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Aggiornato: 1 ora 8 min fa

Dietro la democrazia israeliana: decostruire il sistema militare israeliano

3 ore 57 min fa

Memo. Di Mariam Barghouti

Il 21 gennaio 2015 la corte militare israeliana ha condannato Malak Khateeb, di 14 anni, a due mesi di prigione. Lina Khattab, 18 anni, che aveva appena iniziato il suo primo anno di università, è stata arrestata dal sistema della giustizia militare israeliana il 13 dicembre 2014. Dopo un mese e mezzo Khattab non aveva ancora ricevuto alcuna condanna. Per di più il giudice ha rifiutato di rilasciare Khattab su cauzione. Durante la quinta udienza il giudice ha affermato: ”Se la libero adesso, sarà trattata come una celebrità.”

Secondo il ministero palestinese per la questione dei prigionieri circa il 70% delle famiglie palestinesi ha avuto prima o poi qualche membro arrestato da Israele. Creando il sistema dei tribunali militari, Israele ha dipinto l’immagine di se stesso come uno Stato giusto e democratico che agisce in base a un principio di legalità. Tuttavia quello che non si dice è il modo sinistro in cui questi tribunali sono organizzati.

Per i palestinesi la percentuale delle condanne da parte dei tribunali israeliani è del 99,7%. Raramente i palestinesi hanno la possibilità di essere riconosciuti innocenti e rilasciati. I tribunali militari incaricati dal governo israeliano hanno lo scopo di spezzare la volontà di resistenza dei palestinesi; una tattica per garantire che non ci sia un cambiamento di paradigma nelle dinamiche di rapporti di forza impari.

Attraversando il campo militare di Ofer, a oriente della Cisgiordania, dopo aver superato due posti di controllo, si viene accolti da mura di cemento grigio e da un recinto di filo spinato. I soldati israeliani in divisa sono presenti dappertutto ed ogni movimento che si fa è minuziosamente controllato dalla guardia di turno.

Benché fossimo lì per ascoltare l’udienza di Lina Khattab, era come se anche noi fossimo stati incarcerati. Il padre di Khattab, mentre cammina avanti e indietro fuori dall’aula del tribunale cercando di calmarsi, spiega: “Guardate qui, è proprio come in carcere. Il recinto, la porta con la guardia, non puoi entrare o uscire senza il loro permesso, sei sottoposto al loro arbitrio. E’ esattamente come in una prigione.”

I tribunali sono stati costruiti per ribadire il discorso coloniale, per cui Israele ha il controllo delle vite dei palestinesi sia dentro che fuori dalla prigione. Attraverso questo intricato sistema di tribunali militari Israele cerca di imporre una punizione collettiva sia ai detenuti che ai loro familiari, mettendo tutte le persone coinvolte in una condizione di ansia e di impotenza.

Appena sono inseriti in questo sistema, i palestinesi devono sopportare costanti maltrattamenti, disumanizzazione e umiliazioni da parte della polizia israeliana. Tra il 2009 e il 2014 l’organizzazione [israeliana] per i diritti umani B’Tselem ha registrato 64 testimonianze di palestinesi, 54 dei quali minori, su violenze contro di loro durante gli interrogatori quando sono stati presi nell’ingranaggio del sistema della “giustizia” di Israele.

La stessa Khattab ha testimoniato di maltrattamenti, per cui è stata aggredita verbalmente e fisicamente da agenti israeliani durante la sua detenzione. Non c’è giustizia nei tribunali militari israeliani. Il giudice agisce semplicemente come un simulacro e il pubblico ministero utilizza ogni stratagemma per giustificare l’incarcerazione del detenuto.

I palestinesi, ammanettati, siedono dietro un’area transennata, cercando di decifrare il processo in corso, che si svolge in ebraico. I traduttori forniti dalla corte non sono mai sufficienti, e non si preoccupano molto di tradurre correttamente durante tutta l’udienza. C’è un subdolo rifiuto dell’esistenza dei palestinesi. Al contrario i palestinesi sono costantemente trattati come oggetti e considerati semplicemente come “l’altro”.

Ciò è evidente nel modo in cui il pubblico ministero si rivolge ai detenuti: non li guarda mai negli occhi e usa lo stesso linguaggio per presentare ogni detenuto palestinese al giudice, senza nessuna attenzione alla specifica accusa contro di lui. Il prigioniero è descritto come un delinquente che mette a rischio Israele, uno che non ha un posto nella società perché potrebbe incoraggiare comportamenti violenti – indipendentemente dal fatto che abbia realmente commesso i reati che di cui è imputato.

Di solito in imputazioni come il lancio di pietre o aver partecipato ad una manifestazione, le prove prodotte dal pubblico ministero sono basate su testimonianze di soldati israeliani. Raramente viene indagato se sono accuse vere o false, piuttosto c’è il consueto stratagemma di opporre la loro parola a quella dei palestinesi. Nei tribunali militari israeliani la parola di un soldato israeliano mette in secondo piano le prove presentate.

Va rilevato che Israele è stato creato a partire dal suo esercito e dalla perpetuazione dello sciovinismo.  Di conseguenza, queste testimonianze sono viste come la parola di quelli che proteggono lo Stato e garantiscono la sicurezza di Israele. Mettere in dubbio la loro parola vuol dire mettere in dubbio l’eticità dell’esercito, e quindi riconoscere che il loro sistema  possa essere sbagliato.

Una donna palestinese spiega che “quando loro (l’esercito israeliano) ci hanno arrestati, uno di loro mi ha detto: ‘sto per rovinare la tua vita.’” In seguito è stata arrestata sulla base della testimonianza di un soldato. I soldati israeliani sono ben consapevoli della loro immunità nei tribunali israeliani e, che dicano o meno la verità, la voce dei palestinesi non è considerata attendibile dal tribunale.

Mentre si presenta propangadisticamente alla comunità internazionale dando l’illusione di democraticità e giustizia, Israele continua a rafforzare la sua oppressione nei confronti dei palestinesi, provocandoli in continuazione al fine di sfruttare la costante frustrazione per giustificare la continuazione dell’occupazione.

Che tu abbia 10 o 60 anni, sei una minaccia per lo Stato. Non è un atto per garantire la giustizia, ma un’ulteriore dimostrazione di colonialismo, ideata per spezzare la volontà dei palestinesi. Un tentativo di renderli succubi dello status quo.

