Fonti di Gerusalemme: Israele attua altri piani coloniali a Silwan
Al-Quds (Gerusalemme) – InfoPal. Fonti di Gerusalemme hanno rivelato l’esistenza di un piano israeliano per confiscare alcune aree di Silwan, a sud della moschea di al-Aqsa, al fine di realizzare progetti coloniali e di ebraicizzazione.
In un comunicato diramato martedì 18 giugno, il centro informazioni di Wadi Hilwah ha reso noto che la municipalità di Gerusalemme, gestita dall’occupazione, sta cercando di trasformare 52 metri quadrati di terreno, nell’area di Wadi Rababa (Silwan), da un luogo aperto al pubblico in un cantiere per diversi progetti, tra cui quello dello scavo di un pozzo d’acqua artesiano, effettuato dalla società israeliana, Mekorot, e quello di una grande strada per veicoli.
Riportando la testimonianza di alcuni cittadini palestinesi, il centro ha riferito che l’occupazione impedisce agli abitanti di Wadi Rababa di attuare dei lavori di restauro o costruzione nei loro terreni, oltre a vietare loro di svolgere qualsiasi attività agricola, con il pretesto che l’area in questione è adibita a giardini pubblici, nonostante gli abitanti siano in possesso di documenti che attestano il loro legittimo status di proprietari.
Infine, il centro ha rivelato che all’inizio di quest’anno, le autorità israeliane hanno sradicato decine di dunum (1dunum=1000mq) di terreni agricoli, situati a Wadi Rababa. Ha aggiunto che da quella data, l’occupazione impedisce ai cittadini di riabilitare le strade che portano alle loro case.
Avrebbero “acquistato illegalmente le loro case”. Israele arresta 100 gerosolimitani
Al-Quds (Gerusalemme) – InfoPal. Nella mattinata di lunedì 17 giugno, le forze della polizia israeliana hanno arrestato circa 100 palestinesi dai villaggi di Beit Hanina e Shu’fat, nord-est di Gerusalemme, dopo aver assaltato le loro abitazioni.
Fonti locali hanno riferito che la polizia israeliana ha preso d’assalto un edificio a Shu’fat, arrestandone gli abitanti, e trasferendo loro al centro di detenzione di al-Maskoubia, con il pretesto che le loro case sono state acquistate illegalmente, e ha costretto loro al pagamento dell’imposta sulla compravendita. Le fonti hanno assicurato che il numero degli arrestati ha raggiunto i 100.
Dal canto suo, Bassam Abu Halil, uno dei residenti di un condominio assaltato a Beit Hanina, ha riferito che l’occupazione ha arrestato i residenti con il pretesto che i loro appartamenti sono privi di licenze, e i terreni sui quali sorgono sono illegali. Tuttavia, egli ha assicurato che i residenti, sia di Beit Hanina che di Shu’fat, hanno acquistato i loro appartamenti regolarmente.
Abu Halil ha rivelato che la polizia israeliana, del centro di al-Maskoubia, ha inflitto a ciascuno degli arrestati una multa che ammonta a 800 Shekel (225 dollari) in attesa di sottoporre loro al processo.
Hamas: Hezbollah ritiri i suoi combattenti dalla Siria
Il Cairo-Quds Press. Nella sua prima presa di posizione circa i recenti sviluppi sulla scena siriana, il movimento di resistenza islamico, Hamas, ha ribadito il proprio punto di vista a favore del “diritto, inalienabile, del popolo siriano di raggiungere le proprie aspirazioni alla libertà e dignità”. Ha aggiunto che lo stesso popolo “era da sempre fedele alla resistenza, e in prima linea nella lotta”.
Lunedì 17 giugno, in un comunicato pubblicato sulla propria pagina Facebook, dalla sua residenza al Cairo, il membro dell’ufficio politico di Hamas, Moussa Abu Marzouk, ha ribadito che il suo movimento “è solidale con il dolore e le ferite del popolo siriano”, tuttavia, egli ha aggiunto che “quella palestinese rimarrà la questione centrale della nazione araba e islamica, la cui missione fondamentale è quella di lottare contro l’occupazione sionista, ed è lì che la bussola della resistenza dovrà puntare, a prescindere dalle circostanze”.
Il movimento islamico ha esortato il partito libanese di Hezbollah a ritirare i propri combattenti dalla Siria, invitandolo a rivolgere le proprie armi “contro il nemico sionista”. Ha affermato che il coinvolgimento del partito libanese in Siria ha aumentato le tensioni settarie nella regione. Infine, Abu Marzouk ha invitato a mantenere unita la nazione, evitando ogni forma di polarizzazione settaria, religiosa o etnica.
Ministero Esteri di Gaza si congratula con Rohani
Gaza-InfoPal. Il governo palestinese di Gaza si è congratulato formalmente con Hassan Rohani, il nuovo presidente della Repubblica islamica dell’Iran.
Lunedì 17 giugno, il ministero degli Affari Esteri di Gaza ha inviato un messaggio di congratulazioni al Dott. Hassan Rohani, in occasione della sua elezione a presidente della Repubblica islamica dell’Iran, come successore di Mahmoud Ahmadinejad.
Il ministero palestinese ha auspicato che il mandato di Rohani “rappresenti il prosieguo del cammino di prosperità, progresso e sviluppo, intrapreso dalla Repubblica islamica dell’Iran, e rafforzi la resistenza dei popoli contro le forze oppressive e coloniali”. Il ministero ha anche elogiato la posizione dell’Iran, a sostegno della lotta del popolo palestinese e la sua giusta causa.
Nel messaggio si legge: “A nome del popolo palestinese, il ministero degli Esteri si congratula vivamente con la vostra personalità nobile, in occasione della vittoria alle elezioni presidenziali, e per aver ottenuto la fiducia del popolo iraniano”.
Il Grande Intrigo Turco
Di Vincenzo Maddaloni. Che Recep Tayyip Erdogan e il suo modello di Turchia fossero inclusi nell’elenco dei silurabili se n’era avuto sentore l’anno scorso, quando sul Middle East Quarterly apparve l’articolo di David Goldman. In esso si parlava di un imminente collasso del “miracolo economico” turco e lo si paragonava al crollo argentino del 2000 e a quello messicano del 1994, entrambi avvenuti dopo periodi di espansione economica. Goldman prevedeva che «la velocità e la magnitudo della battuta d’arresto» avrebbe potuto «facilmente erodere la capacità dell’AKP di governare con il pragmatismo piuttosto che con l’ideologia islamista»; sicché era ipotizzabile anche in Turchia un’esplosione religiosa che – prevedeva ancora Goldman – avrebbe impedito al premier Erdogan «di utilizzare gli incentivi economici per disinnescare il separatismo curdo, contenere l’opposizione interna e far conquistare alla Turchia un ruolo di primo piano in Medio Oriente». Insomma, ci sarebbero stati tutti i presupposti, lasciava intendere Goldman, perché nella Regione si scatenasse un’altra guerra.
