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Sesta puntata della rubrica audio a cura di Laila Sit Aboha sui giovani e le giovani palestinesi in Italia. Oggi incontriamo la musicista Laila al Habbash, 23 anni, nata e cresciuta a Monterotondo, in provincia di Roma, ma con le radici a Nablus, nei Territori Occupati Palestinesi. Con lei, che ha doppia cittadinanza, abbiamo parlato delle difficoltà a rientrare in Palestina e dell’immagine identitaria, politica e artistica che quel luogo genera

Poster di un concerto della cantante egiziana Umm Khultum a Gerusalemme.

della redazione

Roma, 13 dicembre 2021, Nena News –  In questa nuova puntata della rubrica audio Cronache in diaspora a cura di Laila Sit Aboha e realizzata in collaborazione con i Giovani Palestinesi d’Italia, abbiamo incontrato la musicista Laila al Habbash, 23 anni. Originaria di Nablus, nei Territori Occupati Palestinesi, Laila è nata e cresciuta a Monterotondo, in provincia di Roma.

Con lei abbiamo discusso del tentato ritorno in Palestina, reso difficile dalle autorità israeliane, e dell’impegno per la sua causa nonostante la distanza fisica.

La sua immagine, il poster di un concerto della cantante egiziana Umm Khultum a Gerusalemme.

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Intervista all’avvocato e attivista, fondatore dell’Arabic Network for Human Rights Information: «Arresti, minacce, pestaggi: è insopportabile. La società egiziana perde un’organizzazione che ha difeso i diritti umani per molti anni. Chiudere la strada a ogni forma di dissenso ha conseguenze spaventose»

Gamal Eid in piazza Tahrir (Foto: Hossam el-Hamalawy/Flickr/Creative Commons)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 17 gennaio 2021, Nena News – Il 10 gennaio scorso Gamal Eid, tra i più noti avvocati e difensori dei diritti umani in Egitto, ha dato voce a un timore che serpeggiava da tempo: Anhri, l’Arabic Network for Human Rights Information, chiude dopo 18 anni di attività. Lascia l’Egitto più solo.

La decisione della rete che ha difeso i diritti umani, la libertà d’espressione e i prigionieri politici dal 2004, diventando la più importante piattaforma della società civile egiziana, l’ha spiegata lo stesso Eid: un livello di repressione tale da rendere l’attività impossibile.

Minacce, arresti, processi, pestaggi e da ultimo l’obbligo ad adeguarsi alla nuova legge sulle ong che di fatto le pone sotto il controllo del governo attraverso la registrazione al ministero della Solidarietà sociale, step burocratici complessi e surreali, centinaia di documenti da presentare e requisiti impossibili da rispettare. Il tutto sottoposto alla decisione insindacabile del ministero, rendendo di fatto la registrazione una concessione politica.

A ottobre scorso, il ministero ha fatto sapere ufficiosamente ad Anhri che non sarebbero stati registrati a meno di cambiare il nome e rinunciare alle attività di difesa della libertà di espressione e dei prigionieri politici. Ne abbiamo parlato con Gamal Eid, su cui pesa un divieto di espatrio, il congelamento dei beni e un’inchiesta per finanziamenti illeciti.

L’attività di Anhri ha quasi vent’anni di vita. Nella sua dichiarazione, spiega la decisione di chiudere con l’eccessiva repressione subita.

La repressione è insopportabile e quel che è peggio è che prende di mira i miei colleghi e la mia famiglia a causa delle mie prese di posizione. Il numero dei membri di Anhri minacciati per farli diventare informatori è enorme. La procura si fa scudo dietro gli ufficiali di polizia e dà loro luce verde e impunità. La magistratura, come vediamo, porta avanti processi ingiusti e fuori dalle regole e assegna sentenze, su casi di opinione appositamente fabbricati, molto più severe di quelle emesse per omicidio.

Quali saranno le conseguenze della chiusura? Anhri è la più importante rete di difesa dei diritti umani in Egitto.

È semplice: il regime di polizia ne sarà felice, mentre la società egiziana perderà un’organizzazione che ha difeso la libertà di espressione, lo Stato di diritto e i diritti umani per molti anni. Sul lungo periodo, la società nel suo insieme sarà sotto una minaccia costante, perché chiudere ogni via verso i mezzi (di dissenso, ndr) pacifici e soffocare la società civile ha conseguenze spaventose.

Nell’ultimo mese attivisti noti all’estero (come Patrick Zaki e Ramy Shaath) sono stati rilasciati. È una sorta di nuova strategia per evitare le pressioni internazionali? Perché, allo stesso tempo, abbiamo assistito all’apertura di nuovi fascicoli contro attivisti politici poco prima della revoca dello stato di emergenza.

Patrick Zaki e Ramy Shaath avrebbero dovuto essere rilasciati fin dal principio, non ha alcun senso tenerli per anni in detenzione preventiva senza un reato. Mi arrabbio quando correggere l’errore della loro detenzione, che è illegale, viene considerato una svolta. Parlare di un cambiamento è una bugia. Sono stati rilasciati appena dieci attivisti, mentre a decine sono stati arrestati e a molti sono state comminate sentenze ingiuste in processi ingiusti: Alaa Abdel Fattah, Hesham Fouad, Zeyad el-Eleimy, Mohammed El Baqer, Hossam Moanes. Lo stesso con lo stato di emergenza: gli articoli della legge sono stati trasferiti dentro altre leggi, rendendo la situazione ancora più difficile.

Qual’è lo stato di salute del movimento per la democrazia e della sinistra egiziana?

Rabbia repressa, una grande rabbia, ma circondata da carri armati. Un regime di polizia soffocante, da una parte, che indebolisce partiti politici e sindacati. Dall’altra, partiti politici e sindacati che non resistono abbastanza.

Com’è cambiato l’Egitto negli ultimi otto anni, dopo il golpe del 2013? Lei ha una lunghissima esperienza come avvocato e difensore dei diritti umani, e anche come prigioniero politico. C’è qualcosa di nuovo in questo tipo di regime o è solo una replica, peggiorata, del vecchio?

Nella mia vita ho vissuto sotto Nasser, Sadat, Mubarak, i Fratelli musulmani e sotto il regime attuale. Non ho mai assistito a una repressione organizzata come questa. La situazione è la più brutale di tutte le precedenti. Una situazione che ci ricorda la Romania sotto Ceausescu, il Cile di Pinochet o la Libia sotto Gheddafi, ma senza il petrolio o i soldi di Gheddafi.

E il popolo egiziano è cambiato? Lo spirito di Tahrir è ancora vivo? Anche alla luce del costante aumento dei poveri a causa delle politiche economiche del governo: la povertà ha effetto sulla capacità di organizzazione degli egiziani?

C’è un detto: «I popoli repressi hanno cattivi principi morali». È un detto che si addice all’Egitto di oggi. Povertà, oppressione e paura hanno diffuso le tenebre nel paese, ma (per il regime) questo non è un successo, è solo un antidolorifico temporaneo. Quando gli egiziani vedono il panico che si genera nel regime verso la rivoluzione di gennaio 2011, la ricordano e ne sono fieri. Così declina la popolarità del regime, fino allo zero. Questo mi rende ottimista per il futuro.

Legato a questo, c’è una divisione interna tra sostegno e resistenza ad al-Sisi? Può contare su un sostegno forte dalla base?

Non c’è una divisione. Non vedo più un sostegno «popolare» al regime, ma solo da parte di chi beneficia ed è complice dei suoi crimini. All’opposto, c’è un popolo oppresso e arrabbiato, ma frammentato.

Tra il 1960 e il 2000, il numero complessivo di colpi di stato e tentativi di colpo di stato è cresciuto esponenzialmente insieme alle richieste di riforme democratiche e costituzionalismo

di Federica Iezzi

Roma, 15 gennaio 2021, Nena News – Circondato da soldati e con la bandiera della Guinea alle spalle. E’ così che è apparso il colonnello Mamady Doumbouya poche ore dopo aver guidato un colpo di stato lo scorso settembre.Le forze speciali di Doumbouya hanno preso d’assalto il palazzo presidenziale sequestrando Alpha Condé, il primo presidente eletto democraticamente nel Paese.

La storia del 2020 in Africa sub-sahariana si è ripetuta. Le forze armate sudanesi hanno arrestato i leader civili del Paese prendendo il potere a ottobre. E lo scorso maggio il Mali ha attraversato il suo secondo colpo di stato nell’arco di 10 mesi. Ciò è avvenuto solo qualche settimana dopo che il generale Mahamat Idriss Deby ha preso il potere in Ciad, congelando la costituzione e sciogliendo il parlamento. Nella seconda parte del ventesimo secolo, i colpi di stato militari in Africa sono stati usati come mezzo comune per cambiare l’ordine politico sulla scia della decolonizzazione. Tra il 1960 e il 2000, il numero complessivo di colpi di stato e tentativi di colpo di stato è cresciuto esponenzialmente, vicino alle richieste di riforme democratiche e costituzionalismo.

La recente ondata di militarizzazione della politica è influenzata da un insieme disomogeneo di fattori esterni, tra cui il numero crescente e diversificato di attori internazionali attivi nel continente per dare priorità ai propri interessi, e di fattori interni, come la diffusa frustrazione pubblica contro corruzione, insicurezza e malgoverno.

Il colpo di stato guineano, ad esempio, ha avuto luogo dopo una diffusa insoddisfazione e proteste contro la mossa in gran parte impopolare di Condé di eliminare il limite di due mandati presidenziali. La militarizzazione arriva nel mezzo di una crescente crisi di legittimità per i governanti. Quando un leader gioca con le costituzioni, i limiti di mandato e il processo elettorale, aumenta il sostegno pubblico alle forze armate. I militari usano poi il malcontento civico come mezzo per legittimare la loro presa di potere incostituzionale.

Allo stesso modo in Mali, i due colpi di stato militari hanno avuto luogo sullo sfondo delle proteste popolari a livello nazionale contro il presidente Ibrahim Boubacar Keita, il cui governo è stato accusato di corruzione, nepotismo e di non aver affrontato l’aggravarsi della crisi di sicurezza nel Paese. In Mali e in Sudan, i leader militari hanno usato tattiche simili per conquistare il potere. I golpisti maliani, guidati dal colonnello Assimi Goita, hanno inizialmente accettato di formare un consiglio di transizione misto militare-civile dopo il primo colpo di stato nell’agosto 2020, promettendo di consegnare il potere al governo civile alla fine della transizione. Ma lo scorso maggio, Goita ha imprigionato e poi rimosso il presidente e il primo ministro del consiglio di transizione. Nel frattempo, la promessa dei militari di tenere le elezioni entro il prossimo febbraio sembra sempre meno concreta.

Il generale sudanese Abdel Fattah al-Burhan ha preso il potere arrestando il primo ministro Abdalla Hamdok. Sebbene le proteste a livello nazionale e la condanna occidentale lo abbiano costretto a reintegrare Hamdok, l’esercito rimane l’attore principale nella fragile politica del Sudan. L’Unione Africana e organismi regionali come l’ECOWAS (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale) hanno sospeso i Paesi destabilizzati dai colpi di stato, ad eccezione del Ciad, nel tentativo di costringere i governanti militari a negoziare con i leader civili. Ma tali mosse hanno avuto un effetto limitato. In generale hanno favorito un processo di dialogo tra i gruppi armati e le parti interne danneggiate, piuttosto che adottare misure punitive contro la leadership militare. Il risultato è che il consolidamento democratico non ha le premesse per vivere organicamente all’interno del Paese. Nena News

Aumentano, con una frequenza allarmante, gli omicidi di richiedenti asilo siriani. L’ultimo caso lunedì a Istanbul. Ad accendere l’odio è spesso la politica che li accusa di essere la causa di una crisi economica figlia, invece, delle scelte governative

Un campo profughi siriano in Turchia (Foto: European Union 2016 – European Parliament)

della redazione

Roma, 13 gennaio 2022, Nena News – La situazione è allarmante, lo dicono i numeri. La violenza contro i rifugiati siriani in Turchia sta crescendo, sempre più numerosi i casi di omicidio nel paese. L’ultimo è quello di Nail al-Naif, 19 anni: lunedì scorso stava dormendo nella sua stanza a Istanbul, quando alle 2 di notte un gruppo di uomini è entrato e lo ha accoltellato al petto.

