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Aggiornato: 3 ore 6 min fa

La Marina israeliana spara contro i pescherecci di Gaza

Gio, 18/12/2014 - 14:31

Gaza-Quds Press. Giovedì mattina, la marina da guerra israeliana ha aperto il fuoco contro i pescherecci palestinesi al largo delle coste del nord della Striscia di Gaza.

Diverse barche hanno subito danni, ma non ci sono stati feriti. I pescatori sono riusciti a far ritorno a riva.

La settimana scorsa, la marina israeliana ha arrestato 11 pescatori, sostenendo che superato i limiti di navigazione consentiti.

Israele perseguita su base giornaliera i pescatori di Gaza, arrecando danni umani e materiali enormi alla Striscia di Gaza sotto assedio.

Categorie: Palestina

“L’Unione Europea considera ancora Hamas un gruppo ‘terrorista’”

Gio, 18/12/2014 - 13:51

PressTvL’Unione Europea continua a considerare il movimento di resistenza palestinese, Hamas, come un gruppo “terroristico”, nonostante un alto tribunale abbia revocato il suo inserimento nella black list.

“L’Unione Europea continua a considerare Hamas una organizzazione terroristica”, ha affermato Maja Kocijancic, una delle portavoci del capo della politica estera della UE, Federica Mogherini.

L’ala militare di Hamas è stata aggiunta dalla UE nella blacklist dei terroristi nel dicembre 2001. I 28 paesi membri dell’Unione hanno aggiunto nella black-list l’ala politica del movimento nel 2003.

Mercoledì, la Corte Generale dell’Unione Europea ha accettato il ricorso di Hamas, sostenendo che sono stati compiuti errori procedurali durante la valutazione, che si fondava su “imputazioni di fatto derivanti dalla stampa e da Internet” e non su atti esaminati e confermati dalle autorità competenti.

Mousa Mohammed Abu Marzuq, uno dei leader storici di Hamas con base a Gaza, ha definito la sentenza “una vittoria per il nostro popolo palestinese e… per i sostenitori della libertà e i sostenitori di coloro che vogliono liberarsi dall’occupazione”.

Kockjancic ha detto che l’Unione sta considerando la possibilità di presentare appello contro la sentenza del tribunale. La UE ha due mesi di tempo per presentare appello contro il verdetto davanti alla Corte di Giustizia Europea, il tribunale più importante dell’Unione.

Dopo che la sentenza del tribunale è stata resa nota, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha condannato la decisione della corte, dichiarando che “oggi assistiamo ad esempi sbalorditivi dell’ipocrisia europea”.

Il tribunale, tuttavia, ha detto che la sua sentenza “non implica alcuna valutazione nel merito della questione, cioè nel considerare Hamas un gruppo terrorista oppure no”.

Anche il blocco dei fondi economici di Hamas rimarrà temporaneamente in vigore per tre mesi in attesa di un eventuale ricorso della UE, ha affermato il tribunale con sede in Lussemburgo.

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

Categorie: Palestina

60 minuti a luci spente per Gaza

Gio, 18/12/2014 - 05:00

Categorie: Palestina

Gaza sta per esplodere

Gio, 18/12/2014 - 02:18
PIC. Di Khalid Amayreh dalla Palestina occupata. Alcuni giorni fa il capo del politburo di Hamas, Khalid Misha’al, ha comunicato che Gaza potrebbe esplodere prima di quanto molti potrebbero pensare, se l’attuale situazione incendiaria dovesse continuare. Egli ha descritto la situazione a Gaza come un’incontenibile polveriera pronta a deflagrare nel caso in cui la comunità internazionale continuerà a tergiversare, riferendosi innanzi tutto alla tragedia umanitaria che sta creando scompiglio in tutta Gaza. Misha’al allude al persistere del blocco ermetico di Gaza e alla paralisi generale che colpisce quasi tutti gli aspetti della vita nella Striscia. Misha’al non esagera né indulge in una retorica iperbolica. La sua descrizione della situazione generale a Gaza è sorprendentemente accurata, e molti gazawi hanno raggiunto o superato la soglia della resistenza. Alcuni mesi fa Israele ha commesso un vero olocausto su Gaza, assassinando e menomando migliaia di persone, per lo più civili innocenti, e distruggendo completamente o parzialmente ben 100 mila abitazioni. L’immensa campagna di terrore e assassinii si è svolta sotto gli occhi del mondo intero, spettatore alquanto passivo che ha osservato il genocidio in atto come se stesse avvenendo su una lontana galassia. I Paesi donatori, che si sono riuniti al Cairo diverse settimane fa, hanno promesso 5 miliardi di dollari per la ricostruzione di Gaza. Ma Gaza, esclusi alcuni minimi interventi, continua a sembrare Dresda alla fine della II guerra mondiale. Inoltre, l’economia di Gaza, a causa del blocco continuo, è paralizzata. E’ superfluo dirlo, ma tormentare lo stimato milione e 600 mila gazawi sembra essere la politica ufficiale, ma non dichiarata, del governo di Israele. Israele negherebbe, ma un’occhiata fugace al comportamento di Israele nei confronti di Gaza, in particolare, e dei palestinesi, in generale, non lascia dubbi sulle cattive intenzioni e sul comportamento criminale di Israele. Israele non si è accontentato di uccidere e menomare migliaia di persone innocenti, tra cui centinaia di bambini, l’estate scorsa, ma ha da allora continuato a uccidere contadini e pescatori di Gaza nel loro tentativo di sbarcare il lunario. «E’ un pezzo di pane intriso nel sangue», dice un pescatore gazawi, descrivendo la lotta quotidiana per la sopravvivenza. Israele si rifiuta ostinatamente di consentire all’economia di Gaza di respirare un po’. Israele, che controlla tutti i valichi con Gaza, non permette l’importazione o l’esportazione delle merci, e anche il compito più semplice e apparentemente insignificante, dato per scontato dalla maggior parte della popolazione mondiale, può essere considerato una sfida formidabile dalla gente di Gaza. Oltre a Israele, ci sono due ulteriori sospetti principali, responsabili delle persecuzioni e degli sforzi di strangolamento della popolazione di Gaza. Il primo, l’Autorità palestinese di Ramallah, che sembra più interessata a indebolire il rivale politico e ideologico, Hamas, che ad aiutare i gazawi a resistere alla repressione israeliana. Hamas e Fatah hanno raggiunto un accordo di riconciliazione all’inizio di quest’anno, dando l’impressione che Gaza avrebbe finalmente potuto respirare di nuovo. Però era chiaro fin dall’inizio che la leadership di Ramallah era mossa da motivazioni ulteriori, come il desiderio ossessivo di danneggiare e di indebolire Hamas, soprattutto per poter ricevere da Israele e dal suo guardiano-alleato -gli Usa- un certificato di buona condotta, e per accontentare alcuni altri attori della regione a completa disposizione di Israele. L’Autorità palestinese pensa erroneamente che Israele premierà l’autorità di Ramallah (un’autorità priva di reale autorità) per il suo contrapporsi ad Hamas. Ma non c’è uno straccio di prova a sostegno di tale teoria. In realtà, più di 20 anni di cosiddetti «colloqui di pace» tra Israele e l’Autorità palestinese non hanno prodotto alcun risultato. Al contrario, in quegli anni Israele ha continuato a costruire colonie dappertutto in Cisgiordania, annientando, di fatto, ogni prospettiva di possibilità di nascita di uno Stato palestinese. La terza parte implicata nel tentativo di strangolamento dei gazawi è il regime di Sissi, che ha fatto chiudere il valico di Rafah, a quanto pare per accontentare Israele e la lobby ebraica Usa. Come l’Autorità palestinese, il regime di Sissi pensa che la propria sopravvivenza dipenda dal soddisfare Israele e gli Stati Uniti, specialmente il Congresso a controllo ebraico. E, dato che il modo più breve ed efficace per far contenti gli ebrei di Israele e Stati Uniti è tormentare i palestinesi, Sissi è andato oltre il prevedibile nel tormentare e attaccare la popolazione di Gaza. Egli è ricorso perfino alla distruzione di migliaia di abitazioni lungo la parte egiziana di Rafah, allo scopo di creare una zona cuscinetto con Gaza, solo per fare piacere a Israele. Il ruolo di Sissi nell’affamare e tormentare Gaza in realtà risale a un’alleanzade facto tra il Cairo e il regime giudeo-fascista della Palestina occupata. In realtà, molti funzionari israeliani e commentatori hanno accennato a questa alleanza tra il Cairo e Tel Aviv. La rivolta non sarà limitata a Gaza. L’obiettivo ultimo degli attacchi alla popolazione di Gaza è semplicemente quello di permettere alla leadership dell’Autorità palestinese di liberarsi di ogni opposizione davvero patriottica, nella prospettiva finale della liquidazione della causa palestinese da parte di Israele. Israele ritiene che se Hamas non esistesse sarebbe relativamente facile convincere o persuadere la leadership di Abbas ad accettare un «accordo di pace» che più o meno permetterebbe a Israele di liquidare la questione palestinese, senza permettere, al tempo stesso, il rimpatrio dei profughi. Anche gli Stati Uniti considerano Hamas un ostacolo al soccombere della leadership dell’Olp alle pressioni israelo-statunitensi. Non ci sono dubbi sul fatto che l’esplosione della violenza nella Striscia di Gaza raggiungerà la Cisgiordania, dove un’intifada, o una rivolta a bassa combustione, è già in piena attività. E’ interessante notare che, anziché permettere ai gazawi di respirare e di vivere in maniera dignitosa, Israele li ha invece spinti e incoraggiati verso il terrorismo. Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, un bugiardo patologico oltre il verosimile, ha tentato di unire Hamas e l’Isis nella stessa categoria di organizzazioni. Ma Hamas, diversamente dall’Isis, è un autentico movimento di liberazione nazionale che cerca la libertà dall’occupazione simil-nazista israeliana. E la gente di Gaza chiede solo di poter vivere una vita dignitosa, come tutti i popoli del mondo. Questo è tutto. Traduzione di Stefano Di Felice
Categorie: Palestina

