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Imemc. Domenica all’alba i soldati israeliani hanno invaso la città di Silwad, ad est di Ramallah, nel centro della Cisgiordania, e hanno rapito un quindicenne, trattenendo il fratello di 10 anni chiuso in un bagno mentre lo interrogavano. L’esercito ha anche rapito due giovani nella Gerusalemme est occupata. Il bambino, Hamza Shokri Hammad, è stato rapito dopo che numerosi soldati hanno sfondato la porta principale di casa e lo hanno bloccato in una delle stanze, mentre costringevano suo fratello Bilal a entrare in bagno, dove lo hanno minacciato e interrogato. Hammad è stato fatto prigioniero prima che i soldati lasciassero la proprietà; la famiglia ha affermato che l’esercito ha confiscato telefoni cellularie e videogiochi, oltre ad aver distrutto un computer. La famiglia ha aggiunto che i soldati hanno anche preso alcuni giocattoli di Bilal, buttandoli poi fuori dalla casa. Il ragazzino sequestrato è figlio di Moayyad Hammad, fatto prigioniero diversi anni fa e condannato a sette ergastoli. La scorsa settimana l’autorità carceraria israeliana ha negato ad Hamza il diritto di visitare il padre incarcerato, sotto il pretesto di essere minorenne e di aver bisogno di un permesso, nonostante per la legge israeliana ciò non sia vero. Sempre all’alba di domenica, i soldati hanno invaso la città di al-‘Eesawiyya, nella Gerusalemme occupata, rapendo due giovani palestinesi e portandoli in un centro interrogatori in città. I due sono stati identificati come Mahmoud Abdul-Raouf Mahmoud e ‘Amid ‘Obeid.

Imemc. Lunedì mattina i soldati israeliani, di stanza lungo le recinzioni di confine, a est di Khan Younis, nella parte meridionale della Striscia di Gaza, hanno aperto il fuoco contro numerosi agricoltori palestinesi, che si trovavano nelle proprie terre, e contro le loro case.

L’agenzia news WAFA ha riportato che i soldati hanno sparato decine di proiettili mirando a case e agricoltori, causando attacchi d’ansia in molti bambini.

I palestinesi hanno dovuto lasciare le proprie terre e cercare rifugio nelle case, che comunque si trovavano sotto il fuoco dell’esercito.

I soldati attaccano di frequente le case e le terre palestinesi nelle aree di confine della Striscia di Gaza, in aggiunta a continui assalti e violazioni che colpiscono i pescatori di Gaza e le loro barche.

Imemc. Domenica mattina decine di soldati hanno invaso l’area di ar-Ras al-Ahmar, a est della città di Tubas, nella Cisgiordania centrale, e hanno sfollato 14 famiglie per consentire all’esercito di condurre un’esercitazione di cinque giorni. Il capo del Consiglio Locale delle Tribù di Beduini e Wadi al-Maleh, Aref Daraghma, ha affermato che i soldati hanno circondato l’intera area, dichiarandola zona militari ristretta, e hanno sfollato 14 famiglie. A quanto riferito da Daraghma, l’esercito ha dichiarato che l’esercitazione sarebbe durata cinque giorni, dalle sei del mattino fino a mezzogiorno. L’esercito sfolla di frequente le famiglie palestinesi, specialmente quelle di beduini che dipendono dal loro bestiame come unica fonte di entrate, al fine di condurre esercitazioni militari nella Valle del Giordano, l’area di campagna del distretto cisgiordano meridionale di Hebron, e in diverse altre aree. Domenica un bambino palestinese è inoltre rimasto gravemente ferito quando un ordigno inesploso abbandonato dall’esercito israeliano è scoppiato a Hebron.
Hebron-Ma’an e Imemc. L’arcivescovo ortodosso Attallah Hanna era tra i diversi leader religiosi e politici che hanno preso parte ad una marcia, sabato, per protestare contro l’acquisto da parte di coloni israeliani del plesso di una chiesa, nel sud della Cisgiordania occupata. Il complesso di 38 dunam (9,3 acri), conosciuto come Beit al-Baraka, è localizzato nel nord del campo profughi al-Arrub, nel distretto di Hebron. Un articolo del quotidiano israeliano Haaretz, a maggio ha reso noto che nel 2012, un milionario statunitense, Irving Moskowitz, aveva comprato il sito attraverso una compagnia svizzera, con l’intenzione di trasformarlo in un avamposto coloniale. Comitati di resistenza popolare hanno organizzato la marcia di sabato.  I manifestanti hanno eseguito una preghiera di massa condotta da Attalah Hanna, arcivescovo della Chiesa greco-ortodossa di Sebastia, e da padre George Awad. Awad ha esortato il presidente palestinese Mahmoud Abbas e l’Autorità Palestinese ad appoggiare Beit al-Baraka nella sua battaglia contro le violazioni israeliane. I partecipante hanno affermato che le forze israeliane hanno soppresso la marcia e hanno impedito loro di raggiungere il complesso della chiesa.  La chiesa è localizzata in un luogo strategico che, una volta colonizzato, vedrà insediamenti israeliani estendersi dal blocco dei coloni di Gush Etzion a sud di Gerusalemme fino ad un raggruppamento di colonie intorno a Hebron.  Oltre 500 mila israeliani vivono in colonie illegali a Gerusalemme est e in Cisgiordania.  Traduzione di F.H.L.
Gerusalemme-Ma’an. Le autorità israeliane hanno rinnovato la detenzione amministrativa all’85 percento dei detenuti palestinesi che sono tenuti sotto questo tipo di pratica, secondo quanto ha affermato venerdì un gruppo per i diritti dei prigionieri. Il Centro Studi per i Prigionieri ha affermato che almeno 75 dei 480 palestinesi bloccati nella detenzione senza processo hanno avuto le loro sentenze – che variano dai due ai sei mesi – rinnovate per la quarta volta consecutiva.  La detenzione di 135 prigionieri è stata rinnovata per le terza volta di fila, mentre 190 palestinesi hanno ricevuto un rinnovo della sentenza per la secondo volta.  La corte militare israeliana ha emesso 726 ordini di detenzione amministrativa soltanto nel 2015, comprese sentenze emesse per la prima volta e altre rinnovate, ha affermato il gruppo. Tra le sentenze, píù di 340 sono state emesse contro palestinesi di Hebron, distretto della Cisgiordania occupata.  Riyad al-Ashqar, un portavoce del Centro Studi per Prigionieri, ha affermato che Israele mantiene i palestinesi come ostaggi politici, attraverso la politica di detenzione amministrativa. La maggior parte dei detenuti di questo tipo di politica, che risale a prima del mandato britannico, sono trattenuti sotto prove segrete e non sono a conoscenza della ragione per le loro detenzioni, che possono essere rinnovate ad oltranza ogni sei mesi. Nel 2012, oltre 2 mila prigionieri palestinesi sono entrati in sciopero della fame per protestare contro la detenzione amministrativa, uno degli unici mezzi disponibili ai palestinesi per sfidare tale politica.  La scorsa settimana, il detenuto palestinese Muhammad Allan ha finito uno sciopero della fame di due mesi che aveva iniziato come protesta contro la sua detenzione senza processo. Una corte israeliana ha posto fine alla sua prigionia a causa del deterioramento della sua salute. La detenzione amministrativa è legale, in base al diritto internazionale, solo in circostanze eccezionali, e la comunità internazionale e le organizzazioni per i diritti umani ne condannano l’uso eccessivo da parte israeliana. Traduzione di F.H.L.

