Infopal

News agency on Palestine and Middle East
Subscribe to feed Infopal

Nablus-Quds Press e PIC. Scontri violenti sono scoppiati a Beit Furik, nella provincia orientale di Nablus, poco dopo che le forze di occupazione avevano invaso la cittadina.

Testimoni oculari hanno affermato che i soldati israeliani sono entrati nell’area montuosa di al-Haouz, nella cittadina di Beit Furik, e hanno costretto i contadini palestinesi a uscire dalle proprie terre, scatenando violenti scontri con decine di giovani palestinesi.

Le forze di occupazione hanno attaccato le case palestinesi e i manifestanti con lacrimogeni e bombe acustiche, provocando diversi casi di asfissia.

Betlemme-Ma’an. Nella terza settimana di marzo 2017 (dal 13 al 21) le Autorità israeliane hanno rilasciato 30 ordini di detenzione amministrativa, controversa politica di reclusione senza preventiva accusa né processo, contro palestinesi prigionieri, come riferito dalla Società per i Prigionieri palestinesi (PPS).

Secondo la PPS, le autorità israeliane hanno rilasciato un totale di 35 ordini di detenzione amministrativa contro palestinesi nel periodo dal 1 al 13 marzo, portando così il numero totale degli ordini promulgati contro palestinesi prigionieri, nelle prime tre settimane di marzo, a 65.

Mentre le autorità israeliane sostengono di essere in possesso di prove che giustificano la detenzione amministrativa, che permette la reclusione dai tre ai sei mesi ad intervalli rinnovabili, essenziali per quanto concerne la sicurezza statale, gruppi per i diritti umani hanno, d’altra parte, affermato come questa politica permetta alle autorità israeliane di trattenere prigionieri palestinesi per un periodo di tempo indefinito, senza mostrare alcuna prova a giustificazione di tale detenzione.

Tali gruppi per i diritti umani affermano che la politica israeliana di detenzione amministrativa stia anche venendo usata come un tentativo di boicottaggio dei processi politici e sociali palestinesi, in particolare prendendo di mira politici e attivisti palestinesi, nonché giornalisti.

Secondo l’associazione per i diritti dei prigionieri Addameer, 6.500 palestinesi sono detenuti da Israele da gennaio, 536 di loro si trovano in detenzione amministrativa.

L’avvocato della PPS Mahmoud al-Halabi  ha affermato in una dichiarazione martedì che, tra 30 palestinesi, 18 si sono visti rinnovare l’ordine di incarcerazione dopo aver già passato mesi o anni in detenzione amministrativa.

Questi 18 prigionieri, identificati dalla PPS, sono:

  • Muhammad Mahmoud Awwad, residente nel distretto di Hebron, due mesi aggiuntivi.
  • Abd al-Fattah Kamal Ajrab, residente nel distretto di Ramallah, tre mesi aggiuntivi.
  • Iyad Omar Hamad, residente nel distretto di Nablus, tre mesi aggiuntivi.
  • Issa Talab al-Sanadiya, residente nel distretto di Hebron, quattro mesi aggiuntivi.
  • Abd al-Rahman Hussein Qaswasmeh, residente nel distretto di Hebron, quattro mesi aggiuntivi.
  • Nadir Abd al-Halim al-Natsha, residente nel distretto di Hebron, quattro mesi aggiuntivi.
  • Muhammad Akram Taqatqa, residente nel distretto di Betlemme, quattro mesi aggiuntivi.
  • Abd al-Rahim Bassam Hamad, residente nel distretto di Ramallah, quattro mesi aggiuntivi.
  • Saif Mustafa Nasser, residente nel distretto di Ramallah, quattro mesi aggiuntivi.
  • Ali Abd al-Rahman Jaradat, residente nel distretto di Ramallah, quattro mesi aggiuntivi.
  • Hussein Muhammad Mardawi, residente nel distretto di Nablus, quattro mesi aggiuntivi.
  • Salah al-Din Ayman Dweikat, residente nel distretto di Nablus, quattro mesi aggiuntivi.
  • Shadi Muhammad Shuli, residente nel distretto di Nablus, quattro mesi aggiuntivi.
  • Sami Muhammad Birawi, residente nel distretto di Nablus, quattro mesi aggiuntivi.
  • Fouad Muhammad al-Qab, residente nel distretto di Tulkarem, quattro mesi aggiuntivi.
  • Luay Sati Ashqar, residente nel distretto di Tulkarem, quattro mesi aggiuntivi.
  • Shadi Muhammad Jarrar, residente nel distretto di Jenin, quattro mesi aggiuntivi.
  • Muhammad Abdullah Harb, residente nel distretto di Jenin, sei mesi aggiuntivi.

Tra i 35 palestinesi, 12 sono stati condannati alla detenzione amministrativa per la prima volta. I loro nomi, come identificati dalla PPS:

  • Zakariya Abd al-Hamid Uweidat, residente nel distretto di Hebron, quattro mesi.
  • Anwar Muhammad Zein, residente nel distretto di Betlemme, quattro mesi.
  • Ghassan Issa Hirmas, residente nel distretto di Betlemme, quattro mesi.
  • Khalid Ibrahim Thweib, residente nel distretto di Betlemme, quattro mesi.
  • Hassan Muhammad Wreidan, residente nel distretto di Betlemme, quattro mesi.
  • Fadi Munthir Raddad, residente nel distretto di Tulkarem, quattro mesi.
  • Muhammad Sami Ghneim, residente nel distretto di Jenin, quattro mesi.
  • Fares Husni Shawahna, residente nel distretto di Jenin, quattro mesi.
  • Mustafa Fahmi Ballut, residente nel distretto di Jenin, quattro mesi.
  • Muhammad Hussein Shalash, residente nel distretto di Hebron, sei mesi.
  • Mahmoud Karim Ayyad, residente nel distretto di Betlemme, sei mesi.
  • Amir Nizar Khawaja, residente nel distretto di Ramallah, sei mesi.