Serry: fattori politici che ostruiscono la ricostruzione di Gaza

Gio, 18/12/2014 - 01:55

New-York-PIC. Il coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il Medio Oriente, Robert Serry, ha messo in guardia sull’incertezza del processo di pace tra Palestinesi e Israeliani e sulla gravità delle barriere politiche che ostacolano i tentativi di ricostruzione della Striscia di Gaza.

Ciò è avvenuto durante il suo intervento alla sessione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, tenutosi lunedì, per ascoltare il suo rapporto sulla situazione dei territori occupati ed altre aree mediorientali.

Serry ha espresso la speranza che le autorità egiziane superino presto le loro questioni di sicurezza e riaprano così il confine con Rafah acconsentendo alla circolazione di passeggeri e merci da e verso Gaza.

Il funzionario ONU ha poi invitato il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ad assumersi le proprie responsabilità in merito al processo di pace tra Palestinesi e Israeliani.

Egli ha inoltre aggiunto che il crollo della coalizione di governo di Israele e la programmazione di elezioni anticipate il 17 marzo 2015 non deve costituire una scusa, per nessuna delle due parti, per lasciare che la situazione nei territori occupati peggiori.

Serry ha sottolineato la necessità di ripristinare la speranza di una soluzione permanente al conflitto israelo-palestinese prima che sia troppo tardi, aggiungendo che il conseguimento di un qualche progresso nel processo di pace necessita di un ruolo effettivo da parte della comunità internazionale.

Ha ulteriormente osservato che le recenti iniziative legislative europee, volte al riconoscimento dello stato palestinese, così come l’accordo della Lega degli Stati Arabi di presentare una bozza di risoluzione al Consiglio di Sicurezza, fissando un arco di tempo ben preciso per la sua implementazione, sono stati importanti ma non costituiscono il sostituto di un vero e proprio processo di pace riconosciuto da entrambe le parti.

Egli ha quindi trasmetto la speranza del Segretario Generale delle Nazioni Unite che i membri del Consiglio sostengano un quadro significativo e costruttivo per la ripresa dei negoziati piuttosto che dare ai palestinesi una cornice temporale per il loro stato.

Traduzione di Domenica Zavaglia

Categorie: Palestina

Gerusalemme, la polizia israeliana arresta una ragazza e un bambino palestinesi

Gio, 18/12/2014 - 01:32

Gerusalemme-Quds Press. Mercoledì, testimoni locali hanno dichiarato che la polizia israeliana ha arrestato una ragazza di 17 anni e un bambino di 11.

Daliah Murad Muhammad Qarawi, 17 anni, residente in strada Salah al-Din, a Gerusalemme Est, è stata arrestata mentre stava tornando a casa da scuola. I poliziotti l’hanno portata in un centro per gli interrogatori nella stazione di polizia in strada Salah al-Din, affermando che aveva spruzzato di una sostanza un veicolo della polizia.

Baraa Issam Shahin, 11 anni, è stato arrestato in strada Ein al-Luza, a Silwan, ed è stato portato nel centro di detenzione russo, a Gerusalemme ovest, per l’interrogatorio.

Le aggressioni di polizia, militari e coloni israeliani contro la popolazione palestinese, in particolare giovani e bambini, è sempre più diffusa, sia a Gerusalemme sia in Cisgiordania, e insieme ad altre politiche aggressive e persecutorie, mira a spaventare i residenti e a ripulire etnicamente la Palestina storica dei suoi abitanti autoctoni.

Categorie: Palestina

I giovani palestinesi in Italia si mobilitano per Gaza: flash mob, luci spente e altre iniziative

Gio, 18/12/2014 - 01:15

Di Sulaiman Hijazi. Abbiamo una comunità davvero grande, qui in italia, e sopratutto fatta di giovani palestinesi che sicuramente vanno “sfruttati” per seguire la causa palestinese, visto che hanno le capacità e tutti gli strumenti per farlo.

La settimana scorsa i giovani palestinesi si sono incontrati per un corso sulla comunicazione e su come agire per far conoscere la Questione palestinese e parlare dei problemi vari che stiamo affrontando: Gaza, i detenuti, i rifugiati, Gerusalemme, ecc. E’ stato creato un gruppo che si occupa di queste questioni, e ringraziamo soprattutto chi ci appoggia in questa direzione, sopratutto le associazioni palestinesi a Milano e Genova.

L’idea di spegnere la luce un’ora per Gaza è venuta in mente dopo tante riflessioni su come riuscire a far vedere al mondo la sofferenza dei nostri fratelli che vivono nella Striscia.

