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Agenzia Stampa Vicino Oriente
Aggiornato: 2 ore 59 min fa

Quando è stato chiesto a una giornalista di Haaretz di lasciare un’università palestinese

Sab, 11/10/2014 - 08:17

Un incidente isolato si è ingigantito in una ampia discussione se il diritto degli studenti della Birzeit ad avere un proprio spazio sicuro dove gli Israeliani non sono ammessi debba applicarsi anche a quelli di sinistra.

Amira Hass*   Haaretz

La Fondazione tedesca Rosa Luxemburg e il Centro per lo Sviluppo degli Studi (CDS) dell’ Università Birzeit hanno organizzato un convegno dal titolo: “Alternative allo Sviluppo Neo Liberista nei Territori Palestinesi Occupati- Una Prospettiva Critica”.

Durante la prima presentazione di martedì [23 sett. n.d.t.] , due professori del CDS mi hanno avvicinato a distanza di dieci minuti l’uno dall’altro, chiedendomi di uscire perché avevano bisogno di parlarmi. Ho chiesto loro di aspettare fino alla pausa, ma dopo che me lo hanno chiesto per la terza volta sono uscita dalla sala della conferenza. “Non ho il permesso di stare qui?” ho domandato un po’ scherzosamente, ma uno dei docenti [mi] ha risposto che c’era un problema.

Quando mi sono registrata all’ingresso, ho scritto accanto al mio nome il giornale al quale appartengo, cioè Haaretz. Da più di due decenni , ha detto la professoressa, vige un regolamento a Birzeit che vieta agli Israeliani (cioè gli ebrei israeliani ) l’accesso all’area universitaria. Gli studenti incaricati della registrazione alla conferenza hanno visto che avevo scritto Haaretz accanto al mio nome e, avendo capito che sono israeliana, sono corsi a riferirlo alle autorità universitarie. [Gli addetti ]alla sicurezza che erano di turno si sono recati dagli organizzatori del convegno, [così] mi ha detto la docente. Lei e i suoi colleghi avevano il timore, ha continuato, che gli studenti avrebbero fatto irruzione nella sala del convegno per protestare contro la mia presenza.

Dal posto in cui ci trovavamo, all’ingresso della sala, non ho visto una massa di studenti che si avvicinavano per cacciarmi, in quanto rappresentante dell’“istituzione sionista”. Ma quando gli amici e conoscenti, docenti compresi, hanno telefonato in seguito per sapere cosa era successo, allora ho capito che correva voce che gli studenti mi avessero attaccata. E così, per amore della verità, non è questo che è successo. Quello che è accaduto è che due docenti mi hanno chiesto di lasciare [il convegno], ed è quello che ho fatto.

La docente mi ha spiegato che è importante per gli studenti avere uno spazio libero dove agli Israeliani (ebrei) non è consentito entrare; anche se il regolamento è discutibile, questo non era il momento o il luogo per discuterne la modifica. E che, anche se avesse potuto chiedere di fare una deroga alla regola, un altro professore avrebbe potuto chiedere lo stesso trattamento preferenziale per Yossi Berlin, l’ex ministro israeliano della Giustizia che è noto per essere stato uno degli artefici degli Accordi di Oslo, dell’iniziativa di Ginevra e il promotore del progetto sionista Taglit1 Mi ha anche detto che il professor Ilan Pappe, autore del libro “La pulizia etnica della Palestina” tra gli altri, è stato invitato per una conferenza a Birzeit, ma in ottemperanza al regolamento ha parlato fuori dal campus. L’altro professore mi ha detto che se non avessi scritto “Haaretz” sul modulo di registrazione, avrei potuto rimanere. Ancora, un altro accademico che conosco da 40 anni passandomi accanto mi ha detto: “Questo è per proteggerti dagli studenti”. In quel momento mi è venuta in mente l’idea che hanno generalmente gli israeliani dei palestinesi: irrazionali teste calde. Una palestinese con cittadinanza israeliana che è venuta al convegno ha abbandonato [la sala] disgustata, sono sue parole, perché mi hanno cacciata.

Nel frattempo, Katia Hermann, direttrice dell’Ufficio regionale nei Territori Occupati della Fondazione Rosa Luxemburg, è stata messa al corrente della questione. Nonostante il suo apprezzamento dell’importanza di preservare uno spazio libero per gli studenti, come molte femministe hanno fatto per gli spazi riservati solo alle donne, non è riuscita a capire perché fosse impossibile spiegare agli studenti che protestavano ( “che che non ho neppure visto”, ha notato) che questa rigidità non colpisce nel segno. Vengo regolarmente invitata ad eventi organizzati da “Rosa” come la fondazione è affettuosamente soprannominata. La Hermann, sbalordita, ha aggiunto che se avesse saputo dell’esistenza del regolamento alla Birzeit e della decisione di escludermi dall’ascolto del convegno, non avrebbe accettato di organizzare l’evento all’interno dell’università. 

Negli ultimi vent’anni sono entrata alla Università di Birzeit decine di volte e vi ho partecipato a varie conferenze come uditrice. Ho anche intervistato membri della facoltà sia all’interno che all’esterno del campus. L’anno scorso un professore di economia mi ha rifiutato l’intervista dicendomi: “non è niente di personale. Ma conosci quali sono le regole qui”. Non sapevo che vi fosse una regola che vietasse di essere intervistati da Haaretz.

È ben noto che l’Università non assume nel corpo docente ebrei israeliani, anche se appartengono ai circoli della sinistra anti-sionista. Nel 1998, la mia domanda per [insegnare in] un corso di arabo per stranieri non è stata accettata. (allora un amico di Gaza con sarcasmo ha affermato: “ Con il tuo accento gazawi, come possono accettarti?”). Ma non mi è mai stato detto che c’era un regolamento universitario che impediva la mia presenza in carne e ossa al campus di Birzeit, in quanto ebrea israeliana. L’affermazione che il regolamento si applica al mio caso perché appartengo a un’istituzione israeliana è poco convincente: i palestinesi cittadini di Israele che insegnano nelle università israeliane, non sono soggetti allo stesso trattamento. Se fossi stata a conoscenza di un simile regolamento, non sarei andata al convegno. Ho altri luoghi dove investire le mie energie sovversive.

Sto scrivendo di questo incidente precisamente perché non me la prendo personalmente. Non me la prendo per il fatto che alcuni membri della facoltà si siano celati dietro a degli ipotetici studenti arrabbiati e a un regolamento di cui molti altri sembrano esserne ignari. Secondo il mio parere, sarebbe stato più dignitoso dirmi esplicitamente: Non facciamo differenze tra coloro che sostengono l’occupazione e quelli che vi si oppongono, tra quelli che informano sulle politiche per trasferire forzatamente i Beduini o quelli che portano avanti quella linea politica; per noi, c’è un solo posto per tutti gli ebrei israeliani: fuori.

Nella sessione finale del convegno di mercoledì, un professore di un altro dipartimento ha chiesto di discutere della mia cacciata e del divieto in generale per gli ebrei israeliani di sinistra [di accedere all'università]. Mi è stato detto che questo docente, e altri che non erano presenti al momento dell’incidente, sono rimasti scioccati e hanno protestato. Quando è stato annunciato che mi era stato chiesto di lasciare [la sala] “per la mia sicurezza” alcuni presenti hanno abbandonato la sala arrabbiati. Nel frattempo su Facebook si è scatenata una tempesta. Alcuni conoscenti mi hanno chiamato per scusarsi. Il proprietario della mia macelleria si è scusato “a nome del popolo palestinese”.

Intanto, l’università ha emesso sabato un comunicato che dice: “L’amministrazione non ha nulla in contrario circa la presenza [nell'università] della giornalista Hass. L’università in quanto istituzione nazionale, sa distinguere gli amici dai nemici del popolo palestinese… e collabora con ogni individuo o istituzione contrari all’occupazione”.

Capisco il bisogno emotivo dei Palestinesi di avere uno spazio libero interdetto ai cittadini dello Stato che nega i loro diritti e che gli sta rubando la terra. Come persona di sinistra, tuttavia, discuto la logica anti-colonialista del boicottaggio di attivisti di sinistra ebrei israeliani. In ogni caso, tali attivisti non hanno bisogno di attestati di “buona condotta” mentre si oppongono all’occupazione adoperandosi per porre fine al regime ebraico di privilegi. Nena News

* (Traduzione di Carlo Tagliacozzo)

1 Il progetto Taglit è rivolto ai giovani ebrei di tutto il mondo; a costoro Israele offre un viaggio gratuito di 10 giorni per conoscere il Paese e rafforzare i legami sia con i giovani israeliani sia tra i partecipanti al progetto. [ N.d.t.].

Categorie: Palestina

SIRIA. Nei campi profughi

Sab, 11/10/2014 - 07:47

Dalla Turchia in Siria. Migliaia di rifugiati siriani vivono sulle terre di confine, in centri collettivi senza riscaldamento, medicine, coperte, vestiti e scarpe. Schiacciati tra i bombardamenti aerei del governo di Bashar al-Assad, i colpi di mortaio dei ribelli islamici e i kalashnikov delle brigate dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria.

Testo e foto di Federica Iezzi

Aleppo (Siria), 11 ottobre 2014, Nena News - A nord della Siria, a pochi chilometri da quell’Aleppo strappata ai jihadisti, dopo il lungo assedio durato oltre un anno, villaggi distrutti e strade semi deserte. Qui le bombe continuano a cadere, soprattutto nelle zone liberate, ora sotto il controllo dell’Esercito Siriano Libero, vigorosa coalizione contro il regime di Bashar al-Assad. Colpi di artiglieria e incursioni aeree dipingono i cieli caldi. Le strade corrono sui perimetri dei nuovi posti di blocco militari, che in media sono a 500 metri l’uno dall’altro. Stravolgono le città in labirinti di paure. Il traffico è scarso sulle vie di collegamento. 

Nomi in arabo segnano i sovraffollati campi profughi siriani, al confine con la Turchia, che ospitano migliaia di anime, costrette a lasciare le proprie case per gli estenuanti scontri. Molti campi sono nati nei territori liberati dagli uomini dell’Esercito Siriano Libero. L’assedio è rotto dall’alba. Non ci sono regole, non c’è protezione, non c’è rispetto. Fumo nero marchia l’orizzonte. Macchie di carburante, crateri di esplosioni e aloni scuri di rottami bruciati feriscono la terra.

Oltre alla Siria, con i suoi 6,5 milioni di profughi interni, sono cinque i paesi coinvolti dalle conseguenze del conflitto: Libano, Giordania, Turchia, Iraq e Egitto. E il Libano è quello che oggi ospita almeno il 30% dei rifugiati in arrivo. La meta’ di loro e’ ammassata nei campi rifugiati governativi tra leishmaniosi e morbillo. Gli altri sono distribuiti e anonimamente disseminati in migliaia di piccoli, sconosciuti campi spontanei, non tracciati sulle cartine. Ci sono bambini scalzi che corrono tra macerie e fango. Non sono soldati di Assad, non sono ribelli, non sono nelle milizie qaediste, ma combattono ogni giorno per sopravvivere tra filo spinato e melma, razioni di cibo fredde e insipide, coperte logorate da dividersi in dieci.

Vivono nelle tende che si riempiono di acqua durante le improvvise e furiose piogge. Sentono i colpi di mortaio risuonare a pochi metri, incessantemente, senza sosta, tutte le notti. Il filo spinato sembra concedere una fallace protezione. Dall’altra parte delle rete, in fila con i cartoni e i sacchi sulle spalle, moltitudini di siriani che pregano perchè ci sia la guardia giusta che li faccia entrare. Fuori dal campo, in mezzo a bombe e macerie, uomini anziani fumano torpidamente il narghilè e la vita di tutti i giorni va avanti. Desolazione e malattie. Elettricità per un’ora e mezzo al giorno. Dopo il calare del sole, le strade restano al buio, nessuna luce, da nessuna parte. Dai rubinetti non sgorga più acqua, al massimo poche gocce erigono un sottile filo freddo e sterile. Non ci sono più nemmeno le latrine.

