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Agenzia Stampa Vicino Oriente
Aggiornato: 8 ore 2 min fa

IRAN. Il campo minato del negoziato tra minacce e piedi puntati

Mer, 06/05/2015 - 14:41

L’ayatollah Khamenei rivela che due funzionari Usa avrebbero minacciato l’Iran di rappresaglie militari se l’accordo non fosse stato firmato. Ma la vera battaglia per Washington è quella che si sta consumando al Congresso per supervisionare l’accordo con Teheran

L’ayatollah Ali Khamenei, guida suprema della Repubblica islamica

della redazione

Roma, 6 maggio 2015, Nena News - Il cammino verso la firma dell’accordo definitivo sul nucleare iraniano appare sempre più insidioso. Non bastavano gli aut-aut di Teheran, che appena siglato – con grande difficoltà – l’accordo quadro del 2 aprile scorso ha puntato i piedi sul congelamento “immediato di tutte le sanzioni o niente intesa” e nemmeno la battaglia che si sta consumando nel Congresso Usa per una legislazione che “supervisioni” il negoziato in corso: ora sarebbero spuntate delle “minacce militari” all’Iran da parte statunitense, che rischiano di rovinare il percorso fatto finora.

Ne ha fatto menzione la Guida Suprema della Repubblica islamica in persona, annunciando che Teheran non parteciperà ad alcun negoziato sotto minaccia di eventuali azioni militari. L’ayatollah Ali Khamenei, che ha l’ultima parola su tutte le questioni di Stato, ha dichiarato ai microfoni dell’emittente Press Tv che due funzionari Usa avrebbero minacciato l’Iran di rappresaglie militari se l’accordo non fosse stato firmato. “Tenere colloqui sul nucleare – ha detto Khamenei – con le grandi potenze sotto l’ombra di una minaccia è inaccettabile per l’Iran e non aiuterà il negoziato”.

Guardandosi bene dal dare ulteriori dettagli, l’Ayatollah ha poi espresso un timido sostegno al negoziato in corso, con un monito al rispetto, da parte sia dei funzionari iraniani che delle potenze del 5+1 (Usa, Cina, Russia, Gran Bretagna, Francia + Germania), delle “linee rosse” di Teheran: “I nostri negoziatori dovrebbero continuare i colloqui rispettando le nostre linee rosse, senza accettare qualsiasi imposizione, umiliazione o minaccia”. Parole che complicano ulteriormente il raggiungimento di un’intesa definitiva entro il prossimo 30 giugno, dato che le linee rosse corrispondono ai nodi finora insormontabili del negoziato:  sollevamento delle sanzioni (per Teheran tutto e subito, per il 5+1 gradualmente e con riserva di nuova imposizione) e modalità di sviluppo dell’energia atomica (la disputa è sul numero e tipo di centrali da mantenere e sulla sorte delle scorte di uranio altamente arricchito prima dei colloqui).

A rincarare la dose, poi, ci sta pensando il Congresso Usa con il famigerato Iran Nuclear Agreement Review Act of 2015, diventato quasi un’epopea legislativa al pari della riforma sulla sanità dell’amministrazione Obama. Dopo settimane di rimpalli al Senato con vari emendamenti, la bozza di legge preparata dal senatore repubblicano Bob Corker e dal suo omologo democratico Robert Menendez per una “legittima supervisione” da parte del Congresso Usa del negoziato con Teheran arriva ora a un punto di svolta: domani si terrà infatti il “voto di prova” sul disegno di legge in Senato, deciso dal leader della maggioranza Mitch McConnell per mettere fine allo stallo in cui si trova la norma.

Stallo in gran parte attribuibile ai senatori repubblicani Marco Rubio della Florida e Tom Cotton dell’Arkansas, che con una serie di emendamenti hanno cercato di modificare la bozza originale che, dopo minacce e polemiche, era riuscita a incassare il benestare della Casa Bianca. Il candidato presidente Rubio, ad esempio, insiste sul fatto che la leadership iraniana debba riconoscere pubblicamente il diritto di Israele a esistere: un punto di cui non hanno discusso neanche i negoziatori del 5+1, che sembra più materia di relazioni diplomatiche bilaterali che di legislazione interna di uno stato terzo. Non scherza neanche il senatore Cotton, fautore di un emendamento che vuole che, prima di sollevare le sanzioni, il presidente Obama “certifichi che l’Iran non stia architettando atti di terrorismo contro l’America o gli Americani”.

La supervisione di cui vanterebbe il Congresso con l’approvazione della norma riguarda sostanzialmente le sanzioni: bloccherebbe infatti un eventuale decreto del presidente Obama per il sollevamento delle misure punitive imposte dal Congresso a Teheran per almeno 30 giorni, in modo che nel frattempo i legislatori possano far pressione sull’accordo finale del 5+1 con l’Iran. Si prevede anche che, se i senatori dovessero disapprovare l’accordo, Obama perderebbe l’autorità che ha di sollevare alcune sanzioni economiche che il Congresso ha imposto all’Iran. Nena News

 

Categorie: Palestina

BURUNDI. La Corte dice sì a Nkurunziza. Opposizione: “È golpe”

Mer, 06/05/2015 - 11:47

Via libera della Corte Costituzionale al terzo mandato per il presidente in carica. Esplode la protesta e i manifestanti denunciano: giudici minacciati. Migliaia fuggiti verso il Ruanda

di Sonia Grieco

Roma, 6 maggio 2015, Nena News L’opposizione grida al “golpe” dopo la decisione delle Corte Costituzionale del Burundi di ammettere il presidente Pierre Nkurunziza alla corsa per le presidenziali del 26 giugno, nonostante il limite massimo sia di due mandati. E Nkurunziza è alla guida del Paese dal 2005.

L’annuncio, fatto a fine aprile, della candidatura per il terzo mandato ha provocato un’ondata di proteste, con scontri, arresti, vittime e una stretta del governo sui media, in particolare sulle radio indipendenti che sono state chiuse. Almeno dodici i morti, secondo le organizzazioni scese in piazza, sei, invece, per la polizia. E il clima si fa sempre più teso, quando sono trascorsi dieci anni dalla fine del conflitto etnico che ha devastato il Paese. Questa è probabilmente la crisi politica più acuta in Burundi da un decennio e cresce il timore che inneschi di nuovo l’odio etnico che ha devastato la nazione negli anni Novanta.

Ieri, mentre la Corte Costituzionale decideva di autorizzare la ricandidatura di Nkurunziza, la capitale Bujumbura è stata teatro di nuove manifestazioni e proteste. La Corte ha deciso che “il rinnovo del mandato presidenziale per cinque anni tramite suffragio universale diretto non rappresenta una violazione della Costituzione”. L’argomento usato dal presidente per ricandidarsi, a quanto pare accolto dai giudici, è che nel 2005 fu eletto capo di Stato dal Parlamento e non in elezioni dirette, quindi quel mandato non conterebbe.

Argomentazioni a parte, sulla decisione del tribunale si allunga l’ombra delle minacce e delle pressioni da parte di uomini vicini a Nkurunziza. Secondo quanto riferito da Al Jazeera, almeno quattro dei sette giudici hanno lasciato il Paese. Tra questi il vicepresidente della Corte, Sylvere Nimpagaritse, fuggito in Ruanda lunedì. Ha raccontato all’agenzia Afp che i magistrati hanno lavorato sotto una “enorme pressione e persino sotto minaccia di morte”. Quindi la decisione sarebbe stata frutto di una manipolazione, come ha sostenuto Jean Minani, leader del partito Frodebu-Nyakuri che fa parte della coalizione che ha organizzato le manifestazioni. Minani ha assicurato che la mobilitazione popolare non si fermerà fino a quando Nkurunziza non ritirerà la candidatura.

Intanto, le proteste che scuotono il Burundi creano apprensione anche in Ruanda, dove sono arrivate circa 24mila persone nelle ultime settimane. Altre settemila hanno attraversato il confine con la Repubblica democratica del Congo. Il ministro ruandese degli Esteri, Louise Mushikiwabo, ha esortato il governo di Bujumbura a riportare la calma nel Paese che ha la stessa composizione etnica (huti e tutsi) del Ruanda, dove nel 1994 si consumò una delle più sanguinose tragedie della storia recente: il massacro di 800mila persone in cento giorni, in prevalenza tutsi, un’etnia praticamente inventata dai coloni europei.

Dopo la decisione della Corte Costituzionale, il vicepresidente del Burundi, Prosper Bazombanza, ha teso la mano ai manifestanti promettendo la scarcerazione di centinaia di dimostranti arrestati nelle ultime settimane e la riapertura delle radio in cambio della fine delle proteste. Nena News

Categorie: Palestina

YEMEN. Attacco Houthi in Arabia Saudita svela il fallimento di Riyadh

Mer, 06/05/2015 - 10:43

Ieri i ribelli sciiti hanno colpito la città saudita di Najran, uccidendo due persone. La guerra arriva in casa della petromonarchia che dopo un mese di raid non riesce a frenare il movimento

della redazione

Roma, 6 maggio 2015, Nena News – La guerra arriva in casa saudita. Dopo un mese e mezzo di bombardamenti in Yemen, dopo oltre 1.260 morti, migliaia di feriti e almeno 300mila sfollati, i ribelli Houthi – target della coalizione anti-sciita – hanno colpito l’Arabia Saudita.

Ieri i miliziani hanno lanciato missili contro i territori al confine, nella città di Najran, uccidendo almeno due civili e – dicono fonti tribali non confermate – catturando 5 soldati della famiglia Saud. In risposta all’attacco Riyadh ha chiuso tutte le scuole della città e sospeso i voli dall’aeroporto locale. “Quanto successo oggi è parte del caos in le milizie Houthi vivono”, ha detto il generale saudita Ahmed Asiri, aggiungendo che “tutte le opzioni restano aperte”.

E immediata è stata la reazione saudita: questa mattina i jet militari della coalizione hanno bombardato l’aeroporto militare della provincia meridionale di Lahij, la base di al-Anad, occupata dagli Houthi. Nel raid la strada per l’aeroporto è stata distrutta, insieme a numerosi aerei da guerra. Colpito anche il distretto di al-Haradh, nella provincia di Hajjah: un morto e diversi feriti. Vittime si sono registrate anche in altri raid, a Sa’ada, Dhamar, Khormakssar.

Ma, rappresaglie o meno, l’attacco Houthi di ieri porta con sé un messaggio chiaro: l’operazione “Tempesta decisiva”, fortemente voluta da Riyadh e Il Cairo, non sta avendo successo. Il movimento Houthi non solo non arretra, ma avanza, mantenendo il controllo delle zone del paese occupate e arrivando a lambire il territorio saudita, a dimostrazione di una capacità militare consistente (secondo Riyadh frutto del sostegno militare e finanziario dell’Iran). Ad oggi il movimento sciita aveva colpito il confine con l’Arabia Saudita, ma mai una città al suo interno, facendo così traballare la strategia saudita, finora giustificata con la minaccia alla sicurezza regionale.

L’attacco segue all’annuncio di lunedì del ministro degli Esteri saudita, Adel al-Jubeir, secondo il quale il suo paese stava pensando ad uno stop temporaneo dei bombardamenti per garantire la consegna di aiuti umanitari ad una popolazione allo stremo. E ieri durante il meeting del Consiglio per la Cooperazione del Golfo, Riyadh ha messo sul tavolo la proposta di un centro di coordinamento umanitario, insieme all’Onu, per sostenere i civili yemeniti. Ben poco, se i raid proseguono. Le notizie che giungono dallo Yemen sono drammatiche: alle morti, si aggiunge una situazione ormai insostenibile con intere città (a partire dalla capitale ad interim Aden) ridotte alla fame.

