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Il racconto di Nassi LaRage da Raqqa,  Roj Camp a Derik, Camp Ain Issa e dal famigerato Al Hol Camp ad Hasakah. Voci e immagini da luoghi quasi sempre inaccessibili

(foto di Benedetta Argentieri)

di Nassi LaRage

Baghuz (Siria), 23 maggio 2019, Nena News – Siamo sul tetto di un casa martoriata dalle bombe, da qui sopra si vede l’Eufrate. Oltre il fiume c’è una terra arida, l’Iraq. Noi ci troviamo in Rojava – la parte di Kurdistan a nord della Siria e intorno a noi c’è solo distruzione. Le case sono completamente a pezzi, ci sono trincee, tende-rifugio dei miliziani dell’Isis, carcasse di automobili appartenenti a famiglie di Daesh che hanno resistito fino alla caduta di Baghuz.

Sotto i bombardamenti americani e i numerosi attacchi delle Forze Democratiche Siriane (SDF), loro non si sono mossi, hanno aspettato la fine. Baghuz era l’ultima roccaforte di Isis, è dunque un bel giorno questo. Abu Bakr Al Baghdadi, l’iracheno autoproclamatosi Califfo nel 2014, ha perso molto terreno.

In Siria questo incubo inizia a gennaio 2013: Raqqa cade nelle mani del Califfato e già un anno dopo l’Isis ha preso il controllo dei campi petroliferi siriani nella provincia di Homs. A gennaio 2015 Isis è all’apice della sua espansione territoriale, con il controllo di un’area di 88mila chilometri quadrati, tra la Siria occidentale e l’Iraq orientale, nella quale vivono quasi 8 milioni di persone. Dopo cinque anni in cui i miliziani hanno occupato violentemente città, hanno instaurato la Sharia – la legge islamica – e hanno ammazzato indiscriminatamente chi si opponeva loro, finalmente in Siria sono sconfitti militarmente.

Abbiamo percorso qualche chilometro in macchina per arrivare fino a quella casa. Siamo scortate dai compagni perché ci sono ancora miliziani nascosti; hanno aspettato le luci del sole per uscire allo scoperto e tentare un’ultima disperata imboscata, ma sono stati respinti in poco tempo lasciandoci la possibilità di passare. Davanti alle telecamere di tutto il mondo è stata annunciata la liberazione, mentre sventola fiera la bandiera gialla delle SDF alle spalle dei comandanti sul terrazzo di quella casa sulla riva dell’Eufrate. Sono felice su quel tetto. Anche se sto sentendo il grido sofferente di quelle terre, vedo la disperazione dei civili che sono scappati dalle loro case e la paura di bambini senza colpe sotto le bombe. Oggi è un giorno felice per l’umanità.

Ma c’è anche una mentalità da estirpare, e ancora da sconfiggere. Secondo le ultime stime, oggi nel Kurdistan siriano risiedono 41.000 donne straniere (comprese le irachene) con i rispettivi bambini che hanno vissuto con Daesh. Sono detenute nei diversi campi-prigione allestiti in Rojava, inizialmente costruiti come campi per i profughi causati dalla guerra. Abbiamo deciso di partire per girare un documentario su queste donne, per capire cosa le ha portate a unirsi e qual è stato il ruolo che hanno avuto nell’espansione di Isis.

Siamo riuscite ad entrare al Roj Camp a Derik, al Camp Ain Issa e al famigerato Al Hol Camp ad Hasakah. Mi concentrerò su Al Hol Camp passato alla cronaca per i numerosi decessi al suo interno dovuti al freddo, alla fame e alle condizioni sanitarie estremamente precarie. I permessi per entrare in questo campo e parlare con queste donne sono difficili da ottenere per questioni di sicurezza. Sono 70.000 le persone che vivono nelle tende, la maggior parte è gente rimasta senza casa in questi anni di guerra, mentre 9.000 sono invece le donne detenute con i loro figli in una zona separata dal resto del campo e presidiata dai compagni.

Addosso hanno tutte drappi neri, sembrano fantasmi, figure senza forma arrabbiate, frustrate, indignate. Non amano essere riprese anche se i loro volti sono coperti dal niqab, il velo nero integrale che copre anche gli occhi. Odiano i giornalisti perché parlano male di loro, e loro – come ci tengono a ripetere in molte – non c’entrano niente, hanno sbagliato, non avevano capito fino in fondo dove stavano andando quando hanno deciso di partire da tutto il mondo per raggiungere la terra promessa ai fedeli musulmani da Al Baghdadi. Molte di loro mentono spudoratamente.

Il campo di Ain Issa (foto di Nassi LaRage)

Sono rimasta colpita dai bambini biondi e dalla multi-etnicità di quel campo; sarebbe potuta essere magnifica se non fosse che si tratta appunto di un campo di prigionia, e che quei bambini stanno crescendo insieme in un un’unica grande famiglia piena di odio. Ho incontrato due donne del mio paese d’origine, il Marocco. Le loro storie si mescolano nella mia testa tra le centinaia di domande che ci siamo fatte a vicenda, l’adrenalina causata dall’ingresso dentro il campo e il contatto con queste donne pericolose.

Sì, pericolose perché in cerca di una fuga, perché odiano i curdi che le tengono imprigionate e perché nello Stato Islamico – a quanto dicono – dopotutto vivevano bene: “In Occidente c’è solo la democrazia, nel Dawla Islamiyya (Stato Islamico in arabo, ndr) invece c’era la libertà perché non eri obbligato a pagare le cose che ti appartengono di diritto come una casa o l’elettricità” .

Oppure: “Nello Stato Islamico potevamo indossare il niqab senza paura di essere giudicate o aggredite”.

E ancora: “Sono partita perché Allah lo ha chiesto a me e mio marito. Non potevamo continuare a vivere nel peccato, il Marocco è servo dei francesi. Sai perché le donne in Europa muoiono tutte di cancro al seno? Perché mangiano maiale e bevono alcool”. La nostra discussione si è interrotta con un’ultima dura affermazione: “Se domani rinascesse lo Stato Islamico io ci tornerei”.

Ognuna di loro ha almeno tre figli a non più di trent’anni, girano per il campo trascinandoseli dietro nella melma. Il fango impiastra i vestiti e le scarpe, mentre loro camminano lente, con l’abaya che svolazza. Fa freddo, le condizioni dentro sono dure. Non ci è permesso entrare nella zona delle tende per questioni di sicurezza, e quindi rimaniamo tra i due cancelli disposti per l’uscita di queste donne. Alcune di loro ci credono una ONG e ci chiedono di mediare tra loro e i compagni e le compagne curde che controllano i due ingressi. Non possono muoversi da sole fuori dalla zona presidiata delle tende, devono sempre essere accompagnate da una guardia armata. Vogliono tutte uscire però dove ci sono le postazione mediche delle ONG, qui l’Onu non c’è; vorrebbero andare al mercato, ma fidarsi di loro risulta difficile: infatti una settimana prima del nostro arrivo – oltre a un’aggressione ai danni di una troupe giornalistica francese – c’era stata anche una rivolta che ha permesso a 50 donne di fuggire clamorosamente dal campo.

La tensione è alle stelle ad ogni angolo, anche tra di loro si picchiano e litigano spesso. Hanno discusso davanti a noi perché una donna del Trinidad&Tobago si è avvicinata alle nostre telecamere a viso scoperto e ha iniziato a raccontarci che era stata ingannata da Isis. Ma non ha fatto in tempo nemmeno a iniziare il racconto che un’altra si è avvicinata e alle spalle le ha detto: “Non ti vergogni a parlare a viso scoperto ai kuffar (miscredenti in arabo, ndr)!?”. Una terza si è fatta coinvolgere e sono iniziati gli spintoni. Nel frattempo il primo cancello d’uscita è letteralmente preso d’assalto dalle donne che urlano e spingono per cercare di uscire.

Mentre ci troviamo in mezzo a questo delirio, dall’interno del campo una donna è corsa verso il cancello chiuso urlando in arabo: “Aprite!”. In braccio ha un bambino con i capelli biondo scuro, il maglioncino verde e le guance paffute rosse come il fuoco. Sta soffocando. La madre lo stringe dalle braccia aggravando la sua situazione respiratoria, urla come le altre e basta. I compagni non hanno capito la situazione finché non hanno visto il bambino paonazzo e hanno provato ad aprire il cancello, ma in quel momento tutte le donne hanno iniziato a spingere più forte. Per lunghissimi secondi il bambino si è visto sballonzolato dalla madre, dalle donne, dai compagni, dalla vita. Stava soffocando davanti a tutti. Poi la madre è stata fatta uscire e le donne spinte nuovamente dentro. E’ corsa al presidio medico ed è tornata dopo circa mezz’ora con delle medicine. Il bambino sconvolto in braccio sembrava stare meglio. Avrebbe potuto perdere la vita come uno dei 250 bambini morti di stenti ad Al Hol tra marzo e aprile.

Migliaia di bambini nei campi oggi sono apolidi, non hanno nome o età, non hanno un futuro. In quei giorni di pioggia scrosciante ne abbiamo incontrati moltissimi senza scarpe, con addosso sandali di plastica. Possono uscire dai due cancelli di sicurezza più facilmente rispetto alle madri per andare a far la spesa con carretti scassati. Al ritorno i compagni perquisiscono anche loro. Controllano che non ci siano armi, o oggetti che possono alimentare una rivolta. Nessuno di loro ha voglia di sorridere, sono tutti arrabbiati mentre arrancano tra la fanghiglia. Alcuni di loro ci salutano con il saluto jihadista, l’indice che indica il cielo, Dio.

LA SECONDA PARTE DEL REPORTAGE SARA’ PUBBLICATA DOMANI, 24 MARZO 2019.

Dietro la denuncia ci sono le milizie qaediste secondo le quali l’aviazione siriana il 19 maggio avrebbe lanciato gas cloro contro aree abitate da civili. Ma sulle montagne intorno a Latakia non risultano esserci civili

Miliziani qaedisti di Hay’at Tahrir a Sham

della redazione

Roma, 23 maggio 2019, Nena NewsAnche l’Osservatorio siriano per i diritti umani, una Ong nota per i legami con l’opposizione schierata contro il presidente Bashar Assad, smentisce che Damasco abbia fatto uso negli ultimi giorni di armi chimiche nel nord-ovest del paese. L’accusa ha immediatamente spinto gli Stati Uniti a minacciare la Siria di nuovi attacchi militari.

Dietro la denuncia ci sono le milizie qaediste e jihadiste che operano in quella zona, secondo le quali l’aviazione siriana il 19 maggio avrebbe lanciato gas cloro contro aree abitate da civili nella regione nord-occidentale di Latakia. Ma l’Osservatorio afferma di non avere prove di queste affermazioni e sottolinea che nell’area delle montagne di Latakia non risultano esserci civili.

Una notizia falsa ma che l’Amministrazione Trump, impegnata in una campagna aggressiva – per ora diplomatica ed economica – contro l’Iran e la Siria sua alleata, ha subito preso sul serio per far salire la tensione. Da Washington hanno annunciato di essere pronti a “rispondere rapidamente e in maniera adeguata”, ossia militarmente, come avvenuto lo scorso anno con la cooperazione di Francia e Gran Bretagna dopo la denuncia di un presunto attacco chimico governativo su Douma (nei pressi di Damasco) che non ha mai trovato una conferma definitiva.

E’ da notare che la Russia, alleata dalla Siria, sulla base di informazioni della sua intelligence, aveva avvertito nei giorni scorsi che i miliziani qaedisti intendevano orchestrare una messinscena sull’uso di armi chimiche per provocare una reazione occidentale. Damasco è impegnata dalla fine di aprile in un’offensiva militare per la riconquista della regione nordoccidentale di Idlib, l’unica ancora nelle mani delle forze schierate contro il governo centrale e che, secondo un’accordo raggiunto lo scorso settembre da Russia e Turchia, è sotto la tutela di Ankara che ora vorrebbe ritirare i suoi soldati che presidiano una dozzina di posti di osservazione nella regione. Da giorni Russia e Turchia sono impegnate in colloqui per trovare una via d’uscita che al momento non sembra a portata di mano.

