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PIC. Lunedì il canale satellitare Al-Jazeera ha pubblicato una foto che mostra due dei quattro giovani palestinesi che furono rapiti lo scorso anno da uomini mascherati nell’area di Rafah.

La foto mostra un gruppo di detenuti seduti sul pavimento di un lungo corridorio nella prigione cairota di Lazoghli, dove si trovano due dei rapiti, Abdul-Dayem Abu Lebdeh e Yasser Zanoun.

La foto mostra le disumane condizioni in cui vivono i prigionieri.

Uomini armati, probabilmente delle forze di sicurezza egiziane, il 18 agosto del 2015 rapirono quattro giovani palestinesi, che stavano viaggiando legalmente per studio e cure mediche in Turchia, all’interno di un autobus, dopo aver attraversato la parte egiziana del valico di Rafah.

Gaza-PIC e Quds Press. Lunedì sera l’artiglieria israeliana ha aperto il fuoco contro contadini palestinesi a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza.

 

PIC. All’alba di martedì 23 agosto, una serie di incursioni delle forze di occupazione israeliane ha preso di mira varie località della Cisgiordania, e ha portato al rapimento di 15 manifestanti palestinesi.

Tra i rapiti ci sono tre membri di Hamas nelle province di Tulkarem e Nablus. Altri cinque Palestinesi sono stati rapiti nella cittadina di Azzoun, in provincia di Qalqilya; due in quella di Ramallah; due a Abu Dis, a Gerusalemme, e Betlemme; tre a Hebron.

Anche le province di Tubas e Jenin sono state oggetto di assalti e invasioni da parte delle forze israeliane.

Scontri sono scoppiati a Yabad tra truppe israeliane e manifestanti palestinesi.

Le Olimpiadi di Rio 2016 sono terminate martedì 22 agosto, dopo due settimane di gare con atleti da tutto il mondo. Tra questi c’è Ahmad Abu Ghosh, Palestinese che vive in Giordania, e che si è distinto per  la medaglia d’oro nella gara maschile del taekwondo.

E’ la prima volta che un Palestino-giordano vince alle Olimpiadi. Ahmad Abu Ghosh è un rifugiato palestinese nato nel campo profughi di Al Nasser, vicino a Amman.

La famiglia di Ahmad proviene da un antico villaggio palestinese a 10 chilometri da Gerusalemme.

Nablus-Ma’an. Un Palestinese sospettato di aver architettato l’attacco armato contro poliziotti palestinesi, la settimana scorsa, è stato picchiato a morte mentre si trovava in stato di fermo, martedì mattina, a Nablus.

Secondo un rapporto dell’agenzia del’Autorità nazionale palestinese, Wafa, il governatore di Nablus, Akram Rajoub, ha affermato che il sospetto, Abu al-Izz Halaweh, era stato arrestato durante un’operazione, pochi minuti dopo essere entrato in una casa di Nablus, e portato al complesso di sicurezza di Juneid. Il portavoce dei servizi di sicurezza palestinesi, Adnan Dmeiri, ha affermato che, una volta arrivato nel complesso, l’uomo “ha preso a gridare e insultare i poliziotti, che hanno iniziato a picchiarlo”. I comandanti avrebbero cercato di proteggere Halaweh, “ma lui è morto”, ha detto Dmeiri.

Il rapporto aggiunge che la sicurezza palestinese sta indagando sull’incidente.

Halaweh è il terzo sospetto ucciso durante la vasta caccia all’uomo condotta dalle forze di sicurezza palestinesi. Del gruppo di uomini armati che ha aperto il fuoco contro le forze di sicurezza, giovedì 18 agosto, durante scontri scoppiati a Nablus, altri tre sono stati arrestati, e cinque sono ancora a piede libero.

Nella sparatoria due poliziotti erano stati uccisi e altri due feriti. Il giorno successivo, le forze di sicurezza palestinesi avevano ucciso due sospetti durante incursioni alla ricerca dei responsabili dell’attacco. Per approfondimenti, cliccare qui.

Di Sulaiman Hijazi. Per non dimenticare.

Il 21 agosto del 1969 un turista estremista ebreo, Michael Denis, appiccò il fuoco nella moschea al-Aqsa, a Gerusalemme, calpestando tutte le leggi e i principi internazionali e umanitari.