Gerusalemme. Domenica, il ministro palestinese per i Beni religiosi ha dichiarato che Israele sta imponendo gravi restrizioni all’ingresso dei Palestinesi nel complesso di al-Aqsa nel tentativo di avviare la pratica giornaliera di preghiere ebraiche nel sito sacro.

Tale affermazione, che riflette le preoccupazioni espresse dai fedeli palestinesi e dal ministro palestinese per gli Affari esteri, giunge mentre le limitazioni ai Palestinesi entrano nella seconda settimana consecutiva. Militari israeliani hanno ispezionato tutti gli uomini palestinesi che sono entrati nel complesso e hanno negato l’accesso a diversi sotto i 40 anni. A molti altri è stato chiesto di lasciare la carta di identità ai check-point di entrata.

Nel frattempo, a circa 30 ebrei estremisti è stato permesso di entrare nel complesso attraverso la Porta dei Maghrebini, sotto pesante copertura della polizia israeliana, secondo quanto hanno riferito a Ma’an i fedeli.

La Porta dei Maghrebini è usata dai non musulmani per entrare nel complesso di al-Aqsa, in momenti determinati della giornata. Mentre ai non-musulmani è permesso entrare, le loro preghiere sono proibite, ma i fedeli hanno raccontato che recentemente la porta è stata destinata a uso quasi esclusivo dei gruppi di estremisti ebrei che vanno a pregare nel complesso.

(Fonte e foto: Ma’an)

 

Ramallah Quds Press. Un’organizzazione palestinese per i diritti umani che si occupa di questioni legate ai prigionieri ha reso noto che, rispetto al luglio scorso, il mese di agosto è stato testimone di un notevole incremento dei provvedimenti di detenzione amministrativa emanati dalle autorità d’occupazione contro i palestinesi.

Il Centro Studi per i prigionieri palestinesi ha reso noto in un comunicato stampa riportato il 30 agosto da Quds Press, che le autorità d’occupazione hanno emesso dall’inizio del mese 94 ordinanze di detenzione amministrativa, facendo così registrare un aumento del 50% rispetto al mese scorso, nel quale erano state soltanto 63.

Il centro ha affermato che con tali ordinanze le autorità d’occupazione mirano a colpire attivisti, capi di organizzazioni palestinesi, deputati parlamentari ed autori di iniziative in Cisgiordania, aggiungendo che “l’occupazione, attraverso questa forma di detenzione, ha lo scopo di trattenere il più a lungo possibile quanti ricevono tali ordinanze.”

Durante questo mese le autorità hanno emesso per la prima volta 23 ordinanze di detenzione amministrativa nei confronti dei prigionieri, rinnovandone 71 più di una volta. Il periodo di detenzione varia dai due ai sei mesi.

Il centro ha svelato che dall’inizio del 2015 sono 726 le ordinanze di detenzione amministrativa emesse, affermando che la città con il numero più elevato di queste è Hebron, e rilevando che il silenzio della comunità internazionale sull’esercizio della detenzione amministrativa da parte delle autorità d’occupazione “è un crimine perpetrato in nome della leggittimità internazionale e della legge”.

