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Liberi otto imputati: per cui il filantropo Kavala la procura ha già chiesto per lui un nuovo arresto. Ma cade la «teoria del caos» di Erdogan, che potrebbe aver usato la sentenza come merce di scambio politico. Oggi il verdetto per il «caso Amnesty»

(Foto: Reuters)

di Chiara Cruciati     il Manifesto

Roma, 19 febbraio 2020, Nena News – È esplosa la gioia, dirompente, alla lettura della sentenza nella 30a Corte penale di Istanbul, installata dentro la prigione di massima sicurezza di Silivri. Nessuno si aspettava che uno dei capitoli più neri della giustizia turca si concludesse ieri con un’assoluzione.

O meglio con nove assoluzioni e il crollo di una folle teoria: che il movimento di Gezi Park del maggio-agosto 2013 sia stato parte di un lungo e architettato percorso verso il golpe.

Ieri il tribunale ha assolto dall’accusa di terrorismo nove persone, tra cui l’uomo d’affari e filantropo Osman Kavala, a capo della fondazione culturale Anadolu Kültür e della casa editrice Iletisim (arrestato a fine ottobre 2017, in prigione da 28 mesi), attori, scrittori, avvocati, architetti, giornalisti.

Tutti parte – secondo la procura di Istanbul e le sue oltre 8mila pagine di fascicolo – di «uno scenario pianificato» per scatenare il caos in Turchia: «L’insurrezione di Gezi non è avvenuta per caso – scriveva il procuratore Edip Sahiner – ma è stata condotta in modo sistematico e pianificato; anche se presentata come protesta innocente per i diritti democratici, il suo principale scopo era creare un contesto di caos e disordine per incitare alla ribellione armata contro il governo».

Il primo passo verso il caos, dunque, sarebbe stata proprio la protesta di Gezi, una mobilitazione senza precedenti di tre milioni di persone contro il piano di sostituzione del parco con un centro commerciale e appartamenti di lusso, presto divenuta un’enorme protesta contro la politica neoliberista del governo Akp. In piazza erano scesi turchi di ogni estrazione politica e sociale: comunisti, islamisti, curdi, aleviti, la comunità Lgbqi e gli ultrà, le femministe.

La teoria del «lungo golpe», secondo la procura realizzata con propaganda a mezzo stampa, campagne contro l’importazione di gas lacrimogeni e la formazione dei partecipanti alla disobbedienza civile con special trainer arrivati da fuori, era però frutto del sacco di altri: era stato lo stesso presidente Erdogan nel 2018 ad accusare Kavala di aver usato i soldi di George Soros per finanziare la protesta e dunque il colpo di stato.

Una narrazione che calza a pennello con il post-golpe e l’epurazione di massa: oltre 80mila arrestati e 150mila militari, poliziotti, dipendenti pubblici e privati licenziati. Tra loro anche giudici e magistrati, sostituiti da figure molto vicine al partito Akp e imprescindibili nell’ondata di processi e condanne di ogni forma di dissenso e critica.

«Il colpo di stato è una ferita aperta in Turchia, dal punto di vista antropologico – spiega al manifesto il giornalista turco Murat Cinar – che l’Akp usa da anni. Quando i tempi erano maturi, con Gezi, ha cominciato a parlare della minaccia. È un indottrinamento costante».

Per questo le nove assoluzioni di ieri per «mancanza di prove concrete» sono una sorpresa. In primis per gli imputati e i tanti che ieri erano presenti in aula, incapaci di nascondere il sollievo: gli applausi sono esplosi alla lettura della sentenza e sono proseguiti fuori.

Gli altri sette – molti dei quali in auto-esilio all’estero, tra cui l’ex direttore di Cumhuriyet Can Dundar – restano sotto processo, ma su di loro non pesano più mandati d’arresto, tanto che gli avvocati prevedono un’assoluzione.

«Non si può ignorare la forte determinazione nata intorno a Gezi – continua Cinar – La solidarietà internazionale, l’impegno in continuità di avvocati, cittadini, attivisti, partiti politici extraparlamentari. Non esiste una rete simile per altri prigionieri politici, i cui processi passano inosservati. Inoltre il personaggio più importante, Kavala, ha collegamenti con fondazioni internazionali, partiti politici europei e statunitensi. In un finto processo che è una messinscena politica, Ankara usa l’imputato come strumento politico a seconda del bisogno. E così potrebbe essere stato in un momento difficile in cui il governo perde consenso, è ai ferri corti su Cipro con la Grecia, con la Ue e ora con la Russia per Idlib. Ha bisogno di soldi, la crisi economica è spaventosa, non riesce a pagare i mega progetti pubblici lanciati. Deve ricostruirsi alleanze».

Lo scorso dicembre era intervenuta la Corte europea dei Diritti umani (Cedu) del Consiglio d’Europa, di cui la Turchia fa parte, per chiedere il rilascio di Kavala. Su di lui pendeva un ergastolo aggravato (in isolamento e senza possibilità della condizionale), richiesto anche per l’architetta Mucella Yapici e l’attivista Yigit Aksakoglu. Per gli altri la procura chiedeva decenni di prigione, per un totale di 47.520 anni di carcere.

Ieri a Strasburgo si sorrideva: «Accogliamo la sentenza della corte di Istanbul, in linea con il giudizio dello scorso dicembre della Corte europea – ha commentato la segretaria generale del Consiglio d’Europa, Marija Pejcinovic Buric – La libertà di parola e il diritto a organizzare proteste non violente sono diritti umani fondamentali in tutti gli Stati membri del Consiglio d’Europa».

Ma la gioia è durata poco: subito dopo la sentenza la stessa procura ha emesso un nuovo mandato d’arresto per Kavala stavolta per il tentato golpe del 2016. Resta in prigione, come aveva previsto lo stesso Kavala al portale T24. Dietro potrebbe esserci la minaccia della Cedu che a dicembre aveva dato tre mesi ad Ankara per il rilascio del filantropo.

«Suppongo che lo abbiano assolto per non andare contro la Cedu, ma lo trattengono dentro portando avanti l’altro processo finché la Corte non si esprimerà di nuovo. Ci vorrà almeno un anno», conclude Cinar.

È atteso per oggi, invece, il verdetto per 11 difensori dei diritti umani, tra cui membri di Amnesty International Turchia e il suo ex direttore Idli Eser, arrestati nel 2017 con l’accusa di terrorismo. Rischiano 15 anni di prigione a testa. Nena News

Il Governo di Accordo Nazionale ha annunciato di ritirarsi dal Comitato militare congiunto riunito ieri a Ginevra dopo che, alcune ore prima, le forze del rivale Haftar annunciavano un attacco ad “una nave turca carica di armi” nel porto della capitale libica. L’Onu intanto lancia l’allarme: “La guerra ha prezzo incalcolabile per i civili”

Il porto di Tripoli ieri dopo l’attacco di Haftar (Foto: Reuters)

della redazione

Roma, 19 febbraio 2020, Nena News – Non arrivano belle notizie per la Libia da Ginevra dove il Governo di Accordo Nazionale (Gna) ha deciso ieri sera di sospendere la sua partecipazione ai negoziati sponsorizzati dall’Onu per giungere ad una intesa di cessate il fuoco. In una nota, il Consiglio presidenziale ha denunciato con toni duri l’attacco di qualche ora prima del “nemico” Haftar (capo dell’autoproclamato Esercito nazionale libico, Enl) al porto di Tripoli e ha detto che risponderà “fermamente” e “al momento appropriato”. I colloqui, si legge ancora nel comunicato, sono sospesi “fino a quando non saranno prese posizioni irremovibili nei confronti dell’aggressore e dalle sue violazioni”. L’Alto Consiglio di stato del Gna ha poi detto che deciderà sabato prossimo se partecipare o meno al dialogo politico portato avanti dall’Onu a Ginevra che si basa sul formato del Comitato militare congiunto 5+5 (ovvero 5 rappresentanti ufficiali del Gna e altrettanti esponenti di Haftar), nato con il summit internazionale di Berlino dello scorso 19 gennaio. Nel recente incontro tra le due parti rivali libiche, le Nazioni Unite avevano detto che c’è un “ampio consenso sull’urgenza di salvaguardare la sovranità e l’integrità territoriale” del Paese e sul “fermare ed espellere il flusso di combattenti non libici”.

Parole che sanno di beffa alla luce della decisione di ieri del Gna e delle ripetute violazioni della tregua annunciata da russi e turchi lo scorso 12 gennaio. Le immagini di ieri dal porto della capitale libica mostravano una colonna di fumo nera alzarsi da una nave. L’Enl, che lo scorso aprile ha dato il via ad un’offensiva contro il Gna e assedia da allora la capitale, aveva subito annunciato di aver colpito una nave turca ormeggiata al porto e un deposito di armi e munizioni “in risposta alle violazioni del cessate il fuoco” da parte di gruppi allineati al Gna del premier al-Sarraj. Una posizione che non ha convinto l’inviato dell’Onu in Libia Ghassan Salameh che ha definito i raid di ieri “una grave violazione” del cessate il fuoco.

Preoccupata per i bombardamenti al porto è la compagnia nazionale libica (Noc) che ha detto ieri di aver urgentemente evacuato tutte le sue petroliere presenti nell’area dopo che un missile è caduto a pochi metri di distanza “da un nave cisterna di gas liquefatto altamente esplosivo (Gpl)”. “L’attacco di oggi [ieri, ndr] avrebbe potuto causare un disastro umanitario e ambientale – ha affermato il direttore della Noc Mustafa Sanalla che poi ha aggiunto – La città non ha altre strutture per lo stoccaggio del carburante per cui le conseguenze saranno immediate: ospedali, scuole, centrali elettriche e altri servizi vitali saranno interrotti”.

Notizie che potrebbero essere devastanti per un Paese come la Libia sull’orlo del baratro, diviso in due governi rivali che si fanno la guerra. Un Paese dove, ha detto l’altro giorno il coordinatore umanitario dell’Onu Yacoub al-Hilu, il prezzo pagato dai civili è “incalcolabile”. Il conflitto, ha spiegato al-Hilu, sta avendo “un grave impatto sui civili in tutte le parti della Libia su una scala mai vista prima”. Sono infatti quasi 900.000 le persone che necessitano di aiuti umanitari, più di 345.000 gli sfollati. Senza poi dimenticare la presenza di armi esplosive che, ha osservato il coordinatore delle Nazioni Unite, “hanno provocato inutili perdite di vita”. Nel solo 2019 gli attacchi contro i civili e le infrastrutture civili sono raddoppiate causando l’uccisione o il ferimento di 650 persone. Nena News

«Per decenni l’Autorità Palestinese ha soppresso le proteste e indebolito la mobilitazione di massa» scrive Mariam Barghouti

Proteste palestinesi contro il Piano Trump (Foto: Reuters)

di Mariam Barghouti*   al-Jazeera

 (Traduzione di Valentina Timpani)

Roma, 19 febbraio 2020, Nena News – Con l’annuncio dell’“accordo del secolo” da parte dell’amministrazione Trump il 28 gennaio, l’Autorità Palestinese è entrata in azione. Dopo qualche ora dalla cerimonia alla Casa Bianca, in cui il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rilasciato i dettagli del piano, il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha detto: “mille no all’accordo del secolo”.

L’Autorità Palestinese ha proseguito poi enunciando una serie di minacce, inclusa ancora una volta quella di tagliare i ponti con le agenzie di sicurezza israeliane, e incitando dimostrazioni di massa contro l’accordo proposto.

Nonostante la retorica, tuttavia, la leadership non ha saputo stimolare una reazione forte all’oltraggiosa violazione dei diritti palestinesi, che è quello che effettivamente è la proposta di Trump. Non ha saputo nemmeno mobilitare il proprio popolo. Perché?

Perché per più di venti anni l’Autorità Palestinese ha partecipato alla repressione del popolo, mentre manteneva una stretta relazione con le forze di sicurezza israeliane. La sua attitudine, la sua retorica e le sue politiche passate e presenti sono sempre state indirizzate non verso i diritti e il benessere del popolo palestinese, ma verso il mantenimento del potere ad ogni costo.