La polizia turca, riporta al-Jazeera, ha fermato otto sospetti, di cui cinque turchi e tre afghani. Secondo gli amici di Nail, erano entrati nell’edificio fingendosi poliziotti. Il giorno dopo, martedì, un 18enne siriano è stato accoltellato per strada a Diyarbakir. Il 9 gennaio un gruppo di turchi ha assaltato un supermercato molto frequentato da siriani, di nuovo a Istanbul: pare che la folla – al grido di “Questa è Turchia, non Siria” – si sia mossa dopo che un siriano aveva rifiutato di dare una sigaretta a un uomo turco. Sette le persone fermate.

Un trend allarmante che dura ormai da mesi. Il caso più terribile è accaduto a novembre quando tre lavoratori siriani sono stati uccisi da un incendio appiccato nell’appartamento dove vivevano a Izmir. Sono morti tutti e tre: Mamoun al-Nabhan, 23 anni, Ahmed al-Ali, 21, e Mohammed al-Bish, 17. A fine dicembre la polizia ha aperto un’inchiesta su pressione degli attivisti per i diritti dei rifugiati: inizialmente il caso era stato considerato un incidente domestico. A fine dicembre un uomo, Kemal K., un nazionalista turco, ha confessato.

Violenze, aggressioni, omicidi che seguono di pari passo la propaganda politica, che spesso indica nei rifugiati siriani – oltre tre milioni in Turchia – la causa della grave crisi economica che attanaglia il paese, tra una svalutazione crescente della lira e un’inflazione sempre più incontrollabile. Una crisi figlia delle scelte governative, ma che per i partiti di maggioranza e per le formazioni di destra è più facilmente attribuibile ai rifugiati (per la gestione dei quali l’Unione europea ha girato ad Ankara sei miliardi di euro).

E’ il caso dello Zafer Party, contro il cui leader Umit Ozdag è stato aperto un fascicolo per “incitamento all’odio” e “violazione della privacy”. O del partito Iyi: un suo membro aveva fatto girare sui social video in cui dei siriani avrebbero preso in giro la situazione economica della Turchia. Decine di rifugiati, compreso un giornalista, sono stati arrestati e rischiano la deportazione.

Per le organizzazioni per i diritti umani non sono casi isolati, ma sono parte di una precisa strategia propagandistica volta a spingere la popolazione turca contro i rifugiati, distogliendone l’attenzione dalla crisi economica e dalle sue reali cause. Eppure i rifugiati siriani, come i tanti altri richiedenti asilo (circa un milione), in Turchia vivono un’esistenza ai margini. Divisi tra campi profughi quasi privi di servizi e le periferie povere delle grandi città, conducono una quotidianità fatta di lavori pagati poco e male, di carenza di istruzione per i bambini, di elemosina e costante timore di essere cacciati.

La maggior parte di loro sono giovanissimi, un milione sotto i dieci anni, altri due milioni sotto i 30. La stragrande maggioranza, secondo i dati dell’Unhcr, non ha accesso alla casa, all’educazione, al sostegno finanziario del governo. La metà dei bambini rifugiati non frequenta la scuola e il 70% vive in povertà. Nena News

 

Il cargo arriva al porto di Genova. Una fonte al Manifesto: dentro una decina di veicoli militari partiti da una compagnia canadese e diretti a Riyadh. Le 40 casse imbarcate a La Spezia sono irraggiungibili: eppure cosa transita per gli scali italiani non dovrebbe essere nascosto

I veicoli militari a bordo della Bahri Yanbu ancorata al porto di Genova (Foto: Il Manifesto)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 12 gennaio 2022, Nena News – Sulla Bahri Yanbu ieri il lavoro di carico e scarico al porto di Genova è iniziato all’alba. Era attraccata nella notte, proveniente da La Spezia dove da fonti locali avevamo appreso dell’imbarco di circa 40 casse, mittente sconosciuto.

Cosa fosse destinato alla stiva di una delle navi-cargo della compagnia saudita Bahri, che da anni fa la spola tra Stati uniti, Europa e Arabia saudita, non è stato possibile accertarlo nemmeno a Genova, porto ribelle: è qui che la lotta dei portuali, a cominciare dallo sciopero della Cgil e sostenuto dai lavoratori della Compagnia Unica e dalla battaglia portata avanti dal Calp (Collettivo autonomo lavoratori portuali), ha ottenuto di non caricare più a bordo del «pendolino» saudita armi utilizzabili nell’infinita guerra contro lo Yemen.

«Le 40 casse imbarcate a La Spezia sono nascoste, non ci si riesce ad arrivare – ci dice una fonte presente allo scalo genovese, nella pancia della Bahri Yanbu – Sarebbe azzardato fare ipotesi». Irraggiungibili ai camalli, dunque, i materiali imbarcati in uno dei più importanti distretti industrial-militari d’Italia, il porto spezino scelto come riserva dopo lo sciopero del 2019 con cui i portuali hanno «liberato» Genova dalle armi.

Le navi-cargo della flotta Bahri, però, continuano a fare scalo a Genova. Imbarcano e sbarcano materiale, tramite l’agenzia marittima Delta del Gruppo Gastaldi, quella che detiene il contratto con la compagnia saudita. Di solito avviene alla presenza di Digos e forze dell’ordine (come del resto a La Spezia dove lunedì, ci hanno raccontato, il dispiegamento era ingente). Un modo per evitare interferenze al lavoro, dopo i presidi e le battaglie degli anni passati.

«Sui ponti di coperta, come sempre, ci sono moltissimi contenitori con all’interno esplosivo – continua la nostra fonte a Genova – Lo usano poi per riempire gli involucri delle bombe. Imbarcati negli Stati uniti». Tra due macchinari industriali e uno yacht («Non sarà certo destinato ai normali cittadini, immagino»), diretti a Riyadh ci sono anche una decina di veicoli militari: «Sono più o meno dieci, carri armati senza i cingoli atti al movimento nel deserto. Sono mezzi da guerra: nonostante la fasciatura chirurgica si può scorgere la forma del cannone».

La targhetta sopra i veicoli dentro la Bahri Yanbu (Foto: Il Manifesto)

I veicoli arrivano dal Canada, spediti dalla General Dinamic Land Systems, specializzata in mezzi militari corazzati da combattimento e in carri armati. Sono destinati alla Royal Guard, la Guardia reale della capitale saudita. «È uno dei tanti viaggi della Bahri gestito dall’agenzia Delta in cui abbiamo visto trasportare armi. Altro che segreto di pulcinella», conclude la fonte.

Perché la legge 185 del 1990 vieta anche questo, il transito per i porti italiani di materiale bellico destinato a paesi in guerra, come lo è l’Arabia saudita, a capo della coalizione sunnita che dal marzo 2015 bombarda ininterrottamente lo Yemen. Una guerra con un carico di 377mila morti, secondo le Nazioni unite, di cui il 60% per cause indirette (fame, malattie).

A sostenere l’operazione militare è anche la flotta della Bahri, sei navi che compiono sempre la stessa rotta (dagli Stati uniti a Gedda, passando per il Belgio, la Spagna, l’Italia), utile all’approvvigionamento militare della petromonarchia. Si stima che solo la Bahri porti a Riyadh il 75% delle armi e dei materiali bellici acquistati in giro per il mondo, a partire da Usa e Regno unito. Due mesi per andare e due mesi per tornare, ma sono talmente tante che – in media – ogni 15 giorni una delle Bahri tocca il territorio saudita.

Cosa ci sia a bordo non dovrebbe essere un mistero: le dogane sanno cosa è contenuto nelle stive delle navi, devono saperlo per poterle movimentare e anche per «anticipare» eventuali problemi. A cominciare dagli esplosivi, uno dei punti dolenti oltre a quello prettamente politico e morale: i porti italiani sono parte integrante delle città, inseriti al loro interno, abbracciati dai quartieri delle comunità marittime. Lasciare per giorni navi cariche di armi a pochissima distanza dalla cittadinanza è solo uno degli azzardi di un potere che finge di non vedere.

Raid israeliano nell’università di Birzeit, arrestati cinque studenti palestinesi. Il Cairo chiude l’Arabic Network for Human Rights Information, arrestati i dipendenti. Arabia Saudita, teologo uiguro rischia la deportazione in Cina

I cinque studenti palestinesi arrestati ieri a Birzeit (Foto: Wafa News)

della redazione

Roma, 11 gennaio 2022, Nena News

Raid israeliano nell’università di Birzeit, arrestati cinque studenti palestinesi

Pomeriggio ad alta tensione ieri nella più nota università palestinese, Birzeit, vicino Ramallah: soldati israeliani sono entrati nel campus sotto copertura (vestiti come palestinesi) attraverso l’ingresso nord e hanno aperto il fuoco contro gli studenti, secondo quanto riportato da agenzie di stampa palestinese.

Due giovani sono stati feriti e cinque arrestati, i cinque studenti obiettivo del raid: Ismail Barghouti (ricoverato poi in ospedale per le ferite riportate), Qassam Nakhleh, Abdel Hafez Sharbati, Walid Harazneh e Muhammad al-Khatib, tutti attivi nel movimento studentesco.

Immediata la protesta di Birzeit che attraverso i social ha fatto appello alle istituzioni internazionali, alle organizzazioni per i diritti umani e ad altre istituzioni educative perché intervengano contro simili attacchi agli studenti palestinesi. Una breve dichiarazione è stata rilasciata anche dall’esercito israeliano che ha parlato di un ricercato nel campus a cui è stato sparato perché tentava di fuggire.

Non è certo la prima volta che i campus palestinesi diventano luogo di perquisizioni violente, raid e arresti. Ma anche di chiusure obbligate, lunghe mesi negli anni delle due Intifada, un modo per le autorità israeliane per ridurre al minimo lo spazio di dibattito e incontro delle giovani generazioni palestinesi.

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Il Cairo chiude l’Arabic Network for Human Rights Information, arrestati i dipendenti 

E’ una delle più note associazioni egiziane e una delle ultime indipendenti ancora aperta in Egitto. Ma ieri le autorità egiziane l’hanno chiusa: l’Arabic Network for Human Rights Information, fondata nel 2004 da avvocati e attivisti, impegnata da quasi due decenni a documentare violenze e abusi contro cittadini, prigionieri politici e giornalisti, è finita di nuovo sotto attacco.

Lo ha reso noto ieri il direttore esecutivo, Gamal Eid, uno dei più noti avvocati egiziani e lui stesso ex prigioniero politico con divieto di espatrio dal 2016, secondo cui alcuni dei dipendenti sono stati arrestati e aggrediti dalle forze di sicurezza: “Continueremo a essere avvocati con una coscienza e come individui e difensori indipendenti dei diritti umani lavoreremo fianco a fianco con le poche organizzazioni che restano, con i difensori dei diritti umani e l’intero movimento che chiede democrazia”.

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Arabia Saudita, teologo uiguro rischia la deportazione in Cina

Aimadoula Waili, noto anche con il nome Hemdullah Abduweli, teologo uiguro in Arabia Saudita dal 2020, rischia di essere deportato in Cina dove la famiglia teme possa essere arrestato e torturato. Lo denunciano le figlie all’agenzia Middle East Eye.

Waili aveva raggiunto il territorio saudita per il pellegrinaggio alla Mecca dopo un anno trascorso in Turchia, di cui è residente. Si era poi dovuto nascondere grazie a una rete clandestina uigura nella monarchia, perché il consolato cinese a Riyadh ne aveva chiesto la deportazione. Nel novembre 2020 era stato però catturato e portato nella prigione di massima sicurezza Dhahban a Gedda, dove è da allora detenuto senza accuse.

Secondo le figlie, le autorità saudite avrebbero comunicato a Waili la deportazione in Cina “entro pochi giorni”. La paura è moltissima: il governo cinese è accusato da più parte di reprimere la minoranza musulmana uigura nella regione del Xinjiang, attraverso uno stretto controllo sociale e detenzioni arbitrarie. Secondo un’inchiesta della Bbc di due anni fa diversi paesi a maggioranza musulmana, dal Golfo all’Egitto, hanno collaborato e collaborano ancora con Pechino per deportare uiguri in cerca di asilo. Nena News

L’attivista palestinese-egiziano rilasciato dopo due anni e mezzo di detenzione cautelare. Sabato l’arrivo in Francia: «Continuerò per i compagni in prigione e per una Palestina libera». Festeggia anche Macron, mentre il business con il regime cresce

Ramy Shaath all’arrivo all’aeroporto parigino Charles De Gaulle (Fonte: Twitter)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 10 gennaio 2021, Nena News – È uscito, sabato, dall’aeroporto parigino Charles De Gaulle con una kefiah al collo e la mano intrecciata a quella della moglie Céline Lebrun. Sopra l’occhio sinistro, un cerotto. In faccia un sorriso: Ramy Shaath è finalmente libero. L’attivista palestinese-egiziano è in Francia, terra natale di Céline, dopo due anni e mezzo trascorsi in diverse carceri egiziane con l’accusa di appartenenza a organizzazione terroristica e diffusione di notizie false.