Si tratta dell’inizio di una serie di eventi che abbiamo in mente: vogliamo far vedere la sofferenza di Gaza e far capire il più possibile la vita reale in quel luogo. Molti hanno già aderito e si farà un flash mob a Milano, mentre in altre città parteciperanno in altri modi, per esempio con associazioni e movimenti politici. Abbiamo anche in mente di lanciare, nei prossimi giorni, altri eventi sui detenuti, la loro sofferenza e quella dei loro familiari.

Categorie: Palestina

L’Europarlamento vota risoluzione a favore del riconoscimento dello stato di Palestina

Gio, 18/12/2014 - 01:09

Mercoledì, il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione a sostegno del riconoscimento dello stato di Palestina nell’ambito della soluzione a due stati.

Nella dichiarazione si sostiene che il parlamento dell’UE sostiene “in linea di principio il riconoscimento dello stato palestinese e della soluzione dei due stati e crede che ciò accompagnerà lo sviluppo di colloqui di pace”.

La risoluzione è passata per 498 voti a favore e 88 contrari, con 111 astenuti.

La dichiarazione afferma che l’Europarlamento ribadisce “il forte sostegno alla soluzione dei due stati sulla base dei confini del 1967, con Gerusalemme come capitale di entrambi, confini sicuri per Israele e uno stato palestinese indipendente, democratico, autosufficiente e contiguo, in pace e sicurezza, sulla base del diritto auto-determinazione e del pieno rispetto della legge internazionale”.

I membri del Parlamento Europeo hanno condannato tutti gli atti di violenza e terrorismo; inoltre hanno sollecitato le fazioni palestinesi a porre fine alle divisioni interne.

La dichiarazione ha reiterato il fatto che gli insediamenti sono illegali e ha invitato l’Ue a diventare una vera mediatrice del processo di pace.

(Fonti: Ma’an e Memo)

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La guerra israeliana contro i bambini palestinesi: tentativi di arresto, arresti e maltrattamenti

Mer, 17/12/2014 - 16:27

Imemc. Martedì, la polizia israeliana ha tentato di arrestare due bambini in età prescolare durante un’irruzione in due case nella città di Silwan nella Gerusalemme Est occupata, secondo alcuni testimoni.

L’agenzia WAFA riferisce che la polizia ha fatto irruzione nella casa di Mohammad Abd al-Raziq, nel quartiere di Bir Ayoub, a Silwan, alla ricerca di due bambini di 3 e 5 anni, accusati di aver lanciato pietre contro di loro.

Gli ufficiali hanno lasciato la casa dopo aver minacciato di arrestare il padre.

Secondo l’Euro-Mid Observer for Human Rights, le autorità israeliane hanno sequestrato circa 2.500 bambini palestinesi e giovani tra il gennaio 2010 e giugno 2014 – di cui circa 400 tra i 12 ei 15 anni.

La polizia israeliana ha fatto irruzione in un’altra casa della città di Silwan, dove ha aggredito il signor Khaled al-Siyori, sua moglie Hayya, e i due figli Khaled e Raed. La famiglia è stata portata in ospedale per le cure del caso.

La polizia inoltre ha fatto irruzione in una scuola per ragazzi di Silwan, a Ras al-Amoud, con il pretesto di aver gettato fuochi d’artificio contro di loro. Non si segnalano rapimenti.

La polizia ha assaltato il quartiere di Ein Lawza, sempre a Silwan, dove ha rapito Yazan Abbasi, di 11 anni, e Ahmad Abbasi, anche lui di 11 anni, mentre uscivano dalla scuola per tornare a casa. Nessuno scontro è stato segnalato al momento dell’incidente.

Un rapporto pubblicato dall’UNICEF, nel 2013, ha dichiarato che il “maltrattamento di bambini che entrano in contatto con il sistema di detenzione militare sembra essere diffuso, sistematico e istituzionalizzato in tutto il procedimento dal momento dell’arresto fino al perseguimento del minorenne e all’eventuale verdetto di colpevolezza e condanna”.

WAFA riferisce inoltre che le forze di polizia e dell’esercito israeliano spesso colpiscono le scuole e altre strutture educative: si tratta di una violazione del diritto internazionale e dei diritti umani che garantiscono il diritto dei bambini a proseguire la formazione scolastica anche in tempo di guerra.

Traduzione di Edy Meroli

Categorie: Palestina

La Corte di Giustizia della UE ha ordinato la rimozione di Hamas dalla lista nera

Mer, 17/12/2014 - 14:10

Quds Press, PIC e Ma’an. Mercoledì, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha disposto che Hamas debba essere tolto dalla lista nera europea delle organizzazioni terroristiche.

“Nel 2001 l’aver inserito Hamas nella lista nera non fu basato su un giudizio legale corretto, ma su motivazioni derivate dai media e da Internet”, ha dichiarato in un comunicato il Tribunale della Ue.

Tuttavia ha sottolineato che la decisione di rimuovere Hamas dalla lista nera è basato su ragioni tecniche che “non implicano alcun assestamento sostanziale della questione della classificazione di Hamas come gruppo terrorista”.

Il congelamento dei fondi di Hamas resterà temporaneamente ancora attivo per tre mesi, in attesa di eventuali appelli da parte dell’UE, ha dichiarato la Corte con sede nel Lussemburgo.

L’ala militare di Hamas è stata aggiunta alla lista nera europea delle organizzazioni terroristiche nel dicembre 2001, a seguito degli attacchi dell’11 settembre, negli Usa; la Ue ha messo al bando Hamas nel 2003.

I dirigenti di Hamas hanno espresso soddisfazione per la decisione della Corte Europea. Mousa Abu Marzouq ha dichiarato che si tratta del “trionfo di tutti i sostenitori del diritto alla resistenza e alla liberazione dal colonialismo del popolo palestinese”.

Categorie: Palestina

Gerusalemme-Ma’an. Lunedì, la

Lun, 15/12/2014 - 15:34

Gerusalemme-Ma’an. Lunedì, la municipalità di Gerusalemme ha emesso ordini di demolizione per la casa della famiglia di Mutaz Hijazi, sospettato di aver tentato di assassinare l’attivista israeliano di estrema destra, Yehuda Glick.

Uday Hijazi, fratello di Mutaz, ha dichiarato a Ma’an che le forze israeliane e dirigenti della municipalità hanno fatto irruzione nella casa di Silwan e consegnato un ordine di demolizione per l’edificio a tre piani, affermando che è senza licenza edilizia.

La casa fu costruita prima dell’occupazione israeliana di Gerusalemme Est, nel 1967, ha spiegato Uday.

La famiglia ricevette un ordine di demolizione il mese scorso, ma venne congelato fino alla sentenza finale della Corte Suprema.

Forze israeliane sotto copertura assassinarono Hijazi, il 30 ottobre, ore dopo una sparatoria contro il prominente leader estremista Yehuda Glick a Gerusalemme.

Il rapporto dell’autopsia rivelò che Hijazi era stato colpito almeno 20 volte.

Categorie: Palestina

Le scuole israeliane aiutano a creare una cultura militarista

Lun, 15/12/2014 - 15:10

Middle East EyeMichal ZakIn Israele un’educazione militarista aiuta a mantenere in funzione la macchina da guerra anche se le attuali minacce alla sicurezza sono ridotte.