L’offensiva governativa intanto prosegue. Non è chiaro al momento se Damasco intenda riprendere tutta Idlib. Di sicuro vuole mettere fine ai blitz armati e ai lanci di razzi che compiono i qaedisti e altre formazioni estremiste armate all’esterno della regione, bloccando tra le altre cose le comunicazioni stradali tra il nord e il sud del Paese. Questi gruppi nelle ultime ore hanno sferrato un attacco tra Hama e Idlib e nella valle dell’Oronte. 150 miliziani di Hay’at Tahrir al Sham (il ramo siriano di al Qaida) sarebbero stati uccisi secondo fonti russe governative siriane. Dall’altra parte invece annunciano di aver “inflitto dure perdite al nemico” grazie anche ai razzi anticarro “Kornet” di recente ricevuti dalla Turchia. I qaedisti sostengono inoltre che bombardamenti di jet russi ed elicotteri governativi avrebbero ucciso 16 civili, 12 dei quali in un mercato di Marrat Numan, a sud-est di Idlib. La notizia non ha trovato conferme da parte di fonti indipendenti.

Intanto ieri è finito l’incubo per il bresciano Alessandro Sandrini, rapito tre anni fa al confine tra Siria e Turchia e liberato da una formazione qaedista. L’annuncio è inizialmente arrivato tramite un comunicato del cosiddetto “Governo di salvezza nazionale”, il braccio politico di Hay’at Tahrir Sham. Nel testo del sedicente ministero degli interni qaedista non si fa riferimento al pagamento di un eventuale riscatto. Nena News

L’Assemblea dei vescovi cattolici con un documento di fatto dichiara il fallimento della soluzione a Due Stati e invoca uguaglianza e diritti per tutti in Terra Santa. E’ un sostegno allo Stato unico?

Vescovi cattolici Terra Santa (foto Patriarcato latino)

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Roma, 23 maggio La Chiesa cattolica muove verso la soluzione di uno Stato unico democratico per israeliani e palestinesi in piena uguaglianza? Questo interrogativo è una semplificazione della linea complessa che il Vaticano porta avanti in Medio oriente. Ciò nonostante è lecito porsi questa domanda leggendo il documento approvato dall’Assemblea dei vescovi ordinari cattolici di Terra Santa – presieduta da Moussa al Hage, arcivescovo maronita di Haifa – nel quale si prende atto che la soluzione a Due Stati distinti per gli israeliani e i palestinesi, sostenuta (tra ambiguità e ripensamenti) dalla comunità internazionale dalla firma 25 anni degli Accordi di Oslo sino ad oggi, «non ha portato da nessuna parte» e viene riproposta «inutilmente».

Non è una bocciatura definitiva dei Due Stati. Ma il documento sottolinea che invocare questa soluzione non serve a nulla mentre sul terreno Israele controlla tutto e continua la colonizzazione dei territori dove potrebbe/dovrebbe nascere lo Stato di Palestina. L’Unione europea appoggia l’indipendenza palestinese ma si limita ad un sostegno politico simbolico. E gli Stati Uniti, con l’ingresso di Donald Trump alla Casa Bianca, persino più di prima sono schiacciati sulle posizioni della destra israeliana guidata da Benyamin Netanyahu, contraria allo Stato palestinese.

Il documento non rappresenta un appoggio indiretto al piano di Trump (noto come “Accordo del secolo”) che, prendendo atto, come afferma il presidente americano, della «situazione sul terreno», assegna a Israele il controllo di tutto. Al contrario indica che la Chiesa cattolica guarda in avanti con una nuova visione «per Gerusalemme e l’intera terra, chiamata Israele e Palestina, tra il fiume Giordano e il mare Mediterraneo». E lo fa assegnando diritti e dignità a tutti, senza distinzioni. «Tutti in questa Terra Santa – scrivono i vescovi – hanno piena eguaglianza, l’uguaglianza che si addice a tutti gli uomini e le donne creati uguali a immagine e somiglianza di Dio. Crediamo che l’uguaglianza, qualunque siano le soluzioni politiche che potrebbero essere adottate, resti una condizione fondamentale». Pertanto, aggiunge il documento, «è tempo per le Chiese e i leader spirituali di indicare un’altra via, di insistere che tutti, israeliani e palestinesi, sono fratelli e sorelle nell’umanità» e di esortare «i cristiani in Palestina-Israele di unire le loro voci con gli ebrei, i musulmani i drusi e ogni altro che condivida la visione di una società basata sull’eguaglianza e sul bene comune».

Torna l’interrogativo. La Chiesa cattolica ora prende in considerazione la soluzione dello Stato unico per ebrei e palestinesi? Wadie Abu Nassar, analista politico e portavoce delle Chiese non conferma e non smentisce. «Non tocca alla Chiesa cattolica e alle altre Chiese indicare una soluzione politica, tuttavia la Chiesa denuncia che la situazione attuale è insostenibile per la dignità degli esseri umani in questa terra» spiega Abu Nassar rispondendo alle domande del manifesto «deve perciò essere garantita uguaglianza e diritti a tutti, non è giusto che nella stessa terra alcuni abbiamo più diritti di altri».

A sostenerlo è un report del portale Middle East Eye. I tre uomini, arrestati durante il giro di vite del 2017 stabilito da bin Salman, sono figure assai note nel Paese. Tuttavia, secondo l’ong Alqst, la notizia non sarebbe vera

della redazione

Roma, 22 maggio 2019, Nena News – Tre importanti studiosi sauditi detenuti da Riad perché accusati di “terrorismo” saranno condannati a morte a fine Ramadan (il prossimo mese). A sostenerlo è un articolo pubblicato ieri dal portale Middle East Eye. Citando due fonti governative e una di uno dei partenti degli imputati, il sito afferma che a salire sul patibolo saranno Shaykh Salman al-Awdah, Awad al-Qarni e Ali al-Omari. Tuttavia, al momento le autorità saudite non hanno confermato la notizia.

Al-Awdah è uno studioso islamico definito dall’Onu “riformista”. Al-Qarni è un predicatore e accademico. Al-Omari è un popolare presentatore televisivo.

Middle East Eye scrive che i tre aspettano di essere processati alla Corte penale speciale di Riyad dopo essere stati arrestati nel settembre 2017 nel corso della “campagna anti-corruzione” decisa dal principe ereditario bin Salman contro centinaia di importanti figure del regno. Gli arresti provocarono l’immediata condanna delle Nazioni Unite e di note ong per i diritti umani come Human Rights Watch e Amnesty International. A criticarli furono persino alcuni commentatori occidentali che negli ultimi anni hanno raccontato di un Paese guidato da un “giovane principe modernizzatore”.

Nel gennaio 2018 esperti dell’Onu hanno denunciato “l’uso continuativo delle leggi dell’anti-terrorismo e della sicurezza nazionale contro i difensori dei diritti umani”. “Nonostante sia stata eletta membro del Consiglio dei diritti umani alla fine del 2016 – scrissero in un report le Nazioni Unite – Riyad ha continuato la sua pratica di mettere a tacere, arrestare arbitrariamente, detenere e perseguitare gli oppositori e chi difende i diritti umani”.

Per Ali al-Ahmad, una vecchia figura di opposizione e capo dell’Istituto per gli Affari del Golfo di stanza negli Usa, la (presunta) condanna a morte dei tre uomini è un “crimine che ha come obiettivo quello di terrorizzare i cittadini sauditi e di sottometterli”.

Tuttavia, secondo Yahya Assiri, fondatore dell’ong saudita per i diritti umani Alqst basata a Londra, la notizia riportata da Middle East Eye non è vera. “Tutto è possibile per le autorità saudite dato che sono brutali, oppressive e ignoranti, ma nessuno è stato incriminato e giustiziato. Questa notizia è un danno per la vittima, per la situazione dei diritti umani e per il nostro lavoro”. Nena News

Stato islamico e foreign fighters. Le forze curde costrette a gestire senza fondi migliaia di miliziani stranieri e le loro famiglie. Gli uomini in carcere, mogli e figli nelle tende sotto controllo delle Sdf. «Le donne non sono solo vittime, molte avevano ruoli attivi: al fronte, a capo della brigata morale, a gestire le schiave yazide»

Presunti miliziani dell’Isis detenuti dalle Sdf (Foto: Rodi Said/Reuters)

di Chiara Cruciati   il Manifesto

Roma, 22 maggio 2019, Nena News – A fine marzo, mentre le Forze democratiche siriane (Sdf) celebravano la liberazione di Baghouz, ultima enclave siriana dell’Isis, la città di Manbij veniva scossa da un nuovo attentato firmato Daesh. Sette morti tra i combattenti della federazione multietnica e multiconfessionale nata nell’ottobre 2015 nel nord della Siria.

In quell’occasione Shervan Derwish, portavoce del Consiglio militare di Manbij, si appellava alla comunità internazionale perché si prendesse in carico i miliziani islamisti catturati in questi anni dalle forze di Rojava: processiamoli in un tribunale speciale. Perché, a oggi, il peso di quei miliziani grava esclusivamente sulle spalle delle Sdf in Siria e, al di là del confine, del governo iracheno.

Le stime le forniscono le stesse Sdf: sono circa mille i foreign fighters, di 48-50 diverse nazionalità detenuti nella Siria del nord. Con loro ci sono le famiglie: almeno 12mila tra donne e bambini, mogli e figli degli stranieri che in questi anni hanno fatto propria l’ideologia fascistoide dello Stato islamico e si sono trasferiti tra Siria e Iraq.

Di certezze ce ne sono poche, almeno secondo fonti statunitensi: un mese fa tre funzionari di Washington (presente nel nord della Siria, nonostante le promesse di ritiro, con 2mila marines al fianco delle Sdf) parlavano di 2mila foreign fighters detenuti. «Possiamo confermare che oltre mille terroristi stranieri da più di 50 paesi sono detenuti dalle Sdf – spiegava il portavoce del Pentagono, Sean Robertson – Ma il numero crescerà via via che le Sdf identificheranno le nazionalità dei miliziani Isis».

Sono detenuti nelle carceri, separati dalle famiglie. «Donne e bambini sono divisi in tre campi diversi, tra cui quello di Al Hol – ci spiega Benedetta Argentieri, giornalista e documentarista italiana, autrice del documentario I am the Revolution – La situazione è drammatica perché non ci sono fondi. I curdi sono lasciati da soli a gestire una realtà ingestibile, senza sostegno economico. Ci sono ong, principalmente la Mezzaluna rossa, ma cibo e ripari sono tutti forniti dalle Sdf. E quando Trump ha annunciato il ritiro degli Stati uniti, i pochi paesi europei che avevano dato finanziamenti li hanno fermati. I governi occidentali sono assolutamente impreparati, presi alla sprovvista da numeri altissimi».

Molte donne sono detenute nel campo di Al Hol, a est di Hasaka, ad appena dieci chilometri dalla frontiera con l’Iraq. Tende bianche che spiccano nel giallo ocra della terra sabbiosa, negozietti aperti dagli sfollati arrivati qui dopo l’obbligata fuga dalle battaglie che hanno spinto l’Isis fuori dalle loro comunità, devastate. Erano appena 10mila i rifugiati accolti ad Al Hol a gennaio: ora sono diventati 70mila.

Tra loro i familiari dei miliziani del «califfo» al-Baghdadi: «In due campi, tra cui Al Hol, ci sono anche sfollati interni, gente di Deir Ezzor, Mosul, Raqqa che sono liberi di uscire ed entrare. Le donne dello Stato Islamico no, sono in una sezione speciale: non possono uscire dalla loro sezione se non scortate. La situazione è molto dura per tutti, per mancanza di risorse e perché molte delle guardie hanno parenti uccisi dall’Isis. C’è molta tensione. Al Hol sembra un girone dell’inferno: le donne nella maggior parte dei casi indossano ancora il niqab e i bambini non vanno a scuola perché le madri vivono ancora nella mentalità jihadista».

Di prigioni adatte a numeri simili le Sdf non ne hanno a disposizione. Così, circa 900 miliziani iracheni sono stati consegnati a Baghdad che da mesi processa membri dell’Isis, o sospetti tali. Iracheni, ma non solo: in mano al governo di Baghdad ci sarebbero anche una decina di francesi e un tedesco. Dietro ci sarebbero accordi con i paesi di origine a cui Baghdad pensa bene di chiedere il conto: li processiamo e li deteniamo, ha detto una fonte irachena all’Afp, per due milioni di dollari l’anno a prigioniero.

