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Il Ministero dell’Istruzione palestinese sospetta che l’Unrwa intenda adeguare i testi alla narrazione storica israeliana. L’Agenzia dell’Onu nega ma sulla vicenda c’è l’ombra dei tagli minacciati dall’amministrazione Trump ai fondi Usa alle Nazioni Unite

Una scuola elementare a Gaza City (Foto: Wissam Nassar/Flash90)

di Michele Giorgio 

Gerusalemme, 21 aprile 2017, Nena News – È scontro aperto tra il Ministero dell’Istruzione palestinese e l’Unrwa dopo l’intenzione annunciata dall’agenzia dell’Onu, che assiste i profughi palestinesi, di riformare i libri di testi usati nelle sue scuole in Cisgiordania e Striscia di Gaza.

Le rassicurazioni giunte dall’Unrwa hanno placato in parte le preoccupazioni del Ministero che denuncia la presunta volontà delle Nazioni Unite di voler imporre ai palestinesi la narrazione storica e culturale che fa Israele. «Qualsiasi distorsione del curriculum palestinese è una flagrante violazione delle leggi dello Stato ospitante», un «tradimento della nostra storia» e «del popolo palestinese che è sotto occupazione», era scritto qualche giorno fa in un comunicato ripreso dall’agenzia di stampa dell’Anp Wafa.

I cambiamenti che l’Unrwa avrebbe intenzione di apportare prevedono la revisione delle mappe per escludere richiami a città ora in Israele e, secondo alcune fonti, anche frasi nei libri di storia e di educazione civica che sarebbero «prive di obiettività» o inciterebbero «alla violenza contro Israele».

Per i palestinesi l’Unrwa si è piegata non solo alle pressioni israeliane – l’agenzia dell’Onu spesso è stata accusata dai dirigenti dello Stato ebraico di essere sbilanciata a favore dei palestinesi se non addirittura collusa con «attività terroristiche» – ma anche a quelle dell’amministrazione Trump che si è data il compito di mettere fine a quelle che definisce le «posizioni anti-Israele» al Palazzo di Vetro.

Di recente gli Usa hanno bloccato la nomina a inviato speciale dell’Onu in Libia dell’ex premier palestinese Salam Fayyad. «Ai vertici delle Nazioni Unite – spiegava al manifesto un funzionario delle Nazioni Unite a Gerusalemme che ha chiesto l’anonimato – è forte il timore che Trump possa tagliare i fondi Usa all’Onu e tutti si sono fatti più cauti. E questo spiega almeno in parte la decisione di emendare i testi nelle scuole dell’Unrwa in Cisgiordania e Gaza».

L’Unrwa nega di agire sotto pressione di qualcuno. Tuttavia devono aver avuto un impatto le critiche israeliane successive alla pubblicazione, lo scorso gennaio, di un’indagine svolta da due ricercatori, Arnon Gross e Ronni Shaked, del Truman Institute presso l’Università Ebraica di Gerusalemme. I due hanno denunciato la mancanza nei libri di testo palestinesi di riferimenti al legame degli ebrei alla Terra di Israele e alla città di Gerusalemme.

La negazione dell’altro in realtà avviene anche nelle scuole israeliane. L’anno scorso, ad esempio, il Ministero dell’Istruzione guidato dal nazionalista religioso Naftali Bennett ha diffuso il nuovo libro di testo di educazione civica che contiene poche righe sull’esistenza dei palestinesi in Israele e sull’occupazione militare di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est.

Nel libro i palestinesi sono quasi del tutto ignorati e non sembrano non avere alcun legame storico e culturale con la terra in cui vivono. Si legge che «la versione palestinese (della guerra del 1948) sostiene che la maggior parte dei rifugiati sono stati espulsi con la forza ma in Israele è ormai comunemente accettato che la maggior parte dei profughi sono fuggiti».

Il testo fornisce numeri sui rifugiati decisamente inferiori rispetto da quelli ufficiali delle Nazioni Unite. Gli autori non mettono in alcuna relazione gli arabo israeliani (i palestinesi in Israele) e i palestinesi in Cisgiordania, quasi tacciono sull’occupazione che dura da 50 anni e non fanno alcun riferimento agli insediamenti coloniali costruiti nei Territori Occupati in violazione delle leggi internazionali. E infatti nel libro è scritto che c’è una «disputa»: i territori che Israele catturò nel 1967 sono «occupati» o «liberati»?

La docente universitaria Nurit Peled Elhanann, nel suo libro “La Palestina nei testi scolastici di Israele”, spiega che gli arabi sono rappresentati come profughi in strade e luoghi senza nome. «Nessuno dei libri (di testo)», aggiunge, «contiene fotografie di esseri umani palestinesi e tutti li rappresentano in icone razziste o immagini classificatorie avvilenti come terroristi, rifugiati o contadini primitivi».

Michele Giorgio è su Twitter: @michelegiorgio2

I palestinesi vogliono all’ordine del giorno la questione della partecipazione ai campionati israeliani delle squadre delle colonie ebraiche nei Territori occupati, durante la riunione annuale della Federazione internazionale del calcio prevista il mese prossimo. Intanto 120 organizzazioni e personalità mondiali mandano una lettera alla Fifa a sostegno della posizione palestinese.

della redazione

Roma, 20 aprile 2017, Nena NewsIsraele è sempre più preoccupato che la FIFA, la Federazione internazionale del gioco calcio, deciderà di sospendere le sue squadre con sede negli insediamenti coloniali nella Cisgiordania occupata, quando terrà la sua riunione annuale il mese prossimo. Lo scrive oggi il giornale israeliano Haaretz.

Un funzionario governativo, citato da Haaretz, ha affermato che due settimane fa Israele ha appreso che Jibril Rajoub, presidente della Federazione calcio palestinese, ha chiesto che sia messa all’ordine del giorno la questione della partecipazione ai campionati israeliani delle squadre delle colonie, sia dei lavori del Consiglio della FIFA, che si riunirà a Manama, in Bahrain, il 9 maggio, e anche dell’Assemblea della FIFA,che si riunirà nella stessa città il 10 e 11 maggio.

Per questa ragione martedì il ministero degli esteri israeliano ha inviato una nota a decine di ambasciate incaricandole di persuadere i loro paesi ospitanti a rimuovere la questione dall’agenda della FIFA o di fare in modo che non sia votata. Tuttavia, ha aggiunto il funzionario citato da Haaretz, Israele deve essere preparato al peggio. In caso di voto le sue probabilità di successo sono minime.

  I team delle colonie sono sei: Maccabi Ariel, Ironi Ariel, Beitar Givat Ze’ev Shabi, Beitar Ma’ale Adumim, Hapoel Oranit, Hapoel Bikat Hayarden. I palestinesi denunciano inoltre una settima squadra, l’Hapoel Katamon Yerushalaim, che gioca le partite casalinghe a Maale Adumim, il più grande degli insediamenti ebraici in Cisgiordania.

Il team della colonia ebraica di Ariel

  Gli statuti della FIFA vietano ai membri di creare squadre di calcio nel territorio di un altro Paese o di lasciare che tali squadre giochino nei propri campionati senza il consenso di quel Paese. I palestinesi chiedono l’applicazione di questa clausola e sostengono che se Israele non sospenderà la partecipazione ai suoi campionati dei team delle colonie, venga a sua volta sospeso dalla FIFA. Inoltre accusano il presidente della Federazione internazionale, Gianni Infantino, di aver manovrato dietro le quinte per ritardare una decisione sulla richiesta di sospensione delle squadre delle colonie.

  “Vogliamo impedire il voto con qualsiasi mezzo”, ha detto il funzionario israeliano ad Haaretz, “Le ultime due volte siamo riusciti a impedirlo ma ora sono meno ottimista”.

Intanto a sostegno della posizione della Federazione palestinese, 120 organizzazioni in tutto il mondo, insieme a personalità dello sport e della cultura, registi cinematografici e politici hanno inviato una lettera al Consiglio della FIFA. Tra i firmatari ci sono l’ex Relatore Speciale dell’ONU Richard Falk, l’ex-ministro brasiliano per i diritti umani Paulo Sérgio Pinheiro, il membro del Comitato centrale del Partito comunista sudafricano e ministro dello Sport e delle Attività Ricreative Thulas Nxesi (a titolo personale) e i registi cinematografici britannici Ken Loach e Paul Laverty. Per l’Italia hanno aderito l’Unione Italiana Sport per Tutti (UISP, con 1 milione 300 mila iscritti), l’associazione Lunaria e diverse squadre di sport popolare. La lettera è stata firmata anche da gruppi ebraici come Jewish Voice for Peace, con oltre 60 sezioni negli Stati Uniti, South African Jews for a Free Palestine, Union of French Jews for Peace, Jews for Justice for Palestinians-UK, Jews for a Just Peace between Israel and Palestine. Nena News

L’opposizione riunita nel Rassemblement Congolais pour la Démocratie accusa Kabila di ritardare il voto per tentare di rimanere al potere. Il governo risponde che mancano i fondi per organizzare le elezioni

foto Nazioni Unite

di Federica Iezzi

Roma, 20 aprile 2017, Nena News – Il presidente della Repubblica Democratica del Congo Joseph Kabila si è impegnato a tenere nuove elezioni nel 2017, alla fine di una brutale insurrezione nel centro del Paese. Tuttavia le figure dell’opposizione del Rassemblement Congolais pour la Démocratie, accusano Kabila di ritardare il voto per tentare di rimanere al potere. La risposta del governo è stata quella della mancanza di fondi per organizzare un voto nazionale.

Ma perché il presidente avrebbe deciso di aggrapparsi al potere alla scadenza del suo termine costituzionale, nel dicembre 2016? Perché l’uomo che ha organizzato le due elezioni multipartitiche della Repubblica Democratica del Congo appena dopo l’indipendenza, ha scelto caos e instabilità? Perché non ha capitanato il primo trasferimento pacifico del potere del Congo che sarebbe potuta rimanere la sua più grande eredità?

Intanto Kabila ha nominato come primo ministro Bruno Tshibala, ex membro del più grande partito di opposizione, una mossa che potrebbe dividere ulteriormente gli avversari, dopo che i colloqui per negoziare la fine del suo mandato presidenziale, si sono freddati.

Nel discorso strettamente legato a questa mossa, Kabila ha ribadito, innanzitutto, di non ricercare un terzo mandato, inoltre di non voler alterare la costituzione del Congo e di impegnarsi per liberare i prigionieri politici del Paese. In cambio, il Rassemblement ha accettato di formare un governo di unità nazionale, scegliere un primo ministro, organizzare elezioni libere e giuste, garantire un trasferimento di potere regolare e non violento alla fine del 2017.

Gli oppositori di Kabila, importante fetta del governo congolese dall’assassinio del padre Laurent-Désiré Kabila nel 2001, sospettano un ripetuto ritardo delle elezioni, utile ad organizzare un referendum che consenta legalmente un suo terzo mandato, come hanno fatto i suoi omologhi nel Rwanda, nello Zimbabwe, nel Gabon.

La tesi di Bernabe Kikaya, consigliere diplomatico di Kabila, sostiene che il Presidente rimarrebbe al potere, a dispetto della costituzione del Congo, per evitare una crisi politica. La ragione reale, che si sospetta tra le opposizioni, è che Kabila avrebbe scelto di aggrapparsi al potere perché sarebbe responsabile del coinvolgimento governativo in guerre e conflitti, cause della morte di oltre cinque milioni e mezzo di civili congolesi, nel decennio 1998-2008. In questo contesto, è piuttosto difficile pensare a una ragione per cui Kabila voglia rinunciare al potere, se non forzato.

Ed è ancora più difficile immaginare di voler consentire la creazione di un governo transitorio guidato da Felix Tshisekedi, la scelta del Rassemblemt come capo di Stato, in cui figure di opposizione potrebbero avere importanti ruoli ministeriali, tra cui il potere di nominare un nuovo capo della polizia, dell’esercito, dell’intelligence, della corte suprema, della commissione elettorale e degli ambasciatori. Tutte posizioni attraverso le quali Kabila è riuscito a governare il Congo come il suo feudo privato.

