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News agency on Palestine and Middle East
Aggiornato: 1 ora 7 min fa

Aziz Dweik condannato a altri 12 mesi di carcere

11 ore 13 min fa
Pic e Quds Press. Il tribunale militare di Ofer ha condannato Aziz Dweik, il portavoce del Consiglio legislativo palestinese (Clp), a 12 mesi di reclusione e a una multa di 6.000 shekel (circa 3000 dollari). Dweik è prigioniero in un carcere israeliano dal giugno del 2014. Era stato arrestato durante una campagna israeliana che aveva preso di mira decine tra parlamentari palestinesi, ex detenuti e attivisti in Cisgiordania.

Il centro Ahrar per i Prigionieri e i diritti umani ha condannato la sentenza e ha chiesto il rilascio di Dweik e quello di altri parlamentari.

Israele detiene 12 parlamentari palestinesi, tra cui Dweik, Hassan Yusuf, Mohammad al-Natsheh, Husni al-Bourini, Mohammad Bader, Azzam Salhab, Riyad Raddad, Nayif al-Rujoub, Khalil al-Rabi, Ahmad Saadat, Marwan al-Barghouti e Khaledah Jarrar.
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Le fazioni palestinesi chiedono all’Egitto la riapertura del valico di Rafah

11 ore 49 min fa
Gaza-Pic e Quds Press. Le fazioni nazionali e islamiche palestinesi nella Striscia di Gaza sotto assedio hanno chiesto alle autorità egiziane di riaprire il valico di Rafah in modo permanente e in entrambe le direzioni.

In una dichiarazione congiunta, lunedì, le fazioni hanno affermato che le condizioni umanitarie nella Striscia hanno raggiunto una situazione tragica, in modo particolare per ciò che riguarda i malati, gli studenti e i possessori di passaporti stranieri.

Le fazioni hanno espresso fiducia che le autorità egiziane possano rispondere positivamente all’appello e alleviare così la sofferenza del popolo palestinese di Gaza. Inoltre, si sono rivolte al presidente Mahmoud Abbas affinché intervenga per fare pressioni sull’Egitto per la riapertura del valico di Rafah in entrambe le direzioni.

Le fazioni hanno anche accusato le autorità di occupazione israeliane di continuare l’assedio su Gaza, imposto da otto anni.

La dichiarazione puntualizza il fatto che le fazioni palestinesi hanno a cuore la sicurezza e stabilità dell’Egitto. L’Egitto aprirà il valico di Rafah nelle giornate di martedì e mercoledì, in una sola direzione, per permettere il ritorno delle persone in attesa nella parte egiziana. Il valico è rimasto chiuso per tre mesi. 100 mila Palestinesi, soprattutto malati e studenti, aspettano l’apertura del valico per poter viaggiare.
Categorie: Palestina

La chiusura del valico di Rafah priva 1200 palestinesi di assistenza mediche

12 ore 24 sec fa

Gaza-PIC. Ashraf Al Qidrah, portavoce del ministero palestinese della Sanità a Gaza, ha rivelato che la chiusura della frontiera di Rafah impedisce a 1200 palestinesi malati di viaggiare all’estero per curarsi.

Al Qidrah ha avvertito che il deterioramento dello stato di salute dei pazienti potrebbe portare alla morte di alcuni casi critici. E ha aggiunto che 18 mila persone malate della Striscia di Gaza attraversano il valico di Rafah, ogni anno, per cure mediche in Egitto o in altri Paesi arabi, ma attualmente soltanto 2400 malati hanno potuto mettersi in viaggio.

Il valico di Rafah è stato chiuso per 135 giorni dall’inizio dell’anno ed è stato parzialmente aperto soltanto per 5 giorni. L’anno scorso, è stato chiuso per 241 giorni dopo il colpo di stato del 2013 contro l’ex presidente egiziano Mohammad Mursi.

Al-Qidrah ha chiesto alle autorità egiziane di aprire il valico di Rafah, al fine di salvare la vita dei malati. Ha aggiunto che decine di abitanti malati  di Gaza sono morti durante l’assedio e la chiusura dei valichi a causa della mancanza di cure. L’ultimo caso è quello di Mohammad Madi.

“Le pericolose conseguenze della chiusura non sono limitate al divieto di viaggio, ma anche al divieto di far entrare grandi quantità di farmaci (il 30% dei medicinali necessari alla popolazione di Gaza)”.

Questa chiusura priva anche i pazienti dei servizi sanitari offerti dalle delegazioni di solidarietà, che in passato hanno eseguito interventi chirurgici importanti. Il blocco ha infatti anche fermato l’entrata de convogli di soccorso, compreso il personale medico, le attrezzature e i kit sanitari che hanno sostenuto per anni la popolazione assediata.

Traduzione di Nadia El Mansouri

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Gerusalemme Est, 16 Palestinesi arrestati dalle forze di occupazione

Lun, 25/05/2015 - 14:22

Gerusalemme-Quds Press e Ma’an. Lunedì, a Gerusalemme Est, le forze di occupazione israeliane hanno arrestato 16 Palestinesi, tra cui diversi adolescenti.

