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Gerusalemme – PIC. I soldati israeliani aprirono il fuoco su una giovane palestinese con handicap mentali che non rappresentava alcuna minaccia. E’ quanto ha denunciato venerdì 21 aprile un’avvocatessa palestinese.

L’avv. Naela Atiya, esperta e consulente giuridico sulle violazioni israeliane, ha invitato il ministro israeliano della Sicurezza interna ad aprire un’inchiesta immediata sull’attacco perpetrato contro la giovane disabile Manar Mujahed, di 30 anni, che è rimasta paralizzata. Secondo Atiya, le “guardie di frontiera” israeliane spararono sulla gerosolimitana Manar il 27 febbraio 2017, lasciandola sanguinare e gridare mentre suo padre correva a soccorrerla.

“Suo padre, un autista di bus, stazionava vicino al check-in militare dove Manar era appena stata colpita e ferita dai soldati. L’aveva vista da lontano ma non l’aveva riconosciuta a prima vista”, ha dichiarato l’avvocato.

Successivamente, in ospedale, i soldati israeliani ammanettarono la donna al letto, scoprendo che si trattava di una disabile mentale.

Manar rientrò a casa sulla sedia a rotelle, paralizzata. Dunque ora è anche disabile fisica, in quanto venne colpita da pallottole alla coscia e all’anca.

Traduzione di Chiara Parisi

Domenica 23 aprile, in occasione del XVIII Festival di Solidarietà con il popolo palestinese, svoltosi ad Assago (Milano), la nostra agenzia e la sua direttrice, Angela Lano, hanno ricevuto un premio per il lavoro di InfoPal, svolto in questi 11 anni per diffondere un’informazione veritiera sulla Palestina occupata. Anni contrassegnati da entusiasmo, solidarietà e sostegno, ma anche di difficoltà, ostacoli e attacchi da parte di media e attivisti portavoce dei colonizzatori sionisti.

Il premio ci è stato consegnato dal giornalista Jamal Rayan e dall’arch. Mohammad Hannoun. Tra i premiati anche  il deputato del M5s, Manlio Di Stefano, e la studentessa Yara Hmoud, per la sua interessante tesi di laurea sulla poetessa della Resistenza palestinese Fadwa Tuqan

Vogliamo ringraziare l’ABSPP e l’API per il sostegno in tutti questi anni, i Giovani Palestinesi d’Italia per il loro affetto e entusiasmo, e tutti i nostri stagisti e preziosi collaboratori che ci hanno affiancato dal 2006 a oggi. A voi tutti dedichiamo il premio.

Betlemme-Ma’an. Una donna palestinese, Asiya Kaabna, 39 anni, di Tayba, nel distretto di Ramallah, è stata arrestata, lunedì 24 aprile, dopo aver accoltellato una soldatessa israeliana al check-point di Qalandiya, tra la Cisgiordania e Gerusalemme Est. Secondo la polizia israeliana, la donna avrebbe tentato di “suicidarsi”, inducendo i soldati a spararle. La soldatessa è rimasta lievemente ferita. La portavoce della polizia israeliana, Luba al-Samri, ha dichiarato in un comunicato stampa diffuso in arabo che una donna palestinese si era avvicinata a check-point e “mentre aspettava il suo turno per l’ispezione, si è avvicinata a una giovane soldatessa dicendo di volerle chiedere qualcosa. A quel punto, ha fatto come per estrarre un coltello dalla sua borsa e ha colpito la soldatessa”.   Secondo al-Samri, Kaabna, che sarebbe di origine giordana, avrebbe dichiarato durante l’interrogatorio di aver avuto “litigi domestici” con il marito sul modo di educare i loro nove figli, e che il marito l’aveva ripetutamente minacciata di rimandarla in Giordania. Per questa ragione avrebbe deciso di eseguire l’attacco, aspettandosi di venire uccisa dai soldati israeliani e porre così fine alla sua vita.

 

Hebron-PIC. Le forze d’occupazione israeliane hanno arrestato tre ragazzi palestinesi, tutti 17enni, nei pressi della moschea Ibrahimi, a Hebron, per presunto possesso di oggetti affilati.

I testimoni hanno riferito al reporter di PIC che le forze israeliane nelle vicinanze della moschea hanno arrestato i ragazzi dopo averli perquisiti.

I soldati li hanno poi portati nell’insediamento di Beit Romano, costruito nel centro di Hebron.

Traduzione di F.G.

Ramallah-Ma’an. Domenica le forze israeliane hanno sparato a tre giovani palestinesi, ferendone gravemente uno, e ne hanno arrestati altri due durante gli scontri nel villaggio di Kafr Malik, nel distretto di Ramallah, nel centro della Cisgiordania occupata, secondo quanto riportato dalle fonti locali.

Le fonti mediche hanno riferito a Ma’an che uno dei palestinesi è stato ferito gravemente al petto, in seguito a uno sparo da distanza ravvicinata.

I residenti hanno raccontato a Ma’an che le truppe israeliane hanno anche arrestato due giovani palestinesi.

Un portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato che stavano controllando fra i rapporti.

Le circostanze relative agli scontri rimangono incerte.

