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Ramallah – PIC. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha dichiarato che le forze di occupazione israeliane hanno demolito 42 strutture palestinesi in tre comunità dell’Area C e di Gerusalemme Est in una settimana, in quanto sprovviste dei permessi di costruzione rilasciati da Israele.

Nel suo rapporto settimanale, l’OCHA ha documentato la demolizione di 42 strutture palestinesi, fra cui 32 abitazioni, sette cisterne per l’acqua e una struttura agricola. Come risultato, 168 persone, fra cui 94 bambini, sono rimaste sfollate e altre 24 sono state danneggiate in altri modi.

Traduzione di F.G.

Gaza-PIC. Venerdì, l’Autorità palestinese per l’Energia ha dichiarato di aver chiuso uno dei generatori dell’impianto elettrico della Striscia di Gaza.

L’autorità locale si è detta sorpresa che giovedì l’autorità per il Petrolio di Ramallah avesse mandato carichi minori di carburanti rispetto a quelli richiesti per i generatori, sottolineando che la quantità stabilita era già stata pagata. E ha aggiunto che tale situazione si è già verificata altre volte e ha sollecitato le parti a prendere provvedimenti.

Le forze israeliane continuano i crimini sistematici nei Territori Palestinesi Occupati (TPo)

(28 gennaio-3 febbraio 2016)

Hebron – Yatta – Le forze israeliane demoliscono varie abitazioni appartenenti a civili palestinesi.

  • Le forze israeliane hanno continuato ad utilizzare eccessiva forza nei TPo:
  • 5 civili palestinesi sono stati uccisi, 3 dei quali in un unico episodio avvenuto a Gerusalemme occupata
  • 20 civili palestinesi, compreso un attivista israeliano per i diritti umani e 2 bambini, sono rimasti feriti in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.
  • Le forze israeliane hanno continuato a sparare nelle zone al confine con la Striscia di Gaza, ma non sono stati riportati feriti.
  • Le forze israeliane hanno compiuto 81 incursioni nelle zone abitate da Palestinesi in Cisgiordania ed un’altra nella zona meridionale della Striscia di Gaza.
  • 101 civili palestinesi, compresi 24 bambini, sono stati arrestati. 35 di loro, tra cui 15 bambini, sono stati arrestati a Gerusalemme occupata.
  • Le forze israeliane hanno continuato a colpire i pescatori palestinesi in mare, di fronte alla Striscia di Gaza
  • 4 pescatori sono stati arrestati e le loro 2 imbarcazioni sono state confiscate di fronte alla riva della Valle di Gaza.
  • A Gerusalemme Est sono continuati gli sforzi per renderla a maggioranza ebraica
  • 2 abitazioni in costruzione nei villaggi di Sour Baher e Silwan sono state demolite
  • L’università di Al-Quds (Abu Dis) ha subito un incursione e tutti i beni di proprietà delle associazioni studentesche universitarie sono stati confiscati.
  • Le attività delle colonie sono continuate in Cisgiordania
  • 3 tende abitate nel villaggio di Deir Ammar, a nordovest di Ramallah, sono state demolite
  • Le forze israeliane hanno suddiviso la Cisgiordania in regioni ed hanno continuato ad imporre la chiusura illegale della Striscia di Gaza per il nono anno consecutivo
  • Decine di posti di blocco temporanei sono stati eretti in Cisgiordania mentre altri sono stati rimessi in piedi per ostacolare il movimento dei civili palestinesi
  • 18 civili palestinesi, tra cui 2 bambini, sono stati arrestati presso i posti di blocco militari
  • uno studente è stato arrestato nel passaggio di “Erez” a Beit Hanoun, nella parte settentrionale della Striscia di Gaza

Sommario

Le violazioni israeliane del diritto internazionale e delle leggi umanitarie internazionali sono continuate nei TPo durante il periodo riportato (28 gennaio-3 febbraio 2016).

Scontri a fuoco:

Le forze israeliane hanno continuato a compiere azioni criminose, provocando vittime tra i civili. Hanno anche continuato con l’uso eccessivo della forza contro civili palestinesi che partecipavano a manifestazioni di protesta pacifiche in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, la maggior parte dei quali erano ragazzi. Gerusalemme Est occupata è stata testimone di attacchi simili. Durante questo periodo di riferimento, le forze israeliane hanno ucciso 5 civili palestinesi in Cisgiordania, 3 dei quali sono rimasti uccisi in un unico episodio avvenuto a Gerusalemme Est occupata. Inoltre, hanno ferito 10 civili, compresi un attivista israeliano per i diritti umani e 2 bambini. Sei civili, tra cui un bambino, sono stati feriti nella Striscia di Gaza mentre gli altri sono rimasti feriti in Cisgiordania. Per quel che riguarda la natura delle ferite, 12 civili sono stati colpiti con proiettili veri, altri 11 con proiettili rivestiti di gomma ed uno è stato colpito al volto da una bomba assordante.

