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Parla il giornalista del quotidiano Hurriyet Yusuf Kanli: «Il timore adesso è che la campagna di arresti di massa si allarghi ai reporter». Sono già 18 le agenzie web oscurate da venerdì notte

Manifestazione dei giornalisti turchi (Foto: Alliance/Dpa/S.Suna)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 20 luglio 2016, Nena News – L’immagine che resterà del fallito golpe militare turco di venerdì notte è il volto del presidente Erdogan dallo schermo di uno smartphone intento ad incitare il popolo: scendete in piazza per fermare i golpisti.

Un surreale ribaltamento dell’immaginario del regime di Ankara che della guerra ai social network e all’informazione indipendente ha fatto una delle colonne portanti del sistema istituzionalizzato di repressione.

Mentre Erdogan si faceva prestare il telefono da una giornalista della Cnn Turk, i turchi affollavano i bar di Istanbul e Ankara, appiccicati alle tv per capire cosa stesse accadendo. Dalle case si tentava di aggirare gli oscuramenti dei social media per diffondere le immagini dei carri armati che invadevano l’aeroporto Ataturk.

Nell’era di internet i golpisti (come ben analizzato in un articolo di Simone Pieranni domenica 17 luglio) hanno commesso un errore fatale: non tenere conto della potenza della rete e della stampa. Ne è convinto anche Yusuf Kanli, editorialista del quotidiano turco Hurriyet e coordinatore del progetto Libertà di Stampa dell’Association of Journalists: «A sventare il colpo di Stato sono stati i media», spiega in un’intervista al manifesto.

Baluardo della democrazia, in Turchia mero feticcio che maschera l’autoritarismo de facto, la vituperata stampa ha difeso il paese. Eppure è ancora nel mirino: se il fotografo Mustafa Cambaz del quotidiano pro-governativo Yeni Safak è stato ucciso dai soldati venerdì, ieri tre giornalisti – riporta l’agenzia kurda Anf – sono stati detenuti per alcune ore con 60 persone (tra cui tre parlamentari del partito di opposizione Hdp) nella città kurda di Nusaybin dalle forze governative: Dicle Muftuoglu di Diha, Ozgur Paksoy e Sedat Sur di Anf.

Che ruolo hanno avuto i media turchi nelle ore concitate del golpe?
I media sono stati sempre sottoposti a dura censura e aspro controllo da parte del governo. Ma è stata proprio la stampa a svolgere venerdì sera il ruolo che ci si aspetta dall’informazione libera: la copertura totale dell’evento. I media hanno aperto i loro spazi sia al presidente Erdogan che al primo ministro Yildirim che hanno potuto fare appello alla gente perché scendesse nelle strade a fare da scudo umano contro i golpisti. Solo così hanno avuto successo. Non è stato il popolo da solo a fermare il golpe, né tanto meno il governo. È stata la stampa, ribadendo così quanto sia indispensabile per una democrazia avere dei media liberi.

Il governo dovrebbe tenerne conto ma è probabile una stretta contro i media in giorni di purghe di massa
Erdogan, radicale e oppressivo contro la stampa libera, un presidente che abusa dei giornalisti e ordina licenziamenti, dovrebbe ricordare il grande servizio che i media hanno svolto nel porre fine ad una grande minaccia per la democrazia turca. I media hanno fatto il loro lavoro in modo eccellente salvaguardando la democrazia. Oggi è nostro diritto aspettarci dal governo il rispetto dello Stato di diritto e della libertà di espressione. Altrimenti è la democrazia stessa ad essere in pericolo.

Pensa che possa uscire un simile risultato dal putsch fallito?
No, al contrario. Basta guardare alle ore successive al golpe: siti web sono stati chiusi subito dopo e tanti altri vengono oscurati in queste ore. Sono già 18 le agenzie web bloccate da venerdì. È inaccettabile. Migliaia di persone sono agli arresti, i dipendenti pubblici sono impossibilitati a lasciare il paese. Ora toccherà alla stampa: mi aspetto che prominenti giornalisti saranno arrestati nei prossimi giorni. Sono preoccupato anche per me stesso perché le liste di proscrizione erano già pronte da tempo, il golpe non è che una scusa per le epurazioni. È impossibile pensare che migliaia di persone siano diventate dei sospetti golpisti in pochi giorni e che l’intelligence non avesse idea del colpo di Stato ma che poi in poche ore abbia individuato tanti responsabili.

Tutto cambia perché nulla cambi. Come ne esce la figura di Erdogan?
Nell’immediato sicuramente più forte. Ma ora il governo sta polarizzando il paese, mette le persone una contro l’altra. Domani (oggi per chi legge, ndr) si riunisce il Consiglio di Sicurezza: mi aspetto che Erdogan dichiari l’intenzione di portare avanti la riforma costituzionale in senso presidenziale, sfruttando il consenso di cui gode oggi. Sul lungo periodo però il popolo comincerà a capire come il golpe fallito sia stato sfruttato dal governo per azioni totalmente illegali.

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

In pochi giorni 10mila arrestati e 50mila dipendenti pubblici e privati sospesi. Un’epurazione drammatica che spacca la nazione e apre a un futuro di grave instabilità. Pressioni sugli Usa per l’estradizione dell’imam Gulen

della redazione

Roma, 20 luglio 2016, Nena News – Al vorace Erdogan non sono bastati i 10mila arresti, tra soldati, poliziotti e giudici. A pochi giorni dal tentato golpe di venerdì notte, il presidente turco ha calato l’ascia di guerra contro un drammatico numero di dipendenti pubblici e privati: una purga di massa che ha coinvolto 50mila persone.

I numeri fanno spavento, chiaro sintomo di liste di proscrizione pronte da tempo e non certo figlie di indagini accurate dell’intelligence sulla rete dei golpisti. La più colpita è la scuola: 15mila dipendenti del Ministero dell’Educazione sono stati sospesi con effetto immediato; stessa sorte per 1.577 rettori di università pubbliche e private, mente venivano ritirate le licenze di insegnamento a 21mila docenti di istituti educativi privati.

Giro di vite anche negli altri ministeri: sospesi 257 impiegati del dicastero della Giustizia, 1.500 delle Finanze, 393 delle Politiche Sociali e 257 funzionari dell’ufficio del primo ministro. Intanto le autorità religiose rispondevano all’appello alla “pulizia” di Erdogan, cacciando 492 clerici e imam. Infine, sono state oscurate 24 stazioni radio e tv e 18 agenzie web, mentre i primi file di inchiesta sono stati aperti dalla magistratura nei confronti di giornalisti.

L’accusa è per tutti la stessa: essere parte integrante del presunto Stato parallelo che il presidente imputa all’ex alleato e ora acerrimo nemico Fethullah Gulen, imam in auto-esilio negli Stati Uniti. Proprio intorno alla figura di Gulen si sta giocando in queste ore il braccio di ferro con l’alleato statunitense: Ankara ha inviato ieri a Washington una serie di dossier con cui dice di dimostrare il coinvolgimento dell’imam nel tentato putsch. L’amministrazione Obama sta valutando i materiali ma, in una telefonata con Erdogan, il presidente Usa ha glissato alla richiesta ufficiale di estradizione presentata dai vertici turchi.

Di certo le purghe di massa in corso in Turchia avranno effetti enormi sulla stabilità del paese: ben lontano dalla ricerca di una pacificazione interna, Erdogan punta a liberarsi di qualsiasi forma di opposizione o voce critica. Ma rischia moltissimo: quello che sta seminando è un futuro di tensione e polarizzazione. Se nelle piazze, ancora ieri, scendeva qualche migliaio di suoi sostenitori che a Istanbul lo hanno acclamato mentre prometteva il ritorno della pena di morte, un fronte nuovo e sempre più ampio di oppositori si andrà certamente creando.

Oggi Erdogan presiederà il Consiglio di Sicurezza. Ha già preannunciato che importanti decisioni saranno assunte dai vertici governativi. Tra queste potrebbe esserci proprio la reintroduzione della pena capitale (ieri in piazza ha detto che firmerà la legge se il Parlamento gliela presenterà) ma soprattutto l’accelerazione del progetto di riforma costituzionale a cui agogna da anni: un presidenzialismo che legittimi quello che il paese in realtà già ha, un sistema politico chiaramente controllato e gestito dal presidente a scapito di governo, parlamento e magistratura.

Nelle stesse ore in cui Erdogan arringava la folla, a denunciare un potenziale hackeraggio da parte di Ankara era Wikileaks: il sito di whistleblowing fondato dieci anni fa da Julian Assange, avrebbe dovuto pubblicare ieri quasi un milione di documenti interni al governo turco. Ma non ce l’ha fatta: un attacco molto serio è stato sferrato ai suoi serve impedendo la pubblicazione.

Wikileaks, in una serie di tweet, ha detto di non sapere chi sia dietro il cyber attacco ma sospetta i servizi segreti turchi o di loro alleati. Eppure, precisa il sito, le 300mila mail governative e nei 500mila documenti che avrebbero dovuto svelare “la struttura di potere in Turchia” sono bi-partisan: non sono, scrive Wikileaks, né contro né pro l’Akp (il partito di governo), alcuni possono danneggiarlo, altri possono aiutarlo. Nena News

I morti sono almeno 56. I civili sono stati scambiati per uomini dell’Isis in fuga dalla zona di Manbij. I “ribelli moderati” decapitano un ragazzino di 13 anni

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Roma, 20 luglio 2016, Nena News – Almeno cinquantasei vittime ieri, altre 21 tra domenica e lunedì. Gli aerei americani decollati dalla base Nato di Incirlik, in Turchia, riaperta dal presidente Erdogan dopo il fallito golpe, per non aggravare la tensione già alta con l’Amministrazione Obama, hanno preso di mira di nuovo Tukhar Kabir, nei pressi di Manbij, tra Raqqa e Aleppo, compiendo una strage.

Decine di civili fatti a pezzi, tra di essi donne e bambini, colpiti «per errore». Otto famiglie sterminate. I piloti Usa li avrebbero scambiati per miliziani dell’Isis che tentavano la fuga. Invece erano civili che provavano a sottrarsi ai combattimenti intorno alla città che vanno avanti da settimane.

Eppure quelle vittime innocenti non generano lo sdegno delle autorità francesi ed europee e neppure la reazione di Washington. Da parte loro i “ribelli” anti Bashar Assad restano in silenzio di fronte al massacro commesso dallo sponsor americano. Parla invece l’Isis che riferisce del bombardamento. Tramite la sua agenzia di stampa Amaq, lo Stato islamico afferma che il raid della Coalizione guidata dagli Usa nel nord della Siria ha ucciso «160 civili, per lo più bambini e donne».

Se a compiere il massacro fosse stata l’aviazione governativa o quella russa – ieri secondo fonti vicine all’opposizione i bombardieri siriani avrebbero ucciso 15 persone a Qaterji, un quartiere nella zona orientale di Aleppo controllata dai “ribelli” – sarebbero già partiti appelli per la convocazione immediata del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. E i media occidentali avrebbero invocato con forza una punizione esemplare per il “regime di Damasco”. Invece nulla. I morti di Manbij e Tukhar Kabir evidentemente pesano meno di quelli della zona est di Aleppo circondata da sabato scorso dall’esercito governativo e dai combattenti libanesi di Hezbollah.

Scarse reazioni genera anche l’uccisione, ripresa in un video, di un ragazzino di 13 anni, Abdallah Issa, forse residente nel campo profughi palestinese di Ein El Tal, vicino Aleppo, decapitato nei pressi di Handarat. La macabra esecuzione è stata compiuta dal gruppo “ribelle” Nour al Din al Zinki, perché secondo fonti locali, il ragazzo faceva parte di Liwa al Quds una milizia palestinese filo Assad che opera in quella zona.

Il filmato mostra un gruppo di uomini di Nour al Din al Zinki , nella parte posteriore di un autoveicolo, assieme al ragazzino accusato di essere «uno che combatte per Assad». Poi un miliziano, urlando “Allah è grande”, porta un coltello alla gola del ragazzo e gli taglia la testa. Altre immagini, girate prima della decapitazione, mostrano i miliziani di Nour al Din al Zinki che schiaffeggiano il condannato. I segni sul corpo del ragazzo indicano che è stato anche torturato prima di essere ucciso.

Questi sarebbero i “ribelli moderati”. Il movimento Nour al Din al Zinki, dal nome dell’emiro di Aleppo, si è formato alla fine del 2011, nel primo anno della guerra civile siriana, per combattere contro l’esercito governativo. Nel 2014 si è unito al Fronte del Levante e a Fatah Halab. Gli Stati Uniti avrebbero fornito a questo gruppo islamico radicale fondi e razzi anticarro Bgm-71 Tow. Armi e soldi sono giunti anche da Francia, Turchia, Gran Bretagna e vari Paesi del Golfo. Appena qualche giorno fa, Amnesty international aveva diffuso un rapporto sui crimini commessi dai jihadisti di Nour al Din al Zinki tra i quali sequestri di persona e torture.

Michele Giorgio è su Twitter: @michelegiorgio2

Il premier Netanyahu ottiene l’approvazione della legge contro “incitamento al terrorismo e alla lotta armata”, a lungo cercata per legare le mani ai rappresentanti palestinesi. Ieri un 12enne palestinese è stato ucciso ad al-Ram dai soldati

La Knesset israeliana (Ahikam Seri/Getty Images)

della redazione

Roma, 20 luglio 2016, Nena News – Prima era stato il presidente turco Erdogan, rinnovato alleato – in realtà mai messo in discussione – di Israele. Ora è il turno del premier Netanyahu: se il collega oltre mare ha optato per la cancellazione dell’immunità parlamentare in chiave anti-kurda, il primo ministro israeliano ha scelto la sospensione dei deputati per “comportamento inappropriato”., in chiave anti-palestinese.

La legge è passata ieri notte alla Knesset: con 90 voti a favore (20 in più del necessario) su 120, i deputati israeliani di governo e opposizione, alcuni, hanno riconosciuto al parlamento il potere di sospendere suoi membri nel caso questi siano accusati di “incitamento al terrorismo e sostegno della lotta armata contro lo Stato”.

