Infopal

News agency on Palestine and Middle East
Subscribe to feed Infopal

Di Soccorso medico per i bambini palestinesi

Napoli a Gaza.
Sono appena arrivati a Gaza il team di chirurgia pediatrica, composto dai chirurghi Bruno Cigliano, Sergio D’Agostino e dall’anestesista Raffaele Aspide, assieme agli oncologi Gianpiero Cione e Luciano Keller. I due team saranno operativi presso lo Shifa Hospital, visitando i nostri piccoli pazienti, portando avanti gli interventi chirurgici ed il training del personale locale.

Ramallah – PICL’Osservatorio Euro-Mediterraneo per i diritti dell’Uomo ha pubblicato una relazione statistica in cui viene reso noto che le forze israeliane, durante i primi tre mesi del 2016, hanno distrutto più di 120 progetti dell’Unione Europea in Cisgiordania.

Il rapporto accusa i partiti europei di starsene con le mani in mano di fronte alle violazioni israeliane e agli attacchi aggressivi condotti contro la Striscia di Gaza nel corso degli ultimi anni e che hanno portato a danneggiare numerosi progetti finanziati dall’UE.

L’Euro-Med ha dichiarato che «la demolizione israeliana e la confisca dei progetti finanziati dall’UE sono aumentati dopo che gli stati europei, lo scorso anno, hanno adottato misure per contrassegnare i prodotti delle colonie israeliane».

Il rapporto stima 65 milioni di euro di aiuti finanziari dell’UE persi dal 2001.

È stata documentata la perdita di almeno 23 milioni di euro durante l’aggressione israeliana contro Gaza nel 2004.

Il rapporto dell’Euro-Med ha, inoltre, invitato l’UE ad indagare e divulgare i dati relativi alle operazioni di demolizione israeliana e ha chiesto ad Israele di pagare i risarcimenti necessari.

Ha, inoltre, chiesto di applicare sanzioni ad Israele qualora proseguisse tali pratiche senza bloccare l’aiuto e l’investimento dell’UE.

Traduzione di Giovanna Vallone

Qalqiliya-Quds Press, PIC e Ma’an. Venerdì, quattro Palestinesi sono stati feriti e decine asfissiati da lacrimogeni lanciati dalle forze di occupazione contro i partecipanti alle manifestazioni settimanali contro la confisca di terre palestinesi e a sostegno dell’Intifada di Gerusalemme.

A Kafr Qaddum, nel distretto di Qalqiliya, le forze israeliane hanno sparato proiettili di acciaio rivestiti di gomma, lacrimogeni e usato idranti contro i manifestanti, ferendo una persona alle gambe. A decine sono rimasti intossicati dall’inalazione di lacrimogeni. Anche le cittadine di Ni’lin e Bil’in sono state oggetto di aggressioni da parte dell’esercito israeliano: diverse donne e bambini sono rimasti asfissiati da gas lacrimogeni.

Fonti mediche palestinesi nella città di Betlemme ha dichiarato che un giovane è stato ferito venerdì sera dalle forze israeliane. I soldati di stanza presso la “Tomba di Rachele” (la Moschea Bilal bin Rabah), a nord di Betlemme, hanno aperto il fuoco contro un giovane palestinese del campo profughi di Aida, che è rimasto ferito.

Fonti mediche all’ospedale governativo di Beit Jala hanno riferito di aver curato un giovane ferito da proiettili israeliani. Nella Striscia di Gaza un Palestinese è stato ferito durante scontri scoppiati vicino alla barriera di separazione adiacente al valico di Karni, a est di Gaza. Il dott. Ayman al-Sahbani dell’ospedale al-Shifa di Gaza ha dichiarato a Ma’an che un giovane di 24 anni è stato ferito a un piede dalle forze israeliane. Le forze israeliane hanno aperto il fuoco contro giovani manifestanti a est del campo profughi di al-Bureij.

L’ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha reso noto che 2.068 Palestinesi sono stati feriti dalle forze israeliane dall’inizio dell’anno.

 

Londra-PIC. La giovane palestinese di 15 anni, Luan Muhammad Ali, ha saputo trasmettere, con un linguaggio chiaro in lingua inglese, la sofferenza dei rifugiati palestinesi che sono stati espulsi dalle loro terre nel corso di quasi sette decenni sottolineando, inoltre, la tragedia dell’infanzia nel mondo dei  rifugiati durante questo periodo di occupazione israeliana.

La ragazza, originaria del campo nord dei rifugiati nel sud del Libano, ha esaminato, nel suo discorso, i vari ostacoli della vita cui devono far fonte i rifugiati del campo, soprattutto, il lavoro, il viaggio e di vivere liberamente come tutti gli altri esseri umani, esprimendo la speranza di avere una vita dignitosa.

La commissione della Conferenza annuale dei bambini a Londra Speakout ha assegnato il premio a Luan, grazie al discorso lodevole e esplicito con cui ha trasmesso la sofferenza della popolazione palestinese e dei bambini. Luan stringeva nella mano sinistra la medaglia della conferenza annuale e nella destra la bandiera della Palestina.

Traduzione di Giovanna Vallone

 

Jenin–Ma’an. Giovedì sera un giovane palestinese è stato ucciso e altri tre sono rimasti feriti durante una sparatoria fra palestinesi nel campo profughi di Shufaat, nella Gerusalemme Est.

Secondo quanto riferito da Luay Irziqat, portavoce della polizia palestinese, Ahmad Muhammad Jaradat, 27, del villaggio di Silat al-Harthiya, vicino al distretto di Jenin, a nord della Cisgiordania occupata, è stato ucciso sul colpo, mentre altri tre palestinesi, tutti del distretto di Jenin, sono rimasti feriti, uno dei quali in modo grave.

Il portavoce ha dichiarato che è stata aperta un’indagine sul caso.

Traduzione di F.G.

