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Nablus – MEMO. Il gruppo di resistenza palestinese Lions’ Den ha dichiarato che i suoi combattenti hanno sventato la missione delle forze speciali israeliane a Nablus alle 6 di mercoledì mattina, secondo quanto riferito da Safa.

Secondo il gruppo, parte del personale israeliano è stato ferito gravemente. Nessuno dei combattenti palestinesi è rimasto ferito nello scontro a fuoco.

“C’è stata un’enorme esplosione nella città vecchia di Nablus”, ha riportato Safa, “seguita dal suono di pesanti colpi d’arma da fuoco e da ulteriori esplosioni”. Fonti locali affermano che i combattimenti sono scoppiati dopo che le forze speciali si sono infiltrate nella città, concentrate nei quartieri di al-Yasmina e al-Gharb all’interno della città vecchia.

Le forze d’occupazione apparentemente hanno spinto un gran numero di rinforzi attraverso strada al-Quds e l’area di at-Tur e hanno circondato la periferia occidentale della parte vecchia di Nablus.

Nablus – WAFA. Mercoledì, i coloni israeliani hanno attaccato una scuola superiore a sud della città occupata di Nablus, in Cisgiordania.

Ghassan Daghlas, che monitora le attività coloniali nel nord della Cisgiordania, ha dichiarato a WAFA che gli ebrei estremisti della colonia di Yitzhar hanno lanciato pietre contro la Scuola superiore femminile di Madama, sotto la protezione delle forze israeliane, scatenando scontri con i palestinesi.

I soldati hanno sparato lacrimogeni contro i manifestanti e le loro case.

Il personale della scuola ha dovuto evacuare gli studenti per garantire la loro sicurezza.

La violenza dei coloni israeliani contro i palestinesi e le loro proprietà è una routine quotidiana in Cisgiordania ed è raramente perseguita dalle autorità israeliane.

La violenza dei coloni include, tra le altre cose, incendi di proprietà e moschee, lancio di pietre, sradicamento di raccolti ed ulivi ed attacchi a case vulnerabili.

Tra i 500 mila ed i 600 mila israeliani vivono in colonie per soli ebrei nella Gerusalemme Est occupata e nella Cisgiordania, in violazione del diritto internazionale.

Tel Aviv – MEMO. Il quotidiano israeliano Haaretz ha riferito che l’Unione Europea ha congelato la cooperazione con la polizia israeliana per timore delle politiche del governo eletto.

A settembre, le due parti avevano firmato una bozza di accordo per migliorare il trasferimento di intelligence tra Israele e gli Stati membri dell’UE, al fine di prevenire la criminalità ed il terrorismo, ma è necessaria l’approvazione del Parlamento europeo.

Haaretz ha citato fonti anonime a Tel Aviv che affermano: “L’Unione Europea ha informato l’ambasciatore israeliano presso l’organizzazione che non continuerà a portare avanti il progetto dell’accordo per la cooperazione di intelligence tra la polizia israeliana e l’Agenzia Europol”.

Secondo il quotidiano, Regev è stato informato del congelamento dell’accordo venerdì scorso.

Funzionari israeliani hanno detto al giornale che la decisione è il primo segnale europeo che il cambiamento nella politica israeliana in Cisgiordania “comprometterà” la cooperazione con l’UE.

Un funzionario ha detto: “Ci sono pressioni verso una minore indulgenza con Israele, ora che il governo sta cambiando”.

La bozza di accordo firmata è stata presentata ai membri del Parlamento europeo dopo l’annuncio dei risultati delle elezioni israeliane di novembre.

Lunedì, il capo del Dipartimento per la cooperazione tra le forze dell’ordine nell’UE, Rob Rosenberg, ha affermato che l’accordo finale potrebbe “includere lievi eccezioni in caso di minacce materiali e la necessità di proteggere le popolazioni civili”.

In conformità con il diritto internazionale, l’UE considera come occupato il territorio dalla Cisgiordania e invita Israele ad interrompervi le attività coloniali.

Secondo il quotidiano, l’accordo dovrebbe includere una clausola che vieti a Israele di utilizzare qualsiasi informazione ricevuta dall’Europa nei Territori occupati nel 1967.

Haaretz ha riferito che “negli ultimi anni, Israele ha portato a contrastare una serie di attacchi terroristici sul suolo europeo attraverso l’intelligence che ha fornito, mentre quella fornita dall’Europa ha spesso aiutato a combattere la criminalità organizzata in Israele”.

