Nena news

Agenzia Stampa Vicino Oriente
Subscribe to feed Nena news

Intervista a Marina Sereni, vice ministra degli esteri. «Su Israele e Palestina l’Italia lavorerà per aprire un confronto con Washington»

di Michele Giorgio      il Manifesto

Gerusalemme, 6 dicembre 2019, Nena News – Circa 50 aziende italiane hanno preso parte domenica a Ramallah al Joint Business Forum tra Italia e Autorità nazionale palestinese. Presente anche la viceministra italiana degli esteri Marina Sereni alla quale abbiamo rivolto alcune domande sulla politica italiana e dell’Ue verso Israele e Palestinesi.

Lei ha dichiarato che aumentando la capacità delle imprese palestinesi, l’Italia indirettamente contribuisce ad accrescere la possibilità di riprendere il negoziato israelo-palestinese e di ragionare sulla pace e sui Due Stati. A onor del vero non capisco come.

Domani (ieri per chi legge) i nostri giovani imprenditori saranno in Israele, nell’idea di impostare partnership con gli imprenditori palestinesi e anche con quelli israeliani. Iniziative people to people, come questa, possono senz’altro creare prospettive di lavoro per i giovani e di sviluppo economico per gli imprenditori in Palestina. In un momento in cui non s’intravede una ripresa del negoziato, la diplomazia economica può essere uno strumento per costruire un clima di fiducia. Più in generale, può costituire una spinta alla ripresa di un processo negoziale.

Però sono due situazioni molto diverse. Un imprenditore israeliano può muoversi liberamente sul mercato, cosa che non può fare l’imprenditore palestinese soggetto a molte restrizioni (dall’occupazione militare).

Guardiamo all’iniziativa del Joint Business Forum italo-palestinese. Siamo alla terza edizione di un evento che arricchisce la cooperazione italiana con i palestinesi. Una cooperazione rivolta alla società civile ma che guarda anche a un settore privato piuttosto vivace. Ho notato un grande attivismo da parte degli imprenditori palestinesi e una anche una grande spinta positiva nel discorso del primo ministro dell’Anp, Mohammed Shttayeh, che ha elencato molto bene le ragioni per cui un imprenditore italiano dovrebbe scommettere su progetti e start up nei territori palestinesi.

Lei fa riferimento ai Due Stati, Israele e Palestina, ma nella realtà concreta le cose non vanno in quella direzione.L’Amministrazione Trump con mosse unilaterali ha riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele, il Golan siriano come parte dello Stato di Israele, di recente ha definito non più illegali le colonie israeliane nei territori palestinesi. In più abbiamo un primo ministro israeliano, Benyamin Netanyahu, che vuole l’annessione di larghe porzioni della Cisgiordania a Israele. Di fronte a questo la diplomazia economica non serve a molto.

Italiani ed europei continuano a sostenere la soluzione Due Stati per Due Popoli e a ritenere illegali gli insediamenti. Usa e Europa presentano punti di vista differenti, ma come Ue manteniamo una volontà precisa. E come italiani lavoreremo con i partner europei, non solo perché la posizione dell’Unione non cambi ma anche per aprire un confronto e un dialogo con Washington. Gli Stati Uniti hanno presentato un piano economico descrivendolo come neutro ma che in presenza di un’occupazione dei territori palestinesi non sempre è semplice considerare tale. Gli Usa non hanno ancora reso noto il piano politico e noi siamo pronti a discuterlo quando avverrà. Nel campo palestinese c’è il tema della riconciliazione tra Fatah e Hamas e quello di nuove elezioni. In ogni caso, non vi è alternativa alla posizione europea. E anche se tra israeliani e palestinesi non c’è al momento alcun canale aperto, il suo governo italiano ritiene importante essere qui a sostenere una iniziativa del settore economico privato, perché rappresenta anche un segnale politico.

Un segnale che i palestinesi si attendono è il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte del governo italiano. Avverrà?

Non siamo contrari al riconoscimento dello Stato di Palestina, ma è un gesto che andrebbe inquadrato nell’ambito della riapertura del processo politico.

Israele contesta la recente sentenza europea che stabilisce una etichettatura diversa dal “Made in Israel” per i prodotti delle colonie israeliane nei territori palestinesi diretti in Europa. Quanto è ferma questa posizione?

Ci sono posizioni diverse. Certamente quella sentenza è coerente con la politica che l’Europa fa nei confronti dei suoi consumatori, di trasparenza sull’origine dei prodotti.

Perciò la Cisgiordania non è un territorio israeliano ma un territorio occupato.

C’è una differenza tra i territori occupati e la parte dei confini pre-67.

Secondo Israele non sono territori occupati ma contesi.

Non è questa la linea dell’Europa e dell’Italia.

Il mese scorso, durante l’ultima escalation militare tra Israele e Gaza, diversi leader politici e personalità europei hanno espresso solidarietà allo Stato ebraico soggetto ai lanci di razzi palestinesi verso i centri abitati israeliani. Non è accaduto lo stesso nel caso dei bombardamenti israeliani su Gaza. Eppure ci sono state vittime civili palestinesi, nove persone di una stessa famiglia sono rimaste uccise in quello che Israele ha descritto come un “errore”. Significa che per gli europei le vite dei palestinesi valgono meno?

Ovviamente no. I razzi da Gaza contro Israele sono comunque ingiustificabili, così come crediamo che sia stato giusto lavorare per un rapido cessate-il-fuoco. Merito delle Nazioni Unite e dell’Egitto che sono intervenuti per evitare una escalation. Le vittime civili sono tutte uguali e sono tutte ingiustificabili. La situazione di Gaza ci ricorda che il conflitto mediorientale è ancora aperto. La comunità internazionale, tra nuove crisi e i nuovi conflitti vicini a noi, deve trovare il tempo di occuparsi di Medio oriente.

Intanto Gaza resta sotto embargo israeliano, e anche egiziano, da ben 12 anni. Israele spiega la sua linea con motivazioni di sicurezza ma a pagarne le conseguenze sono oltre due milioni di civili palestinesi. E le condizioni di vita, lo dicono l’Onu e altre istituzioni internazionali, si sono ulteriormente aggravate a Gaza.

C’è una emergenza umanitaria che va affrontata e la cooperazione italiana è infatti attiva a Gaza, le cui risorse passano sempre attraverso le organizzazioni della società civile. Il blocco non risolve i problemi di sicurezza e provoca l’aumento della povertà e della disoccupazione. Abbiamo molte persone, tra cui tantissimi giovani, che pur essendo in grado di costruirsi un futuro non possono farlo. Con occhio lungimirante, Israele dovrebbe superare quel blocco.

Questa lungimiranza a suo avviso deve includere anche un atteggiamento diverso nei confronti del presidente dell’Anp, Mahmud Abbas (Abu Mazen), che pur essendo moderato è stato isolato e molto preso di mira dagli ultimi governi israeliani.

Spero che Israele trovi presto un governo, con tutto ciò che può derivare. Nel campo palestinese va affrontata la questione delle elezioni. Il fatto che a chiederle sia stato lo stesso presidente palestinese è un punto importante. Sono ormai più di dieci anni che non si svolgono elezioni, c’è una intera generazione che non ha neanche memoria dell’epoca degli accordi di pace del 1993. L’odierno assetto è figlio di una stagione superata, che non c’è più. Quindi nuove elezioni a Gaza, in Cisgiordania e possibilmente a Gerusalemme Est sono un punto che serve prima di tutto ai palestinesi.

Quindi l’Europa, l’Italia, accetterebbero ogni risultato, anche se le vincesse di nuovo Hamas? Nel 2006 non è andata così.

L’importante è che si facciamo le elezioni libere, con regole chiare e con osservatori. Penso però che il tema non sia questo ma se si possano fare le elezioni. Nena News

 

L’altra faccia dei Territori occupati: la birra di Nadim, la Scuola di Circo e il Conservatorio Edward Said. Tre esempi di produzione culturale e artistica dal basso che sfida i legacci dell’occupazione militare

Uno spettacolo della Scuola di Circo di Ramallah (Fonte: palcircus.ps)

di Francesca Merz

Roma, 6 dicembre 2019, Nena News – Il viaggio in Palestina è un viaggio nella bellezza, nella caparbietà, nella resilienza e nell’intelligenza creativa di chi combatte un mondo di soprusi. Nel viaggio alla scoperta di come si possa creare un’economia autonoma in Palestina, tra le realtà imprenditoriali di cui va fatta menzione, c’è la produzione della birra e dei vini di marca Taybeh, per l’appunto nella piccola cittadina di Taybeh, poco sopra Ramallah.

All’interno della fabbrica potrete incontrare Nadim, fondatore dell’industria di birra più piccola e internazionale che vi possa venire in mente e produttore della birra più buona che io abbia mai bevuto. Da qualche anno a questa parte la Taybeh produce anche vino, utilizzando uva bitumi, indigena palestinese, assolutamente identitaria della Palestina (una sorta di Chianti per l’Italia)

Incontrare Nadim è stata un’esperienza, la degustazione dei vini e delle birre di altissimo livello, la cura nella produzione, la consapevolezza profonda della storia e la volontà di portare il nome della Palestina in giro per il mondo per distruggere quel muro di omertà che vorrebbe i palestinesi solo terroristi e iniziare a parlare invece di produzione, industria, filiere sostenibili, produzione comunitaria, processi economici sostenibili.

La Taybeh vende in tutto il mondo, con negozi, distributori internazionali e agenti di vendita. La fabbrica è piccola e familiare con quindici addetti, l’attenzione alla sostenibilità è massima, gli ambienti e il metodo di produzione è all’avanguardia ma artigianale e non inficia la quantità di produzione, che consente all’azienda di esportare in tutto il mondo.

È possibile, per gli amatori, trovarla anche in Italia, così mi racconta Nadim, le molte tipologie sono indigene perché l’acqua è del territorio, la materia prima viene dal Belgio e dalla Germania, per poi essere lavorata con l’aggiunta di aromi del territorio, che danno alle varie tipologie prodotte aromi e profumi di straordinaria consistenza e piacevolezza.

Dal 2013 hanno iniziato anche con la produzione del vino, con un training di qualche mese coordinato dal wine maker italiano Roberto Pellegrini, che ha lavorato con loro per sedici mesi per istruirli alle pratiche più innovative e sostenibili nella produzione, anche in considerazione del fatto che nel territorio palestinese vi è una lunga tradizione di vino dal tempo di Cristo, Nadim mi racconta che era solito che ogni famiglia lo facesse per l’estate.

Nella fabbrica di birra Taybeh

La Taybeh, che prende il nome proprio dal villaggio in cui sorge l’azienda, ha iniziato con la produzione della birra, per poi diventare un vero e proprio gruppo, con l’apertura di un hotel per l’accoglienza degli ospiti e tour di degustazioni di vini e birre in azienda. La produzione è fatta interamente da lavoratori palestinesi e convogliando le uve da vari agricoltori secondo un sistema cooperativo.

In quello sperduto angolo di mondo, grazie a questa azienda, hanno turisti da tutto il mondo, sono organizzati in cooperative di contadini per la produzione, includendo nella loro vendita anche altri prodotti, come olio di oliva comprato direttamente dagli agricoltori della zona, di cui si occupano dell’imbottigliatura, della vendita e distribuzione, così come dello zatar, insieme di spezie tipico della Palestina, che viene acquistato dalle donne che lo coltivano e rivenduto presso l’azienda.

L’ultimo progetto di Nadim è stata la costruzione, nel 2017, dell’albergo per agevolare la filiera dell’incoming. Nel corso della mia giornata a Taybeh mi hanno anche fatto vedere i nuovi locali della distilleria di vodka e grappa, che dovrebbe a questo punto essere aperta. Il modello economico dell’impresa è quello familiare, con successivo allargamento cooperativo, uno dei modelli di maggiore successo nella Palestina occupata.

Una delle battaglie di Nadim è stata quella di pretendere di inserire sulle etichette del vino la scritta “Palestine” come provenienza e luogo di produzione; a questo si ricollega una recente sentenza del tribunale federale canadese, dello scorso 29 luglio, in cui ha stabilito che le etichette “Prodotto in Israele” sui vini prodotti nelle colonie israeliane nei territori palestinesi occupati erano “false, fuorvianti e ingannevoli”. “La legislazione federale canadese richiede che i prodotti alimentari (compresi i vini) venduti in Canada rechino etichette indicanti il paese di origine veritiere, non ingannevoli e non fuorvianti”, ha affermato la Corte. Il caso era stato sollevato nel 2017 dall’attivista ebreo canadese David Kattenburg, che aveva contestato le etichette “prodotto in israele” dei vini delle cantine Psagot e Shiloh, entrambe situate nella Cisgiordania occupata.

Adesso il Tribunale federale canadese, similmente a quanto avvenuto in sede Ue, ha definitivamente stabilito che i prodotti delle colonie israeliane non sono “prodotti in israele”, e tra le altre cose non possono godere di trattamenti fiscali e commerciali di favore.

Come abbiamo già avuto modo di accennare, molta parte dell’economia palestinese è trainata (e talvolta purtroppo solo ammansita, potremmo dire) da fondi internazionali e aiuti derivanti dalla cooperazione. Questo ha portato a un fenomeno quanto mai interessante però anche in ottica di sviluppo delle professionalità sul territorio. Moltissimi palestinesi sono infatti attivi nella cooperazione internazionale, nello sviluppo di pratiche comunitarie e sociali, nel sociale, nell’istruzione all’infanzia, in lavori che potremmo definire socialmente rilevanti, facendo accrescere notevolmente le competenze della popolazione in un tale ambito.