Nessuno si turbò per l’immagine della moschea che bruciava, eccetto i Palestinesi che protestarono nelle proprie città: Nablus, Betlemme, Hebron e altre.

Gli abitanti della Città Vecchia di Gerusalemme parteciparono allo spegnimento del fuoco portando i secchi d’acqua a mano; tuttavia, il fuoco raggiunse l’interno della moschea e bruciò il pulpito – minbar -, di Saladino e il tetto.

 

A Palestinian pharmacist stands next shelves which empty from medicines in hospital in Rafah southern Gaza Strip on April, 15, 2012 as Gaza Strip faces a lack of medicines. Photo by Eyad Al Baba

EI. Huda Jalal è ancora in lutto per la morte di suo figlio, lo scorso maggio.

La 32enne ha partorito prematuramente, prima che i polmoni del bambino fossero sufficientemente formati. L’ospedale ha messo il piccolo Sami in un’incubatrice per essere pronto alla somministrazione di betametasone. Il farmaco è usato per stimolare la crescita dei polmoni nei neonati prematuri. Ma il betametasone, che non è un farmaco particolarmente costoso, come sostiene da Mahmoud Deeb Daher, capo del dipartimento di Gaza della World Health Organization, non era disponibile. Sami è spirato dopo appena un giorno nell’incubatrice.

“Capisco che non sia facile dare alla luce neonati all’ottavo mese, ma esistono farmaci e trattamenti sanitari che possono aiutare a salvare queste vite”, ha detto la donna, madre di altri due bimbi, a The Electronic Intifada.

Hamsa Abu Ajeen, medico all’ospedale di Al-Aqsa a Deir al-Balah, Striscia di Gaza, dove Jalal ha perso suo figlio, ha parlato della carenza di medicine come risultato del blocco imposto su Gaza, ormai quasi dieci anni fa. Il ministero della salute a Gaza lotta costantemente contro la mancanza di medicine e attrezzature mediche vitali. La mancanza di fondi è una diretta conseguenza dell’assedio che penalizza l’economia.

Inoltre Israele proibisce l’accesso a Gaza a tutta una serie di prodotti e materiali da costruzione per “ragioni di sicurezza” e per la possibilità di un loro uso doppio, sia civile che militare.

Ma la lista dei prodotti vietati è in molti casi vaga e generale, includendo cose come “attrezzature di comunicazione” e, mentre medicine e prodotti sanitari non sono inclusi, macchinari a raggi x e altre attrezzature radiografiche vengono importate a mala pena e spesso trattenute in Israele.

Bambini a rischio

Osservatori internazionali come l’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, le Nazioni Unite e personalità politiche, hanno riferito in numerose occasioni che il blocco su Gaza influenza negativamente la somministrazione di cure mediche e porta a una carenza di farmaci potenzialmente salva-vita.

Abu Ajeen ha affermato che iniezioni di betametasone dovrebbero essere somministrate a donne in condizioni di gravidanza difficoltosa e con rischio di parto prematuro, e preferibilmente prima e non dopo la nascita. Se somministrato in tempo, il betametasone può salvare molti di questi bambini; può essere iniettato anche dopo la nascita, come nel caso di Sami se la medicina fosse stata disponibile.

“Nel nostro reparto la mancanza di tali medicine e di attrezzature mediche ha eroso la nostra abilità nell’offrire cure mediche avanzate ai nostri pazienti”, ha raccontato Abu Ajeen.

Non ci sono sufficienti iniezioni per stimolare le contrazioni uterine per accelerare il parto, ha proseguito il dottore, mentre c’è un numero limitato di macchine per elettrocardiogramma funzionanti, per controllare il cuore dei neonati. Nel reparto scarseggiano anche le incubatrici e i letti, rispetto a quelle che sono le esigenze locali.

“In molti casi dobbiamo dimettere donne che hanno appena partorito per liberare i letti, persino se queste necessitano ancora di attenzioni”, ha proseguito Abu Ajeen.