Perlomeno altri tre palestinesi erano già stati feriti qualche ora prima, durante una protesta nel distretto di Ramallah a sostegno dei prigionieri in sciopero della fame.

I gruppi per i diritti condannano regolarmente le autorità israeliane per un uso eccessivo della forza contro i palestinesi.

Traduzione di F.G.

Gerusalemme occupata-PIC. Domenica pomeriggio quattro israeliani sono stati pugnalati da un adolescente palestinese a Tel Aviv.

Secondo l’emittente israeliana Canale 7, un 18enne palestinese di Nablus è stato arrestato dopo aver compiuto un attacco “dei coltelli” nei pressi dell’hotel Leonardo Beach, in strada Hayarkon, dove a quanto risulta lavorava.

Tre uomini e una donna sono rimasti leggermente feriti durante l’attacco e sono stati portati all’ospedale Sourasky di Tel Aviv.

La polizia israeliana ha dichiarato che “le indagini hanno rivelato che l’attacco è stato compiuto per ragioni nazionalistiche”.

Traduzione d F.G.

A cura dei Giovani Palestinesi d’Italia. Ghassan Kanafani nacque ad Acri, in Palestina.

Poco proprio prima dello scoppio della guerra arabo-israeliana tutta la famiglia fuggì a nord. Dopo aver vissuto in un villaggio libanese, nella speranza di una possibilità di ritorno, la famiglia Kanafani si mosse verso la Siria, e infine si stabilì a Damasco.

All’età di 16 anni, Ghassan trovò lavoro come insegnante in una delle scuole dell’UNRWA. E pochi anni dopo si iscrisse all’università, laureandosi nel 1955. Si trasferì poi in Kuwait. E lì cominciò a scrivere.

La sua scrittura illustra la vita del popolo palestinese: le loro miserabili vite, il loro esilio e, più tardi, la loro lotta.

Nel 1961 si trasferì a Beirut, in Libano. Lì scrisse il suo romanzo più famoso: “Uomini sotto il sole”, da cui sarà poi tratto un film dal titolo “al-Makhdu’un”, o “The Dupes”.

Parallelamente alla sua carriera di scrittore, Ghassan militava per la causa palestinese. Fu membro del Movimento Arabo Nazionalista (ANM) che in seguito divenne Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP).

Nel 1963 Kanfani divenne capo-redattore del giornale al-Muharrir. Nel 1969 fondò un nuovo movimento ufficiale, al-Hadaf (the Target).

Al-Hadaf esiste ancora come voce ufficiale del FPLP.

L’8 luglio del 1972 Kanafani fu assassinato insieme ad una nipote sedicenne a seguito di un attentato incendiario. All’epoca della sua morte era portavoce del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, e l’attentato, si dice, fu ordinato dal Mossad per vendicare il massacro dell’aeroporto di Lod, attacco attribuito al suo gruppo politico e all’Armata Rossa giapponese.

La sua penna rappresentava una minaccia per Israele.
La sua eredità vive ancora fra i Palestinesi ed è considerato uno dei più grandi autori arabi moderni.

Gaza-PIC. Jihad, pastore palestinese, e le sue pecore vivrebbero una vita tranquilla se non fosse per un veicolo israeliano di pattuglia che spara non appena le pecore si avvicinano alla zona cuscinetto stabilita da Israele, 150 metri a ovest della recinzione di confine.

In questi giorni il tempo a Gaza è molto bello. Con l’arrivo della primavera l’erba sembra più luminosa e il caldo inizia a farsi sentire mentre le giornate si allungano.

Ogni giorno, i soldati israeliani stazionati al confine est di Gaza sparano alle pecore usando proiettili veri e gas lacrimogeni. Oltre ad avvelenare i prodotti agricoli, lo sradicamento continuo attuato da Israele toglie alle pecore un posto dove pascolare liberamente.

Viaggio giornaliero

La torre di controllo israeliana a est di Gaza controlla Jihad, 21 anni, e le sue pecore che pascolano sui lembi di terra ancora praticabili.

Otto anni fa, Jihad ha imparato a badare alle pecore grazie a suo padre. In questi giorni si reca a ovest della recinzione di confine in cerca di terreno dove pascolare, dopo la crescita ritardata dell’erba per la mancanza di pioggia e alle tensioni che hanno interessato la zona di confine.

Jihad ha detto a un reporter del PIC: “Porto il gregge al pascolo tutti i giorni, dalla mattina alla sera. La stagione inizia a dicembre e finisce all’inizio di maggio. Questo non è il periodo migliore, perché le piogge quest’anno sono arrivate tardi e hanno fatto sì che l’erba crescesse solo a febbraio. Ma continuiamo a portare il gregge al pascolo fino alla stagione della raccolta del frumento, a maggio”.

Jihad si lamenta dell’attività di sradicamento continua operata da Israele, che cosparge i raccolti di prodotti chimici, uccidendo l’erba. Gli effetti sono visibili a decine di metri di distanza.

Dice inoltre che “tutto influisce negativamente sui prezzi: l’importazione del bestiame, la mancanza di pioggia e la condizione economica che peggiora. Ora ci stiamo preparando al mese sacro del Ramadan e poi alla stagione dell’Eidul Adha (festa del sacrificio). La situazione potrebbe migliorare”. 

