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Agenzia stampa informazione Palestina, Territori palestinesi occupati, Striscia di Gaza
Aggiornato: 3 giorni 1 ora fa

Hamas: abbiamo “strumenti per resistere” ed obbligare l’occupazione a realizzare tutti i termini della tregua

Ven, 26/09/2014 - 03:32

MemoMushir Al-Masri, portavoce del movimento di resistenza islamica, Hamas, ha dichiarato martedì sera che l’impegno del suo movimento per mantenere la tregua si basa su quanto l’occupazione israeliana si impegni ad attuare tutto ciò che è stato concordato durante i colloqui indiretti tenutisi al Cairo.

Secondo l’agenzia Anadolu, Al-Masri ha fatto tali osservazioni parlando davanti a centinaia di sostenitori del suo movimento riunitisi nel nord della Striscia di Gaza per mostrare la propria rabbia contro la cooperazione per la sicurezza tra l’Autorità Palestinese (Anp) ed Israele.

E’ opinione diffusa che la cooperazione attualmente in corso abbia provocato l’uccisione di due uomini palestinesi, nelle prime ore di martedì mattina, nella città meridionale di Hebron, in Cisgiordania.

“L’occupazione israeliana non ha alcuna scelta se non un completo impegno rispetto a tutti i termini dell’accordo del cessate il fuoco – percorrendo la strada che la resistenza palestinese ha intrapreso durante gli incontri indiretti del Cairo”, ha riportato Anadolu secondo quanto affermato da Al-Masri.

L’alto funzionario di Hamas ha ribadito che il suo movimento possiede gli “strumenti per resistere” ed obbligare l’occupazione israeliana ad “inginocchiarsi” davanti alle richieste della resistenza palestinese.

Ha anche invitato i Palestinesi della Cisgiordania occupata ad iniziare una nuova e globale Intifada contro l’occupazione israeliana.

Inoltre, egli ha accusato la cooperazione per la sicurezza tra AP ed Israele dell’uccisione di due uomini palestinesi ad Hebron, affermando che essi erano membri dell’ala armata di Hamas.

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

Categorie: Palestina

Gaza e la minaccia di una guerra mondiale

Ven, 26/09/2014 - 02:43

Counterpunch.org. Di John Pilger. 