Traduzione di Marta Bettenzoli

Gerusalemme-Quds Press. Mercoledì mattina, 42 coloni israeliani hanno invaso i cortili di Al-Aqsa, nella città di Gerusalemme Est, scortati dalla polizia di occupazione.

I coloni ebrei hanno preso d’assalto i cortili di Al-Aqsa entrando dalla Porta al-Mughrabeh, sotto il controllo dell’occupazione dal 1967.

Secondo il direttore delle relazioni pubbliche e media del dipartimento del Waqf islamico di Gerusalemme, Firas al-Dibs, i coloni hanno eseguito preghiere prima di lasciare l’area dalla Porta al-Silsila (una delle porte di Al-Aqsa).

Le incursioni a al-Aqsa avvengono su base giornaliera, con eccezione del venerdì e del sabato, durante i turni del mattino (per tre ore e mezzo) e della sera.

InvictaPalestina. L’esercito israeliano (IDF) ha avvertito Beirut che la prossima guerra con Hezbollah avrà luogo all’interno del territorio libanese.

Il capo di Stato Maggiore dell’IDF, Gadi Eisenkot, domenica ha avvertito che il governo libanese pagherà un prezzo elevato per il fatto di consentire al Movimento di Resistenza Islamico in Libano (Hezbollah) di agire all’interno dei suoi confini.

In una conferenza tenutasi in una base militare nei territori occupati palestinesi del nord, Eisenkot ha aggiunto che la futura guerra sarà contro lo Stato libanese e Hezbollah, che considera una minaccia per questo regime usurpatore.

L’ufficiale militare  israeliano ha anche avvertito che i combattenti Hezbollah stanno rafforzando le loro capacità militari e stanno operando a sud del fiume Litani, in prossimità dei confini di Israele.


Israele sorveglia le coste per il timore della forza militare di Hezbollah.

Israele si prepara ad una possibile guerra contro Hezbollah sui confini marittimi con il Libano. “In Libano Hezbollah continua ad armarsi e rafforzarsi (…) Siamo determinati a continuare a contrastare questi tentativi e ad impedire il trasferimento di armi sofisticate a Hezbollah”, ha detto Eisenkot, citato da The Times di Israele.

Di fronte a questa minaccia, le forze dell’IDF hanno effettuato domenica due esercitazioni nella stessa giornata  “due manovre militari a sorpresa” nel deserto del Negev, a sud dei territori palestinesi occupati.

Funzionari dei servizi segreti israeliani hanno ripetutamente avvertito che Hezbollah potrebbe sorprendere Israele con un massiccio attacco di rappresaglia per i crimini commessi da questo regime contro i popoli della Palestina e del Libano.

Secondo i giornali israeliani, le forze israeliane hanno già iniziato le manovre di un “massiccio attacco” in un possibile conflitto militare con Hezbollah e il movimento di resistenza islamica palestinese (Hamas).

 

Traduzione Simonetta Lambertini – invictapalestina.org

 

Fonte: http://www.hispantv.com/noticias/oriente-medio/336330/israel-proxima-guerra-hezbola-territorio-libano

Khan Younis-PIC. Mercoledì mattina numerosi veicoli militari hanno lanciato un’incursione limitata a est di Khan Younis, a sud della Striscia di Gaza assediata.

Un corrispondente di PIC ha riferito che quattro bulldozer schierati nella base di Kissufim si sono mossi sui confini orientali della città di Khan Younis e hanno livellato i terreni palestinesi nell’area.

Nel contempo, raffiche di colpi di pistola sono state sparate dalle torri di vedetta israeliane verso al-Qarara, a est di Khan Younis.

Non sono stati riportati feriti durante l’attacco.

Traduzione di F.G.

Rafah-PIC. Mercoledì all’alba un giovane palestinese è stato ucciso e altri due sono rimasti feriti durante un attacco israeliano sulla Striscia di Gaza bloccata.

Un corrispondente di PIC ha riferito che l’esercito d’occupazione israeliano ha preso di mira dei giovani palestinesi a est della provincia di Rafah, a sud della Striscia di Gaza.

Un giovane è morto sul colpo, mentre altri due sono rimasti feriti e il resto del gruppo è sopravvissuto all’attacco.

Ashraf al-Qudra, portavoce del ministero della Salute, ha dichiarato che i medici hanno evacuato la vittima e i giovani feriti dalla scena.

Su Facebook il portavoce ha poi identificato la vittima come il 18enne Youssef Sha’ban Abu Adhara, un residente di Rafah.

Secondo i gruppi per i diritti, 15 proiettili d’artiglieria israeliani hanno colpito il paese di al-Shawka, a est di Rafah, mentre i droni hanno continuato a sorvolare il territorio.

L’esercito israeliano ha dichiarato che l’offensiva è stata compiuta contro un gruppo di palestinesi che avevano tentato di insinuarsi nella Palestina occupata nel 48 (Linea Verde).

Traduzione di F.G.

Betlemme-Ma’an. Domenica 19 marzo le autorità israeliane hanno denunciato due Palestinesi per presunte “istigazioni su Facebook”, dopo un giro di vite imposto da Israele sulla libertà di espressione e le attività sui social media dei Palestinesi. 

Le autorità israeliane hanno emesso una lista di accuse contro il giornalista gerosolimitano Muhammad Batroukh, tra le quali spicca una presunta istigazione comparsa su Facebook, ed ha esteso la sua detenzione fino a martedì, secondo quanto ha riportato il centro di informazione Wadi Hilweh con sede a Gerusalemme, citando l’avvocato Muhammad Mahmoud. 

Batroukh è stato arrestato il 7 marzo scorso, secondo il sito palestinese locale di news Safa

Nel frattempo, un giudice israeliano ha condannato Walid Rajabi a 10 mesi di reclusione effettiva e ad un’altra sentenza di tre anni, attualmente sospesa, per le accuse di istigazione su Facebook. 

