Nena news

Agenzia Stampa Vicino Oriente
Subscribe to feed Nena news

Gli attentatori hanno colpito la città di al-Qaa a maggioranza cristiana che si trova nella parte orientale del Paese dei Cedri. Almeno cinque i civili uccisi. 15 i feriti. Nessun gruppo ha rivendicato le esplosioni, ma la tv al-Manar vicino ad Hezbollah accusa: “è stato lo Stato Islamico”

Esercito libanese impegnato al confine con la Siria

della redazione

Roma, 27 giugno 2016, Nena News – Torna il terrore in Libano. Stamane all’alba una serie di attentati suicidi ha colpito il villaggio a maggioranza cristiana di al-Qaa che si trova sulla strada principale che collega la città siriana di al-Qusayr con la Valle della Beka’a nell’est del Paese dei Cedri. Secondo una fonte militare, sarebbero stati quattro gli attentatori suicidi che si sarebbero fatti saltare in aria. “Il primo ha bussato ad una delle case del villaggio, ma dopo che il proprietario della casa è diventato sospettoso, si è fatto esplodere” ha detto un ufficiale all’Afp. Gli altri tre, invece, sarebbero entrati in azione una volta che un gruppo di persone è accorso per curare il ferito.

Intervistato dall’Afp, George Kettaneh della Croce Rossa libanese ha detto che l’esplosione ha causato almeno otto vittime (tre sono gli attentatori). Bilancio parziale perché alcuni dei 15 feriti (4 sono soldati) versano in condizioni critiche.
Al momento nessun gruppo ha rivendicato gli attacchi. Tuttavia, la tv al-Manar, vicina ad Hezbollah, ha puntato il dito contro l’autoproclamato Stato Islamico (Is).

Il confine tra Libano e Siria è stato più volte teatro di attentati, scontri e colpi di mortaio da quando è iniziata la guerra civile siriana nel marzo del 2011. Bersaglio degli attacchi sono stati per lo più checkpoint e istallazioni militari, ma le esplosioni hanno avuto luogo anche in aree densamente popolate di Beirut. Il Libano sta pagando a caro prezzo le ripercussioni del sanguinoso conflitto siriano.

Accanto al numero di rifugiati (oltre un milione i siriani registrati) e al coinvolgimento militare degli sciiti di Hezbollah libanesi a fianco del presidente siriano al-Asad, il Paese è stato in più circostanze territorio di battaglia tra l’esercito e i gruppi jihadisti. Nell’agosto del 2014 i militari si sono scontrati con l’Is e i qa’edisti del Fronte an-Nusra nella cittadina di Arsal a confine con la Siria. L’attacco dei due gruppi jihadisti causò il rapimento di 30 tra soldati e poliziotti libanesi (16 dei quali sono stati rilasciati solo dopo 18 mesi di negoziazioni). L’ultimo sanguinoso attentato rivendicato dallo Stato Islamico è avvenuto lo scorso 12 novembre nel sud di Beirut: allora a perdere la vita furono 40 persone.

Ieri, intanto, sulla sua agenzia Amaq lo Stato Islamico ha rivendicato l’attacco avvenuto la scorsa settimana al confine tra Giordania e Siria in cui hanno perso la vita 7 soldati giordani (13 i feriti). Nena News

Netanyahu: “L’accordo rafforzerà Israele e porterà stabilità in Medio Oriente”. Tel Aviv chiederà scusa ad Ankara e pagherà una ricompensa per i 10 attivisti turchi della Mavi Marmara uccisi da un suo commando nel 2010. Ma nell’accordo non è prevista la rimozione del blocco su Gaza

AGGIORNAMENTO ore 12:45   Netanyahu: “Accordo turco-israeliano porterà stabilità in Medio Oriente e rafforzerà Israele”

In una conferenza stampa convocata a Roma, Netanyahu ha annunciato poco fa la riconciliazione con la Turchia. Secondo il premier israeliano, l’intesa “aiuterà a portare la stabilità” in Medio Oriente e “rafforzerà Israele”. Rispondendo alle domande della stampa, il leader israeliano ha anche detto che il presidente turco Erdogan ha promesso che lavorerà per ottenere informazioni relative ai militari dell’esercito di Tel Aviv prigionieri di Hamas.

Da Ankara, invece, il premier turco Yildirim fa sapere che il blocco di Gaza sarà “ampiamente tolto” grazie all’accordo turco-israeliano. Una affermazione che Netanyahu nega: sebbene l’accordo preveda l’ingresso di aiuti umanitari turchi attraverso il porto di Ashdod, ha spiegato da Roma il capo di governo israeliano, l’assedio rimane.

————————————————————————–

della redazione

Roma, 27 giugno 2016, Nena News – Ormai si attende solo l’annuncio ufficiale, ma la pacificazione tra Israele e Turchia, dopo 6 anni di attriti, è ormai realtà. L’intesa è stata raggiunta definitivamente ieri, ma sarà ufficializzata oggi dalle due parti: il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha convocato per l’occasione una conferenza stampa a Roma per le 12; il premier turco Binali Yildirim, invece, parlerà ai media da Ankara.

Proprio la capitale italiana è stata teatro delle ultime fasi negoziali: qui, infatti, il primo ministro israeliano ha incontrato ieri il Segretario di stato Usa John Kerry per poter fissare gli ultimi punti dell’accordo. L’annuncio doveva già arrivare ieri in serata, scrive il quotidiano israeliano Ha’Aretz citando fonti governative, ma è stato posticipato per motivi “tecnici”. “Quando volevamo annunciare l’intesa – ha detto un ufficiale al giornale – era ormai in corso il pasto dell’Iftar di rottura del digiuno del Ramadan. Così abbiamo preferito rimandare a domani mattina [oggi, ndr]”.

Le relazioni turco-israeliane erano state sospese nel 2010 dopo che un comando israeliano aveva assaltato la Mavi Marmara, una delle imbarcazioni della “Gaza Freedom Flotilla” che tentava di raggiungere le coste di Gaza per rompere l’assedio che Israele ha imposto nel 2007 sul piccolo lembo di terra palestinese. Nel blitz sulla nave le forze armate di Tel Aviv uccisero 10 attivisti turchi.

Sebbene non siano stati ancora rivelati i dettagli dell’accordo, pare ormai certo che solo due delle tre principali richieste avanzate da Ankara verranno accolte: Israele si scuserà e pagherà una ricompensa (ammettendo nei fatti, quindi, di aver sbagliato e non solo di “essersi difeso dall’aggressione” dei militanti pro-Palestina). Tel Aviv la spunta però sulla questione principale: nell’intesa non è prevista la fine dell’assedio sulla Striscia di Gaza.

L’accordo dovrebbe regolare anche le attività che il movimento islamico palestinese Hamas svolgerà in Turchia. Il capo del Mossad [Intelligence israeliana, ndr] Yossi Cohen sarebbe infatti riuscito a strappare la promessa al capo dei Servizi segreti turchi, Hakan Fidan, di non permettere al movimento islamico di compiere “azioni terroristiche” contro lo stato ebraico dal territorio turco. I dirigenti di Hamas potranno però continuare a svolgere regolarmente le loro attività politiche in Turchia.

Entrando più nei dettagli dell’incontro, la stampa israeliana sostiene che Tel Aviv pagherà 20 milioni di dollari alle famiglie delle vittime del blitz militare sulla Mavi Marmara. Israele, inoltre, permetterà alla Turchia di costruire nella Striscia di Gaza un ospedale, una centrale elettrica e un impianto per desalinizzazione dell’acqua. Tutto il materiale per questi progetti verrà trasportato dal porto israeliano di Ashdod.

Da parte sua, invece, Ankara farà cadere qualunque denuncia contro i soldati e ufficiali israeliani responsabili dell’attacco all’imbarcazione. L’intesa prevederà la “normalizzazione” dei rapporti: gli ambasciatori turco e israeliano torneranno nelle ambasciate dei due Paesi e saranno ripristinati i servizi diplomatici. Non è ancora chiaro se Ankara farà pressioni su Hamas per la restituzione dei corpi dei due soldati israeliani (presumibilmente) uccisi durante l’offensiva “Margine protettivo” e per il rilascio dei due civili che Tel Aviv ritiene prigionieri del movimento islamico palestinese.

Secondo l’ufficiale israeliano citato da Ha’Aretz, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan avrebbe dato ordine a “tutte le agenzie turche di aiutare a risolvere il problema dei cittadini israeliani dispersi”. Una questione, quella del riportare gli israeliani vivi o morti a casa, che sta molto a cuore a gran parte della popolazione israeliana al punto che a Netanyahu è stato chiesto di non firmare alcuna “normalizzazione” con i turchi se non fosse inserita anche questa clausola.

Il premier, dal canto suo, sa di aver strappato una intesa favorevole. Parlando oggi a Roma alla stampa durante i colloqui con Kerry, Netanyahu è apparso raggiante quando ha detto che l’accordo con Ankara porterà “immense” implicazioni per l’economia israeliana. Secondo alcuni analisti, infatti, lo stato ebraico è alla ricerca di un potenziale cliente per le sue esportazioni di gas e una riappacificazione con i turchi potrà servire anche a questo scopo.

L’intesa è stata accolta favorevolmente anche da Washington che, con il suo Segretario di stato John Kerry, ha parlato di “passo positivo”. Gli Usa da anni lavorano al riavvicinamento tra i suoi due alleati, soprattutto in un Medio Oriente che si è fatto politicamente più instabile da quando (2014) è stato annunciato il “califfato” dello “Stato Islamico” (Is).

Soddisfazione per l’intesa è stata espressa anche dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Secondo fonti della presidenza turca, Erdogan avrebbe avuto una conversazione telefonica con il presidente palestinese Mahmoud Abbas durante la quale avrebbe spiegato i vantaggi che l’accordo avrebbe portato alla popolazione palestinese, in particolare a quella gazawi. Abbas avrebbe apprezzato gli sforzi di Ankara e si sarebbe congratulato con il suo omologo turco per i risultati ottenuti. Un ufficiale di Ankara, riferisce la Reuters, ha descritto l’accordo come una “vittoria diplomatica” della Turchia perché lo stato ebraico avrebbe nei fatti accettato le sue richieste. Una gioia fuoriluogo laddove la questione principale (il blocco israeliano su Gaza) è stato di fatto bypassato dai due ex-nemici. Nena News

Oggi la nostra chef Fidaa ci presenta uno dei dolci palestinesi più squisiti e noti. Ideale nel mese sacro di Ramadan dove si è soliti finire il pasto con un dolcetto

di Fidaa Abu Hamdiyyeh

Ramallah, 27 giugno 2016, Nena News – Non si può venire in Palestina senza fermarsi in una pasticceria a mangiare il knafeh. Soprattutto se vi trovate a Nablus, la città regina dei dolci qui da noi, in cui potrete gustare il migliore knafeh di tutta la Palestina. Mancano ormai solo 10 giorni alla fine del Ramadan, il mese sacro islamico in cui, tra le varie usanze, si è soliti finire il pasto con un dolcetto sia se si è a casa che fuori. Approfittando di questa abitudine, la pasticceria vicino casa mia è sempre affollata di sera. Vanno a ruba tutti i tipi di dolci palestinesi, ma quello più venduto resta il knafeh perché è offerto caldo appena tolto dal fornello. In Palestina si usa il formaggio Akkawi o Nablousi, noi qui lo facciamo con la pasta kataifi e con formaggi diversi.

