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Da circa 25 anni, i presidenti degli Stati Uniti cercano di ridefinire le relazioni tra America e Medio Oriente, ma non sono riusciti a prevenire il declino palpabile del ruolo statunitense nel plasmare una regione tanto strategica. Trump, alla sua prima visita all’estero, crede di avere un’opportunità

di Ramzy Baroud

Ramallah, 25 maggio 2017, Nena News

Introduzione
Per quanto riguarda il Medio Oriente, tutti i Presidenti americani hanno sognato di agire nel segno di Roosevelt, che fu in grado di stabilire un ruolo preciso degli Stati Uniti nella regione per 70 anni.

George Bush ha tentato di rinsaldare il dominio del suo Paese con un’imponente coalizione multinazionale contro l’Iraq, tra il ’90 e il ’91; suo figlio, W. Bush, ha ricevuto enormi pressioni dai neo-con, che volevano evitare una diminuzione della sfera di influenza statunitense; Barack Obama ha avuto la sua occasione nel 2009, quando ha teso la mano con toni concilianti in occasione del suo discorso all’Università del Cairo; e ora, il Presidente Donald Trump vuole stabilire la sua narrazione durante la prima visita in Medio Oriente. Ma la storia non si scrive con le speranze dei singoli: e l’opportunità di Roosevelt non si ripresenterà.

Il momento di Roosevelt

È opinione comune che lo storico incontro tra il Presidente Franklin D. Roosevelt e il fondatore della moderna Arabia Saudita, Re Abdulaziz Ibn Saud, avvenuto a bordo della U.S.S Quincy nel Canale di Suez nel 1945,(1) abbia determinato l’influenza, se non addirittura l’egemonia, degli Stati Uniti sul Medio Oriente.

All’epoca, l’Arabia Saudita era una potenza economica emergente nella regione, mentre gli Stati Uniti si profilavano come la futura super-potenza globale, raccogliendo ciò che restava dell’Impero Britannico.

Roosevelt aveva due obiettivi primari: la costituzione di uno Stato Ebraico in Palestina e il controllo del petrolio mediorientale.

Ibn Saud, dal canto suo, voleva stabilizzare il potere sul piano interno e garantire al suo Paese una certa influenza nella regione. Non cedette sulla Palestina, ma stipulò un accordo che può dirsi valido ancora oggi: avrebbe ricevuto sostegno militare degli Stati Uniti in cambio del petrolio saudita.

Roosevelt agiva da una posizione di potere; con la sigla dell’accordo, gli interessi Statunitensi diventavano centrali nella realtà mediorientale. Uno dei fattori di forza per il Presidente degli Stati Uniti era il ruolo assunto a Yalta, nella conferenza con Winston Churchill e Joseph Stalin.(2)

Il quadro che si delinea in seguito a questo incontro non è meno rilevante di quello venuto fuori dopo l’accordo di Sykes-Picot, siglato tra Gran Bretagna e Francia, con l’assenso della Russia, nel 1916. In quel caso, le due super-potenze europee si spartivano i resti dell’Impero Ottomano, definendo la geografia e gli attuali confini del Medio Oriente. (3)

Anche la Conferenza di Yalta, nel febbraio del 1945, produsse un nuovo scenario. Si chiedeva la resa incondizionata della Germania, ottenuta poi nel maggio dello stesso anno, e si ridefiniva l’ordine mondiale in epoca post-bellica.

L’accordo tra Roosevelt e Ibn Saud, raggiunto a bordo della U.S.S. Quincy, va a consolidare quei progetti. Assegna agli Stati Uniti il ruolo di custodi del Medio Oriente, ridimensiona l’influenza della Gran Bretagna mentre enfatizza quella dell’Arabia Saudita e fa del petrolio un’arma strategica fondamentale dal punto di vista geopolitico.

Il vice principe ereditario e uomo forte dell’Arabia saudita Mohammed bin Salman

Il Medio Oriente americano

Le cose non andarono esattamente come previsto. Gli USA e gli alleati europei si contrapposero all’Unione Sovietica subito dopo Yalta, dando avvio a una Guerra Fredda sicuramente destabilizzante e a tratti distruttiva.

I vari Paesi iniziarono ad agire secondo interessi contrapposti. Alleati e nemici venivano determinati velocemente, sulla base della nuove forze in campo. Sulle rovine della Palestina storica, veniva fondato Israele, che divenne presto il più potente alleato degli USA nella regione. Il Medio Oriente fu investito da un’ondata di instabilità politica: rivolte, colpi di stato e caos sconvolsero la maggior parte dei Paesi Arabi, costretti, in misura variabile, a scegliere da che parte schierarsi nella Guerra Fredda.

Ma l’alleanza tra Stati Uniti e Arabia Saudita restò salda. Per certi versi, pur rappresentando il maggior fattore di destabilizzazione in Medio Oriente, gli Stati Uniti sapevano anche garantire la stabilità, quando questa tornava utile. L’Arabia Saudita non fu travolta dal caos; e anche gli alleati degli Stati Uniti approfittarono della protezione degli USA.

La brusca fine della Guerra Fredda, se da un lato ha offerto agli Stati Uniti nuove opportunità in Medio Oriente, dall’altro li ha costretti ad abbandonare o, nel migliore dei casi, a interpretare diversamente i termini dell’accordo tra Roosevelt e Ibn Saud.

L’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, nel 1990, rappresentava una sfida coraggiosa, non solo al quadro delineatosi dopo Sykes-Picot, ma anche all’ordine post bellico a guida statunitense e all’accordo che per decenni aveva legato gli USA e l’Arabia Saudita.

Probabilmente, George Bush avrebbe potuto imporre all’Iraq di lasciare il Kuwait senza coinvolgere oltre 30 Paesi in una parata di guerra. Ma gli americani volevano ribadire dei punti fermi: rassicurare i Sauditi e gli alleati del Golfo; sancire, senza ombra di dubbio, che la nuova stagione che si apriva in Medio Oriente (e altrove) sarebbe stata indiscutibilmente a guida statunitense e ribadire i termini dell’accordo tra Roosevelt e Ibn Saud.

Paradossalmente, quel momento di gloria segna anche l’inizio del declino dell’egemonia statunitense nella regione.

Il presidente iraniano Hassan Rohani (foto Reuters)

L’ascesa dell’Iran

“Per gli americani, è difficile accettare di non essere sempre la fonte di tutto il bene e di tutto il male che c’è nel mondo,” ha scritto George Packer sul New Yorker nell’ottobre del 2014. Descriveva questo sentimento come “una sorta di narcisismo nazionalistico che unisce destra e sinistra in una comune illusione.”(4)

Packer è nel giusto, perché questa prospettiva pone gli Stati Uniti come il vero motore della storia moderna. È un’idea egocentrica e pretenziosa del potere americano, che tende a negare il fattore umano e le circostanze contingenti, che talvolta sono impossibili da gestire per gli USA.

Tuttavia, usare una simile argomentazione per assolvere gli Stati Uniti dal ruolo cruciale che hanno avuto nel determinare il caos politico attuale in Medio Oriente è, quanto meno, poco onesto. Dal 2003, anno dell’invasione e dell’occupazione dell’Iraq ad opera degli Stati Uniti, inizia per la regione il crollo che è tuttora sotto gli occhi di tutti.

Gli Stati Uniti volevano creare, e per certi versi ci sono riusciti, un nuovo ma temporaneo paradigma di potere in Medio Oriente; tuttavia, si è scatenato un effetto boomerang inaspettato. Cambiando in modo sostanziale le dinamiche di potere dell’Iraq, nel tentativo di modificare gli equilibri settari (5) di uno dei Paesi arabi più estesi e influenti, gli USA hanno imposto troppe variabili in una regione che, già da decenni, vacillava sull’orlo dell’abisso politico.

Gli Stati Uniti hanno distrutto l’Iraq, ma non sono riusciti a restituirgli un assetto che fosse confacente alla loro strategia politica. Incapaci di colmare il vuoto politico creato da George W. Bush e dai suoi consiglieri neo-con, gli USA hanno inconsapevolmente spianato la strada all’Iran, che è stato in grado di sfruttare il pantano iracheno.

Non è detto che gli iraniani si siano mossi secondo un quadro espansionistico predeterminato. Vista l’insistenza dei neo-con nel volere un cambio di regime a Tehran, gli Iraniani hanno fatto di tutto per complicare la missione statunitense in Iraq; bloccando le mire degli USA, talvolta anche andando contro i propri interessi, l’Iran è riuscito a imporsi come la principale potenza mediorientale al di fuori della sfera di influenza degli Stati Uniti.(6)

Le conseguenze sono state devastanti. Se è vero che il settarismo è sempre esistito nella società e nella vita politica del Medio Oriente, va detto che non è mai stato tanto pronunciato come dopo l’invasione dell’Iraq da parte degli USA. (In questo, il Libano rappresenta un’eccezione, per via della complessità della sua struttura settaria).

George Bush è uscito ‘vittorioso’ dalla sua avventura militare in Iraq nel 1990-91, ma non è riuscito a tradurre il successo militare in una realtà durevole. Suo figlio, W. Bush ha fatto un secondo tentativo nel 2003, ma non è riuscito a controllare le conseguenze impreviste della guerra.

Alla fine di entrambe le campagne militari, gli Stati Uniti si sono trovati di fronte a un bivio storico mai sperimentato dopo l’accordo tra Roosevelt e Ibn Saud.

Queste guerre hanno messo bruscamente fine alla cosiddetta politica di ‘contenimento’, combinata alla ‘stabilità’ politica basata sul predominio da un punto di vista militare. Gli Stati Uniti hanno ingaggiato guerre impossibili da vincere, che hanno compromesso la loro posizione agli occhi degli alleati, e scatenato una reazione a catena che ha rafforzato i nemici e messo a rischio la stabilità dei suoi alleati.

Messi alla prova dalla guerra e indeboliti economicamente dalla recessione (a cui le ingenti spese militari hanno senz’altro contribuito)(7), gli USA dovevano necessariamente cercare delle vie d’uscita. A pochi mesi dall’insediamento, il Presidente Barack Obama sembrava poter risolvere il caos generato dal suo predecessore.

Di colore, con un livello di conoscenza del mondo più elevato e un secondo nome di origine araba, il Presidente Barack Hussein Obama ha provato a dirigere la politica estera nei confronti del Medio Oriente verso un vecchio paradigma già noto, in cui il ruolo degli Stati Uniti si esplicava attraverso il soft power e un linguaggio riconciliatorio.

Ma era troppo tardi.

Egitto. La Rivoluzione del 2011

‘Le primavere arabe

A parte il fatto che la dottrina di Obama sembrava più incentrata sullo stile che sulla sostanza, le dinamiche mediorientali sembravano ormai prendere una direzione autonoma, indipendentemente dalle sue parole. Il famoso discorso al Cairo non ha un impatto significativo da un punto di vista sostanziale. (8) Il genio è ormai uscito dalla lampada, ed è impossibile farcelo rientrare. Ma soprattutto, manca una chiara volontà da parte degli Stati Uniti.

Infatti, quando scoppiano le cosiddette Primavere Arabe, gli Stati Uniti stanno ridefinendo la loro strategia globale; sono concentrati sull’Asia, perché vogliono contenere la crescente sfera di influenza cinese sul Pacifico e sul Mar Cinese Meridionale.(9)

Le rivolte popolari, degenerate in guerre civili o regionali, complicano le cose per gli Stati Uniti, che non possono modellare il Medio Oriente in un modo che sia del tutto confacente ai loro interessi economici e strategici.(10)

Nel corso del suo duplice mandato, Obama ha fatto di tutto per mantenere la sfera di influenza del suo Paese, ma ha incontrato notevoli difficoltà. La Russia si è dimostrata più determinante in Siria e l’Iran ha compiuto delle mosse strategiche in Iraq e in Siria.

Gli alleati storici degli USA non hanno accettato di buon grado la palpabile debolezza degli Stati Uniti. La Turchia, in particolare, prima allineata all’asse USA-Sauditi-Stati del Golfo, ha poi adottato una sua strategia autonoma sulla Siria.(11)

Stavolta, non c’era una leadership americana forte; non c’erano coalizioni internazionali in grado di orientare gli eventi e non c’era una dottrina chiara da parte dell’America.

Enter Donald Trump

Il 20 maggio, quando l’Air Force One è atterrato a Riyadh, in Arabia Saudita, il Presidente Donald Trump sembrava a suo agio, come se fosse tra amici. Si era lasciato alle spalle Washington e la scia di polemiche in seguito al licenziamento di James Comey, direttore dell’F.B.I.

Da tanti anni, Washington D.C non era così divisa politicamente. Per la prima volta dopo molto tempo, gli USA stanno sperimentando un certo grado di instabilità politica. Oppresso dalla crisi economica e dalle pressioni crescenti dei democratici, questo Presidente divisivo, senza una chiara visione del futuro, aveva bisogno di un po’ di respiro.

I Sauditi, invece, stavano cercando l’occasione giusta per coinvolgere Washington nelle loro beghe e nei loro intrighi regionali. Le esperienze con il predecessore di Trump erano state piuttosto deludenti.(12)

Il Presidente Obama aveva compiuto un passo molto sgradito a Riyadh siglando l’accordo nucleare con l’Iran nel 2015, e i Sauditi non avevano apprezzato il suo sostanziale disimpegno nella regione. In occasione della visita in Arabia Saudita, lo scorso anno, il Re Salman non lo aveva accolto personalmente all’aeroporto. Gesto che fu interpretato, a ragione, come un segnale di tensione.(13)

Questa volta, il Re era presente e i rituali di ossequio sono stati persino esagerati.

“Il viaggio di Trump è stato salutato con un entusiasmo inconsueto per questo Paese generalmente molto riservato,” ha scritto il New York Times. “Sono stati affissi enormi manifesti con i volti di Trump e del Re Salman, e ai lati delle vie della città sventolavano bandiere americane e saudite.”(14)

Anche un altro particolare era degno di nota: su alcuni manifesti, campeggiava la vecchia foto dell’incontro tra Franklin D. Roosevelt e il Re Abdulaziz Ibn Saud, a bordo di una nave nel Canale di Suez.

