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Agenzia Stampa Vicino Oriente
Aggiornato: 56 min 26 sec fa

DIRETTA. Israele lancia l’operazione militare “Barriera protettiva” a Gaza

Mar, 08/07/2014 - 08:27

Oltre 140 obiettivi colpiti, tra cui le case di 4 militanti di Hamas, compound militari e lanciarazzi. Oltre 30 palestinesi feriti, almeno 18 morti. L’esercito israeliano dichiara: “Non ci aspettiamo una missione breve”. Netanyahu è pronto all’offensiva via terra e ordina l’incremento delle attività militari.

 

 AGGIORNAMENTO ore 21.15 – MISSILI VERSO GERUSALEMME, TEL AVIV E MODE’IN

Secondo alcuni social network, missili da Gaza avrebbero colpito Tel Aviv, Netaniya, Mode’in, Gerusalemme e Haifa. L’esercito israeliano ha confermato che un missile è arrivato nell’area di Gerusalemme.

AGGIORNAMENTO ore 20.45 – STATI UNITI: “ISRAELE HA DIRITTO DI DIFENDERSI DA ATTACCHI FEROCI”

Washington, tanto prodiga di appelli alla calma nei giorni scorsi, da’ ora il suo assenso all’operazione militare israeliana: “Condanniamo con forza – ha dichiarato il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest in conferenza stampa – il continuo lancio di razzi all’interno di Israele e gli obiettivi civili deliberatamente presi di mira da parte delle organizzazioni terroristiche a Gaza. Nessun paese può accettare il lancio di razzi rivolto a civili e sosteniamo il diritto di Israele a difendersi da questi attacchi feroci”.

AGGIORNAMENTO ORE 20.30 – GANTZ: OPERAZIONE VA AVANTI FINO A VITTORIA FINALE

Dopo aver richiamato almeno 40 mila riservisti, Israele si prepara a colpire la Striscia di Gaza con tutta la forza che ha. “Hamas – ha appena dichiarato il capo di stato maggiore dell’esercito israeliano Benny Gantz – ha optato per la degenerazione [della situazione] e a esso si sono unite altre organizzazioni: ora mobiliteremo tutte le nostre forze per tutto il tempo cHe ci vorrà e in tutti i diversi livelli che ci saranno richiesti per poter raggiungere quella che noi consideriamo una vittoria”.

AGGIORNAMENTO ORE 20 – HAMAS PONE LE CONDIZIONI. A GERUSALEMME APERTI I RIFUGI

Il comune di Gerusalemme ha cominciato ad aprire i suoi rifugi antiaerei pubblici e ha allertato i cittadini perché comincino a preparare i loro rifugi privati in previsione di possibili razzi provenienti da Gaza. Intanto suonano le sirene di allarme a Tel Aviv.

Il messaggio televisivo del portavoce dell’ala militare di Hamas alle autorità israeliane: “Non sognate di stare tranquilli senza rispondere alle seguenti richieste: fine dell’aggressione contro Gerusalemme e la Cisgiordania; fine dell’aggressione contro la Striscia di Gaza; liberazione dei prigionieri della scambio con Shalit che sono stati nuovamente arrestati”.

AGGIORNAMENTO ore 19.30 – NETANYAHU: “HO ORDINATO SIGNIFICATIVO INCREMENTO DELLE ATTIVITA’ MILITARI”

Mentre il ministro della Difesa israeliano Ya’alon annunciava che l’operazione militare non terminerà fino a che nessun missile partirà da Gaza, il premier Netanyahu affermava di aver ordinato il significativo incremento delle attività militari”.

AGGIORNAMENTO ore 19 – QUATTRO PALESTINESI UCCISI MENTRE TENTAVANO DI PASSARE IL CONFINE CON ISRAELE

Secondo fonti militari, quattro palestinesi armati sarebbero stati uccisi mentre tentavano di passare il confine tra Gaza e Israele, nei pressi della spiaggia di Kibbutz Zikim.

AGGIORNAMENTO ore 18.30 – UCCISO UN 16ENNE, ALTRE DUE VITTIME A SAJAYA

Sale a 16 il bilancio delle vittime palestinesi: ucciso un 16enne a Gaza City e due altri palestinesi a Sajaya.

AGGIORNAMENTO ORE 17: UFFICIALI ISRAELIANI: “PRONTI AD UNA OFFENSIVA VIA ARIA E VIA TERRA”

Il Ministro della Salute palestinese ha detto che nel raid aereo israeliano su una casa nel sud di Gaza sono  7 (e non 6 come inizialmente si era detto) le vittime palestinesi. I feriti sono 25. I membri della famiglia erano sul tetto quando la casa è stata colpita.

Per motivi di sicurezza è stato chiuso l’aeroporto di Eilat nel sud d’Israele. Situazione diversa al “Ben Gurion” di Tel Aviv dove i voli continuano ad atterrare e a decollare sebbene con alcuni ritardi. Gli aerei sono costretti a modificare le loro rotte a causa dei razzi sparati dalla Striscia e dai pesanti bombardamenti israeliani.

Fonti militari israeliane sostengono che a guidare l’escalation del lancio dei missili è la leadership militare di Hamas nonostante l’iniziale opposizione del movimento. Pertanto lo stato ebraico si sta preparando ad una offensiva contro Gaza sia via aria che via terra.

AGGIORNAMENTO ORE 15:44 – RIFUGI APERTI A TEL AVIV. UN ALTO UFFICIALE ISRAELIANO: “HAMAS USERA’ ANCHE RAZZI CON UNA GITTATA DI 80 km”

La municipalità di Tel Aviv ha deciso di aprire i rifugi cittadini temendo attacchi missilistici da Gaza. Secondo il quotidiano israeliano Yedioth Ahronot due missili sono caduti nella città di Ashkelon. Poco fa un alto ufficiale israeliano ha detto ai giornalisti: “non c’è alcun dubbio che Hamas proverà a sparare missili che possono raggiungere Tel Aviv e perfino raggiungere località più lontane. Hamas potrebbe usare razzi che possono raggiungere anche località in Israele distanti 80 chilometri da Gaza”

AGGIORNAMENTO ore 14.45 – ALTRI SEI MORTI A KHAN YOUNIS, FORSE TUTTI BAMBINI. SONO 11 LE VITTIME PALESTINESI

Fonti palestinesi denunciano massacro a Karawe (Khan Yunis). Sei palestinesi, forse tutti bambini, uccisi da una bomba che ha colpito  la casa di un membro di Hamas. Un gruppo di palestinesi era salito sul tetto per fare da scudo umano e evitare così ulteriori bombardamenti.

AGGIORNAMENTO ore 14.30 – TRA LE VITTIME DI GAZA CITY, MOHAMMED SHAABAN. CHIAMATI 40MILA RISERVISTI

L’esercito israeliano si prepara ad un’escalation dell’offensiva contro Gaza: 40mila riservisti sono stati richiamati dalle forze militari. Intanto sono stati resi noti i nomi di 3 delle 4 vittime del bombardamento israeliano contro un’auto a Gaza City: Mohammed Shaaban (il target dell’aviazione), Amjad e Khader Shaaban.

AGGIORNAMENTO ORE 14,10: SALE A CINQUE IL BILANCIO DELLE VITTIME PALESTINESI

Quattro palestinesi sono stati assassinati poco fa in un raid aereo dell’Aviazione israeliana. I quattro stavano viaggiando in macchina quando sono stati centrati da un missile sparato da un aereo militare israeliano. Le identità delle vittime non sono ancora state rivelate. L’Intelligence interna israeliana ha affermato che l’obiettivo dell’attacco era Mohammed Shaaban, 24 anni, comandante delle forze navali di Hamas. Il bilancio delle vittime palestinesi sale a cinque.

AGGIORNAMENTO ore 13.50 RASHAD YASSIN E’ LA PRIMA VITTIMA. FORSE ANCHE UN’ALTRA

La Jihad Islamica fa sapere di aver lanciato più di 60 razzi verso Israele da stamattina e che continuerà a farlo “finché l’aggressione non finirà”. Intanto la Magen David Adom [la Croce Rossa dello Stato d'Israele, ndr] afferma di aver curato finora 7 israeliani leggermente feriti dai razzi caduti ad Ashdod.

Continuano incessanti i bombardamenti israeliani sulla Striscia. Nelle ultime ore l’esercito israeliano ha colpito 40 obiettivi . Tra questi la casa di Mohammed Abdel Rahman Guda, un comandante di Hamas. Intanto il Ministero della Salute di Gaza rende noto che la prima vittima palestinese è Rashad Yassin, membro delle Brigate Izz al-Din al-Qassam, braccio militare di Hamas. Yassin era nel campo rifugiati di Nuseirat quando è stato colpito. Si starebbe scavando sotto le macerie anche per recuperare il corpo di un’altra vittima. Secondo fonti mediche sono 29 palestinesi feriti che si sono recati nelle ultime ore negli ospedali della Striscia.

AGGIORNAMENTO ore 12.45 – LA PRIMA VITTIMA DI “BORDO DIFENSIVO”

Secondo quanto riportato da media arabi, la prima vittima della nuova offensiva israeliana è un giovane di 27 anni, ucciso nell’area di Deir al-Balach.

AGGIORNAMENTO ore 12.15 – HAARETZ: NETANYAHU PRONTO A ORDINARE OFFENSIVA VIA TERRA

Secondo quanto affermato da un funzionario israeliano al quotidiano Haaretz, il premier Netanyahu avrebbe dato istruzioni all’esercito affinché si prepari ad un’offensiva via terra contro la Striscia di Gaza, “una campagna forte, continua e lunga”.

AGGIORNAMENTO ore 11.10 – 13 FERITI A GAZA CITY

Continuano a piovere bombe su Gaza: colpite tre aree di Gaza City nei quartieri di al-Zeytuna, al-Sabra e al-Shajaiya. Otto i feriti a al-Shajaiya e cinque ad al-Sabra. Colpita anche Beit Lahiya, a nord della Striscia, e il sud dove è stata centrata la casa di Mahmoud al-Hashash. I missili lanciati da Gaza verso il territorio israeliano hanno provocato un incendio a Ashkelon. Intercettati dal sistema Iron Dome i razzi verso Ofakim e Beer Sheva.

AGGIORNAMENTO ore 10.25 – VOLANTINI DELL’ESERCITO ISRAELIANO SU GAZA

Il giornalista Nick Schifrin, corrispondente di Al Jazeera ha riportato la notizia di volantini lanciati dagli aerei militari israeliani in cui si avverte la popolazione gazawi: “Siete i responsabili del vostro futuro”.

Gli effetti dei bombardamenti della notte scorsa

AGGIORNAMENTO ore 10.15 – ALTRI SEI BOMBARDAMENTI A NORD DELLA STRISCIA

L’aviazione israeliana ha compiuto altri sei bombardamenti a Gaza City e Khan Younis, a Nord della Striscia.

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della redazione 

Roma, 8 luglio 2014, Nena NewsIsraele ha lanciato stanotte l’operazione militare “Barriera protettiva” (in ebraico e in arabo la denominazione è “scogliera forte”) nella Striscia di Gaza. Colpiti dall’Aviazione e dalla Marina di Tel Aviv più di 50 siti. Lo stato ebraico ha mobilitato anche i riservisti per una possibile invasione di terra.

Secondo i vertici militari israeliani l’operazione ha come obiettivo quello di fermare il lancio di razzi palestinesi verso lo stato ebraico. Il numero dei missili sparati dalla Striscia è cresciuto notevolmente da quando Israele ha iniziato una ampia campagna di arresti (circa 600) e raid in Cisgiordania (6 i morti) per ritrovare i tre giovani israeliani rapiti il 12 giugno. Nelle ultime settimane sono stati 300 i razzi e i colpi di mortaio sparati dallo stretto lembo di terra palestinese verso le vicine cittadine  israeliane. Ottanta nella sola giornata di ieri.

Israele  ha, inoltre, compiuto diversi attacchi aerei nella Striscia  provocando decine di feriti e undici morti tra i palestinesi.

Timori di un attacco di più ampia portata sono confermati dai vertici militari dello stato ebraico. “[I palestinesi, ndr] hanno scelto la strada dell’escalation” ha commentato il portavoce dell’esercito israeliano, il Col. Peter Lerner. “La missione proseguirà finché la riteniamo necessaria. Per quel che ci riguarda non crediamo che sarà una missione breve”.

Lerner ha poi aggiunto che Tel Aviv aumenterà gradualmente la sua offensiva e che sta richiamando i riservisti per una possibile invasione di terra. Anche una fonte militare, citata dal quotidiano israeliano Ha’Aretz, conferma questo scenario: “l’operazione si intensificherà in base alla qualità e quantità degli obiettivi che l’aviazione dovrà attaccare. L’esercito continua ad arruolare forze per la Striscia e intende aumentare i suoi effettivi, anche se al momento lo sforzo militare è affidato ai raid aerei”.

Tra gli obiettivi colpiti stanotte Tel Aviv ha bombardato le case di quattro militanti di Hamas, 3 compound militari, 18 lanciarazzi nascosti e altre infrastrutture militari. Alle operazioni ha partecipato anche la Marina israeliana che ha colpito una base delle Brigate Izz al-din al-Qassam a nord ovest di Khan Yunis. Bombardate alcune aree agricole a Beit Hanun e una base militare di Hamas vicino Jabalya.

Il portavoce del Ministro della Salute palestinese, Ahsraf al-Qudra, ha dichiarato che al momento sono 22 i palestinesi feriti tra cui due bambini (di sette e quattro anni). Sono giudicate gravi le condizioni di un giovane palestinese colpito in uno dei raid israeliani nel centro della Striscia.

Intanto nel sud d’Israele l’esercito ha ordinato ai cittadini che vivono in un raggio di 40 chilometri dalla Striscia di Gaza di non uscire di casa. Avviso che è stato rivolto anche agli abitanti di Beersheva nel Neghev. Stamane un razzo sparato da Gaza è esploso vicino Kiryat Malachi e le sirene sono suonate nel Consiglio regionale di Hof Ashkelon. Nena News

 

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Categorie: Palestina

ISRAELE. Lieberman rompe con Netanyahu

Lun, 07/07/2014 - 14:13

Il confronto con i militanti della Striscia di Gaza e la repressione dei palestinesi cittadini di Israele al centro delle divisioni tra i due politici. Ma le relazioni all’interno della coalizione erano già tese da tempo

della redazione

Roma, 7 luglio 2014, Nena News - Il leader del partito ultranazionalista Yisrael Beitenu e ministro degli Esteri del governo Netanyahu Avigdor Lieberman ha annunciato la rottura della sua alleanza con il Likud, il partito del primo ministro. Lo scontro all’interno della coalizione riguarda la gestione dei lanci di razzi da Gaza e degli scontri tra polizia e palestinesi cittadini di Israele, visti i sollevamenti dei giorni scorsi per l’assassinio di Mohammed Abu Khdeir . Netanyahu, come ha dichiarato Libereman in conferenza stampa pochi minuti fa, non starebbe gestendo adeguatamente la recente “esplosione di violenza da parte della popolazione palestinese”: “La legge – ha detto il leader di Yisrael Beitenu – dovrebbe essere applicata sugli arabi israeliani”.

Il dissenso di Lieberman nei confronti del suo premier – per la volontà del primo di annientare Hamas con un’operazione in grande stile e per la sua opposizione alla liberazione dei detenuti palestinesi nel corso dell’ultimo round di negoziati con l’Autorità palestinese – era noto già da tempo, ma la frattura più grande si è avuta dopo il ritrovamento dei corpi dei tre giovani coloni scomparsi il 12 giugno nei pressi di Hebron: Hamas, accusata del rapimento già dai primissimi minuti nonostante nessun membro lo abbia mai rivendicato, doveva essere distrutta, e Lieberman e Naftali Bennett, leader del partito ultranazionalista Casa Ebraica e ministro dell’Economia, premevano per un’operazione su larga scala nella Striscia. Netanyahu, trasformatosi di nuovo in colomba, aveva invitato i suoi colleghi a non usare “una retorica infiammatoria”, assicurando che avrebbe fatto tutto il possibile “per riportare la calma nel sud”.

“Quello che ho detto su Gaza e sugli arabi israeliani – ha detto Lieberman a Netanyahu nel corso di una riunione dell’esecutivo dopo i funerali dei tre coloni – sono le stesse cose che dico ai miei elettori da anni. Lei [Netanyahu, ndr] ha promesso di assestare un duro colpo a Hamas, ma se ne è fatto nulla e continuano a sparare sui nostri cittadini”. Netanyahu aveva poi lasciato intendere che per ora non ci sarebbe stata alcuna invasione della Striscia. E oggi Lieberman ha rotto gli indugi. ”I disaccordi tra il primo ministro e me – ha dichiarato il ministro degli Esteri israeliano durante la conferenza di oggi- sono fondamentali e non consentono una futura collaborazione. La partnership non ha funzionato durante le elezioni, non ha funzionato dopo le elezioni e fino a oggi ci sono stati alcuni problemi tecnici . Quando i problemi tecnici diventano fondamentali non ha alcun senso continuare “. Lieberman ha comunque fatto sapere che non il suo partito non lascerà la coalizione e che i suoi ministri rimarranno al proprio posto nell’attuale governo. Nena News

 

 

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Categorie: Palestina

Western media’s coverage of Palestine: part of the problem

Lun, 07/07/2014 - 10:56

Beyond casualties, as the Western media focuses on the kidnapping of three Israeli teens, none of them took into account the kidnapping of more than 570 Palestinians since June 12. The term routinely used is “arrests” or “military sweeps” which immediately conveys legitimacy and justification regardless of the fact that none of those Palestinians – including minors – had anything to do with the kidnapping

Tear gas canisters land as Palestinian stone throwers clash with Israeli security forces following a weekly protest against the expropriation of Palestinian land by Israel in the village of Kfar Qaddum, near the northern city of Nablus, in the occupied West Bank on July 4, 2014. (Photo: AFP-Jaafer Ashtiyeh)

by Yazan al-Saadi – Al-Akhbar

Roma, 7 luglio 2014, Nena News - As tragedy and uninterrupted terror strikes the besieged Palestinian population once more, Western media outlets have been busy producing and presenting articles and television reports on the events taking place. These “news reports” – for the lack of a better terminology – are presented as factual and true, objective and neutral, unblemished by personal, emotional, political, or historical bias.

