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News agency on Palestine and Middle East
Aggiornato: 3 giorni 6 ore fa

ISIS definisce Hamas “apostata” e promette di combatterlo a Gaza

Ven, 03/07/2015 - 16:30

MemoL’ufficio informativo della provincia di Aleppo, affiliato allo Stato Islamico (ISIS), ha prodotto un nuovo video dal titolo “Un messaggio alla nostra gente di Gerusalemme” nel quale membri dell’ISIS provenienti da Gaza hanno dichiarato Hamas come un gruppo eretico e lo descrivono come Risvegli di Apostasia.

Abu Qatadah Al-Filistini (il palestinese Abu Qatadah), che è una delle persone arrivate dalla Striscia di Gaza per unirsi all’ISIS di Aleppo, esprime nel video profonda gioia per il fatto di essere uno dei soldati del califfato. Fa appello a tutti i “monoteisti di Gaza a raggiungere il convoglio dei Muhajidin e ad unirsi allo Stato del Califfato”.

Abu Qatadah accusa Hamas di “scivolare lentamente nell’apostasia, una discesa che è iniziata con la demolizione della moschea di Ibn Taymiyah. Si tratta di un movimento che non cerca di governare secondo la Shariah ma cerca di pacificarsi con Iran ed America, i capi dell’apostasia”.

Abu Azzam Al-Ghazawi (il Gazawi Abu Azzam) spiega che “il Jihad per la causa di Allah non dovrebbe essere condotto per la liberazione dei territori, ma per governare secondo la Shari’ah e deve avere come scopo il trionfo della Parola di Allah”.

Accusa Hamas di lottare solo “per eccesso di zelo [nazionalistico], non governa secondo la Shari’ah di Allah ed insegna ai propri soldati ed ai suoi bambini a rendere omaggio alla bandiera, che invece, se io la trovassi, la pesterei in quanto essa rafforza soltanto i confini Sykes-Picot”.

Abu Azzam equipara la resistenza di Hamas contro l’occupazione sionista a Hezbollah in Libano e al regime di Assad in Siria, aggiungendo: “Non fatevi ingannare dai razzi che sparano contro lo stato ebraico di tanto in tanto. I tiranni hanno sempre fatto lo stesso, compreso Hezbollah”.

E spiega: “Lo Stato Islamico ha messo gli occhi su Gerusalemme e si sta avvicinando giorno dopo giorno alla moschea di al-Aqsa lungo il sentiero percorso da Abu Musab Al-Zarqawi e da Sheikh Osama Bin Laden”.

“Un messaggio ai tiranni di Hamas, voi non contate niente per noi. Voi, Fatah e tutti i secolaristi, noi vi consideriamo niente. Se Allah vuole, noi sradicheremo lo stato degli ebrei. Voi non contate niente, e tutta questa schiuma se ne andrà appena entreremo noi. Se Allah vuole, Gaza sarà governata dalla Shari’ah nonostante voi”.

Abu Qataha torna poi a lanciare un attacco a Hamas ancora una volta, dicendo: “Quel che è accaduto nel campo di Yarmouk tra lo stato ed i Risvegli di Aspostasia accadrà a Gaza con Hamas. Per il Signore del Kabah, essi sono gli assassini degli sheikh, dei monoteisti e degli innocenti”.

“Non fatevi ingannare dagli slogan altisonanti”.

Abu Aisha Al-Ghazawi (Abu Aisha di Gaza) afferma: “Hamas venera l’idolo della democrazia oltre ad Allah. Per Allah, vi sono idoli che vengono adorati oltre a Dio proprio come al tempo del Profeta Abramo, che la pace sia con lui”.

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

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Adolescente palestinese ucciso a sangue freddo dai soldati israeliani

Ven, 03/07/2015 - 10:47

Ramallah-PIC e Quds Press. Venerdì all’alba, i soldati israeliani hanno ucciso a sangue freddo un ragazzo palestinese di 17 anni, Mohamed al-Kasbah, al check-point di Qalandiya dove centinaia di Palestinesi si stavano riversando per recarsi a pregare alla moschea di al-Aqsa, a Gerusalemme Est.

Kasbah stava cercando di dirigere il movimento di veicoli vicino al check-point, dove si era creato un ingorgo, quando i soldati gli hanno sparato, ferendolo gravemente alla testa.

Il ragazzo è stato dichiarato morto all’ospedale di Ramallah.

Kasbah era il fratello di Yaser e Samer al-Kasbah, uccisi dai soldati israeliani nel campo profughi di Qalandiya, nel maggio del 2002.

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22 palestinesi uccisi dall’inizio dell’anno

Ven, 03/07/2015 - 10:35

Nablus-Quds Press. Secondo il rapporto di un’organizzazione umanitaria che monitora le violazioni israeliane nei Territori occupati, 22 palestinesi sono stati uccisi e altri 2456 sono stati arrestati durante la prima metà del 2015.

Secondo il rapporto, pubblicato dal Centro “Ahrar per gli studi sui prigionieri e sui diritti umani “, 22 cittadini palestinesi sono stati uccisi nel corso delle continue aggressioni da parte dell’occupazione israeliana: tra questi figura anche un prigioniero liberato, ucciso poco la scarcerazione, dopo aver contratto una malattia mentre si trovava nelle carceri israeliane.

Per quanto riguarda gli arresti, il rapporto ha monitorato il fermo, da parte delle autorità israeliane, di 2456 palestinesi nella prima metà di quest’ anno, sottolineando come il numero più alto di arresti si sia registrato a Gerusalemme, con 752 casi, seguita da Hebron, con 538 casi, da Ramallah e al-Birah , con 324 casi nel periodo interessato.

Secondo il rapporto, inviato a Quds Press in data 2 luglio, nella Striscia di Gaza sono stati arrestati  almeno 90 palestinesi: nella maggior parte dei casi, gli arresti sono avvenuti durante il tentativo dei palestinesi di attraversare il filo spinato che circonda i territori occupati nel 1948; altri casi di fermo si sono registrati ai valichi lungo i confini della Striscia di Gaza.

Il rapporto afferma che, tra gli arrestati a Gaza, vi sono 28 pescatori fermati dalle forze di occupazione, che hanno attaccato i pescherecci privati in mare.

Nello stesso contesto, il Centro “ Ahrar” ha osservato come l’occupazione continui a prendere di mira le donne e i bambini palestinesi, in particolare a Gerusalemme e a Hebron: il rapporto ha infatti monitorato l’arresto di almeno 150  donne e di circa 155 minori nella prima metà del 2015.

Traduzione di Federica Pistono

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Manifestazioni in Cisgiordania per ricordare la morte di Muhammad Abu Khdeir. 11 feriti dalla polizia israeliana

Ven, 03/07/2015 - 01:37

Gerusalemme-AFP. Giovedì, centinaia di palestinesi hanno manifestato a Gerusalemme Est per commemorare il primo anniversario dell’assassinio dell’adolescente bruciato a morte l’estate scorsa, Muhammad Abu Khdeir, di 16 anni.