Uno degli esempi più interessanti e gioiosi delle mille attività che si svolgono sul territorio, specie insieme ai bambini, è il Palcircus di Ramallah, in cui si sono formati e si formano giornalmente operatori capaci di abbinare competenze sportive, culturali, artistiche e di educazione infantile, specie avendo a che fare con bambini che nella maggior parte dei casi hanno subito o visto eventi traumatici.

La Scuola di Circo Palestinese nasce nell’estate 2006 con lo scopo di diffondere le arti del circo in Palestina e di restituire ai giovani della Cisgiordania uno spazio in cui potersi esprimere liberamente, interagire con l’altro, sviluppare le proprie abilità in un ambiente sereno di mutuo rispetto e di continua dialettica interpersonale. Lo scopo è quello di restituire ai giovani la fiducia nelle proprie capacità e l’autostima, messe a dura prova ogni giorno dall’umiliazione legata all’occupazione israeliana.

Lezione al Conservatorio Edward Said di Ramallah

L’attività della Scuola di Circo Palestinese mira, attraverso l’insegnamento di discipline fisiche e artistiche, a ridare la speranza ai giovani e soprattutto ad aiutarli a ristabilire un controllo sulla propria vita, rafforzandone il senso di fiducia in se stessi e di responsabilità e sviluppandone il pensiero critico e le doti artistiche, affinché divengano attori positivi di cambiamento all’interno della comunità e della società.

I progetti principali della Scuola al momento sono tre: il primo riguarda la produzione dello show “Circo dietro il Muro” a opera degli allievi e dei giovani trainer della scuola; il secondo la creazione dei “Circus Clubs”, laboratori di arti circensi sia a Ramallah, dove ha sede la scuola, sia in aree svantaggiate della Cisgiordania, quali Hebron e Jenin, e alcuni campi profughi; il terzo la cooperazione culturale internazionale e gli scambi con altre scuole di circo, soprattutto europee, o singoli artisti europei.

Incontrare gli artisti, i bambini, i volontari in quel luogo di gioco e armonia, è stata una delle esperienze più belle della vita. Proprio per la difficile condizione in cui vivono si sono sviluppate molte professionalità che partecipano a progetti di rigenerazione comunitaria.

A Ramallah, sempre in questo ambito di sviluppo culturale troviamo un’altra realtà di grande interesse: il Conservatorio Musicale Nazionale Edward Said, realtà di fama internazionale, che si occupa dal 1993 dell’avvio e dell’educazione dei giovani alla musica classica, comprendendo classi e scolari che vanno dai cinque ai venti anni.

Qui le attività sono finanziate da vari partners locali, anche in questo caso si tratta di un luogo che non ha né vuole avere finanziamenti governativi. Lo studio di registrazione del Conservatorio è unico in tutta la Palestina. È stato inoltre costruito un teatro per concerti che, come si vede dalla programmazione, ospita spettacoli di altissimo livello e internazionali, prediligendo produzioni dal basso, anche in questo caso agevolando un’economia produttiva culturale basata su un mercato parallelo, senza le grandi produzioni. Nena News

La decisione, non confermata al momento da Washington, sarebbe in risposta alla serie di attacchi contro imbarcazioni e istallazioni petrolifere avvenuti negli ultimi mesi nel Golfo. Non tutto il mondo militare statunitense, sottolinea il giornale, sarebbe però favorevole a questa iniziativa

della redazione

Roma, 5 dicembre 2019, Nena News – Gli Stati Uniti starebbero pensando di mandare altri 14.000 soldati in Medio Oriente in chiave anti-Iran. A scriverlo è stato ieri il Wall Street Journal citando ufficiali statunitensi che hanno preferito restare anonimi. Al momento la notizia non è confermata da Washington: intervistato dall’Afp, un portavoce del Pentagono ha scelto di non commentare l’indiscrezione giornalistica.

La mossa di aumentare la presenza militare a stelle e strisce nella regione, spiega il Wall Street Journal, sarebbe in risposta alla serie di attacchi contro imbarcazioni e istallazioni petrolifere avvenuti nell’ultimo anno nel Golfo dietro i quali, secondo gli Usa, c’è l’Iran (Teheran ha più volte negato queste accuse). Il quotidiano statunitense ha inoltre riferito che il presidente americano Trump potrebbe dare l’ok a questo nuovo dispiegamento a inizio mese, nonostante il parere contrario di diversi ufficiali militari. Alcuni di loro, scrive infatti il giornale, temono che una maggiore presenza Usa nell’area potrebbe portare l’intera regione ad un pericoloso conflitto armato dagli esiti imprevedibili.

Va tuttavia ricordato che la presenza militare statunitense nel Golfo in chiave anti-Iran è già aumentata negli ultimi mesi: a metà novembre la portaerei Abraham Lincoln ha attraversato lo Stretto di Hormuz. A ottobre, poi, il Segretario alla Difesa Mark Esper ha annunciato l’invio in Arabia Saudita di due unità combattenti (portando così a 3.000 il numero dei soldati Usa presenti nell’area) e di altre batterie missilistiche. Senza poi dimenticare che l’Iran è da oltre un anno nuovamente vittima delle dure sanzioni americane da quando Trump ha deciso di ritirarsi dall’accordo sul nucleare. Sanzioni che hanno contribuito fortemente ad aggravare la situazione economica della Repubblica islamica, teatro nelle ultime due settimane di proteste duramente represse da Teheran.

Eppure l’atteggiamento minaccioso statunitense cozza con la disponibilità degli iraniani a dialogare. Ieri il presidente iraniano Rouhani ha ripetuto che il suo Paese è disposto a tornare al tavolo delle trattative per discutere del suo programma nucleare a patto che gli Usa rimuovano le sanzioni. Va inoltre ricordato che l’eventuale invio americano di soldati si inserirebbe in un contesto regionale dove le relazioni tra Arabia Saudita (e alleati) e Qatar, tese da oltre due anni, sembrerebbero migliorare . Il riavvicinamento è visibile ed è giudicato con favore dalla stessa Amministrazione Trump. Gli Usa, pur avendo relazioni strette con Riyadh, non hanno infatti mai appoggiato il boicottaggio del 2017 del Qatar che ospita il Comando Centrale Usa nel Golfo. Duramente provati dagli attacchi con droni e missili dallo Yemen verso civili e impianti petroliferi, i sauditi sono stati costretti a valutare con attenzione i rischi di una guerra aperta con l’Iran e nelle ultime settimane hanno abbassato i toni.

Una scelta improntata ad una maggiore moderazione che diventerebbe quasi obbligata qualora dovessero venire meno i suoi forti alleati dell’Atlantico. Trump, del resto, ha già scelto di non rispondere militarmente all’attacco del 14 settembre che ha fermato per breve tempo circa la metà della produzione petrolifera saudita. L’arrivo di nuove truppe annunciato dal Wall Street Journal lancerebbe però un messaggio di significato opposto, riproponendo con forza lo scenario di imminente guerra contro Teheran. Nena News

Si è aperto ieri alla presenza del regista irlandese Andrew McConnell il “Red Carpet Film Festival”, un appuntamento annuale divenuto simbolo della voglia di arte e cultura della gente di Gaza sotto assedio

Il film “Gaza” ha aperto ieri il Red Carpet Film Festival (foto di Michele Giorgio)

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gaza, 5 dicembre 2019, Nena News – «Vengo a Gaza da dieci anni e ho sempre pensato che questa terra sia rappresentata molto male dai media. Per questo, con Garry Keane, ho realizzato un film che intende mostrare Gaza nella sua vita quotidiana, la sua gente, gli interessi e le attività dei giovani, la gioia e il gioco dei bambini, il protagonismo delle donne, i talenti artistici, il rapporto tra la popolazione e il mare. Naturalmente nel film ci sono anche gli effetti del blocco israeliano cominciato più di dieci anni fa e non mancano scene girate durante i bombardamenti che mostrano la paura dei civili».

Il regista Andrew McConnell (foto di Michele Giorgio)

Mancano pochi minuti all’inizio del “Red Carpet, Human Rights Film Festival” a Gaza city e non riusciamo a strappare molto più di questo ad Andrew McConnell, regista di Gaza, film documentario che ha ottenuto successo e consensi un po’ ovunque nel mondo ed è stato presentato in festival prestigiosi. I giovani circondano il regista. Sono incuriositi da questo irlandese che è riuscito a realizzare un ritratto così efficace di questo piccolo e martoriato lembo di terra palestinese, teatro dal 2008 di tre offensive militari israeliane. I protagonisti del film immaginano un futuro diverso per la loro terra, parlano di ciò che vorrebbero e non possono avere. Come Karma Khaial, 19 anni, in riva al mare di Gaza simbolo di libertà e allo stesso tempo muro che nega la libertà a causa del blocco navale attuato da Israele.

“Red Carpet” è solo un piccolo festival. Eppure è importante per Gaza dove la produzione culturale ed artistica resta limitata rispetto alle sue potenzialità, a causa del blocco israeliano e anche per le restrizioni che arrivano dalle autorità di Hamas, che dal 2007 controlla questo fazzoletto di Territori palestinesi. Il Festival doveva tenersi all’interno di un cinema di Gaza, l’Amer, ma i servizi di sicurezza dei Hamas, per motivi non ancora precisati, all’ultimo istante non l’hanno concessa. Così le proiezioni avvengono in strada. L’effetto è più accattivante – nel 2014 il festival si tenne a Shujayyeh tra le macerie degli edifici distrutti dai bombardamenti dell’offensiva “Margine protettivo” – ma gli organizzatori quest’anno speravano di poter tenere l’iniziativa in una sede più idonea per favorire una partecipazione più ampia.

La proiezione del film “Gaza” (foto di Michele Giorgio)

 «C’è fame di cultura, arte, attività sportive, soprattutto tra i più giovani. A Gaza ci sono creatività e potenzialità ma stentano ad emergere», ci dice Meri Calvelli, direttrice del “Centro di scambio culturale italo-palestinese Vittorio Arrigoni” tra i promotori della prima gara ufficiale di nuoto che si è tenuta ieri a Gaza city sotto gli auspici del Comitato olimpico palestinese. Cinque chilometri in mare aperto che hanno visto la vittoria del 20enne Abdel Rahman Tantish, che prenderà parte alle qualificazioni per i prossimi giochi olimpici.

Non ci sarà invece il “Tour di Gaza”. Le autorità israeliane non hanno permesso l’ingresso nella Striscia ai ciclisti della Cisgiordania che avrebbero dovuto prendere parte alla corsa, un evento più sociale che sportivo molto atteso dalla popolazione per la sua novità. E a Gaza ora possono solo sperare che Israele non ponga ostacoli all’arrivo a fine anno di 40 giovani di Roma, Milano e Napoli per il “Free Style Festival”, due settimane di musica, arte, circo e calcio. Nena News

INTERVIEW. Nena News asked five questions to Ghassan Hamdan, free researcher, writer and translator based in Beirut

Protests in Iran. (Foto: Reuters)

di Maurizio Coppola

Roma, 4 dicembre 2019, Nena News –

1) The protests in Iran about gasoline prices turned rapidly political. How can the protesters be characterized socially and politically?

Gasoline prices were just the spark that reignited the protests in Iran, as there were more important issues like political, civil and personal freedoms. As there are protests in the neighboring countries now, the Iranians are following them and reacting to them on social media. The Iranian people have endured four decades of oppression, and they went on protest against the regime last winter. Many huge protests took place within the span of last few years, and they weren’t just about gasoline prices or food. The main reason for the protests in Iran is the regime’s behavior. It squanders the oil’s money on its proxy forces in other countries like Iraq, Lebanon and the Palestinian Territories, and the Iranian people are extremely upset about this.

2) How can the social politics of Iran in the last 10 years be described? Did social programs expand? What kind of programs?

The Supreme Leader of Iran wants to compete on with the great powers on the issue of demographics. As for the social and basic services, many border provinces like Sistan and Baluchestan and Kurdistan are totally deprived. Even Khuzestan that is rich in oil is poor. Many Iranian cities lack good drinking water, with increasing desertification and dust covering cities for long periods being one of the biggest issues that the people are suffering from. As for women, they are stripped of all their fundamental rights. The regime propaganda is strong and deceiving, but in reality women in Iran are suffering from abuse and inequality in inheritance laws and employment opportunities, and they are prohibited from traveling without a male guardian in company. Even divorce is more like a man’s exclusive right, as women can’t ask for a divorce. The regime claims they are applying Islamic rules and teachings, but did Islam ever prohibit women from riding bikes?

3) How did the Iranian government/regime react to the US-embargo? What kind of “story telling” did the regime adopt?

The regime has formed special units to smuggle oil through Iranian mafias that have connections with regional and international mafias. And those mafias are close to the regime’s members and could even be the sons of Iranian officials. For example, Babak Zanjani who succeeded in smuggling oil through regional contacts was a personal driver for a former minister. He is now imprisoned and sentenced to death on charges of corruption, withholding government money and harming the economy. There are many corrupt officials that are protected by government officials. As for the US sanctions, the regime’s story that they keep repeating is that the nuclear program is intended for good purposes, and that the program is peaceful and used only to generate electricity. And that the “imperialist” nations don’t like our progress. The strange thing is the regime doesn’t care to explain why they don’t rely on other sources of energy like solar or wind energy that are easier to obtain, cost less and has less risks, and more importantly, other countries wouldn’t care if they used it, unlike the nuclear energy. The regime doesn’t even care to explain to its people why they have to suffer and pay the price of the conflict between the regime and the great powers; the conflict that has been created by the aspirations of the regime’s leaders.

4) Iran, like Iraq, seems to be a “scene/field” where the opposite imperialist interests are having their fight trying to use the popular uprising. How do the protesters react on that?

