Palestina

972mag.com.Di Oren Ziv. Attivisti per la  giustizia climatica e i diritti umani si incatenano all’ingresso  di una cava israeliana per protestare contro il furto della terra palestinese e la distruzione dell’ecosistema locale. (Da InvictaPalestina.org). 

Decine di attivisti per la giustizia climatica e per i diritti umani hanno bloccato domenica mattina l’ingresso a una cava israeliana nella Cisgiordania occupata per protestare contro  il progetto di costruzione di una nuova zona industriale nell’area. Secondo i manifestanti, il piano di espansione della Heidelberg Cement Quarry, che includerà anche la costruzione di un nuovo cimitero israeliano, distruggerà il corridoio ecologico del centro del Paese ed amplierà l’annessione della Cisgiordania.

Gli attivisti, che fanno parte del gruppo “One Climate”, si sono incatenati all’ingresso della cava e hanno dispiegato un gigantesco cartello con la scritta “Stop the Destruction”, impedendo l’entrata e l’uscita dei camion che trasportano cemento attraverso il Paese. L’azione ha causato un grande ingorgo di camion fuori dalla cava, con un autista che ha stimato che la protesta ha  causato oltre 100.000 NIS di perdita per l’azienda.

Nel frattempo, altri attivisti hanno distribuito volantini ai passanti, compresi i camionisti palestinesi che si sono schierati in solidarietà con i manifestanti. Dopo tre ore di protesta, gli agenti di polizia giunti sul posto hanno chiesto ai lavoratori della cava di  tagliare le catene dei manifestanti. Otto sono stati arrestati.

Il progetto  per espandere la cava di HeidelbergCement e costruire una zona industriale collegherebbe gli insediamenti israeliani di Elkana e Oranit (situati a est della cava) con la città israeliana di Rosh HaAyin (a ovest della cava e all’interno della linea verde ), creando così una contiguità territoriale tra Israele e la Cisgiordania. La cava esistente – che è di proprietà e gestita da Hanson, una filiale israeliana della società tedesca HeidelbergCement, il secondo più grande produttore di cemento al mondo – è costruita su terreni appartenenti ai villaggi palestinesi di Deir Balut e al-Zawiya, espropriati dall’esercito israeliano negli anni ’80.

Poiché la cava si trova sul lato “israeliano” del muro di separazione, di fronte a un checkpoint dell’IDF sulla Route 5, gli attivisti palestinesi della Cisgiordania non hanno potuto prendere parte alla protesta.

La polizia israeliana arresta gli attivisti per il clima fuori dalla cava di HeidelbergCement nella Cisgiordania occupata durante una protesta contro il piano del governo di espandere la cava e costruire una zona industriale nelle vicinanze, il 22 novembre 2020 (Oren Ziv).

“Siamo qui per fermare i responsabili dell’occupazione e della crisi climatica. Siamo qui per chiedere giustizia climatica per tutti coloro che vivono in questa terra, uomini e animali, palestinesi e israeliani, donne e uomini, dI ogni gruppo, dI ogni identità “, ha detto Ya’ara Peretz, uno dei leader dell’azione.

Il piano di ampliamento della cava è in attesa di approvazione da parte della commissione urbanistica del governo militare nei territori occupati, sotto l’egida del ministro della Difesa Benny Gantz.

I manifestanti hanno denunciato che il furto di risorse naturali dal territorio occupato e il loro trasferimento in territorio israeliano viola il diritto internazionale. “Queste colline appartengono anche ai villaggi che si trovano ad est del muro di separazione”, ha detto Peretz. “Secondo il diritto internazionale, le risorse qui appartengono ai palestinesi, non a Israele. Quello che stiamo vedendo qui è un doppio furto. Furto della natura e dell’ambiente e furto della [terra] palestinese “. ha detto Peretz.

 

La polizia israeliana arresta gli attivisti per il clima fuori dalla cava di HeidelbergCement nella Cisgiordania occupata durante una protesta contro il piano governativo di espandere la cava e costruire una zona industriale nelle vicinanze, il 22 novembre 2020. (Oren Ziv)

“Siamo  qui per fermare la distruzione, per stabilire il collegamento tra occupazione, annessione e clima”, ha detto Mor Gilboa, uno dei leader di One Climate, che si è incatenato all’ingresso della cava. “Il piano per espandere la cava non viene portato avanti solo per ragioni economiche, ma anche per creare contiguità dall’insediamento di Elkana a Rosh HaAyin”, ha detto.

I manifestanti hanno aggiunto che le colline su cui si trova la cava fanno parte di un corridoio ecologico nel centro del paese che si estende dalla Cisgiordania alla pianura costiera e ospita molti animali tra cui cervi, iene, sciacalli e cinghiali selvatici . Diverse organizzazioni ambientaliste israeliane, inclusa la Società per la protezione della natura in Israele, si oppongono al piano.

Oren Ziv è fotoreporter, uno dei  membri fondatori del collettivo fotografico Activestills e  scrittrice per Local Call. Dal 2003, ha documentato una serie di questioni sociali e politiche in Israele e nei Territori palestinesi occupati con un’enfasi sulle comunità di attivisti e le loro lotte. Il suo reportage si è concentrato sulle proteste popolari contro il muro e gli insediamenti, alloggi a prezzi accessibili e altre questioni socio-economiche, lotte contro il razzismo e la discriminazione e la lotta per liberare gli animali.

Traduzione per InvictaPalestina.org di Grazia Parolari.

(Immagine di copertina: attivisti israeliani per il clima e i diritti umani si incatenano all’ingresso della cava di Heidelberg Cement nella Cisgiordania occupata per protestare contro un piano del governo per espandere la cava e costruire una zona industriale nelle vicinanze, il 22 novembre 2020. Oren Ziv).

Bill sets $3.8 billion in weapons as yearly floor rather than ceiling.

The Labour Party is over, says former MP Chris Williamson.

Washington-Wafa. La Global Partnership for Results-Based Approaches (GPRBA), la Partnership for Infrastructure Development Multi-Donor Trust Fund (PID-MDTF) per la Cisgiordania e Gaza e l’autorità nazionale palestinese hanno firmato un accordo di sovvenzione atto a fornire 3,25 milioni di dollari in finanziamenti aggiuntivi per sostenere il progetto attualmente in corso Gaza Solid Waste Management (GSWMP), stando a quanto affermato in un comunicato stampa, il 22 novembre, della Banca Mondiale.

Il GSWMP, che mira ad aumentare la portata delle pratiche e delle infrastrutture di gestione dei rifiuti solidi a Gaza, è stato avviato nel 2014 attraverso un partenariato tra la Banca mondiale, l’Agenzia Francese per lo Sviluppo, l’Unione Europea e altri partner per lo sviluppo. I 29,5 milioni di dollari originariamente stanziati per il finanziamento da queste organizzazioni saranno integrati dal GPRBA, ma gli obiettivi e la strategia del progetto iniziale rimarranno invariati.

Il GPRBA, fondo fiduciario amministrato dalla Banca Mondiale, sostiene progetti di sviluppo tramite il collegamento tra finanziamenti e risultati effettivi raggiunti. A Gaza, il GPRBA fornirà i fondi aggiuntivi adottando un approccio di finanziamento basato sui risultati: partirà dal successo del progetto esistente e fornirà un sussidio per il funzionamento della nuova infrastruttura di gestione dei rifiuti. Il sussidio è concepito per incentivare il fornitore di servizi beneficiario (il Joint Services Council for Khan Younis, Rafah and Middle area; JSC-KRM) a migliorare le proprie procedure di raccolta e trattamento dei rifiuti solidi. Inoltre, lo esorterà a migliorare il recupero dei costi attraverso una migliore riscossione delle tasse degli utenti.

Oltre a colmare le carenze finanziarie, questi fondi aggiuntivi saranno utilizzati per dotare i produttori di rifiuti sanitari di formazione e risorse per smaltire adeguatamente i rifiuti pericolosi e per stabilire standard operativi per le discariche, in modo da affrontare anche il problema dell’inquinamento. Questi standard potrebbero successivamente essere applicati in tutti i territori palestinesi e andrebbero a moltiplicare l’impatto del progetto e a fornire ai residenti di Gaza un servizio municipale necessario, ma spesso trascurato, per rendere la comunità più sana e sostenibile.

Il progetto Gaza Solid Waste Management dà risultati positivi già da diversi anni: ha permesso il finanziamento della costruzione di nuove discariche e di stazioni di trasferimento più igieniche a beneficio di oltre 900.000 persone, quasi il 46% della popolazione totale di Gaza. Circa il 94% (677 tonnellate al giorno) dei rifiuti urbani nell’area di riferimento viene smaltito nella nuova discarica. Inoltre, le stazioni di trasferimento servono anche come stazioni economiche di stoccaggio temporaneo dei rifiuti.

Migliorando l’infrastruttura complessiva di gestione dei rifiuti solidi e i sistemi di gestione in sé, il progetto aiuterà ad alleviare l’impatto sproporzionato che i rifiuti solidi non raccolti e non trattati potrebbero avere sulle persone povere nelle aree urbane. In questo modo, contribuirà anche al miglioramento dei risultati in ambito ambientale e di salute pubblica, ha affermato la Banca Mondiale.

Traduzione per InfoPal di Stefania Solivardi

 

Gerusalemme-Wafa. Secondo il nuovo rapporto di HaMoked, gruppo israeliano che si occupa della tutela dei diritti umani, ogni anno l’esercito israeliano arresta centinaia di adolescenti palestinesi, prelevandoli dai loro letti nel cuore della notte, ammanettandoli e bendandoli per poi sottoporli ad interrogatorio, traumatizzando intere famiglie, compresi i bambini più piccoli.

Gli arresti notturni sono in totale violazione dei regolamenti e delle prescrizioni militari israeliane che prevedono l’emissione di un mandato di comparizione prima dell’arresto per poter eseguire un interrogatorio.

Il rapporto si basa su 81 dichiarazioni giurate, raccolte dal gruppo HaMoked, di ragazzini di età compresa tra i 14 e i 17 anni che sono stati arrestati nel 2018-2019. I dati dicono che il 72% (ovvero 58 ragazzini) sono stati prelevati da casa tra le ore 23 e le 5 di mattina, mentre 56 su 58 confermano di non aver ricevuto alcuna convocazione scritta o verbale, la quale avrebbe consentito loro di presentarsi per l’interrogatorio di propria iniziativa, rendendo non necessario l’arresto notturno.

HaMoked racconta che le dichiarazioni giurate mostrano come gli arresti notturni spesso includano violazioni dei diritti umani e la violenza fisica. I ragazzi vengono portati via con la forza dai loro letti, di fronte allo shock dei fratelli minori. I soldati non comunicano loro il motivo per cui vengono arrestati, né informano i genitori sul luogo in cui i loro figli verranno portati o in che modo potranno comunicare con loro. Undici dei ragazzi che hanno testimoniato hanno riferito di essere stati portati via senza nemmeno essere completamente vestiti, magari indossando solo il pigiama, ed alcuni anche senza le scarpe.

Circa la metà dei ragazzi ha subito violenze fisiche, umiliazioni e minacce durante il periodo di detenzione o durante il tragitto verso il luogo dell’interrogatorio. Il viaggio verso il centro interrogatori può durare diverse ore ed include più fermate. Praticamente tutti i ragazzi sono stati bendati e ammanettati per tutto il tempo, in violazione di ogni regola e al di là di ogni ragionevole necessità. A molti è stato negato il cibo e da bere, l’uso del bagno e tanti sono stati esposti a temperature estreme.  

I regolamenti militari prevedono l’emissione di una convocazione per un interrogatorio, di modo da poterla resocontare, prima che un minore venga arrestato. Solo se la convocazione per interrogatorio non è possibile o non è efficace, si può procedere all’arresto. Trattando di questo argomento, nel 2014 i militari israeliani hanno annunciato un programma sperimentale per cercare un’alternativa alla convocazione dei minori per gli interrogatori. Tuttavia, secondo il rapporto, tale programma non è stato realmente implementato.

Questa settimana, HaMoked ha ricevuto dei dati che dimostrano che gli arresti sono la prima risorsa utilizzata da Israele per prelevare gli adolescenti palestinesi ed interrogarli. In risposta ad una richiesta di Freedom of Information, i militari hanno affermato che nel 2019 hanno detenuto 235 minori palestinesi in operazioni di arresto programmate (escludendo gli arresti a Gerusalemme est). Tutte le detenzioni, senza eccezione, si sono verificate tra le 23 e le 5 del mattino.

H.N. di 15 anni, proveniente dal villaggio di Nahhalin, ha descritto il suo arresto:

Sono stato arrestato a casa mia alle 3 di notte, mentre stavo dormendo. Ho sentito qualcuno bussare forte alla porta d’ingresso. Mi sono svegliato e sono uscito dalla mia stanza per vedere cosa stesse succedendo. Ho visto molti soldati. Uno di loro stava parlando con mio padre. Dicevano che stavo causando problemi e che volevano arrestarmi. Non mi hanno detto dove mi avrebbero portato. Non avevo mai ricevuto alcuna convocazione per un interrogatorio prima di allora. Se mi avessero convocato, sarei andato…ho due sorelle e due fratelli. Due di loro sono piccoli – uno ha un anno e l’altro tre. Il più piccolo ha incominciato a piangere. Erano spaventati. I soldati hanno spostato tutta la famiglia in una sola stanza e li hanno chiusi dentro. Intanto sentivo i più piccoli piangere.

H.N. ha inoltre descritto come i soldati lo abbiamo maltrattato quando era bendato:

All’inizio due di loro mi tenevano da dietro, poi ad un certo punto mi hanno fatto camminare da solo. Mi hanno fatto inciampare e non vedevo nulla. Ho continuato a cadere e a rialzarmi…finché ho sbattuto contro un palo. Ero ferito sulla parte sinistra della fronte…loro hanno riso per tutto il tempo come se stessero giocando ad un gioco, divertendosi a farmi cadere e inciampare.