Appelli al cessate il fuoco giungono anche dal Palazzo di Vetro, su pressione delle agenzie umanitarie che non riescono a portare aiuti alla popolazione: mancano medicinali, cibo e carburante, necessario a far funzionare gli ospedali e le infrastrutture indispensabili del paese, dalla rete idrica alle telecomunicazioni. Un paese che già prima dell’attacco viveva in miseria: lo Yemen, il paese più povero dell’intero Medio Oriente, importa la stragrande maggioranza dei beni di consumo e dei beni alimentari, schiacciato da tassi di disoccupazione (18% contro il 9%) e aspettative di vita (63 anni contro 70) ben al di sotto della media internazionale.

A schierarsi con vigore contro l’operazione anti-sciita è anche il leader del movimento libanese Hezbollah, Hassan Nasrallah: “Ditemi quale singolo obiettivo è stato raggiunto. L’Arabia Saudita ha ripristinato la cosiddetta legittimità in Yemen? Ha impedito l’espansione dei comitati popolari yemeniti? Ha confiscato le armi a Ansurallh [partito del movimento Houthi, ndr]? È riuscita a far tornare Hadi [il presidente fuggito, ndr] nel paese?”.

Nasrallah si fa portavoce del pensiero iraniano: l’operazione saudita contro lo Yemen è un fallimento. Riyadh non vince, mentre Teheran – vera preda saudita – prosegue nella sua azione dietro le quinte. Il 21 aprile il re saudita aveva annunciato la fine delle operazioni militari e l’avvio di una seconda fase, ribattezzata “Ripristino della Speranza”, nella quale potare avanti gli obiettivi politici del fronte anti-Houthi. Ma lo stop ai raid non è arrivato, così come nessun dialogo tra le parti è stato lanciato.

A tentare la via diplomatica è il nuovo inviato Onu per lo Yemen, Cheikh Ahmed che è volato a Parigi prima di raggiungere Riyadh nei prossimi giorni per tentare di rilanciare un processo di pace mai realmente partito. Sul piatto la posta in gioco è consistente: il controllo di un paese povero ma strategico per la posizione occupata (via di transito dei cargo di greggio che dal Golfo partono per l’Europa) e perché terreno di scontro diretto e indiretto tra i due assi sciita e sunnita. Nena News

 

 

Categorie: Palestina

Buongiorno in musica a Yarmouk

Mer, 06/05/2015 - 10:03

Intervista. Ayham Ahma è diventato famoso suonando il suo pianoforte in strada nel martoriato campo profughi alle porte di Damasco. Ora lo strumento è andato distrutto, ma nella musica lui ha trovato quella libertà che di solito viene negata ai palestinesi

di Jacopo Intini - Il Manifesto

Roma, 6 maggio 2015, Nena News - Il campo pro­fu­ghi di Al Yar­mouk si trova a soli otto chi­lo­me­tri da Dama­sco. Edi­fi­cato nel 1957 e con un’estensione di circa due chi­lo­me­tri qua­drati, è stato abi­tato, fino a prima dello scop­pio del con­flitto siriano nel 2011, da circa 160 mila rifu­giati pale­sti­nesi, ospi­tan­done così la più grande comu­nità pre­sente sul ter­ri­to­rio siriano. A seguito dei 450 giorni di asse­dio impo­sto nel 2013 dalle forze di Bashar al Assad, l’insediamento vive una deva­stante crisi uma­ni­ta­ria, aggra­vata dall’occupazione, lo scorso 1 aprile, dei mili­ziani dell’autoproclamato Stato Isla­mico, oggi in parte respinti da alcune fazioni pre­senti nall’interno del campo.

Para­digma dell’intera crisi siriana, Yar­mouk si pre­senta come una città fan­ta­sma, con strade e case per lo più abban­do­nate e nuclei fami­liari divisi. Una seconda Nakba, per i pale­sti­nesi di qui, figli di un popolo senza terra, vis­suta, forse, solo tra­mite le lim­pide memo­rie dei più anziani. La “cata­strofe” del 1948 è un qual­cosa che torna, ancora una volta, a ferire l’inquieta sto­ria pale­sti­nese. Ma c’è chi è rima­sto a riem­pire quel vuoto spet­trale con note di speranza.

Ayham Ahmad, 27 anni, è un gio­vane pale­sti­nese di Yar­mouk. Pri­gio­niero in casa pro­pria, non ha mai smesso di ricer­care quella libertà negata, sepolta sotto le mace­rie di Dama­sco. Un, sep­pur fra­gile, col­le­ga­mento Skype ci ha aiu­tato ad ingan­nare la realtà, per­met­ten­doci di var­care, per un istante, quelle rigide bar­riere impo­ste dalla guerra. Un car­tello in arabo, tenuto all’altezza del petto, dice «buon­giorno», come a ricor­darci quo­ti­dia­na­mente del pro­prio diritto all’esistenza. Voce tran­quilla, volto solare, si rac­conta ogni giorno nel silen­zio gene­rale, attra­verso le note del suo pia­no­forte che con corag­gio tra­sporta lungo le strade deserte e mar­to­riate di al Yar­mouk assediata.

Quando hai inco­min­ciato a suonare?

Da bam­bino, avevo 7 anni. Poi mi sono iscritto al con­ser­va­to­rio di New Cham, vicino Dama­sco, ma ho con­ti­nuato anche dopo l’Università che ho fre­quen­tato, invece, a Homs. Avevo biso­gno di suo­nare. Ma il 17 dicem­bre di due anni fa tutto è cam­biato. Yar­mouk è stata chiusa e sono ini­ziati i primi pro­blemi. Con la caduta del campo ho scelto di suo­nare il piano in strada. È stato l’unico luogo in cui ho potuto eser­ci­tarmi ogni giorno.

Cosa ti ha spinto a suo­nare in strada?

Ini­zial­mente pen­savo che l’idea di suo­nare in strada fosse ottima per dare la pos­si­bi­lità alla gente di Yar­mouk di ascol­tare musica “inter­na­zio­nale”. Bee­tho­ven, Mozart, Cia­j­ko­v­skij per esem­pio. Dopo invece, ho deciso di farlo prin­ci­pal­mente per espri­mere e nar­rare i loro sen­ti­menti. Sen­tivo che la mia musica doveva essere per i pale­sti­nesi, doveva rac­con­tare la loro sto­ria, la mia sto­ria. Le voci di Yar­mouk, sono le mie can­zoni. Rac­con­tano la rab­bia del campo, l’assedio, la man­canza di acqua, la fame e l’isolamento che ci è impo­sto per via della guerra.

Spesso ti si vede, in alcuni video su inter­net, cir­con­dato da ragazzi che can­tano con te…

Si, infatti. Ho ini­ziato a suo­nare in strada da solo, ma poi for­tu­na­ta­mente ho tro­vato per­sone a cui que­sta idea è pia­ciuta e che hanno deciso di per­se­guirla insieme a me. Abbiamo anche costi­tuito un gruppo, gli She­bab Yar­mouk, i gio­vani di Yar­mouk. In que­sto modo abbiamo voluto lan­ciare un mes­sag­gio di pace e bene­vo­lenza all’interno del campo e non. I ragazzi non stu­diano musica, ma pos­sono comun­que can­tare. Abbiamo ini­ziato a suo­nare insieme anche per­ché, avendo stu­diato al con­ser­va­to­rio, avrei potuto dare loro la pos­si­bi­lità di impa­rare e di approc­ciarsi alla musica. Insieme abbiamo scritto quasi 100 brani.

E i bam­bini? Come hanno reagito?

A loro piace molto la musica e spesso can­tano con me. È sicu­ra­mente un modo per loro per fare qual­cosa, per tenersi impe­gnati e distrarsi da una situa­zione dif­fi­cile. Ma ciò che ho impa­rato è che nelle dif­fi­coltà nasce la forza per cam­biare qual­cosa. Da poco ho ini­ziato a inse­gnare in una scuola, anche se è una scuola “d’emergenza”, dove abbiamo orga­niz­zato vari eventi e con­certi per la comu­nità del campo.

Cosa hai pro­vato la prima volta che hai suo­nato in strada?

Sin­ce­ra­mente è stato tri­ste, per­ché sapevo di non avere la pos­si­bi­lità di potermi esi­bire in con­di­zioni “nor­mali”, non so, su un palco per esem­pio o in un bel tea­tro, insomma, in situa­zioni migliori di que­sta, ma dall’altro lato sono stato molto felice; il vedere i bam­bini con­tenti o le altre per­sone che si avvi­ci­na­vano per ascol­tare è stato impor­tante per me, per­ché ho avuto la prova che stavo facendo qual­cosa di buono e di utile per il campo. Yar­mouk è un luogo pieno di pro­blemi, anche tra le stesse fazioni pale­sti­nesi, lon­tane per le loro visioni, ma unite nella musica.
Quale impatto ha avuto la tua musica sulle per­sone che ti hanno ascol­tato per la prima volta? È da circa due anni che suono in strada. Molti non cono­sce­vano il pia­no­forte e mi chie­de­vano «cos’è que­sto stru­mento?». Però hanno subito per­ce­pito quelle sen­sa­zioni che il suono del piano creava intorno a loro. Sen­ti­vano di aver tro­vato qual­cosa, un mezzo forse per affron­tare la realtà e per potersi espri­mere e par­lare libe­ra­mente di cosa è oggi Yar­mouk. Hanno tro­vato nella musica la libertà. Sono stati attratti per­ché in un certo senso par­lavo di loro e delle nostre sto­rie comuni.

Quali sono le con­di­zioni di vita a Yar­mouk ora?

La situa­zione è tra­gica: non c’è elet­tri­cità né cibo, non c’è pra­ti­ca­mente nulla. Alcune asso­cia­zioni che ope­rano nel campo cer­cano ogni giorno di sod­di­sfare le esi­genze pri­ma­rie della popo­la­zione. Un pro­blema grave è l’acqua pota­bile, che manca quasi com­ple­ta­mente. Le asso­cia­zioni si limi­tano ad aiu­tare le per­sone eco­no­mi­ca­mente più deboli. L’acqua è troppo costosa e non tutti rie­scono a procurarsela.

Quante asso­cia­zioni lavo­rano nel campo?

Quat­tor­dici, ma solo due sono attual­mente attive. Pur lavo­rando ogni giorno, la fame sem­bra incon­tra­sta­bile. Molte per­sone lavo­rano duro per avere sem­pli­ce­mente un piatto di zuppa, ovvero acqua, sale e riso, che è pur sem­pre qual­cosa per tenere piena la pan­cia. Un chilo di riso costa 25 dol­lari, forse 3 o 4 dol­lari in meno per chi rie­sce ad uscire da Yar­mouk. Per gli abi­tanti di Bab­bila, invece, cit­ta­dina a circa 5 chi­lo­me­tri dal campo, il prezzo di un chilo di riso è sceso a 12 dol­lari gra­zie agli accordi tra com­bat­tenti e governo. Ma rimane sem­pre un bene molto costoso per­ché la stra­grande mag­gio­ranza non rie­sce a lavo­rare da mesi. Inol­tre ora è anche molto peri­co­loso uscire di casa per cer­care del cibo, per via dei bom­bar­da­menti e dei fre­quenti scon­tri nelle aree sia interne che limi­trofe al campo. Un altro pro­blema serio è il freddo. Alcune fami­glie lo scorso inverno hanno ini­ziato a bru­ciare tavoli e sedie. Su 18 mila per­sone rima­ste a Yar­mouk, circa 3.500 sono bam­bini. Il freddo è molto peri­co­loso per loro, rischiano l’assideramento.

Quale è il mes­sag­gio che vor­re­sti dif­fon­dere con la tua musica?

