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Ribattezzata Bernees, lascia La Spezia dopo l’imbarco degli armamenti, denuncia Rete Italiana Pace e Disarmo. La “sorella” aveva raggiunto Alessandria lo scorso dicembre. Nessun passo indietro del governo italiano

La prima fregata, al-Galala, consegnata alla fine del 2020 (foto: Rete Italiana Pace e Disarmo)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 13 aprile 2021, Nena News – Anche la seconda fregata multiruolo Fremm Bergamini è in procinto di raggiungere l’Egitto. Parte di un pacchetto da undici miliardi di euro in armi tra pattugliatori e caccia, la Emilio Bianchi (inizialmente destinata alla Marina italiana) lascia La Spezia per seguire la Spartaco Schergat, giunta ad Alessandria il 31 dicembre.

Come la sorella, anche questa fregata è stata ribattezzata dal regime egiziano: la prima ora si chiama al-Galala, nome delle montagne a Suez teatro di uno dei mega progetti infrastrutturali voluti del presidente al-Sisi e realizzati da imprese delle forze armate; la seconda prende il nome di Bernees, porto sul Mar Rosso al centro di un piano di rinnovamento e allargamento risalente all’immediato post-Mubarak.

A denunciare la seconda partenza è stata Rete Italiana Pace e Disarmo che, insieme ad Amnesty International, lo scorso 9 aprile riportava delle operazioni conclusive: «Secondo indiscrezioni raccolte delle nostre organizzazioni la nave, dovrebbe completare oggi (9 aprile) l’imbarco degli armamenti. In programma per domani invece il momento finale della consegna alle forze armate di al-Sisi dopo la cerimonia di cambio bandiera avvenuta in queste ultime ore». La fregata ha tutto in ordine: a febbraio è uscita in mare per il collaudo finale e l’addestramento dell’equipaggio militare egiziano.

Nessun passo indietro del nuovo governo italiano, dunque, da un affare che tanto affare non è, secondo l’inchiesta di Presa Diretta: l’Italia le ha pagate 1,2 miliardi di euro, ma le avrebbe rivendute a 990 milioni, senza contare le spese per disinstallare i sistemi di sicurezza della Nato.

E senza contare – ma qua la questione è politica – la violazione della legge 185 del 1990, visto che la vendita non è mai passata dal parlamento e che l’Egitto è un paese che viola i diritti umani. Per l’industria militare italiana comunque di perdita non si può proprio parlare: Il Cairo sarebbe in trattativa con Fincantieri per supporto logistico e pezzi di ricambio delle due fregate.

Almeno 25 gli arresti, tra questi diversi leader del movimento islamico in Cisgiordania. Dinamiche simili alle consultazioni del 2006 quando l’esercito israeliano incarcerò oltre 560 membri del partito. Intanto l’Olp lavora su Gerusalemme est: elezioni cancellate se i palestinesi della Città Santa non potranno andare alle urne

Alle urne palestinesi nel 2006 (Foto: Creative Commons)

della redazione

Roma, 13 aprile 2021, Nena News – Le elezioni palestinesi si avvicinano e si ripresentano dinamiche molto simili a quelle delle consultazioni del 2006: l’esercito israeliano ha arrestato lunedì notte 25 palestinesi, tra cui diversi membri di Hamas e l’ex prigioniera politica Mona Qa’dan, arrestata già cinque volte e rilasciata nel 2016 dopo 40 mesi. A darne notizia è il Palestinian Prisoner Society.

Tra gli arrestati, ci sarebbero anche il membro e capo della Palestinian Scholars League di Hamas Mustafa Shawer e il parlamentare Omar al-Qawasmi. Gli arresti sono avvenuti a Gerusalemme est e in diverse città della Cisgiordania, Hebron, Betlemme, Jenin, Ramallah e Al-Bireh. Non è la prima volta che accade nelle ultime settimane: l’esercito israeliano ha incarcerato anche candidati alle legislative del 22 maggio. Provocando la reazione di Hamas che parla di “tentativo di fermare il corso delle elezioni”. Come accadde 15 anni fa quando, prima del voto, Israele arrestò oltre 560 leader e membri del movimento islamico.

Già all’inizio di marzo, il quotidiano israeliano Haaretz aveva riportato di intimidazioni da parte dei servizi segreti interni israeliani, lo Shin Bet a palestinesi membri di Hamas, contattati per fare loro pressioni in vista del voto: meglio non candidarsi, il messaggio dello Shin Bet secondo Haaretz, pena l’arresto. Non solo il partito che governa Gaza: a finire nel mirino anche membri di Fatah, come Adel Abu Zneid, leader del partito a Gerusalemme est, e il candidato. Ghada Abu Rabi, entrambi detenuti per poche ore la scorsa settimana durante un evento in un hotel di Gerusalemme est.

Sullo sfondo sta un voto atteso – non si va alle urne da 15 anni – e che ha già provocato più di un terremoto dentro le leadership partitiche. Se Hamas è dato primo dai sondaggi alle legislative, la candidatura di Marwan Barghouti alle presidenziali del 31 luglio ha sparigliato le carte. Primo secondo i sondaggi tra 36 diversi candidati alla carica di presidente, preoccupa Fatah e Hamas, ma anche Israele che lo detiene da 2002 e lo ha condannato a cinque ergastoli.

Tanto che non sono pochi quelli che temono un rinvio, l’ennesimo, del voto per impedire la vittoria di Barghouti che alle legislative si è presentato insieme al nipote di Yasser Arafat, Nasser Qudwa, ex membro del Comitato esecutivo di Fatah, cacciato dal partito dal presidente Abu Mazen poche settimane fa.

Una delle possibili vie d’uscita per giustificare un rinvio potrebbe essere il voto a Gerusalemme est. Ieri con un comunicato congiunto i partiti membri dell’Olp hanno fatto sapere che “non ci saranno elezioni senza Gerusalemme”. Il riferimento è all’impedimento che Israele pone allo svolgersi della consultazione tra i palestinesi della Città Santa. Da decenni Israele tenta di impedire, con arresti per lo più, lo svolgersi di attività politica a Gerusalemme est, nonostante sia riconosciuta dal diritto internazionale occupata militarmente al pari di Gaza e Cisgiordania e nonostante gli stessi Accordi di Oslo del 1993 prevedano lo svolgersi del processo elettorale palestinese in città.

L’Olp sta ancora attendendo una risposta dalle autorità israeliane in merito. Al momento ci sono solo le parole del ministro della Difesa israeliano Gantz che ieri sera ha detto che Tel Aviv “non intende interferire nelle decisioni politiche palestinesi”, per poi aggiungere però che “non lavorerà con Hamas, un’organizzazione terroristica che tiene in ostaggio la popolazione di Gaza”. Nena News

Il problema elettrico avvenuto ieri alla struttura nucleare giunge il giorno dopo il lancio da parte dell’Iran di nuove avanzate centrifughe per l’arricchimento dell’uranio

della redazione

Roma, 12 aprile 2021, Nena News – “L’incidente” accaduto ieri all’impianto nucleare iraniano di Natanz è stato un atto di “terrorismo nucleare” per cui Teheran promette vendetta. Non ha usato mezze parole ieri sera il capo del nucleare iraniano Ali Akbar Salehi nel commentare i fatti accaduti domenica. Era stato il portavoce per l’Organizzazione dell’Energia atomica iraniana (Aeoi) nella mattina di ieri a riferire che un problema alla rete di distribuzione elettrica del sito di Natanz aveva causato un “incidente “che non aveva provocato né vittime né aveva contaminato l’ambiente.

Citando fonti di intelligence la cui nazionalità non è stata rivelata, la radio pubblica israeliana Kan ha affermato ieri che è stato il Mossad israeliano ad aver compiuto l’attacco informatico al sito. Sulla questione è intervenuto oggi anche il ministro degli Esteri iraniano Zarif. Nel suo commento riportato dalla tv di stato, Zarif ha attaccato duramente Israele: “I sionisti vogliono vendicarsi per i nostri progressi nel modo di rimuovere le sanzioni. Hanno detto pubblicamente che non lo permetteranno. Ma noi ci vendicheremo contro di loro”. Al momento in cui scriviamo, Tel Aviv non ha commentato la notizia.

La struttura di Natanz, situata nel deserto della provincia centrale iraniana di Isfahan – è il più importante sito per il programma di arricchimento dell’uranio ed è monitorata dagli ispettori dell’Agenzia internazionale dell’Energia atomica che fa capo all’Onu. Proprio all’Agenzia delle Nazioni Unite ieri si è rivolto il capo del nucleare iraniano Salehi quando ha detto che “l’Iran sottolinea la necessità da parte della comunità internazionale di affrontare il terrorismo nucleare e che si riserva il diritto di agire contro gli aggressori”. Non ha però specificato chi siano i responsabili dell’attacco cibernetico.

Quel che appare evidente è che la tempistica dell’incidente non è casuale: giunge infatti un giorno dopo che Teheran ha iniziato proprio a Natanz il suo nuovo programma di arricchimento. Non è del resto la prima volta che il sito finisce sotto attacco: lo scorso luglio un incendio ebbe luogo nella stessa struttura. Le autorità iraniane parlarono allora di “sabotaggio” contro il programma nucleare iraniano. Nel 2010 il virus per computer Stuxnet, da molti considerato sviluppato da Israele e Stati Uniti, fu scoperto dopo che era stato usato per attaccare Natanz.

La notizia di ieri giunge nelle settimane in cui Usa e Iran provano (tra molte difficoltà) a riportare in vita l’accordo sul nucleare del 2015 da cui Washington (amministrazione Trump) decise di uscire unilateralmente 3 anni dopo. L’ex presidente statunitense Trump decise inoltre non solo di imporre nuovamente all’Iran le sanzioni esistenti pre-intesa, ma ne aggiunse anche altre. Di fronte alle decisioni americane, Teheran ha deciso di non rispettare alcuni punti previsti dall’accordo e per ora tra le due parti restano distanze come gli incontri indiretti a Vienna la scorsa settimana hanno dimostrato. Teheran prova tuttavia a tranquillizzare la comunità internazionale: nel presenziare sabato al lancio delle centrifughe avanzate all’impianto di Natanz in occasione della Giornata della Tecnologia nucleare in Iran, il presidente iraniano Rouhani ha infatti ribadito l’impegno del suo Paese a non voler sviluppare armi nucleari. Nena News

Medio Oriente social. Intervista all’esperto di sicurezza informatica Claudio Guarnieri: «La sorveglianza di attivisti e giornalisti accompagna persecuzione giudiziaria, campagne di diffamazione, disinformazione orchestrata tramite reti di troll e bot su social media»

La homepage dell’israeliana Nso

di Chiara Cruciati     il Manifesto

Roma, 12 aprile 2021, Nena News –

Claudio Guarnieri, esperto di sicurezza informatica a capo del Security Lab di Amnesty, nelle sue ricerche ha trattato dettagliatamente l’uso di spyware in Medio Oriente nel controllo sociale e il tracciamento dati. Quanto è cambiata la situazione negli ultimi 10 anni nell’uso e la diffusione di questi strumenti?

L’utilizzo di spyware e di altre forme di attacco informatico è in continuo aumento, in Medio Oriente come in ogni altra parte del mondo. La crescente ubiquità della crittografia nelle comunicazioni, si pensi a WhatsApp come a Signal, è stato forse il fattore più importante. Nonostante sia positivo che le nostre comunicazioni siano più sicure che mai, ha anche inevitabilmente influenzato la crescente popolarità di strumenti più invasivi, come spyware, per poter «rimediare» all’inadeguatezza delle intercettazioni più tradizionali. Casi di telefoni e computer «infettati» con spyware di Stato ormai sono quasi all’ordine del giorno, in particolar modo contro giornaliste/i e attiviste/i di diritti umani che lavorano in zone a rischio.

Tra le pratiche adottate c’è il cosiddetto phishing che ha permesso negli ultimi anni di prendere di mira centinaia, migliaia di attivisti, giornalisti, oppositori. Come funziona, quanto è diffuso e quanto è efficace?

Phishing è una forma di attacco molto comune, che ha lo scopo di ottenere accesso illegitimo ad account online, come email e social media, della vittima. Tipicamente l’attaccante cerca di ingannare la vittima ad autenticarsi in una pagina login verosimile al servizio originale e ottenere così la password di accesso. Può sembrare banale, ma nel nostro lavoro osserviamo spesso attaccanti più risoluti che spendono anche mesi a creare false identità, infiltrare comunità online, creare legami via social media, prima di eventualmente azionare l’attacco senza creare il minimo sospetto. È in assoluto la tattica più diffusa, più «economica» e nonostante ciò abbastanza efficace e per questo spesso utilizzata su larga scala.