Ci sono timori regionali ed internazionali sul governo israeliano che il capo del partito Likud, Benjamin Netanyahu, intende formare, in quanto include membri dell’estrema destra che vengono nominati a posizioni di sicurezza sensibili secondo accordi di coalizione, compreso il controllo sulle forze di sicurezza dell’occupazione israeliana in Cisgiordania.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Ramallah – PIC. La Commissione palestinese per gli affari dei detenuti ed ex-detenuti ha avvertito che le condizioni di salute del prigioniero malato di cancro Nasser Abu Hamid sono entrate in una fase molto pericolosa e stanno rapidamente peggiorando.

L’avvocato Karim Ajwa, della commissione, ha dichiarato mercoledì che le cellule tumorali si sono diffuse ampiamente in tutto il corpo di Abu Hamid, danneggiando completamente il suo polmone sinistro.

Mohammed Abu Hamid, che è in ospedale con suo fratello come badante, ha detto all’avvocato Ajwa che Nasser ha liquido nei polmoni e ha quasi perso la capacità di muovere tutti gli arti.

L’avvocato ha anche citato il fratello, secondo il quale Nasser è confinato nel suo letto in ospedale con una bombola di ossigeno attaccata, che soffre anche di tachicardia, una grave diminuzione del sangue e del peso ed una totale perdita di appetito.

Mohammed ha aggiunto che il tumore sul lato sinistro del petto di suo fratello può essere visto chiaramente come un gonfiore, affermando che è diventato difficile fornirgli cure mediche o qualsiasi tipo di antidolorifico in questo stadio così critico.

Ha fatto appello alle organizzazioni internazionali, arabe e locali per i diritti umani affinché intervengano con urgenza e lavorino per far rilasciare suo fratello prima che muoia.

In un contesto correlato, la Società dei Prigionieri Palestinesi (PPS) ha affermato che il prigioniero di 60 anni Walid Abu Daqqa soffre di leucemia.

A seguito della sua denuncia di gravi problemi di salute, il prigioniero Abu Daqqa è stato recentemente trasferito dal carcere di Ashkelon all’ospedale di Barzilai, dove gli esami medici hanno confermato la sua leucemia.

Abu Daqqa aveva già sofferto di problemi di salute ematologici circa due anni fa, ma all’epoca la sua condizione non era stata diagnosticata come cancro del sangue e, a causa della riluttanza dei suoi carcerieri nel permettergli di sottoporsi a esami del sangue periodici da allora, i suoi problemi sanitari sono aumentati.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Ramallah-PIC. Le forze di occupazione israeliane (IOF) hanno giustiziato un uomo palestinese di 32 anni dopo averlo inseguito vicino a Silwad, nella parte orientale di Ramallah, mercoledì sera.

Il ministero della Sanità palestinese ha dichiarato di essere stato informato dall’Autorità per gli Affari civili dell’uccisione di Mujahid Mahmoud Hamid, giustiziato dalle IOF dopo averlo inseguito a est di Ramallah.

Hamid aveva sparato contro una postazione militare delle IOF nei pressi dell’insediamento di Ofra, situato sul territorio di Silwad, e si era allontanato a bordo di un’auto. I soldati hanno inseguito Hamid, hanno intercettato la sua auto e lo hanno giustiziato.

Hamid aveva effettuato un attacco a fuoco contro l’insediamento di Ofra un paio di giorni fa e si era ritirato in un luogo sicuro prima di tornare, mercoledì, e sparare contro la posizione delle IOF.

The Guardian. Di Bethan McKernan. Farha, debutto di una regista giordana, descrive le atrocità sioniste contro i palestinesi durante il conflitto della Nakba. (Da Zeitun.info).

Un film Netflix dove si vedono le forze sioniste che massacrano una famiglia palestinese durante la guerra del 1948

nel contesto della fondazione di Israele è stato condannato da politici israeliani perché “crea una falsa narrazione”.

Farha,debutto della regista giordanaDarin Sallam, è stato presentato, dopo la sua uscita l’anno scorso, a parecchi festival cinematografici internazionali ed è candidato per la Giordania agli Oscar 2023. Da giovedì sarà trasmesso in streaming per un pubblico internazionale sul servizio di intrattenimento online.

Il film è incentrato sulle esperienze di una ragazza quattordicenne chiusa a chiave dal padre in uno sgabuzzino durante gli eventi della Nakba, [Catastrofe], termine arabo che indica la pulizia etnica ed espulsione di circa 700.000 palestinesi. Quando i soldati del nascente Israele arrivano al suo villaggio, Farha assiste, attraverso una fessura della porta del ripostiglio, all’uccisione della sua intera famiglia, inclusi due bambini piccoli e un neonato.

Il trailer e le pubblicità dicono che il film è inspirato a fatti reali.

