nel luglio 2013 aveva però messo sulle difensive la Casa Bianca. Quando il 14 agosto 2013 l’amministrazione Obama ha visto le immagini dello sgombero del sit-in islamista di Rabaa Al-Adawya – episodio nel quale sono morti almeno 900 manifestanti – ha infine deciso di congelare l’intero pacchetto di aiuti che comprende anche 125 carrarmati, venti F16 e altrettanti missili Harpon.

L’Egitto nella lotta globale al terrorismo

Con tale mossa gli Stati Uniti hanno cercato di condizionare l’invio di quest’arsenale allo sviluppo democratico del paese. Ciononostante, gli Apache – più volte annunciati, ma mai atterrati – arriveranno lungo il Nilo in un momento il cui il paese è attraversato da un’ondata di scontri all’interno delle principali università. A questa si somma il crescente controllo dello spazio pubblico di cui, soprattutto dal 2011, cercano, invano, di impossessarsi in primis i giovani.

Se da un lato la consegna degli Apache mette a nudo il fallimento del tentativo Usa di promozione democratica, dall’altro mostra l’abilità politica del nuovo presidente Abdel Fattah Al-Sisi. L’ex generale, che da giugno guida ufficialmente il paese, sta infatti riuscendo a sfruttare al meglio il dossier della lotta all’autoproclamatosi “stato islamico”, inserendo l’Egitto nella lista dei paesi minacciati dall’avanzata dei terroristi, poco importa se siano quelli che si ispirano al Califfo o quelli che crescono in casa.

Il prezzo dell’adesione egiziana alla coalizione anti Califfo

Dello sblocco degli Apache si è iniziato nuovamente a parlare proprio durante la riunione convocata, l’11 settembre scorso dagli Stati Uniti a Gedda per esaminare le modalità attraverso le quali combattere lo stato islamico. Per la Casa Bianca era importantissima la partecipazione dell’Egitto nella coalizione, dove è concentrata la maggioranza della popolazione musulmana sunnita nell’area nord africana e sede di Al-Azhar, la massima autorità di questa compagine dell’Islam. Sisi non ci ha pensato due volte ad alzare il prezzo dell’adesione alla nuova coalizione dei volenterosi.

Oltre a esigere una serie di severe misure contro i Fratelli Musulmani in Qatar, il presidente ha chiesto lo sblocco degli Apache e un nuovo approccio degli Stati Uniti riguardo al dossier libico. Mentre Washington, sempre più defilato da Tripoli, sponsorizza un dialogo che includa tutte le fazioni presenti nel paese, l’Egitto non vuole che gli islamisti partecipino ad alcun negoziato. Da mesi il Cairo ha infatti trovato nel general Khalifa Hiftar il suo interlocutore ideale, sostenendo, almeno logisticamente, la sua “Operazione Dignità” contro islamisti e “terroristi”.

Quando Sisi ha chiesto agli Usa di fare arrivare gli Apache nel Sinai – dove il presidente egiziano ha promesso di impiegarli nell’attuale campagna anti-terrorismo – il segretario di Stato Usa John Kerry non se l’è sentita di insistere sul blocco, considerando anche il ruolo che il Cairo gioca nelle negoziazioni tra israeliani e palestinesi. A convincere Obama a sbloccare l’invio di questi elicotteri ha contribuito anche lo spauracchio del ritorno dell’influenza russa lungo il Nilo. A settembre, Mosca ha concluso con il Cairo un accordo di circa 3,5 miliardi di dollari che riguarda proprio l’arsenale militare.

Gli Usa non riescono a promuovere la democrazia egiziana

L’approccio inizialmente frontista degli Stati Uniti contro la deriva autoritaria egiziana ha lasciato in fretta spazio a un atteggiamento più soft. Diversi sono i motivi che hanno contribuito al fallimento della promozione democratica. L’intervento militare del luglio 2013 è stato sostenuto non solo da milioni di egiziani (scesi in strada per chiedere elezioni anticipate non la sostituzione del presidente islamista Mohammed Morsi con un leader militare), ma anche dai generosissimi finanziatori del Golfo, – Qatar escluso – che continuano a essere il salvagente economico del paese, riducendo la sua dipendenza da altre potenze internazionali.

Inoltre, come di tradizione, il nuovo regime ha usato l’anti-americanismo come uno strumento di battaglia politica per screditare il messaggio proveniente da Washington. Per ottenere risultati più concreti, la Casa Bianca avrebbe potuto inviare messaggi più duri, congelando altri privilegi – anche finanziari – riservati al Cairo e sospendendo, ad esempio, le operazioni di manutenzione delle forniture militari statunitensi, importantissime per l’attività quotidiana dell’esercito.

L’amministrazione statunitense avrebbe potuto decidere di bloccare le visite ad alto livello . Quando, poche settimane dopo la sospensione degli aiuti, Kerry è atterrato al Cairo, è stato chiaro che la Casa Bianca non era pronta a battersi veramente per la partita democratica egiziana. Washington si è così visibilmente incartato nella tormentata transizione egiziana. A mostrarlo è anche un’ironica coincidenza: gli Apache, simbolo dell’assistenza Usa all’esercito egiziano, arrivano nel momento in cui lo staff del centro Carter chiude i suoi uffici lungo il Nilo. L’organizzazione che tre anni fa aprì la sua sede egiziana per monitorare la transizione democratica, ha infatti denunciato restrizioni e violazioni di importanti diritti umani. Nena News

Categorie: Palestina

Will Israel wage a war against Hezbollah before its elections in 2016?

