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Il 25 e 26 febbraio si svolgerà a Istanbul “La Conferenza popolare dei Palestinesi all’estero”. Abbiamo rivolto alcune domande all’arch. Mohammad Hannoun, presidente dell’API-Associazione dei Palestinesi in Italia.

Che obiettivi ha e cosa vi aspettate da questa conferenza?

Mohammad Hannoun: “Si tratta della prima conferenza in quanto a numero di partecipanti attesi e rappresentanti palestinesi che giungeranno da tutti i continenti. Dall’Italia saranno presenti circa 40 Palestinesi, tra adulti e giovani, di prima e seconda generazione, e di appartenenze politiche e religiose differenti. Vogliamo dare più spazio alla diaspora, vogliamo che i milioni di Palestinesi che vivono fuori dalla Palestina siano coinvolti nella costruzione del futuro della nostra terra.

L’Olp è ridotta a una piccola azienda srl gestita da un gruppetto di persone. I fondi sono del popolo, non dei dirigenti. I Palestinesi della diaspora sono tantissimi e riteniamo che il compito delle nostre associazioni e organizzazioni non sia solo quello di promuovere progetti di solidarietà, ma anche di avere un ruolo attivo, anche politico, nelle decisioni fondamentali del popolo.

Vogliamo unire le forze della diaspora e la conferenza farà incontrare Palestinesi che vivono nei cinque continenti, musulmani, cristiani, laici, di sinistra e di destra. Saranno migliaia e migliaia di persone. Politici, attivisti, professionisti, studenti, lavoratori: è un grande patrimonio”.

L’ANP di Ramallah sarà presente?

M.H.: “No. Anzi, ci sta accattando. Vedono che ci stiamo muovendo per sostenere il popolo palestinese e i suoi diritti. Loro hanno sacrificato tutto: il popolo, il patrimonio, il territorio, il diritto al ritorno, per gli interessi di pochissimi e per mantenere i legami con gli occupanti, gli israeliani. Chi contrasta i loro piani, viene attaccato. Stanno lavorando contro gli interessi dei Palestinesi. E’ il prezzo concordato con i partner israeliani, è l’accordo affinché i dirigenti palestinesi possano spostarsi, gestire i capitali e il potere… In cambio devono reprimere le rivendicazioni popolari. E tutto questo, alla faccia dei Palestinesi morti e dei prigionieri che languono da anni nelle carceri israeliane.

La conferenza non è ancora iniziata e già sono partiti vari attacchi e tentativi di pressione sulla Turchia, che ci ospita. Questo significa che la Conferenza li spaventa perché sarà grandiosa, con risultati che se sfruttati nella direzione giusta, senza ripetere gli errori dell’OLP, della ripartizione in fazioni, porteranno in avanti la questione palestinese, a livello politico, economico, sociale. Si approfondiranno anche i contatti e rapporti con i governi occidentali.

E’ una conferenza intra-palestinese, per fare pressioni sull’OLP e sull’ANP. Diremo loro: ‘O voi ci ascoltate e vi rendete disponibili a ristrutturare l’OLP in modo che all’interno ci siano tutte le forze politiche, altrimenti il popolo prenderà l’iniziativa”.

Riunire la Diaspora, darle più voce in capitolo, costruire progetti politici unitari… Quali altri obiettivi si pone la Conferenza?

M.H.: “Quello di riconoscere l’OLP come legittimo rappresentante, ma a condizione che tutte le forze politiche ne facciano parte, altrimenti non è rappresentativa. Vogliamo costruire una posizione unitaria del popolo palestinese della diaspora: infatti sarà presente tutto l’arco politico nazionale. Riteniamo che  quest’anno sia un anno simbolo, a 100 anni dalla dichiarazione Balfour, a 50 anni dalla Naksa: questa conferenza sarà un punto di svolta nella nostra causa nazionale”.

Altre info: In preparazione a Istanbul la Conferenza popolare della Diaspora palestinese

Popular Conference of Palestinians Abroad

Palestinian heritage to figure prominently in Istanbul conference

Ma’an. Le prove storico-empiriche, combinate con un pizzico di buon senso, sono abbastanza per raccontarci il tipo di opzioni future che Israele ha in serbo per il popolo palestinese: l’apartheid perpetuo o la pulizia etnica, o forse un mix delle due.

L’approvazione della “Legge di regolarizzazione” del 6 febbraio è tutto ciò di cui abbiamo bisogno per immaginare il futuro prospettato da Israele. La nuova legge permette al governo israeliano di riconoscere retroattivamente gli avamposti ebraici costruiti, senza alcun permesso ufficiale, sui terreni privati palestinesi.

Tutti gli insediamenti, sia quelli riconosciuti ufficialmente che quelli non autorizzati, risultano non rispettare le regolamentazioni internazionali. Il verdetto è stato trasmesso numerose volte dalle Nazioni Unite e, più recentemente, pronunciato con chiarezza inequivocabile durante la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza 2334 delle Nazioni Unite.

La risposta di Israele è stato l’annuncio della costruzione di oltre 6000 nuovi edifici, che saranno costruiti lungo i territori della Palestina occupata. Oltre alla realizzazione di insediamenti nuovi di zecca (i primi negli ultimi vent’anni), la nuova legge spiana la strada all’annessione di grandi aree della Cisgiordania occupata.

Indubbiamente, la nuova norma è soltanto la goccia che ha fatto traboccare il vaso nella questione della soluzione bilaterale, ma questo poco importa, o comunque non è mai importato ad Israele. La discussione sulla soluzione non è che uno specchietto per le allodole, per quel che possa interessare ad Israele. Tutte le “trattative di pace” e l’intero “processo di pace”, anche quando era al suo apice, raramente hanno rallentato i bulldozer israeliani, né tantomeno hanno rallentato la costruzione di ulteriori “case per gli ebrei” o messo fine all’incessante pulizia etnica nei confronti dei palestinesi.