“È pazzesco che Netflix abbia deciso di trasmettere in streaming un film il cui unico scopo è di creare falsità e aizzare contro i soldati israeliani,” ha detto in una dichiarazione il ministro delle Finanze del governo uscente, Avigdor Lieberman. Lieberman ha anche detto che prenderà in considerazione il taglio dei fondi statali al teatro arabo-ebraico dove è stato proiettato il film a Giaffa, città [israeliana] a maggioranza araba.

Hili Tropper, ministro della Cultura israeliano, ha detto che Farha descrive “bugie e calunnie” e che mostrarlo in un teatro israeliano “è una vergogna”. Il teatro non ha risposto immediatamente a una richiesta di commenti.

In Israele rappresentazioni di atrocità commesse da forze ebraiche nella guerra del 1948, romanzate o meno, restano un tema estremamente delicato. Un documentario uscito all’inizio di quest’anno sul massacro dei palestinesi a Tantura, un villaggio costiero distrutto in quello che ora è il nord di Israele, ha incontrato molte critiche.

Nel corso di alcune interviste Sallam ha detto di aver fatto il film perché, mentre molti raccontano vicende palestinesi, pochi si concentrano sulle cause alla radice del conflitto e dell’occupazione. Farha, dice, è la storia di un’amica di sua madre, due giovani donne che si sono incontrate in Siria.

“Negli anni la storia ha viaggiato ed è arrivata fino a me. Mi è rimasta dentro. Quando ero bambina avevo paura degli ambenti chiusi, bui, e pensavo sempre a questa ragazza e a quello che le era successo,” ha detto la regista ad Arab News.

Sallam ha anche detto che, pur non volendo tracciare un deliberato parallelismo con Anna Frank, trova delle somiglianze nelle traumatiche esperienze delle due adolescenti.

(Nella foto: la regista Darin Sallam riceve il premio della Speciale Menzione al Film Festival del Mar Rosso in Arabia Saudita. Di Daniele Venturelli).

Traduzione dall’inglese per Zeitun.info di Mirella Alessio.

Nablus-Quds Press. Oggi, mercoledì, la resistenza armata palestinese ha affrontato le forze di occupazione israeliane durante il loro assalto alla Città Vecchia di Nablus, nel nord della Cisgiordania.

Le “Brigate Quds”, l’ala militare del movimento del Jihad islamico – Brigata Nablus, hanno affermato in un comunicato, ricevuto da Quds Press, che, all’alba di oggi, i suoi combattenti sono stati in grado “di affrontare le forze e i macchinari dell’occupazione e i suoi grandi rinforzi che sono arrivati in città da più parti, e che non appena i combattenti li hanno scoperti, li hanno attaccati con pesanti e continue raffiche di proiettili”.

Hanno confermato di aver preso parte a violenti scontri nelle vicinanze del quartiere al-Yasmina, nella Città Vecchia, e che le forze di occupazione “si sono trovate ad affrontare una grande raffica di proiettili e ordigni esplosivi”.

Le brigate hanno spiegato che “ci sono stati feriti tra il nemico, e sono stati costretti a fuggire sotto i colpi dei combattenti”.

Quattro palestinesi sono rimasti feriti, uno di loro con proiettili letali, e gli altri con schegge, durante l’incursione.

Il corrispondente del quotidiano israeliano Maariv ha riferito che l’esercito di occupazione non è riuscito ad arrestare uno dei ricercati.

Nablus-Quds Press. Tre palestinesi sono rimasti feriti, uno con proiettili letali e gli altri con schegge, questa mattina, mercoledì, durante l’incursione delle forze di occupazione israeliane (IOF) nella città di Nablus.

Le IOF hanno circondato una casa nel quartiere di al-Yasmina, nella Città vecchia.

Il corrispondente del quotidiano ebraico Maariv ha riferito che l’esercito di occupazione non è riuscito ad arrestare uno dei “ricercati”.

I videoclip pubblicati da attivisti mostrano che è scoppiato un incendio in una delle case assediate dall’occupazione.

La Società della Mezzaluna Rossa palestinese ha dichiarato in una breve nota che il suo personale medico si è occupato di un ferito da proiettili letali alla testa e alla schiena, ed è stato trasferito al Rafidia Governmental Hospital, e che tre feriti con “schegge” sono stati curati sul campo.

Un videoclip ha documentato che l’occupazione ha impedito al personale medico di raggiungere la Città Vecchia e di svolgere il proprio lavoro durante l’incursione.

Il ministero dell’Istruzione ha annunciato un “ritardo” nelle scuole vicino alla Città Vecchia e nelle zone degli scontri.