Mar, 28/10/2014 - 12:34

The Israeli Knesset is expected to hold elections in two years, and it is believed that a war against Hezbollah will occur prior to that event. This was claimed by a senior Israeli minister, and member of the Israeli Political-Security Cabinet, during comments in regards to recent developments on the northern border and Israel’s military capabilities against Hezbollah.

Members of Hezbollah partake in a Jerusalem Day parade in Beirut’s souther suburbs. (Photo: Marwan Tahtah. Source: al-Akhbar)

Yahya Dabouq   al-Akhbar

Roma, 28 ottobre 2014, Nena News - The Israeli Knesset is expected to hold elections in two years, and it is believed that a war against Hezbollah will occur prior to that event. This was claimed by a senior Israeli minister, and member of the Israeli Political-Security Cabinet, during comments in regards to recent developments on the northern border and Israel’s military capabilities against Hezbollah. The senior Israeli minister told the Israeli newspaper Maariv that the next war with Hezbollah, expected to erupt before the Israeli general elections, may drag both Syria and Iran into the conflict. Citing prevailing views in Tel Aviv, the Israeli newspaper noted, “Hezbollah’s growing audacity on the northern front confirms the end of the deterrence created in the aftermath of the Second Lebanon War in 2006, as Hezbollah has publicly changed its policies, and now takes responsibility for the operations it carries out on the border, and is seeking to develop friction with the Israeli military through operations in the Golan as well.”

Moreover, Maariv attributed what it called bold reasons presented by the party and its secretary-general, Sayyed Hassan Nasrallah in facing Israel, to the reality of the operational experience amassed by Hezbollah operatives during their fight in Syria, in which the party is fighting as an organized army, has developed a sophisticated and modern intelligence gathering system, is utilizing unmanned drones, among other developments “which has led to the enhancement of Hezbollah’s self-confidence and abilities.”

Nashrallah’s threats about occupying the Galilee should be taken seriously.

In addition, an agreement is expected to be reached between the West and Iran over its nuclear program within the next two months. It is understood that this agreement will not be good for Israel because it will provide the Iranians with more courage to initiate an open conflict against Israel.

“Iran does not need Hezbollah to punish Israel for any attack that it could wage against Iran’s nuclear facilities, because of an agreement between [Iran] and the world, and therefore Hezbollah will find itself free to fight Israel, and it will not be a war similar to the [June 2014] war in the Gaza Strip; rather, we will thirst for a similar war.”

According to the Israeli newspaper, the deal between the West and Iran is a “trap imposed on us,” in other words, Israel will be faced with an Iran as a country on the edge of nuclear capability, without actually possessing the ability to respond. This fact could lead to igniting widespread tensions with Hezbollah, and perhaps also ignite a real war between Israel and Iran, with all the repercussions it entails.

The Israeli newspaper advised not to think about the issue because the outcome will be bad. Rather, it stated that “Israel’s performance against Hamas (during the last war in Gaza) has not added anything to the Israeli deterrence in this crazy region we live in,” noting that “Nasrallah and Iranian officials are now aware that Israel was unable to settle the battle against a small and isolated organization like Hamas, and therefore must ask themselves: Is there a reason to be scared? … And this question is appropriate, but we [Israelis] have to ask this not of them, because, at this state, we must be afraid” about what will happen.

In addition, the commander of the Northern Command in the Israeli army, Major General Gershon Ha’cohen, who resigned from his post a few days ago, confirmed that the Israelis have increased their efforts in trying to detect the presence of tunnels belonging to Hezbollah on the northern border with Lebanon, pointing to the need to take seriously Nasrallah’s comments threatening to occupy the Galilee. According to Ha’Cohen, Hezbollah knows that they are capable of entering the Galilee, even without the use of tunnels, and at the same time, the Israelis are aware that they are able to do so.

The Israeli officer pointed out that the next war with Hezbollah will be different from the previous war in 2006, especially since its forces have gained rich experiences at all levels in the fighting in the Syrian arena, including infantry, armor and aircraft, war tactics, and sophisticated intelligence capabilities.

“We will find in the next war, fighters of a different type, stronger than ever and more experienced, compared to what we have faced in the past,” the officer said. Nena News

Categorie: Palestina

I peshmerga non arrivano a Kobane

Mar, 28/10/2014 - 12:09

Ancora sole, le Unità di protezione popolare (Ypg) provano ad arrestare l’avanzata dello Stato Islamico. Sul ritardo dei combattenti curdi iracheni scambio di accuse tra i turchi e i curdi siriani del Partito di Unione Democratica (Pyd)

 

Chiara Cruciati – il Manifesto

Roma, 28 novembre 2014, Nena NewsQuattro giorni di offensiva senza tregua: a Kobane lo Stato Islamico ha tentato di nuovo ieri di prendere il controllo della zona nord e separare la città curda dal confine con la Turchia. Le Unità di protezione popolare (Ypg) hanno fermato l’avanzata, ancora sole: i 200 peshmerga promessi dal Kurdistan iracheno non sono arrivati, bloccati – dicono – da «problemi tecnici» riguardanti il loro passaggio in territorio turco.