Muhammad fu rapito e ucciso il 2 luglio del 2014, settimane dopo il rapimento e l’uccisione di tre adolescenti in Cisgiordania.

I manifestanti hanno sfilato nelle strade del sobborgo di Shufat, dove abitava Abu Khdeir, sventolando la bandiera palestinese e sorreggendo poster e immagini del ragazzo.

“Muhammad Abu Khdeir, 2 luglio 2014: ti rapirono, torturarono e bruciarono. Sii testimone del loro crimine”, si leggeva negli striscioni.

Polizia anti-sommossa e veicoli militari sono stati dispiegati in forza a Shufat.

In Cisgiordania, le forze hanno ferito 11 Palestinesi, attaccando una marcia per commemorare l’anniversario dell’assassinio dell’adolescente.

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In sei mesi arrestati 550 Palestinesi di Hebron

Ven, 03/07/2015 - 01:00

Hebron-Ma’an. Giovedì, la filiale di Hebron della Società per i Prigionieri Palestinesi (PPS) ha affermato che le forze israeliane hanno arrestato 550 palestinesi del distretto di Hebron nella Cisgiordania occupata, dall’inizio del 2015.

Il gruppo di detenuti include sette donne e 105 bambini, secondo quando dichiarato a Ma’an dal capo della filiale di Hebron, Amjad Najjar, aggiungendo che 225 detenuti sono stati condannati senza processo, attraverso l’uso della detenzione amministrativa usata frequentemente da Israele.

Tra i detenuti, d’accordo con Najjar, ci sono 78 pazienti che “affrontano una grave minaccia contro le loro vite come risultato della detenzione” poiché non ricevono “alcun tipo di trattamento medico” sotto custodia israeliana.

Najjar ha evidenziato la regolare umiliazione alla quale i detenuti palestinesi sono sottoposti dalle forze israeliane, che minacciano loro in una “maniera selvaggia e disumana durante la detenzione”.

Il rapporto del PPS arriva mentre i gruppi per i diritti umani affermano che Israele arresta in modo indiscriminato i palestinesi che vivono nella Cisgiordania, senza avere sufficienti prove.

Molti di quelli arrestati nel distretto di Hebron dall’inizio del 2015 erano provenienti dalla città di Beit Ummar, dove oltre 60 residenti sono stati arrestati tra gennaio e marzo, dei quali la metà circa era di minorenni.

Quando lo scorso mese è stato domandato il motivo dell’arresto di un quindicenne residente nella città, un portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato a Ma’an che “la ragione è quella di qualsiasi altro arresto, attività illegale o violenza contro i civili, o coinvolgimento nel terrorismo”.

Il disretto di Hebron è stato duramente colpito dalla forze israeliane durante una campagna di arresti dell’estate scorsa, conosciuta come Operazione “Brother’s Keeper”, che presumibilmente sarebbe stata effettuata per salvare tre giovani coloni scomparsi a giugno, che ha portato centinaia di palestinesi ad essere incarcerati, inclusi membri del Consiglio Legislativo Palestinese affiliati ad Hamas.​

Traduzione di F.H.L.

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L’ISIS minaccia i Cristiani di Gerusalemme”. Il vescovo Hanna: resteremo in Palestina insieme ai nostri fratelli musulmani

Gio, 02/07/2015 - 13:50

Abouna.org, 30 giugno 2015. Lo scorso 29 giugno il cosiddetto “Emirato di Beit al Maqdis” (Emirato di Gerusalemme) ha diffuso un secondo opuscolo, a qualche giorno di distanza dalla pubblicazione del primo nella zona di Beit Hanina, a nord di Gerusalemme. Nell’opuscolo viene ribadito l’intento di cacciare i cristiani dalle aree già menzionate nel primo, tutti “tranne coloro che abbracceranno all’Islam”.

Secondo un’agenzia locale palestinese “i cittadini ritengono che queste dichiarazioni sono state fatte dall’intelligence dell’occupazione israeliana, e non credono alla loro validità. Non c’è stata reazione invece da parte dell’Autorità nazionale palestinese, dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e delle fazioni palestinesi, secondo le quali tali dichiarazioni non meritano reazioni né attenzioni perché tendenziose e probabilmente atte solo a causare discordia e divisione.

Giovedì 25 giugno il gruppo estremista ha minacciato di uccidere i Cristiani di Gerusalemme se non lasceranno la città prima dell’Eid Al Fitr (la festa che segna la fine del mese di Ramadan). Le zone che saranno “ripulite” dai cristiani sono “Beit Hanina e Shu’fat, fino ai quartieri della città vecchia di Gerusalemme e la Chiesa del Santo Sepolcro”.

Secondo quanto dichiarato dal Presidente palestinese Mahmoud Abbas l’opuscolo “è stato distribuito in zone che sono sotto il controllo israeliano”. In un’intervista esclusiva al canale “Al-Arabiya” il Presidente ha alluso a un possibile collegamento tra il Fronte di Al Nusra, impegnato in Siria, e Israele: “Come si può comprendere fino in fondo la situazione, quando si scopre che i membri di questo gruppo vengono trattati in Israele?”

Il vescovo greco-ortodosso di Sebastia, Attalla Hanna, ha dichiarato: “A tutti coloro che si classificano come ISIS, noi vogliamo dire che resteremo a Gerusalemme e in Palestina. Continueremo a essere i figli legittimi di questa Terra Santa, sia Cristiani che Musulmani, e non cederemo a pressioni o ricatti, a qualsiasi prezzo”. Secondo lui “queste dichiarazioni maligne e sospettose, dirette al popolo palestinese e rifiutate categoricamente, non si fermeranno”.

Ha poi proseguito: “Chiedo a coloro che diffondono queste dichiarazioni di smettere le loro azioni malvagie. Credete in Dio e in ogni essere umano da lui creato, musulmano o cristiano che sia”. Ha aggiunto “Pentitevi e riacquistate la ragione, perché state commettendo un grave crimine, innanzitutto contro la vostra stessa religione, e contro Gerusalemme e la vostra patria”. Si è rivolto a loro perché “le vostre parole serviranno solo a consolidare la nostra determinazione e aumentare la nostra unione e fratellanza”.

Il vescovo ha poi ribadito che “i cristiani sono portatori di pace, amore e fratellanza in questa terra. loro e i loro fratelli musulmani non abbandoneranno i loro valori morali e i loro principi. Se lo scopo di questa dichiarazione, come di tante altre, è creare una barriera tra musulmani e cristiani in questo territorio, noi rispondiamo dicendo che le nostre religioni non costruiscono muri per separare gli uomini dai propri fratelli, bensì ponti per instaurare rapporti di amore e fratellanza”.

Il vescovo ortodosso ha continuato “queste idee razziste sono destinate a svanire, perché basate sul falso. Non vi auguriamo il male, ma preghiamo il Signore di illuminare i vostri cuori e le vostre menti, affinché possiate pentirvi e tornare alla ragione”.

