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Mancano le medicine, la protesta libanese contro il ministero della Salute. Navi Pillay guiderà l’inchiesta Onu per crimini di guerra a Gaza. La Turchia annuncia il controllo dei finanziamenti stranieri ai media nazionali

Macerie a Gaza, durante l’offensiva militare Margine Protettivo lanciata da Israele nell’estate del 2014 (Foto: Oxfam)

della redazione

Roma, 23 luglio 2021, Nena News

Mancano le medicine, la protesta libanese online

Si è diffusa immediatamente, sui social, la protesta dei libanesi contro la reazione del ministro della Salute, Hamad Hassan, di fronte alla carenza di medicinali nel paese. Hassan mercoledì aveva accusato i media del paese di esagerare la crisi economica e sanitaria del Libano. Eppure la realtà è un’altra: chi può permetterselo, si fa inviare medicine dall’estero, dai familiari espatriati, perché nel paese o non si trovano o costano troppo per una popolazione che da due anni vive tra svalutazione della moneta (-90% dal 2019) e inflazione rampante.

Una situazione che ha condotto in alcuni casi alla chiusura delle farmacie per sciopero e a una crescente difficoltà ad acquistare beni di prima necessità, a partire dal cibo. All’inizio di luglio la morte di una bambina di 10 mesi, Jouri al-Sayyid, aveva provocato enorme rabbia: la famiglia ha denunciato la mancanza di cure, entrare in ospedale era di fatto impossibile per l’affollamento dei reparti dovuto sia al Covid sia ai continui blackout elettrici.

Manca anche la benzina: nelle scorse settimane centinaia di automobili hanno fatto file interminabili alle pompe di benzina a causa del razionamento. I libanesi hanno reagito con proteste di piazza, ormai senza soluzione di continuità dall’ottobre 2019 quando è iniziato il movimento popolare che non ha mai cessato di chiedere la caduta del governo e la fine del sistema settario.

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Navi Pillay guiderà per l’Onu l’inchiesta per crimini di guerra a Gaza

L’Unhrc, il Consiglio Onu per i diritti umani, ha nominato Navi Pillay a capo dell’inchiesta internazionale su crimini di guerra commessi nella Striscia di Gaza durante l’operazione israeliana dello scorso maggio, in cui sono stati uccisi 248 palestinesi (di cui 66 bambini) e 13 israeliani a seguito dei razzi lanciati da Hamas.

Pillay, ex giudice sudafricana, è stata commissaria dell’Unhrc tra il 2008 e il 2014. Guiderà il team investigativo formato da tre persone.

L’Onu indagherà eventuali crimini commessi sia dall’esercito israeliano che dal movimento islamista palestinese, che hanno siglato il cessate il fuoco il 21 maggio dopo undici giorni di bombardamenti israeliani dell’enclave palestinese. All’epoca la commissaria dell’Unhrc, Michelle Bachelet, aveva parlato di crimini di guerra commessi da Israele e di violazione del diritto umanitario da parte di Hamas.

Israele ha già fatto sapere che non coopererà con le indagini, mentre gli Stati Uniti – che sono rientrati nell’agenzia dopo l’uscita ordinata sotto la presidenza Trump – hanno comunque mosso critiche: il segretario di Stato Blinken, lo scorso febbraio, aveva parlato di “focus sproporzionato su Israele”.

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La Turchia pianifica il controllo dei finanziamenti stranieri ai media nazionali

Lo ha annunciato mercoledì l’ufficio della presidenza turca: Ankara è pronta a introdurre strumenti di controllo sui media nazionali finanziati dall’estero, che saranno tenuti a fornire report dettagliati delle proprie attività ogni sei mesi. Media come Medyascope, Bianet, Serbestiyet e 140Journos saranno sottoposti dunque a controlli più approfonditi, nell’idea governativa che i finanziamenti stranieri ne dettino un’agenda anti-turca, a fronte di un panorama di stampa filogovernativa divenuta la terza gamba del potere.

Le accuse, a riprova di ciò, non arrivano solo da rappresentanti del governo Akp-Mhp, ma anche dalla stessa stampa filogovernativa che accuse le piattaforme di lavorare contro gli interessi turchi e a favore della propaganda di opposizione. Diversa, ovviamente, la posizione delle redazioni interessate dal controllo extra e che ricevono fondi in modo trasparente, attraverso bandi privati: “La Turchia è un paese di giornalisti disoccupati grazie a questo governo – spiega un giornalista a Middle East Eye – Finanzia i quotidiani filogovernativi con compagnie edili pro-governative che vincono sempre gli appalti pubblici. Ma gli altri non possono ricevere nemmeno pubblicità a causa delle pressioni dell’esecutivo”. Nena News

Tel Aviv crea un team speciale per gestire le accuse di complicità con la società Nso e le intelligence straniere che ne hanno usato il software. Intanto l’associazione per i diritti umani offre gratuitamente uno strumento per verificare se il proprio telefono è stato attaccato

(Fonte: Amnesty International)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 22 luglio 2021, Nena News – Pegasus è pressoché invisibile: le versioni più recenti del software-spia dell’israeliana Nso si nasconderebbero nella memoria temporanea di smartphone o iPhone. Ma intercettarlo non è impossibile: Amnesty Tech, il collettivo di hacker e ricercatori dell’associazione per i diritti umani, ha messo a punto Mvt, Mobile Verification Toolkit, strumento gratuito e scaricabile online per sapere se lo spyware ha attaccato Android o iOS.

In attesa di renderlo utilizzabile anche ai principianti, come ha spiegato la direttrice di Amnesty Tech, Rasha Abdul-Rahim, anche i leader politici mondiali sono costretti a trattare di una questione volutamente ignorata, che finora aveva riguardato attivisti e giornalisti del sud del mondo: secondo Le Monde, tra i target del software israeliano (dal mancato premier libanese Hariri a quello indiano Khan, dal presidente sudafricano Ramaphosa fino allo stesso re marocchino Mohammed VI) e tra i 50mila numeri di telefono intercettati ci sarebbe anche quello del presidente francese Macron, sotto sorveglianza delle autorità marocchine.

Il Guardian – tra i giornali che ha realizzato la mega inchiesta su Pegasus guidata dal gruppo no-profit Forbidden Stories – non si deve però correre troppo: il fatto che quel numero sia nella lista «non significa che sia stato hackerato con successo».

E mentre la magistratura francese apre un’inchiesta sulle accuse all’intelligence marocchina, il governo israeliano prova a correre ai ripari: secondo il sito Axios, è stato formato un team ministeriale formato da Difesa, Esteri e Giustizia e dal Mossad per gestire la bufera diplomatica che si appresta ad abbattersi, più o meno dietro le quinte, su Tel Aviv.

Lo stesso ministro della Difesa Gantz ha fatto sapere che il governo sta «studiando» i rapporti in merito agli usi di Pegasus in violazione della licenza di esportazione. È così che Israele tenterà di difendersi dalle accuse di complicità con la società Nso e con le intelligence straniere che ne hanno usato lo spyware.

Accuse che hanno radici lontane e che rientrano nella diplomazia economica di Tel Aviv, spesso imbastita con paesi autoritari come India, Ungheria ed Emirati con cui Israele ha avviato o rafforzato le relazioni economiche e diplomatiche proprio negli ultimi anni.

Un esempio su tutti: come ricostruito dal Guardian, la Nso era presente già nel 2017 a una serie di incontri segreti tra imprenditori israeliani e funzionari sauditi. Che hanno poi acquistato Pegasus per 55 milioni di dollari dietro l’esplicito permesso del governo israeliano, che viene concesso tramite Deca, la Defence Export Controls Agency, in teoria fornita di strumenti legali per impedire la vendita di prodotti di sorveglianza se c’è timore di violazioni di diritti umani.

Ovviamente i destinatari di tali strumenti per Israele sono segreto di Stato. Non è dato sapere nemmeno se i “colpacci” di Pegasus all’estero siano visibili e accessibili all’intelligence israeliana. Se cioè esista un accordo con la Nso per visionare le informazioni raccolte dallo spyware per altri acquirenti. Secondo fonti statunitensi che hanno parlato con il Washington Post, sì: Israele ha accesso a tutto quello che Pegasus scova.

La decisione di lunedì della nota compagnia Ben & Jerry di sospendere le vendite dei gelati nei Territori Occupati palestinesi ha mandato su tutte le furie gran parte del mondo politico israeliano che parla di “resa all’antisemitismo”. Gli attivisti palestinesi: “La loro rabbia mostra come per loro non ci sia alcuna differenza tra i Territori e Israele”

della redazione

Roma, 21 luglio 2021, Nena News – Schiuma di rabbia gran parte del mondo politico israeliano dopo la decisione della nota compagnia Ben & Jerry di sospendere la vendita di gelati nei Territori Occupati palestinesi. Se l’ex premier Netanyahu ha invitato su Twitter al boicottaggio dell’azienda statunitense (“Ora noi israeliani sappiano quale gelato NON comprare” ha cinguettato), non meno duro è stato il commento del ministro degli Esteri Lapid che ha parlato di “resa vergognosa all’antisemitismo”.