«C’è un tabù», disse il visionario Edward Sa’id, «nel dire la verità sulla Palestina e sulla grande forza distruttiva di Israele. Solo quando questo tabù sarà superato ognuno di noi potrà essere libero». Molte persone ritengono che il tabù lo si sia superato ora. Coloro un tempo costretti al silenzio ora non possono girarsi dall’altra parte. Osservarli dai loro televisori, computer e telefoni è la dimostrazione della barbarie dello Stato di Israele e della grande forza distruttiva del suo mentore e fornitore, gli Stati Uniti d’America, della codardia dei governi europei e della corruzione di altri governi, come quelli dell’Australia e del Canada, in questo crimine epico. L’attacco a Gaza è stato un attacco a tutti noi. L’assedio su Gaza è un assedio su tutti noi. La negazione della giustizia per i palestinesi è un sintomo per tutta l’umanità sotto assedio, e un avvertimento sulla minaccia ogni giorno più grande di guerra mondiale. Quando Nelson Mandela definì la lotta della Palestina «la maggior questione morale del nostro tempo», parlava a nome della vera civiltà, non di quella inventata dagli imperi. In America Latina i governi di Brasile, Cile, Venezuela, Bolivia, El Salvador, Perù ed Ecuador hanno dichiarato la loro opposizione ai fatti di Gaza. Ciascuno di questi Paesi conobbe il proprio oscuro silenzio quando l’immunità per gli assassinii di massa erano sponsorizzati dallo stesso padrino che a Washington ha risposto al pianto dei bambini di Gaza con ulteriori argomenti in favore del loro massacro. Diversamente da Netanyahu e i suoi sicari, i fascisti domestici di Washington in America Latina non si preoccupavano delle apparenze morali. Semplicemente, loro uccidevano, e lasciavano i cadaveri accatastati nei rifiuti. Per il sionismo, l’obiettivo è il medesimo: espropriare e distruggere un’intera società umana, una verità paragonata da 225 sopravvissuti all’Olocausto e loro discendenti alla genesi dell’Olocausto. Nulla è cambiato dal famigerato «Piano D» sionista del 1948, che fece pulizia etnica di un’intera popolazione. Recentemente, sul sito web del Times of Israel abbiamo potuto leggere: «Il genocidio è concesso». Moshe Feiglin, un ex-relatore del parlamento israeliano, la Knesset, propone una politica di espulsione di massa in campi di concentramento. Un membro del parlamento, Ayelet Shaked, il cui partito è membro della coalizione al governo, invoca lo sterminio delle madri palestinesi per evitare che esse diano alla luce ciò che lei definisce «piccoli serpenti». Per anni gli inviati hanno visto i soldati israeliani tormentare i bambini palestinesi con ingiurie per mezzo di altoparlanti, per poi freddarli a colpi di arma da fuoco. Per anni gli inviati hanno assistito al rifiuto di passaggio ai posti di blocco alle donne palestinesi in procinto di partorire dirette all’ospedale, con conseguenze spesso letali per il bambino e a volte anche per la madre. Per anni gli inviati hanno assistito ai casi in cui a medici e ambulanze palestinesi veniva dato dai comandanti israeliani permesso di assistenza ai feriti, o di rimozione di cadaveri, per poi ricevere una pallottola in testa. Per anni gli inviati hanno assistito al mancato permesso di ricevere cure salvavita alle persone ferite da colpi di arma da fuoco, o colpite a morte mentre tentavano di raggiungere la clinica della chemioterapia. Una signora anziana che camminava con il bastone è stata uccisa così, con un colpo alla schiena. Quando ho posto all’attenzione di Dori Gold, consigliere anziano del primo ministro israeliano, l’evidenza di tali crimini, egli ha risposto, «purtroppo in ogni situazione di guerra si verificano casi di civili uccisi accidentalmente. Ma i casi da te citati non sono terrorismo. Il terrorismo si ha quando il mirino dei fucili dei cecchini viene deliberatamente puntato sui civili». Io ho risposto: «Ciò è proprio quanto avvenuto». «No», egli ha ribattuto, «questo non è successo». Menzogne e deliri di tal fatta vengono ripetuti infallibilmente dagli apologeti di Israele. Come osserva l’ex-giornalista del New York Times, Chris Hedges, tali atrocità vengono sempre presentate come casi di «coinvolgimento in sparatorie». Da quando mi occupo di Medio Oriente, molti, se non la maggior parte dei media occidentali hanno presentato i fatti in questo modo. In uno dei miei documentari, un cameraman palestinese, Imad Ghanem, giace a terra indifeso mentre i soldati dell’»esercito più morale del mondo» gli sparano alle gambe. A questa atrocità vennero dedicate due righe sul sito della Bbc. Nell’ultimo bagno di sangue a Gaza, 13 giornalisti sono stati uccisi da Israele, tutti loro erano palestinesi. Chi conosce i loro nomi? Ora qualcosa è diverso. C’è un grande disgusto nel mondo, e le voci del liberalismo ragionevole sono inquiete. La loro preoccupazione e i cori pretestuosi per la «responsabilità condivisa» e per «il diritto di Israele all’autodifesa» non funzionano più; né funziona più la calunnia dell’antisemitismo, o la richiesta di «fare qualcosa» contro il fanatismo islamico, e non fare niente contro il fanatismo sionista. Una voce liberale ragionevole, il romanziere Ian McEwan, è stato celebrato come persona saggia dal Guardian mentre i bambini di Gaza venivano fatti saltare a pezzi. Si tratta dello stesso Ian McEwan che ha ignorato i palestinesi che lo imploravano di non accettare il Jeruzalem Prize per la letteratura. «Se dovessi andare solo nei Paesi che approvo probabilmente non uscirei mai dal letto», è stata la sua risposta. Se i morti di Gaza potessero parlare gli direbbero: «Rimani a letto, grande romanziere, che la tua presenza mitiga razzismo, apartheid, pulizia etnica e assassinii indipendentemente dalle parole ambigue che hai pronunciato quando hai ritirato il premio». Comprendere i sofismi e il potere della propaganda liberale è la chiave per comprendere la durata degli oltraggi di Israele, per comprendere perché il mondo se ne sta a guardare, perché le sanzioni Israele non le rispetta mai, e perché solo un boicottaggio totale di tutto ciò che è israeliano sia oggi la misura di un senso morale fondamentale. La propaganda più persistente sostiene che l’impegno di Hamas sia la distruzione di Israele. Khaled Hroub, il ricercatore dell’Università di Cambridge considerato un’autorità mondiale su Hamas, ritiene che una tale affermazione «non è mai stata utilizzata o adottata da Hamas, nemmeno nelle sue dichiarazioni più radicali». Lo statuto «anti ebraico» del 1988, tanto spesso citato, è «il frutto di un singolo individuo, reso pubblico senza il permesso convenuto da Hamas… L’autore era uno della «vecchia guardia», e il documento viene visto con imbarazzo e non viene mai citato. Hamas ha ripetutamente offerto una tregua di 10 anni con Israele, ed ha a lungo manifestato disponibilità per la soluzione dei due Stati. Quando la coraggiosa attivista ebreo-americana Medea Benjamin era a Gaza, ha portato una lettera dei leader di Hamas al presidente Obama nella quale il governo di Gaza manifestava il desiderio di pace con Israele. La lettera è stata ignorata. Io sono al corrente personalmente di molte lettere del genere consegnate in buona fede, ignorate o scartate. Il crimine imperdonabile di Hamas è una distinzione quasi mai riferita: esso è l’unico governo arabo che sia stato eletto liberamente e democraticamente dal suo popolo. Peggio ancora, ha ora formato un governo di unità nazionale con l’Autorità palestinese. Una singola voce palestinese risoluta – all’Assemblea generale, al Consiglio dei diritti umani e al Tribunale criminale internazionale – è la minaccia più temuta. Dal 2002 un’influente unità di informazione dell’Università di Glasgow ha prodotto notevoli studi su giornalismo e propaganda in Israele/Palestina. Il professor Greg Philo e i suoi colleghi rimasero scioccati scoprendo l’ignoranza generale prodotta dai telegiornali. Più la gente li guardava, meno sapevano. Greg Philo ritiene che il problema non è tanto di faziosità. Inviati e produttori sono impressionati come chiunque dalla sofferenza dei palestinesi; ma il potere strutturale dei media è così imponente – come un’estensione dello Stato e dei suoi interessi acquisiti – che i fatti critici e il contesto storico ne risultano, di routine, tacitati. Incredibilmente, meno del 9% dei giovani telespettatori intervistati dal gruppo del professor Philo era consapevole del fatto che la potenza occupante è Israele e che i coloni illegali sono ebrei; in molti pensavano che fossero i palestinesi. Il termine «territori occupati» veniva spiegato raramente. Parole come «assassinio», «atrocità» e «omicidi a sangue freddo» venivano utilizzate solo per descrivere la morte degli israeliani. Di recente un inviato della Bbc, David Loyn, ha criticato un altro giornalista inglese, Jon Snow, di Channel 4. Snow è rimasto talmente colpito da ciò che ha visto a Gaza da fare un appello umanitario su Youtube. Ciò che ha fatto preoccupare il giornalista della Bbc è stata la rottura del protocollo e l’emotività espressa su Youtube. «Le emozioni», ha scritto Loyn, «sono il contenuto della propaganda, ma le notizie non dovrebbero essere propaganda». Egli pensava davvero ciò che ha scritto? In realtà il video di Snow era pacato. La sua colpa è stata aver infranto i limiti della falsa imparzialità, non si è auto-censurato, e ciò è imperdonabile. Nel 1937, con Adolf Hitler al potere, Geoffrey Dawson, editore del Times a Londra, scrisse nel suo diario: «Passo le notti a pensare a ciò che possa urtare la suscettibilità tedesca, e a ciò che possa dar loro sollievo». Il 30 luglio la Bbc ha proposto un corso sulla Regola Dawson. Mark Urban, il corrispondente diplomatico del programma Newsnight, ha proposto 5 motivi per cui il Medio Oriente si trova in subbuglio, nessuno dei quali riferito al ruolo storico e contemporaneo del governo britannico. L’invio del governo di Cameron di 8 miliardi di sterline in armamenti ed equipaggiamento militare a Israele non è stato considerato. Per quanto riguarda invece l’invasione britannica dell’Iraq e dell’Afghanistan, è come se essa non fosse mai accaduta. L’unico esperto testimone in questo programma della Bbc è stato un accademico di nome Toby Dodge, della London School of Economics. Ciò che i telespettatori avevano bisogno di sapere era che Dodge era stato consigliere speciale di David Petraeus, il generale americano in gran parte responsabile del disastro in Iraq e in Afghanistan. Ma anche su questo si è soprasseduto. A proposito di guerra e pace, le illusioni di imparzialità e credibilità in stile Bbc fanno di più di quanto operino le distorsioni dei tabloid, in quanto a limitare e controllare il dibattito pubblico. Come ha osservato Greg Philo, il commento commovente di Jon Snow su Youtube si limitava a considerare se l’assalto di Israele su Gaza fosse proporzionato o ragionevole. Ciò che mancava – e che manca quasi sempre -, era la verità fondamentale della più lunga occupazione militare dei tempi moderni, un’impresa criminale appoggiata dai governi occidentali, da Washington, a Londra, a Canberra. In quanto al mito che vede Israele «vulnerabile» e «isolato», circondato da nemici, in realtà Israele è circondato da alleati strategici. L’Autorità palestinese, finanziata, armata e diretta dagli Stati Uniti, cospira da molto con Tel Aviv. Al fianco di Netanyahu ci sono poi le tirannie di Egitto, Giordania, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Qatar – sebbene la palma d’oro la vinca il Qatar, che conta sul Mossad per la gestione della propria sicurezza. La resistenza è l’umanità ai suoi livelli più alti e nobili. La resistenza a Gaza viene giustamente paragonata alla rivolta degli ebrei del ghetto di Varsavia, nel 1943 – che pure scavarono tunnel e svilupparono tattiche e stratagemmi di sorpresa contro una macchina militare dal potere schiacciante. L’ultimo leader sopravvissuto della rivolta di Varsavia, Marek Eldman, ha scritto una lettera di solidarietà alla resistenza palestinese, paragonandola ai propri compagni di resistenza nel ghetto, gli Zob (Organizzazione ebraica di combattimento, ndr). La lettera comincia così: «Ai comandanti delle operazioni militari, paramilitari e partigiane palestinesi – e a tutti i soldati [di Palestina]». Il dott. Mads Gilbert è un medico norvegese noto per il suo eroico lavoro a Gaza. L’8 agosto egli è tornato nella sua città, Tronso, in Norvegia, che – egli ricorda – fu occupata dai nazisti per 7 anni. Egli ha detto: «Immaginate di essere nel 1945, e che noi norvegesi non avessimo vinto la battaglia per la liberazione né cacciato l’occupante. Immaginate che l’occupante sia ancora nel nostro Paese, e che se lo sia preso pezzo per pezzo, decennio dopo decennio, e che ci abbia respinto ai margini, prendendoci il pesce del mare e l’acqua intorno a noi, per poi bombardare i nostri ospedali, gli addetti alle ambulanze, le scuole, le nostre case. Ci saremmo arresi e avremmo sventolato la bandiera bianca? Certamente no! Bene, questa è la situazione a Gaza. Non si tratta di una battaglia tra terrorismo e democrazia. Hamas non è il nemico che Israele sta combattendo. Israele ha intrapreso una campagna militare contro la volontà di resistere del popolo palestinese. Israele non accetta la dignità del popolo palestinese. Nel 1938 i nazisti chiamavano gli ebrei Untermenschen -subumani. Oggi i palestinesi sono trattati come un popolo di subumani, che può venire massacrato senza che nessuno al potere reagisca. Quindi, sono ritornato in Norvegia, un Paese libero, e questo Paese è libero perché abbiamo avuto un movimento di resistenza, in quanto le nazioni sotto occupazione hanno il diritto di resistere, anche con le armi – lo afferma il diritto internazionale. E la resistenza del popolo a Gaza è ammirevole: una battaglia per tutti noi». Ci sono dei pericoli a pronunciare simili verità, a rompere quello che Edward Sa’id chiamava «l’ultimo tabù». Il mio documentario «Palestine is still the issue» è stato nominato per un British Academy Award, e ha ricevuto l’encomio dalla Commissione della televisione indipendente per la sua «integrità giornalistica» e per la «cura e per l’approfondimento delle ricerche». Ciò nonostante, trascorsi pochi minuti dalla sua messa in onda sul canale britannico Itv, è esplosa un’ondata di shock, in forma di una valanga di email che mi descrivevano «psicopatico demoniaco», «difensore dell’odio e del male», «antisemita della peggior fatta». La maggior parte di questa reazione è stata organizzata dai sionisti degli Stati Uniti che non avevano visto il documentario. Ricevetti poi minacce di morte al ritmo di una al giorno. Qualcosa di simile è accaduto il mese scorso al commentatore australiano Mike Carlton. Nelle sue colonne sul Sydney Morning Herald Carlton ha scritto un raro pezzo di giornalismo su Israele e i palestinesi, nel quale ha identificato l’oppressore con le sue vittime. Egli è stato cauto a limitare il suo attacco a «una nuova e brutale Israele, dominata dalla linea dura del partito di destra di Netanyahu, il Likud». Coloro che hanno governato Israele precedentemente, egli intendeva, appartenevano a una «orgogliosa tradizione liberale». In quel preciso istante è iniziato il diluvio. Egli è stato definito «sacco di melma nazista, razzista che odia gli ebrei», ha ricevuto ripetute minacce, ed ha risposto tramite email a chi lo attaccava di «andare a farsi fottere». L’Herald ha chiesto a Carlton di scusarsi, ma egli si è rifiutato, ottenendo una sospensione, e decidendo poi di licenziarsi. Secondo Sean Aylmer, editore dell’Herald, la compagnia «si aspetta standard più alti dai propri editorialisti». Il «problema» di una voce pungente, solitaria e liberale come quella di Carlton in un Paese in cui Rupert Murdoch controlla oltre il 70% della stampa della capitale – l’Australia è la prima murdochrazia del mondo – andrebbe risolto due volte. La Commissione australiana per i diritti umani sta svolgendo indagini contro Carlton, in base alla Legge sulla discriminazione razziale, che bandisce ogni atto o discorso pubblico «che possa… offendere, insultare, umiliare un altra persona o gruppo di persone» in base alla loro razza, colore o origine etnica. Contrariamente alla sicura e silenziosa Australia, dove i Carlton vengono fatti estinguere, il vero giornalismo è vivo a Gaza. Parlo spesso al telefono con Mohammed ‘Omer, uno straordinario giovane giornalista che ho presentato al Premio Martha Gellhorn per il giornalismo nel 2008. In qualsiasi momento lo chiamassi, durante gli assalti su Gaza, potevo sentire i sibili dei drone, le esplosioni dei missili. Egli ha chiuso una telefonata per occuparsi di alcuni bambini radunatisi fuori in attesa di un trasporto, tra le esplosioni. Quando ho parlato con lui il 30 luglio, un F-19 israeliano aveva appena fatto a pezzi 19 bambini. Il 20 agosto egli mi ha descritto come i drone israeliani avevano di fatto radunato la popolazione di un villaggio, in modo da attaccarla selvaggiamente. Ogni giorno, all’alba, Mohammed si occupa di famiglie che sono state bombardate. Egli raccoglie le loro storie, tra le macerie delle loro case, scatta foto. Egli va negli ospedali, va all’obitorio, va al cimitero. Egli fa la coda per ore per procurarsi il pane per la sua famiglia. E guarda il cielo. Spedisce due, tre, quattro comunicati al giorno. Questo è giornalismo vero. «Cercano di distruggerci», mi ha detto. «Ma più ci bombardano e più siamo forti, non vinceranno mai». Il grande crimine commesso a Gaza è il promemoria di un qualcosa di più vasto, che minaccia tutti noi. Dal 2001 gli Stati Uniti e i loro alleati si stanno scatenando. In Iraq, il risultato è stato che almeno 700 mila uomini, donne e bambini sono morti. L’ascesa dei jihadisti – in un Paese in cui non ce n’erano – è stata un’altra conseguenza. Il moderno jihadismo, conosciuto come al-Qa’ida e ora lo Stato Islamico, è stato inventato dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, con l’assistenza di Pakistan e Arabia Saudita. Lo scopo iniziale era lo sviluppo e l’utilizzo di un fondamentalismo islamico che non era quasi mai esistito nella maggior parte del mondo arabo, al fine di danneggiare i movimenti pan-arabi e i governi secolari. Dagli anni Ottanta questo è stato uno strumento per distruggere l’Unione Sovietica in Afghanistan. La Cia l’ha chiamata Operazione Ciclone, e un ciclone si è rivelato essere, con la furia esplosa in faccia ai suoi stessi creatori. Gli attacchi dell’11 settembre e quelli di Londra del luglio 2005 ne sono stati una conseguenza, così come i recenti orribili assassinii dei giornalisti americani James Foley e Steven Sotloff. I killer (Isis in Siria)  di questi due giovani uomini sono stati armati dall’amministrazione Obama per più di un anno, con lo scopo di distruggere il governo secolare di Damasco. Principale «alleato» dell’Occidente in questi sconvolgimenti è lo Stato medievale in cui le decapitazioni sono strumento ordinario di giudizio, l’Arabia Saudita. Quando un membro della famiglia reale inglese viene inviato in questo posto barbaro, possiamo scommettere che il governo della Gran Bretagna intende vendere agli sceicchi ulteriori bombardieri, missili e manette. La maggior parte dei dirottatori dell’11 settembre provenivano dall’Arabia Saudita, che arruola i jihadisti dalla Siria all’Iraq. Perché dobbiamo vivere in questo perpetuo stato di guerra? La risposta immediata sta negli Stati Uniti, dove è avvenuto un colpo di stato segreto, non reso pubblico. Un gruppo noto come Progetto per un nuovo secolo americano, assunse il potere con l’amministrazione di George W. Bush, ispirando Dick Cheney e altri. Questa setta di estremisti, noti a Washington come «i pazzi», credono in ciò che il Comando spaziale  Usa chiama «il predominio ad ampio spettro». Sotto Bush e Obama una mentalità imperialista da diciannovesimo secolo si è insinuata in tutti i dipartimenti dello Stato. Un grezzo militarismo è in ascesa, la diplomazia superflua. Le nazioni e i governi vengono giudicate in base alle loro utilità e spendibilità, per essere corrotte, minacciate o «sanzionate». Il 31 luglio scorso, il Comitato della difesa nazionale, a Washington, ha pubblicato un notevole documento che incitava gli Stati Uniti a prepararsi a combattere 6 grandi guerre simultaneamente. In cima alla lista c’erano Russia e Cina, potenze nucleari. In un certo senso una guerra contro la Russia è già iniziata. Mentre il mondo guardava orripilato Israele assalire Gaza, atrocità simili commesse nell’Ucraina orientale passavano quasi inosservate. Mentre sto scrivendo, due città ucraine abitate da russofoni – Donetsk e Luhansk – sono sotto assedio. I loro abitanti, le scuole e gli ospedali attaccati dal regime di Kiev che ha preso il potere in un golpe attuato da neo-nazisti appoggiati e finanziati dagli Stati Uniti. Il golpe è stato il culmine di ciò che l’osservatore politico russo Sergei Glaziev descrive come una «preparazione ventennale di nazisti ucraini destinati alla Russia». Il fascismo è risorto in Europa e nessun leader europeo ne parla, forse perché esso è ormai una realtà europea che non si osa nominare. Con il suo passato e presente fascista, l’Ucraina è ora un parco a tema della Cia e una colonia della Nato e del Fondo monetario internazionale. Il golpe fascista di Kiev del febbraio scorso è stato il vanto del vice segretario di Stato Usa Victoria Nuland, il cui «budget per il golpe» è ammontato a 5 miliardi di dollari. Ma c’è stato un contrattempo. Mosca ha previsto l’attacco della propria legittima base navale del Mar Nero nella Crimea russofona. Ne è seguito un referendum e una veloce annessione. Presentato in Occidente in maniera capovolta, come un’aggressione del Cremlino, il fatto è servito a coprire i piani di Washington; ostacolare i rapporti commerciali tra la Russia «paria» per far saltare la federazione russa. I missili americani già circondano la Russia, l’accumulo di basi militari nelle ex-repubbliche sovietiche e in Europa orientale è il maggiore dalla seconda guerra mondiale. Durante la guerra fredda ciò avrebbe potuto essere un rischio di olocausto nucleare. Il rischio è ritornato con il crescendo di disinformazione isterica anti-russa negli Stati Uniti e in Europa. Ad esempio, prendiamo l’abbattimento dell’aereo malese del luglio scorso. Senza uno straccio di prove, Usa e alleati Nato e le loro macchine dell’informazione hanno incolpato i «separatisti» etnici russi in Ucraina, implicando la responsabilità ultima della Russia. Un editoriale sull’Economist ha accusato Vladimir Putin di strage di massa. La copertina di Der Spiegel ha riprodotto i volti delle vittime con sopra scritto in rosso «Stop Putin Jetzt!» (fermate Putin ora). Sul New York Times Timothy Garton Ash ha rafforzato la visione si una «Dottrina mortale di Putin», abusando di un personale commento su «un uomo basso e tarchiato con la faccia da ratto». Il ruolo del Guardian è stato importante. Noto per le sue ricerche, il giornale non ha seriamente esaminato chi ha abbattuto l’aereo e perché, nonostante una massa di materiali da fonti affidabili dimostri che Mosca è rimasta scioccata quanto il resto del mondo, e che ad abbattere l’aereo avrebbe potuto essere stato il regime ucraino. Il corrispondente da Mosca del Guardian, Shaun Walker, ha espresso un’opinione azzardata, nonostante le prove della Casa Bianca non siano verificabili – anche se i satelliti Usa hanno ripreso l’abbattimento. Il titolo in prima pagina all’intervista di Walker a un certo Igor Bezler è stato: «La mia udienza con il Demone di Donetsk», e vi si legge: «Con dei baffi da tricheco, una tempra impetuosa e una reputazione per la sua brutalità, Igor Bezler è il più temuto di tutti i leader ribelli dell’Ucraina orientale. Il suo nomignolo è Il Demone… e se possiamo dar credito ai servizi segreti ucraini, l’Sbu, il Demone e un gruppo dei suoi uomini sarebbero i responsabili dell’abbattimento del volo Mh17 della Malaysia Airlines… così come probabilmente dell’abbattimento di 10 aerei ucraini». Il giornalismo demoniaco non richiede prove ulteriori. Il giornalismo demoniaco trasforma una giunta macchiata dalla presenza fascista che ha preso il potere a Kiev, in un rispettabile «governo ad interim». I neonazisti diventano semplici «nazionalisti». Le «notizie» provenienti dalla giunta di Kiev assicurano la soppressione di un golpe gestito dagli Stati Uniti e della pulizia etnica sistematica della popolazione russofona in Ucraina orientale. Che ciò succeda nelle terre di confine attraverso le quali i nazisti originali invasero la Russia, spazzando circa 22 milioni di vite umane, non interessa a nessuno. Ciò che interessa è l’»invasione russa» dell’Ucraina, che è difficile da provare oltre che con le immagini satellitari che ricordano la fantasiosa presentazione delle «prove» fatta a suo tempo da Colin Powell alle Nazioni Unite, comprovante il possesso di Saddam Hussein di armi di distruzione di massa. «Bisogna sapere che le accuse di una grave ‘invasione’ russa dell’Ucraina non sono supportate da fonti di intelligence affidabili», ha scritto un gruppo di ex-funzionari anziani e di analisti dei servizi Usa (il Veteran Intelligence Professionals for Sanity) al cancelliere tedesco Angela Merkel. «Piuttosto, l’’intelligence’ sembra orientata agli stessi dubbi e dalla stessa ossessione politica usati 12 anni fa per ‘giustificare’ l’attacco all’Iraq guidato dagli Stati Uniti». In gergo tecnico si dice «controllare la narrativa». Nel suo lavoro seminale, Cultura e imperialismo, Edward Sa’id è stato più esplicito: la macchina dei media occidentali è ora capace di penetrare più in profondità la consapevolezza di gran parte dell’umanità, con un un «cablaggio» influente tanto quanto quello delle flotte imperiali del XIX secolo. In altri termini, giornalismo d’attacco, o guerra tramite i media. Ma un’intelligenza pubblica critica e una resistenza alla propaganda esistono; e un secondo super potere sta emergendo – il potere dell’opinione pubblica, alimentato da internet e dai social media. La falsa realtà creata dalle false notizie diffuse dai guardiani dei media potrebbe impedire a qualcuno di noi di rendersi conto che questo super potere si sta diffondendo di paese in paese, dalle Americhe all’Europa, all’Asia e all’Africa. E’ un’insurrezione morale, incarnata da informatori come Edward Snowden, Chelsea Manning e Julian Assange. La domanda è: romperemo il silenzio entro il tempo massimo? L’ultima volta che sono stato a Gaza, dirigendomi verso il posto di blocco israeliano ho notato due bandiere palestinesi attraverso il filo spinato. Dei bambini avevano creato delle aste per bandiere con dei bastoni legati assieme, e si erano arrampicati su un muro sventolando la bandiera. Mi è stato riferito che i bambini fanno così perché vogliono mostrare al mondo che loro sono lì – vivi e coraggiosi, e indifesi. Traduzione di Stefano Di Felice
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Bambino palestinese investito “intenzionalmente” da un israeliano a Gerusalemme