Ha concluso dicendo che “il dizionario cristiano non comprende il linguaggio della vendetta, dell’odio e del rancore. Il nostro Maestro (il Signore Gesù Cristo) ci esorta a far pentire e perdonare i peccatori”.

Traduzione di Giovanna Niro

Categorie: Palestina

Assalto israeliano nel campo di Dheisheh: 3 palestinesi feriti

Gio, 02/07/2015 - 12:59

Betlemme-Quds Press e Ma’an. Giovedì mattina, tre Palestinesi sono rimasti feriti dalle forze israeliane nel campo profughi di Dheisheh, a sud di Betlemme, durante un’incursione israeliana.

Le forze di occupazione sono entrate nel campo profughi in un veicolo palestinese e hanno sequestrato Raghad Shamroukh, di 20 anni, e Walid Shuhada al-Jafari, 23, prima di aprire il fuoco contro i residenti che avevano reagito all’irruzione scontrandosi con i militari.

I tre feriti sono stati portati in ospedale. Walid è il fratello di Jihad al-Jafari, ucciso dalle forze israeliane il 24 febbraio scorso, durante un’incursione analoga.

L’ufficio Onu per il coordinamento degli Affari umanitari ha affermato che Israele conduce una media di 87 operazioni di arresto a settimana, in Cisgiordania, la maggior parte delle quali nelle aree sotto il “controllo” dell’Autorità nazionale palestinese, in violazione degli accordi e del diritto internazionale.

Il campo di Dheisheh ospita 13 mila profughi palestinesi e le sparatorie delle forze di occupazione si svolgono in uno spazio sovraffollato, con diversi feriti e morti.

 

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Il ministro degli Interni di Gaza dispiega le forze di sicurezza al confine con l’Egitto

Gio, 02/07/2015 - 01:29
Gaza-Ma’an. Mercoledì, il ministro degli Interni di Gaza ha schierato forze militari lungo il confine con l’Egitto, a seguito degli attacchi nel Sinai da parte di militanti affiliati allo Stato Islamico, che hanno ucciso oltre 70 persone. Iyad al-Buzem, portavoce del ministro, ha affermato che forze di sicurezza e pattuglie sono state schierate lungo il confine meridionale per mantenere la sicurezza e la stabilità. Circa 70 persone, la maggior parte delle quali soldati egiziani ma anche civili, sono rimasti uccisi negli attacchi e negli attuali scontri contro gruppi di militanti dello Stato Islamico nella penisola del Sinai, questo mercoledì, secondo funzionari. In una dichiarazione rilasciata online, l’IS ha affermato di aver eseguito attacchi su diversi fronti, che hanno coinvolto l’uso di tre uomini kamikaze. “In un attacco benedetto permesso da Dio,  i leoni del califfato hanno simultaneamente attaccato più di 15 check-point appartenenti all’esercito apostata”, ha affermato il gruppo.
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In un video l’ISIS minaccia di prendersi la Striscia di Gaza

Gio, 02/07/2015 - 01:12

Cairo-O Globo. Militanti dello Stato Islamico hanno minacciato, martedì, di trasformare la Striscia di Gaza in un ulteriore obiettivo nel Medio Oriente.

In un video, il gruppo jihadista accusa Hamas, che governa il territorio palestinese, di non mantenere una rigidità sufficiente nell’applicazione della legge religiosa, shari’a. “Prenderemo lo Stato degli Ebrei (Israele), voi e Fatah. Tutti i laici non valgono niente, e voi sarete totalmente devastati dalla nostre folle”, ha affermato un membro mascherato dell’ISIS nel messaggio diretto ai “tiranni di Hamas”.

“La legge della shari’a sarà implementata a Gaza, nonostante voi. Giuriamo che ciò che succede oggi in Siria, in particolare nel campo di Yarmouk, succederà a Gaza.

Tra le conquiste dello Stato Islamico nella Siria, c’è un distretto di Damasco con un campo di rifugiati palestinesi. Fuori dall’Iraq e dalla Siria, l’IS ha anche rivendicato attacchi in Egitto, Libia, Tunisia, Afghanistan e Yemen.

Hamas reprime i jihadisti nella Striscia, che hanno creato delle cellule nella regione che vive in costante conflitto contro Israele. Nonostante l’ostilità mutua con i vicini, il gruppo non invoca la guerra religiosa.

Hamas è considerato come gruppo terrorista da Israele, Stati Uniti e Unione Europea

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70 soldati e civili egiziani uccisi in attacchi nel Sinai

Gio, 02/07/2015 - 01:00
Cairo. Mercoledì, almeno 70 persone, principalmente soldati egiziani, ma anche civili, sono stati uccisi in attacchi e scontri con militanti dello Stato islamico nella Penisola del Sinai. Ufficiali egiziani hanno affermato che 38 militanti sono stati uccisi negli scontri, durante i quali gli F-16 egiziani hanno attaccato le posizioni dell’IS. Il portavoce dell’esercito egiziano, Muhammad Samir, ha dichiarato che 70 militanti hanno attaccato cinque check-point militari nel nord del Sinai, con 22 uccisi durante gli scontri armati con le truppe egiziane. L’esercito ha anche distrutto tre Land Cruiser equipaggiate con armi anti-aeree. Questi attacchi, in cui sono state usate auto-bombe, sono stati i peggiori da quando i militanti hanno iniziato le violenze, nel 2013. “E’ guerra. La battaglia è in corso”, ha dichiarato a AFP un ufficiale di spicco.”E’ senza precedenti, nel numero di terroristi coinvolti e nel tipo di armi che stanno usando”.

300 armati hanno attaccato la stazione di polizia di Sheikh Zuweid prima di piazzare decine di congegni esplosivi dentro e intorno l’edificio.

Molti degli attacchi terroristici in Egitto sono stati rivendicati da Ansar Bayt al-Maqdis, un gruppo militante che ha cambiato il proprio nome in “Provincia del Sinai” dopo aver giurato fedeltà allo Stato islamico di Iraq e Siria Fonte: Ma’an
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I bambini palestinesi – soli e abbandonati – nel carcere israeliano di Al Jalami

Mer, 01/07/2015 - 12:02

The Guardian. Speciale: il sistema militare giudiziario di Israele è accusato di maltrattare i bambini palestinesi arrestati per il lancio di pietre.

La camera è poco più larga del materasso sottile e sporco che copre il pavimento. Dietro ad un muro basso di cemento si trova un gabinetto alla turca, la cui puzza non ha vie di uscita dalla camera senza finestre. Le pareti in cemento grezzo scoraggiano qualsiasi attività, la luce accesa costantemente non permette di dormire. La distribuzione del cibo attraverso una fessura situata nella parte inferiore della porta è l’unico modo per scandire il tempo, dividendo il giorno dalla notte.

Questa è la Cella 36, nel profondo del carcere di Al-Jalami, nel nord di Israele. Questa è una delle poche celle nelle quali i bambini palestinesi vengono rinchiusi in isolamento per giorni o anche per settimane. Un sedicenne ha affermato di essere stato rinchiuso nella Cella 36 per 65 giorni.