Yes, I agree with you, Iran is like Iraq in that many countries want to control its resources, and that’s been going on since the beginning of time. Most countries want to take advantage of other countries by interfering in their internal affairs, but does that mean the protests were supported by other countries? I don’t think so. They are 100% civilian protests in both Iraq and Iran. And if there’s some entity trying to take advantage of them, then that’s another argument. Didn’t the Iranian regime meddle in the Syrian conflict? Didn’t the regime interfere in Lebanon? Isn’t the regime still interfering in Iraq? The Iranian regime even meddled in Nigeria and had issues with the Nigerian government because of the militia led by Ibrahim Zakzaky. The Iranian regime has a long history of interfering in other countries’ conflicts. They even interfered in the Balkans’ War of the 1990s in favor of the Muslim Bosnians. The Iraqi people are upset with the Iranian regime’s sending General Soleimani every now and then to meet with Iraqi Shia party leaders who are allies of Tehran. And he is here again today, giving advice on selecting a new prime minister in Iraq. As for your inquiry about the foreign interference in the Iranian protests, it’s enough to say that the people want to get rid of oppression and take down the regime that has deprived them of basic life necessities, and I think they know how to stop whoever that thinks they can interfere in their protests.

5) The protests in Iran finished after 10 days. But how is the social conflict going on? Are there some workers or students protests?

Here I have to disagree. The protests in Iran never ended. Even though the regime has pacified the protests in larger cities, smaller cities are still protesting. And in the final analysis, the protests are like amber under ashes, and they are likely to set the whole nation aflame again. But you won’t hear about these protests in the news due to continuous internet ban in the small cities. And as for the other part of your question, in the previous protests that were led by intellectuals and students, the middle class didn’t care much. But everyone participated in the recent protests, even in the rich neighborhoods of northern Tehran, and we saw the workers, retailers and students taking part in this movement. Previously, there were workers’ protests demanding higher salaries, but many of these protesters were arrested, tortured and charged with conspiracy against the regime, and as I said the middle class didn’t take part in these protests. But in the recent protests almost all the various sectors of society participated. However, the regime used excessive force to suppress the protests.

In the end, I want to add one important point: in most third-world countries, the multinational corporations are looting these countries resources. But in Iraq and Iran, it’s oddly different, as these two countries’ resources are being looted by their own rulers. It’s true that the regime has granted rights for oil exploration, tariffing, fishing and other advantages to the Russians and the Chinese, but there’s an inside deep state in Iran that is composed of the Revolutionary Guards and some other factions. This deep state has taken over the economy and is monopolizing all the development and construction projects. In the case of Iraq, the entire state is run by the militias of the parties that are allied to the Iranian regime. And as there is almost zero production in the country, those militias are strictly controlling imports through their clients and contacts. This applies to selling oil, too. But unfortunately, oil money isn’t used to rebuild the country. It is spent on buying weapons and funding the militias that belong to the powerful parties in the government in order to advance the regional interests of the Iranian regime. Nena News

 

 

 

Situato a pochi chilometri da Nablus, il paesino palestinese è diventato “il villaggio della ceramica” grazie ad un modello virtuoso di recupero del territorio in cui si sovrappongono più livelli di valorizzazione economica e sociale

Sito religioso e storico a Sebastia

di Francesca Merz

Roma, 4 dicembre 2019, Nena News – La Palestina e il suo popolo, per necessità storica ed economica hanno dovuto non solo contrapporsi con la resistenza sociale, ma anche economica al colonialismo israeliano . Abbiamo già avuto modo di affrontare le problematiche derivanti dai Protocolli di Parigi e dalla loro attuazione a senso unico: l’apartheid, infatti, è prima di tutto economico. Questo ha comportato la necessità di uno sviluppo delle attività imprenditoriali in Palestina, per forza differente rispetto al resto del mondo. Quelli su cui vogliamo qui concentrarci sono alcuni esempi virtuosi, capaci di costruire competenza, economia, comunità. Arrivare nella cittadina di Sebastia dopo giorni e giorni passati tra check point, villaggi distrutti e catene di centri commerciali lussureggianti, è una di quelle boccate d’aria e di vita da cui non vorresti andare mai via.

Un viaggio in Palestina non è uno scherzo, e mette in circolo una serie di emozioni e sensazioni a cui è difficile essere preparati, si ha voglia, ad un certo punto, di pensare che tutto possa cambiare, che si possa ancora invertire la rotta, che possa ancora esistere in quel confuso mondo fatto di muri e controlli senza sosta, un luogo in campagna, dove fare colazione con olive fresche e formaggio di capra sotto un pergolato rigoglioso, dove la storia di quelle terre vive in tutte le sue infinite stratificazioni senza che nulla sia stato eliminato, senza che la memoria sia un cassetto da distruggere, ma invece da conservare e valorizzare, un luogo in cui cooperative di donne raccolgono negli aranceti che profumano le strade, arance mature per farne marmellate dal sapore antico, un luogo in cui la comunità ha saputo raccogliersi intorno ad un progetto, recuperando ogni singolo pezzo di quella cultura immateriale che ha fatto della Palestina, nei secoli, la terra della promessa, della bellezza, dell’abbondanza.

Arrivando a Sebastia è possibile trovare tutto questo, trovare la vita, che pulsa ancora di quel sapore che quei luoghi dovevano avere prima della terribile devastazione della Nakba. Siamo in area A, a qualche chilometro da Nablus, e siamo dentro un progetto straordinario, coordinato dal Mosaic Center di Gerico. Il Mosaic Center di Gerico nasce nel 2003 alla conclusione di un progetto di cooperazione italiana promosso dalla Ong CISS in collaborazione con lo SBF francescano e il Ministero Palestinese del Turismo e Antichità; da allora nella vicina Sebastia è partito un progetto di riqualificazione del borgo antico: sono state ristrutturate intere porzioni del paese, in particolare le antiche case palestinesi, ora riconvertite in guest house, per ospiti che prediligono un turismo del tutto consapevole, percorsi nella natura, trekking, cibo coltivato e raccolto in buona parte nelle vicinanze. Il turismo che riesce ad arrivare qui è un del tutto differente da quello che si può trovare nelle strade di Gerusalemme (a tal proposito, rimandiamo all’articolo “La Nuova Gerusalemme, terra promessa o mummificata”), capace di cercare autonomamente sui motori di ricerca, o coordinato da piccole organizzazioni religiose.

A Sebastia, antica capitale della Samaria, non solo è stato portato avanti il restauro delle case rurali, ma è stato costituito anche un laboratorio di ceramiche dove lavorano quattro ragazze. Qui le prime due stanze della Guest house furono aperte dopo lunghi anni di restauro nell’aprile del 2009, da allora non sono più stati dati soldi al progetto, che è divenuto capace di autosostenersi con i proventi del turismo, dei servizi, della vendita dei prodotti, così come come le quattro ragazze del laboratorio di ceramica, che si pagano il loro stipendio dalla produzione dei manufatti. Un progetto economico, culturale e sociale, che dimostra come i fondi spesi con una lungimirante progettazione economica (come ci si aspetterebbe da qualunque governo per la rivalutazione economica e sociale di centri ad altissima valenza storica) abbiano portato e possano portare alla costituzione di piccola e media impresa anche nella Palestina occupata. Non certo per scelta, ma per necessità, essendo totalmente tagliata fuori dal libero commercio, in Palestina si stanno dunque strutturando modelli economici che potremmo invece definire all’avanguardia in termini di produzione, capacità di rivalutazione degli antichi mestieri, sostenibilità etica e ambientale. Anche al Mosaic Center di Gerico, le attività, iniziate con la formazione di due persone, ora comprendono il coinvolgimento di ben venti persone; sono riusciti a tenere aperte le loro attività quando molti altri chiudevano, puntando sui beni culturali, sullo studio della storia e delle antiche tradizioni, di cui proprio l’arte del mosaico è una punta di diamante. Nell’ambito di questa evoluzione di arti e mestieri e sulla base della loro rivalutazione in chiave di start up, come le chiameremmo noi, va detto che, oltre alla difficile condizione dell’essere sotto occupazione, si somma anche la totale cecità da parte dell’Autorità Palestinese, che non investe alcuna risorsa.

Le decisioni politiche, tra cui quella di chiudere la Facoltà di Archeologia, fanno capire la scarsa attenzione dell’Autorità e creano la conseguente scarsità di consapevolezza della propria storia da parte della popolazione, che si allontana da certe tematiche. Va detto che, a differenza della media dei cittadini israeliani, del tutto filo-governativi, i palestinesi sono lucidamente mediamente molto critici nei confronti dell’Autorità, specie in relazione alle politiche economiche, sociali, e di finanziamento degli scavi e del turismo, riconoscendo la grande differenza tra i due approcci e riconoscendo anche in maniera lucidissima che, se in ventiquattro anni riesci ad aprire un solo sito archeologico al pubblico, come è avvenuto in Palestina, chiaramente concedi alla narrazione israeliana una incontrastata vittoria in termini mediatici. Anche un altro importante scavo a Betania, in area B, vede coinvolto il Mosaic Center, e in particolare la collaborazione tra l’Ong ATS pro Terra Sancta con l’Università Al Quds, con finanziamenti dell’Agenzia AICS del Ministero degli Affari Esteri Italiano.

“Ciò che desideriamo – afferma Carla Benelli, storica dell’arte e collaboratrice di Associazione pro Terra Santa – è espandere e migliorare la visita dei pellegrini in questo luogo, affinché capiscano perché è così importante. Ci troviamo vicino alla tomba di Lazzaro, un luogo molto importante per i cristiani”. “La cosa bella di questo progetto – aggiunge p. Ibrahim Faltas, economo della Custodia di Terra Santa – è che sono i giovani palestinesi a scavare, loro stessi lavorano qui. E questo è davvero qualcosa di nuovo, perché vengono sempre molte persone da tutte le parti del mondo nei luoghi santi, ma i palestinesi non li visitano. Sono molto contento di vedere giovani locali che partecipano a questo lavoro”. Qui la formula del turismo è diametralmente opposta a quella israeliana, il turismo è un turismo lento, spesso di piccoli gruppi, legato alla necessità di comprensione culturale e a stretto contatto con le comunità rurali, abbinata a visite approfondite legate alle stratificazioni culturali della zona: le guide palestinesi vi potranno raccontare nel dettaglio il susseguirsi delle popolazioni e le stratificazioni degli scavi, la successione di popoli quali i cananiti, gli israeliti, gli ellenici, i romani, i bizantini, gli arabi, i crociati e gli ottomani. Potrete ammirare, in luoghi come Sebastia, i resti di un tempio maestoso, le gradinate di un piccolo teatro romano, un’antica piazza colonnata, e i resti di varie costruzioni minori, così come i resti maestosi del palazzo che fu di Erode. Il nucleo storico è appollaiato in cima ad una collina, e così le sue rovine sono circondate da campi e uliveti, e hanno viste stupende sulle campagne circostanti.

Sebastia è anche un sito molto importante per i cristianiQui è la seconda chiesa crociata di Palestina per dimensioni, riconvertita poi in una moschea; al suo interno ospita la tomba di Giovanni il Battista, la leggenda vuole che Erode l’abbia infatti fatto decapitare proprio qui. Proprio qui, in questo angolo di mondo che sembra così lontano da quello che pare attenderlo miseramente, l’occhio si perde al di là delle valli, mentre gli ulivi danzano al vento e venditori di piccoli souvenir fatti a mano offrono olive e sorrisi in abbondanza.

Lo sviluppo di veri e propri modelli di cooperative di comunità è ad oggi il modello più interessante su cui si basa l’economia palestinese, ovvero la strutturazione di reti allargate di vendita, che fanno da catalizzatori per diverse piccole realtà imprenditoriali, che trovano proprio in queste reti la possibilità di convogliare le forze creando punti vendita eco-solidali, a cui fanno riferimento vari produttori autonomi. Tale pratica è molto utilizzata oramai anche a livello europeo come modello di sviluppo e ripopolamento di borghi e luoghi con scarsità di popolazione e di attività imprenditoriali, tentando di ricreare un legante comunitario basato sulla memoria collettiva, e anche e soprattutto sulla condivisione delle attività economiche e sulla valorizzazione del patrimonio materiale e immateriale.

La volontà di scindere la comunità dal proprio territorio, e anche le singole comunità rurali una volta connesse, è stata alla base, sin dall’inizio, della strategia di occupazione da parte di Israele, che ha trovato il suo apice con la firma di Oslo, in cui la Palestina veniva frazionata, e il cui territorio e comunità unitaria venivano divisi in tanti piccoli nuclei proprio per ridurre ogni costruzione collettiva, che fosse economica, politica o sociale. La capacità, dunque, da parte di una parte dell’economia palestinese, di tornare a creare cooperative di comunità, si basa proprio su una condivisione e ricostruzione di un principio comunitario, alla base di ogni battaglia per l’autodeterminazione dei popoli. In queste pratiche cooperative gruppi di artigiani o piccoli produttori delle colline si mettono insieme e convogliano i loro prodotti presso alcuni distributori delle grandi città.

L’impatto sulla comunità è ovviamente assolutamente rilevante; essendo Sebastia un villaggio di trecento abitanti questa attività, legata alla riappropriazione dei luoghi, delle memorie e delle pratiche dell’artigianato, ha riscritto la storia del villaggio ed è diventato “il villaggio della ceramica”, con un modello del tutto virtuoso di recupero del territorio, in cui si sovrappongono più livelli di valorizzazione economica e sociale: attenzione e recupero degli scavi, valorizzazione dell’ heritage, costruzione di laboratori e start up sulla base del recupero della memoria , poiché proprio negli scavi sono stati trovati moltissimi reperti ceramici e da questo si è deciso di instaurare un laboratorio ceramico riproponendo stilemi antichi.

