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Gerusalemme – PIC. Le autorità d’occupazione israeliane hanno emesso delle ordinanze e degli avvertimenti che interessano le istituzioni, le associazioni, le imprese e i centri presenti nella Gerusalemme-est occupata: ne sono toccati vari settori lavorativi e i conti bancari rischiano di essere chiusi.

Martedì il Dipartimento degli affari di Gerusalemme ha dichiarato in un comunicato: “Le autorità israeliane hanno richiesto ai proprietari delle istituzioni di non ricevere più nelle banche gli assegni per i loro fondi, senza preavviso, senza giustificato motivo e senza tener conto delle regole elementari del trattamento”.

Il Dipartimento ha condannato le misure d’occupazione adottate contro le istituzioni sociali, culturali, educative, residenziali, giuridiche, d’ingegneria o di soccorso degli abitanti di Gerusalemme, a prescindere da tutte le forme di persecuzione, razzismo e barbarie praticate contro di loro nella città santa.

“La gravità di tali procedure e pratiche irresponsabili e senza precedenti contro il nostro popolo e le sue istituzioni sono da includersi nel contesto della politica razzista di pulizia etnica praticata dal governo israeliano in maniera flagrante”.

Il Dipartimento ha rilevato, inoltre, che la decisione dell’occupazione di chiudere i conti bancari di tali istituzioni è una violazione senza precedenti della legge, delle norme e delle convenzioni internazionali e umanitarie con il solo obiettivo di intensificare l’oppressione sugli abitanti di Gerusalemme e espellerli dalla loro città nel contesto della punizione collettiva razzista: le istituzioni funzionano, infatti, grazie agli attivi e ai conti aperti, conformi agli obiettivi della loro fondazione e del loro registro.

Traduzione di Giulia Cazzola

Gaza-PIC. Mercoledì dei veicoli militari israeliani hanno invaso i terreni palestinesi a est del campo di al-Bureij, nella Striscia di Gaza centrale.

Secondo le fonti locali, quattro bulldozer israeliani e tre carriarmati di stanza presso l’accademia militare vicino alle recinzioni di confine si sono addentrati per 150 metri nei terreni coltivati palestinesi a est del campo di al-Bureij.

In contemporanea i droni israeliani hanno sorvolato il territorio. Inoltre i bulldozer hanno livellato i terreni palestinesi e innalzato barriere di sabbia nell’area.

Quest’incursione costituisce un’altra violazione della tregua mediata dal Cairo che aveva posto fine all’offensiva israeliana del 2014 sulla Striscia di Gaza.

Traduzione di F.G.

Cisgiordania-PIC. Mercoledì all’alba le forze d’occupazione israeliane hanno arrestato perlomeno 14 palestinesi durante violente campagne d’arresti in Cisgiordania. Il parlamentare Mohamed Bader figura fra i detenuti.

Secondo il reporter di PIC, il parlamentare del movimento di Hamas è stato arrestato in seguito a un’irruzione nella sua casa.

Parlando con il corrispondente, sua moglie ha affermato che i soldati hanno fatto irruzione in casa e l’hanno perquisita violentemente, tenendo i membri della famiglia bloccati in una stanza. Hanno poi confiscato gli apparecchi elettronici e portato il marito in un non specificato centro di detenzione.

Nel frattempo i soldati hanno arrestato numerosi palestinesi, fra cui degli ex prigionieri, in diverse cittadine di Hebron. Una violenta campagna di incursioni e perquisizioni è stata inoltre compiuta in città.

Le forze israeliane hanno dichiarato l’arresto di 14 palestinesi “ricercati” con l’accusa di coinvolgimento in attività anti-occupazione.

Fra i detenuti ci sono attivisti del movimento di Hamas.

Traduzione di F.G.

Gaza – PIC. Il membro dell’Ufficio Politico di Hamas, Khalil al-Hayya, ha richiamato gli Arabi a mettere da parte le loro dispute e a non confondere la resistenza con l’estremismo.

Durante il sermone dell’Eid al-Fitr a Gaza, Al-Hayya ha dichiarato: “Speriamo che ogni disaccordo tra i fratelli arabi finisca per far primeggiare la fratellanza, ciò che il nemico sionista non vuole”, insistendo sulla necessità di unità a sostegno della moschea Al-Aqsa.

Ha denunciato il fatto che il suo movimento sia stato descritto come “terrorista”: “La resistenza non è né terrorismo né violenza, ma un diritto legittimo a resistere all’occupazione, quello che fanno tutti i popoli liberi”.

Il leader di Hamas ha confermato che il suo movimento si opporrà all’assedio imposto sulla Striscia di Gaza, esprimendo la fiducia nell’Egitto che ha promesso di romperlo.

Ha proseguito: “Abbiamo bussato a tutte le porte e continueremo ad aprirle, vorremmo essere la migliore porta per il nostro popolo per rompere l’assedio e tutte le restrizioni imposte”, facendo allusione alla visita della settimana scorsa di Hamas al Cairo, su invito ufficiale, che aveva per oggetto la discussione sulla situazione dell’enclave assediata e di altre questioni bilaterali.

Al-Hayya ha dichiarato: “Le autorità egiziane hanno promesso al movimento di Hamas di alleggerire le sofferenze della Striscia, attraverso l’apertura regolare del valico di Rafah e di un passaggio per facilitare il traffico commerciale”.

Hamas ha riconosciuto che la delegazione ha incontrato i dirigenti palestinesi vicini al capo di Fatah, Mohammed Dahlan, che ha coordinato, con le autorità egiziane, la creazione di alcune iniziative per la Striscia di Gaza, includendo l’apertura del passaggio di Rafah per i passeggeri.

Ha denunciato una politica d’assedio imposta agli Stati, volta a rompere la volontà dei popoli e la loro stabilità, e a distruggere la nazione araba.

Inoltre, si è rivolto ai prigionieri dicendo che “quello che è custodito dalle brigate di Izz al-Din al-Qassam potrebbe liberarvi dalla prigionia”. Ha così sottolineato che il suo movimento resterà fedele a tutte le parti che hanno sostenuto il popolo palestinese della Striscia di Gaza.

Infine, il dirigente di Hamas ha concluso il sermone rallegrandosi per le posizioni prese da Turchia, Egitto, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Iran di sostegno alla Striscia di Gaza.

Traduzione di Chiara Parisi

Gaza-PIC. Tre neonati sono stati dichiarati morti negli ultimi giorni, a Gaza, dopo che l’Autorità nazionale palestinese (ANP), presieduta da Mahmoud Abbas, ha negato loro l’accesso a cure urgenti.

Il portavoce del ministero della Sanità di Gaza, Ashraf al-Qudra, ha reso noto che Ibrahim Samir Tbeil, di 9 mesi, è deceduto mentre si trovava all’unità di cura intensiva all’ospedale al-Rentisi.

