Palestina

Di Davide Tripiedi per Abspp.odv. Giovedì 26 maggio è stato il primo dei tre giorni di visite programmate nei campi profughi in Libano. Insieme all’associazione Abspp.odv che ha organizzato tutti gli spostamenti e gli aiuti forniti, ho fatto visita ai campi di Al-Jalil e di Al-Aramel, ad est del Libano, al confine con la Siria. Quello che ho visto con i miei occhi è stata una situazione disperata impossibile da accettare.

La delegazione italiana in Libano durante una distribuzione degli aiuti umanitari: a sinistra, Mohammad Hannoun, presidente ABSPPodv. Al centro Corrado Fossati e destra Davide Tripiedi.

Campo di Al-Jalil. Sono presenti circa 3600 palestinesi. In inverno, tanti muoiono dal freddo quando le temperature scendono sotto zero a causa delle case fatiscenti in cui sono costretti a vivere. In estate il caldo elevato crea problemi di approvvigionamento d’acqua che non in tutte le zone è potabile. All’interno del campo è presente un centro medico. L’attività dei medici presenti è commovente viste le difficoltà e la scarsità di macchinari e medicinali a cui devono fare fronte ogni giorno. A loro sono stati consegnati medicinali e materiale ortopedico. Ad Al-Jalil c’è anche una casa di riposo con un centinaio di anziani, in maggioranza donne, che soffrono soprattutto di problemi conseguenti ai dolori fisici causati dalle precarie condizioni delle abitazioni. Anche per il centro anziani, i fondi ricevuti dalle istituzioni risultano essere troppo pochi. Le signore presenti hanno comunque trovato conforto nel sapere che qualcuno possa parlare delle loro problematiche portandole fuori da Al-Jalil.

Un momento esternamente emozionante è stato quando siamo passati di fronte alla scuola. Decine di bambini, appena finite le lezioni, giocavano e scherzavano tra loro. È stato un attimo che la loro gioiosità ha contagiato tutta la nostra delegazione. I loro sorrisi, nonostante le infinite difficoltà che sono costretti a vivere tutti i giorni, rimarranno per sempre impresse nella mia mente.

La visita al campo è terminata con la distribuzione del pane arabo: due pacchi per ogni persona, lavorato da chi vive nei campi e i cui fondi provengono dall’Associazione ABSPP ODV.

Nel campo, come in tutto il Libano, mancano i diritti per i palestinesi. Se per esempio un ragazzo è figlio di padre palestinese e madre libanese, il ragazzo, come il padre, non ha il diritto ad avere un lavoro e ad andare a scuola.

Nel campo, invece, per ovviare a questo problema, si trovano soluzioni che vanno ben oltre la solidarietà tra persone. I medici presenti, che possono laurearsi in Libano ma non possono lavorare in Libano, carichi di infinita devozione verso il proprio popolo vengono pagati dai finanziamenti di chi può nel campo profughi e dalle associazioni come quella dei palestinesi d’Italia. Lo stesso vale anche per gli insegnanti e per tutti i professionisti palestinesi presenti in tutti i campi.

Campo di Al-Aramel. È soprannominato il “Campo delle vedove” perché vi è la presenza, attualmente, di 63 vedove di siriani morti in guerra e dei loro figli. Le condizioni del campo sono terribili. Le case sono container fatiscenti con acqua non potabile che si può recuperare solo da un serbatoio posto all’ingresso del campo. Anche qui sono stati distribuiti pacchi dedicati ai bambini e alle famiglie e, inoltre, dolciumi ed occhiali da sole e da vista per i bambini.

L’Associazione ABSPP ODV nei campi aiuta tutti, palestinesi e siriani indistintamente, che siano di religione escludendo, a prescindere, solo i gruppi armati.

Foto Unicef-Italia

Benvenuti all’inferno.

Se dovessero domandarmi dove sta di casa la disperazione, risponderei senza ombra di dubbio nel campo profughi di Burj El Barajneh a Beirut.

Il campo è quanto di più disumano possa esistere. Persone costrette a vivere in appartamenti claustrofobici, fatiscenti, con muri scrostati ed ammuffiti, tanti senza finestre, tanti con finestre con vetri rotti che mai verranno riparati, con temperature al limite del soffocamento già da ora che in Libano non è ancora arrivato il caldo afoso dell’estate. In quasi tutti mancano i mobili e i letti e a tanti, troppi, manca qualsiasi cosa. Niente gas, niente acqua, niente elettricità. Eppure acqua ed elettricità ci sono ma così come sono distribuiti sono un pericolo per la vita di ogni essere umano presente nel campo. In tutti i vicoli di Burj El Barajneh, completamente bui anche di giorno, possono passare una, massimo due persone alla volta a causa dell’assurda vicinanza delle palazzine tra loro. E i fili dell’alta tensione sono lì, a pochi centimetri dalla testa dei passanti, in ogni vicolo, penzolanti, cadenti, ad altezze mai uguali, a gruppi di dieci o venti, appoggiati a delle traverse insieme ai tubi che portano l’acqua. Spesso questi ultimi sono bucati e l’acqua cola sui fili elettrici.