La corsa allo scaricabarile prosegue: il presidente turco Erdogan imputa il mancato arrivo a Kobane dei peshmerga alle Ypg e al Partito di Unione Democratica, vicino al Pkk. «Il Pyd non vuole i peshmerga a Kobane. Pensa che il suo gioco sarà distrutto se arriveranno». Risponde Saleh Muslim, leader del Pyd: è la Turchia a ritardare l’arrivo. Uno scambio di accuse figlio della distanza politica tra Rojava e Ankara che non intende intervenire a fianco dei kurdi siriani per non rafforzare la resistenza kurda e in particolare il Pkk.

Secondo il comandante dell’unità di peshmerga inviati in Siria, i combattenti sono pronti a partire, «equipaggiati con le migliori armi americane». Armi che non saranno lasciate a Kobane, rassicurano dal Kurdistan iracheno, su espressa richiesta di Turchia e Stati uniti che vogliono evitare che cadano in mano ai combattenti di Ocalan e alle Ypg. Allo stesso tempo, dice il portavoce della regione autonoma del Kurdistan Dizayee, i peshmerga non saranno impegnati in combattimenti diretti ma sosterranno con l’artiglieria i kurdi siriani.

La lentezza di azione caratterizza ormai da agosto l’intervento della coalizione guidata dagli Usa. I diktat imposti dai vari attori in campo – dalla Turchia all’Arabia saudita – ognuno con una propria agenda politica, frenano gli sforzi ancora inefficaci del fronte anti-Isis. Sia in Iraq che in Siria. In Iraq non passa giorno senza che si registri un nuovo attentato suicida nella capitale, ormai circondata all’esterno dai miliziani dell’Isis e massacrata all’interno.

Ieri l’ennesimo attacco ha provocato 34 morti, tra miliziani sciiti e soldati governativi, a Jurf al-Sakhar, 50 km a sud di Baghdad. Il controllo della città era stato riassunto dall’esercito governativo il giorno prima, dopo un’occupazione islamista di quasi 4 mesi.

L’instabilità che scuote Iraq e Siria ha effetti diretti anche nel vicino Libano. Da venerdì il nord del Paese dei Cedri è insanguinato dalla dura battaglia tra esercito regolare e miliziani islamisti probabilmente affiliati all’Isis. ll bilancio delle vittime nella città di Tripoli è salito a 19 (8 civili e 11 soldati), a cui si aggiungono 22 miliziani.

Ieri l’esercito è riuscito a riassumere il controllo dell’ultima postazione islamista, nel quartiere di Bab al-Tabbaneh, facendo tornare la calma in città: ripresa la moschea Abdullah bin Masoud, roccaforte dei comandanti delle milizie islamiste. Centinaia di famiglie sono fuggite durante un breve e informale cessate il fuoco umanitario. Tanti i civili ancora intrappolati nell’area del mercato, teatro degli scontri più duri. Nena News

Categorie: Palestina

EGITTO, l’attivista ‘Abdel al-Fattah torna in carcere

Mar, 28/10/2014 - 11:37

Continua l’odissea del noto blogger egiziano arrestato nuovamente ieri insieme ad altri 23 attivisti. Proseguono le operazioni militari nel nord del Sinai dove l’esercito ha dichiarato di aver ucciso otto “terroristi”

della redazione

Roma, 28 ottobre 2014, Nena NewsUn tribunale egiziano ha riordinato l’arresto del noto blogger Alaa Abdel-Fattah e di altri 23 attivisti durante il loro processo d’appello di ieri contro la condanna a 15 anni di prigione per aver violato la “legge della protesta”. Secondo questa disposizione dello scorso novembre, ogni manifestazione deve ricevere un permesso in anticipo da parte delle forze di polizia. La seduta per i 24 è stata aggiornata all’11 novembre.

La “legge della protesta”, voluta fortemente dai militari per contrastare le voci interne di dissenso, è stata criticata da molti gruppi di diritti umani internazionali e locali come il Consiglio Nazionale d’Egitto per i diritti umani (NCHR) che hanno chiesto immediatamente un suo emendamento. Richiesta al momento inascoltata dal Cairo. A subire le pesanti conseguenze di questa legge non sono solo le forze laiche e liberali, ma anche le migliaia di islamisti (circa 15.000) arrestate nel duro giro di vite deciso da al-Sisi contro i suoi oppositori.

Abdel al-Fattah è stato condannato lo scorso 11 giugno per aver organizzato una manifestazione non autorizzata (poco dopo che la “legge della protesta” era entrata in vigore) e per aver aggredito un ufficiale di polizia. Condannato a 15 anni di prigione e a pagare una multa di oltre 14.200 dollari, era stato liberato su cauzione a settembre.

Il suo avvocato, Mahmoud Belal, ha detto ieri che l’arresto del suo assistito è parte di un incessante sforzo compiuto dal governo per zittire le voci del dissenso. “Registriamo un nuovo abuso verso chi appartiene alla rivoluzione del 25 gennaio 2011” ha aggiunto con amarezza Belal ad Aswat Masriya.

