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News agency on Palestine and Middle East
Aggiornato: 2 ore 54 min fa

Valico di Rafah chiuso per più di sei mesi nel 2014

5 ore 45 min fa

(IMEMC) – Secondo l’Agenzia di Media palestinese Al Ray, l’autorità del ministero dell’Interno ha emesso le proprie relazioni statistiche annuali sul traffico passeggeri via Rafah, notando che il valico è stato chiuso per il 66% del 2014.
Ha spiegato che, dentro i 125 giorni in cui il valico è rimasto aperto, 51 giorni sono stati correlazionati al trasporto di feriti, durante il periodo dell’ultima aggressione militare israeliana sulla regione.
Gli altri giorni sono stati usati per il transito dei pellegrini.
Il valico di Rafah è stato chiuso dalla metà del 2013, fatta eccezione per tre giorni ogni due o tre mesi. La maggior parte dei viaggianti palestinesi non hanno potuto accedervi a causa di successive misure restrittive imposte dalle autorità egiziane.
Le statica hanno mostrato che il numero totale di passeggeri che ha viaggiato dentro e fuori la Striscia di Gaza, durante lo scorso anno, è di circa 101.442 passeggeri, con 52.431 in uscita e 49.011 in entrata.
Le autorità egiziane hanno vietato a un totale di 4668 palestinesi il viaggio.
Queste statistiche riflettono una significativa diminuzione del numero di passeggeri che viaggiano dentro e fuori Gaza via Rafah, con il numero di viaggiatori nel 2013 pari a tre volte il numero nel 2014.
Rafah, che è l’unico sbocco per i palestinesi nella Striscia di Gaza assediata, non funziona a pieno regime, con il problema più comune affrontato dai viaggiatori palestinesi è quello della rete di corruzione sul lato egiziano.
Le ultime statistiche rivelate dal Dipartimento dell’Autorità di Registrazione mostrano che il numero di palestinesi registrati in urgente bisogno di viaggio ammonta a più di 30.000 casi.
I palestinesi ora costituiscono il gruppo di rifugiati più grande in tutto il mondo, secondo le statistiche delle Nazioni Unite.

Categorie: Palestina

Forze israeliane arrestano adolescente e zio

8 ore 48 min fa

Gerusalemme (Ma’an) – Questa domenica, le forze israeliane hanno arrestato un ragazzo palestinese e suo zio nel quartiere al-Tur di Gerusalemme est, portando a scontri nella zona, secondo quanto affermato da testimoni.

Gli abitanti del posto hanno dichiarato a Ma’an che le forze speciali israeliane hanno assalito Muhammad Afeef Khweis, di dieci anni, mentre era seduto in un parco nel quartiere, facendolo entrare in panico.

Le forze israeliane hanno anche aggredito i familiari di Khweis, che hanno cercato di fermare l’arresto. Gli ufficiali hanno rimosso il velo di una delle donne, con gli spintoni che sono seguiti all’arresto.

Lo zio cinquantenne di Muhammad, Hani Saleh Khweis, è stato aggredito con lo spray al peperoncino e arrestato, nonostante soffrresse di mancanza di fiato.

Quando Muhammad Abu Ghannam, capo di un comitato di insegnanti-genitori in una scuola locale, ha cercato di fornire il primo soccorso allo zio, è stato colpito alla testa dalle forze israeliane.

Le forze israeliane arrestano regolarmente minori in Cisgiordania, compresa la Gerusalemme est, spesso con il pretesto di lanciare sassi.
Gerusalemme est è internazionalmente riconosciuto come territorio palestinese, ma Israele lo ha occupato nel 1967 e annesso in seguito, in una mossa considerata illegittima all’estero.

Categorie: Palestina

Lavoratori palestinesi sempre più poveri dopo il blocco del versamento delle entrate fiscali imposto da Israele

12 ore 50 min fa

Imemc. L’insegnante palestinese Abdelhakim Abu Jamus ha appena speso fino all’ultimo shekel per pagare la retta scolastica di sua figlia e ora non sa come provvedere al sostentamento della sua famiglia di otto persone.

Stando a quanto riportato dall’agenzia AFP/Ma’an, Abdelhakim, come decine di migliaia di lavoratori del pubblico impiego palestinesi, non viene pagato dal mese di dicembre, dopo che Israele ha sospeso il versamento di milioni di dollari di entrate fiscali che sarebbero dovute finire nelle casse dell’Autorità nazionale palestinese, come punizione per l’adesione alla Corte Penale Internazionale (ICC).

“Ho dato a mia figlia gli ultimi soldi che avevo, non so come andremo avanti domani”, dichiara Abu Jamus, insegnante che dirige una scuola a Ramallah, nella Cisgiordania occupata.

Il 2 gennaio, la Palestina ha presentato formalmente la domanda di adesione alla Corte dell’Aja, passo propedeutico a un’eventuale richiesta di incriminazione per crimini di guerra a carico di Israele.

Secondo il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, la Palestina accederà alla Corte Penale Internazionale il 1° aprile.

La reazione di Israele non si è fatta attendere: ha bloccato 127 milioni di dollari in entrate fiscali che, per legge, devono essere trasferite all’Autorità palestinese (Anp), gesto più volte usato come misura punitiva in occasione di dispute diplomatiche.

Inoltre, ai sensi di un accordo economico bilaterale, siglato nel 1994, Israele trasferisce all’Anp decine di milioni di dollari ogni mese in dazi doganali, per i beni destinati al mercato palestinese che transitano nei porti israeliani.

La sanzione è stata imposta più volte, ma mai per più di uno o due mesi, tranne che nel 2006, quando Hamas ha riportato una vittoria schiacciante alle elezioni legislative palestinesi.

In quell’occasione, Israele ha bloccato il versamento delle imposte per sei mesi.

Tale misura priva l’Anp di oltre due terzi del suo budget mensile, ad esclusione degli aiuti internazionali, e impedisce il pagamento dei salari di 180 mila lavoratori, per un totale di circa 200 milioni di dollari al mese.

“Sappiamo bene che Israele blocca il versamento delle imposte per ragioni politiche, per fare pressione sull’Autorità palestinese, ma come impiegato statale, mi auguro che la situazione si risolva in fretta”, ha continuato Abu Jamus.

Anche Dalal Yassin, che lavora per la televisione palestinese, ha subito una decurtazione dello stipendio da quando Israele ha imposto il blocco delle imposte. Ma può ritenersi fortunata, in quanto suo marito lavora nel settore privato.

“Vedo che i miei colleghi fanno fatica ad arrivare alla fine del mese e stanno attraversando un periodo orribile”, ha raccontato all’AFP.

Sembra che il governo palestinese riuscirà ad ottenere le risorse necessarie a pagare il 60% degli stipendi di dicembre attraverso prestiti, aiuti di altri paesi arabi e risorse proprie.

Yasser Mussa, commerciante di Ramallah, spera che in seguito al pagamento parziale dei salari, i suoi clienti salderanno i debiti che hanno contratto per acquistare le merci.

“Facciamo credito ai clienti tutti i mesi, ma stavolta i salari non sono stati versati; nel frattempo una terribile tempesta si è abbattuta sulla regione e abbiamo venduto molti prodotti a credito”, ha dichiarato.