Burj El Barajneh. Foto InfoPal

È facile capire perché mediamente ogni anno una quindicina di persone muore folgorata passando sotto a quei grovigli di fili e tubi. Spesso si muore quando piove. Chi cammina con l’ombrello e con la punta in metallo tocca i fili, non ha scampo. Esiste poi un altro problema drammatico: quello della forte corrosione causato dalle perdite d’acqua salata e non potabile delle diverse cisterne presenti nel campo. I muri degli stabili si indeboliscono rapidamente e cedono. In un appartamento che ho visitato, ciclicamente cade il soffitto che viene riparato alla bene e meglio. E più si sale in alto, più il problema risulta essere frequente. Gli abitanti di Burj El Barajneh, tutti palestinesi, si trovano in queste condizioni da generazioni. Sono stati costretti alla fuga dal loro paese a causa della violenza degli israeliani e da sempre sono dimenticati dal governo libanese che non gli riconosce alcun diritto. È per questo che si trovano in condizioni di estrema povertà a vivere in un inferno che per nessuna ragione al mondo meriterebbero. Nel silenzio e nell’indifferenza di tutto il mondo, gli abitanti di Burj El Barajneh continuano ad ammalarsi, continuano a soffrire, continuano a morire.

Burj El Barajneh. Foto InfoPal Burj El Barajneh. Foto InfoPal Burj El Barajneh. Foto di Davide Tripiedi

A cura dei Giovani Palestinesi d’Italia. Un gruppo di coloni sionisti ha fatto circolare un volantino sui social in cui dichiara: “Il 28 maggio verremo a smantellare la Cupola della Roccia”.

La minaccia arriva con un giorno d’anticipo rispetto al “Jerusalem Day”, che per gli israeliani è un giorno di festa in cui si celebra l’occupazione illegittima di Gerusalemme del 1967.

Solitamente durante questa ricorrenza gli israeliani assumono comportamenti provocatori e violenti e vengono protetti e scortati dalla polizia all’interno del complesso della moschea al-Aqsa.

Nablus-Quds Press e PIC. La Società per la Mezzaluna Rossa palestinese ha reso noto che 88 palestinesi sono stati feriti, dei quali 10 da proiettili di metallo rivestiti di gomma, durante la violenta repressione delle proteste a Beita, Beit Dajan e Huwara a Nablus da parte delle forze di occupazione israeliane (IOF).

Betlemme-Quds Press e PIC. Venerdì sera, al-Khader, nel sud di Betlemme, in Cisgiordania, un ragazzo palestinese, Zaid Ghuneim, 14 anni, è stato ucciso dalle forze di occupazione israeliane (IOF).

Il ministero della Salute palestinese ha riferito che Ghuneim è morto per le gravi ferite riportate durante le aggressioni delle IOF a al-Khader.

Altre fonti mediche hanno riferito che Ghuneim è stato ferito a morte da tre proiettili che lo hanno raggiunto al collo e alla schiena. E’ spirato nell’ospedale specializzato Al-Yamama di Betlemme dove era stato trasportato d’urgenza.

Il governatorato di Betlemme ha indetto uno sciopero generale in segno di lutto per questo nuovo assassinio israeliano.

Gaza – MEMO. Gaza ha appena completato i test per i nuovi bagnini in vista della stagione estiva in spiaggia.

Il ministero del Governo locale ha testato mille bagnini che hanno chiesto di riempire alcune delle 400 postazioni, presidiando la costa della Striscia di Gaza dove è consentito nuotare.

Il colloquio ed i test di primi soccorsi costituiscono il 30 per cento della prova, mentre la maggior parte – il 70 per cento – è costituita da attività fisiche.

I candidati vengono divisi in gruppi e coloro che superano gli ostacoli più velocemente vengono scelti per i lavori, poiché la precisione e la velocità sono vitali per salvare vite umane.

Il test prevede uno sprint di 100 metri lungo la spiaggia, una nuotata di 200 metri verso un oggetto galleggiante che deve poi essere riportato a riva.

La costa di Gaza si estende per 40 chilometri, ma non tutta l’area è adatta alla balneazione, poiché in alcuni punti le acque reflue vengono pompate in mare. La spiaggia fornisce ai palestinesi assediati nella Striscia il principale sbocco sociale.

New York – WAFA. Francia, Irlanda, Estonia e Albania hanno criticato, giovedì, in una dichiarazione congiunta, la decisione del Consiglio superiore di pianificazione israeliano di anticipare i piani per la costruzione di oltre 4 mila unità abitative coloniali nella Cisgiordania occupata, affermando che la costruzione di colonie è una chiara violazione del diritto internazionale.