Una definizione ampia, un gran calderone, in cui da tempo il governo di ultradestra guidato da Netanyahu infila chiunque sollevi dubbi sull’occupazione militare e i suoi effetti. Ovvero, i deputati palestinesi alla Knesset, rappresentanti del 20% della popolazione di Israele. I mesi passati, quelli della cosiddetta “Intifada di Gerusalemme”, sono stati caratterizzati dalle ire dei vertici israeliani ogni qual volta un parlamentare palestinese ha fatto visita alla famiglia di un giovane ucciso da polizia o esercito o ha alzato la voce per ricordare la frustrazione e l’assenza di diritti in cui soffoca la popolazione araba.

Per Tel Aviv altro non è che sostegno al terrorismo, propaganda, primo passo per la lotta armata. Ed ora è legge, una legge controversa sì ma che assesta un altro duro colpo all’immagine di democrazia che Israele tenta di far passare all’esterno, spesso volta a mascherare una palese differenza di trattamento della popolazione su base etnica o religiosa.

Secondo quanto previsto dalla nuova normativa, se un deputato sarà sospeso potrà essere sostituito da un membro dello stesso partito, il successivo nella lista elettorale presentata alle ultime elezioni. A premere per la sua approvazione è stato lo stesso primo ministro che ha presentato il disegno di legge dopo la visita di alcuni parlamentari alle famiglie di palestinesi uccisi dopo un attacco a Gerusalemme.

Immediata la reazione della Lista Araba Unita, fazione anti-sionista nata alle scorse elezioni: il deputato Jabarin parla di “legislazione di apartheid che spiana la strada al trasferimento dei funzionari arabi eletti”. Critiche anche dal partito di opposizione Unione Sionista che definisce la legge “un marchio scuro sul volto di Israele”.

“Si tratta di una delle più gravi leggi degli ultimi anni – il commento di Debbie Gild-Hayo, avvocato dell’Associazione per i Diritti Civili in Israele – Danneggia la struttura democratica, la libertà di espressione, il diritto di votare e essere eletti e quello alla rappresentazione”.

Non solo: segue al voto della Knesset della scorsa settimana sulla cosiddetta “legge delle Ong” o “legge della trasparenza”, normativa che impone alle organizzazioni non governative israeliane (anche qui, chiaramente, nel mirino ci sono quelle che operano nei Territori Occupati Palestinesi) di precisare origine e entità delle donazioni ricevute, pena multa o chiusura.

In un clima di tensione politica, non manca quella sul campo: ieri si è registrato l’ennesimo morto palestinese, di nuovo un bambino. Muhye Muhammad Sidqi al-Tabbakhi, 12 anni, è stato ucciso dai soldati israeliani nel villaggio di al-Ram, tra Gerusalemme e Ramallah, colpito al petto da un proiettile di gomma. La morte è avvenuta durante scontri tra manifestanti palestinesi e esercito nella comunità. Nena News

 

Il doppio standard dei media internazionali dimentica i reporter locali oppressi dal regime di al-Sisi, ricordandosi solo dei colleghi occidentali. Eppure questo è il peggior momento per la stampa egiziana da decenni

Il fotoreporter egiziano Mahmoud Abu Seid, in carcere dall’agosto 2013

Peter Oborne* – Middle East Eye

Roma, 20 luglio 2016, Nena News – Ho raccontato guerre civili, ribellioni, disastri naturali e dittature stando sul campo. Mi sono sempre meravigliato del coraggio e della resistenza della gente comune, ma i giornalisti locali che raccontano le verità sui regimi brutali meritano un posto speciale in questo.

Anche per i più coraggiosi giornalisti occidentali la vita a confronto è molto più facile. Restano nel paese per pochi giorni o settimane, e poi tornano a casa. Se la cosa si fa pericolosa vanno via.

Questa non è una critica. Ma rimane il fatto che questi non vivono con le conseguenze del loro lavoro. Invece i giornalisti locali, che continuano a vivere nel loro paese, restano esposti al rischio di rappresaglie di signori della guerra locali, oligarchi e servizi di sicurezza. Vengono minacciati (insieme alle loro famiglie) e troppo spesso uccisi, a volte in modi orribili.

La disparità di trattamento è resa ancora peggiore dal fatto che il mondo attribuisce un valore speciale alla vita dei giornalisti occidentali. Quando vengono uccisi o feriti gravemente la notizia è sempre da prima pagina. Non è altrettanto per i giornalisti locali.

Recentemente sono stato coinvolto in un caso in cui questi due pesi e due misure sono stati palesemente applicati: l’Egitto. È noto che il 29 dicembre 2013 Peter Greste ed altri due suoi colleghi di Al Jazeera sono stati arrestati, denunciati e incarcerati, senza aver fatto nient’altro che il loro lavoro di cronisti.

Ho partecipato insieme a molti altri giornalisti stranieri alle campagne per chiederne la liberazione. Abbiamo tenuto una conferenza stampa, rilasciato un comunicato, abbiamo incontrato un diplomatico egiziano al Frontline Club, a Londra.

Il presidente Obama ha chiesto il loro rilascio, così come il Segretario degli Esteri britannico Philip Hammond, il primo ministro australiano e una schiera di personalità dei media e celebrità: Larry King, Piers Morgan, Stephen Fry, Mia Farrow, Naomi Klein, Bianca Jagger, Christiane Amanpour.

Greste è stato poi rilasciato e fatto rientrare in patria. Ma suoi colleghi Mohamed Fahmy e l’egiziano Baher Mohamed hanno dovuto attendere ancora molti mesi. Avendo nomi islamici, la campagna internazionale si è concentrata molto meno su di loro (tempo dopo Peter Greste in un’intervista alla radio irlandese ha sottolineato di aver ricevuto molto più supporto del suo compagno di cella irlandese-egiziano Ibrahim Halawa “perché il mio nome è Peter, non Ibrahim”). Tempo dopo, Fahmy e Mohamed sono stati comunque graziati dal presidente al-Sisi e rilasciati.

Ovviamente ne siamo stati tutti felici, e io sono orgoglioso del mio piccolo ruolo giocato nella campagna. Fahmy, Greste e Mohamed, che hanno sofferto terribilmente in prigioni sovraffollate e sporche, sono uomini coraggiosi e onesti, nulla di criticabile.

Eppure, qualcosa mi preoccupa profondamente di questo caso. Ci sono ancora molti giornalisti egiziani nelle carceri di al-Sisi. La loro situazione non è migliorata. Anzi. Sono sempre più i giornalisti in prigione, in condizioni peggiori di prima, e gli attacchi alla libertà di parola si sono intensificati.

I fatti sono indiscutibili. Secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti, una dozzina di giornalisti (compresi i tre di Al Jazeera) erano nelle prigioni egiziane alla fine del 2014, al picco della nostra campagna. Da allora, secondo il Comitato, quel numero è raddoppiato. I membri del comitato mi hanno anche detto che questo è il periodo peggiore per essere un giornalista in Egitto dal 1991. Secondo l’Arab Media Freedom Monitor (Ikshef), che definisce i giornalisti in modo più ampio, il numero reale sarebbe 89 alla fine di aprile di quest’anno. Qualunque sia il modo di conteggiare, la situazione è molto, molto peggiorata.

Per questo a inizio maggio ho parlato ad un’altra conferenza stampa al Frontline Club – questa organizzata dall’Arab Media Freedom Monitor. Il nostro obiettivo era di portare l’attenzione sulla brutalità del governo egiziano nei confronti dei giornalisti locali dopo una devastante campagna repressiva portata avanti nelle settimane precedenti.

Non potevo fare a meno di fare un paragone tra questa conferenza stampa e quella precedente in favore di Peter Greste. Nella prima, la sala era piena di gente e telecamere, e l’evento ricevette anche una ottima copertura mediatica il giorno dopo. Quest’ultima conferenza invece pochissimi partecipati e neanche una riga sulla stampa. Come se si fosse tenuta in un vuoto.

Il mondo giustamente si è preoccupato per Peter Greste. Ma perché gli stessi politici e le stesse celebrità oggi non fanno campagna per Mahmoud “Shawkan” Abou Zheid, arrestato nell’agosto 2013? Da allora gli è stata costantemente negata l’assistenza sanitaria, nonostante soffra di epatite C.

In una lettera straziante scritta in occasione del 600esimo giorno di detenzione, Shawkan ha scritto semplicemente: “Sto morendo”.

Perché non interveniamo in favore del giornalista di Rassd Abdullah al-Fakharny, arrestato nell’agosto 2013? Scrivendo per Middle East Eye dalla sua cella, l’anno scorso al-Fakharny scrisse: “Il mondo si ricorderebbe dei giornalisti occidentali… si solleverebbe per protestare contro la loro prigionia, diffonderebbe la notizia e si mobiliterebbe per il loro rilascio”.

Mahmoud Abou Zheid e Abdullah al-Fakharny sono solo due tra tantissimi casi. La vita di un giornalista egiziano vale esattamente quanto quella di uno occidentale. L’unica spiegazione per questo sfacciato sistema di due pesi e due misure è il razzismo.

Ora che non c’è più un uomo bianco tra le vittime, in pochi si interessano della persecuzioni dei giornalisti egiziani. Questo dovrebbe far vergognare tutti noi giornalisti occidentali.

*Peter Oborne è stato capo editorialista politico per il Daily Telegraph, ed è stato nominato freelancer dell’anno 2016 dall’Online Media Awards

Traduzione a cura di Traduzione a cura di Focus MiddleEast

Turchia. Intervista al giornalista turco Murat Cinar: «Creato un ampio fronte di opposizione. Il presidente legittima un regime neoliberista e autoritario con il sostegno di un popolo arrabbiato Ma la paura non basterà»

Soldati picchiati dalla folla in Turchia (Fonte: www.infostormer.com)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 19 luglio 2016, Nena News –  Erdogan il sultano purga. Purga esercito, polizia, magistratura. Nel breve periodo è il modo per radicare un autoritarismo vecchio di 15 anni. Ma nel lungo un pericoloso boomerang potrebbe tornare indietro. Ne è convinto Murat Cinar, giornalista turco, che abbiamo raggiunto al telefono.

Hai parlato di golpe “anomalo”. Lo è anche per il momento: perché proprio ora, con la campagna anti-Pkk che asseconda l’esercito e i tentativi di uscire dall’isolamento regionale?

Innanzitutto in questo periodo il governo è nelle mani dell’esercito: da mesi è in atto un’aggressiva operazione militare a sud est che sta trascinando verso una guerra civile senza uscita dopo l’interruzione del processo di pace con il Pkk. Il governo segue una linea suicida con strategie intrecciate a quelle dello Stato profondo e di Gladio, a chi cioè vuole mantenere alto il livello del conflitto. Il golpe arriva oggi per mandare un messaggio ad Erdogan, per costringerlo a proseguire sulla via della guerra e non quella del negoziato. Ocalan [il leader del Pkk] lo aveva previsto, aveva avvertito del rischio di un golpe nel momento in cui fosse fallito il processo di pace.

In secondo luogo siamo vicini all’anniversario del 30 agosto, commemorazione della battaglia di Dumlupinar del 1922. Una data importante in cui il presidente (e capo delle forze armate) decide quali ufficiali dell’esercito mandare in pensione e quali promuovere. Pare che nella mente di Erdogan ci fosse già l’idea di una pulizia generale. In tal senso il golpe potrebbe essere stato una risposta anticipata a quell’eventualità.

Il fatto che la popolazione (e non solo i sostenitori dell’Akp) abbia reagito al putsch radicherà le politiche in atto? Non solo repressione delle voci critiche e della stampa ma anche la riforma presidenziale e le politiche neoliberiste a cui Gezi Park si oppose

Il golpe è capitato al momento giusto. Secondo gli ultimi sondaggi la popolazione non vede di buon occhio il sistema presidenziale perché sa che servirà ad aumentare il potere del governo soprattutto nei confronti della magistratura. A Istanbul e Ankara in piazza non ci sono le masse ma sostenitori dell’Akp che bruciano immagini di Gulen e linciano soldati semplici. Eppure con il colpo di Stato fallito Erdogan si è garantito il controllo sia di una popolazione arrabbiata che di un manipolo di pionieri, zoccolo duro del suo consenso. In più ha messo al sicuro il modello neoliberista su cui ha fondato la sua strategia politica e con cui ha legittimato privatizzazioni selvagge e oligopoli.

Tra gli effetti delle purghe ci sarà dunque il definitivo radicamento di un regime autoritario?

Sicuramente. Oggi in piazza ci sono dei cannibali e al potere un governo che ripulirà a proprio vantaggio il sistema giuridico e quello di sicurezza.

Chi sono queste migliaia di persone oggetto di epurazione?

C’è di tutto. Molti soldati semplici che non avevano nemmeno idea del golpe e potrebbero essere liberati a breve. Ci sono membri e sostenitori delle opposizioni, di ogni tipo. Ma anche personalità vicine all’entourage dell’Akp. Ci sono giudici, tantissimi, l’ennesima ondata di epurazione dentro la magistratura. E a breve seguiranno giornalisti, avvocati, professori, insomma le voci critiche.

Erdogan però rischia molto: ha buttato in un contenitore dell’immondizia 10mila persone tra impiegati, soldati, poliziotti. In questo modo si rafforza solo nel breve periodo perché rischia di crearsi un fronte di opposizione sempre più ampio. Nell’immediato può ottenere risultati eccellenti, ma sul lungo periodo le purghe potrebbero rivelarsi un boomerang. Governare con la paura non legittima il sistema sociale, economico e politico che ha in mente l’Akp.

E fuori? Erdogan non ha avuto subito solidarietà dagli alleati occidentali. Il sintomo di un isolamento esterno?

A livello internazionale c’è dipendenza da Erdogan ma anche un forte desiderio di trovare qualcuno altrettanto obbediente ma meno destabilizzante. Ma dopotutto è un perfetto membro Nato, un perfetto partner economico per l’Europa e la Russia, un perfetto sostenitore delle politiche europee sulle migrazioni. Anche le tensioni con gli Stati Uniti sono solo superficiali. Washington è alleato irrinunciabile, ha basi militari nel territorio turco e ed è partner indispensabile nella Nato. La Turchia si comporta con gli Stati Uniti come fa con Israele, una finta politica di tensione.