Al-Qudra ha lanciato l’allarme sulle condizioni di oltre 3.000 bambini di Gaza che necessitano di cure urgenti.

Martedì, un altro bimbo, Baraa Ghaban, con problemi cardiovascolari, è stato dichiarato morto all’ospedale al-Shifa di Gaza, dopo che anche a lui l’ANP aveva negato il diritto di ricevere cure fuori di Gaza. Al-Qudra aveva avvisato che il piccolo si trovava in imminente rischio di morte.

Lunedì pomeriggio era deceduto un altro bimbo, Mus’ab Bilal al-Areir.

Al-Qudra e attivisti per i diritti umani accusano l’ANP e l’occupazione israeliana delle morti dei tre piccoli gazawi, mettendo in guardia su altri imminenti decessi, nel caso non vengano garantite cure urgenti.

Il direttore del dipartimento neonatale dell’ospedale al-Shifa, Abu Hamda, ha lanciato un appello a tutte le istituzioni e organizzazioni mediche affinché agiscano e lavorino per salvare i neonati di Gaza prima che sia troppo tardi.

Abu Hamda ha spiegato che altri neonati sono a rischio di morte per l’impossibilità di ricevere cure mediche adeguate fuori dalla Striscia di Gaza assediata, in ospedali meglio equipaggiati.

Secondo il ministero palestinese della Sanità, dall’inizio del 2017 le politiche dell’ANP hanno già causato la morte di 9 pazienti, tra cui i tre bimbi.

 

Zeitun.info. A seguito della decisione del governo palestinese di Ramallah di ridurre del 30% i pagamenti mensili a Israele per la fornitura di energia elettrica alla Striscia di Gaza, l’11 giugno il governo israeliano ha approvato un taglio della fornitura stessa.

Se questo provvedimento sarà attuato, l’elettricità sarà ridotta dalle attuali quattro ore a circa due ore al giorno, il che probabilmente porterà ad un collasso dei servizi di base. A metà aprile, l’unica centrale elettrica di Gaza, che in precedenza forniva circa un terzo dell’elettricità di Gaza, fu chiusa in conseguenza di una controversia tra le autorità di Ramallah e di Gaza sulla tassazione del carburante e sulla riscossione delle entrate.

Il 1° giugno, una ragazza palestinese di 15 anni, dopo aver accoltellato e ferito un soldato israeliano all’entrata dell’insediamento colonico di Mevo Dotan (Jenin), è stata colpita e ferita: è morta il giorno successivo in un ospedale israeliano per le ferite riportate. Sale a nove, dall’inizio del 2017, il numero di minori palestinesi uccisi dalle forze israeliane in attacchi, presunti attacchi e scontri.

Nei Territori palestinesi occupati, in vari scontri con le forze israeliane, due palestinesi sono stati uccisi e 58 sono stati feriti, tra cui sei minori. Entrambe le vittime (uomini di 20 e 25 anni), nonché 39 dei feriti, tra cui cinque minori, sono state colpite nei pressi della recinzione perimetrale di Gaza durante proteste contro il blocco [delle frontiere]. In Gaza, dal dicembre 2015, questo è il più alto numero di ferimenti ad opera delle forze israeliane. I restanti 19 feriti sono stati registrati in Cisgiordania, soprattutto nel contesto di operazioni di ricerca-arresto. Nella città di Hebron, durante uno degli scontri, un soldato israeliano è stato ferito dal lancio di pietre.

Otto palestinesi, tra cui tre minori, sono stati feriti quando uno dei minori ha causato l’esplosione di un residuato bellico (UXO). L’episodio si è verificato il 4 giugno nella zona di Al Mughraqa, a sud della città di Gaza.

Durante il periodo di riferimento sono stati registrati otto attacchi di coloni israeliani che hanno causato danni a proprietà palestinesi. In tre degli episodi, attribuiti a coloni degli insediamenti di Yitzhar e Bracha (Nablus), è stato appiccato il fuoco a terreni, con conseguente danneggiamento di 3 ettari di colture e di almeno 20 alberi appartenenti agli agricoltori di Asira al Qibliya, Burin e Huwwara. Nella stessa zona, la settimana precedente, erano stati segnalati una serie di attacchi che avevano causato il ferimento di un palestinese e danni estesi alle proprietà. A Gerusalemme Est, in quattro episodi, a 17 veicoli palestinesi sono stati squarciati i pneumatici o sono stati frantumati finestrini, specchietti o parabrezza, mentre scritte offensive sono state spruzzate nei pressi. Una famiglia della comunità di pastori di Khirbet Samra (Tubas) ha riferito che coloni israeliani sono penetrati nella comunità ed hanno vandalizzato un riparo per animali e circa 20 recipienti per l’acqua.

Nei pressi degli insediamenti di Adora e Kiryat Arba’ in Hebron, in tre episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi, un israeliano è stato ferito e tre veicoli israeliani hanno subito danni.

Secondo fonti ufficiali israeliane, per le preghiere del venerdì del Ramadan, sono stati ammessi in Gerusalemme Est, attraverso i checkpoint circostanti, circa 65.000 palestinesi per il primo venerdì e 85.000 per il secondo. Ciò è stato conseguente alla disposizione con la quale i palestinesi in possesso di carte di identità della Cisgiordania – limitatamente ai maschi ultra 40enni ed alle donne – sono stati temporaneamente esentati dall’obbligo di autorizzazione. Inoltre, circa 100 palestinesi di Gaza, di età superiore ai 55 anni, sono stati autorizzati ad entrare in Gerusalemme Est per le preghiere del venerdì e altri 300 durante i giorni della settimana.

Contestando la violazione delle normative ambientali, le autorità israeliane hanno demolito, nella zona B di Ya’bad (Jenin), tre strutture appartenenti ad una tradizionale fabbrica di carbonella e sequestrato oltre 150 tonnellate di legno. Il provvedimento colpisce i mezzi di sostentamento di 24 famiglie. Durante l’operazione si è sviluppato un grande incendio che è stato spento dopo diverse ore. Dal novembre 2016, nella medesima località sono state operate tre demolizioni e confische simili. Inoltre, le autorità israeliane hanno abbattuto 27 ulivi a Husan (Betlemme), sostenendo che gli alberi consentivano una copertura per i palestinesi che lanciano pietre contro i veicoli israeliani in transito.

L’11 giugno, il Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) ha invitato le autorità israeliane a chiarire il destino di 19 palestinesi che sono scomparsi durante il conflitto del 2014 a Gaza, i cui corpi le autorità israeliane hanno pubblicamente ammesso di detenere. Qualche giorno prima, un identico invito era stato rivolto dallo stesso ICRC alle autorità di Hamas a Gaza, in relazione al destino di cinque cittadini israeliani scomparsi.