Quello che Goldman non diceva era che il primo ministro Recep Tayyip Erdogan governava con un grande sostegno popolare raggiunto con il successo di un’economia che, viaggiando con ritmi cinesi, gli aveva permesso di vincere tre elezioni di fila. E così, forte del consenso delle masse, egli in dieci anni di continuo governo aveva potuto devitalizzare di molto il potere della vecchia guardia dei militari filo atlantici e laici, modificando così l’assetto degli equilibri politici sul Bosforo. Beninteso, pure la Turchia ha accusato i colpi della recessione, un rallentamento dell’economia turca c’è stato, ma non con la tragicità indicata da Goldman, poiché il tasso di crescita della Turchia previsto per il 2013 (tra il 4 e il 5 per cento) resta ancora alto rispetto agli standard europei.
Pertanto, fino a pochi mesi fa Erdogan era considerato un vincente, l’uomo che aveva tutte le credenziali per essere accreditato come il leader (musulmano), l’unico in grado di rasserenare quel clima d’incertezza politica che s’è creato con la “primavera araba” in tutto il Medio Oriente e non soltanto in esso. Sicché appare quanto mai strano che quella che era iniziata come una protesta contro l’abbattimento degli alberi di un parco – Gezi Parkı – adiacente a piazza Taksim, nel cuore della Istanbul moderna, sia rapidamente cresciuta fino a diventare una rivolta contro il governo del premier. Infatti, per più giorni la stampa internazionale ha raccontato le battaglie urbane di piazza Taksim, ha denunciato la dura repressione delle forze dell’ordine non soltanto ad Istanbul, ma anche nella capitale Ankara.
Naturalmente, il ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu aveva attaccato «certi circoli» dei media internazionali, che a suo giudizio sono impegnati a danneggiare l’immagine della Turchia. «Se facciamo un paragone», aveva detto il ministro alla tv privata Haber Turk, «il resoconto dei media internazionali sulle proteste di Piazza Taksim è molto diverso dalla realtà di ciò che accade». Anche l’agenzia di StatoAnadolu ha lanciato una campagna contro i media internazionali, per denunciare la copertura «diffamante» che si dava della protesta di Piazza Taksim. La campagna ha avuto la sua piattaforma principale su Twitter, dove molti messaggi con l’hashtag «YouCANTstopTurkishSuccess» hanno attaccato i media internazionali per il modo in cui hanno dato notizia delle proteste, come se si trattasse di una guerra civile o una rivolta in stile arabo. Campagne analoghe sono state lanciate con hashtag come «GoHomeLiarCNNbbcANDreuters» (“andate via Cnn, Bbc e Reuters bugiarde”) e «occupyLondon», che prendeva di mira il G8 che sarà ospitato dalla capitale britannica.
Tuttavia, prima di esprimere un giudizio, non andrebbe dimenticato che la Turchia ha ottantacinque milioni di abitanti a schiacciante maggioranza islamica, che è il secondo paese Nato per potenza militare e che ha un forte orgoglio nazionale, memore della storia imperiale ottomana. Insomma ha un “curriculum” degno di una nazione che aspira a un ruolo di leader in un’area delicata com’è il Medio Oriente, e che poteva avvalersi finora pochi mesi fa del forte sostegno degli Stati Uniti. Poi il rapporto è mutato. Il vertice del maggio scorso tra il presidente americano e il premier turco sulla Siria, ma soprattutto sugli scambi economici tra Stati Uniti e Turchia, ha dato risultati più ambigui di quanto sia emerso dall’ufficialità. Più che dalla guerra siriana, ora i sonni di Erdogan sono turbati dal rischio di un fiasco sul fronte economico che gli potrebbe essere in prospettiva fatale. Si tenga a mente che le sue vittorie travolgenti e quelle del partito islamico conservatore Akp si sono fondate in questo decennio sui successi economici (una crescita media dal 2002 a oggi del 5,2 per cento annuo), non sulla religione o sui progetti di ricostituire una sfera di influenza neo-ottomana, come molti commentatori lasciano intendere.
Sicché, pur di mantenere alta la crescita economica Erdogan ha aperto persino all’Iran. L’idea è chiara: offrire agli iraniani la licenza bancaria turca perché essi possano concludere le transazioni commerciali quando scatteranno le sanzioni internazionali contro la banca centrale iraniana, e inoltre perché essi possano con i proventi petroliferi finanziare le numerose società iraniane che operano in e dalla Turchia. Infatti non sono soltanto le grandi banche come la Tejarat Bank e la Pasargad Bank di Teheran a correre ad Istanbul, ma già più di duemila società commerciali persiane hanno aperto filiali in Turchia. Tant’è che sono diventati ormai moltitudine i turchi che sono partner commerciali e bancari degli iraniani. Stando così le cose non ci vuol molto a capire la nevrosi di Israele che da anni si inventa pretesti per coinvolgere gli Stati Uniti in una guerra contro gli Ayatollah.
Recep Tayyip Erdogan gliene ha offerti parecchi. Infatti, é Recep Tayyip Erdogan che chiede a viva voce il riconoscimento dello Stato palestinese. «Non è un’opzione, è un dovere», dichiara il primo ministro turco nel suo intervento alla Lega Araba durante il quale afferma che il contenzioso palestinese non è una questione da classificare come «ordinaria amministrazione» perché riguarda «la dignità dell’essere umano». E così, il 20 di settembre di due anni fa il presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) Abu Mazen poté presentarsi al Palazzo di Vetro, e richiedere il riconoscimento della Palestina come Stato indipendente, il 194° membro delle Nazioni Unite. E’ ancora Recep Tayyip Erdogan che lancia un messaggio a Israele tutt’altro che conciliante. Non ci sarà – avverte – nessuna normalizzazione tra la Turchia e lo Stato ebraico di Israele, se quest’ultimo non rispetterà le condizioni poste da Ankara e cioè le scuse per l’attacco alla flottiglia umanitaria, l’indennizzo delle vittime e la revoca dell’embargo su Gaza.
Se si pensa che ancora in anni recenti la marina israeliana e quella turca compivano le manovre congiunte sotto l’egida della Nato, si può capire l’ansia di Tel Aviv quando si era saputo che nei radar della flotta turca, le navi e gli aerei israeliani non erano più segnalati come «amici», ma come «ostili». Le scuse arriveranno soltanto nel marzo di quest’anno. E’ Benjamin Netanyahu a pronunciarle al telefono che gli aveva messo in mano Barack Obama. Il premier israeliano sapeva quello che doveva dire, sebbene né lui né Avigdor Lieberman (l’alleato politico e leader ultranazionalista) l’avrebbero mai voluto dire. Il primo ministro Recep Tayyip Erdogan ha ascoltato Netanyahu mentre si scusava «con il popolo turco per ogni errore che potrebbe aver causato la perdita di vite umane» e prometteva che i due Paesi avrebbero trovato un accordo per risarcire le vittime. All’aeroporto di Tel Aviv – così imponendo – il Presidente americano prima di risalire sull’Air Force One alla fine di una visita di tre giorni in Israele, si era accaparrato un risultato importante, poiché l’alleanza tra lo Stato ebraico e la Turchia (ne sono tuttora convinti i generali del Pentagono) andava ristabilita per poter affrontare la crisi siriana e la questione dell’atomica iraniana.