Decine di Palestinesi sono stati arrestati negli ultimi mesi per aver espresso liberamente le proprie opinioni a proposito dell’occupazione israeliana, soprattutto attraverso i social media, a causa di un giro di vite che i gruppi per i diritti umani hanno detto essere mirato a soffocare la libertà di parola dei Palestinesi. 

Le autorità occupanti hanno sostenuto, e tuttora sostengono, che una ondata di violenza cominciata nell’ottobre 2015 è iniziata proprio a causa delle “provocazioni” circolate tra il popolo palestinese attraverso i social media. 

Invece i Palestinesi hanno dato la colpa delle violenze principalmente alla frustrazione e alla disperazione causate da Israele, la cui occupazione militare dei territori palestinesi continua ormai da 50 anni, oltre all’assenza di un qualsiasi orizzonte politico. Molti Palestinesi hanno anche sottolineato che la violenza israeliana ha, un giorno dopo l’altro, caratterizzato la vita nei territori occupati, senza tener conto della lieve ripresa recente di scontri o aggressioni. 

Le forze israeliane hanno arrestato ed interrogato la scrittrice palestinese Khalida Ghusheh all’inizio di questo mese a causa del suo racconto, non ancora pubblicato, che indaga sui collaboratori palestinesi al servizio dell’occupazione israeliana. Ghusheh è stata rilasciata dopo aver pagato una cauzione di 10.000 shekel (2.722 dollari) e in attesa di un non meglio specificato futuro tribunale che è già stato previsto, secondo la rete di solidarietà coi prigionieri palestinesi Samidoun

Le forze israeliane hanno arrestato anche la poetessa palestinese Darin Tartour, cittadina di Israele, nell’ottobre 2015 accusandola di “istigazione alla violenza” per i post che ha pubblicato su Facebook e per un video clip della sua poesia “Qawim ya shaabi, qawimhum” (Resisti popolo mio, resisti contro di loro). Ha affrontato accuse con condanna fino a 8 anni di carcere, ed ha già trascorso vari mesi di detenzione e di arresti domiciliari.

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

PIC. Due settimane fa, le rumorose strade di Ramallah sono state inondate dai canti dei giovani che protestavano per l’assassinio di Basel al-Araj.

Il fervente grido della folla era guidato dalla rabbia, il dispiacere, l’indignazione e il crescente risentimento nei confronti dei poteri che continuano a opprimere e soffocare la Palestina.

Nonostante la polizia palestinese non sia presente in maniera massiccia in queste proteste, la sua assenza era meramente una facciata.

“I pupazzi di Oslo non sono qui”, ha gridato una giovane donna.

“Ci stanno ancora cercando”, ha replicato un ragazzo, “sai com’è, devono proteggere Israele”.

L’assassinio di Basel

Nelle prime ore di lunedì mattina 6 marzo, i soldati israeliani hanno fatto incursione nella casa dove Basel si nascondeva e, dopo due ore di confronto armato, sono usciti trascinando il suo cadavere.

Ciò che rimaneva era un appartamento devastato, i vestiti di Basel stracciati su un letto distrutto, mattoni sporchi di sangue e una pila di libri su una mensola rotta.

Dopo che l’Autorità Palestinese lo aveva arrestato lo scorso anno insieme a due giovani con l’accusa di possedere armi non dichiarate e di pianificare un attentato contro Israele, Basel è stato torturato e ha iniziato uno sciopero della fame e l’ANP ha continuato a tenerlo prigioniero per mesi senza accuse.

L’ANP ha usato Basel e altri giovani detenuti per dimostrare il proprio impegno nel coordinamento della sicurezza con Israele.

Solo alcune settimane dopo il loro rilascio dalle carceri dell’ANP, gli stessi giovani sono stati arrestati dai militari israeliani e Basel è stato costretto a nascondersi, interrompendo ogni contatto con la famiglia.

Storie di obiettivi intellettuali

Mentre la famiglia di Basel cerca di elaborare il grave lutto, è fondamentale riconoscere chi ha permesso il suo assassinio.

Basel era l’esempio del palestinese combattente, intellettuale e presenza costante sul campo. Per citare le sue parole, “se non combatti, il tuo intelletto non serve a niente”.

Sono proprio gli intellettuali come Basel che intimoriscono Israele, non solo come singoli ma come potenziali fomentatori di masse nel tentativo di porre fine all’occupazione.

La paura di Israele si è tradotta in una lunga storia di prese di mira e assassini di intellettuali palestinesi, giustificati da motivazioni politiche, da Ghassan Kanafani a Kamal Nasser. Questo è un chiaro tentativo di uccidere la presa di coscienza dei palestinesi e il loro desiderio di liberazione.

Il ruolo dell’ANP nel reprimere le voci dei palestinesi per placare il colonialismo israeliano non è sfuggito ai palestinesi. Recentemente, questi ultimi hanno espresso il proprio disappunto mobilitandosi in una protesta, di domenica, davanti al tribunale giudiziario di Ramallah – dove sono stati ricambiati con bombe a gas, violenza e pestaggi.

Nel caos, e nel tentativo di fermare la polizia che stava picchiando il padre di Basel, una donna ha urlato “è il padre del martire”.

Mahmoud al-Araj è stato portato poi all’ospedale dopo aver riportato ferite. L’ANP ha arrestato altri quattro uomini, tra cui Khader Adnan, attivista famoso per i suoi scioperi della fame.

Oh martire, va’ e riposa

Le proteste di domenica – e la reazione dell’ANP – hanno mostrato ancora una volta fin dove è disposta ad arrivare l’ANP per preservare il proprio rapporto con Israele e mantenersi al potere, anche se questo comporta mettere in atto la stessa strategia repressiva dei soldati israeliani, ormai nota ai palestinesi.