Imemc. Venerdì mattina le navi della marina militare hanno aperto il fuoco su numerose barche da pesca palestinesi entro le sei miglia nautiche dalla costa di Gaza, costringendole a tornare a riva senza aver pescato.

L’agenzia news WAFA ha dichiarato che la marina ha preso di mira perlomeno quattro barche, nell’area del Mare Sudaniyya, a nord–ovest di Gaza, danneggiandone due.

I pescatori sono dovuti tornare a riva, temendo altri spari; non sono stati riportati feriti.

L’attacco fa parte delle violazioni e degli assalti quotidiani contro i pescatori, in aggiunta agli attacchi contro contadini e lavoratori nelle terre palestinesi vicine alle recinzioni di confine.

Traduzione di F.G.

Memo. Di Matt Kennard. Durante lo scorso decennio ho investigato su come il Racket – una rete globale di compagnie multinazionali, investitori e istituzioni multilaterali – controlli le politiche del mondo e sia sicuro che tutto rientri nei propri interessi. Il ruolo maggiore nell’indirizzare queste energie è svolto dal governo degli Stati Uniti e dalle sue diverse agenzie, ma chiaramente l’esercito Usa è pronto a intervenire se le cose sfuggono al controllo. Il Medio Oriente è stato per secoli la vittima di domini e sfruttamenti delle forze imperiali del momento, e nulla cambia nell’«era americana». La regione è stata un crogiolo in cui molti di questi interessi economici sono stati brutalmente imposti, dall’imperialismo economico convenzionale o dal controllo geopolitico che ne è il prerequisito.
Un esempio di ciò si è avuto in una casetta sulle colline di Gerusalemme est, dove sono stato testimone di un microcosmo in cui un popolo viene annientato a fuoco lento. Nessun americano che segua i giornali istituzionali o che guardi i notiziari convenzionali può avere idea di ciò che sta succedendo. Ma vedere i fatti svolgersi davanti ai propri occhi non può non far riflettere sul crimine enorme perpetrato con le tasse pagate dal popolo americano e con l’aiuto diplomatico.
Ho passato una settimana dormendo sul pavimento della famiglia Hanoun – marito, moglie e tre bambini, tutti palestinesi. Ero lì con l’International solidarity movement (Ism) – un coraggioso collettivo di attivisti internazionali che cerca di aiutare i palestinesi che resistono con la non violenza all’oppressione israeliana. Gerusalemme est sarebbe dovuta diventare, secondo il diritto internazionale e secondo la morale fondamentale, la capitale del futuro stato palestinese. Dopo la guerra dei 6 giorni del 1967 Israele ha occupato illegalmente Gerusalemme est, contravvenendo al diritto internazionale, e non se n’è più andato. Anzi, Israele si è impegnato per prendersela tutta. Nella guerra su Gaza del 2014, gli israeliani hanno ucciso più di 2000 palestinesi, la maggior parte dei quali civili. Nei media israeliani si discute dello svuotamento di Gaza per farla diventare una attrazione turistica israeliana.
Ma nel periodo in cui mi trovavo lì l’argomento più pressante era lo sforzo compiuto da una compagnia di coloni israeliani volto a ripulire Gerusalemme est dalla sua popolazione araba, specificatamente, in quel periodo, del quartiere di Sheikh Jarrah, che si trova in una bella valle rivolta verso Betlemme. Anche degli attivisti di lungo corso dormivano lì, pronti a documentare ciò che tutti si aspettavano essere uno sfratto imminente. Alcuni mesi più tardi, alle 5.30 del mattino, la polizia di frontiera israeliana arrivò per sfrattare con la forza la famiglia Hanoun (talmente con la forza che si è dovuto portare all’ospedale il figlio Rami). Anche gli attivisti vennero sfrattati, e stessa sorte subirono i manifestanti che si riversarono a protestare in strada. Agli Hanoun venne offerta una tenda dalla Croce rossa. Fu il culmine di un programma decennale di intimidazioni e soprusi subiti dalla comunità di Sheikh Jarrah, che distrusse vite per placare il tipo più marcio di fanatismo religioso. Sheikh Jarrah si trova in una valle sotto l’hotel American Colony, dove Tony Blair, ex primo ministro britannico e probabilmente maggior servitore del mondo del racket americano, soggiornò in una suite di lusso allorché omaggiò Gerusalemme con la sua presenza in veste di «inviato di pace» del racket. Dalle finestre degli Hanoun l’hotel di Blair era distante 30 metri; sicuramente Blair, durante la sua nuotata mattutina, vedeva la casa degli Hanoun. Prima che contattassi il suo portavoce Blair non aveva nulla da dire sullo sfratto degli Hanoun, né si espresse dopo i fatti. Questo su un lato della valle. Sull’altro lato il consolato britannico faceva capolino dal picco ad alta protezione. Il consolato britannico ha fatto poco di più, definendo lo sfratto «terribile», pur senza aver fatto nulla di concreto per fermare questa oscenità. Il silenzio degli Stati Uniti fu ancora più assordante. La famiglia Hanoun, così come molti palestinesi, è stata vittima del terrore per decenni nella lotta contro i tentativi da parte israeliana di prendersi la loro casa. Maher Hanoun, che continuò a guidare la resistenza, una sera mi ha parlato con calma, fumando una sigaretta dopo l’altra, raccontandomi cosa aveva passato la sua famiglia. Il padre di Maher era un profugo della Nakba, la «catastrofe», come i palestinesi definiscono la fondazione di Israele del 1948, quando gruppi ebraici paramilitari espulsero 800 mila palestinesi con la violenza dalle loro case. Il padre di Nablus venne fatto evacuare da Nablus, e il nonno di Maher venne fatto evacuare, negli stessi giorni, da Haifa. Il governo giordano diede loro le case a Gerusalemme est nel 1956 come risarcimento, e li dichiarò proprietari nel 1962. Maher è nato nel 1958, per cui ha passato la vita intera ed ha fatto crescere i suoi bambini nella sua casa. La compagnia di coloni israeliani, la Nahalat Shimon, appoggiata dal tribunale israeliano, ha utilizzato un contratto vecchio cent’anni, del periodo ottomano, per reclamare la proprietà. Come in tutta Gerusalemme est, gli israeliani hanno provato a corrompere Maher con una mazzetta, per indurlo ad andarsene pacificamente. Egli rifiutò. «Questa è casa mia», mi ha detto. «Non avrei più rispetto per me stesso se vendessi la mia casa per denaro. Vogliono costruire una colonia sui nostri cuori, sui nostri sogni». Alla fine ce l’hanno fatta. La tattica degli israeliani è stata quel che Maher definisce «tortura lenta», fatta di arresti, corruzione e violenza. Nel 1998, dopo il rifiuto di Maher di pagare un affitto ai coloni, i sodati arrivarono a casa sua, mentre sua madre era gravemente malata di