Dopo la quinta udienza in tribunale, la famiglia di Lina Khattab è uscita dall’aula del tribunale dicendo: ” Stanno cercando di spezzarla. Vedono il suo sorriso e la sua determinazione a lottare e cercano di spezzarla. Questa non è giustizia, è un tentativo di portarla alla disperazione.”

Tutto ciò è emblematico dell’idea di democrazia da parte di Israele. La routine del sistema dei tribunali militari evoca il ricordo della politica di “spezzare le ossa”, utilizzata durante la prima Intifada in base agli ordini dell’ex primo ministro israeliano Yitzhak Rabin. Lo scopo di quella tattica non era di uccidere i palestinesi, ma di renderli incapaci di continuare qualunque ulteriore azione contro l’occupante – per bloccare i loro sforzi di resistere e ricordargli che sono ancora vivi per concessione dell’occupante.

Mentre l’esercito israeliano colpisce i palestinesi fisicamente, il sistema della giustizia militare israeliana cerca di produrre un effetto simile a livello psicologico, cioè riprogrammando i processi cognitivi dei palestinesi perché cedano al potere dispotico che controlla i territori. I tribunali sono semplicemente una finzione con la pretesa di essere un potere democratico, con giudici puramente simbolici e celle asfissianti. Si continuano a scrivere fogli e a preparare dossier, mentre sempre più palestinesi sono processati da questi tribunali farseschi.

Mariam Barghouti è una traduttrice e scrittrice palestinese della Cisgiordania.

Traduzione di Amedeo Rossi

Categorie: Palestina

Gang di coloni ebrei dà fuoco a seminario greco-ortodosso a Gerusalemme

5 ore 55 min fa

Gerusalemme-Quds Press e Ma’an. Giovedì, coloni ebrei hanno dato fuoco a un seminario greco-ortodosso a Gerusalemme e hanno cosparso i muri di slogan razzisti.

Fonti palestinesi hanno affermato che i coloni hanno appiccato incendi in diverse stanze del seminario “Monte Sion”, situato vicino alla Porta di Jaffa.

Da parte sua, il ministero degli Esteri palestinese ha condannato l’atto vandalico: “Martedì i coloni hanno dato fuoco alla moschea al-Huda di Jaba’a, e oggi hanno commesso un nuovo crimine e aggressione razziale violento contro la chiesa ortodossa. Questa ripetuta aggressività degli estremisti ebrei e delle loro organizzazioni terroriste viene compiuta sotto gli occhi del governo israeliano e delle sue istituzioni che non fanno nulla per impedirla”.

I media israeliani hanno riportato che gli assalitori hanno versato liquido infiammabile in alcune stanze e hanno dato fuoco.

Sui muri della struttura cristiana hanno scritto: “Gesù è un figlio di puttana” e “Redenzione di Sion”.

Martedì, una gang di coloni ha dato fuoco alla moschea al-Huda, a Jaba’a, nel distretto di Betlemme.

Secondo quanto ha riportato l’agenzia Wafa, il ministero degli Esteri palestinesi ha dichiarato che i due attacchi rappresentano “una dichiarazione ufficiale di guerra religiosa”.

Categorie: Palestina

Gaza: in arrivo 200 milioni di dollari su 5,4 miliardi per la ricostruzione

17 ore 41 min fa

Gaza-Quds Press. Il ministro dell’Edilizia e dei Lavori pubblici palestinese Mufid al-Hasaina ha rivelato che sono arrivati 200 milioni di dollari su più di 5 miliardi destinati alla ricostruzione della Striscia di Gaza.

In una dichiarazione rilasciata lunedì 23 febbraio al-Hasaina ha affermato: “Dei fondi stanziati per la ricostruzione della Striscia di Gaza durante la Conferenza tenutasi al Cairo, sono arrivati solo 200 milioni su 5,4 miliardi promessi dai Paesi donatori”, e ha espresso la speranza che questi fondi vengano inviati affinché il ministero possa ricostruire la Striscia di Gaza.

“La ricostruzione di Gaza è in testa alla lista delle priorità del Governo e il primo punto all’ordine del giorno del ministero dell’Edilizia e dei Lavori Pubblici”, ha aggiunto.

Il Governo di consenso nazionale sta esercitando il suo ruolo in modo chiaro, ha affermato, chiedendo che a quest’ultimo venga data l’autorità sui valichi “al fine di garantire sicurezza e protezione e svolgere meglio il proprio ruolo”, secondo quanto dichiarato.

Per quanto riguarda Wadi (valle, ndt) Gaza e l’apertura da parte dell’occupazione della diga delle acque reflue annuali sulla Striscia di Gaza nella stagione delle piogge, al-Hasaina ha parlato della messa a punto di una soluzione a questo problema, in quanto è stata destinata una somma di 4 milioni di dollari in coordinamento con il primo ministro Rami Hamdallah, al fine di scavare il prima possibile un canale per queste acque e impedire che si riversino sugli abitanti della Striscia.

“Venticinque unità del ministero sono accorse nella mattina di domenica 22 febbraio presso la fognatura di Wadi dopo che l’occupazione ha aperto la diga. Esse hanno aiutato le famiglie a riempirla in parte, oltre a porre cumuli di terra per impedire il flusso delle acque sulle abitazioni dei cittadini”, in base a quanto riferito.

Le forze dell’occupazione avevano aperto la diga, lunedì mattina, a est della Striscia di Gaza, dato che le acque sono fluite a Wadi Gaza, inondando circa 100 abitazioni dei cittadini della località di Mughraqa, situata al centro della Striscia.

Traduzione di Patrizia Stellato

Categorie: Palestina

470 milioni di dollari di debito accumulato: Israele a taglia l’elettricità a due città della Cisgiordania

17 ore 58 min fa

Imemc. Il presidente della Northern Electric Company (NEC), una società privata che fornisce energia elettrica alle città della Cisgiordania settentrionale, ha dichiarato che Israele ha tagliato l’elettricità ai Palestinesi di Nablus e Jenin a causa dell’accumulo di debiti verso la Israel Electric Corporation.

Durante una conversazione telefonica con un giornalista di Anadolu, lunedì, il presidente della NEC, Ghassan El-Shaka, ha detto che i cavi che collegano le linee elettriche palestinesi e israeliane non ricevono energia da lunedì pomeriggio. Questo è avvenuto qualche ora dopo che la Israel Electric Corporation ha annunciato l’intenzione di ridurre la quantità di energia elettrica che raggiunge le città palestinesi.