Consegnata dall’ambasciatore Geraldine Byrne Nason, rappresentante permanente dell’Irlanda presso le Nazioni Unite, la dichiarazione ha esortato Israele a revocare tale decisione, nonché ad abbandonare le demolizioni e gli sgomberi pianificati, in particolare nell’area di Masafer Yatta, che da soli potrebbero comportare il trasferimento forzato di 1.200 palestinesi.

“Le nuove unità abitative costituirebbero un ulteriore ostacolo alla soluzione a due Stati. Le colonie israeliane violano chiaramente il diritto internazionale e ostacolano una pace giusta, duratura e globale tra israeliani e palestinesi”, ha letto Nason.

Ha continuato: “Questa decisione, così come l’approvazione retroattiva di tre avamposti coloniali, di demolizioni e sfratti che colpiscono le popolazioni palestinesi nella Gerusalemme Est e nell’Area C, minacciano direttamente la fattibilità di un futuro stato palestinese”.

I membri dell’UE hanno anche chiesto “un’indagine approfondita e indipendente che chiarisca tutte le circostanze dell’omicidio della giornalista Shireen Abu Aqleh, uccisa mentre stava coprendo un’operazione delle forze di sicurezza israeliane a Jenin, e che assicuri alla giustizia i responsabili per il suo omicidio”.

“Siamo rimasti profondamente scioccati dalla violenza esercitata dalla polizia israeliana nei confronti delle persone in lutto al suo funerale”, ha aggiunto la dichiarazione.

I membri dell’UE hanno ribadito l’invito a sostenere e rispettare lo status quo dei luoghi santi a Gerusalemme e hanno sottolineato l’importanza del ruolo specifico della Giordania a tale riguardo.

“Il deterioramento della situazione evidenzia ancora una volta la necessità di ripristinare un orizzonte politico per un processo di pace credibile e praticabile”.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Ramallah – PIC. Il procuratore generale palestinese Akram al-Khatib, ha annunciato i risultati dell’indagine sull’uccisione della giornalista palestinese Shireen Abu Aqleh, affermando che mostrano che le forze d’occupazione israeliane (IOF) hanno deliberatamente ucciso la giornalista.

I risultati hanno fatto eco agli esiti di un’indagine preliminare annunciata quasi due settimane fa ed erano ampiamente attesi tra l’indignazione globale per l’uccisione di Abu Aqleh.

Parlando giovedì ai giornalisti nella città occupata di Ramallah, in Cisgiordania, al-Khatib ha detto: “Era chiaro che uno dei soldati dell’occupazione [israeliana] […] ha sparato un proiettile che ha colpito la giornalista Shireen Abu Aqleh direttamente alla testa”.

Al-Khatib ha riportato i risultati di un’indagine dell’Autorità Palestinese (ANP) sull’uccisione di Abu Aqleh, che è stata uccisa a colpi d’arma da fuoco l’11 maggio mentre copriva un’incursione dell’esercito israeliano nella città di Jenin, in Cisgiordania.

“L’unica fonte dei colpi [d’arma da fuoco] è stata quella delle forze d’occupazione, con l’obiettivo di uccidere”, ha spiegato.

Al-Khatib ha aggiunto che la sua indagine si basa su interviste con testimoni, un’ispezione della scena e un rapporto medico legale.

Testimoni e colleghi che erano presenti sul posto avevano precedentemente affermato che Abu Aqleh era stata uccisa dalle IOF. Al-Jazeera Media Network ha affermato che Abu Aqleh è stata “assassinata a sangue freddo”.

Al-Khatib ha affermato che l’indagine ha rilevato che non c’erano combattenti palestinesi vicino alla scena della sparatoria, contraddicendo le affermazioni fatte da funzionari israeliani secondo cui avrebbe potuto essere stata uccisa da palestinesi armati.

Ha aggiunto anche che le forze israeliane riuscivano a vedere Abu Aqleh ed altri giornalisti, che erano tutti chiaramente contrassegnati come membri della stampa.

Secondo al-Khatib, un’autopsia ed un esame forense, condotti a Nablus dopo la morte di Abu Aqleh, hanno mostrato che le hanno sparato alle spalle, indicando che stava cercando di fuggire mentre le forze israeliane continuavano a sparare contro il gruppo di giornalisti.

Ramallah – WAFA. Tor Wennesland, il coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente, ha affermato giovedì che l’uccisione da parte di Israele della giornalista palestinese-statunitense Shireen Abu Aqleh, avvenuto l’11 maggio, ha riunito i palestinesi e molti altri in tutto il mondo, nel dolore e nella rabbia, è servito anche da promemoria del devastante costo umano di questo conflitto.

Nel suo briefing al Consiglio di sicurezza sulla situazione in Medio Oriente, Wennesland ha affermato che i colpevoli devono essere ritenuti responsabili. Ha fatto eco alla condanna del Segretario generale di tutti gli attacchi contro i giornalisti e alla sua richiesta verso le autorità competenti di condurre un’indagine indipendente e trasparente.

