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Il 18 gennaio i due principali leader dei cristiani libanesi, dopo essersi combattuti, anche con le armi, per 30 anni, hanno raggiunto un accordo per il nuovo presidente atteso da 20 mesi. Geagea appoggerà la candidatura di Aoun. Dietro l’intesa tra avversari gli interessi di Qatar e Stati Uniti. Hezbollah approva ma teme manovra politica

di Michele Giorgio – Il manifesto

Roma, 22 gennaio 2016, Nena News – Un approccio troppo orientalista potrebbe spingere a considerare il clamoroso accordo tra i due principali leader cristiani libanesi, Samir Geagea e Michel Aoun, nemici giurati da 30 anni, l’ennesimo esempio delle incongruenze del Paese dei cedri e di un Medio Oriente sempre ai limiti della surrealtà. Piuttosto l’esito dell’incontro del 18 gennaio a Maarab – volto a dare al Libano un nuovo presidente dopo 20 mesi di vuoto istituzionale – tra Geagea, capo delle Forze Libanesi (destra filo-occidentale e anti-Assad), e Aoun, leader della Corrente dei liberi patrioti (nazionalisti alleati del movimento sciita Hezbollah), è fondato su ragioni politiche concrete, dentro e fuori il Libano. A cominciare dalle forti ambizioni dei due esponenti cristiani, rimaste paralizzate per 11 anni dopo la frattura netta, devastante, tra filo-occidentali e filo-siriani emersa in seguito l’assassinio a Beirut nel 2005 dell’ex primo ministro Rafiq Hariri. Passando per la rivalità tra Qatar e Arabia saudita. Fino alla realpolitik di Barack Obama, sponsor principale dell’accordo internazionale sul nucleare iraniano che sta spostando parte degli equilibri in Medio Oriente.

Certo in Libano (e non solo) tanti sono rimasti a bocca aperta quando hanno appreso che Geagea appoggerà la candidatura di Aoun alla presidenza. Così come erano rimasti senza parole quando alla fine dell’anno scorso, il leader sunnita ed ex premier Saad Hariri (figlio di Rafik Hariri) aveva annunciato il suo appoggio, per la carica di capo dello stato, a Suleiman Frangieh, amico stretto del suo odiato nemico Bashar Assad. Aoun e Geagea si sono combattuti per 30 anni. Alla fine degli anni Ottanta, nell’ultima fase della guerra civile libanese, Geagea attaccò Aoun (all’epoca comandante delle forze armate) che in quelle fasi, a differenza di oggi, si opponeva all’ingerenza siriana in Libano. I due parlarono a suon di cannonate. Aoun nel 1990 fu sconfitto e costretto all’esilio. Geagea quattro anni dopo fu arrestato e incarcerato per crimini di guerra. Tanti anni dopo, con ruoli capovolti, i due si sono di nuovo scontrati dopo la liberazione di Geagea (seguita al ritiro militare siriano dal Libano il 26 aprile 2005) e il rientro a Beirut il 7 maggio dello stesso anno di Aoun. Geagea da allora è stato parte del Fronte 14 Marzo e alleato dei sunniti di Saad Hariri. Aoun, il più popolare dei leader cristiani libanesi, con la firma del memorandum d’intesa con Hezbollah nel 2006, è diventato un partner decisivo del movimento sciita guidato da Hassan Nasrallah. Infine dal 2014 sono stati divisi proprio dalla questione della presidenza, che la spartizione settaria libanese assegna a un cristiano maronita. Infine è giunta la svolta clamorosa dell’accordo di inizio settimana.

Secondo un’analisi del quadro interno libanese, Geagea, è stato infastidito dall’iniziativa presa, senza consultarlo, dal suo alleato Hariri di indicare per la presidenza Suleiman Frangieh. Più di questo ha pesato la conclusione raggiunta dal leader della Forze Libanesi di non poter mai superare il consenso che raccoglie Aoun tra i cristiani. Ed inoltre spalancare la strada della presidenza al suo (ex) nemico adesso, vuol dire tenerla aperta anche per le sue ambizioni al termine del mandato di Aoun. Una prospettiva che ha qualche possibilità di concretizzarsi sebbene in politica, specialmente in Libano, è sempre un rischio fare piani a lunga scadenza. Anche il quadro regionale ha avuto il suo ruolo. Il Qatar, che ha subito applaudito alla riconciliazione tra Geagea e Aoun, salutandola come la soluzione che darà un nuovo presidente al Libano, ha esercitato forti pressioni sull’alleato Geagea, allo scopo di compensare il sostegno dato dai “cugini” sauditi all’iniziativa di Saad Hariri. Qualcuno però crede che, seguendo strade diverse, Riyadh e Doha, in realtà stanno rimescolando le carte in Libano, prima attraverso Frangieh e ora con Geagea. Il fine sarebbe quello di smantellare la stretta alleanza tra Aoun e Hezbollah. Sauditi e qatarioti, si sussurra in giro, credono che Aoun, una volta nominato presidente, rinuncerà a una parte delle ragioni che più di 10 anni fa lo spinsero ad allearsi con Hezbollah e il fronte pro-Siria “8 Marzo”. Per questa ragione il movimento sciita guarda a questi sviluppi con prudenza, pur proclamandosi favorevole.

Si deve considerare anche un ruolo americano. Secondo Nasser Qandil, direttore del quotidiano pro-Damasco al-Binaa, dietro le pressioni del Qatar su Geagea, ci sarebbe proprio l’Amministrazione Obama desiderosa di lanciare qualche siluro all’influenza in Libano dei regnati sauditi, alleati che in questi ultimi 2-3 anni hanno contestato molto la linea degli Stati Uniti e tentato di impedire l’accordo sul nucleare iraniano. La riconciliazione tra leader nemici in Libano, spiega Qandil, potrebbe essere un riflesso della linea americana volta a trovare i compromessi necessari per un accordo in Siria. Non è detto però che i giochi in Libano siano già fatti. Nena News

 

“Lavoro o rivoluzione”. Questo lo slogan scandito da migliaia di manifestanti in diverse zone del Paese. Cinque anni dopo la “rivoluzione dei gelsomini”, le promesse sono rimaste lettera morta e si torna a manifestare per chiedere il lavoro. Il 62 per cento dei laureati è disoccupato

della redazione

AGGIORNAMENTO ORE 14.15 – SCATTA IL COPRIFUOCO. FALSO L’ANNUNCIO DI 5.000 NUOVI POSTI DI LAVORO A KASSERINE

Ritrattato l’annuncio di 5.000 nuovi posti di lavoro nella provincia centro-occidentale di Kasserine, fatto dal governo per placare le proteste che scuotono il Paese da giorni. Si è trattato di una “comunicazione errata”, ha detto il ministro delle Finanze, Slim Shaker. Non si tratterebbe di nuovi posti di lavoro, ma di una sorta di programmi di tirocinio.

E intanto in tutta la Tunisia è stato imposto il coprifuoco notturno, già in vigore da martedì a Kasserine, teatro degli scontri più violenti. Le proteste da Kassarine, iniziate dopo la morte del giovane Ridha Yahyaoui, si sono diffuse in altre zone della Tunisia ed è stata dura la risposta delle forze dell’ordine.

Ai sit-in e alle manifestazioni pacifiche, si sono affiancati anche atti di vandalismo. E oggi il ministro dell’Interno, Hadi Majdoub, ha parlato di “terroristi” che si infiltrano nelle manifestazioni. Nena News

Roma, 22 gennaio 2016, Nena News – Le proteste tornano a scuotere la Tunisia quando sono trascorsi cinque anni dalla “rivoluzione dei gelsomini” che ha portata alla fine del regime dell’ex presidente Ben Ali, ma non alla soluzione dei pressanti problemi economici, e non solo, del Paese che ha ispirato le cosiddette primavere arabe.

Da quattro giorni migliaia di persone, in prevalenza giovani, sono scese nelle piazze di diverse città tunisine per chiedere lavoro. La promessa di una sicurezza economica che pensavano andasse a braccetto con le conquiste democratiche, peraltro incompiute, è stata disattesa. Per alcuni, tradita da una classe dirigente che non ha saputo rinnovarsi del tutto e non ha messo in campo le riforme necessarie alla ripresa economica, in un Paese dove il tasso di disoccupazione è al 15 per cento e aumenta tra i giovani. Secondo l’OECD (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico), oltre un terzo dei giovani tunisini e il 62 per cento dei laureati sono senza lavoro.

Le manifestazioni, però, non sono sate sempre pacifiche. In alcuni casi i manifestanti si sono scagliati contro le sedi delle istituzioni e si sono scontrati le forze di sicurezza che hanno usato gas lacrimogeno e cannoni ad acqua per disperdere la folla. Ieri un poliziotto è rimasto ucciso a nella cittadina di Feriana, quando i manifestanti hanno capovolto l’automobile in cui si trovava. Una quarantina i dimostranti feriti, secondo l’agenzia AP, mentre sono 59, per il ministero dell’Interno, gli agenti feriti.

Nella capitale Tunisi centinaia di persone hanno marciato per le principali strade della città, ma è nella provincia, più povera ed emarginata, che è esplosa la rabbia. Manifestazioni e scontri si sono verificati a Feriana, Jamdouba, Beja, Sidi Bouzid, Guebeli, Kef. I manifestanti scandivano lo slogan ‘lavoro o un’altra rivoluzione’, hanno riportato i media.

È la città di  Kassarine quella dove la protesta è più forte, e secondo i media è qui che ha avuto inizio lo scorso fine settimana, quando un giovane, conosciuto come Ridha Yahyaoui, è morto folgorato su un palo della luce dove si era arrampicato per contestare l’esclusione dalla lista dei nuovi reclutati nel dipartimento regionale dell’istruzione. Si è scoperto che lista era stata manomessa ed è stato rimosso il vice-prefetto della città, ma non è bastato a placare gli animi.

Inoltre, davanti agli uffici della società elettrica e del gas quindici persone hanno iniziato il 4 gennaio un sit-in e uno sciopero della fame. Sono giovani laureati che lavorano come guardie per la compagnia elettrica, con un salario basso, e da quasi tre settimane si nutrono di acqua e zucchero.

Kasserine è una delle aree più povere della Tunisia, in cui vivono circa 80mila persone, ed è vicina a Sidi Bouzid, la città dove Mohamed Bouazizi si diede fuoco nel 2010 dopo che gli era stato confiscato il banco con cui campava la famiglia. Fu a scintilla che accese la rivolta tunisina.

La rabbia scatenata dalla mancanza di lavoro si unisce alla delusione di molti giovani che hanno partecipato alla rivolta, costata la vita a tanti di loro. Intervistati dal sito Middle East Eye, molti manifestanti hanno detto di essere “stufi del governo”, del fatto che vecchi volti del regime esercitino ancora potere in Tunisia, del divario sempre più marcato tra ricchi e poveri e di non credere più alle promesse fatte loro negli ultimi cinque anni che hanno visto la Tunisia transitare dal regime autoritario di Ben Ali all’essere considerata l’unico successo delle primavere arabe.

Per placare le proteste, il governo ha promesso 5.000 nuovi posti di lavoro, investimenti e case popolari. “Un’operazione cosmetica”, ha commentato Tareq Toukabri, attivista e membro del Movimento della Nuova Generazione. La Tunisia versa in una grave crisi economica, ha un alto debito pubblico e deve fare i conti anche con la minaccia dell’estremismo di stampo jihadista, che ha già colpito il Paese, in particolare il suo vitale settore turistico, e preme ai suoi confini. Nena News

Nel rapporto si parla di “punizione collettiva” contro 200mila persone soffocate da coprifuoco, operazioni militari e mancanza di servizi essenziali. Erdogan dice ‘no’ al negoziato con il Pkk, mentre la magistratura turca mette sotto inchiesta 36 sindaci dell’Hdp. Intanto, il negoziato sulla Siria stenta a ripartire

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan – foto REUTERS/Umit Bektas

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 22 gennaio 2016, Nena News - Qualcuno si è finalmente accorto del massacro di civili kurdi in corso nel sud est della Turchia: nel silenzio di Stati Uniti e Unione europea, ad accusare Ankara è Amnesty International che in un rapporto pubblicato ieri analizza l’attuale campagna militare. «Una punizione collettiva» contro 200mila persone soffocate da coprifuoco, operazioni militari e assenza di servizi base, dall’acqua alla sanità.