In Cisgiordania, le forze israeliane hanno ucciso 5 civili palestinesi e ne hanno feriti altri 14, tra cui un bambino ed un attivista israeliano per i diritti umani. Nove di loro sono stati colpiti con proiettili veri, altri 4 con proiettili ricoperti di gomma ed un altro è stato colpito con una bomba assordante al volto.

Traduzione di Aisha T. Bravi

Beirut-PIC. Giovedì mattina, diversi rifugiati palestinesi hanno chiuso tutti gli uffici e quartieri generali dell’UNRWA in alcune delle città libanesi, per protestare contro la decisione dell’agenzia di ridurre i servizi medici.

Tale protesta avviene in risposta alla decisione presa dalle fazioni palestinesi e dei comitati popolari per indurre l’UNRWA a fare un passo indietro sui tagli nei servizi medici.

Rifugiati palestinesi hanno chiuso, mercoledì scorso, i principali quartieri generali dell’UNRWA in Libano, impedendo a tutti i funzionari di lavorare. Hanno anche impedito ai veicoli delle Nazioni Unite di entrare o uscire dall’edificio.

Traduzione di F.H.L.

In collaborazione con il Comitato dei prigionieri delle Fazioni islamiche e nazionali, il PCHR organizza un evento in solidarietà al detenuto amministrativo Mohammed al-Qeeq

Mercoledì mattina, 3 febbraio 2016, il Centro Palestinese per il Diritti Umani (PCHR) ha organizzato un evento al Commodore Hotel a Gaza City, in solidarietà con il giornalista Mohammed al-Qeeq, detenuto in via amministrativae in sciopero di fame. L’evento ha avuto luogo dopo che al-Qeeq è stato in sciopero della fame per 70 giorni consecutivi con il conseguente deterioramento delsuostato di salute tra i vani ripetuti tentativi di alimentazione forzata. Da notare che nei giorni scorsi le forze israeliane hanno costretto al-Qeeq a nutrirsi,violandone il diritto a non essere torturato o trattato con umiliazione e in un modo che mette in pericolo la sua vita.

L’evento è stato aperto dal Dr. Riyadh al-Za’noun, Presidente del Consiglio di Amministrazione, il quale ha sottolineato che al-Qeeq aveva iniziato pubblicamente questo sciopero della fame dopo aver subito oppressione e ingiustizie durante la detenzione amministrativa. Al-Za’noun ha rilevato che la detenzione amministrativa cui è stato condannato al-Qeeq rappresenta un crimine di guerra e una detenzione della libertà di parola, legalizzata dai tribunali israeliani, sebbene la vita di al-Qeeq sia in pericolo. Tutto ciò accade agli occhi del mondo che però rimane immobile.

Nel suo discorso, Yasser Saleh, rappresentante del Comitato dei Prigionieri delle Fazioni islamiche e nazionali, ha sottolineato che al-Qeeq è una persona libera, che si è impegnato a mostrare al mondo le quotidiane violazioni commesse contro il popolo palestinese. Saleh ha aggiunto che le forze israelianemiravano, con la detenzione di al-Qeeq,a colpire e a mettere a tacere lo staff del giornale e a contrastarne la libertà di espressione. Inoltre, ha fatto notare chequando al-Qeeqnon era in prigione faceva resistenza all’occupazione israeliana svolgendo la sua attività di giornalista, mentre in prigione fa resistenza patendo la fame. Saleh ha rilevato che al-Qeeq sta provando a mettere fine alla politica di detenzione amministrativa che può essere applicata contro tutticoloro che praticano la libertà di opinione ed espressione, nonostante le sue critiche condizioni di salute che gli hanno causato la perdita dell’udito e del linguaggio nonché l’offuscamento della vista.

Emad al-Efranji, direttore del Forum dei giornalisti palestinesi, ha affermato che l’occupazione israeliana è motivo di sofferenza del popolo palestinese da decine di anni; quell’occupazione israeliana che ha sradicato il popolo palestinese e occupato la sua terra. Secondo al-Efranji, le forze israeliane arrestano i giornalisti per nascondere la verità, uccidendo e arrestandoli o confiscandone le attrezzature, accusandoli, altresì, di “incitamento dei media”. Al-Efranji ha sottolineato che i giornalisti palestinesi sono conosciuti per la loro devozione sul posto di lavoro, irritandol’occupazione con penne e telecameree, per questo, accusati.

Inoltre, secondo l’avvocato Raji Sourani, direttore del PCHR, non si può parlare di giustizia e legge sotto l’occupazione israeliana, e chi che crede che Israele rispetti i diritti umani e pubblici si sbaglia, perché Israele è l’opposto della giustizia, dei diritti umani e della libertà di espressione. Al-Sourani ha rilevato che,dall’inizio dell’occupazione, i tribunali militari israeliani non hanno mai applicato la legge o la giustizia; piuttosto praticano la legge della giungla giacché tutte le ordinanze militari violano la legge, la giustizia e i diritti umani. Sourani prosegue affermando che al-Qeeq ha vinto la sua battaglia sin da quando ha iniziato lo sciopero della fame, chiarendo che la libertà e la dignità riflettono uno stato di superiorità morale, umanitaria e culturale contro le pratiche incivili dell’occupazione. Inoltre, ha sottolineato che tutte le persone coinvoltenel crimine di alimentazione forzata contro al-Qeeq, tra cui legislatori e dottori, coloro coinvolti direttamente in questo crimini, saranno perseguiti.

