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Memo. L’annuncio, a inizio agosto, da parte del ministro israeliano per le comunicazioni Ayoub Kara della revoca delle credenziali di stampa dei giornalisti che lavorano nell’ufficio di Al Jazeera con sede a Gerusalemme e il blocco delle trasmissioni via cavo e satellitari è stato accolto da molti con indignazione.

L’Associazione per i Diritti Civili in Israele ha descritto questa mossa come una “dichiarazione di guerra” da parte del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu; Amnesty lo ha definito un “attacco sfacciato” alla libertà di stampa in Israele e in Palestina e da parte sua Al Jazeera ha dichiarato che sfiderà legalmente l’aggressione al giornalismo indipendente.

Per rendere l’idea della libertà di stampa in questo contesto regionale, il governo egiziano appoggiato dai militari ha recentemente disposto il blocco di 133 siti Internet con la presunta accusa di aver diffuso contenuti che supportano il terrorismo e l’estremismo. Questi siti, in realtà, criticano le autorità che hanno imprigionato e torturato migliaia di persone e massacrato il loro stesso popolo nelle piazze.

A maggio il cronista giordano Jamal Ayub è stato arrestato per aver pubblicato un articolo che criticava la coalizione in Yemen guidata dall’Arabia Saudita, uno degli alleati della Giordania, che aveva colpito civili. Il governo ha processato molti reporter ed attivisti in applicazione di una legge anti-terrorismo che usa un linguaggio molto nebuloso e volutamente poco chiaro per limitare la libertà di parola.

Secondo il rapporto del World Press Freedom Index pubblicato all’inizio del 2017, la libertà di stampa nel Medio Oriente è notevolmente peggiorata nel corso dell’ultimo anno. Durante la settimana dell’annuncio, Israele non ha fatto altro che ribadire di essere in linea con gli stati vicini – o “spregevoli dittatori” – ammettendo quindi di essere spaventata da chiunque si opponga alle sue leggi.

Ma mentre vi è una censura radicata in tutta la regione che influenza molte pubblicazioni, nell’occhio del ciclone si trova soltanto Al Jazeera. La Giordania e l’Arabia Saudita hanno chiuso di recente i suoi uffici, mentre il canale è stato bloccato negli Emirati Arabi Uniti, in Egitto e in Bahrein.

Così come la distruzione della libertà di stampa, anche Israele sta premendo per l’attuazione del boicottaggio del Qatar. In giugno l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto e il Bahrein hanno tagliato le relazioni col Qatar condizionando la continuazione delle relazioni con 13 domande, una delle quali era quella di chiudere Al Jazeera, che ha sede qui.

Questi quattro paesi hanno affermato che il blocco delle relazioni era dovuto al fatto che il canale appoggia il terrorismo, ma in realtà il blocco ha più a che fare con la cacciata dei Fratelli Musulmani. Assieme ad altri membri dell’opposizione in Egitto, i Fratelli Musulmani hanno sofferto a causa di un brutale giro di vite da parte del presidente Al-Sisi, i dettagli del quale sono stati documentati da Al Jazeera.

A seguito della primavera araba del 2011, gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita temevano che i Fratelli Musulmani potessero essere votati e raggiungere così il potere – come è successo per breve tempo in Egitto – sfidando quindi le loro monarchie regnanti e tutti i privilegi che ne sono derivati. Per assicurare che ciò non avvenisse, dopo poco il colpo di stato, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno promesso all’Egitto 12 miliardi di dollari, comprando pertanto a tutti gli effetti Al-Sisi.

Da parte sua Israele ha sempre criticato i servizi giornalistici di Al Jazeera a proposito della Palestina, accusando il network di avere legami con Hamas. Effettivamente, Israele si sente molto a disagio per il fatto che Al Jazeera non risparmia niente quando trasmette dei servizi riguardanti le aggressioni dell’esercito israeliano contro i manifestanti palestinesi, i bombardamenti israeliani di Gaza e le attività delle sue colonie illegali.

Il 7 agosto la Reuters aveva riferito che il Kuwait ha vietato la distribuzione del quotidiano saudita Asharq Al-Awsat – che però il Kuwait stesso ha smentito – a causa di un articolo dello scrittore saudita Abdul Rahman Al-Rashed col quale criticava la gestione della crisi da parte del governo kuwaitiano. Gli scrittori sauditi e degli Emirati hanno asserito che la posizione del Kuwait è spesso più vicina al Qatar rispetto a quella dei paesi che hanno attuato l’embargo.

Il Kuwait fondamentalmente sta agendo da mediatore nella crisi, essendo imparziale. In un ultimo sforzo per risolvere la situazione, una delegazione kuwaitiana è stata inviata nella regione per consegnare personalmente alcune missive con la speranza che ciò possa mettere fine alla disputa.

Invece questi scrittori si scontrano contro il Kuwait, dimostrandosi quindi chiaramente in linea con la posizione di Israele – poiché i suoi interessi sono palesemente gli stessi dei paesi del Golfo e dell’Egitto. Se soltanto i paesi arabi potessero essere uniti e mostrare lo stesso entusiasmo nel boicottaggio contro Israele per chiedere la libertà, la giustizia e diritti umani per i Palestinesi.