In passato, quando il popolo palestinese piangeva l’assassinio dei suoi martiri e leader, tra cui gli intellettuali, era solito cantare “oh martire, va’ e riposa, noi continueremo a lottare”.

Prima del dirottamento della prima intifada da parte degli accordi di Oslo, si prefigurava una lotta contro un palese regime coloniale israeliano. La Palestina di oggi, tuttavia, combatte contro un colonialismo a più facce, quasi caleidoscopico.

La più sconvolgente dimostrazione di questo è l’Autorità Palestinese. Nata come temporanea e diventata poi permanente, è l’amministratore ad-interim degli accordi di Oslo, che hanno dato i natali alla coordinazione della sicurezza che Mahmoud Abbas ha definito “sacra”.

E’ giusto che Basel venga definito “martire della coordinazione della sicurezza”. Il suo sangue, sparso sul pavimento invecchiato della sua casa, sulle scale e sul cemento fuori dall’edificio di al-Bireh, è una palese dimostrazione di dove Israele può arrivare con la coordinazione della sicurezza.

Oslo: un cavallo di Troia

Questa strategia non è nuova, né esclusiva dell’era Abbas. Sin dall’inizio, Israele ha reclutato i palestinesi come collaboratori per contrastare ogni tipo di resistenza e tentativo di mobilitazione di massa palestinese.

La medaglia d’oro delle reclute israeliane va all’Autorità Palestinese, principale collaboratrice. Con questa, Israele non solo si assicura una fonte consistente di informazioni, ma “regala” ai palestinesi un regime oppressivo e autoritario, alimentato dalle promesse di potere e controllo.

Nel concedere all’ANP l’aspirazione di leadership e tutti i benefici che ne derivano, gli accordi di Oslo e tutto ciò che ne deriva sono stati un cavallo di Troia, usato per dividere ancora di più la lotta.

La disparità tra le ambizioni dell’ANP e dei palestinesi non è teorica. È, nel senso più letterale, una divisione di sangue. Due settimane fa è toccato a Basel. Questa settimana, chi lo sa? Ma il risultato finale sarà sempre il sacrificio dei nostri giovani, che sia in un omicidio o dietro le sbarre.

Affrontare gli ostacoli dell’oppressione

Nonostante i crimini orrendi commessi in patria, agli occhi della comunità internazionale l’ANP si erge imperterrita a rappresentante legittima del popolo palestinese.

Tuttavia, con Cisgiordania e Gaza in conflitto, i palestinesi in esilio o in Israele senza nessuno che li rappresenti, e il crescente despotismo nella regione, l’ANP ha portato i palestinesi a uno stato di disillusione, soppressione e ulteriore divisione.

Dopo i pestaggi di domenica 12 marzo, i manifestanti sono tornati in piazza il lunedì successivo. I canti della folla a Ramallah e gli striscioni recitavano “lo scioglimento dell’ANP è l’unica soluzione”.

Nonostante la storia insegni che nessuna lotta anti-coloniale abbia avuto successo senza il sacrificio di vite, come popolo che sa esprimere il proprio dolore e trasformarlo in migliaia immagini, ci farebbe male smettere di piangere le morti dei nostri cari per gioire della fine delle oppressioni, prima tra queste l’Autorità Palestinese.

Traduzione di Giovanna Niro

Agenzie palestinesi. Al mattino del 22 marzo 2004, gli aerei da guerra israeliani colpirono shaykh Yassin sulla sua sedia a rotelle, mentre stava rincasando dopo aver compiuto la preghiera dell’alba (fajr) nella moschea di Gaza. In quell’attacco terroristico, compiuto da Israele, furono uccisi altri cinque palestinesi; i feriti furono invece 15.

Chi era Yassin. Shaykh Ahmad Yassin nacque nel 1938 nella cittadina di al-Jora, nella provincia di al-Magdel. Dopo la guerra del 1948 la sua famiglia si trasferì nella Striscia di Gaza. In gioventù, mentre era impegnato in un’attività sportiva, ebbe un incidente che lo rese paralizzato. Fu insegnante di lingua araba e di educazione islamica nelle scuole; era un oratore, perciò fu scelto come presidente del Complesso Islamico a Gaza. Fu molto attivo in ambito islamico.

Shaykh Yassin fu arrestato nel 1983 con l’accusa di detenzione d’armi, di aver costituito un’organizzazione militare e d’istigazione finalizzata all’eliminazione dell’entità sionista. Fu processato da un tribunale militare israeliano che lo condannò a 13 anni di detenzione, ma nel 1985 fu liberato nell’ambito dello scambio di detenuti tra Israele e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina – Direzione Generale.

Nel 1987, insieme ad altri attivisti palestinesi di tendenza islamica, fondò il Movimento di Resistenza Islamica “Hamas” nella Striscia di Gaza, il che gli costò la minaccia di essere allontanato. Alla fine dell’agosto 1988, le forze di occupazione israeliane invasero e perquisirono la sua abitazione, minacciandolo anche di espellerlo in Libano.

Il 18 maggio 1989 le autorità di occupazione arrestarono di nuovo shaykh Ahmad Yassin, insieme con altre centinaia di sostenitori di Hamas, nel tentativo di fermare la resistenza armata. Il tribunale militare israeliano, in data 16 ottobre 1991, lo condannava all’ergastolo.

Yassin rimase nelle prigioni israeliane fino al 1° ottobre 1997, quando, in virtù di un accordo tra la Giordania e l’occupazione israeliana, fu liberato in cambio di due collaborazionisti sionisti, arrestati in seguito all’attentato contro Khaled Misha‘al, capo dell’ufficio politico di Hamas.