Nel suo intervento telefonico da Ramallah,la giornalista Fayhaa Shalash, moglie di al-Qeeq, ha fatto notare che suo marito è stato in sciopero della fame e ha bevuto solo acqua senza assumere alcun integratore. Inoltre, ha affermato che le forze israeliane impediscono alla famiglia di fargli visita e,nonostante sia in ospedale, il giornalista è ancora in manette. Ha sottolineato che né lei né la sua famiglia hanno informazioni sullo stato di salute del loro familiare ma ne seguono gli sviluppi solo dalle notizie. Suo marito, ha rilevato Shalash, rifiuta qualsiasi accordo con l’occupazione israeliana e chiede solo la libertà.

Alla fine dell’evento, i partecipanti hanno tenuto dei discorsi, invitando a unire gli sforzi per sostenere al-Qeeq e i prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane.

Traduzione di Patrizia Stellato

 

Hebron-Quds Press e Ma’an. Venerdì, i soldati israeliani hanno sparato a un ragazzino palestinese di 14 anni, Haitham Ismail al-Baw, uccidendolo, durante scontri scoppiati nella città di Halhul, a nord di Hebron. Un altro, il cugino Wajdi Yusif al-Baw,12 anni, è stato ferito e arrestato. I due sono sospettati di aver lanciato cocktail Molotov contro i veicoli dei coloni.

Le forze israeliane hanno dichiarato che “durante attività di routine per la sicurezza della Route 60″ hanno individuato “due sospetti mentre tentavano di lanciare cocktail Molotov contro i veicoli che passavano nell’autostrada”. I militari hanno aperto il fuoco contro i due ragazzini, uccidendone uno e arrestando l’altro.

La Mezzaluna Rossa palestinese ha impedito al personale di soccorso di raggiungere la scena e di occuparsi dei feriti.

Un portavoce dell’esercito ha dichiarato che i veicoli che transitano nella Route 60 sono frequenti bersaglio di cocktail Molotov, negli ultimi mesi. La strada taglia da nord a sud la Cisgiordania occupata, collegando diversi insediamenti illegali ed è sede di postazioni militari.

 

PIC. Giovedì, il giornalista palestinese Muhammad al-Qeeq ha annunciato di continuare lo sciopero della fame per protestare contro la sua detenzione nell’ospedale di Afula.

Al-Qeeq, che è in sciopero della fame a oltranza da 73 giorni, ha scritto una nota durante una visita del suo avvocato, a seguito della decisione del tribunale israeliano di sospendere la sua detenzione amministrativa. “La decisione del tribunale è solo una formalità. Ha lo scopo di stendere un velo sugli occhi del mondo. Continuerò il mio sciopero della fame fino alla libertà”.

Da foto pubblicate dal suo avvocato Ashraf Abu Esneineh dall’ospedale Afula, al-Qeeq appare molto dimagrito.

In un comunicato stampa, il Palestinian Prisoner Society (PPS) ha dichiarato che la Corte Suprema israeliana ha decretato la sospensione della detenzione amministrativa e non la fine della detenzione stessa, come richiesto da al-Qeeq.

Betlemme-Ma’an. Giovedì, un tribunale israeliano ha condannato all’ergastolo uno degli assassini dell’adolescente palestinese Muhammad Abu Khdeir, il sedicenne rapito e bruciato vivo a luglio del 2014. Un altro è stato condannato a 21 anni.

La famiglia Abu Khdeir ha condannato la sentenza come “troppo debole”: aveva chiesto l’ergastolo per entrambi i minori israeliani, ma gli avvocati avevano affermato che le loro azioni erano state influenzate da un terzo killer, Yosef Ben-David, 30 anni.

Ben-David, ritenuto il leader del gruppo, ha confessato l’uccisione da solo, ma è sfuggito alla condanna, all’ultimo minuto, per una perizia psichiatrica.

Tutti e tre hanno confessato di aver picchiato il ragazzo palestinese prima di versargli addosso liquido infiammabile e dargli fuoco. Un’autopsia ha confermato che Muhammad fu bruciato vivo.

Il tribunale ha anche ordinato ai minorenni assassini un indennizzo di 60,000 NIS ($15,350) alla famiglia Abu Khdeir.

I genitori di Abu Khdeir hanno fornito testimonianze toccanti alla corte. Il padre, Hussein, ha dichiarato: “Cerchiamo di vivere come prima. Andiamo da psichiatri. Tuttavia, la nostra vita è diventata buia. Non pensiamo al futuro. Pensiamo soltanto al terribile crimine e al perché Muhammad fu bruciato. I miei figli hanno paura, mio figlio Seif al-Din, di 14, dorme nel mio letto, dall’incidente – ha paura di uscire di casa. Noi tutti abbiamo incubi. Mia moglie grida nel sonno”.