Il campo è come se fosse una pic­cola Siria. Noi però non vogliamo la guerra, vogliamo una vita nor­male. Yar­mouk ora è distrutta, ma vor­remmo rico­struirla, ma per farlo le per­sone che sono andate via devono tor­nare. Il primo mes­sag­gio è rivolto a loro ed è che ognuno di noi può fare qual­cosa, soprat­tutto i gio­vani. Nulla è finito, pos­siamo ancora spe­rare nel futuro e nella vita. Penso che la musica sia una lin­gua per comu­ni­care con il mondo. Diversi sono i mes­saggi, alcuni li ascolti e li per­ce­pi­sci, ma non puoi espri­merli a parole. Molti usano la musica per se stessi, per suc­cesso, per pro­pa­ganda o per guerra, ma non la vivono real­mente. Io pre­fe­ri­sco fare musica per la musica e par­lare attra­verso di essa. Per que­sto vor­rei suo­narla ovun­que e potermi sen­tire libero di suo­nare per la libertà. «Ho dimen­ti­cato il mio nome — dice una mia can­zone -, ho dimen­ti­cato le sue let­tere e i suoi signi­fi­cati; ho dimen­ti­cato le parole, quelle che ho pro­nun­ciato con il canto. Ma qui si vive ancora, qui, accanto a un pezzo di pane e a del cibo in sca­tola. Quanto è bello essere pale­sti­nese, quanto è tri­ste essere pale­sti­nese. Ho dimen­ti­cato il mio nome!».

Il pia­no­forte di Ayham è andato distrutto, il giorno del suo ven­ti­set­te­simo com­pleanno, durante alcuni scon­tri nel campo. Nono­stante que­sto, con­ti­nua oggi a par­lare al mondo, con le note stroz­zate di una tastiera a bat­te­rie, in con­certi via Skype, unico canale di espres­sione di se stesso rima­sto­gli, unica voce del campo capace di sfon­dare il muro del silen­zio. Per­ché que­sta è Al Yar­mouk, dove la luna è incom­pleta, ma la vita va avanti. Nena News

Categorie: Palestina

Morte Arafat, i giudici francesi hanno chiuso le indagini

Mer, 06/05/2015 - 09:02

La palla passa adesso alla procura che dovrà decidere se andare a processo o, come sembra più probabile, archiviare il caso della morte del leader palestinese, nel 2004. Un mistero su cui aleggia l’ombra del famigerato polonio

della redazione

Roma, 6 maggio 2015, Nena News – I giudici francesi incaricati di riesaminare il caso della morte di Yasser Arafat, avvenuta nel 2004, hanno chiuso le indagini e hanno consegnato il fascicolo alla procura. Le prove raccolte sono adesso al vaglio del pubblico ministero che ha tre mesi di tempo per decidere se portare il caso in tribunale o, come più probabile, archiviarlo.

Fu la vedova del leader palestinese, Suha Tawil, a presentare un esposto alla procura di Nanterre, nel 2012, sostenendo che il marito non fosse deceduto per cause naturali, ma fosse stato avvelenato. L’indagine partì da questa denuncia, ma sinora dagli esami e dalle conclusioni degli scienziati francesi non sembrano essere emersi elementi sufficienti a sostenere questa tesi, né ci sono sospettati.

È emersa però la presenza del famigerato polonio. I rilievi sulla sua tomba di Arafat a Ramallah e sui suoi effetti personali mostrarono insoliti livelli di polonio 210, ma per gli esperti d’Oltralpe la tossina era di natura ambientale. Conclusioni non del tutto concordanti con quelle di un centro specialistico svizzero nella città di Losanna, che ha registrato “livelli anomali di polonio” sufficienti a far sospettare un avvelenamento con materiale radioattivo, almeno secondo la tv qatariota Al Jazeera che nel 2012 diffuse le conclusioni del centro di Losanna. Ma questa tesi non è stata confermata dai francesi e tantomeno dagli svizzeri che non hanno mai parlato esplicitamente di avvelenamento.

La tossina incriminata, il famigerato polonio, è salita agli onori della cronaca nel 2006, quando l’ufficiale dell’intelligence russa Alexander Litvinenko fu avvelenato a morte, a Londra, da una massiccia dose di isotopo radioattivo. I sospetti caddero su due agenti russi che Mosca si è sempre rifiutata di estradare.

È molto probabile che il caso sia archiviato, ma il mistero che aleggia sulla morte del leader palestinese persiste. Arafat fu ricoverato nell’ospedale Percy de Clamart, vicino a Parigi, nell’ottobre del 2004, dopo aver accusato dolori allo stomaco mentre si trovava nel suo quartier generale a Ramallah, in Cisgiordania, circondato dall’esercito israeliano. Morì circa un mese dopo il ricovero, l’11 novembre. Nena News

Categorie: Palestina

Saudi Arabia, Iran both losers in Yemen war

Mar, 05/05/2015 - 11:31

Saudi Arabia has failed militarily, Iran politically, while the military capacity of the Houthis and Saleh dwindled and prevented them from exercising absolute control on the ground. However, Yemen as a country has lost the most, Shuja al-Deen writes.

 

Armed Hotuhi forces (Foto: Getty)

by Maysaa Shuja al-Deen* – Al Monitor

As soon as Saudi Arabia declared the end of Operation Decisive Storm on April 21, all parties to the Saudi war, the Houthis and former Yemeni President Ali Abdullah Saleh, jointly declared victory on the same day, in a war where no one achieved gains, and joint losses were the name of the game.

On March 26, Saudi Arabia announced that Operation Decisive Storm aimed to restore the legitimate government in Yemen, put an end to the expansion of Houthis to the south and undermine the power of both Saleh and the Houthis. However, the government was not restored, and the Houthis and Saleh are still expanding and fighting battles in the provinces of Marib, Taiz, Aden and Dali.

On April 16, Iran and the Houthis stated that Saudi Arabia did not succeed, as the Houthis did not withdraw and the exiled government did not return to Yemen.

Yet, when Saudi Arabia announced the end of Operation Decisive Storm, it did not completely end its military operations. It instead moved on to a new operation called “Restoring Hope,” which reportedly included low-intensity military operations (when compared with Operation Decisive Storm), and left room for political negotiations. In this context, the question arises as to whether this campaign could be considered a quiet exit for the Saudi state from its impasse in Yemen.

With the start of the strikes March 26, Saudi Arabia announced its coalition (including Gulf Cooperation Council countries, as well as Egypt, Sudan, Jordan, Morocco and Pakistan) while some Saudi analysts and politicians talked about the possibility of a major ground intervention. On April 2, the spokesman for the Saudi-led coalition forces, Brig. Gen. Ahmed Asiri, proposed a scenario for a ground intervention in some areas, such as the coastal cities of Aden and Hodeidah, and perhaps a minor incursion toward Taiz to secure a safe return for the Yemeni government residing in Riyadh. The scenario, which was confirmed by a Yemeni official to Al-Monitor on condition of anonymity, is reasonable because it avoids entering Zaydi areas, such as Sanaa and its north. In the Sunni areas, the Houthi presence is rejected, which is why the potential ground intervention against the Houthis would have been easy in these areas, where the movement is not backed by local communities, unlike in the Zaydi-dominated northern areas of Sanaa, where the Houthis enjoy wide popularity.

The southern areas of Sanaa are historically known to have witnessed quiet foreign military interventions with no resistance. For example, the last foreign military intervention in Yemen was the Egyptian army intervention in the 1960s in support of the Yemeni revolution, which aimed to oust the Zaydi imamate that had ruled Yemen from 1918 to 1962. The Egyptian intervention did not face any resistance in Taiz and other non-Zaydi cities, but was fiercely fought in Sanaa and its north.

The ground intervention scenario has been eliminated as Pakistan and Egypt refused to participate. Thus, Saudi Arabia settled for airstrikes, which cannot guarantee winning the battle, at least not in the short term.

During the first week of the operation, weapons stores were intensively targeted and the air capacities of Saleh’s and the Houthis’ militias were destroyed. Following this, and with the Pakistani and Egyptian rejection of the ground invasion, it became clear that the Saudi military operation lacked prospects, especially since the Houthi-Saleh expansion was ongoing. This led to hysterical strikes and a growing death toll among civilians, with more than 1,200 people killed, followed by a sudden stop of the operations.

Since the first moment of the operations, Saleh and the Houthis opted for military expansion in several areas so as to prevent the return of the internationally recognized government. They tightened their grip on areas such as Ibb and Sanaa, which they had originally controlled when Operation Decisive Storm started, and arrested hundreds of opponents to the Houthis overnight. The Houthis targeted their main opponent, the Sunni Islah Party, since it is the most organized opposition they may face, and arrested hundreds of the party’s members. The movement sought to stop the party from organizing and mobilizing itself.

Despite the intensive Saudi strikes, the Houthis and Saleh’s forces were able to further expand, given their internal organization; Saleh’s forces were once part of the regular army forces while Houthi forces are composed of soldiers who receive fixed salaries. These forces are facing irregular forces that include tribal members, Islamic Sunni forces (Salafists, the Muslim Brotherhood and al-Qaeda), young men from the Nasserist and Socialist parties and unemployed youths. These irregular forces are supported and armed by Saudi Arabia. Thus, the qualitative difference in arms between the opposing groups decreased.

The time factor has placed pressure on Saleh and the Houthi movement, as both are running out of ​​time as they wage battles in areas that are distant from their support and logistics bases, especially in the north. Moreover, roads between the north and the rest of Yemen have been bombed, and weapons are running out amid no Iranian supplies and the widespread Saudi destruction of their weapons stores. At the end of the day, they are fighting in areas where they lack social support, unlike the forces supported by Saudi Arabia.

The military forces fighting the Houthis are also running out of time given their irregular nature. These forces suffer from exhaustion and face increased chances of chaos within their ranks. Saudi Arabia is besieging Yemen from the air, sea and land to stop weapons from being supplied to the Houthis and Saleh. Saudi Arabia has also banned bank wire transfers to avoid foreign funding. This complete siege on Yemen is contributing to the harsh human conditions in the country. It also explains the increasing international pressure on Saudi Arabia to alleviate the siege, which is costly for all Yemeni citizens, be they fighters or not.

Iran did not earn anything in the war in Yemen. It has lost all of its alliances in the nonsectarian Yemen. The network of alliances it has built in Taiz and the south has completely collapsed. Chief among these is the alliance in the south with prominent southern leader Ali Salim al-Beidh, who announced his support for Operation Decisive Storm in line with the position of the southerners, albeit at the expense of his ally Iran. Iran now has to settle for one party, the Houthis, who will remain its ally, despite all of its expansion attempts.

Iran has lost diplomatically and politically while Saudi Arabia succeeded with the passing of UN Resolution 2216, which was issued in favor of its military intervention. Saudi Arabia was able to neutralize Russia and bring down its project, which aimed at seeking equality between the Houthis and Saleh on the one hand, and the Saudi-supported military forces on the other. Add to this the replacement of UN envoy Jamal Benomar with Mauritanian Ismail Ould Cheikh Ahmed, who is backed by Gulf countries. This conveys, among other things, direct UN recognition for the Gulf to directly take over the Yemen issue. It also conveys that the Gulf countries were not happy with Benomar, who held British citizenship and had the support of the British Embassy.

Saudi Arabia enjoyed wide international political support, as seen when a US warship stopped an Iranian ship loaded with weapons near the coast of Yemen on April 20. Russia also stopped opposing the Saudi strikes. This means that the world recognizes Yemen as a region under Saudi Arabia’s influence and believes that Iran is not entitled to manipulate it, especially since it supports a militia, not the authorities of a country, as is the case in Syria. Moreover, this militia staged a coup, as per a Feb. 7 statement of UN Secretary-General Ban Ki-moon.

Iran suggested a proposal on April 14 for a settlement of the Yemen crisis, proposing an end to the strikes and the commencing of negotiations between the Yemeni parties. But the Iranian proposal did not receive international attention, and it was obviously rejected by Saudi Arabia, which stated as a condition the withdrawal of the Houthis and Saleh from Yemeni cities, as stipulated in the first item of UN Resolution 2216.

Operation Decisive Storm has resulted in collective losses. Saudi Arabia has failed militarily, Iran politically, while the military capacity of the Houthis and Saleh dwindled and prevented them from exercising absolute control on the ground. However, Yemen as a country has lost the most, as it entered the cycle of civil war and witnessed widespread destruction as a result of Saudi bombing and Houthi expansion. On top of this, the damage inflicted to the Yemenis will not be repaired any time soon.