In questi anni un prodotto molto ambito è stato l’israeliano Pegasus della Nso, utilizzato da diversi governi della regione, come abbiamo visto in Marocco e il caso di controllo di giornalisti locali. Quanto è diffusa la «messa in comune» di tali strumentie quali sono le società regionali ed europee più presenti in Medio Oriente con i loro prodotti?

L’utilizzo di spyware come Pegasus è ormai quasi la prassi. Sono strumenti sofisticati e costosi, ma comunque sia a buon mercato per governi, forze di polizia, militari e intelligence di tutto il mondo. In Medio Oriente, specialmente in Nord Africa e nel Golfo Persico, il loro utilizzo èquasi tradizione e molti casi di giornaliste/i, attiviste/i e dissidenti spiati con questi spyware sono venuti alla luce già dal 2011 durante il movimenti di protesta nella regione e continuano oggi. Al tempo l’italiana Hacking Team e la tedesca FinFisher erano i produttori più conosciuti, oggi Nso forse mantiene il podio, ma è un’industria che esiste nell’ombra in cui operano dozzine e dozzine di società.

La sorveglianza online è considerabile una violazione del diritto internazionale?

L’utilizzo illegittimo della sorveglianza online può essere una violazione dei diritti umani alla privacy e alla libertà di espressione. Se non vengono utilizzate all’interno di un framework legislativo restrittivo, con appropriati controlli e autorizzazioni e se diventano invece strumenti di controllo del dissenso, i rischi di abuso sono molto alti.

È possibile capire quanto la sorveglianza online sia ormai integrata nei sistemi governativi di controllo sociale, accanto alle pratiche più «antiche» e se il suo utilizzo ha condotto a effetti concreti (chiusura di giornali o di ong, arresti e condanne?

È importante capire che la sorveglianza online non è un fenomeno a sé, ma fa spesso parte di meccanismi di repressione più complessi. Voglio ricordare attivisti e giornalisti come Ahmed Mansoor negli Emirati, Omar Radi e Maati Monjib in Marocco, tutti vittime di spyware e a oggi imprigionati per il loro dissenso. La loro sorveglianza ha accompagnato persecuzione giudiziaria, campagne di diffamazione su stampa di Stato, così come disinformazione orchestrata tramite reti di troll e bot su social media. Negli anni ne abbiamo viste di ogni: dall’utilizzo di tracciamento Gps per individuare la posizione di attivisti da molestare e assalire, all’utilizzo di spyware per filmare tramite la webcam momenti intimi di giornaliste e giornalisti usati come ricatto per far chiudere i loro giornali. Pretendere che queste tecnologie siano solo innocui strumenti investigativi è solo un modo per infilare la testa nella sabbia. Nena News

 

Pervase dal sistema colonialista di insediamento, le organizzazioni israeliane per i diritti umani sembrano vedere i palestinesi come poco più che una fonte di dati grezzi, mentre il personale ebreo definisce la strategia

 

di Haneen Maikey, Lana Tatour*       Middle East Eye

(Traduzione a cura di Amedeo Rossi pubblica originariamente su Middle East Eye pubblicata originariamente su zeitun.info)

Roma, 10 aprile 2021, Nena News – Negli ultimi anni le persone di colore che lavorano nel settore dei diritti umani e dello sviluppo internazionale hanno invitato Ong e organizzazioni a prendere in considerazione il razzismo istituzionale e ad analizzare come loro strutture, discorsi e programmi rafforzino il colonialismo e il suprematismo bianco.

Lo scorso anno 1.000 tra ex ed attuali operatori di “Medici senza frontiere” hanno chiesto un’indagine indipendente per smantellare “decenni di potere e paternalismo”. Un anno prima il rapporto di una commissione indipendente ha stabilito che Oxfam International [storica coalizione di ong inglesi, ndtr.] è segnata da “razzismo, comportamenti colonialisti e intimidatori.”

Ma questa discussione che sta emergendo a livello internazionale sembra essere stata ignorata dalle organizzazioni israeliane per i diritti umani, sempre lodate per la loro coraggiosa lotta contro l’occupazione israeliana e il sostegno ai diritti dei palestinesi. Il recente rapporto di B’Tselem, che ha dichiarato che Israele è uno Stato di apartheid, offre l’opportunità di parlare delle politiche razziali del lavoro israeliano per i diritti umani.

Gerarchia razziale

Alcune organizzazioni israeliane per i diritti umani non solo sono pervase dal sistema colonialista di insediamento e ne sfruttano i vantaggi, ma anche nelle loro strutture istituzionali e nel loro modo di operare incarnano e riproducono relazioni di potere razziste e colonialiste. Per dirla chiara, il settore israeliano dei diritti umani ha un problema di supremazia ebraica-israeliana ashkenazita [gli ebrei originari dell’Europa centro-orientale, che rappresentano l’élite israeliana, ndtr.].

Uno sguardo ravvicinato alla struttura del personale di tali organizzazioni rivela un’immagine sorprendente della gerarchia razziale tra gli ebrei israeliani, i palestinesi del ’48 (denominati anche “cittadini” palestinesi di Israele) e palestinesi di Cisgiordania e Gaza occupate (noti anche come i palestinesi del ’67), la stessa gerarchia su cui si basa il progetto razzista del colonialismo di insediamento israeliano.

I palestinesi di Gaza e della Cisgiordania occupata hanno due ruoli principali nelle organizzazioni israeliane per i diritti umani. Sono ricercatori sul campo incaricati di documentare le violazioni dei diritti umani, raccogliere dati portare testimonianze. Sono anche i “clienti” e i “beneficiari” che si rivolgono a queste organizzazioni perchè esse li aiutano a proteggere i loro diritti a salute, educazione, residenza e mobilità di fronte alle autorità israeliane.

Poi ci sono i palestinesi del ’48, che occupano posizioni che richiedono una buona padronanza sia dell’arabo che dell’ebraico. Il loro ruolo è di mediare tra i palestinesi del ’67 e il personale israeliano. Sono i coordinatori dei dati e delle assunzioni, dirigono gli operatori sul campo, processano informazioni e coordinano i programmi che richiedono una comunicazione diretta con i palestinesi del ’67.

Infine posizioni come alti dirigenti, portavoce, coordinatori della sensibilizzazione a livello internazionale, personale per la valorizzazione delle risorse e ricercatori che scrivono i rapporti sulle politiche pubbliche, il volto ufficiale delle organizzazioni, sono israeliani ed ebrei americani, praticamente solo ashkenaziti.

Frammentazione colonialista

Questa non è in alcun modo una critica al personale palestinese e alle sue attività nelle associazioni israeliane per i diritti umani. Attivisti palestinesi hanno a lungo negoziato rivendicazioni salariali e resistenza vivendo in condizioni colonialiste.

Come nel mercato del lavoro israeliano razzializzato, le organizzazioni israeliane per i diritti umani hanno il proprio soffitto di cristallo. Ai palestinesi sono stati destinati ruoli specifici, senza cui le associazioni israeliane ebraiche per i diritti umani non potrebbero operare, eppure, benché siano la spina dorsale di queste organizzazioni, sono esclusi dalle posizioni di vertice, che solo per lo più riservate agli ebrei ashkenaziti.

La divisione tra il lavoro dei palestinesi del ’48 e del ’67 gioca anche all’interno e approfondisce la frammentazione colonialista dei palestinesi. Ciò rischia di innescare dinamiche interne di potere i e una gerarchia tra i palestinesi del ’48, che fungono da mediatori, e quelli del ’67, che cercano assistenza o di condividere le proprie testimonianze.

Il razzismo, non necessariamente cosciente o intenzionale, profondamente radicato che sta alla base di questa cultura di gestione del personale sottolinea anche questioni di produzione e rappresentazione delle conoscenze. In queste organizzazioni i palestinesi e le loro esperienze della violenza del colonialismo di insediamento sono funzionali alla produzione di sapere per gli israeliani. Essi sono la fonte delle informazioni e delle esperienze che vivono sono l’insieme di dati grezzi.

Sono gli israeliani che decidono cosa fare di queste informazioni, come interpretarle, contestualizzarle e comunicarle al mondo.

Arbitri dell’attività dei palestinesi

In un’intervista del 2016 è stato chiesto al direttore esecutivo di B’Tselem, Hagai El-Ad: “Come date voce e protagonismo ai palestinesi nel vostro lavoro?” La sua risposta è stata rivelatrice:

“È una domanda molto importante, a cui pensiamo sempre. Uno dei nostri mezzi principali è costituito dal nostro progetto video, che è un esempio-guida a livello mondiale per una affermazione autonoma del giornalismo dei cittadini. Volontari palestinesi, più di 200 dei quali in tutta la Cisgiordania, hanno videocamere e sono formati per documentare la vita sotto occupazione. Ovviamente le immagini che poi vengono rese pubbliche sono quelle originali, così come sono state riprese dai palestinesi.”

La domanda evidenza di per sé alcuni dei danni che queste organizzazioni per i diritti umani fanno giocando il ruolo di mediatori del vissuto dei palestinesi – quelli che dispensano rappresentanza e voce. Assumendo l’autorità di plasmare le prospettive internazionali dei palestinesi, agiscono come arbitri del loro operato.

Nel contempo la risposta di El-Ad suggerisce che il massimo che i nativi possono fare è documentare la propria situazione. Il settore israeliano dei diritti umani appare incapace di immaginare i palestinesi come produttori di sapere o artefici del loro vissuto. L’affermazione di cui parla El-Ad è un classico caso di empowerment liberal privo di potere, perfettamente in linea con la mentalità del salvatore bianco.

Un importante aspetto di questo rapporto di sfruttamento razzializzato è il lavoro emotivo e psicologico profuso dai palestinesi nel raccogliere le informazioni e testimonianze necessarie per l’esistenza di queste organizzazioni.

Mentre i palestinesi vengono incaricati di documentare ed elaborare l’orribile violenza del colonialismo di insediamento a cui sono sottoposti, il personale israeliano riceve informazioni elaborate e “pulite” da usare nei suoi rapporti, nel lavoro di sostegno internazionale e nelle campagne presso l’opinione pubblica.

Ciclo di violenza

Mentre questa dinamica intrappola i palestinesi in un circolo vizioso di violenza estenuante dal punto di vista emotivo e politico e li (ri)traumatizza, essa protegge l’occupante da ogni coinvolgimento diretto. Il personale israeliano riceve le testimonianze filtrate e mediate, aggiungendo un ulteriore livello di disconnessione tra l’occupante e le conseguenze dell’occupazione e della violenza colonialista.

La struttura razzista che in queste organizzazioni tiene all’ultimo posto i palestinesi caratterizza anche le politiche di rappresentanza, che vedono gli israeliani come i naturali rappresentanti e quelli che inquadrano la realtà vissuta dai palestinesi. A ciò si unisce una sensazione di ipocrisia. In un’intervista con il New Yorker [prestigiosa rivista statunitense, ndtr.] El-Ad ha spiegato perché B’Tselem ha deciso di definire Israele uno Stato di apartheid: “Vogliamo cambiare il discorso sul quello che sta avvenendo tra il fiume [Giordano] e il mare [Mediterraneo]. Il discorso è stato slegato dalla realtà e ciò danneggia le possibilità di cambiamento.”

Quello che B’Tselem ed El-Ad ignorano è che il loro discorso è stato slegato dalla realtà. Se avessero ascoltato i palestinesi, avrebbero saputo che essi da decenni stanno dicendo di vivere una situazione di apartheid, di segregazione e dominazione razziale. Questa cancellazione è il risultato di un approccio paternalistico, che insiste sul fatto che il colono ne sa di più del nativo.

Eppure all’interno del contesto internazionale razzializzato, gli attivisti, avvocati e organizzazioni per i diritti umani palestinesi, come Al-Haq, Al Mezan, Adalah o Addameer, non ricevono la stessa attenzione internazionale di B’Tselem o dell’avvocato Michael Sfard di Yesh Din [associazione israeliana per i diritti umani, ndtr.], con decine di interviste e reportage su importanti mezzi di informazione internazionali e accesso ai decisori politici.

Mettere al centro i palestinesi

Le organizzazioni israeliane per i diritti umani, gli attivisti e gli avvocati non si limitano ad “utilizzare il proprio privilegio” per “aiutare” i palestinesi, un’affermazione che spesso i bianchi fanno quando mettono al centro se stessi. Parlano di apartheid, ma non lavorano per intaccare le politiche che ne fanno dei privilegiati. Al contrario, traggono vantaggio e beneficiano delle politiche che rendono le voci israeliane sempre apprezzabili e legittime, e lo fanno sfruttando nel contempo il sapere e il lavoro dei palestinesi.