Indeed, much of the traditional Western mainstream media has prided itself as being of a professional standard when it comes to producing and presenting the news. They are looming at the top spot of the international information hierarchy. It is commonly believed that Western news items are crafted by the highest standards, drawn from cold-calculated facts, and presented in an allegedly balanced fashion to an awaiting audience, so that they can be informed.

This is frankly not true.

The coverage of what is happening in Palestine at this very moment is but another example, in an almost-infinite length of examples in regards to Palestine as well as other non-Western society and events, of that process.

COOKED FROM THE START. Most of the reports by Western news outlets about the current events in Palestine begin with the date June 12 – when three Israeli settlers disappeared in Israeli-controlled Area C in the occupied territory of the West Bank – as the start of a “new cycle of violence.”

By starting here, the reader is in effect told that events prior are inconsequential or unrelated, or simply that all was well in Palestine.

Suppose news stories took into account the killing of two Palestinian teenagers, and the injuring of 11, by Israeli soldiers on May 15. Video footage show that the two teens – Nadeem Nawara and Mohammed Salameh – posed no threat and were not involved in the protests at the time, yet both were shot in the chest in two separate occasions within the span of an hour. The incident was reported and quickly forgotten, forever disconnected from the grander context.

Imagine, if one extends the beginning point further, and takes into account total casualties since the start of 2014, the premises that underline any story about Palestine today metamorphoses way beyond recognition to what is routinely presented by these outlets.

Looking at monthly humanitarian bulletins published by the United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs on the Palestinian occupied territories from January to May 2014, the numbers are striking. A total of 22 Palestinian civilians were killed by Israeli security forces, 1,226 Palestinians were injured, and 629 were forcibly displaced since the start of 2014.

According to statistics complied by the Israeli human rights organization B’Tselem, 593 Palestinians have been killed by Israeli forces since January 2009 – when a major, bloody assault on Gaza ended – and seven Palestinians have been killed by Israeli citizens. Of the dead are 90 minors and 21 Palestinian women.

In contrast, 10 Israeli security personnel and 29 Israeli civilians have been killed by Palestinians since January 2009. Of the dead Israelis, six were minors and six were women.

That alone demands a momentary pause.

Furthermore, this does not take into account the general repression facing Palestinians, whether it is the continual expansion of colonial settlements, heavily armed and backed by the Israeli army, and supported by the on-going illegal construction of the Apartheid wall, within the West Bank, as well as the enduring and ever-tightening seven year old blockade of the Gaza Strip, which on its own causes immense social, health, economic, and other difficulties, among other forms of repression that are part and parcel of the daily experience faced by Palestinians since 1947-48.

So far, in the course of today’s military operation, at least 10 Palestinians have been killed by Israeli security forces in the West Bank and Gaza. They are: Yousef Abu Zagha, 16; Mahmoud Jihad Mohammed Dudeen, 14; Mustafa Hosni Aslan, 22; Jamil Ali Abed Jabir, 60; Mohammed al-Fasih, 23; Usama al-Hassumi, 25; Ahmed Said Suod Khalid, 27; Atallah Tarifi, 30. The other two are an unnamed 11-year-old boy and an unnamed pregnant woman who bled to death under the rubble of her home after an Israeli strike.

Beyond casualties, as the Western media focuses on the kidnapping of three Israeli teens, none of them took into account the kidnapping of more than 570 Palestinians since June 12. The term routinely used is “arrests” or “military sweeps” which immediately conveys legitimacy and justification regardless of the fact that none of those Palestinians – including minors – had anything to do with the kidnapping.

The equalization of pain is another factor that arises in the Western dispatches.

When Palestinian suffering is catered to, and it rarely is, it usually has to be presented side-by-side with Israeli suffering. This equalization implies that “both sides” are on a level playing-field.

The fact of the matter is that Israel is a nuclear-armed state with a sophisticated military and security apparatus, funded and backed by major powers. It is much more dominant and has free reign to do what it pleases without impunity. This key detail is practically non-existent in the picture painted by Western news outlets.

The lack of this vastly important distinction by Western news outlets stems and branches out from the distorted narrative that the struggle in Palestine is that of two people who have equally legitimate claims to the land. This does not fit the historical record – in that, one people, the Palestinians, are the indigenous population while the other came into the country as part of a European militarized colonial project.

But more likely than not, much of the narrative by Western news outlets is concerned with how Israel is facing an “existential threat”. The reader today can seen headlines of this narrative, where Israel eternally “responds” to rocket fire, Israel perpetually “fears” a third intifada, Israel always “mourns” its dead. Israel’s acts are ultimately called a “retribution,” a term infused with righteousness.

THE BURNING OF MUHAMMED ABU KHUDAIR. The horrible murder of Mohammed Abu Khudair, 16, from East Jerusalem who was kidnapped and burned alive by suspected Israeli settlers, is another representation of the Western media’s bias. Prior to the murder, Western media outlets barely covered the calls for blood among the Israeli civilian and military sector.

As reported by Rania Khalek for Electronic Intifada, the fact that large mobs of Israelis were roaming the streets of Jerusalem, chanting “Death to Arabs!” were either buried or did not warrant sufficient coverage by various media outlets, and amounted by her analysis to “whitewashing hatred.”

None of the media outlets noted the celebration of Abu Khudair’s death by Israelis on social media, nor did they note the hearsay or claims by Israeli police that Abu Khudair was killed due to his sexual orientation or due to a clan infighting – both outright lies.

Ironically, it was only Buzzfeed – not a prominent news agency – that had one report about the victim-shaming and blaming by Israelis, albeit coupled with examples from the Palestinian side.

For its part, The Washington Post did not even bother categorizing Abu Khudair as a Palestinian teen, while The New York Times decided to go with a headline referring to Israel “on edge” after “possible revenge killing of Arab youth,” coupled with a front page photo of a faceless Palestinian throwing a stone.

The headline and photo were changed only after mass criticism arose.

NYT’s Jerusalem bureau chief Jodi Rudoren’s reporting in particular is notable by the fact that her own personal coverage of the dead Israeli teens portrays are clearly more empathetic.

From sharing heart-breaking images of one of the dead Israeli teen’s mother, sharing the live-stream video of the Israeli funeral (and not the live-stream video of protests in the West Bank), selecting humane quotesfrom the dead’s family members and Israeli officials, to which celebrities sent in their condolences.

Meanwhile, at Abu Khudair’s funeral she took great pains to note “masked youths” at his funeral (the only funeral she covered on the Palestinian side), noting that the crowd were chanting “Allahu Akbar” (rather than translating it to “God is Great”) and firing bullets in the air.

The emotionally-charged responses have not stopped at the media. While many Western government officials expressed sympathy for the missing, and then deceased, Israeli teens, none directly spoke of the Palestinians other than urging an end to “a cycle of violence.”

Susan Rice, former US Ambassador to the UN and currently National Security Advisor, is a classic case.

On June 25, she wrote on her twitter account:

On June 30, she added:

And:

For the Palestinians, all she had to say were in a series of tweets on July 2, in a voice that oozes disconnectedness and protocol:

 

 

A CALL FOR ALTERNATIVES? – The late Palestinian intellectual Edward Said once wrote:

“Despite the variety and the differences, and however much we proclaim the contrary, what the media produce is neither spontaneous nor completely ‘free news’ does not just happen, pictures and ideas do not merely spring from reality into our eyes and minds, truth is not directly available, we do not have unrestrained variety at our disposal.

For like all modes of communication, television, radio, and newspapers observe certain rules and conventions to get things across intelligibly, and it is these, often more than the reality being conveyed, that shape the material delivered by the media.”

In terms of the Western mainstream media’s coverage of Palestine, this holds very true. The “rules and conventions” noted by Said and are at play are driven by the interests and policies of the states they are from.

Western governments – and their allies including the vast majority of Arab states who are unignorably silent of the current repression in Palestine – are firmly allied with Israel. The media agencies within these states reflect that as they have in the past when covering the Arab world and the rest of the global south since the dawn of the modern media industry. They will no doubt continue to do so tomorrow.

This is a pattern that will not end, no matter the growing outrage expressed by Palestinians and their allies, which can be clearly seen on social media, televised debates, and more. While the push-back does generate changes, right now they are cosmetic, and do not strike at the heart of the dysfunctional narrative embedded within the Western mainstream media’s coverage.

What is different today, and could possibly change the dynamic, is the rise of alternative news agencies that do not conform to the “rules and conditions”.

As these sites – such as Electronic Intifada, and the like – exist, are actively supported, and made available to news consumers who want to know events on the ground beyond the usual narrative, what is presented by the Western mainstream media may eventually become a moot point. Nena News

 

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Categorie: Palestina

IRAQ/SIRIA. Oltre 60mila nuovi profughi. Le barricate di Baghdad contro l’Isil

Lun, 07/07/2014 - 10:27

Le città siriane vicine al confine target dello Stato Islamico. Bombardata Mosul, ma sia Maliki che Obama negano un coinvolgimento. Al-Sisi contro Barzani: “Indipendenza del Kurdistan? Una catastrofe”.

 

Miliziani dell’Isil nella provincia siriana di Raqqa (Foto: Reuters)

 

dalla redazione

Roma, 7 luglio 2014, Nena News – Oltre 30mila nuovi rifugiati: è il drammatico bilancio dell’avanzata islamista in Siria. Ieri l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani ha fatto sapere che lo Stato Islamico di Al-Baghdadi ha forzatamente espulso decine di migliaia di siriani dalla città orientale di Shuheil, vicino al confine con l’Iraq, in precedenza roccaforte del gruppo islamista dl Fronte Al-Nusra, oggi avversario dell’Isil. In un video pubblicato da alcuni attivisti su YouTube si vedono dei miliziani annunciare i termini dell’espulsione: i cittadini di Shuheil devono abbandonare le armi e uscire dalla città fino a quando l’Isil la riterrà sicura.

Nuovi profughi che si aggiungono ai 30mila espulsi dalle comunità di Kosham e Tabia Jazerra, nella provincia siriana di Deir Ezzor, quasi completamente nelle mani dei jihadisti che nel fine settimana hanno assunto il controllo di due importanti giacimenti petroliferi, Al-Omar e Al-Tanak.

Il permeabile confine tra Siria e Iraq è ormai ampiamente gestito dall’Isil, che fa passare con estrema disinvoltura armi e miliziani. Il controllo su fondamentali pozzi di petrolio al di là e al di qua della frontiera garantisce loro un’immensa ricchezza, ma soprattutto la sostanziale capacità di distruggere le basi economiche e politiche del regime di Baghdad, alle prese con lo stallo del parlamento.

Nelle ultime ore, sul terreno, proseguono i tentativi dell’esercito iracheno di arginare l’offensiva islamista. Nella provincia di Diyala, a Est, occupata nelle scorse settimane dalle milizie dell’Isil, le truppe di Baghdad hanno innalzato barricate per impedire l’ulteriore ingresso di miliziani. Secondo funzionari dell’esercito, la barricata sarebbe stata costruita vicino alla città di Adeim. A sostegno delle truppe governative (nelle prime settimane di avanzata completamente allo sbando a causa della pericolosa destrutturazione imposta durante gli anni dell’occupazione militare statunitense) stanno combattendo circa due milioni di volontari sciiti, reclutati dal premier Maliki, ma soprattutto dall’autorità politica del religioso Moqdata al-Sadr, di nuovo concreta minaccia al primo ministro bersagliato oggi da ogni fronte.

Ieri pesanti bombardamenti hanno colpito la città di Mosul, la prima comunità irachena ad essere occupata dall’Isil. Testimoni sul posto hanno parlato di almeno tre serie di bombardamenti, ma sia il governo di Baghdad che l’amministrazione di Washington hanno negato un qualsiasi tipo di coinvolgimento. “Almeno quattro case sono state distrutte, due intere famiglie hanno perso la vita”, ha raccontato alla stampa un ex ufficiale dell’esercito in pensione e residente a Mosul. Secondo fonti mediche, almeno sette persone sono morte nei bombardamenti, una trentina i feriti. L’ex funzionario militare ha aggiunto che l’aereo che ha colpito Mosul era probabilmente un C-130 statunitense in dotazione all’esercito iracheno.

Sul fronte politico non sembrano ricomporsi le spaccature interne alla classe politica irachena. Il parlamento dovrà incontrarsi di nuovo questa settimana per tentare di nominare il proprio presidente, ma sunniti e curdi (insieme ad una buona parte di fazioni sciite) non intendono rendere le cose facili a Maliki. La spaccatura dell’Iraq pare segnata, sia a livello politico che territoriale. Una parte del paese è chiaramente in mano all’Isil e ai petroldollari in arrivo costante dall’Arabia Saudita; una parte – la capitale e il Sud – restano debolmente sotto il controllo governativo; il Kurdistan si attribuisce l’indipendenza tanto anelata. Dopo la presa di Kirkuk e il controllo di numerosi giacimenti di petrolio a Nord, il presidente della regione autonoma curda, Barzani, ha annunciato un prossimo referendum sull’indipendenza definitiva da Baghdad.

Una prospettiva appoggiata concretamente da Ankara, ma che ieri ha ricevuto la condanna del nuovo presidente egiziano Al-Sisi, che giudica la separazione “una catastrofe” perché renderebbe definitiva la divisione dell’Iraq in “piccoli staterelli rivali”. Il timore dell’ex generale, che ha trascorso l’ultimo anno a reprimere e cancellare dalla vita politica egiziana i Fratelli Musulmani, teme il contagio: prima l’Iraq, poi la Giordania (che ieri al-Baghadi ha indicato come il nuovo target del gruppo) e infine l’Egitto.

Certo è che il gruppo jihadista continua a crescere in numero e potenzialità, grazie al sostegno dei Paesi del Golfo che lo hanno finanziato in Siria e che oggi puntano a Baghdad, Stato satellite dell’asse sciita guidato dal nemico Iran. Nena News

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Categorie: Palestina

PALESTINA. Omicidio Abu Khdeir, fermati sei estremisti israeliani: tre confessano

Lun, 07/07/2014 - 09:12

Dopo la confessione, ora la polizia indaga sul tentato rapimento un bambino palestinese di 9 anni il giorno prima. Agli arresti domiciliari Tariq Abu Khdeir, il quindicenne con passaporto americano ripreso mentre veniva brutalmente picchiato dai soldati israeliani

 

Tariq Abu Khdeir qualche ora dopo l’arresto

AGGIORNAMENTO ORE 13 - Tre delle sei persone – a cui la polizia si riferisce come a degli estremisti israeliani – fermate per l’omicidio di Mohammed Abu Khdeir, il sedicenne palestinese bruciato vivo per vendetta in seguito al ritrovamento dei corpi dei tre giovani coloni scomparsi il 12 giugno, hanno confessato. A riferirlo, è stata poco fa la polizia israeliana, dopo che i tre avevano ricostruito il percorso fatto dal momento del rapimento a quello dell’uccisione in una foresta vicino a Gerusalemme. La polizia israeliana sta continuando a interrogare i sei anche sul tentativo di rapimento di Musa Zalum, nove anni.

Tra stanotte e questa mattina un gruppo di coloni provenienti dall’insediamento illegale di Halamish ha provato a effettuare un raid nel villaggio palestinese di Nabi Saleh, vicino Ramallah e uno a Deir Nidam, vicino Nablus, come riporta l’agenzia Ma’an. In entrambi i casi sono stati bloccati dai residenti dei villaggi, che si sono difesi lanciando pietre e bottiglie. Secondo alcuni testimoni locali, l’esercito israeliano sarebbe intervenuto a Deir Nidam aprendo il fuoco contro i palestinesi assaliti dai coloni.

Ieri altri coloni, questa volta provenienti dall’insediamento di Yitzhar, hanno attaccato il villaggio di Ein Abus, vicino Nablus. Dopo aver devastato il villaggio e tentato di distruggere una casa, si sono scontrati con i residenti palestinesi. Anche in questo caso, secondo alcuni abitanti, l’esercito avrebbe lanciato bombolette a gas contro gli abitanti di Ein Abus.

Nella notte tra venerdì e sabato alcuni coloni hanno rapito un palestinese di 22 anni, Tariq Ziyad Zuhdi Adeli dal villaggio di Osarin, a sud di Nablus, per poi abbandonarlo ferito in un campo lontano fuori dal centro abitato: Abbas Adeli testimonia di aver visto alcuni coloni spruzzargli del gas sul viso da un’auto per poi trascinarlo nell’abitacolo. Il ragazzo ha chiamato il padre verso mezzanotte ed è stato trasportato all’ospedale Rafedia di Nablus, dove i medici gli hanno riscontrato alcune profonde ferite da taglio alle gambe: secondo la testimonianza del giovane, sarebbero state provocate da un’accetta.