Wennesland ha anche condannato le scene di violenza durante il corteo funebre di Abu Aqleh, in cui la polizia israeliana ha preso d’assalto l’ospedale e successivamente ha picchiato con i manganelli coloro che trasportavano la sua bara e altre persone in lutto, dicendo che l’attacco israeliano è stato doloroso e offensivo.

In un contesto diverso, Wennesland ha affermato che “la violenza legata ai coloni è continuata durante il periodo in questione. Il 7 maggio, in cinque incidenti separati, coloni israeliani, accompagnati dalle forze di sicurezza israeliane, sono entrati in quattro cittadine palestinesi, ferendo 100 palestinesi”.

Ha aggiunto: “Nonostante una notevole riduzione durante il Ramadan, le autorità israeliane hanno demolito, confiscato o costretto i proprietari a demolire 40 strutture di proprietà palestinese nell’Area C e 12 nella Gerusalemme Est occupata, nonché due strutture nell’Area A, sfollando 98 palestinesi, tra cui 50 bambini”.

Rivolgendosi a Gaza, ha affermato che le Nazioni Unite continuano a fornire assistenza vitale umanitaria e allo sviluppo, nonché a compiere sforzi per allentare ulteriormente le restrizioni al movimento di persone e merci dentro e fuori la Striscia. “Sono in atto piani per sostenere la rivitalizzazione del settore della pesca di Gaza, inclusa la facilitazione dell’ingresso di articoli a doppio uso nell’ambito della ricostruzione di Gaza. Il successo di questa iniziativa dovrebbe aprire la strada ad un ulteriore allentamento delle restrizioni, anche nei settori agricolo, industriale e sanitario”.

Il funzionario delle Nazioni Unite ha affermato che lo status quo nei luoghi santi di Gerusalemme deve essere mantenuto e rispettato, e che con le attuali dinamiche, in particolare nella Cisgiordania occupata, la situazione potrebbe sfuggire al controllo in qualsiasi momento. “Dobbiamo spingerci oltre il paradigma della gestione del conflitto e muoverci verso la sua risoluzione”, ha aggiunto, sollecitando un’azione che riporti sulla via dei negoziati, che porranno fine all’occupazione e stabiliranno due Stati, in linea con le risoluzioni delle Nazioni Unite, del diritto internazionale e degli accordi bilaterali.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Palestine is the "final test" of the international tribunal's threadbare credibility.

European Parliament president denounced for junket that ignored crimes against Palestinians.


Di Lorenzo Poli. Ed anche sulla Guerra in Ucraina, più specificamente in Donbass, l’intricato e subdolo meccanismo della polarizzazione sta vincendo su tutta la narrazione. Il mainstream occidentale ha già vinto con questa tecnica, o meglio con lo stesso “copione” di tutte le guerre: la centralità dei media. Nel frattempo non solo il mainstream, ma anche una certa fetta della sinistra radicale (non PD, LEU e altre forze neoliberiste) contribuisce a fare confusione senza dare un quadro chiaro della vicenda fondandosi su ipertrofie per mantenere salda la propria identità politica, venendo meno la volontà chiarificatrice per dire le cose come stanno. E quindi da un lato si attaccano quelli de L’antidiplomatico perché troppo “filo-russi”, Giorgio Bianchi perché è “sbucato dal nulla” (quando in realtà era già famoso come documentarista e fotoreporter fin dal 2014 con le guerre in Donbass e in Siria), Sara Reginella perché “non si capisce da che parte sta”, Marinella Mondaini perché “abita a Mosca”, si riesuma Giulietto Chiesa perché ha dato il via a queste narrazioni, si attaccano intellettuali del calibro di Luciano Canfora e Franco Cardini come “filo-putiniani” (che chiaramente non sono); si accusa parte della contro-informazione di “campismo” (stare dalla parte della Russia in funzione anti-atlantista) e il convegno “Pace Proibita” di Michele Santoro di essere organizzata da personaggi famosi. Insomma, nulla sembra andar bene ad una parte della sinistra che, nel frattempo non fa nulla e sta a guardare. 

Detto ciò, in tutta questa situazione il mainstream occidentale va di propaganda bellica, l’Ucraina va di propaganda bellica, la Russia va di propaganda bellica e questi “perfetti sconosciuti” si prendono il ruolo di “contro-informatori”… E la sinistra antagonista che cosa fa? Tiene il piede in  200 scarpe o prende una posizione? Perché molti gruppi della sinistra eco-pacifista (il Movimento Europa per la Pace); partiti come Rifondazione Comunista, Partito Comunista, Potere al Popolo; alcuni quotidiani come Il Fatto Quotidiano e alcuni siti della contro-informazione di sinistra come InfoPal, Invictapalestina, Pressenza Italia, Palestine Chronicle e Le Monde Diplomatique una posizione l’hanno presa.