Questa dinamica razzista influenza anche le competenze e il discorso che vengono prodotti. Alle associazioni israeliane per i diritti umani viene attribuita la voce autorevole su problemi palestinesi a livello internazionale. B’Tselem ora è l’organizzazione a cui rivolgersi a proposito dell’apartheid israeliano, Gisha di Gaza, Yesh Din delle colonie israeliane in Cisgiordania, Medici per i Diritti Umani della salute e HaMoked delle questioni di status.

Il risultato è una lettura colonialista della vicenda palestinese. Con l’insistenza degli israeliani a definire la questione palestinese, il quadro che offrono e il sapere che producono tendono a sminuire i palestinesi e il programma radicalmente anti-colonialista incentrato sulla liberazione.

Per esempio, mentre la politica radicale palestinese vede in Israele uno Stato colonialista di insediamento che pratica l’apartheid e sostiene che il sionismo è razzismo, B’Tselem presenta una concezione dell’apartheid israeliano che ignora il colonialismo di insediamento e nega i fondamenti razzisti del movimento sionista.

I palestinesi sanno come inquadrare la propria situazione, lo stanno facendo da decenni. La nostra preoccupazione non riguarda tanto come rendere le organizzazioni e gli attivisti israeliani meno razzisti o più accoglienti con i palestinesi. Siamo più preoccupate di come noi, in quanto attivisti, organizzazioni per i diritti umani e associazioni di solidarietà palestinesi dovremmo rispondere a questa dinamica razzista.

La situazione che viviamo e il nostro sapere non dovrebbero essere note a piè di pagina di organizzazioni bianche, israeliane e del colonialismo di insediamento. Un modo per progredire è dare centralità al sapere dei palestinesi e al progetto di liberazione anticolonialista.

Le opinioni espresse in questo articolo sono delle autrici e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Haneen Maikey

Haneen è un’attivista femminista queer, co-fondatrice ed ex-direttrice dell’organizzazione nazionale palestinese di base LGBTQ “alQaws per la Diversità Sessuale e di Genere nella Società Palestinese.”

Lana Tatour

Lana Tatour è docente e ricercatrice in sviluppo globale presso la Scuola di Scienze Sociali dell’università del Nuovo Galles del Sud (Syndey, Australia).

 

L’ormai decennale guerra in Siria ha attirato migliaia di combattenti da tutto il mondo. Tra questi, un gruppo di albanesi provenienti da Albania, Kosovo e Macedonia del Nord ha dato vita a un’unità affiliata all’ex al-Nusra

Un’operazione di Hayat Tahrir al-Sham ad Hama (Fonte: WikiCommons)

di Marco Siragusa

Roma, 8 aprile 2021, Nena News – Xhemati Alban, Congregazione albanese. Questo il nome scelto da un gruppo di combattenti albanesi che dal 2017 opera in Siria e più precisamente nell’area di Idlib, nel nord-ovest del paese.

La regione è controllata da anni dalle forze del noto gruppo al-Nusra che ha negli anni passati cambiato il proprio nome in Hay’at Tahrir al-Sham (Hts). Secondo le fonti ufficiali, il gruppo sarebbe nato già nel 2012 ma le indagini dei servizi segreti di mezzo mondo dimostrano come abbia cominciato a operare solo a partire dal 2017. Nel 2020 ha partecipato a diverse operazioni a Latakia, nella zona di Kabani, e ad Aleppo, uno dei teatri più sanguinosi del conflitto.

Tecnicamente, Xhemati Alban è quello che si definisce una “katiba”, unità di combattimento composte da massimo un centinaio di miliziani equipaggiati con armi leggere e capaci di muoversi velocemente. Il numero preciso dei suoi membri non è stato ancora stabilito ma, analizzando i video propagandistici pubblicati dal gruppo, si stima sia compreso tra 20 e 50 miliziani di etnia albanese provenienti da Albania, Kosovo, Macedonia del Nord e Valle di Presevo (Serbia meridionale). Xhemati Alban è diviso in due sottogruppi: i cecchini, che affiancano e sostengono le offensive condotte da altri gruppi armati, e i minatori, che si occupano di piazzare le mine sui campi di battaglia.

Il loro leader è Abu Qatada al-Albani, al secolo Abdul Jashari. Nato nel 1976 a Skopje, capitale della Macedonia del Nord, nel novembre 2016 Jashari è stato inserito dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti nella lista dei terroristi e quindi colpito da sanzioni personali in seguito alla sua partecipazione alle operazioni militari di al-Nusra nel nord della Siria l’anno precedente.

Secondo quanto riportato in uno studio del 2019 di Ardian Shtuni, esperto di questioni di politica estera e sicurezza in particolare nei Balcani occidentali e nel Mediterraneo orientale, intitolato Western Balkans Foreign Fighters and Homegrown Jihadis: Trends and Implications, Xhemati Alban è particolarmente attivo anche nella produzione di materiale propagandistico rivolto soprattutto ai cittadini albanesi nel tentativo di convincere il più alto numero possibile di persone ad aderire alla guerra.

Nell’agosto 2018 è stato pubblicato un video intitolato Albanian Snipers in the Lands of Sham, in lingua albanese con sottotitoli in inglese, della durata di circa 33 minuti. Tra i temi affrontati, la lotta al presidente Bashar al-Assad, considerato il colpevole della guerra e accusato di aver ucciso il proprio popolo, e la critica ai concittadini albanesi per non aver aderito in massa alla “guerra per la Verità”.

La particolarità di questo video risiede però nella minuziosità con cui viene raccontato e mostrato l’arsenale del gruppo. Gli studi condotti sulle riprese dimostrerebbero il background militare dei combattenti, probabilmente provenienti da ambienti paramilitari o anche dall’esercito albanese e quindi con un alto livello di conoscenza pregressa delle armi in dotazione e delle strategie di combattimento.

Il lavoro di Shtuni cita inoltre una ricerca condotta nel marzo 2019 che ha rintracciato ben 27 canali Telegram attivi in lingua albanese con oltre 6.000 follower. Un dato significativo che mostra la capacità dei gruppi jihadisti di raggiungere un ampio pubblico anche nei paesi di origine. Di questi 27 canali, 13 facevano riferimento allo Stato Islamico, 6 a Hts e 8 erano genericamente legati alla jihad.

Secondo quanto sostenuto in un’intervista per Reporteri.net dello scorso 5 aprile da Bedri Elezi, direttore degli studi sulla sicurezza per il Kosovo Institute for International Studies, un gruppo di dieci albanesi sarebbe riuscito a raggiungere la Siria nel 2020 nonostante le limitazioni imposte dalla pandemia. Si sospetta inoltre che circa cinquanta cittadini albanesi siano ancora imprigionati nelle carceri controllate dai miliziani curdi.

Ad inizio anno, Hayat Tahrir al Sham, erede di al-Nusra in Siria, ha avviato un importante processo di cambiamento. Il tentativo è quello di presentarsi agli occhi della comunità internazionale non più come gruppo terroristico, come è considerato ancora oggi, ma come gruppo moderato con cui poter interloquire per raggiungere un accordo per la conclusione della guerra. A febbraio, Hts ha operato una serie di arresti nei confronti di alcuni membri di altri gruppi jihadisti tra cui Abu Abdullah al-Souri, leader di Hurras al-Din ad Aleppo e affiliato di al-Qaeda.

L’azione voleva mostrare le buone intenzioni di Hts nel prendere le distanze dalle fazioni più violente e radicali. Un comportamento che, però, non ha convinto Russia, Turchia e Iran che in una dichiarazione congiunta dopo l’incontro del 16-17 febbraio ad Astana hanno espresso «grave preoccupazione per la maggiore presenza e attività terroristica di Hayat Tahrir al-Sham e altri gruppi […] che rappresentano una minaccia per i civili».

Se questo processo di “moderazione” dovesse continuare, il braccio armato di Xhetani Alban potrebbe risultare controproducente. A quel punto si potrebbe aprire uno scenario potenzialmente pericoloso per l’Albania e i paesi limitrofi: il rientro in patria dei miliziani. Un problema, quello del ritorno dei foreign fighters, che mostra ancora alcuni buchi neri nella sua gestione. Nena News

Washington reintroduce gli aiuti finanziari all’Unrwa e si accorda con Baghdad per il ritiro delle truppe straniere. Il Marocco uccide Addah al Bendir, capo militare del Fronte Polisario

La scuola Unrwa di Rafah, nella Striscia d Gaza (Foto: Ism)

della redazione

Roma, 8 aprile 2021, Nena News

Washington reintroduce gli aiuti finanziari all’Unrwa

Lo ha annunciato ieri il segretario di Stato statunitense Anthony Blinken: cancellando un’altra delle misure assunte dall’amministrazione Trump, la Casa Bianca rintrodurrà gli aiuti finanziari a favore dell’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa da sette decenni dei profughi palestinesi e della gestione sanitaria e scolastica dei campi.

“L’assistenza straniera Usa ai palestinesi serve importanti interessi e valori americani – ha detto ieri Blinken – Fornisce supporto fondamentale a chi ne ha molto bisogno, sostiene lo sviluppo economico e la stabilità e il coordinamento alla sicurezza tra israeliani e palestinesi”. Così Washington prevedrebbe di girare all’Unrwa 235 milioni di dollari in aiuti umanitari, una somma importante seppur inferiore al passato, 355 milioni prima di Trump, e una briciola rispetto ai 3,8 miliardi che Washington gira a Israele per l’assistenza militare.

Serviranno comunque, alla luce della grave crisi in cui versa l’agenzia da anni proprio a causa dei tagli alle donazioni internazionali, costringendola a licenziamenti di dipendenti (per lo più rifugiati) e a ridurre i programmi nei campi profughi. I tagli voluti da Trump, su pressione israeliana ma anche di numerosi parlamentari statunitensi (in entrambi casi l’accusa all’agenzia era di ostilità nei confronti di Israele), erano stati dettati dalla rottura palese con l’Autorità nazionale palestinese, accusata dall’allora presidente Usa di non aver accolto a braccia aperte il suo “Accordo del Secolo” e di aver protestato per le concessioni garantite a Israele in aperta violazione del diritto internazionale, dal riconoscimento di Gerusalemme come capitale israeliana all’avallo al piano di estensione della sovranità israeliana sul 30% della Cisgiordania occupata.

Gli Stati Uniti si accordano con l’Iraq per il ritiro delle truppe straniere

Ieri Washington e Baghdad – secondo quanto riferito da un negoziatore iracheno a Middle East Eye – hanno stabilito insieme il ritiro di tutte le forze militari straniere della coalizione a guida Usa dal paese. La coalizione è presente in diverse forme in Iraq dall’invasione del 2003: nel 2014 ha cambiato composizione e compiti, dopo la richiesta irachena di sostegno contro l’Isis. Ne fanno parti circa 80 paesi.

Le tempistiche del ritiro non sono note. Nel paese dovrebbero restare solo funzionari delle forze armate con compiti di addestramento e consultazione, ma non forze di combattimento. A decidere tempi e modi, ha aggiunto la fonte di Mee, saranno comitati tecnici militari congiunti creati per l’occasione. Il premier iracheno Kadhimi potrebbe annunciarne la nascita già nei prossimi giorni.

L’annuncio arriva in un periodo particolare nelle relazioni tra Iraq e Stati Uniti. Se l’alleanza post-Saddam non è mai venuta meno, tensioni sono sorte negli ultimi anni per l’incremento dell’influenza iraniana nel paese vicino e soprattutto a seguito dell’omicidio extragiudiziale – compiuto all’aeroporto di Baghdad il 3 gennaio 2020 – da parte di droni Usa del generale iraniano Soleimani e del leader delle potenti milizie irachene Kataib Hezbollah, Abu Mahdi al-Muhandis.

Uccisioni a cui ha fatto seguito la protesta contro l’ambasciata Usa e la Zona Verde di Baghdad e i numerosi lanci di missili su basi Usa di questi ultimi 12 mesi.

Il Marocco uccide Addah al Bendir, capo militare del Fronte Polisario

Ad annunciarlo è stato su Facebook Mustafa Salma, ex capo della polizia del Fronte Polisario, il movimento saharawi che lotta per l’indipendenza del Sahara Occidentale dall’occupazione marocchina: due giorni fa Addah al Bendir, capo di Stato maggiore della gendarmeria, il leader militare del Polisario, è stato ucciso da droni marocchini nei territori occupati saharawi.

Salma ha aggiunto che l’attacco ha preso di mira anche Brahim Ghali, leader politico del Fronte e presidente della Repubblica araba democratica saharawi (Rasd), “scampato al bombardamento contro un’unità del Polisario nella zona di Kadim El Shashm”. Sempre fonti del Polisario hanno fatto sapere che il capo militare aveva appena partecipato a un attacco contro il muro costruito dal Marocco tra i territori occupati e quelli liberati saharawi, oltre mille km di barriera disseminati di mine, pressoché impraticabili.