La Israel Electric Corporation ha annunciato lunedì che attuerà misure graduali per ridurre la quantità di energia elettrica che raggiunge i territori palestinesi a causa del grande debito da parte delle società elettriche palestinesi e del governo palestinese, una cifra che supera 1,8 miliardi di shekel (circa 470 milioni di dollari).

Il capo del consiglio di amministrazione della Northern Electric Company in Palestina, insieme al sindaco di Nablus, ha chiarito che la società israeliana non ha fornito una data per l’atteso ritorno dell’elettricità nelle due città, sottolineando che l’azione punitiva sarà in essere fino al rimborso del denaro dovuto dai Palestinesi.

La società aveva minacciato, all’inizio di quest’anno e lo scorso anno, di ridurre la quantità di energia elettrica fornita ai Palestinesi, ma questo non è stato fatto. Ha inoltre minacciato di tagliare l’elettricità per due ore ai Palestinesi che vivono a Gerusalemme Est.

Il ministro palestinese dell’Economia nazionale, Mohammad Mustafa, ha rivelato lunedì che la fattura di energia elettrica importata da Israele ammonta a 2,5 miliardi di dollari all’anno, pari a 7 milioni di dollari al giorno.

Traduzione di Edy Meroli

 

Categorie: Palestina

L’‘età dell’oro’ dell’immigrazione degli ebrei verso Israele è finita

18 ore 3 min fa

Memo. Di Rasha Barakeh. L’“età dell’oro” dell’immigrazione degli ebrei verso la Terra Santa è finita, e non c’è modo di cambiare questa situazione. Il progetto israeliano di attirare ebrei europei verso la Palestina si sta dimostrando ampiamente inefficace, nonostante quello che viene definito il “piano di emergenza” del governo.

All’inizio della settimana, il governo israeliano si è riunito per discutere del cosiddetto “piano di emergenza”, teso a portare consistenti gruppi di immigrati ebrei dalla Francia, dall’Ucraina e dal Belgio, nell’ottica della campagna ad ampio raggio in favore dell’espansione coloniale nei territori palestinesi.

Secondo il quotidiano israeliano Yehdiot Ahronot, il piano governativo per attirare migliaia di ebrei che attualmente vivono in Europa entrerà a pieno regime quest’anno. Il governo israeliano pensa di sfruttare i recenti episodi di antisemitismo verificatisi nel Vecchio Continente per incoraggiare l’immigrazione verso Israele.

Il governo ha stanziato circa 180 milioni di shekel in questo progetto, che verosimilmente sarà approvato a breve dal Presidente e dal ministro dell’Immigrazione.

Flussi migratori

George Karzam, studioso di flussi migratori ebraici verso i territori palestinesi, ha recentemente confermato che “nell’ultimo decennio, la migrazione dall’estero verso i territori palestinesi ha registrato un sostanziale calo”.

In un’intervista esclusiva, Karzam ha spiegato che l’immigrazione ebraica verso la Palestina ha raggiunto il suo apice in tre determinati periodi storici: durante il regime nazista in Germania negli anni ’30; durante la Nakba del 1948; e dopo il crollo dell’Unione Sovietica e la fine della guerra fredda. Karzam ha aggiunto che “negli anni immediatamente successivi alla Nakba e alla creazione dello stato di Israele, negli anni ’50, il flusso migratorio verso Israele ha riguardato soprattutto gli ebrei che vivevano in altri paesi arabi, come l’Iraq, lo Yemen, il Marocco e l’Algeria, all’epoca  sotto il dominio coloniale britannico o francese”.

“In virtù della natura aggressiva delle politiche di espansione coloniale da parte di Israele, ogni flusso migratorio ha determinato un aumento della violenza contro il popolo palestinese, fino a sfociare, ultimamente, nella sistematica oppressione e espulsione di ampie fasce della popolazione”, ha continuato.

In un recente articolo sull’immigrazione ebraica, Karzam ha specificato che, fino al 1948, Israele era riuscito ad attirare 550 mila ebrei in Palestina, attraverso le sue politiche di espansione. Dopo il 1948, i governi che si sono succeduti hanno indotto 3 milioni e 100 mila persone a emigrare verso i territori palestinesi. I flussi migratori si sono concentrati particolarmente nei due periodi storici già citati. Ma anche Karzam giunge alla conclusione che attualmente non sussistono validi motivi che potrebbero indurre gli ebrei che vivono nel Nord America o in Europa a trasferirsi in Palestina.

Nella sua ricerca, Karzam riporta dei dati: 77 mila ebrei si sono trasferiti in Israele nel 1999; la cifra è scesa a 60 mila persone nel 2.000, a 34 mila nel 2001 e a 33 mila nel 2002.

Nel mondo, vi sono all’incirca 14 milioni di persone di religione ebraica, di cui circa il 43% (pressappoco 6 millioni) vive in Palestina e in Israele. Ma, secondo Karzam, il governo Israeliano gonfia queste cifre, censendo i coloni due volte: sia nelle loro residenze israeliane che negli insediamenti illegali su territorio palestinese. Lo studioso, quindi, sostiene che in Palestina non vivano più di 5 milioni e 500 mila ebrei.

Percezione di insicurezza in Israele

Il 2000 costituisce un momento cruciale della storia, poiché segna la sconfitta militare di Israele in Libano, costretto a richiamare i militari presenti nel paese. Sempre in quell’anno, ha inizio anche l’Intifada di al-Aqsa. Sono proprio questi due episodi a segnare la fine della cosiddetta “età dell’oro” dell’immigrazione ebraica verso Israele, con il fallimento di ogni tentativo di incrementarla da parte del governo.

Karzam analizza anche l’aspetto socio-economico dell’immigrazione: molti ebrei che risiedono in Europa sono ben integrati nella società e ricoprono posizioni lavorative ben remunerate, pertanto non accetterebbero di percepire un reddito più basso in Israele.

Ma soprattutto, molti ebrei nutrono timori per la loro sicurezza e, nonostante i recenti attacchi antisemiti, in massima parte ritengono di essere meno esposti in Europa che non in Israele. Molti, anzi, credono che Israele non sia più in grado di proteggere gli ebrei che vivono nei suoi confini.