Gli ingredienti:

500 g di pasta kataifi
300 g di mozzarella (senza acqua)
200 g di formaggio spalmabile
300 g di burro chiarificato
1 cucchiaino di colorante alimentare di colore arancione

Per guarnire:

Pistacchio tritato
500 ml di ater

Procedimento:
Sbriciolate in una ciotola la mozzarella e mescolatela con il formaggio spalmabile molto bene. Mettete la pasta kataifi su una teglia e seccatela in forno a 180°C per quasi 10 minuti poi sbriciolatela con le mani o nel robot e mescolatela con il burro chiarificato aggiungendo il colorante. Su un vassoio con i bordi bassi di circa 40 cm di diametro sistemate i 3/4 di pasta kataifi e aggiungete sopra il formaggio. Pre scaldate il forno a 190°C e infornate il knafeh per circa 20 minuti, fino a quando la pasta non avrà un colore dorato uniforme. Infine rovesciate il knafeh sul vassoio da portata che deve essere più grande di quello usato per cuocerlo e versate l’ater. Servite il dolce caldo guarnito con il pistacchio tritato
Buon dolce!!
Fida

«Ammazzato come un egiziano», dicono gli attivisti. Perché al Cairo di tortura si muore e solo i racconti dei sopravvissuti riescono a dare la misura delle violazioni nelle prigioni dell’esercito. Come il buco nero di al-Azouly

Chiara Cruciati   il Manifesto

Roma, 27 giugno 2016, Nena News - Nella Giornata internazionale per le vittime di tortura la mente non può che andare a Giulio Regeni e alle parole che gli egiziani da allora ripetono: «Giulio è stato ammazzato come un egiziano». Perché di tortura e detenzione in Egitto si muore continuamente. Si moriva sotto Mubarak, si muore – se possibile con più frequenza – sotto al-Sisi.
Per questo il regime mostra nervosismo per i riflettori che Amnesty International mantiene accesi: il portavoce del Ministero degli Esteri egiziano Abu Zeid ha parlato di provocazione dopo l’annuncio della tweet action di ieri e oggi [ieri, ndr] per chiedere verità per Giulio. Si tratta – dice Abu Zeid – «di un nuovo modo di colpire l’Egitto» da parte di un’organizzazione, Amnesty, «che non è neutrale né professionale».

Bilanci è difficile darne. Il Nadeem Center, organizzazione che da 20 anni documenta i casi di tortura e offre assistenza psicologica alle vittime, ci prova: solo nel 2015 ha registrato 1.176 casi di tortura e 500 morti. Ma se si guarda ai numeri esorbitanti di prigionieri politici è facile immaginare che le vittime siano molte di più: 41mila detenuti per ragioni politiche, questo il bilancio – sempre al ribasso – che l’organizzazione egiziana Arabic Network for Human Rights Information è riuscita a calcolare.

Un intreccio mortale: sparizioni forzate, prigionieri politici, torture sistematiche. I racconti dei sopravvissuti portano dritti all’inferno, dentro celle sporche e affollate, lontane e dimenticate, dove vengono ammassati attivisti, avvocati, sostenitori dei Fratelli Musulmani, uomini sospettati di legami con gruppi islamisti. «È peggio di qualsiasi cosa si possa immaginare», raccontava un anno fa al’agenzia The New Arab Abdullah Ahmed, 22 anni, studente di ingegneria accusato di affiliazione allo Stato Islamico. «Le violazioni sono disumane, elettroshock ai genitali, abusi sessuali, waterboarding, prigionieri appesi per gambe e braccia, calci in faccia. Gli animali selvatici trattano i loro simili molto meglio di così».

È la quotidianità nelle carceri d’Egitto. Al-Azouly è una di queste. Un buco nero, la prigione più temuta da sempre, chiusa dentro la base militare di Al Galaa ad Ismailia, 130 km a nord-est del Cairo, che dal 2013 ha fagocitato la ribellione di Fratelli Musulmani, studenti e attivisti alla repressione di Stato. Qui in migliaia sono scomparsi, nascosti al resto del paese e al suo sistema legale. Chi esce da al-Azouly prova a raccontare quel girone infernale: i prigionieri subiscono scosse elettriche e pestaggi di routine, vengono appesi per ore, costretti a rilasciare confessioni di ogni tipo.

«Ufficialmente tu non sei lì», dice Ayman al The Guardian. Ayman è finito a al-Azouly nel 2013 ed è uno dei pochi fortunati ad esserne usciti. «Non ci sono documenti che attestino la tua presenza là. Se muori a al-Azouly nessuno lo saprà mai».
La procedura è per molti la stessa: arrestati con pochissime prove a carico, vengono torturati con regolarità nel famigerato Edificio S-1, fino a quando non sputano le informazioni che i carcerieri vogliono sentire. «Moltissimi ad al-Azouly sono stati arrestati in modo indiscriminato – spiega Mohammed Elmessiry, ricercatore di Amnesty – Poi i servizi segreti li torturano fino a quando non raccolgono quello che serve per dimostrare la partecipazione a violenze».

Così giustificano la detenzione che comincia allo stesso modo: il prigioniero è costretto a passare per “la cerimonia di benvenuto”, un pestaggio di gruppo con bastoni e tubi che dura fino a quando il detenuto riesce a raggiungere la cella dove scomparirà, insieme ad altri 20-25 prigionieri.

Prigioni come al-Azouly sono gestite dai servizi segreti militari, mentre l’intelligence del Ministero degli Interni opera in centri legati alla polizia. Il percorso è simile: le confessioni – vere o false che siano – vengono estorte dall’esercito e poi confermate di fronte a procuratori civili. Solo allora si finisce in un carcere civile, come la nota prigione della capitale, Scorpion, dove le torture sono meno sistematiche perché legali e familiari possono fare visita ai detenuti.

Una legge contro la tortura non esiste, sebbene l’Egitto sia firmatario della Convenzione Onu del 1984. La società civile tenta da tempo di sottopore un disegno di legge al parlamento, senza successo. L’avvocato el-Borai e due giudici, Raouf e Al-Gabbar, ne hanno redatto uno che propone 25 anni di carcere ai responsabili di torture. Per questo sono sotto inchiesta, accusati di attività politica illegale. Nena News

Il parlamento ha passato la proposta che salva militari e membri dei servizi segreti dai processi per abusi contro i civili. Tutto coperto dalla volatile etichetta del “controterrorismo”

Soldati turchi (Foto: Xinhua/Cihan)

della redazione

Roma, 25 giugno 2016, Nena News – L’immunità ai soldati è legge: la proposta presentata all’inizio di giugno dal Ministero della Difesa è stata approvata ieri dal parlamento turco. Garantisce ai militari impegnati “in operazioni di controterrorismo” una copertura legale nel caso di abusi e crimini commessi durante le azioni sul campo.

L’espressione “controterrorismo” può avere significati ampi, che la politica può arricchire a seconda delle esigenze. Di certo dentro ci finisce la campagna militare in corso a sud est, contro il Pkk, ma soprattutto contro la popolazione civile. Sebbene pochi giorni fa il premier Yildirim parlasse di operazione conclusa, così non è: gli scontri terrestri continuano, come aumentano i villaggi sotto coprifuoco e i raid aerei contro presunte postazioni kurde.

Ora i soldati che commetterrano abusi – le comunità kurde ne hanno pronta una lunga lista: edifici residenziali assediati, utilizzo di armi chimiche, omicidi di civili (oltre 600 quelli accertati), raid indiscriminati in aree residenziali – non subiranno conseguenze. I poteri dell’esercito, così come quelli dei servizi segreti, si ampliano a dismisura. E con loro quelli del presidente Erdogan che sulle forze armate mantiene il controllo: secondo la nuova normativa, spetterà al governo – in particolare il primo ministro – dare il permesso per giudicare soldati sospettati di abusi. Ma anche civili impegnati in attività di controterrorismo, come i funzionari dei servizi segreti.

Inoltre, va a coprire anche abusi compiuti in passato perché retroattiva. Insomma, l’anno di brutale campagna militare contro il sud-est è al sicuro. Sul piano delle operazioni militari, la legge regala ai comandanti militari il potere – senza l’ok della magistratura – di ordinare perquisizioni e di emettere mandati d’arresto.

Le prime voci critiche si alzano dalle Nazioni Unite perché la nuova legge rende nella pratica impossibile aprire inchieste sulle violazioni commesse contro la popolazione civile kurda. Ovvia la reazione dell’Hdp, il partito di sinistra pro-kurdo che sta vestendo i panni di sola vera opposizione al governo dell’Akp: il partito è consapevole degli effetti che la nuova legge avrà sul campo, un inasprimento delle pratiche militari e delle punizioni collettive contro la popolazione kurda.

La legge appena passata fa il paio con quella che a fine maggio ha cancellato l’immunità parlamentare, aprendo a centinaia di processi contro deputati accusati di svariati reati. Se nazionalisti e kemalisti sono accusati di corruzione e abuso di ufficio, a rischiare di più sono proprio i parlamentari dell’Hdp, su cui pendono già inchieste per sostegno al terrorismo, propaganda a favore di organizzazione terroristica (il Pkk) e incitamento alla violenza. Lo stesso co-segretario dell’Hdp, Demirtas, rischia fino a 15 anni di prigione. Nena News

 

Israele controlla le risorse idriche. Ed avendone il controllo, impone il contingentamento della quantità di acqua che i palestinesi hanno il permesso di produrre e consumare

di Amira Hass – Haaretz

(traduzione di Carlo Tagliacozzo – Zeitun.info)

Ramallah, 25 giugno 2016, Nena News – I portavoce israeliani hanno pronte tre risposte da utilizzare quando rispondono alle domande sulla carenza d’acqua nelle città palestinesi della Cisgiordania, che emerge chiaramente rispetto al pieno soddisfacimento idrico delle colonie:

1) Le condutture palestinesi sono vecchie e di conseguenza vi sono perdite d’acqua; 2) i palestinesi si rubano l’acqua tra loro e la rubano agli israeliani; 3) in generale, Israele nella sua grande generosità, ha raddoppiato la quantità d’acqua che distribuisce ai palestinesi in confronto a quella stabilita dagli accordi di Oslo.

“Distribuzione”, i portavoce scriveranno nelle loro risposte. Non diranno mai che Israele vende ai palestinesi 64 milioni di m³ d’acqua all’anno invece dei 31 milioni di m³ stabiliti dagli accordi di Oslo. Accordi che sono stati firmati nel 1994 e che era previsto scadessero nel 1999. Non diranno che Israele vende ai palestinesi l’acqua dopo avergliela rubata.

Complimenti per la demagogia. Complimenti per rispondere solo con un ottavo della verità. L’acqua è l’unica questione per cui Israele è (ancora) in difficoltà nel difendere la sua politica discriminatoria, oppressiva e devastante con il pretesto della sicurezza e di dio. Per questo deve confondere e stravolgere questo fatto fondamentale: Israele controlla le risorse idriche. Ed avendone il controllo, impone il contingentamento della quantità di acqua che i palestinesi hanno il permesso di produrre e consumare. In media i palestinesi consumano 73 litri pro capite al giorno. Al di sotto della quantità minima necessaria. Gli israeliani consumano in media 180 litri al giorno, e c’è chi afferma che sono anche di più. E qui, a differenza di là, non troverete migliaia di persone che consumano 20 litri al giorno. D’estate.

Vero, alcuni palestinesi rubano l’acqua. Contadini disperati, i soliti imbroglioni. Se non ci fosse la mancanza d’acqua ciò non accadrebbe. Una gran parte dei ladri sta nell’area C, sotto il pieno controllo di Israele. Per cui, per favore, lasciate all’IDF e alla polizia il compito di trovare tutti i criminali. Ma giustificare la crisi con il furto, questo è un inganno.

Con gli accordi di Oslo, Israele ha imposto una suddivisione vergognosa, razzista , arrogante e brutale delle risorse idriche in Cisgiordania: l’80% agli israeliani (su entrambi i lati della Linea Verde) e il 20 % ai palestinesi ( da pozzi perforati prima del 1967, che i palestinesi continuano a sfruttare; dalla Mekorot, l’azienda idrica, da pozzi da trivellare in futuro dal bacino acquifero montano; da pozzi e da sorgenti per uso agricolo. Tra l’altro, molte sorgenti, si sono prosciugate a causa dei pozzi israeliani troppo profondi o perché i coloni se ne sono impadroniti. Le vie del furto non conoscono confini. Nena News

Quest’anno la crisi idrica è ancora peggiore del solito: Tel Aviv accusa l’Anp, l’Anp accusa Israele. Intanto Salfit, Nablus, Jenin e i campi profughi non hanno acqua da settimane

Cisterne nella comunità di Dkaika nelle colline a sud di Hebron (Foto: Chiara Cruciati/Nena News)

di Chiara Cruciati

Roma, 25 giugno 2016, Nena News – L’acqua non c’è e Israele e Autorità Palestinese giocano allo scaricabarile. In mezzo restano i palestinesi della Cisgiordania, delle comunità agricole e dei campi profughi, alle prese quest’anno con una carenza d’acqua ancora peggiore degli anni passati. Nei campi di Dheisheh,a Betlemme, e Balata, a Nablus, nella città settentrionale di Salfit, nei villaggi agricoli nella zona di Nablus e Jenin.