Ven, 26/09/2014 - 01:58

Gerusalemme – Ma’an. Secondo un guardiano locale, giovedì un israeliano ha “intenzionalmente” investito un bambino palestinese mentre si trovava vicino alla sua casa, nel quartiere di Silwan nella Gerusalemme Est occupata.

Il centro di informazioni Wadi Hilweh ha riferito che Adam al-Rishq, di 10 anni, è stato inseguito, messo con le spalle al muro e investito da una macchina guidata da “coloni”, in quello che hanno definito come un attacco “intenzionale” contro il bambino.

Al-Rishq ha subito lesioni moderate ed è stato portato nell’ospedale di Haddasah.

Silwan è un sito di frequenti tensioni tra palestinesi e coloni israeliani locali, che ne hanno gradualmente preso il posto nel quartiere di Gerusalemme Est, appena a sud della Città Vecchia.

Le autorità israeliane hanno raramente impedito le sostituzioni di casa e il parco a tema archeologico ebraico della “Città di Davide” – che ospita un certo numero di coloni – è stato ampliato a scapito delle case vicine, i cui abitanti di conseguenza sono stati sfollati.

Gerusalemme Est è sotto occupazione militare israeliana dal 1967 e oggi circa 300.000 israeliani vivono negli insediamenti per soli ebraici costruiti tra i quartieri palestinesi preesistenti.

Traduzione di F.G.

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Fatah e Hamas si sono accordati di lasciare all’Anp il controllo di Gaza

Ven, 26/09/2014 - 01:40

Betlemme – Ma’an, AFP. Giovedì le fazioni palestinesi rivali di Hamas e Fatah hanno raggiunto un accordo “globale” per il ritorno del loro governo di unità a Gaza, dopo due giorni di colloqui al Cairo.

Fonti egiziane hanno riferito a Ma’an che i due movimenti sono stati in grado di raggiungere un accordo su una serie di importanti punti di contesa, tra cui che l’Autorità palestinese prendesse in consegna il valico di Rafah e l’adiacente corridoio di Philadelphia lungo il confine.

Le fonti hanno inoltre riferito che è stato raggiunto un accordo per quanto riguarda l’attivazione del governo dell’Autorità palestinese a Gaza, il pagamento degli stipendi ex-dipendenti di Hamas e la presa di decisioni relative a guerra e pace.

Il lato egiziano, guidato dal ministro dei servizi segreti egiziani Muhammad Tuhami, ha ammonito entrambe le parti che le continue dispute palestinesi potranno “rovinare l’esito dei colloqui indiretti con Israele” e che devono essere raggiunte soluzioni rapide per unire i palestinesi.

Le fonti hanno aggiunto che l’accordo sarà annunciato in una conferenza stampa e si concluderanno tutti i termini che sono stati concordati.

I movimenti palestinesi rivali hanno istituito un governo di unità in giugno, ma non ha mai preso piede in mezzo all’intensa pressione israeliana, tra cui una campagna di arresti di massa in tutta la Cisgiordania che ha lasciato centinaia di membri di Hamas a languire in carcere così come l’assalto di oltre 50 giorni a Gaza che ha lasciato più di 2.000 morti.

Nelle ultime settimane il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha accusato Hamas di portare avanti un’amministrazione “parallela” sovrana de facto della Striscia di Gaza, mentre Hamas ha accusato a sua volta Abbas di trascurare Gaza e di non pagare i suoi 45.000 dipendenti a Gaza.

L’alto funzionario di Hamas Mussa Abu Marzouk e il capo della delegazione di Fatah Azzam al-Ahmad hanno confermato che un accordo è stato raggiunto dopo due giorni di colloqui al Cairo.

I colloqui sono stati cruciali per mettere da parte le divisioni palestinesi interne e accordarsi su una strategia unitaria da adottare durante i colloqui con i negoziatori israeliani a ottobre.

I colloqui di ottobre, sotto la mediazione egiziana, saranno finalizzati al raggiungimento di un cessate il fuoco durevole dopo la guerra di 50 giorni che ha ucciso più di 2.150 palestinesi, per la maggior parte civili, e 73 israeliani, per lo più soldati.

Si è conclusa il 26 agosto, quando le due parti si sono accordate al Cairo per il cessate il fuoco e per tenere futuri colloqui sulle richieste palestinesi di porre fine al blocco di otto anni di Gaza e di scambiare i prigionieri nelle carceri israeliane in cambio dei resti dei soldati israeliani uccisi a Gaza.

‘Tutte le questioni affrontate’

I colloqui di Hamas e Fatah sono stati anche cruciali in vista di una conferenza internazionale dei donatori che si terrà il 12 ottobre, ospitata dal Cairo, sulla ricostruzione di Gaza.

La guerra di luglio-agosto ha causato un’enorme distruzione di abitazioni e infrastrutture a Gaza, lasciando più di 110.000 palestinesi senza casa, secondo le Nazioni Unite.

Abu Marzouk ha dichiarato: “Il governo di unità supervisionerà i valichi (a Gaza)… per facilitare la ricostruzione della Striscia di Gaza”. Ha spiegato che le due fazioni hanno deciso di creare un meccanismo affinché il materiale da costruzione passi a Gaza.

I due movimenti hanno anche trovato una “soluzione… per il problema dei lavoratori”, ha aggiunto Abu Marzuk, riferendosi alle accuse di Hamas che l’Autorità palestinese non avesse pagato i dipendenti del governo di Gaza.

“Questo incontro è stato fondamentale perché ha affrontato tutti i problemi e gli ostacoli che ostruivano il raggiungimento di un accordo”.

