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MEMO. Di Ramzy Baroud. Ormai non c’è giorno in cui un politico o un intellettuale israeliano di spicco non dica qualcosa di oltraggioso contro i palestinesi, suscitando di solito poca attenzione o un meritato sdegno.

Proprio qualche giorno fa, il ministro dell’Agricoltura israeliano, Uri Ariel, dichiarava di voler vedere altri palestinesi morti e feriti a Gaza.

“Come mai abbiamo questo potere così speciale di sparare e innalzare colonne di fumo e fuoco ma nessuno si fa male? È ora che ci siano anche i morti e i feriti”, queste le sue parole.

La richiesta avanzata da Ariel di vedere più palestinesi morti e feriti è solo l’ultima delle tante affermazioni ripugnanti, come quelle fatte contro Ahed Tamimi, ragazza di 16 anni arrestata durante un violento raid israeliano nella sua casa a Nabi Saleh, in Cisgiordania.

La ragazza, ripresa in un video, aveva schiaffeggiato un soldato il giorno dopo che l’esercito israeliano aveva sparato in testa al cugino, finito poi in coma.

Il ministro dell’Istruzione israeliano, Naftali Bennett, famoso per le sue opinioni estremiste, spera che Ahed e altre ragazze palestinesi “passino il resto dei loro giorni in carcere”.

Un rinomato giornalista israeliano, Ben Caspit, spera invece in una punizione ancora più grave. Ha infatti proposto di violentare in carcere Ahed e le ragazze come lei.

“Per casi come questi dovremmo adottare altri tipi di provvedimenti, al buio, senza testimoni né telecamere”, ha scritto in ebraico.

Questa mentalità violenta e rivoltante, tuttavia, non è una novità. È piuttosto il proseguo di un retaggio antico, consolidato da una lunga storia di violenza.

È innegabile che le dichiarazioni di Ariel, Bennet e Caspit non sono state fatte in un momento di rabbia. Sono bensì il riflesso di politiche che vanno avanti ormai da 70 anni. Uccidere, violentare e incarcerare a vita sono misure che caratterizzano lo stato di Israele da molto tempo.

Questa eredità violenta è parte di Israele anche oggi, grazie a quello che lo storico israeliano Ilan Pappe ha definito un “genocidio crescente”.

Nel corso degli anni poco è cambiato di questa lunga eredità, se non nomi e titoli. Le milizie sioniste che hanno orchestrato il genocidio dei palestinesi prima del 1948 si sono unite a formare l’esercito israeliano; e i leader di questi gruppi sono diventati i leader di Israele.

La nascita violenta di Israele nel 1947-48 fu il culmine del violento corso degli eventi. Fu il momento in cui gli insegnamenti sionisti furono messi in pratica, e il risultato fu orribile.

“La tattica di isolare e attaccare un dato villaggio o cittadina e massacrarne orrendamente e indistintamente la popolazione fu una strategia impiegata in maniera sistematica dalle bande sioniste per costringere la popolazione dei villaggi circostanti a scappare”, mi disse Ahmad Al-Haaj quando gli chiesi alcune riflessioni sul passato e presente di Israele.

Al-Haaj è uno storico palestinese ed esperto della Nakba, la “catastrofe” che decimò i palestinesi nel 1948.

L’intellettuale, oggi 85enne, iniziò a parlare dell’argomento 70 anni fa quando, da quindicenne, assistette al massacro di Beit Daras per mano della milizia sionista Haganah.

La distruzione del villaggio nel sud della Palestina e l’uccisione di decine di abitanti provocò lo spopolamento di molti villaggi adiacenti, tra cui al-Sawafir, villaggio natale di Al-Haaj.

“Il famoso massacro di Deir Yasin fu il primo esempio di queste uccisioni ingiustificate, uno schema che fu riproposto in altre zone della Palestina”, ha dichiarato Al-Haaj.

La pulizia etnica della Palestina di allora fu programmata da alcune milizie sioniste. La milizia ebraica principale era la Haganah, facente capo all’Agenzia Ebraica.

Quest’ultima fungeva da semi-governo sotto l’egida del Governo Mandatario Britannico, e la Hanagah era il suo braccio armato.

Tuttavia, altri gruppi vi presero parte, ognuno con il proprio programma. Due dei principali erano l’Irgun (Organizzazione Militare Nazionale) e il Lehi (conosciuto anche come Banda Stern). Questi gruppi si resero artefici di numerosi attacchi terroristici, tra cui bombardamenti di autobus e assassini mirati.

Menachem Begin, russo di nascita, era il leader dell’Irgun che, insieme alla Banda Stern e altri militanti ebrei, massacrò centinaia di civili a Deir Yassin.

“Dite ai soldati: avete fatto la storia di Israele con i vostri assalti e le vostre conquiste. Continuate così, fino alla vittoria. Come a Deir Yassin, così ovunque, attaccheremo e annienteremo il nemico. Dio, Dio ci ha scelto per conquistare” scriveva Begin all’epoca, descrivendo il massacro come una “bellissima azione di conquista”.

Il legame intrinseco tra parole e azioni resta immutato.

Quasi 30 anni dopo, un terrorista ricercato, Begin, divenne primo ministro di Israele. Intensificò il sequestro delle terre della neo-occupata Cisgiordania e di Gerusalemme Est, scatenò una guerra in Libano, annesse Gerusalemme Occupata a Israele e organizzò il massacro di Shabra e Shatila nel 1982.