Il premier Bennet, invece, l’ha definita una scelta “moralmente sbagliata”. Lunedì il primo ministro si era lamentato della decisione di Ben & Jerry con la Unilever, la multinazionale di stanza a Londra che ha acquistato la Ben & Jerry nel 2000, minacciando “severe conseguenze”.

Ma commenti al vetriolo sono arrivati anche dagli Stati Uniti dove la lobby americana pro-israeliana AIPAC ha parlato di mossa “discriminatoria”. Secondo l’organizzazione filo-israeliana Anti-Defamation League (Adl), invece, questa scelta “alimenta una pericolosa campagna che prova a minare Israele”. Il riferimento a quale campagna è chiarissimo: sul banco degli imputati per Adl c’è il movimento Bds che, nato all’interno della società civile palestinese, chiede il boicottaggio, i disinvestimenti e le sanzioni contro lo stato ebraico.

Già l’anno scorso l’Adl aveva affermato che il sostegno per un unico stato con diritti uguali per tutti i cittadini in Israele e nei Territori palestinesi era “antisemita”. Tuttavia, il diritto internazionale parla chiaro: i territori di Gerusalemme est, Cisgiordania e della Striscia di Gaza sono palestinesi e sono occupati da Israele dal 1967. Pertanto la presenza in quelle terre di soldati, colonie e avamposti israeliani è illegale.

Contro il movimento Bds si era scagliato due giorni il ministro degli esteri israeliano Lapid quando ha esortato gli stati Usa a promulgare leggi che penalizzino duramente compagnie che boicottano Israele: “Più di 30 stati negli Stati Uniti hanno approvato leggi anti-Bds negli ultimi anni – ha scritto Lapid su Twitter – chiedo a ciascuno di loro di rafforzare queste leggi contro la Ben & Jerry. Non tratteranno Israele in questo modo senza ricevere risposte”.

Di tutt’altro umore sono invece i palestinesi che festeggiano la decisione dell’azienda di gelati. Per Tel Aviv, ha osservato Jinan Deena del Comitato anti-discriminatorio arabo americano, “non c’è distinzione tra i Territori (palestinesi) e Israele”. “Israele – ha aggiunto – continua a controllare tutti i confini persino in aree sotto il controllo dell’Autorità palestinese. Il fatto che alcuni leader israeliani siano furiosi con questa decisione è comico”.

La Ben & Jerry aveva annunciato la sua decisione di sospendere le sue vendite nei Territori Occupati con un comunicato in cui aveva detto che operare in quell’area “non è coerente” con i suoi “valori”. La compagnia di stanza nel Vermont (Usa) sostiene molte cause di giustizia sociale: tra queste il movimento Black Lives Matter e le questioni di genere.

In una nota, lo “Stato Islamico” ha rivendicato l’attentato avvenuto ieri a Baghdad nel quartiere di Sadr City. Il premier iracheno ha annunciato l’apertura di un’indagine e l’arresto del comandante della polizia responsabile dell’area colpita

della redazione

Roma, 20 luglio 2021, Nena News – Lo “Stato Islamico” torna a colpire a Baghdad: ieri un attentatore suicida si è fatto saltare in area in un affollato mercato cittadino uccidendo almeno 35 persone. Secondo fonti della polizia, nell’attentato, avvenuto nel quartiere di Sadr City, sono rimaste ferite più di 60 persone. Distrutti diversi negozi. In alcuni video postati su Twitter (la cui veridicità al momento però non può essere confermata) si vedono diverse persone che provano a scappare dal mercato dopo l’esplosione.

Baghdad ripiomba così nel terrore: un attacco simile si era verificato nella capitale irachena lo scorso gennaio. Allora le vittime furono 32 rappresentando il più grave attentato degli ultimi tre anni. Un’esplosione aveva avuto luogo a Sadr City anche ad aprile, ma in quel caso la polizia disse che si trattò di un “incidente” di un veicolo che trasportava esplosivi.

In seguito a quanto accaduto ieri, il premier iracheno Kadhimi ha posto agli arresti il responsabile della polizia dell’area del mercato e ha annunciato l’apertura di un’indagine. L’attentato giunge a poche ore dal primo giorno della festività musulmana dell’Eid al-Adha (“festa del sacrificio”) quando le strade del mondo arabo – a partire dai mercati – sono più affollate del solito. L’esplosione avvenuta ieri conferma che, contrariamente a quanto annunciò in pompa magna il governo iracheno nel 2019, il “califfato” islamico non è mai stato veramente sconfitto.

Seppur con molta meno frequenza, cellule del cosiddetto “stato islamico” continuano a mietere vittime nel Paese. Ad aggravare il quadro c’è poi la grave crisi economica (acuitasi con il Covid) e il malcontento della popolazione irachena verso l’intera classe dirigente incapace di rispondere alle istanze dei cittadini. Tutti punti a favore dell’Isis che, nelle crepe e difficoltà del governo centrale, torna ad alzare la voce. Nena News

Il primo ministro sloveno Janez Janša, che detiene la presidenza semestrale del Consiglio dell’UE, ha partecipato a una conferenza dell’opposizione iraniana provocando la dura reazione di Teheran e Bruxelles

di Marco Siragusa

Roma, 19 luglio 2021, Nena News – Sabato 10 luglio il premier sloveno Janez Janša ha partecipato in maniera virtuale all’annuale meeting Free Iran World Summit, organizzato dall’opposizione e dalla diaspora iraniana. Nel suo messaggio video Janša ha chiesto l’istituzione di una commissione d’inchiesta internazionale guidata dalle Nazioni Unite sulle esecuzioni di migliaia di prigionieri politici eseguite nel 1988 dal regime guidato dall’Ayatollah Ruhollah Khomeyni. Una richiesta arrivata poche settimane dopo l’elezione del nuovo presidente della Repubblica Islamica, Ebrahim Raisi, accusato di aver partecipato al massacro.

L’intervento del premier sloveno ha scatenato immediatamente un’ondata di critiche e dure reazioni. Teheran ha convocato l’ambasciatore sloveno per chiarimenti mentre il ministero degli Esteri ha rilasciato una dichiarazione con cui definisce le parole di Janša “inaccettabili e poco diplomatiche […] contrarie allo spirito delle relazioni bilaterali tra i due paesi”.

Ben più sorprendenti sono state però le reazioni interne alla stessa Unione Europea, rappresentata nei prossimi sei mesi proprio dalla Slovenia. L’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Josep Borrell, dopo aver sentito telefonicamente il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif, ha voluto sottolineare come le posizioni di Janša “non rappresentano quelle dell’Unione Europea” e della sua politica estera. Una presa di distanza decisa che scredita il premier sloveno ma che mostra tutte le crepe interne all’UE.

Il gruppo al Parlamento Europeo dei Socialisti e Democratici ha pubblicato una nota in cui si dice “scioccato per le posizioni espresse dal primo ministro sloveno” e per la sua partecipazione ad un meeting organizzato dal Consiglio nazionale della resistenza dell’Iran (CNRI), noto anche come Organizzazione dei Mujaheddin del Popolo dell’Iran (MEK), fino al 2009 inserita dall’UE nella lista delle organizzazioni terroristiche. Il portavoce dei Socialisti, Tonino Picula, ha parlato della partecipazione al summit come di un gesto “estremamente irresponsabile e grave che indebolisce gli sforzi in corso per rilanciare l’accordo nucleare con l’Iran”.

Il semestre di presidenza del Consiglio dell’Unione Europea si era aperto per la Slovenia con un duro scontro, a favore di telecamere, tra le massime cariche istituzionali europee e Janša, noto per la sua estrema vicinanza a gente come Viktor Orban e Donald Trump. Alla conferenza di inaugurazione dello scorso 6 luglio a Lubiana, il presidente del Parlamento europeo David Sassoli non aveva perso l’occasione per criticare il pessimo stato di salute della libertà di informazione e di opinione in Slovenia. Una critica rifiutata da Janša secondo cui “in questo momento non c’è nessuna repressione dei giornalisti”. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen si era invece concentrata sui limiti relativi all’indipendenza della magistratura, tema su cui Janša aveva già avuto un duro scontro con il vicepresidente della Commissione Frans Timmermans che si era persino rifiutato di partecipare alla tradizionale foto di gruppo.

Questi episodi sono solo la punta dell’iceberg di un conflitto interno all’Unione Europea. Da una parte il cosiddetto “Gruppo di Visegrad” (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia), accusati di derive autoritarie e fortemente criticate per l’attacco condotto contro la comunità LGBT+. Lo sloveno Janša, pur non appartenendo formalmente al quartetto, ha dimostrato di essere molto più vicino alle tendenze sovraniste e antidemocratiche espresse soprattutto da Ungheria e Polonia. Dall’altro lato, la stragrande maggioranza dei paesi membri e delle istituzioni europee che, come dimostrano i continui scontri delle ultime settimane, si sono dette pronte ad avviare già in settimana la procedura di infrazione nei confronti dell’Ungheria proprio per la nuova legge anti-Lgbt+.