Che le risorse idriche d’estate scarseggino più del solito le famiglie palestinesi lo sanno bene: arriva raramente dalle tubature israeliane che preferiscono – con il caldo – garantirla alle colonie. Quest’anno, però, Israele prova a difendersi accusando l’Autorità Nazionale Palestinese di avere infrastrutture troppo vecchie, principale ragione della mancanza d’acqua. Insomma, secondo Tel Aviv l’acqua viene mandata come sempre ma se viene sprecata è a causa della rete idrica antiquata che ne perde troppa: questo gap, dice il portavoce della Water Authority israeliana, Uri Schor, “impedisce il trasferimento di tutta l’acqua necessaria alla regione”.

E qua c’è il primo problema. Se fosse così, Israele dovrebbe anche ricordare che per svolgere lavori infrastrutturali in buona parte della Cisgiordania, l’Anp deve ottenere il permesso israeliano. Può svolgerne con relativa tranquillità nel 18% della Cisgiordania, Area A, sotto il controllo militare e civile palestinese. Con maggiori difficoltà può svolgerli in Area B. Impossibile, invece, raggiungere il 60% della Cisgiordania, sotto controllo totale israeliano. Lì l’acqua va comprata con le cisterne, neanche a pensarci di ottenere un permesso da parte israeliana per costruire tubature e reti idriche.

Per cui la diatriba Anp-Israele riguarda una piccola parte del territorio. Il governo di Ramallah si difende: la compagnia israeliana Mekorot (che gestisce le risorse idriche dentro lo Stato di Israele ma anche nei Territori Occupati, rivendendo ai palestinesi le proprie risorse d’acqua) – dice l’Anp – garantisce quote maggiori d’acqua alle colonie. Un dato già noto: secondo la federazione di associazioni Ewash, i coloni israeliani ricevono in media 240 litri d’acqua al giorno, mentre i palestinesi della Cisgiordania 73. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda un uso di 100 litri d’acqua al giorno a persona.

“Le tubature non vanno migliorate – dice un funzionario della Palestinian Water Authority ad Haaretz – UsaAid ha appena completato la nuova rete a Deir Sha’ar che serve Hebron e Betlemme. Israele deve aumentare l’afflusso e oltre mezzo milione di palestinesi riceveranno il dovuto. Ma Israele ricatta l’Ap: vuole che approviamo il progetto israeliano per servire le colonie nell’area di Tekoa, altrimenti non invierà più acqua a Deir Sha’ar”. Secondo gli accordi successivi ad Oslo, infatti, l’autorità dell’acqua palestinese e quella israeliana sono riunite in un comitato congiunto che decide i progetti idrici da realizzare nei Territori Occupati. È formato da un terzo soggetto, l’esercito israeliano, che fa pendere a favore di Tel Aviv il potere decisionale.

La situazione però va risolta: interi villaggi non hanno acqua corrente da settimane. Comprare le cisterne diventa impegnativo, visto il costo dieci volte maggiore del normale. Non c’è acqua per le persone, ma neppure per gli animali e per i campi e le fattorie, spesso piccole attività familiari che sono l’unica fonte di sostentamento in molte comunità agricole. “Quando le misure discriminarie israeliane vengono implementate in primavera ed estate – scrive in un comunicato Ewash – quando la richiesta d’acqua è naturalmente maggiore e le colonie vengono sistematicamente privilegiate, i palestinesi si ritrovano a vivere in condizioni molto difficili”.

Così le cisterne sopra i terri palestinesi, usate per immagazzinare più acqua possibile le poche volte che arriva, sono vuoti. Ma stavolta lo sono da troppo tempo: anche nel campo profughi di Dheisheh, dove dicono di essere abituati ai tagli d’acqua, stavolta cominciano ad essere seriamente preoccupati.

“Accade ogni anno – dice Naji Owdah, direttore del centro Laylac – Nella gran parte del campo l’acqua è disponibile poche volte durante l’estate. E quando ci mette troppo ad arrivare, i ragazzi scendono in strada”. Lo hanno già fatto: i palestinesi dei campi hanno marciato per protesta prima a Betlemme, poi a Ramallah. Con una convinzione: che la colpa sia di tanti, dall’Onu all’Anp a Israele. “La gente sta capendo che in molti ottengono vantaggi da questa situazione – conclude Owdah – Una sorta di mafia dell’acqua”. Nena News

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

 

Secondo i residenti di Jaar e Zinjibar i qaedisti sono tornati nelle città da cui erano stati cacciati. Intanto i sauditi ribaltano il piano di pace Onu: prima vogliono il ritiro Houthi, poi la pace. “Proposta” rigettata dai ribelli, la guerra continua

Miliziani di al Qaeda in Yemen, Fonte: http://the-levant.com/

della redazione

Roma, 24 giugno 2016, Nena News – Al Qaeda è tornata nel sud dello Yemen: i residenti delle città di Jaar e Zinjibar, capoluogo della provincia di Abyan, hanno denunciato – in condizione di anonimato – il rientro di miliziani qaedisti nelle loro comunità, a settimane dalla loro cacciata da parte delle forze pro-governative.

E si sono fatti notare: a bordo di pick up attrezzati con fucili automatici, i jihadisti sono comparsi nei giorni scorsi nelle zone che avevano perso. Capace di allargarsi nel paese, approfittando del caos politico, del vacuum istituzionale e dell’operazione militare guidata dall’Arabia Saudita, al Qaeda aveva occupato ampie porzioni delle regioni sud-orientali dello Yemen, arrivando a creare una vera e propria amministrazione sostituiva dello Stato centrale. A sostenerli nell’impresa erano state le tribù locali, che in cambio di supporto avevano ottenuto il mantenimento del potere di cui godevano prima dell’ingresso di al Qaeda.

Che il braccio yemenita di al Qaeda sia il più potente della rete globale non è una novità. Che abbia rafforzato tale potenza con l’aiuto della coalizione sunnita anti-Houthi non è un mistero: ad Aden, seconda città yemenita per importanza, a sud del paese, i combattenti pro-governativi avevano cacciato i ribelli Houthi solo grazie all’intervento dei miliziani qaedisti. Dall’altra parte, l’Arabia Saudita – che ha bombardato e bombarda con costanza zone residenziali, fattorie e fabbriche, scuole e ospedali – ha sempre evitato di colpire le postazioni qaediste, operazioni a cui gli Stati Uniti hanno dedicato anni della cosiddetta guerra a distanza con i droni.

Eppure, nonostante al Qaeda abbia chiaramente dimostrato le proprie capacità militari, resta un obiettivo minore del governo centrale, alleato saudita. Il vero target è il movimento Houthi che da due anni non chiede altro che maggiore inclusione politica. Riyadh non intende dargliela e copre l’offensiva con il negoziato Onu, del tutto fallimentare. Perché le precondizioni restano sempre le stesse: se gli Houthi hanno accettato di ritirarsi dalle zone occupate da settembre 2014 e di abbandonare le armi in cambio di un governo di unità e transizione, il governo insiste nel fare il percorso contrario. Prima, ha ribadito giovedì, gli Houthi se ne vanno; poi, una volta che le istituzioni saranno state ristabilite, si potrà parlare di dialogo politico.

“Non ci può essere nessun accordo politico prima del ritiro del ribelli e la consegna delle armi – ha detto il portavoce governativo – e prima della riconsegna alle legittime autorità delle istituzioni e le agenzie dello Stato. Ogni partnership politica in futuro dovrà avvenire tra partiti politici e gruppi che non hanno milizie”.

Esattamente l’opposto della road map faticosamente disegnata dalle Nazioni Unite che in Kuwait tentano la via del negoziato: l’inviato Onu Ismail Ould Cheikh Ahmed ha pensato ad un’avanzata in tandem, governo e ritiro nello stesso momento. Ovvia la reazione Houthi: nessun accordo fino a quando non sarà nominato un governo di unità e un presidente che abbia il consenso nazionale. I ribelli non intendono cedere perché sanno bene che un passo indietro significherà il ritorno nell’oblio e la perdita di quanto ottenuto in questi due anni: hanno costretto l’Arabia Saudita a impantanarsi in una guerra che non riescono a vincere.

La reazione saudita è brutale: la violenza dei bombardamenti ha provocato tra i 6.400 e i 9mila morti, hanno costretto allo sfollamento oltre due milioni di persone e inchiodato 21 milioni di civili a fame e stenti. Ha devastato le infrastrutture dello Yemen e la sua fragile economia, rendendola ancora più dipendente dagli aiuti del potente vicino.

Il tutto nel silenzio della comunità internazionale che pare non accorgersi neppure della guerra in Yemen. Anzi, continua a rifornire Riyadh e i suoi alleati delle armi che gli servono alla devastazione. Nena News

I palestinesi temono che parlare delle motivazioni personali possa sollevare Israele dalla responsabilità di uccidere le donne che si avvicinano ai checkpoints armate di coltelli

Soldati israeliani a Hebron. foto Flash 90

di Amira Hass – Haaretz*

Ramallah, 24 giugno 2016, Nena News – La figura di una donna avvolta in una veste nera con il viso coperto da un velo ha attirato l’attenzione degli automobilisti. Il suo vestito sembrava ancora più nero sullo sfondo grigio degli alberi di ulivo impolverati dalle vicine pietraie. Giovedì 2 giugno camminava verso ovest, in direzione del checkpoint di Einav, in un tratto di strada dove raramente si vedono passanti (eccetto i residenti dei villaggi vicini diretti ai loro uliveti) – certo non nelle ore più torride della giornata. Questo checkpoint, che separa l’enclave di Tul Karm verso est dalle colonie della zona, non consente il passaggio di pedoni, ma solo di veicoli.

Almeno un automobilista, che trasportava bombole del gas, si è fermato per chiedere alla donna se avesse bisogno di aiuto. Lei ha detto che stava aspettando qualcuno che la venisse a prendere. Questo accadeva a circa 200 metri di distanza dal checkpoint. Un’altra persona si trovava sul lato ovest ed ha visto con spavento quando la donna ha raggiunto le lastre di cemento intorno al posto di blocco. Ha raccontato ad Haaretz di aver diretto velocemente la vettura verso di lei. Si è fermato e l’ha avvertita che le sarebbe accaduto qualcosa, che i soldati l’avrebbero uccisa se fosse rimasta là.

“Non mi ha risposto”, ha raccontato. Non si potevano vedere i soldati tra i blocchi di cemento o lungo la corsia delle auto. Ha sentito uno di loro gridare dalla cima della torretta intimandogli di proseguire, e che se non lo avesse fatto gli avrebbero sparato. “Sono andato avanti, non volevo morire”, ha detto. E’ convinto che gli automobilisti che la oltrepassavano erano giunti alla conclusione, come lui, che lei avesse deciso di morire. L’opinione diffusa è che i soldati israeliani oggi sparino per uccidere.

Una terza persona l’ha vista e gli ha fatto ricordare Maram Hassouna, che il primo dicembre si presentò allo stesso checkpoint con un coltello e fu uccisa dai soldati. Questa volta i soldati gli hanno permesso di avvicinarsi a piedi e di parlare con la donna. “I soldati ti spareranno, vieni con me”, le ha detto la terza persona. “Allahu Akhbar”, ha risposto lei, ed ha estratto dalla borsa un lungo coltello, puntando la lama contro di lui in modo minaccioso. Si è spaventato ed è corso via.

Il primo automobilista, quello con le bombole del gas, è tornato indietro. Ha detto che, quando si è fermato davanti al checkpoint, ha notato la donna che usciva dai blocchi di cemento e stava in piedi di fronte a due soldati. Stavano a due o tre metri da lei, forse un po’ di più. Lei ha alzato le braccia, ha riferito al ricercatore di B’Tselem Abed al-Karim Saadi, che ha rintracciato anche gli altri testimoni ed ha parlato con loro. E allora sono stati esplosi i colpi.

Le parole “voleva morire” non sono state dette chiaramente a Qaffin, il villaggio da dove proveniva la venticinquenne Ansar Hirsha, la donna che i soldati hanno ucciso. La sua famiglia e l’amministrazione locale erano preoccupati in merito a quando le autorità israeliane avrebbero restituito il corpo per poterlo seppellire. Poiché fino a sabato [11 giugno, ndt.] il suo cadavere non era ancora stato consegnato, non si sa ancora quante pallottole l’hanno colpita e dove.

Un figlio e una figlia

L’Ufficio del portavoce dell’esercito israeliano non ha risposto alla domanda di Haaretz, che è anche la domanda posta dalla famiglia: perché non era possibile arrestare Hirsha o al limite soltanto ferirla? Dopotutto, era già rimasta alcuni minuti al checkpoint e la sua presenza là non aveva preso di sorpresa i soldati, che l’hanno vista dalla torretta da cui sono poi scesi.