Cerco di riassumere i punti fermi delle loro posizioni: 1) no alla propaganda bellica occidentale; 2) no all’invasione russa dell’Ucraina; 3) no invio di armi in Ucraina; 4) l’Ucraina non è paese democratico e dal 2014 si perseguitano attivisti di sinistra (comunisti, socialisti, pacifisti, attivisti per i diritti umani); 5) in Ucraina non c’è libertà d’espressione, non si rispettano i diritti umani come in Russia e i giornalisti indipendenti; 6) nel 2014 c’è stato un golpe di stampo neonazista, che molti hanno chiamato “rivoluzione democratica”; 6) dal 2009 ci sono battaglioni paramilitari neonazisti che hanno commesso pulizie etniche contro le popolazioni russofone del Donbass e che sono stati denunciati dall’OCSE e da Amnesty International per l’utilizzo di scudi umani, torture e stupri di guerra; 7) l’attuale guerra in Ucraina è la seconda fase di un guerra nata 8 anni fa e che fino al 2020 ha portato alla morte di 14.000 persone; 8) chi ha iniziato la seconda fase non è stato Putin il 24 febbraio 2022, ma l’esercito ucraino che il 19 febbraio ha iniziato a bombardare e ha raso al suolo 10 villaggi del Donbass. Due civili della Repubblica popolare di Lugansk (abitata da popolazione russa) sono rimasti uccisi, nel tentativo delle forze armate ucraine di sfondare nel vicino villaggio di Pionerskoye, a 7 chilometri dal confine con la Russia. Altri bombardamenti d’artiglieria ci sono stati su Donetsk, sempre nel Donbass e sempre abitata da russi. In precedenza,  le truppe ucraine hanno aperto il fuoco in diverse aree popolate della Repubblica, tra cui Donetsk. Il bombardamento avrebbe preso di mira, oltre a Donetsk e le città di Dokuchayevsk, Oktyabr, Sosnovskoye, Aleksandrovka e Spartak. Successivamente, è stato riferito che anche i villaggi di Petrovskoye, Staromikhailovka e Kommunarovka sono stati bombardati. 9) L’Ucraina ha palesemente violato i Trattati di Minsk I e II non riconoscendo autonomia a Repubbliche Popolari di Lugansk e Donetsk; 10) chi ha interesse che la guerra non finisca sono la Russia e la NATO, soprattutto quest’ultima che, con a capo gli Stati Uniti, ha violato i Patti di Varsavia, allargandosi verso est ai confini della Russia… Ed ha avuto una vittoria sul piano diplomatico come la fine del North Stream 2 e il processo di abbandono del gas russo per vendere lo scisto americano, sbancando il ruolo della Russia come primo fornitore al mondo di gas; 11) non è una lotta di Resistenza, ovvero di un popolo che si aizza contro l’invasore, ma una guerra tra due nazionalismi, oltre ad esser un conflitto etnico con radici lontane – è una guerra che, a livello geopolitico, si gioca tra Russia e USA (che ha sempre avuto un ruolo nella guerra in Ucraina fin dal 2014 e ha sempre addestrato i neonazisti di Azov): una guerra tra due potenze iper-capitaliste.
Se il dibattito parte da questi presupposti, si può discutere di Ucraina, anche sul fatto che l’estrema destra nazional-bolscevica ci marcia e che ci sono fazioni dichiaratamente rossobrune in Donbass e che le Repubbliche Popolari del Donbass non sono “socialiste”, che ci sono combattenti neofascisti, ecc. Ma negare questi presupposti focalizzandosi su dettagli senza concentrarsi sui contesti non è accettabile. Il ragionamento si fa e si deve fare, senza stigma e  polarizzazione inutili… Semplicemente facendo ordine. 

Di Norman Finkelstein. Sono Israele. Sono venuto in una terra senza popolo per un popolo senza terra. Quelle persone che per caso erano qui, non avevano alcun diritto di essere qui, e la mia gente ha mostrato loro che dovevano andarsene o morire, radendo al suolo 400 villaggi palestinesi, cancellando la loro storia.

Io sono Israele. Alcuni del mio popolo hanno commesso massacri e poi sono diventati primi ministri per rappresentarmi. Nel 1948, Menachem Begin era a capo dell’unità che massacrò gli abitanti di Deir Yassin, tra cui 100 donne e bambini. Nel 1953, Ariel Sharon guidò il massacro degli abitanti di Qibya, e nel 1982 ordinò ai nostri alleati di massacrare circa 2.000 nei campi profughi di Sabra e Shatila.

Io sono Israele. Scolpita nel 1948 sul 78% della terra Palestina, espropriando i suoi abitanti e sostituendoli con ebrei provenienti dall’Europa e da altre parti del mondo. Mentre ai nativi le cui famiglie hanno vissuto su questa terra per migliaia di anni non è permesso tornare, gli ebrei di tutto il mondo sono i benvenuti alla cittadinanza istantanea.

