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Agenzia stampa informazione Palestina, Territori palestinesi occupati, Striscia di Gaza
Aggiornato: 2 ore 43 min fa

Coloni israeliani entrano nel villaggio di At Tuwani scortati dall’esercito, nelle colline a sud di Hebron

6 ore 7 min fa
Operazione Colomba. Comunicato stampa: “Coloni israeliani entrano nel villaggio di At Tuwani scortati dall’esercito, nelle colline a sud di Hebron”

17 giugno 2014

At Tuwani – Il 17 Settembre, alle ore 5:30, tre macchine con quattordici coloni Israeliani sono arrivate nel villaggio Palestinese di At Tuwani, scortate da due jeep dell’esercito.

I coloni sono entrati nel sito archeologico situato tra le case di alcuni palestinesi, nel centro del villaggio, uno di questi era armato. Gli abitanti di At Tuwani si sono riuniti presso la casa palestinese più vicina e il proprietario della casa ha chiesto spiegazioni all’esercito Israeliano riguardo a quello che stava accadendo. Dopo la pressione nonviolenta esercitata dagli abitanti del villaggio sull’esercito e sui coloni, questi se ne sono andati alle 6:15. Questa è l’ennesima delle continue provocazioni compiute dall’esercito e dai coloni israeliani, alla quale le comunità Palestinesi delle colline a sud di Hebron continuano a reagire in maniera nonviolenta.

Nel 2011 ad At Tuwani sono stati condotti scavi da parte di archeologi israeliani scortati dall’esercito. Molti degli archeologi che hanno visitato il villaggio affermano che i ritrovamenti risalgono all’epoca Bizantina. Eppure nel Dicembre 2011, durante una conferenza sull’archeologia avvenuta nell’insediamento Israeliano di Suseya (nell’area delle colline a sud di Hebron), è stato dichiarato che le rovine sono appartenenti ad una antica sinagoga. Nella conferenza è stato anche indicato come raggiungere il sito archeologico. Il ritrovamento di antiche rovine ebraiche negli anno ’80 è stato il pretesto formale per l’evacuazione forzata della popolazione palestinese dal villaggio di Susiya.

Operazione Colomba mantiene una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell’area delle colline a sud di Hebron dal 2004.

Foto dell’incidente: http://goo.gl/mJicAx

Per informazioni:

Operazione Colomba, +972 54 99 25 773

[Note: secondo la IV Convenzione di Ginevra, la II Convenzione dell'Aja, la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti sono considerati illegali anche secondo la legge israeliana.]

Categorie: Palestina

9.600 studenti di Gaza non possono frequentare la scuola

7 ore 43 min fa

Memo. L’agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei profughi palestinesi nel vicino oriente (UNRWA) ha riferito che domenica circa 9.600 studenti non sono stati in grado di iniziare il nuovo anno scolastico nella Striscia di Gaza.

Questo perché le famiglie palestinesi, le cui case sono state distrutte durante la recente guerra, sono andate a cercare rifugio in tre scuole di Gaza e ora rifiutano di andarsene.

Il portavoce dell’UNRWA Adnan Abu Hasna ha riferito all’Agenzia Anadolu che le tre scuole sono situate nella città di Beit Hanoun, nella parte settentrionale della Striscia di Gaza.

Il ministero dell’Istruzione palestinese aveva dichiarato in precedenza che il nuovo anno accademico nell’enclave palestinese in cui vivono 1,9 milioni di persone, sarebbe iniziato il 14 settembre. L’inizio però è stato ritardato a causa dell’offensiva israeliana.

La guerra di 51 giorni è giunta al termine il 26 agosto grazie a un accordo di cessate il fuoco firmato dai palestinesi e da Israele al Cairo, lasciandosi dietro 2.156 abitanti di Gaza morti e oltre 11.000 feriti.

Traduzione di F.G.

Categorie: Palestina

Forte calo del numero di convogli che entrano a Gaza

8 ore 28 min fa

Memo. Il ministero degli Esteri palestinese, ha dichiarato mercoledì che il numero di convogli che entrano nella Striscia di Gaza si è ridotto notevolmente rispetto al periodo dopo la guerra israeliana nel 2012.

Alaa Al-Battah, il capo del comitato governativo per ricevere i convogli di solidarietà, ha affermato: “Solo 14 delegazioni di solidarietà arabe, estere e palestinesi sono arrivate ​​a Gaza attraverso il valico di Rafah, dall’inizio della guerra israeliana il 7 luglio”.

Secondo Al-Battah, le delegazioni comprendono Giordania, Turchia, Malesia, Tunisia, Sudan e palestinesi in Europa, oltre a cinque dagli Emirati Arabi.

“Rispetto al numero delle delegazioni sulla scia della guerra israeliana a Gaza nel 2012, il numero si è drasticamente ridotto”, ha detto. “Nel 2012, 60 delegazioni di solidarietà inclusi 1.600 componenti sono arrivati ​​a Gaza”.

Al-Battah ha accusato le autorità egiziane di bloccare decine di delegazioni mediche e di soccorso sotto “falsi pretesti”.

Le due finestre di Gaza sul mondo, dove le persone possono viaggiare da e per Gaza, sono il valico di Eretz con Israele e il valico di Rafah con l’Egitto. Sia Israele che l’Egitto hanno chiuso i passaggi a metà del 2007, quando Israele ha imposto un assedio sulla Striscia.

Categorie: Palestina

I traghetti della morte ora contengono anche Palestinesi che fuggono da Gaza

18 ore 45 min fa

InfoPal. Tra le migliaia di disperati che ogni giorno tentano di raggiungere le coste italiane via mare ora ci sono anche i Palestinesi. E’ una tragica novità che si aggiunge al dramma dei tanti che fuggono a causa di guerre e fame.

La guerra civile in corso in Siria ha costretto a un esodo massiccio i rifugiati palestinesi, che a centinaia arrivano in Europa e in Italia; ora anche la devastazione provocata dai 51 giorni di bombardamenti israeliani contro la Striscia di Gaza sotto assedio stanno spingendo altri a fuggire, e a morire in mare, come migliaia di altri migranti che lasciano la propria terra a causa di carestie, conflitti e dittature, e finiscono uccisi dai trafficanti di morte.

Sabato 13 settembre, 15 migranti gazawi sono morti, dopo che la barca in cui si trovavano si è capovolta nel Mar Mediterraneo, al largo della costa di al-Ajami, vicino ad Alessandria, nel nord dell’Egitto.

Altri sono affogati in mare, qualche giorno dopo, insieme a compagni di sventura di varie nazioni: “Gli scafisti hanno affondato il barcone, poi sono rimasti a guardarci affogare”.

L’assedio su Gaza ha chiuso tutti i confini in entrata e uscita dalla Striscia e ha reso i viaggi o l’emigrazione per vie legali estremamente difficili per la maggioranza della popolazione, spingendo molti a pagare ingenti somme di denaro per attraversare i tunnel verso l’Egitto e pagare un passaggio sulle barche della morte dirette in Italia.

“I traghetti della morte ora coinvolgono anche i Palestinesi – scrive il presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia, Mohammad Hannoun, nella sua pagina Facebook -. La migrazione di cittadini palestinesi dalla Striscia di Gaza è un fenomeno nuovo e preoccupante: Gaza ha dovuto affrontare tre devastanti guerre israeliane e un assedio politico, economico, culturale e sociale che dura da otto anni”.

“Dove è l’Autorità palestinese? – si chiede Hannoun - Dov’è il governo della cosiddetta riconciliazione nazionale? Dove sono le fazioni ed i servizi di sicurezza? Dove sono i media nazionali?”

Dov’è l’Umanità?, aggiungiamo noi.

 

 

 

Categorie: Palestina

Il parlamentare Khudari mette in guardia sulla grave crisi umanitaria di Gaza

19 ore 35 min fa

Gaza-PIC.  Jamal al-Khudari, parlamentare palestinese e presidente del Comitato popolare contro l’assedio, ha lanciato un monito sulla situazione tragica di Gaza, dovuta ai 51 giorni dell’offensiva israeliana e al ben noto assedio che dura ormai da sette anni.

