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Agenzia Stampa Vicino Oriente
Aggiornato: 9 ore 52 min fa

Uccise due guardie di frontiera saudite al confine con l’Iraq

Lun, 05/01/2015 - 13:52

Gli aggressori non sono stati ancora identificati, ma le paure di attacchi di ritorsione da parte dei jihadisti islamici sul territorio saudita sono cresciute a causa del coinvolgimento del regno wahhabita nella coalizione anti-Isis

 

della redazione

Roma, 5 gennaio 2015, Nena News - Due guardie di frontiera saudite sono state uccise stamane in una attacco avvenuto vicino alla frontiera con l’Iraq. Un terzo ufficiale sarebbe rimasto ferito. Più volte, in passato, il confine tra l’Arabia Saudita e l’Iraq – difeso da terrapieni, recinzioni e attentamente monitorato da radar e telecamere – è stato il bersaglio di colpi di mortaio sparati a distanza.

Secondo una prima ricostruzione fornita dal Ministero degli Interni e riportata dall’Agenzia di stampa nazionale, gli uomini armati (non ancora identificati) hanno sparato a una pattuglia vicino ad Arar. Quando gli ufficiali di sicurezza hanno risposto al fuoco, uno degli aggressori, prima di essere catturato, si sarebbe fatto esplodere.

A perdere la vita nell’attacco vi è un alto ufficiale. A riferirlo è il portavoce del ministero, il Maggiore Generale Mansour Turki, che non ha rivelato però alla stampa le generalità della vittima. Tuttavia, stando a quanto riferisce il sito Sabq, si tratterebbe del Generale Oudah al-Belawi.

Riyad ha aumentato il controllo dei suoi confini da quando, lo scorso luglio i miliziani dello Stato islamico di Iraq e Siria (Isis) hanno conquistato ampie zone della provincia irachena di al-Anbar. Le paure di attacchi di ritorsione da parte dei jihadisti islamici sul territorio saudita sono cresciute a causa del coinvolgimento del regno wahhabita nella coalizione anti-Isis a guida statunitense.

Gli oppositori all’attacco in Iraq e Siria di Washington e dei suoi alleati occidentali (a cui partecipano anche cinque paesi arabi) sostengono che siano stati proprio gli stati del Golfo (in particolar modo l’Arabia Saudita) ad aver giocato un ruolo di primo piano nella formazione ed espansione dei gruppi estremisti islamici come l’Isis perché hanno armato, finanziato e sostenuto politicamente i ribelli siriani e libici.

Secondo uno studio dell’organizzazione britannica “Conflict Armament Research”, i fondamentalisti dello Stato Islamico starebbero usando armi americane fornite dai sauditi ai ribelli “moderati” siriani. Lo studio ha rivelato che i missili anti carro utilizzati dall’Isis sono identici ai “razzi M79 trasferiti dall’Arabia Saudita alle forze che operavano sotto l’ombrello dell’Esercito siriano libero nel 2013”.

Lo scorso novembre Riyad ha comunicato che sono circa 2.000 i sauditi andati a combattere in Siria e Iraq. Di questi, 600 sono tornati nel regno. Molti di essi sono stati arrestati con l’accusa di “terrorismo”. Nena News

Categorie: Palestina

FOTO. Gaza, le voci di Shujaiyya

Lun, 05/01/2015 - 12:38

A cinque mesi dai bombardamenti israeliani sul quartiere di Shujaiyya, le macerie delle centinaia di case sono ancora lì, sotto l’inverno della Striscia di Gaza.

testo e foto di Federica Iezzi

Gaza City (Striscia di Gaza), 5 gennaio 2015, Nena News – Khaled ci accompagna sui resti della sua casa. Tiene per mano Ahmed che gli ripete ad ogni passo “aspetta nonno”. Un po’ perchè ancora traumatizzato da tutte quelle macerie che hanno mangiato la sua bicicletta. Un po’ perchè a quattro anni non si riesce a tenere il passo di un adulto.

Ahmed custodisce ancora gelosamente tra le braccia l’orsetto di peluche, sporco di sangue e polvere, della sorellina. Pensa che sia andata via per fare un viaggio. Khaled ci racconta che la notte del 20 luglio, alle intimidazioni dell’esercito di Netanyhau, ai messaggi sui telefonini che invitavano energicamente i civili a lasciare il quartiere, i palestinesi di Shujaiyya hanno risposto con il rimanere nelle loro case. Il popolare quartiere di al-Shujaiyya, nella zona est di Gaza City, contava 92.000 abitanti. Sotto le macerie di quella notte, corpi senza vita, carbonizzati dai bombardamenti, schiacciati sotto grigi edifici distrutti, mutilati e insanguinati, sono stati ritrovati fino a un mese dopo il massacro.

72 le vittime in una sola notte, di cui 17 bambini. Oltre 200 i feriti. Più di 130.000 rimasti senza casa. L’esercito di Tel Aviv ha coordinato un’azione punitiva a Shujaiyya, dopo l’uccisione di alcuni suoi uomini. F-16, forze di terra e colpi di mortaio israeliani, con almeno 600 granate, hanno violato indiscriminatamente il quartiere, dichiarando che oltre 140 razzi di Hamas sarebbero partiti da dozzine di case già distrutte. I mezzi corazzati israeliani hanno fatto fuoco per impedire alla popolazione di rientrare nelle case.

Khaled ci mostra il quartiere devastato. Si immagina la distruzione ma non la desolazione. E’ un quartiere che non esiste più se non nei ricordi delle persone, negli oggetti che spuntano ancora tra quelle macerie dopo mesi, negli occhi dei bambini costretti ad andare a prendere acqua nelle cisterne e nel lavoro degli adulti che tentano di rimettere insieme i pezzi. Ci dice che ognuno degli abitanti qui ha perso amici o parenti. Ognuno di loro ha perso case e oggetti che ricordano la quotidianità. A Shujaiyya chi aiuta chi? Sono tutti nella stessa situazione.

Ci racconta che dopo una decina di giorni dal massacro, l’esercito israeliano, nonostante una tregua di quattro ore, ha iniziato a bombardare il mercato del quartiere. Mi chiede dignitosamente “Chi pensavano di uccidere nel mercato?”. Altri 17 abitanti di Shujaiyya hanno perso la vita, tra cui un giornalista e due paramedici. Non si tratta di razzi. Non si tratta di scudi umani o terrorismo o tunnel. Si tratta di un controllo permanente di Israele sulle vite dei palestinesi. Nella Striscia di Gaza c’è una carenza di cibo intermittente, che viene utilizzata per esercitare pressione sulla popolazione. La prima conseguenza del danneggiamento delle centrali elettriche è la carenza di acqua potabile. Punizioni collettive dell’incrollabile pluridecennale politica israeliana.

Khaled e Ahmed vivono in una tenda costruita con alluminio e plastica. Dentro: materassi, qualche coperta e un pentolino sempre caldo con il tè. Iniziano a pregare quando dal minareto viene annunciata la salat. La guerra li aveva spenti. Adesso le macerie odorano di cannonate e polvere. Ci dice Khaled che devono prepararsi all’inverno e alle piogge. Ahmed invece ci dice che la mamma, il papà e Amal, la sorellina, sono in un posto più caldo e torneranno quando arriverà la casa nuova in estate. Nena News

Categorie: Palestina

When will Palestinians learn? Turning to international law isn’t the answer — just ask America and Israel

Lun, 05/01/2015 - 12:12

If Palestine’s request is ‘entirely counterproductive’, what does that make Israel’s slaughtering of civilians last summer?

Un Security Council

Robert Fisk  The Independent

Roma, 5 gennaio 2015, Nena News – Throw an old dog a bone and sure enough, he’ll go chasing after it. So it is with “Palestine’s” request to join the International Criminal Court. An obvious attempt by Mahmoud Abbas to try Israel for war crimes in Gaza this year, we are told.

Or maybe a “two-edged sword” – yawns are permitted for such clichés – which could also put Hamas “in the dock”. Israel was outraged. The US was “strongly opposed” to such a dastardly request by the elderly potentate who thinks he rules a state which doesn’t even exist.

But hold on a moment. That isn’t the story, is it? Surely the real narrative is totally different. The BBC didn’t get this. Nor CNN. Nor even Al Jazeera. But surely the most significant event of all is that the descendants of the PLO – excoriated only a quarter of a century ago as the most dangerous “terrorist” organisation in the world, its mendacious leader Yasser Arafat branded “our Bin Laden” by Israel’s mendacious leader Ariel Sharon – actually wants TO ABIDE BY INTERNATIONAL LAW!

Heavens preserve us from such a thought, but these chappies – after all their past calls for Israel’s extinction, after all the suicide bombings and intifadas – are asking to join one of the most prestigious judicial bodies on earth. For years, the Palestinians have demanded justice. They went to the international court in The Hague to have Israel’s apartheid wall dismantled – they even won, and Israel didn’t give a hoot. Any sane Palestinian, you might think, would long ago have turned his or her back on such peaceful initiatives.

Yet still these wretched Palestinians persist, after this most humiliating of insults, in resorting to international law to resolve their conflict with Israel. Here they go again, dutifully seeking membership of the International Criminal Court. Will these Arabs never learn?

And of course, the Americans are threatening to punish such effrontery. Stop those millions of dollars in aid to the Palestinians. Stand by Israel’s refusal to accept any such approach to the International Criminal Court by “Palestine”. The EU – especially Britain and France – have gone along with this tosh. Israel has already decided to stop more than £80m in tax owed to the Palestinian authority.

The US State Department’s spokesman told us that his government is “deeply troubled” by the Palestinian application. It is “entirely counterproductive”, he informed the world. It does “nothing to further the aspirations of the Palestinian people for a sovereign state” – though one might have thought that membership of so august a judicial body would have done a lot to persuade the world that Palestinians were ready to shoulder all the burdens of statehood.

After all, the Palestinians would indeed have to abide by international law and – if the law applied retrospectively – they would have to carry the burden of opprobrium themselves for both Hamas crimes and past PLO murders. The United States, of course – and this fact oddly did not feature in the flurry of news reports on “Palestine’s” request to join – has itself refused to join the International Criminal Court. And with good reason; because, like the Israelis – although this is not quite how the whole fandango was explained to us – Washington is also worried that its soldiers and government officials will be arraigned for war crimes. Think waterboarding, Abu Ghraib, the report on CIA torture…

No wonder Jeffrey Rathke, the windbag who speaks for the State Department, says that the Palestinian request “badly damages the atmosphere” with Israel, “undermines trust” and “creates doubts about their (Palestinian) commitment to a negotiated peace”. And remember, Abbas only made his request after America had voted against – it has previously used its veto more than 40 times on Israel’s behalf to reject Palestine’s self-determination since 1975 – a UN Security Council resolution to end Israel’s occupation of Palestinian land by 2017.

But of course, what this whole kerfuffle is really about is quite simple. The world is tired of witnessing the suffering of Palestinians. Those with an ounce of human sympathy are sickened at being slandered as anti-Semitic or anti-Zionist (whatever that is) every time they express their outrage at Israel’s cruelty towards the Palestinians.

Killing more than 2,000 Palestinians last summer, hundreds of them children, was a mass slaughter. We’ve watched this grotesquerie so many times now – in Gaza, for the most part – that even our statistics have become spattered with blood.

Who now recalls the fatalities of the 2008-9 Gaza war? One thousand four hundred and seventeen Palestinians dead, 313 of them children, more than 5,500 wounded. That was the conflict upon which President-elect Obama had no comment to make.