Facile da dire, difficile da attuare l’alleanza se si pensa che soltanto pochi giorni prima della famosa telefonata, Erdogan aveva definito il sionismo «un crimine contro l’umanità». Dopotutto sono le divergenze tra i due Stati che hanno spinto la banca d’affari e di investimenti Goldman Sachs a consigliare ai propri clienti di liberarsi in fretta di tutti i titoli della seconda più grande banca privata turca, la Garanti Bakasi. L’obiettivo s’era rivelato da subito non facile da raggiungere perché la Turchia – come detto – è al quinto posto, tra i grandi dell’economia mondiale. Pertanto, per rassicurare i suoi clienti più perplessi e incoraggiare quelli ancora indecisi si era ricorsi all’ “autorevole” David Goldman, il quale nell’ormai famoso articolo sul Middle East Quarterly aveva predetto il crollo economico della Turchia nel 2012, convincendo i clienti più dubbiosi, almeno così sostengono al Goldman Sachs Group.
Stando così le cose, ci vuole poco a capire perché gli spasmi di protagonismo di Erdogan abbiano cominciato ad irritare anche gli Stati Uniti. Persino lo sventolio della bandiera del secondo (per potenza) esercito della Nato pare li abbia infastiditi. E’ successo da quando qualcuno ha rinverdito la leggenda secondo la quale l’insegna sullo stendardo turco evoca il «riflesso della luna che occulta una stella», che apparve «nelle pozze di sangue dei cristiani sconfitti dopo la battaglia di Kosovo nel 1448». E’ la battaglia durante la quale gli Ottomani sconfissero le forze cristiane e stabilirono l’Impero ottomano con l’adozione della bandiera turca nell’Europa orientale fino alla fine del XIX secolo. La riscoperta della leggenda sarà pure una provocazione, ma di certo ha contribuito a raffreddare i rapporti con l’Occidente. Ne è una testimonianza l’incontro di Washington del 16 maggio scorso durante il quale Erdogan aveva chiesto a Obama che la Turchia non restasse fuori dalla Translatlantic Trade and Investment Partnership, il progetto di zona di libero scambio tra Europa e Stati Uniti. Ma il Presidente americano oggi più di quel giorno di maggio continua ad esitare, sebbene la sua esclusione potrebbe portare a una contrazione del 2,5% del Pil turco. Se ciò accadesse si confermerebbe il catastrofico scenario evocato da David Goldman.
Dopodiché il 27 maggio, undici giorni dopo l’incontro con Obama a Washington, sono cominciate le manifestazioni nel cuore di Istanbul con il prestesto di impedire l’abbattimento dei seicento alberi di Gezi Parkı per permettere l’ammodernamento di piazza Taksim pianificato da Governo. Con il passare dei giorni le proteste si sono allargate anche in altre città, in particolare nella capitale Ankara e a Smirne. L’escalation si è avuta il 31 maggio con la diffusione planetaria delle immagini delle cariche della polizia contro i manifestanti, con il massiccio uso dei lacrimogeni e dei cannoni ad acqua. Tra i tanti messaggi di condanna c’è anche quello del Parlamento Ue nel quale si esprime preoccupazione per «l’uso sproporzionato ed eccessivo della forza» da parte della polizia turca e si deplorano «le reazioni del governo turco e del primo ministro Erdogan». Nel comunicato infatti si accusa, come mai era accaduto prima, lo stesso premier di acuire la polarizzazione della situazione. Per completare il quadro sarebbe interessante conoscere le intenzioni di Mark Patterson, il lobbista della Goldman Sachs che è alla testa dello staff del segretario del Tesoro Jacob Joseph Lew.
Si tenga a mente che molti sono gli ex funzionari della Goldman Sachs presenti nella amministrazione di Barack Obama, sebbene nella campagna presidenziale egli avesse promesso che l’influenza dei lobbisti nella sua amministrazione sarebbe stata ridimensionata. Lo U.S. News & World Report ne fornisce un lungo elenco. Sicché tutto lascia pensare che Erdogan rischi davvero di soccombere, e con lui il suo modello turco. Chissà se hanno già individuato il sostituto. Bisognerebbe chiederlo alla Goldman Sachs.
Vincenzo Maddaloni, giornalista, ha una lunga esperienza d’inviato all’estero. Il suo sito personale è www.vincenzomaddaloni.it.
Tutto ciò che si prende al mare, il mare poi se lo riprende
Gaza – Pchr. Majed Fadel Hassan Baker, 53 anni, è un pescatore della Striscia di Gaza da quando aveva 10 anni, ed è pertanto un testimone diretto del brusco declino dell’industria ittica di Gaza degli ultimi anni. La sua pelle, segnata dalle intemperie, dimostra i lunghi anni passati all’aperto.
Fare il pescatore nella Striscia di Gaza è una delle professioni più pericolose al mondo: non per condizioni atmosferiche avverse o per grandi profondità marine. Il pericolo maggiore consiste nelle cannoniere israeliane.
Il blocco della Striscia di Gaza è in corso dai primi anni Novanta, ma si è aggravato considerevolmente dal 2007, e i pescatori di Gaza, nella strenua lotta per la sopravvivenza delle loro famiglie nel trambusto economico dovuto al blocco israeliano, vengono spesso attaccati, molestati, e sono soggetti ad atti di violenza e vandalismo casuate contro le loro imbarcazioni. Anche la prigionia li preoccupa, pur se attenti ai limiti per la pesca decisi da Israele. I militari israeliani sono soliti distruggere le loro imbarcazioni, e, in questo modo, distruggono le loro famiglie, strettamente dipendenti, nel loro sostentamento, dalla pesca in quanto unica fonte di reddito.
Dopo l’offensiva israeliana del novembre 2012, denominata in codice Colonna di nuvole, uno dei termini del cessate il fuoco stabilito dall’Egitto riguardava l’estensione dei limiti per la pesca dalle 3 alle 6 miglia nautiche. Ma nel marzo 2013 Israele ha riportato il limite alle 3 miglia, e, incurante dei limiti stabiliti, continua ad attaccare i pescherecci con il pretesto che si trovano troppo vicini al limite consentito. “Se ti avvicini troppo al limite, ti sparano”, spiega Majed. A volte anche i pescherecci più evidentemente all’interno del limite vengono attaccati. Costretti dalla questione dei limiti fluttuanti, i pescatori rischiano quotidianamente di essere feriti, o uccisi, per poter sopravvivere.
Nell’ottobre 2012 Majed perse la sua imbarcazione mentre si trovava a pesca, in mare aperto. “È difficile trovare del pesce all’interno dei limiti. Il pesce si avvicina alla costa solo quando deve deporre le uova. Prima del blocco si poteva pescare entro le 12 miglia nautiche, e ogni giorno si ottenevano tra i 30 e i 50 chili di pescato. Ora con ciò che pesco non riesco a coprire le spese di carburante per il generatore o a pagare le spese di manutenzione dei pannelli solari. La maggior parte del mio equipaggiamento è adatto alla pesca di altura: entro le 3 miglia è inadatto e inutile”.
“Lo scorso ottobre stavo pescando con due dei miei figli, entro il limite imposto. Senza preavviso venimmo attaccati dalle cannoniere israeliane. Colpirono e distrussero il generatore, dopo di che ci dissero che avevamo oltrepassato il limite”. Majed sottolinea invece che loro si trovavano all’interno del limite, e che le forze israeliane hanno sferrato l’attacco senza alcun preavvertimento.