Traduzione di Aisha T. Bravi

Gaza – Agenzie. Domenica 20 agosto, decine di bambini palestinesi provenienti dalla Striscia di Gaza hanno visitato, per la prima volta nella loro vita, la città di Gerusalemme nell’ambito del programma di scambio diretto dall’UNRWA.

91 bambini, di età compresa tra gli 8 e i 14 anni, hanno passato il confine tra Gaza e i Territori palestinesi occupati del 1948 per arrivare nella Gerusalemme occupata, riporta l’UNRWA.

I bambini hanno visitato la Moschea al-Aqsa, terzo luogo sacro dell’Islam, e la chiesa del Santo Sepolcro – luogo sacro del cristianesimo dove, secondo la tradizione cristiana, Cristo fu crocifisso prima di essere posto nel sepolcro e risuscitare. I due siti si trovano nella parte vecchia di Gerusalemme, occupata e annessa allo stato di occupazione sionista.

La maggior parte dei bambini che ha partecipato a questa iniziativa non aveva mai visitato Gerusalemme, che si trova a soli 75km dalla Striscia di Gaza, secondo il direttore delle operazioni dell’UNRWA in Cisgiordania, Scott Anderson.

I bambini hanno fatto delle foto e pregato nella Moschea al-Aqsa.

Il gruppo visiterà altre città della Cisgiordania occupata prima del ritorno, questo venerdì, nella Striscia.

I gazawi devono essere autorizzati da Israele per poter andare nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme, a seguito del blocco israeliano sulla Striscia di Gaza.

Traduzione di Chiara Parisi

PIC. Mercoledì 23 agosto, circa 1.250.000 studenti palestinesi hanno iniziato il loro nuovo anno scolastico in 3.000 scuole, tra pubbliche, private e dell’UNRWA, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, secondo quanto ha dichiarato il ministero dell’Istruzione ed Educazione palestinese.

Il ministero ha sottolineato di aver istituito 25 nuove scuole, dieci delle quali nella Striscia di Gaza, e di aver ristrutturato altre 70 in tutta la Palestina occupata.

Il primo ministro palestinese Rami Hamdallah e il ministro dell’Educazione e dell’Istruzione superiore Sabry Saidam hanno partecipato mercoledì alla cerimonia di apertura di due nuove scuole nella città di Hebron (Al-Khalil) e nella città di Abu Dis nella Gerusalemme occupata.

Da parte sua, il capo del dipartimento dell’Istruzione e della Cultura di Gaza, Kamal Abu Aun, ha esteso le congratulazioni per l’inizio del nuovo anno scolastico a tutti i dipendenti del ministero dell’Istruzione, agli studenti, ai genitori e al popolo palestinese in generale.

Gaza. Martedì mattina, le forze navali israeliane hanno aperto il fuoco contro i pescatori palestinesi al largo delle coste della Striscia di Gaza settentrionale. Non ci sono stati feriti.

Il centro al-Mezan per i diritti umani ha riferito che alle 7 del mattino le forze israeliane hanno sparato contro i pescatori al largo della costa di Beit Lahiya e, di conseguenza, questi ultimi sono stati costretti a fermare la pesca e tornare in riva.

L’esercito israeliano apre il fuoco regolarmente sui pescatori palestinesi disarmati, sui pastori e sugli agricoltori lungo le zone di confine, nella cosiddetta “zona cuscinetto”. Tali pratiche hanno distrutto gran parte del settore agricolo e ittico dell’enclave costiera bloccata.

Gerusalemme-Ma’an. Martedì mattina, le autorità israeliane sono entrate a Silwan, quartiere di Gerusalemme Est occupata, e hanno demolito una casa palestinese per la seconda volta in una settimana.

I testimoni hanno riferito a Ma’an che i bulldozer, scortati da funzionari comunali di Gerusalemme e dalle forze armate, hanno attaccato l’area al-Bustan di Silwan e hanno demolito una casa appartenente alla famiglia Abu Sneina.

I membri della famiglia hanno dichiarato a Ma’an che la loro casa di 60 metri quadrati era stata demolita il 15 agosto. Con l’aiuto di attivisti di Gerusalemme, la famiglia ha ricostruito una casa temporanea fatta di lamiera che le forze israeliane hanno distrutto martedì.

La famiglia ha dichiarato che i lavori all’interno della struttura erano ancora in corso quando le forze israeliane hanno attaccato la loro casa martedì e l’hanno demolita senza preavviso.

Un portavoce della municipalità di Gerusalemme ha dichiarato a Ma’an che il 15 agosto “sono stati eseguito gli ordini del tribunale di smantellare una struttura a Silwan”, aggiungendo che l’avviso di demolizione è stato emesso e affisso alla casa alla fine di marzo.

“Nel giro di pochi giorni dallo smantellamento della struttura originaria da parte del Municipio, i proprietari, consapevolmente e illegalmente, erigevano un’altra struttura al suo posto. Anche questa nuova struttura violava i termini dell’ordine originale del tribunale ed è stata smantellata oggi”,  ha informato il portavoce.