«Tra le vittime ci sono bambini, donne, anziani che non sono coinvolti negli scontri con le forze di sicurezza – si legge nel rapporto – Le operazioni di polizia sono caratterizzate dall’abuso di forza, incluse armi pesanti in quartieri residenziali. Le autorità turche mettono a rischio vite umane usando forza eccessiva in modo sprezzante». I casi si moltiplicano, i numeri parlano da soli: oltre 160 civili uccisi dalla fine di luglio. E chi è ancora vivo è costretto ad una vita sotto assedio, chiuso in casa e nei propri quartieri, a volte accanto ai cadaveri dei propri cari, impossibili da seppellire a causa del fuoco ininterrotto da parte turca. Succede ovunque, a Cizre, Silopi, Diyarbakir, città in stallo dove ogni servizio si è fermato e iniziano a scarseggiare i mezzi per sopravvivere, acqua potabile e cibo.

Il presidente turco Erdogan fa orecchie da mercante e, forte dell’impunità dell’Occidente, si fa scudo con la lotta al Pkk. Mercoledì ha tuonato di nuovo e promesso un pugno di ferro ancora più brutale contro il popolo kurdo: il negoziato non sarà riaperto, il governo «liquiderà» il Pkk. Non solo non discuterà con il Partito Kurdo dei Lavoratori (di cui ieri l’esercito vantava di aver ucciso 610 combattenti dalla fine di luglio), ma neppure con l’Hdp, opposizione turca di sinistra democraticamente eletta ma accusata dal governo di essere portavoce politica dei “terroristi”: «D’ora in poi né l’organizzazione separatista né il partito sotto il suo controllo saranno accettati come controparti. I loro sindaci, i loro comuni, i loro parlamentari risponderanno alla giustizia per quanto hanno fatto».

Nella visione accentratrice di Erdogan tutti sono nemici: attivisti, civili, intellettuali, giornalisti. E ovviamente anche i rappresentanti dell’opposizione. Con una campagna repressiva senza precedenti la magistratura turca – burattino nelle mani autoritarie del capo Erdogan – ha aperto fascicoli di inchiesta contro 36 sindaci (alcuni già in custodia cautelare) e circa 50 consiglieri municipali dell’Hdp, con la folle accusa di tentato golpe. Il primo giudizio è già stato sfornato: il sindaco di Van sconterà 15 anni di prigione per sospetta appartenenza al Pkk.

Questa è la Turchia plasmata da un Erdogan ormai fuori controllo. E a poco serve la timida proposta del commissario Ue all’Allargamento e alla Politica di Vicinato, Johannes Hahn, che mercoledì ha indicato nel «processo di pace [con il Pkk] la migliore opportunità per risolvere un conflitto costato già troppe vite». Serve a poco perché a soffocarne le parole sono i tre miliardi di euro promessi dall’Europa ad Ankara per bloccare i rifugiati e la necessità degli Stati uniti di avere la Turchia al proprio fianco a pochi giorni dal negoziato siriano.

Siria, dialogo rinviato?

A raffreddare gli accesi animi turchi sulla Siria sarà il vice presidente Usa Joe Biden che domani incontrerà il premier Davutoglu e il presidente Erdogan: obiettivo è disegnare la comune strategia sul dialogo siriano, ancora traballante. Il tavolo di Ginevra tra governo e opposizioni dovrebbe aprirsi lunedì 25 gennaio. Fino a mercoledì il segretario di Stato Kerry e il ministro degli Esteri russo Lavrov da Zurigo millantavano puntualità ma ieri l’inviato Onu per la Siria de Mistura ha prospettato il probabile rinvio: uno o due giorni di ritardo per recapitare gli inviti alle parti. Inoltre, specifica Kerry, i due team di negoziatori non discuteranno vis-à-vis, ma incontreranno i mediatori internazionali separatamente.

Quindi si inizia? Difficile dirlo proprio a causa dei famigerati inviti. Ancora non è chiaro chi volerà in Svizzera, viste le distanze che restano tra l’asse Russia-Iran e il fronte Usa-Golfo-Turchia. Ieri Ankara tornava ad accusare la Russia di ostacolare il negoziato perché vuole al tavolo anche le Ypg, le unità di difesa dei kurdi siriani di Rojava, ma secondo Ankara terroriste perché legate al Pkk. Mosca (che ieri ha dispiegato navi da guerra lungo la costa siriana, ufficialmentea difesa degli aerei che bombardano i jihadisti) risponde a tono accusando i turchi di inviare ad Aleppo armi e rinforzi ai gruppi islamisti al-Nusra e Ahrar al-Sham. E minaccia le opposizioni: se la Coalizione Nazionale (federazione dei gruppi moderati anti-Assad) non si presenterà al tavolo, a negoziare con il governo sarà qualcun altro. Magari proprio lo spauracchio turco, i kurdi delle Ypg.

Punta i piedi anche il governo di Damasco: fuori dal negoziato gli islamisti, da Ahrar al-Sham a Jaysh al-Islam, sostenuti dal Golfo. Proprio ieri, però, Riad Hijab, capo della commissione delle opposizioni nata a Riyadh a dicembre nel noto meeting delle opposizioni, ha nominato tra i capi negoziatori Mohammed Alloush, nuovo leader dei salafiti di Jaysh al-Islam (alleati dei qaedisti di al-Nusra). Così, mentre minacciano di boicottare il dialogo se Mosca ci infilerà il naso, le opposizioni moderate si presentano a braccetto con gruppi radicali pretendendo di dettare l’agenda. Nena News

Oggi la nostra chef Fidaa ci propone una ricetta semplice e originale. Pochi e genuini ingredienti per un gustoso antipasto da accompagnare con il delizioso pane arabo


di Fidaa Abu Hamdiyyeh

Ramallah, 22 gennaio 2016, Nena News – Questa ricetta l’ho imparata dalla madre di una mia amica samaritana che vive sul monte Jarzim, a Nablus, durante una della mie visite a casa sua.

A casa mia, invece, non ho mai visto mia madre preparare un piatto a base di zucca, nemmeno per fare la zuppa. Dalle mie amiche ho imparato a farla con le lenticchie rosse, con tahine e anche dolce. Qui in Palestina le ricette si tramandano senza dosi, queste sotto sono le mie. L’ho preparata ed era buonissima.

Gli ingredienti:

1 zucca piccola
4 cucchiai di tahine
1 spicchio d’aglio (facoltativo)
1 cucchiaino di sale
Succo di un limone
Un filo d’olio d’oliva per servire
Noci per guarnire

Procedimento:

Cuocere la zucca nel forno, quando sarà cotta pulirla e metterla nel frullatore con il resto degli ingredienti e frullare finche diventi come l’hummus. Servire la salsa in un piatto piano con dell’olio, una guarnizione di noci e accompagnata con il pane arabo.

Bon appétit,

 Fidaa

 

Il nuovo governo nazionale libico nasce in un contesto di frammentazione. Gli interessi contrapposti dei molti attori in campo rischiano di minarne la stabilità ancor prima della nascita

di Francesca La Bella

Roma, 22 gennaio 2015, Nena News – Gli aggiornamenti sulla Libia, in questi giorni, si rincorrono e se, a inizio settimana, è stata ufficialmente annunciata la formazione di un nuovo governo guidato da Fayez al Sarraj, giovedì le agenzie di stampa di tutto il mondo hanno dovuto dare notizia di un attacco dello Stato Islamico nella zona dei terminal petroliferi libici di Ras Lanuf. Secondo fonti locali, i miliziani jihadisti avrebbero nuovamente colpito numerose installazioni petrolifere appiccando il fuoco ad almeno due serbatoi di stoccaggio di greggio. In questo contesto, l’invio di consiglieri militari occidentali (britannici, statunitensi e francesi) in territorio libico non dovrebbe stupire in quanto lineare rispetto ad una scelta di coinvolgimento internazionale sempre maggiore nella questione libica a seguito degli incontri svoltisi a Roma alla fine dell’anno passato.

Il mutamento di rotta che il consesso internazionale avrebbe voluto indurre attraverso la firma dell’accordo a Tunisi tra il governo di Tripoli e Tobruk e la creazione di un governo di unità nazionale sembrano, infatti, scontrarsi con la pressione di numerose forze centrifughe che, prive di punti di convergenza, si sono poste in maniera conflittuale rispetto alle ultime evoluzioni politiche del Paese. Una breve disamina delle forze in campo, pur non potendo essere esaustiva, potrebbe consentire di comprendere, almeno in parte, sia la frammentazione estrema della società libica nel suo complesso sia i numerosi ostacoli che si pongono sulla strada della risoluzione del dramma libico.

Il Governo di Tobruk

Il Governo di Tobruk, unico Governo riconosciuto dalla comunità internazionale sembra essere il primo detrattore del nuovo accordo raggiunto. Secondo diverse fonti locali ed internazionali, due membri del Consiglio presidenziale avrebbero lasciato il negoziato a causa della mancata nomina del generale Khalifa Haftar come Ministro della Difesa del neonato Governo Sarraj. Per quanto la divisione dei ministeri tra la coalizione facente riferimento a Tobruk e quella legata ai gruppi di stanza a Tripoli sia stata bilanciata in modo da accontentare le due parti, sembrano esserci molte resistenze all’accordo e questo potrebbe aprire diversi scenari di frattura. Da un lato il mancato incarico ad Haftar confina uno degli attori fondamentali di questi anni di guerra ad un ruolo marginale, dall’altro le divergenze tra Tobruk e gli attori internazionali lasciano la coalizione internazionale priva di interlocutori preferenziali nel Paese. Se a questo aggiungiamo il legame solido e continuativo tra Haftar e l’Egitto del Generale Abd al Fattah al Sisi, uno degli attori principali della contesa libica e della contrapposizione con lo Stato Islamico e con alcuni gruppi legati a Tripoli, diventa evidente la portata disgregativa di questi ultimi eventi.

Il Governo di Tripol

La coalizione che controlla la capitale libica ha anch’essa posto numerose resistenze rispetto al nuovo Governo Serraj. Varie sono le evidenze di questo distacco: molti dei parlamentari di Tripoli non hanno partecipato alle sedute del negoziato; numerosi sono stati gli inviti a favorire un dialogo Libia-Libia anziché creare a tavolino un Governo supportato dalle Nazioni Unite come dichiarato da Saeed Al Khattali, membro del General National Congress (GNC) libico; il presidente del GCN, Nuri Abu Sahmain, solo pochi giorni fa, ha, infine, dichiarato che, date le riserve sull’iter di nomina di Serraj, difficilmente si sarebbe potuti giungere alla firma dell’accordo.

Da un lato, il Governo di Tripoli, a maggioranza islamica e strettamente connesso alla Fratellanza Musulmana libica, ha espresso i propri timori rispetto al profondo coinvolgimento di attori internazionali al fianco di Tobruk come Egitto ed Emirati Arabi Uniti, lasciando trasparire la sfiducia in un accordo che non nasca genuinamente dall’interno del Paese, ma che venga mediato dall’esterno. Dall’altro, controllando la capitale, il GNC ha la capacità di obbligare il Governo Serraj all’esilio in Tunisia o a prendere sede in altre città della Libia dove, anche a causa dell’avanzare dello Stato Islamico, sempre più difficoltoso è il mantenimento di un adeguato livello di sicurezza.

Lo Stato Islamico

Nonostante sia di più recente apparizione nel contesto libico, negli ultimi mesi, quello che viene considerato il protagonista principale del disastro della Libia è sicuramente lo Stato Islamico. Anche l’accordo per un Governo di unità nazionale, per quanto debole e combattuto da più parti, sembra essere frutto del timore dell’avanza del movimento islamista. Il controllo territoriale di molte aree costiere, la creazione di reti di sostegno con gruppi jihadisti dell’area nord-Africana come Boko Haram (ora ISWA-Islamic State Western Africa) o Morabituon (ala dissidente di AQIM-Al Qaeda nel Maghreb Islamico, confluita nello Stato Islamico), la presunta infiltrazione di militanti nei contingenti migranti verso l’Europa ed ora la distruzione di alcuni terminal petroliferi sono stati i fattori principali del rinnovato interesse internazionale per la questione Libia.