Tra questi terroristi tramutati in politici troviamo Begin, Moshe Dayan, Yitzhak Rabin, Ariel Sharon, Rafael Eitan e Yitzhak Shamir. Ognuno di loro ha un passato costellato di violenza.

Shamir fu primo ministro israeliano dal 1986 al 1992. Nel 1941 era stato imprigionato dai britannici per aver fatto parte della Banda Stern. Più tardi, come primo ministro, ordinò la repressione violenta di un’insurrezione palestinese non-violenta nel 1987, fratturando di proposito le ossa ai bambini accusati di aver tirato pietre contro i soldati israeliani.

Perciò, quando i ministri del governo come Ariel e Bennett chiedono violenza ingiustificata contro i palestinesi, stanno semplicemente portando avanti il retaggio di sangue che ha caratterizzato ogni singolo leader israeliano del passato. È la mentalità violenta che continua a controllare il governo israeliano e il suo rapporto con i palestinesi; anzi, con tutti i suoi vicini.

Traduzione di Giovanna Niro

Valle del Giordano-Quds Press e PIC. Un soldato israeliano è rimasto ferito nel pomeriggio di venerdì in un presunto attacco automobilistico vicino al valico di al-Karama, nella Valle del Giordano.

In un comunicato, l’esercito israeliano ha affermato che l’incidente è stato premeditato e ha annunciato l’arresto dell’autista palestinese.

Secondo fonti israeliane, un autista palestinese ha investito e ferito un soldato israeliano mentre cercava di entrare nell’area di Qasr al-Yahud, a cui gli è stato negato l’ingresso dalle forze israeliane.

 

PIC. Il Centro per gli Studi dei Prigionieri palestinesi ha reso noto giovedì che Maher Younis, 59 anni, della città di Arah, nella Palestina occupata nel 1948, è entrato nel 36° anno di reclusione nelle carceri israeliane.

Il portavoce del Centro, Riyad al-Ashqar, ha affermato che il prigioniero Younis è detenuto dal 18 gennaio 1983. Sta scontando una condanna per l’uccisione di un soldato israeliano. È considerato il secondo detenuto palestinese di più vecchia data, dopo il cugino Karim Younis, arrestato due settimane prima.

I tribunali israeliani li avevano condannati alla pena di morte per impiccagione. Tuttavia, le sentenze furono trasformate in ergastoli.

Il prigioniero Maher Younis portò avanti uno sciopero della fame di dieci giorni, nel 2013, nel carcere di Galboa, per attirare l’attenzione dell’Autorità Palestinese (ANP) sulla propria condizione di detenuto di vecchia data che non è mai stato incluso in accordi di scambio tra l’ANP e le autorità israeliane di occupazione.

 

Il Cairo-PIC. La Conferenza mondiale a sostegno di Gerusalemme, organizzata da al-Azhar, in Egitto, ha sollecitato, giovedì, intensi sforzi per proclamare Gerusalemme come capitale eterna dello stato indipendente della Palestina.

Si tratta delle raccomandazioni della dichiarazione finale della Conferenza di due giorni svoltasi al Cairo, durante la quale sono stati discussi gli ultimi sviluppi dopo il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte degli USA, il 6 dicembre 2017.

La conferenza di Al-Azhar, alla quale hanno preso parte alti funzionari e personalità, ha sottolineato l’identità araba di Gerusalemme e come, nel corso della storia, la città santa abbia fatto parte del patrimonio islamico e cristiano.

La Conferenza ha affermato che dovrebbero essere intrapresi sforzi per ottenere il riconoscimento internazionale di Gerusalemme come capitale eterna della Palestina e approvato il suggerimento di al-Azhar di definire il 2018 “l’anno di Gerusalemme”.

Le raccomandazioni finali chiedono ai responsabili delle decisioni nel mondo arabo e musulmano di non prendere alcuna misura che danneggi la causa palestinese o sostenga la normalizzazione con Israele, confermando il rifiuto categorico della Conferenza della decisione statunitense su Gerusalemme.

La Conferenza ha invitato a mobilitare le energie ufficiali e popolari, a livello arabo e internazionale, per porre fine all’occupazione israeliana della Palestina.

PCHR. Rapporto settimanale (11 – 17 gennaio 2018).

Le forze israeliane continuano i crimini sistematici nei Territori Palestinesi Occupati.

  • Le forze israeliane hanno continuato a far uso di forza eccessiva nei Territori Palestinesi Occupati

– 3 civili palestinesi, tra cui 2 minori, sono stati uccisi, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

– 112 civili palestinesi, tra cui 29 minori, 2 giornalisti e un paramedico, sono stati feriti in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

– 44 sono stati colpiti da pallottole, 54  da pallottole di metallo rivestite di gomma e 14 da lacrimogeni e dalle loro schegge.

– 12 dimostranti, tra cui 5 minori,  sono stati arrestati in Cisgiordania.

  • Aerei da guerra israeliani hanno colpito un tunnel nella Striscia di Gaza meridionale, ma non si segnalano feriti.
  • Le forze israeliane hanno condotto 79 incursioni nelle comunità palestinesi della Cisgiordania e una nella Striscia di Gaza meridionale.

– 101 civili, tra cui 25 minori e 3 donne, sono stati arrestati.

