Palestina

Gerusalemme/al-Quds-PIC e Quds Press. Un colono ha aperto il fuoco contro gli studenti palestinesi nel quartiere di Ras al-Amud, a Gerusalemme occupata, lunedì a mezzogiorno.

Fonti dei media locali hanno riferito che il colono ha aperto il fuoco con la sua mitragliatrice verso gli studenti della scuola seminando il panico tra di loro.

Hanno aggiunto che nessuno è rimasto ferito, ma un certo numero di veicoli vicini sono stati colpiti dai proiettili vaganti.

Students for Justice in Palestine defend professors, demand safety from harassment.

Resolution passes calling for sanctions to end “ongoing Nakba.”

Pagineesteri.it. Di Antonio Mazzeo*.

Due settimane di super addestramento in Israele per l’Aeronautica Militare italiana utilizzando i più moderni e famigerati droni da guerra. Il 12 luglio ha preso il via nella base aerea e missilistica di Palmachim, nei pressi della città israeliana di Rishon LeZion, a sud di Tel Aviv, l’esercitazione “Blue Guardian”, presentata con enfasi dall’Israeli Air Force (IAF) come la “prima attività addestrativa internazionale al mondo con i velivoli a pilotaggio remoto”. Ai war games con i droni, oltre ai reparti specializzati dell’Aeronautica israeliana, partecipano pure quelli di Stati Uniti, Francia, Germania, Regno Unito e Italia. Il ministero della Difesa italiano ha mantenuto sino ad oggi il più stretto riserbo sull’imbarazzante missione addestrativa in Israele, ma è più che presumibile che a Palmachim siano stati schierati gli uomini e i velivoli senza pilota del 32° Stormo dell’Aeronautica militare di stanza nella base di Amendola (Foggia), che aspira a trasformarsi in uno dei principali centri di formazione dei piloti di droni in ambito NATO ed extra-NATO.

“La storica esercitazione di 15 giorni consentirà di migliorare gli apprendimenti tra le nazioni partecipanti e ad aprire la strada verso una futura cooperazione nel rivoluzionario settore dei velivoli a pilotaggio remoto”, riporta la nota emessa dall’Israeli Air Force. Secondo il generale Amikam Norkin, comandante in capo dell’Aeronautica, “Blue Gardian” ha un valore di grande importanza strategica per lo Stato di Israele. “Siamo pionieri nel campo dei droni e siamo considerati un leader mondiale nello sviluppo delle tecnologie relative”, ha dichiarato il generale Norkin. “Queste caratteristiche, congiuntamente alle centinaia di ore di volo che abbiamo effettuato nelle ultime due decadi e all’alta competenza dei nostri operatori, spiegano la pronta favorevole risposta che abbiamo ottenuto dai paesi che avevamo invitato a prendere parte a questa esercitazione”.

Il generale Amikam Norkin, comandante in capo dell’IAF.

Gli obiettivi chiave dei war games sono stati illustrati dal comando del 166° Squadrone dell’Aeronautica israeliana, preposto all’organizzazione e al coordinamento di “Blue Gardian”. “Innanzitutto puntiamo a rafforzare la partnership tra Israele e i cinque paesi partecipanti, cosa che ha una valenza significativa per la sicurezza del nostro paese”, spiegano i militari del 166° Squadrone, non a caso denominato “Fire Birds” (uccelli di fuoco) proprio perché preposto all’uso dei più sofisticati droni killer. “Abbiamo creato una serie di scenari aerei reali per permettere un addestramento di alta qualità durante l’intera esercitazione. Inoltre, vogliamo enfatizzare l’interconnessione personale con le nostre controparti, fornendo ai nostri alleati una sensazione di comfort e sicurezza mentre loro si adattano alle nostre necessità. Infine, puntiamo ad illustrare gli alti standard manifestati dal personale dell’Israeli Air Force e soprattutto l’impegno, la professionalità e la precisione nello svolgimento delle missioni aeree”. Sempre secondo il Comando del Fire Birds Squadron, nel corso di “Blue Gardian” saranno utilizzati in particolare i due gioielli di morte dell’arsenale dei velivoli senza pilota israeliani, gli Hermes 900 (nome in codice Kochav) e gli Hermes 450 (Zik), progettati e realizzati da Elbit Systems Ltd, holding con quartier generale ad Haifa e filiali in diversi paesi, leader nella produzione di droni militari, sistemi informatici, telecomunicazione, comando, controllo e intelligence e per le cyber war. “Nel corso dell’esercitazione, per la prima volta nella storia – precisa IAF – gli equipaggi stranieri saranno impiegati al controllo del volo di un Hermes 450, insieme agli operatori dello squadrone droni israeliano, simulando una serie di differenti scenari operativi, dall’assistenza alle forze terrestri, alle missioni di raccolta dati d’intelligence e alla cooperazione con altre forze aeree”.

Ancora più complessi gli scenari previsti nella seconda settimana di esercitazione. In particolare saranno simulate vere e proprie attività di combattimento tra i differenti reparti aerei partecipanti e saranno effettuati voli congiunti dei droni in appoggio ai cacciabombardieri e alle divisioni elicotteri israeliani. “Il processo di pianificazione delle attività sarà appannaggio di un differente paese ogni giorno, così da dare a tutti gli equipaggi un’unica opportunità per familiarizzare e conoscere le differenti modalità di conduzione delle missioni aeree”, conclude l’Israeli Air Force.

Per il complesso militare industriale israeliano, “Blue Guardian” è una ghiotta occasione per sponsorizzare tra gli ufficiali delle forze aeree di USA, Francia, Germania, Regno Unito e Italia, i due modelli di droni più utilizzati nelle ultime operazioni di guerra in Medio Oriente. Gli Hermes 450 e 900 sono infatti velivoli a pilotaggio remoto multimissione: possono essere utilizzati sia come aerei spia per la raccolta dati d’intelligence e l’individuazione degli obiettivi, sia come droni d’attacco con il lancio di missili aria-terra e aria-nave. Le due versioni variano secondo le ore di volo che possono effettuare (17 per l’Hermes 450 e 30 ore per l’Hermes 900) e per l’altitudine che possono raggiungere (da 18.000 a 30.000 piedi). L’Hermes 450 è stato impiegato operativamente per la prima volta durante l’assalto israeliano del 2008-2009 contro la popolazione della Striscia di Gaza; questi velivoli senza pilota di Elbit Systems sono stati anche usati in Libano nel 2006, causando la morte di diversi civili, inclusi operatori della Croce Rossa. Il battesimo di fuoco dell’Hermes 900 risale invece all’Operazione “Margine Protettivo” contro Gaza dell’estate 2014: un drone è stato coinvolto nell’uccisione di quattro ragazzi che stavano giocando in una spiaggia, il 16 agosto 2014.