Le città della Cisgiordania occupata sono testimoni quasi quotidiane di incursioni da parte delle forze di occupazione e dei coloni, con attacchi e aggressioni.

Tali incursioni portano allo scoppio di scontri tra soldati e coloni israeliani e giovani palestinesi, che di solito si concludono con l’arresto e il ferimento di alcuni di loro, e in altri con uccisioni.

Cisgiordania-PIC e Quds Press. Diversi cittadini palestinesi sono stati feriti, martedì sera, durante le incursioni delle forze di occupazione israeliane (IOF) nelle città cisgiordane di al-Bireh e Nablus.

In una breve dichiarazione, la Società della Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS) ha riferito che tre cittadini palestinesi, tra cui un ragazzino di 14 anni, sono stati feriti da proiettili ad espansione (dumdum) agli arti inferiori durante l’incursione delle IOF ad al-Bireh. 

La PRCS ha aggiunto che cinque cittadini palestinesi hanno sofferto di problemi respiratori, mentre un altro è stato ferito da proiettili di metallo rivestiti di gomma durante l’incursione israeliana nel villaggio di Usarin, a nord di Nablus.

A novembre, i soldati israeliani e i coloni hanno compiuto 833 attacchi contro cittadini palestinesi, secondo la Commissione per la resistenza agli insediamenti e al muro.

Ramallah – WAFA. L’ondata di uccisioni israeliane e di esecuzioni a sangue freddo di palestinesi, gli attacchi alle strade, la demolizione di case, la costruzione e l’espansione di colonie ed il continuo trattenere i corpi dei palestinesi uccisi da Israele giustificano la resistenza palestinese e la rendono un dovere nazionale e una scelta necessaria per tutti, ha dichiarato martedì il Consiglio Rivoluzionario di Fatah, a conclusione del suo incontro di due giorni tenutosi a Ramallah.

Fatah ha affermato che resistere all’occupazione è legittimo e garantito dal diritto internazionale, ritenendo l’occupazione ed il governo israeliani pienamente responsabili della reazione palestinese di autodifesa e invitando la comunità internazionale ad assumersi le proprie responsabilità nel fornire protezione al popolo palestinese sotto occupazione.

“Il governo israeliano che si sta formando è un governo di coloni che dà potere a bande di assassini. Evidenzia la trasformazione di Israele in uno stato d’Apartheid”, si legge nella dichiarazione finale del Consiglio Rivoluzionario. “Mentre il nostro popolo resiste a quest’occupazione, esorta il mondo a rispondere ai programmi e alle misure annunciate dai membri del nuovo governo israeliano, che renderanno inevitabile la prossima esplosione, a meno che non vengano prese misure internazionali effettive per dissuadere il governo dell’occupazione che sta trascinando la regione in un pantano di odio, spargimento di sangue e violenza”.

Il presidente Mahmoud Abbas, che è anche capo del movimento Fatah, ha detto all’apertura della decima sessione del Consiglio rivoluzionario che la Palestina è impegnata nelle costanti nazionali per porre fine all’occupazione e creare lo Stato indipendente ai confini del 4 giugno del 1967, con Gerusalemme Est come capitale. Ha anche sottolineato l’importanza di raggiungere l’unità nazionale e la necessità di mettere in atto le risoluzioni delle Nazioni Unite, in particolare le risoluzioni dell’Assemblea generale nº181, che chiedono l’istituzione di uno stato arabo in alcune parti della Palestina storica, e la nº194, sul diritto al ritorno o al risarcimento per i rifugiati, nonché ottenere la piena adesione alle Nazioni Unite e aderire ai suoi accordi, trattati e agenzie specializzate.

Gerusalemme/al-Quds – MEMO. Il Movimento della resistenza islamica palestinese ha informato cinquanta ambasciate ed istituzioni straniere nei Territori palestinesi occupati sui “piani sionisti” per la moschea di al-Aqsa. Hamas ha inviato una lettera contenente i dettagli dell’incontro tra alti ufficiali di polizia israeliani e leader dei coloni coinvolti nelle incursioni della moschea di al-Aqsa nella Gerusalemme occupata. L’incontro si sarebbe svolto alla presenza di Ayala Ben-Gvir, moglie del deputato d’estrema destra Itamar Ben Gvir, futuro ministro della Sicurezza nazionale.

“Durante l’incontro, i leader dei coloni hanno chiesto di aumentare il numero e la durata delle incursioni nella moschea di al-Aqsa”, ha dichiarato il movimento alle ambasciate nella lettera diffusa anche ai media. Ha aggiunto che i coloni vogliono che vengano aperti più cancelli che conducono al complesso della moschea e che venga ridotta la supervisione della polizia. Le richieste dei coloni, ha affermato Hamas, sono state soddisfatte a tal punto da “garantire il movimento, la sicurezza e la protezione dei coloni”.