Saudi Arabia is looking for a way to get out of the military impasse, while Iran is seeking to use the political situation to its advantage. Meanwhile, a political settlement remains hard to reach in Yemen, as the state institutions collapsed and social conditions have deteriorated as a result of the civil war.

*Maysaa Shuja al-Deen is a Yemeni journalist who writes for Jadaliyya, Weghat Nazar, and several Yemeni newspapers. A master’s degree student at the American University in Cairo, she has recently finished shooting a documentary about Yemen. On Twitter: @maysaashujaa

Categorie: Palestina

ISRAELE. Rompono il silenzio

Mar, 05/05/2015 - 10:30

Presentato ieri il rapporto della ong Breaking the Silence. Decine di testimonianze di soldati e ufficiali descrivono la violazione sistematica del diritto umanitario e delle leggi internazionali da parte delle forze armate israeliane durante l’offensiva Margine Protettivo contro Gaza.

 

Tank israeliani al confine con Gaza nel luglio 2014 (Foto: AP Photo/Lefteris Pitarakis)

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 5 maggio 2015, Nena News – Yehuda Shaul è indignato. Si affanna a denunciare le violazioni del diritto umanitario e delle convenzioni internazionali il fondatore di Breaking the Silence, l’ong israeliana che, grazie alle testimonianze di soldati e ufficiali disposti a “rompere il silenzio”, squarcia il velo delle motivazioni ufficiali delle operazioni militari contro Gaza e nel resto dei Territori palestinesi occupati.

«Un tempo nelle forze armate (israeliane)», ci dice Shaul, ha poco più di 30 anni ma ne dimostra tanti di più, «quando ti spiegavano le regole d’ingaggio, ti dicevano che un uomo armato è diverso da un civile. Ora non più. L’ultima operazione contro Gaza, Margine Protettivo, dice che quella distinzione non viene più fatta. A Gaza c’è stato un fuoco indiscriminato contro tutto e tutti, in qualsiasi circostanza, anche senza pericoli o rischi per i soldati».

Ieri Yehuda Shaul e Yuli Novak, la presidente di Breaking di Silence, hanno presentato l’ultimo rapporto dell’ong – “This is How We Fought in Gaza” – che contiene oltre 60 testimonianze di militari, tra i quali diversi ufficiali, protagonisti di Margine Protettivo, e denuncia la violazione sistematica delle leggi internazionali a tutela dei civili durante la guerra. «Raccogliendo quelle testimonianze abbiamo compreso perchè a Gaza siano rimasti uccisi oltre 2 mila palestinesi, tra i quali così tanti civili, e perchè siano state causate distruzioni così immense», dice Shaul.

Dalle testimonianze emerge che il principio che ha guidato tutta Margine Protettivo è stato quello del rischio minimo per le forze israeliane, anche a costo di colpire civili innocenti. Nei loro resoconti, i soldati – tutti coperti dall’anonimato – hanno descritto le regole di ingaggio come permissive, addirittura non esistenti, dal momento che di fatto stabilivano che «chiunque fosse stato trovato in una zona militare, o che i militari avevano occupato, non era un civile», ha raccontato un soldato. Un altro militare ha riferito che era dato per scontato che qualunque edificio palestinese venisse utilizzato dalle forze israeliane sarebbe poi stato distrutto dai bulldozer, senza alcun ragione.

«Fino alla fine dell’operazione non ci è mai stato detto quale fosse l’utilità operativa di radere al suolo le case», ha spiegato. Tra le tante testimonianze, alcune sono illuminanti. Tra queste ”Buon giorno, al-Bureij”. Un carrista ricorda che un comandante di una unità di mezzi corazzati gli ordinò di sparare contro il campo profughi e la cittadina di al Bureij, a sud di Gaza city. Quando lui chiese dove puntare il cannone gli fu risposto di scegliere l’edificio che preferiva: più a destra, più a sinistra, in alto o in basso. Poi è partito l’ordine di fuoco con le parole “Buon giorno, al-Bureij” e tutti i carri armati hanno sparato simultaneamente. Nessuno aveva minacciato le forse israeliane, ha precisato il militare.

Il fuoco indiscriminato sui centri abitati palestinesi denunciato da Breaking the Silence conferma i risultati dell’inchiesta resi pubblici a fine di aprile dalle Nazioni Unite che accusano Israele di aver colpito sette siti dell’Unrwa (l’agenzia che assiste i rifugiati palestinesi) utilizzati come rifugi per i civili durante “Margine Protettivo”, uccidendo 44 sfollati e ferendone 227. Tutto ciò nonostante la posizione delle strutture dell’Onu – comprese le scuole usate come rifugi – sia regolarmente comunicata all’esercito israeliano ed aggiornata in tempo di guerra.

Scorrendo il rapporto di Breaking the Silence, un altro militare israeliano racconta che il desiderio degli autisti dei carri armati era quello di schiacciare con i cingoli le automobili ai bordi delle strade. «Dopo aver distrutto interi quartieri – si domanda – che differenza faceva un’auto schiacciata in più?». Un tenente della Divisione Gaza da parte sua riporta che «a differenza di precedenti operazioni si poteva sentire che c’era un radicalizzazione nel modo in cui veniva condotta l’intera faccenda. Il discorso era estremamente di destra. Un militare aveva idee molto chiare sui nemici: gli arabi, Hamas…quelli coinvolti e quelli non coinvolti, e il gioco era fatto. Ma il fatto che siano stati descritti come coinvolti piuttosto che come civili e l’indifferenza nei confronti del numero in aumento di morti palestinesi…il livello di distruzione, il modo in cui le cellule militanti e le persone civili sono state considerate come obiettivi e non come esseri viventi, è qualcosa che mi turba. Il discorso era razzista. Il discorso era nazionalista».

Secondo le autorità militari il rapporto di Breaking the Silence sarebbe viziato da «tendenziosità di fondo» dovute a finalità politiche. Inoltre trovano fuori luogo che le testimonianze siano proposte in forma anonima. Per buona parte della stampa israeliana, la vera origine delle sofferenze della popolazione palestinese era Hamas che combatteva dall’interno di zone abitate. Il giornale Yediot Ahronot sostiene che delle oltre 2000 vittime palestinesi, mille erano miliziani del movimento islamico e di altri gruppi armati che agivano in zone affollate di civili. È una tesi ben nota: le forze armate israeliane hanno sparato, cannoneggiato, bombardato, colpito ovunque ma la colpa in ogni caso è solo dei palestinesi.

Categorie: Palestina

SIRIA. L’Onu rilancia Ginevra: parla con tutti e incrocia le dita

Mar, 05/05/2015 - 10:00

L’inviato de Mistura apre oggi sei settimane di consultazioni faccia a faccia con le parti coinvolte nel conflitto: nessun dialogo diretto, ma mediato dall’Onu. Che dice già di non aspettarsi accordi finali.

 

L’inviato Onu per la Siria, Staffan de Mistura (a sinistra), con il presidente siriano Bashar al Assad

di Chiara Cruciati

Roma, 5 maggio 2015, Nena News – Staffan de Mistura è testardo. Nonostante le dinamiche globali e regionali, la guerra fredda in corso tra Iran e Arabia saudita, il ruolo destabilizzatore statunitense, l’inviato Onu in Siria non intende mollare. E ritira fuori Ginevra, dopo i palesi fallimenti delle precedenti conferenze di pace.

Stavolta cambia la struttura del negoziato tra governo di Damasco e opposizioni: nessun dialogo diretto, chiaramente infattibile, vista la precondizione posta dalla Coalizione Nazionale Siriana (federazione delle opposizioni sostenuta dall’Occidente) che vuole la testa di Assad, in un caparbio quanto inutile circolo vizioso. La proposta di de Mistura che apre oggi sei settimane di incontri è di procedere con una serie di consultazioni separate con le parti coinvolte, governo, opposizioni moderate (resta fuori al-Nusra e, ovviamente, lo Stato Islamico) e attori regionali, tra cui Iran e Turchia.

Obiettivo dichiarato è individuare posizioni negoziabili su cui fondare un dialogo vero e proprio in futuro. Ahmad Fawzi, portavoce Onu, ha spiegato ieri che si tratterà di incontri a porte chiuse con i singoli attori regionali e internazionali: “Non ci aspettiamo annunci decisivi, non ci aspettiamo nessuna comunicazione conclusiva firmata da tutti”. Basso profilo, dettato anche dalla posizione di chiusura subito assunta dalle opposizioni: alcuni gruppi hanno già espresso disapprovazione per la presenza dell’Iran.

L’avvio del nuovo tentativo di transizione politica sarà lanciato oggi a mezzogiorno da Ginevra in una conferenza stampa con l’inviato de Mistura che spera di riuscire dove i suoi predecessori, Kofi Annan e Lakhdar Brahimi, fallirono: portare al tavolo del dialogo parti che si combattono da quattro anni. De Mistura, da parte sua, ha dimostrato chiaramente di non voler escludere il governo di Damasco, considerando la sua presenza fondamentale all’eventuale risoluzione della crisi. Una posizione non affatto condivisa da alcuni governi europei e dall’amministrazione Washington che – nonostante tiepide aperture e nonostante le imbeccate della Cia, che continua a definire le opposizioni moderate un peso gravoso invece che un sostegno concreto – continua a finanziare con denaro e armi gruppi moderati quasi assenti ormai dal terreno di conflitto, rimpiazzati dai gruppi estremisti islamisti, da al-Nusra all’Isis.

Non sono pochi quelli che definiscono quanto meno cieca la strategia implementata dagli Stati Uniti nella regione. La coalizione anti-Isis non sta affatto frenando, dopo mesi di raid aerei, l’avanzata del califfato che mantiene le posizioni. E all’incapacità politica si aggiungono anche le accuse di massacri di civili a nord est di Aleppo: secondo l’Osservatorio Siriano per i diritti umani (organizzazione basata a Londra e da 4 anni schierata contro il presidente Assad) sabato scorso un raid Usa ha ucciso 52 civili nel villaggio Birmahle, vicino Aleppo. “Un massacro perpetrato con il pretesto di colpire l’Isis”. L’esercito Usa ha confermato di aver bombardato quel villaggio giovedì, quindi due giorni prima, dopo aver avuto informazioni dai kurdi sull’assenza di civili nella zona.

L’accusa arriva mentre Amnesty International rendeva pubblico un nuovo rapporto, “Death Everywhere” , sulle atrocità commesse contro la città di Aleppo, da anni prigioniera degli scontri tra opposizioni e governo. L’organizzazione ha pubblicato una serie di testimonianze che raccontano la devastazione provocata dalle bombe (secondo i locali bombe barile sganciate da Damasco), il sovraffollamento degli ospedali ormai al collasso, raid delle opposizioni contro scuole e moschee.

Crimini di guerra contro i civili, li definisce Amnesty, commessi da tutte le parti coinvolte, “orrendi crimini e altri abusi nella città da parte delle forze governative e gruppi armati di opposizioni ogni giorno”. Nena News

Categorie: Palestina

Attivisti palestinesi: “Killing me softly with your bombs”. E Lauryn Hill cancella il concerto in Israele

Mar, 05/05/2015 - 08:39

La cantante statunitense non si esibirà a Tel Aviv, dopo le forti pressioni della campagna Bds e la rivisitazione della canzone che ha reso famosa l’artista.

 

della redazione

Gerusalemme, 5 maggio 2015, Nena News – “Killing me softly with your bombs, killing me softly with your wars”. Il messaggio inviato dal Comitato palestinese di Boicottaggio sotto forma di canzone ha convinto Lauryn Hill: la cantante R&B statunitense, ex voce dei Fugees, ha deciso di cancellare il concerto previsto per questo giovedì a Tel Aviv.

“Quando abbiamo deciso di suonare nella regione, la mia intenzione era di esibirmi sia a Tel Aviv che a Ramallah – ha scritto ieri la cantante sul suo sito web – Organizzare un concerto nei Territori Palestinesi e allo stesso tempo in Israele si è dimostrato una sfida”. Alla fine hanno prevalso le pressioni della campagna di boicottaggio culturale di Israele: “Ho deciso di cancellare la mia performance in Israele e tentare una diversa strategia per portare la mia musica a TUTTI i fan nella regione. Volevo essere una presenza che sostiene la giustizia e la pace”.