Il portavoce dell’esercito non ha neanche risposto su come tre o quattro soldati non siano stati in grado di aver ragione di una donna senza doverla ammazzare. Il giorno dopo l’uccisione, il sito web Sikha Mekomit (della rivista +972) ha pubblicato quattro fotografie tratte dal filmato della telecamera di sicurezza, che mostrano che i soldati si tenevano ad una distanza da Hirsha tale da non poter essere feriti.

Un’altra domanda rimasta senza risposta è se l’esercito intenda pubblicare il filmato come prova della sua versione dei fatti, secondo cui i soldati erano in pericolo. Il portavoce dell’esercito ha solamente detto che “in base all’esame preliminare eseguito giovedì scorso, 2 giugno 2016, le forze dell’esercito israeliano al checkpoint di Einav hanno identificato una persona sospetta che si avvicinava al checkpoint ed hanno iniziato la procedura prevista per l’arresto di un sospetto. La terrorista era armata di un coltello ed ha cercato di accoltellare i soldati. Per impedire la minaccia questi hanno risposto con colpi di arma da fuoco, dai quali la terrorista è stata uccisa”.

Ansar Hirsha lascia il marito Shadi e due bambini. Nei primi due giorni dopo la sua morte, Yaman, di quattro anni, ha continuato a chiedere dove fosse sua mamma e non voleva credere che lei fosse a Tul Karm, come gli hanno detto gli adulti. Quando la casa ed il cortile del nonno si sono riempiti di visitatori, lui ha chiesto con rabbia chi fossero e che cosa ci facessero lì. Poi ha detto: “La mamma è morta, vero?”. “Capisce quello che è successo meglio di un ragazzo di vent’anni”, dice il nonno, Mohammed Hirsha. Mohammed e suo figlio Shadi hanno cercato invano di calmare il bambino, con gelato, pizza, una macchina giocattolo.

La sua sorellina Talia di due anni ancora non capisce. Quando hanno appeso dei poster in memoria di sua mamma nella casa e sui muri del villaggio, Talia è corsa verso il ritratto sul poster chiamando “Mamma, mamma” ed ha cercato di abbracciare il suo viso con le mani. Ansar Hirsha non ha lasciato alcuna lettera o post su Facebook, ha detto Shadi Hirsha, di 28 anni, che lavora nel settore edilizio in Israele. Sia a lui che a suo padre è stato ora vietato di lasciare la Cisgiordania per andare a lavorare. Suo padre ha lavorato in Israele per decenni ed ora il suo permesso è stato revocato, come i permessi di una dozzina di altri parenti.

Shadi ha detto che Ansar ha cominciato a coprirsi il volto circa sette mesi fa. Gli ha detto che era la sua volontà; lui non sa perché. Nel poster, il suo volto è scoperto. La fotografia risale ad un anno e mezzo fa, alla cerimonia di laurea dell’Università Aperta di Al-Quds (Gerusalemme, ndt.), dove studiava amministrazione aziendale.

Nel poster, che il movimento giovanile di Qaffin si è affrettato a stampare, lei viene definita una shahida, una martire. Dei versetti del Corano ed una poesia proclamano che la morte di un martire è fonte di orgoglio. Ma nei discorsi del villaggio nessuno ipotizza che lei sia andata verso il checkpoint in quanto membro della lotta contro l’occupazione. E’ l’unica persona del villaggio ad essere stata uccisa durante l’ultima ondata di violenza.

Secondo l’associazione per i diritti B’Tselem il numero dei palestinesi della Cisgiordania e di Gerusalemme che sono stati uccisi dalle forze di sicurezza israeliane (e dai civili) da settembre è di 171. Alcuni hanno compiuto attacchi terroristici letali, alcuni hanno provocato feriti, altri hanno minacciato persone o erano sospettati di prepararsi ad attaccare un israeliano.

Parole d’ordine

Hirsha è una delle 16 donne uccise, la maggior parte ai checkpoint. La prima è stata Hadeel al-Hashlamoun, che come Hirsha aveva il volto coperto ed era vestita di nero. E’ arrivata ad un checkpoint di Hebron con un coltello, e l’inchiesta dell’esercito israeliano ha rivelato che i soldati avrebbero semplicemente potuto arrestarla.

Una giovane donna, Samah Abdallah, è stata uccisa a fucilate dai soldati dell’esercito mentre si trovava nell’auto di suo padre. Neppure l’esercito sostiene che abbia cercato di attaccare i soldati. Riguardo ad un’altra madre, Mahdia Hammad, è stato sostenuto che aveva cercato di investire dei soldati. Un’inchiesta di B’Tselem solleva dubbi su questa tesi.

Riguardo alle donne che hanno cercato di accoltellare israeliani o che brandivano coltelli, c’è un forte divario tra ciò che la gente pensa e dice in privato ed il modo in cui i media e le autorità palestinesi presentano il fenomeno. Fino alla morte di Hadeel al-Hashlamoun l’opinione comune era che le donne che si recavano ai checkpoint e minacciavano i soldati con un coltello volessero essere arrestate – ed in tal modo fuggire dai problemi che avevano in casa: diverse forme di violenza, una lite con il padre o il fratello, una depressione non curata.

Le parole d’ordine erano “motivazioni sociali”, contrapposte a “ragioni nazionaliste”. A livello ufficiale e pubblico, attraverso l’arresto, il processo e il rilascio, le donne erano dipinte come persone che lottavano contro l’occupazione.

Negli scorsi anni, a causa del numero crescente di incidenti in cui i soldati israeliani hanno ucciso i palestinesi ai checkpoint, il “ desiderio di essere arrestate per motivi sociali” è stato sostituito dalla “volontà di suicidarsi”. In una società tradizionale e religiosa che non vede di buon occhio il suicidio, è possibile che la morte per mano di un soldato appaia come una valida via d’uscita. Se la morte è una via d’uscita, significa che le donne non sanno come e a chi chiedere aiuto. La discussione sul pericolo di questo fenomeno in crescita esiste – soprattutto tra le attiviste femministe ed in diversi gruppi della società civile – ma non pubblicamente.

Alla domanda sul perché, le attiviste femministe hanno dato ad Haaretz diverse risposte. Soprattutto all’inizio dell’attuale rivolta individuale, le donne erano arrabbiate per il fatto che la gente sospettava che una giovane donna che si univa alla sollevazione e cercava di aggredire un soldato fosse spinta da motivi non “nazionalisti”. Vedevano questo come un ulteriore elemento di denigrazione delle donne.

Inoltre, come ha detto una militante di una storica organizzazione femminista, “come tutta la popolazione, noi rifiutiamo le pretese israeliane che ogni palestinese, uomo o donna, ucciso ad un checkpoint intendesse veramente aggredire un soldato o un civile israeliano. In ogni caso, siamo convinte che non ci fosse bisogno di uccidere. I soldati adesso ci terrorizzano più di prima, sono più violenti che mai”.

I palestinesi temono che la discussione sulle motivazioni personali possa contribuire ad esonerare Israele dalla responsabilità delle uccisioni. Ma le donne attiviste di varie organizzazioni ora vogliono fare distinzione tra le due cose e concentrare l’attenzione sul loro ruolo sociale, ma lontano dai riflettori dei media. “Non sono solo donne ad andare ai checkpoint in modo sospetto e per disperazione, ma anche giovani uomini.”, ha detto un’attivista.

“E indipendentemente dal fatto che la disperazione dipenda da motivi personali, come è possibile distinguerla dalla generale disperazione della giovane generazione, che proviene direttamente dalla dominazione israeliana, che non consente di guadagnarsi da vivere e di produrre un cambiamento, dall’umiliazione quotidiana, dalla paura costante?”.

*Traduzione di Cristiana Cavagna

Prosegue la controffensiva nella città bastione dell’Isis, via di rifornimento di uomini e armi verso Raqqa. Scontri tra le Sdf e unità dell’Els, che da tempo accusano Rojava di coordinarsi con il governo

Combattenti curdi festeggiano la presa di Tel Abyad, 15 giugno 2015 (Foto REUTERS/Rodi Said)

della redazione

Roma, 24 giugno 2016, Nena News – Le Forze Democratiche Siriane sono entrate ieri nel centro della città di Manbij, città occupata dallo Stato Islamico nel nord della Siria al confine con la Turchia. La coalizione, formata da gruppi arabi, assiri e turkmeni e guidata dai kurdi di Rojava, è riuscita a raggiungere il cuore della comunità dopo duri scontri con i miliziani islamisti. Un comandante delle Sdf ha raccontato all’Afp che il “califfato” sta usando autobombe ed esplosivo per fermare la controffensiva.

E se la guerriglia urbana è ancora in corso, l’avanzata segna un punto importante per le forze kurde in una città che è da tempo utilizzata come principale via di rifornimento da parte islamista, sia di armi che di uomini che facilmente raggiungono il nord della Siria dal poroso confine turco. Ma soprattutto la ripresa di Manbij garantirebbe l’isolamento di Raqqa, bastione Isis, sua “capitale” de facto. Proprio Raqqa è l’obiettivo delle Forze Democratiche che stanno avanzando da nord, così come dell’esercito governativo che preme da sud ovest.

La situazione umanitaria resta grave: dentro Manbij sono intrappolati migliaia di civili: solo 8mila sono riusciti a fuggire dal 31 maggio, quando la controffensiva è cominciata, ma è difficile fare bilanci. Se prima della guerra erano 120mila gli abitanti, molti sono fuggiti nel corso degli anni. Chi resta subisce gli effetti peggiori della battaglia: solo ieri sei civili, tra cui un bambino, sono stati uccisi dall’esplosione di una mina.

A sostenere l’avanzata delle Sdf è l’aviazione statunitense che dall’alto bombarda le postazioni Isis: secondo il Commando centrale Usa in 20 giorni sono stati compiuti 233 raid, di cui 73 solo nell’ultima settimana. Ma gli Stati Uniti restano preoccupati per l’ostilità riesplosa negli ultimi giorni tra le Sdf e unità dell’Esercito Libero Siriano, braccio armato della Coalizione Nazionale, da anni principale partner occidentale. La coalizione internazionale per ora minimizza ma non è la prima volta che i kurdi vengono attaccati dalle opposizioni moderate perché accusati di collaborare con il governo di Damasco. Non è un caso che su pressione della Turchia, sponsor numero uno delle opposizioni siriane, l’Onu abbia escluso Rojava dal negoziato di Ginevra.

“C’è una divisione tra noi – spiega il capo di Jabha Shamiya, unità dell’Esercito Libero – Se non si trova una soluzione politica subito tra noi rivoluzionari e i kurdi, assisteremo ad un’escalation”. Da parte loro le Ypg kurde negano di cercare lo scontro, ma – aggiungono – se avverrà saranno loro a perdere.

L’ennesima frattura interna che non aiuta di certo quella che dovrebbe essere una battaglia comune contro lo Stato Islamico. A prevalere sono gli interessi particolari di ogni soggetto, che finisce per inficiare sulle forze che più di altre hanno dimostrato di saper frenare gli islamisti. Nena News

 

L’associazione March organizza da 5 anni campagne di sensibilizzazione. L’obiettivo è una legislazione che tuteli le donne vittime di abusi domestici

di Valentino Armando Casalicchio

Beirut, 24 giugno 2016, Nena News – La violenza domestica in Libano è un problema fondamentale: la legislazione è ancora carente rispetto alla tutela della donna. A causa dei molteplici problemi del paese (rifugiati, rifiuti, mancanza di un Presidente) la politica non dà il giusto peso alle questioni domestiche.

Per avere un quadro più completo abbiamo intervistato Zeinab di March Lebanon, una ONG che si occupa di campagne di sensibilizazione contro la violenza domestica.

Può spiegarci l’attività che svolge March?

Facciamo campagne contro la violenza domestica. Nel 2014 lanciammo la nostra prima campagna durante una Women race marathon. La campagna fu chiamata “Women should not be beaten”. La seconda campagna che lanciammo fu molto più importante, poiché creammo una scena in mezzo alla strada dove un uomo simulava una lite con sua moglie, per analizzare le reazioni della gente. Tutti guardavano, ma nessuno faceva nulla. La nostra idea è di sensibilizzare le persone a reagire quando vedono comportamenti di questo tipo.