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

Ieri un tribunale israeliano ha condannato la giornalista palestinese Dweik a sei mesi di carcere per un post su Facebook in cui “istigava alla violenza”. Un caso non solitario: il governo Netanyahu pensa a una legge che obblighi i maggiori provider a rimuovere il contenuto “criminale”. Ramallah, però, attacca: “è l’esecutivo israeliano a promuovere odio e violenza”

La giornalista palestinese Samah Dweik

della redazione

Roma, 19 luglio 2016, Nena News – Continua la battaglia d’Israele contro i social network. Ieri un tribunale israeliano ha condannato a sei mesi di carcere la giornalista palestinese Samah Dweik di Shabakat al-Quds per un post su Facebook in cui “istigava alla violenza”. Secondo Amjad Abu Asad, capo del Comitato di Gerusalemme per le famiglie dei prigionieri, il “reato” di Dweik è stato quello di scrivere uno stato sul noto social network accompagnandolo da una foto di palestinesi recentemente uccisi dalle forze armate israeliane.

Il caso della giornalista palestinese non è l’unico. Negli ultimi mesi Tel Aviv ha arrestato diversi palestinesi con la stessa accusa: a maggio il Centro studi sui prigionieri palestinesi (Ppcs) ha calcolato che da ottobre almeno 28 donne sono state incarcerate dallo stato ebraico per “istigazione” tramite i social. Sei di loro – tra queste anche Dweik – restano dietro le sbarre.

Di fronte a quella che avverte come minaccia cibernetica, lo stato ebraico ha più volte accusato Facebook per non aver censurato post e commenti che promuovo “il terrorismo contro gli israeliani”. Il ministro della pubblica sicurezza israeliano, Gilad Erdan, ha recentemente attaccato il suo fondatore, Mark Zuckerberg, perché non avrebbe adeguatamente cooperato con Tel Aviv per rimuovere il contenuto di alcuni post e commenti giudicati violenti. Per questo motivo, sostiene il ministro, Zuckerberg avrebbe “le mani sporche di sangue”. A dargli manforte è stata la titolare del dicastero di Giustizia Ayelet Shaked (Casa Ebraica): in fase di progettazione c’è una legge che obbligherà provider come Facebook, Google, You Tube e Twitter a rimuovere i contenuti “criminali” che costituiscono un “pericolo alla persona, al pubblico o alla sicurezza dello stato”.

Ma Erdan e Shaked non sono i soli a scagliarsi violentemente contro il noto programma di comunicazione. Un avvocato israeliano ha recentemente chiesto a Facebook un risarcimento di un miliardo di dollari perché permetterebbe al movimento islamico di resistenza palestinese (Hamas) di progettare e compiere attacchi contro americani e israeliani.

Se Zuckerberg prova a stemperare i toni negando qualunque responsabilità del suo programma negli attacchi in corso da ottobre in Israele e Cisgiordania, ad intervenire a gamba tesa nella vicenda è il Segretario generale dell’Organizzazione della Liberazione della Palestina (Olp), Saeb Erekat. Per l’alto funzionario dell’Olp, le colpe sono infatti tutte del governo israeliano che non riesce a “promuovere una cultura di pace e di consistenza all’interno della società israeliana”. Secondo Erakat, quello che istiga alla violenza è la protezione istituzionale che Tel Aviv dà ai cittadini israeliani ebrei che commettono e incitano alla violenza, sono le politiche del governo Netanyahu intrise di “odio, razzismo e di atteggiamenti discriminatori contro i palestinesi”.

Un “odio” che sarebbe “crescente” secondo anche il leader laburista israeliano Isaac Herzog. Citato dal portale ebraico Nrg, Herzog ha puntato il dito contro i politici di destra che incoraggerebbero il clima di ostilità all’interno d’Israele e fornirebbero l’humus alla violenza. “Assistiamo [ad episodi] di odio in ogni momento, sia quando questo è diretto contro le donne da parte dei rabbini militari, sia quando proviene dagli ebrei ashkenaziti verso quelli sefarditi, o dai mizrahi a quelli sefarditi, dai rabbini delle scuole militari verso gli omosessuali, o tra gli arabi e gli ebrei”. Herzog ha fatto esplicito riferimento alla recente nomina a capo dei servizi di rabbinato dell’esercito israeliano di Eyal Karim, noto per aver implicitamente giustificato nel 2012 lo stupro di donne in tempi di guerra.

Non è la prima volta che il moderato leader laburista usa parole così dure per descrivere la società israeliana. A inizio mese – in seguito all’approvazione della “legge per la trasparenza” per la quale le Ong finanziate in prevalenza dall’estero dovranno precisare dal 2017 l’origine e l’entità delle donazioni ricevute – Herzog ha detto che “in Israele il fascismo prospera e va crescendo”.

Sembra essere finito, intanto, il calvario dell’obiettrice di coscienza israeliana Tair Kaminer detenuta per 159 giorni in un carcere israeliano per essersi rifiutata di compiere il servizio militare. Ieri infatti la diciannovenne è stata rilasciata ed è stata dispensata dall’obbligo di leva perché giudicata “non idonea” a compierlo per “cattiva condotta”.

Kaminer aveva chiesto di essere esentata dalla chiamata alle armi per “motivi di coscienza”, ma si era detta disponibile a mutarla in servizio civile. In un articolo apparso a giugno sul quotidiano israeliano Ha’Aretz, la giovane aveva detto di essere in prigione perché “lo stato non rispetta la mia coscienza. Sono in carcere perché non voglio essere parte di quel crimine chiamato occupazione”.

Una voce fuori dal coro quella di Tair. Ieri il presidente della Knesset, Yuli Eldestein (Likud), l’ha voluto ribadire quando ha affermato di essere favorevole all’annessione della colonia di Ma’ale Adumim (est di Gerusalemme). Nena News

Dopo due anni il governo taglia l’ultima via di rifornimento alla città per le opposizioni. Scontri in corso mentre si attendono i riflessi del tentato golpe in Turchia: Assad spera in un ruolo più defilato di Ankara

Distruzione ad Aleppo (Foto: Anadolu Agency/Getty Images)

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Roma, 19 luglio 2016, Nena News – A Damasco, come al Cairo, sono passati dall’euforia alla delusione. E ora nella capitale siriana i giornali governativi descrivono il fallito colpo di stato contro Erdogan – nemico dal presidente Bashar Assad – come un “complotto” organizzato dallo stesso leader turco per regolare i conti con le sue Forze Armate. «Per umiliare i comandi militari e renderli subordinati alla polizia (fedele a Erdogan)», ha scritto al Thawra.

Comunque sia andata in Turchia, i riflessi del fallito golpe si faranno sentire presto anche nella guerra civile che da cinque anni devasta la Siria. A Damasco (e in altre capitali arabe) pensano che Erdogan, almeno per un certo periodo, sarà occupato con le vicende interne del suo Paese e, quindi, meno impegnato con i gruppi armati anti-Assad che ha finanziato e armato nei passati cinque anni. Previsioni che saranno verificate sul terreno molto presto.

La crisi in Siria nelle ultime ore è entrata in una fase cruciale. L’esercito governativo, i combattenti libanesi di Hezbollah e altre milizie alleate hanno preso il controllo due giorni fa dell’ultima strada di collegamento, la “Strada del Castello”, per il settore orientale di Aleppo, dal 2012 nelle mani di jihadisti e “ribelli”. Vuol dire che lo schieramento anti-Assad ha perduto l’unico canale che aveva ancora disponibile per i rifornimenti di armi e generi di prima necessità. Ora le truppe dell’esercito regolare circondano tutta la città e sta per avere inizio un assedio della zona orientale di Aleppo che durerà settimane, forse mesi. Con un impatto enorme sulla vita dei civili che ancora vivono in quella parte della città. 300mila secondo i “ribelli”. Molti di meno secondo Damasco, poiché chi ha potuto farlo è scappato o si sarebbe trasferito dall’altra parte della città.

La perdita della “Strada del Castello” invece è certa, lo hanno confermato proprio i rappresentanti delle formazioni armate ribelli: ora avrebbero riserve di armi, munizioni, viveri e medicinali sufficienti per 2-3 mesi. È possibile che nelle prossime settimane, dopo aver rafforzato le posizioni intorno alla città e messo sotto pressione le milizie avversarie, Damasco offra a jihadisti e “ribelli” di abbandonare la città in modo da evitare combattimenti casa per casa che finirebbero per avere conseguenze pesanti soprattutto per i civili già molto provati.

Al momento però, questa via d’uscita auspicabile è lontana e le forze anti-Assad potrebbero decidere di resistere ad oltranza in un inutile tentativo di negare la vittoria alle truppe governative. La riconquista di Aleppo, la seconda città della Siria e fino al 2011 capitale economica del Paese, avrebbe un significato eccezionale per il governo centrale oltre ad aprire la strada ad altre riconquiste territoriali. Invece per le opposizioni perdere i quartieri orientali di Aleppo sarebbe una sconfitta grave e umiliante.

Nelle ultime 48 ore si è combattuto intorno ad Aleppo, con i miliziani islamisti di Jaiysh al Nasr che hanno provato in più punti a spezzare l’assedio ma hanno perduto almeno 16 uomini sotto il fuoco dell’artiglieria e delle armi pesanti dei governativi, senza dimenticare i bombardamenti condotti dall’aviazione siriana e russa. Secondo notizie, non verificabili in modo indipendente e fornite dall’Osservatorio siriano per monitoraggio dei diritti umani (una Ong vicina all’opposizione anti-Assad con sede a Londra), gli attacchi aerei governativi domenica avrebbero fatto almeno 28 morti, tra i quali cinque bambini e sette donne.

Raid aerei, questa volta della Coalizione anti-Isis a guida statunitense, hanno fatto 15 morti nella cittadina di Manbij e altri sei nel villaggio di Tokhar. Sarebbero almeno 100 le vittime civili dei raid aerei della Coalizione su Manbij, dove i 50mila abitanti di fatto sono ostaggi dei miliziani dell’Isis decisi ad usarli come scudi umani. Da settimane Manbij è sotto attacco da parte delle “Forze democratiche siriane”, uno schieramento di formazioni armate a maggioranza curda, armato e finanziato dagli Stati Uniti.

In violenti combattimenti avvenuti nei pressi della Diga di Tishreen, non lontano da Kobane, la cittadina simbolo della resistenza allo Stato islamico, i combattenti delle YPG curde hanno ucciso 20 miliziani dell’Isis tra i quali un comandante, Abu Firas al-Safwani.

Più a sud la tensione resta forte a ridosso delle Alture siriane del Golan, occupate da Israele 49 anni fa, dopo che domenica un drone, pare lanciato da Hezbollah, ha sorvolato la zona durante esercitazioni militari israeliane. Nonostante i tre missili terra-aria lanciati dall’esercito di Tel Aviv, il velivolo comandato a distanza è rientrato in Siria senza problemi.

Michele Giorgio è su Twitter: @michelegiorgio2

«Mentre il presidente dichiara che i giovani sono la speranza e il futuro del paese, le sue azioni dicono il contrario. E sono molto più eloquenti» scrive Noor el-Terk

Noor el-Terk*  Middle East Eye

Roma, 19 luglio 2016, Nena News – “Sai che significa essere una delle ragioni per cui qualcuno sta dietro le sbarre?”
Mi accoglie con queste parole un avvocato egiziano mentre mi racconta del suo ultimo caso. Mohamed Abdelsayed, quattordicenne, è stato accusato di protesta non autorizzata e di possesso di esplosivi dopo che un tassista lo ha consegnato in una stazione di polizia sospettando che fosse un manifestante. È rimasto recluso per un mese, per poi essere rilasciato quando il caso è stato trasferito ad un tribunale. Senza aspettarsi granché dal sistema giudiziario egiziano, Mohamed avrebbe preferito non essere presente all’udienza, per paura di dover tornare immediatamente in carcere. Alla fine però si è fatto convincere dall’avvocato, e si è ritrovato in aula condannato a cinque anni.

Questa è la realtà dei giovani egiziani oggi. Mentre il presidente dichiara che i giovani sono la speranza e il futuro del paese, le sue azioni dicono il contrario. E sono molto più eloquenti. A due anni dall’inizio del suo mandato, la lista dei risultati ottenuti è piena di promesse vuote e animi affranti. Mentre i media egiziani adulavano l’autoproclamatosi feldmaresciallo durante la sua campagna elettorale, Sisi è rimasto piuttosto avaro di promesse, senza proporre nulla di tangibile su cui potesse poi essere inchiodato dai critici, al di là di vaghe risposte stranamente simili a quelle dell’americano Donald Trump, come il dire che “l’Egitto tornerà ad essere grande”.

Messo sotto pressione con domande sull’economia, ha risposto severamente chiedendo agli egiziani di essere più sobri, e di “stringere la cinghia”. Quando gli è stato chiesto conto delle detenzioni arbitrarie, ha ammesso che sì, qualcuno potrebbe essere stato recluso per errore nel fanatico giro di vite contro le opposizioni, ma ha promesso che sarebbero stati rilasciati. Dopo due anni i dati sui detenuti continuano ad aumentare a livelli impressionanti. Le stime più caute parlano di 50mila detenuti politici. “Stiamo vivendo l’impossibile, l’impensabile,” mi dice il padre di Mohamed Imad, quindici anni. Lo hanno sottoposto a elettro-shock, colpito in faccia, frustato, gli sono saltati sulla schiena: la lista degli orrori è infinita, suo padre a stento trattiene le lacrime. “Sapete, mio figlio è nato in Giappone. Ho scritto all’ambasciatore giapponese, ho chiesto se mandarlo in Giappone può servire a tenerlo al sicuro. Sarei disposto a rinunciare a mio figlio, il Giappone può prenderselo come uno dei suoi. I bambini qui sono in pericolo.”

In carcere da due anni con dieci accuse a suo carico, dalla protesta all’omicidio, Mohamed è ancora in attesa di una sentenza. “Tutto ciò che mio figlio conoscerà di questo paese è la prigionia. È molto di più di ciò che qualsiasi quindicenne dovrebbe vedere.”
Prelevati dalle loro case di primo mattino, o a scuola dopo gli esami, e poi ritrovati morti, in prigione (o in alcuni casi, non ritrovati affatto), l’inesorabile campagna del governo egiziano contro il dissenso ha raggiunto livelli senza precedenti, e prende particolarmente di mira i minori.

