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Ma che colpa abbiamo noi?

I palestinesi subiscono da oltre 70 anni il più grande tentativo di Pulizia Etnica della storia: Nakba, Naksa, Sabra e Chatila, Piombo Fuso sono solo alcune delle terribili tappe che hanno segnato il genocidio. A queste si aggiunge un quotidiano stillicidio prestabilito in maniera mirata: isolamento, cibo razionalizzato, acque avvelenate, corrente elettrica misurata per riuscire appena a sopravvivere e non vivere, omicidi mirati, torture, sequestri di uomini, donne e bambini, ferimenti per rendere invalida la persona. Il tutto in perfetto stile razzista.

Nella sua autobiografia lo scrittore afroamericano Richard Wright descrive il clima di terrore che incombeva sulle comunità nere nel Sud della segregazione: “Erano tempi, scrive, in cui un crimine commesso da un nero diventava un crimine commesso dai neri; e la conseguenza era la punizione collettiva, il massacro ritualizzato che abbiamo imparato a chiamare linciaggio”.

Questo per tutto l’occidente era razzismo, ma non è la stessa cosa che succede ai palestinesi da parte dei sionisti? Perché nessun paese, nessuna istituzione internazionale ha il coraggio di denunciare i crimini razzisti di Israele?

Parrebbe difficile, ma la risposta diventa riconoscibile se consideriamo che la narrazione sionista è stata supportata da quella che è stata definita “l’industria dell’olocausto”, vale a dire una possente macchina mediatica che ha coinvolto tutti i media, le istituzioni e i governi, vuoi per corruzione, vuoi per viltà. Media, istituzioni, governi non solo occidentali ma anche arabi…anzi, soprattutto arabi e palestinesi. Ieri in maniera più mascherata, oggi in modo più evidente.

A questo occorre aggiungere l’insipienza, l’opportunismo dilagante, anche tra chi dice di sostenere il popolo palestinese. Tanto per fare un esempio: Richard Falk, in un recente articolo scrive: “Solo un movimento di solidarietà globale, che esercita una pressione sufficiente su Israele, può creare una trazione politica per uno Stato laico condiviso ugualmente da israeliani e palestinesi”. Questa visione, pure apparentemente positiva, nasconde qualcosa che è stato l’elemento principale in ogni lotta di liberazione: il popolo, la sua unità la sua organizzazione, la sua determinazione a resistere.

In ogni parte del mondo, in ogni epoca, in ogni lotta di liberazione l’elemento cardine è stata la resistenza, declinandola in questa sola maniera: RESISTENZA.

Noi chiediamo: in quale parte del mondo, in quale epoca passata si è mai visto che accanto alla parola resistenza sia stato aggiunto l’aggettivo "non violenta"? Solo per quella palestinese, mai in altre. Anche in questo caso una vera narrazione colonialista, principalmente italiana, volta ad imporre una propria idea di liberazione, dimenticando la nostra resistenza partigiana che fu appunto RESISTENZA.

Nessuno, pensiamo, avrà dimenticato i tanti workshop in Palestina, non in Israele, organizzate dalle varie ONG su temi come “educazione alla pace”.

Noi riteniamo che solo l’unità dei palestinesi attorno ad un programma generale di liberazione nazionale possa riportare sui giusti binari la gloriosa lotta di liberazione palestinese fino alla vittoria. Oggi non esiste un fronte nazionale palestinese: l’OLP ha perso il senso che ha avuto anni fa e, con la costituzione dell’ANP, è andato svuotandosi di potere e significato.

La lezione fondamentale di tutti i movimenti di liberazione che combattono imperialismo, colonialismo, occupazione e apartheid è proprio la necessità di un fronte nazionale unificato. La resistenza palestinese oggi non ne possiede uno. La crisi si manifesta nel caos all'interno delle stesse istituzioni palestinesi e questo caos è un prodotto dell’epoca e degli accordi di Oslo.

Il fine della resistenza palestinese è quello di rappresentare un'alternativa valida alla linea e al percorso degli inutili negoziati, deve cioè avere un programma politico chiaro che si allei con le classi popolari (il 99% del popolo palestinese), in particolare con coloro che stanno lottando in condizioni di povertà e vivono nei campi profughi.

Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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