‘A.S. di 16 anni dal campo rifugiati di al-Jalazun ha pronunciato le seguenti parole:

Per tutto il tragitto, i soldati che stavano camminando con me continuavano a colpirmi con mani, piedi e con il calcio del fucile, soprattutto alla schiena. Mi colpivano anche sulle braccia e sulle gambe. Non sapevo da dove provenissero tutti quei colpi. Quelli alla schiena erano molto dolorosi. Hanno continuato a picchiarmi fino a quando siamo arrivati a Beit El. C’è stata un’ispezione all’entrata. Il dottore ha visto i segni delle percosse e mi ha chiesto come me li fossi fatti e io ho detto che erano stati i soldati. Uno dei soldati che era lì ha incominciato a strillare dicendo che non era vero. Allora abbiamo iniziato a litigare, lui ha cercato di attaccarmi. Ero spaventato. Alla fine, ho detto “okay, non siete stati voi”. Ero veramente spaventato da lui. Il dottore è rimasto solo a guardare e non mi ha protetto.

Questa settimana, il gruppo HaMoked ha presentato una petizione all’Alta Corte di giustizia israeliana contro la pratica diffusa degli arresti notturni di minori palestinesi in Cisgiordania, essendo tale pratica una violazione del diritto internazionale. La petizione richiede che venga inviato ai genitori un mandato di comparizione per interrogatorio del figlio minore come prima risorsa precedente all’arresto e che i militari applichino le misure di protezione previste dalla Legge israeliana sui minori anche sui bambini che arrestano, al fine di tutelare il loro interesse.

Jessica Montell, direttore esecutivo del gruppo HaMoked ha detto: “Ci aspettiamo che l’Alta Corte metta fine all’utilizzo degli arresti notturni come metodo primario ed esclusivo dei militari di prelevare gli adolescenti palestinesi per poi sottoporli ad interrogatorio. I militari devono esaurire tutte le alternative prima di arrivare al punto di invadere le case nel cuore della notte, traumatizzando intere famiglie e trascinando via dai loro letti degli adolescenti”.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio

E.I Di Omar Karmi. La notizia della decisione dell’Autorità palestinese di riprendere gli accordi di coordinamento con Israele, dopo sei mesi di sospensione, non è una sorpresa inaspettata. A ciò si aggiunge anche il regalo di benvenuto fatto a Biden, il presidente americano da poco eletto, che rivela ancora una volta la carenza di strategia del leader dell’Autorità Palestinese (ANP).

La decisione, presa a maggio, di sospendere il coordinamento della sicurezza con Israele è avvenuta a causa della minaccia formale di Tel Aviv di annettere il 30% dei Territori occupati della Cisgiordania.

Ma sin dall’inizio, i dirigenti palestinesi hanno ammesso che la protesta era più simbolica che pratica. Formalmente, il coordinamento tra le forze di sicurezza palestinesi e quelle militari di Israele era sospeso, ma le forze di sicurezza palestinesi si comportavano come se lo stesso fosse ancora in vigore.

In altre parole, nell’unico settore a cui Israele è interessato – la sicurezza – l’Autorità palestinese ha subito ceduto. Il resto era di facciata, ed è stato per giunta autolesivo.

Si è trattato di una mera un’ostentazione poiché con l’assenza del coordinamento qualsiasi altra mossa si è rivelata inutile, indirizzata più che altro al pubblico palestinese, così da poter dire “guardate, stiamo facendo qualcosa”, piuttosto che per portare del reale cambiamento.

È stata una scelta dannosa per la Palestina perché non ha avuto esiti positivi, se non quello di dover fare a meno delle entrate fiscali che Israele raccoglie per conto dell’ANP.

E siccome la sospensione è avvenuta durante una pandemia globale, ha avuto gravi conseguenze soprattutto su Gaza. La popolazione, già di fatto incarcerata dal blocco di Israele, non aveva quasi alcuna possibilità di lasciare il territorio per ricevere cure mediche. Con il settore sanitario sul punto di collassare, come diretto risultato delle sanzioni e dell’assedio di Israele, la sospensione del coordinamento ha causato danni e sofferenze indicibili.

Il coordinamento sulla sicurezza tra ANP-Israele è, di fatto, un meccanismo attraverso il quale Israele impone il regime di permessi sui Territori palestinesi occupati, in particolar modo nell’isolata Striscia di Gaza. Come potenza occupante Israele dovrebbe provvedere ai servizi di welfare della popolazione sotto occupazione, qualsiasi sia lo status del coordinamento di sicurezza.

Una gloriosa vittoria.

Si potrebbe ora affermare – così come potrebbero fare gli EAU e il Bahrain – che la missione è stata compiuta; il pericolo di un’annessione formale è stato scongiurato e non c’è più bisogno di sospendere il coordinamento della sicurezza, a maggior ragione se tale sospensione è dannosa per la Palestina.

Non ci sarebbero obiezioni da fare se solo due cose fossero successe:

La prima, se l’assenza del coordinamento tra Palestina e Israele avesse, in qualche modo, creato degli inconvenienti a Israele, tanto da farlo desistere dal progetto di annessione dei Territori occupati.

La seconda, se Israele avesse effettivamente abbandonato l’idea dell’annessione.

È vero che Israele ha accantonato, per il momento, il piano di annettere ufficialmente i Territori occupati (di fatto ha già formalmente annesso le alture del Golan e Gerusalemme est) ma ha continuato a costruire insediamenti ed ogni insediamento costruito è un’annessione de facto. Israele non sta facendo trasferire su quei territori degli israeliani per poi evacuare l’area per dare vita ad uno stato palestinese.

Quindi, la sospensione del coordinamento con Israele non è servita a nulla. Ciò, però, non ha impedito agli alti funzionari dell’ANP di affermare che la ripresa del coordinamento è una “vittoria” per il popolo palestinese.

Sicuramente si tratta di sarcasmo.

Ci sono due ragioni per cui l’ANP ha ripreso il coordinamento, e nessuno dei due ha nulla a che fare con un successo diplomatico.

La prima è la stretta finanziaria. La seconda sono le elezioni presidenziali americane. L’ANP è ansiosa di presentare all’amministrazione del nuovo (presunto) presidente Biden, una situazione nuova e positiva.

Ma in questo modo non farà altro che ripristinare i rapporti e gli accordi delle legislazioni precedenti a quella di Trump, che non sono serviti ai palestinesi e che hanno fatto solo gli interessi degli israeliani negli ultimi decenni.

Ancora, ancora e ancora.

Tra i primi obbiettivi dell’ANP c’è la volontà di ristabilire relazioni diplomatiche con gli EAU e il Bahrain, nonostante il “tradimento” avvenuto attraverso la normalizzazione delle relazioni con Israele.

Altro obbiettivo è quello di assicurarsi che la missione dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina a Washington riapra e che le relazioni con gli Stati Uniti riprendano.

Questo sembra essere il momento adatto per strappare qualche concessione da un’amministrazione in entrata desiderosa di prendere le distanze da quella in uscita.

Una, tra le possibili concessioni, è già fuori discussione. Biden ha affermato tempo fa che non avrebbe rimosso l’ambasciata da Gerusalemme.

Tuttavia, la Palestina potrebbero chiedere che gli Stati Uniti chiarifichino la loro posizione su Gerusalemme est, in quanto territorio occupato, e sugli insediamenti israeliani – illegali secondo quanto previsto dalle leggi internazionali.

Queste, infatti, non sono posizioni controverse a livello internazionale.

Purtroppo, però, da molti anni gli Stati Uniti hanno gradualmente ammorbidito le loro posizioni sugli insediamenti israeliani, raggiungendo il punto più basso durante l’amministrazione Trump che li ha definiti come “non…incoerenti” con il diritto internazionale. Ciò potrebbe consentire a Biden l’opportunità di prendere le distanze da Trump.

Ma Biden è profondamente radicato nella cultura pro-Israele di Washington e, in ogni caso, a prescindere da quale partito controlli il Congresso degli Stati Uniti, il neopresidente incontrerà sempre forti ostilità quando si tratta di Israele. Qualsiasi concessione sarà difficile da ottenere. L’autorità palestinese sarà costretta, ancora una volta a resistere, quando la Casa Bianca gli strizzerà l’occhio. Non c’è da aspettarsi alcuna vera richiesta dell’ANP agli Stati Uniti o a Israele quando l’amministrazione Biden chiamerà. Al contrario, se e quando l’amministrazione Biden inviterà l’OLP a Washington, la leadership palestinese perderà solo tempo.

Di conseguenza, aspettatevi di vedere gli sforzi di unità e ogni discussione sulle elezioni con Hamas messi a tacere, poiché l’ANP cercherà di evitare in qualsiasi modo di mettere in imbarazzo il presidente Biden.

Il leader dell’ANP, Mahmoud Abbas, potrebbe chiedere un processo di pace diverso, guidato da una combinazione di attori internazionali piuttosto che dai soli Stati Uniti, richiesta che ha spesso avanzato negli ultimi anni.

Ma ci vorranno grandi sforzi da parte dei funzionari della nuova amministrazione americana per convincere le controparti palestinesi ad accettare nuovamente i fondi statunitensi – per l’ANP, o per la UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite che si prende cura dei rifugiati palestinesi – e per la riapertura della missione dell’OLP a Washington. Questioni che in realtà serviranno a tenere a bada ulteriori richieste dell’ANP.

Dopodiché, sarà solo questione di tempo prima che i palestinesi possano celebrare un’altra “vittoria” diplomatica: il ritorno alla situazione precedente al governo Trump. Scenario per nulla favorevole per i palestinesi.

In assenza di un cambiamento di strategia da parte della leadership dell’OLP, stiamo per assistere allo stesso disastro del processo di pace.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio.

Ramallah – PIC. Sada Social ha denunciato l’insistenza di Twitter nella chiusura di decine di account palestinesi che mostravano sostegno al popolo palestinese e denunciavano i crimini e le violazioni di Israele.

In una dichiarazione rilasciata martedì, Sada Social ha descritto il comportamento di Twitter come “una flagrante insistenza nel violare l’atmosfera democratica che la piattaforma afferma di fornire ai suoi utenti” e “un grossolano pregiudizio a favore dei diktat di Israele e delle sue violazioni dei diritti umani”.

Sada Social, un sito che monitora le violazioni di varie piattaforme di social media contro contenuti palestinesi, ha affermato che Twitter ha preso di mira e bloccato oltre 86 account di noti centri stampa, giornalisti e attivisti dei social media palestinesi ed arabi a causa delle loro posizioni a sostegno del popolo palestinese e della loro lotta legittima contro l’occupazione israeliana.

Il centro ha sottolineato il continuo incitamento alla violenza e all’odio contro i palestinesi da parte di istituzioni ed individui israeliani su Twitter.

Salfit – PIC. Un gruppo di coloni estremisti ha devastato un uliveto nella zona di al-Wadat, nella cittadina di Bruqin, ad ovest di Salfit, nella Cisgiordania occupata.

Secondo fonti locali, gli israeliani provenienti dalla colonia di Bruchin – costruita su terreni annessi dalle città di Bruqin e Kafr ad-Dik, nella parte occidentale di Salfit – mercoledì hanno iniziato lo sradicamento di decine di ulivi in ​​un boschetto appartenente ad un residente locale, Yousef Sabrah.

Questa zona agricola è stata esposta a ripetuti attacchi e violazioni da parte di coloni e soldati a causa della presenza della colonia.

Episodi di terrorismo e violenza da parte di coloni estremisti contro i palestinesi e le loro proprietà sono all’ordine del giorno in tutta la Cisgiordania.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Un soldato israeliano lo scorso anno sparò senza motivo da una torretta a un giovane palestinese, Ahmad Manasrah, che soccorreva una famiglia e ne ferì un altro. 

Ahmed Manasrah

AGGIORNAMENTO

L’Alta Corte di Giustizia israeliana nei giorni scorsi ha respinto la una petizione che chiedeva la revoca del  patteggiamento.  Durante le indagini il militare ha confessato di aver aperto il fuoco, da lontano, su entrambi ritenendoli dei «terroristi» intenzionati a lanciare pietre contro auto israeliane. Invece i due palestinesi erano coinvolti in un banale incidente stradale. I giudici hanno accolto la tesi della «buona fede» del militare, convinto di trovarsi di fronte al «pericolo di un attacco terroristico» e hanno confermato la «pena».

Pubblichiamo l’articolo scritto il mese scorso su questa vicenda da Michele Giorgio per il quotidiano Il Manifesto 

«Ahmad aveva 22 anni quando è stato ucciso da quel soldato israeliano. Era il primo dei miei figli. Dopo la sua nascita abbiamo aspettato qualche anno prima di allargare la famiglia. Per questo gli altri miei figli lo consideravano un secondo padre». Wafaa Manasrah, la mamma di Ahmad Manasrah, ha la voce rotta dall’emozione mentre parla di quel figlio che, ci ripete, gli aveva portato solo gioia e mai un dispiacere. «Si mostrava quasi sempre felice, era socievole, a scuola non aveva mai avuto difficoltà nello studio e nei rapporti con i compagni di classe. E si era iscritto all’università, alla facoltà di economia e commercio, perché voleva diventare un esperto di marketing…invece è stato ucciso, così, senza motivo. Mi hanno strappato mio figlio senza motivo», aggiunge schiarendosi la voce.

La vita di Ahmad Manasrah è terminata il 20 marzo del 2019, poco dopo le 21, mentre tra risate e battute scherzose, con tre amici il giovane rientrava in auto a Wadi Fukin. Indossava l’abito buono perché nel pomeriggio a Betlemme aveva partecipato alla festa di nozze di una coppia di amici. Nei pressi di un posto di blocco dell’esercito israeliano a sud del villaggio di Al Khader, non lontano dall’insediamento coloniale di Efrat, è stato colpito – al petto e alle braccia – da tre dei sei proiettili sparati da un soldato. Del suo caso si parlò parecchio l’anno scorso. Ed è ritornato di attualità nei giorni scorsi perché il militare coinvolto, di cui non è nota l’identità, dopo essersi dichiarato «addolorato» per l’accaduto, ha patteggiato la pena con la procura militare: sarà condannato per «omicidio colposo» causato da «negligenza» ma riceverà una pena detentiva di appena tre mesi, sospesa, che sconterà svolgendo lavori utili in una caserma.