L’intento dei Sauditi era chiaramente cercare di ristabilire un rapporto con gli Stati Uniti, ormai compromesso da anni.

Trump ne è perfettamente consapevole e la scelta di compiere il suo primo viaggio in Arabia Saudita è un modo per consolidare quel vecchio impegno. Sembra infatti che Trump firmerà un accordo da 100 miliardi di dollari per le armi.(15)

La storia, tuttavia, non si scrive in base al desiderio di pochi uomini, per quanto influenti. L’America di Roosevelt (praticamente unica vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, in grado di controllare l’economia di mezzo mondo) era un Paese completamente diverso da quello guidato oggi da Trump, caratterizzato da instabilità politica e crisi economica e piegato dalle dure lezioni imparate a proprie spese in Medio Oriente.

Inoltre, nel migliore dei casi, Trump è un Presidente sotto costante attacco, il cui mandato è messo perennemente a rischio dall’instabilità politica interna. Il suo impegno in prima linea per ridefinire un ruolo certo in Medio Oriente non riflette necessariamente la volontà dell’élite politica di Washington.

Ad ogni modo, a parte la posizione precaria di Trump e il rischio di impeachment, il Medio Oriente costituisce ancora un campo minato e Washington ne è in gran parte (se non del tutto) responsabile.

La concezione di Trump, secondo cui politica e affari condividono la stessa logica, (16) e la sua convinzione di poter raggiungere l’‘accordo definitivo’, che presumibilmente riguarda anche la normalizzazione dei rapporti tra Israele e gli Arabi (17) (che per gli Stati Uniti significherebbe dover affrontare l’Iran), potrebbe portare nuovi problemi anziché risolvere quelli già esistenti.

Al di là dei limiti oggettivi e della particolare concezione della politica, è improbabile che Trump possa emulare Roosevelt. Il problema non è solo Trump, ma sono le mutate condizioni storiche tra il febbraio del ’45 e oggi. Quella particolare contingenza non è destinata a ripetersi.

Vista la sua scarsa conoscenza della storia, Trump potrebbe peggiorare ulteriormente le cose. Nel tentativo di aggirare i problemi interni, vorrebbe guadagnare punti in Medio Oriente e riuscire dove i suoi predecessori hanno amaramente fallito.

A proposito di amarezza, va ricordato che l’incontro tra Roosevelt e Ibn Saud ebbe luogo in un ramo del canale di Suez noto come Grande Lago Amaro. Quell’accordo, siglato 72 anni fa, determinò una situazione di sofferta stabilità, ma aveva anche dei risvolti amari, che con il tempo si sono palesati in tutta la loro forza.

Se dobbiamo considerare la visita di Trump in un’ottica storica, potremmo vederla come la fine di un’era e l’inizio di una nuova epoca.

Il contesto amaro dei numerosi conflitti è purtroppo destinato a perdurare, finché non sarà istituito un nuovo paradigma politico che sostituisca l’attuale. Ed è altamente improbabile che sia Trump a porre fine a questa stagione di amarezza.

(Traduzione di Romana Rubeo)

 

NOTE

(1) Robin Wright (2017) ‘What Donald Trump Can Expect on His Tour of the Middle East’, The New Yorker, 11 May, http://www.newyorker.com/news/news-desk/donald-trumps-three-religion-tour-of-the-middle-east (accessed 16 May 2017)

(2) Adam Taylor (2015) ‘The first time a U.S. president met a Saudi King’, Washington Post, 27 January, https://www.washingtonpost.com/news/worldviews/wp/2015/01/27/the-first-time-a-u-s-president-met-a-saudi-king/ (accessed 20 May 2017)

(3) ‘1916: Britain and France conclude Sykes-Picot agreement’, History.com, http://www.history.com/this-day-in-history/britain-and-france-conclude-sykes-picot-agreement (accessed 20 May 2017)

(4) George Packer (2014) ‘Two Speeches and a Tragedy’, The New Yorker, 1 October, http://www.newyorker.com/news/daily-comment/obamas-two-speeches-tragedy (accessed 20 May 2017)

(5) Nabil Al-Tikriti (2008) ‘US Policy and the Creation of a Sectarian Iraq’, Middle East Institute, 2 July, http://www.mei.edu/content/us-policy-and-creation-sectarian-iraq (accessed 20 May 2017)

(6) Muhammad Sahimi (2013) ‘The U.S. Invasion of Iraq: Strategic Consequences for Iran’, Muftah, 13 March, https://muftah.org/u-s-invasion-of-iraq-strategic-consequences-for-iran/ (accessed 20 May 2017)

(7) Henry Farrell (2015) ‘Here’s why the Iraq War may have helped trigger the financial crisis’, 15 October, https://www.washingtonpost.com/news/monkey-cage/wp/2015/10/15/heres-why-the-iraq-war-may-have-helped-trigger-the-financial-crisis/?utm_term=.4c7d62d83cbf (accessed 20 May 2017)

(8) Michael Crowley (2010) ‘One Year After Cairo: Obama and the Muslim World, Time, 4 June, http://content.time.com/time/politics/article/0,8599,1994146,00.html (accessed 20 May 2017)

(9) Naofumi Hashimoto (2013) ‘The US “Pivot” to the Asia-Pacific and US Middle East Policy: Towards an Integrated Approach’, Middle East Institute, 15 March, http://www.mei.edu/content/us-pivot-asia-pacific-and-us-middle-east-policy-towards-integrated-approach (accessed May 20, 2017)

(10) Ian Black (2012) ‘Barack Obama, the Arab spring and a series of unforeseen events’, The Guardian, 21 October, https://www.theguardian.com/world/2012/oct/21/barack-obama-arab-spring-airo-speech (accessed 20 May, 2017)

(11) Galip Dalay (2017) ‘What next for Turkey in Syria?’, Aljazeera Centre for Studies, 27 March, http://studies.aljazeera.net/en/reports/2017/03/turkey-syria-170327094939654.htm (accessed 20 May 2017)

(12) Oren Dorell (2016) ‘5 issues vexing U.S.-Saudi relations as Obama visits’, USA TODAY, 19 April, https://www.usatoday.com/story/news/world/2016/04/19/5-things-vexing-us-saudi-relations-obama-visits/83245854/ (accessed 20 May 2017)

(13) Dave Boyer (2016) ‘Saudis deliver snub to Obama amid tensions over Iran, Syria’, The Washington Times, 20 April, http://www.washingtontimes.com/news/2016/apr/20/obama-grateful-saudi-kings-hospitality/ (accessed 20 May 2017)

(14) Michael D. Shear and Peter Baker (2017) ‘Elaborate Welcome for President Trump in Saudi Arabia’, New York Times, 20 May, https://www.nytimes.com/2017/05/20/world/middleeast/donald-trump-saudi-arabia.html?_r=0 (accessed 20 May, 2017)

(15) Ibid.

(16) Colbert I. King (2017) ‘Trump wants to treat Middle East peace like a real estate deal. That’s arrogant thinking’, Washington Post, https://www.washingtonpost.com/blogs/post-partisan/wp/2017/05/15/trump-wants-to-treat-middle-east-peace-like-a-real-estate-deal-thats-arrogant-thinking/?utm_term=.541b4c9fe6c1 (accessed 20 May 2017)

(17) Stuart Winer (2017) ‘Gulf states could upgrade Israel ties in exchange for peace overtures’, Times of Israel, 16 May http://www.timesofisrael.com/gulf-states-could-upgrade-israel-ties-in-exchange-for-peace-overtures/

 

 

Il silenzio dei media arabi in seguito alle informazioni sui piani degli Stati del Golfo per la normalizzazione con Israele suggerisce che abbiano solide basi. La sua tempistica deriva dagli interessi comuni dei dirigenti arabi e della destra israeliana

di Zvi Barel – Haaretz

Il silenzio è sceso sui media arabi dopo la pubblicazione di un reportage sul piano degli Stati del Golfo per una parziale normalizzazione con Israele. Non si è sentita nessuna risposta ufficiale da parte dell’Arabia Saudita, degli Stati del Golfo o del Qatar. I soliti opinionisti hanno preferito dedicarsi ad altri argomenti, come se non avessero né sentito né visto lo scoop sul ” Wall Street Journal”. I soliti portavoce del governo in Israele sembrano essere stati colti da una malattia alle corde vocali.

Quando sono stati pubblicati reportage simili nel passato, portavoce ufficiali, sia arabi che israeliani, hanno subito diffuso una smentita. Ma questa volta non c’è ancora stata. Ciò suggerisce che ci siano solide basi sui criteri della proposta – quanto meno tra l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e gli Stati uniti.

A quanto pare, dopo il primo incontro di Trump con Mohammed bin Salman, il trentunenne figlio del re saudita e sovrano di fatto del regno, nella loro riunione a Washington di martedì sono stati definiti gli ultimi dettagli tra il principe ereditario degli E.A.U., Mohammed bin Zayed Al Nahyan, e il presidente USA Donald Trump.

I tre punti principali dell’accordo si fondano sulla concessione di permessi alle imprese israeliane di aprire succursali negli Stati del Golfo, agli aerei israeliani di volare nello spazio aereo degli E.A.U. e sull’installazione di linee telefoniche dirette tra i due Paesi. Non è ancora la totale normalizzazione che era stata promessa con l’iniziativa araba di pace del 2002 o nella sua ratifica dettagliata al summit arabo di aprile in Giordania.

Ma se arrivasse una dichiarazione ufficiale da parte di Riyadh su questa iniziativa, meriterebbe il titolo di “storica”, perché per la prima volta per una completa normalizzazione non verrebbero più richiesti il totale ritiro da tutti i territori occupati e la fine del conflitto. Al contrario, questa proposta è un percorso, consistente in varie fasi, in cui la prima si accontenta della promessa di Israele di congelare la costruzione [di colonie] nei territori.

L’altra novità è che gli Stati del Golfo tradurranno il proprio impegno concreto in un linguaggio che l’opinione pubblica israeliana può capire. Potrebbero essere in grado di esercitare pressioni locali ed internazionali sul governo israeliano se questo decidesse di rifiutare l’iniziativa.

 E’ questo il modo il cui Trump pensa di avverare l’accordo che sogna per la pace tra Israele ed i palestinesi, e, se così fosse, perché gli Stati del Golfo sarebbero disposti a collaborare proprio ora?

 I dirigenti della maggior parte dei Paesi arabi hanno molte cose in comune con la destra israeliana. Entrambi vedono Trump come una boccata d’aria fresca dopo la fine della presidenza di Barack Obama. Entrambi hanno interesse a contenere l’influenza dell’Iran in Medio oriente e né Israele né gli Stati del Golfo dispongono di una superpotenza alternativa agli Stati uniti. La preoccupazione riguardo alla rottura del rapporto unico creato nel corso dei decenni tra gli Stati del Golfo, soprattutto l’Arabia saudita, e le amministrazioni USA, ha portato alla conclusione che non ci sono alternative al rafforzamento dei rapporti con un presidente americano, che può anche detestare i musulmani, ma capisce il linguaggio degli affari.

Quindi Trump è stato invitato non a un solo incontro, ma a tre: il primo con il re saudita, il secondo con i dirigenti degli Stati del Golfo e il terzo con i dirigenti dei Paesi musulmani sunniti, in cui rilascerà una dichiarazione “al mondo musulmano”.

Sarà interessante fare un confronto tra il discorso di Trump ai leader del mondo musulmano con quello di Obama al Cairo nel 2009, in cui si era impegnato a costituire un’alleanza con i Paesi musulmani dopo un periodo di gelo sotto la presidenza di George W. Bush.

Trump e il re saudita Salman firmeranno due accordi per un valore di centinaia di miliardi di dollari. Uno riguarda un vasto accordo sugli armamenti di circa 100 miliardi di dollari iniziali, con un’opzione fino a 300 miliardi in un decennio. Il secondo è un accordo di investimenti sauditi in infrastrutture negli Stati uniti per circa 40 miliardi di dollari. Tutto questo si aggiunge a un nuovo accordo di difesa che sarà firmato tra Washington e gli E.A.U.

Nel passato gli Stati del Golfo, guidati dall’Arabia saudita, si sarebbero uniti alle iniziative arabe, che provenivano principalmente dall’Egitto. Nel 2002 l’iniziativa saudita fu anomala a questo riguardo, ma dopo che è naufragata in un mare di obiezioni israeliane, l’Arabia saudita si è prestata ad iniziative locali, come la riconciliazione tra Hamas e Fatah, o si è occupata della politica interna in Libano. Salman, e soprattutto suo figlio, si sono trasformati in attivi propugnatori di politiche, anche se non sempre con molto successo. La fallimentare guerra in Yemen è un esempio, la debolezza nel fare i conti con la crisi in Siria un altro. Ora cercheranno di guidare un’iniziativa politica tra Israele e i palestinesi. Il vantaggio dell’Arabia saudita e dei suoi alleati del Golfo è che non hanno la necessità, né l’intenzione, di chiedere l’accordo degli arabi radicali per queste iniziative.

La partecipazione della Siria alla Lega Araba è stata sospesa, l’Iraq è considerato un alleato dell’Iran, la Libia si sta sgretolando, lo Yemen è in guerra, la Giordania e l’Egitto sono sostenute dall’Arabia saudita, come lo sono alcuni Stati del Maghreb. Quindi una parziale o totale normalizzazione tra gli Stati del Golfo ed Israele non impegnerà altri Paesi arabi. Ma ciò deciderà la questione di chi è da biasimare per lo stallo del processo di pace se l’iniziativa non prendesse il via. E se Israele e i palestinesi avanzassero verso la ripresa di negoziati sulle principali questioni, ciò potrebbe essere utile come essenziale effetto leva.