Fuori, nelle abitazioni senza muri, gli occhi percorrono le superfici impolverate di mobili, divani e letti. La gente corre alle finestre per sentire da dove provengono gli spari. All’ingresso di ogni campo profughi siriano guardie o ribelli stringono gelosamente in mano kalashnikov, lanciagranate, caricatori, munizioni e grappoli di bombe a mano. Appena un paio di chilometri più avanti da Aleppo comincia la terra di nessuno. Sventola la bandiera nera del Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi. Un vessillo di morte. E’ lo Stato Islamico che comanda ora. Appare come una guarnigione misera e trascurata, sopra nuvole color rame cariche di pioggia. Nena News

Categorie: Palestina

Palestinian youth from spectators to actors

Sab, 11/10/2014 - 06:23

Empowering Palestinian youth to become Palestine’s future leaders and to transform them from spectators to actors

Bethlehem  – On September 26 and 27, the Diyer Civic Engagement Network Program associated to the International center of Bethlehem concluded its first structuring conference which included approving its bylaws and presenting several cultural activities from the members’ production work which had been created during the past four years.

As stated by Mrs. Rana Khoury, the Vice-President of Diyer, “The importance for such a network in Palestine Is to create a space for hope plus to create a new reality for Palestine’s youth.

Through the initial efforts begun five years ago, we have focused on the issues of society and the empowerment of young people through art and culture. Today we are very proud for these achievements as a local Palestinian organization that cares about the youth sector and the demonstration that our efforts have been successful”.

We have learned that the Diyer Civic Cultural Network was nominated for the 2014 Nelson Mandela-Graca Machel Innovation Award in South Africa. This award, now in its 10th year, is granted by Civicus: World Alliance for Citizen Participation, which is one of the largest and most prestigious international network of civil society organizations, where currently it has more than 1100 organizations from all over the world. There are at least 500 nominations from different countries who all have very worthy causes ( including some of which are from Palestine and have been in operation for many years).

Lubna Bandak, Project Manager of the Civic Cultural Network Project, stated in her opening remarks the mission of the Project is to increase the awareness of democracy and engagement through civic and cultural acts. She then concluded by saying, “We know from our social, cultural and historical context that change will not be achieved with a “magic wand”, but only through a pure process which is not misunderstood, nor borrowed from western-exported ideas. Change must come through our own non-violent and social struggle.

The Civic Engagement Program-Diyar consortium group in Bethlehem (the internationals center of Bethlehem) seeks to empower Palestinian youth to become Palestine’s future leaders and to transform them from spectators to actors by identifying, motivating and developing their potential through unique and holistic approaches that employ culture as the tool of training. With its civic engagement initiatives and projects, the program helps youth to articulate significant civic issues and become engaged in their society.

In 2013, the OLOF Palme International Center contributed significantly to this program by supporting two major initiatives, which are respectively, The Palestinian Youth Leadership Training Project-Phase II and the Civic Cultural Network. We thank our partners for their continued generous support and for the confidence they have placed in us to carry out this important work.

Categorie: Palestina

SAPORI E IDENTITÀ. Kibbeh, per iniziare

Ven, 10/10/2014 - 18:34

Oggi Fidaa ci propone un goloso antipasto, tipico delle cucina tradizionale siro-ibanese. Perfetto per iniziare un pranzo o una cena all’insegna dei sapori mediorientali, prepararlo è più facile di quanto non sembri

 

di Fidaa Abu Hamdiyyeh

Nablus, 10 ottobre 2014, Nena News – Oggi vi propongo un antipasto delizioso, ottimo   con la ricotta che fanno in Siria. Accompagnata a una insalata araba e hummus,  è buonissimo per iniziare il pranzo o la cena.

Ingredienti per l’impasto

500 g bulgur fino
400 g carne macinata
2 cipolle piccolo
1 cucchiaino di sale
1/2 cucchiaino di paprika
1 bicchiere d’acqua
1 cucchiaio di farina tipo 0

Ingredienti per il ripieno

300 g di carne macinata
2 cucchiai d’olio d’oliva
100 g di pinoli
Cipolla tritata
Sale, pepe nero quanto basta
Olio per friggere

Procedimento

Per preparare  l’impasto del Kubbeh mettete il bulgur a bagno nel bicchiere dell’acqua per 30 minuti. Poi mettetelo nel tritatutto con la cipolla, la farina e il sale  e si lasciatelo stare per 5 minuti.

Per preparare il ripieno, mettete l’olio, la cipolla  e la carne in una padella sul fuoco. Quando la carne è cotta  aggiungete i pinoli, salate e pepate e lasciate a raffreddare.
Quando è freddo il ripieno, preparate delle palline piccole, fateci un buco  e riempitelo con un cucchiaio di ripieno. Chiudete e modellat le come vedete nella foto.

Quando avete riempito tutte le palline, friggetele nell’olio caldo fino a farle dorare.

Buon appetito,

Fidaa

 

Categorie: Palestina

Hamdallah a Gaza: ricostruzione e unità per i palestinesi

Ven, 10/10/2014 - 16:58

Ieri il premier palestinese   ha presieduto la prima riunione, dal 2007, di un governo di consenso nazionale a Gaza. Un meeting storico, che ha anche l’obiettivo di creare le condizioni per garantire l’arrivo nelle casse palestinesi dei 4 miliardi di dollari che occorreranno per ricostruire la Striscia. Domenica al Cairo la conferenza dei donatori

di Michele Giorgio

Gerusalemme, 10 ottobre 2014, Nena News - «Gaza è un simbolo di fermezza e dignità, custode dei diritti e della storia. Portiamo un messaggio al nostro popolo nella Striscia: il ripristino della speranza, l’unità delle istituzioni di governo e la ricostruzione. Vengo per assumere le nostre responsabilità». Con la voce a tratti rotta dall’emozione, il premier palestinese Rami Hamdallah, ieri ha salutato la gente della Striscia di Gaza e i dirigenti del movimento islamico Hamas giunti ad incontrarlo. Emozione comprensibile. Hamdallah ha presieduto la prima riunione a Gaza dal 2007 di un governo palestinese di consenso nazionale, dando sfogo concreto alla riconciliazione tra il partito Fatah e Hamas avvenuta ad aprile. Uno sviluppo politico reclamato a lungo da tutti i palestinesi ma fortemente osteggiato da Israele che, si dice, solo per le pressioni “occidentali” non ha ostacolato l’ingresso a Gaza di Hamdallah attraverso il valico di Erez.

Il premier palestinese e i 12 ministri giunti assieme a lui dalla Cisgiordania (altri cinque sono di Gaza), hanno visitato in silenzio i centri abitati della Striscia, da Beit Hanun a Shajayea, devastati dai bombardamenti aerei e dai cannoneggiamenti israeliani della scorsa estate. «Quello che abbiamo visto è terribile e doloroso», ha successivamente commentato Hamdallah, «Abbiamo anni di divisioni dietro di noi e la massima priorità di questo governo è di garantire agli abitanti di Gaza il ritorno a una vita normale e l’unità con la Cisgiordania». Salutato in apparenza con calore dalla gente lungo le strade, Hamdallah ha riunito il governo nella residenza del presidente dell’Anp Abu Mazen. Quindi ha incontrato l’ex premier islamista Ismail Haniyeh, leader di Hamas a Gaza. Hamdallah ha anche reso omaggio alle vittime della scorsa estate, civili e combattenti, che, ha detto, «hanno protetto la dignità del nostro popolo e irrigato la terra di Palestina con il loro sangue e una leggendaria fermezza».

Hamdallah ieri ha lasciato intendere che tra gli obiettivi della storica riunione a Gaza non c’è solo la necessità di estendere l’autorità del governo sulla Striscia ma anche, se non soprattutto, l’urgenza di creare le condizioni politiche ed amministrative per garantire l’arrivo nelle casse palestinesi dei 4 miliardi di dollari che occorreranno per ricostruire Gaza. «Abbiamo avviato la riconciliazione in modo che la comunità internazionale mantenga le sue responsabilità nella ricostruzione e metta fine all’assedio di Gaza aprendo tutti i valichi», ha detto. Domenica al Cairo, per la conferenza dei donatori per Gaza, ci saranno almeno 30 ministri degli esteri, tra i quali Federica Mogherini, le delegazioni di 50 Paesi, il capo uscente della diplomazia Ue Catherine Ashton e di quella Usa, John Kerry, oltre ad Abu Mazen e al segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon. Non sarà facile per i palestinesi vincere la diffidenza dei potenziali donatori, preoccupati di impegnarsi nella ricostruzione di un territorio colpito da tre offensive militari israeliane in cinque anni. L’ultima, “Margine Protettivo”, ha fatto quasi 2.200 morti palestinesi (e 73 israeliani), ha distrutto o danneggiato decine di migliaia di edifici e infrastrutture e centinaia fabbriche e aziende. Mascherata dalla richiesta di ricostruire in modo “permanente”, c’è la condizione posta da Europa e Usa del ritorno delle forze di sicurezza dell’Anp nella Striscia di Gaza. La guardia presidenziale di Abu Mazen e le Nazioni Unite, come chiede Israele, avranno il compito di monitorare l’ingresso e la destinazione dei materiali per la ricostruzione.

Quello tra Fatah e Hamas è un matrimonio d’interessi, non certo d’amore. Abu Mazen ha bisogno di una ampia base di sostegno politico in Cisgiordania e a Gaza alla sua iniziativa al Consiglio di Sicurezza dell’Onu per il ritiro di Israele dai Territori occupati. Da parte sua Hamas vuole rompere l’isolamento e ottenere un maggior riconoscimento regionale e internazionale. «In politica questo tipo di matrimonio è legale e comunque dopo sette anni di divisioni e conflitti interni tutti i palestinesi volevano la riconciliazione e il governo unitario – ci spiega Hamada Jaber, analista del Palestinian Center for Policy and Survey Research –, le insidie però non mancano perchè Fatah e Hamas hanno ideologie molto diverse. Il senso di responsabilità (delle sue formazioni politiche) e un accordo sulla sicurezza a Gaza (tra i servizi dell’Anp e il braccio armato di Hamas, “Ezzedin al Qassam”) saranno decisivi per il successo di questa importante fase politica». Nena News

Categorie: Palestina

IRAQ-SIRIA. Kobane allo stremo, scaricata

Ven, 10/10/2014 - 16:38

Lo Stato Islamico controlla oltre un terzo della città. Obama: «I raid non bastano». Ankara: «Folle pensare che interverremo da soli». Ancora scontri tra polizia turca e manifestanti curdi: 25 le vittime totali

di Chiara Cruciati - Il Manifesto

Roma, 10 ottobre 2014, Nena News – I mili­ziani dello Stato Isla­mico entrano a Kobane con i carri armati. Un’ulteriore prova di forza, se mai fosse stata neces­sa­ria. E men­tre la città curda nel nord della Siria è ad un passo dalla caduta, Washing­ton e Lon­dra fanno notare – a chi non se ne fosse accorto – che i raid aerei non bastano e la Tur­chia sot­to­li­nea che è irrea­li­stico pen­sare che possa inter­ve­nire via terra da sola.

Ormai le mili­zie di al-Baghdadi con­trol­lano oltre un terzo della comu­nità al con­fine turco, dopo tre set­ti­mane di asse­dio, oltre 400 morti e 160mila pro­fu­ghi: «L’Isis ha in mano oltre un terzo di Kobane – fa sapere l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani – Tutta la parte est, una pic­cola parte a nord est e un’altra a sud est». Secondo le mili­zie curde sul posto, nella notte i jiha­di­sti hanno occu­pato altri due distretti della città.

Cir­con­data e invasa su un fianco, men­tre pro­se­guono gli scon­tri casa per casa con i com­bat­tenti curdi rima­sti a difesa della città. Con­ti­nuano anche i bom­bar­da­menti aerei della coa­li­zione, ma ser­vono a ben poco. E gli Stati uniti lo sanno bene. Ieri il por­ta­voce del Pen­ta­gono, il mag­giore John Kirby, lo ha can­di­da­mente ammesso: «Dob­biamo pre­pa­rarci all’eventualità che altri vil­laggi e città saranno presi dall’Isis. Kobane potrebbe essere presa. Dob­biamo rico­no­scerlo. Stiamo facendo quel che pos­siamo dal cielo per cer­care di fer­mare l’avanzata dell’Isis. Ma la potenza aerea da sola non è abba­stanza a sal­vare la città».

Sarebbe neces­sa­rio un inter­vento di terra, vista l’estrema adat­ta­bi­lità dell’Isis al cam­bio di stra­te­gie mili­tari occi­den­tali. Obama, che non intende inviare nean­che un marine come ha ricor­dato Kirby, fa pres­sioni sulla Tur­chia: attacca tu. È una corsa allo sca­ri­ba­rile, figlia delle divi­sioni interne allo stesso fronte anti-Isis, che ad oggi faci­lita solo lo Stato Isla­mico. Alle richie­ste sta­tu­ni­tensi la Tur­chia, sem­pre più timo­rosa di raf­for­zare indi­ret­ta­mente la resi­stenza curda (Pkk in pri­mis), risponde con un «no, gra­zie»: «È irrea­li­stico aspet­tarsi che la Tur­chia gui­derà un’operazione di guerra da sola», ha detto ieri il mini­stro degli Esteri Cavu­so­glu durante la visita ad Ankara del segre­ta­rio gene­rale Nato, Jens Stoltenberg.