Il procuratore non ha preso in considerazione il ferimento grave, causato dagli spari dello stesso soldato, ad un altro palestinese, Alaa Raayada, 38 anni e padre di due bambine. L’Alta Corte di giustizia, su ricorso di Shlomo Lecker, avvocato della famiglia Manasrah, ha congelato per ora l’accordo. Non è detto che questa azione preluda all’annullamento dell’accordo. «Il giudice Noam Sohlberg ha accolto la richiesta della famiglia di riesaminare il patteggiamento ma non è possibile fare previsione sulle sue decisioni, potrebbe pronunciarsi contro l’accordo proposto dalla procura militare o prendere la direzione opposta. Meglio non illudersi, quando di mezzo c’è l’operato  di soldati in servizio, ottenere giustizia per i palestinesi è una impresa eccezionale», ci dice Roy Yellin, di B’Tselem, ong israeliana per la difesa dei diritti umani nei Territori occupati che sta seguendo la vicenda. Wafaa Manasrah non riesce a farsene una ragione: «Per gli israeliani la vita dei palestinesi non vale nulla, la vita di mio figlio vale tre mesi di lavori per la comunità».

 Quanto accaduto la sera del 20 marzo dello scorso anno, non è un fatto insolito nella Cisgiordania palestinese sotto occupazione. Tutto ebbe inizio con un banale alterco tra due automobilisti. Alaa Raayada accostò a destra la sua auto, con a bordo la moglie e le figlie. Voleva dirne quattro a un altro automobilista palestinese dalla guida un po’ scorretta. A 50 metri di distanza c’era il posto di blocco israeliano. L’altro automobilista invece non si fermò e proseguì il suo tragitto. Quando Alaa fece per tornare al volante, da una torre di sorveglianza del posto di blocco israeliano partirono alcuni colpi di arma automatica. Uno lo raggiunse all’addome. Tra le grida di dolore dell’uomo, la moglie chiese soccorso ai quattro giovani sull’auto dietro di loro. I ragazzi chiamarono un’ambulanza. Poi di fronte all’abbondante sanguinamento del ferito decisero di portarlo subito all’ospedale.

Ahmad Manasra restò con la moglie e le bambine di Raayada. Voleva mettere in moto l’auto e portarle a casa. Dal posto di blocco spararono ancora, tre colpi. Ahmad fu centrato in pieno petto. Inutile il tentativo di rianimarlo effettuato dai sanitari giunti con l’ambulanza chiamata in precedenza. Il giovane arrivò morto all’ospedale di Beit Jala. «Qualcuno ci avvisò che Ahmad aveva avuto un problema, senza darci particolari», ricorda la mamma «quando mio marito ed io arrivammo all’ospedale c’erano tante persone davanti all’ingresso, ero confusa non sapevo che pensare. Poi qualcuno disse ‘lasciateli passare, c’è la mamma dello shahid’ (martire) mi si gelò il sangue addosso, capii che Ahmad era morto. La fitta di dolore che provai in quel momento resterà incisa nel mio cuore per sempre».

Il soldato coinvolto, durante le indagini, ha dichiarato di aver sparato perché credeva che «quei palestinesi stessero lanciando sassi contro automobili di cittadini israeliani» e di aver esploso in aria in precedenza colpi di avvertimento. Il portavoce dell’esercito ha aggiunto che quel giorno «era stato diffuso l’allerta su un possibile attacco terroristico». Per i palestinesi si tratta di motivazioni volte a giustificare in qualche modo l’uccisione di Ahmad ed evitare al militare una condanna vera. Ricordano il caso di Elor Azaria, un soldato israeliano che a Hebron nel 2016 uccise a sangue freddo un accoltellatore palestinese a terra gravemente ferito e non in condizione di nuocere. Condannato a 18 mesi di detenzione, Azaria fu graziato dopo aver scontato metà della pena.

Questi patteggiamenti però sono rari, sottolinea B’Tselem. In quasi tutti i casi in cui i soldati uccidono palestinesi senza ragioni, le indagini si chiudono senza un rinvio a giudizio. Solo occasionalmente la procura incrimina i militari e, aggiunge l’ong, poi propone dei patteggiamenti con pene irrisorie. Di fronte a ciò B’Tselem qualche anno fa ha deciso di non seguire più queste indagini militari perché, ha spiegato, il suo operato oltre a non produrre risultati utili per le famiglie delle vittime palestinesi offriva indirettamente una sorta di copertura alle uccisioni.

Gerusalemme occupata – PIC. Il ministro israeliano per gli Affari delle colonie, Tzachi Hanegbi, ha promesso di legalizzare decine di colonie nella Cisgiordania occupata prima che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lasci la Casa Bianca, a gennaio.

Rivolgendosi giovedì sera alla Knesset, Hanegbi ha affermato di aver ricevuto l’approvazione del premier Benjamin Netanyahu per discutere la questione con il ministro degli Affari civili e sociali.

“Sono lieto di annunciare per la prima volta che abbiamo concordato che insieme formuleremo una bozza di risoluzione per il governo per promuovere tutte le mosse legali a nostra disposizione al fine di legalizzare le colonie nella Cisgiordania”, ha affermato Hanegbi.

Hanegbi ha affermato che la proposta avanzerà mentre Trump è ancora in carica.

In risposta all’annuncio di Hanegbi, il leader di Yamina e membro del parlamento israeliano, Naftali Bennett, ha affermato che questo sarà un risultato storico, ma ha sottolineato che “l’unico test sarà nell’implementazione”.

Il consiglio ebraico dei sindaci delle colonie ha affermato che l’annuncio è “una notizia entusiasmante per chiunque abbia a cuore la questione delle colonie israeliane in [Cisgiordania] e nella Valle del Giordano”.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Ed è stata anche rinnovata di altri 45 giorni la detenzione preventiva per Patrick Zaki. Un rapporto denuncia violenze sulle prigioniere politiche nel carcere di Al-Qanater 

Alaa Abdel Fattah

di Chiara Cruciati 

Roma, 27 novembre 2020, Nena News – «Ancora altri 45 giorni per Patrick in prigione. Niente di nuovo». Così domenica scorsa la pagina Facebook «Patrick Libero» dava notizia dell’esito dell’ennesima udienza del giovane studente egiziano di fronte al Tribunale penale del Cairo: si allunga ancora, di un mese e mezzo, la custodia cautelare.

«Nei 9 mesi di detenzione di Patrick Zaki, gli avvocati hanno presentato le prove della falsificazione del suo verbale di sequestro, la mancanza di obiettività e serietà delle accuse e l’illegalità della sua continua detenzione preventiva, dimostrandone più di una volta la nullità. Ma ogni volta la detenzione viene rinnovata senza alcuna base legale, rendendo la detenzione preventiva una punizione in sé e per sé».

Nessuna indicazione, aggiungono gli attivisti, che «sia stata condotta una seria indagine. Né il tribunale né l’accusa hanno presentato alcuna motivazione per la loro decisione».

Eppure la prigionia con l’accusa di terrorismo continua, accompagnata da qualche giorno da quella di tre membri della ong con cui Zaki collaborava, l’Eipr. I diplomatici europei si sono ritrovati fuori dalla Procura per la sicurezza dello Stato, durante l’udienza per i tre (tra cui il direttore Gasser Abdel Razek, di cui Eipr  ha denunciato le terribili condizioni di prigionia, in isolamento), arrestati a seguito di un incontro a inizio novembre con 14 rappresentanti di paesi europei, tra cui l’Italia.

Nelle stesse ore veniva reso noto l’inserimento di 28 egiziani nella lista nera redatta (in modo molto opaco) dal Tribunale penale del Cairo di «entità terroriste» contro cui far pesare cinque anni di restrizioni (divieto di espatrio, congelamento dei conti, confisca del passaporto, tra gli altri).

Tra loro il noto blogger Alaa Abdel Fattah, l’ex candidato alla presidenza Abdelmoneim Aboul Fotouh, entrambi già dietro le sbarre, l’avvocato Mohammed al-Baqer e altri attivisti.

Inoltre WeRecord, organizzazione per i diritti umani, che monitora Egitto e Medio Oriente, denunciava casi di violenze nel carcere femminile di Al-Qanater. Le guardie carcerarie avrebbero aggredito le prigioniere politiche, picchiate e private degli effetti personali fondamentali (cibo, medicine, acqua).

Cinque di loro sarebbero state trasferite insieme a criminali comuni. Già due mesi fa era stato denunciato il divieto di ricevere visite per molte prigioniere politiche, che da tempo vivono in condizioni pessime, sottoposte ad abusi fisici e psicologici, spesso private di cure mediche adeguate.

È in questo contesto che prosegue la battaglia per la verità per Giulio Regeni, vittima di un regime che opera sistematicamente per soffocare qualsiasi voce critica, vera e presunta.

Dopo l’annuncio della Procura di Roma di un prossimo rinvio a giudizio dei cinque sospettati dell’omicidio del ricercatore, la Commissione d’inchiesta parlamentare nei giorni scorsi ha sentito Matteo Renzi, primo ministro all’epoca della sua uccisione, a inizio 2016. Nena News

More than 215 killed and 30,000 injured in Gaza protests, but only one soldier indicted.

Il governo di estrema destra di Israele sta intensificando la sua espansione costruendo nuovi insediamenti illegali in terra palestinese rubata.

Allo stesso tempo, sta demolendo un numero record di case palestinesi, lasciando centinaia di famiglie palestinesi senza casa in piena pandemia.

Il sostegno della Puma a questo accaparramento violento di terre ne fa il… Peggior Regalo Possibile.

Non mettere l’apartheid israeliana sotto l'albero di Natale
Iscriviti alla 4a giornata internazionale di azione #BoycottPuma, 12 dicembre

L’occupazione militare israeliana e gli insediamenti illegali costringono famiglie palestinesi a lasciare la loro casa con il pieno appoggio dell'amministrazione di Trump.

A cura di Lorenzo Poli. Da PC. Il più grande calciatore del XX secolo, Diego Armando Maradona, è morto a San Andrés, in Argentina, all’età di 60 anni. La Federcalcio argentina ha riferito che la causa della morte è stata un arresto cardiaco.

Maradona ha dovuto affrontare varie crisi di salute negli ultimi anni, la più recente delle quali è stata all’inizio di questo mese quando, secondo quanto riferito, ha sofferto di un’emorragia cerebrale.

I fan di Maradona in tutto il mondo hanno espresso il loro shock e profonda tristezza per la sua scomparsa. Non dimentichiamoci delle sue prese di posizioni politiche controcorrente in favore del progressismo sociale di sinistra in America Latina: il suo appoggio alla Rivoluzione Cubana, l’amicizia con Fidel Castro, il sostegno alla Rivoluzione Bolivariana in Venezuela, l’amicizia con Hugo Chavez che considerava un “maestro politico”, il suo appoggio alla Rivoluzione Sandinista in Nicaragua e ai governi di Evo Morales in Bolivia. Non solo, era molto amato dai popoli latinoamericani e quel Che Guevara tatuato sulla spalla destra gli ricordava ogni giorno quale fosse la sua origine.

Ha fatto molta impressione infatti vedere gli argentini piangere ed urlare “Hasta la victoria, Diego!”, passando davanti al suo feretro in questi due giorni. Persino i leader cubani sono stati tra i primi a porgere le loro condoglianze, seguiti dal Presidente venezuelano Nicolas Maduro.

I palestinesi, in tutto questo, non hanno fatto eccezione. Tuttavia, per i tifosi palestinesi, Maradona rappresentava più di un semplice giocatore, probabilmente il migliore al mondo. Era qualcosa di completamente diverso.

“In Palestina, non puoi odiare Maradona. La tua unica opzione è amarlo e non potresti avere alcuna opinione negativa su di lui “, ha detto Ramzy Baroud, giornalista palestinese ed editore di The Palestine Chronicle. “Maradona ha ispirato qualcosa in noi come collettivo: un uomo di piccola corporatura, di origini terribilmente povere, bruno come noi, focoso come noi e appassionato come noi, che si fa strada verso la cima del mondo. Per noi non si trattava di calcio o sport. Si trattava di speranza. Sembrava che tutto fosse possibile”.

“Puoi solo immaginare la nostra eccitazione quando abbiamo saputo che Maradona si prendeva cura della Palestina e ha fatto molti gesti a sostegno della nostra lotta. La nostra gioia era completa. In effetti, fino alla fine, ha preso posizioni morali per la Palestina, affermando, ancora una volta, nel luglio 2018 che “Nel mio cuore, sono un palestinese”, ha aggiunto Baroud.

La dichiarazione di solidarietà è stata poi comunicata al presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas. Tuttavia, questo non è stato l’unico caso in cui Maradona è stato esplicito nel suo sostegno alla causa palestinese.

Ad esempio, nel 2012, Maradona si è descritto come “il fan numero uno del popolo palestinese. Li rispetto e simpatizzo con loro”.

Durante la guerra israeliana a Gaza nell’estate del 2014, Maradona ha espresso la sua indignazione. “Quello che Israele sta facendo ai palestinesi è vergognoso”, ha detto in una dichiarazione.

Inoltre, in quello stesso anno, i media hanno parlato di negoziati tra la Federcalcio palestinese e la leggenda del calcio argentino, che si diceva sarebbe stato il prossimo allenatore della nazionale palestinese durante la Coppa d’Asia 2015.

“Crescendo a Gaza, abbiamo amato Maradona. In effetti, personalmente, ho amato e giocato a calcio grazie a lui. Ogni volta che giocava, sia per l’Argentina, il Napoli o altre squadre, lasciavamo tutto e ci riunivamo davanti al nostro piccolo televisore in bianco e nero per guardarlo giocare “, ha detto Baroud.

