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Il movimento dei prigionieri: scuola rivoluzionaria e riferimento etico

Le esperienze dei combattenti rivoluzionari, fuori e dentro le prigioni, costituiscono una delle più importanti fonti di forza morale da cui i movimenti e le organizzazioni di liberazione possono trarre energia rivoluzionaria e inesauribile. Costituiscono una scuola rivoluzionaria di politica e di etica da cui nascono creatività e ispirazione.

Le storie e le esperienze di questi combattenti influenzano l'intera società, mentre le loro parole sfuggono dalla prigione in quei messaggi segreti fatti passare tra gli spazi e raggiungono piazze, strade, scuole, vicoli e caffè...messaggi provenienti dalle celle che erano destinate a servire come strette scatole di silenzio e isolamento.

Nei tempi antichi, si diceva: le idee hanno le ali, non possono essere chiuse in gabbie di ferro e non hanno bisogno del passaporto!

Ci sono esempi eccezionali in cui i prigionieri diventano lavoratori quotidiani portando sulle loro spalle la causa nazionale e il peso dei loro ruoli come riferimenti, simboli e leader pazienti. Coloro che sono imprigionati per lunghi periodi di anni e decenni diventano modelli da seguire agli occhi delle persone, una bussola morale che indica il valore della libertà e le virtù della coerenza, del sacrificio e dell'altruismo.

I nomi e le esperienze sono numerosi, non si limitano ai più noti Nelson Mandela, Mumia Abu Jamal, Larbi Ben M'hidi, Georges Abdallah, Oscar Lopez Rivera e Ahmad Sa'adat...o al prigioniero Karim Younis che oggi entra nel suo 37° anno nelle prigioni del colonizzatore sionista.

"I prigionieri fanno parte della lotta di resistenza" dice l'ex prigioniero Ahmad Abu Saud. "Non risparmiano alcuna possibilità o opportunità di comunicare con ogni combattente per fornire loro i mezzi e le conoscenze per continuare la lotta. Oggi, ad esempio, il combattente Karim Younis entra nel suo 37° anno nelle carceri dell’occupazione. Non ha mai smesso un giorno di continuare le sue lezioni rivoluzionare ed accademiche. Non c'è limite agli studi, alle conferenze e ai contributi culturali prodotti da questo leader nella formazione dei detenuti imprigionati durante i decenni trascorsi dietro le sbarre".

Charlotte Kates, coordinatrice internazionale di Samidoun Palestinian Prisoner Solidarity Network, ritiene che "i combattenti contro il sionismo e l'occupazione imprigionati nelle carceri israeliane come Karim Younis, Khalida Jarrar, Ahmad Sa'adat, Nael Barghouthi e molti altri leader abbiano un'influenza che si estende in tutto il movimento palestinese e arabo ed anche oltre, alla lotta internazionale contro il colonialismo, l'imperialismo e il razzismo. Sono rivoluzionari e leader di un movimento internazionale che lotta per un'alternativa globale, per la giustizia sociale e la liberazione nazionale".

All'inizio, la parola era "libertà"

Ogni prigioniero ha una storia da raccontare e ogni storia è un'altra pietra nella costruzione del castello dell'esperienza di lotta del movimento dei prigionieri. Le lezioni apprese da questi prigionieri convergono e interagiscono nel quadro del movimento di liberazione nazionale e nel confronto contro il nemico comune, così come i flussi d'acqua che provengono da tutte le parti fluiscono poi insieme verso lo stesso fiume. Dal primo momento all'interno della prigione i combattenti entrano in un nuovo campo di battaglia che riguarda la loro vita, quella della loro famiglia e quella del loro villaggio, quartiere, fabbrica, campo o città.

La parola scritta e documentata dei combattenti creativi, degli scrittori e degli intellettuali dietro le sbarre rimane una testimonianza della storia e delle lotte del popolo palestinese. I loro contributi letterari, culturali, politici, accademici e artistici sono molto importanti “al di fuori”, specialmente per le prime file della gioventù palestinese sempre molto attiva. Ciò è particolarmente vero se le loro opere di creatività e concetti innovativi sono resi disponibili, presi sul serio e esposti a critiche al di fuori della prigione, al di là del comunicato di solidarietà o della solidarietà formale.

Dall'interno delle prigioni coloniali britanniche che sono diventate le prigioni sioniste, il poema "Dalla prigione di Akka", scritto a carboncino sulle pareti della cella, è stato inciso con le sue parole senza tempo nella memoria del popolo. La biblioteca palestinese e araba comprende oggi dozzine di romanzi, raccolte di racconti, poesie, cartoni animati, opere d'arte visiva, studi politici, traduzioni e articoli importanti che sono stati rilasciati all'interno delle prigioni. Lì questi combattenti hanno avuto l'opportunità di studiare da vicino l'entità coloniale e hanno imparato il suo linguaggio, le condizioni e le contraddizioni.

Il romanzo "Il segreto del petrolio" pubblicato l'anno scorso dal prigioniero Walid Daqqa ha suscitato la rabbia delle agenzie di sicurezza sioniste, che hanno risposto alla sua produzione creativa imponendo una punizione e isolamento. Questo romanzo è stato ampiamente distribuito tra i bambini e i giovani ed è un esempio vivente della necessità di andare oltre la "relazione simbolica" con i prigionieri, per un rapporto più profondo e più intimo tra il lettore e lo scrittore.

Tra gli anni venti e trenta la memoria palestinese ha unito i martiri del movimento dei prigionieri coi martiri della prigione di Akka dove il martire Ibrahim al-Rai incarnò lo slogan "la confessione il tradimento", un esempio dell’accostamento tra la coscienza e la volontà anche nelle segrete della tortura. La storia di Al-Rai, che ha deciso di rimanere in silenzio fino all'ultimo respiro, è sorprendentemente simile all'esperienza del combattente algerino e martire Larbi Ben M'hidi, nella sua resistenza, sacrificio e sfida straordinaria mostrate ai torturatori e assassini coloniali. Divennero così una bussola rivoluzionaria e una pagina splendente nella storia e nella coscienza della loro gente.

Khaled Barakat
scrittore palestinese e coordinatore internazionale
della campagna per liberare Ahmad Sa'adat

Fonte: Al-Mayadeen

Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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