Prima di questa precipitazione, all’inizio del mese, molti palestinesi avevano acquistato caloriferi per combattere un’ondata di gelo che solo ora sta iniziando a scemare.

Gli altri governi arabi hanno promesso di aiutare i Palestinesi con una “rete di protezione” di 100 milioni di dollari, ma l’impegno non si è ancora concretizzato.

Secondo l’economista Nasser Abdelkarim, questi fondi sono vitali per l’Anp.

“Dopo la Seconda Intifada (rivolta palestinese durata dal 2000 al 2005), l’economia è in forte recessione,” ha dichiarato, e circa 140.000 palestinesi che lavoravano in Israele hanno perso il posto di lavoro.

Per contrastare la crescente disoccupazione, il settore pubblico ha assunto molte persone, e questo ha comportato un aumento della spesa mensile in salari.

Relativamente alle politiche di occupazione, il Governo Palestinese deve affrontare un problema persino più grave del blocco degli stipendi.

Nel 2007, quando Hamas ha assunto il controllo di Gaza, espellendo esponenti fedeli al movimento di Fatah, del presidente Mahmoud Abbas, circa 70 mila impiegati governativi sono rimasti disoccupati. L’Anp continua a versare loro i salari, sebbene, di fatto, non lavorino.

Hamas, dal canto suo, ha assunto 50 mila dipendenti che sono entrati a far parte dell’amministrazione di Gaza sette anni fa.

Dopo l’istituzione del governo di unità nazionale a giugno, che ha messo fine a sette ani di gestione separata tra Cisgiordania e Gaza, gli impiegati assunti da Hamas non sono più stati pagati.

Le notizie che si sono diffuse, secondo cui il governo pensava di riassumere i 70 mila lavoratori impiegati prima del 2007 sostituendo quelli assunti da Hamas, hanno generato un’ondata di violente proteste e scioperi.

Una disputa che mina il già fragile tentativo di riconciliazione tra Fateh e Hamas, che si è avviato ad aprile e ha portato all’istituzione del governo di unità nazionale.

Traduzione di Romana Rubeo

Categorie: Palestina

Parlamentare di Hamas accusa l’ANP di cercare di mettere in ginocchio Gaza

12 ore 53 min fa

Gaza-Ma’an. Sabato, un parlamentare di Hamas con sede a Gaza ha accusato l’Autorità Palestinese di aggravare le sofferenze dei residenti di Gaza aggiungendo enormi tassazioni sul carburante che fa funzionare la sua unica centrale elettrica.

In una dichiarazione, Atif Udwan, che presiede un comitato economico nel Parlamento palestinese, ha affermato che l’ANP aggiunge una tassa del 130 per cento “per arricchire il suo budget a danno di Gaza, dei suoi dolori e del black-out”.

Udwan accusa inoltre l’ANP di “essere un partner diretto dell’occupazione israeliana del blocco di Gaza e della sofferenza dei residenti come una punizione per il loro supporto alla resistenza”.

Il parlamentare ha aggiunto che la ferma volontà e la risoluzione della resistenza di Gaza “sventano i tentativi dell’ANP di mettere in ginocchio Gaza”.

Questi tentativi, aggiunge, vengono messi in pratica intensificando il blocco, chiudendo le frontiere, inasprendo le crisi di potere, rifiutandosi di pagare gli stipendi ed impedendo il processo di ricostruzione.

Queste affermazioni sono le ultime in una guerra di parole tra i due amministratori palestinesi.

Venerdì, l’ambasciata dell’Autorità Palestinese al Cairo ha accusato Hamas di impedire agli studenti di Gaza di lasciare il territorio dopo che l’Egitto ha riaperto il confine di Rafah per tre giorni, la settimana scorsa.

L’ambasciata ha affermato che Hamas ha impedito a 115 studenti che studiano all’estero di lasciare Gaza, sostenendo che non c’è stata alcuna organizzazione per il passaggio.

Gli studenti hanno ricevuto l’approvazione dall’Egitto per attraversare, ha sostenuto l’ambasciata, ma le autorità di Hamas a loro volta hanno accusato l’ambasciata di non riuscire a gestire i loro permessi.

I funzionari di frontiera palestinesi hanno dichiarato che 830 palestinesi a Gaza hanno utilizzato il valico, che è stato riaperto martedì per tre giorni.

Il ministro palestinese degli Affari Interni asserisce che vi sono 25 mila casi umani in lista d’attesa per usufruire del valico per ricevere cure mediche o per continuare gli studi all’estero.

Il blocco israelo-egiziano del piccolo territorio ha portato a frequenti crisi umanitarie e conflitti armati con Israele e sta attualmente ostacolando l’entrata –  garantita dalla comunità internazionale – di materiale da costruzione per la ricostruzione della devastata Striscia.

Traduzione di Domenica Zavaglia

Categorie: Palestina

77 Palestinesi, per la maggior parte bambini, sfollati in tre giorni

12 ore 55 min fa

Imemc e Quds Press. Il Coordinatore Umanitario delle Nazioni Unite, James W. Rawley, ha confermato venerdì che solamente negli ultimi tre giorni, 77 Palestinesi, più della metà dei quali sono bambini, sono diventati senzatetto.

Ha espresso preoccupazione per la recente ondata di demolizioni delle case palestinesi nella Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme Est, da parte di Israele.

Secondo Rawley, le “demolizioni che si traducono in espulsioni forzate e sgomberi sono in contrasto con gli obblighi di Israele verso il diritto internazionale e creano sofferenze e tensioni inutili”.

La demolizione delle case deve cessare immediatamente, ha chiesto Rawley, in un comunicato stampa diffuso da WAFA.

Le preoccupazioni delle Nazioni Unite derivano dal fatto che alcune strutture demolite erano state offerte dalla comunità internazionale per sostenere le famiglie più vulnerabili. Rawley ha spiegato: “Almeno otto di queste strutture erano state finanziate da donatori internazionali”.

Dal 20 gennaio, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha registrato la demolizione da parte di Israele di 42 strutture di proprietà palestinese nei governatorati di Ramallah, Gerusalemme, Gerico e Hebron.

Oltre agli sfollati, 59 Palestinesi hanno risentito anche della demolizione di strutture essenziali al loro sostentamento, soprattutto stalle.

Secondo i dati dell’OCHA, nel 2014, “le autorità israeliane hanno distrutto 590 strutture di proprietà palestinese nell’Area C e a Gerusalemme Est, dislocando 1.177 persone – il più alto livello di sradicamento in Cisgiordania da quando l’OCHA ha iniziato a monitorare sistematicamente il problema, nel 2008″.

L’Area C della Cisgiordania è sotto il completo controllo israeliano.

Enti e istituzioni umanitarie e legali come l’ONU, l’OCHA e B’Tselem confermano che le politiche di pianificazione applicate da Israele all’ Area C e a Gerusalemme Est discriminano i Palestinesi, il che rende estremamente difficile per loro ottenere i permessi di costruzione.

Non avendo altra scelta, molti Palestinesi sono costretti a costruire senza permesso per poter dare un riparo a loro e alle loro famiglie, rischiando di ritrovarsi con gli edifici demoliti.

Rawley ha chiesto che i Palestinesi abbiano l’opportunità di partecipare ad un sistema di pianificazione giusto ed equo che soddisfi le loro esigenze.