L’unico momento di fuga è in direzione della stanza per gli interrogatori nella quale i bambini vengono incatenati, mani e piedi, ad una sedia mentre vengono interrogati, a volte per ore.

La maggior parte di loro è accusata di aver lanciato pietre verso i soldati o i coloni; alcuni di aver scagliato bottiglie molotov; pochi altri, di reati più gravi come legami con organizzazioni di militanti o l’utilizzo di armi. I bambini vengono messi alle strette anche per ottenere informazioni sulle attività e le simpatie dei loro compagni di classe, parenti o vicini di casa.

All’inizio quasi tutti rigettano le accuse. Moltissimi di loro affermano di essere stati minacciati; altri denunciano violenze fisiche. Gli insulti verbali – “Sei un cane, sei un figlio di puttana” – sono comuni. Molti sono spossati dalla privazione del sonno. Giorno dopo giorno vengono incatenati alla sedia per poi ritornare ad essere confinati in isolamento. Alla fine molti firmano confessioni per poi in seguito dichiarare di esservi stati costretti.

Queste affermazioni e descrizioni provengono da dichiarazioni giurate fornite da minori ad una organizzazione internazionale per i diritti umani e da interviste condotte dal Guardian. Anche altre celle nelle carceri di Al-Jalami e Petah Tikva vengono utilizzate per il confino in isolamento, ma la Cella 36 è quella citata più spesso in queste testimonianze.

Ogni anno i militari israeliani arrestano dai 500 ai 700 bambini, la maggior parte dei quali accusati di lanciare pietre. Fin dal 2008 Defence for Children International (DCI) ha raccolto testimonianze giurate di 426 minori detenuti nel sistema giudiziario militare di Israele.

Le loro dichiarazioni mostrano uno scenario di arresti notturni, mani legate con fascette di plastica, bende agli occhi, abusi fisici e verbali e minacce. Circa il 9% di coloro che hanno fornito testimonianze giurate dicono di essere stati tenuti in isolamento, sebbene sia stato registrato un incremento al 22% negli ultimi sei mesi.

Solo pochi genitori vengono informati su dove i loro figli sono stati portati. I minori vengono interrogati raramente alla presenza di un genitore, ed altrettanto raramente vedono un avvocato prima o durante l’interrogatorio iniziale. La maggior parte di loro vengono detenuti all’interno di Israele, rendendo quindi le visite dei familiari molto difficoltose.

Le organizzazioni per i diritti umani affermano che questi tipi di trattamento – che sono confermati in una ricerca separata, No Minor Matter, condotta da un gruppo israeliano, B’Tselem – violano la convenzione internazionale per i diritti dell’infanzia, che Israele ha ratificato, e la Quarta Convenzione di Ginevra.

Molti bambini sostengono la loro innocenza per i crimini dei quali vengono accusati, nonostante le confessioni e le dichiarazioni di colpevolezza, ha detto Gerard Horton del DCI. Ma, ha aggiunto, colpevole o innocente non è un problema che riguarda invece il loro trattamento.

“Non stiamo dicendo che i reati non sono stati commessi – stiamo dicendo che i bambini hanno diritti legali. Indipendentemente da ciò di cui sono stati accusati, non dovrebbero essere arrestati nel mezzo della notte in raid terrificanti, non dovrebbero essere dolorosamente legati e bendati a volte per ore, infine dovrebbero essere informati sul loro diritto al silenzio e dovrebbero avere il diritto che uno dei loro genitori sia presente durante gli interrogatori”.

Mohammad Shabrawi, 16 anni, della città di Tulkarem in Cisgiordania, è stato arrestato lo scorso gennaio attorno alle 2.30 di notte. “Quattro soldati sono entrati nella mia camera da letto e mi hanno detto ‘tu devi venire con noi’. Non mi hanno spiegato il perché, non hanno detto niente né a me né ai miei genitori”, ha spiegato al Guardian.

Ammanettato con una fascetta di plastica e bendato, ritiene di essere stato portato prima in un insediamento israeliano, nel quale é stato fatto inginocchiare – ancora ammanettato e bendato – per un’ora su di una strada asfaltata nel pieno del freddo notturno. Un secondo spostamento è terminato circa alle 8 del mattino nel centro di detenzione di Al-Jalami, conosciuto anche come carcere Kishon, tra i campi vicino alle strade per Nazareth ed Haifa.

Dopo un controllo medico di routine, Shabrawi è stato portato nella Cella 36. Ha passato 17 giorni in isolamento qui, a parte durante gli interrogatori, ed in una cella simile, la n. 37, ha detto. “Ero solo e spaventato tutto il tempo e avevo bisogno di qualcuno con cui parlare. Mi sentivo soffocare per il fatto di essere solo. Avevo bisogno disperato di incontrare qualcuno, di parlare con qualcuno… Ero così annoiato che quando ero fuori [dalla cella] e vedevo la polizia, loro mi parlavano in ebraico ed io, che non lo parlo, annuivo come se avessi compreso. Sentivo un bisogno disperato di parlare”.

Durante gli interrogatori, restava incatenato. “Loro mi hanno imprecato addosso ed hanno minacciato di arrestare i miei familiari se non avessi confessato”, ha detto. Il primo avvocato lo ha incontrato dopo 20 giorni dal suo arresto, ha riferito, ed è stato accusato dopo 25. “Mi hanno accusato di parecchie cose”, ha detto, aggiungendo che nessuna di queste era vera.

Alla fine Shabrawi ha confessato di appartenere ad una organizzazione messa al bando ed è stato condannato a 45 giorni. Da quando è stato rilasciato, ha affermato, “è impaurito dall’esercito, teme di essere arrestato”. Sua madre ha dichiarato che è divenuto più introverso.

Ezz ad-Deen Ali Qadi di Ramallah, che aveva 17 anni quando è stato arrestato lo scorso gennaio, ha descritto un trattamento simile durante l’arresto e la detenzione. Ha detto di esser stato in isolamento ad Al-Jalami per 17 giorni nelle celle 36, 37 e 38.

“Ripetevo a me stesso le domande degli interrogatori, chiedendomi se quello di cui mi accusavano era vero o no”, ha detto al Guardian. “Senti la pressione della cella. Poi pensi alla tua famiglia, e ti senti come se perderai il tuo futuro. Ci si trova sotto uno stress enorme”.

Il modo in cui veniva trattato durante gli interrogatori dipendenva dall’umore di chi lo interrogava, ha affermato. “Se lui era di buon umore, a volte ti permetteva di sedere sulla sedia senza manette. Oppure poteva obbligarti a sedere su una piccola sedia con un cerchio di ferro dietro. Quindi attaccava le mani al cerchio e le gambe a quelle della sedia. A volte potevi stare in questo modo per quattro ore. E’ doloroso.

“A volte si prendono gioco di te. Ti chiedono se vuoi acqua, e se dici di sì te la portano, ma poi se la beve chi sta facendo gli interrogatori”.