Domenica un tribunale egiziano aveva condannato a tre anni di detenzione la sorella più giovane di Abdel al-Fattah, Sanaa Seif, e altri 22 attivisti perché rei di aver partecipato lo scorso anno ad una manifestazione di solidarietà con i primi arrestati della “legge della protesta”. Questa sentenza è stata duramente denunciata dall’attivista Omar Kamel: “questo è lo stesso Egitto che avete avuto per più di 60 anni. E’ l’Egitto che è affondato per il peso della corruzione dilagante. E’ l’Egitto in cui non c’è giustizia, dove i ‘diritti umani’ sono diventati una barzelletta, in cui essere un attivista dei diritti umani è un insulto. E’ un Egitto che sta sistematicamente provando a distruggere il futuro dei nostri giovani e a schiacciare la loro anima”.

I parenti e i sostenitori dei militanti detenuti hanno iniziato da tempo uno sciopero della fame per protestare contro le sentenze “anti-libertarie” stabilite dai tribunali egiziani. L’iniziativa ha incassato il sostegno di decine di persone rinchiuse nelle carceri egiziane che si sono unite al digiuno di protesta.

Ma il governo militare egiziano tira dritto per la sua strada indifferente alla critiche interne ed internazionali. Ieri, infatti, il Cairo ha emanato una nuova legge che prevede il processo davanti alla corte marziale per i civili accusati di aver danneggiato il bene pubblico o di aver bloccato le strade. Verrà in pratica applicata la stessa legge già in vigore per chi compie “operazioni terroristiche” contro strutture “vitali” alla sicurezza nazionale, come gasdotti, centrali elettriche e giacimenti di petrolio.

L’ultima ondata di arresti è stata stigmatizzata dall’amministrazione Obama. La portavoce del Dipartimento di Stato statunitense, Jen Psaki, ha affermato che gli Usa “sono seriamente preoccupati per la dura sentenza emessa domenica contro i 23 manifestanti egiziani colpevoli di aver organizzato una protesta non autorizzata. Noi esortiamo il governo a rivedere al più presto la legge contro le manifestazioni e a rilasciarne una versione emendata che possa garantire piena libertà di espressione e d’associazione”. Le “preoccupazioni” di Washington contro la deriva autoritaria impressa da al-Sisi non hanno però scalfito l’amicizia che lega gli americani agli egiziani. Messi da parte tutti i potenziali dubbi sullo scarso rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali dell’Egitto post-golpe, gli Usa hanno sbloccato lo scorso giugno 1,3 miliardi di dollari in aiuti militari e hanno inviato i primi 10 elicotteri Apache previsti dal programma.

Ma la lotta senza quartiere contro gli attivisti come Abdel al-Fattah o i sostenitori dei Fratelli Musulmani è solo uno dei due fronti in cui è impegnato il Presidente al-Sisi. L’altro è quello rappresentato dalla guerra al terrorismo. Sia esterno (si veda l’ingerenza del Cairo in Libia), ma soprattutto interno. Ieri otto presunti jihadisti sono stati uccisi nel corso di una violenta sparatoria con l’esercito egiziano nel Nord del Sinai [il Cairo non ha specificato precisamente dove sia avvenuto il conflitto a fuoco, ndr]. Secondo la versione fornita dai militari, nel corso dell’operazione sette “terroristi e criminali” sono stati arrestati.

Lo scorso venerdì, nella stessa area interessata dai sanguinosi scontri di ieri, 30 soldati egiziani sono stati uccisi nei pressi di un check-point militare. In seguito all’attacco – compiuto secondo il Presidente al-Sisi anche grazie al sostegno di “forze esterne” – le autorità egiziane hanno imposto tre mesi di coprifuoco in alcune parti del Nord del Sinai. Nena News

Categorie: Palestina

KOBANE. Tra assedio e resistenza. Parte 2

Mar, 28/10/2014 - 08:11

Il rapporto del Congresso Regionale del Kurdistan:le dichiarazioni internazionali e l’opportunismo di Ankara che ha visto nell’Isis la migliore delle opportunità.

(Vedi Parte 1)

del Congresso Regionale del Kurdistan*

Bruxelles, 28 ottobre 2014, Nena News – Ricordando Srebrenica, Vukovar, Ruanda, Halabja, Shengal…? Probabilmente non ci siamo mai perdonati per questo. Se non vogliamo che si ripeta a Kobanê, dobbiamo agire ora. Non è nostra responsabilità sostenere la resistenza curda a Kobanê? 

  1. Dichiarazione del Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite

Il rappresentante delle Nazioni Unite per la Siria, Staffan de Mistura, ha invitato la comunità internazionale e la Turchia a Ginevra il 10 ottobre 2014 per intraprendere azioni decisive per proteggere i civili e impedire che la città cada sotto il controllo dell’ISIS. De Mistura ha paragonato la situazione di Kobanê all’assedio di Srebrenica e ha detto:

“Ricordate Srebrenica? Noi si. Non abbiamo mai dimenticato. E probabilmente non ci siamo mai perdonati. Io ero in zona. Non ero a Srebrenica, ma facevo parte del personale della generazione del segretariato delle Nazioni Unite che si sentiva male quando si rese conto che ci si stava concentrando su Dubrovnik, su Sarajevo e Srebrenica cadde. Ricordate Vukovar, ricordate il Ruanda. Abbiamo raccontato noi stessi, sulla base dei principi che il Segretario Generale Ban Ki-moon continua sempre più ad enfatizzare, gli Human Rights Up Front, e cioè che quando esiste una minaccia imminente per i civili non possiamo, non dobbiamo restare in silenzio.