Traduzione di Edy Meroli

Categorie: Palestina

Colono israeliano investe bimbo palestinese

Sab, 24/01/2015 - 16:16

Tulkarem. Venerdì, nei pressi di Tulkarem, in Cisgiordania, un colono israeliano ha investito un bambino palestinese di 5 anni, Yamen Nabil Mahmoud, della cittadina di Shufa.

Il bimbo è stato ricoverato in ospedale.

I coloni israeliani prendono sovente di mira bambini palestinesi, o con tentativi di rapimento o con investimenti deliberati in auto, e in altri casi, con omicidi.

Bambini e ragazzini palestinesi sono vittime anche dei soldati e dei tribunali israeliani, attraverso campagne di arresti violenti nelle case e nelle strade, detenzioni arbitrarie, torture e pressioni psicologiche, e uccisioni.

La guerra israeliana contro i piccoli e giovani palestinesi è un’altra forma di pulizia etnica.

 

Categorie: Palestina

Attacco israeliano nel Golan: un successo tattico si trasforma in un problema strategico

Sab, 24/01/2015 - 15:03

Al-akhbar.comDi Mohamad Bdeir. Questo è forse uno dei rari esempi in cui un successo tattico si trasforma in un problema strategico: solo poche ore dopo l’iniziale euforia, i dirigenti israeliani iniziano ad avere paura e ad essere preoccupati, come qualcuno che ha appena calpestato una mina e sta aspettando che esploda.

Il segno più evidente di tale preoccupazione è stato il tentativo di Israele di negare che fosse già a conoscenza della presenza del generale iraniano nel convoglio colpito, dopo che il comandante della Guardia Rivoluzionaria iraniana aveva minacciato Israele con un “assalto devastante” in risposta all’omicidio.

L’opinionista militare Alex Fishman, che scrive per il quotidiano israelianoYediot Ahronot, ha riassunto lo stato d’animo israeliano affermando che Israele si dispiace per il suo successo più di quanto dovrebbe. Ha poi sostenuto che l’attacco israeliano si è trasformato in una crisi strategica, spingendo le autorità a spiegare rapidamente le batterie dell’Iron Dome nel nord. Ha anche scritto, senza dire chi fosse il responsabile dell’assassinio: “Possiamo supporre che gli organizzatori non avrebbero mai immaginato di ottenere un simile successo. Abbiamo preso tre piccioni con due missili. Infatti, abbiamo violato la sovranità siriana, abbiamo colpito un simbolo di Hezbollah e abbiamo assassinato un generale iraniano”. L’opinionista ha anche affermato che se Israele avesse saputo chi e cosa stava attaccando nel Golan, “allora vuol dire che abbiamo un problema nelle valutazioni strategiche”.

Fishman ha sottolineato che non solo Israele, ma anche tutti i ministri degli Esteri degli altri paesi sono rimasti in silenzio. Ha affermato che si stanno tirando tutti indietro e stanno nascondendo la testa sotto la sabbia, nella speranza che la situazione si calmi da sola. Nel caso di un assalto, ha proseguito, Israele spera solo che sia breve.

Adesso Israele è alla ricerca di segnali per capire come Hezbollah intende rispondere all’attacco. Riguardo alla divulgazione dell’identità dei suoi martiri e ai funerali pubblici per i martiri di Hezbollah, Fishman ha affermato che si tratta di segnali rivolti ai rispettivi fronti interni e al mondo intero per comunicare: “abbiamo intenzione di rispondere all’attacco”.

Yossi Yehoshua, opinionista politico per lo stesso quotidiano, ha scritto che, nonostante il clamoroso successo dell’attacco, l’annuncio iraniano della morte di un generale della Guardia Rivoluzionaria aumenta i rischi per Israele.

Tuttavia, Zvi Bar’el, opinionista per gli affari arabi al quotidiano Haaretz, ha scritto che questo attacco manda in frantumi lo status quo e porta Israele a intervenire maggiormente nella crisi siriana, a tracciare nuove linee rosse. Bar’el ha aggiunto che vi sono vari gruppi che controllano le aree del Golan, inclusi quelli affiliati con al-Qaeda, ma Israele non li considera una minaccia. Contemporaneamente, il coinvolgimento delle forze di Hezbollah e dei combattenti iraniani è visto come un cambiamento strategico che scatenerà una risposta violenta da parte di Israele.

[L’analista militare] Harel ha citato i rapporti dei servizi segreti militari israeliani in cui si riporta che Hezbollah non era interessato a un’intensificazione degli scontri, ma ha avvisato che valutazioni simili erano in circolazione alla vigilia della Seconda Guerra del Libano nel 2006.

Amos Harel, un analista militare per Haaretz, ha affermato che, sebbene nessuno fosse interessato a un inasprimento della situazione, nemmeno Israele e Hezbollah, la morte del generale iraniano avrebbe complicato notevolmente la situazione. Harel ha scritto che questo fattore sarà al centro delle tensioni tra Israele e l’Iran, senza parlare di Hezbollah. Pertanto, ha detto, la questione è capire se Tehran deciderà di lasciare la risposta anticipata nelle mani di Hezbollah.

Harel ha rivelato quale potrebbe essere il motivo che si cela dietro la decisione di Israele di colpire i combattenti di Hezbollah, scrivendo che al tempo Hezbollah era impegnato nella lotta contro i gruppi jihadisti, il che limitava i suoi movimenti contro Israele. Harel ha anche citato i rapporti dei servizi segreti militari israeliani in cui si riporta che Hezbollah non era interessato a un’intensificazione degli scontri, ma ha avvisato che valutazioni simili erano in circolazione alla vigilia della Seconda Guerra del Libano nel 2006. Harel ha poi previsto che Hezbollah potrebbe rispondere colpendo bersagli israeliani in paesi stranieri, affermando tuttavia di non esserne informato.

Harel ha suggerito che l’attacco a Hezbollah, come molte altre operazioni simili israeliane, è stato perseguito malgrado gli avvertimenti da parte degli ufficiali dello Stato Maggiore congiunto sulle possibili conseguenze. Ha poi aggiunto che il ministro della Sicurezza Moshe Ya’alon è ampiamente favorevole ad attacchi aggressivi di questo tipo, in base alla sua esperienza in operazioni simili, soprattutto all’interno dell’unità militare di Forze Speciali Sayeret Matkal, di cui era alla guida durante l’assassinio del leader palestinese Khalil al-Wazir (Abu Jihad) in Tunisia nel 1988.

L’opinionista militare ha analizzato la politica perseguita dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in questo contesto e ha affermato che la posizione ufficiale di Israele è stata deliberatamente vaga. Da un lato, non ha ammesso la propria responsabilità per l’attacco nel Golan e dall’altro, lo ha appoggiato indirettamente tramite il quotidiano Israel Hayom, che Harel ci descrive come il portavoce dello stato e il cui titolo recita: “Le nostre forze hanno attaccato una cellula di terroristi esperti nel Golan siriano”. Harel ha scritto che tale duplicità ha permesso a Netanyahu di condurre un attacco e, al tempo stesso, di prendere le distanze dallo stesso.

(Nella foto: un soldato delle forze di pace della Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite parla al walkie-talkie davanti a un manifesto con il ritratto del Segretario Generale di Hezbollah Sayyed Hassan Nasrallah, durante un pattugliamento nella città di Adaysseh nel sud del Libano, vicino al confine con Israele, il 19 gennaio 2015, ovvero un giorno dopo l’attacco aereo israeliano che ha ucciso sei membri di Hezbollah nelle vicine Alture del Golan, nella zona controllata dai siriani).