Nel 2009, nel bel mezzo di un attacco israeliano contro Gaza, ho avviato un dialogo tra studenti universitari ebrei e palestinesi. L’atmosfera era accesa. Gli studenti ebrei appoggiavano l’attacco e quelli palestinesi vi si opponevano. Ciononostante sono stati in grado di discutere le diverse opinioni finché i palestinesi hanno affermato che l’esercito stava commettendo crimini di guerra. E’ stata la fine della discussione. Gli studenti ebrei, come il resto della società [ebreo-israeliana], erano in grado di affrontare differenze politiche, ma non critiche nei confronti dell’esercito. L’esercito è sacro. Criticarlo è considerata un’offesa personale.

Qual è il meccanismo che rende l’esercito in generale ed il servizio militare in particolare così sacri? Agli israeliani vengono costantemente ricordate minacce reali o immaginarie. Pertanto è semplicemente naturale che i cittadini sentano il bisogno di partecipare alla difesa del loro Paese. Ma nel 2013 l’esercito ha annunciato che la motivazione a fare il militare era in calo, ed ha ipotizzato che la ragione di questo calo fosse da ricondurre ai minori pericoli lungo i confini di  Israele.

Come per qualunque altra organizzazione, lo scopo dell’esercito è di continuare a funzionare e crescere, e per questo ha bisogno di incrementare la motivazione verso il servizio militare. La semplice logica mi porta a concludere che è nell’interesse dell’esercito mantenere una sensazione di minaccia abbastanza consistente. Una delle forze che aiutano l’esercito ad incentivare la motivazione a fare il militare è il ministero dell’Educazione, che garantisce il fatto che gli israeliani vedano l’escalation di violenza come naturale.

Il brasiliano Paulo Freire, pedagogista critico, ci insegna che tutta l’educazione è politica. L’educazione trasmette sempre una certa visione del mondo e questa è allora vista dagli studenti come naturale. L’educazione militarista quindi è un’educazione politica e ci insegna a vedere le guerre e l’esercito come centrale, inevitabile e naturale. Ciò è molto importante nella società israeliana perché fare il servizio militare non è visto come un mezzo per portare avanti un certo progetto politico – al contrario è considerato semplicemente come  un comportamento da buoni cittadini. 

L’esercito visto come prova del nove

Questa settimana ho incontrato giovani ebrei israeliani che sono venuti a sentire una lezione sui modelli di eguaglianza tra i cittadini ebrei e palestinesi di Israele. Come sempre con i giovani, la discussione rapidamente è passata a una cosa che hanno in mente:”Se parli di uguaglianza, allora vogliamo sapere chi fa e chi non fa il servizio militare”.

L’esercito è la loro prova del nove per dimostrare senso civico e patriottismo. Ogni diciottenne è valutato attraverso queste lenti. Ho parlato loro del piccolo gruppo di ebrei che rifiuta di fare il servizio militare come forma di protesta contro l’occupazione israeliana. Si sono infuriati: “I nostri nonni e padri hanno fatto il servizio militare e sono morti per il Paese e per la sua sicurezza. E’ nostro dovere fare la stessa cosa.”

Non si soni messi a discutere con me se l’obiezione di coscienza sia una forma legittima di protesta. Ho visto davanti a me giovani intelligenti che avevano subito il  lavaggio del cervello e che volevano sacrificarsi ciecamente. E’ difficile capire quanto sia militarista la società israeliana perché è una parte assolutamente banale e naturale della nostra vita quotidiana. Quando vengono turisti dai paesi occidentali la prima cosa di cui parlano sono i soldati e le armi per strada. Al contrario gli israeliani difficilmente ci fanno caso. Dopo il violento attacco dello scorso mese contro la sinagoga a Gerusalemme, molti hanno chiesto che vengano distribuite ancora più armi ai civili per la nostra “sicurezza”. C’è un livello di presenza militare che i turisti non vedono.

Quando facevo il militare, 35 anni fa, nell’ambito del mio servizio ho lavorato in un asilo. Uno dei bambini è andato dalla maestra e le ha chiesto a voce bassa:” Michal è povera?” La maestra gli ha chiesto perché [facesse quella domanda], e lui ha risposto:”Perché viene al lavoro tutti i giorni con gli stessi vestiti.” Mi è piaciuto questo aneddoto, la sensibilità del bambino, la sua interpretazione ingenua della situazione e il modo in cui l’ha affrontata. Ma all’epoca non mi è venuto in mente di considerare l’impatto che la mia uniforme poteva avere sulla psiche dei bambini, sulla loro identità e sulla loro cultura.

Un altro esempio del militarismo che si intrufola nelle nostre scuole mascherato da buona azione ha luogo durante le feste ebraiche. E’ abitudine, durante alcune delle nostre feste, preparare pacchetti con dolciumi e distribuirli ad amici e vicini per manifestare amicizia e interesse. In molte scuole i bambini piccoli sono incoraggiati a portare questi “pacchetti della cura” ai nostri amati soldati. Sappiamo che in realtà il bilancio militare copre molto bene tutte le necessità dei soldati. Questo non riguarda loro. Il messaggio è per i bambini: noi amiamo e sosteniamo chiunque dedichi la propria vita alla nostra sicurezza. Il servizio militare è una buona cosa e quando sarai grande anche tu sarai sostenuto e apprezzato.

Pochissimi genitori vedono come un problema questa tradizione e ancora meno osano dire all’insegnante che non vogliono  essere partecipi di questo sottile militarismo. I pacchetti per i soldati e le giovani donne in uniforme che svolgono faccende quotidiane, come suonare con i bambini ed aiutarli nei loro compiti a casa, sono potenti aspetti della socializzazione perché sono parte della routine quotidiana. Ma non ci si limita  a questo. 

“La preparazione per un servizio importante”

Nelle scuole ebraiche (e druse) il ministero dell’Educazione promuove un programma di tre anni dedicato alla “preparazione per un servizio importante “. Questo programma è stato approntato in collaborazione con l’esercito ed è in parte sponsorizzato da quest’ultimo. Se gli diamo un’occhiata possiamo notare che le scuole dedicano tempo e impegno per promuovere quello che chiamano “valori di un’importante contributo per lo Stato e per la società.” Importante contributo è messo in relazione con il senso civico, che a sua volta riguarda il sacrificio e l’eroismo. In questo contesto “sacrificio”, in gran parte, ha a che fare con la violenza e la morte.

Tuttavia il programma è formulato in un linguaggio asettico che raramente fa diretto riferimento alla violenza e alla morte, soprattutto non alla violenza e alla morte perpetrate dagli soldati stessi. Sembra proprio che le scuole stiano lavorando a favore dell’esercito per preparare, informare, motivare e supportare i soldati di domani.

Il programma informa e prepara gli studenti all’iscrizione, ai colloqui e ai test dell’esercito. Lo presenta con le opportunità offerte nell’esercito, li aiuta a scegliere un’unità e li sostiene dal punto di vista emotivo e morale. Gli insegnanti svolgono il programma con l’aiuto di ufficiali che vanno nelle scuole e di soldati che accompagnano gli studenti e si occupano delle loro necessità.