La madre, Suha, ha raccontato alla corte: “Sono persa senza Muhammad. Si è portato con sé la mia vita. Mi è stato negato il diritto di dirgli addio o di vederlo prima di essere sepolto, perché era completamente bruciato. Le sue foto sono dovunque, e ogni giorno penso al perché Muhammad venne ucciso – che cosa mai aveva fatto loro?”

(Padre e madre di Muhammad Abu Khdeir pregano sulla sua tomba a Shuafat, a Gerusalemme Est, luglio 2015. AFP/Ahmad Gharabli, File)

Missione umanitaria al-Marhama
Febbraio 2016, Siria: pacchi alimentari, latte per bambini e vestiti.  per offerte, donazioni:

ASS BEN PAL IBAN:IT92E0503401423000000000651

Gaza-PIC. Durante i periodi di maggiore freddo, ogni inverno, l’ex prigioniera Fatima Al-Zak ricorda dolorosamente le altre donne incarcerate nelle prigioni israeliane che patiscono durante la fredda stagione.
Fatima ha provato quel gelo durante la sua prigionia durata più di 6 anni, che l’ha portata a soffrire di disturbi cronici.

Condizioni difficili
L’ex detenuta Fatima ha raccontato al reporter dell’agenzia PIC dei suoi sei amari anni di prigionia, durante i quali ha provato le doglie e i dolori del parto, legata. E’ stata privata dei più basilari diritti umani.
Ha spiegato che “la sofferenza delle prigioniere è assai difficile, specialmente se sono incinte o se hanno un bambino”.
Ha aggiunto: “Quando provo freddo mi ritrovo a piangere per le condizioni degli uomini e delle donne imprigionati; ho provato su me stessa le sofferenze della prigionia in ogni dettaglio, l’agonia cresce con l’inverno, dove i detenuti non hanno nulla per tenersi al caldo”.

Ha sottolineato che il freddo perenne in prigione le ha causato la neuropatia periferica, un disturbo nervoso che accresce il senso di dolore, specialmente in inverno.
Fatima ha raccontato che le prigioniere non dispongono di coperte per tenersi al caldo, e viene impedito loro di avere un abbigliamento invernale, il che aumenta la sofferenza.
Fatima ha anche notato che nonostante il freddo gelido delle prigioni israeliane, le donne condividono le loro coperte e i loro vestiti con le nuove detenute. Le condizioni di queste donne necessitano di interventi ad ogni livello, in quanto private di ogni basilare diritto umano.

Senza vita
Fatima ha proseguito a descrivere le sofferenze delle detenute: “Eravamo otto in una stanza minuscola, con un’unica piccola finestra con le sbarre; siamo state private della luce del sole, e non c’era riscaldamento; la stanza era come un frigorifero”.
Le donne sono anche private di cibo sano e bevande calde.
Ha aggiunto: “Il servizio di sicurezza interno (IPS) sfamava otto persone con soli due pomodori, ma le mie compagne mi offrivano la loro razione perché ero incinta, e mi serviva un’alimentazione adeguata”.
Fatima ha risentito delle frequenti ispezioni dell’amministrazione penitenziaria, che entravano deliberatamente nella cella, specialmente nei momenti di maggior freddo, e questo aumentava le loro sofferenze.

Dolore fisico
Fatima ha raccontato che le detenute erano private delle cure mediche e che nessun ginecologo veniva a curarle, il che ha aggravato le loro condizioni di salute.
Dopo la nascita non le veniva dato cibo adeguato, ma le sue compagne di cella offrivano ugualmente la loro parte in modo che potesse sfamare suo figlio, Yusuf.
Fatima recitava il sacro Corano e pregava Dio per suo figlio quando era malato, perchè non c’erano pediatri né cure per i bambini, che venivano trattati dalla sorveglianza come se fossero prigionieri essi stessi.

Fatima è stata rilasciata il 30 settembre 2009 insieme ad altre 20 detenute nell’accordo Shalit, all’epoca prigioniero della resistenza palestinese.