Allora quali sono le ragioni che reggono la fiducia a Joseph Kabila? La prima è legata alla Francia. L’Unione Europea non potrebbe imporre sanzioni sulla Repubblica Democratica del Congo, per non perdere il veto francese sulle loro ex-colonie africane, ognuna delle quali traghettate da un dittatore.

La seconda delle ragioni è la Casa Bianca. Gli Stati Uniti hanno recentemente deciso di tagliare il numero delle truppe ONU in Congo e hanno rifiutato di intraprendere azioni punitive contro Kabila. Nena News

 

 

La detenzione del giornalista e regista italiano Gabriele Del Grande fa emergere il pugno duro di Erdogan contro i giornalisti.  Il caso del reporter turco-tedesco Deniz Yucel, in isolamento da febbraio. In totale sono 153 i giornalisti incarcerati

Il giornalista Deniz-Yuecel

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 20 aprile 2017, Nena NewsLa Turchia batte un altro record: è il paese con il più alto numero di giornalisti dietro le sbarre. Cina e Egitto mangiano la polvere: con 153 reporter in carcere Ankara detiene la metà di tutti i giornalisti arrestati nel mondo. Sono kurdi, sono turchi, sono indipendenti, sono scrittori e analisti, commentatori e fotografi. E sono anche stranieri.

Gabriele Del Grande è l’ultimo di una lunga serie, in un paese che – a seguito della campagna di epurazione giustificata con il tentato golpe del 15 luglio – ha posto sotto il controllo governativo (diretto e indiretto) il 90% dei media, a sentire le opposizioni. I timori di amici e familiari di Del Grande sono più che giustificati.

Basta guardare al caso di Deniz Yucel: il reporter del quotidiano Die Welt, cittadino turco e tedesco, è in prigione da febbraio in isolamento. Rischia 10 anni e mezzo di prigione dietro l’accusa di propaganda a favore del Pkk e incitamento alla violenza. Una settimana fa Yucel ha sposato la fidanzata nella prigione di Silivri; poche ore dopo il presidente Erdogan ha fatto sapere a Berlino che non sarebbe stato estradato in Germania, come richiesto dal Ministero degli Esteri tedesco che ha potuto fare visita a Yucel solo sette settimane dopo l’arresto.

«È un agente terrorista – ha detto Erdogan – Faremo il necessario, nell’ambito della legge, contro chi agisce come spia e minaccia il nostro paese da Qandil». Un chiaro riferimento alle montagne irachene dove gli uomini del Pkk si sono ritirati quattro anni fa quando partì il breve processo di pace. Il suo caso è emblematico: ad Ankara non importa nulla dell’Unione Europea. Ha modellato lo Stato intorno al concetto di assedio: i nemici esterni (e interni, i kurdi) mettono a repentaglio la nazione turca, la vogliono indebolire per impedirgli di riprendersi il suo ruolo leader in Medio Oriente. È quello che Erdogan va ripetendo ad ogni piè sospinto.

La retorica dello Stato in pericolo che necessita dell’uomo forte pronto a schiacciare qualsiasi tentativo di indebolimento è alla base dei reati contestati ai 153 giornalisti in prigione da mesi, qualcuno da anni.

L’obiettivo reale è mettere sotto silenzio le poche voci critiche rimaste, lo strumento è la galera. Tanta galera: una settimana fa il procuratore di Istanbul ha chiesto tre ergastoli a testa per 16 dipendenti del gruppo editoriale Zaman. Tra loro la nota commentatrice (forse la più famosa in Turchia) Nazli Ilicak, il giornalista e scrittore pluripremiato Ahmet Altan e il professore di economia e analista Mehmet Altan. Tre nomi noti del panorama mediatico turco, accusati di voler rovesciare l’ordine costituito, il governo e il parlamento tramite il sostegno alla rete dell’imam Gülen, considerato la mente dietro il fallito putsch.

Tre ergastoli senza che prove effettive siano mai state presentate all’opinione pubblica, una mannaia contro la libertà di stampa che dovrebbe sollevare qualcosa di più di critiche velate da parte di Bruxelles, impegnata a stringere accordi miliardari anti-rifugiati con il presidente Erdogan. Ovviamente il gruppo Zaman non è il solo.

La stessa procura ha chiesto pene da 15 a 43 anni per 19 giornalisti del quotidiano di opposizione Cumhuriyet, ormai chiuso. Celebri furono i casi dell’ex direttore Dundar e il caporedattore Gul condannati in primo grado a cinque anni per il famoso reportage che svelava i legami dei servizi segreti turchi con gruppi islamisti in Siria. I capofila della devastazione del giornale, ora tocca al resto della redazione, al direttore Sabuncu, allo scrittore Sik, al vignettista Kart, all’editore Atalay.

I 19 giornalisti sono accusati contemporaneamente di sostegno all’islamista nazionalista Gülen e di appoggio al movimento di liberazione kurdo Pkk. Due soggetti lontanissimi tra loro, ideologicamente ai poli opposti. Ma che finiscono in un unico calderone, quello del terrorismo contro lo Stato. Non a caso la procura parla di «tattiche di guerra asimmetrica, intense operazioni di percezione che hanno preso di mira il governo e il presidente».

 Alla fine non resta nulla, il deserto dell’informazione: con quasi 200 siti, agenzie, quotidiani, tv, radio chiusi per ordine governativo (per lo più kurdi) e 153 reporter in carcere, non stupiscono le parole dell’Osce sulla campagna referendaria: «Il fronte del sì ha dominato la copertura dei media». Nena News

 

La protesta si allarga nonostante le contromisure adottate dalle autorità israliane. Il partito del presidente Abu Mazen si divide tra chi sostiene i prigionieri e chi teme che le piazze si accendano

di Michele Giorgio

Ramallah, 20 aprile 2017, Nena NewsMarwan Barghouti è in isolamento nel penitenziario di Jalame, tagliato fuori da ciò che accade all’esterno della sua cella, ma lo sciopero della fame “Libertà e Dignità” che ha proclamato lunedì scorso per ottenere migliori condizioni di vita nelle carceri israeliane raccoglie continue adesioni. Ai 1500 detenuti – in buona parte di Fatah, il partito di cui Barghouti è il segretario in Cisgiordania – si sono unite anche le 58 detenute palestinesi nel carcere di Hasharon.

Gli avvocati da parte loro boicotteranno le corti militari israeliane che nel 90% dei casi condannano al carcere i loro assistiti. Ne ha scritto Barghouti nella sua lettera pubblicata il 16 aprile dal New York Times suscitando l’ira di Israele che considera il dirigente di Fatah non un nuovo Mandela bensì un terrorista condannato a cinque ergastoli per aver organizzato attentati contro civili. Accusa che Barghouti respinge.

Nonostante la reazione di Israele, che ha adottato contromisure immediate e ha escluso, per bocca del ministro per la Sicurezza interna Gilad Erdan, qualsiasi ipotesi di trattativa con gli scioperanti, la protesta ha avuto un forte impatto internazionale e sta mobilitando migliaia di palestinesi come non accadeva da tempo. Tanto da scuotere i vertici di Fatah rimasti freddi fino a lunedì di fronte all’iniziativa di Barghouti, temendone i riflessi nelle strade della Cisgiordania e le insidie per la stessa Autorità nazionale palestinese.

Dopo l’appello a sostegno della lotta dei prigionieri lanciato dal presidente dell’Anp (e leader di Fatah) Abu Mazen, ieri il segretario generale dell’Olp Saeb Erekat ha chiesto ai palestinesi «ovunque siano di sostenere il movimento nazionale dei prigionieri contro le politiche razziste che violano gravemente la legge umanitaria internazionale e i diritti umani». Erekat si è anche appellato alla comunità internazionale e ai firmatari della Quarta Convenzione di Ginevra sostenendo che «è tempo di intraprendere azioni concrete» per costringere il governo Netanyahu «a rispettare i suoi obblighi». Erekat infine si è rivolto al Tribunale Penale dell’Aja affinché concluda rapidamente «l’inchiesta preliminare e apra un’indagine su Israele per crimini di guerra».

Nel gruppo dirigente di Fatah a Ramallah non c’è unanimità di giudizio nei confronti dello sciopero organizzato da Barghouti. Saeb Erakat e gli ex capi dei servizi di sicurezza Jibril Rajoub e Tawfiq Tirawi appaiono inclini, con accenti diversi, a sostenerlo, anche per guadagnare consensi tra i palestinesi. Altri dirigenti sono più cauti e mettono in guardia dai contraccolpi politici della mobilitazione della base del partito e di tanti palestinesi. Tra questi c’è l’ex governatore di Nablus, Mahmoud al Aloul, che percepisce la protesta come una sfida alla sua posizione visto che a inizio anno è stato nominato vice presidente, carica che molti militanti del partito pensavano fosse destinata proprio a Barghouti, il più votato tra i membri del Comitato centrale al congresso di Fatah alla fine del 2016.

Esita anche Majd Faraj, il comandante dell’intelligence dell’Anp, consapevole che il peggioramento delle condizioni di salute dei prigionieri che fanno lo sciopero della fame potrebbe innescare ampie manifestazioni di protesta contro Israele che la polizia palestinese sarebbe chiamata a contenere se non addirittura a reprimere con ovvie ripercussioni interne.

Faraj si prepara a partire, il 25 aprile, assieme ad altri rappresentanti dell’Anp, per gli Stati uniti dove preparerà la visita ufficiale di Abu Mazen che,  il 3 maggio, sarà ricevuto alla Casa Bianca da Donald Trump.

Faraj teme che eventuali scontri tra palestinesi e forze militari israeliane possano indebolire l’immagine di Abu Mazen agli occhi di Trump davanti al quale invece il presidente dell’Anp vorrebbe presentarsi avendo il pieno controllo della situazione in Cisgiordania e mostrando un atteggiamento intransigente nei confronti di Hamas. Se da un lato una delegazione di Fatah è andata a Gaza per discutere di riconciliazione con il movimento islamico, dall’altro i contrasti tra le due parti esplosi negli ultimi giorni, dopo il taglio del 30% al salario degli ex dipendenti dell’Anp nella Striscia e il mancato pagamento da parte del governo di Ramallah del gasolio per la locale centrale elettrica (ora ferma con grave disagio per la popolazione), indicano la volontà della leadership palestinese di mantenere una posizione dura verso Hamas.

“Abu Mazen – spiegava una fonte di Fatah – sta dicendo al capo di Hamas a Gaza Yahya Sinwar che non è più disposto a finanziare la stabilità di Gaza mentre gli islamisti non appaiono pronti a rinunciare al pieno controllo della Striscia”. Nena News

Dopo la pubblicazione del rapporto Chilcot e le prospettive di un processo contro l’ex premier per l’invasione di Baghdad, il procuratore generale britannico prova a bloccare il procedimento

(Foto di Wikimedia Commons)

della redazione

Roma, 19 aprile 2017, Nena News – Una notizia passata quasi in sordina, ma piuttosto significativa soprattutto alla luce della devastazione che oggi, a 14 anni dall’invasione anglo-americana dell’Iraq, sta ancora flagellando il paese mediorientale.

Tre giorni fa il Guardian ha riportato le intenzioni del procuratore generale della Gran Bretagna, Jeremy Wright, principale consigliere legale del governo di Londra: Wright intenderebbe intervenire nel caso del rapporto Chilcot chiedendo l’annullamento dell’inchiesta sull’allora premier Tony Blair. Bloccare il procedimento, dunque, per impedire che Blair sia perseguito per le decisioni prese nel 2003. Insieme all’ex primo ministro rischiano il processo anche l’allora segretario agli Esteri Straw e Lord Goldsmith, all’epoca procuratore generale.