“In Palestina, condividiamo le lotte di tutte le persone oppresse della classe lavoratrice ovunque e, a nostra volta, diciamo ‘Nel nostro cuore palestinese collettivo, siamo argentini; siamo sudamericani”, ha aggiunto Baroud.

“Grazie, Maradona. Rappresenterai per sempre qualcosa di bello in tutti noi”.

 

 

PIC. Giovedì mattina, l’autorità israeliana di occupazione (IOA) ha rilasciato il prigioniero palestinese Maher al-Akhras, che aveva fatto lo sciopero della fame per 104 giorni per protestare contro la sua detenzione amministrativa, senza incriminazione o processo.

“Il popolo palestinese dovrebbe difendersi e non aspettare che il mondo rimuova l’ingiustizia che gli viene inflitta”, ha dichiarato al-Akhras dopo il suo rilascio.

“Dopo 104 giorni di sciopero della fame, ho riconquistato la mia libertà con dignità e senza umiliazione”, ha aggiunto.

Dopo il suo rilascio, Akhras è stato trasferito all’ospedale al-Najah di Nablus per cure mediche.

L’ex detenuto ha annunciato il 6 novembre la sua decisione di sospendere lo sciopero della fame dopo aver ricevuto la promessa israeliana di non prolungare la sua detenzione amministrativa.

Valle del Giordano – Palestine Chronicle. I soldati israeliani hanno cercato di arrestare un palestinese ferito che si trovava a bordo di un’ambulanza della Mezzaluna Rossa palestinese, nella Cisgiordania occupata, come si può osservare in un video dell’incidente.

Israeli soldiers stop an ambulance to assault a Palestinian man wounded during protests in the eastern part of the occupied West Bank pic.twitter.com/y0tGIEQ4zb

— TRT World (@trtworld) November 25, 2020

I soldati israeliani aprono la portiera dell’ambulanza e cercano di prendere un palestinese ferito dopo le proteste di martedì contro la politica israeliana di demolizioni di case nella Valle del Giordano.

Il filmato mostra il momento in cui un soldato israeliano spinge un operatore sanitario nel tentativo di raggiungere il ferito. L’operatore riesce a chiudere la porta dell’ambulanza appena prima di lasciare la scena.

Il ministero della Salute palestinese ha espresso condanna per i soldati per aver tentato di irrompere in un’ambulanza appartenente alla Società della Mezzaluna Rossa Palestinese, e per il loro tentativo di arrestare un ferito.

“I soldati dell’occupazione israeliana hanno attaccato un’ambulanza appartenente alla Mezzaluna Rossa palestinese e hanno cercato di arrestare uno dei feriti dall’interno”, ha affermato in una nota il ministro della Salute palestinese, Mai al-Kaila.

“Il mondo ha visto in un video come i soldati dell’occupazione hanno preso d’assalto un’ambulanza con la forza delle armi, cercando di arrestare uno dei feriti, senza riguardo alle sue condizioni di salute”, ha affermato.

La Valle del Giordano copre un’area di circa 1,6 milioni di dunam (1.600 km2) e costituisce circa il 30% del totale della Cisgiordania occupata. Secondo un precedente rapporto del governo, la Valle comprende circa 280 mila dunam di terra arabile, 50 mila dei quali sono ancora utilizzati dai palestinesi e 27 mila da coloni.

La maggior parte della Valle del Giordano è sotto il pieno controllo militare israeliano, nonostante si trovi all’interno della Cisgiordania. Nel frattempo, almeno il 44% del territorio totale nella Valle del Giordano è stato riappropriato dalle forze israeliane per scopi militari ed esercitazioni di addestramento.

Steve Bell strip shows Labour punishing former leader for not being Zionist.

“Il mio digiuno ha dimostrato che il popolo palestinese deve lottare per la sua libertà senza aspettare che qualcun altro metta fine alla sua oppressione”, ha dichiarato all’uscita dall’ospedale al Akhras che ha fatto un digiuno di 103 giorni contro il carcere senza processo

Maher al Akhras questa mattina mentre lascia l’ospedale Kaplan

della redazione

Gerusalemme, 26 novembre 2020, Nena News – E’ tornato in Cisgiordania Maher Al Akhras il prigioniero politico palestinese che all’inizio di novembre ha terminato uno sciopero della fame di 103 giorni contro la “detenzione amministrativa” – il carcere senza processo –  in cui era stato posto a luglio dall’esercito israeliano. Al Akhras è stato dimesso oggi dall’ospedale Kaplan in Israele ed è rientrato a casa, nel villaggio di Silat al Daher, dove completerà la convalescenza.

Il lungo digiuno, che aveva portato Al Akhras, 49 anni, a sfiorare la morte, ha nuovamente  attirato l’attenzione internazionale sulla “detenzione amministrativa” una sorta di custodia cautelare che le autorità militari israeliane possono rinnovare a tempo indeterminato senza presentare alcun atto d’accusa ufficiale, nessuna prova contro il prigioniero. Le condanne dell’Onu e dei centri per la difesa dei diritti umani non sono riuscite a convincere Tel Aviv a rinunciare a questa forma di repressione usata contro i palestinesi sotto occupazione militare. Migliaia di palestinesi hanno scontato periodi di detenzione amministrativa dal 1967. Al momento 350 prigionieri sono in carcere in Israele senza aver subito alcun processo.

“Mi sono assicurato la libertà intraprendendo un lungo e prolungato sciopero della fame”, ha detto Al Akhras uscendo dall’ospedale, “il mio digiuno ha dimostrato che il popolo palestinese deve lottare per i propri diritti e la libertà e che non può aspettare che qualcun altro metta fine alla nostra oppressione”.

Contro il palestinese era stato emesso ordine di detenzione amministrativa di quattro mesi perché sospettato di essere un membro del Jihad islamico. Accusa che Al Akhras ha sempre negato e che i servizi di sicurezza israeliani non hanno mai provato.

Il suo rilascio segue una sentenza del mese scorso dell’Alta Corte di giustizia – che in precedenza aveva respinto due ricorsi presentati dagli avvocati del prigioniero – secondo la quale se Al Akhras avesse posto fine allo sciopero della fame, la sua detenzione non sarebbe stata rinnovata alla sua scadenza a fine novembre. Nena News

 

Land grabbing israeliano nei Territori Palestinesi Occupati: devastazione ambientale, saccheggio delle terre coltivate, politiche coloniali di demolizione. lReport 2020

Di Lorenzo Poli, per InfoPal.

Irrorazione di pesticidi israeliani nei campi gazawi.

I rapporti di fonte palestinese sui pesticidi israeliani che distruggono l’agricoltura di Gaza sono comparsi per la prima volta alla fine del 2014. A fine 2015 il portavoce dell’esercito israeliano ha confermato al sito web +972 che si stava effettuando l’irrorazione di pesticidi. Ad oggi né l’Israeli Defence Force né il Coordinamento delle Attività di Governo nei Territori[1] fanno parola sull’argomento. Secondo il ministero della Difesa israeliano, “l’irrorazione viene eseguita da compagnie debitamente autorizzate in base alla legge del 1956 relativa alla protezione delle piante” o addirittura, si afferma che è necessario spruzzare periodicamente per distruggere la vegetazione che oscura la visione dei soldati israeliani nella zona e che consente ai “terroristi” di nascondersi.

L’irrorazione di erbicidi e pesticidi è a base di componenti chimici come il glifosato, l’oxifluorfen e il diuron, ovvero gli stessi che vengono usati in Israele, ignorando i rischi ambientali e per la salute. Sebbene i pesticidi siano identici sia a Gaza sia in Israele, l’impatto sulla popolazione è diverso a livello economico. Un raccolto distrutto a causa di prodotti chimici può impedire ad una famiglia palestinese di permettersi un paio di scarpe.

Molte famiglie palestinesi con i lavori agricoli mantengono una continuità, nonostante siano rifugiati ed abbiano perduto le loro terre, come nel caso di Salama su cui Israele ha costruito la colonia illegale di Kfar Shalem. Intanto Israele mantiene la continuità danneggiando le loro fonti di reddito e la loro salute. Negli ultimi anni centinaia di famiglie gazawi hanno imparato a temere i piccoli aerei civili che in primavera, in autunno, a volte anche in inverno, per diversi giorni, al mattino, sorvolano la barriera di separazione. Le loro emissioni sono trasportate dal vento verso occidente, attraversano il confine e raggiungono i campi di Gaza

L’esercito israeliano ed il ministero della Difesa sanno che queste sostanze chimiche irrorate vengono trasportate dal vento. Il danno sistematico portato ai raccolti palestinesi dall’irrorazione ha lo scopo di distruggere i raccolti. L’esercito israeliano a Gaza decide ed il ministero della Difesa paga le compagnie aeree civili, come Chim-Nir e Telem Aviation, per diffondere i pesticidi al di sopra della barriera di confine. Un’altra forma di guerra contro la salute e il benessere dei palestinesi, e tutto sotto la logora copertura della sicurezza.

I pesticidi hanno danneggiato 14.000 dunum di terra agricola a Gaza dal 2014 al 2018, distruggendo tutte le colture seminate lì, afferma il ministero dell’Agricoltura Palestinese.

Nel gennaio 2020, l’esercito israeliano ha ripreso a spruzzare pesticidi lungo il confine della Striscia di Gaza per tre giorni, dopo essersi astenuto per tutto il 2019. Alla domanda sul perché l’irrorazione è ripresa dopo una pausa di un anno, il Ministero ha risposto: “La spruzzatura aerea viene effettuata di volta in volta in base alle esigenze di sicurezza, ma esclusivamente all’interno del territorio di Israele”.

Il 16 gennaio 2020, le organizzazioni per i diritti umani Gisha, Adalah e Al Mezan hanno inviato una lettera all’allora ministro della Difesa israeliano Naftali Bennett, all’avvocato generale Sharon Afek e al procuratore generale Avichai Mandelblit con una richiesta urgente di astenersi dal condurre ulteriori irrorazioni aeree di erbicidi all’interno e vicino alla Striscia di Gaza a causa dei gravi danni alle colture e dei rischi per la salute per i residenti di Gaza. Nella risposta, l’ufficio dell’avvocato generale militare ha confermato che le sostanze chimiche utilizzate erano effettivamente erbicidi e ha affermato che era stata introdotta una nuova sostanza chimica per frenare la diffusione degli erbicidi in profondità nella Striscia di Gaza.

La documentazione di Al Mezan indicava tuttavia che i prodotti chimici spruzzati danneggiavano le colture a una distanza di almeno 600 metri dalla barriera perimetrale, con un’area totale di danni ai terreni coltivati ​​che superava i 280 ettari. Almeno 350 agricoltori palestinesi hanno subito perdite finanziarie, collettivamente superiori a 1 milione di dollari, a seguito dell’irrorazione di gennaio.

Molti agricoltori gazawi riferivano che non hanno avuto alcun preavviso, ricordando come queste irrorazioni abbiano portato alla perdita di decine di dunum di grano, orzo e prezzemolo. Gli agricoltori palestinesi hanno dichiarato a Haaretz che il 2019, quando non c’è stata alcuna irrorazione, è stato un anno eccellente per i raccolti.

Un rapporto di Forensic Architectur[2] del 2019 ha confermato che i pesticidi spruzzati su Israele si diffondono anche a Gaza, raggiungendo una distanza di oltre 300 metri dalla barriera di confine. Il rapporto ha integrato testimonianze palestinesi, riprese video dell’aprile 2017, fotografie satellitari, dati su tempo e direzione del vento, test di laboratorio sulle foglie danneggiate e sulla composizione chimica del terreno.

Il contratto del ministero della Difesa, con le società che effettuano l’irrorazione, impone alla compagnia di alzare bandiere e bruciare pneumatici per controllare la direzione del vento prima di iniziare a spruzzare (altra attività inquinante). Quindi vuol dire che Israele sa dove cadono le irrorazioni sfruttando il vento per colpire i raccolti palestinesi.

Il Coordinamento israeliano delle attività governative nei Territori (COGAT) aveva dichiarato a gennaio che i pesticidi utilizzati lungo il confine non danneggiano né la terra né gli esseri umani, poiché i pesticidi sono spruzzati da aerei a bassa quota per garantire che vadano solo dove dovrebbero andare, ha aggiunto, e gli spruzzatori tengono conto della direzione del vento. Poco dopo, il ministero dell’Agricoltura palestinese aveva pubblicato una risposta denunciando le “bugie” del COGAT, esortando i media palestinesi a diffondere il comunicato.

Il 9 aprile il Centro legale per la libertà di movimento, il Centro per i diritti umani Al Mezan e Adalah – Centro legale per i diritti delle minoranze arabe in Israele hanno inviato una lettera urgente alle autorità israeliane chiedendo un immediato blocco dell’irrorazione aerea di erbicidi sulla Striscia di Gaza orientale, dopo che il 5 aprile, aerei israeliani hanno volato lungo il confine che separa Gaza e Israele, spruzzando sostanze chimiche che si presume fossero erbicidi, colpendo prima le zone orientali del distretto della città di Gaza, poi a sud, sulle aree orientali del distretto di Gaza centrale. Nello stesso periodo i palestinesi gazawi stavano vivendo la crisi sanitaria da coronavirus e cercavano di prevenire lo scoppio della pandemia tra la popolazione.

Questa è solamente una piccola parte dell’enorme campagna israeliana di greenwashing: mostrarsi un Paese avanzato nello sviluppo eco-sostenibile e nelle tecnologie per la sostenibilità ambientale, per coprire la sua repressione d’apartheid, le sue monocolture intensive che richiedono il surplus di pesticidi tossici, la devastazione ambientale e l’esproprio delle terre coltivate palestinesi, l’esproprio delle risorse idriche e la devastazione violenta degli uliveti palestinesi.

Devastazione ambientale del Negev e il greenwashing israeliano.