– 38 di loro, tra cui 14 minori e 2 donne, sono stati arrestati a Gerusalemme.

  • Nella Striscia di Gaza sono stati registrati diversi scontri a fuoco contro le barche da pesca palestinesi.
  • Le autorità israeliane hanno proseguito le loro attività di insediamento in Cisgiordania.

– I coloni israeliani hanno iniziato a istituire una strada di insediamento tra Nablus e Qalqiliya.

  • Si segnalano scontri a fuoco nelle aree di confine della Striscia di Gaza, ma non si segnalano vittime.
  • Le forze israeliane hanno diviso la Cisgiordania in cantoni e hanno continuato a imporre la chiusura illegale sulla striscia di Gaza per l’11° anno consecutivo.

– Sono stati istituiti decine di check-point temporanei in Cisgiordania e altri sono stati ripristinati per ostacolare la circolazione dei civili palestinesi.

– 4 civili palestinesi, tra cui una donna, sono stati arrestati ai check-point in Cisgiordania.

Riassunto.

Le violazioni israeliane del diritto internazionale e del diritto internazionale umanitario nei Territori Palestinesi Occupati sono continuate durante il periodo di riferimento (11 – 17 gennaio 2018). 

Colpiti. 

Durante il periodo di riferimento, le forze israeliane hanno ucciso 3 civili palestinesi, tra cui 2 minori, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Hanno anche ferito 112 civili palestinesi, tra cui 29 minori, 2 giornalisti e un paramedico, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Nella Striscia di Gaza, le forze israeliane hanno continuato a inseguire i pescatori palestinesi nel Mare di Gaza e a colpire le zone di confine mentre gli aerei israeliani hanno colpito i tunnel.

In Cisgiordania, l’11 gennaio 2018, le forze israeliane hanno ucciso Ali Qino (Qadous) (17 anni) del villaggio di Iraq Burin, a sud di Nablus. Il minore è stato ucciso quando i soldati israeliani di stanza vicino a cubi di cemento posizionati al mattino dalle forze israeliane, sulla strada principale del villaggio, hanno aperto il fuoco. Alcuni ragazzi hanno lanciato pietre contro i soldati da una distanza di 150 metri. Questi hanno immediatamente aperto il fuoco contro di loro, uccidendo l’adolescente. I medici dell’ospedale specialistico di Nablus, dove è stato trasferito il minore, hanno riferito che quest’ultimo è stato colpito da una pallottola che gli è entrata in fronte uscendo dalla parte sinistra, causando la frattura del cranio e un’ernia cerebrale.

Il 15 gennaio 2018, in un crimine simile, le forze israeliane hanno ucciso Ahmed Salim (24 anni) dal villaggio di Jayous, a nordest di Qaqliliya. È stato ucciso mentre partecipava a una protesta pacifica contro la decisione del presidente degli USA di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele organizzata quotidianamente nella zona di al-Mentar, vicino al muro di annessione, a ovest del villaggio. Testimoni oculari hanno detto che le forze israeliane hanno sparato più di 20 proiettili consecutivi da una distanza di soli 20 metri.

Durante il periodo di riferimento, la Cisgiordania ha assistito alle proteste contro la decisione del presidente degli USA di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e spostare l’Ambasciata degli USA a Gerusalemme. Durante le proteste, le forze israeliane hanno usato la forza contro i manifestanti e sparato per disperdere le proteste ferendo 30 civili, tra cui 4 minori, 2 giornalisti e un paramedico. Quattro civili sono stati colpiti da proiettili, 20 da proiettili di metallo rivestiti di gomma e 6 da bombole lacrimogene e schegge di granate stordenti.