Sul tavolo sta il crimine di “aggressione”, accusa fondata sui risultati della commissione Chilcot, pubblicati nel luglio 2016. Per il procuratore Wright il processo non s’ha fare. Dalla sua ha la sentenza di un tribunale del novembre 2016 che invita a non proseguire con l’inchiesta perché il reato contestato – “aggressione”, appunto – non esiste nella legislazione inglese. “Le basi su cui si fonda l’intervento giudiziario sono senza speranza – ha detto Wright – Il crimine di aggressione non è parte della legge britannica”.

Eppure qualcosa, scavando c’è: fu proprio l’allora procuratore generale Goldsmith, ora indagato, a pubblicare un memorandum sulla legalità della guerra contro l’Iraq: “L’aggressione – scrisse – è un crimine previsto dal diritto internazionale che automaticamente è parte della legge nazionale”.

Al di là delle procedure legali, resta l’eredità politica di quell’attacco, da tempo tornato alla ribalta dopo che le famiglie di alcuni soldati britannici morti in Iraq hanno fatto appello all’incriminazione di Tony Blair. A dare il quadro è stato proprio il rapporto Chilcot, atteso per anni e finalmente reso pubblico a luglio: presupposti sbagliati, mancata comprensione della situazione reale, strategia incoerente, le accuse mosse a Blair dal rapporto sono state riprese in pieno a settembre dalla Commissione Esteri del parlamento britannico. 

Dopo sette anni di indagini, il rapporto Chilcot ha lasciato nudo l’ex premier Tony Blair, insieme al “capo missione” George W. Bush. Errori gravissimi figli della volontà di andare in guerra a prescindere e oggi alla base dell’instabilità dell’Iraq, preda di settarismi interni, corruzione strutturale, divisione etnica e confessionale, occupazione Isis

Errori ma anche menzogne: secondo la commissione Blair, insieme a Bush, imbastì un castello di carte per giustificare l’attacco a Saddam Hussein, iniziando una guerra “avventata” e senza alcuna base nel diritto internazionale. Nena News

Stamattina decine di autobus hanno portato migliaia di civili fuori dalle quattro città dell’accordo tra governo e opposizioni, dopo la strage di sabato: un’autobomba ha ucciso 126 persone

Un’immagine diventata subito simbolica: il fotografo Abd Alkader Habak porta in salvo un bambino ferito nell’attacco di Rashidin

della redazione

Roma, 19 aprile 2017, Nena News – Dopo la carneficina di sabato, il massacro di oltre 120 persone nella zona di Rashidin, alle porte di Aleppo, è ripresa l’evacuazione dei civili intrappolati in quattro città assediate da opposizioni e governo. Stamattina 45 autobus hanno portato 3mila persone residenti nelle città sciite di Fua e Kefraya, nella provincia di Idlib, verso Aleppo, mentre 11 autobus caricavano i residenti delle comunità sunnite di Zabadani – al confine con il Libano – per condurli a Idlib.

A scortare gli autobus e le ambulanze del convoglio sono unità di Hezbollah e dei gruppi di opposizione che hanno siglato il cosiddetto accordo delle quattro città: governo e gruppi armati hanno raggiunto l’intesa per l’evacuazione delle cittadine, 30mila le persone coinvolte tra Idlib e il confine con il Libano. Fua e Kefraya assediate dalle opposizioni islamiste, Zabadani e Madaya dall’esercito di Damasco. Diversi assedianti, ma un destino comune, fatto di fame, malnutrizione, carenza di acqua e medicinali.

L’intesa raggiunta ha fatto storcere il naso a chi vede nel trasferimento un modo per modificare la demografia della Siria, la presenza delle diverse confessioni e etnie nel territorio del paese. Il governo, da parte sua, ha promesso che si tratterà di una misura temporanea per portare aiuti alla popolazione e che, una volta che le zone in questione saranno pacificate, le famiglie potranno tornare nelle loro case.

Un processo che richiederà sicuramente molto tempo: la guerra, seppur a bassa intensità, è tuttora in corsa e la provincia di Idlib è quasi del tutto in mano alle opposizioni islamiste. Senza dimenticare gli interessi strategici legati alla geografia della Siria in capo ai due fronti, il pro e l’anti Assad, appesantiti dagli obiettivi di medio periodo dei paesi sponsor.

In molti temevano che l’accordo sarebbe saltato dopo il brutale attacco che sabato ha colpito i 70 autobus che stavano per raggiungere Aleppo con a bordo donne, anziani, malati da Fua e Kefraya. Un pick up imbottito di esplosivo, fingendosi parte del convoglio di aiuti, è saltato in aria vicino agli autobus uccidendo 126 persone, di cui oltre 60 bambini. Un atto di estrema violenza che ha avuto come target le persone più vulnerabili e colpite dal conflitto ma che non ha ricevuto nei media né nelle cancellerie mondiali attenzione.

La strage è ancora senza firma ma si pensa ai gruppi di opposizione contrari all’accordo con il governo e, più in generale, alla via diplomatica scelta da alcune milizie. Nei mesi scorsi, dopo la tregua di Aleppo, una dura faida è esplosa all’interno del fronte anti-Assad, con i qaedisti dell’ex al-Nusra che hanno attaccato milizie che avevano accettato di sedersi al tavolo del negoziato. Un’intera unità dell’Esercito Libero è stata spazzata via prima che al-Nusra si dirigesse verso gli alleati di Ahrar al-Sham, diventati capi delegazione a Ginevra.

Già il 18 dicembre gli autobus che avrebbero dovuto lasciare Fua e Kefraya con a bordo 1.200 persone erano stati presi d’assalto dalle milizie armate che avevano dato alle fiamme i pullman, bloccando di fatto l’evacuazione.

Una faida che pareva rientrata e suggellata da azioni compiute fianco a fianco. Così forse non è e a pagare sono i civili, senza che si sollevi lo sdegno internazionale. Ma da Rashidin arrivano i racconti terribili dei sopravvissuti: “La situazione era molto calma, c’erano alcune organizzazioni che distribuivano cibo a donne e bambini – racconta il reporter Mohammed Yassin a Arabi21 – C’erano anche media che seguivano quanto stava accadendo. Ad un certo punto, mentre ero nella mia auto, ho sentito il rumore di una grande esplosione, una nuvola di polvere è entrata in macchina e rottami sono caduti sopra. Sono sceso subito e ho visto i corpi a terra e ho iniziato a cercare mio fratello tra i feriti. C’erano corpi ovunque”. Nena News

Il racconto di Akam, kurdo cittadino turco, fuggito alla campagna militare di Ankara perché attivista politico: dalla strage di Cizre al golpe del 15 luglio, oggi è in Europa in attesa di asilo

testo di Enea Fiore

foto di Marco Rosi​ e Andrea Governale*

Lesbo, 19 aprile 2017, Nena News – Akam proviene dal Kurdistan turco (Bakur), è dovuto fuggire dalla guerra che imperversa nella sua regione nel Sud Est della Turchia. Da quando il governo di Ankara ha interrotto unilateralmente la tregua con il Pkk, le violenze in chiave “antiterroristica” sulla popolazione curda passano inosservate, sormontate dal vicino conflitto siriano che attira l’attira tutta l’attenzione mediatica.

I curdi turchi stanno portando avanti una guerriglia armata contro l’esercito governativo nelle principali città e villaggi del Bakur, cui partecipano sia i guerriglieri del Pkk che gli stessi civili vittima di attacchi e rastrellamenti. Chiusi tra i combattimenti contro lo Stato Islamico in Siria e gli attacchi dell’esercito in Turchia, per molti curdi l’unica alternativa possibile rimane la fuga.

Abbiamo incontrato Akam nel campo profughi di Pikpa, a Lesbo. Ha accettato di raccontarci la sua storia che, come ci dice lui stesso, è anche la storia di tantissimi curdi della sua generazione. Akam era un esponente del partito Dbp, partito “gemello” all’Hdp che nelle ultime elezioni turche ha superato la soglia di sbarramento del 10% assicurandosi alcuni seggi in parlamento.

Questo è un partito di sinistra a maggioranza curda che dalla sua nascita si spende per la tutela dei diritti dei curdi e di altre minoranze in Turchia. A seguito di una serie di colpi di mano del governo, cominciati con un clima di forte repressione durante le ultime elezioni e culminate con il fallito colpo di stato, il governo di Erdogan ha avviato un operazione di smantellamento dei due partiti incarcerandone numerosi deputati con l’accusa di terrorismo e di avere legami con il Pkk.

Oltre alla sistematica eliminazione degli avversari politici, il governo turco ha intrapreso una massiccia campagna militare e poliziesca contro popolazione, partiti e associazioni nel Kurdistan turco.

Akam faceva parte della giunta comunale di una piccola città vicina alle più grandi Şırnak e Cizre, a ridosso dei confini con Siria e Iraq. Esordisce con un paragone alla situazione precedente il golpe: “Per quanto riguarda il Bakur non si vedono molte differenze: i soldati arrestavano qualunque militante o persona riconducibile ai partiti curdi ormai da anni. Dopo il colpo di stato però sono diventati più frequenti gli arresti di personaggi importanti come il segretario del partito Selahattin Demirtas, ma la violenza sulla popolazione è sempre la stessa”.

“Un anno prima del golpe la situazione era già in una fase critica: molte città curde erano occupate dall’esercito. La mia cittadina si trova vicino a Cizre che è stata assediata all’inizio del 2016. Abbiamo tentato di raggiungere la città per portare aiuto e solidarietà alla popolazione, ma non siamo mai riusciti ad arrivare perché l’esercito turco ci ha attaccato lungo il tragitto e siamo stati costretti a tornare indietro”.

“Vista la disastrosa situazione di Cizre – continua – abbiamo deciso di convocare un meeting del partito (Hdp) per portare l’attenzione sulle condizioni degli abitanti della città e organizzare un sostegno attivo. Abbiamo protestato più volte ed in più modi per far cessare le operazioni militari: 18 parlamentari dell’Hdp si sono sospesi dal parlamento per protesta ed abbiamo organizzato una serie di manifestazioni, poi costrette alla ritirata dall’esercito e dall’aviazione”.

Akam si occupa di politica da anni e ha un’idea chiara del contesto repressivo da cui proviene, che non deriva solo dall’esperienza vissuta ma anche dalla sua formazione. Alla parola “aviazione” chiediamo spiegazioni, pensando a un errore di traduzione: “Aviazione: aerei da combattimento che ci sorvolavano più volte attaccandoci con scariche di mitragliatrice”. 

Accendendosi una sigaretta Akam continua: “Dopo diversi tentativi, una nostra delegazione è riuscita ad entrare a Cizre. La situazione era peggio di quello che pensavamo, la macchina bellica turca si stava accanendo con particolare ferocia sulla città. Dovevamo restare per un paio di giorni, portare aiuti, solidarietà e tornare indietro, ma siamo rimasti bloccati in città per nove giorni”.

“In quel periodo c’era il coprifuoco la notte. Nei giorni trascorsi lì sono morte ventitre persone durante il coprifuoco, solo tre di questi erano guerriglieri, tutti gli altri erano civili, compresi due bambini. Il coprifuoco è stato poi esteso da Cizre anche a Silopi e altre città vicine. La brutalità con cui l’esercito si accaniva sui civili è difficile da descrivere… a Şırnak un giovane è stato ucciso con 28 proiettili e con una fune è stato attaccato al retro di un mezzo militare, trascinato per 3 km fino ad una caserma della polizia e i soldati si sono alla fine fatti le foto col cadavere del ragazzo. Credo che questo fatto in particolare abbia fatto breccia anche su qualche giornale straniero”.

Da consigliere municipale Akam riceveva notizie di prima mano dalle città circostanti; si spegne la sigaretta e inizia a riferire le cifre di una guerra che per lui non è altro che un’invasione.

“In dieci giorni di coprifuoco a Silopi ci sono state non meno di 120 vittime, a Cizre sono state quasi un migliaio, alcune delle quali erano famiglie bruciate vive nelle proprie case e nei negozi. Ci hanno riferito di una donna cui i cecchini turchi hanno sparato vicino casa. Era ancora viva ma quelli hanno cominciato a sparare a chiunque cercasse di avvicinarsi, impedendo per giorni i soccorsi e lasciandola morire”.