La dichia­ra­zione giunge men­tre pro­se­guono le pro­te­ste nel paese da parte della comu­nità curda, a sud, nella capi­tale Ankara e a Istan­bul: nella notte tra mer­co­ledì e ieri, nono­stante il copri­fuoco impo­sto nelle città curde a sud est, gli scon­tri tra poli­zia e mani­fe­stanti hanno pro­vo­cato altre vit­time, facendo salire il bilan­cio totale a 25. Cento poli­ziotti ieri sono entrati nel cam­pus dell’università di Ankara e hanno disperso gli stu­denti che pro­te­sta­vano: lacri­mo­geni, idranti e 25 arre­stati, tra cui 5 professori.

Si torna allora a pun­tare sulle oppo­si­zioni mode­rate al pre­si­dente Assad: il Pen­ta­gono lamenta l’assenza di «un part­ner capace e volen­te­roso in Siria» e ven­tila l’ipotesi di usare come truppe di terra mili­ziani del posto, forse quei 5mila che la Casa Bianca adde­strerà ed armerà secondo il piano appro­vato dal Con­gresso il mese scorso. Ma ci vor­ranno ancora dai tre ai cin­que mesi sol­tanto per pro­ce­dure e pro­to­colli e i dubbi restano: finora molte delle armi inviate ai gruppi mode­rati anti-Assad sono tran­si­tate per diverse vie all’Isis.

Dall’altra parte del con­fine le truppe di terra dovreb­bero essere quelle ira­chene, ma la poca pre­pa­ra­zione e l’avversione delle comu­nità sun­nite per una forza esclu­si­va­mente sciita si tra­du­cono in scarsa effi­ca­cia sul ter­reno. I set­ta­ri­smi interni sono il mag­giore osta­colo che il governo al-Abadi è costretto ad affron­tare: ieri l’ennesimo atten­tato ha ucciso 12 per­sone e ne ha ferite 33. Una bomba è esplosa vicino ad un café a Sadr City, distretto sciita di Bagh­dad e roc­ca­forte del lea­der reli­gioso Moq­data al-Sadr.

Dalla Siria giun­gono invece noti­zie sul frate fran­ce­scano Hanna Jal­louf e i venti fedeli fatti pri­gio­nieri dome­nica scorsa dal Fronte al-Nusra, gruppo qae­di­sta anti-Assad e neo-alleato dell’Isis. Sono stati tutti rila­sciati per essere posti agli arre­sti domi­ci­liari nel con­vento nel vil­lag­gio di Qunyeh, a nord ovest. I domi­ci­liari sareb­bero stati com­mi­nati da una corte isla­mica locale, per­ché – riporta la Custo­dia di Terra Santa – padre Jal­louf è accu­sato di coo­pe­ra­zione con Damasco. Nena News

Categorie: Palestina

GERUSALEMME. Coloni entrano ad Al Aqsa scortati dalla polizia. Scontri con i palestinesi

Mer, 08/10/2014 - 11:04

Stamattina duri scontri sono esplosi nella Spianata delle Moschee. Le forze militari hanno lanciato granate dentro Al Aqsa, provocando un incendio, parte della strategia di rivendicazione ebraica del luogo sacro musulmano.

 

Gli scontri di questa mattina nella Spianata delle Moschee (Foto: Ma’an News)

 

dalla redazione

Gerusalemme, 8 ottobre 2014, Nena News – Questa mattina duri scontri tra manifestanti palestinesi e forze militari israeliane sono esplosi nella Spianata delle Moschee, fuori dalla moschea Al Aqsa, terzo luogo sacro dell’Islam. Decine i feriti tra i palestinesi, che hanno reagito al raid della polizia israeliana che alle 7.30 del mattino ha accompagnato un gruppo di 60 coloni israeliani. Il gruppo è entrato ad Al Aqsa per celebrare la festa ebraica del Sukkot, ulteriore caso di provocazione e rivendicazione della Spianata come sito sacro ebraico.

La polizia ha disperso i fedeli musulmani con i bastoni, i proiettili di gomma e i gas lacrimogeni, alcuni dei quali sono finiti dentro Al Aqsa e hanno provocato un incendio, secondo quanto riportato dal direttore della moschea, Sheikh Omar al-Kiswani. Alcuni palestinesi hanno reagito lanciando pietre (tre poliziotti sono stati feriti), altri hanno cercato rifugio dentro la moschea: quando l’incendio è iniziato, invece di permettere loro di uscire, le forze militari hanno chiuso le porte intrappolando all’interno i fedeli.

“La Spianata era quasi vuota quando le forze israeliane hanno permesso agli estremisti di entrare e muoversi liberamente”, ha aggiunto al-Kiswani. Da ieri mattina, inizio della festa del Sukkot, la polizia israeliana ha ristretto l’accesso alla moschea Al Aqsa, permettendo solo ai palestinesi sopra i 60 anni di entrare a pregare.

E per garantire ai non-musulmani di entrare nella Spianata, il Ministero del Turismo ha annunciato la creazione di una nuova entrata destinata agli ebrei, attraverso la porta dei Mercanti di Cotone. Il consigliere legale palestinese per gli affari di Gerusalemme, Ahmad Ruwaidi, ha commentato subito la notizia: nessuno ha ricevuto informazioni sul nuovo piano israeliano, “inaccettabile” perché aperta provocazione alla comunità palestinese e minaccia al processo di pace.

A Israele poco importa: dal 1948 Tel Aviv rivendica Gerusalemme come capitale unica e indivisibile dello Stato ebraico, seppure tale mossa unilaterale non sia mai stata riconosciuta dalla comunità internazionale. Le Nazioni Unite considerano Gerusalemme città internazionale, i palestinesi la futura capitale del proprio Stato. Gli attacchi contro Al Aqsa fanno parte del più vasto piano israeliano di giudaizzare la città santa, portato avanti con strumenti diversi, dallo status legale dei palestinesi che ci vivono (solo residenti e non cittadini) alla confisca di case palestinesi a favore dei coloni israeliani, dalla demolizione di strutture palestinesi  al divieto per le famiglie arabe di costruire sulle proprie terre. A ciò si aggiunge la mancanza quasi totale di servizi pubblici a favore dei quartieri palestinesi di Gerusalemme Est e di investimenti in infrastrutture e settore economico. Nena News

Categorie: Palestina

LIBANO. Hezbollah attacca pattuglia israeliana. Tel Aviv apre il fuoco

Mer, 08/10/2014 - 10:21

Si riaccende la tensione al confine. Due soldati israeliani feriti, azione rivendicata dal movimento sciita per la prima volta dal marzo scorso in risposta alla morte di un miliziano ucciso da un ordigno israeliano a settembre.

 

Soldati israeliani al confine con il Libano (Foto: Reuters)

 

dalla redazione

Roma, 8 ottobre 2014, Nena News – Si riaccende la tensione tra Hezbollah e Israele: ieri il Partito di Dio ha rivendicato l’esplosione di un ordigno nelle colline di Shebaa contro un veicolo militare israeliano che pattugliava il confine con il Libano. Il gruppo ha fatto sapere che l’azione è stata portata avanti dall’unità del martire Hassan Ali Haidar, dal nome del miliziano ucciso il 5 settembre da una bomba israeliana che stava tentando di smantellare e pare innescata da un drone.

Due soldati israeliani sono rimasti feriti. Immediata la reazione di Tel Aviv che già domenica aveva aperto il fuoco verso la frontiera e ferito un soldato libanese. Ieri l’esercito israeliano ha aperto il fuoco verso due postazioni di Hezbollah, a Shebaa, area rivendicata sia da Israele che dalla Siria e occupata da Tel Aviv durante la guerra dei sei giorni del 1967. Il portavoce militare israeliano ha subito accusato anche il governo libanese “per l’eclatante violazione della sovranità israeliana” e promesso di proseguire nelle azioni al confine per garantire la sicurezza di Israele.

Si tratta della prima azione di Hezbollah dal marzo scorso, quando il movimento sciita attaccò le forze israeliane di stanza in Golan, provocando quattro feriti, in risposta a bombardamenti israeliani sulle proprie postazioni. L’attacco fu rivendicato solo un mese dopo. Dopo la fine dell’offensiva israeliana contro il sud del Libano nel 2006, che provocò 1.200 morti, Hezbollah ha sempre negato di aver lanciato missili verso Israele, accusa mossa da Tel Aviv più volte negli scorsi anni.

Dopo la fine dell’operazione Margine Protettivo contro Gaza, il governo israeliano è tornato a mirare a Hezbollah: più volte membri dell’esecutivo, tra cui lo stesso premier Netanyahu, hanno indicato nel movimento libanese il prossimo target dell’esercito israeliano e fatto la conta dei missili in dotazione agli sciiti: 100mila, secondo Tel Aviv, dieci volte di più di quelli posseduti da Hamas prima dell’offensiva dell’8 luglio. Secondo alcuni osservatori, l’attacco di ieri va letto come messaggio al nemico israeliano: seppur impegnato sul fronte siriano, il Partito di Dio rimane allerta. La stessa rivendicazione dell’operazione, la prima da molto tempo, conduce in tale direzione.

Vero è che da quattro anni i miliziani sciiti occupano un posto di prima linea nella guerra civile siriana, a fianco del presidente Assad. Fondamentale, ad oggi, è stato il ruolo svolto dal gruppo libanese, in particolare al confine. Un ruolo che ha attirato le attenzioni dei gruppi di opposizione, in primis del movimento sunnita qaedista del Fronte al-Nusra che dopo il sanguinoso attacco di Arsal ad agosto è tornato nei giorni scorsi a prendere di mira le postazioni di Hezbollah al confine tra Siria e Libano. Dietro sta l’ampia coalizione anti-sciita, che mira all’indebolimento dell’asse Teheran-Damasco-Hezbollah, e formata da attori diversi: dagli Stati Uniti ai paesi del Golfo fino ai gruppi estremisti sunniti, fatti prosperare proprio dai regimi arabi sunniti il cui principale obiettivo nella nuova guerra al terrore è l’eliminazione dell’influenza iraniana nella regione. Nena News

 

Categorie: Palestina

Occupied Jerusalem: Who sold Silwan apartments to settlers?

Mer, 08/10/2014 - 09:43

Israel has used all kinds of methods, ranging from claims of security concerns to legal pretexts such as the absentees property law, to confiscate apartments belonging to Jerusalem residents and give them to settlers. The latest method used to take over dozens of apartments in the Silwan neighborhood was sale contracts through intermediaries. Overnight, these apartments became the property of Israeli settlers.

 

 

By Mujahed Bani Mofleh – Al Akhbar

Ramallah, 8th of October 2014, Nena News - On September 30, the town of Silwan located south of al-Aqsa Mosque in occupied Jerusalem witnessed an attack by settlers through a legal pretext. Israeli Economy Minister Naftali Bennett called it a “historic achievement,” as Israel seized 26 residential apartments in eight buildings in the town.

Although Israeli settlers entered these vacant apartments as though they were the owners, Israeli police escorted them throughout many neighborhoods inside Silwan, resulting in confrontations with Jerusalem youth.

It is the first time that a seizure of apartments takes place on such a dramatic scale, which prompted the presidential spokesperson, Nabil Abu Rudeina, to describe it as “blatant Israeli aggression.” But there was no other option for “the president of the Palestinian Authority, Mahmoud Abbas, but to resort to international organizations.”
Jerusalemites in Silwan are asking, who sold and who bought? When did it happen and how did the apartments end up in the settlers’ hands? In answering these questions, accusations of selling the houses were leveled against people from Silwan and others from occupied 1948 Palestine. The name that repeatedly came up was that of Farid al-Hajj Yehia from the town of Tayibe.

Witnesses who saw what happened say they were surprised to see settlers surround the area and enter the apartments. Among them is Elias al-Karaki, 62, who says he has documents proving that his son, Nabil, sold a house in the Baydoun neighborhood to a Palestinian from 1948 Palestine called Farid al-Hajj Yehia seven months ago. He pointed out that the sale was finalized three months ago and the payment for the house was collected. Karaki is afraid that the life of his family is going to become hell now that the settlers have moved into houses near them.