L’aggressione a Majed e al suo equipaggio non è terminata con la distruzione del motore: “I militari ci hanno fatto spogliare, chiedendoci di raggiungere a nuoto la loro cannoniera. Ci hanno quindi legato polsi e caviglie, ci hanno bendati e legati all’imbarcazione”. Dopo di che sono stati portati in Israele, il peschereccio a rimorchio della cannoniera. Dopo diverse ore di detenzione l’equipaggio è stato rilasciato al posto di blocco di Beit Hanoun (Eretz), da dove ha potuto rientrare nella Striscia di Gaza.
“Ora mi chiedono di pagare le spese di trasporto della mia barca a Gaza. Ho già un debito di 5000 dollari per i pannelli solari e il motore (molti pescatori a Gaza utilizzano i pannelli solari, per accumulare energia durante il giorno e illuminare il mare di notte, nella speranza di attrarre i pesci). Se non pago per avere indietro la barca me ne dovrò comprare un’altra. Ma non ho denaro, come faccio a pagare? Mi rifiuto di pagare. Sono loro ad aver causato i danni. Sono loro che ci hanno sparato senza preavviso e hanno preso la mia barca. Perché dovrei pagare io per ciò che hanno fatto? Non hanno diritto di chiedere dei soldi”.
Comprare una barca nuova o riavere la barca indietro e riparare il motore verrebbe a costare la stessa cifra. In ogni caso, Majed non può permettersi nessuna scelta. “C’è un detto, a Gaza: ‘Tutto ciò che si prende al mare, il mare poi se lo riprende’. L’unica possibilità che ora ho di guadagnare del denaro è se un amico mi permette di pescare con lui sulla sua barca: ma, dato che entro i limiti imposti di pesce se ne trova poco, ciò non basterebbe. Devo pensare al sostentamento di 14 persone della mia famiglia. Come farò”?
Dall’aprile 2012 al febbraio 2013 il Pchr ha documentato 7 casi di tentato addebito, da parte dei funzionari israeliani, ai pescatori, dei costi di trasporto delle loro imbarcazioni confiscate verso Gaza. L’8 ottobre 2013, un giorno dopo l’incidente, il Pchr ha sporto diversi reclami contro questa forma di estorsione, richiedendo indagini serie e la restituzione dei pescherecci. A questi reclami è stato risposto che i funzionari israeliani stanno attuando indagini serie. Lo scorso maggio il Pchr ha ricevuto una risposta dalla procura israeliana nella quale si afferma che Israele è disponibile a restituire le 7 imbarcazioni, compresa quella di Majed.
Le condizioni richiedono che il proprietario firmi una dichiarazione in cui si impegna a non superare i limiti stabiliti per la pesca. Si dichiara inoltre che il trasporto verrà affidato a una compagnia terza, così le spese devono essere affrontate dai pescatori stessi. Le barche, inoltre, verranno restituite così com’erano al momento della confisca, ma senza il motore, poiché Israele impone il limite di 25 cavalli di potenza, e una potenza superiore è considerata illegale. Al momento tutti i pescatori hanno rifiutato tali condizioni, in quanto le spese di trasporto sommate alle spese per un nuovo motore ammontano in genere a un prezzo superiore a quello di una barca nuova.
Chiediamo a Majed come si sia sentito dopo l’incidente: i suoi occhi si inumidiscono. “Ero… sono depresso. La pesca è la mia vita, non so fare altro. Non ho un’istruzione né altre conoscenze. Pesco dall’età di 10 anni. Ora sono povero, non riesco a trovare un altro lavoro. Se il blocco continua e se Israele continua ad agire in maniera così aggressiva, per me non c’è futuro, e non ce ne sarà per l’industria ittica di Gaza. Vorrei chiedere a Israele: ‘Perché la Palestina? Rivogliamo la nostra libertà e la nostra dignità. Perché ci impedite di fare ciò che amiamo”?
Majed spiega che la trappola di povertà in cui si trovano i pescatori riflette un’assenza di prospettive per le nuove generazioni: “Non c’è pesce a sufficienza e non abbiamo denaro per pagare degli operai, così dobbiamo ritirare i nostri figli da scuola affinché ci aiutino a pescare un po’ di più. Ciò vuol dire che è loro preclusa un’istruzione, e che da grandi non troveranno un buon lavoro”.
Gli attacchi israeliani contro i pescatori della Striscia di Gaza, che non costituiscono una minaccia per la sicurezza delle forze navali israeliane, costituiscono un’evidente violazione del diritto umanitario internazionale e dei diritti umani. La zona preclusa alla pesca, mantenuta per mezzo di attacchi e arresti arbitrari, costituisce strumento di punizione collettiva, proibito dall’articolo 33 della Quarta convenzione di Ginevra. Il diritto al lavoro in condizioni giuste e favorevoli è garantito dall’articolo 23 della Dichiarazione universale dei diritti umani e dagli articoli 6 e 7 del Patto sui diritti economici, sociali e culturali (Icescr). Inoltre, l’articolo 11 dell’Icescr riconosce “il diritto di ognuno a un adeguato standard di vita per se stesso e per la sua famiglia, che comprenda cibo, vestiario e abitazione adeguati, e il continuo miglioramento delle condizioni di vita”.
Traduzione per InfoPal a cura di Stefano Di Felice
Dati statistici: Cisgiordania, 118 arresti e convocazioni a giugno
Ramallah-InfoPal. Dati statistici rivelano che dall’inizio di giugno, i servizi di sicurezza dell’Autorità palestinese (Anp) hanno arrestato e convocato, presso le loro sedi, più di 118 cittadini.
Secondo quanto riferito dal Comitato delle famiglie dei prigionieri politici in Cisgiordania, nelle ultime due settimane, i servizi di sicurezza dell’Anp hanno effettuato 55 arresti e emesso più di 63 avvisi di comparizione presso le loro sedi, contro i cittadini palestinesi nelle diverse città della Cisgiordania.
I dati, pubblicati sabato 15 giugno, rivelano che i servizi di sicurezza dell’Anp hanno concentrato i loro arresti, con frequenza quasi quotidiana, sugli ex prigionieri, gli studenti universitari e le famiglie delle vittime (cadute durante le aggressioni israeliane), e dei detenuti nelle carceri dell’occupazione, oltre ad alcuni membri del movimento di resistenza islamico, Hamas. I dati in questione dimostrano che dall’inizio di giugno, 33 ex prigionieri, cinque parenti delle vittime e 17 studenti delle varie università in Cisgiordania sono stati arrestati.
Il comitato ha richiamato l’attenzione sul fatto che “dall’ultimo incontro di riconciliazione palestinese, tenuto alla fine di maggio, al Cairo, il ritmo degli arresti e degli avvisi di comparizione è aumentato”.
In un contesto correlato, diversi gruppi giovanili hanno lanciato una campagna mediatica di massa, intitolata “Me ne frego” allo scopo di affrontare l’escalation degli arresti a sfondo politico in Cisgiordania. I gruppi hanno esortato gli studenti, e i cittadini palestinesi in generale, ad ignorare gli avvisi di comparizione (presso le sedi dell’Anp), in quanto tali avvisi “rappresentano una palese violazione delle libertà, e una reale minaccia per tutti i presunti sforzi di riconciliazione”.
Primo trimestre 2013, la costruzione negli insediamenti cresce del 117%
An-Nasira (Nazareth)–InfoPal. Il tasso d’espansione negli insediamenti della Cisgiordania è aumentato del 117 per cento nel primo trimestre del 2013, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Lo rivelano i dati pubblicati dai media israeliani.