Nello scrivere a “Newsweek”, Diana Buttu ha descritto come il processo di costruzione degli insediamenti sia sempre accompagnato dalla demolizione delle case palestinesi. 140 strutture palestinesi sono state demolite dall’inizio del 2017, stando ai dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari nei Territori Occupati.

Da quando Donald Trump ha fatto giuramento, Israele si è sentita libera dal suo obbligo di utilizzare giri di parole. Per decenni, gli ufficiali israeliani hanno sentitamente parlato di pace, ma hanno poi fatto qualsiasi cosa in loro potere per ostacolarne il raggiungimento. Ad oggi, semplicemente non se ne interessano. Periodo.

Hanno perfezionato il loro gioco di equilibri solo perché hanno dovuto farlo, perché Washington si aspettava che loro lo facessero, anzi, lo ha espressamente chiesto. Ma Trump aveva dato loro carta bianca: fate come credete; gli insediamenti non sono un ostacolo alla pace; Israele è stato “trattato molto, ma molto ingiustamente” e io correggerò questa ingiustizia storica, e via dicendo.

Quasi subito dopo l’insediamento di Trump al governo, il 20 gennaio, tutte le maschere sono cadute. Il 25 gennaio il vero Benjamin Netanyahu è riapparso, facendo interamente cadere i suoi giochetti e dichiarando con un’invidiabile sfrontatezza: “Stiamo costruendo e continueremo a costruire” insediamenti illegali.

Che altro c’è da dire su Israele arrivati a questo punto? Niente. L’unica soluzione di cui importa ad Israele è quella che egli stesso propone, costantemente supportata dal cieco appoggio degli Stati Uniti, dall’inutilità dell’Europa e da sempre imposta ai palestinesi e agli altri Paesi arabi anche con la forza, se necessario.

I guardiani della grande farsa della soluzione bilaterale, i quali scaltramente hanno modellato il “processo di pace” e hanno fedelmente obbedito ad Israele, adesso sono sorpresi. Sono stati smascherati dai terribili piani di Israele che ha esposto di petto la sua “soluzione”, non lasciando ai palestinesi che la scelta tra assoggettamento, umiliazione o prigione.

Jonathan Cook ha ragione. La nuova legge è soltanto il primo passo verso l’annessione della Cisgiordania o, per lo meno, di gran parte di essa. Un piccolo numero di avamposti è stato legalizzato, ma hanno bisogno di essere fortificati, (“naturalmente”) estesi e protetti. L’occupazione militare, durata effettivamente 50 anni, non sarà più temporanea e reversibile. Il diritto civile continuerà ad essere applicato agli ebrei nei territori della Palestina occupata, mentre la legge militare ai restanti palestinesi.

Questa è la vera definizione di apartheid, nel caso in cui ve lo steste chiedendo.

Per andare incontro alla “necessità di sicurezza” degli insediamenti, saranno costruite più strade principali “esclusivamente per ebrei”, saranno eretti più muri, vi saranno più varchi divisori per tenere i palestinesi lontani dalla loro terra, sorgeranno più scuole e altre risorse primarie, ma anche più posti di blocco, più sofferenza, più dolore, più rabbia e anche più violenza.

Questo è il punto di vista di Israele. Anche in Trump sta crescendo un sentimento di frustrazione dovuto alla sfacciataggine e all’audacia di Israele. Si è appellato ad Israele durante un’intervista al giornale “Israel Hayoom” esortandolo ad “essere ragionevole nel rispetto della pace”.

“Ci sono ancora così tanti spazi inutilizzati e ogni volta che si costruiscono nuovi insediamenti tali spazi vengono meno”, ha dichiarato Trump, il quale sta facendo marcia indietro circa le promesse fatte sullo spostamento dell’ambasciata degli Stati Uniti, l’espansione incontrollata degli insediamenti e altro ancora, poiché ha realizzato che Netanyahu e i suoi sostenitori americani lo hanno, dapprima, spinto su un precipizio e, adesso, gli stanno anche chiedendo di saltare.

Importa ben poco, tuttavia, se Trump tiene duro con la sua posizione estremamente pro-Israele o regredisce verso una linea di accondiscendenza simile a quella del suo predecessore, Barack Obama; la realtà difficilmente cambia – solo ad Israele, in sostanza, è concesso di influenzare gli esiti.

L’approvazione del progetto di legge da parte dei legislatori israeliani, invece, rappresenta la fine di un’era. Abbiamo raggiunto il punto in cui possiamo apertamente dichiarare che il famigerato “processo di pace” è stato solo un’illusione sin dal principio, dal momento che Israele non aveva alcuna intenzione di cedere i territori occupati della Cisgiordania, e tanto meno la Gerusalemme est, ai palestinesi.

In tutto ciò la leadership palestinese ha ben poco di cui essere rimproverata.

Il più grande errore che la questa ha commesso (al di là della sgraziata mancanza di unità) è stato quello di fidarsi degli Stati Uniti, la spalla forte di Israele, nella gestione del “processo di pace”, concedendo ad Israele tempo e risorse per terminare i suoi progetti colonizzatori e continuare, quindi, a distruggere i diritti dei palestinesi e le loro aspirazioni politiche.

Tornando sempre sugli stessi passi, usando lo stesso linguaggio e cercando la salvezza attraverso l’obsoleta “soluzione dei due Stati” non si otterrà altro che un ulteriore spreco di tempo e di energie.

Le opzioni proposte da Israele, sebbene umilino i palestinesi, possono essere lette diversamente. Invece, l’ostinazione di Israele sta adesso lasciando ai palestinesi (e agli israeliani) un’unica via d’uscita: la cittadinanza ugualitaria in un unico Stato, altrimenti si procederà ad un terrificante apartheid o, peggio, alla pulizia etnica.

Usando le parole dell’ex Presidente Jimmy Carter, “Israele non troverà mai la pace fino a che non permetterà a palestinesi di esercitare i loro fondamentali diritti umani e politici”.