Le autorità israeliane hanno prorogato per altre tre settimane l’estensione (da sei a nove miglia marine dalla costa) dei limiti di pesca lungo la costa meridionale di Gaza. Dal 2013, adducendo preoccupazioni in materia di sicurezza, Israele aveva applicato il limite di pesca di sei miglia lungo tutta la costa di Gaza, pregiudicando seriamente le fonti di sostentamento dei pescatori.

Il Valico di Rafah, controllato dall’Egitto, è stato chiuso in entrambe le direzioni durante l’intero periodo di riferimento. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, oltre 20.000 persone, tra cui casi umanitari, sono registrate e in attesa di uscire da Gaza attraverso Rafah. Il valico è stato ultimamente aperto eccezionalmente il 9 maggio, portando a 16 il numero di giorni di apertura nel 2017.

Gaza-PIC. Gli abitanti della Striscia di Gaza festeggiano l’Eid al-Fitr (la festa di fine Ramadan), mentre sono ancora sotto assedio da 11 anni. Tuttavia, a contraddistinguere il 2017, è stato l’intensificarsi dell’assedio e l’aggravarsi della crisi che affligge tutti gli aspetti della vita, a seguito delle azioni intraprese dal presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas, descritte dallo stesso come “senza precedenti”.

Secondo gli esperti, più della metà della popolazione della Striscia vive al di sotto della soglia della povertà, causata dal feroce assedio che dura da 11 anni. Le recenti decisioni di Abbas hanno inoltre reso nuove categorie, in particolare impiegati e prigionieri liberati, vulnerabili ai tagli salariali.

‘Mercati fermi’.

I mercati sono fermi”, sostiene il commerciante Tamer Badran, 35 anni, nel descrivere la situazione dei mercati della Striscia alla vigilia della Eid al-Fitr. “Le persone vengono al mercato non per comprare ma per dare un’occhiata”.

I commercianti sono amareggiati: i loro prodotti sono ammucchiati ed non riescono a trovare clienti dal momento che la gente non ha soldi come in passato”, commenta Tamer, sottolineando che il potere d’acquisto si è ridotto di oltre il 70% rispetto agli scorsi anni.

Afaf Helmi, che porta con sé alcuni prodotti comprati al mercato, riferisce che quest’anno non intende comprare ai suoi tre figli abiti per la festa dell’Eid perché suo marito non percepisce più lo stipendio di prima.

Chi ha i soldi per comprare? Hanno ridotto stipendi, aiuti e sostegni”, commenta Um Khalid, che interviene nella discussione.

Ad aprile il presidente dall’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas decise di detrarre il 30-50% dagli stipendi degli impiegati della Striscia, provvedimento che ha gravemente inciso sulle condizioni di vita di questi lavoratori, più della metà dei quali è ricorso a finanziamenti bancari.

Disoccupazione.

Bahaa Younis, trentenne laureato con lode presso il dipartimento di Lingua Araba, lo scorso anno, non ha trovato lavoro se non come venditore di cinture da uomo in uno dei mercati di Gaza alla vigilia della festa.

Sono felice di vendere qualcosa per guadagnarmi da vivere onestamente, anche se faccio un lavoro che non è il mio; purtroppo non c’è nessuno che compra. La situazione è tragica e le persone sono disperate. È una catastrofe, e non si può fare niente”.

Secondo recenti statistiche, il tasso di disoccupazione nella Striscia di Gaza è cresciuto di oltre il 42%, mentre più di un milione di palestinesi non riesce a trovare opportunità di lavoro, viste le condizioni economiche e di mercato di Gaza, che hanno segnato la vita sociale.

Un grande ostacolo.

L’analista economico Louay Rajab ha riferito che quest’anno Gaza festeggia l’Eid Al-Fitr in un contesto di molteplici crisi, in particolare, il perdurare dell’assedio, il ‘massacro degli stipendi’ e il deteriorarsi delle condizioni economiche.

Ciò si aggiunge ai problemi che il paese affronta già, quali la disoccupazione, la povertà e l’arresto della produzione delle fabbriche. Tra questi ultimi, il più significativo è l’elevato numero di cittadini vittime della povertà, dell’assedio e dei ritardi dei pagamenti degli stipendi: tutti ostacoli che impediscono ai palestinesi di festeggiare l’Eid”.

Rajab ha spiegato che il ‘massacro di stipendi’, di recente attuato dall’ANP nei confronti degli impiegati della Striscia, ha ostacolato la circolazione delle merci e debilitato il già debole potere d’acquisto, evidenziando che la riduzione degli stipendi ha provocato lo stock di beni nei mercati e ingenti perdite per i commercianti.

L’analista ha fatto notare che la maggior parte delle abitanti della Striscia dipende dagli aiuti, rilevando che Gaza sta attraverso il peggior momento dell’assedio.

Traduzione di Patrizia Stellato

Betlemme-Ma’an. Martedì le forze israeliane hanno arrestato perlomeno sette palestinesi durante i raid notturni nella Cisgiordania occupata. Ci sono state tre violente incursioni che hanno provocato scontri, con le forze israeliane che hanno preso di mira i giovani locali con munizioni letali e hanno lanciato bombe a gas contro le case.

Durante un violento raid nel campo profughi di al-Duheisha, nel distretto cisgiordano meridionale di Betlemme, sono stati feriti perlomeno otto palestinesi, sei dei quali sono stati colpiti da proiettili alle gambe (e uno era un paramedico in servizio) e un altro è stato investito da un veicolo militare israeliano.

I residenti hanno riferito che numerosi veicoli militari hanno invaso il campo profughi verso l’alba e l’hanno circondato, mentre i cecchini si sono piazzati sui tetti delle case.

Gli scontri sono scoppiati fra i soldati israeliani e i giovani locali all’entrata del campo.

Gli otto feriti sono stati portati negli ospedali locali.

Nel frattempo le forze israeliane hanno invaso la cittadina di Beit Ummar, nel distretto cisgiordano meridionale di Hebron, e hanno arrestato tre giovani palestinesi, fra cui un minorenne, provocando scontri che hanno lasciato numerosi residenti intossicati per via dei gas lacrimogeni lanciati dai soldati, mentre i giovani palestinesi lanciavano Molotov contro i militari.

Nella cittadina di Abu Dis, nel distretto cisgiordano centrale di Gerusalemme, le forze israeliane hanno arrestato un ex prigioniero, il 22enne Mahmoud Nafeth Jaffal, e il 18enne Muhammad Ziad Jaffal, secondo quanto riferito dai residenti.

Durante il raid, i soldati hanno lanciato proiettili rivestiti di gomma, granate stordenti e gas lacrimogeni, per poi ritirarsi in una vicina postazione militare.

Nel frattempo i residenti di Beit Awwa, a ovest di Hebron, hanno riferito che le forze israeliane hanno invaso la cittadina e arrestato Bakr Rajeh Masalmeh, dopo aver fatto irruzione nella sua casa.