Tè e sigarette

Jihad guarda il veicolo militare israeliano muoversi velocemente verso la recinzione dopo aver notato attività “sospette” che potrebbero causare una sparatoria, come pochi minuti fa.

Dice: “Questo è un posto bellissimo, c’è il verde e c’è molta calma, ma l’occupazione israeliana non ci fa vivere in pace. Quando le mie pecore si avvicinano alla zona cuscinetto, a 150 metri dalla recinzione, vengono viste dalle telecamere e l’esercito inizia a sparare proiettili veri e gas lacrimogeni. Negli ultimi due anni le mie pecore hanno partorito agnelli deformati, senza un occhio o addirittura senza entrambi gli occhi, perché avevano inalato del gas. Durante la guerra di Gaza del 2014 ho perso nove pecore”.

Dopo aver acceso un piccolo fuoco, Jihad inizia a cucinare pomodori e melanzane, il suo piatto preferito quando porta il gregge al pascolo.

Aggiunge “Per passare il tempo fumo sigarette e bevo the. I miei amici mi vengono a trovare, ci sediamo e parliamo. Ma la bellezza della natura è minacciata dai proiettili e dai gas lacrimogeni sparati dall’esercito israeliano”.

Traduzione di Giovanna Niro

Di Giuseppe Marino. “Tra realtà e sogno: la rinascita della poesia palestinese”.

“Sulla cima di un garofano”, di Yousef Al-Mahmoud, è una raccolta di poesie palestinesi pubblicata in Italia nel 2013 da Camenia Editrice e nel 2016 da Di Felice Edizioni, tradotta da Odeh Amarneh. Yousef Al-Mahmoud è uno dei tanti autori che in questi ultimi anni stanno riproponendo la letteratura palestinese nel mondo, espressione di una cultura che nonostante la guerra e la censura non smette di stupire e di dar voce pacificamente alla lotta del popolo palestinese.

“Sulla cima di un garofano” può essere considerato come un affresco mirabile della letteratura di resistenza della Palestina contemporanea. Opera di un autore moderno e maturo che non esita a riprendere in toto la tradizione culturale palestinese, riproposta attraverso le sue immagini più ricorrenti: la terra e la sua vegetazione/l’amore/l’amicizia/la patria/la quotidianità della vita palestinese. Perfetta, infatti, è la descrizione data nella prefazione del libro da Odeh Amarneh in cui spiega: “Con l’uso sapiente delle parole l’autore disegna un quadro di colori che vanno dal nero al bianco, dal rosso al verde, ricco di cardi, di ginestre, gelsomini, margherite, melograni, garofani, menta, finocchio, timo, mandorle, fichi, ulivi, albicocchi”.

Sullo sfondo della natura, tra paesaggi e fauna circostante riecheggiano i rumori e le tristi immagini della guerra: aerei, bombardamenti e spari si intersecano con cinica costanza tra i versi di Al-Mahmoud.

Un misto di pensieri, stati d’animo, scorci di vita e bellezze naturali che come dei tasselli compongono un mosaico di immagini, con tinte a tratti struggenti. Quelle di una terra meravigliosa da troppo tempo martoriata e devastata da una guerra intestina, dove spesso rupi, colline e alture diventano meta di rifugio e libertà:

“La sua casa è sulla cima di un garofano, accanto alla collina dei venti.                                                    La sera vi troviamo rifugio dalla paura degli spari e degli aerei.                                                                                    …

La voce dei proiettili perseguitava il nostro caffè e infrangeva parole del nostro discorso.

La voce dei proiettili e il guaire dei cannoni si avvicinano ai fiori e alle finestre,                                     si avvicinano al tepore e all’acqua e alcune schegge risuonano sulle scale esterne                                   e cadono vicino al marmo.

…La sua casa è sulla cima di un garofano e noi ci siamo dentro                                                               ci rifugiamo in essa allontanandoci così dagli occhi dei soldati”

(cit. Sulla cima di un garofano).

Queste immagini tipiche della cultura popolare palestinese del ‘900, tendono spesso a rappresentare stati d’animo figli di una situazione insostenibile, i quali finiscono con l’assumere tratti demoniaci.  La disperazione e la tristezza per il lavoro, per i cari defunti, per il nemico onnipresente ed insormontabile, per  la diversità.

E tra i versi dell’autore non può che emergere un chiaro riferimento alla morte, portatrice di rovina e sofferenza, oramai troppo spesso compagna invisibile dei palestinesi che a volte, in estrema ratio, si trasforma  nell’ unico alito di libertà:

“… Muori come si deve. Corri lontano sulle terre della morte,                                                                    la morte è più vasta delle ali della colomba e più dolce di una terra dove muore la nostalgia.

(cit. Muori come si deve)

Ed è così che la sofferenza non ci viene presentata come il frutto della causalità o del moto ondivago della vita, ma come realtà quotidiana della vita palestinese. Figlia bensì della lotta e della resistenza infinita di un popolo che non chiede molto, se non di essere padrone nella propria terra, disposto a lacrime e sangue pur di inseguire il proprio sogno:

“Piangi, come le donne. Piangi, una vita rubata e un regno perduto.                                                          Scendi ora dalla tua stella reale verso un anonimo sasso tra le spine della vita.                                      Scendi ora senza un addio, sii solo                                                                                                                solo finché non ti chiamerà la campagna o finché non vedrai sotto la pietra il tuo peccato in           un giorno di vento”.