A Ramallah all’università di Birzeit, che è la principale della Palestina, si lavora molto sui progetti per start up, ma spesso proprio le piccole start up, che avrebbero avuto necessità di finanziamento, non sono state finanziate, prediligendo pochi progetti, anche l’elargizione dei finanziamenti viene spesso dirottata a favore di pochi interlocutori e non di piccole realtà, che magari danno meno garanzie, questo ha reso difficile per queste ultime l’accesso ai fondi. Anche l’Autorità palestinese non ha agevolato il processo, anzi ha fatto da tappo, pretendendo di fare da filtro sui soldi che arrivavano, così come le Nazioni Unite, una gran parte dei fondi finisce dunque in Israele o comunque ad alimentare quella economia, i fondi finiscono per servire quale modo passivo per tenere buona la popolazione, uno strumento quanto mai utile per gli occupanti, e come già ricordato da essi stessi utilizzato nelle prime fasi di occupazione. Nena News

 

 

Ankara fa traballare il piano di difesa di Polonia e Baltico in chiave anti-Russia, il suo nuovo padrino. Scontro tra Macron e il presidente turco che dall’Alleanza atlantica vuole la benedizione alla guerra ai curdi. In Siria e in casa: il leader dell’Hdp Demirtas lasciato per sette giorni senza cure dopo un malore in cella

Da sinistra a destra: presidente turco Erdogan e il suo parti francese Macron. (Foto: Reuters)

di Chiara Cruciati   il Manifesto

Roma, 4 dicembre 2019, Nena News – I curdi, vittima sacrificale della moribonda Alleanza atlantica, al vertice Nato li ha portati il più insospettabile: il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Facendo seguito a giorni di schermaglie con il presidente francese Macron, ieri Erdogan ha lanciato il suo anatema. E la sua minaccia: il veto ai piani Nato per la difesa in Polonia e nei paesi Baltici se gli alleati non etichetteranno come terroriste le unità di difesa popolari curde Ypg e Ypj. Quelle che hanno sconfitto l’Isis.

Il cortocircuito è plastico: i piani atlantici per Lituania, Estonia, Lettonia e Polonia vanno ovviamente letti in chiave anti-Russia, la potenza che appena un mese e mezzo fa ha certificato l’occupazione turca del nord est siriano, della regione a maggioranza curda Rojava.

Erdogan ricambia a modo suo, con un veto che ufficialmente è inaccettabile dai paesi membri della Nato. Ufficialmente, visto che i curdi sono stati già ampiamente abbandonati. Il presidente turco vuole di più, vuole che si applichi l’articolo 5 sulla difesa interna dell’Alleanza, come se le Ypg/Ypj stessero minacciando la sicurezza turca, e vuole l’endorsement europeo sulla sua safe zone nel nord est siriano.

Della questione si è già dibattuto, sotto forma di dichiarazioni al vetriolo scambiate con Macron, contrario a ciò che ha definito un «disastro umanitario» – 230mila sfollati, centinaia di uccisi – che mina il ruolo delle Ypg contro l’Isis e il processo di pacificazione siriano (dimenticando il disastro in Libia guidato da Nato e Francia).

Ieri il capo dell’Eliseo ha rincarato la dose e lo ha fatto, non a caso, durante il colloquio con il presidente statunitense Trump, il cui ritiro è stato la luce verde all’operazione turca contro il Rojava: «Il nemico comune sono i gruppi terroristici – ha detto – ma mi dispiace dire che non diamo tutti la stessa definizione di terrorismo. La Turchia combatte con noi contro l’Isis, ma a volte lavora con alleati dell’Isis».

A gettare acqua su un fuoco pericoloso è il segretario generale Stoltenberg, deciso a salvare un vertice già a rischio di suo: sappiamo tutti, ha detto, che l’Alleanza ha un problema sulla questione Ypg, ma sta lavorando per risolverlo. Consapevole che ad aver garantito tanta forza ai turchi è la debolezza Usa, con Trump che è arrivato a definire i curdi più pericolosi dell’Isis per giustificare l’occupazione del Rojava.

Ma il punto, dirimente, sta nella mancata condanna – concreta, non a parole – dell’autoritarismo turco, che in Siria si traduce in un’occupazione militare illegale e crimini di guerra e in casa in una repressione politica con pochi precedenti.

Vittime predilette, di nuovo, le comunità curde e la loro espressione politica, il Partito democratico dei popoli. Lunedì sera, sette giorni dopo il grave malore che ha colto in cella l’ex co-leader dell’Hdp, Selahattin Demirtas è stato portato in ospedale.

Si era sentito male il 26 novembre nella sua cella nel carcere di massima sicurezza di Edirne, nel nord della Turchia: forti dolori al petto, difficoltà respiratorie e un lungo svenimento, come denunciato lunedì su Twitter dalla sorella e dal suo legale. Eppure le autorità carcerarie turche non hanno ritenuto necessario portarlo in ospedale. Fino alla denuncia di due giorni fa: in serata Demirtas è stato sottoposto ad accertamenti nei reparti di cardiologia, neurologia e gastroenterologia dell’ospedale universitario di Trakya.

L’accanimento giudiziario a cui è sottoposto scivola da tempo anche in campo medico. Il leader del partito di sinistra filo-curdo, il cui carisma ha saputo mettere insieme sotto un’unica bandiera le comunità curde, il mondo ecologista, quello femminista, i reduci di Gezi Park e la sinistra turca, è in prigione dal 4 novembre 2016, sommerso – come la ex co-leader Figen Yüksekdag – sotto oltre 120 inchieste e processi per i quali rischia almeno 140 anni di detenzione.

Ieri una delegazione del principale partito di opposizione, il repubblicano Chp, gli ha fatto visita in cella, mentre in parlamento il segretario Kilicdaroglu denunciava la detenzione «ingiusta e illegale».

Il caso Demirtas, punta dell’iceberg della repressione politica che il presidente turco Erdogan ha scagliato contro l’Hdp, è paradigmatico della deriva autoritaria di cui la Turchia è preda. Accusato di terrorismo, insulti al presidente e alle istituzioni, incitamento alla violenza, Demirtas è uno dei migliaia tra parlamentari, amministratori locali, sindaci, sostenitori dell’Hdp in prigione perché nemici politici.

Le ultime epurazioni (tra cui 20 sindaci e governatori curdi sostituiti da commissari governativi) le elenca Hisyar Özsoy, vice segretario Hdp: in vista del congresso nazionale del prossimo febbraio con cui il partito intende ridarsi slancio, «nelle ultime due settimane oltre 150 amministratori Hdp e sostenitori sono stati fermati e molti di loro poi arrestati. Il governo dell’Akp dice di aver preso misure per ristabilire la democrazia ma queste detenzioni mostrano come la legislazione di emergenza sia ormai permanente, i diritti sospesi».

Se n’era accorta esattamente un anno fa la Corte europea per i diritti umani che in una sentenza aveva chiesto l’immediato rilascio di Demirtas. Nena News

Dopo due anni e mezzo di scontro feroce, Qatar e Arabia saudita si stanno riavvicinando, complice l’aggravarsi della crisi regionale che spinge i sei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo a mettere da parte le divisioni e a ricercare una maggiore unità

Da sinistra l’emiro del Qatar Sheikh Tamim bin Hamad Al-Thani e il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (foto SPA)

di Michele Giorgio

Roma, 3 dicembre 2019, Nena NewsLa partecipazione della nazionale di calcio dell’Arabia saudita alla Coppa delle Nazioni del Golfo, in svolgimento  in questi giorni in Qatar, è solo l’ultimo segnale di disgelo tra Riyadh e Doha. Già da qualche mese ha cominciato a rimarginarsi la lacerazione profonda che si era aperta ai primi di giugno del 2017 con l’annuncio dell’isolamento del Qatar accusato dalla “Nato araba” – Arabia saudita, Bahrain, Egitto ed Emirati – di mantenere rapporti con l’Iran e di sostenere il “terrorismo”, cioè il movimento dei Fratelli Musulmani. Piccole aperture, toni più moderati sui social, dichiarazioni meno nervose dei leader delle due parti. Infine il mese scorso, hanno rivelato il Wall Street Journal (Wsj) e la Reuters, il ministro degli esteri del Qatar Mohammed bin Abdulrahman Al Thani ha effettuato una visita nella capitale saudita dove ha incontrato alti funzionari sauditi e, pare, fatto un’offerta per chiudere la frattura che paralizza il Consiglio di Cooperazione del Golfo (Ccg). Non è chiaro se la visita abbia incluso anche un incontro con il principe ereditario Mohammed bin Salman, di fatto reggente.

È stata la visita di più alto livello di un rappresentante di Doha nel regno saudita dallo scorso maggio quando il primo ministro del Qatar, Abdullah bin Nasser bin Khalifa Al Thani, partecipò al vertice di emergenza del Ccg alla Mecca dopo gli attacchi alle petroliere nel Golfo dell’Oman attribuiti all’Iran. Gli analisti arabi sono convinti che la soluzione della crisi sia vicina. In ogni caso il piccolo Qatar può dire di aver vinto ai punti l’incontro di pugilato contro il colosso saudita. Riyadh e i suoi alleati avevano posto 13 condizioni per revocare il boicottaggio, tra cui la chiusura della celebre tv qatariota Al Jazeera, la chiusura di una base militare turca (Ankara è la principale alleata di Doha) e l’interruzione dei legami con l’Iran. Doha non ha accolto neppure una di queste richieste. Anzi, negli ultimi due anni ha lanciato una offensiva diplomatica e di immagine ad ogni livello – investendo una parte consistente dei proventi generati dai suoi giacimenti di gas – che l’ha vista protagonista anche nel calcio professionistico (in attesa dei Mondiali che ospiterà nel 2022) con contratti stellari offerti agli attaccanti Neymar e Mbappé portati al PSG (già di proprietà qatariota).

I sauditi per ora non confermano il disgelo ma il riavvicinamento è visibile ed è giudicato con favore dall’Amministrazione Trump. Gli Usa pur avendo relazioni strette con Riyadh non hanno mai appoggiato il boicottaggio del Qatar che, fatto non secondario, ospita il Comando Centrale Usa nel Golfo. Riyadh ha dovuto fare i conti con la realtà e optare per la riconciliazione in un momento molto delicato per la regione in cui la tensione con l’Iran ha rischiato di sfociare più di una volta in una guerra, quindi ben oltre lo scontro a distanza che Tehran e Riyadh hanno da lungo tempo in Libano, in Yemen, in Siria e in altri scenari di crisi. È stato enorme l’impatto avuto dall’attacco con droni e missili – rivendicato dai ribelli yemeniti Houthi, ma attribuito ancora una volta all’Iran – che lo scorso 14 settembre ha fermato, sia pure per breve tempo, circa la metà della produzione petrolifera saudita. In quei giorni i Saud hanno avuto modo di constatare che aerei, armi e i vari sistemi difensivi, come i missili Patriot, acquistati con 110 miliardi di dollari negli Stati uniti, erano stati superati facilmente da chi aveva organizzato l’attacco agli impianti petroliferi. La vulnerabilità del regno, nonostante la protezione assicurata da Washington, è apparsa evidente tanto da indurre la monarchia a valutare con attenzione i rischi di una guerra aperta con l’Iran. Trump inoltre ha scelto di non rispondere militarmente all’attacco del 14 settembre tra lo stupore di Riyadh e del resto della “Nato araba”.

Da qui la decisione saudita di rinsaldare i rapporti con i paesi del Ccg, Qatar incluso, per ottenere una protezione collettiva delle petromonarchie, e di tendere, a certe condizioni, una mano all’Iran. Di recente il New York Times ha scritto che Arabia saudita e Iran dietro le quinte sono impegnati in colloqui indiretti per ridurre le tensioni, con il favore del ministro degli esteri emiratino Anwar Gargash, convinto che una escalation con Tehran non faccia «gli interessi di nessuno». Nena News

Una banca dati curda dimostra tutti gli abusi. Ieri raid su una scuola: uccisi otto bambini. A Idlib offensiva di al Qaeda contro le postazioni del governo siriano, i bombardamenti di Damasco avrebbero fatto 10 morti

foto DW

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 3 dicembre 2019, Nena NewsLa guerra siriana, data per conclusa troppe volte, mantiene due fronti aperti. Quello di Idlib, nel nord ovest del paese, e quello del Rojava, a nord est. In entrambi i casi di mezzo c’è la Turchia e lo scontro più o meno diretto tra il governo siriano e le milizie alleate di Ankara. Ieri nella provincia di Idlib – tramutata in un immenso hub jihadista dai vari accordi di evacuazione siglati in questi anni tra Damasco e i gruppi qaedisti – sono proseguiti violentissimi gli scontri tra esercito governativo e la galassia islamista capitanata dall’ex Fronte al-Nusra.

Secondo le opposizioni, l’aviazione del presidente Assad ha colpito due mercati, uccidendo dieci civili nelle città di Maaret al-Numan e Saraqeb. Foto e video mostrano le macerie e i tentativi di tirare fuori i sopravvissuti. Dopo mesi di cessate il fuoco, iniziato alla fine di agosto, la battaglia è ripresa sabato quando i qaedisti hanno lanciato un’offensiva contro l’aeroporto di Abu Dhuhour. In 48 ore sono morti 51 governativi e 45 miliziani.

Continua così a lievitare il numero di sfollati dal nord ovest, ormai centinaia di migliaia. Si aggiungono agli sfollati dall’operazione turca «Fonte di pace», cominciata il 9 ottobre scorso e mai conclusa nonostante gli annunci di tregua prima statunitensi e poi russi.