Il presidente del Comitato locale per le famiglie dei Prigionieri, Amjad Abu Asab, ha dichiarato a Ma’an che le truppe israeliane hanno invaso Silwan e la Città Vecchia, all’alba, arrestando 11 Palestinesi. Altri cinque sono stati arrestati mentre stavano camminando vicino all’entrata del complesso di al-Aqsa.

 

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Forze di sicurezza dell’Anp pugnalano a morte un adolescente palestinese

Lun, 25/05/2015 - 14:02

Nablus-Ma’an. Lunedì, due agenti delle forze di sicurezza dell’Autorità nazionale palestinese, Anp, hanno ucciso un adolescente, a Nablus.

Dirigenti della sicurezza hanno dichiarato che Muhammad Ahmad Hashayka, 16 anni, è stato pugnalato a morte durante uno scontro con due agenti delle forze di sicurezza, nel villaggio di Taluza. Il ragazzo è deceduto poco dopo l’arrivo all’ospedale al-Najah.

Gli agenti si sono consegnati alla caserma di polizia, che ha aperto un’inchiesta.

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La deputata Jarar presto libera su cauzione

Lun, 25/05/2015 - 13:28

Ramallah-PIC. Giovedì il tribunale militare di Ofer ha deciso di liberare su cauzione di 20 mila shekel (5000 dollari) la detenuta palestinese Khalida Jarar (52 anni).

Suo marito, Gassen Jarar, ha dichiarato a PIC che l’avvocato ha chiesto il rilascio immediato di Khalida, perché non vi è alcuna prova delle accuse israeliane di cui è stata oggetto nel corso dell’udienza svoltasi due settimane fa.

Ha aggiunto che “l’accusa israeliana si è opposta alla liberazione e ha chiesto di lasciarla in prigione”.

Durante l’udienza di venerdì, il giudice ha deciso di rilasciare Jarar cambio di una cauzione di 20.000 shekels.

Suo marito ha precisato che l’udienza è stata rinviata di 72 giorni, a seguito del ricorso da parte dell’accusa israeliana.

Jarar è stata arrestata il 2 aprile scorso a Ramallah. E’ stata interrogata al centro di detenzione di Ofer prima di essere portata nel carcere di Hasharon.

Jarar è stata eletta al Consiglio Legislativo palestinese nel 2006 come membro del FPLP. Ha anche diretto l’organizzazione Al Dameer per i prigionieri e i diritti umani. In precedenza era stata imprigionata per un mese, nel 1989.

Traduzione di Nadia El Mansouri

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“Non danziamo con l’Apartheid. Boicottiamo il ‘Bel regalo’ di Yasmeen Godder e dell’Ambasciata d’Israele”.

Lun, 25/05/2015 - 13:07
Riceviamo da Marco Da Ros e pubblichiamo. “Non danziamo con l’Apartheid. Boicottiamo il ‘Bel regalo’ di Yasmeen Godder e dell’Ambasciata d’Israele”. Giovedì 28 maggio 2015 alle Fonderie Limone di Moncalieri, nell’ambito del Festival di Danza Contemporanea Interplay, è prevista l’esibizione di Francesca Foscarini nella performance “Gut Gift” (Bel Regalo) della coreografa israeliana Yasmeen Godder, con il sostegno dell’Ufficio Culturale dell’ambasciata di Israele in Italia. Ancora una volta le istituzioni israeliane trovano la complicità di enti culturali torinesi e mandano in giro i loro artisti e le loro produzioni per nascondere dietro la maschera della cultura il volto dell’apartheid e del razzismo dello stato sionista, mentre in Palestina gli artisti vengono perseguitati e continuano le uccisioni, gli arresti, le violenze, i soprusi quotidiani. Respingiamo al mittente il Bel Regalo dell’ambasciata israeliana, uniamoci agli attivisti di tutto il mondo e ai numerosi artisti che boicottano Israele! Il 21-22 maggio sono state inviate lettere aperte a Yasmeen Godder e a Francesca Foscarini, chiedendo a quest’ultima di non essere complice e di rinunciare all’esibizione: http://piemonte.puscii.nl/articolo/23045/lettera-aperta-allartista-israeliana-yasmeen-godder http://piemonte.puscii.nl/articolo/23057/francesca-non-danzare-con-lapartheid   Caso vuole che il 28 maggio a Torino e dintorni siano in programma altre due esibizioni con artiste israeliane: la trombonista Reut Regev al Museo Egizio e la danzatrice israelo-tedesca Zufit Simon sempre a Moncalieri, appena prima di “Gut Gift”. A entrambe è stata inviata una lettera aperta: http://piemonte.puscii.nl/articolo/23042/lettera-aperta-alla-musicista-israeliana-reut-regev
http://piemonte.puscii.nl/articolo/23044/lettera-aperta-allartista-israelo-tedesca-zufit-simon
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Palfest: il Festival della letteratura per la Palestina, in Palestina

Lun, 25/05/2015 - 12:33

Editoriaraba.wordpress.comPalfest. il Festival della letteratura per la Palestina, in Palestina.