Proseguono inoltre gli scontri tra palestinesi e soldati in Cisgiordania sull’onda dello sdegno provocato dall’assassinio di Mohammed Abu Khdeir, bruciato vivo da israeliani decisi a vendicare l’uccisione di tre ragazzi ebrei in Cisgiordania. Da stamani all’alba si segnalano scontri a Hebron e nelle zone vicine – nel campo di Arroub almeno 20 palestinesi sono stati feriti dalle pallottole di rivestite di gomma sparate dai militari – ma anche a Tulkarem e Ram.

 

della redazione

Roma, 07 luglio 2014, Nena News - Nove giorni di arresti domiciliari per Tariq Abu Khdeir, l’adolescente palestinese con passaporto americano picchiato selvaggiamente dalla polizia israeliana e arrestato durante gli scontri di giovedì scorso nel campo profughi di Shu’afat a seguito della conferma della pista sul rapimento di suo cugino Mohammed Abu Khdeir, 16 anni, seviziato e bruciato vivo da estremisti israeliani. Tariq, rilasciato su cauzione dopo un processo presso la corte distrettuale di Gerusalemme, secondo sua madre Suha “sarebbe rimasto a marcire in prigione come tutti gli altri, se non  avesse avuto il passaporto americano”. “Il consolato americano a Gerusalemme – ha aggiunto la donna – è stato di grande aiuto non appena ha saputo dell’arresto di Tariq”.

Washington, che ha mostrato un improvviso interesse per le violenze inflitte dall’esercito israeliano ai palestinesi solo perché era coinvolto un suo cittadino, ha ordinato un’inchiesta sull’accaduto. Tariq, infatti, sarebbe stato ripreso da una telecamera mentre subiva il pestaggio da parte di due soldati israeliani: un video che ha fatto il giro del mondo, considerato “una montatura, pura propaganda” da parte della polizia israeliana ma che, nonostante le polemiche, mostra due militari accanirsi con calci in ogni parte del corpo di quello che sembra un ragazzo. “Abbiamo visto il video – ha detto un ragazzo di 15 anni che si trovava nel tribunale per subire un analogo processo – e per noi è una cosa normale. I soldati israeliani picchiano le persone ogni giorno”. Due attivisti del Programma Ecumenico di Accompagnamento in Palestina e Israele, intervistati dall’agenzia Ma’an, hanno ricordato che “ci sono così tanti bambini palestinesi che devono affrontare tutto questo e che non ricevono alcuna attenzione da parte dei media. Questa copertura è incredibilmente di parte”.

Intanto, la polizia israeliana ha confermato la pista dell’omicidio per vendetta nei confronti di Mohammed Abu Khdeir e arrestato sei estremisti israeliani – definiti “nazionalisti” da autorità e media internazionali – responsabili del sequestro e della brutale uccisione. La svolta – nei giorni successivi alla scoperta del cadavere le autorità israeliane avevano anche tentato di far passare l’assassinio dell’adolescente palestinese per ‘omicidio di onore legato all’omosessualità’ – è arrivata in seguito all’autopsia, che ha rilevato tracce di fumo e fuliggine nei polmoni di Mohammed, segno che era ancora vivo quando è stato dato fuoco al suo corpo.

La polizia israeliana sta proseguendo con le indagini e, stando a quanto riporta il quotidiano Haaretz, crede che ci sia un legame tra il sequestro di Mohammed e il tentativo di sequestro di un bambino di nove anni, Musa Zalum, a Gerusalemme est il giorno precedente. Il bambino sarebbe stato avvicinato da un’auto e, a portiere aperte, forzato a entrare. Dopo aver urlato in direzione della madre, sarebbe stato afferrato per il collo: la madre Dina, giunta in prossimità dell’auto, sarebbe stata colpita da persone che urlavano tra di loro in ebraico. Secondo quanto riporta Haaretz, la polizia israeliana crede che si tratti di una banda di “nazionalisti” formatasi per vendicare la morte dei tre coloni adolescenti scomparsi e trovati morti una settimana fa nei pressi di Hebron. Per quest’ultimo assassinio, le indagini non si sono rivelate poi così accurate come per l’omicidio di Abu Khdeir: devastazione totale della Cisgiordania per due settimane, con sette vittime accertate, e arresto indiscriminato di centinaia di palestinesi, ora in detenzione amministrativa. Nena News

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Categorie: Palestina

Il settore della sicurezza palestinese: che ruolo?

Lun, 07/07/2014 - 09:05

Da Oslo al progetto di Sharon fino al piano Dayton: la storia della sicurezza palestinese. Le forze di sicurezza dell’Ano, sostiene Tariq Dana, non rappresentano il popolo che dovrebbero proteggere. La palese cooperazione con l’occupazione israeliana, aggiunge l’autore, ha dimostrato di essere distruttiva degli interessi nazionali.

 

Forze militari israeliane insieme a quelle palestinesi

 

di Tariq Dana – Jadaliyya

Betlemme, 7 luglio 2014, Nena News – Se il famigerato discorso di Mahmoud Abbas alla conferenza dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica ha provocato una vasta condanna tra i palestinesi, ha anche rinnovato i dubbi sul crescente e sospettoso ruolo del settore della sicurezza dell’Autorità Palestinese. Abbas ha difeso il coordinamento alla sicurezza con Israele in qualsiasi circostanza, affermando che tale cooperazione è un “interesse nazionale palestinese”. In passato lo aveva già definito “sacro”.

Le critiche al coordinamento alla sicurezza tra ANP e Israele non è nuovo. Ma gli eventi recenti dimostrano l’enormità del doppio standard: caldi rapporti con la sicurezza israeliana combinati con il pugno di ferro contro la propria gente. Come risultato, sono tante le voci – uomini e donne, dissidenti politici e riformatori, ex prigionieri e militanti, attivisti e giornalisti – che hanno avanzato critiche senza precedenti e condannato l’ANP e le sue forze di sicurezza. Infatti, larga parte del popolo palestinese vede oggi il settore della sicurezza dell’Autorità come un’estensione dell’occupazione. In risposta alle azioni dell’ANP, le critiche si sono trasformate in accuse di tradimento.

La recente operazione militare israeliana – la più ampia dalla Seconda Intifada – era parte delle ricerche dei tre coloni scomparsi vicino Hebron. Accanto a questo, si è intensificata la repressione dei manifestanti palestinesi da parte dell’ANP. C’è stato un episodio scioccante a  Hebron: una marcia organizzata in solidarietà con i prigionieri in sciopero della fame e contro le incursioni dell’esercito israeliano è terminata con le forze di sicurezza palestinesi che disperdevano violentemente i manifestanti e arrestavano giornalisti. Ci sono state altre scene oltraggiose a Ramallah dove furiosi lanciatori di pietre sono stati aggrediti prima dai soldati israeliani e poi dalla polizia palestinese che gli ha sparato contro. Tali eventi non sono coincidenze. In mezzo a numerose simili circostanze, mostrano una maggiore sofisticata coordinazione alla sicurezza tra le due parti.

Come conseguenza, i social media sono stati riempiti da commenti arrabbiati. Uno in particolare ha catturato la mia attenzione: “La sicurezza di Israele e quella palestinese si scambiano i turni di lavoro”. Un’ironia dolorosa, ma diretta. Rende chiara la necessità di porre il settore della sicurezza palestinese sotto analisi sistematica e rivelarne le attuali funzioni e il ruolo.

 

Le radici della riforma della sicurezza palestinese

Nel 2003, l’ex premier israeliano Ariel Sharon ha fatto un discorso prima della Conferenza di Herziliya – il più importante ritrovo annuale strategico israeliano – nel quale chiedeva che l’ANP adottasse una serie di riforme in tre fasi come precondizione per ogni futuro negoziato. Molti osservatori considerarono i contenuti di quel discorso come il programma elettorale di Sharon. Se le richieste includevano riforme finanziarie, istituzionali, dei media e anche dell’educazione, la priorità era la ristrutturazione del settore alla sicurezza palestinese. Secondo la prospettiva di Sharon, tale riforma dove fondarsi su tre elementi: 1. lo smantellamento di tutti i corpi esistenti e fedeli ad Arafat, che Sharon descrisse come “terroristi” perché impegnati nella lotta armata durante la Seconda Intifada; 2. la nomina di un nuovo ministro dell’Interno che supervisionasse la dissoluzione e la messa al bando delle ali militari palestinesi; 3. l’immediato rinnovo del coordinamento alla sicurezza palestinese-israeliano.

Sharon affermò che “la riforma della sicurezza doveva accompagnare un sincero e reale sforzo di fermare il terrorismo e applicare ‘la catena delle misure preventive’ previste dagli americani: lavoro di intelligence, arresto, interrogatorio, prosecuzione e punizione”. Alla fine della Seconda Intifada nel 2005, la visione di Sharon della riforma palestinese cominciò ad emergere ma la sua malattia, il lungo coma e infine la sua morte gli impedirono di celebrare la materializzazione del suo piano.

 

L’ANP e la riforma della sicurezza

La riforma della sicurezza è stata una priorità dell’agenda elettorale di Abbas e, fin dall’assunzione dell’incarico nel 2005, la sicurezza è stata una colonna della sua presidenza. L’intenzione era trasformare il modello di Arafat – che a volte aveva resistito forzatamente all’esercito israeliano – in una sicurezza strettamente orientata all’interno, capace di rafforzare la stabilità e fornire protezione all’élite dell’ANP. Questi due obiettivi sarebbero stati possibili solo attraverso un effettivo coordinamento con le forze israeliane.

La riforma del settore della sicurezza è stata radicale e complessa. Ha riguardato aree che andavano dalla dottrina, la disciplina e l’equipaggiamento alla crescente cooperazione con Israele e altri servizi regionali e internazionali di intelligence. Per Abbas, il primo passo è stata l’esclusione del personale della sicurezza considerato problematico o inapplicabile al suo progetto. Per questo ha offerto loro un accordo pensionistico vantaggioso con un insieme di vantaggi finanziari e altri privilegi. Sotto lo slogan “sicurezza e ordine”, ha iniziato a disarmare il frammentato movimento di resistenza e anche qualche gang locale comparsa alla fine dell’Intifada. Questi gruppi erano per lo più composti da ex militanti che sfruttarono l’idea della resistenza per portare avanti attività criminali. Vennero invitati a unirsi formalmente alle nuove forze di sicurezza dell’ANP, il cui obiettivo finale era di mantenere il totale monopolio sulla violenza e di prevenire ogni potenziale minaccia al nuovo ordine post Arafat appena orchestrato.

Con i consigli di esperti americani e europei, Abbas ha introdotto nuove regole per organizzare meglio la struttura interna della sicurezza e ridurre i livello di rivalità tra le varie sezioni. Al fine di assicurarsi fedeltà e migliorare le performance, ha cominciato con una schema di promozioni basato sui risultati. Inoltre, in contrasto con le politiche di Arafat, che aveva deliberatamente incoraggiato un sostanziale livello di ambiguità nei ruoli e le funzioni dei molteplici settori della sicurezza causando spesso tensioni tra loro, Abbas ha tentato di dividere le forze di sicurezza in tre principali categorie secondo quanto previsto dalla road map. Primo, la sicurezza interna sotto il controllo del Ministero dell’Interno (polizia civile, sicurezza preventiva e difesa civile); secondo, la sicurezza nazionale (forze di sicurezza nazionale, intelligence militare, polizia navale, ufficio militare e sicurezza presidenziale); e terzo, i servizi segreti generali.

Quando Abbas ha cominciato la sua riforma nel 2005, americani e europei hanno subito sostenuto i suoi sforzi. L’amministrazione Bush ha all’inizio affidato al generale William Ward il compito di seguire la riforma della sicurezza e di addestrare e preparare le forze di sicurezza a affrontare il vuoto lasciato dal ritiro israeliano dalla Striscia di Gaza nel 2005. La UE si è focalizzata nel supervisionare e addestrare la polizia palestinese e il settore della giustizia. A tale scopo, ha creato un ufficio di coordinamento in Cisgiordania, inizialmente chiamato EUCOPPS e poi ribattezzato EUPOL COPPS.

 

Passaggio dottrinale

L’impressionante vittoria di Hamas alle elezioni legislative del 2006 ha portato allo stop degli aiuti internazionali all’ANP e al suo settore della sicurezza. Ma la presa da parte di Hamas della Striscia di Gaza nel 2007 ha fatto suonare i campanelli di allarme a Tel Aviv, Washington e altre capitali occidentali che hanno subito dimostrato sostegno all’ANP di Ramallah. La sicurezza era la più importante destinazione del supporto finanziario e tecnico occidentale. Stavolta, tuttavia, la riforma della sicurezza ha subito una massiccia ristrutturazione, volta in particolare a rifondare le basi dottrinali della sicurezza palestinese.

Due principali fattori hanno giocato un ruolo chiave nell’avanzata di tale cambiamento. Il primo è legato all’avvento del “fayyadismo” – riferito all’ex premier Salam Fayyad nel 2007 – la cui agenda liberale e di costruzione dello Stato ha sottinteso l’autoritarismo e, per questo, una cruciale dimensione della sicurezza. La sicurezza di Fayyad è stata evidente in ogni rapporto pubblicato dai governi a seguire, che ripetutamente affermavano il ruolo forte della sicurezza così come del rafforzamento del “principio di legalità” per creare un buon livello di stabilità che garantisse al business privato e agli investimenti di fiorire. Il contributo di Fayyad alla riforma della sicurezza ha prodotto un settore altamente privilegiato, consumando oltre il 31% del budget annuale dell’ANP a scapito di altri settori vitali come la salute, l’educazione e l’agricoltura.

Nel 2007 e nel 2008, Fayyad era dietro due campagne che avevano come target i gruppi armati e i membri di Hamas a Nablus e Jenin, a Nord della Cisgiordania. Campagne simili sono state portate avanti, sempre a Jenin, nel 2011 e nel 2012. Erano coordinate congiuntamente dal Governatorato di Jenin e dalla sicurezza esterna al fine di fare di Jenin “una città modello per la Cisgiordania”.

Tali campagne sarebbero state impossibili senza il consenso e la coordinazione della sicurezza israeliana, che ha qualitativamente e quantitativamente superato i livelli degli anni Novanta. Secondo un rapporto israeliano, esistono ora meccanismi multipli per il coordinamento tra le due parti, inclusi un aumento consistente del numero delle riunioni e i meeting regolari con funzionari di alto livello. Nel 2009, le operazioni coordinate sono state 1.297, con un aumento del 72% dal 2008, mentre nel 2011 c’è stato un ulteriore aumento del 5% rispetto al 2010.

Il secondo fattore è legato agli investimenti statunitensi nella struttura della sicurezza dell’ANP, in particolare attraverso la Dottrina Dayton. Il generale Keith Dayton, coordinatore alla sicurezza per Israele e ANP degli Stati Uniti, ha giocato un ruolo fondamentale nel rimodellare la struttura e la forma mentale delle forze di sicurezza dell’ANP. I suoi sforzi hanno portato alla formazione di un “nuovo uomo palestinese”, un ufficiale della sicurezza professionalmente addestrato e disciplinato la cui funzione è di seguire ciecamente gli ordini senza tener conto delle conseguenze sui palestinesi e di essere pienamente fedele al nuovo paradigma della sicurezza di USA e Israele.

Per tale motivo, secondo il Government Accountability Office statunitense, tra il 2007 e il 2010 il Dipartimento di Stato americano ha investito 99 milioni di dollari nella ricostruzione dell’infrastruttura della sicurezza dell’ANP e nel rafforzamento delle capacità in Cisgiordania e altri 392 milioni di dollari per addestrare e equipaggiare le forze di sicurezza. La missione di Dayton prevedeva anche il reclutamento, l’addestramento, il finanziamento e l’equipaggiamento delle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese, oltre alla creazione dei cosiddetti “battaglioni speciali” delle Forze di Sicurezza Nazionali (NSF). Secondo il Dipartimento di Stato, al 2012, la missione USA ha addestrato e equipaggiato nove battaglioni dell’NSF e due battaglioni di guardie del presidente, per un totale di oltre 5.500 ufficiali. Tali forze sono state addestrate nel paese e fuori, in particolare nel centro di Addestramento della Polizia Internazionale in Giordania. Gli addestramenti hanno l’obiettivo di preparare le nuove forze per portare avanti operazioni interne di polizia e di controterrorismo, ma non offrono alcuna capacità difensiva nel caso di minaccia esterna o invasione. L’equipaggiamento è volto esclusivamente alla repressione interna e alla protezione dei vertici e la pianificazione strategica è intesa in armonia con l’esercito israeliano e i suoi obiettivi.

Per Israele e gli USA, il programma di riforma della sicurezza dell’ANP è visto come un successo. Il presidente israeliano Shimon Peres, in un discorso al Parlamento Europeo nel 2013, ha espresso la soddisfazione di Israele per lo stato della sicurezza palestinese: “Una forza di sicurezza palestinese è stata formata. Voi e gli americani l’avete addestrata. E ora lavoreremo insieme per prevenire il terrorismo e il crimine”.