Fakhri Abu Diab, portavoce di una commissione di Silwan istituita per combattere le demolizioni, ha sottolineato che per tutte le 100 strutture residenziali della zona di al-Bustan è prevista la demolizione e che i 1.570 residenti della zona hanno esaurito tutte le opzioni legali.

I residenti di al-Bustan sono stati coinvolti in una battaglia pluridecennale che ha avuto inizio negli anni ‘70 dopo che il governo israeliano aveva intrapreso un piano per costruire un parco nazionale, con il piano regolatore della città che definisce l’area come spazio aperto in cui è vietato costruire, secondo il gruppo israeliano per i diritti B’Tselem.

A causa della designazione, i residenti hanno a lungo affrontato grandi difficoltà lottando contro gli ordini di demolizione emessi per le case costruite senza permessi – per lo più negli anni ’80 – a causa della crescente popolazione di Silwan.

Il Comune ha iniziato ad emettere ordini di demolizione e accuse per le case di al-Bustan nel 2005, nell’ambito del piano delle autorità israeliane per stabilire il sito ebraico “Giardino del re Davide” a Silwan e intorno al “Sacro Bacino”, che comprende molti luoghi sacri cristiani e musulmani.

Silwan è uno dei tanti quartieri palestinesi di Gerusalemme Est che ha conosciuto un afflusso di coloni israeliani pagato con la demolizione delle case e l’espulsione delle famiglie palestinesi.

Secondo la documentazione dell’ONU, al 4 agosto, 103 strutture palestinesi sono state demolite da Israele a Gerusalemme Est dall’inizio dell’anno, espellendo almeno 171 Palestinesi. Nel 2016 furonoe demolite 190 costruzioni palestinesi a Gerusalemme Est.

Traduzione di Edy Meroli

 

PIC. Di Abdul Samad Bin Sharif. 
E’ difficile convincere le nazioni arabe sull’inutilità della Lega degli Stati arabi e di tutte le sue infrastrutture e istituzioni. Essa è debole e inerte davanti alle tempeste, ai sussulti e alle crisi regionali, incapace di prendere una decisione efficace e di agire in base a iniziative che possano limitare le crisi o portare a un riavvicinamento dei punti di vista delle parti in conflitto.
Dall’istituzione della Lega araba essa ha agito con una logica tradizionalmente istituzionale e con una mentalità che manca di realismo e di pragmatismo politico. Invece di sviluppare un modo di lavorare e di pensare finalizzato ad adattare le sue funzioni e i suoi ruoli alle trasformazioni e ai cambiamenti avvenuti nella regione e nel mondo, essa continua ad aggrapparsi ad approcci in linea con le preferenze dei regimi dominanti. Essa è soggetta a equilibri di potere che dovrebbero servire come riferimento e strumento per assicurare un livello minimo di armonia e consenso, a spese dei maggiori interessi strategici delle società arabe e delle priorità vitali che queste società considerano fondamentali.
Quando le istituzioni invecchiano e si irrigidiscono, e diventano mere costruzioni prive di spirito e di funzioni concrete, ciò le conduce alla morte e, infine, alla scomparsa. Nessuno può credere che esse possano avere un ruolo in tali condizioni, o che possano rispondere a necessità o dare risposte positive ai problemi.
Ciò che è successo a Gerusalemme, specificamente nel sito della moschea Al-Aqsa, rappresenta una sfida forte e provocatoria alla Lega araba. Nelle diverse crisi israeliane, agli attacchi e ai progetti di cambiare lo status storico per indebolire il simbolismo e la sacralità della moschea, la Lega araba sarebbe dovuta intervenire in tutti i modi con una strategia netta di sforzo diplomatico, sia a livello regionale che internazionale, seguendo un’agenda e obiettivi specifici.
Invece, come al solito la Lega araba si distingue per la retorica e per le dichiarazioni di denuncia e condanna cariche di un linguaggio che appare, in superficie, promettente e minaccioso, ma che in realtà è sommesso e servile. Israele è ben consapevole del peso reale della Lega degli Stati arabi e della gravità dei suoi discorsi, ed è ancor più consapevole dei limiti delle azioni arabe, che si limitano a una scelta accurata dei termini per alleviare la rabbia nelle strade arabe. Può un’affermazione scritta in un linguaggio teso e abbattuto – con riferimenti alla storia, alla geografia e ai simboli sacri, alle risoluzioni dell’Onu e alle sue responsabilità, e alle sue pratiche moralmente, politicamente e storicamente inaccettabili – fare qualcosa per evitare che le autorità israeliane di occupazione continuino le loro politiche provocatorie?

E’ tutto molto chiaro. Israele non avrebbe deciso di installare i meta detector per controllare i fedeli in ingresso alla moschea di Al-Aqsa se non avesse percepito che il mondo arabo è in condizione di completa frammentazione e di crisi, cosa che torna utile allo stesso stato di Israele. Esso non avrebbe preso questa decisione se l’unità palestinese non fosse stata dissolta e se i rapporti tra arabi non avessero manifestato stanchezza. Gli scambi tra paesi arabi sono pieni di odio, amarezza e accuse di tradimento, soprattutto in assenza di istituzioni democratiche, esecutive e legislative elette in condizioni di legittimità popolare, e attive per garantire sistemi legali e costituzionali che assicurino una separazione di poteri, che definiscano i ruoli delle singole istituzioni e che garantiscano la libertà e il rispetto dei diritti umani.