Al mattino del 23 aprile 2004, gli aerei da guerra israeliani colpirono lo shaykh Yassin sulla sua sedia a rotelle, mentre stava rincasando dopo aver compiuto la preghiera dell’alba (fajr) nella moschea di Gaza. In quell’attacco furono uccisi altri cinque palestinesi; i feriti furono invece 15.

PIC. Una campagna elettronica è iniziata martedì 21 marzo, su social network, con l’hashtag “Madre degli Eroi” per onorare le donne palestinesi durante la festa della mamma.

La campagna, lanciata su Facebook e Twitter, mira a evidenziare il ruolo fondamentale svolto dalle donne e dalle madri palestinesi nella lotta di liberazione nazionale.

L’hashtag è ispirato a una citazione dalla madre di un giovane palestinese ucciso dalle forze di occupazione israeliane.

 

Gerusalemme-PIC. L’amministrazione israeliana di Gerusalemme ha rese note le caratteristiche della ripartizione del budget per il 2017 che si rivela essere il più importante dall’occupazione della Città Santa e in attesa di approvazione da parte del governo sionista.

Secondo un rapporto pubblicato sabato 18 marzo dall’Ufficio della Difesa della terra e della lotta contro la colonizzazione (organismo ufficiale), il budget ammonterebbe a circa 7,37 miliardi di shekels (2 miliardi di dollari), dopo che il governo israeliano di Benjamin Netanyahu avrebbe accordato un aumento di 700 milioni di shekels (190 milioni di dollari) nel 2017, in concomitanza con le celebrazioni del cinquantesimo anniversario dell’occupazione delle due parti della città santa.

Nel dettaglio, saranno costruite 11.000 nuove unità abitative con 24 nuove mappe nel quartiere. Saranno aggiunti cinque milioni di metri quadrati per progetti di interesse economico e commerciale attorno alla città di Gerusalemme.

Il rapporto ha denunciato le dichiarazioni del sindaco dell’occupazione Nir Barkat, secondo il quale in occasione del 50° anniversario dell’”unificazione di Gerusalemme”, verranno avviati numerosi progetti volti a cambiare la fisionomia della città.

Il rapporto ha accusato il governo Natanyahu di realizzare alloggi destinati a inghiottire le terre palestinesi: il ministro della difesa Avigdor Lieberman ha approvato di recente la costruzione del muro di Apartheid attorno a Beit El, colonia costruita su terre palestinesi, a nord della città di Ramallah.

Le autorità occupanti israeliane prevedono anche di appropriarsi di numerosi ettari di terre, di demolire progressivamente le abitazioni storiche palestinesi situate in diverse zone di Gerusalemme, di confiscare terre agricole e uliveti e di espandere le colonie, in particolar modo nella regione Sha’arawiya, a nord di Tulkarem, nella regione di Negev e in altre come il villaggio di Sawiya, a nord di Nablus.
Traduzione di Giovanna Vallone

Amman-PIC. La Corte di cassazione, la più alta istanza giudiziaria del Regno di Giordania, ha ratificato la decisione della corte d’appello di Amman di non estradare alle autorità americane l’ex detenuta liberata Ahlam Tamimi.

La decisione della corte, presieduta dai giudici Mohammed Ibrahim, Naji Al Zoubi, Yassin Al-Adalat, Mohammed Al-Tarawneh e Bassem Mabayden, è stata pronunciata durante un’udienza tenutasi lunedì.

Una fonte giudiziaria ha dichiarato all’agenzia di stampa giordana Petra che il Regno Unito e gli Stati Uniti hanno firmato il 28 marzo 1995 un accordo di estradizione dei criminali fuggitivi, sottolineando che tale accordo non è stato ratificato dall’Assemblea nazionale per completare le sue tappe costituzionali, nonostante sia stato firmato.

Essa ha aggiunto che l’accordo non ne esige l’applicazione, e di conseguenza la richiesta di estradizione non è concessa, conformemente alla decisione della Corte di cassazione, poiché è presentata alle autorità competenti del Regno da paesi stranieri e dunque non ricevibile se non è il risultato di un trattato o di un accordo sui criminali.

Sulla vicenda che risale al 6 settembre 2016, la fonte ha dichiarato che la magistratura di Amman ha ricevuto una lettera dall’amministrazione della polizia araba e internazionale per fare in modo che la cittadina giordana Ahlam Arif Tamimi fosse estradata alle autorità americane per utilizzo di armi di distruzione di massa contro un cittadino americano, e si è vista cosi includere nella lista nera dei terroristi.

Traduzione di Daniela Minieri

 

Ramallah-Ma’an. Domenica un palestinese è stato condannato all’ergastolo, portando a 500 la cifra totale di ergastolani palestinesi, secondo quanto riportato lunedì dal Centro per gli studi dei prigionieri palestinesi (PPCS).

Riyad al-Ashqar, portavoce del centro, ha riferito che il tribunale militare di Ofer ha condannato Muhammad Abd al-Basit Hroub, 23enne residente nel villaggio di Deir Samit, nell’area di Hebron, a quattro ergastoli e a una multa di 750mila shekel (192mila euro) per il suo coinvolgimento in una sparatoria avvenuta a novembre del 2015, nella quale sono morti un colono israeliano, un americano e un passante palestinese.

Nel febbraio del 2016 la casa di Hroub è stata demolita come punizione.

Al-Ashqar ha dichiarato che Hroub è il quinto palestinese condannato all’ergastolo dall’inizio dell’anno.

Gli altri quattro sono: Muhammad Husni Abu Shahin, Abdullah Ishaq, Khalid Kutina e Muhammad Abd al-Majid Amayreh.

Ma’an ha inoltre riportato la nuova condanna, avvenuta a febbraio, di Nael Barghouthi, il palestinese che da più tempo si trova nelle prigioni israeliane.

I tribunali israeliani solitamente condannano all’ergastolo i palestinesi quando si presume che siano coinvolti in attacchi mortali contro gli israeliani.