Visti i presupposti e la falsa partenza, i prossimi sei mesi di presidenza slovena rischiano di portare lo scontro ad un livello ancora più alto. Esattamente il contrario di quello che viene solitamente richiesto a chi formalmente rappresenta l’Unione Europea.

Nel 2021 la crisi del Sahel entra nel suo decimo anno. Nonostante la natura transnazionale del conflitto prolungato, ogni Paese dell’area ha sperimentato diversi modelli di violenza e successive trasformazioni

di Federica Iezzi

Roma, 17 luglio 2021, Nena News – Nel 2021 la crisi del Sahel entra nel suo decimo anno. Nonostante la natura transnazionale del conflitto prolungato, ogni Paese dell’area ha sperimentato diversi modelli di violenza e successive trasformazioni.

Sia l’Islamic State in the Greater Sahara (ISGS) che Jama’at Nusrat Al Islam Wal Muslimin (JNIM), gruppo affiliato ad al-Qaeda, hanno spostato i loro sforzi in aree geografiche adiacenti al Sahel, di fronte a forti pressioni militari nella regione di confine tra Niger, Burkina Faso e Mali (Liptako-Gourma).

Il rinnovato impegno nei conflitti locali ha consentito ai gruppi militanti jihadisti di ampliare il proprio raggio d’azione, riaffermare la propria influenza, mobilitarsi e ottenere risorse per una ristrutturazione. Quadro estremamente chiaro nelle regioni Tillaberi e Tahoua del Niger, nelle parti orientali del Burkina Faso e nel Mali centrale.

IL NIGER COMBATTE contro l’insurrezione di Boko Haram nel bacino del lago Ciad, l’insurrezione saheliana guidata dall’ISGS nel nord di Tillaberi e l’attività del JNIM nel sud-ovest di Tillaberi.

Dall’inizio del 2021, il paese è stato caratterizzato da una significativa instabilità. Una serie di omicidi su larga scala contro civili di etnia Djerma e Tuareg ha provocato la maggior parte dei decessi segnalati. Il numero di uccisioni attribuite all’ISGS, rappresenta il 66% di tutti i decessi per violenza politica organizzata in Niger nel 2021.

Tillaberi e Tahoua hanno una lunga e complessa genealogia di violenza legata a ribellioni, conflitti etnici e reti militanti e criminali. La striscia di confine tra le due aree e la regione di Menaka in Mali ha vissuto uno dei periodi più intensi di violenze interetniche.

Durante i discussi massacri del gennaio 2021 a Tchoma Bangou e Zaroumadareye, violenti scontri si sono susseguiti tra gli abitanti del villaggio di Djerma, che si opponevano all’ISGS, e i membri della comunità Fulani. L’etnia Fulani è risultata un bersaglio facile molto probabilmente a causa dei legami percepiti con i militanti, ma risultano proprio i Fulani quelli che sopportano il peso maggiore del capro espiatorio e della stigmatizzazione.

A DIFFERENZA DEL NIGER, IL BURKINA FASO HA VISTO una significativa riduzione dei decessi legati al conflitto nel Sahel, dal marzo 2020. Le operazioni congiunte tra il G5 Sahel (di cui il Burkina Faso fa parte) e le forze francesi, in particolare contro l’ISGS, sono rimaste costanti nell’area di confine dei tre stati. Questo ha indebolito notevolmente le capacità del gruppo ISGS, soprattutto nelle aree del centro-nord e dell’est del Burkina Faso.

I negoziati tra autorità burkinabé e JNIM all’inizio del 2020 hanno portato alla revoca dell’embargo sulla città settentrionale di Djibo, allo svolgimento delle elezioni presidenziali in condizioni di relativa calma, a episodi limitati di violenza.

Il fragile cessate il fuoco è crollato quando la violenza è divampata di nuovo in diverse regioni. A partire dal novembre 2020, nella città nord-orientale di Mansila, nell’area di Djibo e nella città nordoccidentale di Koumbr, scontri tra JNIM e FDS (Defense and security forces) hanno provocato lo sfollamento di migliaia di civili. Sono inoltre riemerse tensioni tra le comunità di etnia Fulani e Mossi a Kobaoua e Namssiguia.

I gruppi affiliati al JNIM nel Burkina Faso orientale hanno mostrato comportamenti diversi rispetto ai gruppi del medesimo orientamento in Mali. Per più di un anno, c’è stata una disconnessione tra il centro e la periferia all’interno dell’organizzazione JNIM. Le unità operano con estrema autonomia e sono modellate dai contesti e dalle circostanze locali.

I gruppi militanti in Burkina Faso si sono sviluppati in uno spazio geografico che si trova tra due poli di influenza in competizione. In generale, tra il JNIM, più pragmatico in Mali, e l’ISGS più estremo nella regione di confine tra Burkina Faso, Mali e Niger.

L’influenza jihadista in costante crescita nel Burkina Faso orientale ha esposto il vicino Benin alla minaccia di violenti scontri.

EPICENTRO DELLA CRISI DEL SAHEL RESTA IL MALI. Le operazioni militari su larga scala a guida francese che hanno accompagnato il lancio della Task Force Takuba non hanno indebolito la strategia dell’ISGS.

Nella regione centrale di Mopti, il JNIM ha perpetrato azioni violente contro le comunità etniche a maggioranza Dogon. Mentre nella vicina regione di Segou continua il conflitto tra le comunità Bambara e Fulani.

Dopo lunghi negoziati, che non sono riusciti a porre fine ai combattimenti, l’High Islamic Council of Mali (HCIM) è finalmente riuscito a raggiungere un delicato cessate il fuoco tra le parti nell’aprile 2021.

Tuttavia, nel 2020, le forze armate maliane (FAMa) hanno ucciso più civili dei gruppi militanti jihadisti e hanno commesso più violazioni dei diritti umani, come mostrano i dati dell’ACLED (Armed Conflict Location and Event Data Project) e delle Nazioni Unite (MINUSMA, marzo 2021).

La politica dirompente nella capitale Bamako ha messo a dura prova le relazioni Mali-Francia. Macron ha recentemente sospeso le operazioni militari congiunte e la cooperazione con il Mali, privando il Paese di una copertura aerea cruciale e di capacità di intelligence.

Le operazioni militari congiunte su larga scala delle forze francesi e del G5 Sahel si sono concentrate sulla regione di confine dei tre stati, allentando la morsa dei gruppi militanti jihadisti e indebolendo la loro presenza nell’area.

Sebbene gli accordi di pace locali, in assenza di uno sforzo globale, forniscano alle popolazioni una tregua almeno temporanea dalla violenza, tendono ad essere fragili e difficili da sostenere a lungo termine. Accordi infranti e cessate il fuoco, dopo periodi di intensa coercizione, sono stati seguiti da cicli di violenza maggiormente preoccupanti. Nena News

Il premier designato non è riuscito a formare il governo e accusa il capo dello stato. La situazione nel Paese dei Cedri precipita sempre di più

Il capo dello stato Aoun (sinistra) e il premier dimissionario Hariri

della redazione

Roma, 16 luglio 2021, Nena News – Il premier designato libanese Hariri ha ieri gettato la spugna dopo non essere riuscito a formare il governo. La decisione è stata presa dopo un breve incontro con il capo dello stato Aoun. “Mi ritiro dal formare il governo – ha detto ai giornalisti – Aoun mi ha chiesto delle modifiche che considera essenziali e ha detto che non saremo stati in grado di raggiungere un’intesa. Dio possa salvare questo Paese”. Dura è stata la replica di Aoun. In una nota, il presidente ha fatto sapere che “Hariri ha respinto qualunque modifica relativa ai ministeri, alla loro distribuzione settaria e ai nomi associati con questi”. Intervistato dalla rete al-Jadeed, Hariri ha poi spiegato che aveva selezionato i candidati del suo governo per la loro competenza e la loro capacità di riformare l’economia, ma Aoun non ha voluto”. “Il principale problema di questo Paese è Michel Aoun che è alleato con [il partito sciita] Hezbollah che a sua volta lo protegge”, ha poi chiosato polemicamente.

Affermazioni che dimostrano quanto il Libano sia profondamente polarizzato dal punto di vista politico. Ieri i sostenitori di Hariri e del suo partito (il Movimento Futuro) sono scesi in piazza in diversi punti a Beirut bloccando strade e bruciando pneumatici. Alcuni di loro si sono scontrati anche con la polizia. Bloccate alcune strade anche a Tripoli (al nord) e Tiro (sud). Una rabbia comprensibile se si pensa che dopo le dimissioni annunciate ieri da Hariri, la lira libanese ha segnato un nuovo triste record nei confronti del dollaro americano raggiungendo quota 21.000. La moneta locale ha perso il 90% del suo valore e ciò ha fatto praticamente evaporare i risparmi di migliaia di famiglie. La situazione nel Paese è economicamente e socialmente devastante se si pensa che metà della popolazione è nella fascia della povertà e il costo dei prodotti alimentari è schizzato alle stelle. L’inflazione è fuori controllo. La dollarizzazione dell’economia libanese favorisce la speculazione di chi ha accesso ora al dollaro aumentando le distanze sociali all’interno della popolazione.