In mancanza di uno Stato centrale capace di mantenere la sicurezza e di garantire i servizi minimi alla popolazione e lunghi anni di guerra che hanno indebolito e quasi distrutto l’economia e la società libica, la propaganda dello Stato Islamico ha attirato molti giovani nelle file delle milizie. In questo senso, l’avanzata nelle aree costiere è solo una delle direttrici di penetrazione del gruppo nel territorio libico e, parallelamente ad essa, si creano piccoli nuclei di affiliati nelle città maggiori e si incrementa il controllo dello Stato Islamico sui porosi confini nazionali. Laddove alla creazione di un Governo di unità non faccia seguito un percorso di riconciliazione nazionale e dei piani di sviluppo per la popolazione, la capacità attrattiva dello Stato Islamico potrebbe non risultarne indebolita. Anche l’eventualità di un attacco armato internazionale potrebbe, in tal senso, incrementare la base di appoggio del gruppo jihadista anziché restringerla.

Tuareg e Tebu

Le due popolazioni occupano una vasta area nel sud della Libia e, in guerra tra loro, contribuiscono alla perdurante instabilità libica. In questa ottica risulta significativo leggere gli eventi contemporanei alla creazione del Governo nazionale che hanno coinvolto Tuareg e Tebu. La scorsa settimana, infatti, dopo alcuni mesi di apparente calma a seguito della firma di un accordo di pace nel novembre 2015, forti scontri hanno interessato la città di Ubari negli stessi giorni in cui rappresentanti dei due gruppi si incontravano nella vicina città di Sebha per discutere lo stato di avanzamento del fragile processo di pace.

A tal proposito, in una delle sue prime dichiarazioni, il Consiglio di presidenza del Governo appena formato, domenica scorsa avrebbe condannato la ripresa dei combattimenti chiedendo la fine immediata delle ostilità e facendo appello alle parti per il rispetto dell’accordo di pace, ma la situazione potrebbe non essere di così semplice risoluzione. Il reciproco scambio di accuse e la denuncia rispetto ad un accordo troppo favorevole ad una delle parti restituisce, infatti, l’immagine di un conflitto radicato  che, in un contesto nazionale di profonda divisione e contrapposizione, rischia di trovare nuova linfa per alimentarsi. Per quanto, ufficialmente, il conflitto in atto nel distretto di Ubari sia considerato indipendente rispetto alle più ampie dinamiche nazionali, secondo molti analisti esisterebbe, inoltre, un legame ben definito tra le due popolazioni e le coalizioni principali presenti nel paese: la dirigenza Tuareg sarebbe supportata dalle forze di Tripoli mentre le forze Tebu avrebbero il sostegno di Tobruk e del generale Haftar. La dimensione locale avrebbe, quindi, una portata ben più ampia di quella apparente.

Gli altri attori

Esiste nel contesto libico, infine, una galassia di attori che con le loro attività e le alleanze variabili intraprese a seconda dei diversi contesti, incidono sulla stabilità del Paese. Questi gruppi, di cui il più conosciuto è Ansar al Sharia, movimento islamista legato ad Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM), non sono stati coinvolti nel dialogo nazionale e potrebbero avere un ruolo significativo nella futura messa in atto dell’accordo. Fermi oppositori dello Stato Islamico in città come Derna e Sirte, questi gruppi mantengono le proprie posizioni di contrasto rispetto al Governo centrale ed al coinvolgimento internazionale in territorio libico.

Pur avendo, ad oggi, un ruolo di secondo piano rispetto all’avanzata massiva dello Stato Islamico, questi gruppi, ben radicali a livello territoriale, potrebbero costituire un reale pericolo per la sicurezza di alcune aree qualora riuscissero a stabilire nuove alleanze trasversali e ad aggregare parte della popolazione in funzione di contenimento dello Stato Islamico. D’altra parte, qualora l’intervento del Governo e di altri attori internazionali (come ad esempio l’Egitto) dovesse indirizzarsi contro di loro, potrebbero crearsi le premesse per un avvicinamento sempre maggiori tra gruppi jihadisti con conseguenze di ampia portata sul destino del Paese e sulle condizioni di vita della popolazione. Nena News

A cinque anni dalla ‘giornata della collera’, migliaia di egiziani sentono il bisogno di ricordare la propria partecipazione alle proteste del 2011. Lo slogan trova sempre più seguaci su Twitter e Facebook, mentre le autorità, con gli occhi puntati ai Fratelli Musulmani, avvisano che chi proverà a diffondere il caos sarà punito duramente.

di Giovanni Pagani

Roma, 21 gennaio 2016, Nena News – È condividendo un semplice slogan su Twitter e Facebook che sempre più egiziani ricordano in questi giorni la propria partecipazione alle proteste del 2011. Intanto, da settimane, le formazioni liberali e di sinistra assieme ad alcuni gruppi prossimi alla Fratellanza Musulmana chiamano alla mobilitazione generale per il prossimo 25 gennaio, quinto anniversario della ‘giornata della collera’. “Insegnate ai vostri figli che la rivoluzione di gennaio è stata la più nobile e responsabile della nostra storia – si legge in un tweet – e dovreste essere orgogliosi di essere stati tra coloro che hanno preso parte al sogno egiziano. #Ho_partecipato_alla_rivoluzione_di_gennaio”.

In un discorso tenuto il 23 dicembre scorso – giorno in cui cadevano i festeggiamenti per la nascita del profeta Maometto – il presidente Abdel Fattah Al-Sisi aveva condannato l’invito a protestare in occasione dell’anniversario; dichiarando che l’Egitto non potrebbe reggere la terza rivoluzione in cinque anni e portando come esempio i vicini stati arabi oggi divorati da sanguinosi conflitti civili. Ma secondo molti analisti e media locali, dietro alla giustificata apprensione per la precaria stabilità del paese e la minaccia del terrorismo di matrice islamista, le autorità temono soprattutto l’eventualità di un’ampia sollevazione popolare.

A partire dal gennaio 2011, sia il regime di Hosni Mubarak, sia il governo democraticamente eletto di Mohammed Morsi non avevano infatti saputo attutire l’urto della piazza. Nel primo caso, il presidente Mubarak era stato costretto a rinunciare ai propri poteri dopo diciotto giorni di manifestazioni, nel secondo era bastato un fine settimana di proteste al Cairo affinché Mohammed Morsi fosse deposto. Al golpe militare erano quindi seguiti alcuni giorni di violenti scontri, culminati con il massacro del 7 luglio in piazza Rabaa El-Adawiya, dove persero la vita oltre 800 sostenitori della Fratellanza Musulmana. In entrambi i frangenti, un ruolo cruciale era stato ricoperto dall’esercito, che riuscì a presentarsi come attore neutrale e garante di stabilità nel paese.

Da quel momento a oggi, la storia della rivoluzione egiziana sembra aver percorso a ritroso le proprie tappe cruciali. Hosni Mubarak, condannato all’ergastolo nel giugno 2012, è stato prosciolto da ogni accusa nel novembre del 2014. Le libertà di stampa e di opinione, che avevano goduto di maggior respiro a seguito dal febbraio del 2011, sono nuovamente soffocate dalle autorità; come provano i numerosi arresti di intellettuali, giornalisti e attivisti verificatisi nell’ultimo anno. Infine, la Fratellanza Musulmana – i cui membri erano costretti a presentarsi alle elezioni come candidati indipendenti sotto Mubarak – è stata nuovamente relegata all’illegalità nell’estate 2013, dopo una breve parentesi al governo a seguito delle prime elezioni libere del paese.

In questo quadro, considerato il pugno di ferro adottato da Al-Sisi nei confronti dei Fratelli Musulmani, è proprio dalle fila dell’organizzazione islamista che le autorità temono possano sorgere maggiori disordini. In un articolo comparso il 14 gennaio su ikhwanweb.com, portale ufficiale della Fratellanza, si legge infatti che alcuni gruppi giovanili vicini al movimento starebbero organizzando proteste non violente per l’anniversario della rivoluzione; invitando gli egiziani a scendere in piazza contro un élite che ne ha indebolito i ranghi. In risposta, i servizi di sicurezza hanno arrestato ieri 47 amministratori di pagine Facebook legate all’organizzazione; mentre il ministro degli Affari Religiosi avrebbe dato disposizione al clero di dichiarare contraria ai princìpi della Sharia la partecipazione alle proteste in occasione dell’anniversario.

Il 25 gennaio 2011, sull’onda di quanto accaduto in Tunisia, milioni di egiziani scendevano in piazza per la ‘giornata della collera’. A cinque anni da quei momenti, l’involuzione dei diritti acquisiti dai manifestanti sembra ormai tristemente completata. Come osservato anche da Naguib Sawiris – magnate delle telecomunicazioni e fondatore del Partito dei Liberi Egiziani – in un’intervista rilasciata all’emittente ONTV, “l’interferenza da parte del governo nei media e l’arresto di numerosi attivisti e intellettuali, ricorda sempre più l’Egitto di Mubarak”. Nena News

 

 

 

That the U.S. accepts (or has facilitated or suggested or instructed) Lebanese Forces head Samir Geagea to adopt General Michel Aoun’s candidacy is corroborated by the facts, writes Nasser Qandil in the Lebanese daily al-Bina’

Samir Geagea and Michel Aoun

by Nasser Qandil – al Bina’

(translated by Middle East Mirror Ltd)

Washington has directed (or facilitated or suggested) former PM Sa’d al-Hariri to adopt Suleiman Franjieh’s candidacy. But what Washington wants in particular in both cases remains unclear. For both candidacies are booby-trapped with elements that may foil them. Their path to success is riddled with obstacles that do not seem easy to overcome. The result in Lebanon may be a stalemate for the presidential elections. It may also turn into an ongoing presidential competition. The least likely outcome is that these candidacies will produce a new dynamic for a comprehensive accord that avoids victor and vanquished. They may also produce a third candidate after claiming that each of the two current candidates had been offered a shot at the presidency but to no avail.

But what is new about the candidacy arises from the words of the Qatari foreign minister. He praised Geagea’s move and described it as an expression of the Lebanese national interest as part of a statement in which he also expressed support for Russia’s role in Syria, describing it as the only hope for a political settlement. And he also expressed his hopes that the Turkish/Russian disagreement would be soon resolved, and spoke positively about Iran.

These statements are consistent with Qatar’s positive relations with Iran; they also come against the background of the recent [Qatari-mediated] exchange of prisoners and kidnapped [Lebanese] soldiers with the Nusra Front, which revealed that the lines are still open between the Emir of Qatar and Hizbollah.

These statements come after a silence that lasted for more than a year, during which Qatar has refrained from adopting any discourse that differs from Saudi Arabia. During that period, Qatar agreed to proceed under Saudi Arabia’s mantle in order to avoid the latter’s anger, and against the background of the American cover that Doha needs in order to continue to diverge from Riyadh.

This U.S. cover was present at the start of the so-called ‘Arab Spring’ against the background of the neo-Ottoman project that had the Muslim Brotherhood as its main representative. But it disappeared with that project’s failure, ending in the [former] Qatari emir and his PM and foreign minister’s humiliating removal from power. But that cover now seems to be reemerging, which appears to be part of the American response to Saudi intransigence towards Washington’s efforts to achieve settlements in the region.

The Qatari minister’s statements suggest that Doha will resume the role of mediator that it aspires to. It also suggests that it will meet Geagea’s need for a financial backer to replace Saudi Arabia. He will need this if he is to pursue a path that places him at the center of settlements and that opens the doors to the long track towards [Lebanese] negotiations whose capital Doha aspires to be.

Geagea’s gateway to reserving a front seat in this track is his support for Aoun’s candidacy, without this being the end of his presidential options. For the project to stage a Lebanese Doha meeting requires rounds of conflict, vacuum and political tension, not a smooth transition towards a solution. This is a project that the young Emir of Qatar awaits, and whose first steps have already been taken with Qatar’s extended bridges towards Tehran, Haret Hreik [Hizbollah’s headquarters], ‘Ain el-Tineh [Speaker of Parliament Nabih Berri’s residence] and al-Mukhtara [Druze leader Walid Jumblatt’s residence]. And there will be no problem with Sa’d al-Hariri, just as there were none a few years ago at the first [2008] Lebanese Doha meeting.

Parallel to this is a track towards a settlement in Syria. This will begin with a Turkish/Russian settlement that is endorsed by Washington and for which it recruits Qatar as a mediator. Meanwhile, Lebanon will be primed for a long negotiation process before producing the long-awaited president. And the pretext of Saudi Arabia’s preoccupation with Yemen will then be used to justify its departure from the Lebanese and Syrian equations – something that Hariri has been sensing since before he nominated Franjieh.

Washington has wanted to strengthen Qatar’s hand before strengthening Geagea and Aoun’s candidacy. It seems, however, that we have to wait and accept the fact that the laboratory in which the settlements and negotiation tracks are being prepared has still not readied our file for final presentation at the settlements’ table. We still have to wait for a long time before we get a new president.