leucemia, e portarono via tutti i mobili, compreso il letto. Maher li aveva supplicati di lasciare il letto, per lasciar morire sua madre in pace. Nel 2002 gli israeliani infine ce la fecero a cacciare di casa gli Hanoun per 4 anni, fino al 2006. Nel 2002 le sue due figlie avevano 9 e 13 anni. Tra la residenza di Blair e il consolato si trovava una tenda improvvisata, nella quale una donna 62 enne viveva dopo che i coloni le avevano requisito la casa. All’inizio i coloni le presero solo due pezzi di casa, così lei visse accanto a loro per un po’: poi venne cacciata. Suo marito ebbe un infarto quando i militari presero possesso con la violenza della casa, con l’aiuto di oltre 50 militari (nella notte in cui Barack Obama vinse le elezioni, nel 2008). Dopo due settimane di ospedale l’uomo ebbe un secondo infarto e morì. La famiglia rifiutò nuovamente una mazzetta del valore di milioni di dollari dagli israeliani, e non lasciò l’abitazione. «Ora non ho una vita», mi disse la donna dalla sua tenda. «Senza mio marito e la mia casa non c’è vita. Spero che con l’aiuto di Dio questa occupazione finisca e che si possa tornare alle nostre case». Non ne seppi più nulla di questa donna dopo la cacciata violenta dalla propria casa per mano delle forze israeliane, ma in un articolo che ho letto ho appreso che anche la sua tenda venne distrutta. Camminai da Sheikh Jarrah al consolato britannico (distante 5 minuti) e chiesi a Karen McLuskie, la portavoce, quale fosse la linea degli inglesi sulla pulizia etnica o su quella che dovrebbe essere la futura capitale della Palestina. «La posizione della Gran Bretagna è che Gerusalemme debba essere la capitale condivisa di due stati», mi rispose. «Penso che ciò che succede a Shikh Jarrah purtroppo non è un’eccezione. Ci sono molti posti intorno a Gerusalemme dove questo tipo di azioni succedono – demolizioni, sfratti e incoraggiamento ai coloni». Lei volontariamente si rifiutò di commentare ciò che fa il governo britannico per fermare questa distruzione illegale e disumana di Sheikh Jerrah, ma ammise che «l’annessione di Gerusalemme semplicemente rende più difficile raggiungere un accordo di pace, elimina le opzioni». Dopo aver contattato il portavoce di Blair mi fu risposto che «Blair ha sollevato la questione presso il governo israeliano». E che «la questione rimane aperta». Chiesi se Blair sarebbe potuto scendere a 3 minuti di distanza, dagli Hanoun, a parlare della loro difficile situazione. La portavoce mi rispose che «il personale del suo ufficio ha già visitato la famiglia sfrattata». Da notare il tempo al passato. Forse nel momento in cui gli Hanoun vennero sfrattati Blair aveva mandato un emissario alla loro tenda. Gli americani invece rifiutarono un’intervista. Osservando Gerusalemme est e l’area circostante si notano numerosi pezzi di terra senza abitazioni. Se Israele avesse voluto costruire (illegalmente) nuovi insediamenti senza dover cacciare dei palestinesi, lo spazio ci sarebbe stato. Il concentrarsi su Sheikh Jarrah e altre aree è un processo di pulizia etnica, la trasformazione di Gerusalemme est in una Gerusalemme ebraica unificata. Come chiese Maher: «Perché non costruiscono un insediamento su qualsiasi altro terreno»? L’unica cosa buona dell’amministrazione Netanyahu-Lieberman, al potere allora, era che loro erano molto più onesti sul loro programma di colonizzazione rispetto ai loro predecessori del «centro». L’amministrazione Netanyahu voleva liberarsi di alcuni «avamposti» in cambio di una continua espansione a Gerusalemme est e una «naturale crescita» nelle colonie già esistenti in Cisgiordania. Questa era la stessa politica negoziata da Ehud Olmert e George W. Bush prima della conferenza di Annapolis nel 2007. Ma Netanyahu fu più onesto nel dire che ciò avrebbe prevenuto la possibilità di uno stato palestinese. «Non vedo come possiamo avere una capitale se non c’è la terra, né case, né popolo», concorda Maher. La fase successiva nel tentativo di ripulire la futura capitale putativa della Palestina dalla sua popolazione indigena ha riguardato l’area di Al-Bustan, a Silwan, che si trova nella valle che scende dalla Cupola della Roccia e dalle mura occidentali. Quando arrivai in Israele la prima volta feci il tour della Città di Davide, che consiste in una stravaganza propagandistica israeliana di tre ore (fatta passare per esperienza archeologica). Re Davide, nella tradizione biblica, è considerato il primo condottiero ad aver edificato sul suolo di Gerusalemme, e suo figlio Salomone è considerato colui il quale ha edificato il primo tempio nel 960a.c. Nel 2005 alcune scoperte archeologiche hanno cercato di dimostrare questi fatti. Ora il governo israeliano programmò di convertire le abitazioni degli abitanti di Silwan in un parco tematico archeologico: 88 abitazioni di circa 1500 palestinesi avrebbero dovuto essere demolite. Alla fine del tour attraversammo la via d’acqua costruita per collegare la città vecchia alla sorgente fuori le mura. Quando uscii al termine del tour non mi resi conto che la sorgente si trovava a Silwan. Alcuni giorni più tardi mi recai alle tende dove la popolazione di Al-Bustan stava attivandosi contro la distruzione delle loro case, e mi resi conto, osservando i turisti ricondotti in autobus in cima alla collina della «Città di Davide», dove in realtà ero stato portato. Ancora una volta, come a Sheikh Jarrah, la gente era combattiva. «Se demoliscono la mia casa dovranno demolire anche il mio corpo, morirò per la mia terra», disse Zaid Ziuliany, 54 enne che viveva con la sua famiglia nella casa «38» che avrebbe dovuto essere demolita. «Dove dovremmo andare»? egli si chiese. «Dovremmo dormire tutti per la strada»?In Tunisia il popolo era riuscito con successo a prevalere sul despota appoggiato da Francia e Stati Uniti. Incontrai Mustafa e Kamal nell’avenue Bourguiba, dove protestavano nel gennaio 2011 per liberarsi del dittatore che aveva governato il loro paese con il pugno di ferro per 23 anni. Da allora la Tunisia è cambiata molto. Mangiammo insieme al ristorante Opium, uno dei tanti ristoranti che si trovano nel viale in stile francese intitolato al dittatore Zine al-Abidine Ben Ali. «Prima non avremmo potuto farlo», disse Mustafa, un 25 enne originario di Tabarka, nel nord della Tunisia. «L’unica cosa che avrei potuto dirti era quanto grande era Ben Ali, che brav’uomo egli fosse». «Se volevi parlare di politica in un bar e la polizia ti sentiva saresti finito in prigione», mi disse Kamal con nonchalance. «Ora ti posso dire ciò che voglio».