A questo punto finisce il racconto di ciò che Akam ha sentito, e quando gli scontri raggiungono anche la sua città, finisce la sua vita da attivista, e inizia quella da fuggiasco. “Cominciò una demolizione sistematica degli edifici – dice, mostrando dal suo telefono alcune foto di indistinguibili cumuli di macerie – Questa è casa mia”.

“Quando sono arrivati carri armati ci sono state proteste ovunque, ma i primi obiettivi militari delle operazioni contro la guerriglia sono state le figure di riferimento della dissidenza politica. Io, come altri della mia età, sono in politica da più di 20 anni ed ero quindi un bersaglio prioritario. Una notte un amico mi ha avvisato dicendomi che avevo poco tempo, e sarei dovuto partire subito. Era la notte del 2 marzo 2016 alle 3 del mattino quando ho cominciato la mia fuga verso l’Europa”.

Dopo una breve pausa a base di tè Akam riprende il suo racconto: “Sono scappato da un amico in un villaggio vicino, ho pagato un passaggio in macchina fino ad Istanbul e mi sono riposato per qualche tempo da alcuni amici. Sono rimasto lì fino al colpo di stato. Mentre mi nascondevo ho visto militari distribuire per le strade decine di migliaia di pistole ai sostenitori di Erdogan e questi decapitare alcuni soldati golpisti sul Bosforo. Una scena degna dello Stato Islamico”

Con la proclamazione dello stato d’emergenza Akam capisce che non c’è alcun posto sicuro in Turchia per un dissidente come lui, e si risolve a partire per la Grecia. “Dovetti procurarmi un documento siriano, che pagai diverse centinaia di dollari. Tu pensa, noi curdi per essere al sicuro dobbiamo fingerci siriani! Ho preso un bus per la costa ovest e pagato dei contrabbandieri turchi per il passaggio in barca. Dopo tre ore di navigazione siamo arrivati sulla costa greca e soccorsi dalle squadre dell’UNHCR. Sette ore dopo ero a Moria”.

Moria è il principale campo profughi di Lesbo, un campo gestito dall’esercito greco che ospita tra le 3.000 e le 5.000 persone. “La ci hanno interrogato uno ad uno e quando è toccato a me mi hanno portato di fronte ad una commissione diversa. Io parlavo in curdo ma avevo documenti siriani,  questo non li convinceva: mi hanno interrogato per ore pensando che fossi un soldato golpista in fuga e mi hanno ammanettato”.

Akam si blocca e sembra volersi prendere una pausa di riflessione. Si incupisce e dopo alcuni secondi di silenzio riprende: “Sai è molto difficile quando pensi di avercela fatta, quando pensi di essere al sicuro trovarsi ammanettato ad una sedia con gente che non ti crede e che deve decidere del tuo destino. Mi hanno interrogato ancora e ancora, alla fine sono riuscito a dimostrare la mia identità mostrandogli foto di me ad alcune proteste. Sono stato processato per aver violato la legge sui confini e infine mi hanno mandato qua a Pikpa. Adesso aspetto una risposta per avere lo status di rifugiato”.

Gli chiediamo dove vorrebbe andare una volta libero di circolare in Europa: “In Germania o in Svezia dove posso ricominciare una vita e dove vivono anche tanti altri curdi. Sai a noi curdi piace stare uniti”. Nena News

*Le foto scattate in Turchia, le prime in ordine di tempo, sono di Marco Rosi; le foto in Grecia di Andrea Governale

Intervista al giornalista e analista turco Murat Cinar: «Più del 50% del paese è contro questa costituzione, un numero di cittadini che non è composto solo dall’elettorato del Chp e dell’Hdp ma anche dal quello dell’Akp che teme troppi poteri al presidente»

Manifestazione per il no in Turchia (Fonte: Turkish Minute)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 19 aprile 2017, Nena News – «I risultati non sono reali e l’analisi del voto è difficile da fare in modo sano. La mappa del voto che abbiamo in mano va ribaltata a favore del no». Murat Cinar, giornalista e analista turco, è diretto: il risultato del referendum non è quello effettivo, ci spiega.

In Turchia ha dunque vinto il no?

Non siamo di fronte ad un dato reale, ma ad un risultato frutto di una giornata di illegalità. Un voto pieno di imbrogli.

Esiste però una precisa geografia del voto? Le città hanno detto no, le zone rurali hanno appoggiato la riforma.

Più del 50% del paese è contro questa costituzione, un numero di cittadini che non è composto solo dall’elettorato del Chp e dell’Hdp. I no sono composti anche dagli elettori di Erdogan che lo voterebbero anche domani, ma che non vogliono che abbia tanto potere. E poi ci sono la maggior parte degli elettori dei nazionalisti del Mhp.

Questo è il profilo dell’elettore no: repubblicani, sinistra e un 15-20% dell’elettorato di Erdogan. Ovvero le coste dell’Egeo (roccaforte Chp), una parte del sud-est che è fortezza dell’Hdp con alcune perdite (Maras, Urfa, Antep, Adiyaman, Mus, Kars che teoricamente dovrebbero seguire la linea Hdp ma hanno votato sì), la costa mediterranea che, se ha delle municipalità in mano all’Akp, ha votato per lo più no.

Per il sì hanno votato conservatori, nazionalisti radicali, zone rurali, ma anche una parte dei kurdi: le città più politicizzate a sud est hanno votato no, ma quelle più conservatrici vivono una frattura. Forse hanno voluto mandare un messaggio a Erdogan: ti sosteniamo se molli l’alleanza con i nazionalisti.

E all’estero?

Tredici su 58 paesi all’estero hanno detto sì. Significa che in 45 ha prevalso il no: in Cina, Russia, Usa, Australia, penisola araba e nella maggior parte dei paesi europei. Un numero non da poco.

In Germania, Austria, Belgio, Olanda, Belgio, dove ha prevalso il sì, operano associazioni conservatrici e fondamentaliste che rappresentano un’espressione politica e partitica. Da anni lavorano per conto di Erdogan e dell’Akp all’estero. Stiamo parlando di sistemi di fraternità, comunità religiose, reti di imprenditori che hanno la sua stessa ideologia, la stessa cosa che in Turchia fanno da più di 30 anni le comunità religiose. Non accade a Smirne e Istanbul, ma nelle zone rurali è così: è una tradizione feudale e conservatrice che si è trasferita all’estero.

Il finto conflitto che si è creato sulla questione dei comizi vietati ha dato dei risultati, per la furbizia strategica del governo turco o la stupidità dei politici locali: è passato il messaggio di “tutti ci vogliono male, siamo in pieno sviluppo e provano a fermarci”, un richiamo all’impero ottomano e ai nemici del passato.

Nonostante questi risultati, Erdogan andrà avanti con il suo progetto?

Se un governo decide di tenere un referendum tanto importante in stato di emergenza, 8-9 mesi dopo un tentato golpe, con decine di migliaia di persone in carcere, dopo una campagna elettorale squilibrata e aggressiva, vuol dire che non ha alcun attenzione per le critiche europee né per lo squilibrio sociale nel paese. Ha un obiettivo estremamente personale, di tutela di se stesso: questo referendum è un salvagente per il presidente, che ha urgentemente bisogno di tenere sotto controllo il potere esecutivo, giudiziario, legislativo.

Questo voto è figlio della paura, si è svolto a tutti i costi. Ricordiamo che nel 2013 ha subito un pazzesco divorzio con il suo maggiore alleato, l’imam Gulen; nel dicembre 2014 ha perso quattro ministri dimessi; lo scorso anno ha visto un tentato colpo di stato. Nel mentre ha vissuto la sconfitta elettorale del 7 giugno 2015.

Dobbiamo quindi aspettarci un annullamento del ruolo di opposizioni e parlamento, come promesso?

Erdogan negli ultimi 17 anni ha governato con la paura, ha lanciato una sfida elettorale tanto aggressiva per ottenere poteri immensi e portare a casa il proprio disegno politico ed economico. Gli scenari sono due: o ripristina il sistema precedente perché si sente coperto dalle “tutele” costituzionali che si è creato, dunque procede con le scarcerazioni e abbassa il livello di stress sul paese sapendo di averne il controllo assoluto; o continuerà con la sua politica aggressiva.

La seconda opzione è ovviamente la più probabile: zittire tutte le opposizioni, ma anche governo e parlamento. È anche possibile che Erdogan opti per le elezioni anticipate per poter entrare in parlamento in maniera massiccia. Di certo, prima compirà un rimpasto del Consiglio della Magistratura così da eliminare le ultime “mele marce” rimaste per tutelarsi ancora di più.

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

Il presidente Usa Trump si complimenta con il suo pari Erdogan per la vittoriaal referendum. Ma osservatori dellOsce e del Consiglio dEuropa parlano di gravi irregolarità. Lopposizione contesta il risultato e nelle città turche migliaia di persone scendono in piazza a protestare

Manifestanti protestano contro il risultato del referendum a Kadikoy (Foto: Reuters)

di Roberto Prinzi

Roma, 18 aprile 2017, Nena News – In barba alle preoccupazioni dei gruppi di monitoraggio internazionali e alle denunce di brogli delle opposizioni turche e di alcuni organismi europei, ieri sera il presidente Usa Donald Trump ha chiamato il suo pari turco Recep Tayyip Erdogan per congratularsi con lui per la vittoria di misura (51,3% contro il 48,7%) al referendum costituzionale di domenica. Una “vittoria” su cui restano gravi sospetti d’irregolarità: il partito repubblicano (Chp) e quello di sinistra filo-curdo (Hdp) sostengono che il risultato referendario è stato pesantemente condizionato soprattutto dalla decisione della Commissione suprema elettorale (YSK) di approvare, contrariamente a quanto impone la legge turca, le schede che non avevano timbri ufficiali. Sospetti condivisi anche dalla Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) che ritiene tale decisione come possibile causa di brogli.

Le congratulazioni di Trump mostrano il caos che regna a Washington: alcune ore prima dei suoi complimenti, il portavoce del Dipartimento di stato, Mark Toner, aveva ripetuto i dubbi dell’Osce parlando di “irregolarità verificate domenica” e di “condizioni di disparità”tra il campo del “Sì” e quello del “No” durante la campagna elettorale. Toni diversi li aveva invece utilizzati il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer che aveva provato ieri in ogni modo a driblare le domande relative alla Turchia. “Hanno il diritto ad avere elezioni in cui partecipa il loro popolo” si era limitato a dire frettolosamente augurandosi che una commissione internazionale possa fare chiarezza sui risultati dell’altro ieri.

Erdogan, tuttavia, è di tutt’altro avviso. Parlando ieri ad un raduno dei suoi sostenitori ad Ankara, il presidente ha definito il referendum “l’elezione più democratica mai vista in un paese occidentale” e, rivolgendosi agli osservatori dell’Osce, ha detto in modo minaccioso “di restare al loro posto”. “Noi non vediamo, ascoltiamo né conosciamo quei rapporti motivati politicamente che voi preparate” ha poi aggiunto chiamando in causa anche i rappresentanti del Pace (Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa). Il “Sultano”, non pago, ha voluto alzare i toni della polemica contro Bruxelles ventilando la possibilità per il suo Paese di avere un referendum sull’adesione all’Unione europea. “Per 54 anni cosa ci hanno fatto fare sulla soglia dell’Ue?!” si è domandato retoricamente prima di ribadire il suo proposito di rintrodurre la pena di morte. “Se il parlamento l’adotterà”, sia chiaro. Una mossa, quest’ultima, che se entrasse in vigore allontanerebbe definitivamente l’ingresso di Ankara nell’Unione europea.