Quando Hisham Naser si è imbattuto per caso in tre ragazze che venivano picchiate per strada da criminali perché sospettate di aver preso parte a una manifestazione, ha tentato di fermarli. I vicini, invece di aiutarlo, hanno chiamato la polizia e lo hanno consegnato nelle loro mani. Nella stazione di polizia l’accoglienza è stata a suon di pestaggi, poi la sua detenzione è durata mesi, fino a quando è stato mandato a Kom el-Dikka, e poi al famigerato centro di detenzione di Al-Aqabiya, che i ragazzi e le loro famiglie hanno iniziato a chiamare “la Guantanamo dei bambini”.

“Ci hanno promesso che non avrebbero più mandato lì i nostri figli. Gruppi per i diritti umani e avvocati ci hanno tutti promesso che i nostri bambini non sarebbero dovuti tonare in quella Guantanamo. Ma li hanno di nuovo portati lì,” ci dice tristemente la madre di Hisham. Quando i ragazzini hanno scoperto che sarebbero stati nuovamente mandati a Al-Aqabiya, si sono rifiutati di muoversi. Buttati faccia a terra, i funzionari di polizia li hanno colpiti pesantemente alla schiena e gli hanno calpestato le teste con gli stivali. Un ufficiale è saltato sul braccio di Hisham e glielo ha lasciato rotto, incapace di muoverlo per sei mesi, e senza poter avere accesso a cure mediche. Con l’aggravarsi della situazione Hisham ha avuto alcune crisi in cella, alle quali i suoi secondini hanno risposto prontamente gettandogli acqua bollente addosso.

È stato costretto a stare steso a terra e pulire il suo sangue con il suo stesso corpo, a rimanere per ore interminabili arrampicato in punta di piedi e colpito ad ogni movimento. I carcerieri usano i criminali comuni per picchiare e torturare i prigionieri politici. “È vero,” conferma l’avvocato. “Qualsiasi cosa le famiglie ti dicano è solo una piccola parte di quello che realmente accade lì dentro.” Piena di abusi sessuali, torture, pestaggi letali, la vita non ha più senso per i bambini rinchiusi nella prigione di Al-Aqabiya, una situazione che ormai spinge tantissimi a tentare il suicidio.

Le storie di maltrattamenti non finiscono qui: sono una più orrenda dell’altra. Alle giovani ragazze gli ufficiali militari dicono che poiché proiettili, gas e arresti non hanno funzionato, l’unico modo per distruggerle è assicurarsi che lascino la prigione incinte. Nel corso degli arresti, e dopo invasivi test di gravidanza, gli ufficiali si divertono a insultare le ragazze, e a dirgli che ‘oggi passeranno la notte nelle loro mutande’, tenendole continuamente sveglie.

Dalla sparizione forzata del dodicenne Anas Badawy, che è rimasto un anno nella prigione di Alazooly senza che nessuno avesse sue notizie, a Isam Aldin, quindicenne con un problema polmonare prelevato in strada e ricoverato quattro volte dal giorno dell’arresto: sono innumerevoli le storie che emergono ogni giorno, dipingendo un futuro oscuro per l’infanzia perduta d’Egitto. Ma come ha espresso il padre di uno dei giovani prigionieri, è l’assordante silenzio del mondo che dà al regime carta bianca per continuare ad abusare e derubare questi bambini della sicurezza e della vita. “Mio figlio è uno di centinaia. Prima avevate la scusa, non sapevate. Ma ora, ora sapete.” Nena News

* Questo articolo è stato originariamente pubblicato qui
(Traduzione a cura di  “Focus MiddleEast”)

A soli due giorni di distanza dal tentato golpe, le autorità turche hanno arrestato 8.777 persone (militari, poliziotti, giudici e governatori). L’Unione Europea critica Ankara per il duro giro di vite e per l’ipotesi di ripristinare la pena di morte. Al-Jazeera e Hurriyet, intanto, scrivono che il presidente si è salvato per poco dalla cattura o dall’assassinio

Manifestanti celebrano il presidente Erdogan

di Roberto Prinzi

Roma, 18 luglio 2016, Nena News – Dopo il tentato golpe, la risposta durissima di Erdogan non si è fatta attendere. Il ministero degli interni ha comunicato stamane che sono 8.777 le persone arrestate in seguito al fallito colpo di stato di venerdì notte. Di questi, 7.899 sono ufficiali di polizia, 4 esponenti della gendarmeria, 30 governatori provinciali e 47 governatori distrettuali.

Senza dimenticare poi i 2.500 giudici fermati (uno di alto grado). Ma il bilancio è soltanto provvisorio: la sensazione è quella di essere di fronte solo alla prima fase di una più ampia campagna repressiva che, nata come risposta al golpe, potrebbe portare dietro alle sbarre o all’eliminazione (ieri Erdogan ha ventilato la possibilità di ripristinare la pena di morte) gli ultimi oppositori del presidente turco.

Notizie di presunti golpisti fermati si succedono a ripetizione. Stamattina, ad esempio, è stato arrestato in Kuwait un funzionario militare turco prossimo a volare in Germania perché – è l’accusa del governo – era coinvolto nel putsch di due giorni fa. Le perquisizioni contro i “complottatori” erano in corso poco fa anche nella prestigiosa accademia militare dell’Areonautica di Istanbul. Intanto, su disposizione dello stesso Erdogan, F16 da combattimento stanno pattugliando in queste ore i cieli turchi “per motivi di sicurezza”. Per le autorità locali, il pericolo infatti può venire anche dall’alto: il capo del direttorio generale della Sicurezza di Istanbul, Mustafa Caliskan, ha chiesto alle forze armate di abbattere immediatamente qualunque elicottero non identificato.

Ancora in bilico resta il destino degli 8 militari atterrati in Grecia con un elicottero mentre era in corso sabato il colpo di stato: saranno processati dal tribunale di Alexandropulis (città nel nord della penisola ellenica) per essere entrati illegalmente nel Paese. Gli otto chiedono asilo al governo Tzipras. Ankara, invece, ne chiede l’immediata estradizione e vuole processarli perché li ritieni coinvolti nel putsch.

Ankara ritiene che il colpo di stato è sì fallito, ma la minaccia interna contro il “legittimo governo” resta. A ribadire questo concetto è stato oggi il ministro della difesa Fikri Isik. “Non possiamo dire che questa possibilità [di un nuovo golpe] sia esclusa – ha detto alla stampa – perciò invitiamo voi cari cittadini di Instabul a seguire attentamente ogni dichiarazione del Sig. Presidente e a restare nelle piazze finché il presidente non vi dirà ‘ok, potete ritornare a casa oggi”.

Una dichiarazione semplice e chiara che ben esprime il clima da resa dei conti che si respira nel Paese. Una reazione rabbiosa, quella del sultano, che sta destando preoccupazione anche a Bruxelles. “Noi siamo quelli che diciamo che il governo della legge deve essere garantito nel Paese. Non ci sono scuse che possano giustificare un allontanamento della Turchia da questa strada” ha dichiarato la rappresentate della politica estera dell’Unione Europea (Ue), l’italiana Federica Mogherini. “Così come siamo stati i primi ad aver detto quella tragica notte [venerdì, la sera del golpe, ndr] che le istituzioni legittime e democratiche dovevano essere protette, oggi diremo insieme a tutti i ministri che il governo della legge dovrà essere garantito per il bene del Paese”. Parole simili le ha espresse il ministro degli esteri francese, Jean-Marc Ayrault.

Ma l’attacco più pesante che arriva da Bruxelles è quello di Johannes Hahn, commissario per l’allargamento della Ue e, quindi, responsabile del possibile ingresso turco nell’Unione Europea. Second Hahn, il governo di Ankara aveva pronta una lista delle persone da arrestare già prima del golpe fallito. “Il fatto che le liste erano già disponibili dopo gli eventi è una prova che era già stato preparata e che, a un certo punto, doveva essere usata”. La Turchia, per ora, non ha commentato questa illazione e sembra incassare il colpo.

Quello che sta disturbando di più gli europei nelle ultime ore è però l’ipotesi avanzata ieri da Erdogan di ripristinare la pena di morte. Il portavoce della cancelliera tedesca Angela Merkel è stato chiaro su questo punto: “l’Ue è una comunità di valori, perciò l’istituzione della pena capitale da parte di un Paese significa che non ne possa farne parte”.

I tentativi di Ankara di unirsi ai 28 stati dell’Ue si sono fermati negli ultimi anni per il carattere autoritario del governo Erdogan e per le gravi violazioni dei diritti umani che si registrano in Turchia. Ciò, però, non ha impedito affatto a Bruxelles di “accelerare” la candidatura turca ad aderire all’Unione e di permettere ai cittadini turchi di viaggiare in Europa senza visto quando gli europei hanno ritenuto che Ankara potesse rivestire il ruolo di guardiano dei confini del Vecchio continente “dall’invasione” degli immigrati.

Prosegue la conta dei morti durante il tentato golpe. Il premier Yildirim ha detto oggi che le persone uccise durante l’insurrezione dei militari sono stati 235. Questo bilancio, ha detto, comprende 208 “martiri” (ovvero i filo-governativi: 145 civili, 60 poliziotti e 3 soldati) e “24 complottatori”. Un numero di vittime tra gli oppositori che però risulta essere molto inferiore a quello (104) che la stessa Ankara aveva dichiarato inizialmente. I feriti – secondo sempre il primo ministro – sarebbero 50 da parte dei golpisti e 1.491 tra i sostenitori del governo. Una sproporzione così grande che risulta difficile da credere.

Intanto, secondo la rete panaraba al-Jazeera e il quotidiano turco Hurryiet il presidente Erdogan avrebbe rischiato di essere assassinato o catturato nelle ore in cui era in corso il golpe. Hurriyet scrive che il Primo comandante dell’esercito, Umit Dundar, ha contattato Erdogan (che era in vacanza a Marmaris, sud est Turchia) un’ora prima dall’inizio del colpo di stato e gli avrebbe detto che i golpisti volevano catturarlo. Il quotidiano afferma che sarebbe stata proprio questa chiamata a mettere in salvo il presidente che avrebbe avuto così il tempo di lasciare il luogo di vacanza e di dirigersi ad Instabul. Il quotidiano scrive che le unità di forze speciali e gli elicotteri sarebbero giunti nel resort mezz’ora dopo che se n’era andato.

I dettagli della vicenda sono stati confermati anche dal capo dell’ufficio di Istanbul di al-Jazeera, Abdul Azim Mohammed. Mohammed racconta che i tre gli elicotteri arrivati all’hotel trasportavano 40 soldati intenzionati ad uccidere o a catturare il presidente. Tre ore dopo il tentato golpe, riporta al-Jazeera, sarebbe stato arrestato a Bursa il colonnello Muharrem Kose in possesso di una lista dei nomi (più di 80) delle persone che avrebbero dovuto amministrare il paese dopo che veniva annunciato lo stato di emergenza post golpe. Nena News

Roberto Prinzi è su Twitter @Robbamir

Sabato il governo bahrenita ha accusato il noto leader religioso sciita Shaykh Isa Qassim di corruzione (rischia una pena di sette anni di detenzione). Ieri, invece, una corte del regno ha ordinato la dissoluzione del principale gruppo di opposizione. Critiche dall’alleata Washington e dalla nemica Tehran

Manifestanti chiedono la liberazione di Shaykh Ali Salman, leader di al-Wefaaq

della redazione

Roma, 18 luglio 2016, Nena News – Se non è un KO, poco ormai ci manca. Nel week end è stato sferrato un pesante duplice colpo all’opposizione sciita, ennesima prova che la repressione del dissenso non solo continua, ma procede spedita. Sabato Manama ha accusato il leader sciita Shaykh Isa Qassim di riciclaggio di denaro sporco e di raccolta di soldi illegale. Se dovesse essere condannato nel processo previsto per il prossimo mese, il religioso rischia fino a 7 anni di prigione e a dover pagare una multa di circa 2.6 milioni di dollari.

Secondo l’opposizione, però, dietro le accuse a Shaykh Isa Qassim non ci sarebbe solo il tentativo di silenziare le voci dissidenti, ma anche quello di togliere agli imam sciiti il diritto di raccogliere i contributi religiosi dei proprio fedeli (conosciuti in arabo come “khums”, in italiano “il quinto”). Il denaro in questione, denuncia il governo, andrebbe alla “nemica” Iran e sarebbe utilizzato per sostenere i detenuti per terrorismo. “Le indagini hanno confermato che Qassim controllava il denaro dei poveri sciiti per finanziare atti terroristici nel Bahrain e che ne abbia mandato una somma all’Iran” ha detto una fonta anonima del governo al portale Middle East Eye. “Saremo noi a raccogliere il khums in modo trasparente, sebbene ciò richiederà ancora del tempo” ha poi annunciato.

I problemi giudiziari del religioso risalgono allo scorso mese quando il procuratore capo Mohammad al-Maliki lo ha accusato di corruzione e di appropriazione indebita di fondi il cui valore è stimato a circa 10 milioni di dollari. Le autorità sospettano che tre conti bancari di Qassim sarebbero collegati alla Bahrain’s Future Bank che Manama ha chiuso a inizio anno per i suoi (presunti) legami con l’Iran. Il 20 giugno, cinque giorni dopo le accuse di corruzione, a Qassim è stata tolta la cittadinanza per “motivi di sicurezza”. Una decisione, quest’ultima, che suscitò il mese scorso l’ira dei suoi sostenitori che scesero in piazza a migliaia per manifestare la loro opposizione alla monarchia di re Hamad.

Il khums corrisponde al 20% della ricchezza in eccesso che il fedele ha accumulato per più di un anno ed è solitamente raccolta dagli imam. Una possibile riforma del “quinto” ha fatto infuriare la comunità sciita del Paese. Il noto religioso locale Shaykh Hasan ash-Shatri ha parlato, a tal proposito, di una “chiara provocazione” da parte del governo e ha invitato i cittadini a non obbedire al governo.