La “concessione” di Israele, tuttavia, tarda ad arrivare, lasciando alla comunità internazionale la responsabilità morale di esigerla.

Traduzione di Giusy Preziusi

Valle del Giordano – PIC. Circa 150 coloni israeliani hanno invaso la regione di Umm Ka’bah, nella valle del Giordano, a nord della Cisgiordania occupata, sabato 18 febbraio.

Fonti locali hanno dichiarato a PIC che decine di coloni israeliani sono entrati nella zona protetta dalle forze di occupazione israeliane.

I coloni hanno cantato inni religiosi durante il raid, aggiungono le fonti locali.

Irruzioni simili sono state recentemente segnalate nella regione, destando paura tra gli abitanti di un nuovo piano israeliano di espansione delle colonie a discapito delle terre palestinesi.

Traduzione di Daniela Minieri

Change.org. All’alba del 19 febbraio, i militari israeliani hanno fatto irruzione alla Scuola di Gomme. La scuola, sotto minaccia di demolizione, è stata circondata e un blocco militare imposto su tutto il villaggio beduino di Al Khan Al Ahmar. Alunni e insegnanti non hanno potuto accedere alle classi. 3 famiglie hanno ricevuto ordini di demolizione sulle loro abitazioni, che dovranno lasciare entro 5 giorni.

Il Ministro per l’Educazione palestinese Sabri Saydam ha subito richiamato la necessità di azioni urgenti a protezione della Scuola di Gomme e del diritto all’educazione dei bimbi beduini.

Chiediamo a tutti coloro che intendono difendere la Scuola di Gomme e il diritto all’educazione dei suoi alunni di aderire e far girare il più possibile l’appello pubblicato su Change.org. Sono gli ultimi giorni per farlo!

CHI DEMOLISCE UNA SCUOLA, DEMOLISCE IL FUTURO!

Qui il link ad un articolo di Ma’an News sull’accaduto:
https://www.maannews.com/Content.aspx?id=775539

Gerusalemme occupata˗PIC, Quds Press. Domenica le autorità dell’occupazione israeliana hanno notificato la demolizione e l’evacuazione di circa 40 strutture beduine palestinesi a est della Gerusalemme occupata.

Jamil Hamadein ha riferito all’agenzia news al-Quds Press che domenica mattina numerosi veicoli militari, nonché i membri dell’amministrazione civile israeliana, hanno fatto irruzione nel villaggio beduino di Khan al-Ahmar e l’hanno dichiarato “zona militare chiusa”.

Hamadein ha dichiarato che lo staff dell’amministrazione civile hanno consegnato alle famiglie palestinesi del villaggio 40 ordini di demolizione per strutture abitative, stalle per pecore, una scuola e una moschea con il pretesto di costruzione senza licenza.

Sabri Saydam, ministro dell’Educazione e dell’Educazione superiore palestinese, ha dichiarato in un comunicato stampa che i funzionari israeliani hanno fatto irruzione nella scuola di Khan al-Ahmar, che serve numerose comunità beduine nella periferia della Gerusalemme occupata, hanno minacciato di demolirla o di rimuovere alcune aule e hanno bloccato l’accesso a insegnanti e studenti. Ha aggiunto che questa procedura fa parte di una serie di attacchi sistematici contro la scuola.

Saydam ha invitato le istituzioni e le organizzazioni internazionali a “intervenire immediatamente per fermare queste pratiche disumane, proteggere il processo educativo, assicurare il diritto a un’educazione sicura e porre un limite alle politiche razziste di Israele e alle sue decisioni arbitrarie”.

“Terremo vivo il processo educativo”, ha aggiunto. “I nostri studenti studieranno nei caravan, nelle tende e sotto gli alberi. Le nazioni del mondo libero e le istituzioni internazionali devono aiutarli a ottenere i propri diritti”.

Le Autorità israeliane cercano di cacciare decine di famiglie palestinesi dalle comunità beduine a est della Gerusalemme occupata, come preludio all’espansione degli insediamenti israeliani nella regione, specialmente della colonia di Ma’ale Adumim, costruita sulle terre dei paesi di al-Eizariya e Abu Dis.

Traduzione di F.G.

A cura di Parallelo Palestina

I BAMBINI E LA GUERRA

info: https://www.facebook.com/events/1111120242333672/#

I disegni sono stati realizzati da bambini palestinesi, di età compresa tra i 4 e i 15 anni, e da bambini italiani compresi tra i 6 e i 10 anni . Lo scopo della mostra è far “raccontare” ai bambini la loro esperienza attraverso le loro “opere”, perché, come spiegano gli autori, “i disegni dei bambini ci raccontano molte cose”.
Spesso psicologi e pedagogisti si servono del disegno per esplorare gli aspetti profondi della personalità infantile, le proiezioni del mondo interiore, le dinamiche di relazione. “In questa mostra – spiegano – il disegno viene invece utilizzato come un modo di ‘raccontare’, da parte dei bambini, la loro esperienza, diretta o indiretta, sulla guerra”.
I disegni dei bimbi di Gaza, che hanno vissuto negli ultimi mesi l’esperienza della guerra e dei bombardamenti, raccontano la realtà del conflitto e compongono tanti quadri che denunciano le ingiustizie e le violenze, traumi non solo individuali ma anche collettivi. “Sono disegni che reclamano il rispetto dei diritti umani – Raccontano anche desideri ed aspettative future che per ora possono solo immaginare, come il desiderio di avere una casa, una quotidianità e una società più giusta”.
Ai bambini delle scuole primarie dei circoli “Silvestro dell’Aquila” e “Galileo Galilei” è stato chiesto di immaginare la guerra e di rappresentarla attraverso il disegno.
“I disegni contengono materiali e contenuti che tra mass media, senso comune e forme di gioco infantile i bambini assimilano dall’ambiente: la guerra spettacolarizzata, la guerra ‘giocata’, la guerra come fiaba, talvolta l’idea di guerra che la narrazione storica racconta a scuola. Si tratta sempre e comunque di una realtà lontana, scarsamente collocata in uno spazio geografico e in un tempo reali”…

Museo Diocesano di Milano 21-26 febbraio dalle 10.00 alle 18.00

La mostra fa parte della settimana
RESTIAMO UMANI
https://sites.google.com/site/parallelopalestina/restiamo-umani

Ramallah-PIC. Lunedì mattina un civile palestinese 58enne è stato dichiarato morto dopo essere stato investito da un’auto israeliana nei pressi dell’insediamento di Mudi, a Ramallah.