Ali Qadi non ha potuto vedere i suoi genitori per tutti i 51 giorni in cui è stato detenuto prima del processo, ha dichiarato, e gli è stato permesso di vedere un avvocato soltanto dopo 10 giorni. E’ stato accusato di lancio di pietre e di pianificare operazioni militari, e dopo aver confessato è stato condannato a 6 mesi di carcere. Il Guardian ha raccolto testimonianze giurate da altri 5 adolescenti che hanno detto di essere stati detenuti in isolamento ad Al-Jalami e Petah Tikva. Tutti hanno confessato dopo gli interrogatori.

“L’isolamento distrugge la psicologia di un bambino”, ha detto Horton. “I bambini affermano che dopo una settimana circa di questo trattamento, confessano semplicemente per uscire fuori dalla cella”.

L’Agenzia per la Sicurezza di Israele (ISA) – conosciuta anche col nome di Shin Bet – ha dichiarato al Guardian: “Nessuno degli interrogati, compresi i minori, viene tenuto da solo in cella come misura punitiva o per ottenere una confessione”.

Il servizio penitenziario israeliano non ha risposto a domande specifiche riguardo all’isolamento, dicendo solo “la incarcerazione di prigionieri… è soggetta a controlli legali”.

I detenuti minorenni dichiarano inoltre che per gli interrogatori vengono utilizzati metodi crudeli. Il Guardian ha intervistato il padre di un minorenne che sta scontando una pena di 23 mesi per aver lanciato pietre contro alcuni veicoli. Ali Odwan, di Azzun, ha detto che al suo Yahir, che aveva 14 anni quando è stato arrestato, sono state date scosse elettrice con un Taser mentre veniva interrogato.

“Ho fatto visita a mio figlio in carcere. Ho visto i segni delle scosse elettriche su entrambe le sue braccia, si potevano vedere da dietro i vetri. Gli ho chiesto se erano dovuti alle scosse elettriche, lui ha soltanto annuito. Aveva paura che qualcuno potesse ascoltarlo”, ha detto Odwan.

Il DCI ha testimonianze giurate raccolte da tre minori accusati di lanciare pietre che denunciano di aver subito scosse elettriche durante gli interrogatori nel 2010.

Un altro giovane di Azzun, Samir Saher, aveva 13 anni quando è stato arrestato alle 2 della notte. “Un soldato mi ha tenuto a testa in giù e mi ha portato vicino ad una finestra dicendo: ‘Voglio buttarti giù dalla finestra’. Mi hanno picchiato alle gambe, allo stomaco e in faccia”, ha aggiunto.

Chi lo ha interrogato lo accusava di lancio di pietre ed ha chiesto i nomi degli altri amici che avevano lanciato sassi. E’ stato rilasciato senza accuse dopo circa 17 ore dal suo arresto. Ora, ha detto, ha difficoltà a dormire per la paura “che arrivino di notte e mi arrestino”.

In risposta alle domande riguardanti i presunti maltrattamenti, comprese le scosse elettriche, l’ISA ha detto: “Le denunce che i minori palestinesi siano stati soggetti a tecniche di interrogatorio che comprendono le percosse, periodi prolungati con le manette, minacce, calci, abusi verbali, umiliazioni, isolamento e impedimento del sonno sono totalmente infondate… Gli investigatori agiscono secondo la legge e linee guida univoche che vietano queste azioni”.

Il Guardian ha visionato anche rare immagini registrate degli interrogatori di due bambini, di 14 e 15 anni, del villaggio di Nabi Saleh, fermati durante le proteste settimanali contro i vicini insediamenti. Entrambi sono visibilmente esausti dopo essere stati arrestati nel mezzo della notte. I loro interrogatori, iniziati circa alle 9 e 30 del mattino, si protraggono per quattro o cinque ore.

Non viene detto loro del diritto legale di rimanere in silenzio, e ad entrambi vengono poste ripetutamente domande tendenziose, tra le quali anche se alcune determinate persone li abbiano incitati a gettare pietre. Ad un certo punto, dato che un ragazzo appoggia la testa sul tavolo, l’investigatore gli dà un colpo, urlando: “Alza la testa”. Durante l’interrogatorio dell’altro ragazzo, un investigatore sbatte ripetutamente il pugno chiuso nel palmo della sua mano in un chiaro gesto minaccioso. Il ragazzo scoppia in lacrime, dicendo che quella mattina doveva avere un esame a scuola. “Mi bocceranno, perderò l’anno”, dice singhiozzando.

In nessuno dei casi vi era presente un avvocato durante i loro interrogatori.

La legge militare israeliana è stata applicata in Cisgiordania da quando Israele ha occupato i territori, più di 44 anni fa. Da allora, oltre 700.000 palestinesi, uomini, donne e bambini sono stati arrestati con ordinanze militari.

Secondo l’ordinanza militare 1651, l’età per la responsabilità criminale è 12 anni, ed i bambini sotto i 14 anni sono soggetti ad un massimo di 6 mesi di carcere.

Tuttavia, bambini di 14 e 15 anni potrebbero, in teoria, essere condannati fino a 20 anni per aver lanciato un oggetto ad un veicolo in movimento con l’intento di offendere. Nella pratica, la maggior parte delle sentenze va dalle due settimane ai 10 mesi, secondo il DCI.

Nel settembre 2009 è stato istituito un tribunale militare speciale per i minorenni. Si riunisce ad Ofer, un carcere militare fuori Gerusalemme, due volte alla settimana. I minorenni vengono portati al tribunale con le gambe incatenate e bendati, indossando le uniformi marroni del carcere. I procedimenti sono in ebraico con traduzioni sporadiche fornite da soldati che parlano arabo.

Il servizio penitenziario israeliano ha riferito al Guardian che l’utilizzo di misure di contenimento in pubblico è stato permesso nei casi in cui “vi sia una ragionevole preoccupazione che il prigioniero possa evadere, causare danni a proprietà o persone, o danneggiare le prove o cercare di ottenere prove”.

Il Guardian ha testimoniato un caso questo mese di due ragazzi, di 15 e 17 anni, che hanno ammesso di essere entrati illegalmente in Israele, lanciando bottiglie molotov e pietre, dando il via ad un incendio che ha causato danni estesi e vandalizzato alcune proprietà. L’accusa ha chiesto una sentenza che tenga conto dei ‘motivi nazionalistici’ degli accusati e che agisca come deterrente.

Il ragazzo più grande è stato condannato a 33 mesi di carcere; il più giovane, a 26 mesi. Entrambi sono stati condannati ad altri 24 mesi per il momento sospesi, e sono stati multati di 10.000 shekhels (£1.700). Il mancato pagamento della multa significa ulteriori 10 mesi di carcere.

Molte delegazioni parlamentari britanniche erano presenti alle udienze degli adolescenti ad Ofer durante tutto lo scorso anno. Alf Dubs ha riferito alla House of Lord lo scorso maggio, dicendo: “Abbiamo visto un quattordicenne ed un quindicenne, uno dei quali in lacrime, entrambi osservare completamente sconcertati… Non credo che questo metodo di umiliazione rappresenti la giustizia. Credo che il modo in cui questi giovani vengono trattati sia esso stesso un ostacolo alla realizzazione da parte di Israele di un rapporto di pace col popolo palestinese”.