And who knows what other gory Pandora’s box ICC membership would open? That bomber pilot who in 2002 killed 15 civilians, 11 of them children, in a Gaza apartment block to assassinate a Hamas official, for example? Wouldn’t that constitute a war crime? Don’t these outrages “damage the atmosphere” and “undermine trust”. Were these bloodbaths not “entirely counterproductive”? And the Jewish colonisation of the occupied West Bank?

Sure, bang up those behind Hamas and Islamic Jihad suicide attacks for war crimes. Get the Palestinian Authority thugs who torture and murder their own prisoners. But that’s not what Israel and the US are worried about. They are concerned that, after months of arguing and rowing and delving through thousands of documents, jurists may decide that Israel – horror of horror – may have to answer for itself before international justice, something which no routine US veto could prevent.

Now just imagine if Israel and America wanted the Palestinians to sign the Rome document. Conjure the thought – for a split-second only – that Israel and America insisted that the Palestinians must abide by an international treaty and become members of the International Criminal Court to qualify for statehood. Abbas’s refusal to do so would be further proof of his “terrorist” intentions. Yet when Abbas does sign the Rome document, when the Palestinians want to abide by an international treaty, they must be punished – surely a “first” in modern history.

I can only think of two phrases that fit the bill for this scandal of the West’s politicians. Confound their politics. Frustrate their knavish tricks.

The impasse in the Middle East in a nutshell

Apropos of which… Avi Shlaim, among the finest of Israeli historians, has just brought out a new edition of his great work The Iron Wall: Israel and the Arab World. “The prospect of a real change in American foreign policy looks slim to non-existent,” he writes. “Nor is there at present any evidence to suggest that Israel’s leaders are remotely interested in a genuine two-state solution… They seem oblivious to the damage that the occupation is doing to their society and to the reputation of their country abroad.” That’s it in a nutshell, isn’t it? Nena News

Categorie: Palestina

Libano, da oggi i siriani entrano solo con visto

Lun, 05/01/2015 - 11:54

A partire da oggi aumenteranno ufficialmente per i siriani le difficoltà ad entrare nel Paese dei Cedri. A stabilirlo è l’agenzia per la Sicurezza Generale libanese.  L’obiettivo è “portare la sicurezza e la situazione economica sotto controllo”

della redazione

Roma, 5 gennaio 2015, Nena News – Una frontiera aperta e accessibile a tutti dal 1943, che ha resistito a una guerra civile durata quindici anni, d’ora in poi non lo sarà più. Entrano ufficialmente in vigore oggi le restrizioni di visto nei confronti dei cittadini siriani stabilite dall’agenzia per la Sicurezza Generale libanese, già applicate ufficiosamente nei mesi scorsi e che hanno contribuito a far diminuire del 50 per cento, come dichiara l’agenzia Onu per i rifugiati, il numero dei profughi in ingresso nel Paese dei Cedri dall’estate scorsa. L’obiettivo è quello di “portare la sicurezza e la situazione economica sotto controllo e monitorare la presenza dei siriani in territorio libanese”, come ha spiegato una fonte dell’agenzia all’AFP.

Le restrizioni saranno applicate a varie categorie, comprese il turismo – per il quale gli applicanti dovranno dimostrare di aver riservato un hotel e di possedere almeno mille dollari. Visti disponibili saranno quelli per visite d’affari, per il trattamento medico e per transito (in caso di viaggio) mentre, come aveva già anticipato lo scorso ottobre il ministro degli Affari Sociali Rashid Derbas, “ci saranno eccezioni limitate per ragioni umanitarie”. Proprio le ragioni umanitarie hanno portato in Libano circa un milione e mezzo di siriani dall’inizio della guerra civile nel 2011, aumentando del 25 per cento la popolazione del Paese dei Cedri e rendendola la nazione con la più alta concentrazione di profughi pro capite al mondo.

A monte sta il lento collasso delle infrastrutture libanesi, con un sistema sanitario ed educativo già scarsi prima del 2011, oltre allo squilibrio degli assetti sociali e comunitari che ha regolarmente acceso conflitti tra libanesi e siriani soprattutto nelle regioni frontaliere. Oltre al perenne campo di battaglia che ha luogo nella città di Tripoli tra sostenitori dei ribelli siriani e del presidente Bashar al-Assad e alle autobombe che esplodono soprattutto nelle zone sciite per la partecipazione di Hezbollah nel conflitto siriano al fianco di Assad, è a rischio guerra anche la regione dell’Hermel e la valle della Bekaa. Proprio qui nell’agosto scorso un’incursione del fronte al-Nusra ha portato al rapimento di una trentina di soldati libanesi, 25 dei quali sono ancora nelle mani del gruppo islamista e rischiano di essere giustiziati se, come ha fatto sapere un portavoce del movimento, Beirut non rilascia subito l’ex moglie di al-Baghdadi, leader dell’Isis, arrestata qualche mese fa nel Paese dei Cedri.

Beirut, che da mesi chiede aiuto alla comunità internazionale per fronteggiare il massiccio afflusso di profughi, non ce la fa più  e per la prima volta nella storia dei due paesi richiede ai siriani di definire lo scopo della propria visita del paese. Resta un interrogativo sul destino dei rifugiati: i visti, che saranno disponibili al confine, non dovranno essere compilati dai siriani già residenti nel paese e registrati presso l’UNHCR, mentre non è chiaro quali misure saranno prese nei confronti di quelle decine di migliaia di profughi non registrati. Ron Redmond, portavoce dell’UNHCR, ha deplorato il fatto che le nuove misure non comprendano “alcuna disposizione esplicita per l’ingresso eccezionale per ragioni umanitarie”, mentre Beirut assicura che la protezione internazionale verrà concessa “caso per caso dopo un’esame della situazione del richiedente asilo”. Nena News

Categorie: Palestina

Israele potrebbe chiedere al Congresso Usa di bloccare aiuti economici ad Ap

Lun, 05/01/2015 - 11:21

La notizia, non confermata ancora da esponenti del governo Netanyahu, è stata rivelata ieri da un ufficiale israeliano al quotidiano Ha’Aretz. Sabato Tel Aviv aveva deciso di congelare 127 milioni di dollari di tasse destinati all’Autorità palestinese (Ap) in risposta alla richiesta dei palestinesi di aderire alla Corte penale internazionale. Il presidente ‘Abbas, però, tira dritto imperturbabile.

Il Congresso degli Stati Uniti

di Roberto Prinzi

Roma, 5 gennaio 2015, Nena News - Alla richiesta palestinese di adesione alla Corte Penale internazionale (CPI) della scorsa settimana, Israele ha subito risposto. Prima (sabato) congelando il trasferimento a Ramallah di 127 milioni di dollari derivanti dai soldi delle tasse e dei dazi doganali. Poi (domenica) chiedendo al Congresso statunitense di smettere di finanziare l’Autorità palestinese (400 milioni di dollari l’anno). A rivelare al quotidiano Ha’Aretz quest’ultima (presunta) azione punitiva è stato ieri un ufficiale israeliano.

Secondo infatti la legge di finanziamento, passata lo scorso mese al Congresso e firmata dal Presidente Usa Obama, il Dipartimento di Stato può bloccare i fondi destinati ai palestinesi qualora questi decidano di “intraprendere una inchiesta autorizzata giuridicamente dalla Corte Penale internazionale (o la sostengano attivamente) che incrimina gli israeliani per crimini contro i palestinesi”.

Le parole dell’ufficiale non sono state al momento confermate dagli esponenti del governo israeliano. Tuttavia, una controffensiva politica così dura non sarebbe sorprendente visti i toni usati dal premier Netanyahu in questi giorni. Ieri mattina il primo ministro israeliano, aprendo la riunione settimanale del suo esecutivo, ha detto che il suo Paese non permetterà che i suoi soldati vengano processati. “L’autorità palestinese – ha tuonato il premier – ha scelto di scontrarsi con Israele e noi non staremo a guardare”.

Che una richiesta israeliana di questo tipo venga accolta a Washington è molto probabile. Molti membri del Congresso (sia repubblicani che democratici) hanno considerato le ultime mosse di Ramallah – la risoluzione bocciata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu in cui si chiede la fine dell’occupazione israeliana entro il 2017 e la richiesta di adesione al CPI – inaccettabili, ma utili per rimettere al centro del dibattito politico il tema del finanziamento americano all’Autorità palestinese (Ap). Alcuni – scrive il “The Times of Israel – avrebbero cercato perfino di trovare cavilli legali per “punire” le Nazioni Unite e le istituzioni ad essa affiliate.

Che al Congresso si respiri una clima ostile contro i palestinesi non è una novità. Sin dalla “riappacificazione” dello scorso aprile tra Fatah (compagine politica del Presidente palestinese ‘Abbas) e gli islamisti di Hamas (gruppo terroristico per europei, americani e israeliani), sono stati diversi i rappresentati ufficiali americani che hanno esortato l’amministrazione Obama a prendere misure punitive contro i palestinesi.

Secondo una mozione passata al Congresso lo scorso dicembre, se i palestinesi dovessero ottenere lo status di membro alle Nazioni Unite o in qualunque Agenzia specifica, la legislazione americana può prevedere la chiusura per almeno tre mesi degli uffici di Washington dell’Ap. La loro riapertura potrebbe avvenire in qualunque momento dopo i tre mesi a patto, però, che i palestinesi inizino nuovi negoziati con gli israeliani.

Nonostante la controffensiva israeliana, Ramallah (almeno a parole) appare indifferente. Ieri il presidente Abbas ha confermato le voci che circolavano già sabato circa la sua intenzione di ripresentare la risoluzione bocciata al Consiglio di Sicurezza dell’Onu (Cs) lo scorso martedì. “Non siamo stati noi a fallire [nella votazione], ma è il Cs che ci ha fatto fallire” ha detto Abbas intervenendo ad una conferenza. Ciononostante, il presidente ha poi aggiunto: “Noi ritorneremo [al Consiglio di Sicurezza]. Forse fra una settimana. Stiamo valutando insieme ai nostri alleati e, in particolar modo alla Giordania, la possibilità di ripresentare la nostra mozione per una seconda volta, [e lo faremo se necessario] per una terza volta e anche una quarta volta”. Quanto al congelamento deciso sabato da Israele, il presidente è sembrato imperturbabile: “ora ci sono le sanzioni, va bene. C’è una escalation [da parte israeliana], va bene. Noi continueremo ad andare avanti”.

A ostentare sicurezza è stato anche il capo negoziatore palestinese Sa’eb ‘Erekat. Intervistato ieri dal portale israeliano YNET, Erekat ha accennato alla possibilità di dissolvere l’Ap facendo pesare interamente su Israele i costi della sua occupazione militare. “Noi siamo una autorità solo di nome. Il signor Netanyahu è riuscito a distruggerla. E’ quello che lui progetta da quando è salito a potere” ha dichiarato il negoziatore commentando il congelamento dei 127 milioni di dollari stabilito da Israele e definito da lui “un crimine di guerra”.