La trasformazione del Negev in un “paradiso terrestre” è un brand che Israele ripropone da anni per mostrare come la tecnologia eco-sostenibile sia messa al servizio di zone desertiche, come finalmente si possano far sbocciare i fiori nel deserto e come si possano sviluppare orti molto produttivi che vengono studiati da imprenditori e studenti di agraria in tutto il mondo per esportarne le biotecnologie. In nome dello “sviluppo eco-sostenibile”, però, Israele ha trasformato il “deserto” in una immensa serra in barba a tutto il delicato ecosistema del deserto, provocando una forte crisi ecologica ed idrica nel Negev, zona arida e inospitale e che, solo grazie ad anni di studi e sperimentazioni, i ricercatori israeliani hanno potuto trasformarlo in una delle principali zone agricole. Questa falsa “eco-sostenibilità” ha portato a gravi problemi per l’ambiente, l’acqua e altre risorse naturali sia in termini economici e sia in termini di eco-sostenibilità poiché, come ci insegnano gli studi di ecologia sociale, non è per niente ecologico trasformare un territorio naturalmente arido in territorio artificialmente fertile.

Operazioni di greenwashing, ovvero “dipingere come ecologico ciò che ecologico non è”, da parte di Israele, si è visto anche nella proposta di continuare la piantumazione del Negev con il fine di negare le terre ai beduini palestinesi. Secondo l’Israel Land Authority il piano, che interessa 40.000 dunum, servirebbe a “preservare gli spazi aperti e la natura dal controllo illegale”, cosa che risulta illogica dal momento che il Negev è stato tolto dal controllo delle popolazioni beduine locali già da molti anni, concentrandolo nelle mani degli occupanti israeliani.

In linea con la devastazione ambientale, con la crisi idrica che il lago di Tiberiade vive da molti anni per la “fertilizzazione” del Negev, Israele usa strumentalmente il “progresso eco-sostenibile” per una nuova piantumazione di una parte del Negev con il fine di negare ai residenti beduini palestinesi l’accesso alle loro terre, alcune delle quali oggetto di azioni legali riguardo la proprietà e alcune delle quali sono utilizzate per l’agricoltura. Sebbene la Society for the Protection of Nature in Israel (SPNI) ha affermato che questa mossa avrebbe anche ripercussioni distruttive e impattanti per l’ambiente tipico del deserto, il 13 luglio, il Comitato Interministeriale di Coordinamento ha discusso il piano che ha approvato. Israel Skop, della Israel Land Authority, ha diretto la commissione che Israele ha voluto per l’approvazione di tutti i progetti di “impianti agricoli”, da quando è stata presentata la petizione di SPNI all’Alta Corte di Giustizia contro le piantumazioni anti-ecologiche dell’ILA e sulla base della violazione delle procedure di pianificazione.

In quelle settimane è stato svolto un lavoro nelle vicinanze del villaggio beduino, non ancora riconosciuto ufficialmente, di Hirbat Al-Watan, a est di Tel Sheva, dove vivono 4.500 persone. La piantumazione del Negev è sempre stata una costante, ma ora il Comitato ha deciso di iniziare a piantare alberi solo in alcune terre.

In questo caso, i residenti si sono rivolti al ministro dell’Economia e dell’Industria Amir Peretz, che è responsabile dell’Authority for Development and Settlement of the Bedouin, il quale si è inutilmente attivato per fermare i lavori dal momento che l’ILA ha l’autorizzazione per continuarli.

I lavori sono stati interrotti, poi ripresi e poi successivamente interrotti dopo le proteste delle comunità beduine, ma ciò non ha fermato l’ira di Bezalel Smotrich, il parlamentare di estrema destra che ha subito chiesto spiegazioni al primo ministro Netanyahu per l’interruzione di “un atto sionista di impareggiabile importanza”. Ovviamente il danno ecologico dato dalla piantumazione e la negazione delle terre ai beduini palestinesi sono coperti dalla grande immagine pubblicitaria dello “sviluppo tecnologico eco-sostenibile”.

 

Devastazione e saccheggio degli uliveti palestinesi

Israele in questi anni ha usato la retorica della riforestazione del paesaggio, della creazione di banche del germoplasma, della resa fertile dei terreni aridi e dei 240 milioni di alberi piantati in 70 anni, mentre allo stesso tempo ha incrementato la devastazione degli uliveti palestinesi. La raccolta delle olive è la principale fonte di reddito per migliaia di famiglie palestinesi nei Territori Occupati, ma devono affrontare molti ostacoli a causa dell’occupazione israeliana, tra cui le restrizioni imposte da Israele ai contadini per accedere alla terra e gli attacchi dei coloni.

Centinaia di migliaia di ebrei vivono in 250 colonie nei Territori Palestinesi Occupati e rendono la vita molto difficile ai palestinesi che vivono sotto la brutale occupazione militare israeliana fin dal giugno 1967, quando Israele ha occupato la Striscia di Gaza e la Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. Dal 2000 i coloni, le Israeli Occupation Force (IOF) e la Israeli Occupation Autority (IOA) attaccano ripetutamente terreni e proprietà agricole palestinesi in Cisgiordania e costringono i palestinesi ad uscire dalla loro terra. I coloni, con il supporto delle IOF, sabotano la stagione della raccolta delle olive palestinesi, privando i palestinesi delle loro fonti di reddito, bruciando, tagliando, sradicando e avvelenando, ancora oggi, centinaia di migliaia di ulivi palestinesi.

Quasi 1.600 alberi sono stati danneggiati dai coloni israeliani nella Cisgiordania occupata da gennaio a marzo 2020, secondo quanto affermato dall’agenzia OCHA delle Nazioni Unite.

Significativo è stato il taglio di una cinquantina di ulivi appartenenti a contadini palestinesi nel villaggio di al-Sawiya, a sud della città di Nablus, in Cisgiordania. Ghassan Daghlas[3] ha riferito ai corrispondenti di WAFA che coloni israeliani di Rahalim[4] sono responsabili dell’azione.

La cittadina di al-Sawiya è una delle aree della Cisgiordania che più è stata colpita dalla violenza israeliana e dall’espansione delle colonie.

A febbraio coloni israeliani hanno sradicato centinaia di ulivi e viti nella cittadina di al-Khader, a sud della città occupata di Betlemme, in Cisgiordania, ed altri coloni israeliani di Eliazar hanno sradicato circa 200 ulivi e 80 viti da terre palestinesi vicino alla colonia.

Fin da inizio anno i coloni hanno sempre più attaccato i villaggi palestinesi, in particolare quelli vicini alle colonie, spianando terre, sradicando alberi ed impedendo agli agricoltori l’accesso ai loro terreni.

Tutte le colonie israeliane sono illegali ai sensi del diritto internazionale, in base all’articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra, tuttavia questo non sembra interessare.

Tra il 3 e il 16 marzo, i coloni israeliani hanno danneggiato almeno 385 alberi e veicoli di proprietà palestinese in Cisgiordania. Tre di questi attacchi hanno coinvolto coloni che hanno abbattuto o sradicato circa 200 ulivi e 150 viti “appartenenti ad agricoltori dei villaggi di al Khader e Khallet Sakariya, piantati vicino alla colonia di Gush Etzion (Betlemme), e 35 ulivi vicino alla colonia di Bruchin (Salfit)”. I coloni israeliani, dopo aver distrutto più di 200 ulivi, hanno spianato e arato le terre per nascondere le prove del crimine commesso.

Nonostante il lockdown per l’emergenza sanitaria da Covid-19, la Cisgiordania ha visto un notevole aumento degli attacchi dei coloni israeliani contro i cittadini palestinesi e le loro proprietà. Non a caso ad aprile, gruppi di coloni israeliani hanno tagliato decine di ulivi di proprietà palestinese sempre nella cittadina di al-Sawiya. Fonti locali, in quel periodo, riportavano che israeliani provenienti dalla colonia illegale di Rahalim hanno distrutto 33 ulivi di proprietà del cittadino palestinese Hamad Hijazi. Secondo le statistiche ufficiali, oltre il 60% dei terreni locali sono stati utilizzati dalle autorità israeliane per costruire o espandere colonie.

Sempre ad aprile si sono verificate incursioni coloniali nel villaggio di al-Sawiya in cui coloni israeliani hanno tagliato decine e decine di ulivi. L’attivista anti-insediamento Ghassan Daghlas ha affermato che un gruppo di coloni di Rahalim ha attaccato un terreno agricolo di proprietà del cittadino palestinese Abed al-Rahman Yousef, abbattendo circa 40 ulivi.

Mentre i palestinesi rimanevano a casa nella Cisgiordania occupata, su richiesta del ministero della Salute per prevenire la diffusione del coronavirus, i coloni israeliani hanno continuato a fare irruzione nei loro villaggi, attaccando le loro case, i terreni agricoli e distruggendo i loro raccolti, mettendo in ginocchio l’economia di sussistenza palestinese.

Agli inizi di maggio diversi coloni israeliani hanno invaso un oliveto palestinese, a sud di Nablus e hanno tagliato più di 40 ulivi. Secondo Ghassan Daghlas sono gli stessi che nello stesso periodo hanno invaso un frutteto nella zona di Ras ad-Deir, nel villaggio di Yitma, a sud di Nablus, dove hanno quindi tagliato più di 40 ulivi, di proprietà di un palestinese, identificato come Mohammad Nassim Najjar, per un totale di 80 ulivi tagliati. Oltre all’attacco dei coloni a Nablus, il sabato seguente coloni israeliani della colonia di Givout, situata all’interno di Gush Etzion, hanno anche abbattuto 40 ulivi di proprietà di tre fratelli ed un altro residente locale nella cittadina di Nahalin, ad ovest di Betlemme, nella Cisgiordania meridionale, secondo quanto affermato da Hani Fannoun, vice-sindaco di Nahalin (fonte: Wafa News).

Gli attacchi fanno parte delle continue e crescenti violazioni israeliane contro i palestinesi, le loro case ed i loro frutteti in diverse parti della Cisgiordania occupata.

A inizio giugno un gruppo di coloni israeliani si è infiltrato in terreni agricoli palestinesi nella zona meridionale di Burin[5] e ha abbattuto circa 36 alberi di ulivo di proprietà del cittadino palestinese Naser Qadus. Secondo fonti palestinesi non è la prima volta che i coloni abbattono ulivi di proprietà di Qadus. Nello stesso giorno i coloni hanno dato fuoco ai campi di grano nello stesso villaggio, ma l’incendio è stato rapidamente spento dai cittadini palestinesi.

Agli inizi di luglio, le IOF hanno sradicato decine di ulivi di proprietà palestinese, nel villaggio di Yasuf[6], nel distretto di Nablus, in Cisgiordania, con lo scopo di costruire una strada esclusivamente per coloni. I residenti locali hanno affermato che questa mossa è solo un preludio alla confisca di vasti tratti di terra palestinese a Yasuf e nei villaggi vicini per finire la nuova strada. Secondo le stime, con questo pretesto, verranno sradicati circa 3.000 ulivi. Le popolazioni palestinesi locali considerano questa nuova strada un progetto “pericoloso” che contribuisce a trasformare le colonie israeliane isolate nella zona meridionale di Nablus in grandi città, le quali minerebbero gli sforzi per la creazione di uno Stato palestinese.

Dopo pochi giorni da quegli attentati, fonti dirette di al-Khalil/Hebron hanno riferito che un’orda di coloni estremisti provenienti dalla colonia di Kiryat Arba hanno distrutto un uliveto di proprietà della famiglia palestinese Yousef Ismail, tagliando circa 70 ulivi di età superiore ai 20 anni nella zona di al-Uddeisa, a sud della cittadina di Sair[7]. Durante questo attacco, i soldati israeliani hanno anche fornito protezione ai coloni e si sono scontrati con i residenti locali dopo che questi sono intervenuti e hanno cercato di prevenire la distruzione di ulteriori ulivi.

Tra il 20 e il 21 luglio, i bulldozer delle Forze di Occupazione Israeliane (IOF) hanno demolito una casa di proprietà del cittadino palestinese Radi Tawfiq, situata a Qarawat Bani Hassan, per presunta costruzione senza licenza, e hanno abbattuto decine di ulivi a Salfit, nel nord della Cisgiordania. Durante la demolizione sono scoppiati scontri tra i soldati e i giovani locali, e le IOF hanno lanciato bombe lacrimogene, granate stordenti e proiettili di metallo rivestiti di gomma. Fortunatamente non sono stati segnalati feriti, ma nel frattempo le forze israeliane hanno demolito vaste distese di terreni agricoli palestinesi e distrutto circa 200 ulivi nel villaggio di Deir Istiya[8].

Nei primi giorni di agosto un gruppo di israeliani della colonia di Burkhin ha invaso il terreno agricolo di Zaher Taha e ha abbattuto 15 ulivi che aveva piantato 4-6 anni fa nella cittadina di Kafr ad-Dik, nel distretto di Salfit. Taha ha affermato che non è il primo attacco di questo tipo, spiegando che le bande di coloni attaccano costantemente il suo terreno agricolo. Infatti il contadino palestinese era già stato vittima nel 2011, quando le forze d’occupazione israeliane distrussero parte delle sue attrezzature e demolirono un pozzo d’acqua di oltre 100 anni che usava per l’irrigazione. Gli attacchi coloniali contro i cittadini palestinesi e le loro proprietà sono all’ordine del giorno in Cisgiordania e raramente vengono indagati dalle autorità israeliane.

A settembre, coloni sionisti degli insediamenti vicini hanno sradicato e rubato 45 ulivi dalla cittadina di Turmus’ayya[9], a nord-est di Ramallah. Non a caso i coloni intensificano i loro attacchi contro i palestinesi e la loro terra ogni volta che la stagione della raccolta delle olive si avvicina. L’olivo è l’obiettivo principale di quegli attacchi. Secondo i dati del Consiglio municipale, l’area totale di Turmus’ayya è di 18mila dunum[10] di cui 3.000 dunum sono il piano strutturale della città e 4.000 sono pascoli e campi coltivati ​​a ortaggi. Gli insediamenti coloniali hanno sottratto circa 7000 dunum di terre di Turmus’ayya. Dal lato settentrionale della città si trovano l’insediamento di Shilo e l’insediamento di Shvut Rachel, e sul lato nord-orientale c’è quello di Adi Ad che si disloca sulla maggior parte delle montagne orientali della città di Turmus’ayya. La presenza degli insediamenti illegali ha impedito, da Nord, ai cittadini palestinesi di espandersi e, da Est, ha convertito gran parte delle terre coltivate a olivi in ​​zone militari chiuse con accesso previa autorizzazione dell’Amministrazione Civile Israeliana.