(Traduzione di Amedeo Rossi – Zeitun.info)

Dopo 38 giorni a digiuno, le condizioni dei detenuti peggiorano rapidamente. Protesta dei familiari di fronte alla sede della Croce Rossa. Ma nel silenzio internazionale, dichiararano di non volersi fermare

Palestinesi a Gaza bevono acqua e sale in solidarietà con i prigionieri (Foto: Ashraf Amra/Apaimages)

della redazione

Roma, 24 maggio 2017, Nena News – Al 38esimo giorno di sciopero della fame le condizioni di circa 1.500 prigionieri palestinesi stanno velocemente deteriorando. Di loro si sa pochissimo a causa del divieto di visita di familiari e legali imposto dalle autorità israeliane, nonostante la Corte suprema israeliana abbia cancellato con una sentenza il divieto.

Nemmeno la Croce Rossa può intervenire: dopo la visita al leader di Fatah, Marwan Barghouti, che ha indetto lo sciopero il 17 aprile scorso, nessuna informazione è fuoriuscita per l’ordine israeliano di non notificare al pubblico le condizioni di Barghouti.

Ieri i familiari di alcuni prigionieri a digiuno si sono ritrovati davanti alla sede della Croce Rossa nel quartiere palestinese di Sheikh Jarrah a Gerusalemme: con loro le foto dei familiari detenuti e la richiesta di avere informazioni sulle loro condizioni. Non mancano le critiche: in molti denunciano che il ruolo di “mediatore umanitario imparziale” della Croce Rossa non ha portato ad alcun miglioramento della vita nelle carceri, dove le procedure mediche e di sostegno sanitario sono quasi inesistenti.

“Quando sono entrata nella stanza delle visite, non ho neppure riconosciuto mio figlio”, dice all’agenzia Ma’an News Umm Abada, la madre di Abada Dandis, in sciopero della fame per 22 giorni, interrotto a causa di un’emorragia interna. La donna ha potuto vederlo solo dopo l’interruzione: “Ero con mia figlia – aggiunge – Lo abbiamo cercato e alla fine lo abbiamo visto: era emaciato, esausto. Era chiaro che stava molto male”.

Sono sempre più numerosi i detenuti trasferiti in ospedali civili a causa delle condizioni di salute. Ma nonostante l’imminente pericolo, le autorità israeliane non intendono negoziare. Eppure, ripetono i prigionieri, le richieste mosse sono tutte in linea con quanto previsto dal diritto internazionale e dalla Convenzione di Ginevra: visite di familiari e legali, assistenza sanitaria, fine delle pratiche punitive dell’isolamento e della detenzione amministrativa, accesso a libri, giornali e tv.

Ieri Issa Qaraqe, capo del Comitato Palestinese per gli affari dei prigionieri, è stato molto duro: “Se qualcosa accadrà ad un qualsiasi prigioniero, nessuno sarà in grado di controllare la rabbia del popolo palestinese”. Ha poi aggiunto che un team speciale, voluto dal presidente dell’Autorità Palestinese Abbas, è stato creato per negoziare con Israele “e per porre fine a questa tragedia”.

Una tragedia che fuori interessa ben pochi: nei media internazionali si parla pochissimo dello sciopero, nonostante il numero di detenuti coinvolti, e i leader dei governi occidentali continuano a restare in silenzio. Ieri, durante la visita di Trump a Betlemme, il popolo palestinese ha protestato a Gaza e in Cisgiordania, evento eclissato dalle parole futili del presidente americano.

I prigionieri, però, non intendono cedere. In una lettera Karim Yunis, il detenuto da più anni in carcere, ha annunciato un’escalation della protesta, con alcuni prigionieri che ora rifiutano anche il sale e l’acqua: “I nostri corpi possono essersi indeboliti e non riusciamo quasi più a muoverci, ma il nostro spirito raggiunge il cielo. Nonostante la durezza della lotta e la sua ferocia, siamo determinati a continuare fino alla vittoria, non solo per noi ma per tutto il nostro popolo”. Nena News

Dopo la morte, lunedì, di un manifestante non si spengono le manifestazioni nel sud del paese per lavoro e redistribuzione della ricchezza. Le autorità indicano nei gruppi jihadisti transfrontalieri i responsabili

della redazione

Roma, 24 maggio 2017, Nena News – Il timore di un’escalation nei distretti di Kebili e Tataouine è ormai concreto: dopo l’uccisione accidentale di un manifestante di 23 anni – Mustafa Sekrafi – nel sud della Tunisia, ieri la guardia nazionale ha indicato nei social media i responsabili delle proteste per il lavoro: “Questo incitamento nei social media chiama alla disobbedienza civile e anche ad un colpo di Stato”, ha detto il portavoce Khalifa Chibani a Radio Mosaique, per poi elencare i danni provocati dai manifestanti: 19 agenti feriti, nove auto della polizia e un camion della protezione civile bruciati, cinque auto rubate e due sedi della guardia nazionale date alle fiamma a Tataouine.

Da oltre un mese manifestanti, per lo più giovani e disoccupati, sono in sit-in permanente fuori dall’impianto di al Kamour, bloccando le strade con barricate e incendiando copertoni, per chiedere la redistribuzione delle entrate energetiche e nuovi posti di lavoro nel settore. Lunedì, il giorno della morte di Sekrafi, era stato indetto lo sciopero generale nella zona di Al Kamur: tutte le istituzioni pubbliche e private sono state chiuse, eccezion fatta per i forni, gli ospedali e le scuole – gli studenti si stanno preparando agli esami di fine anno.

A monte una difficile situazione economica che non è mai stata affrontata strutturalmente dopo la rivoluzione del 2011: la disoccupazione è ancora alta, al 15,5%, e esplode tra i giovani e nelle zone periferiche del sud, dove tocca il 40%.

Il 10 maggio il presidente tunisino Essebsi ha dispiegato le truppe a protezione delle compagnie energetiche e delle infrastrutture di gas e greggio. Una decisione definita “grave ma che andava presa” e appoggiata anche dal sindacato Ugtt dopo lo stop deciso dal Ministero dell’Energia dei giacimenti di Baguel e Tarfa, entrambi di proprietà della società anglo-francese Perenco. Fermo dal 28 febbraio il giacimento Chouech Essaida, della canadese Serinus Energy.

Le parole di ieri del portavoce della guardia nazionale paiono più dirette ad infiammare la rabbia dei manifestanti che a placare gli animi: non si portano soluzioni alla crisi economica ma solo minacce di sgomberi. E la rabbia è già esplosa dopo l’uccisione del giovane manifestante lunedì, schiacciato da un veicolo della polizia, per errore. Di nuovo lunedì e ieri la guardia nazionale ha cercato di disperdere i manifestanti con i gas lacrimogeni, ferendo 50 persone e 20 poliziotti. Da cui l’appello degli ospedali della zona che chiedono di avere più ambulanze e ossigeno per soccorrere i feriti.

E se non sembrano esserci soluzioni politiche alla crisi sociale, si fa strada la narrativa “terroristica”. Con Essebsi che, durante il vertice saudita con Trump, ha parlato dell’impegno di Tunisi contro i “flagelli transfrontalieri” del terrore, nei giorni scorsi sui media tunisini e nelle parole del governo compare la tesi dell’inflitrazione di jihadisti libici. Sarebbero loro (Fajr Libya, al Qaeda o Isis, non meglio identificati), cioè, a accendere la protesta per generare il caos insieme a contrabbandieri e impossessarsi dei giacimenti petroliferi. Forse per questo è stato deciso ieri di chiudere il confine di terra con l’Algeria dove si registrano le prime manifestazioni di giovani algerini a sostegno dei tunisini.

Nessun accenno alla disoccupazione e alla crescita che interessa solo le grandi compagnie ma non la popolazione. Eppure è la legge a prevedere l’assunzione di forza lavoro locale da parte delle società straniere, modo per redistribuire la ricchezza energetica del sud del paese, 44mila barili di petrolio al giorno, sicuramente un dato molto più basso di quello dei giganti vicini, Libia e Algeria. Il timore del governo, insomma, è che il gioco non valga la candela: poca produzione e pure le proteste. Nena News

“Arrestati” dell’ex direttore del quotidiano turco d’opposizione Cuhmuriyet: un viaggio nella storia della Turchia, nella repressione di oggi e nel significato di prigionia

Can Dundar (foto La Presse)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 24 maggio 2017, Nena News – Can Dundar guarda la Turchia dalla sua cella. Ne descrive le trasformazioni naturali e imposte, le speranze evaporate e l’impegno politico, racconta la sottocultura plasmata dal regime di Erdogan e le paranoie tipiche di un autoritarismo. E alla fine, quasi da spettatore privilegiato (lo scrive lui stesso, ringraziando il governo che lo ha arrestato di avergli regalato tempo a sufficienza per fermarsi a pensare e capire), tira fuori un diario che sfocia nel romanzo.

Se si leggesse “Arrestati” (Nutrimenti, pp. 264, euro 17, presentazione domenica al Salone del libro di Torino) senza sapere chi è Can Dundar, cos’è Cuhmuriyet – il quotidiano di opposizione di cui era direttore – e qual è stato il calvario giudiziario condiviso con il caporedattore Erdem Gul, si scorrerebbero le pagine come fosse una storia inventata.

Ed invece in quel diario della prigionia c’è la Turchia del governo Akp e del progetto neo-ottomano del suo presidente. Una prigionia lunga tre mesi, dal novembre 2015 al febbraio 2016, imposta sulla base dei presunti reati di divulgazione di segreto di Stato e sostegno ad organizzazione terroristica: Dundar, sostenuto dalla tutta la redazione, aveva pubblicato, pochi mesi prima, un reportage corredato di fotografie sulla consegna di armi da parte del Mit, i servizi segreti turchi, a gruppi islamisti attivi in Siria.

A denunciarlo era stato lo stesso Erdogan, primo atto di una lunga campagna repressiva contro una delle voci dissidenti del panorama mediatico turco. Dundar e Gul finiscono in prigione, il primo mese e mezzo in isolamento in una cella di 25 metri quadri su due piani e un minuscolo cortile circondato da mura alte 10 metri.

Il libro che ne è uscito, scritto da Dundar come poteva, le prime pagine sui moduli per la cantina del carcere, è immediato e spontaneo. È il resoconto di una prigionia, un lavoro di introspezione, ma anche l’attento esame del lavoro di un giornalista indipendente e l’elogio della scrittura: la penna viene esaltata dal suo possessore come strumento di espressione sì, ma anche come arma di difesa e attacco (Dundar dedica un intero capitolo solo all’arte dello scrivere).

È il racconto quotidiano dell’ingegno umano per sopravvivere all’isolamento, dei trucchi per tenere il corpo più caldo possibile o per evitare che si atrofizzi per il poco movimento, delle tattiche (in alcuni casi suggerite da amici giornalisti incarcerati in precedenza su editoriali diretti al direttore-prigioniero) per lavare i vestiti con una busta che si fa lavatrice o per estrarre il colore dalle riviste che arrivavano in cella.

È anche una storia della Turchia, narrata attraverso i nomi di chi lo ha preceduto, chi – scrittore, giornalista, dissidente, artista, politico – ha conosciuto la prigione per la propria attività politica lungo tutta la storia contemporanea del paese, da Ataturk all’Akp. Ed è, seppur nascosto tra le righe, l’analisi del concetto più profondo di carcere. Al di là delle ragioni per cui le sbarre vengono imposte – che si tratti di oppositori politici o criminali comuni – l’elemento in più che Dundar trasmette al lettore, forse senza volerlo, è la natura stessa della prigione: la separazione dal mondo, la riduzione dell’essere umano alla sua colpa (vera o presunta), la limitazione della vita quotidiana e l’imposizione del tempo e dei tempi, la costrizione in spazi minimi sia fisici che psicologici e l’omologazione che annulla la specificità del soggetto.

Il prigioniero si riduce al suo corpo fisico, privato della naturale relazione con l’ambiente esterno, la società, l’interazione umana. I gesti quotidiani che Dundar racconta sono quelli di qualsiasi carcere: la famigerata Silvri in Turchia è modello di una forma punitiva universale.

A salvarlo è l’esterno, il mondo fuori che entra nelle ore lente e identiche dalla tv e dai giornali, che raccontano di sit-in, manifestazioni, proteste e gli mostrano i volti dei colleghi, dei compagni e dei familiari.

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

Il presidente Usa incontra Abu Mazen a Betlemme, ma per i palestinesi è la “Giornata della Rabbia”. Ieri 20 feriti negli scontri con le forze armate israeliane. Ucciso un quindicenne. Tel Aviv: “Aveva provato ad accoltellare un agente”. 37esimo giorno senza toccare cibo per 1.300 detenuti

Il presidente palestinese Abu Mazen (sinistra) e Donald Trump nel loro recente incontro alla Casa Bianca

della redazione

Roma, 23 maggio 2017, Nena News – Giornata carica di tensione nei Territori Occupati dove il presidente statunitense Donald Trump sta incontrando in queste ore a Betlemme il leader dell’Autorità palestinese (Ap) Abu Mazen. I palestinesi hanno infatti proclamato oggi un “Giorno della rabbia” per esprimere sostegno ai 1.300 prigionieri in sciopero della fame, per protestare contro la visita di Trump e per mostrare una chiara opposizione ad un eventuale processo di pace sponsorizzato dagli Usa tra l’Ap e Israele.

Ieri è stato sciopero generale nei Territori Occupati: istituzioni private e pubbliche, scuole, mezzi di trasporto, banche e negozi chiusi in solidarietà con la lotta dei detenuti (arrivata oggi al 37esimo giorno). I manifestanti palestinesi hanno bloccato le strade nelle città e i villaggi della Cisgiordania: gli attivisti hanno chiuso due strade che collegano Gerusalemme e Ramallah, quelle dei campi profughi di Qalandiya e al-Amari, le vie di comunicazione tra Ramallah e Nablus, tra Ramallah e Betunia e tra Ramallah e i villaggi a nord.