Sempre nel 2014 abbiamo lanciato una campagna chiamata “cosa ti sciocca di più?” con foto di donne nude con evidenti segni di percosse. Abbiamo lanciato molte  altre campagne durante la Festa della Mamma, una in particolare fu in difesa delle lavoratrici domestiche, anche loro vittima di abusi da parte dei loro kafil (termine arabo usato per indicare lo “sponsor” delle ragazze straniere che vanno in Libano per lavorare come lavoratrici domestiche); quest’ultima campagna fu chiamata “Anche loro sono madri!”.

Quando è nata la vostra organizzazione?

Nel 2011, abbiamo solo 5 anni. Abbiamo iniziato difendendo il diritto di espressione, poi ci siamo spostati sulla violenza domestica perché ci sono troppi casi senza una legislazione adeguata. Senza leggi è impossibile tutelare le donne vittima di violenza domestica.

Cosa prevedono le leggi libanesi in merito? 

Nel 2014 è stata approvata una legge a tutela delle donne abusate, ma non è stata mai applicata. Per questo noi stiamo facendo pressione per proteggere le donne vittima di maltrattamento. Non c’è supporto né dalla polizia né dal governo. Lanciamo continuamente campagne di sensibilizzazione, ma non veniamo ascoltati dalle autorità competenti.  Dopo la women marathon del 2014 il Ministro dell’Interno ci ha ricevuto e detto che avrebbe fatto il possibile per cambiare le cose, anche se purtroppo non è cambiato nulla.

Quali sono le reazioni alle vostre campagne?

Esistono reazioni di ogni tipo: c’è chi ci supporta e chi è contro di noi.

Quanti sono i casi di violenza in Libano?

Solo l’anno scorso ci sono stati un centinaio di omicidi correlati alla violenza domestica. Non esiste certezza perché molte persone nemmeno sporgono denuncia; sanno che non è facile a causa di una mancanza di leggi fondamentali per la tutela delle donne vittima di violenza domestica. Nel caso di omicidio, spesso gli assassini restano in prigione molto poco, magari per una decina di mesi e poi escono. Il sistema legislativo e la mentalità delle persone deve cambiare in favore dei diritti umani delle donne, in quanto essere umani uguali agli uomini. Senza una legge civile le donne non possono comprendere i propri diritti, e allora si sottomettono ai voleri dei loro famigliari o mariti.

Come vede il futuro prossimo? Ci saranno dei cambiamenti? 

Non credo, senza una legge che permetta di perseguire chi commette reato è impossibile. Il nostro obiettivo rimane quello di far pressione per difendere i diritti di tutte le donne. Nena News

Le condizioni di vita estreme cominciano ad uccidere. A disposizione ci sono aiuti e tende per 17mila persone, ma i civili in fuga sono 85mila

Sfollati nel campo di Amariyat al-Fallujah (Foto: Karl Schembri/NRC)

della redazione

Roma, 23 giugno 2016, Nena News – Da più di una settimana il governo iracheno celebra la liberazione di Falluja. Pochi giorni e le ultime sacche islamiste saranno ripulite, ripetono esercito e primo ministro. Ma gli scontri continuano e la resistenza dell’Isis appare più consistente di quella attesa.

Ieri il generale al-Obeidi, vice comandante delle forze armate, ribadiva che le truppe di Baghdad hanno il controllo del 90% della città, la seconda per importanza nella provincia sunnita di Anbar e la più vicina alla capitale. Lo Stato Islamico controlla ancora il quartiere settentrionale di Golan, ma ha anche uomini sparsi per la città che attaccano la controffensiva governativa con i cecchini.

E se a Fallujah si combatte ancora e se decine di migliaia di civili ne restano intrappolati, la morte segue gli sfollati anche fuori. Dopo le notizie di abusi da parte di alcune milizie sciite contro i civili in fuga (uomini divisi dalle famiglie, picchiati e detenuti), ad emergere sono le condizioni di vita nei campi allestiti in fretta e furia dal governo al di fuori del perimetro della città. Nei giorni scorsi il Norwegian Refugee Council, ong che gestisce i campi, aveva dato un bilancio enorme: almeno 85mila iracheni hanno lasciato Fallujah cercando riparo nei campi profughi che, secondo l’Onu, possono contenere al massimo 17mila persone. Mancano cibo, acqua e medicinali e sono moltissimi quelli costretti a restare fuori dalle tende sotto il sole cocente del giugno iracheno e le tempeste di sabbia.

Ora arrivano le notizie dei primi morti: secondo fonti locali sarebbero almeno 20 i civili morti nel campo di Amariyat al-Fallujah, 30 km dalla città. Si tratterebbe per lo più di anziani e malati, le cui condizioni sono peggiorate a causa delle condizioni di vita estreme.

“La situazione sta deteriorando giorno per giorno – dice Nasr Muflahi, diretto del Norwegian Refugee Council in Iraq – Quello a cui assistiamo è la conseguenza di una risposta lenta e poco finanziata, con un peso enorme sulle spalle dei civili che fuggono da un incubo per ritrovarsi in un altro”. A Fallujah, sotto occupazione Isis da un anno e mezzo, mancava il cibo e l’acqua potabile, il prezzo dei beni aveva raggiunto livelli stellari e la gente – raccontano i profughi – mangiava quello che poteva, erba e gatti. E chi provava a fuggire finiva sotto il fuoco islamista.

La denuncia dei decessi arriva dai leader locali che accusano il governo centrale di aver mescolato, tra i campi profughi, anche centri di detenzione dove sono scomparsi centinaia di uomini. Alcuni ricompaiono, dopo gli interrogatori, con segni di tortura e pestaggi. Le autorità giustificano i controlli con il timore che tra i civili si nascondano membri dell’Isis: secondo funzionari governativi, sarebbero circa 500 i sospetti miliziani arrestati in una sola settimana.

La conseguenza sono le porte serrate: ai civili di Fallujah viene impedito di lasciare la provincia di Anbar per raggiungere Baghdad, dove molti vorrebbero andare a casa di parenti o in ospedali attrezzati. Ma è impossibile: che sia per la paura dell’infiltrazione jihadista o per il timore di un flusso eccessivo di sunniti in un’area sciita, il governo blocca gli ingressi. Nena News

 

Washington seems to have promised Israel that it will break Hizbollah as a price for the nuclear deal with Iran but this will not pass, says Ali Shehab in Lebanese leftist daily as-Safir

(translated by Mideast Mirror Ltd)

There is nothing on the ground at this juncture that suggests that Israel intends to open a front with Hizbollah. Neither the maneuvers to evacuate settlements in the Upper Galilee; nor the growing talk of scenarios for a future war in the Israeli press; nor the increasingly rapid revelation of modern systems designed to deal with Hizbollah’s pilotless drones or the creation of new elite units that are meant to detect rockets and missiles before they are fired; nor anything else that has emerged publicly in the Israeli media over the past two months can be classified as a serious sign that a confrontation is imminent.

But Israel’s preparations for war are worth noting, not only by way of preparing for the worst, but also because the signals issuing from within the Israeli military establishment and the domestic front point to major faults that need time to be remedied before Israel is ready to fight a war whose outcome will be already decided on the northern front.

Two days ago, some 500 Israeli officers discussed the various scenarios for a supposed war on the northern front. It was worth noting that most criticisms were focused on the Israeli units’ logistical supply lines for fighting such a war and that are meant to provide military equipment and rations and transport the dead and wounded from the battlefront.

The conclusion reached by senior Israeli officers is that, so far, it is not possible to do without the air force and its special units in fulfilling the aforementioned missions. And this means that the ground forces are still unable to fulfill the tasks required of them without affecting their positions on the ground. And these assessments derive their importance from the fact that they provide rich material that can be used in confronting the escalating psychological war that Israel has been waging on Lebanon and Hizbollah for weeks.

When speaking about a month ago, Hizbollah Secretary-General Sayyid Hassan Nasrallah expected the coming months in the region to be ‘difficult’ and ‘heated,’ and he based his assessment on a realistic reading of the conditions in more than one regional confrontation. These include the undeclared international understanding on the need to destroy ISIS, as well as the Syrian regime and its allies’ ‘unhurried’ advance in the Syrian arena. Washington is fully aware of the implications and consequences of that advance, especially if it continues in a gradual manner. And this is to say nothing of developments on the ground in the Iraqi arena.

It is clear that an American decision has been taken to put an end to ISIS during the current year, as President Barack Obama himself has declared. Previous American pressure to reduce the role of the Popular Mobilization Units (PMU) in Iraq confirms that the U.S. is rushing to reap the fruit of ISIS’s defeat. Moreover, the U.S.-led coalition’s revitalized air raids in Syria and the race towards Raqqa confirm this as well.

The only new development in the region has to do with the form that this confrontation is taking. And the main factor influencing this development is the fact that the U.S. wants a price in return for ‘facilitating’ ISIS’s defeat. This price is: Hizbollahs’ head.

U.S. President Barack Obama effectively tops the list of the most intelligent American presidents in the history of the White House. It is not easy to manage U.S. interests in an unstable Middle East. Obama enabled his country to overcome the financial crisis phase in 2008 by containing domestic public opinion via a series of economic, livelihood and social measures and laws, and by repositioning U.S. forces outside the country. And he developed new frameworks for relations with his country’s allies in the region and around the world.

The ‘Obama Doctrine’ represents a desire to bend all parties’ will, while sitting in the observer’s seat watching endless conflicts that rage under a ceiling that is calibrated by Washington’s interests. This explains his advice to Saudi Arabia to accept Iran as its partner in influence in the Middle East. But one fixed principle has to do with the U.S.’s continued embrace of Israel. After the nuclear agreement with Iran, the Obama administration tried to contain its smaller ally’s anger by promising to get rid of Hizbollah and Hamas.

Despite all that has been said about tension in relations between Israeli PM Binyamin Netanyahu and Obama, Obama has not deviated from the role of a U.S. president who knows better where Israel’s interest lies: Let the nuclear agreement pass and you can get whatever you want on your northern front!

On a parallel track, no reliable reports have reached the media yet regarding the scenarios for Lebanon’s fate at the table of negotiations between the major powers. All previous talk of the fate of the Syrian refugees was no more than an expression of European desires concerning this issue; it did not reflect a decision that had already been taken regarding Lebanon alone, as it later transpired.

The above conditions converge on a single joint aim: It has become necessary to find a solution for Hizbollah as part of the effort to rearrange the Levant as required by the borders of the New Middle East that is being built on Syria’s ruins.

The scene of a collapsed state in Lebanon is alluring from the Israeli perspective. It is true that Lebanese politicians usually measure the country’s fate by ‘taking the pulse’ of international envoys in general, and American envoys in particular. It is also true that they have yet to detect any immediate international desire to ‘abandon Lebanon,’ as these politicians like to say. But it is also true that an agreement on the country’s fate at the major powers’ table will basically be based on a measurement of the country’s weight.

And amidst the ruins of the collapsing state and regime structure in Lebanon, Hizbollah appears to be the sole card that is capable of bestowing any regional weight upon Lebanon.

The Americans are well aware of this, having tangibly experienced it on the battlefield in Syria. And since Israel’s military option is currently postponed (for various reasons), there is no better option than to bet on stripping Hizbollah of its weight and weakening it by turning its constituency against it via banking sanctions. These will not end with lists to which new names will be added every month. They are more fundamentally dependent on another of Barack Obama’s schemes announced in 2014 under the banner of Counterterrorism Partnerships Fund. Hizbollah heads the list of targets of that fund.

Amministrative di agosto, scontro nell’Anc. L’ondata di violenza continua senza che il partito al governo dalla fine dell’apartheid riesca a tenerla sotto controllo

Sudafrica, proteste nelle miniere di carbone. Foto La Presse

di Rita Plantera

Roma, 23 giugno, 2016, Nena NewsChe le amministrative del prossimo agosto si preannunciassero come un test quasi referendario per la leadership di Jacob Zuma, era già assodato, visti gli scandali pubblici in cui il presidente è da anni coinvolto. Che potrebbero diventarlo per le sorti future dell’African National Congress (Anc) appare ora più evidente dopo tre giorni ininterrotti di proteste violente nell’area di Pretoria, la capitale amministrativa del Sudafrica. La decisione dell’Anc giorni fa di nominare Thoko Didiza come suo candidato sindaco nella città metropolitana di Tshwane, di cui fa parte Pretoria, ha suscitato un malcontento tra i sostenitori locali del partito e innescato un’ondata di violenza che dura dallo scorso lunedì senza che il partito al governo dalla fine dell’apartheid riesca a tenerla sotto controllo.