Dallo scorso 13 novembre, dopo tre decenni di cessate il fuoco, sono ripresi gli scontri armati tra Polisario e Marocco a seguito del fuoco aperto dall’esercito di Rabat sui manifestanti saharawi che bloccavano per protesta la strada di Guerguerat, aperta in violazione degli accordi internazionali. Nena News

Subito incarcerati i firmatari della lettera aperta contro il mega progetto infrastrutturale. Erdogan: «Golpisti». Da anni in tanti si battono contro la costruzione del nuovo canale per il devastante impatto ambientale e sociale. Gli ex militari temono l’indebolimento o l’uscita dalla Convenzione di Montreux

Il progetto del Kanal Istanbul in un’infografica nel sito governativo dedicato al piano infrastrutturale

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 8 aprile 2021, Nena News – A mezzanotte del 3 aprile è stata resa pubblica una lettera aperta di critica al mega progetto governativo del Canale di Istanbul. Lunedì, con un’inchiesta lampo, dieci ex ammiragli turchi sono stati arrestati per averla firmata.

Facciamo un passo indietro: il presidente Erdogan ha un pallino fisso, aprire un canale a sinistra del Bosforo per incrementare il flusso commerciale dal Mar Marmara a sud di Istanbul e il Mar Nero a nord. Ci pensa dal 2011. Non è solo un pensiero, è già in parte realtà: a fine marzo il governo ha approvato il piano.

Il «folle progetto», così definito dallo stesso Erdogan che lo considera uno tra i più strategici dei suoi mega piani infrastrutturali, sta per partire, almeno a sentire il ministro dei trasporti Karaismailoglu: «Poco tempo e la costruzione comincerà». Il Kanal Istanbul, in stile Suez e Panama, avrebbe una lunghezza di 45 km e un costo stimato di 9,2 miliardi di dollari. Permetterebbe il transito di 160 navi al giorno, alleggerendo il Bosforo, tra i più affollati del mondo (53mila navi l’anno, contro le 19mila di Suez).

La lista dei dubbiosi è lunga, quasi quanto quella delle criticità. Ingegneri, ambientalisti, attivisti, alti funzionari militari in pensione, lo stesso sindaco Imamoglu non lo vogliono e protestano da un bel po’. Per tanti motivi diversi. La costruzione del canale e il piano urbanistico – decisi violando le regole, senza consultare ong, associazioni, comitati di quartiere che temono già un boom di bustarelle – avrebbe effetti significati su una città da 15 milioni di abitanti.

Provocherebbe un decremento notevole nell’approvvigionamento di acqua potabile e ridurrebbe al minimo l’ultima area verde di Istanbul, i 350 ettari della foresta della promessa del sultano Mehmet II, una volta presa Costantinopoli: «A chiunque taglierà un ramo della mia foresta, taglierò la testa». Un ecocidio, lo definì al National Geographic tre anni fa Cihan Basyal, accademico e membro del Northern Forests Defense, a cui si aggiungerebbe il trasferimento forzato di decine di migliaia di residenti di Istanbul e la perdita di sostentamento per contadini e pescatori.

Al loro posto grattacieli e residenze di lusso, che hanno già fatto impennare i prezzi delle abitazioni (da 25 dollari al metro quadro a 800). Già nel 2013 i residenti denunciarono il governo per gli espropri subiti e i risarcimenti troppo bassi, senza successo.

Infine, ed è qui che risiede la preoccupazione dei 104 ex vertici della Marina, violerebbe la Convenzione di Montreux. O meglio, la bypasserebbe perché quel trattato copre solo lo stretto dei Dardanelli e il Bosforo. Lo ha detto Erdogan lo scorso gennaio: «Non preoccupatevi, (il canale di Istanbul) è del tutto fuori da Montreux».

Firmata nel 1936, la Convenzione garantisce il transito di navi civili nei due passaggi di mare sia in tempo di pace che di guerra e limita l’accesso delle navi militari di paesi terzi. Secondo i firmatari della lettera aperta, Montreux ha permesso alla Turchia di restare neutrale durante la Seconda guerra mondiale, evitando da un conflitto devastante per una nazione appena nata.

Ma il Kanal Istanbul apre nuovi scenari. A preoccupare gli ex ammiragli, è la riduzione della sovranità turca e la possibile militarizzazione del Mar Nero con tutto quel che ne consegue in termini di tensioni internazionali, soprattutto con la Russia che su quel lago si affaccia e che con Ankara mantiene un rapporto di alleanza-rivalità sempre sul punto di collassare.

La presa di posizione (che è seguita a una lettera simile firmata il 2 aprile da ben 126 ex ambasciatori turchi) non è piaciuta al governo né a una magistratura sempre più erdoganizzata: il procuratore capo di Ankara ha subito aperto un fascicolo e un giorno dopo 10 ammiragli in pensione finivano in manette e altri quattro venivano convocati per essere interrogati. Sono accusati di aver minato alla sicurezza dello Stato e all’ordine costituzionale. Hanno immediatamente perso la pensione, annullata ieri.

Esponenti del governo e lo stesso presidente si sono spesi in condanne aspre dell’iniziativa: «È un golpe politico», ha detto Erdogan. Eppure tra gli arrestati ci sono nazionalisti di ferro, come Cem Gurdeniz, il teorico della Patria Blu, ovvero della dottrina – resa pratica da Erdogan – di ampliamento delle acque territoriali turche nell’Egeo a scapito di Cipro e della Grecia.

Ramy Shaath è un attivista palestinese-egiziano detenuto ormai da due anni con l’accusa di “terrorismo” nei confronti del regime egiziano. In prima linea a Tahrir nel 2011, è coordinatore del ramo egiziano del Bds

Ramy Shaath

di Anna Maria Brancato

Roma, 7 aprile 2021, Nena News – “Non ci lasciano comunicare in libertà e durante ogni visita c’è sempre un poliziotto che controlla il colloquio”. Inizia con queste parole, cariche di apprensione, l’intervista a Céline Lebrun Shaath, moglie di Ramy Shaath, cittadino e attivista palestinese – egiziano.

L’impegno politico a favore del popolo palestinese, portato avanti al Cairo, è costato a Ramy ormai quasi due anni di detenzione e l’accusa pendente di “terrorismo” nei confronti del regime egiziano. Se, da un lato, Ramy condivide l’esperienza della detenzione politica con le migliaia di prigionieri di coscienza attualmente detenuti nelle carceri egiziane; dall’altro, non si può non sottolineare come nel suo caso la repressione dell’attivismo per la causa palestinese venga attuata da e in un paese arabo.

Ramy si è sempre speso per la lotta del suo popolo, grazie anche a un contesto familiare in cui la politica si poteva respirare quotidianamente. È, infatti, figlio di Nabil Shaath, figura di spicco dell’Autorità Nazionale Palestinese, ed è stato per dieci anni consigliere di Arafat. Alla fine degli anni ’90, la delusione di Oslo l’ha portato ad allontanarsi dalla politica istituzionale e a tornare al Cairo, dove non aveva mai perso i contatti con i movimenti della società civile e i partiti.

In prima linea durante le proteste di piazza Tahrir nel 2011, ha partecipato attivamente alla fondazione del partito Al Dostour e altri movimenti, con lo scopo di promuovere la voglia di libertà e democrazia espressa dal popolo egiziano all’indomani della Rivoluzione. Dal 2015, Ramy è coordinatore della sezione egiziana del BDS Egypt, il movimento internazionale partito dalla società civile palestinese che chiede a individui e istituzioni il boicottaggio economico, finanziario e culturale delle istituzioni del governo israeliano.

Per questo Céline, che ha messo in piedi una campagna internazionale per richiedere la scarcerazione del marito, si dice certa che la causa principale della detenzione siano le sue attività per la Palestina, “le uniche che portava avanti nel periodo precedente il suo arresto”; in particolare, le sue posizioni di condanna della partecipazione egiziana alla Conferenza del Bahrein, fortemente voluta da Trump, e che avrebbe poi definito la strada per il meglio noto Accordo del Secolo, il contributo che l’ex presidente americano ha voluto dare alla chiusura del “processo di pace” israelo-palestinese, già dichiarato fallito da più parti.

Questo stesso Accordo, che ha come fine la normalizzazione delle relazioni tra alcuni paesi arabi e Israele perseguendo un progressivo isolamento dei palestinesi nell’area, pare aver consolidato anche quella condivisione di pratiche repressive che, attraverso l’annullamento del sistema dei diritti, mira a silenziare le voci discordanti che si battono ancora per chiedere giustizia e libertà per tutti i popoli oppressi.

Infatti, il prolungamento senza apparente motivo della detenzione di Ramy, non può non richiamare alla mente le pratiche di detenzione amministrativa del governo israeliano, con cui vengono detenuti in particolare giovani e studenti appartenenti a gruppi, movimenti o partiti palestinesi. L’attacco sferrato al BDS da parte governo egiziano è diventato ancora più evidente con il successivo arresto di Mohamed El-Masry, attivista del movimento fermato due mesi dopo Ramy e ancora oggi in stato di detenzione.

L’Egitto sa di essere sotto osservazione: il Parlamento Europeo a dicembre 2020 ha votato una risoluzione sul deterioramento della situazione dei diritti umani, nella quale non solo “deplora il tentativo delle autorità egiziane di fuorviare e ostacolare i progressi nelle indagini sul rapimento, sulle torture e sull’omicidio del ricercatore italiano Giulio Regeni nel 2016”, ma richiede anche la “liberazione immediata e incondizionata delle persone detenute arbitrariamente e condannate per aver svolto le loro attività legittime e pacifiche a sostengo dei diritti umani”, tra cui appunto Ramy Shaath e lo studente dell’Università di Bologna Patrick George Zaki.

Il Gruppo di Lavoro sulla Detenzione Arbitraria del Consiglio Onu per i Diritti Umani ha trasmesso un sollecito alle autorità egiziane per la liberazione di Ramy e di Zyad El-Elaimy (avvocato ed ex parlamentare, anche lui detenuto dal 2019) e la rimozione dei loro nomi dalle liste dei terroristi. Ancora più recente è la dichiarazione di condanna contro il regime di Al-Sisi presentata durante il dibattito del Consiglio ONU per i Diritti Umani (UNHRC) il 12 marzo scorso, firmata da 31 paesi (tra cui Italia, Francia e Stati Uniti), con la quale si condannano le pratiche repressive del Cairo contro attivisti, giornalisti e avvocati in particolare.

Le pressioni internazionali, però, non porteranno ad alcun miglioramento della situazione, se queste stesse firme continueranno a siglare affari con il regime egiziano, in particolare per ciò che concerne il mercato delle armi che, secondo le stime ufficiali del SIPRI, vede crescere le importazioni egiziane del 136%, nel periodo compreso tra il 2016 e il 2020, dunque in piena era Al-Sisi.

Lunedì 29 marzo, qualche giorno dopo la chiacchierata con Céline, la detenzione di Ramy è stata prolungata per la ventitreesima volta e il 9 giugno è fissata la sentenza contro l’inclusione del nome suo e quello degli altri detenuti nelle lista dei terroristi del regime di Al Sisi. La giustizia egiziana è, però, imprevedibile e fa del rinvio la sua più potente arma di controllo e oppressione. Per questo Céline rilancia l’appello internazionale per la scarcerazione di Ramy e invita a firmare la petizione https://act.amnestyusa.org/page/76864/action/1

 

 

Il premier si sente sicuro di poter arrivare a formare una maggioranza di destra in tempi brevi ma lo stallo politico non è superato e le quinte elezioni in poco più di due anni sono una realtà concreta

Il premier Netanyahu

di Michele Giorgio il Manifesto

Gerusalemme, 7 aprile 2021, Nena News – Nessuna sorpresa. Sarà il premier di destra Benyamin Netanyahu, vittorioso con il suo partito, il Likud, alle elezioni del 23 marzo, a tentare di formare una maggioranza di governo. Ieri il presidente Reuven Rivlin gli ha affidato l’incarico. Nei giorni scorsi il capo dello stato aveva ipotizzato soluzioni alternative per aggirare lo stallo politico che l’ultimo voto, il quarto in due anni, non è riuscito a superare. Qualcuno aveva immaginato un incarico affidato a un altro esponente della destra, il nazionalista religioso Naftali Bennett. Ma Rivlin ha fatto la scelta più ovvia: Netanyahu, durante le consultazioni di lunedì, era stato indicato dalla maggioranza dei partiti.