L’accordo di Aprile era stato firmato per terminare anni di rivalità tra la fazione Fatah di Abbas, che domina l’Autorità palestinese situata in Cisgiordania, e Hamas, che ha governato Gaza negli ultimi sette anni. In seguito al patto, le rivali hanno istituito la prima amministrazione unita in sette anni, insediatasi all’inizio di giugno.

Profonde divisioni sono però emerse rapidamente per il controllo di Gaza, dove il governo di Hamas si è formalmente dimesso il 2 giugno, ma è rimasto il potere de facto.

Abbas ha accusato Hamas di portare avanti un “governo ombra” e ha minacciato di porre fine al governo di unità a meno che il gruppo permetta al nuovo governo di funzionare correttamente.

Categorie: Palestina

“Made in Palestine”: nuovo marchio per immettere sul mercato i prodotti israeliani

Gio, 25/09/2014 - 23:48


Memo. Lungo una delle strade della città di Ariha (Gerico), nel nord della Cisgiordania occupata, i commercianti Khaldoun e Hassan ricevono regolarmente 30 tonnellate di datteri prodotti negli insediamenti agricoli israeliani confinanti, in preparazione per il loro trasferimento in una delle fabbriche di confezionamento costruite nei sobborghi della città, come riportato dall’agenzia di informazioni Anadolu.

All’interno della fabbrica, circa 13 operai stanno lavorando alla “selezione” dei datteri e re-impacchettandoli in sacchetti con scritto “datteri della Terra Santa” sia in arabo sia in inglese, e “Made in Palestine” in modo da immetterli sul mercato locale, negli Stati arabi e in Europa.
E’ la strategia di una delle aziende agricole di cui sono proprietari i coloni israeliani per commercializzare la produzione di datteri ai paesi dell’Unione Europea dopo l’entrata in vigore, quest’anno, di un’azione di boicottaggio dei prodotti degli insediamenti della Cisgiordania.  

Anadolu ha citato una dichiarazione pubblicata dal ministro dell’Economia della Palestina dicendo che il ministero ha trovato dozzine di tonnellate di produzioni agricole provenienti dagli insediamenti, sia in mercati locali sia in aziende di confezionamento nella città di Ariha e nei villaggi vicini.

Il commerciante Khaldoun, 45 anni, ha raccontato al reporter di Anadolu: “Commerciamo datteri degli insediamenti, che compriamo a prezzi che sono il 40% più bassi dei prezzi di mercato. Per poter vendere i datteri, li puliamo e li impacchettiamo nuovamente e scegliamo i migliori per i mercati locali, arabi ed europei”.
Ha aggiunto che il volume annuale delle vendite stagionali di datteri è di quasi 350 tonnellate, segnalando che gli altri commercianti che lavorano in questo campo e in altre varietà di vegetali e frutta, quali agrumi, nocciole ed erbe mediche, hanno pratiche simili.

Il suo collega Hassan ha affermato di avere una società autorizzata che è ufficialmente registrata. Il processo di esportazione ha luogo dopo che gli organismi ufficiali controllano la qualità e le caratteristiche del prodotto, assicurandone la conformità alle richieste europee e agli standard internazionali. Esso è poi esportato sotto l’etichetta “Made in Palestine”.

Nella sua relazione, il ministro dell’Economia ha affermato che qualsiasi camion che trasporta datteri deve anche avere un permesso per trasferire i datteri dall’interno dell’azienda agricola di produzione a quella che procederà all’imballaggio, sottolineando che sono state introdotte regole più severe sul commercio dei datteri attraverso la lista dei nomi degli agricoltori che li coltivano, il numero di alberi posseduti e la loro produzione media annuale.

La Palestina gode dell’esenzione dei controlli doganali e di facilitazioni relative all’esportazione e al commercio nei paesi dell’Unione Europea, così le compagnie israeliane collaborano con i commercianti palestinesi per esportare nell’Unione Europea datteri prodotti negli insediamenti illegalmente situati in Cisgiordania.

Agli inizi del 2014, l’Unione Europea ha annunciato la sua decisione di boicottare le relazioni economiche, scientifiche e accademiche con istituzioni, fabbriche e aziende agricole che abbiano qualche investimento o presenza negli insediamenti israeliani stabili nei territori occupati palestinesi.

In precedenza, il ministero dell’Economia ha confiscate più di 20 tonnellate di datteri contaminati o danneggiati provenienti dagli insediamenti israeliani mentre erano diretti verso una delle aziende di re-imballaggio per essere venduti in seguito come prodotto palestinese.

Traduzione di Lucilla Calabria

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29 deputati e due ministri palestinesi nelle carceri israeliane

Gio, 25/09/2014 - 04:11

Hebron-Quds Press. Secondo il Centro per i Diritti umani “Liberi”, 29 deputati del Consiglio Legislativo palestinese si trovano ancora in stato di detenzione nelle carceri dell’occupazione israeliana. La maggior parte di loro è in detenzione amministrativa.

Fuad Khafash, direttore del Centro, in una dichiarazione del 23 settembre ha affermato: ”L’occupazione ha arrestato recentemente, dopo la scomparsa dei tre soldati nella città di Hebron, un gran numero di parlamentari in Cisgiordania: l’arresto è stato poi trasformato in detenzione amministrativa, che viene rinnovata continuamente”.

Khafash ha rivelato i nomi dei parlamentari arrestati: il Presidente del Consiglio Legislativo, dottor ‘Aziz Dweik, e i deputati Hassan Yusuf, Muhammad Jamal al-Natshah, Muhammad Abu Tir, Basim al-Za‘rir, Dawud Abu Sir, Hosni al-Burini, ‘Abd al-Jabir Fuqaha, Yasser Mansur, Hatim Qufayshah, Nizar Ramadan, Muhammad Mahir Badr, ‘Abd al-Rahman Zidan, Ibrahim Abu Salim, ‘Azzam Salhab, Ahmad Mubarak, ‘Imad Nofal, ‘Omar ‘Abd al-Raziq, Ibrahim al-Dahbur, Ryadh Raddad, Fathi Qara‘wi, Fadil Hamdan, Muhammad Abu Jahishah, Muhammad Isma‘il al-Tal, Nayaf Rajub, Samir al-Qadi, Khalil al-Raba‘i, oltre ai parlamentari Ahmad Sa‘dat e Marwan Barghuti. Allo stesso modo, l’occupazione trattiene in stato di detenzione i due ministri Wasfi Qabha e ‘Issa al-Jaba‘ri.

Traduzione di Federica Pistono

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87 lavoratori sequestrati dalle forze israeliane

Gio, 25/09/2014 - 03:31

Di Younes Arar. Martedì all’alba, le forze di occupazione israeliane hanno rapito 87 operai palestinesi che cercavano di trovare un lavoro per sostenere le proprie famiglie.

(Foto di archivio) 

 

 

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Hamas: porre fine all’assedio è l’unico modo per una tranquillità lungo le periferie di Gaza

Gio, 25/09/2014 - 03:06

Memo. Il movimento islamico palestinese Hamas ha dichiarato lunedì che porre fine all’assedio israeliano alla Striscia di Gaza, è l’unico modo per riconquistare tranquillità e stabilità per gli israeliani che vivono negli insediamenti lungo la periferia di Gaza.

Questo è stato il messaggio da parte di Hamas ai coloni israeliani che vivono intorno alla Striscia di Gaza, i quali si sono rifiutati di ritornare alle loro abitazioni dopo la fine della guerra israeliana sulla Striscia. In un comunicato stampa, l’agenzia di stampa Safa, ha citato il portavoce del movimento palestinese Sami Abu Zuhri che ha riferito: “Gli israeliani devono riconoscere che il primo ministro Benjamin Netanyahu non è mai stato interessato e non lo è tuttora a terminare l’assedio sulla Striscia di Gaza”. Il mese scorso, i coloni che vivono lungo la periferia di Gaza hanno organizzato una protesta di fronte la casa di Netanyahu a Gerusalemme. Si sono rivolti al primo ministro israeliano perché abbandoni immediatamente l’assedio sulla Striscia di Gaza e raggiunga negoziati di pace con i palestinesi a Gaza. I manifestanti hanno protestato sollevando cartelli con scritto: “L’assedio di Gaza deve terminare ora e le trattative per una soluzione diplomatica devono cominciare adesso”. Traduzione di Maddalena Goi
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I negoziati per il cessate il fuoco riprenderanno alla fine di ottobre

Gio, 25/09/2014 - 02:56

Betlemme-Ma’an. Secondo quanto affermato dal portavoce di Hamas martedì scorso, i negoziati indiretti tra dirigenti palestinesi e israeliani riprenderanno l’ultima settimana di ottobre.

Izzat al-Rishaq ha dichiarato che durante i colloqui di martedì entrambe le parti hanno presentato le proprie richieste che saranno discusse nelle prossime negoziazioni.

La delegazione palestinese ha richiesto una tregua e un cessate il fuoco permanente, la ricostruzione di un aeroporto e di uno scalo marittimo e la sospensione di tutte le sanzioni imposte da Israele da giugno, compreso il rilascio dei prigionieri riarrestati e dei deputati palestinesi.

In precedenza, i negoziatori palestinesi avevano sospeso i colloqui per due ore dopo che i raid condotti dalle truppe israeliane a Hebron avevano ucciso due palestinesi sospettati del rapimento e dell’omicidio dei tre ragazzi israeliani avvenuto lo scorso giugno.

Il portavoce di Hamas, Salah Bardawil, ha ritenuto responsabile delle uccisioni il coordinamento della sicurezza tra Israele e l’Autorità Palestinese aggiungendo che “questo assassinio non sarebbe avvenuto senza un coordinamento della sicurezza in Cisgiordania”.

Traduzione di Ilaria Milone

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Il Premier palestinese richiede 3,8 miliardi di dollari di aiuti per la ricostruzione di Gaza

Gio, 25/09/2014 - 02:01

PressTv. Il primo ministro del governo di unità palestinese Rami Hamdallah ha chiesto quasi quattro miliardi di dollari di aiuti d’urgenza per la ricostruzione della Striscia di Gaza devastata dalla guerra.

Martedì Hamdallah ha riferito di aver chiesto alla comunità internazionale di donare 3,8 miliardi di dollari di aiuti internazionali per aiutare i palestinesi a ricostruire Gaza dopo la sua devastazione a causa della guerra di Israele contro l’enclave. Hamdallah ha parlato al termine di una riunione dei donatori guidata dalla Norvegia presso la sede delle Nazioni Unite a New York.

Il regime di Tel Aviv ha iniziato il martellamento su Gaza i primi di luglio. Più di 2.100 palestinesi, in gran parte civili, tra cui donne, bambini e anziani, sono stati uccisi nell’attacco israeliano. Circa 11.000 altri sono rimasti feriti. La guerra estiva israeliana sul territorio palestinese ha causato devastazioni diffuse in tutta Gaza: circa 5.000 unità abitative sono state distrutte durante gli attacchi.

Secondo gli esperti, costerebbe più di sette miliardi di dollari la ricostruzione del territorio palestinese.

Il Consiglio Economico Palestinese per lo Sviluppo e la Ricostruzione ha dichiarato all’inizio di questo mese che il processo di ricostruzione avrebbe preso “cinque anni, se Israele avesse rimosso interamente il blocco su Gaza”.

L’enclave costiera è sotto assedio israeliano dal 2007.

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Le fattorie di Gaza adiacenti alla zona cuscinetto soffrono le perdite maggiori

Gio, 25/09/2014 - 01:33

Memo. I residenti palestinesi della zona cuscinetto lungo i confini orientali della Striscia di Gaza subiscono la perdita delle loro case e delle fonti di reddito in ogni escalation israeliana.

Il contadino palestinese Mohamed Qudih, di 60 anni, e sua moglie Sabiha, di 59, hanno perso la loro casa, che è stata distrutta dall’occupazione israeliana durante l’invasione di terra del villaggio di Khuza’a a est di Khan Younis. Hanno anche perso la loro azienda agricola, che comprendeva circa 50 ulivi e palme da dattero e le colture di okra.

