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Mubarak è libero, Tahrir è prigioniera, ma non è morta

Era il 3 luglio 2013 quando Abdel Fattah el Sisi, come un qualsiasi Pinochet, attuò il colpo di Stato militare, deponendo il presidente Mohamed Morsi e sospendendo la Costituzione.

 

Questo colpo di stato militare, voluto e sostenuto fortemente da USA, Israele, tutte le nazioni occidentali e non solo, portò ad una repressione feroce e crudele contro i sostenitori del presidente democraticamente eletto, Mohammed Morsi. La stessa ferocia è stata indirizzata contro tutto il popolo egiziano ed in particolare contro la sinistra egiziana.

Repressione ritenuta un vero sterminio di massa. Alcuni dati:

  • Nel 2014 furono oltre 15.000 le persone arrestate fra i gruppi dell’opposizione. Fra questi ci sarebbero seguaci dei Fratelli Musulmani come anche appartenenti ad altre fazioni politiche laiche o socialiste.

  • Il Centro egiziano per i diritti economici e sociali riferisce invece la morte di decine e decine di persone durante la detenzione e più di 40.000 arresti tra il luglio del 2013 e la metà di maggio del 2014. Stupri, torture e arresti arbitrari sarebbero all'ordine del giorno nel paese, data la totale libertà d'azione delle forze di sicurezza nella repressione di ogni attività definita come "sovversiva" dal governo.

  • Sono stati 47 i prigionieri morti durante la detenzione nei primi sei mesi del 2015; 209 quelli deceduti per "negligenze mediche" dalla data del golpe di al-Sisi.

  • Con evidenti brogli al-Sisi è stato eletto Presidente della Repubblica “Araba” d'Egitto nel maggio dello stesso anno con una maggioranza (cosiddetta "bulgara") di voti pari al 96,91%, un voto considerato una truffa da molti osservatori internazionali.

  • Secondo alcuni analisti, la disaffezione del popolo egiziano nei riguardi del regime repressivo eletto da al-Sisi si riscontra nella bassissima partecipazione alle elezioni dell'ottobre 2015 (22% secondo il Governo).

La sempre più dura repressione non ha fatto sparire le opposizioni che hanno iniziato ad unirsi contro il regime e che hanno dato la nascita al movimento civile democratico, un blocco di 8 partiti che hanno tra le prime richieste quella della liberazione immediata dei “prigionieri di coscienza” nelle carceri egiziane.

Il movimento dei Socialisti Rivoluzionari nel suo comunicato fa appello all’unità di tutte le forze di opposizione, “unite durante la rivoluzione e poi divise dalla controrivoluzione”. Il movimento rilancia l’accusa secondo cui dietro agli arresti ci sarebbe l’intenzione di al-Sisi di modificare la costituzione per farsi incoronare “dittatore a vita”, oltre la scadenza del secondo mandato.

Dall’Egitto non smettono di arrivare anche parole di resistenza. Di ritorno dalla procura della Sicurezza di Stato la 35enne avvocatessa militante Mahienour el Massry ha raccontato su Facebook di aver incontrato molti dei prigionieri arrestati nelle ultime settimane, vestiti con la tuta bianca carceraria di fronte al magistrato, «sotto accusa soltanto per aver sognato un futuro migliore» e «nonostante il dolore – ha scritto l’avvocatessa – ti dà forza e speranza sapere che, anche in prigione, la gente continuerà a sognare».

Ma il dissenso e la sfiducia continuano a serpeggiare in quei pochi interstizi che il regime non è riuscito ad occupare. E a volte le contraddizioni esplodono anche nello spazio pubblico, dove i legami di comunità e la fiducia tra le persone riescono ancora ad essere più forti della repressione e della paura.

L’Aprile 2011 somiglia molto al settembre 2018 egiziano: l’isolamento della Resistenza e la repressione proseguono anche oggi, compreso anche il sostegno dell’Italia ai regimi reazionari

Nonostante i 7 anni trascorsi sentiamo e siamo avvolti dalla stessa tristezza, quando invece servirebbe tanta rabbia, tanta indignazione, tanta rivolta!

I nostri migliori figli vengono accompagnati all'ultimo saluto o anche nelle celle di tortura del “gorilla egiziano” con il capo chino e gli occhi lucidi, e nonostante siano molte le persone si ascolta solo il silenzio, la certezza che è stata una sconfitta annunciata, e su questo si fanno forza i torturatori: dall’Egitto alla Turchia, dal Messico ad Israele.

Vittorio Arrigoni, Shaima El Sabbaghe, Giulio Regeni rappresentano ”eccellenze” della sinistra italiana ed egiziana (usiamola questa parola nel pieno del suo significato) che sono state ammazzate per la loro pericolosità verso i poteri criminali: armati di penna e vera umanità non potevano e non dovevano restare vivi. Troppo pericoloso il loro esempio.

Ed allora hanno pensato di eliminarli non in silenzio come sanno fare bene, ma urlandolo nei media internazionali, affinché non sia semplicemente monito per altri, ma un prendere le distanze per quello che loro rappresentano: la disumanità contro l’umanità, la falsità contro la verità. Uno scontro che non permette prigionieri: o vince l’una o l’altra parte.