Di fronte alla gravissima crisi economica, il mondo politico locale è del tutto incapace di trovare una soluzione. Dopo la terribile esplosione al porto di Beirut avvenuto lo scorso 4 agosto (più di 200 morti, 7mila feriti e migliaia di sfollati), il premier Diab si era dimesso e la leadership era passata al diplomatico Adib il cui tentativo di sistemare la situazione è durato appena 2 mesi. Il 22 ottobre scorso, infatti, veniva affidato ad Hariri il compito di formare un governo (sarebbe stato il suo quarto) il quale, a patto (o meglio dire minaccia) di riforme, avrebbe ricevuto i 253 milioni di euro raccolti dopo la tragedia del porto grazie ad una iniziativa internazionale guidata dalla Francia. Con lo stallo politico, quei fondi sono al momento una chimera.

La situazione si fa sempre quindi più esplosiva vista la devastante crisi economica e la rabbia di una popolazione ridotta in povertà che da anni non crede più nell’intera classe dirigente vista come corrotta e interessata soltanto a conservare i suoi privilegi. Gli scontri tra polizia e i familiari delle vittime dell’esplosione al porto alcuni giorni fa fuori al ministero dell’Interno raccontano più di tante parole lo stato del Paese: ad un anno quasi di distanza da quella immane distruzione restano troppi punti da chiarire rispetto a quanto accaduto. Con la crisi economica galoppante e l’impasse politica, il primo anniversario della tragedia il prossimo 4 agosto sarà incandescente. Nena News

L’Oms lancia l’allarme: l’aumento dei casi di Coronavirus potrebbe avere “conseguenze catastrofiche” in Medio Oriente e Nord Africa. In Libano, Hariri presenta al presidente Aoun una nuova proposta di governo. Secondo uno studio, negli ultimi 10 anni l’uso della pena di morte in Bahrain è aumentato del 600%

Il premier libanese Hariri

della redazione

Roma, 15 luglio 2021, Nena News –

COVID

Un aumento di casi di Coronavirus in Medio Oriente potrebbe avere “conseguenze catastrofiche” aggravate dalla diffusione della variante Delta e dal basso numero di persone vaccinate. L’allarme è stato lanciato ieri dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). Secondo l’Oms, dopo il calo dei casi e dei morti delle ultime 8 settimane, si registra un nuovo aumento di persone positive al Coronavirus in Libia, Iran, Iraq e Tunisia. I casi dovrebbero aumentare anche in Libano e Marocco. Notizie sconfortanti se si pensa che la prossima settimana nel mondo islamico si celebra l’Eid al-Adha che prevede raduni e assembramenti che potrebbero favorire la diffusione del Covid.

Ad essere monitorato è soprattutto la Tunisia dove si registra il più alto tasso di mortalità per Covid per persona nella regione e in Africa. Non migliore è la situazione in Iran dove i positivi al Covid sono quasi raddoppiati nelle ultime quattro settimane. I casi totali di Covid 19 nella regione che comprende il Vicino Oriente e il Nord Africa ma anche Pakistan, Somalia, Gibuti sono stati finora 11,4 milioni. I morti sono stati più di 223.000.

LIBANO

Il primo ministro libanese designato Saad Hariri ha presentato ieri al presidente Aoun una nuova proposta per la formazione di un governo. Nei mesi scorsi i due leader (il primo sunnita, il secondo cristiano ma alleato del Partito sciita Hezbollah), non hanno trovato un’intesa sulla lista dei nomi per un nuovo esecutivo che dovrebbe porre fine all’impasse politica che va avanti da 9 mesi. “Ora è il momento della verità”, ha detto ieri alla stampa Hariri dopo l’incontro con Aoun. Quest’ultimo, a sua volta, ha fatto sapere in una nota che studierà attentamente la proposta che prevede, in linea con l’iniziativa francese, la nomina di 24 personalità tecniche il cui compito sarà quello di implementare le riforme necessarie per far sbloccare gli aiuti economici necessari a salvare il Paese in grave dissesto economico. Secondo fonti arabe, potrebbe essere l’ultimo tentativo di Hariri: se la sua proposta dovesse essere nuovamente respinta, il capo del partito al-Mustaqbal potrebbe dimettersi obbligando così il Paese a cercare un altro leader sunnita. Secondo infatti il sistema di potere settario libanese, il capo dello stato deve essere un cristiano maronita, il premier un sunnita e il presidente del parlamento uno sciita. Il Libano è senza governo da quando il precedente ha dato le sue dimissioni dopo la terribile esplosione al porto di Beirut che ha causato l’uccisione di più di 200 persone (migliaia i feriti) e la distruzione di ampie aree della città.

BAHRAIN

L’uso della pena di morte è drammaticamente aumentato nell’ultimo decennio. A dirlo è un report pubblicato martedì dall’Istituto per i diritti e la democrazia del Bahrain (Bird). Secondo lo studio, l’uso della pena capitale è aumentato del 600%: sono state almeno 51 le persone giustiziate dal 2011 da quando cioè iniziarono le prime proteste anti-governative (erano state 7 i condannati a morte nel precedente decennio). Il report denuncia anche l’ampio uso della tortura soprattutto nei casi di pena di morte relativi ad atti di “terrorismo”. L’88% degli uomini giustiziati nel Bahrain a partire dal 2011 era incriminato per “terrorismo” e tutti loro sarebbero stati vittime di tortura, sostiene il documento di Bird. Al momento 26 persone rischiano di essere giustiziate: 11 di loro affermano di essere stati torturati dalle autorità bahranite. Gli accusati affermano che le loro condanne si basano su “confessioni” estorte sotto tortura.

Noti attivisti rifiutano il cibo in solidarietà con i detenuti politici e come forma di protesta per le condizioni di detenzione in un paese tramutato in una prigione a cielo aperto, strumento di annientamento del dissenso e di una società civile sana e democratica

Ahmed Samir Santawy

della redazione

Roma, 14 luglio 2021, Nena News – In sciopero della fame in solidarietà con i prigionieri politici egiziani: è l’iniziativa presa da diverse personalità pubbliche in Egitto, annunciata ieri, dopo che la scorsa settimana un altro detenuto, Hisham Fouad, aveva iniziato a rifiutare il cibo come estrema forma di protesta.

Ad annunciarlo su Facebook sono stati gli stessi protagonisti: il giornalista Karim Yehia (“Lo faccio per la libertà di Hisham e di decine di miei colleghi, detenuti e prigionieri di coscienza di ogni tipo”), la cofondatrice del noto al-Nadeem Center per la riabilitazione delle vittime di torture Aida Seif al-Dawla, il direttore del Cairo Institute for Human Rights Studies Mohammed Zaree, che ha citato nel suo messaggio anche Ahmed Samir Santawy, studente a Vienna arrestato poche settimane dopo il suo ritorno in Egitto, modalità simili a quelle di Patrick Zaki.

Santawy è in sciopero della fame da tre settimane, dopo essere stato arrestato il primo febbraio scorso ed essere stato condannato a fine giugno a quattro anni per diffusione di notizie false. Fouad ha iniziato la sua protesta lo scorso sabato per il proseguimento della detenzione cautelare oltre i due anni previsti dalla legge (la sua incarcerazione è stata rinnovata 25 volte dall’estate del 2019).

Negli anni passati si erano verificate proteste simili, collettive, nelle carceri egiziane in risposta alle terribili condizioni di prigionia denunciate da tempo da numerose organizzazioni per i diritti umani, sia egiziane che internazionali. Celle piccole, pressoché prive di aerazione, sporche, affollate, una vita quotidiana di privazioni che si unisce alle violenze delle autorità carcerarie, torture, abusi e isolamento. Un girone infernale per molti senza soluzione di continuità: ai processi arbitrari conclusi con pene altissime per ragioni politiche (e in molti casi con la pena di morte, il cui uso è triplicato nel 2020 rispetto agli anni precedenti), si affiancano detenzioni preventive di anni, con rinnovi di 15 giorni in 15 giorni o di 45 in 45, senza alcuna possibilità di immaginare una liberazione.

La scorsa settimana 200 tra associazioni per i diritti umani e medici avevano fatto appello all’amministrazione statunitense di Joe Biden perché intervenisse sull’Egitto per migliorare le condizioni di vita in prigione, dopo le ennesime morti in custodia (centinaia durante la presidenza al-Sisi, per malattia, per scarse condizioni igieniche, per pestaggi e per suicidi). Nella denuncia si parla di “torture e abusi, mancato accesso alle medicine e ai trattamenti sanitari, strutture inadeguate che non permettono il circolo dell’aria e della luce e affollamento estremo”. E di cento decessi nel 2020.