L’occupazione israeliana si basa sulle concessioni del diritto internazionale applicando la detenzione amministrativa per impellenti motivi di sicurezza in modo eccezionale ed individuale, e punizioni collettive ai palestinesi.

Il centro definisce la detenzione amministrativa, la quale non prevede né accusa né processo, “arbitraria ed ingiusta”, e chiede alla comunità internazionale e alle organizzazioni per i diritti umani di intervenire con urgenza per porre fine a tale forma di detenzione, rendendo noto che le autorità d’occupazione la esercitano nei confronti dei palestinesi adducendo il pretesto “della minaccia alla sicurezza della nazione o del pericolo per la vita dei coloni e dei soldati”, senza sottoporli al giudizio di tribunali militari nè formulando nei loro confronti una chiara accusa.”

Traduzione di Michele Di Carlo

Betlemme-Ma’an. Le forze israeliane hanno sparato e ferito un Palestinese mentre decine di altri sono rimasti feriti quando le manifestazioni settimanali sono state disperse in tutta la Cisgiordania occupata, venerdì pomeriggio, hanno affermato i residenti.

Le manifestazioni hanno contrassegnato i continui sforzi dei residenti palestinesi per protestare contro gli effetti dell’occupazione israeliana, comprese le  contestazioni sulla terra, il muro di annessione, la libertà di circolazione, e le rivendicazioni per l’acqua.

A Kafr Qaddum, Deyaa Shtewei, di 36 anni, è stata colpita al piede da una pallottola e trasportata all’ospedale Rafidia per le cure del caso, mentre decine di altri sono stati colpiti con proiettili di acciaio rivestiti di gomma e curati sul posto, ha detto Murad Shtewei, il coordinatore della resistenza popolare del villaggio.

Gas lacrimogeni e acqua puzzolente – un liquido maleodorante che lascia persone e case con l’odore di feci e spazzatura di settimane – era stato utilizzato anche dalle forze israeliane contro i manifestanti, ha aggiunto Shtewei.

Nel villaggio di Bil’in, le forze israeliane hanno colpito il giornalista Mohammad Basman Yasin con un proiettile d’acciaio  rivestito di gomma alla gamba, e decine di persone hanno sofferto per aver respirato gas lacrimogeno.

Le forze israeliane hanno arrestato l’attivista Iyad Burnat, capo del comitato popolare di resistenza dei villaggi, e il fotografo Hamza Yasin. I due sono stati portati verso una destinazione sconosciuta.

A Nabi Saleh, Salam Basim, un bambino palestinese, è stato ferito al piede da un proiettile di acciaio rivestito di gomma che gli ha rotto un dito, mentre molte altre persone sono state ferite da proiettili di gomma, ma sono state curate sul posto.

Le forze israeliane hanno fatto irruzione nella zona sud del villaggio, dove si sono scontrate con gli attivisti, hanno arrestato Mahmoud al-Tamimi e un attivista italiano non identificato.

Le forze israeliane hanno anche aggredito Mohammad Basim, un bambino che aveva  riportato la rottura di un braccio durante un raid israeliano nel villaggio, due giorni fa – oltre a picchiare sua madre Nariman, e Nawal al-Tamimi.

Gruppi per i diritti hanno criticato Israele per l’uso sproporzionato della forza contro i civili disarmati durante le manifestazioni.

Nonostante le armi per controllare la folla sono concepite per non essere letali, molti metodi utilizzati dalle forze israeliane causano la morte, lesioni gravi e danni alle proprietà, dicono i critici.

Oltre 100 Palestinesi sono stati feriti dalle forze israeliane durante le manifestazioni e gli scontri nelle prime tre settimane del mese, secondo quanto documentato dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari.

Traduzione di Edy Meroli

Gerusalemme-PIC. Centinaia di Palestinesi hanno sfilato, venerdì, nei cortili del complesso di al-Aqsa, per protestare contro le continue violazioni israeliane al luogo di culto islamico.

Fonti locali hanno affermato che i manifestanti hanno intonato slogan a sostegno della moschea di al-Aqsa e altri di condanna alle violazioni e irruzioni quotidiane dei coloni e delle truppe israeliane nella moschea, e hanno sollecitato la nazione musulmana a difenderla.

Ma’an. Di Fadwa Baroud. Il 12 luglio 2015 Israele ha annunciato di voler eseguire gli ordini di demolizione delle strutture nel villaggio palestinese di Susiya, nella cosiddetta Area C, che copre il 60% della Cisgiordania, sotto il controllo israeliano, compresa una piccola consistente in quattro classi, tre bagni e una cucina. Prima della costruzione della scuola nel 2010, le classi erano delle tende, poi distrutte da un forte uragano.

La scuola e l’asilo sono tra le 170 strutture di Susiya comprese nell’ordine di demolizione. Tra queste ci sono anche 32 tende residenziali, 26 rifugi per animali, 20 cisterne d’acqua, 20 latrine e 2 cliniche mediche. Gli ordini di demolizione possono essere eseguiti in qualunque momento.

Secondo Israele queste strutture possono essere demolite in quanto costruite senza permesso e quindi illegali. Secondo l’Ufficio per la Coordinazione degli Affari Umanitari (OCHA) delle Nazioni Unite Israele avrebbe negato più del 90% delle richieste di permesso di costruzione. Ciò significa che la maggior parte dei palestinesi ha dovuto scegliere tra costruire senza permesso o non costruire affatto.