 

La protezione dell’élite

Quando Abbas difendeva il coordinamento alla sicurezza chiamandolo “un interesse nazionale palestinese”, non stava sbagliano – se inteso nella prospettiva dell’élite dell’Autorità Palestinese. In tale contesto, l’interesse nazionale palestinese non dovrebbe essere inteso come interesse collettivo del popolo palestinese. Infatti, l’ANP è diventata un’industria lucrativa e un comodo polo per l’élite politico-economica e la classe capitalista e i loro compari, sempre più separata dalle condizioni di vita della popolazione che vive sotto un brutale regime di un esercito coloniale. La crescente divisione di classe dentro la società palestinese ha fatto sì che la sicurezza è dovuta diventare uno strumento di protezione dei benestanti e delle loro proprietà. L’insistenza di Abbas sulla prevenzione di ogni tipo di insurrezione lo rende pronto a usare la forza per reprimere le proteste, qualcosa che è diventato ormai frequente. Forse la sua paura più grande è che un’eventuale situazione di rivolta politica alla fine danneggi la sua posizione. E infatti, ogni volta che durante una protesta i manifestanti hanno tentato di avvicinarsi alla Muqata – il palazzo presidenziale a Ramallah – le sue forze di sicurezza hanno represso con la violenza le manifestazioni.

Quel palazzo è esempio della sofisticatezza del regime di protezione dell’ANP. La Muqata è protetta da “guardie presidenziali” professioniste, una forze di élite di oltre 6.000 uomini – aumentata dagli americani nel 2005, prima ne facevano parte 2.500 ufficiali. Recentemente anche le donne sono entrate a far parte del gruppo. La Guardia Presidenziale è strutturata secondo un modello militare e addestrata a proteggere Abbas e altri Vip, a reagire alle crisi e a salvaguardare le strutture dell’ANP.

La Guardia Presidenziale è stata particolarmente favorita dall’assistenza alla sicurezza statunitense. È importante notare che quando gli Stati Uniti hanno sospeso tutte le forme di aiuto alla sicurezza palestinese dopo la vittoria di Hamas alle elezioni del 2006, la Guardia Presidenziale è rimasta il solo apparato a ricevere finanziamenti diretti dagli Usa. Secondo Dayton, gli Usa hanno continuato nel sostegno di tale forza “perché la Guardia Presidenziale proteggeva direttamente il presidente Abbas e non era stata influenzata da Hamas”. Infatti, nel 2006 la Guardia ha ricevuto sostanziali aiuti statunitensi sotto forma di equipaggiamento, addestramento e infrastrutture, per un valori di circa 26 milioni di dollari.

 

Conclusioni

A seguito delle attuali proteste palestinesi e degli scontri con le forze di occupazione israeliane e i coloni, cominciate per l’uccisione brutale di un adolescente palestinese da parte di una gang estremista israeliana a Gerusalemme, molti osservatori si sono chiesti se i Territori Occupati potrebbero assistere all’inizio di una Terza Intifada che coinvolga anche i palestinesi cittadini di Israele. Nonostante tutte le condizioni oggettive per lo scoppio di una sollevazione in Palestina siano presenti, i palestinesi hanno ancora di fronte un enorme ostacolo che probabilmente farà abortire ogni possibilità di rivolta popolare: la partnership tra la sicurezza di Israele e quella dell’Autorità Palestinese.

Il settore della sicurezza palestinese nella sua forma attuale è lontano dall’essere parte di un progetto nazionale che possa servire la causa palestinese. Le forze di sicurezza palestinesi non rappresentano il popolo che dovrebbero proteggere e le loro operazioni e la palese cooperazione con l’occupazione israeliana hanno dimostrato di essere distruttive degli interessi nazionali palestinesi. Questo settore è strutturato secondo i piani e le condizioni predefiniti da israeliani e americani. La sua funzionalità e la sua continuità dipendono dalla soddisfazione delle preoccupazioni e le aspettative della sicurezza israeliana. La coordinazione alla sicurezza, in particolare, mira a distruggere ogni forma di resistenza, armata o pacifica. L’élite dell’ANP è altamente dipendente sugli apparati di sicurezza per difendere il proprio benessere e opprimere l’opposizione politica, anche se tale opposizione non rappresenta alcuna minaccia diretta al loro ruolo e ai loro privilegi.

Se un autentico settore della sicurezza nazionale ci deve essere, allora tali forze devono essere completamente ristrutturare così da legarsi ai reali bisogni e alle aspettative del popolo. Soprattutto, la Dottrina Dayton deve essere rimpiazzata dai valori di dignità, autodeterminazione e lotta anticoloniale. Questo, tuttavia, non potrà ma avvenire sotto l’ombrello di Oslo.

 

Traduzione a cura della redazione di Nena News

 

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Categorie: Palestina

GAZA. Nove morti nei raid israeliani e nuovo limite all’accesso al mare

Lun, 07/07/2014 - 07:25

Si tratta del più alto numero di palestinesi di Gaza uccisi da Israele in una sola giornata dal novembre 2012. Tel Aviv continua a restringere il mare di Gaza: ridotto a tre miglia nautiche dalla costa

di Rosa Schiano

Roma, 7 luglio 2014, Nena News – Quest’anno le notti del Ramadan a Gaza sono scandite dalle esplosioni causate dai missili dell’aviazione militare israeliana, che solo nella giornata di ieri hanno provocato la morte di 9 persone: si tratta del più alto numero di palestinesi di Gaza uccisi da Israele in una sola giornata dal novembre 2012, quando Tel Aviv lanciò l’offensiva aerea durata una settimana e nota come “Operazione Colonna di Difesa”.

Raid aerei hanno colpito ieri diverse aree della Striscia, concentrandosi nella parte meridionale, e avrebbero preso di mira siti di addestramento di gruppi armati, allevamenti di polli, una casa in costruzione e terreni agricoli. L’attacco è avvenuto qualche ora dopo le dichiarazioni del primo ministro israeliano Netanyahu che erano sembrate escludere una nuova offensiva militare contro Gaza, peraltro invocata da diversi dei suoi ministri. Hamas, attraverso il suo portavoce Sami Abu Zuhri, ha avvertito che vendicherà i suoi uomini uccisi.

Sei palestinesi appartenenti alle brigate Qassam, l’ala militare di Hamas, sono stati uccisi in un bombardamento su un tunnel a Rafah, nel sud della Striscia: Ibrahim Balawi, 24 anni, Abdul-Rahman al-Zamili, 22 anni, Mustafa Abu Mur, 22 anni, e suo fratello gemello Khalid, Yousef Sharaf Ghannam, 22 anni, Juma Abu Shalouf, 24 anni. Un settimo combattente, Ibrahim ‘Abdeen,  è morto per le ferite riportate in un attacco aereo su di un sito militare ad est di Rafah.

Due militanti palestinesi, che secondo media locali erano legati alle brigate Abdul Qader al-Husseini, Mazin Faraj al-Jarba, 30 anni e  Marwan Hassan Salim, 23 anni, sono invece stati uccisi in un raid aereo sul campo di Al Bureij, nell’area centrale della Striscia, e altre persone sarebbero rimaste ferite.

Ashraf al-Qodra, portavoce del Ministero della Salute palestinese, ha riferito che 5 civili, tra cui un bambino e due ragazze, sono rimasti feriti quando un missile è stato lanciato accanto alla loro abitazione in Beit Hanoun, nel nord della Striscia: in tutto, i civili feriti nel corso degli attacchi israeliani della scorsa notte sarebbero una decina.

Allo stesso tempo, non si sono fermati i lanci di razzi palestinesi verso il sud di Israele, che proseguono anche in queste ore, senza causare danni o feriti. In un caso, un soldato israeliano sarebbe rimasto leggermente ferito da schegge di un razzo caduto nell’area di Eshkol. Un altro sarebbe invece caduto alla periferia di Be’er Sheva, mentre un terzo sarebbe stato intercettato dal sistema di difesa anti-missilistico Iron Dome.

Un missile sarebbe stato lanciato anche dalla Siria sulle alture del Golan occupato. L’esercito israeliano in risposta avrebbe aperto il fuoco.

Gruppi di militanti di Gaza nei giorni scorsi avevano riferito che non avrebbero cessato il lancio di razzi fino alla fine dell’assedio illegale sulla Striscia di Gaza che dura ormai da 8 anni. C’è anche la volontà da parte dei palestinesi di Gaza di rispondere alle aggressioni israeliane in Cisgiordania e di unirsi in un’unica lotta, che potrebbe forse sfociare in una terza intifada.

Tuttavia, alla richiesta di fine dell’assedio, Tel Aviv ha risposto restringendo nuovamente l’area marittima palestinese a 3 miglia nautiche dalla costa, rafforzando cosi il blocco navale, che incide profondamente sulla vita dei palestinesi. Una notizia che non trova spazio nei media nazionali.

Oltre all’impossibilità di viaggiare via mare e di sviluppare scambi commerciali, vi sono costanti attacchi sui pescatori di Gaza. Nel corso delle aggressioni in mare i pescatori palestinesi vengono terrorizzati dagli spari della marina militare israeliana che viola i limiti da essa stessa unilateralmente imposti  ed entra nelle acque di Gaza.  Spesso i pescatori vengono arrestati e l’attrezzatura da pesca e barca confiscate.  Sono quasi 4.000 i pescatori palestinesi registrati, un numero in costante diminuzione, date le difficoltà del lavoro, mentre sono circa 65.000 persone che lavorano nel settore ittico e i loro dipendenti .

Tel Aviv ha progressivamente imposto delle restrizioni ai pescatori di Gaza sull’accesso al mare. Le 20 miglia nautiche stabilite dagli gli accordi di Gerico nel 1994 tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), sono state ridotte a 12 miglia sotto l’Accordo Bertini nel 2002. Nel 2006, l’area concessa alla pesca è stata ridotta a 6 miglia nautiche dalla costa. A seguito della offensiva militare israeliana “Piombo Fuso” (2008-2009) Israele ha imposto un limite di 3 miglia nautiche dalla costa, impedendo ai palestinesi l’accesso all’ 85% delle acque a cui hanno diritto secondo gli accordi di Gerico del 1994.

Gli accordi raggiunti tra Israele e Hamas dopo l’offensiva militare israeliana di novembre 2012, “Colonna di Difesa”, hanno permesso ai pescatori di Gaza di raggiungere nuovamente le 6 miglia nautiche dalla costa. Tuttavia, la marina militare israeliana non ha cessato gli attacchi contro i pescatori di Gaza, anche all’interno di questo limite. Il 12 marzo 2013, Israele ha imposto nuovamente un limite di 3 miglia nautiche dalla costa, affermando che tale decisione era stata presa a seguito dell’invio di alcuni razzi palestinesi verso il sul di Israele. Mercoledì 22 maggio 2013, le autorità militari israeliane hanno diffuso attraverso alcuni media la decisione di estendere nuovamente il limite a 6 miglia nautiche dalla costa.

Ieri domenica 6 luglio, le autorità israeliane hanno comunicato la decisione di restringere nuovamente il limite a 3 miglia nautiche dalla costa. Nena News

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il califfato del petrolio

Dom, 06/07/2014 - 11:41

Il controllo del greggio tra Iraq e Siria è il mezzo e il fine dell’avanzata islamista. Dietro, gli interessi politici e commerciali dell’Arabia Saudita. Il premier Maliki rifiuta di lasciare la poltrona di primo ministro.

 

Pozzi di petrolio in Iraq (Foto: Atef Hassan/Reuters)

 

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 6 luglio 2014, Nena News – Le macerie di dieci moschee sciite nelle città di Mosul e Tal Afar sono l’immagine di un paese in pezzi. I bulldozer che fanno crollare i muri dei luoghi sacri sciiti e l’esplosivo che sbriciola le pareti, il simbolo del settarismo che avvelena definitivamente l’Iraq. Come il primo discorso del “nuovo califfo” Al-Baghdadi venerdì, durante la preghiera di mezzogiorno nella Grande Moschea di Mosul, che ha mostrato il potere che si è conquistato, rivolgendosi alla folla come legittimo successore del profeta e promettendo la vittoria sugli infedeli. Questo è oggi l’Iraq, melting pot religioso, come tanti altri in Medio Oriente, fedi e orientamenti che in passato avevano saputo convivere e oggi sono la giustificazione alla distruzione delle basi laiche di Baghdad.

L’avanzata apparentemente inarrestabile dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante è la conseguenza finale, non la causa dello smembramento del paese. A monte sta la divisiva strategia Usa in otto anni di occupazione militare, la pericolosa influenza del Golfo e di quei petroldollari che hanno foraggiato i gruppi islamisti attivi in territorio siriano e volti a spezzare l’asse sciita Siria-Iran-Hezbollah, il corrotto nepotismo che impera dalla salita al potere del premier sciita Maliki, nel 2006.

Oggi il processo che stravolge i fragili equilibri interni del Medio Oriente sta – ancora una volta – nelle sue più preziose ricchezze. Dall’inizio di giugno, quando l’Isil ha occupato Mosul e la prima provincia irachena, Ninawa, ad oggi il controllo del greggio è mezzo e fine. La determinazione del potere passa per il possesso strategico dei pozzi di petrolio. Lo sanno bene i curdi, lo sanno bene i miliziani sunniti. Nell’estremo nord dell’Iraq, la regione autonoma del Kurdistan si è auto attribuita l’ufficiosa indipendenza che cerca da decenni, occupando i giacimenti nella ricca provincia di Kirkuk e vendendo all’estero il greggio, in Turchia e Israele. Nelle province in mano ai jihadisti – Anbar, Ninawa, Diyala e Salah-a-din – sono i miliziani a controllare parte di Banjij, la principale raffineria del paese (ancora teatro di scontri con le forze militari irachene).

La dichiarazione della nascita del califfato islamico tra Siria e Iraq della scorsa settimana, da parte del leader Al-Baghdadi, si prefigura come uno Stato fondato sì sulla Shari’a, ma anche sull’olio nero. Un lungo corridoio che dalle comunità orientali dell’Iraq arriva a quelle occidentali siriane: venerdì l’Isil ha assunto il controllo del giacimento di al-Tanak, nella provincia siriana di Deir al-Zour, al confine con l’Iraq, dopo aver occupato il giorno precedente il più grande Al-Omar, sempre nel deserto di Sheiytat. Entrambi i pozzi sono stati strappati al controllo di un altro gruppo ribelle e oggi rivale, il Fronte al-Nusra. Ora l’Isil punta al ricco giacimento di Al-Ward mentre alla finestra resta il burattinaio di Riyadh che approfitterà attivamente della debolezza irachena per liberarsi della forte concorrenza di Baghdad nel settore energetico e coprirne il gap sul mercato internazionale.

Il califfato, contro il quale si sono scagliati numerosi gruppi armati sunniti e organizzazioni religiose perché considerato una blasfemia, è solo un prodotto della mente del figlio ribelle di Al Qaeda, Al-Baghdadi? La realtà dei fatti dice di più: lo Stato Islamico ha il controllo concreto di quel lungo corridoio ribattezzato “Stato Islamico”, ne gestisce le ricchezze e i confini ufficiali, facendo passare con estrema disinvoltura armi e miliziani, senza che né Damasco né Baghdad possano arginare l’avanzata. Forte del denaro che arriverebbe copioso dalle casse dell’Arabia saudita, potrebbe portare alla divisione definitiva dell’Iraq in tre parti. L’offensiva jihadista non pare arretrare nonostante le bombe sganciate dall’aviazione del presidente siriano Assad lungo il confine e le piccole vittorie segnate da un esercito iracheno allo sbando (giovedì il villaggio natale di Saddam Hussein, Awja, è tornato sotto il controllo di Baghdad, mentre Tikrit – simbolo del potere dell’ex rais – resta occupata dagli islamisti).

A dare man forte è la spaccatura politica e lo stallo in cui è invischiato il nuovo parlamento. Sul terreno numerose comunità sunnite, nel corridoio che da Baghdad arriva a Awja, continuano a manifestare la loro insofferenza verso il governo sciita e approfittano della debacle dell’esercito per portare avanti azioni di guerriglia, mentre le milizie baathiste proseguono nel fornire fondamentale sostegno al nuovo alleato, l’Isil, nell’intenzione di liberarsene una volta strappata Baghdad agli sciiti e riconquistare il potere. Sul piano politico, venerdì il premier Maliki ha rifiutato per l’ennesima volta i numerosi inviti – giunti sia dalla comunità internazionale che dalla classe politica irachena – a farsi da parte e permettere la creazione di un esecutivo di unità nazionale: «Non mi arrenderò, non rinuncerò alla candidatura a primo ministro – ha detto alla tv di Stato – Resterò un soldato che difende gli interessi dell’Iraq e del suo popolo».

Una presa di posizione nota, ma che complica il già difficile compito del nuovo parlamento, eletto a fine aprile e chiamato a eleggere il suo presidente, responsabile della nomina del primo ministro. Martedì scorso la prima sessione parlamentare si è conclusa con un nulla di fatto: curdi e sunniti hanno lasciato l’aula, facendo venir meno il numero legale e impedendo il voto. A monte l’ostilità verso Maliki di gran parte della compagine sciita. In particolare l’avversario di sempre, Moqdata al-Sadr.