Ashraf Serhan, whose family owns a five-storey building, said that his father sold a house two years ago to a person from the Sbeih family “on condition that the first party will have precedence to buy first if the second party wants to sell later on.” He, however, was surprised that the buyers are the settlers. According to a report cited by an information center in Jerusalem, a man by the name of Hani al-Abbasi sold his house to a person called Yousef Zawahra, who made additions to the house and left it only hours before the settlers came.

Al-Akhbar called the director of Wadi Hilweh Information Center, Jawad Siam, who said that there’s been no “direct sale to the settlers.” He believes that the apartments were bought through a fake US company called Kendall Finance or through “figures that hid behind charitable projects.” However, settlement and map expert in Jerusalem, Khalil al-Tafakji, said the houses were indeed sold, “and whoever says otherwise, let him bring something to refute the documents I have which prove that residents sold their apartments.”

In conjunction with the media hype that accompanied this incident, the Islamic Movement in 1948 Palestine was accused that one of its cadres is the intermediary for selling the apartments to the settlers. The Islamic Movement (northern branch), however, issued a statement saying that Jerusalem is entrusted to us and Farid al-Hajj Yehia was never a member of the movement and did not hold any position in it.

A statement was also issued by the Islamic Movement (southern branch) that described selling the Silwan homes “a heinous crime and a betrayal of God and country.” The statement hinted that al-Haj Yehia was terminated at al-Aqsa Association in 2010 and “charitable parties were informed of this with official letters at the time.”

Al-Hajj Yehia himself went on interviews in which he denied the news that was attributed to him. He said the issue has been “exaggerated in an unbearable way” stressing his willingness to go to Ramallah to be killed there for treason if it was proven that “one inch of Palestinian land was sold to any Israeli.” He said he bought a piece of property in Silwan “to prevent bloodshed (an issue of vengeance) between the Sbeih, al-Yamani and al-Karaki families.” He admitted, however, that the sale document which Karaki talked about regarding selling his son Nabil’s apartment is true “but I sold the house to a trusted person from Umm al-Fahm.” He went on: “Let’s say I sold this house to settlers, who sold the other houses?”

Tafakji believes that Israel is focusing its settlement attack on Silwan in an attempt to reverse the demographic balance and to settle the issue of the “Holy Basin” once and for all “because the town is located south of al-Aqsa Mosque. Israel claims that Jewish history began 3,000 years ago in what it calls the City of David in Silwan. 

According to the available information, the number of settlement blocs in Silwan are 27 so far. They include about 88 housing units that were taken by settler associations either by claiming that they are Jewish property or under the pretext that it is absentee property or by sale as happened recently or by forging documents. Also, security excuses can be used for the same purpose.

Siam believes that most of the contracts that were signed by “those who were deceived can be repealed in court.” This was confirmed by attorney Mohammed Dahlah who said that a number of purchases conducted by the settler association Elad were previously repealed. Dahlah explains that the legal leeway is that the contracts themselves are not valid “someone who does not have the right to sell sold, or the property is publicly owned or the shares sold have not been divvied up among the owners.” In addition, there is sometimes the preemption right, especially for those who have the right to purchase the property such as the neighbors or those with privacy concerns.

Siam said they had proposed several projects for institutions and official Palestinian parties to cooperate with businessmen and encourage them to buy and invest in property in Jerusalem, adding: “We asked the famous businessman Munib al-Masri more than 15 years ago to buy a piece of property in Silwan before it was leaked to the settlers. The reply came from his office that the project has no economic feasibility.” Keep in mind that the Palestinian government’s budget for 2013 allocated to the Jerusalem Ministry is no more than 50 million shekels ($13.5 million). $130 daily for those who live in the Silwan homes

Settlers posted on social networking sites an announcement that the Elad settler association will pay 500 shekels ($135) daily to any settler who agrees to live in the houses that were overtaken by the settlers in Silwan on condition that he “knows how to use weapons and shoot.” The Israeli daily Haaretz published a report revealing that the percentage of settlers in Silwan is currently at 3.5 percent but could reach 18 percent of the total number of residents after the seizure of the latest residential apartments.

Observer of Israeli affairs, Mohammed Abu Allan, noted in an interview with Al-Akhbar the rise in the budget of the settlement department in the past two months from 54 million (~$15 million) shekels to 440 million (~$119 million). He thought perhaps this rise is related to the latest incident. Abu Allan underscored the importance of what Israeli prime minister, Benjamin Netanyahu, said about Silwan being Israeli land and that he will not prevent any Israeli from purchasing residential units anywhere he wants.

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Categorie: Palestina

ISRAELE. Il diktat di Netanyahu: “Nuova legge contro i migranti”

Mer, 08/10/2014 - 09:32

Dopo la sentenza dell’Alta Corte che vietava la detenzione degli africani illegali, il governo torna alla carica sulla spinta delle proteste dei residenti di Tel Aviv.

 

 

dalla redazione

Gerusalemme, 8 ottobre 2014, Nena News – La spinosa questione migranti continua a tenere banco in Israele: ieri il premier Netanyahu ha dato ordine ai suoi ministri di preparare una nuova legge contro gli immigrati senza documenti. La chiamata “alle armi” anti-migrazione arriva dopo la sentenza della Corte Suprema che ha dichiarato nulla la normativa che prevedeva la detenzione senza processo.

L’ordine del premier è arrivato durante una riunione con i ministri di Giustizia, Interni e Pubblica Sicurezza: “Alla fine del meeting il primo ministro ha chiesto che venga preparato un nuovo disegno di legge che esprima la determinazione del governo di Israele di proseguire nell’azione contro gli infiltrati –  si legge nel comunicato dell’ufficio del premier – Si è stabilito che il Ministero degli Interni redigerà la legge che permetterà di proseguire negli arresti dei nuovi infiltrati e li trasferirà in centri di custodia per un certo periodo di tempo e proseguirà l’operazione del centro di detenzione di Holot”.

Infiltrati. Così da anni le autorità israeliane definiscono i richiedenti asilo e i migranti africani che cercano rifugio in Israele, fuggiti da guerre e fame nei paesi di provenienza, per lo più Sudan e Eritrea. Per fermarne l’arrivo è stato già costruito un muro al confine con l’Egitto. Seimila di loro sono già stati espulsi. Il ministro della Difesa, la “moderata” Tzipi Livni, cerca di abbassare i toni: la legge è necessaria e non contraddice né la sentenza della corte né i diritti degli africani.

A frenare le politiche governative, infatti, era stata la Corte Suprema che lo scorso 22 settembre aveva stabilito che Tel Aviv non poteva più detenere migranti fino ad un anno di prigione senza processo e ordinato la chiusura del famigerato centro di detenzione di Holot, nel deserto del Negev. Eppure nel carcere sono detenuti ancora duemila africani. Sarebbero invece 48mila i migranti residenti in Israele, senza alcun documento di identità né lo status di richiedenti asilo, accettato dalle autorità israeliane in rarissimi casi e solo dopo lunghissime procedure.

Per il governo israeliano sono semplicemente illegali, dato che non riconosce loro lo status di rifugiati. Le condizioni di vita in cui sono costretti a vivere sono al limite della decenza: quasi impossibilitati a trovare lavoro, chiusi in quartieri ghetto a Tel Aviv, privi di qualsiasi servizio pubblico, dalla scuola alla sanità. A Tel Aviv, molti di loro si sono organizzati con il sostegno di organizzazioni per i diritti umani e hanno aperto da soli scuole e ambulatori medici.

Alla discriminazione palese imposta dalle autorità si aggiunge l’elevato tasso di razzismo della popolazione israeliana. In passato non sono mancate aggressioni violente contro le case dei migranti o contro gli stessi rifugiati, marce di protesta che chiedono che Israele resti un paese per soli ebrei e manifestazioni guidate spesso da parlamentari di estrema destra che incitano alla cacciata dei “neri”.

Sabato e domenica scorsi circa 300 manifestanti si sono ritrovati a Tel Aviv, nel quartiere di Hatikvah, per protestare contro la sentenza della Corte Suprema, accusata di incrementare così le attività criminali in città e aumentare le tensioni sociali. Tra loro anche il parlamentare Ayelet Shaked, del partito nazionalista Casa Ebraica: “Oggi le vite di centinaia di migliaia di israeliane sono state distrutte – ha detto Shaked – L’Alta Corte ha invitato tutti i cittadini africani a venire in Israele. Così ha danneggiato la sicurezza dello Stato e dei residenti della zona sud di Tel Aviv”.

Quei residenti che avevano presentato appello alla Corte per chiedere la cacciata dei migranti che avrebbero messo in pericolo la sicurezza dei cittadini israeliani. Il tribunale aveva rigettato l’appello affermando che il motivo per cui tanti africani entrano nel paese è per fuggire a morte, persecuzione e guerra nei paesi di provenienza. Ma tanto basta. A monte, la propaganda israeliana – portata avanti per oltre 60 anni da ogni governo succedutosi al potere: Israele è lo Stato degli ebrei, dei soli ebrei. Nena News

 

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Categorie: Palestina

TURCHIA. Dodici morti in scontri tra curdi e polizia: “Erdogan ha abbandonato Kobane”

Mer, 08/10/2014 - 08:40

Manifestazioni anti-Isis in tutto il paese. Il presidente è accusato di voler veder caduta la città siriana per poter attaccare Damasco. E su Ankara pesano i 180 jihadisti liberati.

 

Gli scontri tra manifestanti curdi e polizia turca (Foto: AFP/GettyImages)

 

di Chiara Cruciati

Roma, 8 ottobre 2014, Nena News – Le dichiarazioni con cui i vertici turchi si riempiono la bocca in questi giorni sono crollate come un castello di carta ieri: dodici morti, almeno dodici, durante scontri tra manifestanti curdi e polizia turca. Sei di loro sono stati uccisi a Diyarbakir: un 25enne, Hakan Buksur a Mus; un altro a Vart. Alle manifestazioni della comunità turca, organizzate dal Partito Democratico del Popolo in solidarietà con la città curdo-siriana di Kobane, le forze di sicurezza di Ankara hanno risposto con una dura repressione: gas lacrimogeni, cannoni ad acqua, ma soprattutto proiettili veri.

Il ministro degli Interni, Efkan Ala, ha accusato i manifestanti di “aver tradito il loro paese” e minacciato conseguenze “imprevedibili” nel caso di ulteriori proteste: “La violenza sarà affrontata con la violenza. Quest’attitudine irrazionale dovrebbe essere subito abbandonata e i manifestanti dovrebbero lasciare le strade”. Immediata la risposta del Pkk, che ha chiamato la comunità curda a tornare in piazza.

Le proteste – che nelle stesse ore si tenevano anche in Europa: un gruppo di manifestanti curdi ha fatto irruzione della sede del Parlamento Ue – sono esplose in quasi tutto il paese, da Ankara e Istanbul alla provincia sud di Mardin, nelle città di Sirte, Batman e Mus, dove è stato imposto il coprifuoco già da ieri pomeriggio. Scontri anche lungo il confine con la Siria, dove le forze militari hanno lanciato lacrimogeni per disperdere la piccola folla che tentava di passare la rete. Il dito è puntato contro il presidente Erdogan, accusato di essere solo un bugiardo: la Turchia, dicono i manifestanti, ha abbandonato Kobane e resta in attesa che cada.

Per ora i fatti sul terreno paiono dar ragione ai manifestanti curdi: dopo il voto del parlamento della scorsa settimana che ha dato mandato al governo per il dispiegamento di truppe all’estero, l’esercito turco ha inviato una trentina di carri armati al confine con la Siria e ha disperso le proteste alla frontiera. Niente di più. Ieri Erdogan è tornato a premere sulla coalizione per un intervento via terra e a ripetere che “Kobane è sul punto di cadere”. L’obiettivo di Ankara si delinea ogni giorno di più: entrare in Siria per far cadere il presidente Assad, non per distruggere l’Isis. Per questo ieri il presidente è tornato a parlare di no-fly zone sul cielo siriano, necessaria ad impedire all’aviazione di Damasco di alzarsi in volo, e di una zona cuscinetto in cui addestrare le opposizioni ad Assad.

In tal senso la presa di Kobane da parte jihadista sarebbe un ottimo pretesto: città strategica, al confine con la Turchia, permetterebbe alle milizie di al-Baghdadi di controllare tutto il corridoio di territorio che da Aleppo arriva alla roccaforte islamista Raqqa, e che prosegue verso la frontiera con l’Iraq. Con Kobane, l’Isis diverrebbe una concreta minaccia alla stabilità turca. E infatti Ankara si premura: ieri i vertici hanno girato alla Nato la richiesta di stilare un piano di difesa della Turchia in caso di attacco jihadista.