Io sono Israele. Nel 1967, ho inghiottito le restanti terre della Palestina – Gerusalemme Est, la Cisgiordania e Gaza – e ho posto i loro abitanti sotto un dominio militare oppressivo, controllando e umiliando ogni aspetto della loro vita quotidiana. Alla fine, dovrebbero capire che non sono i benvenuti a restare e unirsi ai milioni di rifugiati palestinesi nei campi-baraccoli del Libano e della Giordania.

Io sono Israele. Ho il potere di controllare la politica americana. La mia Commissione affari pubblici israeliana-americana può creare o fare a pezzi qualsiasi politico di sua scelta, e come vedete, fanno tutti a gara per farmi piacere. Tutte le forze del mondo sono impotenti contro di me, compresa l’ONU, in quanto ho il veto americano per bloccare ogni condanna dei miei crimini di guerra. Come Sharon ha così eloquentemente affermato: “Noi controlliamo l’America”.

Io sono Israele. Influenzo anche i media mainstream americani, e troverete sempre le notizie su misura a mio favore. Ho investito milioni di dollari nelle pubbliche relazioni, e la CNN, il New York Times e altri fanno un ottimo lavoro nel promuovere la mia propaganda. Guarda altre fonti di informazione internazionali e vedrai la differenza.

Io sono Israele. Voi palestinesi volete negoziare la “pace!?” Ma non siete intelligenti come me; io tratterò, ma vi lascerò avere solo le vostre municipalità, mentre io controllo i vostri confini, la vostra acqua, il vostro spazio aereo e qualsiasi altra cosa di importante. Mentre noi “negoziamo”, io inghiottirò le vostre colline e le riempirò di insediamenti, popolati dal più estremista dei miei estremisti, armati fino ai denti. Questi insediamenti saranno collegati con strade che non potete usare, e sarete imprigionati nei vostri piccoli bantustan, circondati da posti di blocco in ogni direzione.

Io sono Israele. Ho il quarto esercito più forte del mondo, possiedo armi nucleari. Come si permettono i vostri figli di affrontare la mia oppressione con le pietre, non sapete che i miei soldati non esiteranno a far saltare loro la testa? In 17 mesi, ho ucciso 900 di voi e ferito 17.000, per lo più civili, e ho il mandato di continuare visto che la comunità internazionale tace. Ignorate, come faccio io, le centinaia di ufficiali di riserva israeliani che ora si rifiutano di esercitare il mio controllo sulle vostre terre e sulla vostra gente; la loro voce di coscienza non vi proteggerà.

Io sono Israele. Volete la libertà? Ho proiettili, carri armati, missili, Apache e F-16 per annientarvi. Ho messo sotto assedio le vostre città, confiscato le vostre terre, sradicato i vostri alberi, demolito le vostre case, e voi ancora pretendete la libertà? Non vi arriva il messaggio? Non avrete mai pace o libertà, perché io sono Israele.

Gaza-PIC e Quds Press. Le forze di occupazione israeliane (IOF) hanno aperto il fuoco verso l’est di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, all’alba di venerdì.

Fonti locali hanno affermato che le forze israeliane di stanza lungo i confini di Gaza hanno sparato pesanti colpi di artiglieria, gas lacrimogeni e bombe lanciarazzi contro i terreni agricoli palestinesi.

La marina israeliana e le forze di frontiera aprono regolarmente il fuoco contro i pescatori e gli agricoltori lungo il confine di Gaza, in una palese violazione dell’ultimo accordo di cessate il fuoco raggiunto tra Israele e le fazioni palestinesi a Gaza nel maggio 2021.

MEMO. La città di Gerusalemme sta assistendo a una diminuzione della popolazione ebraica negli ultimi anni, secondo le statistiche pubblicate in occasione della Giornata di Gerusalemme dal Jerusalem Institute for Israel Studies.

Nel 2020, il 61% dei residenti di Gerusalemme sono ebrei, mentre i restanti sono musulmani e cristiani palestinesi.

Oltre a questo, circa il 25 per cento della popolazione ultra-ortodossa del Paese vive a Gerusalemme.

Il rapporto, basato sui dati dell’Ufficio nazionale di statistica israeliano, rileva anche un aumento della popolazione palestinese, che ora costituisce il 39 per cento della popolazione della città.

Il tasso di povertà a Gerusalemme continua ad essere alto poiché il rapporto rivela che, nel 2020, il 58% dei bambini viveva al di sotto della soglia di povertà.

Tuttavia, il divario in termini di povertà tra palestinesi e residenti ebrei è particolarmente notevole: circa il 32% degli ebrei residenti a Gerusalemme vive al di sotto della soglia di povertà, mentre il numero quasi raddoppia, arrivando al 61% all’interno della popolazione palestinese.

Tra la popolazione ultra-ortodossa di Gerusalemme, il 45% vive al di sotto della soglia di povertà, una percentuale superiore alla media di Israele che è del 41%.

(Foto: bambini palestinesi hanno appeso una bandiera palestinese fatta in casa sul tetto, mentre gli israeliani prendono parte a una marcia che celebra il giorno di Gerusalemme il 12 maggio 2010. [Uriel Sinai/Getty Images]).