Il movimento di resistenza palestinese ha sottolineato che “questi piani e politiche pericolose infiammeranno la situazione all’interno e all’esterno dei Territori palestinesi occupati”.

Hamas ha ribadito che la moschea di al-Aqsa non è come qualsiasi altra moschea, è il terzo luogo più sacro per oltre 1,6 miliardi di musulmani in tutto il mondo e la sua protezione fa parte delle loro credenze religiose.

Inoltre, la ricerca storica documentata pubblicata dagli organismi delle Nazioni Unite non ha dimostrato alcun diritto religioso ebraico o di altro tipo sulla moschea di al-Aqsa, ha insistito il movimento. Ha aggiunto che le risoluzioni e le convenzioni internazionali riguardanti la situazione nella moschea invitano la potenza occupante a mantenere lo status quo. L’annessione israeliana di Gerusalemme come sua “capitale indivisa” non è riconosciuta dal diritto internazionale.

“Tutti i palestinesi sono pronti a difendere la moschea di al-Aqsa a qualsiasi prezzo”, ha detto Hamas. “I piani israeliani non avranno successo finché ci saranno palestinesi vivi su questa terra. La comunità internazionale dovrebbe intervenire per fermare i malvagi piani sionisti”.

Hebron/al-Khalil – MEMO e Wafa. Lunedì, le forze d’occupazione israeliane hanno demolito una moschea nel quartiere Khallet Taha della cittadina di Dura, a sud-ovest di Hebron.

Le forze d’occupazione, armate di macchinari pesanti, hanno preso d’assalto l’area e demolito una moschea di 100 metri quadrati. Il ministero palestinese per i Beni religiosi ha affermato che le forze israeliane hanno demolito la moschea Rasul Allah, a Hebron.

“Questa moschea era stata costruita a Khallet Taha per servire i suoi residenti che non hanno altre moschee nella zona”, ha aggiunto.

Israele ha cercato di annettere 300 ettari di terreno palestinese privato a Khallet Taha per espandere le colonie.

L’Aia – WAFA. Al-Jazeera Media Network ha dichiarato che martedì avrebbe presentato il caso dell’uccisione da parte delle forze d’occupazione israeliane della giornalista palestinese-statunitense di Al-Jazeera, Shireen Abu Aqleh, alla Corte penale internazionale (ICC) dell’Aia.

Abu Aqleh è stata uccisa a colpi d’arma da fuoco dalle forze israeliane l’11 maggio, mentre copriva un assalto dell’esercito israeliano al campo profughi di Jenin, nel nord della Cisgiordania.

Il team legale di Al-Jazeera ha condotto un’indagine completa e dettagliata sul caso e ha portato alla luce nuove prove basate su diversi resoconti di testimoni oculari, l’esame di più elementi di riprese video e su prove forensi relative al caso, secondo quanto affermato in un comunicato stampa di Al-Jazeera.

Al-Jazeera ha affermato di aver evidenziato, nella sua presentazione al procuratore della CPI, che le nuove prove testimoniali e le riprese video mostrano chiaramente che Abu Aqleh ed i suoi colleghi sono stati attaccati direttamente dalle forze d’occupazione israeliane (IOF).

“L’affermazione delle autorità israeliane secondo cui Shireen è stata uccisa per errore in uno scontro a fuoco è completamente infondata”, ha affermato. “Le prove presentate all’Ufficio del Procuratore (OTP) confermano, senza alcun dubbio, che non ci sono stati spari nell’area in cui si trovava Shireen, a parte [quelli] delle IOF, che hanno sparato direttamente contro di lei. I giornalisti erano in piena vista delle IOF, mentre camminavano lentamente in gruppo lungo la strada, con i loro distintivi e giubbotti della stampa, e non c’erano altre persone in giro. L’inchiesta delle IOF che ha rilevato che non esiste alcuna evidenza di crimine commesso è completamente compromessa dalle prove disponibili che sono state ora fornite all’OTP. Le prove dimostrano che questa uccisione deliberata faceva parte di una campagna più ampia per prendere di mira e mettere a tacere Al-Jazeera”.

Al-Jazeera ha ribadito il suo impegno per ottenere giustizia per Abu Aqleh e esplorare tutte le vie per garantire che gli autori siano ritenuti responsabili e assicurati alla giustizia.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Ramallah – MEMO. L’Autorità palestinese (ANP) ha fornito alla Corte penale internazionale (CPI) un dossier sui crimini israeliani contro i bambini palestinesi, secondo quanto dichiarato lunedì dal ministro degli Esteri Riyad al-Maliki.