“Blue Gardian” si svolge a meno di due mesi da un’altra importantissima esercitazione che ha visto protagoniste le forze aeree e navali di Israele, Stati Uniti, Regno Unito e Italia, “Falcon Strike 21”, in una vasta area in territorio italiano che ha compreso i poligoni della Sardegna, il mar Tirreno, Campania, Basilicata, Calabria, Sicilia, l’isola di Pantelleria, il Golfo di Taranto, il Mar Ionio e il Mediterraneo centrale. Secondo la nota emessa dal Pentagono, “Falcon Strike” ha rappresentato “un test strategico per i nuovi cacciabombardieri F-35 in dotazione alle aeronautiche dei quattro paesi partecipanti per accrescere il livello di cooperazione e l’interoperabilità durante le operazioni congiunte”. All’esercitazione hanno partecipato oltre 50 velivoli tra caccia, aerei da trasporto e rifornimento ed elicotteri pesanti, e circa seicento militari sotto il controllo del Comando Operazioni aerospaziali di Poggio Renatico (Ferrara). Lunghissima e assai significativa la lista dei mezzi impiegati. Per l’Italia si è trattato dei velivoli F-35A, F-35B e dei droni “Predator” del 32° Stormo di Amendola; dei cacciabombardieri F-2000 “Typhoon” del 36° Stormo di Gioia del Colle e del 37° di Trapani-Birgi; dei “Tornado” del 6° Stormo di Ghedi; degli AMX e dei “Typhoon” del 51° Stormo di Istrana; dei caccia addestratori T-346A del 61° Stormo di Galatina (Lecce); dei velivoli tanker KC-767A e di un aereo da ricognizione di produzione israeliana Gulfstream “Eitam” del 14° Stormo di Pratica di Mare. Per l’US Air Force i nuovi caccia F-35A e sei F-16C a capacità nucleare del 555th Fighter Squadron di Aviano (Pordenone); un aereo da rifornimento britannico Voyager A330 e, per l’aeronautica israeliana, sei caccia F-35, un aereo-spia Gulfstream “Etam” e due aerei da rifornimento Boeing “Re’em”. “L’esercitazione ha avuto quale base principale di rischieramento Amendola, ma ha visto al contempo coinvolte altre basi in funzione di supporto, tra cui quella di Trapani e del Reparto di Standardizzazione e Tiro Aereo di Decimomannu, in Sardegna”, ha spiegato l’ufficio stampa del Ministero della difesa. “Gli scenari esercitativi sono stati creati per offrire agli equipaggi di volo un contesto complesso in cui potersi addestrare in varie tipologie di missioni, tra cui l’interdizione aerea con gestione strategica e tattica, il supporto alle forze speciali a terra, le operazioni di targeting dinamico”. Tra le attività di particolare rilevanza anche quelle relative alla “guerra elettronica”, protagonisti il centro di comando e controllo radar del 2° Stormo di Rivolto (Udine) e una componente del sistema di “difesa” contraerea SAMP-T dell’Esercito, congiuntamente ai reparti e ai velivoli d’intelligence israeliani.

Un’estate nel segno dunque della sempre più stretta cooperazione militare, industriale e strategica tra Israele, l’Italia e alcuni dei paesi leader dell’Alleanza Atlantica, protagonisti i costosissimi cacciabombardieri (a capacità nucleare) di quinta generazione prodotti da Lockheed Martin e i droni lanciamissili di Elbit Systems Ltd. E all’orizzonte sempre più affari miliardari per i produttori e i mercanti di morte sulla pelle – da subito – di migliaia e migliaia di innocenti in Africa e Medio Oriente.

*Antonio Mazzeo è un giornalista ecopacifista e antimilitarista che scrive della militarizzazione del territorio e della tutela dei diritti umani. Con Antonello Mangano, ha pubblicato nel 2006, Il mostro sullo Stretto. Sette ottimi motivi per non costruire il Ponte (Edizioni Punto L, Ragusa). Del 2010 è il suo I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina (Edizioni Alegre).

Gerusalemme/al-Quds-Wafa. I soldati israeliani, che domenica hanno ucciso tre giovani palestinesi a Biddo, nell’area di Gerusalemme, sono tornati lunedì mattina presto nella cittadina in lutto e hanno arrestato cinque dei suoi residenti, secondo quanto riportato da fonti locali.

Le fonti hanno riferito che l’esercito ha anche ordinato a 20 residenti di recarsi nelle sedi dei servizi segreti militari per essere interrogati.

Nablus-PIC. Due soldati israeliani sono rimasti feriti a Nablus dopo che un gruppo armato ha sparato contro di loro durante un’incursione militare, all’alba di lunedì, secondo quanto riportato dalla radio israeliana.

Sono scoppiati scontri (*) dopo che centinaia di coloni, sotto la protezione delle forze di occupazione israeliane (IOF), hanno fatto irruzione nell’area della Tomba di Giuseppe, nella parte orientale di Nablus, secondo quanto riportato da fonti locali.

Giovani palestinesi hanno affrontato l’irruzione dei coloni e dei soldati lanciando pietre e bottiglie vuote contro di loro.

La situazione ha costretto le IOF ad evacuare i coloni dal sito prima che terminassero i rituali previsti.

(*) Nel linguaggio militare, gli scontri avvengono tra eserciti o gruppi armati di pari forze. Tra Tsahal, l’esercito israeliano, e la Resistenza o i gruppi di giovani palestinesi che rispondono alle aggressioni dell’occupante israeliano non c’è parità di forze. Pertanto, riportiamo tra virgolette il termine scontri/scontro, per non indurre i lettori meno informati a pensare che in Palestina sia in atto un conflitto/guerra tra attori con eserciti, armamenti e forze paritarie.

Wafa. Lunedì, un colono israeliano e soldati hanno aggredito studenti della scuola femminile al-Lubban ash-Sharqiya, situata sulla strada Ramallah-Nablus, secondo quanto reso noto da fonti locali.

Un colono ha parcheggiato la sua auto all’ingresso della scuola, provocando studenti e insegnanti, mentre i soldati hanno chiuso il cancello della scuola e hanno impedito l’ingresso e l’uscita.

La scuola femminile è spesso presa di mira e attaccata da soldati e coloni a causa della sua posizione su una strada principale della Cisgiordania, spesso utilizzata dai coloni che si spostano tra i loro insediamenti illegali e Gerusalemme.

Ramallah-PIC. Il detenuto palestinese Mikdad al-Qawasme, 24 anni, di Hebron/al-Khalil, in sciopero della fame nelle carceri israeliane da 68 giorni, è stato trasferito lunedì all’unità di terapia intensiva (UTI).

La famiglia del detenuto ha affermato che l’ospedale israeliano Kaplan ha trasferito Mikdad in terapia intensiva dopo il peggioramento delle sue condizioni di salute.