Crimini di guerra per cui potrebbero essere incriminati alcuni leader palestinesi. Alcuni ufficiali israeliani – che hanno preferito restare anonimi – hanno rivelato alla stampa locale che Tel Aviv potrebbe lanciare una controffensiva contro i palestinesi utilizzando parti terze. Una di queste (sebbene non sia stata esplicitamente nominata) potrebbe essere l’Ong israeliana Shuarat hadin. Già lo scorso novembre, l’organizzazione non governativa che difende le vittime israeliane del terrorismo aveva chiesto al procuratore della Corte penale internazionale di processare il presidente Mahmoud Abbas per crimini di guerra. Gruppi armati affiliati al suo partito Fatah – è la ratio dell’incriminazione- hanno lanciato razzi contro il territorio israeliano durante l’offensiva Margine Protettivo della scorsa estate. A settembre l’Ong aveva inviato una richiesta simile per il leader di Hamas, Khalid Mash’al. Nena News

Categorie: Palestina

BAHRAIN, manifestazioni e scontri dopo arresto Ali Salman

Mar, 30/12/2014 - 09:46

E’ accusato di incitamento all’odio contro il governo e di volerlo rovesciare, accuse incomprensibili poichè il leader di Al Wefaq è noto come un moderato, favorevole alla instaurazione di una monarchia costituzionale e non di una rivoluzione in nome della repubblica

Il leader sciita Ali Salman

Roma, 30 dicembre 2014, Nena News –  Proseguono scontri e manifestazioni e allo stesso tempo si moltiplicano anche gli appelli per la liberazione di Ali Salman, capo del principale gruppo di opposizione in Bahrain, Al Wefaq, arrestato due giorni fa per aver partecipato a una manifestazione contro le recenti elezioni elezioni legislative, boicottate dalla maggioranza sciita. A chiederne la scarcerazione immediata sono le organizzazioni per i diritti umani ed esponenti e movimenti sciiti di tutta la regione, fra cui quello libanese Hezbollah. Ali Salman è accusato di incitamento all’odio contro il governo e di volerlo rovesciare, accuse incomprensibili poichè il leader di Al Wefaq è noto come moderato, favorevole alla instaurazione in Bahrain di una monarchia costituzionale e non di una rivoluzione in nome della repubblica. Ha anche appoggiato il “dialogo nazionale” che si è svolto fino a qualche mese fa tra monarchia e opposizione.

Dopo il suo arresto ci sono stati scontri violenti tra manifestanti e polizia, che hanno portato all’arresto di 56 persone fra cui cinque ragazzi. Scontri proseguiti ieri nelle periferie sciite della capitale Namama. Nelle carceri si trovano, calcola il Centro del Bahrain per i diritti umani, circa 3000 detenuti politici.

Il Bahrain è un’isola-stato a maggioranza sciita ma governata dalla monarchia assoluta sunnita degli Al Khalifa. Il voto dello scorso 30 novembre ha assegnato 27 seggi ai sunniti, tra cui due salafiti e due esponenti dei Fratelli musulmani, e a 13 sciiti, nonostante il boicottaggio. Nena News

Categorie: Palestina

GAZA. Arte, circo e sport per aprirsi al mondo

Mar, 30/12/2014 - 08:59

In corso il Festival di Scambio e Formazione, organizzato dal Centro Italiano Vik della Striscia. L’enclave cerca una finestra sull’esterno, nell’indifferenza di vicini arabi e comunità internazionale.

 

 

dalla redazione

Gaza, 30 dicembre 2014, Nena News – Graffiti, parkour, jam writing. La Striscia di Gaza esercita il suo diritto alla libertà sfidando muri e assedi. Così, una popolazione chiusa in una prigione a cielo aperto, senza via d’uscita né dal mare – controllato dalla marina israeliana – né da terra – con i valichi verso Israele ed Egitto serrati – si libera con l’arte e la formazione.

A sostenere gli sforzi dei giovani gazawi è il Centro Italiano di Scambi Culturali – VIK con sede a Gaza City che, insieme a associazioni italiane, università, scuole e associazioni, terrà nella Striscia “il Festival di Scambio e Formazione”, cominciata il 28 dicembre e che si concluderà il 5 gennaio.

Una rassegna di attività culturali, artistiche e sportive che vede la partecipazione di italiani e palestinesi, uno scambio di esperienze e conoscenze che rientra nel più ampio progetto di scambi culturali che ogni anno mette in comunicazione le due sponde del Mediterraneo e cerca di coprire – almeno in parte – la mancanza di opportunità educative e formative dovute alla chiusura di Gaza.

“Nella Striscia di Gaza, dove la vita e la libertà vorrebbero raggiungere il loro più alto livello di espressione, gli attacchi e la distruzione sono all’ordine del giorno – spiegano gli organizzatori del Festival – L’ultima aggressione militare scatenata sulla Striscia, denominata ‘Bordo di Protezione’ di luglio/agosto 2014, ha cercato di distruggere per l’ennesima volta le speranze e le volontà della popolazione, che si è vista crollare addosso tutta la città, senza poter fermare il disastro preannunciato e continuato”.

“La difficoltà o impossibilità di movimento si ripercuote sulle giovani generazioni, che in questi ultimi anni hanno solo subito la disgrazia dell’occupazione e non hanno avuto la possibilità di aprirsi al mondo esterno per via della pesantezza dell’assedio. Solo attraverso la fuga rocambolesca e pericolosa, possono accedere ad altri mondi, dove cercare lavoro, formazione, scambio; mondi che in ogni caso non hanno la stessa cultura e dove integrazione e convivenza diventano due aspetti difficili da raggiungere e realizzare”.

E così, mentre Gaza resiste e lavora per liberarsi, cercando di vivere una vita normale, è il mondo che va nella Striscia, portando con sé per qualche giorno quelle opportunità che nella piccola enclave martoriata mancano. Il programma del festival prevede una serie di attività di formazione e workshop, dal parkour (uno degli sport che ha reso famosi i ragazzi gazawi del Pk Gaza Parkour, 3Run Parkour e Spider Gaza Parkour) ai graffiti che coloreranno le zone distrutte durante l’attacco della scorsa estate, Beit Hanoun, Khuza’a, Shajaiye.

I giovani si cimenteranno anche nelle tecniche di media e comunicazione, dalle fotografie ai video, che seguiranno due percorsi di narrazione: l’auto-narrazione e il diario multimediale della carovana, per portare fuori le storie e le voci di Gaza. E poi ancora arte circense, giocoleria, break dance, dabka, la tradizionale danza palestinese.

Giorni di evasione per un fazzoletto di terra che chiede da anni giustizia, costretto a risollevarsi da enormi tragedie mentre il mondo si gira dall’altra parte. La ricostruzione non parte, nonostante le promesse che la comunità internazionale ha messo sul tavolo della conferenza dei donatori del Cairo; l’Egitto prosegue nella sua politica di punizione collettiva per piegare Hamas; Israele, uscito vittorioso da 50 giorni di offensiva strappando un cessate il fuoco fine a se stesso, oggi gode dei benefici economici che giungono insieme agli aiuti per Gaza; il governo di unità nazionale ancora intrappolato nelle faide interne tra Hamas e Fatah non parla della Striscia. Nena News

Per info: Meri Calvelli, Coordinatrice volontaria del Centro Italiano – meri.calvelli@gmail.com

Categorie: Palestina

ARABIA SAUDITA. Guida pericolosa

Mar, 30/12/2014 - 08:58

Due saudite rischiano una condanna senza precedenti per avere infranto il divieto di guida per le donne. Saranno processate davanti a una corte anti-terrorismo. Il regno dei Saud, ai primi posti per violazioni dei diritti umani e politici, gode dell’impunità grazie al silenzio-assenso di Europa e Usa.

Loujain Hathloul alla guida

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Roma, 30 dicembre 2014, Nena News – E’ l’unico Paese al mondo a vietare la guida alle donne. Ma l’Arabia saudita, custode oltre che della Mecca e di Medina anche degli interessi occidentali in Medio Oriente e stretta alleata della superpotenza americana, passerà alla storia anche come lo Stato dove due giovani – Loujain Hathloul, 25 anni, e Maysaa al Amoudi, 33 anni -, solo per aver deciso di mettersi al volante, saranno processate per “terrorismo”. Lo denunciano amici delle due donne e attivisti dei diritti umani, sottolineando che i giudici potrebbero sentenziare pene davvero pesanti, oltre ogni aspettativa. Loujain e Maysaa peraltro hanno già battuto un “record” nazionale: la detenzione più lunga per avere guidato. Sono in carcere da quasi un mese. Non era mai accaduto alle altre saudite che prima di loro avevano deciso di opporsi a una assurdità che non ha alcun legame con l’Islam e che è figlia della sottocultura tribale che domina il regno dei Saud. Nessuna legge formale vieta alle donne di guidare in Arabia Saudita ma i religiosi ultraconservatori hanno emesso fatwe (editti) molto rigidi in materia e le autorità “civili” non rilasciano le patenti di guida. Nel 1990, cinquanta donne furono arrestate per aver guidato. Si videro confiscare i passaporti e in non pochi casi persero il il lavoro. Più di 20 anni dopo, nel 2011, una donna è stata condannata a dieci frustate per essersi messa a volante (il re ha poi annullato la sentenza).

Loujain Hathloul e Maysaa al Amoudi sono piuttosto note nei social network. La prima ha ben 228mila follower su Twitter, la seconda oltre 130mila. Insieme hanno creato un programma su Youtube a favore del riconoscimento del diritto delle saudite alla guida, una battaglia che per loro è simbolica della lotta per il conseguimento di altri diritti negati alle donne, come quello a votare o viaggiare senza farsi obbligatoriamente accompagnare da un “tutore”. Lanciata oltre un anno fa – ad ottobre del 2013 sedici donne furono state fermate mentre erano al volante e hanno poi dovuto pagare multe salate – la petizione che chiede di eliminare il divieto di guida ha raccolto migliaia di firme. Anche molti uomini hanno esortato le loro compagne ad infrangere il divieto e a postare le loro immagini mentre guidano sotto l’hashtag #IwillDriveMyself. Successi che non hanno scosso le gerarchie religiose wahabite, vicine dal punto di vista dottrinale al salafismo radicale che ispira i leader dello Stato Islamico in Iraq e Siria.

Maysaa al Amoudi

Loujain Hathloul, il primo dicembre, ha perciò deciso di schiacciare l’acceleratore della trasformazione e di tentare di andare in auto dagli Emirati in Arabia saudita, grazie ad una patente ottenuta a Dubai. Ma è stata arrestata dalle guardie di frontiera che poi hanno fermato Maysaa al Amoudi, saudita anche lei ma trasferitasi negli Emirati, per aver difeso e portato del cibo a Loujain. «Il loro caso sarà discusso davanti ad un tribunale antiterrorismo», ha riferito allarmato un attivista. Il timore è che l’asse monarchia-gerarchie religiose abbia l’intenzione di dare una lezione molto dura alle due “automobiliste illegali” in modo da scoraggiare altre donne. Gli avvocati sono pronti a ricorrere in appello contro il probabile pugno di ferro dei giudici. Le corti antiterrorismo sono state istituite ufficialmente per giudicare i membri di organizzazioni armate legate ad al Qaeda ma in questi ultimi anni ha inflitto lunghe pene detentive anche ad attivisti per i diritti umani, dissidenti politici e critici del governo. Quest’anno hanno condannato a morte per sedizione un importante esponente religioso della minoranza sciita, lo sceicco Nimr al-Nimr, una voce critica del potere dei Saud, e fatto sbattere in carcere un avvocato per i diritti umani di spicco, Walid Abul-Khair, con l’accusa di incitamento. Human Rights Watch avverte che «le autorità saudite sono impegnate in attività repressive nei confronti di persone che criticano pacificamente il governo su Internet», usando la legge anti-cybercrime in modo da condannare cittadini sauditi per tweets pacifici e commenti sui social media. Centinaia di persone di recente sono state arrestate come “sospetti terroristi”. E migliaia sono i prigionieri di coscienza.

