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La battaglia tra governo e opposizioni islamiste si allarga al loro sponsor regionale, la Turchia: colpito un convoglio di sette carri armati e 25 veicoli che trasportavano truppe. Secondo Damasco dirette a dar man forte agli islamisti

Un convoglio militare turco verso Idlib (Foto: Dha)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 20 agosto 2019, Nena News – Non c’è tregua che regga a Idlib. Ieri nella provincia nord-occidentale siriana si è ripetuto quanto accaduto esattamente due mesi fa, il 19 giugno, quando un missile siriano aveva colpito una base militare turca nel nord del paese.

Stavolta a essere colpito da un bombardamento aereo delle forze governative (alzando l’asticella della contraddizione politico-militare che è Idlib) è stato un convoglio di Ankara lungo l’autostrada che collega Aleppo a Damasco. Tre morti e dodici feriti, secondo il governo turco in quello che definisce un atto di aggressione.

Identica la versione damascena ma ribaltata: ad aver violato la sovranità siriana è stata la Turchia che ha fatto entrare dal valico di Bab al-Hawa, profondo nord-ovest siriano, un corposo convoglio militare scortato da una delle fazioni armate sponsorizzate da Ankara.

Un camion, sette carri armati e 25 veicoli con soldati e attrezzature militari e logistiche diretti a dare man forte – secondo la versione governativa – ai gruppi islamisti di opposizione a sud di Idlib, a Khan Sheikhoun, oggetto in questi giorni della controffensiva russo-siriana: ieri, per la prima volta dal 2014, le truppe di Damasco sono entrate nella città in mano a Hayat Tahrir al-Sham (l’ex al-Nusra) e ne hanno assunto il controllo, costringendo i qaedisti alla fuga.

Secondo Ankara, invece, i suoi soldati si stavano muovendo verso il posto di osservazione numero 9 a nord di Idlib, uno dei 12 impiantati dalla Turchia dopo l’invasione via terra del nord della Siria, nell’agosto 2016, e l’accordo stipulato lo scorso anno ad Astana con Russia e Iran sulle cosiddette «zone di de-escalation», mai realmente entrate in vigore.

Prosegue così la controffensiva lanciata a fine aprile da Mosca e Damasco contro l’ultimo pezzo di territorio ancora in mano alle opposizioni. Un’operazione che, secondo l’Onu, avrebbe provocato 500 morti tra i civili (oltre a 1.400 miliziani e 1.200 soldati governativi) e 400mila sfollati. Tra cui buona parte della popolazione di Khan Sheikhun: dei 100mila abitanti, molti dei quali sfollati da altre zone del paese, ne restano pochissimi.

Si fugge, per l’ennesima volta, verso nord per evitare la battaglia finale tra Damasco e islamisti, fatta di raid aerei da una parte e dall’altra di missili e kamikaze.

La deputata democratica Usa, che giovedì assieme alla sua collega Ilhan Omar sì è vista negare l’ingresso in Israele e Cisgiordania, ha rinunciato al visto per motivi umanitari offerto dal governo Netanyahu

Ilhan Omar e Rashida Tlaib

di Michele Giorgio

Gerusalemme, 19 agosto 2019, Nena News – Alla fine si è placato il vortice di decisioni e dichiarazioni che si era scatenato giovedì tra Usa e Israele. La deputata americana di origine palestinese Rashida Tlaib, ha cancellato la sua visita nella Cisgiordania occupata in risposta alle condizioni poste dal governo Netanyahu per consentirle, e solo «per motivi umanitari», di raggiungere la nonna, molto anziana e ammalata, nel villaggio di Beit Ur al Fouqa, ad ovest di Ramallah. «Non posso permettere allo Stato di Israele di umiliarmi e di usare l’amore per la mia società per chiedere di inchinarmi alle sue politiche oppressive e razziste», ha scritto Tlaib in un messaggio. «Mettermi a tacere e trattarmi come una criminale non è ciò che lei (la nonna) vuole per me – ha aggiunto la congresswoman – Ucciderebbe un pezzo di me, quindi ho deciso che visitare mia nonna in queste condizioni oppressive si oppone a tutto ciò in cui credo: la lotta contro il razzismo, l’oppressione e l’ingiustizia».

Giovedì il governo Netanyahu, che inizialmente aveva autorizzato la visita, ha annunciato il divieto d’ingresso per Tlaib e un’altra deputata Usa, Ilhan Omar, di origine somala – le due, entrambe democratiche, sono le prime donne musulmane elette al Congresso – perché critiche delle politiche di Tel Aviv verso i palestinesi nonché sostenitrici del Bds, la campagna internazionale di boicottaggio di Israele. «Non c’è altro paese al mondo che rispetta gli Stati Uniti e il Congresso americano più di Israele – ha affermato Netanyahu – ma l’itinerario previsto per la visita (tutta in Cisgiordania, ndr) dimostra che l’unica intenzione delle due deputate era di danneggiare Israele». Poi il ministro dell’interno, Aryeh Deri, ha comunicato di aver autorizzato per «motivi umanitari» l’ingresso di Rashida Tlaib poiché la deputata gli aveva inviato una lettera in cui chiedeva di essere ammessa a visitare la nonna, garantendo il rispetto delle restrizioni imposte dalle autorità che non avrebbe promosso il boicottaggio di Israele durante la visita. Quindi la deputata ha cambiato idea, esortando gli Stati uniti a rivedere l’appoggio incondizionato che garantiscono a Israele e a non appiattirsi «sull’agenda politica carica di odio» di Netanyahu.

 Su Tlaib ha pesato anche il malumore che ha generato tra i palestinesi la sua iniziale disponibilità ad accettare le condizioni poste da Israele per la sua visita. Non pochi, stando a quanto spiegavano ieri alcuni palestinesi, le hanno fatto notare che scegliendo un atteggiamento più accomodante avrebbe vanificato i riflessi negativi per l’immagine di Israele quale Stato democratico causati dal divieto d’ingresso a due parlamentari americane. Riflessi negativi anche all’interno di Israele. «Un mese fa, quando Netanyahu decise di consentire a Omar e Tlaib di entrare nel paese, le due già sostenevano il Bds. C’è una sola ragione per la retromarcia di Netanyahu: la pressione di Donald Trump», ha scritto su Twitter il giornalista Barak Ravid. Yair Lapid numero due del partito di opposizione “Blu e Bianco” ha definito la decisione di Netanyahu dannosa per le relazioni tra Israele e il Partito democratico americano. Per il deputato arabo israeliano Ahmad Tibi, dopo il divieto deciso da Netayahu «i palestinesi potranno spiegare più facilmente al pubblico americano perché è disastrosa la politica del governo israeliano».

Tlaib e Ilhan Omar, assieme ad altre due deputate democratiche, Alexandria Ocasio-Cortez e Ayanna Pressley, sono esponenti dell’ala sinistra dei Democratici e sono diventate una spina nel fianco di Donald Trump al quale rimproverano con forza la sua politica islamofoba e contro i migranti, tenuti in condizioni disumane nei centri di detenzione al confine con il Messico. Critiche alle quali il presidente americano replica con commenti razzisti e trattando da non americane le quattro parlamentari. «Perché non se ne tornano indietro e aiutano a sistemare i posti totalmente guasti e infestati dal crimine dai quali provengono?», ha scritto il mese scorso. Trump inoltre accusa Tlaib e Omar di essere «antisemite» e «nemiche di Israele» e giovedì ha invitato, di fatto intimato, a Netanyahu di non farle entrare nel paese. Nena News

L’emergenza ambientale nella Striscia è sempre più grave, a causa anche del blocco attuato da Israele. L’ong italiana Acs lancia un progetto per il recupero di varie zone nel nord di Gaza. Radiè Resch promuove la produzione agricola organica a Khan Yunis e Rafah

Una discarica di Gaza (foto AFP)

di Michele Giorgio

Gaza, 19 agosto 2019, Nena News – All’improvviso, all’inizio dell’anno, le autorità israeliane si sono mostrate disponibili a facilitare l’allestimento a Gaza di una nuova discarica e la possibile costruzione nella Striscia di uno o più impianti di riciclaggio dei rifiuti. «Gli israeliani si muovono solo quando la disastrosa situazione di Gaza ha un impatto sui loro centri abitati», commenta Ashwaq Ghneim, del dipartimento per la salute e l’ambiente. Ghneim si riferisce alle notizie pubblicate dai giornali israeliani sulla pericolosità delle discariche di Gaza e delle acque nere non trattate che si riversano ogni giorno nel mare davanti al territorio palestinese e che raggiungono anche la costa israeliana fino ad Ashqelon.

Nei mesi scorsi si è rischiato persino uno scontro militare sui rifiuti quando una parte della discarica di Johr a Deek crollò e una valanga di centinaia di tonnellate di rifiuti arrivò fino alle linee con Israele. I comandi militari dello Stato ebraico pensarono di inviare ruspe dentro Gaze, per spingere all’interno quella montagna di pattume di ogni tipo. Le formazioni combattenti palestinesi erano pronte a respingerle. Alla fine ci pensarono i palestinesi. Ma quel caso evidenziò, ancora una volta, che Gaza soffoca sotto i rifiuti, a causa anche del blocco israeliano che per presunte «ragioni di sicurezza», ha ritardato l’attuazione di progetti per lo smaltimento e il riciclaggio. Senza dimenticare che i bombardamenti aerei, nelle varie offensive israeliane dal 2008 a oggi, hanno danneggiato la rete fognaria, poi riparata solo in parte dai palestinesi.

«I rifiuti non sono smaltiti in modo ecologico e vengono soltanto portati nelle discariche o bruciati», si lamenta Ashwaq Ghneim «il problema è destinato ad aggravarsi perché Gaza ha una popolazione in aumento di oltre due milioni di persone che vivono in meno di 400 kmq. Ogni abitante produce in media 1,7 kg di rifiuti al giorno per un totale di 2.000 tonnellate». Che non possono essere raccolte tutte perché il 70% dei veicoli delle varie autorità comunali è obsoleto o non funzionante. Nel frattempo le tre discariche di Gaza hanno raggiunto il limite delle loro capacità e i comuni di Beit Lahia, Beit Hanoun e Jabaliya hanno preparato siti improvvisati già colmi di oltre 400.000 tonnellate di rifiuti. Si attende ora il completamento della discarica di Sofa (14 ettari) ma il problema resta.

A dare una mano alla riqualificazione di aree residenziali nel nord della Striscia sommerse dai rifiuti è l’ong italiana Acs con il progetto “Green Hopes Gaza”, nei quartieri di Al Nada, Al Isba e Al Awda. «Proviamo a migliorare la qualità della vita degli abitanti attraverso la costruzione di uno spazio pubblico con giardini, piccoli punti di ristoro, attività sportive, spazi per bambini e giovani. Il fine è strappare al degrado e ai rifiuti il territorio interessato», ci spiega Sami Abu Omar, responsabile del progetto assieme ai cooperanti italiani Alberto Mussolini e Meri Calvelli. «Green Hopes Gaza – aggiunge Abu Omar – coinvolge la comunità locale in ogni aspetto del recupero e della gestione del territorio, nel rispetto assoluto dell’ambiente. Attraverso un’ampia inclusione sociale speriamo di dare vita a un polo verde urbano, centro di attività economiche, ludiche, sportive e solidali».