 

Il centro per i diritti umani spiega in un suo dettagliato rapporto come le aziende degli insediamenti israeliani contribuiscono alla violazione dei diritti palestinesi

Foto Lefteris Pitarakis-AP

di Rosa Schiano

Roma, 21 gennaio 2016, Nena News – Poche ore dopo l’approvazione da parte del Consiglio per gli Affari Esteri dell’Unione Europea di una risoluzione che chiede che gli accordi tra lo Stato di Israele e l’Ue siano inapplicabili nei Territori occupati nel 1967, l’organizzazione Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto lungo e dettagliato sul modo in cui imprese israeliane ed internazionali hanno contribuito a costruire e finanziare gli insediamenti israeliani in Cisgiordania.

Queste aziende private, riferisce HRW, sono state coinvolte nelle politiche di insediamento traendone benefici e contribuendo ad esse, attirate dagli affitti bassi, dalle imposte agevolate, dai sussidi governativi e dall’accesso a manodopera palestinese a basso costo. Sono più di 500.000 i coloni israeliani che vivono in 237 insediamenti nella Cisgiordania occupata incluso Gerusalemme est, si legge nel documento. Oltre ai centri commerciali all’interno degli insediamenti, esistono circa venti zone industriali amministrate da Israele in Cisgiordania che coprono circa 1,365 ettari e coloni israeliani gestiscono la coltivazione di 9,300 ettari di terreni agricoli – denuncia l’organizzazione – ricordando che gli insediamenti violano inoltre la Quarta convenzione di Ginevra che vieta ad una potenza occupante di trasferire i propri cittadini all’interno dei territori occupati e di trasferire o dislocare la popolazione residente di un territorio occupato. Allo stesso modo, la confisca da parte di Israele di terra, acqua ed altre risorse naturali a beneficio degli insediamenti e dei residenti in Israele viola i regolamenti dell’Aia del 1907, che vietano ad una potenza occupante di espropriare le risorse di un territorio occupato.

Secondo HRW, nel fare affari negli insediamenti o con imprese degli insediamenti, le compagnie private contribuiscono ad una o più violazioni del diritto umanitario internazionale. Le società con sede negli insediamenti dipendono e traggono vantaggio infatti dalla confisca illegale israeliana di terra palestinese e di altre risorse e contribuiscono alla crescita degli insediamenti stessi. «Queste pratiche hanno come conseguenza il dislocamento forzato di palestinesi e pongono questi ultimi in enorme svantaggio rispetto ai coloni. Le restrizioni discriminatorie israeliane sui palestinesi hanno danneggiato l’economia palestinese e lasciato molti palestinesi dipendenti dal lavoro nelle colonie — una dipendenza che i sostenitori delle colonie citano per giustificare le imprese nelle colonie», afferma il rapporto.

Secondo Human Rights Watch, le aziende dovrebbero quindi cessare ogni attività all’interno degli insediamenti o a beneficio degli stessi, come il costruire alloggi e infrastrutture, o fornire servizi quali la raccolta e smaltimento dei rifiuti, esse dovrebbero inoltre smettere di finanziare, amministrare, commerciare con insediamenti o attività legate a insediamenti. L’organizzazione per i diritti umani tuttavia non fa appello al boicottaggio di queste aziende, si limita piuttosto ad invitarle a cessare tali attività e precisa che i consumatori dovrebbero essere informati sulla provenienza dei prodotti al fine di effettuare scelte consapevoli.

Il rapporto presenta esempi di aziende che contribuiscono alle violazioni dei diritti umani e ne traggono vantaggio, si tratta di casi legati a discriminazione, confisca di terre, restrizioni, abusi sul lavoro. Human Rights Watch afferma infatti che Israele riserva un trattamento privilegiato ai coloni ebrei israeliani in Cisgiordania mentre impone condizioni molto dure ai residenti palestinesi. Le corti israeliane ad esempio applicano la giurisdizione civile sui coloni, offrendo loro protezione legale, diritti e benefici di cui i palestinesi non godono e che sono soggetti invece alla giurisdizione della legge militare israeliana.

Il trattamento privilegiato riservato ai coloni si estende ad ogni aspetto della vita, afferma il rapporto. Da un lato, Israele fornisce ai coloni ed alle aziende con sede negli insediamenti terra, infrastrutture idriche, incentivi finanziari per incoraggiare la crescita degli stessi. Da un altro lato, Israele confisca terre palestinesi, dislocando in maniera forzata palestinesi, restringendo la loro libertà di movimento, impedendo loro di costruire nell’area della Cisgiordania sotto controllo amministrativo israeliano (tranne nell’1%) e limitando gravemente il loro accesso all’acqua e all’energia elettrica.

Secondo il rapporto, dunque, le aziende che hanno sede negli insediamenti contribuiscono al sistema discriminatorio messo in atto dal governo israeliano e ne traggono beneficio in tanti modi. Uno di questi è rappresentato dagli incentivi che il governo israeliano fornisce alle aziende degli insediamenti ma non ad aziende palestinesi del posto. Inoltre, spesso l’amministrazione civile rilascia autorizzazioni edilizie alle aziende degli insediamenti su terra confiscata o espropriata ai palestinesi in violazione del diritto internazionale, limitando invece le autorizzazioni per le imprese palestinesi. Il rapporto cita il caso delle cave del villaggio di Beit Fajjar, in Cisgiordania, da cui viene estratta la pietra. Israele ha rilasciato un permesso ad una compagnia europea di lavorare nella cava in un’area che Israele ha dichiarato appartenere al proprio Stato ed ha negato invece l’autorizzazione per quasi tutte le 40 cave di Beit Fajjar o per ogni altra cava di proprietà palestinese: l’assenza di permessi danneggia l’economia palestinese. Nel frattempo, Israele rilascia undici autorizzazione estrattive per la gestione di cave degli insediamenti in Cisgiordania nonostante lo sfruttamento di risorse in territori occupati violi il diritto internazionale.

Con riferimento all’impatto delle compagnie private, il rapporto evidenzia il caso dell’insediamento di Ariel e cita ad esempio il ruolo di una banca israeliana nella costruzione di un complesso di sei edifici chiamato Green Ariel. La banca finanzia il progetto e fornisce ipoteca ai compratori israeliani; il sito della banca informa della prevendita degli appartamenti in molti altri edifici in costruzione negli insediamenti. Il rapporto cita anche l’esempio di un’agenzia immobiliare con sede negli Usa e che, come altre agenzie, attraverso i propri rami in Israele offre proprietà in vendita ed affitto nell’insediamento di Ariel ed in altri insediamenti. Banche ed agenzie immobiliari aiutano così la crescita delle colonie.

“Le aziende private forniscono servizi di tutti i tipi ai coloni. Allo stesso tempo esse contribuiscono allo sviluppo economico degli insediamenti dando lavoro ai coloni ed entrate fiscali ai comuni degli insediamenti”, riferisce il rapporto. Ad esempio, riporta HRW, una compagnia privata fornisce servizi di gestione dei rifiuti negli insediamenti israeliani in Cisgiordania, incluso Ariel e la vicina zona industriale di Barkan. La compagnia gestisce una discarica nella valle del Giordano su terra che Israele ha confiscato e trae beneficio dai requisiti discriminatori di autorizzazione che favoriscono le compagnie israeliane al servizio degli insediamenti ma discriminano le compagnie palestinesi. Ancora, cita ad esempio il rapporto, nel 2004 Israele ha investito per migliorare le infrastrutture nella Valle del Giordano e l’Amministrazione Civile ha rilasciato l’autorizzazione necessaria, sebbene il sito tratti esclusivamente rifiuti israeliani e delle colonie. I palestinesi invece hanno dovuto lottare per ottenere finanziamenti e permessi per le discariche.

Tutte le discariche autorizzate per i palestinesi sono finanziate da donatori internazionali, precisa il rapporto, che denuncia anche un caso in cui Israele obbliga una discarica palestinese ad accettare rifiuti provenienti dagli insediamenti. Sono circa 55,440 i coloni, circa il 42% della forza lavoro degli insediamenti, impiegati nel settore pubblico o privato, le imprese inoltre pagano tasse ai comuni degli insediamenti, tasse che spesso sono inferiori a quelle applicate dentro il territorio israeliano. Dunque, secondo HRW, senza la partecipazione ed il supporto di queste compagnie private, il governo israeliano incorrerebbe in spese maggiori per sostenere gli insediamenti e i loro residenti.

A queste violazioni si aggiunge lo sfruttamento sul lavoro. L’assenza di una normativa a tutela dei lavoratori palestinesi che lavorano negli insediamenti li espone a trattamenti discriminatori, lavoro sottopagato e ad altri abusi. Nonostante nel 2007 la corte Suprema Israeliana abbia stabilito che la legislazione israeliana dovrebbe regolamentare le condizioni di lavoro dei palestinesi negli insediamenti dando loro il diritto di intentare causa ai propri datori di lavoro nelle corti israeliane per eventuali abusi, il governo non ha ancora implementato questa sentenza. L’assenza di controlli permette ai datori di lavoro degli insediamenti di pagare i lavoratori palestinesi al di sotto del salario minimo israeliano e di negare loro i benefici riservati invece agli impiegati israeliani. Secondo il gruppo per i diritti dei lavoratori Kav LaOved, almeno la metà delle compagnie degli insediamenti pagano i propri dipendenti palestinesi meno del salario minimo orario di 23 shekels (5.75 dollari), e la maggior parte di questi dipendenti ricevono dagli 8 ai 16 shekels all’ora (dai 2 ai 4 dollari), senza giorni di ferie, giorni di malattia o altri benefici sociali e niente busta paga. Nel rapporto di Human Rights Watch si citano casi di lavoratori palestinesi che lavorano dalle 12 alle 15 ore al giorno con o senza pausa e che guadagnano dai due ai quattro dollari all’ora.

Coloro che difendono gli insediamenti, aggiunge il rapporto, dichiarano che questi aiutano i palestinesi dando loro lavoro; in realtà, la discriminazione rafforza un sistema che contribuisce all’impoverimento di molti palestinesi della Cisgiordania mentre porta benefici alle imprese degli insediamenti. Un capo del consiglio del villaggio di Marda, villaggio agricolo i cui terreni sono stati in gran parte assorbiti dall’insediamento di Ariel, ha riferito all’organizzazione per i diritti umani che, mentre prima essi avevano circa 10,000 animali, ora ve ne sono a malapena 100, poiché non vi sono più spazi per farli pascolare, l’economia è collassata e la disoccupazione è aumentata. Di conseguenza, molti residenti dei villaggi non hanno avuto altra scelta che lavorare negli insediamenti.

Alla luce di queste gravi violazioni, Human Rights Watch invita dunque le imprese a cessare attività legate agli insediamenti. L’organizzazione invita anche gli stati a rivedere i loro rapporti commerciali con gli insediamenti al fine di rispettare il proprio dovere di non riconoscere la sovranità israeliana sui territori palestinesi occupati. «Ad esempio, gli stati dovrebbero richiedere e rafforzare una chiara etichettatura dei prodotti provenienti dalle colonie, escludere questi beni dal ricevere un trattamento tariffario preferenziale riservato ai prodotti israeliani e non riconoscere o fare affidamento ad alcuna certificazione di beni degli insediamenti rilasciata dalle autorità del governo israeliano che illegalmente esercitano giurisdizione nei territori occupati», aggiunge il rapporto. Nena News

A nord della città di Idlib, da anni sono circondanti dai qaedisti di al-Nusra e da vari gruppi anti Assad. Di queste migliaia di civili in condizioni terribili si parla pochissimo.

 

di Federica Iezzi

Al-Fu’ah, 21 gennaio 2016, Nena News - Mentre meno di una settimana fa ai primi convogli umanitari è stato consentito di entrare nella città siriana di Madaya, al confine nordovest con il Libano, i soccorsi nei villaggi di al-Fu’ah e Kefraya, nel governatorato di Idlib, sono stati rinviati per i mancati accordi di sicurezza con i ribelli sunniti. Questo secondo i dati riportati da Nazioni Unite, Mezza Luna Rossa siriana e Comitato Internazionale della Croce Rossa.

Al-Fu’ah e Kefraya sono villaggi a maggioranza sciita, della predominante area sunnita, a nord della città di Idlib, sotto assedio dai combattenti di al-Nusra e affiliati.