“Ci sono un sacco di motivi politici, ragioni strategiche che possono indicare che è difficile fare qualcosa al riguardo. Ma il Segretario Generale ha chiaramente fatto una dichiarazione dicendo che chiunque sia in grado di fare qualsiasi cosa la dovrebbe fare. Si prega di prendere provvedimenti per proteggere i civili, in questo caso di Kobanê -Ayn al-Arab. Abbiamo uno scenario internazionale per giustificare qualsiasi tipo di azione? Bene, la risoluzione 2170 parla molto chiaro. Chiunque può dovrebbe fare quello che può per controllare ed eventualmente fermare questo movimento terroristico atroce, soprattutto quando questi stanno indicando chiaramente dove si stanno dirigendo. Esiste il diritto umanitario. Esiste Srebrenica. Ci sono le immagini che non vogliamo vedere, non possiamo vedere, e spero che non vedrete persone decapitate, tra i difensori e i civili. Questo dovrebbe in teoria produrre abbastanza aderenza”. 

Il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki Moon e l’Ufficio per l’Alto Commissariato per i Diritti Umani hanno anche espresso gravi preoccupazioni per la minaccia di massacri contro i curdi a Kobanê.

Dichiarazione dell’Unione Europea

“Siamo profondamente preoccupati per la sicurezza e la situazione umanitaria in Kobanê e il resto della regione curdo-siriana, autoproclamatasi autonoma, dopo tre settimane di assedio e feroci combattimenti contro l’ISIL. Il popolo di Kobanê ha dimostrato alla comunità internazionale la volontà di utilizzare tutti i mezzi per proteggere i propri diritti fondamentali e i valori e di resistere all’oppressione.

“Condanniamo fermamente l’ISIL e la sua offensiva a Kobanê e rimaniamo impegnati a svolgere il nostro ruolo fino in fondo nella lotta contro l’ISIL e in solidarietà con tutte le persone che soffrono a causa delle azioni dell’ISIL. L’UE, la Turchia e tutti gli altri partner regionali e internazionali, devono collaborare di più per isolare e contenere la minaccia dell’ISIL. L’UE continua a sostenere pienamente gli sforzi diplomatici del rappresentante speciale delle Nazioni Unite per la Siria Staffan De Mistura verso una soluzione politica della crisi siriana.

“Siamo anche molto preoccupati per le recenti violenze affiliate in Turchia e per la perdita della vita. Chiediamo a tutte le parti di impegnarsi nel dialogo per risolvere le divergenze, e ribadiamo il forte sostegno dell’UE per il processo del governo per la risoluzione curda. L’UE è occupata dall’urgenza della situazione e sta lavorando ai dettagli di un pacchetto aggiuntivo significativo di ulteriore supporto”. 

  1. La città che scuote il mondo ha resistito e dimostrato che non cadrà

7.1 La città che scuote il mondo

Una città curda al confine tra Turchia e Siria, Kobanê, si è rivelata essere la Stalingrado di oggi, una città circondata in Unione Sovietica durante la seconda guerra mondiale che ha resistito ed è diventata un punto di svolta nella guerra. Kobanê è stata assediata su tre lati dall’ISIS e i combattenti curdi (YPG/YPJ) hanno combattuto nel raggio di 30 km per più di tre settimane. Nell’ultima settimana il combattimento è divenuto costante nella vicina zona di lotta della città sostenuta dagli attacchi aerei della coalizione.

Nonostante le aspettative di molti, tra cui il Capo di Stato Maggiore americano, Presidente Generale Martin Dempsey, il quale ha dichiarato di essere ‘timoroso che Kobanê cadrà’, Kobanê ha resistito e ha è dimostrato che non cadrà. La gente di Kobanê e i combattenti curdi non solo hanno dimostrato la loro capacità di resistenza, ma sono anche divenuti un importante simbolo e stimolo per manifestazioni di massa in tutto il mondo. Decine di migliaia di curdi sono scesi in piazza e hanno organizzato varie manifestazioni, dalle marce alla formazione di catene umane sul confine della Turchia a sostegno della resistenza di Kobanê.

La mobilitazione di massa era più grande di quelle organizzate quando il leader curdo Abdullah Ocalan è stato rapito in Kenya nel 1999. Di conseguenza, sulla base della resistenza di Kobanê, la rivoluzione del Rojava è divenuta una delle principali questioni sulla stampa internazionale e, ad un livello più generale, i curdi sono stati rappresentati come l’unica forza laica e capace di combattere l’ISIS.

7.2 La politica della Turchia sul Medio Oriente, l’ISIS e i curdi

Tuttavia, la Turchia sotto il governo islamista dell’AKP che ha visto gli jihadisti come un’opportunità piuttosto che una minaccia, ha svolto un ruolo molto ostruttivo a livello regionale nonché a livello internazionale. Questo ruolo ostruttivo ha due aspetti sui quali si basa la politica della Turchia sul Medio Oriente e sui curdi. In primo luogo, sotto il governo dell’AKP guidato dall’ambizioso e temerario R.T. Erdogan, la Turchia ha cercato di intraprendere un ruolo imperiale in Medio Oriente ispirato dal suo patrimonio Ottomano che è stato, almeno all’inizio, promosso dal mondo occidentale. Ma poi si è rivelato essere molto sbilanciato in favore dell’islamismo sunnita e dell’Occidente e la Turchia in materia ha deviato reciprocamente. Alla fine, il vicepresidente americano Joe Biden ha reso pubblico che la Turchia, con alcuni altri paesi della regione, ha rafforzato l’ISIS e Erdogan l’ha ammesso come errore, e anche se Biden ha poi chiesto scusa per questo commento, il danno era già stato fatto.