Al-Quds As-Sharif (il nome del monte del tempio in arabo) occupa un posto speciale nell’immaginario degli arabi e dei musulmani. Esso rappresenta la prima delle due direzioni della preghiera, la terza moschea sacra dalla quale il profeta iniziò l’Israa wa Miraaj (l’ascesa a Dio), la città dei profeti e della tolleranza, piena di simboli storici e religiosi che Israele ambisce a controllare sostenendo che la città è parte della sua storia, che cerca di piegare ai propri interessi e alla sua interpretazione del conflitto con i palestinesi. Nonostante ciò, credere al valore di Gerusalemme e della moschea Al-Aqsa e dei suoi simbolismi non basta per controllare le ambizioni delle autorità di occupazione, né a prevenire i loro sogni di annessione di Gerusalemme est e di cancellazione della sua identità araba.

Ogni volta che Israele si arrischia in imprese poco calcolate, come la decisione di installare dei posti di blocco elettronici per verificare le intenzioni dei gerosolimitani e di altri fedeli di aree limitrofe, i paesi arabi e islamici vengono messi innanzi a una sfida che richiede loro di prendere una posizione franca e decisa. Il governo israeliano di destra, guidato da Benjamin Netanyahu cerca in tutti i modi di bloccare ogni tentativo e ogni iniziativa che possano risolvere la questione palestinese. Ogni qualvolta vi siano segnali di ripresa del processo di pace tra palestinesi e israeliani, questo governo provoca deliberatamente tensioni e crea situazioni forzate al fine di evitare qualsiasi progresso in direzione di un accordo giusto e equo, demolendo perfino gli sforzi del suo alleato strategico, gli Stati Uniti. 
C’è un’opportunità storica per le fazioni palestinesi, soprattutto per Fatah e Hamas, di superare le barriere psicologiche e mentali e terminare un conflitto assurdo che non ha valore storico, politico o strategico. La coalizione governativa di destra, diretta da Netanyahu, è in stato di confusione e incertezza. Secondo il quotidiano francese Le Monde, la decisione dei cancelli elettronici è stata presa da personalmente da Netanyahu, mentre i servizi di sicurezza interna e la classe dirigente militare erano contrari. Al contrario, l’establishment della sicurezza ha appoggiato la decisione, placando la linea dura della coalizione di Netanyahu, che tende a perseguire una politica rigida verso i palestinesi.
Il governo israeliano tende a sottovalutare il livello di rabbia palestinese, illudendosi che una situazione degenerata nel mondo arabo possa permettergli di attuare i suoi piani. Ma il calcolo è sbagliato e la rabbia dei palestinesi, e dei gerosolimitani in particolare, per la profanazione della moschea Al-Aqsa non è stata prevista. Non si tratta solo di una questione religiosa, si tratta di identità, dal momento che Gerusalemme simboleggia il posto in cui i palestinesi possono godere di sovranità. Pertanto, in questo caso il simbolismo politico è più importante del sentimento religioso.
Oltre a questo si aggiunge la crisi provocata dalle autorità israeliane con la Giordania, quando un funzionario della sicurezza presso l’ambasciata israeliana ad Amman ha ucciso due cittadini giordani ignorando completamente gli accordi firmati e i sentimenti del popolo giordano, sul cui suolo l’assassinio ha avuto luogo. Fosse successo a Tel Aviv, il fatto avrebbe causato un terremoto in Israele. Netanyahu si è trovato quindi davanti a un problema, e si è affrettato a rassicurare re Abdullah e a placare la situazione a Gerusalemme.  
Conseguentemente a queste bufere, il governo israeliano si ritrova ad affrontare la rabbia palestinese in assenza di un interlocutore o di una autorità mediatrice che possa calmare le tensioni. Secondo un indagine condotta dal Canale 2 israeliano il 25 luglio 2017, il 77% degli israeliani considera la decisione di togliere i metal detector dalla spianata delle moschee come una sconfitta del proprio governo, e una vittoria dei dimostranti palestinesi.
Si chiede ai palestinesi e ai paesi arabi e musulmani di sfruttare questi errori, per farli diventare una risorsa di forza e pressione che dimostri alle autorità israeliane che ciò che esse considerano un’opportunità per violare i diritti storici del popolo palestinese dopo la caduta di molti regimi arabi, e dopo il crollo di paesi interi, è un errore di valutazione da tutti i punti di vista. La volontà e la determinazione del popolo palestinese, e la loro fiducia nella legittimità delle loro richieste e della loro causa sono fattori chiave che modelleranno il corso degli eventi, e saranno capaci di cambiare gli equilibri di potere e di sfidare tutte le cospirazioni.

Traduzione di Stefano Di Felice

Nel 1948, centinaia di migliaia di Palestinesi vennero espulsi dalla loro patria sotto la minaccia delle armi da gang sioniste. Israele continua a deprivare il popolo palestinese dei diritti.

Pubblichiamo qui di seguito una infografica che mostra i numeri relativi ai rifugiati palestinesi nel mondo.