Sul piano curdo, a frenare l’intervento a favore della comunità di Kobane sono gli stretti legami con la resistenza curda turca. A Kobane in queste settimane combattono i miliziani del Pkk, il cui leader Ocalan pochi giorni fa aveva previsto la rottura e avvertito Ankara: “Se Kobane cade, il processo di pace [tra Turchia e Kurdistan turco] fallirà”. A monte la convinzione che oggi la Turchia abbia volutamente abbandonato i curdi di Kobane e prima abbia permesso la crescita innaturale del gruppo jihadista chiudendo un occhio sul passaggio di armi e miliziani.

A peggiorare la posizione di Erdogan la notizia dello scambio di prigionieri trattato con lo Stato Islamico per il rilascio dei 49 ostaggi, catturati a Mosul a giugno. Ieri la Gran Bretagna ha chiesto chiarimenti ad Ankara in merito a quanto apparso sulla stampa: 180 miliziani dell’Isis, curati – pare – in ospedali turchi sono stati liberati per poter avere indietro i 49 prigionieri. Ankara smentisce. Nena News

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Categorie: Palestina

PALESTINA, tra le parole degli Europei e l’unità nazionale

Mar, 07/10/2014 - 16:16

Hamas invita i palestinesi ad accogliere calorosamente giovedì il governo d’unità nazionale per la prima riunione di gabinetto. Intanto a Londra e Parigi, si parla (timidamente) di riconoscimento dello stato palestinese.

di Roberto Prinzi

Roma, 7 ottobre 2014, Nena NewsUn alto dirigente di Hamas, Ahmed Yousef, ha invitato i palestinesi di Gaza ad accogliere calorosamente il Primo Ministro palestinese Rami Hamdallah e i ministri del governo di unità nazionale che si riuniranno nella Striscia giovedì. Intervistato ieri sera dall’Agenzia Ma’an, Yousef ha invitato la popolazione a festeggiare l’arrivo del Premier celebrando così l’unione tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania.

“La visita – secondo il dirigente del movimento islamico – è “una svolta importante e positiva sulla via dell’unità”. Salvo clamorosi capricci di Tel Aviv, il primo gabinetto del governo nazionale palestinese (nato ufficialmente a giugno) si dovrebbe riunire a Gaza tra due giorni. Secondo Ma’an, infatti, dopo “grandi sforzi” compiuti dal Ministro degli Affari civili palestinese Israele ha concesso i permessi necessari ai ministri palestinesi per lasciare la Cisgiordania e recarsi nel piccolo lembo di terra palestinese.

L’ex premier del governo Hamas, Ismail Hanieh, ha espresso la sua soddisfazione per l’incontro di giovedì. Hanieh si è augurato che la riunione possa appianare le divergenze (ancora presenti) tra Fatah e Hamas completando così quel processo di riconciliazione tra i due principali partiti palestinesi che, tra pochi alti e molti bassi, è iniziato lo scorso aprile.

Nonostante la concessione dei permessi, le tensioni tra Ramallah e Tel Aviv non cessano. L’Autorità Palestinese (Ap) ha duramente criticato i (presunti) piani israeliani di assegnare ai coloni ebrei una nuovo varco di accesso al complesso al-Aqsa. “Questo passo è inaccettabile perché Gerusalemme e i suoi luoghi sacri costituiscono una linea rossa” si legge in una nota ufficiale dell’Ap riportata dall’agenzia locale Wafa. “Una tale decisione potrebbe annullare ogni possibilità di riportare in vita il processo di pace” conclude il comunicato. Come se fosse solo il problema al-Aqsa a impedire una riavvicinamento impossibile tra israeliani e palestinesi.

Finora Israele ha permesso ai coloni – scortati da un gran numero di forze di sicurezza – di accedere al complesso del “Monte del tempio” (così è chiamata la Spianata delle Moschee dagli ebrei) attraverso il cancello Magharbeh. La radio militare israeliana ha detto, invece, che il Ministro del Turismo israeliano sta pensando di farli entrare attraverso il cancello Qataneen. Un progetto che, se dovesse passare, rappresenterebbe l’ennesima violazione israeliana della sovranità palestinese che suscita ancora più rabbia tra i palestinesi poiché la Spianata delle Moschee è il terzo luogo sacro dell’Islam.

Alle critiche che vengono mosse dall’estero (perfino dagli alleati statunitensi) circa la costruzione di nuovi insediamenti a Gerusalemme est [per gli accordi di Oslo la capitale del futuro stato di Palestina, ndr] i leader israeliani hanno fatto quadrato ribadendo la necessità di considerare l’intera Gerusalemme come loro capitale. “Uno degli elementi più significativi della nostra unità nazionale è l’accordo che tutti abbiamo su Gerusalemme come capitale di Israele. Il mondo deve capirlo” ha dichiarato ieri sera il neo Capo di Stato Reuven Rivlin incontrando il Premier Netanyahu.

Il Primo ministro ha poi aggiunto provocatoriamente: “quando la costruzione degli insediamenti avviene in Israele, dovremo scusarci? O cancellarli? No secondo me, né secondo lei, né secondo l’opinione di ciascun ebreo sensibile, anzi, di qualunque persona leale e consapevole”. Una nuova bordata, neanche troppo velata, a Washington che qualche giorno fa aveva osato criticare (flebilmente) l’approvazione di nuove unità abitative a Givat Hamatos nella parte orientale di Gerusalemme e la confisca di edifici in un quartiere a predominanza palestinese della città.

Non sono giorni facili per il Premier israeliano. Al di là dei problemi interni alla sua coalizione e del suo rapporto non idilliaco (è un eufemismo) con il Presidente Rivlin, Bibi è ancora furioso per il riconoscimento svedese dello stato palestinese annunciato venerdì dal governo svedese di Loefven. E sicuramente non sarà stato contento quando avrà saputo che il 13 ottobre i parlamentari britannici voteranno simbolicamente per capire se il governo di Londra dovrà o meno riconoscere in futuro lo stato di Palestina.

Un riconoscimento che, si sono affettati a ricordare a Westminster, anche se dovesse passare non avrà ripercussioni sulle politiche del governo Cameron. Un voto che, però, è importante da un punto di vista simbolico perché mira a riportare al centro della vita pubblica britannica la questione palestinese. La Gran Bretagna non riconosce la Palestina come stato, ma sostiene che sarebbe pronta a riconoscerla qualora ciò dovesse essere d’aiuto a risolvere il conflitto tra israeliani e palestinesi. Il deputato laburista Grahame Morris, tra i principali sostenitori del voto del 13, ha le idee chiare: “non solo lo stato è un diritto inalienabile del popolo palestinese, ma riconoscere la Palestina darà nuova vita al processo di pace che ora è in stallo”.

Con parole e intenzioni più o meno simili anche Parigi ha aperto ieri alla possibilità di riconoscere lo stato palestinese. “La soluzione a due stati è quella che sostiene la comunità internazionale” ha dichiarato il portavoce del Ministero degli Esteri francesi Romain Nadal alla stampa transalpina. “Ciò significa – ha aggiunto il diplomatico – che noi dovremo, ad un certo punto, riconoscere lo stato palestinese”. Nadal ha aggiunto che è una necessità “urgente” giungere alla soluzione dei due stati che impone alle due parti in lotta il riconoscimento reciproco e il desiderio di coesistere in pace. Nell’ascoltare queste dichiarazioni Netanyahu si sarà infastidito, avrà sbuffato come fa di solito quando qualcuno accenna ad un possibile stato palestinese. Ma siamo certi che si sarà subito tranquillizzato consapevole che le parole degli europei non si tradurranno mai in azioni concrete. Nena News

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Categorie: Palestina

PALESTINA, coloni uccisi nel 2001, è l’ANP a dover pagare

Mar, 07/10/2014 - 14:05

 Secondo il giudice Ramallah è “indirettamente responsabile” per il loro omicidio. “Responsabilità indiretta” che non esiste quando a commettere i crimini sono israeliani.

della redazione

Roma, 7 ottobre 2014, Nena News - L’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) è “indirettamente responsabile” per l’omicidio di tre coloni avvenuto nel 2001 in Cisgiordania da parte di alcuni uomini palestinesi e per questo dovrà risarcire la famiglia delle vittime. E’ la sentenza emessa il 22 settembre scorso da un tribunale di Gerusalemme, che ha stabilito che la colpa ricadrebbe su chi ha trasferito armi e soldi agli autori del delitto in quanto autorità statale preposta al controllo del proprio territorio.

Resta da stabilire la somma da risarcire alla famiglia dei tre coloni, ma il tribunale è stato chiaro: l’Anp “conosceva i potenziali rischi dell’utilizzo delle armi e quindi, avendo evitato di avvertire gli utilizzatori, deve ora risarcire i danni alla famiglia lesa”. Parole che suonerebbero assurde in un qualsiasi altro tribunale, dove lo Stato non è considerato responsabile per il pagamento dei danni inflitti da un uomo armato che si macchia di omicidio dopo aver comprato un’arma chissà dove, ma che sono la realtà nei Territori palestinesi occupati. Altri tribunali in Israele in passato avevano infatti condannato l’Anp al risarcimento di danni agli israeliani, ma secondo il quotidiano Haaretz l’Anp tenderebbe piuttosto a raggiungere accordi al di fuori della Corte con i querelanti.

Resta però da capire come mai lo Stato di Israele non venga mai giudicato responsabile per i reati compiuti dai coloni che illegalmente vivono e scorrazzano sul suolo palestinese. Sono decine i casi di palestinesi investiti da coloni – l’ultimo a settembre, quando una bambina di sei anni è stata travolta senza essere soccorsa – senza contare le centinaia di ettari di uliveti sradicati dagli abitanti degli insediamenti illegali o le case demolite da questi ultimi. Raramente, se non mai – come fa notare il quotidiano libanese al-Akhbar – i coloni finiscono davanti a un giudice. Per quanto riguarda gli attacchi con arma da fuoco nei confronti dei palestinesi non si ha notizia di coloni condannati né di autorità israeliane giudicate responsabili per la circolazione illegale di pistole o fucili tra gli abitanti degli insediamenti (sempre illegali). Oltre al danno, la beffa: in caso di demolizione di case palestinesi in Cisgiordania da parte dell’esercito israeliano, è il palestinese che deve pagare per il lavoro. Nena News

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Categorie: Palestina

Supporters accuse Syrian regime of cooperating on airstrikes

Mar, 07/10/2014 - 12:51

The Syrian government’s supporters are divided in their views on the US-led strikes against the Islamic State in Syria, with many believing it violates Syria’s national sovereignty and humiliates the country.

Supporters of Syria’s President Bashar al-Assad take part in a rally showing support a day after he declared that he would seek re-election in June, in Aleppo April 29, 2014. (REUTERS/George Ourfalian. Source: al-Monitor)

by an al-Monitor correspondent in Syria*

Roma, 7 ottobre 2014, Nena News  - TARTUS, Syria. Fear has started to spread among the Syrian government’s supporters following the Islamic State’s (IS) victories over regime forces in the northeast of the country, while violent battles against the armed opposition have intensified in the countryside of Hama and Quneitra. Priorities are changing with every turn of the Syrian war. Today, the air raids by the US-led coalition on IS positions in Syria have become a major topic of conversation among regime supporters, as many watch with caution and concern the developments in the ties between the Syrian regime and the Western coalition.

US President Barack Obama and other officials from the member countries of the coalition continue to deny any coordination with the Syrian regime, while stressing that the latter is excluded from any future plans to share influence and interests in the Middle East. At the same time, the Syrian regime’s media outlets state that the regime is a partner in the coalition and is coordinating with the United States, arguing that the international intervention is to its advantage.

The coastal city of Tartus is currently witnessing a lot of activity as locals prepare for Eid al-Adha — the small market there is filled with residents and displaced from various Syrian regions. Everything appears normal, except for the pictures of President Bashar al-Assad with slogans calling for the struggle against the Western conspiracy, and photos of hundreds of victims from the city, which remains one of the most stable and supportive of the regime.

A government employee from Tartus told Al-Monitor, “The US wouldn’t have dared to bombard [positions] inside Syria if it was not coordinating with the regime. Yet, it does not want to announce it to avoid embarrassment, as it has been demanding Assad to step down for three years now, while supporting the armed terrorist groups.”

