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Ramallah-PIC. Il Centro studi sui Prigionieri palestinesi ha rivelato che circa 540 Palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, sia uomini che donne, soffrono di malattie agli occhi – cornea, retina, nervo ottico, vie ottiche, disturbi del cristallino e deviazione oculare.

In un rapporto rilasciato domenica, il centro ha attribuito tali malattie al fatto che i prigionieri sono soggetti a torture, incluse percosse, durante le indagini. Inoltre, l’essere tenuti in celle al buio o in penombra, dove i detenuti passano molto tempo, influisce sulla loro vista, ha affermato il rapporto. E ha anche sottolineato che la mancanza di oculisti nelle prigioni israeliane, dove ai detenuti vengono offerti cibo e cure mediche inadeguate, ha aggravato la sofferenza.

Il centro ha fatto appello alle organizzazioni internazionali, in particolare al Comitato Internazionale della Croce Rossa, affinché invii un oculista per visitare i prigionieri palestinesi malati e fornire loro occhiali da vista, che dovrebbero essere sostituiti dopo un periodo inferiore ai due anni.

Traduzione di Laura Pennisi

Ma’an e Wafa. In incursioni durante la notte in Cisgiordania e Gerusalemme Est, tra domenica e lunedì, Israele ha arrestato 66 palestinesi, secondo fonti palestinesi e israeliane.

Le incursioni israeliane nelle città, nei villaggi e nei campi profughi palestinesi sono un evento quotidiano sia in Cisgiordania sia a Gerusalemme Est.
Secondo la documentazione delle Nazioni Unite, dal 26 settembre al 9 ottobre le forze israeliane hanno condotto 121 operazioni di arresti in tutta la Cisgiordania prendendo di mira 205 palestinesi, tra cui nove minorenni.

Cisgiordania.
L’esercito israeliano ha dichiarato in un comunicato che 15 giovani palestinesi sono stati arrestati in Cisgiordania per “motivi di sicurezza”. Ha aggiunto è stata trovata una pistola durante le operazioni di ricerca e detenzione nella città di Hebron, mentre un’altra arma è stata trovata nella cittadina di Beit Fajjar a Betlemme.

Gerusalemme Est.
Le forze di polizia israeliane hanno fatto irruzione nel quartiere di al-Issawiya durante la notte e hanno arrestato 51 palestinesi.
Un vasto spiegamento di forze di polizia, intorno a mezzanotte, ha invaso il quartiere da tutti gli ingressi, causando panico e paura tra i residenti mentre un elicottero sorvolava l’area.

Il portavoce della polizia israeliana Luba al-Samri ha dichiarato che 51 palestinesi sono stati detenuti per “disturbi all’ordine pubblico” ad al-Issawiya, tra cui il lancio di pietre e di cocktail Molotov contro i veicoli delle forze di occupazione.

Muhammad Abu al-Hummus, membro di un comitato locale di al-Issawiya, ha dichiarato a Ma’an che le forze israeliane hanno convocato per gli interrogatori diversi palestinesi – incluso l’ex prigioniero Shirin al-Issawi – e che lunedì mattina hanno fatto di nuovo irruzione nel quartiere mentre gli studenti si stavano recando a scuola.

 

PIC. Due ministri del governo dell’ANP sono arrivati a Gaza, domenica, attraverso il valico di Beit Hanoun (Erez), per completare le procedure per il trasferimento delle responsabilità della Striscia.

Due delegazioni guidate dal ministro del Governo locale, Husein al-A’raj,  e dal ministro dei Trasporti, Samih Tbeila, sono arrivati nel pomeriggio.

Anche il generale Ismail Jaber, membro del Comitato centrale di Fatah è giunto a Gaza.

Saranno in visita a Gaza anche il ministro dell’Economia, Abir Oudeh, il presidente dei Fondi di investimento palestinese Mohammed Mustafa, il sottosegretario alle Finanze Farid Ghannam, i ministri della Sanità e dell’Agricoltura.

Sabato, il portavoce di Fatah in Cisgiordania, Osama al-Qawasmi, aveva annunciato l’arrivo a Gaza di delegazioni del governo dell’Autorità Palestinese,  insieme a diversi leader del suo partito.

Qawasmi ha spiegato a PIC che lui stesso sarà presente nella delegazione, la quale lavorerà per completare le disposizioni relative all’accordo di riconciliazione.

Hamas, che si sta mostrando molto flessibile nel cedere le istituzioni governative di Gaza all’ANP a seguito dell’accordo firmato al Cairo, ha invitato il governo di Ramallah a lavorare per porre fine alla sofferenza del popolo di Gaza e all’embargo di 11 anni.

Traduzione di F.H.L.

MEMO. Il ministro della Giustizia, Ayelet Shaked, ha nominato un consulente esterno per i casi di insediamento presentati alla Corte Suprema con il fine di determinare le posizioni del procuratore dello stato e decidere cosa dovrebbe dichiarare in tribunale, in modo che, rispetto agli insediamenti, siano “diverse rispetto a quelle del passato”.