Ma l’attacco all’opposizione sciita non si è fermato a Shaykh Qassim: ieri una corte bahrenita ha infatti deciso di dissolvere il principale gruppo di opposizione sciita (al-Wefaaq). Secondo l’Alta corte civile, al-Wefaaq è accusato di vari reati, tra cui quello di “rifiutare la legittimità della costituzione del Paese e dell’autorità legislativa, sostenere la violenza, esprimere solidarietà a chi è stato condannato per istigazione all’odio contro il regime, al colpo di stato e non rispetta il corpo giudiziario ed esecutivo [del regno]”.

Il verdetto di ieri impone la liquidazione dei beni del partito e il trasferimento dei suoi fondi alle casse dello stato. Al-Wefaaq è una delle “società politiche” bahrenite, le uniche formazioni politiche previste dalla legge locale (tecnicamente i partiti sono proibiti). I suoi candidati hanno ottenuto il più alto numero di seggi parlamentari nelle elezioni del 2006 e 2010 sebbene non siano riusciti ad assicurarsi la maggioranza. Nelle ultime legislative (2014), al-Wefaaq ha deciso di non presentarsi perché, motivò allora, voleva maggiore partecipazione al potere, il rilascio dei prigionieri politici e un primo ministro scelto dai rappresentanti eletti (l’attuale premier, uno zio del re, è in carica da più di 40 anni). Al suo leader, shaykh Ali Salman, un tribunale locale ha raddoppiato lo scorso mese la sua pena detentiva (da 4 a 9 anni di reclusione).

La dissoluzione di al-Wefaaq, ultimo e forse più duro provvedimento della campagna repressiva decisa da Manama nei confronti dell’opposizione, è stata duramente condannata da Brian Dooley, il direttore della ong statunitense Human Rights First: “la decisione di oggi [ieri, ndr] è un errore pericoloso. Il governo del regno ha detto al suo popolo che da ora in avanti, non solo non ha diritti, ma che non potrà nemmeno lamentarsi perché non li ha”.

Critiche per la decisione di ieri sono arrivate perfino dall’alleata Washington (che nel piccolo arcipelago ha la V flotta). In un comunicato, il segretario di stato John Kerry ha detto che “le recenti disposizioni del governo di reprimere l’opposizione non violenta minano soltanto la coesione e la sicurezza del Bahrain così come la stabilità dell’intera regione. Tali provvedimenti divergono dagli interessi statunitensi e deteriorano i nostri rapporti con il Bahrain”. La situazione nel Paese è da un po’ di tempo un fastidioso grattacapo per Washington. Lo scorso mese un gruppo bipartisan di senatori ha scritto a Kerry di essere “preoccupata” per il giro di vite deciso da Manama spiegando che una tale situazione “potrebbe destabilizzare l’alleato americano, scatenare le violenze e incoraggiare le interferenze iraniane”.

Iran che ieri ha subito condannato la decisione di dissolvere al-Wefaaq. Secondo il portavoce del ministero degli Esteri della repubblica islamica, Bahram Ghasemi, la sua chiusura genererà altra violenza. Nena News

L’anziano imam in auto-esilio negli Usa è accusato dal leader turco di essere lo stratega del fallito golpe. Ma è davvero così?

Fethullah Gulen (foto Reuters)

Michele Giorgio – Il Manifesto

Roma, 18 luglio 2016, Nena News –  Chi è Fethullah Gulen, il religioso che Erdogan accusa di essere dietro il tentativo di colpo di stato di venerdì notte, l’uomo che con la sua presenza negli Stati Uniti rischia di allargare il divario tra l’Amministrazione Obama e il presidente turco.

Ex imam, 75 anni, molto ricco, giunto nel 1999 negli States e dal 2008 residente legale con tanto di green card, Gulen vive a Saylorsburg nei boschi della Pennsylvania, nella Golden Generation Worship and Retreat Center, un centro per anziani fondato da americani di origini turca. Passa il tempo a pregare e in meditazione. Afferma di credere nella scienza, nel dialogo tra le fedi e in un sistema multipartitico, ha aperto un dialogo con il Vaticano e anche con alcune organizzazioni ebraiche.

Da qualche anno ha rallentato le sue attività perché ammalato. Possibile che un uomo che si avvicina agli 80 anni, con problemi di salute, possa essere lo stratega di un tentato golpe avvenuto a migliaia di chilometri di distanza? Sì, secondo Erdogan, poiché Gulen sarebbe a capo di un movimento in grado di mobilitare molte migliaia di persone in Turchia (e all’estero), una sorta di potere parallelo che può contare sull’appoggio di banche, imprese e mezzi di comunicazione. Tra i sostenitori di Gulen ci sarebbe anche Hakan Sukur, uno dei calciatori turchi più celebri entrato in politica dopo aver lasciato lo sport.

Erdogan ingigantisce le accuse a Gulen a scopo politico. I due sono stati stretti alleati per molti anni. Sino ad allora entrambi avevano lavorato per restringere l’opposizione delle forze laiche alla svolta islamista impressa al Paese da Erdogan e dal suo partito Akp. Poi nel 2013 Gulen ha condannato la repressione della protesta di Gezi Park e ha rivolto accuse pesanti ad Erdogan quando è emerso un grave scandalo di corruzione nel governo turco.

La luna di miele si è interrotta  a quel punto, con Gulen che ha avuto la peggio nel braccio di ferro con il presidente. Erdogan ha quindi avviato una pesante campagna di epurazione dei simpatizzanti del suo rivale nelle forze di polizia, nell’esercito e nella magistratura. Da allora l’anziano imam è il capro espiatorio sul quale puntualmente ricade tutto ciò che non va in Turchia, incluso il colpo di stato dell’altra notte. Il fatto che Gulen abbia smentito categoricamente di essere dietro al golpe non convince il governo turco. Ieri oltre a migliaia di militari, le autorità turche hanno arrestato 10 importanti giudici della Suprema corte amministrativa, accusati di essere legati alla rete  di Gulen, su un totale di 188 mandati d’arresto  emessi nei confronti di membri della magistratura considerati vicini all’ex imam.

E non sono pochi quelli che, non solo in Turchia, pensano che il golpe stia fornendo ad Erdogan il pretesto che aspettava da tempo per chiudere per sempre la partita con l’anziano rivale.

Il clero wahhabita saudita condanna l’attentato a Nizza e sorvola sul contributo ideologico che offre ai gruppi più estremisti in Siria e Iraq. I governi occidentali restano in silenzio per non turbare le relazioni strategiche con le petromonarchie

Il re saudita Salman e il presidente francese Hollande (foto Reuters)

di Michele Giorgio

Roma, 18 luglio 2016, Nena News – Siamo al paradosso. Qualche ora dopo il massacro di più di 80 persone a Nizza compiuto da un presunto militante dell’Isis, il clero wahhabita saudita, principale propulsore di intolleranza, del rifiuto delle altre culture e di attacchi alle minoranze islamiche, ha addossato la responsabilità dell’escalation di attentati in tutto il mondo al presidente siriano Bashar Assad. «L’Islam assegna grande valore al sangue umano e vieta il terrorismo che uccide gente pacifica nelle case, nei mercati, nei luoghi di lavoro. L’ultimo crimine del terrorismo riflette quanto accade in Siria», ha proclamato il Consiglio degli Studiosi in riferimento alla politica di Assad, che l’Arabia saudita è impegnata ad abbattere finanziando ad armando alcuni dei gruppi jihadisti più radicali, come Jaish al Islam.

È paradossale perchè il wahhabismo promosso da questi religiosi in Arabia saudita e in altre monarchie del Golfo, assieme al cugino salafismo, offre la base ideologica delle azioni delle cellule dell’Isis e di altri gruppi che colpiscono in Medio Oriente e in Europa. Appena qualche giorno fa circa 300 iracheni sono stati fatti a pezzi da centinaia di chili di tritolo a Baghdad. Il Consiglio degli Studiosi sauditi non ha aperto bocca. La ragione è semplice. I morti erano sciiti, non riconosciuti come veri musulmani dal wahhabismo.

Suscita un sorrido colmo di amarezza la costernazione del leader turco Erdogan. «Il terrore non ha religione, razza o nazionalità. In questo mondo non c’è posto per questi barbari», ha proclamato in un messaggio di condanna della strage a Nizza. «Dobbiamo renderci conto tutti insieme che per le organizzazioni terroristiche non c’è differenza tra Turchia e Francia, Iraq e Belgio, Arabia Saudita e America», ha sottolineato Erdogan sorvolando sul fatto che proprio lui non ha ostacolato, per anni, il passaggio per il suo Paese di migliaia di jihadisti, spesso provenienti dall’Europa, diretti in Siria.

E se oggi Erdogan sostiene di voler riallacciare i rapporti con i Paesi vicini, Siria inclusa, ciò si deve anche, se non soprattutto, agli attentati dell’Isis compiuti in territorio turco che hanno dimostrato la follia della politica estera svolta dal “Sultano”. Di fronte a questo Hollande ieri ha annunciato un maggior impegno militare di Parigi contro l’Isis in Iraq e in Siria. Il presidente francese farebbe meglio a rinunciare ai miliardi di dollari dei Saud e degli altri petromonarchi per l’acquisto di armi francesi. E dovrebbe imporre al suo amico re Salman di bloccare subito il flusso di denaro proveniente da istituzioni religiose e da ricchi cittadini sauditi diretto, sotto forma di “donazioni”, a scuole coraniche, moschee e centri islamici in ogni parte del mondo, anche in Occidente, allo scopo di diffondere tra le popolazioni e le comunità sunnite il wahhabismo come corrente islamica dominante.

Il ruolo torbido delle petromonarchie continua a non essere affrontato. Eppure anche la recente relazione di una commissione del Congresso Usa ha confermato che i regnanti dell’Arabia saudita e di altri Paesi del Golfo fanno poco per fermare i finanziamenti privati che raggiungono le organizzazioni più militanti, incluse l’Isis e al Qaeda.

Non sorprende perciò che la guerra in Siria e in Iraq non conosca soste. Decine di persone ogni giorni muoiono sotto i bombardamenti di tutte le parti in lotta. Le tregue sono proclamate e puntualmente non rispettate. In Siria le truppe governative e le milizie alleate, appoggiate dall’aviazione russa, stringono l’assedio della zona di Aleppo controllata dai islamisti radicali e jihadisti. Per Damasco riprendere tutta Aleppo, la seconda città ed ex polmone economico del Paese, significherebbe conseguire la vittoria più importante in cinque anni di battaglie.

Sempre in quella zona combattenti curdi e i “ribelli”, uniti nelle Forze siriane democratiche (Fsd) finanziate dagli Usa, sono vicinissimi alla città strategica di Manbij. In Iraq, dove proseguono le proteste dei sostenitori di Muqtada Sadr contro il governo, l’esercito aiutato dalle milizie sciite e con l’appoggio dei curdi (e dei “consiglieri” Usa), continua lentamente la marcia di avvicinamento a Mosul, la “capitale” dell’Isis.

La scorsa settimana si sono svolti i colloqui tra il segretario di stato Usa John Kerry e il presidente russo Vladimir Putin sulla situazione in Siria. I due, proclami a parte, non hanno trovato intese concrete sulla possibilità di  svolgere operazioni congiunte russo-americane. Mosca chiede raid Usa anche contro al Nusra (al Qaeda in Siria) che Washington, pur considerando una organizzazione terroristica, si rifiuta di attaccare perchè alleata dei “ribelli” cosiddetti “moderati”.

La Russia, che ha ribadito il sostegno ad Assad, vuole la continuazione dei negoziati a Ginevra, l’unica strada, afferma, per arrivare a una soluzione politica della crisi. Ma a Ginevra difficilmente le parti torneranno prima del 2017, alla luce anche delle pressioni saudite sui rappresentanti dell’opposizione siriana affinchè la possibile transizione politica preveda l’esclusione immediata dal potere di Assad che pure gode del sostegno di milioni di siriani. Nena News

Un album realizzato con una maratona di quattro giornate in studio di registrazione. Una posse hip hop senza precedenti

di Eleonora Pochi

Smash The Wall è un album realizzato nell’ambito del progetto “Hip Hop Smash The Wall” – promosso da Assopace Palestina – nel 2014 in Cisgiordania. Alcuni formatori ed artisti hip hop italiani hanno incontrato artisti e giovani leve dell’hip hop palestinese e insieme hanno realizzato musica, graffiti e coreografie.

Sono state tante le attività svolte, per quanto riguarda il rap si tratta di nove tracce registrate in poco più di quattro giorni presso il Doum Studio di Khaled M., un artista eclettico dei pressi di Gerusalemme Est.

Si sono alternati al microfono Coez, Lucci, Kento e Prisma e i palestinesi Anan Ksym e altri giovani promettenti MC – Al Basha, Younan e Hadi – seguiti dalla label Indipendente fondata dallo stesso Anan a Nazareth; poi Achelous, MC e beatmaker di Ramallah e i ragazzi del crew Sound World dall’Askar Refugee Camp: Jamil, Hamzeh, Razan, Sameh. Nonostante l’ostacolo della lingua, i rapper hanno saputo coadiuvarsi in un unico crew e ottenere il risultato sperato: un disco spontaneo, non monotematico, e anche contro le aspettative di chi attendeva il classico album di denuncia politica. C’è anche quella ma non solo, l’espressività di ognuno dei rapper ha scorrazzato sulla carta, assumendo tratti malinconici e introspettivi, ma anche ironici e sarcastici.

La produzione dei beat è stata affidata ad Ice One e Ceri per l’Italia e Ace, Anan Ksym e Yo-Nan per la Palestina, inoltre Khaled M. si è occupato del mixaggio in collaborazione con Ice One, che ha ultimato il lavoro con il mastering.

I Writers coinvolti nel progetto – Gojo per l’Italia e Hamza Abu H. da Ramallah, Mosab dalla Striscia di Gaza e Ahmad da Nablus hanno realizzato le rappresentazioni grafiche di ogni traccia. L’album sarà a breve disponibile sul canale youtube Hip Hop Smash The Wall e in free download.