Khudari ha attribuito la crisi al collasso quasi totale dei servizi di base a Gaza, compresi l’energia, l’acqua, la rete fognaria, insieme alla distruzione, da parte di Israele, di abitazioni civili e dei suoi atroci genocidi contro bambini innocenti.

La situazione ha obbligato centinaia di sfollati e di famiglie senza casa a cercare scampo in rifugi di fortuna, dove sono stati disastrosamente privati dei loro bisogni umani più elementari.

Khudari ha posto l’attenzione sulla crisi umanitaria esasperata dall’aumento senza precedenti della disoccupazione, delle percentuali di persone senza casa e di poveri. Più del 90% vive attualmente sotto il livello di povertà con una media di reddito pro-capite di meno di 2 dollari al giorno.

Il 95% dell’acqua di Gaza non è potabile o adatta al consumo umano. Anche l’acqua del mare è molto contaminata dato che circa 40 milioni di litri di acque reflue non trattate, così come i liquami, affluiscono direttamente in mare.

Anche le infrastrutture sono state molto danneggiate, in misura ben maggiore rispetto agli ultimi anni, a causa del duro blocco al quale è stata sottoposta la Striscia. Appena Israele ha iniziato la sua feroce campagna militare contro Gaza, la situazione è andata notevolmente peggiorando.

Khudari ha sollevato preoccupazioni circa la ricaduta causata sull’ambiente di Gaza, dato che il suolo non è più adatto alla coltivazione a causa dei pesanti lanci di razzi e dei bombardamenti a caso destinati a colpire le terre agricole e le colture dei Palestinesi.

L’obiettivo israeliano programmato di colpire l’impianto energetico di Gaza ha approfondito la crisi umanitaria nell’enclave assediata.

Khudari ha chiamato la comunità internazionale e le istituzioni umanitarie, sia a livello nazionale che all’estero, ad intervenire immediatamente e a fornire assistenza urgente e soluzioni per risolvere la crisi umanitaria nella Striscia di Gaza, per velocizzare il processo di ricostruzione e mettere al riparo le centinaia di famiglie senza casa.

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

Categorie: Palestina

382 mila coloni ebrei risiedono in Cisgiordania

19 ore 45 min fa

Nazareth – Quds Press. Dati israeliani hanno mostrato come, a partire dalla prima metà di quest’anno, il numero di abitanti ebrei residenti nel territorio della Cisgiordania sia aumentato, raggiungendo quota 7500 persone.

I dati, che sono stati diffusi dal Consiglio “Yesha” degli insediamenti, evidenziano come il numero di ebrei in Cisgiordania a partire dall’inizio di quest’anno abbia raggiunto le 374 mila persone e si sia alzato negli ultimi mesi fino a raggiungere la quota di 382 mila persone, con un aumento del 2% e con una crescita pari al doppio rispetto a quella della popolazione propria dello stato ebraico, che aumenta dell’1,9% all’anno.

Il Consiglio degli insediamenti segnala che i maggiori stanziamenti ebraici in Cisgiordania sono noti come “case d’elitè”, costruite su terre a sud-ovest della città di Gerusalemme, e abitati da una popolazione totale di 63 mila persone.

I dati ebraici hanno segnalato che ci sono circa 200 mila ebrei stanziati nella zona orientale della città di Gerusalemme.

Vale la pena ricordare che la comunità internazionale non ammette l’annessione della Gerusalemme orientale allo stato ebraico, così come considera illegali gli insediamenti ebrei fondati in Cisgiordania.

Traduzione di Martina Murgia

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70 ex detenuti ri-arrestati senza motivo minacciano di iniziare delle proteste

Gio, 18/09/2014 - 10:35

Ramallah – Ma’an. Più di 70 palestinesi, che sono stati arrestati negli ultimi tre mesi dalle autorità israeliane in violazione dell’accordo che li liberò nel 2011, mercoledì hanno minacciato di adottare misure di protesta contro la loro detenzione.

I prigionieri – che erano tra i 1.027 liberati in cambio del soldato israeliano catturato Gilad Shalit – hanno affermato in una lettera pubblicata dal comitato dei prigionieri palestinesi che la loro detenzione era una “mossa illegale e abusiva” del governo israeliano. Una detenzione fatta solo per ragioni politiche e non ha nulla a che fare con la giustizia.

“Questa è una punizione collettiva contro il popolo palestinese, ignorando tutti i principi di umanità e di diritto”.

I 70 ex detenuti sono stati arrestati in una campagna di detenzione massiccia in tutta la Cisgiordania condotta da Israele a seguito della scomparsa di tre adolescenti israeliani da un insediamento ebraico e della loro morte.

Anche se Israele ha nominato tre persone accusate del delitto, ha arrestato più di 700 palestinesi della Cisgiordania, pur non avendo alcun legame dimostrato con il crimine. Un gran numero rimangono nelle carceri israeliane, in attesa di processo o condanna.

Nella loro lettera, i detenuti hanno affermato che Israele aveva violato l’accordo di scambio di prigionieri: a Israele non dovrebbe essere consentito il ri-arresto di prigionieri liberati per nessun motivo.

I prigionieri hanno dichiarato che tutti coloro che erano stati nuovamente arrestati avevano dimostrato impegno verso i termini dell’accordo.

Considerate queste ragioni, la lettera ha riferito che i prigionieri non avranno altra scelta “se non di adottare misure di protesta che potrebbero includere uno sciopero della fame”.

Hanno esortato il governo egiziano, che ha mediato l’accordo di scambio di prigionieri conosciuto come l’affare Shalit, e il presidente palestinese Mahmoud Abbas a intervenire per porre fine alla “tirannia che Israele sta praticando contro di loro”.

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Nessuna modifica al blocco di Gaza dal cessate il fuoco

Gio, 18/09/2014 - 10:17

Gaza City – Ma’an. Mercoledì un funzionario palestinese ha dichiarato che non ci sono stati cambiamenti alle restrizioni sui valichi di Gaza dal momento in cui l’accordo di cessate il fuoco è entrato in vigore alla fine di agosto.

Maher al-Tabba, direttore delle pubbliche relazioni e dei media presso la Camera di Commercio di Gaza, ha affermato che il Kerem Shalom opera con le stesse restrizioni di prima dell’offensiva militare israeliana a Gaza.

Circa 3.700 camion sono entrati l’enclave assediata tra il 28 agosto e il 15 settembre, quasi un terzo dei quali erano camion di aiuti.

Oltre 1.400 tonnellate di cemento sono entrati a Gaza tra il 2 e il 15 settembre per essere utilizzati in progetti finanziati a livello internazionale avviati prima del conflitto.

Si prevede che i tassi di disoccupazione supereranno il 55% nel prossimo futuro, ha aggiunto al-Tabba.

All’inizio di settembre, Maria Jose Torres, vice capo ufficio nel ramo del territorio palestinese occupato dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, ha riferito che nessun cambiamento è stato apportato ai valichi di Erez e Kerem Shalom. “Ci aspettavamo che l’accordo del cessate il fuoco avrebbe stabilito una serie di scadenze per alleviare e togliere il blocco, ma finora non abbiamo ottenuto nulla pubblicamente”. Ma ha aggiunto: “Ci potrebbe essere qualcosa di cui non siamo consapevoli”.

