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Agenzia stampa informazione Palestina, Territori palestinesi occupati, Striscia di Gaza
Aggiornato: 6 min 21 sec fa

Una Pasqua di giustizia e pace

4 ore 49 min fa

A tutti i nostri lettori, amici e collaboratori cristiani, una Pasqua di giustizia e di Pace. E a tutti gli altri, buone feste.

Categorie: Palestina

Gerusalemme, su pressione giordana, chiusa la Porta dei Maghrebini

5 ore 7 min fa

Gerusalemme -Quds Press e Pal.info. Le autorità di occupazione israeliane hanno deciso la chiusura della Porta dei Maghrebini, una delle porte storiche della moschea di al-Aqsa, e hanno negato agli ebrei ultrà di entrare nel complesso, in risposta a pressioni giordane, secondo quanto riferisce il sito di notizie Quds Net.

Quds Net riporta le parole di Abdul-Naser Nassar, consigliere giordano per gli Affari di Gerusalemme, secondo il quale la diplomazia della Giordania, in quanto responsabile della moschea di al-Aqsa, si è mossa per fermare le persistenti violazioni israeliane contro il luogo sacro islamico.

Nassar ha affermato che il suo Paese, che ha obblighi storici, religiosi e legali verso i siti dell’Islam e della Cristianità a Gerusalemme, “ha effettuato sforzi per prevenire il ripetersi di qualsiasi tipo di violazione israeliana contro la sacralità di tali luoghi, in particolare contro al-Aqsa”.

Ha aggiunto che gli sforzi diplomatici giordani hanno avuto successo nell’indurre Israele a chiudere la Porta dei Maghrebini e a impedirne l’accesso alle forze di polizia e militari israeliane.

Poliziotti israeliani sono di stanza in tutte le porte che conducono al complesso, imponendo regole severe anche all’entrata dei palestinesi.

I visitatori hanno dovuto lasciare le loro carte d’identità con gli ufficiali israeliani, prima di essere ammessi ad al-Aqsa.

Il dirigente giordano ha affermato che la manifestazione di massa ebraica, che avrebbe dovuto svolgersi giovedì nel complesso di al-Aqsa, è stata cancellata.

Gruppi di giovani musulmani palestinesi sono rimasti a vigilare continuamente il plesso islamico.

Traduzione di F.H.L.

(Nell’immagine: le 8 Porte di Gerusalemme)

 

Categorie: Palestina

Valico di Rafah, nel 2014 chiuso per 81 giorni

6 ore 50 min fa
Rafah-InfoPal e Ma’an. Nei quattro mesi del 2014, le autorità egiziane hanno chiuso il valico di Rafah, che collega la Striscia di Gaza sotto assedio all’Egitto, per 81 giorni. Sono i dati diramati dal ministro dell’Interno di Gaza venerdì 18 aprile.

Tale chiusura ha contribuito a esasperare ulteriormente la già grave crisi in cui versa la Striscia e ha impedito il transito di migliaia di cittadini fuori dall’area assediata.

Il valico di Rafah è ciò che permette, nei pochi giorni in cui è aperto, al milione e 700 mila gazawi rinchiusi nella più grande prigione a cielo aperto, di mantenere contatti con il mondo esterno. La Striscia è sotto assedio israelo-egiziano dal 2007, da quando Hamas è al governo nell’enclave costiera, dopo aver vinto regolari elezioni nel 2006.

Dopo il golpe militare in Egitto, a luglio del 2013, ad opera dell’Esercito, il valico è quasi permanentemente chiuso, e le centinaia di tunnel, costruiti sotto Rafah (parte egiziana e parte palestinesi), che permettevano la sopravvivenza della popolazione, sono stati distrutti.

A marzo, Hamas ha descritto la chiusura di Rafah come un “crimine contro l’umanità” e l’Onu l’ha criticata per i suoi drammatici effetti sulla popolazione civile e per i tanti malati che aspettano di ricevere cure mediche.

 

Categorie: Palestina

Il detenuto palestinese nelle carceri dell’occupazione israeliana

19 ore 36 min fa

A cura di Giuliano Stefanoni

Fin dal suo insediamento nei territori palestinesi, il governo israeliano ha perseguito una “politica dell’arresto” che nel tempo si è declinata sia in operazioni casuali che programmate. Tale politica è tesa all’annichilimento del popolo palestinese e della sua volontà di porre fine all’occupazione istituendo uno Stato indipendente. All’inizio del 2014 il numero di detenuti palestinesi rinchiusi nelle carceri e nei campi di prigionia israeliani è arrivato a sfiorare le 5000 unità tra uomini e donne. Di essi: 230 sono minorenni, 200 quelli soggetti al regime di “detenzione amministrativa”, 20 sono donne, 1000 sono ammalati, dei quali 160 affetti da patologie croniche.

Secondo il rapporto, la maggior parte dei prigionieri palestinesi viene sottoposta a tortura durante la detenzione nelle carceri israeliane. Tra le modalità più praticate si segnalano: l’incatenamento di mani e gambe dei prigionieri, le percosse con il calcio dei fucili, la privazione della possibilità di dormire e le minacce di incarcerare anche la madre o la moglie.

Le indagini rappresentano la fase più pericolosa per i prigionieri. Molti di essi, infatti, hanno persino contratto patologie durante le attività istruttorie. Pratica ormai radicata e tipica di questa fase è la negazione del sonno ai detenuti, ottenuta sottoponendoli a spaventi di ogni tipo: in alcuni casi si è ricorso anche allo sparo di alcuni colpi d’arma da fuoco.

A conferma della pericolosità della fase istruttoria nel sistema penitenziario israeliano viene citato il rapporto ufficiale del 2013 nel quale è stato dimostrato che il prigioniero Arafat Jaradat morì nel carcere israeliano di Maghiddo proprio durante la fase d’indagine, a 6 giorni dall’arresto.

Critica è la situazione relativa all’assistenza medica. E’ ormai prassi che ai detenuti vengano negate assistenza e cure mediche adeguate, anche arrivando ad impedire l’accesso al personale sanitario. Secondo i dati pubblicati dal rapporto, nelle carceri dell’occupazione sarebbero 1000 i detenuti palestinesi ammalati, 160 di essi affetti da patologie croniche (la più diffusa delle quali risulta essere il cancro). Numerosi sono anche i prigionieri che soffrono di malattie mentali: tra essi c’è Khadr Dhabaya, schizofrenico, che Israele continua a mantenere segregato nonostante il terribile stato di sofferenza in cui si trova.

Un caso emblematico è rappresentato dalla cosiddetta “clinica” di cui dispone il carcere di Ramla. I detenuti palestinesi non possono accedervi poiché gli israeliani affermano che il dipartimento medico della casa circondariale è riservato “agli esseri umani sani”: ne consegue dunque che la clinica non è a disposizione degli ammalati, specie se palestinesi.

Sempre in riferimento al carcere di Ramla si citano i casi di alcuni detenuti. Uno di essi è Ryad al-‘Umur che soffre di problemi cardiaci e che dipende per la sua sopravvivenza dal congegno che regola la frequenza cardiaca: in ben 13 anni tale macchinario non è mai stato sostituito, sebbene per diverse volte il suo funzionamento si sia arrestato.

Un altro caso emblematico è rappresentato dal detenuto Khaled Shawish, affetto da paralisi parziale al corpo a causa dell’esplosione di una granata. Il dolore provocato dalle lesioni è talmente intenso che il detenuto riesce a sopravvivere solo grazie a narcotici e analgesici.

La negligenza di tipo medico si manifesta in molte forme: la gigantesca burocrazia che regola le pratiche di trasferimento e cura dei prigionieri ammalati, i ritardi nel fornire le diagnosi, il trasporto dei detenuti bisognosi di cure su mezzi inadeguati (privi persino di lettini sanitari e muniti invece di sedie di ferro alle quali i prigionieri vengono incatenati durante viaggi che vengono prolungati per ore).

Nel rapporto si afferma inoltre che Israele pratica l’isolamento ben oltre i termini stabiliti dalla legge, citando al riguardo il caso del prigioniero Ibrahim Hamed, in isolamento dal 9 gennaio scorso.

Si segnala anche la consuetudine di aggredire i detenuti col pretesto dell’ispezione delle loro celle. Durante tali irruzioni, le guardie dell’occupazione ricorrono all’uso di cani poliziotto e manganelli, distruggendo i beni dei prigionieri. Nel 2007 il detenuto Mohammad al-Ashqar è rimasto ucciso durante una di queste aggressioni: dopo aver fatto irruzione nella sua cella con il pretesto dell’ispezione, i secondini gli hanno sparato.

Vengono inoltre elencate le varie tipologie di violazione israeliana ai danni dei diritti dei prigionieri palestinesi. Tali violazioni includono la negazione del diritto all’istruzione, il divieto di poter incontrare le famiglie durante gli orari di visita, la privazione del riscaldamento come strumento punitivo, il sovraffollamento delle celle, le inaccettabili condizioni igieniche, l’uso dei detenuti come cavie per la sperimentazione di nuovi farmaci (pratica, quest’ultima, che è stata riconosciuta da Tel Aviv). Si sottolinea inoltre la sempre più marcata tendenza al trasporto dei detenuti dalle case circondariali dei territori occupati a quelle in territorio israeliano: tale pratica rappresenta una chiara violazione ai diritti internazionali.

Devastante è la situazione che riguarda i 230 minorenni palestinesi detenuti nelle carceri dell’occupazione e accusati, nella maggior parte dei casi, di lancio di pietre. Questi ragazzini vengono sottoposti a torture fisiche e psicologiche, i cui effetti permangono anche dopo la scarcerazione.

