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La nostra redazione si prende una pausa, da lunedì 3 a sabato 29 agosto: il sito continuerà comunque a essere aggiornato con le notizie più importanti. Cogliamo l’occasione per augurarvi buone vacanze

Cari lettori,

Dopo un altro anno intenso, di impegno quotidiano, per la nostra piccola redazione è arrivato il momento di prendersi una pausa estiva. Nena News va in ferie da oggi lunedì 3 a sabato 29 agosto. Un’occasione per tirare le somme del decimo anno di attività e preparare al meglio le sfide che ci aspettano.

Il sito sarà comunque aggiornato con le notizie più urgenti dall’Africa e il Medio Oriente,. Il nostro obiettivo resta quello di darvi la migliore informazione, la più completa possibile, scansando gli stereotipi e dando voce ai protagonisti delle storie che vi raccontiamo.

A voi, che ci seguite sempre con affetto, rivolgiamo un grazie per la fiducia che riponete nel nostro lavoro e per la carica che ci date, e vi auguriamo una buona estate.

La redazione di Nena News

La nostra rubrica sul continente africano vi porta anche in Mali dove gli sforzi di mediazione dei leader di Ghana, Costa d’Avorio, Niger, Nigeria e Senegal si sono conclusi senza un accordo riguardo la crisi politica del Paese

la missione delle Nazioni Unite (MINUSMA)

di Federica Iezzi

Roma, 1 agosto 2020, Nena News – La commissione elettorale tanzaniana ha fissato al prossimo ottobre la data delle attese elezioni presidenziali. La campagna elettorale avrà inizio a fine agosto.

Il presidente John Magufuli cercherà la rielezione dopo essere stato scelto all’inizio di questo mese come candidato del partito di governo Chama Cha Mapinduzi (CCM).

Chadema (Chama cha Demokrasia na Maendeleo), il principale partito di opposizione, ha diversi candidati in lista, tra cui il vice presidente Tundu Lissu che attualmente vive in esilio in Belgio, e lo stesso leader del partito Freeman Mbowe.

Anche l’ex ministro degli esteri Bernard Membe, del partito ACT-Wazalendo (Alliance for Change and Transparency), sta cercando la candidatura per correre contro Magufuli.

I tanzaniani voteranno inoltre per eleggere membri del parlamento e consiglieri locali.

L’opposizione ha chiesto la formazione di una commissione elettorale indipendente, esprimendo timori per il clima di violenza e intimidazione.

Il presidente Magufuli attualmente è stato accusato di restringere la libertà individuale, limitare i diritti umani e aumentare l’autoritarismo.

Durante il suo mandato, redazioni giornalistiche sono state chiuse e il lavoro delle organizzazioni non governative è stato severamente limitato.

Costa d’Avorio

Marcel Amon-Tanoh, alleato di lunga data del presidente Alassane Ouattara e fino a poco tempo fa il suo ministro degli esteri, sarà uno dei prossimi candidati alle elezioni presidenziali della Costa d’Avorio previste in ottobre.

La campagna è stata scagliata nell’incertezza all’inizio del mese quando il Primo Ministro Amadou Gon Coulibaly, è morto improvvisamente, lasciando senza candidato il Rassemblement des houphouëtistes pour la démocratie et la paix (RHDP), partito attualmente al governo.

Le elezioni del prossimo ottobre sono viste come un test chiave per la stabilità della Costa d’Avorio. La prima vittoria elettorale di Ouattara nel 2010 ha scatenato una guerra civile combattuta in gran parte lungo le linee regionali ed etniche, che ha ucciso circa 3.000 persone.

Le tensioni politiche sono aumentate negli ultimi mesi. Alla fine dell’anno scorso, il governo ha accusato l’ex primo ministro ed ex leader ribelle Guillaume Soro, di aver pianificato un colpo di stato contro il governo di Ouattara.

Amon-Tanoh si è dimesso a marzo come ministro degli esteri, carica che aveva ricoperto dalla fine del 2016, dopo che Ouattara ha designato Gon Coulibaly come candidato presidente del RHDP.

Altro candidato in gara è Henri Konan Bedie, già presidente della Costa d’Avorio dal 1993 al 1999.

Mali

Gli sforzi di mediazione in Mali, dei leader di Ghana, Costa d’Avorio, Niger, Nigeria e Senegal si sono conclusi senza un accordo riguardo la crisi politica del Paese.

I presidenti hanno incontrato a Bamako il capo di stato maliano Ibrahim Boubacar Keita e le figure chiave del movimento di protesta dell’opposizione.

Il presidente nigeriano Mahamadou Issoufou ha dichiarato che il blocco regionale dell’Africa occidentale, ECOWAS, organizzerà un incontro per discutere una crisi che potrebbe destabilizzare ulteriormente il Paese, già in lotta contro i gruppi armati nel Sahel.

Mobilitato dall’influente leader musulmano Ibrahim Dicko, sotto la protezione del Mouvement du 5 Juin, un’alleanza di leader politici e della società civile, nelle ultime settimane decine di migliaia di persone si sono riversate nelle strade di Bamako per chiedere le dimissioni di Keita.

Una missione ECOWAS, guidata da Goodluck Jonathan, ex-presidente nigeriano, ha proposto di istituire un governo di unità nazionale che includa membri dell’opposizione e gruppi della società civile. Ha inoltre suggerito la nomina di nuovi giudici alla corte costituzionale. Ma le proposte sono state respinte in blocco dal Mouvement du 5 Juin.

Nel Mali centrale, gruppi armati si contendono il controllo sfruttando la povertà delle comunità emarginate e infiammando le tensioni tra i gruppi etnici.

La presenza di migliaia di truppe straniere nel Sahel non è riuscita ad arginare la violenza.

Ed entra sotto il nome di Takuba, la nuova task force destinata al Sahel, che sarà composta principalmente da forze speciali europee, in coordinamento con i partner del G5-Sahel, la missione delle Nazioni Unite (MINUSMA) e le missioni dell’UE (EUTM Mali, EUCAP Mali e EUCAP Niger).

La task force Takuba, a cui è stata confermata la partecipazione italiana, dovrebbe avere una capacità operativa iniziale entro l’estate del 2020 e dovrebbe diventare operativa entro l’inizio del 2021, nell’area del Liptako-Gourma, tra il Mali centro-orientale, il nord del Burkina Faso e la regione sud-occidentale del Niger.

 

Gender in Palestina. Intervista a Ghadir Shafie, direttrice dell’associazione Aswat-Palestinian Feminist Center for Gender and Sexual Freedoms. «La strada è ancora lunga ma la nostra società fa progressi e rifiutiamo l’uso che Israele fa della questione Lgbtq per colpire i palestinesi»

Manifestazione a favore dei diritti Lgbtq © Al Qaws

di Michele Giorgio   il Manifesto

Gerusalemme, 1 agosto 2020, Nena News – La vicenda di Julia Zaher, l’imprenditrice palestinese di Nazareth, che ha donato fondi all’associazione israeliana ebraica The Aguda per i diritti Lgbtq escludendo le ong e le organizzazioni arabe che lavorano sullo stesso terreno, ha sollevato molte polemiche ma è servita a puntare i riflettori sui progressi fatti così come sulla lunga strada ancora da percorrere nella società palestinese – in Israele e nei Territori occupati – sull’omofobia e i diritti di omosessuali, trans e queer. E ha posto con forza l’accento sulla questione del “pinkwashing” israeliano. Ne abbiamo parlato con Ghadir Shafie, direttrice di Aswat-Palestinian Feminist Center for Gender and Sexual Freedoms.

Il lavoro di Aswat in questi giorni ha una maggiore visibilità. A che punto siamo?

Contestualizziamo il tema. Occorre tenere presente, sempre, che i palestinesi, sono un popolo oppresso da decenni, soggetto anche ad occupazione e colonialismo di insediamento. Di fronte a ciò si sono posti in “modalità di sopravvivenza”. Questa condizione ha ridotto lo spazio per affrontare con serenità la questione dei diritti civili e dell’individuo. In sostanza la nostra gente o gran parte di essa pensa che venga prima la libertà come popolo e poi gli altri diritti. La questione Lgbtq fino a poco tempo fa non era neppure sul tavolo.

E ora?

Si sono fatti progressi, nel rispetto della priorità della lotta nazionale. Noi (attivisti) abbiamo compreso che parlare solo di sessualità non può funzionare in queste circostanze. Questo tema fondamentale va inserito in una campagna ampia di diritti da raggiungere, assieme alla battaglia delle donne contro il sessismo, la discriminazione e la società conservatrice, e alla lotta contro l’apartheid di cui è vittima in varie forme il nostro popolo. Parlo di una resistenza complessiva contro ogni forma di oppressione in cui è diventato rilevante, per un numero crescente di palestinesi, combattere l’omofobia e promuovere i diritti Lgbtq. Ed è ciò che stanno facendo anche altre associazioni e organizzazioni palestinesi in Israele e nei Territori occupati. Abbiamo saputo portare le nostre lotte su di un piano internazionale, rendendole visibili al mondo. Inclusa la questione Lgbtq. E registriamo un aumento del sostegno globale a tutti i diritti del nostro popolo.

Sono stati tagliati traguardi sul piano internazionale. Però sul terreno quali passi concreti in avanti si sono fatti

Abbiamo rotto più di un tabù e aperto il dibattito sull’orientamento sessuale e l’identità di genere in Palestina. Non sto ingigantendo i risultati positivi, mi rendo conto che siamo solo all’inizio di un percorso lungo e tortuoso e che l’omofobia sia ancora lì. Qualche giorno fa, ad esempio, abbiamo dovuto ingoiare l’astensione di alcuni parlamentari arabi alla Knesset sulla legge che respinge l’idea di terapie mediche e psicologiche per i gay che purtroppo troppi considerano ancora come degli ammalati. Però è un dato di fatto, oggi tra i palestinesi se ne parla di più, specie sui social dove si leggono più post sul tema. Le reazioni di rifiuto, spesso per motivi religiosi, sono ancora significative ma aumentano giorno dopo giorno i favorevoli ai diritti Lgbtq, soprattutto tra i giovani. Abbiamo spostato la questione dai margini al centro, ne discutono anche in alcuni partiti politici, i media sono più interessati di prima. E sta avvenendo in modo spontaneo, lontano dalle strumentalizzazioni delle autorità israeliane.

A che cosi si riferisce?

All’estero si ha una idea ben diversa ma la società israeliana, nonostante l’esistenza di certe leggi in materia, non è avanzata su questo tema come si vuol far credere. Anch’essa è in parte omofoba e in questi anni non sono mancati attacchi violenti ai gay. Ciò nonostante viene descritta come protettrice dei diritti Lgbtq palestinesi. Se sei gay, è lo slogan, vieni a Tel Aviv e sarai libero. Ma, spieghiamo noi, se non lo sei allora resterai oppresso. Tutto ciò è inaccettabile. Ecco perché la battaglia per i diritti Lgbtq palestinesi deve essere dei palestinesi e non di Israele. Pochi ne hanno parlato ma Aswat, un’altra organizzazione, al Qaws, e varie associazioni hanno organizzato l’anno scorso una grossa iniziativa palestinese Lgbtq che ha riscosso molto interesse. Sappiamo cosa fare, come muoverci e rifiutiamo il pinkwashing.

Cosa intendete per pinkwashing?