L’ “accordo del secolo” ha smascherato la falsità dell’Autorità Palestinese e il prezzo che ha fatto pagare alla mobilitazione di massa.

Reprimere il dissenso palestinese

Da quando fu istituita nel 1994 come risultato dei disastrosi accordi di Oslo, l’Autorità Palestinese non ha fatto altro che aiutare Israele a tenere a bada i palestinesi, mentre i coloni ebrei si sono appropriati delle loro terre, proprietà e risorse. Per assicurarsi il potere, la leadership palestinese ha mantenuto una stretta cooperazione con Israele, torturando i dissidenti e fornendo informazioni sugli attivisti palestinesi. Ha inoltre represso violentemente qualsiasi protesta pubblica che minacciasse la sua stretta di potere o che fosse considerata una “minaccia” dagli israeliani. Ha schierato più volte la guardia nazionale, la polizia antisommossa e i criminali fedeli a Fatah, il partito che domina l’Autorità Palestinese, per sopprimere il dissenso.

La prima esperienza che ho avuto della mano pesante dell’Autorità Palestinese è avvenuta nel 2011 nella piazza Manara a Ramallah durante una manifestazione di solidarietà con le rivoluzioni nei paesi arabi vicini. Centinaia di giovani si riunirono pacificamente, gridando slogan politici, chiedendo coesione tra Fatah e Hamas contro l’ordine di Oslo. In poche ore fummo attaccati, molestati e arrestati. Nel 2012, protestammo contro la visita organizzata a Ramallah del vice primo ministro israeliano Shaul Mofaz, un uomo accusato di aver commesso innumerevoli crimini contro i palestinesi, incluso il massacro a Jenin durante la seconda Intifada e l’uccisione di vari leader.

Per noi il suo incontro con Abbas era un altro atto di complicità da parte dell’Autorità Palestinese nei confronti del progetto coloniale israeliano. Protestammo in massa, ma la polizia dell’Autorità Palestinese ci picchiò duramente. Più avanti l’intelligence ci seguì, ci molestò per strada, chiamò le nostre famiglie minacciandole. Ancora peggio, i fedeli all’Autorità Palestinese ci diffamarono sui social media, definendoci “traditori” che lavorano per un’ “agenda estera”.

Nel 2018, manifestammo contro il coinvolgimento dell’Autorità Palestinese nel blocco israeliano a Gaza, che ha ormai reso la Striscia invivibile. L’Autorità Palestinese aveva tagliato lo stipendio degli impiegati a Gaza ed eliminato l’assistenza sanitaria e finanziaria a centinaia di famiglie bisognose. A causa degli interessi dei loro pochi sostenitori, due milioni di palestinesi subivano condizioni di vita intollerabili. La nostra protesta venne di nuovo attaccata brutalmente, ci picchiarono, ci trascinarono per le strade di Ramallah e ci arrestarono mentre cercavamo di farci curare le ferite all’ospedale. Questi sono solo pochi esempi della sistematica campagna dell’Autorità Palestinese per zittire e placare i palestinesi, per fornire a Israele un “senso di sicurezza”. E ciò non è per dire che Hamas sia un attore innocente; anche esso ha commesso la sua buona parte di repressione contro la popolazione palestinese a Gaza e ha provato a far tacere le critiche.

Basta con la leadership palestinese

Oltre a dare una stretta al dissenso palestinese, la leadership, sia in Cisgiordania che a Gaza, ha anche cercato di strumentalizzare la mobilitazione di massa per i suoi obiettivi politici poco lungimiranti. Ogni volta che c’è una dichiarazione da parte di un corpo internazionale che minaccia la posizione dell’Autorità Palestinese come rappresentante del popolo della Palestina (nonostante non sia stata eletta tale), siamo testimoni di una serie di discorsi e dichiarazioni da parte degli ufficiali palestinesi che incitano proteste. L’Autorità Palestinese e altre fazioni e partiti politici della Palestina considerano la protesta un’arma che possono usare a loro piacimento. Vogliono la mobilitazione di massa solo quando sta bene a loro, non quando è nell’interesse del popolo.

Il problema è che questo atteggiamento, insieme ad anni di repressione del dissenso e di molestia della società civile, ha aggiunto un altro strato di repressione – sopra a quello dell’occupazione israeliana – lasciando i palestinesi disillusi e danneggiandone la capacità di mobilitarsi effettivamente per la loro lotta. Negli anni molti hanno smesso di trovare una ragione per scendere in piazza perché la protesta sarebbe stata repressa brutalmente o cooptata da forze politiche considerate illegittime.

Non c’è da meravigliarsi dunque che quando l’Autorità Palestinese incita alla mobilitazione di massa per le strade contro “l’accordo del secolo”, pochi rispondono. Al giorno d’oggi l’Autorità Palestinese è capace solo di mobilitare coloro che sono fedeli alle sue strutture politiche e al suo braccio partigiano – Fatah. Per avere una folla a Ramallah, bisogna portare in autobus le persone che vengono da fuori città.

Molti hanno ormai perso fiducia nella leadership palestinese. Sanno che le minacce dell’Autorità Palestinese di tagliare i ponti con le agenzie di intelligence israeliane sono vane. Dopo l’ultima minaccia nel 2017, si scoprì che il 95 per cento del coordinamento di sicurezza con Israele era stato mantenuto. Ma nonostante la bancarotta politica e morale dei loro leader, i palestinesi non hanno perso le speranze. Continuano la lotta per la giustizia, i diritti e la fine dell’occupazione e dell’apartheid israeliani. Continuano a mobilitarsi nonostante i loro leader e la complicità che questi continuano ad avere con Israele. Lo spirito delle strade palestinesi è vivo, ma non può più essere evocato da forze politiche ipocrite. Verrà fuori solo in difesa

A due giorni dall’udienza che ha confermato la detenzione preventiva dal rettorato dell’Università è partito il lungo corteo che ha chiesto il rilascio del giovane studente, su cui pesa l’accusa di istigazione al golpe

Patrick Zaki

della redazione

Roma, 18 febbraio 2020, Nena News – In migliaia ieri hanno camminato dal rettorato dell’Università di Bologna a Piazza Maggiore, un lungo corteo organizzato dal Consiglio Studentesco e a cui hanno aderito i vertici di UniBo e il Comune – in testa al corteo anche il rettore Francesco Ubertini e il sindaco Virginio Merola – che ha chiesto il rilascio di Patrick Zaki.

Appena due giorni fa il giovane studente egiziano, iscritto al master Gemma a Bologna, si è visto negare dal tribunale d’appello di Mansoura-2 il rilascio, come chiesto dai suoi legali. L’udienza di sabato aveva acceso speranze: lo stesso accoglimento del ricorso aveva sorpreso, non è così comune per i casi politici come quello di Patrick, accusato tra le altre cose di istigazione al golpe e diffusione di notizie false per generare insicurezza nel paese.

In tribunale erano presenti giornalisti, amici del giovane e rappresentanti diplomatici di Italia, Ue e Usa. Ma il giudice, seppur apparso inizialmente propenso al rilascio, ha confermato la detenzione preventiva di 15 giorni. Ora la prossima udienza è prevista per sabato 22 febbraio, allora si saprà se sarà rilasciato o se inizierà per Patrick la via crucis di rinnovi di 15 giorni in 15 giorni, nota a tantissimi prigionieri egiziani.

Bellissimo grido collettivo quello che abbiamo alzato stasera da Bologna, unendo le forze. Un lunghissimo corteo di persone, studentesse e studenti, Università e Istituzioni insieme per chiedere la liberazione di Patrick e il rispetto dei suoi diritti fondamentali! #freePatrick pic.twitter.com/YlV8xO50eV

— Elly Schlein (@ellyesse) February 17, 2020

Ieri a Bologna, la città in cui studia e che ama molto, come raccontano colleghi e amici, in migliaia hanno chiesto che sia liberato subito e alle istituzioni di prendere posizione. “Siamo qui per ricordare che la prima condizione per la libertà è sapere dire di no all’oppressione e alla negazione della libertà di ognuno. E siamo qui forti anche del passato della nostra città per dire che la seconda condizione è essere responsabili verso gli altri e non chiudersi nell’indifferenza”, ha detto ieri il rettore Ubertini, come riporta Pressenza.

Al corteo hanno preso parte studenti  e collettivi, dottorandi, professori, ma anche cittadini e organizzazioni. “Nel gonfalone della nostra città campeggia una parola ed è libertà – le parole del sindaco Merola – a rischio è la pace e lo stato di diritto per tutti. Per questo Bologna non lascia solo questo suo studente che al rientro vorremmo omaggiare della cittadinanza onoraria”.

Ma a frenare l’intervento delle istituzioni europee e italiane sono i tanti rapporti economici e commerciali intessuti in questi anni con il regime golpista del presidente al-Sisi, capace di costruire una macchina della repressione che non ha eguali nella storia contemporanea dell’Egitto e allo stesso tempo di proteggerla dietro un muro di impunità.

Al-Sisi è stato in grado di diventare punto di riferimento europeo nella crisi libica e nella lotta al terrorismo, in nome del quale ha potuto incarcerare 60mila prigionieri politici attraverso la crescente autorità riconosciuta a servizi segreti e magistratura non affatto indipendente. La libertà di Patrick come quella di altri 60mila egiziani ha di fronte la barriera degli interessi altrui. Nena News

L’Alto rappresentante della politica estera dell’Unione, Josep Borrell, ha annunciato ieri il rinvio a dopo le elezioni israeliane della discussione sul riconoscimento dello Stato di Palestina chiesto da alcuni Stati

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 18 febbraio 2020, Nena News – Josep Borrell ha svicolato. Durante la conferenza stampa sui temi del meeting del Consiglio degli affari esteri dell’Ue ieri a Bruxelles, l’Alto rappresentante della politica estera europea – da poco rientrato da un viaggio in Medio Oriente – si è limitato a dire che la questione israelo-palestinese sarà affrontata a marzo.

In sostanza se ne riparlerà dopo le elezioni israeliane del 2 marzo che forse metteranno fine a oltre dieci anni di potere ininterrotto del premier di destra Netanyahu. Resta perciò vaga la «risposta» dell’Ue all’Accordo del secolo, il piano di Donald Trump, e alle probabili, anzi certe, mosse unilaterali di Israele da cui proprio Borrell aveva messo in guardia nei giorni scorsi suscitando l’ira di Tel Aviv.

Le cose ieri sarebbero dovute andare diversamente, anche se nessuno si aspettava una presa di posizione incisiva da parte dell’Ue. Annunciando la partecipazione del ministro Jean-Yves Le Drian alla riunione a Bruxelles, il sito di Quai d’Orsay sottolineava tra i punti in agenda la crisi mediorientale, Idlib ma anche la questione israelo-palestinese.

La Francia è tra i paesi europei più critici del piano di Washington anche se mantiene un piede dentro e uno fuori dall’iniziativa avviata da alcuni paesi dell’Unione capeggiati dal Lussemburgo che chiedono il riconoscimento immediato dello Stato di Palestina nei Territori occupati del 1967 se Israele avvierà l’annessione di ampie porzioni di Cisgiordania occupata. Iniziativa – alla quale non parteciperebbe concretamente l’Italia nonostante il sottosegretario agli esteri Manlio Di Stefano affermi il contrario  – che non farà strada considerando l’appoggio che diversi Stati europei garantiscono a Israele quando l’Ue prende decisioni in Medio Oriente.

I palestinesi contano sull’Europa, troppo in verità rispetto a ciò che Bruxelles è pronta a fare in concreto per i loro diritti. Il ministero degli esteri dell’Anp ieri ha invocato una «azione internazionale», ma si riferiva chiaramente all’Ue, per bloccare l’Accordo del secolo il cui scopo – ha scritto in un comunicato – è soltanto «la liquidazione della causa palestinese». Ramallah guarda con preoccupazione all’annuncio della formazione di un Comitato congiunto israelo-statunitense incaricato di mappare le aree che Israele si accinge ad annettere.