Nelle scuole israeliane ebraiche molti insegnanti sono donne, aggiungendo un altro livello di “normalità” alla cultura militarista maschile. Scuole con una bassa percentuale di studenti che fanno il servizio militare hanno un bonus: una settimana in un campo dell’esercito.  Questa esperienza di addestramento militare è il momento saliente della preparazione. Il suo scopo è di incentivare la motivazione a fare il militare e incoraggia gli studenti a scegliere un servizio “impegnativo”, un eufemismo per spingerli ad arruolarsi nelle unità di combattimento.

Il programma di preparazione all’esercito deve essere inquadrato nel contesto. Negli ultimi tre anni delle superiori, il programma della scuola ebraica comprende importanti temi di carattere sociale, come l’abuso di sostanze e l’uguaglianza di genere. Il programma include anche lo studio dell’Olocausto e un viaggio in Polonia. Questo tour speciale nei campi di concentramento e nei luoghi delle comunità ebraiche che sono state distrutte è molto più di un viaggio storico. I percorsi sono iniziati alla fine degli anni ’80, uniscono obiettivi di carattere storico, morale ed educativo, e sono definiti come “ebraici-israeliani-sionisti e universali”. Due ministri dell’educazione progressisti, che temevano che questi viaggi esasperassero i valori e i comportamenti nazionalistici, aggiunsero gli elementi universali al programma negli anni ’90.

Una ricerca (Kimhi, 2011) ha messo a confronto gli atteggiamenti dei partecipanti prima e dopo questi viaggi, e dimostra che i viaggi hanno accresciuto l’orgoglio dei giovani e l’amore per il loro Paese. Come risultato del viaggio sono meno portati a volersene andare da Israele.  in una certa misura esso ha anche rafforzato i valori universali, rendendoli più sensibili verso i diritti dei gruppi minoritari o almeno verso i diritti di gruppi minoritari di altri Paesi. Per quanto riguarda Israele, dopo il ritorno dalla Polonia tendono ancor più a vedere gli arabi come una minaccia. La ricerca ha rilevato che il viaggio in realtà accresce la loro convinzione che bisognerebbe togliere diritti ai cittadini arabi di Israele.

La preparazione per l’esercito è di conseguenza connessa con questo profondo e piuttosto manipolatorio viaggio di studio. Non c’è da sorprendersi che le stesse scuole che hanno la tendenza a mandare i propri studenti in Polonia mostrino anche una notevole motivazione [da parte dei loro studenti] ad arruolarsi e a fare il servizio militare. Questi due programmi educativi fanno in modo di garantire  che la motivazione a fare il militare non diminuisca ulteriormente. 

Un barlume di speranza

Ho iniziato descrivendo quanto sia naturale e centrale in servizio militare nelIa cultura israeliana. Comunque solo il 50% di quelli che sono obbligati a fare il militare in realtà si arruolano, in buona misura per via della comunità ebraica ortodossa, che ha pochi motivi per arruolarsi e che fino a poco tempo fa era esentata dal servizio militare, e dei giovani dei gruppi socio-economici bassi, che l’esercito non vuole. Nel 2020 metà dei cittadini ammessi al voto per il parlamento israeliano saranno arabi ed ebrei ortodossi, due comunità che non fanno il servizio militare. Sarà interessante vedere come queste caratteristiche demografiche influenzeranno il dibattito pubblico, le politiche ed il militarismo dello Stato.

E’ chiaro che quelli che fanno il servizio militare, i giovani della classe media ed alta, hanno ridotte possibilità di mettere in discussione le proprie scelte. La pressione su di loro è enorme. La motivazione è diventata un problema a causa della crescente cultura capitalistica che incoraggia i giovani a pensare di più ai propri vantaggi individuali e meno a quelli collettivi. Questa è la ragione per cui lo Stato, attraverso il ministero dell’Educazione, si sta impegnando così tanto nel far aumentare la motivazione. Le scuole e gli insegnanti progressisti, come i ministri progressisti degli anni ’90, sono preoccupati ma non abbastanza coraggiosi. Il massimo che hanno fatto è stato aggiungere valori universali al processo di preparazione [al servizio militare]. Nessuno ha osato sfidare il processo nel suo complesso.

Voglio terminare con una storia di ribellione che, insieme alle proiezioni demografiche, offre qualche speranza.

Quando una delle mie figlie ha annunciato alla sua scuola superiore progressista che non avrebbe fatto il servizio militare, i suoi insegnanti l’hanno invitata ad un colloquio a  quattro occhi. Erano preoccupati per lei e volevano sapere se avesse preso quella decisione da sola o se fosse stata sottoposta a pressioni e ad un lavaggio del cervello affinché si rifiutasse [di fare il servizio militare]. Senza esitare, lei ha chiesto agli insegnanti se intendessero invitare uno alla volta gli studenti per una simile discussione allo scopo di essere sicuri che essi avessero deciso di andare a fare il militare in modo autonomo o avessero subito pressioni per scegliere il percorso militare come il proseguimento naturale della loro vita.

Michal Zak è un’educatrice politica, esperta nel dialogo Ebraico-palestinese e residente nella comunità palestino-ebrea di Wahat al Salam-Neve Shalom in Israele

Le opinioni espresse in questo articolo riguardano l’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.   

Martedì 9 dicembre 2014

Traduzione di Amedeo Rossi

 

Categorie: Palestina

La leadership palestinese cesserà per davvero la cooperazione per la sicurezza con Israele?

Lun, 15/12/2014 - 02:50

Memo. Uno dei ministri dell’Autorità Palestinese, Ziad Abu Ein, è morto mercoledì durante la partecipazione ad una manifestazione contro il muro di separazione in un villaggio vicino a Ramallah, in Cisgiordania. Medici palestinesi e giordani che hanno effettuato l’autopsia su Abu Ein hanno confermato che è morto per l’inalazione di gas lacrimogeni, per un colpo ricevuto con forza e a causa della mancanza di un soccorso medico tempestivo.

Il consulente per la sicurezza palestinese, Jibril Rajoub, ha dichiarato ad Al Jazeera che l’Autorità Palestinese ha deciso di sospendere tutte le operazioni per la sicurezza coordinate con Israele a seguito della morte di Abu Ein, e che egli ha definito “omicidio premeditato”.

Giovedì, Saeb Erekat, il capo palestinese per i negoziati di pace con Israele falliti di recente, ha detto che l’Autorità Palestinese produrrà un documento ufficiale sulla cessazione della cooperazione e che uscirà durante le prossime ore.

Il leader palestinese Mahmoud Abbas ha minacciato di sospendere la cooperazione per la sicurezza con Israele in numerose occasioni. Ad ottobre di quest’anno Abbas ha minacciato di rivedere la cooperazione se non fosse stata avviata, in una qualsiasi forma, la fine dell’occupazione israeliana. A novembre ha minacciato la stessa cosa se i negoziati non fossero ripresi. In risposta alla minaccia di ottobre, l’autore e attivista americano-palestinese Ali Abunimah ha twittato che la sospensione del coordinamento per la sicurezza è soltanto una “vuota minaccia”. Il giornalista palestinese Khaled Abu Toameh ha calcolato tramite Twitter che Abbas ha rivolto questa minaccia 58 volte.