Inizialmente solo circondati dalle forze di al-Nusra, Jaysh al-Fattah, Ahrar al-Sham e Jabhat al-Islamiyah, i residenti avevano ancora una strada di accesso per le forniture alimentari e mediche.

Con la successiva loro occupazione, alla fine dello scorso marzo, l’Esercito arabo siriano ha ritirato le proprie truppe e i villaggi si sono trasformati in prigioni totalmente isolate. Bombe, posti di blocco e cecchini delimitano ormai da mesi i confini dei due villaggi. 12.500 i civili intrappolati.

Colpi di mortaio arrivano ogni giorno dal vicino villaggio di Binnish, a pochi chilometri a sud di al-Fu’ah, da Maarrat Misrin, a circa due chilometri a nord. Razzi arrivano dal centro di Idlib, a circa otto chilometri di distanza. In difesa dei due villaggi senza acqua, elettricità, comunicazioni, forniture mediche e cibo: milizie popolari locali.

Gli aiuti entrano a Madaya ma restano ancora fuori da Fu’ah e Kefraya

 

I rigorosi checkpoint del gruppo armato di ribelli di Jaysh al-Fattah, sostenuti da Arabia Saudita e Turchia, non permettono l’ingresso né di cibo né di aiuti medici. Il pane è arrivato a costare fino a 13 dollari. 27 dollari per un litro di olio, 17 dollari per un chilo di fagioli. La mancanza di combustibile e lievito ha potenziato il mercato nero. E i prezzi del pane sono aumentati di otto volte rispetto a quelli nella capitale Damasco. Centinai i casi di malnutrizione. Decine i morti. Si mangiano erba e insetti per la sopravvivenza.

“Gli uomini di Ahrar al-Sham ci hanno impedito di accedere alle aree sotto il controllo del regime, tranne casi particolari dietro pagamenti di enormi somme di denaro. Più di 100.000 lire siriane per soldati e ufficiali (nda l’equivalente di 450 dollari)”, ci racconta Majd, giovane odontoiatra di al-Fu’ah, ora improvvisato fotografo per alcune testate arabe.

Dallo scorso marzo, l’elettricità non entra nelle case se non grazie a generatori che forniscono i villaggi solo per poche ore al giorno.

Anche l’acqua potabile è un lusso. “I filtri per pulire l’acqua funzionano solo per otto ore, ogni quattro giorni” ci spiega Majd. “La fornitura di acqua è solo per tre ore a settimana”.

Dopo due cessate il fuoco e ogni accordo fallito a al-Fu’ah e Kefraya, nessuno dei centri sanitari è funzionante, decine le segnalazioni di casi di leishmaniosi e tifo.

Risale allo scorso settembre l’ultimo accordo violato, che prevedeva il trasferimento di 300 famiglie da al-Fu’ah e Kefraya in aree sotto il controllo del regime, in cambio del ritiro di circa 400 combattenti di Jabhat al-Nusra, di circa 350 militanti feriti nella città di al-Zabadani e la liberazione dalle prigioni siriane di 500 detenuti del fronte anti-governo.

Secondo i dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, circa 450.000 persone in Siria vivono in almeno 52 zone sotto assedio. La metà nelle zone controllate dallo Stato Islamico. 180.000 civili risiedono in città controllate dal governo e circa 20.000 nelle aree controllare dai gruppi armati di opposizione. Almeno 560 persone sono morte nelle zone assediate.

“Senza divisa e senza gradi, con addosso armi e munizioni, si professano combattenti di poveri ideali. Ma non si accorgono che decidono della vita di donne e bambini, di intere famiglie. Di un Paese la cui base era la millenaria convivenza tra culture e religioni”. E’ così che Majd vede chiunque combatta nella sua Siria. Nena News

 

 

 

Il governo Netanyahu taccia di antisemitismo chiunque esprima una critica a Israele. Un atteggiamento non nuovo che risale all’epoca del mandato del primo ministro Golda Meir che, con l’espressione: “Tutto il mondo è contro di noi”, si fece portavoce di una netta chiusura mentale.

di Uri Savir* Al Monitor

(traduzione di Romana Rubeo)

L’attuale governo è alquanto sbrigativo nell’etichettare come “nemico di Israele” chiunque osi criticare le sue politiche. Sono invece “amici” solo coloro che concordano con le sue decisioni; il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama non è contemplato nella lista.

Un chiaro esempio in tal senso è la reazione alla decisione dell’Unione Europea di etichettare i prodotti delle colonie. (…) I Parlamentari del Likud hanno alluso a un’analogia tra questa prassi e i segni di riconoscimento imposti agli Ebrei durante l’Olocausto. L’atteggiamento che porta a tacciare di antisemitismo chiunque esprima una critica risale all’epoca del mandato di Golda Meir che, con l’espressione: “Tutto il mondo è contro di noi”, si fece portavoce di una netta chiusura mentale.

Ovviamente, questa visione è parte integrante dell’ideologia e della propaganda dell’attuale governo e deriva da un sentimento diffuso di paranoia e xenofobia. I rappresentanti del Governo, ad esempio, sono davvero convinti che le politiche dell’UE sulle colonie siano frutto di un’ostilità storica nei confronti di Israele e degli Ebrei. Questa chiusura rende praticamente impossibile qualsivoglia dialogo politico con altri Paesi e impedisce la realizzazione di una vera e propria politica estera. Fa però gioco agli interessi interni del governo. Una descrizione del mondo riconducibile alle categorie del “bianco e del nero”, dei “buoni e dei cattivi”, in cui tutti sono animati da un sentimento anti-giudaico, alimenta la necessità di fare scudo, unica strategia possibile secondo il Primo Ministro.

È una tattica di pubbliche relazioni che fa molta presa su un popolo traumatizzato dalla storia. Un alto funzionario del Quai d’Orsay (Ministero degli Esteri Francese), responsabile delle politiche in Medio Oriente, ha dichiarato in forma anonima ad Al-Monitor che la decisione di etichettare i beni prodotti ad ovest della Linea Verde è stata presa in parte su iniziativa francese. “Il governo olandese è filo-israeliano e mantiene una politica di equilibrio in Medio Oriente. Per noi, semplicemente, la Cisgiordania non è territorio israeliano.” Stando alle sue parole, i diplomatici francesi sono seccati dall’atteggiamento dei colleghi israeliani a Parigi e a Gerusalemme, che lamentano ostilità contro Israele o antisemitismo ogni qualvolta la Francia si mostra contrariata rispetto alle politiche di Netanyahu. “È possibile essere filo-israeliani, ma contrari a Netanyahu ”, ha aggiunto.

Questo punto di vista è quello che caratterizza anche l’amministrazione Obama. Il Coordinatore del Medio Oriente per la Casa Bianca, Philip Gordon, nel corso della Conferenza di Haaretz a Tel Aviv l’8 luglio 2014, ha criticato le politiche israeliane, soprattutto in merito all’occupazione della Cisgiordania: “Come potrà Israele restare democratico e ebraico se tenta di stabilire il proprio dominio su milioni di arabi palestinesi che vivono nella West Bank?” si chiedeva. Ha poi ribadito che queste critiche non sono in contraddizione con il solido rapporto di amicizia che lega l’amministrazione statunitense a Israele. Ha aggiunto: “Gli Stati uniti supporteranno sempre Israele, lottiamo quotidianamente per questo alle Nazioni Unite.” La dicotomia evidenziata da Gordon è quella che ha caratterizzato l’atteggiamento dell’amministrazione Obama nei confronti di Israele e delle sue scelte politiche.

Un alto funzionario dell’Unione Europea ha espresso una posizione simile ad Al-Monitor. Anche lui ha lamentato il risentimento verso l’abitudine israeliana di etichettare ogni critica di natura politica come un atteggiamento apertamente ostile. A suo parere, le critiche nascono da divergenze strutturali su questioni particolarmente sensibili: secondo la sua analisi, poi, Israele ha sempre tratto beneficio dagli scontri tra le diverse posizioni con Bruxelles. In tal senso, ha portato anche esempi concreti: il primo riguarda le inequivocabili obiezioni contro la costruzione di nuovi insediamenti e le politiche di espansione che, dal punto di vista europeo, renderanno con il passare del tempo impraticabile la soluzione dei due stati; a quel punto, Israele cesserebbe di essere una democrazia ebraica.

Un altro esempio è l’aperto sostegno dell’Unione Europea in merito all’accordo sul nucleare iraniano, percepito da Netanyahu come un tradimento a Israele, specialmente da parte tedesca. Oggi, visto l’iniziale rispetto dei termini da parte dell’Iran, l’UE crede che l’accordo vada in realtà a favore degli interessi israeliani. Poi c’è l’insistenza da parte dell’UE per la ripresa dei dialoghi di pace sulla base dei confini del 1967, che in futuro dovrebbero separare i due Stati. Secondo Bruxelles, questo è l’unico percorso che possa garantire la sicurezza di Israele, portando al tavolo delle trattative anche altri Stati Arabi, in virtù dell’iniziativa di pace araba. L’ultimo esempio che ha portato è quello della nuova legge israeliana sulle organizzazioni (Legge sulla trasparenza), fortemente criticata dall’Unione Europea. Secondo questa normativa, le organizzazioni non governative per la pace e i diritti umani che ricevono fondi da finanziatori internazionali (soprattutto europei) dovranno essere contraddistinte da un badge da indossare durante le sedute alla Knesset. L’UE teme che questo comprometta la democraticità dello Stato Israeliano, presupposto indispensabile per il mantenimento di solidi rapporti. Ma il governo di Netanyahu non è d’accordo: dal suo punto di vista Israele è sempre nel giusto. Coloro che muovono accuse sono nel torto o in malafede, in quanto ostili.

È una posizione pericolosa che con il tempo potrebbe trasformarsi in una profezia veritiera. In realtà, un vero amico di Israele dovrebbe essere obbligato a esprimere la sua posizione, specialmente sulla necessità di una soluzione a due stati. Si può essere filo-israeliani ma contrari agli insediamenti; anzi, c’è chi dice che i veri amici di Israele dovrebbero pensarla esattamente così.

 

*Le opinioni espresse in questo articolo riflettono quelle dell’autore e non necessariamente la linea editoriale di Nena News

 

Nonostante il conflitto, il business dei rifugiati resta in piedi: nel 2015 in 200mila tra somali ed etiopi hanno raggiunto le coste meridionali del Paese  

© UNHCR/J.Zocherman

di Sonia Grieco

Roma, 20 gennaio 2016, Nena News – Poco meno di due settimane fa 36 persone sono annegate nel Golfo di Aden, mentre dal Corno d’Africa tentavano di raggiungere le coste yemenite. È forse la prima strage di migranti nell’area quest’anno, l’ultima di una serie di incidenti che nel corso del 2015 hanno fatto quasi cento morti.

Nonostante in Yemen infuri la guerra civile, resta un approdo per i somali e gli etiopi in fuga. L’anno scorso sono stati in centomila ad arrivare nel Paese, secondo i dati delle Nazioni Unite, due terzi dei quali sono sbarcati sulle coste meridionali dallo scorso marzo, quando è iniziata la campagna militare a guida saudita in sostegno del presidente yemenita Hadi contro le milizie degli Houthi, legati all’Iran, che oltre un anno fa si sono sollevati contro il governo di Sana’a.

Sono cambiati i punti di approdo: la maggior parte delle persone sbarca lungo le coste del Mar Arabico e non del Mar Rosso, come in precedenza, probabilmente perché il conflitto ha avuto uno dei suoi epicentri nel governatorato di Taiz.

La guerra sta mettendo in ginocchio il Paese e ogni negoziato sinora è fallito, mentre è scoppiata l’emergenza umanitaria. Eppure somali ed etiopi, ma anche eritrei, continuano ad arrivare. Prima della cosiddetta primavera yemenita nel 2011, il Paese era l’unico tra quelli del Golfo ad aver sottoscritto le convenzioni sui rifugiati. Lo è ancora. Nel Sud le Ong e l’Onu avevano le proprie strutture di accoglienza. I rifugiati somali, in fuga dal caos in cui ormai da decenni versa la Somalia, trovavano nei campi di accoglienza yemeniti un punto di arrivo, ma più spesso di passaggio verso i più ricchi regni della Penisola arabica. Ma c’erano già allora anche gli etiopi e gli eritrei sulle barche che seguivano le rotte dei trafficanti di esseri umani. E questo flusso non si è mai interrotto. Oggi il 90 per cento degli arrivi è rappresentato da etiopi, il resto sono somali. Un’inversione di tendenza che si era già verificata prima del 2011.