Secondo un articolo pubblicato venerdì 20 ottobre da Haaretz, il parlamentare della “Jewish Home” al Knesset ritiene che le sue due maggiori conquiste in qualità di ministro della Giustizia siano state la nomina di parecchi giudici conservatori, religiosi e coloni e il cambiamento della posizione dello stato e del procuratore dello stato riguardo i casi di insediamento presentati alla Corte Suprema.

Il giornale ha evidenziato che il Ministro e i membri più stretti svolgono “riunioni riguardanti i casi di insediamento e riscrivono i documenti in maniera tale che siano conformi ai loro obiettivi, sottolineando anche le loro posizioni davanti ai giudici della Corte Suprema. Shaked non prova neppure a nascondere la sua influenza, ma, al contrario, è orgogliosa di quello che sta facendo e crede che non sia un problema cambiare le regole in vigore al ministero della Giustizia”.

Il giornale ha citato fonti del ministero della Giustizia secondo le quali Shaked non ha voluto aspettare molto: qualche mese dopo aver assunto la carica, aveva già emesso un’ordinanza con la quale stabiliva che qualsiasi posizione o risposta della corte sugli insediamenti o i blocchi di insediamenti sarebbe dovuta passare attraverso l’avvocato Amir Fisher, il quale non è membro della procura dello Stato, ma del Movimento di estrema destra Regavim.

Le fonti hanno aggiunto che Shaked ha creato una nuova posizione per lui con la qualifica di consulente esterno presso il ministero della Giustizia per le questioni relative agli insediamenti, con uno stipendio annuale di circa $100.000. Le fonti hanno dichiarato che qualsiasi dossier o documento riguardante gli insediamenti passa prima dalla sua scrivania, da cui formula le proprie osservazioni e detta linee alla procura.

“È qualcosa che viola alla base la nostra integrità professionale”, ha affermato un avvocato che lavora nel dipartimento per i ricorsi della Corte Suprema. “Forse stiamo diventando il dipartimento dei ricorsi della Casa Ebraica piuttosto che il dipartimento dei ricorsi dello stato d’Israele”, ha aggiunto.

Il giornale ha riportato la dichiarazione di un ex funzionario senior del ministero della Giustizia che afferma: “Nel caso di Shaked, si teme che la sua interferenza derivi dal fatto che i soggetti coinvolti siano i suoi sostenitori politici. Bisogna chiedersi: perché il ministro della Giustizia ha impiegato un consulente esterno, una figura del mondo politico che non è vincolato dalle leggi della pubblica amministrazione né dalle restrizioni politiche imposte su questo tipo di servizio? Questo rivela una forma di diffidenza nell’attuale sistema. È come se Shaked stesse dicendo “non mi fido dei vostri consigli”.

Secondo Hareetz, non ci sono state critiche pubbliche all’interno del ministero della Giustizia perché gli avvocati che lavorano alla Procura di Stato sono ben consapevoli che Shaked è responsabile della loro promozione a giudici nel prossimo o lontano futuro. Uno degli avvocati ha affermato: “Tutti sono cauti quando scrivono richieste o le loro posizioni legali perché sanno che il ministro le rileggerà”.

Traduzione di Antonina Borrello

Qalqiliya-PIC. Domenica sera, le forze israeliane hanno rapito un agricoltore palestinese e suo figlio, mentre si trovavano nel loro uliveto a Azzun, nel distretto di Qalqiliya. Si tratta di Mohammed Shebita e di suo figli Hamza, di 12 anni. Entrambi stavano raccogliendo le olive sul terreno di proprietà della famiglia.

 

 

MEMO. Di Ramzy Baroud. Alcune promesse vengono fatte e mantenute, altre vengono rinnegate. Ma la “promessa”, fatta da Arthur James Balfour ai leader della comunità ebraica sionista di Gran Bretagna, cento anni fa, nota come ‘Dichiarazione Balfour’, venne onorata solo parzialmente: con essa si istituì uno stato per gli ebrei e si cercò di distruggere la nazione palestinese.
Anzi, Balfour, il ministro degli Esteri della Gran Bretagna che pronunciò la dichiarazione di 84 parole il 2 novembre 1917, era, come molti suoi pari, antisemita. A lui interessava poco del destino delle comunità ebraiche. Il suo impegno, nella fondazione di uno stato ebraico su un territorio già abitato da una nazione prospera e storicamente radicata, mirava soltanto a ottenere l’aiuto dei leader sionisti benestanti nello sviluppo massiccio dell’esercito britannico durante la prima guerra mondiale in corso.
Consapevole o no, Balfour con la sua breve dichiarazione indirizzata al leader della comunità ebraica in Gran Bretagna, Walter Rotschild, avrebbe causato lo sradicamento di un’intera nazione dalle proprie abitazioni ancestrali e devastato diverse generazioni di palestinesi nei decenni a venire. A giudicare dal forte sostegno che i suoi discendenti continuano a dimostrare nei confronti di Israele, si può immaginare che egli stesso sarebbe stato orgoglioso di Israele, e dimentico del tragico destino riservato ai palestinesi.