Traduzione di F.G.

 

Nazareth – PIC. Domenica scorsa l’autore israeliano Jackie Khoja ha affermato sul giornale Maariv che “il presidente dell’Autorità Palestinese (ANP), Mahamoud Abbas, serra la morsa su Hamas nella Striscia di Gaza con un comportamento senza precedenti, provocando una crisi dell’elettricità”.

Il giornalista ha aggiunto: “Abbas continua a attaccare Hamas in modo crudele, decidendo di ridurre di 15 milioni di shekel il valore delle quote dell’elettricità, nonostante egli sappia che questo condurrà la popolazione di Gaza all’inferno”.

Khoja, caporedattore degli affari arabi per la radio dell’esercito israeliano, ha descritto il presidente Abbas come un vecchio capo circondato da consiglieri incapaci, avvertendo che le azioni di Abbas provocheranno lo scoppio di una nuova guerra tra Israele e Hamas.

Secondo l’analista israeliano, Hamas non ha mezzi per fare pressione sull’Autorità Palestinese, ma potrebbe approfittare della situazione deteriorata a causa della crisi dell’elettricità a Gaza e sfruttarla per stravolgere la stabilità in Cisgiordania. Ciò provocherebbe il caos per Israele e anche un confronto militare con l’esercito israeliano.

L’autore ha messo in guardia contro la politica dell’ANP e contro il suo presidente Abbas che continua a soffocare gli abitanti di Gaza e continua a procrastinare l’accettazione delle proposte fornite da Hamas per risolvere la crisi dell’elettricità, mentre l’occupazione cerca di non apparire coinvolta direttamente per non essere responsabile del deterioramento delle condizioni umanitarie.

Traduzione a cura di  A.D

Gaza-PIC. Nella notte tra lunedì e martedì, l’aviazione militare israeliana ha eseguito bombardamenti multipli su siti della resistenza palestinese nella Striscia di Gaza.

Diverse incursioni aeree condotte all’alba di martedì hanno preso di mira il sito Bader, appartenente alle Brigate Izzeddin al-Qassam, l’ala militare di Hamas.

Non ci sono stati feriti, ma i danni materiali alle abitazioni dell’area colpita sono notevoli.

E’ stato colpito anche il sito Mohamed Abu Harb a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza.

I jet israeliani hanno bombardato terreni agricoli a est della città di Gaza e a Juhr al-Dik, nell’area sud.

Israele afferma che i bombardamenti sono una risposta al lancio di un razzo dalla Striscia di Gaza, atterrato vicino all’insediamento israeliano Sha’ar Hanegev.

Gaza-Ma’an. Nel mezzo del conflitto crescente tra Hamas e l’Autorità Palestinese (ANP) dominata da Fatah, un documento trapelato e non confermato ottenuto da Ma’an rileva che Muhammad Dahlan, il leader “scaricato” di Fatah e rivale politico del presidente Mahmoud Abbas, potrebbe essere nominato capo del governo di Gaza a seguito di colloqui tra i dirigenti di Hamas e Dahlan al Cairo.

Il testo, intitolato “Un documento di consenso nazionale per costruire la fiducia”, dettaglia un presunto accordo tra il movimento di Hamas, guidato nella Striscia di Gaza da Yahya Sinwar, e Dahlan durante i colloqui promossi dagli Egiziani quando i funzionari palestinesi hanno istituito un fronte politico per sfidare l’ANP in coordinazione  con Dahlan.

In passato Dahlan fu un feroce  avversario del governo di Hamas a Gaza, a seguito del successo di quest’ultimo alle elezioni del 2006, e ciò portò Fatah e Hamas a un lungo conflitto interno. Dunque Dahlan può sembrare un improbabile alleato politico per Hamas. Tuttavia, gli analisti hanno sottolineato che il nuovo rapporto tra gli ex nemici rappresenta il rifiuto reciproco, di Dahlan e Hamas, nei confronti dell’ANP guidata da Abbas nella Cisgiordania occupata.

Il documento contiene 15 punti che mirano a porre fine ai problemi della riconciliazione palestinese, e comprendono quelli per risolvere problemi di vendetta o di risarcimento sorti nella contesa durata più di un decennio fra Hamas e Fatah.

Secondo il documento, i colloqui hanno stabilito che Dahlan diverrebbe il capo del governo della Striscia di Gaza, mentre Hamas controllerebbe il ministero degli Interni di Gaza.

Le indiscrezioni non sono state confermate né da Hamas né da Dahlan.

La nuova relazione di Hamas con Dahlan ha ricevuto attenzione dopo la decisione dell’Egitto di inviare milioni di litri di carburante nella Striscia di Gaza assediata, quando Israele, che mantiene il territorio sotto un blocco devastante da un decennio, ha tagliato drasticamente l’energia elettrica a Gaza su richiesta dell’ANP.

Nonostante l’ANP neghi le accuse, i Palestinesi e gli osservatori internazionali credono che le recenti politiche dell’Autorità Palestinese contro Gaza abbiano lo scopo di esercitare pressione su Hamas perché ne abbandoni il controllo e lo consegni a quello dell’ANP.

Dahlan, che, pur rimanendo in esilio a Abu Dhabi, continua a mantenere il tiro politico nella regione, sembra abbia persuaso il governo egiziano a inviare del combustibile nel territorio assediato per evitare il totale collasso umanitario.

Tuttavia, altre relazioni hanno affermato che il combustibile è stato fornito a Gaza a seguito di un accordo in base al quale Hamas collaborerà con il governo egiziano per contrastare attività militanti nel Sinai – Hamas è stato accusato di ospitare militanti nel suo territorio, ma ha sempre fermamente negato.

Negli anni ’90, Dahlan condusse una spietata repressione contro Hamas, facendo retate di migliaia di islamisti che si rifiutavano di riconoscere la legittimità dell’ANP dopo gli Accordi di Oslo. Tuttavia, cadde in disgrazia nel giugno 2007, dopo la disfatta umiliante delle sue forze da parte dei combattenti di Hamas, nei giorni delle dure lotte per le strade di Gaza, quando Hamas cacciò le forze di Fatah dal territorio.

Due anni dopo, tornò alla fase politica quando venne eletto nel comitato centrale di Fatah, nell’agosto 2009. Nel dicembre 2010 venne sospeso dalla commissione dopo un’inchiesta per esaminare le sue finanze e on l’accusa di istituire una milizia personale.

Nel 2011 fu anche accusato dai leader di Fatah di aver avvelenato Yasser Arafat.

Nel 2015, Dahlan fece di nuovo notizia quando chiese l’unione di tutte le fazioni palestinesi, compresi Hamas e Jihad islamico, nell’Organizzazione di liberazione palestinese (OLP).