Il premier dell’Anp Mohammed Shtayyeh, a margine della Conferenza di Monaco sulla sicurezza, si è detto sicuro che il piano Trump «sarà seppellito molto presto» e si è mostrato soddisfatto per la pubblicazione la scorsa settimana, da parte del Consiglio delle Nazioni unite per i diritti umani, di una lista di oltre cento imprese compagnie israeliane ed estere che in violazione delle leggi internazionali operano negli insediamenti coloniali in Cisgiordania.

Quindi ha ironizzato sulla «differenza» tra Netanyahu e il leader dell’opposizione Gantz che, ha detto, «non è superiore a quella tra una Coca Cola e una Pepsi». Shtayyeh però sa bene che i suoi margini di manovra e quelli del presidente Abu Mazen sono limitati e che la contrarietà internazionale all’Accordo del secolo è solo in linea di principio. Le sanzioni europee contro Israele alle quali è sembrato alludere Josep Borrell nei giorni scorsi non saranno mai approvate dall’Ue.

Netanyahu da parte sua cerca di sfruttare in campagna elettorale il nuovo regalo ricevuto da Trump. Domenica ha sottolineato con soddisfazione la composizione del comitato congiunto israelo-statunitense per la mappatura precisa delle aree della Cisgiordania palestinese destinate all’annessione, fra cui la Valle del Giordano e gli insediamenti coloniali. Aree destinate «a diventare per sempre parte dello Stato ebraico», ha proclamato il premier ripreso da tutti i mezzi d’informazione locali.

Netanyahu ha anche rivelato che un aereo israeliano ha sorvolato sabato per la prima volta il territorio del Sudan e che questo permetterà ai cittadini dello Stato ebraico di poter raggiungere l’America Latina con tre ore di volo in meno, non dovendo più passare dalla Spagna e attorno all’Africa. Netanyahu, che due settimane fa aveva incontrato in Uganda il leader sudanese Abdel Fattah al-Burhan, ha aggiunto che Israele sta discutendo di «una rapida normalizzazione» nelle relazioni bilaterali con il paese africano.

Una possibile intesa su Idlib sarà al centro dei colloqui tra funzionari turchi e russi previsti oggi a Mosca. Le due parti proveranno a creare le condizioni per un incontro tra Putin ed Erdogan. Il leader turco però mette le mani avanti e ribadisce di volere il ritiro delle forze armate siriane

Un convoglio militare turco (Foto: Dha)

di Michele Giorgio

Roma, 17 febbraio 2020, Nena NewsAnkara e Mosca buttano acqua sul fuoco delle polemiche e smettono di accusarsi a vicenda di non aver rispettato le intese per Idlib, come zona di de-escalation, raggiunte da Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan a Sochi nel settembre 2018. Nel fine settimana il capo della diplomazia turca Mevlut Cavusoglu è stato molto netto quando, dopo l’incontro con il ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov, a margine della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, ha affermato che le divergenze tra Turchia e Russia sulla Siria «non devono intaccare» le relazioni tra i due paesi. Ed è stato altrettanto perentorio quando ha rimarcato che queste differenze non avranno ripercussioni sull’accordo per la fornitura ad Ankara del sistema missilistico di difesa russo S-400. «Si tratta di due questioni separate. Non possiamo cambiare le nostre posizioni o le nostre politiche per disaccordi con uno o un altro Paese», ha spiegato Cavusoglu.

Altrettanto morbido si è mostrato Lavrov. Russia e Turchia hanno relazioni «molto buone» ha detto, ma, «ciò non significa che dobbiamo essere d’accordo su tutto». Le due parti, ha proseguito Lavrov, mantengono stretti contatti per trovare una soluzione all’escalation militare in atto a Idlib che, ha poi precisato, non presuppongono una rinuncia alla lotta contro il terrorismo in Siria.

Mosca non andrà alla frattura con il leader turco Erdogan. Troppi sono gli interessi comuni: strategici ed economici. Allo stesso tempo il Cremlino afferma il diritto di Damasco, sua alleata, di eliminare la minaccia rappresentata da organizzazioni armate jihadiste e qaediste. Alcuni di questi gruppi, assistiti proprio dalla Turchia, controllano ancora circa la metà della provincia siriana di Idlib da settimane al centro di un’ampia offensiva dell’esercito siriano che ha innescato la fuga di migliaia di civili verso la frontiera con la Turchia. Ankara, che mantiene 12 posti di osservazione nella provincia di Idlib, nei giorni scorsi non ha esitato ad usare la forza contro le forze armate di Damasco – Ankara ha portato nella regione altri 70 carri armati, 200 blindati e 80 pezzi di artiglieria e ha colpito oltre 100 obiettivi siriani facendo, così afferma, centinaia di morti - e minaccia un intervento ancora più ampio a difesa dei suoi interessi e dei suoi soldati (alcuni dei quali sono stati uccisi) che occupano il suolo siriano.

Una nuova possibile intesa su Idlib sarà al centro dei colloqui tra funzionari turchi e russi previsti oggi a Mosca. Le due parti proveranno a creare le condizioni per un incontro tra Putin ed Erdogan. Il leader turco comunque mette le mani avanti r ribadisce di volere il ritiro delle forze armate siriane.

Sul terreno la situazione resta grave ed incerta. Fonti militari e diplomatiche russe hanno denunciato che un grande quantitativo di armi turche è entrato in Siria ed è stato consegnato ai militanti di Hayat Tahrir al Sham, il gruppo qaedista in passato noto come Fronte al Nusra. I miliziani avrebbero ottenuto dalla Turchia anche lanciarazzi con i quali hanno abbattuto negli ultimi giorni due elicotteri siriani.

Da parte loro le forze governative siriane celebrano nuovi successi sul terreno. Dopo aver liberato le città strategiche di Marat al Numan e Saraqeb, nei giorni scorsi hanno annunciato di aver ripreso il pieno controllo dell’autostrada M5 che collega Damasco ad Aleppo. E con l’appoggio dell’aviazione russa hanno conquistato Maran al Nasan, Uwayjil, Ajil, Urma al Kubra e altri villaggi villaggi da dove i gruppi jihadisti minacciavano Aleppo. Inoltre hanno ripreso il controllo di Uram Saghira, Rif Muhandisin e della Base 46 da più di otto anni in mano a gruppi armati. Si preparano ora ad entrare ad Atareb.

Combattimenti e bombardamenti intanto gettano nel panico i civili mentre le temperature invernali rigide aggravano le condizioni dei bambini e delle loro famiglie costrette a fuggire da Idlib. Un nuovo allarme è stato lanciato ieri da Save the Children che pone l’accento sul sovraffollamento dei campi profughi messi a dura prova anche dalle inondazioni e dalle tempeste che si sono abbattute sulla regione. Secondo le Nazioni Unite, da dicembre circa 700.000 persone, su una popolazione di 3 milioni nella provincia di Idlib, sono state costrette a scappare. È il maggior numero di sfollati in un solo periodo da quando la crisi siriana è iniziata quasi nove anni fa. Nena News

E’ ciò che pensa e ha affermato senza esitazioni in una intervista il deputato Yoaz Hendel, un alto dirigente del partito, presunto centrista, guidato dall’ex capo di stato maggiore Benny Gantz che il 2 marzo potrebbe superare il Likud di Netanyahu e vincere le elezioni israeliane

Yoaz Hendel della lista Blu-Bianco

di Jonathan Ofir – Mondoweiss

(Traduzione di Elena Bellini)

Roma, 17 febbraio 2020, Nena News – “Penso che la cultura araba intorno a noi sia la giungla.” Questo è ciò che sostiene Yoaz Hendel in un’intervista rilasciata venerdì al giornalista di Haaretz Ravit Hecht. Hendel è tra i primi dieci leader del partito Blu-Bianco di Benny Gantz, che ha 33 seggi nel parlamento israeliano. Il partito dovrebbe fungere da opposizione di centro al Likud di Netanyahu, e secondo molti sondaggi potrebbe superare il Likud di un paio di seggi alle prossime elezioni di marzo.

L’intervista è sconvolgente. Hendel commenta generalmente in modo derisorio la cultura araba:“C’è gente venuta qui da Paesi di ogni tipo: alcuni arrivano con la mentalità da concerto a Vienna, altri con la mentalità da darbuka”, ha dichiarato a Hecht, facendo riferimento a un tipo di tamburo molto popolare in Medio Oriente.

Non è la prima volta che Hendel fa propaganda razzista. Nel 2017, la sua rubrica settimanale su Yediot Aharonot ha descritto un immaginario di vendetta in cui i Palestinesi avevano il ruolo dei nazisti. In una “manifestazione per la democrazia” orientalista, organizzata dal partito Blu-Bianco l’anno scorso, Hendel ha boicottato l’evento perché, all’ultimo momento, era stato annunciato un intervento di Ayman Odeh, leader della Lista unita dei partiti palestinesi in Israele.

Hendel è passato al partito Blu-Bianco dal Likud, come membro della fazione Telem, insieme a Moshe Ya’alon, che è il numero tre nella lista Blu-Bianca. Anche Ya’alon è un ex membro del Likud, è stato Ministro della Difesa e ha anche lui precedenti di razzismo anti-palestinese, avendo paragonato la “minaccia palestinese” a un “cancro”, contro il quale applica la “chemioterapia” (era il 2002, e lui era Capo di Stato Maggiore dell’esercito). Hendel era il Responsabile della Comunicazione e dell’Hasbara (‘diplomazia pubblica’) di Netanyahu nel 2011-2012.

La dichiarazione secondo cui “la cultura araba intorno a noi è la giungla” non nasce dal nulla. L’idea di Israele come “villa in mezzo alla giungla” viene, infatti, attribuita al leader “di sinistra” Ehud Barak, che la pronunciò in un discorso ufficiale nel 1996. Barak si è anche congratulato con Trump per il suo monito razzista secondo cui “Mohammed” potrebbe diventare Primo Ministro, e reputa che “loro (i palestinesi, e soprattutto Arafat) sono il prodotto di una cultura in cui mentire… non crea dissenso… Per loro dire bugie non è un problema, come invece è nella cultura giudaico-cristiana”.

Ecco qualche altro passo dell’intervista:

Hecht: “Lei ha detto in passato che Israele è una villa nella giungla. Oggi, qui, ribadisce che il nostro vantaggio sui palestinesi è la moralità. Pensa che la cultura araba sia la giungla?”

Hendel: “Sì, certo, penso che la cultura araba che ci circonda sia la giungla. C‘è una palese violazione di ogni singolo diritto umano che noi, nel mondo occidentale, riconosciamo. Lì questi diritti devono ancora vedere la luce del sole. Loro non hanno raggiunto lo stadio evolutivo in cui si hanno dei diritti umani. Non esistono i diritti delle donne, né i diritti LGBT, né quelli delle minoranze, e non c’è educazione. Molti Stati arabi sono dittature mancate, il che spiega perché i trattati di pace che sigliamo qui sono limitati alla leadership. Non esiste la pace tra popoli perché non esiste educazione alla pace e alla tolleranza.”

Hecht contesta Hendel:

Hecht: “Anche in Israele l’odio verso gli arabi è la norma.”

Hendel: “C’è il razzismo e bisogna occuparsene, ma ogni volta che vedo, in ‘A Star is Born’ o a ‘Masterchef’, che gli israeliani votano per un concorrente arabo, o quando giro per gli ospedali per via di mia moglie (è una ginecologa, ndr), ho l’impressione che, finalmente, la vita qui sia priva di razzismo.”

Questa è un’osservazione veramente terribile e paradossale. Hendel cerca di applicare la classica Hasbara quando fa riferimento agli “arabi israeliani” come prova della presunta fiorente democrazia. Ma l’osservazione sugli ospedali! Hendel forse non ha seguito la questione della dilagante e sistematica segregazione razziale delle madri nei reparti maternità israeliani? Non ricorda le parole del parlamentare di estrema destra Bezalel Smotrich, che ha twittato “Subito dopo il parto, mia moglie voleva riposare e non fare una festa come fanno le donne arabe”, e che “È naturale che mia moglie non voglia stendersi vicino a qualcuno che ha appena partorito un bambino che, tra 20 anni, potrebbe voler uccidere il suo”?

Hecht contesta di nuovo le espressioni razziste di Hendel: “Potrai anche votare per un concorrente arabo a ‘Masterchef’, ma dichiari senza esitazione che ‘La mia cultura è superiore e non voglio assomigliare a un arabo’. Anche questa è una forma di razzismo.”