A dare forma alla violenza è la banca dati realizzata dal Rojava Information Center, in continuo aggiornamento: contiene 151 violazioni commesse dall’esercito turco e dalle milizie islamiste alleate di Ankara contro la popolazione del nord est siriano. Tutti documentati, con video o foto. Ci sono i saccheggi compiuti dai miliziani islamisti contro case, negozi, chiese, moschee, abbandonati dalle comunità in fuga. Ci sono rapimenti, uccisioni, torture sui prigionieri. E ci sono i bombardamenti e i colpi di artiglieria contro i silos di grano, gli impianti idrici, le cliniche e gli ospedali, le ambulanze e i giornalisti a Sere Kaniye, Ayn Issa, Tal Abyad.

L’ultima violenza è di ieri: otto bambini, una donna e un uomo uccisi a Tel Rifaat da un raid turco, quasi tutti sfollati dal cantone di Afrin, occupato nell’aprile 2018 dalla Turchia. Dodici i feriti. L’attacco ha colpito l’esterno di una scuola, mentre gli studenti uscivano per tornare a casa.

Lo scriveva pochi giorni fa in un comunicato anche Human Rights Watch: la «zona sicura» creata dal governo turco con il beneplacito di Mosca – che ha regalato al presidente Erdogan l’occupazione di un corridoio di terre lungo oltre cento chilometri nel Rojava – è lungi dall’essere «sicura».

Le milizie filo-turche stanno commettendo, spiega Sarah Leah Whitson di Hwr, crimini di guerra contro i civili, «abusi e atti discriminatori su base etnica»: «Esecuzioni, saccheggi, sfollati a cui è impedito di tornare a casa sono la prova schiacciante del perché la “zona sicura” turca non è sicura». E l’operazione prosegue. Domenica l’esercito turco ha iniziato la costruzione di nuovi checkpoint nel nord est siriano, ufficialmente per impedire attacchi terroristici da parte delle unità di difesa curde Ypg.

Servono, in realtà, a radicare la presenza militare della Turchia nella regione, a dividere le comunità e a frammentare – soffocandone la natura – il progetto di confederalismo democratico messo in piedi dai cantoni curdi e dall’Amministrazione autonoma del Rojava dal 2011 a oggi.

Le Forze democratiche siriane (Sdf), federazione multietnica e multiconfessionale guidata dai curdi, provano a salvare quel progetto giungendo a patti con i nuovi padrini turchi: un accordo con la Russia, annunciato su Twitter dal comandante delle Sdf Mazloum Kobani, prevede il dispiegamento di forze militari russe ad Amuda, Tel Temer e Ayn Issa, mentre le Forze democratiche siriane rientrano ad Hasakeh, Qamishlo, Derik e Deir al-Zor. Nena News

In “FPLP, Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina: tra ideologia e pragmatismo” (Edizioni Clandestine, 2018) si esaminano il passato, il presente e anche le basi future della principale formazione politica della sinistra palestinese. Il libro del giornalista Stefano Mauro pone in evidenza l’adeguamento dell’ideologia del Fplp alle esigenze derivanti dai differenti periodi storici dal 1967 ad oggi. La prefazione è di Leila Khaled.

ASCOLTA L’INTERVISTA STEFANO MAURO

http://nena-news.it/wp-content/uploads/2019/12/stefano-mauro.mp3

 

Via libera del ministero della Difesa israeliano a un insediamento al posto dello storico mercato chiuso e svuotato dopo la divisione della città palestinese in due aree. Il numero dei coloni potrebbe raddoppiare. L’annuncio a due settimane dalla “legalizzazione” Usa delle colonie

Coloni e soldati israeliani a Shuhada Street, Hebron (Foto: Chiara Cruciati/Nena News)

della redazione

Roma, 2 dicembre 2019, Nena News – Non sono trascorse nemmeno due settimane dalla dichiarazione del segretario di Stato Usa Mike Pompeo, che cancellando decenni di risoluzioni Onu ha definito “legali” le colonie israeliane nei Territori Occupati Palestinesi, e Israele già passa all’incasso.

Il ministro della Difesa israeliano, Naftali Bennett, leader del partito “Casa ebraica”, espressione del movimento dei coloni, ha approvato il piano per la costruzione di un nuovo insediamento nel cuore della città palestinese di Hebron. Secondo i media locali, il ministro ieri ha dato ordine di “notificare al comune di Hebron la pianificazione di un nuovo quartiere ebraico nel complesso del mercato” che “raddoppierà il numero di coloni” in città. Circa 800 – protetti da migliaia di soldati israeliani – su un totale di 700mila presenti nei Territori Occupati.

Zone H1 e H2 e posizione delle attuali colonie israeliane (Fonte: Passia)

La città, l’unica della Cisgiordania ad avere al suo interno delle colonie israeliane, è stata oggetto dal 1997 di un’occupazione particolarmente brutale, a seguito del massacro compiuto tre anni prima dal colono Baruch Goldstein, che uccise 29 palestinesi in preghiera nella Moschea di Abramo: divisa in due aree, H1 sotto il controllo amministrativo e militare palestinese e H2 sotto il totale controllo israeliano, Hebron ha visto crescere nel tempo la presenza dei coloni e dei soldati posti a loro difesa, con conseguenti e costanti chiusure, blocchi, checkpoint interni che hanno reso impossibile la vita nella Città Vecchia.

Cuore politico, culturale, economico di Hebron, la Città Vecchia è oggi una zona fantasma. In particolare Shuhada Street, la Via dei Martiri, un tempo sede della gran parte delle attività commerciali della comunità e oggi chiusa al traffico palestinese. E’ qui che si trovava il mercato, insieme alla stazione dei bus, ormai inutilizzati a causa della chiusura di migliaia di negozi.

Al loro posto sono sorte colonie nei palazzi occupati, con il chiaro obiettivo di dare continuità al progetto coloniale, collegando gli insediamenti fuori da Hebron con quelli all’interno e spezzando in due la città palestinese.

Immediata la reazione palestinese. Il sindaco di Hebron Taysir Abu Sneineh ha definito “pericolosa” la decisione del ministero israeliano perché foriera di un’escalation di tensione che si allargherebbe all’intera regione. Alza la voce anche Saeb Erekat, segretario generale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che ha accusato gli Stati Uniti di aver dato il via libera all’ennesima ondata di espansione coloniale israeliana: “La decisione di Israele di costruire un nuovo insediamento nella Hebron occupata – ha scritto Erekat su Twitter – è il primo tangibile risultato della decisione Usa di legittimizzare la colonizzazione. Non può essere presa fuori dal suo contesto di annessione: misure concrete, comprese sanzioni contro le colonie, sono una responsabilità internazionale”.

Per quella dichiarazione – seguita a due anni di violazioni del diritto internazionale, dal riconoscimento statunitense di Gerusalemme capitale di Israele a quella della sovranità israeliana sul Golan siriano occupato – la scorsa settimana migliaia di palestinesi avevano manifestato contro l’amministrazione Trump. Ma poco, o nulla, è successo fuori. Non in Europa dove i vari governi si sono limitati a critiche di facciata per lo status di Gerusalemme e a nessun commento sulle parole di Pompeo. Nena News

Interview with the ngo “Are You Syrious”, that since 2015 is on first line to provide material and legal assistance to thousands of migrants blocked on the Croatian-Bosnian border

Syrian migrants in Hungary

by Marco Siragusa

Sebenico (Croazia), 2nd of December 2019 – In March 2016, the European Union and Turkey signed an agreement to manage migration flows. In a short time, the so-called “Balkan route” was closed and thousands of refugees were trapped in a limbo with no way out. In the last months, the situation on the EU south-eastern border, between Croatia and Bosnia-Herzegovina, has dangerously deteriorated beacuse of material deprivation, physical violence by the police and failure to respect basic rights.

To understand what is happening in that area, we interviewed the Croatian NGO “Are You Syrious” which, since 2015, has been fighting for technical and legal assistance to thousands of migrants blocked on the Croatian-Bosnian border. Among the most important actions carried out by AYS members there are reports and daily digest produced and disseminated through their own channels.

Trying to provide a general framework, what are the countries of origin, the average age and the level of education of migrants arriving in the Balkans?

The countries of origin are heterogenous and vary from Afghanistan, Iran, Iraq, Syria, Morocco, Algeria, Pakistan, Palestine, Turkey, Bangladesh, etc. The ages of the migrants and refugees arriving don’t show a pattern – we see numerous families, bringing with them their older children as well as newborns, single men, women and unfortunately unaccompanied minors.

The level of education for the newest arrivals is hard to gauge, as we initially tend to focus on meeting their basic needs and trying to get them settled after their arduous journey. As for the people who have spent some time in Croatia and we attempted to help them with entering the job market, the level of education again varies – we’ve seen university-level educated people, such as dentists, architects, engineers, music teachers, as well as blue-collar workers who’ve managed to start building a decent life laying tiles or installing air-conditioners. There are teenagers wishing to continue their education, as well as people who’ve worked in agriculture and hospitality.

After the last Turkish offensive in northern Syria, do you expect a new increase in arrivals?

A new increase in arrivals may of course be triggered by the Turkish offensive in northern Syria, but it’s important to remember that Russia and Assad are continuing their rampage in Idlib, that the peace talks with the Taliban essentially collapsed and as a consequence, the US has carried out 1113 air and artillery strikes in Afghanistan during September only.

We’ve yet to see whether there’ll be an escalation of the violence in Iraq and Lebanon towards the nascent people’s movements we are witnessing there. In Iraq, more than 250 people have been killed by governmental, as well as Iranian paramilitary forces, while wounded are counted in the thousands. Speaking of thousands, that’s the number of children suffering from starvation in Yemen.

What I’m trying to outline here is that people are greatly suffering all over the world, and the arrivals will, naturally, only be increasing. Thirty years after the fall of the Berlin wall, we’ve built the equivalent of six Berlin walls on land, and we rely on the sea to swallow those to attempt to cross it. So the real question is, are we finally going to get our act together and respond in a humane way.

In your reports you denounced the violence by border police and the lack of respect for basic human right. What is happening in Vucjak camp, on the Croatian-Bosnian border?

There are at least 800 people living in the Vučjak camp, which is still failing to meet a minimum of (or any!) humanitarian standards. Vučjak has actually come to exemplify the lack of dignity and humanity for people-in-transit attempting to claim asylum in Europe, as we outlined in our recent report on human rights violations in the camp, where one can witness a consistently overburdened, inadequate and uncoordinated humanitarian effort, bolstered by state deficiencies, lack of political will and pervasive police violence and hostility, including violence from private security forces at IOM-managed camps.

This is probably best illustrated by our latest AYS Digest Special from Vučjak camp: “Since the writing of this report, the situation has become even more precarious: authorities have simultaneously halted funding and humanitarian aid to Vučjak and have re-strengthened efforts to take people-in-transit from public spaces to the now critically over-populated and under-serviced Vučjak, which is now deprived of medical aid and water. As this report shows, the crisis in Bihać extends past merely what is happening within Vučjak and is intimately tied to the EU’s border practices, particularly the illegal pushbacks that Croatia and Slovenia participate in. There is no political solution in sight other than pushing for two things: providing basic necessities and respect for human rights for people-in-transit, and reforming the European Union’s dysfunctional asylum system and the persistent lack of access to this system at the EU’s borderlands.”

Even in Croazia, as in the rest of Europe, do politicians use the fight against migrants to reach consensus by fomenting fear? Has racism been more widespread in recent years or, on the contrary, has the population shown itself to be supportive and welcoming?

Politicians who lack a real political program which would actually serve for the betterment of people’s lives often rely on fear-mongering to score political points. Refugees and migrants seem to have become empty signifiers into which we inscribe all our anxieties and neuroses about the Other, the foreigner, the Muslim, basically anyone who differs in any way from us. We often cast them as criminals, liars, thieves who’ve come to take away our way of life, our resources etc. But if we stop to think for a second, Ahmad from Syria or Reza from Afghanistan came way later after our lives were wrecked by privatization, endemic corruption and unemployment that has forced our youth to leave the country in the tenths of thousands.

So, not everyone takes warmly to our work with refugees and migrants. Sad people are paralyzed by this fear of the different, so they turn to chauvinism and toxic nationalism. We did have some very unpleasant experiences such as vandalism of our office, death threats, we’ve sometimes even had to ask for protection from the police.

However, it must be said that the reactions which we most often hear from our fellow citizens are overwhelmingly positive. People express support by sending warm messages of support, as well as coming by frequently to our integration centre, in order to bring donations, and ask how they can participate in creating a warm welcome to our new friends.

In your opinion, what are the main limits of European policies on migration flows?

This one is rather simple – the lack of a safe passage, coordinated, organized humanitarian corridors which would bring those in need to safety. While the so-called “Balkan Route” existed formally, people didn’t need to turn to smugglers and put their own lives in danger to reach refuge. Now, we see people trying to come in under trains, over snowy mountains and rivers whose waters have claimed many lives.

Additionally, a big issue which has intensified in the past few years has been the criminalization of human rights defenders, as exemplified by the cases of the IUVENTA crew, Sarah Mardini, Sean Binder, as well as our very own volunteer, against whom the Croatian Ministry of Interior pressed misdemeanor charges for “facilitating illegal migration” because he was present at a time when the late Madina Hussiny’s family, with several small children and minors, were about to approach the Croatian police and request international protection. He was accused of signaling the family in order to assist their crossing from Serbia to Croatia. He have however, shared detailed accounts, written evidence, as well as three recorded geo-locations related to the specific event with police, and the charges were proven false during the court hearing. In the official charges, MOI asked for the highest prescribed penalty, including imprisonment, a 43,000 EUR fine and a ban of work for the legal entity, meaning AYS. In September 2018., the court found the volunteer guilty on the grounds of “unconscious/inadvertent negligence”, but rejected the recommended penalties, and issued a smaller (but still substantial) 8,000 EUR fine. We have challenged this decision and is awaiting the outcome of the appeal.