Mikdad soffre di complicazioni nel suo stato di salute che hanno portato a un rallentamento del battito cardiaco (bradicardia) mentre si trovava all’ospedale della prigione di Ramle, pochi giorni fa, ed è stato portato all’ospedale Kaplan.

Il detenuto era stato nuovamente arrestato nel gennaio di quest’anno e condannato a sei mesi di detenzione amministrativa, senza processo né incriminazione, e quando stava per finire il periodo, l’intelligence israeliana ne ha ordinato il rinnovo per altri sei mesi, cosa che lo ha spinto a dichiarare lo sciopero della fame.

Le uccisioni sono avvenute tra l’area Jenin e a nord di Gerusalemme. Israele parla di membri di Hamas “pronti a colpire”. Condanna dell’Autorità palestinese che però è accusata dai familiari di una delle vittime di complicità con l’esercito. Liberata dopo due anni di carcere Khalida Jarrar, rappresentante di primo piano del partito di sinistra “Fronte popolare per la Liberazione della Palestina”

della redazione

Roma, 27 settembre 2021, Nena News – L’esercito israeliano ha ucciso ieri 5 palestinesi nei blitz compiuti vicino alla città di Jenin e a nord ovest di Gerusalemme (Cisgiordania occupata). Le prime tre vittime, originarie del villaggio di Biddu, sono state uccise nel paesino di Beit Anan dove è stato proclamato uno sciopero generale di un giorno per protestare contro la loro morte. Si chiamavano Ahmad Zahran, Mahmoud Hmaidan e Zakariya Badwan.

Le altre due uccisioni sono avvenute vicino alla città di Jenin: una delle vittime – scrive la stampa palestinese – si chiamava Osama Soboh, aveva 22 anni e proveniva dal villaggio di Burquin. Proprio il sindaco di Burquin, Mohammad al-Sabah, ha detto che il giovane è morto all’ospedale di Jenin per le ferite riportate e che è stato già sepolto. Negli scontri con le truppe israeliane, altri 6 palestinesi sono rimasti feriti e sono stati portati in ospedale. Su quanto avvenuto nella città cisgiordana, è intervenuto il movimento palestinese del Jihad islamico che ha rivendicato l’appartenenza di Soboh al suo braccio armato (Le Brigate al-Quds) e ha esortato in un comunicato tutte le altre fazioni palestinesi ad agire insieme “per combattere l’entità sionista”.

Secondo la stampa locale, Israele al momento starebbe trattenendo i cadaveri dei tre palestinesi uccisi a Beit Anan e di uno dei palestinesi uccisi a Jenin. Il quotidiano israeliano Haaretz riferisce inoltre che anche due soldati sarebbero rimasti feriti gravemente negli scontri avvenuti con i palestinesi nel corso del blitz dell’esercito.

Per Israele, le vittime di ieri erano tutti combattenti del movimento islamista Hamas. Secondo quanto ha dichiarato il premier israeliano Bennet, l’esercito ha agito contro combattenti che “erano sul punto di compiere attacchi”. Sui fatti di ieri è intervenuto anche il presidente dell’Autorità palestinese (Ap) Mahmoud Abbas che ha condannato le uccisioni compiute da Israele definendole un “crimine odioso”. Proprio Abbas, nel suo discorso registrato per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, venerdì aveva detto che Tel Aviv ha solo “un anno di tempo per ritirarsi dai Territori palestinesi occupati nel 1967”, minacciando di rivolgersi alla Corte penale internazionale e di revocare il riconoscimento di Israele avvenuto dopo la firma degli Accordi di Oslo. Abbas si è anche detto pronto a negoziare durante i prossimi 12 mesi e sulla base delle risoluzioni internazionali, i confini dello Stato palestinese che dovrà sorgere accanto a Israele.

Ma le sue parole non hanno convinto molti: la sua popolarità è ai livelli più bassi di sempre e, secondo un sondaggio, l’80% dei palestinesi vuole le sue dimissioni. Non sorprende pertanto che persino la sua condanna delle uccisioni di ieri non sia riuscita a compattare le file del popolo palestinese. Anzi, la famiglia Zahran, che ieri ha pianto l’uccisione del figlio Ahmad durante il blitz dell’esercito israeliano a Jenin, ha accusato proprio l’Ap di Abbas di aver aiutato l’esercito nel corso del raid. “E’ l’Autorità palestinese che ci ha mandato gli israeliani da noi”, ha detto al portale Quds.net la madre di Zahran. La donna ha anche riferito che i militari di Tel Aviv stavano dando la caccia al figlio da settimane e che avevano interrogato e arrestato diversi membri della famiglia nei giorni precedenti.

Le uccisioni di domenica giungono a due giorni di distanza da quella del dimostrante palestinese Mohammad Khabis (28 anni) avvenuta nel villaggio di Beita durante le proteste contro l’avamposto coloniale ebraico di Evyatar. Nelle incursioni dell’esercito israeliano in Cisgiordania, è l’area di Jenin quella che sta pagando il prezzo più alto in termini di vite umane: lo scorso mese nel campo rifugiati della città i militari hanno uccisi 4 palestinesi.

L’unica buono notizia arrivata ieri per i palestinesi è stata la liberazione della politica e attivista di sinistra Khalida Jarrar dopo due anni di carcere. Jarrar, esponente di spicco del Fronte popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) e membro del Consiglio Legislativo palestinese, era in carcere dall’ottobre del 2019. A inizio anno le autorità israeliane le avevano negato la possibilità di partecipare ai funerali di sua figlia Suha (31 anni) morta per un attacco cardiaco. Nena News

Ramallah – WAFA. Il ministero degli Affari esteri e degli espatriati ha esortato la Corte Penale Internazionale (ICC) ad accelerare le sue indagini sui crimini di guerra israeliani e a condannare finalmente i criminali di guerra israeliani.

In una dichiarazione in cui commentava l’assassinio di cinque cittadini palestinesi da parte di Israele, avvenuta domenica mattina presto, a Gerusalemme e Jenin, il ministero ha affermato: “Questo massacro è un nuovo episodio nella serie continua di crimini [israeliani] ed esecuzioni sul campo contro il nostro popolo, che corrispondono a crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Questa è parte integrante del crimine di pulizia etnica praticato dai governi israeliani”.

Ha descritto gli ultimi omicidi come “una traduzione delle posizioni e delle dichiarazioni pubbliche dei funzionari israeliani per diffondere la cultura dell’odio, del razzismo, dell’occupazione, dell’ostilità nei confronti del nostro popolo palestinese e della negazione dei loro giusti e legittimi diritti nazionali”.

“I continui crimini israeliani dimostrano ancora una volta la credibilità dell’importante discorso pronunciato dal presidente Mahmoud Abbas davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, in particolare per quanto riguarda la richiesta alla comunità internazionale di assumersi le proprie responsabilità legali e morali verso le sofferenze del nostro popolo, che vive sotto occupazione”, ha aggiunto la nota.