Una vittoria del Bds che si aggiunge alle tante conquistate in questi anni e che stanno facendo preoccupare non poco l’establishment politico israeliano. Tanto in ansia da approvare una legge – confermata due settimane fa dalla Corte Suprema israeliana – che vieta ogni forma di boicottaggio e incitamento al boicottaggio, pena multe salatissime per individui e organizzazioni e la perdita di eventuali sussidi statali. La legge è stata duramente criticata dalle associazioni per i diritti umani israeliane che la definiscono un’aperta violazione del diritto d’espressione. Come spesso accaduto, Tel Aviv ha giustificato la norma come un modo per preservare gli interessi nazionali: per mostrare al mondo un’immagine democratica, Israele spende ogni anno milioni di dollari.

In questo caso non sono serviti: la lunga campagna per convincere la Hill a non esibirsi in Israele ha avuto effetto. Sono stati decine di migliaia i firmatari della petizione diretta alla cantante che chiedevano di cancellare lo show: “La presenza di artisti è usata frequentemente da Israele per legittimare le proprie politiche e mantenere la sua reputazione come membro normale della comunità internazionale”, aveva scritto la Us Campaign to End the Israeli Occupation.

Alle pressioni negli Stati Uniti si sono aggiunte quelle del movimento Bds che ha lanciato una campagna di vasta scala, fatta di video YouTube e l’hashtag Twitter #KillingMeSoftly, che riprende il nome della canzone che rese famosa la Hill negli anni ’90. Stavolta però nessuna storia d’amore: “uccidimi dolcemente” è diventato lo slogan di una canzone cantata da attivisti palestinesi sullo sfondo della distruzione di Gaza e delle operazioni militari israeliane nei Territori.

 

 

“Esibirsi in Israele oggi è l’equivalente di esibirsi a Sun City, in Sud Africa, durante l’apartheid – aveva scritto in una lettera indirizzata all’artista il Pacbi (Palestinian Campaign for Cultural Boycott of Israel) – Come donna afroamericana e artista coscienziosa chiediamo di non permettere che il tuo nome sia usato per coprire i crimini israeliani”.

Il nome della Hill si aggiunge così alla lunga lista di artisti che in questi ultimi anni hanno rifiutato di esibirsi in Israele, da Sinead O’Connor a Elvis Costello, da Carlos Santana a Roger Water, da Moddi a Gil Scott-Heron. In altri casi il Bds non ha riscosso lo stesso successo: l’appello lanciato da Water a Robbie Williams (che si è esibito il 2 maggio a Tel Aviv) è rimasto inascoltato, come quello mosso ai Rolling Stones. Nena News

Categorie: Palestina

IL MARE CHIUSO DI GAZA. Israele riconsegna ai pescatori 15 barche sequestrate due anni fa

Mar, 05/05/2015 - 07:15

L’assedio israeliano della Striscia ha fatto crollare del 50% in 16 anni il fatturato del settore della pesca. La Marina israeliana viola gli accordi di cessate il fuoco, ma media israeliani riportano di un dialogo indiretto tra Hamas e Tel Aviv.

 

Il momento del rilascio delle barche sequestrate

di Rosa Schiano

Roma, 4 maggio 2015, Nena News - Sembrava non riuscissero a contenere la gioia i pescatori palestinesi quando mercoledì scorso, al porto di Gaza, attendevano l’arrivo di 15 piccole barche da pesca rilasciate dalla marina militare israeliana, la stessa che due anni prima le aveva confiscate a suon di proiettili. Le forze navali di Tel Aviv hanno rilasciato le 15 imbarcazioni, dette “hasaka”, a 3 miglia dalla costa della piccola enclave e un peschereccio palestinese le ha recuperate e trainate fino al porto.

La rabbia e lo sconforto che spesso crucciano gli sguardi dei pescatori a causa delle continue violazioni e restrizioni di cui sono vittime durante la loro attività hanno così per qualche ora lasciato spazio alla felicità per le barche restituite. Abbiamo raggiunto al telefono ZaKaria Baker, coordinatore del comitato dei pescatori della UAWC (Union of Agricultural Work Committees): “Possiamo considerare il rilascio delle quindici barche un buon passo, tuttavia non rappresenta un reale aiuto al settore ittico né agli stessi pescatori proprietari delle imbarcazioni in quanto sia esse sia i motori sono danneggiati e sono necessari soldi per rimetterli a posto, soldi che i pescatori non hanno, essendo rimasti in questi anni senza lavoro”.

Il settore ittico, ci ha riferito Baker, soffre per quattro motivi in particolare: innanzitutto del blocco navale che dura da nove anni, poi per le continue violazioni contro i pescatori, per il divieto israeliano di importare nella Striscia materie prime e motori per le barche, ed infine per la confisca delle stesse. Israele trattiene nel porto israeliano di Ashdod ancora 85 piccole barche da pesca. “Quindi il rilascio delle imbarcazioni rappresenta solo un piccolo passo paragonato a tanta sofferenza”, ci ha riferito Baker.

Gli abbiamo chiesto quale fosse la condizione dei pescatori dopo il cessate il fuoco iniziato il 26 agosto. “Come comitato dei pescatori abbiamo documentato 735 violazioni (incluso spari, arresti, confische di barche e attrezzature per la pesca) contro i pescatori di Gaza dall’inizio del cessate il fuoco. Inoltre, i disagi per i pescatori sono aumentati dopo l’offensiva, in quanto i bombardamenti hanno distrutto anche strutture del porto e stanze dei pescatori. Le autorità israeliane hanno inoltre ridotto l’area per la pesca, che si estende in realtà fino a 3 miglia dalla costa, e continuano gli attacchi, gli arresti di pescatori, le confische di barche. La percentuale di pescato è diminuita dell’80% rispetto all’anno precedente”.

Ed infatti, non è passato un giorno dal rilascio delle imbarcazioni che la marina israeliana ha ripreso le sue aggressioni nel mare di Gaza: i soldati hanno aperto il fuoco contro pescatori di fronte alle coste di Deir El Balah (area centrale della Striscia), Gaza City e Soudanya (a nord di Gaza). E ancora, il giorno successivo, i militari hanno sparato a tre miglia dalla costa di al Waha (a nord di Gaza) precludendo ai pescatori il diritto di lavorare.

Impedire ai pescatori l’accesso alle proprie terre e alle aree da pesca viola numerose disposizioni del diritto umanitario internazionale, specifica il Palestinian Centre for Human Rights, incluso il diritto al lavoro e ad una vita dignitosa. A seguito dell’ultima offensiva israeliana su Gaza (8 luglio-26 agosto 2014), era stato raggiunto un accordo per il cessate il fuoco tra Israele e gruppi armati palestinesi mediato dall’Egitto che consentiva ai pescatori di raggiungere le 6 miglia dalla costa. In pratica, lo stesso accordo che era stato raggiunto dopo la precedente offensiva, quella del novembre 2012. Tuttavia, le forze israeliane non hanno permesso ai pescatori di raggiungere questo limite in quanto tutti gli attacchi israeliani sono avvenuti all’interno dell’area consentita. Ai palestinesi dunque non viene concesso di accedere all’85% dell’area marittima che viene loro riconosciuta dagli accordi di Gerico (sotto gli accordi di Oslo) nel 1994.

Gli attacchi sui pescatori indifesi sono molto frequenti. Il 7 marzo, le forze israeliane avevano sparato ad un pescatore uccidendolo. Il suo nome era Tawfiq Abu Ryala. E’ il secondo pescatore ucciso dall’inizio del cessate il fuoco.

Le acque dentro dentro le 3 miglia dalla costa sono molto inquinate, a causa di milioni di litri di acque di scarico non trattate o parzialmente trattate che fluiscono quotidianamente nel mar Mediterraneo di fronte alle coste della Striscia. Secondo le Nazioni Unite, dal 1999 il pescato annuale a Gaza è diminuito di quasi il 50%, nel frattempo la povertà aumenta. La pesca è tradizionalmente stata fonte di sostentamento per migliaia di famiglie nella Striscia di Gaza. Tuttavia, negli ultimi anni la capacità delle persone di guadagnare in questo settore è stata indebolita a causa delle restrizioni israeliane sull’accesso dei pescatori al mare. Secondo un rapporto Ocha del 2013, il numero dei pescatori si è ridotto da circa 10,000 nel 2.000 a solo 3.500 nel 2013.

Il rilascio delle barche palestinesi potrebbe tuttavia rientrare in un piano strategico attraverso cui Tel Aviv vorrebbe tentare di mantenere nella Striscia una situazione di calma ed impedire l’esplodere di nuove tensioni. Consapevole della stabilità di Hamas nella enclave palestinese, Israele pare abbia fatto recentemente una inversione di marcia nelle sue relazioni con il movimento islamico con cui manterrebbe contatti indiretti.

In questo contesto, Qatar e Turchia starebbero giocando ruolo di mediatori per garantire un cessate il fuoco di almeno 5 anni che consentirebbe la ricostruzione, secondo la testata The Times of Israel. Questa nuova strategia prevederebbe un alleviamento dell’assedio pur preservando un rigido controllo sulle questioni relative alla sicurezza e all’entrata di materiali da costruzione. Secondo Al Monitor, Tel Aviv manterrebbe una fragile relazione con la Striscia, tentando da un lato di impedire la ripresa delle ostilità attentuando la sofferenza della popolazione, ma da un altro di impedire che l’alleviamento del blocco porti ad un rafforzamento del movimento islamico.
Inoltre, l’esponente di Hamas Ahmad Yousef avrebbe confermato che contatti tra le due parti sarebbero avvenuti attraverso mediatori europei, anche se per il momento nessun accordo pare sia stato ancora raggiunto.

Incontri tra contadini e pescatori della Striscia di Gaza e autorità israeliane sarebbero infine avvenuti a Tel Aviv nei giorni scorsi in occasione di una conferenza internazionale sull’agricoltura, ai quali avrebbe partecipato anche il ministro dell’agricoltura della Striscia, a conferma che qualcosa si sta muovendo senza far rumore, data la delicatezza della situazione.

Dunque non resta che attendere cosa succederà nelle prossime settimane. Non mancano tuttavia delle perplessità: se infatti, un alleviamento del blocco permetterebbe finalmente migliori condizioni di vita alla popolazione, da un altro lato, con una conseguente maggiore indipendenza della Striscia dalla Cisgiordania occupata, la sensazione è che a farne le spese potrebbe essere il progetto nazionale, l’ideale di uno Stato di Palestina unito, proclamato e mai realizzato. Nena News

Categorie: Palestina

CULTURA. Le fotografie che raccontano il Medio Oriente

Mar, 05/05/2015 - 07:00

Alla Biennale di Venezia le collezioni della Fondazione Araba per l’Immagine (Aif). La sua missione è coniugare pratiche artistiche e conservazione della fotografia, per un racconto visivo che dalla metà del XIX secolo fino ai giorni nostri si propone come alternativa allo sguardo orientalista.

Body/Image Workshop: collaboration between AIF and experimental dancer, Alia Hamdan In occasion of Le Mois de la Francophonie at Institut Francais du Liban. March 2015.

di Sabrina Bombassei Vittor

Roma, 4 maggio 2015, Nena News - Per quanti si trovano nella capitale libanese, la Fondazione Araba per l’Immagine – Aif  offre ora una ragione in più per scoprire i suoi spazi – a Gemmayzeh, uno dei quartieri vibranti di Beirut – ospitando una delle venues della mostra Space Between Our Fingers, curata da Rachel Dedman e sostenuta da Apexart-nyc.