Traduzione di Edy Meroli

WAFA. Consiglio Mondiale delle Chiese ha affermato mercoledì che il futuro di Gerusalemme deve essere condiviso.   “Il futuro di Gerusalemme dev’essere condiviso. Non può essere possesso esclusivo di una sola fede rispetto alle altre o di un popolo l’uno contro l’altro. Gerusalemme è, e deve continuare ad essere, una città di tre religioni e due popoli”, ha affermato Olav Fykse Tveit, Segretario Generale del Consiglio Mondiale delle Chiese, rivolgendosi alla conferenza internazionale al-Azhar al-Sharif sul sostegno a Gerusalemme.   “Includiamo nelle nostre chiese associate le comunità cristiane indigene di Gerusalemme il cui futuro nella loro città è messo in pericolo dalle circostanze incombenti. Il popolo palestinese vive sotto occupazione e con gli effetti negativi delle colonie illegali. Vive anche con le idee incompiute della comunità internazionale per sostenere una soluzione fattibile e giusta per Gerusalemme e per tutte le persone che vivono in Terra Santa”, ha affermato.   “Gerusalemme è considerata una città santa ed amata, sinceramente e profondamente amata, da tutte e tre le fedi abramitiche – ebrei, cristiani e musulmani. Quest’amore ed attaccamento profondi devono essere rispettati ed affermati in ogni soluzione che venga pensata, perché sia praticabile. Ma dobbiamo anche riconoscere la tendenza umana ad esprimere un amore così profondo cercando di possedere esclusivamente, negando o oscurando l’amore e l’attaccamento degli altri per quel luogo”.   Tveit ha detto che il recente annuncio del Presidente degli Stati Uniti di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele “non sta togliendo la questione dal tavolo, ma creando ostacoli più seri per la pace”.   Ha chiesto che vengano prese nuove iniziative per consentire una giusta pace per Gerusalemme.   “Se Gerusalemme dev’essere la capitale per due popoli che vivono insieme con uguali diritti, ci dev’essere una soluzione politica con idee concrete su come ciò possa accadere. E se deve essere una capitale per due popoli e due stati, entrambi devono essere definiti, riconosciuti e stabiliti come stati reali, fattibili ed internazionalmente riconosciuti entro confini precisi.   “Nessun paese può definire unilateralmente cosa deve essere la legge internazionale su tale tema. Nessun paese esterno può imporre la soluzione. Deve avvenire attraverso negoziati tra le autorità palestinesi ed israeliane. Ciò dovrebbe accadere con il sostegno degli altri paesi nella più ampia comunità internazionale e specialmente dagli altri stati del Medio Oriente, che devono ora assumere una responsabilità più forte, insieme, per aiutare a trovare una soluzione sostenibile per un futuro di pace giusta per Gerusalemme”. Traduzione di F.H.L.
PIC. Mercoledì, il segretario generale della Lega degli Stati arabi, Ahmed Aboul Gheit, ha condannato la decisione dell’amministrazione degli Stati Uniti di ridurre i finanziamenti per l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA).   Aboul Gheit ha affermato che questa mossa mette in dubbio l’impegno degli Stati Uniti nel raggiungere una soluzione integrale e giusta per la causa palestinese.   Aboul Gheit ha avvertito che prendere tale misura potrebbe portare a conseguenze a lungo termine, la più pericolosa delle quali è l’indebolimento dei colloqui di pace tra palestinesi e israeliani e la creazione di ulteriori tensioni in Medio Oriente, soprattutto alla luce della crescente indifferenza verso le politiche estremiste d’Israele e le violazioni dei diritti dei palestinesi.   Ha affermato che la mossa degli Stati Uniti ha lo scopo di fare pressione sull’Autorità Nazionale Palestinese affinché accetti posizioni o termini pronti che contraddicono le risoluzioni del diritto internazionale riguardanti la causa palestinese e che cercano di influenzare la vita dei profughi palestinesi.   Martedì, il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha dichiarato di aver trattenuto 65 milioni di dollari in aiuti all’UNRWA.   In seguito al conflitto arabo-israeliano del 1948, l’UNRWA venne istituita dalla Risoluzione 302 (IV) dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite dell’8 dicembre 1949, per portare avanti i programmi di soccorso diretto e di lavoro per i rifugiati palestinesi. L’Agenzia iniziò le operazioni il 1° maggio 1950.   I servizi dell’Agenzia comprendono istruzione, assistenza sanitaria, soccorso e servizi sociali, infrastrutture e miglioramenti nei campi profughi, assistenza finanziaria e di emergenza, anche in periodi di conflitto armato. L’UNRWA è finanziata quasi interamente da contributi volontari degli Stati membri delle Nazioni Unite. Traduzione di F.H.L.
PIC. Hamas ha invitato l’Autorità Palestinese (ANP) a rinunciare alla cooperazione di sicurezza con lo stato d’occupazione israeliano, affermando che la resistenza in Cisgiordania non potrebbe essere presa di mira senza l’aiuto degli apparati di sicurezza dell’ANP.   In un comunicato stampa rilasciato giovedì, il portavoce del Movimento, Abdul-Latif al-Qanu’a, ha affermato che le recenti incursioni israeliane nelle zone di Nablus e Jenin e l’uccisione di Ahmed Jarrar negli scontri armati  con i soldati, nella notte di mercoledì, a Jenin, non avrebbero potuto aver successo senza il coordinamento “abominevole” della sicurezza dell’ANP con lo stato israeliano.   Qanu’a ha praticamente chiesto di tradurre la recente risoluzione presa dal consiglio centrale dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) per porre fine al coordinamento della sicurezza con Israele.   Qanu’a ha affermato che “gli scontri armati notturni a Jenin hanno dimostrato che il popolo palestinese non abbandonerà mai la sua lotta e l’intifada contro l’occupazione e che tutti i tentativi di sopprimere la loro resistenza falliranno”.

Di Angela Lano-InfoPal.

Leggere i report sulla distruzione lasciata dalle forze israeliane a Jenin, Palestina, ieri sera, fa pensare immediatamente a orde di mostruosi barbari usciti dalle caverne. E non è che una delle TANTE devastazioni perpetrate quotidianamente contro la popolazione autoctona della Palestina storica da 70 anni a questa parte. Questo e altro ancora è il civilissimo Israele, che invade territori, uccide giovani e bambini, distrugge case e lascia per strada intere famiglie (perché non gli basta distruggere la casa di un membro, deve radere al suolo quelle di tutti i parenti). Israele è un buco nero in Medio Oriente, e nell’intero pianeta, e solo menti altrettanto oscure e turbate possono trovarvi alcunché di civile e giusto. Tutto, in Israele, è costruito su menzogne, appropriazione di identità e cultura che non gli appartiene, in quanto colonizzatore occidentale in terra araba. Tutti i suoi apparati – della politica, della giustizia, o meglio, quella farsa chiamata giustizia, del “pensiero etico“, dell’etica medica, della coscienza civile, delle forze militari, delle istituzioni educativo-culturali – sono basati su razzismo, discriminazione, apartheid e pulizia etnica. I pochi e coraggiosi dissidenti – Refusenik, Break the Silence e altri gruppi, Rabbi antisionisti di Neturei Karta– sono duramente perseguitati sia dalle istituzioni sia dai cittadini stessi. Uno scarso 5% della società israeliana ha coscienza del proprio status di occupante e oppressore e cerca di denunciare e far sapere la verità. Il resto sono alienati, sottoposti a lavaggio del cervello sin dall’infanzia. Una società tecnologizzata e malata. Pericolosa per sé e per gli altri, destinata all’oscurità. Israele è una vergogna anche per l’Antica Tradizione spirituale ebraica, e per l’ortodossia, come fanno notare i Rabbi di Neturei Karta. Dunque, confondere ebraismo (soprattutto la mistica esoterica) con il black-hole sionista israeliano è un’offesa all’intelligenza umana. Israele è un prodotto del colonialismo e di una potente propaganda del sionismo mondiale. E basta.