L’uso da parte di Israele dei diritti Lgbtq per promuovere nel resto del mondo l’idea del piccolo Stato “paradiso” per la comunità Lgbtq che protegge e salva i gay palestinesi dalla stessa società palestinese. Si tratta di una strumentalizzazione politica e sociale che ha come obiettivo quello di rappresentare i palestinesi come rozzi barbari e di nascondere sotto il tappeto le violazioni dei diritti umani che compie Israele. (Il premier) Netanyahu nei suoi discorsi pubblici in Israele non fa riferimento ai diritti dei gay perché una porzione ampia della società israeliana è contraria, specie i religiosi.

Però ne parla copiosamente quando va negli Usa o in Europa, per affermare quanto siano arretrati gli arabi e quanto sia avanzato Israele. Questo è il pinkwashing. Ripeto, l’omofobia resta un problema serio nella nostra società ma lasciatelo risolvere a noi, ci stiamo lavorando, non abbiamo bisogno di strumentalizzazioni. Gruppi di ogni parte del mondo appoggiano i diritti, tutti i diritti, del popolo palestinese. Purtroppo governi ed istituzioni internazionali continuano a sostenere solo organizzazioni come The Aguda legate alle politiche dei governi israeliani e ad ignorare quelle palestinesi. Dovrebbero sapere che ci viene impedito di andare nelle scuole arabe a promuovere tra i ragazzi i diritti Lgbtq. Non appena usiamo nei nostri progetti la parola “palestinesi” le istituzioni statali (israeliane) ci chiudono porta in faccia. Nena News

 

 

Gli hooligans, tifosi del Beitar Gerusalemme ed estremisti di destra, sono stati protagonisti in questi giorni di aggressioni e pestaggi a danno di manifestanti anti-Netanyahu. Le contestazioni però non si arrestano, il premier in difficoltà

di Michele Giorgio   il Manifesto

Gerusalemme, 31 luglio 2020, Nena News – C’erano in strada ieri a Gerusalemme anche gli hooligans di estrema destra, La Familia, “tifosi” del Beitar Gerusalemme, nella serata che ha visto nella città e a Tel Aviv due nuove ampie manifestazioni organizzate da Bandiera Nera e altri gruppi davanti alle residenze ufficiali del premier Netanyahu e del ministro della sicurezza interna Ohana. La Familia ha mantenuto la promessa, non ha mancato l’appuntamento a dispetto dello schieramento delle forze di sicurezza e delle assicurazioni date dal capo della polizia ad interim Motti Cohen: «Non consentiremo alcuna violenza contro i manifestanti, i civili e gli agenti». Ma la stessa polizia è stata accusata nei giorni scorsi di brutalità, di usare i cannoni ad acqua per ferire i dimostranti e di non aver fatto nulla per fermare i picchiatori di La Famiglia e, a Tel Aviv, di altri hooligan di estrema destra, i Fanatics, “tifosi” del Maccabi.  Tanto che è dovuto intervenire il capo dello stato, Reuven Rivlin, per chiedere che sia fatto il possibile per impedite le violenze e proteggere i manifestanti. Non pochi israeliani hanno avuto un assaggio, nei giorni scorsi, della mano pesante della polizia. Non paragonabile comunque a quella che di solito viene usata nei confronti delle proteste palestinesi, a Gerusalemme Est e soprattutto in Cisgiordania, dove i militari israeliani e la guardia di frontiera (un corpo paramilitare della polizia) fanno uso anche di armi da fuoco contro i palestinesi.

Netanyahu non si è unito all’appello di Rivlin. Messo sotto pressione per la sua gestione della crisi economica causata dal coronavirus e anche, da una parte dei manifestanti, per le accuse di corruzione di cui dovrà rispondere nei prossimi mesi al tribunale di Gerusalemme, il primo ministro ripete di essere vittima di complotti della sinistra e dei media. Ieri ha preso di mira la stazione tv Canale 12. I suoi sostenitori si sono subito mobilitati. La Familia ha chiamato i propri aderenti a radunarsi al complesso della Prima Stazione di Gerusalemme, non lontano dalla residenza del premier, per «mostrare» ai manifestanti anti Netanyahu che «le regole del gioco sono cambiate». E ha già preso parte a due contro-dimostrazioni a Gerusalemme scagliandosi contro i manifestanti. «Gli odiatori e i demolitori di Israele prendono in giro i simboli ebraici e danneggiano ogni valore ebraico», ripetono in questi giorni sui social i leader di La Familia. «Nessuno poteva immaginare che ciò potesse accadere nello Stato di Israele – aggiungono riferendosi ai manifestanti avversari -, continuano a caricare foto e video, denigrano noi e la religione ebraica. Pertanto – avvertono – non intendiamo rimanere indifferenti».

La Familia ufficialmente è solo un gruppo di tifosi. In realtà, sin dalle sue origini, è una organizzazione di estrema destra a tutti gli effetti, fortemente razzista e antiaraba, che si rifà al movimento giovanile sionista revisionista, Beitar, che assieme a forze di destra, anni dopo, ha formato il Likud, il partito oggi guidato di Netanyahu. Lo stesso primo ministro è un tifoso accanito del Beitar Gerusalemme, club che si porta dietro il marchio dell’estrema destra e che è noto nel mondo per la violenza e la rabbia dei suoi tifosi. Le partite di calcio tra il Beitar Gerusalemme e le squadre arabe di solito sono costellate di insulti e avvertimenti minacciosi che spesso si traducono in aggressioni fisiche. Secondo il quotidiano Haaretz, in passato Netanyahu ha mostrato parecchia simpatia per La Familia nonostante fosse già indicata come pericolosa dalle stesse forze di sicurezza.

Il pericolo di aggressioni, come quelle avvenute nei giorni scorsi, ha spinto alla fondazione del gruppo Protest Watch, a protezione dei manifestanti minacciati da provocatori. Invece la conduttrice televisiva Emilie Moatti e alcuni attivisti di sinistra hanno raccolto fondi per farsi proteggere da una società di sicurezza e per acquistare telecamere di sorveglianza. In ogni caso, spiegavano ieri sera gli organizzatori delle manifestazioni, non si faranno più intimidire dagli attacchi degli estremisti di destra. E continueranno a protestare contro Netanyahu che mai come in queste settimane di tensione appare indebolito e in discesa nei sondaggi assieme al Likud. Nena News

Un rapporto di Amnesty International pubblicato ieri afferma che almeno 2.000 minori che hanno vissuto in Iraq stupri, torture e violenze da parte del gruppo jihadista non stanno ottenendo l’aiuto di cui avrebbero bisogno per superare i traumi psicologici

della redazione

Roma, 31 luglio 2020, Nena News – Le violenze e uccisioni subite in Iraq da parte del cosiddetto “Stato Islamico” (Is) nel 2014 avevano scioccato il mondo intero al punto che persino i media mainstream e le istituzioni internazionali si occuparono improvvisamente di loro per un po’ di tempo. Caduto ufficialmente il “califfato”, gli yazidi sono però tornati nel dimenticatoio. Un rapporto di Amnesty International pubblicato ieri, infatti, sostiene che almeno 2.000 bambini della comunità yazida in Iraq non stanno ottenendo l’aiuto di cui avrebbero bisogno per affrontare i traumi figli della barbarie vissuta. Secondo lo studio della ong britannica, i sopravvissuti agli abusi e ai massacri compiuti dall’Is – attualmente vivono nella regione del Kurdistan dell’Iraq – “sono stati di fatto abbandonati” e stanno combattendo per riprendersi dalle violenze subite. “Mentre l’incubo del loro passato si è affievolito – ha detto Matt Wells, il vice direttore di Amnesty per le risposte alle crisi – le difficoltà restano per questi bambini. Questi minori sono stati sistematicamente soggetti agli orrori della vita sotto lo Stato Islamico e ora sono stati lasciati a raccogliere i pezzi”. Per Wells “bisogna dare loro il sostegno di cui necessitano disperatamente in modo da ricostruire le loro vite e il futuro della comunità yazida”.

Il rapporto afferma che tra le malattie mentali più comuni che si riscontrano nei 1.992 bambini che hanno vissuto tortura, stupri e altri abusi ci sono stress post-traumatico, ansia e depressione. Altri sintomi e comportamenti registrati in questi minori sono atteggiamenti aggressivi, incubi, flashback e gravi cambiamenti di umore. Una dottoressa intervistata da Amnesty ha dichiarato che quasi tutte le ragazze che ha trattato tra i 9 e i 17 anni vittime di violenza sessuale soffrono ora di infezioni, mestruazioni irregolari, difficoltà nella gravidanza e nel parto.

I traumi risalgono al 2014 quando il “califfato islamico” occupò Sinjar (città del governatorato di Ninawa, Iraq nord occidentale) uccidendo migliaia di uomini, rendendo schiave donne e bambini. Tra le vittime ci fu anche Nadia Murad, premiata nel 2018 con il Nobel per la pace per il suo attivismo.

Gli eventi drammatici avvenuti in quell’area dell’Iraq furono definiti in seguito dalle Nazioni Unite come “genocidio”. Erano gli anni in cui lo “Stato Islamico” era molto forte al punto da controllare ampie porzioni di territorio tra l’Iraq e la Siria e utilizzava molti ragazzi a combattere per loro. Una volta ritornati a casa in seguito alla sconfitta del “califfato”, tuttavia, questi giovani non hanno ricevuto alcun sostegno psicologico. Il caso del 15enne Sahir, ex bambino soldato, è emblematico: all’ong britannica ha raccontato che sapeva di aver bisogno di un aiuto a causa dei traumi subiti, ma non sapeva a chi rivolgersi: “Quello che cercavo era che qualcuno si occupasse di me, che mi sostenesse, che mi dicesse: ‘Sono qui per te’”.

Gravissima è anche la situazione delle donne molte delle quali, oltre alle violenze subite dai miliziani dell’Is a cui spesso sono state date in sposa come bottino di guerra, hanno dovuto subire anche “pressioni, costrizioni o perfino inganni” da parte dei familiari per separarsi dai loro figli nati dagli stupri dei combattenti dello Stato Islamico. “Voglio dire alla [nostra comunità] e al mondo intero per favore accettateci, accettate i nostri figli” ha detto Janan, 22 anni.

Secondo lo Yazidi Rescue Bureau del governo regionale del Kurdistan iracheno, sono circa 2.800 gli yazidi scomparsi da quando l’Is controllava ampi territori tra Iraq e Siria. Nena News

Usato dal Belgio e dalla Cia per sostituire Lumumba, governò il paese con la violenza delle torture e la corruzione. Ma con la caduta dell’Urss, non serviva più. E Washington l’ha costretto al ritiro con una guerra

Mobutu Sese Seko all’Onu

di Federica Iezzi

Roma, 30 luglio 2020, Nena News – È il più grande Paese dell’Africa sub-sahariana, la Repubblica Democratica del Congo, ed è uno dei più poveri e sofferenti del mondo, e più pericolosamente vicini allo stato di fallimento.

Sebbene vaste porzioni della Repubblica Democratica del Congo siano pacifiche, le parti nord-orientali della Nazione sono in uno stato di conflitto di basso livello dalla fine della guerra fredda, con sconvolgimenti politici, disordini civili e movimenti secessionisti.