“Sono rimasto sorpreso quando ho visto le macerie di casa mia”, ha raccontato Qudih all’agenzia stampa locale palestinese Quds Net. “Sono stato anche sorpreso di vedere che circa 50 ulivi e palme da dattero erano stati sradicati e la coltivazione okra era stata schiacciata”.

La fattoria di Qudih si trova a 800 metri di distanza dal confine fra Gaza e Israele. “Noi soffriamo così tanto perché l’occupazione israeliana rade sempre al suolo le fattorie adiacenti e nei pressi dei suoi confini”. Qudih ha aggiunto: “Siamo sempre in pericolo durante il lavoro o anche solo stando nelle nostre fattorie, in quanto le truppe di frontiera israeliane dalle torri militari sparano sempre proiettili veri e i carri armati e i bulldozer si muovono sul terreno quando sentono qualcosa avvicinarsi alle frontiere”.

Iyad Qudih, di 40 anni, la cui azienda si trova a 500 metri dal confine, ha avuto una storia simile: “Sono tornato al mio podere per non trovare alcun segno di casa mia e tutti gli alberi e le colture erano state danneggiate”.

Mu’taz Al-Najjar, di 19 anni, si prende cura della fattoria della sua famiglia, che si trova a 450 metri dal confine. Spera che la zona cuscinetto venga annullata in modo che la sua famiglia possa accedere liberamente a tutta la fattoria e trarne beneficio. Ha chiesto ai rappresentanti dei combattenti palestinesi ai colloqui indiretti con gli israeliani al Cairo di perorare questa causa.

Ha spiegato: “Questo aiuterà centinaia di agricoltori ad accedere a tutte le aree delle loro fattorie, quindi più agricoltori avranno lavoro e la produzione agricola aumenterà”.

Khuza’a si trova a est di Khan Younis, una città palestinese nel sud della Striscia di Gaza. Si estende per 4.000 dunam (1.000 acri) di terreno ed è abitata da 14.000 palestinesi, per la maggior parte rifugiati.

L’occupazione israeliana ha raso al suolo un gran numero di case palestinesi nel quartiere durante l’ultima guerra a Gaza e ha distrutto la maggior parte delle aziende agricole e dei terreni.

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Gerusalemme, assalto israeliano alla moschea di al-Aqsa: decine di feriti tra i fedeli

Mer, 24/09/2014 - 16:27

Gerusalemme-Quds Press e Imemc. Mercoledì mattina, diversi palestinesi sono rimasti feriti durante un assalto delle forze israeliane contro i cortili della moschea di al-Aqsa, a Gerusalemme Est.

La Fondazione al-Aqsa per il patrimonio religioso ha dichiarato in un comunicato stampa che “nelle prime ore del mattino, un ingente spiegamento di forze militari israeliani ha invaso i cortili della moschea e ha lanciato granate stordenti e lacrimogeni, picchiando poi i fedeli con i manganelli”.

Decine di Palestinesi sono rimasti feriti o soffocati dall’inalazione di gas lacrimogeni.

La Fondazione ha aggiunto che centinaia di musulmani gerosolimitani e dei territori palestinesi all’interno della Linea Verde, si sono riuniti, a partire dalla scorsa notte, nella moschea di al-Aqsa, per discutere sulle strategie da usare per affrontare le incursioni dei coloni israeliani programmate nell’ambito delle celebrazioni del Capodanno ebraico.

Da martedì sera, le forze israeliani hanno imposto uno stretto assedio alla moschea di al-Aqsa, impedendo l’entrata a centinaia di fedeli.

Inoltre, la commissione per la “sicurezza interna” nel parlamento israeliano, “Knesset”, ha tenuto di recente una seduta speciale per discutere un progetto di legge per la divisione di al-Aqsa (come già avvenne con la moschea Ibrahimi di Hebron), e per consentire agli ebrei di pregarvi.

 

 

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Riconciliazione nazionale palestinese: ripresi i colloqui al Cairo

Mer, 24/09/2014 - 15:54

Il Cairo-InfoPal. I colloqui di riconciliazione inter-palestinesi tra Hamas e Fatah (e Jihad islamico) sono ripresi oggi, mercoledì 24 settembre, al Cairo, con la mediazione del direttore dell’intelligence egiziano, Muhammad Farid Tuhami, e si protrarranno per due giorni.

L’obiettivo è concretizzare l’accordo di riconciliazione nazionale siglato ad aprile scorso e concentrarsi sul governo di unità tra Gaza e Cisgiordania, sulla ricostruzione della Striscia di Gaza distrutta a seguito di 51 giorni di bombardamenti israeliani.

I rappresentanti di Hamas al Cairo sono Abu Marzouq, Khalil al-Hayya e Mahmoud Zahhar; quelli di Fatah: al-Ahmad, Zakariyya al-Agha, Sakhr Bseiso e Hussein al-Sheikh; quelli del Jihad islamico: Khalid al-Batsh e Nafith Azzam.

I movimenti hanno accettato che il governo di unità diventi operativo anche a Gaza il più velocemente possibile, per facilitare la ricostruzione della regione distrutta. Inoltre, elezioni parlamentari e presidenziali verranno indette quanto prima.

Uno degli ostacoli alla riconciliazione nazionale, tuttavia, sono i negoziati con lo stato di occupazione sionista, indetti a ottobre tra l’Anp di Abbas e Tel Aviv.

Inoltre, Fatah e Hamas si sono lanciati reciproche accuse sulla gestione di Striscia di Gaza e Cisgiordania.

(Fonti: Quds Press, Imemc, Pic, Maan)

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Sit-in “Per non dimenticare Gaza”

Mer, 24/09/2014 - 03:53

Riceviamo e pubblichiamo.

Sit-in “Per non dimenticare Gaza”. Sabato 27 settembre 2014, a Cagliari alle ore 17, in piazza Costituzione.

 

La Comunità Palestinese in Sardegna con l’Associazione Amicizia Sardegna Palestina organizzano sabato 27 settembre 2014, a Cagliari alle ore 17, in piazza Costituzione un sit-in “Per non dimenticare Gaza”

In concomitanza con la manifestazione nazionale, indetta dalle Comunità Palestinesi in Italia, che si terrà a Roma il 27 settembre
- ore 14,30 – in Piazza Della Repubblica, la Comunità Palestinese in Sardegna con l’Associazione Amicizia Sardegna Palestina organizzano sabato 27 settembre 2014, a Cagliari alle ore 17, in piazza Costituzione un sit-in “Per non dimenticare Gaza”

Il sit in risponde all’appello lanciato dalle comunità palestinesi in Italia che chiedono a tutte le forze solidali con il popolo palestinese e indignate per l’ennesimo mattatoio scatenato da Israele contro Gaza di mobilitarsi indicando la data, sabato 27 settembre, per una manifestazione nazionale a Roma.

Qui di seguito il testo dell’appello:

Terra, pace e diritti per il popolo palestinese. Fermiamo l’occupazione

Appello per una manifestazione nazionale in sostegno al popolo palestinese il 27 settembre a Roma

L’aggressione Israeliana contro il popolo palestinese continua, dalla pulizia etnica del 1948, ai vari massacri di questi decenni, dal muro dell’apartheid, all’embargo illegale imposto alla striscia di Gaza e i sistematici omicidi mirati, per finire con il fallito tentativo di sterminio perpetuato in questi ultimi giorni sempre a Gaza causando più di 2000 morti ed oltre 10.000 ferite.

Il Coordinamento delle comunità palestinesi in Italia indice una manifestazione nazionale di solidarietà:

- per il diritto all’autodeterminazione e alla resistenza del popolo palestinese;
- per mettere fine all’occupazione militare israeliana;
- per la libertà di tutti i prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane;
- per la fine dell’embargo a Gaza e la riapertura dei valichi;
- per mettere fine alla costruzione degli insediamenti nei territori palestinesi;
- per il rispetto della legalità internazionale e l’applicazione delle risoluzione del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite;
- per uno stato democratico laico in Palestina con Gerusalemme capitale (come sancito da molte risoluzioni dell’Onu);
- l’attuazione del dritto al ritorno dei profughi palestinesi secondo la risoluzione 194 dell’Onu e la IV Convenzione di Ginevra.

Chiediamo a tutte le forze democratiche e progressiste di far sentire la loro voce contro ogni forma di accordi militari con Israele.

Chiediamo al Governo italiano e in qualità di presidente del “semestre” dell’UE di adoperarsi per il riconoscimento europeo dei legittimi diritti del popolo palestinese e mettere fine alle politiche di aggressione di Israele, utilizzando anche la pressione economica e commerciale su Israele.

Il coordinamento delle Comunità palestinesi in Italia chiede a tutte le forze politiche e sindacali e a tutti le associazioni e comitati che lavorano per la pace e la giustizia nel mondo di aderire alla nostra manifestazione inviando l’adesione al nostro indirizzo mail:
comunitapalestineseitalia@hotmail.com

Coordinamento delle Comunità Palestinesi in Italia

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Incontro a Milano: Medio Oriente in fiamme: origini e scenari futuri…

Mer, 24/09/2014 - 03:46

 

Riceviamo e pubblichiamo.

Medio Oriente in fiamme: origini e scenari futuri… 

h. 20.00 – giovedì 25 settembre 2014, CAM Garibaldi - C.so Garibaldi 27 ang. Via Strehler, Milano

Ne discutono

 

Gianni Vattimo, Filosofo e politico

 

Ugo Tramballi, inviato ed editorialista del Sole-24 Ore

 

Paolo Sensini, autore di “Divide et Impera“ 1

 

Cosa sta succedendo nel Vicino e Medio Oriente?

 

Perché quest’area nevralgica continua a essere l’epicentro dei più cruenti e sanguinosi conflitti che scuotono il mondo?

 

Chi sono i protagonisti interni ed esterni che hanno contribuito a rendere tale zona la più instabile e turbolenta dalla metà del Novecento fino alla cosiddetta «Primavera araba» e oltre?

 

- 11 settembre 2001

 

- Terrorismo «islamista»

 

- Politiche neo-securitarie

 

- Ruolo delle grandi lobby internazionali

 

 

La «questione israelo-palestinese», continua a rappresentare la madre di tutti i conflitti che insanguinano il mondo arabo dal 1948 in avanti. Tuttavia, pur costituendo un vulnus così esiziale per i destini dell’intera area, i «grandi» mezzi d’informazione si ostinano a dipingerla con tinte omissive e mistificatorie tali da non comprendere la vera natura della posta in gioco.

1. ”Divide et Impera - Strategie del caos per il XXI secolo nel Vicino e Medio Oriente”, rappresenta in qualche modo il seguito e uno sviluppo ad ampio raggio di Libia 2011 (Jaca Book, 2011), ossia del primo studio uscito in Italia che ha documentato in presa diretta ciò che stava realmente accadendo nelle «rivolte arabe». E’ uno strumento indispensabile per chi voglia capire ciò che i media mainstream e i fomentatori di uno «scontro di civiltà» non ci diranno mai. Ne va, tra le altre cose, del futuro civile dell’Europa e, vista la prossimità geografica con quell’area, del nostro paese in particolare.

 

 

 

L’incontro è organizzato da Parallelo Palestina in collaborazione col Gruppo Consigliare Sinistra per Pisapia-Federazione della Sinistra

https://sites.google.com/site/parallelopalestina/medio-oriente-in-fiamme

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La Striscia di Gaza ridotta all’Età della Pietra da Israele

Mer, 24/09/2014 - 02:33

Di Younes Arar. La guerra terrorista di Israele contro la Striscia di Gaza è finita, ma le conseguenze non lo sono: circa 150 mila cittadini palestinesi sono rimasti senza una casa, dopo che le forze di occupazione hanno distrutto le loro abitazioni con bombardamenti aerei e di terra.