Le donne, denuncia da parte sua Amnesty International, continuano a subire gravi discriminazioni, nonostante alcuni segnali di riforma, e ben poco conta il fatto che una di loro sia stata nominata vice ministro. Pesano sempre le disposizioni che regolano il divorzio e la custodia dei figli, l’assenza di una legge che criminalizzi la violenza sulle donne e i pesanti abusi che subiscono le lavoratrici domestiche di fatto non sono riconosciuti dallo Stato. Inoltre i musulmani sciiti e i praticanti di altre confessioni sono presi di mira e i diritti di migranti, rifugiati e richiedenti asilo sono violati. Leggi poco chiare sono impiegate per reprimere la libertà di espressione. Tortura e altri maltrattamenti di detenuti sono sistematici e condotti nell’impunità. Tra i metodi usati ci sono pestaggi, scosse elettriche, sospensione per gli arti, privazione del sonno e insulti. Sono comminate con frequenza regolare condanne alla fustigazione. La pena capitale è applicata in maniera estensiva. Molte decine di persone sono messe a morte ogni anno, tra queste anche minorenni.

Di fronte a ciò i governi europei ed americano, tranne qualche rara eccezione, rimangono in silenzio, fingono di non vedere, pur di non compromettere i rapporti con la potente famiglia reale Saud, garanzia da molti decenni degli interessi occidentali in Medio Oriente. Nena News

 

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SIRIA. A Kobane un funerale al giorno, ma i kurdi avanzano

Lun, 29/12/2014 - 09:32

Le voci degli attivisti: “L’Isis attacca ancora, ma i kurdi sono vicini alla vittoria. Famiglie rifugiate a Suruc sono tornate a vivere in città”. Ma da combattere c’è anche l’ostruzionismo turco

di Chiara Cruciati – il manifesto

Roma, 29 dicembre 2014, Nena News – A Diyarbakir e Suruc c’è grande fermento. Le due città kurde a sud della Turchia non hanno mai interrotto le attività di sostegno a Kobane, la città kurda a nord della Siria: «Ogni giorno siamo costretti a celebrare il funerale di un combattente di Kobane – dice al manifesto Murad Akincilar, direttore dell’Istituto di Ricerca Sociale e Politica di Diyarbakir – Ma la speranza è forte».

Tre mesi e mezzo di resistenza popolare hanno fatto di Kobane il simbolo della battaglia contro il fanatismo dell’Isis e gli interessi strategici dello Stato-nazione turco. La stampa mondiale ha concentrato occhi e orecchie sulla città e sul progetto di democrazia diretta di Rojava.

Dopo oltre cento giorni di combattimenti strada per strada, la fine dell’anno per le Unità di Difesa popolare maschili e femminili (Ypg e Ypj) significa speranza. Le notizie che giungono dalla città assediata dal 15 settembre dalle milizie di al-Baghdadi, una città che ha pianto centinaia di morti e ha assistito impotente alla fuga di oltre 100mila civili, raccontano dell’avanzata delle forze di difesa.

Negli ultimi giorni i kurdi hanno ottenuto altre vittorie: hanno lanciato una controffensiva sulla strategica collina di Mshta Nur con il sostegno dei peshmerga iracheni, guadagnando un centinaio di preziosi metri a sud e est. A dare man forte, nel giorno di Santo Stefano, 31 raid della coalizione guidata dagli Stati uniti, seguiti ai 10 del giorno di Natale.

Un’avanzata lenta ma continua che ha permesso ai kurdi di Kobane di assumere il controllo del 60% del territorio, costringendo alla ritirata su più fronti i miliziani dell’Isis. A ottobre la caduta della città sembrava imminente, oggi non lo è: lo Stato Islamico si è arroccato a sud est, la linea del fronte si allontana dal centro cittadino e gli islamisti sono stati costretti a lasciare le stazioni di polizia e gli uffici governativi a nord e al centro. E venerdì i kurdi hanno ripreso il controllo della sede del comune di Kobane dopo ore di scontri a fuoco.

«L’iniziativa è nelle mani delle Ypg e delle Ypj da almeno un mese ormai e ogni giorno riceviamo buone notizie – spiega al manifesto l’attivista kurda Burcu Çiçek Sahinli da Suruc – La città è stata ripulita dalle gang dell’Isis, ogni giorno vengono riprese nuove postazioni: luoghi strategici come il Centro Culturale e alcune scuole sono tornati sotto il controllo kurdo. I miliziani dell’Isis scappano, non riescono a frenare l’offensiva di Ypg e Ypj: hanno giustiziato 100 dei loro combattenti che volevano abbandonare il campo di battaglia».

«Stanno ancora attaccando la città – continua Burcu – e gli scontri sono ancora duri, ma i kurdi sembrano sempre più vicini alla vittoria. Cinque famiglie rifugiate a Suruc sono tornate a vivere in città con i bambini piccoli».

Oltre all’Isis, la resistenza kurda è costretta a combattere un altro nemico, la Turchia. Ankara tenta da tempo di spezzare i legami tra il Kurdistan del nord e Rojava, impedendo ai combattenti del Pkk – i primi ad entrare a Kobane in sostegno alla popolazione assediata – di portare uomini e armi. Non solo: più volte i profughi kurdi a Suruc, che da tre mesi e mezzo monitorano il confine con Kobane, raccontano di scambi ripetuti tra gendarmeria turca e miliziani dell’Isis.

«La Turchia teme un Kurdistan unito e continua a sostenere apertamente lo Stato Islamico. Il 25 novembre c’è stato un nuovo caso di ‘solidarietà’: i terroristi dell’Isis hanno preso un villaggio kurdo dentro il territorio turco e sono stati autorizzati dall’esercito di Ankara a usare la comunità come base di appoggio per attacchi contro Ypg e Ypj. La scorsa settimana abbiamo visto i miliziani islamisti rubare auto in Turchia con i soldati turchi che avevano abbandonato le postazioni, lasciandoli fare».

Al sostegno militare che i kurdi imputano alla Turchia – il cui obiettivo è evitare una crescita della resistenza kurda e il possibile contagio dell’esperimento Rojava nel proprio territorio – si aggiunge il mancato supporto ai 230mila profughi di Kobane e Sinjar che hanno attraversato la frontiera per avere salva la vita. Accolti dai comuni kurdi turchi a sud in campi profughi gestiti dalle sole municipalità, con l’arrivo dell’inverno i rifugiati vivono in condizioni sempre più precarie.

«Dopo i due campi precedenti, a Suruc ne abbiamo aperto un terzo – conclude Burcu – Ma i bisogni sono ancora grandi, non tutti i campi hanno riscaldamento elettrico, mancano cibo e materiali per l’igiene personale. Le autorità turche peggiorano la situazione: feriti arrivati da Kobane sono stati arrestati, è stata detenuta anche una dottoressa volontaria. Poco importa: noi proseguiamo nelle nostre attività: abbiamo creato consigli giovanili e femminili, librerie e scuole in madre lingua kurda». Kobane resiste di qua e di là dalla frontiera. Nena News

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GABON. L’inverno caldo di Ondimba

Lun, 29/12/2014 - 09:18

E’ di tre morti, secondo fonti dell’opposizione, il bilancio delle proteste di massa contro l’attuale presidente gabonese, la cui famiglia è al potere da 41 anni. Nell’aria il boicottaggio delle prossime elezioni e la lotta per l’allontanamento del capo di Stato

di Federica Iezzi

Libreville, 29 dicembre 2014, Nena News - Manifestazioni contro il presidente Ali Bongo Ondimba hanno segnato la fine dell’anno del Gabon, durante crescenti tensioni politiche, in un Paese che si prepara alle elezioni presidenziali del 2016. Sono definitivamente esplosi i contrasti che da settimane erano emersi tra l’opposizione e il governo nominato dal capo dello stato.

Il 17 dicembre scorso gli studenti dell’Università “Omar Bongo” di Libreville sono scesi in piazza per manifestare contro l’arresto di un loro rappresentante accademico, Ondo Nicolas. Gli studenti hanno marciato verso il quartiere di Nkembo, scandendo slogan antigovernativi. Forze di difesa nazionale hanno usato gas lacrimogeni per disperdere gli studenti, i quali hanno reagito con il lancio di bombe molotov.

La dittatura durata 41 anni di Omar Bongo in Gabon, poi nel 2009 ceduta al figlio Ali Bongo Ondimba, ha comprato la pace nel Paese dell’Africa centrale, ricca di giacimenti di petrolio. Il dittatore aveva sottoscritto un tacito accordo con la Francia: la concessione dei diritti esclusivi di estrazione petrolifera, in cambio dell’invio delle forze speciali a sostenerlo, quando l’opposizione fosse diventata pericolosa.

Oggi regna il malcontento. Gli esponenti dell’opposizione ribadiscono di voler proseguire la protesta fino alle dimissioni del Presidente.

Secondo il Fronte Unito delle Associazioni e dei Partiti di Opposizione, tre persone sono state uccise a Libreville negli scontri della scorsa settimana tra forze di sicurezza del Gabon e manifestanti antigovernativi. Almeno un centinaio gli arresti, tra cui cittadini di Camerun, Benin e Mali. Dozzine i feriti gravi.

Per timori relativi alla sicurezza, il ministro dell’Interno Guy Bertrand Mapangou aveva vietato la manifestazione. In risposta alle dimostrazioni pacifiche, nel popolare quartiere di Rio a Libreville, il capo dello Stato ha mobilitato le unità speciali della gendarmeria e della polizia, per schiacciare i cortei.

Ieri gli esponenti dell’opposizione che hanno organizzato la manifestazione contro il governo Ondimba sono stati convocati per essere interrogati e accusati di minare la pace nel Paese. Presenti all’interrogatorio Jean Eyeghe Ndong, ex primo ministro del Paese e l’ex segretario generale dell’Unione Africana, Jean Ping. François Ondo Edou, il portavoce dei leader dell’opposizione, chiede l’immediato rilascio di tutti i prigionieri politici.

Alain Claude Billie Da Nzé, portavoce della Repubblica del Gabon, risponde che il governo gabonese ha il dovere di proteggere i suoi cittadini. Dichiara che le istituzioni devono punire le persone che sostengono l’odio e la prepotenza, con il pretesto di contraddizioni politiche. Il capo dell’Ufficio regionale delle Nazioni Unite per l’Africa Centrale (UNOCA), Abdoulaye Bathily, condanna la violenza risultata dalla manifestazione. Nena News

 

 

 

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Buone feste dalla redazione di Nena News

Lun, 29/12/2014 - 08:30

Da oggi il sito verrà aggiornato saltuariamente fino al 2 gennaio. Nena News coglie l’occasione per augurarvi buone feste.

 

 

della redazione

Roma, 24 dicembre 2014, Nena News – La nostra piccola redazione tira il fiato e approfitta del Natale e del nuovo anno per fare qualche giorno di vacanza. Da oggi il sito verrà aggiornato saltuariamente fino al 2 gennaio.  Nena News coglie l’occasione per augurarvi buone feste e un 2015 decisamente migliore dell’anno che sta per chiudersi.

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FOTO. Un villaggio per il ministro Abu Ein

Dom, 28/12/2014 - 13:48

Ieri il Comitato Popolare del Sud della Cisgiordania ha improvvisato la creazione di un nuovo villaggio in terre palestinesi vicino alla colonia israeliana di Gosh Etzion, in memoria del ministro dell’Anp ucciso poche settimane fa durante una protesta.

 

della redazione

Gerusalemme, 28 dicembre 2014, Nena News – Ieri il Comitato Popolare del Sud della Cisgiordania, che comprende i comitati locali di Betlemme e Hebron, ha tentato di dare vita ad un nuovo villaggio palestinese, seguendo gli esempi di Bab Al-Shams, felice esperienza del gennaio 2013. I manifestanti si sono ritrovati in terre di proprietà di contadini palestinesi vicino al blocco di colonie di Gossh Etzion, tra i due distretti.