Anche l’incapacità israeliana di riportare vittorie definitive in Libano e a Gaza viene additata da Karzam tra i fattori che scoraggiano i flussi migratori. “Pertanto, il “Piano di Emergenza” di cui parla Netanyahu è già fallito in partenza, perché da una parte non esistono reali motivazioni che inducano all’immigrazione e dall’altra la sicurezza nazionale è compromessa dai rapporti con i palestinesi che, pur non sfociando in un aperto conflitto, non sono orientati verso la pace”, afferma.

Come già accennato, non sono molti i fattori che attraggono gli ebrei nordamericani ed europei a emigrare verso la Palestina. È proprio questa la ragione che ha spinto il governo di Netanyahu a sfruttare l’attacco contro la redazione di Charlie Hebdo in Francia per favorire una nuova ondata di immigrazione verso Israele. L’obiettivo del governo è di incrementare la popolazione negli insediamenti israeliani, anche attraverso la promessa di moduli abitativi e stabilità finanziaria.

Risposta non immediata

Said Suleiman, esperto di flussi migratori in Israele, d’altro canto, sostiene che l’ostilità manifestata in Europa nei confronti degli ebrei sia un fattore destabilizzante, che fa crescere la sensazione di pericolo nelle popolazioni di religione ebraica e potrebbe indurre “molti ebrei a trasferirsi, secondo i dettami del Piano di Emergenza varato da Netanyahu”.

Suleiman sottolinea che “Il piano avrà conseguenze dirette sui cittadini palestinesi che vivono in Israele entro i confini delimitati nel 1948, e che costituiscono circa il 20% della popolazione totale”.

“Una delle preoccupazioni del governo israeliano continua ad essere la popolazione araba, nonostante questa abbia registrato una notevole diminuzione: per questa ragione, continuerà a favorire l’immigrazione ebraica per cambiare lo status quo”, ha continuato.

In un recente studio ancora inedito, Suleiman scrive: “Le politiche razziste condotte da Israele nei confronti dei palestinesi hanno determinato un drastico calo nelle nascite, dovuto alle difficili condizioni di vita, all’aumento della disoccupazione e all’impossibilità di ottenere assicurazioni sanitarie per i bambini a prezzi accessibili. Tutti questi fattori sono riconducibili alle politiche israeliane dirette contro la popolazione palestinese”.

Il rifiuto al piano di Netanyahu

Sia Karzam che Suleiman hanno espresso dubbi in merito al successo del piano di emergenza varato da Netanyahu e si dicono convinti del fallimento delle politiche tese ad attirare persone di religione ebraica a emigrare in Israele.

Secondo Suleiman, gli ebrei che vivono in Europa non risponderanno immediatamente all’appello rivolto dal governo israeliano; Karzam, invece, prevede che “Israele riuscirà a far insediare in quell’area tra le 5.000 e le 7.000 persone, con un impatto molto modesto sull’attuale situazione demografica”.

In effetti, molti ebrei che vivono in Europa hanno respinto l’invito di Netanyahu, confermando quindi le perplessità dei due studiosi. In massa, gli ebrei danesi hanno palesemente rifiutato l’invito che Netanyahu aveva rivolto dopo l’attacco di domenica 15 febbraio contro la sinagoga di Copenhagen. Jib Gohel, portavoce della comunità ebraica danese, ha così risposto all’appello di Netanyahu: “È vero, siamo ebrei danesi, quindi siamo cittadini danesi”.

Traduzione di Romana Rubeo

 

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L’uccisione del giovane di Deheishe è stata “un’esecuzione”

Mer, 25/02/2015 - 14:43

Betlemme-Ma’an e Imemc. L’autopsia sul giovane palestinese ucciso martedì dai soldati israeliani nel campo di Deheishe, a Betlemme, mostra che è stato colpito nella parte superiore del corpo a breve raggio, da proiettili M16, che sono penetrati nel suo corpo attraverso la spalla sinistra, perforando i polmoni, prima di uscire e provocargli una grave emorragia dalle arterie e intorno alla spina dorsale.

Il ragazzo è stato lasciato morire dissanguato.

L’uccisione è stata “simile a una esecuzione”, in quanto è stato colpito a breve distanza, ha dichiarato Sabri al-Aloul, un medico forense.

L’autopsia è stata eseguita tra le 10:45 e le 12:30 di mercoledì e ha rispettato gli standard medici legali internazionali.

Al-Aloul ha aggiunto che l’autopsia ha un valore importante, in quanto il rapporto medico può essere usato per portare Israele di fronte a un tribunale internazionale.

Categorie: Palestina

Video sulla missione umanitaria Abspp nei campi profughi in Turchia

Mer, 25/02/2015 - 14:07

Il video di Bushra Al Said sulla missione umanitaria dell’Abspp e dei Giovani palestinesi italiani nei campi profughi palestinesi e siriani in Turchia, svoltasi dal 4 all’8 febbraio 2015.

 

Categorie: Palestina

21° anniversario del massacro alla moschea Ibrahimi

Mer, 25/02/2015 - 14:02

Di Younes Arar. Il 25 febbraio del 1994, un medico sionista ebreo statunitense, nonché estremista religioso, Baruch Goldstein, perpetrò un massacro alla moschea Ibrahimi, nella città di al-Khalil (Hebron), uccidendo 51 Palestinesi e ferendone altri 125, mentre eseguivano la preghiera dell’alba. Vennero uccisi da colpi di mitragliatrice alla schiena.

La tomba di Goldstein è diventata un centro di pellegrinaggio per estremisti ebrei. Su di essa sono incise le seguenti frasi: “Ha dato la sua vita per il popolo di Israele, la sua Torah e la sua terra”.

 

 

Categorie: Palestina

Gang di coloni dà fuoco a una moschea a Hebron

Mer, 25/02/2015 - 13:37

Betlemme-Quds Press. Martedì notte, una gang di coloni ebrei estremisti ha dato fuoco a una moschea, a al-Jaba’a, a ovest di Betlemme.

Mentre i fedeli, verso le 4:30 del mattino di mercoledì si preparavano per la preghiera dell’alba, alla moschea al-Huda, hanno notato del fumo e delle fiamme e hanno tentato di spegnerle, riuscendovi, come ha spiegato il capo del consiglio del villaggio, Nu’man Hamdan.

Hamdan ha aggiunto che i coloni hanno scritto slogan razzisti sui muri della moschea, invitando a uccidere i Palestinesi.