I pescatori ritratti nelle foto stanno preparando il loro pasto in un edificio demolito vicino al mare. Tutti gli edifici davanti al mare sono stati distrutti.

La vita in molte aree della Striscia è impossibile: non ci sono case, infrastrutture, servizi. Non esiste più nulla. E’ come essere tornati indietro all’Età della Pietra. 23 settembre 2014.

 

 

 

 

 

 

 

Una dura realtà di vita. Questa famiglia sta preparando il pasto sulle macerie della propria casa, distrutta dalle forze israeliane due mesi fa.

Circa 40 mila case palestinesi a Gaza sono state totalmente o parzialmente distrutte dai bombardamenti israeliani.

 

 

 

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USA/UK Committed Genocide against Iraq People

Mer, 24/09/2014 - 02:10
By Mairead Corrigan Maguire, Nobel Peace Laureate – TRANSCEND Media Service

Mairead Maguire

USA/UK committed genocide against Iraq people between 1990/2012 killing 3.3 million including 750,000 children through sanctions and war.

On September 11, 2014 US President Obama, on the anniversary of 9/11, in his speech promised the world more war, and especially the people of Iraq and Syria when he promised that together with his coalition partners, they would kill every ISIS person in Iraq, Syria, or anywhere in the world they may be. He described ISIS as cancer cells and promised they would be all killed off. His Speech was chilling and had the desired effect of reminding us all just how low morally and intellectually the American administration, and their Coalition, has sunk.

For the President to ignore the fact that the USA/UK, NATO, have committed genocide against the Iraq people between 1990/2012 killing 3.3 million including 750,000 Iraqi children through sanctions and war, not including subsequent wars by USA/NATO, against Afghanistan, Libya, Sudan, and their attempted and well funded efforts through a proxy war to destroy Syria, is criminal.  The Iraqi war (as indeed is the war against Gaza by Israel) is a classic definition of Genocide. These past and current foreign policies of military aggression break all International Laws, to which the President makes no reference, and will only result in more killings and more hatred of the West.

That the US Administration plans to escalate military attacks in Iraq and Syria and to increase funding and training of ‘moderate rebels’ in Syria, is a betrayal of all those people in these countries struggling through peaceful and nonviolent ways to solve their problems without guns and violence.   If the US wants to stop ISIS, it can remove its funding and arms, which are coming from US allies Saudi Arabia, Qatar, Turkey and others and from the US itself, through intermediaries like the Syrian ‘rebels’.   It is the USA and their allies that have created the conditions, funded and facilitated the growth of these reactionary Jihadist organizations. If USA/UK really want to stop ISIS they should work with the Syrian Government, support the people who have been the main victims of ISIS, and support the Syrian peace and reconciliation movement who are working to stop the violence and bring real change in their country.

The USA administration policy of air strikes against ISIS in Syria and increasing funding for the moderate rebels is illegal under international law, as it is illegal for the US to fund, train, weaponize and co-ordinate to overthrow the regime of a sovereign state.   Also the airspace of any country is its own and USA must get Syrian authorization to fly over Syria. (Illegally Israel continues to fly over and bomb Syria). Having visited Iraq before the second war, and Syria in 2013 and 2014 and witnessed that the people of both countries were brave and courageous and trying to solve their problems ( in Syria, a proxy war with thousands of foreign Jihadists) through peace and reconciliation. In Syria, they asked that there be no outside interference and aggression on their country, as this would make things worse, not better. Under International Law the US Gov. NATO and any coalition forces should respect the wishes of the people of the Middle East and Syria, and recognize it is for the people of Syria to modify or change their government and not for the US or Saudi Arabia or NATO. Ending militarism and war is possible and restoring justice, human rights and dignity for all the people, will bring peace and we must each do all in our power to Resist and Stop this latest drive to war and demand our governments withdraw from this Coalition of war with USA.

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Mairead Corrigan Maguire is a member of the TRANSCEND Network for Peace, Development and Environment. She won the 1976 Nobel Peace Prize for her work for peace in Northern Ireland. Her book The Vision of Peace (edited by John Dear, with a foreword by Desmond Tutu and a preface by the Dalai Lama) is available from www.wipfandstock.com. She lives in Belfast, Northern Ireland. See: www.peacepeople.com.

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Israele impone restrizioni intorno ad al-Aqsa in vista delle festività ebraiche

Mer, 24/09/2014 - 02:04

Gerusalemme – Ma’an e Quds Press. Martedì mattina la polizia israeliana si è schierata pesantemente di fronte a tutte le porte della moschea di al-Aqsa, imponendo restrizioni all’ingresso di fedeli musulmani in vista del Capodanno ebraico.

Un inviato di Ma’an nella città santa ha riportato che la polizia israeliana ha negato agli uomini palestinesi di età inferiore ai 45 e a tutte le donne l’ingresso alla moschea. Donne e uomini sotto i 45 hanno dovuto svolgere la preghiera dell’alba nelle strade al di fuori del complesso.

Inoltre la polizia ha mantenuto tutti i cancelli chiusi tranne quello della Catena e quello del Consiglio, nei quali gli agenti hanno esaminato le carte d’identità di fedeli.

Decine di giovani uomini e donne a cui è stato impedito di entrare ad al-Aqsa si sono riuniti fuori dai cancelli e hanno scandito slogan denunciando le procedure della polizia israeliana e affermando che era loro diritto accedere al luogo sacro.

Sheikh Azzam al-Khatib, direttore dell’ufficio di Gerusalemme del ministero palestinese della Sovvenzione, ha spiegato a Ma’an che la chiusura di martedì della zona era in preparazione delle festività ebraiche. Ha aggiunto che Miri Regev, membro del Knesset dal partito Likud, che presiede il comitato interno e della sicurezza del Knesset, aveva chiesto alla polizia di preparare il terreno per le visite da parte degli ebrei durante le vacanze.

“Ci aspettiamo giorni molto difficili in al-Aqsa durante le imminenti festività ebraiche”, ha dichiarato al-Khatib.

Le forze israeliane scortano regolarmente i visitatori ebrei al sito, portando a tensioni con i fedeli palestinesi.

La zona, che si trova appena sopra la piazza del Muro del Pianto, contiene sia la Cupola della Roccia che la moschea di Al-Aqsa ed è il terzo luogo più sacro dell’Islam. È anche venerato come luogo più santo del giudaismo in quanto si trova dove gli ebrei credono che una volta sorgessero il Primo e il Secondo Tempio. Quest’ultimo fu distrutto dai Romani nel 70 d.C.

Al-Aqsa si trova a Gerusalemme Est, una parte dei territori palestinesi riconosciuti a livello internazionale che sono stati occupati dai militari israeliani dal 1967.

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Gaza e la minaccia di una guerra mondiale

Mer, 24/09/2014 - 01:50

John Pilger.

“C’è un tabù” ha detto il visionario Edward Said “sul dire la verità circa la Palestina e la grande e distruttiva forza che sta dietro ad Israele. Solo quando questa verità salterà fuori potremo essere liberi”.

Per molte persone, la verità ora è venuta a galla. O almeno, sanno. Quelli cui un tempo era intimato il silenzio ora non possono più voltare lo sguardo. Si trovano di fronte sulle loro TV, sui loro laptop, telefonini, la prova della barbarie di Israele e la grande forza distruttiva del suo mentore, gli Stati Uniti, la codardia dei governi europei e la collusione di altri, come quello canadese e quello australiano, in questo aberrante crimine.

L’attacco su Gaza è stato un attacco a tutti noi. L’assedio di Gaza un assedio a tutti noi. Il rifiuto di rendere giustizia ai Palestinesi è un sintomo che gran parte dell’umanità è sotto un giogo e un avvertimento che la minaccia di una nuova guerra mondiale cresce di giorno in giorno.

Quando Nelson Mandela ha definito la situazione palestinese “la più grande questione morale del nostro tempo”, ha parlato in nome di una vera civilizzazione, non di quella inventata dagli imperi. In America Latina, i governi di Brasile, Cile, Venezuela, Bolivia, El Salvador, Peru ed Ecuador hanno preso la parte di Gaza. Tutti quei paesi si sono resi conto del loro silenzio nero quando l’immunità agli omicidi di massa è stata sponsorizzata a Washington dallo stesso padrino che aveva risposto ai pianti dei bambini di Gaza inviando più munizioni per ucciderli.

A differenza di Netanyahu e dei suoi sicari, i bambolotti fascisti di Washington in America Latina non si preoccupavano delle apparenze morali. Uccidevano semplicemente, lasciando i cadaveri a pile nelle discariche. Per il Sionismo, l’obiettivo è lo stesso: l’espropriazione ed infine la totale distruzione di un’intera società umana: una verità che 225 sopravvissuti all’olocausto e i loro discendenti hanno paragonato all‘inizio di un genocidio.

Nulla è cambiato dall’infame “Piano D” dei Sionisti che nel 1948 ha fatto pulizia etnica di un’intera popolazione. Recentemente su sito del Times of Israel si leggevano le parole “Il genocidio è ammissibile”. Un portavoce del Knesset, il parlamento israeliano, Moshe Feiglin, richiede una deportazione di massa nei campi di concentramento. Una parlamentare, Ayelet Shaked, il cui partito è membro della coalizione di governo, invoca lo sterminio delle madri palestinesi per prevenire che diano alla luce quelli che definisce “piccoli serpenti”.

Per anni i reporter hanno guardato soldati israeliani infastidire bambini palestinesi stuzzicandoli con i megafoni. Poi li uccidevano. Per anni, i reporter hanno saputo di donne palestinesi prossime a partorire, alle quali veniva negata la possibilità di passare un posto di blocco verso un ospedale: il bambino moriva, a volte anche la madre.

Per anni i reporter hanno saputo dei dottori e degli equipaggi delle ambulanze palestinesi ai quali veniva permesso di soccorrere i feriti e rimuovere i morti, per poi venire uccisi con un colpo in testa.

Per anni i reporter hanno saputo di persone allo stremo a cui veniva impedito di ricevere trattamenti sanitari, o che venivano uccisi mentre cercavano di raggiungere cliniche dove essere sottoposti a chemioterapia. Una vecchietta con un bastone da passeggio è stata uccisa così – con un proiettile nella schiena.

Quando ho riportato il fatto a Dori Gold, un senior adviser del primo ministro israeliano, ha detto “sfortunatamente in ogni situazione di guerra ci sono casi di civili uccisi accidentalmente. Ma questo non è un caso di terrorismo. Terrorismo è mettere il fuoco incrociato dei cecchini sui civili deliberatamente”.

Ho risposto “è esattamente quanto è accaduto”.

“No” ha risposto “non è successo”.

Queste bugie e mistificazioni sono continuamente ripetute dagli apologeti israeliani. Come l’ex reporter del New York Times Chris Hedges ha messo in evidenza, il racconto di una simile atrocità termina sempre con “coinvolto nel fuoco incrociato”. Fino a quando mi sono occupato del Medio Oriente, la maggior parte, se non tutti i media occidentali, aderivano a questa versione.

In uno dei miei film, un operatore palestinese, Imad Ghanem, giace senza possibilità di scampo mentre soldati del “più morale esercito del mondo” lo gambizzano. A questa atrocità sono state dedicate due righe sul sito della BBC. Tredici giornalisti sono stati uccisi da Israele nell’ultimo bagno di sangue a Gaza. Tutti erano Palestinesi. Chi sa i loro nomi?

Ora qualcosa è cambiato. C’è una fortissima repulsione nel mondo e le voci del liberalismo sensibile sono spaventate. Il loro torcersi le mani e il loro coro di “colpa da dividersi” e “Israele ha il diritto di difendersi” non sono più una scusa, nemmeno l’appendersi all’antisemitismo. Nemmeno il loro pianto a comando del “qualcosa deve essere fatto” contro i fanatici islamici ma non contro i fanatici sionisti.