In mostra fino al 30 maggio, Space Between Our Fingers indaga, “intessendo una conversazione tra diverse location della costellazione beirutina”, spiega la curatrice, le idee politiche e sociali che circoscrivono l’altrove e la dimensione fantascientifica per diversi artisti del Medio Oriente: Jananne al-Ani, Fayçal Baghriche, Ali Cherri, Ala Ebtekar, Joana Hadjithomas e Khalil Joreige, Assad Jradi, Mehreen Murtaza, Larissa Sansour.

È in questa cornice ideale che la Fondazione Araba per l’Immagine catalizza il dialogo tra il proprio archivio fotografico di lanci di razzi spaziali libanesi (della collezione Assad Jradi) e il murale Elective Purification di Fayçal Baghriche, ispirato alle enciclopedie per bambini di immagini delle bandiere del mondo ma volto a decostruire le nozioni di frontiera e di limite immaginando sulla terra un regno politico che assuma le forme democratiche di una costellazione “aperta” nello spazio.

Assad Jradi, Launch of the fourth Lebanese rocket, Dbayeh, Lebanon, November 21, 1963, Collection AIF/Assad Jradi, Courtesy of the Arab Image Foundation

Questa proposta sintetizza esemplarmente quelli che ne sono i tratti distintivi e l’originalità dell’Aif, cioè la volontà di coniugare pratiche artistiche e interessi di ricerca dei propri membri (attualmente 12 tra artisti e professionisti provenienti da Libano, Siria, Palestina, Egitto e Armenia, tra cui il co-fondatore e artista Akram Zaatari) con gli obiettivi di raccolta, conservazione e studio del patrimonio fotografico e di altri materiali visivi provenienti da Medio Oriente, Nord Africa e diaspora araba. Creata a Beirut nel fermento del dopoguerra in cui vedono la luce anche il Beirut Art Center e Ashkal Alwan, l’Aif inizia a documentare e diffondere le pratiche fotografiche autoctone – superando quota 600 mila fotografie, datate da metà XIX secolo ai nostri giorni, in gran parte già digitalizzate e che saranno fruibili online su una nuova piattaforma entro il 2016 – offrendo un’alternativa alla ben più nota fotografia orientalista.

Oggi l’Aif è un punto di riferimento in tutta la regione per quanto concerne gli standard di conservazione e catalogazione del materiale, organizzando numerosi workshop per professionisti dell’area mediorientale. Si iscrivono in questa logica di cooperazione transnazionale anche due ambiziosi progetti di cui la Fondazione è tra i partner capofila: il Modern Heritage Observatory (MoHO), volto a promuovere la conservazione dell’eredità culturale moderna (cinema, fotografia, architettura, musica) mediorientale e nordafricana; e il Middle East Photograph Preservation Initiative (Meppi), mirato al patrimonio fotografico dell’area e che gode della collaborazione di enti del calibro dell’Art Conservation Department dell’Università di Delaware, del Getty Conservation Institute e del Metropolitan Museum of Art.

Fayçal Baghriche, Elective Purification (Arab version), 2004-2010, Wallpaper, variable dimensions Courtesy of the Artist and Taymour Grahne Gallery

Ma la Fondazione resta in primis un incubatore dove creativi, professionisti e ricercatori possono sviluppare nuovi linguaggi fotografici o di mediazione. Essa vanta la produzione di 15 mostre ed 8 pubblicazioni, in partnership con musei, gallerie e altre realtà culturali, nonché una ricca biblioteca specializzata. Si iscrivono in questa visione il progetto in cantiere di una monografia dedicata a Van Leo, fotografo-ritrattista armeno basato nella Cairo cosmopolita degli anni ’40 e ’50, e le attività educative rivolte agli adolescenti, in collaborazione con coreografi, artisti e collezionisti, in cui le collezioni costituiscono il punto di partenza per esplorazioni multiformi.

Per quanti invece si trovano dall’altro lato del Mediterraneo e avranno la possibilità di visitare, dal 9 maggio, la Biennale di Venezia, parte delle collezioni dell’Aif è esposta nel padiglione iracheno, che propone scatti del fotografo Latif el-Ani degli anni cinquanta e sessanta. A testimoniare l’enorme valore che il lavoro archivistico assume per la ricerca artistica attuale. Nena News

 

 

 

Categorie: Palestina

Al giornalista siriano Mazen Darwish il premio UNESCO per la libertà di stampa

Lun, 04/05/2015 - 13:19

In carcere dal 2012, Darwish è stato insignito del premio “Guillermo Cano” per la libertà di stampa per il suo lavoro iniziato anni prima che la comunità internazionale si accorgesse della repressione del dissenso in atto a Damasco 

Manifestazione a Parigi per la liberazione di Mazen Darwish

della redazione

Roma, 4 maggio 2015, Nena News - Nella giornata mondiale per la libertà di stampa, l’Unesco ha deciso ieri di insignire del prestigioso premio “Guillermo Cano” Mazen Darwish, cronista siriano in carcere dal 2012, “in riconoscimento del lavoro che egli ha svolto in Siria per oltre 10 anni con grande sacrificio personale, sopportando il divieto di espatrio, le minacce, così come la detenzione e la tortura ripetuta”.

Darwish, attivista per i diritti umani oltre che reporter, è stato arrestato il 16 febbraio del 2012 assieme a Hani Zaitani e Hussein Ghreir, suoi colleghi del Centro Siriano per i Media e per la Libertà di Stampa, con l’accusa di “promuovere atti di terrorismo” per aver partecipato, secondo quanto riporta l’Osservatorio siriano per i Diritti Umani, a una manifestazione per chiedere il rilascio dei prigionieri politici.

Il suo primo arresto risale però al 2008, ben prima che scoppiasse la rivolta contro il regime di Bashar al-Assad: in quell’occasione aveva riportato di una sollevazione avvenuta ad Adra, cittadina alle porte di Damasco sede di un noto centro di detenzione, ed era stato condannato a 10 giorni di carcere per “diffamazione e insulto ai corpi amministrativi dello Stato”. Due anni prima il governo aveva chiuso il portale indipendente da lui co-fondato nel 2004, syriaview.net, mettendo in luce la repressione che, come aveva dichiarato all’epoca Darwish, “colpisce la libera espressione e gli attivisti democratici”. 

Le organizzazioni per i diritti umani non hanno mai smesso di chiedere il rilascio di Darwish, il cui processo è stato posposto per la dodicesima volta questa settimana, slittando al prossimo 14 maggio. Lo scorso anno, in occasione dell’attribuzione del premio PEN Pinter a parimerito con Salman Rushdie, il giornalista era riuscito a far circolare un messaggio fuori dal carcere in cui dichiarava che “se impediamo di esprimere le proprie opinioni a coloro che la pensano diversamente da noi, perderemo le nostre vite e il nostro futuro”.

Darwish ha poi ricordato che i giornalisti in Siria “pagano il prezzo più alto per un’ideologia dell’oppressione” e i numeri gli danno ragione: sono 90 i reporter uccisi nel Paese nei quattro anni dall’inizio della rivolta contro Bashar al-Assad, oltre alle decine di cronisti e attivisti per i diritti umani persi tra quelle 100 mila persone ufficialmente nelle carceri del regime e quei 50 mila “scomparsi” che si crede siano rinchiusi nei tanti uffici nascosti dei servizi segreti. Nena News

Categorie: Palestina

EGITTO. Fratellanza: “Unione Africana fermi l’ondata di condanne a morte”

Lun, 04/05/2015 - 12:29

I legali dei Fratelli Musulmani si sono rivolti alla Commissione dei diritti dell’uomo e dei popoli, dell’Unione africana, per denunciare il massiccio ricorso alla pena capitale. Sono centinaia gli egiziani nel braccio della morte. Dubbi sui processi e sull’uso della forza per silenziare il dissenso

di Sonia Grieco

Roma, 4 maggio 2015, Nena News – Finora è stata eseguita una sola sentenza capitale (quella di Mahmoud Ramadan) delle centinaia comminate dai tribunali egiziani dopo il golpe del luglio 2013, ma nel braccio della morte ci sono centinaia di persone sulla cui condanna si stagliano numerosi dubbi.

A sollevarli, di recente, sono stati i legali del partito Giustizia e Libertà (FJP), braccio politico dei Fratelli Musulmani, i cui esponenti e sostenitori affollano le carceri del nuovo Egitto del presidente Abdel Fattah Al-Sisi, l’architetto del golpe che ha messo fine al mandato dell’ex capo di Stato Mohamed Morsi, il primo eletto dell’era post-Mubarak ed esponente della Fratellanza. Messi fuorilegge, i Fratelli Musulmani sono stati arrestati in massa e condannati a pene severissime. In cella è finito anche Morsi, mentre la guida suprema del movimento, Mohamed Badi’, è tra i condannati al patibolo.

Gli avvocati del partito della Fratellanza si sono rivolti alla massima autorità in materia dell’Unione Africana, alla Commissione dei diritti dell’uomo e dei popoli, per rivedere e fermare questo massiccio ricorso alla forca in atto in Egitto. Per la prima volta sabato scorso, hanno depositato le prove di un sistema repressivo che passa attraverso i tribunali, spesso corti militari che giudicano civili in processi celebrati in pochi giorni, con decine di accusati alla sbarra.

Secondo Ong e attivisti, dall’inizio dell’anno sono finiti nel braccio della morte 194 egiziani, mentre l’anno scorso le sentenze capitali sono state 509. Inoltre, 20mila persone sono in cella in attesa di giudizio. Numeri che fanno dell’Egitto il campione regionale di condanne a morte, già richiamato due volte dalla Commissione nel corso dell’ultimo anno, ma senza risultati. Questa volta i legali sperano di portare la questione all’attenzione delle autorità dell’Unione africana, i cui capi di Stato e di governo si riuniscono a giugno e hanno il potere di sanzionare il Cairo. L’Egitto è segnatario dell’African Charter, lo strumento di difesa dei diritti umani adottato dall’Unione africana, che sancisce il rifiuto della pena di morte.

Il ricorso a sentenze di massa fa parte “della diffusa e sistematica imposizione di pene capitali al fine di reprimere l’opposizione democratica e pacifica”, ha detto Tayab Ali, socio dello studio legale londinese ITN e legale dei Fratelli Musulmani, al sito Middle East Online. “Il sistema giuridico egiziano è usato per mettere in piedi gravi atti di repressione di stato”.

Una repressione fatta in nome della lotta al “terrorismo”, che alla miriade di processi e condanne contro la Fratellanza -ma anche contro gli oppositori e gli esponenti dei movimenti laici scesi in piazza per chiedere la fine del regno di Mubarak nel 2011- ha affiancato leggi draconiane che imbavagliano la stampa, limitano la libertà di espressione e di manifestazione, danno ampi poteri a polizia ed esercito.

Negli ultimi due anni, Ong e gruppi per la difesa dei diritti umani hanno più volte denunciato i processi nei tribunali militari, l’estorsione delle confessioni con la tortura, il mancato riconoscimento del diritto alla difesa, gli arresti arbitrari. E anche la Commissione è intervenuta: ad aprile ha chiesto la sospensione di 529 condanne a morte comminate dal tribunale di Minya a conclusione di un processo durato meno di due giorni. Secondo i legali dell’FJP, la maggior parte degli imputati è stato condannato in contumacia e senza avere un rappresentante legale. Tre giorni dopo l’intervento della Commissione, il giudice ha confermato la pena capitale per 37 dei 529 imputati, ma in un altro caso ha inflitto 683 condanne a morte.