(cit. Re Andaluso)

Ma non di sola tristezza si tinge l’animo di chi legge questi splendidi versi, poiché è dalla disperazione che l’uomo sa trarre forza e giovamento per allietare e sdrammatizzare i mali della propria routine quotidiana. Così, anche una tazza di caffè tra amici o tra innamorati si trasforma in un momento da immortalare. Momenti semplici di vita vissuta che riescono a strappare sorrisi, a fortificare certezze e a far crescere la speranza.

La Speranza, tra un insieme di emozioni, è il sentimento che più di tutti colpisce chi per la prima volta affronta questi versi. Un ottimismo mai domo di raggiungere i propri obiettivi come stimolo a perseguire  un miglioramento del proprio status quo. E per un palestinese, la speranza, altro non è che il raggiungimento di una vita normale, di una vita comune e semplice, della noia che scaturisce da una vita appagata e confortante: “…Sogno di abbracciare una nuvola verde tra il profumo di cipressi e finocchi. Sogno di abbracciare stormi di uccelli e di ascoltare il loro lamento ferito”.

(cit. Non mi ha lasciato né una mano né una stella).

Di conseguenza un interrogativo sorge spontaneo: è così sbagliato bramare la normalità?             Yousef Al-Mahmoud è riuscito nel duplice risultato di rappresentare in maniera trasversale il bello e il brutto, il bene e il male della Palestina odierna. Eppure, tra immagini bucoliche e ritagli di vita quotidiana, si ha l’impressione che sia l’uomo palestinese il destinatario di questi versi, quasi a riprendere un antico precetto secondo cui l’uomo è alla base di tutte le cose. Ebbene sì. L’uomo, con i suoi pregi e difetti, con i suoi sogni e i suoi peccati, con la sua forza e la sua sofferenza è pur sempre il punto di partenza verso il futuro, un futuro di speranza per la Palestina. Ed è proprio questa speranza il filo conduttore che attraversa le strofe e le parole di Yousef Al-Mahmoud, che ci porta ad immaginare quella natura da lui tanto decantata non più come rifugio ma come meta, un affresco della realtà palestinese di ieri e di oggi, semplicemente da ammirare.

Quds Press e PIC. In un rapporto sulle violazioni israeliane compiute tra il 4 e l’8 aprile, l’Ufficio per il Coordinamento degli Affari umanitari delle Nazioni Unite, OCHA, ha reso noto che un Palestinese è deceduto a seguito di gravi ferite e altre 46 sono stati feriti dai proiettili sparati dalle forze israeliane.

Secondo il rapporto, il 17enne Jasem Nakhla è morto per le ferite riportate il 23 marzo, dopo essere stato colpito dai soldati israeliani nei pressi del campo profughi di al-Jalazoun a Ramallah. Un altro adolescente era stato ucciso nello stesso contesto e due altri feriti.

Feriti

Durante la settimana del 4-8 aprile, 46 Palestinesi, tra cui 11 minorenni, sono stati feriti dalle forze israeliane in diversi scontri in Cisgiordania.

La maggior parte dei feriti sono stati causati durante le manifestazioni settimanali a Kafr Qaddum (Qalqiliya) contro il divieto ai residenti dell’uso della strada principale che collega la cittadina a Nablus, in quanto attraversa la colonia di Kedumim. Altri scontri sono scoppiati durante cinque incursioni e operazioni di arresto da parte delle forze israeliane e al funerale di Jasem ucciso nel campo di al-Jalazoun.

Nella Striscia di Gaza, in 26 occasioni, le forze di occupazione hanno aperto il fuoco nelle cosiddette “zone cuscinetto”, impedendo il lavoro di agricoltori e pescatori.

In quattro altri momenti, i soldati israeliani hanno distrutto terreni agricoli e effettuato perforazioni all’interno della Striscia di Gaza, vicino alle barriere di confine. Inoltre, sei civili sono stati arrestati mentre tentavano di introdursi “illegalmente” in Israele.

In Cisgiordania, le autorità di occupazione israeliane hanno demolito 20 strutture palestinesi sulla base della mancanza di permessi di costruzione (impossibili da ottenere): 12 strutture erano a Gerusalemme Est e le altre in due comunità dell’Area C – Rantis (Ramallah) e Furush Beit Dajan (Nablus). In tutto, 56 Palestinesi sono stati dislocati.

Aggressioni dei coloni

Nel periodo preso in esame dal report, due Palestinesi sono stati feriti dai coloni e oltre 200 alberi sono stati distrutti o vandalizzati.

Una ragazzina di 14 anni è stata aggredita e ferita da coloni mentre stava andando a scuola, nell’area H2 di Hebron controllata dalle forze israeliane.

A Salfit una donna è stata ferita da pietre lanciate da coloni contro la sua auto.

Agricoltori di Mikhmas (Gerusalemme) hanno riferito che 215 ulivi sono stati sradicati dai loro campi da coloni dell’insediamento di Migron.