Malik Abu Khalil, membro del consiglio del villaggio di Kherbatha al-Misbah, ha riferito che il cittadino palestinese Husni Jaber Daraj è stato ucciso nell’attacco automobilistico di un colono israeliano mentre andava a lavoro, nei territori occupati nel ’48.

Il colono israeliano è fuggito dalla scena e nessun poliziotto israeliano si è presentato sul luogo per inseguire l’assassino.

Numerosi palestinesi sono stati uccisi o mutilati durante gli attacchi automobilistici compiuti dai coloni israeliani residenti nei territori palestinesi occupati.

Le autorità dell’occupazione israeliana dichiarano che questi attacchi sono “semplici incidenti stradali”.

Traduzione di F.G.

Hebron-PIC. Lo stato di salute del prigioniero Walid Ghaith (43 anni) è gravemente peggiorato nella prigione di Ramleh, secondo quanto ha rivelato la Società dei Prigionieri palestinesi.

Ghaith soffre di una malattia cardiaca ed era stato da poco trasferito nella prigione del Negev, nella clinica del carcere di Ramleh dopo aver perso conoscenza, secondo quanto ha riferito la sua famiglia.

Ghaith è stato vittima di una crisi cardiaca circa tre anni fa e ha subito un intervento chirurgico a cuore aperto, hanno aggiunto i familiari.

Ghaith dovrebbe essere liberato a fine febbraio, dopo aver passato sette anni e mezzo nelle carceri israeliane.

Traduzione di Chiara Parisi

Ramallah-PIC. Nella dichiarazione sugli sviluppi economici in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, e riguardo alla situazione finanziaria dell’Autorità Palestinese (ANP), il Fondo Monetario Internazionale si è pronunciato mercoledì affermando che l’economia palestinese sta affrontando delle condizioni difficili.

Un rapporto del FMI che copre il periodo dal 31 gennaio al 9 febbraio 2017 ha rivelato che il prodotto interno lordo (PIL) è cresciuto dal 3,5% nel 2015 al 6% nel 2016, ma che in ogni caso questo incremento non è stato sufficiente a creare nuovo lavoro, mentre il tasso di disoccupazione è salito a oltre il 28% nel 2016.

Il rapporto evidenziava che il consumo è ancora il primo fattore di crescita “in un clima di incertezza politica, così come di restrizioni imposte sui passaggi, che costituiscono un ostacolo al settore degli investimenti privati in tutta la Cisgiordania”.
Nello stesso rapporto si invita a proseguire i lavori di ricostruzione da parte di donatori-finanziatori nella Striscia di Gaza. La situazione umanitaria è in ogni caso critica, a causa del ritardo nei pagamenti e della deteriorazione dei servizi pubblici.

Secondo invece un rapporto del ministero delle Finanze dell’Autorità palestinese a Ramallah, le discussioni tra l’ANP e il governo israeliano hanno contribuito al pagamento dei precedenti impegni finanziari dell’ANP, fino ad aumentare le entrate fiscali e non fiscali di quasi il 2% del PIL.

Karen Ongley, a capo del FMI, ha detto che accoglie con favore l’approccio prudente del bilancio 2017, che ha visto un calo del sostegno dei donatori, senza ulteriori trasferimenti da Israele.

Ongley ha evidenziato che, nonostante gli sforzi esercitati per aumentare i ricavi domestici, il calo degli stessi nelle dichiarazioni di entrata ed altri pagamenti da Israele evidenzia un decremento delle entrate totali, mentre le pressioni sulla spesa rimangono invariate.

Ongley ha anche previsto che il deficit delle spese ricorrenti aumenterà del 2% del PIL, che potrebbe causare, con il calo del 15% del sostegno di donatori, un fabbisogno di finanziamenti di circa il 6% del PIL.

Traduzione di Marta Bettenzoli

21-26 FEBBRAIO

 

22 FEBBRAIO

22-24-25 FEBBRAIO

 

25 FEBBRAIO

 

25 FEBBRAIO

 

25 FEBBRAIO

 

A cura di Parallelo Palestina.

“Noi viviamo affinché le nostre radici affondino ancor di più in questa terra, e affinché sia più difficile estirparci!”

Il Centro Documentazione Palestinese, in collaborazione con Edizioni Q, invita a partecipare alla lettura di «Per non dimenticare e altri racconti», di Jamal Bannura.

– Presentazione di Wasim Dahmash – Edizioni Q
– Lettura di Enrico Frattaroli – Regista, autore di teatro

Sabato 25 febbraio 2017, ore 17:00
Via dei Savorgnan 40 (Roma)

Di Mohammad Hannoun. Sono in corso i preparativi per uno dei più importanti eventi internazionali della Diaspora palestinese, “La Conferenza popolare dei Palestinesi all’estero”, che si svolgerà a Istanbul il 25 e il 26 febbraio.

Parteciperanno figure di rilievo e leader del popolo palestinese, tra cui dirigenti del CNP (Consiglio nazionale palestinese) e dell’OLP (Organizzazione di liberazione della Palestina), rappresentanti di gruppi, associazioni e organizzazioni palestinesi nel mondo.

La Congerenza sarà aperta a musulmani, cristiani e a tutte le tendenze politiche.