Numeri terribili che raccontano di una repressione diffusa e capillare, palesemente volta a zittire ogni forma di opposizione politica, dissenso e voce critica, vera o presunta. Con 60mila prigionieri politici stimati (anche se c’è chi parla di 100mila), cinque volte tanti quelli del regime di Hosni Mubarak, il regime di Abdel Fattah al-Sisi ha tramutato l’Egitto in una prigione a cielo aperto gestita da una macchina statale di oppressione senza precedenti.

Nel mirino giornalisti, attivisti, sindacalisti, politici, ex presidenti (l’islamista Morsi morì in custodia, durante un’udienza in tribunale), influencer, semplici cittadini, grazie a leggi ad hoc che puntano a impedire la rinascita di una società civile sana e democratica. Nena News

Due i condannati al carcere per il presunto colpo di stato che avrebbe coinvolto il fratello del re, Hamza. Di lui non si hanno più notizie, mentre cresce nei media Usa l’idea di un ruolo americano per destabilizzare Amman dopo le critiche all’Accordo di Abramo

Re Abdallah e il principe Hamza di Giordania

di Marco Santopadre

Roma, 13 luglio 2021, Nena News – Bassem Awadallah, ex capo della Corte reale ed ex ministro della Pianificazione Economica della Giordania, e Sharif Hassan bin Zaid, membro della famiglia reale ed ex inviato del sovrano in Arabia Saudita, sono stati condannati lunedì rispettivamente a 15 anni e a un anno di carcere per il presunto complotto mirante a realizzare un colpo di stato contro il re Abdallah che avrebbe coinvolto il principe Hamza bin Hussein, fratellastro dello stesso sovrano.

I due si erano dichiarati innocenti di fronte al Tribunale per la sicurezza dello Stato ma la corte ha confermato le prove a sostegno dell’accusa di sedizione e cospirazione. Secondo l’emittente televisiva giordana Al Mamlaka, Awadallah, che ha anche il passaporto statunitense, è stato condannato ai lavori forzati, mentre Bin Zaid dovrà pagare una multa di 1.000 dinari (circa 1200 euro) ed è stato condannato anche per possesso di droga.

Anche se non è stata applicata la pena massima richiesta dall’accusa – 30 anni di reclusione – l’avvocato di Awadallah, Michael Sullivan, ha annunciato che farà appello contro il verdetto davanti alla Corte di Cassazione o alla Corte Suprema. Il legale ha parlato di un “processo ingiusto” denunciando che il suo assistito, durante la custodia, sarebbe stato picchiato e sottoposto all’elettroshock per estorcergli una confessione; inoltre la corte ha anche rifiutato la richiesta della difesa di far deporre dei testimoni a discarico.

I due imputati erano stati arrestati lo scorso aprile insieme ad altre 16 persone, che sono state successivamente rilasciate. Inizialmente il principe Hamza aveva diffuso un audiomessaggio nel quale accusava il governo di corruzione, avallando di fatto la ribellione; poi – dopo una mediazione dello zio del re Abdallah, il principe Hassan bin Talal – l’ex erede al trono aveva registrato un videomessaggio nel quale negava ogni suo coinvolgimento nel golpe e faceva esplicito atto di obbedienza nei confronti del sovrano.

Per non rendere troppo evidente la spaccatura nella famiglia reale, Hamza non è stato quindi arrestato e in seguito la monarchia ha affermato di aver risolto le controversie con l’ex erede al trono. In occasione del centenario della Giordania, l’11 aprile, re Abdallah II è apparso insieme al principe Hamza ad un evento pubblico. Attualmente, tuttavia, la sua condizione resta sconosciuta e di lui non si hanno più notizie.

Secondo indiscrezioni, colui che avrebbe dovuto sostituire sul trono il re Abdallah – d’altronde così aveva deciso in punto di morte re Hussein prima che l’attuale sovrano lo privasse del titolo – sarebbe costretto a un regime di isolamento agli arresti domiciliari.

Secondo le carte processuali pubblicate domenica dai media pubblici giordani, nei mesi scorsi Hamza avrebbe incaricato Awadallah e bin Zaid di sondare la disponibilità delle potenze occidentali e dell’Arabia Saudita a sostenere una sua eventuale ascesa al trono al posto dell’attuale sovrano. Contemporaneamente, Awadallah e alcuni funzionari avrebbero incontrato numerosi capi tribali giordani scontenti nei confronti dell’attuale governo per chiedere appoggio.

Nella trama, Riad avrebbe avuto un ruolo centrale e del resto con la corte saudita Awadallah intratteneva rapporti strettissimi dopo esser diventato consigliere economico del principe ereditario saudita e uomo forte del regime wahabita Mohammed bin Salman, mentre bin Zaid era stato ambasciatore di Amman proprio a Riad. Quando Awadallah fu arrestato, il 3 aprile, con l’accusa di aver ordito un progetto di golpe, il ministro degli Esteri saudita Faisal bin Farhad si precipitò ad Amman per chiederne la liberazione.

Secondo i documenti e le fonti citate da David Ignatius sul quotidiano statunitense Washington Post, dopo aver espresso la sua opposizione all’Accordo di Abramo che ha aperto la strada alla normalizzazione delle relazioni tra Israele e le petromonarchie, re Abdallah è entrato nel mirino dell’amministrazione Trump e in particolare dell’ideatore della nuova architettura di alleanze mediorientale, il genero del presidente Jared Kushner, così come della casa reale saudita.

Insomma, dietro lo sventato tentativo di golpe – resta da capire quanto consistente – ci sarebbero stati non solo i Saud ma anche l’amministrazione Trump, che avrebbero deciso di destabilizzare la Giordania considerandola un ostacolo alla normalizzazione dei rapporti tra l’Arabia Saudita e Israele dopo il rifiuto di Amman di rinunciare alla “custodia” dei luoghi santi di Gerusalemme, da sempre fonte significativa di legittimità religiosa e politica per la monarchia hashemita sia all’interno sia a livello internazionale.

Dopo la sconfitta di Donald Trump e l’arresto di Awadallah e bin Zaid, le pressioni su Amman sarebbero notevolmente diminuite. Il presidente Joe Biden sembra avere un atteggiamento più cauto nei confronti della posizione della monarchia hashemita, e re Abdallah si recherà presto a Washington, primo capo di stato mediorientale ad essere ricevuto dal nuovo inquilino della Casa Bianca. Nena News

La storia della biblioteca al-Qadiriyya, nel racconto dei suoi protagonisti. 90mila volumi, manoscritti, corani decorati, miniature, testi di calligrafia araba. Il primo saccheggio è del 1258 per mano dei mongoli di Hulagu Khan, gettarono nel Tigri migliaia di testi: il fiume si tinse di nero e di rosso

(Foto: Chiara Cruciati)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Baghdad, 12 luglio 2021, Nena News – A mezzogiorno di una giornata di fine maggio gli spicchi d’ombra nel grande cortile bianco del santuario di ‘Abd al-Qadir al-Jilani sono preda ambita. Sotto i grandi ombrelloni bianchi sono sedute intere famiglie, di fronte una tovaglia e le pietanze portate da casa: prima e dopo la preghiera, la moschea è luogo di ritrovo e incontro.

Poche settimane prima, in pieno Ramadan, l’iftar – il pasto che rompe il digiuno al tramonto – è stato momento di condivisione con i tanti poveri di Baghdad, molti arrivati sulla spinta di una fame nuova, figlia della pandemia e della crisi di un’economia già fragilissima.

Dal lato opposto della moschea fondata nel 1146 in uno dei quartieri più antichi di Baghdad, saliti pochi gradini in marmo chiaro, un telo blu indica l’ingresso della biblioteca al-Qadiriyya. Prende il nome dalla confraternita sufi fondata da ‘Abd al-Qadir al-Jilani nella prima metà del XII secolo a Baghdad. Mistico, considerato tra i padri fondatori del sufismo, al-Jilani riposa nella vicina moschea, la stessa che gestì insieme alla scuola ereditata dal suo maestro, al-Mukharrimi.

L’esterno della moschea di ‘Abd al-Qadir al-Jilani (Foto: Chiara Cruciati)

Oltre la porta, gli occhi devono per un attimo abituarsi a lasciare la luce accecante del cortile. La prima sala della libreria è nuova, ci dicono, aperta per fare spazio ai troppi libri che ospita. Le sale successive sono quelle originarie: soffitto basso, definito da archi in mattoncini, lo spazio è diviso da enormi armadi a vetri. Al centro stanno le perle della biblioteca al-Qadiriyya: manoscritti antichissimi protetti da teche coperte da teli azzurri. Uno dei bibliotecari più giovani li solleva e ci mostra i volumi all’interno, in attesa che il capo bibliotecario, Abdulmajid Mohamed, finisca di pregare e ci raggiunga.

In quelle teche c’è la storia di Baghdad dei primi secoli dalla fondazione dell’islam. Quella che è oggi solo la capitale irachena all’epoca era la capitale culturale dell’intero mondo arabo e musulmano, della scienza e della filosofia. Qui facevano tappa studiosi da tutto il Mediterraneo e dal Golfo, si incontravano e dibattevano mistici e scienziati, filosofi e scrittori.