Subito dopo l’inizio della protesta, l’esercito israeliano è arrivato, ha circondato l’area e aggredito i manifestanti, tentando di arrestarne alcuni. Tre i feriti. Il nuovo villaggio è intitolato al ministro dell’Autorità Palestinese, Ziad Abu Ein, morto durante scontri con l’esercito israeliano il 10 dicembre scorso nel villaggio palestinese di Turmus Aya, a nord di Ramallah. Nena News

 

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L’Isis abbatte un jet giordano, Amman nega

Sab, 27/12/2014 - 09:00

Foto del pilota catturato pubblicate sul web. Riavvicinamento tra Ankara e Baghdad: armi dalla Turchia. I raid Usa uccidono il governatore islamista di Mosul.

 

Il pilota del jet giordano catturato dai miliziani dell’Isis

 

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 27 dicembre 2014, Nena News – Se il jet dell’aviazione giordana caduto mercoledì in Siria fosse stato davvero abbattuto dai miliziani islamisti, il conflitto potrebbe cambiare volto: il califfato di al-Baghdadi segnerebbe un nuovo punto a favore del progetto jihadista, mostrando al mondo intero – e soprattutto alla coalizione – una potenza militare maggiore di quella immaginata. Che l’Isis goda di un equipaggiamento di alto livello, grazie alle razzie compiute nelle basi dell’esercito iracheno, si sapeva già. Ma che possa arrivare ad abbattere un aereo da guerra della coalizione è un fatto nuovo.

Per ora la Giordania nega: il pilota è sì stato catturato dallo Stato Islamico, ma a seguito di un incidente. «Le prime indicazioni mostrano che la caduta dell’aero giordano nell’area della città siriana di Raqqa non è stata causata dal fuoco islamista», commenta un funzionario militare di Amman.

Simile la dichiarazione della Casa Bianca, secondo la quale «le prove suggeriscono che l’Isis non ha abbattuto il jet». Washington promette misure immediate per liberare il pilota che manca all’appello: il tenente 26enne Muath al-Kassasbeh appare in una serie di foto pubblicate dal gruppo islamista su internet, insieme alla sua carta d’identità, a riprova dell’avvenuta cattura. Per l’Isis, l’occasione giusta per “punire” uno dei paesi arabi i cui legami politici e diplomati con gli Stati uniti sono più forti.

Tra questi anche la Turchia che però, a differenza di Amman, opera da outsider: Ankara non ha mai nascosto le ragioni dietro l’eventuale partecipazione alla guerra al califfato. La preda è Assad e il rafforzamento del ruolo turco della regione. Nel timore di un consolidamento dell’influenza iraniana e sciita sull’Iraq, Erdogan sta tessendo di nuovo le relazioni con Baghdad dopo la rottura negli anni di al-Maliki (furioso per i rapporti economici tra Ankara e Kurdistan iracheno). Ieri Davutoglu ha incontrato la controparte irachena, il primo ministro al-Abadi, con il quale ha discusso del futuro ampliamento dell’assistenza militare al paese per un terzo occupato dall’Isis.

Al-Abadi ha detto che la Turchia potrebbe inviare armi, mettere a disposizione la propria intelligence e lanciare un programma di addestramento delle truppe irachene, simile a quello implementato ad Irbil con i peshmerga. Durante la conferenza stampa, Davutoglu ne ha approfittato per ricordare alla coalizione il proprio obiettivo, la testa di Assad. Contro i tentativi turchi si muove la Russia: giovedì il ministro degli Esteri è tornato a prospettare la ripresa del dialogo tra opposizioni siriane e Damasco. Dopo il fallimento di Ginevra, il tavolo potrebbe aprirsi a Mosca dopo il 20 gennaio e vedrebbe la partecipazione dell’inviato Onu Staffan de Mistura, impegnato da mesi nell’implementazione di cessate il fuoco locali ad Aleppo e in alcuni quartieri assediati di Damasco.

«Ci aspettiamo che questo gruppo includa le opposizioni interne e esterne alla Siria – ha detto il portavoce del Ministero russo, Alexander Lukashevich – Sarà un gruppo compatto. Inviteremo rappresentanti del governo e le parti proveranno ad esprimere in un’atmosfera informale la loro visione e i modi di regolare il conflitto».

La Russia non abbandona il presidente Assad. Dietro, la consapevolezza che senza Damasco la lotta all’Isis sarebbe difficile da vincere: le opposizioni moderate sostenute da Ue e Usa non sono più in grado di controllare la situazione sul campo, relegate in un angolo da quelle islamiste sempre più vicine all’Isis, e sul piano politico mancano del consenso della popolazione perché incapaci di fornire un’alternativa efficiente e concreta al governo di Assad.

Oggi, la sola alternativa a Damasco pare essere il nuovo sistema semi-statale di al-Baghdadi che nei territori occupati ha creato una struttura amministrativa che mai l’Esercito Libero Siriano o la Coalizione Nazionale hanno saputo offrire. Lo stesso accade al di là del confine, in Iraq, dove città come Mosul sono gestite oggi dal califfato. I risultati sono ben diversi da quelli di Raqqa: la crisi economica e la mancanza di servizi sta trascinando la popolazione civile rimasta in una situazione di vera emergenza, anche per le difficoltà dello Stato Islamico a mantenere stabile il governatorato. Dopo soli 25 giorni, il nuovo governatore Isis di Mosul, Abu Taluut, è morto in un raid della coalizione, come il suo predecessore Radwan al-Hamdouni, ucciso all’inizio di dicembre.

Ai raid e ai 4mila consiglieri militari, gli Usa hanno fatto sapere di voler aggiungere i famigerati contractor: in Iraq torneranno le compagnie private di sicurezza, le stesse che ancora oggi sono nell’occhio del ciclone per i crimini compiuti negli anni dell’occupazione del paese. Un modo per Obama per fingere l’inesistenza di un coinvolgimento diretto in Medio Oriente.

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TUNISIA. Beji Caid Essebsi presidente, Nidaa Tounes egemone: c’è ancora spazio per la democrazia?

Sab, 27/12/2014 - 08:51

Chi sarà in grado di contrastare i prossimi attacchi alla poche conquiste della rivoluzione che sono la Costituzione e l’Istanza per la Verità e la Dignità che solo il 15 dicembre scorso ha cominciato i suoi lavori? In assenza di una opposizione degna di questo nome, che avrebbe dovuto essere “naturalmente” incarnata dalla sinistra, il futuro della democrazia tunisina ci appare buio.

 

Il nuovo presidente tunisino, Essebsi (Foto: Ilyess Osmane/Associated Press)

 

di Patrizia Mancini – Tunisia in Red

Roma, 27 dicembre 2014, Nena News – A poco meno di un mese dallo svolgimento del 1° turno delle elezioni presidenziali, l’Instance Independante pour les élections ha proclamato i risultati preliminari del 2° turno: ha vinto Beji Caid Essebsi con il 55,68% mentre il presidente uscente, Moncef Marzouki ha ottenuto il 44,32%.

Astensione ancora in aumento

Il tasso di partecipazione è stato del 59,04% degli iscritti alle liste elettorali, con una significativa diminuzione di circa il 5% rispetto al primo turno (64%). Se poi si confronta il numero dei votanti alle legislative dello scorso ottobre con quanti hanno votato a questo secondo turno di presidenziali, si constatata una perdita totale di oltre 400.000 elettori. Occorre tener presente inoltre che per votare alle elezioni dell’Assemblea nazionale Costituente nel 2011 oltre 8 milioni di tunisini e tunisine si erano iscritti nelle apposite liste, mentre quest’anno soltanto poco più di 5 milioni hanno ritenuto opportuno farlo: altri 3 milioni di persone che hanno dimostrato di non aver alcun interesse alle tornate elettorali.

Questa massiccia e progressiva astensione, di cui nessun politico sembra preoccuparsi più di tanto, è allarmante per una democrazia nascente e, nel caso delle presidenziali, sembra sommare al disincanto e alle delusione dei giovani che sono stati protagonisti della rivoluzione e che si sono visti scippare i loro obiettivi, altre motivazioni che si inquadrano nell’attuale gioco politico dei partiti all’indomani delle legislative. La coalizione fra partiti di sinistra e formazioni del nazionalismo arabo denominata Fronte Popolare, dopo due settimane di un dibattito che immaginiamo lacerante, è riuscita a esprimere una posizione ufficiale assurda che ha fatto infuriare alcuni simpatizzanti: innanzitutto fermare Marzouki, in alternativa scheda bianca o Essebsi.

Le ragioni dell’odio accecante nei confronti di Moncef Marzouki si iscrivono nel radicato convincimento del Fronte Popolare della responsabilità dell’ex governo a maggioranza islamista negli assassinii di Chokri Belaid e Mohamed Brahmi. Ma anche, più pragmaticamente, nell’illusoria speranza di poter influire, con i suoi 15 deputati sulle politiche del futuro governo, se non addirittura occupare posti di responsabilità al suo interno e evitare la paventata alleanza di Nidaa Tounes e Ennahdha.

E’ plausibile che una parte di chi ha votato il leader del Fronte Popolare Hamma Hammami al 1° turno delle presidenziali non se la sia sentita di esprimersi a favore di Essebsi (il Ministro degli Interni all’epoca di Bourghiba che inaugurò la stagione della persecuzione della sinistra tunisina) e che perciò abbia votato scheda bianca.

Altri potrebbero non aver votato disgustati da una campagna elettorale in cui entrambi i contendenti non sono stati capaci di presentarsi come pacificatori o riunificatori di un paese che ancora non ha superato le divisioni di classe e regionali, uno dei motivi scatenanti la rivoluzione della dignità.

Qualche eccezione a sinistra

Dalla posizione autolesionista dei partiti della sinistra si sono smarcati diversi intellettuali della sinistra” diffusa” che hanno fatto girare un appello al voto per Moncef Marzouki, pur criticandone l’operato nel triennio presidenziale: “Moncef Marzouki non è stato certamente un presidente irreprensibile, né l’uomo perfetto, non c’è bisogno di dire che non sarà nemmeno l’uomo provvidenziale. E senza dubbio sarà meglio così. Tuttavia, nonostante i molteplici errori politici compiuti durante il mandato presidenziale – errori di cui dovrà dare conto – e tenuto conto delle condizioni in cui si svolge questo scrutinio, ci sembra l’unica scelta possibile in grado di limitare il terremoto provocato da Nidaa Tounes, di impedire la ricomposizione di un sistema politico ed economico corrotto e ineguale che ci ha governato per più di 50 anni così come il ritorno della repressione”, così si sono espressi Choukri Hmed, Héla Yousfi e Ayachi Ammami, per citarne solo alcuni. L’attacco subito da parte di questo gruppo da parte dei “modernisti” di Nidaa Tounes ha raggiunti livelli francamente indecenti, degni dei bei tempi della dittatura.

Una campagna elettorale infuocata

Molto più che le legislative, le elezioni presidenziali hanno acceso le passioni dei tunisini e della tunisine perché si è trattato della prima elezione presidenziale veramente competitiva dopo gli anni del 99% a Ben Alì e perché si è trattato, come molti osservatori hanno evidenziato, dello scontro frontale fra due paure contrapposte: da un lato Essebsi che ha strumentalmente accusato Marzouki di essere l’incarnazione del “diavolo islamista” e il rappresentante dei terroristi, dall’altro, decisamente più comprensibile, il presidente uscente che ha evocato il ritorno in forze del passato regime. Essebsi è riuscito anche a insultare nei suoi discorsi le popolazioni del Sud (regioni che in maggioranza hanno votato Ennahdha e successivamente per Marzouki presidente) che non hanno tardato a scendere in piazza per protestare contro l’affronto subito.