L’annuncio del suo rilascio, dopo oltre 900 giorni di detenzione cautelare (molti di più dei 700 previsti dalla stessa legge egiziana), era giunto lo scorso martedì. Sono seguiti giorni di attesa, nel solito crudele limbo di procedure di rilascio tortuose e inconoscibili. Poi, giovedì sera, è stato liberato e consegnato a un rappresentante dell’Autorità nazionale palestinese al Cairo. Da lì il volo per la Giordania e, infine, Parigi.

In cambio, ha dovuto cedere moltissimo, come se due anni e mezzo di vita succhiati da una detenzione arbitraria e senza l’ombra di un processo non fossero già incommensurabili: ha dovuto rinunciare alla cittadinanza egiziana, gli è stata strappata via, lui che è stato uno dei volti di piazza Tahrir e uno degli attivisti politici più impegnati a ridare dignità agli egiziani e all’altro suo popolo, quello palestinese, per cui si è battuto anche fondando la «filiale» egiziana del Bds, la campagna di Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni allo Stato di Israele.

Un alleato del regime egiziano fin dai tempi di Sadat e che con al-Sisi ha raggiunto nuovi apici, a partire dall’opprimente doppio assedio della Striscia di Gaza, privata – con al-Sisi al potere – delle centinaia di tunnel sotterranei verso l’egiziana Rafah che garantivano un po’ di sollievo al blocco imposto da Tel Aviv.

«Ce l’abbiamo fatta», ha detto Shaath all’aeroporto, accolto da giornalisti e attivisti. «Ho passato gli ultimi due anni e mezzo – ha proseguito – in varie prigioni, alcune destinate alle sparizioni forzate, altre sottoterra. In alcune in isolamento, altre strapiene di persone, nella mancanza di Stato di diritto e rispetto per la dignità umana».

«Dopo due anni e mezzo ho ancora tutta la mia determinazione a continuare, a insistere per liberare gli amici e i compagni ancora in prigione, a insistere per una Palestina libera». Lo ripete più volte, sottolinea il calvario dei 60-100 mila prigionieri politici (stimati) in Egitto: «Ognuno di loro è un essere umano, non un numero. Con le loro storie, il loro dolore».

Première déclaration de Ramy Shaath aux côtés de son épouse @CelineLST, enfin réunis après 30 mois de séparation.#RamyIsFree pic.twitter.com/CTWcCbxwDl

— Amnesty International France (@amnestyfrance) January 8, 2022

Tra i tantissimi che ieri celebravano la libertà di Ramy c’è stato anche il presidente francese Macron. Lo ha fatto in un tweet: «La Francia accoglie con favore il rilascio dell’attivista politico egiziano-palestinese Ramy Shaath. Condivido il sollievo di sua moglie, Céline Lebrun, con la quale non ci siamo arresi».

Parigi non ha mai esplicitato un impegno per il rilascio di Shaath, se non nel dicembre 2020 quando Macron ne parlò ad al-Sisi in visita d’onore all’Eliseo. Nella stessa occasione ci tenne a precisare che i diritti umani non possono essere ostacolo al business.

E con il regime il business è fiorente: la Francia investe in Egitto (dati di giugno 2021) 6,7 miliardi di dollari attraverso 650 compagnie. Sei mesi fa il ministro delle Finanze Bruno Le Maire ha firmato un accordo per investirne 4,6 in trasporti pubblici ed energie rinnovabili: «Un partner economico strategico – disse Le Maire – È il primo paese in termine di prestiti del nostro Tesoro». E poi le armi: a maggio l’Egitto ha acquistato 30 jet Rafale per 4,5 miliardi di dollari e missili Mbda per altri 241 milioni.

Dalla poetessa ascetica dell’ottavo secolo Rabia al-Adawiyya all’architetta futuristica Zaha Hadid, il Middle East Eye traccia un profilo delle donne che hanno dato forma a questa parte del mondo

di Nadda Osman* Middle East Eye

* (Traduzione a cura di Valentina Timpani)

Roma, 22 dicembre 2021, Nena News - Il ruolo delle donne nelle società arabe è da tempo oggetto di dibattito e fascinazione sia all’interno che all’esterno di quest’area.

Da un lato, la disparità di genere è diffusa e le donne sono poco rappresentate nei governi del mondo arabo, così come in altri settori influenti.

Dall’altro lato, quest’area ha dato origine a donne che hanno proceduto a influenzare lo sviluppo del pensiero religioso, delle arti e delle scienze.

Sono state impegnate nello sviluppo di tendenze ascetiche nell’Islam, nella fondazione del primo istituto scolastico della zona e anche nella creazione di nuove e audaci forme architettoniche.

In questo articolo il Middle East Eye traccia il profilo di sette personalità, che rappresentano uno spaccato delle donne influenti dal medioevo fino all’età moderna.

Fatima al-Fihri

Fatima al-Fihri nacque nel 800 d.C. nella città tunisina di al-Qarawiyyin e a lei si attribuisce la fondazione della prima università al mondo nella citta marocchina di Fez.

L’Università di al-Qarawiyyin fu la prima a essere fondata come istituto d’istruzione nel 859 d.C, e sia l’Unesco che il Guinness World Record l’hanno riconosciuta come la più antica università del mondo.

Al-Fihri nacque in una ricca famiglia di mercanti che le insegnò l’importanza dell’istruzione e della religione.

Nonostante si sappia poco della sua vita personale, si pensa che da giovane passasse molto tempo a studiare la giurisprudenza islamica, oltre alle parole e agli insegnamenti attribuiti al Profeta Maometto.

Quando il padre di al-Fihri morì, lei ne ereditò la ricchezza e decise di farne buon uso fondando una madrassa, cioè una scuola che insegnava i precetti islamici.

Più avanti nella sua vita, dopo essere migrata nel vicino Marocco, decise che la sua nuova casa aveva bisogno di un posto dove tutti, incluse le donne, potessero studiare.

Di conseguenza, fondò un istituto di istruzione superiore, che chiamò con il nome della sua città natale: al-Qarawiyyin.

L’istituto era formato da una moschea, una biblioteca e delle aule, e si insegnavano materie secolari e islamiche, come gli studi coranici, la grammatica araba, la matematica e la musica.

L’istituto al-Qarawiyyin offriva diplomi che certificavano il conseguimento del titolo accademico, differenziondosi così da altri luoghi di istruzione simili che erano stati istituiti prima.

Tra i famosi laureati ci sono il filosofo ebreo Maimonedes e il sociologo medievale musulmano Ibn Khaldun.

Sameera Moussa

Nata nel 1917 nel governatorato di Gharbia, in Egitto, Moussa divenne una delle più importanti scienziate nucleari del paese.

Si interessò inizialmente alla tecnologia nucleare dopo la morte di sua madre a causa di un cancro, quando lei era ancora una bambina.

Avendo capito l’importanza della ricerca nucleare nel trattamento delle malattie, si dice che abbia promesso di rendere: “il trattamento nucleare accessibile ed economico come l’aspirina”.

Moussa eccelse negli studi e si laureò in radiologia nel 1939, prima di diventare una ricercatrice specializzata nell’impatto dei raggi X su diversi materiali. Per quanto poco si conoscesse all’epoca in questo campo, divenne una delle autorità mondiali sull’argomento.

Dopo il disastro delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki per mano degli Stati Uniti nel 1945, Moussa lavorò per garantire un uso esclusivamente pacifico della tecnologia nucleare e organizzò una conferenza dal titolo “L’energia atomica per la pace” per fare pressione sui governi contro l’uso delle armi atomiche.

La sua morte a causa di un incidente stradale nel 1952 è avvolta nel mistero; qualcuno sostiene che sia stata orchestrata dall’agenzia d’intelligence israeliana Mossad per impedire l’avanzamento del programma di ricerca nucleare egiziano.

Zaha Hadid

Nata a Baghdad nel 1950, Hadid sarebbe diventata una delle più importanti architette dell’epoca moderna, con la progettazione di edifici che si possono trovare oggi in città globali molto diverse tra loro come Londra, Baku, New York e Antwerp.

I suoi progetti sono rilevanti per le forme uniche e dinamiche, che incorporano stili ispirati ai fenomeni naturali, come le onde e i ghiacciai. Con il loro rifiuto dei trend architettonici, i suoi progetti radicali le hanno fatto guadagnare la reputazione di “decostruttivista”.

Nominata dama nel 2012, l’anglo-irachena dovette faticare all’inizio della sua carriera in un’industria dominata dagli uomini. I suoi primi disegni erano considerati troppo “aggressivi” e non divennero mai altro che progetti su carta.

Hadid aveva studiato matematica all’American University di Beirut, prima di studiare architettura a Londra.

Nel 1979, fondò la Zaha Hadid Architects e i suoi disegni unici e geniali divennero rinomati in tutto il mondo.

Nel 2004, è stata la prima donna a vincere il premio per l’architettura Pritzker, e ha in seguito progettato alcuni degli edifici più iconici e straordinari del mondo, come il London Olympics Aquatic Centre e la China’s Guangzhou Opera House.

Hadid ha anche vinto il premio Stirling per il suo lavoro all’Evelyn Grace Academy, una scuola secondaria a Brixton (Londra), che ha la forma di una Z e che comprende una pista da corsa al centro dell’edificio.

Un altro dei suoi progetti degni di nota è il ponte Sheikh Zayed di Abu Dhabi, che presenta curve e alti archi ispirati all’increspatura delle dune.

Hadid è morta nel 2016 a 65 anni, lasciando 36 progetti non finiti, compreso lo stadio per la coppa del mondo Al Janoub in Qatar, i King Abdullah Petroleum Studies e il centro di ricerca a Riyadh, in Arabia Saudita.

Anbara Salam Khalidi

Scrittrice, traduttrice e femminista, Khalidi è stata la fondatrice di una delle prime società femminili nel Medio Oriente, con un’influenza che si estendeva ben oltre i confini del Libano, dove era nata nell’agosto nel 1897.

Proveniente da una famiglia di politici e studiosi religiosi musulmani, Khalidi era ben istruita, e si lasciò assorbire dalla lettura della letteratura fin dalla giovane età.

Fu presto introdotta al pensiero femminista da parte di un’insegnante a scuola e cominciò a scrivere sui giornali dell’importanza dell’istruzione delle donne quando era adolescente.

Durante la prima guerra mondiale, Khalidi e un gruppo di donne che condividevano le sue idee lavorarono come insegnanti nelle scuole e nei rifugi, e più avanti andò in Inghilterra, dove familiarizzò con il movimento delle suffragette e con altri movimenti femministi.

Secondo il suo memoir, pubblicato in arabo nel 1978, Khalidi diceva di essersi ribellata al velo a una giovane età e che aveva anche rifiutato delle proposte di matrimonio fino ai 30 anni, quando aveva sposato Ahmad Samih Khalidi, che veniva da una nota famiglia di Gerusalemme.

In Palestina, dedicò il suo tempo e fare campagne e a organizzarsi in favore della società civile palestinese, e alla resistenza contro la crescente colonizzazione sionista.

Tuttavia, insieme ad altri 700.000 palestinesi, i Khalidi furono costretti a lasciare la Palestina nel 1948 durante la Nakba. Khalidi morì a Beirut nel 1986.

Shajarat al-Dur, sultana d’Egitto

Sovrana d’Egitto dal nome che significa “foresta di perle”, Shajarat al-Dur era la moglie del primo sultano della dinastia mamelucca Bahri, e la prima donna a sedere sul trono d’Egitto dopo Cleopatra.

Nata all’inizio del XIII secolo in quella che è ora la Turchia, al-Dur è conosciuta per essere stata un raro esempio di donna che raggiunge l’apice del potere nel mondo islamico pre-moderno.

Al-Dur era in origine una schiava ma fece una veloce ascesa all’interno del palazzo fino a diventare la principale concubina e poi moglie di As-Salih, sultano ayyubide.

Quando lui morì, la vedova ne tenne segreta la morte e prese un controllo parziale delle forze islamiche d’Egitto, aiutandole a sconfiggere gli eserciti dei crociati nella battaglia di Mansoura nel 1250. La vittoria sventò i piani dei crociati di usare l’Egitto come base da cui attaccare e riconquistare Gerusalemme.