Le strutture dell’Onu però non sono più operative in alcune zone. L’Unhcr ha chiuso i suoi centri di transito sul Mar Rosso e i rifugiati si trovano a sbarcare in una zona di conflitto, dove ad approfittarne sono le organizzazioni criminali e le bande armate. Ed è sempre più complicato monitorare gli arrivi e il rispetto dei diritti dei rifugiati.

“Le persone continuano ad arrivare nonostante l’inasprirsi del conflitto in Yemen”, ha detto all’Afp il portavoce dell’Unhcr Adrian Edwards, “tragicamente sempre più persone perdono la vita nel tentativo di attraversare il mare su barche sovraffollate e inadatte alla navigazione”. Il business dei rifugiati resta in piedi, dunque, e per Edwards si tratta anche di disinformazione su quanto sta accadendo in Yemen. Forse anche di false promesse fatte dagli organizzatori di questi viaggi della speranza, talvolta intrapresi inseguendo le voci di un ingresso più facile negli altri Paesi della Penisola arabica.

Intanto, lo Yemen fa i conti anche con i suoi sfollati interni, circa due milioni e mezzo di persone, mentre in 168mila hanno lasciato il Paese da marzo, alcuni facendo al contrario la rotta che seguono somali, etiopi ed eritrei, cioè cercando rifugio sulle coste del Corno d’Africa. I morti nei combattimenti e sotto i bombardamenti della coalizione anti-Houthi sono oltre seimila, in buona parte tra la popolazione civile. Nena News

Physicians for Human Rights riporta di flebo di vitamine somministrate dai medici israeliani al prigioniero palestinese in sciopero della fame, contro la sua volontà.

della redazione

Roma, 20 gennaio 2016, Nena News – Il primo effetto, indiretto, della legge israeliana sull’alimentazione forzata lo ha subito il giornalista Muhammad al-Qiq. Il 33enne prigioniero politico in un carcere israeliano, in sciopero della fame dal 24 novembre scorso e ora ricoverato all’ospedale HaEmek ad Afula, nello Stato di Israele, è stato forzatamente trattato dai medici. Lo riportava ieri Physicians for Human Rights, organizzazione di medici per i diritti umani che accusa Tel Aviv di violazione dei diritti umani.

Ad Al-Qiq non è stato costretto a mangiare (pratica che da luglio è legale in Israele, proprio per scoraggiare i prigionieri palestinesi ad intraprendere questo tipo di protesta), ma gli sono state trasfuse vitamite contro la sua volontà: “Era legato al letto ed è stato tenuto fermo dalle guardie della prigione mentre lo staff medico compiva l’iniezione. Per quattro giorni al-Qiq è rimasto legato al letto, attaccato alla flebo mentre chiedeva invano che venissa rimosso”, si legge nel comunicato dell’organizzazione. Così si viola il diritto internazionale e la Dichiarazione di Malta che “vieta di fare pressioni per interrompere lo sciopero della fame e vieta trattamenti medici forzosi”. Una violazione anche delle regole preposte da Croce Rossa, Onu e Associazione Medica Mondiale che considerano l’alimentazione forzata una trattamento crudele e disumano.

Le sue condizioni erano peggiorate molto ed era entrato in coma per alcuni giorni a causa dello sciopero della fame, cominciato per protestare contro l’ordine di detenzione amministrativa spiccato contro di lui dalle autorità israeliane, misura cautelare che non prevede il processo né la pubblicazione delle accuse. Ieri la Corte Suprema israeliana ha posposto l’udienza sul caso di Mohammad, rinviandola al 25 febbraio nonostante le sue condizioni di salute siano gravissime, a causa di 56 giorni in sciopero della fame che hanno provocato un calo drammatico del suo peso, vomito, dolori muscolari continui, incapacità di parlare correttamente.

Secondo i dati forniti dall’associazione palestinese per i prigionieri politici Addameer, sono circa 660 i palestinesi in detenzione amministrativa in un carcere israeliano, un numero raddoppiato dall’ondata di arresti che segue all’attuale sollevazione popolare: erano 340 a settembre, prima dell’inizio delle proteste. Oltre 7mila i detenuti politici in 17 diverse prigioni. Nena News

Via al governo di unità nazionale di Fayez al Sarraj, ma non si sa neanche se risiederà nella capitale. Il nuovo esecutivo benedetto dall’Onu dovrà arginare l’avanzata del Daesh. E aprire la strada a un altro intervento armato dell’Occidente

Il premier del nuogo governo di unità al-Sarraj insieme a Lady Pesc, Federica Mogherini (Foto: Reuters)

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Roma, 20 gennaio 2016, Nena News – È composto da 32 ministri, provenienti da tutto il Paese, il governo di unità nazionale libico del premier Fayez al Sarraj di cui è stata annunciata ieri la formazione. È una delle poche certezze di questo sviluppo politico, sotto l’egida dell’Onu, in una Libia nel caos, sempre spaccata tra Est e Ovest, dove, mentre milizie e fazioni opposte continuano a scontrarsi, Daesh, lo Stato islamico, guadagna posizioni con infiltrazioni nelle regioni meridionali del Paese dove rafforza i legami con le formazioni jihadiste nell’Africa subsahariana.

Ottimista, più per ruolo che per convinzione, l’inviato speciale dell’Onu per la Libia, Martin Kobler. «Mi congratulo con il popolo libico e il Consiglio presidenziale per la formazione del governo di accordo nazionale», ha dichiarato Kobler, esortando l’HoR, il parlamento insediato a Tobruk, a «riunirsi prontamente» e «ad approvare il governo». L’inviato speciale ha però ricordato che «davanti c’è un duro lavoro».

Kobler ha ragione. Prima dell’intesa due membri del Consiglio presidenziale hanno lasciato i lavori in segno di protesta per l’esito dei negoziati. La mancanza dell’unanimità contribuisce a far nascere debole un governo chiamato ad affrontare oltre alla questione Daesh anche la precaria situazione umanitaria, economica e sociale in cui versa la Libia. Tutti sanno che adesso viene la parte più delicata: i nomi dei ministri scelti attendono di essere approvati dalla Camera dei Rappresentanti di Tobruk che da settimane non riesce a raggiungere il quorum per una votazione. E non sarà facile far digerire l’accordo alle varie milizie armate che controllano e di fatto paralizzano Tripoli con le loro azioni. Non è affatto scontato che l’esecutivo avrà la sua sede nella capitale.

Il nuovo governo è fragile in ragione proprio della sua composizione, frutto di mediazioni sfiancanti tra innumerevoli interessi. La scelta per il ministero degli esteri di Marwan Abusrewil, membro di una famiglia con legami in ogni parte del Paese, è palesemente indirizzata a tenere in equilibrio gli interessi dell’Est e dell’Ovest. Tobruk ha strappato l’importante ministero del Petrolio, che andrà a Khalifa Abdessadeq.

Il dicastero della Difesa, quello che aveva creato maggiori tensioni durante le trattative, andrà a Mahdi al Barghati, uno dei comandanti dell’Esercito di Bengasi, vicino fino a qualche tempo fa al potente generale Khalifa Haftar. Il destino di quest’ultimo grava sulla stabilità dell’esecutivo.

Per anni uomo della Cia, ora sostenuto apertamente dal presidente egiziano al Sisi, considerato dall’Occidente, fino a qualche mese fa, l’uomo forte in grado di affrontare la minaccia di Daesh e mettere fine al caos, non figura nel nuovo mosaico politico e di sicurezza della Libia. È difficile credere che sia rimasto tagliato fuori, impossibile pensare che accetti di farsi da parte. Haftar resta in attesa di un incarico di eccezionale rilievo, soprattutto dal punto di vista militare. Altrimenti potrebbe rientrare in gioco alla sua maniera, come ha sempre fatto.

La Libia “rischia” di recuperare dopo quattro anni un po’ dell’unità nazionale perduta a causa della “rivoluzione” e l’eliminazione di Muamar Gheddafi. L’Onu ha aperto la strada al governo di Fayez al Sarraj ma sembra averla aperta anche a un nuovo intervento armato occidentale che vedrà l’Italia in prima linea «contro il terrorismo».

Qualche settimana fa il presidente del consiglio Renzi ha sottolineato che «il 2016 si annuncia molto complicato a livello internazionale, con tensioni diffuse anche vicino a casa nostra», aggiungendo che «L’Italia c’è e farà la sua parte, con la professionalità delle proprie donne e dei propri uomini e insieme all’impegno degli alleati». Più chiaro di così. D’altronde anche Francia, Gran Bretagna e Usa non aspettano altro. «L’Occidente vuole l’unità nazionale della Libia per poterla bombardare», ha scritto un mese fa lo stimato giornalista ed ex analista del Guardian David Hearst. E il nostro Manlio Dinucci ha spiegato qualche giorno fa che il piano è in avanzata fase di preparazione. Gli Stati Uniti sono al comando. Anche questa nuova guerra che sarà presentata come «operazione di peacekeeping e umanitaria».

In realtà, con il via libera del governo di al Sarraj, Washington e gli alleati europei mirano ad occupare le zone più importanti della Libia, a cominciare da quelle costiere per finire ai giacimenti di petrolio finiti nelle mani di Daesh compromettendo gli interessi e gli investimenti fatti dalle grandi compagnie petrolifere.

L’Isis demolisce il più antico monastero del mondo, Mar Elia, mentre l’Onu dà il bilancio di due anni di “califfato”: 19mila morti, 3 milioni di rifugiati. Provocati dagli islamisti ma anche dai settarismi interni: Amnesty accusa i peshmerga di aver distrutto migliaia di case sunnite

Iracheni sunniti sfollati nel villaggio di Omar a Kirkuk (Foto: Chiara Cruciati/Nena News)

di Chiara Cruciati

Roma, 20 gennaio 2016, Nena News – Mar Elia è scomparso: il più antico monastero del mondo, costruito 1.400 anni fa, nella città di Mosul è stato ridotto in macerie dall’ennesimo brutale attacco dello Stato Islamico. La notizia è giunta oggi, insieme a foto satellitari pubblicate dall’Associated Press che confermano la distruzione. Sarebbe avvenuta oltre un anno fa, tra agosto e settembre 2014. Era sopravvissuto al tempo, ai massacri, alle guerre e all’ultima invasione, quella statunitense: soldati Usa dispiegati nella zona avevano rovinato le mura scrivendoci sopra il nome delle loro unità e messaggi d’amore per le fidanzate oltreoceano.

Fondato da Mar Elia, monaco assiro, il monastero cristiano riportava all’ingresso due parole greche, cri e rho, considerate le prime a citare il nome di Cristo. Una perdita immensa per l’Iraq e per l’umanità che si aggiunge alle barbarie commesse contro i civili: l’ultimo rapporto Onu, pubblicato ieri, ha dato il bilancio della presenza dello Stato Islamico nel paese. Oltre 3500 tra donne e bambini ancora schiavi degli islamisti (per lo più yazidi); 800-900 minori trasformati in soldati a Mosul; 19mila morti dal gennaio 2014 ad ottobre 2015, sia per gli scontri e le violenze che per fame e mancanza d’acqua e medicinali; 40mila feriti; oltre tre milioni di sfollati e rifugiati.

Così lo Stato Islamico reagisce alle perdite subite negli ultimi mesi, a Ramadi e Sinjar, e alla pianificata controffensiva su Mosul. Così l’Isis si prepara a cementare lo spirito dei suoi miliziani, affogati dalla propaganda manichea del “califfato”. Ma questi numeri, insieme alla distruzione di Mar Elia (che si accoda a altri 100 siti storici e religiosi demoliti dall’Isis in tutti i territori occupati), sono il più ampio simbolo dell’Iraq di oggi, paese frammentato in gruppi, etnie, religioni, e devastato non solo dall’avanzata islamista ma anche dai settarismi interni esplosi dopo l’occupazione Usa del 2003.

Quei 19mila morti e quei 3 milioni di rifugiati non sono il prodotto unico delle violenze islamiste, ma anche degli scontri interni, ormai prossimi alla guerra civile. Una tragedia nazionale che con enorme difficoltà può essere superata, visti gli equilibri sul terreno e le violenze in corso tra sunniti, sciiti e kurdi, ognuno interessato a garantirsi il proprio spazio e la propria autorità. E lo spettro della frammentazione – teorizzata dagli Stati Uniti 12 anni fa – si fa sempre più concreto: si moltiplicano i casi di rappresaglie etniche compiute dalle varie forze armate nei confronti dei civili. Succede a Diyala e Anbar dove ai sunniti è impedito di tornare nei propri villaggi dalle milizie sciite, è successo a Tikrit dove gli stessi miliziani hanno compiuto orrendi abusi contro la comunità sunnita residente, è successo a Muqdadiya dove case e moschee sunnite sono state date alle fiamme da uomini armati sciiti come vendetta per gli attacchi dell’Isis in città e a Baghdad.