In un rapporto pubblicato sabato 15 giugno sul proprio sito web, il quotidiano ebraico Haaretz ha rivelato che nel primo trimestre del 2013, è stata avviata la costruzione di 865 nuove unità abitative negli insediamenti, con un aumento del 355 per cento rispetto all’ultimo trimestre del 2012.
Il quotidiano ha sottolineato che nonostante i coloni rappresentino solo il 4% della popolazione israeliana, ogni cento nuove unità abitative costruite nello Stato ebraico, 8.5 sorgono negli insediamenti.
Il quotidiano ha aggiunto che parallelamente al calo dei lavori di costruzione nei territori del 48 (Israele), quelle negli insediamenti della Cisgiordania occupata sono in aumento. ”Vi è una chiara intenzione di incrementare notevolmente il numero dei coloni nel breve periodo. Ciò assicurerà il fallimento di qualsiasi tentativo di dividere il paese. . se il governo estremista di Netanyahu, Bennet e Lapid non dovesse intervenire per porre fine all’espansione degli insediamenti, la soluzione dei due Stati svanirà, così come lo Stato ebraico democratico e il sogno sionista. Inoltre, Israele sprofonderà, andando verso il suicidio”, ha concluso il quotidiano.
La scorsa settimana, il movimento israeliano, Peace Now, aveva pubblicato dati simili a quelli di Haaretz, sottolineando il ruolo del governo di Netanyahu nella crescita degli insediamenti.
Unrwa: palestinesi in Siria sull’orlo della catastrofe
Amman-Pal.info. Domenica 16 giugno, il commissario generale dell’Unrwa, Filippo Grandi, ha affermato che i profughi palestinesi in Siria sono sull’orlo della catastrofe, rivelando che il loro numero in Giordania è in aumento.
In una conferenza stampa tenuta ad Amman, con la presenza del direttore delle operazioni Unrwa in Siria, Michael Kingsley, Grandi ha affermato che l’intera comunità dei profughi palestinesi in Siria è minacciata, si trova sull’orlo di un disastro e vive costantemente nel terrore e nell’ansia.
Ha aggiunto che i profughi palestinesi in Siria non hanno più alcun posto dove vivere, e non intravedono un futuro chiaro, sottolineando che la perdita dei campi profughi palestinesi in Siria provocherà una sofferenza per tutti.
Grandi ha sottolineato il calo significativo del numero dei profughi palestinesi in Siria, oltre al deterioramento delle loro condizioni di vita. Ha dichiarato che i palestinesi vivono sotto una costante minaccia, facendo riferimento ai casi di rapimento, divenuti una costanza in Siria.
Il funzionario dell’Unrwa ha spiegato che dai 12 campi profughi palestinesi in Siria, sette sono diventati teatro di battaglia, aggiungendo che più della metà dei profughi palestinesi (350 mila), ha abbandonato le propria casa, molti di loro si sono diretti in Libano, mentre sette mila hanno trovato rifugio in Giordania.
Grandi ha sottolineato che la situazione dei profughi palestinesi in Siria fa parte di un grande problema che coinvolge tutti i siriani. Ha espresso preoccupazione per il futuro dei profughi palestinesi, in particolare, e della regione in generale, sollecitando le parti coinvolte nel conflitto siriano a rispettare la neutralità dei campi profughi.
Il commissario generale dell’Unrwa ha affermato di aver avviato un dialogo con il ministro degli Esteri giordano, Nasser Judeh, per trovare una soluzione al problema dei profughi palestinesi fuggiti in Giordania.
Grandi ha rivelato che la metà di questi nuovi rifugiati sono iscritti nei registri dell’Unrwa in Giordania, e ciò significa che essi sono tornati nella loro area d’origine. Sempre per quanto riguarda i palestinesi arrivati recentemente dalla Siria, Grandi ha rivelato che l’aumento del loro numero in Giordania suscita molti timori, in virtù del fatto che in molte regioni, essi sono visti come una minaccia per la sicurezza.
Infine, Grandi ha lanciato un appello urgente alla comunità internazionale, per fornire un sostegno finanziario all’Unrwa, indispensabile perché essa svolga i propri doveri verso i rifugiati palestinesi, sottolineando che nel 2013, il deficit di bilancio dell’agenzia ha raggiunto i 68 milioni dollari.
Ocha: 2300 gerosolimitani minacciati di sfollamento
Ramallah-InfoPal.Un rapporto internazionale ha rivelato un crescendo di casi di sfollamento tra la popolazione palestinese di Gerusalemme, a causa della politica di demolizioni attuata dall’occupazione nella città, e nella parte est in particolare.
In un rapporto pubblicato domenica 16 giugno, l’Ocha, (coordinatore Onu per gli Affari umanitari) ha rivelato che attualmente, quasi 2.300 gerosolimitani sono minacciati di sfollamento, sottolineando che un terzo dei quali è rappresentato da bambini.
L’Ocha ha spiegato che i palestinesi in questione risiedono a Gerusalemme Est, aggiungendo che l’occupazione ha avvisato loro dell’imminente demolizione delle loro case.
Ha aggiunto che si tratta della comunità beduina palestinese, che nel biennio, 2008 – 2009, ha visto lo sfollamento di 4 mila persone per mano di Israele, con il pretesto della mancanza di permessi per costruzione.
L’Ocha ha riferito che le popolazioni minacciate risiedono nell’Area “C”, una delle zone più vulnerabili della Cisgiordania, dove la sicurezza alimentare non è garantita al 43% della popolazione.
Anp e Tel Aviv riprendono la cooperazione economica
Ramallah-InfoPal. Al termine di un incontro tenuto a Gerusalemme, il ministro delle finanze di Ramallah e il suo omologo israeliano hanno deciso di riprendere la cooperazione economica tra Tel Aviv e l’Autorità palestinese (Anp).
Shukri Bishara, ministro delle Finanze di Ramallah, ha incontrato Yair Lapid, suo omologo israeliano, nell’ufficio di quest’ultimo, a Gerusalemme.
I due ministri hanno deciso di riprendere la cooperazione economica, sviluppare gli investimenti congiunti e accrescere il volume degli scambi commerciali tra Israele e l’Anp.
A termine della riunione, Lapid ha dichiarato che la cooperazione è nell’interesse di entrambe le parti.
Capo dell’intelligence sionista: il caos nel mondo arabo favorisce Israele
Memo. Il capo dell’intelligence militare israeliana, il generale Aviv Kochav, ha affermato che il caos nel mondo arabo favorisce Israele ed è una cosa che, a suo avviso, dovrebbe continuare.
Durante un suo intervento alla conferenza di Herzliya per gli Studi dei servizi segreti, il Gen. Kochav ha sottolineato che i cambiamenti intorno a Israele hanno implicazioni fondamentali per la sicurezza del paese stesso.
Sul sito del ministero della Difesa viene citata la seguente affermazione del Gen Kochav: “Gli attuali disordini continueranno a cambiare il volto del Medio Oriente”. “I disordini sono ogni giorno sempre più violenti e produrranno un vuoto che sarà riempito da elementi politici, islamisti e jihadisti”.
Il capo dell’intelligence ha affermato che l’ascesa degli islamisti avrà anche un impatto significativo sulla mappa delle alleanze in Medio Oriente, ed ha aggiunto: “In passato abbiamo diviso la regione nel blocco radicale e nel blocco moderato, oggi questi due blocchi sono scomparsi”.