Con la morte di As-Salih, ci si aspettava che la sua consorte si facesse da parte e cedesse il potere a un altro uomo, invece, al-Dur si tenne stretto il potere prima diventando la sultana e poi sposando uno degli ufficiali di suo marito, un mamelucco turco, di nome Aybek.

In questo modo, Aybek divenne sultano, il dominio ayyubide in Egitto giunse al termine e i mamelucchi presero il loro posto.

Mentre Aybek si prendeva il carico dei doveri militari, al-Dur dirigeva il sultanato, ma la relazione tra i due si inasprì quando lui sposò una seconda moglie. Al-Dur fece uccidere Aybek e provò a far passare l’omicidio per un’improvvisa e inaspettata morte.

Gli ufficiali del sultano mamelucco sospettarono il crimine e sotto tortura i complici di al-Dur ammisero il complotto. Al-Dur venne prima imprigionata e poi uccisa.

Rabia al-Adawiyya, santa sufi

Una delle più importanti figure del sufismo, Rabia al-Adawiyya, a volte anche chiamata Rabia Basri, nacque in una famiglia povera a Bassora, in Iraq.

Nata nel 701 d.C., al-Adawiyya fu venduta come schiava dalla famiglia, che cercava un modo per sbarcare il lunario.

Le testimonianze riguardo la sua vita raccontano che dopo aver finito le faccende domestiche, Rabia passasse tutta la notte a pregare.

Secondo la leggenda, un giorno, il suo padrone le vide una luce brillare sulla testa, che illuminava tutta l’area attorno a lei; alcuni resoconti la descrivono come una sorta di aura.

La visione convinse l’uomo a liberarla in base all’idea che sarebbe stato sbagliato tenere al suo servizio una donna così pia.

Quando divenne libera, Adawiyya si dedicò alla vita ascetica, rifiutando i beni materiali e il matrimonio, e dedicando invece la vita all’adorazione di Dio.

Le sue idee religiose sono riassunte nelle sue poesie: sosteneva che la fede in Dio dovesse basarsi sull’amore invece che sulla paura di punizioni o sul desiderio di ricompensa.

Adawiyya morì tra gli 80 e gli 85 anni, e avrebbe ispirato il pensiero sufi per secoli a venire.

Fairuz, cantante

La voce di Fairuz è onnipresente in tutto il Medio Oriente e non solo. Le sue canzoni evocano sentimenti di nostalgia, serenità e desiderio.

Nata a Beirut nel 1934, Fairouz, il cui vero nome è Nuhad al-Haddad, fu scoperta quando era adolescente da un musicista chiamato Mohammed Fleifel. Cominciò a farsi chiamare Fairouz, che vuol dire turchese in arabo, dopo la sua prima performance a Radio Lebanon alla fine degli anni ’40.

La portata musicale e la personalità straordinarie di Fairuz hanno contribuito a creare l’archetipo della Diva araba, che le artiste ancora oggi cercano di emulare.

La cantante libanese divenne sempre più popolare, con testi che esaltavano le virtù della nazione araba, dell’amore e della causa palestinese.

Una delle sue canzoni più conosciute è Sanarjaou Yawman (Un giorno ritorneremo), dedicata a coloro che furono costretti all’esilio a seguito della creazione dello stato di Israele nel 1948.

L’artista, che ha ora 86 anni, è considerata un’istituzione in tutto il Libano e più in generale nel mondo arabo.

Insieme all’attivista volto di piazza Tahrir, condannati a quattro anni anche il suo avvocato Mohamed Baqer e il blogger Mohamed “Oxygen” Ibrahim. Tutti in prigione da settembre 2019, ma i due anni di detenzione cautelare non saranno scalati dalla pena

Alaa Abd el-Fattah insieme alla moglie Manal Hassan (Foto: Wikicommons)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 21 dicembre 2021, Nena News – Il giudice della corte per lo stato di emergenza di New Cairo non è nemmeno uscito per leggere la sentenza, l’ha fatta gridare da un funzionario del tribunale: cinque anni di carcere per Alaa Abd el-Fattah, quattro a testa per Mohamed el-Baqer e per Mohamed “Oxygen” Ibrahim.

Il primo è il più noto attivista egiziano, anima di piazza Tahrir, informatico e pensatore gramsciano. Il secondo è il suo avvocato, arrestato in un’aula di giustizia mentre lo difendeva. Il terzo è un blogger. Per tutti le accuse sono le stesse: diffusione di notizie false e appartenenza a gruppo illegale che avrebbe tentato di sospendere la costituzione.

Due i fascicoli: il caso 1356 del 2019 era scaduto, da cui l’apertura del caso 1228 del 2021, lanciato per impedire il rilascio dei tre (arrestati nel settembre 2019) dopo i due anni di detenzione cautelare legali. Un trucco che, tra le altre cose, permette di non scalare i due anni già trascorsi dietro le sbarre dalla sentenza finale.

L’udienza di ieri era attesissima, temuta: non si immaginavano sconti né clemenza. Né tantomeno il rispetto degli standard di un processo equo: come denunciato da mesi, i legali dei tre imputati non hanno avuto accesso ai fascicoli della procura, rimanendo all’oscuro delle effettive accuse e delle eventuali prove, né hanno potuto incontrare i loro assistiti da maggio scorso. Insomma, impossibilitati a costruire una difesa.

Senza dimenticare che le accuse mosse ad Abd el-Fattah, Baqer e Ibrahim rientrano nello stato di emergenza, rimosso lo scorso settembre dal presidente al-Sisi. Poco importa: i casi aperti nel quadro dello stato di emergenza sono rimasti in piedi. Come una delle caratteristiche principe delle sentenze «emergenziali»: niente appello, solo la ratifica da parte del presidente.

Nessuno si aspetta una grazia. Basta vedere come il governo egiziano ha risposto a quello tedesco dopo la richiesta di Berlino di rispettare i diritti degli imputati (richiesta mossa dopo aver venduto al regime egiziano tre fregate della Thyssenkrupp e 16 batterie antiaeree prodotte di Diehl Defense, all’insaputa del Parlamento. L’efficacia del contiano «fare affari per essere influenti sulle scelte politiche di al-Sisi» non funziona nemmeno a Berlino).

Alla Germania, domenica, il ministero degli esteri egiziano ha detto di non impicciarsi: «Una palese e ingiustificata ingerenza negli affari interni egiziani – si legge nella nota – È sorprendente che il governo tedesco chieda al Cairo il rispetto della legge e allo stesso tempo voglia influenzare le decisioni della magistratura egiziana, che è ben nota per la sua indipendenza, imparzialità».

Il calvario di Alaa sembra senza fine: arrestato sotto Mubarak e poi sotto Morsi, è tornato in prigione nel 2013; condannato a cinque anni per partecipazione a manifestazione non autorizzata, era stato rilasciato nel marzo 2019. Libero a metà: doveva trascorrere ogni giorno, dalle 18 alle 6 in una stazione di polizia.

È stato di nuovo arrestato nel settembre 2019: «Sono stato incarcerato e condannato già in passato per la mia partecipazione alle proteste – ha detto ieri Abd el-Fattah durante l’ultima udienza, come ha riportato la sorella Mona Saif – Non sono mai stato in prigione per atti violenti. Ma almeno potevo passare qualche ora al sole. Ne sono stato privato negli ultimi due anni. Non riesco a capire nemmeno le cose più semplici: ad esempio, perché mi è vietato leggere».

Una quotidianità insopportabile che lo scorso settembre ha spinto Alaa sull’orlo del suicidio. «Il verdetto è un chiaro messaggio del governo di al-Sisi alla comunità internazionale – ha commentato Ahmed Mefreh, avvocato e direttore del Committee for Justice di Ginevra – Non ci sarà alcun reale cambiamento per la situazione dei diritti umani nel paese».

Fragile tregua a Sebha dopo gli scontri degli ultimi giorni. Ma resta il dato politico: il Governo di unità di Dabaiba non ha il controllo del paese e le legislative e presidenziali previste per il 24 dicembre sono una chimera. Diverse fonti parlano di un rinvio ai primi mesi del 2022

Il generale cirenaico Haftar

Roberto Prinzi – il Manifesto

Roma, 20 dicembre 2021, Nena News – Dopo giorni di scontri, una fragile calma regna da venerdì nella città di Sebha (sud della Libia). Ad annunciarla è stata Khaled Mahjoub, il portavoce dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Enl) guidato dal generale Khalifa Haftar: «Le forze del Governo di unità nazionale (Gnu) ci hanno consegnato il quartiere generale».

Secondo la versione dell’Enl, il comandante al-Jeddi delle forze del Gnu avrebbe «attaccato una serie di posizioni delle Forze armate» causando così il «necessario» intervento dei notabili e i saggi delle tribù di Sebha per la consegna delle armi e del quartiere generale. La mediazione tra le parti avrebbe previsto anche il passaggio delle 116ma Brigata (agli ordini di Tripoli) alle forze dell’Eln così come l’estromissione di al-Jeddi dalla sua guida.

Mahjoub ha poi precisato che venerdì non si è fatto ricorso alle armi a differenza di quanto accaduto nella notte tra il 13 e il 14 quando sono divampati violenti scontri a fuoco dopo un blitz delle forze governative nel quartiere generale dell’intelligence dell’Enl (il bilancio è stato di un morto e due feriti). La conclusione delle tensioni di Sebha porta con sé un importante dato politico: umiliando il Gnu, l’Eln si prende di fatto la città cardine della regione meridionale del Fezzan.

Un’umiliazione ancora più amara perché fa il paio con quanto accaduto a Tripoli qualche giorno prima quando alcuni gruppi armati hanno circondato le sedi del Consiglio presidenziale, del Governo di unità e del ministero della Difesa dopo l’annuncio della sostituzione del comandante del distretto militare locale Marwan con Mansour, uomo vicino alla 44ma Brigata, legata alla Turchia.

Il grande sconfitto di questi giorni è soprattutto il premier Daibaba che, nonostante sia dato per favorito alle elezioni del 24 dicembre, è apparso nuovamente irrilevante di fronte all’atto di forza delle milizie. Perché chi vuole governare a Tripoli ha bisogno del sostegno delle varie brigate che popolano la Libia post-Gheddafi e non può accontentarsi delle strette di mano dei leader internazionali in summit dall’utilità pressoché nulla sul terreno. Ma necessita, e la vicenda di Sebha lo ricorda, anche di un nuovo accordo con la Cirenaica di Haftar, il generale dato troppo presto per sconfitto e nuovamente all’offensiva.

Le ultime ore cariche di tensione anticipano di alcuni giorni l’ufficiale fallimento politico del Gnu, l’organismo sponsorizzato dalla comunità internazionale con l’obiettivo di condurre la Libia alle legislative e presidenziali del 24 dicembre.

Una data apparsa da tempo non realistica nonostante il «pieno sostegno» dei Paesi occidentali (l’ultimo è quello di ieri dell’ambasciata Usa in Libia) e per cui si aspetta ormai solo un rinvio ufficiale: alcune fonti parlano della nomina di un nuovo governo «tecnico» entro la prossima settimana da parte della Camera dei Rappresentanti di Tobruk (est Libia) con il compito di traghettare il Paese alle elezioni a fine gennaio o febbraio. Nena News

Nella tradizionale rubrica del sabato sul continente africano, analizziamo le campagne elettorali in Angola e Kenya, tra corruzione e nepotismo. Intanto Amnesty International accusa le parti in conflitto in Sud Sudan di crimini di guerra

Munizioni in Sud Sudan (Foto: UN)

di Federica Iezzi

Roma, 18 dicembre 2021, Nena News

Angola

Il Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola (Mpla), partito al governo da quasi mezzo secolo, ha scelto il presidente in carica João Lourenço come candidato alle elezioni del prossimo anno.

Il principale partito di opposizione, l’Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola (Unita), ha rieletto Adalberto Costa Júnior come suo leader, collocandolo come unico rivale elettorale. Le elezioni presidenziali si terranno il prossimo agosto.

L’Mpla governa il paese dall’indipendenza dal Portogallo nel 1975. Uscente ministro della difesa, Lourenço ereditò la leadership di José Eduardo dos Santos nel 2017.

Dos Santos è stato pesantemente accusato di aver lasciando al Paese un’eredità di povertà e nepotismo. L’Angola è ricca di risorse naturali. E’ il terzo produttore di petrolio dell’Africa, ma la maggior parte dei suoi 33 milioni di abitanti vive in povertà.