Un tassello di quella produzione unica è conservata qui: manoscritti di al-Jilani, corani decorati con foglie d’oro, altri tradotti in ebraico antico, testi di medicina e di architettura arricchiti da miniature di ogni scala cromatica, un papiro lungo 20 metri che custodisce l’albero genealogico di al-Jilani, un documento redatto dal terzo califfo abbaside, un corano largo un metro donato dal Taj Mahal secoli fa, testi di calligrafia araba di cui è impossibile decidere cosa sia più incantevole, se le forme perfette della scrittura o le zkharef, le cornici di arabeschi.

Il cortile della moschea (Foto: Chiara Cruciati)

Ci indicano un libricino, un «tascabile». L’inchiostro è ormai opaco e le pagine incollate tra loro: «È uno dei pochissimi volumi recuperati dal Tigri durante l’invasione mongola». Abdulmajid è arrivato. Si siede e inizia a raccontare: «Era il 1258. I mongoli di Hulagu Khan attaccarono Baghdad e la distrussero. Uccisero i suoi abitanti, centinaia di migliaia di vittime. La saccheggiarono. Entrarono nella grande biblioteca e università (la Bayt al-Hikma, ndr) e nelle tantissime librerie della città. Gli diedero fuoco, ma prima presero con sé decine di migliaia di libri e li gettarono nel fiume. La leggenda dice che il Tigri si tinse di nero e di rosso: il nero dell’inchiostro e il rosso del sangue».

Quello non fu l’ultimo saccheggio subito dalla cultura di Baghdad. Secoli dopo, nel 2003, fu l’invasione americana a devastarla. I primi giorni di guerra furono brutale teatro dell’assalto al Museo nazionale e alle biblioteche. Migliaia di reperti sono ancora dispersi, finiti nelle collezioni segrete di privati, mai rintracciati. Decine di librerie solo nella capitale furono distrutte. Nelle settimane successive il direttore della Biblioteca nazionale di Baghdad, Saad Eskander, parlò di «disastro nazionale oltre ogni immaginazione».

I libri antichi custoditi nella al-Qadiriyya Library (Foto: Chiara Cruciati)

La libreria al-Qadiriyya si salvò. Non aveva protezioni particolari, né guardie armate. C’erano i suoi custodi. «Sono un bibliotecario – ci dice Abdulmajid – Il mio compito era custodire i libri». Risponde così alla domanda su come trascorse le prime ore sotto le bombe americane. «Sono il librario di al-Qadiriyya da 65 anni, andrò in pensione tra due giorni. Ogni volta che c’è stata una guerra in Iraq, questo luogo è stato preso di mira e danneggiato. L’attacco americano era appena iniziato. Trascorremmo la giornata a portare in salvo i libri, quelli più antichi e preziosi. Li abbiamo nascosti nello scantinato e lo abbiamo chiuso con tre lucchetti. Poi siamo usciti fuori, cadevano le bombe. Era notte ormai, non c’erano taxi e allora sono tornato a casa a piedi».

Le teche della biblioteca al-Qadiriyya (Foto: Chiara Cruciati)

«Qui sono custoditi 90mila libri, di cui 2mila antichissimi e che richiedono una manutenzione speciale – aggiunge Abdelsalam Abdulkareem, futuro capo bibliotecario, una laurea in medicina sacrificata per amore dei libri – Ci sono testi scritti a mano e testi stampati. Ci sono volumi di scienza, medicina, filosofia, sufismo, religione, biologia, geografia. Tutto quello che sta tra queste pareti è stato donato, la biblioteca non ha mai acquistato un solo libro. Il valore è immenso, non saprei quantificarlo».

Al piano superiore, in una sorta di piccola mansarda, sono stati portati alcuni volumi, insieme a copie dei giornali iracheni da fine Ottocento agli ultimi anni del regime Baath: lo spazio sta finendo.

«Stiamo pensando di espandere la libreria, non abbiamo più posto per i libri. Parte dello spazio è dedicato allo studio e alla consultazione: vengono moltissimi studenti iracheni e stranieri da tutto il mondo per la consultazione».

La biblioteca al-Qadiriyya (Foto: Chiara Cruciati)

Come vengono pellegrini sunniti e sciiti a far visita al mausoleo sufi, minacciato nel 2014 di distruzione dall’autoproclamato califfo dello Stato islamico, al-Baghdadi, in uno dei primi discorsi pubblici pronunciati da una Mosul appena occupata, avamposto suo malgrado di una dottrina fascistoide e cupa che ha tentato di cancellare secoli di cultura e di apertura al mondo, di insegnamento e di studio.

Quello che è accaduto cinque anni dopo da quel discorso ha riportato alla luce quel bagaglio inestimabile. Nel presidio di piazza Tahrir, epicentro del movimento popolare di protesta iniziato nell’ottobre 2019, capace di resistere alla repressione governativa per un anno intero, i giovani hanno aperto una libreria. Tra le cliniche mobili e le cucine per sfamare i manifestanti e i poveri, tra i parcheggi dei tuktuk trasformati in ambulanze e le pareti grigie divenute tele da disegno, tra una tenda destinata agli spettacoli autoprodotti del «Revolution Theatre» e quella per il cineforum, i ragazzi e le ragazze di Tahrir hanno usato gli enormi spazi del Turkish Restaurant per i libri.

Alcuni dei manoscritti custoditi alla biblioteca al-Qadiriyya (Foto: Chiara Cruciati)

Dell’edificio, vuoto da tempo, non resta che lo scheletro. Nei mesi della Rivoluzione d’Ottobre era stato trasformato nel cuore «amministrativo» del presidio. A pianoterra, nel garage del palazzo di 18 piani, era stata aperta una libreria: alle pareti, ingrigite dall’abbandono, i manifestanti avevano montato scaffali bianchi. Sopra hanno messo i tanti libri di seconda mano donati in quelle settimane. Aperta 24 ore su 24, i giovani di Baghdad si sedevano a terra a leggere romanzi americani, trattati di scienze politiche, raccolte di poesie.

E anche a sfogliare Tuk Tuk, il giornale autoprodotto dai manifestanti, con gli articoli scritti dai giovani dei presidi di Baghdad, Bassora, Najaf, Nassiriya.
Otto pagine a colori, finanziate con collette tra i manifestanti, stampate nella tipografia del presidio di piazza Tahrir o inviate in formato pdf agli attivisti delle altre città per poterlo distribuire ovunque. Un giorno qualche copia di Tuk Tuk potrebbe finire sugli scaffali della al-Qadiriyya Library.

Nel 2011 il Paese diventava indipendente. Da allora corruzione, conflitti, crisi umanitaria e accordi politici mai concretizzati hanno messo in ginocchio 12 milioni di persone. Un altro “successo” della diplomazia americana

di Federica Iezzi

Roma, 10 luglio 2021, Nena News – Un feroce conflitto, che ha ucciso almeno 400mila civili, segna il decimo anniversario per il Sud Sudan dall’ottenimento dell’indipendenza. Una radicata corruzione, una crisi umanitaria in peggioramento e fragili accordi di pace incorniciano il Paese. Vanificate le imponenti speranze del 2011, dopo il voto schiacciante per la secessione, che avrebbero dovuto liberare il Paese da decenni di guerra con il Sudan.

Il Sud Sudan oggi ospita circa 12 milioni di persone, provenienti da più di 60 gruppi etnici, le cui culture, religioni e lingue sono distinte dal governo arabo islamico del Sudan.

Il giorno dell’indipendenza del Sud Sudan ha rappresentato uno dei più grandi successi della diplomazia americana in Africa, fortemente sostenuta dai cristiani evangelici, offrendo un raro esempio di cooperazione bipartisan. Oggi, il Sud Sudan è diventato un simbolo dell’arroganza e dell’esagerazione americana, il grande successo politico frantumato di fronte alla violenza e alla paralisi amministrativa.

Fin dall’inizio, con Salva Kiir, ex leader ribelle di etnia Dinka e primo presidente del Sud Sudan, era nota e visibile una pesante eredità di guerra e sottosviluppo. Il nuovo governo, con Riek Machar vice presidente di etnia Nuer, e composta da ex nemici politici e milizie, ha reso debole il processo di integrazione politico. La violenza genocida contro i civili di vari gruppi etnici è una delle principali questioni che ancora oggi affligge il Paese.

Le spaccature all’interno del partito di governo si sono rapidamente intensificate, con Kiir e Machar in aperta guerra per il potere. Nel luglio 2013, Kiir ha rimosso dall’incarico governativo Machar dando vita a una rovinosa guerra civile. I tentativi di sedare i combattimenti sono stati inutili, innumerevoli cessate il fuoco sono stati violati e il primo accordo di condivisione del potere nel 2015 tra il governo di Kiir e l’opposizione di Machar è fallito.

Un secondo accordo di pace firmato nel 2018 ha invitato le parti in guerra a formare un governo di coalizione, con scarsi risultati. L’accordo ha portato al ripristino di Machar e ha posto le basi per le elezioni alla fine del 2022. Sia Kiir che Machar sono diventati ostacolo alla democrazia, allo sviluppo economico e al progresso umano.