 

Tracklist:

1 – ROMALLAH (prod. Ace)

2 – WITHOUT DIRECTION (prod. Ace)

3- SMASH THE WALL (prod. Ice One)

4 – APNEA (Prod. Anan Ksym)

5 – WARNING! (prod. Ceri)

6- STREET DEPTH (prod. Ace ?)

7 – SABAH AL KHER (prod. Yo-Nan)

8 – AGAINST YOU (prod. Yo-Nan)

9 – SMOKE SIGNS (prod. Yo-Nan)

Arrestato Evan Mawarire, il leader del movimento di protesta internet ‘This Flag’. In caso di condanna rischia fino a 20 anni di carcere.

Robert Mugabe

di Federica Iezzi

Roma, 16 luglio 2016, Nena News  – Arrestato con l’accusa di incitamento alla violenza pubblica, Evan Mawarire, il leader zimbabwiano del movimento di protesta internet ‘This Flag’. In caso di condanna, Mawarire rischia fino a 20 anni di carcere. Con la campagna di social media ha esortato i cittadini dello Zimbabwe a contestare il regime del Presidente Robert Mugabe, affinché adotti misure utili a salvare l’economia decadente del Paese.

Iniziata lo scorso aprile su YouTube, la campagna ha toccato con rabbia corruzione pubblica, elevato tasso di disoccupazione e problemi economici. Avvolto nella bandiera nazionale, Mawarire ha rotto un incantesimo che aveva mantenuto i cittadini dello Zimbabwe in silenzio per anni, troppo timorosi per protestare contro fallimenti e abusi del governo.

Le crisi immediate in Zimbabwe comprendono la carenza di liquidità, l’incapacità del governo di pagare i dipendenti pubblici come insegnanti, operatori sanitari e pensionati, l’imposizione goffa dei controlli sulle importazioni di prodotti alimentari di uso quotidiano e articoli per la casa.

Mawarire ha descritto lo Zimbabwe dopo 36 anni di governo da parte dell’Unione Nazionale Africana di Zimbabwe-Fronte Patriottico (ZANU-PF) di Mugabe, come un Paese soffocato. Ospedali senza acqua, sistema di istruzione pubblica fatiscente, impennata dei livelli di povertà e disoccupazione.

Dopo il successo della campagna ‘Shutdown Zimbabwe’, che ha paralizzato il Paese e reso deserte le sue strade la scorsa settimana, l’opposizione minaccia nuove proteste.

Iniziato settimana scorsa, il peculiare sciopero non solo ha tenuto chiuso uffici, negozi, scuole e amministrazioni ma ha tenuto in casa la gente. Molte persone non si sono recate a lavoro ed è stato garantito soltanto un servizio minimo del trasporto pubblico. Lo ‘stay away from work’ di imprese e pubblici esercizi, nella nazione africana del sud, risulta il più grande sciopero dal 2005.

Un sondaggio informale riportato da Nehanda Radio ha rivelato difficoltà di accesso e interruzioni inusuali dei più comuni social network, grazie ai quali comunicazioni e informazioni toccavano ogni dipendente.

L’ondata di disordini in Zimbabwe, sotto il governo autoritario di Mugabe, è stata guidata da una crisi economica che ha lasciato le banche in rosso.

E oggi il governo fatica a pagare i suoi lavoratori in tempo. Unica azione correttiva è stato il pagamento anticipato di circa 100 dollari per ogni dipendente pubblico per attutire il debito che continua a crescere, in un Paese dove l’83% di quattro miliardi di dollari di bilancio del governo, va verso gli stipendi dei dipendenti pubblici.

La situazione attuale è il risultato della crisi finanziaria che ha colpito non solo il governo, ma anche il settore privato in cui alcuni lavoratori hanno continuato la loro opera per mesi senza stipendio.

La macchina del regime è molto visibile in un Paese dove il 90% della popolazione non ha posti di lavoro formali.

La scorsa settimana le forze di sicurezza hanno usato gas lacrimogeni e cannoni ad acqua per disperdere le proteste divampate al di fuori della capitale Harare.

Il Ministro dell’Interno zimbabwiano Ignatius Chombo in una conferenza stampa ha avvertito che la partecipazione alle proteste avrebbe avuto una sequela legale.

I leader dell’opposizione invitano la popolazione a continuare scioperi, manifestazioni e proteste contro il collasso economico’.

Come eredità degli scioperi della scorsa settimana, sono da segnalare torture e brutalità da parte delle forze dell’ordine, avvenuti in particolare nel quartiere di Burombo ad Harare, e nelle città di Mzilikazi e Bulawayo. Si contano decine di feriti e arresti illegittimi. Nena News

 

 

 

L’autore del massacro di Nizza non ha lanciato proclami né lasciato comunicati, né scritti né video, né altri hanno dichiarato che facesse parte di alcun progetto. L’omicida è stato ucciso e non può offrire informazioni. Eppure è già definito un fondamentalista dell’Isis

di Flavia Lepre

C’è da perdere la testa a seguire la trasmissione che dura da ore sulla strage di Nizza del 14 luglio. Una persona semplicemente sana di mente la interpreterebbe come una trasmissione di folli. Un uomo alla guida il camion ha ucciso ottantaquattro persone, investendole con il camion. Non ha lanciato proclami né lasciato comunicati né scritti né video né altri hanno dichiarato che facesse parte di alcun progetto. L’omicida è stato ucciso e non può offrire informazioni. Ma si sa che era una persona violenta con l’ex-moglie e che ha commesso qualche reato comune contro il patrimonio. Gli intervistati e gli interlocutori, guidati dalla mano ferma del conduttore radiofonico, rispondo sul come perché e se sia inevitabile che l’Islam motivi “atti terroristici”

Qual è il nesso?

Il suo nome: Mohammed.  Franco-tunisino di religione islamica, ma pare poco o nulla credente: non avrebbe neanche celebrato il Ramadan. E giù a chiedere e sollecitare intorno all’Islam.  Ma che c’entra?! Se fosse stato ebreo tutte queste domande sarebbero state su come gli ebrei vivono l’Occidente e i suoi “valori” e se la Bibbia non sia essa stessa un’istigazione alla violenza? Se fosse stato cristiano sulla matrice violenta del cristianesimo? O buddhista su quanto la violenza terrorista sia connaturata o meno al buddhismo?

Mentre si prova a superare la stridente incoerenza tra i fatti noti e gli interrogativi insistentemente posti, si continua ad essere bombardati da sempre nuove incoerenze, ma tutte sempre fortemente orientate nella medesima direzione: un nesso inspiegabile e non spiegato, ma sempre più saldamente stretto dall’ossessiva ripetizione, tra Islam e terrorismo. Suo corollario il faro che illumina la notte del terrorismo rappresentato da Israele: il suo “modello” più e più volte invocato.

Il culmine del dubbio di star perdendo la ragione è seguito dall’evidenza liberatoria rappresentata dall’episodio di una telefonata, che rende palese la struttura stessa di tutto il vociare della trasmissione: nessun ruolo vi ha la coerenza logica. Un radioascoltatore chiede di considerare, come già per il disastro ferroviario pugliese, non solo l’evidenza dell’errore umano (lasciar passare il camion), ma anche le cause dell’ipotetico atto di terrorismo nell’aggressività bellica della Francia. Il conduttore radiofonico lo liquida bruscamente, come si farebbe con un ragazzino che si è trovato a rubacchiare qualche frutto in un giardino privato spingendolo fuori da lì, escludendo il movente politico della strage di Nizza. Indotto l’ascoltatore a chiudere la telefonata, il conduttore continua senza soluzione di continuità a sostenere l’importanza di un’intelligence europea, il modello israeliano di sicurezza, il problema islamico! Ma se non c’entrava niente il movente politico religioso!?

Ovviamente i musulmani di ogni dove sono sollecitati a mostrare la loro “lealtà” all’Occidente ed ai suoi strillati “valori”, come quello della…. “vita”! Non sono quasi vent’anni che non facciamo altro che guerre? Certo, cerchiamo di tenerle confinate fuori dei nostri territori. Ed ora abbiamo lo sguardo offeso ed allibito del sonnambulo che ha innocentemente fatto stragi notturne ed al risveglio vede che qualcuno prova a bastonarlo.

La strage di Nizza dovrebbe farci pensare a quelle che periodicamente esplodono negli USA, a cui è molto più vicina di quanto non sia ad episodi di rivolta dei Palestinesi sotto occupazione militare.

Esperti seguono esperti, uno di loro “è stato in Israele, che non per colpa loro sono costretti a confrontarsi continuamente con il terrorismo”. E’ così esperto, che non sa che Israele occupa dal 1967 Gerusalemme Est ed il resto della Cisgiordania e mantiene sotto assedio Gaza.

Ovviamente non si fa riferimento a quanto la situazione sia l’una il negativo dell’altra: i Palestinesi sono nativi della Palestina, qui in Europa gli “attentatori” sono nativi di paesi colonizzati dall’Europa e naturalizzati nei rispettivi paesi europei. Ovviamente non si dice che Israele occupa, contro ogni legalità internazionale, Gerusalemme, Al Khalil…. Ovviamente non si ricordano i numerosi investimenti di nativi palestinesi da parte di coloni israeliani illegali… neanche di quello che nell’ormai lontano 1987 dette il via alla Prima Intifada. Ovviamente non si dice che le misure messe in atto da Israele violano i diritti umani. Anzi, travolti dalla mistica ebbrezza degli stereotipi identificativi con il “modello” evocato, ci si spinge ad occhieggiare le distruzioni israeliane delle case dei presunti “terroristi” palestinesi (sempre e solo loro), dimentichi dei “nostri valori” della legalità internazionale.

L’ irresistibile forza di attrazione esercitata dal “modello israeliano” sembra abbagliare anche la TV, L’Espresso, Il Sole 24ore, che come ipnotizzati vedono l’UE come Israele e quest’ultimo “accerchiato”!!! Accerchiato? E da chi? Dai Sauditi con cui ha accordi? Dall’Egitto con cui ha accordi? Dalla Giordania con cui ha accordi? Dalla Turchia con cui ha accordi? Forse  sono i Palestinesi ad accerchiarlo. Peccato, però, che siano i Palestinesi ad essere accerchiati e strozzati dalle colonie e dall’occupazione israeliana e dal blocco con questa cui tiene Gaza sotto chiave, come sanno anche i parlamentari 5stelle a cui recentemente è stato impedito di mettervi piede.

Bisogna stare attenti alle tentazioni securitarie di prendere a modello situazioni di occupazione militare: vorreste centinaia posti di blocco fissi ed altrettanti mobili all’interno del medesimo paese? vorreste muri insuperabili? strade di segregazione? “arresti” arbitrari seguiti da altrettanto arbitrarie detenzioni senza fine e senza capo d’accusa? decine e decine di esecuzioni extragiudiziali?…. Che non passi l’angelo a dire “Amen” quando bestemmiate!

 

 

Tensione altissima a Istanbul dove sono stati chiusi il ponte sul Bosforo e quello di Fatih Sultan Mehmet. Ad Ankara si sono sentiti colpi di arma da fuoco. Jet militari ed elicotteri nei cieli delle due città

Istanbul stasera. (Foto tratta dal quotidiano turco Zaman)

AGGIORNAMENTI:

ore 23:45 Erdogan invita i cittadini turchi a scendere nelle piazze a seguito del tentato golpe militare

ore 23:40 Erdogan ha parlato in diretta ad uno smartphone di una giornalista della Cnn turca

ore 23:35  Il presidente Erdogan in viaggio verso aeroporto di Istanbul. A breve un suo messaggio

Il presidente turcosarebbe in viaggio verso l’aeroporto internazionale di Istanbul. Lo riporta l’agenzia russa Ria Novosti che cita media turchi. Erdogan dovrebbe leggere a breve o ha già registrato un messaggio per la CNN turca

ore 23:20 LA TV DI STATO TURCA ANNUNCIA LEGGE MARZIALE E COPRIFUOCO

A riferirlo è l’Associated Press.

“Quanto è avvenuto stasera è un attacco contro la democrazia turca”. E’ così che fonti della presidenza turca – citate dalla testata britannica Guardian – hanno definito il colpo di Stato in atto nel Paese.

L’Agenzia turca Dogan ha pubblicato poco fa una dichiarazione dell’esercito in cui le forze armate dichiarano di “avere il pieno controllo del Paese”. Secondo quanto riporta la Dogan, i militari sostengono di aver compiuto tale azione stasera per “riportare l’ordine costituzionale, la democrazia, i diritti umani e le libertà, per assicurare che il governo della legge regni ancora nel Paese e che la legge e l’ordine vengano ripristinate”. “Tutti gli accordi e gli impegni [presi] rimarranno. Noi ci auguriamo che le buone relazioni con i paesi del mondo continuino”.

Subito è arrivata la smentita della presidenza turca riportata sempre dal Guardian: “la dichiarazione fatta per conto delle forze armate non è stata autorizzata dal commando militare. Noi esortiamo il mondo a schierarsi in solidarietà con il popolo turco”.
Parlando alla tv Ntv il premier Yildirim ha confermato il “tentato golpe”, ma non ha fornito dettagli. Il primo ministro ha detto che Ankara “non permetterà mai che nessun atto interrompa la democrazia [turca]”

Secondo la Cnn turca, Erdogan sarebbe al sicuro.

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della redazione

Roma, 15 luglio 2016, Nena News – Tensione altissima in Turchia: il premier turco Binali Yildirim ha annunciato poco fa che un gruppo di militari ha tentato “un colpo di stato” contro il governo. “I responsabili – ha promesso – saranno puniti duramente”. Secondo quanto ha riferito il primo ministro, un gran numero di generali dell’esercito avrebbe preso parte all’operazione.

I media turchi riferiscono che il ponte del Bosforo e quello di Fatih Sultan Mehmet sono stati chiusi dall’esercito senza che venisse fornita alcuna spiegazione. Testimoni oculari riferiscono che elicotteri militari starebbero volando nei cieli della città.
Situazione tesa anche nella capitale Ankara dove si sono sentiti in serata colpi di arma da fuoco. La Reuters, citando alcuni testimoni, riferisce che anche qui jet militari ed elicotteri starebbero volando nei cieli della città.