Categorie: Palestina

http://www.geopolitica-rivista.org

Gio, 18/09/2014 - 02:45

http://www.geopolitica-rivista.org/26511/israele-nazione-start-up/

Da sempre al centro dell’attenzione mondiale per motivi geopolitici e per la difficile convivenza nel contesto mediorientale, Israele è anche oggetto di interesse nell’economia internazionale in quanto pioniere delle start-up, neo-imprese dove sono ancora in corso i processi organizzativi (struttura, logistica, negoziazioni). Sono in pratica la culla dei processi di base che faranno di una piccola azienda una grande impresa. Nascono da semplici idee, ritenute innovative e potenzialmente idonee a competere sui mercati. In Israele se ne contano circa 12.000 negli ultimi venti anni, ovvero da quando il governo ha diretto parte della sua attenzione verso l’industria civile, prima di allora concentrata al 100% su quella bellica. Il settore che si pone alla guida di questa vera e propria incubatrice di innovazione è sicuramente quello delle biotecnologie, seguito da tanti altri. Secondo le statistiche del Central Bureau of Statistics di Israele, c’è una start-up ogni 1.800 abitanti, su circa 8 milioni di abitanti. Un’economia, quella israeliana, che nasce con un impianto neo-socialista trasformatasi poi negli anni ‘90 in una perfetta economia capitalista, premiata dall’OCSE, che dal 2010 la annovera tra i paesi membri.

Le start-up in Israele sono realtà che sono riuscite ad attecchire grazie soprattutto all’alto livello di istruzione che il paese vanta e che è alla base del suo sviluppo. Esempi di successo sono  la ReWalk, un’impresa che opera nel settore delle c.d. science life, che attraverso la ricerca in biotecnologie ha sviluppato un sistema che permette a persone affette da disabilità di poter camminare nuovamente. Oppure SodaStream, leader mondiale per la preparazione domestica di bevande gassate. Altro esempio ancora di eccellenza, nel mondo accademico, è sicuramente l’idea che hanno sviluppato tre studenti grazie anche al supporto delle strutture universitarie e dei loro docenti, che consiste in un sistema di rilevazione degli ostacoli attraverso una telecamera Kinect 3D e un telefono Android il quale segnala con un messaggio audio quando la persona sta per incappare in un ostacolo, invenzione molto utile per chi presenta disabilità visive.

Ma com’è riuscito un paese così piccolo e privo di risorse naturali a sostenere una crescita economica costante e di tale portata?

Le risposte sarebbero molteplici. Senza perderci in digressioni storiche, riteniamo sia doveroso accennare a una necessità che lo Stato di Israele ha da sempre dovuto affrontare: difendersi. Dalla sua fondazione nel 1948 (attraverso una risoluzione dell’ONU), Israele non venne mai accettato dagli stati arabi confinanti, da qui la costante necessità di doversi difendere, di creare un sistema di autodifesa efficiente ed efficace alle aggressioni e che fungesse anche da deterrente per i propri nemici. La strada percorsa sin da subito dai vari governi di questa giovane Repubblica parlamentare è stata quella di dare slancio alla ricerca e allo sviluppo dell’industria bellica, che usufruisce di quasi la metà degli investimenti dallo Stato. In questo settore di eccellenza Israele ha ereditato importanti realtà già esistenti nella Palestina pre-bellica, come l’ARO (Agricultural Research Organization), il Technion di Haifa (nato nel 1924), l’Università di Gerusalemme (nata nel 1925 e oggi una delle realtà accademiche più prestigiose al mondo).

La svolta arriva negli anni ‘50 quando Israele si fa pioniere non tanto di tecnologia, quanto del suo commercio. Viene costruito il primo modello di TT (Transfer Technologies), diretto a trasferire come una vera e propria merce il prodotto dell’attività intellettuale, la proprietà intellettuale appunto, come un brevetto di un software informatico. Il modello israeliano viene successivamente mutuato dagli USA negli anni ’80 e dal Giappone negli anni‘90.

La seconda ragione a cui Israele deve la sua nomea di paese in cui investire è senza dubbio il suo sistema politico ed economico. Il paese vanta un sistema politico e partitico piuttosto solido: dalle elezioni del 2009 è al Governo l’attuale premier Benjamin Netanyahu. In quelle elezioni politiche il Likud (partito di Netanyahu) era arrivato secondo, dietro Kadima di Tzipi Livni, ma i vincitori non erano riusciti a trovare una maggioranza per formare il governo ed ecco allora la formazione del governo del Likud. In precedenza Netanyahu era stato ministro delle finanze nel governo Sharon, dal quale si era dimesso per protesta contro il piano di ritiro dalla striscia di Gaza.

Dal punto di vista economico: dai dati diffusi dalla Bank of Israel relativi ai principali indicatori macroeconomici possiamo notare che nel 2013 rispetto all’anno precedente il PIL ha subito una flessione dell’1,9 %, dovuta al calo della domanda interna, un ISU (Indice di Sviluppo Umano) pari a 0,9; 700 accessi internet ogni 1000 abitanti, il PIL procapite pari a 31.296 $, il tasso di disoccupazione al 6,9%.  Il debito pubblico nell’ultimo anno è in calo dal 72% al 69% del PIL, gli IDE (Investimenti Diretti Esteri) sono in crescita costante negli ultimi quattro anni, da 5,2 mld $ a 10,4 mld $, con un picco di investimenti nel 2011 di 11,4 mld $.

In base a questi dati, il Consiglio Esecutivo del Fondo Monetario Internazionale, nella sua periodica analisi della politica macroeconomica israeliana, ha espresso notevole apprezzamento per l’efficacia delle policyeconomiche delle autorità israeliane e per le prospettive di crescita che il paese è in grado di offrire. Standard’s&Poor, la nota agenzia internazionale di rating, ha premiato Israele con una “A+” (buone possibilità di rispettare gli obblighi finanziari sebbene sia suscettibile alle circostanze e condizioni economiche degli obbligati che hanno un rating migliore) per il suo impegno credibile nella riduzione del debito e per le prospettive di investimento, fiduciosa anche delle politiche economiche messe in atto dalla Banca Centrale israeliana, ovvero l’aumento dall’8% al 9% della base di capitale degli istituti di credito, rafforzando al contempo le fonti di investimento e le riserve finanziarie. Elementi che nel loro insieme, sono considerati tra i migliori vettori per la crescita economica di un paese.

Come noto, tra molti economisti è opinione diffusa che nessuna crescita tecnologica possa avvenire senza un adeguato supporto dello Stato, capace di creare un modello nel quale si premia la “buona idea”, facendo da sostegno alla ricerca, allo sviluppo e poi infine alla sua nascita concreta. In questo contesto il governo israeliano ha creato un modello di finanziamento in grado di attrarre Venture Capital (capitali di ventura, ovvero quel capitale che si investe nel “nuovo”) e IDE.

Nel 1968 viene creato l’OCS (Office of Chief Scientist) in diversi Ministeri: Industria, Agricoltura, Comunicazioni, Difesa e Salute, con il compito proprio di promuovere la R&S (Ricerca e Sviluppo) civile nei rispettivi settori di competenza. L’OCS diventa così motore dell’economia israeliana, vengono liberalizzati il mercato del capitale e del lavoro fornendo la spinta necessaria, attraverso tassi di cambi favorevoli, per la trasformazione che porterà Israele ad esportare ben 8 miliardi di dollari in High-Tech, i cui effetti verranno analizzati più avanti.

Ma queste start-up israeliane riescono ad ottenere finanziamenti? Iniziamo col dire che il quadro normativo è stato modellato proprio per essere un sostegno valido e non un limite specioso al progresso civile del paese.  Una legge del 1985 obbliga il governo israeliano a investire ogni anno in R&S attraverso l’OCS, codificando pertanto la volontà di crescere ed essere sempre più competitivi nel mercato internazionale, affidando alla cultura d’impresa la crescita socio-economica del paese.

L’OCS ha un ruolo che noi definiremmo “burocratico”, ma nel senso positivo del termine. Ad esso gli imprenditori e le start-up sottopongono i progetti attraverso procedure di partecipazione molto snelle e questi vengono valutati nel merito della loro potenzialità effettiva. Successivamente esso assume il ruolo di investitore neutrale, finanziando il progetto per l’85% fino a un massimo di 50$K diretti alla realizzazione di prototipi, business plan e tutto il complesso di strategie di marketing per la creazione della start-up; al contempo verifica la conformità degli investimenti privati alle leggi vigenti in materia fiscale. L’azione dell’OCS accompagna il processo naturale di nascita e crescita di una start-up, dallo stadio di proprietà intellettuale a vera e propria realtà competitiva nel business world.