Mentre i combattimenti su larga scala risultano parzialmente ridotti, gli scontri tra le comunità continuano, le parti chiave degli accordi di pace devono ancora essere ufficializzati, e un esercito nazionale unificato, che combini le forze dell’opposizione e del governo, deve ancora essere formalizzato. Non ci sono istituzioni nel Paese. L’unica istituzione che esiste è l’esercito ed è in linea di massima un’istituzione predatoria.

Il rapporto della Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani in Sud Sudan, pubblicato lo scorso febbraio, parla di un’intensificazione degli attacchi contro la popolazione civile, seguendo specifiche linee etniche, da parte di gruppi armati e milizie organizzate, spesso con il sostegno dello Stato e delle forze di opposizione.

Funzionari del governo risultano implicati nel saccheggio di fondi pubblici, nonché nel riciclaggio di denaro, concussione ed evasione fiscale. Senza chiari progressi, la frustrazione e la mancanza di fiducia nel governo continuano a crescere e ad alimentare la violenza.

Il rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite in Sud Sudan, Nicholas Haysom, ha dichiarato al Consiglio di sicurezza che la violenza intercomunale è stata responsabile di oltre l’80% delle vittime civili, dall’inizio dell’anno.

Secondo l’ultimo report delle Nazioni Unite, più di otto milioni di persone dipendono interamente dagli aiuti umanitari. A partire dal 2018, solo il 2,11% della spesa pubblica del Sud Sudan è stata riservata ai servizi sanitari. Circa 30mila persone stanno affrontando le conseguenze della carestia, decine di migliaia di persone sono identificate come sfollati interni e almeno due milioni di persone hanno cercato rifugio in altre nazioni. Nena News

Appello dell’Ufficio informazione del Kurdistan in Italia dopo il blocco e la deportazione dei membri della delegazione per la pace “Defend Kurdistan” diretti a Erbil. Le voci di due attivisti

Nicola Fratoianni, Hazal Koyuncuer, Yilmaz Orkan e Guido Trifetti

di Chiara Cruciati

Roma, 7 luglio 2021, Nena News – «Chiediamo alla comunità internazionale, all’Europa e al governo italiano di inviare propri parlamentari in Kurdistan per vedere cosa sta accadendo. Lo abbiamo chiesto al parlamento europeo e facciamo appello a quello italiano: che invii una delegazione di deputati nel Kurdistan turco e iracheno, dove la Turchia sta combattendo una guerra totale contro il nostro popolo».

È la richiesta mossa ieri dalla sala stampa di Montecitorio da Yilmaz Orkan, coordinatore dell’Ufficio di informazione del Kurdistan in Italia (Uiki). La muove a poche settimane dalla repressione, sotto varie forme, dell’iniziativa globale “Defend Kurdistan”, delegazione di oltre 150 persone da tutta Europa (tra loro parlamentari, attivisti, giornalisti, ecologisti) che hanno tentato l’ingresso nel Kurdistan iracheno dall’aeroporto di Erbil per vedersi respinti e in alcuni casi detenuti.

Decine di membri della delegazione per la pace sono stati fermati negli aeroporti di partenza (dalla Germania all’Italia), altri sono stati deportati da Istanbul dove avrebbero dovuto transitare, altri ancora sono stati bloccati per giorni allo scalo di Erbil. E altri sono stati di fatto detenuti in un hotel della capitale del Governo regionale del Kurdistan (Krg), impossibilitati a uscire e circondati dai peshmerga del clan Barzani.

Un clima di tensione che fa il paio con le iniziative militari turche nella regione. Le ultime settimane hanno visto l’ennesima escalation nelle operazioni di Ankara, dal bombardamento del campo profughi curdo di Makhmour, a sud di Erbil, a quelli nella regione irachena di Shengal.

Raid che fanno da sfondo alla più ampia campagna contro le montagne di Qandil, rifugio della leadership del Pkk, e contro il Rojava, parzialmente occupato dalle truppe turche e dalle milizie islamiste filo-Ankara dall’ottobre 2019.

Tra i membri della delegazione bloccati dall’ampia e ufficiosa coalizione filo-turca, ci sono Guido Trifetti e Hazal Koyuncuer del Cub di Milano (Confederazione unitaria di base). «Al momento dell’imbarco per Erbil a Istanbul – racconta Trifetti – la compagnia aerea ci ha detto che il ministero degli interni iracheno ci considerava persone non grate. Non ci avrebbero imbarcato. Non siamo stati in grado di protestare troppo veementemente, temevamo un intervento della polizia turca che in passato ha arrestato e detenuto in centri di espulsione altri compagni italiani».

«Con una compagna del Cub siamo passate da Doha – aggiunge Koyuncuer – Siamo arrivate a Erbil e lì all’ingresso siamo state subito fermate dalle autorità del Krg. Ci hanno comunicato che ci avrebbero deportato non in Qatar ma in Turchia. Per noi significava essere sicuramente arrestate. Dopo ore siamo riuscite a ottenere di essere deportate a Doha. Quanto successo va denunciato: a cittadini italiani ed europei è stato impedito di entrare nel Kurdistan iracheno senza alcuna motivazione legale. L’Italia e l’Europa riprendano in mano tutti gli accordi che hanno con la Turchia e li rivedano: i turchi non rispettano alcun obbligo previsto dal diritto internazionale e violano le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo».

«Il nostro governo nella persona del primo ministro Draghi – ha detto nel suo intervento in conferenza stampa Nicola Fratoianni di Sinistra italiana – ha definito Erdogan un dittatore. Alle parole dovrebbero seguire i fatti: si tratta di uno Stato che reprime da decenni un intero popolo». Nena News

ASCOLTA LE TESTIMONIANZE:

Hazal Koyuncuer

http://nena-news.it/wp-content/uploads/2021/07/hazal-finale.wav

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Guido Trifetti

http://nena-news.it/wp-content/uploads/2021/07/Guido-finale.wav

 

 

Mozione votata all’unanimità, è il secondo pronunciamento del parlamento in tre mesi. Ma il governo italiano sembra non voler sentire. Lo studente egiziano dell’Università di Bologna è in cella dal febbraio 2020

Patrick Zaki

di Chiara Cruciati – Il Manifesto 

Roma, 8 luglio 2021, Nena News – Il parlamento italiano torna a pronunciarsi sul caso di Patrick Zaki, di nuovo all’unanimità. Il governo conceda la cittadinanza allo studente egiziano dell’Università di Bologna, detenuto al Cairo dal 7 febbraio 2020: è la richiesta contenuta nella mozione votata dalla Camera, a firma Lia Quartapelle e Filippo Sensi (Pd), come quella approvata il 14 aprile scorso al Senato.

Con 358 voti a favore e la sola astensione di Fratelli d’Italia (anche qui, voto fotocopia di quello dei senatori di tre mesi fa), i deputati chiedono all’esecutivo di «avviare tempestivamente mediante le competenti istituzioni le necessarie verifiche al fine di conferire a Patrick George Zaki la cittadinanza italiana».

Il testo chiede anche al governo di «continuare a monitorare, con la presenza in aula della rappresentanza diplomatica italiana al Caio, lo svolgimento delle udienze processuali a carico di Zaki», via crucis senza apparente soluzione di continuità con il costante allungamento della detenzione preventiva, senza che si giunga mai a processo.

La mozione della Camera ieri ha ricevuto il parere favorevole del governo, come successo al Senato, condizione che non permette di cantar vittoria: dall’orizzonte politico governativo manca l’effettiva intenzione di procedere. Un’impressione sostenuta dalle dichiarazioni che in queste settimane diversi rappresentanti dell’esecutivo Draghi hanno rilasciato. A partire dallo stesso primo ministro che il 16 aprile scorso, a due giorni dal pronunciamento di Palazzo Madama, aveva affossato la questione definendola «un’iniziativa parlamentare» in cui «il governo non è al momento coinvolto».

Dopotutto martedì, durante la discussione generale, il sottosegretario agli Esteri Di Stefano rimetteva sul tavolo i presunti ostacoli al riconoscimento della cittadinanza, gli stessi elencati dalla vice ministra Sereni tre mesi fa: azione controproducente perché a prevalere sarebbe la cittadinanza egiziana, non aggiungendo nulla al carnet di diritti rivendicabili da Zaki, e perché potrebbe mettere ulteriormente a rischio la situazione dello studente.

Che la sua situazione possa peggiorare, viste le condizioni di detenzione e il suo prolungamento ossessivo e punitivo, pare difficile. Sulla prima obiezione, se l’Egitto e il suo sistema giudiziario continueranno comunque a ritenerlo prima di tutto cittadino egiziano, è vero anche che da italiano potrebbe godere di visite in cella di rappresentanti diplomatici italiani e di una maggiore pressione politica.