Il ministero ha affermato che il governo israeliano e tutti i suoi organi hanno la piena responsabilità per qualsiasi conseguenza che possa derivare dall’ultimo crimine.

Hebron/al-Khalil – PIC e Quds Press. Centinaia di coloni hanno fatto irruzione nella moschea Ibrahimi, a Hebron, domenica mattina.

Fonti locali affermano che i coloni, che hanno fatto irruzione nella moschea fin dalle prime ore dell’alba, e vi hanno recitato preghiere nei suoi cortili.

Gerusalemme occupata/al-Quds – PIC e Quds Press. Violenti scontri (*) sono scoppiati domenica sera tra giovani palestinesi e le forze di polizia israeliane nel campo profughi di Shu’fat, a nord-est della Gerusalemme occupata.

Secondo fonti locali, gli scontri sono iniziati dopo che le forze israeliane hanno invaso il campo di Shu’fat, si sono sparse vicino al suo ingresso principale e nel quartiere di Ras Khamis, e hanno creato un posto di blocco improvvisato sulla strada di Anata.

Poco dopo, diversi giovani locali si sono radunati per le strade e hanno iniziato a lanciare pietre e bottiglie vuote contro la polizia, che ha risposto sparando proiettili di gomma, raffiche di gas lacrimogeni e granate stordenti a random.

Non ci sono informazioni su feriti negli eventi.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

(*) Nel linguaggio militare, gli scontri avvengono tra eserciti o gruppi armati di pari forze. Tra Tsahal, l’esercito israeliano, e la Resistenza o i gruppi di giovani palestinesi che rispondono alle aggressioni dell’occupante israeliano non c’è parità di forze. Pertanto, riportiamo tra virgolette il termine scontri/scontro, per non indurre i lettori meno informati a pensare che in Palestina sia in atto un conflitto/guerra tra attori con eserciti, armamenti e forze paritarie.

Gerusalemme occupata/al-Aqsa – PIC e Quds Press. 1.024 coloni hanno invaso la moschea di al-Aqsa, nella Gerusalemme occupata, domenica mattina e nel pomeriggio, per le celebrazioni religiose ebraiche.

Secondo il Dipartimento per i beni religiosi islamici di Gerusalemme, 651 coloni sono entrati nella moschea in gruppi attraverso la porta al-Maghariba, al mattino, e hanno visitato i suoi cortili, sotto scorta della polizia.

Molti coloni hanno recitato preghiere o realizzato rituali religiosi durante i loro tour nel luogo sacro islamico.

Più tardi, nel pomeriggio, 373 coloni hanno invaso la moschea, secondo quanto affermato dal sito di notizie di al-Qastal.

Nel frattempo, la polizia israeliana ha imposto restrizioni all’ingresso dei fedeli musulmani ai cancelli della moschea e alle entrate che vi conducono, e ha vietato a molti di loro di entrare.

La moschea di al-Aqsa è esposta alle incursioni quotidiane da parte dei coloni e delle forze israeliane, al mattino e al pomeriggio, tranne il venerdì ed il sabato.

La polizia israeliana chiude la porta al-Maghariba, che viene utilizzata dagli ebrei per entrare nella moschea, alle 10:30, dopo che i coloni hanno completato le loro visite mattutine al luogo sacro. Più tardi, nel pomeriggio, lo stesso cancello viene riaperto per le visite serali dei coloni.

Durante la presenza dei coloni all’interno del complesso della moschea, ai fedeli musulmani vengono imposte restrizioni agli ingressi che conducono alla moschea ed i loro documenti vengono confiscati fino a quando non lasciano il luogo sacro.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Ramallah-Quds Press. Domenica, le autorità di occupazione israeliane (IO) hanno rilasciato la leader del “Fronte popolare per la liberazione della Palestina”, Khalida Jarrar, dopo la fine della sua condanna a due anni.

Subito dopo il suo rilascio, Jarrar si è recata al cimitero della città per leggere la sura al-Fatihah sulla tomba di sua figlia Suha, scomparsa lo scorso luglio.

Il Club dei prigionieri palestinesi ha affermato che “la prigioniera militante Khalida Jarrar è libera dopo due anni di detenzione nelle carceri di occupazione”, precisando che è stata rilasciata dalla prigione di Damon, dove si trovano le detenute.

Il club ha spiegato che Jarrar è stata imprigionata più volte, tra sentenze e detenzione amministrativa, e mentre era in carcere ha perso sua figlia, Suha Jarrar, senza neanche poterle dare l’estremo saluto, impeditole da Israele. In un precedente arresto aveva perso suo padre.

Venne arrestata nel 2015 e trascorse 15 mesi in carcere; nel 2017, con 20 mesi, e l’ultimo, dal 31 ottobre 2019 fino ad oggi.

Le autorità di occupazione si sono rifiutate di rilasciare Jarrar il 12 luglio, per partecipare al funerale di sua figlia, Suha, di 31 anni, morta per un attacco cardiaco.

Khaleda Jarrar è un leader di spicco del Fronte popolare ed ex membro del Consiglio legislativo palestinese (Parlamento).

Cisgiordania. Cinque cittadini palestinesi sono stati uccisi e molti altri sono stati feriti dalle forze di occupazione israeliane (IOF) nelle prime ore del mattino di domenica, durante raid in Cisgiordania e Gerusalemme.

Secondo i media israeliani, i cinque palestinesi sono stati uccisi domenica dal fuoco israeliano in un’operazione volta ad arrestare membri di Hamas in Cisgiordania.

Tre palestinesi sono stati uccisi a Beit Anan, vicino alla città di Bidu, nel nord-ovest di Gerusalemme, e altri due sono stati uccisi a Burqin, nella parte occidentale di Jenin.

Secondo le IOF, il primo scontro a fuoco ha avuto luogo a Jenin, poco dopo la mezzanotte, quando un palestinese armato è stato arrestato. Successivamente, hanno inseguito un altro palestinese armato a Kafr Dan, nel nord della Cisgiordania.

Le IOF hanno anche effettuato tre arresti a Qabatiya e a Burqin, nel distretto di Jenin, dove palestinesi avrebbero aperto il fuoco contro i soldati.

In seguito, hanno annunciato che due soldati sono stati gravemente feriti durante il raid a Burqin.

Il sindaco di Jenin ha affermato che due palestinesi sono stati uccisi e altri otto sono rimasti feriti durante l’operazione delle IOF. Uno degli uccisi è stato identificato come Osama Soboh.

Testimoni hanno riferito che le IOF hanno arrestato un cittadino ferito dopo aver circondato e fatto irruzione nella casa di Mohamed ad az-Zareini a Burqin.

Hanno aggiunto che c’è stato uno scontro a fuoco con i soldati prima che questi rapissero un cittadino dalla sua casa.

Le IOF hanno inseguito altri per ore in una vicina zona collinare.