Nel pomeriggio, poi, si sono registrati violenti scontri con l’esercito israeliano soprattutto nei distretti di Ramallah e Hebron. Stando a quanto riferiscono fonti locali, il bilancio è stato di almeno 20 palestinesi feriti dalle pallottole vere e dai proiettili di acciaio ricoperti di gomma sparati dai soldati. La croce rossa palestinese ha allestito una clinica da campo vicino al checkpoint di Qalandya per curare i manifestanti e i passanti, molti dei quali sono rimasti intossicati dai gas lacrimogeni lanciati dalle forze armate israeliane. I palestinesi, inoltre, accusano i militari di aver sparato contro di loro dai tetti che danno sulla strada principale. L’esercito israeliano per bocca della sua portavoce non conferma l’accusa, ma fa sapere che indagando su quanto è accaduto. Tensione anche nel villaggio di Nabi Saleh (Ramallah) e in quello di Zif (Hebron) dove marce e sit-in in solidarietà con i prigionieri sono state represse con forza dai militari israeliani. Copione simile anche a bab al-Zawiya, nella città di Hebron.

Ben diverso, invece, è stato l’esito degli spari israeliani nel nord est di Betlemme: a perdere la vita vicino al posto di blocco della città è stato il quindicenne palestinese Raed Ahmad Radaya. Secondo il capo della polizia Micky Rosenfeld, il giovane è stato “neutralizzato” dopo che aveva provato ad accoltellare un poliziotto. Intervistato dall’agenzia Ma’an, un portavoce della Croce rossa palestinese ha però denunciato il comportamento delle forze armate israeliane che avrebbero impedito alle ambulanze di raggiungere il ragazzo che era riverso a terra.

Scontri si sono registrati ieri pomeriggio anche a Gaza, vicino al confine con Israele: ad essere ferito alla gamba destra è stato qui un ventenne. Trasferito all’ospedale Shuhada al-Aqsa di Deir al-Balah, le sue condizioni non destano preoccupazioni. Secondo fonti locali, il ragazzo partecipava ad una protesta nel campo rifugiati di Bureij in solidarietà con la lotta dei detenuti palestinesi.

Ieri, intanto, il Comitato dei prigionieri ha fatto sapere che alcuni scioperanti sono stati trasportati negli ospedali civili mentre una settantina di loro sarebbe stata trasferita nelle cliniche da campo allestite nelle prigioni a causa del “grave peggioramento” delle loro condizioni di salute. La notizia ha trovato conferma anche su alcuni media in ebraico. No comment per il momento da parte delle autorità carcerarie israeliane (Ips).

Secondo il Comitato dei prigionieri, dopo 37 giorni senza toccare cibo, i detenuti Hafith Sharayaa e Mansour Fawaqa starebbero mostrando “sintomi pericolosi” come perdita di coscienza, nausea, vomito, forti dolore alla testa e agli arti, bassa pressioni, perdita di peso di almeno 15 chili. I due, inoltre, avrebbero detto all’avvocato Ehab al-Ghalith che 72 scioperanti del carcere di Ramla sarebbero tenuti in “condizioni disastrose e dispotiche”. Nena News

Il villaggio, da mesi assediato dalle forze dell’ordine locali, è il luogo in cui risiede il religioso d’opposizione shaykh Isa Qassim a cui è stata tolta la cittadinanza lo scorso anno. GUARDA il video degli scontri

Foto: attivisti locali

della redazione

Roma, 23 maggio 2017, Nena News – Un blitz stamane delle forze di polizia bahrenite nel villaggio di Diraz (a nord ovest della capitale Manama) ha provocato la morte di un attivista e il ferimento di diversi manifestanti. A dirlo sono fonti dell’opposizione. Su Twitter il ministero degli interni si è limitato a dire che l’operazione di stamattina serve a “mantenere la sicurezza e l’ordine pubblico” in un’area “paradiso per fuggitivi e ricercati dalla giustizia”.

Alcuni attivisti raggiunti da Nena News hanno riferito che la vittima si chiamava Mohammed Zanel al-Din. In alcuni video diffusi in rete si vedono gli attivisti lanciare pietre contro gli agenti di polizia i quali risponderebbero sparando gas lacrimogeni. Si sentono anche colpi di arma da fuoco.

Scontri stamane a Diraz (Fonte: attivisti locali)

Diraz è uno dei centri dell’opposizione perché città natale del leader sciita Isa Qassim a cui l’anno scorso le autorità locali hanno tolto la cittadinanza e che rischia, in qualunque momento, di essere deportato. Da mesi la polizia assedia il villaggio controllando e limitandone gli accessi.

Il blitz delle forze dell’ordine giunge due giorni dopo che un tribunale bahrenita ha ritenuto Qassim colpevole di aver collezionato fondi illegali e di riciclaggio di denaro e lo ha condannato ad un pena di un anno di prigione sospesa per tre anni e ad una multa di circa 365.266 dollari. Secondo il quotidiano d’opposizione al-Wasat, il tribunale ha anche ordinato la confisca di 3.367 dinari intestati in banca a suo nome che, fa sapere l’agenzia statale Bna, saranno utilizzati per attività umanitarie e di beneficenza. I suoi sostenitori, attivi da mesi a Diraz con sit-in e proteste, negano le accuse e sostengono che il suo processo è motivato politicamente.

Scontri a Diraz stamane. Fonte: attivisti locali

Secondo l’opposizione dietro l’attacco a Shaykh Isa Qassim non ci sarebbe solo il tentativo di silenziare le voci dissidenti, ma anche quello di togliere agli imam sciiti il diritto di raccogliere i contributi religiosi dei proprio fedeli (conosciuti in arabo come “khums”, in italiano “il quinto”). Il khums corrisponde al 20% della ricchezza in eccesso che il fedele ha accumulato per più di un anno ed è solitamente raccolta dagli imam. Una possibile riforma del “quinto” ha fatto infuriare la comunità sciita del Paese. Per il governo però è necessaria perché il denaro raccolto andrebbe alla “nemica” Iran e sarebbe utilizzato per sostenere i detenuti per terrorismo. “Le indagini hanno confermato che Qassim controllava il denaro dei poveri sciiti per finanziare atti terroristici nel Bahrain e che ne abbia mandato una somma all’Iran – aveva detto una fonte anonima governativa al portale Middle East Eye lo scorso luglio. “Saremo noi a raccogliere il khums in modo trasparente sebbene questo richieda ancora del tempo” aveva poi aggiunto.

I problemi giudiziari del religioso risalgono allo scorso giugno quando il procuratore capo Mohammad al-Maliki lo aveva accusato di corruzione e di appropriazione indebita di fondi il cui valore è stimato a circa 10 milioni di dollari. Secondo al-Maliki, tre conti bancari di Qassim sarebbero collegati alla Bahrain’s Future Bank che Manama ha chiuso a inizio anno per i suoi (presunti) legami con l’Iran. Il 20 giugno, cinque giorni dopo le accuse di corruzione, a Qassim è stata tolta la cittadinanza per “motivi di sicurezza”. Una decisione, quest’ultima, che ha suscitato immediatamente l’ira dei suoi sostenitori che sono scesi in strada a migliaia per manifestare la loro opposizione alla monarchia di re Hamad. Nena News

Vi proponiamo in esclusiva uno dei video degli scontri di stamattina a Diraz

Il presidente Usa ha fatto una dichiarazione d’amore allo Stato ebraico e ha visitato, primo fra i presidenti in carica, il Muro del Pianto. Ma non trasferirà l’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme e non riconoscerà la Città Santa capitale di Israele. Oggi incontra Abu Mazen

di Michele Giorgio   il Manifesto

Gerusalemme, 23 maggio 2017, Nena News – «Abbiamo la rara opportunità di portare stabilità, sicurezza e pace in questa regione e sconfiggere il terrorismo creando un futuro d’armonia, prosperità e pace. Ma possiamo farlo solo collaborando, non c’è altra via». Un Trump messianico ha aperto ieri con queste parole la visita ufficiale in Israele, seconda tappa del suo viaggio inaugurale all’estero da presidente degli Stati Uniti. Una tappa che segna la discontinuità con la linea di Barack Obama – che aveva avuto rapporti non facili con Benyamin Netanyahu al quale comunque ha assicurato aiuti militari per quasi 40 miliardi – ma che difficilmente imprimerà, come spera la destra israeliana dall’ingresso di Trump alla Casa Bianca, una svolta netta alla politica Usa nei confronti delle colonie ebraiche, dello status di Gerusalemme e dei Territori palestinesi occupati.

Netanyahu e i suoi ministri hanno ormai capito che i gesti simbolici dell’inquilino della Casa Bianca non andranno sempre a soddisfare le aspettative israeliane. Il fatto che Trump sia stato ieri il primo presidente americano in veste ufficiale a visitare il Muro del Pianto, il luogo più sacro dell’ebraismo, nella zona Est, occupata, di Gerusalemme, difficilmente darà il via libera al riconoscimento da parte degli Stati Uniti, di tutta la città, quale capitale di Israele. Nonostante le pressioni israeliane, Trump ha preferito visitare il Muro del Pianto senza essere accompagnato da Netanyahu. La tv israeliana Channel Two, riferiva ieri che funzionari statunitensi avrebbero respinto la richiesta di Netanyahu affermando che il Muro del Pianto «non fa parte del vostro territorio…è in Cisgiordania, questa è una visita privata del presidente e non è affar vostro». Un portavoce della Casa Bianca ha poi precisato che questi commenti «non riflettono la posizione statunitense e certamente non quella del presidente». Può darsi, in ogni caso il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme (per ora) è congelato, con grande disappunto del governo Netanyahu e della destra al potere.

È evidente che i rapporti avviati dalla nuova Amministrazione con il mondo arabo – in particolare l’Arabia saudita al quale nei prossimi anni gli Usa venderanno armi per centinaia di milioni di dollari – hanno indotto persino un presidente che non brilla per intelligenza e preparazione politica a farsi più cauto e vago sulla questione israelo-palestinese e a rinunciare ai toni battaglieri e filo-israeliani della campagna elettorale. Ieri sera mentre chiudevano questo numero del nostro giornale Trump e Netanyahu erano impegnati in colloqui nella residenza del premier israeliano. Al termine non si attendevano annunci clamorosi. «Vogliamo che Israele viva in pace. Insieme possiamo arrivare alla pace. Condividiamo una amicizia fondata sull’amore per la libertà e per i diritti umani», ha detto il presidente americano nel corso della conferenza stampa congiunta con Netanyahu. «Credo in un rinnovato sforzo per raggiungere la pace tra israeliani e palestinesi… La pace in Medio Oriente è uno degli accordi più duri da ottenere ma sento che ci arriveremo. Lo spero», ha aggiunto. Frasi senza spessore che rivelano l’inesistenza di un “piano di pace” di Trump di cui si parla da qualche tempo.

Ciò che il tycoon consegnerà a Israele in questa prima visita da presidente non è Gerusalemme o il via libera ad una colonizzazione senza freni dei territori palestinesi. È la testa dell’Iran. Lo stesso regalo che ha fatto ai sauditi e agli altri regnanti del Golfo riuniti ad ascoltarlo domenica a Riyadh. Trump ha accusato Tehran e i suoi alleati (Siria e Hezbollah) di tutto e di più per la gioia di re Salman dell’Arabia saudita. Parole che sono suonate come una dichiarazione di guerra e alle quali non ha potuto non reagire il rieletto presidente iraniano Rohani. «Il ritrovo in Arabia Saudita è stato soltanto uno show senza valori pratici o politici di alcun tipo. Non si può risolvere il terrorismo dando soltanto il denaro del popolo a una superpotenza», ha commentato ieri Rohani alludendo agli accordi da miliardi di dollari firmati da Washignton e Riyadh.

Oggi Trump andrà per qualche ora a Betlemme dove incontrerà il presidente dell’Anp Abu Mazen. I palestinesi lo accoglieranno con una “giornata di rabbia” contro la politica Usa e l’occupazione israeliana. Tutta la Cisgiordania e Gerusalemme est ieri hanno osservato una sciopero generale in solidarietà con i detenuti in sciopero della fame e contro l’arrivo del presidente americano. Nena News

 

Nena News vi propone un viaggio nel progetto che l’ong italiana Cospe ha realizzato nel villaggio palestinese di Nabi Samuel, tra la Linea Verde e il muro israeliano. Oggi la seconda e ultima puntata

Una delle case ristrutturate a Nabi Samuel (Foto: Nena News)

della redazione

Nabi Samuel, 23 maggio 2017, Nena News – La seconda puntata del viaggio a Nabi Samuel. Dopo la prima parte, in cui vi abbiamo raccontato la vita nel villaggio palestinese a nord di Gerusalemme e la seam zone (fascia di terre palestinesi tra la Linea Verde – il confine ufficiale tra Cisgiordania e Stato di Israele – e il muro che Israele ha iniziato a costruire dal 2002) oggi ci spostiamo nel cuore dell’intervento realizzato dall’ong italiana Cospe, in partnership con l’organizzazione italiana Cric e le associazioni palestinesi Riwaq, Land Research Center e Palestinian Youth Union, con il finanziamento dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione.

L’intervento ha visto la ristrutturazione di 15 abitazioni e la creazione di spazi comuni, orti agricoli e stalle per l’allevamento degli animali.

Qui trovate il secondo video in cui raccontiamo il progetto a Nabi Samuel. Nena News

GUARDA IL VIDEO:

 

Oggi chiusi negozi e istituzioni pubbliche e private, trasporti fermi. Altri 220 detenuti aderiscono alla protesta. Per domani annunciato il “giorno della rabbia”: Trump sarà a Betlemme

Negozi chiusi a Betlemme per lo sciopero generale (Fonte: Twitter)

della redazione

Roma, 22 maggio 2017, Nena News – Oggi è sciopero generale nei Territori Occupati: istituzioni private e pubbliche, scuole, mezzi di trasporto, banche e negozi chiudono in solidarietà con lo sciopero della fame dei prigionieri palestinesi arrivato al 36esimo giorno e anche come protesta per la visita del presidente Trump a Gerusalemme.