Il recupero del martoriato territorio di Gaza e il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione sotto blocco israeliano da 12 anni, passano anche attraverso lo sviluppo di una produzione agricola sempre più organica e la gestione biologica degli allevamenti. E’ solo l’inizio di una strada lunga ma già da qualche tempo la Rete di solidarietà internazionale “Radié Resch” – fondata dal giornalista Ettore Masina e da sua moglie Clotilde Buraggi, una sua delegazione è presente in queste giorni a Gaza – con piccoli finanziamenti e il lavoro di formazione svolto dal partner locale, il Palestinian Center for Organic Agricolture (Pcoa), è riuscita a far partire produzioni agricole totalmente organiche tra Khan Yunis e Rafah coinvolgendo venti famiglie contadine. Frutta e ortaggi sono consumati dalle comunità locali o venduti nei mercati della zona garantendo il sostentamento di un numero significativo di palestinesi in un’area dove la disoccupazione è la regola.

A Gaza è giunta nei giorni scorsi Maria Rosaria Greco, direttrice dell’associazione “Femminile palestinese” per il progetto “Donne di Gaza” che prevede incontri con donne di diverse condizioni sociali. Greco curerà un reportage video-fotografico che sarà proiettato tra febbraio e marzo al teatro Ghirelli di Salerno. Nella Striscia è presente anche una delegazione, guidata da Enzo Barone, di “Salam-ragazzi dell’olivo”, storica associazione italiana impegnata da trent’anni a sostegno dei bambini palestinesi e delle loro famiglie. Nena News

Nella tradizionale rubrica del sabato sul continente africano andiamo anche in Eritrea dove non si registra alcun cambiamento nel sistema educativo, militarizzato, e in Zimbabwe dove la moneta provvisoria Zimdollar è in caduta libera

Congo (Foto: Medici senza Frontiere)

di Federica Iezzi

Roma, 17 agosto 2019, Nena News

Repubblica Democratica del Congo

Va avanti la ricerca dei primi trattamenti efficaci per il virus Ebola dopo che due potenziali farmaci hanno mostrato tassi di sopravvivenza fino al 90%, in uno studio clinico nella Repubblica Democratica del Congo. I due farmaci sperimentali, Regeneron’s REGN-EB3 e l’anticorpo monoclonale mAb114, hanno mostrato buoni risultati, secondo quanto dichiarato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

I farmaci hanno migliorato i tassi di sopravvivenza alla malattia rispetto a due altri trattamenti in fase di sperimentazione: lo ZMapp, prodotto dalla Mapp Biopharmaceutical, e il Remdesivir, prodotto da Gilead Sciences.

L’endemia di ebola si è diffusa nell’area orientale della Repubblica Democratica del Congo dall’agosto 2018 in un focolaio che finora ha ucciso almeno 1.800 persone. Gli sforzi per controllarlo sono stati ostacolati dalle violenze legate alla milizia Boko-Haram. Gli operatori sanitari, inoltre, hanno lottato per ottenere la cooperazione delle comunità colpite, molte delle quali sono profondamente diffidenti nei confronti del governo Tshisekedi.

Almeno 680 pazienti in quattro centri di trattamento separati nel Paese sono già stati arruolati nella sperimentazione clinica del nuovo trattamento. Intanto il focolaio supera i confini dell’Uganda, dove sono stati dichiarati dallo scorso giugno tre casi di Ebola.

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Zimbabwe

Lo Zimdollar, ormai unica moneta legale dello Zimbabwe, è in piena crisi. Nel 2009, l’impennata inflazionaria ha spinto lo Zimbabwe a abbandonare la sua valuta sovrana a favore di un paniere di valute estere, guidate dal dollaro Usa. Ma l’economia ha avuto un forte colpo nel 2015 quando l’insufficienza della valuta statunitense ha indebolito il sistema bancario formale.

Nel tentativo di porre fine alla carenza di dollari Usa, la banca centrale dello Zimbabwe ha introdotto le obbligazioni, una forma di valuta surrogata, che è stata sostenuta da 200 milioni di dollari dell’Africa Export-Import Bank. La speculazione del mercato nero ha rapidamente eroso il valore delle obbligazioni, innescando una carenza che la banca centrale ha cercato di compensare creando banconote elettroniche.

Quindi, lo scorso febbraio, tutte le obbligazioni sono state fuse nel Real Time Gross Settlement dollar (RTGS) o Zimdollar. Una valuta provvisoria, progettata per spianare la strada a un nuovo dollaro dello Zimbabwe previsto per la fine dell’anno. Lo Zimdollar è rapidamente caduto in preda alle speculazioni del mercato nero che hanno fatto precipitare il suo valore.

Attualmente meno vale lo Zimdollar e più i prezzi di beni e servizi salgono. La maggior parte degli zimbabwani è alle prese con difficoltà finanziarie legate alla carenza di carburante, blackout continui che hanno colpito le aree residenziali e industriali e salari che non riescono a tenere il passo con l’inflazione a spirale.

Nel tentativo di creare supporto per lo Zimdollar, la banca centrale dello Zimbabwe ne ha prelevato circa 400 milioni dal sistema bancario a giugno, quando sono diventati l’unica moneta legale del Paese. Ma non è riuscita a arginare gli attacchi speculativi e ha esacerbato l’attuale crisi di liquidità fisica. Attualmente la banca centrale consente prelievi fino a 300 Zimdollars (circa 30 dollari) a settimana. Ma l’importo massimo giornaliero, consentito da molte banche, è di 60 Zimdollars (6 dollari) ogni giorno.

Secondo quanto dichiarato dal presidente Mnangagwa la banca centrale avrebbe iniziato a coniare nuove banconote, ma non ha offerto un calendario preciso.

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Eritrea

Secondo un nuovo rapporto di Human Rights Watch, il sistema educativo eritreo continua a forzare gli studenti a impieghi militari o governativi indefiniti. L’istruzione secondaria eritrea è una macchina di coscrizione che sottopone gli studenti a lavoro forzato e abusi fisici.

Nonostante un accordo di pace con l’Etiopia, risalente al luglio 2018, che ha ispirato la speranza a una riforma, il governo guidato dal presidente Afwerki dal 1993, non ha attuato cambiamenti significativi nel sistema. L’Eritrea è stata condannata dalle Nazioni Unite per abusi che includono omicidi extragiudiziali, torture e violenze. Il Global Slavery Index stima che il 93‰ dei cittadini eritrei vive in una forma di schiavitù moderna.

Dal 2003, gli studenti all’ultimo anno di scuola secondaria sono costretti ad allenarsi nell’isolato campo militare di Sawa, vicino al confine sudanese. Qui, gli studenti sono indirizzati verso disciplina di tipo militare, punizioni fisiche e lavoro forzato.

Dopo la formazione obbligatoria, alcuni studenti vengono inviati direttamente al servizio militare. Altri vengono inviati al college, da cui vengono incanalati in lavori governativi. Coloro che rifiutano questo futuro hanno poche scelte oltre a fuggire dal Paese. E coloro che tentano di fuggire spesso affrontano una lunga detenzione con abusi fisici e torture. Nena News

IMMIGRAZIONE.  Tra i lavoratori stranieri e i migranti in attesa di una decisione dal ministero dell’interno, ci sono 36 madri filippine e 50 figli, quasi tutti nati e cresciuti in Israele. Alcune sono già state cacciate

Tel Aviv. Manifestazione di famiglie filippine contro le espulsioni

di Michele Giorgio

Gerusalemme, 14 agosto 2019, Nena News – Negli edifici alle spalle della stazione centrale degli autobus a Tel Aviv a malapena senti qualcuno che parla ebraico. Soprattutto il venerdì, quando comincia lo shabbat, e i lavoratori stranieri trascorrono il giorno di riposo condividendo gli appartamenti fatiscenti che affittano nella zona meridionale della città. Cinesi, eritrei, nepalesi, sudanesi e tanti altri giunti da Africa e Asia popolano questa parte della città. Sono gli scampati ai piani governativi di espulsione e delle (presunte) «partenze volontarie» di «clandestini» e di chi era entrato legalmente nel paese ma ora non ha più un permesso valido. Tanti attendono di conoscere il loro destino che sarà deciso dal ministero dell’interno. Fra questi anche 36 madri filippine con il visto di lavoro scaduto e 50 figli, quasi tutti nati e cresciuti in Israele.

È un numero esiguo, le autorità potrebbero regolarizzare la posizione di queste donne. Lo chiedono con forza i capi delle Chiese cattoliche intervenuti con un documento congiunto a sostegno di una comunità per trequarti di fede cristiana con bambini che spesso frequentano, per il catechismo, il Patriarcato latino di Gerusalemme. Ma il ministero dell’interno non intende creare un precedente che potrebbe, avvertiva perentorio qualche giorno fa il giornale di destra Yisrael HaYom, essere usato a favore dei bambini di migranti africani. Così è cominciata la campagna d’estate che, secondo la stampa locale, prevede l’espulsione almeno di un centinaio di persone.

La prima è avvenuta il 29 luglio: a una filippina e al suo bambino di 11 mesi è stato imposto il rientro in patria. Il giorno dopo i giudici hanno respinto l’appello contro l’espulsione di un’altra donna filippina con due figli di 10 e 5 anni. Casi che indicano la ferma volontà di usare il pugno di ferro contro i «clandestini», senza badare alle proteste di centri per i diritti umani e persino di alcuni esponenti del governo di destra, come il ministro Rafi Peretz, che hanno mostrato una posizione più morbida.

Già nel 2006 e nel 2009 centinaia di bambini stranieri, nati in Israele da genitori senza visto di soggiorno, avevano rischiato l’espulsione. Le proteste però costrinsero le autorità a concedere a un migliaio di ragazzini nati prima del 2004, e quindi in età scolare, la residenza legale. Un provvedimento che non è stato più ripetuto. La campagna d’estate perciò andrà avanti, lentamente, facendo poco rumore, prevedono gli attivisti israeliani.

Metapelet, badante in ebraico, è sinonimo in Israele di donna filippina. Il 50% dei circa 60mila stranieri (legali e illegali) che svolgono lavori domestici o che assistono anziani e ammalati, viene dalle Filippine. Considerati affidabili, i filippini, in particolare le donne, sono molto richiesti dalle famiglie israeliane, anche in ragione dell’invecchiamento della popolazione. Nel 2009 c’erano meno di 250mila israeliani di età superiore agli 80 anni; entro il 2059 saranno ben oltre un milione. Come i contadini tailandesi e i muratori cinesi, i filippini sono trasparenti alla maggior parte degli israeliani, una comunità che svolge i lavori che nessuno vuole fare.

Badanti e infermiere filippine, in piccolo numero, inizialmente furono fatte arrivare dal ministero della difesa per prendersi cura dei soldati disabili. Ora sono decine di migliaia e il contributo finanziario che danno al loro paese è ingente: nel 2016 hanno rimesso circa 125 milioni di dollari, secondo i dati della banca centrale filippina. La maggior parte di loro è in Israele in media da 15 anni. Molte donne filippine hanno scelto di restare anche con i visti scaduti per permettere ai figli di proseguire la scuola. Minori che spesso hanno l’ebraico come lingua madre ma sono privi di status legale. Pur di regolare il loro status non poche donne filippine hanno imboccato la strada del matrimonio di convenienza con cittadini israeliani, spesso molto anziani. Uno sviluppo che turba le gerarchie religiose, ebraiche e cristiane. Nena News

GERUSALEMME. Domenica cariche della polizia e disordini sul sito islamico al centro dei disegni della destra religiosa israeliana finalizzati alla sua spartizione e alla ricostruzione del Tempio

Gerusalemme. La Cupola della Roccia sulla Spianata di al Aqsa (foto di Michele Giorgio)

di Michele Giorgio

Gerusalemme, 13 agosto 2019, Nena NewsOgni anno d’estate, da un decennio a questa parte, da quando Benyamin Netanyahu è a capo di maggioranze di destra estrema, la Spianata delle moschee di Gerusalemme diventa terreno di scontro, in apparenza religioso ma in realtà politico e diplomatico, in occasione della ricorrenza ebraica del Tisha B’Av. Quest’anno il giorno in cui gli ebrei ricordano la distruzione del primo e del secondo Tempio è coinciso con la festa islamica del sacrificio (Eid al Adha). Domenica i militanti della destra sionista religiosa e dei gruppi che chiedono la ricostruzione del Tempio e gli attivisti del movimento dei coloni, hanno chiesto di entrare nella Spianata per commemorare la distruzione del Tempio e per affermare, più di tutto, la sovranità israeliana sull’area che gli ebrei considerano Har ha-Bayit (Monte del Tempio), dove da 1300 anni sorgono le moschee di al Aqsa e della Roccia, terzo luogo santo dell’Islam dopo Mecca e Medina.