Fu strano arrivare a Tunisi e ascoltare racconti di repressione e abusi polizieschi del periodo di Ben Ali. Non ne avevo mai sentito parlare. Prima che questo despota appoggiato da Francia e Stati Uniti venisse rovesciato, nessuno in Occidente sembrava preoccuparsi di far sapere che stavamo sostenendo uno stato di polizia in una delle destinazioni turistiche più popolari della Gran Bretagna. Quando nel 1987 Ben Ali venne al potere con un colpo di stato, gli Usa fornirono aiuti militari per 349 milioni di dollari. Il tiranno venne istruito all’ex scuola dei servizi dell’esercito americano a Fort Holabird, nel Maryland, come molti altri mostri di altre parti del mondo. Ma il passo successivo della connivenza occidentale nella sottomissione del popolo tunisino è stata la paura mediatica e politica diffusa riguardo al partito democraticamente eletto An-Nahda, che era un partito islamista. Il percorso che passa per l’armare attivamente un dittatore «cleptocratico» per giungere a spingere i tunisini ad appoggiare i «valori occidentali» è certamente familiare.

Franz Fanon scrisse ne «I dannati della terra»: «Appena il nativo inizia a spingere sul proprio equilibrio e a creare ansia nel colonizzatore, egli viene affidato ad anime benintenzionate che… gli indicano le specificità e il benessere dei valori occidentali».

Ogni tunisino ragionevole ovviamente è pronto a constatare che il principale valore occidentale nel proprio paese consiste nell’appoggiare i dittatori. Inizialmente, quando la gente veniva colpita dai cecchini nelle strade di Tunisi, Hillary Clinton – allora Segretario di Stato – disse che gli Usa «non volevano schierarsi» ed espresse preoccupazione per l’effetto di «agitazione e instabilità» sulle relazioni tra Usa e Tunisia. Alla fine ci furono più di 200 vittime.

Dopo la vittoria della rivoluzione, Clinton e il presidente francese Sarkozy elogiarono il «progresso» nel paese, esprimendo altresì preoccupazione per l’eventuale imposizione, da parte di An-Nahda, di un dittatore in stile iraniano sul popolo tunisino (a loro non sarebbe interessato se la dittatura fosse stata in stile Pinochet).
Gli eventi si svilupparono secondo il tipico modus operandi imperiale statunitense durante una rivolta popolare contro un dittatore satrapo.

Funziona così: viene dimostrata pubblica ambivalenza per le proteste e viene fornito allo stesso tempo appoggio pubblico al tiranno quando non è chiaro se la rivolta avrà successo. Poi, quando si capisce che il tiranno non sarà in grado di resistere, si passa all’appoggio pubblico per la rivolta, e contemporaneamente all’aiuto per lo stesso regime privato delle figure ormai screditate. Un tale metodo ha funzionato in Egitto: gli egiziani, da tempo sofferenti, ora hanno il mubarakismo senza Mubarak. Per la Tunisia è diverso.