Lisa Nandy, parlamentare di Wigan, che è stata testimone del processo di un quattordicenne incatenato ad Ofer il mese scorso, ha trovato l’esperienza angosciosa. “In cinque minuti è stato considerato colpevole di lancio di pietre ed è stato condannato a nove mesi. E’ stato scioccante vedere un bambino buttato dentro questo processo. E’ difficile pensare che una soluzione [politica] possa essere raggiunta quando i giovani vengono trattati in questo modo. Alla fine loro si trovano con poca speranza per il futuro e molto arrabbiati per il loro trattamento”.

Horton ha detto che le dichiarazioni di colpevolezza sono “la strada più veloce per uscire dal sistema”. Se i bambini affermassero che le loro confessioni sono state estorte “potrebbero avere difesa legale – ma poiché per loro la cauzione non è prevista, resterebbero in detenzione di più che se si fossero semplicemente dichiarati colpevoli”.

Una perizia scritta da Graciela Carmon, uno psichiatra per l’infanzia e membro del Physicians for Human Rights, nel maggio 2011, afferma che i bambini erano particolarmente vulnerabili per aver fornito una confessione falsa sotto coercizione.

“Sebbene alcuni detenuti comprendano che fornire una confessione, nonostante la loro innocenza, avrà ripercussioni negative in futuro, confessano in ogni caso dato che l’immediata angoscia mentale e/o psicologica che provano passa sopra alle implicazioni future, qualunque esse siano”.

Quasi tutti i  casi documentati dal DCI sono terminati con una dichiarazione di colpevolezza e circa tre quarti dei minorenni condannati sono stati trasferiti in carceri all’interno di Israele. Questo viola l’art. 76 della quarta convenzione di Ginevra, la quale richiede che i bambini e gli adulti dei territori occupati siano detenuti all’interno dei territori stessi.

I militari della difesa israeliana (IDF), responsabili degli arresti in Cisgiordania, ed il sistema giudiziario militare hanno stabilito il mese scorso che quest’ultimo sia “rafforzato dall’impegno di assicurare i diritti agli accusati, da imparzialità giuridica e che ponga l’accento sulla messa in pratica delle norme legali internazionali in situazioni incredibilmente pericolose e complesse”.

L’ISA ha detto che i propri addetti hanno sempre agito secondo la legge, e che ai detenuti sono stati riconosciuti tutti i loro diritti, compreso il diritto al consulente legale e alle visite da parte della Croce Rossa. “L’ISA respinge categoricamente tutte le accuse riguardanti gli interrogatori dei minorenni. In effetti, e’ vero invece il contrario – le linee guida dell’ISA garantiscono ai minori protezioni particolari proprio a causa della loro età”.

Mark Regev, portavoce del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha dichiarato al Guardian: “Se i detenuti pensano di essere stati maltrattati, soprattutto nel caso dei minorenni… è veramente importante che queste persone, o le persone che le rappresentano, escano allo scoperto e sollevino tali questioni. Il test per una democrazia è proprio come viene trattata la gente incarcerata, la gente in prigione, e soprattutto quando si tratta di minori”.

Il lancio di pietre, ha aggiunto, è sempre stato un comportamento pericoloso che ha avuto come risultato la morte, lo scorso anno, di un padre e del suo bambino.

“Gettare pietre, gettare bottiglie molotov ed altre forme di violenza sono inaccettabili, e le autorità per la sicurezza devono porvi fine quando accadono”.

Gruppi per i diritti umani sono preoccupati per l’impatto che avrà a lungo termine la detenzione dei minorenni palestinesi. Alcuni bambini la intendono all’inizio come una prova di coraggio, credendo che sia un rito di passaggio, ha detto Horton. “Ma quando vi sedete con loro per un’ora o più, sotto questa patina di spavalderia vi sono bambini alquanto traumatizzati. Molti di loro”, ha detto, “non vogliono più vedere un soldato o andare vicino ad un posto di blocco”. Lui pensa che il sistema funzioni come deterrente? “Sì, lo penso”.

Secondo Nader Abu Amsha, il direttore del YMCA di Beit Sahour, vicino a Betlemme, che gestisce un programma di riabilitazione per i ragazzi, “le famiglie pensano che quando il bambino viene rilasciato, sia la fine del problema. Noi diciamo loro che invece è solo l’inizio”.

In seguito alla detenzione molti bambini presentano sintomi di traumi: incubi, sfiducia negli altri, paura per il futuro, sensazioni di impotenza e di viltà, comportamento ossessivo compulsivo, pipì a letto, aggressività, rinuncia e mancanza di motivazioni.

Le autorità israeliane dovrebbero prendere in considerazione gli effetti a lungo termine, ha detto Abu Amsha. “Non pongono l’attenzione su come tutto questo possa solo continuare il circolo vizioso della violenza, di come ciò possa far aumentare l’odio. Questi bambini escono fuori da questi processi con un mucchio di rabbia. Alcuni di loro sentono il bisogno di  vendicarsi”.

“Puoi vedere bambini che sono completamente distrutti. Fa male vedere il dolore di questi bambini, vedere quanto vengono oppressi dal sistema di Israele”.

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

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Anziano ferito vicino a Ramallah

Mer, 01/07/2015 - 09:53

Imemc. Martedì sera le fonti mediche palestinesi a Ramallah hanno riportato che un 60enne è stato ferito dopo che numerosi coloni israeliani estremisti lo hanno assaltato vicino all’ingresso principale del suo villaggio.

Le fonti hanno riferito che l’uomo, identificato come Mahmoud Saleh Nofal, è stato assaltato vicino al villaggio di Ras Karkar, a ovest di Ramallah, ed è stato portato al centro medico palestinese, con tagli e abrasioni in varie parti del suo corpo.

Gli aggressori hanno spruzzato la faccia dell’uomo con spray al peperoncino, per poi picchiarlo con dei manganelli.

Il giornalista Mohammad Nofal, nipote di Mahmoud, ha dichiarato che l’attacco ha avuto luogo in un frutteto, poco dopo le sette di sera, e che gli aggressori lo hanno lasciato sanguinante.

Ha aggiunto che suo zio è riuscito a camminare fino all’entrata principale del villaggio, dopodiché i residenti l’hanno visto e subito l’hanno portato all’ospedale.

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Soldati rapiscono due bambini, convocano numerosi palestinesi e demoliscono delle strutture

Mer, 01/07/2015 - 09:23

Imemc. Dei soldati israeliani hanno rapito due bambini palestinesi nel paese di Yatta, vicino alla città cisgiordana meridionale di Hebron, hanno consegnato a nove famiglie gli avvisi per fermare la costruzione delle loro case e hanno demolito tre tende e capannoni nel villaggio di Jebna.