Gaza. Il Centro studi sui prigionieri palestinesi ha documentato 118 arresti, compresi minorenni, donne e malati, eseguiti nel 2017 dalle forze di occupazione israeliane (IOF) nella Striscia di Gaza.

Il portavoce del Centro, Riyad al-Ashqar, ha dichiarato che gli arresti hanno coinvolto due uomini di affari, due malati, 52 persone che hanno cercato di attraversare i valichi tra Gaza e i Territori palestinesi occupati nel 1948 (Israele), 43 pescatori; inoltre, donne,  studenti universitari, accademici e familiari di prigionieri.

Circa 23 casi di arresto che hanno coinvolto malati e donne sono stati eseguiti al valico di Beit Hanoun (Erez).

43 casi hanno coinvolto pescatori palestinesi. I pescatori della Striscia di Gaza sono quotidianamente oggetto di aggressioni e violazioni da parte delle forze israeliane, che, oltre a minacciare le loro vite, sequestrano le loro imbarcazioni e strumenti di lavoro. Un pescatore è stato ucciso durante un attacco della marina israeliana.

 

Jenin-WAFA. Giovedì mattina, le forze di occupazione israeliane, IOF, si sono ritirate dalle aree di Jenin, teatro di scontri, ieri sera, lasciando dietro di sé ampia distruzione – comprese quattro abitazioni. I rapporti su vittime, feriti e detenuti sono contraddittori, tra le varie fonti.

Quattro abitazioni sono state distrutte, pare in rappresaglia per i feriti tra le truppe israeliane.

Mercoledì sera, truppe dell’esercito e poliziotti israeliani avevano invaso diverse zone di Jenin, compresa il sobborgo di al-Hadaf, scontrandosi con combattenti della resistenza. Gli scontri sono continuati fino alle prime ore del mattino.

Un vasto spiegamento di forze aveva circondato la casa della famiglia di Ahmed Jarrar, figlio del combattente Nasser, ucciso dai soldati nel 2002, e aveva aperto il fuoco contro l’edificio. Ahmed, tuttavia, aveva lasciato l’abitazione 3o minuti prima dell’arrivo dei soldati.

Le case di Ahmad, del fratello e di un altro membro della famiglia sono state demolite.

Jenin-PIC e Quds Press. Le forze di occupazione israeliane (IOF) mercoledì sera hanno ucciso un combattente della resistenza palestinese e ne hanno ferito un altro durante scontri armati nella città di Jenin, in Cisgiordania.

I combattenti della resistenza sono accusati di aver compiuto un attacco armato che ha portato all’uccisione di un colono israeliano nei pressi di un insediamento a Nablus.

Fonti locali, hanno affermato che un giovane palestinese è stato ucciso e un altro è stato gravemente ferito durante gli scontri a Jenin, aggiungendo che due soldati israeliani sono stati feriti, uno in modo critico, durante gli eventi.

Il ministero della Sanità palestinese aveva identificato il giovane ucciso come il ventiduenne Ahmed Jarrar, figlio di Naser Jarrar, un combattente delle Brigate al-Qassam di Hamas, assassinato dalle IOF nella sua sedia a rotelle, nel 2002, nella città di Tubas.

Successivamente, lo stesso ministero ha identificato la vittima come Ahmed “Ismail” Jarrar, 31 anni.

Il Canale Tv israeliano 10 ha riferito che Jarrar ha sparato a breve distanza contro i soldati dell’unità Yamam, ferendone due, di cui uno gravemente, prima di venire ucciso.

I residenti locali a Jenin hanno riferito che le IOF hanno usato aerei e bulldozer durante gli scontri a Jenin, aggiungendo che, per ore, si è svolto uno scontro a fuoco.

Successivamente, media palestinesi hanno detto che le IOF hanno fatto detonare la casa di Jarrar, mentre i residenti nell’area hanno detto che la casa è stata demolita dai bulldozer.

MEMOIn un discorso tenuto davanti al Comitato Centrale a Ramallah, Abu Mazen ha ribadito il suo totale rifiuto della recente retorica di Donald Trump ed ha affrontato il tema della riconciliazione nazionale palestinese. Ha anche parlato a proposito del proseguimento del coordinamento e della cooperazione sulla sicurezza con Israele, col pretesto di continuare a combattere il terrorismo. Tuttavia, cosa molto importante, il discorso del presidente Abbas ha incluso, probabilmente per la prima volta in assoluto, un avvertimento sul fatto che alcuni Palestinesi stanno cercando di favorire il programma di Trump.