Contro le critiche europee, ma soprattutto contro le richieste dell’opposizione di annullamento del “voto irregolare”, si è espresso oggi il premier Binali Yildirim che ha chiesto al Chp e all’Hdp di rispettare il risultato delle urne. “Gli sforzi volti a gettare ombre sul referendum sono futili e inutili – ha detto – la volontà del popolo si è liberamente menifestata nei seggi perciò la faccenda è chiusa. L’opposizione non può parlare dopo che il popolo ha parlato”.

La telefonata di congratulazioni di Trump è più di un atto formale e dovuto visto il clima di scetticismo generale che avvolge la “vittoria” referendaria del presidente. Il leader statunitense ha voluto mandare tre messaggi. Uno interno rivolto alla sua squadra di governo: l’unico a comandare è lui, la linea da seguire è soltanto la sua. Il secondo è indirizzato ad Ankara: dopo gli ultimi anni difficili con Obama, è arrivata l’ora di mettere da parte le divergenze e di cooperare soprattutto in chiave anti-Stato islamico e sulla questione siriana. Il terzo, e forse più velato, ha come destinatari i paesi europei che in queste ore mostrano più di qualche dubbio sui risultati del referendum: l’agenda politica estera statunitense non ha alcuna volontà di coordinarsi con Bruxelles e non è minimamente interessata alle sue preoccupazioni democratiche (vere?) quando queste possono ledere in qualche modo gli interessi americani. Nel caso specifico, la lotta all’autoproclamato Stato Islamico e la “pacificazione” della Siria.

Resta il fatto che il problema brogli al voto di domenica non è una quisquiglia da derubricare facilmente. Non è semplicemente propaganda politica di un’opposizione turca ancora scottata dalla sconfitta di misura. Intervistato stamane dalla radio Orf , il membro austriaco della missione dei 47 osservatori del Consiglio d’Europa, Alev Korun, ha affermato che più di 2.5 milioni di voti potrebbero essere stati manipolati a causa delle schede non timbrate. Negli scorsi mesi il Consiglio aveva già detto che il referendum era una “competizione irregolare” perché la campagna per il Sì (favorevole all’estensione dei poteri di Erdogan) ha goduto di una copertura mediatica e agibilità politica nettamente superiori rispetto a quelle garantite al “No”. Anzi, spesso non garantite al “No” visto e considerato l’arresto di numerosi giornalisti e la chiusura di diversi media considerati contrari al Sultano. Senza dimenticare, ma non è una preoccupazione europea, la detenzione di 11 deputati dell’Hdp (tra cui i due copresidenti del partito) e di centinaia dei suoi attivisti e membri.

Korun ha anche denunciato gli ostacoli posti dalla polizia a due suoi colleghi nel seggio della città a maggioranza curda di Diyarbakir e ha menzionato i video apparsi sui social media dove si vedono persone votare più di una volta. Accuse, quest’ultime, che devono tuttavia essere ancora dimostrate. “Queste rimostranze vanno prese seriamente in considerazione” – ha sottolineato – perché tali proporzioni rovescerebbero il risultato del voto”. Anche la sinistra con l’Hdp ha fatto sapere che ha già presentato diversi reclami per le schede non vidimate che, in base ai loro calcoli, riguarderebbero 3 milioni di elettori. Un numero enorme se si pensa che corrisponde a più del doppio del margine di vittoria ottenuto da Erdogan.

Le critiche di Korun erano state in qualche modo anticipate ieri da Cezar Florin Preda, il direttore del Pace (Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa) : “In generale – aveva sintetizzato Preda – il referendum non è all’altezza dei nostri parametri. Il contesto legale non era adatto ad un processo democratico”. L’Unione Europea (Ue), dal canto suo, ha chiesto ad Ankara di compiere “un’indagine trasparente” che faccia chiarezza sulle “presunte irregolarità”. “L’Ue – ha detto la portavoce della Commissione europea Margaritis Schinas – sta incoraggiando nuovamente la Turchia ad avvicinarsi a noi e non ad allontanarsi da noi più velocemente”. Posizioni simili sono state espresse dai principali governi europei che hanno chiesto ad Ankara di rispettare l’opposizione e di indagare su quanto accaduto.

Proseguono intanto in diverse città turche le proteste per il risultato del referendum. I primi cortei erano nati spontaneamente già domenica a poche ore dall’esito referendario, ma hanno avuto luogo anche ieri pomeriggio. A Besiktas, nel settore europeo di Istanbul, almeno 1.000 persone hanno marciato per le strade denunciando i brogli al grido di “Abbiamo ragione, vinceremo”. Dalle case presenti sul percorso della manifestazione sono state calate pentole, padelle e utensili da cucina in segno di solidarietà e vicinanza ai manifestanti. Erano 2.000, invece, gli attivisti scesi in piazza a Kadikoy, un altro quartiere della città dove è forte la contrapposizione a Erdogan. Qui i manifestanti hanno intonato slogan come “Non ti faremo presidente” e “Staremo fianco a fianco contro il fascismo” mentre si dirigevano verso gli uffici della Commissione elettorale suprema. Cortei anche ad Ankara e Smirne e in altre parti del Paese. Secondo i media locali, 13 persone sono state detenute nella città meridionale di Antalia in seguito alle proteste. In rete sono ormai virali gli hashtag “Il ‘no’ non è finito” e “Il ‘no’ ha vinto”. Nena News

Roberto Prinzi è su Twitter @Robbamir

Nena News pubblica la lettera in cui il popolare dirigente Fatah, condannato a cinque ergastoli e detenuto in Israele, spiega le ragioni dello sciopero della fame al quale da domenica partecipa insieme a circa 1.200 prigionieri palestinesi pubblicata dal New York Times il 16 aprile

Marwan Barghouthi

di Marwan Barghouthi     New York Times

traduzione di Valeria Cagnazzo

Prigione di Hadarim (Israele), 16 aprile 2017, Nena News – Avendo speso gli ultimi 15 anni della mia vita in un carcere israeliano, sono stato al tempo stesso un testimone e una vittima del sistema illegale di Israele di arresti arbitrari di massa e maltrattamenti dei prigionieri palestinesi. Dopo aver esaurito tutte le altre opzioni, ho deciso che non c’era altra scelta che resistere a questi abusi entrando in sciopero della fame.

Circa 1000 prigionieri palestinesi hanno deciso di prendere parte a questo sciopero della fame, che inizia oggi, data in cui celebriamo la Giornata dei Prigionieri. Lo sciopero della fame è la forma più pacifica di resistenza disponibile. Infligge dolore unicamente in chi vi partecipa e nei loro cari, nella speranza che i loro stomaci vuoti e il loro sacrificio aiutino a dare risonanza al loro messaggio oltre i confini delle loro buie celle.

Decenni di esperienza hanno dimostrato che il sistema inumano di Israele di occupazione economica e militare mira a spezzare lo spirito dei prigionieri e il Paese al quale appartengono, infliggendo sofferenze ai loro corpi, separandoli dalle loro famiglie e comunità, usando misure umilianti per costringerli alla sottomissione. Ma nonostante questo trattamento, noi non ci arrenderemo [ad esso].

Israele, la forza occupante, ha violato la legge internazionale in molteplici modi negli ultimi 70 anni, e ancora le viene garantita impunità per le sue azioni. Ha commesso gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra contro il popolo palestinese; i prigionieri, che sono uomini, donne e bambini, non rappresentano un’eccezione.

Avevo solo 15 anni quando sono stato rinchiuso in carcere la prima volta. Ne avevo appena 18 quando un interrogatore israeliano mi costrinse ad allargare le gambe, prima di colpirmi ai genitali. Svenni dal dolore, e la caduta mi provocò una cicatrice sulla fronte che non è mai scomparsa. Dopo mi prese in giro, dicendo che non avrei mai avuto figli, perché le persone come me danno vita solo a terroristi o ad assassini.

Qualche anno dopo, ero di nuovo in una prigione israeliana, e conducevo uno sciopero della fame, quando nacque il mio primo figlio. Al posto dei dolci che di solito offriamo per celebrare simili eventi, io distribuii sale agli altri prigionieri. Quando aveva 18 anni appena, fu a sua volta arrestato, e spese 4 anni nelle carceri israeliane.

Il più grande dei miei quattro figli ora è un uomo di 31 anni. Io sono ancora qui che perseguo questa lotta per la libertà con migliaia di prigionieri, milioni di Palestinesi e con il supporto di così tante persone in tutto il mondo. Che cos’è che con l’arroganza dell’occupante e dell’oppressore e dei loro sostenitori li rende sordi a questa semplice verità? Che le nostre catene saranno spezzate prima che lo siamo noi, perché è nella natura umana rispondere alla chiamata per la libertà, a prescindere dal prezzo che si avrà da pagare.

Israele ha costruito quasi tutte le sue prigioni in Israele piuttosto che nei Territori Occupati. Così facendo, ha illegalmente e forzatamente trasferito dei civili palestinesi in cattività, e ha sfruttato questa situazione per restringere le visite dei familiari e per infliggere ai palestinesi sofferenze attraverso lunghi tragitti in condizioni crudeli. Ha trasformato diritti umani basilari che dovrebbero essere garantiti in rispetto della legge internazionale – inclusi alcuni dolorosamente guadagnati attraverso precedenti scioperi della fame – in privilegi che il suo servizio carcerario decide di concederci o negarci.

I prigionieri e detenuti palestinesi hanno subito torture, trattamenti inumani e degradanti, e negligenza medica. Alcuni sono stati uccisi mentre erano in detenzione. Stando alle ultime stime del Club Prigionieri Palestinesi, circa 200 prigionieri palestinesi sono morti dal 1967 ad oggi a causa di questi crimini. I prigionieri palestinesi e le loro famiglie, inoltre, rimangono il primo bersaglio della politica israeliana di imporre punizioni collettive.

Attraverso questo sciopero della fame, noi cerchiamo di porre fine a questi abusi.

Negli scorsi cinque decenni, secondo l’associazione per i diritti umani Addameer, più di 800.000 prigionieri palestinesi sono stati arrestati o detenuti da Israele – l’equivalente del 40% della popolazione maschile nel territorio palestinese.

Ad oggi, circa 6.500 di loro sono ancora in prigione, e tra loro alcuni che si distinguono tristemente per detenere il primato dei periodi più lunghi di detenzione nella condizione di prigionieri politici. C’è a stento una sola famiglia in tutta la Palestina che non ha sopportato la sofferenza causata dall’arresto di uno o più d’uno dei suoi membri.

Come non tenere conto di questo incredibile stato di cose?

Israele ha stabilito un regime legale doppio, una sorta di apartheid giudiziario, che dà impunità virtuale agli Israeliani che commettono crimini contro i Palestinesi, criminalizzando, invece, la presenza e la resistenza palestinesi. Le corti di Israele sono una sciarada di giustizia, chiari strumenti di occupazione coloniale e militare. Secondo il Dipartimento di Stato, il tasso di condanne per i Palestinesi nei tribunali militari è di quasi il 90%.

Tra le centinaia di migliaia di Palestinesi che Israele ha catturato ci sono bambini, donne, parlamentari, attivisti, giornalisti, difensori di diritti umani, accademici, figure politiche, militanti, simpatizzanti, familiari di prigionieri. E tutti imprigionati con uno stesso scopo: di sotterrare le aspirazioni legittime di un’intera nazione.

Al contrario, tuttavia, le carceri israeliane sono diventate la culla per un duraturo movimento di autodeterminazione palestinese. Questo nuovo sciopero della fame dimostrerà ancora una volta che il movimento dei prigionieri è la bussola che guida la nostra lotta, la lotta per la Dignità e i Diritti, il nome che abbiamo scelto per questo nuovo passo nel nostro lungo percorso verso la libertà.

Israele ha cercato di marchiarci tutti come terroristi per legittimare le sue violazioni, che includono arresti arbitrari di massa, torture, misure punitive e severe restrizioni. Nello sforzo di Israele di minare alla lotta palestinese per la libertà, una corte israeliana mi ha condannato a cinque ergastoli e 40 anni di carcere in un processo farsa che è stato denunciato da osservatori internazionali.