Il rapporto sottolinea poi come l’incarcerazione di rappresentanti di istituzioni legittime palestinesi costituisca una evidente violazione dei più fondamentali tra i diritti internazionali, come l’immunità di cui tali rappresentanti dovrebbero godere.

Il rapporto conclude facendo riferimento ai 200 “detenuti amministrativi” ad oggi imprigionati nelle carceri dell’occupazione. Questi prigionieri vengono trattenuti senza alcuna accusa precisa ma col pretesto della sicurezza interna. Tre di essi hanno deciso di attuare lo sciopero della fame al fine di ottenere la liberazione: per uno di loro, lo sciopero dura da più di 90 giorni.

(Fonte: Api-Associazione dei Palestinesi in Italia)

 

 

 

 

Categorie: Palestina

Palermo prima in Italia a sostegno di Marwan al-Barghouthi e dei prigionieri palestinesi

20 ore 20 min fa

Da Palermo, Salvatore Michele Di Carlo per InfoPal.

Da Palermo una luce s’è alzata e ha raggiunto la cella di Marwan”.

Con queste parole Fadwa al-Barghouthi, avvocato palestinese e moglie di Marwan, ha salutato la nostra città riunitasi attorno a lei per celebrare il conferimento della cittadinanza onoraria ad uno dei simboli viventi della resistenza palestinese e della dignità di un popolo sotto decennale occupazione.

L’evento è stato organizzato in collaborazione con il Comune di Palermo, la Casa della Cultura Araba al-Quds, ed il comitato internazionale Free Marwan -sezione Palermo- nell’ambito della campagna internazionale per la liberazione dei prigionieri politici detenuti all’interno delle carceri dell’occupazione israeliana, ed è stato momento di profonda riflessione sull’assurda ed ingiusta realtà palestinese.

Dalla sala delle lapidi di Palazzo delle Aquile, sede del comune di Palermo, s’è voluto lanciare un segnale chiaro, finalmente ufficiale, rivolto alla comunità nazionale ed internazionale.

Prima ed unica fra le città d’Italia, Palermo ha voluto rendere omaggio al dolore e alla sofferenza di 5224 palestinesi, attualmente prigionieri di uno stato occupante.

Ha voluto celebrare la loro resistenza e speranza, riconoscere e ribadire il loro esempio.

L’evento ha visto la partecipazione assieme al sindaco Leoluca Orlando, Adham Darawsha, presidente della Consulta delle Culture, e Giusto Catania, assessore alla Partecipazione e alla Migrazione, dell’ambasciatrice dello Stato di Palestina in Italia, Mai al-Kaila, e di Luisa Morgantini, già vice-presidente del Parlamento Europeo, impegnata con la sua Assopace a sostenere la lotta non violenta per i diritti del popolo palestinese.

Le parole spese durante la cerimonia sono state profonde e cariche di significato. S’è parlato di pace, di dignità, di resistenza e di giustizia. Ma soprattutto di speranza.

Speranza che la decisione della giunta comunale ha voluto alimentare dando a Marwan Barghouthi la cittadinanza onoraria e comunicandogli, tramite la moglie, tutta la solidarietà e il sostegno della nostra città.

Non sono mancati, dunque, momenti di riflessione circa l’attualità della politica israeliana in materia di detenzione e diritti umani. 

Illuminanti a tal proposito le parole e la testimonianza diretta e personale esposte da Fadwa Barghouthi e da Mai al-Kaila durante il dibattito tenutosi presso il Teatro Jolly e moderato dalla giornalista Lidia Tilotta.

Il racconto della moglie di Marwan ha dato voce alla dignità e alla compostezza di una donna vittima di grande sofferenza, moglie di un uomo che ha trascorso gran parte della propria vita tra il carcere e l’esilio. 

Le sue parole sono state dense ma posate, calme. Il suo è stato un andare indietro a toccare le tappe principali della vita di Marwan, dall’arresto al tempo degli accordi di Oslo, dal successivo esilio, fino al nuovo arresto avvenuto nel 2002, del quale proprio oggi si sono celebrati i dodici anni. Gli occhi di Fadwa guardavano fissi la platea silenziosa, mentre con la voce ci parlava di un militante tenace e coraggioso, fiero e convinto della causa del suo popolo, di un marito assente e lontano, e di un padre a cui è stato proibito vedere crescere i propri figli.

Altrettanto significativo il discorso dell’ambasciatrice palestinese in Italia, essa stessa testimone oculare dei crimini dell’occupazione israeliana poiché prigioniera politica nel 1987.

Le sue parole hanno espresso la denuncia nei confronti delle politiche perpetrate negli anni da Israele nei confronti dei palestinesi.

Lucida la sua ricostruzione della personale esperienza detentiva. Chiara e forte la sua opposizione.

Le due donne hanno infine offerto alla città l’esempio da seguire: la sfida, questo il termine esatto utilizzato dall’ambasciatrice, che ognuno di noi deve intraprendere e portare avanti contro l’occupazione della Palestina.

Ogni palermitano deve essere fiero di condividere la propria cittadinanza con Marwan Barghouthi, ed idealmente, con tutti i suoi compagni di battaglia, con tutti i prigionieri palestinesi.

Palermo, 15/04/2014

In collaborazione con La Casa della Cultura Araba al Quds

 


 


 


 

Categorie: Palestina

Giornata del Prigioniero palestinese: manifestazioni in tutta la Cisgiordania e la Striscia di Gaza

20 ore 47 min fa
 Betlemme-Ma’an. Dieci palestinesi sono stati arrestati dalle forze israeliane, giovedì 17 aprile, mentre a migliaia partecipavano alle manifestazioni in tutta la Cisgiordania e la Striscia di Gaza per commemorare la Giornata del Prigioniero palestinese. Grandi manifestazioni si sono svolte a Hebron, Gaza, Jenin, Nablus, e Ramallah per commemorare il giorno della solidarietà con gli oltre 5000 prigionieri attualmente detenuti nelle carceri di Israele.Hebron Oltre 3000 manifestanti hanno marciato attraverso la città di Hebron sventolando la bandiera palestinese, immagini dei prigionieri e insegne in cui chiedevano la fine delle violazioni israeliane dei diritti dei detenuti.

Le forze israeliane hanno ferito 10 palestinesi mentre disperdevano le proteste, e decine sono rimaste intossicate dall’eccessiva inalazione di lacrimogeni dei candelotti lanciati dalle forze israeliane nell’area di Bab al-Zawiya, nel centro di Hebron.
Fonti mediche hanno riferito che sei persone sono state colpite da proiettili veri nelle estremità del corpo, mentre altri sono stati raggiunti da colpi di proiettili di metalli rivestiti di gomma. I feriti sono stati portati negli ospedali della città.

Durante gli scontri, le forze israeliane hanno anche detenuto gli addetti di un laboratorio medico dell’area, e li hanno ammanettati per un certo tempo,  prima di rilasciarli.

Una portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato che “decine di palestinesi hanno lanciato sassi contro il personale di sicurezza, che ha risposto con mezzi anti-sommossa”, confermando che diversi palestinesi erano stati colpiti

Il governatore di Hebron, Kamil Hmeid, che ha partecipato alla manifestazione, ha lodato la capacità di resistenza e la determinazione della popolazione di Hebron di fronte all’occupazione israeliana.

Hmeid ha anche ribadito che non ci sarà pace o stabilità fino a che tutti i prigionieri palestinesi e arabi non saranno rilasciati, specialmente il quarto gruppo di veterani che Israele ha rifiutato di liberare, nonostante le promesse, come condizione per iniziare l’attuale giro di negoziati di pace.

Gaza 

Centinaia di famiglie di prigionieri e diversi blocchi palestinesi hanno preso parte alla marcia che è iniziata da piazza Sarayah fino al quartier generale della Croce Rossa internazionale per segnare.

Manifestanti trasportavano 250 bare avvolte nelle bandiere palestinesi, a rappresentare i prigionieri malati che potrebbero morire poiché viene negato loro da Israele il trattamento medico di cui hanno bisogno.

Anche le madri dei prigionieri hanno preso parte alla marcia, tenendo in mano foto dei figli detenuti.

Jamil Mizher, un leader del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, ha detto a Ma’an: “Nella Giornata del Prigioniero palestinese, i detenuti dietro le sbarre chiedono alla leadership palestinese di non cedere alle pressioni americano-israeliane di accettare un’alternativa alla liberazione dei prigionieri”.

Egli ha anche lanciato un appello ai dirigenti palestinesi affinché pongano la questione dei prigionieri al vertice delle loro priorità.

Mizher ha aggiunto che la resistenza “in tutte le sue forme” è la soluzione migliore per liberare i prigionieri.

“La Giornata del prigioniero quest’anno ha un’importanza straordinaria”

Migliaia hanno anche partecipato alle manifestazioni a Ramallah, Nablus e Jenin per celebrare la giornata, che giunge in mezzo all’impasse dei colloqui di pace patrocinati dagli Usa e iniziati a fine marzo, proprio un mese dopo che Israele aveva negato l’impegno a rilasciare il quarto e ultimo gruppo di prigionieri.

I palestinesi si sono vendicati, cercando di aderire a diversi trattati internazionali, rompendo il proprio impegno nei negoziati che il Segretario di Stato Usa, John Kerry, aveva lanciato a luglio.

“La Giornata del Prigioniero quest’anno ha un’importanza extra”, ha detto il direttore del Club del Prigioniero palestinese, Abdel al-Anani.