Come direbbe Fanon, quelli che erano ultimi ora sono primi, mentre chi era primo ora è ultimo (o in esilio in Arabia Saudita nel caso di Ben Ali). La paura di An-Nahda era fuori luogo, e basata sul desiderio occidentale di mantenere uno stabile controllo. C’è una miriade di chiare differenze tra la Tunisia e l’Iran del 1979, anno in cui la rivoluzione rovesciò un altro tiranno torturatore, appoggiato dall’Occidente, lo Scià. Intanto An-Nahda aveva formato una coalizione che comprendeva i socialisti secolari e i democratici secolari, per formare il governo. Il presidente, Moncef Marzouki, è un attivista secolare per i diritti umani che ha passato decenni in clandestinità a combattere le atrocità appoggiate dagli Stati Uniti contro i dissidenti in Tunisia.
Poi, la società civile tunisina è impegnata in un processo di continua crescita. Uno dei modelli retrogradi, che si nota in un Medio Oriente punteggiato di dittature appoggiate dagli Stati Uniti, ci indica che l’islamismo è spesso l’unico modo per esprimere malcontento per lo stato di cose attuale. Lo spazio per i movimenti laici di sinistra è stato schiacciato da quando il panarabismo nasseriano in Egitto ha preoccupato abbastanza gli Usa da attuare l’estinzione della sinistra in tutta la regione (con l’aiuto di Israele, timoroso dell’efficacia del nazionalismo secolare di Fatah nei Territori occupati). Partito  Ben Ali, il coperchio del calderone è stato tolto. Era possibile per i giovani – anzi, per tutti – respirare, c’erano opportunità di occuparsi liberamente di politica e di pensare fuori dal coro.

Ora, fuori dal coro il panorama è più ampio dell’islamismo. Ci vorrà tempo – forse un paio di generazioni – ma la sinistra laica ora può crescere e diventerà senza dubbio più significativa. Molte delle rivoluzioni della Primavera araba sono state guidate dalla giovane sinistra secolare informatizzata – particolarmente in Tunisia e in Egitto, con i loro vasti movimenti dei lavoratori. Al contrario, gli islamisti – che in vario modo avevano una relazione simbiotica con le dittature appoggiate dagli Usa con cui erano in guerra – diventeranno via via più irrilevanti con lo svanire di questi stati di polizia. Avranno meno presa e le loro politiche affronteranno la notevole prova dell’autorità.

Terzo, l’esercitò in Tunisia si è comportato con nobiltà, diversamente da come ha agito l’esercito egiziano. Ben Ali è fuggito in seguito al rifiuto dell’esercito di ammazzare il proprio popolo, rendendosi molto popolare nel paese. C’è poco da temere che l’esercito attui un golpe contro la democrazia nata dalla Rivoluzione dei gelsomini. Il ritornello che si è sentito spesso a Tunisi è: «Loro stanno con il popolo». E’ comprensibile: senza di loro Ben Ali potrebbe essere ancora al suo posto, e un fiume di sangue avrebbe potuto inondare il viale Habib Bourgiba. All’Opium bar Mustafa mi ha detto di aver votato per il Cpr, un partito laico di sinistra guidato da Marzouki, poiché egli pensa che il suo programma sia vantaggioso per l’economia e per le donne. Ma egli, mi ha detto, non teme An-Nahda: «Mi piacciono», ha aggiunto.

Kamal, invece, ha votato An-Nahda perché egli pensa che siano «Brave persone… Non sono estremi. I salafiti sono pazzi, ma non sono molto importanti qui».
Chiaramente, a spaventare l’Occidente più di qualsiasi islamista è una sinistra laica rivoluzionaria opposta all’ordine neo-liberista da noi imposto negli ultimi 40 anni. In conclusione, ciò che farebbe male sarebbe questo. Gli stessi islamisti hanno spesso accolto ben volentieri istituzioni di Bretton Woods e l’ordine economico neo-liberalista. Con i soliti sospetti ora occupati a cercare di imporre ordini in Tunisia, era quasi impossibile per i partiti al governo cercare qualcosa di diverso (anche volendolo). Per ora la Tunisia ha seguito i dettami di Bretton Woods e degli Stati Uniti alla lettera, privatizzando molti suoi beni statali (facendo gonfiare il portafoglio di Ben Ali) e svuotando le istituzioni pubbliche e i finanziamenti per carburanti e cibo.

In molti ora paragonano An-Nahda al Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp) in Turchia, e non è un segreto che l’Akp è stato un sogno per gli affari e i capitali internazionali. Da quando è al potere l’Akp ha privatizzato un mucchio di beni pubblici, compresa la Tekel, la compagnia statale del tabacco e dell’alcol, che l’Akp concordò di vendere nel pacchetto degli aggiustamenti strutturali collegati a un accordo di prestito per 16 milioni di dollari con il Fondo monetario internazionale. Prima che Erdogan iniziasse a comportarsi come un nuovo sultano, la stampa affaristica andava a braccetto con l’Akp. Per questo motivo mi sono preoccupato per la Tunisia – non per gli islamisti, bensì per i neo-liberali.  Come pensa Fanon: «L’apoteosi dell’indipendenza è diventata la maledizione dell’indipendenza, e il potere coloniale, tramite le immense risorse della coercizione, condanna la giovane nazione alla regressione». Ovvero, in altre parole, imbocca l’indipendenza e muori di fame.

Gli Stati Uniti e i loro alleati non staranno mai in silenzio, cercheranno sempre di intervenire. Ma la domanda per i rivoluzionari è: li lascerete intervenire? Vi organizzerete? E’ sempre stato così nella storia dei racket dei dittatori locali – dallo Scià in Iran a Suharto in Indonesia. Non importa se si è clienti degli Stati Uniti, il paese più potente nella storia mondiale, se si ha una rivoluzione gli americani non possono fare nulla – la gente crea un nuovo immaginario. Nawal El-Saadawi, la scrittrice femminista più famosa del Medio Oriente, è stata fortemente coinvolta nella rivoluzione in Egitto. Per lei si è trattato del culmine di una vita dedicata al rovesciamento di dittature nella sua patria. Sono stato a trovarla nel suo appartamento con una camera da letto al tredicesimo piano di un condominio nel quartiere di Shoubra, al Cairo, sulla riva del Nilo. «Tutti i paesi del Golfo sono colonizzati dagli Stati Uniti», ha detto El-Saadawi. «Ci siamo liberati solo della testa, ma il corpo del regime è ancora qui, nell’esercito, nell’economia, nei media, nell’istruzione, dappertutto». Lei ha dunque perso le speranze per questa grande rivoluzione? «No, no», risponde sorridente. «Sono molto ottimista, non perdo mai le mie speranze. La speranza è potere, la speranza mi fa sorridere e mi fa vivere. Sono una scrittrice, scrivo storie, ho bisogno di speranze, non posso vivere con un’attitudine tetra. Finché abbiamo gente giovane e scendiamo in piazza Tahrir, avrò speranza. Viviamo in una giungla, non in una società sana. Riguarda il potere; quando il nonno ha denaro, prestigio e potere, egli violenta la nipote. Quando la smetteremo con questa mentalità – che non è il potere a dominare, bensì la giustizia, la libertà, l’amore e l’uguaglianza – avremo la rivoluzione, come a piazza Tahrir, e sradicheremo il potere».