Traduzione di Marta Bettenzoli

BoccheScucite. Di Paola di Lullo. La denuncia dell’ambasciatore palestinese alle Nazioni Unite L’ambasciatore palestinese alle Nazioni Unite (ONU), Riyad Mansour,  afferma che il regime di Tel Aviv sta espiantando, senza autorizzazione, organi di palestinesi uccisi in scontri con le forze israeliane nei territori occupati. In una lettera scritta nello scorso ottobre al Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, Riyad Mansour ha dichiarato che i corpi dei palestinesi uccisi dalle forze israeliane sono “restituiti con cornee ed altri organi mancanti, ulteriore conferma dei report su espianti di organi da parte del potere occupante”. E ancora: “Un esame medico condotto su corpi di palestinesi restituiti  [nel mese di ottobre ] dopo essere stati uccisi dalla potenza occupante ha evidenziato che mancavano organi”, ha scritto Mansour nella lettera. Issa Qaraqe, responsabile del Club dei Prigionieri e degli ex Prigionieri, ha dichiarato, nei primi giorni di gennaio, che ci sono segni di tortura e pestaggio selvaggio sui  corpi di innumerevoli vittime palestinesi.  In sostanza, i soldati dell’esercito più morale del Medio Oriente, picchiano le vittime, dopo averne constatato il decesso. Qaraqe ha infatti affermato che anche i paesi più fascisti non torturerebbero le loro vittime, dopo averle uccise, né le loro famiglie, ponendo restrizioni alla loro sepoltura o ai loro funerali, ad eccezione di Israele. Ha detto inoltre che trattenere i corpi dei palestinesi dopo averli uccisi è, da parte d’Israele, un segno vergognoso che sfida tutti i valori umani e religiosi. “Israele ha volontariamente ucciso civili e rifiuta di restituire i loro corpi alle famiglie. I corpi di queste vittime vengono violati come carcasse senza valore, e quando vengono restituiti, il killer [ Israele ] detta le proprie condizioni con un’arroganza senza precedenti che rende doppio il crimine”. I corpi sono consegnati alle loro famiglie, a condizioni rigorose che includono il tempo, il luogo e il numero di persone nel funerale. Questa mossa serve per impedire di effettuare l’autopsia sulle vittime, da quando Israele è stato accusato di espiantare gli organi e di compiere altre violazioni sui cadaveri conservati in frigorifero. La questione del furto di organi da parte di Israele è stata portata alla ribalta in un articolo di Donald Boström,“Rubano gli organi dei nostri figli”,  pubblicato dal quotidiano svedese Aftonbladet nel 2009. Anche il quotidiano americano The New York Times ha scritto, in un report dell’agosto 2014, che i mediatori di trapianti di organi  in Israele hanno intascato ingenti somme di denaro. Secondo l’analisi del Times sui più importanti casi di vendita di organi a partire dal 2000, gli israeliani hanno avuto un ‘ruolo sproporzionato’ nel traffico di organi. Sulla questione dell’espianto non autorizzato di organi, da parte d’Israele, ha investigato per 10 anni l’FBI, poiché non solo i palestinesi ne erano vittime.  Si stima che, nel solo mese di ottobre, Israele abbia trattenuto i corpi di 28 palestinesi e 268 corpi di combattenti iracheni, giordani e marocchini. Per quanto concerne i palestinesi, uno dei casi più eclatanti di espianto non autorizzato di organi riguarda  Muhammad Shmasanah , 22 anni. Il ragazzo,  il 12 ottobre scorso, cercò di uccidere un soldato israeliano sul bus 185, dopo essersi seduto accanto a lui. Dopo averlo pugnalato con un coltello, avrebbe  cercato di strappargli la pistola, ma sarebbe stato messo  fuori gioco da un altro poliziotto e da due passeggeri civili. Il suo corpo è stato restituito alla famiglia il 4 novembre 2015, senza le cornee. Il ministero della Sanità dell’AP ha emesso un comunicato ufficiale in cui si può leggere che la scoperta era stata fatta all’obitorio, dopo la restituzione del corpo. I corpi delle vittime palestinesi vengono tenuti in custodia israeliana per lunghi periodi di tempo prima di essere restituiti ai parenti. Questa procedura è una tortura per le famiglie delle vittime. È consuetudine nell’Islam seppellire i morti entro 24 ore dal decesso. Il rituale prevede di lavare il corpo ed avvolgerlo in un panno, dire preghiere amorevoli per riscattare la sua anima ed agevolare la  transizione da questo mondo. Il rituale della sepoltura è terapeutico, aiuta i parenti  ad affrontare la realtà della morte di una persona cara. In alcuni casi, le autorità israeliane hanno convocato le famiglie dei martiri per identificare i corpi dei loro figli o figlie. Gli ufficiali si sono premurati di dire loro che non li avrebbero rivisti più. I corpi sono di solito spogliati degli abiti e messi in sacchi di plastica neri. Ma bisogna tornare indietro al 1992. In quell’anno Ehud Olmert, allora ministro della sanità israeliana, lanciò una campagna con cui si cercava di affrontare la questione dell’insufficienza di organi, inserendo i donatori di organi in un registro apposito. Da allora,  cominciarono a scomparire giovani palestinesi dai villaggi della Cisgiordania e di Gaza. I soldati israeliani li riportavano morti dopo cinque giorni, con i corpi squarciati. Giravano voci di un notevole aumento di scomparse di ragazzi giovani, e di conseguenti funerali notturni dei corpi sottoposti ad autopsia. Bilal Achmed Ghanem, 19 anni, è stato uno dei 133 Palestinesi rimasti uccisi in vario modo quell’anno. Secondo le statistiche palestinesi le cause dei decessi erano: colpito con arma da fuoco per strada, esplosione, gas lacrimogeno, investito intenzionalmente, impiccato in prigione, colpito con arma da fuoco a scuola, ucciso mentre era a casa, eccetera. Le 133 persone avevano da quattro mesi a 88 anni. Le famiglie in Cisgiordania e a Gaza erano certe di sapere esattamente quello che stava succedendo: “i nostri figli vengono usati come donatori non volontari di organi”, affermavano i parenti di giovani scomparsi per un certo numero di giorni, e restituiti morti, dopo un’autopsia. Perché tenevano le salme fino a cinque giorni? Che succedeva ai corpi in quel lasso di tempo? Perché facevano autopsie contro la volontà della famiglia, quando la causa del decesso era ovvia? Perché restituivano le salme di notte? E con le scorte militari? Perché l’area veniva isolata durante il funerale? Perché toglievano l’elettricità? I parenti dei Palestinesi morti non nutrivano più alcun dubbio sul motivo delle uccisioni, ma il portavoce dell’esercito israeliano affermò che le accuse di furto di organi erano menzogne. Disse che tutte le vittime palestinesi venivano sottoposte ad autopsia di routine. Quando i corpi venivano finalmente restituiti alle famiglie, spesso la parte superiore del corpo era bendata; quando le bende venivano rimosse, si scopriva che la cassa toracica era stata riempita di garza, e che mancava il cuore, o altri organi. Per vari anni, dal  2001, erano circolate accuse nei confronti del patologo di Stato israeliano, Yehuda Hiss, sospettato di furto di organi. Hiss era il direttore dell’Istituto Forense Abu Kabir di Tel Aviv. La rivelazione della presenza di organi umani conservati illegalmente all’Istituto Forense Abu Kabir spinse il membro della Knesset Anat Maor, presidente della Commissione Scientifica del Parlamento, a chiedere l’immediata sospensione del direttore, il Prof. Yehuda Hiss. Le autorità erano state messe in guardia sulla condotta illecita di Hiss già nel 1998, anche se per anni non fecero nulla. Nel 2001 un’indagine del Ministero della Sanità israeliano scoprì che Hiss era stato coinvolto per anni nel prelievo di organi come gambe, ovaie e testicoli, eseguito senza il consenso dei familiari,  per poi vendere gli organi a scuole di medicina dove venivano usati per la ricerca e il tirocinio. Era stato nominato capo patologo nel 1988. Hiss non fu mai incriminato, ma nel 2004 fu costretto a dimettersi dalla direzione dell’obitorio nazionale dopo anni di lagnanze. Ma, nonostante ciò, rimase capo patologo e, negli anni, tornò ad essere direttore dell’Istituto Forense, sebbene nel 2009 venne nuovamente accusato di essere stato operatore di espianti di organi da martiri che avevano svolto operazioni militari contro Israele, per venderli o darli agli ospedali israeliani. Il licenziamento definitivo fu voluto dal vice ministro della Salute Yaakov Litzman, il 15 ottobre 2012.  Nel solo mese di ottobre 2015, 28 corpi palestinesi sono stati trattenuti presso l’Istituto Forense Abu Kabir a Tel Aviv.