Hendel: “Per come la vedo io, non ho nulla di razzista (sic). Da un punto di vista cognitivo, prima di tutto mi prendo cura della mia gente, delle mie tradizioni e della mia storia. E questo è quanto. Non provo odio verso nessuno e ho legami personali con palestinesi, perché vivo vicino a Gush Etzion (blocco di insediamenti coloniali, ndr).”

Queste espressioni del “colonialista illuminato” che dice “alcuni dei miei amici sono palestinesi” hanno indotto il presidente di B’tselem Hagai El-Ad a paragonare Hendel al Primo Ministro dell’Apartheid sudafricana Hendrik Verwoerd, che dichiarò: “La nostra politica è quella che viene chiamata…‘apartheid’, e io temo che venga spesso fraintesa. Potrebbe essere più semplicemente, e forse meglio, descritta come una politica di buon vicinato.”

Anche Ahmed Tibi, parlamentare della Lista unita araba, è stato particolarmente drastico nel criticare il razzismo di Hendel, sottolineando come gli accenni alla musica araba colpiscano anche gli ebrei arabi: “Un razzista bianco contro arabi e Mizrahim allo stesso modo. Hendel non è Tarzan: Hendel è la giungla. Io amo [il cantante libanese] Fairuz e la darbuka nelle canzoni di Umm Kulthum [compianta cantante egiziana], e quasi sicuramente Hendel ascolta Wagner ogni volta che lo stivale dell’occupazione calpesta i palestinesi privi di diritti umani a causa di quella cultura occidentale che incoraggia gli insediamenti, l‘espropriazione e l’annessione. Detesto la sua visione del mondo e quella di alcuni amici suoi che credono nella supremazia ebraica.”

Il leader della Lista unita araba Ayman Odeh ha detto che “la teoria di Hendel sulla supremazia europea” è stata smentita dall’ “ignoranza e dalla mancanza di cultura che ha dimostrato nella sua intervista a Haaretz”.

Il palese razzismo di Hendel è troppo anche per molti membri del partito Blu-Bianco. Ofer Shelah (anche lui tra i primi 10 leader del Blu-Bianco, più in alto di Hendel), ha dichiarato che “le affermazioni di Yoaz Hendel sono esternazioni infelici che sarebbe stato meglio evitare, e che non rispecchiano lo spirito del partito Blu-Bianco”. La parlamentare Orna Barbivai (posizionata appena dopo Hendel) è stata più leggera nella sua critica: “Penso che tutti nasciamo uguali e non siamo qui per giudicare”. Definendo “superflui” i commenti di Hendel, ha detto “Io sono favorevole alle darbukas. Ma dedurre da questo che Hendel è un razzista sarebbe esagerato”.

Il fatto che Hendel abbia, in un certo senso, equiparato i Mizrahim ad una presunta degenerazione araba l’ha portato ad essere criticato anche dall’estrema destra. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha ritwittato una dichiarazione del Likud secondo cui Hendel dovrebbe vergognarsi di se stesso. Dimenticatevi tutte le dichiarazioni razziste di Netanyahu sugli arabi, adesso ci sono facili consensi da raccogliere contro il suo rivale.

 Perfino il Ministro dell’Educazione Rafi Peretz, del partito di estrema destra Yamina, ha detto di essere “orgoglioso di far parte della cultura delle dabukas”. Il parlamentare di Shas (partito ultraortodosso Mizrahi) Ya’akov Margi ha condannato la “boria” di Hendel e ha detto che gli ebrei Mizrahi vengono da una grande tradizione che include ‘Maimonide, scienza e medicina’. I sionisti cercano, per lo più, di barcamenarsi per non inimicarsi i Mizrahim. Quando però il razzismo è così plateale e disgustoso come nel caso di Hendel, si scivola.

H/t Ronit Lentin, Edith Breslauer

Jonathan Ofir è un musicista israeliano, direttore d’orchestra e blogger/giornalista. Vive in Danimarca.

La rabbia del governo Netanyahu e dei “settler” dopo la pubblicazione da parte dell’Onu di un elenco con oltre 100 aziende locali ed estere come operano negli insediamenti coloniali in Cisgiordania e a Gerusalemme Est

Ariel Gold di Codepink a un raduno contro la collaborazione tra Airbnb e le colonie israeliane nei Territori occupati

di Michele Giorgio

Roma, L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Michelle Bachelet? Una nemica. Il Consiglio dell’Onu per diritti umani? Nelle mani di forze ostili vicine al Bds, il movimento a sostegno dei diritti dei palestinesi che chiede il boicottaggio di Israele. L’altro giorno si sprecavano aggettivi e parole di condanna per Michelle Bachelet alla riunione d’emergenza dei dirigenti dell’area industriale di Barkan, la più imponente tra quelle esistenti nelle colonie israeliane costruite in violazione della legge internazionale nei Territori palestinesi occupati nel 1967. All’incontro sono state invocate misure severe contro il Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu (Unhrc) che martedì ha diffuso una lista di 94 aziende israeliane e 18 straniere – tra cui Airbnb, Motorola, Trip Advisor, Expedia, Alstom, Greenkote – che operano negli insediamenti coloniali in Cisgiordania e Gerusalemme est. Misure da aggiungere alla decisione presa mercoledì sera dal premier Netanyahu e dal ministro degli esteri Katz di sospendere ogni contatto con Michelle Bachelet e l’Unhrc.

È immensa la rabbia del governo israeliano, del quale fanno parte ministri che risiedono negli insediamenti in Cisgiordania. Quella dei coloni è incontenibile. Yossi Dagan, capo del Consiglio regionale degli insediamenti della Samaria ha descritto l’Unhrc «un’organizzazione del Bds, antisemita e ipocrita il cui unico scopo è sabotare lo Stato di Israele». Per il ministro degli affari strategici Gilad Erdan la «lista nera» dimostrerebbe ancora una volta «il costante antisemitismo delle Nazioni Unite e l’odio per Israele». Il passo fatto dall’Unhrc è stato condannato anche dal leader dell’opposizione, Benny Gantz, che sta orientando nettamente a destra la sua campagna per le elezioni del 2 marzo. Gantz, come Netanyahu, ha approvato senza esitazioni il Piano Trump che prevede l’annessione a Israele di ampie porzioni di Cisgiordania e la creazione (soggetta peraltro a molte condizioni) di una minuscola entità statale palestinese senza alcuna sovranità.

Lo scontro innescato dalla «lista nera» è frutto di due posizioni inconciliabili. Per le Nazioni Unite in Medio oriente, come in ogni altra parte del mondo, valgono le leggi e le risoluzioni internazionali. Quindi le colonie israeliane costruite in territori palestinesi presi con la forza delle armi sono illegali e chi collabora con esse commette una violazione. Al contrario per buona parte delle forze politiche israeliane non c’è una occupazione militare in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est.

Una frattura netta sorta già 52 anni fa. Nei giorni successivi alla Guerra dei sei giorni, le formazioni israeliane nazionaliste-religiose spiegarono la vittoria militare come un «disegno di Dio» che aveva portato il popolo ebraico a «redimere» tutta Eretz Israel, la biblica Terra di Israele. A quel tempo quelle forze era minoritarie mentre ora, o meglio da più di dieci anni, sono al governo sotto la guida di Benyamin Netanyahu. La Bibbia – ripetono – è la sola legge che vale quando si parla di Cisgiordania e Gerusalemme (Gaza non la vogliono): la terra è tutta di Israele che ha il diritto di insediarvi chi vuole e non può essere condivisa con un altro Stato. Un premier israeliano, Yitzhak Rabin, fu assassinato (da un cittadino ebreo) a metà degli anni Novanta per aver avviato una possibile spartizione territoriale con il leader dell’Olp Yasser Arafat.

L’Amministrazione Trump condivide la visione della destra israeliana ultranazionalista e religiosa.

Almeno per una volta i palestinesi celebrano. Vedono nell’elenco dell’Unhrc una sorta di risposta al Piano Trump che legalizza le colonie e le annette a Israele assieme a una bella fetta di Cisgiordania. Il premier dell’Anp Mohammad Shttayyeh ha annunciato che saranno chiesti risarcimenti alle aziende indicate dall’Onu. Al momento però non è chiaro quali effetti pratici potrà avere il passo fatto da Michelle Bachelet. «Se ciò porterà a sanzioni e provvedimenti analoghi nei confronti di quelle aziende e compagnie è presto per dirlo» spiega Sawsan Zaher, avvocato del centro Adalah ed esperta di leggi internazionali. «In ogni caso i palestinesi – aggiunge – incassano una decisione fondata sulla legalità internazionale, che è importante come la risoluzione dell’Ue che richiede un’etichettatura diversa dal ‘Made in Israel’ per le merci prodotte nelle colonie in Cisgiordania dirette verso l’Europa». Nena News

Oggi corteo alle 14 da Piazza della Repubblica, a 21 anni dalla cattura di Abdullah Ocalan. Parla Yilmaz Orkan (Uiki): «Erdogan sta creando una cintura jihadista nel nord est della Siria. Centinaia di migliaia gli sfollati, sostituiti dalle famiglie degli islamisti»

Il corteo per Ocalan e il Rojava dello scorso anno (foto di Chiara Cruciati)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 15 febbraio 2020, Nena News – Un presidio a Strasburgo e un corteo a Roma, manifestazioni a Copenaghen, Oslo, Stoccolma: l’Europa dei movimenti e della sinistra si mobilita oggi a difesa del Rojava e per la liberazione del leader del Pkk Abdullah Ocalan e dei prigionieri politici nelle carceri turche. L’occasione è il 15 febbraio, 21 anni dalla cattura di Ocalan in Kenya per mano dei servizi segreti turchi.

A Strasburgo l’appuntamento è di fronte al Consiglio d’Europa (di cui Ankara è parte): sono previste 50-60mila persone, di cui centinaia arrivate nella città francese dopo lunghe marce da Lussemburgo, Francoforte e Ginevra.

Tre gruppi in cammino dalla scorsa settimana, internazionalisti, giovani curdi e donne, a cui oggi si affiancheranno idealmente movimenti, sindacati di base, partiti della sinistra, centri sociali, cittadini che a Roma alle 14 daranno vita al corteo che da piazza della Repubblica raggiungerà piazza Venezia.

«Per noi questi cortei sono fondamentali a spezzare l’isolamento di Ocalan e degli altri prigionieri del Pkk, un isolamento che in passato è stato possibile rompere per qualche giorno grazie alla solidarietà internazionale e agli scioperi della fame dei deputati curdi in Turchia», ci spiega Yilmaz Orkan dell’Ufficio informazione del Kurdistan in Italia (Uiki), organizzatore dell’iniziativa romana insieme a Rete Kurdistan, Centro Ararat e Comunità curda in Italia.

Diritti come quello all’autodeterminazione, che nel nord est della Siria la Turchia viola quotidianamente con un’occupazione militare brutale, avallata da Washington e Mosca. «Prima del 9 ottobre scorso – continua Yilmaz – con il crollo dell’Isis la situazione nel Rojava era diventata più tranquilla, stabile. Tantissimi sfollati sono tornati dalla Turchia e dal Kurdistan iracheno e l’Autonomia dava servizi ai cittadini, cibo, educazione, sanità. Con il ritiro Usa e l’attacco turco del 9 ottobre altre due città, Serekaniye e Gire Spi (Ras al-Ain e Tal Abyad in arabo, ndr), sono state occupate e altre 400mila persone sono fuggite dai loro villaggi».

Oggi lungo il confine turco-siriano ci sono militari del governo di Damasco e truppe russe, mentre gli americani si sono spostati ad Hasakeh e Deir Ezzor, a protezione – come pomposamente rivendicato da Trump – dei pozzi di petrolio alla frontiera con l’Iraq.