In aggiunta si devono considerare le frequenti interruzioni di corrente, le autorità di Gaza non sono in grado di importare l’attrezzatura necessaria per riparare l’unica centrale elettrica della Striscia, e la scarsità di combustibile per i generatori significa che i dottori sono perennemente preoccupati che le attrezzature salva-vita e le incubatrici possano smettere di funzionare.

Carenze critiche

Secondo Munir al-Bursh, a capo del dipartimento di farmacia del ministero della Salute di Gaza, ospedali, farmacie e cliniche sono a corto di 149 farmaci, e dotati solo del 69 per cento di quanto realmente serva.

I farmaci che scarseggiano nelle farmacie ne comprendono alcuni usati per il trattamento di malattie croniche come l’emofilia, la talassemia, il cancro e le malattie del sangue, ha riferito al-Bursh. Inoltre una grave carenza di vaccini e antibiotici ha ulteriormente ostacolato la capacità dei dottori di curare i loro pazienti. In risposta un sempre maggior numero di pazienti tenta di curarsi all’estero, ma viene ostacolata dall’embargo su Gaza e dalla continua chiusura del valico di Rafah, al confine con l’Egitto, l’unico passaggio disponibile per quasi 1,9 milioni di residenti.

Ma non è solo l’embargo su Gaza che causa la carenza di farmaci. I contrasti politici tra Hamas, che amministra gli affari interni nella Striscia, e Fatah, che guida l’ANP con il supporto di Stati Uniti e Europa, giocano un ruolo importante.

Il dottor Ashraf al-Qedra, portavoce del ministero della Salute a Gaza, ha detto che non ricevono l’assegnazione di medicine concordata dal ministero della Sanità dell’ANP in Cisgiordania. Secondo il dottor al-Qedra, Gaza riceverebbe solo il 16 per cento di quello che invece dovrebbe ottenere in medicine e attrezzature mediche.

“Gaza dovrebbe avere il 40 per cento del suo fabbisogno medico sanitario soddisfatto dalla Cisgiordania. Abbiamo meno del 20 per cento. Questo significa che siamo prossimi ad una crisi sanitaria che potrebbe mettere le vite dei pazienti a rischio”, ha continuato.

La mancanza di fondi e l’esaurimento di risorse umane e materiali hanno spinto il ministro a porre fine ad alcuni dei servizi medici essenziali, ha riferito al-Qedra.

Wael Alyan ha denunciato la questione; il 43enne soffre di insufficienza renale da cinque anni e necessita di trattamenti di dialisi quattro volte a settimana. “E’ difficile adattarsi a questa nuova vita, ogni volta devo assicurarmi di arrivare in ospedale per tempo per sottopormi al trattamento”. L’uomo spera di poter ricevere delle cure fuori Gaza, ma per adesso non se ne può permettere i costi. Ha sentito le storie di pazienti abbastanza fortunati da aver ricevuto un trapianto di rene, e oggi spera che anche il suo calvario possa finire presto. “Spero di riuscire un giorno a risparmiare i soldi necessari all’operazione, per poter condurre di nuovo una vita normale”.

Cercando una soluzione

La difficoltà nel reperire farmaci ha portato alla costituzione di un team di farmacisti che oggi studiano soluzioni alternative per prolungare il ciclo vitale di alcune medicine fondamentali.

Il team ha lavorato per quattro anni e alla fine è riuscito a convalidare – si parla di farmaci da utilizzare dopo la data di scadenza indicata – 23 medicinali usati per il trattamento del cancro e della disfunzionalità renale, e per i quali gli ospedali, se dovessero trovarsi a corto, non hanno alternative.

Nahed Shaat, a capo della squadra, ha dichiarato che il gruppo ha ottenuto informazioni importanti dalla passata esperienza militare americana.

“La terribile realtà di Gaza ci ha spinto a cercare soluzioni alternative, e i tentativi effettuati dal Dipartimento della Difesa nel 1986 per convalidare 122 farmaci sono stati una guida utile nel nostro progetto”.

Naima Siam, membro del team, ha affermato che il percorso non è semplice, perché si devono seguire le rigide linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

“Ogni farmaco deve essere convalidato nei termini e nelle modalità corrette. Finora siamo stati in grado di estendere il ciclo di vita fino a tre mesi”.