La settantenne Sara Nawaja’a ha assistito a tre ondate di demolizione nella sua vita.

“Nel 1986 l’area della mia casa nativa a Susiya fu dichiarata dalle autorità israeliane sito archeologico e tutti i residenti furono sfrattati e trasferiti in un’altra zona”, ha detto. “Ma in seguito, nel 2001, questa zona fu dichiarata zona militare e tutte le nostre tende demolite. Dovemmo spostarci in un altro posto a mezzo chilometro da lì. Ci sono state poi altre demolizioni nel 2011, e l’ultimo ordine è arrivato il mese scorso”.

I residenti continuano a contestare gli ordini tramite i tribunali. Vicino al villaggio è presente un insediamento israeliano con lo stesso nome.

“I cittadini israeliani residenti nell’insediamento di Susiya hanno una piscina e un parco giochi, noi non possiamo costruire neanche una cisterna!” ha detto Mohammad Nawaja’a, 12 anni. “Amo giocare a calcio ma voglio diventare giornalista per raccontare tutte le ingiustizie subite dai palestinesi”.

Mohammad vive a mezzo chilometro da scuola. Ha detto “Voglio che gli altri bambini nel mondo sentano la nostra voce e vedano la nostra miseria, alla faccia dei coloni israeliani. Sono violenti, ho paura ad andare a scuola da solo dopo che l’anno scorso alcuni coloni mi hanno aggredito”.

Oltre alle minacce di demolizione, nel villaggio mancano le infrastrutture di base, e non è collegato alle principali risorse di acqua pubblica o di elettricità.

Secondo diverse organizzazioni umanitarie, solo nel 2014 sono stati danneggiati dai coloni israeliani 800 alberi e alberelli di ulivo di proprietà dei palestinesi di Susiya.

I residenti di Susiya impiegano fino a un terzo del loro reddito per pagare acqua potabile che viene distribuita in taniche, per un costo di circa 5€ al metro cubo (5,5 dollari per 35 piedi cubi) – cinque volte di più rispetto ai costi sostenuti dai vicini coloni, serviti dalla rete idrica israeliana.

Le demolizioni nell’Area C stanno aumentando. L’OCHA ha riportato che in media 64 strutture al mese sono state demolite nei primi tre mesi del 2015 – rispetto alle 51 demolizioni registrate nello stesso periodo nel 2014 e alle 53 del 2013.

L’UE ha ripetutamente fatto appello al governo israeliano per porre fine alle demolizioni nell’Area C, sottolineando il peggioramento delle condizioni di vita dei palestinesi che vi risiedono.

Nel caso di Susiya, i ministri degli Esteri dell’UE riunitisi a luglio hanno redatto una dichiarazione nella quale invitano Israele a fermare il piano di trasferimento della popolazione del villaggio e la demolizione delle case e delle infrastrutture palestinesi della comunità. Alla fine della dichiarazione si legge: “queste azioni minacciano seriamente la soluzione dei due Stati”.

Le comunità dell’Area C che ne hanno bisogno ricevono assistenza umanitaria tramite la Direzione Generale per gli Aiuti Umanitari e la Protezione Civile (ECHO) della Commissione Europea. A Susiya, l’ECHO ha aiutato altri partner umanitari a fornire acqua e servizi igienici ai bambini, e a ricostruire alcune aule.

Nel frattempo, mentre la scuola ha riaperto per il nuovo anno, i bambini e i loro genitori sono incerti sul futuro. La domanda che Mohammad e tutti gli altri bambini di Susiya si pongono è la seguente: e se domani mattina ci svegliassimo e scoprissimo che la nostra scuola è stata demolita?

Fadwa Baroud è l’Assistente alle Informazioni e Comunicazioni per la Direzione Generale per gli Aiuti Umanitari e la Protezione Civile della Commissione Europea (ECHO)

Traduzione di Giovanna Niro

Ramallah-PIC. Un diciassettenne palestinese di Jenin ha raccontato i dettagli dell’abuso al quale è stato sottoposto nelle carceri israeliane da parte degli investigatori. Il prigioniero Ali Atyani ha dichiarato al suo avvocato, durante una visita in carcere, di essere stato con mani e gambe legati durante un interrogatorio, e che l’investigatore israeliano ha iniziato ad imprecare e a minacciarlo di demolire la sua casa e di arrestare suo fratello. Il prigioniero ha sottolineato che ha avuto diversi problemi di salute, compresi problemi toracici, difficoltà respiratorie, mal di testa e sinusite permanente. Ciononostante, non gli è stato offerto alcun trattamento, ha aggiunto.  Il ragazzo ha affermato che l’amministrazione carceraria ha condotto operazioni improvvise invadendo l’ala dei minorenni, durante la notte. Nell’ultima di queste operazioni ha bloccato tutti i ragazzini nei bagni e ha rovistato i loro oggetti personali.  90 minorenni palestinesi sono detenuti ‘nella prigione militare di Ofer, in aggiunta a gli altri 110 sparsi nelle prigioni di Hasharon e Megiddo.