Quds Press e Ma’an. Giovedì, due ragazzine palestinesi sono state arrestate dopo aver tentato di attaccare una guardia di sicurezza israeliana alla stazione degli autobus nella città di Ramle. La portavoce della polizia israeliana, Luba al-Samri, ha identificato le due ragazzine: si tratta di due tredicenni dell’area di al-Jawarish, a Ramle.

“Le due sono arrivate alla centrale degli autobus di Ramle, e quando la guardia di sicurezza ha chiesto loro di identificarsi prima di entrare nel metal detector, lo hanno accoltellato”, ha dichiarato al-Samri.

Il portavoce della polizia, Micky Rosenfeld, ha detto che la guardia è stata “lievemente ferita”.

Rosenfeld ha condiviso una foto sui social media in cui si vedono due coltelli da cucina in mezzo a materiali scolastici, sulla scena dell’incidente. I coltelli appaiono puliti, senza segni di sangue.

 

Imemc. Aerei israeliani spargono sostanze chimiche sulle fattorie lungo la Striscia di Gaza sotto assedio, distruggendo le colture nel già impoverito territorio palestinese. Diversi contadini hanno dichiarato che aerei israeliani hanno infestato le loro terre con dei pesticidi, nell’area tra Kissufim e Srij, a est di al-Qarara, nordest di Khan Younis, secondo la corrispondenza di al-Ray. Testimoni hanno reso noto che gli aerei israeliani hanno spruzzato pesticidi sulla barriera di confine, volando a bassa quota. Il blocco israeliano continuo sulla Striscia mette in rischio la vita delle persone, pesando sul settore agricolo di Gaza.  I contadini stanno lottando per rispondere alle richieste di 1,8 milioni di abitanti di Gaza che vivono nella stretta presa dell’embargo israeliano, affrontando diverse sfide a causa della mancanza di strumentazione agricola e di pesticidi autorizzati.  A causa del calo della produzione e del divieto israeliano di entrata delle materie prime, i contadini di Gaza sono ricorsi all’uso di sostanze chimiche proibite, per portare al massimo la produzione agricola, creando però un grave rischio per la salute, sia dei contadini che dei consumatori.  Nel frattempo, le Nazioni Unite hanno espresso delle preoccupazioni circa l’uso eccessivo di pesticidi tossici da parte dei contadini di Gaza.  Diversi esperti sanitari di Gaza sono preoccupati per l’aumento dell’incidenza di cancro tra i pazienti di Gaza, principalmente nelle aree agricole.  I bambini sono i più suscettibili a malattie come la leucemia.  La Striscia di Gaza è sotto asseddio israeliano da giugno 2007. L’assedio paralizzante ha causato un declinio negli standard di vita, e ha creato livelli di disoccupazione e povertà senza precedenti. Traduzione di F.H.L.