“Il tema dei prigionieri è diventato tra quelli di importanza globale, poiché è il motivo per cui i colloqui di pace sono quasi collassati”, ha dichiarato alla AFP.

Il ministro dei Prigionieri, Issa Qaraqe, durante un’intervista con la Radio “Voice of Palestine”, ha affermato che la decisione di siglare trattati internazionali, compresa la IV Convenzione di Ginevra, può creare la strada per garantire i diritti dei prigionieri palestinesi.

Adalah, l’Ong palestinese per i diritti legali, ha elencato “la detenzione amministrativa senza imputazioni e processo, le severe restrizioni alle visite dei familiari, le punizioni collettive -come la cella di isolamento e le violente incursioni notturne contro i detenuti” come abusi perpetrati da Israele.

E’ richiesta con urgenza una commissione internazionale

Hanan Ashrawi, leader di spicco dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, ha sollecitato, in un comunicato, “la comunità internazionale a denunciare i trattamenti criminali israeliani contro i prigionieri palestinesi, a formare una commissione internazionale indipendente che investighi sulle violazioni commesse dal servizio carcerario israeliano”.

Un giorno di sciopero della fame è stato osservato dai carcerati per celebrare la giornata di solidarietà con i circa 5000 prigionieri rinchiusi nelle carceri israeliane, ha fatto sapere Qaraqe.

Circa 30 sono in carcere da prima degli Accordi di Oslo del 1993, ha dichiarato Adalah.

Israele ha rilasciato 78 dei 104 prigionieri che aveva promesso di liberare durante i nove mese di colloqui di pace, molti dei quali detenuti da prima degli Accordi di Oslo. Ma si è rifiutato di liberare l’ultimo gruppo, usandolo come merce di scambio per convincere i palestinesi a estendere i negoziati fino alla fine dell’anno.

I palestinesi chiedono il loro rilascio prima della discussione sull’estensione.

Il capo negoziatore, Saeb Erakat, giovedì ha ripetuto l’appello affinché Israele liberi l’ultimo gruppo di detenuti.

Il movimento islamico di Hamas, che governa la Striscia di Gaza, si oppone ai negoziati con Israele e considera gli incontri tra l’Anp e il nemico come “illegittimo”.

“Mandiamo un messaggio ai negoziatori palestinesi: dimenticate questa farsa, i futili negoziati, e tornate alla resistenza che ha liberato i prigionieri”, ha affermato un membro di Hamas durante una manifestazione, mercoledì.

La dirigenza palestinese ha anche lanciato una campagna internazionale a sostegno di alcuni prigionieri, tra i quali Marwan Barghouti, uno dei leader della seconda Intifada, imprigionato dal 2002, e del Segretario generale del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, Ahmad Saadat.

AFP ha contribuito a questo report.

 

Categorie: Palestina

Report del Pchr sulle violazioni israeliane nei Territori palestinesi occupati

Gio, 17/04/2014 - 13:56

PCHR - Centro Palestinese per i Diritti Umani

Report sulle violazioni israeliane nei Territori palestinesi occupati, periodo 3-9 aprile 2014.

Le forze israeliane continuano ad attaccare sistematicamente civili e proprietà palestinesi nei Territori palestinesi occupati (oPt).

Aerei da guerra israeliani hanno lanciato 9 attacchi aerei contro obiettivi civili e centri di formazione di gruppi armati nella Striscia di Gaza.

· 3 laboratori nel nord della Striscia di Gaza hanno subito ingenti danni.

· 7 veicoli civili, 21 case, un magazzino e un pozzo d’acqua hanno subito danni.

· Le forze israeliane hanno continuato ad aprire il fuoco nella zona di frontiera della Striscia di Gaza.

- Le forze israeliane hanno aperto il fuoco due volte, ma non si segnalano feriti.

· Le forze israeliane hanno continuato a usare una forza eccessiva contro  manifestanti pacifici in Cisgiordania.

- 12 civili, tra cui 2 bambini e un giornalista, sono stati feriti durante 2 manifestazioni a Ramallah.

· 2 civili palestinesi, tra cui un bambino, sono stati feriti nella Cisgiordania settentrionale e meridionale.

· Le forze israeliane hanno condotto 62 incursioni nelle comunità palestinesi della Cisgiordania e 3 nella Striscia di Gaza.

- 22 civili palestinesi, tra cui 2 bambini, sono stati arrestati in Cisgiordania.

- 150.000 shekel e 200 grammi di gioielli sono stati confiscati da una casa nel villaggio di Ethna, a ovest di Hebron.

· Israele ha continuato ad imporre una chiusura totale sui Territori Palestinesi Occupati e ad isolare la Striscia di Gaza dal mondo esterno.

- Le forze israeliane hanno istituito decine di posti di blocco in Cisgiordania.

- Almeno 5 civili palestinesi, tra cui un bambino, sono stati arrestati ai check-point in Cisgiordania.

· La marina militare israeliana ha continuato a colpire i pescatori palestinesi in mare.

- La marina militare israeliana ha confiscato una barca e reti da pesca e ha aperto il fuoco contro barche da pesca in mare.

· Israele ha continuato gli sforzi per creare una maggioranza ebraica nella Gerusalemme Est occupata.

- 3 case appartenenti a famiglie beduine nel villaggio di al-Aizariya, a est della città, sono state demolite.

· Le forze israeliane hanno continuato a sostenere le attività di insediamento in Cisgiordania e i coloni israeliani hanno continuato ad attaccare civili e proprietà palestinesi.

- Una baracca nella parte orientale del villaggio di  Bart’a a Jenin è stata demolita.

- I coloni hanno tagliato 650 piantine d’uva nel villaggio di al-Khader a Betlemme.

- Il parabrezza di un veicolo appartenente a un giornalista è stato fracassato vicino all’insediamento di Beit Eil a nord di Ramallah.

Riassunto

Le violazioni israeliane del diritto internazionale e del diritto umanitario internazionale nei Territori Palestinesi Occupati sono continuate nel periodo di riferimento (03-09 aprile 2014).

Colpiti

Nel periodo in esame, le forze israeliane hanno ferito 14 civili palestinesi, tra cui 3 bambini e un giornalista, in Cisgiordania. Nella Striscia di Gaza, aerei da guerra israeliani hanno lanciato 9 attacchi aerei contro obiettivi civili e centri di formazione dei gruppi armati in diversi settori, mentre le forze israeliane hanno effettuato 4 scontri a fuoco lungo la recinzione di confine tra Israele e la Striscia di Gaza.
Inoltre, le forze navali israeliane hanno lanciato 8 attacchi contro i pescherecci palestinesi in mare.

Nella Striscia di Gaza, le forze israeliane hanno intensificato i loro attacchi.
Hanno lanciato 9 attacchi aerei in aree diverse, 2 sparatorie lungo la recinzione di confine e 8 attacchi contro i pescherecci palestinesi.

Il 4 e il 5 aprile 2014, aerei da guerra israeliani hanno lanciato 9 attacchi aerei contro obiettivi civili e centri di formazione dei gruppi armati in tutta la Striscia di Gaza.
Si segnalano danni materiali e e 2 civili, tra cui un bambino, sono rimasti feriti.

Il 5, 6 e 7 aprile 2014, le forze israeliane di stanza lungo la recinzione di confine tra Israele e la Striscia di Gaza hanno aperto il fuoco in campo aperto contro raccoglitori di pietre, ma non sono stati segnalati feriti.

Per quanto concerne i pescatori palestinesi colpiti in mare, le forze navali israeliane hanno aperto il fuoco 8 volte contro i pescherecci palestinesi il 3, 5, 6, 7 e 8 aprile 2014, ma non sono stati segnalati feriti.

Tuttavia, un peschereccio e reti da pesca sono stati confiscati.

In Cisgiordania, 12 civili palestinesi, tra cui 2 bambini e un giornalista, sono stati feriti durante due manifestazioni organizzate il 4 aprile 2014 nei pressi del centro di detenzione di Ofer, a sud ovest di Ramallah, e all’ingresso occidentale del villaggio di Selwad, a nord-est della

Città

Inoltre, le forze israeliane hanno fatto uso eccessivo della forza contro manifestazioni pacifiche organizzate dai civili palestinesi, attivisti per i diritti umani internazionali e israeliani in segno di protesta contro la costruzione del muro di annessione e contro le attività di insediamento in Cisgiordania.

Decine di civili hanno sofferto per l’inalazione di gas lacrimogeno e altri hanno lividi per essere  stati picchiati dai soldati israeliani.

Il 6 aprile 2014, un ragazzo di 17 anni, è stato colpito da un candelotto di gas alla faccia quando le forze israeliane hanno fatto irruzione nel campo profughi di Ayda, a nord di Betlemme.

Lo stesso giorno, un civile palestinese ha subito una ferita da proiettile dopo aver lanciato una molotov contro un veicolo militare israeliano nel villaggio di Hawwara, a sud di Nablus, quando i soldati israeliani hanno aperto il fuoco contro di lui.

 

Traduzione di Edy Meroli

Categorie: Palestina

Gerusalemme, sit-in di massa per proteggere i luoghi santi islamici

Gio, 17/04/2014 - 13:44

Al-Quds (Gerusalemme)-Pic e Quds Press. Uno stato di ansietà e vigilanza prevale nella Spianata delle Moschee e ai suoi cancelli, a Gerusalemme, dove sono pesantemente dispiegate le forze di occupazione e di “confine” israeliane.