Parlando in vista della 22ª sessione dell’Assemblea degli Stati parti dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale all’Aia, al-Maliki ha sottolineato l’importanza della Corte penale internazionale ed il suo ruolo nell’ottenere giustizia per il popolo palestinese e nel responsabilizzare i criminali di guerra, “alla luce dell’ascesa al potere di un governo israeliano estremista composto da coloni terroristi”.

“Tutti questi crimini rientrano nella giurisdizione della Corte penale internazionale”, ha spiegato al-Maliki, affermando l’importanza “di accelerare le indagini penali e portare i criminali davanti alla giustizia internazionale, che contribuirà alla protezione dei palestinesi”.

L’Autorità Palestinese continua a cooperare con la Corte penale internazionale, ha affermato, per fornire prove che funzionari e coloni israeliani “hanno commesso gravi crimini contro il popolo palestinese”, e ha invitato il procuratore della CPI a visitare la Palestina e dare priorità al raggiungimento della giustizia.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

PIC. Di Ramzy Baroud. Mentre i Paesi occidentali ventilano l’ipotesi che la Russia possa far degenerare il conflitto con l’Ucraina trasformandola in una guerra nucleare, questi stessi governi occidentali continuano a chiudere gli occhi sugli armamenti nucleari in possesso di Israele. Fortunatamente, molti altri Paesi del mondo non partecipano a questa endemica ipocrisia occidentale.

Dal 14 al 18 novembre si è tenuta la “Conferenza sull’istituzione in Medio Oriente di una zona priva di armi nucleari e di altre armi di distruzione di massa” con l’unico scopo di creare nuovi standard di responsabilità che dovrebbero essere applicati in egual misura a tutti i Paesi del Medio Oriente, come sarebbe sempre stato normale che fosse accadutodovuto accadere.

Il dibattito sulle armi nucleari in Medio Oriente non potrebbe essere più rilevante ed urgente. Gli osservatori internazionali notano giustamente che il periodo che farà seguito alla guerra Russia-Ucraina probabilmente accelererà la corsa alle armi nucleari in tutto il mondo. Considerando lo stato di conflitto apparentemente perenne in Medio Oriente, è probabile che anche quest’area sarà testimone di una rivalità nucleare.

Per anni, i Paesi arabi, assieme ad altri, hanno cercato di sollevare la questione secondo la quale la responsabilità dello sviluppo e dell’acquisizione di armi nucleari non può essere limitata agli Stati che sono percepiti come nemici di Israele e dell’Occidente.

L’ultimo di questi tentativi è stata una risoluzione delle Nazioni Unite che ha chiesto a Israele di sbarazzarsi delle sue armi nucleari e di inserire i suoi impianti nucleari sotto il monitoraggio dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). La risoluzione numero A/C.1/77/L.2, redatta dall’Egitto con il sostegno di altri Paesi arabi, è passata inizialmente con un voto di 152 voti a favore. Non sorprende che tra i cinque Paesi che hanno votato contro la bozza vi siano gli Stati Uniti, il Canada e, naturalmente, lo stesso Israele.

Quindi vi è un cieco sostegno degli Stati Uniti e del Canada a favore di Tel Aviv. Ma cosa spinge Washington e Ottawa a votare contro una bozza di risoluzione dal titolo “Il rischio di proliferazione nucleare in Medio Oriente”? Considerando i governi estremisti di destra che hanno governato Israele nel corso degli anni, Washington deve comprendere che il rischio che possano essere usate armi nucleari con il pretesto di respingere una “minaccia all’esistenza” è una possibilità molto reale.

Fin dalla sua nascita, Israele ha fatto ricorso e utilizzato l’espressione “minaccia all’esistenza” innumerevoli volte. Diversi governi arabi, poi l’Iran e movimenti della resistenza palestinesi sono stati via via accusati di mettere in pericolo l’esistenza stessa di Israele. Persino il movimento non violento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), guidato dalla società civile palestinese, è stato accusato nel 2015, dall’allora primo ministro Benjamin Netanyahu, di essere una minaccia all’esistenza di Israele. Netanyahu affermò che il movimento di boicottaggio “non è correlato alle nostre azioni, ma alla nostra stessa esistenza”.

Questo dovrebbe preoccupare non solo il Medio Oriente, ma tutto il mondo. A un Paese con una reattività così ipnotica nei confronti di immaginarie “minacce esistenziali” non dovrebbe essere permesso di possedere armi che potrebbero distruggere più volte volte l’intero Medio Oriente.