Questo è ciò che egli scrisse un secolo fa: «Il governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico, e si adopererà per facilitare il raggiungimento di questo scopo, essendo chiaro che nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina, né i diritti e lo status politico degli ebrei nelle altre nazioni. Le sarò grato se vorrà portare questa dichiarazione a conoscenza della federazione sionista».
Il professore palestinese Rashid Khalidi, in un recente discorso all’Università di New York, ha definito l’impegno britannico di allora come un evento che «ha segnato l’inizio di una guerra coloniale, in Palestina, lunga un secolo, sostenuta da un ampio appoggio di potenze straniere, che continua ancora oggi». 

Ma, frequentemente, in genere, il linguaggio accademico e le raffinate analisi politiche, sebbene accurate, mascherano la reale entità delle tragedie che si riflettono nelle vite della gente.
Quando Balfour finì di scrivere la sua ignobile dichiarazione dev’essersi sentito arso dall’efficacia che la sua tattica politica avrebbe avuto nell’ingaggiare i sionisti nelle avventure militari britanniche, in cambio di un pezzo di terra che si trovava ancora sotto il controllo dell’impero ottomano.
Certo, egli non ebbe nessun riguardo per i milioni di arabi palestinesi – sia musulmani che cristiani – che avrebbero sofferto le crudeltà della guerra, della pulizia etnica, del razzismo e le umiliazioni nel corso di un secolo. 
La dichiarazione di Balfour equivalse a un decreto di annientamento del popolo palestinese. Nessun palestinese, ovunque egli si fosse trovato, sarebbe rimasto immune dal dolore procurato da Balfour e dal suo governo.
Tamam Nassar, ora 75enne, è una dei milioni di palestinesi la cui vita è stata segnata per sempre da Balfour. Venne sradicata dal suo villaggio di Joulis, nella Palestina meridionale, nel 1948, quando aveva solo 5 anni.
                                           
Ora Tamam vive con figli e nipoti nel campo profughi di Nuseirat, a Gaza. Afflitta dal peso di anni difficili, e spossata da guerra, assedi e povertà infinita, si aggrappa ai pochi, nebbiosi ricordi di un passato che non potrà mai essere cambiato.
Il nome di Arthur James Balfour, colui che ha segnato il destino della sua famiglia per molte generazioni, condannandola a una vita di desolazione perpetua, a lei dice poco.
Ho parlato con Tamam, chiamata anche Umm Marwan (madre di Marwan), cercando di documentare il passato palestinese attraverso i ricordi personali della gente comune.
Quando lei nacque i britannici avevano già colonizzato la Palestina da decenni, poco dopo la sottoscrizione della dichiarazione Balfour.
Le poche memorie che emergono dalla sua ingenuità si riferiscono soprattutto alle corse dietro ai convogli militari inglesi, per ottenere qualche caramella.
Allora Tamam non incontrò nessun ebreo, o forse sì: ma, poiché molti ebrei palestinesi avevano le stesse caratteristiche fisiche degli arabi palestinesi, lei non coglieva le differenze né era interessata a fare distinzioni. Le persone erano tutte uguali: i suoi vicini a Joulis erano ebrei, questo era tutto ciò che interessava.
Sebbene gli ebrei palestinesi vivessero dietro a muri, steccati e trincee, per un po’ essi camminavano liberamente tra i contadini palestinesi, andavano a fare la spesa nei loro mercati e si rivolgevano loro per richieste di aiuto, perché solo loro, i contadini, sapevano parlare la lingua della terra e decodificare i segni delle stagioni.
La casa di Tamam era fatta di fango e aveva un piccolo cortile dove i bambini si rifugiavano al passaggio dei convogli militari. In breve questi passaggi divennero più frequenti, e i dolciumi che una volta addolcivano le vite dei bambini non vennero più offerti. 
Poi, nel 1948 scoppiò la guerra che fece cambiare tutto quanto. La battaglia intorno a Joulis fu spietata. Alcuni dei contadini che si avventurarono fuori dai confini del villaggio non fecero più ritorno.
La battaglia di Joulis durò poco. Poveri contadini armati di coltelli da cucina e pochi, vecchi fucili, poco poterono contro eserciti avanzati. I soldati inglesi si ritirarono dai dintorni del villaggio per consentire alle milizie sioniste di sferrare il loro attacco, e dopo una breve ma sanguinosa battaglia la popolazione venne cacciata.
Tamam, i suoi fratelli e i genitori vennero fatti allontanare da Joulis e non vi fecero più ritorno. Si spostarono in campi profughi a Gaza, prima di stabilirsi in modo permanente a Nuseirat. La loro tenda venne infine sostituita da una casa di fango. 
A Gaza Tamam visse molte guerre, bombardamenti, assedi e tutte le tattiche escogitate da Israele. La sua fibra è stata indebolita solo dalla fragilità dell’età avanzata e dalla morte prematura di suo fratello Salim e di suo figlio Kamal.
Salim venne ucciso dall’esercito israeliano in un tentativo di fuga da Gaza in seguito alla guerra e alla breve invasione della Striscia di Gaza nel 1956, e Kamal morì in seguito alle torture subite nelle carceri israeliane.