Gaza-PIC. Hamas ha negato le voci sulla rimozione del nome di Ghassan Kanafani da una delle scuole di Gaza, affermando che lo scrittore palestinese rimarrà per sempre un’icona palestinese.
Il portavoce di Hamas, Sami Abu Zuhri, ha affermato che Hamas ha contattato il ministero dell’Educazione e dell’Educazione Superiore e che questo lo ha assicurato sul fatto che la scuola continua ad avere lo stesso nome.

Abu Zuhri ha dichiarato che “Hamas non permetterà mai a nessun partito di mancare di rispetto ai simboli nazionali palestinesi”.

Da parte sua, il sottosegretario al ministero dell’Educazione a Gaza, Ziad Thabet, ha negato le voci secondo cui il nome di una scuola intitolata a Ghassan Kanafani, nella città di Rafah, nel sud di Gaza, sia stato modificato in “Marmara”.

Ha affemato che una nuova scuola per ragazze che porta il nome di Marmara ed è vicino alla Ghassan Kanafani è stata innaugurata l’anno scorso e darà inizio alle lezioni con il nuovo anno accademico.

Ha aggiunto che la scuola Marmara è indipendente dalla Ghassan Kanafani e possiede un personale scolastico diverso.

Secondo il funzionario, il Ministero non potrebbe mai cambiare i nomi di scuole ed istituzioni che portano i nomi di figure rivoluzionarie e rappresentative come quella di Ghassan Kanafani.

Traduzione di F.H.L.

Di Younes Arar. Venerdì, un soldato dell’esercito “più morale del mondo” ha sequestrato un bambino palestinese durante una marcia non-violenta a Nabi Saleh, ad ovest di Ramallah. Si osservi nella foto come tiene il ragazzino spaventato, a pochi centimetri dal suo mitra.

Due donne e una ragazzina hanno attaccato il soldato a mani nude e sono riusciti a mettere in salvo il bambino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Roma. S.Q. Lo scorso mercoledì 26 agosto 2015 è stato firmato un accordo di cooperazione (MoU) tra il convoglio umanitario Al-Marhama, guidato dall’associazione italo-palestinese Abspp e l’Agenzia delle Nazione Unite per i Rifugiati Palestinesi UNRWA, operante in Siria.

Le parti si sono accordate ad operare secondo una comune linea d’azione nel campo profughi di Khan Dannoun in Siria.

Il progetto di cooperazione e partnership sul medio/lungo periodo si chiama “School bags for All” e consiste nel provvedere e distribuire cartelle e materiale scolastico a circa 3000 studenti delle scuole elementari che vivono nel campo profughi di Khan Dannoun, a sud di Damasco.

Tutti i bambini del campo, nessuno escluso, potranno beneficiare di questo progetto mirato a sollevare il morale dei più piccoli e donare loro speranza. Secondo quanto dichiarato dal direttore Oic UNRWA affairs in Siria, Abdallah Al-Laham, l’inizio di un nuovo anno scolastico è una grande opportunità che può diventare un evento importante per il benessere psico-fisico dei piccoli rifugiati che vivono nel campo siriano.

Questo è solo uno dei molti progetti che fanno parte del programma di cooperazione avviato con Abspp e altre associazioni umanitarie internazionali a tutela dei rifugiati più bisognosi.

“Abspp è onorata di essere stata scelta dall’UNRWA come partner ideale per affidabilità e trasparenza – ha dichiarato il presidente dell’Abspp, Mohammad Hannoun -. Non resta che augurare buon lavoro e un buon inizio anno scolastico a tutti i bambini palestinesi e siriani che, seppur costretti alla guerra e alla miseria, sono ancora capaci di sognare il futuro”.

Centro Palestinese per i Diritti Umani

www.pchrgaza.org

Le forze israeliane continuano i crimini sistematici nei Territorio palestinesi occupati (TPO) (20- 26 agosto 2015)

 

  • Le forze israeliane hanno continuato a far uso di forza eccessiva contro le proteste pacifiche in Cisgiordania.

– 5 civili palestinesi, tra cui 3 bambini, sono stati feriti durante le manifestazioni di  Kufor Qaddoum e di Bil’in.

  • La marina militare israeliana ha aperto il fuoco contro i pescatori palestinesi nel mare della Striscia di Gaza, ma non si segnalano vittime.

 

  • Le forze israeliane hanno pcondotto 64 attacchi nelle comunità palestinesi della Cisgiordania e 2 nel nord della Striscia di Gaza.

– 64 civili palestinesi, tra cui 19 bambini, sono stati arrestati.

– 19 di questi civili, tra cui 14 bambini, sono stati arrestati nella Gerusalemme est occupata.

– I soldati israeliani hanno usato strumenti dotati di silenziatore per aprire le porte delle case e hanno rubato denaro e i gioielli in diverse case.

 

  • Israele ha continuato ad imporre una chiusura totale sui Territori Palestinesi Occupati ed a isolare la Striscia di Gaza dal resto del mondo.

– Molti check-point sono stati istituiti in Cisgiordania.

– 6 civili palestinesi sono stati arrestati ai check-point.

– Le forze israeliane hanno arrestato un commerciante palestinese al  passaggio di Beit Hanoun e hanno impedito a un malato di andare a curarsi.

 

  • Le forze israeliane hanno continuato gli sforzi per creare una maggioranza ebraica nella Gerusalemme Est occupata.

– Le case di due fratelli sono state demolite nel quartiere di Jabal al-Mokaber.