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Kenya

Il veterano leader dell’opposizione Raila Odinga ha annunciato la sua quinta candidatura alla presidenza del Kenya nelle elezioni del prossimo anno. Volto dell’opposizione del Kenya per decenni, Odinga aveva stretto un accordo di condivisione del potere con l’attuale presidente Kenyatta, per assicurarsi futuri voti e sostegno.

Pilastro della politica keniota, l’ex primo ministro, affettuosamente chiamato ‘baba’ (papà in swahili), rimane estremamente popolare. La sua immagine anti-establishment ha perso consensi solo nel marzo 2018, quando ha sbalordito il Paese stringendo accordi con Kenyatta, pochi mesi dopo i pesanti scontri post-elettorali.

I due leader hanno anche cercato di espandere l’esecutivo, attraverso proposte di modifiche costituzionali che avrebbero potenzialmente permesso a Kenyatta di rimanere al potere come primo ministro.

Odinga dovrà affrontare una difficile lotta contro il suo nuovo rivale, il vice-presidente William Ruto, a cui è stato promesso il sostegno di Kenyatta. Ruto ha inizialmente combattuto al fianco di Odinga, quando repressione e scontri nel 2007 si sono trasformati in attacchi etnici uccidendo più di 1.000 persone. Ruto ha poi collaborato con Kenyatta nel 2013.

Le famiglia Kikuyu di Kenyatta e quella Luo di Odinga hanno dominato la politica keniota dall’indipendenza nel 1963.

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Sud Sudan

Secondo l’ultimo report di Amnesty International, l’ondata di scontri tra Forze di Difesa del Popolo del Sud Sudan (Sspdf), allineate al governo, e Esercito di liberazione del popolo sudanese/Movimento all’opposizione (Splm-Io), potrebbe equivalere a crimini di guerra.

Colpiti indiscriminatamente interi villaggi, durante un’impennata di combattimenti tra lo scorso giugno e lo scorso ottobre, in particolare nello stato dell’Equatoria occidentale, scontri che hanno costretto decine di migliaia di persone a lasciare le proprie abitazioni.

Amnesty International ha affermato di aver documentato potenziali crimini di guerra, violenza intercomunale e altre gravi violazioni commesse dalle parti in conflitto contro i membri delle comunità Azande e Balanda.

Il Sud Sudan ha ottenuto l’indipendenza nel giugno 2011, ma è stato subito travolto dalla violenza etnica, tra le forze fedeli al presidente Salva Kiir e quelle affiliate al suo vice, Riek Machar.

Secondo Amnesty International, le recenti violenze nell’Equatoria occidentale possono essere ricondotte all’assegnazione amministrativa della regione all’Splm-Io, come parte di un accordo di condivisione del potere. Nena News

La rassegna curata da Maria Rosaria Greco saluta il pubblico con un concerto: Makram Aboul Hosn e il suo quintetto presenteranno l’album “Transmigration”, registrato appena tre giorni dopo l’esplosione al porto di Beirut. Un collage di swing, blues e ritmi africani

della redazione

Roma, 18 dicembre 2021, Nena News – Cinque musicisti, un percorso musicale che spazia dal jazz alla musica classica ai ritmi arabi: si chiuderà così la rassegna Mediterraneo Contemporaneo, curata da Maria Rosaria Greco, oggi alle 21 al Teatro Ghirelli di Salerno.

Dedicata al Libano, questa prima edizione della rassegna ha spaziato dal fumetto alla cucina, dall’analisi politica alla letteratura. E terminerà con la musica e la presentazione dell’album “Transmigration” di Makram Aboul Hosn e il suo quintetto. Per la prima volta in Italia Aboul Hosn, contrabbassista, compositore e arrangiatore di Beirut, dopo aver studiato sia musica classica che jazz a New York Jazz, oggi lavora come insegnante di jazz all’Università di Notre Dame in Libano e come contrabbassista nell’Orchestra Filarmonica Libanese di Beirut.

Insieme a lui sul palco salernitano ci saranno Khaled Yassine (percussioni e batteria), Nidal Abou Samra (sax tenore), Giuseppe Doronzo (sax baritono) e Federico Pascucci (sax contralto). Suoneranno l’album registrato il 7 agosto 2020, ad appena tre giorni dalla terribile esplosione che ha devastato il porto di Beirut e i quartieri circostanti, lasciandosi dietro oltree 200 morti e decine di migliaia di sfollati. “Transmigration” è un collage, un incontro di swing, blues, ritmi africani e boppish.

Per chiunque voglia partecipare: Info e prenotazioni +39 349 9438958 (anche whatsapp). Biglietto intero: 15 euro; ridotto under 25: 12 euro. E una piccola sorpresa: durante l’evento Mediterraneo Contemporaneo annuncerà quale Paese sarà il protagonista della seconda edizione della rassegna nel 2022. Nena News

 

Oggi alle 18.30 al Teatro Ghirelli di Salerno il giornalista libanese Nizar Hassan racconterà il paese dei Cedri, la situazione socio-economica e lo stato di salute del movimento popolare nato nell’ottobre 2019. Lo abbiamo intervistato

Una protesta a Tiro nell’ottobre 2019 (Fonte: Wikicommons)

di Chiara Cruciati

Roma, 16 dicembre 2021, Nena News - Sarà oggi a Salerno, al Teatro Ghirelli: appuntamento alle 18.30 nell’ambito della rassegna Mediterraneo Contemporaneo. Dopo cucina, fumetti e letteratura, in Italia arriva Nizar Hassan, giornalista e leader del movimento Li Haqqi (Per i miei diritti), che affronterà il Libano di oggi, la grave crisi economica e sociale che ha impoverito la popolazione, la sconfitta – forse solo apparente – del movimento popolare nato nell’ottobre 2019 e la controrivoluzione della classe dirigente.

Sull’orlo del baratro, il Libano sta vivendo uno dei momenti più difficili della sua storia, fatta di guerre civili, settarismo, occupazioni esterne e guerre, ma anche di accoglienza, creatività, cultura, spirito di iniziativa. Un paese che è un paradosso, in bilico tra divisioni interne e apertura al prossimo, tra fratture settarie e una società composita. Una società messa a rischio da un impoverimento collettivo, di natura politica: le scelte della classe dirigente, rimasta al suo posto nonostante la rivoluzione di due anni fa, hanno allargato ancora di più il gap tra ricchi e poveri.

Di questo parlerà oggi Nizar Hassan. Anticipiamo alcuni dei temi in una breve intervista.

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«Se si chiede a una qualsiasi famiglia libanese “cosa avete mangiato oggi?”, la maggior parte risponderà “frutta e verdura”. Sono i prodotti che costano di meno. Si sopravvive ma con difficoltà».

Il buco nero in cui il Libano pare essere caduto non ha fine apparente. Aumentano fame e povertà e in parallelo cresce il numero di chi rinnova il passaporto per fuggire all’estero. In mezzo sta la controrivoluzione: la sconfitta del movimento popolare di protesta da parte della classe dirigente, capace di non farsi abbattere dalla rivolta.

Ne abbiamo parlato con il giornalista Nizar Hassan, leader del movimento Li Haqqi (Per i miei diritti), oggi a Salerno al Teatro Ghirelli alle 18.30 nell’ambito della rassegna Mediterraneo Contemporaneo, curata da Maria Rosaria Greco.

Carenza di elettricità, carburante, medicinali, cibo: come vivono oggi i libanesi?

Sul piano socio-economico la situazione è tragica. Siamo di fronte a un totale collasso economico e finanziario. La moneta non vale nulla e i beni costano fino a dieci volte di più del passato. Il governo ha sospeso i sussidi per cibo, medicinali e carburante, imponendo un’improvvisa austerity. La gente non può permettersi i beni basilari. Solo il prezzo dell’elettricità fornita dallo Stato è rimasto quello originario, ma non ci si può fare affidamento: è disponibile poche ore al giorno e chi può usa generatori privati. Ma il carburante è venduto ai nuovi prezzi, altissimi: per pagarsi il gas da cucina o per il riscaldamento serve un intero salario.

Istituzioni internazionali, come l’Onu, e organizzazioni umanitarie avvertono da mesi del rischio di una crisi alimentare in Libano. La necessità di coprire i bisogni basilari sta cambiando la società?

La società è molto più povera di prima. Il nostro era un paese che non se la cavava male, anche grazie all’introduzione di dollari nell’economia e alla stabilità della sterlina. Quel modello economico però è collassato e ne serve uno nuovo per poter sopravvivere. C’è fame in Libano, ma spesso è invisibile per la presenza di molte iniziative umanitarie. La gente, soprattutto quella che vive nelle zone non marginalizzate, la classe media, non è abituata a mostrare la propria povertà, ne prova vergogna. È una mentalità da classe media, la marginalizzazione non è accettata né usata per accendere conflitti sociali.

Due mesi fa Beirut è stata teatro di scontri armati tra la destra falangista ed Hezbollah. È la spia di una guerra settaria che potrebbe esplodere?

Lo scontro settario non è un disastro naturale. È una decisione politica delle fazioni politiche. Lo preferiscono alla condivisione del potere in parlamento o al confronto sui media. Quando le istituzioni politiche e giudiziarie non funzionano più, chi è al potere vede nello scontro settario una possibilità di sopravvivenza. Siamo di fronte a una guerra civile senza guerra: il livello di polarizzazione intorno a Hezbollah e alle potenze regionali e gli scontri armati a Tayouneh sono lo specchio di cos’è oggi il Libano, una democrazia solo in apparenza pacifica con milizie armate nelle strade che si uccidono a vicenda.

È un sistema che mantiene i libanesi divisi in gruppi settari, basato sulla promessa fallace che quel gruppo li proteggerà. La guerra civile finisce per essere la vera natura del sistema, creato e implementato in modo da essere una continuazione della guerra civile nonostante dicano di averlo immaginato così proprio per evitare le divisioni interne. La retorica della classe dirigente è molto più dura e polarizzata di quanto fosse nel 1975. Non si tenta neppure più di nascondere il linguaggio settario e reazionario. Ora attendiamo le elezioni della primavera del 2022, lì si vedrà come «risolveranno» queste divisioni.

A due anni dall’inizio della rivolta popolare dell’ottobre 2019, qual è lo stato di salute del movimento?

Il movimento popolare libanese è stato sconfitto, lo abbiamo capito ora. Non solo non abbiamo ottenuto i nostri obiettivi, ma è accaduto l’opposto di quel che chiedevamo. Lo si è visto con gli scontri settari di Tayouneh. Quella libanese è stata una perfetta controrivoluzione, ha assunto diverse facce di cui la peggiore è stata convincere le persone di non avere alcuna influenza. Milioni di persone sono scese in piazza per cambiare il destino del Libano e per evitarne il collasso, ma non ce l’hanno fatta e chi è al potere ha riprodotto le stesse dinamiche politiche. Il settarismo che governa il sistema bancario e finanziario ne ha provocato il collasso e nemmeno le istituzioni internazionali riescono a imporre riforme alla politica libanese. Siamo al punto in cui l’Fmi sembra più progressista della nostra classe dirigente, è ridicolo.

In questa situazione, le persone sono convinte di non avere alcun potere di cambiare le cose e questo ha provocato una depressione collettiva. Nessuno vive più la propria vita né guarda al futuro. Il movimento popolare sta vivendo un brutto momento, vedremo forse una ripresa in vista delle elezioni, ma la maggior parte dell’attivismo politico usa pratiche della classe media e non ha prodotto metodi alternativi per fronteggiare la controrivoluzione e le diseguaglianze.

Articoli e rapporti parlano di un aumento dell’emigrazione all’estero. Chi parte?

Chi può tenta di partire, soprattutto i giovani e le famiglie che hanno le risorse per farlo. Non sono i poveri ad andarsene, non possono permetterselo, ma la classe media. Partirei anche io se potessi. È l’unico modo per vivere una vita dignitosa, lontano da una società sconfitta, impoverita, con meno risorse per combattere oppressione e ingiustizie, più facile da manipolare e sfruttare.

Allo studente egiziano vietato lasciare il paese in vista dell’udienza del primo febbraio 2022. Intanto il colosso italiano, presente a dicembre all’Egypt Defence Expo, sarebbe vicino alla commessa da mezzo miliardo, parte del famoso pacchetto contenente anche le due fregate Fincantieri

Il jet M-346 di Leonardo, modello del 2017 (Foto: Wikicommons)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 15 dicembre 2021, Nena News – Divieto d’espatrio per Patrick Zaki: quello che si temeva fosse uno degli «annessi» al rilascio dello studente egiziano in vista dell’udienza del primo febbraio 2022 è confermato da fonti egiziane all’Ansa. «Non potrà andarsene fino a dopo la fine del processo», hanno detto le fonti all’agenzia.