He added, “How can the US accurately identify positions [inside Syria] to strike if it didn’t have information from the Syrian intelligence services? Would the US have carried out raids without Russian consent? Western countries have recently discovered that there is no alternative for Assad in Syria, but they cannot announce it now.”

In contrast to the confidence with which the government source speaks and which reflects the general loyalty to Assad spread in every corner of the city, others seem to be skeptical about this issue. A school professor residing in Homs, who came to Tartus to spend the holidays away from the battles and car explosions, told Al-Monitor, “The [regime’s] statements are contradictory, and the issue seems to be different this time. At a time when Syrian officials confirmed the coordination with the Western coalition, Russian officials said that the intervention without coordination with the Syrian government is a violation of international law. It seems that Syrian officials are making these statements only to reassure the Syrians.”

If true, do these statements succeed in reassuring the regime’s supporters? In Latakia, which is located 90 kilometers (56 miles) north of Tartus, violent battles are ongoing. A young man from Latakia told Al-Monitor that he has yet to hear from his friend who went missing during his military service at the Tabaqa military airport in the countryside of Raqqa after the IS attack. “Will all this put an end to the bloodshed of the Syrian army’s soldiers? Will it help reveal the fate of missing persons in IS-controlled areas? I don’t think so. I have definitively lost trust in the regime’s media outlets; they told us that the [army’s] withdrawal from the airport was organized and planned, and later on we discovered that hundreds of Syrian soldiers were killed and went missing there,” he said.

The photos of hundreds of youths who lost their lives in the battles against IS and armed opposition forces can be seen all over Latakia. “They have been telling us for three years that these youths are dying in a patriotic battle against the enemies that are backed by the US. Today, they are saying that the battles will continue in conjunction and coordination with the US. It means that the kilings will continue, but this time in cooperation with the US and its allies. Isn’t this ironic?” the young man said.

The involvement of Gulf states in the bombing of Syria has also provoked a strong sense of humiliation among regime supporters. “Shameful! Aircrafts from Bahrain, the UAE and Saudi Arabia are bombing sites inside Syria, and the government says that the raids are in our favor. Where did national sovereignty go? Can we trust them? Won’t they resume their raids to destroy the whole country and bring down the regime?” the young man from Latakia said angrily.

Public views are diverging regarding the Western coalition’s intervention, amid confusion of the current state of the war. One of the reasons behind this confusion is the contradicting positions between the Syrian regime and its allies. While the Syrian government welcomed the raids, it seems that Iran and Hezbollah have taken a more critical stance.

Al-Monitor met with a soldier from the regime forces who was spending his leave in his small village in the Tartus countryside. Portraits of more than 15 young men who died in the battles lined the road we took to this village — a high number given that it is a small village. Slogans against the United States, its allies and others supportive of the regime could be read.

The soldier said, “I stand by the Syrian regime because it is an ally of the resistance in the first place. Today, Hezbollah’s stances seem more rational than those of the Syrian regime, because a US-led coalition cannot be trusted.”

He added, “We need to remember that oil wells and refineries, which the coalition is destroying in the northeast of the country, are the property of the Syrian people anyway. We must also remember that the Western coalition’s member countries continue to support the armed brigades under the title of supporting the moderate opposition, which, at the end of the day, is still hostile to us and the resistance.”

Although the United States is leading airstrikes against the radicals in Iraq and Syria, it has yet to find a partner to engage in ground operations against these terrorists in Syria. Although the Syrian regime is saying that it is the only potential partner, the coalition continues to refuse this partnership, leaving many in the regime camp uncertain about how the situation will unfold. Nena News
* At times, Al-Monitor withholds the bylines of our correspondents for the protection of our authors. Different authors may have written the individual stories identified on this page. Nena News

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LIBIA: i risvolti internazionali della guerra civile

Mar, 07/10/2014 - 11:30

Il Paese, diviso a metà con due governi incapaci di imporsi come governi nazionali, acquista sempre più rilevanza per la regione nord-africana e medio-orientale coinvolgendo in varia misura Europa e i paesi limitrofi, in particolar modo Egitto e Algeria. 

AGGIORNAMENTO ORE 13:30 SPARI A BENGASI. 6 LE VITTIME

Sei persone sono state assassinate ieri in diverse zone di Bengasi da uomini armati la cui identità è ancora sconosciuta. A rivelarlo all’Agenzia Anadolu sono fonti mediche e di sicurezza libiche. A perdere la vita sono stati quattro uomini della sicurezza, un bambino e un predicatore salafita. Quest’ultimo è stato ucciso mentre era fuori la moschea nei pressi del cimitero di Hawari.

Al momento nessun gruppo ha rivendicato l’attacco, l’ultimo di una lunga serie di omicidi che sta avendo luogo in città. Lo scorso mese Human Rights Watch aveva denunciato l’assassinio di 14 persone avvenuto a Bengasi nel week end del 18-20 settembre. L’organizzazione dei diritti umani attaccò duramente le autorità libiche per la totale impunità di cui godono gli assassini nel Paese.

Bengasi, la seconda città libica, è da tempo un campo di battaglia tra le truppe fedeli al generale Khalifa Haftar e le milizie fondamentaliste di Ansar al-Sharia.

di Francesca La bella

Roma, 7 ottobre 2014, Nena News – 16 morti e 15 feriti negli scontri tra milizie islamiche e le forze del generale Khalifa Haftar a Bengasi. Una cronaca asciutta e significativa dell’ennesima giornata di scontri in terra libica. Il bollettino di una guerra civile che, con il passare dei mesi, acquista sempre più rilevanza per tutta la regione nord-africana e medio-orientale. Da molto tempo ormai gli interessi in campo hanno travalicato i confini del Paese nord-africano coinvolgendo in varia misura l’Europa e i Paesi limitrofi, in particolar modo Egitto e Algeria e, ad oggi, la risoluzione della questione libica sembra centrale per la stabilità delle due sponde del Mediterraneo.

La crisi interna sembra, però, ben lontana dall’epilogo. Il Paese risulta sostanzialmente diviso a metà con due Governi, uno guidato da al-Thani che opera tra Tobruk e Bayda ed uno guidato da al-Hasi diviso tra Misurata e Tripoli, entrambi apparentemente incapaci di imporsi come Governi nazionali e di controllare in maniera efficace il territorio sotto la loro ufficiale competenza. A questi, però, è necessario aggiungere le fazioni interne ai due schieramenti e la galassia di gruppi di varia entità numerica che operano nel Paese. La frammentazione della società libica e la difficoltà di ricomposizione diventano così ancor più evidenti.

Alla luce di questo non stupisce che il tentativo di mediazione operato dall’inviato speciale dell’Onu, Bernardino Leon, a Ghadames, oasi vicino al confine algerino, non abbia raggiunto dei risultati significativi. L’incontro che ha visto la partecipazione di dodici deputati del Parlamento ufficiale e di altri dodici provenienti da Misurata, affiancati nei lavori da Leon e da rappresentanti di Malta e Gran Bretagna, si è, infatti, concluso in un nulla di fatto più a causa degli assenti che dei presenti. La non partecipazione di Fajr Libya (Alba della Libia), coalizione islamista che sostiene al-Hasi e che raggruppa varie milizie tra cui la Libya Shield Force, ha, infatti, fortemente indebolito l’iniziativa diplomatica di Ghadames lasciando la situazione sostanzialmente inalterata. Parallelamente, risulta rilevante l’assenza di Ansar al Sharia, movimento islamico che ambisce alla creazione di uno stato islamico basato sulla Sharia, principale attore della lotta contro l’ex ufficiale dell’esercito libico Khalifa Haftar e in un primo tempo sostenitrice di al-Hasi che, in seguito, si è distanziata a causa delle posizioni “troppo filo-occidentali” imputate al Governo di Misurata.

In questo contesto di alleanze a geometrie variabili, di attentati, di rapimenti [è notizia di questi giorni la liberazione di un ostaggio inglese, David Bolan, dopo quattro mesi di prigionia, ndr] e di scontri sempre più violenti si innesta la nuova iniziativa internazionale guidata dai vicini regionali. A seguito della conferenza di Madrid dello scorso settembre durante la quale ventuno Paesi dell’area mediterranea si sono incontrati per confrontarsi sulla questione libica, oltre all’iniziativa di Ghadames, si è resa palese la volontà di Egitto ed Algeria di avere un ruolo attivo nella questione.

Se l’azione egiziana sembra, però, isolata in quanto maggiormente intesa alla difesa dei propri confini ed al tentativo di contenimento di forze che potrebbero dare sostegno alla Fratellanza Musulmana all’interno del Paese, l’azione algerina potrebbe essere accolta con maggiore favore dai diversi attori. Mentre l’Egitto viene accusato di aver bombardato la Libia a fine agosto [non è stato confermato da fonti ufficiali, ndr] ed è notizia di pochi giorni fa l’offerta di addestramento alle milizie ufficiali libiche per “aiutare il governo del Paese vicino” ad “arginare una situazione di crescente anarchia”, l’Algeria si propone, con il supporto della Tunisia, di portare le diverse parti in campo ad un tavolo negoziale per evitare l’intervento militare esterno.

In questo senso la proposta algerina che punta più su un processo ricompositivo interno alla società libica sostenuto da agenti esterni che su un intervento internazionale diretto, ha già raccolto diversi favori, tra i quali spicca l’endorcement iraniano. Per bocca della portavoce del Ministro degli Esteri, Marziyeh Afkham, Teheran ha, infatti, dato il suo appoggio all’iniziativa algerina, sottolineando come solo attraverso il dialogo tra i diversi gruppi politici libici si possa giungere ad una soluzione duratura.

L’attenzione per la questione libica ha, anche per l’Algeria, molto più di un significato esclusivamente umanitario. Una maggiore stabilità in Libia significherebbe limitare la capacità di trovare rifugio in quel territorio dei ribelli del Mali. Se da un lato questo garantirebbe una minore permeabilità dei confini algerini limitando anche l’azione dei movimenti islamisti interni, dall’altro questo consentirebbe la tutela delle imprese internazionali, perlopiù francesi, che molto hanno investito sulla sicurezza del territorio algerino.

In un momento in cui le forze islamiste sono al centro del dibattito internazionale a causa dell’azione dello Stato Islamico in Siria e Iraq, la soluzione della questione libica viene considerata prioritaria, soprattutto per i Paesi nord-africani. A causa delle interconnessioni tra questi movimenti, la questione medio-orientale e quella libica risultano strettamente collegate e, in questo senso, la rinnovata intraprendenza dei Paesi dell’area dovrà essere letta più in questa direzione che come una reazione al deteriorarsi della situazione interna alla Libia. Nena News

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ISRAELE. Nuova ondata di privatizzazioni

Mar, 07/10/2014 - 10:08

Piano del governo per privatizzare compagnie statali e incassare 3 miliardi di euro in tre anni. Dagli anni ’80 Tel Aviv ha abbracciato un sistema neoliberista che ha allargato il gap tra classi sociali e gruppi etnici.

Il Ministro del Tesoro Yair Lapid (a sinistra) e il Premier israeliano Benjamin Netanyahu

di Chiara Cruciati

Gerusalemme, 7 ottobre 2014, Nena News – L’ennesima ondata di privatizzazioni sta per stravolgere il sistema economico israeliano, già ostaggio di politiche neoliberiste che negli anni hanno allargato i gap tra classi sociali e gruppi etnici. Domenica il gabinetto socioeconomico ministeriale ha approvato un piano per la privatizzazione totale o parziale di numerose compagnie statali. L’obiettivo, dicono a Tel Aviv, è aumentare l’efficienza, ridurre il debito e combattere la corruzione.

Secondo il ministro delle Finanze Lapid, la manovra permetterà allo Stato di incassare 15 miliardi di shekel (oltre tre miliardi di euro) in tre anni e non supererà la quota del 49%. Ovvero, allo Stato resterà il controllo di maggioranza delle aziende e compagnie considerate strategiche, come elettricità, acqua, gas naturale, aviazione e trasporti pubblici. Tra le imprese interessate, anche quelle militari: la Israel Military Industries sarà privatizzata entro il prossimo anno, la Rafael entro il 2017.

Per le compagnie di minore importanza pubblica la quota statale sarà ancora minore, come nel caso dei porti di Ashdod e Haifa e l’azienda che lavora nel Mar Morto, la Dead Sea Works. Plauso del premier Netanyahu che vede nella riforma il modo “per incrementare le entrate e per garantire maggiore trasparenza”. Gli fa eco Lapid: la campagna di privatizzazioni è “una misura addizionale per porre fine alla politicizzazione delle compagnie e alla corruzione”.