Soltanto ora, mentre ancora sono vivi gli echi dei tumulti nella regione di Gabes, il presidente eletto e quello uscente cominciano a lanciare appelli alla calma e al rispetto del verdetto delle urne e si lanciano reciprocamente segnali di distensione.

Nidaa Tounes egemone in tutte le istituzioni

Con l’elezione di Beji Caid Essebsi alla presidenza della Repubblica il partito Nidaa Tounes ha oramai in mano le redini del paese. L’elezione di Moncef Marzouki alla presidenza avrebbe fornito un contro-potere estremamente necessario in un paese in cui, se non si può più parlare di rivoluzione, la democrazia è ancora fragile e necessita di un ulteriore consolidamento.

In parlamento Nidaa Tounes dispone della maggioranza relativa con 89 deputati e nei prossimi giorni potrebbero concretizzarsi alleanze sia con l’UPL e Afek sia con il “nemico Ennahdha”(3), il che ridurrebbe al lumicino una concreta opposizione al disegno liberista che, del resto, accomuna il partito islamico e il “modernista” Nidaa Tounes.

Essebsi stesso appare poco credibile come “guardiano della Costituzione” di fronte a eventuali richieste di modifica del testo da parte della “sua” maggioranza parlamentare”, per le quali occorrono i 2/3 dei voti del Parlamento.

Ricordiamo quanto ci aveva detto il costituzionalista Kais Saied in una recente intervista: “Normalmente il centro del potere dovrebbe essere la Kasbah (nella grande piazza della Kasbah si trova la sede del governo n.d.a.), ma se Essebsi vince, il governo diventerà il governo del presidente della Repubblica e non del Primo Ministro. Ma non basta: occorre considerare che la composizione della futura Corte Costituzionale sarà nelle mani del partito dominante, dato che 1/3 deve essere nominato dal presidente della Repubblica, 1/3 dall’Assemblea del Popolo (…) e 1/3 dal Consiglio Superiore della Magistratura (anche per la formazione di quest’ultimo che dovrà avvenire entro 6 mesi dalle elezioni legislative, si può prevedere un’influenza del partito maggioritario). In una situazione in cui l’apparato del vecchio regime, lo Stato “profondo” non è stato smantellato,si tornerà al punto di partenza, cioè al partito unico”.

In questo senso non può certamente tranquillizzare la recente proposta di Nidaa Tounes per la formazione di commissioni parlamentari preposte ai cambiamenti costituzionali e alla revisione della legge sulla giustizia di transizione.

Chi sarà in grado di contrastare i prossimi attacchi alla poche conquiste della rivoluzione che sono la Costituzione e l’Istanza per la Verità e la Dignità che solo il 15 dicembre scorso ha cominciato i suoi lavori? In assenza di una opposizione degna di questo nome, che avrebbe dovuto essere “naturalmente” incarnata dalla sinistra, il futuro della democrazia tunisina ci appare buio.

 

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Medio Oriente. Il Natale lontano

Ven, 26/12/2014 - 11:42

Il Medio Oriente si prepara a vivere un nuovo Natale di  paura e sangue tra assedio israeliano, Stato Islamico e continui scontri tra i gruppi ribelli e il governo siriano

di Federica Iezzi

Erbil (Iraq), 26 dicembre 2014, Nena News – Nel quartiere cristiano di Ainkawa a Erbil, il Natale è segnato dalle tende di plastica blu e bianche delle Nazioni Unite. Ormai sono le uniche case delle migliaia di famiglie di caldei cattolici che, per generazioni, hanno abitato questo lembo di Iraq. Prima dell’invasione degli Stati Uniti nel 2003, inizio di un conflitto settario che, feroce, continua ancora oggi, nelle montagne irachene vivevano un milione di cristiani. Oggi  ne rimangono appena 250.000.

La comunità cristiana di Baghdad è stata totalmente annientata e la maggior parte dei cristiani scampati agli abusi, ai rapimenti e alle violenze, si è rifugiata nel nord dell’Iraq, a Mosul, e nella regione di Nineveh, nei villaggi di Quaraqosh, al-Qosh e Telkeff. E qui ha inizio una nuova lotta impari con i jihadisti dello Stato Islamico. I cristiani del quartiere di Karakus, a Mosul, hanno lasciato l’Iraq con i soli vestiti che avevano indosso.

La persecuzione delle minoranze religiose è stata il tratto distintivo dei combattenti dell’ISIS, che continuano l’avanzata senza sosta sui 100mila chilometri quadrati da Aleppo, a nord della Siria, alla regione di Diyala, nell’est dell’Iraq. Distrutte, incendiate e saccheggiate tutte le chiese. Parlare di Natale e di cristianesimo è proibito. Solo 100.000 cristiani hanno trovato rifugio nel Kurdistan iracheno.

In Siria rapimenti, torture, uccisioni di massa e decapitazioni tormentano da più di tre anni le vite delle minoranze religiose. Almeno 200.000 cristiani sono fuggiti dal conflitto interno siriano e oggi come profughi occupano tende o rifugi governativi, nei paesi limitrofi. Chi è rimasto in terra siriana, dove in passato vivevano più di 2 milioni di cristiani, ha trovato un riparo ad al-Hasakah, a nordest.

I cristiani del quartiere di Hamidiyeh, nella città di Homs assediata per più di due anni, questo Natale sono tornati a decorare strade, porte e balconi distrutti. In Majla Square, gli anziani del quartiere hanno costruito un presepe di macerie. Nell’Aleppo senza acqua, elettricità e gas si è celebrata la tradizionale messa di mezzanotte. Semplici preghiere di pace nella cattedrale Mariamita di Damasco.

Con poche ore di elettricità al giorno, luci di Natale spente adornano la Striscia di Gaza. Gli attacchi dell’esercito israeliano restano come un’ombra nei giorni duri degli abitanti di Gaza. Quest’anno, almeno 500 cristiani della Striscia hanno ottenuto il permesso di entrare in Cisgiordania. Hanno attraversato Erez soltanto i palestinesi di età inferiore ai 16 anni e superiore ai 35, per passare la notte di Natale a Betlemme. Una magra consolazione per i circa 1500 cristiani che abitano Gaza e sono costretti a vivere sotto il pesante assedio di Israele dal 2006.

Nel cuore di Gaza City alcune vetrine sono addobbate con rami di pino. L’operazione Margine Protettivo, portata avanti per 50 giorni dal governo di Tel Aviv, che ha fatto crollare la Striscia quest’estate, ha ucciso centinaia di cristiani e distrutto le loro case. Le famiglie rimaste preparano un piccolo albero con candele rosse e verdi per i bambini. Nena News

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Betlemme occupata non rinasce

Ven, 26/12/2014 - 09:45

I giorni di Natale dovrebbero dare tanto ossigeno all’economia locale e invece Betlemme si lecca ancora le ferite per il brusco calo di prenotazioni turistiche seguito all’offensiva militare israeliana contro Gaza. Pesano sempre il Muro e le pesanti restrizioni ai posti di blocco

 

Palestinese vestito da Babbo Natale durante manifestazione contro l’occupazione (Foto Musa Qawasma-Reuters)

Michele Giorgio – Il Manifesto

Betlemme, 26 dicembre 2014, Nena News - Il 24 dicembre è uno dei giorni dell’anno più attesi dai palestinesi cattolici. Alle ore 13 il patriarca latino, Fuad Twal, lascia Gerusalemme e si dirige a Betlemme. Visita il monastero di Sant’Elia e si avvia per l’antico percorso che, secondo la tradizione biblica, fecero Abramo, Isacco e Giacobbe. Alla tomba di Rachele trova in attesa i sacerdoti che lo accompagneranno alla basilica della Natività. Twal quindi apre la Porta dell’Umiltà per celebrare i vespri. Infine il patriarca si ritira in attesa della tradizionale messa di mezzanotte che celebrerà davanti alle massime cariche palestinesi  ai rappresentanti del corpo diplomatico e a tantissimi fedeli e pellegrini. L’altro girono, in anticipo sull’arrivo del patriarca, dozzine di palestinesi, alcuni vestiti da Babbo Natale, del “Comitato di coordinamento di lotta popolare”, hanno manifestato al posto di blocco tra Betlemme e Gerusalemme per protestare contro l’occupazione e le pesanti restrizioni israeliane.

Quello che segue Twal è un rituale antico che però si svolge all’interno delle enormi difficoltà politiche del presente che soffocano Betlemme. La città dove secondo la tradizione ha visto la luce Gesù Cristo, era e resta sotto occupazione militare, circondata da un muro israeliano di cemento armato alto fino a otto metri che la separa da Gerusalemme e stretta tra gli insediamenti colonici in continua espansione. E che, come il resto dei Territori occupati, subisce i riflessi di conflitti vicini e lontani. Sono i giorni del Natale, quelli che dovrebbero dare tanto ossigeno all’economia locale e invece Betlemme si lecca ancora le ferite dopo il brusco calo di presenze turistiche registratosi durante l’offensiva israeliana contro Gaza. Dopo la visita di papa Francesco, lo scorso maggio, i palestinesi avevano sperato in un anno all’insegna del turismo e di superare i 2,66 milioni di visitatori a Betlemme nel 2013. Le cose sono andate nella direzione opposta.

Il clima a Betlemme in apparenza è sereno. I palestinesi cristiani hanno addobbato case e negozi, le luci natalizie colorano le strade del centro cittadino e in Piazza della Mangiatoia domina un alto albero di Natale con i colori della bandiera palestinese e una grande stella rossa. Le botteghe artigiane da giorni sfornano presepi di legno d’olivo, di ogni forma e grandezza. Nell’animo degli abitanti tuttavia regna una grande amarezza e la sfiducia nel futuro. «Va proprio male – ci dice Khalil, proprietario di un negozio di souvenir religiosi a poche decine di metri dalla Chiesa della Natività – degli ultimi anni questo è il peggiore. A causa della guerra di Gaza e delle (recenti) tensioni a Gerusalemme, tanti stranieri hanno cancellato le prenotazioni. I turisti che passano per la città visitano i luoghi santi e non spendono nulla nei nostri negozi. La disoccupazione sfiora l’80%».

Il calo delle prenotazioni nei mesi scorsi è stato drastico, del 60%, dicono i dati del ministero palestinese del turismo e delle antichità. I mancati introiti sono quantificabili in circa 30 milioni di dollari. Un crollo che pagano per primi i proprietari dei 48 alberghi di Betlemme, ci spiega Lubna Bandak, proprietaria del Grand Hotel. «Negli anni passati in questo periodo avevamo (in hotel) già un buon numero di presenze, da ogni parte del mondo. Dopo la guerra di Gaza gli stranieri hanno scelto altre destinazioni e annullato le prenotazioni a Betlemme». Bandak ci spiega che sono attesi migliaia di visitatori nei giorni del Natale ma che si tratta di palestinesi in gita o di lavoratori rumeni o asiatici impiegati in Israele che si limiteranno ad una breve visita alla Chiesa della Natività e alla Piazza della Mangiatoia. Quindi niente pernottamenti.