Gli obiettivi della Conferenza sono: 1) affermare il diritto alla liberazione, all’auto-determinazione e al ruolo della Diaspora; 2) affermare il diritto al ritorno e a lavorare per raggiungere questo obiettivo; 3) intraprendere azioni politiche per il raggiungimento dei diritti civili e umani palestinesi; 4) partecipazione politica per la Diaspora nelle decisioni politiche nazionali palestinesi; 5) costruzione e rafforzamento dell’unità della situazione politica della Diaspora palestinese.

Dall’Italia parteciperanno le organizzazioni palestinesi API e ABSPP onlus con i rispettivi responsabili nazionali e molti giovani delle seconde e terze generazioni palestinesi in Italia.

Per info: http://palesabroad.org/

http://palesabroad.org/?lang=en

 

 

 

Gerusalemme-Quds Press e PIC. 330 estremisti israeliani hanno preso d’assalto la moschea di al-Aqsa, provocando i fedeli palestinesi, la settimana scorsa.

Secondo un rapporto diffuso venerdì, 156 coloni e 85 studenti ebrei sono stati autorizzati ad entrare a al-Aqsa, la settimana passata, scortati dalla polizia israeliana.

43 soldati israeliani hanno preso d’assalto il sito sacro in divisa militare durante il periodo indicato.

Nel frattempo, i fedeli palestinesi sono riusciti ad affrontare i tentativi della polizia israeliana di entrare in una stanza mobile della moschea al-Aqsa attraverso la porta dei Maghrebini.

A titolo di sanzione, la polizia israeliana ha impedito agli studenti palestinesi di far transitare del cibo nel sito.

Nello stesso contesto, la polizia israeliana ha arrestato due guardie di Al-Aqsa e le ha poste in custodia cautelare. Sono state rilasciate poco dopo.

La Moschea di Al-Aqsa è soggetta a incursioni quasi quotidianamente.

Traduzione di Chiara Parisi

Gaza-Quds Press, PIC e Ma’an. Sabato mattina, le forze navali israeliane hanno aperto il fuoco contro i pescatori palestinesi al largo delle coste di al-Sudaniyyah, nel nord della Striscia di Gaza.

Non ci sono stati feriti. Le forze israeliane continuano, quasi quotidianamente, a prendere di mira i pescatori e gli agricoltori palestinesi in diverse aree della Striscia di Gaza assediata.

Questo attacco è solo l’ultimo di una serie di violazioni dell’accordo di cessate il fuoco firmato nel 2014 al Cairo dalla resistenza palestinese e Israele.

L’ostinazione israeliana lascia ai Palestinesi una sola alternativa: pari diritti di cittadinanza in un unico Stato o il perpetuarsi di questo terribile regime di apartheid.

Di Ramzy Baroud.  “Israele ha aperto le chiuse e superato una ‘sottile, sottilissima linea rossa’.” È quanto dichiarato da Nickolay Mladenov, Coordinatore dell’ONU per il processo di pace in Medio Oriente, in seguito all’approvazione da parte della Knesset, il 7 febbraio scorso, di un disegno di legge che condona retroattivamente migliaia di insediamenti illegali, costruiti su territori sottratti ai Palestinesi.

Il ruolo di Mladenov è diventato del tutto irrilevante nel corso degli anni, tanto da sembrare anacronistico: quel “processo di pace”, in realtà, ha consentito un’ulteriore distruzione di ciò che restava della patria palestinese.

L’approvazione di quel progetto di legge segna la fine di un’era.

Siamo arrivati al punto in cui possiamo dichiarare apertamente che il processo di pace è stato un’illusione sin dal principio, perché Israele non aveva intenzione di cedere ai Palestinesi porzioni di territorio della West Bank occupata o di Gerusalemme est.

In seguito all’approvazione del disegno di legge, molti commentatori hanno sostenuto che l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, avendo rafforzato l’ondata di populismo di destra, abbia spinto i politici israeliani a superare quella “sottile linea rossa”.

Non è un’ipotesi del tutto infondata, ma di sicuro è solo parte della verità.

L’assetto politico mondiale cambia enormemente. Qualche settimana prima dell’insediamento di Trump, la comunità internazionale aveva condannato fermamente le colonie illegali israeliane sui territori palestinesi occupati dopo il 1967, tra cui anche Gerusalemme Est.

Con la Risoluzione 2334, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha dichiarato che quegli insediamenti non hanno alcun valore legale e che anzi costituiscono una palese violazione del diritto internazionale. La risoluzione è stata votata da 14 Stati membri, con l’astensione degli Stati Uniti, un atto rivoluzionario per un Paese da sempre apertamente con Israele.

Negli ultimi giorni dell’Amministrazione Obama, sono arrivate dichiarazioni ancora più sorprendenti, quando il Segretario di Stato John Kerry ha descritto il governo israeliano come quello “più a destra nella storia”.

Si è subito evidenziata una crepa.

Sfruttando questa lieve frattura nei rapporti tra USA e Israele, Trump si è scagliato contro Obama e Kerry, accusati di aver trattato il borioso Primo Ministro Benjamin Netanyahu con “assoluto disprezzo”. Trump ha chiesto a Israele di “resistere”, perché il 20 gennaio si stava avvicinando.

Il giorno dell’insediamento di Trump è stato il Sacro Graal dei politici di destra Israeliani, che si sono mobilitati immediatamente. Ulteriore incoraggiamento è arrivato dal Primo Ministro conservatore Britannico, Theresa May. Nonostante il suo voto di condanna contro gli insediamenti illegali presso le Nazioni Unite, anche lei ha accusato gli Stati Uniti per il trattamento riservato a Israele.

L’attacco rivolto da Kerry a un “governo democraticamente eletto” era inappropriato, secondo la May. “Non crediamo che si possa raggiungere la pace concentrandosi su un’unica questione; in questo caso, sulla costruzione degli insediamenti,” ha aggiunto.