Vi sono stati due importanti riferimenti, nel discorso del presidente Abu Mazen, riguardanti questi preoccupanti sviluppi. Primo, vi è stato il tentativo di un ministro arabo di minare il morale dei Palestinesi. Secondo quanto affermato dal ministro arabo, le proteste popolari palestinesi sono deboli e non serviranno a nulla.

Secondo, Abu Mazen ha dichiarato che un funzionario arabo gli avrebbe offerto una enorme quantità di denaro per occupare la sua posizione e per spingerlo a scendere a compromessi e ad accettare la linea politica di Trump e del Likud. Abu Mazen non ha rivelato l’identità di questo funzionario che distribuisce miliardi di dollari e che si arrende concedendo Gerusalemme a Trump, ma Israele, l’Occidente e le dichiarazioni degli arabi sono tutti d’accordo sul fatto che questo stesso funzionario abbia speso miliardi per mettere fine alle aspirazioni degli stati e alle loro richieste di libertà e di giustizia sociale. Essi ritengono anche che questo funzionario abbia speso milioni nei suoi yacth e nelle opere d’arte senza però raggiungere nessuno dei suoi obiettivi.

Abu Mazen non ha parlato di altre forme di ricatto alle quali potrebbe essere stato sottoposto perchè adottasse posizioni in favore di Trump o di Netanyahu. Questo dubbioso ruolo degli arabi potrebbe  emergere ancora ed altri metodi di coercizione potrebbero essere utilizzati, come il suo arresto o preso come ostaggio o potrebbe essere fatta richiesta che si dimetta. Sembra che il problema palestinese sia diverso dalla situazione del Libano o del Qatar, o di qualsiasi altro paese.

Appare probabile che lo strano ruolo arabo abbia come obiettivo convincere Abu Mazen a fare una delle cose seguenti:

Primo, acconsentire al piano di Trump per ufficializzare Abu Dis o Ramallah capitali dello stato palestinese in alternativa a Gerusalemme. Questo comportamento vorrebbe anche che i rifugiati palestinesi abbandonassero l’idea del diritto al ritorno, cercando di rubare ancora più terra in Cisgiordania, in particolar modo attorno ai principali insediamenti coloniali, come Ma’ale Adumim, Guzh Etzion, Ariel ed altri.

Secondo, vorrebbe obbligare Abu Mazen a ribaltare l’equazione, cioé ad incoraggiare gli Arabi a normalizzare le relazioni ed i Palestinesi a negoziare basandosi sulla loro visione. Nel frattempo, gli Arabi lo sosterrebbero con le loro voci e la loro determinazione, affidandosi alle loro previsioni secondo le quali il processo dei negoziati continuerà fino a nuovo avviso. Ciò permetterà alla sospettosa controparte araba di superare l’ostacolo, cioè il problema palestinese, e di lavorare verso la normalizzazione.

Quindi, il discorso del presidente Abu Mazen al Consiglio Centrale ha posto un’altra testimonianza storica importante che può essere aggiunta alle altre serie di testimonianze, dichiarazioni e rapporti accantonati, soprattutto da quando è iniziata la presidenza di Trump. Queste testimonianze rivelano, espongono ed anche condannano il ruolo incosciente degli Arabi che supportano la normalizzazione a tutti i costi, nel panorama del cosiddetto affare del secolo. Questo affare garantisce l’arretratezza e la dittatura degli Arabi e la sovranità e la dominazione degli Israeliani. Sembra che, nonostante la debolezza e le divisioni tra i ribelli ed i pacifici manifestanti pacifici, il popolo palestinese costituisca ancora un grosso ostacolo che si frappone sulla strada di questo progetto. E’ la resistenza del debole di fronte al potere dell’arrogante, o la forza di Davide davanti all’arrogante Golia.

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

Di Sulaiman Hijazi. Vi racconto la parte più strana ed emozionante della missione in Turchia.
La cosa più strana che mi è capitata in Turchia è stata incontrare Khaled, un bambino vivace, con la sua mamma: l’avevo incontrato l’anno scorso durante la missione in Libano!
L’anno scorso fu proprio lui a colpirmi più di tutti perché aveva un carattere solare, vivace, e voleva giocare solo con me, ed ecco che il destino ci fa rincontrare di nuovo in altre terre.
La mamma mi ha raccontato che del padre in carcere non hanno più notizie, allora hanno deciso di scappare dal Libano per raggiungere gli altri famigliari in Turchia.
Hanno dovuto attraversare la Siria, si sono fermati a Idlib e per attraversare il confine con la Turchia hanno tentato 12 volte! Ogni volta venivano rispediti indietro finché alla dodicesima sono passati in modo non del tutto legale.
La madre racconta che raggiungere la Turchia è stato molto rischioso, perché si percorrono strade molto difficili, montagne e campi, alcune persone muoiono addirittura mentre fanno questo viaggio, a causa del freddo e la neve o per il caldo, e spendono anche migliaia di dollari per passare.

E ora Khaled vive in Turchia con la madre e altri parenti. Rivederlo anche quest’anno è stato proprio emozionante, ma ciò che è ancora più bello è che si ricordava di me…

PIC. Mercoledì pomeriggio, il tribunale militare israeliano di Ofer ha prolungato la detenzione dell’adolescente palestinese Ahed al-Tamimi (16 anni), fino alla fine del mese per completare le procedure investigative.