Imemc. Mercoledì i soldati israeliani hanno rapito otto palestinesi, fra cui molti minorenni, in diverse parti della Gerusalemme occupata, e hanno ferito due bambini, di cui uno con bisogni speciali. I militari hanno inoltre perquisito e invaso numerose case.

Mohammad Abu al-Hummus, membro del comitato di controllo del paese di al-‘Eesawiyya, a Gerusalemme, ha dichiarato che i soldati hanno invaso il paese all’alba e hanno installato una tenda militare all’entrata principale e che l’invasione è durate fino a tarda serata.

Ha aggiunto che l’invasione ha portato a scontri fra i soldati e decine di giovani locali. L’esercito ha sparato numerose bombe a gas, granate a concussione e proiettili d’acciaio rivestiti di gomma; ha inoltre trattenuto un autobus per 40 minuti.

I soldati hanno anche invaso il quartiere di Dari, invadendo e perquisendo molte case e attaccando numerosi palestinesi durante i saccheggi.

Abu al-Hummus ha inoltre riferito che i soldati hanno sparato granate e proiettili rivestiti di gomma nel quartiere, causando numerosi feriti e facendo svenire due bambini, di cui uno con bisogni speciali.

Inoltre i soldati hanno rapito Khaled Abu Gush, 15 anni, Abed Abu Saima, 15, Mousa Dirar Darweesh, 20, Ali Bader, 22, e Mohammad Ahmad Dari, 17, nell’area di Bab al-Amoud, a Gerusalemme. I soldati hanno affermato che Dari aveva un cacciavite.

Nell’area di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme, i soldati hanno rapito tre bambini, identificati come Hamza Abdullah, 13 anni, Mohammad Tha’er Sarhan, 13, e Qassem Shehada, 13; tutti provenienti dal campo profughi di Qalandia, a nord di Gerusalemme.

Traduzione di F.G.

Imemc. Giovedì all’alba i soldati israeliani hanno invaso il villaggio di Bil’in, a ovest di Ramallah, nella Cisgiordania centrale, e hanno demolito diverse strutture.

Abdullah Abu Rahma, coordinatore del comitato popolare di Bil’in, ha riferito che numerosi veicoli militari hanno circondato il villaggio, dopodiché l’hanno invaso sparando razzi luminosi e bombe a gas.

Ha aggiunto che i soldati hanno demolito tre strutture agricole, numerosi pozzi e i bagni di un giardino per bambini. Le proprietà demolite appartenevano a Othman Mansour e Ahmad Mohammad Hamad.

Traduzione di F.G.

 

 

Memo. Il direttore degli affari politico-militari, Amos Gilad, ha rivelato martedì 2 febbraio che gli Stati Uniti hanno stanziato più di 100 milioni di dollari per il progetto di ricerca di una tecnologia israelo-americana il cui scopo è quello di identificare e localizzare i tunnel sotterranei lungo il confine della Striscia di Gaza.

In un’intervista rilasciata questa mattina alla radio militare, Gilad ha affermato che dati dei servizi segreti supportano l’ipotesi che non esistano, al momento, tunnel che portano in territorio israeliano.

Il dirigente del ministero della Difesa, Shalom Gantzer, ha rassicurato gli israeliani che vivono lungo la Striscia di Gaza, che avevano avvertito rumori di scavi sotto le loro abitazioni, spiegando loro che provengono da un generatore elettrico.

Traduzione di Marta Bettenzoli

PIC. I dati pubblicati da al-Qassam, la sezione militare di Hamas, hanno mostrato che le importantissime operazioni militari condotte attraverso i tunnel, hanno causato la morte di 64 soldati israeliani e ferito altri 91. E almeno due soldati sono stati catturati negli ultimi anni.

Le brigate al-Qassam hanno affermato in un rapporto pubblicato sul loro sito Internet, che le gallerie scavate dai resistenti, “gli eroi di al-Qassam, con le loro mani, durante il conflitto con il nemico, hanno rappresentato una netta avanzata nella lotta contro l’occupante, che si è trovato spiazzato, non sapendo più né quando, né come, né dove sarebbe avvenuto il successivo doloroso attacco”.

Le brigate hanno sottolineato che l’occupazione sionista ha perso le sue battaglie contro i tunnel malgrado tutti gli sforzi volti a bloccare le operazioni attraverso le gallerie e mandarle a monte.

“Come può l’occupante dimenticare tutte le azioni dei commando in cui ha mangiato la polvere?”, questo l’interrogativo che il comunicato pone.

Le brigate hanno inoltre sottolineato che i tunnel di al-Qassam hanno sorpreso il nemico fin dall’inizio dell’Intifada di al-Aqsa e che, ad oggi, notevoli operazioni  hanno colpito le postazioni e le fortificazioni nemiche e causato decine di morti e feriti tra i soldati, così come la cattura di due militari sionisti.