Il 67% dei Palestinesi fu deportato dalla patria, nel 1948.

Il numero dei Palestinesi nella Palestina storica: 5,9 milioni di persone.

I Palestinesi rifugiati nella Diaspora sono 5594: 3 milioni si trovano in Giordania; 580mila in Siria, 470mila in Libano, 400mila in Cile, 150mila negli USA.

Betlemme – PIC. Blocco e deportazione sono il destino della cittadina palestinese di Walja. Già durante la Nakba (la catastrofe del 1948), fu divisa in due parti. La parte più ampia fu confiscata dall’occupante sionista e annessa alla parte ovest di Al-Quds (Gerusalemme). Gli abitanti posseggono oramai solo 300 ettari dei 1.700 totali.

Distruzione e colonizzazione.

Le statistiche del consiglio municipale di Walja confermano la distruzione di otto case palestinesi che ospitavano all’incirca 60 persone, rimaste per strada dall’inizio del 2017. Altre 14 case rischiano la demolizione, nella zona di Ain al-Jawira, a nord. Gli occupanti sionisti vogliono divorare il resto della cittadina.

Le autorità di occupazione continuano a prendere di mira Walja, con il muro dell’Apartheid e il filo spinato. La cittadina è una vera prigione a cielo aperto.

Adesso, solo un passaggio conduce a Walja, passando accanto alla colonia Har Jilo, costruita abusivamente sul terreno della cittadina: i coloni vi accedono attraverso una strada che la taglia in due. La strada non è permessa ai palestinesi a causa del muro di separazione.

La cittadina resiste.

3.000 persone abitano a Walja, che si trova a ovest di Betlemme. A nord è delimitata dai terreni di al-Maliha, ormai deserto; a sud da Hossan e Betir; a est dal villaggio da Beit Jala. La parte ovest è sotto l’occupazione sionista dal 1948.

Come tutte le regioni palestinesi, Waldja resiste contro l’occupazione. Il giovane intellettuale Bassil al-A’raj, conosciuto per i suoi scritti a favore della resistenza, ha affrontato il 6 marzo 2017 questa occupazione ostinata. Il giovane farmacista ha pagato con la sua vita e ha reso la cittadina la “Mecca” di ogni persona che sogna la libertà.

Hatem al-A’raj è uno dei prigionieri più anziani, in prigione dal 2003, deve scontare 40 anni di pena. Al-A’raj ncarna tutte le sofferenze di tutti gli abitanti del villaggio.

Una natura affascinante

Waja cattura i suoi visitatori con la bellezza della sua natura, dei suoi 18 corsi d’acqua, dei suoi ulivi, dei suoi fichi, delle sue vigne e di tutte le piante, verdi tutto l’anno.

Ogni turista non potrà passare da Walja senza rendere visita all’albero al-Badawi, l’ulivo più antico della Palestina, di circa 3.500 anni.

Traduzione di Chiara Parisi

PIC e Quds Press. Martedì mattina 22 agosto, orde di coloni israeliani hanno fatto irruzione nei cortili della Moschea al-Aqsa – terzo luogo santo dell’Islam—attraverso Bab al-Maghareba.

102 coloni, scortati da poliziotti israeliani, hanno sfilato a al-Aqsa, assistendo a presentazioni sulla storia del “Monte del Tempio”.

Lunedì un centinaio di coloni ha invaso il luogo sacro islamico. Le irruzioni sono giornaliere.

Betlemme-Ma’an. Il 10 agosto, la Corte Suprema di Israele ha ridotto la sentenza del quindicenne palestinese Ahmad Manasra, coinvolto in un attacco con il coltello nel 2015, da 12 anni a 9 anni e mezzo, dopo che la sua famiglia ha fatto appello contro la lunga pena detentiva.

Il 12 ottobre 2015, Manasra e il suo cugino di 15 anni, Hassan Khalid Manasra, pugnalarono e ferirono in modo critico due israeliani di 13 e 21 anni, nei pressi dell’insediamento illegale di Pisgat Zeev, nel quartiere Beit Hanina di Gerusalemme Est occupata. Manasra al momento dell’incidente aveva 13 anni.

Durante l’attacco, le forze israeliane spararono e uccisero Hassan, mentre Ahmad fu investito da un’auto e gravemente ferito.

Un video, che riprende la scena mentre Ahmad si trova ferito e sanguinante a terra dopo essere stato colpito dalla vettura, fu caricato sui social media, divenendo virale. Nel filmato, si può chiaramente sentire un passante israeliano: “muori figlio di p*****a, muori!!” Mentre un altro dice al poliziotto di sparargli.

Funzionari israeliani ripresi dal video mentre commettevano abusi su Manasra vennero arrestati.

Secondo i media israeliani, la riduzione di due anni e mezzo della condanna di Manasra è dovuta in parte alle prove che il ragazzo svolse un ruolo secondario nell’attacco.

“Non possiamo ignorare l’età estremamente giovane e il suo processo di riabilitazione”, hanno riferito i giudici della Corte Suprema.

Secondo i media israeliani, le autorità carcerarie hanno chiesto la riduzione della pena a causa del comportamento di Manasra da quando il crimine è avvenuto.