Il Gran Mufti di Gerusalemme e dei territori palestinesi, shaykh Mohammad Hussein, ha condannato l’attacco condotto dai coloni contro la moschea di al-Huda.
In un comunicato inviato a Quds Press, ha dichiarato che tale attacco coincide con il 21° anniversario della strage alla moschea Ibrahimi, a Hebron, quando un estremista ebreo statunitense, Baruch Goldstein, aprì il fuoco contro i fedeli in preghiera. Nell’atto terroristico vennero uccise 51 persone e ferite 125.

Hussein ha aggiunto che l’attacco di oggi coincide anche con le continue violazioni e aggressioni contro la moschea di al-Aqsa ed è parte di una politica programmata volta a alimentare il conflitto e a mostrare il grado di disprezzo per i valori religiosi e umani degli altri.

(Altre fonti: PIC e Ma’an)

Categorie: Palestina

I Beduini palestinesi: i Pellerossa d’Israele. Altre abitazioni demolite

Mer, 25/02/2015 - 01:52

I Beduini palestinesi vivono rinchiusi in riserve, come i Pellerossa, e continuamente perseguitati…

Martedì, le forze israeliane hanno demolito quattro abitazioni beduine nell’area di Tel Sheba, a Beersheba, lasciando decine di persone senza tetto.

Le case appartenevano alla famiglia al-Nabbari.

Forze israeliane, scortate da bulldozer, hanno demolito le proprietà con il pretesto della mancanza di licenza edilizia.

Uno dei membri della famiglia, Sufian al-Nabbari, di 20 anni, è stato arrestato per aver tentato di impedire la demolizione.

“Non lasceremo le nostre terre. Oltre 60 poliziotti sono arrivati sul posto e hanno demolito le nostre case e fienili”, ha dichiarato Muhammad al-Nabbari, che ha aggiunto: “Hanno anche tagliato i nostri ulivi. Non abbiamo visto alcun parlamentare arabo al Knesset durante la demolizione”.

Il capo del consiglio regionale per i villaggi beduini non riconosciuti, Attiya al-Asam, ha dichiarato che la “brutalità delle demolizioni è aumentata, di recente, nei villaggi beduini”.

Domenica, le autorità israeliane hanno demolito quattro abitazioni appartenenti a beduini palestinesi vicino alla città di Hurah, nel deserto del Negev.

I Beduini in Israele vivono in 45 villaggi non riconosciuti, sparsi nella regione tra Beersheba e Arad. Essi sono ciò che rimane della popolazione beduina che viveva tra il deserto del Negev, fino al 1948, quando il 90 percento fu espulso da Israele e il restante 10 percento confinato in riserve.

Nel 2013, le autorità di occupazione hanno detto che le case dei 1.500 residenti del villaggio devono essere demolite in quanto l’area è stata trasformata in zona militare chiusa.

(Fonte: Ma’an)

Categorie: Palestina

Likud: se Livni-Herzog vincono, Hamas sarà nel cuore di Gerusalemme

Mer, 25/02/2015 - 01:35

Memo. Domenica, il partito israeliano Likud ha lanciato un feroce attacco al leader del partito HaTnuah, Tzipi Livni, e al leader del partito laburista, Isaac Herzog, dopo l’accoltellamento avvenuto a Gerusalemme.

“L’attacco terroristico di questa sera a Gerusalemme si è verificato alcune settimane dopo che Tzipi Livni ha detto ancora una volta che lei è pronta a prendere in considerazione di dividere Gerusalemme”, ha scritto in un commento su Facebook il partito Likud, guidato dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

In una dichiarazione riportata dal giornale  israeliano Maariv, il Likud ha affermato: “Se Tzipi e Bougie [Herzog] formeranno un governo di sinistra – Hamas sarà nel cuore di Gerusalemme”.

Non è stato possibile ottenere un commento da HaTnuah o dal partito laburista sulle osservazioni del Likud che sono state condivise anche sulla pagina Facebook di Netanyahu. I partiti hanno formato una coalizione chiamata Zionist Camp per candidarsi alle prossime elezioni.

In precedenza, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva descritto l’ex ministro della Giustizia Livni, come “una minaccia per Israele”.

Se Zionist Camp costituirà il prossimo governo, Herzog sarà a capo del governo per i primi due anni e Livni per altri due.

Fonti israeliane hanno affermato che domenica un Israeliano è stato accoltellato, presumibilmente da un Palestinese.

Le elezioni generali israeliane sono previste per il mese prossimo. I sondaggi indicano che l’alleanza Livni-Herzog vincerebbe.

(Nella foto: Il leader del partito laburista, Isaac Herzog)

Traduzione di Edy Meroli

Categorie: Palestina

Colono investe bambina a Silwan

Mer, 25/02/2015 - 01:06

Gerusalemme - Ma’an. Maryam Karim Da’ana, di dieci anni, ha subito fratture ai piedi e diverse contusioni dopo essere stata investita da una jeep, guidata da guardie-coloni, a Ayn al-Lawza, nel paese di Silwan.

‘Amer Da’na ha spiegato che la jeep, a causa dell’eccessiva velocità, ha investito la sorella che si trovava di fronte alla propria abitazione nel quartiere ‘Ayn al-Lawza, a Silwan. La jeep s’è fermata dopo che la giovane è caduta per terra, ma ha fatto marcia indietro di proposito e l’ha investita, colpendole i piedi con la ruota posteriore e causandole forti dolori.

Da’ana ha reso noto che la polizia dell’occupazione è giunta sul posto, ma non ha nè fermato, nè arrestato l’autista, non procedendo a nessuna indagine, bensì gli ha consentito di lasciare il luogo dell’incidente.

La giovane è stata ricoverata presso  l’ospedale Hadassa di al-Issawiya, in seguito a fratture al piede sinistro e a contusioni al collo e alla schiena.

Da’ana ha infine affermato che la sua famiglia ha intenzione di denunciare il colono che ha investito la giovane Maryam.

Traduzione di Michele Di Carlo

Categorie: Palestina

Sette arresti tra Gerusalemme e la Cisgiordania

Mar, 24/02/2015 - 19:45

Gerusalemme/Cisgiordania – Qudsn.ps. Le forze d’occupazione hanno arrestato tre giovani originari di Gerusalemme e quattro del campo profughi di Qalandiya, a nord della città. Nel frattempo, fonti israeliane hanno annunciato l’arresto, compiuto all’alba di oggi, di un giovane di Nablus.