Questo il prezzo dato da Baghdad a fronte della «soluzione» al problema, 20mila arrestati per legami con l’Isis dal 2017, di cui la metà già alla sbarra. Una «soluzione» però che finisce per creare un altro, di problema: le organizzazioni per i diritti umani denunciano processi di massa contro i miliziani e le loro mogli, spesso della durata di pochi minuti, confessioni estorte sotto tortura e condanne a morte.

«Una parte dei prigionieri uomini di nazionalità irachena – continua Argentieri – sono stati consegnati a Baghdad. Le donne, straniere e non sono terrorizzate dalla possibilità che possa accadere anche a loro: in Iraq ci sono corti sommarie, processi della durata di cinque minuti che terminano con l’ergastolo o la pena di morte. Le Sdf, per ragioni umanitarie e politiche, non vogliono consegnarle».

Il problema è significativo. I numeri totali sui foreign fighters jihadisti li ha dati meno di un anno fa l’International Center for the Study of Radicalisation del King’s College di Londra: 41.490 stranieri hanno aderito all’Isis – 32.809 uomini, 4.671 donne e 4.640 bambini – da 80 paesi del mondo. Buona parte di questi, quasi 19mila (45,4%), provengono da Medio Oriente e Nord Africa; 7.252 (17,5%) dall’Europa dell’est; 5.965 (14,4%) dall’Asia centrale; 5.904 (14,2%) dall’Europa occidentale, in particolare Francia, Germania, Regno unito e Belgio, “solo” 135 dall’Italia (di cui 24 di cittadinanza italiana, secondo l’Ispi); 1.010 (2,4%) dall’Asia orientale; 1.063 (2,5%) dal Sud est asiatico; 753 (1,8%) da Americhe e Australia; 447 (1%) dall’Asia meridionale; e 244 (0,6%) dall’Africa sub-sahariana.

Di molti di loro è impossibile conoscere il fato: la maggior parte sarebbe stata uccisa in battaglia, altri mille sarebbero detenuti in Iraq, quasi 7.400 avrebbero fatto ritorno nei paesi di origine. Ma il potere attrattivo della propaganda jihadista, pur perso il territorio “statuale”, resiste: lo scorso febbraio il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, stimava tra 14mila e 18mila i miliziani ancora attivi tra Siria e Iraq, di cui almeno 3mila stranieri.

La questione è politica. La proposta di un tribunale internazionale (i curdi hanno chiesto un incontro con i rappresentanti delle 48 nazioni da cui i foreign fighters provengono, senza successo) è di difficile applicazione. Ma l’apatia non è più un’opzione: «La domanda che dovrebbe farsi l’Europa – conclude Argentieri – è perché tante persone abbiano lasciato la democrazia per andare a vivere sotto la sharia. Le donne che sono partite erano consapevoli di dove stavano andando. Ho incontrato donne svedesi, inglesi, italiane, francesi, canadesi, tedesche, russe. Addirittura dal Sudafrica e da Trinidad e Tobago. Tante sono di seconda o terza generazione ma tante altre no: ci sono bambini biondi con gli occhi azzurri. E resiste una concezione sbagliata di queste donne: le si dipinge come vittime che hanno solo seguito gli uomini, ma moltissime di loro hanno avuto un ruolo attivo nello Stato islamico, nella sua gestione amministrativa e militare. Hanno seguito training ideologici, erano a capo della brigata morale o al fronte, gestivano le schiave yazide. Soprattutto le europee. E hanno cresciuto i figli nell’ideologia jihadista. Le siriane lo raccontano spesso: le straniere erano le più feroci, le più estreme perché volevano dimostrare un’appartenenza, un’identità». Nena News

La scrittrice è stata insignita ieri a Londra del prestigioso riconoscimento letterario per il suo “Corpi celestiali”. E’ la prima volta che un testo in arabo si aggiudica questo premio che include anche una somma in denaro pari a 64.000 dollari da dividere equamente con chi ha tradotto l’opera

La scrittrice omanita al-Harthi

della redazione

Roma, 22 maggio 2019, Nena News – La scrittrice omanita Jokha al-Harthi ha vinto il prestigioso Man Booker International Prize grazie al suo libro “Corpi celestiali”. E’ la prima volta che un testo in arabo si aggiudica questo premio.

Il Man Booker International Prize è un prestigioso riconoscimento letterario inglese istituito nel giugno del 2004 per “integrare” il Man Booker Prize: dà infatti la possibilità di premiare anche autori non appartenenti all’area anglofona. Dal 2005 al 2015 è stato assegnato ogni due anni a un autore vivente di qualsiasi nazionalità per i suoi lavori pubblicati in inglese o disponibili in traduzione inglese. Premia “la creatività continua, lo sviluppo e il contributo generale alla narrativa sul palcoscenico mondiale” dato da un autore ed è stato, agli inizi, un riconoscimento del suo corpus di opere piuttosto che di un titolo in particolare. Dal 2016, invece, il premio è assegnato ogni anno a un singolo libro in traduzione inglese e prevede una somma di denaro pari a 64.000 dollari che va divisa equamente tra autore e traduttore.

Il testo dell’al-Harthi ha battuto cinque romanzi di autori provenienti dall’Europa e dal Sud America. “Sono emozionata che una finestra si sia aperta alla ricca cultura araba” ha detto la scrittrice omanita 40enne al termine della cerimonia di premiazione a Londra. “L’Oman – ha aggiunto – mi ha ispirato, ma ritengo che i lettori internazionali possano far riferimento ai valori umani presenti nel testo, quali la libertà e l’amore”.

“Corpi celestiali” è ambientato nel villaggio omanita di al-Awafi e ha come protagoniste tre sorelle: Maya che sposa Abdallah dopo un immenso dolore; Asma che lo fa per senso del dovere; e infine Khawla che attende il suo amato emigrato in Canada. Queste figure di donne assumono un ruolo importante all’interno della vicenda perché sono testimoni dell’evoluzione della società omanita tradizionale e schiavista. “[Il libro] affronta il tema della schiavitù – ha sottolineato l’autrice – credo che la letteratura sia la migliore piattaforma dove può avvenire questo dialogo”.

Per la storica Bettany Hughes, che era alla guida del comitato dei 5 giudici che ha assegnato il premio, il romanzo dell’al-Harthi è “un libro che convince testa e cuore in egual misura” perché “evoca le forze che ci limitano e quelle che ci rendono libere”. A complimentarsi con la scrittrice omanita è stata anche la premier scozzese Nicola Sturgeon che su Twitter ha detto di aver “amato” il suo “Corpi celestiali”. Dopo tutto al-Harthi – autrice anche di un libro per bambini, di tre romanzi e due collezioni di racconti e docente all’Università Sultan Qabus di Mascat – ha legami con la Scozia avendo studiato poesia araba classica all’Università di Edimburgo.

A trionfare ieri però è stata anche la traduttrice di al-Harthi, la statunitense Marilyn Booth che insegna letteratura araba ad Oxford. Secondo infatti Hughes, la traduzione era “precisa e lirica, laddove intreccia sia la poesia che la lingua di tutti i giorni”.

Nel 2018 a vincere il Man Booker International Prize era stata l’autrice polacca Olga Tokarczuk, l’anno precedente lo scrittore israeliano David Grossman con “Un cavallo entra in un bar”. Nena News

L’attacco è avvenuto nella città di Najran, al confine saudita-yemenita. L’Onu, intanto, accusa i ribelli sciiti: “Pronti a bloccare gli aiuti alimentari se gli houthi non rimuoveranno gli ostacoli posti nelle loro aree”

Sostenitori houthi armati in piazza a Sanaa (Foto: Reuters)

della redazione

Roma, 22 maggio 2019, Nena News – Nuovo attacco all’Arabia Saudita con un drone proveniente dallo Yemen: è quanto ha rivelato ieri la tv al-Masira vicina agli houthi. Secondo l’emittente, il velivolo carico di esplosivo lanciato dai ribelli sciiti yemeniti avrebbe colpito un “deposito di armi” nell’aeroporto di Najran, una città a 840 chilometri a sud ovest della capitale saudita Riyadh già oggetto in passato di attacchi simili.

Al momento sono scarne le informazioni fornite dall’Arabia Saudita. Il portavoce della coalizione saudita, il colonnello Turki al-Maliki, si è limitato a dire che i ribelli sciiti “hanno provato” a colpire Najran. Al-Maliki ha poi aggiunto che ora ci “sarà una forte deterrente” contro le “milizie terroriste al soldo dell’Iran”. Parole che lasciano prevedere nuovi raid contro lo Yemen: così, infatti, ha agito in passato Riyad in seguito ad attacchi contro il suo territorio. Bombardamenti indiscriminati responsabili della morte di migliaia di civili che sono stati più volte condannati dalla comunità internazionale.

Najran non è però solo una città saudita a confine con lo Yemen, ma, pare, anche il luogo dove sono presenti analisti dell’intelligence Usa e (non lontano da qui) un dispiegamento dei Berretti verdi dell’esercito americano. L’indiscrezione, rivelata lo scorso anno dal New York Times, non è mai stata confermata dal Pentagono né dal Comando centrale militare. Tuttavia, la notizia, qualora confermata, non sarebbe certamente sorprendente: Washington sta giocando un ruolo niente affatto marginale nella guerra yemenita, non solo per i suoi bombardamenti contro presunti qaedisti (poco importa degli “effetti collaterali” civili), ma anche per il suo pieno sostegno (in termini di armi e consulenza) ai sauditi. La guerra in Yemen, iniziata poco più di 4 anni fa da una coalizione araba sunnita guidata da Riyad, ha provocato la morte di decine di migliaia di persone (alcune fonti parlano di oltre 60.000 vittime), ha reso 3,3 milioni di yemeniti sfollati e 24 milioni bisognosi di aiuti umanitari (più di due terzi della popolazione). Senza dimenticare poi che ha distrutto completamente le infrastrutture (già fragili) del Paese.

Finora, però, al di là del bagno di sangue, l’Arabia Saudita ha ottenuto politicamente e militarmente ben poco: i “terroristi” houthi, che avevano rimosso il presidente Abd Rabbu Mansour Hadi costringendolo ad abbandonare la capitale Sanaa, controllano ancora il nord dello Yemen e diverse zone centrali del Paese. L’attacco al drone di ieri è l’ennesima prova del fallimento della campagna di bombe saudite: i ribelli sciiti sostenuti dall’Iran, non solo mantengono da anni gran parte delle loro posizioni in Yemen, ma riescono addirittura a contrattaccare mettendo a repentaglio la sicurezza dei sauditi sul loro stesso territorio. Il drone esplosivo di ieri fa il paio con quello lanciato la scorsa settimana contro un oleodotto saudita nel pieno della tensione tra Teheran e Washington in seguito ad un sabotaggio (dai particolari ancora nebulosi) di 4 petroliere (due saudite) vicino alle coste degli Emirati Arabi Uniti.

Se l’Arabia Saudita e i suoi alleati arabi si sono resi responsabili di crimini in Yemen – grazie anche al contributo dell’Occidente che vende loro armi e li copre politicamente – non è di certo irreprensibile il comportamento degli houthiIeri il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (Wfp) ha infatti detto che potrebbe sospendere gli aiuti nelle loro aree qualora i ribelli sciiti non dovessero rispettare gli accordi e impedissero la consegna degli aiuti. “Ai lavoratori umanitari in Yemen viene negato l’accesso, i convogli [carichi] d’aiuti sono bloccati e le autorità locali stanno interferendo con la distribuzione del cibo. Questo deve finire” si legge in una dichiarazione del Wfp. Nella nota, l’Agenzia Onu afferma che alcuni leader houthi stanno ostacolando la selezione indipendente dei beneficiari degli aiuti e l’avvio di un sistema di registrazione biometrica che permetta al Wfp di identificare gli yemeniti più bisognosi di assistenza.