A inizio settimana a Pretoria la situazione era particolarmente tesa dopo che i residenti avevano dato alle fiamme autobus, saccheggiato negozi e danneggiato una scuola di nuova costruzione, lasciando molte strade impraticabili per via di rottami, rami e veicoli bruciati che hanno costretto gli automobilisti a guidare sui marciapiedi. Così ad Atteridgeville, ad ovest di Pretoria, Soshanguve e Mabopane, a nord. Mentre in alcune aree della città erano ancora in corso scontri tra manifestanti e polizia che ha ucciso due persone sospettate di saccheggio a Mamelodi e arrestato circa 40 rivoltosi per violenza e furto.

Le rivolte sarebbero cominciate nello scorso fine settimana, quando i membri delle fazioni locali dell’Anc si erano riuniti per decidere il candidato sindaco per Tshwane alle elezioni amministrative di agosto. Una riunione oscurata dalla decisione del governo centrale di nominare quale candidato l’ex ministro di gabinetto Thoko Didiza preferendolo al sindaco uscente e presidente dell’Anc regionale Kgosientso Ramokgopa. Con una manovra che di fatto ha scavalcato le segreterie regionali dell’Anc.

Quella che per i dirigenti del partito sarebbe stata una decisione di compromesso per superare la faida tra le due correnti di Tshwane ha invece contribuito a scoperchiare le diatribe intestine all’Anc che tra sei settimane si presenta alle elezioni sfaldato, in balia di settarismi e di un malcontento in crescita verso Jacob Zuma, di cui in tanti hanno chiesto le dimissioni.

Al di là dei malumori locali e delle cause contestuali della protesta iniziata nelle township intorno a Pretoria prima di infiammare la capitale, sono almeno due i fattori salienti di una crisi che rischia di travolgere non solo la provincia del Gauteng, hub finanziario-commerciale del Sudafrica: la polverizzazione dell’Anc in settarismi sempre più evidenti, il suo scollamento con le municipalità di cui si mostra incapace di intercettare i bisogni delle comunità locali.

Da Ekurhuleni a Johannesburg, da Nelson Mandela Bay a Tshwane, ciò che sta emergendo sono le ambizioni e le lotte interne ad Anc in vista della prossima tornata elettorale. Una crisi di partito che in una prospettiva politica nazionale trova le sue origini ovviamente anche nella perdita di credibilità della leadership di Zuma, sopravvissuto ad aprile scorso a una mozione di impeachment dopo il verdetto della Corte Costituzionale che lo aveva condannato alla restituzione di parte dei 16 milioni di dollari di fondi pubblici utilizzati per la ristrutturazione della sua residenza privata di Nkandla, nel KwaZulu-Natal; nelle vicissitudini di un’economia che lentamente sta colando a picco, negli alti tassi di disoccupazione (oltre il 25%) e di povertà.

Con una valuta in agonia, su cui incombe il rischio di declassificazione allo status di rating «junk», «spazzatura»; nel malcontento generalizzato catalizzato soprattutto dai cosiddetti born free, cioè dalle nuove generazioni, dai nati dopo l’apartheid, per i quali quel regime (e quello coloniale) vivono indirettamente nei racconti delle proprie famiglie ma di cui conoscono bene l’eredità politico-sociale insieme alle promesse (disattese) dell’Anc di sradicarla a più di vent’anni dal suo insediamento. Nena News

Abu Mazen e le leadership dell’Anp e di Fatah devono fare i conti con la frustrazione e la disperazione tra i profughi palestinesi e nelle periferie urbane. Una rabbia che sempre di più sfida le forze di sicurezza agli ordini del presidente

Palestinesi armati nel campo profughi di Qalandiya. Foto Flash 90

di Michele Giorgio

Ramallah, 23 giugno 2016, Nena NewsEra diretto a Gerusalemme il ministro palestinese per l’assistenza sociale Ibrahim al Shaer bloccato a inizio settimana da uomini armati, non lontano dal campo profughi di Qalandiya. Armi in pugno il “commando” ha costretto al Shaer ad allontarsi e gli ha portato via l’auto. Un caso di crimininalità si potrebbe pensare. Ma è rimasto coinvolto un ministro e due giorni dopo l’aggressione unità scelte delle forze di sicurezza dell’Anp hanno effettuato raid e perquisizioni in tutta la zona, da Kufr Aqab fino a Qalandiya. Quando hanno recuperato l’auto sono finite sotto il fuoco di profughi armati. Non ci sono stati feriti ma la notizia ha fatto il giro della Cisgiordania.

Mentre i media e gli analisti si concentrano sulla spinosa questione di chi, presto o tardi, prenderà il posto del presidente dell’Anp Abu Mazen e prevedono scontri, tra i potenziali candidati a guidare l’Anp, nelle strade dei centri abitati palestinesi si parla di «falaten amni», ossia del caos di sicurezza che regna in diversi campi profughi, in particolare quelli di Balata (Nablus), Jenin e Qalandiya. Una semi-anarchia che è frutto di diverse cause, dalla disoccupazione dilagante e la mancanza di prospettive fino al disorientamento della nuova generazione palestinese che si considera non rappresentata, se non addirittura oppressa dall’Anp, e contesta apertamente la leadership di Abu Mazen e respinge con forza la cooperazione di sicurezza con Israele. Tra i ribelli ci sono tanti giovani vicini al movimento Fatah guidato dal presidente palestinese.

Balata, Jenin, Qalandiya sono off-limits per le forze di sicurezza dell’Anp. Quello di Balata da due-tre anni è una sorta di “area autonoma” dove gli abitanti si autogovernano e svolgono anche attività illecite che servono a garantire la sopravvivenza a centinaia (a dir poco) di famiglie senza reddito a causa della disoccupazione. «A Balata e in altri campi profughi la gente ci accusa di non far nulla per cambiare la loro condizione e di pensare solo alle città e a sviluppare Ramallah. Ed io penso che queste accuse siano giuste» ci dice H. A., un anziano dirigente di Fatah, un ex combattente, che non esita a puntare l’indice contro i vertici del movimento «incapace» sostiene «di comprendere che la gente è stanca, perchè deve fare i conti con l’occupazione israeliana, la mancanza di libertà e le condizioni di vita sempre più dure».

Nessuno lo dice ad alta voce eppure tutti sanno in alcuni campi profughi e nei sobborghi poveri di alcune città della Cisgiordania sono di nuovo presenti militanti delle Brigate dei Martiri di al Aqsa, il gruppo armato di Fatah nato all’inizio della seconda Intifada (2000) che, ufficialmente, si è sciolto alcuni anni fa dopo un accordo di «amnestia» raggiunto con Israele. Brigate di al Aqsa un po’ diverse da quelle originarie, schierate sempre contro l’occupante israeliano ma anche contro i vertici dell’Anp e che mantengono legami con la criminalità. Sono giovani che guardano con rabbia e frustrazione alla costruzione incessante di palazzoni alti e lussuosi a Ramallah mentre nei campi profughi si vive in condizioni di affollamento e precarietà.

Gli “incidenti”, come li definisce la stampa locale, si moltiplicano. Di recente uomini armati hanno aperto il fuoco contro una stazione di polizia dell’Anp a Yamoun (Jenin). Ad aprile decine di membri della famiglia Jaradat non ha esitato ad affrontare, armi in pugno, i poliziotti nel campo profughi di Jenin (due feriti). Il mese scorso uomini mascherati e armati hanno rubato una macchina della sicurezza palestinese in pieno giorno nel centro di Ramallah. La polizia ha preferito non arrestare i responsabili per scongiurare reazioni popolari. All’inizio di giugno a Nablus sconosciuti hanno sparato contro la casa dell’ex sindaco e leader di Fatah Ghassan Shakaa secondo il quale la situazione di sicurezza «è migliore a Gaza con Hamas». In realtà anche il movimento islamico fa i conti con l’aumento della criminalità e ha visto calare il suo consenso tra i palestinesi della Striscia.

Di fronte a ciò la leadership di Fatah invece di analizzare le ragioni profonde di una situazione in ebollizione, specie nei campi profughi, si limita ad indicare come responsabile del “caos” l’avversario di Abu Mazen ed ex capo della sicurezza dell’Anp a Gaza Mohammed Dahlan, espulso da Fatah qualche anno fa. «Certo, Dahlan fa il suo gioco e con i soldi cerca di istigare alla ribellione la gente dei campi ma non è lui il vero problema, lo sanno tutti» commenta H.A. scuotendo la testa «il problema reale è la nostra direzione politica, incapace di mettere fine all’occupazione israeliana e di capire i bisogni della nostra gente, dei giovani. E’ questa la ragione del nostro declino e della contestazione». Nena News

Gaza resta la patria di poeti, artisti, danzatori di dakba e spiriti indomiti, di un popolo fiero e incapace di piegare la testa, scrive l’opinionista Ramzy Baroud

by Ramzy Baroud   

(traduzione di Romana Rubeo)

“(All’alba) … resisterò … (Finché) sul muro resterà un ultimo foglio bianco… e le mie dita non si dissolveranno (del tutto).”

È la traduzione di un verso di “Tre muri della camera di tortura” di Mu’in Bseiso, che era, e rimane, uno dei poeti e intellettuali più conosciuti e influenti di Gaza. Dopo l’occupazione della Striscia da parte di Israele nel 1967, Bseiso ha trascorso il resto della vita in esilio, viaggiando da un paese all’altro. Anche molti altri intellettuali di Gaza sono stati esiliati; altri sono rinchiusi in carcere o sono stati assassinati.

Bseiso è morto in un hotel di Londra nel 1984. Una delle sue prime poesie contiene questo verso, che sembra prevedere le circostanze della sua morte: “La mia lingua era una spada… Ma ora sto morendo… E non ho altri testimoni se non questi muri muti.”

La produzione letteraria di Bseiso è contrassegnata, in ogni fase, dalla lotta palestinese, che ha raccontato nelle poesie fino al momento della morte. Le sue sono parole che trasudano resistenza, amore, camere di tortura e pareti spoglie, bambini che colorano sulla spiaggia, esilio… già, l’eterno esilio. Ma la vera protagonista, in ogni suo scritto, è la Resistenza.

“Se, compagno, dovessi cadere in battaglia, tu prendi il mio posto, e guarda le mie labbra mentre tentano di arginare la follia del vento. Non sarò morto… Ti starò ancora chiamando, dalla profondità delle mie ferite. Suona il tamburo, così che tutti possano udire il richiamo e combattere…” (La battaglia)

Lo spirito di Gaza e quello di Mu’in Bseiso si sovrappongono: belli, poetici, torturati, forti, immortali e pieni d’amore e, sebbene confinati in spazi sempre più angusti, ancora pronti a resistere.

Con queste parole, non voglio solo rendere omaggio al grande poeta di Gaza per aver influenzato me e diverse generazioni di intellettuali arabi e Palestinesi; voglio anche rilevare un particolare che sembra sfuggire a molti: Gaza è anche una terra di poesia.

Ma quanti di noi ricordano il nome di un suo poeta? Pochi, scommetto. Perché siamo abituati ad associarla alla morte e non alla vita. La poesia è una delle principali attestazioni intellettuali della vita, perché i grandi poeti non muoiono mai. I loro versi continuano a vivere, come radici di un secolare ulivo palestinese.

Asmaa al-Ghoul, una delle più brillanti scrittrici e blogger di Gaza, ha scritto in occasione di un festival di poesia tenutosi a Gaza City nel 2013, tra le due distruttive guerre condotte da Israele sulla Striscia sotto assedio:

“Erano rimasti solo posti in piedi, le sedie al Centro di Cultura Francese erano tutte occupate”. Tutte quelle persone si erano riunite per rendere omaggio ai poeti di Gaza, tra cui Hind Jawdah, che ha declamato questi versi:

“Non c’è traccia di sete sul mio volto… Né amore sotto la mia pelle… La mia vita non si spezzerà… E il cactus non mi coprirà il viso… Sono un destriero del desiderio… Che pettina la libertà… La zingarella balla e ispira il mondo.” Gaza non ispira il mondo per via delle vittime delle terribili guerre israeliane, dell’acqua inquinata o perché presto diventerà “inabitabile”, come recentemente denunciato da un rapporto dell’ONU. Gaza lo ispira perché è ancora in piedi, nonostante tutto.