Secondo testimoni oculari, le forze di occupazione hanno chiuso il cancello dei Maghrebini, la località prevista per l’irruzione dei coloni, venerdì, con il pretesto di alleviare la tensione alla Moschea di al-Aqsa.

I soldati israeliani hanno anche arrestato diversi giovani palestinesi e ispezionato le loro carte di identità con il pretesto della sicurezza e per paura di una rivolta scatenata dalla dissacrazione e assalto ai luoghi santi islamici da parte di gruppi di coloni fanatici.

 

Diversi sit-in sono stati organizzati da civili palestinesi dentro la moschea di al-Aqsa per proteggere il complesso dalle irruzioni di coloni e forze di occupazione in occasione del periodo di Pasqua ebraica.

I manifestanti palestinesi hanno raggiunto la moschea dalle prime ore del mattino, in modo pacifico, con preghiere, canti, sermoni e slogan.

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17 aprile, Giornata del Prigioniero palestinese: 5000 detenuti nelle carceri israeliane

Gio, 17/04/2014 - 12:42
Pal.info e Quds Press. Statistiche ufficiali, rilasciate in occasione del Giorno del Prigioniero, sul numero e casi di prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, hanno rivelato fatti scandalosi sulla tragedia dei detenuti. Il ministero per gli Affari dei Prigionieri e ex-detenuti ha affermato, in una dichiarazione che è stata recentemente rilasciata, che 5000 detenuti palestinesi sono ancora incarcerati, inclusi 476 ergastolani. E 1400 sono malati. La dichiarazione ha documentato l’incarcerazione di 19 donne palestinesi e 200 ragazzi, in aggiunta ai minorenni palestinesi che sono diventati maggiorenni dentro le carceri israeliane. La lista dei prigionieri include 185 casi di detenzione amministrativa, insieme a 11 deputati e diversi leader politici, distribuiti in 22 prigioni israeliane. Statistiche ufficiali hanno rivelato che più di 800 mila palestinesi, incluse 15 mila donne e migliaia di bambini sono stati soggetti alle campagne israeliane di detenzione in corso, dal 1967 al 2013. Tali dati lasciano pochi dubbi sul fatto che ogni famiglia palestinese abbia sperimentato casi di prigionia di propri membri. Secondo le statistiche, prigioni e centri di detenzione israeliani sono stati costruiti in quasi tutti i territori palestinesi. Dall’inizio della seconda intifada, a settembre del 2000, sono stati documentati 80 mila casi di detenzione, inclusi 10 mila minorenni e più di 60 parlamentari e ministri. Negli ultimi decenni, la scena socio-politica palestinese nella Cisgiordania occupata è stata travolta da campagne di detenzione. Il pretesto della sicurezza, che è molto comune con gli stratagemmi di incarcerazione israeliana, non può più essere mantenuto come una scusa. In accordo con la tante organizzazioni per Diritti Umani, gli arresti effettuati dalle Autorità d’occupazione israeliane (Aoi) hanno violato in maniera esplicita la legge umanitaria internazionale. Palestinesi sono stati trattenuti nelle più orribili circostante di detenzione, e sono stati sottoposti a procedure di tortura mortali, come mostrato dalle statistiche ufficiali. Le statistiche mostrano anche che i prigionieri palestinesi non sono stati sottoposti soltanto a torture fisiche o psicologiche, ma anche umiliazioni e torture in pubblico, a volte in presenza dei loro familiari e figli. La cattiva sorte dei detenuti Secondo i dati, diversi detenuti palestinesi sono deceduti a causa della scarsezza di cure mediche. Le condizioni di salute di più di 1400 prigionieri sono considerata critiche. 16 risiedono permanentemente nell’ospedale della prigione di Ramla, a causa delle loro condizione di deterioramento fisico e di malattie terminali, che affettano molti di loro. A 25 prigionieri palestinesi è stato diagnosticato il cancro. Prigionieri palestinesi torturati a morte. Il ministero degli Affari dei Detenuti ha documentato la morte di 73 palestinesi uccisi sotto torture e 53 a causa di mancanza di cure mediche, dal 1967. 72 sono stati deliberatamente assassinati dopo l’arresto da soldati israeliani e guardie carcerarie dentro le prigioni, e altri sette sono morti a seguito di spari a distanza ravvicinata. Tali statistiche aumentano i campanelli d’allarme per la situazione dei palestinesi nelle prigioni israeliane. Reazioni serie contro le brutali violazioni delle leggi internazionali da parte d’Israele sono più urgenti che mai. È giunto il momento che attivisti di tutto il mondo prendano provvedimenti pratici per difendere i diritti dei prigionieri palestinesi per aiutarli a ottenere la libertà. In un’intervista di PIC alla moglie di Hamed Ibrahim, ex-detenuto palestinese, questa ha elogiato la campagna di lotta del marito. Secondo lei, l’incarcerazione non è mai stata e non sarà mai una fonte di paura per suo marito e per i palestinesi, che continueranno a combattere fino all’ultimo respiro. La signora Hamed ha dichiarato che suo marito ha sospeso, ma non ancora terminato, il suo sciopero della fame, a seguito della decisione che annunciava il suo prossimo trasferimento dalla cella d’isolamento alla cella privata, per un periodo di tre mesi.  Ibrahim Hamed è stato imprigionato per sei anni sotto l’accusa non provata di essere a comando delle Brigate al-Qassam, il braccio armato di Hamas. Traduzione di F.H.L.
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Pasqua cristiana sotto assedio a Gerusalemme

Gio, 17/04/2014 - 01:55
Betlemme-Ma’an. Di Alex Shams. Alcuni gruppi di palestinesi cristiani a Gerusalemme hanno iniziato una campagna che condanna le restrizioni israeliane sulla libertà di culto, con l’arrivo della Pasqua, dato che alcune persone hanno il timore che si possa ripetere la violenza della polizia alla quale la Città Santa è stata testimone l’anno passato. Prodotto dall’Organizzazione per lo Sviluppo e Progresso nel quartiere cristiano, un’associazione palestinese locale, con il supporto di vari gruppi di giovani palestinesi cristiani, il nuovo video chiede “libertà di culto per tutti” a Gerusalemme. “I cristiani sono gli abitanti indigeni di questa terra e tutto ciò che vogliamo e poter pregare normalmente e con libertà nei nostri luoghi santi”, ha dichiarato Benayot Benayot, un membro del gruppo che ha prodotto il video, in un’intervista telefonica. “I cristiani non hanno più la libertà di raggiungere la Chiesa del Santo Sepolcro”, ha aggiunto, sottolineando come la combinazione di check-point e violenza della polizia ha dissuaso molti dall’andare a Gerusalemme durante la settimana santa che precede la Pasqua. Tutti gli anni, milioni di cristiani – incluse decine di migliaia di palestinesi cristiani – si radunano nella Città Santa per passare i giorni più sacri del calendario cristiano. Negli ultimi anni, tuttavia, queste celebrazioni segnate dalla violenza e a volte le autorità israeliane hanno anche bandito l’entrata nella città ai palestinesi cristiani, lasciando invece entrare i pellegrini stranieri. Benayot ha affermato che quando l’anno scorso ha cercato di andare alla Basilica del Santo Sepolcro, è stato assalito al check-point che le forze israeliane avevano montato. “Quando sono andato alla basilica con  la mia famiglia, mi hanno arrestato, picchiato e mi hanno portato via”, ha dichiarato Benayot, condannando gli attacchi “brutali” da parte della polizia ai quali lui e altri cristiani sono stati sottoposti, l’anno scorso, quando hanno provato a raggiungere i luoghi santi. “Le famiglie hanno smesso di venirci per le festività. Sono spaventati da cosa può succedergli se ci provano”, ha aggiunto. I palestinesi accusano le autorità israeliane di aver installato molti posti di blocco della polizia intorno alla Città Vecchia di Gerusalemme, durante le festività, le quali attraggono una grande percentuale dei 200 mila membri della comunità cristiana palestinese. “Gerusalemme è cambiata così tanto, che mi è difficile vederla ancora”, ha dichiarato Benayot. “La persecuzione contro musulmani e cristiani è sempre presente”. Tra scene di violenza della polizia contro i credenti, durante le cerimonie pasquali dell’anno scorso, il video mette in evidenza le politiche che dicono essere destinate a limitare l’accesso dei cristiani ai loro luoghi di culto, e intervista un certo numero di leader cristiani palestinesi importanti. Issa Kassissieh, l’ambasciatore palestinese della Santa Sede, ha sostenuto che c’è una “politica sistematica” per prevenire il culto cristiano che si è intensificata negli ultimi tre anni. Durante la Pasqua dell’anno passato, Kassissieh ha raccontato che “sul tetto e nei cortili della Basilica non c’era nessuno, fatta eccezione per i posti di blocco e per la polizia”, mentre diversi fedeli erano bloccati nei check-point nelle vicinanza. Ibrahim Faltas, l’Amministratore generale per la Custodia della Terra Santa, ha sottolineato che le restrizioni imposte sui cristiani non sono, tuttavia, limitate al periodo pasquale,  ma riflettono le grandi politiche israeliane contro i palestinesi, a Gerusalemme. La persecuzione contro i cristiani e gli arabi c’è sempre, ha affermato, aggiungendo che crede che la settimana di Pasqua sia stata presa di mira per il fatto di essere la più visibile dimostrazione della presenza cristiana durante l’anno. In un rapporto pubblicato nel 2012, il Dipartimento di Stato degli USA ha evidenziato le restrizioni israeliane sulla libertà di culto dei palestinesi e cristiani, così come per i musulmani.  “Le chiusure severe e i coprifuochi imposti dal governo israeliano hanno influito negativamente sulla possibilità dei residenti di praticare la propria religione nei luoghi santi, incluse la Basilica del Santo Sepolcro e la moschea di al-Aqsa a Gerusalemme, così come la Basilica della Natività a Betlemme”. “La barriera di separazione impedisce significativamente ai cristiani dell’area di Betlemme di raggiungere la Basilica del Santo Sepolcro e rende difficili le visite ai siti sacri a Betania (al-Eizariya) e Gerusalemme per i palestinesi cristiani che vivono sul lato di Gerusalemme della barriera”. Una dichiarazione rilasciata dalla principale organizzazione cristiana palestinese nella Gerusalemme occupata dell’est, ha posto tali restrizioni nella politica ufficiale israeliana di “ebraicizzazione” di Gerusalemme. “Le autorità d’occupazione vogliono negare la presenza cristiana e creare un’impressione di città totalmente ebrea”, afferma la dichiarazione. “Noi viviamo qui e qui rimarremo”. La politica di ebraicizzazione include anche la non autorizzazione alla costruzione e alla residenza a lungo termine per i palestinesi, mentre permette la costruzione di migliaia di case coloniali per gli ebrei, a fine di spostare il bilancio demografico. Da quando Israele ha occupato la Gerusalemme Orientale, nel 1967, le autorità hanno anche separato sempre di più la Città Santa dalla circostante Cisgiordania Palestinese, attraverso un sistema di permessi, check-point e una barriera di separazione che ha tagliato fuori la città dal suo entroterra storico. Il numero ristretto di permessi per recarsi Gerusalemme rilasciati ai palestinesi della Cisgiordania significa che pochi hanno la possibilità di entrare nella città, inclusi i più di 50 mila cristiani della Cisgiordania. Il risultato di queste politiche è stato un effettivo, sebbene graduale, cambiamento della popolazione, visto che migliaia di palestinesi sono stati spinti o forzati a lasciare Gerusalemme. Malgrado ciò, i leader cristiani palestinesi a Gerusalemme continuano determinati nel difendere la loro presenza nella Città Santa, e proteggere la loro libertà di culto. “Mi vedo insieme a tutti noi, le famiglie cristiane a Gerusalemme, come guardiani e protettori della Terra Santa e custodi dei luoghi sacri”, ha dichiarato, in un video, Issa Kassissieh, l’ambasciatore palestinese del Vaticano. Traduzione di F.H.L.
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Le priorità di Arabia Saudita e Israele in Siria. Militarismo nascosto e “strategia della libanizzazione”