 La concomitanza dell’Adha e del Tisha B’Av si è rivelata una miscela esplosiva. Gli scontri domenica sono cominciati intorno alle 9, dopo la decisione del governo – che in un primo momento aveva chiuso l’accesso a non-musulmani per evitare incidenti – di consentire l’ingresso alla Spianata anche per gli ebrei. Decine di palestinesi sono rimasti feriti o contusi dai proiettili di gomma e dai candelotti lacrimogeni sparati dalla polizia. Almeno quattro agenti sono stati feriti dagli oggetti lanciati dai palestinesi. Incuranti degli scontri, oltre 1700 i militanti della destra religiosa sono entrati sulla Spianata. La campagna elettorale – tra un mese si vota in Israele – è stata decisiva per spingere Netanyahu e il ministro per la sicurezza Erdan a dare il via libera al tour sulla Spianata già palcoscenico nel 2000 della “passeggiata” del leader della destra Ariel Sharon che accese la miccia della seconda Intifada.

Le continue “visite” al sito dei religiosi sionisti indica l’intenzione di modificare lo status quo della Spianata concordato da Israele con la Giordania, dopo l’occupazione della zona est (araba) di Gerusalemme, che assegna alle autorità islamiche la gestione e il controllo del sito religioso. Un primo serio tentativo c’era stato già due anni, quando il governo israeliano provò ad imporre, dopo l’uccisione di due poliziotti, l’installazione di metal detector agli ingressi della Spianata provocando forti proteste palestinesi. Il 21 luglio 2017, editorialista David M. Weinberg chiarì la posizione israeliana sulle pagine dei quotidiani Jerusalem Post e di Yisrael HaYom. «È tempo – scrisse Weinberg – di riconoscere che lo ‘status quo’ su Har HaBayit è morto… È tempo di livellare il campo di gioco. Israele dovrebbe mettere sul tavolo un piano per portare equità e correttezza all’amministrazione del Monte del Tempio: un piano per una condivisione della sovranità sul luogo più santo per il popolo ebraico. Ciò può essere realizzato sia attraverso un accordo sui tempi di preghiera simile a quello in atto nella Grotta di Machpela (Tomba dei Patriarchi) a Hebron, sia attraverso (la costruzione) di una sinagoga ai margini della vasta piazza (la Spianata) che non oscurerà le due grandi strutture (moschee) musulmane sul Monte del Tempio».

La destra religiosa perciò punta alla spartizione della Spianata. E come è accaduto a Hebron nel 1994, dopo il massacro di 29 fedeli musulmani da parte di un colono israeliano, potrebbe usare le tensioni crescenti tra ebrei e musulmani nella città vecchia di Gerusalemme e gli scontri come quelli di domenica sulla Spianata per ottenere un nuovo status quo. Avrebbe già mosso questo passo se non ci fossero sul tavolo le relazioni con la Giordania, il principale alleato nella regione di Israele nonché custode dei luoghi santi islamici e cristiani a Gerusalemme. Un atto unilaterale aprirebbe una crisi devastante con Amman che Israele non può permettersi. Nena News

La nostra rubrica del sabato sul continente africano vi porta anche in Zimbabwe lacerato da una grave crisi economica e politica e in Guinea equatoriale minacciata dalla pirateria

Malaria in Burundi (Foto: Al-Jazeera)

di Federica Iezzi

Roma, 10 agosto 2019, Nena News –

Benin

Un tribunale del Benin ha imposto un periodo di detenzione di sei mesi all’ex primo ministro Lionel Zinsou, leader politico dell’opposizione, per violazione della campagna elettorale.

Il provvedimento vieta a Zinsou di candidarsi alle prossime elezioni politiche, contro l’attuale presidente Patrice Talon.

Il leader è stato dichiarato colpevole di aver utilizzato documenti falsi e di aver abbondantemente superato i limiti di spesa nella sua offerta del 2016 per la presidenza della nazione dell’Africa occidentale.

I critici dichiarano che l’ultima sentenza fa parte di una repressione concertata dell’ex magnate degli affari Talon che ha portato persino all’esilio di avversari chiave.

Talon, che ha fatto fortuna nell’industria del cotone, è salito al potere nel 2016 su una piattaforma di modernizzazione, promettendo di sradicare la corruzione e la cattiva gestione in un Paese che ha la reputazione di una delle democrazie più stabili della regione.

Le proteste hanno pesantemente scosso il Benin in seguito al voto parlamentare dell’aprile 2016 che ha visto i partiti alleati di Talon conquistare tutti i seggi elettorali. I gruppi di opposizione sono stati di fatto banditi.

Zimbabwe

L’inizio del nuovo mandato per l’attuale presidente dello Zimbabwe, Emmerson Mnangagwa, si era politicamente staccato dal passato rovinoso e spesso autocratico del suo predecessore e si era impegnato nuovamente con la comunità internazionale, dopo anni di ostracismo diplomatico.

Era previsto un ritorno alla democrazia.

Economicamente si stavano perseguendo nuove politiche come l’apertura del Paese agli affari internazionali. Si stava anche tentando di abbandonare politiche controverse come l’indigenizzazione, legge che obbligava gli investitori stranieri, con aziende del valore patrimoniale netto di un milione di dollari a cedere quote azionarie per il 51% agli indigeni dello Zimbabwe, per correggere squilibri storici di prosperità.

Ma un anno dopo la nuova presidenza in Zimbabwe, la speranza di un nuovo Paese è svanita. Mnangagwa ha perso il supporto e ha confermato la peggior paura di tutti: una gestione peggiore di quella di Mugabe.

La vita è più dura. I prezzi continuano a salire. Non gira denaro nell’economia. Le tasse scolastiche sono alle stelle.

Lo Zimbabwe è di fronte a una crisi politica ed economica caratterizzata da carenza di energia, aumento dei prezzi, crisi valutaria e carenza di carburante.

Mnangagwa inoltre non ha istituito riforme delle leggi ritenute incostituzionali come la legge repressiva sull’accesso alle informazioni e alla protezione della privacy e la legge sull’ordine pubblico e la sicurezza. Le due leggi sono state viste da sempre come un attacco ai diritti fondamentali come la libertà di espressione e di associazione.

Guinea Equatoriale

Un decennio fa, nessuna nave era al sicuro al largo della Somalia. Uomini armati di mitragliatrici su piccole imbarcazioni prendevano sistematicamente di mira le navi, comprese quelle collegate a aiuti umanitari.

È difficile confrontare la pirateria dell’Africa orientale con quella dell’Africa occidentale. Sono due fenomeni separati. Il Corno d’Africa ha attraversato gravi fallimenti governativi. Il Golfo di Guinea ha stati sovrani funzionanti.

La minaccia della pirateria continua a tormentare la regione del Golfo di Guinea, area che copre 11.000 chilometri di costa dall’Angola al Senegal, impedendone la sicurezza e lo sviluppo economico.

La maggior parte degli attacchi viene effettuata su petroliere e petroliere. La regione produce oltre cinque milioni di barili di petrolio greggio al giorno, fonte vitale di petrolio e gas per Asia, Europa e Stati Uniti.

Al largo delle coste dell’Africa occidentale, il costo totale della pirateria è aumentato costantemente negli ultimi tre anni, con un costo totale stimato superiore agli 800 milioni di dollari, secondo i dati del programma Oceans Beyond Piracy.

L’International Maritime Bureau dichiara che nei primi sei mesi di quest’anno, la maggior parte della cattura di ostaggi ha avuto luogo nel Golfo di Guinea.

Burundi

La malaria ha ucciso oltre 1.800 persone in Burundi quest’anno, secondo i dati dell’agenzia umanitaria delle Nazioni Unite, un bilancio delle vittime in competizione con il letale focolaio di ebola nella vicina Repubblica Democratica del Congo.

Nel suo ultimo rapporto, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari ha affermato che nel Burundi sono stati registrati 5,7 milioni di casi di malaria nel 2019, una cifra approssimativamente pari alla metà della sua intera popolazione.

Il piano nazionale di risposta all’epidemia di malaria, attualmente in fase di convalida, ha messo in luce la mancanza di risorse umane, logistiche e finanziarie per una risposta efficace.

La mancanza di misure preventive, i cambiamenti climatici e l’aumento dei movimenti di persone dalle aree montane con bassa immunità alla malaria stanno guidando la crisi.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha registrato almeno 220 milioni casi della malattia parassitaria nel 2017, con circa 435.000 morti in tutto il mondo. Più del 90% dei casi di malaria e dei correlati decessi avviene in Africa. Nena News

 

Non si placano rabbia e dolore nella famiglia Dawabsha per l’assassinio del piccolo Ali e dei suoi genitori. Il colono israeliano sul banco degli imputati ora si proclama vittima di torture

La casa dei Dawabsha dopo l’attacco dei coloni nel 2015. (foto Rabbini per i diritti umani)

di Michele Giorgio

Gerusalemme, 8 luglio 2019, Nena News – A fine luglio Ahmad Dawabshe ha festeggiato il suo nono compleanno. Un po’ sottotono quest’anno, a causa di un recente lutto in famiglia, rispetto a quelli rumorosi e colorati che di solito gli organizzano il nonno e lo zio da quando è rimasto orfano. Per Ahmad comunque è stata l’occasione per ricevere regali e, più importante, per dimenticare per qualche ora ricordi terribili che si porterà dietro per tutta la vita. Quattro anni fa nella notte del 31 luglio 2015 alcuni  estremisti israeliani entrati nel suo villaggio, Duma, a sud-est di Nablus, scagliarono bottiglie molotov nell’abitazione della famiglia Dawabshe per vendicarsi, a danno di palestinesi, di presunte politiche del governo Netanyahu avverse agli interessi dei coloni.

Le fiamme sprigionate dalle molotov in pochi attimi avvolsero la casa. Per Ali, il fratellino di Ahmad, di appena 18 mesi, la morte fu quasi istantanea. I genitori, Saad, 32 anni, e Riham, 27, morirono nei giorni successivi, tra tremendi dolori, per le ustioni riportate su gran parte del corpo.  

Ahmad fu salvato dal padre ma rimase gravemente ustionato. E sta completando il quarto anno di terapie per riparare i gravi danni subiti. I medici prevedono che dovrà continuarle per molti anni ancora. Ad acuire la frustrazione e il dolore della famiglia Dawabshe è che, quattro anni dopo il rogo di Duma, nessuno dei responsabili dell’attacco omicida è stato condannato. Il processo è in corso ma solo uno dei coloni inizialmente coinvolti, Amiram Ben Uliel, resta in carcere mentre in Israele crescono le pressioni della destra estrema affinché sia rimesso in libertà. Nasr Dawabsha, zio di Ahmad, punta il dito contro il sistema giudiziario israeliano che, denuncia, pratica una «giustizia doppia» nella Cisgiordania occupata, una per i coloni ed un’altra per i palestinesi. «I coloni ricevono assistenza dal governo, dalla polizia e dalla magistratura di Israele», ha protestato Nasr Dawabsha rispondendo alle domande dell’agenzia di stampa Wafa «in sostanza ai coloni viene detto: ‘Fate quello che volete ma non lasciate alcuna traccia dei vostri attacchi contro i palestinesi. E se lascerete una traccia, il governo e la magistratura vi tuteleranno».