Fonti di Gerusalemme hanno reso noto che le forze d’occupazione hanno arrestato tre bambini, prelevandoli dalle abitazioni delle loro famiglie nella città vecchia. I loro nomi sono: ‘Omar Ghanim, Mustafa Abu Sinina e ‘Abud Abu Sinina. I tre, di circa tredici anni, sono stati trasferiti presso il centro investigativo “al-Qashla”, situato nella città vecchia.

In Cisgiordania, invece, le forze d’occupazione hanno arrestato quattro giovani del campo profughi di Qalandiya, dove sono scoppiati violenti scontri con l’esercito israeliano, senza che si siano registrati feriti. Fonti locali hanno reso noto che i quattro arrestati sono Ahmad Zahir, Hamada Abu Shalbak, Mahmud al-Zayr e Yazan al-Khatib, tutti ex prigionieri, e comunicato che sono scoppiati violenti scontri all’interno del campo, durati fino all’alba. Nel frattempo, i cecchini dell’occupazione sono saliti sui tetti delle case e hanno preso a sparare attorno ai giovani, senza causare, però, alcun ferito.

Oltre a ciò, fonti militari israeliane hanno annunciato l’arresto di un giovane originario di Nablus, come ritenuto necessario dai membri della sicurezza, senza che sia stato rivelato il luogo in cui il detenuto è stato trasferito. Tutto ciò è accaduto mentre le forze d’occupazione facevano irruzione a Jayyus, paese ad est di Qalandiya, dopo la mezzanotte di ieri, e, stando alle fonti locali, consegnavano diversi giovani ai servizi segreti.

L’esercito israeliano ha, inoltre, preso d’assalto Zabuba, paese ad ovest di Jenin, la scorsa notte, provocando scontri con la comunità locale, utilizzando proiettili veri e gas lacrimogeni, e provocando diversi casi di soffocamento.

 
Traduzione di Michele Di Carlo

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Agenzia Palestinese: Israele “scarica le dighe” allagando Gaza

Mar, 24/02/2015 - 14:50

(MEMO) – Le autorità israeliane hanno aperto le paratoie di una diga vicino alla Striscia di Gaza, che ha causato l’allagamento di diverse case a Gaza, secondo la Direzione della Difesa Civile di Gaza (CDD).
“L’esercito israeliano ha aperto le paratoie di un canale che porta al centro di Gaza, che ha causato la rimozione di cumuli di sabbia lungo il confine con Israele”, ha dichiarato il CDD.

“Aprire la diga verso il canale ha causato l’allagamento di diverse case palestinesi, e abbiamo dovuto evacuare rapidamente i cittadini colpiti”, ha aggiunto.
Fonti mediche hanno dichiarato all’Agenzia Anadolu che non sono stati registrati incidenti come risultato dell’allagamento.
Secondo il CDD, normalmente le autorità israeliane aprono le paratoie verso le loro dighe, in direzione della Striscia di Gaza – senza dare il benché minimo avviso – al fine di scaricare l’enorme quantità di acqua che si è accumulata a causa di pioggie massicce nella regione.
La Striscia di Gaza sta tentando di affrontare l’imponente tempesta di neve che si sta abbattendo in diverse paesi del Medio Oriente da giorni.
L’embargo israeliano su Gaza, in atto dal 2006, ha portato ha carenze di combustibile e equipaggiamento di scolo dell’acqua piovana, che hanno aggravato ulteriormente la situazione dei 1,9 milioni di palestinesi nella Striscia.

Traduzione di H.F.L.

 

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L’ISIL, un “contenitore” del fallimento della politica estera statunitense

Mar, 24/02/2015 - 13:59

PressTvIl gruppo terroristico ISIL è il “contenitore” del fallimento della politica estera degli USA nel Medio Oriente, afferma un attivista americano e conduttore radiofonico in California.

La campagna militare degli USA contro l’ISIL sta per diventare una “guerra lunga che si protrarrà”, ha affermato Rodney Martin, un ex-membro dello staff del Congresso degli Stati Uniti.

Gli USA stanno usando l’ISIL come spauracchio per giustificare il dispiegamento di truppe di terra nella regione che i neoconservatori stanno cercando di ottenere, ha detto Martin lunedì durante un’intervista telefonica rilasciata a PressTV.

Ha dichiarato che la campagna aerea guidata dagli USA contro il gruppo Takfiri “è stata un misero fallimento” e ne hanno infatti beneficiato i militanti, poiché hanno guadagnato ancora più territori.

“L’unica vera sconfitta subita dall’ISIL è stata per mano dell’esercito siriano al quale gli USA si oppongono”, ha aggiunto Martin.

Il nuovo capo del Pentagono Ashton Carter, lunedì, ha promesso una “sconfitta definitiva” contro l’ISIL dopo aver convocato un consiglio di guerra straordinario in Kuwait per discutere la strategia dell’amministrazione Obama contro il gruppo terroristico.

Solo pochi giorni dopo l’entrata in carica, Carter ha convocato un incontro con più di 20 comandanti militari, diplomatici e funzionari dell’intelligence, nell’immensa base militare statunitense di Camp Arifjan.

Il segretario della difesa ha dichiarato alle truppe americane, prima dei colloqui, che gli USA ed i suoi alleati stanno pressando l’ISIL “molto abilmente dal Kuwayt e da altre parti” e che “li sconfiggeremo definitivamente, senza alcun dubbio”.

Martin, tuttavia, ridimensiona la strategia di guerra americana contro l’ISIL e afferma che Carter è un “contenitore vuoto” che sta promuovendo le “politiche abominevoli” che gli USA perseguono da anni.

“Egli (Carter) probabilmente non durerà molto a lungo”, ha affermato Martin. “Probabilmente si dimetterà anche prima della fine del termine di Obama che è solo di circa due anni”.

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

Categorie: Palestina

Tribunale Usa condanna Anp e Olp a pagare 218 milioni di dollari di danni

Mar, 24/02/2015 - 01:56

A fronte di giurie di cittadini e tribunali nel mondo pronti a far causa ai Palestinesi, non esistono corti di giustizia che siano disponibili a condannare quasi 70 anni di crimini israeliani e di efferata pulizia etnica contro il popolo palestinese, chiedendo milioni di dollari in risarcimenti…

AFP. Una giuria statunitense, lunedì, ha ordinato che le Autorità palestinesi paghino 218 milioni di dollari di danni a vittime statunitensi di sei attacchi avvenuti in Israele tra il 2002 e il 2004.