La decisione è stata presa “in considerazione del modo in cui Manasra ha affrontato il reato commesso, della consapevolezza che ha acquisito, del suo buon comportamento durante il suo “soggiorno” nella struttura sicura (giovanile) e ora nel carcere e del parere del servizio di sperimentazione secondo il quale un lungo periodo di detenzione potrebbe avere conseguenze indesiderabili per lui”, si legge nella motivazione della sentenza dei giudici.

La famiglia ha anche contestato le multe pesanti imposte loro. Ma questa richiesta è stata respinta dalla Corte Suprema, lasciando alla famiglia 27.872 dollari da pagare in multe per il 13enne israeliano che è stato ferito e 22.298 dollari per l’altro israeliano ferito.

Il processo di Manasra è stato rinviato un certo numero di volte: alcuni commentatori hanno affermato che si è trattato di una decisione deliberata per ritardare il caso fino a quando Ahmad non avesse compiuto 14 anni e sarebbe diventato idoneo, per la legge israeliana, per la pena detentiva.

Secondo l’associazione per diritti dei detenuti Addameer, un totale di 320 minori palestinesi sono attualmente incarcerati nelle prigioni israeliane.

Gli interrogatori dei minorenni palestinesi possono durare fino a 90 giorni, secondo quanto ha reso noto Addameer. Oltre alle percosse e alle minacce sono stati segnalati casi di aggressione sessuale e isolamento per indurre alle confessioni. I ragazzi sono costretti a firmare documenti scritti in ebraico, lingua che la maggior parte dei palestinesi non parla.

Traduzione di Bushra Al Said

Di Sulaiman Hijazi. Per non dimenticare. Il 21 agosto del 1969 un turista estremista ebreo, Michael Denis, appiccò il fuoco nella moschea al-Aqsa, calpestando tutte le leggi e i principi internazionali e umanitari. Nessuno si turbò per l’immagine della moschea che bruciava, eccetto i palestinesi che protestarono nelle proprie città: Nablus, Betlemme, Hebron e altre.

Gli abitanti della Città Vecchia di Gerusalemme parteciparono allo spegnimento dell’incendio portando i secchi d’acqua a mano, ma il fuoco raggiunse l’interno della moschea e bruciò il pulpito, Minbar, di Saladino, e il tetto.

PIC. Secondo il Washington Post, l’anno scorso, nonostante il voto contrario di Stati Uniti e Israele, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite approvò un database di compagnie americane che operano nei Territori Palestinesi occupati. Tale lista sarebbe, secondo il quotidiano, un preludio ai boicottaggi anti-Israele.

Le compagnie statunitensi elencate comprendono Caterpillar, TripAdvisor, Priceline.com, Airbnb e altre.

Zeid Ra’ad Al Hussein, Alto Commissario Onu per i diritti umani, ha dichiarato a dirigenti USA che pubblicherà la lista entro la fine dell’anno e ha chiesto commenti entro il 1° settembre da parte dei Paesi dove tali aziende hanno la propria sede.

In una dichiarazione rilasciata martedì 21 agosto, l’ambasciatore israeliano all’ONU, Danny Danon, ha definito la decisione del Consiglio di pubblicare la lista come “un’espressione del moderno anti-semitismo”.

A giugno, Zeid dichiarò al Consiglio che l’occupazione israeliane, iniziata nel 1967, “viola la legge internazionale e nega ai Palestinesi la maggior parte delle libertà fondamentali, ed è spesso brutale”.

Palestinechronicle.com. Martedì 8 agosto un’autorità locale ha rivelato che è stata istituita una rete di società fittizie con sede in Giordania allo scopo di comprare i territori palestinesi nella Cisgiordania occupata per i coloni ebrei, secondo quanto ha riportato Al-Araby Al-Jadeed. I coloni, si sostiene, provengono dall’insediamento di Amona, considerato illegale persino da Israele, e sfollato all’inizio di quest’anno.

Secondo il capo della comunità di Silwad, situata a est di Ramallah, è coinvolto un deputato del Parlamento giordano. Abdul-Rahman Saleh (ex ministro indonesiano) ha aggiunto che queste società pagano prezzi alti per le terre, fino a 60 mila dinari giordani per ogni dunam (quarto di acro), mentre il tasso di mercato sarebbe intorno a 2 mila dinari. Saleh ha affermato che alcuni palestinesi sono andati in Giordania per essere rimborsati.

Dopo un controllo delle società in questione, ha spiegato, essi hanno negato che stanno acquistando terreni per i coloni israeliani. Ha ribadito tuttavia che loro hanno un passato nell’acquisto di beni immobili a Gerusalemme per conto degli israeliani.

Saleh ha citato, fra queste presunte società fasulle, la Watan Company, la Waheeb Company e la Holy Land Company; esse sono gestite da palestinesi e giordani, incluso un deputato del Parlamento giordano.

Il funzionario palestinese ha rivelato che non è andato a buon fine un tentativo da parte della Watan Company di acquistare terre a Silwad, anche se la società ha offerto 500 mila dollari al proprietario. Ha avvisato che se un singolo dunam fosse stato venduto ai coloni israeliani provenienti da Amona, ciò permetterebbe loro di ritornare nella zona e ricostruire la colonia. Ha ribadito che i coloni espulsi hanno cercato di ritornare e ricostruire.