Difficile dare torto ai Dawabsha. Lo stesso premier israeliano Netanyahu pochi giorni dopo l’attacco a Duma assicurò che i responsabili sarebbero individuati al più presto, processati e puniti. Ma quattro anni dopo le cose hanno preso una piega ben diversa. Ben-Uliel, che ha confessato di aver scagliato le molotov nell’abitazione, ora afferma di non essere mai andato a Duma e che la sua confessione è stata estorta sotto tortura. E si rifiuta di fornire la sua versione dell’accaduto davanti ai giudici della corte distrettuale di Lod. Ad assisterlo ci sono gli avvocati Asher Ohayon e Yitzhak Bam di Honenu, un’organizzazione legata alla destra che garantisce assistenza legale agli israeliani ebrei accusati di terrorismo.

Il rifiuto potrebbe aggravare la posizione di Ben Uliel ma i due avvocati stanno facendo, con l’aiuto di organizzazioni di destra, di tutto per trasformare il processo in una tribuna politica dove presentare l’imputato come una vittima di abusi e torture. E la moglie di Ben Uliel ora sostiene che il marito era con lei al momento dell’attacco. Una versione che si scontra frontalmente con il patteggiamento accettato dal complice di Uliel, minore nel 2015, che in cambio di una condanna a cinque anni e mezzo di carcere ha confessato di aver partecipato ad un attacco frutto, secondo quanto scrive la stampa locale, di un pregiudizio razziale. Nena News

Anche quaranta detenuti palestinesi del Fronte Popolare si sono uniti alle proteste in corso nelle prigioni. Chiedono a Tel Aviv di interrompere l’estensione della detenzione amministrativa. Sono gravi, intanto, le condizioni di salute del prigioniero Halabiya che non tocca cibo da 37 giorni

Protesta in solidarietà ai detenuti palestinesi (Foto: Reuters)

di Oraney Alì

Roma, 7 agosto 2019, Nena News – 40 prigionieri del Fronte popolare per la liberazione della Palestina si sono uniti allo sciopero della fame in corso nelle carceri israeliane contro l’arresto arbitrario (amministrativo) ed in solidarietà con gli altri prigionieri già in sciopero, alcuni di loro anche da 37 giorni.

Lunedì decine di prigionieri amministrativi palestinesi affiliati al Fronte popolare per liberazione della Palestina ( Fplp) nelle carceri israeliane hanno deciso di iniziare uno sciopero della fame a tempo indeterminato e in solidarietà con gli altri detenuti già in sciopero. Chiedono al servizio penitenziario israeliano da oltre un mese di interrompere l’estensione dei loro ordini di detenzione amministrativa, tuttavia senza ottenere risposta. Perché 29 prigionieri palestinesi sono in sciopero della fame da diversi giorni nelle carceri israeliane (alcuni di loro anche da 37 giorni per protestare contro la loro detenzione amministrativa)?

Le forze armate israeliane hanno emesso 51 nuovi mandati di arresto amministrativo nel mese di luglio. I prigionieri palestinesi che sono stati arrestati da Israele nel solo mese di luglio scorso sono 450. Tra gli arrestati ci sono 10 donne, 62 minorenni, un deputato del Consiglio legislativo palestinese (CLP).

Inoltre, 14 degli arrestati sono di Gaza – tra cui 4 pescatori, 10 giovani e minorenni che avevano tentato di attraversare la barriera di separazione a est della Striscia. L’esercito israeliano ha riarrestato il deputato del CPL Azzam No’man Salhab (63 anni), di Hebron, dopo aver invaso e messo a soqquadro la sua casa. Salhab è stato arrestato e liberato sei volte e ha passato otto anni nelle carceri israeliane, dove ora si trova agli arresti amministrativi. Inoltre, dal 1967 al luglio 2019, sono 220 i prigionieri deceduti in carcere. Tra questi vi è anche quello del prigioniero Majed Taqatqa (31 anni), di Bait Fujar, nel sud-est di Betlemme, morto a seguito di torture e negligenza medica. I soldati israeliani l’avevano arrestato il 19 giugno scorso. Di questi 29 prigionieri hanno condotto lo sciopero della fame per protestare contro l’arresto amministrativo.

Il prigioniero Hudhayfah Badr Halabia continua la battaglia con lo sciopero della fame da 37 giorni, rifiutando la detenzione amministrativa, in condizioni di salute difficili, accompagnato dallo sciopero a sostegno delle sue richieste di un gruppo di prigionieri del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina.

Il Fronte popolare per la liberazione della Palestina (PFLP) nelle carceri israeliane ha confermato che il prigioniero Halabia continuerà il suo sciopero della fame fino a quando le sue richieste non saranno accolte, “con e il sostegno dei compagni nelle varie carceri sioniste”.

Si sono uniti allo sciopero nelle ultime ore (16) altri prigionieri del Fronte popolare distribuiti in (3) prigioni, nella prigione di “Ramon” i seguenti attivisti: Hikmat Abdel Jalil, Daoud Hermas, Hakim Awad, Mahdi Jarashi, Amjad Shobaki. Nella prigione di ” Nafha ” i seguenti attivisti: Hani Abu Mosaad, Nadim Kanaan, Mohammed Hawarin, Mohammed Salah. In quella di ” Ofer ” invece i seguenti attivisti: Thaer Taha, Khaled Taha, Mohammed Maarouf, Mohammed Ibrahim Barghith, Mahmoud Saifi, Mohammed Effendi, Hassan Fatafta.

Il FPLP ha invitato il popolo palestinese a intensificare le attività di solidarietà a sostegno dei prigionieri in sciopero per eliminare questa politica ingiusta. “Noi e i nostri compagni prigionieri, consideriamo ogni vittoria ottenuta dalla lotta dei prigionieri contro la politica di detenzione amministrativa come un altro chiodo nella bara di questa politica criminale contro i prigionieri “. Ha anche annunciato l’aggiunta di un nuovo gruppo di prigionieri a sostegno dello sciopero: Raed Alian Shafei, Nader Sadaqa, Moayad Issa, Saied Salama, Bahaa Qadan. Il Centro per prigionieri Handala ha affermato che circa 40 prigionieri del Fronte Popolare, con l’arresto amministrativo, hanno iniziato lo sciopero della fame da lunedì mattina.

Da 36 giorni vanno avanti lunghe trattative tra l’amministrazione della prigione, la direzione della sezione carceraria e il Fronte popolare. La situazione si è fatta tesa quando le autorità israeliane hanno preso la decisione di estendere la condanna del prigioniero Abu Akar per un periodo di 6 mesi. Tuttavia, grazie alla riduzione di pena di 3 mesi per buona condotta del prigioniero, l’Intelligence israeliana ha deciso di chiudere il caso.

Altri 29 prigionieri nelle carceri dell’occupazione israeliana continuano lo sciopero della fame nella battaglia dell’”unità e volontà”, volta a rovesciare e porre fine alla politica di detenzione amministrativa arbitraria che è diventata un approccio punitivo da parte di Tel Aviv.

Il Fplp ha invitato le istituzioni internazionali e dei diritti umani a mantenere le proprie responsabilità, prestando particolare attenzione alle condizioni dei prigionieri in sciopero della fame. Tra questi vi è il prigioniero Hudhayfah Halabiya che è in gravi condizioni di salute. Il Fronte ha poi invitato i popoli del mondo a organizzare una grande campagna in sostegno dei prigionieri palestinesi che miri a fare pressioni su Israele affinché termini la sua pratica della detenzione amministrativa. Nena News

 

La scorsa settimana la presidente croata Kolinda Grabar-Kitarović si è recata in Israele per una visita ufficiale di tre giorni. Diversi i temi trattati negli incontri con le più alte cariche dello Stato ebraico. E Zagabria potrebbe diventare la porta di ingresso privilegiata delle merci israeliane in Europa Centrale

Kolinda Grabar-Kitarović con Netanyahu

di Marco Siragusa

Roma, 6 agosto 2019, Nena News – Domenica 28 luglio la presidente croata Kolinda Grabar-Kitarović, accompagnata dal ministro dell’Economia Darko Horvat, è giunta a Gerusalemme per la sua prima visita ufficiale in Israele.
La tre giorni si è aperta con l’incontro con il presidente Reuven Rivlin che ha ringraziato la sua omologa per l’accoglienza ricevuta lo scorso anno in Croazia.

Non è infatti la prima volta che i due presidenti si incontrano. Era già successo nel 2015 quando, pochi mesi dopo la sua elezione, Grabar-Kitarović si recò in via non ufficiale nello Stato ebraico. Lo scorso anno, invece, toccò al presidente israeliano recarci in Croazia dove visitò il campo di sterminio di Jasenovac, costruito dai collaborazionisti Ustaša durante la seconda guerra mondiale.

Nell’incontro della settimana scorsa, Rivlin ha ringraziato il governo croato per il continuo ed esplicito supporto alle rivendicazioni israeliane nelle più importanti organizzazioni internazionali. Nel 2016 la Croazia sostenne il voto a scrutinio segreto su una risoluzione dell’Unesco, fortemente contrastata da Tel Aviv, riguardante lo status di Gerusalemme.

A questa scelta fece seguito l’astensione di Zagabria sulla risoluzione Onu del dicembre 2017 contro lo spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme e il riconoscimento della città come nuova capitale dello Stato ebraico.

La decisione di schierarsi in favore di Israele ha favorito il continuo miglioramento nelle relazioni tra i due paesi stabilite ufficialmente solo nel 1997, due anni dopo la conclusione delle guerre jugoslave. La stessa presidente croata ha affermato che “la Croazia ha sostenuto Israele e continuerà a farlo in futuro” e che è arrivato il momento di trasformare “la profonda amicizia con Israele in una partnership strategica”.

L’occasione per un ulteriore rafforzamento della partnership sarà sicuramente l’assunzione da parte di Zagabria della presidenza di turno dell’Unione Europea nella prima metà del 2020. Grabar- Kitarović ha garantito che il suo governo lavorerà “per consentire alla voce di Israele di essere ascoltata nelle istituzioni europee”.

Il riferimento è soprattutto al delicato caso iraniano, trattato durante il dibattito, e alla richiesta all’Ue da parte del governo israeliano di aderire alle nuove sanzioni imposte dagli Stati Uniti come sostenuto anche dal ministro degli Affari Esteri Israel Katz nel suo incontro con la Grabar-Kitarović.

I due presidenti hanno poi affrontato il tema della cooperazione militare. Lo scorso anno i due paesi avevano chiuso un accordo per la vendita di dodici F-16 israeliani, per un valore di circa 500 milioni di dollari. L’intesa venne però bloccata, a inizio 2019, dal veto degli Stati Uniti che pretendevano l’acquisto degli aerei dall’industria militare americana. La mancata conclusione dell’affare aveva avuto ripercussioni anche sugli investimenti previsti dall’azienda israeliana Elbit nella costruzione di una fabbrica di munizioni nella città croata di Karlovac.