Una sensibile voce liberale, il romanziere Ian McEwan, veniva giudicato un saggio dal Guardian mentre i bambini di Gaza venivano fatti a pezzi. È lo stesso Ian McEwan che ha ignorato le richieste dei Palestinesi affinchè non accettasse il Jerusalem Prize per la letteratura. “Se andassi solo in paesi che approvo, probabilmente non uscirei mai dal letto” ha commentato.

Se potessero parlare, i morti di Gaza direbbero: stai a letto, grande romanziere, perché la tua presenza riempie il letto di razzismo, apartheid, pulizia etnica e omicidio – non importano le belle parole che hai pronunciato mentre ricevevi il tuo premio.

Capire i sofismi e il pensiero della propaganda liberale è la chiave per comprendere il perché i soprusi di Israele continuano, perché il mondo osserva, perché Israele non subisce alcuna sanzione e perché un boicottaggio di tutto ciò che è israeliano ora sarebbe l’unica misura di decenza umana.

La propaganda più incessante dice che Hamas ha come obiettivo la distruzione di Israele. Khaled Hroub, il professore dell’università di Cambridge considerato un’autorità a livello mondiale su Hamas, dice che questa frase “non è mai stata usata da Hamas, nemmeno nei proclami più radicali”. La spesso citata Carta del 1988 “anti-ebraica” era opera di “una sola persona e era stata resa pubblica senza il consenso di Hamas… l’autore era uno della ‘vecchia guardia’” il documento è trattato come fonte di imbarazzo e non viene mai citato.

Hamas ha ripetutamente offerto una tregua decennale ad Israele e ha per molto spinto verso una soluzione tra i due stati. Quando Medea Benjamin, l’attivista ebrea statunitense, era a Gaza, aveva portato una lettera dei leader di Hamas al Presidente Obama, la quale palesava come il governo di Gaza volesse la pace con Israele. Fu ignorata. Sono personalmente a conoscenza di molte lettere di quel tipo consegnate in buona fede, ignorate o buttate via.

L’imperdonabile crimine di Hamas è una distinzione mai messa in evidenza: è l’unico governo arabo il quale è stato liberamente e democraticamente eletto dalla propria gente. Ancora peggio, ha formato un governo di unità insieme all’Autorità Palestinese. Un’unica e risoluta voce palestinese – nell’Assemblea Generale, nel Consiglio per i Diritti Umani e nella Corte per i Crimini Internazionali – è la minaccia più temuta.

Dal 2002, una pioneristica unit sui media all’università di Glasgow ha condotto notevoli studi sulla propaganda e il giornalismo in Israele e Palestina. Il professor Greg Philo e i suoi colleghi sono rimasti shockati nello scoprire una totale ignoranza diffusa dalle notizie in TV. Più la gente guarda, meno capisce. Greg Philo sostiene che il problema non sia un “errore”. I giornalisti e i produttori sono toccati come chiunque altro dalle sofferenze dei Palestinesi, ma la struttura di potere dei media è così potente – come estensione degli stati e dei loro interessi – chefatti storici e contesto storico sono continuamente rimossi.

Incredibilmente, meno del 9% dei giovani intervistati dal team del professor Philo erano a conoscenza che era Israele ad occupare e che i coloni illegali erano quelli ebrei, molti credevano fossero Palestinesi. Il termine “territori occupati” non era quasi mai spiegato. Parole come “omicidio”, “atrocità”, “assassinio a sangue freddo” venivano usate solo per descrivere le morti di Israeliani.Di recente un reporter della BBC, David Loyn, ha criticato un altro giornalista britannico, Jon Snow di Channel 4 News. Snow è stato così commosso da quanto aveva visto a Gaza da fare un appello umanitario su Youtube. Ciò che aveva preoccupato l’uomo della BBC era cheSnow aveva violato il protocollo, essendo emotivo nel suo video.

“L’emozione” ha scritto Loyn “è roba da propaganda e il giornalismo è contro la propaganda”. L’avrà scritto con una faccia seria? Infatti il discorso di Snow era calmo. Il suo crimine era di essere uscito dal recinto di una finta imparzialità. Imperdonabilmente, non si era autocensurato.

Nel 1937, con Hitler al potere, Geoffrey Dawson, editore del Times a Londra, aveva scritto nel suo diario: “passo le notti a tirar fuori qualsiasi cosa possa urtare la suscettibilità dei Tedeschi e a buttar dentro qualsiasi cosa possa dar loro sollievo”.

Il 30 di Luglio, la BBC ha offerto un esempio lampante del Principio di Dawson. Il diplomatico corrispondente del programma Newsnight, Mark Urban, ha dato cinque motivazioni del perché il Medio Oriente è in subbuglio. Nessuna di esse includeva il ruolo storico od attuale del governo britannico. Il governo di Cameron colpevole di? 8 miliardi per armi ed equipaggiamenti militari ad Israele cancellati. Invii massicci di armi all’Arabia Saudita cancellati. Il ruolo britannico nella distruzione della Libia cancellato. Il supporto britannico alla tirannia in Egitto cancellato.

Così come l’invasione britannica di Iraq e Afghanistan, non sono successe.

L’unico esperto in questo programma della BBC era un accademico di nome Toby Dodge della London School of Economics. Quello che la gente deve sapere è che Dodge era un consigliere di David Petraeus, il generale statunitense responsabile dei disastri in Iraq e Afghanistan. Ma anche questo è stato omesso.

Parlando di guerra e pace, l’illusione di imparzialità e credibilità BBC-style fa più per limitare e controllare il pubblico delle distorsioni dei tabloid. Come Greg Philo ha messo in evidenza, il video di Jon Snow si limitava solo a giudicare se l’assalto israeliano a Gaza fosse proporzionato o ragionevole. La parte mancante – che poi è quasi sempre mancante – era l’essenziale verità della più lunga occupazione militare dell’epoca moderna: un’impresa criminale supportata dai governi occidentali da Washington a Londra a Canberra.

Come per il mito che il “vulnerabile” ed “isolato” Israele sia accerchiato da nemici, Israele è ora circondato da alleati strategici. L’Autorità Palestinese, finanziata, armata e controllata dagli USA, è stata collusa a lungo con Tel Aviv. Le tirannie in Egitto, Giordania, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Bahrain e Qatar stanno spalla a spalla con Netanyahu – se la coppa del mondo si farà davvero in Qatar state sicuri che della sicurezza di occuperà il Mossad.

La resistenza è l’atto più coraggioso e nobile dell’umanità. La resistenza a Gaza è paragonabile alla rivolta degli ebrei nel 1943 nel ghetto di Varsavia – i quali avevano a loro volta scavato tunnel e messo in atto tattiche di attacco e fuga contro una schiacciante macchina militare. L’ultimo leader sopravvissuto della rivolta di Varsavia, Marek Edelman, scrisse una lettera di solidarietà alla resistenza palestinese, paragonandola agli ZOB, i suoi combattenti del ghetto. La lettera inziava così: “Comandanti dell’esercito palestinese, paramilitare e operazioni partigiane – e a tutti i soldati .”

Il dottor Mads Gilbert è un medico norvegese conosciuto per il suo eroico lavoro a Gaza. L’8 agosto è tornato nella sua città natale, Tronso in Norvegia, la quale, come lui ha fatto notare, era stata occupata dai nazisti per 7 anni. Ha detto “immaginate di tornare al 1945 e che noi in Norvegia non avessimo vinto la guerra di liberazione, non avessimo scacciato gli occupanti. Immaginatevi gli occupanti ancora nel nostro paese, prendendoselo pezzo a pezzo, per decenni e decenni, bandendoci nelle aree più disagiate, prendendo il pesce dai nostri mari e l’acqua da sotto di noi, poi bombardando i nostri ospedali, le nostre ambulanze, le scuole, le nostre case.

Ci saremmo arresi ed avremmo alzato bandiera bianca? No, non l’avremmo fatto! Questa è la situazione a Gaza. Non è una battaglia tra terrorismo e democrazia. Hamas non è il nemico che Israele sta combattendo. Israele sta portando avanti una guerra contro la volontà di resistere dei PalestinesiÈ la dignità del popolo palestinese che non possono sopportare.

Nel 1938 i nazisti chiamavano gli ebrei Untermenschen – sub-uomini. Oggi i Palestinesi sono trattati come esseri sub-umani che possono essere fatti a pezzi senza alcun potere di reazione.

Son tornato in Norvegia, una nazione libera, e questa nazione è libera perché c’è stato un movimento di resistenza, perché le nazioni occupate hanno il diritto di resistere, anche con le armi – è stabilito nella legge internazionale. La resistenza del popolo palestinese a Gaza è ammirevole: una sofferenza per tutti noi”.

Ci sono pericoli nel dire questa verità, nel rompere quello che Edward Said ha definito “L’ultimo tabù”. Il mio documentario La Palestina è ancora la questione, è stato candidato per una Bafta, un British Academy Award e celebrato dalla Commissione per la Televisione Indipendente per la sua “integrità giornalistica” e per la “cura e accuratezza con cui è stato realizzato”. Alcuni minuti del film messi in onda su ITV Network hanno scatenato l’inferno – una pioggia di email mi descrivevano come un “pazzo indemoniato”, un “propugnatore dell’odio e del male”, “un antisemita della peggior specie”. Molto di ciò è stato orchestrato dai sionisti negli USA i quali non potevano nemmeno aver visto il film. Ho ricevuto minacce di morte al ritmo di una al giorno.

Qualcosa di simile è successo all’opinionista australiano Mike Carlton il mese scorso. Nella sua solita colonna nel Sidney Morning Herald, Carlton ha scritto un meraviglioso articolo su Israele e Palestina, identificando oppressori e vittime. È stato attento a limitare il suo attacco a “un nuovo e brutale Israele dominato dalla linea dura del partito di destra Likud di Netanyahu”. Quelli che governavano lo stato sionista in precedenza, diceva in modo implicito, appartenevano a “una fiera tradizione liberale”.

Su invito, è iniziato il diluvio. È stato definito “una ammasso di liquame nazista, un razzista odiatore di ebrei”. È stato ripetutamente minacciato e ha risposto ai suoi detrattori di “andare affanculo”.

L’Herald ha preteso le sue scuse. Quando si è rifiutato, è stato sospeso, poi ha rassegnato le sue dimissioni. Secondo l’editore dell’Herald, Sean Aylmer, l’azienda “si aspetta standard più alti dai suoi giornalisti”.

Il problema della pungente e spesso sola voce liberale di Carlton in una nazione in cui Rupert Murdoch controlla il 70% della stampa – l’Australia è la prima murdocrazia al mondo – verrà risolto ben due volte. La Commissione Australiana per i Diritti Umani indagherà alcune lamentele nei confronti di Carlton secondo il Racial Discrimination Act, che mette fuori legge qualsiasi atto pubblico o affermazione che “possibilmente offenda, insulti, umili un’altra persona o un gruppo di persone” sulla base della loro razza, colore o origine nazionale o etnica.

In contrasto con la sicura e silenziosa Australia – dove i Carlton vengono fatti estinguere – il vero giornalismo è vivo a Gaza. Parlo spesso al telefono con Mohammed Omer, uno straordinario giovane giornalista palestinese, al quale ho consegnato nel 2008 il premio Martha Gellhorn per il giornalismo. Ogni volta che ci siamo sentiti durante l’assalto a Gaza, potevo sentire il rumore dei droni, l’esplosione dei missili. Ha interrotto una telefonata per prendersi cura di bambini accalcati fuori in attesa di trasporti in mezzo alle esplosioni. Quando gli ho parlato il 30 giugno, un solo F19 israeliano aveva fatto a pezzi 19 bambini. Il 20 di agosto ha descritto come i droni Israeliani avevano effettivamente accerchiato un villaggio per poterlo distruggere.