La dottoressa ha stimato che con il loro lavoro hanno risparmiato al ministero della Salute circa 200 mila dollari, dando contemporaneamente accesso ai pazienti a farmaci salva-vita.

“Il benessere dei nostri pazienti è la priorità”, ha affermato la dottoressa Siam, che ha dato voce alla sua rabbia sia contro Israele che contro l’ANP in Cisgiordania, le cui politiche tengono le medicine lontano da Gaza.

“Il diritto di accesso a cure e medicine dovrebbe essere rispettato per ogni abitante di Gaza, e non essere ostaggio di questo gioco politico”.

Traduzione di Marta Bettenzoli

PIC. Domenica sera la Marina da guerra israeliana ha rapito due pescatori palestinesi al largo delle coste settentrionali della Striscia di Gaza.

Un comitato locale ha affermato che la Marina israeliana ha rapito due pescatori – Sherif Muhammad al-Sultan e Ibrahim Ghaleb al-Sultan –  e ha sequestrato le loro imbarcazioni.

 

Gaza-Imemc e Ma’an. Domenica Israele ha lanciato missili contro Beit Hanoun, nel nord della Striscia di Gaza, ferendo tre Palestinesi.

Il portavoce del ministero della Sanità di Gaza, Ashraf al-Qidra, ha reso noto che un giovane sui vent’anni è stato ferito dai missili dell’artiglieria israeliana.

Altre due persone sono rimaste ferite. Un portavoce dell’esercito israeliano ha affermato che l’aviazione e l’artiglieria israeliane hanno preso di mira “postazioni di Hamas nel nord della Striscia di Gaza”. Testimoni locali hanno riferito a Ma’an che un missile sparato da un drone israeliano ha colpito una cisterna di acqua e un altro è caduto in un’area aperta a Beit Hanoun.

Di Mohammad Hannoun, Abspp, dal Libano. Lunedì 15 agosto.

Per il terzo giorno consecutivo, i rappresentanti del convoglio Al Marhama (Compassione) sono in visita ai campi profughi in Libano.
Il Convoglio, organizzato e finanziato dall’ABSPP onlus – Associazione di Solidarietà con il popolo palestinese -, attraverso sostenitori e donatori – ha promosso una nuova missione in Libano con lo slogan “Ho il diritto di imparare”, destinata in particolare agli studenti, soprattutto nelle classi primarie e scuole medie,  attraverso la distribuzione di pacchi scolastici.

La situazione dei campi profughi in Libano è disastrosa e gli organizzatori hanno lanciato appelli per sostenere la missione e incrementare il numero di pacchi dono – cartelle scolastiche, alimenti, carni, montone per l’Eid al-Adha, ecc. – da offrire ai rifugiati.

Alla vigilia dell’Eid al-Adha (la Festa del Sacrificio, che verrà celebrata a settembre), l’associazione benefica Abspp e la Fondazione europea per gli aiuti umanitari lanciano un appello per la raccolta fondi destinata alla distribuzione di pacchi-dono ai rifugiati in Libano.

Nella foto, distribuzione di cartelle scolastiche nel campo profughi Burj al-Barajneh in Libano, lunedì 15 agosto.
Ringraziamo calorosamente i nostri donatori e sponsor.
Missione umanitaria
Beirut 15 agosto 2016
ABSPP ONLUS

Da lunedì 15 agosto la redazione di InfoPal è a riposo… Le pubblicazioni riprenderanno il 24 agosto.

 

Gerusalemme-Quds Press. Da gennaio di quest’anno, 8.960 Israeliani, per lo più coloni, attivisti e membri di istituzioni del cosiddetto Tempio di Salomone, hanno invaso il complesso di al-Aqsa.

Gli Israeliani che hanno invaso il complesso islamico includono 7.183 coloni, 482 membri dell’intelligence, 241 soldati e poliziotti in uniforme, 1.054 studenti, guide e esperti israeliani di antichità.

Le incursioni israeliane aumentano durante le festività nazionali e religiose ebraiche.

Gerusalemme-PIC e Quds Press. Venerdì, 45 mila fedeli musulmani hanno pregato a al-Aqsa, secondo quanto ha dichiarato l’imam Sheikh Youssef Abu Sneineh.