Mer, 16/04/2014 - 23:57

Le priorità di Arabia Saudita e Israele in Siria. Militarismo nascosto e “strategia della libanizzazione”

Gli attuali sviluppi interni ed esterni alla Siria hanno mostrato che i principali finanziatori dell’insurrezione dominata dagli estremisti – Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Israele e Turchia – non sono ancora pronti a gettare la spugna.

Phil Greaves – Global Research. Si può venire scusati per aver pensato che l’amministrazione Obama avesse deciso di abbandonare le politiche del cambiamento di regime che hanno fatto seguito al fallito tentativo di provocare un intervento attraverso il casus belli delle armi chimiche di agosto. Ma rimane la dura realtà che l’alleanza di cui sopra continua a tutti gli effetti, in una forma o nell’altra, il proprio sostegno militare nascosto agli insorti, nella piena consapevolezza che la maggior parte dei ribelli sono fondamentalisti dai piani settari, fortemente contrari a qualsiasi forma di democrazia o pluralismo politico.

Innanzitutto, il finanziamento ininterrotto è il prodotto della strategia omni-comprensiva dell’Impero americano: il dominio su tutta la linea sulle regioni ricche di risorse e in posizioni strategiche del pianeta, tramite la sovversione e l’aggressione militare ed economica; una politica imposta a gradi diversi su qualunque stato non voglia accettare la piena subordinazione agli Stati Uniti. Questa posizione aggressiva degli Stati Uniti non è assolutamente esclusiva a periodi di tensione o crisi accentuata: è permanente, spinta fino al suo violento climax per puro opportunismo machiavellico. Nel caso della Siria, le rivoluzioni arabe hanno fornito agli Stati Uniti e ai loro alleati la breccia perfetta per mettere in moto i piani sovversivi ai quali stavano lavorando almeno dal 2006. La possibilità di rimuovere un governo di opposizione che rifiuta di subire i diktat americani e israeliani era una chance semplicemente troppo buona per non essere colta. Allo stesso modo, e da una fase molto precoce, gli Stati Uniti hanno tentato di agevolare e aiutare le componenti violente in Siria, mentre le armi mediatiche si occupavano di confonderle con i circoscritti legittimi manifestanti.

Da quando gli Stati Uniti hanno preso la decisione, tipicamente avventata, di finanziare, aumentare ed esacerbare le componenti militanti, questa politica si è rivelata un miserabile fallimento. Dal tono apertamente usato dai diplomatici e propagandisti occidentali, e dal frequentemente ripetuto slogan “I giorni di Assad sono contati”, chiaramente si aspettavano un rapido cambiamento di regime. Questi desideri erano largamente basati sull’arroganza americana e sulla speranza che lo scenario della No Fly Zone libica avrebbe smosso il Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

Contrariamente a questi desideri, la rabbia di Russia e Cina nei confronti della distruzione della Libia e dell’assassinio di Gheddafi da parte della Nato hanno significato che ogni risoluzione simile sulla Siria avrebbe subìto un veto immediato. A sua volta, ciò si è dimostrato un punto di svolta nelle moderne relazioni tra i membri permanenti del Concilio di Sicurezza, le piene ramificazioni del quale si devono ancora materializzare. Si è, inoltre, dimostrato un punto di svolta nella crisi siriana stessa: sapendo che Russia e Cina avrebbero bloccato qualsiasi tentativo di dare alla Nato la sua seconda uscita con forze aeree contro al-Qaeda, gli Stati Uniti hanno scelto ancora una volta la politica del militarismo nascosto, aumentando drasticamente i fondi e le consegne di armi ai ribelli – parallelamente alle campagne di incitamento settario esposte dai clerici salafito-wahhabiti in tutto il Golfo – nella speranza che potessero rovesciare l’esercito siriano attraverso il terrorismo e una brutale guerra settaria d’attrito.

In conseguenza al fallimento della rimozione di Assad o della distuzione del governo siriano e dei suoi apparati, l’amministrazione Obama, riluttante e politicamente incapace di impegnarsi in atti apertamente aggressivi, sta utilizzando una strategia di realpolitik, usando soprattutto il militarismo nascosto per placare i desideri dei falchi neoconservatori al Congresso e le sue influenze regionali più devote, che provengono da Riad e Tel Aviv, mentre evita la possibilità di venire trascinata in un ennesimo intervento militare manifesto.

A sua volta, questa doppia strategia alimenta la falsa percezione pubblica nei confronti dell’Impero americano, che i propagandisti e gli pseudo-pragmatisti neoliberali sono così ansiosi di sostenere, così fondamentale per la costruzione imperialista degli Stati Uniti: quella di una forza intrinsecamente altruista che agisce come arbitro globale, che sovverte, invade, bombarda e interviene con riluttanza negli affari di nazioni sovrane per il bene di tutta l’umanità. Fino a quando verrà sostenuta questa falsa percezione, l’acutezza della grottesca farsa della realpolitik americana – quella di un militarismo nascosto e un terrorismo finanziato dallo stato – continuerà imperterrita. Chiaramente l’Impero statunitense non ha fretta di terminare lo spargimento di sangue in Siria. Le sue priorità, dal 2011, sono rimuovere, o almeno menomare gravemente e indebolire il governo e lo stato siriani, senza riguardo per le conseguenze sulla popolazione civile.

Usando il controllo del finanziamento statale, del flusso di armi, e con loro della forza e delle capacità dell’intera insurrezione, l’amministrazione Obama ha impiegato la futile tattica del bastone e della carota nel tentativo di fare pressione al governo siriano durante l’attuale fase dei negoziati, affinché acconsenta alle richieste statunitensi e rinunci alla propria sovranità, sia nei confronti dell’alleanza guidata dagli Usa che della Siria e i suoi alleati internazionali – soprattutto Russia e Iran – nella piena consapevolezza che ai ribelli mancano sia il supporto interno che gli effettivi necessari per espellere Assad o sconfiggere l’esercito siriano da soli. I report recenti alludono al bastone della democrazia statunitense, che ha avuto la sua più recente espressione nella forma di “nuove” e migliori forniture di armi ai ribelli, tra cui ci sarebbero anche lanciamissili. Tutto questo avviene immediatamente dopo i fallimentari colloqui “di pace” di Ginevra, e può essere interpretato come il risultato diretto del fallimento di Washington nel rinforzare i propri obiettivi: il bastone è una fornitura infinita di terrorismo finanziato dallo stato, la carota è chiudere il rubinetto.

Resta da vedere se i nuovi carichi armi aumenteranno davvero la capacità dei ribelli di infliggere danni al governo siriano. Ed è altamente improbabile a questo punto, mentre l’esercito siriano penetra nelle montagne di Qalamoun per liberare la città assediata dai ribelli Yarbroud, assicurandosi man mano il transito vitale e passaggi logistici dal Libano. Il possibile esito di un flusso aumentato di armi ai ribelli nel sud, provato ad ogni interruzione della militarizzazione istigata dagli Usa, sarà una ripetizione degli stessi devastanti risultati: più profughi civili, che si aggiungono alla già critica crisi dei rifugiati; più distruzione da parte dei ribelli delle infrastrutture civili, che si aggiungono ad ulteriori razionamenti di cibo e utenze; molte altre vite perdute.