“Se ciò non avverrà, non ci rimane che sospendere la distribuzione degli alimenti nelle aree controllate da Ansarullah, gli houthi” ha scritto ai ribelli sciiti David Beasley, il direttore del Programma Alimentare che fornisce aiuti a più di 10 milioni di yemeniti. Eppure, continua Beasley, questi punti erano stati concordati con le parti in lotta lo scorso dicembre e gennaio. “Affrontiamo sfide quotidiane in Yemen a causa degli incessanti scontri e dell’insicurezza – ha aggiunto Beasley nella lettera consegnata lunedì alla leadership degli Ansarullah – Tuttavia, il nostro compito più difficile non proviene dalle pistole, ma dal ruolo non collaborativo e d’intralcio di alcuni leader houthi nelle aree sotto il loro controllo”.

E’ la seconda lettera in cui l’Onu chiede ai ribelli sciiti maggiore collaborazione nelle loro aree. “Alcuni progressi si erano registrati con la prima lettera spedita a dicembre – spiega il portavoce del Wfp Herve Verhoosel – ma nelle ultime settimane i miglioramenti si sono fermati. Anzi, in alcuni casi si sono registrati passi indietro”. Nena News

Interrotta per tre giorni l’acqua in arrivo dal Sahara, ultimo dramma della capitale sotto assedio da inizio aprile. Serraj accusa Haftar. E mentre sale il numero dei morti e degli sfollati, dalla Turchia arrivano blindati a favore del governo di accordo nazionale

(Foto: Reuters)

della redazione

Roma, 21 maggio 2019, Nena News – Come non bastasse la guerra, Tripoli resta anche senza acqua. Sabato scorso una milizia armata ha tagliato la principale conduttura che collega il Great Man-Made River, il faraonico progetto del colonnello Gheddafi per rifornire la capitale con l’acqua proveniente dalle falde del Sahara.

Sotto assedio ormai dal mese scorso, 2,5 milioni di residenti di Tripoli si sono ritrovati privi d’acqua, con le Nazioni Unite che parlavano di possibile crimine di guerra e il governo di accordo nazionale, il Gna del premier Serraj, che accusava le forze del generale cirenaico Haftar, responsabile dell’assedio sulla capitale. Secondo la stampa, uomini armati hanno costretto i lavoratori di una delle principali stazioni dell’impianto a spegnere le pompe, 400 km a sud di Tripoli.

Questa mattina, come riporta Agenzia Nova, l’amministrazione del Great Man-Made River ha fatto sapere di aver riaperto “le valvole di pompaggio di al Shawirif, facendo così riprendere l’erogazione dell’acqua. “Crisi terminata”, scrive in una nota l’amministrazione. Haftar nega un suo coinvolgimento, ma vari osservatori notano come l’interruzione sia stata compiuta in una zona sotto il controllo delle truppe del generale, in particolare dalla milizia guidata dal comandante Khalifa Ehnaish, legato all’esercito cirenaico.

Non termina invece la guerra che da settimane, dall’inizio di aprile, ormai circonda Tripoli. L’Esercito nazionale libico, l’Lna del generale Haftar, staziona alle periferie sud della capitale, preda di scontri quotidiani. Quella che doveva essere un’operazione lampo è in stallo: si combatte e si muore, ma si avanza ben poco. Secondo gli ultimi dati forniti dall’Oms, l’Organizzazione mondiale della Sanità, sono già 510 i morti nello scontro fratricida, 2.500 i feriti, 75mila gli sfollati e almeno 3.400 i migranti prigionieri nei centri di detenzione in mezzo agli scontri.

Il Gna rivendica “importanti progressi” sul campo, attribuendoli a decine di veicoli blindati Bmc Kirpi che il governo tripolino avrebbe ricevuto dalla Turchia sabato, sbarcati dalla nave moldava Amazon. Haftar abbozza: “Non cambierà nulla sul terreno”, fa dire al comandante Idris Madi in un’intervista al sito Al Ain. Ma poi ordina l’embargo sui porti della Tripolitania per impedire nuovi arrivi di armi ed equipaggiamento militare al Gna. In realtà l’embargo esiste già, quello imposto dall’Onu nel 2011 e violato da tutti quelli che in questi anni hanno rifornito di strumentazioni militari le varie milizie presenti sul terreno. Compreso l’Lna che gode dell’indefesso sostegno dell’Egitto e dei paesi del Golfo, Emirati e Arabia Saudita in primis.

La prima parte del “piano” trumpiano sarà presentato tra un mese: economia e affari, tra gli ospiti ministri delle Finanze e uomini d’affari. Ritorna l’adagio a-politico della pace economica. L’Anp: nessuna consultazione, non andiamo

Ivana Trump e il marito Jared Kushner inaugurano l’ambasciata Usa a Gerusalemme con Netanyahu e la moglie

di Chiara Cruciati

Roma, 21 maggio 2019, Nena News – Tra un mese, il 25 e il 26 giugno, a Manama saranno in tanti intorno al banchetto imbandito dal presidente statunitense Donald Trump. Il piatto principale: succulenti investimenti tra Israele e Palestina. La chiamano “pace economica” e Trump non si è inventato nulla di nuovo: da anni, decenni, investitori e politici israeliani la presentano come la migliore delle soluzioni, affari in cambio della rinuncia ai diritti, una sirena che ha attirato nel tempo parecchi uomini d’affari palestinesi. Ma che non è mai andata in porto.

Ora ci riprova il tycoon, in Bahrain tra un mese. Al vertice, in cui sarà svelata la prima parte del cosiddetto “Accordo del Secolo”, saranno presenti businessmen, amministratori delegati e ministri delle Finanze da Medio Oriente, Europa, Asia. Servirà, ha detto domenica Washington, a “dare ai leader economici un’opportunità di sostegno a iniziative economiche”, con o senza accordo di pace.

Ci sarà però un grande assente: i palestinesi. Non sono stati invitati. Ma dopotutto non è strano: fin dalle prime indiscrezioni uscite intorno all’Accordo del Secolo era chiaro che la “pace” immaginata dalla Casa Bianca non prevedeva di consultarli. Una “pace”, o meglio una normalizzazione delle relazioni, tra Israele e mondo arabo, con buona pace del popolo palestinese.

La leadership di Ramallah ha reagito: “Il governo non è stato consultato sulla conferenza, sui contenuti, sugli obiettivi o sulla tempistica – ha detto ieri il primo ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mohammed Shtayyeh – Qualsiasi soluzione del conflitto in Palestina deve essere politica e fondata sulla fine dell’occupazione”. Gli fa eco il ministro dello Sviluppo economico dell’Anp, Ahmed Majdalani: “Non ci sarà partecipazione palestinese a Manama. Ogni palestinese che vi prenderà parte non sarà altro che un collaboratore degli americani e di Israele”.

Non migliorano, dunque, i rapporti tra leadership palestinese e attuale amministrazione di Washington, ai minimi storici: Trump è di certo il più filo-israeliano dei presidenti, responsabili di rotture senza precedenti. Dal riconoscimento di Gerusalemme e Golan come territorio sovrano israeliano al trasferimento dell’ambasciata Usa da Tel Aviv alla Città Santa, passando per tagli drammatici degli aiuti all’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, Unrwa, alla cacciata della sede dell’Olp da Washington. Ma soprattutto Trump è il responsabile di una politica di alleanze anti-Iran che ha di fatto marginalizzato i palestinesi, rendendoli una mera pedina nella formazione dell’asse Israele-Saud in chiave anti-Teheran.

Pedine i cui diritti diventano orpelli inutili. Nel piano di pace, o limitandoci per ora alla parte che sarà presentata a Manama, non si fa menzione delle rivendicazioni storiche del popolo palestinese, tutte fondate sul diritto internazionale: la fine dell’occupazione dei Territori compresa Gerusalemme, la formazione di uno Stato palestinese, il ritorno dei rifugiati. Difficile immaginare una pace reale senza alcuna giustizia, ma semplicemente – come fa l’architetto dell’Accordo del Secolo, il genero e inviato per il Medio Oriente di Trump, Jared Kushner, noto sostenitore del movimento dei coloni israeliani – soffocando le aspirazioni dei palestinesi.

“Non c’è un piano di pace, ma solo un workshop economico, un altro modo per premiare Israele e mantenerne il controllo sulle nostre terre e le nostre risorse – commenta Hanan Ashrawi, membro storico del comitato esecutivo dell’Olp –  Sono gli americani ad aver rigettato tutto finora, dalla legge agli accordi, ai requisiti di base per la pace fino a quelli di ogni possibile processo di pace. Mostra una mancanza di comprensione delle questioni regionali”. Nena News

Lo yemenita al Muraisi è sparito un anno fa, il giordano Farhaneh lo scorso febbraio. Telefonate e ammissioni del regime confermano la detenzione ma non i motivi né i tempi del rilascio

Marwan al-Muraisi e Abdel Rahman Farhaneh

della redazione

Roma, 21 maggio 2019, Nena News – La denuncia arriva da Reporters Without Borders (Rsf): due giornalisti stranieri sono incarcerati da mesi in Arabia Saudita, ma di dove siano detenuti e sul perché non si hanno informazioni.

Si tratta di Marwan al Muraisi, yemenita scomparso un anno fa, e Abdel Rahman Farhaneh, giordano sparito lo scorso febbraio. Del primo è la moglie ad avere avuto un contatto: una telefonata di qualche minuto con Marwan dopo undici mesi di silenzio. Di Farhaneh le ultime informazioni risalgono a un mese fa quando le autorità saudite hanno confermato la sua detenzione: era sparito il 22 febbraio a Dammam, dove lavorava da più di 30 anni. Scriveva, riporta Rsf, per Al Jazeera fino alla crisi diplomatica e commerciale di due anni fa con il Qatar che ha portato alla messa al bando dell’agenzia da parte di Riyadh.

Più che una conferma, in realtà, dalle autorità saudite è arrivata una mezza ammissione: hanno comunicato all’ambasciata giordana che il giornalista sarebbe stato rilasciato a breve, senza però fornire alcun dettaglio sulle tempistiche o sulle ragioni dell’incarcerazione.

Nella petromonarchia sono detenuti almeno 29 giornalisti e blogger, un numero che fa della monarchia saudita il 172° paese su 180 nella classifica sulla libertà di stampa redatta dal World Press Freedom Inde. Eppure l’attenzione sulla violazione sistematica dei diritti da parte saudita pare essere scemata dopo il brutale omicidio commesso lo scorso 2 ottobre nel consolato di Riyadh a Istanbul: il giornalista dissidente saudita Jamal Khashoggi fatto letteralmente a pezzi, il suo corpo fatto sparire e mai ritrovato. Un omicidio di cui si considerano responsabili cittadini sauditi giunti in Turchia per la “missione” e identificati come vicini all’entourage del principe ereditario – e reggente de facto – Mohammed bin Salman. Una vera e propria squadra della morte responsabile di rapimenti e omicidi di persone considerate critiche del regime e guidata proprio da Mohammed bin Salman, secondo quanto rilevato da inchieste giornalistiche del New York Times e di Middle East Eye. Giornalisti, attivisti per i diritti umani, oppositori politici nel mirino del regime che solo un anno a aveva proceduto a epurazioni di massa che avevano coinvolto anche ex ministri, principi e uomini d’affari.

 

La nave saudita ha attraccato al porto ligure alle 6 di questa mattina. Immediata la risposta dei lavoratori del porto entrati in sciopero: “Porti chiusi alle armi, aperti ai migranti”

Il presidio al porto d Genova (Fonte: Fanpage)

di Chiara Cruciati

Roma, 20 maggio 2019, Nena News – In anticipo di quattro ore sul previsto, stamattina alle 6 il cargo saudita Bahri Yanbu è arrivato al porto di Genova, al terminal Gmt, proveniente dallo scalo spagnolo di Santander. Ad attenderlo il presidio, annunciato, dei lavoratori portuali entrati in sciopero.

La nave ha attraccato nel porto Eritrea dove si tiene il presidio dei portuali, delle associazioni per i diritti umani e Genova antifascista. In mattinata si terrà l’incontro tra la Cgil e la prefettura che nei giorni scorsi aveva fatto sapere – dopo verifiche con la Delta, l’agenzia marittima che rappresenta la saudita Bahri – che la nave non avrebbe caricato nel porto ligure materiale bellico. Ma il Collettivo autonomo dei lavoratori portuali aveva pubblicato sabato su Facebook le foto del carico che attendeva la Bahri Yanbu: materiale apparentemente civile, un generatore di corrente, ma prodotto da un’azienda italiana, la Teknel, fondata nel 1973, accreditata dalla Nato e produttrice di sistemi militari e stazioni di controllo per droni.