Trump arriva questa mattina, dopo il vertice a Riyadh. Incontrerà il premier Netanyahu nel pomeriggio e con lui visiterà la Città Vecchia di Gerusalemme, sotto occupazione dal 1967. Domani si trasferirà a Ramallah dove vedrà il presidente palestinese Mahmoud Abbas.

Lo sciopero generale, che Trump sicuramente non commenterà come non commenterà lo sciopero della fame, è un segno importante sia per Israele che per l’Autorità Nazionale Palestinese: quella che sembrava una protesta destinata a spegnersi velocemente è ancora viva e sempre più detenuti vi aderiscono. Ieri hanno annunciato l’adesione al digiuno altri 220 detenuti, per un totale di almeno 1.500 prigionieri, le cui condizioni di salute stanno rapidamente deteriorando.

E il popolo palestinse ha risposto: sit-in, tende di solidarietà, proteste e manifestazioni stanno accompagnando la lotta nelle carceri. E ora il secondo sciopero, dopo il primo del 27 aprile: manifestanti palestinesi hanno bloccato le strade nelle città e i villaggi della Cisgiordania: attivisti hanno chiuso due strade che collegano Gerusalemme e Ramallah, quelle dei campi profughi di Qalandiya e al-Amari; le vie di comunicazione tra Ramallah e Nablus, tra Ramallah e Betunia e tra Ramallah e i villaggi a nord.

Nel pomeriggio partiranno marce dalle principali città nei Territori, ma anche all’interno dello Stato di Israele: a Tayibe si è riunito l’Alto Comitato dei Cittadini arabi d’Israele per aderire a simili iniziative. Ma soprattutto oggi si sono invitati tutti i palestinesi a digiunare per dodici ore in solidarietà con i prigionieri. E per domani è stato annunciato il “giorno della rabbia”, nel giorno in cui Trump visiterà Betlemme. Si fanno intanto strada voci su un possibile accordo tra i prigionieri e le autorità israeliane. I primi, tramite il comitato che gli fa da portavoce, invitano alla calma: le informazioni in questioni giungono tutte da media israeliani. Di dettagli non se ne hanno e la stampa palestinese si dimostra più prudente.

Una prudenza dettata dalle misure finora prese da Israele per bloccare lo sciopero: dentro le carceri opera con isolamento, trasferimento di prigionieri, perquisizioni e divieto di visite; fuori con la repressione delle manifestazioni di piazza ma anche con nuovi arresti. Come quello dello scrittore Ahmad Qatamesh, 66 anni, detenuto una settimana fa e posto in detenzione amministrativa per tre mesi (misura cautelare illegale contro cui lo sciopero combatte).

La sua colpa, dice la moglie, è aver raccontato lo sciopero della fame: in passato negli interrogatori che ha subito gli è stato intimato più volte di non scrivere più delle lotte dei prigionieri politici.

Trump non ne parlerà. Tratterà invece la questione più scottante per Israele: l’espansione coloniale. Dopo i lasciapassare a Israele distribuiti subito dopo l’elezione, il presidente ha raffreddato gli entusiasmi del governo Netanyahu mettendo qualche paletto alla colonizzazione selvaggia. E soprattutto non ha ancora approvato il trasferimento dell’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme.

Di certo tra oggi e domani Trump non presenterà alcun piano per la pace, perché non ne ha. Circondato da consiglieri molto vicini al movimento dei coloni israeliani, il presidente ha optato per il vivi e lascia vivere, ribadendo più volte di non voler imporre road map ma di voler lasciare alle parti la definizione del processo di pace. Che, vista la superiorità schiacciante di Israele, significa abbandonare a se stessi i palestinesi. Nena News

Nell’atteso discorso a Riyadh di fronte a 50 leader musulmani, il presidente Usa detta i modi dell’alleanza: lotta al terrorismo secondo gli interessi Usa ma nessun accenno a diritti e valori universali. E rafforza le alleanze con i regimi saudita, egiziano e bahrenita

Il presidente Trump durante il discorso a Riyadh il 21 maggio 2017 (Fonte: The Hill)

di Chiara Cruciati

Roma, 22 maggio 2017, Nena News – L’atteso discorso di Donald Trump, nel suo primo viaggio ufficiale all’estero, di fronte a circa 50 leader musulmani, ha tracciato le linee della narrativa “araba” della nuova amministrazione statunitense. A otto anni dal discorso che il predecessore Obama tenne al Cairo nel giugno 2009 (in mezzo lo scoppio delle rivoluzioni nel mondo arabo, la guerra civile in Siria, le repressioni delle rivolte, la guerra contro lo Yemen, il declino della democrazia turca), scompaiono dalle parole dell’inquilino della Casa bianca i riferimenti al colonialismo occidentale e ai diritti negati, ai valori universali di giustizia e prosperità.

Il discorso pronunciato ieri da Trump torna americano-centrico: la battaglia – non tra fedi, come sottolinea – ma “tra bene e male” è declinato nella lotta comune al terrorismo di cui sono gli Stati Uniti e i loro alleati nella regione a defirne i rappresentanti. Non solo Isis e al Qaeda (gruppi e reti lievitate grazie all’indubbio sostegno ufficioso dei regimi del Golfo, ma anche dalla Turchia, dunque alleati americani), ma soprattutto l’asse sciita. Il presidente richiama esplicitamente Hezbollah e Iran, messi sullo stesso piano di Stato Islamico e al Qaeda, calderone in cui infila anche il movimento sunnita palestinese Hamas.

Per farlo, ribadisce più volte il presidente Usa, gli Stati Uniti non abbandoneranno gli amici ma li sosterranno a prescindere: “Non dovrete mai dubitare del nostro appoggio. Le alleanze migliorano la sicurezza attraverso la stabilità, non gli strappi radicali”, altro riferimento sottaciuto alle cosiddette primavere arabe con cui alcuni dei popoli della regione tentarono la via della democrazia, della redistribuzione e della giustizia. “Prenderemo le nostre decisioni basandoci sul mondo reale – ha aggiunto Trump in un tripudio di realpolitik – e non su ideologie inflessibili”.

Ai governi alleati Trump prospetta la creazione di “una grande coalizione per distruggere il terrorismo” e chiede di “cacciare via” l’estremismo dalle moschee e dalle comunità “per garantire ai nostri figli un futuro di speranza che onori Dio”: “Isis, al Qaeda, Hezbollah e Hamas e tanti altri non vanno conteggiati solo nel numero di morti, ma anche in generazioni di sogni distrutti. […] Dal Libano all’Iraq allo Yemen, l’Iran finanzia armi e addestra terroristi, miliziani e altri gruppi estremisti che portano distruzione e caos nella regione”. Parole di lode, invece, per le bombe saudite in Yemen (otto anni fa Obama evitò con cura l’elenco divisivo dei paesi considerati nemici statunitensi).

Trump si riavvicina ai leader arabi sunniti tentando di eliminare la narrativa islamobofa della campagna elettorale e del fallimentare Muslim Ban (“Il 95% delle vittime di attacchi terroristici sono musulmani”) ma non fa altrettanto con i popoli arabi. Tutto sta racchiuso nella frase che ieri le agenzie riportavano come centrale: “Non vogliamo imporre il nostro stile di vita agli altri, non vogliamo dirvi come vivere o come pregare”.

Una chiamata alla distensione, parebbe, ma è difficile non leggerla (accanto alla totale assenza di richiami ai diritti umani violati e alla costante celebrazione trumpiana della stabilità) come indifferenza verso l’autoritarismo brutale proprio nei paesi a cui in questi giorni l’amministrazione Usa ha ribadito stretta amicizia.

In primo luogo l’Arabia Saudita, un’alleanza che passa per la firma di contratti di vendita di armi da 110 miliardi di dollari – un record – e per gli annessi e connessi accordi commerciali privati stretti dalle aziende che hanno accompagnato la delegazione governativa a Riyadh (Aramco, la compagnia petrolifera saudita ha siglato 16 accordi con 11 società Usa, tra cui Exxon e General Electric, dal valore totale di 50 miliardi di dollari; mentre 100 miliardi saranno investiti negli Stati Uniti dal Fondo di Investimenti saudita e dalla compagnia Usa Blackstone Group e dal Fondo di Investimenti saudita).

Poi l’Egitto, che ieri tramite il presidente al-Sisi presente al vertice ha invitato al Cairo Trump, ricevendo l’immediata risposta ufficiale: il viaggio si farà. Senza ovviamente dire una parola – non è stato fatto nemmeno il 3 aprile quando il presidente golpista è stato ricevuto alla Casa bianca – sulla repressione in corso nel paese, la violazione sistematica dei diritti umani o la crisi economica che sta affamando la popolazione a causa dei diktat di Fmi e Banca Mondiale.

E infine il Bahrain, regime sunnita che in casa stritola la maggioranza sciita e le opposizioni con il sostegno chiaro di Riyadh: la Casa bianca ha approvato la vendita di diciannove F16 Lockheed Martin, dal valore totale di 5 miliardi di dollari, a Manama. Nena News

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

Nena News vi propone un viaggio nel progetto che l’ong italiana Cospe ha realizzato nel villaggio palestinese di Nabi Samuel, tra la Linea Verde e il muro israeliano. Oggi la prima puntata

Nabi Samuel (Foto: Nena News)

della redazione

Nabi Samuel, 22 maggio 2017, Nena News – Nabi Samuel è un villaggio palestinese a nord di Gerusalemme. Fino al 1967 e all’occupazione israeliana di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est nella comunità vivevano 3mila persone.

Oggi ne restano 250. Vivono nella cosiddetta seam zone, fascia di terre palestinesi tra la Linea Verde – il confine ufficiale tra Cisgiordania e Stato di Israele – e il muro che Israele ha iniziato a costruire dal 2002.

Da allora gli abitanti di Nabi Samuel vivono in un’enclave in cui mancano i servizi e la possibilità di ristrutturare le abitazioni o di costruire di nuove.

L’ong italiana Cospe, in partnership con l’organizzazione italiana Cric e le associazioni palestinesi Riwaq, Land Research Center e Palestinian Youth Union, con il finanziamento dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione, ha portato avanti un intervento di emergenza per la ristrutturazione di 15 abitazioni e la creazione di spazi comuni, orti agricoli e stalle per l’allevamento degli animali.

Qui trovate il primo video in cui raccontiamo la storia di Nabi Samuel e dei suoi abitanti. Nena News

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Scrittrice, giornalista e poetessa, l’autrice siriana s’immerge nella psiche femminile, ripercorre una prospettiva femminile e femminista. Raccontando storie tabù

di Cecilia D’Abrosca

Roma, 22 maggio 2017, Nena News -

“Since we are living in a difficult stage in which concepts have become distorted, principles have deteriorated, and transgressions and fabrications have become commonplace, I felt it necessary to speak out about this”

Queste sono le parole con le quali Colette Khoury, scrittrice, giornalista e poetessa siriana, nata a Damasco, introduce se stessa, esprimendo la direzione del suo impegno civile, profuso nella scrittura e, la necessità di trasformare la passione letteraria e politica in paradigma vitale. Colette, aderisce al suo tempo, ne interpreta strutture e sovrastrutture, s’infiamma per la società che nega i diritti e legittima posizioni subalterne.

Prova a sgretolare quel sistema di privilegi riconosciuto a limitate classi sociali e agli uomini. E’ la stessa Colette a dire “No” ad un matrimonio che la riduce ad fantasma domestico. Più volte, ripete al suo primo marito: ”Vorrei ti accorgessi che in casa c’è un essere umano; che fossi contento di parlare con me, piuttosto che gioire solo del pasto che ti preparo”.

Dalla sua biografia nasce la ribellione. L’ennesima storia di una donna araba del Novecento (nata nel 1931), che si sbarazza di ogni clichè e soffoca, con l’arte della scrittura e della parola, il tentativo di ridimensionare il valore delle iniziative sociali tese ad ampliare le opportunità concrete per le donne. La protesta morale di Colette Khoury prende avvio nella propria casa: stravolgendo il ruolo di moglie silenziosa ed ubbidiente cui non è riconosciuto lo spazio adeguato e alcuna rilevanza alla sua emotività.

Rivendica il diritto delle donne all’amore e alla libertà di viverlo nella forma che meno si allontani dalla personalità di ciascuna di esse. La donna dei suoi scritti, è colei che ha il coraggio di sfidare se stessa, che non resta immobile, ma sperimenta sentimenti ed emozioni. La scelta di Khoury, di creare una letteratura dell’amore, inteso come amore intellettivo e non puramente romantico, la colloca nell’alveo delle letterate che agitano le vite altrui, spingendole in avanti, verso il superamento dei limiti che la natura umana si pone.

La produzione di Khoury, innovativa nel suo messaggio, desta tuttavia “sospetto”, poiché indurrebbe le donne a ripensare a se stesse, in virtù del fatto che alcune azioni o parole proferite da loro, sono interpretate come segno di inferiorità e debolezza, caratteristiche riconducibili ad un immaginario sorto per comodità e pigrizia del pensiero nel mondo antico.

La letteratura e la scrittura riempiono la vita di Colette, pur non essendo gli unici linguaggi che adopera per parlare di sé e delle altre donne, poiché si dedica anche al giornalismo e alla politica. Dal 1990 al 1995 è membro indipendente del Parlamento siriano, nel 2008 diventa consulente letteraria del presidente Bashar al-Assad, inizia a scrivere per il quotidiano Al Baath di argomenti letterari e politici, coltivando quella vocazione letteraria di cui la sua esperienza di donna è intrisa.

