Resistenza palestinese

Palestina: storia di donne che lottano senza armi

Il villaggio di An Nabi Saleh, nei Territori Palestinesi Occupati, è uno dei tanti che ha scelto la resistenza popolare nonviolenta come forma di opposizione all’espansione delle colonie illegali israeliane. Qui le donne rivestono un ruolo centrale rispetto alle manifestazioni. Nel video proposto un esempio di resistenza quotidiana in Palestina.

Scrive Gideon Levy - sul quotidiano Ha’aretz - che “questa è la storia di un piccolo villaggio le cui terre sono state saccheggiate, e che ha deciso di combattere senza armi”.

An Nabi Saleh, nei Territori Occupati a 20 km da Ramallah, conta poco più di 550 abitanti. Il 15% di loro – tra cui donne e bambini sotto i 18 anni – è stato arrestato almeno una volta per aver preso parte alle manifestazioni del venerdì.

Quelle organizzate dai Comitati popolari di resistenza nonviolenta che, nei villaggi della Palestina occupata, si sono moltiplicate anno dopo anno, in quella che viene ormai definita dai media locali come la “white Intifada”.

Intervista ad un compagno (PFLP) del campo profughi di Deisha

Intervista ad un portavoce del

Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina

 

Abu M è un militante di lungo corso del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina; ha 42 anni e di questi 11 ne ha trascorsi nelle prigioni israeliane. E’ stato arrestato 15 volte.

Lo abbiamo incontrato al campo profughi di Dheisheh e abbiamo parlato con lui dell’attuale situazione politica palestinese e del ruolo del FPLP in questa fase.

20/10/11, Betlemme

Qui di seguito la trascrizione dell’intervista:

All’indomani della conclusione della prima fase del rilascio di prigionieri che giudizio date dell’accordo di scambio raggiunto da Hamas e lo Stato sionista?

La liberazione anche di un solo prigioniero palestinese è già di per sé una vittoria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A proposito del riconoscimento preventivo dello Stato palestinese

A proposito del riconoscimento preventivo dello Stato palestinese, mi limito ad osservare che almeno dalla morte di Arafat in poi, le azioni dell'ANP (Autorità Nazionale Palestinese, alias OLP o Fatah) non sono più solo indotte da Israele, ma piuttosto coordinate con gli organi dello Stato israeliano, vedi ad esempio l'organizzazione e il ruolo della polizia palestinese, e in politica internazionale basti ricordare il caso del rapporto Goldstone. Non vedo perché un'azione politica piuttosto rilevante come quella annunciata non debba essere come altre preventivamente concordata.

I funzionari che guidano l'ANP (OLP-Fatah) non sono affatto persone stupide e sanno benissimo che non potranno disporre, come vorrebbero, di uno Stato palestinese autonomo in accordo con Israele. Allora a che cosa mirano? Si accontentano di uno Stato "temporaneo", come è nei programmi israeliani, o più modestamente di continuare a gestire l'ANP, così com'è, o più realisticamente di “tirare a campare” per qualche anno ancora.

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Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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