«La situazione rispetto a un mese fa è migliorata, ci sono meno bombardamenti con droni e aerei. Ma ancora oggi ci sono centinaia di migliaia di sfollati che non possono rientrare nelle città occupate dalla Turchia e che vivono nelle scuole e nei campi profughi aperti dall’Autonomia del Rojava». «Molti altri sfollati – aggiunge Yilmaz – si muovono da Idlib verso Manbij e Kobane. È necessario un intervento internazionale per difendere il Rojava, per impedire alla Turchia di avanzare ulteriormente e all’Isis di ritornare. Protetto dall’avanzata di Ankara, Daesh ha ritrovato coraggio e spazio e sta compiendo attacchi. La Turchia è oggi l’ombrello di tutti i gruppi jihadisti presenti in Siria».

Idlib è il cuore pulsante della presenza jihadista e, da mesi, dello scontro ormai aperto tra Ankara e Damasco, che sta trascinando dentro la Russia nemica-amica della Turchia. «L’Autonomia e il Congresso nazionale del Kurdistan stanno aprendo canali di dialogo con il governo di Assad per difendere insieme e meglio la Siria dall’offensiva di Erdogan. Il cui obiettivo è chiaro: prendersi un pezzo di paese. Ad Afrin, Jarabulus, Idlib sono i jihadisti che gestiscono la vita quotidiana, anche a livello amministrativo. Anche il sistema educativo è cambiato, la prima lingua è il turco e non l’arabo».

Un’assimilazione che, secondo Yilmaz, prepara il terreno per il futuro. Un futuro che è già realtà con il trasferimento delle famiglie dei jihadisti nei villaggi curdo-siriani: «Sta avvenendo ovunque, ad Afrin, Jarabulus, Serekaniye, Gire Spi. I curdi sono fuggiti e subito sono stati sostituiti non da cittadini siriani, da profughi, ma dalle famiglie dei jihadisti. I civili arabo-siriani possono venire quando vogliono, non sono loro il problema. Erdogan sta creando una cintura arabo-jihadista di 100 km per 35 per spezzare la continuità territoriale e culturale della Siria e del Kurdistan». Nena News

 

 

 

 

 

“Libertà, rivoluzione e femminismo”, grida Tahrir contro il codice di “condotta” del religioso sciita che accusa i manifestanti di “promiscuità e immoralità”. Ieri donne e uomini hanno marciato insieme, come fanno da ottobre, in risposta ai sadristi

Donne ieri nelle strade di Baghdad (Foto: AA/M. al Sudani)

della redazione

Roma, 14 febbraio 2020, Nena News – Migliaia di donne in piazza a Baghdad e nel sud, velate e senza velo, con fiori tra le mani, cartelli, bandiere irachene. Uomini in mezzo a loro o sostenerne i canti o intorno, a mo’ di anello che ne accompagnava la marcia. Ieri l’Iraq ha sfidato il leader religioso sciita al-Sadr e la sua ultima uscita sulla protesta popolare in corso dal primo ottobre scorso.

Dopo aver cambiato idea innumerevoli volte in merito, a seconda di quanto poteva essere più conveniente, al-Sadr è passato dal governo – di cui è parte, avendo vinto le elezioni del maggio 2018 – alla piazza per tornare in queste settimane al governo. Non ha solo richiamato i suoi dai presidi permanenti che avevano infiltrato ma li ha mandati a picchiare i manifestanti, a distruggere tende e a sgomberare i sit-in.

Domenica ha reso noto il suo personale codice di condotta per manifestanti, 18 punti che chi protesta per giustizia sociale e fine del sistema settario dovrebbe seguire. Tra questi la segregazione di genere: uomini e donne non stiano in piazza insieme o l’Iraq “sarà trasformata in Chicago”. E ieri lo ha detto di nuovo, accusando i manifestanti di “nudità, promiscuità, ubriachezza, immoralità”.

La risposta alle accuse di “immoralità” è arrivata ieri: mentre sui social il religioso veniva travolto da un’ondata di ironia, migliaia di donne, già presenti in grandi numeri nelle manifestazioni, i scioperi e i presidi con ruoli di primo piano nell’autogestione della protesta, marciavano a Baghdad e nelle città del sud insieme agli uomini, come fanno ininterrottamente dallo scorso ottobre. Rompendo un altro tabù.

“Chiunque accusi le donne di debolezza non capisce l’Iraq – dice all’Ap Baan Jaafar, una manifestante di 35 anni – Continueremo a difendere i nostri diritti con le manifestazioni e parteciperemo alle costruzione di un nuovo Iraq dopo”.

A Baghdad hanno marciato verso Tahrir Square, il cuore della mobilitazione popolare, il teatro del presidio che da mesi non smobilita nonostante le violenze di polizia, miliziani sciiti e sadristi. “Vogliamo proteggere il ruolo delle donne nelle proteste perché siamo come gli uomini – dice all’Afp la studentessa di farmacia Zainab Ahmad – Tentano di cacciarci via da Tahrir ma non torneremo più forti”.

Se la piazza si è stretta intorno a se stessa, con uomini e donne che cantano “Libertà, rivoluzione e femminismo”, le parole di al-Sadr restano pericolose perché seguito da milioni di persone e capace di mobilitarne decine di migliaia. Nena News

Appena ottenuta la fiducia il premier Hassan Diab ha chiesto l’aiuto di esperti del Fmi per affrontare la grave crisi economica del paese. Già in serbo riforme che colpiranno soprattutto le classi medie e basse. La protesta popolare intanto non si arresta

Beirut il giorno della fiducia al governo Diab (Foto: Twitter)

di Michele Giorgio

Roma, 14 febbraio 2020, Nena News – Centinaia di migliaia di libanesi poveri e i tanti altri che vivono poco sopra la linea della povertà rischiano di dover affrontare anni persino più duri di quelli passati. Il Libano chiederà assistenza tecnica al Fondo monetario internazionale (Fmi) per elaborare un piano di stabilizzazione per la sua crisi finanziaria ed economica.

Ottenuta, due giorni fa, la fiducia, il nuovo governo guidato dal premier sunnita Hassan Diab, si prepara a mettere il paese nelle mani degli «esperti» dell’Fmi, ben noti per la politica dei tagli drastici alla spesa pubblica pur di far quadrare i conti.

«Il Libano sta chiedendo consiglio al Fmi perché la ristrutturazione del debito (83miliardi di dollari, ndr) deve essere condotta in modo ordinato per evitare di danneggiare il sistema bancario del paese», ha spiegato una fonte governativa all’agenzia Reuters.

All’orizzonte ci sono riforme, ossia manovre lacrime e sangue, sollecitate anche dal Gruppo di sostegno internazionale (Isg) al Libano, di cui fa parte l’Italia. La crisi economica e finanziaria che rischia di strangolare il paese perciò la pagheranno i più deboli mentre si impoverisce la classe media. Le famiglie più in difficoltà vendono elettrodomestici essenziali, come forni e frigoriferi, pur di incassare qualche dollaro.

Non ha ottenuto i risultati sperati la lotta a corruzione, malgoverno, carovita e disoccupazione dilagante che dallo scorso ottobre migliaia di cittadini portano avanti con manifestazioni e presidi permanenti a Beirut e in altre città. Lo zoccolo duro della protesta comunque non intende fare passi all’indietro.

Due giorni fa, mentre il Parlamento si accingeva a votare la fiducia al governo Diab, le forze di polizia hanno fatto uso di cannoni ad acqua per disperdere la folla che, al grido di «nessuna fiducia», lanciava sassi contro gli agenti schierati a protezione di deputati e ministri. I feriti negli scontri sono stati circa 300, tra i quali un parlamentare.

«Riconquisteremo la fiducia dei libanesi e metteremo in atto riforme serie con la massima onestà e trasparenza», ha assicurato Diab in Parlamento, annunciando la riduzione dei tassi di interesse a sostegno delle imprese e delle famiglie. Solo una parte dei libanesi è disposto a concedergli tempo e fiducia.

Intanto dall’alto, nell’evidente tentativo di placare la piazza, si batte di nuovo sul tema dei costi per il paese causati dalla presenza di un milione e mezzo di profughi siriani, fuggiti dalla guerra nel loro paese, che vivono ai margini delle città e in campi improvvisati. Un punto che mette d’accordo un buon numero di libanesi, convinti che i rifugiati – braccia a basso costo – stiano provocando disoccupazione e il calo degli stipendi nel settore provato.

Il presidente Michel Aoun qualche giorno fa ha chiesto ancora una volta il rimpatrio in tempi stretti del maggior numero di profughi poiché, ha spiegato, gran parte delle regioni siriane sono state «pacificate».

Italia/Egitto. Ieri terza manifestazione a Bologna per Patrick Zaki, mentre alla fiera del gas e del petrolio le aziende italiane siglavano nuovi accordi. L’avvocato del giovane: «Rischia l’ergastolo». La famiglia Regeni accusa governo e istituzioni di complicità nella repressione egiziana

Patrick Zaki

di Chiara Cruciati   il Manifesto

Roma, 13 febbraio 2020, Nena News – A cinque giorni dall’arresto al Cairo di Patrick Zaki, 27enne egiziano, studente a Bologna, al Corsera il ministro degli esteri Di Maio ha rivendicato l’utilità, a suo dire, del nostro ambasciatore in Egitto: «Ci permette di far funzionare tutti i canali».

Di richiamarlo di nuovo non se ne parla, sebbene in questi anni non abbia fatto fare mezzo passo in avanti alle indagini sull’omicidio di Giulio Regeni. La famiglia del ricercatore italiano, ieri, in una nota ha accusato «governi e istituzioni» di «complicità ipocrita» nella repressione egiziana e chiesto a Roma e Bruxelles «di porre immediatamente in essere tutte quelle azioni concrete che non sono mai state esercitate per salvare la vita di Giulio».

Ovvero, salvate Patrick da torture, carcere e il rischio dell’ergastolo, concreto, dice all’Ansa il suo legale, Wael Ghali, vista l’accusa di tentato golpe mossa dalla procura del Cairo.

L’avvocato dà nuovi dettagli sulla sparizione forzata del giovane, che Il Cairo ha tentato di nascondere con un verbale di arresto falso: «La polizia ha sostenuto che sia stato arrestato a Mansura, non è vero perché ha chiamato il padre mentre scendeva dall’aereo per informarlo che lo stavano arrestando e le telecamere dell’aeroporto lo mostrano mentre viene arrestato».

A parlarne a Montecitorio è stato ieri il ministro per i Rapporti con il Parlamento D’Incà (5S): «Il governo continuerà a dare priorità al caso Zaki, anche con riferimento alle sue condizioni detentive e all’esigenza di assicurare un iter processuale rapido, in vista di un auspicabile, pronto rilascio». Molto più incisiva la richiesta del presidente dell’Europarlamento Sassoli (Pd) che all’Egitto chiede l’immediato rilascio di Zaki.

Lo ha fatto ieri anche la terza manifestazione promossa a Bologna da studenti e Amnesty, mentre il Senato accademico dell’UniBo votava una mozione rivolta a governo e Ue: «Chiediamo con forza che seguano con attenzione la vicenda affinché i diritti fondamentali di Patrick Zaki non siano in alcun modo violati».

Intanto però al Cairo, il secondo giorno di fiera Egypt 2020 era segnato dai primi accordi tra Egitto ed aziende italiane, riporta in dettaglio Agenzia Nova: al gruppo Landi Renzo due accordi con Egas, Car Gas e Gastech per la creazione di una compagnia per la produzione di kit di conversione a gas per veicoli privati e trasporto pubblico e per la costruzione di compressori per 300 stazioni a gas naturale; a Saipem un accordo per la formazione dei funzionari del ministero del Petrolio; a Leonardo l’intesa con la compagnia petrolifera egiziana Pas per un centro di assistenza e servizi elicotteristici. Nena News

La lista è stata presentata ieri dall’Ufficio dei diritti umani delle Nazioni Unite: 94 sono aziende israeliane, le altre 18 hanno sede legale in altri stati. I palestinesi esultano: “Vittoria del diritto internazionale”. Rabbia a Tel Aviv: “Lavoro di un corpo fazioso e ininfluente”

Colonia israeliana (Foto: Reuters)

della redazione

Roma, 13 febbraio 2020, Nena News – L’Ufficio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha pubblicato ieri una lista delle 112 aziende che hanno contatti con le colonie ebraiche nella Cisgiordania occupata palestinese. Di queste, 94 sono israeliane mentre 18 hanno sede legale in altri stati (Stati Uniti, Gran Bretagna, Lussemburgo, Paesi Bassi, Tailandia e Francia).