La giuria ha accusato l’Anp e l’Olp di 25 reati separati, dopo una giornata di dibattito in un tribunale di New York.

Undici famiglie di querelanti hanno presentato denuncia in una corte federale contro l’Anp e l’Olp, in relazione a attacchi che uccisero 33 persone e ne ferirono 390 altre.

I querelanti hanno insistito affinché sia l’Anp sia l’Olp siano ritenute responsabili di sostegno agli attacchi eseguiti da membri del movimento islamico Hamas e dalle Brigate di al-Aqsa.

Tuttavia, la settimana scorsa, gli avvocati dell’Anp hanno dichiarato che i loro assistiti non sono responsabili “per i folli e terribili” attacchi commessi in Israele, insistendo che gli autori agirono in modo indipendente.

Il team di difesa palestinese ha affermato che né l’Olp né l’Anp ebbero a che fare con tali attacchi. Secondo quanto ha riportato il New York Times, l’avvocato difensore Mark J. Rochon ha dichiarato alla giuria, giovedì, che non vuole che “i cattivi, gli assassini, le persone che compirono tali atti la scampino mentre l’Anp e l’Olp paghino per qualcosa che non hanno commesso”.

Secondo quanto ha riportato il Time, il membro del Comitato esecutivo dell’Olp, Hanan Ashrawi, ha testimoniato per la difesa, affermando: “Abbiamo cercato di prevenire le violenza da tutte le parti”.

Un tribunale di New York, il mese scorso, ha decretato che ci sono prove sufficienti che suggeriscono che Anp e Olp, durante la seconda Intifada, furono coinvolti negli attacchi che uccisero cittadini Usa.

La denuncia è stata presentata sotto l’ombrello della US Anti-terrorism Act.

Categorie: Palestina

Hamas accusa i media egiziani di diffondere bugie anti-palestinesi

Mar, 24/02/2015 - 01:53
Gaza-Ma’an. Sabato 21 febbraio, un portavoce di Hamas ha criticato la “campagna di incitazione ed inganni”, intrapresa da alcuni giornalisti egiziani contro il popolo palestinese della Striscia di Gaza. Il portavoce di Hamas, Sami Abu Zuhri, ha negato le dichiarazioni secondo le quali Palestinesi sarebbero entrati in Egitto, recentemente, usando i tunnel, denunciando ciò che ha chiamato network “in stile sionista”, che ha sparso voci e cercato di seminare il disaccordo tra Egitto e Palestina. Tutti i tunnel sotto l’area di confine, ha affermato, sono stati distrutti, e sia le forze di sicurezza egiziane che quelle palestinesi controllano i rispettivi lati del confine. Allo stesso modo, il portavoce del ministro degli Interni di Hamas, Iyad al-Buzm, ha denunciato i “tentativi di accusare la Striscia per gli eventi che stanno accadendo in Egitto”. Rilasciando un commento sul reportage di un canale televisivo egiziano, venerdì sera 20 febbraio, il quale sosteneva che un uomo armato era entrato nel territorio egiziano passando da Gaza, al-Buzm ha affermato che “il canale che ha fatto circolare le voci è lo stesso che ha ingiustamente dichiarato che pochi giorni fa un combattente della resistenza palestinese era stato ucciso nel Sinai”. “E’ stato, infatti, provato che le affermazioni diffuse dal canale erano false”, ha affermato, suggerendo che anche quelle attuali verranno smascherate. I media egiziani hanno ampiamente seguito le direttive del governo dal colpo di stato militare del 2013, nel denunciare Hamas come nemico dello stato e sostenitore della diffusione dei wahhabiti nella penisola del Sinai. Hamas era un alleato del governo democraticamente eletto del presidente Mohamed Morsi, della Fratellanza Musulmana, e poiché il leader egiziano Fattah al-Sisi ha brutalmente represso i sostenitori del partito, anche Hamas è entrato nel mirino. Oltre ad aver etichettato il gruppo come organizzazione “terrorista” e fuorilegge, il governo egiziano tiene il valico di Rafah completamente sigillato, e ha distrutto i tunnel sotterranei che una volta fornivano un’ancora di salvezza verso il mondo esterno ai 1,8 milioni di abitanti di Gaza. Hamas e la Fratellanza Musulmana hanno negato qualsiasi legame con i disordini del Sinai, creati da un’organizzazione afiliata dell’IS. Sia Hamas che la Fratellanza hanno una visione tradizionale dell’Islam sunnita, che entra in conflitto con l’interpretazione dell’Islam salafita wahhabita perseguita dall’ISIS, e a Gaza Hamas aveva precedentemente represso i seguaci del fondamentalismo islamico facente capo all’IS.
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25 prigionieri palestinesi in cella d’isolamento

Mar, 24/02/2015 - 01:49

Hebron-Quds Press. Un rapporto palestinese ha segnalato il fatto che 25 prigionieri palestinesi stanno languendo in celle di isolamento nelle carceri e nei centri di detenzione dell’occupazione israeliana.

In un rapporto inviato a Quds Press in data 22 febbraio, l’Associazione per gli Affari dei Prigionieri ha dichiarato che la politica dell’isolamento riguarda 25 prigionieri palestinesi, distribuiti tra le prigioni di Ayalon, Ishel, Raymond, Nafha e Megiddo, aggiungendo che i prigionieri stanno languendo in celle anguste e in condizioni difficili, dal momento che vengono loro imposte misure crudeli, come il divieto delle visite dei familiari e il divieto di usufruire delle ore d’aria in cortile.

Il rapporto ha chiarito come la maggior parte dei detenuti in isolamento sia stata sottoposta a tale regime per decisione dei servizi segreti israeliani, che continuano a prolungarne lo stato di arresto.

Nel suo rapporto, l’Associazione ha aggiunto che i 25 prigionieri “vivono completamente isolati dagli altri detenuti e dal mondo esterno, sottoposti a procedure crudeli, a ispezioni, e privati dei loro diritti umani”.

Traduzione di Federica Pistono

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Categorie: Palestina

Le famiglie senza tetto di Gaza fanno il conto dei danni dopo la tempesta invernale

Lun, 23/02/2015 - 14:51

Gaza-Ma’an. Dopo che una intensa tempesta invernale ha colpito la Palestina, la settimana scorsa, lasciando le colline della Cisgiordania coperte di neve, decine di migliaia di famiglie a Gaza, lasciate senza tetto dalla recente aggressione di Israele, hanno dovuto lottare per far fronte alle temperature gelide lungo la costa.