E non si limita a resistere: vive e, per certi versi, fiorisce. La scorsa settimana, Yousef Aljamal ha descritto un pubblico simile che ha affollato il Centro Scientifico e culturale del Campo profughi di Al-Nuseirat. In quell’occasione, si erano riuniti per un tributo alla vita e alle opere di William Shakespeare.

Dopo qualche intervento appassionato sul grande poeta inglese, è stato trasmesso un film di animazione su Re Lear, scritto e realizzato dai ragazzi del campo. “Il Dottor Abdallah Kurraz, Professore di Letteratura Inglese dell’Al-Azhar University, ha ricordato l’abilità di Shakespeare “nell’uso della lingua e nell’affrontare tematiche universali come la libertà e l’uguaglianza,” ha scritto Aljamal.

Yousef Aljamal vive nel campo profughi di Al-Nuseirat. La sua famiglia ha subito ingenti perdite in seguito alla guerra e al blocco. Suo fratello Omar, membro della Resistenza, è stato ucciso dall’esercito israeliano nel 2004 e il suo nome è stato dato a un bambino nato nella famiglia, in suo onore. Qualche anno dopo, nel 2007, la sorella di Yousef, Zeinab, è morta a causa del blocco imposto sulla Striscia.

“Aveva problemi alla cistifellea e doveva essere operata. Secondo i medici, era un intervento ‘semplice’, ma negli ospedali di Gaza mancavano le forniture mediche necessarie. Israele le ha negato più volte il permesso di accedere a una struttura di Gerusalemme, sotto il pretesto della “minaccia alla sicurezza”.

“Le tossine si sono diffuse nel corpo attraverso il sistema circolatorio. È diventata gialla, letteralmente; sono rimasto sconvolto quando l’ho vista all’Ospedale dei Martiri di al-Aqsa a Deir al-Balah.” Zeinab è morta poco dopo. Ma Yousef, 27 anni, un’energia inarrestabile. È giornalista, traduttore, ricercatore e attivista nella sua comunità. Ha contribuito alla traduzione e all’editing di vari libri su Gaza e ha scritto molti articoli sulla Striscia. Gran parte del suo lavoro si concentra sulle sofferenze dei Palestinesi dopo le guerre condotte da Israele e il prolungato assedio, ma non dimentica mai di rendere omaggio anche allo spirito di resilienza dei suoi concittadini. Yousef, come molti Gazawi, rifiuta di essere considerato una vittima.

E noi, riusciremo a capirlo? Per aiutare un’organizzazione americana a raccogliere fondi e ospitare a Gaza il Rachel Corrie Ramadan Soccer Tournament ho diffuso un comunicato sui social network, chiedendo ai sostenitori di effettuare una donazione.

Ho aggiunto questo commento: “Il Rachel Corrie Football tournament è uno degli eventi più importanti che si tiene in occasione del Ramadan a Gaza. Contribuisce a rendere felici molti giovani, crea uno spirito di comunità, diffonde un sentimento di gioia di cui i giovani palestinesi della Striscia hanno maledettamente bisogno.” La maggior parte delle persone ha risposto con entusiasmo, ma un lettore di Londra ha commentato: “Non sarebbe meglio spendere dei soldi per dar da mangiare ai bambini che muoiono di fame, invece di pensare a questi sciocchi tornei di calcio?”

Leggendolo, ho capito che siamo tutti colpevoli della disumanizzazione di Gaza. Dimenticate la macchina propagandistica della hasbara israeliana che cerca di dipingere tutti i Gazawi come terroristi e tutti coloro che scavano tunnel per avere cibo e libertà come criminali e contrabbandieri. Purtroppo, anche chi vuole solidarizzare con Gaza spesso cade nella stessa trappola: vedere gli abitanti della Striscia come eterne vittime, corpi mutilati, bambini denutriti, case distrutte… Nel tentativo di far emergere le violazioni dei diritti umani da parte di Israele, alcuni alimentano un tipo di narrazione che nega ai Gazawi lo status di esseri umani forti e dignitosi, creativi, pieni d’amore e volontà di resistere.

È vero, le guerre hanno devastato Gaza e l’assedio non consente a questo territorio di sfruttare e valorizzare il suo grande capitale umano. Ma non ne hanno sfigurato l’essenza, non ne hanno intaccato l’umanità. Gaza resta la patria di poeti, artisti, danzatori di dakba e spiriti indomiti, di un popolo fiero e incapace di piegare la testa.

The EU’s demand for a revision of Turkey’s anti-terrorism law as a precondition for allowing Turks visa-free travel in Europe has turned into the Achilles’ heel of ties between Ankara and Brussels

by Semih Idiz – Al-Monitor

Ankara, 22th of June 2016, Nena News – Ankara’s bid for European Union membership used to underlie Turkey’s appeal for many of the Middle East’s progressive elements in the past. The Arab Spring enhanced Turkey’s importance as a “model country” for other Islamic countries. With the Arab Spring gone sour and the EU battling its own crises, while Turkey becomes more authoritarian under President Recep Tayyip Erdogan, these hopes have all but faded.

It was a negative issue, the refugee crises, which appeared momentarily to inject fresh life into ties between Ankara and Brussels recently. Following the highly controversial migrant agreement concluded by the sides in March, then-Prime Minister Ahmet Davutoglu announced “a new era” in relations with Europe. “Today we realized that Turkey and the EU have the same destiny, the same challenges and the same future,” he said over-optimistically.

Davutoglu also came back from Brussels with a “bonus” he hoped would mollify domestic critics of the migrant agreement; these critics said the pact would turn Turkey into Europe’s refugee camp. Turks would be given the privilege of visa-free travel to Europe by the end of June, provided Ankara met 72 criteria for this.

Erdogan has since fired Davutoglu, and the general impression is not one of deeper engagement between Turkey and the EU, but what appears to be a continuing process of disengagement. Ironically, it is the “bonus” Davutoglu brought from Brussels in March that has become the Achilles’ heel in this respect. It is clear that Turks will not gain the right of free travel in Europe by the end of June. That has been already deferred to October and many doubt it will happen then.

At issue is Turkey’s refusal to fulfill a specific EU demand, even though Ankara has met most of the 72 criteria required. Turkey is being called on to change its anti-terrorism law so that journalists, academics, activists and ordinary citizens are not charged under it for merely expressing their views — something that is happening with increasing frequency.

Ankara is currently embroiled in a bloody war against the outlawed Kurdistan Workers Party (PKK), which the United States and the EU have also designated as a terrorist group. Erdogan, who is clearly displeased with the way Davutoglu negotiated the migrant deal, reacted to the EU demand with his familiar abrasive manner.

Early in May he made it clear that Ankara would not comply with the deal, indicating that if the EU is not pleased with that, it can go its way while Turkey goes its. In a separate address in May, he said, “Asking for the definition of terrorism to change is to call for a stop to fighting terrorism. This amounts to supporting terrorism.”

Erdogan also recalled that PKK supporters were allowed by Belgium to open a publicity tent outside the European Commission building in Brussels in March, while Davutoglu was negotiating the migrant deal inside. “They give them euros and tell them to go and divide Turkey. They give them weapons. Do they think we don’t know all of this?” he said angrily.

Prime Minister Binali Yildirim, who replaced Davutoglu in May, also indicated recently that Turkey would forgo the visa privilege for the sake of fighting terrorism. In an address to his parliamentary group, Yildirim said the EU’s demand regarding Turkey’s anti-terrorism law was “unfriendly,” adding that Ankara would never bow to this. “Even if it is the visa waiver that is in question, this will not happen. Let [that waiver] stay where it is,” Yildirim said defiantly.

Turkish government officials have also suggested that Ankara will refuse to fulfill its obligations under the migrant agreement if the visa waiver does not go through as promised. Already under intense criticism for allegedly caving into “Turkish blackmail” with the migrant agreement, top EU officials are adamant with regard to their demand, despite concerns that this might undermine the migrant deal.

Regardless of the controversy surrounding it, this agreement — which is being silently implemented even though the Turkish parliament has not ratified it yet — has reduced the number of illegal crossings to Greece from Turkey.

Analysts argue, however, that Turkey can’t afford to scuttle the migrant deal over the visa issue because the refugee crises and the related threat from Islamic terrorism cut both ways. The fact that the final decision on the visa issue has been deferred to October buys time for the sides to try to overcome the impasse.

The current state of affairs also vindicates those who argued that it was a fatal mistake to lump the refugee question with Turkey’s EU bid, and the visa issue. The result, they point out, has left Turkish-EU ties in a worse state. Retired Ambassador Osman Koruturk, whose past posts included Paris and Berlin, says that using refugees to advance unrelated political needs was unethical on the part of both sides to start with. “Both sides acted dishonestly with regard to their promises, so it was not hard to see then that the whole business would have negative results for Turkish-EU ties,” Koruturk, who is currently a deputy from the main opposition Republican People’s Party, told Al-Monitor.

He recalled that German Chancellor Angela Merkel had started the campaign against Turkey’s EU membership while he was ambassador in Berlin and she was then in the opposition; Koruturk indicated that it was less than honorable for her to give the impression now that she was supporting this bid purely for the sake of the migrant deal.

The negative results of this deal were also seen in the UK’s Brexit campaign. Anti-EU campaigners used the visa question to argue that Turkey will eventually be given “free EU membership” even if it doesn’t fulfill the democratic prerequisites for this, and flood Britain with Turks.

Opinion polls show that most Turks believe that the EU will never admit Turkey as a member. This also makes Erdogan’s life easier, enabling him to continually lambaste Europe for its “perfidy.”

Koruturk also believes that the current situation plays into Erdogan’s hands. “When he said Turkey would go its own way if the EU insists on its demands, he was probably expressing his true desire,” Koruturk said. “He considers the West to be degenerate and believes its values are not suitable for Turkey.”

Erdogan’s continuing railings against Europe seem to confirm this assessment. Meanwhile, the recent resignation of Hansjoerg Haber, the EU’s ambassador to Ankara — for “reasons to do with Turkey,” according to EU officials — also shows where Turkish-EU ties stand. Given this general situation, the impression that these ties are in the throes of a slow death appears unavoidable.

Una corte amministrativa annulla l’accordo di cessione di Tiran e Sanafir all’Arabia Saudita per cui migliaia di manifestanti erano finiti dietro le sbarre. In discussione la politica estera del presidente, ma anche quella interna di repressione

 

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 22 giugno 2016, Nena News – Tanto rumore per nulla? Non proprio, visto che in carcere restano centinaia di persone. Ma la sentenza di ieri ha la forza di un terremoto per il regime di al-Sisi: una corte amministrativa egiziana (una sorta di Tar) ha annullato la cessione delle isole Tiran e Sanafir all’Arabia Saudita, decisa dal presidente l’8 aprile durante la visita di re Salman. Se il monarca saudita ha portato con sè decine di miliardi di dollari in investimenti e finanziamenti, se ne è tornato a Riyadh con in tasca le due isolette sul Mar Rosso.

Immediata era stata la reazione della popolazione egiziana che ha manifestato la rabbia verso la dittatura. Le due proteste del 15 e 25 aprile si sono concluse con quasi 2mila arresti. Ma anche con una denuncia: un gruppo di avvocati si è appellato alla corte. Tra loro anche Malek Adly della Rete degli avvocati dell’Egyptian Centre for Economic and Social Rights, tuttora detenuto.

Ieri la sentenza del giudice el-Dakroury, vice presidente del Consiglio di Stato, ha dato loro ragione: «Le isole devono restare parte del territorio egiziano. La sovranità egiziana sulle isole è intatta ed è vietato ogni cambiamento di status, sotto qualsiasi forma o dietro qualsiasi procedura, a favore di un altro Stato».

Mentre su Twitter si moltiplicavano le celebrazione e fuori dal tribunale decine di persone festeggiavano con lo slogan «Pane, libertà e isole» (chiaro riferimento alla rivoluzione del 2011), il regime annunciava il ricorso. Ha 60 giorni di tempo, poi ad esprimersi sarà il Consiglio di Stato. Nel frattempo, secondo quanto previsto dall’articolo 50 della legge del Consiglio di Stato, la prima sentenza entra in vigore. Insomma, le isole sarebbero di nuovo territorio egiziano, nonostante il Consiglio della Shura saudita abbia approvato l’accordo già il 25 aprile scorso.