“Sono conscia che questa questione è stata e continuerà ad essere molto controversa – ha scritto in una nota Michelle Bachelet, l’alta Commissaria per i diritti umani delle Nazioni Unite – ma il rapporto non fornisce una caratterizzazione legale alle attività in questione”. In pratica, ha chiarito un portavoce di Bachelet, quanto pubblicato ieri non è una “lista nera” né qualifica l’attività delle suddette compagnie come illegali.

Eppure è evidente la ricaduta politica del rapporto: Israele teme ora che le aziende nominate possano essere più facilmente soggette alla campagna di boicottaggio portata avanti dai palestinesi e dai sostenitori internazionali della loro causa. La notizia è stata accolta ovviamente con gioia a Ramallah: “La pubblicazione di questa lista di compagnie e partiti che lavorano negli insediamenti è una vittoria per il diritto internazionale”, ha affermato Riyad al-Malki, il ministro degli Esteri dell’Autorità nazionale palestinese (Anp). “Chiediamo a queste aziende di chiudere immediatamente le loro sedi e le loro filiali negli insediamenti illegali israeliani perché la loro stessa presenza contraddice le risoluzioni internazionali dell’Onu” gli ha fatto eco sul suo account Facebook il premier palestinese Mohammad Shtayyeh. Shtayyeh ha poi aggiunto con eccessivo ottimismo che ora queste aziende verranno perseguite nelle “istituzioni e corti legali internazionali dei loro paesi per aver preso parte alle violazioni dei diritti umani in Palestina” e ha chiesto compensazioni “per aver usato la nostra terra occupata illegalmente”.

Se l’Autorità palestinese accoglie con favore il rapporto, Tel Aviv è profondamente indignata. Il premier Netanyahu ha subito definito il documento come “un lavoro di un corpo ininfluente e fazioso”. “Invece di occuparsi dei diritti umani, questo organismo prova a infangare il nome d’Israele – ha detto il primo ministro in una nota – noi respingiamo tale rapporto nei termini più forti e con disgusto”. Sulla stessa lunghezza d’onda il ministro degli esteri Israel Katz secondo cui il documento è una “vergognosa capitolazione” ai gruppi anti-israeliani.

Non ha commentato finora la notizia Washington che lo scorso 18 novembre ha dichiarato che le colonie israeliane in Cisgiordania non sono più illegali al punto da ritenerle, con il suo “Piano del secolo” presentato a gennaio, parte integrante dello stato d’Israele.

Tra le aziende indicate c’è Airbnb, il colosso on line che mette in contatto persone in cerca di un alloggio o di una camera per brevi periodi. L’azienda ha già riconosciuto nei mesi scorsi di aver pubblicato annunci di stanze nelle colonie e, per provare ad alleggerire la pioggia di critiche contro di lei, ha detto lo scorso aprile che avrebbe donato i ricavi delle prenotazioni negli insediamenti alle organizzazioni umanitarie internazionali. Altra compagnia presente nella lista dell’Onu è la Cheerios della General Mills che si è difesa dicendo che il 50% dei suoi dipendenti è costituito da palestinesi che godono di pieni beneficit sociali. Nena News

Scontri senza sosta a Tripoli e Misurata, colpita anche una scuola. L’Onu intanto dibatte di tregua. Di Maio vola da Sarraj, in risposta alla Francia che ora apre al premier tripolino

Il generale Khalifa Haftar

di Roberto Prinzi

Roma, 13 febbraio 2020, Nena News – Una sola cosa appare certa in Libia: la tregua mediata da russi e turchi l’8 gennaio scorso, che il summit internazionale di Berlino undici giorni dopo avrebbe dovuto rafforzare, non esiste più ormai da un mese.

Martedì sera colpi di mortaio sparati dall’autoproclamato Esercito nazionale libico (Enl) del generale Haftar sono caduti nei quartieri meridionali di Tripoli di an-Nuafleen e Suq al-Ju’am causando interruzioni di elettricità. Bombardamenti dell’Enl sono diventati una costante anche nell’area tra Misurata e Abugrein.

L’obiettivo qui è chiaro: colpire e indebolire le milizie di Misurata che sostengono il Governo di accordo nazionale (Gna) riconosciuto internazionalmente di Sarraj per poi riuscire a vincere la partita di Tripoli. Qui gli uomini di Haftar, che da mesi assediano la parte meridionale, non riescono a sfondare nel centro della città. Anche perché in soccorso di Sarraj ci sono i turchi e 3mila mercenari siriani (per lo più islamisti).

La guerra libica è brutale al punto che a farne le spese sono anche le scuole. L’ultima a essere presa di mira è stata quella del paesino di Abu Issa (40 km da Tripoli): tre studenti sono rimasti feriti lunedì mattina in seguito a una esplosione. A salire sul banco degli imputati per la situazione di caos in corso nel paese è soprattutto il generale della Cirenaica.

Accusato dalla compagnia petrolifera libica (Noc) per le «chiusure illegali» degli impianti petroliferi dello scorso 18 gennaio che hanno causato perdite pari a 1,325 miliardi di dollari, a puntargli il dito contro è stato ieri l’Onu che ha espresso «rammarico» per il fatto che l’Enl abbia impedito «in diverse occasioni nelle ultime settimane» l’atterraggio di voli che trasportano il suo personale da e verso la Libia.

Ben più gravi però per Haftar sono le notizie che arrivano dall’altra parte dell’oceano: lunedì sei famiglie libiche residenti negli Stati uniti hanno avviato una causa legale contro di lui e gli Emirati arabi per «crimini di guerra». Le famiglie, che hanno avuto un parente ucciso o ferito nei combattimenti, chiedono un rimborso di un miliardo di dollari per i danni subiti.

«Faremo luce sui gravi abusi dei diritti umani, le uccisioni extragiudiziali e la tortura che gli accusati hanno compiuto in totale impunità e senza temere di dover essere ritenuti responsabili» ha detto l’avvocato Martin F. McMahon. «Haftar – ha poi aggiunto – non è solo un criminale di guerra, ma anche un cittadino statunitense con beni e familiari qui negli Usa».

Se le armi non tacciono è perché la diplomazia è inconsistente. Ieri il ministro degli esteri italiano Di Maio è tornato per la seconda volta a Tripoli (oggi dovrebbe incontrare Haftar a Bengasi), ma la sua missione diplomatica – riassumibile nei mantra «no a interferenze straniere», «soluzione politica, non militare» e «sostegno al processo di Berlino» – è parsa più una risposta ai francesi avvicinatisi negli ultimi giorni al Gna (Parigi ha sempre sostenuto ufficiosamente Haftar).

A voler giocare un ruolo da protagonista nella vicenda libica non è solo l’Europa, ma anche l’Unione africana che ha ribadito la scorsa domenica ad Addis Abeba la convocazione di un forum intra-libico.

In attesa del secondo round di incontri del Comitato congiunto militare 5+5 (cinque rappresentanti del Gna e altrettanti dell’Enl) il prossimo 18 febbraio a Ginevra, nel momento in cui chiudiamo il giornale, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu sta votando per un progetto di risoluzione del conflitto proposto dal Regno unito, il cui primo passo è il cessate il fuoco nel paese nordafricano secondo i risultati del summit di Berlino. Nena News

Twitter esegue la richiesta del Cairo. I media attaccano anche il manifesto. L’avvocato del giovane: «Psicologicamente distrutto». Ma gli affari con le aziende italiane vanno a gonfie vele, da Egypt 2020 al Bit di Milano

Screenshot da Twitter

di Pino Dragoni – Il Manifesto

Roma, 12 febbraio 2020, Nena News – «Patrick si trova al momento in una camera di sicurezza del commissariato di polizia Mansoura-2. È psicologicamente distrutto, è arrabbiato»: sono le parole consegnate all’Ansa da Hoda Nasrallah, parte del team impegnato nella difesa di Patrick George Zaki, lo studente dell’università di Bologna arrestato venerdì al suo arrivo dall’Italia. Patrick, la cui detenzione è stata prorogata per 15 giorni, «ha chiesto di essere visitato da un medico legale – continua l’avvocata dell’Eipr, la stessa organizzazione con cui in passato ha collaborato Zaki – per mettere agli atti le tracce della tortura subita». Colpi e scosse elettriche subite nelle prime 24 ore del sequestro, «ma in maniera da non far vedere tracce sul suo corpo».

La mobilitazione dal basso intanto prosegue, anche al di fuori dell’Italia. Al coro di chi chiede la liberazione immediata di Patrick si è unito tutto il consorzio di università del master Gemma in Studi di genere e delle donne, a cui è iscritto il ricercatore. Sette atenei europei di cui è capofila Granada, dove ieri si è tenuto un partecipato presidio di studenti e docenti.

La pressione dell’opinione pubblica continua a smuovere anche i livelli istituzionali. Dopo la pronuncia dell’Ue che tramite un suo portavoce si è detta pronta a «sostenere pienamente» le autorità italiane in caso di azioni necessarie, la delegazione Pd a Bruxelles ha scritto all’ambasciatore egiziano in Belgio e presso l’Unione europea, Khaled Aly El Bakly: «Dato il partenariato tra Egitto e Unione europea, ai sensi dell’accordo di associazione che prevede significativi fondi di cooperazione per l’Egitto e di cui il rispetto dei diritti umani è un elemento essenziale, chiediamo alle autorità egiziane di rilasciare immediatamente Patrick George Zaki».

Anche l’ambasciatore italiano al Cairo Giampaolo Cantini si è mosso sulla vicenda, incontrando il presidente del Consiglio nazionale per i diritti umani egiziano, organo governativo che ha ribadito la posizione del ministero dell’Interno: Patrick, dice il Consiglio, «risulta essere stato fermato in base a un’ordinanza della Procura generale ed è attualmente sotto inchiesta presso la stessa».

La vasta risonanza ricevuta dalla vicenda non è stata particolarmente gradita dalle autorità del Cairo, che hanno subito messo in atto le loro contromosse. L’account Twitter ufficiale della campagna Free Patrick è stato sospeso domenica per aver «violato le regole di Twitter», senza specificare ulteriori motivazioni.

Non è la prima volta che la divisione Medio Oriente di Twitter, basata a Dubai, silenzia voci critiche su pressione dei vari regimi arabi. Era già accaduto a settembre durante l’ondata di proteste in Egitto: centinaia di utenti si erano ritrovati bannati per aver espresso critiche ad al-Sisi, mentre il regime faceva arrestare oltre 4mila persone. Un nuovo account è stato immediatamente creato, ma i gestori della pagina chiedono a Twitter «spiegazioni subito».

Nel mirino della stampa pro-regime è finito di nuovo anche il manifesto, che in una trasmissione sul canale TenTv (la stessa in cui si denigrava Patrick e il suo lavoro) è stato additato come presunto agitatore di una campagna mirata a colpire i rapporti economici e militari tra Italia ed Egitto.

L’articolo in questione, con tanto di screenshot dal sito del giornale, è quello che riportava la vendita delle due navi militari Fincantieri al Cairo. Un affare milionario che, se messo in discussione, rischia di mandare all’aria tutta una serie di altre vendite di armamenti, che fanno molta gola all’industria militare italiana. Gli affari comuni a ogni modo proseguono indisturbati in diversi settori. In questi giorni il Cairo è stata teatro di Egypt 2020, la fiera egiziana del settore petrolio e gas in corso fino a domani, di cui Eni è uno degli sponsor principali. All’evento, inaugurato ieri dal presidente al-Sisi in persona, hanno preso parte 24 aziende italiane.

Di queste, undici partecipano attraverso una missione collettiva di Ice, l’Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, un organismo del governo che ha favorito la presenza dei privati all’evento cairota. A Milano contemporaneamente era in corso la quarantesima edizione della Bit, la Borsa internazionale del turismo, che ha celebrato il «ritorno» dell’Ente del turismo egiziano.