Dahlan chiese anche di porre fine all’ampiamente criticato  coordinamento della sicurezza dell’ANP con Israele, e dichiarò che considerava gli Accordi di Oslo non più validi.

I media internazionali hanno annunciato i piani di diversi paesi del Medio Oriente per sostenere Dahlan come prossimo presidente palestinese per sostituire il suo rivale Abbas.

Traduzione di Edy Meroli

Betlemme-Ma’an. Circa 45 ulivi sono stati trovati distrutti nei pressi del villaggio di Burin, adiacente al famoso insediamento illegale di Yitzhar, nel distretto cisgiordano settentrionale di Nablus, mentre la parola ebraica per “vendetta” è stata scritta con uno spray su una pietra lasciata nell’area, secondo quanto riportato domenica da un’organizzazione israeliana per i diritti umani.

L’ONG israeliana “Rabbis for Human Rights” ha riportato su Facebook che l’episodio è avvenuto accanto alla Strada 60, la strada principale della Cisgiordania occupata.

Ha inoltre condiviso delle foto della scena che mostrano un soldato dell’amministrazione civile israeliana mentre documenta l’episodio.

In risposta alla richiesta di un commento, un portavoce dell’amministrazione civile ha detto a Ma’an di contattare la polizia israeliana; in seguito il portavoce della polizia ha affermato che stavano indagando.

Questo episodio fa parte di un’ondata di attacchi contro i palestinesi e le loro proprietà nella Cisgiordania occupata, in particolare contro i palestinesi vicini all’insediamento di Yitzhar, famoso per i suoi residenti fanatici, per le dottrine estremiste e per la violenza inflitta alle vicine comunità palestinesi.

Negli ultimi mesi sono stati compiuti numerosi attacchi nei villaggi vicini a Yitzhar, molti dei quali in presenza dei soldati israeliani, che non sono intervenuti. I coloni estremisti di Yitzhar hanno recentemente attaccato con impunità anche i soldati israeliani.

Traduzione di F.G.

Di Marco Da Ros.

A giugno i maggiori dirigenti di Hamas si sono recati in Egitto per la prima volta dal 2013, anno del sanguinario colpo di stato di Al-Sisi contro i Fratelli Musulmani. Dai colloqui è scaturito il clamoroso accordo di pochi giorni fa, mediato dall'”ex nemico” Mohammed Dahlan, in base al quale l’Egitto pochi giorni fa ha fornito un milione di litri di petrolio per il funzionamento della centrale elettrica di Gaza. (vedi ad es. http://www.aljazeera.com/news/2017/06/hamas-agrees-egypt-tighter-border-security-170614041838547.html) Può essere un primo effetto della nuova linea “panaraba” di Hamas, non più legata solamente ai Fratelli Musulmani, come traspare dal documento politico dell’organizzazione, uscito il 1° maggio scorso. Tempi duri per il trio baluardo della reazione mondiale, USA – Israele – Arabia Saudita, e il loro lacchè Abu Mazen.

Betlemme-Ma’an. Un sito di notizie affiliato a Hamas ha riferito domenica 19 giugno che l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) sta considerando l’idea di sciogliere il Comitato per i Prigionieri Palestinesi a causa di pressioni sempre maggiori da parte di Israele e degli Stati Uniti, che chiedono la sospensione del programma di compensazione dei “martiri”, il quale prevede aiuti finanziari ai prigionieri incarcerati da Israele e alle loro famiglie.

Il sito di notizie Al-Resalah, affiliato a Hamas – il partito che di fatto governa la Striscia di Gaza, e rivale dell’ANP, guidata da Fatah – cita fonti palestinesi “credibili” secondo cui Abbas starebbe considerando di sciogliere ufficialmente il comitato e “incorporarlo a uno dei rami o degli uffici del ministero dell’interno, nella Cisgiordania occupata”.

Dalla metà mattina di lunedì, ore dopo la pubblicazione della notizia, non è stato possibile accedere al sito di al-Resalah dagli uffici del giornale Ma’an a Betlemme, in Cisgiordania, anche se il sito era accessibile tramite VPN. Tuttavia uno membro dello staff di al-Resalah a Gaza ha confermato telefonicamente al Ma’an che il sito era visibile in Cisgiordania.

L’ANP di recente ha bloccato 11 siti palestinesi di notizie in Cisgiordania, tutti apparentemente affiliati a Hamas o a Muhammad Dahlan, un rivale politico del presidente Abbas.

Secondo il reportage, “il presidente Abbas non si è opposto ai piani del governo (del primo ministro Rami) Hamdallah per sciogliere il Comitato per i Prigionieri Palestinesi”, citando fonti anonime secondo le quali “la decisione verrà presa in accordo con l’amministrazione statunitense come gesto di buona volontà da parte dell’ANP nei confronti degli interessi politici americani”.

Le fonti hanno anche ipotizzato che la decisione di sciogliere il comitato facesse parte degli sforzi continui da parte dell’ANP di ripristinare i decennali processi di pace.

“Il governo palestinese annuncerà ufficialmente che la decisione di sciogliere il Comitato per i Prigionieri Palestinesi è stata presa a causa della crisi economica, ma la realtà è un’altra, date le pressioni sull’ANP per l’inizio di un altro ciclo di negoziati (di pace) senza precondizioni”, hanno rivelato le fonti al sito al-Resalah.

Issa Qaraqe, a capo del comitato, ha reagito al reportage affermando di non essere stato informato di questi piani di scioglimento. “Non siamo stati informati sulle intenzioni del presidente o di altri membri del governo (palestinese) di congelare il comitato”, ha detto Qaraqe a Ma’an via telefono domenica sera 19 giugno, senza fornire altri dettagli.

Il reportage è uscito pochi giorni dopo che Rex Tillerson, Segretario di Stato americano, ha annunciato che l’ANP ha acconsentito alla rimozione del programma di compensazione dei “martiri”, facendo in seguito marcia indietro dopo che le dichiarazioni sono state negate da fonti ufficiali palestinesi.

Qaraqe ha detto che le affermazioni di Tillerson sono false e rappresentano “un atto d’aggressione contro il popolo palestinese”. Ha inoltre dichiarato al sito di notizie Haaretz che una decisione del genere non avrebbe alcun senso dal momento che significherebbe la fine dei rapporti dell’ANP con la popolazione palestinese.

“Quasi tutti i palestinesi hanno avuto un martire o hanno un familiare che ora si trova in una prigione israeliana”, ha detto Qaraqe, aggiungendo che “chiunque pensi di poter prendere una decisione del genere si sbaglia di grosso”.