What do you expect from the next European Commission about the EU reception policies issue?

We’ve learned to keep our expectations in check due to past experiences. It was quite shocking to see the EC give Croatia the green light for entering the Schengen zone. All of this came after numerous reports which have highlighted direct violations of the provisions of the Schengen Border Code, as well as violations of international and EU law, including the Geneva Convention on the Status of Refugees. We agree that entering Schengen will improve the quality of life of Croatian citizens, but we find it morally objectionable to achieve this goal on the backs of those most vulnerable. Nena News

(Italian version here)

 

Per continuare questo progetto, per farlo vivere e diventare più grande e completo, abbiamo bisogno del sostegno di voi lettrici e lettori. Grazie a quanti ci stanno aiutando con le loro donazioni a rendere migliore Nena News

 

 

Care lettrici, cari lettori,

da nove anni noi giornalisti di Nena News vi accompagniamo ogni giorno con le notizie e gli approfondimenti dal Vicino Oriente e dall’Africa. Cerchiamo di darvi la migliore informazione, la più completa possibile, attenti a non cadere negli stereotipi che spesso avvolgono le stringenti questioni mediorientali e africane.

Lo facciamo con passione, serietà e impegno, pubblicando quotidianamente articoli, reportage, analisi, gallerie fotografiche e video accessibili a tutti in maniera gratuita. E tutto ciò che appare su Nena è frutto di un lavoro volontario e dei contributi, anch’essi volontari, di tanti giornalisti, fotoreporter e videomaker che, come noi della redazione, credono nella possibilità di fare un’informazione diversa, alternativa e, soprattutto, seria e attendibile.

Per continuare questo progetto, per farlo vivere e diventare più grande e completo, abbiamo bisogno del sostegno di voi lettrici e lettori di Nena. Siete in tanti, ce lo dicono le statistiche sui nostri contatti e la partecipazione che ogni giorno osserviamo sui nostri social media. Siete degli utenti “insoliti”, critici e analitici, e siete di certo consapevoli di quanto le maglie dell’informazione siano strette quando si parla dei temi “scottanti” che riguardano il Medio Oriente e l’Africa.

Se per voi il nostro impegno rappresenta un punto di vista in più, e diverso, su una parte di mondo turbolenta e affascinante, vi chiediamo un contributo per continuare questo progetto. Contiamo sulle donazioni per tenere in vita Nena. Non prendiamo finanziamenti pubblici, né siamo sponsorizzati da nessuno, ma siamo ancora aperti grazie alla generosità di chi in questi anni ci ha seguito e sostenuto, anche con piccole donazioni, dandoci la spinta per proseguire anche quando abbiamo incontrato difficoltà che ci sembravano insormontabili.

Noi restiamo fermi nel nostro intento di andare avanti, dateci una mano. GRAZIE!


Per le vostre donazioni – il nostro conto corrente:

Dall’Italia:

IBAN: IT 43 T 02008 05286 000103061447

 

Dall’estero:

IT 43 T 02008 05286 000103061447 – Codice BIC: UNCRITM1P66

 

Agenzia Unicredit Roma Tuscolana A, 02366

Intestato a: NENA NEWS – Associazione di Promozione Sociale – Via San Pio X 36 – Assisi (PG)

 

 

La nostra rubrica sul continente africano vi porta anche in Tanzania dove il partito al potere ha stravinto alle elezioni

Repubblica Democratica del Congo (Foto: al-Jazeera)

di Federica Iezzi

Roma, 30 novembre 2019, Nena News –

Repubblica Democratica del Congo

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha disposto lo spostamento del suo personale sanitario dalle aree della Repubblica Democratica del Congo colpite da ebola, a causa della crescente insicurezza. Si parla di 49 dipendenti “non essenziali” dell’OMS trasferiti dalla città di Beni, nella provincia del Nord Kivu. 71 sanitari rimangono invece sul posto per garantire il minimo supporto alla risposta della crisi legata all’epidemia di ebola.

Centinaia di manifestanti hanno preso di mira le strutture delle Nazioni Unite nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo. L’aumento della rabbia civile è legata al fallimento delle organizzazioni internazionali nell’impedire attacchi mortali ai civili da parte dei ribelli.

I residenti rimangono indignati per il fatto che i ribelli continuano a compiere attacchi mortali nonostante la presenza delle forze di pace delle Nazioni Unite e delle forze di sicurezza del Paese.

L’esercito della Repubblica Democratica del Congo ha avviato la sua ultima campagna lo scorso ottobre per sradicare i combattenti che operano nella regione che è stata travolta da decenni di instabilità. Tuttavia, la missione non è stata in grado di prevenire una serie di sanguinosi attacchi ai civili. Si stima che negli ultimi anni gruppi armati abbiano ucciso centinaia di civili e forze di sicurezza nelle aree nord-orientali del Paese.

Tanzania

Il partito al potere in Tanzania ha guadagnato quasi tutte le oltre 330.000 posizioni di leadership locale in palio all’ultimo voto. I gruppi di difesa per i diritti umani accusano il presidente John Magufuli di una sempre più crescente repressione.

I candidati del partito al governo Chama Cha Mapinduzi (CCM) hanno vinto oltre il 99% delle 12.000 presidenze di villaggio contestate, nonché le oltre 4.000 posizioni di leadership di strada del Paese.

Chadema, il principale partito di opposizione, ha dichiarato all’inizio di questo mese che non avrebbe preso parte alle elezioni a causa di presunte manipolazioni del governo. Diversi altri partiti minori hanno aderito al boicottaggio. Quattro delle 26 regioni continentali della Tanzania non hanno tenuto sondaggi a causa del boicottaggio dell’opposizione.

Nel precedente scrutinio locale nel 2014, il CCM ha vinto tre quarti dei seggi e Chadema ha raccolto il 15% dei consensi.

In un Paese in cui i dati politici affidabili e indipendenti sono scarsi e i media sono sempre più minacciati, gli analisti hanno affermato che i sondaggi locali potrebbero essere non veritieri per le elezioni presidenziali, parlamentari e del consiglio previste nel 2020.

Guinea Bissau

Il conteggio dei voti delle ultime elezioni presidenziali è ancora in corso in Guinea-Bissau, per il quale molte speranze sono legate alla stabilità del Paese dell’Africa occidentale dopo anni di turbolenze politiche. Oltre 760.000 elettori si sono registrati per prendere parte al sondaggio, frazionato tra 12 candidati.

Circa 6.500 forze di difesa e di sicurezza sono state dispiegate per garantire la sicurezza durante il processo. Attualmente non sono stati segnalati incidenti negli oltre 33.000 seggi elettorali.

Il presidente Jose Mario Vaz cerca la rielezione, deve affrontare una dura opposizione, dopo un primo mandato segnato da scontri politici licenziamenti illeciti.

Vaz, che è al potere dal 2014, è stato il primo presidente eletto democraticamente in un Paese segnato da colpi di stato e tentati colpi di stato, dall’indipendenza dal Portogallo nel 1974, il più recente dei quali nel 2012.

Sebbene non siano stati resi pubblici sondaggi d’opinione affidabili, uno dei principali sfidanti di Vaz è Domingos Simoes Pereira, un ex primo ministro il cui licenziamento nel 2015 ha scatenato anni di scontri politici. Se al voto nessun candidato riceve più del 50% delle preferenze, il 29 dicembre prossimo si terrà il ballottaggio tra i primi due candidati.

Il prossimo presidente erediterà importanti sfide tra cui la povertà diffusa e un sistema politico instabile in cui il partito di maggioranza nomina il governo ma il presidente ha il potere di respingerlo. Anche la corruzione occupa le prime posizioni tra le preoccupazioni del Paese. La Transparency International ha classificato la Guinea-Bissau, per indice di corruzione, 172 su 180 Paesi nel 2018. Nena News

 

 

Ieri ucciso dal fuoco dei soldati israeliani un ragazzo di 16 anni, Fahad al Astal, che aveva ignorato lo stop alle manifestazioni deciso da Hamas. Il movimento islamico è impegnato in trattative indirette con Israele

Fahad al Astal, il 16enne ucciso ieri a Gaza dai soldati israeliani

di Michele Giorgio   il Manifesto

Gerusalemme, 30 novembre 2019, Nena News – Non appartengono ad alcun partito, sono ragazzini, alcuni poco più che bambini. Il venerdì corrono urlando, alcuni stringendo una bandiera nella mano, verso le barriere di demarcazione con Israele. Senza alcun timore, come se non rischiassero la vita ad ogni metro percorso. E ormai non badano più alle decisioni, politiche e «diplomatiche», del movimento islamico Hamas che per il terzo venerdì consecutivo ha annullato le proteste popolari contro il blocco di Gaza per non turbare le trattative indirette che ha ripreso con Israele. Sul piatto c’è una tregua a lunga durata destinata a non cambiare la condizione di Gaza di grande prigione a cielo aperto ma solo a «migliorare» il disastro umanitario che si è abbattuto su due milioni di civili palestinesi dimenticati dal mondo. Donald Trump che in tre anni ha tagliato tutti i fondi Usa destinati ai palestinesi, all’improvviso ha regalato a Gaza, con pelosa generosità, un ospedale da campo in fase di allestimento non lontano dal valico di Erez, intorno al quale regna sempre un fitto mistero. A Gaza sussurrano che i particolari e le finalità del progetto, favorito dalla mediazione del Qatar e approvato da Israele, sarebbero conosciuti solo ai vertici di Hamas.

Fahad al Astal, 16 anni, faccia di bambino, è caduto ieri nella giornata internazionale a sostegno del popolo palestinese, stabilita dalle Nazioni Unite. È l’ultimo ragazzo ucciso dal fuoco dei tiratori scelti israeliani appostati sulle dune a ridosso delle barriere. I suoi compagni dicono che ha lanciato un urlo prima di accasciarsi al suolo, centrato in pieno all’addome. Inutile la corsa all’ospedale, è morto in pochi minuti. Aveva cominciato la sua corsa verso il proiettile che lo ha ammazzato da Al Adwa, all’altezza di Khan Younis, uno campo di tende allestiti nel marzo 2018 per la Grande Marcia del Ritorno. Laconica la versione israeliana dell’accaduto: «Alcune decine di persone si sono affollate in un punto nel sud in prossimità dei reticolati di confine. I soldati hanno notato che cercavano di sabotarli e hanno reagito con mezzi di dispersione di dimostrazioni, ricorrendo fra l’altro a proiettili Ruger». Il 16enne Al Astal stava «sabotando» i reticolati? I palestinesi negano con forza. Ieri in un ospedale è spirato anche Riad Sarsawi, 30 anni, ferito da un bombardamento israeliano durante l’ultima escalation tra Israele e Gaza. Non era un civile ma un milintante del Jihad Islami. Sale a 36 il bilancio totale palestinesi uccisi in quei giorni.

Non c’è un comunicato dell’esercito invece sugli atti di vandalismo avvenuti giovedì notte in villaggi palestinesi della Cisgiordania, attribuiti a coloni israeliani. A Taibeh (Ramallah), un’automobile è stata data alle fiamme: nelle vicinanze una scritta ostile in lingua ebraica. Nella zona di Nablus decine di ulivi sono stati sradicati e i palestinesi puntano il dito contro gli abitanti del vicino avamposto coloniale di Rachelim. Atti che si stanno moltiplicando e che si aggiungono a quelli del recente passato. A condannarli sono stati anche i rappresentanti delle chiese cristiane in Terra Santa che li hanno definiti «atti razzisti di vandalismo» e chiesto di portare di fronte alla giustizia non solo chi compie gesti del genere ma anche coloro che incitano alla violenza. Nena News

Almeno 45 manifestanti sono stati uccisi ieri dalle forze di sicurezze irachene. Tensione altissima a Najaf dopo che mercoledì è stato dato alle fiamme il consolato iraniano. Intanto le Forze di Mobilitazione Popolare minacciano: “Taglieremo le mani a chi proverà ad avvicinarsi alla guida religiosa al-Sistani”

(Foto: Reuters)

di Roberto Prinzi

Roma, 29 novembre 2019, Nena News – È stata l’ennesima giornata di sangue ieri in Iraq: le forze di sicurezza irachene hanno ucciso infatti almeno 45 manifestanti in varie aree del Paese. Il bilancio più grave (29 morti) si è registrato nella città meridionale di Nassiriya dove le truppe hanno aperto il fuoco sui dimostranti che bloccavano un ponte. Secondo fonti mediche, in città sarebbero decine i feriti. Migliaia di persone hanno poi sfidato il coprifuoco circondando il quartier generale dell’esercito.

Situazione molto tesa anche nella capitale Baghdad dove i manifestanti uccisi dalle pallottole vere e di gomma sparate dalla polizia sono stati 4. Bagno di sangue anche a Najaf dove 12 persone hanno perso la vita negli scontri con le forze dell’ordine. Nella città, importante meta di pellegrinaggio per gli sciiti e sede del potente clero sciita iracheno, la tensione è altissima da quando (mercoledì sera) i manifestanti hanno dato alle fiamme la rappresentanza diplomatica iraniana, situata non molto distante dall’abitazione della massima autorità sciita del Paese, l’Ayatollah al-Sistani. A gettare benzina sul fuoco è stato poi ieri Abu Mahdi al-Muhandis, il comandante delle Forze di Mobilitazione popolare (strettamente legate a Teheran), che ha minacciato che “taglierà le mani a chiunque proverà a toccare al-Sistani”.