Abu Sneineh ha rivolto un appello a intensificare la presenza a al-Aqsa e alla Cupola della Roccia, in risposta alle misure arbitrarie israeliane contro i fedeli musulmani.

“Quando è abbastanza è abbastanza!”, ha detto Sheikh Abu Sneineh rivolgendosi agli Israeliani. “I Gerosolimitani non cederanno mai neanche un centimetro dei loro luoghi, terra e città santi. Fareste meglio a smettere di giocare con il fuoco”. E ha sollecitato le autorità israeliane a rilasciare le salme dei giovani palestinesi uccisi.

Il sermone di Abu Sneineh è stato effettuato alla presenza dei 45 mila fedeli musulmani che sono confluiti nella Gerusalemme occupata per la preghiera comunitaria nella moschea al-Aqsa.

Israele ha imposto strette misure di sicurezza in tutta Gerusalemme e intorno a al-Aqsa.

PIC e Quds Press. Venerdì 12 agosto, 34 Palestinesi sono stati rapiti dalle forze israeliane tra Cisgiordania, Gerusalemme e Striscia di Gaza.

Le forze di occupazione hanno fatto irruzione in diverse abitazioni palestinesi nella Città Vecchia di Gerusalemme, e hanno rapito 17 Palestinesi.

Cinque pescatori sono stati rapiti al largo delle coste settentrionali della Striscia di Gaza dalla marina israeliana.

Altri 12 sono stati rapiti tra Jenin e Hebron.

Ma’an. Di Ben White. Nonostante gli ufficiali israeliani avessero sostenuto più volte che le fazioni palestinesi abbiano utilizzato scudi umani come mezzo di dissuasione, non ci sono prove che indicano che Hamas o altri gruppi si siano macchiati di tale crimine, così come inteso dalle leggi internazionali.
Anche se fossero stati utilizzati scudi umani, ciò non avrebbe autorizzato Israele a non attenersi alla legge. Ci sono innumerevoli prove che da parte di Israele non siano state adottate precauzioni sufficienti nel lanciare attacchi in prossimità di aree presiedute da non combattenti, e lo stesso esercito israeliano afferma che solo il 18% dei missili siano stati sparati da “mezzi civili”. Poiché la propaganda israeliana si basa unicamente su tale retorica, occorre sottolineare la scarsità di prove a supporto della tesi in merito all’utilizzo di scudi umani da parte dei palestinesi.

Al contrario, esiste un’ampia documentazione sull’utilizzo di scudi umani da parte delle forze armate israeliane nel corso di molti anni. Come riportato dall’ONG israeliana B’Tselem, durante la seconda Intifada, cominciata nel settembre del 2000, “i militari israeliani utilizzarono civili palestinesi come scudi umani” mettendo in pratica una “strategia delineata dalle autorità militari”. Secondo alcuni ufficiali l’esercito aveva fatto ricorso a scudi umani in 1200 occasioni nei cinque anni precedenti il 2005, anno in cui la Corte Suprema aveva dichiarato tale pratica assolutamente illecita. Ciononostante molti sono gli esempi documentati sull’uso di questa strategia anche dopo il 2005.

Nel novembre del 2006, alcuni soldati israeliani utilizzarono un uomo palestinese come scudo umano durante un’operazione militare a Betlemme. B’Tselem ha documentato almeno 14 casi in cui i militari hanno usato scudi umani, inclusi due bambini a Nablus.

Nell’ottobre del 2007, l’attuale vice capo delle forze armate, Yair Golan, dopo avere ordinato ai soldati di usare scudi umani, fu punito con un semplice rimprovero.
In un’altra occasione, quando due soldati israeliani furono condannati per l’utilizzo di scudi umani palestinesi durante un’ operazione chiamata “Cast Lead”, la pena fu di tre mesi di sospensione e una retrocessione di grado.

Talesorta di impunità fu fermamente condannata dal Comitato dell’ONU per i Diritti dei Bambini nel giugno del 2013, che in un rapporto citava 14 casi di bambini palestinesi usati come “scudi e informatori” dal gennaio 2010 alla fine di marzo 2013. Nonostante lo sdegno della comunità internazionale i militari israeliani non hanno abbandonato tale pratica: nell’aprile del 2013, alcuni soldati usarono un ragazzo ammanettato come scudo umano mentre sparavano su dei manifestanti nella Cisgiordania occupata, mentre nel giugno del 2014 alcuni militari costrinsero un membro di una famiglia a “scortarli” durante un raid presso una abitazione a Hebron.