Il presidente non ha tenuto conto del processo in corso, entrato lunedì nel vivo, che vede il premier al banco degli imputati con l’accusa di corruzione. «Non è stata una decisione facile», ha spiegato Rivlin ieri durante la cerimonia di apertura della 24esima Knesset, «conosco la posizione di molti, ovvero che il presidente non dovrebbe dare l’incarico a un candidato che sta affrontando accuse penali ma secondo la legge un primo ministro può continuare a svolgere il suo incarico mentre è sotto processo». Parole che non hanno convinto Yair Lapid, leader di Yesh Atid, il partito centrista giunto secondo alle elezioni. «L’incarico a Netanyahu è una macchia che proietta una immagine negativa su Israele quale Stato di diritto», ha commentato.

Per Netanyahu non sarà facile trovare una soluzione. Il problema è legato proprio alla sua figura, molto divisiva, che gli ha procurato avversari irriducibili persino a destra, il suo schieramento. Al momento ha 52 deputati dalla sua parte sui 120 della Knesset. Potrebbe trovare un’intesa con il partito nazionalista religioso Yamina, che ha ottenuto sette seggi alle elezioni, ma non arriverebbe alla maggioranza.

Il partito islamista, Raam, con quattro parlamentari, si è detto pronto a governare con chiunque ma la formazione di estrema destra Sionismo Religioso (sette seggi), alleata strategica del premier, dando sfogo al razzismo esplicito di cui si nutre, esclude categoricamente di poter sedere in un governo assieme a una formazione araba. Possibilità persino più ridotte di formare una maggioranza ha il composito schieramento anti-Netanyahu. Così si prevede che la Knesset insediatasi ieri avrà breve vita e forse già in estate gli israeliani torneranno alle urne. Nena News

La visita mentre nel Paese nordafricano si assiste a una escalation di omicidi politici. Alta tensione tra Haftar e il suo capo di Stato maggiore

Il premier italiano Mario Draghi

di Roberto Prinzi     il Manifesto

Roma, 6 aprile 2021, Nena News – Avrà il suo gran da fare il premier Mario Draghi in visita oggi in Libia: Roma, infatti, si candida a giocare un ruolo importante nella fase della ricostruzione libica sia per quello che riguarda le infrastrutture locali che per il settore energetico. La doppia visita ravvicinata del ministro degli Esteri di Maio in terra africana (21 e 25 marzo) aveva reso palese gli appetiti italiani a «stabilizzare il Paese».

Roma lavora con il Governo transitorio di unità nazionale del premier Debaiba per un forte partenariato nel campo della transizione energetica che includa anche una rilevante componente di innovazione tecnologica e know-how: l’obiettivo è rendere la Libia non solo legata agli idrocarburi, ma anche alle energie pulite. Proverà a soddisfare queste esigenze l’Eni, il primo produttore di gas nello stato nordafricano.

L’Italia, intanto, opera già nella ricostruzione dell’aeroporto di Tripoli devastato da due guerre (quella del 2014 e del 2019-20) nel tentativo di riaprirlo ai voli con il resto del mondo. Il progetto dal valore di 79 milioni di euro vede protagonista il consorzio Aeneas, mentre Enav già da tempo coopera con le autorità locali per permettere l’erogazione dei servizi relativi alla navigazione aerea.

Draghi arriva in una Libia dove restano accese le tensioni tra il generale cirenaico Haftar e Nadori, il capo di Stato maggiore del suo esercito (l’Enl).

Non pago del fallimento militare contro Tripoli (2019-2020), Haftar vorrebbe arrestare il secondo per presunta «disobbedienza agli ordini militari». Ma Nadori, riferisce Agenzia Nova, avrebbe dalla sua il potente presidente del parlamento Saleh con il chiaro obiettivo di fare uscire definitivamente dalla scena politica Haftar.

La tensione politica la si respira però soprattutto nelle strade del Paese dove gli omicidi mirati e i sequestri continuano indisturbati ormai da tre mesi. Il più grave episodio di violenza è avvenuto in Cirenaica (Libia dell’est) lo scorso 24 marzo quando è stato ucciso Werfalli, il «boia» ricercato dalla Corte penale internazionale (Cpi). Per l’uccisione del comandante delle forze “Al-Saiqa” sono state arrestate due persone, ma la polizia cerca anche un terzo uomo. A Bengasi lo stato di allerta è alto, ma ciò non è bastato a impedire il sequestro della figlia di al-Barasi, l’attivista uccisa lo scorso novembre sempre in città.

La scia di sangue riguarda però anche la Tripolitania: negli ultimi 7 giorni sono stati assassinati un leader delle milizie di Zawiya, uno sfollato a Ras Ajdir, un muezzin a Beni Walid e un poliziotto a Tripoli. Nella capitale, inoltre, è stato rapito anche Jamal Adas, il capo del Comitato per la società civile. Nena News

Adel Jabbar si chiede perché la critica alla recente decisione di Erdogan di uscire dalla convenzione abbia scatenato così tante ire da parte di molti attivisti musulmani e loda l’intellettuale egiziana in prima linea nella difesa dei diritti delle donne e nelle battaglie per gli ultimi

di Adel Jabbar

Roma, 6 aprile 2021, Nena News – Due avvenimenti consecutivi – il ritiro della Turchia dalla convenzione di Istanbul e la scomparsa della scrittrice e intellettuale nonché medico Nawal Al-Sa‘adawi – hanno suscitato diverse discussioni e tanti interrogativi. Il primo avvenimento si riferisce alla decisione di Erdogan in data 20 marzo che sancisce l’uscita della Turchia dalla convenzione di Istanbul. Questo evento ha scatenato aspre polemiche da parte della stampa e organizzazioni femministe e altrettanto dure reazioni a tali critiche da parte di componenti del mondo islamico. Molte delle reazioni erano delle prese di posizione difensive e poco argomentate, sovente, espresse con un tono accusatorio nei confronti di coloro che avevano espresso un parere critico al ritiro dalla convenzione.

Il trattato in questione, mira essenzialmente a sollecitare le autorità dei paesi aderenti a prendere provvedimenti a sostegno delle donne che subiscono violenze e discriminazioni. Quindi i suoi contenuti non sono norme di legge che portano, come qualcuno vuole fare credere, alla distruzione della famiglia tradizionale. Gli stessi che affermano tale cosa, sorvolano invece sul fatto che la famiglia spesso si distrugge proprio a causa della violenza che le donne subiscono da parte degli stessi famigliari. Un’altra posizione riportata dai sostenitori di Erdogan è quella di considerare la convenzione come incentivo ad intraprendere altre scelte sessuali. Invece l’obbiettivo della convenzione è quello di stimolare gli attori pubblici a mettere in essere interventi atti a garantire il rispetto di tutte le persone al di là degli orientamenti sessuali e a tutelarne la dignità.

Ma al di là di ogni polemica riguardante i contenuti della convenzione, molte persone si sono chieste, quale sia la motivazione che sta alla base di tale decisione, quando la stessa Turchia ormai dieci anni fa ne era stata promotrice, firmataria e uno dei primi stati del Consiglio d’Europa a ratificarla. Non avevano letto attentamente i contenuti? Ci volevano tutti questi anni per fare il ripasso? O è stato piuttosto il risultato della “magia” dell’agire politico? Ciò non dovrebbe comunque scandalizzare perché in questo senso tutto il mondo è paese! L’ipotesi più accreditata da parte di diversi osservatori, è quella legata all’esigenza di future alleanze politiche con settori conservatori, identitari e sovranisti. Come ben si sa, la vicenda italiana lo dimostra, la politica ha spesso dei risvolti sorprendenti. In questa sede però non è il caso di addentrarci in una lettura dell’attualità politica turca.

Ritengo opportuno, invece, soffermarci a riflettere, ragionevolmente sulle reazioni infervorate, dei simpatizzanti di Erdogan, nei confronti di coloro che hanno espresso un pensiero critico riguardante il ritiro dalla convenzione. Perché la critica all’abbandono della convenzione di Istanbul ha suscitato in molti musulmani attivisti, delle forti reazioni come se si trattasse di un attacco all’Islam? La Turchia fino a prova contraria è un paese laico e il presidente Erdogan stesso ha giurato di rispettare le istituzioni laiche dello stato e non mi risulta che egli abbia la velleità di presentare la propria esperienza come fosse la costruzione di una nuova “Medina”. Del resto Turchia e la Tunisia sono gli unici paesi islamici che hanno vietato la poligamia e Erdogan nell’arco di tutti questi anni in cui è stato al potere non ha mai segnalato di volere reintrodurre la poligamia come invece vorrebbero certi movimenti religiosi. Quindi perché tutta questa veemenza e queste esternazioni offensive contro donne e uomini che la pensano diversamente?

Criticare l’uscita dalla convenzione di Istanbul non significa denigrare l’intero operato di Erdogan e del suo partito AKP né lodare Al-Sissi e il principe saudita Mohammad Ben Salman, come qualcuno cerca di insinuare – da notare per altro che nell’ultimo periodo, si sta registrando un miglioramento dei rapporti tra Arabia Saudita, Egitto e Turchia, un avvicinamento che desta non poche preoccupazioni tra gli oppositori egiziani in stanza ad Ankara e a Istanbul. La critica al ritiro della convenzione inoltre non va letta come fosse un servizio a Macron, Biden o agli aytollah dell’Iran. Quello che è certo è che qualunque spiegazione dia la Turchia a questo punto non fa una bella figura.

Il secondo avvenimento che ha provocato alcune controversie negli ultimi giorni, si riferisce alla scomparsa di Nawal Al-Sa‘adawi. Una donna che ha dedicato una vita intera impegnandosi contro la violenza sulle donne, la loro inferiorizzazione e la subalternità dell’universo femminile. E’ stata una voce coraggiosa e temeraria conosciuta in tutto il mondo arabo e non solo. La sua scomparsa proprio nella giornata del 21 marzo, giornata di lotta contro i razzismi, le discriminazioni e le segregazioni, la renderà sempre presente nella memoria in occasione di questa ricorrenza. Nell’arco della sua lunga vita Nawal Al-Sa‘adawi ha condotto con fermezza aspre battaglie a favore degli emarginati, dei poveri e degli sfruttati. Essa ha dato un contributo eccezionale alla lotta anti coloniale e ha saputo riconoscere e nominare le contraddizioni e le ipocrisie delle società arabe pesantemente condizionate da visioni classiste, clanistiche e razziste.

È vero che Al-Sa’adawi era contraria al velo e al significato che molti gli danno. Tuttavia lei ha assolto in modo straordinario all’impegno sostanziale dell’essere musulmano contrastando i costumi e le tradizioni in cui vige una concezione tribale, il dominio di una casta mercanteggiante e la pratica schiavistica, tutte pratiche tutt’ora diffuse, purtroppo, in diversi paesi arabi. Non era forse lo sradicamento di queste pratiche uno degli obiettivi principali della missione del Profeta Mohammed? Lei ha cercato di svelare con determinazione, nonostante molti ostacoli ed enormi difficoltà, le troppe storture mentali e i comportamenti aberranti radicati in molti settori delle realtà arabe. La personalità di Nawal Al-Sadawi va quindi ricordata soprattutto per il coraggio e il pensiero libero che sono sempre stati un segno distintivo delle sue gesta. Le sue battaglie rappresentano un insegnamento fondamentale da cui apprendere anche se non si condivide il suo intero percorso. Nena News

Europa/Israele. Dopo le pressioni palestinesi, unite a quelle di studenti e accademici europei, Valencia, Firenze e il francese Irt interrompono gli accordi di collaborazione con l’università costruita in una delle più grandi colonie costruite illegalmente nei Territori occupati

Colonia di Ariel

di Chiara Cruciati – il Manifesto

Roma, 1 aprile 2021, Nena News – Le pressioni palestinesi, unite a quelle di accademici e studenti europei, hanno sortito effetto: tre università – Valencia, Firenze e l’Istituto della Ricerca tecnologica (Irt) Antoine de Saint-Exupéry – hanno deciso di interrompere la cooperazione con l’ateneo israeliano di Ariel, costruito in una delle più grandi colonia dei Territori occupati palestinesi, violazione al diritto internazionale e alla Convenzione di Ginevra, riconosciuta come tale dalla Ue.

Il primo è stato l’Irt, lo scorso dicembre, su spinta dei professori che in una lettera al governo francese hanno chiesto il rispetto del diritto internazionale e l’impegno assunto nel 2014 dal ministero a non stringere accordi con l’ateneo israeliano; poi l’Università di Firenze che a febbraio scorso ha escluso Ariel dal programma di mobilità Extra Ue del 2020-2021; e infine l’Università di Valencia l’11 marzo, ponendo fine a un accordo di cooperazione risalente al maggio 2019 con Ariel, mai applicato a seguito delle proteste dell’unione studentesca Bea.