Secondo il gruppo per i diritti Addameer, fino a gennaio i palestinesi che stavano scontando l’ergastolo erano 458.

Traduzione di F.G.

A cura dei Giovani Palestinesi d’Italia. La maqluba è un piatto antichissimo, conosciuto in tutto il Medioriente ma di provenienza palestinese.

La sua origine, si perde nella storia della civiltà araba ed è frutto dell’usanza delle ricche famiglie arabe che avevano l’abitudine, ogni venerdì, di raccogliere in una casseruola tutto il cibo non
consumato per offrirlo ai mendicanti. Si rovesciavano poi gli avanzi su un enorme vassoio sollevando lentamente la casseruola, in modo da sorprendere e impressionare
i poveri. Il contenuto scivolava lentamente, creando una forma compatta.

Da questo gesto deriva il nome del piatto. Maqluba, infatti, significa letteralmente la capovolta. Ovviamente questo piatto ora è diventato una specialità e gli ingredienti non sono più vari, ma ben definiti, anche se poi le preferenze personali permettono dei cambiamenti: alcuni usano melanzane, altri le sostituiscono con il cavolfiore.

Nella base della pentola si mette la carne, generalmente pollo o agnello, si sovrappone poi lo strato di verdure fritte e per ultimo quello di riso.
Tenendo presente che, una volta capovolta la pentola, gli ingredienti saranno invertiti.
Per ultimo si tostano delle mandorle che andranno a guarnire il piatto. Solitamente si accompagna con dello yogurt molto cremoso e dell’insalata tagliata finemente.

Nablus-PIC. Lunedì sera un’anziana donna palestinese è rimasta gravemente ferita quando una jeep militare israeliana l’ha investita su un strada vicino al villaggio di al-Lubban ash-Sharqiya, a sud di Nablus, nella Cisgiordania occupata.

I testimoni hanno riferito al Centro informazioni palestinese (PIC) che la 70enne Hilweh Abu Ras è stata investita da una jeep israeliana in eccesso di velocità mentre stava ritornando dai suoi campi nei pressi del villaggio.

Abu Ras è conosciuta nel villaggio come la guardiana della terra e passa la maggior parte del tempo prendendosi cura del terreno e difendendolo dai tentativi israeliani di sequestrarlo.

Traduzione di F.G.

Reteitalianaism.it. La scorsa settimana abbiamo riportato su due delle sessioni di formazione gestiti da Human Rights Defenders (HRD) qui a Hebron per i giovani per utilizzare il video come strumento da attivista contro l’occupazione. Oggi abbiamo voluto saperne di più su ciò che gli studenti stessi pensano e abbiamo parlato con Yasmin, allieva della scuola Qurtuba nel cuore di Tel Rumeida. Yasmin sembra tranquilla e timida quando si siede accanto a me sul divano, ma mentre parla, è chiaro che lei sa quello che vuole dire e quello che vuole fare: “Voglio mostrare ciò che gli israeliani fanno contro la mia gente qui, come i soldati e i coloni umiliano gli studenti e gli insegnanti. ”

La scuola Qurtuba si trova sopra Shuhada street e gli studenti devono avvicinarsi tramite una scala controllata dai soldati, a pochi metri da uno degli insediamenti più piccoli ma più estremisti nel cuore di H2. Gli studenti e gli insegnanti sono così spesso vessati che la paura e l’ansia è un elemento costante della vita scolastica. Yasmin mi ha detto che solo lo stesso giorno soldati erano entrati nella scuola e avevano sessualmente molestato le giovani donne là. I soldati bloccano anche regolarmente quelli che vanno a scuola, anche se sanno perfettamente che sono studenti.

I coloni regolarmente insultano, fanno i bulli contro i bambini nel loro cammino verso la scuola e alcune di queste scene sono state già riprese dalla macchina fotografica. I coloni più noti sono ben noti agli studenti che corrono per evitarli. Due settimane fa una ragazza si è rotta la gamba cercando di allontanarsi dalla colona Anat Cohen, la cui storia di aggressione e molestie nei confronti di palestinesi e internazionali è tra i peggiori.

Quando gli internazionali come ISM siamo lì, riportiamo questi eventi: abbiamo segnalato quando l’amica di Yasmin si è rotta una gamba, quando i soldati hanno costretto i bambini della Qurtuba a lasciare presto la scuola in modo che i coloni potessero celebrare Purim senza la presenza dei loro vicini, o quando i coloni hanno invaso la scuola materna . Ma noi non siamo lì tutto il tempo e Yasmin sente che i palestinesi dovrebbero segnalare loro stessi gli eventi: ‘Quando questo accade posso avere la prova contro il soldato – altrimenti la gente non ci crede – allora avranno fiducia’.

Nel mezzo dell’intervista coloni invadono il giardino della casa dove siamo e Emad Abu Shamsiya e Badee Dwaik, attivisti con HRD, escono con le loro macchine fotografiche e i coloni scappano. Si tratta di una illustrazione chiara del potere della telecamera.

E per il futuro? “Lavorerò per completare la mia formazione – gli israeliani non apprezzano che noi abbiamo una buona educazione – studierò per diventare giornalista e spiegare l’occupazione. Questo progetto mi ha dato una motivazione in più. “Sono sicura che Yasmin farà una testimonianza formidabile sia ora che in futuro.

Pchr. Mercoledì 21 agosto 2014, la famiglia Reify fu colpita nel suo terreno agricolo situato nel quartiere El-Daraj, un’area ad alta densità abitativa nella città di Gaza. La vicenda è avvenuta nel 45° giorno di guerra, quando la famiglia era riunita nella propria terra, giocando, curando le piante e mangiando, come ogni giorno. L’attacco da parte di Israele ha provocato la morte di 7 membri della famiglia, inclusi 5 bambini, e lesioni ad un uomo e un bambino.