L’accesso al credito in questo quadro è un aspetto importante da considerare con maggiore meticolosità. L’Ambasciata d’Italia in Israele ha elaborato i dati forniti dalla BM (Banca Mondiale), indice “doing business”, mostrando un quadro di sintesi sull’accesso al credito delle PMI (piccole e medie imprese) e sulla reale possibilità di fare impresa in Israele. Le PMI sono il motore della crescita economica del paese; rappresentano il 96% di tutte le aziende israeliane, il 50% del PIL e impiegano il 60% dei lavoratori nel settore privato, ma nonostante ciò hanno un limitato accesso al credito, ricevendo dal settore bancario nel suo complesso solo il 23% delle risorse, con un 2,8% in più di tasso d’interesse rispetto al resto del settore imprenditoriale tradizionale. Questo è un problema che la Banca d’Israele intende risolvere in breve tempo, diminuendo quindi il costo del capitale e attuando una politica bancaria che favorisca la reale concorrenza tra i dieci istituti bancari presenti nel paese, cinque dei quali coprono il 95% del mercato retail (famiglie e PMI).

Questa concentrazione indebolisce la concorrenza sulla concessione del credito, colpendo il guadagno sociale anche in termini di occupazione. Ma questo è l’aspetto più prettamente economicistico. C’è però un altro elemento accennato poc’anzi con riferimento al processo di nascita di una start-up: la burocrazia.

Tema dibattuto spesso in negativo nel nostro paese, come ben sappiamo, diventa in Israele invece motivo di eccellenza. I dati estrapolati dai questionari somministrati agli imprenditori di Tel Aviv e forniti dalla BM all’interno del report “doing business”, mostrano come, sebbene l’accesso al credito sia limitato, la burocrazia fornisce più di un motivo per investire: in questa  classifica su 185 paesi presi in esame, Israele è al 35° posto per velocità di avvio di un’impresa (circa 34 giorni) con un dispendio di 4.500 Shekel (costi di registrazione e certificazione legale) e cioè poco meno di 1000 Euro;  al 103° per permesso di costruire e allacci per la fornitura di energia, al 13° per l’accesso al credito, al 6° per la protezione e la tutela degli investitori, al 10°  per le procedure di commercio e al 35° per la soluzione delle insolvenze (con un tempo medio di 2 anni e un costo relativamente basso), in fine al 22° posto nella classifica ETI per efficienza doganale.

Laddove ancora il paese presenta delle lacune (ad es. scarsa concorrenza degli istituti bancari) il gap è colmato da un sistema burocratico fondato sulla cultura d’impresa, che tende ad agevolare piuttosto che ad ostacolare gli investitori che, nel complesso, si sentono tutelati grazie alla bassa inflazione, ad una seria e determinata protezione del diritto di proprietà che favorisce nel concreto l’autonomia contrattuale dei privati e ad una giustizia efficiente. Nel 2013 era al 36° posto su 177 paesi che formano la classifica stilata ogni anno da Transparency International (una ONG con sede a Berlino), che elabora una classifica all’interno della quale vengono menzionati, su una scala da 1 a 10, gli abusi di potere percepiti nel settore pubblico. Elementi questi ultimi che certo non sono indicatori economici, ma ne influenzano l’andamento in modo apprezzabile e penetrante, in particolare nelle scelte di chi deve fare impresa ed investimenti.

***

Tema fortemente interessante, che mette sotto i riflettori un paese spesso sconosciuto da questo punto di vista e noto all’opinione pubblica internazionale per le vicissitudini politiche regionali più che per queste enormi enormi potenzialità economiche, scientifiche e culturali. Potenzialità che andrebbero approfondite con studi, ricerche e scambi internazionali mirati a cogliere tutto l’enorme patrimonio scientifico e il  know howche in questi anni (per motivi anche militari) il paese della stella di Davide è stato in grado di realizzare e sviluppare in vari settori: ricerca scientifica, innovazione tecnologica, difesa, università e tanto altro ancora.

Pietro Stilo è dottorando di ricerca in Scienze economiche e metodi quantitativi all’Università di Messina.
Dalila Ribaudo è dottoressa in Scienze dell’amministrazione e della cooperazione allo sviluppo.

Categorie: Palestina

“Potete legarmi mani e piedi”

Gio, 18/09/2014 - 02:00

Riceviamo e pubblichiamo.

 

Cari compagni e amici,

in vista della manifestazione nazionale promossa dalle comunità palestinesi in Italia il 27 settembre a Roma, e a cui invitiamo a partecipare, inviamo una poesia del poeta palestinese Mahmoud Darwish.

Saluti fraterni.

 

Potete legarmi mani e piedi
Potete legarmi mani e piedi
togliermi il quaderno e le sigarette
riempirmi la bocca di terra
la poesia è sangue del mio cuore vivo
sale del mio pane,
luce dei miei occhi,
sarà scritta con le unghie,
lo sguardo
e il ferro.
La canterò nella cella della mia prigione
nella stalla
sotto la sferza
tra i ceppi
nello spasimo delle catene.
Ho dentro di me milioni di usignoli
per cantare la mia canzone di LOTTA.

Mahmoud Darwish

Scintilla Onlus

sito web:  http://scintillaonlus.weebly.com

email:  scintilla.onlus@gmail.com

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Gerusalemme: Israele ha arrestato più di 700 palestinesi in due mesi

Gio, 18/09/2014 - 01:49

Ramallah-Quds Press. Dati multimediali israeliani hanno rivelato che le forze di occupazione hanno arrestato, nel corso dei mesi di luglio e di agosto, più di 700 palestinesi a Gerusalemme.

La polizia israeliana ha dichiarato, in un rapporto pubblicato sul sito ebraico 0404, che gli arresti sono avvenuti nell’ambito di manifestazioni caratterizzate da lanci di pietre e di bottiglie molotov, specificando che il numero delle persone arrestate a Gerusalemme ha superato quello degli arresti nell’intera Cisgiordania durante lo stesso periodo e che tali arresti sono opera dell’esercito.

Secondo lo stesso sito, vicino all’esercito israeliano, i procuratori al seguito delle forze di occupazione hanno presentato 250 capi di accusa contro gli arrestati, “mentre altri sono ancora sotto inchiesta”.

Il sito ha quindi chiarito che il numero delle operazioni rivolte contro i coloni e la polizia israeliana a Gerusalemme è notevolmente aumentato negli ultimi mesi.

Ha infine aggiunto: “La polizia ha arrestato 22 palestinesi soltanto la notte scorsa, tra i quali alcuni minorenni, nel quartiere di al-Tur al-Maqdisi, accusandoli del lancio di pietre contro la metropolitana leggera”, sottolineando come la polizia dell’occupazione abbia annullato le proprie ferie durante le scorse settimane e rafforzato le proprie truppe a Gerusalemme Est.

Traduzione di Federica Pistono

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L’occupazione arresta 12 giornalisti palestinesi

Gio, 18/09/2014 - 01:41

Ramallah-Quds Press. Le autorità israeliane hanno arrestato dodici giornalisti palestinesi, tra cui l’inviato dell’agenzia stampa Quds Press, Muhammad Muna. È quanto dichiarato dal Centro palestinese per i diritti umani.

Secondo il Centro Studi Prigionieri palestinesi, l’occupazione detiene nelle sue prigioni 12 detenuti palestinesi “nel tentativo di nascondere i crimini commessi contro il popolo palestinese, di isolarlo dalle telecamere dei media e dalle penne dei giornalisti che lo pongono sotto la luce dei riflettori e mostrano agli occhi del mondo le sue pratiche criminali, e rivelano il suo vero volto e mettono a nudo le sue false asserzioni secondo cui rispetta e applica i diritti umani”.

Tra i giornalisti arrestati vi è Muhammad Anur Muna (32 anni), di Nablus, corrispondente dell’agenzia stampa Quds Press International, sequestrato nel luglio 2013 e sottoposto a detenzione amministrativa, rinnovata diverse volte.