La cooperazione per la sicurezza tra l’Autorità Palestinese ed Israele non è un segreto. Il Palestine Papers, il più importante divulgatore di documenti confidenziali dei decennali negoziati israelo-palestinesi, ha reso noto i contenuti di questo accordo. Secondo un documento trapelato appartenente all’ambasciata americana in Israele nel 2005, i servizi di sicurezza israeliani e palestinesi hanno concordato di incontrarsi ogni 10-14 giorni a “livello operativo”, facendoli seguire da incontri “sul campo”.

Alcuni anni dopo, Yossi Kuperwasser di Israele, direttore generale del ministero per gli Affari Strategici, ha affermato durante un caso giudiziario condotto contro l’Autorità Palestinese, “Io penso che i Palestinesi abbiano condiviso informazioni parziali, tendenziose ed incomplete con lo Shin Bet”. Shin Bet, l’agenzia per la sicurezza israeliana, come è stato riportato, stava cercando di “nascondere la propria incapacità ad utilizzare questo strumento, le Forze di Sicurezza palestinesi, non riuscendo a far loro raggiungere lo scopo per il quale erano state create: la prevenzione del terrorismo”.

Non solo qui si riconosce che l’Autorità Palestinese sta tranquillamente condividendo informazioni con la nota agenzia di intelligence, ma non vi è nessun tentativo di nascondere il fatto che l’Autorità Palestinese, come entità, sia stata creata soltanto per questo scopo, come “strumento” al servizio di Israele e da esso utilizzato.

E’ stato evidenziato anche fin dove l’Autorità Palestinese si può spingere per adempiere a questo compito. Durante uno degli incontri sulla cooperazione per la sicurezza tra Israele e l’Autorità Palestinese descritti nei documenti venuti alla luce, il capo dei negoziati palestinese Saeb Erekat ha affermato che l’Autorità Palestinese è stata costretta ad uccidere la “sua stessa gente” allo scopo di provare che stava ristabilendo la legge e l’ordine nei territori sotto il suo controllo. Assieme a questi documenti trapelati ve ne sono alcuni che dimostrano che Israele ha chiesto all’Autorità Palestinese di uccidere Hassan al-Madhoun, un comandante di Fatah allineato con le Brigate dei Martiri di al-Aqsa.

Durante la ”Operation Brother’s Keeper”, la risposta di Israele al rapimento dei tre adolescenti, l’esercito israeliano ha preso controllo di Ramallah, in Cisgiordania, per la prima volta dal 2007, utilizzando la sede della polizia dell’Autorità Palestinese come sua base. I manifestanti palestinesi che si erano scontrati con l’esercito, si sono poi diretti contro la polizia palestinese, che rispose aprendo il fuoco. Alcuni minuti più tardi l’esercito israeliano tornò, in ciò che parve un sostegno armato alle forze di polizia palestinesi.

Istituito durante gli accordi di Oslo come un corpo ad interim, l’Autorità Palestinese è stata venduta come un progetto nazionale che vorrebbe aiutare il passaggio della Palestina da territorio occupato ad uno stato internazionalmente riconosciuto. Per la Palestina le due funzioni principali preannunciate dall’Autorità Palestinese – che prevedono sia un veicolo verso l’indipendenza sia un mezzo per il rafforzamento delle istituzioni – sono probabilmente fallite. Invece di vedere l’Autorità come un mezzo verso l’indipendenza, molti Palestinesi la vedono come un’arma dell’occupazione ed un ostacolo alla resistenza.

Ciò ha provocato un declino nella popolarità di Abbas e, al contrario, ha richiamato alla terza intifada da attuare contro la stessa Autorità Palestinese. Abbas ha esplicitamente difeso questa cooperazione, dichiarando che era “nell’interesse nazionale palestinese”. In precedenza si era spinto fino al punto di chiamarla “sacra”.

Abbas ha perseguito instancabilmente i mezzi diplomatici per porre fine a decine di anni di conflitto. Egli credeva, senza dubbio, che la cooperazione per la sicurezza lo avrebbe fatto diventare un potenziale “partner di pace” per Israele, e che a lungo termine avrebbe potuto portare ad un accordo di pace tra le due parti. Questa cooperazione ha inoltre cercato di rafforzare l’immagine della Palestina agli occhi dei donatori statunitensi ed europei e tale immagine è stata fondamentale nell’assicurare i successi diplomatici come il riconoscimento dello Stato palestinese da parte di alcuni stati. Gli Stati Uniti e i paesi Europei hanno anche dato milioni di dollari come aiuti ogni anno, aiuto finanziario del quale l’Autorità Palestinese ha un bisogno disperato.

Mentre Abbas ha continuato a mantenere la cooperazione per la sicurezza con Israele anche quando Gaza veniva bombardata dai suoi militari durante l’estate, inclusa la soppressione delle proteste in Cisgiordania, Hamas è stata vista resistere contro la potente forza militare di Israele con proiettili fatti in casa. Il giornalista Jonathan Cook ha riferito che Abbas ha affrontato pesanti critiche da parte dei membri di comando del suo partito di Fatah durante una riunione del Comitato Centrale tenutasi in quel periodo e riguardante la cooperazione. Secondo i funzionari dell’Autorità Palestinese, le critiche di Fatah sono motivate dal fatto che nel partito si teme che Abbas, aumentando l’identificazione con la politica della cooperazione per la sicurezza, stia danneggiando politicamente il partito, mentre sta rafforzando allo stesso tempo Hamas.

Attraverso la cooperazione per la sicurezza, Israele ha indebolito l’Autorità Palestinese nella repressione delle proteste, per affievolire i sostenitori di Hamas e rendere lo status quo praticabile. Ad Abbas, questa cooperazione di sicurezza permette di guadagnare in termini diplomatici, fondi dei donatori e, per ultimo, lasua leadership. Si sta allontanando ulteriormente dal popolo palestinese e anche dal suo stesso partito, ma questo rapporto reciprocamente vantaggioso è improbabile che finisca davvero.

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

Categorie: Palestina

MPs denounce building naval base in Bahrain as killing, detentions escalate

Lun, 15/12/2014 - 02:28

MPs denounce building naval base in Bahrain as killing, detentions escalate

The decision by the UK Government to increase its moral and military support to the Alkhalifa rulers has shocked the human rights world and a large section of the British voters. Last week the Ministry of Defence announced that it was building a naval base in Bahrain, more than four decades after the British withdrawal from the East of Suez, and that the costs would be met by the Bahraini regime. There were furious reactions from Bahrainis who viewed it as a slap in the face of the pro-democracy movement and an immoral alliance with those accused of systematic torture. The announcement came only few days after the UK’s Parliament Foreign Relations Committee had expressed dismay at the decision by the FCO not to designate Bahrain as a “country of concern” as it had recommended following its thorough investigation into the relations between UK and both Saudi Arabia and Bahrain: We see little or no evidence that Bahrain has made enough progress in implementing political reform and safeguarding human rights, and we believe that the FCO should have bitten the bullet and designated Bahrain as a country of concern.