Israele non è il primo potere occupante o coloniale che ricorre a simili espedienti. Ogni movimento di liberazione nazionale nella storia può richiamare pratiche di questo tipo. Ecco perché così tante persone che hanno combattuto contro oppressione, colonialismo e apartheid stanno dalla nostra parte. La Campagna Internazionale per la Liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i Prigionieri palestinesi che l’icona anti-apartheid Ahmed Kathrada e Fadwa, mia moglie, hanno inaugurato nel 2013 dalla vecchia cella di Nelson Mandela a Robben Island, ha ricevuto l’appoggio di otto Premi Nobel, 120 governi e centinaia di leaders, parlamentari, accademici e artisti da tutto il mondo.

La loro solidarietà manifesta il fallimento morale e politico di Israele. I diritti non sono più un bene concesso da un oppressore. La libertà e la dignità sono diritti universali insiti nell’umanità, di cui tutte le nazioni e tutti gli esseri umani devono godere. I Palestinesi non saranno un’eccezione. Soltanto porre fine all’occupazione metterà fine a questa ingiustizia e segnerà la nascita della pace. Nena News

With a ceremony at the port of Gaza, hundreds of Palestinians last Saturday remembered the Italian activist murdered six years ago. We spoke with his friend Khalil Shahin, deputy director of the Center for Human Rights

by Michele Giorgio – Il Manifesto

Gaza, 14 April 2017, Nena NewsLast Saturday Gaza commemorated the sixth anniversary of the kidnapping and murder of Vittorio (Vik) Arrigoni. Fishermen, farmers, friends, acquaintances, and the kids who attend the Italian cultural exchange center that bears his name. It will be a simple ceremony to say that his memory remains intact.

This young man, who came from Italy, was able to tell Gaza’s story so well, both in the tragedy of war and in its daily life. Vittorio with his social posts and his articles, many of which were written for il manifesto, gave dignity and beauty to the population of the Gaza Strip, in contrast to the dehumanization of the Palestinians by the media and certain political organizations.

A few foreigners attended the commemorations. The tension that reigns in the streets of Gaza after the recent murder of a Hamas military commander, Mazen Fuqha — attributed by the Palestinians to Israel — the resulting security measures taken by the Islamic movement and the fear of a new war, have led several foreigners to stay away from Gaza. Among these, there are the 30 Italian educators of the “Freestyle festival” who were forced to postpone their arrival until next Aug. 20.

Vittorio Arrigoni was kidnapped in Gaza City by the Al Qaeda cell Tawhid wal Jihad group, a rival of Hamas, on the evening of April 13, 2011. The group’s leader, Abdel Rahman Breizat, thought to exchange the Italian with Hisham al Saidni, a theoretician of jihadi Salafism held in Gaza. The following day, the police located the house where Vik was held hostage and capture two members of the cell, Tamer Hasasnah and Khader Jram. Before the Hamas agents burst into the apartment located in northern Gaza, the kidnappers killed Vittorio and fled.

Breizat and his right hand man, Bilal Omari, identified in a house in Nusseirat, were killed two days later by Hamas special forces. Another member of the cell, Mahmoud Salfiti, was wounded and arrested together with a supporter, Amr al Ghoula. They were all sentenced to life imprisonment at first instance (except by Ghoula and Jram). In the appeal, their sentences were considerably shortened.

Out of the four detainees, only two remain alive today, Hasasnah and Jram, and they are no longer in prison. Al Ghoula and Salfiti, taking advantage of a permit granted by the authorities, fled from Gaza and may have died in Syria fighting for the jihadists. Jram, after serving his five-year sentence, left Gaza and disappeared without trace. Hasasnah is free too, back to a “normal life.”

We interviewed Khalil Shahin about those days six years ago and the situation in Gaza. He is the deputy director of the Center for Human Rights (PCHR) and one of Vittorio Arrigoni’s closest friends.

 

What remains of Vittorio in Gaza?

A lot. Vik’s assassination has left a deep wound in many of us. Vittorio had done a lot of work to get the cry of our people heard to in Italy. His name was known; many were able to see him in action in defense of the peasants in the countryside close to the border with Israel, fired upon by careless soldiers. And no one forgets when he went out to sea with the fishermen hoping to protect with his presence the Palestinian fishing boats that went beyond the fishing limit [set by Israel]. Vittorio was a close friend with whom I spent many evenings debating about politics, society, literature. He was learned and had a thirst for knowledge. Gaza has lost an intelligent young man, as well as a sincere and passionate friend. I remember it like it was yesterday when, during the “Cast Lead” Israeli operation against Gaza [late 2008-early 2009], Vittorio jumped on the ambulances en route to the riskiest areas to help rescue wounded civilians.

 

What climate reigns in Gaza now? The blockade implemented by Israel and Egypt is so rigid

Gaza is a prison. The entries and exits are limited and this affects the weakest sectors of our population, such as the sick. For its part, Egypt keeps the Rafah crossing closed. Added to this are the economic crisis, unemployment and the destruction caused by Israeli bombing in 2014. The reconstruction is slow because of the existing restrictions to bring construction materials into Gaza, and many families are still living in makeshift shelters. It is very hard to face the electricity and drinking water shortages. And the climate is weighed down even further by the policies and pressure by the Hamas government and security.

 

What is the relationship between the Islamic movement in power and the population in Gaza?

Even though it is true that the main problem is the blockade implemented in Israel, it is equally true that disappointment grows among the people. The authorities respond to this usually with even more stringent measures that the population can hardly bear. After Faqha Mazen’s assassination, the checkpoints have multiplied and this weighs on daily living, which is already hard enough. Furthermore, it has worsened the situation of human rights. Freedom of thought is not always guaranteed, and there have been more cases of journalists and bloggers detained for criticizing the government. The progressive cultural institutions are subject to intimidation. Not surprisingly, young people try to leave Gaza. Many have already done it, including some of Vittorio’s friends in struggle.

Il servizio penitenziario israeliano avrebbe trasferito i prigionieri in differenti sezioni delle sue carceri, confiscato loro vestiti e oggetti personali e “trasformato le loro stanze in celle d’isolamento”. Tel Aviv per ora non commenta

Protesta dei familiari dei prigionieri palestinesi a Nablus. (Foto: Reuters)

della redazione

Roma, 18 aprile 2017, Nena News – La risposta israeliana allo sciopero della fame iniziato ieri da oltre 1.600 prigionieri politici palestinesi sarebbe arrivata immediata: il Servizio penitenziario israeliano (Ips), infatti, avrebbe preso una serie di misure punitive contro gli autori della protesta. Ad affermarlo è la Commissione palestinese per gli Affari dei prigionieri che ieri pomeriggio ha rilasciato un comunicato in cui ha denunciato il trasferimento dei detenuti in differenti sezioni delle carceri israeliane, la confisca dei loro vestiti e oggetti personali, il divieto di vedere la Tv e “la trasformazione delle loro stanze in celle d’isolamento”.

Alcuni detenuti, inoltre, sarebbero stati trasferiti in altre prigioni: è il caso di Marwan Barghouthi, il carismatico leader di Fatah alla guida della protesta, che è stato trasferito insieme ad altri due prigionieri (Karim Junis e Mahmoud Abu Srour) dal carcere di Hadarim a quello di Jalama e sarebbe in isolamento. Secondo quanto riferisce la Commissione, Barghouthi “sarà processato da una corte disciplinare” per il suo articolo pubblicato l’altro ieri sul New York Times in cui ha spiegato le ragioni della lotta dei detenuti politici palestinesi rinchiusi nella prigioni dello stato ebraico. Le autorità carcerarie israeliane accusano Barghouthi di aver utilizzato sua moglie per aver “contrabbandato” fuori dalla prigione l’articolo in questione ed averlo consegnato poi al noto quotidiano statunitense.

La Commissione palestinese per gli Affari sui prigionieri fa sapere poi che l’Ips ha allestito un ospedale da campo nella prigione di Ktziot così da impedire, qualora le condizioni di salute dovessero peggiorare, un eventuale trasferimento negli ospedali civili dei detenuti in sciopero della fame. La decisione partirebbe da una disposizione presa giovedì dal ministro israeliano della Pubblica sicurezza Gilad Erdan che vieta il trasferimento dei prigionieri nei nosocomi civili dove è stata finora espressa netta contrarietà ad alimentare con la forza i detenuti palestinesi. L’alimentazione forzata è uno dei punti caldi della questione: mentre la Corte suprema israeliana ha stabilito recentemente che è costituzionale, i dottori israeliani si sono rifiutati di applicarla considerandola una forma di tortura. Nel momento in cui vi scriviamo, alle accuse mossegli contro, le autorità carcerarie israeliane non hanno fornito ancora alcuna risposta ufficiale.

Lo sciopero della fame, intanto, sta avendo un forte sostegno da parte della popolazione dei Territori Occupati: ieri migliaia di persone hanno sfilato in varie parti della Cisgiordania in occasione della Giornata dei prigionieri palestinesi. Non sono mancate le tensioni con le forze israeliane: l’esercito avrebbe soppresso una manifestazione a Betlemme e detenuto 4 giovani in un’altra protesta a Ramallah. Le proteste hanno incassato il pieno sostegno dell’intero spettro politico locale.

Ad appoggiarle è anche l’Autorità palestinese che ieri, in una nota rilasciata dall’ufficio del primo ministro, ha spiegato le richieste dei detenuti: “lo sciopero della fame è iniziato oggi per i bisogni fondamentali e i diritti dei prigionieri nel tentativo di porre fine alla pratica arbitraria della detenzione amministrativa [arresto senza processo, ndr], della tortura, del maltrattamento, dei processi ingiusti, della detenzione di bambini, della negligenza medica, dell’isolamento, del trattamento disumano/degradante, della privazione dei diritti basilari come la visita dei familiari e dell’istruzione”.

Sulla questione è intervenuta ieri anche Hanan Ashrawi, membro del comitato esecutivo dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp).“L’intera comunità internazionale – ha detto – dovrebbe essere allarmata dall’intenzionale violazione dei diritti e delle vite dei prigionieri politici palestinesi”. La scorsa settimana la ong internazionale per i diritti umani, Amnesty International, ha scritto che “la politica decennale israeliana di detenzione nelle prigioni d’Israele dei palestinesi della Cisgiordania occupata e di Gaza e il divieto alle regolari visite con i familiari non è solo crudele, ma anche una palese violazione della legge internazionale”. Nena News

Il leader turco userà l’esito del voto di domenica per mostrarsi più forte nella regione, specie nello scenario siriano. Ma accanto chi lo appoggerà ci sarà anche chi frenerà le sue ambizioni

Il presidente turco Erdogan

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Roma, 18 aprile 2017, Nena News – Se le relazioni tra la Turchia e l’Europa occidentale sono uno dei risvolti centrali dell’esito del referendum costituzionale di domenica, la (risicata) vittoria dell’islamista sunnita Erdogan è destinata ad avere riflessi anche sulla scena mediorientale. Le reazioni arabe e islamiche al voto offrono un quadro chiaro del peso, in positivo per alcuni attori, in negativo per altri, che il “superpresidente” turco ha nella regione.

Tra i primi a congratularsi non poteva che esserci l’emiro del Qatar, Tamim Bin Hamad Bin Khalifa Al-Thani, che domenica sera ha subito telefonato al suo alleato di ferro Erdogan per esprimergli la sua soddisfazione ed augurare «relazioni ancora più strette» tra Doha e Ankara.

I due Paesi hanno una strategia comune in Siria finalizzata a forzare l’uscita di scena del presidente Bashar Assad. Ed è prevedibile che un Erdogan con le mani ancora più libere di prima torni ad adottare una linea molto rigida nei confronti di Damasco e del suo alleato Iran. Un primo test ci sarà già oggi quando si riuniranno a Tehran le delegazioni di Russia, Turchia e Iran per preparare il nuovo round di colloqui sul futuro della Siria previsto a inizio maggio ad Astana.