Per 32 anni l’ex-Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo, è stato nelle mani di Mobutu Sese Seko Kuku Ngbendu Wa Za ​​Banga, considerato pilastro di pragmatismo e buon senso. Nato a Lisala, nell’estremo nord-ovest dell’allora Congo-Kinshasa, si arruolò giovanissimo nell’esercito belga. Proprio grazie alle armi conobbe i principali politici congolesi di fine anni ’50, tra cui Patrice Lumumba, l’allora primo ministro del Congo, con cui si unì al Mouvement National Congolais (MNC).

L’ascesa meteorica di Mobutu al potere arrivò durante la crisi del Congo nei primi anni ’60. Il Paese era appena emerso dalla catastrofe del dominio belga. Re Leopoldo II, probabilmente il più illustre di tutti i colonialisti, lo trasformò in un feudo personale, uccidendo e schiavizzando la popolazione per arricchirsi di avorio e gomma.

L’esercito aveva il compito di impedire la secessione delle province ricche di minerali di Katanga e Kasaï. Nello stallo politico, quando la Cia aiutò il Belgio ad assassinare Lumumba, Mobutu prese il potere con un colpo di stato. 

Gli ambasciatori statunitensi e britannici sostennero il dittatore, come un sincero anticomunista e la migliore speranza per il futuro del Congo. Gli Stati Uniti hanno continuato a considerare Mobutu un utile alleato sia contro il comunismo globale sia contro i movimenti radicali dell’Africa. Era vitale per gli sforzi dei ribelli dell’Unita (Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola), sostenuti dagli Stati Uniti, nell’atto di rovesciare il governo Mpla (Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola) di sinistra, nella vicina Angola.

La Zaïrianisation, la politica incostituzionale di Mobutu di nazionalizzare le industrie e distribuire contratti redditizi ai suoi alleati, si rivelò da subito catastrofica. E l’economia del Paese venne scaraventata verso un rapido e paralizzante declino. Il regime di Mobutu trovò negli Stati Uniti il patrocinio necessario a sopravvivere di fronte al collasso economico. Gli stessi Stati Uniti hanno contribuito a incanalare i prestiti della Banca Mondiale e i crediti del Fondo Monetario Internazionale al governo di Mobutu. 

Mobutu ha continuato con una combinazione machiavellica di omicidi, detenzioni arbitrarie, violazione dei diritti umani e torture da un lato e corruzione, eccessi e sontuosità dall’altro.

Al termine della guerra fredda, quando l’Unione Sovietica crollò, Mobutu non era più utile agli Stati Uniti, per cui invece di sostenere il regime autocratico congolese, gli Stati Uniti imposero gravi pressioni su Mobutu per una democrazia multipartitica. Come atto finale Paul Kagame, leader del Rwanda, usò l’avversario congolese di lunga data di Mobutu, Laurent Kabila, per fronteggiare il movimento Alliance des Forces Democratiques pour la Liberation du Zaire (ADFL-Z), che avrebbe fatto crollare il governo Kinshasa e detronizzare Mobutu.

L’esercito utilizzò questo vuoto di potere per scatenare la follia nel Paese a partire dal settembre 1991. Le forze armate del Ruanda, e i suoi alleati Uganda e Burundi, combatterono ferocemente contro l’esercito congolese, appoggiato da Angola, Ciad, Namibia, Sudan e Zimbabwe. Joseph Kabila, figlio di Laurent Kabila, fu l’unico leader a contribuire ad un accordo di pace, guidato dalle Nazioni Unite nel 2002, che ha lasciato nel Paese una profonda instabilità.

Il Paese sembra traghettato verso una regressione al passato violento, piuttosto che verso un futuro progressista. I negoziati sulla transizione verso un’era davvero democratica non dovrebbero limitarsi al dialogo tra i soli politici ma dovrebbero incoraggiare un processo di rimodellamento completo della politica nazionale. Nena News

 

Passa la legge voluta dal presidente Erdogan per azzerare le critiche online, già severamente punite dalla magistratura: obbligo per le compagnie di trasferire la sede legale in Turchia e di rimuovere i contenuti sgraditi, pena la messa al bando

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 30 luglio 2020, Nena News – Il via libera al disegno di legge anti-social turca era stato dato poche ore prima della preghiera musulmana a Santa Sofia dello scorso venerdì: mentre Erdogan si preparava a recitare il Corano, la commissione giustizia del parlamento dava luce verde al controllo statale dei social network. Ieri il voto favorevole dei parlamentari: dal prossimo ottobre Ankara potrà mettere al bando Twitter, Facebook, YouTube e Instagram (e tutti i social con più di un milione di visitatori unici al giorno) se non rispetteranno le nuove misure.

Ovvero, il trasferimento delle loro rappresentanze legali in Turchia e la rimozione immediata di ogni post considerato offensivo o immorale dallo Stato turco. Se non si adegueranno, trasferendo le loro sedi e cancellando dall’etere i post incriminati, pagheranno con multe fino a 4,3 milioni di dollari, limiti alla pubblicità e la messa al bando.

L’iniziativa è partita su spinta dello stesso presidente Erdogan, infuriato per insulti alla figlia e al nipote apparsi su Twitter. Tanto infuriato da presentarsi in tv a minacciare il blocco dei social network.

Una censura a monte, dunque, che di certo non aiuterà a squarciare il velo di silenzio che da anni lega le mani (e le bocche) di oppositori e dissidenti. Non è un caso che migliaia di persone siano state condannate al carcere sulla base di un tweet o un post su Fb, commenti giudicati da una magistratura sempre più prona al governo Akp (in particolare dopo le epurazioni post tentato golpe del 2016) offese alle istituzioni e al presidente della repubblica. I dati parlano da soli: nel 2018 sono state condotte 26.115 indagini per «insulti al presidente», che altro non erano che critiche politiche.

«Una nuova era buia», l’hanno definita ieri attivisti e accademici, che amplierà a dismisura il già consistente potere dell’Akp di limitare la libertà di espressione e azzerare le critiche pubbliche al governo. Un meccanismo già ben oliato. Secondo il gruppo di attivisti Engelli Web, sono già migliaia gli ordini di rimozione emessi dalle corti turche: oltre 400mila siti web, 7mila account Twitter e 40mila tweet, 10mila video di YouTube e 6.200 post di Fb.

La denuncia dell’associazione britannica Oxfam: per “paura” di contagiarsi di Covid, migliaia di yemeniti potrebbero morire di colera non diagnosticato

Yemen (Foto tratta dal sito di Oxfam)

della redazione

Roma, 29 luglio 2020, Nena News – Migliaia di yemeniti potrebbero morire di colera non diagnosticato per “paura” di contagiarsi di Covid nelle strutture ospedaliere del loro Paese. A sostenerlo è stata ieri Oxfam. Secondo l’organizzazione britannica, il picco del Coronavirus, atteso in Yemen nelle prossime settimane con l’arrivo delle forti piogge di agosto, potrebbe aggravare “la crisi di colera nascosta”. Nei soli primi tre mesi del 2020, riferisce Oxfam, sarebbero stati almeno 100.000 i casi sospetti di colera registrati nello stato meridionale della Penisola araba. Numeri che scendono poi vertiginosamente del 50% nella seconda parte dell’anno quando il Covid-19 si è diffuso a livello globale.

Muhsin Siddiquev, il direttore di Oxfam, non ha dubbi: “Lo Yemen è prossimo ad un’orrenda catastrofe” a causa dell’azione congiunta di Coronavirus e colera. “Gli yemeniti hanno disperatamente bisogno della fine dei combattimenti che hanno distrutto le strutture sanitarie e hanno reso le comunità più vulnerabili al virus”, ha spiegato, sottolineando come: “Piuttosto che mostrare come Covid e colera siano sotto controllo, i numeri ufficiali bassi dei contagi dimostrano l’esatto contrario. La mancanza di strutture sanitarie operative e persone troppo impaurite di esere curate al loro interno [essendo diventate focolaio del contagio] fanno sì che i numeri non registrati di coloro che sono affetti da queste patologie sono alti”. Lo Yemen ha finora riportato 1.644 casi di Coronavirus (446 morti). Tuttavia, non sono in pochi a credere che i numeri reali siano nettamente più gravi. Lo scorso mese uno studio del centro di ricerca della London School of Hygiene and Tropical Medicine ha affermato che le infezioni potrebbero già aver raggiunto il milione. L’associazione statunitense MedGlobal, invece, ha riferito la scorsa settimana che quasi 100 operatori sanitari sono morti in Yemen di Covid.

Di fronte alla crisi sanitaria diretta conseguenza dei cinque anni di guerra tra gli houthi pro-Iran e il governo yemenita riconosciuto internazionalmente (pro-Arabia Saudita) e più recentemente, tra quest’ultimo e i separatisti del sud, Oxfam ha chiesto alla comunità internazionale di aumentare i suoi aiuti per lo Yemen: l’aumento del prezzo del cibo registrato negli ultimi anni nel poverissimo Paese arabo potrebbe infatti aggravare la crisi alimentare spingendo milioni di persone alla fame. “Il mondo – ha concluso Siddiquev – sta avendo difficoltà ad affrontare il Coronavirus, ma ciò non dovrebbe permettere che milioni di yemeniti che già soffrono di fame, malattie e conflitto siano abbandonati al loro destino”. Nena News

Il premier iracheno nel suo primo tour all’estero dalla sua nomina ha compreso che le pressioni degli alleati iraniani e statunitensi rischiano di stritolarlo. E nel frattempo in Iraq prosegue la protesta popolare

Il premier iracheno Kadhimi

di Michele Giorgio     il Manifesto

Roma, 29 luglio 2020, Nena News – Esperti e editorialisti sauditi a metà mese commentavano con favore il prossimo arrivo nel paese del premier iracheno Mustafa Kadhimi, al suo primo tour all’estero dalla nomina il 7 maggio. Non era sfuggita la scelta di Kadhimi di andare prima a Riyadh e poi a Tehran, a conferma dell’avvicinamento che i leader iracheno assegna allo sviluppo dei rapporti con l’Arabia saudita. Con amici ai vertici della casa reale Saud e forte di buoni rapporti con l’Amministrazione Usa, Kadhimi è visto dai sauditi come l’uomo in grado di allontanare l’Iraq dall’Iran, spezzando il cordone ombelicale che dall’invasione anglo-americana dell’Iraq tiene unite Baghdah e Tehran. E circolavano voci di Kadhimi «mediatore» tra Arabia saudita e Iran. Poi è saltato tutto, per il ricovero improvviso in ospedale del re saudita Salman. La visita a Riyadh avverrà a metà agosto. Ma al premier iracheno forse non è dispiaciuto dover rovesciare il programma.

Chiamato a dare risposte ai bisogni più urgenti degli iracheni che da mesi, con la pandemia di coronavirus, manifestano contro disoccupazione, malgoverno e confessionalismo, Kadhimi si è reso conto che raffreddare i rapporti con Tehran, come gli chiedono Washington e Riyadh, non è semplice. Non solo per le pressioni dell’Iran che nell’Iraq vede un asset centrale per le sue strategie regionali e per aggirare le sanzioni Usa. I legami commerciali ed energetici tra i due paesi sono fondamentali, come quelli politici e sociali. In Iran Kadhimi ha ottenuto due contratti nel settore dell’energia elettrica che riguardano la riparazione dei danni alla rete di distribuzione a Najaf e Karbala e la riparazione di trasformatori in tutto l’Iraq. Mai come in questo momento il tema della corrente elettrica è sulla bocca di tutti gli iracheni alle prese con la mancanza di energia mentre affrontano temperature altissime, fino a 50 gradi.