Tanti dubbi si stagliano anche sul procedimento che ha portato alla morte per impiccagione Mahmoud Ramadan, sinora l’unica sentenza eseguita. L’uomo era stato condannato per la morte di un adolescente nell’agosto del 2013, durante le proteste seguite al golpe militare, represse nel sangue. Ramadan aveva denunciato le torture subite in prigione per costringerlo a confessare, ma neanche l’intervento della Commissione dei diritti dell’uomo e dei popoli, che chiedeva ulteriori indagini, ha fermato il boia. Nena News

Categorie: Palestina

YEMEN. Human Rights Watch: “Riyadh lancia bombe a grappolo di fabbricazione Usa”

Lun, 04/05/2015 - 11:28

Gli ordigni rinvenuti nella zona di Saadah, roccaforte houthi, a 600 metri da un centro abitato. Ma l’Arabia Saudita nega, come nega anche la presenza di truppe della coalizione a terra: secondo le testimonianze del governo yemenita e dei cronisti, starebbero combattendo i ribelli sciiti ad Aden

 

(Fonte: Ansa)

della redazione

Roma, 4 maggio 2015, Nena News - E’ allarme, in Yemen, per i risvolti che sta prendendo la guerra lanciata dalla coalizione a guida saudita contro i ribelli sciiti Houthi. Human Rights Watch ha denunciato ieri l’uso di bombe a grappolo da parte dell’aviazione di Riyadh, nonostante le convenzioni internazionali lo vietino: gli ordigni, fotografati dall’organizzazione  dopo il ritrovamento nella provincia di Saadah il 17 aprile scorso, sono del tipo BLU-108 e sono fabbricati dalla Textron, azienda americana che produce anche elicotteri, veicoli blindati e autoricambi.

Dopo aver messo insieme foto e testimonianze dell’uso di armi non convenzionali nel conflitto studiando anche le immagini satellitari,  HRW ha denunciato che “gli attacchi aerei sauditi con bombe a grappolo hanno colpito aree vicino ai villaggi, mettendo in pericolo la popolazione”: gli ordigni sarebbero caduti in un campo coltivato a 600 metri da un centro abitato nella provincia di Saadah, roccaforte del movimento sciita al confine con l’Arabia Saudita.  All’interno di ogni bomba, ci sono decine di piccole munizioni che, se inesplose, diventano sostanzialmente mine che possono scoppiare anche molto tempo dopo.

“L’Arabia Saudita – ha dichiarato Steve Goose, direttore di HRW – gli altri membri della coalizione e il fornitore, gli Stati Uniti, stanno violando lo standard globale che rifiuta le bombe a grappolo a causa della loro minaccia a lungo termine per la popolazione civile”. Uno standard globale sancito da un trattato del 2008 sul divieto di impiego di questi ordigni adottato da 116 paesi, ma non dall’Arabia Saudita e dai suoi colleghi della coalizione, né tantomeno dagli Stati Uniti, che usano ed esportano questo tipo di arma vantando un tasso di ordigni inesplosi inferiore all’un per cento.

Sembra che a Washington, più che il contrasto della minaccia iraniana in Yemen, prema il giro d’affari che ruota intorno alla vendita delle armi: i dati riportati da un articolo del portale Middle East Eye mostrano come l’Arabia Saudita sia diventata il principale importatore mondiale di armamenti, che vanta proprio gli Stati Uniti tra i principali fornitori. Solo nel 2013 – dopo una discesa culminata nel 2007 con meno di un miliardo di dollari di vendite di armi-  Washington ha guadagnato circa 5,5 miliardi di dollari vendendo armi a Riyadh,  attestando il giro di affari tra i due alleati ai massimi storici.

I sauditi negano di usare i controversi ordigni e, nonostante l’operazione “Tempesta Decisiva” sia stata dichiarata ufficialmente conclusa la settimana scorsa per lasciare spazio all’operazione “umanitaria” detta “Ripristino della speranza”, continuano i raid della coalizione, soprattutto nella zona di Aden: una serie di attacchi aerei venerdì scorso ha colpito un ospedale e un campo medico, uccidendo 58 civili tra pazienti e personale medico.

Riyadh accusa infatti i ribelli Houthi di nascondere le armi nelle scuole e negli edifici residenziali, colpendo spesso le infrastrutture civili: qualche giorno fa la coalizione ha bombardato il principale silos di grano della città giustificando l’attacco con la presenza di Houthi lì nascosti, ma di fatto aggravando la situazione umanitaria di una zona in cui il pane scarseggia da settimane.

Gli abitanti di Aden denunciano la prigione a cielo aperto in cui sono costretti a vivere, tra bombardamenti della coalizione e scontri tra esercito e miliziani fedeli al presidente Abd Rabbo Mansour Hadi con  i ribelli sciiti che, a quanto riportano i media arabi presenti, occuperebbero ancora buona parte delle principali infrastrutture intorno alla città portuale.

La ciliegina sulla torta sembra essere arrivata: fonti del governo di Hadi hanno dichiarato alle agenzie stampa internazionali, tra cui  AFP e Associated Press, che sarebbe cominciata l’operazione via terra della coalizione. Riyadh ha negato la presenza di suoi soldati, ma i funzionari governativi yemeniti parlano di “truppe limitate in missione di ricognizione”. Ma secondo la testimonianza di un cronista sul posto, soldati sudanesi ed emiratini starebbero combattendo contro i miliziani sciiti nell’area dell’aeroporto di Aden. Nena News

Categorie: Palestina

FOTO/VIDEO. Pro e contro i richiedenti asilo: doppia manifestazione a Tel Aviv

Lun, 04/05/2015 - 07:51

Sabato in piazza HaBima il corteo dei pro-rifugiati accanto a quello degli abitanti dei quartieri sud della città, che invocano la deportazione degli “infiltrati” per mettere fine al degrado della zona

Foto, video e testo di Roberto Prinzi

Tel Aviv, 4 maggio 2015, Nena News – Duecento persone si sono radunate sabato sera a Tel Aviv nella centralissima piazza HaBima per protestare contro la politica “anti-infiltrati” del governo di destra israeliano che mira a deportare in paesi terzi i richiedenti asilo e gli immigrati presenti nello stato ebraico. Negli stati in cui saranno trasferiti, stabilisce il piano annunciato un mese fa dall’uscente ministro degli interni Gilad Erdan, ai migranti verrà riconosciuto pieno status legale. Secondo la bozza di legge chi non sarà d’accordo al trasferimento sarà imprigionato a tempo indeterminato.

A pochi metri di distanza dal recinto delimitato da transenne in cui sono rinchiusi gli attivisti di sinistra, vi è il contro presidio di oltre 100 abitanti dei quartieri meridionali di Tel Aviv. A dividere i due gruppi vi sono i cordoni di una trentina di agenti di polizia. Ci avviciniamo al gruppo degli attivisti di destra e siamo travolti dalla loro rabbia incontenibile. Una donna con il megafono grida: “abbiamo morti, ogni giorno subiamo stupri, ogni giorno [ci sono] scontri e rapine. Vergognatevi [rivolgendosi agli attivisti di sinistra , ndr]. La soluzione al degrado del suo quartiere è una sola ed è racchiusa in una formula di tre parole: “sì alla deportazione”.

Gli altri militanti di destra approvano e in coro, per un po’, ripetono questo slogan. Seffi Paz, che abita nel quartiere povero di Shapira, è irrequieto e prende la parola. Il suo bersaglio è la sinistra: “noi li chiamiamo infiltrati, loro li chiamano rifugiati. Noi parliamo di crimini [che avvengono] nei nostri quartieri mentre loro parlano di sopravvivenza. Diciamo polizia di immigrazione, centro di detenzione, mentre loro lo chiamano campo di concentramento”. Colpevole, secondo gli abitanti dei quartieri meridionali di Tel Aviv, è soprattutto il New Israel Found (NIF) perché responsabile di finanziare i gruppi locali di diritti umani. Un cartello recita: “NIF: opprime gli oppressi nel sud di Tel Aviv”.

Alla spicciolata arrivano anche i promotori della manifestazione a favore dei richiedenti asilo. Un giovane manifestante, con una t-shirt bianca su cui è scritto in inglese: “Io amo i rifugiati e non dimenticherò”, è avvolto in una bandiera israeliana. Ci avvicina chiedendoci se vogliamo avere alcuni cartelloni che ha preparato. “No alla deportazione” ci dice quando gentilmente rifiutiamo. A suo fianco altri manifestanti reggono insegne in ebraico che recitano: “la deportazione dei migranti è un crimine morale”, “hanno chiesto riparo e hanno ottenuto la prigione”, “Holot [struttura detentiva nel deserto del Neghev in cui sono detenuti oltre 4.000 migranti] quanto ci costa?”, “un rifugiato [ebreo, ndr] non ne caccia un altro”.

Il presidio della sinistra è rumoroso e a ritmo di tamburo e fischietti qualche ragazza danza, mentre altri intonano slogan contro il trasferimento. Il sit-in è formato da voci diverse e, nel tentativo di avere la più ampia partecipazione possibile, pone in primo piano il carattere umanitario della questione migratoria trascurando l’elemento politico : il rapporto dell’ideologia sionista con la legge anti-infiltrati. In uno stato che si dichiara “ebraico” per costituzione, hanno diritto di cittadinanza (e di presenza) coloro che appartengono ad altre confessioni religiose? E se i “mistanenim” (infiltrati in ebraico) sono i sudanesi e gli eritrei, non lo sono da meno anche i palestinesi, anche loro definiti “minaccia demografica” esattamente come gli immigrati?

Il dato che balza agli occhi è che tra i 300 partecipanti pro-immigranti a mancare sono proprio i destinatari dei provvedimenti messi in atto da Tel Aviv. Contiamo la loro presenza sulle dita di una mano. Tra i pochi ad essere in piazza è Nadim Omar, un richiedente asilo del Sudan. Indossa una camicia rosa e spicca tra la folla per la sua altezza. “La situazione è terribile – ci racconta non appena ci avviciamo – molti immigrati non sono venuti perché hanno paura”. Nadim ha in mano un foglio su cui è stampata la foto di un giovane migrante deportato da Israele e morto nel Sudan. “Guardate qui, questo potrebbe succedere a qualunque di noi se dovessimo essere trasferiti”. “E’ molto pericoloso se ci rimandano indietro – aggiunge salutandoci – parlano di paesi terzi [la stampa locale ha rivelato che Uganda e Ruanda sarebbe pronti ad accogliere il flusso degli immigranti presenti in Israele, ndr], la realtà è che non c’è alcun accordo con questi governi”.

Di tanto in tanto dal presidio quasi contiguo della destra qualcuno prova ad entrare in contatto con gli attivisti della sinistra. Il cordone di polizia lo respinge indietro, ma è impotente di fronte alla pioggia di insulti che scivola senza freni dalla loro bocca. Inviperite sono due giovani ragazze israeliane etiopi che si trovano a passare in piazza. “Siete dei codardi e traditori” una delle due grida coprendo di epiteti irripetibili gli attivisti di sinistra delle prime file. Ma la loro rabbia non ha nulla a che vedere con il fatto che la sinistra extraparlamentare scesa in piazza ieri abbia eluso il tema della discriminazione e delle violenze subite dai falasha etiopi (protagonisti il 1 maggio e ieri di violenti proteste a Gerusalemme e Tel Aviv). L’odio delle loro parole è quello di un sottoproletariato israeliano volutamente discriminato dalle elite ashkenazite (di qualunque colore politico) e aizzato con le altre classi marginalizzate che costituiscono la società israeliana.

Sono le ore 21:40 e il corteo incomincia a disperdersi. Le maglie difensive della polizia si attenuano e così un manifestante di destra riesce per la prima volta ad entrare in contatto con i militanti dell’opposto schieramento. Questa volta,rispetto a quanto avviene spesso da queste parti, in modo non violento. Con gli occhi sgranati e con reale preoccupazione dipinta sul suo volto si lamenta: “non possiamo vivere più così con loro [i richiedenti asilo, ndr]. E voi invece li sostenete. Guardate prima a noi, alla nostra sofferenza”. Una attivista di sinistra prova a calmarlo: “noi non siamo contro di voi. E’ il governo israeliano che è responsabile della situazione nel sud di Tel Aviv”. Nena News

 GUARDA IL VIDEO DELLA CONTROMANIFESTAZIONE:

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MUSICA. L’oud di Helmi M’hadhbi per Gaza

Lun, 04/05/2015 - 07:12

Il musicista tunisino si esibisce a Roma il 7 maggio nell’ambito dell’iniziativa “Liutai a Gaza, la musica al lavoro contro la distruzione”. L’obiettivo è costruire un laboratorio per la riparazione di strumenti musicali nella Striscia

 

Helmi M’hadhbi

della redazione

Roma, 2 maggio 2015, Nena News – Un viaggio nella musica del Mediterraneo con il liuto arabo (oud) di Helmi M’hadhbi, musicista tunisino che fa tappa a Roma, giovedì 7 maggio, per sostenere l’iniziativa “Liutai a Gaza, la musica al lavoro contro la distruzione”.