Nel frattempo il parlamento israeliano, il Knesset, ha avanzato una proposta di legge che prevede la cessazione dell’invio di una somma annuale quantificata a 1 miliardo di shekel (280 milioni di dollari americani) all’ANP per il finanziamento del programma, il quale fornisce aiuti economici ai palestinesi nelle carceri israeliane e alle loro famiglie, a chi è stato ferito dalle forze militari d’Israele e alle famiglie dei “martiri” palestinesi (i caduti durante attacchi contro lo Stato ebraico o in situazioni in cui non avevano commesso alcun reato).

Il programma di aiuti sociali, partito nel 1966, è stato criticato da Israele per anni. Mentre il grosso dei programmi dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) è stato trasferito nelle mani dell’ANP dopo gli accordi di Oslo del 1998, a seguito delle critiche degli Stati Uniti e dell’approvazione di una serie di leggi mirate al taglio dei fondi all’ANP, la distribuzione dei fondi è poi passata di nuovo nelle mani dell’OLP nel 2014.

Traduzione di Simona Pintus

Gerusalemme-PIC. L’Organizzazione sionista “Monte del Tempio” ha lanciato un appello per l’irruzione in massa nel complesso della Moschea al-Aqsa, per il 29 giugno a partire dalle 7 di mattina.

 

Gerusalemme-PIC e Quds Press. Domenica 25 giugno, circa 90 mila fedeli musulmani hanno eseguito le preghiere del primo giorno di Eid al-Fitr, la festa che segue la fine del mese di Ramadan, nel complesso della Moschea al-Aqsa, a Gerusalemme Est.

Secondo il dipartimento del Waqf, i Beni religiosi islamici, decine di migliaia di Palestinesi hanno affollato al-Aqsa.

Le truppe di occupazione israeliana hanno circondato la Città Vecchia e le sue strade, controllando gli ingressi al complesso di al-Aqsa.

Palloni aerostatici, con telecamere, sono stati sospesi su Gerusalemme Est e sui fedeli musulmani in preghiere.

 

 

La redazione di InfoPal.it augura ai lettori, colleghi, sostenitori e amici musulmani una felice Eid al-Fitr.

Le pubblicazioni riprenderanno martedì 27 giugno.

A view shows buildings in Doha, Qatar, June 9, 2017. REUTERS/Naseem Zeitoon

Yuval Abraham. Middle East EyeIsraele non ha mai approvato l’appoggio del Qatar ad Hamas. Ma ora le Nazioni del Golfo stanno chiedendo che Doha smetta di appoggiare il gruppo palestinese – e Israele teme quello che potrebbe succedere.

Hamas, che controlla Gaza dal 2007, è visto come una filiazione della Fratellanza Musulmana, da molto tempo un alleato del Qatar.

L’emirato ha trasferito centinaia di milioni di dollari a Gaza, assistendo al contempo Hamas dal punto di vista diplomatico e offrendo ospitalità ai suoi dirigenti e militanti in esilio. In maggio il gruppo ha presentato la revisione della sua carta fondamentale a Doha.

Dopo l’ultima guerra a Gaza, nel 2014, il Qatar ha destinato un miliardo di dollari a favore della ricostruzione, di progetti umanitari, per i costi dell’elettricità e per i salari dei dipendenti pubblici.

Alcuni analisti politici affermano che Israele ha consentito il trasferimento di fondi a Gaza – sotto assedio israeliano dal 2007 – per i suoi effetti stabilizzanti, che impediscono o forse rimandano un collasso totale nella Striscia devastata dalla guerra.

Una risposta israeliana contrastante.

Le sanzioni contro il Qatar del 4 giugno sono state salutate come una vittoria da gran parte dell’opinione pubblica e dai media israeliani. Ma la risposta del governo è stata stranamente in sordina.

Eli Avidar, ex-capo della delegazione israeliana in Qatar, ha detto a MEE che Israele dovrebbe sostenere decisamente l’Arabia Saudita ed altri contro il Qatar: “E’ un’opportunità per farla finita con questa storia. Israele dovrebbe esercitare pressioni su Washington, spingere il Qatar a smettere di finanziare il terrorismo, ma non lo sta facendo”.

“Continuo a chiedermi: ‘Perché Israele non è più attivo ed esplicito contro il Qatar?’”

Il ministro della Difesa israeliano, Avigdor Lieberman, è stato l’unico uomo di governo ad aver commentato la crisi. Il 5 giugno, un giorno dopo che il Qatar è stato isolato, ha affermato che l’iniziativa “apre molte possibilità di collaborazione nella lotta contro il terrorismo”.

Un portavoce del ministero degli Esteri ha detto a MEE che ha avuto indicazioni ufficiali di non commentare la situazione e le sue ripercussioni per Israele e la Palestina.

Cosa c’è dietro questa risposta passiva? Molti studiosi, analisti e fonti dell’intelligence indicano che Israele potrebbe avere più da perdere che da guadagnare dalla crisi.

Yoel Guzansky e Kobi Michael, dell’Istituto israeliano per le Ricerche sulla Sicurezza all’università di Tel Aviv, hanno affermato che la crisi è “la più grave dalla fondazione, nel 1981, del Consiglio per la Cooperazione nel Golfo”.

Sostengono che Israele ha un duplice approccio nei confronti del Qatar: “Da una parte, c’è ostilità per il suo appoggio a Hamas e per l’ospitalità che offre ai suoi dirigenti… Dall’altra, Israele attribuisce grande importanza al sostegno qatariota alla ricostruzione della Striscia e al denaro che fornisce per gli stipendi ed i servizi pubblici al suo interno.

“L’interesse israeliano è di appoggiare una mediazione americana che ponga fine alla questione indebolendo il ruolo dell’Iran e di Hamas, ma senza danneggiarne seriamente le azioni positive verso la Striscia di Gaza e di mediazione con Hamas”.

Il loro documento identifica tre possibili esiti che Israele vuole evitare: un rapporto più forte tra l’Iran e Hamas, una crisi umanitaria a Gaza e la presa del potere dell’Autorità Nazionale Palestinese a Gaza.

  1. Timore dell’Iran

Molti osservatori temono che il vuoto creato dall’assenza del Qatar possa obbligare Hamas a cercare una fonte alternativa di sostegno finanziario e si rivolga all’Iran.

Il rapporto di Yoel Guzansky e Kobi Michael sostiene che “Israele comprende che ci sono più vantaggi che svantaggi nella cooperazione con il Qatar, in quanto il Qatar indebolisce l’influenza dell’Iran su Hamas e sulla Striscia di Gaza”.

Shaul Yanai, un ricercatore israeliano sulle questioni mediorientali all’università di Haifa, ha detto a MEE: “Non c’è un segnale di pericolo più grave per l’Egitto, i sauditi, il Kuwait, l’America di Trump e Israele che un’organizzazione palestinese alleata dell’Iran”.

All’inizio di quest’anno Khaled al-Qaddumi, rappresentante di Hamas in Iran, ha detto ad Al-Monitor che l’Iran sta fornendo un continuo aiuto finanziario al movimento, nonostante la polarizzazione su scala regionale tra sciiti e sunniti, e che ci sono incontri regolari.