– Sono stati emessi molti avvisi di demolizione a Silwan; uno dei quali per lo stadio Helwah Valley.

 

Riassunto

Le violazioni israeliane del diritto internazionale e del diritto internazionale umanitario nei Territori Palestinesi Occupati sono continuate nel periodo di riferimento (20- 26 agosto 2015).

Colpiti:

Nel periodo in esame, le forze israeliane hanno fatto uso eccessivo della forza contro i civili palestinesi che partecipavano a proteste pacifiche in Cisgiordania. Nella Striscia di Gaza, le forze israeliane hanno continuato ad aprire il fuoco nelle aree lungo il confine. Inoltre, la marina militare israeliana ha continuato ad attaccare e a inseguire i pescatori palestinesi in mare. Nel periodo in esame, le forze israeliane hanno ferito 5 civili palestinesi, tra cui 3 bambini, in Cisgiordania.

In Cisgiordania, le forze israeliane hanno continuato a far uso eccessivo e sistematico della forza contro le proteste pacifiche organizzate dai civili palestinesi e israeliani e attivisti internazionali per i diritti umani, che protestano contro la costruzione del muro di annessione e le attività di insediamento in Cisgiordania e contro  le politiche israeliane nei  Territori Palestinesi Occupati . A seguito di questo, 5 civili palestinesi, tra cui 3 bambini, sono stati feriti durante le manifestazioni di Kufor Qaddoum, a nord est di Qalqilya, e di Bil’in, a ovest di Ramallah. Durante la manifestazione di Bil’in, Rani ‘Abdel Fattah Burnat, di di 35 anni, che è disabile e fotografo del Comitato Popolare contro il Muro e gli insediamenti a Bil’in, ha riportato delle contusioni perchè è stato picchiato dai soldati israeliani.

Inoltre, le forze israeliane hanno arrestato 3 manifestanti, 2 fotoreporter e un attivista per i diritti umani, che partecipavano alla manifestazione di al-Nabi Saleh, a nord-ovest di Ramallah, con il pretesto che erano presenti in una zona militare chiusa. Due di loro sono stati portati alla stazione di polizia di Benjamin, ad est di Gerusalemme occupata, mentre il terzo è stato portato al centro di detenzione di Ofer, a sud-ovest di Ramallah.

Nella Striscia di Gaza, riguardo i pescatori palestinesi , il 20 agosto 2015, le cannoniere israeliane al largo al-Wahah, a nord della Striscia di Gaza, hanno sparato contro i pescatori che navigavano entro le 2 miglia nautiche, ma non si segnalano vittime o danni alle cose.

Traduzione di Edy Meroli

Memo. «Anziché passare la settimana di Pasqua pregando, combattiamo i soldati israeliani», dice l’ex ministra palestinese.
Una delegazione di cristiani palestinesi in visita in Sudafrica si è lamentata delle discriminazioni israeliane che limitano l’accesso ai siti sacri di Gerusalemme durante le ricorrenze cristiane.
«Dal 2005 Israele ci nega l’accesso alla Città Santa di Gerusalemme per praticare tradizioni vecchie di 2000 anni», ha detto l’ex ministra palestinese Hind Khoury in un’assemblea a Johannesburg la scorsa settimana.
«Nella settimana di Pasqua Israele organizza posti di blocco ogni pochi metri», riferisce.
Israele segue la politica di non lasciar ritornare i palestinesi alle proprie città se vivono all’estero da molto tempo.
«Sono stata ambasciatrice in Francia, e dopo quattro anni mi hanno detto che io non vivo più qui, anche se qui ci sono mio marito, la mia casa e i miei figli», ci dice.

Yusef Daher, segretario esecutivo del Centro interconfessionale di Gerusalemme, concorda con Khoury.
«Mio fratello è andato con le sue tre figlie e sua moglie negli Stati Uniti, con un permesso lavorativo triennale. Ora non può più tornare a vivere a Gerusalemme, dove sua moglie e le sue figlie sono nate», racconta.
Daher ci dice che secondo la legge israeliana la sua famiglia può accedere a Gerusalemme solo come cittadini americani, con un visto turistico di tre mesi, mentre Israele può far accedere migliaia di ebrei da diverse parti del mondo dando loro la cittadinanza.
Egli ci dice inoltre che, nonostante vi siano decine di migliaia di cristiani palestinesi in Palestina, Israele garantisce solo pochi permessi di accesso ai siti sacri durante la Pasqua.

«Durante le ricorrenze ebraiche Israele chiude completamente la Cisgiordania e apre Gerusalemme agli ebrei israeliani che entrano a piedi, a Gerusalemme est, senza trovare un solo ostacolo», egli aggiunge.
Un pastore cristiano americano di base presso la Chiesa evangelica luterana a Gerusalemme ha detto alla stessa assemblea che il conflitto israelo-palestinese non riguarda la religione bensì il territorio e le risorse.
«E’ un conflitto sulla terra, un conflitto politico sulle risorse e sui principi di autodeterminazione e decolonizzazione» ha detto il reverendo Robert O. Smith, che occupa l’incarico di co-moderatore al Forum ecumenico israelo-palestinese del Consiglio mondiale confessionale.

Traduzione di Stefano Di Felice

Imemc. Giovedì, i soldati israeliani hanno rapito due ragazze palestinesi della scuola di al-Aqsa, e due ragazzi che si trovavano vicino nei pressi della moschea. L’esercito ha imposto ulteriori restrizioni all’entrata nella moschea.