Per Grabar-Kitarović il raggiungimento dell’accordo, poi cancellato, ha comunque rappresentato “una buona opportunità per la Croazia e una buona base per un’ulteriore cooperazione” lasciando intendere la possibilità di dare seguito alla partecipazione di Elbit alla costruzione della fabbrica, la cui decisione finale verrà presa dal governo croato nei prossimi mesi.

Infine, altro tema caldo è stato quello riguardante la legge sulla restituzione delle proprietà alla comunità ebraica che, secondo Rivlin, “sta procedendo troppo lentamente”.

Dopo il colloquio col suo omologo, la presidente croata ha incontrato il premier Benjamin Netanyahu con cui ha discusso delle comuni sfide contro il terrorismo islamico e sull’ampliamento della cooperazione nel campo della sicurezza, compresa quella cibernetica.

Uno dei momenti più importanti della tre giorni israeliana è stato senza dubbio la firma di un protocollo di cooperazione, l’International Sister Seaports Agreement, tra il porto di Rijeka e quello di Haifa. Per la presidente questo nuovo accordo permetterà al porto croato di diventare “la porta del Mediterraneo per l’ingresso di merci israeliane in Europa centrale”.

Nel 2018 il valore dello scambio commerciale tra i due paesi superava di poco i 53 milioni di euro, in calo rispetto ai 65,7 milioni del 2017. Le esportazioni croate ammontavano a circa 28 milioni, mentre quelle israeliane a poco meno di 25 milioni. Il dato significativo è però rappresentato dal loro andamento. Mentre le esportazioni croate in Israele sono crollate del 44% rispetto al 2017, quelle israeliane verso la Croazia hanno visto una crescita di oltre il 70%.

La nuova partnership tra i porti di Rijeka e Haifa stimolerà ulteriormente la crescita dei flussi commerciali tra i due paesi, anche se per Israele l’obiettivo primario rimane quello di far giungere più facilmente le proprie merci in Europa.

La volontà di ampliare gli scambi è stata confermata anche dalla decisione di aumentare i collegamenti aerei tra Tel Aviv e Zagabria per stimolare i flussi turistici. Nel 2018 quasi 70mila cittadini israeliani si sono recati in Croazia, con un aumento di oltre il 13% rispetto all’anno precedente.

Oltre agli incontri con il mondo politico e quello imprenditoriale, Grabar-Kitarović ha visitato anche lo Yad Vashem, l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah. In quell’occasione è stato ricordato come a Dubrovnik sia presente la seconda sinagoga più grande d’Europa per cui il governo croato si è impegnato a cofinanziarne la ristrutturazione.

È stato firmato un accordo sull’insegnamento dell’Olocausto nelle scuole croate e la costruzione a Zagabria di un monumento per le vittime. La questione dell’Olocausto e del suo insegnamento nelle scuole risulta particolarmente importante per un paese come la Croazia che durante la seconda guerra mondiale fu a lungo sotto il controllo del regime collaborazionista dello Stato Indipendente Croato guidato dal movimento fascista Ustaša guardato con non poche simpatie anche dal nuovo gruppo dirigente al potere dopo l’indipendenza del 1991.

Negli ultimi anni i rapporti tra Israele e Croazia sono andati migliorando in maniera evidente e gli accordi firmati in questa tre giorni hanno permesso di estendere ancor di più la cooperazione tra i due paesi. La presidenza croata dell’UE nel 2020 potrebbe portare ad un ulteriore riavvicinamento, soprattutto se Zagabria continuerà a difendere e sostenere le posizioni del governo di Tel Aviv.

La nostra redazione si prende una pausa, da lunedì 5 a sabato 31 agosto: il sito continuerà comunque a essere aggiornato con le notizie più importanti. Cogliamo l’occasione per augurarvi buone vacanze

Cari lettori,

Dopo un altro anno intenso, di impegno quotidiano, per la nostra piccola redazione è arrivato il momento di prendersi una pausa estiva. Nena News va in ferie da lunedì 5 a sabato 31 agosto. Un’occasione per tirare le somme del nono anno di attività e preparare al meglio le sfide che ci aspettano.

Il sito sarà comunque aggiornato con le notizie più urgenti dall’Africa e il Medio Oriente,. Il nostro obiettivo resta quello di darvi la migliore informazione, la più completa possibile, scansando gli stereotipi e dando voce ai protagonisti delle storie che vi raccontiamo.

Cogliamo l’occasione per ricordare che è possibile dare un contributo, anche piccolo, a Nena News attraverso un bonifico bancario.

A voi, che ci seguite sempre con affetto, rivolgiamo un grazie per la fiducia che riponete nel nostro lavoro e per la carica che ci date, e vi auguriamo una buona estate.

La redazione di Nena News

Dopo la batosta subita il 9 aprile, ciò che resta della sinistra israeliana cerca con una virata a destra di contenere l’emorragia di voti. Ma a guadagnarci sarà solo Netanyahu

Da sinistra a destra: l’ex premier Barak, Stav Shaffir e Nitzan Horowitz

di Michele Giorgio   il Manifesto

Gerusalemme, 3 agosto 2019, Nena News – “Dal pluralismo polarizzato al pluralismo centripeto”, la nota teoria con cui Paolo Farneti negli anni Settanta spiegò la svolta nella politica italiana, in particolare nella sinistra, si applica bene anche alla sinistra israeliana. Perché il dato più interessante alla chiusura, giovedì, della presentazione delle liste per le elezioni israeliane del 17 settembre – cinque mesi dopo l’inutile vittoria di Benyamin Netanyahu e del Likud al voto del 9 aprile (il premier non è riuscito a formare la nuova maggioranza di destra) – è la folle corsa al centro di ciò che resta della sinistra. Incluso il Meretz, la sinistra sionista, che tra ambiguità e difficoltà in questi anni ha cercato di portare avanti un’agenda sociale e l’idea dello Stato palestinese che la destra nelle sue varie espressioni ormai esclude del tutto.

Spaventato dai pessimi risultati ottenuti dal partito il 9 aprile (4 seggi), il nuovo leader del Meretz, Nitzan Horowitz, si è lasciato sedurre dall’appello all’unità lanciato dall’ex primo ministro e capo di stato maggiore Ehud Barak, ritornato in politica ma tenendosi a distanza dal «partito dei generali», Blu e Bianco, guidato da Benny Gantz. Così è nata l’“Unione democratica” che mette insieme Barak, il Meretz e la deputata ex laburista Staf Shaffir, nel 2011 leader della versione locale degli “Indignati”. Accreditata inizialmente dai sondaggi di 10 seggi, oggi la lista è data a sei-sette seggi. «Quella del Meretz è stata una scelta folle, irrazionale» ci dice il politologo Michael Warshansky «non capisco come Horowitz possa aver deciso di allearsi con Barak che ideologicamente non appartiene alla sinistra ed è noto per il suo cinismo. Alleandosi con Barak, il Meretz accetta di moderare il suo programma, in Israele e verso i palestinesi». Secondo Warshansky il problema è «l’ossessione di gran parte dell’opposizione di mandare a casa Netanyahu. Me lo auguro anche io naturalmente ma il vero tema deve essere come ricostruire la sinistra sulla base dei suoi valori, in un paese che da anni ha virato decisamente a destra e di cui Netanyahu è solo l’espressione più compiuta». Non è insignificante il fatto che Horowitz, Barak e Shaffir non abbiano fatto riferimenti alla soluzione a “Due Stati” (Israele e Palestina) presentando la lista alla stampa.

I laburisti, precipitati il 9 aprile a solo sei seggi, non sono saliti sul carrozzone di “Unione democratica”. Il nuovo leader, Amir Peretz ha respinto l’iniziativa di Barak. Tuttavia invece di tentare un rilancio a sinistra del partito e di cercare una fusione con il Meretz, si è alleato con il partito di centrodestra Gesher di Orli Levi-Abekasis. «Anche Peretz, che pure ha un passato dignitoso di leader sindacale, ha fatto una mossa irrazionale puntando a destra», commenta Warshansky «Come Barak anche lui non comprende che l’elettorato di centro e di destra non voterà mai per lui, sceglierà l’originale, ossia Blu e Bianco o il Likud e l’ultradestra».

Netanyahu perciò dorme tranquillo. I sondaggi sono a favore di una nuova maggioranza di destra, anche per l’unità elettorale raggiunta da gran parte dell’estrema destra, e i suoi avversari dopo il 17 settembre difficilmente potranno impensierirlo. I problemi di Netanyahu sono solo due al momento: la magistratura che potrebbe mandarlo sotto processo per corruzione e l’ex ministro Avigdor Lieberman, il leader del partito Yisrael Beitenu. Lieberman ha giocato abilmente le sue carte quando ha rifiutato di unirsi alla coalizione di Netanyahu dopo le elezioni di aprile in nome della lotta ai partiti religiosi ultraortodossi. Aver aperto la strada alle nuove elezioni non ha danneggiato le sue possibilità. Al contrario i sondaggi indicano che potrebbe raddoppiare il numero di seggi ottenuti ad aprile (cinque). Vuole un governo di unità nazionale senza i religiosi. Se Netanyahu non lo asseconderà, si sposterà dalla parte di Gantz. Nena News

Da sempre motivo di tensioni economiche e di sicurezza, il confine è stato spesso chiuso a causa di dispute politiche. Gli effetti di queste scelte politiche hanno avuto un impatto negativo per le economie locali, soprattutto nella regione di Casamance

di Federica Iezzi

Roma, 3 agosto 2019, Nena News – Di tutti i confini artificiali stabiliti in Africa dalle potenze coloniali nel XIX secolo, uno dei più ridicoli è quello tra Senegal e Gambia. Geopoliticamente il Gambia, colonizzato dagli inglesi, è una sottile striscia di terra che corre sull’omonimo fiume, circondata sui tre lati dal Senegal. Su entrambi i lati, le persone condividono la stessa cultura e le stesse lingue locali, ma la scuola divide le popolazioni per la lingua d’istruzione, rispettivamente l’inglese per il Gambia e il francese per il Senegal.

Il confine tra i due Paesi è stato sempre motivo di tensioni economiche e di sicurezza. Chiuso già nel 2016 per una dura disputa tra i due governi. L’ex-presidente gambese Yahya Jammeh emise un decreto con il quale aumentava il dazio doganale applicato al traffico merci che attraversava il Paese, senza avvisare le autorità senegalesi. E poco è cambiato con il turbolento passaggio di consegna all’attuale presidente Adama Barrow.

Il Senegal affronta da anni un conflitto a bassa intensità con un movimento separatista interno nella regione di Casamance, il Mouvement des force démocratiques de Casamance (MFDC), nonché una persistente instabilità politica con la vicina Guinea-Bissau.

La chiusura delle frontiere e la lotta diplomatica continua tutt’oggi ad avere implicazioni economiche negative per entrambi i Paesi. Il Gambia è quasi interamente senza sbocco sul mare e quindi fa totale affidamento sul vicino Senegal, per i flussi commerciali terrestri. In molte occasioni le politiche e le scelte irrazionali del regime gambese hanno causato la fuga di migliaia di civili sulla sponda senegalese, secondo i dati dell’UNHCR.

Anche le seriate riaperture ufficiali del confine e le ispezioni da parte di delegazioni ECOWAS (Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale), sono state motivo di disordini, soprattutto a carico dei trasportatori, i quali hanno pesantemente protestato contro l’aumento ingiustificato delle tariffe che stanno soffocando l’economia del Gambia.

Questo si ripercuote direttamente sull’aumento dei costi di trasporto all’interno del Senegal, in particolare nella problematica regione meridionale di confine di Casamance.

Di gran lunga il percorso più breve tra la regione di Casamance e la capitale Dakar, attraversa il Gambia ma con le continue chiusure del confine il viaggio di 420 km raddoppia.