Il timore che non potesse lasciare l’Egitto era concreto, i suoi stessi legali lo ritenevano più che probabile. È capitato prima a moltissimi prigionieri politici scarcerati in vista del processo e anche ad attivisti su cui non pendevano procedimenti.

Nel frattempo, sembra anche proseguire il business che lega il regime del Cairo all’industria bellica italiana: secondo il portale francese Africa intelligence, il colosso italiano Leonardo (che ha preso parte all’Egypt Defence Expo, fiera militare che si è svolta a inizio mese al Cairo e di cui Fincantieri era primo sponsor) sarebbe a un passo da una commessa dal valore di mezzo miliardo di euro per 20 jet Aermacchi M-346.

I jet sarebbero parte del famoso «pacchetto» da 9-11 miliardi di euro contenente anche 20 pattugliatori Fincantieri, 24 caccia Eurofighter Typhoon, satelliti da osservazione e le due fregate Fremm Fincantieri, già consegnate al regime di al-Sisi nell’inverno scorso.

Da Leonardo sarebbero poi stati inviati al Cairo cinque dei 24 elicotteri Aw149 relativi a un ordine del 2019 comprensivo anche di otto modelli civili AW189 (valore complessivo 871 milioni di euro).

Notizie che giungono in concomitanza con il rapporto annuale di Committee to Protect Journalists’: l’Egitto è il terzo paese al mondo per giornalisti in prigione (25 al momento), secondo solo a Cina e Myanmar.

Saied: a luglio referendum costituzionale, a dicembre le elezioni tunisine.Torture e abusi sessuali, prigioniera politica curda suicida in una cella turcaAncora proteste nelle piazze sudanesi contro il governo militare e l’accordo con Hamdok

Garibe Gezer in un poster durante una protesta (Foto: MA)

della redazione

Roma, 14 dicembre 2021, Nena News 

Saied: a luglio referendum costituzionale, a dicembre le elezioni tunisine 

L’annuncio è stato dato ieri dal presidente tunisino Kais Saied, autore lo scorso luglio di un golpe istituzionale che gli ha permesso di assumere poteri quasi totali e annullare quelli di governo e parlamento: il prossimo 25 luglio la Tunisia andrà al referendum costituzionale, il 17 dicembre 2022 alle elezioni parlamentari.

Nel frattempo, ha aggiunto nel discorso televisivo, il parlamento resta sospeso. “Vogliamo correggere il percorso della rivoluzione e della storia”, ha detto Saied, impegnato a governare il paese a colpi di decreti nonostante le promesse di dialogo con le forze politiche e sociali tunisine. Una richiesta giunta a gran voce anche dalle piazze che, dopo un primo momento di spaesamento e in alcuni casi di sostegno al golpe del presidente, si sono andate riempiendo per chiedere il ritorno al sistema democratico.

Su questo fronte Saied ha promesso consultazioni pubbliche da tenersi all’inizio dell’anno, da gennaio a marzo, al fine di raccogliere suggerimenti su riforme costituzionali e non. A pensarci sarà un team di esperti incaricato di scrivere la nuova costituzione da portare poi a referendum in estate. Quella corrente era entrata in vigore nel 2014, stabilendo un sistema ibrido parlamentare-presidenziale. Di riforme strutturali, però, in campo economico e sociale non se ne erano viste e la Tunisia è rimasta intrappolata in una crisi economica grave, peggiorata dalla pandemia, e che ha spinto sempre più giovani tunisini a prendere la via del mare verso l’Europa.

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Torture e abusi sessuali, prigioniera politica curda suicida in una cella turca

Il 9 dicembre scorso Garibe Gezer, prigioniera politica curda in Turchia, è morta in detenzione. A denunciare l’accaduto è stata l’Assemblea delle donne dell’Hdp, il Partito democratico dei Popoli di cui era parte. “Le prigioni turche sono diventate centri di tortura e di maltrattamenti – scrive l’Assemblea – Queste pratiche disumane, specialmente quando applicate a prigionieri politici, colpiscono in profondità la coscienza umana”.

Gezer, secondo quanto riporta l’agenzia Bianet, si è tolta la vita a Kandira, prigione di massima sicurezza dove era stata trasferita a marzo dal carcere di Kayseri. Al suo arrivo era stata isolata per 22 giorni. Era stata picchiata più volte e in un’occasione spogliata e costretta a camminare tra guardie maschi. Era stata minacciata di violenza sessuale e in un caso stuprata, come da lei stessa denunciato in una lettera, dopo essere stata di nuovo costretta a denudarsi, tanto da arrivare a tentate il suicidio e a dare fuoco alla sua cella.

Posta venti volte in isolamento, le è stato infine vietato di ricevere lettere. Nonostante le denunce al procuratore, nessuno è intervenuto. L’Hdp ha portato il suo caso in parlamento lo scorso 22 ottobre, senza successo. Il corpo della donna è stato portato all’istituto forense di Kocaeli per l’autopsia, condotta senza la presenza dei suoi avvocati, a cui è stato vietato anche di entrate in prigione.

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Ancora proteste nelle piazze sudanesi contro il governo militare e l’accordo con Hamdok

Non cessano le proteste in Sudan contro il golpe militare dello scorso 25 ottobre che ha deposto il governo congiunto di civili e militari, estromettendo i primi e ponendo ai domiciliari il primo ministro Abdalla Hamdok, poi tornato al suo posto dopo un accordo con le forze armate.

Ieri migliaia di manifestanti si sono nuovamente ritrovati davanti al palazzo presidenziale di Khartoum, per protestare proprio contro l’accordo che ha visto coinvolto Hamdok. Altre migliaia di sudanesi sono scesi in piazza in altre città del paese. La polizia ha reagito sparando gas lacrimogeni e proiettili di gomma per disperdere le folle. “La polizia usa i gas contro manifestanti pacifici – ha detto all’agenzia turca Anadolu un manifestante – Questo dimostra che i militari e Hamdok non rispettano i diritti umani e la libertà di assemblea”.

Hamdok era stato liberato e rimesso al suo posto dallo stesso generale Abdel Fattah al-Burhan, responsabile del golpe e dell’attuale governo, a causa delle pressioni subite sia dalle piazze che dalla comunità internazionale. Al-Burhan aveva poi promesso di tenere nuove elezioni nel luglio 2023 e solo in quell’occasione di cedere il potere a un governo civile. Una mossa che non piace affatto a chi in questi anni ha occupato le città sudanesi e posto fine alla lunghissima dittatura di Omar al-Bashir e che ora si ritrova di nuovo con un governo militare.

Nelle proteste che ne sono seguite, sono stati uccisi almeno una 50ina di manifestanti, per lo più a Khartoum, centinaia i feriti, la maggior parte dei quali colpiti da proiettili veri. Nena News

Quinta puntata della rubrica audio a cura di Laila Sit Aboha sui giovani e le giovani palestinesi in Italia. Oggi incontriamo Shaden Ghazal, 27 anni, originaria del villaggio di Saffarin vicino Tulkarem, nei Territori Occupati Palestinesi. Shaden è nata e cresciuta a Venezia. Con lei abbiamo parlato del viaggio di ritorno in Palestina insieme ai genitori, rifugiati del 1967

della redazione

Roma, 13 dicembre 2021, Nena News –  In questa nuova puntata della rubrica audio Cronache in diaspora a cura di Laila Sit Aboha e realizzata in collaborazione con i Giovani Palestinesi d’Italia, abbiamo incontrato Shaden Ghazal, 27 anni. Originaria del villaggio di Saffarin vicino Tulkarem (Territori Occupati Palestinesi), Shaden è nata e cresciuta a Venezia dove attualmente vive.

Con lei abbiamo parlato del viaggio di ritorno in Palestina insieme ai genitori, rifugiati del 1967, la prima vera presa di coscienza della propria identità e il riconoscimento di quel luogo come “casa”.

La sua immagine, il melograno.

http://nena-news.it/wp-content/uploads/2021/12/SHADEN-PODCAST.mp4

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È il risultato di una indagine congiunta dell’Onu e dell’Ethiopian Human Rights Commission (Ehrc). Ma proprio il coinvolgimento dell’Ehrc pone seri dubbi sull’integrità dell’inchiesta e dei suoi risultati

di Federica Iezzi

Roma, 11 dicembre 2021, Nena NewsDate le lacune nell’approccio e nella metodologia, le indagini congiunte dell’Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights (OHCHR) e dell’Ethiopian Human Rights Commission (EHRC) potrebbero non fornire un quadro accurato delle violazioni dei diritti umani perpetrati nella regione del Tigray.

Il Tigray Human Rights Forum (THRF), organizzazione che si impegna a promuovere i diritti umani nel Tigray, ha seguito da vicino gli sviluppi riguardanti l’indagine congiunta.

I risultati dell’indagine, inclusi nel rapporto congiunto, sono gravi e vi sono fondati motivi per ritenere che abusi e violazioni dei diritti umani e violazioni del diritto internazionale umanitario, possano costituire crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Sotto inchiesta: attacchi diretti a civili e postazioni civili, omicidi, esecuzioni giudiziarie, torture e altre forme di maltrattamento, detenzioni arbitrarie, rapimenti, sparizioni forzate e violenze di genere.

Il Joint Investigation Team evidenzia una diffusa impunità per i responsabili di violazioni e abusi.

Il THRF appare preoccupato che l’indagine possa essere utilizzata per rivendicare le violazioni commesse e possa sostenere attivamente il conflitto.

Il coinvolgimento dell’EHRC pone seri dubbi sull’integrità dell’indagine complessiva e dei suoi risultati. La Commissione risponde alla Camera dei rappresentanti del popolo, organo che ha designato il Tigray People’s Liberation Front (TPLF), anch’esso oggetto di indagine. E ciò solleva direttamente questioni di indipendenza e imparzialità. Numerosi rapporti pubblicati dalla Commissione mostrano un’evidente parzialità a favore del governo federale. La Commissione ha anche scelto di tacere di fronte a evidenti violazioni, ampiamente reiterate in Tigray, comprese le pesanti barriere all’accesso umanitario in corso.

Sebbene sia importante indagare su tutte le forme di violazione dei diritti umani, indipendentemente dall’identità delle vittime e degli autori, la denuncia unilaterale dell’EHRC rafforza ulteriormente gli interrogativi sull’imparzialità del processo di indagine.

I termini di riferimento per l’analisi non sono mai stati resi pubblici. E questo riserbo ha consentito all’indagine di continuare senza controllo. Chiara violazione del principio di trasparenza.

Come ha confermato lo stesso OHCHR, tralasciare siti chiave del massacro come le aree di Axum, Edaga Berhe, Dengelat, Mahbere Dego, Togoga e Tembien, avrà un impatto negativo sul quadro generale dell’indagine.

L’indagine è stata condotta quasi esclusivamente in luoghi sotto il controllo del governo federale. Sono stati dichiarati cambiamenti improvvisi nella situazione della sicurezza e nelle dinamiche del conflitto, come spiegazione all’interruzione dell’indagine in aree del Tigray.

I risultati del rapporto rendono ampiamente chiaro che, mentre infuria la guerra nel nord dell’Etiopia, il bilancio umano del conflitto continuerà a crescere.

Il proclama dell’emergenza si estende a tutto il Paese limitando di fatto i diritti umani, secondo Amnesty International. Ad esempio, consente alle autorità federali di arrestare chiunque senza mandato, di fronte ad un ‘ragionevole sospetto’ di cooperazione con gruppi terroristici, e di detenerlo senza controllo giurisdizionale. E’ allarmante l’impatto su attivisti dei diritti umani, giornalisti, minoranze e critici del governo.

La proclamazione dello stato di emergenza, inoltre, consente la sospensione o la definitiva cancellazione delle licenze delle organizzazioni non governative e dei media, se sospettate di fornire supporto materiale o morale a organizzazioni terroristiche, termini aperti a un’ampia interpretazione. Nena News

«Non siete stati ancora sconfitti», la raccolta di scritti dell’attivista Alaa Abd el-Fattah editi da Hopeful Monster. Saggi, tweet, discorsi pubblici del blogger e pensatore egiziano da piazza Tahrir a oggi. Tre piani inclinati – i risultati della rivoluzione, il ruolo dello Stato e il significato della prigione – attraverso l’analisi della dissidenza egiziana del Terzo Millennio

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 10 dicembre 2021, Nena News – «La gente parla di barriere dettate dalla paura, a me sono sembrate barriere dettate dalla disperazione. Una volta rimosse, insieme alla paura, neanche i massacri e gli arresti avrebbero potuto rimetterle in piedi. Ho commesso tutte le sciocchezze che fanno i rivoluzionari troppo ottimisti…ho infranto ogni legge drastica e tutti i tabù, sono entrato in prigione sorridendo e ne sono uscito da trionfatore».