Gran Bretagna: la dichiarazione Balfour fu un disastro
Se Balfour fu attento ad assicurare che «nulla verrà fatto che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi delle preesistenti comunità non ebraiche in Palestina», come mai il governo britannico continua ad essere alleato di Israele dopo tutti questi anni? Un secolo dalla dichiarazione, 70 anni di esilio palestinese, 50 anni di occupazione militare israeliana, non sono una prova sufficiente per dimostrare che Israele non ha rispetto per il diritto internazionale e per i diritti umani, civili e religiosi dei palestinesi?
Invecchiando, Tamam ha ricominciato a pensare a Joulis, cercando il sollievo dei fugaci ricordi piacevoli. La vita sotto assedio a Gaza è troppo difficile, soprattutto per le persone anziane come lei, che combattono diversi acciacchi e forti afflizioni.
L’attitudine dell’attuale governo della Gran Bretagna, che si sta preparando a una grande celebrazione per i cent’anni dalla Dichiarazione Balfour, suggerisce che nulla è cambiato, e che nei 100 anni dall’infausta promessa della Dichiarazione non si è imparato niente.
Ma è anche vero che il popolo palestinese continua a credere alla lotta per la libertà e per la nazione palestinese, che rimangono inalterate, e che né Balfour né tutti i ministri degli Esteri inglesi da allora sono riusciti a scalfire.
Vale la pena meditare anche su questo.

Traduzione di Stefano Di Felice

Gaza-PIC. Esam Yousef, presidente del Comitato popolare internazionale per il sostegno a Gaza, ha chiesto di accelerare il processo di rimozione delle misure punitive contro la Striscia di Gaza, in quanto ingiustificate, soprattutto dopo la firma dell’accordo di riconciliazione palestinese sotto la supervisione egiziana al Cairo.

In un comunicato stampa rilasciato venerdì, Yousef ha sottolineato la necessità di mettere urgentemente in pratica le disposizioni dell’accordo, in particolare quelle che dovrebbero portare ad alleviare la crisi attuale nella Striscia di Gaza assediata.

La crisi colpisce oltre 2 milioni di palestinesi gazawi che soffrono per l’assedio israeliano da oltre dieci anni e per le implicazioni della divisione interna.

Ritardare il processo di attuazione di alcune delle procedure e delle azioni previste dalla riconciliazione solleva sospetti sulle vere intenzioni di alcune parti, ha affermato Yousef.

MEMO. L’ultimo libro del professore Ilan Pappé, “The Biggest Prison on Earth: A History of the Occupied Territories” (La più grande prigione sulla Terra: una storia dei Territori occupati) è una revisione della politica israeliana sulla Striscia di Gaza e sulla Cisgiordania. Lo storico fa luce sul meccanismo che è stato creato per governare milioni di palestinesi, che vivono effettivamente in una prigione a cielo aperto da 50 anni. Di fatto, Pappé torna indietro fino al 1948 e porta il lettore in un viaggio attraverso le strategie politiche israeliane sino dalla sua creazione d’Israele nella terra palestinese e sottolinea alcuni momenti cruciali e personaggi principali del conflitto. Nello stesso tempo mostra che l’occupazione totale della Palestina e lo sradicamento della sua popolazione è lo scopo finale dei creatori dello stato sionista. Il libro lascia intendere la sua posizione sull’attuale situazione dei Territori palestinesi, quando Pappé contesta la definizione di occupazione. La sua prima riserva è sul fatto che il termine crea “una falsa separazione tra Israele e le aree occupate”, in modo tale da legittimare la presenza israeliana come stato democratico al di fuori dei Territori palestinesi. Fa quindi un’obiezione al fatto che “occupazione” implica uno stato temporaneo, quando tale situazione è invece la norma per i palestinesi da decenni.

Qui l’intera recensione del libro.

MEMO. Giovedì, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che la Valle del Giordano, localizzata nella parte orientale della Cisgiordania occupata, “rimarrà sempre parte d’Israele”.

Secondo il Channel 10 israeliano, il primo ministro ha fatto il discorso nella serata di giovedì durante la cerimonia per i cinquant’anni delle colonie israeliane nel Valle del Giordano.

“La Valle è una cintura strategica di difese per il Paese, e senza di essa la fiumana fondamentalista potrebbe raggiungere l’interno, fino al Gush Dan. Perciò, la nostra linea difensiva orientale inizia lì. Se noi non saremo lì, Tehran e Hamastan ci saranno. Non permetteremo che questo accada”.

La Valle rappresenta un quarto della Cisgiordania occupata e si ritiene abbia le terre agricole più fertili.