Una delle foto scattate dal Calp: il carico per la Bahri Yanbu

“La nave è entrata in porto e ha accostato perché questo è un diritto assoluto – dicono i portuali in sciopero – Solo Salvini pensa di poter chiudere i porti e non far entrare navi, e in quel caso a bordo non ci sono armi come qui a Genova bensì persone. Lo abbiamo ribadito più volte: porti aperti alle persone, chiusi alle armi”.

Sulla banchina sul lungomare Canepa, accanto al Collettivo autonomo e alla Filt-Cgil, ci sono Libera, Acli, salesiani del Don Bosco, comunità di San Benedetto e altre organizzazioni pacifiste. “Abbiamo saputo che qui a Genova, oltre a materiale di impiantistica civile, era previsto anche il carico di un generatore elettrico che viene utilizzato per scopi militari – ha spiegato alla stampa Enrico Ascheri, Filt Cgil, che dopo aver lanciato la protesta l’aveva messa in stand by per le rassicurazioni della prefettura – A questo punto non ci stiamo, le rassicurazioni che ci hanno fornito non valgono più niente, la nave non si carica”.

Non cessa dunque la mobilitazione, di fatto europea, contro la Bahri Yanbu e quel che rappresenta: la guerra della petromonarchia Saud alla popolazione civile yemenita. Ad Anversa aveva incontrato la protesta delle organizzazioni e gli attivisti belgi, ma aveva comunque caricato – sembra – munizioni. A Le Havre non è riuscita ad attraccare, restando a 25 km dalla costa francese, a causa della protesta di lavoratori portuali e pacifisti. Poi Santander, per uno scalo tecnico, anche qui “accolta” dalle contestazioni.

Altra foto del Collettivo autonomo portuali che mostra la provenienza del carico

Un atto senza precedenti che vede unito il movimento dei lavoratori alle organizzazioni che da tempo si battono contro la campagna militare saudita in Yemen, capaci – insieme a diverse inchieste giornalistiche – di provare l’uso di armi prodotte in Europa nel massacro di civili. In Italia la “merce” arriva dalla Sardegna, dalla filiale tedesca della Rwm a Domusnovas, per la cui riconversione combattono da anni le organizzazioni locali.

Il timore, concreto, è che a Genova – o comunque in Italia, si parla di un secondo scalo della Bahri Yanbu a La Spezia o a Cagliari – possa caricare altre armi o equipaggiamento destinato all’esercito saudita. A dare informazioni in più è Opal, l’Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche di sicurezza e difesa: “Teknel ha richiesto e ottenuto nel 2018 un’autorizzazione all’esportazione per un controvalore complessivo di € 7.829.780, riguardante 18 gruppi elettrogeni su trailer, dotati di palo telescopico per illuminazione, che alimentano 18 shelter per comunicazione, comando e controllo, e relative parti di ricambio; ciascuno di questi shelter è in grado di gestire UAV (droni), comunicazioni e centri di comando aereo e terrestre. Questo materiale militare è stato venduto all’Arabia Saudita e le consegne, cominciate nel 2018, sono ancora in corso”. Nena News

Alla finale di sabato sera, nei momenti finali, la band islandese Hatari ha sfidato gli organizzatori del contest. Che ora annuncia “conseguenze”. Ma non è andata giù nemmeno la performance di Madonna, tra maschere anti-gas e ballerini con le bandiere di Palestina e Israele

In uno fermo-immagine il momento in cui la band islandese Hatari mostra la bandiera della Palestina a Eurovision

della redazione

Roma, 20 maggio 2019, Nena News – Israele ha fatto di tutto per salvaguardare l’immagine che voleva dare di sé sul palcoscenico internazionale di Eurovision: ha dispiegato truppe lungo il confine con Gaza, messo in allerta il sistema di difesa Iron Dome contro eventuali razzi palestinesi, ha organizzato party all’Eurovillage.

Ma la vetrina sognata è stata messa in crisi fin dal primo giorno con contestazioni “in casa”: attivisti israeliani e palestinesi hanno organizzato presidi e manifestazioni contro l’occupazione dei Territori Occupati e il regime di apartheid di cui accusano Tel Aviv, mentre nella Striscia veniva lanciato il contest alternativo Gazavision. E sui social in tanti hanno preso parte alla contestazione.

Che alla fine è arrivata sul palco dell’Eurovillage, negli ultimi momenti della finalissima di sabato sera. Ci hanno pensato gli Hatari, band punk islandese che, mentre veniva annunciato il loro voto, ha tirato fuori la nota sciarpa con i colori della bandiera palestina e la scritta “Palestine” in diretta tv.  

Il pubblico ha fischiato e la regia ha subito virato le telecamere su Bar Rafaeli e Ezra Tel, sul palco. Ma ormai quell’immagine era apparsa, “screenshottata” e rilanciata sui social di mezzo mondo. A nulla sono serviti nemmeno i tentativi, denunciati dalla band, delle guardie di sicurezza di strappargli le bandiere.

E ora arriva la punizione: Eurovision ha annunciato “conseguenze” per l’azione di Hatari. Saranno discusse dal comitato esecutivo del contest canoro, scrive l’organizzazione in una nota: “I banner sono stati velocemente rimossi e le conseguenze di questa azione saranno discusse. Il contest Eurovision è un evento non politico e questo (atto) contraddice direttamente le regole del contest”.

Non politico a senso unico, vista la possibilità garantita a Israele di usare quel palcoscenico di luci e lustrini per raccontare la sua narrazione. Gli Hatari hanno esposto la contraddizione, in diretta europea. Chi lo ha fatto con meno radicalismo è stata Madonna, facendo comunque infuriare gli organizzatori: oggetto delle pressioni del Bds e di altri artisti internazionali che le chiedevano di non prendere parte allo show, la cantante americane è andata comunque a Tel Aviv – dietro lauto compenso – e nel finale della sua esibizione ha portato sul balco due ballerini abbracciati, con attaccati sulle spalle la bandiera di Israele e quella della Palestina.

Altri ballerini, intanto, cadevano a terra con indosso maschere anti-gas e, in chiusura, Madonna e il rapper statunitense Quavo camminavano sul palco con dietro la scritta “Wake up”.

Un atto che in molti definiscono normalizzazione dell’occupazione, ma che comunque non è andato giù all’organizzazione del contest: “Questo elemento della performance – hanno detto gli organizzatori – non era parte delle prove che erano state fatte. Eurovision non è un evento politico e Madonna lo sapeva”.

Nelle stesse ore, a Gaza, si teneva la finale del Gazavision, iniziativa alternativa lanciata dal movimento #WeAreNotNumbers: i musicisti palestinesi hanno suonato tra le macerie delle case distrutte dall’ultima campagna militare israeliana, nei giorni tra il 4 e il 6 maggio, nel quale sono stati uccisi 25 palestinesi. Nena News

Il parlamento tedesco approva una mozione bipartisan che definisce antisemitismo l’attività della campagna di boicottaggio dello Stato di Israele. Un precedente in Europa per altre legge simili, mentre crescono i casi di processi a chi critica le politiche israeliane

di Middle East Monitor

(traduzione di Amedeo Rossi – Zeitun)

Roma, 20 maggio 2019, Nena News – Venerdì scorso la Germania ha votato per definire antisemita il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (Bds), diventando il primo importante parlamento europeo a farlo.

Il parlamento tedesco – noto come Bundestag – ha votato per accettare una mozione che definisce antisemita il Bds. Questa mozione, “Resistere al movimento BDS – lottare contro l’antisemitismo”, è stata promossa dai due maggiori partiti del Bundestag – l’Unione Cristiano Democratica della cancelliera Angela Merkel e il Partito Socialdemocratico – così come dal Partito Verde e dal Partito Liberal-Democratico.

Il testo della mozione afferma: “Il Bundestag tedesco è risoluto nel suo impegno a condannare e combattere l’antisemitismo in tutte le sue forme”, sottolineando che si opporrà “a chiunque diffami le persone per la loro identità ebraica (…) [e] metta in discussione il diritto dello Stato ebraico e democratico di Israele ad esistere o il diritto di Israele a difendersi”.

In particolare, sul movimento Bds la mozione sostiene che “gli argomenti, le caratteristiche e i metodi del movimento Bds sono antisemiti.” Come prova di ciò la mozione sostiene che gli adesivi “non comprare” del Bds – che intendono identificare prodotti di origine israeliana in modo che i consumatori possano evitare di comprarli – “risvegliano reminiscenze dello slogan nazista “non comprare dagli ebrei” e “ricordano il periodo più orribile della storia tedesca.”

Benché la mozione non sia vincolante, la sua importanza sia all’interno della Germania che in tutta Europa sarà probabilmente notevole.

In termini concreti, Algemeiner [giornale tedesco filoisraeliano online, ndtr.] spiega che l’odierna approvazione della mozione “impedirà a ‘organizzazioni che si esprimono in termini antisemiti o mettono in dubbio il diritto all’esistenza di Israele’ l’uso di ‘locali e strutture che dipendono dall’amministrazione del Bunderstag’”. Imporrà anche al Bundestag di “non finanziare organizzazioni che non rispettino il diritto di Israele ad esistere”.

A livello europeo la mozione potrebbe rappresentare un precedente perché altri parlamenti definiscano antisemita il Bds. Negli scorsi anni parecchi Paesi europei hanno cercato di reprimere il movimento, in particolare la Spagna che, su richiesta di Israele, ha trascinato in tribunale una serie di consigli comunali perché avevano annunciato che avrebbero appoggiato un boicottaggio.

L’iniziativa potrebbe anche aprire la strada al fatto che altri gruppi vengano etichettati come antisemiti per le loro critiche contro Israele. Sostenendo che “lo Stato di Israele può anche essere inteso come una collettività ebraica”, l’approvazione della mozione restringerà ulteriormente lo spazio di critica al governo israeliano e alle sue politiche confondendolo con la retorica antisemita.

Venerdì il Bundestag ha anche votato su altre due risoluzioni contro il Bds: la prima che è stata presentata dal [partito di] estrema destra Alternativa per la Germania (AfD), in cui si chiede che il governo tedesco metta fuorilegge il Bds nel suo complesso, mentre la seconda, proposta dal partito di sinistra Die Linke [La Sinistra], chiede al governo di condannare “l’antisemitismo all’interno del” movimento Bds.

Quella dell’AfD [Alternative fur Deutchland, ndtr.], chiede che il governo tedesco “proibisca” il Bds e “riconosca l’ingiustizia commessa contro i coloni ebrei in Palestina dall’appello arabo per il boicottaggio, in cooperazione e coordinamento con il regime nazista.”

Denuncia la distinzione tra Israele e le sue colonie illegali, compresa l’etichettatura da parte dell’Unione Europea dei prodotti israeliani delle colonie in Cisgiordania. Sostiene che, con l’etichettatura dei prodotti come tali, l’Ue ha creato un “riconoscimento economico di fatto” di uno Stato palestinese indipendente “senza che questo sia stato in alcun modo legittimato.”

Al momento della stesura di questo articolo il risultato del voto sulla risoluzione proposta dall’AfD non è ancora stato reso noto [non è stata approvata, ndtr.]. La mozione della Linke, comunque, è stata respinta.

La Germania ha condotto a lungo una campagna contro il Bds. Algemeiner ha informato che lo scorso mese membri del Bundestag hanno chiesto che “la banca tedesca GLS – la banca di investimenti etici più antica del Paese – chiuda i conti di un gruppo a favore del Bds che si chiama ‘Voce Ebraica’”.

A marzo tre attivisti Bds sono stati processati per accuse inventate di violazione di domicilio e aggressione dopo che avevano protestato contro la politica israeliana Aliza Lavie [del partito di centro Yesh Atid, ndtr.], che nel 2017 aveva parlato all’università Humboldt di Berlino. Gli Humboldt, come sono stati definiti – l’attivista palestinese Majid Abusalama e gli attivisti israeliani Ronnie Barkan e Stavit Sinai – hanno affermato che “lanciare accuse penali contro attivisti è una pratica comune e costante in Germania”.