I turisti stranieri sono in prevalenza russi e polacchi che, sostengono i commercianti di Betlemme, spendono poco. Assenti gli europei, frenati dalla crisi economica e dalle notizie di tensioni in Terra Santa. Fanno eccezione i pellegrini italiani ma in calo rispetto agli anni passati. Pesano sulle difficoltà economiche di Betlemme anche gli ostacoli legati alle restrizioni imposte da Israele, come la limitazione ai tour operator e l’impossibilità di cercare clienti nella vicina Gerusalemme. Secondo i dati in possesso dei palestinesi, il 90% dei tour operator sono israeliani e hanno tutto l’interesse a far rimanere i turisti a Gerusalemme invece che a Betlemme. Senza dimenticare che Israele gestisce in maniera esclusiva diversi siti turistici tra Betlemme e Hebron, quindi nei Territori occupati, come Herodium, dove Erode il Grande fu sepolto 2000 anni fa, e Qumran, dove furono ritrovati i rotoli del Mar Morto. Secondo Fadi Kattan, la politica del turismo praticata da Israele significa una perdita di 1,4 miliardi di dollari l’anno per l’economia palestinese e in particolare per quella di Betlemme.

Occupazione israeliana, crisi economica e disoccupazione sono tra i motivi che spingono le famiglie cristiane a tentare di ricostruirsi la vita in un altro Paese, preferibilmente negli Stati Uniti. Il sindaco, Vera Baboun, riferisce che 40 famiglie hanno lasciato Betlemme solo in questi ultimi mesi. La città che nel 1948 era cristiana per un 80 per cento ora lo è solo per il 22 per cento. Nena News

 

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Gaza devastata scivola verso un nuovo conflitto Israele-Hamas

Mar, 23/12/2014 - 13:29

Nel disinteresse del mondo la Striscia sta lentamente ma inesorabilmente scivolando verso un nuovo conflitto. I negoziati annunciati al Cairo per il prolungamento del cessate il fuoco entrato in vigore lo scorso 26 agosto, non hanno mai preso il via

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 23 dicembre 2014, Nena News – Non ci sono parole sufficienti per descrivere la situazione di Gaza. E non ci riferiamo solo all’emergenza umanitaria figlia dell’offensiva devastante di Israele (Margine Protettivo, 2200 morti palestinesi, 73 israeliani) scattata la scorsa estate. Nel disinteresse del mondo la Striscia sta lentamente ma inesorabilmente scivolando verso un nuovo conflitto. I negoziati annunciati al Cairo per il prolungamento del cessate il fuoco tra Israele e Hamas (e le altre formazioni palestinesi), entrato in vigore lo scorso 26 agosto, non hanno mai preso il via. Il quadro “militare” è tornato ad essere quello precedente alla guerra di luglio e agosto. La condizione di 1,8 milioni di palestinesi, di fatto prigionieri nella loro terra, non è mutata, anche solo di un centimetro, a causa del blocco israeliano di Gaza e anche della chiusura della frontiera meridionale attuata dall’Egitto. Il regime del presidente al Sisi ha dato l’ordine alle forze armate di creare “per motivi di sicurezza” una zona-cuscinetto lungo i 13 km di confine con Gaza, a costo di demolire centinaia e centinaia di abitazioni civili egiziane e di trasferire in centri più lontani dalla Striscia migliaia di abitanti del Sinai.

Il clima si fa cupo

Israele la scorsa settimana ha bombardato Gaza con la sua aviazione, per la prima volta in quasi quattro mesi, e in questi ultimi giorni le sue forze navali e terrestri hanno ripreso a sparare cannonate a scopo intimidatorio (almeno nella maggior parte dei casi) su Sudanieh, Abasan, Khan Yunis, Rafah e altre località. Come sempre le motovedette militari aprono il fuoco verso i pescatori di Gaza che violerebbero i limiti del ristretto angolo di mare dove sono autorizzati a spingersi. Hamas ha riaffermato, attraverso uno dei suoi leader principali, Musa Abu Marzouk, che farà rispettare il cessate il fuoco ma le sue forze di sicurezza (negli ultimi quattro mesi) non sono riuscite a fermare i lanci di tre razzi da parte di gruppi armati minori. E nel frattempo la sua milizia, le Brigate Ezzedin al Qassam, continua con regolarità a testare, con lanci verso il mare, nuovi razzi e missili, probabilmente quelli mostrati durante la parata nelle stra de di Gaza organizzata a metà mese per il 26esimo anniversario della fondazione del movimento islamico. Così in Israele – che andrà al voto tra tre mesi – si comincia a parlare di “nuovo round” per distruggere le gallerie che Hamas starebbe ricostruendo sotto le linee tra il territorio di Gaza e quello israeliano.

Ciò mentre la stagione fredda sta mettendo a dura prova la popolazione civile, senza energia elettrica per gran parte del giorno. I più sfortunati sono i circa 100mila palestinesi ai quali i bombardamenti israeliani hanno distrutto o danneggiato l’abitazione. Questi uomini, donne e bambini sperano in una ricostruzione che non è neppure cominciata. Anche perchè Israele continua a porre forti restrizioni all’ingresso a Gaza dei materiali edili. L’ong internazionale Oxfam riferisce che a novembre sono entrati a Gaza appena 287 camion carichi con 40 tonnellate di materiali per la ricostruzione. Una goccia nel mare del bisogno. Per essere ricostruita entro tre anni, Gaza dovrebbe ricevere ogni giorno 175 autocarri con 7mila tonnellate di cemento, mattoni e molto altro. Secondo i calcoli delle agenzie internazionali, i bombardamenti aerei e i tiri di carro armato hanno distrutto completamente 7 mila case di Gaza, altre 89 mila hanno subito danni irreparabili o sono state distrutte in parte. Il doppio rispetto alle 42.000 recensite in un primo momento. Intanto l’Unrwa (l’agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi) ha fatto sapere che per mancanza di fondi rischia di non poter assistere Gaza. Ci vogliono 720 milioni di dollari, mentre finora le somme arrivate si fermano a 100 milioni. «Se la situazione non cambierà urgentemente – ha avvertito il suo direttore a Gaza, Robert Turner – finiremo i fondi a gennaio e questo significa che non saremo in grado di fornire sussidi a molti ne’ intervenire per le riparazioni».

Come molti si attendevano le promesse fatte dai Paesi donatori due mesi fa al Cairo si sono rivelate, almeno sino a questo momento, soltanto dei pezzi di carta. I palestinesi denunciano che solo il 2 per cento del 5,4 miliardi dollari di aiuti garantiti per la ricostruzione di Gaza è stato trasferito e che nessuno degli Stati arabi ha versato le quote annunciate alla conferenza in Egitto. «I paesi arabi non hanno pagato nulla fino ad oggi», ha spiegato il ministro palestinese per l’edilizia Mufid al-Hasayna, «gli europei hanno dato ben pochi milioni, qualcosa in più gli svedesi». Ad ottobre il Qatar si era impegnato a versare nelle casse del governo palestinese 1 miliardo di dollari, l’Arabia Saudita 500 milioni, gli Stati Uniti e Unione europea insieme 780 milioni in varie forme di aiuto, Turchia e gli Emirati avevano promesso con 200 milioni. Non si è visto nulla. I Paesi occidentali e i “fratelli” arabi e islamici continuano ad ingannare il popolo palestinese. Nena News

 

 

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Gaza abile diversamente

Mar, 23/12/2014 - 11:49

Nella Striscia 34 donne disabili lanciano micro imprese per uscire dall’assedio sociale e da quello israeliano. Allevamenti, centri estetici e ricamo per superare l’embargo e abbattere le barriere culturali e l’assenza di servizi.

Sawsan al-Khalili, disabile che ha avviato un progetto di ricamo tradizionale a Gaza City (Foto: Luca Ricciardi)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Rafah, 23 dicembre 2014, Nena News – La strada è vuota. Gli squarci lasciati dai missili sui muri delle case sono quanto resta dell’attacco della scorsa estate. Lungo questa via polverosa in poche ore morirono un centinaio di persone, rappresaglia contro Rafah per la presunta cattura di un soldato israeliano, ci dice Abed mentre arriviamo di fronte alla casa di Heyam.

Il padre ci accoglie nel cortile, alberi da frutto e viti. Heyam arriva e ci porta a vedere il suo tesoro. Tra fango e becchime, cammina soddisfatta in mezzo a 1.500 galline. Si piega un po’ e lancia altro becchime. Heyam è disabile da quando il marito l’ha picchiata così forte da mandarla in ospedale, compromettendole per sempre la schiena. Da allora è costretta a sedute di fisioterapia continue. La famiglia la sostiene nel nuovo lavoro che si è inventata: allevamento di polli, che vende al mercato. «Ho iniziato a settembre, con il finanziamento ricevuto ho comprato i primi 1.500 polli. Li ho venduti tutti e con il ricavato ne ho comprati altri 1.500. E così via».

Il padre le resta sempre vicino: dopo il divorzio la sua grande famiglia l’ha riaccolta in casa e oggi tutti aiutano nel progetto del pollaio. «Senza l’appoggio di mio padre sarebbe stato difficile – continua Heyam – Ma i miei fratelli mi danno una mano. La crisi è dura: lavoravano nelle costruzioni ma di materiali a Gaza non ne entrano, i cantieri sono fermi. La mia famiglia sopravvive grazie alle mie galline».

Una vittoria non da poco: per una donna disabile di Rafah è normale restare esclusa dalla società e dal mercato del lavoro. Una delle categorie più marginalizzate, per il ruolo che alla donna viene attribuito: la persona che si prende cura della casa e cresce i bambini. Se non può farlo, è fuori.

Heyam nel suo allevamento di polli a Rafah (Foto: Luca Ricciardi)

Su questo punta l’Ong italiana EducAid che a Gaza ha lanciato insieme a due partner locali un progetto di micro finanziamento per donne con disabilità: dopo un training in management, alle donne sono stati consegnati 2.500 euro con cui avviare la loro attività, diventare indipendenti economicamente, sostenere la famiglia, prendere consapevolezza dei propri diritti e capacità. Una sfida in un fazzoletto di terra massacrato dagli attacchi israeliani e dal doppio assedio di Tel Aviv e del Cairo, dove la disoccupazione è alle stelle e il ritorno alla normalità è uno sforzo quasi insopportabile.

«Ho preso coscienza delle mie abilità – conclude Heyam – Prima ero quella che veniva sostenuta, oggi sono io a sostenere la mia famiglia. Prendo decisioni da sola e non ho più paura di affrontare la società fuori e le barriere che pone alle donne disabili».

Barriere che potrebbero sembrare insormontabili. A El Amal, centro di riabilitazione di Rafah, lo sembrano di meno. Partner locale di EducAid, segue il progetto di micro finanziamento a sud della Striscia, a Rafah e Khan Younis. Fondata nel 1991, prima associazione a lavorare a sud con disabili, oggi è un fiore all’occhiello: una scuola per bambini non udenti, un asilo, una clinica per le diagnosi, un’altra per la terapia, programmi di formazione per sordi, un club per giovani che organizzano attività culturali e sportive.

«Prima del 1991, a Rafah non esistevano centri per disabili – spiega al manifesto Darwish Abu Jihad, il direttore di El Amal – Durante la prima Intifada decidemmo di aprire un centro per persone con disabilità: ci presero per pazzi. Conducemmo una ricerca e accertammo la presenza di almeno 3.700 disabili solo a Rafah. Non è stato facile: molte famiglie tendono a nascondere la disabilità, la vivono come uno stigma, una punizione, e quindi la giustificazione all’esclusione sociale».