Il festival letterario più particolare del mondo è tornato in Palestina. È il #palfest, è cominciato il 23 maggio e si concluderà il 28 maggio.

Le tappe di questo festival tutto speciale, che è giunto ormai alla sua ottava edizione, sono le città della Palestina storica: Gaza, Ramallah, Gerusalemme, Haifa, Nablus e Betlemme. Poiché entrare/uscire a/da Gaza è praticamente impossibile, eventi culturali si terranno a Gaza contemporaneamente a quelli nelle altre città.

Continua qui.

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La Marina da guerra israeliana spara ai pescatori di Gaza: 2 feriti

Lun, 25/05/2015 - 12:27

Gaza-Quds Press e Ma’an. Lunedì mattina, la Marina da guerra israeliana ha sparato a pescherecci palestinesi al largo di Beit Lahiya, nel nord della Striscia di Gaza, ferendo due pescatori.

Nizar Ayyash, portavoce del sindacato dei pescatori, ha riferito a Ma’an che Muhammad Ziad Bakr, 26 anni, è stato portato in ospedale per le cure.

Come consueto, l’esercito israeliano ha dichiarato che le imbarcazioni avevano deviato dalla zona di pesca permessa e che le navi hanno aperto il fuoco colpendo le gambe dei pescatori.

Poche ore dopo, un altro pescatore, Imad Muhsin Bakir, 26 anni, è stato colpito dai proiettili israeliani. Il giovane è stato ricoverato all’ospedale al-Shifa della città di Gaza.

Tali aggressioni costituiscono una delle numerose violazioni dell’accordo di tregua siglato ad agosto del 2014 tra la resistenza palestinese e il regime di Tel Aviv.

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La Banca Mondiale: Gaza si trova di fronte a una “pericolosa crisi finanziaria”

Lun, 25/05/2015 - 08:35

Gerusalemme-Afp. Palestinesi, Israeliani e donatori devono agire per scongiurare una “pericolosa crisi finanziaria” nella Striscia di Gaza che registra il più alto tasso di disoccupazione a livello mondiale.

È quanto si legge nel rapporto pubblicato venerdì dalla Banca Mondiale in vista dell’incontro semestrale con l’Ad Hoc Liaison Commitee (AHLC) che coordina le donazioni internazionali destinate alla popolazione palestinese. Il documento è stato stilato a quasi un anno di distanza dal conflitto dei cinquanta giorni tra i militanti della Striscia di Gaza e Israele, nel quale hanno perso la vita circa di 2.200 Palestinesi.

Secondo la Banca Mondiale, il totale azzeramento delle esportazioni nella Striscia di Gaza non può che essere ricondotto “al conflitto e al blocco”.

“Il blocco imposto da Israele ed Egitto ha avuto un effetto particolarmente devastante e ha causato un crollo del PIL di oltre il 50% e profonde perdite economiche”, si legge nel rapporto in riferimento all’embargo applicato dai due Stati confinanti.

La Banca Mondiale ha esortato l’Autorità Palestinese, Israele e i donatori ad “agire” e attuare “riforme” per “contrastare il recente e preoccupante rallentamento della crescita economica” e “scongiurare una pericolosa crisi finanziaria”.

Dal rapporto emerge che, nel 2014, il tasso di disoccupazione nella Striscia di Gaza “è salito al 44%, probabilmente la percentuale più alta a livello mondiale” e, nei Territori palestinesi occupati, il tasso di povertà ha raggiunto il 39%, nonostante quasi quattro Gazawi su cinque abbiano ricevuto “degli aiuti”.

Steen Lau Jorgensen, direttore nazionale della Banca Mondiale per i Territori palestinesi occupati, ha dichiarato che “i dati sulla disoccupazione e sulla povertà e le prospettive economiche sono allarmanti”.

La Banca Mondiale ha affermato che per ricostruire l’economia della Striscia è necessario “un governo palestinese unito sia in Cisgiordania sia nella Striscia di Gaza” e ha esortato un “allentamento del blocco sul movimento delle merci e delle persone per consentire la ripresa dei settori dei beni e dei servizi scambiabili”.

Dal rapporto emerge che, dei 3,5 miliardi di dollari promessi dalla comunità internazionale per la ricostruzione della Striscia di Gaza, è stato stanziato solamente il 27,5%, cioè un miliardo. Non è, però, la carenza di donazioni a “vincolare la ripresa” della Striscia, quanto le “limitazioni sull’importazione dei materiali da costruzione. Si deve quindi trovare il modo più adatto per migliorare radicalmente l’accesso a questi materiali senza ignorare le preoccupazioni per la sicurezza dei Paesi confinanti”.

Israele controlla due dei tre valichi di frontiera con la Striscia di Gaza e mantiene il blocco aereo e marittimo totale da otto anni. L’ingresso dei materiali da costruzione nella Striscia è sorvegliato attentamente ed è soggetto a severe restrizioni per prevenire, si dice, l’introduzione di armi o materiali per la costruzione dei tunnel. Il Cairo non apre il terzo valico di terra, quello di Rafah, confinante con l’Egitto, praticamente da ottobre. Nello stesso mese l’esercito egiziano si è messo all’opera per creare una zona cuscinetto lungo il confine e ha intensificato gli sforzi per distruggere la rete di tunnel transfrontalieri.