E succede a Kirkuk e alle comunità del distretto (tra i pù ricchi di petrolio) dove a bloccare i sunniti sono i kurdi. A elencare i casi di violenza è Amnesty International che in un rapporto appena pubblicato accusa i peshmerga di aver distrutto migliaia di case sunnite in almeno 13 comunità nel nord dell’Iraq per impedire il ritorno dei residenti in zone considerate da Erbil proprio territorio. L’associazione ha utilizzato immagini satellitari per dimostrare le accuse: gli attacchi sarebbero stati condotti sia dai peshmerga che da unità yazidi, che oggi cercano vendetta per le violenze terribili subite dall’Isis, superficialmente ed erroneamente accumunato ai civili sunniti.

A tentare di tenere insieme le tante anime irachene è il premier al-Abadi, soprattutto dopo la protesta dei parlamentari sunniti che hanno boicottato le sessioni alla Camera per protestare contro le violenze sciite. Al-Abadi da oltre un anno cerca di evitare la frammentazione definitiva del paese, coinvolgendo i sunniti nella lotta all’Isis e promettendo protezione, ma si scontra con le resistenze delle stesse milizie sciite, legate all’Iran e spesso indipendenti dal governo. La scorsa settimana il premier ha proposto di inserire volontari sunniti tra le fila delle Hashed al-Shaabi, le unità di mobilitazione popolare sciite, ma i risultati sono destinati ad essere scarsi. Nena News

La denuncia di Amnesty in un nuovo rapporto: le donne in fuga dalla guerra subiscono in Europa abusi sessuali da trafficanti, staff della sicurezza nei campi e altri profughi

Rifugiati fermi in una stazione in Croazia (Foto: UNHCR/I. Pavicevic)

della redazione

Roma, 20 gennaio 2016, Nena News – Si dice spesso che le donne sono le prime vittime della guerra. Lo sono anche quando scappano dalla guerra, nel cuore della fortezza Europa, quella che dice di difendere se stessa e i propri valori di libertà da fatti come quelli di Colonia. Il capodanno tedesco, sfruttato a dovere e mai veramente sviscerato e spiegato, è servito a chi vuole generare panico e repulsione verso l’arrivo di profughi in fuga dalle guerre europee. Come è stato cavalcato, è stato presto accantonato.

Cosa resta? L’ipocrisia della violenza contro le donne, che siano cittadine europee o rifugiate. Ad accendere i riflettori sull’ennesima vergogna è Amnesty International che in un rapporto pubblicato lunedì fa appello ai governi europei perché garantiscano protezione alle donne rifugiate. Perché le donne rifugiate sono le vittime di abusi e violenze sessuali nel loro lungo viaggio verso la salvezza: “Le donne e le ragazze rifugiate subiscono violenze, sfruttamento, violenze sessuali ad ogni passo del loro viaggio, compresi quelli su suolo europeo”.

L’associazione ha intervistato 40 donne siriane e irachene in Norvegia e Germania, dopo il viaggio – comune a centinaia di migliaia di profughi – dalla Grecia e dai Balcani al nord Europa. I casi più gravi si sono registrati nei campi in Ungheria, Grecia e Croazia e hanno riguardato donne che viaggiavano da sole o soltanto con i figli. Molte sono costrette a dormire negli stessi spazi e nelle stesse tende con gli uomini e ad usare gli stessi bagni, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Alcune donne hanno raccontato di essere guardate dai membri dello staff dei campi profughi mentre andavano in bagno, altre di aver assistito a pestaggi da parte della polizia contro donne che chiedevano più cibo per i figli.

“Molte di loro hanno affermato che in quasi ogni paese attraversato hanno subito abusi fisici e sfruttamento finaziario, hanno subito pressioni per fare sesso con i trafficanti, altri rifugiati e gli staff della sicurezza – si legge nel rapporto – Se questa crisi umanitaria fosse accaduta in qualche altra parte del mondo, ci saremmo aspettati misure immediate per proteggere i gruppi più a rischio di abusi”.

A preoccupare è il comportamento di chi, per conto degli Stati ospitanti, dovrebbe garantire la sicurezza, staff e guardie: Amnesty (come prima l’Unhcr, che ad ottobre aveva denunciato casi simili) registra casi di guardie della sicurezza che offrono vestiti alle donne in cambio di “un po’ di tempo da trascorrere insieme”. Più difficile da arginare, direttamente, sono gli abusi da parte dei trafficanti che spesso chiedono sesso al posto del denaro necessario al viaggio: tanti i racconti che Amnesty ha registrato in merito, dalla Giordania alla Siria alla Turchia. Ma lo si può fare indirettamente, garantendo l’ingresso in Europa per vie legali e non pagando contrabbandieri di uomini per compiere viaggi in cui in troppi perdono la vita. Nena News

 

L’esecutivo sarà formato da 32 membri. Tante le incognite: a partire dalla scelta della sede del governo al destino riservato al controverso generale Haftar

L’inviato Onu in Libia, Martin Kobler

della redazione

Roma, 19 gennaio 2016, Nena News – Il governo di unità nazionale sponsorizzato dall’Onu è stato formato ufficialmente stamane. Secondo una nota del Consiglio presidenziale, l’esecutivo avrà 32 membri provenienti da varie parti del Paese. “Mi congratulo con il popolo libico e con il Consiglio presidenziale per la formazione del governo di unità nazionale” ha twittato l’inviato Onu Martin Kobler.

Kobler ha poi invitato i parlamenti rivali (di Tripoli e Tobruq) a sostenere il governo nazionale, sebbene meno della metà dei parlamentari abbia siglato l’accordo. “Un passo avanti in una situazione ancora fragile”, ha commentato sul suo account Twitter il ministro degli esteri italiano Paolo Gentiloni . “Ora – ha aggiunto – serve l’ok del parlamento”.

Il dicastero della Difesa, quello che aveva creato maggiori tensioni in sede di negoziato, andrà a Mahdi al-Barghati, uno dei comandanti dell’esercito a Benghazi. Al-Barghati ha partecipato inizialmente alle operazioni militari con il generale Khalifa Haftar, ma recentemente pare aver preso le distanze da lui. Proprio il destino di Haftar resta una delle incognite per il futuro ed è stato causa di scontri in fase negoziale. Secondo quanto riferiscono fonti locali, l’accordo sul governo è stato raggiunto senza due membri del Consiglio presidenziale che avrebbero lasciato i lavori poche ore prima che le due parti trovassero l’intesa. Un governo, dunque, che sembra già nascere debole privo dell’unanimità necessaria vista la grave situazione umanitaria, sociale, politica ed economica in cui versa il Paese. Inoltre, ancora non è chiaro dove il governo avrà sede.

Con l’annuncio dell’esecutivo non sono finite le difficoltà. Ora, infatti, viene la parte più delicata: i nomi scelti dovranno essere approvati dalla Camera dei Rappresentati di Tobruq (il parlamento internazionalmente riconosciuto) che da settimane non riesce a raggiungere il quorum per una votazione. Si aggiunga inoltre la scarsa sicurezza che regna nel Paese: la capitale Tripoli è ancora irraggiungibile perché dominata da milizie opposte all’accordo. Nena News

Il Consiglio per gli Affari Esteri dell’Ue traccia una distinzione netta tra Israele e gli insediamenti colonici costruiti in Cisgiordania, a Gerusalemme Est e nel Golan siriano e riafferma il sostegno alla soluzione dei due Stati. Netanyahu aveva cercato di bloccare la risoluzione con l’aiuto di cinque Paesi europei.

 

AGGIORNAMENTO

ore 11:20       Rapporto Human Rights Watch: “Le aziende la smettano di avere rapporti con le colonie israeliane”. Ministero esteri israeliano: “Documento unilaterale e politicizzato”

In un rapporto di 162 pagine intitolato “Occupazione S.p.a: come le aziende delle colonie contribuiscono alla violazione dei diritti dei palestinesi da parte di Israele”, l’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch (Hrw) ha detto che le aziende e le compagnie non dovrebbero avere rapporti commerciali con le colonie israeliane nei Territori Occupati palestinesi. Secondo la Ong statunitense, infatti, così facendo esse contribuiscono alla confisca di terre palestinesi da parte delle autorità israeliane e alle politiche discriminatorie che forniscono privilegi ai coloni a spese dei palestinesi, come l’accesso alla terra e all’acqua, i sussidi governativi e i permessi per sviluppare il territorio”.

Immediata la risposta d’Israele. Secondo il ministero degli esteri israeliano, il rapporto è “unilaterale e politicizzato e mette in pericolo i mezzi di sussistenza di migliaia di palestinesi scoraggiando i rari esempi di coesistenza, di coordinamento e di cooperazione tra israeliani e palestinesi”.

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Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 19 gennaio 2016, Nena News – Si fa più profondo il conflitto tra Unione europea e il governo Netanyahu su occupazione e colonizzazione dei Territori. Ieri il Consiglio per gli Affari Esteri dell’Unione Europea ha approvato una risoluzione che traccia una distinzione tra Israele e gli insediamenti colonici costruiti in Cisgiordania, a Gerusalemme Est e nel Golan siriano. La risoluzione chiede che gli accordi tra lo Stato di Israele e l’Ue stabiliscano in modo inequivocabile ed esplicito la loro inapplicabilità nei Territori occupati nel 1967. A Israele si chiede di «mettere fine alle attività di insediamento e di smantellare gli avamposti (colonici) eretti dal marzo 2001», perché gli insediamenti «mettono seriamente a rischio la possibilità per Gerusalemme di diventare la futura capitale dei due Stati (Israele e Palestina)».

I ministri degli esteri dell’Ue ricordano nella risoluzione che gli insediamenti «sono illegali in base alla legge internazionale, costituiscono un ostacolo alla pace e minacciano di rendere impossibile la soluzione dei due Stati». L’Ue inoltre riafferma la sua forte opposizione al Muro costruito da Israele in Cisgiordania e intorno a Gerusalemme, alle demolizioni e confische, anche di progetti finanziati dall’Europa, ai trasferimenti forzati di popolazione e alle restrizioni ai movimenti. Sono punti centrali in linea con la decisione presa a novembre dalla Commissione europea di richiedere una etichettatura diversa, quindi non con il “Made in Israel”, per le merci prodotte nelle colonie ed esportate verso l’Ue.

Israele per giorni ha provato a bloccare la nuova risoluzione europea. Domenica scorsa il premier Netanyahu aveva chiesto con forza ai rappresentanti di alcuni Paesi europei vicini a Israele - Cipro, Repubblica Ceca, Ungheria, Bulgaria e Grecia – di non votare la risoluzione. Il suo obiettivo ieri era quello di spingere per un rinvio del voto fino al prossimo meeting, tra un mese, per consentire a Israele e ai suoi alleati nell’Ue di ammorbidire il testo della risoluzione. Netanyahu, giovedì scorso, incontrando la stampa estera a Gerusalemme, aveva affermato che il “problema” non sono i singoli Paesi europei, con i quali il suo governo manterrebbe buoni rapporti, bensì la Commissione europea ossessionata da Israele. Il premier e i partiti che compongono la sua coalizione sono furibondi con l’Ue che insiste per la creazione di uno Stato palestinese e non intende riconoscere l’annessione a Israele, di fatto già avvenuta, di ampie porzioni di Cisgiordania.

Il conflitto con l’Ue è aperto, almeno su occupazione e colonie, ma il primo ministro israeliano non può permettersi di aggravarlo. Peraltro le relazioni con un Paese importante come il Brasile restano tese per la decisione di Netanyahu di confermare la nomina ad ambasciatore a Brasilia dell’ex leader dei coloni israeliani, Dani Dayan, nonostante il rifiuto del gradimento giunto dalla presidente Dilma Rousseff. Senza dimenticare che Netanyahu ha dovuto digerire la fine del regime di sanzioni internazionali contro la sua ossessione, l’Iran.