La Turchia ha alle spalle una lunga storia di colpi militari. L’ultimo risale al 1997 e portò alle dimissioni del premier Nemettin Erbakan. Nena News

Seguiranno a breve altri dettagli

Ottantaquattro civili uccisi, 18 feriti in condizioni gravi: è questo il bilancio (provvisorio) del massacro compiuto ieri da un camion guidato da un franco-tunisino sul lungomare della città francese. Hollande estende le “leggi di emergenza” e richiama i riservisti, ma nessun gruppo ha ancora rivendicato l’attentato. Dubbi sulle falle della sicurezza francese

di Roberto Prinzi

Roma, 15 luglio 2016, Nena News – Una strage di civili a cui ormai ci stiamo sempre più abituando, ma di fronte alla quale non dovremmo mai rimanere impassibili. La scia di sangue che unisce Parigi e Bruxelles alla Siria, all’Iraq, alla Nigeria, all’Afghanistan “liberato”, al Pakistan, alle comunità sciite yemenite e agli attacchi di ritorsione in Arabia saudita, arrivata in estremo oriente due settimane fa, ha raggiunto ieri sera anche il sud della Francia.

Il bilancio (provvisorio) è drammatico: 84 persone uccise, decine di feriti. Secondo il portavoce del ministero degli interni, Pierre-Henry Brandet, 18 di questi sarebbero in condizioni gravi. Cosa ha provocato questa nuova mattanza è l’unica cosa chiara di una vicenda che presenta alcuni punti oscuri. Sono circa le 22:45 quando un uomo armato (si scoprirà in seguito un franco-tunisino, il 31enne Mohamed Lahouaiej Bouhlel) a bordo di camion bianco investe ad una velocità di 80 km orari per due chilometri una folla radunata alla Promenade des Anglais per assistere allo spettacolo dei fuochi d’artificio in occasione del giorno nazionale francese.

Due chilometri percorsi, raccontano le autorità locali, a zig zag nel tentativo di falciare più persone possibili. Uno dei video diffusi in rete e ripresi dalla stampa internazionale mostra un poliziotto che inizialmente prova a fermare la corsa mortale del veicolo. Un tentativo eroico e che, se avesse avuto successo, avrebbe salvato decine di persone. Così purtroppo non è stato: l’agente viene immediatamente colpito, cade a terra vicino ad una palma privo di vita.

E l’unico intoppo che l’aggressore incontra prima di mettere in atto il suo disegno criminale: la folle corsa del camion può ora proseguire spedita. Urla, fuggi fuggi generale. Chi è fortunato trova riparo in qualche strada laterale. Alcuni nei negozi diventati rifugi improvvisati. E nelle tragedie che l’essere umano sperimenta il punto più alto di bestialità, ma anche la sua più alta manifestazione di umanità: decine di persone “aprono le porte” agli scampati sconosciuti offrendo loro riparo perché, si teme, gli attentatori sono ancora in agguato avidi di nuove morti.

Questo calore umano non lo conosceranno i decine di corpi senza vita che giacciono lì sull’asfalto della via principale di Nizza, sferzati dal vento che si è alzato in città e che ora sembra quasi beffarli. Noi telespettatori siamo di fronte a un déjà vu. Sono scene già troppe volte viste e che ci commuovono e suscitano rabbia solo perché sotto quei teli bianchi ci sono corpi senza vita bianchi, solo perché a essere colpito è un popolo “fratello”. Come sei i rivoli di sangue che dipingono ora l’asfalto della Promenade avessero un qualcosa di sacro.

Di sicuro più prezioso di quello della decina di iracheni morti in una serie di attentati soltanto alcune ore prima. Gli obiettivi di una macchina fotografica inquadrano un bambola vicino a un corpicino ricoperto da una coperta termica. E’ l’immagine dell’innocenza spezzata, è la metafora di questa folle guerra che i nostri governi hanno intrapreso (dicono così) contro il “terrorismo islamico”, ma il cui prezzo è pagato interamente dai nostri corpi, soprattutto da quelli più giovani e indifesi. Già, proprio loro, i bambini. Tanti sono morti ieri sera mentre fremevano dal desiderio di vedere i fuochi d’artificio illuminare il mare.

Non possiamo mettere da parte l’umanità nemmeno per un momento. Ma nemmeno per un momento possiamo far sì che essa prevalga e non ci induca a riflettere. Non possiamo lasciarci andare a discorsi inaccettabili di un “noi” contro “loro”. Che poi qualcuno ci spiega chi siano questi loro. Se dovesse essere dimostrato che dietro l’attacco di ieri c’è la mano del jihadismo islamico, allora che si sappia che molti di “loro” sono nostri compagni di merende, come mostra il rapporto sull’11 settembre che Washington prova a nascondere per non turbare gli “alleati” sauditi.

Di fronte a queste tragedia, i corpi sull’asfalto ricoperti da dei teli pongono con forza delle domande a cui i nostri governi dovrebbero rispondere in modo chiaro. Sono dubbi che dopo anni di menzogne – come dimostra il rapporto Chilcot sull’intervento britannico in Iraq nel 2003 – dovrebbero nascere spontanee e precedere qualunque analisi geopolitica o socialogica (di una sociologia spicciola) su quanto “loro” ci stiano minacciando. Cosa, ad esempio, ci faceva quel camion sospetto lì a Promenade des Anglais? Quella via principale non doveva essere chiusa al traffico veicolare vista la festa nazionale? Non doveva esserci un maggior controllo da parte delle forze di sicurezze dato che stiamo parlando di un Paese recentemente teatro di vari atti di terrorismo?

Sul camion sono stati ritrovati armi e granate. A cosa servivano se l’attentatore era solo e se, come pare, non vi erano presenti esplosivi in grado di far esplodere il veicolo? E se l’aggressore è un arabo-musulmano, prima di scomodare l’autoproclamato Stato Islamico (che avrà tutto l’interesse a rivendicare la paternità dell’attentato), faremmo bene questa volta prima a interrogarci sulle troppe e ripetute falle delle nostre Intelligence e forze dell’ordine da un anno a questa parte.

E, soprattutto, delle responsabilità dei nostri governi. Si è appreso che l’attentatore, Mohamed Lahouaiej Bouhlelera, fosse già noto alla polizia per crimini comuni e per aggressioni. Niente a che vedere con il terrorismo, ma verrebbe da chiedersi come mai non era sottoposto a un maggiore controllo da parte delle forze dell’ordine. I media francesi riferiscono che, interrogato dalla polizia, Bouhlelera avrebbe risposto che si trovava lì per consegnare dei gelati. E così facile penetrare le maglie della difesa francese? Come possiamo combattere il terrorismo dell’Is in Iraq e Siria e a “difendere” quei popoli (così diciamo) se non riusciamo nemmeno a prevedere un pericolo interno e a permettere ad un evento nazionale di compiersi? E poi la tempistica: come mai l’intero Paese è stato al sicuro dal pericolo del radicalismo islamico durante l’appena concluso campionato europeo di calcio e si è riscoperto di nuovo fragile e vulnerabile subito dopo?

E soprattutto nel corso di una festa nazionale che, non bisogna lavorare nell’Intelligence per saperlo, stuzzica le menti di chi vuol assestare un “colpo” all’occidente? Anche se a compierlo sembrerebbe essere un “lupo solitario” come Bouhlera. Che ci siano state delle falle della sicurezza ne è convinto anche il sindaco di Bordeaux Alain Juppe che, a radio Europe 1, ha detto che l’attacco sarebbe stato sventato “se tutte le misure venivano prese”. “La Francia – ha poi aggiunto – deve vigilare in qualunque momento. Forse siamo noi l’obiettivo numero 1 dello Stato Islamico”.

Il presidente francese Hollande è l’immagine più chiara dei nostri fallimenti. In netto calo di consensi (soprattutto dopo la versione francese del Job’s act) il capo di Stato è apparso in televisione ieri notte e ha dichiarato che la Francia è di fronte ad un “attacco di natura innegabilmente terroristica”. “La Francia – ha sottolineato – è stata colpito nel suo giorno nazionale, il simbolo della libertà”.

Mentre il presidente parlava alla nazione, gli investigatori provavano a fare i primi rilievi sul luogo del massacro. Nel momento in cui vi scriviamo il camion è ancora nella stessa posizione in cui si trovava ieri dopo aver finito la sua corsa mortale. E’ pesantemente danneggiato e presenta numerosi colpi di proiettili soprattutto sul parabrezza: prova evidente che ieri tra l’attentatore armato e la polizia c’è stato un violento conflitto a fuoco. Secondo le indagini della polizia, il veicolo era stato noleggiato alcuni giorni prima.

Le prime disposizioni dopo l’attentato sono state prevedibili: il presidente ha esteso stamane lo stato di emergenza per altri tre mesi e ha promesso che “aumenterà” le azioni del suo governo contro obiettivi dell’Is in Siria e Iraq. “Continueremo ad attaccare chi ci attacca sul nostro suolo” ha affermato prima di annunciare la chiamata alle armi dei riservisti per rimpolpare i numeri delle forze di sicurezza.

Disposizioni già usate e sbandierate dall’Eliseo in passato, ma che hanno finora rovinosamente fallito. Le leggi di emergenza erano state decise dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre e i presunti bombardamenti sul “califfato” sono durati il tempo di uno spot di propaganda: chi combatte al-Baghdadi e i suoi uomini sono principalmente i russi, l’esercito siriano, i curdi siriani e iracheni, le milizie sciite delle Unità di mobilitazione popolare, e, in maniera discontinua, gli statunitensi. Paragonato a questi gruppi, il contributo della Francia nella lotta anti-Is è stato irrilevante.

La Francia dovrebbe ora piuttosto riflettere sulla sua disastrosa politica estera nel mondo arabo: in prima linea nel suo sostegno alla distruzione della Libia di Gheddhafi mascherata come lotta contro il “dittatore”, il suo appoggio costante e continuo ai ribelli siriani “moderati”, alcuni dei quali, come ha denunciato Amnesty International la scorsa settimana, sono accusati di “crimini agghiaccianti simili a quelli del presidente siriano al-Asad” che Hollande (e non solo) continua a vedere come l’unico “macellaio”. Opposizione che, preme ricordarlo, in alcune città collabora con i qaedisti di an-Nusra ed è alleata con gruppi islamici non meno settari e pericolosi dello Stato islamico. Forse Hollande, prima di estendere le leggi di emergenza immolando sull’altare della sicurezza alcune libertà dei cittadini francesi, farebbe bene a rivedere anche le sue relazioni con i Paesi del Golfo. In particolar modo con i sauditi i cui rapporti con il jihadismo internazionale sono quanto meno ambigui.

Per ora il presidente transalpino può incassare la solidarietà internazionale. Non solo quella europea e statunitense, ma anche quella del mondo arabo islamico. I leader del mondo religioso sunnita hanno definito l’attacco un “atto codardo”. Per il religioso egiziano, Shawki Allam, l’aggressore era un “estremista che ha seguito il sentiero del demonio. L’Islam non ha mai esortato lo spargimento di sangue”. Gli stati del Golfo hanno rilasciato un comunicato congiunto in cui si condanna “fortemente” l’azione “terroristica”. Con Parigi si è schierata anche l’Arabia Saudita che ha parlato di “odioso atto terroristico” e ha promesso che “coopererà con lei nella lotta a tutte le forme di terrorismo”. Sulla stessa lunghezza d’onda il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi, Sheykh Abdullah bin Zayed an-Nayan: “questo crimine deve spingerci a lavorare senza esitazione a contrastare terrorismo in tutte le sue manifestazioni”.

Solidarietà e sostegno ad Hollande è stata espressa anche dal presidente palestinese Mahmoud Abbas. Un messaggio di condoglianze al capo di stato francese è stato inviato anche dal presidente israeliano Reuven Rivlin: “è con dolore e sofferenza – si legge nella breve nota – che devo riscriverle per esprimere le più sincere condoglianze mie e di tutto il popolo d’Israele per il tremendo attacco terroristico di Nizza”. Silenzio, finora, da parte del premier Netanyahu. Il sindaco di Londra e le autorità tedesche hanno intanto annunciato di aver aumentato i controlli alle frontiere con la Francia. Decisione simile era stata presa ieri notte dal ministro degli Interni italiano Angelino Alfano soprattutto al confine con la Liguria.

In rete, intanto, molti utenti arabi denunciano la differente risposta emotiva dell’Europa e degli Usa quando ad essere colpiti dal terrorismo sono paesi occidentali e non arabi. C’è chi ha poi voluto dare una lettura più politica alle reazioni ufficiali occidentali. Sul suo account Twitter la giornalista libanese di al-Akhbar, Rana Harbi, ha sintetizzato: “lo stesso gruppo che uccide civili in Siria sta uccidendo civili in Europa. Non potete chiamarli ribelli in un Paese e terroristi in un altro”. Nena News

Roberto Prinzi è su Twitter @Robbamir

 

Dopo le conquiste di Homs, Hama e Palmira, le truppe del presidente siriano hanno ottenuto qualche giorno fa un altro importante successo militare: ora il 70% del territorio della seconda città siriana è sotto il controllo del governo

Esercito siriano

di Stefano Mauro    Contropiano

Roma, 15 luglio 2016, Nena News – “Una delle maggiori vittorie, dopo quella di Qalamoun e Tadmor (Palmira, ndr), per importanza strategica e militare”: così in un comunicato ufficiale il ministero della difesa siriano ha annunciato la scorsa settimana di aver definitivamente circondato le milizie jihadiste del Fronte al Nusra ad Aleppo.

La notizia, rimasta nell’indifferenza generale per gran parte della stampa occidentale, assume invece un’importanza fondamentale per le sorti del conflitto. La città siriana, seconda per rilevanza e numero di abitanti, domina tatticamente tutta la parte settentrionale del paese. Aleppo è stata, inoltre, il centro nevralgico di tutti i più aspri combattimenti tra le diverse fazioni che si fronteggiano nell’arena siriana: in quella regione ci sono il fronte al Fatah (alleanza con a capo il Fronte Al Nusra-Al Qaeda e fazioni minori come Ahrar Al Sham, Jaish Al Sunna e la milizia Noureddine Zenki), lo Stato Islamico (ISIS o Daesh) di Al Baghdadi nella parte nord-est, i curdi nel nord ovest, le poche forze ribelli “laiche” dell’ESL (Esercito Siriano di Liberazione) e, ovviamente, le forze lealiste siriane appoggiate dai reparti speciali di Hezbollah.