Traduzione di Patrizia Stellato

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L’occupazione confisca di 2000 dunum di terra a sud di Hebron

Gio, 18/09/2014 - 01:37

Hebron-Quds Press. Le autorità di occupazione israeliana hanno informato i palestinesi della parte orientale della cittadina di Yatta, distretto di Hebron, a sud della Cisgiordania occupata, della confisca dei loro terreni agricoli, vietandone l’accesso, terreni la cui superficie supera i 2000 dunum (il dunum corrisponde a mille metri quadrati).

Secondo quanto dichiarato a Quds Press da Rateb Jabour, coordinatore del Comitato nazionale anti-insediamento di Yatta, l’occupazione ha informato i cittadini residenti nella zona di “Wadi Abu Zaid” della confisca dei loro terreni, trasformati in zona militare, zona che appartiene a numerose famiglie e la cui superficie supera i 2000 dunum di terra, coltivata con alberi e ulivi.

E Jabour aggiunge che l’occupazione ha informato i proprietari che i loro terreni sono sotto confisca dal 1997 ma i loro avi hanno sempre negato la ricezione di ogni comunicato in modo tale da poter rivolgersi ai giudici e, secondo l’occupazione, l’accesso ai terreni finora non è mai stato negato, decisione recentemente annunciata attraverso comunicati ufficiali.

Traduzione di Patrizia Stellato

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22 milioni di dollari di perdite nel settore scolastico e universitario di Gaza

Gio, 18/09/2014 - 00:39

Quds Press – Gaza. Secondo un rapporto palestinese sullo sviluppo, l’ammontare delle perdite nel settore dell’istruzione (pubblica amministrazione e istruzione secondaria), verificatesi durante gli attacchi israeliani nella Striscia di Gaza, è salito a più di 22 milioni di dollari. Il bilancio delle scuole statali è pari, infatti, a 12 milioni di dollari mentre quello delle università a 10 milioni.

Secondo quanto dichiarato dal Direttore della filiale di Gaza “Pecdar”, l’ingegnere Muhammad al-Najar, in un comunicato stampa, “la distruzione ha riguardato 142 scuole statali, di cui 23 gravemente danneggiate in quanto non più agibili per il prossimo anno scolastico”, con un costo per la ricostruzione pari a 8 milioni di dollari.

Il direttore ha continuando affermando che circa altre 119 scuole sono state danneggiate parzialmente e saranno agibili per il prossimo anno se riparate il prima possibile, riparazione che costerà 4 milioni di dollari.

Ha indicato, inoltre, che le perdite nel settore dell’istruzione secondaria ammontano a circa 10 milioni di dollari, ripartiti fra tre Università, tra cui tre edifici appartenenti all’Università al-Azhar, uno dei quali interamente distrutto, le cui perdite ammontano a 3 milioni di dollari; l’Università Islamica di cui sono stati danneggiati 2 edifici con un danno di 4,5 milioni di dollari; la facoltà dell’Università di Scienze applicate di cui sono state danneggiate alcune aule, i laboratori di scienze, il centro informatico, i generatori elettrici, per danni che ammontano a 2,5 milioni di dollari.

Il rapporto, redatto dalla Commissione di monitoraggio e di enumerazione dei casi di distruzione composta da ingegneri dell’istituto “Pecdar”, filiale di Gaza, avverte in merito al deficit che interesserà le scuole pubbliche all’inizio dell’anno scolastico, scuole che accolgono 25 mila studenti e che sono state distrutte. Il rapporto, inoltre, indica che i principali problemi che affliggono le scuole di Gaza sono il sovraffollamento e la rotazione per doppi turni a causa della mancanza di scuole dovuto all’assedio.

È poi raccomandata l’introduzione di un ulteriore turno (mattina-pomeriggio-sera) come soluzione temporanea.

Il rapporto sottolinea l’importanza di introdurre nella Striscia di Gaza tutti i materiali da costruzione necessari per il risanamento delle scuole distrutte interamente o parzialmente, anche al fine di costruire nuove scuole in grado di contenere l’incremento naturale della popolazione di Gaza.

Infine, il rapporto spiega che, a causa della distruzione di diverse facoltà, centinaia di studenti non potranno portare a termine la loro istruzione superiore secondo l’iter naturale, in particolare gli studenti delle facoltà interamente distrutte come la facoltà di Agraria presso l’Università di al-Azhar, sottolineando l’importanza dell’avvio dell’opera di ricostruzione e di introduzione di materiali da costruzione nella Striscia di Gaza per far fronte agli ostacoli insormontabili causati dagli attacchi al settore scolastico.

Traduzione di Patrizia Stellato

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Who’s Your Daddy, ISIS?

Gio, 18/09/2014 - 00:02
Who’s Your Daddy, ISIS? by BAR executive editor Glen Ford “ISIS has many, many fathers, all of whom now deny patrimony.”

Let us be clear, if that is possible, about President Obama’s plan to deal with ISIS, the boogeyman of America’s own making. The president last week swore that he would “degrade and destroy” the Islamic State, after having spent three years providing weapons and money to jihadists fighters, including ISIS, in hopes that they would “degrade and ultimately destroy” the Syrian state of president Bashar Assad. So, the Americans set out to destroy one state, in Syria, whose government had never presented any danger to the U.S., and wind up creating another state, a caliphate astride the borders of Syria and Iraq, that openly declares its intention to do battle with the U.S.

Obama assures us that he is assembling a new coalition of the willing to join him in smashing ISIS. It turns out that every prospective member of the coalition was a co-conspirator with the United States in giving birth to ISIS – Britain and France and other Europeans, Turkey, Saudi Arabia, Jordan, Kuwait, the United Arab Emirates…ISIS has many, many fathers, all of whom now deny patrimony.

Obama appears to be leaving the natural gas-rich nation of Qatar out of his coalition, which doesn’t seem fair, since Qatar was a loyal ally of the United States and NATO just three years ago, when Obama was busy trying to degrade and destroy another state, Libya, which also posed no threat to the U.S. The emir of Qatar worked his gaseous little butt off for Obama, sending money and guns and mercenaries to help the Libyan jihadists that the U.S. wanted to install as the new government.

Once regime change had been accomplished in Libya, Qatar helped the Americans send hundreds of Libyan jihadists to Syria, to put that regime out of business. But, Libya never did get a new state, to replace the one that was destroyed in 2011. Instead, the country is wracked by civil war, that is also a proxy war between Saudi Arabia and its friends and Qatar.

Wars Within Wars Within Regime Changes

It seems that Qatar backed the wrong side – the Muslim Brotherhood – after the regime change in Egypt in 2011. The Saudi Arabian royal family hates the Muslim Brotherhood, because the Brotherhood advocate elections, and kings don’t do elections. So, the Saudis bankrolled another regime change in Egypt, putting the military back in charge, and are now fighting a proxy war with Qatar in Libya. Which is why the Saudis blackballed Qatar from participating in Obama’s coalition of the willing against ISIS. (You do understand all this, right?)

Turkey, which is part of NATO, has been a wonderful father to ISIS, allowing the caliphate’s fighters free use of its long border with Syria and Iraq. In return, Turkey gets to buy the cheap oil from the fields that ISIS seized from Syria and Iraq, which makes the Turks somewhat reluctant to try to kill little baby ISIS.

It’s starting to look like Obama might have to take out the caliphate on his own, which is why the president’s top military advisor is talking about putting serious U.S. boots on the ground in Iraq, and maybe in Syria. Meanwhile, Obama is putting together a new army of rebels to continue the job of degrading and destroying the Syrian state – unless, of course, these new fighters just take the money and guns and join ISIS, too.

For Black Agenda Radio, I’m Glen Ford. On the web, go to BlackAgendaReport.com., and while you’re there, sign up to get email notifications of new issues of the magazine, each Wednesday.

BAR executive editor Glen Ford can be contacted at Glen.Ford@BlackAgendaReport.com.
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Cerchiamo traduttori volontari dall’arabo, inglese e francese

Mer, 17/09/2014 - 23:43

La nostra redazione cerca traduttori volontari dall’arabo, inglese e francese.