Alcuni potrebbero sostenere che l’arsenale nucleare di Israele sia intrinsecamente legato a timori reali derivanti dal conflitto storico con gli arabi. Ma non è questo il caso. Non appena Israele ha portato a termine la pulizia etnica dei Palestinesi dalla loro patria storica, e molto prima che venisse messa in atto una seria resistenza araba o palestinese in risposta, Israele era già in allerta, alla ricerca di armi nucleari.

Già nel 1949 l’esercito israeliano aveva trovato depositi di uranio nel deserto del Negev, portando alla creazione, nel 1952, della segretissima Commissione Israeliana per l’Energia atomica (IAEC).

Nel 1955, il governo statunitense vendette a Israele un reattore per la ricerca nucleare. Ma ciò non era sufficiente. Desiderosa di diventare una potenza nucleare a tutti gli effetti, nel 1957 Tel Aviv si rivolse anche a Parigi. Quest’ultima divenne un partner importante nelle inquietanti attività nucleari di Israele quando aiutò questo governo a costruire un reattore nucleare segreto vicino a Dimona, nel deserto del Negev.

Il padre del programma nucleare israeliano all’epoca era nientemeno che Shimon Peres il quale, ironia della sorte, venne insignito del Premio Nobel per la Pace nel 1994. Il reattore nucleare di Dimona è ora denominato “Centro di ricerca nucleare Shimon Peres-Negev”.

Senza alcun controllo internazionale e quindi senza alcuna responsabilità legale, la ricerca nucleare di Israele è continuata fino ad oggi. Nel 1963, Israele acquistò 100 tonnellate di minerale di uranio dall’Argentina e si ritiene che, durante la guerra arabo-israeliana dell’ottobre 1973, Israele “sia stato sul punto di condurre un attacco nucleare preventivo”, secondo Richard Sale che scrive su United Press International (UPI).

Attualmente si ritiene che Israele sia in possesso di “materiale fissile sufficiente per fabbricare 60-300 armi nucleari”, secondo l’ex ufficiale dell’esercito statunitense Edwin S. Cochran.

Le stime variano, ma le informazioni riguardanti le armi di distruzione di massa in possesso di Israele sono difficilmente contestabili. Israele stesso pratica la cosiddetta “ambiguità intenzionale”, per inviare un messaggio ai suoi nemici circa la sua potenza letale, senza però rivelare nulla che possa renderlo responsabile di fronte alle ispezioni internazionali.

Ciò che sappiamo a proposito delle armi nucleari israeliane è in parte stato possibile grazie al coraggio di un ex ingegnere nucleare israeliano, Mordechai Vanunu, un informatore che è stato tenuto in isolamento per un decennio a causa del coraggio che ha avuto nel rivelare i segreti più oscuri di Israele.

Tuttavia, Israele si rifiuta di firmare il Trattato di Non Proliferazione delle Armi Nucleari (TNP), approvato e sottoscritto da 191 Paesi.

I leader israeliani aderiscono alla cosiddetta “dottrina Begin”, in riferimento a Menachem Begin, il primo ministro israeliano di destra che invase il Libano nel 1982 causando migliaia di morti. La dottrina è formulata secondo l’idea che, mentre Israele si concede il diritto di possedere armi nucleari, i suoi nemici in Medio Oriente non devono farlo. Questa convinzione continua a influenzare e dirigere le azioni israeliane fino ad oggi.

Il sostegno degli Stati Uniti a Israele non si limita a garantire a quest’ultimo un “vantaggio militare” rispetto ai paesi vicini in termini di armi tradizionali, ma anche a garantire che Israele rimanga l’unica superpotenza della regione, anche se ciò comporta la possibilità di sfuggire alla responsabilità internazionale per lo sviluppo delle armi di distruzione di massa.

Tutti gli sforzi dei Paesi arabi e di altri Paesi all’Assemblea generale delle Nazioni Unite per creare una zona del Medio Oriente che sia priva di armi nucleari sono iniziative benvenute. È opportuno che tutti, Washington compresa, si uniscano al resto del mondo per costringere finalmente Israele ad aderire al Trattato di Non Proliferazione, un primo ma fondamentale passo verso una responsabilità che è stata a lungo rimandata.

Traduzione per InfoPal di Aisha T. Bravi

Al-Jazeera. Il primo ministro dell’occupazione, Yair Lapid, ha affermato che nessuno interrogherà i loro soldati. Lo ha detto poche ore dopo che Al Jazeera ha intentato una causa presso la Corte Penale Internazionale (ICC) dell’Aia per l’omicidio a sangue freddo della giornalista palestinese Shireen Abu Akleh da parte delle forze di occupazione israeliane, lo scorso maggio.