Kadhimi sa che l’Iran può dare risposte immediate ad alcuni dei problemi del suo paese e che il progetto appoggiato dagli Stati uniti per il collegamento delle reti elettriche dell’Iraq e delle petromonarchie  resta vago e potrebbe prendere anni. Tehran punta inoltre ad aumentare il valore degli scambi commerciali con Baghdad dai nove miliardi di dollari dello scorso anno a venti miliardi. Nei primi tre mesi del 2020, l’Iran ha esportato verso l’Iraq 5 milioni di tonnellate di merci per 1,45 miliardi di dollari. Appare evidente quanto, con le sanzioni Usa in atto, l’Iraq sia fondamentale per l’economia iraniana. E aumentano inoltre le pressioni delle milizie sciite e dei partiti iracheni legati a Tehran su Kadhimi al quale la guida suprema iraniana, ayatollah Ali Khamenei, ha detto che il suo paese si aspetta l’espulsione dall’Iraq dei soldati statunitensi. Il premier iracheno ha assicurato che il suo paese «non consentirà alcuna minaccia contro l’Iran dal suolo iracheno» e ribadito che «l’Iraq non dimenticherà mai il sostegno dell’Iran». Più di tutto Kadhimi ha compreso che, come i suoi predecessori, rischia di finire stritolato nella morsa di Usa e Iran. Nena News

Domenica la sua presenza in tribunale per la prima volta dal 7 marzo aveva fatto sperare la famiglia e i legali. Ieri la doccia fredda. Intanto il regime arresta e condanna 12 ragazze per post sui social, una di loro aveva denunciato uno stupro

 

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 28 luglio 2020, Nena News – La speranza è durata poco, appena 24 ore. Si era aperta un varco domenica: per la prima volta dal 7 marzo scorso Patrick Zaki aveva preso parte all’udienza di fronte al Tribunale penale del Cairo. Così suoi legali, sebbene il tempo per parlarsi si sia ridotto a pochi minuti.

Ieri la doccia fredda: la corte ha rinnovato di 45 giorni la detenzione cautelare del giovane studente egiziano dell’Università di Bologna, arrestato lo scorso 7 febbraio con accuse varie, dalla propaganda sovversiva ai fini di golpe alla diffusione di notizie false.

Sulla base della legge egiziana, i 45 giorni sono “legali”: trascorsi cinque mesi dall’inizio della detenzione cautelare, non è più la Procura che può rinnovarla di 15 giorni in 15 giorni, ma spetta a un giudice decidere. E i tempi si ampliano: ora gli intervalli saranno di un mese e mezzo tra un’udienza e l’altra. Nulla di nuovo sotto il sole di un paese governato da un regime maniacale e tentacolare, che tiene sotto scacco anche la magistratura.

«Dopo quasi 5 mesi di mancata comparizione davanti a un procuratore o a un giudice – ha scritto ieri la pagina Facebook Patrick Libero – speravamo che la sua prima comparizione di persona avrebbe portato a una decisione positiva, ma purtroppo ci siamo sbagliati».

«Il trasferimento di Patrick in tribunale oggi è stato di per sé un buon passo, finalmente i suoi avvocati hanno potuto vederlo, anche se molto brevemente – aveva scritto appena un giorno prima la stessa pagina – Non era stato visto dalla sua famiglia o dai suoi avvocati dopo la sospensione delle visite in carcere». Ovvero dal 9 marzo.

Sospensione che il regime giustifica con le misure di contenimento del Covid-19 nelle carceri, ma che alla luce della pessima igiene e del sovraffollamento delle celle pare solo un’altra punizione per i prigionieri politici. Tra qualche giorno, però, la famiglia potrebbe visitarlo: lo riferisce all’Ansa una fonte vicina ai genitori, che cita la festa islamica dell’Eid al-Adha come eventuale spiraglio. Almeno è quanto alla madre hanno detto le guardie del supercarcere di Tora, dove va ogni sabato per portare al figlio cibo e disinfettanti.

Ieri il portavoce di Amnesty Italia Riccardo Noury ha ribadisce l’appello suo e della famiglia Regeni: il ritiro, almeno temporaneo, dell’ambasciatore italiano dal Cairo e la sospensione della vendita delle due fregate Fincantieri. Anche molti esponenti dei 5S e del Pd, tra cui lo stesso Zingaretti, hanno protestato per l’estensione della detenzione di Patrick. Ma la maggioranza di governo non intende cedere di un passo: agli affari non si rinuncia.

Da parte sua il governo egiziano continua a fare quel che fa da sette anni. Ieri una corte ha condannato a due anni di prigione e multe da quasi 19mila dollari cinque giovani influencer di Tik Tok. Tutte ragazze, tutte di classi medio-basse, alcune con il velo e altre no, e tutte accusate di aver violato la morale pubblica.

Due di loro, Hossam e Adham, sono in prigione rispettivamente da aprile e maggio: la prima aveva postato un video in cui invitata altre giovani a lavorare con lei, la seconda dei video satirici. Sono già 12 le ragazze arrestate negli ultimi 4 mesi con accuse simili. Tra loro Menna Abdul Aziz, aveva usato i social per denunciare uno stupro. Anche lei proviene da una famiglia povera, come le altre 11.

Il premier Kadhimi ordina un’inchiesta lampo per individuare le responsabilità, ma il movimento popolare è consapevole che nulla è cambiato: il sistema settario di potere è ancora in piedi. E le manifestazioni ritornano, sulla spinta dei blackout elettrici insopportabili a 50 gradi di temperatura e con riserve petrolifere tra le prime al mondo

La protesta di domenica a Baghdad (Fonte: Twitter, IraqFirst)

della redazione

Roma, 28 luglio 2020, Nena News – Il primo ministro Mustafa al-Kadhimi non intende perdere occasione per mostrarsi “diverso”. Consapevole che i suoi predecessori sono stati travolti dalle proteste di base, appena nominato ad aprile aveva volto l’orecchio alle manifestazioni che da ottobre attraversano il paese. E aperto inchieste sulle uccisioni dei manifestanti, 550 fino alla primavera, fino a ordinare un raid nella sede di una milizia sciita filo-irachena.

Ieri ha ordinato un’altra inchiesta dopo l’uccisione, ieri mattina, di altri due iracheni durante una manifestazione a Baghdad. Perché le proteste sono riprese: rallentate dall’epidemia di Covid, durante la quale i cortei si sono rarefatti e i manifestanti si sono dedicati al sostegno della popolazione sotto forma di consegna di aiuti alimentari, disinfettante e mascherine, domenica si sono riaccese.

Sia nella capitale che nel sud in migliaia hanno manifestato contro la corruzione della classe dirigente e il sistema settario che la regge dal dopo-Saddam e l’occupazione Usa. A riportare gli iracheni in piazza sono i continui blackout elettrici, insopportabili con 50 gradi di temperatura e un paese che è in cima alle classifiche delle riserve nazionali di petrolio. Erano stati proprio i disservizi elettrici a provocare, nelle estati precedenti, le proteste della città di Bassora, primo nucleo della futura mobilitazione, la più ricca di petrolio eppure poverissima, sia in termini di servizi che di opportunità di lavoro.

Lunedì il corteo partito da piazza Tahrir, epicentro del movimento popolare, era proseguito verso piazza Tayaran per incontrare la risposta delle forze di sicurezza. Ai gas lacrimogeni i manifestanti hanno risposto con le pietre. Due candelotti lacrimogeni hanno colpito alla testa e al petto due persone, uccidendole. Come molte altre prima di loro: una buona parte delle oltre 550 vittime della repressione sono morte colpite dai candelotti, sparati dalla polizia per uccidere.

Kadhimi ha dato alle forze di sicurezza 72 ore per consegnare i risultati dell’inchiesta sulla morte dei due manifestanti, ha detto ieri in tv: “Ogni pallottola diretta ai nostri giovani e al nostro popolo – ha aggiunto il premier – è una pallottola diretta alla nostra dignità e ai nostri principi”. Ha risposto il portavoce militare Yahya Rasool che ha confermato che l’inchiesta è in corso e che ai militari è stato ordinato di non usare la forza se non necessaria.

Eppure, come riportato da al-Jazeera, decine di manifestanti sono stati feriti domenica da agenti in borghese che hanno sparato anche pallottole vere contro il corteo. Una reazione repressiva identica a quella del passato, tanto che online tanti iracheni accusano il primo ministro di comportarsi come i predecessori. Il movimento non intende farsi raggirare: se le inchieste vengono ordinate, a oggi non si registrano arresti o punizioni per i responsabili delle oltre 550 morti, né tanto meno iniziative politiche per modificare alla base il sistema di potere iracheno.

Lo stesso Kadhimi è frutto del solito accordo tra partiti politici, un sistema di distribuzione di autorità sulla base dell’etnia e della confessione con cui l’Iraq è retto dai tempi di al-Maliki, prodotto diretto dell’occupazione statunitense che ha imposto al paese una suddivisione del potere settaria che ha permesso una corruzione tentacolare. Nena News

The coup-installed Abdel Fattah al-Sisi made clear that Cairo is ready to intervene in Libya directly, “at the Libyans’ request” (Haftar), after the Egyptian Parliament would give the go-ahead

Il presidente egiziano Abdel Fattah el Sisi con Donald Trump (foto Wikimedia Commons)

by Roberto Prinzi

Rome – July 27, 2020 – Nena News After the vote a few days ago in the Egyptian House of Representatives in favor of sending troops abroad, we seem to be getting closer and closer to a military escalation in Libya. “Throughout history, Egyptian activity has always called for peace, but it does not accept any aggression or renounce its rights,” reads the text unanimously approved by the Egyptian House of Representatives two days ago. It explicitly approves “the deployment of members of the Egyptian armed forces on combat missions outside Egypt’s borders to defend Egyptian national security … against criminal armed militias and foreign terrorist elements.”

Now, the ball is in the court of the coup-installed Egyptian President al-Sisi, who last week made it clear that Cairo was ready to intervene in Libya directly, “at the Libyans’ request,” after the Egyptian Parliament would give the go-ahead.

After securing the green light from the representatives, as well as from Al-Azhar (the center of the Sunni world), it now remains to be seen whether al-Sisi will really go through with it and will be willing to clash with Turkey, which is directly supporting the forces of the Government of National Accord (GNA) in Tripoli. In Haftar’s capital of Tobruk in Cyrenaica, there are high hopes that “the Turkish invader” will be driven out.

On Tuesday, the House of Representatives in Tobruk said that the Egyptian parliamentary decision “contributes to achieving stability in the country and preserves Libyan and Egyptian national security.” Tobruk has known for some time that without outside support, its armed forces, the self-proclaimed Libyan National Army (LNA) led by General Haftar, would inevitably lose the city of Sirte (a strategic one because it offers an opening towards the Oil Crescent) and the al-Jufra airbase, which are considered “red lines” by al-Sisi.

However, according to the pro-Tobruk al-Hadath network, Cairo made it clear on Tuesday that it would not arm the Libyan tribes, but only the LNA, because “it categorically refuses to deal with any militia or informal group.” Haftar’s army was grateful and issued a confident statement: “Egypt is significantly superior to its Turkish counterpart and is able to upset the balance on the ground in Libya.” This assertion is debatable, but it is certainly understandable, given that for months now, the LNA has been dealt one stinging military defeat after another: the arrival of the Egyptians will inevitably be a shot in the arm for them.