Mohamed Naser el-Reify di 11 anni, ha perso nell’attacco suo fratello gemello Omar, suo padre, lo zio e i cugini. Egli stesso ha riportato gravi danni psicologici e fisici. I suoi ricordi d’infanzia si sono inevitabilmente trasformati: prima giocava per strada e ora è steso su un letto di ospedale, senza potersi muovere. Il suo corpo è rimasto paralizzato dopo aver sostenuto la rottura del midollo osseo e riesce a respira attraverso un tubo.

Al momento Mohamed è ricoverato presso l’ospedale Al-Wafa, ad Al-Zahra, zona sud di Gaza, dove riceve cure fisioterapiche. Tuttavia non c’è stato nessun miglioramento delle sue condizioni, né a Gaza né a Gerusalemme, dove è stato curato in precedenza. “Spero di poter ricevere le cure adeguate e di guarire in fretta”. Crede nel profondo che è questione di tempo e che tutto è possibile se si ha pazienza. “Tutto quello che voglio è tornare a casa e sedere con la mia famiglia”, aggiunge Mohamed.

Visto che il bambino non può frequentare la scuola, continua a studiare in ospedale, dove il suo maestro si reca per dargli delle lezioni private. Le sue materie preferite sono storia e geografia perché “la storia ci insegna il passato e la geografia il mondo in cui viviamo”. Riguardo il non poter essere in classe con i suoi compagni di scuola, Mohamed dice in lacrime: “Mi mancano la mia scuola, i miei amici e la mia famiglia”.

Come molti altri bambini, sogna di crescere e diventare un ingegnere di successo: “Sapere che non posso realizzare questo sogno adesso mi rattrista”.

Mohamed cerca di dimenticare l’accaduto perché gli riporta alla mente ricordi orribili: per quanto ha sofferto, vorrebbe solo che quel giorno fosse cancellato dalla sua memoria. Dopo l’attacco, per sei mesi Mohamed ha avuto difficoltà a parlare a causa dell shock e per tutto quel tempo è stato nel reparto di terapia intensiva. Per Mohamed e la sua famiglia la perdita del padre ha significato perdere anche un enorme sostegno emotivo. Dal momento che chi portava il pane a casa non c’è più, tutta la responsabilità è ricaduta sulla madre che ora sta supportando la famiglia con grosse difficoltà. Mohamed vuole che il mondo conosca la sua storia e chiede che chiunque abbia la possibilità di aiutare le vittime di attacchi come quello che ha subito lui, lo faccia. “Desidero che tutti i bambini del mondo siano in buona salute e possano godersi la loro infanzia”, aggiunge.

Le violazioni dei diritti umani e i crimini di guerra da parte di Israele nei confronti di civili palestinesi si perpetrarono per 50 giorni nel 2014, 50 giorni di bombardamenti aerei, via mare e terra in tutta la Striscia di Gaza.

Furono uccisi 2216 palestinesi, di cui il 70% civili, inclusi 556 bambini e 293 donne. L’uso eccessivo di violenza contro civili e abitazioni, bombardamenti indiscriminati e distruzione sistematica, ha completamente raso al suolo interi quartieri residenziali e ucciso molte famiglie. Oggi 65.000 persone che hanno perso la casa durante l’offensiva, sono ancora senza un tetto e nel frattempo la ricostruzione procede molto lentamente.

Traduzione di Ada Maria De Angelis

Ramallah-PICAlcuni prigionieri palestinesi detenuti all’interno di carceri israeliane dichiarano di aver subito torture fisiche e psicologiche per mano di medici israeliani, i quali avrebbero dovuto curarli durante il loro periodo di detenzione. In questo modo, i suddetti medici hanno agito come militari nazisti, remando a favore dell’occupazione israeliana contro i prigionieri palestinesi.

In un rapporto acquisito da PIC risalente a sabato 4 marzo 2017, la commissione dei prigionieri ed ex prigionieri palestinesi dichiara che i medici operanti al servizio delle prigioni israeliani e delle forze di sicurezza e quelli impiegati all’interno dei campi militari israeliani, torturano i prigionieri palestinesi facendo loro pressione psicologica, trascurandoli, o non dando loro le giuste cure di fronte a malattie che ledono il loro benessere fisico, senza alcun riguardo verso i precetti medici ed il diritto umanitario internazionale.

Il rapporto asserisce che molti sono stati i prigionieri che hanno testimoniato contro la collaborazione esistente tra medici ed investigatori nel sottoporre i prigionieri palestinesi a fenomeni di tortura. E’ inoltre stato dichiarato che i medici hanno presentato verbali dove veniva sottolineato fino a che punto i prigionieri palestinesi erano in grado di sopportare il dolore fisico e lo stress psicologico. Inoltre, i medici si rifiutavano di provvedere alle cure dei prigionieri feriti, mentre venivano interrogati nei centri di investigazione.

Il report aggiunge che i dottori non hanno obiettato di fronte alla negoziazione-ricatto proposta dagli investigatori israeliani, la quale consisteva nell’offrire le adeguate cure mediche solo in cambio di eventuali confessioni da parte dei prigionieri palestinesi, fenomeno che sottolinea il loro coinvolgimento negli atti di tortura.

Il documento, pubblicato dalla commissione dei prigionieri ed ex prigionieri palestinesi, ha inoltre rivelato che il fatto che i prigionieri palestinesi siano stati costretti ad aspettare a lungo, a volte addirittura per anni, prima di essere trasferiti dalle prigioni agli ospedali per essere sottoposti ad accurati test medici, rappresenta un crimine commesso dai medici operanti in queste carceri.

E’ stato rivelato, in seguito, che la morte di alcuni dei prigionieri sarebbe dovuta proprio alla negligenza dei dottori, i quali non si sarebbero preoccupati di sottoporli in tempo ad esami specifici per l’identificazione delle loro malattie e di provvedere alle cure necessarie.