Nello stesso periodo, a seguito delle celebrazioni della Pasqua ebraica, coloni e gruppi israeliani sono entrati nei siti islamici di al-Aqsa a Gerusalemme Est, a Kifl Haris, a Salfit, e nella Tomba di Giuseppe a Nablus.

Nablus – PIC. Da quindici anni, il mese di aprile non arriva da solo ma con tanti ricordi dolorosi.  Le terribili immagini di quel giorno d’aprile del 2002 non smettono di perseguitare l’anima degli abitanti della città di Nablus in generale e del suo antico borgo in particolare.  Quindici anni fa, interi edifici sono stati trasformati in macerie; l’odore della morte era ovunque, in ogni quartiere, in ogni vicolo.

Quindici anni fa, nell’aprile del 2002, le forza di occupazione sioniste hanno invaso l’antico borgo di Nablus e hanno commesso ogni tipo di reato.  Alcune case sono state distrutte sui loro abitanti, numerosi massacri sono stati perpetrati contro intere famiglie.  L’unica famiglia di al-Shaaby ha perso otto dei suoi membri in un solo colpo.

I dettagli del crimine

Mahmoud, un figlio della famiglia di al-Shaaby, non era a casa quando questa è stata bombardata. E’ per questa semplice ragione che è ancora vivo.  PIC lo ha incontrato per parlare di questo giorno.

«Quando le forze d’occupazione sioniste avevano revocato il cessate il fuoco, sono ritornato per sapere della mia famiglia. Non ho trovato la mia famiglia, ma la morte.  Mio padre, mio fratello con sua moglie e i suoi bambini, erano coperti di sangue e ammassati al suolo, prima che le ambulanze li portassero all’obitorio».

Mahmoud ha continuato le ricerche per trovare infine suo zio Abdallah e sua moglie ancora vivi.  E’ vero che suo zio è sopravvissuto, ma è rimasto scioccato a vita, dice: lui crede che la sua vita finirà sotto i carri armati, i missili, le granate dell’occupazione sionista.

Non lontano dalla piazza dove si trovava un tempo la casa di al-Shaabi, PIC ha incontrato Abu Mohammed al-Amoudi, un abitante della zona.  Lui ricorda benissimo il crimine sionista: «E’ molto difficile dimenticare i dettagli di un crimine che tutte le future generazione non potranno dimenticare.  Quello che è successo alla famiglia al-Shaabi è inimmaginabile, senza parlare di tutte le aggressioni commesse contro le moschee: alcune sono state invase, altre distrutte».

«Quindici anni dopo, non si possono dimenticare le immagini dei corpi di civili, così come dei partigiani, a terra, ovunque, nell’antico borgo di Nablus e nei quartieri. Queste immagini sono ancora vive dappertutto, così come l’odore della morte», dice al-Amoui.

Il luogo dove si trovava la casa di al-Shaabi è diventato il simbolo della città.  Le persone arrivano per visitarlo, per vivere i dettagli del crimine sionista, anche se la casa è stata totalmente cancellata dalla carta.  Questo luogo è un capitolo oscuro di un aprile nero.

Oggi, molte istituzioni della società civile incitano ad organizzare attività popolari e artistiche per far conoscere questo luogo e la sua storia attraverso viaggi, esposizioni, sfilate.

Traduzione di Daniela Minieri

Ramallah-PIC. La figlia del detenuto palestinese Abdullah Barghouti, condannato da Israele a 67 anni di carcere, ha pianto amaramente mentre parlava rivolgendosi al padre, attualmente in sciopero della fame.

In una lettera inviata a suo padre, che sta scontando la pena più lunga mai comminata da un tribunale israeliano, Safa Barghouti ha espresso la speranza che egli venga rilasciato grazie ad un accordo di scambio di prigionieri già programmato, in modo da poterlo abbracciare e poterlo vedere faccia a faccia, forse per la prima volta nella sua vita.

Cercando di nascondere l’angoscia profonda che aveva dentro al cuore, Safa ha continuato a balbettare mentre cercava di comunicare a suo padre quanto le manca. Ma alla fine è scoppiata in lacrime.

“Baba (padre mio) sono così orgogliosa di te. Tu sei grande motivo di onore per noi. Baba, ti amo così tanto. Continua a lottare”, ha aggiunto Safa.

“Baba, pensiamo a te ogni giorno e in ogni momento”, ha detto Safa. “Sii forte! Non rinunciare mai ai tuoi diritti! Spero di vederti presto così come vedo il cielo sopra di me”.

“Ho il diritto di vivere con mio padre. Ripeto la parola ‘baba’ perché mi manca mio padre talmente tanto e questo mi fa male”, ha aggiunto Safa in quello che sembrava piuttosto un grido di aiuto rivolto alla comunità internazionale.

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

Jenin-PIC. Giovedì l’autorità d’occupazione israeliana ha rilasciato l’ex ministro palestinese degli Affari dei Prigionieri Wasfi Qabha, dopo un anno di carcere.

Secondo l’agenzia news SAFA, Qabha è stato trasferito dal carcere di Hadarim al checkpoint di Jubara, a Tulkarem, dove è stato liberato.

Numerosi cittadini e parenti hanno ricevuto Qabha al checkpoint, prima di tornare con lui a casa.