 

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Categorie: Palestina

Veleni tra Hamas e Fatah ma la riconciliazione tiene

Sab, 05/07/2014 - 12:20

Le settimane passate, segnate dalla campagna di arresti condotta in Cisgiordania dall’esercito israeliano contro il movimento islamico, hanno messo a nudo le profonde differenze tra le visioni e strategie delle due principali formazioni politiche palestinesi che si sono riappacificate appena due mesi fa.

di Michele Giorgio

Gaza, 5 luglio 2014, Nena News – «Non c’è Dio se non Allàh e Muhammad è il suo messaggero», a migliaia scandiscono la professione di fede. Dito indice alzato verso il cielo ad affermare il dio unico, a passo veloce nonostante il caldo soffocante e il digiuno rituale per il Ramadan, in un tripudio di bandiere verdi, attivisti e simpatizzanti di Hamas sfilano per le strade strette e polverose del campo profughi di Jabaliya. Tenendosi a distanza dalla folla, una donna con il velo integrale segue il corteo stringendo tra la braccia un mitra kalashnikov. La preghiera del venerdì, il primo del mese di Ramadan, è finita da poco, come a Gerusalemme dove si tengono i funerali di Mohammed Abu Khdeir. «Preghiamo per il nostro martire ma siamo qui anche per dire a Israele che non abbiamo paura e che siamo pronti nel nome di Dio a continuare la lotta fino alla morte», ci dice Abed un uomo sulla trentina che prova con una mano a proteggersi dalla luce accecante del sole. Per i militanti di Hamas il raduno è la celebrazione di quella che considerano la «nuova vittoria» su Israele, costretto, spiegano, ad accettare il cessate il fuoco e a rinunciare, in apparenza, all’offensiva militare di cui si parla di giorni. Festeggiano quelli di Hamas, i più felici però sono i civili che sperano di aver definitivamente evitato una campagna di bombardamenti aerei che si prevedeva devastante, simile a «Colonna di difesa» nel novembre 2012. Qualcuno dice sorridendo che stasera l’iftar, la cena che interrompe il digiuno, avrà sapori forti, più gradevoli.

In realtà nulla è certo. Esponenti di Hamas fanno sapere ai giornalisti che, grazie alla mediazione dell’intelligence egiziana, è stata raggiunta una intesa per sgonfiare la tensione e far ritornare la calma: niente più raid aerei e stop al lancio dei razzi. Israele non conferma ma l’accordo sembra esserci davvero perchè da giovedì sera i cacciabombardieri con la stella di Davide non hanno effettuato altri raid, nonostante qualche Qassam palestinese continui a cadere dall’altra parte delle linee di demarcazione tra Gaza e Israele quando non è abbattuto dal costoso sistema antimissile «Iron Dome» impiegato intorno alla Striscia con risultato modesti. L’escalation non serve a nessuna delle due parti. Netanyahu, dopo l’uccisione del ragazzino palestinese a Gerusalemme Est, sa che scatenare una nuova offensiva militare vorrebbe dire «autorizzare» Hamas a lanciare non gli artigianali Qassam bensì i più potenti M75 verso le città israeliane, con centinaia di migliaia di civili costretti a vivere tra casa e rifugio. Una situazione sostenibile solo per un numero limitato di giorni, come ha dimostrato «Colonna di Difesa» nel 2012 quando una settimana di pesanti bombardamenti aerei non riuscì a fermare, neppure per un giorno, il lancio dei razzi che arrivarono a lambire le periferie di Tel Aviv e Gerusalemme.

Ma la calma serve anche ad Hamas che deve fare i conti con gli esiti della durissima campagna di arresti compiuta dall’esercito israeliano in Cisgiordania dove è stata decapitata la leadership locale del movimento islamico. Da queste settimane di tensione, morte, raid militari e repressione è il presidente dell’Anp Abu Mazen ad uscirne peggio. La sua immagine tra i palestinesi è, almeno in parte, compromessa, non solo perché ha confermato la cooperazione di sicurezza con Israele (uno degli obblighi del governo dell’Anp secondo gli Accordi di Oslo) ma anche per non essersi opposto alla brutalità dell’azione dell’esercito israeliano che, cercando i tre ragazzi ebrei scomparsi e ritrovati uccisi lunedì scorso, ha usato il pugno di ferro arrestando oltre 600 persone – tra le quali dirigenti e deputati di Hamas – danneggiando abitazioni e uffici e uccidendo 7 palestinesi in Cisgiordania. Hamas appare, agli occhi dei palestinesi, in una luce più positiva, perché vittima della repressione israeliana. Ciò non basta a un’organizzazione politica isolata nel mondo arabo, con scarsi margini di movimento nella «prigione» Gaza, tenuta sotto assedio non solo da Israele ma anche dall’Egitto post-golpe. Sono quasi inesistenti, ora, i rapporti tra la leadership islamista e Abu Mazen, ma Hamas non può permettersi una rottura o abbandonare il governo di consenso nazionale nato a inizio giugno.

«Dopo sette anni di contrasti laceranti, la riconciliazione tra forze palestinesi è un traguardo eccezionale al quale non possiamo rinunciare – dice Israa al Mudallah, la portavoce del movimento islamico – anche se le relazioni tra le parti sono difficili. Lo scambio di accuse sui media ha lasciato il segno. Eppure occorre andare avanti per contrastare i progetti israeliani». Toni morbidi frutto, spiega qualcuno, delle enormi difficoltà finanziarie di Hamas. Il disciolto governo islamista di Gaza, rimasto in carica fino a un mese fa, si è lasciato alle spalle circa 50mila dipendenti pubblici ora senza stipendio. E i tentativi di far arrivare nella Striscia i fondi del Qatar sono falliti per l’opposizione di Israele e il rifiuto delle banche arabe di autorizzarne il trasferimento del denaro. «Noi musulmani diciamo che il Ramadan è generoso ma per me questo è Ramadan molto difficile – si lamentoa Ahmad, un vigile urbano di Gaza – non ho più soldi e non so come sfamare la famiglia. Vorrei comprare i regali della festa per i miei figli ma non sono neppure in grado di garantigli il pane». Mousa Abu Marzouk, vice presidente dell’ufficio politico di Hamas qualche giorno fa aveva scritto su Facebook «Temo che saremo costretti a fare marcia indietro rispetto a quanto deciso (con Abu Mazen). Gaza vive in un limbo, non è né sotto la competenza del vecchio governo, né del governo di unità nazionale». Fonti del movimento islamico invece smentiscono e ribadiscono che sulla riconciliazione non si fa retromarcia. «L’ufficio politico ribadisce che la riconciliazione è una scelta consapevole e strategica di Hamas che farà tutto il possibile per realiuzzarla in ogni aspetto della vita politica e sociale». Passata la bufera, prevede il columnist Alaa Abu Amer, il movimento islamico e Abu Mazen troveranno il modo di andare avanti insieme e persino «Israele sarà costretto a trattare con il nuovo governo». Un po’ di ottimismo non guasta in questi momenti. Nena News

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Altri 12 Stati dell’Ue vietano commerci con le colonie

Sab, 05/07/2014 - 08:38

Gli insediamenti israeliani – recita il messaggio rivolto ai cittadini di questi paesi – sono illegali secondo il diritto internazionale, costituiscono un ostacolo alla pace e minacciano di rendere impossibile una soluzione dei due Stati per il conflitto israelo-palestinese

della redazione

Roma, 5 luglio 2014, Nena News – Dopo Spagna e Italia, altre 12 nazioni europee hanno pubblicato degli avvertimenti formali perché i propri cittadini non commercino in alcun modo né investano negli insediamenti israeliani presenti nei territori occupati palestinesi, illegali per il diritto internazionale e non riconosciuti dall’Unione Europea. Il ministero degli Esteri portoghese ha pubblicato il proprio comunicato mercoledì, subito seguito da Austria, Malta, Irlanda, Finlandia,  Danimarca, Lussemburgo, Slovenia, Grecia, Repubblica slovacca, Belgio e Croazia.

“Gli insediamenti israeliani – recita il messaggio ai cittadini – sono illegali secondo il diritto internazionale, costituiscono un ostacolo alla pace e minacciano di rendere impossibile una soluzione dei due Stati per il conflitto israelo-palestinese. L’UE e gli Stati membri non riconosceranno alcun cambiamento dei confini precedenti al 1967, anche per quanto riguarda Gerusalemme, diversi da quelli concordati tra le parti”.

Negli avvertimenti si legge inoltre che “gli insediamenti in Cisgiordania, Gerusalemme Est e Golan sono illegali e le attività economiche da parte di individui o imprese comportano rischi legali e finanziari, nonché rischi per loro reputazione”. La prima mossa verso il boicottaggio degli insediamenti era stata fatta qualche anno fa da Germania e Gran Bretagna, seguite dalla Francia, Italia e Spagna. La Lettonia sarebbe prossima alla pubblicazione di un avvertimento simile, mentre Polonia e Svezia dovrebbero farlo in seguito. Altri paesi europei – Bulgaria, Romania, Lituania, Estonia, Ungheria, Repubblica ceca e Cipro – hanno detto chiaramente che non intendono pubblicare simili avvertimenti.

Gli avvertimenti, si sono affrettati ad aggiungere alcuni paesi tra i quali l’Irlanda, non sono da intendere come boicottaggio nei confronti di Israele: ”Il Governo – continua la nota pubblicata da alcuni dei paesi – intende inoltre ribadire la sua lunga politica di totale opposizione a qualsiasi forma di boicottaggio nei confronti di Israele, così come il suo impegno forte e continuato per promuovere i nostri legami commerciali ed economici con Israele”. Nena News

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Acqua puzzolente, la nuova arma

Sab, 05/07/2014 - 07:36

Un rapporto di B’Tselem conferma il frequente uso di questa sostanza – che causa nausea e vomito, soprattutto tra i bambini e gli anziani – contro le case dei palestinesi, in modo punitivo contro villaggi nei quali ogni settimana si svolgono manifestazioni.

Foto di Rani Bomat

MAAN NEWS AGENCY

Betlemme – Sabato scorso Rubhiya Abd al-Rahman Darwish stava schiacciando un pisolino sul divano di casa della famiglia quando è stata svegliata di colpo dal rumore di vetri rotti. “Ho visto un getto d’acqua entrare dalla finestra rotta, quando improvvisamente un forte odore ha colpito [le mie narici] e sono svenuta per la puzza, e mi hanno dovuta portare in ospedale”, ha raccontato la settantacinquenne a Ma’an durante un’intervista nel suo piccolo appartamento nel campo profughi di Aida a Betlemme.

Benché sia abituata al fatto che i soldati israeliani lancino candelotti di gas lacrimogeno nel vicolo vicino a casa sua, Darwish è rimasta sorpresa dal fatto che questa volta fossero arrivati con un cannone per spruzzare le facciate delle case con acqua puzzolente.  “Sono arrivata in ospedale e mi hanno fatto un’iniezione, ma il veleno ha cominciato ad uscire dalla mia bocca e dal mio naso. Ho cominciato a gridare perché la mia schiena mi faceva male, ed è ancora così” ha raccontato a Ma’an l’anziana donna, che ha detto di soffrire di diabete, ipertensione e problemi di cuore. “Tutti i miei vestiti erano rovinati, ed abbiamo dovuto buttare via tutte le mie trapunte e il materasso” ha detto. “Perchè lo fanno?”

La gente del posto ha detto che l’attacco in pieno giorno alle loro case non è stato provocato ed è stato totalmente imprevisto, e molti si sono detti shoccati dal fatto che i soldati israeliani abbiano sommerso il campo nella cappa di una sconosciuta sostanza repellente.

Noto come “Puzzola”, questo prodotto chimico è stato usato dall’esercito israeliano almeno dal 2008 come un mezzo non letale di controllo delle manifestazioni. I palestinesi, comunque, chiamano questo liquido semplicemente “merda”, per via dell’odore che può impregnare i vestiti, i corpi, i muri ed i mobili per settimane. Un portavoce militare israeliano contattato da Ma’an non ha risposto ad una richiesta di commento relativa alla spruzzata di liquido “puzzola”, né alle ragioni dell’attacco. Comunque l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem sostiene che l’esercito in altre occasioni ha detto che la sostanza è organica, anche se non ne ha reso noti gli elementi.

Un rapporto di B’Tselem su “Puzzola” ha anche confermato il frequente uso di questa sostanza – che causa nausea e vomito, soprattutto tra i bambini e gli anziani – contro le case dei palestinesi, “facendo sorgere il sospetto che “Puzzola” sia stato usato in modo punitivo contro villaggi nei quali ogni settimana si svolgono manifestazioni. Vicino al campo profughi, nel quale c’era la strada principale da Hebron a Gerusalemme che ora è interrotta dal muro di separazione israeliano, un grande cannone ad acqua è stato sistemato all’inizio di quest’anno vicino ad una torre militare per spruzzare l’acqua contro la gente del posto, mettendo in evidenza con quanta rapidità “Puzzola” è stato inserito nell’arsenale dell’esercito israeliano.

Salah Ajarma, direttore di un vicino centro culturale, racconta che un gruppo di bambini stava camminando a circa 50 metri da dove il muro di separazione attraversa il campo quando i soldati israeliani hanno iniziato a sparare candelotti lacrimogeni contro di loro. “I soldati allora sono scesi ed hanno raggiunto i ragazzini” Ajarma ha raccontato a Ma’an durante un’intervista nel suo ufficio presso il Centro Lajee, ”e, siccome noi stavamo guadando dal centro con un gruppo di visitatori stranieri e di giornalisti, i soldati hanno iniziato a lanciare verso di noi e verso i bambini parolacce in arabo, per essere sicuri che capissimo.”

La settimana prima dell’attacco, i soldati israeliani hanno tiraro candelotti lacrimogeni a gruppi di bambini quando questi si riunivano nei pressi del centro dopo la fine degli esami del mattino, per cui Ajarma dice che si aspettava il solito trattamento di nuovo la domenica.  “Sono stato sorpreso, però, quando i soldati sono tornati con un grosso veicolo con una pompa sul tetto e hanno cominciato a spruzzare su ogni cosa una sostanza chimica con un terribile odore”, ha detto.

“Non stavano cercando di colpire dei manifestanti, non c’era nessun manifestante in strada! Hanno sparato contro le case della gente e contro le finestre, senza preoccuparsi se fossero aperte o chiuse”, ha aggiunto. Dopo l’attacco, gli abitanti sono usciti di casa, inorriditi per il fatto di trovare i vicoli e le case del campo coperte da uno strato di liquido schifoso. Per qualche ora gli abitanti hanno tentato di pulire, e, benché abbiano fatto di tutto per spazzare via il più possibile la puzza, quando un giornalista di Ma’an ha visitato il luogo tre giorni dopo questa ristagnava ancora pesantemente nell’aria.

“La gente non sa neppure cosa sia questa sostanza, per poterla eliminare”, ha detto Ajarma,” e non sappiamo da cosa sia composto questo agente chimico. Abbiamo provato a pulire con cloro, ma c’è stata una reazione chimica che ha sprigionato una puzza ancora più letale”, ha aggiunto. Rilevando che questa è la terza volta che l’esercito ha spruzzato “Puzzola” nel campo, Ajarma ha detto che d’inverno la puzza è rimasta per 10-15 giorni, e che una fila di alberi colpita dall’acqua in seguito è avvizzita e morta.  “Questo prodotto chimico può avere effetti di cui non sappiamo niente, sulla natura nel campo e sulle future generazioni” Ajarma ha detto di temere.

Nidal Al-Azraq, un volontario del Centro Lajee, ha detto a Ma’an che i soldati “se la sono spassata” durante l’attacco, sfottendo gli abitanti mentre sparavano con il cannone nelle case e facendosi fotografie lì vicino.  “C’era un cane su uno dei muri sulla strada dove stavano innaffiando le case, e così l’hanno preso di mira ed hanno cominciato a sparargli addosso l’acqua” ha detto Al-Azraq.  “Dopo averlo colpito per due volte, il cane ha cominciato ad abbaiare, e la terza volta i soldati hanno colpito il cane direttamente con il cannone ad acqua e tutti quanti si sono messi a ridere”, ha aggiunto.  Al-Azraq, pur incerto sulle ragioni dell’attacco israeliano, pensa che l’abbiano fatto per spingere i residenti a smetterla con le proteste nel campo, durante le quali spesso vengono lanciate pietre contro i soldati israeliani che si trovano nei pressi.  “A volte ce l’hanno vinta, la gente impazzisce e dice ai manifestanti di smetterla,” ha raccontato Al-Azraq a Ma’an.

“Ma altri non accettano questa pressione e dicono: “Perchè colpirci con questo genere di prodotto? Non è solo un’offesa, è come se non fossimo neppure esseri umani!” Al-Azraq ha detto che molta gente, comunque, si è rassegnata a questo genere di attacchi. “E’ inutile dire che tutto questo è contro i nostri diritti umani, perché non è un linguaggio che Israele conosce. Che senso ha chiedersi perché fanno questo alle persone?” Darwish, la donna settantacinquenne che è svenuta dopo che i soldati hanno spruzzato l’acqua puzzolente contro la sua finestra, ha manifestato la sua rassegnazione riguardo ai ripetuti attacchi israeliani contro la sua casa. Rifugiata originariamente dal villaggio di Malha, nei pressi di Gerusalemme, Darwish è stato obbligata a lasciare la casa con la sua famiglia quando le truppe sioniste sono arrivate e li hanno cacciati nel 1948.

“Dove possiamo andare?” chiede, seduta sul divano del suo piccolo appartamento guardando verso la finestra approssimativamente rattoppata dopo essere stata rotta dal cannone ad acqua.  “Ci hanno buttati fuori dalla nostra terra natale, e cosa dovremmo fare? Dove dovremmo andare?”

(traduzione di Amedeo Rossi)

Fonte: http://www.maannews.net/eng/ViewDetails.aspx?ID=708269Pring

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SIRIA. La politica del (dis)armo

Sab, 05/07/2014 - 07:03

Damasco ha mantenuto l’impegno  di rinunciare alle armi non convenzionali. La ministra degli esteri Mogherini applaude ma tace sul fatto che Israele ha costruito un sofisticato arsenale chimico, che resta segreto poiché Tel Aviv ha firmato ma non ratificato la Convenzione sulle armi chimiche.

di Manlio Dinucci

Roma, 5 luglio 2014, Nena News – Un carico di armi chimiche siriane è stato trasbordato a Gioia Tauro dalla nave danese Ark Futura a quella statunitense Cap Ray. È l’ultimo invio, con cui la Siria ha completato il disarmo chimico, sotto il controllo dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche.