Sul confine pattugliano forze di sicurezza congiunte che comprendono militari, Police Intervention Unit e guardiani del National Intelligence Agency.

La persistente instabilità cronica sconforta lo sviluppo economico nella Casamance, per agricoltura e turismo. Invece le attività illecite, come il traffico di droga e il disboscamento illegale, sono enormemente diffuse, nonostante i severi controlli da parte della polizia senegalese.

Nel tentativo di affrontare alcune delle cause profonde dei disordini in Casamance, il governo senegalese sta portando avanti importanti progetti infrastrutturali volti a migliorare i collegamenti della regione con il resto del Paese.

Tuttavia, qualsiasi miglioramento a lungo termine delle condizioni della regione dipenderà dal vicino Gambia. Le relazioni tra i due governi, mai state forti, sono peggiorate negli ultimi anni.

Il governo della Gambia è stato inoltre oggetto di critiche internazionali per le repressioni sui sostenitori di diritti politici e di diritti umani, che hanno aggravato le tensioni già esistenti tra i due governi. Nena News

I palestinesi denunciano che la polizia israeliana ha chiamato per l’interrogatorio due bambini. Dal 2015 6mila minori arrestati dall’esercito. Olp: «Terrorizzano il nostro popolo»

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 1 agosto 2019, Nena News – La polizia israeliana nega e sostiene di aver convocato solo i genitori, senza la presenza dei figli. Ma i palestinesi insistono e denunciano che negli ultimi giorni due bambini, Qais Obaid e Mohammed Elayyan, rispettivamente di sei e quattro anni, sono stati convocati assieme ai genitori alla stazione di polizia di via Salah Edin, l’arteria principale della zona araba di Gerusalemme.

Entrambi sono accusati di aver lanciato sassi contro i poliziotti che da settimane presidiano Issawiya, un sobborgo di Gerusalemme Est dove la tensione resta alta dopo l’uccisione a fine giugno di un giovane palestinese, Mohammed Obeid, sospettato di aver scagliato un petardo contro una jeep della polizia.

La madre di Qais ha raccontato ai giornali locali che martedì suo figlio era davanti casa con altri bambini. Dopo il lancio di qualche sasso, i poliziotti hanno fatto irruzione nella sua abitazione minacciando di arrestare il bambino.

«Qais si è nascosto sotto il letto per la paura – ha aggiunto – ed è rimasto lì sino a quando sono andati via. I poliziotti mi hanno lasciato un foglio con la convocazione per le otto del giorno dopo del bambino, accompagnato dal padre, per le indagini sull’accaduto». Non tanto diversa è la storia raccontata dai genitori del piccolo Mohammed Elayyan. Il padre però prima di andare dalla polizia ha avvertito la stampa creando una forte attenzione, almeno quella dei media palestinesi, sulla vicenda del bambino. E assieme a loro c’erano decine di abitanti di Issawiya. La polizia quindi ha annullato la convocazione e smentito di aver richiesto la presenza di Mohammed. «Volevamo soltanto avvertire il padre – ha detto un portavoce – che il figlio si era messo in pericolo e che in futuro lo sorvegliasse meglio».

Un tono amichevole da polizia nordeuropea che si riscontra ben poco da queste parti dove, lo denunciano i centri per i diritti umani e lo confermano filmati girati in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, soldati e poliziotti israeliani usano spesso le maniere forti con i minori palestinesi.

A Hebron in più di una occasione sono stati inseguiti e fermati ragazzini sospettati di «reati» contro la sicurezza. La Palestine Prisoner’s Society lo scorso aprile ha pubblicato un rapporto in cui afferma che dal 2015 le forze militari israeliane hanno arrestato circa 6mila minori palestinesi.

Commentando i casi di Qais Obaid e Mohammed Elayyan, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) ha accusato Israele «di voler terrorizzare il popolo palestinese». E ha sottolineato che Israele «viola le convenzioni internazionali perché gode del sostegno degli Stati uniti e del silenzio della comunità internazionale».

E proprio gli Stati uniti, reduci dalla fallimentare conferenza economica sulla Palestina (che si è svolta senza i palestinesi) tenuta a fine giugno in Bahrain, ora si preparano a tornare sulla scena diplomatica. Secondo il quotidiano israeliano Yediot Ahronot, Donald Trump intende organizzare a Camp David una «conferenza di pace» a cui saranno invitati i leader arabi alleati degli Usa e che dovrebbe tenersi prima del voto israeliano del 17 settembre, in modo da aiutare la rielezione del suo alleato Benyamin Netanyahu.  Washignton ha smentito la notizia.

In questo contesto il premier israeliano due giorni fa, oltre ad annunciare la costruzione di altri 6mila alloggi per coloni ebrei nei Territori palestinesi occupati, ha concesso, tra le proteste dell’ala più radicale del suo governo di destra, la possibilità per i palestinesi di edificare 715 abitazioni nell’area C (il 60% della Cisgiordania sotto occupazione). Nena News

La carovana promossa dall’associazione YaBasta Êdî Bese! utilizza le discipline dell’hip hop per alleviare i postumi delle dure condizioni a cui sono soggetti i bambini gazawi: bombardamenti, povertà e assedio. Intanto la scorsa notte un palestinese è stato ucciso e tre soldati israeliani feriti in uno scontro a fuoco lungo le linee tra Gaza e Israele

ASCOLTA L’INTERVISTA AL DOTTOR DARIO FICHERA, COORDINATORE DEL PROGETTO

http://nena-news.it/wp-content/uploads/2019/08/gaza.mp3

Comunicato di Gaza is Alive

È partita la carovana “Gaza Is Alive 2019″ promossa dall’associazione YaBasta Êdî Bese! in collaborazione con Musicon e.V., Graphite HB e Another Scratch in the Wall. Il team è composto da Dario Fichera, coordinatore del progetto, dal rapper napoletano Vincenzo “Oyoshe” Musto, dal graffiti writer Davide “Smake” Nuzzi, dal ballerino franco-algerino Thomas Khalifa e da Alberto “Alby” Scabbia, nome storico della scena Hip Hop italiana, ideatore del Wag Lab di Milano e produttore musicale. A loro sarà affidata parte didattica della metodologia sviluppata in collaborazione con lo psicologo e professore dell’Università “Bicocca” di Milano Alberto Mascena e dalla mediatrice culturale e dance-therapist Virginia Danese.

Il progetto infatti intende applicare in modo innovativo l’ormai sperimentata forma della musicoterapia in un contesto complicato come quello di Gaza, utilizzando le discipline dell’hip hop per tentare di alleviare i postumi delle durissime condizioni a cui sono sottoposti i bambini gazawi: bombardamenti, povertà e assedio.

Gli insegnanti saranno coadiuvati dalla psicologa Valentina Nessenzia,dal videomaker Fabio Saitto e dal fotografo e social media manager Fabio D’Alessandro.

Il tentativo è quello di creare spazi politici e sociali a partire anche dalla musica lì dove a fare rumore troppo spesso sono soltanto le bombe. Ad accogliere gli attivisti e le attiviste ci saranno la ONG PCRF ed  i vari artisti e insegnanti locali con i quali andremo a costruire i laboratori per i bambini; tra queste la prima crew Hip Hop della Striscia: alcuni dei Camps Breakers, di cui abbiamo avuto il piacere di ospitare uno dei fondatori, Ahmed Alghariz, e il rapper gazawo Ayman.

Il progetto è stato reso possibile grazie alle numerose iniziative di raccolta fondi realizzate negli ultimi mesi e alla solidarietà dal basso- È bene ricordare che il sostegno alla comunità locale passerà anche attraverso una dignitosa retribuzione dei soggetti, che si prenderano cura di proseguire i workshop e tenere aperti quegli spazi di aggregazione “alternativa” che il progetto tenterà di sottrarre a chi, invece, propone come unico modello aggregativo quello strettamente legato al controllo religioso.

Non pochi sono stati, in questi mesi, gli intoppi burocratici, ma nessuno ha mai pensato di arrendersi! A renderci ancora più convinti della bontà del progetto il recente bombardamento israeliano della Striscia durante la nostra presenza che, nella sua tragicità, ci ha ricordato la devastante condizione psicologica dei bambini gazawi. Nena News

E’ una protesta contro i raid aerei della Coalizione guidata da Riyadh che provocano stragi di civili. Ma l’Onu continua a non sanzionare l’Arabia saudita

Bombardamento aereo su Sanaa (foto Wikimedia Commons)

della redazione

Roma, 1 agosto 2019, Nena News – Una iniziativa senza precedenti quest’anno potrebbe spingere un numero significativo di musulmani nel mondo a boicottare l’hajj, il pellegrinaggio alla Mecca e in altri luoghi santi islamici in Arabia saudita che avrà inizio il 9 agosto. L’intento è quello di protestare contro i bombardamenti aerei in Yemen della Coalizione guidata da Riyadh che provocano continue stragi di civili. Tanti hanno giaà aderito su Twitter a #BoycottHajj, hashtag che in alcuni paesi a maggioranza musulmana è al primo posto, mentre in rete cresce la protesta per il numero crescente di yemeniti uccisi dalle bombe e anche per il brutale assassinio lo scorso 2 ottobre nel consolato saudita di Istanbul del giornalista Jamal Khashoggi e per la repressione della minoranza sciita in Arabia saudita.

I promotori della campagna #BoycottHajj spiegano che il rafforzamento dell’economia saudita attraverso il pellegrinaggio – 12 miliardi di dollari all’anno, il 20% del Pil non petrolifero – permetterà a Riyadh di acquistare altre armi che saranno usate in Yemen. Ad invitare al boicottaggio è anche il Gran Mufti libico, Sadiq Al Ghariani, noto oppositore del generale Khalifa Haftar impiegato da mesi in un violento attacco sulla capitale Tripoli e che è appoggiato dall’Arabia saudita.

Si vedrà che risultati avrà la campagna di boicottaggio dell’Hajj ma nel frattempo la comunità internazionale continua ad accordare immunità totale all’Arabia saudita. Le Nazioni Unite, attraverso il segretario generale Antonio Guterres, hanno presentato un rapporto con numeri drammatici della situazione dei bambini in Yemen ma non hanno inserito nella “Lista nera” la Coalizione che compie i bombardamenti aerei. Solo nel 2018 almeno 729 bambini hanno perso la vita o sono rimasti feriti a causa dei raid condotti dalla Coalizione, responsabile anche di 15 attacchi contro scuole e ospedali. Si tratta di quasi la metà dei 1689 bambini uccisi o feriti nel conflitto l’anno scorso.

Il rapporto dell’Onu è stato diffuso dopo l’attacco aereo che ha colpito un mercato affollato, nel nord dello Yemen, in cui hanno perso la vita 14 persone, tra cui quattro bambini, mentre altri 11 minori rimasti feriti sono stati curati in un vicino ospedale sostenuto da Save the Children. Nena News

Un rapporto dell’ufficio etico dell’agenzia dell’Onu che assiste i rifugiati palestinesi accusa il commissario Pierre Krahenbuhl e i suoi più stretti collaboratori di abuso di potere e nepotismo. Una vicenda che giunge in una fase di debolezza acuta dell’Unrwa di cui Netanyahu e Trump chiedono la chiusura

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 31 luglio 2019, Nena News – Si allarga il clamore per il rapporto di dieci pagine dell’ufficio etico dell’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite che da 70 anni assiste oltre cinque milioni di profughi palestinesi, arrivato nei giorni scorsi nelle redazioni di alcuni media internazionali, tra i quali al Jazeera. Sotto la lente d’ingrandimento è finita una cerchia di esponenti di primo piano dell’agenzia, inclusi il commissario generale, lo svizzero Pierre Krahenbuhl, la sua vice Sandra Mitchell, il capo dello staff Hakam Shahwan e la consigliera Maria Mohammedi.