Il progetto nasce dalla collaborazione tra la campagna per la Palestina Cultura è Libertà e la Scuola palestinese di musica Al Kamandjati, nata per portare la musica tra i bambini dei campi profughi in Libano, nei Territori palestinesi occupati, a Gaza. L’obiettivo è raccogliere i fondi necessari per la costruzione di un laboratorio per la riparazione di strumenti musicali a Gaza.

Un progetto di formazione professionale dedicato ai giovani, sostenuto dall’artista tunisino famoso nel modo arabo e in tutta Europa, trasferitosi in Italia nel Duemila. Dal 2005 Helmi M’hadhbi, si esibisce con l’OrcheXtra Terrestre. Nel 2010, con il regista Alessio Osele, ha realizzato il documentario “Mare Nostrum” in qualità di protagonista e compositore delle musiche della colonna sonora. Nel 2012, con Corrado Bungaro ha fondato l’Ensemble Turchese diventata in seguito in quintetto molto apprezzato.

Giovedì prossimo si esibirà a Roma, al Centro Baobab, dove presenterà il suo ultimo lavoro ‘Safar’. “Dedico le mie musiche al popolo tunisino, il primo a rompere il silenzio e a dire: “dégage!“ al dittatore”, ha detto Helmi M’hadhbi. “E ai popoli che si sono lasciati avvolgere dalla brezza di libertà e si sono ribellati contro l’ingiustizia. Le dedico a tutti bambini che vivono nella sofferenza… e in particolare, ai bambini palestinesi, esempio di resistenza e di speranza. Perché dalle tenebre dell’oppressione nasce la luce della libertà” .

Per informazioni sul concerto del 7 maggio, contattare il numero 347-4890740  o visitare il sito della campagna ‘Cultura è Libertà’. Nena News

 

 

Categorie: Palestina

ISRAELE. Scontri e feriti durante le nuove proteste degli ebrei etiopi

Lun, 04/05/2015 - 06:04

Ieri sera almeno 46 persone sono rimaste ferite durante gli scontri con la polizia in Piazza Rabin a Tel Aviv. Almeno 15 manifestanti ebrei etiopi sono stati arrestati.

Ieri durante la manifestazione degli ebrei etiopi a Tel Aviv (foto EPA)

della redazione

Tel Aviv, 4 maggio 2015, Nena NewsSono almeno 46 i feriti degli scontri divampati durante la manifestazione di protesta ieri sera a Tel Aviv degli ebrei etiopi (noti come Falasha) contro la violenzache subiscono dalla polizia. Gli incidenti più gravi sono avvenuti in piazza Rabin quando centinaia di giovani manifestanti hanno tentato di entrare nel palazzo del municipio. La polizia, intervenuta anche con i reparti a cavallo, ha usato il pugno di ferro. I feriti sono stati almeno 46, tra i quali, secondo la versione uficiale, alcuni poliziotti. Almeno 15 i manifestanti arrestati.

“Né bianchi né neri, solo esseri umani” avevano scandito in precedenza gli ebrei etiopi nei pressi degli uffici governativi sotto le Torri Azrieli ad un passo dalla tangenziale che entra a Tel Aviv. Alcune migliaia di persone (le autorità hanno dato cifre più basse), tra le quali numerosi attivisti per i diritti civili, hanno poi attraversato la città fino a raggiungere Piazza Rabin dove in serata sono scoppiati gli scontri con la polizia.

La rabbia dei Falasha contro “il razzismo della polizia” era riesplosa giovedì a Gerusalemme quando diverse centinaia di ebrei etiopi riuniti in Piazza Francia si erano scontrati con agenti dei reparti antisommossa. “Il nostro sangue è buono solo per le guerre”, scandivano in quella occasione i dimostranti giunti a Gerusalemme da ogni parte di Israele. Anche la scorsa settimana la manifestazione si è conclusa contro scontri violenti.

Al capo dello Stato Reuven Rivlin una delegazione Falasha, per lo più studenti universitari, giovedì aveva raccontato “le discriminazioni quotidiane” di cui gli ebrei etiopi sono vittime in Israele e denunciato con forza l’aggressione subita da un soldato di origine etiope – le immagini hanno fatto il giro della rete – duramente percosso dalla polizia. Un fatto non isolato, avevano sottolineato i delegati. Nel tentativo di calmare gli animi, il premier Benyamin Netanyahu ha fatto sapere che oggi riceverà una delegazione di esponenti della comunità, fra cui il soldato picchiato dalla polizia. Ma le proteste sembrano destinate a continuare.

Gli ebrei etiopi sono fermi ai gradini più bassi della scala sociale in Israele. Già in passato hanno denunciato le discriminazioni che subiscono e la loro pesante condizione economica. Secondo la tradizione ebraica sarebbero i frutti dell’unione tra re Salomone e la Regina di Saba. Minacciati dal governo etiope nel 1977-1979 i Falasha emigrarono verso il Sudan. Il governo di Israele quindi decise di trasportarli nel proprio territorio con un ponte aereo, in tre operazioni denominate Operazione Mosè, Operazione Giosuè ed infine Operazione Salomone.

Attualmente in Israele vivono circa 120mila Falasha che continuano ad avere difficoltà di adeguamento ad un ambiente molto diverso da quello di origine. L’integrazione e l’omologazione dei giovani è svolta dalle scuole e soprattutto dall’arruolamento nelle Forze Armate. Le autorità sono accusate di aver attuato una politica di drastica “ebraizzazione” degli etiopi secondo i canoni di Israele, ignorando la lingua e la cultura Falasha. Nena News

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SAPORI E IDENTITA': Yakhni ful

Sab, 02/05/2015 - 10:35

Oggi la nostra cuoca Fidaa ci presenta le fave in brodo.

di Fidaa Abu Hamdiyyeh

Roma, 2 maggio 2015, Nena News – Oggi facciamo la fave, perché nel giardino di una mia carissima amica di Hebron sono coltivate. Le abbiamo raccolte e cotte in modo buono ma veloce perché avevamo impegni sociali. Dopo aver raccolte le fave fresche, le abbiamo lavate e usate per fare questa “quasi”zuppa.

Gli ingredienti sono:
1/2 chilo di fave fresche
1 cipolla grande
200 g di carne tagliata a pezzi grossi
1 litro di acqua
Sale e pepe nero
Un filo d’olio d’oliva

Procedimento:

Tagliate la cipolla e mettetela su una pentola sul fuoco poi aggiungete la carne e un poco di sale, quando cambia il colore della carne aggiungete le fave tagliate a pezzi grossi mescolate per qualche minuto poi versate l’acqua sopra è lasciate a bollire finche le fave saranno cotte, salate e pepate in ultimo servite con del riso giallo asciutto.
Buon appetito

Fidaa

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IRAQ, la guerra delle donne

Sab, 02/05/2015 - 09:23

VIDEO – Intervista con Hanaa Edwar, attivista per i diritti umani e responsabile dell’associazione irachena Al-Amal

Hanaa Edward

di Sonia Grieco

Roma, 2 maggio 2015, Nena News – “Sono i tempi più difficili per le donne irachene”, secondo Hanaa Edwar, attivista per i diritti umani che da anni si batte per l’emancipazione femminile con l’associazione Al-Amal, fondata nel 1992. E’ cofondatrice della Lega della donna irachena, nata negli anni Cinquanta.

L’ascesa dei jihadisti dell’Isis, con il suo carico di abusi e orrori commessi contro la popolazione civile e in particolare contro le donne, ha gettato un’ombra sul cammino delle donne irachene. Un percorso di riscatto difficile, all’interno di una società patriarcale, segnata dal settarismo, che già prima dell’Isis si era scontrato con la scarsa apertura delle istituzioni. Un anno fa nel Paese si discuteva di una legge (la legge Jafaari) che avrebbe consentito il matrimonio a bambine di nove anni. Una norma dedicata alle donne sciite, che oltre a violare i diritti dell’infanzia alimentava le divisioni etniche e religiose.

Oggi con la presenza dei jihadisti in Iraq la posta in gioco è ancora più alta e la battaglia, dice Hanaa Edwar, è più difficile, ma “il riconoscimento delle libertà individuali è il presupposto per lo sviluppo sociale dell’Iraq”.

Hanaa Edwar è stata relatore del seminario ‘La tragedia irachena. Quale risposta dalla società civile e dalle donne’, organizzato a Roma dall’Associazione di amicizia Italia-Iraq. Nena News

 

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ISIS. Al Baghdadi ferito grave “inabile” al comando

Sab, 02/05/2015 - 07:51

Lo scrive il giornale britannico Guardian citando fonti ben informate a Mosul. Il capo dello Stato Islamico sarebbe stato sostituito dal suo vice Abu Alaa al Afri

Al Baghadi nel fermo immagine di un video girato da un militante dell’Isis

della redazione

Roma, 2 maggio 2015, Nena News – Il leader dello Stato Islamico (Isis) Abu Bakr al-Baghdadi, rimasto ferito gravemente due mesi fa in un bombardamento aereo della Coalizione guidata dagli Stati Uniti, sarebbe in uno stato di “inabilità” fisica, a causa di un serio “danno spinale”, e non in grado di svolgere più il suo ruolo di comando dell’organizzazione che circa un anno fa, nel giro di poche settimane, prese il controllo dei territori settentrionali di Iraq e Siria. Lo scrive il quotidiano britannico Guardian citando quelle che definisce fonti ben informate a Mosul, la “capitale” dello Stato islamico in Iraq. Il giornale sostiene che l’Isis “è ora guidato da Abu Alaa al Afri”, numero due del gruppo.

Oltre due mesi dopo il suo ferimento, riferisce il Guardian, “il Califfo (al Baghdadi) deve ancora riprendere il comando…tre fonti vicine all’organizzazione affermano che le gravi ferite di Baghdadi potrebbero significare che non tornerà mai più a guidare l’Isis”.

Abu Alaa al Afri, con un passato di insegnante di fisica prima di diventare un leader jihadista e vice di al Baghdadi, avrebbe perciò assunto il comando dell’organizzazione. “Hanno molta fiducia in al Afri”, afferma Hisham al Hashimi, consigliere del governo iracheno sull’Isis, “è intelligente, un ottimo leader e amministratore. Se Baghdadi dovesse morire al Afri sarà nominato (nuovo Califfo)”.

Sempre secondo il Guardian, una donna medico specialista in radiologia e un chirurgo – entrambi membri dello Stato Islamico – stanno curando Baghdadi nel suo rifugio segreto. L’organizzazione manterrebbe uno stretto riservo sulle sue condizioni, per non demoralizzare combattenti e attivisti. “Soltanto un gruppo ristretto dell’organizzazione è a conoscenza delle reali ferite di Baghdadi e dove si è rifugiato e in pochi hanno potuto fargli visita. Tuttavia le notizie sulle sue condizioni si stanno diffondendo anche nelle seconde linee dell’Isis”, conclude il Guardian.

Il Califfo sarebbe stato ferito in un raid aereo,  avvenuto il 18 marzo a al-Baaj, 130 chilometri da Mosul. I tre uomini che viaggiavano con lui rimasero uccisi. Allora lo stesso Guardian aveva rivelato come al-Baghdadi avesse rischiato di morire, salvo poi riprendersi lentamente.

Già in passato si era diffuse voci sulla morte o il ferimento grave di al Baghdadi in raid aerei della Coalizione. Le prime indiscrezioni risalgono al mese di novembre quando via twitter era stata annunciata ufficialmente l’uccisione di al-Baghdadi in un raid su Qaim. Queste voci sono poi risultate false. Nena News

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