Damasco ha così mantenuto l’impegno preso nel quadro dell’accordo raggiunto con la mediazione di Mosca, che aveva ottenuto in cambio da Washington la promessa di non attaccare la Siria. Il trasferimento e la successiva distruzione delle armi chimiche siriane – dichiara la ministra degli esteri Mogherini – «potrebbe aprire scenari ulteriori di disarmo e di non proliferazione nella regione». Tace però sul fatto che, mentre la Siria ha rinunciato alle armi chimiche, Israele ha costruito un sofisticato arsenale chimico, che resta segreto poiché Israele ha firmato ma non ratificato la Convenzione sulle armi chimiche. Lo stesso ha fatto col proprio arsenale nucleare, che resta segreto poiché Israele non ha firmato il Trattato di non-proliferazione. Tace la Mogherini soprattutto su come gli Stati uniti contribuiscono al «disarmo» nella regione: proprio mentre Damasco completa il disarmo chimico, dimostrando propensione al negoziato, il presidente Obama chiede al Congresso 500 milioni di dollari per armare e addestrare «membri opportunamente scelti dell’opposizione siriana». Tipo quelli in maggioranza non-siriani – reclutati in Libia, Afghanistan, Bosnia, Cecenia e altri paesi – che la Cia ha per anni armato e addestrato in Turchia e Giordania per infiltrarli in Siria. Tra questi, molti militanti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis), addestrati da istruttori statunitensi in una base segreta in Giordania. Nonostante che Damasco abbia realizzato il disarmo chimico, ed emergano altre prove che ad usare armi chimiche in Siria sono stati i «ribelli», Washington continua ad armarli e addestrarli per rovesciare il governo siriano.

Emblematica la dichiarazione del summit G7 a Bruxelles, che riflette la politica di Washington. Senza dire una parola sul disarmo chimico siriano, il G7 «condanna la brutalità del regime di Assad, il quale conduce un conflitto che ha ucciso oltre 160mila persone e lasciato 9,3 milioni in necessità di assistenza umanitaria». E, definendo false le elezioni presidenziali del 3 giugno, sentenzia che «non c’è futuro per Assad in Siria». Loda allo stesso tempo «l’impegno della Coalizione nazionale e dell’Esercito libero siriano di sostenere il diritto internazionale», mentre «deplora» il fatto che Russia e Cina hanno bloccato al Consiglio di sicurezza dell’Onu una risoluzione che chiedeva il deferimento dei governanti siriani alla Corte criminale internazionale. Sono dunque chiari gli obiettivi di Washington: abbattere il governo di Damasco, sostenuto in particolare da Mosca, e allo stesso tempo (anche tramite l’offensiva dell’Isis, funzionale alla strategia Usa), deporre il governo di Baghdad, distanziatosi dagli Usa e avvicinatosi a Cina e Russia. O, in alternativa, «balcanizzare» l’Iraq favorendone la divisione in tre tronconi. A tale scopo Washington invia in Iraq, oltre a droni armati che operano dal Kuwait, 300 consiglieri militari con il compito di costituire due «centri di operazioni congiunte», uno a Baghdad e uno in Kurdistan.

Per condurre queste e altre operazioni, definite ufficialmente di «controterrorismo», la Casa bianca chiede al Congresso fondi aggiuntivi: 4 miliardi di dollari per il Pentagono (soprattutto per le sue forze speciali), un miliardo per il Dipartimento di stato, 500 milioni per «situazioni imprevedibili». In realtà facilmente prevedibili.

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Sud Sudan. Il disastro tre anni dopo l’indipendenza

Sab, 05/07/2014 - 06:44

Alla vigilia del terzo anno di indipendenza del Paese gli scontri tra opposte fazioni continuano. In pochi mesi, almeno 6 ospedali bruciati e distrutti. 58 i morti tra pazienti e personale sanitario

 

di Federica Iezzi

Juba, 5 luglio 2014, Nena News – Il 9 luglio, tra poco meno di una settimana il Sud Sudan salta il traguardo dei tre anni di indipendenza. Dopo decenni di guerra civile, nel dicembre 2013 i ribelli antigovernativi di etnia nuer, guidati dall’ex vicepresidente Riek Machar, attaccarono la città di Bor. Così l’antico conflitto tra nuer e dinka, parzialmente sanato nel 2005, al termine della seconda guerra civile, si è travestito in conflitto politico tra Salva Kiir, attuale Presidente, e Riek Machar, leader dei ribelli. Nonostante il secondo accordo di cessate il fuoco, sigliato alcune settimane fa, gli scontri continuano e tutti i colloqui di pace sono stati sospesi.

Il ventennio di guerra civile contro il Sudan ha lasciato in eredità al nuovo Stato: territori devastati, carenza di infrastrutture come acquedotti e servizi sanitari. Secondo il dettagliato report di Medici Senza Frontiere, sulla situazione sanitaria in Sud Sudan, in pochi mesi, 6 ospedali sono stati  distrutti e bruciati e almeno 58 persone uccise al loro interno.

La campagna di devastazione è iniziata nel Bor State hospital, sulla riva orientale del Nilo, lo scorso dicembre. 14 pazienti e un membro del Ministero della Salute sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco. A gennaio è stato totalmente distrutto, insieme a gran parte della città, il Leer hospital. Nell’Unity State, l’ospedale forniva assistenza medica a un’area abitata da circa 270.000 persone. Ridotti in macerie interi edifici. Smantellati laboratori, attrezzature chirurgiche, stabilimenti per la conservazione dei vaccini, banche del sangue.

Sulle rive del Nilo Bianco, lo scorso febbraio, nel Malakal teaching hospital sono morte 14 persone, tra cui 11 pazienti, a cui hanno sparato mentre erano nei loro letti.

17 tra ambulanze e mezzi sanitari sono stati rubati o distrutti. Almeno 13 episodi di saccheggio e distruzione di strutture sanitarie secondarie. In aprile, nel Bentiu State hospital almeno 28 persone sono state uccise. Lo scorso maggio documentato 1 morto nell’ospedale della città di Nasir, roccaforte dei ribelli.

Una condizione che sembra ricalcare il Darfur degli anni 2003-2006. Il conflitto che vide contrapposti i Janjawid, miliziani arabi reclutati fra i membri delle tribù nomadi dei Baggara, e la popolazione della regione sudanese, composta dai gruppi etnici Fur, Zaghawa e Masalit. Un genocidio dai numeri sconvolgenti. Le Nazioni Unite parlarono di almeno 200.000 morti (anche se fonti locali documentarono 450.000 morti) e più di 2 milioni di rifugiati.

Oltre che villaggi, scuole, chiese e moschee, la guerra distrusse sistematicamente servizi idrici e sanitari. Le strutture mediche delle ONG internazionali per anni hanno coperto le richieste sanitarie di centinaia di chilometri quadrati. Nel resto del Paese furono allestiti ospedali da campo, regolarmente saccheggiati.

Attualmente a causa del conflitto in Sud Sudan, si contano quasi 1,5 milioni di rifugiati in Etiopia, Kenya, Sudan e Uganda. 10.000 i morti. Sullo sfondo un’incontrollabile epidemia di colera è arrivata ormai fino alla capitale Juba. In poche settimane già segnalati 1812 casi di colera, con 18 morti. Inoltre, le ultime stime dell’ONU e del Disasters Emergency Committee, prevedono una dura carestia nelle prossime settimane, che potrebbe essere la più grave dopo quella che nel 1984 colpì l’Etiopia. Donatori internazionali hanno promesso finanziamenti per 600 milioni di dollari e urgenti aiuti alimentari. Nena News

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La protesta palestinese arriva in bassa Galilea. Autopsia: Mohammed bruciato vivo

Sab, 05/07/2014 - 06:08

L’onda di sdegno provocata dall’assassinio brutale di Mohammed Abu Khdeir, ha toccato anche Taibe, Tira, Kalansua, Baqa el Gharbiyeh e altri centri abitati arabi nella bassa Galilea, all’interno del territorio israeliano, dove i dimostranti hanno bloccato incroci stradali e bruciato copertoni

La salma di Mohammed Abu Khdeir (foto Afp)

della redazione

AGGIORNAMENTO ORE 10.30. MOHAMMED BRUCIATO VIVO

Gerusalemme, 5 luglio 2014, Nena News – Il 16enne palestinese sarebbe stato seviziato e bruciato vivo dai suoi aguzzini. Sono questi i risultati di un primo esame autoptico riferiti dal procuratore generale Muhammad Abd al-Ghani Uweili all’agenzia Ma’an.

Una fine terribile per Muhammad Abu Khdeir, i cui funerali, celebrati ieri, sono stati seguiti da una notte di sconti tra palestinesi e polizia israeliana. il ragazzo è stato rapito mentre si recava in moschea e il suo corpo è stato ritrovato in un bosco vicino a Gerusalemme mercoledì scorso. L’omicidio è probabilmente una ritorsione di estremisti israeliani per l’assassinio dei tre giovani israeliani scomparsi il 12 giugno.

Intanto, stamattina si è diffusa la notizia di un altro rapimento, durato poche ore, di un 22enne palestinese a sud di Nablus. Il giovane ha raccontato di essere stato avvicinato ieri sera, verso mezzanotte, da alcuni coloni ebrei a bordo di due macchine e di essere stato portato in una zona isolata, dove è stato picchiato e poi abbandonato. Nena News

 

 Gerusalemme, 5 luglio 2014, Nena News -Le luci del giorno hanno messo fine a una notte di scontri diffusi tra dimostranti palestinesi e polizia. In particolare a Gerusalemme Est, la zona araba della città dove gli incidenti sono andati avanti per molte ore  dopo i funerali di Mohammed Abu Khdeir, il ragazzo palestinese rapito e brutalmente ucciso e, con ogni probabilità, rimasto vittima di una ritorsione di estremisti israeliani per l’uccisione dei tre ragazzi ebrei in Cisgiordania. Shuaffat, dove viveva Mohammed, Beit Hanina, Wadi al Joz, Issawiya, Umm Tuba, la città vecchia di Gerusalemme sono stati teatro degli scontri che hanno fatto decine di feriti tra i dimostranti palestinesi. La polizia riferisce del ferimento anche di alcuni dei suoi agenti.

I dimostranti hanno inoltre bloccato la linea del tram che collega le colonie ebraiche alla periferia nord di Gerusalemme alla zona ebraica della città, passando in parte anche nel settore arabo (Est) occupato militarmente da Israele nel 1967 assieme a Cisgiordania e Striscia di Gaza.

La protesta intanto si allarga, sull’onda dello sdegno provocato dalla morte del ragazzo palestinese (i suoi rapitori lo hanno seviziato e poi ne hanno bruciato il corpo). Ieri sera ha raggiunto anche Taibe, Tira, Kalansua, Baqa el Gharbiyeh e altri centri abitati arabi nella bassa Galilea, quindi all’interno del territorio israeliano, dove i dimostranti hanno bloccato incroci stradali e bruciato copertoni.

E’ una fase delicata che potrebbe innescare una rivolta palestinese di ampie proporzioni, se non addirittura quella terza Intifada di cui si parla da tempo in conseguenza delle politiche svolte dal governo israeliano, a cominciare da una colonizzazione sempre più intensa e continua dei Territori occupati.

Si vive in bilico anche lungo le linee di demarcazione tra Gaza e Israele. Il movimento islamico Hamas – che nega l’accusa di aver organizzato il rapimento e l’uccisione in Cisgiordania dei tre ragazzi ebrei che gli rivolge il governo israeliano – ieri ha riferito di un cessate il fuoco imminente con lo Stato ebraico. Ma attacchi e ritorsioni sono andati avanti lo stesso, con i gruppi armati palestinesi che hanno lanciato una trentina di razzi verso il territorio israeliano facendo solo qualche danno alle cose, e l’aviazione dello Stato ebraico che in serata, dopo una sospensione dei raid aerei durata 24 ore, ha colpito obiettivi a sud di Gaza. Non si segnalano feriti. Nena News.

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GAZA. L’ansia della guerra

Ven, 04/07/2014 - 17:56

Si diffondono voci di un possibile accordo tra Hamas e Israele per un cessate il fuoco. La gente della Striscia però continua a prepararsi alla guerra che verrà

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gaza, 4 luglio 2014, Nena News – «Non puoi passare, occorre far parte di una lista di giornalisti autorizzati per entrare (a Gaza)». Cadiamo dalle nuvole. Inutile far notare che questa disposizione non è mai stata comunicata alla stampa estera. Alla fine, dopo un’ora passata tra telefonate di protesta e discussioni con gli agenti della società di sicurezza che gestisce il valico di Erez, otteniamo il via libera. Anche per i giornalisti con regolare accredito si fa più difficile entrare a Gaza. I comandi militari israeliani ora richiedono un “coordinamento”, ossia essere informati in anticipo dell’intenzione dei media di inviare un loro giornalista a Gaza. Un ufficiale ci spiega che le nuove procedure d’ingresso per la stampa sono state decise dopo il rapimento, il 12 giugno, dei tre giovani israeliani trovati morti a inizio settimana in Cisgiordania. Non riusciamo proprio a capire il collegamento tra la libertà di svolgere il proprio lavoro a Gaza e il caso dei tre ragazzi ebrei, ma alla fine entriamo. E siamo davvero fortunati rispetto alle decine di palestinesi, donne in prevalenza, in attesa di poter transitare. Tornano a casa, alcuni dopo un intervento chirurgico in un ospedale meglio attrezzato in Cisgiordania o in Israele. Ma non hanno un accesso facilitato, devono aspettare l’autorizzazione per il passaggio del valico. E l’attesa può durare anche ore.

Fa caldo, molto. Il sole brucia e il cielo è limpido. Eppure su Gaza gravano ugualmente nuvole nere. Si avvicina la tempesta di una nuova guerra. L’esercito israeliano ieri ha deciso di inviare rinforzi militari verso Gaza per, ha spiegato, «scoraggiare» il movimento islamico Hamas e altri gruppi armati dal lanciare razzi. Il tenente colonnello e portavoce  militare Peter Lerner minimizza, descrive la decisione come finalizzata alla “de-escalation”, a ridurre la tensione e a far tornare la calma. A Gaza si vedono le cose in modo molto diverso. Perchè l’aviazione israeliana – con F-16, droni ed elicotteri – ha lanciato decine di raid nelle ultime 72 ore e nonostante la “de-escalation” i civili palestinesi si attendono nuovi bombardamenti. Preludio di quella ritorsione per l’uccisione dei tre ragazzi ebrei che il premier Netanyahu ha promesso ai tanti che in Israele da giorni invocano, anche su Facebook, una punizione esemplare per i palestinesi.

Gaza dopo un bombardamento aereo tre giorni fa

Nella notte tra mercoledì e giovedì, mentre la Gerusalemme araba si trasformava in un campo di battaglia per il sequestro e l’omicidio, compiuto, pare, da coloni israeliani, di un ragazzo palestinese, Mohammed Abu Khdeir, i missili sganciati dai jet dello Stato ebraico martellavano 15 punti di Gaza, facendo almeno 11 feriti tra i quali una anziana, tre ragazze e un giovane 17enne, il più grave di tutti perchè colpito da schegge di metallo. Per il portavoce israeliano le bombe hanno centrato soltanto depositi di armi e rampe di lancio di missili. La notte precedente erano state prese di mira presunte installazioni militari di Hamas a Khan Yunis e Rafah. «I boati delle esplosioni erano così potenti che tremavano i vetri delle case anche qui a Gaza city», ricorda Meri Calvelli, una cooperante italiana che vive e lavora da anni in Palestina. E a Gaza nessuno dimentica che il mese scorso il piccolo Ali Abd al-Latif al-Awour, di 7 anni, è morto dopo tre giorni di agonia per le ferite riportate in un attacco di un drone aveva come obiettivo un presunto jihadista. Una delle tante morti palestinesi che i media trascurano, talvolta oscurano.

I miliziani dei gruppi armati da parte loro continuano a lanciare razzi, in particolare verso la vicina cittadina israeliana di Sderot dove non hanno fatto feriti ma hanno provocato spavento, causato danni in qualche caso gravi e costretto migliaia di civili a tenere aperti i rifugi di sicurezza. «A lanciarli per la prima volta dal 2012 (dall’accordo di cessate il fuoco che mise fine all’offensiva aerea israeliana “Colonna di Difesa”, ndr) è anche Hamas, non solo i Comitati di Resistenza Popolare o i salafiti, in reazione alla campagna di arresti contro i suoi leader in Cisgiordania e all’assassinio di Mohammed Abu Khdeir», ci spiega un giornalista di Gaza in condizione di anonimato.