 

Chi avesse qualche ora disponibile durante la settimana è invitato a contattarci:

redazione@infopal.it

 

Grazie!

 

La Redazione

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L’ONU negozia l’accordo per la ricostruzione di Gaza

Mer, 17/09/2014 - 01:49

Nazioni Unite – AFP. Martedì un inviato ha riportato che le Nazioni Unite hanno mediato un accordo israelo-palestinese sulle importazioni di materiali da costruzione a Gaza per garantire che non vengano dirottate da Hamas.

L’accordo sul controllo della fornitura di materiali “deve iniziare e proseguire senza indugio”, ha dichiarato Robert Serry, inviato Onu per il Medio Oriente.

L’accordo, annunciato da Serry in una riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, consentirebbe alle imprese private di muoversi a ricostruire Gaza dopo la recente guerra di 50 giorni che ha devastato l’enclave e ha lasciato più di 2.140 palestinesi morti.

Ciò risponde, attraverso la creazione di un meccanismo di monitoraggio delle Nazioni Unite delle importazioni, alle preoccupazioni di Israele che cemento e altri materiali possano essere usati per ricostruire i tunnel di Hamas.

Serry ha descritto la distruzione a Gaza come “veramente scioccante”, con circa 18.000 case spianate o gravemente danneggiate, 65.000 palestinesi nei rifugi gestiti dell’ONU e altri 100.000 resi senzatetto.

Ha fatto appello per la riapertura dei valichi per consentire la consegna di materiali e ha sottolineato che l’azione rapida di ricostruzione fornirebbe un “segnale di speranza al popolo di Gaza.”

Il 12 ottobre l’Egitto ospiterà una conferenza dei donatori per la ricostruzione di Gaza sostenuta dalla Norvegia.

Serry ha avvertito: “La crisi di Gaza è tutt’altro che finita e la finestra di opportunità per soddisfare le esigenze critiche e stabilizzare la situazione è breve”.

L’inviato ha lanciato un appello per un’azione di “cambiamento radicale delle dinamiche a Gaza”, avvertendo che “se non lo facciamo, Gaza potrebbe implodere o, ancora una volta, esplodere. Se possibile, con un nuovo e ancor più devastante ciclo di violenza”.

Dopo settimane di negoziati mediati dall’Egitto, Israele e Hamas avevano deciso di fermare il fuoco a Gaza il 26 agosto, dopo 50 giorni del loro più mortale confronto in anni.

La ripresa dei colloqui indiretti è programmata per metà settembre per discutere le questioni a più lungo termine.

I diplomatici delle Nazioni Unite, tuttavia, sono preoccupati per l’impegno israeliano e palestinese nei colloqui di pace, con un membro del Consiglio di sicurezza che dichiara che le parti sembravano essere alla deriva verso una “pace fredda”.

Il consiglio non è stato in grado di accordarsi su un progetto di risoluzione per sostenere la tregua di Gaza.

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Califfato ISIS: progetto politico e diabolico marketing d’infiltrazione

Mer, 17/09/2014 - 01:16

Mcc43. Un’ambigua inerzia (ultra) decennale.

L’infezione ISIS  origina dall’invasione americana dell’Iraq del 2003, quando  Abu Musab al Zarqawi  crea il nucleo iniziale,  al-Jamāʿat al-Tawḥīd wa al-Jihād. Passata attraverso varie denominazioni – oggi vuole essere solamente IS, Stato Islamico – è  stata allora ritenuta o raccontata come una delle tante sigle jihadiste, eventualmente utilizzabili per spostare equilibri di potere.
Nel 2006 l’organizzazione entra ufficialmente nella rete di Al Qaeda, aggiungendo la specificazione “in Iraq”.  Prontamente  Al Zarqawi viene ucciso da un bombardamento americano. Ucciso anche il successore Abu Omar al Baghdadi in uno scontro a fuoco con i soldati americani nel 2010. Subentra, e persiste fino a oggi, Abu Bakr Al Baghdadi.

Fatto curioso: Abu Bakr Al Baghdadi era ben noto agli americani che l’avevano tenuto prigioniero, dal 2004, per poi rilasciarlo nel 2009  “senza condizioni” su raccomandazione di una speciale Commissione. Come si vede, in tempo utile per assumere il comando dell’organizzazione ormai notoriamente alqaedista. All’ovvio stupore generale, le fonti americane offrono come giustificazione l’inesperienza del personale della Commissione.

Indubbiamente prendere cantonate è nell’ordine delle cose possibili, tuttavia la perplessità resta ragionevole; specialmente se fossero  autentiche le immagini che ritraggono il senatore John McCain in Siria nel 2013 con un gruppo di  jihadisti, ivi compreso  Al Baghdadi.  Di più: se fosse autentica la notizia che Al Baghdadi è stato addestrato dalla Cia e dal Mossad. Accusa banalissima, ci si può soffermare perché è targata Snowden  e  finora non risulta che  lo stesso Edward Snowden ne abbia negato l’autenticità.  Dagli ambienti che si usa definire complottisti spunta la motivazione: gli Usa e Israele nel creare e/o potenziare  questa sigla jihadista avrebbero inteso attirare terroristi in un solo luogo e sotto un marchio (the hornet’s nest strategy, strategia nido di vespe) per proteggere  da infiltrazioni lo stato d’ Israele.

Al presente, Al Baghdadi si è autoproclamato Califfo, ha fondato lo Stato Islamico, IS, chiede obbedienza a un milione e duecentomila musulmani al mondo e ha organizzato sotto di sé un Consiglio i cui membri sono responsabili per specifiche zone geografiche e di attività.

Praticare il terrorismo costa: finanziamenti

Oggi lo Stato Islamico è una lobby del crimine, con profitti diversificati secondo le zone geografiche assoggettate:  contrabbando petrolifero, controllo della produzione della droga, traffico di  organi umani, sequestri per estorsione, imposizione di tasse. Un quadro completo e straordinariamente preoccupante è nell’articolo del blog di Lorenzo Piersantelli,  dove si legge anche “E’ documentato che gran parte dei sussidi finanziari che la milizia percepisce provengono da tre Stati storicamente alleati con gli States: Kuwait, Qatar ed Arabia Saudita”.
Il capitale iniziale, per così dire, proviene da quegli stessi paesi  che hanno istigato e manovrato le insurrezioni popolari delle “primavere arabe”, paesi connotati religiosamente come fondamentalisti. Nell’insieme la sensazione che si ricava è che, cresciuta in estensione e in potenza, cambiando via via appellativi ma restando sempre in lingua araba Da’ish, la IS di oggi sia prima di tutto un’ internazionale del crimine, la cui connotazione “religiosa” è strumento per l’espansione a partire da una determinata zona territoriale: i paesi arabi del medio oriente.

Il progetto politico e l’espansione

Il progetto politico ingloba la lotta all’Occidente che fu di Al Qaeda, ma  antepone a questo l’azione tesa a controllare il Medio Oriente per destabilizzarlo politicamente e teologicamente. Tappa successiva: unire sotto la bandiera nera di un Islam vissuto in chiave chiusa e fondamentalista il Medio Oriente, il Nord Africa, la penisola Iberica  e i Balcani, come mostra la mappa nella Galleria fotografica in fondo all’articolo.

Sotto il profilo teologico, la proposta dell’IS è in consonanza con il Wahabismo saudita, il che spiega la protezione di cui ha goduto da Ryad. Si connota, però, come una “riforma” purista che si riallaccia all’origine dell’eresia wahabita:  “Un Capo, Un Governo, Una moschea”. In altre parole, controllo totalitario sulle idee, le azioni, la religione.