Le parole di Theresa May, oltre a dimostrare la completa ipocrisia del governo Britannico (che un secolo fa si macchiò del peccato originale, consegnando la Palestina Storica ai gruppi sionisti), ha spronato ulteriormente Israele ad approvare il disegno di legge.

È importante sottolineare che la Knesset si è espressa favorevolmente proprio mentre Netanyahu era in visita ufficiale nel Regno Unito. In un Paese enormemente influenzato dalle lobby israeliane, che esercitano la loro influenza su entrambi i maggiori partiti, il Primo Ministro si sentiva sicuramente a suo agio.

Con l’approvazione tacita del Regno Unito e quella piena degli Stati Uniti, l’annessione di territori palestinesi è diventata una scelta quasi obbligata per i politici israeliani. Bezalel Smotrich, membro del Parlamento appartenente al partito di estrema destra “La Casa Ebraica”, lo ha detto a chiare lettere in una dichiarazione a caldo dopo il voto: “Ringraziamo il popolo americano per aver scelto come suo Presidente Trump, questo ci ha dato l’opportunità di approvare il disegno di legge”.

Il cosiddetto “Disegno di legge per la regolamentazione” condonerà con valore retroattivo 4.000 strutture illegali, costruite su territorio Palestinese. Nei territori Palestinesi Occupati, tutti gli insediamenti ebraici sono considerati illegali per il diritto internazionale, come ribadito dalla Risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza.

Ci sono anche 97 avamposti illegali che ora saranno convalidati e, ovviamente, estesi a spese dei Palestinesi. Il prezzo di questi insediamenti è pagato per lo più dai contribuenti statunitensi, oltre che con il sangue e le lacrime da generazioni e generazioni di Palestinesi.

Dobbiamo comunque partire dal presupposto che la legalizzazione di avamposti illegali e l’annessione di ampie porzioni di territorio in Cisgiordania costituiscono la norma, non certo l’eccezione.

L’intero progetto sionista su Israele è stato portato a compimento grazie all’appropriazione illegale di territori palestinesi. Il famoso “Israele propriamente detto”, definizione riferita ai territori ottenuti con la forza tra il 1948 e il 1967, non apparteneva, in origine, ai Palestinesi?

Subito dopo l’occupazione della Cisgiordania, di Gaza e di Gerusalemme Est nel 1967, Israele ha prontamente rafforzato l’occupazione militare, autorizzando la costruzione di insediamenti illegali nei territori occupati.

Le prime colonie avevano uno scopo strategico di tipo militare: andavano a creare delle realtà sul campo che, di fatto, avrebbero alterato per sempre la natura degli accordi di pace; era il cosiddetto Piano Allon, che prende il nome da Yigal Allon, ex generale e ministro del governo israeliano, che aveva il compito di ipotizzare una partizione dei territori Palestinesi conquistati.

Questa opzione si riproponeva di annettere oltre il 30% della Cisgiordania e tutta la Striscia di Gaza per ragioni di sicurezza. Prevedeva la creazione di un “corridoio di sicurezza” lungo il fiume Giordano, e al di là della “Linea verde”, demarcazione unilaterale israeliana dei suoi confini con la Cisgiordania.

Oggi, alla base dei progetti coloniali, c’è una forte componente religiosa; tuttavia, non è stato sempre così in passato. Il Piano Allon fu ideato da un governo laburista, in un momento in cui la destra Israeliana era del tutto insignificante.

Approfittando delle politiche coloniali del governo in West Bank, un gruppo di religiosi si riunì in un hotel della città palestinese di Al-Khalil (Hebron) per festeggiare la Pasqua Ebraica nella Grotta dei Patriarchi e poi si rifiutò di andarsene.

Questo gesto contribuì alla diffusione del fervore religioso portato avanti dagli ortodossi in tutto il Paese, che si riferivano alla Cisgiordania usando il suo presunto nome biblico, Giudea o Samaria. Nel 1970, per “stabilizzare” la situazione, il Governo Israeliano costruì l’insediamento di Kiryat Arba alle porte della città araba, invitando un numero sempre crescente di ebrei ortodossi a unirsi al movimento.

Nel corso degli anni, la strategia coloniale si è via via unita alle motivazioni religiose, caldeggiate da un vivace movimento che si costituì come organizzazione formale nel 1974 sotto il nome di Gush Emunim (Blocco dei fedeli), la cui missione era occupare la Cisgiordania con intere legioni di fondamentalisti.

Attualmente, integrando gli avamposti illegali fondati dai fanatici religiosi agli insediamenti illegali costruiti strategicamente dal governo israeliano, politica e religione in Israele trovano una convergenza finora inedita.

Incastrati tra un passato sventurato e un presente difficile, i Palestinesi continuano a essere cacciati dalle loro case e dalla loro terra d’origine.

Ma come sta reagendo la classe dirigente palestinese? “È innegabile che il disegno di legge ci aiuti a chiarire la nostra posizione. Non potevamo chiedere di meglio,” ha dichiarato un rappresentante dell’Autorità Nazionale Palestinese in forma anonima ad al-Monitor, poi citato da Shlomi Elder.

Elder scrive: “Anche qualora venisse bocciato dalla Corte Suprema, il disegno di legge dimostra in modo inequivocabile che Israele non è interessato a una risoluzione diplomatica del conflitto.”

Ad ogni modo, questo non può bastare. È assurdo sostenere che la responsabilità dell’attuale posizione di forza di Israele sia attribuibile solo alla mancata articolazione di una posizione omogenea da parte dei Palestinesi. Piuttosto, la strategia israeliana è stata rinvigorita dall’incapacità della comunità internazionale di far seguire i fatti alle parole.