Il rapporto della Banca Mondiale verrà presentato all’AHLC mercoledì 20 maggio a Bruxelles.

Traduzione di Silvia Durisotti

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L’Arabia Saudita contribuisce al bilancio dell’UNRWA con più di 110 milioni di dollari

Lun, 25/05/2015 - 01:41

Ramallah – Quds Press. L’agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi, UNRWA, ha dichiarato che martedì 19 maggio, nella capitale giordana Amman, ha stretto sette accordi con l’Arabia Saudita riguardanti il sostegno ai suoi progetti di servizi per i rifugiati tramite una donazione di 111,5 milioni di dollari.

In un comunicato giunto mercoledì 20 maggio in copia a Quds Press, l’UNRWA ha dichiarato che tra i beneficiari di queste donazioni ci sono tutte le cinque province in cui opera l’agenzia, e che 10 milioni dei fondi verranno investiti per i rifugiati palestinesi colpiti dal conflitto in Siria, sia che essi si trovino nella stessa Siria o in Giordania, o nel vicino Libano.

L’agenzia ha poi chiarito che 15 milioni di dollari saranno impiegati per il completamento delle operazioni di ricostruzione del campo “Nahr al-Bared” in Libano, 74 milioni andranno a sostegno del programma di sanità e istruzione a Gaza e per la riedificazione delle case distrutte nel recente conflitto, mentre 12,5 milioni saranno investiti nella riabilitazione e ricostruzione di alcune scuole e abitazioni in Cisgiordania.

L’UNRWA ha ricordato che grazie a questi recenti accordi la cifra totale donata dall’Arabia Saudita dal 1994 a oggi ammonta a mezzo miliardo di dollari, il che la rende il terzo maggior sostenitore dell’agenzia per il secondo anno di seguito.

L’agenzia UNRWA, delle Nazioni Unite, fu fondata nel 1949 su iniziativa dell’Assemblea Generale, e fornisce aiuto e protezione a circa cinque milioni di rifugiati palestinesi registrati tra Giordania, Siria e Libano, oltre a coloro che si trovano in Cisgiordania e nella striscia di Gaza.

Traduzione di Giovanna Niro

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Esercito e Marina israeliane sparano contro contadini e pescatori di Gaza

Lun, 25/05/2015 - 01:39

Gaza-Quds Press e Ma’an. Domenica le forze israeliane hanno sparato contro contadini e pescatori della Striscia di Gaza.

La Marina da guerra israeliana ha aperto il fuoco contro pescherecci palestinesi al largo di Sheikh Ijlein e Nuseirat, nel nord della Striscia, costringendo i pescatori a far ritorno a riva.

I soldati israeliani dislocati lungo il confine con la Striscia di Gaza meridionale hanno sparato contro agricoltori palestinesi che erano al lavoro nei campi a nord-ovest di Khan Younis.

Quotidianamente le forze israeliane aprono il fuoco contro pescatori e contadini gazawi, violando l’accordo di tregua siglato ad agosto del 2014, dopo oltre 50 giorni di offensiva israeliana contro la Striscia di Gaza.

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Il governo israeliano più estremista e razzista della storia

Lun, 25/05/2015 - 01:37

Di Richard SilversteinIsraele ha nominato il suo nuovo governo e i nomi sono l’elenco dei politici più rabbiosi, razzisti, brutali e crudeli della nazione. L’unico che potrebbe rivaleggiare con loro, e che manca dallo spettacolo, è Avigdor Lieberman, escluso per suoi propri motivi politici. In passato, nazioni del mondo hanno isolato dei capi politici di altre nazioni e si sono rifiutate di incontrarne i leader le cui idee erano così deleterie da cadere fuori dal consenso internazionale. Esempi di ciò sono Kurt Waldheim e Jorg Haider. E’ giunta l’ora di isolare il governo israeliano. E’ difficile scegliere chi di loro meriti maggior ostracismo.
Diverse altre pubblicazioni hanno trattato l’argomento, ma non troverete una lista più dettagliata o un elenco dell’odio più completo di questo.