Dietro la lunga campagna di sensibilizzazione c’è No Ariel Ties, campagna indetta dal ministero palestinese dell’Educazione, il Consiglio dei rettori palestinesi, la Federazione dei professori palestinesi (Pfuupe) e il Palestinian Human Rights Organizations Council (Phroc): «L’Università di Ariel – spiega la campagna – è un’istituzione illegale, profondamente e direttamente complice del sistema di oppressione israeliana che nega ai palestinesi i loro diritti, tra cui quelli all’educazione e alla libertà accademica».

Campagna sostenuta anche da 500 accademici europei e israeliani che hanno chiesto alla Ue di non legittimare più l’ateneo di Ariel. Tra questi anche SeSaMO, la Società Italiana di Studi sul Medio Oriente.

Fondata nel 1978, Ariel è tra le quattro più grandi colonie nei territori occupati. Ventimila residenti, 15mila km quadrati di estensione, entra prepotentemente in Cisgiordania, a metà strada tra la Linea Verde del 1948 e il confine con la Giordania. Una città, con ospedali, centri commerciali, 45 fabbriche, che all’inizio ha accolto la classe media, e poi, negli anni ’90, l’immigrazione dall’ex Urss.

Nel 1982 è arrivata l’Università, dal 2004 è ateneo indipendente: 15mila studenti, 450 accademici e le facoltà di architettura, ingegneria, scienze naturali, scienze sociali, medicina, oltre a 20 centri di ricerca, dalla cura del cancro all’innovazione cyber, dall’archeologia alla sicurezza nazionale. Nena News

Il conflitto nello Yemen infuria per il sesto anno senza una vera soluzione in vista. Sebbene con tante aspettative, la firma dell’accordo di Stoccolma nel dicembre 2018 da parte del governo e degli houthi mostra che la strada verso la riconciliazione è ancora piena di ostacoli

dalla redazione

al-Hudaydah, Yemen – Il conflitto nello Yemen infuria per il sesto anno senza una vera soluzione in vista. La firma dell’accordo di Stoccolma, nel dicembre 2018, da parte del governo e del gruppo Ansar Allah (Houthi), sotto la protezione delle Nazioni Unite, è uno degli sviluppi più notevoli del conflitto, soprattutto alla luce dell’ottimismo associato alla firma, a seguito del fallimento dei precedenti tentativi di contenere la crisi. Il risultato finale, tuttavia, a due anni dall’accordo, suggerisce che la strada verso la pace nello Yemen è ancora piena di ostacoli.

Tre le componenti chiave dell’accordo: la situazione nella città di al-Hudaydah, il campo di battaglia nella città di Taizz e lo scambio di prigionieri tra le due parti. Due anni dopo, i risultati sul campo non soddisfano affatto le aspettative. In primo luogo, ogni sforzo dell’ONU è stato compiuto perlopiù per ottenere una vittoria diplomatica. Principalmente interessato alla propaganda, è mancata una vera e seria imposizione alle diverse parti di rispettare l’accordo. I successi raggiunti sono stati solo formali e non sono stati applicati sul campo.

I progressi nella città di al-Hudaydah sono stati minimi. Non sono stati rispettati ne il cessate il fuoco ne la razionalizzazione militare e il ritiro delle truppe dal porto commerciale. Sono stati commessi almeno 13.000 violazioni da quando il cessate il fuoco è entrato in vigore nel dicembre 2018.

Nonostante la relativa calma a intermittenza a al-Hudaydah, il riemergere di scontri, che si sono intensificati nell’ottobre 2019 in modo senza precedenti, conferma l’impasse dell’accordo. A questo proposito, si stima che la sola al-Hudaydah rappresenti un quarto di tutte le vittime della guerra in Yemen.

Nel tentativo di mostrare progressi, le Nazioni Unite hanno annunciato la creazione di un centro operativo congiunto per monitorare gli sforzi relativi all’escalation militare.

Sebbene questi passaggi abbiano ridotto gli incidenti di sicurezza nella città di circa l’80%, secondo Martin Griffiths, Segretario Generale delle Nazioni Unite, non sono riusciti a impedire gli scontri in aree residenziali con forte coinvolgimento della popolazione civile.

Oltre a queste battute d’arresto, resta discutibile la questione di chi proteggerà la città di al-Hudaydah e il suo porto. Data l’istituzione di posti di osservazione congiunti, l’idea di utilizzare forze di mantenimento della pace locali potrebbe essere fattibile. Altrimenti, c’è la possibilità di un’escalation nei prossimi mesi se le forze congiunte sponsorizzate dagli Emirati Arabi Uniti, guidate dal generale di brigata Tariq Saleh ottengono il via libera, o se gli Houthi espandono le loro operazioni militari sulla costa occidentale, soprattutto considerando il governo yemenita posizione debole nei territori liberati.

Riguardo la situazione nella città di Taizz, le Nazioni Unite non ha posto le basi per un’allentamento dell’escalation militare, ne ha esercitato pressioni sufficienti per revocare l’assedio e migliorare la situazione umanitaria.

In Svezia, nel dicembre 2018, il governo yemenita e le delegazioni Houthi hanno deciso di scambiare più di 15.000 prigionieri. Le parti non solo hanno mancato la scadenza, ma non sono riuscite a realizzare l’accordo generale, sebbene da allora abbiano liberato unilateralmente centinaia di prigionieri. La fiducia tra le parti interessate rimane limitata, con meno del 5% dei detenuti inclusi nell’accordo rilasciato.

Esistono differenze cruciali tra prigionieri di guerra, detenuti arbitrari e ostaggi politici e l’accordo di Stoccolma non è riuscito a realizzare un processo giusto a questo proposito, portando a violazioni delle leggi internazionali umanitarie e dei diritti umani.

In assenza di un prevedibile accordo politico a livello nazionale, le Nazioni Unite e il Comitato Internazionale della Croce Rossa hanno il compito di rivalutare l’attuale meccanismo, sviluppare misure di rafforzamento della fiducia e incentivare i processi di scambio di prigionieri.

L’accordo di Stoccolma ha ottenuto risultati molto inferiori a quanto riportato dalle Nazioni Unite e a quanto previsto da molti osservatori occidentali. Più del 95% dei prigionieri rimane in detenzione.

La mancanza di progressi ha rafforzato lo status quo in tutto lo Yemen e ha posto le basi per un’ulteriore frammentazione piuttosto che per la stabilizzazione.

Il 2020 ha visto una pausa tra escalation e calma soprattutto nel sud dello Yemen, dove il rapporto tra il Southern Transitional Council (STC) e il governo yemenita ha assunto diverse forme di accordo e disaccordo.

L’accordo di Riyadh è stato firmato nel novembre 2019 con l’obiettivo di risolvere il conflitto nel sud e unificare il fronte anti-Houthi. Tuttavia, nonostante la sua importanza, l’accordo non è riuscito a calmare completamente la situazione. Ciò ha portato il STC a ribaltare l’accordo nell’aprile 2020, dichiarando un governo autonomo delle province meridionali, quindi nuova escalation militare.

Tuttavia, la stabilità nello Yemen meridionale appare ancora una sfida lontana

Le possibilità che i membri del STC rinuncino alle armi sono limitate, poiché l’accordo di Riyadh è visto come una tappa verso il grande obiettivo della separazione del sud. Inoltre l’Iran è il primo sostenitore regionale degli Houthi. Il suo sostegno ha contribuito allo sviluppo e al rafforzamento delle capacità militari del gruppo, oltre a fornire supporto logistico, che ha contribuito alla loro estensione e controllo su vaste aree dello Yemen. Gli Houthi sono diventati l’agente preferito di Teheran e uno dei suoi principali attori nel raggiungimento del grande obiettivo di espansione regionale.

Sulla base di quanto sopra, sembra difficile prevedere il corso degli eventi nello Yemen. Tuttavia, ci sono variabili che possono alterare in modo significativo la scena, come la nuova amministrazione statunitense. Quest’ultima potrebbe cercare di preservare i suoi interessi strategici riducendo le minacce terroristiche, garantendo libertà di navigazione, commercio e movimento petrolifero senza impegnarsi direttamente nella crisi. Potrebbe spingere gli sforzi dell’inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen verso una soluzione globale che inizi con la mediazione tra le due parti per attivare il cessate il fuoco. Potrebbe tentare di mobilitare la comunità internazionale per rispondere alle situazioni umanitarie nello Yemen. Potrebbe tentare di sfruttare il possibile riavvicinamento iraniano-americano, giocando sul gruppo Ansar Allah. Nena News

A 45 anni dall’uccisione di sei palestinesi in Galilea, come ogni anno, i palestinesi hanno commemorato l’evento manifestando e piantando olivi, dentro Israele e nei Territori Occupati. Lunedì un giovane ucciso ad Haifa dalla polizia. Ieri proteste ovunque

Contadini palestinesi (Foto: Wijnand Marchal)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 31 marzo 2021, Nena News - «Ogni giorno è la Giornata della Terra». Lo ripetono spesso i palestinesi, il 30 marzo di ogni anno, mentre commemorano un evento che con il tempo ha dato a un significato antico motivazioni nuove.

Nel 1976, 45 anni fa, sei giovani palestinesi della Galilea, Stato di Israele, venivano uccisi mentre cercavano insieme alle loro comunità di impedire la confisca di 20mila dunam di terre (un dunam è pari a mille metri quadrati) da parte delle autorità israeliane.

Nel 1976 i palestinesi che erano riusciti a rimanere nel neonato Israele (appena il 20% del milione e mezzo di residenti del 1948) da appena un decennio erano usciti da un regime militare ventennale imposto sulla comunità araba: coprifuoco, ghetti chiusi da cui entrare e uscire con permessi speciali, arresti, divieto di ribadire la propria appartenenza.

Stavano ricostruendo lentamente la propria identità, andata in frantumi con la scomparsa improvvisa della nazione, della società in cui vivevano, delle reti familiari, e con l’apparizione di una nazione nuova, escludente. Il 30 marzo segnò un punto di svolta.

Da allora ogni anno, pandemia o meno, si manifesta, si piantano olivi, si ribadisce il legame con una terra negata. Tre anni fa la Giornata della Terra fu l’inizio di una lunghissima Marcia, quella del Ritorno di Gaza: 18 mesi, oltre 200 morti e 10mila feriti, per lo più giovani, colpiti alle gambe e alle ginocchia dai cecchini israeliani lungo le linee di demarcazione con la Striscia. Furono anche due anni intensi, di condivisione al confine, di canti, balli, studio, delle attività organizzate dei giovanissimi nei campi creati per l’occasione.

Quest’anno a segnare la 45esima Giornata della Terra è stata la sua vigilia: lunedì un 33enne palestinese, Munir Anabtawi, è stato ucciso ad Haifa, nello storico quartiere di Wadi Nisnas, da poliziotti israeliani secondo cui stava tentando di accoltellare un agente. La famiglia ha poi fatto sapere che soffriva di disturbi bipolari: «È stato ucciso a sangue freddo, era malato, aveva bisogno di aiuto», ha detto la sorella. Munir Anabtawi è stato colpito alla schiena.

A segnarla è stato anche l’ultimo rapporto del Centro di Statistica palestinese: dal 1948 a oggi, Israele ha assunto il controllo effettivo dell’85% della Palestina storica. Il piano di ripartizione Onu del 1947 gliene assegnava il 55%. L’altro dato: i palestinesi nel mondo sono 13,7 milioni, di cui 6,2 rifugiati fuori dai confini palestinesi. Nessuno di loro, titolare del diritto al ritorno riconosciuto dal diritto internazionale, è mai riuscito a varcare i confini in senso opposto ai genitori e ai nonni.

Così ieri, come ogni anno, in migliaia hanno commemorato il 30 marzo 1976 e una Giornata della Terra che non ha soluzione di continuità. A Gaza, in Cisgiordania, dentro Israele dalla Galilea al Naqab, realtà apparentemente lontane ma accomunate dalla perdita costante di quel che resta della propria terra: nei Territori occupati con le confische, nel deserto con la distruzione dei villaggi beduini mai riconosciuti ufficialmente da Israele.

Intervista a Francesca Annetti, responsabile paese dell’ong italiana Cospe a Beirut, sulle cause dell’attuale situazione libanese, la peggiore dalla guerra civile: lira senza valore, stallo politico, emigrazione. A pagarne le spese i libanesi, sempre più poveri, e i rifugiati siriani e palestinesi

Il porto di Beirut dopo l’esplosione del 4 agosto 2020 (Foto: European Union/Bernard Khalil/Creative Commons)

della redazione

Roma, 31 marzo 2021, Nena News – Da un anno e mezzo il Libano è attraversato da un movimento di protesta, mai sopito, che punta il dito sulla classe dirigente e il sistema economico del paese. Da allora, però, nulla è cambiato: a Beirut non c’è ancora un vero governo e l’economia va a picco. Abbiamo parlato della crisi del paese, la peggiore dalla guerra civile, con Francesca Annetti, responsabile paese dell’omg italiana Cospe.