(Fonti: Quds Press, PIC e Wafa).

Gaza-PCHR. Rapporto settimanale sulle violazioni israeliane dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati (16-22 settembre 2021).

Uso eccessivo della forza da parte delle IOF in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza:

19 Palestinesi sono stati feriti, tra cui una donna e un giornalista in Cisgiordania.

Si segnalano 6 attacchi a fuoco contro pescherecci palestinesi e altri 2 contro terreni agricoli nella Striscia di Gaza.

Nei 104 attacchi delle IOF in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est occupata: 49 civili sono stati arrestati, tra cui 14  minori

Sequestrati almeno 49mila dunum di terreno a Betlemme, probabilmente per la costruzione di una riserva naturale

Un Palestinese costretto a demolire la sua casa a Gerusalemme; un generatore è stato sequestrato a Hebron.

Attacchi di coloni in Cisgiordania:

Coloni aggrediscono due automobilisti a Gerusalemme; costruita strada per  un insediamento a Betlemme

Le IOF hanno stabilito 50 check-point militari temporanei in Cisgiordania dove hanno arrestato 9 Palestinesi.

Riassunto.

Le forze di occupazione israeliana (IOF) hanno continuato a commettere crimini e violazioni a più livelli contro i civili palestinesi e le loro proprietà, compresi attacchi nelle città palestinesi caratterizzati da uso eccessivo della forza, assalti, abusi e aggressioni a civili, trasformando la Cisgiordania in quartieri isolati. L’espansione degli insediamenti israeliani su proprietà e terreni palestinesi è continuata, visto che questa settimana le autorità di occupazione hanno confiscato 49.000 dunum di terra a Betlemme, presumibilmente per la costruzione di una riserva naturale.

I lavori di espansione degli insediamenti israeliani sono proseguiti su terre e proprietà palestinesi. Intanto, la Striscia di Gaza entra nel suo 15° anno di blocco, esacerbando le difficoltà umanitarie in tutto il territorio.

Attacchi dell’IOF e violazione del diritto all’integrità fisica:

10 Palestinesi sono stati feriti, tra cui una donna e un giornalista durante gli attacchi delle IOF in tutta la Cisgiordania. Se ne registrano tre, tra cui una donna durante l’assalto delle IOF contro una protesta a Hebron, un altro a Gerusalemme e 4 in un assalto delle IOF a Jenin. Si riporta un altro ferito a Salfit mentre un giornalista è stato ferito a Nablus.

Nella Striscia di Gaza, le IOF hanno aperto il fuoco 6 volte contro i pescherecci nel mare di Gaza e due volte contro terreni agricoli a Gaza est.

Attacchi delle IOF e arresti di civili palestinesi: le IOF hanno effettuato 104 raid  in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est occupata. Questi raid hanno compreso assalti di case civili e attacchi a fuoco, suscitando la paura tra i civili e aggredendo molti di loro. Durante i raid di questa settimana, sono stati arrestati 49 Palestinesi, tra cui 14 minori. Durante questi raid le IOF hanno confiscato denaro da diverse abitazioni.

Nella Striscia di Gaza, le IOF hanno condotto due assalti.

Demolizioni:

Gli operatori sul campo del PCHR hanno documentato 3 violazioni:

Betlemme: 49mila dunum di terreno confiscati a Kisan, presumibilmente per la costruzione di una riserva naturale

Gerusalemme Est occupata: un uomo palestinese è stato costretto a demolire la propria  casa a Jabel al-Mukaber.

Hebron: un generatore sequestrato a Yatta.

Attacchi dei coloni:

Gerusalemme Est occupata: 2 autisti sono stati aggrediti; uno pugnalato alla schiena e l’altro strangolato.

Betlemme: a Kisan è stata costruita la strada per un insediamento.

Nablus: assalto a terreni agricoli e almeno 10 ulivi carichi di olive  sono stati tagliati a Burin.

Politica di chiusura israeliana e restrizioni alla libertà di circolazione:

Israele ha mantenuto la chiusura di tutti i valichi della Striscia di Gaza e della Cisgiordania dal 16 al 17 settembre 2021 per lo Yom Kippur.

Le autorità dell’occupazione israeliana hanno continuato a vietare l’ingresso di decine di beni, incluso il materiale da costruzione, come misura di punizione collettiva contro la Striscia di Gaza mentre  l’assedio israeliano imposto al territorio è entrata nel suo 15° anno, senza che se ne intravveda una fine che soddisfi il diritto dei Palestinesi di godere dei propri diritti economici, sociali e culturali.

Intanto, le IOF hanno continuato a suddividere la Cisgiordania in cantoni separati con le strade principali bloccate dall’occupazione israeliana dalla Seconda Intifada del 2000 – e tuttora chiuse – e con check-point temporanei e permanenti, dove la circolazione dei civili è limitata e sono soggetti ad arresto, in particolare al valico di frontiera di al-Karama, lungo il confine giordano-palestinese.

Report completo: qui.

Traduzione per InfoPal di Edy Meroli

Milano-Genova. L’Associazione dei Palestinesi in Italia, API, ha incontrato diversi partiti italiani nella sede del Parlamento e ha discusso con loro la situazione palestinese.
Giovedì e venerdì 23-24/09/2021, il presidente dell’API, arch. Muhammad Hannoun, accompagnato dal responsabile delle Pubbliche relazioni dell’Associazione, Sulaiman Hijazi, ha tenuto diversi incontri presso il Parlamento italiano con alcuni parlamentari affiliati a partiti italiani, come il Movimento Cinque Stelle, il PD, partiti di destra e di opposizione.

Hannoun ha discusso con i parlamentari degli ultimi sviluppi nell’arena palestinese, degli attacchi israeliani alla città di Gerusalemme e delle ripercussioni dell’assedio imposto alla Striscia di Gaza, soprattutto dopo l’ultima offensiva israeliana. Ha inoltre evidenziato le difficili condizioni umanitarie dei profughi palestinesi in Libano a seguito delle crescenti crisi economiche, sociali e sanitarie che il Libano sta attraversando, richiamando la necessità di esercitare pressioni sul governo italiano affinché prenda posizione contro le violazioni razziste compiute dal governo di occupazione israeliano contro il popolo palestinese attraverso la politica di ebraicizzazione, insediamento e dislocamento etnico – in violazione delle convenzioni internazionali ed europee.

I parlamentari hanno espresso il desiderio di proseguire tali importanti incontri che presentano la versione palestinese alla luce del controllo esercitato dalla narrazione israeliana sui media occidentali, sottolineando che il governo italiano e l’Unione Europea devono svolgere il ruolo loro richiesto contro le violazioni israeliane ai danni del popolo palestinese.