«Oggi molte cose sono cambiate: sono le stesse famiglie a chiederci di far inserire i figli nei nostri programmi. Ma la partecipazione attiva è ancora scarsa: iscrivono i figli, ma non prendono parte al percorso per mancanza di tempo, denaro o per la semplice incapacità di compiere un passo in più. Lasciano che se ne occupino le Ong». A pagarne le spese sono soprattutto le donne, aggiunge Abu Jihad, già marginalizzate. E lo stato di assedio peggiora le cose: «La mancanza di fondi pubblici e l’insostenibilità economica della nostra società impedisce la creazione di servizi, infrastrutture accessibili, assenti spesso anche per i non disabili».

Nel profondo sud di Gaza, nella città di confine di Rafah, l’assedio colpisce ancora più forte. Ponte di collegamento con l’Egitto, gli oltre mille tunnel che dopo il 2007 i gazawi hanno costruito per aprirsi al mondo e vincere l’embargo israeliano sono scomparsi. Bombardati o allagati dalle autorità egiziane guidate dal presidente anti-islamista al-Sisi, la cui crociata per distruggere i Fratelli Musulmani si traduce nel soffocamento dei civili gazawi.

Le migliaia di lavoratori dei tunnel e dell’indotto hanno perso il lavoro e Rafah si è ripiegata su se stessa. La Gaza della miseria la incontriamo nel vicolo che porta alla casa di Nida’a. Un bambino in bicicletta alza la polvere, una donna stende i vestiti di fronte l’uscio di casa. Nida’a dal primo ottobre ha avviato il suo progetto, allevamento di conigli. La vendita va bene e Nidaa ha usato il denaro guadagnato per comprare anche piccioni e colombe. In mezzo all’odore di varichina, prende in braccio uno dei conigli: «Il giorno prima della vendita vado al mercato per capire i prezzi. La carne di coniglio costa di più di quella di pollo: 20-25 shekel al chilo. Li porto al mercato quando l’Autorità Palestinese paga gli stipendi, così la gente ha soldi da spendere».

Beit Hanoun, distrutto dalle bombe israeliane (Foto: Luca Ricciardi)

«Questi conigli per me rappresentano l’indipendenza, la possibilità di mostrare alla comunità che valgo. So cosa significa marginalizzazione. A causa delle continue operazioni non riuscivo a seguire le lezioni e restavo sempre un passo dietro gli altri. La mancanza di educazione e l’impossibilità di trovare un lavoro mi ha fatto sentire un’esclusa per anni. Ma ora produco, lavoro, gestisco la mia attività».

È l’obiettivo di El Amal e EducAid: «Il progetto è partito ad aprile – ci spiega Doha, project coordinator dell’associazione palestinese – Abbiamo lanciato corsi di formazione su media e management finanziario. Poi abbiamo selezionato in tutta Gaza 34 donne disabili, a cui abbiamo consegnato il finanziamento per l’avvio delle attività: laboratori di ricamo, allevamento, negozi di accessori, centri estetici. È un successo: non si sentono più delle escluse, sono diventate economicamente indipendenti, molto spesso sono la fonte di sostentamento di un’intera famiglia. Prima la mancanza di denaro le estrometteva dall’accesso ai servizi. Cambia la prospettiva delle donne stesse: ora si percepiscono come un soggetto con un ruolo sociale, prima tendevano ad autoescludersi».

EducAid, El Amal e Social Development Forum, il secondo partner locale a Gaza City, monitoreranno i progetti fino a marzo, poi le donne – che raccontano le loro storie nel magazine “Voice of Women” – proseguiranno le loro attività da sole. Tra loro anche Sawsan El Khalili, che a Gaza City ha aperto un negozio di ricamo. Da anni attiva nel settore della disabilità, è stata volontaria nella General Union for Disabled People e ha girato Europa e Medio Oriente a raccontare la condizione di vita dei disabili in Palestina.

«Quando la mia attività sarà partita, assumerò un’altra donna disabile perché mi aiuti in negozio. È il mio modo per rivendicare i miei diritti e per combattere l’esclusione sociale che ti colpisce fin dai tempi della scuola. L’assedio completa il quadro: non entrano supporti motori, sedie a rotelle, medicinali. E se devi farti curare, uscire dalla Striscia è impossibile. Siamo vittime di troppi assedi: quello israeliano, quello sociale, quello dentro cui noi stesse ci chiudiamo. Io non ci sto: mi riconosco da sola i miei diritti perché ho mille abilità e sono un’opportunità per la comunità, non un peso».

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YEMEN: serie di attentati a Sana’a, un morto

Mar, 23/12/2014 - 11:46

Cinque esplosioni hanno colpito stamane la capitale. Gli attentati non sono stati ancora rivendicati. Dietro gli attentati, l’ombra di al-Qa’eda.

della redazione

Roma, 23 dicembre 2014, Nena NewsCinque bombe sono scoppiate stamane in un quartiere antico della capitale yemenita Sana’a dove vivono molti ribelli Houthi. Negli attentati è morto un membro del gruppo ed è rimasta ferita una persona. A riferirlo è un alto ufficiale yemenita.

Secondo l’Agenzia di stampa nazionale Saba, una delle bombe è stata piazzata vicino alla casa di Ismail al-Wazir. Wazir, docente all’università di Sana’a e vicino agi Houthi, era già scampato ad un tentativo di assassino ad aprile quando alcuni uomini armati avevano sparato alla sua macchina uccidendo due guardie del corpo.

Al momento nessun gruppo ha rivendicato gli attacchi di stamattina. Tuttavia, è probabile che dietro gli attentati vi sia al-Qa’eda (o tribù ad essa alleate) che da mesi combatte gli Huthi. Secondo i testimoni oculari le esplosioni avrebbero avuto luogo quando per strada vi era poca gente.

Un’altra bomba è esplosa, invece, quando un membro dei Comitati popolari – una forza locale nata dopo che gli Huthi hanno conquistato la capitale a settembre – stava provando a detonarla. Nell’esplosione sono state danneggiate alcune case e macchine.

L’instabilità dello Yemen preoccupa molte cancellerie occidentali. Il Paese, infatti, confina con l’Arabia Saudita (tra i principali esportatori mondiali di petrolio) ed è punto di passaggio fondamentale nelle rotte commerciali tra il Canale di Suez e il Golfo. Ma, secondo molti analisti, potrebbe diventare a breve uno “stato fallito” come la Somalia. Lo Yemen è stato teatro di proteste di massa nel 2011 che hanno costretto il Presidente Ali Abudallah Saleh, dopo più di 20 anni di governo, a dimettersi. Nena News

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Israele corre, l’Anp arranca

Mar, 23/12/2014 - 11:12

Entro la fine dell’anno si voterà in Consiglio di Sicurezza la proposta palestinese per il riconoscimento dello Stato. Tante le voci critiche dentro Fatah, mentre Tel Aviv prosegue indisturbato con demolizioni e colonizzazione.

 

(Foto: EPA/ABED AL HASHLAMOUN)

 

della redazione

Gerusalemme, 23 dicembre 2014, Nena News – Israele e Autorità Palestinese corrono su binari diversi. O meglio Tel Aviv corre, con un obiettivo preciso; Ramallah arranca, ponendosi da sola barriere e ostacoli. All’Onu l’Anp tentenna, presenta risoluzioni, le rivede, le ammorbidisce, cerca consenso su un progetto di Stato che nella pratica non esiste, di cui i confini non esistono. Da parte sua Israele prosegue con la nota politica dei fatti sul terreno, azzoppando irrimediabilmente i sogni di gloria palestinesi.

I fatti sul terreno sono tanti, soprattutto a Gerusalemme, preda di entrambi, dal 1967 saldamente in mano israeliana. Ieri le autorità di Tel Aviv hanno consegnato altri cinque ordini di demolizione su case palestinesi a Gerusalemme Est. Tra queste l’abitazione di Akram al-Shurafa, nel quartiere di al-Tur. Al-Shurafa è tra i 5 palestinesi residenti a Gerusalemme (Daoud al-Ghoul, Faris Abu Ghannam, Salih Dirbas e Majed Darwish) ad essere stato deportato per 5 mesi (fino al 30 aprile 2015) dalla città santa per le attività politiche svolte.

La casa in questione, costruita nel 1938, dieci anni prima la nascita dello Stato di Israele, ha tutti i documenti di proprietà in regola – dice alla stamoa al-Shurafa – e i legittimi proprietari sono i nonni. Insomma, l’attivista non ha legami legali con la casa. Ma tant’è, sarà demolita. Sarà demolita come quella di Talal al-Sayyad e Basil al-Sayyad, a cui l’ordine di distruzione è stato consegnato sebbene non ne siano i proprietari, quella di Abdullah al-Hadera vecchia di 50 anni, e quella di Nadia al-Moghrabi, da poco arrestata insieme alla figlia.

I casi in questione mostrano come la demolizione di case a Gerusalemme sia utilizzata principalmente come strumento di punizione collettiva verso la popolazione e verso le famiglie di coloro che sono considerati un pericolo per lo Stato di Israele. Lo scorso mercoledì erano stati consegnati nel quartiere di Silwan 11 ordini di demolizione, facendo ulteriormente impennare il numero totale: secondo l’agenzia Onu Ocha, dall’inizio del 2014, Israele ha demolito 543 strutture a Gerusalemme, rendendo senza tetto almeno 1.266 persone.

E se nei Territori Occupati Israele opera con la colonizzazione, dentro il proprio territorio lo strumento è la cancellazione dell’identità. Lo sanno bene a Beer Sheva (Bir al-Sabaa, il nome originale arabo), città palestinese dopo il 1948 trasformata in città israeliana, con la cacciata di 80mila palestinesi sui 90mila totali residenti all’epoca: degli edifici originali in piedi resta ben poco, tra questi la moschea.

Costruita nel 1906 e inutilizzabile dai fedeli musulmani dal 1948 per ordine delle autorità israeliane che l’hanno utilizzata prima come centro detentivo, poi come tribunale fino al 1953, la Grande Moschea di Beer Sheva diventerà a breve un museo. Una mostra sarà organizzata al suo interno, fino al giugno 2015, nonostante le proteste dei 10mila palestinesi residenti in città, per lo più beduini, che da anni combattono per riavere indietro il luogo di preghiera e per fermare il progetto israeliano di riscrittura della storia e modifica dell’identità culturale della Palestina storica.

In un simile contesto gli sforzi dell’Anp al Palazzo di Vetro appaiono ancora più deboli. Ieri il capo negoziatore palestinese, Saeb Erekat, ha detto che il voto sulla risoluzione di riconoscimento dello Stato di Palestina in Consiglio di Sicurezza Onu si terrà prima della fine dell’anno. Il veto statunitense è dato per certo dal premier israeliano Netanyahu, dopo un incontro la scorsa settimana con il segretario di Stato Usa Kerry che da giorni gira l’Europa per annacquare la proposta palestinese a seguito del voto di Bruxelles a favore di uno Stato di Palestina e quindi la fine dell’occupazione militare di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est.

Non mancano i mal di pancia dentro la stessa leadership palestinese. Dentro Fatah, partito del premier Abbas, ci si lamenta per la mancata presentazione della proposta al’Olp e al partito prima di rivolgersi all’Onu, ma anche perché la richiesta di uno Stato entro i confini del 1967 per alcuni non rappresenta le legittime aspirazioni palestinesi. Tra questi c’è il leader prigioniero Marwan Barghouti che ha chiesto alla leadership dell’Anp di rivedere subito il testo della risoluzione che ad oggi concederebbe troppo a Israele, negando i diritti del popolo palestinese, e non tratterebbe questioni centrali come il blocco della Striscia e i prigionieri politici.

Le critiche sono tante, specchio delle divisioni interne al mondo politico palestinese. Ad oggi nessuno ha ancora chiesto al popolo palestinese cosa ne pensi. Israele intanto corre sul suo binario. Nena News

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