Il presidente dell’ente Emad Abdalla, nel promuovere le mete nel paese delle piramidi, si è rallegrato della crescita esponenziale dell’afflusso di italiani registrata nel 2019: +46% rispetto al 2018, pari a 619mila presenze, come riferisce askanews. «Aspettiamo tutti gli italiani – ha commentato Abdalla – In Egitto si possono fare tutti i tipi di vacanza e gli italiani sono sempre i benvenuti in Egitto». Un invito che suona come macabra beffa.

Apprezzata sin dall’antichità, la khobeizeh contiene principi attivi che la rendono antiinfiammatoria, antispasmodica, espettorante e leggermente lassativa. Un cucchiaio di foglie e fiori secchi in infuso è efficace contro tosse, catarro e infiammazioni renali 

di Patrizia Cecconi

Roma, 12 febbraio 2020, Nena News – Spontanea, bella, generosa, si offre da millenni come cibo e come medicamento e, volendo, sa essere  anche ornamentale. E’ originaria delle regioni mediterranee ed asiatiche e delle sue proprietà parla  anche il “papiro di Ebers”, trattato egiziano di medicina scritto intorno al 1550 a.C.

E’ la malva selvatica, erba molto apprezzata come alimento sia in Medio Oriente che nei paesi del Maghreb. Nei suq palestinesi viene regolarmente venduta fresca a mazzetti come la menta, la salvia e la portulaca e rappresenta tanto una risorsa per i poveri che vanno a raccoglierla per venderla e per nutrirsene, quanto la base per alcuni piatti tipici tra cui una zuppa tradizionale. Nei banchi in cui si vendono spezie ed erbe officinali la si trova invece essiccata e destinata a curare decine di disturbi, dal mal di gola, alla gastrite, all’ansia.

 

I palestinesi, vivendo sotto occupazione militare, purtroppo non hanno neanche il diritto di raccogliere in pace questo frutto spontaneo della terra perché capita, essendo sotto occupazione, che i militari israeliani si divertano a puntargli il fucile addosso mente fanno la raccolta o, altre volte, che irrorino i campi con diserbanti che avvelenano coltivazioni e terreno.

Dove non è passato l’esercito israeliano, la khobeizeh o Malva silvestrys cresce rigogliosa e i suoi fusti, eretti o sdraiati, possono raggiungere anche un metro di lunghezza. Questa pianta è una delle 1500 specie della famiglia delle malvaceae di cui trattano oltre all’antico papiro di Ebers, anche molti studiosi tra cui Pitagora, più vicino a noi di circa mille anni, che la considerava “purificante della mente” e sacra agli dei e la usava non come alimento ma come rimedio per placare ansia e passioni negative. Anche Ippocrate di Kos, il padre nobile della medicina, circa un secolo dopo Pitagora,  fu grande estimatore della malva, così pure, dopo un altro secolo, Teofrasto, il grande botanico e filosofo allievo e successore di Aristotele.

Di secolo in secolo, medici, botanici, speziali, ma anche poeti come Orazio, o grandi oratori politici come Cicerone e, più tardi, perfino imperatori – come Carlo Magno – ne apprezzarono principi attivi e proprietà nutrizionali. Si dice che Carlo Magno ne facesse coltivare ovunque portasse le sue conquiste e, visto che l’impero carolingio fu piuttosto esteso, la malva, ormai considerata “omnimorbia” cioè capace di curare ogni male, fu diffusa più o meno in tutta Europa.

Di essa si occuparono anche i due medici e filosofi musulmani Avicenna (Ibn Sinà) e Averroè (Muhammad ibn Ahmad Ibn Rushd) e, prima di loro, ma anche dopo, ne trattò la Schola Salerni inserendola nel primo nucleo del Regimen sanitatis. La tradizione vuole che la scuola salernitana sia stata  fondata da quattro saggi  che s’incontrarono per caso nell’antica Salerno. I quattro erano un latino, un arabo, un ebreo e un greco e misero insieme i loro saperi creando un vero e proprio tempio di scienza medica unendo le conoscenze scientifiche occidentali ed orientali.

La scuola salernitana fu un meraviglioso esempio di ricchezza dell’inclusione, tanto che lì, intorno all’anno 1000, studiarono ed insegnarono medicina le “mulieres salernitanae” tra le quali si ricorda Trotula de Ruggiero di cui ci è rimasto un trattato di ginecologia. Praticamente fu un modello medioevale di  scienza contro l’ottusità e la violenza. Oggi magari si sarebbe chiamata scienza senza frontiere!

Intanto la malva seguitava ad essere regolarmente consumata anche se chi se ne nutriva era lontano dalla cultura scientifica e, semplicemente, la usava come cibo povero o come tradizionale rimedio medicinale. Ma mentre in Occidente ha finito per essere, ormai, solo un preparato erboristico o un’erba infestante falciata dai giardini ordinati e ben curati, nei paesi del Maghreb e del Mashrek viene regolarmente utilizzata a tavola restando un vero e proprio piatto portatore di identità culturale.

A volte viene chiamata anche molokhia, ma in realtà la molokhia pur facendo parte della stessa famiglia, ha un aspetto totalmente diverso. La malva selvatica è esattamente quella che in Palestina è chiamata khobeizeh, e shorba khobeizeh è un piatto tradizionale, una zuppa di malva con brodo di pollo molto apprezzata soprattutto in alcune zone. A me è capitato di mangiare la khobeizeh in una famiglia beduina a Um al Naser, a nord della Striscia di Gaza, dove nel 2015 rimasi letteralmente scioccata nel vedere con quale accanimento l’esercito israeliano pochi mesi prima aveva  raso al suolo “la città dei bambini”, una struttura creata da Vento di Terra.

Tornandoci due anni dopo fui invitata a mangiare un piatto nominato “fattah khobeizeh”. Tentai di sottrarmi perché l’aspetto viscido della “shorba khobeizeh” mi aveva sempre respinto, ma nella “fattah khobeizeh” il liquido è completamente assorbito dal khubs (il comune pane arabo) essiccato e aggiunto alla cottura ed è una specialità di Um al Naser dove la malva, dopo i bombardamenti, ha ripreso a crescere  e dove Vento di Terra ha ricostruito un nuovo complesso per bambini diretto da Fatima, l’ex direttrice della struttura distrutta, una giovane donna con un’energia simile a quella di questa bella pianta le cui  foglie hanno un lungo picciolo e sono di forma tondeggiante o lobata con margine più o meno inciso e i cui bellissimi fiori hanno cinque petali di colore rosa-violaceo con striature più o meno intense a seconda della ricchezza del terreno. La sua radice è a fittone e questo le consente di assorbire l’umido del sottosuolo e di tornare a germogliare di anno in anno, un po’ come gli abitanti di queste parti quando dicono: qui sono le nostre radici e noi non ce ne andiamo.

Ma vediamo i principi attivi che rendono la  malva lenitiva, emolliente, antiinfiammatoria delle mucose interne ed esterne, antispasmodica, espettorante e leggermente lassativa. Queste proprietà sono dovute alla presenza di mucillagini e tannini, di potassio, flavonoidi, vitamine A, B, C, E e inoltre la pectina ed un  glucoside antocianico presente nei fiori le conferiscono proprietà antiossidanti e protettive dei capillari.
Un cucchiaio di foglie e fiori secchi in infuso è efficace contro tosse, catarro, infiammazioni renali di lieve entità, dolori dovuti a gastrite e infiammazioni gengivali. Inoltre, il consumo abituale di due tazze al giorno, ha efficacia sull’umore riducendo gli stati di ansia e di malinconia e in Palestina ce n’è proprio bisogno! Nena News

Il presidente dell’Anp è intervenuto ieri all’Onu per condannare il piano Trump ed insistere sulla creazione di una Palestina indipendente nei Territori occupati del 1967.  Ma il 61% dei palestinesi pensa che questa soluzione sia tramontata a causa delle politiche di Israele 

Il presidente dell’Autorità palestinese Abu Mazen

di Michele Giorgio

Gerusalemme, 12 febbraio 2020, Nena News – Accompagnato idealmente dai tanti palestinesi scesi in strada ieri contro il Piano Trump – una manifestazione con migliaia di persone non si vedeva da tempo a Ramallah -, il presidente Abu Mazen è intervenuto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu per respingere il cosiddetto “Accordo del secolo”, il «piano di pace» annunciato dal presidente americano. Si tratta un «accordo tra Stati Uniti e Israele per mettere fine alla causa palestinese» ha proclamato Abu Mazen «questo accordo legalizza ciò che è illegale e ignora molte risoluzioni delle Nazioni Unite». Ha ribadito che «lo status di Gerusalemme deve essere negoziato…Gerusalemme rappresenta una terra occupata e nessuno ha il diritto di donarla come fosse un regalo». «Sono venuto a difendere il sogno palestinese» ha affermato perentorio «queste sono le nostre terre, chi vi ha dato il diritto di annetterle (a Israele)? Così facendo si distrugge qualsiasi opportunità di pace».

Il Piano Trump

Il leader dell’Anp si è rivolto più volte all’opinione pubblica israeliana ripetendo di credere nella pace e di essere pronto a negoziare un accordo con interlocutori diversi dal premier Netanyahu. «La pace tra israeliani e palestinesi è ancora possibile», ha assicurato. Poi ha proposto che il negoziato in Medioriente sia «un processo di pace internazionale guidato dal Quartetto (Usa, Russia, Onu e Ue)». Gli Stati Uniti, ha spiegato, «non possono essere gli unici mediatori» tra israeliani e palestinesi. Solo in apparenza è una chiusura agli Usa. Appena qualche giorno fa Abu Mazen aveva annunciato l’interruzione completa dei rapporti con Stati uniti e Israele. Ora non esclude la presenza di Washington al tavolo di ipotetiche trattative, assieme ad altre parti internazionali. Non sono sfuggiti peraltro i suoi commenti morbidi su Trump. «Non so chi abbia dato a Trump questo consiglio inaccettabile» di dichiarare Gerusalemme capitale di Israele e di interrompere gli aiuti ai palestinesi, ha detto aggiungendo «il Trump che avevo conosciuto non era così». Secondo Abu Mazen il problema sarebbe rappresentato dai consiglieri che circondano il presidente. Ma a sceglierli è stato il tycoon, in piena coscienza, e il presidente palestinese farebbe meglio a considerarlo se vuole restare in sintonia con la sua gente che ha manifestato a Ramallah (e a Gaza) issando cartelli con la scritta “La Palestina non è in vendita” e “No all’Accordo del Secolo”.

    E dovrebbe ricordare che sono state le pesanti pressioni dell’Amministrazione Trump all’Onu a costringere i palestinesi a congelare la bozza di risoluzione di condanna del Piano Usa.

La manifestazione ieri a Ramallah contro il Piano Trump (foto da Twitter)

Il riferimento continuo del presidente dell’Anp alla soluzione a Due Stati (Israele e Palestina) è stantio. La sua gente non ci crede più, si rende conto che uno Stato palestinese – nelle condizioni che Israele ha creato sul terreno nel corso di 52 anni di occupazione militare – si rivelerebbe nei fatti il bantustan teorizzato da Trump. Abu Mazen dovrebbe leggere i risultati del sondaggio diffuso ieri dal “Centro per la ricerca politica” di Ramallah.  Solo il 39% dei palestinesi sostiene la soluzione a Due Stati e il 61% pensa che questa possibilità sia tramontata da tempo a causa dell’espansione degli insediamenti coloniali israeliani. Il 65% chiede ad Abu Mazen di porre fine alle relazioni con Israele e gli Usa ma il 68% non crede che il presidente interromperà il coordinamento tra i servizi di sicurezza dell’Anp con l’intelligence israeliana.