Colette Khoury traccia il suo percorso con lucidità, non rinunciando alle sue scelte morali e ai suoi ideali. Il talento letterario e giornalistico, intrecciato alle doti politiche, irrompono; parimenti, il senso di giustizia e il desiderio di vivere secondo dettami non predeterminati. La scrittrice non interpreta un femminismo esasperato, sebbene questo andrebbe contestualizzato con riferimento agli anni Cinquanta, esaminandone la prospettiva femminista e sociale al suo interno.

La mobilitazione di Colette non si arresta né si limita alla Siria, ma prosegue nei paesi europei: ad esempio, in Francia e in Spagna ( dove sposerà il musicista Rodrigo de Zayas, dal quale avrà una figlia, Mercedes Nara).

Poetessa e militante. Nipote del primo ministro siriano Faris al-Khoury, eroe della resistenza alla Francia, Colette Khoury è una patriota, autrice di una raccolta sulla Guerra d’ottobre del 1973, nota come Yom Kippur War. Si laurea all’Università di Damasco in Letteratura Francese e riceve il Diploma dalla Facoltà di Letteratura di Beirut. La sua attività letteraria si concentra su una poetica dell’amore e dell’erotismo. Del linguaggio dei sensi e dei corpi: argomenti taboo della cultura siriana.

Carriera letteraria. Khoury è stata una pioniera del femminismo arabo. Negli anni ’50 inizia a scrivere storie “arrabbiate” che parlano di uomini e dell’egoismo di alcuni di loro. La sua attività si apre con Vingt Ans (Beirut, 1958), raccolta di poesie in lingua francese, nella quale Khoury manifesta il disappunto per le costrizioni sociali, il senso di vuoto e l’assenza di scopo nella vita, rinvenendo nell’amore la sola essenza salvifica.

Gran parte del lavoro di Khoury deriva dalla volontà di evitare una rappresaglia aperta: comprendendo che, solo attraverso la scrittura è possibile argomentare il pensiero politico evitando ripercussioni dirette. Colette Khoury s’immerge nella psiche femminile, molte delle storie ideate dalla scrittrice ripercorrono una prospettiva femminile e femminista, imbevuta di una capacità osservativa e analitica sottile che sprigiona dall’autrice attraverso i suoi scritti.

Khoury ha prodotto tantissimo: oltre 20 romanzi, numerosi articoli politici e letterari. Ma è il 1959 l’anno in cui Colette sciocca il mondo arabo, scrivendo un romanzo nel quale parla apertamente dell’amore: è la prima volta che una donna affronta con audacia un soggetto, vissuto come “scabroso” all’interno di una società tradizionale. L’opera è Ayyam Maahou (Days With Him), ispirata alla storia d’amore tra Colette Khoury ed il poeta siriano Nizar Qabbani. Colette costruisce la figura di una donna il cui sentimento non è tanto intenso da accecarla, in modo da lasciare intatta l’immagine di una leader forte.

La protagonista, Rim, non condivide le forme di controllo della società e della famiglia, in quanto ciò che desidera è poter sviluppare una identità personale. I genitori scompaiono quando è ancora giovane, ma il peso di una educazione rigida e dei valori trasmessi vivranno in lei creandole conflitti. È insofferente all’istituzione matrimoniale nella forma più classica, dichiarando:”No! Io non sono nata solo per imparare a cucinare per poi sposarmi, crescere bambini, e morire. Se questa è la regola del mio Paese, io sarò l’eccezione. Io non voglio sposarmi!”.

Due anni dopo, pubblica Layla Wahida (1961), opera tradotta col titolo One Night, che racconta la passione della protagonista per un pilota francese negli anni della Seconda Guerra Mondiale. La storia presenta il tradimento come esperienza illuminante: Rasha, donna sposata, cerca di ritrovare se stessa e reagire al controllo esercitato da suo marito, sulla sua vita, iniziando una relazione extraconiugale, dopo essere stata costretta a sposare un uomo di 30 anni quando lei ne aveva appena 15.

Salim, suo marito, concepisce il matrimonio alla stregua di una “transazione economica”, trattando Rasha come un oggetto. In più di una occasione, lo sfogo della moglie si consuma attraverso queste parole: ”Hai mai considerato, solo per un giorno, che questa donna, che consideri alla stregua dell’arredamento, è un essere umano?” “Un essere umano che avrebbe preferito centinaia di volte che tu condividessi con lei una delle tue idee piuttosto che pagarle una delle tue cene deliziose”. Nena News

Il candidato riformista è stato confermato alla presidenza della Repubblica islamica con il 56% dei voti. Il suo principale rivale, il conservatore Ebrahim Raisi, si è fermato al 38,99% 

Rouhani vota (Foto: Reuters)

della redazione

Roma, 20 maggio 2017, Nena News – Il 68enne candidato riformista Hassan Rouhani ha vinto le elezioni in Iran al primo turno riconfermandosi alla presidenza della Repubblica islamica. Ad annunciarlo è stato stamane il ministero degli interni iraniano. Secondo i dati del dicastero degli interni, Rouhani ha ottenuto 14.619.848 di voti (il 56,3%) mentre il suo principale rivale, il conservatore Ebrahim Raisi, si è fermato a 10.125.855 preferenze (38,99%). Molto più giù gli altri due candidati: il conservatore Mostafa Mirsalim ha preso 297.276 voti (1,14%) e l’altro sfidante riformista, Mostafa Haschemi Taba, 139.331 (0,53%). Proprio quest’ultimo stamattina è stato il primo a prevedere la vittoria di Rouhani. “Nel suo prossimo mandato – ha dichiarato – Rouhani continuerà i suoi sforzi per [dare] dignità all’Iran”.

Alta l’affluenza alle urne: il vice ministro degli interni, Ali Asghar Ahmadi, ha detto che più di 40 milioni di iraniani sono andati a votare ieri (più del 70% degli aventi diritto). Nel 2013 Rouhani vinse le elezioni presidenziali ottenendo il 51% delle preferenze. L’affluenza alle urne fu del 73%. Nena News

 

Aerei, navi e bombe di precisione. Ma anche un sofisticato sistema radar anti-missile. Donald Trump si appresta a vendere queste armi all’Arabia Saudita, prima tappa del tour che lo porterà anche in Israele, Vaticano, al vertice Nato e al G7

di Michele Giorgio

Roma, 20 maggio 2017, Nena News - Mentre a Tehran oggi proclameranno il vincitore delle presidenziali, nelle stesse ore a Riyadh srotoleranno il tappeto rosso per accogliere Donald Trump. Il presidente americano che in campagna elettorale aveva fatto dell’avversione all’Islam e ai musulmani la sua bandiera, nelle prossime ore si rivolgerà ad oltre 50 rappresentanti e leader del mondo islamico riuniti in Arabia saudita un discorso di amicizia e alleanza, farcito di appelli alla lotta comune contro il radicalismo religioso. Un discorso che vuole chiudere nel cassetto più dimenticato della storia quello che rivolse il suo predecessore Barack Obama nel 2009 a milioni di musulmani in  tutto il mondo parlando dall’università islamica del Cairo. «Il summit tra Stati Uniti, Arabia Saudita, Paesi musulmani è storico – ha commentato il ministro degli esteri saudita Adel al Jubeir, un “falco” fautore della linea del pugno di ferro nei confronti dell’Iran – è un chiaro segnale, entrambe le parti sono interessate a un dialogo positivo e ad allearsi».

  Tuttavia in questa prima tappa del lungo viaggio inaugurale all’estero Trump, più di ogni altra cosa, annuncerà uno dei più ampi accordi della storia per la vendita di armi Usa all’Arabia saudita, del valore di 110 miliardi di dollari. Un accordo a cui ha lavorato suo genero e consigliere “speciale” Jared Kushner divenuto, pare, un amico stretto del giovane vice principe ereditario saudita e uomo forte del regno, Mohammed bin Salman. Kushner avrebbe personalmente chiesto all’amministratore delegato di Lockheed Martin, Marillyn Hewson, di abbassare il prezzo di un sistema radar, in modo che il prezzo fosse accettabile per l’Arabia Saudita e potesse essere incluso nell’accordo. È la polizza assicurativa che Trump offre alle petromonarchie del Golfo a garanzia del suo impegno volto a proteggere sempre e comunque gli alleati sunniti e a “contenere” le ambizioni dell’Iran.

Non sorprende che per le strade di Riyadh sventolino le bandiere americane accanto a quelle nazionali e i cartelloni con il volto del tycoon accanto a quello del re Salman in arabo e inglese, inneggianti all’amicizia tra i due Paesi e al comune obiettivo di «sconfiggere il terrorismo». Su di uno si legge «Insieme vinceremo», una vittoria non contro l’Isis, il nemico che Trump sostiene di voler colpire e sconfiggere e che in realtà non è il suo vero obiettivo. Il bersaglio vero è l’Iran e a Tehran lo sanno bene. Ibrahim Raisi, lo sfidante conservatore del presidente uscente Hassan Rohani, ha puntato la sua campagna sulle eccessive aperture del capo dello stato agli americani che, afferma, si preparano a stringere di nuovo la corda intorno al collo dell’Iran, spinti anche dall’Arabia saudita e da Israele dove Trump giungerà tra due giorni.

Terrorismo e sicurezza perciò domineranno gli incontri di Trump con i capi di stato dei Paesi islamici. Spicca, ma non sorprende, l’assenza dei diritti umani dall’agenda di Trump che, lo sottolinea in un comunicato Amnesty International, non farà altro che incoraggiare ulteriori violazioni in una regione in cui i governi violano il diritto umanitario internazionale in conflitti spesso alimentati dai trasferimenti di armi statunitensi. «I diritti umani sono sotto un continuo attacco nel Golfo», denuncia Margaret Huang di AI. «L’Arabia saudita e gli altri Paesi del Golfo – aggiunge –  usano il terrorismo come scusa per schiacciare e perseguitare dissidenti pacifici e difensori dei diritti umani…e mentre in Yemen famiglie intere sono uccise all’interno delle loro case con armi vietate a livello internazionale dalla Coalizione a guida saudita in Yemen, l’Amministrazione  Trump pianifica la vendita di armi per miliardi di dollari all’Arabia Saudita». Nena News

 

Caso Regeni. L’appello di un gruppo di intellettuali portato a Roma in solidarietà con la famiglia Regeni: «Il Cairo dica la verità». La Procura italiana va in Egitto: entro maggio accordo sulla consegna dei video della stazione metro da cui Giulio scomparve

di Chiara Cruciati   il Manifesto

Roma, 20 maggio 2017, Nena News – «Ti hanno torturato e ucciso come un egiziano. Sei scomparso come ragazzo italiano per riapparire due settimane dopo come ragazzo egiziano».

Con un breve racconto Raouf Mousaad rende il suo personale tributo a Giulio Regeni. A Roma, insieme ad una piccola delegazione, ha portato il messaggio dei firmatari di un appello che chiede verità e giustizia per Giulio: sono giornalisti, scrittori, intellettuali da tutto il mondo arabo, egiziani, siriani, iracheni, marocchini, giordani.

Lo hanno presentato ieri alla Sala Stampa Estera a Roma, oltre a Mousaad (giornalista e commediografo, detenuto per tre anni negli anni ’60 per la sua adesione al partito comunista egiziano, in esilio dal 1975), lo scrittore iracheno Jabbar Hussin (anche lui in esilio da Baghdad dal 1976) e Massaad Abu Fajr (nato in Sinai, attivista per i diritti umani e tra i leader della rivoluzione del 25 gennaio 2011).

«Dopo mesi di operato presso l’opinione pubblica egiziana e araba, la questione che riguarda Regeni è oggi di interesse pubblico nonostante lo stato d’emergenza proclamato dalle autorità egiziane – si legge nell’appello collettivo – Le prese di posizione delle autorità egiziane su questo drammatico assassinio sono inammissibili».

Hussin prende la parola e dà voce all’amore per il popolo egiziano: «Conosciamo la situazione dell’Egitto e lo amiamo, per questo vogliamo sapere la verità. Esigiamo che le autorità egiziane svelino la verità, l’Egitto ha la responsabilità morale della morte di questo martire».

Un martire come lo sono le migliaia di egiziani scomparsi tra le maglie della repressione di Stato, inasprita dal luglio 2013 dal regime del presidente al-Sisi. Lo sa bene Abu Fajr, da anni impegnato per il rispetto dei diritti civili in Sinai, penisola massacrata dallo stato d’emergenza, l’assenza di investimenti e le conseguenze della “lotta al terrore”.

Il parallelo è immediato: «Il modo in cui Regeni è stato dipinto dai media [egiziani] dopo la sua morte è lo stesso con cui le autorità hanno dipinto chi fece la rivoluzione nel 2011: un omosessuale, una spia, un demonio – dice – Trovare i responsabili della sua morte e condannarli sarebbe una vittoria per la rivoluzione del 25 gennaio, una vittoria per la causa per la quale è morto e per i valori per cui è vissuto. Io conosco i suoi assassini: li ho visti in Sinai distruggere i villaggi e li ho conosciuti in carcere».

Controinformazione e attacchi mediatici che la stampa pro-governativa ha compiuto e che arrivano fino a Roma: due giornalisti in aula alzano la voce, accusano la delegazione di essere pagata dai Fratelli Musulmani per sabotare l’Egitto.

Ma il messaggio degli intellettuali non ne esce indebolito. È lo stesso che le piazze egiziane, le organizzazioni locali e gli attivisti ribadirono dopo il ritrovamento del corpo martoriato di Giulio: è morto come un egiziano, è figlio nostro.

In tanti ci sperano: se la verità su Giulio venisse alla luce, l’intera macchina della repressione di Stato ne uscirebbe indebolita, ufficialmente delegittimata. Ma sul fronte delle indagini – in assenza di misure forti da parte del governo italiano – a muoversi è solo la Procura di Roma.