Alaa Abd el-Fattah è un pensiero libero in un corpo in gabbia, una mano che scrive dopo può – un pacchetto di sigarette, un rotolo di carta igienica – e una memoria da tirare come un elastico. Gli servono, mano e memoria, per continuare a produrre conoscenza e autocritica dietro le sbarre della prigione di massima sicurezza di Tora, al Cairo.

Alaa Abd el-Fattah è il più famoso prigioniero politico egiziano: arrestato la prima volta nel 2006, sotto Hosni Mubarak, poi durante il regime dei Fratelli musulmani dopo la rivoluzione del 2011, adesso con quello asfissiante del generale golpista Abdelfattah al-Sisi. È un informatico e un blogger, un gramsciano e un dissidente. E una delle menti più lucide del suo paese. È il punto di riferimento politico delle generazioni più giovani, di chi a 18-20 anni era in piazza Tahrir. Tra loro anche Patrick Zaki che da Tora domenica ha fatto arrivare un messaggio alla fiera Più libri più liberi di Roma: «Leggete il nuovo libro di Alaa se volete capire l’Egitto».

Tradotti da Monica Ruocco, i suoi scritti dal 2011 a oggi (saggi, tweet, discorsi pubblici, la commemorazione per la morte del padre, Ahmed Seif al-Islam, avvocato e attivista tra i più noti e coraggiosi d’Egitto, colui che in eredità gli ha lasciato «una cella di prigione») sono oggi un libro. Non siete stati ancor sconfitti (pp. 288, euro 23) è merito della casa editrice Hopeful Monster e della sua collana La stanza del mondo curata da Paola Caridi.

Il percorso compiuto dall’attivista è in caduta. Su tre piani inclinati: i risultati della rivoluzione, il ruolo dello Stato e il significato della prigione. La storia della dissidenza egiziana del Terzo Millennio accompagna la discesa nel girone degli sconfitti. Il primo piano inclinato: l’orizzonte della vittoria e della trasformazione della società muta con il passare dei mesi e degli anni, fino al buco nero della lacerante consapevolezza del fallimento.

La rivoluzione ha perso, Alaa ne è certo. E per strada ha perso anche la narrazione di sé, scippata dal regime controrivoluzionario che come una fenice è risorto semplicemente perché non è mai morto. Si è cibato delle ambizioni degli egiziani, le ha appassite, fino a trasfigurarle in un colpo di Stato su mandato popolare, «il golpe di Schrodinger», così lo chiama Abd el-Fattah, «sovrapposizione in cui ci si trova contemporaneamente davanti a un golpe e a una rivoluzione».

Alaa Abd el-Fattah insieme alla moglie Manal Hassan (Foto: Wikicommons)

Il secondo piano inclinato è quello del ruolo dello Stato. Gli scritti del periodo subito successivo al 25 gennaio 2011 costruiscono la critica radicale all’istituzione statale, «male originario». Lo Stato va abbattuto perché riformarlo è un’utopia: eliminarne la duplice natura – repressione e paternalismo, controllo sociale e infantilizzazione della popolazione – significherebbe renderlo altro a sé.

Dieci anni dopo i fatti di piazza Tahrir l’autocritica dell’agire rivoluzionario conduce alla dolorosa consapevolezza del fallimento e alla conseguente «rinuncia al sogno»: l’obiettivo fattibile diventa la ricerca di unità contro la narrazione dominante, nell’idea di ottenere il minimo indispensabile sul piano dei diritti politici, sociali ed economici.

Una ritirata apparente che, seguendo le pagine, è prodotto diretto della reclusione. Il terzo piano inclinato. La cella passa di mano, dal rivoluzionario al controrivoluzionario: da primaria forma di resistenza diventa strumento principe della repressione e del monopolio della narrazione, così come il corpo del prigioniero passa dal controllo suo a quello del carceriere.

Il detenuto non ha più la gestione del proprio tempo né dello spazio di vita, subisce quotidianamente quello che la sociologa palestinese Ruba Salih (in riferimento alla vita individuale, prima che collettiva, dei palestinesi sotto occupazione israeliana) definisce spazicidio e tempicidio. Ore in frantumi, in cui la privazione della formazione politica – attraverso il divieto a leggere, scrivere, informarsi, se non a piccole dosi – costringe Abd el-Fattah a un estenuante esercizio di memoria per ricostruire fatti, eventi, comportamenti collettivi da cui tirare fuori con i denti una visione totale.

Sullo sfondo resta la natura, comunque positiva e travolgente, della rivoluzione egiziana. Un evento che non è mai stato solo, ma che si è legato alle battaglie globali contro lo stesso modello politico e di sviluppo che, se assume forme diverse paese per paese, veste identici panni: burocrazia per attuare il controllo sociale, Stato-nazione per reprimere il dissenso, finzione di libertà tecnologica per occultare la persistenza del capitalismo. Alla fine «non siete stati ancora sconfitti».

Dai boicottaggi a Balfour fino al trattamento dei prigionieri politici, gli irlandesi e i palestinesi hanno molto in  comune

di Yousef M Aljamal*  al-Jazeera

*(Traduzione a cura di Valentina Timpani)

Roma, 9 dicembre 2021, Nena News – Durante gli undici giorni di assalto della Striscia di Gaza da parte di Israele a maggio, che è costata la vita di 254 palestinesi, compresi 66 bambini, sono stati organizzati diversi atti di solidarietà nel mondo. Ma forse nessuno è stato così significativo come quello che ha avuto luogo in Irlanda. Il 26 maggio il parlamento irlandese ha fatto passare una risoluzione che condanna l’annessione “de facto” della Palestina da parte di Israele.

È stato significativo, ma non sorprendente, considerato che la storia della solidarietà tra Irlanda e Palestina è lunga e reciproca.

La si è potuta nuovamente constatare quando la scrittrice irlandese, autrice di best seller e vincitrice di diversi premi, Sally Rooney, ha rifiutato un’offerta di traduzione del suo romanzo, Beautiful World, Where are you, in ebraico, facendo riferimento al supporto al movimento Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS).

Il movimento BDS che fa appello alla società civile globale affinché si impegni in una campagna onnicomprensiva di boicottaggio contro Israele fin quando non sarà permesso ai rifugiati palestinesi di tornare nelle loro case, fino alla fine dell’occupazione militare della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, fino allo smantellamento degli insediamenti e del muro di separazione e fino a quando i palestinesi con passaporti israeliani non saranno trattati allo stesso modo che gli ebrei israeliani, è particolarmente popolare in Irlanda. Ma, ancora, non dovrebbe essere una sorpresa – perché è proprio lì che è nato il termine “boicottare”.

Charles Cunningham Boycott (1832-1897) era un agente immobiliare inglese che lavorava per Lord Erne, il quale possedeva 40.000 acri (16.000 ettari) di terra in Irlanda. A quel tempo, durante il dominio inglese, 750 proprietari – che spesso non risiedevano nelle loro terre – possedevano metà del paese. Molti di loro pagavano degli agenti perché gestissero le loro tenute, come faceva Boycott per Erne nella contea di Mayo. Il suo lavoro includeva riscuotere l’affitto dai contadini che lavoravano la terra.

Nel 1880, la Land League, che era stata fondata l’anno prima per lavorare a una riforma del sistema dei proprietari terrieri, che lasciavano i contadini poveri in balia di affitti eccessivi e di sfratti se non potevano pagare, chiesero a Boycott di ridurre gli affitti del 25 per cento. I raccolti non erano stati buoni e la prospettiva della carestia incombeva. Ma Erne – e Boycott – si rifiutarono e ottennero avvisi di sfratto per gli affittuari che non potevano pagare.

In risposta Charles Stewart Parnell, un leader nazionalista irlandese, presidente della Land League, incoraggiò i vicini di Boycott a evitarlo o a ostracizzarlo. I negozi del posto si rifiutarono di servirlo e quando i braccianti si rifiutarono di lavorare la terra, fu costretto a far arrivare dei lavoratori da Ulster a un costo di gran lunga maggiore rispetto al valore dei raccolti a cui lavoravano.

Si racconta che Padre John O’Malley, un leader locale della Land League, pensava che la parola ostracizzare fosse troppo complicata per i braccianti – e fu così che nacque il termine to boycott (boicottare). Ma la parola – e il concetto – non è l’unico filo che unisce la storia irlandese a quella palestinese.

“Bloody Balfour” – Dall’Irlanda alla Palestina

Non molto tempo dopo la Rivolta di Pasqua del 1916 – quando, dal 24 al 29 aprile, i nazionalisti irlandesi si ribellarono contro il dominio inglese finché l’esercito inglese non represse violentemente la rivolta e ne giustiziò i leader – i palestinesi vissero la loro calamità per mano degli inglesi.

Il 2 novembre 1917 il ministro degli esteri, Arthur James Balfour, scrisse una lettera al barone Lionel Walter Rothschild, una delle figure di spicco della comunità ebrea in Inghilterra, in cui dichiarava: “Il governo di sua maestà vede con favore lo stabilimento in Palestina di un focolare per il popolo ebraico”.

La Dichiarazione Balfour avrebbe avuto conseguenze terribili per i palestinesi, ma gli irlandesi avevano già familiarità con il lavoro di Balfour.

Dal 1887 al 1891, Balfour era stato capo segretario per l’Irlanda, dove aveva immediatamente cominciato a reprimere il lavoro della Land League. Il Perpetual Crimes Act del 1887 perseguiva gli attivisti agrari e mirava a prevenire, tra le altre cose, i boicottaggi.

Centinaia di persone, compresi più di venti parlamentari, furono incarcerati a seguito di questa legge, che faceva sì che i casi potessero essere portati a processo senza una giuria. Quando alcuni membri del Royal Irish Constabulary spararono alla folla che protestava contro la condanna di due persone a Mitchelstown, nella contea di Cork, il 9 settembre 1887, uccidendo tre uomini, Balfour fu soprannominato “Bloody Balfour” (Balfour il sanguinoso).

Gli anni ’80 – Dal Libano a Long Kesh

La connessione tra la lotta irlandese contro gli inglesi e quella dei palestinesi contro Israele è continuata negli anni successivi. A quanto si dice, negli anni ’70 e nei primi anni ’80, alcuni membri dell’Esercito Repubblicano Irlandese (IRA) avevano legami con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP).

I membri irlandesi dell’IRA visitavano i campi profughi in Libano, dove l’OLP ha avuto sede fino al 1982, per mostrare solidarietà al popolo palestinese. Secondo Danny Morrison, ex direttore pubblicitario di Sinn Fein, un partito repubblicano irlandese associato storicamente all’IRA: “L’IRA non ha mai confermato una relazione di lavoro con la resistenza palestinese. Ci sono state voci di repubblicani che venivano addestrati in un campo palestinese. Nel porto di Dublino le autorità irlandesi espropriarono delle armi che venivano da Cipro e che si dice fossero state inviate dall’OLP per l’IRA, ma l’IRA non l’ha mai confermato”.

Tuttavia, la questione che probabilmente collega più strettamente l’esperienza palestinese e quella irlandese è la questione dei prigionieri politici. Nel 1936, durante il mandato inglese in Palestina, l’Inghilterra introdusse la detenzione amministrativa, che permetteva la reclusione di prigionieri per un tempo indeterminato senza la formulazione di accuse e senza processo. Israele usa questa legge ancora oggi, centinaia di palestinesi vengono imprigionati così.

Nell’Irlanda del Nord, una legge uguale è stata introdotta nel 1971, tre anni dopo l’inizio dei Troubles (il conflitto nordirlandese), con l’intenzione di penalizzare l’IRA. La reclusione senza processo includeva arresti di massa, soprattutto di nazionalisti e cattolici, molti dei quali non avevano alcuna connessione con l’IRA. Coloro che venivano arrestati venivano mandati nel carcere di Long Kesh (dove più avanti ci sarà il famoso H-Blocks o Maze). Prima dell’eliminazione della legge nel 1975, erano state incarcerate quasi 2.000 persone.

Coloro che venivano tenuti a Long Kesh sostenevano di essere prigionieri politici e non normali criminali e che come tali dovevano essere trattati. Nel 1972, ai prigionieri che scontavano pene legate ai Troubles fu assegnato uno statuto di categoria speciale, o statuto politico, che significava che non dovevano indossare le uniformi della prigione o fare lavoro carcerario e che potevano ricevere visite extra e pacchi di cibo.