Qabha, che soffre di diversi problemi di salute, è stato rilasciato e nuovamente imprigionato diverse volte. Ha passato un totale di 15 anni nelle carceri israeliane.

Traduzione di F.G.

A cura dei Giovani Palestinesi d’Italia. Giovedì 20 aprile, coloni israeliani si sono presentati davanti ad un carcere nei pressi di Ramallah e si sono messi a fare il barbecue per provocare i prigionieri palestinesi in sciopero della fame.

A distanza di pochi giorni dalla Giornata del prigioniero palestinese, 17 aprile, alcuni coloni festeggiano davanti al carcere di Aruf, nei pressi di Ramallah con un barbecue provocando i prigionieri palestinesi all’interno delle carceri israeliane in sciopero della fame da quasi 4 giorni.

Gerusalemme occupata-PIC. Il ministero palestinese dell’Istruzione ha fortemente condannato le forze dell’occupazione israeliana per aver preso d’assalto due scuole a est di Gerusalemme e attaccato i suoi studenti, definendo l’aggressione un “crimine”.

In un comunicato stampa di giovedì, il ministero ha spiegato che i soldati israeliani hanno invaso la scuola superiore di Jawaharlal Nehru e la scuola elementare di Abu Dis, con un pesante impiego di armi da fuoco.

I soldati hanno ferito uno studente con proiettili letali e ne hanno arrestato un altro durante il raid.

Numerosi studenti e insegnanti sono inoltre rimasti intossicati dai gas lacrimogeni impiegati.

I soldati hanno costretto tutti gli studenti e gli insegnanti a evacuare le scuole e hanno impedito l’accesso ai militari dell’ufficio di collegamento palestinese, alla difesa civile, al consiglio municipale di Abu Dis, nonché ai parenti degli studenti.

Il ministro dell’Istruzione Sabri Saidam ha condannato i ripetuti raid israeliani contro le scuole palestinesi e ha fatto appello ai media e ai gruppi per i diritti umani affinché proteggano i diritti degli studenti.

Traduzione di F.G.

 Gerusalemme occupata-PIC. I parenti di Muawiyah e Ali Alqam, due bambini detenuti da Israele, hanno espresso la propria preoccupazione per la loro salute e sicurezza.

Muawiyah, 14, sta scontando sei anni e mezzo nella prigione di Megiddo, mentre Ali si trova attualmente in un centro di riabilitazione nel villaggio di Bayt Naqquba, a ovest di Gerusalemme, in attesa di raggiungere l’età legale per un processo.

Lo zio Abdullah Alqam ha dichiarato che la legge internazionale non permette la detenzione né il processo di bambini e che Israele è l’unica entità che viola tale legge.

Ha affermato che il processo di questi due bambini è un processo alla coscienza del mondo, sottolineando che Ali aveva 11 anni quando è stato arrestato, in seguito multiple ferite d’arma da fuoco.

Muawiyah e Ali erano stati arrestati il 10 novembre 2015, dopo essere stati feriti dagli agenti della sicurezza israeliana nella stazione ferroviaria della Gerusalemme occupata.

Abdullah Alqam ha inoltre riferito che i suoi nipoti sono stati torturati durante gli interrogatori, ad esempio con il versamento di acqua fredda mentre erano nudi. Ha poi aggiunto che il procuratore è riuscito a rimandare il processo finché Muawiyah non ha raggiunto i 14 anni, ottenendo così il suo incarceramento.

Ayed Abu Qutaish, di Defense for Children International, ha riferito che fra il 2012 e il 2015 l’organizzazione “ha documentato 66 casi di bambini isolati durante gli interrogatori, mentre il numero di bambini isolati durante la detenzione è salito a 25 nel 2016”.

Attualmente ci sono circa 350 minorenni nelle carceri israeliane.

Traduzione di F.G.

PIC. Le mine antiuomo sono uno degli strumenti di uccisione diffusi in varie zone del mondo, tra cui la Palestina, che sta ancora subendo la loro presenza in diverse zone, nonostante molte siano state rimosse.

Secondo le statistiche del Palestinian Mine Action Center, nel 2017, le mine hanno ucciso 300 persone e causato la menomazione di altri 26.000 individui.

Le statistiche suggeriscono anche l’esistenza di un milione e mezzo di mine sparse in 166 campi, da Jenin a Hebron, specialmente nelle zone di confine.

Ahmad Masaid, residente nella Valle del Giordano, afferma che tale area ha il maggior numero di mine in Palestina, nonché parecchi ordigni lasciati dalle forze di occupazione israeliane, che hanno anche tolto la vita di molti palestinesi. “L’occupazione israeliana ha dispiegato tutti i mezzi possibili per controllare il lato palestinese della valle del Giordano – ha spiegato -, cospargendo centinaia di ettari agricoli con le mine. Alcune comunità palestinesi, come Khirbit Yizra e Wadi al-Malih, trascurano la presenza di queste mine. Centinaia di palestinesi hanno perso la vita o hanno subito l’amputazione di un arto, diventando persone disabili, a causa di queste miniere che circondano i villaggi e le comunità. La loro presenza terrificante si estende dalle montagne alle valli”.