“Libanizzazione”: un sostituto al cambiamento di regime?

Se, come sembra essere il caso, gli Stati Uniti e i loro alleati saranno impossibilitati a rimuovere il governo siriano tramite forze delegate, senza un intervento militare occidentale sempre più impopolare, e la posizione di Assad e il sostegno interno rimarranno saldi, lo “scenario ottimale” sostitutivo al quale lavorano gli Stati Uniti e i loro alleati potrebbe benissimo essere una strategia di libanizzazione.

Incoraggiare, esacerbare e incitare la divisione tra gli arabi è stata la strategia a lungo termine dell’establishment sionista fin da quando i colonialisti usurparono per la prima volta la terra palestinese nel 1948, impegnandosi specificamente a fomentare il conflitto lungo linee settarie. La strategia della divisione è rivolta a ogni stato arabo o governo che rifiuta di sottomettersi alle richieste sioniste. Il famigerato “Una strategia per Israele negli anni Ottanta”, dello stratega israeliano Oded Yinon, ribattezzato “Il Piano Yinon”, fornisce forse il più chiaro resoconto delle intenzioni israeliane verso i vicini arabi:

“Il disintegramento totale del Libano in cinque governi regionali locali è il precedente per l’intero mondo arabo […]. La dissoluzione della Siria e poi dell’Iraq in distretti di minoranze etniche e religiose, seguendo l’esempio del Libano, è l’obiettivo a lungo termine principale di Israele sul fronte orientale. L’indebolimento militare attuale di questi stati è l’obiettivo a breve termine. La Siria verrà disintegrata in molti stati lungo le linee della sua struttura etnica e religiosa […]. Come conseguenza, ci sarà uno stato sciita alawita, il distretto di Aleppo sarà uno stato sunnita, e il distretto di Damasco un altro stato ostile a quello settentrionale. I drusi – anche quelli del Golan – formeranno uno stato ad Hauran e nella Giordania settentrionale […]. L’Iraq, ricco di petrolio ma molto diviso e internamente lacerato dai conflitti, è certamente un candidato al compimento degli obiettivi di Israele […] Qualsiasi tipo di confronto inter-arabico […] affretterà il conseguimento dell’obiettivo supremo, cioè frammentare l’Iraq nei suoi componenti, come la Siria e il Libano”.

Visto in questo contesto, non può essere una coincidenza che il Segretario di Stato americano John Kerry stia cercando disperatamente il fatto compiuto con l’Autorità Palestinese.

Contrariamente al disgustoso ritratto mediatico degli Stati Uniti quali imparziali negoziatori di pace, la fretta di Kerry di conseguire un “accordo” in questo momento è un risultato diretto del conflitto siriano, e le divisioni interne al campo della resistenza che ha creato. Gli Stati Uniti e Israele stanno tentando di spingere per un “accordo di pace” con la corrotta Autorità Palestinese, che inevitabilmente sarà un fallimento e al contempo contrario agli interessi dei palestinesi. Gli alleati devoti alla resistenza palestinese, attualmente impantanati nel combattere gli ideologi qaedisti in Siria e nel disinnescare auto kamikaze dirette a Dahiyed, non sono nella posizione di aiutare i palestinesi contro Israele nel momento del bisogno, gli Stati Uniti e Israele comprendono pienamente l’importanza di isolare la genuina resistenza palestinese dai pochi stati arabi e altri attori dai quali viene aiutata. Nel suo ultimo discorso, il Segretario Generale di Hezbollah, il generale Sayyed Hasan Nasrallah, ha ricordato ai suoi uditori questo cruciale problema: “L’amministrazione Usa, con l’amministrazione sionista, cerca di mettere una fine alla causa palestinese, e crede che questo sia il tempo migliore per farlo, dato che i mondi arabi e islamici sono oggi assenti, e ogni nazione è occupata con i propri problemi”.

Allo stesso modo, gli Stati Uniti hanno usato il conflitto siriano come una leva contro l’Iran nei negoziati nucleari. I tentativi di lunga data di Washington di pacificare e subordinare un Iran indipendente hanno senza dubbio giocato un grande ruolo nelle politiche Usa in Siria – forse il ruolo più significativo. Di conseguenza, sia il conflitto palestinese che quello iraniano con Israele e gli Stati Uniti sono, ora,  come sono sempre stati intesi fino a un certo punto nei calcoli Usa, inestricabilmente connessi per risolvere la crisi siriana.

Fedele alla forma, l’evidente soddisfazione di Israele per la distruzione della Siria e la sua manifesta preferenza per la rimozione di Assad e del governo siriano, con la devastazione che comporterebbe, si è a volte dimostrata difficile da nascondere. Espandendo il concetto, solo uno dei molti esempi della collusione tra ribelli e israeliani è emersa in un recente reportage del National (che ritraeva falsamente i ribelli con cui Israele sta “cercando un dialogo” come apparentemente “moderati”) che affermava che centinaia di ribelli hanno ricevuto cure negli ospedali israeliani e sono stati rimandati in Siria con fino a 1000 dollari in contanti. Israele ha fatto ulteriori sforzi per consolidare i contatti con i ribelli nel sud, senza riguardo al livello di fondamentalismo, e ha cooperato con le fazioni ribelli durante i bombardamenti israeliani su Laodicea e Damasco.

In un flebile tentativo di far dimenticare questa collusione, i propagandisti israelliani stanno alacremente diffondendo la falsa notizia che Israele stia agevolando la comunità drusa nel sud della Siria; sebbene la comunità drusa sia risolutamente alleata al governo siriano. In realtà, i tentativi israeliani di coltivare relazioni con le comunità e i ribelli nel sud dovrebbero essere correttamente visti come tentativi di creare “zone franche” forzate attorno alle alture del Golan occupate, in a favore delle aspirazioni espansionistiche del land-grabbing sionista. Di conseguenza, la neutralità fraudolenta di Israele viene completamente smascherata dalla collusione con i ribelli per il proprio interesse, e dai manifesti atti di aggressione contro l’esercito siriano.

Molte altre indicazioni alludono al fatto che per le fazioni di spicco dell’alleanza Usa, in particolare Israele, sia preferibile, e venga incoraggiato, un risultato di divisione. Ma è la semplice logica a determinare che l’Arabia Saudita, il partner più strategico di Israele nella regione, e l’attore interno all’alleanza Usa che possiede l’influenza più concreta e la volontà politica di supportare i fondamentalisti e il terrorismo, approverebbe persino la distruzione dello stato siriano, vista in primo luogo come un colpo all’“espansionismo sciita”. La fissazione dei sauditi e del Golfo per i temi settari, per mascherare quelli che sono conflitti essenzialmente politicamente orientati, è costruita intenzionalmente anche per intensificare la strategia di divisione in società multietniche e plurireligiose – come provato in praticamente ogni paese dove sono stati sguinzagliati gli emissari del Golfo fondamentalista, più di recente in Libia.

Ma anche i sauditi hanno dei limiti nelle proprie capacità e decisioni: in sostanza si affidano alla grandezza militare e alla protezione degli Stati Uniti, e per questo non avranno rivali nelle reti terroristiche se le cose si metteranno male. Quindi, i recenti tentativi sauditi di dissociarsi da al-Qaeda e le battaglie variamente estremiste in Siria possono essere viste come largamente cosmetiche e ad uso e consumo del pubblico. In realtà, la leadership saudita vede al-Qaeda e i suoi confratelli estremisti come emissari malleabili di nessun pericolo per loro, mentre costituiscono un componente critico della politica estera saudita e della sua aggressività nascosta.

Di ben più grande importanza per gli interessi di Israele e dell’Arabia Saudita nella regione, che a loro volta giocano un ruolo critico nei calcoli Usa, sono proprio gli stati contro i quali stanno venendo finanziati per la guerra gli emissari fondamentalisti: Iran, Siria e Hezbollah. La disintegrazione dell’asse di resistenza è la priorità ultima per gli stati che guidano la politica Usa in Medio Oriente, la supposta “minaccia” affrontata dagli ideologi fondamentalisti militanti, originalmente creati e sponsorizzati a intermittenza dagli Stati Uniti e dai loro alleati, è soltanto un ripensamento.

L’Impero statunintense, nello sforzo di contenere e quindi dominare e controllare una regione così strategica e ricca di risorse, è più che felice di permettere ai suoi clienti reazionari e settari di incitare il conflitto necessario per sovvertire, fratturare e dividere l’inevitabile potere che un Medio Oriente unificato potrebbe rivendicare – se solo le loro aspirazioni progressiste e di unità non venissero ripetutamente “ostacolate” dall’occupazione sionista e dall’antagonismo prefabbricato

 

Phil Greaves vive nel Regno Unito. Scrive di politica estera Usa/Uk, con particolare riferimento al mondo arabo dopo la Seconda Guerra Mondiale.http://notthemsmdotcom.wordpress.com/

Traduzione di Elisa Proserpio

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Gli incontri segreti tra Israele e paesi del Golfo saranno presto di dominio pubblico

Mer, 16/04/2014 - 23:24

al-Mayadeen. “Sono in corso contatti e colloqui con alcuni paesi arabi, ma siamo molto vicini ad una fase in cui tutto ciò, nel giro di un anno o un anno e mezzo, non avverrà più in segreto, bensì pubblicamente.”