Erdogan che alla fine del 2016 sembrava aver preso atto della realtà siriana tanto da rinunciare alla sua richiesta di una rapida “rimozione” di Assad, dopo il bombardamento americano della base aerea siriana ordinato da Trump, è tornato a rullare il tamburo di guerra. «Ed è molto probabile che continui a farlo nei prossimi mesi, perché grazie all’esito del referendum Erdogan ora ritiene di essere più forte, anche in politica estera» dice al manifesto Ali Hashem, analista del portale al Monitor.

I rapporti tra la Turchia e l’Iran sciita, sostenitore di Assad, perciò saranno di nuovo al centro dell’attenzione. «Erdogan che culla il sogno di riportare il suo Paese ai fasti e al dominio regionale che ebbe per secoli con il Califfato, in questi anni ha già svolto una linea di contenimento delle ambizioni iraniane che rischia di diventare un muro contro muro», aggiunge Hashem.

L’analista allo stesso tempo sottolinea i rischi connessi a una maggiore intraprendenza del presidente turco. «Erdogan non nasconde di voler diventare la guida politica dell’Islam sunnita nella regione ma questo è il ruolo che si attribuisce la casa regnante saudita e, pertanto, resta uno dei temi caldi nei rapporti tra Ankara e Riyadh che pure sono alleate contro Assad e l’Iran».

Il leader turco peraltro, proponendosi con troppo slancio come riferimento principale dei sunniti in Medio oriente, finirebbe anche per rinsaldare i rapporti, al momento freddi, tra il re saudita Salman e il presidente egiziano Abdel Fattah el Sisi, a capo dei due Paesi arabi più importanti. Il Cairo, a differenza di altre capitali sunnite, non ha accolto con un applauso il successo di Erdogan che accusa di essere uno degli sponsor principali dei Fratelli musulmani, organizzazione dichiarata “terrorista” in Egitto dopo il golpe militare del 2013.

I media vicini al regime di el Sisi ieri commentavano il risultato del referendum turco sottolineando non la forza bensì la «debolezza» di Erdogan che dovrà governare un Paese diviso in due, tra sostenitori e oppositori della sua leadership.

Festeggiano senza alzare troppo la voce i leader di Hamas, da anni sotto l’ala protettrice di Ankara, che sperano ancora che la piena ripresa dei rapporti tra Israele e Turchia possa produrre l’allentamento della pressione di Tel Aviv sulla Striscia di Gaza.

Una speranza risultata sino ad oggi vana. Erdogan non ha alcuna intenzione mettere a rischio la ritrovata armonia con un alleato fondamentale come Israele – nella gestione dei rapporti di forza regionali – per raggiungere il traguardo della fine del blocco di Gaza che pure aveva promesso nel 2010 dopo l’assalto dei corpi speciali israeliani alla nave turca Mavi Marmara diretta a Gaza con la Freedom Flotilla.

Ne è una dimostrazione il silenzio calato su quelli che il leader turco descriveva appena un paio d’anni fa come i «crimini di Israele nei confronti dei palestinesi». Sullo sfondo c’è il presidente dell’Anp Abu Mazen che da Erdogan invece si aspetta pressioni proprio su Hamas, per ridimensionare le ambizioni del movimento islamico da dieci anni al potere a Gaza. Nena News

Sono almeno 1200 i prigionieri politici palestinesi reclusi in Israele  che oggi hanno iniziato il digiuno ad oltranza indetto dal leader di Fatah. La protesta è  anche una dura critica ai vertici palestinesi

Fadwa Barghouti accanto a un poster con l’immagine del marito Marwan

di Michele Giorgio

Gerusalemme, 17 aprile 2017, Nena News - Sono  1200 i prigionieri politici palestinesi reclusi in Israele, in maggioranza del partito Fatah, che oggi hanno iniziato lo sciopero della fame ad oltranza indetto da Marwan Barghouti per ottenere una serie di miglioramenti nelle condizioni di detenzione. La protesta indetta nel “Giorno dei Prigionieri” e alla quale nei prossimi giorni dovrebbero aderire altre centinaia di detenuti è stata battezzata “La battaglia degli stomaci vuoti” e “Lo sciopero dell’onore”.

Il ministro israeliano per la sicurezza interna Ghilad Erdan ha minacciato serie misure disciplinari verso chi sciopera e ha fatto allestire ospedali da campo per evitare che nelle prossime settimane dozzine, se non centinaia, di prigionieri in precarie condizioni debbano essere ricoverati nelle strutture sanitare israeliane.

Il digiuno a tempo indeterminato ha anche un obiettivo politico interno: mettere sotto pressione i vertici palestinesi accusati di aver “dimenticato” le migliaia di detenuti politici in Israele.

Barghouti, noto tra la sua gente come il “Mandela palestinese” e dirigente di Fatah più popolare nei Territori occupati, è stato messo in disparte nonostante sia risultato il più votato tra i membri del Comitato centrale al recente congresso del partito. Non è stato nominato vice presidente del partito come si aspettava. La carica è stata assegnata a Mahmud al Aloul, personalità politica stimata ma non carismatica e popolare come lui. Al Aloul ora è nelle condizioni migliori per ambire alla poltrona di presidente dell’Anp.

Barghouti non condivide la linea morbida di Abu Mazen verso gli Usa e contesta il proseguimento della cooperazione di sicurezza tra l’Autorità nazionale palestinese e Israele. La protesta ha avuto inizio mentre il presidente dell’Anp si prepara a partire per Washington dove sarà ricevuto da Donald Trump alla Casa Bianca.

Dal carcere ora sfida al Aloul e tutti coloro che si sono candidati a sostituire l’82enne presidente Abu Mazen. Da giorni la moglie Fadwa, esponente di primo piano come lui di Fatah, sui social, lancia accuse ai piani alti del partito. Se riuscirà a costringere Israele ad accogliere le sue richieste, Barghouti  dimostrerà in modo inequivocabile la sua leadership forte dell’appoggio di migliaia di prigionieri, dei loro familiari e di tanti altri palestinesi che sono chiamati a scendere in strada in appoggio alla protesta.

«Di fronte ad un successo dello sciopero della fame i vertici del partito e dell’Anp non potranno continuare a tenere Barghouti nel congelatore. Allo stesso tempo (Barghouti) avrà bisogno che il digiuno dei detenuti vada avanti senza defezioni per diverse settimane, in caso contrario perderà la sua battaglia», ha spiegato un militante di Fatah che ha chiesto l’anonimato. Nena News

 

 

 

Nel sesto anniversario dalla morte di Vittorio Arrigoni, come ogni anno, i gazawi si ritrovano al porto di Gaza city per ricordare Vik

foto di Isshaq Abu El Kheer e Gianna Pasi

Gaza, 15 aprile 2017, Nena News – Sono passati sei anni dal sequestro e l’uccisione di Vittorio Arrigoni, ma Gaza non lo ha mai dimenticato. Come ogni anno, dal 2011, i gazawi – attivisti, pescatori, gente comune – si ritrovano al porto di Gaza City per commemorare l’amico Vik.

Vi proponiamo alcune foto inviate da Gaza sulla commemorazione di questa mattina, per la prima volta senza la presenza – o quasi – di internazionali e amici italiani di Vik: da settimane Gaza è chiusa su decisione di Hamas dopo l’omicidio di un suo comandante militare. Nena News

Con una cerimonia al porto di Gaza questa mattina centinaia di palestinesi ricorderanno l’attivista italiano assassinato sei anni fa. Intervista a Khalil Shahin, vice direttore del Centro per i diritti umani e amico di Vik

di Michele Giorgio

Gaza, 15 aprile 2017, Nena NewsSi vedranno oggi al porticciolo di Gaza city per commemorare il sesto anniversario dal sequestro e l’assassinio di Vittorio (Vik) Arrigoni. Pescatori, contadini, amici, conoscenti, i ragazzi del Centro italiano di scambio culturale che porta il suo nome. Una cerimonia semplice per dire che resta intatta la memoria di quel ragazzo giunto dall’Italia che tanto bene ha saputo raccontare Gaza, nella tragedia della guerra come nella sua vita quotidiana. Vittorio con i post nei social e i suoi articoli, molti dei quali scritti proprio per il manifesto, aveva dato dignità alla popolazione della Striscia e contrastato la dilagante disumanizzazione dei palestinesi. Alle commemorazioni parteciperanno pochi stranieri. La tensione che regna nelle strade della Striscia dopo il recente omicidio – attribuito dai palestinesi a Israele – di un comandante militare di Hamas, Mazen Fuqha, le conseguenti misure di sicurezza adottate dal movimento islamico e il timore di una nuova guerra, hanno indotto diversi stranieri a rinunciare all’ingresso a Gaza. Tra questi anche i 30 formatori italiani del Free style festival costretti a rinviare il loro arrivo al prossimo 20 agosto.

Vittorio Arrigoni fu rapito a Gaza city da una cellula del gruppo qaedista  Tawhid wal Jihad, rivale di Hamas, la sera del 13 aprile del 2011. Il capo del gruppo, Abdel Rahman Breizat, pensava di scambiare l’italiano con Hisham al Saidni, un teorico del salafismo jihadista detenuto a Gaza. La polizia fu in grado di individuare il giorno seguente la casa dove era tenuto ostaggio Vik e di catturare due membri della cellula, Tamer Hasasnah e Khader Jram. Prima che gli agenti di Hamas facessero irruzione nell’appartamento a nord di Gaza, i rapitori uccisero Vittorio e si diedero alla fuga. Breizat e il suo braccio destro, Bilal Omari, individuati in un’abitazione a Nusseirat, furono uccisi due giorni dopo delle forze speciali di Hamas. Un altro componente della cellula, Mahmoud Salfiti, fu ferito e arrestato assieme a un fiancheggiatore, Amr al Ghoula. Condannati in primo grado all’ergastolo (tranne al Ghoula e Jram), pena ampiamente alleggerita in appello, dei quattro detenuti oggi ne restano in vita solo due, Hasasnah e Jram, che non sono più in carcere. Al Ghoula  e Salfiti, approfittando di un permesso concesso dalle autorità, sono fuggiti da Gaza e sarebbero morti in Siria combattendo per  i jihadisti. Jram, che ha scontato la sua pena di cinque anni, ha lasciato Gaza facendo perdere le tracce. Hasasnah, libero anche lui, è tornato ad una “vita normale”. Su quei giorni di sei anni fa e la situazione a Gaza abbiamo intervistato Khalil Shahin, vice direttore del Centro per i diritti umani (Pchr) e uno degli amici più stretti di Vittorio Arrigoni.

 

Cosa resta di Vittorio a Gaza

Tantissimo. L’assassinio di Vik ha lasciato una ferita profonda in tanti di noi. Vittorio aveva svolto un lavoro enorme per far arrivare in Italia l’urlo della nostra gente. Il suo nome era noto, molti avevano avuto modo di vederlo in azione a difesa dei contadini nelle campagne a ridosso del confine con Israele, incurante colpi sparati dai soldati. E nessuno dimentica quando usciva in mare con i pescatori sperando di poter proteggere con la sua presenza le imbarcazioni palestinesi finite oltre il limite di pesca (fissato da Israele, ndr). Vittorio era un caro amico con il qualche ho trascorso tante serate a discutere di politica, di società, di letteratura. Era colto e aveva sete di conoscere. Gaza ha perduto un giovane intelligente oltre che amico sincero e appassionato. Ricordo come se fosse ieri quando, durante l’operazione israeliana “Piombo fuso” contro Gaza (fine 2008-inizio 2009, ndr), Vittorio saliva sulle ambulanze dirette nelle zone più rischiose per aiutare a recuperare i civili feriti.