In secondo luogo, la politica di negazione della Turchia sulla questione curda è diventata una condizione sfavorevole per le sue ambizioni nella regione. Dall’inizio della crisi siriana una delle principali preoccupazioni della Turchia è stata quella di evitare l’auto-governo curdo in Siria. In questo modo il rafforzamento dello jihadismo islamico tra cui l’ISIS, sembrava essere una soluzione del tutto praticabile per la Turchia che ha anche lo scopo di utilizzarlo come una leva contro il movimento curdo in Turchia. Di fatto, fin dall’inizio, i tentativi della Turchia di influenzare e dirigere l’opposizione siriana, sono stati diretti da questa ricerca di trovare un incentivo. Insomma, la Turchia era ed è tuttora, molto entusiasta di distruggere l’esperienza di auto-governo in Rojava. Pertanto ha chiuso la frontiera, ha selvaggiamente aggredito i manifestanti al confine così come ha lanciato una guerra non dichiarata contro i manifestanti in tutto il paese.

Tuttavia, come è accaduto molte volte in passato, la Turchia ha ignorato l’esplosione della furia curda basata sulla resistenza di Kobanê. In soli tre giorni nella prima settimana di ottobre ci sono state proteste e rivolte in tutte le città curde così come in quelle grandi turche, più di trenta persone sono state uccise; sei province curde, tra cui la più grande Diyarbakır, sono state poste sotto coprifuoco. E l’attuale ‘processo di pace’ è quasi giunto al termine. La Turchia ha visto che la sua stabilità e sicurezza sono fragili. Nel frattempo la riluttanza della Turchia nel fare di più per combattere l’ISIS in collaborazione con la recente coalizione internazionale ha portato ad una situazione in cui ‘gli Stati Uniti e la Turchia erano, a livello diplomatico, ad un punto morto sulle loro politiche in Siria’. Le richieste di vecchia data della Turchia per una no-fly zone contro il regime siriano e la creazione di una zona cuscinetto, non sono state rispettate dagli Stati Uniti. Le forze della coalizione sotto la guida degli Stati Uniti prevede una strategia in Siria sulla base di attacchi aerei difensivi volti a diminuire la capacità dell’ISIS a sostenere se stesso.

Nelle parole di un giornalista che ha chiesto al portavoce del Pentagono, ‘con sorpresa si hanno combattimenti sempre più lunghi’ a Kobanê, però sembrano cambiare molte cose. Le aspettative della Turchia o in effetti i desideri della caduta di Kobanê non si sono verificati e anche il Pentagono ha dovuto muoversi da ‘attacchi aerei per la difesa a quelli più offensivi e più tattici’. Sembra che non solo i curdi, ma anche la coalizione ha bisogno di un successo in Siria.

L’amministrazione Obama, che è molto impegnata in un successo contro l’ISIS senza l’invio di truppe, dovrebbe dimostrare che gli attacchi aerei stanno funzionando. E la resistenza di Kobanê, della durata di quasi un mese, offre l’opzione migliore per questo successo.

7.3 Al momento ci sono tre protagonisti principali nella resistenza di Kobanê

La resistenza dei combattenti curdi (YPG/YPJ) e del popolo di Kobanê, le manifestazioni in tutte le parti del Kurdistan, della diaspora e della Turchia e, ultimo ma non meno importante, gli attacchi aerei della coalizione.

I primi due fattori hanno innescato l’ultimo e gli Stati Uniti hanno iniziato a guardare alla resistenza di Kobanê come ad un’eventualità che portasse successo in Siria. Naturalmente questo può cambiare la posizione dei curdi nei confronti della comunità internazionale e della Turchia. Sembra che la resistenza di Kobanê confermerà il vecchio detto: ‘non ogni concorrente può vincere ma ogni vincitore è un concorrente’.

Queste azioni sono urgenti e necessarie:

- La risposta internazionale alla minaccia dell’ISIS in Iraq e Siria non può essere affrontata in modo selettivo, dal momento che le azioni in Iraq condizionano direttamente la situazione sul campo in Siria. I raid aerei in Iraq hanno provocato il fatto che l’ISIS abbia rivolto le sue campagne militari in Siria, dove può operare liberamente in tutta la Siria settentrionale.

- L’azione contro l’ISIS a Kobanê è una questione di urgenza, con sempre più indicazioni di crimini di guerra e di imminenti atti di genocidio.

- La comunità internazionale deve anche garantire l’attuazione della risoluzione 2170 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, delle sanzioni contro l’ISIS da parte di tutti gli Stati membri. Questo è fondamentale alla luce del fatto che l’ISIS ha continuato l’accesso transfrontaliero al confine tra Siria e Turchia, utilizzando posizioni all’interno del territorio turco per facilitare le sue operazioni a Kobanê e nel resto della Siria settentrionale.