Al-monitor.com. (Da Frammentivocalimo.blogspot.com). Per anni, la coalizione AMAN  costituita  da organizzazioni non governative palestinesi (ONG) si è concentrata su questioni di corruzione amministrativa e finanziaria. Tuttavia, la sezione palestinese di Transparency International, fondata nel 2000, ha deciso nel 2021 di affrontare una questione molto più controversa: la corruzione politica ,evidenziata dal rinvio delle elezioni nazionali. 

Nella loro rabbia per il deterioramento del sistema politico palestinese, molti hanno ripetuto una dichiarazione fatta dal presidente palestinese Mahmoud Abbas : si sarebbe dimesso se 50 o più palestinesi lo avessero invitato a dimettersi. Abbas, 86 anni, è ora al suo 12° anno in carica dopo aver passato da tempo il suo mandato di quattro anni e aver consolidato tutti i poteri nelle sue mani.

In un manifesto in 10 punti, AMAN ha invitato i palestinesi a rifiutare questo pendio scivoloso antidemocratico e ha rivolto un appello alle organizzazioni della società civile per “combattere questa corruzione politica creando una coalizione che possa contribuire a fondare un governo più onesto“.  

Shuibi, un ex membro del Consiglio legislativo palestinese, ha prodotto il primo studio anticorruzione nel 1996,  provocando la  reazione rabbiosa del presidente Yasser Arafat e l’arresto di un giornalista palestinese che ha riportato la denuncia . Shuibi, ora consigliere sulla questione della corruzione, ha dichiarato ad Al-Monitor che la situazione è molto grave e deve essere affrontata con gli sforzi di tutti i soggetti coinvolti.

Dobbiamo alzare la bandiera rossa e lanciare un forte avvertimento : se l’attuale corruzione politica non viene controllata, ci stiamo dirigendo in una zona pericoloso. ” infatti la leadership ha rafforzato il suo controllo su tutti i settori della società   per bloccare le accuse di  corruzione, per scalfire la magistratura , per soffocare gli sforzi della società civile.

 AMAN ha   affermato che 50 ambasciatori palestinesi sono al loro posto da più di cinque anni e 14 da più di 10 anni. Sei governatori sono in carica da sette anni e quattro capi delle agenzie di sicurezza non sono cambiati da più di 10 anni.

Shuibi ha  sottolineato che tutti devono essere coinvolti per salvare la situazione. “Vogliamo che tutti siano coinvolti, siano essi al potere, fazioni, partiti politici o società civile. Stiamo andando verso il basso e stiamo vedendo l’evolversi  di  quel potere autoritario che frantumerà i sogni palestinesi , espressi  nella Dichiarazione di Indipendenza Palestinese  . La  corruzione in Palestina si è aggravata dall’ ‘istituzione dell’Autorità nazionale palestinese circa 28 anni fa. L’Anp per l’assenza di un parlamento e di un esecutivo ha monopolizzato tutti i settori del governo. Ecco perché il sistema politico è corrotto”

Gli appelli alla riforma sembrano aver avuto un certo successo. Abbas ha accettato di incontrare una delegazione di leader della società civile che gli hnno a consegnato una lunga lista di questioni che devono essere affrontate. Non c’è stata alcuna dichiarazione pubblica da entrambe le parti . L’agenzia di stampa palestinese Wafa ha riportato che Abbas, durante l’incontro del 9 settembre , ha detto ai leader della società civile: “Siamo partner nella difesa dei diritti del popolo palestinese di fronte all’occupazione e ai suoi piani volti a liquidare la causa palestinese”.Abbas ha anche sottolineato l’importanza della libertà di opinione nel quadro delle leggi pertinenti.

Shuibi ha accolto con cautela l’incontro dei capi della società civile con il presidente, ma non è stato del tutto rassicurato. “Nel migliore dei casi  possiamo aver rallentato il movimento verso il basso”. In ogni caso  i leader della società civile vogliono vedere i fatti e non le parole. Naturalmente, la corruzione politica non si limita alla Cisgiordania e al governo Abbas, ma si applica anche alla  Striscia di Gaza, dove la situazione è  peggiore Questo  deterioramento, durato così a lungo, è in parte causato dal fatto che l’occupazione è durata troppo a lungo.

Traduzione sintesi di Frammenti Vocali da Palestinian NGOs begin campaign against political corruption

September 15, 2021.

For years, the AMAN coalition of Palestinian nongovernmental organizations (NGOs) focused on issues of administrative and financial corruption. However, the Palestine chapter of Transparency International, which was established in 2000, decided in 2021 to tackle a much more controversial issue: political corruption.

Those two words seem to many to be synonymous rather than an oxymoron, but the eroding integrity of the current Palestinian leadership appears to have forced the local Transparency International to raise the stakes and tackle a corrupt political system that among other things canceled an already long-overdue national election and allegedly ordered harming a critic in Hebron by the Palestinian security forces, an act that led to his death and the violent crackdown of demonstrations calling for accountability.

In their anger at the deterioration of the Palestinian political system, many repeated a statement made by Palestinian President Mahmoud Abbas that he would resign if 50 or more Palestinians call on him to step down. Abbas, 86, is now in his 12th year in office after long passing his four-year term and appears to have consolidated all powers in his hands.

In a 10-point manifesto, AMAN called on Palestinians to reject this anti-democratic slippery slope and made a special plea to civil society organizations to “fight this political corruption by creating a coalition that can contribute to making a change toward a more honest governance structure.”  

Azmi Shuibi, a former member of the Palestinian Legislative Council, produced the first-ever anti-corruption study in 1996, which resulted in an angry reaction from President Yasser Arafat and the arrest of a Palestinian journalist that broadcast the report. Shuibi, now an adviser on the issue of corruption, told Al-Monitor that the situation is very serious and must be addressed with the efforts of all involved. “We need to raise the red flag and make a loud warning that if the current political corruption is not checked we are moving into a dangerous zone,” he said.

What appears to have triggered the escalation of criticism by civil society was the combination of restrictions on the two main sectors of governance. Shuibi noted, “It became clear that we have reached a situation where the leadership has tightened its control over all the sectors of society, including all the outlets that were used in the past; to follow up on allegations of corruption make the anti-corruption efforts of civil society useless. They not only succeeded in stopping any criticism from the legislative branch, but the executive branch has been chipping away at the judiciary. Without a legislature and a cornered judiciary, the ruling party was able to stifle the efforts of people calling for accountability. Things got even worse when the president started using presidential decrees without any discussion or debate for his own purposes and to keep certain people in position for a long time.”

In order to illustrate the problem, AMAN produced a set of infographics. It stated that 50 Palestinian ambassadors have been in their posts for more than five years and 14 more than 10 years. Six governors have been in their posts for seven years and four heads of security agencies have not been changed in more than 10 years.

Speaking on Wattan TV, Shuibi said everyone must get involved to save the situation. “We want everyone to be involved — whether it is those in power, factions, political parties or civil society. We are heading downward and we are seeing some signs of what kind of authoritarian power we will have that will shatter the Palestinian dreams as expressed in the Palestinian Declaration of Independence.”