Il direttore della scuola di al-Aqsa, Ehad Sabri, ha affermato che i soldati hanno rapito due ragazze del decimo grado (anno), identificate come Isra’ Ghazzawi e Bara’ Ghazzawi, vicino alla Porta della Catena, dopo aver negato loro l’accesso sia alla moschea di al-Aqsa sia alla loro scuola.

Sabri ha aggiunto che la polizia ha anche negato a diversi studenti e professori l’accesso alla moschea di al-Aqsa attraverso Bab Hatta, costringendoli a usare la Porta della Catena.

Sabri ha anche affermato che, da quando la scuola è iniziata, tre giorni fa, l’esercito ha avviato una serie di pratiche per rendere difficile il processo educativo, usando diversi metodi, compreso quello di impedire agli studenti e ai professori di entrare ad al-Aqsa.

Una volta che gli studenti riescono ad arrivare alla Porta della Catena, i soldati e la polizia cercano di trattenerli, forzandoli ad aspettare per ore, mentre i loro documenti d’identità e i loro certificati di nascita vengono esaminati.

La Scuola di shari’a di al-Aqsa offre istruzione a 120 giovani donne, dal settimo al decimo anno.

Sabri ha affermato che le restrizioni israeliane sono gravi violazioni che colpiscono il processo educativo e violano il diritto allo studio degli studenti.

Traduzione di F.H.L.

Di Angela Lano. Altri migranti sono morti in mare. Dall’inizio dell’anno sono affondati numerosi barconi che hanno provocato la morte di 2400 immigrati, secondo i dati forniti dall’Onu.

Dalla Libia, e pure dall’Egitto, partono barconi sgangherati pieni di esseri umani.
Dai racconti che ho raccolto finora nelle interviste a questi migranti sono emerse due linee principali:
1) immigrati in Libia usati per lavoro schiavo e poi imbarcati a forza (passaggi pagati da “datori di lavoro” che si sbarazzano della manodopera dopo averla sfruttata) o liberati dalle carceri e mandati a “morire in mare”;
2) immigrati che attraversano la Libia per tentare di arrivare in Europa e che pagano migliaia di dollari alle bande degli scafisti.

In entrambi i casi, vengono usati pescherecci o barconi inadatti al trasporto di persone. Per ogni viaggio, le bande criminali guadagnano centinaia di migliaia di dollari.
Fate il conto: se su ogni barcone ci sono 400 persone paganti 2000 dollari sono 800 mila dollari a viaggio della morte.

Dal traffico umano si ottengono i seguenti risultati, solo apparentemente contrastanti: 1) milioni di dollari di guadagno; 2) le barche spesso affondano e in questo modo si eliminano fisicamente migliaia di migranti; 3) si crea un’emergenza continua, soprattutto in Italia e in Grecia (già piegate dalla crisi economica creata dalla banche europee); 4) si crea una situazione di destabilizzazione permanente nel Mediterraneo e in Europa.
Guardate i dati: secondo l’Onu, dall’inizio dell’anno sono morti in mare circa 2.400 migranti. Oltre 100 mila sono arrivati in Italia (sono tantissimi per un solo Paese, in pochi mesi), e altri 160 mila hanno attraversato il Mediterraneo per raggiungere la Grecia (altra cifra enorme per uno stato economicamente fallito). Di questi, oltre 100 mila provengono dalla Siria in guerra. 23 mila sono Eritrei, 10 mila Nigeriani e 10 mila da Paesi subsahariani.

A livello politico ed economico, chi controlla e gestisce il traffico umano dall’Africa all’Europa?
Chi vuole la destabilizzazione di Paesi in crisi come Italia e Grecia?

E’ evidente che senza la stabilizzazione della Libia l’emergenza migranti continuerà.

Gerusalemme-Ma’an. Giovedì, un gran numero di forze israeliane è rimasto presso tutti i cancelli d’ingresso della moschea di Al-Aqsa per il quarto giorno consecutivo, impedendo l’ingresso a molti Palestinesi, secondo quanto hanno riferito a Ma’an dei testimoni.

Le restrizioni al complesso sono state imposte per un tentativo di programmare quotidianamente la preghiera ebraica, durante la quale ai fedeli musulmani verrà negato l’accesso, hanno detto i residenti.

Decine di donne palestinesi a cui è stato negato l’accesso sono rimaste fuori: era stato detto loro che avrebbero consentito l’accesso alla moschea non prima delle 11 del mattino, perché l’entrata dalle 07:00 alle 11:00 è solo per gli ebrei.

Dei testimoni hanno raccontato a Ma’an che agenti della polizia israeliana hanno alzato delle barricate fuori dai cancelli negando l’ingresso a tutte le donne palestinesi e ai giovani. Gli uomini anziani che sono stati autorizzati ad entrare hanno dovuto lasciare le loro carte di identità agli ufficiali israeliani.

Nel frattempo, gruppi di ebrei di destra sono stati visti visitare il complesso scortati in forze dagli agenti di polizia israeliani.

La porta del Marocco è stata quasi interamente dedicata all’ingresso di ebrei nel plesso di Al-Aqsa.