- La comunità internazionale deve adempiere alla sua responsabilità nel proteggere la popolazione civile di Kobanê e prevenire un’altra tragedia umana. Se non si interviene, la situazione può solo degenerare e il mondo potrebbe assistere ad un nuovo genocidio.

*Il rapporto è stato pubblicato il 15 ottobre 2014

Categorie: Palestina

TUNISIA, alle parlamentari in vantaggio Nidaa Tunis

Lun, 27/10/2014 - 16:22

Secondo gli exit polls, il principale partito laico del Paese avrebbe conquistato una 80 di seggi (su 217 complessivi). Solo una settantina quelli conquistati dagli islamisti di an-Nahda.

della redazione

Roma, 27 ottobre 2014, Nena NewsSecondo i primi risultati che emergono dagli exit polls il principale partito “laico” tunisino, Nidaa Tunis, vincerebbe le elezioni parlamentari conquistando 80 seggi (sui 217 complessivi). Al secondo posto con 67 seggi gli islamisti di an-Nahda.

I dati ufficiali dovrebbero essere annunciati in giornata anche se l’ente che supervisiona le elezioni ha tempo fino al 30 ottobre per proclamare i risultati definitivi. L’affluenza alle urne è stata del 61,8% (erano più di cinque milioni gli aventi diritto di voto). Se dovessero essere confermati questi numeri, queste parlamentari rappresenterebbero una dura sconfitta per al-Nahda che aveva vinto nel 2011 le prime elezioni libere dopo la caduta di Zine el-Abidine Ben Ali.

Scuro in volto è apparso sugli schermi televisivi il portavoce di an-Nahda Ziyad Laadhari: “non abbiamo stime finali. Tuttavia, Nidaa Tunis è in vantaggio di una dozzina di seggi. Noi ne abbiamo 70 e loro 80”. Intervistato dalla Reuters, l’islamista Lutfi Zitoun ha provato a stemperare eventuali tensioni: “accetteremo il verdetto delle urne e ci congratuleremo con il vincitore”. Sulla stessa lunghezza d’onda il leader Rashid Ghannushi il quale, intervistato dalla rete televisiva Hanibal, ha dichiarato: “chiunque vinca tra Nidaa o Nahda, l’importante è che la Tunisia abbia un governo di unità nazionale e un consenso politico. Questa è la politica che ha salvato il Paese da ciò che hanno vissuto gli altri paesi della Primavera Araba”.

Ma se Nidaa Tunis dovesse vincere con questi numeri, non avrà la maggioranza parlamentare necessaria per governare da sola, fanno notare prontamente i commentatori politici.

Al momento questo dato non sembra interessare molto ai “laici” di Nidaa che, prima delle elezioni, venivano dati dietro agli islamisti dalla maggior parte dei sondaggisti. “Abbiamo vinto, viva la Tunisia” si legge sulla pagina ufficiale di Facebook del partito. Più cauto è, invece, l’anziano leader Beji Caid Essebsi: “abbiamo indicazioni positivi che danno Nidaa Tunes in testa”.

Secondo l’Agenzia Anadolu Nidaa Tunis ha ottenuto il 38% dei seggi complessivi (83), mentre an-Nahda solo il 31% (68). Molto più lontani: L’Unione Patriottica Libera 17 (7%), il Fronte popolare 12 (5%) e Afek Tunes 9 (4%). Nena News

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Israele, tra nuove colonie e la finta empatia per i palestinesi

Lun, 27/10/2014 - 15:10

Annunciato stamane un nuovo progetto che prevederà la costruzione di 1.000 unità abitative a Gerusalemme Est. Ieri, intanto, il Presidente israeliano Rivlin ha visitato il villaggio arabo di Kafr Qasim ammettendo pubblicamente le responsabilità israeliane nel massacro di palestinesi del 1957.

Il Presidente israeliano Reuven Rivlin (a sinistra) e il Primo Ministro Benjamin Netanyahu

di Roberto Prinzi

Roma, 27 ottobre 2014, Nena News - Nuova colata di cemento in arrivo nella parte orientale di Gerusalemme annessa (illegalmente) da Israele. Il governo di Tel Aviv ha infatti annunciato stamane il progetto di costruire altre 1.000 unità abitative nelle colonie di Har Homa e Ramat Shlomo. A riferirlo all’Afp è stato stamane un ufficiale israeliano che non ha voluto commentare le possibili ripercussioni che questo annuncio potrebbe avere a livello diplomatico con i palestinesi e la comunità internazionale.

Nelle scorse settimane l’Unione Europea e gli Usa avevano protestato (flebilmente) per le nuove costruzioni in territorio palestinese annunciate dagli israeliani. Violazioni fuori luogo per gli occidentali ora che si è in una fase politica delicata dove Ramallah e Tel Aviv devono ancora accordarsi per un cessate il fuoco “di lunga durata” nella Striscia di Gaza.

L’annuncio ha già creato le prime proteste negli ambienti della sinistra israeliana. “Non è mai un buon periodo per compiere atti del genere, soprattutto ora che Gerusalemme sta bruciando”, ha dichiarato Lior Amichai dell’Ong israeliana Peace Now da decenni impegnata a registrare le violazioni di Tel Aviv in Cisgiodania.