Nessuna zona di recinzione

Sottolinea quindi che il pericolo risiede nel fatto che ci sono molti campi minati nella valle occupata della Giordania, senza informazioni chiare sul luogo in cui sono poste, in termini di numeri e luoghi, senza segni di recinzione o di avvertimento, che ne indichino l’ubicazione. L’esercito israeliano le aveva seminate a caso.

Gli agricoltori palestinesi non possono accedere ai loro terreni dopo che questi sono stati dichiarati come zone militari chiuse, afferma Masaid.

Un esperto, che lavora con un gruppo delle Nazioni Unite che combatte contro le mine, riferisce che “il pericolo delle mine è ancora presente in Palestina. Hanno assunto diverse forme a partire dal 1967 e ancor prima, così come i nuovi campi minati, impiantati dopo la guerra di Gaza del 2014. Lavoriamo nella Striscia di Gaza per rimuovere le mine e i resti lasciati dalle guerre israeliane, soprattutto le ultime due. Abbiamo distrutto 129 bombe e rimosso 29 tonnellate di ordigni militari”.

Ostacolo per lo sviluppo

L’ingegnere Mazen Awad, che sorveglia alcuni progetti di sviluppo nella Cisgiordania, riferisce che, oltre alle perdite umane, in particolare tra i pastori palestinesi e gli agricoltori, le mine ostacolano anche lo sviluppo in Palestina: “Molte di queste mine sono situate in terre che potrebbero essere utilizzate per scopi industriali o agricoli. Esse costituiscono un ostacolo allo sviluppo dell’economia palestinese”.

Traduzione di Domenica Zavaglia

Sogni reclusi – Gioventù nel mirino Il Centro Documentazione Palestinese, in collaborazione con Al Ard Doc Film Festival, invita a partecipare alla proiezione del documentario «Sogni reclusi». Il documento tratta la questione degli arresti e della detenzione dei minori palestinesi da parte dell’occupazione sionista. Collegamento con Nisrin Silmi, regista e corrispondente dell’emittente Al-Mayadeen, e con rappresentanti del Centro Handala per i Prigionieri Palestinesi e dell’associazione Addameer: ci aggiorneranno sugli ultimi sviluppi dello sciopero della fame attualmente in corso e in merito alle istanze del movimento dei prigionieri. Sabato 29 APR 2017 – 17:30 Via dei Savorgnan 40 – Roma

A cura dei Giovani Palestinesi d’Italia.

Acri/Akka si trova al nord della Palestina ed è il punto d’accesso del paese fin dai tempi più remoti. Una città antica e bellissima. Tuttora nel quartiere antico vi sono le vecchie case in pietra fatte dai palestinesi.

Il villaggio Sirin è situato nella vallata di Bisan, nel nord della Palestina: il nome deriva dall’armaico “sir” che significa apice. Durante le crociate si chiamava Luserin ed è un piccolo villaggio in provincia di Jenin.
La Grande moschea di Al-Jazzar fu costruita da Jazzar Pascià ed all’interno si trova la sua tomba.
Nella città e nei suoi dintorni si trovano diversi monumenti e siti santi per i Bahai, che risalgono alla prigionia subita da Bahaullah nella Cittadella durante il periodo ottomano.

Attraverso questa città giunsero a Venezia i pilastri acritani collocati a fianco della Basilica di San Marco.

Palestinechronicle.com. Il 2017, per i Palestinesi, è un anno di importanti anniversari.

Nonostante gli storici indichino il 15° maggio come l’anniversario dell’espulsione dei Palestinesi dalla loro patria nel 1947, in realtà, l’esodo forzato dei Palestinesi ebbe inizio nel 1947.

In termini strettamente storici il ’47 e il ’48 furono gli anni in cui ebbe inizio la conquista e lo spopolamento della Palestina.

La tragedia, che tutt’ora rimane una ferita aperta, iniziò 70 anni fa.

In giugno di quest’anno cade il 50° anniversario dell’occupazione del 22% dei territori palestinesi che non furono sottratti dalle milizie sioniste nel 1947-48. Un’altra data significativa è il 2 di novembre: centesimo anniversario della dichiarazione di Balfour.

Mentre le radici della campagna Sionista volta a rivendicare la Palestina come uno stato ebraico risalgono a molto più indietro, il documento firmato dal segretario degli Esteri britannico, Arthur James Balfour, fu il primo documento ufficiale prodotto da una potenza mondiale per facilitare “una patria per il popolo ebraico”.

I britannici fecero la loro “infame promessa” ancora prima dell’Impero Ottomano, che controllava la Palestina e la maggior parte del moderno Medioriente che capitolò ufficialmente nella I Guerra mondiale.

Alcuni anni dopo la dichiarazione, nel 1922, la Lega delle Nazioni assegnò alla Gran Bretagna il mandato della Palestina post-Ottomana, per condurla, come altre regioni arabe, all’indipendenza.

Invece la Gran Bretagna lavorò per raggiungere il fine opposto. Tra il 22 e il 47-48, con l’assistenza diretta britannica i Sionisti divennero più potenti, formando un governo parallelo ed una milizia sofisticata e ben equipaggiata. Dopo tutti questi anni, la Gran Bretagna rimane decisamente pro-Israele.