L’ondata di privatizzazioni si inserisce all’interno di un sistema economico che ha subito profonde trasformazioni dal 1948 ad oggi. Il socialismo israeliano osannato dall’Europa negli anni ’70 – e che ancora oggi è motivo di sostegno a Tel Aviv da numerosi partiti di sinistra europei – non esiste più: a partire dagli anni ’80 i vari governi che si sono succeduti hanno permesso la nascita di un sistema di libero mercato che ha trascinato Israele in cima alla classifica dei paesi industrializzati con il più alto tasso di povertà (21% contro una media globale dell’11%).

È il 1985 quando il governo di Tel Aviv varò un piano per combattere l’iper-inflazione dell’epoca attraverso l’adozione del sistema di libero mercato: liberatosi dalla responsabilità di tutela del lavoro, si pone una nuova priorità, attrarre investimenti esteri e interni. Gli strumenti sono gli stessi adottati in Europa: privatizzazione selvaggia e scomparsa quasi totale della regolamentazione statale.

L’effetto sul mondo del lavoro è devastante: crolla il numero di lavoratori iscritti al sindacato (dall’85% al 30% del totale), si fanno strada contratti a tempo, instabili, che generano ulteriore precarietà e si privatizza il sistema pensionistico.

“L’immagine di un Israele ‘socialista’, frutto delle politiche degli anni ‘60 e ‘70, si è eclissata – ci aveva spiegato Assaf Adiv, coordinatore nazionale del sindacato indipendente israeliano Wac Ma’an – In passato il sistema egualitario di welfare si era sviluppato a spese della popolazione palestinese, come elemento fondante del progetto sionista: un’economia fondata sull’uguaglianza sociale ed economica dei cittadini ebrei e sulle discriminazioni verso le comunità arabe. Oggi anche questo non c’è più: attraverso la liberalizzazione selvaggia, i vertici politici israeliani hanno dato vita a uno Stato basato sulle disuguaglianze anche tra i cittadini privilegiati, ovvero gli ebrei”. Nena News

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Categorie: Palestina

L’Is avanza a Kobani

Mar, 07/10/2014 - 09:50

Nonostante la strenua resistenza curda, lo Stato Islamico controlla ora tre quartieri della cittadina siriana a confine con la Turchia. Il Segretario dell’Onu Ban Ki-Moon invita a difendere la popolazione civile mentre Ankara  “teme” l’avvicinamento delle bandiere nere dei fondamentalisti. Proteste anti-Is in Turchia. Un autobomba è esplosa stamane vicino a Samarra: almeno 17 le vittime.

 

AGGIORNAMENTO ORE 13:15  PROTESTE ANTI-IS IN TURCHIA. AUTOBOMBA VICINO A SAMARRA (IRAQ)

Centinaia di persone stanno protestando in queste ore ad Istanbul e in almeno altre sei città turche contro l’avanzata dello Stato Islamico (Is) nella città turca di Kobani. Secondo l’Agenzia turca Dogan, duri scontri sono avvenuti ieri notte in diversi quartieri di Istanbul dove i manifestanti hanno eretto barricate, gettato pietre, fumogeni e petardi sulle forze di polizia che hanno risposto usando gas lacrimogeni e cannoni ad acqua. Un autobus sarebbe stato bruciato dai manifestanti.

Ma disordini si registrano anche nelle principali città curde del Paese: Diyarbakir, Batman, Van, Sirnak, Sanliurfa e Hakkari. Sempre secondo la Dogan, 20.000 persone stanno protestando contro l’Is nei pressi del confine tra Iraq e Turchia.

Lo scorso mercoledì la polizia turca aveva arrestato tre simpatizzanti dello Stato Islamico nell’aggressione compiuta dai sostenitori dei fondamentalisti musulmani contro gli anti-jihadisti nell’università di Istanbul.

Intanto a Kobani stamane l’aviazione della coalizione internazionale a guida Usa ha compiuto alcuni raid aerei sulle postazioni dello Stato Islamico che, secondo gli attivisti locali, però, avrebbero avuto “poco effetto”.

I combattimenti tra i jihadisti e i curdi delle Unità di Protezione del Popolo (YPG) sono stati durissimi anche stanotte. “[Gli estremisti islamici] stanno provando a conquistare la città, ma la resistenza dei combattenti del YPG sta impedendo loro di fare progressi” ha detto al AFP l’ufficiale curdo Idris Nahsen presente a Kobani. “I raid della coalizione sono utili ma non sono abbastanza” ha aggiunto chiedendo altre armi e munizioni. “Abbiamo bisogno della comunità internazionale. O li sconfiggiamo o ci finiscono loro” ha detto allarmato. Nei combattimenti di ieri sono morti 34 fondamentalisti e 16 curdi.

Ma si muore anche in Iraq. Una attentatore suicida si è fatto esplodere con la sua macchina stamattina ad Abbasiya a circa 15 chilometri da Samara. Secondo fonti mediche e di polizia, 17 persone sono morte nell’attacco. I feriti sono 13.

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della redazione

Roma, 7 ottobre 2014, Nena News - L’avanzata dei miliziani dello Stato Islamico (Is) a Kobani sembra ormai inarrestabile. I jihadisti sono riusciti a scardinare le linee difensive curde e stanno occupando altri quartieri della cittadina siriana a confine con la Turchia. A confermare la notizia è l’Osservatorio siriano dei diritti umani, Ong di stanza a Londra e vicina all’opposizione al regime di Damasco. «Stanno [i miliziani dell'Is, ndr] combattendo dentro la città. Centinaia di civili sono fuggiti. Controllano ora tre quartieri nella parte orientale di Kobani ma provano ad entrare anche nella parte a sud ovest della città» ha dichiarato il direttore dell’Osservatorio Rami Abd al-Rahman secondo il quale, però, il centro della città è ancora sotto il controllo curdo.

Un controllo che appare, però, destinato a finire presto. Sembra difficile, infatti, credere che i combattenti curdi (mal equipaggiati rispetto ai jihadisti) possano resistere a lungo. Da quando è iniziata l’offensiva degli estremisti islamici a metà settembre, l’Is è riuscito agevolmente a conquistare i villaggi curdi che circondano Kobani, città strategica importantissima che permetterebbe allo Stato Islamico di controllare una vasta sezione del confine turco-siriano e consoliderebbe le conquiste dei fondamentalisti tra la provincia di Aleppo e la “capitale” Raqqa.

Pessimismo filtra anche negli ambienti curdi. «L’Is sta avanzando a Kobani giorno dopo giorno e sta combattendo con carri armati e armi pesanti. Ci sono molte vittime tra i civili a causa dei bombardamenti» ha commentato laconicamente Ismet Sheikh Hasan, il responsabile delle forze curde presenti in zona. In una dichiarazione rilasciata dal suo portavoce, il Segretario dell’Onu Ban Ki-Moon si è detto «preoccupato» per l’offensiva dello Stato Islamico a Kobani. Di fronte alla “campagna barbara” portata avanti dall’Is, Ban Ki-Moon «esorta a difendere la popolazione civile assediata ad ‘Aid ‘Arab [il nome arabo di Kobani, ndr]».

I progressi compiuti dallo Stato Islamico «preoccupano» però anche la Turchia. Ieri il Ministro della Difesa turco, Ismet Yilmaz, ha detto che la Nato ha predisposto un piano di difesa nel caso in cui il confine turco dovesse essere attaccato. Nel frattempo Ankara ha disposto 14 carri armati sulle colline che circondano la cittadina siriana assediata. Ma ciò non è bastato a garantire la sicurezza alla popolazione turca di Suruc. Ieri una granata proveniente da Kobani ha danneggito un negozio di alimentari e una casa. Non si sono registrati feriti.

Domenica i duri combattimenti in corso da settimane tra i curdi e i jihadisti avevano causato la morte di più di 45 persone. Tra le vittime anche la combattente curda Deilar Kahj Khamis che, ormai priva di munizioni, si sarebbe fatta saltare in area uccidendo 10 jihadisti. Drammatica, poi, resta la situazione dei civili curdi scappati dalla cittadina e duramente repressi dalle autorità di Ankara. Ieri le forze di sicurezze turche stanziate al confine con la Siria hanno usato per il secondo giorno consecutivo i gas lacrimogeni per disperdere coloro che provavano a scappare dall’inferno di Kobani. Domenica le autorità turche avevano ordinato ai rifugiati di allontanarsi immediatamente dalla confinante cittadina di Suruc dopo che un colpo di mortaio caduto nell’area aveva ferito cinque persone.

Nelle ore in cui Ankara «è preoccupata» per un possibile attacco jihadista sul suo territorio, la stampa britannica rivela che i 46 ostaggi turchi – rapiti quando lo Stato Islamico ha conquistato lo scorso giugno la città irachena di Mosul – sono stati liberati due settimane fa in cambio del rilascio di 180 miliziani dello Stato islamico. Un numero che sarebbe tre volte più grande dei 50 estremisti islamici di cui ha parlato lo scorso mese il quotidiano turco Hurriyet. Ankara non commenta e non fornisce dettagli sull’operazione. Sarebbe in effetti troppo imbarazzante rivelare agli alleati occidentali i rapporti – anche intensi – che la Turchia ha da oltre tre anni con i fondamentalisti islamici nel tentativo di far cadere in Siria il “macellaio” al-Asad e assestare un colpo anche ai “nemici” curdi. Nena News

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Il Libano ostaggio della Siria

Lun, 06/10/2014 - 14:59

Nuovi attacchi dei jihadisti contro Hezbollah nella valle della Bekaa. Al-Nusra, schiacciata tra le montagne e Assad, cambia strategia e chiede alle autorità di Beirut un corridoio “umanitario” in cambio della liberazione degli ostaggi libanesi

della redazione

Roma, 6 ottobre 2014, Nena News - Il Libano già nelle mani dei qaedisti? Sembra mancare poco. Riesplodono le tensioni nell’est del Paese: oggi due razzi sparati dalle montagne al confine con la Siria sarebbero caduti nella cittadina nordorientale di Hermel, mentre ieri, secondo quanto riporta la Reuters, un centinaio di miliziani del fronte al-Nusra avrebbe attaccato diversi check-point e postazioni di Hezbollah sulle propaggini orientali della Bekaa, nella zona montagnosa al confine con la Siria. Il bilancio delle vittime tra i militanti del Partito di Dio va dalle 5 alle 10 a seconda delle fonti, mentre i jihadisti uccisi sarebbero almeno 16. L’attacco è avvenuto nella zona di Britel, a metà strada tra Zahle e Baalbek, ed è l’ultimo di una serie di azioni portate avanti dal fronte siriano di ispirazione qaedista in territorio libanese. Due settimane fa era toccato a un posto di blocco di Hezbollah nel villaggio di Khraibeh, sempre nella valle della Bekaa, attaccato da miliziani del fronte al-Nusra: tre sono rimasti uccisi e numerosi feriti.

Con la coalizione [antisiriana, ndr] del 14 Marzo che accusa Hezbollah di aver portato il terrorismo jihadista nel Paese dei Cedri a causa della sua partecipazione al conflitto siriano al fianco del regime di Assad – il fronte al-Nusra ha definito più volte i suoi attacchi in Libano una “vendetta” contro lo schieramento del Partito di Dio nella guerra siriana e in particolare nella battaglia di Qusayr – il problema sembrerebbe di facile soluzione: il governo libanese dovrebbe forzare Hezbollah a ritirarsi dal risiko siriano, come ha tuonato anche stamattina Samir Geagea, leader delle Forze libanesi [coalizione del 14 Marzo, ndr] e noto miliziano d’antan. In questo modo, sostiene Geagea,  il controllo della frontiera sarebbe saldamente nelle mani dell’esercito libanese e il ritiro assicurerebbe il ritorno dei soldati e dei poliziotti rapiti dal gruppo qaedista due mesi fa nella battaglia di Arsal.