Di sicuro tutte le accuse mosse dai portavoce israeliani contro le fazioni palestinesi- con prove inesistenti o parziali- hanno un loro parallelo nei crimini commessi dall’esercito israeliano, ampiamente documentati.

Utilizzo di case per operazioni militari? – L’esercito israeliano ha occupato numerose case palestinesi convertendole in avamposti militari, mentre i residenti venivano confinati in una stanza.

Camuffarsi da civili per commettere atti violenti? – Nel novembre del 2015, le forze di occupazione israeliane, camuffate da civili- uno addirittura nelle sembianze di una donna incinta su sedia a rotelle- durante un raid nell’ospedale di Hebron, uccisero un uomo a sangue freddo.

Le truppe israeliane usarono scudi umani anche durante l’invasione di Gaza. Nel giugno del 2006, per esempio, alcuni soldati a Beit Hanon trattennero sei civili, inclusi due bambini “all’ingresso di una stanza in cui si erano posizionati, per circa 12 ore” durante “un violento scontro a fuoco con i militanti palestinesi”.

Il rapporto Goldstone ha documentato altre casistiche del genere verificatesi durante l’operazione “Piombo Fuso” nella quale alcuni civili “furono bendati, ammanettati e costretti ad entrare nelle abitazioni precedendo i militari”. La commissione di inchiesta dell’ONU nel suo rapporto conclusivo ha riportato che “la pratica di utilizzare scudi umani palestinesi è stata adottata più volte” e che “non sarebbe difficile concludere che si tratti di una pratica adottata ripetutamente… durante le operazioni militari a Gaza”.
Non ha fatto eccezione l’operazione “Protective Edge” in merito all’utilizzo di tale pratica. In un documento emesso dall’organizzazione Defense for Children International Palestina, i soldati israeliani “hanno usato un diciassettenne palestinese come scudo umano per cinque giorni, tenendolo costantemente sotto tiro per costringerlo a cercare dei tunnel” e sottoponendolo ripetutamente a violenze fisiche. Il direttore dell’ONG, Rifat Kassis, ha fatto notare che “gli ufficiali israeliani hanno mosso accuse generiche contro Hamas ed il loro utilizzo di scudi umani, mentre i loro stessi soldati si macchiano di questo ed altri crimini di guerra”.

La Commissione di inchiesta dell’Onu sul conflitto del 2014 a Gaza, ha posto l’accento sull’utilizzo da parte dei soldati israeliani di scudi umani nelle operazioni di ricerca. La commissione ha citato il caso in cui i militari “sparavano da dietro uomini nudi, usandoli come scudo umano per ore”. Agli uomini fu ordinato di restare alla finestra per impedire che i miliziani di Hamas rispondessero al fuoco. La commissione ha concluso che “il modo in cui i soldati israeliani costringono i palestinesi a stare alle finestre, entrare nelle case o in aree sottoterra e forzarli a compiere azioni di natura militare, costituiscono una violazione dell’articolo 28 della Convenzione di Ginevra che impedisce l’utilizzo di scudi umani, e che queste azioni si configurano come crimini di guerra”

Traduzione di Mafalda Insigne

Il massacro nel campo profughi Tel el-Zaatar (La Collina del Timo) fu compiuto il 12 agosto 1976, durante la guerra civile in Libano. Morirono circa 3000 persone.

Il campo era gestito dall’Unrwa e ospitava tra i 50 e 60 mila rifugiati.

 

Nazareth-PIC. Il movimento statunitense “Black Lives Matter” ha recentemente fatto appello per boicottare l’“apartheid di Israele”, ha appoggiato il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento, le Sanzioni (BDS) e ha condannato il “genocidio in atto contro il popolo palestinese”.

In un programma pubblicato all’inizio di agosto, il movimento dei neri americani ha presentato 40 proposte politiche connesse ai diritti dei neri e delle minoranze negli USA e si è anche rivolto a questioni di politica estera statunitense in una sezione intitolata “Investimenti-Disinvestimenti”. Una sezione è dedicata ai rapporti USA-Israele.