AFP/Mahmoud Zayyat

Traduzione di Eleonora Allegrini

Categorie: Palestina

4 palestinesi arrestati durante un’azione nelle colline a sud di Hebron

Sab, 24/01/2015 - 14:49

Operazione Colomba. Comunicato stampa: “Quattro palestinesi arrestati durante un’azione nelle colline a sud di Hebron”.

Le forze israeliane hanno attaccato i partecipanti con granate assordanti, gas lacrimogeni, idranti e violenza fisica

24 gennaio 2015. Susiya – Colline a sud di Hebron, Cisgiordania.

Il 23 gennaio durante un’azione, nei pressi del villaggio di Susiya, nella quale si rivendicava il diritto dei palestinese ad accedere alla propria terra, organizzata dal partito Al Mubadara e dal Comitato di Resistenza Popolare delle colline a sud di Hebron, le forze israeliane hanno attaccato i palestinesi e gli attivisti internazionali con granate assordanti, gas lacrimogeni, idranti e violenza fisica e verbale. Durante l’azione, le forze israeliane hanno arrestato quattro palestinesi.

Verso le 11:00, circa 150 persone, dopo essersi riunite nel villaggio di Susiya, hanno cercato di raggiungere una terra di proprietà palestinese tra la base militare e l’insediamento israeliano di Suseya, per piantarvi alberi di ulivo. Immediatamente la zona è stata dichiarata zona militare chiusa dall’esercito israeliano.Nonostante ciò i manifestanti hanno cercato di raggiungere ugualmente la terra. Dopo 20 minuti, i soldati israeliani hanno arrestato il primo palestinese, solo perché ha tolto la mano di un soldato dal proprio petto. Pochi minuti dopo, i soldati hanno arrestato un secondo palestinese. La gran parte dei manifestanti ha raggiunto la terra e ha iniziato a piantarvi gli ulivi. Immediatamente, soldati e poliziotti israeliani hanno spinto la folla indietro, in direzione del villaggio di Susiya. Durante la loro carica, le forze israeliane hanno usato granate assordanti e gas lacrimogeni, spingendo e attaccando i dimostranti, e arrestato altri due palestinesi. Verso le 12:45 i partecipanti si sono riuniti sulla collina del villaggio di Susiya e lentamente si sono allontanati dai soldati e poliziotti israeliani, mentre questi lanciavano gas lacrimogeni e usavano il cannone ad acqua.

Negli ultimi cinque giorni nell’area delle colline a sud di Hebron, le violenze da parte dell’esercito israeliano sono aumentate. Operazione Colomba ha registrato sei episodi di violenza diretta o di intimidazione nei confronti dei palestinesi. Il 19 gennaio, i soldati hanno ucciso una pecora nella zona del villaggio di Tuba, mentre stavano cacciando via un gregge di proprietà di palestinesi. Il 20 gennaio, i soldati israeliani hanno arrestato un palestinese di 14 anni, mentre pascolava un gregge vicino al villaggio di Maghayir Al Abeed. Nello stesso giorno, l’esercito israeliano ha demolito 4 strutture nel villaggio di Ar-Rifa’iyya.

Operazione Colomba mantiene una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell’area delle colline a sud di Hebron dal 2004.

Foto: http://goo.gl/jCidYm

Video: http://goo.gl/ctjy0N

Per informazioni: Operazione Colomba, +972 54 99 25 773

[Note: secondo la IV Convenzione di Ginevra, la II Convenzione dell'Aja, la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti sono considerati illegali anche secondo la legge israeliana.]

Categorie: Palestina

Panico in Israele

Sab, 24/01/2015 - 14:47

Al-akhbar.com. Di Yahya Dabouq. Il 21 gennaio, Israele è passato da uno stato di ansia ad uno stato di panico dopo che i tentativi di contenere la rabbia dell’Iran e di Hezbollah – offrendo martedì delle attenuanti per mitigare e scuse indirette per voce di un ufficiale maggiore della sicurezza – sono falliti. Il panico si è impadronito della gente nelle colonie nel nord di Israele quando si è diffusa la notizia che alcuni commandos di Hezbollah stavano attraversando il confine per effettuare operazioni di sequestro.

Hezbollah, il partito di Resistenza Islamica libanese, ha tenuto il 21 gennaio i funerali degli ultimi due dei sei martiri che sono stati assassinati domenica da un bombardamento aereo israeliano nella città siriana di Quneitra. Nel frattempo, sono iniziati i preparativi per celebrare, domenica prossima a Dahiyeh, sobborgo nel sud di Beirut, la commemorazione ad una settimana dal loro martirio. Fonti smentiscono, parlando ad Al-Akhbar, che il Segretario generale di Hezbollah Sayyed Hassan Nasrallah intenda tenere un discorso spiegando il punto di vista del partito circa le circostanze dell’attacco ed il modo con il quale la resistenza se ne occuperà.

Le parti interessate all’interno di Hezbollah hanno continuato ad investigare i dettagli dell’attacco, studiando le informazioni circonstanziate, ed offrendo alla leadership del partito le eventuali risposte (ognuno è consapevole che una risposta debba essere inevitabile). Hezbollah si sta comportamento in modo sincero a proposito delle conseguenze dell’attacco. Hezbollah non sta aspettando “chiarimenti, spiegazioni o scuse” da parte di Israele. Come al solito, la resistenza è preoccupata di come scoraggiare e punire Israele, prendendo in considerazione, questa volta, il problema di come espandere il fronte nord da Shebaa in Libano fino alle Alture del Golan, in Siria.

A livello nazionale, contatti non ufficiali sono stati intrapresi a marzo 2014 tra i membri della coalizione all’interno e fuori dal governo – senza nessuna dichiarazione pubblica, finora – che chiedono ad “Hezbollah di non vendicarsi degli attacchi fino a quando ciò non avvenga in territorio libanese”.

Intanto, le colonie del nord di Israele vicino al confine col Libano sono entrate in uno stato di panico, il giorno successivo alla diffusione della notizia tra i coloni che un commando di Hezbollah stava attraversando il confine per svolgere “operazioni di sequestro” in una delle colonie. Il dispiegamento di rinforzi militari nella parte centrale del confine, con blocco delle strade, chiedendo ai coloni di restare all’interno delle loro case fino a quando le operazioni di ricerca e perlustrazione non fossero terminate, ha soltanto aumentato il panico tra la gente.

Secondo i media israeliani, questa trepidazione ha spinto i coloni a chiudere i loro negozi, le strade erano deserte senza né auto né persone a piedi, con la polizia e l’esercito che bloccava le strade principali e quelle laterali. L’esercito israeliano ha annunciato che stava incrementando il grado di preparazione lungo il confine con il Libano, adottando tutte le misure anticipatamente per poter affrontare qualsiasi infiltrato ostile che volesse rapire soldati e coloni.

Dopo ore di massima allerta, l’esercito israeliano ha annunciato che non era ancora stato individuato nessun gruppo che stesse attraversando il confine con il Libano verso le colonie – precisamente nell’area della montagna di Ramim, nella parte centrale. L’esercito ha riaperto tutte le strade chiedendo ai coloni di tornare alle loro vite normali. Gli organi di stampa riportavano che le voci circa le operazioni di infiltrazione avevano suggerito al “capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, Benny Gantz, l’annullamento della sua partecipazione alla conferenza dei capi militari degli stati membri della NATO”.