Saleh ha puntualizzato che il suo comune ha collaborato con una serie di organizzazioni per diffondere la consapevolezza del pericolo delle misure adottate nella zona da Israele. Lui è in costante contatto con i servizi di sicurezza dell’Autorità Palestinese a questo proposito. Ha anche rivelato che i coloni israeliani hanno cercato di prendere il controllo di qualche terra vicino la sede di Amona con il pretesto della Legge degli Assenti israeliana, ma hanno fallito.

(Nella foto: Amona, un avamposto illegale israeliano costruito nella Cisgiordania palestinese occupata. Wikimedia Commons, file)

Traduzione di Daniela Caruso

L’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese – Abspp onlus – sta portando avanti progetti per sostenere l’Educazione in Palestina.

Uno dei progetti in corso è rivolto alle scuole: 250 bambini e bambini hanno ricevuto cartelle e materiali scolastici e indumenti, come si vede nelle foto. 

Il Presidente dell’associazione, l’arch. Mohammad Hannoun, invitato alla raccolta fondi di beneficenza per difendere il popolo palestinese attraverso i progetti in Palestina, in generale, e a Gaza in particolare.

I genitori gazawi stanno affrontando gravi difficoltà e non possono soddisfare i bisogni dei propri figli a causa della crisi economica che ha investito la Striscia di Gaza sotto assedio da 1o anni. Essi non riescono ad acquistare materiale sia per l’inizio del nuovo anno scolastico sia per la Eid al-Adha che si celebrerà tra fine mese e i primi giorni di settembre.

Il Presidente dell’Abspp ha ringraziato coloro che hanno donato fondi per i progetti e ha invitato a mantenere l’attenzione e il sostegno al popolo palestinese.

Cari lettori,

la redazione di InfoPal sarà a riposo dal 12 al 22 agosto.

Ramallah-PIC. Le autorità di occupazione israeliana (IOA) hanno demolito e chiuso 41 case palestinesi dopo l’inizio dell’Intifada (rivolta) di Gerusalemme, nell’ottobre 2015, secondo quanto ha riferito il Centro studi Abdullah al-Hourani.

In un rapporto divulgato giovedì 10 agosto, il Centro ha informato che 36 case sono state demolite e altre 4 sono state chiuse con colate di cemento. Una quinta è stata chiusa saldando porte e finestre.

Il direttore del Centro, Suleiman al-Wari, ha affermato che l’IOA utilizza la politica di demolizione delle abitazioni come misura di punizione collettiva contro i Palestinesi,  ciò è contrario alle leggi internazionali e alla Convenzione internazionale di Ginevra.

In una dichiarazione diffusa giovedì, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP) ha dichiarato che la demolizione e la chiusura delle case palestinesi nelle città  di Deir Abu Mishaal e di Silwad, nella Gerusalemme occupata, dimostra che l’IOA non è riuscito a impedire l’Intifada di Gerusalemme.

Il PFLP ha invitato le autorità ufficiali e le istituzioni civili a documentare le violazioni israeliane della Risoluzione 1544 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e della IV Convenzione di Ginevra, nonché dell’articolo 17 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo – che criminalizzano la distruzione delle proprietà -, al fine di perseguire i leader israeliani presso i tribunali internazionali.

Traduzione di Edy Meroli

Ramallah-Ma’an. Cinque palestinesi sono stati feriti con proiettili letali durante  scontri che sono scoppiati giovedì sera nella città di Beit Rima, nel nord di Ramallah, tra giovani locali e forze israeliane.

Le forze israeliane hanno sparato proiettili letali, proiettili di acciaio rivestiti di gomma, gas lacrimogeni e granate stordenti contro i giovani che avevano circondato le forze sotto copertura mentre stavano assaltando una casa.

Il ministero palestinese della Sanità ha reso noto che cinque palestinesi sono stati feriti con fuoco vivo durante gli scontri a Beit Rima.

Il ministero ha aggiunto che i “giovani feriti sono stati ricoverati nell’ospedale governativo di Salfit con ferite da arma da fuoco alle estremità inferiori. In tutti e cinque i casi i proiettili sono entrati e usciti dagli arti.

Secondo il ministero, quattro sono in condizioni stabili, mentre uno è stato trasferito in un altro ospedale a causa di fratture alla gamba.

Gaza-PIC e Quds Press. Venerdì mattina, la marina israeliana ha arrestato due pescatori, Sadam e Udai al-Sultan, e ha confiscato la loro imbarcazione dopo che avevano lasciato la costa di Beit Lahiya, a nord della Striscia di Gaza, ed entro le sei miglia nautiche “permesse”. Il peschereccio è stato sequestrato.

Pescatori, agricoltori e cacciatori della Striscia di Gaza sotto assedio e in crisi umanitaria sono quotidianamente oggetto di attacchi da parte delle forze israeliane.

 

Gerusalemme-Ma’an. Giovedì sera, quattro bambini palestinesi sono stati travolti dall’auto di un colono israeliano a Silwan, a Gerusalemme Est, riportando varie ferite.