Ai dipendenti del ministero palestinese delle Dotazioni religiose, Waqf, è stato chiesto di fornire la prova della loro occupazione, per poter accedere, nonostante siano conosciuti dagli ufficiali israeliani.

Dei testimoni hanno detto che gli agenti della polizia israeliana hanno arrestato la giornalista palestinese Zeina Qatmira mentre era fuori dalla Porta della Catena per documentare le restrizioni israeliane.

Il preside della scuola religiosa di Al-Aqsa, Ihad Sabri, ha dichiarato a Ma’an che gli agenti di polizia israeliana hanno continuato a impedire l’ingresso alle studentesse.

Sono autorizzate ad accedere al complesso solo attraverso le porte di Hatta e della Catena, ha detto, sottolineando che i funzionari israeliani hanno ripetutamente rifiutato il permesso ad alcune ragazze.

I media israeliani hanno riferito lunedi che il ministro israeliano della Sicurezza pubblica, Gilad Erdan, ha invitato il ministro della Difesa, Moshe Yalon, a vietare ad un gruppo organizzato di Palestinesi di entrare nel plesso di Al-Aqsa.

Il gruppo, conosciuto come Al-Aqsa Murabiteen, è composto da volontari che rimangono all’interno del complesso, con l’obiettivo di prevenire le visite dei gruppi ebrei di destra.

Il portavoce del comitato di Al-Aqsa Murabiteen, Yousif Mukhemer, ha dichiarato a Ma’an che crede che il governo giordano, che ha diritto di custodia sul compound di Al-Aqsa, debba intervenire per fermare le azioni di Israele.

Mukhemer ha detto che Israele “ha continuato a violare la giurisdizione del ministero giordano delle Dotazioni”, impedendo la costruzione e la ristrutturazione all’interno del complesso.

Mukhemer ha descritto l’occupazione israeliana come “una grande organizzazione terrorista che difende coloni, estremisti e criminali che violano il diritto al culto, dissacrano e appiccano il fuoco alle moschee e alle chiese”. Ha esortato l’Autorità palestinese, l’OLP, e tutti le altre fazioni palestinesi a “prendere la questione sul serio e a mettere da parte tutte le controversie tra le fazioni”.

Il terzo luogo più santo dell’Islam, il complesso della moschea di Al-Aqsa è anche venerato come luogo più santo dell’ebraismo in quanto si trova dove gli ebrei credono che sorgessero il primo e il secondo tempio.

Traduzione di Edy Meroli

The GuardianLe autorità hanno deciso che i responsabili di attacchi terroristici nei quali siano stati uccisi cittadini americani debbano pagare 1 milione di dollari in più ogni mese mentre il caso è ancora in appello.

Le autorità palestinesi trovate responsabili, in una causa di alto profilo relativa a cittadini americani uccisi in attacchi terroristici, devono pagare 10 milioni di dollari in contanti – e un milione al mese, mentre la causa è ancora in appello – per garantire le centinaia di milioni concessi da una giuria, secondo quanto ha dichiarato lunedì un giudice

Nell’ordinare tale pagamento, il giudice federale di Manhattan George B. Daniels ha detto che ha dato particolare importanza ad una mozione presentata questo mese dal Dipartimento di Stato degli USA, che è intervenuto nel caso attraverso il Dipartimento di Giustizia, argomentando il fatto che la stabilità della regione potrebbe essere minacciata se si forzano i Palestinesi, già a corto di liquidi, a pagare queste somme.

L’ammontare del pagamento rispecchia quello proposto da un avvocato dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e dell’Autorità Palestinese, il quale ha ribadito che obbligare i Palestinesi ad affrontare un pagamento così elevato avrebbe costi umani terribili per la gente che vive nei territori.

“Con tutto il rispetto, un milione di dollari rappresenta una quantità elevatissima per l’Autorità Palestinese”, ha dichiarato Mitchell Berger al giudice, sottolineando che la cifra potrebbe coprire i servizi sociali per 9.500 famiglie o per la costruzione di una scuola a Gaza.

Kent Yalowitz, un avvocato che rappresenta le vittime e i sopravvissuti di attacchi che hanno ucciso 33 persone e ferito centinaia di altre, ha chiesto che i Palestinesi paghino 20 milioni di dollari, definendo l’ordine di pagamento “arrotondato per difetto”. Egli ha affermato che l’Autorità Palestinese ha fondi più che sufficienti per poter effettuare un pagamento anche più elevato, sostenendo che spende 60 milioni di dollari ogni anno per pagare i terroristi che si trovano nelle prigioni israeliane.

“Non sono d’accordo sull’ammontare”, ha detto. “Non vedo l’ora che finisca il processo d’appello”.

Se i Palestinesi pagassero 10 milioni di dollari al tribunale dal prossimo mese e poi continuassero a pagare mensilmente 1 milione di dollari, i danni che la giuria ha concesso non potrebbero essere riconosciuti fino a che il tribunale di appello emetta la sentenza sul caso, ha dichiarato Daniels.

Una giuria ha concesso 218,5 milioni di dollari di danni quest’anno in una causa intentata da vittime e sopravvissuti di una serie di attentati e sparatorie avvenuti in Israele dal 2002 al 2004. L’entità dei danni è stata automaticamente triplicata con la Legge USA sull’Antiterrorismo.

Gli avvocati per i Palestinesi hanno dichiarato che presentaranno ricorso.

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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