Il dibattito comincia

I media israeliani hanno cominciato a criticare la decisione affrettata di lanciare un attacco a Quneitra, dicendo che esso si fondava su una analisi costi-benefici non ben ponderata, invitando ad investigare sul fallimento dell’intelligence che ha contraddistinto l’attacco, e criticando le istituzioni politiche per la loro risposta.

Amos Harel, esperto di questioni militari presso il quotidiano Haaretz, ha chiesto ai membri della Knesset per gli Affari Esteri e al Comitato per la Sicurezza di dedicare più tempo prossimamente per discutere le “crisi di sicurezza maggiori”, in particolar modo le minacce costituite dall’Iran e da Hezbollah, e di porre, a coloro che hanno preso la decisione di attaccare, alcune domande fondamentali. Era Jihad Mughniyeh l’obiettivo previsto, oppure volevano uccidere il Brigadiere-Generale iraniano Mohammed Ali Allahdadi? I servizi segreti erano al corrente che il generale fosse nel gruppo designato? I vantaggi derivanti dall’uccisione di Mughniyeh valgono le eventuali perdite che il suo assassinio potrebbe innescare nell’escalation di violenza con Hezbollah? Harel chiede anche circa il livello di preparazione del fronte interno nel caso scoppiasse una guerra – data la minaccia di Hezbollah di lanciare decine di migliaia di missili su centri residenziali israeliani – e a proposito dei preparativi in anticipo per questo tipo di confronti ed i piani dell’esercito per combattare questa guerra.

Il giornalista di Yediot Ahronot Nahum Barnea ha ciriticato l’attacco a Quneitra, motivandolo con il fatto che esso ha difetti evidenti e che è stato un “errore”. Ha spiegato che “le scuse a metà di martedì da parte di un’anonima fonte israeliana non hanno compensato il primo incidente. Al contrario, lo hanno peggiorato… Il fatto che una fonte israeliana ammetta adesso che il generale iraniano è stato ucciso per errore dimostra che i giornalisti sospettosi non sono gli unici che la pensano in questo modo. Così la pensano le fonti dell’establishment della difesa di Israele”. Ha aggiunto: “Potrebbe esservi stato un difetto nel processo decisionale. Questo attacco è stato effettuato soltanto dopo aver ricevuto l’approvazione a livello politico, dal primo ministro e dal ministro della difesa… In ogni caso, il livello politico è responsabile”.

Alex Fishman, analista militare di Yediot Ahronot, ha affermato che la risposta israeliana all’attacco è cambiata da imbarazzo a panico. Israele, ha detto, sembra un paese schizofrenico. Da una parte, non vuole ammettere di aver attaccato, dall’altra parte ammette di aver assassinato il generale iraniano per errore, cioé effettuando l’attacco del quale non si prende nessuna responsabilità.

Il quotidiano vicino al primo ministro Benjamin Netanyahu, Israel Today, ha fatto i salti mortali per difendere le sue decisioni e per provare a zittire le critiche col pretesto dell’interesse di Israele. In un articolo dal titolo “L’Iran dovrebbe finirla con le minacce”, ha sostenuto che Israele non può smettere di combattere le organizzazioni terroristiche. Deve inviare un messaggio ai leader terroristi, di volta in volta, che non possono vivere nella sicurezza assoluta.

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

Categorie: Palestina

Saudis public beheadings criticised; Alkhalifa condemned for jailing Rajab, Salman

Sab, 24/01/2015 - 04:46

Saudis public beheadings criticised; Alkhalifa condemned for jailing Rajab, Salman

Under the heading “Saudi Arabia’s Beheadings Are Public, but It Doesn’t Want Them Publicized” the US-based Foreign Policy published an article today by Justine Drennan denouncing the ongoing executions by the Saudi regime. It said: “Saudi Arabia, a world leader in beheadings, has a policy of carrying out the gruesome punishment in public to serve as a warning for other citizens. But as the arrest of the man who filmed a recent beheading demonstrates, the kingdom is much more wary of publicizing its brutal methods abroad. “Clearly, Saudi Arabia is pretty ashamed at having its brutality exposed,” said Sarah Leah Whitson, executive director of Human Rights Watch’s Middle East and North Africa division. She said the punishments are meant for the kingdom’s domestic public… and not for international viewers. brutal punishments, which she said have served as a model for the Islamic State.

On 17th January a native Bahraini was martyred after inhaling large quantities of chemical and tear gases fired by foreign mercenaries. Abdul Aziz Salman Al Saeed, 65, from Bilad Al Qadeem, inhaled large quantities of these lethal gases outside his home. When he returned he suffered shortness of breath and continuous coughing. He passed away shortly afterwards. His funeral was mercilessly attacked.

The Sentencing yesterday of Nabeel Rajab, the President of the Bahrain Centre for Human Rights, to six months in jail for his critical tweets of Alkhlaifa dictatorship has been widely condemned by world’s human rights bodies. It was seen as another marker on the road to more repression in the kingdom of fear. Yesterday, Amnesty International said: “Nabeel Rajab is being unjustly punished simply for posting tweets deemed insulting to the authorities. His conviction is a blow to freedom of expression – it must be quashed. He should be released immediately and unconditionally,” said Said Boumedouha, Deputy Director of Amnesty International’s Middle East and North Africa Programme. He added: “Instead of persecuting activists who dare to speak out freely the Bahraini authorities should repeal these repressive laws and uphold the right to freedom of expression,” said Said Boumedouha. Seventy two Members of the European Parliaments signed a petition calling for the quashing of Nabeel Rajab’s charges.

After detaining him for three weeks, the Alkhalifa have decided to put Sheikh Ali Salman, the Secretary General of Al Wefaq Society, on trial for refusing to take part in the tribal elections in November. The regime considers him and Al Wefaq responsible for defeating the regime in its attempt to promote its tribal elections as real reforms. Amnesty International considers him a prisoner of conscience and calls for his immediate and unconditional release.

On Sunday 18th January Human Rights Watch urged Bahrain’s Western allies to press the Alkhalifa to release detained activists, including  Sheikh Ali Salman, the head of the influential Al-Wefaq bloc, who has remained in custody since authorities arrested him on December 28 on charges including seeking regime change. “When it comes to punishing peaceful critics of the government or ruling family, Bahrain is a serial offender,” said HRW’s deputy MENA director Joe Stork. Salman’s arrest “seems calculated to send a message to Bahrainis and the world that political reconciliation and respect for fundamental rights is completely off the table,” said Stork. HRW said that authorities have so far “failed” to release evidence against Salman, urging his immediate release and calling for charges against him to be dropped.

Meanwhile six native Bahrainis were arrested on Monday from the town of Jid Ali after their car was surrounded by foreign mercenaries employed by Alkhalifa junta. They are: Ali Marhoon, Ali Al Uraibi, Hussain Al Herz, Naji Al Adem, Hussain Jamil and Hussain Khamis. On Monday 19th January Alkhalifa sentenced a young Bahraini woman activist to one year in jail for taking part in anti-regime protest. Ayat Al Saffar joins several other native Bahraini women at Alkhalifa incarceration dungeons. Today several native Bahrainis from Duraz were given five years jail terms and asked to pay 150 BD (400 dollars).