Da Iraq e Siria, sue roccaforti ormai, agisce verso il Libano; in Giordania e perfino in  Kuwait i Governi sanno dell’esistenza di cellule dormienti.
L’Arabia Saudita si aspetta ora un blowback della precedente politica di sostegno finanziario; secondo una gola profonda, disertore dall’IS, gli obiettivi a venire sarebberoMecca e Medina. Per questa ragione i Sauditi hanno iniziato a finanziare a pioggia l’esercito libanese e le iniziative antiterrorismo dell’ONU.  Del resto molti Sauditi, pur di stretta osservanza dogmatica Wahabita sono preoccupati per le dottrine radicali dell’IS e stanno cominciando a mettere in discussione la politica seguita finora dalla monarchia; anche questo è un elemento di destabilizzazione politica mentre il regno è coinvolto in una difficile transizione monarchica.

Nell’ immagine in apertura dell’articolo, e ancor meglio in un’altra visibile nella Galleria fotografica, una mappa del Medio Oriente evidenzia in rosso le zone già controllate dall’IS. Ben visibile il corridoio che collega le milizie dislocate in Siria e in Iraq, ma la minaccia si sta ora spostando verso la Turchia, paese che negli anni scorsi lasciava socchiuse le frontiere per coloro che andavano ad ingrossare le fila dei combattenti contro Assad. “I confini erano spalancati. Li abbiamo usati per entrare e uscire facilmente dalla Turchia. Nessuno ci chiedeva niente, era facile portare armi in Siria” hadichiarato a Reuters uno di loro. Secondo una fonte turca, la lista degli individui  sospetti cui è stato negato il visto toccava l’anno scorso quota 4 mila; se la tolleranza diverrà controllo e repressione, l’IS potrebbe classificarla come stato nemico e iniziare gli attacchi terroristici. Forse con questa prospettiva il 24 agosto  l’IS ha occupato una base aerea nel nord-est della Siria, tappa del percorso verso nord che potrebbe assicurare il controllo del valico di frontiera di Jarablus, mantenendo così la massima libertà nella circolazione delle armi.

Abu Bakr Al Baghdadi (video  ) si rivolge a tutti i musulmani del mondo,  li chiama a liberare la Siria e l’Iraq che “ora non appartengono ai siriani e agli iracheni”. Si rivolgeai combattenti  “La comunità islamica  guarda il vostro jihad con gli occhi della speranza, e voi avete fratelli ovunque nel mondo a cui sono inflitte ogni forma di tortura, il cui onore è violato, il cui sangue è versato”. Profetizza  “Se avrete fiducia, conquisterete Roma e il mondo intero, se Allah vuole“.
Non è il delirio di un ignorante, come molti vogliono credere, è la manipolazione delle emozioni a opera di un astuto che si rivolge agli ingenui: vellica l’idealismo e delinea un sogno eroico. Sono gli stessi tasti emotivi che resero possibili le crociate cristiane di secoli fa.
La liberazione di cui parla Al Baghdadi non è il riscatto da un nemico precisamente delineato, è  un riscatto da umiliazioni personali e, collettivamente, una  pretesa rivoluzionaria: imporre un nuovo ordine, sia pure denominato con la parola antica di Califfato.

Il reclutamento
Quanti sono i terroristi dello Stato islamico? I numeri variano secondo le fonti, scelgo la stima di  un  consulente dell’intelligence irachena: 100.000 “I membri dello Stato islamico si sono moltiplicati in modo drammaticamente  pericoloso. Avendo un’enorme quantità di armi e di soldi hanno fatto un boccone degli altri gruppi d’insorti sunniti“.  E poi: “Gli investigatori dell’ Onu sono in allarme per il crescente arruolamento di bambini, che spesso spuntano poi in campi di addestramento siriani.”

Gli stranieri sarebbero circa 20.000  provenienti  da 83 Paesi diversi. Una migrazione che evidenzia due questioni. La  capacità della leadership IS di sfruttare il web per raggiungere ogni parte del mondo. L’incapacità di molti paesi dell’Occidente nel motivare i giovani verso i principi cardine della democrazia, dei diritti umani, della gestione non conflittuale dei rapporti internazionali, perché la nostra società offre molto in termini pratici, ma non molti  ideali al di là del vivere quotidiano.

Degli americani arruolati qualcosa si sa; alcuni hanno account nei social media,  come il californiano Douglas McAuthur McCain, caduto in combattimento pochi giorni or sono, a detta della milizia che lo ha annunciato pubblicando la foto del suo passaporto.  L’account Twitter  @iamthetooth  dal 27 agosto non è più raggiungibile, l’ultimo post era un retweet“It takes a warrior to understand a warrior. Pray for ISIS.”
Il silenzio è completo, invece, sui reclutati in India, il paese dove vive la seconda più numerosa comunità islamica e che non è stato esente in passato dal terrorismo interno. Ilritorno in patria dei combattenti  IS è una prospettiva agghiacciante.
L’Indonesia è la nazione a maggioranza musulmana più popolosa,  86%; nella sua Costituzione  non vi è riferimento a una religione nazionale e la libertà di culto è assicurata. Completa, quindi , la dissonanza con il radicalismo IS. Negli ultimi anni si è verificata l’insorgenza di forme di fondamentalismo islamico, che diventano preoccupanti con l’esplosione propagandistica bigotta dell’IS. Non occorrerebbe molto, un solo attentato spettacolare per far gridare alla persecuzione dei Cristiani,  che sono l’8% della popolazione? Nel passato storico dell’Indonesia c’è  lo spaventoso massacro di un milione di persone, quando gli USA aiutarono il colpo di stato di Suharto nel 1967; al tempo il target era individuato politicamente, i comunisti, oggi il fondamentalismo dell’IS offre come nemico tutte le etichette religiose, a partire dall’Islam che in Indonesia non opprime le altre confessioni.

Le fila si ingrossano anche, come affermava l’esperto iracheno,  con gli assorbimenti dalla galassia jihadista. E’del 27 agosto la notizia che il Libyan al-Battar Brigades  si è unito ai combattenti dell’IS nella provincia siriana di Hasaka: un triangolo di territorio abitato in prevalenza da Curdi,  incuneato fra i confini dell’Iraq e della Turchia; a ovest altri gruppi, insieme al potente Al Nusra, alleato intermittente di IS, già impegnano Israele sulle occupate Alture del Golan.

In alcuni video di propaganda l’esistenza del Califfato vuole rendersi evidente, compaiono giovani in divisa, simili a soldati regolari, che mostrano il documento d’identità rilasciato dallo Stato Islamico.

L’IS usa i media per attrarre e reclutare, così come li usa per terrorizzare: barbare esecuzioni di prigionieri, lunghe file di potenti mezzi corazzati, caroselli di auto con bandiere nere nelle città occupate. Nelle società occidentali che, più o meno tutte prediligono la spocchia dei vincitori, anche queste esibizioni di potenza possono attrarre gli insoddisfatti  e spingerli  ad ambire alla fusione nell’orda “vincente”.

L’altra faccia dell’IS: paternalismo prima, oppressione poi
Oltre alla faccia crudele, sanguinaria, declamatoria che raccontano i media, l’IS ne possiede un’altra ancora più temibile: il diabolico marketing del consenso presso le popolazioni da fidelizzere.

L’assai pregevole reportage “Meeting ISIL: PressTV goes deep inside the terrorist group, girato in Siria e in Iraq, segue passo passo la tattica con cui i miliziani si insinuano, prima “bonariamente”,  fra le popolazioni  dei territori conquistati.