Ogni giorno, all’alba, Mohammed cercava famiglie bombardate. Registrava le loro storie, in mezzo alle macerie delle loro abitazioni, gli scattava fotografie. Andava all’ospedale. Andava all’obitorio. Andava al cimitero. Faceva code di ore per il pane per la sua famiglia. E guardava il cielo. Manda due, tre, quattro dispacci al giorno. Questo è giornalismo. “Stanno cercando di annichilirci” mi ha detto “ma più ci bombardano, più diventiamo forti. Non vinceranno mai”. Il grande crimine commesso a Gaza è promemoria di qualcosa di più grande che ci minaccia tutti.

Dal 2001, gli USA e i loro alleati si sono scatenati. In Iraq, almeno 700.000 uomini, donne e bambini sono morti. L’ascesa dei jihadisti – in una nazione dove non ce n’erano – è il risultato. Conosciuto come Al Qaeda e ora come Stato Islamico, il jihadismo moderno è stato inventato da USA e UK, supportati da Pakistan e Arabia Sudita. L’obiettivo originale era usare e sviluppare un fondamentalismo islamico che non era quasi mai esistito nella maggior parte del mondo arabo per minare i movimenti pan-arabi e i governi secolari. Intorno agli anni 80 era un’arma per indebolire l’Unione Sovietica in Afghanistan. La CIA l’aveva chiamata Operazione Ciclone, e un ciclone si è rivelata essere, con la sua furia sguinzagliata contro i suoi stessi creatori. Gli attacchi dell’ 11 settembre e a Londra nel luglio 2005 sono il risultato di questo contr accolpo, così come i recenti e cruenti omicidi dei giornalisti statunitensi James Foley e Steven Sotloff. Per più di un anno, l’amministrazione Obama ha armato gli assassini di questi due giovani – successivamente conosciuti come ISIS in Siria – con l’obiettivo di ribaltare il secolare governo di Damasco.

Il principale “alleato” dell’occidente in questa confusione imperiale è lo stato medievale in cui le decapitazioni sono la routine – l’Arabia Saudita. Ogni volta che un membro della famiglia reale britannica viene mandato in questa nazione barbara, potete scommettere il vostro culo di petroldollari che il governo britannico vuole vendere agli sceicchi più aerei da guerra, missili, manette. La maggior parte dei dirottatori dell’11 settembre erano Sauditi, paese che finanzia i jihadisti dalla Siria all’Iraq.

Perché viviamo in questo stato di guerra continua?

La risposta immediata sta negli USA, dove un colpo di stato segreto e non divulgato è stato messo in atto. Un gruppo conosciuto come Progetto per un Nuovo Secolo Americano, ispirazione di Dick Cheney e altri, è salito al potere con l’amministrazione di George W. Bush. Una volta conosciuti a Washington come “i pazzi”, questa setta di estremisti crede in quello che il Comando Spaziale USA chiama “dominio di pieno spettro”.

Sotto sia Bush sia Obama, una mentalità imperiale da 19simo secolo ha pervaso tutti i dipartimenti dello stato. Il militarismo è in crescita, la diplomazia pura retorica. Nazione e governi sono giudicati come utili o sacrificabili: da corrompere, minacciare o “sanzionare”.

Il 31 luglio il Pannello di Difesa Nazionale a Washington ha diffuso un notevole documento che richiamava gli USA a preparasi a combattere sei guerre di primo piano contemporaneamente. In cima alla lista c’erano Russia e Cina – due potenze nucleari.

In un certo senso la guerra alla Russia è già iniziata. Mentre il mondo guardava scandalizzato ad Israele che invadeva Gaza, atrocità simili perpetrate in Ucraina erano notizie marginali. Mentre scrivo, due città ucraine russofone – Donetsk e Luhansk – sono sotto assedio: le loro popolazioni, le loro scuole ed i loro ospedali attaccati da un regime di Kiev salito al potere grazie ad un colpo di stato guidato da neo-nazisti supportati e finanziati dagli USA. Il colpo di stato è l’apice di ciò che l’esperto russo di politica Sergei Glaziev descrive come un ventennale “addestramento dei nazisti ucraini contro la Russia”. Il fascismo sta tornando in Europa e nessun leader l’ha mai attaccato, probabilmente perché la rinascita del fascismo è una verità che si vergogna di se stessa.

Con il suo passato, e presente, fascista, l’Ucraina ora è un parco divertimenti della CIA, una colonia della NATO e del FMI. Il colpo di stato fascista a Kiev in febbraio era l’orgoglio del Segretario di Stato USA Victoria Nuland, il cui “budget colpo di stato” è stato portato a 5 miliardi di dollari. C’è stato un intoppo. Mosca ha prevenuto la conquista delle proprie basi navali legalmente detenute sul Mar Nero nella Crimea russofona. A seguire ci sono stati un referendum e l’annessione. Spacciati in occidente come una “aggressione” del Cremlino, con lo scopo di mistificare la realtà e coprire l’obiettivo finale di Washington: allontanare una Russia “reietta” dai suoi principali partner commerciali europei ed eventualmente fare a pezzi la Federazione Russa. Le basi missilistiche statunitensi già circondano la Russia, l’apparato militare della NATO nelle vecchie repubbliche sovietiche e in Europa dell’est è il più grande dai tempi della seconda guerra mondiale.

Durante la guerra fredda, ciò avrebbe posto il rischio di un olocausto nucleare. Il rischio è tornato dato che la disinformazione anti-russa sta raggiungendo livelli prossimi all’isteria negli USA e in Europa. Il caso da manuale è l’abbattimento di un volo di linea malese in luglio. Senza uno straccio di prova, gli USA e i loro alleati NATO e i rispettivi media hanno incolpato i “separatisti” russi in Ucraina e detto implicitamente che Mosca era in ultimo responsabile. Un editoriale dell’Economist accusava Putin di omicidio di massa. L’articolo di Der Spiegel sfruttava i volti delle vittime e un carattere rosso grassettato, “Stoppt Putin Jetzt!” (Fermate Putin Ora!), nel New York Times, Timothy Garton Ash ha sintetizzato il caso della “dottrina mortifera di Putin” come un abuso personale ad opera di “un uomo basso e tarchiat o con la faccia da sorcio”.

Il ruolo del Guardian è stato importanteFamoso per le sue inchieste, il quotidiano non ha fatto alcun tentativo serio di scoprire chi aveva abbattuto l’aereo e perchè, anche se un gran quantitativo di materiale proveniente da fonti credibili mostra che Mosca era shockata come il resto del mondo e che il velivolo poteva essere stato abbattuto dal regime ucraino.

Con la Casa Bianca che non offre prove verificabili – anche se i satelliti USA avrebbero registrato l’abbattimento – il corrispondente a Mosca del Guardian Shaun Walker ha fatto breccia. “La mia chiacchierata con il Demone di Donestk” era l titolo dell’intervista di Walker con tale Igor Brezler. “Con baffi da tricheco, un temperamento fiero e una reputazione di brutalità” ha scritto “Igor Brezler è il più temuto di tutti i leader ribelli nell’Ucraina dell’est… soprannominato il Demone… se il servizio di sicurezza ucraino, l’SBU, è attendibile, il Demone ed un gruppo dei suoi uomini sono responsabili dell’abbattimento del volo Malaysian Airlines MH17… come hanno abbattuto l’MH17, i ribelli hanno fatto lo stesso son 10 velivoli Ucraini”. Il Demone del Giornalismo non ha bisogno di ulteriori prove.

Il Demone del Giornalismo trucca una giunta infarcita di fascisti che ha preso il potere a Kiev come un rispettabile “governo ad interim”. I neonazisti diventano semplici “nazionalisti”. Le “notizie” la cui fonte è la giunta di Kiev garantiscono che non siano menzionati il colpo di stato sostenuto dagli USA e la sistematica pulizia etnica dei russofoni dell’Ucraina dell’est. Che ciò stia accadendo nella terra di confine attraverso la quale i nazisti avevano attaccato la Russia , eliminando 22 milioni di vite russe, non è di alcun interesse. Quello che importa èun’“invasione” russa dell’Ucraina, che sembra difficile da provare se non con familiari immagini satellitari che ricordano la presentazione di Colin Powell alle Nazioni Unite, che “provava” che Saddam Hussein era in possesso di armi di distru zione di massa. “Dovete sapere che le accuse di un’invasione massiva dell’Ucraina da parte della Russia sembra non supportata da intelligence attendibili” ha scritto alla Cancelliera tedesca Angela Merkel un gruppo di ex ufficiali dell’intelligence USA, i Veteran Intelligence Professionals for Sanity. “Per di più, le informazioni sembrano essere dubbiose e politicamente ‘aggiustate’ come quelle usate 12 anni fa per giustificare l’attacco guidato dagli USA contro l’Iraq”.

In gergo si dice “controllare la narrativa”. Nel suo seminario Cultura e Imperialismo, Edward Said è stato più esplicito: la macchina dei media occidentali è in grado di entrare profondamente nella coscienza della maggior parte dell’umanità con un “reticolo”influente come le flotte imperialiste del 19simo secolo. Giornalismo da cannoniera, in altre parole. O guerra portata avanti dai media.

In realtà un’informazione pubblica critica e una resistenza alla propaganda esistono e una seconda superpotenza sta emergendo – il potere dell’opinione pubblica, alimentato da internet e dai social media.

La falsa realtà creata dalle false notizie diffuse dai portinai dei media può evitare che alcuni di noi sappiano che questa nuova superpotenza si sta muovendo di nazione in nazione: dalle Americhe all’Europa, dall’Africa all’Asia. È una rivolta morale, esemplificata dagli informatori Edward Snowden, Chelsea Manning e Julian Assange. La domanda sorge spontanea: romperemo il silenzio finchè siamo ancora in tempo?

L’ultima volta che sono stato a Gaza, mentre rientravo al checkpoint israeliano, ho visto due bandiere palestinesi attraverso il filo spinato. Dei bambini avevano costruito delle aste con alcuni bastoni uniti uno all’altro e si erano arrampicati su un muro per mettere tra di loro la bandiera. I bambini fanno questo, mi è stato detto, ovunque ci siano stranieri, per mostrare al mondo che sono lì – vivi, coraggiosi, imbattuti.

16 settembre 2014 – Fonte: atimes.com

Questo articolo (un adattamento della Edward Said Memorial Lecture di John Pilger, tenuta ad Adelaide, in Australia l’11 settembre). è stato tradotto da FA RANCO

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Famiglia palestinese costretta a demolire la propria casa a Gerusalemme

Mer, 24/09/2014 - 01:01

Gerusalemme – Ma’an. Una famiglia palestinese ha cominciato a demolire parte di un edificio di sua proprietà a Gerusalemme Est per evitare di pagare delle multe dopo che il comune israeliano ha emesso un ordine di demolizione, ha raccontato martedì il proprietario.

Walid al-Ubeidi ha riferito a Ma’an che, a causa delle dimensioni della sua famiglia, ha ampliato l’edificio da tre a quattro piani nel 2002 e a cinque piani nel 2004-2005. Ha cercato di ottenere i permessi di costruzione dal comune per entrambe le espansioni, ma senza alcun risultato.

Un tribunale israeliano ha recentemente ordinato alla famiglia di demolire il quinto piano e sigillare il quarto entro il 25 settembre, oppure affrontare il pagamento di enormi tasse di demolizione.

Circa 18 persone della sua famiglia allargata rimarranno senzatetto a seguito della demolizione, ha aggiunto al-Ubeidi.

Israele concede raramente ai palestinesi permessi per costruire in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, anche se a 550.000 coloni ebrei sono spesso forniti permessi di costruzione e di ampliamento delle loro case e proprietà.

L’Associazione per i Diritti Civili in Israele afferma che solo il 14% della terra di Gerusalemme Est è suddivisa in zone per l’edilizia residenziale palestinese, mentre un terzo della terra palestinese è stata confiscata a partire dal 1967 per costruire insediamenti illegali per soli ebrei.

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