On 18th January Human Rights First urged the United States to publicly state how it plans to respond to the ongoing crackdown on peaceful dissent in Bahrain, its military ally and home of the Navy’s Fifth Fleet. On January 20, Bahraini authorities have scheduled a court verdict for leading human rights defender Nabeel Rajab and are slated to decide whether to extend the custody of prominent opposition leader Ali Salman. “The Bahraini regime seems to have interpreted United States’ lack of response to this new wave of repression as a sign that it can get away with targeting peaceful dissidents without consequences from its allies. The United States should make clear that it will respond to the harassment of Bahrain’s peaceful opposition and human rights defenders,” said Human Rights First’s Brian Dooley.

Bahrain Freedom Movement
20th January 2015

Categorie: Palestina

Cisgiordania, Israele approverà la costruzione di 2500 nuovi alloggi in insediamenti coloniali

Sab, 24/01/2015 - 04:41

Imemc.Il governo israeliano approverà la costruzione di 2500 nuove unità abitative nell’insediamento di “Efrat” a sud-est di Betlemme, secondo quanto ha reso noto Khalil Tafakji, direttore del Dipartimento mappe dell’Associazione di studi arabi.

Secondo il network Palestinian News, al Tafakji ha osservato che le nuove unità occuperanno un’area di centinaia di dunum (1 dunum=1000mq) appartenenti a cittadini palestinesi di Kherbat Nakhla.

Al Tafakji ha detto che la decisione di espandersi è stata presa sebbene il caso sia ancora “all’esame” della corte israeliana.

Si stima che circa 500 mila coloni vivano oggi in insediamenti residenziali e avamposti in tutta la Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est, in violazione del diritto internazionale.

Traduzione di Edy Meroli

Categorie: Palestina

La polizia israeliana vieta a 4 donne palestinesi di entrare a al-Aqsa

Sab, 24/01/2015 - 01:50
Gerusalemme-Ma’an. La polizia israeliana ha vietato a quattro donne palestinesi di entrare nel complesso della moschea di Al-Aqsa dopo il loro rilascio dalla custodia della polizia nel tardo giovedì. L’avvocato Ramzi Kteilak ha riferito che una donna non identificata di 28 anni è stata portata in una stazione di polizia nella Città Vecchia nel giovedì, dove è stata aggredita da agenti di polizia, che le hanno dato un pugno in testa. È stata rilasciata dalla custodia, ma le è stato vietatato di entrare nel complesso per tre giorni, fino a un’udienza, questa domenica. Anche a Amani al-Tawil, 20 anni, Nour Abu Snineh, 19 anni, e Hur Abdin, 14 anni, è stato vietato di entrare nel luogo sacro per 15 giorni.
Categorie: Palestina

Rapporto: 450 milioni di dollari di perdite nel settore agricolo di Gaza a causa dell’occupazione

Sab, 24/01/2015 - 01:20

Ramallah – Quds Press. L’insicurezza alimentare rappresenta ancora una grande sfida per la Palestina. In un rapporto rilasciato a Quds Press questa settimana e relativo all’insicurezza alimentare in Palestina, l’Istituto di ricerca delle politiche economiche (Mas) ha spiegato che gli indicatori di sicurezza alimentare dell’anno 2014 non mostrano miglioramenti per le famiglie palestinesi rispetto alla situazione del 2013, quando un terzo delle famiglie ne soffriva e l’altro terzo era vittima di un regime alimentare insufficiente e solo un terzo godeva di sicurezza.

Il rapporto ha indicato che la guerra israeliana contro la Striscia di Gaza ha rappresentato la principale sfida per la sicurezza alimentare, avendo inciso sulle provviste delle derrate alimentari, sui prezzi dei beni alimentari e sui redditi palestinesi, specialmente nella Striscia di Gaza.

Inoltre, il rapporto ha riferito che quest’aggressione militare devastante ha complicato ulteriormente la situazione, in quanto l’economia gazawi era già fragile e instabile, conseguenza di 8 anni di duro assedio e di numerosi vincoli imposti alla libertà di movimento da e verso Gaza. Nel secondo trimestre di quest’anno il tasso di disoccupazione nella Striscia di Gaza ha raggiunto il 45% in seguito all’abolizione del commercio nei tunnel e al declino delle attività edilizie.

Secondo i più recenti dati disponibili per l’anno 2013, il 57% delle famiglie a Gaza soffriva di insicurezza alimentare prima dello scoppio della guerra, ed è naturale che dopo l’aggressione questa percentuale sia salita.

Infine, il rapporto fa notare che è solo grazie agli aiuti d’emergenza inviati dal governo palestinese, dalle organizzazioni e dagli altri Stati, se le famiglie di Gaza non sono sprofondate in una carestia. La strada per un risanamento del settore agricolo –  principale motore per la realizzazione di una sicurezza alimentare – è ancora lunga: i danni in questo settore ammontano a circa 450 miliardi di dollari.

Traduzione di Patrizia Stellato

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La Marina egiziana spara a pescatori di Gaza: 1 ferito e 1 arrestato

Ven, 23/01/2015 - 14:31

Gaza-Ma’an. Venerdì, le forze navali egiziane hanno ferito un pescatore palestinese che sarebbe entrato in acque territoriali dell’Egitto, secondo quanto ha dichiarato un ufficiale egiziano.

La marina egiziana ha colpito un’imbarcazione palestinese con due pescatori a bordo mentre entrava in acque territoriali egiziane, vicino a Sheikh Zuweid, nel nord del Sinai. All’intimazione di cambiare rotta, i pescatori hanno continuato a pescare nell’area fino a quando le forze egiziano hanno aperto il fuoco, sempre secondo la versione del Cairo.

Ihab Zuheir Hassan al-Amuri, 35 anni, è stato colpito allo stomaco, mentre l’altro pescatore è stato arrestato.

Nella Striscia di Gaza ci sono 4.000 pescatori. Secondo un rapporto del 2011 del Comitato internazionale della Croce Rossa, il 90 per cento è povero, con un aumento del 40 per cento dal 2008, come risultato diretto dei limiti israeliani alla pesca.

 

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L’assalto israeliano contro Gaza della scorsa estate ha provocato molti morti tra i civili

Ven, 23/01/2015 - 01:58

Imemc e PressTv. Un nuovo rapporto ha rivelato che l’offensiva militare indiscriminata di Israele contro la Striscia di Gaza assediata, la scorsa estate, ha causato più vittime tra i civili rispetto ai precedenti attacchi contro l’enclave costiera.

Lo studio, che è stato commissionato da Medici per i Diritti Umani e condotto da otto medici indipendenti, ha dimostrato che il regime israeliano non ha distinto gli obiettivi militari dalle popolazione civile durante il suo ultimo assalto contro Gaza, secondo quanto riportato da Press TV/Al Ray.

“Gli attacchi sono stati caratterizzati da pesanti e imprevedibili bombardamenti di quartieri civili” , secondo quanto stabilito dal rapporto di 237 pagine che è stato pubblicato martedì.

Secondo il rapporto, in molti casi, gli attacchi consecutivi, doppi o multipli, su una singola postazione hanno causato molte vittime tra i civili, e feriti e morti tra i soccorritori.