Il Comitato popolare contro il Muro e gli Insediamenti a Hebron ha riportato che i soldati hanno rapito due bambini, dopo che l’esercito aveva invaso e perquisito le loro case.

I due sono stati identificati come Issa Mohammad Shawaheen, di 15 anni, e Ahmad Ghassan Shawaheen, di 16.

Il Comitato ha aggiunto che, la sera di lunedì, i soldati hanno invaso il villaggio di Jebna nell’area Masafer Yatta di Hebron e hanno consegnato a nove famiglie gli ordini militari per fermare la costruzione delle loro case, oltre ad altri tre ordini di demolizione per tende e capannoni abitati da famiglie.

Othman al-Jabarin, capo del Comitato di protezione di Masafer Yatta, ha riferito che i soldati hanno consegnato gli ordini a Nabil Hussein al-Jabarin, Ali Mohammad al-Jabarin, Mousa Ibrahim Abu Younis, Issa Maher, Mahmoud Ahmad Younis, Ibrahim Ahmad Younis, Mohammad Houshiyya e Issam Issa Abu Younis.

Martedì all’alba i soldati hanno invaso il villaggio di Marah Rabah, a sud di Betlemme, e hanno consegnato un ordine d’interrogatorio al residente Ahmad Qassem Omar, di 45 anni, dopo aver fatto irruzione nella sua casa, perquisendola.

Traduzione di Silvia Durisotti

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Israele è il più grande utilizzatore di armi esplosive

Mer, 01/07/2015 - 02:13

Betlemme-Ma’an. In seguito alla guerra contro Gaza del 2014, Israele è stato il più grande consumatore di armi esplosive a livello internazionale, secondo quanto ha potuto constatare la scorsa settimana una ONG con sede a Londra, fornendo ulteriore testimonianza dell’uso devastante della forza sul territorio costiero della scorsa estate.

In un rapporto intitolato “Stati esplosivi: monitoraggio della violenza esplosiva nel 2014” Action on Armed Violence ha affermato che Gaza – insieme ad Iraq, Siria, Nigeria e Pakistan – conta uno dei più alti numeri di vittime di armi esplosive a livello mondiale, come risultato dell’uso della forza militare da parte di Israele durante l’operazione Protective Edge.

La maggior parte delle 2.200 vittime palestinesi durante la guerra – tra cui 500 bambini – è stata uccisa da armi esplosive, con il 53% colpiti dalle armi aeree quali bombe, missili o attacchi aerei e il 47% da bombardamenti navali o terrestri, afferma l’AOAV.

Gaza ha presentato uno sbalorditivo 35% dei decessi globali in seguito ad esplosioni aeree e sperimentato il più grande aumento di morti di civili da armi esplosive nel 2014 – in linea con un aumento del 5% delle vittime totali in tutto il mondo.

La Siria è in cima alla lista delle vittime per esplosioni aeree, pari al 43% dei decessi a livello mondiale.

Israele ha lanciato oltre 6.000 attacchi aerei e sparato 50.000 colpi di artiglieria nel territorio costiero densamente popolato, durante la guerra, presentando un incremento del 533 per cento dell’uso dell’artiglieria nell’Operazione Piombo Fuso e una media di 680 proiettili sparati a Gaza ogni giorno del conflitto.

Le statistiche rafforzano i risultati dell’Inchiesta della Commissione delle Nazioni Unite sulla guerra di Gaza 2014, che lunedì denunciato “l’enorme potenza di fuoco” usata a Gaza che ha causato “devastazione e sofferenza umana” senza precedenti.

Rob Perkins, un ricercatore senior armi dell’AOAV, ha detto a Ma’an che Gaza è al terzo posto a livello di numero di vittime civili in seguito violenza esplosiva nel 2014 – superata solo da Iraq e la Siria.

“L’operazione a Gaza è stata caratterizzata dall’uso di armi esplosive pesanti, come enormi missili aerei, o proiettili di artiglieria senza guida. Queste armi coprono una vasta area, e dopo il modo con cui sono state scagliate in zone popolate di Gaza, non è una sorpresa vederlo così in alto nella classifica”.

I bambini sopportano l’impatto della violenza esplosiva

Il conflitto di 50 giorni a Gaza, ha ucciso 539 bambini e ne ha feriti 2.956, la maggior parte dei quali sono ora alle prese con traumi e disabilità per tutta la vita, secondo l’Unicef.

Dei 28 paesi in cui sono stati riportati decessi di bambini in seguito alle armi esplosive, il 40 per cento sono stati uccisi o feriti a Gaza, la percentuale più elevata in qualsiasi zona di conflitto internazionale seguita dalla Siria al 25%, ha detto l’AOAV .

Esplosioni aeree, come gli attacchi aerei, erano particolarmente pericolosi per i bambini durante la guerra, infatti l’AOAV ha registrato 166 incidenti separati in cui i bambini sono stati uccisi o feriti da armi esplosive all’interno delle loro case famiglia.

In uno di questi incidenti, il 29 luglio, la forza aerea israeliana ha sganciato una bomba aerea di 2.000 libbre su un condominio di tre piani a Khan Younis, uccidendo 18 bambini. Ci sono stati un totale di 33 morti nel bombardamento che rase al suolo la costruzione a-Dali.

L’uso devastante della forza da parte di Israele durante l’operazione militare significa che è lo stato che ha causato il maggior numero di vittime civili per mezzo di armi esplosive, con gli attacchi israeliani che rappresentano il 44 per cento degli incidenti globali causati da violenza esplosiva.

Oltre l’84 per cento di questi attacchi sono stati segnalati in luoghi in cui si concentrano i civili, un numero di gran lunga superiore alla media globale del 61 per cento.

“In media, l’AOAV ha registrato nove morti tra civili e feriti per ogni attacco di armi esplosive a Gaza”, ha detto il ricercatore Rob Perkins.

Anche se inferiori ai tassi in Iraq e Siria – due paesi impantanati in brutali guerre civili – Perkins dice un bilancio così alto è indicativo della “pericolosità di queste armi, che sono finalizzate a un obiettivo specifico”.

Un’inchiesta delle Nazioni Unite ha rilevato che l’esercito israeliano si è  reso responsabile di sette attacchi contro le scuole delle Nazioni Unite a Gaza che sono state utilizzate come rifugi durante la guerra del 2014.

Nell’attacco del 30 luglio, le forze israeliane hanno sparato almeno dieci proiettili di 155 millimetri vicino ad una scuola per ragazze dell’UNRWA a Jabaliya, che serviva da rifugio per centinaia di profughi palestinesi.

Decine di persone, compresi i bambini, sono stati uccise durante l’attacco. L’UNRWA ha definito una “fonte di vergogna universale” il fatto che “i bambini siano stati uccisi mentre dormivano accanto ai loro genitori, sul pavimento di un’aula, in un rifugio assegnato alle Nazioni Unite”.

Perkins afferma che l’uso di armi esplosive potenti, imprecise e ad alto impatto in zone così densamente popolate significa che è inevitabile che dei civili saranno uccisi nel fuoco incrociato.