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L’alta marea favorita dalla luna piena è stata decisiva per disincagliare la portacontainer e riaprire la rotta marittima più breve tra Asia ed Europa. Sullo sfondo i limiti del raddoppio del canale voluto dal presidente egiziano

La portacontainer Ever Given bloccata nel Canale di Suez (Fonte: WikiCommons)

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Roma, 30 marzo 2021, Nena News – Il tanto discusso, a dir poco, presidente Abdel Fattah al-Sisi esaltava ieri l’impegno prodigato 24 ore su 24 (vero) dai lavoratori egiziani. In realtà come accade nelle più romantiche delle canzoni, è stata la luna a riportare gioia e serenità sui volti di parecchie persone in giro per il mondo fornendo un aiuto decisivo per disincagliare la portacontainer Ever Given.

La nave era bloccata da martedì scorso in diagonale nel canale di Suez e ha paralizzato la rotta marittima più breve tra Europa e Asia. Poi domenica notte è arrivata la luna piena a dare alle squadre di soccorso i centimetri in più di alta marea che hanno consentito il risultato favorevole che una dozzina di rimorchiatori e la rimozione di migliaia di tonnellate di sabbia non avevano potuto ottenere.

La Ever Given, con il suo carico di 20mila container, ieri pomeriggio, seguita e preceduta da alcuni rimorchiatori, percorreva il canale alla velocità di 1,5 nodi. In rete giravano nello stesso momento i video con l’urlo liberatorio dei lavoratori egiziani che, coperti in parte dalle trombe stonate dei rimorchiatori, hanno salutato con «Dio è grande» e «È libera» i primi movimenti della nave.

Tutto è bene quel che finisce bene, ma fino a un certo punto. Sono in tanti a leccarsi le ferite per gli ingenti danni economici causati dal blocco del canale per il quale passa tra il 12 e il 15% del traffico commerciale mondiale. A cominciare proprio dall’Egitto che ha perduto milioni di dollari in mancati pedaggi oltre alla faccia per un incidente che ha mostrato i limiti del progetto del raddoppio del canale realizzato da al-Sisi. Le manie di grandezza del presidente egiziano non hanno risolto il problema dell’esistenza di una sola corsia all’estremità meridionale della via d’acqua, proprio dove la portacontainer si è bloccata.

Oltre 400 petroliere e navi cariche di merci tra cui automobili, bestiame, computer, tv, smartphone, mobili, dirette in Europa e verso gli Stati Uniti, sono rimaste ferme a Sud e a Nord del canale per una settimana – ci vorranno almeno tre giorni per smaltire il traffico – con un danno calcolato in svariati miliardi di dollari. Alcune di esse, incluse quelle del gigante delle spedizioni Maersk, preoccupate che la Ever Given rimanesse incagliata ancora per giorni, hanno scelto di non aspettare e di passare per la punta meridionale dell’Africa: un viaggio verso l’Europa più lungo di quasi due settimane con costi extra di carburante di 26.000 dollari al giorno.

L’accaduto avrà conseguenze sul movimento delle merci nei container, già in crisi a causa delle interruzioni causate dalla pandemia, e influenzerà le spedizioni di petrolio e gas dal Golfo. In allarme sono le aziende che per la propria attività fanno affidamento su catene di approvvigionamento rapide e con poco margine di errore. Grave la situazione per 130mila animali avverte l’ong Animals International preoccupata per le scorte limitate di acqua e cibo a bordo delle navi in attesa da giorni.

Il premier Abiy Ahmed si rimangia le parole: nella regione ci sono forze di Asmara. L’ammissione dopo mesi di pressioni internazionali. E ora si inizia a indagare sui massacri di civili compiuti in questi mesi

Il presidente eritreo Afewerki e il premier etiope Abiy Ahmed

di Marco Santopadre

Roma, 30 marzo 2021, Nena News – Sia il dittatore eritreo Isaias Afewerki sia il premier etiope Abiy Ahmed hanno negato per cinque mesi la partecipazione delle truppe di Asmara alle operazioni militari contro il Fronte Popolare di Liberazione, lanciate a novembre da Addis Abeba nella regione ribelle settentrionale del Tigray.

Ma le pressioni internazionali, le denunce di ong e testimoni oculari e forse anche il tentativo di concentrare l’attenzione sul ruolo dell’esercito eritreo per allontanarla dalle responsabilità di quello etiope, hanno convinto il premio Nobel per la Pace ad ammettere ciò che aveva risolutamente negato fino a pochi giorni fa.

La scorsa settimana Ahmed ha prima riconosciuto, nel corso di un intervento in Parlamento, che effettivamente in Tigray sono presenti truppe eritree e poi, venerdì, ha annunciato di aver concordato con Afewerki il loro “immediato ritiro”. “Durante la mia visita ad Asmara, il governo dell’Eritrea ha accettato di ritirare le sue forze fuori dal confine etiope”, ha detto Ahmed che poi ha aggiunto: “Le forze di difesa nazionale etiopi assumeranno il controllo delle aree di confine con effetto immediato”.

Abiy ha anche ammesso che alcuni militari etiopi hanno compiuto abusi contro i civili assicurando però che i responsabili delle atrocità commesse da «entrambe le parti» saranno «chiamati a renderne conto».

La dichiarazione è arrivata dopo mesi di crescenti pressioni da parte dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e di alcuni paesi africani e l’apertura di un’indagine indipendente congiunta – da parte della Commissione Etiope dei Diritti Umani e dell’Alto Commissariato dell’Onu per i Diritti Umani – sulle atrocità denunciate dalle Nazioni Unite e da varie organizzazioni internazionali.

Da subito, nonostante il totale blackout informativo imposto da Addis Abeba, erano trapelate testimonianze che accusavano soprattutto le truppe eritree ma anche quelle federali etiopi di saccheggi, stupri di massa, arresti arbitrari e omicidi. Le autorità dei due paesi hanno sempre ribattuto che si trattava di false denunce frutto della propaganda del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray. Inoltre finora il Consiglio di Sicurezza dell’Onu non è stato in grado di adottare una dichiarazione congiunta sulla vicenda, a causa in particolare del veto di Russia e Cina.

All’inizio di marzo il segretario di stato americano Antony Blinken aveva denunciato la “pulizia etnica” in atto, e Human Rights Watch e Amnesty International avevano accusato le forze eritree di aver ucciso centinaia di civili nella città tigrina di Axum (a 200 km dal capoluogo tigrino Mekelle), il 28 e il 29 novembre dello scorso anno.

La stessa Commissione Etiope per i Diritti Umani (Ehrc) ha documentato le uccisioni di civili e in particolare la strage compiuta ad Axum dalle truppe eritree che il 4 novembre scorso, data di inizio delle operazioni militari lanciate dal governo etiope contro il governo regionale, hanno invaso il Tigrai da nord per stringere le forze del TPLF in una morsa.

Nonostante tra il 1998 e il 2000 Etiopia ed Eritrea si siano scontrate in una guerra costata almeno centomila morti, Abiy Ahmed è stato molto abile a orientare la vendetta di Asmara contro il TPLF, che per alcuni decenni ha controllato le istituzioni federali etiopi prima di essere estromesso dal giovane leader al potere dal 2018.

L’ultima testimonianza diretta risale al 23 marzo, quando alcuni operatori di “Medici senza Frontiere” presenti in Tigrai hanno assistito all’uccisione di 4 civili inermi, fatti scendere da alcuni autobus pubblici e giustiziati sommariamente da alcuni soldati etiopi.

L’autorizzazione concessa alcune settimane fa ad alcune grandi testate giornalistiche e alle agenzie umanitarie internazionali per l’ingresso nel territorio tigrino hanno inoltre confermato le violenze compiute dalle truppe di Asmara contro i circa centomila rifugiati eritrei ospiti di quattro campi profughi. Circa 15mila esuli – rifugiatisi negli anni scorsi in Etiopia per sfuggire alle persecuzioni di Afewerki – sono stati rimpatriati a forza dai soldati eritrei e alcuni di loro sarebbero stati uccisi, mentre i campi di Hitsats e Shimelba sono stati distrutti.

Già dalla firma del trattato di pace tra Etiopia ed Eritrea nel 2018, Ahmed aveva bloccato l’accoglienza degli esuli di Asmara accusando l’opposizione eritrea di reclutare, nei campi profughi situati a poche decine di chilometri dal confine, attivisti da inviare oltrefrontiera contro il regime di Afewerki. Nel settembre del 2020 Ahmed aveva anche tentato di chiudere uno dei quattro campi profughi esistenti: secondo lui il TPLF inviava propri militanti armati a dare manforte agli oppositori eritrei approfittando della comune origine etnica e linguistica delle due popolazioni.

L’intervento del governo etiope e delle truppe di Asmara in Tigrai sembra indissolubilmente legato alle crescenti tensioni che attraversano il Corno d’Africa e alla formazione di due schieramenti contrapposti a livello regionale. Secondo varie fonti, lo scorso 6 marzo il primo ministro etiope Ahmed avrebbe compiuto una visita non ufficiale a Giuba, capitale del Sud Sudan, insieme ad Afewerki.

Incontrando il presidente sud sudanese Salva Kiir i due capi di stato avrebbero sondato il terreno per la realizzazione di un’alleanza militare opposta a quella recentemente formata dall’Egitto e dal Sudan, entrambi entrati in rotta di collisione con l’Etiopia a causa del contenzioso sulle acque del Nilo, che Addis Abeba intende utilizzare per alimentare una gigantesca centrale idroelettrica privando così Il Cairo e Khartoum di importanti fonti idriche. Nena News

La nuova app e la relativa crescita delle app «tradizionali», la legislazione repressiva che si modernizza, la censura che adatta gli strumenti. Con gli utenti, cresce il controllo. Ma gli hashtag non hanno ancora sostituito la piazza

(Foto: Marco Verch/Creative Commons)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 29 marzo 2021, Nena News – Quando Clubhouse ha iniziato a comparire negli iPhone mediorientali, gli ottimisti hanno immaginato uno spazio finalmente libero in cui si potesse parlare di tutto, intaccando tabù sessuali, politici, religiosi, patriarcali, sociali. Uno spazio «privato», lontano dagli occhi e le orecchie dei regimi che – è stereotipo piuttosto radicato nella realtà – nel mondo arabo, e non solo, sono ovunque.

C’è anche chi, come l’editorialista di Bloomberg Tae Kim (che cita lo stupore di un saudita nel trovarsi di fronte centinaia di stanze dove discutere di politica), si è spinto a scrivere che dieci anni dopo «Clubhouse potrebbe aiutare a soddisfare la promessa di primavera araba». Uno spazio virtuale ma concreto, dove organizzare proteste, discutere di società nuove, condannare sistemi di potere politico ed economico.

Con i suoi primi 10 milioni di utenti raggiunti a febbraio, la nuova app ha quintuplicato i suoi numeri in meno di un anno. E ha raggiunto anche il Medio Oriente, laboratorio di controllo sociale pervasivo nella vita reale e in quella social. I regimi usano strumenti diversi, tutti di successo: dal semplice e antiquato blocco della rete (tutto spento, per togliersi ogni dubbio di efficacia) alle leggi di regolamentazione di internet, spesso stratificate su preesistenti e sempre aggiornate normative anti-terrorismo che mirano a far terra bruciata di società civile e dissenso, organizzato o meno. Insomma, dalla mera censura a fattispecie di reato che si possono commettere solo online – un post, un tweet – ma che alla fine tornano sempre al solito ovile, quello della restrizione della libertà di espressione, che sia scritta su Facebook o gridata per la strada.

Con Clubhouse si è sperato, per poche settimane, di poter bypassare quegli occhi e quelle orecchie. La app, piattaforma audio, funziona a inviti: devi essere in lista e devi esserci con il tuo vero nome. Se qualcuno ti fa entrare, entri. Un potenziale sbarramento all’ingresso, una sorta di buttafuori virtuale, che aveva fatto immaginare che quello spazio fosse sicuro.

Così non è: non solo dentro ci sono finiti anche informatori e agenti dei servizi, ma la compagnia sviluppatrice, la Alpha Exploration, come le altre raccoglie dati sugli utenti (nome, indirizzo Ip, cosa ascoltano e cosa registrano, quanto tempo restano connessi e da dove, la loro rete di contatti) che potrebbe far «transitare» sui database governativi. Lo si legge nella privacy policy: la società consegnerà i dati «se richiesto dalla legge».