In the meantime, tensions are getting higher and higher in Sirte, where local sources confirm that the GNA and Tobruk forces are consolidating their respective positions by sending in missile batteries and heavy artillery pieces.

In the face of the winds of war that are blowing ever stronger, Tripoli has an unflinching demeanor for now, aware that it can count on the indefatigable support of Turkey. Turkish President Erdogan has said that his country “will not allow our Libyan brothers to stand alone.” Defense Minister Akar said on Tuesday that Turkey would continue “our military training, cooperation, and consultancy activities” in the service of Tripoli.

On the pro-GNA front, the role played by mercenaries from Syria should not be forgotten: numbering more than 10,000 according to the Syrian Observatory, or 3,800 according to a report by the U.S. Department of Defense published a few days ago, which, however, only takes into account the first three months of 2020.

A few days ago, German Foreign Minister Maas railed against the use of mercenaries and the violations of the UN arms embargo by the parties in conflict in Libya, detailing sanctions that Italy, Germany, and France were threatening on Sunday to adopt against those who delivered arms to the North African country.

The level of hypocrisy on display was embarrassing, given that Berlin, like Rome and Paris, is itself financing the Libyan war. A report by the German Ministry of Economic Affairs in mid-May put numbers to the extent of German complicity: by that time, Germany had sold weapons worth 331 million euros to both sides of the conflict. Nena News

La madre di Eyad Hallaq dorme nel letto di suo figlio morto. Suo padre rifiuta di mangiare. Hanno un messaggio per la polizia israeliana

 di Gideon Levy – Chronique de Palestine

(traduzione dal francese di Cristiana Cavagna – Zeitun.info)

Gerusalemme, 27 luglio 2020, Nena News – Un mese dopo l’assassinio di Eyad Hallaq, un giovane palestinese autistico, la sua famiglia è ancora paralizzata dal dolore e prega perché l’agente della polizia di frontiera che lo ha ucciso paghi per il suo crimine. L’erba verde nel piccolo cortile fuori dalla casa è ingiallita e secca. Anche le piante in vaso sono appassite, dopo essere rimaste senza acqua per un mese. Prima, Eyad le innaffiava tutti i giorni in estate, ma ora non c’è più nessuno che se ne occupi. Rana, la madre in lutto, non smette di guardare sul suo telefonino un piccolo filmato di suo figlio, in piedi in giardino con in mano un tubo di irrigazione, un leggero sorriso sulle labbra.

Il suo sorriso è più accentuato in un altro filmato, in cui lo si vede preparare il fatteh – un piatto di hummus con carne e pinoli – per i suoi genitori. Aveva imparato a cucinarlo nel centro per persone disabili Elwyn El Quds, che frequentava nella città vecchia di Gerusalemme, poco prima di venire ucciso. “Guardate che figlio ho avuto”, dice Rana guardando la sua foto.

Suo marito Khairy è cambiato in modo impressionante da quando lo abbiamo incontrato nella tenda del lutto il giorno dopo l’assassinio del figlio. È molto dimagrito, emaciato e pallido. Fuma due pacchetti di sigarette al giorno; Rana quasi tre. Quasi non mangia, Rana non cucina. La loro vita si è brutalmente fermata. Era il 30 maggio poco dopo le 6,30 del mattino, quando la loro vita è stata irrimediabilmente distrutta. Due agenti della polizia di frontiera (israeliana) – un ufficiale e una nuova recluta – hanno sparato sul loro figlio mentre lui si trascinava a terra sul pavimento di un locale per i rifiuti vicino alla via Dolorosa nella città vecchia, con l’assistente che se ne occupava che accanto a lui gridava invano: “É un disabile, è un disabile!”.

Per Rana e Khairy Hallaq il figlio autistico di 32 anni era la pupilla dei loro occhi. Hanno anche due figlie, Joanna e Diana, entrambe insegnanti. Ma Eyad, il figlio disabile, era tutto per loro. C’è un solo figlio maschio, non ne abbiamo altri”, ci dice Rana in ebraico. “È la mia seconda anima. Eyad ed io siamo da tempo una sola anima, da molti anni.”

Dopo la sua morte lei dorme nel letto di Eyad ed esce raramente dalla sua stanzetta; a volte indossa anche i suoi vestiti. Quando le abbiamo fatto visita in questa settimana ci ha ricevuti dicendo: “Non posso fare niente – riesco solo a stendermi sul suo letto e guardare le sue foto, i suoi vestiti e la sua stanza e ricordare la sua vita.”

Poi, con le mani tremanti, ci mostra nuovamente delle fotografie di lui; questa volta lo si vede mentre tiene due piante tra le braccia. Le aveva piantate durante l’isolamento dovuto al coronavirus, quando è stato costretto a rimanere a casa, nel quartiere di Wadi Joz a Gerusalemme est. Ora, dice Rana, “le piante sono morte”.

I genitori vivono dolorosamente una presenza che è rimasta intatta. Un’atmosfera di profondo dolore senza lacrime scende sul salone della famiglia, i cui muri adesso sono tappezzati di foto del figlio e del fratello deceduto. Sul divano c’è una foto di Eyad accanto ad una di George Floyd [afroamericano ucciso la stessa settimana dalla polizia di Minneapolis, ndtr.].

“George Floyd è stato ucciso perché era nero ed Eyad perché palestinese”, dice il padre. “Ma guardate la differenza tra la reazione negli Stati Uniti e in Israele,” aggiunge sua moglie.

Effettivamente enormi ondate di proteste hanno attraversato l’America dopo l’assassinio di Floyd a Minneapolis, mentre in Israele vi è stata la solita indifferenza, benché segnata da qualche accento di rammarico per lo sparo mortale, perché la vittima era autistica. Qui non vi è stata alcuna protesta e non si è riscontrata nessuna opinione in qualche modo diffusa, secondo cui l’uccisione di Eyad è stata il risultato di una politica deliberata, e non una “disgrazia”.

Poiché Eyad era scrupoloso riguardo all’ordine e alla pulizia, la famiglia non osa spostare niente nella sua stanza. Sul letto rimane da un mese lo stesso copriletto, le bottiglie del dopobarba e altri prodotti di toilette sono sullo scaffale accanto, i suoi vestiti sono piegati con cura nell’armadio e anche il barattolo di caramelle Smiley che gli piacevano è pieno. Un caricabatterie per il cellulare posato a caso su un tavolo attira l’attenzione del padre che lo rimette subito a posto. “Se lui lo avesse visto qui si sarebbe molto arrabbiato,” dice Khairy.

E di nuovo, un silenzio opprimente. “Tutto quel che vogliamo adesso è stare tranquilli”, dicono i genitori. Passano la maggior parte delle loro giornate stesi a letto con lo sguardo fisso, non vedono quasi nessuno e accendono la televisione solo quando vengono a trovarli i nipoti. Diana arriva con i quattro figli ogni pomeriggio per cercare di tirarli su di morale, ma presto ripiombano nel loro dolore.

Il poco cibo che mangiano viene ordinato in un ristorante. Rana non riesce ad entrare in cucina, dove Eyad si esercitava a preparare i piatti che aveva imparato nei corsi di cucina a Elwyn. Tutte le sere cucinava il piatto che aveva imparato nella giornata. Il personale del centro era impressionato dalle sue capacità e progettava di farlo assumere come aiuto cuoco in un hotel o un ristorante della città.

Khairy da parte sua non lavora da anni, da quando è stato ferito in un incidente sul lavoro in una fabbrica di marmo. Ora fa fatica a salire le scale che conducono alla tomba appena costruita di suo figlio al cimitero di Bab al-Zahara, dietro all’ufficio postale di via Saladin a Gerusalemme est. Rana dice che se potesse si trasferirebbe al cimitero. È andata quattro o cinque volte sulla tomba di Eyad, dove è già stata eretta una lapide.

Tuttavia la coppia non riesce a decidersi a visitare il luogo, appena all’interno della Porta dei Leoni, dove lui è stato ucciso. Khairy, che era solito andare ogni settimana a pregare alla moschea Al-Aqsa, non ci va più, perché il percorso passa dal luogo dell’omicidio. Anche Rana ha molto timore a recarvisi. “Come si può guardare il posto dove hanno ammazzato vostro figlio? Ho paura che laggiù la polizia mi uccida,” dice. “Hanno persino ucciso Eyad, che era un ragazzo tranquillo…”

Qualche giorno fa gli amici del centro Elwyn sono venuti a deporre delle foglie di palma in sua memoria nel luogo del suo assassinio, ma la polizia li ha subito cacciati ed ha tolto le foglie di palma. Eyad non avrà evidentemente alcuna commemorazione, neanche improvvisata.

La polizia ha restituito ai genitori il telefono portatile del ragazzo, dopo averne cancellato tutto il contenuto. Khairy e Rana dicono che Eyad amava filmare il suo tragitto tra la scuola e la casa per mostrare loro le immagini quando tornava. Ha forse filmato anche il suo ultimo percorso verso la scuola?

Martedì Nir Hasson e Josh Breiner, del quotidiano Haaretz, hanno riferito che l’unità investigativa del Ministero della Giustizia non aveva filmati dell’incidente di una telecamera di sicurezza, anche se ci sono almeno sette telecamere nei paraggi – di cui due nel locale della spazzatura dove è avvenuto l’assassinio.

Intanto il principale sospettato è stato liberato ed è stato interrogato dalla polizia una sola volta. Khairy: “Non ci sono telecamere, non ci sono immagini. Perché? Che cosa posso dire? Avete visto che la settimana scorsa sono state pubblicate tutte le immagini del posto di controllo di Abu Dis nell’arco di un’ora?”, chiede, riferendosi al [presunto] tentativo di investire un’agente di polizia di frontiera ad un blocco militare all’esterno di Gerusalemme.

Lunedì scorso erano trenta giorni dalla tragedia incorsa agli Hallaq. La loro casa in via Yakut al-Hamwai, che durante i quattro giorni del lutto era invasa dai visitatori, era vuota quando siamo arrivati insieme ad Amer ‘Aruri, un ricercatore sul campo dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem. Amer ‘Aruri aveva consegnato la testimonianza dell’assistente di Elwyn, Warda Abu Hadid, che si trovava accanto a Eyad quando la polizia lo ha ucciso.

Rana e Khairy ci hanno detto di essere stati molto toccati dalle manifestazioni di solidarietà e di dolore di migliaia di persone in tutto il mondo, tra cui le condoglianze da parte di numerosi israeliani. Sono stati profondamente emozionati dalla reazione di altri genitori di bambini autistici. Sottolineano che non hanno niente a che fare con l’espulsione dalla tenda del lutto del militante del Monte del Tempio ed ex membro del Likud, deputato Yehuda Glick, ma hanno detto loro che stava per farsi dei selfie, il che era scioccante.

Centinaia di israeliani sono venuti a condividere il loro dolore, dicono. La sera in cui Glick, che era venuto a presentare le condoglianze, è stato espulso da un gruppo di giovani palestinesi, sono arrivate decine di poliziotti a perquisire la loro casa. Era la seconda perquisizione, quattro giorni dopo la prima, il giorno stesso dell’omicidio. A parte questo, gli Hallaq non hanno ricevuto la minima informazione da parte della polizia riguardo all’uccisione del loro figlio.