Fonti locali hanno riferito che il colono ha deliberatamente investito i bambini e poi è fuggito.

I quattro bambini, della famiglia Abu Sbeih, hanno sostenuto contusioni, tagli e altre lesioni e sono stati trasferiti all’ospedale Hadassah a Gerusalemme per le cure mediche.

I casi di investimento automobilistico che coinvolgono coloni israeliani ai danni dei Palestinesi in Cisgiordania e Gerusalemme Est occupate, sono un evento regolare, e di solito sono trattati dalle forze di sicurezza israeliane come incidenti, anche quando i testimoni affermano che si tratta di atti intenzionali.
Molti attivisti e gruppi di diritti palestinesi hanno accusato Israele di promuovere una “cultura dell’impunità” per coloni e soldati israeliani che commettono atti violenti contro i Palestinesi.

Tra 500.000 e 600.000 israeliani vivono in insediamenti esclusivamente ebraici nell’intera Gerusalemme Est e Cisgiordania, in violazione del diritto internazionale.
Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), nel periodo 2016 sono stati segnalati 107 attacchi di coloni contro i Palestinesi e le loro proprietà in Cisgiordania e Gerusalemme Est.

Gerusalemme-Ma’an. La Dotazione Islamica o Waqf, incaricata di gestire il complesso della moschea di Al-Aqsa nella Città Vecchia della Gerusalemme Est occupata, ha rilasciato mercoledì i risultati delle indagini per i danni israeliani al sacro complesso durante i quasi tre giorni di chiusura del luogo e le due settimane disobbedienza civile di massa contro le politiche israeliane nel luogo sacro.

Secondo i funzionari del  Waqf, tutti i documenti e i materiali di valore storico sono rimasti nella moschea, contraddicendo le precedenti dichiarazioni di Hassan Khater, presidente del Centro Internazionale di Gerusalemme, che sosteneva che le forze israeliane avevano preso importanti documenti dagli archivi del Waqf.

Comunque, le forze israeliane hanno danneggiato i materiali chimici usati per mantenere i documenti, rotto le serrature di molti armadietti e condotto “ricerche ingiustificate”, aggiunge il rapporto.

Il Waqf ha affermato che le forze israeliane sono entrate nei computer del dipartimento dei manoscritti nel complesso e ha aggiunto che è possibile che i funzionari israeliani abbiano fatto copie dei file salvati sui computer.

Nella biblioteca di Al-Aqsa, il rapporto dichiara che gli armadietti e un dipinto della Cupola della Roccia sono stati rotti dalle forze israeliane ed è stato rubato un DVR.

Il rapporto ha osservato che tutti i pezzi del museo islamico, compresi manoscritti, computer, altri materiali e documenti, non sono stati toccati né danneggiati dalle forze israeliane.

Il rapporto afferma che un comitato di recupero sta lavorando per sistemare tutti i danni causati dalle forze israeliane.

Il Waqf ha anche ribadito la propria condanna per la chiusura del luogo santo da parte di Israele e delle misure di sicurezza successive.

Israele ha continuato ad aumentare le misure di sicurezza nella Città Vecchia di Gerusalemme, da quando tre cittadini palestinesi di Israele hanno effettuato un attacco mortale ad Al-Aqsa il 14 luglio, uccidendo due poliziotti israeliani prima di essere colpiti e uccisi dalle forze israeliane.

Le autorità israeliane hanno chiuso il complesso di Al-Aqsa, il terzo sito più sacro dell’Islam che rientra sotto custodia giordana, per quasi tre giorni dall’attacco, per riaprirlo solamente dopo aver installato misure di sicurezza senza precedenti, inclusi i metal detector, i tornelli e le telecamere di sicurezza.

I provvedimenti hanno suscitato ampie proteste per due settimane nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est – i Palestinesi hanno affermato che è l’ultimo esempio di Israele che usa la violenza israelo-palestinese come mezzo per promuovere il controllo su importanti luoghi in territorio palestinese.

Nonostante la violenta repressione delle manifestazioni in tutto il territorio palestinese da parte dell’esercito israeliano, durante la quale sei Palestinesi sono stati uccisi, alla fine Israele ha fatto marcia indietro e ha rimosso tutti i nuovi sistemi di sicurezza nel complesso, in quello che è stato celebrato come una vittoria della mobilitazione popolare palestinese.

Tuttavia, le forze israeliane hanno preso severe misure contro tutti i Palestinesi creduti coinvolti nelle proteste, circa 50 Palestinesi a Gerusalemme Est sono stati arrestati la scorsa settimana a causa delle loro attività nei disordini di Al-Aqsa.

Addameer , il gruppo di Diritti dei Detenuti, il Comitato Palestinese degli Affari dei Detenuti e il Centro Al-Mezan per i Diritti Umani martedì hanno diffuso un rapporto che ha indicato un forte aumento dei Palestinesi nelle carceri israeliane, con 880 arrestati solo nel mese di luglio, 144 dei quali erano minori .

Le forze israeliane hanno arrestato 425 Palestinesi a Gerusalemme, che i gruppi hanno attribuito all’aumento dei disordini intorno ad Al-Aqsa.

Traduzione di Edy Meroli

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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