È il timore degli specialisti, che stanno avvertendo gli utenti: la prudenza non è mai troppa (lo si coglie dall’«appello» di una tv pro-governativa egiziana che ha detto di aver scovato una rete terroristica su Clubhouse). Come ha spiegato lo Stanford Internet Observatory, è «estremamente improbabile» che gli audio su Clubhouse siano criptati end-to-end, come fa WhatsApp. Inoltre, aggiunge l’Osservatorio, se si entra tramite Twitter o Facebook, la nuova app «potrebbe raccogliere e conservare informazioni associate a quel determinato account». Ultimo elemento: l’anonimato è impossibile, si accede solo dopo aver confermato la propria identità.

I più recenti casi sauditi hanno reso plastica la minaccia: la stanza ribattezzata «Razzismo in Arabia saudita» è finita su Twitter con screenshot e video che rivelavano l’identità e le opinioni dei partecipanti, mentre quella dedicata all’attivista Loujian al-Hathloul, da poco rilasciata, è stata chiusa dopo che alcuni partecipanti hanno minacciato di renderla pubblica.

E se Clubhouse non è fruibile da tutti – il funzionamento solo su iOS la rende già di per sé elitaria – per i regimi si potrebbe aprire un nuovo e insperato spazio di ascolto, da cui pescare dissidenti, critici e futuri prigionieri politici. Lo raccontiamo ogni giorno: non c’è paese in Medio Oriente in cui non ci siano detenuti condannati sulla base di un post su Fb, di un tweet o di un video su TikTok. A monte stanno leggi a tutela – ufficialmente – della sicurezza dello Stato, contro istigazione alla violenza e alla protesta, insulti alle autorità politiche e religiose, diffusione di notizie false.

Il loro numero è aumentato perché è aumentata, in questi dieci anni, la fruizione di internet nella regione. Nel 2011 molti analisti descrissero le primavere arabe come «le rivolte di Facebook», sottintendendo in modo palese che l’organizzazione delle piazze fosse avvenuta online e in modo meno palese che solo grazie a strumenti «occidentali» le masse arabe si fossero alla fine dimostrate capaci di ribellarsi. Un errore di calcolo numerico e politico: all’epoca i cittadini dei paesi interessati dalle rivolte avevano un accesso limitatissimo alla rete, ma una coscienza politica ben più sviluppata.

Oggi non è più del tutto così, accesso e numero di utenti di internet in generale e dei social in particolare è incrementato. A questa nuova realtà si sono adattate le opposizioni, i giornali indipendenti, i movimenti di base. Gli hashtag di protesta su determinati temi diventano rapidamente popolari, pur rimanendo spesso confinati a una minoranza di cittadini e non avendo lo stesso impatto di una piazza.

Diamo un’occhiata ai numeri al gennaio 2021, raccolti da Data Reportal. Se in Yemen l’accesso a internet è pari solo al 26,7% e gli utenti dei social sono appena tre milioni su una popolazione di 30, in Qatar la rete è accessibile a tutti e il 99% dei qatarioti ha almeno un account social. In Palestina gli utenti sono tre milioni, il 60% della popolazione, nel Libano e nell’Iraq delle proteste anti-settarie rispettivamente il 64% (4,3 milioni) e 61,4% (25 milioni) con un +20% dal 2020.

Nel Golfo delle petromonarchie il Bahrain ha un 87% di cittadini sui social, gli Emirati il 99%, l’Arabia saudita il 96%. Nell’Egitto di al-Sisi i numeri scendono: meno della metà dei 103 milioni di egiziani ha un account social e la rete raggiunge il 57% della popolazione. Nel resto del Nord Africa, si viaggia tra il 74,4% di utenti social marocchini al 69% di tunisini e al 56,5% di algerini.

Se comparati con i dati del 2014, si coglie il salto di Iraq ed Egitto (gli utenti social erano il 23% della popolazione), Tunisia (42%), Marocco (22%) e Algeria (18%). Ma si sono presto adattati anche i regimi, con il loro armamentario di leggi specifiche e controlli capillari. I casi si sprecano.

Per citare i più recenti: lo scorso 14 marzo Haneen Hossam e Mowada al-Adham, creatrici egiziane del gruppo The Agency sui social, sono state rinviate a giudizio per traffico di esseri umani e violazione dei valori della famiglia per la loro attività su TikTok; qualche giorno dopo, sempre in Egitto, la 27enne Sanaa Seif è stata condannata a un anno e mezzo per diffusione di notizie false tramite i social; il 17 marzo un giornalista turco del quotidiano Cumhuriyet, Enver Aysever, è stato arrestato e rischia un anno e mezzo di carcere per aver twittato nel 2020 un fumetto in cui un addetto alle pulizie disinfettava la mente di un imam.

All’aumento dell’uso della rete si è aggiunto così un incremento significativo nella repressione. Un fenomeno affatto nuovo, nuovi sono i mezzi della censura: l’Arabia saudita ha chiesto la pena di morte per Israa al-Ghomghan per aver filmato e pubblicato online proteste in piazza; gli Emirati arabi usano nuove tecnologie di sorveglianza di internet, tra cui il britannico Bae Systems; l’Egitto – che ha arrestato e condannato al carcere cinque giovani egiziane famose su TikTok e «ospita» in carcere blogger e attivisti – ha approvato la legge Anti-Cyber and Information Technologies Crimes che ha permesso di oscurare circa 500 siti di agenzie di informazioni indipendenti, giornali, blog definendoli «minaccia alla sicurezza nazionale» e di imporre una normativa stringente ai siti che superano i 5mila accessi, trattandoli alla stregua di un media ufficiale.

Attraverso i versi e le parole dei grandi scrittori e poeti palestinesi, Ramzy Baroud indaga i concetti di ghurba (separazione) e shataat (diaspora). Un elemento così integrante per il carattere collettivo della nazione da divenirne parte

Manifestazione in ricordo della Nakba nella città palestinese di Nablus, Cisgiordania. (Xinhua/Nidal Eshtayeh)

di Ramzy Baroud – Counterpunch

(Traduzione di Valentina Timpani)

Roma, 29 marzo 2021, Nena News – Per i palestinesi, l’esilio non è semplicemente l’atto di essere mandati via dalle proprie case e l’impossibilità di ritornarci. Non è nemmeno un argomento occasionale che riguarda la politica e la legge internazionale. Né è una nozione eterea, un sentimento, un verso poetico. È tutte queste cose messe insieme.

La morte ad Amman del poeta palestinese Mourid Barghouti, un intellettuale il cui lavoro è stato intrinsicamente legato all’esilio, ha riportato alla superficie molte domande esistenziali: i palestinesi sono destinati a essere esiliati? Esiste un rimedio per questo tormento perenne? La giustizia è un obiettivo tangibile e raggiungibile?

Barghouti nacque nel 1944 a Deir Ghassana, vicino Ramallah. Il suo esilio iniziò nel 1967 e finì, sebbene solo temporanemente, trent’anni dopo. La sua autobiografia “Ho visto Ramallah” – pubblicata nel 1997 – è stata il tentativo di un uomo in esilio di dare senso alla sua identità, che è stata formulata all’interno di tanti conflitti, aereoporti e spazi fisici diversi. Mentre, in qualche modo, il palestinese dentro Barghouti rimaneva intatto, la sua era un’identità unica che può essere compresa solo da quelli che hanno fatto esperienza, in qualche misura, dei sentimenti pressanti di Ghurba – separazione e alienazione – o di Shataat – distacco e diaspora.

Nella sua autobiografia, tradotta in inglese nel 2000 da parte dell’acclamato autore egiziano Ahdaf Soueif, scrisse: “Ho provato a mettere tra parentesi lo spostamento, a mettere un punto finale a una lunga frase sulla tristezza della storia… Ma non vedo altro che virgole. Voglio cucire insieme i tempi. Voglio collegare un momento a un altro, collegare l’infanzia a l’età avanzata, collegare il presente all’assente e tutti i presenti a tutti gli assenti, collegare gli esiliati alla terra d’origine e collegare quello che ho immaginato a quello che vedo ora”.

Coloro che sono familiari con la ricca e complessa letteratura palestinese dell’esilio possono comprendere il riferimento di Barghouti – quello che ci si immagina contro quello che si vede – alla scrittura di altri intellettuali che hanno sofferto, come lui, il dolore dell’esilio. Ghassan Kanafani e Majed Abu Sharar – e tanti altri – hanno scritto dello stesso conflitto. La loro morte – o, meglio, il loro omicidio – in esilio ha portato i loro viaggi filosofici verso una fine improvvisa.

Nella poesia fondamentale di Mahmoud Darwish “Chi sono io, senza l’esilio”, il defunto poeta palestinese si è chiesto, sapendo che non potrà mai esserci una risposta convincente: “Che faremmo senza l’esilio?”

È come se Ghurba sia stata una parte così integrante per il carattere collettivo della nazione, che è ora un tatuaggio permanente sul cuore e sull’anima del popolo palestinese ovunque. “Uno straniero sulla riva del fiume, come il fiume… l’acqua mi lega al tuo nome. Niente mi riporta indietro dal mio passato alla mia palma: né la pace e né la guerra. Niente mi fa entrare nei vangeli. Niente…” ha scritto Darwish.

I versi di Darwish e di Barghouti sull’impossibilità di ritornare a essere una cosa intera sono riverberi della descrizione di Kanafani di una Palestina dolorosamente vicina tanto quanto lontana. “Che cos’è una patria?” chiede Kanafani in “Ritorno ad Haifa”. “Sono queste due sedie rimaste nella stanza per vent’anni? Il tavolo? Le piume di pavone? L’immagine di Gerusalemme sul muro? Un lucchetto? La quercia? Il balcone? Cos’è una patria?.. Sto solo chiedendo”.

Ma non possono esserci risposte, perché quando l’esilio supera un certo punto razionale di attesa per un qualsiasi tipo di giustizia che faciliterebbe il proprio ritorno, questo non può più essere articolato, espresso o compreso del tutto. È il baratro metaforico tra la vita e la morte, la “vita” in quanto desiderio bruciante di riunirsi al sé di prima, e la “morte” nel senso di sapere che senza una patria si è emarginati perenni – fisicamente, politicamente, legalmente, intellettualmente e in qualsiasi altra forma.

“Nella mia disperazione mi ricordo; che c’è vita dopo la morte… Ma mi chiedo: Oh Dio, c’è vita prima della morte?” scrisse Barghouti nella poesia “Non ho problemi”.

Ma mentre il peso schiacciante dell’esilio non appartiene unicamente ai palestinesi, l’esilio palestinese è unico. Durante tutto l’evento della Ghurba, a partire dai primi giorni della Nakba – la distruzione della patria palestinese – fino a oggi, il mondo resta diviso tra mancanza di azione, noncuranza e il rifiuto anche solo di riconoscere l’ingiustizia che è successa al popolo palestinese.

Nonostante, o forse proprio a causa del suo esilio decennale, Barghouti non ha intrapreso discussioni inconcludenti su chi siano i proprietari legittimi della Palestina “perché non abbiamo perso la Palestina con una discussione, ma l’abbiamo persa con la forza”. Ha scritto nella sua autobiografia: “Quando eravamo la Palestina, non avevamo paura degli ebrei. Non li odiavamo, non li consideravamo nemici. L’Europa del medioevo li odiava, noi no. Ferdinando e Isabella li odiavano, noi no. Hitler li odiava, noi no. Ma quando si sono presi tutto il nostro spazio e ci hanno esiliati hanno posto sia noi che loro fuori dalla legge dell’uguaglianza”.

L’“odio”, in realtà, è raramente presente nel lavoro di Barghouti – o di Darwish, Kanafani, Abu Sharar e molti altri – perché il dolore dell’esilio, così potente, così onnipresente – richiede che si ri-valuti la propria relazione con la patria attraverso un rapporto emotivo che può essere sostenuto attraverso l’energia positiva dell’amore, della tristezza profonda, del desiderio. “La Palestina è qualcosa per cui vale la pena imbracciare le armi, qualcosa per cui vale la pena morire” ha scritto Kanafani. “Per noi, per me e te, è solo la ricerca di qualcosa sepolto sotto la polvere dei ricordi. E guarda cosa abbiamo trovato sotto quella polvere. Altra polvere. Ci sbagliavamo quando pensavamo che la patria fosse solo il passato”.

Milioni di palestinesi continuano a vivere in esilio, generazione dopo generazione, negoziando con attenzione le loro identità individuali e collettive, incapaci né di ritornare, né di sentirsi veramente completi. Questi milioni meritano di esercitare il loro Diritto al Ritorno, meritano che le loro voci siano ascoltate e incluse.
Ma anche quando i palestinesi potranno mettere fine all’esilio fisico, è probabile che, per generazioni ci rimarranno ancorati. “Non so cosa voglio. L’esilio è così forte dentro di me, potrei portarlo con me nella mia terra”, scrisse Darwish.

Anche in Barghouti l’esilio era “così forte”. Nonostante il fatto che abbia lottato per porre fine ad esso, l’esilio è diventato lui. È diventato noi.

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Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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