Altre immagini: Eyad a scuola è chinato su una grande pentola di zuppa, mentre pela delle carote – uno dei rari momenti in cui si può scorgere un raggio di felicità passare sul suo viso. “Riposa in pace, angelo mio”, hanno scritto dei ragazzi disabili della città araba israeliana di Taibeh, che hanno portato ai genitori una sua foto ingrandita. L’illustratrice israeliana Einat Magal Smoly ha inviato loro un quadro di Eyad con il suo nome in arabo ed ebraico, insieme ad una lettera di condoglianze. Rana e Khairy dicono di non essere interessati ad un risarcimento economico, ciò che vogliono è che i poliziotti responsabili vengano giudicati. Parecchi avvocati, tra cui l’avvocato specializzato nella difesa dei diritti umani Michael Sfard, si sono offerti di aiutarli.

“Questi avvocati sono otto, ma noi sappiamo che non accadrà niente anche se ce ne fossero cinque o sei in più,” dice Khairy. “Non credo che il poliziotto andrà in prigione. Se avesse pensato che sarebbe andato in prigione, non avrebbe fatto una cosa del genere. Credetemi.”

Gli chiediamo che cosa vorrebbe che succedesse. Ride amaramente. “Israele è un Paese che rispetta le leggi, no? Israele è una democrazia, no? Aspettiamo di vedere. Io aspetto di vedere la legge dello Stato di Israele. Che sia esattamente la stessa che se fosse accaduto il contrario: se Eyad fosse stato un ebreo ucciso da un arabo, ci sarebbe già stato un processo. Noi non chiediamo indennizzi. Tutto ciò che vogliamo è che questo non accada a nessun altro.”

Rana dice che vuole inviare un messaggio alla polizia e all’esercito israeliani: “Prendetevi tempo prima di usare le vostre armi…” Mostra nuovamente dei video, con Eyad che si lava i denti, che fa ginnastica, che si confonde nel contare da 1 a 15.

Un video realizzato dal ‘Monitoraggio euro-mediterraneo dei diritti umani’ mostra l’ultima ora della sua vita. Eccolo che cammina sulla via Dolorosa di Gesù, mascherina anti coronavirus sul viso, guanti sulle mani [il fatto che portasse i guanti secondo gli agenti che l’hanno ucciso lo rendevano sospetto, ndtr.]. Qui si vedono i poliziotti che lo inseguono e là sono sopra di lui nel locale della spazzatura, per ucciderlo. “Non ci sono parole…” gli diciamo.

“Ce ne sono tantissime”, ci risponde Rana.

Gideon Levy, nato nel 1955 a Tel Aviv, è un giornalista israeliano e membro della direzione di Haaretz. Vive nei territori palestinesi occupati.

Maturità, due giovani della Striscia le più brave della Palestina. Studiando alla luce di candela. Sei ragazzi su 10 sono disoccupati. La prima causa è l’assedio di Israele. E ora c’è il Covid

(foto di Mohammed Salem)

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 27 luglio 2020, Nena News – Fuochi d’artificio, canti, danze tradizionali e, quando c’è la corrente elettrica, anche luci colorate. Il Tawjihi, l’esame di maturità, è un’occasione che i palestinesi celebrano sempre, in tutte le circostanze, anche quelle più tragiche. Il completamento del percorso scolastico ha ancora valore nella società palestinese. In particolare a Gaza dove gli studenti e le loro famiglie devono affrontare difficoltà ed ostacoli che si riscontrano in pochi altri posti del mondo. Per Iman Abu Shammala e la sua famiglia la felicità è stata doppia. La ragazza ha ottenuto il 99,7% su 100, risultando la prima degli studenti palestinesi nei Territori occupati. «Non riuscivo a crederci – racconta – ho abbracciato forte mia mamma e mio padre che mi hanno sostenuta in ogni modo. Per giorni ho ricevuto gli auguri di amici e conoscenti. Dal ministero dell’istruzione mi hanno inviato un messaggio di congratulazioni e un certificato speciale per il mio risultato».

Brava e un po’ secchiona Iman lo è stata sempre, confessa. «Studiare è la mia passione sin da bambina» ammette «mi aiuta a superare le difficoltà, a vincere la depressione per la condizione che viviamo qui a Gaza. Adoro le scienze». Quest’anno il coronavirus ha complicato la vita di studenti ed insegnanti in tutto il mondo. «A Gaza di più», prosegue la ragazza «di solito, specie d’inverno, studiamo accendendo le candele perché non abbiamo quasi mai l’elettricità. E se non hai l’elettricità non puoi usare i computer. Poi è arrivata la pandemia, le scuole sono state chiuse e alcuni insegnanti hanno provato a tenere le lezioni online ma qui a Gaza mica tutti hanno il tablet».

Iman tra qualche settimana comincerà a studiare medicina all’Università islamica. Safaa Sheikh Eleid, sempre di Gaza, giunta seconda, con il 99,4%, nella classifica nazionale del Tawjihi, invece frequenterà la facoltà di letteratura inglese all’università Al-Azhar. Spera di ottenere una borsa di studio per master e dottorato all’estero. «Sono stata più fortunata di tante mie compagne» dice «la mia famiglia può permettersi un generatore autonomo di energia e non ho dovuto studiare con le candele. Un giorno vorrei viaggiare, conoscere il mondo».

foto di Majdi Fathi

 I sogni di Iman e Safaa sono quelli di un po’ tutti i ragazzi di Gaza, di qualsiasi condizione: partire, conoscere altri giovani, visitare luoghi lontani, località esotiche. Tuttavia si scontrano con dati economici e statistici sconfortanti. Gran parte della popolazione vive sotto o a cavallo della soglia della povertà. «Temo che molti ragazzi, e anche Iman e Safaa, siano già consapevoli che solo pochi fra di essi riusciranno a realizzare quei sogni. Gaza è una prigione, sorvegliata da Israele, e le cose non cambieranno presto», commenta Yusef H., reporter 30enne di Gaza. «Non è solo una questione di povertà ed opportunità che mancano» precisa «ottenere un visto per andare negli Usa, in Italia e nel resto dell’Europa è una impresa. Le condizioni che dobbiamo rispettare sono molto rigide.  Non è così per un israeliano». 

Il destino delle migliaia di ragazzi e ragazze che quest’anno  hanno conseguito il Tawjihi è quello di ingrossare i ranghi dei disoccupati di Gaza, ai vertici mondiali di questa triste classifica. La disoccupazione tra i giovani 15-29 anni a Gaza era al 65,2% lo scorso anno. E il coronavirus ha aggravato il quadro. Circa 4mila operai hanno perso il lavoro negli ultimi mesi in cui 50 fabbriche hanno chiuso i battenti. Saracinesche abbassate anche per tanti ristoranti e hotel – frequentati dall’esigua minoranza che può permetterseli – che impiegano oltre 5mila persone. «Il blocco israeliano di Gaza, che dura 14 anni, è la causa della mancanza di lavoro per 250mila persone, in maggioranza giovani. E la pandemia sta aggiungendo a quel numero migliaia di lavoratori ogni mese», avverte Sami al Hamassi, capo della federazione sindacale di Gaza. Nena News

Ieri prima preghiera nell’ex museo, il presidente in prima fila. I laici incapaci di reagire alle nuove linee rosse che l’Islam politico ha saputo imporre in due decenni al potere. Intanto primo sì al disegno di legge che farà sparire dai social i post critici contro il governo Akp

Erdogan durante la preghiera ad Hagia Sophia (Dal video della diretta)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 25 luglio 2020, Nena News – Il giorno del trionfo personale di Recep Tayyip Erdogan non ha incontrato ostacoli: mentre, alle 12.15 ora locale, il presidente prendeva il microfono in mano per recitare la Fatiha, fuori decine di migliaia di turchi circondavano con i loro corpi in preghiera Santa Sofia.

Dalle prime ore del mattino l’ex basilica bizantina ha visto accorrere i fedeli, costringendo le autorità a bloccare gli accessi e a promettere di tenerla aperta ininterrottamente fino a tarda notte, per dare a tutti (o quasi) la possibilità di partecipare alla prima preghiera musulmana dopo 86 anni. Dal 1934 quando il fondatore della Turchia moderna, Mustafa Kemal aveva trasformato l’allora moschea (diventata tale dopo la conquista di Costantinopoli del 1453) in un museo, aperto a tutti, scevro da ogni religione.

All’interno solo 500 persone, tra queste il presidente e qualche ministro, in prima fila, disposte per due ore in preghiera dopo la copertura di alcuni dei mosaici cristiani che, per decisione dell’autorità religiosa Diyanet ora custode di Santa Sofia, saranno coperti da tendaggi per ognuna delle cinque preghiere quotidiane.

Chiuso anche il mausoleo dedicato ad Ataturk: le autorità hanno vietato le celebrazioni del 97esimo anniversario del Trattato di Losanna, quello che definì i confini della moderna Turchia (e con cui si negò al Kurdistan uno Stato) a Istanbul e in tutte le altre 81 province del paese.

Poco dopo la fine della preghiera, cantata dai quattro minareti della neo-moschea, Erdogan ha compiuto l’altro gesto simbolico – e politico – della giornata, la visita alla tomba del sultano Mehmet II, colui che tolse Istanbul ai bizantini: «Questo luogo è tornato a essere quel che era – ha detto il presidente – Ora servirà tutti i fedeli come moschea, di nuovo».

Assenti le opposizioni, decise al boicottaggio. Il sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu, l’unico finora in grado di scalfire i consensi di Erdogan, è volato ad Ankara: «Non ho ricevuto nessun invito», ha detto il leader locale del Chp, il partito repubblicano. Quello nazionale, Kemal Kılıçdaroglu, ha invece declinato l’invito: non intendeva, ha detto, pregare di fronte alle telecamere.

Ma di fatto con la riconversione di Santa Sofia, Erdogan ha fatto scacco matto: come spiega su Al Monitor Pinar Tremblay, le opposizioni si sono defilate dallo scontro politico, spaventate dall’idea di essere etichettate come anti-musulmane, in un paese che ogni giorno di più scivola lontano dalla sua tradizionale laicità. In due decenni al potere l’Akp di Erdogan e il suo Islam politico hanno plasmato un paese nuovo, definito nuove linee rosse che ora anche le opposizioni laiche temono di oltrepassare: «La paura di offendere la sensibilità musulmana ha paralizzato le opposizioni e dato carta bianca a Erdogan», scrive Tremblay.

Una carta bianca che passa, ad esempio, per l’emendamento che da anni pende come una spada di Damocle sui diritti delle donne e che permetterebbe l’introduzione del «matrimonio riparatore» in caso di stupro. O per il crescente potere – anche sotto forma di budget – di Diyanet che sta passo dopo passo facendo dell’Islam un nuovo strumento di controllo sociale, soprattutto nelle zone periferiche e rurali.

Così Erdogan trasforma la Turchia. E gioca i suoi assi, come solo Santa Sofia può essere, in un periodo di debolezza interna non facilmente arginabile, con il Covid che ha solo aggravato la dura crisi economica iniziata un anno fa.

Ieri, poche ore prima dello show, la commissione giustizia del parlamento ha dato il via libera al voto in aula del disegno di legge che potrebbe vietare Facebook, Twitter e YouTube nel paese a meno che le società non si adeguino alle misure di controllo volute dal governo: il trasferimento della sede legale in Turchia così da poterle rendere responsabili dei contenuti considerati offensivi, pena multe fino a 1,5 milioni di dollari. E quei contenuti sono tanti se si pensa che migliaia di turchi sono stati arrestati per post sui social. Nel solo 2018 sono state condotte 26.115 indagini per «insulti al presidente». Ovvero critiche politiche.