Matt Kennard è membro del Centro per il giornalismo investigativo a Londra. E’ stato reports per il Financial Times ed è l’autore di due libri, Irregular Army e Il racket, pubblicato in edizione tascabile lo scorso aprile.

Traduzione di Stefano Di Felice

Imemc. Di Manuel Hassassian.  Il termine Nakba sta a significare “catastrofe” perché tale fu la situazione che si verificò nel maggio 1948 quando la Palestina fu cancellata dalle mappe.

Il sostegno britannico e le conseguenti politiche messe in atto sul territorio, stabilite nella dichiarazione Balfour, portarono alla formazione di Israele con la simultanea distruzione della Palestina. 750.000 indigeni palestinesi furono violentemente espulsi dalle loro abitazioni nei villaggi e nelle città, le quali vennero espropriate dai colonizzatori ebrei.

Ad oggi Israele tende ancora a negare la Nakba, rifiutando le accuse di pulizia etnica perpetrata ai danni dei palestinesi allo scopo di costituire uno stato autoproclamato.

La corrente di estrema destra del governo d’Israele, dall’alto del suo fanatismo, non crede nella pace, o meglio non desidera una soluzione pacifica con la Palestina.

E ora? Israele sta traendo vantaggio dal fallimento di Europa e Stati Uniti per imporre una propria soluzione, di agire con totale impunità e imporre una soluzione di propria iniziativa.

Israele espropria altre terre palestinesi, costruisce insediamenti illegali, demolisce abitazioni ed usa la sua brutale occupazione per intimidire uomini, donne e bambini palestinesi attraverso incursioni notturne, uccisioni e arresti, oltre a limitare le loro libertà di movimento e revocare i loro permessi abitativi nell’area di Gerusalemme est. Tutto ciò equivale ad un lento ma calcolato “strangolamento” della popolazione palestinese, allo scopo di renderla sottomessa ed impoverita.

Questa costante pressione è stata progettata al fine di costringere i palestinesi a mettere fine alla loro resistenza, costituendo una nuova e moderna forma di pulizia etnica. Secondo i rapporti delle Nazioni Unite, Gaza, sotto il blocco israeliano da 10 anni, entro il 2020 sarà inabitabile.

La Cisgiordania occupata è frammentata da insediamenti illegali di coloni israeliani. Israele controlla totalmente l’economia, i rifornimenti d’acqua e i movimenti dell’intera popolazione palestinese. L’intenzione è quella di indebolirli fisicamente, culturalmente ed emotivamente.

Nonostante ciò i palestinesi, sia nei campi profughi creati dopo la Nakba sia nella Palestina occupata, sono indissolubilmente legati alla loro terra e alla memoria della Palestina.

Nonostante le continue violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale nei loro confronti, essi continuano la resistenza con ogni mezzo possibile.

La risoluzione 194 delle Nazioni unite afferma che i profughi palestinesi hanno “diritto di ritorno” presso le loro abitazioni e al risarcimento di migliaia di ettari di terra e dei loro beni, per un valore di miliardi di dollari. La verità verrà a galla. Prima o poi giustizia sarà fatta per il popolo palestinese.

Nel 68° anniversario della Nakba noi riaffermiamo il nostro diritto di ritorno, i nostri diritti sulla terra e sulla costituzione di un nostro stato.

Ben Gurion, primo ministro israeliano, disse che “i vecchi rifugiati moriranno e i giovani dimenticheranno”. In effetti molti dei profughi del 1948 sono ormai morti ma le nuove generazioni palestinesi non dimenticheranno mai!

Manuel Hassassian, nato a Gerusalemme, è l’ambasciatore palestinese a Londra.

Traduzione di Lorenzo D’Orazio

 

Gerusalemme-Quds Press e PIC. Come è ormai consuetudine quotidiana, un’orda di estremisti israeliani giovedì ha invaso i cortili della moschea di al-Aqsa, a Gerusalemme Est occupata, entrando dalla Porta al-Maghareba, scortata dalle forze israeliane.

I coloni fanatici hanno eseguito rituali e hanno intonato slogan anti-musulmani.

Un gruppo di donne musulmane è rimasto a vigilare, fuori da al-Aqsa, in quanto le forze di occupazione avevano impedito loro di entrare nel complesso.

Sempre giovedì, un gruppo di estremisti ha invitato a invasioni collettive nel complesso di al-Aqsa, il 5 giugno, in coincidenza con l’occupazione di Gerusalemme Est.

Il gruppo ha lanciato l’invito via social media per un’incursione di massa nei cortili della Moschea, per svolgervi rituali religiosi nell’anniversario della “riunificazione di Gerusalemme”, come i sionisti definiscono l’illegale occupazione della Città Santa.

 

 

L’Associazione dei Palestinesi in Italia, insieme alle realtà ed associazioni italiane in sostegno del popolo palestinesi, si prepara per una manifestazione che partirà dal porto antico di Genova, sabato 4/06/2016, in occasione della settimana internazionale di solidarietà indetta dalla coalizione internazionale contro l’embargo su Gaza.