Shuibi explained that the problem is no longer petty corruption or even financial based on the lack of accountability, but that it has become a much more existential problem.

Shihab Amjad, an international relations professor at Al-Quds University, told Al-Monitor that corruption has been festering in Palestine since the establishment of the Palestinian National Authority some 28 years ago. “The PA has become a rentier system without any mechanism for accountability and the absence of a parliament and an executive that has monopolized all sectors of government. This is why the political system has been corrupted,” he said.

The calls for reform appear to have had some success. Abbas agreed to meet with a delegation of civil society leaders who handed him a long list of issues that need to be addressed. There was no public statement by either side as to what is on the list and what the reaction of the Palestinian president is. The Palestinian news agency Wafa said that Abbas during the Sept. 9 meeting told civil society leaders, “We are partners in defending the rights of the Palestinian people in the face of the occupation and its plans aimed at liquidating the Palestinian cause.”

Abbas also stressed the importance of freedom of opinion within the framework of relevant laws, in regard to the promotion of public freedoms.

Shuibi cautiously welcomed the meeting of civil society heads with the president, but he was not totally reassured. “At best we might have slowed down the downward movement,” he noted. 

It is unclear if the campaign to elevate the criticism to political corruption was behind the surprise meeting, but civil society leaders want to see action and not words. Of course, political corruption is not limited to the West Bank and the Abbas government, but applies to the situation in the Gaza Strip where there is an even worse case of political corruption. A holistic approach in which all relevant groups are needed to put a stop to this deterioration that has gone on too long is in part caused because the occupation has gone on too long.

I primi sei mesi del 2021 hanno fatto da sfondo a un processo simile a quello dell’anno precedente: aumentano gli scontri militari tra forze governative e gruppi jihadisti, a cui si accompagna una instabilità politica strutturale 

Jihadisti nel nord del Mali (Fonte: WikiCommons)

di Federica Iezzi

Roma, 25 settembre 2021, Nena News – In testa alla lista dei conflitti armati da osservare del The Armed Conflict Location & Event Data Project, si conferma il Sahel. Continua a consolidarsi l’influenza di gruppi jihadisti in Mali, Niger e Burkina Faso e continuano ad espandersi le loro attività in Costa d’Avorio, Benin e Ghana. 

La significativa instabilità politica nel Sahel completa il quadro. Il Mali ha subito due colpi di stato militari nei nove mesi tra agosto 2020 e maggio 2021. Il presidente ciadiano Idriss Deby Itno è stato ucciso durante un’incursione dei ribelli in Ciad dalla vicina Libia nell’aprile 2021. Il Niger ha attraversato contestate elezioni e un presunto tentativo di colpo di stato nel marzo 2021.

I rapporti tra gli affiliati ad al-Qaeda, Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), e l’Islamic State in the Greater Sahara (ISGS) si sono deteriorati in una vera e propria guerra per il territorio, soprattutto nell’area Liptako-Gourma sul confine tra Mali, Niger e Burkina Faso, contornata da pressioni esterne sostenute dall’operazione Barkhane, a guida francese. JNIM e ISGS hanno spostato i loro sforzi in aree geografiche, oltre la portata immediata di forze esterne, attaccando milizie etniche e gruppi di autodifesa. Ulteriore elemento destabilizzante nell’area è stata la recente uccisione, da parte delle forze francesi, del leader dell’ISGS, Adnan Abu Walid al-Sahrawi.

I primi sei mesi del 2021 mostrano una traiettoria simile a quella dell’anno precedente, con cicli perpetui e crescenti di violenza. L’escalation di combattimenti in Burkina Faso, nelle aree di Solhan e Bilibalogo, segue il crollo di un fragile cessate il fuoco tra le forze armate governative e il JNIM, in vigore per la maggior parte del 2020. Nel Burkina Faso orientale, i combattenti affiliati al JNIM hanno esercitato pressioni in piccole comunità isolate tra cui Mansila, Tankoualou, Tanwalbougou, Kpenchangou e Madjoari.

Lo sconvolgimento politico in seguito al secondo colpo di stato a guida militare in Mali, ha acuito il conflitto. Come diretta conseguenza, la Francia ha sospeso le operazioni militari a fianco delle forze maliane e la brusca interruzione ha evidenziato la posizione sempre più problematica della Francia nel supporto di regimi controversi e antidemocratici.

La Francia sembra che intenda investire il Niger di responsabilità centrale, sia a livello operativo che logistico. Niamey è infatti pronta ad ospitare il nuovo centro di comando e controllo della Task Force Takuba. La fine dell’Operazione Barkhane, guidata dal 2014 dall’esercito francese, insieme a un graduale ritiro delle truppe militari e alla chiusura di basi militari nel nord del Mali, ha portato a costruire una coalizione più ampia con una maggiore condivisione degli oneri con altri Paesi europei.

Nel frattempo, come parte della trasformazione della missioni militare francese, si concretizza la cooperazione con gli Stati Uniti sulle operazioni di antiterrorismo in Africa. Completa l’assetto l’assunzione di maggiori responsabilità da parte dello stesso Sahel per la propria sicurezza, coinvolgendo truppe da Burkina Faso, Ciad, Mali, Niger e Costa d’Avorio.

Sia il Mali che il Burkina Faso hanno avviato trattative con i gruppi jihadisti, con vari gradi di coinvolgimento del governo centrale. In Mali, il Ministry of National Reconciliation ha incaricato una delegazione del High Islamic Council of Mali (HICM) alla facilitazione dei colloqui. Molti accordi sono stati negoziati direttamente tra comunità locali e militanti JNIM. 

L’aumento dei danni collaterali su obiettivi civili è stato in gran parte indotto dalla formazione, da parte dell’ISGS, di gruppi di autodifesa tra gli abitanti delle aree rurali. Nena News

 

Mintpressnews.com/. Di Miko Peled. La narrativa sionista è probabilmente responsabile dell’atteggiamento di accoglienza e di perdono che il mondo intero ha nei confronti degli orrendi e imperdonabili crimini commessi da Israele sin dalla sua fondazione nel 1948. (Da InvictaPalestina.org).

PALESTINA — Mentre scrivo, gli ultimi due prigionieri palestinesi ancora in libertà evasi dalla prigione di Gilboa sono stati catturati dalle autorità israeliane. La Palestina continua a reagire a questa fuga coraggiosa e alla conseguente cattura dei sei prigionieri politici che sono fuggiti e hanno sfidato l’intero apparato di sicurezza israeliano. Tuttavia, anche se sono riusciti a liberarsi da questa prigione di massima sicurezza, hanno trovato un mondo a cui non importa. Il resto del mondo non si è fatto avanti per salvare questi uomini coraggiosi e non ha fornito loro rifugio, e così sono stati catturati.