Secondo Shimon Schiffer, uno dei giornalisti israeliani meglio inseriti ai vertici dell’establishment politico-militare del suo paese, nei prossimi giorni «L’obiettivo principale dell’esercito sarà quello di limitare le capacità di Hamas in Cisgiordania e di cercare di creare un nuovo equilibrio di potere a Gaza». Israele, afferma, non vuole rioccupare la Striscia  ma costituire «la base per una chiara strategia nelle settimane e nei mesi a venire». Il premier Netanyahu, aggiunge Schiffer, «ha bisogno di pensare fuori dagli schemi. Ha bisogno di trovare una risposta creativa, inattesa e audace alla crescente minaccia del terrorismo. In caso contrario, continuerà solo promettere la linea dura con Hamas». Insomma una «guerra creativa» che comunque pagherà la popolazione civile di Gaza e non certo o non solo Hamas preso di mira nei discorsi e negli ultimi interventi del premier israeliano e dei suoi ministri. In vista della guerra «creativa» di Shimon Schiffer, la gente di Gaza fa provvista, accumula generi di prima necessità, cerca di procurarsi medicinali. Chi può permetterselo acquista decine di bottiglie di acqua, i più poveri, ossia gran parte della popolazione, continua a bere l’acqua ormai salata che esce dai rubinetti. Asmaa al Ghoul, una cyber-attivista, ci dice che a differenza delle precedenti offensive militari, “Piombo Fuso” (2008) e “Colonna di Difesa”, stavolta gli abitanti di Gaza cullano una speranza. «Si diffonde l’idea che Israele alla fine non attaccherà in massa – riferisce  -, lunedì scorso quando hanno trovato i corpi dei tre coloni la  guerra era sicura. Poi degli israeliani hanno rapito e ucciso brutalmente un ragazzo palestinese a Gerusalemme (Mohammed Abu Khdeir, ndr) e questa notizia ha fatto il giro del mondo rendendo difficile per Netanyahu scatenare un nuovo inferno (a Gaza)».

Scende il sole, il tramonto porta con sè l’invito alla preghiera del muezzin. Le auto improvvisamente spariscono. Le strade si svuotano. Il profumo dei piatti tipici si diffonde nelle scale dei palazzi e nelle case. La gente torna a casa per l’iftar, la cena che nel Ramadan chiude il digiuno cominciato all’alba, e per stare insieme a parenti e amici. Il mese più importante dell’anno islamico Gaza lo vive nell’angoscia di una guerra sul punto di iniziare. Amer Abu Samadana, un insegnante di Rafah che vive e lavora nel capoluogo Gaza city, ci offre la sua spiegazione: «Gli israeliani puniscono una intera popolazione per i lanci di razzi, ci bombardano, ci uccidono. Piuttosto dovrebbero chiedersi perchè i palestinesi sparano quei razzi. Sono un uomo tranquillo – aggiunge – e non un sostenitore della lotta armata e di chi prende di mira le città dall’altra parte (del confine) ma gli israeliani devono capire che non possono tenerci prigionieri, sotto assedio, sotto pressione senza che questo provochi la nostra reazione».

L’unica “normalità” di Gaza in questi giorni è lo schermo della televisione, il totem intorno al quale si riuniscono le famiglie per seguire i Mondiali. L’Algeria ha occupato il cuore degli appassionati palestinesi ma la nazionale africana è stata sconfitta ed eliminata dalla Germania. Un affetto che il portiere Rais e gli altri nazionali algerini hanno voluto ricambiare donando a Gaza il premio conseguito ai Mondiali, circa 6 milioni e mezzo di euro, frutto di tante buone prestazioni in questi ultimi anni e non solo di quelle viste al mondiale in corso. Un gesto che Gaza ricorderà per sempre anche se ora tifa Brasile. Nena News

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Gerusalemme blindata. Hamas e Israele parlano di tregua

Ven, 04/07/2014 - 11:07

In una città militarizzata si celebrerano i funerali di Mohammed Abu Khdeir, il giovane palestinese ucciso da coloni per vendetta. Intanto, il movimento islamico palestinese e lo stato ebraico sarebbero vicini a un cessate il fuoco

La casa di Mohammed Abu Khdeir. Foto Nena News

AGGIORNAMENTO ORE 18.30 –L’ULTIMO SALUTO A MOHAMMED. TAFFERUGLI A GERUSALEMME: 20 FERITI

Nena News – Palestinesi e polizia israeliana si sono scontrati oggi a Gerusalemme durante i funerali del 17enne Mohammad Abu Khdair. I tafferugli sono iniziati a conclusione del corteo funebre, cui hanno partecipato migliaia di persone. Oltre 2.000 secondo la polizia israeliana.

Gli agenti hanno risposto al lancio di pietre con gas lacrimogeno e proiettili di gomma e sono almeno venti i palestinesi rimasti feriti. Non si ha notizia di arresti. Prima dell’inizio delle esequie c’erano stati scontro in Città Vecchia e a Ras al-Amud.

Per i funerali del giovane palestinese le autorità israeliane hanno predisposto un massiccio dispiegamento di forze dell’ordine, con cannoni ad acqua e uomini a cavallo. Nena News

AGGIORNAMENTO ORE 15.30. MIGLIAIA AI FUNERALI DI MOHAMMAD

Gerusalemme, 4 luglio 2014, Nena News – Un corteo funebre di migliaia di persone ha accompagnato la salma del 17enne palestinese trovato morto ieri mattina alla periferia della città, dopo essere stato caricato a forza il giorno prima in un’automobile mentre andava in moschea.

Mohammad Abu Khdair potrebbe essere stato la vittima di una vendetta di coloni per l’uccisione dei tre ragazzi israeliani scomparsi lo scorso 12 giugno. Le indagini sono in corso.

Oggi Gerusalemme è una città blindata, con un massiccio dispiegamento di militari sia a Est sia a Ovest: cannoni ad acqua, uomini a cavallo e autobus pieni di soldati pronti a intervenire. Ieri è stata una giornata di scontri nel quartiere Shuafat, dove viveva il giovane, e dove oggi si sono tenute le esequie. I palestinesi hanno lanciato pietre contro i militari israeliani che hanno risposto con granate stordenti e proiettili di gomma. Nena News

 della redazione

Roma, 4 luglio 2014, Nena NewsSecondo la Bbc, Hamas sarebbe disposta a fermare il suo lancio di razzi verso il sud d’Israele se lo stato ebraico dovesse terminare i suoi raid sulla Striscia di Gaza. Tregua o meno la tensione continua ad essere alta a Gerusalemme, dove sono da poco iniziati i funerali del giovane Mohammed Abu Khdeir, rapito e assassinato martedì molto probabilmente da coloni israeliani. Una nota della polizia israeliana informa che “migliaia di poliziotti sono stati dispiegati oggi a Gerusalemme est per mantenere la sicurezza”. Ieri a Shuafat e in altre parti di Gerusalemme est per il secondo giorno di fila sono continuati gli scontri tra i palestinesi e la polizia israeliana.

Shuafat dopo gli scontri. Foto Nena News

Situazione che potrebbe diventare rovente considerando che decina di migliaia di fedeli palestinesi si stanno recando in queste ore alla Spianata delle Moschee per celebrare il primo venerdì di Ramadan. Le autorità israeliane hanno limitato l’accesso agli uomini con più di 50 anni mentre non ci sono restrizioni per le donne.

Il cessate il fuoco sembra una ipotesi molto probabile. A mediare il cessate il fuoco ci sarebbe l’Intelligence egiziana. Lo ha riferito fonte all’interno del movimento palestinese che sostiene che la tregua tra le due parti potrebbe essere raggiunta “nel giro di ore”. Al momento Tel Aviv non ha commentato la notizia.

Già ieri sera, il portavoce di Hamas, Sami Abu Zuhri, ha dichiarato all’agenzia palestinese Ma’an che esistono contatti tra il suo movimento e le autorità egiziane per porre fine al clima di tensione. “Abbiamo ribadito la nostra posizione – ha detto Abu Zuhri – noi non siamo interessati ad una escalation militare, l’Occupazione [Israele, ndr] ne è responsabile”.

La notizia di una eventuale tregua tra Hamas ed Israele è confermata anche dai quotidiani israeliani “Ha’aretz” e “Yedioth Ahronot”.

Ieri sera il Premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva chiarito che il suo Paese era interessato a mantenere la calma. Tuttavia aveva aggiunto anche che “se il lancio [di razzi, ndr] continuerà, le nostre forze armate agiranno con vigore”. Parole simili erano state pronunciate anche dal Capo di Stato Maggiore, Benny Gantz. “Cerchiamo la calma, non una escalation. Però se Hamas sceglie di attaccarci, noi saremo pronti”.

Sono suonate stamane nuovamente le sirene a Sderot e a Sha’r Neghev nel sud d’Israele. Il sistema “Cupola di Ferro” ha intercettato un razzo, mentre altri tre sono caduti in territorio aperto non provocando alcun danno. Nella sola giornata di ieri l’esercito israeliano ha detto che sono stati sparati 34 razzi dalla Striscia verso il sud del Paese. Quattro soldati israeliani che avevano messo le loro foto sui social network chiedendo “vendetta” per l’uccisione dei tre ragazzi israeliani e di “annientare i terroristi” sono stati puniti con 10 giorni di prigione.

Intanto i palestinesi del quartiere di Beit Hanina di Gerusalemme hanno denunciato un tentativo di rapimento. Secondo loro quattro coloni israeliani della colonia di Pisgat Ze’ev avrebbero provato a rapire una bambino palestinese di sette anni, Mohammed Alì, mentre stava giocando per strada ieri sera dopo aver rotto il digiuno del Ramadan.

Allertati dagli altri bambini presenti in strada, i membri della famiglia di Mohammed sarebbero immediatamente accorsi scongiurando così il rischio di un nuovo rapimento. I coloni sarebbero scappati a piedi.

L’Agenzia palestinese al-Watan ha rivelato poche ore fa, invece, che un ragazzo palestinese di 13 anni è scomparso all’alba nel quartiere Wadi al Joz di Gerusalemme. Secondo i testimoni oculari il giovane camminava vicino alla moschea ‘Abidin ed è scomparso quando è passata una macchina guidata, sembrerebbe, da coloni. La polizia israeliana ha visionato i filmati delle telecamere di sicurezze, ma non è riuscita ancora a stabilire l’identità del ragazzo né ha parlato di rapimento.

Controlli di fronte all’ingresso della Città Vecchia. Foto Nena News

Rapito e ucciso per vendetta da coloni è stato sicuramente Mohammed Abu Khdeir. Alcuni testimoni oculari hanno detto all’AFP che il ragazzo palestinese è stato costretto a salire su una Honda Civic da due israeliani mentre un terzo era al posto di guida. L’auto si sarebbe allontanata a grande velocità. Versione che sembra coincidere con il video pubblicato stamane sul sito del quotidiano britannico “The Guardian” sebbene non sia possibile riconoscere chiaramente Mohammed.

Le immagini suggeriscono che i rapitori hanno notato il ragazzino solo, sono ripassati per guardarlo e hanno fatto passare altre macchine prime di avvicinarsi. Sono le 3.45 del mattino e il ragazzo si sta dirigendo verso un incrocio. Una macchina si ferma al semaforo, passa il ragazzo e scompare dall’inquadratura. Alle 3.50 due uomini si avvicinano a Mohammed e incominciano a parlargli. Poi la stessa macchina che era comparsa prima ritorna nel video, supera il gruppo e poi fa marcia indietro mentre tra i due uomini e Mohammed nasce una scontro. Alle 3.51 la macchina se ne va non fermandosi al rosso del semaforo e i due uomini che erano poco prima vicino al ragazzo non ci sono più. Nena News

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EGYPT. Head to head: One year of Morsi versus one year of Al-Sisi

Ven, 04/07/2014 - 10:27

The past 12 months have encompassed many unprecedented events, including a presidential campaign by Al-Sisi, who won an election which has been widely viewed as farcical and illegitimate

Abdel Fatah Al-Sisi and Mohamed Morsi

by Walaa Ramadan – Middle East Monitor

Egypt – A year ago, on July 3, 2013, we witnessed the overthrow of Egypt’s first democratically-elected civilian president and the first president since the January 25 revolution. The overthrow of Dr Mohamed Morsi came after just one year of his presidential term in a coup led by his Minister of Defence, Abdel Fatah Al-Sisi. It is timely to compare Morsi’s one year in power with Al-Sisi’s one year in power. The past 12 months have encompassed many unprecedented events, including a presidential campaign by Al-Sisi, who won an election which has been widely viewed as farcical and illegitimate.

The presidential campaigns

Comparing the ideas and policies of the coup leader, as a candidate for president upon whom many had pinned their hopes to solve Egypt’s problems, with those of the deposed president, illustrates the enormous differences in vision and outlook between the two men.

During his presidential campaign, Al-Sisi was asked about some of the main issues facing Egyptians. Regarding the reoccurring electricity shortages, Al-Sisi’s big idea was that every citizen should replace their light-bulbs into energy-saving bulbs and reduce their use of electrical appliances. When Morsi was asked the same question during his presidential campaign in 2012, which he titled the “Renaissance Project”, he said he intended to use nuclear power to fill this deficit. Nuclear energy, he explained, would be used for electricity production. This would also create a surplus of energy which could be exported, increasing Egypt’s national income.

Many Egyptians cannot even afford to buy bread and queue to buy government-subsidised bread. Al-Sisi’s answer to this problem was that he would ask Egyptian families to sacrifice from the amount they eat and save just one piece of bread. “If 25 million families save a piece of bread by having three-quarters of a piece instead of a whole slice, there would be 25 million pieces of bread for those that do not have any,” he argued.

Morsi, on the other hand, saw that increasing the production of wheat was the way to solve this serious problem; he suggested renting land in Sudan or Ethiopia for cultivation in order to save water. His plan was for Egypt to be self-sufficient in wheat within four years.

Regarding the shortage of foreign currency reserves (as a result of the dearth of tourists and foreign investors), Al-Sisi suggested that every Egyptian living abroad should donate $10 a month to Egypt. Morsi’s solution was to increase the fee for all foreign ships passing through the Suez Canal.

With unemployment standing at 13.4 per cent of nearly 90 million Egyptians, Al-Sisi suggested buying a thousand carts for the youth to sell vegetables. For Dr Morsi, unemployment could be tackled by establishing micro-projects, such as assembling computers and televisions, and larger-scale projects such as the Suez Canal development project and other labour-intensive schemes. The Suez Canal project alone, according to Morsi, would not only increase national income but also provide up to a million jobs.

When Al-Sisi was asked for his position on the Camp David Treaty with Israel, he said that he will safeguard the agreement and will co-ordinate with Israel to protect the borders. When Dr Morsi was asked about his position, he stressed that Egypt is a country which maintains its international obligations providing other parties also keep to their commitments; it is impossible for “five million people anywhere to scare 90 million,” he said.

The substantial disparity in outlook and vision of both men is evident from their handling of these issues. Whilst Al-Sisi seeks to administer a sticking-plaster to Egypt’s economic wounds, Morsi’s vision sought to cure the problems at their core and provide long-term solutions. “We have to produce our food, we have to produce our medicines, and we have to produce our weapons,” he insisted. Al-Sisi’s economic policy was hard to pinpoint during his presidential campaign, because he did not have one.

Before they reigned

So who are the two men and what was their life before entering Egyptian politics? Mohammed Mohammed Morsi Issa El-Ayaat was born in 1951; he obtained his bachelor’s and master’s degrees in Engineering at Cairo University before going to the US to complete a doctorate at Southern California University, which he completed in 1982. After completing his education, Morsi lectured in two American universities before returning to his homeland where he was appointed Professor and Dean of the School of Engineering in Al-Zaqaziq University.

Parallel to his academic career, Morsi partook in political life through the Muslim Brotherhood where he became the official parliamentary spokesman for the group after he won a parliamentary seat in the 2000 elections. He was chosen universally as the best parliamentary man for 2000-2005. In 2011, Morsi became the head of the Freedom and Justice Party (FJP), the political arm of the Brotherhood, and was elected as a member of the Egyptian parliament in 2012; he resigned from the movement and the FJP after he won the presidential election in the same year.

Abdel Fatah Saeed Hussein Khaleel Al-Sisi, born in 1954, served in the infantry following his graduation from the Military Academy in 1977. He studied at the Wartime Military College in the US in 2006, and was appointed Egypt’s military attaché to the Kingdom of Saudi Arabia. Despite not being involved in any actual battles, Al-Sisi was promoted within the military and held several important positions, including leadership of the infantry and the Northern Command in Alexandria. He was the head of intelligence warfare before he was selected by Morsi for the position of defence minister. Al-Sisi was generally unknown to the public until his appointment as a minister in August 2012.

Elections and popularity

Morsi’s victory in the 2012 presidential election was a victory for the January 25 Revolution and for democracy. The revolution was famous for the unity it created among the Egyptian people, and his winning of five consecutive votes was an indication that they were united in selecting who they wanted to lead them. This year’s elections came on the back of the bloody coup which has taken the lives of over 8,000 people and seen more than 44,000 men, women and children imprisoned for their opposition to the military takeover and the annihilation of the revolution.

Moreover, whilst the 2012 elections were open for participation by all, with thirteen presidential candidates, the 2014 elections saw one puppet opponent for Al-Sisi. He won, of course, in a stark reminder of the previous six decades of authoritarian rule, with a landslide 96 per cent of the votes. Indeed, various pro-coup anti-Brotherhood parties refused to celebrate the first anniversary of the 30 June “Revolution”, such as the 6th April movement and the Salafi Noor Party, in protest at the exclusion of parties from the 2014 elections and the divisions that Egypt has seen since that historic day last year.