Saranno presenti alcuni partecipanti della Freedom Flotilla attaccata dalla pirateria israeliana il 31 maggio 2010 che causò la morte di 10 pacifisti.

Sabato 4 giugno, partenza alle ore 18.00 dal porto antico di Genova.

Associazione dei Palestinesi in Italia.

Gerusalemme-Ma’an. Martedì, le autorità carcerarie israeliane hanno trasferito il prigioniero e parlamentare palestinese, Marwan Barghouti, dal carcere di Ramon verso una località non identificata.

Barghouti, un membro del Comitato centrale di Fatah, era stato trasferito nella prigione di Ramon cinque giorni prima del più recente trasferimento verso una destinazione ignota, secondo quanto dichiarato dal Comitato palestinese per gli Affari dei Prigionieri.

Mentre Barghouti era rinchiuso a Ramon, gli erano impediti i movimenti tra le sezioni della prigione o le comunicazioni con altri detenuti.

Il Comitato ha affermato che il servizio carcerario era responsabile di violazioni e abusi contro il politico incarcerato.

Barghouti, un politico di spicco di Fatah, sta scontando il 15° anno di prigione.

Dopo essere stato imprigionato nel 2002, Barghouti è stato condannato poi a cinque ergastoli dalle autorità israeliane. Barghouti ha ottenuto un PhD in Scienze politiche mentre si trovava in carcere e ha ricevuto tre nomine per il Premio Nobel per la pace 2016. Articolo integrale: qui

Nazareth – PIC. Martedì, il rapporto del Controllore di Stato nell’entità sionista ha sottolineato che il capo del governo israeliano, Benjamin Netanyahu, anni fa, nel corso del suo mandato come ministro delle Finanze, ha ricevuto finanziamenti esteri per pagare i suoi viaggi.

La radio ufficiale pubblica israeliana ha dichiarato: «Il Controllore di Stato, Yosef Shapira, ha presentato un rapporto al presidente della Knesset (parlamento monocamerale di Israele), Yuli Edelstein, in cui ha fatto riferimento a Netanyahu che, nel corso del suo mandato come Ministro delle Finanze, più di un decennio fa, avrebbe ricevuto soldi da privati stranieri per il finanziamento dei suoi viaggi all’estero».

Il rapporto ha sottolineato che terzi hanno finanziato il viaggio della famiglia Netanyahu fino ad un importo di 50.000 dollari, senza esaminare l’entità di tali finanziamenti.

Il rapporto del Controllore di Stato ha riguardato il finanziamento dei viaggi della famiglia Netanyahu nel periodo che va dal 2003 al 2005, quando fungeva da ministro delle Finanze, partendo da fonti esterne. Tale rapporto vuol confermare la violazione delle regole e delle norme diplomatiche da parte di Netanyahu in quanto si legge: “Può essere che abbia ottenuto privilegi o che ci fosse un conflitto di interessi”.

Secondo i rapporti in questione, Netanyahu si sarebbe messo in tasca un importo pari a 12.500 dollari provenienti da un uomo d’affari ebreo, come una sorta di copertura per il conto di un albergo nella capitale britannica (Londra), durante il soggiorno della famiglia, nonché 11.920 dollari pagati dall’organizzazione “Pression”, senza scopo di lucro, secondo il principio del libero mercato, per coprire le spese di Netanyahu all’epoca di una visita negli Stati Uniti.

I mass media israeliani hanno esaminato le differenti parti, inclusi i governi dei paesi esteri e l’Organizzazione ebraica “Albonds”, gli enti pubblici, gli uomini d’affari e le persone che hanno finanziato il viaggio di Netanyahu e della sua famiglia e le spese all’estero.

Traduzione di Giovanna Vallone

Imemc. Mercoledì i soldati israeliani hanno invaso i paesi di al-‘Eesawiyya e Abu Dis, nella Gerusalemme occupata, e hanno rapito quattro palestinesi.

I soldati hanno perquisito le case nel paese di al-‘Eesawiyya, nel centro di Gerusalemme, e hanno rapito due giovani, identificati come Mohammad Ashraf Abu  al-Hummus e Mansour Nasser.

L’esercito ha inoltre invaso il paese di Abu Dis, a nord–est di Gerusalemme, e hanno rapito un medico identificato come Daoud Ayyad, dopo aver confiscato il suo computer portatile, e un giovane identificato Shadi Mheisin.

Nelle notizie correlate, martedì sera i soldati hanno rapito un giovane del paese di Qabatia, a sud di Jenin, nella Cisgiordania settentrionale, mentre stava lavorando a Gerusalemme. È stato identificato come Ala’ Mohammad Abu ar-Rob, 21.

Traduzione di F.G.

Imemc. Giovedì all’alba le forze aeree israeliane hanno compiuto due attacchi contro due centri delle Brigate Qassam, l’ala armata di Hamas, nella Striscia di Gaza. L’esercito ha dichiarato che si è trattato di una rappresaglia per le granate lanciate da Gaza.

Secondo le fonti media, l’esercito ha sparato due missili su un centro Qassam, a sud–ovest di Rafah, a sud della Striscia di Gaza, e perlomeno un missile su un altro centro, a ovest del campo profughi di Nusseirat, nel centro di Gaza.

Gli attacchi hanno provocato danni alle proprietà, nei centri e nelle case circostanti; ma non sono stati riportati feriti.

Il bombardamento è partito dopo che l’esercito aveva dichiarato che “numerose granate erano state lanciate negli insediamenti” vicini alle recinzioni di confine, nei pressi dell’area della colonia di Sha’ar Ha Negev, facendo scattare il sistema d’allerta, ma senza provocare danni né feriti.

Un gruppo che si fa chiamare “Brigate Omar Hadeed”, dell’organizzazione salafita Ansar Beit al-Maqdis, ha rivendicato la responsabilità del lancio di granate, ma non è stato possibile verificare questa dichiarazione.