In conclusione, le brigate hanno dichiarato: “I tunnel ossessionano il nemico e terrorizzano i soldati alle frontiere di Gaza”.

Traduzione di Aurora La Spina

 

 

 

 

 

 

 

 

Gerusalemme-PIC e Ma’an. Decine di estremisti israeliani hanno invaso il complesso di al-Aqsa, mercoledì, scortati dalle forze di polizia israeliane. Contemporaneamente a diversi fedeli palestinesi, uomini e donne, è stato impedito l’accesso nel luogo sacro islamico.

Il ricercatore Radwan Amr ha dichiarato a PIC che circa 75 coloni, 19 soldati pesantemente armati, 31 agenti dell’intelligence hanno invaso il complesso dalla porta al-Magaribeh.

Le forze israeliane hanno impedito l’accesso ai fedeli musulmani sostenendo che si trattava di Murabitat e Murabitun, gruppi di musulmani che protestano contro l’ebraicizzazione in corso dei luoghi santi islamici.

Sheikh Azzam al-Khatib ha dichiarato a Ma’an che la polizia israeliana ha aumentato le azioni contro il complesso di al-Aqsa.

 

Gerusalemme-Quds Press e Ma’an. Mercoledì, tre Palestinesi, Ahmad Rajeh Ismail Zakarneh, Muhammad Ahmad Hilmi Kamil e Najeh Ibrahim Abu al-Rub, di Qabatiya, sono stati uccisi dopo aver colpito a morte una poliziotta israeliana e averne ferita un’altra in un attacco armato vicino alla Porta di Damasco, a Gerusalemme Est occupata.

Il portavoce della polizia israeliana, Micky Rosenfeld, ha dichiarato a Ma’an che “tre attentatori sono stati colpiti a morte sul posto dalla polizia di frontiera dopo aver eseguito un attacco con coltelli e armi automatiche”.

I tre giovani palestinesi avevano attirato l’attenzione della guardia di frontiera israeliana mentre si avvicinavano alla Porta di Damasco, secondo quanto ha dichiarato la portavoce della polizia, Luba al-Samri.

Ha aggiunto che i ragazzi sono stati fermati dai poliziotti e mentre uno mostrava la carta di identità, un altro ha estratto l’arma e ha aperto il fuoco. Due poliziotte sono state ferite e trasportate nell’ospedale Hadassah: una, Hadar Cohen, di 19 anni, è morta per le ferite alla testa. L’altra, di 18 anni, è in condizioni moderate, dopo essere stata accoltellata.

Rosenfeld ha dichiarato che secondo indagini iniziali, i tre Palestinesi erano muniti di armi automatiche.

Testimoni hanno riferito a Ma’an che le forze israeliane hanno lanciato granate stordenti e spruzzato spray al peperoncino vicino alle strade Salah el-Din e al-Sultan Suliman, vicino alla Porta di Damasco, per impedire ai Palestinesi di avvicinarsi all’area.

 

Memo. Il partito social-democratico sudafricano ANC (African National Congress) ha annunciato che continua a lavorare per la “libertà dei palestinesi”.
In un discorso tenuto sabato 30 gennaio a Johannesburg, durante un evento in occasione della Giornata Internazionale per i Diritti dei Palestinesi, la portavoce dell’ANC, Khusela Sangoni-Khawe, ha affermato:
“Assicuriamo il nostro supporto e il nostro impegno per continuare a lavorare con gli uomini della Palestina e con tutti gli uomini progrediti del mondo, uniti, fino a quando la libertà dei Palestinesi non sarà riconosciuta.
L’ANC continuerà a militare dalla parte delle persone oppresse nel mondo, i cui diritti umani sono stati violati”.

Sempre parlando nel corso dello stesso evento, Nomantu Ralehoko, la coordinatrice dei lavori dell’ANC nella provincia di Gauteng, ha affermato che continueranno ad offrire il loro supporto al governo e al popolo di Palestina, impegnandosi per la costituzione di uno Stato e per la libertà.

Ralehoko ha affermato che quelle tra il Sudafrica e la Palestina sono relazioni storiche che risalgono ai tempi bui sudafricani dell’apartheid.

“In quanto sud africani in lotta contro il governo dell’apartheid, abbiamo sempre trovato un costante supporto da parte della Palestina. Ora che abbiamo coronato la nostra libertà, come possiamo dimenticarci di chi ci ha sostenuto?” ha detto.

L’ambasciatore palestinese in Sudafrica, Hashem H. Dajani, ha chiesto alla comunità internazionale una maggiore pressione nei confronti di Israele.
“Israele deve riconoscere gli arabi palestinesi in quanto gruppo nazionale autoctono che ha tra i suoi diritti di cittadinanza quello di scegliere i propri rappresentanti direttamente e di essere responsabile per la propria educazione religiosa e culturale”.

(Nella foto: il leader del movimento politico palestinese, Hamas, Khaled Meshaal, e il presidente Sudafricano Jacob Zuma, si stringono le mani dopo aver siglato un accordo di collaborazione a Johannesburg, South Africa il 19 ottobre 2015).

Traduzione di Marta Bettenzoli

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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