Hanno aggiunto: “Tuttavia noi siamo determinati a utilizzare il nostro relativo privilegio per capovolgere la situazione e denunciare Israele in tribunale. Non ci preoccupiamo delle conseguenze per noi, ma dell’opportunità di sfidare Israele e la complicità della Germania in crimini contro l’umanità”.

La maggior parte di questa repressione avviene su richiesta di Israele, con cui la Germania ha storicamente mantenuto stretti rapporti. A ottobre il ministro israeliano per Gerusalemme, Ze’ev Elkin, ha partecipato a una conferenza nella capitale belga Bruxelles nel tentativo di convincere i partiti politici europei a definire antisemita il Bds. L’iniziativa è stata vista come un’escalation della guerra di Israele contro il Bds, per cui avrebbe stanziato un fondo di guerra di 72 milioni di dollari e che ha visto numerose campagne di calunnia lanciate contro attivisti affiliati al movimento.

Da alcuni giorni vengono distribuiti 11 milioni dollari giunti da Doha destinati a 108mila famiglie che vivono in condizioni di estrema indigenza. Ogni famiglia riceve 100 dollari con cui affrontare le necessità più urgenti

foto di Ibraheem Abu Mustafa/Reuters

della redazione

Gerusalemme, 18 maggio 2019, Nena News - L’emiro del Qatar ha mantenuto le promesse fatte dopo l’ultima escalation a Gaza tra Israele e le formazioni armate palestinesi. Oltre all’aiuto, 15 milioni al mese per sei mesi, che ha già elargito dalla fine dello scorso anno per Gaza, ora sono arrivate le prime tranche dei 480 milioni di dollari – 300 per l’Autorità Nazionale a Ramallah e 180 per aiuti umanitari a Gaza – messe a disposizione per coprire in parte i deficit dei due governi palestinesi e permettere il pagamento degli stipendi degli impiegati pubblici e i sussidi alle famiglie più povere. Un aiuto che giunge ancora più gradito in questo periodo in cui i musulmani osservano il Ramadan, un mese che prevede dopo il digiuno dall’alba al tramonto riunioni di famiglia, la preparazione di piatti tradizionali per il pasto serale e l’acquisto di regali per i bambini.

Da alcuni giorni lunghe code si formano già all’alba davanti agli sportelli bancari dove vengono distribuiti 11 milioni dollari giunti da Doha destinati a 108mila famiglie che vivono in condizioni di estrema indigenza. Ogni famiglia riceve 100 dollari con cui affrontare le necessità più urgenti. La distribuzione avviene secondo un elenco alfabetico di nomi pubblicato su internet.

L’ingresso dei fondi del Qatar avviene comunque con l’autorizzazione di Israele che continua il blocco di Gaza controllata da Hamas. Il movimento islamico, attraverso il leader Ismail Haniyeh, ha affermato nei giorni scorsi che la sua forza militare ha imposto “nuovi equilibri” a vantaggio dei palestinesi. La realtà sul terreno dice che per Gaza dopo guerre, scontri e combattimenti pagati a cari prezzo dalla popolazione civile, non è cambiato nulla. Israele continua ad imporre le sue rigide restrizioni a questo piccolo territorio palestinese.

Il 13 maggio l’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, ha lanciato un appello per donazioni internazionali pari a 60 milioni di dollari entro la fine del mese, altrimenti a partire da giugno non potrà fornire assistenza alimentare a più di un milione di palestinesi di Gaza. Sono 620.000 i poveri estremi a Gaza che non possono coprire le loro necessità alimentari basilari e devono sopravvivere con 1,6 dollari al giorno, e quasi 390.000 poveri assoluti che sopravvivono con 3,5 dollari al giorno. Nena News

 

Chantal Biya in un certo senso umanizza il marito, un enigmatico capo di stato noto per il suo assenteismo, i silenzi e la distanza nei confronti dell’arena politica nazionale e internazionale

Chantal e Paul Biya

di Federica Iezzi

Roma, 18 maggio 2019, Nena News – All’ombra di suo marito Paul Biya, la Première Dame di Yaoundé Chantal Biya, ha sviluppato metodicamente le sue reti d’influenza. Non ha nessuna funzione ufficiale e il suo nome non compare nella dettagliata tabella organizzativa della presidenza, ma nei corridoi del palazzo presidenziale di Etoudi, è ormai noto che la seconda moglie del capo di stato può essere un alleato forte.

Oggi Chantal Biya ha poco a che fare con la donna di 24 anni presentata in Camerun in una notte di festa nazionale, nel 1994, dopo un matrimonio a sorpresa, mentre il regime di Paul Biya usciva dalla polemica nata dallo stesso rinnovo del presidente.

Nata a Dimako, un villaggio del Camerun centro-orientale, è entrata a Etoudi come si entra in una fiaba. All’inizio, le sue funzioni erano essenzialmente formali, limitate in pubblico al ruolo di accompagnatore del capo di Stato. Ma la giovane donna imparò i codici della politica e fu in grado di trovare un posto nonostante le insidie. È la rivelazione di un vero polo di potere. La sua influenza sul marito di 86 anni dà origine a ogni tipo di speculazione.

Alla fine del 2016, fu addirittura suggerito che il suo ruolo dovesse essere regolarizzato dalla legge. Ma la proposta suscitò immediate critiche nei media dell’opposizione, preoccupati che la sua autorità sarebbe stata rafforzata. La sua immediata partecipazione agli affari pubblici la trasformò in un oggetto di attenzione popolare e di interesse mediatico sostenuto, che servì a rafforzare il culto della coppia presidenziale.

La Première Dame segna una società destabilizzata dalle dinamiche di sopravvivenza e una transizione sociale quasi anomala da un punto di vista relazionale e politico. La relativa simpatia popolare di cui gode è simboleggiata da un soprannome che unisce tenerezza, umorismo, ironia e scherno nei confronti del potere ‘Chantou’.

Chantal Biya umanizza in un certo senso un enigmatico capo di stato il cui assenteismo, i silenzi e la distanza nei confronti dell’arena politica nazionale e internazionale, rimangono parte integrante dello spettro politico camerunense.

Dopo il trauma del colpo di stato abortito nell’aprile 1984, la pressione popolare e internazionale ha agito per la democratizzazione del regime Biya, che poi ha attraversato una crisi politica acuta dal 1990 al 1993. È proprio in questa atmosfera tumultuosa sociale e politica che Paul Biya ha preso il potere ed è in questo contesto che Chantal Biya ha sequestrato progressivamente spazio mediatico.

Attraverso la guida di tre organizzazioni non governative (Fondation Chantal-Biya, Cercle des amis du Cameroun, Synergies africaines) l’azione della First Lady, si rivolge ai principali settori sociali particolarmente colpiti dalla crisi camerunense: salute e istruzione.

Particolarmente significativa rimane la posizione della signora Biya nell’associazione Synergies africaines, composta dalle mogli dei capi di stato, il cui lavoro si concentra sulla lotta contro l’AIDS. Chantal Biya è diventata la figura emblematica della lotta contro la pandemia dell’AIDS dal 2001.

A ruota, la Fondation Chantal-Biya si è posizionata nel circuito internazionale UNAIDS, stringendo importanti collaborazioni, ad esempio con la Glaxo Smith Kline Foundation, per dar vita ad un programma verticale contro l’infezione di bambini le cui madri sono sieropositive

Invece, attraverso il Cercle des amis du Cameroun la First Lady ha sviluppato programmi per migliori studenti, occupandosi delle forniture scolastiche, concesse con l’aiuto di una casa editrice francese. Nena News

 

 

Il Consiglio militare transitorio mette in stand by l’accordo di transizione accusando i manifestanti di bloccare le strade e aggredire i soldati. L’Alliance for Freedom and Change ribatte: sono stati i militari a sparare sui manifestanti. Ora l’intesa è in bilico

Manifestanti sudanesi sul ponte al-Mek Nimir a Khartoum (Foto: Ani News)

della redazione

Roma, 17 maggio 2019, Nena News – Sembrava fatta e invece non lo è: ieri il Consiglio militare transitorio (Tmc), rappresentante dell’esercito nel post-golpe, ha annunciato la sospensione dei negoziati in corso con l’Alliance for Freedom and Change sul processo di transizione. Sospensione di 72 ore dopo che l’accordo sembrava essere stato ormai raggiunto.

A frenare, secondo l’esercito, sono state le nuove proteste che hanno interessato il paese. O meglio, il fatto che non siano terminate: il capo del Tmc, Abdel Fattah al Burhan, in tv ha citato chiusura di strade, sospensione dei treni, blocco del traffico, e “provocazioni e insulti gratuiti contro le forze armate e le Rsd”. Ovvero, le milizie dell’intelligence che in questi mesi si sono rese responsabili di assalti ai manifestanti e in alcuni casi di uccisioni in piazza.

“L’Alliance ha stilato un calendario per fermare l’escalation in concomitanza con i negoziati – ha detto al Burhan – Tuttavia la situazione è peggiorata. La retorica ostile ha creato uno stato di caos generale e illegalità diffusa che ha favorito l’infiltrazione di elementi armati nel sito di protesta nei dintorni di essa. Tutti questi (sviluppi) hanno portato al venir meno della rivoluzione pacifica”.

Tutto sospeso, dunque, fino al ritorno della calma. La minaccia è velata ma preoccupante: le forze armate, che hanno dovuto cedere su molti punti a favore delle opposizioni dopo la deposizione e l’arresto di Bashir sia per le forti pressioni interne che per quelle esterne, potrebbero sfruttare un qualsiasi pretesto per un colpo di mano. Lo sanno le opposizioni che hanno subito criticato la sospensione dei negoziati e ricordato “la pacatezza (della rivoluzione), un salvagente per i popoli vulnerabili dalla tirannia dei governanti tirannici e un’arma che sconfigge i più grandi arsenali e scuote i troni dei tiranni”.

La decisione dell’esercito, dice l’Alliance, è “spiacevole, ignora gli sviluppi raggiunti nei negoziati e il fatto che l’incontro di mercoledì doveva finalizzare l’accordo che avrebbe fermato l’escalation, compresi i blocchi delle strade”. Per cui si avanti con il sit-in di Khartoum, davanti alla sede delle forze armate ormai da settimane.

E’ qui, denuncia il movimento popolare, che i manifestanti sono stati di nuovo aggrediti mercoledì: 14 i feriti. “Riteniamo il Consiglio militare responsabile degli attacchi ai civili – ha detto Amjad Farid, portavoce della Spa, la Sudanese Professionals’ Association, leader delle proteste fin dallo scorso dicembre – Usano gli stessi metodi del vecchio regime nell’affrontare i ribelli”. I manifestanti aggiungono: veicoli con il logo delle Rsf hanno aperto il fuoco su Via al-Mek Nimir, nel centro di Khartoum, a poca distanza dalla sede del ministero degli Esteri.

Resta da vedere cosa ne sarà di quell’accordo raggiunto tra lunedì e martedì  tra Tmc e Alliance che prevede tre anni di transizione guidati da un governo completamente civile, un Consiglio supremo con poteri simbolici e un parlamento da 300 membri di cui due terzi destinati alle opposizioni. Ma, seppur raggiunta, l’intesa va finalizzata: martedì si era parlato di 24 ore per definire i dettagli: mercoledì la data finale. Ma il dialogo è sospeso e con esso è sospeso il via a quel periodo di transizione che nei primi sei mesi dovrebbe essere dedicato alla pacificazione delle zone del paese in conflitto, dove sono attivi gruppi armati. Nena News

 

La Bahri Yanbu è partita dal terminal militare Usa Sunny Point e ha caricato munizioni ad Anversa. Ong e portuali si mobilitano: «La tappa di Genova era già prevista: se entra in porto è probabile che carichi qualcosa». Intanto in Yemen Riyadh bombarda la capitale Sana’a: sei morti, tutti civili

Il cargo saudita Bahri Yanbu

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 17 maggio 2019, Nena News – Ieri la Bahri Yanbu, il cargo saudita in viaggio verso le coste italiane, era data dagli strumenti di geolocalizzazione a tre giorni e mezzo di navigazione da Genova: attracco previsto per lunedì mattina alle 8. Previsto ma non assicurato: cresce la mobilitazione per impedire l’arrivo della nave, 225 metri di lunghezza, nota trasportatrice di armi grazie alla possibilità di effettuare carichi Roll-on/roll-off (rampe per l’imbarco, si evita la gru) ed heavy-lift speciali (con sollevamento).