Nella tradizionale rubrica del sabato sul continente africano lo scontro in atto in Congo per la nomina a campo della Commissione elettorale di un fedelissimo di Kabila. Andiamo poi in Sudan con nuove violenze in Darfur e in Gabon con la prima volta di una donna alla guida del governo

Sudan (Foto: Msf)

di Federica Iezzi

Roma, 25 luglio 2020, Nena News

Repubblica Democratica del Congo 

Continuano le proteste in Repubblica Democratica del Congo per la nomina di Ronsard Malonda come presidente della Independent National Electoral Commission (Ceni). Malonda, l’attuale segretario generale del Ceni, è una figura di spicco coinvolta nella gestione delle precedenti elezioni del Paese nel 2006, 2011 e 2018. I critici lo hanno accusato di avere un ruolo storico nel truccare i risultati a favore dell’ex presidente Joseph Kabila.

I sostenitori dell’attuale presidente della Repubblica Democratica del Congo, Felix Tshisekedi, sostengono che la nomina di Malonda fa parte di un piano di Kabila, che continua a esercitare il potere attraverso il controllo della sua maggioranza parlamentare, dell’esercito e dei diversi ministeri del governo.

La scelta di Malonda è stata approvata la scorsa settimana dall’Assemblea Nazionale dominata da Kabila, ma non è stata ancora approvata da Tshisekedi, che è entrato in carica a gennaio dell’anno scorso durante la prima transizione politica pacifica del Paese.

La disputa sul Ceni segna un nuovo picco di tensioni per il governo della coalizione, un’alleanza inquieta tra Tshisekedi e Kabila, attraverso il Front Commun pour le Congo (Fcc), e diversi partiti minori, nati dopo le elezioni del dicembre 2018. I sostenitori di Tshisekedi, la coalizione di opposizione Lamuka, il Comitato laico di Coordinamento della Chiesa cattolica congolese e altri gruppi della società civile, rivelano quanto siano diventate gravi le fratture all’interno del governo.

Nelle ultime settimane, la fragile coalizione è stata scossa da contromovimenti degli alleati di Kabila, comprese le riforme giudiziarie volte a ridefinire i poteri dei giudici. Le manifestazioni nella capitale Kinshasa hanno provocando le dimissioni la scorsa settimana del ministro della Giustizia Celestin Tunda, una figura di spicco dell’Fcc di Kabila.

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Sudan

La missione congiunta delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana nel Darfur (Unamid) ha condannato le violenze nel Nord Darfur, compreso un attacco mortale all’interno del campo per sfollati interni di Fata Borno. La missione di mantenimento della pace ha espresso profonda preoccupazione per gli incidenti violenti scoppiati nella città di Kutum. È deplorevole che questi incidenti siano avvenuti mentre il governo di transizione del Sudan e i movimenti armati sono vicini alla conclusione di negoziati che dovrebbero portare pace e stabilità nella regione del Darfur e in tutto il Sudan.

A Kutum le autorità hanno dichiarato che la violenza è scoppiata quando un convoglio governativo è stato attaccato dopo un incontro tra funzionari della sicurezza e manifestanti. Il conflitto nel Darfur è iniziato nel 2003 dopo che i ribelli, per lo più non arabi, insorsero contro il governo centrale nella capitale Khartoum. Le forze governative e soprattutto le milizie arabe, che si sono mosse per reprimere la rivolta, sono state accusate di atrocità diffuse. Circa 300mila persone sono state uccise nel conflitto, secondo le stime delle Nazioni Unite.

Non ci sono stati seri combattimenti per anni, ma il conflitto rimane irrisolto poiché i gruppi armati arabi sono ancora presenti e controllano le terre sequestrate. Il Sudan sta seguendo un fragile percorso verso la democrazia dopo l’allontanamento di al-Bashir nell’aprile 2019.

Una coalizione di opposizione civile ha accettato di governare il Paese congiuntamente con i militari in una transizione triennale verso libere elezioni, ma parti fondamentali dell’accordo, come la nomina di governatori di stato civili, non sono state rispettate. Il governo di transizione si è impegnato a porre fine al conflitto nel Darfur e sta continuando a mediare con alcuni dei gruppi ribelli che avevano combattuto il governo di al-Bashir.

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Gabon

Il presidente del Gabon, Ali Bongo Ondimba, ha nominato il primo ministro donna del Paese, Rose Christiane Ossouka Raponda. L’economista, specializzata in finanza pubblica, 56 anni, è stata promossa dal ministero della Difesa e prende il posto di Julien Nkoghe Bekale. Nel 2014 è diventata primo sindaco donna della capitale Libreville, come candidata del Parti Démocratique Gabonais (Pdg).

In una dichiarazione, l’ufficio del presidente Bongo Ondimba ha notificato che la sua missione includerà la guida del rilancio economico del Gabon e il necessario supporto sociale. Fortemente dipendente dal reddito derivante dal petrolio, lo stato dell’Africa Centrale è stato gravemente colpito dal crollo del prezzo del greggio e dall’impatto della pandemia legata al nuovo coronavirus sul commercio. Nena News

Il premier ha nominato un supercommissario per la lotta al virus ma evita nuove misure restrittive. Si aggrava la diffusione del contagio in Cisgiordania, ieri record di casi positivi

Foto tratta dal portale Times of Israel

di Michele Giorgio     il Manifesto

Gerusalemme, 24 luglio 2020, Nena News – Prosegue il caos decisionale tra governo e Knesset su come affrontare la seconda ondata del coronavirus in Israele nonostante l’approvazione da parte proprio del parlamento della “Grande legge del coronavirus” che assegna al governo poteri eccezionali. Si attendeva un lockdown parziale oggi e domani. Il premier Netanyahu però non ne ha fatto cenno nel suo discorso al paese in diretta tv ieri sera. Si è limitato ad annunciare la nomina del dottor Ronni Gamzu, direttore dell’ospedale Ichilov di Tel Aviv, a “zar” della lotta al coronavirus. Sarà Gamzu a decidere se e quando si faranno nuove chiusure. L’incertezza regna sovrana anche per l’atteggiamento dei parlamentari israeliani, disposti più ad assecondare gli interessi di parte che a sostenere le misure volte a contenere il contagio che ieri ha fatto altri sette morti e fatto salire per la prima volta ad oltre 300 il numero dei pazienti in gravi condizioni. Non cessano peraltro le manifestazioni di protesta davanti alla residenza ufficiale di Netanyahu a Gerusalemme per la gestione della crisi economica. Un’altra era in corso ieri sera.

Più chiare appaiono le direttive del governo di Mohammed Shttayeh nelle città autonome palestinesi. Ma non per questo sono osservate dalla popolazione, in particolare da commercianti e imprenditori. In ogni caso non sono riuscite a contenere la diffusione del coronavirus in Cisgiordania dove ieri si sono registrati quasi 600 casi positivi, il numero più alto dall’inizio della pandemia. I decessi sono saliti a 71 nei Territori occupati, inclusa Gerusalemme Est. A fine giugno erano cinque. «La situazione è molto seria» ci dice il dottor Ali Abed Rabbo, direttore dei servizi di medicina preventiva al ministero della sanità dell’Autorità nazionale palestinese, «il numero di positivi al virus aumenta di giorno in giorno e con esso i casi che richiedono il ricovero nelle terapie intensive». Al momento, aggiunge Abed Rabbo, «i nostri ospedali per ora reggono tuttavia aumentano i ricoveri nelle 350 terapie intensive disponibili e che in parte sono già occupate da pazienti con patologie diverse dal Covid-19». Secondo il medico palestinese oltre al comportamento sconsiderato della popolazione, ad aver impedito il contenimento del contagio è «l’impossibilità da parte dell’Anp di esercitare un controllo maggiore del territorio palestinese. Abbiamo poteri amministrativi solo un terzo della Cisgiordania e non siamo in grado di far applicare le misure decise dal governo sul resto della nostra popolazione che vive sotto il controllo diretto dell’esercito di Israele».

Peggiorano intanto i numeri in Israele che ha già superato la soglia record dei 2mila contagi in un giorno. Dei 56.748 casi positivi registrati da marzo, 32.755 sono in fase attiva con 295 pazienti in gravi condizioni e 79 collegati ai respiratori. Il totale delle vittime ieri sera era di 440. Malgrado ciò la Commissione coronavirus della Knesset ha di nuovo rovesciato una restrizione decisa dal governo imponendo la riapertura di palestre, centri ricreativi, luoghi turistici e musei. Nei giorni scorsi aveva autorizzato l’apertura di ristoranti. Con la “Grande legge del coronavirus”, in vigore dal 10 agosto, il governo avrà maggiori poteri per imporre nuove misure restrittive. Molti israeliani denunciano un «attacco alla democrazia». La legge, spiegano, neutralizza il potere di veto della stessa Knesset limitando pericolosamente la separazione dei poteri e la democrazia.

In questo quadro di preoccupazione è ripreso lo scontro tra governo e opposizione e all’interno della stessa maggioranza. Il quotidiano Haaretz riferiva l’altra sera che Netanyahu punta a nuove elezioni politiche nel prossimo novembre e che, pertanto, non intende sottoporre a voto il bilancio relativo al 2020. L’attuale caos politico in Israele secondo il giornale avrebbe lo «scopo» di preparare la gente all’idea che «non è possibile andare avanti in questo modo», giustificando così nuove elezioni, le quarte, dopo le tre avute in poco più di un anno. Netanyahu teme che prima della ripresa a gennaio del processo, in cui è imputato per corruzione, sarà presentata alla Corte Suprema una petizione per costringerlo a dichiarare la sua incapacità di governare visto che per tre volte a settimana dovrà presentarsi in tribunale a Gerusalemme. Nena News

Secondo la stampa iraniana, il pilota della compagnia Mahan Air avrebbe compiuto ieri una manovra improvvisa per evitare il contatto. Alcuni passeggeri hanno riportato ferite lievi nel cambiamento repentino di altitudine. Gli Usa: “Il nostro jet compiva un’ ispezione visuale ed era a distanza di sicurezza”

della redazione

Roma, 24 luglio 2020, Nena News – Secondo quanto riferisce la stampa iraniana, alcuni passeggeri di un aereo di linea iraniano sono rimasti feriti ieri dopo che il pilota del velivolo su cui viaggiavano ha dovuto compiere una manovra di sicurezza per evitare la collisione con un caccia statunitense. L’aereo della Mahan Air era partito da Teheran ed era diretto a Beirut. Un passeggero, citato dall’agenzia di stampa iraniana Irib, ha detto di aver sbattuto con la testa contro il soffitto dell’aereo a causa del repentino cambio di altitudine compiuto dal pilota. “Non so cosa sia successo – ha raccontato– Un aereo nero è arrivato vicino al nostro e abbiamo perso l’equilibrio. Sono stato sbalzato e la mia testa ha colpito il soffitto”. Un altro ha raccontato di un “caccia da guerra” che si è “letteralmente attaccato al nostro”. Fortunatamente non si sono registrati grossi problemi per i passeggeri atterrati a Beirut: citando il capo dell’aeroporto libanese, la Reuters parla solo alcuni feriti lievi.