Il 9 settembre i bulldozer israeliani hanno sradicato 22 ulivi in un boschetto palestinese nel villaggio di Ras Karkar, ad ovest di Ramallah, nella Cisgiordania occupata. Secondo fonti locali, l’area presa di mira era quella di Ras Abu Zeitun, a nord-est del villaggio, al fine di costruire una strada sterrata per i coloni, e i soldati israeliani hanno anche impedito agli agricoltori locali di raggiungere i loro boschi e le loro terre.

Il 19 settembre, l’esercito israeliano ha spianato con i bulldozer 200 alberi di diverso tipo appartenenti ad un palestinese di Biddya, ad ovest di Salfit. Mentre il 23 settembre, secondo testimoni osculari, i coloni hanno invaso un uliveto, scortati dai soldati israeliani, e hanno devastato un uliveto nel villaggio di Khilat Hassan[11].

Il 30 settembre, Muhammad Sabateen, il capo del Consiglio di Husan, ad ovest della provincia di Betlemme, ha dichiarato che le IOF hanno sradicato decine di ulivi dopo aver livellato nell’area di Khirbet Hammouda, ad ovest del villaggio. Secondo le stime, l’area distrutta è di tre dunum. Le IOF hanno anche demolito un pergolato ed un muro di contenimento del cittadino palestinese Adel Saadi Shousha, sostenendo che le terre in questione sono sotto la sovranità israeliana e che ai palestinesi è vietato entrarvi o rivendicarle.

Il 9 ottobre, come riporta l’agenzia di stampa SAFA, un colono israeliano ha lanciato molotov contro uliveti di proprietà palestinese nella zona occidentale del villaggio di Safa, dando fuoco a centinaia di alberi. Le fiamme sono continuate per oltre tre ore, poiché le forze d’occupazione israeliane hanno impedito ai residenti locali e ai proprietari terrieri, i cui boschetti si trovano dietro il Muro dell’Apartheid, di entrare nell’area per spegnere l’incendio e salvare gli alberi. Tuttavia, dopo che le fiamme avevano iniziato a diffondersi verso la colonia di Kfar Ha’oranim[12], le autorità israeliane hanno utilizzato aerei per controllare il fuoco.

Oltre ad episodi di devastazioni non mancano episodi di inquinamento volontario dei campi palestinesi da parte dei coloni israeliani, facendo subire ai proprietari palestinesi in Cisgiordania ingenti perdite finanziarie.

Il 19 ottobre coloni israeliani hanno inondato terreni di proprietà palestinese con acque reflue nel villaggio di Deir al-Hatab, nel governatorato di Nablus, interrompendo la raccolta locale delle olive. Secondo Ghassan Daghlas, i coloni di Elon Moreh sarebbero i responsabili per l’inondazione e per aver danneggiato gli alberi, minacciando il raccolto di quest’anno.

Il 22 ottobre coloni dell’insediamento illegale di Eli hanno aperto canali di scolo delle acque reflue e allagato zone di terreno agricolo, per lo più coltivate a ulivi nel villaggio di al-Lubban ash-Sharqiya[13]. Nella stessa giornata di giovedì, un’orda di coloni ha sparso chiodi di ferro sulla strada che porta all’area di al-Karm al-Gharbi, nel villaggio di Qaryut, per sabotare i veicoli palestinesi che passano e ostacolare il loro movimento.

Il 26 ottobre, coloni israeliani di Adi Ad[14] hanno sradicato, secondo fonti locali, più di 100 alberi di ulivo vicino a al-Mughayyir[15], mentre le IOF hanno distrutto terreni agricoli nell’area di Al-Marhat[16], estirpando ulivi, filari di vite e fichi. Fonti locali hanno dichiarato che le ruspe israeliane, sotto la protezione dei soldati IOF, hanno preso d’assalto l’area e hanno distrutto aree agricole, di proprietà di Ziad Zuhd, a Salfit.
Diversi paesi e villaggi nella provincia di Salfit hanno assistito alla crescita delle attività di insediamento in quelle settimane, in concomitanza con la settimanale repressione di tutte le attività che si oppongono all’occupazione sionista.
Nella provincia di Salfit ci sono 18 comunità palestinesi, a fronte di 24 insediamenti tra quelli residenziali e industriali. La percentuale di terre assegnata alle costruzioni palestinesi a Salfit è, oggi, di circa il 6% dell’area totale, a fronte di quella utilizzata dai coloni che è del 9%.
Le autorità di occupazione israeliane espandono i propri insediamenti, creando solo zone ebraiche (fenomeno conosciuto come “ebraicizzazione degli insediamenti”) e le collegano a impianti d’acqua, elettrici e fognari, per formare un blocco di insediamenti che controlla il 70% delle terre di Salfit.
L’ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha affermato, in un rapporto sulle violazioni israeliane nei Territori occupati, che la stagione palestinese della raccolta delle olive, iniziata il 7 ottobre, è stata interrotta da persone “ritenute o confermate come coloni israeliani in 19 incidenti”. Il rapporto ha affermato che “23 agricoltori palestinesi sono rimasti feriti, oltre 1.000 ulivi sono stati bruciati o danneggiati in altro modo e grandi quantità di prodotti sono stati rubati”. La maggior parte di questi sono avvenuti in Cisgiordania, nel periodo che va dal 12 al 25 ottobre, nelle vicinanze della città di Ramallah, afferma il rapporto, osservando che i coloni “hanno […] aggredito fisicamente i raccoglitori di olive palestinesi in tre occasioni, scatenando scontri”.

Le forze d’occupazione israeliane, ha affermato l’OCHA, “sono intervenute in uno degli scontri, ferendo 14 palestinesi e bruciando 30 alberi con i lacrimogeni”. Il rapporto ha aggiunto: “Accanto alla colonia israeliana di Mevo Dotan (Jenin), circa 450 ulivi sono stati bruciati e distrutti poco dopo che i contadini palestinesi del villaggio di Ya’abad sono stati attaccati dai coloni e cacciati dai soldati israeliani”. Feriti sono stati registrati in aree agricole vicine alla città di Huwara (adiacente a Nablus) e ai villaggi di Ni’lin e Beitillu. Centinaia di ulivi appartenenti ai palestinesi del villaggio di Saffa (a Ramallah), nell’area chiusa dietro il Muro, sono stati incendiati e danneggiati.

Le IOF, infatti, hanno emesso decine di ordini militari per la chiusura di migliaia di aree coltivate ad uliveti in varie parti della Cisgiordania, in concomitanza con l’inizio della stagione del raccolto.
Gli ordini militari hanno il fine di incoraggiare i coloni ad invadere i campi di ulivi palestinesi, rubarne il raccolto, tagliare gli alberi, oltre che a bruciare e danneggiare le terre dei palestinesi, poiché impuniti e protetti dai soldati israeliani. L’OCHA ha affermato che “molti degli incidenti sono avvenuti in aree ad accesso limitato, dove le autorità israeliane consentono ai palestinesi di entrare tra i due ed i quattro giorni durante l’intera stagione del raccolto” – “In altri 10 luoghi adiacenti alle colonie, non appena hanno avuto la possibilità di raggiungerli, gli agricoltori hanno trovato le loro olive raccolte, gli ulivi vandalizzati e i loro prodotti agricoli rubati”.

L’organismo delle Nazioni Unite ha sottolineato anche gli ingenti danni fatti all’agricoltura, alla pastorizia e all’apicoltura palestinese (40 alveari sono stati incendiati) specialmente nell’area di Farsiya, nella Valle del Giordano settentrionale, dove i pastori palestinesi sono stati aggrediti fisicamente da un gruppo di coloni e una delle loro pecore è stata uccisa.

Nonostante ciò le violenze sono continuate anche a novembre. Il 3 novembre decine di coloni, provenienti da Kida, hanno distrutto e sradicato decine di ulivi secolari nella zona meridionale devastato un uliveto e hanno spianato con i bulldozer vasti appezzamenti di terra appartenenti ad un residente, Jibril Mahmoud, nella cittadina di Jalud[17].

Ancora oggi episodi di terrorismo e violenza da parte di coloni estremisti, contro i palestinesi e le loro proprietà, sono all’ordine del giorno in tutta la Cisgiordania.

 

Politiche coloniali di demolizione di strutture palestinesi

La Commissione contro la colonizzazione e per la resistenza contro il Muro ha riferito che, nel 2019, Israele ha demolito 686 case e strutture in Cisgiordania, di cui 300 nella Gerusalemme occupata. Un regime di pianificazione restrittivo applicato dalle autorità israeliane rende quasi impossibile per i palestinesi l’ottenimento di permessi di costruzione in quella che gli Accordi di Oslo hanno etichettato come “Area C” della Cisgiordania, che cade sotto il controllo militare ed amministrativo israeliano, impedendo lo sviluppo di alloggi adeguati, infrastrutture e mezzi di sussistenza. Tutto questo ha il fine di accaparrarsi le terre palestinesi, espandere i propri insediamenti illegali ed espellere i palestinesi dalle loro terre, spesso con la scusa che i loro edifici non hanno permessi o licenze rilasciate dal governo israeliano. Attualmente vi sono circa 650.000 coloni israeliani che vivono nei Territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est. Tutte le colonie israeliane sono illegali in base al diritto internazionale e, in particolare, la Quarta Convenzione di Ginevra proibisce ad una potenza occupante di trasferire la propria popolazione sulla terra occupata.

Il 7 gennaio l’Autorità Israeliana per l’Occupazione (IOA) ha costretto una famiglia di Gerusalemme a demolire la propria casa nel quartiere di Jabel Mukabber, ad est della Città Santa, con il pretesto della mancata licenza edile. Maher Nassar, il proprietario della casa, ha affermato che gli erano stati concessi alcuni giorni per radere al suolo la casa per evitare di pagare 80.000 shekel in caso fosse dovuta intervenire la municipalità israeliana. Ha aggiunto che gli israeliani lo hanno anche multato di 35.000 shekel per aver costruito la casa, nonostante avesse cercato di ottenere una licenza ufficiale, ma senza risultato.

Il 13 gennaio diverse jeep dell’esercito hanno invaso Masafer Yatta[18], dopo averla circondata, e hanno consegnato gli ordini di demolizione ai danni di otto case palestinesi di proprietà di Mohammad Mousa Makhamra, Ahmad al-Yatim, Mahmoud Issa Yatim, Khalil Issa Yatim, Ahmad Ismael Dababsa, Anan Mohammad Abed-Rabbo, e Qassem Abu Tohfa. I palestinesi a Masafer Yatta subiscono continue violazioni israeliane, compresa la demolizione di case e strutture, oltre alla distruzione delle loro terre.

Il 20 gennaio soldati israeliani hanno invaso la cittadina di Umm al-Kheir[19] e hanno consegnato ordini di demolizione contro 18 case. Le case sono di proprietà di membri delle famiglie di al-Hathalin, al-Masri, a-Tibna e al-Faqir. Fuad al-‘Amur[20] ha affermato che l’esercito sostiene che le case siano state costruite senza i permessi dell’Ufficio dell’Amministrazione Civile[21].

Il 6 febbraio all’alba, i soldati israeliani hanno sparato a Yazan Monther Abu Tabikh, 19 anni, con due proiettili letali al petto e ne hanno feriti altri sette, di cui due in modo potenzialmente letale, e hanno causato il soffocamento di molti altri a causa dei gas lacrimogeni. Uno dei palestinesi feriti è un ufficiale di polizia, identificato come Lu’ay Ahmad Badwan, 25 anni, della città di Azzun, colpito da un proiettile letale nella parte superiore del corpo. Questo è successo dopo che i soldati israeliani hanno invaso la città di Jenin e iniziato la demolizione di una casa appartenente alla famiglia di un prigioniero politico sfollando sette persone, tra cui due minori. Dopo la prima demolizione, avvenuta il 23 aprile 2018, la casa era stata ricostruita.

Secondo il Rapporto OCHA del periodo 21 gennaio – 3 febbraio 2020, in Area C[22] e Gerusalemme Est, citando la mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito, o costretto i proprietari a demolire, dieci strutture palestinesi, sfollando nove persone e causando ripercussioni su altre 41. Cinque delle strutture demolite, compresa una precedentemente fornita come aiuto umanitario, erano situate in Area C, nel villaggio di Az Zawiya (Salfit) e ad Al Khalayleh, una piccola Comunità nell’area di Gerusalemme, separata dal resto della Cisgiordania dalla Barriera. Le restanti cinque strutture si trovavano a Gerusalemme Est, una delle quali in una Comunità (Khirbet Khamis) separata da Betlemme dalla Barriera. Tre delle strutture in Gerusalemme Est sono state demolite dai proprietari, a seguito del ricevimento di ordini di demolizione.

A metà febbraio, l’esercito israeliano ha emesso ordini di demolizione contro quattro strutture residenziali palestinesi a Masafer Yatta, secondo quanto reso noto da Fuad al-Amur, il quale ha riferito che le forze israeliane hanno consegnato avvisi di demolizione a quattro residenti con il pretesto che le loro case erano state costruite senza permessi israeliani, sebbene le autorità israeliane non rilasciano permessi per i proprietari terrieri palestinesi da quando hanno occupato la Cisgiordania nel 1967.