Traduzione per InfoPal di Lorenzo Poli

Negev-PIC. Lunedì, le autorità israeliane hanno costretto un uomo palestinese ad autodemolire la propria casa a Rahat, nel Negev.

Taysir Arbash, 54 anni, è stato costretto ad abbattere la casa, che aveva ereditato, per evitare le tasse di demolizione israeliane dopo aver ricevuto un ordine in tal senso da parte di Israele.

Arbash ha ereditato la sua casa dal padre, che fu sfollato per la prima volta dall’area di Harab al-Razuq nel 1979 e da allora ha vissuto nella proprietà presa di mira nel Quartiere 28. “Ho cercato per lunghi anni di evitare le tasse di demolizione israeliane dopo aver ricevuto l’ordine di abbattimento. Ho cercato per anni di ottenere un permesso di costruzione israeliano, ma è stato inutile”, ha detto Arbash.

La politica di demolizione di Israele è in aumento, nel Negev, come parte della sua sistematica politica razzista di sfollamento contro i nativi palestinesi nella Palestina occupata del 1948.

Ramallah – PIC. Il prigioniero palestinese Mohammed Ardah soffre di negligenza medica nelle carceri israeliane dal 2011.

Il prigioniero Ardah si è lamentato, in una lettera che ha scritto di recente, che il Servizio carcerario israeliano ha ignorato per molti anni la sua necessità di un intervento chirurgico al naso.

Circa 10 giorni fa, è stato portato dai carcerieri israeliani in un ospedale per vedere un medico, che lo ha esaminato e gli ha detto che se fosse stata eseguita all’inizio dei sintomi, l’operazione non avrebbe avuto ripercussioni, ma ora potrebbe ritrovarsi con una deformità al naso se cercasse di sottoporsi all’intervento (che gli serve per respirare normalmente).

Il prigioniero Ardah, della cittadina di Arraba, a Jenin, è stato arrestato il 16 maggio 2002. Da allora sta scontando tre ergastoli e 20 anni con l’accusa di affiliazione al movimento del Jihad islamico.

Nel settembre 2021, lui ed altri cinque prigionieri sono riusciti a fuggire dal carcere di Gilboa attraverso un tunnel, ma pochi giorni dopo sono stati ritrovati e rimandati in carcere. Dopo la loro cattura, sono stati messi in isolamento in diverse prigioni.

Tulkarem – PIC. Domenica, le forze di sicurezza dell’Autorità palestinese (ANP) hanno arrestato un alto funzionario di Hamas, Adnan al-Hasri, durante un’incursione nella sua casa nel campo profughi di Tulkarem.

Il figlio del funzionario di Hamas, Bakr, ha affermato che ufficiali dell’intelligence dell’Autorità Palestinese hanno rapito suo padre dalla sua casa nel campo di Tulkarem.

Ha denunciato gli apparati di sicurezza dell’Autorità Palestinese per aver continuato a compiere arresti politici, in mezzo all’escalation dei crimini israeliani contro il popolo palestinese in Cisgiordania.

Hasri è un ex-detenuto che ha trascorso un totale di oltre 12 anni nelle carceri israeliane, per lo più in detenzione amministrativa. Circa una settimana fa, le forze israeliane hanno rapito suo figlio, Musaab.

Tel Aviv – MEMO. Domenica, il tribunale militare israeliano della prigione di Ofer ha respinto una petizione che chiedeva il rilascio del prigioniero senior palestinese, Nael al-Barghouti, secondo quanto affermato dal Club dei prigionieri palestinesi (PPC).

In una dichiarazione, il PPC ha affermato che il tribunale militare di Ofer ha deciso di mantenere i 18 ergastoli contro il prigioniero palestinese, citando un “fascicolo segreto” contro di lui.

Al-Barghouti, 65 anni, è in prigione da 43 anni. In precedenza era stato rilasciato in base ad un accordo di scambio di prigionieri tra il gruppo di resistenza palestinese Hamas e Israele. Tuttavia, è stato nuovamente arrestato nel 2014 e la sua condanna è stata ripristinata.

Il suo avvocato difensore ha presentato una petizione all’Alta corte israeliana quattro anni fa, chiedendo il rilascio di al-Barghouti sulla base dei termini dell’accordo di scambio di prigionieri che afferma che Israele non può arrestare nuovamente i prigionieri liberati e ripristinare le loro condanne.

Almeno 47 palestinesi che sono stati liberati in base ai termini dell’accordo di scambio dei prigionieri del 2011 sono stati nuovamente arrestati e le loro condanne sono state ripristinate, hanno detto fonti palestinesi.

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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