Traduzione a cura di Danila Fontana
Eletto il nuovo presidente iraniano
Il 15 giugno 2013 Hassan Rohani, 64 anni, è diventato il 7° presidente (eletto; 11° se si contano tre provvisori) della Repubblica islamica dell’Iran.
Rohani ha conquistato al primo turno il 50,7 per cento dei voti (18,6 milioni), precedendo il sindaco di Teheran Mohammad Baqer Qalibaf.
Scheda biografica. Rohani nacque a Sorkheh, nella provincia di Semnan, il 13 novembre del 1948, da una famiglia religiosa.
Nel 1972 si laureò in Legge all’Università di Tehran, e successivamente ottenne un Master e un PhD alla Glasgow Caledonian University.
In gioventù prese parte alle lotte politiche contro lo Shah.
Dopo la Rivoluzione islamica del 1979, Rohani fu eletto al Parlamento per cinque mandati consecutivi, fino al 2000, e ricoprì cariche importanti: vice-presidente del Majlis (Consiglio) e capo dei Comitati di Difesa e Politica estera. Ha rappresentato il leader della Rivoluzione islamica, l’ayatollah Seyyed Ali Khamenei al Consiglio Supremo della Sicurezza nazionale, e ha ricoperto altre cariche importanti e strategiche.
Durante la guerra con l’Iraq (1980-1988) fu comandante dell’aviazione militare iraniana.
Rohani parla fluentemente inglese, arabo e persiano. Ha scritto oltre un centinaio di libri e articoli.
E’ stato negoziatore nucleare iraniano negli anni 2003-2005.
Nella campagna elettorale Rohani ha rappresentato riformisti e i moderati – l’altro candidato riformista, Mohammed Reza Aref, si era ritirato su invito dell’ex presidente Mohammad Khatami.
“Dei sei candidati, Rohani era considerato l’unico veramente progressista – si legge nel sito di RT -, intenzionato a liberare i prigionieri politici e a riprendere le relazioni con l’Occidente”.
Altre info:
Mohammed ‘Amara: nel 2050, la Russia governata dai musulmani
Il Cairo-Quds Press. ”I dati demografici dimostrano che nel 2050, la Russia sarà governata dai musulmani, come fu dominata dai Tartari in passato”. Lo ha predetto Mohammed ’Amara, membro del Consiglio fiduciario della Federazione mondiale degli studiosi islamici.
L’ufficio stampa della federazione ha riportato le dichiarazioni di ‘Amara, in cui afferma: “La Turchia è incinta di uno stato europeo, e l’Europa è incinta di uno stato islamico, dunque il futuro è per l’Islam”.
Dopo l’indipendenza di quindici repubbliche che formavano l’ex Unione Sovietica, attualmente, in Russia vivono circa 20 milioni di musulmani, di cui più di un milione solo nella capitale, Mosca.
I musulmani della Russia affrontano diversi problemi, tra cui la mancata restituzione di alcune moschee. Prima della Rivoluzione d’ottobre, nel 1917, il numero delle moschee in Russia ammontava a più di 14 mila, distribuite in diverse regioni. Da quella data, il loro numero è sceso, arrivando a sole 80.
Un altro problema affrontato dai musulmani in Russia è la mancanza di un numero sufficiente di studiosi e predicatori islamici istruiti.
Grandi sforzi sono stati compiuti per la ricostruzione delle moschee in Russia. Oggi, il loro numero è salito a quattro mila, e sono distribuite in tutte le regioni della federazione.
Mesha’al e Haniyah raggiungono il Cairo
Il Cairo-Pal.info. Il membro dell’ufficio politico di Hamas, Izzat al-Rishq, ha annunciato che Khaled Mesha’al ha raggiunto il Cairo, in una visita ufficiale a capo di una delegazione dell’Ufficio politico.
Al-Rishq ha riferito che “la leadership di Hamas incontrerà la controparte egiziana, a margine di un tour che comprenderà diverse capitali arabe e islamiche”.
Ha sottolineato che la delegazione di Hamas discuterà gli sviluppi sul versante della questione palestinese e la situazione attuale sulla scena araba.
In un contesto correlato, venerdì 14 giugno, il primo ministro palestinese, Ismail Haniyah, ha raggiunto il valico di Rafah, inaugurando una visita di alcuni giorni nella Repubblica araba d’Egitto.
Nel suo sermone del venerdì, tenuto presso la moschea di al-Huda, di Rafah, il premier di Gaza ha negato il coinvolgimento di Hamas negli avvenimenti in corso, sia in Egitto che in Siria.
Haniyah ha ribadito che nessun combattente di Hamas è presente in Siria, ha anche smentito le voci di spaccature all’interno del movimento islamico sullo sfondo della questione siriana.
Nei giorni scorsi, alcuni rapporti stampa hanno affermato che all’interno del movimento islamico vi sono due linee contrapposte, la prima sostiene il regime siriano, mentre l’altra si oppone ad esso. Altre notizie parlavano di rapporti tesi con l’Egitto, e confermavano la presenza di combattenti di Hamas in Siria.
Al-Rishq: arresti a sfondo politico avvelenano clima di riconciliazione
Beirut-Quds Press. Il membro dell’ufficio politico di Hamas, Izzat al-Rishq, ha affermato che i continui arresti e convocazioni a sfondo politico dei sostenitori del suo movimento in Cisgiordania “avvelenano il clima positivo, indispensabile per completare la riconciliazione”.
In alcune dichiarazioni esclusive, rilasciate a Quds Press venerdì 14 giugno, al-Rishq ha considerato che il protrarsi di tali comportamenti conferma che “reprimere, arrestare, limitare le libertà e imbavagliare le voci, sono tutti elementi che non aiutano, affatto, a raggiungere la riconciliazione e svolgere le elezioni in Cisgiordania, che necessitano di un clima di libertà, garantito a tutte le parti”.
Ha dichiarato: “Respingiamo la politica di arresti e convocazioni per via dell’appartenenza politica. Siamo a fianco dei giovani della Cisgiordania contro tali comportamenti. I nostri costumi e tradizioni palestinesi sono contrari a tali politiche aberranti, che rafforzano lo stato di divisione e disgregano la coesione sociale”.
Al-Rishq ha citato l’esempio dell’attivista palestinese Islam Abu Aoun, che si oppone agli arresti politici e si rifiuta di recarsi nella sede dell’intelligence di Jenin. Sulla propria pagina Facebook, l’attivista ha scritto:”Mi oppongo agli arresti e alle convocazioni a sfondo politico, non per paura, Dio non voglia, ma perché ci tengo alle lacrime di mia madre, sparse da vent’anni per i continui arresti di mio padre*. Perché lei ha pianto durante la mia detenzione, durata dieci mesi nelle carceri dell’occupazione e due in quelli dell’Anp. E perché la mia famiglia non ha nessuno che la sostenga, in assenza di mio padre”.
Al-Rishq ha rinnovato il proprio sostegno ai giovani dell’Università di al-Najah, che si sono opposti alle convocazioni a sfondo politico, elogiando Islam Abu Aoun, Samir Abu Shu’aib, Abdullah Bani ‘Auda e Marwan al-Aqra’.
*(Nazih Abu Aoun, leader di Hamas, arrestato più volte da Israele, in detenzione amministrativa dal 2011. Ha passato 15 anni, non consecutivi, nelle carceri israeliane).