Secondo il Rapporto OCHA del periodo 4 – 17 febbraio 2020, in Area C e Gerusalemme Est, citando la mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito o costretto i palestinesi a demolire 24 strutture, sfollando 23 persone e causando ripercussioni su altre 88. Tredici delle strutture demolite, di cui tre precedentemente fornite come aiuto umanitario, erano situate in Area C. Tra i casi più rilevanti, due si sono verificati vicino alla città di Hebron (Al Hijra) ed a Deir Qaddis (Ramallah), dove sono state demolite 3 strutture di sostentamento, 2 locali ad uso agricolo e 2 latrine. Sempre in Area C, nella città di Hebron, le autorità israeliane hanno demolito una abitazione ed una latrina fornite come assistenza umanitaria, sfollando una famiglia di sette persone. Le restanti 11 strutture colpite si trovavano a Gerusalemme Est, di cui 5 sono state demolite dai proprietari, a seguito degli ordini di demolizione.

Il 3 marzo l’esercito d’occupazione israeliano ha consegnato ordini di demolizione e di stop ai lavori per tre case nella cittadina di Nahalin, a ovest di Betlemme occupata, con il pretesto della costruzione senza licenza, dopo che l’amministrazione civile dell’esercito israeliano ha notificato ad Ahmed Mahmoud l’intenzione di demolire la sua casa nella zona di al-Bakoush. Altri due cittadini, Adel Najajera e Ra’ed Sawad, hanno ricevuto avvisi per interrompere i lavori ordinando loro di fermare la costruzione delle loro case, che si trovano nella stessa area, mentre qualche giorno prima l’esercito israeliano ha sequestrato due betoniere e ha costretto i cittadini a fermare i lavori di costruzione nell’area.

Il 5 marzo, le forze israeliane hanno demolito per ragioni “punitive” due case, sfollando sei palestinesi, incluso un minore. Le case demolite erano situate nelle città di At Tira e Birzeit (Ramallah), in area A e B; appartenevano alle famiglie di due palestinesi accusati di aver ucciso, nell’agosto 2019, una giovane colona israeliana e di averne ferito il fratello e il padre. Uno degli episodi di demolizione ha innescato scontri con le forze israeliane, durante i quali un palestinese è rimasto ferito.

Per mancanza di permessi di costruzione, sono state demolite o sequestrate altre 14 strutture di proprietà palestinese, sfollando 29 persone e causando ripercussioni su altre 60 circa. Dieci di queste strutture erano situate in Area C e cinque di esse erano state fornite a titolo di aiuto umanitario. Queste ultime comprendevano due tende residenziali nella Comunità di pastori di Ein ar-Rashash (Ramallah) e una tenda residenziale, una latrina mobile e un sistema di pannelli solari nei pressi di Beit Jala (Betlemme). Le altre quattro strutture, di cui due demolite dai proprietari, erano a Gerusalemme Est. Dall’inizio dell’anno, a seguito di ordinanze delle autorità israeliane, a Gerusalemme Est sono state demolite 47 strutture, il 60% circa delle quali dai proprietari.

Nel sud di Hebron, le forze israeliane hanno demolito una sezione di una strada sterrata che collega cinque Comunità di pastori con il loro principale centro di servizi. Le Comunità, costituite da circa 700 persone, si trovano in una “zona per esercitazioni a fuoco” (Massafer Yatta), riservata da Israele all’addestramento dei suoi militari. Di conseguenza, per accedere al loro principale centro di servizi ed al mercato nella città di Yatta, i residenti devono percorrere una lunga deviazione. Tutti i 1.300 residenti in questa “zona per esercitazioni a fuoco” devono fronteggiare un contesto coercitivo che li mette a rischio di trasferimento forzato.

L’8 marzo le forze israeliane hanno confiscato delle attrezzature da costruzione nell’area di Birin[23] secondo quanto affermato da Fuad al-‘Amour, il quale ha dichiarato ad un corrispondente di WAFA che i soldati hanno confiscato due scavatrici appartenenti al residente locale Mohammed Abu Turkey. Sempre lo stesso giorno, l’IOA hanno consegnato ad una famiglia palestinese locale nella zona di Yarza, nella Valle del Giordano settentrionale, un ordine per la rimozione delle loro tende e delle loro stalle, secondo quanto affermato da un funzionario locale. Mutaz Bsharat, un funzionario responsabile del dossier della Valle del Giordano a Tubas, ha affermato che le forze israeliane hanno consegnato un avviso che ordina ai membri della famiglia Abu Thaher di rimuovere le loro tende e le loro stalle, che sono già state distrutte a dicembre del 2019 e a gennaio del 2020.

Il 26 aprile l’IOA ha emesso ordini di demolizione contro 22 case e strutture agricole palestinesi nel villaggio di Qarawat Bani Hassan, nel distretto di Salfit, in Cisgiordania. Il governatore di Salfit, Abdullah Kmeil, ha condannato le violazioni quotidiane dell’IOA a Salfit e in altre aree della Cisgiordania.

L’IOA in quel periodo ha sfruttato la crisi del coronavirus per intensificare le campagne di demolizione e le attività di insediamento in Cisgiordania occupata, chiedendo un’azione immediata da parte degli stessi palestinesi e dei gruppi per i diritti umani per affrontare l’attacco.

Secondo il Rapporto OCHA del periodo 28 aprile – 11 maggio 2020, dal 24 aprile, data di inizio del mese musulmano del Ramadan, all’11 maggio, 19 strutture sono state oggetto di demolizione o sequestro; nell’intero periodo del Ramadan del 2019, erano state 13, 1 nel 2018 e zero nel 2017. Questo significa, statisticamente che il numero delle demolizioni è sempre più aumentato.

L’11 maggio, nel villaggio di Kobar (Ramallah), le forze israeliane hanno demolito per ragioni “punitive” il piano superiore di una casa a due piani, sfollando due palestinesi. Le forze israeliane hanno anche distrutto un pozzo per l’acqua e hanno danneggiato 20 alberi, innescando scontri con i residenti. Dall’inizio dell’anno, questa è la quarta demolizione “punitiva”. A causa della mancanza di permessi di costruzione, in Area C sono state demolite o sequestrate dalle autorità israeliane 11 strutture di proprietà palestinese, mentre a Gerusalemme Est un’altra è stata auto-demolita dal proprietario; ne risultano colpite oltre 100 persone, ma non sono stati registrati sfollamenti. Sei di queste strutture sono state prese di mira sulla base dell’ordine militare 1797[24], che prevede la rimozione immediata di strutture prive di licenza, in quanto ritenute “nuove”.

Il 25 maggio le forze israeliane hanno consegnato avvisi per la demolizione di 10 pozzi d’acqua piovana appartenenti ai cittadini residenti nella parte occidentale di Az-Zawiya[25].

Oltre 35 famiglie palestinesi nella città di Betlemme sono riusciti ad ottenere una sentenza della corte israeliana che consente loro di rimanere nelle loro case, a seguito dei tentativi militari israeliani di demolirle.

Il capo del comitato palestinese locale contro il Muro dell’apartheid e le colonie, Hassan Brega, ha dichiarato che l’avvocato palestinese, Ghayath Naser, è riuscito ad ottenere da un tribunale israeliano una sentenza contro la demolizione di 38 case a Ein Aljowaiza, un quartiere di Betlemme.

L’avvocato, citato da Brega, ha affermato che le autorità militari israeliane hanno recentemente rilasciato ordini di demolizione nei confronti delle case di 38 famiglie, sostenendo che il quartiere rurale non è incluso nella mappa di pianificazione urbana, creata dalle autorità israeliane.

Il 28 maggio le forze israeliane hanno invaso la cittadina di al-Tirah, a sud-ovest di Ramallah, e hanno consegnato ordini di demolizione ai residenti di 6 case, con il pretesto che queste erano state costruite “senza permesso” nell’area C. L’esercito israeliano ha confiscato un trattore appartenente ad un residente del villaggio mentre stava arando il suo campo, aggiungendo che i residenti della cittadina sono sottoposti a continue molestie da parte delle forze d’occupazione, tra cui la distruzione di una strada che collega al-Tirah a Beit Awar.

Il 29 maggio la famiglia palestinese Bashir, nel quartiere di Jabal al-Mukaber, nella Gerusalemme est occupata, ha iniziato a demolire la sua casa di 85 metri quadrati, come ordinato dal municipio israeliano, portando alla traslocazione di 6 membri tra cui anche anziani disabili.

Il 31 maggio il direttore della Camera di Commercio ed Industria Araba di Gerusalemme, Kamal Obeidat, ha affermato che la municipalità israeliana di Gerusalemme, con l’approvazione del comitato per la pianificazione e l’edilizia, ha distribuito ordini di evacuazione e demolizione rivolti a 200 strutture commerciali ed industriali palestinesi nel quartiere industriale di Wadi al-Joz, nella Gerusalemme occupata. Obeidat ha affermato che la “mossa razzista” israeliana mira a conquistare l’unica area industriale di proprietà palestinese a Gerusalemme, al fine di ebraicizzare ulteriormente la città ed alterarne l’identità.

A maggio, le missioni dell’Unione Europea (UE) a Gerusalemme e Ramallah hanno rilasciato una dichiarazione, riguardante l’escalation di demolizioni di case di proprietà palestinese ordinate e condotte dalle autorità israeliane nella Cisgiordania occupata nel corso del 2020, osservando che non solo è continuata durante il mese di Ramadan, ma è triplicata rispetto al 2019.

“In linea con la posizione di lunga data dell’UE sulla politica di insediamento di Israele – illegale ai sensi del diritto internazionale – e le azioni intraprese in tale contesto, come trasferimenti forzati, sfratti, demolizione e confisca di case, l’UE sollecita le autorità israeliane a fermare le demolizioni di strutture palestinesi”.

Il Centro Palestinese per i Diritti Umani (PCHR) ha documentato 106 violazioni del diritto internazionale umanitario nei Territori Palestinesi Occupati da parte delle forze di occupazione e dai coloni israeliani dal 21 al 27 maggio 2020.

Inoltre Israele ha continuato ad ampliare le colonie illegali e le relative infrastrutture nella Cisgiordania occupata, compreso lo smantellamento di una roulotte e la demolizione di una casa ancora in costruzione nella zona centrale della Valle del Giordano, con la giustificazione della mancanza di autorizzazione per la costruzione. Tali permessi sono quasi impossibili da ottenere da parte dei palestinesi.

Il 5 luglio l’autorità israeliana di occupazione (IOA) ha approvato la demolizione della casa palestinese, nella città di Ya’bad[26], appartenente alla famiglia del prigioniero Nazmi Abu Bakr, un palestinese di 49 anni detenuto nelle carceri israeliane in condizioni disumane con accuse false. La famiglia ha presentato una petizione contro la demolizione che è stata respinta dall’IOA. Il 6 luglio le squadre municipali israeliane hanno ordinato la demolizione di 30 strutture palestinesi ad al-Isawiya, nella Gerusalemme occupata. I funzionari israeliani hanno anche fotografato gli edifici, tra cui alcune strutture abitate ed altre ancora in costruzione. Oltre alle restrizioni alla costruzione, i residenti palestinesi di al-Isawiya erano stati sottoposti a campagne di demolizione rivolte principalmente a case e strutture commerciali.

Il 14 luglio le autorità israeliane nel distretto di Jenin hanno consegnato 3 ordini di demolizione a diversi negozi appartenenti a Omar Alkilani, Zaid Herzallah e Easam Attatra della cittadina di Ya’bad, a sud-ovest di Jenin. Il pretesto per la demolizione è quello della “costruzione senza licenza” e che, una volta demoliti gli edifici, ai proprietari sarà vietato ricostruirli. La cittadina di Ya’bad è stata esposta a frequenti invasioni di truppe israeliane e violenza contro i suoi residenti, i quali sono stati sequestrati dalle truppe israeliane nello stesso periodo.

Il 22 luglio le IOF hanno consegnato un ordine di demolizione contro una casa in costruzione e quattro strutture agricole nello stesso villaggio. Il 23 luglio le IOF hanno informato i proprietari di tre case nell’area di Jabel Ruwaisat, nel villaggio di al-Walaja, a ovest di Betlemme, sostenendo che le case sono state costruite senza permessi. Lo stesso giorno anche due cittadini nell’area di Khilat al-Samak nello stesso villaggio hanno ricevuto comunicazioni di demolizione contro un pozzo e diverse strutture agricole utilizzate per l’allevamento del bestiame. Ai cittadini sono stati concessi alcuni giorni per abbattere le loro proprietà con le proprie mani per evitare di sostenere spese esorbitanti qualora l’amministrazione israeliana avesse provveduto.

Secondo il Rapporto OCHA del periodo 14-27 luglio 2020, nell’Area C e Gerusalemme Est, per mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, sono state demolite o sequestrate 30 strutture di proprietà palestinese, sfollando 25 persone e creando ripercussioni su altre 140. In un episodio accaduto il 21 luglio, sebbene l’affermazione è stata contestata dalle autorità sioniste, le autorità israeliane hanno demolito una struttura alla periferia della città di Hebron che era pianificata per essere utilizzata come centro diagnostico contro il COVID-19. Questa e altre tre strutture sono state demolite in base all’“Ordine Militare 1797”. Le Organizzazioni Umanitarie e per i Diritti Umani hanno ripetutamente manifestato preoccupazione per questa procedura che, sostanzialmente, impedisce alle persone destinatarie dei provvedimenti di essere ascoltate da un organo giudiziario.