Quando il mandato britannico terminò ufficialmente, nel novembre del ’47, il regime parallelo semplicemente ne occupò lo spazio che era stato lasciato libero, in una sincronia quasi perfetta, reclamando i territori etnicamente ripuliti dalla maggior parte della popolazione arabo-palestinese, e, il 14 maggio del ’48, dichiarando la nascita dello stato di Israele.

Il giorno seguente, il 15 maggio, è da allora riconosciuto dai Palestinesi come il giorno del Nakba, la catastrofe della guerra e dell’esilio. Quasi 500 villaggi palestinesi e molte città vennero spopolate, confiscate o distrutte. All’incirca 800.000 Palestinesi divennero rifugiati.

Questi anniversari sono importanti non perché forniscono tali cifre importanti, ma a causa del contesto politico senza precedenti che le circonda.

Gli Stati Uniti hanno abdicato dal loro lungo impegno al cosiddetto “processo di pace”, lasciando lo stato di Israele da solo a decidere il corso delle proprie azioni, mentre il resto della comunità internazionale resta in posizione di svantaggio.

Il “processo di pace” non era certamente stato progettato per fornire alla Palestina un esito favorevole, ma era parte di un ampio disegno per formulare una “soluzione” in cui ai Palestinesi avrebbero dovuto essere garantiti mini territori anonimi, spezzettati da chiamare “stato”.

Ora che questo sogno impossibile è finito – Israele sta espandendo i sui insediamenti illegali – costruendone di nuovi e ha poco interesse nell’aderire  anche solo al paradigma del “negoziato” previsto dagli Stati Uniti.

Sebbene politicamente defunta e praticamente impossibile, le autorità Palestinesi continuano ad insistere sulla soluzione a due stati, perdendo tempo prezioso che potrebbe essere impiegato per la costruzione di una formula che porti alla coesistenza dei due popoli in uno stesso stato.

È importante che i palestinesi si liberino dal discorso soffocante che ha reso la Nakba del 1947-’48 estranea e che ha modellato una narrazione alternativa in cui sembra che soltanto l’occupazione israeliana del 1967 abbia importanza. Infatti, il discorso ufficiale palestinese è stato confuso per anni.

Storicamente, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) è stata forzata a fare concessioni, sotto pressioni americane e talvolta arabe, e a modificare le sue richieste nel corso degli anni.

La più grande di queste concessioni avvenne nel ’33 quando l’OLP accettò gli accordi di Oslo, che ridefinivano i diritti palestinesi in base alle risoluzioni ONU 242 e 338. Relegava o scartava tutto il resto.

Non solo si trattò di una follia, ma anche di un errore strategico per il quale i palestinesi continuano a sopportare le conseguenze anche oggi.

Esistono diverse raffigurazioni palestinesi della loro lotta contro Israele, mentre la verità è che può esserci soltanto una via di comprensione del cosiddetto conflitto – quello che iniziò con gli insediamenti sionisti in Palestina e il colonialismo britannico 100 anni fa.

L’aspetto strano è che lo stesso presidente palestinese, Mahmoud Abbas, manda messaggi mescolati. Quando da un lato non sembra interessato a contestualizzare la battaglia del suo popolo facendola risalire alla Nakba di 70 anni fa, dall’altro annuncia che citerà in giudizio la Gran Bretagna per la dichiarazione di Balfour del 1917.

La Gran Bretagna, dal canto suo, ha sfacciatamente annunciato che celebrerà i 100 anni della dichiarazione con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu come ospite d’onore.

Lo stato che ha facilitato lo sviluppo della tragedia palestinese si rifiuta, 100 anni dopo, di riconoscere i danni persistenti da lui effettuati.

E nemmeno Israele sta sperimentando alcun risveglio di coscienza.

A parte la piccola scuola dei nuovi storici di Israele, Israele continua a portare avanti la sua versione della storia, la maggior parte dei quali furono costruiti nei primi anni ’50, sotto la guida del primo ministro di allora, David Ben-Gurion.

Costretta da pressioni, paure e mancanza di visione, la leadership palestinese non è riuscita a cogliere la necessità di mantenere e spiegare questi anniversari combinati come una tabella di marcia verso un discorso solido, unificato e sensibile.

Politica a parte, la dichiarazione Balfour del 1917 non può essere compresa senza capire le profonde conseguenze che ebbe tra il ’47 e il ’48; e l’occupazione israeliana del 22% del restante territorio palestinese è completamente decontestualizzata se letta separatamente dalla pulizia etnica della Palestina del 1948.

Inoltre, la crisi di rifugiati palestinesi, che continua a manifestarsi in Siria e in Iraq fino ad oggi, non può essere compresa o spiegata senza esaminare le sue origini, risalenti alla Nakba.

È vero, il 2017 è segnato da significativi e tragici anniversari, ma questi avvenimenti non dovrebbero essere usati come occasioni per protestare, registrando solamente una lieve solidarietà. Dovrebbero, invece, offrire un spunto per ri-articolare un discorso palestinese unificato che attraversi linee ideologiche e politiche.

Senza una corretta interpretazione la storia non può essere redenta dai suoi numerosi peccati.

(Traduzione a cura di Nicola Migliorati e della redazione di InfoPal)

 

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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