I reati imputati a questa cerchia, dopo le testimonianze rese dal personale dell’Unrwa, sono quelli di abuso di potere, rappresaglie, nepotismo e soppressione del dissenso. Nei giorni scorsi Mitchell e Shahwan si sono dimessi, o meglio sono stati costretti a dare le dimissioni.

I fatti più gravi, stando al rapporto, sono avvenuti in concomitanza con la decisione annunciata nel 2018 dall’amministrazione Trump prima di ridurre e poi di tagliare il contributo annuale statunitense all’agenzia (360 milioni di dollari, 1/3 del bilancio dell’Unrwa). Al Palazzo di Vetro l’imbarazzo è forte e Stephane Dujarric, portavoce di Antonio Guterres, ha assicurato che il segretario generale agirà rapidamente e con rigore. Da parte sua il commissario Krahenbuhl si difende. Parla di accuse formulate sulla base di illazioni ed opinioni e non di fatti concreti. Ma il suo destino è segnato.

La vicenda tuttavia genera qualche interrogativo “politico”. Se da un lato è giusto criticare o condannare la gestione dei vertici attuali dell’agenzia, dall’altro l’abuso di potere, il nepotismo, i colpi bassi tra dirigenti e via dicendo non sono una novità nell’Unrwa, così come in altre agenzie dell’Onu o in grandi istituzioni internazionali. Le ricche retribuzioni e gli incarichi di grande prestigio provocano una concorrenza spietata e scorrettezze ai piani alti di queste organizzazioni. Lo sanno tutti. Qualcuno perciò parla di «indagine ad orologeria» nel momento di debolezza più acuta dell’Unrwa, alle prese con la riduzione dei finanziamenti internazionali. Certo lo scandalo non dispiace al governo israeliano. Il premier Netanyahu – oppositore del diritto al ritorno nella terra d’origine (oggi Israele) per i palestinesi – chiede la fine dell’Unrwa e la naturalizzazione dei rifugiati nei Paesi dove vivono.

I palestinesi al contrario guardano con timore a una vicenda che potrebbe sfociare in una ulteriore riduzione dei fondi necessari per i principali servizi offerti (istruzione e sanità) dall’Unrwa. L’agenzia inoltre garantisce un lavoro a 30mila profughi. La Svizzera, ad esempio, ha già annunciato la sospensione delle donazioni all’Unrwa (22 milioni di dollari). Un anno fa Ignazio Cassis, il ministro degli esteri elvetico, affermò che «Fintanto che i palestinesi vivranno in campi profughi continueranno a sperare di rientrare in patria. Sostenendo l’Unrwa manteniamo vivo il conflitto».

Pubblichiamo l’appello dei 13mila residenti nel campo curdo nel Kurdistan iracheno, sottoposti alla chiusura di ogni accesso e a duro embargo dopo l’uccisione del vice console turco a Erbil, lo scorso 17 luglio

Il campo profughi di Makhmour (Foto: Mirca Garuti)

di Consiglio Democratico del Popolo del Campo Profughi Maxmur

(Traduzione: Rete Kurdistan)

Roma, 31 luglio 2019, Nena News – Il campo profughi Maxmur, che ospita oltre 13mila rifugiati curdi, ha resistito a molte avversità, compresi assalti militari. Gli attacchi aerei dell’esercito turco al campo il 6 dicembre 2017 e il 13 dicembre 2018 hanno ucciso 8 residenti del campo feriti altri, una nuova ondata di attacchi al campo è iniziata il 19 luglio.

Dopo l’attacco del 17 luglio nel ristorante Huqqabaz a Erbil contro dipendenti del Mit turco (servizi segreti nazionali) che ha lasciato tre morti, le forze di sicurezza del Partito Democratico del Kurdistan (Kdp) hanno chiuso gli accessi al campo Maxmur che ora è sottoposto a un rigido embargo.

  • Gli ultimi attacchi sono iniziati il 19 luglio 2019 alle 00:10, quando almeno tre bombe sono state lanciate dall’alto nei pressi del campo.
  • Due civili sono rimasti sepolti dagli smottamenti di terra causati dalle esplosioni. I feriti sono stati salvati e portati all’ospedale dai residenti del campo e entrambi stanno bene.
  • Il bombardamento ha danneggiato anche i vigneti e frutteti dei residenti del campo.
  • In quello stesso giorno, forze di sicurezza del Kdp hanno arrestato residenti civili del campo. Le famiglie degli arrestati non hanno potuto vedere i loro parenti e non ci sono informazioni su di loro.
  • Dal 19 luglio è vietato entrare o uscire dal campo. Nessuno può lasciare il campo, neanche in casi di emergenza medica o di altra natura.
  • Ai residenti che lavorano fuori dal campo non viene permesso lasciare il campo e molti residenti che lavorano in città come Erbil hanno perso il lavoro.
  • Discriminazione, molestie e pressione psicologica vengono esercitare sui residenti del campo.
  • Continue minacce di violenza stanno costringendo i residenti a lasciare il campo verso la regione Kurdistan e l’Iraq.

Mentre il Consiglio del Popolo del campo profughi di Maxmur ha reso chiaro che i residenti del campo non hanno niente a che fare con l’attacco nel ristorante Huqqabaz, l’aggressione e altre forme di pressione nei confronti del campo stanno aumentando. Il campo Maxmur ora è sotto una grave minaccia e i residenti del campo hanno poco accesso a cibo, cure mediche e lavoro. I residenti vengono isolati sempre di più, i loro bisogni fondamentali ignorati e stanno vivendo di fatto in uno stato di emergenza.

Noi, i residenti del campo Maxmur, crediamo che gli attacchi e l’aggressione da parte dello Stato turco contro di noi si intensificheranno fino a quando il governo iracheno e le Nazioni Unite resteranno in silenzio. Abbiamo scritto ai rappresentanti delle istituzioni rilevanti molte lettere e pubblicato numerose dichiarazioni sull’embargo in corso e la situazione che si va deteriorando, ma il silenzio collettivo su questa minaccia alla vita umana persiste. Finora né il governo dell’Iraq né l’Onu hanno mostrato alcuna reazione all’illegittima aggressione perpetrata dallo Stato turco. Secondo il diritto internazionale, gli attacchi aerei turchi sono una chiara violazione della sovranità dell’Iraq e contravvengono gli accordi internazionali dell’ONU e dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), che hanno il compito di proteggere persone rifugiate, espulse e apolidi.

Nostro appello urgente:

Chiediamo all’Onu e in particolare all’Unhcr di fare il proprio dovere e di agire per il rispetto del diritto internazionale e delle convenzioni e di chiedere conto alla Turchia dei suoi attacchi al campo Maxmur, dove vivono oltre 13mila rifugiati. La Turchia stessa è firmataria della Carta dell’Onu e di accordi internazionali sui diritti umani.

Chiediamo all’Onu di garantire immediatamente che l’embargo sul campo Maxmur venga tolto e che il campo Maxmur abbia accesso a rifornimenti di cibo e cure mediche. Chiediamo la fine dell’aggressione militare turca contro il campo Maxmur. Se alla Turchia viene permesso di agire impunita, continuerà a prendere di mira i residenti del campo Maxmur, causando altre morti e distruzione.

Il governo dell’Iraq deve assumersi la responsabilità per crimini commessi contro civili che vivono all’interno dei confini dell’Iraq e che ora sono bersaglio di attacchi aerei per i quali viene usato lo spazio aereo iracheno. Per questo ci appelliamo al governo dell’Iraq perché agisca contro questa violazione della sua sovranità.

Facciamo appello alla comunità internazionale, ai difensori dei diritti umani e alla società civile perché reagiscano contro le azioni illegali, mortali dell’aggressione militare della Turchia contro il campo Maxmur

Per ulteriori informazioni per piacere contattare:

Sig.ra. Ayşe Mihemed, E-Mail: dalyanmavi@hotmail.com; Telefono: 00964 750 69 72 264

***

Una breve storia del campo profughi Maxmur

Maxmur (Makhmour) è una città che si trova 60 chilometri a sudovest di Erbil, la capitale della Regione Kurdistan dell’Iraq. Il campo profughi Maxmur, situato a Maxmur, è un campo profughi riconosciuto dalle Nazioni Unite e dal 1998 ha accolto migliaia di rifugiati dal Kurdistan del nord (Turchia). Molti dei residenti del campo sono stati costretti a fuggire dalle loro case nel Kurdistan del nord nel 1993-1994 quando lo Stato turco ha messo in atto una brutale campagna di aggressione contro il popolo curdo, negando l’esistenza del popolo curdo, vietando l’espressione dell’identità curda, e sopprimendo la cultura curda mentre i suoi militari distruggevano migliaia di villaggi e espellevano migliaia di persone. Dalla sua fondazione, la popolazione del campo Maxmur è aumentata fino a oltre 13mila, con molti bambini dei residenti del campo che sono nati apolidi.

Il campo Maxmur ha una collocazione strategica, servendo come passaggio verso il Kurdistan del sud (Iraq) da sud. Nell’agosto 2014, quando Isis ha travolto ampie parti dell’Iraq e della Siria, l’organizzazione terroristica ha preso di mira Maxmur come passo nell’avanzata verso Erbil, la capitale della Regione Kurdistan in Iraq.

Isis ha invaso e occupato il campo, nonostante la gente di Maxmur si sia unita ad altri combattenti che resistevano contro l’avanzata di Isis, e la milizia popolare, le forze di autodifesa, donne e giovani allo stesso modo, alla fine hanno scacciato Isis dopo giorni di combattimenti, impedendo una catastrofica invasione del Kurdistan del sud attraverso una crescente resistenza a nome dell’umanità e non permettendo a Isis di passare. Dopo questa vittoria, Massoud Barzani, allora presidente della Regione Kurdistan dell’Iraq, ha visitato il campo Maxmur e espresso i suoi ringraziamenti alle forze di autodifesa sul posto per il ruolo svolto in questa vittoria.

Le richieste statunitensi sono state due: interruzione degli scambi economici e finanziari con l’Iran e scioglimento delle Unità di Mobilitazione Popolare. Il premier iracheno per ora pare le abbia rifiutate

Il premier iracheno Abdel Mahdi

di Stefano Mauro

Roma, 30 luglio 2019, Nena News – Alcuni rappresentanti americani sono stati, nelle scorse settimane, in Iraq per discutere con il primo ministro iracheno, Adel Abdel Mahdi, riguardo all’interruzione degli scambi economici e finanziari con l’Iran e per richiedere lo scioglimento delle Unità di Mobilitazione Popolare (Hasched Shaabi o Ump), considerate da Washington come una diretta emanazione di Teheran.

Richieste, secondo quanto afferma la stampa irachena, rifiutate dal primo ministro a causa della difficile posizione di Baghdad che si trova in mezzo ad un conflitto a “bassa intensità” tra Washington e Teheran. Lo stato iracheno, infatti, ha numerosi legami economici, commerciali, energetici e religiosi con l’Iran ed una simile scelta significherebbe sicuramente una destabilizzazione del già fragile governo di unità nazionale del premier iracheno.

Per quanto riguarda la seconda richiesta Mahdi ha cercato di trovare una soluzione “diplomatica” che riesca a preservare gli equilibri interni tra le differenti confessioni irachene, visto che le pressioni e le minacce americane rischiano di compromettere gli sforzi fatti fino ad oggi e di favorire Daesh che, nonostante la sconfitta di un anno fa, resta ancora presente nella provincia di Anbar.