Presidenza egiziana: nostri cittadini liberi di combattere in Siria
Il Cairo-Quds Press. I cittadini egiziani intenzionati a recarsi in Siria, per unirsi ai combattenti dell’opposizione contro Bashar al-Assad, sono liberi di farlo. Al loro ritorno non verranno sottoposti ad alcun processo. Lo ha reso noto la presidenza egiziana in un comunicato stampa diramato venerdì 14 giugno.
Nel comunicato, Khaled al-Qazzaz, segretario del presidente egiziano per gli Affari esteri, ha ribadito che dopo la rivoluzione del 25 gennaio, la libertà di viaggio è un diritto di tutti gli egiziani, sottolineando che il governo egiziano non punisce più i suoi cittadini per quello che fanno in altri paesi. “La presidenza non ritiene che la presenza di egiziani in Siria costituisca una minaccia per la sicurezza nazionale egiziana”, ha aggiunto.
Molti giovani egiziani si sono già recati in Siria per unirsi ai ribelli. Le notizie del loro arrivo, e della morte di alcuni di loro, sono circolate sul web. Alcuni studiosi, come Shaykh Hafez Salama, che guidò la resistenza contro l’esercito israeliano nella città di Suez, nel 1973, ha confermato che alcuni giovani egiziani si trovano a fianco dei ribelli in Siria. Dal canto suo, il predicatore, Safwat Hijazi, ha sottolineato che “la Federazione degli studiosi della nazione provvederà all’invio di una brigata in Siria, per combattere contro al-Assad, e sostenere il popolo siriano”.
Giovedì 13 giugno, nel comunicato conclusivo della conferenza “la posizione degli studiosi della nazione islamica rispetto alla questione siriana”, tenutasi al Cairo, i partecipanti hanno ribadito che sostenere la Siria con la propria presenza, denaro o armi “rappresenta un jihad obbligatorio”. Hanno aggiunto: “L’aiuto che Hezbollah, Iran, Russia e Cina stanno fornendo al presidente siriano è una dichiarazione di guerra contro l’Islam e i musulmani”. Infine, essi hanno esortato i governanti arabi e le organizzazioni per i diritti umani a boicottare le merci, le aziende, le fabbriche e interrompere qualsiasi rapporto politico con l’Iran, la Russia, la Cina e tutti i paesi che sostengono il regime di Bashar al-Assad.
Città di Dora circondata dalle forze israeliane
Al-Khalil (Hebron)–Pal.info e InfoPal. La scorsa notte, le autorità di occupazione hanno imposto un cordone militare intorno alla città di Dora e i villaggi circostanti, per ricercare alcuni palestinesi che avrebbero aperto il fuoco contro un veicolo militare israeliano, nei pressi della colonia di Najhout, costruita a sud della città.
Fonti palestinesi hanno riferito che la situazione a Dora è estremamente tesa, aggiungendo che le pattuglie militari israeliane hanno passato al setaccio le strade, mentre in gran parte della città è stato imposto il coprifuoco. Hanno anche riferito che gli ingressi di tutti i villaggi circostanti sono stati bloccati dalle transenne, e le forze israeliane hanno impedito ai cittadini di accedere alle strade principali.
Le forze di occupazione avrebbero arrestato alcuni giovani palestinesi, nelle vicinanze del campo profughi di al-Fawwar e il villaggio di Beit Awwa.
Gli israeliani hanno informato l’Autorità palestinese (Anp) del coprifuoco imposto nella città di Dora, nella quale non c’era traccia degli apparati di sicurezza palestinesi, che hanno mantenuto solo alcuni agenti a bordo di auto civili, per osservare da vicino gli avvenimenti.
Rapporto settimanale del Pchr sulle violazioni israeliane nei TO
Gaza – Pchr. Le forze israeliane continuano gli attacchi sistematici contro i civili palestinesi e le loro proprietà nei Territori palestinesi occupati
Le forze israeliane hanno continuato ad aprire il fuoco sui civili palestinesi nelle zone di confine della Striscia di Gaza.
- Un lavoratore palestinese è stato ferito a est di Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza.
- 5 civili palestinesi, tra i quali un bambino, sono stati feriti durante un’incursione israeliana al campo per rifugiati di al-Far’ah, a sud di Tubas.
Le forze israeliane hanno continuato a fare uso eccessivo della forza contro i manifestanti pacifici in Cisgiordania.
- Un manifestante è stato ferito durante una protesta pacifica nel villaggio di Bil’in, a ovest di Ramallah.
Le forze israeliane hanno condotto 67 incursioni nelle comunità palestinesi della Cisgiordania e due incursioni limitate nella Striscia di Gaza.
- 51 civili palestinesi, tra i quali tre bambini, sono stati arrestati.
- Tra gli arrestati c’è Abdul Jaber Foquaha’, membro del Consilio Legislativo Palestinese (Blocco per il Cambiamento e le Riforme)
Israele ha continuato ad imporre una chiusura totale sui Territori occupati e ad isolare la Striscia di Gaza dal resto del mondo.
- Le forze israeliane hanno installato decine di check-point in Cisgiordania.
- 7 civili palestinesi, tra i quali tre bambini, sono stati arrestati presso i check-point della Cisgiordania.
- Uno degli arrestati ha 12 anni.
Le forze marittime israeliane hanno continuato a prendere di mira i pescatori palestinesi nel mare della Striscia di Gaza.
- Le forze israeliane hanno aperto il fuoco sulle barche da pesca palestinesi nel nord della Striscia di Gaza. Non sono stati riportati feriti.
- 2 pescatori sono stati arrestati e una barca da pesca è stata confiscata.
Le forze israeliane hanno contiuato a supportare le attività degli insediamenti in Cisgiordania e i coloni israeliani hanno continuato ad attaccare i civili palestinesi e le loro proprietà.
- A Betlemme è stato demolito un parasole agricolo e una strada agricola è stata chiusa.
- Nel villaggio orientale di Barta’a a Jenin sono state demolite una casa e una baracca.
- A sud di Hebron le forze israeliane hanno continuato a perseguitare i fattori e i pastori palestinesi.
- I coloni hanno continuato i loro attacchi sistematici contro i civili palestinesi e le loro proprietà.
Riassunto
Tra il 5 e il 12 giugno 2013, periodo oggetto di questo rapporto, nei Territori palestinesi sono continuate le violazioni israeliane del diritto internazionale e del diritto umanitario internazionale.
Sparatorie:
Durante il periodo oggetto del rapporto, le forze israeliane hanno ferito sette civili palestinesi, tra i quali un bambino. Sei civili sono stati feriti in Cisgiordania, il settimo nella Striscia di Gaza. Cinque di loro sono stati feriti durante un’incursione palestinese al campo per rifugiati di al-Far’ah, a sud di Tubas.
In Cisgiordania, le forze israeliane hanno continuato l’uso sistematico e smisurato di forza contro le proteste pacifiche organizzate da palestinesi, israeliani e attivisti internazionali contro la costruzione del Muro e contro le attività di colonizzazione in Cisgiordania. A seguito di ciò, Amr Hesham Bernat, 25 anni, è stato ferito durante una protesta pacifica nel villaggio di Bil’in, a ovest di Ramallah, il 7 giugno 2013. Inoltre, decine di persone hanno riportato disturbi da inalazione di gas lacrimogeno, mentre altri hanno riportato ematomi.