L’assalto al consolato iraniano è di sicuro un dato politico molto significativo perché mostra in modo palese l’insofferenza di non pochi iracheni nei confronti dell’influenza di Teheran nell’Iraq post-Saddam, dono della “democrazia esportata” dagli occidentali (Usa in testa) nel 2003. Che la tensione sia alta è chiaro anche all’Iran che ieri sera ha deciso di chiudere il valico di confine di Mehran “per motivi di sicurezza”. A riferirlo è stata l’agenzia statale iraniana Mehr citando l’ufficiale di sicurezza Mojtaba Soleimani. “Con attenzione ai recenti eventi e ai tumulti avvenuti in Iraq, il valico di Mehran sarà chiuso a partire da stanotte” ha detto Soleimani che non ha chiarito quando sarà riaperto. L’ostilità montante anti-iraniana si tocca con mano a Najaf dove i manifestanti, per la stragrande maggioranza sciiti, hanno accusato le autorità locali di agire contro gli interessi del popolo iracheno pur di difendere gli interessi del potente vicino.

“Tutta la polizia antisommossa e le forze di sicurezza ci hanno sparato come se stessimo bruciando l’intero Iraq” ha sintetizzato un manifestante alla Reuters. Un altro di nome Alì ha descritto l’assalto al consolato come un “atto coraggioso”, “una reazione del popolo iracheno”. “Non vogliamo gli iraniani” ha chiosato. Da parte sua l’Iran, per bocca del suo ministro degli esteri, ha chiesto a Baghdad una “risposta ferma contro gli aggressori” del consolato. E la risposta è venuta subito ed è la stessa che si ripete dal 1 ottobre: pallottole vere, gas lacrimogeni sparati ad altezza uomo che hanno fatto schizzare il bilancio delle vittime delle proteste ad almeno 408 persone.

Di fronte alle istanze di migliaia di iracheni che da quasi due mesi scendono in strada chiedendo lo smantellamento dell’intero sistema di potere politico ed economico, fatto di corruzione, settarismo e liberismo selvaggio, la politica non sa offrire alcuna risposta se non quella basata sulla repressione. Il premier Abdel Mahdi si è finora rifiutato di dimettersi (lo ha ribadito in più incontri a cui ha preso parte anche Qassem Soleimani, il comandante delle Forze al-Quds delle Guardie Rivoluzionarie iraniane) e si è limitato ieri a convocare un comandante militare della provincia di Dhi Qar (dove è situata Nassiriya) per sapere quanto sta accadendo al sud. L’influente leader religioso Moqtada al-Sadr ha invece chiesto nuovamente al governo di dimettersi avvertendo però nello stesso tempo i manifestanti che la loro azione contro il consolato iraniano potrebbe portare a una violenta repressione delle proteste da parte di Baghdad. Sadr sta facendo astutamente l’equilibrista: pubblicamente si schiera con i manifestanti (“Non permettete di dare a loro [le autorità, ndr] un pretesto per porre fine alla vostra rivoluzione”) chiedendo con forza la fine del governo al-Mahdi perché se ciò non accade “è l’inizio della fine dell’Iraq”. Dall’altro, però, non arriva alla completa rottura con il governo e con le istituzioni (di cui fa parte) in questa fase dove gli esiti delle proteste appaiono ancora incerti.

Al di là del chiaro messaggio politico che porta con sé, quanto accaduto a Najaf con l’assalto al consolato iraniano potrebbe essere strumentalizzato dal governo per giustificare una maggiore repressione delle proteste. Se così si decidesse a Baghdad, potrebbe essere data luce verde al comandante del Forze di mobilitazione popolare Abu Mahdi al-Muhandis per chiudere la partita con i manifestanti. La scusa è giù pronta sul tavolo: è in gioco l’incolumità di al-Sistani. Eppure al-Sistani, massima figura sciita in Iraq, vestendo i panni del pompiere, sin dall’inizio ha ufficialmente sostenuto i manifestanti e ha invitato i politici ad ascoltare le loro richieste. Del resto il caos e l’incertezza non convengono al potente clero sciita locale, Sistani questo lo sa bene. Ma l’invito ad abbassare i toni dello scontro non è compreso a Baghdad: le autorità hanno infatti annunciato la creazione di “cellule di crisi” chiamati a gestire i servizi di sicurezza con l’obiettivo di fermare la protesta. Nena News

INTERVISTA alla nota Ong croata “Are you Syrious” che dal 2015 si batte in prima linea per fornire assistenza materiale e legale a migliaia di migranti bloccati al confine croato-bosniaco  

Migrante steso sui binari a Tovarnik (Croazia) nel settembre 2015 (Foto: REUTERS/Antonio Bronic)

di Marco Siragusa

Sebenico (Croazia), 29 novembre 2019, Nena News – Nel marzo 2016, l’Unione Europea e la Turchia firmarono un accordo per la gestione dei flussi migratori. In breve tempo, la cosiddetta “rotta Balcanica” venne chiusa e migliaia di rifugiati rimasero intrappolati in un limbo senza via d’uscita. Negli ultimi mesi, la situazione al confine sud-orientale dell’Unione, quello tra Croazia e Bosnia-Herzegovina, è pericolosamente deteriorata a causa di privazioni materiali, violenze fisiche da parte della polizia e mancato rispetto dei diritti basilari.
Per capirne di più di quello che sta succedendo in quell’area, abbiamo intervistato l’ONG croata “Are You Syrious” che, dal 2015, si batte per fornire assistenza materiale e legale a migliaia di migranti bloccati al confine croato-bosniaco. Tra le azioni più importanti portate avanti dai membri di AYS rientrano i report prodotti quotidianamente e diffusi attraverso i loro canali.

 

Provando a fornire un quadro generale, quali sono i paesi di origine, l’età media e il livello di educazione dei migranti che arrivano nei Balcani?

I paesi di origine sono eterogenei e diversi: Afghanistan, Iran, Iraq, Siria, Marocco, Algeria, Pakistan, Palestina, Turchia, Bangladesh, etc.

L’età dei migranti e dei rifugiati che arrivano non mostrano un andamento particolare. Vediamo numerose famiglie con i loro figli più grandi così come neonati, uomini singoli, donne e sfortunatamente minori non accompagnati.

Il livello di educazione degli ultimi arrivati è difficile da valutare, poiché inizialmente tendiamo a concentrarci sul soddisfare i loro bisogni di base e provare a sistemarli dopo i loro complicati viaggi. Per quanto riguarda le persone con cui abbiamo passato del tempo in Croazia e abbiamo tentato di aiutare ad entrare nel mercato del lavoro, il livello di educazione è anche qui vario. Abbiamo visto persone istruite a livello universitario, come dentisti, architetti, ingegneri, insegnanti di musica così come operai che hanno provato a iniziare a costruire una vita decente come piastrellisti o installando condizionatori. Ci sono adolescenti che vogliono continuare i loro studi, così come persone che hanno lavorato nell’agricoltura o nel turismo.

Dopo l’ultima offensiva della Turchia nel nord della Siria vi aspettate un nuovo aumento degli arrivi?

Un nuovo aumento degli arrivi potrebbe ovviamente essere innescato dall’offensiva della Turchia in Siria del nord, ma è importante ricordare che la Russia e Assad stanno continuando la loro furia a Idlib, che i colloqui di pace con i talebani sono essenzialmente crollati e di conseguenza gli USA hanno portato avanti 1113 raid aerei e di artiglieria in Afghanistan nel solo mese di Settembre.

Dobbiamo ancora vedere se ci sarà un’escalation di violenza in Iraq e Libano verso i nascenti movimenti popolari a cui stiamo assistendo lì. In Iraq, più di 250 persone sono state uccise dal governo, così come in Iran dalle forze paramilitari, mentre i feriti si contano a migliaia. Parlando di migliaia, questo è il numero di bambini che soffrono la fame in Yemen.

Quello che stiamo cercando di sottolineare qui è che le persone stanno soffrendo in tutto il mondo e che gli arrivi, naturalmente, aumenteranno. Trent’anni dopo la caduta del muro di Berlino, noi abbiamo costruito l’equivalente di sei muri di Berlino sulla terra e speriamo che il mare ingoi quelli che tentano di attraversarlo. La questione reale è: riusciremo finalmente ad agire tutti insieme e rispondere in modo umano?

Nei vostri report denunciate le violenze della polizia di frontiera e il mancato rispetto dei basilari diritti umani. Cosa sta succedendo nel campo di Vučjak, al confine croato-bosniaco?

Ci sono circa 800 persone che vivono nel campo di Vučjak, che non riesce ancora a garantire i minimi (o qualsiasi!) standard umanitari. Vučjak attualmente rappresenta un chiaro esempio della mancanza di dignità e umanità per le persone in transito che tentano di chiedere asilo in Europa. Come abbiamo sottolineato nei nostri recenti report sulle violazioni dei diritti umani nel campo, si può vedere un sovraccarico, uno sforzo inadeguato e non coordinato, rafforzato da carenze statali, mancanza di volontà politica e pervasiva violenza e ostilità della polizia, compresa la violenza delle forze di sicurezza private nei campi gestiti dall’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni).

Questo è probabilmente ben illustrato dal nostro ultimo AYS Digest Special dal campo di Vučjak:

“Mentre scriviamo questo report la situazione è diventata ancora più precaria: le autorità hanno simultaneamente bloccato i fondi e gli aiuti umanitaria a Vučjak e hanno rafforzato gli sforzi per portare le persone in transito dagli spazi pubblici a Vučjak che adesso è sovrappopolato e con servizi scadenti, privo di assistenza medica e acqua. Come mostra questo report, la crisi a Bihać si estende oltre quello che succede all’interno del campo di Vučjak ed è intimamente connessa alle pratiche di frontiera dell’UE, in particolare ai respingimenti illegali a cui partecipano Croazia e Slovenia. Non c’è una soluzione politica se non quella di spingere/lottare per due obiettivi: garantire le necessità di base e il rispetto dei diritti umani per le persone in transito, e riformare il disfunzionale sistema di asilo dell’Unione Europea e la persistente mancanza di accesso a tale sistema alle frontiere dell’UE”.

Anche in Croazia, come nel resto d’Europa, i politici usano la lotta contro i migranti per ottenere consenso fomentando la paura? Il razzismo è più diffuso negli ultimi anni o, al contrario, la popolazione si è dimostrata solidale e accogliente?

I politici a cui manca un vero programma politico che servirebbe effettivamente a migliorare la vita delle persone spesso fanno affidamento sulla paura per guadagnare consenso politico. I rifugiati e i migranti sembrano essere diventati vuoti significanti e riversiamo le nostre paure e nevrosi sull’Altro, lo straniero, il musulmano, praticamente chiunque differisca in qualche modo da noi. Spesso li consideriamo criminali, bugiardi, ladri che sono venuti per portarci via il nostro modo di vivere, le nostre risorse ecc. Ma se ci fermiamo a pensare un secondo, Ahmad dalla Siria o Reza dall’Afghanistan sono arrivati molto dopo che le nostre vite sono state distrutte dalle privatizzazioni, dalla corruzione endemica e dalla disoccupazione che ha costretto i nostri giovani a lasciare il paese a decine di migliaia.

Così, non tutti si impegnano calorosamente nel nostro lavoro con rifugiati e migranti. Le persone tristi sono paralizzate da questa paura del diverso, così si rivolgono allo sciovinismo e al nazionalismo tossico. Abbiamo avuto esperienze ben poco piacevoli come atti di vandalismo contro il nostro ufficio, minacce di morte e qualche volta abbiamo dovuto chiedere protezione alla polizia.

Tuttavia, bisogna dire che le reazioni che ascoltiamo più spesso dai nostri concittadini sono straordinariamente positive. Le persone esprimono sostegno inviando calorosi messaggi di supporto, oltre a venire frequentemente nel nostro centro di integrazione, al fine di portare donazioni e chiedere come possono partecipare a offrire un caloroso benvenuto ai nostri nuovi amici.

Secondo voi, quali sono i limiti delle politiche europee in materia di flussi migratori?

Questo è piuttosto semplice: la mancanza di un passaggio sicuro, coordinato, corridori umanitari organizzati che metterebbero in salvo quelli che hanno bisogno. Quando la cosiddetta “rotta Balcanica” esisteva formalmente, le persone non avevano bisogno di rivolgersi ai trafficanti e mettere in pericolo la propria vita per avere asilo. Adesso vediamo persone che provano ad arrivare sotto i treni, sopra montagne innevate e fiumi le cui acque hanno provocato molte vittime. Inoltre, un grosso problema che si è intensificato negli ultimi anni è stato la criminalizzazione dei difensori dei diritti umani, come esemplificato dai casi dell’equipaggio IUVENTA, Sarah Mardini, Sean Binder, così come un nostro stesso volontario contro la quale il ministro dell’Interno croato ha sporto denuncia per “agevolamento dell’immigrazione illegale” perché era presente nel momento in cui la famiglia della defunta Madina Hussiny, con diversi bambini e minori, stava per avvicinarsi alla polizia croata e richiedere protezione internazionale. È stato accusato di aver favorito il loro passaggio dalla Serbia alla Croazia. Tuttavia, ha condiviso con la polizia resoconti dettagliati, prove scritte, nonché tre posizioni geografiche registrate relative all’evento specifico e le accuse sono state dimostrate false durante l’udienza in tribunale. Con l’accusa ufficiale, il ministero ha chiesto la sanzione più alta: la reclusione, un’ammenda di 43.000 euro e un divieto di lavoro per la persona giuridica, quindi per AYS. Nel settembre 2018, il tribunale ha ritenuto colpevole il volontario per “negligenza involontaria” ma ha respinto le sanzioni richieste e ha emesso un’ammenda minore (ma comunque sostanziale) di 8.000 euro. Abbiamo contestato questa decisione e adesso è in attesa dell’esito dell’appello.