Che clima si respira a Gaza. Il blocco attuato da Israele ed Egitto è sempre rigid

Gaza è una prigione. I movimenti in entrata e in uscita restano limitati e questo colpisce i settori più deboli della nostra popolazione, come gli ammalati. L’Egitto da parte sua tiene chiuso il valico di Rafah. A ciò si aggiungono la crisi economica, la disoccupazione e le distruzioni causate dai bombardamenti israeliani nel 2014. La ricostruzione stenta, a causa delle restrizioni all’ingresso a Gaza dei materiali edili e tante famiglie vivono ancora in alloggi di fortuna. Pesano molto la poca energia elettrica disponibile e la scarsità di acqua potabile. Ad appesantire il clima ci sono anche le politiche e le pressioni del governo e la sicurezza di Hamas.

Qual’è il rapporto tra il movimento islamico al potere e la popolazione a Gaza

Se è vero che il problema principale resta il blocco attuato a Israele, è altrettanto vero che la delusione serpeggia tra la gente. A questo le autorità rispondono il più delle volte con provvedimenti ancora più rigidi che la popolazione sopporta a fatica. Dopo l’assassinio di Mazen Faqha, si sono moltiplicati i posti di blocco e questo pesa sulla vita delle persone che già devono affrontare problemi seri. Inoltre si è fatta più grave la situazione dei diritti umani. La libertà di pensiero non è sempre garantita e sono aumentati i casi di giornalisti e blogger detenuti per aver criticato il governo. Le istituzioni culturali progressiste sono soggette ad intimidazioni. Non sorprende che i giovani cerchino di lasciare Gaza. Tanti l’hanno già fatto, tra questi anche alcuni compagni di lotta di Vittorio.

La redazione di Nena News vi augura buone vacanze e vi dà appuntamento a martedì 18 aprile

della redazione

Roma, 14 aprile 2017, Nena News – In occasione delle vacanze pasquali, Nena News va in ferie per qualche giorno. Torneremo ad aggiornarvi con notizie dal Medio e Vicino Oriente e dall’Africa martedì 18 aprile.

Buona Pasqua a tutti!

Il Pentagono tra Siria e Iraq e i 54 miliardi di budget per l’esercito: in tre mesi uccisi 3.122 civili. Raddoppiati i raid rispetto al 2016, lo Yemen colpito 70 volte nel solo mese di marzo

Soldati Usa nel quartiere di Hariyah, a Baghdad, nel 2008 (Foto: Spc. Charles Gill)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 13 aprile 2017, Nena News – America again, il cane da guardia globale non molla la presa. In realtà, non l’ha mollata mai. La narrativa trumpiana del non-interventismo, agitata come una bandiera in campagna elettorale (e già nel settembre 2013, a colpi di tweet, quando Obama arrivò ad un passo dall’attacco militare contro Damasco) altro non è che la maschera di un presidente che non si discosta affatto dalle orme dei predecessori.

I 59 missili Tomahawk che la notte di venerdì 7 aprile hanno colpito la base aerea siriana di Shayrat (a sentire Trump, ordinati mentre era cena con il presidente cinese Xi Jinping, alleato siriano, di fronte «al più bel pezzo di torta al cioccolato che abbia mai visto») non fanno altro che far cadere la foglia di fico di un’amministrazione composta da uomini di guerra, ‘cani pazzi’, petrolieri, ex generali, islamofobi: da quando Donald Trump siede nello Studio Ovale gli interventi militari nel Vicino e Medio Oriente si sono moltiplicati.

Oltre agli stivali sul terreno, i 500 marines mandati nel nord della Siria a sostegno delle Forze Democratiche Siriane in chiave anti-Isis, la politica militare di un presidente che ha messo a bilancio 54 miliardi di dollari (+10%) per l’esercito da qualche parte doveva sfogare.

I numeri li ha raccolti Airwars, organizzazione no-profit che – incrociando le informazioni ufficiali della coalizione a guida Usa con quelle che giungono dal monitoraggio locale – dal 2014 tiene il conto dei bombardamenti aerei tra Siria e Iraq e delle vittime civili, nell’asettico linguaggio bellico «effetti collaterali».

Prendiamo solo l’ultimo anno: da gennaio a dicembre 2016 l’amministrazione Obama ha effettuato in Siria una media di 262 raid al mese, con il minimo toccato a marzo (132 azioni) e il massimo a luglio (352). Nei primi mesi del 2017, a guida Trump, i raid Usa sono raddoppiati: 535 a gennaio, 547 a febbraio, 434 a marzo e 129 fino al 10 aprile.

Non troppo diversa la situazione in Iraq: Obama intensificò gli interventi fino a maggio 2016, con 500 raid al mese di media, per poi farli calare a partire dall’estate, chiudendo il suo ultimo mese di presidenza con 185 bombardamenti aerei in territorio iracheno. Con l’arrivo di Trump sono tornati a salire: 234 raid a gennaio, 272 a febbraio, 268 a marzo e 87 fino al 10 aprile.

Se i bombardamenti raddoppiano, il numero di civili uccisi si moltiplica: secondo Airwars – che somma i morti tra Siria e Iraq dovuti ad azioni della coalizione a guida Usa – nei primi tre mesi e mezzo del 2017 l’aviazione di Trump ha ucciso più di quanto non abbia fatto la precedente amministrazione nell’intero 2016: furono 2.683 i civili uccisi in Siria e Iraq lo scorso anno, sono 3.122 da gennaio 2017 al 10 aprile.

Marzo è il mese più atroce: 1.754 morti, di cui non si è saputo praticamente nulla, eccezion fatta per i 300 iracheni massacrati a Mosul in un raid contro alcune abitazioni; i 42 siriani sepolti sotto le macerie di una moschea nel villaggio di al-Jinah, ad Aleppo; e i 33 morti a Raqqa, scovati dai droni in una scuola dove si erano rifugiati da sfollati.

Il non-interventismo non è stato mai un’opzione per l’amministrazione del tycoon. L’ultimo attacco alla base siriana di Shayrat non è che la punta visibile di un iceberg nascosto. La “linea rossa” delle armi chimiche serve ad allargare il raggio d’azione al governo di Damasco, facendone la seconda priorità dopo la guerra al terrorismo jihadista dell’Isis.

Identica la situazione in Yemen: l’esercito statunitense, sotto il comando di Trump, ha compiuto nel solo mese di marzo il doppio dei raid aerei del 2016. Settanta volte sono piovute bombe dai jet Usa, contro postazioni di al Qaeda vere e presunte.

Dopo soli tre giorni dall’ingresso alla Casa Bianca, il tycoon stava già bombardando il paese del Golfo, uccidendo almeno 30 civili, per lo più donne e minori, tra cui una bambina di otto anni cittadina yemenita e statunitense.

Morti che fanno meno scalpore di quelli uccisi con il gas, chiunque ne sia il responsabile. Chissà se pensava a loro il segretario di Stato Tillerson quando lunedì a Sant’Anna di Stazzema, al sacrario delle 560 vittime della strage compiuta dai nazisti nel 1944, ha detto: «Vogliamo essere coloro che sanno rispondere a quanti creano danni agli innocenti in qualunque parte del mondo».

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

Il presidente libanese ha dato un mese di tempo ai partiti politici per trovare un’intesa su una nuova legge elettorale che scongiuri un nuovo prolungamento dell’attuale parlamento. Una relativa calma, intanto, si registra nel campo profughi palestinese di Ain al-Hilweh dopo giorni di violenti scontri

di Roberto Prinzi

Roma, 13 aprile 2017, Nena News – Alla fine il presidente libanese Michel Aoun ha dovuto far uso ieri dell’articolo 59 della costituzione per impedire una nuova e controversa estensione (la terza) del Parlamento. “Ho deciso di sospendere le attività parlamentari per un mese” ha annunciato Aoun in un discorso televisivo rivolto al Paese – quando sono stato eletto presidente, ho giurato fedeltà alla costituzione della nazione libanese e alle sue leggi per preservare l’indipendenza del Libano, la sua unità e integrità territoriale”. Il capo dello stato ha poi aggiunto che “il documento dell’accordo nazionale, parte inseparabile della costituzione, stabilisce che le elezioni parlamentari dovrebbero tenersi secondo una nuova legge elettorale” assicurando che lavorerà “per correggere la rappresentazione politica del popolo libanese secondo i suddetti principi costituzionali”.

Secondo i media locali, la mossa del capo dello stato è stata coordinata in anticipo con il presidente del Parlamento Nabih Berri ed Hezbollah. Il primo, del resto, non ha nascosto la sua approvazione per la decisione di Aoun e in una nota ha descritto la sua mossa “un’azione per guadagnare tempo in modo che si possa trovare un’intesa su una nuova legge elettorale”. Ha quindi poi fissato la prossima sessione parlamentare al 15 maggio augurandosi che in questo periodo i partiti riusciranno a trovare un accordo “che permetta un’estensione tecnica [del parlamento] così da tenerci lontano da un vuoto letale e distruttivo che condurrà il Libano al sicuro suicidio”. Berri ha chiarito che il proposto prolungamento del mandato parlamentare è un “male necessario”. In breve, la questione non sarebbe tanto su chi vuole o meno allungare le attività del parlamento, ma su chi vuole il vacuum politico e chi no.

E se il patriarca maronita Beshara al-Rahi si è congratulato con Berri “per la sua posizione”, di diverso avviso sono il Movimento patriottico libero di Bassil e le Forze libanesi di Geagea che hanno chiesto ai libanesi di scendere in strada a protestare contro qualunque possibile prolungamento. A unirsi alla manifestazione prevista per oggi dovrebbe esserci anche il partito falangista.

Resta ora da chiedersi se la mossa di Aoun sarà nei fatti utile a scongiurare una nuova estensione del mandato del parlamento. Al momento è difficile poter essere ottimisti: la distanza tra i partiti riguardo alla legge elettorale è ancora tanta. Se Hezbollah e i suoi alleati propongono un sistema proporzionale puro, il movimento al-Mustaqbal, il partito socialista e, ultimamente, le Forze libanesi hanno a riguardo alcune riserve. Se, però, recentemente il leader di al-Mustaqbal nonché primo ministro Saad Hariri ha aperto a tale possibilità, Bassil e Geagea propongono un sistema elettorale ibrido tra proporzionale e maggioritario perché, affermano, garantirebbe una migliore rappresentanza per i cristiani.

L’unica cosa certa al momento è che con l’annuncio di Aoun il Parlamento non voterà più oggi il terzo prolungamento delle sue attività. Gli attuali parlamentari, infatti, sono stati eletti nel 2009 e dovevano restare in carica per soli 4 anni. Ciò, però, non è mai avvenuto a causa dei profondi disaccordi sulla nuova legge elettorale e pertanto i termini previsti dalla costituzione non sono mai stati rispettati scatenando la furia di molti cittadini libanesi. Sebbene i partiti siano favorevoli a cambiare il sistema elettorale in vigore perché datato (risale al 1960) e soprattutto perché assegna seggi in base alle varie confessioni religiose, tuttavia differiscono su come rimpiazzarlo.

Sembra essersi intanto calmata la situazione nel campo rifugiati di Ain al-Hilweh (Sidone) dove ieri pomeriggio sono state dispiegate le forze di sicurezza palestinesi nel quartiere di al-Tira, fortino dell’islamista Bilal Badr. Gli uomini di Badr – secondo alcuni avrebbe contatti con al-Qa’eda – hanno perso lunedì il controllo della zona in loro possesso dopo giorni di intensi scontri a fuoco con le fazioni palestinesi che hanno causato la morte di almeno 8 persone (decine i feriti).

Secondo l’Agenzia palestinese Wafa, anche il rappresentate di Hamas in Libano, Ani Baraka, avrebbe espresso apprezzamento per i progressi compiuti a Tira dall’unione delle forze palestinesi. L’Agenzia libanese Nna riferisce che una “calma prudente” regna nel campo in cui risiedono oltre 50.000 palestinesi nonostante duri scontri ieri mattina avessero causato il ferimento di alcune persone e l’incendio di due case. Non è chiaro, invece, dove sia ora Badr: la stampa locale riferisce che si è dato alla fuga il giorno dopo che le fazioni palestinesi hanno raggiunto un’intesa per porre fine alle azioni del suo gruppo. Nena News

Roberto Prinzi è su Twitter @Robbamir

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