In questi giorni il team del pm Colaiocco è stato al Cairo: l’obiettivo era riportare a casa i video delle telecamere di sorveglianza della stazione metro di Dokki da cui Giulio è scomparso la sera del 25 gennaio 2016, richiesta tuttora inevasa dalla Procura generale egiziana, nonostante a gennaio di quest’anno avesse accettato che esperti italiani e tedeschi analizzassero i video.

Una nuova assicurazione giunge dal procuratore Sadeq: entro maggio «sarà concluso l’accordo per procedere all’estrazione dei dati contenuti negli hard disk del sistema di videosorveglianza della metropolitana del Cairo», si legge nella nota congiunta italiana e egiziana.

Inoltre, durante l’incontro, «il team investigativo egiziano ha consegnato una prima parte dei documenti richiesti dalla Procura romana con la rogatoria del 15 marzo scorso».

Con lentezza, ma si procede. Di certo Il Cairo non ha alcuna fretta, vista l’assenza di pressioni politiche ulteriori, oltre al ritiro dell’ambasciatore italiano ad aprile 2016, misura costantemente messa in dubbio da esponenti del governo di Roma.

E in Egitto la vita scorre come al solito: giovedì 28 giovani membri di partiti e movimenti di sinistra e liberali (tra cui 6 Aprile, Dustour, Pane e Libertà) sono stati arrestati per critiche al governo su Facebook. Ieri, invece, otto membri dei Fratelli Musulmani sono stati condannati a morte per aver assaltato una stazione di polizia nel 2015. Nena News
Chiara Cruciati è su Twitter @ChiaraCruciati

Il presidente uscente è vicino ad ottenere un nuovo mandato nonostante gli insuccessi economici. Gli Usa per ora rispettano l’accordo sul nucleare ma mettono subito sotto pressione Tehran

di Michele Giorgio

Roma, 19 maggio 2017, Nena NewsL’Iran oggi è chiamato a eleggere il nuovo presidente. Il favorito è il capo dello stato uscente Hassan Rohani, riformista e protagonista dell’accordo sul nucleare iraniano siglato nel 2015, che torna a candidarsi in contrapposizione al conservatore Ebrahim Raisi. I risultati definitivi si conosceranno domani. Vincerà chi otterrà la maggioranza dei voti ma se nel primo turno nessun candidato avrà una maggioranza superiore al 50% si svolgerà un ballottaggio venerdì prossimo tra i due candidati con più voti al primo turno. Al Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione islamica spetterà la validazione dei risultati elettorali e la valutazione di eventuali reclami. Le elezioni sono divenute una corsa a due dopo che l’altro candidato conservatore, il sindaco di Teheran Mohammad Bagher Ghalibaf, lunedì si è chiamato fuori invitando i suoi supporter di votare Raisi. Il campo si è ristretto ulteriormente il giorno seguente quando il vice presidente riformista Eshaq Jahangiri si è ritirato per favorire il presidente uscente.

Rohani, anche lui un religioso come Raisi, ha cercato di inquadrare le elezioni come una scelta tra maggiori libertà civili e radicalismo politico. I sondaggi ieri lo davano ancora per favorito. Tuttavia nelle ultime settimane Rohani ha affrontato una campagna molto più dura di quanto si pensava solo due mesi fa. I conservatori che lo accusano di aver fatto molto poco per combattere la povertà e la disoccupazione e, in definitiva, di non aver mantenuto le promesse di crescita economica a doppia cifra (nel 2016 è stata del 7,4%), di lavoro per i giovani e di investimenti produttivi fatte dopo la firma dell’accordo sul nucleare. I frutti di quell’intesa, fortemente voluta da Rohani e anche dall’ex presidente Usa Barack Obama, non ancora si sono visti.

Raisi ha accusato il presidente uscente di aver fatto troppe concessioni agli occidentali senza ottenere in cambio reali benefici economici. Se la produzione e l’esportazione del greggio è ripresa e il Paese ha potuto rimettere a posto le sue finanze dissestate dopo anni di sanzioni economiche, dall’altro l’Iran è ancora escluso dal sistema bancario internazionale e di conseguenza non è in grado di firmare nuovi accordi commerciali con l’Asia e l’Occidente. Rohani chiede più tempo agli iraniani ma Raisi lo incalza sul fallimento della sua linea di dialogo e di apertura al mondo occidentale che, a suo dire, non avrebbe alcuna intenzione di mettere fine all’isolamento dell’Iran. Il candidato conservatore ha puntato con forza sui punti deboli di Rohani sottolineando il malcontento dei giovani e il caso dei minatori nel Golestan hanno contestato il presidente per la mancanza di sufficiente sicurezza sui posti di lavoro e per gli stipendi pagati male e in ritardo.

A dare una mano al presidente uscente è stata l’Amministrazione Trump che, pur essendo dominata da un forte sentimento anti-iraniano, ha confermato l’accordo sul nucleare nonostante l’approvazione di nuove sanzioni americane sul suo programma missilistico e ha abrogato le sanzioni legate al programma nucleare nonostante le sue critiche all’accordo. Questa settimana la Casa Bianca ha confermato l’abolizione per un periodo di 120 giorni delle sanzioni sugli acquisti di petrolio attraverso la banca centrale iraniana. A giugno Trump dovrà abolire altre sanzioni se vuole mantenere l’accordo sul nucleare. Un sollievo per Rohani che, forse, si è garantito la rielezione. Ma la battaglia per la fine del boicottaggio statunitense dell’Iran è tutt’altro che vinta e restano avvolte nel mistero le vere intenzioni dell’Amministrazione Trump, molto condizionata dalle posizioni di Israele, sul programma nucleare di Tehran.

Domani e domenica Trump sarà in Arabia Saudita per il suo primo viaggio fuori dagli Usa dal suo insediamento alla Casa Bianca. A Riyadh il tycoon svelerà il suo piano per quella che viene descritta come la “Nato araba”, per guidare la lotta al terrorismo e fare muro proprio contro l’Iran. Lo scriveva qualche giorno fa il Washington Post. Piano che assegna un ruolo centrale all’Arabia Saudita, la principale avversaria di Tehran nella regione assieme a Israele. A metterlo su carta, almeno all’inizio, sono stati Jared Kushner, genero e consigliere del presidente americano, e il vice principe ereditario saudita Mohammed bin Salam protagonista a inizio mese di dichiarazioni particolarmente bellicose nei confronti dell’Iran. Trump nei prossimi due giorni potrebbe annunciare di uno dei maggiori accordi sulla vendita di armi a Riyadh mai visto fin qui e, allo stesso tempo, delineare i principi fondamentali di una coalizione di Paesi sunniti, alleati stretti degli Stati Uniti, con caratteristiche organizzative simili a quelle della Nato. Una sfida che Rohani, probabile vincitore delle presidenziali, dovrà affrontare molto presto. Nena News

Today Iran will choose its next president: the sitting “reform” candidate and an ultra-conservative unknown. Abstention from young people could be high

by Giuliano Battiston -Il Manifesto

We are steps away from one of the side entrances of the labyrinthine Tehran bazaar, near the Khayyam subway stop. It’s just before lunch. The streets are crowded with people on their way to the market. Here, in a small teahouse hidden under a brick porch, calm and tranquility reign.

Some old folks chat with their neighbors. The younger people keep their heads down, focusing on their phones. From time to time, they casually raise their heads to scan the TV. For days, programming has been monopolized by the great event tomorrow, May 19: the Iranian presidential elections.

The candidates are the outgoing president, the centrist-reformist Hassan Rouhani, who aims to capitalize on the nuclear deal struck in the summer 2015 and the subsequent “openness” outside this country of 80 million people, and Ebrahim Raisi. Until a few weeks ago, Raisi’s name was not known among most of the 56 million potential voters, in spite of his outstanding curriculum.

He is a pupil of the supreme leader, Ayatollah Ali Khamenei. He is a former chief prosecutor, head of the Special Court which supervises the actions of the clerics, and a member of the assembly of experts (the entity that elects the supreme leader). In the ‘80s, he was co-responsible for the killing of thousands of dissidents. Since March 2016, Raisi is the guardian of Iran’s most important shrine, the one dedicated to Imam Reza in Mashad, and is the head of Astan Quds Razavi. On paper, this is a religious charitable foundation, but in reality, it is an empire of $15-20 billion, with interests in all economic sectors.

Both Rouhani and Raisi have decided to end their election campaigns in Mashad. Wednesday, before the 24-hour campaign stop before the elections, they challenged each other with crowded squares, promises, and empty phrases. President Rouhani insists on a binary reading on the absolute alternative. He said in Isfahan on Sunday: “Hand in hand, we destroyed walls and built bridges. We will not allow them to destroy bridges and build walls.” He reiterated this message yesterday in Mashad: “we will not allow a return to the past.”

It is either him or the return to power of the most orthodox “principled,” the establishment component — from the Revolutionary Guards to conservative hawks — that only care about protecting the principles of the ’79 revolution and their own interests, avoiding as much as possible foreign “contamination.”

But some do not believe in binary readings. “For me, there is not much difference between the two,” says twentysomething Mohammed [not his real name], while aspiring from the water pipe’s mouthpiece. “I will not vote because I do not like the government. I do not like the fact that a hundred mullahs decide the fate of millions of people. I do not like that they deprive us of all freedoms. None of the candidates is willing to give me the freedom I want, not even Rouhani, no matter what he says. I will not vote.”

His is a particular perspective: He is a PhD student (“Study of Human Resources Management”), and he spent two years in Manchester, England, “where I experienced freedom.” Yet abstention could be the choice of many. Lawyer Marzieh Mohebbi says: “For Rouhani, the real danger are the many undecided. And the disappointed.” He welcomes us in her office in Mashad, in the northeast of the country, about 10 hours by train from Tehran.

On her large desk, dozens of folders are maniacally aligned. They are the court cases of “unjustly” imprisoned women, which are being carried out by 200 female lawyers of the NGO she heads, Soura. “People are disillusioned, tired of politics,” Mohebbi adds. And tired of Rouhani.

The president based his entire campaign on the nuclear agreement. But the promised benefits are slow to arrive. The economy is growing at around 5 percent per year, oil production rose to 2.5 million barrels a day, and inflation has dropped from 35-40 percent, during President Ahmadinejad’s tenure, to 10 percent now. But the cost of living keeps going up. So does unemployment, now at 13 percent, with even higher figures for women. And among young people, it is 65 percent of the population.

In Marzieh Mohebbi’s opinion, Rouhani should be supported, however: “These are crucial elections. We have to defend a phase that began four years ago.” The director of Soura blames the previous administration and the international context for the lack of success: “That poorly led government lasted eight years, during which the country was almost brought to ruin, but also foreign countries bear some responsibilities, because they applied unjust sanctions.” For her, the economic well-being “is generated by world peace,” and Rouhani’s most important contribution was to “promote the idea that diplomacy is more useful than conflict.”

She doesn’t hide the fact she will support him. But she acknowledges and fears the strength of the challenger Raisi, who is going up in the polls. “Here in Mashad, the conditioning by the ultra-conservative establishment is very strong,” says Nasser Amoli, political activist and familiar face of the reformist camp. “There is the sanctuary” managed by Raisi, and “there are very strong economic interests. The municipal elections [which provide context to the presidential elections] are controlled by Ahmadinejad’s cohort. And then there is the influence of the city imam,” Ayatollah Ahmad Alamolhoda, Raisi’s father-in-law and close adviser to Khomeini.

“An environment where prejudice, ignorance and parochialism prevail over rationality and pragmatism. For us reformists, it is a kind of prison.” Amoli is fighting for Rouhani’s second term: “Four years ago, we supported him to normalize the state of things, to recover the years lost with Ahmadinejad. Rouhani did it. Now, we expect he will continue his reform agenda.”

Even the general secretary of the “New Society of Muslim intellectuals,” Tahereh Rahimi, believes that Rouhani is the best candidate. “In recent decades, Iran has changed a lot, it has progressed, it has been industrialized, but it remains a highly religious country; we need someone who knows the two sides, the outside world and our tradition. Rouhani can combine them.”

Rahimi adds: “He is the only one who can provide new opportunities and rights for women, so we can get equal opportunities not only from the regulatory point of view, but social as well.” Antonia Shoraka, film critic and head of the Department of Italian Studies of the Islamic Azad University in Tehran, seems more skeptical. I met with her at the 30th International Book Fair that ended on May 13 in Tehran. “Rouhani focused on international policy, where he has been successful, but in internal affairs, he did not do much.”

Some people in Iran believe he has had to accept an “exchange” with the supreme leader and the hawks: the green light on the nuclear deal in exchange for giving up on the civil and social rights reforms. It is certainly true that the Rouhani administration has shirked its responsibility on human rights. “Little has changed for the publication of books and movies. As for women’s rights, for now it is just talk. Nothing concrete,” says Shoraka.

She believes Rouhani will be re-elected. But she does not seem enthusiastic. “I’d like to be different, but we make do with the minimum now.”

As the war against the Nusra Front, ISIS, and their affiliated factions heads towards their defeat, the ground is being laid for the much more important war on the Lebanese Hizbollah, maintains Abdelbari Atwan, the editor-in-chief of al Raia al Youm

by Abdelbari Atwan – www.alraiaalyoum.com

The war waged by the U.S.-led alliance on ISIS under the banner of fighting terrorism may be legitimate in many peoples’ eyes, and especially those of its Arab members. But we believe that this war is a mere cover or smokescreen that paves the way to, or bestows legitimacy upon a war against the resistance, specifically Hizbollah.

The U.S.’s war in Kuwait in 1991 was the culmination of a tightly woven trap set up after careful planning and a precise distribution of roles. Its aim was to drag Iraqi president Saddam Hussein into Kuwait as the prelude to destroying Iraq, aborting its scientific and military renaissance, and foiling its regional role. And it would be no exaggeration to say that the Syrian war had a similar aim – not only to destroy and fragment Syria, but to implicate the Lebanese Hizbollah and diminish the enormous popularity it had gained and was engraved in the hearts of tens-of-millions, or perhaps hundreds-of-millions of Arabs, after its two great victories against Israel. The first was when it liberated Lebanon’s occupied territories in 2000 after ferocious resistance, and the second time was in July 2006 when it also fought ferociously and held its ground in an epic manner against the Israeli enemy that sought to annihilate it.