Proprio in quest’ottica ha emesso un’ordinanza, denominata Diwani, che richiede “a tutte le fazioni di chiudere il loro quartier generale con la scelta di integrarsi all’interno delle forze armate o impegnarsi nell’arena politica (senza armi, ndr). Qualsiasi fazione che rifiuta segretamente o apertamente di rispettare queste istruzioni sarà considerata illegale”. L’ultimatum per il rispetto dell’ordinanza è il 31 luglio.

Una scelta considerata positiva dall’amministrazione americana, che però, potrebbe portare lo stato iracheno ad una lotta intestina. Se da una parte alcune organizzazioni dell’Hashed Shaabi hanno appreso e condiviso la scelta del premier – soprattutto per quanto riguarda i diritti di cui godranno i miliziani in termini di stipendi, protezione sociale e medica – da un altro punto di vista si sono dichiarati contrari ad una scelta che viene vista come “un’interferenza americana negli affari interni dell’Iraq”.

“Forse il governo centrale di Baghdad” – ha dichiarato il leader del gruppo Harakat Hezbollah al Nujaba, Akram al Kaabi – “ha dimenticato che sono state tutte le formazioni dell’Hashed Shaabi a respingere Daesh ed a sconfiggere le milizie jihadiste di Al Baghdadi”. “Bisogna anche ricordare che in quel periodo gli Usa non hanno fatto nulla per riorganizzare l’esercito iracheno ed aiutarci, mentre adesso richiedono un nostro smantellamento, quando siamo quasi sul punto di eliminare definitivamente la presenza jihadista dalle nostre regioni” – ha concluso al Kaabi.

Frizioni che potrebbero portare ad uno scontro diretto tra le milizie delle Unità di Mobilitazione Popolare – formate anche da battaglioni sunniti e cristiani – e le truppe americane presenti in Iraq. Già nel periodo post elettorale l’inviato di Washington per la Coalizione internazionale anti-Daesh, Bret McGurk, aveva tentato di far eleggere un ufficiale iracheno, filo-americano, a capo del governo, prima che venisse nominato il premier Mahdi.

Episodio che aveva avuto un seguito, secondo la stampa irachena, con l’episodio che aveva avuto come protagonista il generale di brigata Mahmoud al-Fallahi, comandante dell’esercito dell’Anbar e capo del confine con Siria, Giordania e Arabia Saudita. Al Fallahi, secondo il canale libanese al Mayadeen, aveva trasmesso alla CIA tutte le coordinate della posizione di Hezbollah-Iraq ad al-Qa’em, al confine siriano, le posizioni, le armi, la logistica ed i nomi dei comandanti dei gruppi Nujaba, e Kataib Imam Ali. Informazioni ottenute dall’intelligence iraniana, grazie al suo sistema di controllo su whattsapp, e che, successivamente, avevano portato ad un bombardamento israeliano proprio su quelle postazioni.

Il primo ministro iracheno, secondo il portale Iraq Daily, ha utilizzato questo stratagemma per diminuire il potere delle Ump, una mossa considerata “rischiosa” visto che Abdel Mahdi “non gode di sufficiente sostegno politico da parte dei partiti politici per soddisfare pienamente i desideri degli Stati Uniti”. Un’instabilità politica che, in caso di conflitto con l’Iran, potrebbe destabilizzare per l’ennesima volta i fragili equilibri interni tra le diverse confessioni e che potrebbe causare seri problemi alla stessa amministrazione americana.

Sono chiare le parole di al-Kaabi al riguardo:” Oggi l’Iraq è molto più forte e organizzato, ed è in grado di trasformare la presenza americana sul nostro territorio in un inferno”.

A dirlo è l’attivista Öztürk del Partito per la Libertà sociale TÖP. Alcuni giorni fa il governo turco ha annunciato la sospensione dell’accordo con l’Unione Europea riguardo al controllo dei cosiddetti flussi migratori dalla Siria. Sono 3,5 milioni i rifugiati siriani presenti in Turchia, ma ora sono sempre più esposti a repressione e espulsioni

Rifugiati siriani a Gaziantep, vicino alla Siria

di Maurizio Coppola

Istanbul, 30 luglio 2019, Nena News – “Il governo turco ha annunciato di voler espellere 80.000 siriani nelle prossime settimane. Si tratta semplicemente di un crimine di stato”, afferma Zeki Öztürk, attivista del Partito per la libertà sociale TÖP attivo, tra l’altro, nei quartieri periferici di Istanbul dove vive una gran parte dei rifugiati siriani. Le retate sono iniziate una settimana fa in alcune zone di Istanbul contro i rifugiati siriani senza permesso di soggiorno o permesso di soggiorno consegnato dalle autorità di altre città e regioni. L’Unione Europea aveva usato la Turchia come cuscinetto per regolare l’arrivo di rifugiati siriani sul territorio europeo. “Il governo turco dell’AKP [Partito della Giustizia e dello Sviluppo], per conto suo, sin dall’inizio del conflitto siriano ha usato una retorica di solidarietà con i rifugiati per occupare un ruolo centrale nei conflitti della zona”, aggiunge Öztürk.

Secondo l’attivista, sono quattro i temi chiave da prendere in considerazione nel dibattito sull’attuale politica del governo turco contro i siriani. Il primo è la diversità della comunità siriana arrivata in Turchia da ormai sette anni. Infatti tra i 3,5 milioni di siriani presenti in Turchia ci sono arabi-sunniti, curdi, alawiti, comunità nomade, sciiti etc. Si tratta dunque di un mosaico di etnie e religioni che complica la comprensione dei bisogni sociali e culturali dei rifugiati e che crea conflitti all’interno delle società turca. “Se mai la politica turca avesse risposto ai problemi reali dei siriani, questa è rivolta esclusivamente agli uomini arabi-sunniti”, ci spiega Öztürk. Quasi la metà dei rifugiati siriani in Turchia però è rappresentata da bambini e da tantissime donne esposte a pericoli specifici alle loro condizione d’esistenza. Nel quartiere Alibeyköy, a circa un’ora di pullman verso nord dal centro di Istanbul, l’organizzazione politica TÖP da quasi tre anni sta portando avanti delle attività sociali con l’apertura di case di cultura e una casa delle donne, attività rivolte esplicitamente a questi due soggetti più deboli.

Un secondo tema riguarda le condizioni di vita e di lavoro dei rifugiati siriani nel contesto di una profonda crisi del sistema di accumulazione turca: nei primi sei mesi dell’anno in Turchia si è misurata una diminuzione del PIL, delle importazioni e del consumo privato. Tutto indica una importante recessione per il 2019 dopo che l’economia turca era cresciuta di quasi 7 punti nel 2018. Allo stesso tempo le richieste per sussidi disoccupazione è aumentata del 52% in un anno (maggio 2018 a 2019), mentre l’anno prima erano diminuite del 1.6%. Nel 2018 l’inflazione ha superato il 20%.

La regolazione dei flussi migratori siriani ha portato, di fatto, a una ripartizione della forza lavoro tra l’Unione europea e la Turchia: da una parte, in Europa arrivano i siriani con alte qualificazioni professionali, l’esempio più importante sono i numerosi medici tra i circa 800.000 rifugiati siriani istallati in Germania; dall’altra parte invece in Turchia rimangono o vengono rispediti quelli con formazioni professionali più basse. Secondo una ricerca della Mezzaluna Rossa turca del 2018, sono circa un milione i siriani che lavorano nel sistema produttivo turco, ossia nello smistamento dei rifiuti (attività lasciata totalmente all’informalità ma senza la quale il sistema di riciclaggio dei rifiuti non funzionerebbe proprio), nell’edilizia e soprattutto nell’agricoltura (dove si parla di 92% di irregolarità) e nel settore del tessile. “I siriani compongono una forza lavoro a basso costo. Se il salario medio turco si aggira attorno a 2200 Lire turche al mese [circa 350 Euro], tra i siriani si calcola tra 500 e 700 Lire turche. Tra i bambini abbiamo conosciuto casi di 5 Lire al giorno, cioè neanche 1 Euro. Senza la forza lavoro siriana, l’economia turca sprofonderebbe in una ancora più profonda crisi”, così Öztürk.

Il terzo tema è l’accordo tra l’Unione europea e la Turchia firmato nel 2016. L’accordo prevedeva, tra l’altro, il versamento di sei miliardi Euro di aiuti economici per la gestione della questione rifugiati. Finora ne sono stati pagati circa 3 miliardi, ma secondo Öztürk una parte ben piccola è stata investita realmente nell’accoglienza dei rifugiati siriani: “I finanziamenti europei se li sono intascati lo stato turco e i funzionari di governo. E invece di investire nelle strutture d’accoglienza e nei servizi necessari per rispondere ai bisogni dei rifugiati, lo stato turco ha aperto tre centri d’accoglienza su territorio siriano”.

Infine, il quarto tema si riferisce alla svolta autoritaria che il presidente Erdoğan ha avviato dopo aver perso la maggioranza parlamentare nelle elezione del 7 giugno 2015 e dopo il tentativo di colpo di stato il 15 luglio 2016. Da allora sono aumentate le “operazioni antiterrorismo” nelle zone curde della Turchia, dell’Iraq e della Siria. Il presidente ha intensificato gli arresti di militanti socialisti e di membri del Partito democratico dei popoli HDP e le “neutralizzazioni” – per usare un termine orwelliano che tradotto vuol dire semplicemente “uccisioni” – dei combattenti del PKK nel Nord dell’Iraq e del YPG nella Siria del Nord. “Con questa svolta autoritaria del governo AKP, ogni giorno ci sono scontri armati e arresti. La vita sociale nel Kurdistan turco è praticamente finita”, spiega Öztürk. Una svolta che è servita a riconquistare il consenso nei settori più conservatori della società turca durante la prima fase di crisi di governance e ora viene utilizzata contro i migranti.

Ma gli attacchi ai diritti dei migranti non si limitano ai siriani. È di un mese fa la notizia secondo la quale il Ministro degli interni Süleyman Soylu annunciava retate contro i migranti africani a Istanbul in nome della legalità e del decoro. Secondo gli studiosi del Centro di ricerca sulle migrazioni dell’Università di Koç, gli africani a Istanbul sono tra i 50.000 e 200.000 e vivono soprattutto nel distretto Beyoğlu, lavorando nel settore tessile, senza assicurazione, giornate di lavoro che arrivano fino a 15 ore e un salario medio che corrisponde alla metà di quello dei lavoratori turchi, cioè circa 1000 Lire turche o come venditori ambulanti nelle strade maggiormente percorse dai turisti. Quindi la governance turca sta cambiando carattere: “La svolta autoritaria di Erdoğan combina il tradizionale dispotismo turco con forme di neofascismo in crescita anche in Europa occidentale”, conclude Öztürk.

Le contraddizioni sociali ed economiche nella Turchia contemporanea stanno aumentando rapidamente: in pieno contesto di crisi economica e aumento della disoccupazione, il governo di Erdoğan lancia un attacco ai settori più deboli della società per rispondere alle crescenti preoccupazioni esistenziali dei lavoratori turchi. In questo il nuovo sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu del Partito Popolare Repubblicano CHP sta in totale sintonia con il governo centrale dell’AKP. Ma allo stesso tempo vasti settori dell’economia turca sono maggiormente dipendenti da questa forza lavoro a basso costo e ipersfruttabile per garantire i profitti in una fase di recessione. Anche se politicamente Erdoğan sta perdendo lentamente consenso, la sua posizione non è ancora in pericolo. Ma cosa succederà quando i nodi verranno al pettine? Nena News

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