In questi termini Avigdor Liebermann, ministro degli Esteri israeliano, intervistato dal giornale Yediot Ahronot, ha descritto il rapporto con alcuni paesi arabi. Liebermann, il quale ha annunciato di non avere alcun problema a visitare l’Arabia Saudita, il Kuwait, ed alcuni stati arabi, ha reso noto che ormai da anni con questi porta avanti incontri e contatti, affermando che non hanno alcuna bandiera rossa, fatta eccezione per una sola, quella dell’Iran.

Tali parole tornano a  gettare luce su quanto recentemente diffuso in Israele a proposito dell’avvicinamento col Golfo arabo, e sul fatto che Liebermann non è il solo ad essersi mosso in tal senso. Benjamin Netanyahu, capo del governo, lo ha infatti preceduto -riporta la radio israeliana-  nell’invitare i paesi arabi a sostenere Israele ed a formare un fronte unico contro l’Iran.
Quanto al presidente israeliano Shimon Peres, ospite d’onore al summit di sicurezza tenutosi ad Abu Dhabi sotto forma di “congresso”, non ha rinunciato ad apparire con dietro la bandiera israeliana.
Alcuni dei presenti sono usciti dalla sala in segno di protesta, mentre Peres ha portato a compimento il suo discorso -riporta Yediot Ahronot- applaudito dagli astanti.

I media israeliani hanno a lungo parlato di una serie di incontri segreti avvenuti tra funzionari sauditi e del Golfo.
Il corrispondente per gli affari politici del canale 2 israeliano, Audi Sieghel, afferma che “nelle ultime settimane sono state fissate intense riunioni con alti funzionari dei paesi del Golfo, di cui non posso rivelare tutti i dettagli. S’è parlato di un’importante figura giunta in Israele in segreto e, come ho detto, molto intensi sono stati gli incontri e le riunioni alle quali ha partecipato gran parte dei paesi arabi e del Golfo”.

Ily Afidar, capo della rappresentanza israeliana in Qatar, ha precedentemente detto che da anni sono attivi numerosi contatti con diversi paesi arabi, affermando che gli interessi strategici di Israele convergono pienamente con quelli di diversi paesi del Golfo come l’Arabia Saudita, il Kuwait, Abu Dhabi ed il Bahrein.

Parlare di una tale forza dei rapporti tra Israele e Golfo solleva degli interrogativi circa il cambiamento della bussola del conflitto, così come chiesto da Liebermann, che vede la trasformazione di Israele da principale nemico degli arabi a loro nuovo alleato.

Traduzione di Salvatore Michele Di Carlo

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Statistica: sono 2200 i profughi palestinesi deceduti in Siria dall’inizio delle ostilità

Mer, 16/04/2014 - 17:09

Damasco-Quds Press. Il “Gruppo d’azione in favore dei Palestinesi in Siria” ha rivelato che il numero delle vittime tra i profughi palestinesi, nell’ambito degli avvenimenti in Siria, è salita a 2200.

Nelle statistiche che il gruppo ha inviato in copia a Quds Press, si precisa che solo la scorsa settimana sono morti 21 rifugiati, otto dei quali deceduti a causa delle torture subìte nelle carceri siriane. Altri sono vittime dei ribelli.

Il numero totale delle vittime è dunque salito a 2202 dall’inizio delle ostilità in Siria.

Si sottolinea poi il caso di 3 profughi palestinesi, morti nella giornata di lunedì 14 aprile a causa delle continue aggressioni sferrate agli accampamenti ed ai raduni dei rifugiati in Siria.

In una dichiarazione rilasciata a Quds Press, il gruppo ha affermato che l’anziana Shamsiyya Shatiwi, residente nell’accampamento di Sabina (presso il quale si era trasferita dopo aver lasciato quello di Yarmouk) è deceduta ieri a causa della penuria di medicinali e assistenza medica provocate dagli attacchi mossi per tutto il mese contro il campo profughi.

Si citano altri due casi: quello di Mahmoud Dhiyab, morto nell’ambito degli scontri consumatisi ad Aleppo, e quello di ‘Ali Ya’qub, deceduto a causa delle torture subìte nel carcere delle forze di sicurezza siriane a otto mesi dall’arresto, avvenuto nell’area di ‘Ayn Karsh, presso Damasco.

Continua intanto l’assedio al campo di Yarmouk, dove da circa 9 mesi viene impedito l’ingresso degli aiuti alimentari e medici. Solo una piccola quantità riesce ad essere di tanto in tanto consegnata attraverso l’URNWA e altre associazioni umanitarie.  Sono però ormai 6 giorni che nel campo non giunge alcun tipo di fornitura.

Traduzione di Giuliano Stefanoni

Per approfondimenti:

Ribelli e regime siriano corresponsabili della catastrofe a Yarmouk

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Gerusalemme, scontri ad al-Aqsa tra fedeli e soldati israeliani: 45 palestinesi feriti

Mer, 16/04/2014 - 13:16

Gerusalemme-InfoPal. Mercoledì mattina 16 aprile, 45 palestinesi sono rimasti feriti durante scontri nel complesso della moschea di al-Aqsa, assaltata dalle forze di occupazione israeliane. La tensione era salita nei giorni precedenti, in occasione dell’inizio della Pasqua ebraica.

Testimoni hanno raccontato ai media che soldati e poliziotti israeliani hanno fatto irruzione nel complesso lanciando granate e lacrimogeni, e sparando proiettili di acciaio rivestiti di gomma contro i fedeli musulmani, per permettere ai coloni israeliani di entrare nel “Monte del Tempio” e fare sacrifici per la Pasqua ebraica.

Il Direttore della Moschea di al-Aqsa, Sheikh Azam al-Khatib, ha parlato di un’invasione di un migliaio di militari israeliani, che hanno sparato sulla folla.

Forze speciali sono state dispiegate ai principali cancelli già dalla preghiera dell’alba, impedendo l’ingresso dei musulmani. Molte persone hanno celebrato la preghiera nei viali vicino ai cancelli, e circa un centinaio di altri sono rimasti all’interno del complesso, in questi giorni e notti, per proteggere la moschea dagli assalti dei coloni.

 

 

 

 

 

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Il Governo di Gaza lancerà un nuovo canale TV

Mer, 16/04/2014 - 01:10

Gaza-Ma’an e Quds Press. Lunedì 14 febbraio, i membri del governo di Gaza hanno annunciato l’intenzione di lanciare un canale satellitare governativo.
Il canale - che sarà affiliato all’ufficio di informazioni pubbliche di Gaza - sarà chiamato “al-Ra’ay”, che significa “l’opinione”.

La decisione è stata presa durante la riunione settimanale di Consiglio legislativo palestinese.

Il movimento di Hamas ha lanciato il suo canale satellitare ufficiale, al-Aqsa TV, nel 2006. Al-Ra’ay sarà il primo canale satellitare gestito soprattutto dal governo di Gaza.

Hamas è stato fondato nel 1987 da una filiazione del movimento islamico della Fratellanza musulmana egiziana.

Traduzione di Edy Meroli

Categorie: Palestina

In fase di approvazione la creazione del progetto israeliano Kdam-Ir David: sradicherà altri Palestinesi

Mer, 16/04/2014 - 01:06

Gerusalemme occupata. Secondo l’Al-Aqsa Foundation for Heritage and Islamic Endowments, è prevista l’approvazione da parte delComitato israeliano per le costruzioni e la pianificazione edilizia” della creazione del complesso Kdam-Ir David nel villaggio di Silwan, a sud della moschea di al-Aqsa, nella Gerusalemme occupata.

Nella dichiarazione rilasciata giovedì 3 aprile, l’ente ha affermato che il sottocomitato israeliano, presente in seno al suddetto Comitato, ha discusso i ricorsi presentati dai cittadini palestinesi del villaggio di Silwan contro il progetto di ebraicizzazione che avrà luogo in prossimità delle mura della Città Vecchia e a 100 metri dalla moschea.

Pressioni formali sono state esercitate da parte di Israele per accelerare l’attuazione del progetto, ideato dall’associazione Elad, dal governo israeliano e dalla Municipalità israeliana nella Gerusalemme occupata.

In base alla dichiarazione, il progetto comprende quattro piani oltre ai tre interrati, coprendo un’area di 17 mila metri quadrati.

Dal 2002 al 2007 l’area è stata sottoposta a scavi, operazione tuttora in corso che vede la partecipazione di centinaia di coloni.

Centinaia di monumenti archeologici risalenti all’epoca araba, ottomana, omayyade e abbaside sono stati ritrovati nella suddetta area, dove sono stati poi distrutti e i resti trasferiti all’Autorità israeliana per le Antichità.

L’edificio, che rientra nel processo di ebraicizzazione, comprende sale di esposizione e conferenza, ristoranti, uffici amministrativi, bar, oltre a collegare il nuovo tunnel, parte del passaggio sotterraneo di Silwan, ai tunnel israeliani presenti sotto la moschea di al-Aqsa.

Inoltre, secondo la dichiarazione dell’ente, il sindaco israeliano Nir Barkat ha sottolineato l’importanza di questo progetto per permettere a Israele di prendere il pieno controllo sulla moschea di al-Aqsa, prevedendo un’ingente affluenza annua di coloni israeliani.

Il progetto dovrebbe essere approvato nelle prossime sessioni e attuato al più presto.

La fondazione al-Aqsa ha riferito in merito alla serietà di questo schema di ebraicizzazione da attuare sulle terre confiscate di Gerusalemme soggette a continui scavi effettuati nel corso di 12 anni, che hanno causato crepe e smottamenti nelle case e nelle strade limitrofe.