Decine di famiglie stanno ancora vivendo in tende allestite accanto alle loro case distrutte, cercando di fare del loro meglio per rimanere al caldo nonostante la grave mancanza di energia elettrica e di carburante per i generatori o i termosifoni.

La famiglia Abu Tayamas è una di quelle rimaste nell’occhio del ciclone con un solo pezzo di stoffa leggera per proteggersi.

La loro tenda è situata accanto alle rovine di quella che è ormai la loro ex-casa a Khan Younis ridotta in macerie dal bombardamento di Israele della scorsa estate. Essi denunciano che i funzionari non hanno fornito loro nessun aiuto dopo che hanno perso la casa, ed ora sono costretti a vivere in una tenda logorata.

“Anche se cerchiamo qualsiasi cosa per riuscire a stare al caldo, è sempre freddo”, ha dichiarato Umm Mazen a Ma’an. “L’acqua passa sotto i nostri piedi, la tempesta è forte, ed il rumore dei tuoni sembra quello dei bombardamenti”.

Umm Mazen ha detto che sua figlia Mira si lamenta del fatto che è sempre molto freddo durante tutto il giorno, ma la sua unica risposta è: “Cosa posso fare, mia cara?”

Le forti piogge ed i ripetuti temporali degli ultimi giorni hanno provocato delle inondazioni in molte zone che hanno aumentato ancor di più il freddo per molte persone.

“I miei bambini piangono e si lamentano del freddo per la maggior parte del tempo, ed io non so cosa posso fare”, ha affermato.

Umm Mazen ha dichiarato a Ma’an che la famiglia aveva una “vita quieta e calda” prima della guerra, aggiungendo: “Nessuno dei funzionari patisce il freddo che i miei bambini patiscono”.

Suo marito Suleiman ha dichiarato a Ma’an che vivere in una tenda è “veramente una tragedia” per una famiglia di cinque persone.

“Cerco di accendere un fuoco per tenerci al caldo nella tenda, e ci raccogliamo attorno ad esso anche per divertirci un po’. Ma il freddo è più forte perchè l’acqua scorre sempre sotto i nostri piedi”, ha affermato.

Ha detto che la famiglia non è riuscita a dormire bene negli ultimi tre giorni a causa del freddo intenso e a causa del rumore del vento che terrorizza i bambini.

L’esperienza della famiglia Abu Tayama non è insolita nella Striscia di Gaza, dove le abitazioni di circa 110.000 persone sono state danneggiate o distrutte durante l’aggressione di Israele.

In gennaio, il gruppo israeliano per i diritti B’Tselem ha dichiarato che Israele ha deliberatamente colpito le case dei Palestinesi, uccidendo centinaia di persone, nonostante vi fosse la quasi totale certezza che fossero abitate.

Ma per le migliaia che sono riusciti a scappare al bagno di sangue perdendo le loro case, quasi sei mesi dopo la situazione sembra ancora desolante.

Israele si è rifiutata di concedere il permesso al materiale da costruzione di entrare nella Striscia di Gaza, che è rimasta bloccata negli ultimi otto anni. Ciò ha impedito che la ricostruzione potesse aver luogo dalla fine della guerra, e ha lasciato molta gente senza speranza su quando, se mai, le loro case saranno ricostruite.

Il blocco – che ferma quasi tutte le importazioni e le esportazioni – ha devastato l’economia di Gaza ed ha reso la piccola Striscia costiera dipendente dagli aiuti internazionali. Ma con Israele che adesso blocca anche questi, i gazawi si ritrovano dentro ad un incubo senza nessuna chiara via d’uscita.

Nessun morto o ferito

Durante il corso della tempesta, che è iniziata giovedì per esaurirsi sabato sera, le squadre di emergenza di Gaza sono dovute intervenire in 32 incidenti per proteggere gli abitanti.

Nel nord della Striscia di Gaza, una inondazione improvvisa ha capovolto una casa mobile che era stata allestita vicino ad una scuola per una famiglia la cui casa era stata distrutta durante l’offensiva israeliana.

Muhammad al-Meidana, portavoce delle squadre della protezione civile di Gaza, ha affermato che la famiglia è stata salvata dall’interno della casa mobile, che è stata catturata nell’inondazione.

Nel distretto di Rafah, la protezione civile ha evacuato circa 25 famiglie che vivevano nel Jemmeizet al-Sabil a seguito della massiccia inondazione che ha sommerso le loro case.

Al-Meidana ha inoltre aggiunto che i tetti in acciaio sono stati spazzati via dai forti venti e che molti alberi sono stati abbattuti, oltre a numerosi veicoli  rimasti bloccati nelle zone inondate.

Non risultano, comunque, feriti o morti a causa della tempesta.

Queste statistiche sono in netto contrasto con quelle del mese scorso, quando almeno sei Palestinesi –  cinque dei quali bambini – sono morti per il freddo intenso.

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

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Tribunale israeliano rinnova la detenzione amministrativa di Omar Barghouthi

Lun, 23/02/2015 - 14:19
Ramallah-PIC. Giovedì 19 febbraio, il tribunale militare di Ofer ha esteso di altri due mesi la detenzione amministrativa del prigioniero Omar Barghouthi. Barghouthi, 62 anni, è uno dei leader del Movimento dei Prigionieri, e ha trascorso più di 25 anni dietro le sbarre israeliane. Barghouthi, di Ramallah, è padre di sei figli e ha 10 nipoti. Fu imprigionato lo scorso giugno durante una campagna di arresti israeliana su vasta scala in Cisgiordania dopo il rapimento di tre coloni israeliani ad al-Khalil. La Palestinian Prisoners Society (PPS) ha sottolineato che il detenuto amministrativo, a causa della sua difficile condizione di salute, non ha partecipato al processo dopo il rifiuto dell’amministrazione carceraria di svolgere il processo in un tribunale vicino. Durante l’udienza, il pubblico ministero israeliano ha chiesto il prolungamento della detenzione amministrativa fino a quattro mesi, ma il giudice ha confermato solo due mesi. La PPS ha detto che la detenzione amministrativa di Barghouthi di 10 anni è una misura punitiva e che le rivendicazioni di “sicurezza” che il pubblico ministero continua a lanciare per giustificare la prigionia non hanno alcun fondamento giuridico. Traduzione di Gabriele Roy
Categorie: Palestina