Un complotto sistematico

Il rapporto rivela che i medici del servizio carcerario israeliano non hanno rispettato la deontologia professionale in quanto non hanno condotto i necessari esami ai prigionieri, hanno acconsentito al trasferimento dei malati dalla prigione all’ospedale tramite furgoni anziché ambulanze, e non hanno mai presentato rapporto contro l’inadeguatezza delle condizioni di detenzione per la salute dei prigionieri palestinesi.

Il rapporto aggiunge che ci sarebbe un assoluto silenzio e complicità da parte dei medici, che li esporrebbe all’accusa di violazione di tutte le norme e principi relative all’assistenza sanitaria, in quanto avrebbero trascurato le responsabilità della loro professione, non occupandosi della salute dei pazienti e rimanendo insensibili di fronte a rigidi trattamenti inumani ed umilianti.

Il rapporto sottolinea che “c’è una ben pianificata supervisione da parte di questi medici sui bisogni e le esigenze dei prigionieri palestinesi, in particolare l’assistenza medica, il cibo e la pulizia. Molti di questi dottori sono rimasti in silenzio e passivi quando i prigionieri sono stati maltrattati, picchiati, colpiti da gas lacrimogeni o quando è stato loro rinnegato il diritto di ricevere visite familiari”.

Il documento afferma che i medici israeliani non hanno rivelato i risultati dell’autopsia dei prigionieri palestinesi morti e non li hanno nemmeno consegnati agli organismi ufficiali palestinesi, oltre all’aver occultato informazioni riguardanti errori ed esami medici condotti sui prigionieri palestinesi.

Il rapporto aggiunge anche che, in molte occasioni, i medici del servizio carcerario israeliano sono stati  complici delle politiche del governo israeliano, così come del servizio di sicurezza, attraverso la scrittura di verbali che negavano la liberazione anticipata di prigionieri malati o feriti, dichiarando che le loro condizioni mediche erano buone, ed ostacolando l’accesso alle carceri israeliane di altri dottori che potessero condurre le necessarie visite mediche ai prigionieri degenti.

Condotta nazista

Il rapporto cita un numero di esempi che palesano la complicità dei medici appartenenti al servizio di prigionia israeliano nell’aver trascurato prigionieri affetti da gravi malattie:

– E’ stato rivelato che un certo numero prigionieri palestinesi affetti da diversi tipi di patologie è deceduto, tra cui Maysara Abuhamdia, Fadi Al-Darbi, Zuhair Lubadda, Yasser Hamdouna, Mohammed Al-Jallad, Ashraf Abu Zreei, Zakari Issa ed altri ancora.

– I medici dimostrano riluttanza nell’intervenire a favore di prigionieri che soffrono di disturbi mentali e psicologici perché rinchiusi in celle di isolamento.

– Il silenzio dei dottori sulle inadeguatezze mediche subite dai prigionieri, come il prigioniero Samer Abu Diak, che subì un avvelenamento durante un intervento per rimuovere un tumore allo stomaco nell’ospedale israeliano di Soroka, il 3 settembre 2015, dopo il quale cadde coma. Un altro esempio è il caso del prigioniero Thaer Halahli, colpito da epatite C dopo la visita, in data 16 aprile 2013, di un dentista che utilizzò materiale non sterile nella clinica carceraria di Ashkelon, o del prigioniero Othman Abukhari, al quale venne fatta un’iniezione ‘per errore’ nella prigione di Shata nel 2007 e al quale fu in seguito diagnosticata l’epatite C.

– I dottori non hanno mai denunciato i continui internamenti dei prigionieri malati nella clinica carceraria di Al-Ramla, la quale presenterebbe condizioni addirittura peggiori della prigione stessa, né la carenza delle condizioni sanitarie necessarie a rendere dignitosa la permanenza dei pazienti al suo interno.

– Il silenzio dei medici di fronte al nutrimento forzato dei prigionieri palestinesi in sciopero della fame, con tutto ciò che questo ha comportato in termini di rischi per la salute, e la violazione della dignità e dei diritti dei detenuti che hanno attuato lo sciopero della fame.

– Il silenzio dei dottori di fronte all’obbligo per i prigionieri di pagare di propria tasca le loro spese mediche, in particolare quando si è trattato di istallare arti artificiali a persone affette da handicap.

– Il silenzio dei medici di fronte agli atti di tortura a cui i prigionieri, in particolare minori, sono stati sottoposti con la scusa di farli confessare ed il loro rifiuto nel voler denunciare i pesanti trattamenti subiti dai carcerati durante gli interrogatori e la detenzione.

Il rapporto dichiara che i medici del servizio carcerario israeliano e le forze di sicurezza israeliane hanno violato la quarta Convenzione di Ginevra del 1949 e gli standard minimi in materia di trattamento di prigionieri previsti dall’ONU nel 1955, per quanto riguarda l’ambito alimentare, la pulizia e le cure mediche conferite ai prigionieri.

I medici israeliani hanno infranto anche i precetti del documento dell’Associazione Mondiale dei Medici del 1956, il quale afferma che il compito principale dei medici è quello di proteggere la salute dei pazienti e di salvare vite umane.

I medici israeliani hanno violato la dichiarazione di Tokyo del 1975, la quale sottolinea che il ruolo delle equipe mediche è quello di proteggere i prigionieri e i detenuti da atti di tortura, anche nei casi in cui siano le autorità a sottoporli con forza a tali trattamenti. La dichiarazione di Tokyo, inoltre, ricorda che è dovere dei medici fornire ai prigionieri e ai detenuti, in egual misura che ai pazienti non detenuti, protezione per la loro salute fisica e mentale e le giuste e necessarie cure per il trattamento delle malattie di cui sono affetti.

 

Traduzione di Michela Zani

Pagine

Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

PalestinaRossa newsletter

Resta informato sulle nostre ultime news!

Subscribe to PalestinaRossa newsletter feed

Accesso utente