Il più grande errore della classe politica palestinese (oltre alle vergognose divisioni interne) è stato quello di affidare agli Stati Uniti, principali alleati di Israele, la gestione di un “processo di pace”, che ha consentito a Israele di disporre del tempo e delle risorse necessarie a realizzare i propri progetti coloniali, distruggendo al tempo stesso diritti e aspirazioni politiche dei Palestinesi.

Tornare agli stessi cliché, allo stesso vocabolario, cercare la salvezza sull’altare dell’abusata “soluzione a due stati” non condurrà da nessuna parte, sarà solo un ulteriore spreco di tempo ed energie. L’ostinazione israeliana lascia ai Palestinesi (e agli israeliani stessi) una sola alternativa: pari diritti di cittadinanza in un unico Stato o il perpetuarsi di questo terribile regime di apartheid. Tertium non datur.

Il disegno di legge “per la regolamentazione” è un’ulteriore dimostrazione di una scelta già effettuata dal Governo israeliano, intenzionato a consolidare l’apartheid in Palestina. Se Trump e May trovano questa logica accettabile, il resto del mondo non dovrebbe farlo.

Per usare le parole dell’ex Presidente Jimmy Carter, “Israele non avrà mai pace se non consentirà ai Palestinesi di esercitare i loro diritti umani e politici.” Israele non ha ancora fatto questa “gentile concessione” e la comunità internazionale ha la responsabilità di non averlo mai preteso.

Traduzione di Romana Rubeo

Le forze israeliane continuano i crimini sistematici nei Territori Palestinesi Occupati (TPO) (09-15 febbraio 2016)

  • Un civile palestinese è deceduto per le ferite in Cisgiordania

– Quattro civili palestinesi sono stati feriti, fra cui 2 giornalisti, in Cisgiordania.

  • Le forze israeliane hanno continuato a colpire i pescatori palestinesi nel mare di Gaza.
  • Le forze israeliane hanno continuato a colpire le aree di confine della Striscia di Gaza, ma non sono state segnalate vittime.
  • Le forze israeliane hanno condotto 60 incursioni nelle comunità palestinesi della Cisgiordania, e un’incursione nel nord della Striscia di Gaza.

– 51 civili, tra cui 4 bambini, sono stati arrestati in Cisgiordania.

– 9 di loro sono stati arrestati nella Gerusalemme occupata.

  • Le forze israeliane hanno continuato i loro sforzi per creare una maggioranza ebraica nella Gerusalemme Est occupata.

– I coloni si sono impossessati di una stanza, un negozio e un cortile nel villaggio di Silwan.

– 3 case e un ovile sono stati distrutti nel villaggio di al-Issawiya, mentre un civile è stato costretto a demolire il suo negozio a Silwan.

– Due case in costruzione, parte di una casa abitata e un negozio sono state abbattuti  nel villaggio di Hezma, a nord est della Gerusalemme occupata.

  • Le forze israeliane hanno diviso la Cisgiordania in cantoni e hanno continuato a imporre la chiusura illegale della Striscia di Gaza per il 10° anno.

– Decine di checkpoint temporanei sono stati stabiliti in Cisgiordania e altri sono stati ristabiliti per ostacolare la circolazione dei civili palestinesi.

– 9 civili palestinesi, tra cui un bambino e una bambina, sono stati arrestati ai check point militari.

– Le forze israeliane hanno arrestato il direttore dell’Agenzia Tika al valico di Erez a  Beit Hanoun  nel nord della Striscia di Gaza.

Riassunto

Le violazioni israeliane del diritto internazionale e del diritto internazionale umanitario nei Territori Palestinesi Occupati sono continuate nel periodo di riferimento (09-15 febbraio 2017).

Colpiti

Nel periodo in esame, un civile palestinese è deceduto a seguito delle ferite mentre le forze israeliane ne hanno ferito altri 4, fra cui 2 giornalisti, in Cisgiordania. Nella Striscia di Gaza, le forze israeliane hanno continuato a inseguire i pescatori palestinesi nel mare di Gaza e hanno aperto il fuoco contro gli agricoltori nelle zone di confine.

In Cisgiordania, il 10 febbraio 2017, la famiglia di Mohammed  Amer Jallad (23 anni) di Tulkarem ha ricevuto la notizia della sua morte  avvenuta all’ospedale  Belinison di Petah Tikva in Israele a seguito delle ferite. Secondo le indagini del PCHR, il 9 novembre 2016, i soldati israeliani che pattugliavano le strade di villaggio di Howarah, a sud di Nablus, avevano aperto il fuoco contro il civile che era stato colpito da un proiettile alla schiena e da un altro alla mano destra. Le forze israeliane hanno affermato che Jallad aveva tentato di accoltellare un soldato israeliano prima di essere colpito. Dopo che Jallad era stato ferito e arrestato, è rimasto all’ospedale Belinison di Petah Tikva fino alla morte.

Lo stesso mezzogiorno giorno, Nidal Ishtaya (48 anni), un fotoreporter di Xinhua – China News Agency, e Ayman al-Nobani (32 anni), un reporter del  Palestinian News Agency (WAFA), sono stati entrambi feriti mentre seguivano la protesta settimanale a Kafr Qodoum, a nord est di Qalqilya.

Traduzione di Edy Meroli

PIC. Lo scorso dicembre i consolati europei hanno pubblicato un rapporto molto allarmante riguardante la situazione a Gerusalemme. Tale documento è stato procurato dalla rivista d’informazione online Media part. Ecco alcuni risultati dell’analisi:

Le difficoltà legate al muro dell’apartheid

70.000 Palestinesi abitanti di Gerusalemme Est che vivono in zone isolate della Cisgiordania, devono attraversare un muro e un check-point per andare al lavoro e usufruire dei servizi (educazione, sanità) ai quali hanno diritto in quanto cittadini e contribuenti di Gerusalemme. Per i Palestinesi della Cisgiordania, che non hanno il diritto di abitare nella Gerusalemme Est, la vita è ancora più complicata. Devono possedere un permesso molto difficile da ottenere in quanto dipendente da moltissime condizioni. Non sono autorizzati ad entrare a Gerusalemme in macchina e trascorrervi la notte. Possono entrare solo passando da 4 dei 16 check-point che circondano la città.