Le prime colonie sono state costruite nell’area sotto il pretesto della sicurezza.

Oltre 70 mila autoctoni palestinesi vivono in diverse cittadine della Valle. Gli israeliani che hanno occupato quelle terre sono 9 mila e distribuiti in 21 colonie, che consistono in caserme militari israeliane.

Le colonie israeliane costruite nelle terre palestinesi occupate sono considerate una violazione della legge internazionale.

Traduzione di F.H.L.

Gaza-PCHR. Rapporto settimanale sulle violazioni delle forze israeliane nei Territori palestinesi occupati (12 – 18 ottobre 2017)

Le forze israeliane continuano i crimini sistematici.

  • 20 civili palestinesi, di cui 14 minori, sono stati feriti in Cisgiordania, Gerusalemme e nella Striscia di Gaza.
  • Le forze israeliane hanno condotto 47 incursioni nelle comunità palestinesi della Cisgiordania e 8 nella Gerusalemme occupata. 

– 50 civili, di cui 7 minori, sono stati arrestati in Cisgiordania.

– 6 di loro, fra cui un minore, sono stati arrestati a Gerusalemme e nelle sue periferie.

– Le forze israeliane hanno chiuso 8 uffici di 3 aziende di comunicazioni e hanno arrestato 2 giornalisti in Cisgiordania.

  • Le forze israeliane continuano a colpire le zone di confine della Striscia di Gaza.
  • Le autorità israeliane continuano a creare una maggioranza ebraica nella Gerusalemme est occupata. 

– Due case sono state demolite nel villaggio di Silwan senza preavviso, mentre la demolizione di una terza casa è stata ritardata.

  • Le forze israeliane continuano le attività di insediamento in Cisgiordania
  • 3 dunums e 600 metri quadrati sono stati asportati dai terreni di Al-Ta’amrah, a est di Betlemme.
  • Le forze israeliane hanno continuato a colpire i pescatori palestinesi nel mare della Striscia di Gaza.

– 12 scontri a fuoco si sono stati registrati contro le barche da pesca palestinesi nella striscia di Gaza settentrionale e meridionale. Non si segnalano vittime.

– Quattro pescatori sono stati arrestati, e la loro imbarcazione e 8 reti da pesca sono state confiscate, una barca è stata distrutta e affondata nel mare della Striscia di Gaza settentrionale.

  • Le forze israeliane hanno diviso la Cisgiordania in cantoni e hanno continuato a imporre la chiusura illegale alla Striscia di Gaza per il decimo anno.

– Decine di checkpoint temporanei sono stati stabiliti in Cisgiordania e altri sono stati ristabiliti per ostacolare la circolazione dei civili palestinesi.

– 2 civili palestinesi sono stati arrestati nei checkpoint della Cisgiordania.

Riassunto.

Le violazioni israeliane del diritto internazionale e del diritto internazionale umanitario nei Territori Palestinesi Occupati sono proseguite nel periodo di riferimento (12-18 ottobre 2017).

Colpiti:

Durante il periodo di riferimento, le forze israeliane hanno ferito 20 civili palestinesi, di cui 14 minori; 4 di loro tra cui un minore erano in Cisgiordania mentre gli 6 altri, di cui 3 minori, erano nella Striscia di Gaza. Nella Striscia di Gaza le forze navali israeliane hanno continuato a inseguire i pescatori palestinesi in mare e ad aprire il fuoco contro gli agricoltori e le case nelle zone di confine. I pescatori in mare sono stati oggetto di 12 scontri a fuoco durante il periodo di riferimento.

In Cisgiordania, il 15 ottobre 2017, un ragazzino palestinese di 13 anni ha subito ferite da scheggia alla gamba sinistra quando i soldati israeliani hanno sparato pallottole e pallottole di metallo rivestite di gomma, granate stordenti e bombe lacrimogene contro un gruppo di giovani e studenti, che avevano lanciato pietre contro i soldati dopo l’incursione nel villaggio di Rojib, a sud-est di Nablus.

Il 16 ottobre 2017, un giovane uomo è stato ferito al piede quando le forze israeliane sono entrate nel campo profughi al-Dheishah, a sud di Betlemme, e hanno aperto il fuoco. Il 18 ottobre 2017, 2 civili sono stati feriti a Nablus e Ramallah dopo l’incursione delle forze israeliane nelle città e la chiusura di 8 uffici di media.

Nella Striscia di Gaza, le terre di confine hanno assistito a proteste contro l’ingiusta e continua chiusura alla popolazione di Gaza. Durante le proteste, le forze israeliane hanno usato la forza contro i manifestanti e hanno sparato per disperderli. 6 civili, di cui 3 minori, sono stati feriti; cinque sono stati feriti a Jabalia est e l’altro nel campo profughi di al-Brueij.