Una delle grandi tragedie della Palestina è che quasi ogni giorno si commemora un massacro o un altro, la morte di un bambino o la distruzione di una casa o di un villaggio, portando a pensare che la narrativa palestinese sia una storia di morte e distruzione, che è ciò che Israele vuole che la gente pensi.

Ma la verità è che non è così. La narrativa palestinese è quella di una storia gloriosa con periodi di grande tristezza e tragedia. È la storia sionista che è piena di uccisioni, furti e distruzioni e non, come cercano di far credere, di creazione e sviluppo.

Il 16 settembre 2021 ha segnato 39 anni dai massacri nei campi profughi di Sabra e Shatila in Libano. Mentre le persone ricordano e piangono le migliaia di civili disarmati che sono stati massacrati e gli innumerevoli che sono sopravvissuti a terribili ferite e cicatrici i emotive, dobbiamo anche ricordare l’uomo che si trovava dietro questo bagno di sangue.

Costui era un uomo la cui complicità nemmeno le autorità israeliane potevano ignorare, l’ex generale e noto criminale di guerra Ariel Sharon. E sebbene sia stato momentaneamente deposto e bandito dalla politica, tornò molto rapidamente e per un quarto di secolo è stato l’uomo più potente e influente nella politica israeliana.

Narrazioni.

In fin dei conti, è tutta una questione di narrativa, e sappiamo fin troppo bene che Israele ha fatto un lavoro eccezionale cancellando la narrativa palestinese e sostituendola con la sua narrativa mitologica e falsa. Nei media, nei film, nella letteratura, nell’istruzione pubblica e in politica la falsa narrativa sionista regna sovrana e noi che ci opponiamo al razzismo e alla violenza ci troviamo di fronte a un compito enorme mentre ci impegniamo nel lavoro di correggere la narrazione, un compito senza il quale è difficile immaginare che la Palestina possa mai diventare libera.

Negli ultimi 100 anni, il movimento sionista è riuscito a prendere la storia davvero incredibile della Palestina e trasformarla in una nota storica, sostituendola con una storia mitologica che si basa molto su una lettura letterale protestante-sionista dell’Antico Testamento, che ha permesso loro di creare quella che è conosciuta come “storia del ritorno”. In altre parole, la versione sionista della storia della Palestina crea l’impressione che gli ebrei siano tornati alla loro antica patria dopo 2000 anni, rendendolo un evento storico senza precedenti che oscura qualsiasi altra cosa sia avvenuta in Palestina in quei due millenni.

La narrativa sionista è progettata per trasformare l’antica storia della Palestina in una storia marginale e senza importanza che non può essere paragonata alla grandezza della narrazione presentata dall’Antico Testamento. Ciò è evidenziato quando politici israeliani come l’attuale Primo Ministro, Naftali Bennett, fanno riferimento alla Bibbia come fonte di legittimità per Israele.

Quando Naftali Bennett, il primo primo ministro israeliano che indossa uno yarmulke (Kippah), fa riferimento alla Bibbia per giustificare la sua pretesa sulla Terra d’Israele, non si riferisce alle scritture ebraiche ma alla dottrina religiosa protestante.

Una storia di quattromila anni.

Grazie allo storico Nur Masalha, ora sappiamo che il nome Palestina risale a quasi 4.000 anni fa. Sappiamo che il nome Palestina era usato nelle fonti egiziane risalenti all’età del bronzo, oltre il 1000 a.C. Più tardi, il nome fu usato dagli Assiri nelle iscrizioni di quell’epoca. Lo storico greco Erodoto, vissuto nel V secolo a.C. e considerato il padre della storia come la conosciamo, visitò il paese e vi si riferì come Palestina. Anche lo scienziato e filosofo greco Aristotele si riferisce alla Palestina per nome nei suoi scritti.

Le città di Lyd, Ramle e Yaffa avevano tutte storie notevoli, così come le città di Akka, Haifa e, naturalmente, Nablus, Gaza e Al-Quds-Gerusalemme. Durante il dominio musulmano della Palestina, le città crebbero, le culture fiorirono, le condizioni economiche e il commercio con l’Europa permisero alle persone di prosperare. Dhaher Al-Umar, che governò su gran parte della Palestina durante il XVIII secolo, è considerato il padre fondatore della modernità palestinese e, secondo Nur Maslaha, fu la figura più influente nell’orientamento moderno della Palestina verso il Mediterraneo. Durante il suo regno in Palestina, furono introdotte innovazioni tecniche e agricole che “beneficiarono la maggior parte dei contadini palestinesi”. Grazie a Dhaher Al-Umar, c’è stata una notevole crescita nell’esportazione di cotone, olio d’oliva, grano e sapone.

La storia di Daher Al-Umar mina la storia delle origini di Israele Akka, Haifa, Tabaria, sono tutte città con una ricca storia araba che Daher ha trasformato in fiorenti città, e tuttavia esiste poca memoria di lui grazie agli enormi sforzi compiuti dallo stato di Israele per controllare la narrativa storica.

Altre parti meno conosciute della Palestina prosperarono nel corso della storia, come la città palestinese di Khalasa, fondata dagli arabi nabatei nel IV secolo e poi spopolata dalle milizie sioniste nel 1948. Era conosciuta per essere su quella che viene chiamata la “via dell’incenso arabo” e, secondo Nur Masalha, sotto il dominio arabo-islamico, la città, che si trova appena a sud-ovest della città di Bi’r Al-Saba, era un importante centro urbano.

Secondo Mansur Nasasra, i beduini palestinesi del Naqab avevano un’esportazione molto redditizia di orzo in Inghilterra per la produzione di birra. Le foto aeree della prima occupazione britannica della Palestina mostrano anche ampi tratti di terra coltivata nel Naqab. Queste terre sono ora per lo più spopolate e ai beduini palestinesi nel Naqab è proibito coltivare le loro terre ancestrali. Tutto questo contrasta con le affermazioni sioniste secondo cui sono venuti in una terra arida e l’hanno fatta fiorire.

La narrativa sionista è probabilmente responsabile dell’atteggiamento di accoglienza e di perdono che il mondo intero ha nei confronti degli orrendi e imperdonabili crimini commessi da Israele sin dalla sua fondazione nel 1948. Al fine di prevenire il prossimo massacro di Israele, uno Stato che sembra avere una sete insaziabile di sangue palestinese, dobbiamo correggere la narrativa e delegittimare il sionismo.

Foto: Immagini dalla Palestina, dall’Arabia settentrionale e dal Sinai, approssimativamente l’anno 1905. Bernhard Moritz |  Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti

Miko Peled è uno scrittore e attivista per i diritti umani, nato a Gerusalemme. E’ autore di “The General’s Son. Journey of an Israeli in Palestine” e “Injustice, the Story of the Holy Land Foundation Five”.

Traduzione per Invictapalestina.org Beniamino Rocchetto.

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