“L’AOAV concorda con l’inchiesta della Commissione delle Nazioni Unite quando afferma che l’uso di artiglieria con effetti ad ampio raggio non è appropriato in aree densamente popolate.

“Purtroppo questo è quello che abbiamo potuto constatare l’anno scorso a Gaza”.

Traduzione di Domenica Zavaglia

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L’UNRWA annuncia la riduzione del personale internazionale

Mer, 01/07/2015 - 01:59

Imemc. L’UNRWA, L’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei rifugiati palestinesi, ha annunciato la riduzione dell’85% del personale internazionale costituito da 137 persone con contratti a tempo determinato attraverso un processo graduale che durerà fino alla fine di settembre.

Il 35% di loro vedrà terminare il proprio contratto nelle prossime quattro settimane mentre l’ulteriore 50% vedrà scadere il contratto entro il 30 settembre senza possibilità di ulteriori proroghe o rinnovi.

L’UNRWA ha infatti un deficit che alla fine dell’anno ammontava a 101 milioni di dollari americani.

Allo stato attuale, grazie alle severe misure di austerità messe in atto oltre il presente annuncio, l’agenzia dovrebbe essere in grado di continuare i propri servizi di aiuto fino alla fine dell’anno, tra cui servizi sanitari, di soccorso, di servizi sociali, igienico-sanitari e di emergenza per cui sono stati stanziati i fondi.

Il sistema scolastico dell’UNRWA, riservato a mezzo milione di bambini in tutto il Medio Oriente in particolare Giordania, Libano, Siria e Palestina occupata, ha un’ importanza essenziale ma nelle prossime settimane potrebbero essere prese pesanti decisioni al riguardo se il deficit non sarà colmato.

Traduzione di Lorenzo D’Orazio

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Soldati israeliani sparano a un ragazzo palestinese a Qalandia

Mer, 01/07/2015 - 01:55

Betlemme-Quds Press. Martedì, le forze israeliane hanno sparato a un Palestinese al check-point di Qalandia, ferendolo.

La polizia israeliana ha dichiarato che i soldati hanno sparato a un giovane, Hassan Ayoub Abu Rumaila, 19 anni, che si stava dirigendo di corsa verso il check-point al grido di “Allahu Akbar.

Il ragazzo è stato ferito alla schiena ed è stato ricoverato in ospedale.

 

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FF3, deportati l’ex presidente tunisino e una parlamentare europea

Mar, 30/06/2015 - 14:24
Lunedì, Israele ha deportato l’ex presidente tunisino, Moncef Marzouki e la parlamentare europea Ana Miranda, membri della barca Marianne, della Freedom Flotilla 3, che è stata abbordata dalla marina israeliana mentre era diretta a Gaza. Per gli altri 14 membri è iniziato un analogo processo di espulsione. A bordo della Marianne de Gothenburg c’erano anche due israeliani: un reporter della tv Channel 2, Ohad Hemo, e un membro palestinese del Knesset, Basel Ghattas, che sono stati rilasciati. Rimangono ancora imprigionate, secondo il comunicato diramato dal Media team della FF3: Dror Feiler, musicista svedese-israeliano, Nadya Kevorkova, giornalista russa; Kajsa Ekis Ekman, giornalista svedese, Robert Lovelace, professore canadese; Ammar Al-Hamdan,Aljazeera Arabic, Norvegia, Mohammed El Bakkali, Aljazeera Arabic, Marocco, Ruwani Perera, New Zealand MaoriTV, Jacob Bryant New Zealand MaoriTV; cinque membri dell’equipaggio: Joel Opperdoes, svedese, Gustave Bergstrom, svedese, Herman Reksten, norvegese, Kevin Neish, canadese, Jonas Karlin, svedese, Charlie Andreasson, svedese. Il peschereccio “Marianne”, parte della missione Freedom Flotilla III, a circa 100 miglia marine (oltre 190 chilometri) dalle coste di Gaza, perciò in piene acque internazionali, è stato circondato da vari mezzi della marina israeliana e abbordato, i suoi passeggeri sequestrati e, contro la loro volontà, trasferiti al porto militare israeliano di Ashdod, secondo quanto riferito dalle forze armate israeliane.
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Cisgiordania, esercito e coloni israeliani aggrediscono i Palestinesi

Mar, 30/06/2015 - 12:58

Cisgiordania. Nella notte tra lunedì e martedì, le forze israeliane hanno eseguito una campagna di sequestri di cittadini palestinesi in varie aree della Cisgiordania, dopo il ferimento di tre coloni in una sparatoria, a Nablus, e il presunto lancio di un congegno esplosivo contro il veicolo di un colono a Ramallah.

Inoltre, decine di coloni dell’insediamento di Beit El hanno attaccato veicoli palestinesi sulla strada tra Ramallah e Nablus.

Tali azioni violente israeliane fanno seguito al comunicato del presidente del Consiglio regionale di Shomron, che raggruppa insediamenti della Cisgiordania: “Non dobbiamo permettere al terrorismo di diffondersi. Chiedo al governo di autorizzare l’esercito ad agire senza pietà contro i selvaggi che hanno preso i civili come bersaglio”.

Alle prime ore di martedì, le forze israeliane hanno assaltato al-Mughayir e eseguito diversi arresti.

Sono state invase diverse abitazioni, soldati sono stati dispiegati in ogni strada e sono stati piazzati check-point.

Lunedì sera, sono scoppiati violenti scontri tra giovani palestinesi e occupanti israeliani.

Soldati hanno fatto irruzione in negozi e stazioni di benzina dove hanno sequestrato telecamere di sorveglianza.

(Fonti: Quds Press e Ma’an)

 

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Prigionieri palestinesi in gravi condizioni nelle carceri israeliane

Mar, 30/06/2015 - 02:35

PIC. Diversi prigionieri palestinesi rinchiusi nelle prigioni del Negev e di Nafha soffrono per il deterioramento delle loro condizioni di salute a causa della negligenza medica israeliana.

L’Autorità palestinese per i Prigionieri ha dichiarato che il detenuto amministrativo Majed Saadi, 26 anni, rinchiuso nel carcere di Nafha dal 2013, soffre di problemi neurologici e di svenimenti frequenti, oltre a forti mal di testa.

Mohamed Haroub, 23 anni, nella prigione del Negev da oltre un anno, soffre di epilessia, e non riceve cure mediche.

Rami Khanfar, imprigionato nel 2005 e condannato a 15 anni, soffre di gravi ferite al piede da quando gli spararono, durante l’arresto. Soffre anche di forti dolori alla schiena e di ulcera peptica. Non riceve cure mediche.

Ziad Silawi, detenuto dal 2003 e condannato a 17 anni, soffre di problemi psicologici e sintomi di isteria, senza ricevere cure mediche.

Mohamed Sami Abd Rabo, imprigionato nel 2004 e condannato a 16 anni, soffre di sincope frequente da quando fu oggetto di un brutale attacco da parte dei carcerieri della prigione di Nafha, due settimane fa.

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