Moshe Yaalon: ministro della Difesa, ha annunciato che Israele considererà l’uso di armi atomiche contro l’Iran, ma «i tempi non sono ancora maturi». Ha definito Peace Now (organizzazione pacifista israeliana, ndt) un virus, e ha parlato dei palestinesi come di un cancro, dicendo: «Secondo alcuni andrebbero amputati degli organi, io al momento applicherei la chemio terapia».
Rabbi Eli Ben Dahan: viceministro della Difesa, ha chiamato i palestinesi «animali». Ha detto: «Gli ebrei hanno sempre un animo più elevato dei goym, anche se sono gay». Egli occuperà la posizione di capo dell’amministrazione israeliana per i Territori palestinesi. Immaginiamo cosa penseranno di lui le «bestie».
Tzipi Hotovely: viceministro degli Esteri: si oppone con ostinazione alla soluzione dei due Stati, appoggia l’annessione della Cisgiordania, ha invitato Lehava – organizzazione non governativa che invoca la purezza razziale ebraica – al parlamento.
Naftali Bennet: ministro dell’Istruzione e della Diaspora ebraica. Appoggia l’espulsione dei palestinesi dalla Cisgiordania e la pulizia etnica. Ha detto: «Nella mia vita ho ucciso molti arabi, e non me ne faccio un problema». Ha anche chiesto di sparare ai palestinesi. Contrario alle rivendicazioni dei diritti omosessuali in Israele, si oppone al matrimonio gay. Sarà responsabile della giudaizzazione del Negev, ovvero della pulizia etilica dei beduini.
Ayelet Shaked: ministro della Giustizia, ha appoggiato l’idea dei coloni relativamente al fatto che le madri palestinesi andrebbero ammazzate in quanto generano «serpenti» che attaccano Israele. Un editorialista anglo-israeliano ha scritto che «dietro il suo volto innocente si nasconde l’angelo della morte».
Moshe Kahlon: ministro delle Finanze, cosiddetto moderato del gruppo, si occupa solo di questioni economiche.
Danny Danon: ministro della Scienza, della Tecnologia e dello Spazio: «Il più grande problema di Israele è costituito dagli arabi israeliani». Espulso da Netanyahu nello scorso governo dopo aver condannato il cessate il fuoco a Gaza, l’estate scorsa.
Miri Regev: ministro dello Sport e della Cultura, durante violente sommosse anti-africani a Tel Aviv, ha incitato la folla definendo le vittime un «cancro», poi scusandosi con chi è affetto da tumore.
Silvan Shalom: ministro dell’Interno, il più ricco membro del parlamento, non ha passato la campagna per la presidenza, ha rifiutato l’incarico da ministro degli Esteri che desiderava, ha detto che il 16% dei residenti di Eilat, che sono profughi africani, «mettono in pericolo il futuro della città».
Yoav Galant: ministro delle Costruzioni (responsabile per la costruzione delle colonie), non ha ottenuto il posto di capo del personale delle Forze di difesa israeliane per cui si era proposto, ha mentito durante una deposizione legale e rubato terreno pubblico per ingrandire la propria villa privata.
Aryeh Deri: ministro dell’Economia e dello Sviluppo del Negev; è un ex-criminale, colpevole di aver intascato mazzette per 155 mila dollari, ha scontato 3 anni di carcere.
Uri Ariel: ministro dell’Agricoltura e dello Sviluppo rurale; come ministro nell’ultimo governo, ha silurato da solo le relazioni Usa-Israele annunciando migliaia di nuovi insediamenti nel corso di delicati negoziati per la pace, ammettendo che avrebbe fornito ai coloni informazioni sui movimenti delle truppe delle Forze di difesa israeliane.
Zeev Elkin: ministro dell’Immigrazione e dell’assimilazione, «fiero di essere un colono», ha ammesso di essere disposto a spiare le Forze di difesa per conto dei coloni estremisti.
Yisrael Katz: ministro dei Trasporti e della Sicurezza stradale, ministro dell’Intelligence: sospeso dagli studi presso l’Università Ebraica per aver usato violenza in incontri universitari di studenti palestinesi.
Ophir Akunis: ministro senza portafoglio, nega l’esistenza di un popolo palestinese o il suo diritto a stabilirsi in terra di Israele (anche se all’interno della Green Line), sostiene il diritto di Israele su tutti i territori dall’Egitto al fiume Giordano. Ha sponsorizzato il disegno di legge sulla restrizione di fondi esteri a Ong di estrema sinistra. Riguardo tali Ong, egli le ha paragonate ad agenti sovietici in America smascherati dal senatore McCarthy. «Il senatore McCarthy aveva ragione affermando che c’erano agenti sovietici in America».
Haim Katz: ministro del Benessere e dei Servizi sociali, accusato di aver concordato per il Likud quote di migliaia di impiegati dell’industria della difesa israeliana da lui gestiti (che votarono per lui alle primarie) da pagare da parte delle Ong anch’esse sotto sua supervisione.
Yuval Steinitz: ministro delle Infrastrutture, Energie e Acqua
Yariv Levin: ministro della Sicurezza interna e del Turismo, ha accusato la Corte suprema di abbracciare valori in disaccordo con i valori «tradizionali» del pubblico: ha detto che «ciò ha messo in pericolo la nostra capacità di assicurare la nostra esistenza».
Gila Gamliel: ministro degli affari degli anziani: accusata di aver offerto una mazzetta a un concorrente candidato del consiglio studentesco all’Università Ben Gurion.
David Azulay: ministro dei Servizi religiosi.
Avi Gabay: ministro dell’Ambiente.
Benny Begin: ministro senza portafoglio, figlio di Menachem Begin, espulso dalla leadership del partito durante le ultime primarie per la sua visione cosiddetta «moderata». A quanto pare egli è stato incluso come foglia di fico moderata in un governo estremista.