Il 12 giugno 2013, cinque civili, tra i quali un bambino, hanno riportato ferite da proiettile quando le forze israeliane si sono mosse nel campo per rifugiati di Far’ah, a sud di Tubas.
Nella Striscia di Gaza, il 10 giugno 2013, le forze israeliane hanno stazionato sulle torri dell’orologio lungo la barriera di confine, a est di Khan Yunis nel sud della Striscia di Gaza ,e hanno aperto il fuoco su tre fratelli che stavano lavorando come raccoglitori di ghiaia a 80 metri di distanza dalla barriera di confine. Come risultato, Amer Mazen Abu Hadayed, 20 anni, è stato ferito e portato all’ospedale European Gaza a Khan Yunis.
Le forze marittime israeliane hanno continuato a perseguitare i pescatori palestinesi nel mare di Gaza. Il 5, 6 e 8 giugno 2013, le forze israeliane hanno aperto il fuoco sulle barche da pesca palestinesi che stavano navigando all’interno del limite delle 6 miglia nautiche imposto da Israele, al largo del villaggio di Waha nel nord della Striscia di Gaza. Non sono stati riportati feriti. Tuttavia, una barca da pesca di proprietà di Taha Sa’dAllah, 30 anni, ha riportato dei danni, e due reti da pesca sono state strappate dalle forze marittime israeliane.
Nello stesso contesto, il 7 giugno 2013, le forze marittime israeliane hanno arrestato 2 pescatori dalla Striscia di Gaza centrale, hanno confiscato le loro barche e li hanno rilasciati poco dopo al valico di Beit Hanoun (Erez).
Traduzione per InfoPal a cura di Elisa Proserpio
La battaglia per Gerusalemme
Memo. Gerusalemme, oltre a essere una delle città più antiche al mondo, è anche una delle più sacre, famoso luogo di culto per la religione cristiana, ebraica e musulmana. A causa del suo grande significato storico e religioso per le tre religioni abramitiche, Gerusalemme è diventata uno dei punti focali del conflitto arabo-israeliano. Sebbene Israele la dichiari sua capitale, la città non viene ritenuta tale a livello internazionale; infatti, tutte le sedi delle ambasciate estere si trovano a Tel Aviv. La Palestina vorrebbe che la parte orientale di Gerusalemme diventasse la capitale del futuro Stato palestinese.
Per riuscire a comprendere la situazione attuale di Gerusalemme, è necessario dare uno sguardo alla storia degli anni passati. Durante la guerra arabo-israeliana del 1948, la città fu divisa in due: la parte occidentale di Gerusalemme fu prima conquistata e poi annessa a Israele, mentre la parte orientale (inclusa la Città Vecchia) fu presa dalla Giordania. Israele riuscì a riconquistarla e ad annetterla entro i suoi confini con la Guerra dei sei giorni, avvenuta nel 1967.
Secondo la “Legge di Gerusalemme”, approvata da Israele, la capitale del Paese è “intera e unita”, ma la comunità internazionale considerò l’annessione del 1967 un’azione illegale e una vera e propria occupazione di Gerusalemme Est su territorio palestinese.
Come accade per altri temi del conflitto, si sono fatti pochi progressi negli ultimi decenni per decidere a chi appartiene veramente Gerusalemme. Tuttavia, la lotta per la città continua. Attualmente la città non ospita nessuna ambasciata straniera, anche se una legge pubblica statunitense, approvata nel 1995, afferma che l’ambasciata USA avrebbe dovuto lasciare Tel Aviv per trasferirsi a Gerusalemme non dopo il maggio del 1999, e viene espressa la solidarietà nei confronti di questa città e capitale israeliana divisa. I presidenti successivi hanno fatto, però, appello alla rinuncia presidenziale per rallentare il trasferimento, dichiarando di aver preso questa decisione per ragioni di sicurezza nazionale. Questa settimana, il presidente Obama ha di nuovo usato questo potere esecutivo per posticipare lo spostamento, quindi, per il momento, l’ambasciata statunitense resterà a Tel Aviv.
La situazione della città resta, però, un argomento molto discusso. La settimana prossima, diversi legislatori americani e dell’Unione Europea appartenenti a gruppi d’interesse pro- israeliani parteciperanno a un evento a supporto di Gerusalemme come capitale unita. Questo evento coinciderà con il 46° anniversario della “riunificazione” della città nel 1967. Come già spiegato nei paragrafi precedenti, questo tema è motivo di grande dibattito. Dopo l’approvazione della Legge di Gerusalemme nel 1980, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha dichiarato che quest’ultima rappresenta una “violazione della legge internazionale”.
Il Jerusalem Post riporta che questo imminente avvenimento è stato organizzato dai “parlamentari del congresso dell’Israel Allies Foundation, del Parlamento europeo e dell’Unione Alleati Cristiani della Knesset”.
Nel frattempo, i palestinesi e i loro sostenitori musulmani hanno programmato un giorno di protesta che si chiamerà “Marcia globale per Gerusalemme”. Le proteste saranno soprattutto rivolte ai piani di costruzione del governo di Israele in territori occupati e al maltrattamento dei cittadini palestinesi a Gerusalemme.
Una delle ragioni per cui il futuro di Israele è un tema molto discusso ultimamente riguarda il recente piano edilizio. L’anno scorso le Nazioni Unite hanno riconosciuto alla Palestina lo status di “stato osservatore non membro” e subito dopo il governo israeliano ha autorizzato la costruzione di insediamenti su due terreni di Gerusalemme Est, quasi come se si trattasse di un atto di ritorsione. Sono stati fatti contratti e offerte per circa mille nuove abitazioni nei pressi di Gilo e Ramat. Il principale portavoce palestinese, Saeb Erakat , ha attaccato questa decisione la scorsa settimana, affermando, in un’intervista con l’AFP, che Israele sta seguendo “un piano sistematico per distruggere gli sforzi di Kerry (Segretario di Stato USA), un programma che comprende l’aumento degli insediamenti israeliani, il trasferimento della popolazione della valle di Giordania, l’inasprimento degli attacchi dei coloni nei confronti d ella nostra gente e l’espropriazione delle nostre terre”. In tutta risposta, il governo israeliano ha accusato i palestinesi di inventarsi delle ragioni per evitare le negoziazioni.
Il motivo per cui gli insediamenti israeliani sono sempre più presenti a Gerusalemme Est è chiaro: questi insediamenti costruiti sul territorio palestinese cambiano i “fatti sul territorio” (per usare le parole del politico israeliano Naftali Bennett) e rendono così più confusa la prospettiva di una netta divisione o di un’indipendenza palestinese.
Molti esperti ritengono, non a torto, che il futuro di Gerusalemme potrebbe essere l’unica ragione a ostacolare un reale patto di pace. Come dimostra il fermento degli ultimi avvenimenti, vale a dire le proteste di massa da una parte e le dichiarazioni internazionali di solidarietà dall’altra, né Israele né la Palestina intendono rinunciare a Gerusalemme.
Per saperne di più: http://www.middleeastmonitor.com/blogs/politics/6220-the-battle-for-jerusalem#sthash.7fGBF5e5.dpuf
Traduzione per InfoPal a cura di Valentina Vighetti