Geagea dimentica forse che l’esercito libanese non ha mai avuto il controllo di nessun territorio, a eccezione forse del campo profughi palestinese di Nahr al-Bared, raso al suolo dai militari di Beirut nel 2007. Proprio l’esercito due mesi fa era stato vittima dell’assalto più sanguinoso sul suolo libanese dall’inizio del conflitto siriano: centinaia di miliziani jihadisti avevano fatto irruzione nella cittadina di frontiera di Arsal, occupandola in poche ore, sequestrando una trentina tra soldati e poliziotti e lasciando sul terreno 42 civili, 17 soldati e un numero imprecisato di miliziani uccisi. Da allora, tre soldati sono stati decapitati dal gruppo qaedista e pochi altri rilasciati: il resto è ostaggio del difficile negoziato tra Beirut e al-Nusra. Geagea dimentica anche tra le condizioni del rilascio i gruppi jihadisti c’è soprattutto lo scambio di prigionieri e la fine dell’accerchiamento da parte dell’esercito dei campi di rifugiati al confine con la Siria. Inoltre, i miliziani siriani hanno chiesto di lasciare aperto l’ultimo canale (clandestino) di comunicazione tra i due paesi.

Con l’avvicinarsi dell’inverno, la paura di rimanere intrappolati sulle montagne alle spalle del territorio riconquistato da Bashar al-Assad è grande. Per questo, come riporta il quotidiano kuwaitiano al-Anba, i sequestratori hanno cambiato le loro richieste: non puntano più sul rilascio dei prigionieri o sull’allentamento delle misure di sicurezza dell’esercito intorno ai campi profughi siriani, ma esortano le autorità a non tagliare i passaggi che dalle montagne portano ad Arsal e alla sua periferia, chiedendo di aprire un corridoio “umanitario” per visitare le proprie famiglie nella zona. Inoltre, vogliono che gli accampamenti dei siriani non siano spostati fuori città e che i passaggi di beni di prima necessità verso le periferie non siano bloccati. Richieste che, se accolte, istituirebbero de iure la presenza di al-Nusra in Libano, una sorta di lasciapassare per scorrazzare liberamente nel paese.

Difficile prevedere cosa farà il debole governo di Beirut: bombardare le montagne in coordinazione con la coalizione internazionale anti-Isis, come chiede a gran voce il fronte del 14 Marzo capitanato da Geagea? Oppure, come suggerisce il comandante dell’esercito libanese, il generale Jean Qahwaji, aspettare che l’inverno aiuti a far pressione sui miliziani intrappolati per il rilascio? Sembra relegata in ultima istanza, invece, la possibilità di negoziare, con la coalizione dell’8 Marzo [capitanata da Hezbollah e dai cristiani del Movimento Libero Patriottico di Michel Aoun, ndr]: i parenti dei soldati rapiti accusano le autorità di Beirut di non fare abbastanza per riportare a casa i propri cari e intanto monta la rabbia contro le istituzioni che “non hanno dignità e che ancora una volta ci hanno abbandonati”, come ha dichiarato un parente degli ostaggi al canale televisivo LBC. L’esercito libanese appare ancora troppo debole per fare la voce grossa contro i miliziani qaedisti, in un paese in cui le cellule jihadiste sono attive da molto tempo grazie al fatto di aver potuto tranquillamente attraversare piuttosto mal presidiata dai soldati di Beirut. Negoziati o no, Hezbollah o no, il Libano è ostaggio della Siria. Di nuovo. Nena News

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Il Bahrain, contro o dalla parte dell’Isis?

Lun, 06/10/2014 - 11:56

La vicenda dei cugini Mohammed e Turki al Binali, nei ranghi dell’Isis, dimostra che il regno degli al Khalifa da un lato afferma di combattere il “terrorismo” e dall’altro lascia fare agli estremisti sunniti, necessari per tenere sotto controllo le proteste popolari

 

di Michele Giorgio

Roma, 06 Ottobre 2014, Nena News  - Nabil Rajab ha pagato ancora una volta con l’arresto la denuncia della politica della monarchia assoluta del Bahrain. Scarcerato appena qualche mese fa, il direttore del Centro per i Diritti Umani nel Golfo, è finito dietro le sbarre per un tweet che ha messo a nudo una realtà che si vuole nascondere. Il Bahrain partecipa alla Coalizione capeggiata da Barack Obama contro lo Stato Islamico. Allo stesso tempo, ha scritto Rajab, il paese è un «incubatore ideologico» per jihadisti sunniti che vanno a combattere in Iraq e Siria. Non solo. L’attivista bahranita ha accusato ex dipendenti del ministero dell’interno di essersi uniti all’Isis. La polizia politica, fa capire Rajab, utilizza feroci leggi antiterrorismo per far tacere gli oppositori ma non muove un dito contro i predicatori che esortano al jihad. Predicatori che evidentemente servono alla monarchia per fomentare l’attivismo contro la maggioranza sciita della popolazione che – con il sostegno di esponenti sunniti democratici – da anni lotta per l’uguaglianza e un nuovo Bahrain. Per re Hamad bin Isa al Khalifa invece gli oppositori sarebbero solo dei burattini di Tehran e del movimento libanese Hezbollah, “sovversivi” che intenderebbero consegnare il Bahrain agli ayatollah.

Desiderosa di compiacere gli alleati americani – gli Stati Uniti  in questo minuscolo arcipelago del Golfo hanno la base della V Flotta -, la monarchia al Khalifa il mese scorso ha aderito alla (presunta) Coalizione anti-Isis. Questo “impegno contro il terrorismo” si scontra con la presenza di numerosi cittadini del Bahrain tra capi e miliziani agli ordini dell’emiro dello Stato Islamico, Abu Bakr al Baghdadi. Che quella di Nabil Rajab non sia solo una tesi lo dimostra un video, messo in rete qualche giorno fa, in cui un ex tenente, Mohamed Isa al Binali,  assieme ad altri bahraniti – Abu-Laden Albahraini, Abu-Alfida Al Salami and Qaswara Albahraini – esorta i sunniti del suo paese ad unirsi all’Isis. Al Binali un anno fa era all’Accademia Militare. A settembre le autorità hanno annunciato il suo licenziamento per “assenza prolungata” eppure già da quattro mesi si sapeva che il “tenente” si era unito all’Isis. Al Binali fa parte di una famiglia molto vicina alla monarchia ed è il cugino di Turki al Binali, un noto predicatore sunnita ritenuto un “consigliere” dell’emiro al Baghdadi.  Arrestato più volte per le sue esortazioni al jihad regionale e globale contro gli sciiti e gli “infedeli”, Turki al Binali è stato liberato, ogni volta, dopo qualche giorno di carcere. Un video recente lo mostra mentre tiene un raduno di protesta davanti all’ambasciata americana a Manama. La polizia resta a guardare mentre non avrebbe esitato a disperdere con la forza una pacifica manifestazione dell’opposizione. Peraltro i libri del predicatore al Binali, che incitano all’odio settario, sono disponibili ovunque nel paese dove invece sono oscurati i siti scomodi. Al movimento antagonista bahranita resta disponibile solo un giornale, al Wasat.

«L’arresto di Nabil Rajab non deve sorprendere, ormai la monarchia ha messo da parte qualsiasi idea di riforma ed è tornata al pugno di ferro. Purtroppo il mondo non guarda al Bahrain, a ciò che accade qui. Il re con la partecipazione alla Coalizione ritiene di essersi garantito un ulteriore via libera dell’Occidente alla linea dura all’interno del paese», si lamenta la giornalista e attivista Reem al Khalifa, rimarcando che a novembre oltre alle elezioni – destinate a riconfermare al potere la minoranza sunnita che appoggia il re -  si terrà in Bahrain un importante vertice sulla sicurezza regionale. Nessuno – aggiunge la giornalista – ricorda più la sanguinosa repressione della rivolta di Piazza della Perla nel 2011, attuata dallo “Scudo del Golfo”, le truppe di pronto intervento del Consiglio della Cooperazione del Golfo dominato dall’Arabia saudita, protettrice della monarchia al Khalifa.

Tra la popolazione crescono nel frattempo frustrazione e rabbia, ben pochi dei bahraniti che lottano per cambiare il paese, credono ancora alle possibilità di un processo politico. «Dopo tre anni di proteste – conclude Reem Khalifa – di manifestazioni represse nel sangue (un centinaio i morti, ndr), di arresti e condanne degli oppositori, i bahraniti sono stanchi e delusi. I giovani guardano con scetticismo alla lotta pacifica». I social network perciò servono a organizzare le proteste ma anche a contestare chi è troppo soft con una monarchia che non esita ad usare la violenza settaria e a sbattere in galera, nel silenzio degli alleati occidentali, attivisti dei diritti umani prestigiosi come Nabil Rajab, Abdelhadi al Khawaja e sua figlia Maryam al Khawaja (libera su cauzione ma sotto processo). Nena News

 

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PALESTINA. Il mondo dell’antropologia boicotta Israele

Lun, 06/10/2014 - 11:10
Oltre 500 antropologi di tutto il mondo condannano l’occupazione militare e la discriminazione strutturale dello Stato di Israele e chiamano al boicottaggio accademico delle sue istituzioni

della redazione

Roma, 6 ottobre 2014, Nena News – “Terminare l’assedio di Gaza, la colonizzazione di tutte le terre arabe occupate nel giugno 1967 e smantellare le colonie e i muri. Riconoscere i fondamentali diritti dei cittadini arabi-palestinesi di Israele e i beduini senza Stato del Neqev. Rispettare, proteggere e promuovere i diritti dei rifugiati palestinesi di tornare alle loro case e proprietà come stipulato dalla risoluzione 194 dell’Onu”.

Questo il contenuto della lettera firmata da oltre 500 antropologi di tutto il mondo – Cina, Olanda, Australia, Germania, Francia, Italia, Spagna, Irlanda, Gran Bretagna, Canada, India, Svezia, Libano, Palestina, Turchia, Stati Uniti, Belgio, Cile, Egitto, Finlandia, Grecia, Kuwait, Messico, Qatar, Portogallo, Filippine e Sud Africa – che chiedono il boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane. Tra loro nomi noti del mondo dell’antropologia, come i professori Jean e John Comaroff di Harvard, e Michael Taussig della Columbia University. E ancora specialisti della questione palestinese come Rosemary Sayigh, una delle più note studiose di Palestina dagli anni ’70.La richiesta è chiara: “L’ultimo attacco militare contro Gaza è solo l’ultimo degli esempi di come i governi mondiali e i media mainstream non considerano Israele responsabile delle proprie violazioni dei diritti umani – si legge nella lettera – Altri 77 professori hanno firmato la lettera in forma anonima”, per il timore di ritorsioni o discriminazioni all’interno delle proprie istituzioni accademiche.A spingere verso la firma della lettera, sottolineano i professori, gli ultimi gravissimi raid compiuti contro gli atenei palestinesi nei Territori occupati – da Birzeit alla Al Quds University – e la distruzione dell’università Islamica di Gaza, colpita dai bombardamenti israeliani durante l’offensiva “Margine Protettivo”.Alla base, spiegano i firmatari, sta l’obiettivo stesso dell’antropologia come materia, una disciplina che studia come “il potere, l’oppressione e la violenza strutturale influenzano negativamente la vita sociale”. Da testimoni delle violazioni multiple e gravi commesse dallo Stato di Israele contro la società e la cultura palestinese”, i 500 chiedono che il mondo dell’antropologia si muova “per promuovere e proteggere il diritto di ogni popolo alla piena realizzazione della propria umanità”.Il boicottaggio accademico tocca così un nuovo livello di efficacia: considerato uno degli strumenti più forti della campagna globale di boicottaggio dello Stato di Israele, perché capace di fare pressioni consistenti sul mondo della cultura e della scienza israeliano, riprende l’esempio del Sud Africa dell’apartheid. Università e istituzioni accademiche di tutto il mondo, all’epoca, decisero di interrompere ogni relazione con le controparti sudafricane, considerate direttamente responsabili del mantenimento del sistema di segregazione razziale, attraverso il silenzio complice o la giustificazione accademica delle pratiche degli Afrikaner. Non solo: importanti prese di posizione da parte degli antropologi riguardarono anche il boicottaggio della Coca Cola e della catena di hotel Hilton e la difesa delle minoranze cilene e brasiliane.

Per questo, oggi, i 500 antropologi – che seguono scelte simili assunte da associazioni accademiche statunitensi – fanno appello perché “non si collabori a progetti o eventi ospitati o finanziati da istituzioni accademiche israeliane, non si insegni o si partecipi a conferenze di tali istituzioni, e non si pubblichi in riviste accademiche basate in Israele”. Una sola apertura è concessa: la collaborazioni con singoli professori o studiosi israeliani, ovviamente critici dell’occupazione israeliana.

Per ora la lettera è stata firmata da individui, singoli professori. Ma a dicembre l’Associazione Americana di Antropologia si riunirà per discutere di una risoluzione che condanni Israele per le violazioni commesse. Nena News

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Categorie: Palestina