“Gli USA giustificano e portano avanti la guerra globale al terrorismo attraverso l’alleanza con Israele e sono complici del genocidio in atto contro il popolo palestinese”, è sottolineato.

Il gruppo si oppone all’aiuto militare degli USA a Israele, che descrive come “uno stato che pratica una discriminazione sistematica e ha mantenuto un’occupazione militare sulla Palestina per decenni”.

Secondo il programma, “Israele è uno stato di apartheid con oltre 50 leggi che sanciscono discriminazioni contro il popolo palestinese”.

Il programma afferma che le terre e le case palestinesi sono “regolarmente spianate per far posto agli insediamenti illegali israeliani” e che i soldati israeliani “arrestano e detengono regolarmente palestinesi anche di soli quattro anni senza alcun processo”.

“Ogni giorno i palestinesi sono costretti a passare attraverso checkpoint militari lungo il muro di apartheid finanziato dagli USA”, aggiunge il programma, riferendosi al muro di separazione che Israele ha costruito sulle terre palestinesi annesse con lo scopo di proteggere gli insediamenti e gli avamposti illegali.

“Black Lives Matter” ha inoltre espresso il proprio supporto alla campagna BDS contro Israele e ha fatto appello all’amministrazione USA per recidere i suoi legami con lo stato razzista e genocida di Israele.

“Black Lives Matter” è stato costituito in risposta alla crescente indignazione circa il trattamento degli afro-americani da parte del sistema di giustizia penale degli Stati Uniti, in particolare per quanto riguarda la violenza della polizia contro di loro.

Traduzione di F.G.

Gerusalemme-PIC. Coloni israeliani si sono stracciati le vesti quando hanno fatto irruzione nella Moschea di al-Aqsa, giovedì mattina.

Circa 70 coloni fanatici hanno invaso il complesso di al-Aqsa, divisi in tre gruppi, e si sono stracciati le vesti mentre si trovavano presso uno dei cancelli, prima di eseguire rituali.

Negli ultimi giorni, fedeli musulmani e attivisti hanno chiesto di intensificare la vigilanza nella Spianata delle Moschee per difenderla dalle irruzioni e aggressioni di massa israeliane, in occasione dell’anniversario della cosiddetta “distruzione del Monte del Tempio”.

Hebron-Imemc e Quds Press.Venerdì mattina, i soldati israeliani hanno invaso diverse parti del distretto di Hebron, facendo irruzione in molte abitazioni. Sette Palestinesi sono stati rapiti.

L’ufficio di Hebron della Società per i prigionieri palestinesi – PPS – ha dichiarato che i soldati hanno invaso la città e rapito Hazem Ghaleb Nairoukh, Hafeth Nidal Nasser-Eddin, Shadi Abu Ajamiyya e due fratelli, Ra’fat e Nash’at Rafiq Haymouni.

Inoltre, i soldati hanno invaso le abitazioni delle cittadine di Sa’ir, a nord-ovest di Hebron, e hanno rapito l’ex prigioniero politico Monadel Khalil Saber Shalalda.

L’esercito israeliano ha anche rapito Ahmad Abdul-Qader Abu Awwad, segretario di Fatah nel campo profughi di al-Fawwar, dopo averlo fermato al posto di blocco di Etzion.

Imemc. Venerdì mattina, navi da guerra israeliane hanno aperto il fuoco contro pescherecci palestinesi che si trovavano in acque territoriali gazawi, a Beit Lahiya e Sudaniyya, nel nord della Striscia, e a Rafah, nel sud.

I pescatori hanno raccontato che i soldati israeliani hanno sparato decine di proiettili veri contro le imbarcazione, al largo di Sudaniyya e Beit Lahia, causando danni e costringendoli a tornare a riva.

A Rafah, i militari israeliani hanno sparato raffiche di proiettili contro diversi pescherecci, e hanno lanciato missili lungo le coste, causando danni alle proprietà.

Gli attacchi della marina da guerra israeliana sono stati condotti parallelamente al sorvolo di elicotteri militari su aree della Striscia di Gaza.

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