Israele di fatto ha ignorato il discorso di Abu Mazen. Per scelta e perché Netanyahu e il suo rivale Benny Gantz sono nel pieno della campagna elettorale. La reazione è stata affidata a Danny Danon, l’ambasciatore israeliano all’Onu. «Se Abu Mazen fosse serio riguardo ai negoziati ora sarebbe a Gerusalemme o a Washington – ha commentato Danon – Non ci saranno progressi finché (Abu Mazen) rimarrà presidente». Nena News

 

Parlando poco fa al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, il presidente dell’Autorità palestinese ha attaccato duramente il “piano di pace” del presidente Usa presentato due settimane fa a Washington. Per capirne di più abbiamo sentito da Gerusalemme il direttore di Nena News Michele Giorgio

Il presidente dell’Autorità palestinese Abu Mazen

http://nena-news.it/wp-content/uploads/2020/02/Michele.mp3

della redazione

Roma, 11 febbraio 2020, Nena News – Intervenendo poco fa al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il presidente dell’Autorità palestinese Abu Mazen ha attaccato duramente il “piano del secolo” di Trump perché, a suo giudizio, “legittima quello che è illegale e rafforza il regime [israeliano] di apartheid”. Tuttavia, non ha chiuso la possibilità a nuovi negoziati perché, ha sottolineato, “la pace è ancora possibile”. Israele, con il suo rappresentante all’Onu Danon, ha risposto immediatamente: “Non ci sarà pace finché Abu Mazen sarà al potere”. Per capirne di più abbiamo sentito Michele Giorgio, direttore di Nena News e corrispondente de “Il Manifesto” da Gerusalemme. Nena News

La misura è una ritorsione per la decisione palestinese di importare capi di bestiame all’estero e non dagli allevatori israeliani. Intanto al CdS dell’Onu l’Anp potrebbe ritirare la risoluzione contro il piano Trump per mancanza di sufficienti sostegni

Contadini palestinesi (Foto: Wijnand Marchal)

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 11 febbraio 2020, Nena News – Si intensifica la guerra commerciale tra Israele e Autorità nazionale palestinese (Anp) cominciata nei mesi scorsi. E tutto lascia credere che i palestinesi ne usciranno sconfitti.

Prigionieri del Protocollo economico di Parigi, figlio degli Accordi di Oslo del 1993, i palestinesi non possono scegliere liberamente con chi avere o non avere relazioni commerciali. Una condizione che non cambierebbe se venisse attuato l’“Accordo del secolo”, il «piano di pace» presentato il 28 gennaio dall’Amministrazione Trump che assegna ai palestinesi una sorta di riserva indiana in Cisgiordania e non uno Stato sovrano e indipendente.

Due giorni fa il ministro della difesa israeliano Naftali Bennett, esponente di punta della destra nazionalista religiosa, ha bloccato le esportazioni agricole palestinesi attraverso la Giordania, la loro unica via di esportazione dalla Cisgiordania verso il resto del mondo.

«Il direttore delle dogane israeliano ha comunicato che i prodotti agricoli palestinesi saranno banditi dalle esportazioni via Giordania. Comprendiamo l’impatto negativo che deriverà da queste misure ma sono certo che ci saranno effetti anche per l’economia israeliana», ha detto il ministro dell’agricoltura dell’Anp, Riyad al Attari, avvertendo che i palestinesi a loro volta smetteranno di importare prodotti agricoli israeliani, succo di frutta e acqua in bottiglia. Una risposta che danneggerà solo in lieve misura Israele.

Commercianti e imprenditori palestinesi invece già prevedono perdite per decine di milioni di dollari se non sarà riaperto al passaggio delle loro merci agricole il ponte di Allenby, il valico con la Giordania. Bennett inoltre ha fermato l’importazione in Israele di ortaggi prodotti dai coltivatori palestinesi, pari a 88 milioni.

Intenzione apparente del ministro israeliano è sanzionare duramente l’Anp che lo scorso ottobre aveva annunciato che nei territori sotto la sua amministrazione non saranno più importati vitelli da Israele. Il motivo sarebbe che i circa 120.000 capi di bestiame acquistati dai palestinesi mensilmente dallo Stato ebraico sono essi stessi importati da vari paesi, pertanto converrebbe comprarli direttamente all’estero in modo da risparmiare sui costi.

L’immediata protesta degli allevatori israeliani ha innescato le ritorsioni di Bennett. Dalla crisi in atto emerge chiaro un dato di fatto: i palestinesi non hanno diritto di scegliere con chi commerciare, a differenza degli imprenditori e uomini d’affari israeliani.

Sul piano diplomatico forse i palestinesi dovranno ingoiare un’altra battuta d’arresto. Stando a indiscrezioni diffuse ieri sera da media arabi e israeliani, la leadership palestinese avrebbe deciso di ritirare la bozza di risoluzione al Consiglio di Sicurezza (CdS) delle Nazioni Unite contro il piano Trump presentata con l’appoggio di Indonesia e Tunisia.

Dal segretario generale dell’Olp Saeb Erekat è giunta una smentita ma il quadro ieri sera appariva confuso. Secondo alcuni la risoluzione non avrebbe raccolto i nove voti favorevoli, sui 15 seggi, necessari per essere sottoposta ad un voto e questo evita agli Stati uniti l’imbarazzo di dover far uso del diritto di veto per bloccarla.

Uno o più paesi membri del CdS hanno negato il loro appoggio alla risoluzione. D’altronde le pressioni americane si erano fatte intense e l’agenzia francese Afp ieri riferiva che il tono dell’ultima bozza, prima del suo presunto ritiro, appariva più moderato rispetto alla versione iniziale.

A questo punto non è sicuro che l’ex premier israeliano Ehud Olmert prenderà parte, come anticipato la scorsa settimana dai media, alla conferenza stampa con il presidente palestinese Abu Mazen per esprimere pubblicamente la sua opposizione al piano Usa.

Mercoledì e giovedì 12 e 13 febbraio al Teatro Ghirelli di Salerno la settima edizione della rassegna si dedicherà a cortometraggi e cibo tradizionale, con l’obiettivo di riaffermare l’identità culturale, sociale e politica della Palestina colonizzata

(Foto: Alessandra Cinquemani)

di Maria Rosaria Greco*

Salerno, 11 febbraio 2020, Nena News – Con “Cinema, hummus e falafel” prosegue la rassegna “Femminile palestinese”, quest’anno alla VII edizione. È una due giorni dedicata al cibo e al cinema palestinese che si terrà il 12 e 13 febbraio 2020, alle ore 19,00 al Teatro Ghirelli di Salerno.

Abbiamo iniziato con la mostra di design della comunicazione “Comunicare la Palestina, una narrazione diversa”, che rimane a Salerno fino all’11 marzo per poi andare a Milano presso la sede AIAP, l’Associazione Italiana Design della Comunicazione Visiva. Ora cambiamo registro, continuiamo la comunicazione con altre discipline e altre percezioni.

Cinema e cibo quindi sono protagonisti, e avremo con noi il giovane regista palestinese Hamdi Al Hroub, altri ospiti, ma prima di entrare nel merito è utile spiegare perché anche il cibo ha grande importanza in una narrazione diversa. Per noi infatti è un altro linguaggio fondamentale che racconta una appartenenza culturale.

Parliamo per esempio di hummus, uno dei piatti più antichi e diffusi in tutto il mondo arabo, è una salsa a base di pasta di ceci e pasta di semi di sesamo (tahina) aromatizzata con olio di oliva, aglio, succo di limone e paprica, semi di cumino in polvere e prezzemolo finemente tritato. Insieme all’hummus non possono mancare i falafel, altra preparazione tipica della tradizione araba, sono polpette fritte a base di ceci tritati con cipolla, aglio, prezzemolo e cumino.

Sono due piatti popolari, costano poco e sono ricchi di proteine, street food come tutte le preparazioni più povere, icone della tradizione araba e molto diffusi in Libano, Siria, Giordania, Palestina. In Palestina si trovano ovunque, li vendono gli ambulanti in ogni angolo. Puoi fare uno spuntino fantastico con pane arabo aperto in due, spalmato di hummus e imbottito con falafel e insalata mista. Per chi è attento alla dieta è bene sapere che hanno un basso contenuto di colesterolo.

(Foto: Alessandra Cinquemani)

Purtroppo accade da molti anni che questi piatti arabi (e altri come per esempio lo Za’atar) sono commercializzati in tutto il mondo come cibo “israeliano” e dichiarati da Israele piatti nazionali. Ora, per esempio, l’hummus, come moltissime preparazioni levantine, si fa con la tahina, cioè una crema che deriva dalla farina di sesamo e furono proprio gli arabi i primi a lavorarla. Il suo nome deriva dalla parola araba Tahin, che significa farina, perché sia la farina di sesamo che quella di grano si ottengono con la stessa procedura di macinazione dei chicchi.

Affermare che questi piatti non appartengono alla tradizione araba fa parte del progetto di colonizzazione della Palestina ormai in corso da decenni. È lo smantellamento dell’identità culturale collettiva di un popolo a cui viene sottratta sistematicamente la memoria, la terra, i diritti, la dignità, l’appartenenza culturale. Nessun palestinese deve sentirsi a casa propria in Palestina, nessun luogo è sicuro e neppure il cibo che, attraverso gli odori e i sapori, riporta alla memoria i propri avi, le proprie origini.

In questo modo Israele cerca di spezzare e annientare il rapporto vitale e naturale che esiste tra un popolo e la propria terra, una relazione ancestrale che genera l’identità in cui riconoscersi. Non solo, ma contemporaneamente, arroga a sé il diritto di appartenenza su tutto: terra, risorse, identità.

Quindi è interessante vedere come hummus e falafel diventano piatti nazionali di uno Stato in cui gli abitanti provengono negli ultimi decenni quasi interamente dall’Occidente, per cui i loro nonni certo non preparavano né hummus e né falafel, ma magari Barszcz (minestra di barbabietole), oppure kaša (polenta), o Soupe à l’Oignon (zuppa di cipolla), o ancora Wurst e Kartoffeln (wurstel e patate) o Currywurst (wurstel al curry).

Con “Cinema, hummus e falafel” vogliamo ricordare che hummus e falafel sono piacevolissimi piatti arabi e palestinesi. A conclusione, in entrambe le serate, dopo le proiezioni dei cortometraggi sulla Palestina, hummus e falafel per tutti, a cura del ristorante arabo Amir di Napoli

Ovviamente anche il linguaggio cinematografico ci permette di continuare un racconto diverso della Palestina. E lo faremo con la presenza di autori e protagonisti, con i quali proietteremo e parleremo dei cortometraggi in programma.

Innanzitutto la prima sera sarà con noi il regista palestinese Hamdi Al Hroub (Betlemme 1990), autore di “Mate Superb” (2013, Palestina – 12’58”), la storia di ragazzi palestinesi che fanno parkour, vietato a Gerusalemme da Israele, nel desiderio di riappropriarsi di una città occupata e a loro negata. Il parkour quindi diventa simbolo di libertà e di resistenza per superare barriere urbane e con esse tutti gli ostacoli di una occupazione opprimente.

Il regista palestinese Hamdi Al Hroub

Sempre il 12 febbraio, saranno presenti anche i registi Luca Taiuti e Marco Mario De Notaris, autori di “Omar” (2019, Italia – 24′) che racconta la vita di Omar Suleiman, esule palestinese da oltre 25 anni a Napoli, dove ha costruito il suo progetto di narrazione culturale fra teatro, lo storico caffè arabo di piazza Bellini e il ristorante Amir.

In entrambe le serate invece, oltre allo stesso Omar Suleiman, sarà con noi Luisa Morgantini, presidente di Assopace Palestina, già europarlamentare e da sempre impegnata nella tutela dei diritti umani e civili in Palestina. Con lei in particolare, il 13 febbraio, parleremo della Valle del Giordano con la proiezione e dibattito di “The fading valley” (2013, Palestina/Israele – 54′) della regista israeliana Irit Gal, che racconta il furto di acqua, di terra e della difficile vita dei villaggi beduini in estinzione perché senza acqua e senza elettricità. Il documentario coniuga lo splendido paesaggio della Valle del Giordano alla tragedia umana dei suoi abitanti senza diritti.

La settima edizione della rassegna Femminile palestinese prosegue al Teatro Antonio Ghirelli con altre iniziative per tutta la durata della mostra “Comunicare la Palestina”. Il progetto è promosso e sostenuto dal Centro di Produzione Teatrale Casa del Contemporaneo, con il partenariato di Accademia di Belle Arti di Napoli, AIAP, Università degli studi di Napoli l’Orientale, Comune di Salerno, Università degli studi di Salerno, Comunità palestinese Campania, Nena News Agency.

*Curatrice della rassegna Femminile palestinese

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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