La notizia è stata parzialmente confermata dagli Usa. Il Commando centrale militare statunitense ha infatti dichiarato che un suo F-15 stava conducendo “una ispezione visiva” dell’aereo iraniano mentre era in prossimità della guarnigione di Tanf (Siria) dove sono stanziate le truppe americane. Tuttavia, precisa, l’operazione è avvenuta mantenendo una “distanza di sicurezza” di almeno 1.000 metri dall’aereo di linea iraniano. Una volta che il pilota del F-15 ha indentificato il velivolo come un aereo della Mahan Air, ha spiegato il portavoce del Commando Centrale Bill Urban, l’F-15 si è allontanato. Urban ha anche sottolineato come tutta l’operazione sia avvenuta nel rispetto degli standard internazionali. Secondo il regolamento, gli aerei in quota devono mantenere una distanza di almeno 600 metri per evitare di scontrarsi. Il sito web FlightRadar24 mostra come l’aereo della Mahan sarebbe salito da 34.000 piedi a 34.600 in meno di due minuti durante l’incidente e poi sarebbe sceso successivamente a 34.000 in un minuto. Secondo quanto riferisce l’agenzia Irib, il pilota della Mahan avrebbe contatto i caccia ricordando loro di mantenere la distanza di sicurezza. Questi si sarebbero identificati come americani. Irib aveva inizialmente parlato di un jet israeliano, ma più tardi, citando il pilota della Mahan, ha detto che i caccia erano due ed erano americani.

Distanza di sicurezza mantenuta o meno, l’episodio aumenta i già tesissimi rapporti tra l’Iran e gli Usa. Relazioni difficili soprattutto da quando Trump ha deciso di ritirarsi dall’accordo sul nucleare iraniano, ha imposto nuove dure sanzioni contro la Repubblica Islamica e ha ucciso a gennaio il generale Sulemani, il potente capo delle Forze al-Quds (corpo speciale delle Guardie rivoluzionarie iraniane). Il ministero degli Esteri iraniano ha mandato ieri una nota di protesta all’ambasciata svizzera (che rappresenta gli interessi statunitensi), dicendo di aver aperto un’inchiesta per chiarire quanto accaduto. Il suo Paese, ha promesso, farà ricorso a tutti gli strumenti legali e politici per rispondere all’incidente. La Mahan Air è stata a lungo accusata da statunitensi e israeliani di trasportare armi per i combattenti pro-iraniani in Siria. Nel 2011 gli americani l’hanno sanzionata perché, affermano, fornisce supporto finanziario ai corpi della Guardia rivoluzionaria iraniana. Nena News

Washington insiste con le sanzioni contro Bashar Assad che colpiscono la popolazione. Mosca reagisce e ottiene all’Onu la riduzione a un solo valico di ingresso per gli aiuti a Idlib roccaforte dei gruppi jihadisti sostenuti dalla Turchia

SIRIA. Una bomba inesplosa (foto del Comitato Internazionale della Croce Rossa)

della redazione

Roma, 23 luglio 2020, Nena News – È scontro tra Usa e Russia sugli aiuti e la ricostruzione in Siria. Washington con l’introduzione, poco più di un mese fa, del Caesar Act punta a far cadere il presidente Bashar Assad, alleato dell’Iran, rendendo la vita della popolazione civile siriana insostenibile attraverso sanzioni e restrizioni che paralizzano ogni tipo di ripresa economica e di ricostruzione infrastrutturale. E il suo tentativo ha l’appoggio indiretto di vari paesi europei, con in testa la Francia. Da parte sua la Russia alleata di Assad ha risposto qualche giorno fa strappando al Consiglio di Sicurezza dell’Onu l’approvazione di un meccanismo transfrontaliero che prevede il passaggio attraverso un solo accesso degli aiuti umanitari destinati ad Idlib, regione che Usa e Turchia vorrebbero vedere sganciata in via definitiva dal resto del territorio siriano. Un braccio di ferro che colpisce la popolazione siriana in generale e gli sfollati di Idlib e di altre aree del paese costretti ad abbandonare le loro case.

La Siria è in grande difficoltà e le sanzioni minacciate dal Caesar Act – che tra le altre cose ostacolano progetti di investimenti stranieri russi, iraniani, dei paesi del Golfo e vietano qualsiasi contatto con Damasco – stanno aggravando la condizione di milioni di cittadini che, riferisce l’Onu, per l’80% vivono sotto la soglia di povertà. La lira siriana si è svalutata in maniera vertiginosa nell’ultimo anno e mezzo e l’inflazione è alle stelle. A complicare questo quadro è giunta l’emergenza coronavirus che, tra le altre cose, appesantisce un sistema sanitario reso fragile dalla guerra e non in grado di assicurare un’assistenza adeguata alla minaccia rappresentata dal Covid-19.

La battaglia all’Onu si è giocata intorno all’intesa del 2014 che consente di portare tonnellate di aiuti umanitari a Idlib senza alcun controllo delle autorità di Damasco, come se si trattasse di un nuovo Stato. La Russia al contrario, in nome dell’integrità territoriale della Siria, vuole tutte le operazioni delle Nazioni Unite centralizzate nella capitale siriana ed ha ottenuto che resti operativo per un anno solo il valico di Bab al-Hawa tra la Turchia e Idlib. Non sarà riaperto il transito di Bab al Salama tra la Turchia e la provincia di Aleppo. A gennaio Mosca aveva già ottenuto la chiusura di altri due valichi usati dalle Nazioni Unite per assistere 6,2 milioni di sfollati che vivono in aree non sotto il controllo del governo. Germania e Belgio inizialmente avevano chiesto di mantenere entrambi gli accessi al confine turco e di riaprire il valico iracheno-siriano della Yaroubia, che veniva utilizzato per fornire aiuti alla Siria nord-orientale curda chiuso a gennaio. Poi Berlino e Bruxelles hanno rinunciato a Yaroubia per tenere aperto Bab al-Hawa.

Intanto sono arrivati i risultati delle elezioni legislative di domenica. Come era ampiamente previsto più o meno due terzi dei 250 seggi del parlamento andranno ai candidati del partito Baath del presidente Bashar Assad. La novità di queste consultazioni, le terze dall’inizio della guerra nel 2011, è che si sono svolte anche in aree del paese, come Goutha Est, per anni rimaste sotto il controllo di gruppi islamisti e jihadisti armati e riprese negli ultimi anni dall’esercito con l’aiuto dell’aviazione russa. Non si è votato a Idlib nelle mani di gruppi armati sostenuti dalla Turchia, e nelle aree dell’Amministrazione autonoma curda nel nord-est. Nena News

 

L’ex presidente Jean-Bedel Bokassa resta il simbolo di repressione  e crudeltà ma la fine del suo potere è stata seguita da decenni di investimenti insufficienti, corruzione, sfruttamento, guerre civili e non meno di quattro colpi di stato

Jean-Bedel Bokassa

di Federica Iezzi

Roma, 23 luglio 2020, Nena News – L’instabilità politica e la debolezza amministrativa sono state caratteristiche permanenti della Repubblica Centrafricana sin dalla sua indipendenza. Questa è, quindi, la storia di un crollo predetto.

Mentre la Repubblica Centrafricana di Touadéra oggi barcolla attraverso la peggiore violenza della sua storia, l’ex presidente Jean-Bedel Bokassa rimane il paradigma dell’eccesso e della crudeltà, nella tragicità di questo Paese. Combattente nell’esercito francese, Bokassa poco più che ragazzino ha partecipato allo sbarco alleato in Provenza e combattuto in Indocina e in Algeria. Pluridecorato in battaglia, le è stata conferita infine la nazionalità francese.

Con l’appoggio di Parigi il dittatore si autoproclamò presidente della Repubblica Centrafricana nel 1966.

Aumentò l’estrazione dell’uranio e dell’oro, realizzò considerevoli infrastrutture, costituì l’assemblea nazionale, migliorò università e ospedali, richiamando investitori internazionali. Allo stesso tempo, portò avanti una selvaggia serie di torture e omicidi ai danni degli oppositori e dei rivali politici. Niente di tutto ciò ha impedito la stretta  amicizia di Bokassa con Valéry Giscard d’Estaing, ministro delle finanze francese nei primi anni ’70, poi presidente francese dal 1974 al 1981.

Nel 1977, Bokassa si dichiarò imperatore del Paese dell’Africa equatoriale e la cerimonia di incoronazione è ricordata in quanto costò l’equivalente di tutti gli aiuti allo sviluppo francesi per quell’anno. La Francia provò una certa lealtà nei suoi confronti, non vedendo alcuna alternativa a lui, nonostante le sue straordinarie idiosincrasie.

Bokassa sfruttò l’alleanza francese per reclutare armi e aiuti internazionali, nettare del suo regime corrotto. In cambio, la Francia di Giscard, sfruttò avidamente l’uranio della Repubblica Centrafricana per alimentare l’industria nucleare francese.  Dopo soli due anni, mentre Bokassa era in visita in Libia, Giscard inviò le forze speciali francesi a deporlo e quindi costringerlo all’esilio.

La Repubblica Centrafricana sulla scena internazionale è raccontata come uno dei Paesi più poveri e più deboli dell’Africa. Negli ultimi anni improvvisamente ha ricevuto più attenzione internazionale per il conflitto settario che lo tormenta e che vacilla sull’orlo del genocidio. Sebbene ora governato da un presidente eletto democraticamente, Faustin-Archange Touadéra, il Paese è ancora devastato dalla violenza.

La fine dell’impero di Bokassa è stata seguita da decenni di investimenti insufficienti, corruzione, sfruttamento, guerre civili e non meno di quattro colpi di stato. Michel Djotodia, guida dell’Union des Forces pour le Rassemblement Démocratiques e membro di séléka, partito rivoluzionario centrafricano che dal 2012 ha preso il potere nella Repubblica Centrafricana, si è insediato come primo sovrano musulmano del Paese, estromettendo l’allora presidente François Bozizé, che proveniva invece dalla maggioranza cristiana, anti-balaka.

Da quel momento le milizie delle due comunità religiose hanno alimentato un conflitto sanguinario, che ha prodotto quasi 950.000 sfollati interni, di cui quasi 500.000 solo nella capitale Bangui. I 5.500 peacekeepers internazionali francesi e dell’Unione Africana, sono sembrati semplicemente troppo pochi per far fronte ad una guerriglia armata di milizie che si dispiegava furiosamente attraverso i villaggi.

Il palcoscenico era pronto per un conflitto settario bollente. Quindi, ciò che era iniziato come una ribellione contro una presidenza corrotta e dispotica è finito come violenza comunitaria settaria, dove né Unione Africana, né Francia ha ristabilito ordine e legge.

Le Nazioni Unite hanno recentemente annunciato un ampliamento del dispiegamento delle forze di pace, portando la coalizione multinazionale a 12.000 unità. La base di lavoro è quella di elezioni politiche credibili e una nuova costituzione che garantisca protezione e garantisca la rappresentanza politica per entrambe le comunità religiose. Senza dimenticare il taglio netto del sostegno finanziario ai gruppi ribelli, proveniente da diamanti e avorio illegalmente esportati dal Paese. Un maggiormente controllato sistema di certificazione del Kimberley Process per riesaminare l’approvvigionamento di diamanti, contribuirebbe a fermare la vendita impetuosa e irregolare. Così come una meticolosa sorveglianza dei bracconieri sopprimerebbe il commercio nero dell’avorio. Nena News

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Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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