Di proprietà della più grande compagnia di trasporti marittimi saudita, la Bahri, nata nel 1978 con decreto regio saudita e oggi semi-statale (il 22% è controllato dal Public Investment Fund, il 20% dalla compagnia petrolifera Aramco e il resto da Tadawul, la borsa valori di Riyadh), Bahri Yanbu è partita dal porto statunitense di Corpus Christi a inizio aprile, si è fermata al terminal militare Usa di Sunny Point (tra i più grandi al mondo) in North Carolina e poi si è messa in viaggio verso l’Europa. Prima tappa, il 4 maggio, Anversa in Belgio: qui, denunciano attivisti belgi, avrebbe caricato a bordo sei container di munizioni.

Quattro giorni dopo sarebbe dovuta attraccare a Le Havre, presumibilmente per caricare otto cannoni semoventi Caesar da 155 mm della Nexter. Ma non ha fatto i conti con i gruppi francesi per i diritti umani: gli operai del porto hanno rifiutato di far attraccare la nave (costretta a lanciare l’ancòra a 25 km dalla costa) e l’associazione Acat ha presentato ricorso legale.

Il giudice lo ha bocciato, ma ormai la Bahri Yanbu aveva già ripreso il mare verso il porto spagnolo di Santander, dove ha provocato una seconda mobilitazione, quella degli attivisti spagnoli. Ora è diretta al porto di Genova, penultima destinazione prima della meta finale, la saudita Gedda, sul Mar Rosso.

Immediata la levata di scudi delle associazioni che si battono contro la vendita di armi alla petromonarchia, dal 2015 impegnata in una feroce offensiva militare contro lo Yemen. Amnesty International, il Comitato per la riconversione Rwm, Finanza Etica, Movimento dei Focolari, Oxfam, Rete della Pace, Rete Disarmo e Save the Children avvertono del pericolo: «È reale e preoccupante la possibilità – scrivono – che anche a Genova possano essere caricate armi e munizionamento militare. Negli ultimi anni è stato accertato da numerosi osservatori indipendenti l’utilizzo contro la popolazione civile yemenita di bombe prodotte dalla Rwm Italia».

Il riferimento è alla filiale sarda, a Domusnovas, della compagnia tedesca e alle prove dell’uso delle bombe lì prodotte in raid che hanno ucciso civili yemeniti. Esportazioni in violazione della legge italiana 185 del 1990 contro la vendita di armi a paesi in guerra o responsabili di abusi dei diritti umani.

«Cosa trasporta quella nave – ci dice Angelo Cremone di Sardegna Pulita – dovrebbe dircelo la dogana: cosa transita per un porto italiano non può essere un segreto. Il sospetto è forte: dalla Sardegna le armi partono via nave».

«Non sappiamo con cosa la Bahri Yanbu sia partita dagli Stati uniti ma certamente non è partita vuota – ci spiega Riccardo Noury, di Amnesty Italia – In Belgio ha caricato otto container, è stato fatto pubblicamente. Nel documento che accompagna la navigazione, la tappa di Genova era già prevista: se entra in porto è probabile che carichi qualcosa. Una qualche autorità italiana dovrebbe salire a bordo per ispezionare la nave».

Al momento quelle autorità restano vaghe: «Stiamo facendo approfondimenti – ha detto ieri la prefetta di Genova, Fiamma Spena – È prematuro ora fare valutazioni. Dobbiamo vedere quali sono le finalità della nave, se viene per una sosta tecnica o per altri motivi».

«Dal punto di vista tecnico nautico se la nave ha i requisiti per entrare in porto, come già avvenuto in passato, avrà l’autorizzazione», il commento di Nicola Carlone, comandante della Guarda costiera ligure.

In serata è arrivata la comunicazione della prefettura: «Non ci sono rilievi che possono impedire l’attracco del cargo Bahri Yanbu e a Genova caricherà solo materiale civile e non militare».

Un dubbio lo solleva l’ex presidente della Regione Sardegna Mauro Piri su Fb: «Così come successo 10 giorni fa la nave saudita dichiarava di andare a Genova ma poi in realtà aveva effettuato il carico più importante a Cagliari. Tra meno di 48 ore dovrebbe arrivare in rada a Cagliari per caricare bombe Rwm».

Intanto in Yemen la guerra continua. Ieri i caccia sauditi hanno colpito ripetutamente la capitale Sana’a: «Sotto le macerie abbiamo trovato bambini, donne, uomini. Il raid aereo li ha colpiti mentre dormivano». Ahmed al-Shamiri, residente nel quartiere di al-Raqas a Sana’a, all’Afp racconta i momenti subito successivi a uno degli 11 bombardamenti sauditi.

Il bilancio è 52 feriti e sei morti, tutti civili, membri della stessa famiglia. Quattro erano bambini. «Non ci sono target militari qui», denuncia la giornalista yemenita Afrah Nasser. «Il numero dei morti salirà – avverte un altro reporter, Nasser Arrabyee – I medici stanno ricevendo molti feriti».

Riyadh dà una «giustificazione»: rappresaglia per l’attacco al principale oleodotto saudita (collega l’est all’ovest, con una portata di cinque milioni di barili di petrolio al giorno) che i ribelli Houthi hanno compiuto – e rivendicato – martedì con due droni. Ieri il vice ministro della Difesa saudita, Khalid bin Salman, accusava l’Iran di esserne il mandante.

Ma Sana’a non è stato il solo target: nelle stesse ore i caccia dei Saud hanno realizzato altri otto raid nelle porzioni di territorio controllate dal movimento Ansar Allah, braccio politico degli Houthi. Il tutto a meno di 24 ore dal ritiro dei ribelli dalla città portuale di Hodeidah e dagli scali di Saleef e Ras Isa, sul Mar Rosso. Ad annunciarlo, mercoledì, è stato il comandante della missione Onu, Michael Lollesgaard, che venerdì scorso aveva reso nota la decisione unilaterale del movimento.

Un atto di buona volontà per facilitare il dialogo con il governo filo-saudita: la consegna della gestione dei porti alla Guardia costiera, con l’Onu a far da supervisore. Il governo, però, non apprezza: la Guardia costiera, dice, è troppo vicina agli Houthi. Più felici i 600mila residenti di Hodeidah, da mesi teatro della battaglia: ora sperano in una tregua vera.

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

Il piano di Trump è la benedizione americana al furto di terre e alla ghettizzazione dei palestinesi da parte di Israele. Negli ultimi 18 mesi Washington sembra aver iniziato ad applicare il piano anche se non l’ha ancora reso pubblico

di Jonathan Cook – Middle East Eye

(traduzione di Amedeo Rossi – Zeitun

Roma, 17 maggio 2019, Nena News – Un rapporto pubblicato questa settimana dal giornale Israel Hayom che svelerebbe in apparenza “l’accordo del secolo” di Donald Trump dà l’impressione di un piano di pace che avrebbe potuto essere elaborato da un agente immobiliare o da un venditore di automobili.

Ma se l’autenticità del documento non è dimostrata, e al contrario persino messa in discussione, esistono seri motivi per credere che apra la strada a ogni futura dichiarazione dell’ amministrazione Trump.

Grande Israele

Si tratta soprattutto di una sintesi della maggior parte delle pretese della destra israeliana per la creazione del Grande Israele, con qualche concessione destinata ad ammansire i palestinesi – la maggior parte delle quali con l’obiettivo di alleggerire parzialmente lo strangolamento dell’economia palestinese da parte di Israele.

È esattamente ciò a cui assomiglierebbe l’“accordo del secolo” in base alle dichiarazioni del mese scorso di Jared Kushner che davano un primo quadro di questo piano.

L’organo di stampa che ha pubblicato la fuga di notizie è altrettanto significativo: Israel Hayom. Questo giornale israeliano appartiene a Sheldon Adelson, un miliardario americano dei casinò, uno dei principali donatori del partito repubblicano [USA, ndtr.] e uno dei maggiori finanziatori della campagna elettorale di Trump per la campagna presidenziale.

Adelson è anche un fedele alleato del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Nell’ultimo decennio il suo giornale non ha fatto altro che servire da portavoce dei governi ultranazionalisti di Netanyahu.

Netanyahu responsabile della fuga di notizie?

Adelson e Israel Hayom  hanno facile accesso alle figure più rappresentative delle amministrazioni americana e israeliana. Ed è stato ampiamente denunciato che nel giornale si scrivono poche cose interessanti senza che non siano state approvate in precedenza da Netanyahu o dal suo proprietario all’estero.

Il giornale ha rimesso in dubbio l’autenticità e la credibilità del documento, che è stato diffuso sulle piattaforme delle reti sociali, suggerendo persino che “è assolutamente possibile che il documento sia un falso” e che il ministero degli Esteri israeliano aveva deciso di occuparsi della questione.

La Casa Bianca aveva già informato che, dopo lunghi rinvii, aveva l’intenzione di svelare finalmente “l’accordo del secolo” il mese prossimo, dopo la fine del mese sacro per i musulmani del Ramadan.

Un responsabile anonimo della Casa Bianca ha dichiarato al giornale che il documento divulgato era “ipotetico” e “inesatto” – il genere di debole smentita che potrebbe ugualmente significare che il rapporto è, in effetti, in gran parte esatto.

Se il documento si rivela autentico, Netanyahu sembra essere il colpevole più probabile della divulgazione. Ha supervisionato il ministero degli Esteri per anni e Israel Hayom è spesso definito come il “Bibiton”, o il giornale di Bibi, dal soprannome del primo ministro.

Tastare il terreno

Il presunto documento, come l’ha pubblicato Israel Hayom, sarebbe un disastro per i palestinesi. Supponendo che Netanyahu ne approvi la divulgazione, le sue motivazioni non sarebbero forse molto difficili da individuare.

Da un certo punto di vista la divulgazione potrebbe costituire un mezzo efficace per Netanyahu e l’amministrazione Trump per tastare il terreno, per lanciare un ballon d’essai e decidere se osare pubblicare il documento così com’è o se devono apportarvi delle modifiche.

Ma è anche possibile che Netanyahu sia forse arrivato alla conclusione che mettere palesemente in pratica l’essenza di quello che già riesce a fare di nascosto potrebbe avere un prezzo non gradito – un prezzo che al momento potrebbe preferire evitare.

La fuga di notizie intende provocare un’opposizione anticipata al piano che arrivi sia da Israele che dai palestinesi e dal mondo arabo, nella speranza di impedire chee venga reso pubblico?

Forse ha sperato che le indiscrezioni, e la reazione che esse suscitano, obblighino la squadra di Trump per il Medio Oriente a rimandare di nuovo la pubblicazione del piano o a impedirne totalmente la diffusione.

Tuttavia, che “l’accordo del secolo” sia o no svelato tra poco, il documento divulgato – se è autentico – dà un’idea plausibile del pensiero dell’amministrazione Trump.

Dato che la squadra di Trump per il Medio oriente sembra aver cominciato ad applicare il piano, anche se quest’ultimo non è stato reso pubblico, durante gli ultimi otto mesi – dallo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme al riconoscimento dell’illegale annessione da parte di Israele delle alture siriane del Golan – questa fuga di notizie permette di far luce su come si articolerebbe la “soluzione” americano-israeliana del conflitto israelo-palestinese.

Annessione della Cisgiordania

L’entità palestinese proposta sarebbe denominata “Nuova Palestina”, ciò che costituirebbe probabilmente una pagina del manuale di strategia di Tony Blair, ex-primo ministro britannico diventato ambasciatore della comunità internazionale in Medio oriente dal 2007 al 2015.

Negli anni ’90 Blair ha allontanato il suo stesso partito, il partito Laburista, dalla sua tradizione socialista, poi lo ha ribattezzato il partito favorevole alle imprese, che ha dato come risultato – sbiadita copia di quello che era – il “New Labour”.

Il nome “Nuova Palestina” maschera efficacemente il fatto che questa entità demilitarizzata sarebbe sprovvista dei caratteri e dei poteri normalmente attribuiti a uno Stato. Secondo le rivelazioni, la Nuova Palestina non esisterebbe che su un’infima frazione della Palestina storica.