L’esercito israeliano non è riuscito a dare un preavviso adeguato per i palestinesi perché lasciassero le zone residenziali prima dell’attacco e inoltre le procedure di “allarme rapido” del regime di Tel Aviv non sono state coerenti e, spesso, non hanno dato abbastanza tempo per l’evacuazione. Lo studio ha anche sottolineato le presunte violazioni dei diritti dell’uomo e gli attacchi indiscriminati che hanno provocato la morte dei medici, e ha esortato a compiere un’indagine completa dei 50 giorni di offensiva.

Lo studio è basato su visite nel territorio palestinese durante e dopo l’aggressione israeliana. Sono state compiute anche delle interviste a 68 persone che hanno subito lesioni durante la guerra. Sono state effettuate delle autopsie su quasi 400 persone uccise e la revisione delle cartelle cliniche. Israele ha iniziato ufficialmente il suo recente attacco militare su Gaza all’inizio del luglio del 2014, e in seguito ha ampliato la sua campagna militare con un’invasione del territorio palestinese. La guerra si è conclusa alla fine di agosto dello stesso anno. Quasi 2.200 palestinesi hanno perso la vita e circa 11 mila sono rimasti feriti. Oltre 100 mila sono i senza tetto.

Traduzione di Gabriele Roy

Categorie: Palestina

L’Egitto rilascia 45 Palestinesi della Striscia di Gaza: avevano tentato di raggiungere l’Europa via mare

Ven, 23/01/2015 - 01:31
Gaza-Ma’an. Mercoledì sera, le autorità egiziane hanno rilasciato 45 palestinesi dalla Striscia di Gaza che erano stati in carcere per diversi mesi dopo essere entrati in Egitto senza documenti, sperando di viaggiare per mare verso l’Europa. Fonti del ministero dell’Interno del precedente governo di Hamas hanno dichiarato a un giornalista di Ma’an a Gaza che i detenuti liberati sono stati trasferiti nella Striscia, mercoledì, dopo aver trascorso diversi mesi nelle carceri egiziane. La maggior parte dei detenuti è stata arrestata dopo essere entrata in Egitto senza documenti, senza riuscire a partire per l’Europa via mare. Circa tre settimane fa, un altro gruppo di detenuti di Gaza è stato liberato dal carcere egiziano in circostanze analoghe. Si pensa che migliaia di abitanti di Gaza siano fuggiti attraverso i tunnel in Egitto per salvarsi dall’offensiva israeliana di quasi due mesi, che ha lasciato più di 2.000 morti e 110 mila senzatetto nella minuscola Striscia di Gaza. Negli ultimi mesi, le autorità egiziane hanno promesso di reprimere il flusso e hanno arrestato un numero record di palestinesi in fuga da Gaza. Ma la devastazione causata dal bombardamento israeliano e l’assedio continuo hanno offuscato le prospettive economiche di Gaza per un prossimo futuro, e anche se l’Egitto continua a reprimere il movimento di merci e persone attraverso i tunnel, la marea è destinata a continuare. Il 2014 ha visto un aumento del numero di migranti che hanno cercato di fare la pericolosa traversata da tutto il Nord Africa e il Medio Oriente verso l’Europa. L’Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, UNHCR, ha affermato a metà dicembre che 384 mila persone hanno tentato la traversata dall’inizio dell’anno, di cui più di 4.000 sono morti durante il tentativo. Tale aumento è il risultato di instabilità politica e di mancanza di prospettive economiche in tutto il Mediterraneo meridionale e in Africa, e il numero include molti palestinesi che hanno abbandonato la Siria e Gaza via barconi dall’Egitto.
Categorie: Palestina

Il Comitato contro l’assedio di Gaza invita le autorità egiziane a lasciare aperto il valico di Rafah

Ven, 23/01/2015 - 01:28
Gaza-PIC. Giovedì, il Comitato governativo per rompere l’assedio su Gaza ha chiesto alle autorità egiziane di estendere l’apertura del valico di Rafah per più di tre giorni, in quanto questo periodo non è sufficiente a soddisfare le esigenze di migliaia di persone che sono in disperato bisogno di viaggiare sia per trattamenti medici sia per studiare o lavorare all’estero, secondo quanto affermato dal presidente del comitato, Hamdi Shaath. “Non è ragionevole aprire il valico di Rafah, unico sbocco di Gaza al mondo esterno, per tre giorni per poi bloccarlo per più di due mesi”, ha aggiunto. Shaath ha sottolineato che la sofferenza del popolo si è approfondita a causa della chiusura frequente e a lungo termine della frontiera. Ha sottolineato che molte persone non hanno potuto viaggiare in un questo periodo di tempo molto limitato, che non supera i tre giorni, dovuto al gran numero di passeggeri. Ha invitato l’Egitto ad alleviare la sofferenza del popolo di Gaza, agevolando gli spostamenti dei passeggeri via valico di Rafah e ad aprirlo in modo permanente.
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VIDEO: militari in borghese aggrediscono ragazzino a Silwan per rapirlo

Ven, 23/01/2015 - 01:21

Imemc. Il Centro informazioni Wadi Hilweh a Silwan (Silwanic), nella Gerusalemme occupata, ha riferito che soldati in borghese dell’esercito israeliano hanno aggredito, lunedì, un ragazzino palestinese, causandogli diverse ferite alla testa e al viso, e poi lo hanno rapito. (Nella foto, Mohammad Gheith – Silwanic)

L’aggressione ha avuto luogo nel quartiere centrale di Silwan; il ragazzino è stato identificato come Mohammad Gheith, di 16 anni di età.

La sua famiglia ha riferito che lui si trovava in piedi davanti a casa quando i soldati lo hanno attaccato, lo hanno picchiato con i manganelli sulla testa e sul viso, e lo hanno rapito.

Uno dei suoi amici ha detto che erano nel quartiere, quando tre soldati in borghese gli si sono avvicinati, prima che uno di loro gridasse il suo nome.

I soldati poi lo hanno spinto contro un muro, gli hanno tolto i vestiti e lo hanno perquisito.

Il suo amico ha anche detto che i soldati hanno poi ordinato a Mohammad di rimettersi i vestiti e hanno iniziato a picchiarlo con i manganelli e il calcio dei fucili, colpendolo ripetutamente.

I soldati hanno portato il ragazzino ferito all’avamposto illegale di Bet Yonatan, mentre lui gridava per il dolore alla testa e agli arti, e poi alla stazione di polizia di via Salah Ed-Din, mentre era ancora sanguinante. Infine l’hanno trasportato all’ospedale Hadassah di Gerusalemme.

Il padre di Mohammad ha dichiarato che i soldati lo hanno rilasciato, e poi gli hanno ordinato di tornare per “ulteriori interrogatori”.

La polizia sostiene che il 16enne ha attaccato sette soldati israeliani che “cercavano di arrestarlo a Silwan”.

Il padre ha detto che presenterà un reclamo all’unità di indagine della polizia (Mahash), perché gli ufficiali hanno attaccato il figlio senza alcun motivo o provocazione.

“Ci sono telecamere di sorveglianza nel quartiere”, ha detto. “Ciò che è stato ripreso contraddice completamente le rivendicazioni israeliane; quello che hanno fatto a Mohammad è un attacco selvaggio”.