Decades of oppression and persecution have failed to suppress Palestinian determination to be free.

Jenin-PIC e Quds Press. Venerdì all’alba, sono scoppiati scontri armati nel campo profughi di Jenin a seguito dell’invasione delle forze di occupazione israeliane (IOF) tra pesanti spari di proiettili letali.

Fonti locali hanno affermato che le IOF hanno preso d’assalto il campo di Jenin in un vasto spiegamento, portando allo scoppio di scontri armati.

I combattenti della resistenza palestinese hanno costretto le IOF a ritirarsi dal campo profughi senza effettuare alcuna campagna di arresto.

Giovedì sera, sono scoppiati scontri nella città di Hawara, a Nablus.

Gli scontri sono scoppiati quando un gruppo di coloni ha cercato di invadere la cittadina sotto la protezione delle IOF.

Il Cairo – MEMO. La scorsa settimana un’orchestra israeliana si è esibita vicino alle piramidi egiziane, nella periferia del Cairo, per celebrare il Giorno dell’Indipendenza dello stato d’occupazione. Secondo il Jerusalem Post, l’ambasciata israeliana nella capitale egiziana ha organizzato lo spettacolo di Firqat Alnoor, il primo del gruppo al Cairo in 40 anni, che ha suonato classici egiziani degli anni ’50 e ’60.

“Eventi come questi esprimono il modo in cui le parole pace e stabilità, che i diplomatici usano così spesso, possono trasformarsi in realtà pratica”, ha affermato l’ambasciatrice israeliana Amira Oron. “Ogni giorno, il personale dell’ambasciata israeliana al Cairo crea più pace”.

In risposta, la performance è stata descritta sui social media come un “tradimento guidato dal perfido sovrano egiziano [Abdel-Fattah] al-Sisi, che ha aperto le sue porte all’occupazione israeliana”. Un altro critico ha scritto su Twitter: “Un giornalista israeliano una volta ha detto che Sisi è più sionista degli israeliani. Non ha torto”.

To commemorate #Nakba74, Egyptian authorities, under the auspices of peaceful and tolerant Sisi, allowed an Israeli orchestra to celebrate Israel Independence Day right in front of the Pyramids. An Israeli journalist once said Sisi is more Zionist that Israelis, he's not wrong. https://t.co/j3dBl8gK8L

— Ibn Firnas (@Ben_Firnas) May 25, 2022

Dopo anni di conflitto iniziati nel 1948, l’Egitto è stata la prima nazione araba a negoziare un accordo di pace con Israele nel 1979. Dopo l’Egitto è arrivata la Giordania, nel 1994, prima che nel settembre del 2020 gli Emirati Arabi Uniti e Israele firmassero un accordo sponsorizzato dagli Stati Uniti per normalizzare le loro relazioni. Altri tre stati arabi – Bahrain, Marocco e Sudan – si sono uniti agli Emirati Arabi Uniti nella controversa mossa che è diventata nota come “Accordi di Abraham”. Da allora, gli accordi di normalizzazione sono stati condannati diffusamente da parte dei palestinesi, i quali affermano che questi ignorano i loro diritti e non servono la loro causa.

Nel frattempo, i palestinesi della Cisgiordania occupata e di Gerusalemme stanno commemorando il 74° anniversario dell’inizio della Nakba, la catastrofe, la pulizia etnica in corso in Palestina e la creazione dello stato sionista di Israele da parte di bande terroristiche aiutate dalle autorità del mandato britannico. Più di 750 mila palestinesi vennero cacciati dalle loro case e dalle loro cittadine sotto la minaccia delle armi. Da allora, almeno 500 città e cittadine palestinesi sono state rase al suolo da Israele, nel tentativo di ebraicizzare la Palestina storica.

Con oltre 15 mila palestinesi uccisi durante la Nakba, i rifugiati sono fuggiti in Cisgiordania, nella Striscia di Gaza e nei paesi arabi vicini. A loro ed i loro discendenti non è mai stato permesso di adempiere al diritto di tornare nella loro terra.

Gerusalemme-al-Quds – WAFA. Secondo Safa, Israele sta aumentano la sicurezza lungo il percorso della Marcia della bandiera prevista per domenica, nel tentativo di impedire le provocazioni avvenute l’anno scorso e non entrare in conflitto con le fazioni della resistenza di Gaza.

L’agenzia di stampa ha riferito che mercoledì sono stati scambiati messaggi tra le autorità d’occupazione e la resistenza palestinese, sottolineando che l’occupazione israeliana aveva promesso che la Marcia della bandiera non avrebbe provocato i palestinesi.

Le autorità hanno affermato che la Marcia seguirà il percorso degli anni precedenti e non violerà lo status quo nella città santa.

Allo stesso tempo, l’occupazione israeliana ha affermato che ci sarà un vasto spiegamento di poliziotti israeliani per controllare la marcia e impedire ai partecipanti di violare le regole.