Dopo le conquiste di Homs e Hama, un’altra affermazione da parte delle truppe lealiste del regime di Bashar Al Assad. Con questa vittoria, infatti, quasi il 70% del territorio dove si concentra la maggior parte della popolazione è sotto il controllo governativo. Il paese si sta liberando di tutte quelle fazioni considerate un tempo “opposizione al governo” ma che, secondo l’ultimo rapporto di Amnesty International, sono state etichettate come “galassia jihadista” portatrice di massacri e torture indiscriminate. Per la prima volta dall’inizio della guerra civile le fazioni salafite, che hanno bombardato, assediato ed infine occupato la città nella sua parte orientale, si ritrovano completamente circondate. Nell’arco di due settimane le truppe lealiste hanno conquistato le principali vie di approvvigionamento e rifornimento tra la provincia di Aleppo e i suoi quartieri nella parte est.

Con una manovra a tenaglia dalla parte settentrionale fino a quella meridionale – dalle fattorie di Al Malah (nord) fino alla celebre strada del “Castello”- i reparti siriani e quelli di Hezbollah, appoggiati dall’aviazione russa, hanno inferto una serie di pesanti sconfitte alle milizie jihadiste, cosa poco prevedibile fino a pochi mesi fa. Dall’inizio della tregua (febbraio 2016) numerosi combattenti legati al Fronte Al Nusra (Al Qaeda) avevano attraversato indisturbati il confine turco per andare a posizionarsi nella zona di Aleppo e per cominciare un’imponente offensiva contro le truppe lealiste. L’obiettivo dichiarato dai quadri di Al Nusra era quello di creare una capitale che si contrapponesse a quella dello Stato Islamico (Raqqa) visto che la stessa organizzazione qaedista mirava ad espandersi e contrastare l’ISIS nello stato siriano. Dopo un periodo di difesa le truppe lealiste hanno, invece, risposto con una pesante controffensiva all’inizio del mese di giugno.

Le principali cause del successo dell’attuale controffensiva sono legate a due fattori. Il primo è il rinnovato impegno militare russo sancito dal summit di inizio giugno a Teheran tra ministri della difesa russo, siriano ed iraniano. Dopo il fallimento della tregua di febbraio ed il temporaneo ritiro delle truppe da parte di Mosca, l’asse rappresentato da Russia, Iran, Siria ed Hezbollah appare, infatti, nuovamente unito nella propria azione militare. Il secondo è legato ad un riavvicinamento di Ankara alla Russia ed una conseguente chiusura del confine. Il premier Erdogan, solo dopo diversi anni, ha compreso che favorire i gruppi jihadisti per far cadere il governo di Assad ha inevitabilmente compromesso la sicurezza in tutta la regione (Turchia in testa) senza il raggiungimento degli obiettivi previsti.

L’accerchiamento di Aleppo rappresenta, invece, la realizzazione della strategia russa dall’inizio del suo intervento. La priorità per Mosca era ed è tuttora quella di combattere ed eliminare le fazioni jihadiste del nord, sostenute economicamente e militarmente dall’Arabia Saudita e dal Qatar, nella zona di confine con la Turchia. Secondo Lavrov, ministro degli esteri russo, “non può esserci la liberazione di Raqqa o Deir Ezzor senza l’eliminazione dei gruppi jihadisti nella regione di Aleppo e senza la distruzione delle sue basi al confine turco”. Lo stesso obiettivo fondamentale è stato confermato dal segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, quando ha dichiarato “la nostra presenza in Siria aumenterà e la nostra battaglia principale sarà ad Aleppo”.

Di sicuro la conclusione della guerra civile siriana è ancora lontana ma, con l’assedio di Aleppo e la sua futura liberazione, la bilancia sembra pendere sempre più verso il governo di Bashar Al Assad e dei suoi alleati nella regione. Una constatazione che lo stesso governo statunitense dovrebbe prendere in considerazione visti gli ultimi insuccessi delle FDS (Forze Democratiche Siriane, finanziate dagli USA) impantanate sulla strada di Raqqa ed in netto contrasto con le YPG curde. Da questo punto di vista sembra più lungimirante e pragmatica l’Unione Europea ed in particolare l’Italia. L’agenzia Russia Today ha informato nei giorni scorsi sulla visita a Roma di Mohamed Dib Zaitoun, capo dei servizi segreti siriani, e su quella del generale Manenti, direttore dell’AISE (Agenzia Informazioni Sicurezza Esterna) a Damasco con un incontro avuto il 9 luglio con lo stesso Assad. Cosa voleva il nostro governo?

Su mandato europeo, il governo italiano ha riaperto un dialogo interrotto nel 2011 con quello siriano per ottenere informazioni sui militanti jihadisti in previsione di un loro rientro nel continente europeo. L’Europa è sotto minaccia e la Siria possiede delle informazioni di fondamentale importanza per la sicurezza delle popolazioni europee. Secondo Gulf News, Manenti avrebbe proposto di “aprire nuovamente le relazioni bilaterali tra governo italiano e siriano, favorendo una normalizzazione dei rapporti anche con altre cancellerie europee” ed eventualmente proponendo una visita ufficiale della rappresentante europea per gli affari esteri Federica Mogherini.

La proposta sarebbe legata, quindi, ad un’eliminazione dell’embargo e ad una normalizzazione dei rapporti con i paesi europei o con l’UE, in cambio di informazioni sulla realtà jihadista legata prevalentemente all’ISIS. La novità della proposta sarebbe legata non tanto ad una richiesta per un’uscita di scena di Bashar Al Assad, ma piuttosto nel proporre al governo siriano un impegno formale per favorire un dialogo politico con le forze di opposizione al fine di ottenere una reale e solida transizione democratica. Nena News

I gazawi sono stati abbandonati e sono stati lasciati nelle mani di Hamas che fa di loro cosa vuole. Questa politica sta trasformando Gaza lentamente, ma in modo costante, in un ricettacolo di estremisti, scrive l’analista Abdalhadi Alijla

Gaza

Abdalhadi Alijla*   Open Democracy

Roma, 15 luglio 2016, Nena News – Mentre i Palestinesi ricordano il 68° anniversario della “catastrofe”, che comportò l’esodo forzato della popolazione indigena e la creazione dello Stato di Israele, una nuova Nakba sembra scatenarsi accanto a quella mai finita: quella derivante dalla frattura politica tra Hamas e Fatah.

La divisione, il blocco e l’irragionevole leadership di Hamas hanno conseguenze catastrofiche sulla Striscia di Gaza: altissimi tassi di disoccupazione, incremento dei suicidi, razionamento dell’energia elettrica, mancanza di acqua e di strutture che possano fornire cure mediche adeguate, diffusione della povertà e blocco totale della Striscia, aumento delle tasse sui beni di prima necessità imposto da Hamas, corruzione, sfiducia generalizzata del popolo nei confronti delle istituzioni e tra istituzioni stesse, inasprimento della repressione politica e degli arresti arbitrari ai danni degli attivisti.

Da questa situazione è scaturito un generale pessimismo, ben rappresentato da una battuta che circola tra la popolazione di Gaza: “La polizia ha arrestato un tizio perché aveva ancora speranza”. Nessuna speranza. Nessun futuro.

Il valico di Rafah, tra Gaza e l’Egitto, è stato aperto per due giorni dopo tre mesi. Erano trentamila i palestinesi che chiedevano di uscire, ma le autorità egiziane hanno consentito solo a 747 persone di transitare, in condizioni insostenibili e con palesi violazioni dei diritti umani fondamentali. Un viaggio che dovrebbe durare cinque minuti, un’ora al massimo tenendo conto delle procedure burocratiche come il controllo dei bagagli e dei passaporti, si prolunga invece per ventiquattro, persino per quarantotto ore; centinaia di palestinesi sono costretti ad attendere in zone recintate in tutto simili a prigioni, sul versante egiziano del Valico di Rafah.

L’Egitto ha governato la Striscia di Gaza dal 1948 al 1967: molti suoi abitanti hanno studiato nelle università egiziane sviluppando, con il tempo, una rete di legami sempre più solida. Ma oggi la situazione politica egiziana è cambiata e i Gazawi sono diventati nemici per la sicurezza del Paese. Lo scorso anno, mi sono visto negare dalle autorità israeliane il permesso di entrare in Palestina, ma il trattamento che ho ricevuto è stato comunque migliore di quello riservato a molti miei compatrioti negli aeroporti egiziani o nelle terre di confine, nonostante i Palestinesi non abbiano mai organizzato gruppi armati o scatenato conflitti contro l’Egitto, a differenza di Giordania, Libano e Siria.

Viene da chiedersi quale sia la ragione dell’accanimento e della disumanizzazione contro i palestinesi da parte delle autorità egiziane. Se è vero che il governo non è meno rigido con la sua stessa popolazione, c’è da ricordare che per i Palestinesi l’Egitto è solo una terra di transito verso altre destinazioni. Sembra invece che il Cairo voglia inviare un messaggio forte e chiaro a tutti: “Gaza, i suoi abitanti e i loro problemi non ci riguardano, che soffrano pure lontano da noi.”.

La situazione del confine meridionale si estende anche a quello giordano. Da quando l’esercito israeliano ha consentito di raggiungere il Paese ai gazawi dotati del permesso di transitare in Cisgiordania, la sicurezza ha operato delle restrizioni sia per i palestinesi di Gaza sia per quelli che provengono da Gaza ma vivono in West Bank. Una decisione che ha seguito quella di Israele, di consentire ai palestinesi di lasciare Gaza a patto di non farvi ritorno per un anno, in palese violazione dei diritti umani. Amman deve aver percepito che Israele sta gradualmente riversando sulla Giordania il problema di Gaza.

Ma questo non spiega l’obbligo di visto per i palestinesi di Gaza, sottoposti a un trattamento diverso rispetto a quelli della West Bank, che possono transitare in Giordania senza restrizioni. Se Gaza ha avuto rapporti più stretti con l’Egitto, la Cisgiordania li ha invece intrattenuti con Amman: la fiducia nei confronti dei Gazawi è minore; anzi, Gaza è considerata una minaccia alla sicurezza del Pese. Anche Amman lancia un messaggio chiaro: “La Striscia e i suoi abitanti non ci riguardano, che stiano alla larga da noi”.

Anche Israele riveste un ruolo fondamentale per Gaza. Ormai da dieci anni, le impone un rigido blocco, il suo esercito ha ucciso oltre 5.000 palestinesi nel corso delle tre aggressioni compiute tra il 2008 e il 2014. Israele vorrebbe annettere la Cisgiordania, lasciando ai palestinesi lo Stato di Gaza. Non è una proposta nuova; già Martin Gouterman aveva parlato di Gaza come della Singapore mediorientale. Nel 2004, l’idea di Sharon era di fermare la creazione di uno Stato palestinese per fondare uno Stato di Gaza, evitando così le discussioni sui rifugiati, sulla questione di Gerusalemme e sui confini. Il Governo israeliano è disposto a tutto pur di sbarazzarsi di Gaza o per chiuderne i confini definitivamente. Il problema non è solo Hamas, ma la storia della relazione tra i gazawi e l’Occupazione.

Lo stesso vale per l’Autorità Nazionale Palestinese e per la classe dirigente di Fatah a Ramallah, che non ha alcun interesse a sottrarre la Striscia al controllo di Hamas. Nonostante i colloqui con Hamas sulla riconciliazione o sulla gestione degli interessi nazionali e regionali, la leadership dell’ANP non potrebbe garantire le posizioni, le cariche diplomatiche e i benefit governativi, non solo per Hamas, ma anche per gli abitanti di Gaza. A Ramallah, Gaza è vista come un malato di scabbia a cui nessuno vuole avvicinarsi.

Questa sensazione è confermata dall’elargizione di fondi agli enti locali, che non tengono conto delle esigenze di Gaza, e dalle nomine degli alti funzionari, che quasi mai provengono dalla Striscia. Tale atteggiamento cela un’ostilità non solo verso Hamas, ma più in generale verso Gaza; nessuno bada ai suoi interessi; la Striscia e la Cisgiordania non sono considerate come un’entità unica, un unico popolo e il seme di un futuro stato unico.

La percezione è che Gaza e i suoi abitanti siano stati di fatto abbandonati, lasciati nelle mani di Hamas, che può fare di loro tutto ciò che vuole una scelta che sta trasformando la Striscia, gradualmente ma in modo sistematico, nell’habitat ideale per il fondamentalismo, in una bomba a orologeria che potrebbe esplodere con conseguenze gravissime.

L’unico modo per evitare che questo accada è agire con urgenza. La comunità internazionale dovrebbe smettere di considerare Gaza come l’oggetto di una crisi umanitaria e iniziare a ragionare sulla crisi politica. L’ANP dovrebbe considerarla come un’entità che le appartiene e rappresentare gli interessi della sua popolazione, che al momento si vede negati i diritti fondamentali, compresa la libertà di movimento. Al momento, l’Autorità Nazionale Palestinese lavora solo per un gruppo molto ristretto di persone, che costituiscono la nuova borghesia di Gaza, mentre la stragrande maggioranza della popolazione soffre in modo inimmaginabile.

Anche Egitto e Giordania dovrebbero rivedere le loro posizioni e smettere di considerare gli abitanti della Striscia solo come minacce alla sicurezza; probabilmente, smetterebbero di essere un potenziale pericolo se venissero loro garantiti i diritti umani di base.

Mahmoud Jouda, scrittore e attivista di Rafah, ha scritto sul suo profilo Facebook: “ Se vi dicono che c’è speranza a Gaza, non stateli a sentire. Anche qualora si raggiungesse la riconciliazione politica, non sarebbe efficace, perché sarebbe il frutto di una spartizione tra correnti. Il problema non riguarda solo i confini geografici. Gaza è una nave che affonda e l’unica soluzione è la salvezza individuale. Per non morire, si può solo abbandonare la nave.” È questa, purtroppo, la tragica realtà di Gaza, una città che nessuno vuole. Nena News

*(Traduzione di Romana Rubeo)

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Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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