Ma se da un lato Israele provoca la rabbia dei palestinesi, dall’altro lato prova a stemperare le tensioni. Ieri il Presidente Reuven Rivlin ha compiuto una visita storica recandosi al villaggio palestinese di Kafr Qasim (situato in Israele nei pressi della Linea Verde). Il Capo di Stato ha commemorato il massacro dei 48 palestinesi compiuto dalle forze di polizia israeliane di frontiera nel 1957 e ha ammesso pubblicamente il “terribile crimine compiuto qui” e “l’uccisione di innocenti”. Frasi scandalose per la destra israeliana , ma che ad una analisi più attenta solo apparentemente stupiscono.

Da quando è diventato Presidente (lo scorso 24 luglio), Rivlin non è nuovo a dichiarazioni shock per gli esponenti di estrema destra del governo israeliano. La scorsa settimana la sua descrizione di Israele come “una società malata che ha bisogno di essere curata” aveva generato un putiferio negli ambienti politici vicini al premier Netanyahu che, a malincuore, aveva scelto di non intervenire nella polemica. Nonostante le dure critiche e la pioggia di insulti, il Capo di Stato ha tirato per la sua strada recandosi a Kafr Qasim andando anche al di là delle pure formalità.

Facendo adirare non poco i suoi detrattori, infatti, Rivlin ha criticato pubblicamente il razzismo e la violenza della società israeliana. Secondo l’anziano presidente se Israele è il “focolare nazionale” del popolo ebraico, è vero anche che “sarà la patria della popolazione araba, un gruppo non marginale nella società israeliana: una componente di un milione e mezzo di persone molte delle quali subiscono atti di razzismo e di prepotenza da parte degli ebrei”.

Il Capo di Stato ha poi fatto riferimento alle violenze in corso a Gerusalemme esortando israeliani e palestinesi ad avere il coraggio “di fermare il ciclo di violenza”. “Sono venuto qui da voi – ha affermato – soprattutto in questi giorni difficili per stendere la mia mano verso di voi nella convinzione che anche voi farete lo stesso con me e con gli israeliani”. Da settimane sono quotidiani a Gerusalemme gli scontri tra palestinesi e forze di sicurezza israeliane causati dalle provocazioni dei coloni ebrei con le loro “visite” sulla Spianata delle Moschee (terzo luogo sacro per l’Islam) e dall’incessante spoliazione dei palestinesi compiuta dall’esecutivo Netanyahu.

Ma l’empatia di Rivlin non deve ingannare. Il Presidente, infatti, non ammette l’esistenza di alcuno stato di Palestina. Rifacendosi ad una teoria classica del revisionismo israeliano, il Capo di stato sostiene uno “Stato unico” per ebrei e arabi, ma non nel senso progressista e democratico. Rivlin ritiene che i palestinesi sotto occupazione potrebbero divenire cittadini di Israele come i loro connazionali in Galilea. Ma esclude categoricamente qualunque stato binazionale per tutti i cittadini. Suggerisce, piuttosto, all’interno di una Israele riconosciuta come “ebraica”, la creazione di due parlamenti: uno per gli ebrei e uno per gli arabi.

Le dichiarazioni conciliatorie e le polemiche a destra rientrano nel balletto mediatico e politico più volte visto da quando è stato formato (nel 2013) l’esecutivo Netanyahu. Se la parte degli estremisti è recitata abilmente dal leader dei coloni Bennet di “Casa Ebraica”, al Premier Netanyahu tocca il ruolo più dimesso di pompiere pronto a mostrarsi dialogante con la comunità internazionale e disposto (solo a parole) ad una soluzione di pace con i palestinesi. Ma al di là degli annunci, dei proclami e delle frasi di circostanza nei fatti non c’è alcuna differenza tra queste due componenti soprattutto quando si parla dei palestinesi. Anzi, le presunte due anime del governo agiscono in modo complementare portando avanti una agenda politica di estrema destra che fa ugualmente contenti Netanyahu, il suo xenofobo Ministro degli Esteri Lieberman e il leader dei coloni Bennet. Quando, ad esempio, il Primo Ministro si è opposto ai progetti di colonizzazione in Cisgiordania o ha impedito l’implementazione delle politiche anti-immigratorie e anti-arabe proposte dagli esponenti più radicali del suo governo? Ha davvero senso la distinzione di “colombe” e “falchi” nel suo governo come propongono alcuni analisti?

Piuttosto, l’empatia dell’ex likudnist Rivlin può essere compresa solo se letta alla luce della feroce battaglia interna che sta avendo luogo nella fragile coalizione governativa. Bennet, Lapid di Yesh Atid e fette non marginali dello stesso Likud di Netanyahu provano da tempo a trarre vantaggio dalla debolezza del Premier e delle aree “moderate” del suo partito cercando di mostrarsi all’opinione pubblica israeliana come gli unici difensori dell’Eretz Yisrael dagli  “attacchi arabi”. Se soprattutto dopo l’offensiva di Gaza il loro tentativo sta avendo successo perché sempre più israeliani si rispecchiano in Casa Ebraica e nel suo carismatico leader, agli ex “falchi” non resta che guardare più a “centro” cercando nello stesso tempo di non far innervosire troppo gli alleati occidentali. Nena News

Categorie: Palestina

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Lun, 27/10/2014 - 11:46

 

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