Safa ha riferito che l’occupazione israeliana ha anche affermato che la marcia passerà attraverso la Porta di Damasco della Gerusalemme Est occupata, ma non entrerà nella moschea di al-Aqsa.

Le fonti hanno aggiunto che Israele aveva avvertito le fazioni della resistenza di non lanciare razzi da Gaza, perché avrebbero risposto.

Le fazioni della resistenza palestinese, tuttavia, hanno ribadito che non avrebbero accettato l’imposizione israeliana di nuove realtà a Gerusalemme.

“La resistenza palestinese ha detto ai mediatori che non rimarrà in silenzio di fronte alle violazioni dei coloni a Gerusalemme e nelle sue strade”, hanno affermato le fonti, osservando che la resistenza palestinese ha ribadito che avrebbe risposto alle provocazioni israeliane da tutte le parti della Palestina, non solo dalla Striscia di Gaza.

La marcia della bandiera vede gli ultranazionalisti israeliani d’estrema destra invadere le aree musulmane per celebrare la cattura di Gerusalemme Est da parte delle forze d’occupazione sioniste, dopo una seconda ondata di pulizia etnica, nel 1967. Cantando “morte agli arabi” e canzoni razziste ed altamente offensive, migliaia di persone sfilano attraverso le aree musulmane sventolando bandiere israeliane.

Ramallah – WAFA. Giovedì, Hussein al-Sheikh, membro del Comitato Esecutivo dell’OLP, ha criticato il silenzio internazionale nell’applicazione della legge internazionale.

Al-Sheikh, che serve anche come membro del Comitato centrale di Fatah, ha affermato che i palestinesi sono entrati in una “nuova fase di confronto con l’occupazione” a causa delle continue violazioni israeliane.

Ha scritto ciò su Twitter chiamando il governo israeliano “estremista”, mentre denunciava il silenzio internazionale e l’incapacità di applicare la legittimità internazionale.

“Il sequestro delle terre palestinesi da parte dei coloni e la marcia delle bandiere a Gerusalemme Est, e le continue uccisioni, demolizioni, arresti e colonizzazioni, ci mostrano che siamo entrati in una nuova fase di confronto con l’occupazione sotto un governo estremista”, ha affermato al-Sheikh nel tweet, e ha aggiunto “[tutto ciò accade] nel silenzio e nell’incapacità internazionali, nonché nei doppi standard nell’applicazione della legalità internazionale”.

“Quando è troppo è troppo […]”, ha concluso al-Sheikh.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Gerusalemme/al-Quds – MEMO. Un tribunale israeliano ha ribaltato una sentenza di un tribunale distrettuale che aveva suscitato l’indignazione palestinese mettendo in dubbio la legalità del divieto agli ebrei di pregare all’interno del complesso della moschea di al-Aqsa nella Gerusalemme occupata. In base allo status quo vecchio di decenni, Israele consente agli ebrei di visitare al-Aqsa solo a condizione che si astengano dal compiere riti religiosi.

Tre giovani ebrei hanno contestato la decisione della polizia di impedire loro di entrare nella Città Vecchia per 15 giorni poiché avevano pregato all’interno del complesso. La Corte di Gerusalemme ha stabilito domenica che le loro azioni non costituiscono una violazione della sicurezza.

Ciò ha portato a proteste della leadership palestinese, a minacce delle fazioni armate palestinesi e alla promessa di Israele di mantenere lo status quo. Lo Stato d’Israele ha presentato un appello mercoledì alla Corte Suprema, che ha confermato il divieto.

“La speciale sensibilità del Monte del Tempio [sic] non può essere sopravvalutata”, ha affermato il giudice Einat Avman-Moller nella sua sentenza, usando il nome ebraico per il complesso della moschea di al-Aqsa. Il giudice ha aggiunto che il diritto alla libertà di culto ebraica “non è assoluto e dovrebbe essere superato da altri interessi, tra cui la tutela dell’ordine pubblico”.

Nati Rom, avvocato degli imputati, ha affermato prima del verdetto: “È strano e deplorevole che, nel 21° secolo, in un paese ebraico e democratico, i diritti umani fondamentali degli ebrei vengano così danneggiati”.

Il numero di ebrei che visitano la moschea di al-Aqsa è aumentato, anche durante il mese del Ramadan, che quest’anno ha coinciso con la Pasqua ebraica. La Giordania, che ha la custodia ufficiale dei luoghi santi islamici a Gerusalemme, ha espresso preoccupazione al riguardo.

La tensione è stata esacerbata dai piani dei nazionalisti ebrei per una marcia con la bandiera israeliana nella Città Vecchia di Gerusalemme, programmata per domenica per commemorare la cattura della città in mani israeliane nella “Guerra dei Sei Giorni” del 1967. È un evento annuale che fa infuriare i palestinesi che credono che la Città Vecchia e altre parti della Gerusalemme Est occupata debbano essere la capitale di uno stato indipendente della Palestina.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

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