L’ordine di detenzione, il quinto consecutivo, è stato eseguito su richiesta del pubblico ministero militare israeliano in attesa della formulazione di un’accusa contro la giovane prigioniera.

Le forze di occupazione israeliane (IOF) hanno arrestato Ahed durante un’incursione all’alba del 19 dicembre nella cittadina di Nabi Saleh, vicino a Ramallah, per aver schiaffeggiato un soldato israeliano mentre tentava di cacciarlo dalle proprietà della sua famiglia, quattro giorni prima.

Gaza–PIC. Una neonata è deceduta nel nido dell’ospedale emirati “al-Hilal”, nella Striscia di Gaza, per mancanza di medicine. Secondo il direttore generale della farmacia presso il ministero della Sanità di Gaza, Munir al-Barsh, la neonata Hedia Mohammed Abu-Hilal (di soli cinque giorni), è morta perché la struttura era sfornita dei medicinali dei quali necessitava per le crisi respiratorie di cui stava soffrendo.

Questo è solo uno di una lunga lista di medicinali ormai esauriti nei depositi del ministero gazawi. Ciò peggiora ancora di più la catastrofica situazione umanitaria nella Striscia.

Tehran-PIC e PressTV. Durante un incontro con i partecipanti alla 13ª sessione dell’Unione parlamentare dell’Organizzazione per la cooperazione islamica (OIC), svoltasi martedì a Teheran, l’ayatollah Seyyed Ali Khamenei ha affermato che gli Stati Uniti “stanno oltrepassando i limiti” nel loro riconoscimento di Gerusalemme (al-Quds) come “capitale” di Israele e nel progetto di trasferirvi la propria ambasciata. E ha aggiunto che tali misure sono vane.

L’ayatollah Khamenei ha descritto le recenti decisioni dei dirigenti  statunitensi su Gerusalemme come “errore arrogante”, dicendo: “Non saranno in grado di portare avanti questa misura e i loro sforzi non porteranno frutti”.

 

 

 

Da parte sua, il presidente iraniano Hasan Rouhani ha affermato che c’è una “nuova cospirazione contro Gerusalemme e la Palestina”, e ha definito le dichiarazioni USA sulla Città Santa “una violazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite”.

“La nuova cospirazione contro la Palestina, Gerusalemme e il mondo musulmano ha finora avuto risultati opposti: stiamo assistendo alla nuova intifada palestinese, al movimento contro il regime sionista e i suoi sostenitori”, ha dichiarato Rouhani, alla 13ª sessione dell’OIC.

“È imperativo che il mondo musulmano rigetti con decisione la cattiva decisione del presidente degli Stati Uniti. (…) [La decisione degli Stati Uniti su Gerusalemme] ha reso i musulmani più uniti su Gerusalemme e la Palestina”, ha aggiunto.

Gerusalemme. L’esercito israeliano sta pensando di imporre un controllo militare sui quartieri palestinesi di Gerusalemme Est.

Secondo un rapporto pubblicato mercoledì su  Haaretz, quotidiano israeliano, l’esercito sionista sta esaminando la possibilità di assumere la responsabilità del “controllo della sicurezza” nel campo profughi di Shu’fat e in Kafr Aqab, aree palestinesi che si trovano nella giurisdizione di Gerusalemme ma fisicamente sono tagliate fuori dalla città dalla costruzione del Muro di Apartheid.

Haaretz ha scritto che alti ufficiali militari israeliani sono  in contatto con l’ufficio del coordinatore delle attività del governo per realizzare il piano. Non sono stati rivelati dettagli sui meccanismi e le strategie in base alle quali verrà svolta l’operazione.

Il piano è parte dei tentativi israeliani di espellere 120.000 palestinesi che vivono dietro il Muro dell’apartheid, a favore dell’espansione degli insediamenti illegali e dell’annessione dei terreni.

L’organizzazione per i diritti umani, Yesh Din, con base nella Palestina occupata nel 1948 (Israele), ha dichiarato mercoledì che, in soli tre giorni, i coloni israeliani hanno compiuto 15 attacchi contro le proprietà palestinesi in Cisgiordania.

Firas Alami, direttore del dipartimento di ricerca sul campo dell’organizzazione, ha affermato che Yesh Din, due giorni fa, ha inviato una lettera urgente al comandante militare israeliano in Cisgiordania chiedendogli di fare il suo dovere e proteggere i civili palestinesi che sono regolarmente attaccati dai coloni.

Alami ha aggiunto che centinaia di coloni israeliani hanno attaccato i villaggi di Fara’ta e Urif infliggendo gravi danni alle case e alle proprietà dei palestinesi.

Ha spiegato che il numero di attacchi documentati indica che l’esercito israeliano non fornisce protezione ai civili palestinesi che vivono sotto occupazione, invitando le autorità israeliane a rispettare il diritto umanitario internazionale.

Il ricercatore palestinese ha osservato che, dopo aver inviato la lettera, sono stati documentati altri attacchi, per esempio in un video trasmesso dal canale televisivo di al-Jazeera, che mostra la distruzione di quasi 100 ulivi da parte dei coloni israeliani, nel villaggio di Huwara, mentre i soldati israeliani se ne stavano a guardare senza reagire.