Obiettivo del progetto è quello di intensificare le irruzioni israeliane nella moschea di al-Aqsa dato che quest’ultima, in base alle accuse mosse dalla dichiarazione, è sede di folle di estremisti che invocano la distruzione della moschea e la dislocazione dei palestinesi.

Traduzione di Patrizia Stellato

Categorie: Palestina

Tensioni alla moschea al-Aqsa in prossimità della Pasqua ebraica

Mer, 16/04/2014 - 00:54


Gerusalemm-Ma’an. 
Da lunedì mattina 14 aprile, le forze armate israeliane si sono dispiegate in massa davanti a tutte le entrate della moschea al-Aqsa imponendo ai musulmani strette restrizioni per accedervi.

Sheikh Azzam al-Khatib, Direttore degli affari e dei beni palestinesi a Gerusalemme, ha dichiarato a Ma’an che la polizia israeliana gli ha riferito che la porta dei Maghrebini sarebbe stata completamente chiusa.

Inoltre, tutti i programmi turistici della zona sono stati cancellati, ha aggiunto Sheikh al-Khatib, sottolineando di aver fatto sforzi enormi per contattare la polizia israeliana ed assicurarsi che impedissero l’entrata in zona agli ebrei “estremisti”.

La polizia israeliana ha deciso di consentire l’ingresso solo agli uomini e alle donne di Gerusalemme al di sopra dei 50 anni, dietro rilascio, all’entrata, della loro carta d’identità agli ufficiali di polizia.

L’accesso è stato negato persino a 500 studenti delle scuole della zona.

Un certo numero di fedeli musulmani ha deciso di rimanere all’interno dell’area giorno e note dopo che gruppi ebrei di estrema destra avevano incoraggiato i loro confratelli a riversarsi nell’area in cui, secondo le loro credenze, era stato eretto il primo tempio e dove si compiono i sacrifici pasquali.
La Pasqua è cominciata martedì 15 aprile, secondo il calendario ebraico.

Traduzione a cura di Gaia Proiti

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La fondazione al-Aqsa: i manifestanti asserragliati nella moschea impediscono le irruzioni dei coloni

Mar, 15/04/2014 - 14:43

Gerusalemme-Quds Press. La fondazione per la Difesa dei Luoghi Sacri dell’Islam presenti nei territori palestinesi occupati nel 1948, ha dichiarato che centinaia di Palestinesi, tra i quali figurano anche leader del Movimento Islamico, stanno continuando nella loro protesta, iniziata lunedì 14 aprile, all’alba, e consistente in un sit-in presso il cancello esterno del complesso della moschea di al-Aqsa.

Ha aggiunto che “il sit-in ha incorporato le attività previste per il “Giorno della Mobilitazione”, indetto dal Movimento Islamico dopo che un massiccio intervento dell’occupazione aveva costretto i Palestinesi a sgombrare l’area della porta di Hetta, presso la quale si erano stabiliti fin dal mattino”. La protesta coinvolge anche l’edificio stesso della moschea, all’interno del quale si trova una gran quantità di uomini e donne, per la maggior parte anziani.

La fondazione al-Aqsa ha precisato che “quanti stanno portando avanti la protesta sia all’esterno che all’interno della moschea sono riusciti ad impedire le irruzioni dei coloni, costringendo le forze d’occupazione a sbarrare porta al-Mughrabi fin dal mattino”.

Si sottolinea inoltre che “i partecipanti hanno preso parte con fervore ed impegno straordinari alle attività in programma per la giornata, durante la quale si sono uditi gli interventi di alcuni leader del Movimento Islamico accompagnati dal canto di inni e slogan in favore della moschea di al-Aqsa”.

Un gran numero di soldati dell’occupazione, compresa l’unità di intervento rapido, stanno tuttora stringendo d’assedio i manifestanti, cercando in tutti i modi di comprometterne la compattezza. Al momento gli Israeliani hanno arrestato tre dei partecipanti: Musbah Abu Sabih e Hassan Sidr di Gerusalemme e Nidhal Khalf, della cittadina di Muqibla, sita nella Palestina interna. L’occupazione ha inoltre rilasciato ‘Abd al-Karim Aghbariyya, proveniente da Umm al-Fahm, dopo un fermo di alcune ore, con l’ordine di non avvicinarsi ad al-Aqsa per un periodo di due settimane.

L’appello alla mobilitazione è stato lanciato dal Movimento Islamico in risposta alle irruzioni perpetrate presso la moschea di al-Aqsa dalle cosiddette “Organizzazioni del Tempio” durante il giorno in cui, secondo i riti della Pasqua ebraica, era prevista l’offerta dei sacrifici.

Traduzione di Giuliano Stefanoni

Categorie: Palestina

Il Consiglio legislativo palestinese ai parlamenti arabi e islamici: proteggete al-Aqsa

Mar, 15/04/2014 - 04:20

Gaza-Pal.info. Il Consiglio legislativo palestinese (Plc), ha fatto appello a tutti i presidenti dei parlamenti arabi ed islamici affinché si tenga una sessione speciale, necessaria per discutere la situazione della zona occupata di Gerusalemme Est ed i pericoli che minacciano la Moschea al-Aqsa.

Il vicepresidente palestinese del Consiglio legislativo, Ahmed Bahar, ha affermato, in una nota all’agenzia Quds Press: “Insistiamo sul fatto che i parlamenti arabi ed islamici tengano queste sessioni a seguito del grande pericolo che minaccia la Moschea al-Aqsa”. Inoltre, Bahar ha sollecitato i leader dei paesi arabi ed islamici a intervenire urgentemente per salvare i luoghi della Moschea al-Aqsa e della Città Santa dal tentativo di ebraicizzazione da parte di Israele. Ha fatto richiesta presso i leader arabi per rendere effettive le decisioni prese durante gli ultimi vertici arabi; in particolare, supportare economicamente la determinazione dei Palestinesi nativi di Gerusalemme attraverso un fondo per la Città Santa. Il legislatore palestinese ha avvertito che “al giorno d’oggi, la Moschea al-Aqsa è esposta ad uno dei tentativi più pericolosi di ebraicizzazione con il conseguente annientamento della componente storica araba ed islamica”. Traduzione di Federico Seibusi
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In preparazione la Giornata dei Prigionieri per sostenere i 5200 detenuti palestinesi

Mar, 15/04/2014 - 04:16

Gaza-Pal.info. Baha’a Al-Madhoun, sottosegretario del ministero dei Prigionieri, ha affermato che “gli eventi del Giorno del Prigioniero di quest’anno saranno rivolti allo smascheramento dei crimini delle Autorità di occupazione israeliana commessi contro i prigionieri palestinesi”.

Al-Madhoun ha dichiarato che il principale crimine fra tutti è quello di negare il trattamento medico. La sofferenza dei “prigionieri” sarà trasmessa a tutto il mondo, che da tempo è compiacente, attraverso il suo silenzio, con i crimi israeliani”.

In un’intervista radio avvenuta domenica, Al-Madhoun ha dichiarato che il numero di prigionieri palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane è arrivato a 5.200.

Secondo Al-Madhoun, i prigionieri della Cisgiordania, Striscia di Gaza e Gerusalemme occupata sono diventati, in quest’ordine: 440, 430 e 159, 235 prigionieri della Palestina occupata del 1948 e prigionieri arabi che hanno partecipato alla lotta palestinese per la libertà.

Tra le priorità del ministero ci sono la riattivazione della causa nazionale e internazionale dei prigionieri e la lotta per il loro diritto di vivere con dignità.

Lo stesso è stato garantito agli ex prigionieri e le loro famiglie, ha dichiarato, aggiungendo che il ministero ha sollecitato i media perché facciano luce sulla questione dei prigionieri. “Diversi eventi devono ancora tenersi nei continenti Europeo e Arabo, a supporto della causa”.

“Il ministero dei Prigionieri deve organizzare diverse cerimonie per celebrare il Giorno dei prigionieri, il più importante fra la larga scala di dimostrazioni alla quale parteciperanno tutte le nazioni, oltre a diversi eventi sportivi e mostre fotografiche”, ha dichiarato al-Madhoun.

Al-Madhoun ha fatto un discorso contro le violazioni israeliane dei diritti dei detenuti, sostenendo che i prigionieri palestinesi sono l’obiettivo delle aggressioni, umiliazioni e negazioni di visite d’Israele, insieme alla mancanze di cure mediche, incarcerazione solitaria e assalti brutali perpetrati per provocare i prigionieri e demoralizzare il loro spirito.

Ha poi invitato i popoli arabi e islamici, insieme alla Lega Araba e l’Organizzazione per le Conferenze islamiche, a sostenere i diritti  dei detenuti palestinesi e a prendere parte alla cerimonia della Giornata del prigioniero, che si terrà giovedì 17 aprile.

La cerimonia coincide con diverse denunce di prigioniere palestinesi contro la mancanza di cure mediche e il deterioramento delle condizioni fisiche fra i detenuti.

In accordo con la dichiarazione di domenica della Società dei Prigionieri Palestinesi, Anaam Hasanaat sta ricevendo solamente degli antidolorifici contro la sua emicrania mortale.

I prigionieri hanno oltre condannato il vagone “Bosta” usato per condurre i detenuti in tribunale o ai centri di trattamento medico, con sedili di ferro e in condizioni difficili, spesso per viaggi di lunga durata.

Secondo la dichiarazione, ci sono 19 detenute nelle prigioni dell’occupazione.

Traduzione di F.H.L.

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