Nel 1976, però, si mise fine allo statuto di categoria speciale. (Un secolo prima, Arthur Balfour sosteneva che i prigionieri politici dovessero essere trattati come normali criminali.) Israele, allo stesso modo, rifiuta di riconoscere lo status di prigionieri politici ai palestinesi, nonostante molti di loro – come Ahmad Sadat e Marwan Barghouti – siano leader di gruppi politici.

Gli scioperi della fame

Il 1 marzo 1981, cinque anni dopo la fine dello statuto di categoria speciale, un prigioniero repubblicano irlandese, Bobby Sands, iniziò uno sciopero della fame per chiedere il ripristino dello status politico. Altri prigionieri politici si unirono a lui nello sciopero a intervalli scaglionati. Dieci di loro, compreso Sands, morirono.

Dopo la morte di Sands il 5 maggio, il sessantaseiesimo giorno di sciopero, i prigionieri palestinesi nella prigione israeliana di Nafha fecero uscire di nascosto una lettera di supporto per gli irlandesi che facevano lo sciopero della fame. C’era scritto: “Rendiamo onore allo sforzo eroico di Bobby Sands e dei suoi compagni, perché hanno sacrificato la cosa più preziosa che gli esseri umani posseggono. Hanno dato la vita per la libertà”.

C’erano stati diversi scioperi della fame da parte dei prigionieri palestinesi prima e molti ce ne sarebbero stati dopo. Cinque palestinesi sono venuti a mancare mentre scioperavano e dozzine si sono avvicinati alla morte. Migliaia di prigionieri palestinesi hanno partecipato a quella che i palestinesi chiamano “la battaglia degli stomachi vuoti”, sia da soli che in massa, nel corso degli anni.

Gli scioperi della fame sono efficaci perché, oltre a umanizzare i prigionieri in quanto persone desiderose di sacrificare le loro vite per la libertà, attirano l’attenzione internazionale – aiutando a costruire una solidarietà internazionale, in particolare tra le persone in diaspora.

Recentemente ho contribuito alla scrittura di un libro – A Shared Struggle: Stories of Irish and Palestinian Hunger Strikers – in cui vengono raccontate le storie di alcune di queste persone palestinesi che hanno fatto scioperi della fame e delle loro controparti irlandesi. Una delle storie è quella di Rawda Habib, che fu arrestata nel 2007 dall’esercito israeliano e condannata a otto anni di prigione. Quando Israele ha rifiutato la sua richiesta di essere trasferita nella sezione femminile della prigione, Habib, che al tempo era incinta e che ha poi partorito mentre era in carcere, non ha né mangiato né bevuto per tre giorni.

“Non sapevo che di solito chi fa lo sciopero della fame smette di mangiare cibo ma assume solo il sale con l’acqua, in modo da non far marcire lo stomaco”, spiega nel libro. “Ho anche scoperto che si può tollerare la fame ma non la sete. Non assumere acqua può portare alla paralisi, all’insufficienza renale o anche alla morte in pochi giorni. La sera del terzo giorno, sono svenuta e caduta a terra”.

Fu trasferita nella sezione femminile del carcere ed è stata rilasciata più avanti come parte di uno scambio di prigionieri tra Hamas e Israele nel 2011.

La storia di Habib è simile a quella di Hana Shalabi. Nel 2012, Shalabi, che è della città di Jenin, in Cisgiordania, ha fatto uno sciopero della fame di 43 giorni, fino a quando Israele ha accettato di deportarla nella Striscia di Gaza, dove vive ancora oggi. Shalabi mi ha raccontato che mentre faceva lo sciopero della fame, fu trasferita all’ospedale di Haifa, la città dove i suoi genitori avevano vissuto prima di diventare profughi durante la Nakba. Ma quando le autorità israeliane si resero conto che lei era felice di essere nella sua città, la trasferirono per punizione in un ospedale diverso.

Laurence McKeown, un repubblicano irlandese che è stato imprigionato per sedici anni dal 1976 al 1992 ha preso parte allo sciopero della fame nel 1981, dopo che Sands e altri tre erano morti. Il suo sciopero è finito il settantesimo giorno quando la sua famiglia ha autorizzato l’intervento medico per salvargli la vita. Nel libro, descrive come le guardie carcerarie gli portavano il cibo tre volte al giorno nel tentativo di convincerlo ad abbandonare il suo sciopero. Oggi, Israele adotta un metodo simile contro i prigionieri palestinesi; ad aprile 2017, quando 1.500 prigionieri palestinesi iniziarono uno sciopero della fame, i coloni israeliani organizzavano grigliate vicino alle celle dove erano tenuti i prigionieri.

La somiglianza tra le pratiche inumane subite dai prigionieri politici irlandesi nel passato e il trattamento disumano dei prigionieri palestinesi di oggi ci serve a ricordare questa lunga storia di solidarietà tra due paesi infestati dalla colonizzazione. Sulla copertina di A Shared Struggle c’è la fotografia di alcune donne palestinesi che portano dei cartelli con scritto “Nafha, H-Block, Armagh, una sola lotta”, è un’immagine che la dice lunga sulla solidarietà tra Irlanda e Palestina.

Ad oggi 29 novembre, la Giornata Internazionale di Solidarietà con il Popolo Palestinese, due prigionieri palestinesi stanno facendo uno sciopero della fame: Hisham Abu Hawwash, da 108 giorni, e Nidal Ballout, da 35 giorni. Entrambi sono sotto detenzione amministrativa senza accuse e senza un processo.

Ma come scrisse Bobby Sands tanti anni fa in The Lark and the Freedom Fighter – un saggio che ci ricorda del defunto prigioniero palestinese Muhammad Hassan, che teneva un uccello nella sua cella del carcere di Nafha, nutrendolo e concedendogli della libertà ogni giorno, finché un detenuto lo calpestò accidentalmente uccidendolo: “Ho uno spirito di libertà che non può essere spento neanche dal più orribile dei trattamenti. Ovviamente posso essere ucciso, ma mentre sono ancora in vita, resto quello che sono, un prigioniero politico di guerra, e nessuno può cambiare questo fatto”. Nena News

Il tribunale per la sicurezza di Mansoura ha ordinato la scarcerazione del giovane egiziano. Non è stato assolto, ma attenderà l’udienza di febbraio a piede libero. La sorella Marise: «Ha difeso i diritti di tutti, ora battetevi per lui». L’amico Mohamed: «Ci siamo conosciuti all’università, siamo stati in piazza Tahrir insieme. È un amico e un compagno»

Patrick Zaki nella campagna di Amnesty International

aggiornamento ore 12

Il tribunale per la sicurezza di Mansoura ha ordinato la scarcerazione di Patrick Zaki, che dovrebbe avvenire – secondo i suoi legali – nelle prossime ore o nei prossimi giorni. Non si tratta di un’assoluzione, il processo continua, ma il giovane studente dell’Università di Bologna potrà attendere l’udienza di febbraio a piede libero.

Questa mattina, durante la terza udienza, Patrick è rimasto in aula appena quattro minuti, nella gabbia dove sono tenuti gli imputati.

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di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 7 dicembre 2021, Nena News – «Speriamo nel meglio, ma come fatto negli ultimi 22 mesi ci aspettiamo il peggio». Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia sintetizza in poche battute il clima alla vigilia della terza udienza del processo a Patrick Zaki.

Si svolge oggi, a Mansoura, la sua città natale sul Delta del Nilo. Qui lo studente egiziano dell’Università di Bologna è stato da poco trasferito dalla prigione di Tora, al Cairo, suo «domicilio» forzato dal marzo 2020, appena un mese dopo il suo arresto all’aeroporto del Cairo, di rientro dall’Italia per una visita alla famiglia.

Dopo mesi di carcere preventivo, rinnovato con crudele puntualità ogni 15 o 45 giorni, nel settembre scorso Patrick è stato incriminato. Quale sia l’accusa non è del tutto chiaro: diffusione di notizie false sulla base di un articolo che scrisse anni fa sulle condizioni di marginalizzazione della minoranza copta. Pare, perché prima il sistema giudiziario egiziano lo accusava anche di terrorismo per alcuni tweet. Quei tweet, mai resi pubblici, sono spariti dal quadro.

C’è speranza, c’è sempre, ma anche paura. Non si sa se sperare in un verdetto o meno. Secondo la sua legale, Hoda Nasrallah, l’udienza di oggi dovrebbe servire a presentare la memoria difensiva degli avvocati di Patrick, dopo aver finalmente ottenuto gli atti del processo il 28 settembre scorso: prima di allora non gli era stato consegnato nulla di quello che la procura avrebbe in mano, a Nasrallah erano state concesse solo un paio d’ore per visionare il fascicolo in fretta.

E poi si vedrà: i processi di fronte a tribunali della sicurezza dello Stato, deputati a decidere di casi che rientrano nelle fattispecie di reato previste dalla legislazione d’emergenza (ovvero quelli più utilizzati contro attivisti e società civile) sono molto più brevi degli altri. Poche settimane, al massimo pochi mesi.

Oggi si potrebbe dunque assistere a un ulteriore rinvio oppure a una sentenza definitiva. Perché questi processi non prevedono appello. «Solo la grazia del presidente della Repubblica egiziana – spiega Noury alla Nuvola, nell’evento di domenica a Più libri più liberi dedicato a Patrick Zaki – I legali la chiederanno in caso di condanna. In quel caso, nella richiesta di grazia sotto la loro firma dovrebbe esserci anche quella di Mario Draghi».

L’Italia – i cui rappresentanti saranno oggi in aula a monitorare l’udienza insieme a diplomatici di altri Paesi – torna spesso nel dialogo di domenica, che ha coinvolto Mohamed Hazem Abbas, tra i migliori amici di Patrick e anima della campagna per la sua liberazione: «Il governo italiano non sta facendo molto, a differenza del parlamento che chiede di riconoscergli la cittadinanza – dice Mohamed – Se fossero sulla stessa linea, la pressione potrebbe essere sufficiente a liberarlo visto i legami tra Italia ed Egitto. Europa e Stati Uniti hanno i mezzi per migliorare le condizioni degli egiziani».

Sono pessime, fuori e dentro dal carcere. Fuori la povertà è in costante aumento, mentre repressione strutturale e leggi liberticide «hanno spazzato via l’intera società civile», aggiunge Noury. Ong, sindacati e media indipendenti, attivisti della comunità Lgbtqi+, artisti: «Non c’è settore che non sia stato toccato. Per questo Patrick è una storia egiziana».

Come altri 60mila prigionieri politici stimati, ma potrebbero essere molti di più, vista la costruzione in corso di altre mega prigioni, dopo le decine già aperte dal presidente al-Sisi: «Abbiamo saputo che le sue condizioni fisiche e psicologiche sono peggiorate – Mohamed risponde così a una nostra domanda – Da più di 650 giorni dorme a terra, ha problemi alla schiena e alle ginocchia. In passato è stato picchiato dalle guardie carcerarie». Non ha accesso a prodotti igienici e sanitari, vive da quasi due anni in una cella piccola, sporca e senza aerazione. «Ci siamo conosciuti all’Università tedesca del Cairo – aggiunge nell’incontro pubblico – Siamo stati in piazza Tahrir insieme nel 2011».

«È un amico e un compagno. La vera ragione della sua prigionia sono i suoi ultimi dieci anni di attivismo». Che continua comunque a portare avanti, anche dietro le sbarre. Lo dicono le parole consegnate alla famiglia quando ha saputo che all’Eur si sarebbe svolta un’iniziativa su di lui: «Ha mandato due messaggi – dice Mohamed – Il primo: non dimenticatevi di me e dei 60 mila prigionieri egiziani. Il secondo: leggete il libro di Alaa Abd el-Fattah».

Il blogger e pensatore egiziano è in carcere, come Patrick. E come Patrick è detenuto a Tora. La sua udienza si terrà il prossimo 20 dicembre, insieme a lui alla sbarra anche il suo avvocato Mohamed al-Baqer (arrestato in un palazzo di giustizia proprio mentre lo difendeva) e il blogger Mohamed «Oxygen» Ibrahim, tutti accusati di diffusione di notizie false e in detenzione preventiva dal settembre 2019.

A Roma dall’Egitto, nell’attesa sfibrante dell’udienza, arriva anche la voce di Marise, la sorella di Patrick: «Ha sempre avuto il coraggio di difendere i diritti degli altri anche a rischio della propria libertà. Ora tocca a voi battervi per lui».

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