Con il pretesto di colpire i pescatori palestinesi in mare, il PCHR ha monitorato che le forze israeliane hanno aumentato gli attacchi contro i pescatori palestinesi nel mare di Gaza, pur dichiarando che i pescatori sono autorizzati a pescare fino a 9 miglia nautiche invece che a 6. Questo dimostra che le forze israeliane continuano nella politica di colpire i pescatori e i loro mezzi di sostentamento. Durante il periodo di riferimento, le cannoniere israeliane hanno inseguito e aperto il fuoco contro le barche da pesca palestinesi 12 volte; 11 nel nord-ovest di Beit Lahia e Sudaniyah ovest, a ovest di Jabaliya nel nord della Striscia di Gaza e una al largo della costa di Kahn Younis nel sud della Striscia di Gaza. Il 15 ottobre 2017, 4 pescatori sono stati arrestati al largo al-Wahah, a nord-ovest di Beit Lahiya, e sono state confiscate 8 reti da pesca. I pescatori arrestati sono stati liberati successivamente.

Il 17 ottobre 2017, le cannoniere israeliane hanno sparato granate contro una barca da pesca palestinese che navigava entro le 2,5 miglia nautiche. La barca è stata distrutta e affondata nel mare.

Va ricordato che il ministero dell’agricoltura ha dichiarato che Israele ha informato il ministero degli Affari che la zona di pesca consentita è passata da 6 a 9 miglia nautiche dalle 15:00 di mercoledì 18 ottobre 2017.

Per quanto riguarda il colpire le zone di confine, il 13 ottobre 2017, le forze israeliane di stanza lungo la recinzione di confine tra la Striscia di Gaza e Israele, ad est di Khan Younis nel sud della Striscia di Gaza, hanno sparato verso i terreni agricoli, ad est del villaggio di Khuza’ah e a Abasan al-Kabirah, nell’area di al-Sunati. Agricoltori e civili si sono spaventati, ma non si riportano vittime.

Il 15 ottobre 2017, le forze israeliane, situate lungo la recinzione di confine tra la Striscia di Gaza e Israele, ad est di Al-Maghazi nel centro della Striscia di Gaza hanno aperto il fuoco contro terre e case nelle zone orientali. Non si segnalano vittime.

Traduzione di Edy Meroli

Gaza-PIC. Una delegazione di Hamas guidata da Saleh al-Aruri, vice-direttore dell’ufficio politico di Hamas, è arrivata venerdì nella capitale iraniana, Tehran. Il giornalista di PIC ha affermato che i leader di Hamas si incontreranno con dirigenti iraniani d’alto livello durante la loro breve visita al Paese. La delegazione discuterà gli ultimi sviluppi palestinesi, specialmente la questione della riconciliazione ed il conflitto israelo-palestinese, così come le relazioni bilaterali. La visita di Hamas a Tehran avviene a seguito del miglioramento delle relazioni tra il movimento e l’Iran, dopo anni di distanza, a seguito della crisi in Siria. Ciò fa parte di una serie di contatti fra Paesi arabi e musulmani, alla luce degli attuali sviluppi sulla riconciliazione. All’inizio di agosto, una delegazione di Hamas, guidata dal membro dell’ufficio politico Ezzat al-Resheq, si recò in Iran in risposta ad un invito ufficiale per partecipare alla cerimonia di giuramento del presidente iraniano Hassan Ruhani, rieletto a maggio.
PIC. Otto stati dell’Unione Europea hanno scritto una lettera ufficiale di protesta ad Israele, chiedendo oltre 30 mila euro in compensazione per la confisca di attrezzature e la demolizione di strutture finanziate dai loro Paesi e destinate alle comunità palestinesi nell’Area C, Cisgiordania occupata, sotto controllo israeliano. Un diplomatico d’alto livello europeo ha dichiarato a Haaretz che la lettera, la prima del suo genere, sarà consegnata a funzionari del ministero degli Affari esteri nei prossimi giorni. Secondo il diplomatico, il Belgio era a capo dell’azione. Gli altri Paesi coinvolti sono Francia, Spagna, Svezia, Lussemburgo, Italia, Irlanda e Danimarca. Tutti gli otto paesi sono membri del Consorzio per la Protezione della Cisgiordania, un organo attraverso il quale coordinano l’assistenza umanitari ai nativi palestinesi nell’Area C. I Paesi citati stanno protestando contro la confisca di pannelli solari che avevano installato in comunità beduine e contro la demolizione di strutture mobili che erano state finanziate in diverse comunità (beduine) perché servissero come aule scolastiche, secondo Haaretz. La lettera è stata divulgata per primo dal giornale francese Le Monde. Gli otto stati hanno sottolineato, nella loro lettera, che se Israele non dovesse riconsegnare le attrezzature confiscate, richiederanno una compensazione. La lettera è la seconda che questi Paesi inviano su tale questione. Un mese e mezzo fa, alcuni diplomatici appartenenti a questi otto stati si sono incontrati con il capo del ministero degli Affari esteri israeliano al tavolo europeo, Rodica Radian-Gordon, per protestare contro le violazioni israeliane contro le comunità sopracitate nell’Area C, ha affermato il quotidiano. Israele rifiuta categoricamente la richiesta per il risarcimento, secondo quanto riportato da Haaretz, ed afferma che le attività europee nell’Area C non sono di assistenza umanitaria, ma di sviluppo illegale realizzato senza coordinamento e con l’obiettivo di aumentare la stretta palestinese sull’area. Tuttavia, la posizione europea afferma che in base alla Convenzione di Ginevra, Israele è responsabile della popolazione palestinese che risiede nell’Area C, e poiché non lo sta facendo, gli stati europei stanno intervenendo con aiuti umanitari. Traduzione di F.H.L.