Una grande disuguaglianza nei servizi

Mentre 316.000 Palestinesi della Gerusalemme Est rappresentano circa il 37% della popolazione della città, il budget municipale per i loro quartieri non supera il 10%. Ciò comporta una scarsa quantità di classi nelle scuole, di servizi medici d’urgenza, di uffici postali, di veicoli e personale per la raccolta dei rifiuti. Per quanto riguarda l’educazione, Gerusalemme-Est scarseggia di 2.672 classi. La municipalità di Gerusalemme, piuttosto di investire in nuove classi, si è limitata ad affittare 800 locali che non sono veramente adatti all’educazione.

La città di Gerusalemme sempre meno attrattiva

In queste condizioni Gerusalemme-Est, la cui economia dipende essenzialmente dalle piccole imprese, vive un periodo molto difficile in quanto «il settore del turismo palestinese riceve una piccolissima parte delle entrate generali del turismo internazionale». «A causa del suo isolamento e del rigido sistema dei permessi israeliani, la città non è più un centro economico e commerciale, riconoscono i diplomatici. In particolare la contribuzione globale di Gerusalemme-Est al PNL palestinese si è deteriorata da 15% prima degli Accordi di Oslo fino a meno del 7% al giorno d’oggi». Il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 35% per i giovani e il 19,9% per le donne. Il tasso di povertà dal 2006 al 2016 è aumentato dal 64 al 75%.

L’urbanizzazione al servizio delle colonie

Per quanto riguarda le infrastrutture di trasporto, «esse hanno soprattutto lo scopo di rinforzare il controllo israeliano su Gerusalemme-Est». «Il tram rispecchia la politica israeliana che consiste nel collegare le colonie israeliane di Gerusalemme-Est con il centro di Gerusalemme-Ovest, afferma il documento. Il tram non presta servizio nei quartieri palestinesi, con qualche piccola eccezione (stazioni di Shu’afat e Beit Hanina). La municipalità di Gerusalemme prevede di raddoppiare la lunghezza della linea del tram fino alla colonia di Neve Yaakov, per collegare altre colonie (Neve Yaakov, Gilo, Ramot) a Gerusalemme Ovest».

L’appropriazione delle terre

Secondo il rapporto dell’UE una delle strategie che ha molto progredito nel 2016 è quella del “recupero” da parte dei coloni delle costruzioni o dei terreni che appartenevano agli ebrei prima della creazione dello Stato d’Israele nel 1948.  Ciò ha permesso l’aumento significativo del numero delle colonie israeliane nei quartieri palestinesi. «Si può notare che non esiste, invece, nessuna legge che permette ai Palestinesi di recuperare i beni che possedevano prima del 1948».

Il rapporto esamina, inoltre, la propagazione di parchi nazionali e aree archeologiche che hanno lo scopo di esaltare «la presenza storica degli ebrei nel settore a scapito delle altre religioni e culture». Il vantaggio per le autorità israeliane è che, in questo specifico caso, la supremazia del terreno è trasferito dalla municipalità di Gerusalemme all’Autorità dei parchi e riserve naturali, la quale non ha nessuna obbligazione nei confronti degli abitanti palestinesi con conseguente possibile espulsione o esproprio senza indennità.

In cinque anni solo 14% dei permessi di costruzione rilasciati a Gerusalemme sono stati approvati dai Palestinesi.

Ciò crea una situazione in cui i Palestinesi, purché correndo il rischio di essere espulsi, costruiscono senza un permesso da parte della municipalità. Attualmente il numero di costruzioni palestinesi che rischiano di essere demolite con un ordine amministrativo, giudiziario o militare sono 24.000: ciò significa 144.000 Palestinesi che rischiano l’espulsione.

A tale accumulo di disuguaglianze, ingiustizie, abusi e umiliazioni, frustrazioni e rivolte si aggiunge una serie di iniziative e dichiarazioni riguardanti la gestione dei luoghi sacri ebrei e musulmani che hanno lo scopo di modificare uno status quo esistente da due secoli, con conseguente aumento delle tensioni. Con la costante pressione degli estremisti religiosi ebrei e dei coloni, i quali esercitano un’influenza costante nella maggioranza parlamentare, Benjamin Netanyahou ha dimostrato una “maggiore tolleranza” nei confronti di coloro che vogliono riservare l’accesso ai luoghi santi solamente ai fedeli ebrei.

Traduzione di Giulia Cazzola

Gerusalemme-Quds Press. Decine di migliaia di fedeli palestinesi hanno raggiunto il complesso di al-Aqsa per la preghiera comunitaria del venerdì, tra restrizioni severe poste dalle forze di occupazione.

Il Dipartimento dei beni religiosi, il Waqf, ha rivelato che oltre 40mila fedeli provenienti da Gerusalemme, dalla Linea Verde (Israele) e dalla Cisgiordania hanno eseguito la preghiera del venerdì alla Moschea.

Un pesante schieramento di forze israeliane è stato dislocato dall’alba nella Città Santa, mentre gli elicotteri hanno sorvolato l’area.

Gerusalemme occupata˗PIC. Venerdì all’alba la polizia israeliana ha invaso il paese di Hizma, a est di Geusalemme, ha pattugliato strade e vicoli e ha fermato le auto.

Secondo le fonti locali, le forze della polizia di confine hanno invaso diverse aree del paese, fermando le auto e controllando le carte d’identità dei passeggeri.

Hanno inoltre sparato raffiche di granate lacrimogene, senza motivo conosciuto, nel distretto orientale del paese, intossicando numerosi cittadini.

Ancora non si sa se le forze di polizia abbiano compiuto degli arresti durante la campagna.

Traduzione di F.G.

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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