Netanyahu manterrà il ministero degli Esteri per se stesso, sperando di convincere Buji Herzog a unirsi alla sua coalizione. Pur non avendo mai sottostimato l’avidità dei leader israeliani per il potere, non vedo perché Herzog debba gettare a Netanyahu un salvagente. L’attuale governo ha la maggioranza per un seggio. Potrebbe cadere per il capriccio di uno solo dei suoi 61 membri. E se anche Herzog tradirà i pochi principi a cui è fedele, dove starebbe la gloria? La storia dimostra che i leader moderati e i partiti che si uniscono alla coalizione con lui (Barak, Lapid ecc.) finiscono spazzati via nelle elezioni successive.

Questo non è semplicemente un governo dell’odio, è un governo di guerra. Prevedo che se esso sopravviverà al suo termine ci saranno due guerre: una contro il Libano e una contro Gaza. Ulteriore predizione: almeno 5000 civili verranno uccisi. Il mondo potrebbe voler riflettere su quante guerre israeliane è ancora disposto ad accettare prima di dire Dayenu, (è abbastanza).

I governi del mondo potrebbero cominciare a considerare come giustificare il mantenimento dei contatti con individui la cui visione spazia dal genocidio ai meri impulsi omicidi.
Questo governo non è solo non democratico, esso aborre la democrazia per i non ebrei.
Il presidente Obama ha un’idea generale di ciò che ci attende. Ma in un’affermazione pubblica egli ha riconosciuto solo «alcuni» dei nuovi ministeri che non condividono la sua visione:
«Io continuo a credere che la soluzione dei due Stati sia assolutamente vitale non solo per la pace tra israeliani e palestinesi, ma per la sicurezza a lungo termine di Israele in quanto Stato ebraico e democratico. So che è stato formato un governo che contiene degli elementi che non credono necessariamente a questo presupposto, ma questo continua ad essere il mio presupposto».

In realtà, nessuno di loro ci crede. Non uno di questi ministri israeliani crede alla soluzione a due Stati. Quindi Obama dovrebbe avere in mente che una soluzione a due Stati non è possibile. Anzi, questo governo appoggia una soluzione a uno Stato, solo per ebrei. E ciò non è solo ingiusto, dovrebbe anche essere impossibile. Obama avrebbe dovuto essere deciso con Israele da molto tempo. Permetti al Consiglio di sicurezza di considerare lo Stato palestinese. Appoggia un rinvio di Israele al Tribunale criminale internazionale.

Allo stesso modo, il nostro congresso potrebbe voler considerare come approvare una legislazione che voglia metter fuori legge il movimento Bds quando questo movimento lotta contro un governo la cui visione collettiva è altrettanto odiosa. Se si sanziona il Bds, quali strumenti restano al mondo per resistere a tanta malvagità? Il mondo deve rendersi conto che le parole non bastano più. Ci vogliono azioni più decise.

Traduzione di Stefano Di Felice

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Botta e risposta tra il giornale più seguito in Israele e Famiglia Cristiana

Lun, 25/05/2015 - 01:30

Rassegna stampa a cura di Parallelo Palestina.

Il 16 maggio Famiglia Cristiana ha riferito dell’incontro a Roma tra Abu Mazen e il papa con un articolo di Annachiara Valle:

http://www.famigliacristiana.it/articolo/abu-mazen-e-il-papa.aspx

Il Papa ad Abu Mazen: “Sia un angelo di pace”

Il 17 maggio è apparso sullo Yediot Ahronot questo articolo di Noah Klieger:

http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4658136,00.html

The naïve pope and his ‘angel of peace’ from Ramallah

Famiglia Cristiana ha prontamente replicato il 18 maggio con un ottimo articolo di Fulvio Scaglione che segnalo.
Il tono è pacato e ironico, com’è nello stile del settimanale, ma la sostanza è molto netta.

http://www.famigliacristiana.it/articolo/vaticano-e-palestina-quel-che-israele-non-dice.aspx

Vaticano e Palestina, quel che Israele non dic

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“Nel 1967 le forze di occupazione avevano pianificato di far esplodere le porte di Al-Aqsa”

Lun, 25/05/2015 - 01:23
Quds Press. “Il centro di informazione per le questioni di Gerusalemme e Al-Aqsa” nei territori palestinesi occupati dal 1948, ha reso noto che nel 1967 le forze di occupazione israeliane avevano progettato di far esplodere le porte orientali e meridionali della moschea di Al-Aqsa, allora chiuse, per prenderne il controllo ed occuparla; ma a quanto pare cambiarono i loro piani per motivi oscuri.

La settimana scorsa, citando fonti di informazione ebraiche (basate su documenti segreti), il Centro ha riportato che i servizi segreti militari dell’esercito dell’occupazione avrebbero raccolto oggetti e fotografie ed avrebbero preparato per anni mappe e piani per prendere il controllo della moschea e occuparla.

Da queste immagini, documenti e dettagliate informazioni appare che l’esercito di occupazione aveva progettato di far esplodere le porte meridionali della moschea di Al-Aqsa con lo scopo di entrarvi attraverso la Sala Marwani e l’Antica Sala di Al-Aqsa, anch’esse chiuse da tempo. Esse indicano che le tre porte meridionali da far esplodere erano “Al Bab Atthulathi”, “Al Bab Al-Muzdawaj” e “Al Bab Al-Mufrad”; le forze di occupazione avevano pianificato di far saltare anche “Al Bab Arrahma”, sul lato orientale della moschea, in modo da prendere velocemente il controllo sulla zona della Cupola della Roccia, nella moschea di Al-Aqsa.