MEMO. Giovedì, un rappresentante del Kuwait ha esortato la delegazione israeliana di lasciare la conferenza dell’Unione Interparlamentare (IPU) che sta svolgendo in Russia.

Il presidente dell’Assemblea Nazionale del Kuwait, Marzouq Al-Ghanim, ha detto alla delegazione israeliana: “Dovreste prendere le vostre borse e uscire dalla sala dopo aver visto le reazioni dei parlamenti onorevoli del mondo. Uscite dalla sala ora se avete un atomo di dignità… Occupanti e assassini di bambini”.

Ha continuato: “Dico ai brutali occupanti, se non vi vergognate, allora fate come vi piace”.

Al-Ghanim ha dichiarato al delegato israeliano che “rappresentano la forma più pericolosa di terrorismo, il terrorismo di stato”.

Il capo della delegazione del Consiglio nazionale palestinese (PNC) all’IPU, Azzam Al-Ahmad, ha affermato che le parole di Al-Ghanim esprimono il pensiero di tutte le nazioni arabe.

“Le parole di Al-Ghanim di fronte ai delegati accendono una luce sulle ferite dei Palestinesi”, ha affermato Al-Ahmad, che ha aggiunto che i parlamenti internazionali hanno preso coscienza delle sofferenze palestinesi nella loro richiesta per “l’autodeterminazione, la fine dell’occupazione israeliane e l’istituzione di uno stato indipendente palestinese”.

La 137° sessione dell’IPU è attualmente in corso a San Pietroburgo, in Russia. Sono presenti rappresentanti di 176 Stati sovrani, riuniti per negoziati e colloqui.

 

Gaza-Ma’an. Giovedì sera un adolescente palestinese è stato colpito e ferito dalle forze navali israeliane nella costa settentrionale della Striscia di Gaza.
Testimoni hanno riferito a Ma’an che un 19enne era a bordo della sua imbarcazione, lungo la costa di Beit Lahiya, quando le forze navali israeliane hanno aperto il fuoco contro di lui.
Fonti mediche hanno riferito che l’adolescente è stato ferito a una gamba.

Il centro al-Mezan per i diritti umani ha riferito a maggio che dall’inizio dell’anno Israele ha sequestrato cinque pescherecci, detenuto 14 pescatori , colpito e ferito altri quattro, mentre due sono stati uccisi.

Hebron-Quds Press e PIC. Giovedì, diversi palestinesi sono rimasti feriti a seguito dell’invasione della cittadina di Beit Ummar, nel nord di Hebron (al-Khalil), da parte delle forze di occupazione israeliane.

L’attivista locale Mohammed Awad ha affermato che i soldati israeliani hanno assaltato la cittadina e sparato contro i residenti, ferendone diversi e scatenando scontri.

PIC. Giovedì sera le forze di occupazione israeliane (IOF) hanno bombardato diverse postazioni in Siria dopo che un razzo di mortaio siriano è presumibilmente atterrato nelle alture del Golan occupate da Israele.

L’esercito israeliano ha fatto sapere che “Israele non tollererà che venga presa di mira la sua sovranità e sicurezza” e ha accusato il governo siriano della responsabilità di ciò che sta accadendo nel paese.

MEMO. 100 anni dopo la firma della Dichiarazione Balfour… Cosa fare adesso?

“Il governo di Sua Maestà, con l’intento di un progetto in favore della creazione in Palestina di uno stato nazionale per gli Ebrei, si adopererà nel migliore dei modi per facilitare il raggiungimento di questo obiettivo, restando chiaro che non sarà fatto nulla che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche in Palestina, o i diritti e lo status politico degli Ebrei in ogni altro paese.

Vostro,

Arthur James Balfour”

Queste 67 parole, scritte 100 anni fa, hanno dato inizio ai primi passi del ladrocinio a carico della Palestina allo scopo di servire il progetto sionista nella regione, nella Dichiarazione di Balfour attribuita al ministro degli Esteri britannico di allora, Arthur James Balfour.

Il documento, emesso il 2 novembre del 1917, decise il destino di una nazione e dislocò un intero popolo a favore di un altro marginalizzato che rivendicavano diritti sulla Palestina. Era una promessa da parte di coloro che non possedevano la terra verso coloro che non ne avevano il diritto – definita come “una terra senza popolo per un popolo senza una terra”.