Most of the U.S. and its new President Donald Trump’s current moves in the region – including his visit to Riyadh in a few days time and the Eager Lion exercises in Jordan – have one main aim, namely, to declare all-out war on Hizbollah, dry up its financial resources, and criminalize it in the same manner that Iraqi president Saddam Hussein was criminalized, and the Palestinian resistance movement before that, first during the days of the PLO and its factions, then during the days of Hamas, Islamic Jihad, and the other factions that continue to fight Israel.

Iran’s problems with the West are growing, and its nuclear ambitions represent one of their most prominent aspects. But it is possible to cohabit and even contain this by various means. However, Iran’s grave sin from the West’s perspective stems from its support for the Lebanese Hizbollah, transforming it into a military arm that poses an existential threat to the Israeli state; this, at a time when the Arabs have surrendered to Israel and have gradually begun to drop the epithet ‘enemy’ when describing it; building bridges of cooperation and normalizing relations with it instead, and treating it as a strategic regional ally.

Hizbollah violated all American and Israeli red lines when it acquired vast missile capabilities (100-thousand missiles) as well as fighting skills that most of the region’s armies, including the Israeli army, lack, and because it combines the classical skills of conventional armies with expertise in guerilla warfare. Moreover, the party’s combat experience in Syria over a period of four consecutive years has strengthened, developed, and modernized these skills.

According to reports over the past couple of days, a number of Gulf and Arab states have held a secret and closed meeting in Washington. The aim was to produce a strategy for confronting Hizbollah in the coming period. The states attending the meeting included Saudi Arabia, Jordan, Kuwait, Bahrain, Qatar, and the UAE. But these reports are no surprise since the current activities that will begin with the Riyadh summits led by President Trump will effectively crown these moves.

Reports from this meeting indicate that the joint Arab/international plan for confronting Hizbollah includes imposing economic sanctions on its members and supporters, and those close to it in all the world’s countries, especially those in Africa and Europe who back the party financially. The plan includes measures to monitor financial transfers and dry up the party’s sources of financing in an effort to create difficulties for its leadership and its political and military institutions.

The war on the hard-line ‘jihadi’ groups such as the Nusra Front and ISIS is about to end. For its part, the Nusra, it is now besieged in Idlib and Damascus’ countryside as well as in some pockets in Aleppo’s countryside. The recent Astana agreement delegated the task of liquidating it to the so-called moderate [Syrian opposition] factions backed by the U.S., Turkey, Saudi Arabia, and Qatar. And as for ISIS, it has lost most of Mosul, and the war waged by the U.S.-backed Kurdish SDF (Syrian Democratic Forces) to liberate Raqqa is now imminent, and will begin as soon as U.S. supplies of tanks, armored vehicles, and modern missiles to these forces have been completed.

In other words, the destruction of the ‘Islamist’ factions that are included on the international list of terrorist organizations will open the door wide to the more important war on Hizbollah, not only in Syria, but in Lebanon as well. This will begin with an economic war and end in a military offensive. In fact, if we were go back a bit in time, specifically to the 1990 Kuwait crisis, we would find that the same scenario was implemented against Iraq – namely, a siege, a ban on exporting oil, followed by military invasion and occupation.

Will this scenario that is being implemented in stages against Hizbollah (and hence Iran) achieve the same success it achieved in Iraq – and before that against the Palestinian presence in Lebanon (that ended with the 1982 [Israeli] invasion)?

It is difficult to give a clear ‘yes’ or ‘no’ answer to this question. But what can be said is that circumstances have changed, and Israel has changed as well. Hizbollah is the focal point of a regional and confessional structure. It enjoys clear and open support from Iran, and from Iraq to a lesser degree. Any war against it will not be easy. If the 1991 scenario achieved success in Iraq, it is due to Arab collusion and betrayal first, and to the Soviet Union’s collapse second, leaving the U.S. as the sole and dominant power that directs the world alone.

All of the wars and conspiracies currently unfolding in the region are for the sake of Israel’s security and stability, and in order to preserve its military power and superiority in implementation of the scheme designed by ‘the two Bernards’ –Bernard Lewis and Bernard Henri-Levy – and their Grand Master Henry Kissinger who taught them the black art of magic.

It is no coincidence that this scheme’s implementation was launched on the 100th anniversary of the Balfour Declaration and the Sykes/Picot agreements. For the main title of the second centenary will be the fragmentation of the states that emerged from the womb of these agreements, and the consolidation of Jewish/Israeli presence in Israel and the region for another hundred yearsץ. Anyway, the coming days will tell.

Le fasi evolutive del coordinamento alla sicurezza. Seconda  parte dell’analisi di Alaa Tartir che spiega cosa è accaduto dal 1993 ad oggi e i suoi effetti distruttivi nella società e nella politica in Cisgiordania

Poliziotti palestinesi durante un’operazione (Foto: COPPS)

di Alaa Tartir – Al Shabaka

Ramallah, 19 maggio 2017, Nena News – (qui la prima parte). Le percezioni pubbliche negative sul coordinamento alla sicurezza sono rafforzate da esperienze dirette – dalle quali le élite sono esentate – così come dalla retorica ufficiale e dai contenuti dei Palestine Papers.

Ad esempio, il generale Usa Dayton sottolineò nel 2009 che i comandanti dell’esercito israeliano gli avevano chiesto, riguardo alle forze di sicurezza palestinese che stava addestrando: “Quanti altri di questi nuovi palestinesi puoi creare? E quanto velocemente?”. Disse poi che un ufficiale palestinese aveva affrontato uno di questi “nuovi palestinesi” laureandi in Giordania dicendogli: “Non sei stato mandato qui per imparare a combattere Israele. Ma per imparare a mantenere legge e ordine, a rispettare il diritto di tutti i nostri cittadini e ad implementare lo Stato di diritti così che possiamo vivere in pace e sicurezza con Israele”.

E nel 2013, in un discorso davanti al parlamento europeo, il presidente israeliano Shimon Peres disse: “È stata formata una forza di sicurezza palestinese. Voi e gli americani l’avete addestrata. E ora lavoreremo insieme per prevenire terrore e crimine”.

Mentre il coordinamento alla sicurezza si cementava da Oslo in poi, lo status quo non è una conclusione scontata. Tuttavia il cambiamento sarà difficile da archiviare visto che il sistema ha creato un segmento di società palestinese che intende mantenerlo. Questo segmento è composto non solo dal personale della sicurezza in Cisgiordania e a Gaza, ma anche da quei palestinesi che beneficiano degli accordi istituzionali e della rete di collaborazione e dominio.

Lo status quo è per loro un beneficio e la “stabilità” un mantra. Sono impegnati verso un approccio che privilegia l’élite politica, economica e della sicurezza e non hanno incentivi a modificare le regole del gioco.

Ogni tentativo di interrompere il coordinamento alla sicurezza avrebbe dunque conseguenze reali per l’Anp e la sua leadership. Eppure la perpetuazione dello status quo è distruttiva per la maggior parte dei palestinesi che vivono sotto occupazione israeliana e per i palestinesi in generale. Con la distruzione della capacità di correggere gli errori politici e di responsabilizzare le élite, il business continuerà come al solito. Il coordinamento alla sicurezza resterà una caratteristica fondamentale di una realtà alterata che favorisce l’occupante, a meno che non vengano prese al più presto delle misure.

Reinventare la dottrina della sicurezza dell’Anp
Il rafforzamento della struttura della sicurezza dell’Anp richiede interventi politici a livelli multipli, dalla correzione della retorica di parte alla creazione di meccanismi di responsabilità. Le seguenti raccomandazioni, diretti a diversi stakeholder, propongono una revisione delle operazioni e le strutture delle forze di sicurezza dell’Anp.

L’Autorità Palestinese
L’Anp deve ascoltare il popolo palestinese e rispettare i suoi desideri e le sue aspirazioni, comprese quelle sul dominio della sicurezza; altrimenti il gap di legittimità e fiducia crescerà sempre di più. Non c’è mai stato un sistema politico palestinese inclusivo, ma una leadership più reattiva, rappresentativa e responsabile assicurerebbe che la sicurezza dei palestinesi, invece che quella dei loro occupanti e colonizzatori, diventi una questione centrale.

Un autentico settore della sicurezza, come affermato da Tariq Dana, significherebbe la fine del “focus sul controllo interno conosciuto come Dottrina Dayton” e “un programma che preveda responsabilizzazione e giustizia”.

Come elaborato da Hani al-Masri, questo richiederebbe misure graduali ma ferme per congelare o sospendere il coordinamento alla sicurezza: mettere fine all’intervento dell’apparato di sicurezza palestinese nelle questioni politiche; ridurre il budget per la sicurezza; eliminare parte dell’apparato alla sicurezza e ristrutturare il restante con un enfasi su professionalizzazione, patriottismo e libertà dal nepotismo politico; addestramento dell’apparato per resistere ai raid israeliani in Area A.

Sebbene l’Anp affermi ancora che gli attuali accordi e la divisione del lavoro serve alla soluzione a due Stati, la colonizzazione israeliana senza sosta delle terre palestinesi fa sì che l’Anp e la sua leadership debbano rivedere la loro funzione. L’imminente minaccia di annessione dovrebbe spingere l’Anp a prendere misure prima che il suo ruolo di subappaltatore dell’occupazione si solidifichi.

Società civile palestinese
Le organizzazioni della società civile palestinese, in particolare quelle per i diritti umani, devono formare coalizioni maggiormente efficaci e intensificare gli sforzi per punire le violazioni dell’Anp e della sua leadership politica e militare. In assenza di istituzioni che facciano da peso e contrappeso, la pressione che va oltre lo scrivere e il pubblicare rapporti (anche se si tratta di azioni importanti) è urgente. In altre parole, la società civile palestinese deve sviluppare azioni pratiche per affrontare le continue violazioni dei diritti commesse dall’Anp.

Gli attori della società civile (istituzioni accademiche, intellettuali e think tank) devono inoltre affrontare il fallimentare discorso dell’Anp per il quale la resistenza palestinese è bollata come insurrezione o instabilità. Anche gli attori israeliani e internazionali che usano questo discorso dovrebbero essere affrontati.

La società civile deve abbracciare e rendere operativa la resistenza invece di assistere alla sua criminalizzazione e considerarla come un modo di vivere comprensivo sotto occupazione e in esilio. La resistenza come modo di vivere può aiutare a ribaltare il ritratto che ne fanno attualmente le élite politiche e della sicurezza. La resistenza può dunque garantire il ripristino dei valori e degli ideali fondamentali che permettano ai palestinesi di agire collettivamente per i propri diritti.

Attori esteri, in particolare Eupol Copps e Ussc, hanno bisogno di uno scrutinio serio da parte della società civile, sia in Palestina che nei paesi di origine. Non possono continuare a dominare il regno della sicurezza senza assumersene la responsabilità né essere trasparenti. Promuovendo lo Stato di diritto in un contesto autoritario, questi corpi contribuiscono alla “professionalizzazione” delle pratiche autoritarie attraverso l’abuso della buona governance.

La loro rivendicazione per cui il mandato è “tecnico” gli permette di sottrarsi ai risultati politici delle loro operazioni. Dopo un decennio di operazioni, è tempo di condurre una valutazione palestinese indipendente di questi enti e usare meccanismi di responsabilizzazione per riformare questi “riformatori” e decidere la via da qui in avanti.

I donatori e l’industria dei finanziamenti
In un contesto altamente dipendente dagli aiuti, la supremazia di “securizzazione” e militarizzazione si estende al regno dello sviluppo. I politici degli Stati donatori e i palestinesi che facilitano i programmi di finanziamento dovrebbero affrontare il modo in cui “aiuti securizzati” hanno trasformato un movimento di liberazione in un subappaltatore del colonizzatore e portato a tendenze autoritarie che favoriscono la struttura della sicurezza a spese di altri settori (salute, educazione e agricoltura) e della democrazia.

Inoltre in Palestina gli aiuti securizzati e lo sviluppo non solo hanno fallito nel rivolgersi a povertà e disoccupazione ma hanno anche creato nuova insicurezza e illegittimità. I pianificatori di sviluppo devono capire che questi modelli non saranno mai modificati a meno che il popolo, e non la struttura della sicurezza, conduca le danze.

Queste azioni sono un dovere del popolo palestinese, specialmente quando i politici non lo rappresentano. La società palestinese ha bisogno di affrontare i mezzi usati per reprimere la sua mobilitazione e di garantire la realizzazione dei propri diritti fondamentali.

L’iniziativa di giovani apartitica “End Security Coordination” emersa dopo l’assassinio di Basil Al-‘Araj a marzo 2017 rappresenta un esempio di questa mobilitazione. Nell’appello i giovani scrivono: “Il nostro popolo ha combattuto troppo a lungo per noi per restare immobili mentre leader repressivi che barattano la nostra oppressione con i loro interessi personali. Siamo quasi a 30 anni dagli Accordi di Oslo che hanno trasformato quanto restava della nostra terra in prigioni a cielo aperto amministrate da ufficiali dell’Anp non rappresentativi che si sono autoassunti per essere la prima linea di difesa dei nostri colonizzatori. Il regime di Oslo non ci rappresenta. Ora è tempo per noi di metterci insieme e ricostruire la nostra lotta collettiva per la liberazione di tutta la Palestina”.

Se tale resistenza organizzata continuerà e crescerà, la pressione della gente potrebbe essere in grado di modificare la traiettoria del coordinamento alla sicurezza Anp-Israele, rendendo i palestinesi meglio equipaggiati per incamminarsi verso l’autodeterminazione e l’ottenimento dei diritti umani. Nena News

Traduzione a cura della redazione di Nena News

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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