Secondo i documenti pubblicati, è chiara la presenza di dati e misure precise delle porte citate, oltre che foto della moschea Al-Aqsa, degli edifici annessi e dei palazzi circostanti.

Traduzione di Silvia Rossi

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Storie dall’Egitto, tra morti e scomparsi

Sab, 23/05/2015 - 14:16
Il Cairo. Di M.R. L’ultima vittima della giornata di venerdì è Sayed Abdelrabou. E’ morto sotto tortura nel distretto di polizia di Matareya – Cairo. Un altro desaparecido è il dott. Housam, un farmacista arrestato il 9 maggio dalle milizie del ministero dell’Interno.
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Israele spara contro pescatori e contadini della Striscia di Gaza

Sab, 23/05/2015 - 14:06
Gaza. Sabato mattina, la Marina da guerra israeliana ha aperto il fuoco contro imbarcazioni da pesca gazawi, mentre forze di terra prendevano di mira i contadini nel sud della Striscia. Forze navali israeliane hanno sparato a pescherecci palestinesi al largo della costa di al-Nuseirat e al-Zawayda, nella Striscia di Gaza centrale. La giustificazione addotta dall’esercito israeliano è sempre la stessa: le imbarcazioni si sono spinte oltre le miglia stabilite. Tuttavia, la cronaca quasi giornaliera mostra che Israele attacca i pescatori anche quando sono vicino alla riva. L’artiglieria israeliana ha aperto il fuoco contro contadini palestinesi a est di Khan Younis,nel sud della Striscia. Tali aggressioni costituiscono una delle numerose violazioni dell’accordo di tregua siglato ad agosto del 2014 tra la resistenza palestinese e il regime di Tel Aviv. (Fonti: Quds Press e Ma’an)
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Oltre 80 prigionieri politici nelle prigioni dell’Autorità in Cisgiordania

Sab, 23/05/2015 - 02:46

Ramallah – Quds Press. Il Comitato delle Famiglie dei Prigionieri Politici ha annunciato che i dati raccolti indicano la presenza di più di 80 prigionieri politici nelle carceri dei servizi di sicurezza dell’Autorità Palestinese.

In un comunicato stampa ricevuto da “Quds Press” mercoledì 20 maggio, Il Comitato ha reso noto che i servizi di sicurezza di Hebron, a sud della Cisgiordania, tengono prigionieri 18 cittadini di cui cinque sono studenti di scuola superiore, sei universitari e due sono professori che insegnavano nelle zone rurali, in aggiunta ad un leader di Hamas.

Il Comitato ha inoltre dichiarato che i servizi di sicurezza di Nablus, nord della Cisgiordania, trattengono 17 cittadini, tra cui quattro studenti universitari, un membro del Fronte Popolare ed un altro del Partito Popolare Palestinese.

Il comunicato ha sottolineato che il numero dei prigionieri nelle carceri dell’Autorità a Ramallah e ad Al-Bireh, Cisgiordania centrale, ammonta a nove cittadini: un giornalista, uno studente universitario ed un insegnante, oltre a tre detenuti il cui arresto avvenne tre anni fa.

Secondo i dati del Comitato delle Famiglie dei Prigionieri Politici il numero degli arrestati a Betlemme è pari a due, quelli di Tulkarem sono invece nove, tra cui uno studente universitario, e nove anche quelli di Qalqilya, comprendenti un solo studente universitario e tre persone recluse da più di sei anni.

Il Comitato ha riferito anche che i servizi di sicurezza dell’Autorità detengono sette cittadini a Jenin, tra di essi due membri del movimento del Jihad Islamico in prigione da marzo 2010, insieme a due studenti universitari. Gli organi di sicurezza trattengono invece un solo cittadino a Salfit. Altri sette a Toubas, tra cui due capi rispettivamente del Jihad Islamico e di Hamas e due professori di una scuola.

A Gerusalemme, le forze di sicurezza trattengono 3 cittadini. Uno di questi è un ex-prigioniero con già 15 anni di reclusione alle spalle nelle carceri delle forze d’Occupazione, che prima dell’arresto era scampato ad un tentato omicidio ad opera di agenti dei servizi segreti palestinesi.

Per contro, i servizi di sicurezza palestinesi operanti in Cisgiordania negano che nelle proprie carceri si trovi anche un solo prigioniero politico, sottolineando di limitarsi a trattenere gli accusati di possesso di armi e di traffico di denaro, insieme a tutti coloro che violano la legge.

Traduzione di Alessandro D’Accordi

Categorie: Palestina

Gli USA vendono 1.9 miliardi di dollari di bombe e munizioni ad Israele

Sab, 23/05/2015 - 02:30

Washington-AFP e Ma’an. Gli Stati Uniti prevedono la vendita di migliaia di bombe e munizioni ad Israele per un affare di 1.9 miliardi di dollari, secondo quanto riferito mercoledì da alcuni funzionari.