Nei Territori occupati la tensione continua a salire. Reparti israeliani si stanno dispiegando in aree della Cisgiordania lasciate negli ultimi 2-3 anni e spuntano ovunque posti di blocco. Ma è nella zona di Hebron che la pressione dell’esercito si è fatta più intensa. I soldati cercano il palestinese che domenica ha accoltellato e ucciso davanti ai figli una israeliana, Dafne Meir, nella colonia ebraica di Otniel. L’uomo è poi riuscito a far perdere le tracce. Centinaia di israeliani ieri hanno partecipato ai funerali della donna mentre giungeva la notizia del ferimento da parte di un palestinese di un’altra israeliana, vicino alla colonia di Tekoa. Sull’altro versante, solo la scorsa settimana, sono stati uccisi nove civili palestinesi (alcuni accusati da Israele di aver tentato attacchi), due dei quali adolescenti, oltre a un militante di Hamas. Sempre la scorsa settimana, secondo un bilancio del “Centro palestinese per i diritti umani”, unità israeliane hanno effettuato 72 raid – tutti in Cisgiordania, tranne uno a Gaza – e arrestato oltre 60 persone.

Nel frattempo resta in ospedale, nel reparto di terapia intensiva, il giornalista palestinese Mohammed al Qiq, di Majd TV, arrestato lo scorso novembre dall’esercito israeliano e posto in “detenzione amministrativa” per sei mesi, senza processo. Al Qiq digiuna in segno di protesta da oltre 50 giorni ed è in condizioni gravi. L’istanza di scarcerazione presentata dal suo avvocato è stata respinta sabato scorso dalla corte militare di Ofer. Nena News

 

A denunciarlo è un rapporto della Commissione delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione razziale. Restano difficili le condizioni di vita dei rifugiati siriani e iracheni presenti nel Paese

Blindati turchi nelle strade di Silvan nel sud-est della Turchia. (Foto: Afp)

della redazione

Roma, 19 gennaio 2016, Nena News – In un rapporto pubblicato la scorsa settimana dalla Commissione delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione razziale, la Turchia è stata accusata di commettere “diffuse violazioni dei diritti umani” contro la popolazione curda del Paese. La Commissione – organismo internazionale formato da esperti che lavorano per l’Ufficio dell’Alto Commissariato Onu per i diritti Umani (Ohchr) e che monitora se gli stati implementano la Convezione per l’eliminazione delle discriminazioni razziali – si è detta infatti “preoccupata” per le difficoltà che incontrano i curdi nell’inserimento nel mercato del lavoro e per l’alto tasso di disoccupazione delle donne curde. “Nel quadro della lotta al terrorismo, le leggi anti-terroristiche e le politiche securitarie hanno causato un attacco razziale contro i membri della comunità curda” si legge nel rapporto. “Tale legislazione – continua il documento – è stata applicata per limitare l’esercizio del diritto alla libertà di espressione e di associazione e ha prodotto arresti ingiustificati e persecuzioni contro i curdi”. La Commissione, inoltre, ha denunciato il gran numero di curdi del sud est del Paese che vivono in condizioni economiche difficili e il limitato accesso all’istruzione dei bambini soprattutto a causa dell’operazione militare turca in corso nella regione.

Dalla scorsa estate la Turchia è impegnata in una vera e propria guerra nel “Kurdistan turco” e sui monti Qandil (nord Iraq) contro il partito curdo dei lavoratori (Pkk) i cui membri e simpatizzanti sono considerati da Ankara “terroristi” alla stregua dei miliziani dell’autoproclamato “Stato Islamico” (Is). Sono ormai centinaia le vittime tra i combattenti e i civili (decine i poliziotti turchi uccisi in attacchi compiuti dal Pkk). Le restrizioni imposte dalle autorità turche nella regione a maggioranza curda hanno reso gravissima la situazione umanitaria soprattutto a Sur, Nusaybin, Kerboran, Cizre, Silopi e Idil. Ciononostante, il partito di governo (l’Akp) va dritto per la sua strada: le operazioni militari dovranno continuare finché il Pkk non verrà eleminato. “I terroristi [curdi] – ha dichiarato il premier Davutoglu lo scorso dicembre – saranno cancellati da questi distretti [nel sud-est] quartiere per quartiere, casa per casa, strada per strada”.

In questo contesto di guerra aperta contro il Pkk, a pagare il prezzo è l’intera popolazione curda. Nel suo rapporto la Commissione Onu ha esortato Ankara ad affrontare le diseguaglianze politiche ed economiche che essa subisce: “la Turchia dovrebbe permettere alla comunità curda di poter godere di pari diritti economici, sociali e culturali come tutto il resto della popolazione e dovrebbe adottare speciali misure per promuovere l’accesso dei curdi, soprattutto le donne, al mercato del lavoro. [Ankara] deve fare in modo che la legislazione anti-terroristica non vada ad intaccare la libertà di espressione e di associazione o altri diritti protetti dalla Convenzione combattendo le disparità esistenti tra le province curde e il resto del territorio [nazionale], aumentando l’accesso dei bambini curdi alla scuola e promuovendo l’insegnamento della loro lingua madre”.

Il rapporto si è poi occupato dei rifugiati siriani e iracheni presenti nel Paese. Se da un lato l’organismo dell’Onu ha notato gli sforzi compiuti dalla Turchia “per proteggere i diritti umani di un gran numero di profughi venuti dall’Iraq e Siria”, dall’altro ha però sottolineato come questi siano ancora soggetti a discriminazione razziale, vivano in condizioni di vita inadeguate e non dispongano ancora di permessi di lavoro. Grave resta la situazione delle donne siriane nei campi le quali, denuncia la Commissione, sono ancora soggette a violenza e vittime di traffico umano. Nena News

L’epidemia, iniziata lo scorso novembre a Dadaab nel nord-est del Paese, potrebbe peggiorare e durare a lungo a causa dell’elevata mobilità della popolazione e della situazione di vita congestionata all’interno del campo profughi. Finora si contano più di 1.000 contagi e almeno 10 morti. Il 30% dei pazienti è rappresentato da bambini sotto i 12 anni

Foto: Unhcr

di Federica Iezzi

Dadaab (Kenya), 19 gennaio 2015, Nena News – Le autorità sanitarie del Kenya stanno combattendo l’ennesima epidemia di colera nel campo di Dadaab, nel nord-est del Paese. Sebbene il colera sia una malattia curabile, l’epidemia potrebbe peggiorare e durare più a lungo a causa dell’elevata mobilità della popolazione e della situazione di vita congestionata nel campo profughi. E’ facile il trasferimento dell’infezione da una località all’altra.

Nel campo, che attualmente è arrivato ad accogliere 350.000 civili, per lo più rifugiati e richiedenti asilo di cittadinanza somala, si visitano in media 200 pazienti a settimana. Una stessa epidemia è stata registrata lo scorso anno nello stesso periodo. Associazioni come Medici Senza Frontiere, hanno fornito costante assistenza e hanno trattato oltre 4.200 pazienti per garantire il controllo delle infezioni. Secondo i dati diffusi dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, nel campo profughi più grande del Kenya ad oggi si contano già più di 1.000 contagi e almeno dieci morti. Già allestiti quattro centro di trattamento dell’infezione, in cui sono stati ammessi più di 300 pazienti nelle ultime tre settimane. Una volta stabilizzati, tutti i pazienti vengono trasferiti fuori dall’area critica, per un ricovero che dura in media tre giorni. Il 30% dei pazienti è rappresentato da bambini sotto i 12 anni.

Foto: Unhcr

Il colera si diffonde attraverso cibo contaminato e acqua potabile, provoca diarrea, nausea e vomito. Può essere fatale se non trattato, anche se la maggior parte dei pazienti guarisce con una tempestiva terapia reidratante orale. La malattia si diffonde facilmente in campi affollati con scarsa igiene come Dadaab. E mantenere un’igiene adeguata diventa difficile per carenza di latrine e acqua potabile. Il regolare lavaggio delle mani è uno dei modi più semplici ed efficaci per prevenire la diffusione del colera. E i rifugiati a Dadaab non ricevono sapone da due mesi. Nello scorso mese di giugno, l’UNHCR aveva ridotto del 30% razioni alimentari e beni di sussistenza per i campi kenyani di Dadaab e Kakuma.

L’epidemia ha avuto inizio lo scorso novembre nel campo di Dadaab. Il primo caso è stato segnalato presso l’area Ifo, uno dei tre spazi in cui è diviso il campo di Dadaab, insieme a Hagadera e Dagahaley. Vittima un bambino di dieci anni, dopo l’ingestione di acqua contaminata. Tra attenuazione di focolai in atto e riacutizzazioni, continua ancora la coda di infezioni. E il numero di casi sta crescendo esponenzialmente. Si susseguono campagne di sensibilizzazione e di promozione dell’igiene pubblica soprattutto in seguito alle piogge torrenziali, causate dal fenomeno atmosferico ‘El Niño’, che hanno colpito con maggior violenza alcune zone orientali dell’Africa, così facilitando lo scarso controllo della diffusione della malattia. Continuano anche i lavori di disinfezione nelle latrine delle diverse aree del campo di Dadaab.

Intanto l’aggiunta di un terzo produttore di vaccini contro il colera, coreano, oltre a quelli già esistenti svedese e indiano, permetterà di raddoppiare la fornitura globale di circa sei milioni di dosi per il 2016. Questa capacità aggiuntiva dovrebbe così contribuire ad un aumento della domanda, un aumento della produzione, un prezzo ridotto e una maggiore equità di accesso. Nena News

Appena sollevate le sanzioni internazionali contro la Repubblica islamica in base all’accordo siglato lo scorso luglio, gli Stati Uniti ne hanno imposte di nuove a undici tra aziende e individui legati allo sviluppo del programma missilistico. Prima, però, hanno atteso lo scambio di prigionieri con Teheran

della redazione

Roma, 18 gennaio 2016, Nena News - E’ stato un attimo: sollevate le sanzioni internazionali contro la Repubblica islamica secondo i termini dell’accordo firmato lo scorso luglio con le potenze del 5+1, ecco che gli Stati Uniti hanno imposto nuove misure punitive contro Teheran per via delle sue attività balistiche. E le autorità iraniane hanno annunciato oggi che accelereranno il loro programma missilistico, da loro definito “legale” perché fuori dai termini dell’accordo sul nucleare, ma che Washington considera “una minaccia significativa per la sicurezza regionale e globale”.

L’annuncio è stato fatto questa mattina dal Ministero degli Esteri iraniano: “La Repubblica islamica dell’Iran – ha dichiarato il portavoce del ministero, Hossein Jaber Ansari, riportato dall’agenzia ISNA – risponde con determinazione a tale propaganda, accelerando il suo programma legale di missili balistici e aumentando le sue capacità di difesa”. Secondo Ansari, infatti, tale programma non era mai stato progettato per trasportare armi nucleari e di conseguenza non era stato incluso nell’accordo sul nucleare.

Non è dello stesso avviso la Casa Bianca, che lo scorso ottobre, subito dopo un test balistico condotto dalle autorità iraniane, aveva dichiarato la manovra “una violazione degli obblighi internazionali dell’Iran”. Da qui le nuove sanzioni, imposte sabato scorso contro undici tra aziende e individui coinvolti nel programma balistico iraniano: il Dipartimento americano del Tesoro, come spiega la Reuters, avrebbe individuato e sanzionato l’azienda Mabrooka Trading, con sede degli Emirati Arabi, colpevole di aver aiutato Teheran a produrre fibra di carbone per il programma. Altre aziende con sede in Cina e negli Emirati sarebbero coinvolte.

Secondo quanto rivelato dalla Reuters, inoltre, le sanzioni erano pronte a partire già due settimane fa, ma sono state rimandate a causa del delicato scambio di prigionieri tra Usa e Iran, conclusosi sabato: Teheran ha liberato cinque persone, tra cui il giornalista del Washington Post Jason Rezaian, corrispondente da Teheran arrestato nel 2014 e incriminato per “spionaggio e propaganda contro lo stato”. Washington, dal canto suo, ha liberato sette cittadini con doppia nazionalità. E subito dopo aver saputo che i suoi cittadini erano atterrati in Svizzera, ha imposto le sanzioni per il programma balistico. Perché, come ha ricordato il sottosegretario americano al Terrorismo e all’Intelligence finanziaria Adam Szubin, “abbiamo sempre chiarito che gli Stati Uniti imporranno sanzioni contro ogni attività iraniana fuori dal Joint Comprehensive Plan of Action [l’accordo sul nucleare, ndr]”. Quello che si chiama uno scambio equo tra nazioni sovrane. Nena News

 

 

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