“L’inizio del 2017 ha inaugurato una nuova era nelle relazioni tra Hamas e l’Iran, che può essere descritta come positiva e rivolta al futuro”, ha affermato.

Nel contempo Ahmed Yousef, ex importante consigliere del leader di Hamas Ismail Haniyah, ha dichiarato a Ma’an che la crisi qatariota – così come l’alleanza tra Israele, l’America e gli Stati sunniti – “incoraggerà i movimenti islamici, come la Fratellanza Musulmana, a fare nuove alleanze con Paesi potenti della regione, come l’Iran, per proteggersi”.

Oltre a ciò, Guzansky e Michael affermano che il desiderio del campo sunnita di vedere l’Autorità Nazionale Palestinese sostituire Hamas nella Striscia non è condiviso da Israele, che, secondo chi lo critica, ha lavorato per mantenere la separazione tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza.

  1. Timori di un’altra guerra

Nel 2014 Israele ha scatenato l’operazione “Margine protettivo” contro Gaza, un attacco di 50 giorni che intendeva indebolire Hamas. Ha causato la morte di più di 2.139 palestinesi, circa un quarto dei quali bambini, di 64 soldati e di 6 civili israeliani.

Un ufficiale israeliano di alto grado, che ha lavorato con il Mossad [il servizio segreto israeliano che opera all’estero, ndtr.] per molti anni e che ha chiesto di rimanere anonimo, ha detto a MEE che, mentre il governo israeliano vuole che il Qatar smetta di finanziare Hamas, “non vuole una crisi umanitaria a Gaza, anche se vi ci stiamo avvicinando”.

“Questa situazione potrebbe portarci allo stesso punto del 2014, quando Hamas è stato spinto in un angolo e l’unico posto a cui potessero sparare era Israele. Suppongo che Israele tema questo scenario, non vuole la destabilizzazione a Gaza”.

Yanai avverte anche che un Hamas disperato che perde il sostegno finanziario, insieme a discorsi su elezioni all’interno della tesa coalizione di governo israeliano, provocherebbe una miscela esplosiva. “Potrebbe rappresentare il terreno fertile per una guerra. Politici disperati tendono a fare la guerra”.

Una seconda fonte dell’intelligence israeliana ha riferito a MEE che Israele, come fa ogni estate, si sta preparando per una guerra a Gaza– ma che non si aspetta che ci sia quest’anno.

Da parte sua Hamas è ancora indebolito dall’ultimo scontro nel 2014. E Israele?

“E’ contro i nostri interessi”, afferma la fonte dell’intelligence. “Israele desidera mantenere lo status quo nella Striscia”.

Dal 2004 Israele ha condotto sette offensive contro Gaza in risposta a razzi lanciati dalla Striscia. I critici affermano che questo status quo di guerra è alimentato da una mancanza di soluzioni diplomatiche del problema dei rifugiati palestinesi e dall’occupazione militare israeliana.

  1. Timore dell’Autorità Nazionale Palestinese

Domenica il governo israeliano ha accettato di ridurre la fornitura di elettricità a Gaza su richiesta del presidente dell’ANP Abbas.

L’iniziativa è vista come un tentativo da parte dell’ANP, che controlla la più vasta Cisgiordania, di indebolire il suo rivale politico. Secondo la Reuters, Tareq Rashmawi, il portavoce dell’ANP, ha chiesto che Hamas trasferisca all’ANP ogni responsabilità delle istituzioni di governo a Gaza”.

Ma lunedì Israel Katz, ministro israeliano e membro del governo per il Likud, all’annuale Convenzione Israeliana per la Pace, ha criticato questa riduzione [di energia elettrica, ndt.], affermando che “Israele non ha una politica nei confronti di Gaza”.

E il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto che Israele “non vuole assistere a un’escalation” a Gaza, descrivendola come “una disputa interna palestinese”.

L’ufficiale che ha lavorato con il Mossad ha ribadito questa opinione: “Mi risulta difficile spiegare la politica israeliana verso Gaza. Non ha una logica”.

“La riduzione della fornitura di elettricità potrebbe essere una sorta di pressione tattica su Hamas, in modo che accetti di restituire i corpi dei soldati israeliani e i tre israeliani che tengono prigionieri”.

Ma Hamas ha raggiunto il punto critico.

Lunedì ha scritto su Twitter che la decisione “accelererebbe l’aggravamento e l’esplosione della situazione nella Striscia”.

Una fonte dell’intelligence israeliana ha dichiarato a MEE che un altro scontro a Gaza è solo questione di tempo. “Se non quest’anno, sarà il prossimo, e sennò, quello dopo ancora di sicuro”.

Traduzione di Amedeo Rossi per Zeitun.info

Nasim Ahmed. Middle East Monitor.

I funzionari israeliani devono essersi pestati i piedi a vicenda nella loro corsa per appoggiare il blocco contro il Qatar guidata dai sauditi. “I Paesi arabi sunniti, tranne il Qatar, si trovano sulla nostra stessa barca, in quanto tutti vediamo un Iran con potenza nucleare come la principale minaccia contro tutti noi”, ha detto l’ex-ministro della Difesa israeliano Moshe Ya’alon.

Il blocco ha rappresentato una “nuova linea tracciata nella sabbia mediorientale”, ha twittato l’ex-ambasciatore israeliano nato negli USA Michael Oren, godendosi lo scompiglio regionale. “Non (è) più Israele contro gli arabi, ma Israele e gli arabi contro il terrorismo finanziato dal Qatar”, ha aggiunto.

Il ministro della Difesa Avigdor Lieberman ha descritto la crisi come un opportunità per Israele e “alcuni” Stati del Golfo. “E’ chiaro a chiunque, persino ai Paesi arabi, che il vero pericolo per l’intera regione è il terrorismo” , a insistito. L’estremista di destra ha aggiunto che il blocco guidato dai sauditi ha tagliato i rapporti con il Qatar “non a causa di Israele, non a causa degli ebrei, non a causa del sionismo,” ma “piuttosto per paura del terrorismo”

La gioia per la punizione di un Paese che i funzionari israeliani descrivono come una “spina nel fianco” solleva ogni sorta di domande, non ultima il rapporto tra l’assedio imposto al Qatar e la legge presentata dal parlamentare repubblicano Brian Mast per imporre sanzioni riguardo all’appoggio straniero al “terrorismo palestinese”, ed altre proposte.