Secondo l’OCHA, agosto 2020 è stato un mese terribile per le popolazioni palestinesi in Cisgiordania soprattutto a causa di un forte aumento degli spostamenti legati alla demolizione ad agosto. 21 strutture demolite o sequestrate all’interno o adiacenti all’area di espansione dell’insediamento E1, mentre 7 strutture di aiuto finanziate dai donatori sono state demolite/sequestrate. Le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 88 strutture di proprietà palestinese, tutte (tranne una) per mancanza di permessi di costruzione, che sono quasi impossibili da ottenere per i palestinesi. Di conseguenza, un totale di 202 persone sono rimaste sfollate e altre 450 hanno avuto conseguenze sui propri mezzi di sussistenza o sull’accesso ai servizi. Rispetto alle medie mensili tra gennaio e luglio 2020, agosto ha registrato un aumento quasi quadruplicato del numero di sfollati (202 contro 58) e un aumento del 55% del numero di strutture interessate (88 contro 56). Nell’Area C, 63 strutture sono state demolite o sequestrate dalle autorità israeliane questo mese. Sette erano state fornite come assistenza umanitaria, per un valore di oltre 9.300 euro. Altre nove strutture di aiuto finanziate da donatori, per un valore di oltre 50.000 euro, hanno ricevuto ordini di arresto dei lavori. L’incidente più grave è avvenuto il 25 agosto nella comunità beduina palestinese di Wadi as-Seeq (Ramallah), dove sono state demolite nove strutture, tra cui tre case e cinque rifugi per animali: 24 persone, di cui 11 bambini, sono rimaste sfollate e altre 13 hanno visto colpiti i propri mezzi di sussistenza. In sei incidenti separati nell’Area C, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 21 strutture situate all’interno o accanto a un’area nota come E1 prevista per l’espansione dell’insediamento di Ma’ale Adummim nel governatorato di Gerusalemme. Lo scorso marzo, le autorità hanno avanzato due piani dettagliati che prevedono la costruzione di quasi 3.500 unità abitative di insediamento in E1; il periodo per la presentazione delle opposizioni ai piani è terminato il 28 agosto. L’approvazione di questi piani potrebbe accelerare il trasferimento forzato di circa 3.700 palestinesi che vivono in 18 comunità beduine situate in quest’area. Sempre questo mese, le autorità israeliane hanno demolito una casa e un serbatoio d’acqua nella comunità di pastori di Fraseen a Jenin usato per l’irrigazione, il bestiame e il consumo domestico. Questa comunità, dove la maggior parte delle strutture ha ricevuto ordini di demolizione, si trova tra l’insediamento israeliano di Hermesh[27]. La demolizione a Fraseen è stata eseguita sulla base dell’Ordine Militare 1797, che è ancora considerato dalle autorità israeliane come “pilota” e per il quale comunità umanitaria ha ripetutamente mostrato preoccupazione poiché restringe in modo significativo la capacità delle persone colpite di essere ascoltate dinanzi a un organo giudiziario.

A Gerusalemme Est, ad agosto sono state demolite 24 strutture di proprietà palestinese, metà delle quali dai loro proprietari a seguito dell’emissione di ordini di demolizione. Le demolizioni effettuate dai proprietari delle strutture sono aumentate nel 2020, rappresentando oltre il 50% di tutte le demolizioni a Gerusalemme Est, rispetto al 26% nel 2019. L’aumento è attribuito a un emendamento alla legge israeliana sulla pianificazione e l’edilizia entrata in vigore lo scorso anno, che multa i proprietari di una struttura illegale per ogni giorno aggiuntivo in cui la struttura viene utilizzata. Le multe si aggiungono alle alte tasse che i proprietari devono pagare al comune qualora non demoliscano la struttura da soli. Inoltre, una casa in costruzione è stata demolita in una sezione del quartiere di Sur Bahir a Gerusalemme Est, designato come Area A, dove l’Autorità Palestinese è responsabile delle questioni di pianificazione. La demolizione è stata effettuata citando motivi di sicurezza, legati all’ubicazione dell’edificio in una ‘zona cuscinetto’ adiacente alla Barriera.

Secondo il Rapporto OCHA del periodo 22 settembre – 5 ottobre 2020, per mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 42 strutture di proprietà palestinese, sfollando 53 palestinesi e creando ripercussioni di diversa entità su circa 150 persone. La maggior parte delle strutture demolite (39), di cui 15 fornite come assistenza umanitaria, e tutti gli sfollamenti, sono stati registrati in Area C. Queste includevano sei strutture abitative, dislocate nelle Comunità di Ar Rakeez e Mantiqat Shi’b al Butum, sulle colline a sud di Hebron, situate in un’area chiusa destinata da Israele all’addestramento militare, sfollando 27 persone. Nel villaggio di Kisan (Betlemme), nello stesso episodio, sono state demolite altre 8 strutture, sfollando 13 palestinesi. Inoltre, a Khirbet Yarza (Tubas), Ni’lin (Ramallah) e Deir Samit (Hebron), 6 strutture sono state demolite sulla base di un “Ordine militare 1797”, che consente la demolizione entro 96 ore dall’emissione del medesimo. A Gerusalemme Est sono state demolite tre strutture di sostentamento.

Nonostante manchino ancora due mesi alla fine dell’anno, il 2020 risulta essere l’anno peggiore in termini di demolizione israeliane di unità abitative a Gerusalemme Est. Così ha affermato l’ONG Ir Amin[28] in un rapporto pubblicato di recente, sottolineando che in precedenza solo il 2016 era stato l’anno con il più alto numero di unità abitative demolite a Gerusalemme Est. La ragione principale del picco di demolizioni è l’emanazione dell’emendamento 116 della Legge sulla pianificazione e l’edilizia che aumenta le sanzioni contro la costruzione non autorizzata e limita anche la capacità della Corte di intervenire per conto delle famiglie che cercano di legalizzare le proprie case. Ir Amim ha anche accusato Israele di discriminare i Palestinesi a Gerusalemme Est per quanto riguarda i piani di costruzione e i permessi a lungo termine. La politica a lungo termine di Israele, basata sul rifiuto di avviare o approvare nuovi piani dettagliati per i quartieri palestinesi di Gerusalemme Est, è alla radice della costruzione non autorizzata: l’impatto combinato della discriminazione nella pianificazione e dell’aumento delle demolizioni domestiche è stato descritto e analizzato nel rapporto di Ir Amim sulle demolizioni domestiche a Gerusalemme Est nel 2019.

Al 5 novembre Yvonne Haley, coordinatrice ad interim dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari per i Territori palestinesi occupati (OCHA), ha dichiarato che le autorità d’occupazione israeliane (IOA) hanno demolito 689 strutture in Cisgiordania e a Gerusalemme dall’inizio di quest’anno, sfollando 869 palestinesi. Tenendo conto anche della vulnerabilità della popolazione durante il Covid-19, Haley ha chiesto ad Israele di fermare le demolizioni illegali, poco dopo che decine di palestinesi sono rimasti sfollati nella Valle del Giordano, ed ha ribadito che la distruzione massiccia di proprietà e lo sfollamento di persone protette in un’area occupata costituiscono gravi violazioni della Quarta Convenzione di Ginevra.

Recentemente le politiche coloniali di demolizioni proseguono soprattutto dopo che il 2 novembre, le autorità d’occupazione israeliana hanno approvato un piano di distruzione di decine di imprese palestinesi nel quartiere di Wadi al-Joz, nella Gerusalemme Est occupata, come parte di un futuro piano di costruzione di un nuovo insediamento chiamato “Silicon Valley”.

 

[1] Ente militare israeliano che governa i Territori palestinesi occupati

[2] Agenzia di ricerca con sede a Londra

[3] Attivista palestinese contro gli insediamenti illegali israeliani e funzionario dell’Autorità Palestinese che controlla le attività illegali dei coloni nella Cisgiordania settentrionale.

[4] Costruita illegalmente su terre palestinesi di Nablus, di al-Sawiya e sulle vicine terre di Yetma.

[5] Villaggio palestinese a sud della città di Nablus, in Cisgiordania.

[6] Circondato da tre colonie, è uno dei villaggi più colpiti a Nablus dall’attività coloniale israeliana

[7] Villaggio a nord-est di al-Khalil/Hebron, nella Cisgiordania occupata

[8] Città palestinese di 5.200 abitanti situata nel Governatorato di Salfit nel nord della Cisgiordania, a 15 chilometri a sud-ovest di Nablus

[9] Turmus’ayya si trova a 23 km a nord-est di Ramallah e la sua popolazione totale è di circa 4.200 persone divise in due famiglie principali: Awad e Jabara, oltre alle piccole famiglie di origine di rifugiati.

[10] Unità di misura terriera pari a 2.500 m² di terra

[11] Villaggio ad ovest di Salfit, nella Cisgiordania occupata

[12] Noto anche come Menora o Giv’at Ehud, è un insediamento illegale israeliano nella Cisgiordania occupata.

[13] A sud di Nablus, nella Cisgiordania occupata.

 

[14] Insediamento illegale costruito sulle terre del villaggio di al-Mughayyir

[15] Villaggio ad est di Ramallah, in Cisgiordania. Secondo gli accordi di Oslo, il 94,1% dell’area totale del villaggio di al-Mughayyir è classificata come Area C, ovvero un’area su cui Israele ha il pieno controllo.

[16] Zona ovest di Salfit, rivendicata come propria da Israele.

[17] A sud di Nablus, nella Cisgiordania occupata

[18] A sud di Hebron, nella Cisgiordania occupata, è oggetto di continue invasioni e violazioni che colpiscono i residenti, le loro case e le loro terre, oltre ad essere classificata come Area C, sotto il pieno controllo militare israeliano

[19] Nella zona di Masafer Yatta, a sud di Hebron, nella Cisgiordania meridionale

[20] Coordinatore del Comitato per la protezione di Masafer Yatta

[21] Ramo amministrativo ed esecutivo dell’occupazione illegale israeliana in Cisgiordania

[22] Costituisce circa il 60% della Cisgiordania occupata che Israele vuole annettere dopo aver espulso gli autoctoni palestinesi. Il piano Trump-Kushner, annunciato il 28 gennaio 2020, sancisce tale espulsione della popolazione palestinese e il trasferimento delle loro terre al governo israeliano.

 

[23] A sud di Hebron, nel sud della Cisgiordania occupata,

[24] Provvedimento che consente la demolizione di edifici “non autorizzati” entro 96 ore dalla consegna della notifica

[25] Ad ovest di Salfit, nella Cisgiordania settentrionale occupata

[26] A Jenin, in Cisgiordania

[27] Avamposto di insediamento stabilito circa un anno fa come fattoria agricola

[28] ONG israeliana le cui attività includono “monitoraggio “e” esposizione” delle pratiche di ebraicizzazione messe in atto dal Governo israeliano a Gerusalemme Est.

L’ong ACS e Ya Basta Êdî Bese stanno terminando un ampio programma a nord di Gaza. Hanno bisogno di fondi per l’acquisto di una nuova pavimentazione in resina per il campo sportivo di Green Hopes Gaza. Aiuta a realizzare questo progetto

Gaza, 26 novembre 2020, Nena News - La ong italiana ACS* sta ultimando il progetto Green Hopes Gaza nell’area nord della striscia, contigua ai complessi residenziali di Al Isba, Al Nada e Al Awada con il cofinanziamento AICS. In quest’area il Governo italiano, tramite il Consolato Generale di Gerusalemme, sta terminando un ampio programma di ristrutturazione e ricostruzione delle case popolari danneggiate e distrutte durante l’offensiva militare israeliana “Margine Protettivo” del 2014.

Le case sono ormai completate e il parco in via di costruzione è l’unica area attrezzata disponibile per la popolazione, che è costituita da famiglie in situazione di difficoltà economica. Al termine della prima fase di progetto (alla fine dell’inverno 2021), il parco sarà dotato di diverse superfici sportive: campo da calcetto, pallamano e basket, pista da skate. Sarà allestito anche un tendone da circo permanente, delle aree gioco per i bambini, una serra didattica ed un’area adibita ad orto con alberi da frutto.

Il cuore pulsante del parco è un edificio multifunzionale già attraversato dalle associazioni locali: particolare attenzione viene riservata all’implementazione di attività di supporto psico-sociale per donne e bambini,  e di formazione per le microimprese.

Sotto la supervisione della Municipalità di Beit Lahya, il parco viene autogestito dalla comunità locale che lo tiene in vita, attraverso la creazione di un Comitato di Gestione, che al suo interno vede i rappresentanti delle squadre sportive, associazioni di quartiere. Già nel periodo dal 20.12.2019 al 28.01.2020, grazie anche al supporto del Gaza Freestyle Festival, sono state realizzate attività di scambio culturale e sportivo in varie forme, ed avviata la costruzione di un grande skatepark.

Purtroppo, il budget ristretto e gli alti costi di importazione dei materiali da costruzione nella Striscia,  hanno costretto i promotori ad utilizzare soluzioni economiche per la realizzazione dell’edificio multifunzione e per le aree esterne. In particolare il campo sportivo ha attualmente una copertura provvisoria composta da polvere di calce e sabbia. Ciò rende questo campo poco praticabile da sport diversi dal calcio e facilmente deperibile.

Proprio per questo è necessaria una nuova pavimentazione in resina, il cui costo è di 19€/mq, per un costo totale di 53.200 Euro.

Ya Basta Êdî Bese** – che ha già promosso a Gaza il progetto Gaza is Alive 2019 – e una rete di atleti e supporters dello sport popolare lanciano la campagna di raccolta fondi “Play4Gaza”. I fondi verranno donati ad ACS per l’acquisto di una nuova pavimentazione in resina per il campo sportivo di Green Hopes Gaza, il cui costo è di 19€/mq, per un costo totale di 53.200 Euro, dei quali 25.000 Euro sono già disponibili. Il valore di questo progetto è ampio perché promuovere l’autonomia di una comunità e contribuisce al suo futuro. Nena News

AIUTA A REALIZZARE QUESTA INIZIATIVA CONSULTANDO:

https://www.eppela.com/it/projects/29161-play4gaza-pavimentazione-del-campo-di-green-hopes-gaza

 

*ACS Italia è una ONG laica e senza scopo di lucro. Da oltre 20 anni opera nelle zone critiche del Sud del Mondo con progetti di emergenza e di sviluppo sostenibile. Lavora in rete in un’ottica di cooperazione partecipata, affiancando e dando supporto a comunità e istituzioni locali.

**Ya Basta Êdî Bese è un’associazione presente in varie città del nord-est italiano che porta avanti centinaia di progetti volti a sostenere le comunità resistenti di diversi paesi nel mondo. Nasce dall’unione di varie associazioni che, dal 1999, si spendono attivamente per la costruzione di una società basata su diritti e dignità, collaborando con analoghe realtà a livello internazionale.

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