Most of the media coverage of the decision to build the naval base has been critical of the politicians. In Parliament nine MPs have tabled an Early Day Motion to denounce the decision. Many more MPs are expected to sign in the coming days. EDM NO 609 says: That this House is appalled that Britain has signed an agreement with the Government of Bahrain to establish a permanent military base at Port Mina Salman in Bahrain; believes this announcement will be deeply upsetting to all those who have suffered human rights abuses by the Government of Bahrain and its officials, and will serve to send a message that the UK Government is not interested in justice, rule of law and reconciliation in Bahrain; notes the protests in Bahrain since the announcement was made; believes that the increased British military presence is likely to exacerbate tensions in the region; and, calls upon the UK Government to play a much more constructive role in Bahrain to help end, and ensure appropriate redress for, serious human rights violations, and to encourage meaningful dialogue leading to substantive political reform.

Yesterday, an elderly native Bahraini was martyred by regime forces in the town of Karzakkan.  Abdul Karim Mohammad Jaffar Al Basri, 72, was apparently killed with an explosive device fired by the foreign-staffed riot police. According to the Death Certificate, the martyr died as a result of intrusions in the  head by metal pellets. There was strong anger among the people who went to the streets to protest the killing and the continued attacks by the Alkahlifa rulers on Bahrainis.

Yesterday Alkhalifa court issued three prison sentences on Zainab Al Khawaja totaling 16 months for her anti-regime activities. This is in addition to the three years sentence she had received for tearing up dictator’s picture. Zainab has recently delivered a baby boy. She received the news with bravery and defiance vowing to continue her struggle with her baby from behind bars as long as this dictatorial regime remains in power. Earlier Amnesty International issued an Urgent Action calling for quashing the sentences against Zainab Al Khawaja. “Tearing up a photo of the head of state should not be a criminal offence. Amnesty International is calling for this and all of Zainab Al-Khawaja’s other convictions to be quashed and all outstanding charges to be dropped,” said Said Boumedouha, Deputy Director of the Middle East and North Africa Programme at Amnesty International.  The regime’s court has also sentenced Ahmad, the son of the most prominent jailed political leader, Hassan Mushaima, for one year. The sentence is widely seen as revenge for the father’s unyielding political stand.

On the eve of the International Day for Human Rights, Bahrainis were subjected to harsher treatment by the ruling Akhalifa junta. Sixteen natives were detained on the causeway on their way to Iraq to take part in religious rituals. In the first week of December 21 others had been arrested, mostly in raids on their homes in the early hours of the morning. They are from the towns of Barbar, Hamala, Aali, Demstan, Kawara and Salmabad. On Sunday 7th December, 13 years old Mohammad Faisal Fateel was detained from his town of Bani Jamra. Alkhalifa court subsequently ordered his detention for further seven days pending “investigation”. This often means subjecting him to severe torture.

Three members of the European Parliament have written a letter  to the Vice-President of the European Commission, expressing deep concern with a statement issued by the EU Ambassadors in Bahrain that criticised the oppositions decision not to participate in the recent elections. Ana Gomes MEP, Alyn Smith MEP and Heidi Hautala MEP described the decision by the Bahrain opposition to boycott as “due to a lack of conditions to hold free and fair elections” in Bahrain. Addressing the newly appointed High Representative of the Union for Foreign Affairs & Security Policy/Vice-President of the European Commission, the MEP’s encouraged the EU to “refocus” its priorities in relation to Bahrain “according to the EU guidelines on Human Rights Defenders.”

Bahrain Freedom Movement
10th December 2014

Categorie: Palestina

Gli USA forniscono 350 milioni di dollari a Israele per l’Iron Dome

Lun, 15/12/2014 - 01:56

PressTv. Il senato USA ha approvato un disegno di legge multi-miliardario per le spese militari che include 350 milioni di dollari per il sistema missilistico israeliano del sistema Iron Dome.

Il senato ha passato la legge venerdí con 89 voti favorevoli e 11 contrari.

Il disegno di legge é stato mandato alla Casa Bianca per la firma del presidente Barack Obama.

La legge per l´autorizzazione alla difesa del 2015 ha anche autorizzato una spesa di 521,3 miliardi per le operazioni del Dipartimento di Difesa e circa 64 miliardi per le operazioni militari oltreoceano.

Nella prima settimana di dicembre la Camera dei Rappresentanti ha approvato l´Atto per l´Autorizzazione alla Difesa Nazionale con 300 voti favorevoli e 119 contrari.

Cinque miliardi di dollari sono stanziati per la lotta contro il gruppo terroristico ISIL. Il denaro dovrebbe essere speso per la formazione e l’inserimento dei cosiddetti ribelli moderati in Siria per due anni e per la formazione e l’assistenza delle forze irachene e curde.

All’inizio di dicembre il vicepresidente americano Joe Biden ha annunciato che l’amministrazione Obama aveva fornito a Israele più di 17 miliardi di dollari di aiuti militari dal 2008.

Nel mese di novembre, il Dipartimento della Difesa statunitense aveva annunciato piani per armare Israele con 3.000 bombe intelligenti come parte degli aiuti militari di Washington a Tel Aviv.

Gli Stati Uniti mandano a Israele circa 8,5 milioni di dollari di aiuti militari ogni giorno, aggiungendo fino a 3 miliardi di dollari all’anno.

Categorie: Palestina

Vittoria del BDS: l’UAW supporta il disinvestimento

Sab, 13/12/2014 - 17:22

Imemc. L’UAW (Union of American worker) 2865, un sindacato che rappresenta oltre 13.000 assistenti, tutor e altri studenti-lavoratori presso l’Università della California, è stato il primo grande sindacato statunitense del lavoro a tenere una votazione dei membri per rispondere all´appello della Società civile palestinese per la campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) contro l’occupazione israeliana e in solidarietà con l’autodeterminazione palestinese. Degli oltre 2100 membri votanti, il 65% ha votato a favore della partecipazione alla campagna.

Kumars Salehi, membro dell´UAW, ha dichirato: “Questa è una vittoria decisiva per la giustizia per i palestinesi. Dopo mesi di campagna elettorale, siamo felici che tanti membri abbiano partecipato a questa votazione e fatto sentire la loro voce. Questa è una testimonianza dell´impegno dei nostri membri in questioni di giustizia sociale. Questo voto è stato un primo passo nel nostro impegno di solidarietà verso i palestinesi sotto occupazione e sottoposti a leggi discriminatorie, e continueremo ad adottare misure per rendere concreta questa solidarietà, come parte del nostro impegno nelle lotte antirazziste e anti-coloniali in generale”.

Loubna Qutami, un altro membro, ha dichiarato: “Siamo impegnati a collegare i movimenti studenteschi e del lavoro negli Stati Uniti con i movimenti studenteschi e del lavoro in altre parti del mondo, tra cui la Palestina. Come studenti-lavoratori che combattono gli attacchi all’educazione qui in California, nonché la repressione decennale sul lavoro negli Stati Uniti in generale, sappiamo che la solidarietà internazionale del lavoro ci rende più forti e sosteniamo gli studenti e i lavoratori palestinesi, e in modo più ampio tutta la società, nella loro decennale lotta contro l’espropriazione, l´occupazione e l’apartheid”.

Il provvedimento esorta:

1) l’Università della California a disinvestire da aziende coinvolte nell´occupazione israeliana e nell’apartheid;

2) l´UAW Internazionale a disinvestire dalle stesse aziende;

3) il governo degli Stati Uniti a terminare gli aiuti militari a Israele.