Tutte le colonie illegali di popolamento in Cisgiordania sarebbero annesse a Israele, ciò che sarebbe in linea con l’impegno preso da Netanyahu poco prima delle elezioni legislative dello scorso mese. Se il territorio annesso comprende la maggior parte della zona C, il 62% della Cisgiordania su cui in base agli accordi di Oslo Israele si è visto accordare un controllo temporaneo e che la destra israeliana intende insistentemente annettere, alla Nuova Palestina resterebbe il controllo del 12% della Palestina storica.

In altre parole l’amministrazione Trump sembra pronta a dare la propria benedizione a un Grande Israele che comprenda l’88% delle terre rubate ai palestinesi nel corso degli ultimi 70 anni.

“Nuova Palestina”

Ma è molto peggio di questo. La Nuova Palestina esisterebbe sotto forma di una serie di cantoni separati, o Bantustan, circondati da un oceano di colonie israeliane – ormai definite parte di Israele. L’entità sarebbe fatta a pezzi e tagliata come nessun altro Paese al mondo.

La Nuova Palestina non avrebbe un esercito, ma solo una forza di polizia con armi leggere. Non potrebbe agire che come una serie di municipalità scollegate tra loro.

In realtà è difficile immaginare come la “Nuova Palestina” cambierebbe in modo sostanziale la triste situazione attuale dei palestinesi. Non si potrebbero spostare tra questi cantoni se non attraverso lunghi giri, delle circonvallazioni e dei tunnel. Più o meno come ora.

Municipalità osannate

Il solo vantaggio proposto dal presunto documento è un progetto di bustarelle proveniente dagli Stati Uniti, dall’Europa e da altri Stati sviluppati, anche se finanziato principalmente dai ricchi Stati petroliferi del Golfo, in modo da alleviare la loro coscienza per aver spogliato i palestinesi delle loro terre e della loro sovranità.

Questi Stati forniranno 30 miliardi di dollari (26 miliardi di euro) in cinque anni per aiutare la Nuova Palestina a creare e a gestire i suoi municipi osannati. Se vi sembra una grossa somma di denaro, ricordatevi che ciò rappresenta otto miliardi di dollari in meno rispetto all’aiuto che gli Stati Uniti consegnano da un decennio a Israele per comprare armi e aerei da guerra.

Nel documento non compare chiaramente quello che succederà alla Nuova Palestina dopo questo periodo di 5 anni. Ma, considerato che il 12% della Palestina storica attribuita ai palestinesi costituisce il territorio più povero di risorse della regione – privato da Israele di risorse idriche, di coesione economica e di risorse chiave utilizzabili come le cave della Cisgiordania – è difficile non vedere il naufragio annunciato dell’entità dopo l’affievolirsi del flusso iniziale di denaro.

Anche se la comunità internazionale accettasse di destinare più soldi, la Nuova Palestina sarebbe per sempre totalmente dipendente dagli aiuti.

Gli Stati Uniti e altri Paesi sarebbero in grado di aprire o chiudere i rubinetti in base al “buon comportamento” dei palestinesi – come avviene attualmente. I palestinesi vivrebbero in modo permanente nel timore per le conseguenze delle critiche dei guardiani della loro prigione.

Fedele al suo impegno di far pagare al Messico la costruzione del muro lungo la frontiera sud degli Stati Uniti, a quanto pare Trump vorrebbe che l’entità palestinese pagasse Israele per fornirle una sicurezza militare. In altri termini, gran parte di questo aiuto di 30 miliardi di dollari ai palestinesi si ritroverebbe probabilmente nelle tasche dell’esercito israeliano.

È interessante notare che il presunto articolo sostiene che sono gli Stati produttori di petrolio, e non i palestinesi, che sarebbero i “principali beneficiari” dell’accordo. Ciò indica come l’accordo di Trump sia venduto agli Stati del Golfo: è un’occasione per loro di legarsi totalmente a Israele, alla sua tecnologia e alle sue capacità militari, in modo che il Medio oriente possa seguire le orme delle “tigri economiche” dell’Asia.

Pulizia etnica a Gerusalemme

Gerusalemme è descritta come una “capitale condivisa”, ma le clausole scritte in piccolo dicono tutt’altro. Gerusalemme non sarebbe divisa, con da una parte l’est palestinese e dall’altra l’ovest israeliano, come per lo più si era previsto. Invece di ciò, la città sarebbe diretta da una municipalità unificata sotto controllo israeliano. Esattamente come ora.

La sola concessione significativa ai palestinesi sarebbe che gli israeliani non sarebbero autorizzati a comprare case palestinesi, impedendo – almeno in teoria – l’assunzione del controllo di Gerusalemme est in modo più pesante da parte dei coloni ebrei.

Ma, dato che in cambio i palestinesi non sarebbero autorizzati a comprare delle case israeliane e che la popolazione palestinese a Gerusalemme est soffre già di una grave carenza di alloggi e che un’amministrazione comunale israeliana avrebbe il potere di decidere dove le case potrebbero essere costruite e per chi, è facile immaginare che la situazione attuale – Israele che si serve del controllo della gestione del territorio per cacciare i palestinesi da Gerusalemme – semplicemente continuerebbe.

In più, siccome i palestinesi a Gerusalemme sarebbero dei cittadini della Nuova Palestina, e non di Israele, quelli che sarebbero incapaci di installarsi in una Gerusalemme sotto dominazione israeliana non avrebbero altra scelta che emigrare in Cisgiordania. Sarebbe esattamente la stessa forma di pulizia etnica burocratica che i palestinesi stanno sperimentando attualmente.

Gaza aperta verso il Sinai

Riprendendo le recenti affermazioni di Jared Kushner, genero di Trump e consigliere per il Medio oriente, i vantaggi del piano per i palestinesi sono tutti legati ai potenziali utili economici e non politici.

I palestinesi sarebbero autorizzati a lavorare in Israele, come avveniva normalmente prima di Oslo, e verosimilmente, come allora, unicamente nei lavori peggio pagati e più precari, nei cantieri edili e in agricoltura.

Un corridoio terrestre, sicuramente sorvegliato da contractors militari israeliani che i palestinesi dovranno pagare, dovrebbe ricollegare Gaza alla Cisgiordania. Confermando informazioni precedenti relative ai progetti dell’amministrazione Trump, Gaza sarebbe aperta al mondo, e sul vicino territorio del Sinai sarebbero creati una zona industriale e un aeroporto.

Questa terra – la cui estensione sarebbe da definire nei negoziati – sarebbe presa in affitto all’Egitto.

Come sottolineato in precedenza da Middle East Eye, tale decisione rischierebbe di incoraggiare progressivamente i palestinesi a considerare il Sinai, invece di Gaza, come il centro della loro vita, un altro mezzo per procedere alla progressiva pulizia etnica.

Nel contempo la Cisgiordania sarebbe collegata alla Giordania da due passaggi di frontiera – probabilmente attraverso corridoi terrestri che attraverserebbero la valle del Giordano, che dovrebbe essere annessa anch’essa a Israele. Di nuovo, con i palestinesi chiusi in cantoni non collegati e circondati dal territorio israeliano, c’è da supporre che con il tempo molti cercherebbero una nuova vita in Giordania.

Nel corso di tre anni i prigionieri politici palestinesi sarebbero liberati dalle prigioni israeliane sotto l’autorità della Nuova Palestina. Tuttavia il piano non dice niente sul diritto al ritorno per i milioni di rifugiati palestinesi, i discendenti di quelli che sono stati cacciati da casa loro durante le guerre del 1948 e del 1967.

Pistola alla tempia

Alla maniera di don Corleone, l’amministrazione Trump sembra pronta a mettere una pistola alla tempia dei dirigenti palestinesi per obbligarli a firmare l’accordo.

Secondo il rapporto divulgato, gli Stati Uniti vieterebbero qualunque trasferimento di denaro ai palestinesi dissidenti, con lo scopo di obbligarli a sottomettersi.

Questo presunto piano esigerebbe che Hamas e la Jihad islamica si disarmino consegnando le loro armi all’Egitto. Se rifiutassero l’accordo, il rapporto sostiene che gli Stati Uniti autorizzerebbero Israele ad “attentare” contro i dirigenti – per mezzo di assassini extragiudiziari che costituiscono da molto tempo il pilastro della politica israeliana riguardo ai due gruppi.

Ciò che è meno credibile è il fatto che il presunto documento suggerisce che la Casa Bianca sarebbe pronta a dimostrare la propria fermezza anche nei confronti di Israele, tagliando l’aiuto americano se Israele non rispettasse i termini dell’accordo.

Dato che Israele ha regolarmente infranto gli accordi di Oslo – e il diritto internazionale – senza dover affrontare gravi sanzioni, è facile immaginare che in pratica gli Stati Uniti troverebbero delle soluzioni per evitare che Israele debba pagare le conseguenze di ogni violazione dell’accordo.

Imprimatur americano

Il presunto documento presenta tutte le caratteristiche del piano Trump, o almeno di una sua versione recente, perché descrive nero su bianco la situazione che Israele ha creato per i palestinesi nel corso di questi ultimi vent’anni.

Ciò dà semplicemente a Israele l’imprimatur ufficiale degli Stati Uniti per il furto massiccio delle terre e la riduzione in cantoni dei palestinesi.

Dunque, se offre alla destra israeliana la maggior parte di quello che vuole, che interesse ha Israel Hayom – portavoce di Netanyahu – a compromettere il suo successo divulgandolo?

Alcune ragioni potrebbero spiegarlo.

Israele ha già raggiunto tutti i suoi obiettivi – rubare la terra, annettere le colonie di insediamento, consolidare il suo controllo esclusivo su Gerusalemme, fare pressione sui palestinesi perché se ne vadano dalla loro terra e partano per gli Stati vicini – senza annunciare ufficialmente che si tratta del suo piano.

Ha realizzato grandi progressi in tutti i suoi obiettivi senza dover ammettere pubblicamente che la creazione di uno Stato per i palestinesi è un’illusione. Per Netanyahu, la questione deve essere sapere perché dovrebbe rendere pubblica la visione globale di Israele quando può essere realizzata di nascosto.

Timore di un contraccolpo

Ma, peggio ancora per Israele, una volta che i palestinesi e il mondo che sta a guardare capiranno che l’attuale situazione catastrofica per i palestinesi non migliorerà, ci sarà probabilmente un contraccolpo.

L’Autorità Nazionale Palestinese potrebbe crollare, la popolazione palestinese scatenerebbe una nuova ribellione, la cosiddetta “opinione pubblica araba” accetterebbe probabilmente questo piano meno di quanto i suoi dirigenti o di quanto Trump non desideri, e gli attivisti solidali in Occidente, soprattutto il movimento per il boicottaggio, beneficerebbero di un’ enorme spinta per la loro causa.

Inoltre sarebbe impossibile per i difensori di Israele continuare a negare che Israele ha messo in atto quello che l’accademico israeliano Baruch Kimmerling aveva definito “politicidio”: la distruzione dell’avvenire dei palestinesi, del loro diritto all’autodeterminazione e della loro integrità in quanto un solo popolo.

Se questa è la versione della pace in Medio oriente proposta da Trump, egli gioca alla roulette russa – e Netanyahu esiterà forse a lasciargli premere il grilletto.

Jonathan Cook è un giornalista britannico residente dal 2001 a Nazareth. E’ l’autore di tre libri sul conflitto israelo-palestinese. È stato vincitore del Martha Gellhorn Special Prize for Journalism.

I suoi fondatori sono ex membri dell’Unità 8200, il reparto delle forze armate israeliane incaricato di sorvegliare elettronicamente i palestinesi sotto occupazione. Avrebbe contribuito a seguire i movimenti del giornalista saudita Jamal Khashoggi, assassinato a Istanbul

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In questi giorni attivisti israeliani e palestinesi sono insieme nella protesta contro l’Eurovision Song Contest in corso a Tel Aviv. La battaglia comune contro l’occupazione e la discriminazione tuttavia non attenua diffidenze e diversità. INTERVISTA alla ricercatrice italiana Alice Baroni, a Gerusalemme per studiare e analizzare questa relazione non facile

ASCOLTA L’AUDIO

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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