Martedì mattina, i soldati israeliani sono entrati a al-‘Eesawiyya, nella Gerusalemme Est occupata, dove hanno rapito un giovane palestinese identificato come Ahmad Zomorrod (nella foto), dopo averlo picchiato e preso a calci, causando diversi tagli e ferite alla testa, al viso e in molte altre parti del corpo.

I soldati hanno anche rapito 13 Palestinesi a Gerusalemme e in Cisgiordania.

Traduzione di Edy Meroli.

 

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L’accesso palestinese alla CPI può non avere alcun significato

Gio, 22/01/2015 - 15:53

Memo. Di Ramona Wadi. “E’ una tragica ironia che Israele, che ha resistito a migliaia di razzi terroristi sparati contro i suoi civili e dintorni, è ora sotto esame da parte della Corte penale internazionale”, così ha affermatoJeff Rathke, del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, che sembra aver esaurito tutta la creatività quando si tratta di trovare i motivi per l’adesione della Palestina alla Corte penale internazionale.

Tale adesione è, per i sostenitori di Israele, ingiusta. La breve dichiarazione si è conclusa con un’affermazione finale che denuncia le “azioni contro Israele come controproducenti per la causa della pace”.

Le trattative dirette e il rifiuto di accettare l’esistenza della Palestina come Stato sono tra le ragioni citate dagli statunitensi per la loro opposizione alla domanda dell’Anp di aderire alla Corte penale internazionale (CPI). Il senatore Lindsey Graham ha dichiarato con grande pomposità che la mossa è “incredibilmente offensiva” e ha chiesto che gli aiuti statunitensi siano fermati, tattica già adottata da Israele.   Il ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman ha alzato la posta in gioco suggerendo anche il ritiro del sostegno finanziario alla CPI. Parlando a Radio Israele, il ministro di estrema destra ha detto: “Faremo richiesta dei nostri amici in Canada, in Australia e in Germania di smettere di finanziarla”. Una ragione data da Lieberman per la sua rappresaglia è che la Corte penale internazionale “non rappresenta nessuno”; è, secondo lui, “un organo politico”.   Secondo il Jerusalem Post, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato con arroganza che il sistema legale internazionale rischia di essere smantellamento, se Israele verrà accusato di crimini di guerra.   Come altre strutture internazionali, l’esistenza della Corte penale internazionale rappresenta la dominanza egemonica che articola la definizione di terrorismo e di terrorista, e decide a chi devono essere applicate queste etichette. L’impunità di Israele è determinata dalle stesse strutture politiche che salvaguardano la sua illegalità, così l’indagine della CPI sui possibili crimini di guerra, molto probabilmente, fallirà nel produrre risultati anche solo lontanamente lesivi per l’esistenza coloniale di Israele. Tuttavia, la tardiva e debole minaccia diplomatica del presidente dell’Anp, Mahmoud Abbas, sarà utilizzata da Israele e Stati Uniti nei loro sforzi per mantenere la dominazione coloniale attraverso la diffusione di una propaganda errata.   Israele, insieme a gli Stati Uniti, sta cercando di deviare un esame potenzialmente scomodo delle sue violazioni, utilizzando una combinazione di minacce che, a loro volta, garantiscono il perdurare della sua espansione coloniale e l’ulteriore frammentazione del territorio palestinese. Secondo Washington e Tel Aviv, l’assenza di uno “stato”, nonostante la promozione della Palestina alle Nazioni Unite nel 2012 da entità osservatrice a Stato osservatore, rende irregolare l’adesione della Palestina allo statuto di Roma. Tuttavia, il consenso tacito e costante ad Israele da parte dei leader palestinesi riconosciuti a livello internazionale diluisce l’importanza di una tale mossa e mostra le difficoltà di navigazione attraverso le istituzioni internazionali mentre si assimila alla narrazione del colonizzatore.   Finora, le azioni palestinesi sulla scena internazionale sono state caratterizzate da un’adesione alla prosecuzione della colonizzazione israeliana, tra cui l’ultima adesione allo Statuto di Roma, così come i ripetuti tentativi di chiedere il riconoscimento dello stato palestinese al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite; pur offrendo numerosi compromessi, la mossa non si è ancora resa rilevante. Se la Corte penale internazionale conferma la sua politica non scritta di perseguire apparentemente solo individui lontani dal vertice del potere, Israele può assicurarsi un altro gesto gratuito, ma senza senso, che va interpretato all’interno dei suoi parametri violenti. Traduzione di H.F.L.
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Cisgiordania, 750 aggressioni di coloni nel 2014

Gio, 22/01/2015 - 14:10

Ramallah-Quds Press. Un rapporto, pubblicato dall’Istituto per la ricerca applicata Arij di Gerusalemme, ha segnalato un aumento della frequenza delle violazioni perpetrate dai coloni israeliani in Cisgiordania durante l’anno 2014, violazioni che hanno assunto l’aspetto di una grande sfida, secondo i Palestinesi, soprattutto a preservare la propria vita.

Il rapporto, ricevuto da Quds Press in data 20 gennaio, ha spiegato come si sia registrato un aumento costante delle violazioni da parte dei coloni anno dopo anno, mentre nel 2014 sia stata monitorata una notevole impennata nelle aggressioni alle comunità palestinesi, particolarmente evidente nell’ambito della campagna “il prezzo da pagare”, scatenata dai coloni contro i Palestinesi in Cisgiordania.

Arij ha sottolineato come l’autorità giudiziaria israeliana rimanga in silenzio di fronte a tali violazioni e atti di ostilità, aprendo così ai coloni la strada per commettere nuovi abusi contro la proprietà fondiaria per ottenere i propri scopi, cioè imporre diritti sulla terra palestinese, in modo che sia difficile poi cambiare la situazione nel caso del raggiungimento di un accordo di pace con i palestinesi, in futuro.

In uno studio analitico delle violazioni commesse dai coloni in Cisgiordania nel 2014, l’Istituto Arij ha registrato 763 aggressioni perpetrate dai coloni contro civili palestinesi, terreni, fondi agricoli, bestiame, che hanno inflitto gravi danni a tutti i livelli.

Secondo lo studio analitico, nel 2014 sono stati quadruplicati gli attacchi contro i civili palestinesi, i luoghi santi e i siti storici cristiani e islamici, atti compiuti dai coloni israeliani nel quadro della campagna “paga il prezzo”, realizzata dai coloni stessi. L’Istituto Arij ha infatti registrato 224 violazioni contro civili palestinesi sotto forma di aggressioni con armi da taglio, operazioni di investimento di pedoni, lancio di pietre.

Dal punto di vista della distribuzione delle violazioni nelle varie zone della Palestina, la città di Gerusalemme e dintorni si trova al primo posto, con 283 aggressioni per mano dei coloni, seguita dalla zona di Hebron, con 131 attacchi, da Nablus, con 130 aggressioni, da Betlemme, con 101 attacchi. Si tratta infatti delle province che contano colonie israeliane abitate da coloni estremisti dal punto di vista religioso e ideologico.

L’Istituto Arij ha insistito, nello studio, sul fatto che “la comunità internazionale dovrebbe rispondere con “tolleranza zero” e condanna assoluta ai ripetuti attacchi e alle provocazioni compiute da un gruppo di coloni contro l’intero popolo palestinese”.

Traduzione di Federica Pistono

 

 

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