Quando hanno ammazzato Vittorio molti di noi hanno sentito come proprie le parole urlate da Vauro in un comizio durante una manifestazione per la Palestina in occasione della Freedom Flotilla, e di quelle parole ne abbiamo sentito l’eco.

Oggi sappiamo che non è stato così, Giulio, un altro Vittorio, lo hanno portato via in solitudine e le lacrime versate a Flumisin (Fiumicello), come in altre città, non cancellano la solitudine, non appannano nemmeno la vista per far finta che non sia così.

Migliaia di persone si sono riversate ai funerali, altre migliaia partecipano alle iniziative di denuncia, ma quelle presenze silenziose non arriveranno nelle capitali del disonore: Città del Messico, Ankara, Tel Aviv e Cairo. Nemmeno a Roma arrivano, i governi italiani continueranno infatti a tessere relazioni e commerci proprio con quei criminali.

D’altra parte, se al-Sisi è un “grande statista”, se le radici dei Presidenti del Consiglio Berlusconi, Renzi, Conte o Gentiloni che sia sono in Israele, cosa ci possiamo aspettare? Anche loro non lo dicono sottovoce, ma come quelli che uccidono lo gridano dai media internazionali, tanto per dare il via libera.

Lo sappiano: Tahrir resta prigioniera, ma non morta

Ribadiamo che anche in questo contesto la Resistenza di svela e “la memoria popolare della rivoluzione cova sotto la cenere di una repressione diffusa, capace di emergere negli scioperi degli operai di Mahalla al Kubra, nelle proteste sotto la sede del sindacato della stampa a difesa delle isole di Tiran e Sanafir, nelle manifestazioni per il pane”.

Anche questa rappresentata dai corpi degli attivisti leader della piazza, costretti dietro le sbarre delle prigioni egiziane (di cui 16 costruite ad hoc negli ultimi anni per contenere i 60mila prigionieri politici stimati dalle organizzazioni per i diritti umani) e sommersi di accuse che non fanno che spostare in avanti, in un tempo potenzialmente infinito, la fine della detenzione.

Simbolo dell’incarcerazione della rivoluzione è Alaa Abdel Fattah, leader di Tahrir

Ingegnere informatico e blogger, detenuto da tutti i regimi dell’ultimo decennio – quello trentennale di Mubarak, quello islamista di Morsi defenestrato nel 2013 ed ora da al-Sisi – ha già scontato tre anni e mezzo di prigione per partecipazione ad una protesta nel 2013.

A dicembre è stato nuovamente condannato ad altri tre anni per “insulto alla magistratura” con pena accessoria, una multa di un milione di lire egiziane, 56mila dollari, a favore del capo del Club dei giudici egiziani.

Alle spalle c’è una precisa politica di rimozione di piazza Tahrir che passa per specifiche leggi: dalla cancellazione degli eventi del 2011 dai libri scolastici alla rimozione di decine di giudici critici del regime (prontamente sostituiti con fedelissimi) fino alla famigerata legge anti-terrorismo che vieta qualsiasi forma di protesta di piazza e assembramento.

Dal golpe del 3 luglio 2013 migliaia di persone sono state arrestate, studenti, membri o sospetti affiliati dei Fratelli Musulmani (un migliaio dei quali massacrati in un solo giorno, ad agosto del 2013 in piazza Rabi’a al Cairo), attivisti per i diritti umani, semplici cittadini. Scomparsi nelle caserme e nelle prigioni, torturati, uccisi o incarcerati ufficialmente per anni.

L’oblio passa anche per l’autolegittimazione del regime attraverso il recupero dei vertici (per lo più militari) sconfitti dalla rivoluzione, a partire dall’ex dittatore Mubarak (a marzo dello scorso anno definitivamente assolto dalla Corte di Cassazione dall’accusa di aver ordinato l’uccisione di centinaia di manifestanti nel gennaio 2011). Prima di lui erano stati assolti l’ex premier Nazif, l’ex ministro dell’interno el-Adly, i figli di Mubarak, i vertici di polizia, esercito, servizi ed oltre 170 tra poliziotti e militari di più basso rango.

Pina Piccolo, poetessa e traduttrice, risponde idealmente a Shaimaa e alla sua dolce poesia:

Messaggio della borsa a Shaimaa
Ti chiedo perdono, Shaimaa, habibi
ché vorrei essere stata più dura dell’acciaio
ma non sono che debole pelle di vacca
poca cosa contro metallo impuro
Cosa darei per aver potuto fare da scudo
al tuo tenero corpo
gemma di primavera
Sarei stata la tua corazza
contro la scheggia schizzata da epoche lontane
che prepotente osa fermare
il cammino umano
serva di Faraoni
che si cibano di linfa vitale.

In mano fiori rossi, li portavi alla Memoria
perché nel grande cuore del mondo
non si spengano le primavere.
Insieme a te non potrò più percorrere strade
non potrò più portare dentro le tue cose care
Le foto di tua figlia
Le tue chiavi
I nostri acquisti mondani
Ma per sempre sentirò
quel tuo profumo di calicanto
intenso che il cuore riscalda
nel dilagare dell’inverno

Pina Piccolo, per Shaimaa, 26 gennaio 2015

Collettivo PalestinaRossa

Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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