L’Inghilterra lavorò affinché questo raggiro fosse messo in atto per mezzo di accordi segreti con tutte le parti interessate della regione. Scambiò lettere e garanzie con Hussein Bin Ali, Sharif della Mecca (corrispondenza McMahon–Hussein), il che conferma che la Palestina sarebbe stata sotto il controllo arabo dopo la prima guerra mondiale. Raggiunse, inoltre, un’intesa con la Francia e la Russia per la divisione della regione per mezzo dell’accordo Sykes-Picot, di cui la Russia faceva parte, e che fu rivelato dopo la rivoluzione bolscevica che diede origine all’Unione Sovietica. Emise poi la Dichiarazione Balfour, che fonò l’entità sionista per mezzo della forza delle armi inglesi.

La nascita di questa “dichiarazione” fu la più difficile di tutte le promesse fatte dall’Inghilterra alle parti.  Il ministero degli Esteri britannico aveva cercato di smussare gli angoli affinché non rappresentasse uno colpo, soprattutto per gli Stati Uniti che non l’avevano approvata la prima volta che venne presentata.

Quando il presidente americano Wilson l’approvò, il ministro degli Esteri britannico procedette con l’emissione di cinque bozze della Dichiarazione. Tali bozze furono analizzate da diplomatici specialisti della regione e da avvocati che esaminarono il linguaggio per evitare ogni tipo di conseguenza legale e di impegno politico sia precedente che parallelo.

Dal momento che questo accordo non era vincolante per la Gran Bretagna, non era gradito al presidente dell’Unione Sionista in Gran Bretagna Chaim Weizmann, anche se riteneva che ogni documento ricevuto sarebbe stato vantaggioso, pur debole. Il punto principale era costituito dalla realtà dei fatti e dal modo in cui era stata imposta.

I contenuti della dichiarazione furono poi inclusi nell’Atto di Mandato del 1922, che fu ratificato dalle cinque potenze coloniali della Società delle Nazioni. Tuttavia,  l’Alto Commissario britannico Herbert Samuel ne iniziò l’applicazione quando assunse il suo incarico in Palestina nel 1920, implementandolo per cinque anni.

È degno di nota il fatto che l’entità sionista è il risultato di molteplici piani coloniali, che fino a quel momento non erano stati posti in atto o applicati, poiché non avevano trovato la giusta occasione come quella offerta dalla Dichiarazione di Balfour. Tali piani, inoltre, non avevano alle spalle né la volontà né i soldati, al contrario della Dichiarazione Balfour.

Cosa fare?

I Palestinesi hanno posto continuamente resistenza alla Dichiarazione Balfour per 100 anni, ma le lezioni apprese dall’abilità sionista di occupare la Palestina per mezzo di relazioni varie, inganni e forza, ci hanno confermato che non è pericoloso prendere spunto dagli stessi per alcune situazioni politiche, come:

  • Stabilire quante relazioni politiche e diplomatiche possibile presso gruppi di facile accesso (specialmente i giovani, che hanno fatto grossi progressi grazie alle reti sociali).
  • Tentare di combattere l’occupazione e la Gran Bretagna e rifiutare di rimanere in silenzio, anche dopo 100 anni dal crimine di Balfour di cui il governo britannico si vanta e che Israele considera la levatrice che ha portato il bimbo sionista al mondo.
  • Ricordare continuamente alla comunità internazionale questo crimine e fare in modo che ne prenda coscienza.
  • Dichiarare l’illegalità di questa dichiarazione e dei suoi procedimenti giuridici.
  • Sostenere i movimenti popolari e manifestare con il supporto della solidarietà internazionale, in particolare di quella britannica, nei confronti della causa palestinese.
  • Partecipare a campagne internazionali contro questa Dichiarazione, in particolare la campagna condotta dalla Conferenza dei Palestinesi all’Estero.
  • Partecipare attivamente nei siti delle reti sociali e contribuire alla creazione di un hashtag mondiale, cosa che cercheranno di fare anche gli Israeliani. Vogliamo che le nostre voci raggiungano il mondo intero e che non rimangano circoscritte soltanto a quest’area. L’attuale hashtag unificato è #Balfour100.

Infine, il punto più importante che merita un posto a parte rispetto a quelli menzionati sopra:

Resistenza; tutto ciò che viene ottenuto con la forza solo con la forza può essere ripreso. Ogni diritto supportato dalla resistenza non può essere perso. A coloro che non possono fare resistenza con le armi, io dico che ci sono molte altre forme di resistenza, come per esempio proteste, sit-in e siti di reti sociali attraverso cui la voce di tutta la Palestina, dal Mediterraneo al Giordano, possa essere ascoltata dal mondo intero. La nostra voce si spargerà di modo che tutto il mondo possa conoscere i nostri diritti andati perduti sotto il peso di un potere illegittimo.

Possano i nostri diritti avere potere e possiamo noi essere i soldati di questo potere. 

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta in arabo presso il Palestinian Information Centre.

Traduzione di Laura Pennisi

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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