Morsi grew in popularity when he entered the public arena, appealing to Egyptians with his humble nature. Following his election, President Morsi remained in his rented home and insisted on a modest salary of $1,650 a month. He met with members of the public frequently and prayed alongside them in the mosques. When he addressed the people in Tahrir Square following his victory, and whenever he mingled with the crowds, he refused to have bodyguards as a barrier between him and his people. From the time that he first appeared in the public eye, including his presidential campaign, Al-Sisi has not made a single public appearance, fearing for his life despite his supposed popularity with Egyptians,

Al-Sisi has limited himself to carefully choreographed interviews and indoor meetings with handpicked groups. He kept his election platform secret for most of the campaign on the grounds of “national security”. His supposed popularity was propelled and fuelled by Egyptian state television alone, which compared him with former Egyptian President Nasser and made a hero-saviour cult-figure out of him. This “Sisi-fever” continued despite the embarrassment that emanated from the campaign and the military’s allegedly “complete cure device” for HIV and Hepatitis C. The media was quick to induce amnesia in his supporters after these embarrassments by filling the screens with their demonisation of opponents and magnifying their Egyptian Superman, Al-Sisi.

Achievements

The past 365 days under Al-Sisi have seen the breakdown of many human rights in Egypt. The sanctity of human life was squandered with 8,000 killed and 20,000 injured, with the media and even some Islamic scholars belonging to the regime, advocating and encouraging such bloodshed. Egypt has also seen the abolition of freedoms and rights with 44,000 political prisoners incarcerated in jails, including 48 journalists, and hundreds issued with death sentences in recent months.

Since the coup, Egypt has seen the closure of television channels and newspapers and the arrest of journalists and students. The country is now among 48 countries worldwide that do not enjoy any freedoms and, according to Freedom House, is regarded as a country which lacks media freedom and freedom of expression; political participation; civilian control and security-sector reform; peaceful assembly and civic activism; and judicial independence and rule of law. Egypt is back to being a police state and the military has full control over all state institutions.

During Morsi’s time in office, despite the 30 protests that occurred, there was not a single fatality. The law prohibiting the arrest of those expressing opinions was cancelled and there was no longer any such thing as political prisoners. The number of tourists increased during Morsi’s rule, with Egypt receiving almost seven million tourists in the first half of 2013, injecting $5 million into the economy. Following the coup and before the August massacres, tourism went down by 30 per cent, and went down to zero following the bloodshed in Cairo. When Morsi became president, foreign oil reserves had reached $14 million following the interim post-revolution military rule; that figure went up to $18.8 million. Shortly after the coup, oil reserves fell to 14.9 million; in one month alone, it fell by $3.9 million.

Morsi met with many world leaders, both at home and abroad. He attended the African Union summit where he was welcomed with great respect and was seated on the front row. Two days after the military coup in 2013 the Peace and Security Council of the African Union suspended Egypt’s membership. It was readmitted reluctantly following Al-Sisi’s presidential “victory”, although Sam Akaki, the Director of Democratic Institutions for Poverty Reduction in Africa, has called for the withdrawal this readmission, citing Al-Sisi’s long list of human right abuses. During the recent African Summit, Egypt’s Al-Sisi was seated in the third row.

History will be the judge

For Egyptians, the economy, security and personal freedoms are the key issues of concern. The past year has seen a culling of these freedoms, to a level never before seen in Egyptian history.

With Egyptians now fasting the holy month of Ramadan, many are facing severe difficulties in being able to feed their family with the increased prices of food and the continuous electricity cuts in Egypt’s harsh summer heat. Indeed, Ramadan entered Egypt forlornly this year, with new laws and restrictions to dictate even the spiritual aspect of the people. Hundreds of mosques are closed; ID cards are requested for entry into those that are open; and the nightly Ramadan prayers (taraweeh) are cut short. State television is doing its best to distract the people with 30 new drama series this Ramadan, but will the Egyptian people wake from their intoxication and look at what Egypt has become, and then join the “opposition”? Time will tell.

President Morsi may not have been perfect and he may have made mistakes, but it was unreasonable to expect the country to get back on its feet in just one year after 60 years of authoritarian rule. After reviewing the “achievements” of the past year under Al-Sisi, can anyone honestly say they still support the coup? Nena News

 

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EGITTO. Bombe e repressione nell’anniversario del golpe

Ven, 04/07/2014 - 09:32

Il Paese negli ultimi tre anni ha visto infrangersi il sogno rivoluzionario che nel 2011 ha portato all’inaspettata fine del regime trentennale di Mubarak. Le ragioni di sicurezza sono usate per reprimere il dissenso

Le proteste del 2011

della redazione

Roma, 4 luglio 2014, Nena News – È stato un anniversario segnato da attentati dinamitardi, blitz anti-terrorismo e manifestazioni represse con la forza quello di ieri in Egitto, dove è trascorso un anno dal golpe militare (il 3 luglio 2013) che ha deposto l’ex presidente Mohammed Morsi, esponente dei Fratelli Musulmani e primo capo di Stato del Paese salito al potere in elezioni libere, ora in carcere assieme a centinaia di sostenitori della Fratellanza.

Ieri sera due ordigni sono esplosi nello scompartimento di un treno nella città di Alessandria, ferendo almeno nove persone, tra cui un bambino in maniera grave, mentre al Cairo sono state detonate diverse bombe artigianali  in differenti punti della capitale: due persone hanno perso la vita. Gli ordigni sono stati piazzati in un appartamento del distretto di Kerdasa, in un’automobile nei pressi del palazzo presidenziale e altre tre bombe sono esplose a Imbaba. Al momento gli attacchi non sono stati rivendicati, ma sono diventati quasi quotidiani come le manifestazioni dei sostenitori di Morsi, che continuano dal 3 luglio dell’anno scorso, quando le proteste popolari portarono al potere il generale Abdel Fattah al-Sisi, consacrato alla guida del Paese dalle recenti presidenziali.

Ieri le proteste in diverse città egiziane sono state represse dall’intervento della polizia, sostenuta da una serie di leggi liberticide approvate nell’ultimo anno e dalla messa al bando del movimento islamico Fratelli Musulmani. Norme che impediscono le manifestazioni e hanno mandato in carcere migliaia di persone con generiche accuse di “terrorismo”, tra cui tanti membri di quell’opposizione laica che nel 2011 scese in piazza per cacciare, riuscendoci,  Hosni Mubarak. In cella anche alcuni giornalisti della tv qatariota Al Jazeera. Una stretta repressiva che ha fatto centinaia di morti e ha  scatenato la condanna internazionale, ma continua a essere giustificata da ragioni di sicurezza. Ieri Amnesty International ha denunciato torture e stupri nelle prigioni egiziane, ottenendo la risposta stizzita del governo del Cairo: “Menzogne prive di alcuna logica”.

L’ultimo anno ha visto anche l’emergere di gruppi islamici radicali che hanno preso di mira caserme e check point, soprattutto nell’instabile Penisola del Sinai, dove ieri la polizia ha detto di avere ucciso 17 jihadisti in una sparatoria. Gli attentati contro militari e poliziotti sono stati spesso attribuiti alla Fratellanza che dal canto suo ha sempre negato ogni coinvolgimento.

L’Egitto negli ultimi tre anni ha visto infrangersi il sogno rivoluzionario che nel 2011 ha portato all’inaspettata fine del regime trentennale di Mubarak. Dopo la vittoria della Fratellanza alle urne e il golpe militare di un anno fa, il cammino verso uno Stato democratico sembra essersi fermato. Ogni forma di dissenso è silenziato da rigide norme liberticide giustificate da ragioni di sicurezza, mentre il presidente al Sisi continua a promettere una transizione democratica. Nena News

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Categorie: Palestina

CULTURA. Palestine From My Eyes: il blog diventa libro

Ven, 04/07/2014 - 07:46

Shahd Abusalama ha iniziato a scrivere il suo diario elettronico durante l’operazione Piombo Fuso contro Gaza. Un racconto quotidiano diventato la narrazione dell’esistenza sotto assedio di un intero popolo

Shahd Abusalama

di Cristina Micalusi

Roma, 4 luglio 2014, Nena News – Palestine From My Eyes non è un semplice diario di una giovane palestinese, è la quotidianità insopportabile ed inimmaginabile di un popolo, quello palestinese, costretto a vivere in questa bruta realtà.

È anzitutto un blog di resistenza, per noi occidentali che poco o nulla sappiamo della vita dura di Gaza, quasi sempre sotto assedio. L’autrice, Shahd Abusalama, nata nel 1991 nel campo profughi di Jabalia, comincia a scrivere un blog in lingua inglese quando aveva 17 anni, durante l’operazione Piombo Fuso, l’ennesimo massacro compiuto dall’esercito israeliano tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009, per testimoniare al mondo fuori da quella prigione a cielo aperto, come si possa vivere sotto continui bombardamenti, soprusi e sanzioni. La giovane scrittrice, attraverso questo blog, racconta anche la storia della sua famiglia di rifugiati, uguale a migliaia di famiglie palestinesi.

La nonna di Shahd viveva nel villaggio di Beit Jirja, distrutto nel 1948, anno della nascita dello stato d’Israele e della conseguente diaspora palestinese. Alla nipote racconta “l’infanzia pacifica nei verdi campi di limoni  e di ulivi” e dice: ” Non è mai stata una sola Nakba”.  La pulizia etnica, i massacri e la volontà da parte dello stato “democratico” di Israele di cacciare i palestinesi dalla propria terra, non sono mai finiti.

E poi ci sono i racconti sui prigionieri politici e l’impegno di Abusalama a descrivere la loro causa, a cominciare dallo stesso padre dell’autrice, liberato dopo 15 anni in seguito ad uno scambio di prigionieri. E ancora l’odissea dei palestinesi per muoversi, anche solo per compiere brevi tragitti: check point, code, vessazioni, quasi impossibile lasciare Gaza.

Shahd Abusalama rispecchia il coraggio e l’amore verso la sua terra; come tutte le donne palestinesi. Louay Odeh o Hana Shalabi, che non si sono piegate alla prigione.  Hana Shalabi, per esempio, ha partecipato ad uno sciopero della fame di 43 giorni contro la detenzione amministrativa; carcerazione che si può rinnovare all’infinito, senza motivazione e senza alcun processo, per mesi e mesi.  Hana, che è stato incarcerata dopo l’assedio alla Chiesa della Natività nel 2002, è stata rilasciata in uno scambio di prigionieri ma con il vincolo della deportazione a Gaza per tre anni.

Un capitolo del testo, Abusalama lo dedica all’amico Vik. Ricorda l’impegno di Vittorio Arrigoni, il cooperante ucciso a Gaza, ma anche l’impegno della giovane Rachael Corrie. “Rischiano come noi-scrive la blogger- se si oppongono alla violenza dell’occupazione, Israele non fa differenza.  Rachael è stata travolta da un carro armato mentre cercava di impedire la distruzione di una casa palestinese”.

Le poesie di Mahmoud Darwish scandiscono i temi del volume, spronano ad aprire gli occhi. “Mentre torni a casa, la tua casa, pensa agli altri. Non dimenticare di chi vive nelle tende” dice un verso di “Pensa agli altri”. Nelle parole di Shahd c’è anche la voglia di rinnovamento della leadership palestinese e per una maggior fermezza di posizioni nel conflitto, soprattutto per quanto concerne la questione del diritto al ritorno dei profughi. Per questo Abu Mazen viene criticato aspramente. “Per la prima volta dal 2007, l’unità ritrovata tra Hamas e ANP sembra portare frutti concreti, col nostro voto noi giovani palestinesi vogliamo dire che non accetteremo ulteriori concessioni”.

Chissà se gli occhi di questa giovane palestinese stanno piangendo, in queste ultime ore, per la morte di vite innocenti o sono solo disgustati a vedere l’ennesimo massacro perpetrato ai danni dei suoi fratelli, ormai stanchi e delusi dello spettacolo truce e barbaro. Sicuramente gli occhi di Shahd Abusalama saranno lì a testimoniare ciò che la maggior parte di noi non vede. O non vuole vedere! Nena News

*Shahd Abusalama è nata nel 1991 nel campo profughi di Jabalia nella striscia di Gaza, Palestina.  Originaria del villaggio di Beit Jirja dove i suoi nonni subirono la pulizia etnica nel 1948. Cura dal 2010 il blog Palestine From My Eyes e collabora al sito di approfondimento Electronic Intifada. È anche una disegnatrice partecipando con i suoi disegni a mostre nazionale ed internazionali.

 

Titolo:  Palestine from my eyes.   Una blogger a Gaza

Autrice:  Shahd Abusalama

Editore:  Lo Russo

Anno:   2013

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EGITTO, Abdel Fattah Othman: “le nostre carceri sono un hotel”

Gio, 03/07/2014 - 11:41

 Il vice Ministro degli Interni egiziano respinge le accuse di tortura e di stupri all’interno delle prigioni egiziane bollandole come “menzogne prive di alcuna logica”. Intanto tensione alta al Cairo per i cortei dei Fratelli Musulmani nel “Giorno della Rabbia” ad un anno dalla deposizione di Mohammed Morsi.

 

della redazione

Roma, 3 luglio 2014, Nena NewsLe accuse di torture e di stupri all’interno delle carceri egiziane sono “menzogne prive di alcune logica perché le nostre prigioni sono come hotel”. A dirlo è stato ieri il vice Ministro degli Interni per le relazioni pubbliche, Abdel Fattah Othman, intervistato telefonicamente dall’emittente satellitare ONTV.

Non è la prima volta che il Ministero degli Interni smentisce casi di violenze all’interno delle carceri. “Queste discussioni – ha aggiunto Othman – nascono solo ora perché sono stati arrestati alcuni attivisti politici che sono bravi ad utilizzare i social network”.

Le parole del vice Ministro contraddicono il rapporto pubblicato lo scorso mese da Amnesty International. Secondo l’organizzazione londinese, infatti, la tortura in Egitto è “endemica”. Nel suo documento Amnesty riporta numerosi casi di tortura e maltrattamento dei detenuti che “ricordano i periodi bui del regime di Hosni Mubarak”. Alcuni prigionieri sarebbero stati torturati anche con scosse elettriche.

Secondo i numeri forniti da Wikithawra – un portale indipendente che documenta gli eventi egiziani a partire dal 2011 – più di 41.000 persone sono state arrestate lo scorso anno. Cinquantratré sarebbero morte in carcere. Uno studio dello scorso giugno curato dall’“Iniziativa egiziana per i diritti della persona persona” ha denunciato le precarie condizioni di vita e sanitarie all’interno delle celle egiziane. Condizioni che, ha aggiunto l’organizzazione, sono sotto gli standard minimi richiesti e che pongono in serio pericolo la vita dei carcerati. Il rapporto si basa sulle interviste fatte a detenuti da poco scarcerati, alle loro famiglie e agli avvocati e ha riguardato più di 17 prigioni e stazioni di polizia.

Che il comportamento della polizia non sia impeccabile non è un fatto nuovo. Martedì una studentessa dell’Università di al-Azhar ha denunciato l’ennesimo stupro compiuto dai poliziotti egiziani. Sulla questione è intervenuto anche il vice Ministro Othman che, se da un lato ha ammesso gli errori compiuti dalla polizia, dall’altro ha sottolineato come in tutte le professioni capita di sbagliare e che è colpa dei media che si concentrano troppo su questo aspetto. “La polizia – ha dichiarato  – istruisce i suoi ufficiali su come trattare con i cittadini e sui temi relativi alla sicurezza personale, ma il il sentimento di responsabilità varia da una persona all’altra. E’ la natura umana”.

Intanto continuano gli arresti. Sei studenti tra i 15 e i 17 anni sono stati accusati dalla Procura del Cairo di “criminalità”, di “aggressione alle forze dell’ordine”, di “distruzione della proprietà pubblica” e di aver preso parte ad un “raduno illegale” due giorni fa in cui chiedevano un sistema educativo migliore. Ahmed Othman, un avvocato dell’“Associazione non governativa per la Libertà di Pensiero e di Espressione”, ha denunciato l’arresto di altri 17 studenti in modalità che definisce “casuali”. Ad essere condannato è anche il figlio del deposto Presidente Mohammed Morsi, Abdallah. Ieri la Corte Penale del Cairo lo ha condannato ad un anno di prigione e a pagare una multa di 10,000 lire egiziane per possesso di droghe.

Intanto la coalizione islamista “Alleanza per sostenere la Legittimità” ha annunciato 35 cortei nella capitale dopo la preghiera della sera che dovrebbero congiungersi in Piazza Tahrir. Cade oggi, infatti, il primo anniversario della deposizione del Presidente Mohammed Morsi. Numerosi sostenitori dei Fratelli Musulmani sono arrivati al Cairo per partecipare alle diverse manifestazioni che partiranno da Giza, Nasr City, Ain Shams, Helwan, Dokki e Shoubra in quello che definiscono come “Giorno della Rabbia”. Ahmed Abdel Rahman è uno dei giovani della Fratellanza ed è anche lui è in piazza a protestare. Secondo lui “l’intransigenza del regime creerà solo altri nemici e accelererà la sua fine”.

Intanto mentre vi scriviamo, le forze di sicurezze egiziane hanno chiuso Piazza Tahrir. Un ufficiale di polizia ha detto all’Agenzia di Stato Mena che la polizia ha eretto barricate e sigillato l’area con i blindati.

Per le strade la tensione aumenta. Alcune bombe sono esplose poco fa nella capitale. Una persona è stata uccisa in un villaggio vicino al Cairo. Secondo le autorità locali a perdere la vita sarebbe stato proprio l’attentatore. Un’altra esplosione è avvenuta nel distretto di Abbasiya al Cairo vicino ad un ospedale militare, mentre altre due bombe hanno colpito il quartiere di Imbaba a Giza senza causare vittime. La polizia ha chiuso anche la zona vicina al Palazzo presidenziale e Piazza Rabaa al-Adawiyya nella zona orientale della capitale dove lo scorso agosto un sit-in in favore di Morsi fu sanguinosamente represso dai militari causando centinaia di morti tra i sostenitori della Fratellanza. Nena News

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