Presentando la legge bipartisan (H.R. 2712 Palestinian International Terrorism Support Prevention Act of 2017 [Legge per la Prevenzione dell’Appoggio al Terrorismo Internazionale Palestinese]) il deputato Joshua Gottheimer ha affermato: “Sono orgoglioso di guidare questo tentativo di indebolire Hamas, una rete terroristica efferata responsabile della morte di troppi civili innocenti, sia israeliani che americani”. Secondo lui “la nostra legge bipartisan garantisce che chiunque fornisca assistenza a questo nemico degli Stati Uniti e a Israele, il nostro alleato vitale, dovrà fare i conti con la forza e determinazione del nostro Paese”.

Nelle loro conclusioni i sostenitori [della legge] hanno affermato che Hamas ha ricevuto un appoggio significativo sia finanziario che militare dal Qatar. Essi hanno citato la conferenza stampa allo Sheraton di Doha in Qatar, in cui Hamas ha presentato il proprio nuovo “Documento dei Principi Generali e delle Politiche”, definito la nuova carta del movimento. “Mentre questo documento intendeva trasmettere al mondo un’immagine più moderata riferendosi ai confini del 1967”, la legge sostiene che il “documento di Hamas, (che) non abroga né sostituisce la carta fondamentale… invoca ancora una prosecuzione del terrorismo per distruggere Israele”.

La legge, che propone di autorizzare sanzioni contro qualunque entità o governo stranieri che forniscano appoggio ad Hamas, continua affermando che “dovrebbe essere la politica degli Stati Uniti impedire ad Hamas, alla Jihad Islamica Palestinese (JIP) o a qualunque loro affiliato o successore di avere accesso alle sue reti di appoggio internazionale”.

Prendendo nota delle implicazioni della legge, vale la pena ricordare che la maggior parte dei propositi di questa nuova norma è in realtà superflua, tranne la parte sul Qatar. Come ha evidenziato il “Centro Arabo” di Washington – un’organizzazione di ricerca per la promozione della comprensione politica, economica e sociale tra gli arabi e gli USA -, la legge proposta introduce sanzioni già previste dall’attuale legislazione. Hamas e la JIP sono entrambe definite come “Organizzazioni Terroristiche Straniere” (FTOs in inglese) ed “Entità Terroristiche Globali Conclamate” (SDGTs in inglese) rispettivamente dallo Stato USA e dal Dipartimento del Tesoro. In questo contesto è già illegale per enti o istituzioni degli USA appoggiare questi gruppi. Perciò le sanzioni proposte in questa legge che riguardano la giurisdizione USA sono superflue.

Inoltre, sottolinea il “Centro Arabo”, anche prendere di mira in modo formale l’Iran è inutile perché Teheran è già stato dichiarato dal Dipartimento di Stato uno Stato che sostiene il terrorismo e c’è già il divieto di esportare armi, servizi finanziari e tecnologici ed aiuti in Iran. Resta solo il Qatar, che in base a questa legge dovrebbe essere l’unico nuovo bersaglio. Il modo furtivo dell’attacco al Qatar non nasconde le vere intenzioni dei sostenitori della legge. “Sono orgoglioso”, ha detto Gottheimer, “di appoggiare la “Legge per prevenire l’appoggio al terrorismo internazionale palestinese che farà pagare un prezzo a Paesi come il Qatar per il loro appoggio al terrorismo. Nella lotta contro il terrorismo non ci sono vie di mezzo. Se tu appoggi il terrorismo, prima o poi giustizia verrà fatta”.

Quindi, cosa c’entra questo con Israele? Mentre Israele non è stato in grado di unirsi direttamente alla mossa guidata dai sauditi per imporre il blocco al Qatar, ciò non gli ha impedito di partecipare a un notevole lavoro di pressione dietro le quinte con gli UAE [Emirati Arabi Uniti, ndt.] per ottenere quello che in realtà è una parte della legislazione presentata contro il Qatar e portare avanti il lavoro preparatorio necessario per un blocco di queste dimensioni.

Si afferma che i sostenitori della legge alla Camera includono un certo numero di legislatori che hanno ricevuto sostanziose donazioni dai lobbisti filo-israeliani così come da quelli che sostengono l’Arabia Saudita. In effetti si riferisce che dieci parlamentari USA che appoggiano la legge contro il Qatar hanno ricevuto più di 1 milione di dollari negli ultimi 18 mesi da lobbisti e gruppi di pressione legati ad Israele, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

Lo scrittore e commentatore Trita Parsi ritiene che le similitudini tra la “lista dei terroristi” delle Nazioni arabe alleate degli USA e la legge H.R. 2712 dimostra una crescente collaborazione tra gli Stati arabi del Golfo e Israele. “La cooperazione tra gruppi filo-israeliani che sostengono la linea dura, gli EAU e l’Arabia Saudita sta andando avanti da un po’ di tempo,” ha detto Parsi ad Al-Jazeera. La novità, ha proseguito, è vedere i gruppi filo-israeliani come la “Fondazione per la Difesa delle Democrazie” “uscirsene con (articoli) filo-sauditi e fare pressione per loro (i sauditi) al Congresso”.

All’inizio di questo mese è stata riferita anche da “The Intercept” [sito web statunitense di controinformazione legato a Wikileaks, ndt.] la promozione di una narrazione politica per appoggiare l’assedio. Si afferma che mail inviate da un gruppo chiamato “Global Leaks” hanno evidenziato che l’ambasciatore degli EAU negli USA, Yousef Al-Otaiba, e la fondazione – un gruppo di esperti filo-israeliani e neoconservatori – hanno lavorato insieme per demonizzare il Qatar. Le mail ottenute da “The Intercept” mostrano la collaborazione tra la FDD e gli EAU con giornalisti che hanno pubblicato articoli che accusavano il Qatar e il Kuwait di appoggiare il “terrorismo”.

Non è quindi sorprendente che la principale ragione di questo blocco abbia poco senso. Per l’Arabia Saudita e per gli EAU accusare il Qatar di appoggiare il terrorismo è come il bue che dà del cornuto all’asino. Se ci fosse una qualche sostanza alle accuse, allora gli USA non avrebbero appoggiato un recente accordo per gli armamenti con il Qatar e Washington non avrebbe mantenuto lì un’importante base militare. Le ragioni addotte per il blocco non hanno alcun valore. Oltretutto il blocco del Qatar non può essere preso in considerazione separatamente dai tentativi in corso negli USA per eliminare la resistenza palestinese in nome della lotta contro il terrorismo. Né il Qatar né alcun Paese del Golfo trae alcun beneficio da questa situazione di stallo; per il maggior beneficiario bisogna guardare ad Israele.

Traduzione di Amedeo Rossi per Zeitun.info.

PIC. Venerdì, ultimo giorno di Ramadan, una serie di manifestazioni di sostegno alla Palestina si sono svolte in diverse località iraniane e nel mondo, per celebrare il Giorno internazionale di Gerusalemme, o Yawm al-Quds.

I manifestanti hanno condannato i crimini israeliani contro il popolo palestinese e le aggressione alla Moschea al-Aqsa.

 

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