Il 52% dei membri votanti ha anche promesso di non “prendere parte a nessuna ricerca, convegno, evento, programma di scambio, né a qualsiasi altra attività sponsorizzata da università israeliane complici dell’occupazione della Palestina e delle politiche coloniali dello stato di Israele” fino a quando queste università non prenderanno misure per porre fine alla complicità con  l´espropriazione, l´occupazione e l´apartheid.

Categorie: Palestina

Il Parlamento portoghese chiede il riconoscimento dello Stato palestinese

Sab, 13/12/2014 - 15:47

PressTvIl parlamento portoghese ha accettato una risoluzione che chiede al governo di riconoscere la sovranità della Palestina.

La risoluzione, presentata venerdì congiuntamente dalla maggioranza portoghese di centro-destra e dal partito socialista all’opposizione, ha proposto “il riconoscimento, in coordinamento con l’Unione Europea, dello Stato della Palestina indipendente e sovrano”.

Dopo la votazione, il ministro degli Esteri portoghese, Rui Machete, ha affermato che il governo “sceglierà il momento più adatto” per il riconoscimento dello Stato palestinese.

Giovedì, la Camera alta del Parlamento francese ha approvato una risoluzione che chiede al governo di riconoscere la Palestina come stato indipendente dopo l’approvazione della Camera bassa.

La Svezia è l’unico Paese europeo che ha ufficialmente riconosciuto la sovranità della Palestina, anche se molti altri parlamenti degli stati membri dell’UE, come la Spagna, la Gran Bretagna e l’Irlanda hanno adottato analoghe risoluzioni, chiedendo ai  governi di riconoscere la Palestina come stato.

Israele si è molto irritato per le mozioni presentate ai parlamenti europei.

Il 29 novembre 2012, 193 membri dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite hanno votato per portare la Palestina a stato osservatore non membro.

I Palestinesi stanno cercando di creare uno stato indipendente nei territori della Cisgiordania, di al-Quds (Gerusalemme) est e della Striscia di Gaza e chiedono che Israele si ritiri dai territori palestinesi occupati. Israele, però, ha rifiutato di tornare ai confini del 1967, e non è disposto a discutere la questione di Gerusalemme.

Traduzione di Edy Meroli

Categorie: Palestina

Il pubblico ministero israeliano si appella contro l’ordine del tribunale di rilasciare Khader Adnan

Sab, 13/12/2014 - 15:41

Jenin-PIC. Il pubblico ministero israeliano ha respinto giovedì sera la decisione del tribunale di rilasciare il detenuto palestinese Khader Adnan. E’ quanto hanno reso noto i suoi familiari.

Le fonti hanno sottolineato che il pubblico ministero israeliano ha impugnato la decisione della Corte con il pretesto che Adnan non ha ancora finito di scontare una pena precedente.

Giovedì mattina, il tribunale militare di Salem aveva ordinato il rilascio di Khader Adnan, dopo che questi aveva trascorso cinque mesi in detenzione amministrativa.

Adnan è finito più di una volta nelle prigioni israeliane, dove ha portato avanti uno dei più lunghi scioperi della fame nella storia palestinese nel 2012 per protestare contro la sua detenzione amministrativa prima del suo rilascio, il 17 aprile 2012.

Traduzione di Edy Meroli

Tuttavia, Adnan è stato nuovamente arrestato nel villaggio di Araba a sud di Jenin l’8 luglio 2014 durante la campagna di arresti su larga scala di Israele nella Cisgiordania occupata a metà giugno.

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100 Palestinesi lasciano il lavoro a causa delle aggressioni israeliane

Sab, 13/12/2014 - 02:08

Nazareth-Quds Press. Fonti israeliane hanno rivelato che decine di conducenti palestinesi di autobus a Gerusalemme Est hanno lasciato il posto di lavoro a causa delle persecuzioni quotidiane nei loro confronti da parte dei coloni ebrei in città.

Il quotidiano israeliano Haaretz ha dichiarato, in data 11 dicembre, che 100 autisti palestinesi a Gerusalemme hanno lasciato il lavoro presso la società Egged, gestita dall’occupazione, perché erano esposti alle violente aggressioni dei coloni ebrei, che indirizzavano loro insulti, frasi razziste e sputi, precisando che il 40% degli autisti ha rassegnato le dimissioni, mentre  il 60% non ha ripreso il lavoro.

Il giornale ha chiarito che circa la metà degli autisti della società Egged a Gerusalemme è composta di palestinesi della parte orientale della città, osservando che la decisione dei conducenti ha avuto pesanti ripercussioni sul trasporto pubblico a Gerusalemme.

Molti incidenti subiti dagli autisti si sono verificati lo scorso martedì sera, dopo che i coloni dell’insediamento Gilo, a sud-ovest di Gerusalemme, hanno frantumato i vetri di un autobus e tentato di aggredire l’autista, che è riuscito a fuggire, per poi essere arrestati dalla polizia israeliana.

Traduzione di Federica Pistono

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Abbas sostiene di appoggiare la distruzione egiziana dei tunnel di Gaza

Sab, 13/12/2014 - 02:01

Il Cairo-Afp. Il presidente Mahmoud Abbas ha affermato di aver sostenuto la distruzione da parte dell’Egitto dei tunnel che collegano la Striscia di Gaza controllata da Hamas con la penisola del Sinai e qualsiasi altra azione il paese abbia intrapreso per proteggersi da militanti.

“Abbiamo sostenuto tutte le misure precauzionali adottate dalle autorità egiziane per chiudere i tunnel e fermare il traffico di armi e il passaggio di persone tra Gaza e il Sinai”, ha detto Abbas in un’intervista alla rivista egiziana Al-Ahram Al-Arabi che sarà pubblicata sabato. Alcuni estratti sono stati pubblicati dalla agenzia di stampa MENA.

“Continueremo a sostenere qualsiasi misura tuteli l’Egitto dal pericolo”, pare abbia detto Abbas.

Dal golpe contro il presidente Mohamed Morsi da parte dell’esercito egiziano, nel 2013, le nuove autorità del paese hanno accusato i Fratelli Musulmani di Morsi di aver “cospirato con Hamas”.

L’esercito egiziano ha intensificato la distruzione dei tunnel di Gaza che affermano siano utilizzati dal movimento palestinese per il “contrabbando di armi, cibo e denaro”.

L’esercito dice di aver distrutto più di 1.600 tunnel dall’estromissione di Morsi.

L’Egitto ha anche iniziato a costruire una zona cuscinetto lungo il confine con la Striscia di Gaza, con centinaia di case demolite, per “impedire infiltrazioni e contrabbando di armi”.

Il Cairo accusa anche Hamas di aiutare i militanti che compiono attacchi mortali contro le forze di sicurezza egiziane nella penisola del Sinai.

In un attacco di fine ottobre, almeno 30 soldati sono stati uccisi in un attentato suicida nella penisola del Sinai.

“Se è dimostrato che  membri di Hamas sono implicati in attacchi terroristici contro l’Egitto, ha il diritto di inseguirli e punirli”, ha detto Abbas, secondo quanto riportato da MENA.

Hamas ha sempre respinto le accuse.

Oxfam dice che più del 40 per cento della popolazione complessiva di Gaza è senza lavoro e che l’80 per cento vive grazie agli aiuti umanitari.

Israele ha imposto il blocco su Gaza nel 2006, dopo che Hamas ha vinto le elezioni democratiche.

Traduzione di Edy Meroli

Categorie: Palestina