Le parole d’ordine e gli slogan sono veri e propri comandi: “no al secolarismo”“chi vuol prendere la via dell’inferno sceglie la democrazia”, ma inizialmente non sono imposti con il mitra. Vengono proposti con riunioni  sotto un tendone, come in una delle nostre sagre di paese. Musica, tenere attenzioni per bambini, l’ospite d’onore straniero, che racconta di aver lasciato il suo paese (opportunamente coperto di critiche) per venire a “costruire il Califfato”. Poi il discorso teso a infiammare i cuori: il capo milizia, per l’occasione nella parte di  conduttore della serata con la medesima gestualità e il fare ammiccante di un anchorman televisivo: “Mi vergogno quando vedo gente che viene dall’Afghanistan, dalla Finlandia, dall’Australia, dal Giappone.. e qui c’è chi non fa niente”.
Ma contano di più le riunioni, condotte con un apparente tono deferente, con i capi tribù; conquistarli alla causa significa avere in mano un intero paese. Prima avvertenza, rassicurare. All’ingenua domanda su  chi comanderà quando saranno parte dello Stato Islamico, “Voi governerete il vostro paese, metteremo una straniero solo nei casi in cui non ci sia nessuno qualificato”.
Secondo: tessere legami affettivi che assicurino lealtà e connivenza. Ogni capo tribù è lusingato che la figlia vada in sposa  a uno di questi combattenti dal glorioso futuro.
Terzo: il cerimoniale. La gente, o meglio i maschi da quel che si vede nel film, è chiamata al giuramento: l’applicante fa eco alle parole del capo della milizia in veste officiante e  tutto è sigillato da un abbraccio finale. Rammenta l’affiliazione a certe sette pseudo-religiose americane.
Quarto: l’opera d’incantamento del corpaccione sociale. L’IS s’insinua nelle carenze basilari: produce  pane  e lo rivende a prezzo politico, distribuisce generi alimentari, benzina, gas, medicine, apre scuole per i bambini.  Cosa c’è di più convincente per della gente povera o impoverita da anni di guerra civile?

Il progetto politico, dal modo populista, improvvisamente si volge al modo terrificante e oppressivo. La medesima modalità degli strozzini, dei mafiosi, dei pusher:  prima dare, poi passare all’incasso di cento volte tanto. S’instaura il monopolio e si procede al razionamento  dei generi di prima necessità. Si punisce  con la morte immediata anche solo un vago sospetto di ribellione. Si priva la vita di qualsiasi certezza; il film mostra una tecnica d’inganno praticata in Iraq. In piena notte terroristi in divisa da soldati dell’esercito iracheno bussano alla porta di casa, si fanno aprire, irrompono, esigono bruscamente i documenti, da questi comprendono quali informazioni possono ottenere; a soddisfazione raggiunta svelano la propria identità e uccidono.

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Il terrorismo dell’IS si sconfigge  definitivamente solo agendo contro questo diabolico marketing del consenso.  Ci sono nazioni da proteggere, come si è visto Turchia, India, Indonesia e certamente occorre aggiungere Algeria, contro l’infiltrazione dell’IS predisponendo misure preventive. Informazione, propaganda contraria a quella sanguinaria dei terroristi, ma soprattutto occorre rapidamente migliorare le condizioni di vita: incidere sul livello di povertà, di isolamento e di esclusione di molte zone del Medio Oriente, e non solo. E – se si vuole rendere lecita e lungimirante l’intromissione di una potenza straniera negli affari interni di uno stato – occorre sostenere le forze politiche locali libertarie per garantire multiculturalismo e rispetto dei diritti umani.
La risposta armata cui pavlovianamente ricorrono le grandi potenze finisce per essere essa stessa un crimine contro l’umanità. Chi crede risolutivi i bombardamenti delle milizie IS si renda conto che IS  “è” fra la popolazione. Spesso l’ha convinta, sempre la terrorizza. Per uccidere un terrorista si può provocare un’ecatombe di persone che non avevano scampo, né prima, né adesso.
Screen captures dal film Meeting ISIL : PressTV goes deep inside the terrorist group 

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“Gli scafisti hanno affondato il barcone, poi sono rimasti a guardarci affogare”

Mer, 17/09/2014 - 00:07

Pozzallo-Repubblica.it. ”Li hanno ammazzati, ci hanno affondato perché volevano trasferirci su un’altra barca più piccola. Eravamo oltre 500, uno sopra l’altro, e quando ci hanno detto che dovevamo andare su quell’altra barca ci siamo rifiutati perché saremmo sicuramente finiti in fondo al mare. A quel punto gli scafisti, quelli che ci avevano caricato nel porto di Damietta in Egitto, ci hanno speronato fracassando la prua e siamo finiti tutti in mare. Noi ci siamo salvati, ma gli altri, centinaia di persone, sono tutte annegate”. 

Quante? Hamed, 16 anni appena, palestinese e dimesso dall’ospedale di Pozzallo l’altro ieri adesso si trova con altre decine di coetanei nel reparto riservato ai minori del centro d’accoglienza di Pozzallo, ancora frastornato e parla con un altro suo connazionale, anche lui sopravvissuto alla carneficina di venerdì scorso nelle acque tra la costa maltese e quella ragusana. “Quelli come me che sono stati salvati dalla nave (il mercantile “Pegasus”, battende bandiera panamense, ndr) siamo stati in 9 o dieci. Tutti gli altri, centinaia di persone, intere famiglie con bambini sono morti, finiti in fondo al mare”. I responsabili di quell’omicidio di massa sulla quale ora sta indagando la Procura di Catania per il reato di “strage”, sono  fuggiti con quel barcone che era la “cabina di regia della morte” e sono già probabilmente rientrati in Egitto pronti ad organizzare altre traversate. “Erano in tre o quattro – racconta il ragazzo palestinese sopravvissuto alla tragedia – gli stessi che ci avevano prelevato il 6 settembre scorso dal capannone vicino a una spiaggia, in Egitto. Perché eravamo lì, in attesa di partire da alcune settimane. In 500, molti palestinesi, tanti siriani e sudanesi: tutti prigionieri in quel capannone vicino a Damietta. Quando siamo partiti il mare era per fortuna molto buono, ma su quel barcone eravamo tantissimi e avevamo paura di affondare. Durante la navigazione che è durata due o tre giorni, non ricordo bene, ci avevano fatti spostare da un barcone all’altro. Abbiamo cambiato barca almeno tre volte, poi i trafficanti dalla loro imbarcazione ci avevano ordinato di trasferirci su un’altra barca ancora, molto più piccola di quella sulla quale stavamo navigando a pelo d’acqua, rischiando di rovesciarci da un momento all’altro. Molti di noi si sono rifiutati perché saremmo sicuramente affondati. “Non possiamo andare su quella barca, come facciamo a entrarci tutti?”, chiedevamo agli scafisti. A  certo punto, dopo molti minuti gli scafisti si sono arrabbiati e ci hanno speronato facendoci cadere tutti in mare”. Molti sono annegati subito, altri hanno tentato di aggrapparsi a qualunque cosa galleggiasse. “Chiedevamo aiuto mentre stavamo per annegare e “loro” (gli scafisti, ndr) ci guardavano come se fossero al cinema. Scomparivano uno dopo l’altro, il mare ci inghiottiva velocemente, molti di noi, compreso me, non sapevamo nuotare, io prima di allora non l’avevo mai visto il mare. In sette oppure otto ci siamo aggrappati a un salvagente ma con il passare delle ore molti non ce l’hanno fatta e siamo rimasti solo in due, io e un altro ragazzo, mio connazionale che indossava un giubbotto salvagente. Poi è sparito anche lui. Altri stavano aggrappati a dei piccoli pezzi di legno e la corrente se li portava via. Per molte ore, non so quante, siamo rimasti in acqua in quelle condizioni”. Hamed e gli altri otto sopravvissuti sono stati salvati dal mercantile Pegasus che a bordo aveva già oltre 300 naufraghi raccolti in mare durante la navigazione. “Quando ho visto quella grande nave che avanzava lentamente ho alzato una mano per chiedere aiuto, non avevo più voce né forza. Ho avuto paura perché pensavo che non mi vedessero. Invece, per fortuna, non è stato così. Hanno calato una piccola barca in mare e mi hanno salvato”. Hamed adesso spera di lasciare Pozzallo per raggiungere alcuni parenti che si trovano in nord Europa. “Lì, in Norvegia, ho alcuni cugini che molti anni fa sono riusciti a partire dalla Palestina e vivono tranquilli e felici. Lavorano e mandano soldi a casa ed è quello che ho promesso di fare anch’io a mio padre e mia madre quando sono partito per raggiungere l’Europa. Spero di riuscirci”.
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