Haaretz. Di David Rothkopf. Bloccami. Non lasciarmi entrare in Israele. Sono ebreo. Tre decine di miei parenti sono morti nell’Olocausto. Mio padre, prima che fuggisse dai nazisti, era un membro attivo delle organizzazioni giovanili sioniste. Con quello che credevo fosse il “diritto al ritorno” israeliano, avevo l’impressione di avere un invito permanente a visitare o anche di trasferirmi in Israele ogni volta che io volessi.   Ma a quanto pare, le idee e gli ideali che stanno alla base sia del diritto al ritorno che dello Stato d’Israele stanno subendo una reinterpretazione. Il voto del Knesset lo scorso marzo per vietare l’ingresso di coloro che sono coinvolti nei boicottaggi contro Israele e la decisione della settimana scorsa da parte del ministero degli Affari strategici di inserire nella lista nera i leader di 20 organizzazioni straniere che si ritiene supportino tali boicottaggi suggeriscono che, di fatto, i diritti ed i valori alla base della democrazia stessa sono stati revocati nel paese.   So che tali diritti non esistevano per milioni di palestinesi. Ho vissuto tutta la mia vita da adulto profondamente turbato da questo fatto. I palestinesi meritano pienamente uno stato tutto loro e, certamente, avere uno stato non è solo loro diritto, ma è anche nel migliore interesse della sicurezza d’Israele. Ma ho deciso di mantenere il mio sostegno allo Stato di Israele sulla base di alcune valutazioni. Primo, la creazione di Israele era, nella mia mente, giusta e resa necessaria dalla storia. Poi, la mia sensazione era che la questione dei diritti dei palestinesi sarebbe stata risolta con il tempo attraverso la negoziazione – la storia richiede del tempo per adattarsi. Infine, avevo la sensazione che la giustizia sarebbe prevalsa perché Israele era fondato su principi democratici. Ciò significava che Israele riconosceva che il diritto di uno Stato di esistere dipende dal consenso dei governati e che i diritti di coloro che si trovano all’interno dei suoi confini di esprimersi liberamente avrebbero arricchito, informato ed assicurato la salute politica e morale della nazione.   Esiliare coloro le cui opinioni sono scomode per Israele – anche se è essenziale che Israele ascolti e consideri quelle opinioni – non solo indebolisce il paese, ma suggerisce che le ragioni delle mie difesa per Israele stanno collassando.   Il fatto che il governo d’Israele stia simultaneamente bloccando sistematicamente il progresso della pace, attraverso misure che vanno dall’espansione delle colonie alla recente legislazione che rende più difficile per Israele concedere parti di Gerusalemme nelle negoziazioni, non fa che rafforzare questo pensiero.   La retorica dell’estrema destra israeliana e la sua grottesca baldoria negli abusi in serie contro i palestinesi, che vanno da una ragazzina di 16 anni ad un paraplegico assassinato da soldati israeliani, suggerisce che potrebbe esserci cose ancora peggiori.   Il governo del primo ministro Netanyahu ha fatto ben poco per placare tali preoccupazioni. Al contrario, Netanyahu è diventato più stridente e bellicoso negli ultimi mesi. I suoi inviti per la fine dell’agenzia delle Nazioni Unite che aiuta i profughi palestinesi sembrano crudeli, infiammatori ed avventati, così come lo è stato il suo tentativo di considerare come deportare con la forza gli africani richiedenti asilo. I suoi eredi politici all’interno del partito Likud, come Gideon Saar, stanno allo stesso tempo cercando di conficcare un palo nel cuore della soluzione a due stati per la questione israelo-palestinese.   In effetti, non si può fare a meno di chiedersi se Netanyahu non si stia soltanto facendo portare dai venti del cambiamento politico nel suo stesso Paese, sempre più orientato verso destra, o se stia prendendo spunto dal presidente americano Donald Trump, un leader che, come Netanyahu, è sotto scrutinio legale e che, come difesa, si sta comportando sempre più irrazionalmente e autocraticamente.   Netanyahu ha abbracciato il meme delle “false notizie” di Trump sugli attacchi alla libertà di espressione in Israele. Ha incoraggiato Trump nel suo annuncio altamente non costruttivo di trasferire l’ambasciata statunitense a Gerusalemme e la decisione di Trump di tagliare i fondi ai palestinesi.  I due si stanno caricando l’un l’altro di esibizioni del loro “genio molto stabile”. Proporre di intitolare una stazione ferroviaria di Gerusalemme vicino al sito più sacro dell’ebraismo ad un individuo volgare, aggressore sessuale seriale e suprematista bianco, coglie perfettamente questo momento, che è al di là della parodia e della credenza.   In breve, l’amministrazione Netanyahu ha fatto di più che vietare i critici con questa ultima mossa e tutte quelle che l’hanno preceduta. Ha trasformato i sostenitori in avversari. Ha fatto un grande passo nella direzione di banditocrazie illiberali, preferiti da persone del calibro di Trump. Ha reso ancora più chiaro ciò che i palestinesi stanno dicendo da decenni sulla farsa della democrazia israeliana. E ha fatto qualcos’altro.   Ha spezzato il cuore di coloro che desideravano dal profondo del loro DNA che Israele fosse diventato anche solo l’ombra dei sogni che i nostri padri e le nostre madri avevano per lui.   Traduzione di F.H.L.

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Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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