Cosa vi aspettate dalla prossima Commissione Europea sulle politiche di accoglienza dell’UE?

Abbiamo imparato a tenere sotto controllo le nostre aspettative viste le passate esperienze. È stato piuttosto scioccante vedere l’UE dare alla Croazia il via libera per entrare nella zona Schengen. Questo è avvenuto dopo numerose segnalazioni che hanno messo in luce violazioni dirette delle disposizioni dello Schengen Border Code, nonché violazioni del diritto internazionale e dell’UE, tra cui la Convenzione di Ginevra sullo Status dei Rifugiati. Concordiamo sul fatto che entrare a Schengen migliorerà la qualità della vita dei cittadini croati, ma riteniamo moralmente discutibile il raggiungimento di questo obiettivo a sostegno delle persone più vulnerabili. Nena News

Oggi a Napoli la rassegna curata da Maria Rosaria Greco inaugura la mostra “Comunicare la Palestina, una narrazione diversa”, 18 manifesti realizzati da noti designer italiani per aprire un dibattito nuovo intorno al processo necessario di decolonizzazione

Alcuni dei manifesti della mostra: da sinistra a destra, opere di Marco Tortoioli Ricci, Paolo De Robertis, Cinzia e Monica Ferrara, Geppi De Liso e Lilli Chimienti

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 29 novembre 2019, Nena News – Dopo cinema, cucina, poesia, letteratura, Femminile Palestinese abbraccia il design: la sesta edizione della rassegna campana curata da Maria Rosaria Greco e promossa dal Centro di produzione teatrale Casa del contemporaneo, si reinventa ancora una volta.

Lo fa con una mostra che viaggerà per l’Italia, Comunicare la Palestina, una narrazione diversa, curata da Pino Grimaldi e Enrica D’Aguanno. Un viaggio nei colori, il design, uno stile di comunicazione originale che non vuole semplicemente sensibilizzare il pubblico su una questione quasi dimenticata, ma che punta ad aprire un dibattito nuovo intorno alla necessaria decolonizzazione della Palestina.

Con diciotto manifesti, poster realizzati da designer noti in tutta Italia, Femminile Palestinese – che fin dalla sua nascita ha fatto della comunicazione lo strumento per superare stereotipi e dare voce a una narrazione altra – offre spazio al processo decolonizzatore attraverso l’impatto forte e immediato del design.

Lo scopo non è solo, come spiega Greco, «esporre una serie di esercizi di stile di alcuni noti designer italiani, ma sollecitare un pensiero teorico sul rapporto tra design della comunicazione e impegno politico». Comunicare per costruire consapevolezza.

Ci sono le mappe, fondamentali a comprendere il processo di colonizzazione israeliana tuttora in atto, riviste e interpretate dalle opere di Enrica D’Aguanno, Cinzia e Monica Ferrara, Mario Piazza; ci sono i colori caldi del ricamo palestinese raccontati da Geppi De Liso e Lilli Chimienti; c’è la violenza dell’esercito israeliano disegnata da Francesco Dondina e Andrea Rauch; e c’è il messaggio, potente, della parola «decolonization», con le opere di Paolo De Robertis, Pino Grimaldi, Gianni Sinni, Marco Tortoioli Ricci. E tanti altri autori.

L’inaugurazione della mostra e del catalogo, oggi alle 11 all’Aula Magna dell’Accademia di belle arti di Napoli, sarà accompagnata da una tavola rotonda a cui parteciperanno Giuseppe Gaeta, direttore dell’Accademia, Enrica D’Aguanno, coordinatrice del corso di design della Comunicazione Abana, Pino Grimaldi, docente di metodologia del design Abana, Maria Rosaria Greco, curatrice di Femminile Palestinese, e Marco Tortoioli Ricci, presidente dell’Associazione italiana design della comunicazione visiva.

La rassegna resterà a Napoli fino al 10 gennaio 2020, per poi spostarsi a Milano e Salerno. Per informazioni visitate il sito https://www.femminilepalestinese.it/

Sei di loro, sostiene Teheran, partecipavano attivamente alle proteste scoppiate a metà novembre nel Paese. Per la Guida Suprema Khamenei le manifestazioni sono una “cospirazione molto pericolosa”. Il ministro degli Interni: “Finora almeno 200.000 persone sono scese in piazza”. Assaltato il consolato iraniano nella città irachena di Najaf

(Foto: Reuters)

della redazione

Roma, 28 novembre 2019, Nena News – Le autorità iraniane hanno arrestato la scorsa settimane almeno 8 persone collegate alla Cia. A dirlo è stata ieri l’agenzia ufficiale iraniana Irna. “Questi elementi – scrive Irna riportando le parole del ministro dell’Intelligence iraniano – hanno ricevuto un addestramento finanziato dalla Cia in vari paesi mentre erano sotto copertura come giornalisti-cittadini. Sei di loro sono stati arrestati mentre partecipano ai disordini ed eseguivano gli ordini [della Cia]. Gli altri due mentre tentavano di mandare informazioni all’estero”.

La notizia degli arresti giungeva qualche ora dopo che la Guida Suprema Ali Khamenei descriveva le due settimane di protesta anti-governative come una “cospirazione molto pericolosa”. “Il popolo ha sventato un vasto e profondo complotto su cui sono stati spesi molti soldi per la distruzione, la crudeltà e l’omicidio di persone” ha spiegato la massima figura religiosa del Paese partecipando ad un raduno dei Basij, la forza volontaria della Guardia rivoluzionaria iraniana che sarebbe stata in prima linea nel reprimere le proteste degli scorsi giorni. Una repressione dai contorni ancora poco chiari: il governo non ha infatti ancora presentato numeri ufficiali sui morti e i feriti delle manifestazioni antigovernative scoppiate a metà novembre. L’ong internazionale per i diritti umani Amnesty International ha accusato Teheran di aver ucciso almeno 143 persone, dato che è stato duramente criticato dalle autorità iraniane in quanto privo di prove.

Duro è anche il commento di Human Rights Watch (Hrw) che ha accusato ieri il governo Rouhani di aver “deliberatamente insabbiato” l’entità della repressione. Hrw ha pertanto invitato le autorità a fornire “immediatamente il numero di morti, gli arresti e permettere una inchiesta indipendente sui presunti abusi compiuti”. Michael Page, vice direttore per il Medio Oriente di Human Rights Watch, ha poi spiegato che “tenere le famiglie all’oscuro su quanto accaduto ai loro cari, mantenendo vivo un clima di paura e rappresaglia, è una deliberata strategia da parte del governo per soffocare il dissenso”. Per molti giorni, a partire dal 16 novembre, Teheran ha bloccato Internet limitando le comunicazioni con il mondo esterno nel tentativo così di limitare la diffusione delle proteste. La situazione sembra essere migliorata ora, sebbene la presenza della rete sui telefoni cellulari resti ancora difficile.

Proprio alla rete, e per la precisione a Twitter, ieri si era affidato la Guida Suprema per esprimere “la sua sincera gratitudine e apprezzamento” agli iraniani. “Il popolo – ha cinguettato – ha dimostrato di nuovo che sono potenti e grandi e hanno sconfitto con la loro presenza il grande complotto del nemico”. Il tweet puntava il dito precisamente contro “l’arroganza globale e il sionismo” in un chiaro riferimento ai due principali rivali iraniani, gli Stati Uniti d’America e Israele.

Dopo quasi due settimane di silenzio, intanto, ieri è arrivata una prima conferma da parte di Teheran sulla consistenza delle dimostrazioni anti-governative, le più grandi da almeno 10 anni a questa parte (nel 2009 fu il Movimento verde a portare in piazza migliaia di giovani contro l’allora presidente Ahmadinejad). Il ministro degli Interni Abdolreza Rahmani Fazli ha detto infatti che almeno 200.000 persone hanno preso parte alle proteste. Secondo quanto dichiarato da Fazli, i dimostranti hanno danneggiato 50 stazioni di polizia, 34 ambulanze, 731 banche e 70 stazioni di benzina. Citato dall’agenzia Iran, il ministro ha detto che “abbiamo individui uccisi da coltelli colpi di pistola e incendi”.

E mentre la situazione resta tesa nella Repubblica islamica a causa della difficile condizione economica resa insostenibile dal recente aumento dei prezzi del carburante – su cui pesano però fortemente le sanzioni e i blocchi statunitensi decisi dall’Amministrazione Usa di Donald Trump dopo il ritiro dall’accordo sul nucleare iraniano – continuano le manifestazioni contro il governo iracheno in Iraq. Proteste che spesso hanno avuto palesi tratti anti-iraniani. L’ultimo caso evidente ieri quando un gruppo di dimostranti ha assaltato il consolato iraniano nella città di Najaf (non si sono registrate vittime). L’attacco ha mandato su tutte le furie Teheran che, tramite il portavoce del ministero degli esteri Abbas Moussavi, ha chiesto a Baghdad “una risposta ferma contro gli aggressori”.

Le autorità irachene, responsabili finora dell’uccisione di oltre 320 dimostranti, hanno subito decretato il coprifuoco nell’area. Molti manifestanti iracheni accusano le forze straniere – soprattutto l’Iran – del baratro economico e sociale in cui versa il loro Paese. Nena News

L’imprenditore si dice pronto a guidare il Libano se riceverà i sostegni necessari. Intanto le proteste popolari contro corruzione e carovita continuano. Nelle strade aumentano gli scontri tra fazioni politiche opposte

Proteste in Libano, Reuters

di Michele Giorgio   il Manifesto

Roma, 28 novembre 2019, Nena News – Se, come annunciato, il capo dello Stato Michel Aoun comincerà oggi le consultazioni per la nomina del premier incaricato, un po’ tutte le forze politiche dovrebbero indicare il nome di Samir Khatib, un imprenditore a capo del gigante Khatib & Alami Engineering. Khatib è un buon amico del primo ministro sunnita dimissionario Saad Hariri che l’altra sera si è chiamato fuori dalla formazione del nuovo governo.

Khatib si è detto pronto a fare la sua parte. Si dice convinto di poter guidare il paese «bene come fa con la sua impresa». Considerare il Libano solo un’azienda da risanare è miope. Accanto ai conti da mettere in ordine e al contenimento del debito pubblico (86 miliardi di dollari, pari al 150% del Pil) occorre redistribuire la ricchezza, mettere fine ai monopoli e allo strapotere degli istituti di credito e finanziari se si vuole dare una risposta vera ai bisogni delle centinaia di migliaia di libanesi che dal 17 ottobre in poi sono scesi in strada a Beirut e in altre città per chiedere pane e lavoro per tutti, la fine della corruzione, del carovita, degli sprechi, della mancanza di servizi essenziali e del confessionalismo che paralizza l’economia e il sistema politico. Una protesta che all’inizio ha visto insieme cristiani, sunniti e sciiti puntare il dito contro tutti i partiti e i leader politici, dal premier filo-Usa Hariri al segretario generale del movimento sciita Hezbollah, Hassan Nasrallah, alleato dell’Iran. Ma che sta gradualmente perdendo la sua spontaneità per rientrare nei binari del perenne scontro tra le forze schierate con gli Usa, l’Arabia saudita e l’Occidente e quelle che fanno riferimento a Siria e Iran.

Non sfugge che mentre la maggior parte dei manifestanti, specie i più giovani, continui ad accusare tutti i partiti del disastro libanese, alcuni media locali e quelli globali finanziati da Arabia saudita e del Golfo appaiono impegnati, con un evidente fine politico, ad attribuire ad Hezbollah e all’altro partito sciita Amal le responsabilità principali. Senza alcun dubbio anche Hezbollah ha colpe importanti. Fra queste l’aver avallato, nel rispetto del sistema settario, le posizioni di potere a più livelli di altre forze politiche, anche avversarie, in modo da conservare e rafforzare le sue. Ma la sua responsabilità non è superiore a quella degli altri partiti. Non certo più di quella di Hariri e del sistema di controllo politico ed economico messo in piedi dalla sua famiglia. Non più dei libanesi che hanno esportato all’estero diversi miliardi di dollari sottraendo ricchezza al paese. Andrebbe ricordato che le rigide sanzioni finanziarie e bancarie varate dall’Amministrazione Trump contro Hezbollah quest’anno hanno contribuito a far calare le rimesse annuali dei libanesi che lavorano all’estero, da 8,5 ad 3 miliardi di dollari. Fondi vitali che assicurano la sopravvivenza di decine di migliaia di famiglie.

Il clima che si respira è pesante. Se qualche giorno fa si erano registrate aggressioni ai manifestanti che bloccavano la tangenziale di Beirut compiute da attivisti di Hezbollah e Amal, martedì sera a scagliarsi pietre e a prendersi a pugni e a bastonate, a cavallo tra il sobborgo sciita di Chiyah e l’adiacente area cristiana di Ein Rummaneh, sono stati giovani di Hezbollah e delle Forze Libanesi, una formazione di destra non rappresentativa delle ragioni delle proteste popolari. Questi e altri scontri – avvenuti anche a Tripoli – hanno provocato decine di feriti. Un brutto segnale per un paese che ha pagato con 150mila morti una guerra civile durata 15 anni. Ieri le donne dei due sobborghi hanno risposto all’accaduto manifestando insieme contro la violenza. Nena News

Pagine

Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

PalestinaRossa newsletter

Resta informato sulle nostre ultime news!

Subscribe to PalestinaRossa newsletter feed

Accesso utente