Il Dipartimento di Stato degli USA ha informato il Congresso della proposta di vendita di armi a Israele, nonché a proposito dell’accordo con l’Arabia Saudita, i due alleati che diffidano degli USA a causa dei negoziati di Washington con l’Iran sul programma nucleare di Teheran.

L’accordo in programma per la vendita di armi ad Israele comprende 14.500 Joint Direct Attack Munitions (JDAM), un sistema di guida attaccato alle bombe che permette ai jet militari dell’aeronautica di colpire direttamente con l’assistenza del GPS, oltre a 3.000 missili Hellfire, 250 missili aria-aria a medio raggio, 4.100 bombe plananti e 50 bombe BLU-113 “super penetranti” realizzate per raggiungere siti sotterranei.

La notifica ai parlamentari della prevista vendita di armi è giunta dopo una inchiesta apparsa sul quotidiano Haaretz la quale suggeriva che Washington potrebbe incrementare il proprio aiuto militare ad Israele come ricompensa per un possibile accordo tra l’Iran e le maggiori potenze per limitare l’attività nucleare di Teheran.

Israele, che ha fortemente criticato la diplomazia degli USA con l’Iran, si è riservata il diritto di effettuare azioni militari unilateralmente contro l’Iran per impedirle di ottenere armi nucleari e le munizioni per i siti sotterranei potrebbero essere utilizzate per colpire i siti nucleari che si trovano sotto terra.

Il Pentagono ha reso noti alcuni documenti a febbraio del 2015 che confermano che Israele è una potenza nucleare, ritenuto il solo paese del Medio Oriente a possedere armi atomiche.

Ma Israele non ha mai riconosciuto pubblicamente il fatto e non è un firmatario del Trattato di Non-proliferazione Nucleare.

Durante l’annuncio di mercoledì, i funzionari statunitensi hanno detto che la vendita prevista sarebbe solo per rifornire scorte già esistenti negli arsenali israeliani e non fornirebbe al paese nuovi tipi di armi.

“La vendita in previsione di questi equipaggiamenti permetterà ad Israele di rafforzare le proprie esigenze di auto-difesa”, secondo l’Agenzia di Cooperazione per la Difesa e la Sicurezza.

Le principali aziende coinvolte nell’accordo per la vendita delle armi sono Boeing, Lockheed Martin, General Dynamics, Ellwood National Forge Company e Raytheon Missile Systems.

L’accordo arriva qualche settimana dopo che alcuni veterani israeliani della ONG Breaking The Silence hanno criticato l’offensiva israeliana della scorsa estate sulla Striscia di Gaza; come membri delle forze armate israeliane hanno testimoniato che i militari hanno agito in modo eccessivo senza nessun rispetto per le vittime civili.

Come parziale risposta alle operazioni militari di Israele a Gaza, gli USA hanno posto il freno ad un trasferimento di missili verso Israele ad agosto 2014. Un funzionario statunitense ha dichiarato al Wall Street Journal che questa decisione ha cercato di migliorare il controllo sulle spedizioni di armi verso Israele, e voleva dimostrare che la Casa Bianca non concedeva ai militari israeliani “carta bianca” per le sue operazioni a Gaza.

I 50 giorni di guerra tra Israele ed i militanti palestinesi durante luglio ed agosto dello scorso anno hanno provocato oltre 2.200 morti tra i Palestinesi, la maggioranza dei quali civili, e migliaia di feriti.

Con un simile accordo, gli USA prevedono anche la vendita di circa 1.9 miliardi di dollari in armamenti all’Arabia Saudita, come hanno riferito i funzionari assieme all’accordo raggiunto con l’esercito israeliano.

L’uguale importo delle vendite agli eserciti israeliano e saudita riflette l’impegno di Washington di assicurare ad Israele “copertura militare di qualita’” nella regione, hanno poi aggiunto i funzionari.

Gli Stati Uniti hanno raggiunto accordi per 90 miliardi di dollari con l’esercito dell’Arabia Saudita tra il 2010 ed il 2014; le principali aziende per la difesa coinvolte nella vendita all’Arabia Saudita sono state Sikorsky Aircraft Corporation e il gigante aerospaziale Lockheed Martin.

Israele è il principale destinatario, in totale, dell’assistenza all’estero degli USA fin dalla seconda guerra mondiale, dato che gli Stati Uniti hanno fornito ad Israele un totale di 121 miliardi di dollari fino ad aprile 2014, secondo un rapporto preparato per il Congresso USA dal Congressional Research Service, dei quali la maggior parte per assistenza militare.

Il Congresso deve essere informato 30 giorni prima che l’amministrazione possa compiere gli ultimi passi verso una vendita di armi ad un governo straniero. La vendita può andare avanti a meno che i parlamentari non votino per il suo blocco o modifichino l’accordo.

(Nella foto: la base dell’aereonautica israeliana di Palmachim, a sud di Tel Aviv. AFP/Pedro Ugarte, File)

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

Categorie: Palestina