Che effetti la sentenza possa avere nei rapporti con i sauditi è da vedere. Di certo scombussola la politica estera dell’ex generale che sui rapporti con la petromonarchia fonda buona parte della propria sopravvivenza, strategica ed economica. Non è un caso che per cementare la dipendenza dai Saud al-Sisi abbia rinunciato a Tiran e Sanafir, definendole «da sempre di proprietà saudita». L’importanza delle due isole del Mar Rosso, tra la città israeliana di Eilat e quella giordana di Aqaba, è strategica: a 3 miglia dal Sinai e a 4 dalla costa saudita, sono state protagoniste di più di una crisi, in primis la Guerra dei Sei Giorni del 1967.

Sono punto di passaggio verso Suez, via di navigazione privilegiata del petrolio in partenza dal Golfo. Non solo: a Tiran c’è la sede della Mfo, Multinational Force and Observers, missione di peacekeeping dell’Onu creata dopo l’accordo di pace tra Egitto e Israele del 1979, un contingente militare di 12 paesi.

La sentenza, però, scombussola anche l’ultima brutale ondata repressiva: gli arresti di massa di attivisti, giornalisti e semplici cittadini, molti prelevati dalle loro case prima delle annunciate manifestazioni, si sono fondati sulla legge anti-terrorismo varata dal presidente che vieta proteste non autorizzate e sul presunto reato di diffusione di notizie false. Così non è e la sentenza potrebbe – o dovrebbe – aprire le porte del carcere a centinaia di prigionieri. A chiederlo è il National Council for Human Rights, organizzazione governativa, che ha fatto subito appello alla liberazione di tutti gli arrestati per le proteste contro l’accordo.

Difficile però che si metta in pericolo la campagna istituzionalizzata di repressione che colpisce chiunque alzi la voce. Accade anche ai lavoratori che indicono uno sciopero e finiscono di fronte ad una corte militare: è il caso di 26 dipendenti della Alexandria Shipyard Company, accusati di istigazione allo sciopero degli altri 2.500 impiegati, lanciato a maggio per chiedere il minimo salariale di 1.200 sterline egiziane al mese (120 euro). Saranno giudicati da un tribunale militare perché – e è la giustificazione ufficiale – pur essendo civili lavorano per una compagnia di proprietà del Ministero della Difesa. Una violazione dell’articolo 204 della Costituzione che prevede la corte militare per i civili solo nel caso di assalto diretto a proprietà militari.

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

Mentre Ankara annuncia la conclusione della campagna contro il Pkk, vengono dichiarati decine di nuovi coprifuoco e raid aerei colpiscono il distretto di Diyarbakir. Il premier Yildirim minaccia: “Puniremo i comuni kurdi”

Funerali di kurdi uccisi a settembre (Foto: Getty Images)

della redazione

Roma, 22 giugno 2016 – Mentre il neo premier turco Yildirim annunciava la fine delle operazioni contro il Pkk a sud est del paese, aerei da guerra bombardavano il distretto di Diyarbakir e il governatorato di Mus dichiarava il coprifuoco in 10 comunità legate al villaggio di Lacikan.

Una “fine delle operazioni”, insomma, che ricorda da vicino la mission accomplished in Iraq dell’ex presidente statunitense Bush nel 2003 o quella dell’Arabia Saudita in Yemen. Pace a sud est non ce n’è, come non c’è giustizia o ricostruzione. A ricordarlo alla popolazione kurda, a undici mesi dall’inizio della campagna militare turca, sono le bombe che ieri pomeriggio sono piovute su Kilicli e Konuklu, nel distretto di Lice a Diyarbakir. Nelle stesse ore target dei raid era il distretto di Hakkari.

Come riportato dalle agenzie turche l’operazione anti-Pkk non sta volgendo al termine, ma si è intensificata: oltre mille altri soldati sono stati dispiegati, mentre nel solo distretto di Diyarbakir 25 altre comunità sono finite sotto coprifuoco. Ad essere bombardato non è solo il sud est turco, ma anche il nord dell’Iraq dove da quasi un anno gli aerei dell’aviazione militare di Ankara vanno e vengono, uccidono combattenti del Pkk e ne distruggono le postazioni, nel totale silenzio internazionale nei confronti di un atto che è aperta violazione della sovranità irachena.

Per questo le parole di ieri del primo ministro Yildirim suonano più come una minaccia che una soluzione. Il premier, appena nominato dal partito di governo Akp dopo il siluramento del poco obbediente Davutoglu, ha infatti prima annunciato la fine delle operazioni e poi il via alla ricostruzione. Ma è quello che ha detto in mezzo a spaventare: tutti i comuni e i sindaci che hanno ostacolato l’operazione – ovvero i rappresentanti del partito di opposizione di sinistra pro-kurdo Hdp – saranno puniti.

Si sta entrando nella “seconda fase” della campagna anti-Pkk, ha detto Yildirim, che prevede la ricostruzione delle città danneggiate dagli scontri. Città intere, interi quartieri rasi al suolo, edifici pubblici, scuole e ospedali collassati, abitazioni ridotte in macerie che hanno provocato oltre 100mila sfollati e un numero ancora indefinito di morti civili, sicuramente molti di più dei circa 600 finora calcolati.

“Ora le operazioni sono concluse, ci sarà il rinnovamento fisico e sociale – ha detto il premier – Stiamo sostituendo gli edifici distrutti con altri molto più belli. Il lavoro è partito”. Ma soprattutto nel discorso di ieri il primo ministro ha annunciate azioni legali contro i municipi guidati dall’Hdp accusati di aver trasferito risorse dello Stato al Pkk: “Con la fine delle operazioni, ora ci sono altre misure da prendere. È tempo di punire i comuni che sostengono il terrorismo. Avete trasferito denaro per i servizi pubblici ad un’organizzazione terroristica. Non ve lo permetteremo. Il prima possible chiederemo ai governatori locali di pagarne il prezzo”.

Immediata la reazione dell’Hdp che vede nella nuova minaccia l’ennesimo tentativo di distruggerne le basi politiche e democratiche. Dopo la cancellazione dell’immunità parlamentare che apre a decine di processi contro i propri deputati, dopo arresti di sostenitori e sindaci e attacchi contro le proprie sedi, ora si vogliono colpire gli enti locali. “Gli ispettori che stanno conducendo inchieste nei nostri municipi le chiuderanno se hanno una coscienza – ha commentato il co-segretario del partito Demirtas – Stanno investigando da anni e non hanno trovato una singola prova”. “La gente che ha votato per i propri comuni – ha aggiunto – deve battersi per loro a tutti i costi”. Nena News

CISGIORDANIA.  Il ragazzo palestinese era andato in piscina con i cugini. E’ stato ucciso senza alcun motivo dai soldati israeliani mentre tornava a casa

Mahmoud Badran

AGGIORNAMENTO ore 10 – PALESTINESI: “INCHIESTA DELL’ONU”

Dopo l’omicidio di Mahmoud Badran, l’Olp ha chiesto alle Nazioni Unite di aprire un’inchiesta. Già nelle scorse settimane l’ambasciatore palestinese all’Onu aveva mosso una richiesta simile, quella di indagare sui numerosi omicidi extragiudiziali di palestinesi per mano dell’esercito e della polizia israeliani.

Intanto, nonostante Tel Aviv abbia ammesso l’errore, il Ministero degli Esteri israeliano ha provato a sminuire la gravità dell’omicidio imputandolo, come spesso in passato, a quello che viene definito “incitamento alla violenza” da parte della leadership palestinese.

————————————————————-

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 22 giugno 2016, Nena News – Era stata una bella serata. Una di quelle magnifiche serate in cui gli adolescenti di ogni parte del mondo pensano solo a spassarsela e a sbellicarsi dalle risate. Mahmoud Badran, 15 anni di Beit Ur-Tahta, l’aveva trascorsa con un gruppo di amici facendo tuffi nella piscina di Beit Sira. Ore liete che racconta ai giornalisti il cugino Ahmed Shami. «Dopo l’iftar (la cena che rompe il digiuno del Ramadan) siamo andati a nuotare. Lo facciamo spesso in questi giorni. La scuola è finita, fa caldo e ci piace stare svegli fino al primo filo di luce del nuovo giorno quando riprendiamo il digiuno e ce ne andiamo a dormire». Passata l’una Ahmed e Mahmoud hanno preso la strada di casa approfittando di un passaggio in auto offerto da un amico. «È successo tutto in pochi attimi – prosegue Ahmed – all’improvviso sono apparsi lungo la strada dei soldati israeliani e hanno cominciato a spararci contro. Non hanno chiesto di fermarci, sparavano e basta. Mahmud è stato colpito, abbiamo provato ad aiutarlo ma è morto quasi subito. Sono stati momenti terribili».

Ahmed, dice, ricorderà per sempre quanto è accaduto nella notte tra lunedì e martedì e che non dimenticherà mai Mahmoud. Ma chi nel mondo si ricorderà, già tra qualche ora, di questo ragazzo strappato alla vita? Così come degli altri quattro giovani palestinesi feriti, uno gravemente, dalle raffiche sparate dai soldati senza motivo. Ben pochi. Per le agenzie di stampa Mahmoud è solo un altro palestinese che si aggiunge a un lungo elenco di nomi senza volti. I corrispondenti delle tv occidentali non si scomoderanno a raggiungere Beit Ur-Tahta per raccontare lo strazio di genitori che avevano visto il figlio andare a nuotare e che poi hanno ricevuto la notizia della sua assurda uccisione. Il loro dolore impressiona poco l’opinione pubblica occidentale. Non suscitano cordoglio le lacrime di una madre con il capo coperto dal velo islamico e che indossa un abito tradizionale palestinese. E poi Mahmoud è stato ucciso «per errore» dai soldati israeliani, è stata una fatalità, insomma cose che capitano nella lotta incessante al terrore che impone di sparare prima e di chiedere dopo.

Ieri il portavoce militare dopo aver inizialmente riferito che un «terrorista» era stato ucciso mentre lanciava pietre e molotov contro una automobile israeliana (tre feriti) sulla superstrada 443 – tra Gerusalemme e Tel Aviv e che passa per un tratto in Cisgiordania -, qualche ora dopo ha fatto retromarcia di fronte alle notizie che giungevano da Beit Ur-Tahta. Ha quindi ammesso che Mahmoud Badran «non era coinvolto» nel lancio di sassi e ha annunciato «l’apertura di un’inchiesta» per chiarire le circostanze che hanno portato i soldati a sparare. Non ne riceveranno grande conforto la madre e il padre del ragazzo. La giustizia militare solo in pochi casi arriva a condannare un soldato accusato dell’omicidio di un palestinese.

Una prestigiosa ong israeliana, ora presa di mira dalla destra, come il centro per i diritti umani B’Tselem, qualche settimana fa ha gettato la spugna,  annunciando che non porterà più davanti alle corti militari casi di violenze e abusi compiuti da soldati a danno dei palestinesi. Non serve a nulla, ha spiegato. Un caso recente che descrive come spesso vanno le cose è quello del sergente Elor Azaria. A marzo ha ucciso a sangue freddo un attentatore palestinese, a terra in gravi condizioni e non in grado di nuocere, che poco prima aveva ferito con un coltello un soldato israeliano a Hebron. Rinviato a giudizio solo per omicidio colposo, Azaria è acclamato come un eroe dalla maggioranza degli israeliani che vorrebbe la sua scarcerazione immediata. Un ufficiale che al processo, qualche giorno fa, ha confermato l’intenzione del sergente di eliminare il palestinese ferito, ha ricevuto gravi minacce per aver detto la verità davanti ai giudici.

L’uccisione del 15enne Mahmud Badran è stata accolta con rabbia tra i palestinesi. Toni forti anche da parte dell’Autorità Nazionale (Anp) che lega la morte del ragazzo ai recenti sviluppi diplomatici. «La condanna a morte da parte di Israele del giovane Mahmoud Badran è la risposta di Netanyahu all’adozione dell’Ue dell’iniziativa francese (per il rilancio del negoziato israelo-palestinese)», ha protestato il ministero degli esteri dell’Anp. L’uccisione di Badran, ha aggiunto, dimostra «ancora una volta che il governo guidato da Benyamin Netanyahu è un governo di estremisti e coloni, impegnati quotidianamente nella peggiore forma di terrorismo sponsorizzato dallo Stato contro il popolo palestinese». Parole che impressionano poco i palestinesi che non perdonano all’Anp di continuare nella Cisgiordania occupata la “cooperazione di sicurezza” con le forze armate israeliane. Nena News

Michele Giorgio è su Twitter: @michelegiorgio2

Pagine

Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

PalestinaRossa newsletter

Resta informato sulle nostre ultime news!

Subscribe to PalestinaRossa newsletter feed

Accesso utente