Il gruppo, affiliato all’organizzazione terroristica dell’ISIS, aveva in precedenza minacciato, sfidato e persino attaccato Hamas e le sue Brigate Qassam, provocando numerose vittime.

Traduzione di F.G.

Gerusalemme. Mercoledì, un tribunale israeliano ha esteso di un anno la detenzione di Muhammad Ismail Hushiyeh, 12 anni. Ne ha dato notizia il direttore del Comitato gerosolimitano per le famiglie e i prigionieri, Amjad Abu Asab.

Abu Asab ha riferito a Ma’an che Hushiyeh sarà posto in detenzione in una carcere minorile, nella città di Ablin, nel nord dei territori di Israele.

Hushiyeh è il più giovane prigioniero palestinese gerosolimitano trattenuto dalle autorità di occupazione, ha sottolineato Abu Asab. Il dodicenne è in prigione da gennaio per un presunto coinvolgimento in un attacco con i coltelli contro un colono israeliano. Attualmente ci sono 10 bambini palestinesi gerosolimitani, minori di 14 anni, nelle carceri israeliane. Secondo il gruppo per i diritti dei prigionieri, Addameer, sono 438 i minorenni e bambini palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane. (Fonte: Ma’an)

Di Angela Lano. Queste foto spiegano, più di qualsiasi discorso, cosa sono i sionisti, cos’è Israele, tanto difesi dai poteri forti in Italia (certa politica, certo giornalismo, certa magistratura).

Per tanti “dipendenti” del popolo italiano e delle sue istituzioni, i terroristi sono gli altri, i Palestinesi e quelli che li difendono, e non questi mostri.
Che la Giustizia (quella vera) possa trionfare sulla stupidità che pare regnare sovrana.

Di Mohammad Hannoun. Sami Janazreh, 43 anni, del campo profughi Al Fawwar-Al Khalil (Hebron), in sciopero di fame da oltre 69 giorni. E’
stato arrestato dalle forze d’occupazione israeliane perché ha pubblicato commenti su Facebook contro Israele, lo stato più democratico del Medio Oriente.

 

Imemc. Militari israeliani e funzionari della Municipalità di Gerusalemme, hanno invaso martedì mattina, la città di al-Isawiyya, al centro di Gerusalemme occupata, demolendo numerose strutture. I soldati hanno occupato anche la città di Silwan dove hanno demolito una struttura adibita a magazzino.

Raed Abu Ryala, di al-Isawiyya, membro del comitato Follow-up della zona, ha detto che i soldati hanno demolito le fondamenta di una abitazione, di proprietà di Mohammad Hussein Mustafa, nel quartiere di at-Thahra, oltre ad invadere con bulldozer un terreno, appartenente ad Amin Khallaf, demolendo i muri circostanti ed alcune delle strutture al suo interno.

Abu Ryala ha aggiunto che un’enorme forza militare ha invaso la città, dopo averla circondata completamente, e l’ha dichiarata zona militare chiusa, provocando scontri con decine di giovani che hanno lanciato pietre contro i veicoli militari.

I soldati hanno anche occupato la città di Silwan, nella parte meridionale della moschea di Al-Aqsa, a Gerusalemme, e hanno demolito una struttura utilizzata come magazzino nel quartiere di Karm ash-Sheikh.

I militari hanno assediato la città, isolandola completamente dalle comunità palestinesi che si trovano nei dintorni.

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

 

Imemc. Il Comitato per i Detenuti Palestinesi ha informato che le condizioni di salute dei prigionieri Fuad ‘Aassi e Adib Mafarja, nell’ospedale di Barzelai, continuano a peggiorare a seguito del 51esimo giorno consecutivo di sciopero della fame contro la loro detenzione amministrativa.

In una dichiarazione stampa rilasciata martedì, il Comitato ha affermato che l’Autorità carceraria impedisce ai loro avvocati di visitarli e ha richiesto alla Croce Rossa Internazionale di aumentare le visite ai detenuti che hanno iniziato lo sciopero il 3 aprile.

Ha affermato che i due detenuti soffrono di una grave perdita di peso e che sentono dolori costanti in diverse parti del corpo, oltre a non potersi muovere. Si rifiutano anche di prendere qualsiasi tipo di vitamina.

Nonostante le loro cattive condizioni di salute, i prigionieri sono ammanettati al letto, vigilati costantemente.

Il comitato ritiene l’Autorità carceraria e l’occupazione responsabili per le vite di tutti i prigionieri in sciopero della fame, mentre Israele continua ad usare la politica di detenzione amministrativa mantenendo centinaia di persone senza accuse né processi.

Gaza-Quds Press, Imemc e Ma’an. Mercoledì mattina, le forze di occupazione israeliane hanno aperto il fuoco contro contadini e agricoltori palestinesi nel sud della Striscia di Gaza.

Contemporaneamente, le navi da guerra israeliane hanno preso di mira pescatori nelle acque palestinesi, a nord della città di Gaza.

Le navi israeliane hanno sparato diversi proiettili contro i pescherecci palestinesi al largo delle coste di as-Sudaniyya,  a nord-ovest di Gaza.

Testimoni locali hanno raccontato che contadini che stavano lavorando nei propri campi e pastori che conducevano le greggi nei sobborghi di Rafah e Khan Yunis sono stati costretti a lasciare l’area a seguito dei colpi sparati dai soldati israeliani. Non ci sono stati feriti.

Secondo il Pchr – Palestinian Center for Human Rights – circa il 35 percento delle terre agricole della Striscia di Gaza sono inaccessibili o ad alto rischio a causa delle forze israeliane.

Pagine

Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

PalestinaRossa newsletter

Resta informato sulle nostre ultime news!

Subscribe to PalestinaRossa newsletter feed

Accesso utente