Ma forse il punto sta proprio qua: la mancata volontà di fare pressioni concrete su un paese da cui non siamo riusciti a ottenere uno straccio di verità sull’omicidio di Giulio Regeni, colpendo di fioretto con una mano, mentre con l’altra si continuano a firmare accordi commerciali e militari. L’Italia avrebbe più di uno strumento per intervenire con il regime del Cairo, definito un paese imprescindibile nello scacchiere mediterraneo e per questo premiato con un’impunità inaccettabile. Ma non lo fa.

E in Egitto si continua a vivere in uno Stato di polizia. A morire, anche. Domenica è stato giustiziato un altro giovane. Studente di ingegneria, 27 anni, Moataz Mustafa Hassan è stato ucciso in una prigione del Cairo, con l’accusa di aver preso parte al tentato omicidio dell’ex direttore generale della sicurezza di Alessandria nel 2018. Con lui sono stati condannati all’impiccagione altri due imputati. L’Egyptian Network for Human Rights ha denunciato le brutali torture subite e le minacce di stupro verso la madre e la sorella. Hassan alla fine ha confessato, per farli smettere.

A lanciare l’allarme è stato ieri il premier Diab che ha chiesto alla comunità internazionale di “salvare i libanesi dalla morte e impedire la scomparsa del Libano”

 

della redazione

Roma, 7 luglio 2021, Nena News – Il Libano è a pochi giorni da una rivolta sociale su larga scala. A dirlo è stato ieri il premier libanese Hassan Diab durante un incontro con alcuni diplomatici a Beirut. Il primo ministro ha chiesto pertanto alla comunità internazionale di “aiutare a salvare i libanesi dalla morta così da impedire la scomparsa del Libano”.

L’allarme di Diab non sorprende: da ottobre 2019 la lira libanese ha perso il 90% del suo valore e, secondo quanto ha riferito la Banca Mondiale, la recessione che vive il “Paese dei Cedri” potrebbe essere la peggiore al mondo dagli anni ’50 dell’Ottocento. Il Pil è crollato dai 55 miliardi del 2018 ai 33 del 2020 causando così un aumento dell’inflazione che si teme possa essere ancora peggiore quest’anno. Alla crisi finanziaria, si aggiunge poi quella politica. Il Libano non ha un governo da agosto, da quando cioè una esplosione al porto di Beirut ha distrutto parti della città e ha ucciso oltre 200 persone. Diab, allora, rassegnò le dimissioni, ma tuttavia resta a svolgere le funzioni di premier a interim dato che quello designato, Saad Hariri, continua a non riuscire a formare un esecutivo viste le profonde divisioni interne. Uno stallo inaccettabile considerato il dramma umano vissuto da centinaia di migliaia di libanesi a causa della grave situazione economica.

Una crisi finanziaria e sociale che si protrae da tempo: già nell’aprile del 2018 una conferenza di donatori internazionale aveva stabilito per il Libano un prestito di 11 miliardi di dollari in cambio di “riforme economiche” che tuttavia non sono state ancora implementate. Beirut vorrebbe avere anche un ulteriore prestito di 10 miliardi dal Fondo Monetario Internazionale, ma per ottenerlo è necessaria prima la formazione di un nuovo governo. Proprio su quest’ultimo punto è tornato a parlare ieri Diab: “Collegare l’assistenza del Paese alla formazione di un nuovo governo è diventato una minaccia per la vita dei libanesi e dell’entità libanese”.

Dell’impasse politico, però, si è occupato lo scorso mese anche Josep Borrell (capo degli Esteri per l’Unione Europea) che ha minacciato di sanzionare i leader libanesi che ostacolano la formazione di un governo e quindi l’implementazione delle riforme. Parole che per ora sono rimaste lettera morta.

Dopo un lungo e acceso dibattito, il governo israeliano del leader di estrema destra Bennet ha incassato stanotte in parlamento una bruciante sconfitta. Esulta l’ex premier Netanyahu che, pur favorevole alla legge, ha votato contro per dare una spallata al nuovo esecutivo

La Knesset, il parlamento israeliano

della redazione

Roma, 6 luglio 2021, Nena News – Al primo test politico, il neo governo israeliano di Bennet è caduto: dopo un lungo e acceso dibattito che si è prolungato per tutta la notte, infatti, il parlamento israeliano non è riuscito a far passare la controversa legge che impedisce i ricongiungimenti familiari ai palestinesi dei Territori Occupati (Cisgiordania o Gaza) sposati con quelli con cittadinanza israeliana. Il risultato parlamentare di ieri è stato di 59-59, un “pareggio”che è in realtà una dura sconfitta per Bennet. Per il leader di estrema destra, questo voto doveva rappresentare anche un primo test di fiducia al suo governo formatosi a giugno con l’unione di elementi centristi, di sinistra (sionista) e anche di partiti arabi.

Ai due astenuti della Lista Araba Unita (che siede nella coalizione governativa), si sono aggiunti i voti contrari del blocco di destra guidato dall’ex premier Netanyahu. Si faccia però attenzione: la contrarietà dell’opposizione di destra non è affatto per il contenuto della legge che il leader del Likud condivide, ma perché non far passare l’estensione del provvedimento voleva dire provare a dare una spallata al fragile governo Bennet. Durante il dibattito parlamentare, proprio quest’ultimo aveva accusato Netanyahu e i partiti suoi alleati di “giocare con la sicurezza di Israele” e di voler eliminare uno strumento “fondamentale” per prevenire il “terrorismo”. L’ex primo ministro gli aveva replicato dicendo che “il ruolo dell’opposizione è quello di rovesciare il governo. Un governo pericoloso e fondato su forze antisioniste che non è in grado di preservare il carattere ebraico dello Stato di Israele”.

La legge sulla cittadinanza risale al 2003 (è stata rinnovata anno per anno) e fu approvata allora come “necessità per evitare il terrorismo”. Si era in piena Seconda Intifada quando diversi attentati furono compiuti anche da alcuni palestinesi in possesso di documenti israeliani. Ma il motivo – non detto pubblicamente – di questa legge è forse soprattutto un altro: la necessità da parte di Tel Aviv di impedire la crescita demografica della popolazione “araba” in Israele per mantenere così la “maggioranza ebraica”.

Fu comunque proprio la giustificazione ufficiale di prevenire “atti di terrorismo” che portò la Corte Suprema israeliana nel 2012 a respingere la petizione di alcuni gruppi di diritti umani locali contro questo provvedimento giudicato da loro “discriminatorio”. Una decisione, quella del massimo tribunale israeliano, che non ha posto quindi fine ad una misura che continua a incidere fortemente sulla vita di migliaia di palestinesi d’Israele e dei Territori Occupati: pur di vivere insieme al proprio coniuge, numerosi cittadini palestinesi d’Israele sono stati costretti a trasferirsi in Cisgiordania o a Gaza.

Secondo alcuni osservatori, con il fallimento del voto di ieri, ora migliaia di palestinesi sposati a cittadini israeliani potrebbero rivendicare finalmente i loro diritti di cittadinanza. Una possibilità che appare però più una pia illusione che qualcosa di veramente fondato. Nena News

Il giorno prima della tregua un missile israeliano ha devastato l’abitazione degli Hamad, uccidendo uno dei fratelli: «Per ricostruirla dopo l’attacco del 2014 andavamo a cercare insieme materiali tra i palazzi crollati. Ora voglio solo portare i miei figli via da lì»

di Chiara Cruciati     il Manifesto

Roma, 6 luglio 2021, Nena News – «La prima parola che due dei miei figli, Wisam e Aser, hanno detto quando hanno imparato a parlare è stata kahraba. In arabo significa elettricità. Prima di dire mamma o papà, hanno detto elettricità. Perché qui non c’è mai». Sharif Hamad è un giovane palestinese di Beit Hanoun, città nel nord della Striscia di Gaza, implacabilmente nel mirino dell’esercito israeliano a ogni offensiva militare: è la porta di ingresso nell’enclave palestinese.

LA STORIA DELLA FAMIGLIA di Sharif è la storia di Gaza, persone oltre i numeri. Hanno ricostruito la loro casa già due volte dal 2012. La prima era stata distrutta nel 2014, nell’operazione Margine Protettivo: da lì è iniziata una via crucis di permessi, di un estenuante viaggio dentro il sistema di ricostruzione inventato dall’Onu e dall’inviato per il Medio Oriente Robert Serry, di tentativi di accaparrarsi il poco cemento di cui Israele permetteva l’ingresso. «Con mio fratello Raed – racconta Sharif – raccoglievamo materiali tra le macerie delle abitazioni distrutte, quello utilizzabile. E lo ripulivamo».

NEL 2016 LA NUOVA CASA era pronta, sembravano lontani i tempi in cui l’abitazione dei genitori veniva usata come postazione dall’esercito israeliano: «Nel 2005 (prima del ritiro dei soldati e dei coloni israeliani da Gaza, ndr), i militari israeliani entravano sempre a Beit Hanoun. Anche nella nostra casa: era alta e la usavano come postazione di vedetta».

Ma la nuova casa, «il posto in cui dovresti sentire più al sicuro», ha resistito appena cinque anni. Il 19 maggio 2021 un missile israeliano l’ha sventrata. Il giorno dopo sarebbe stato annunciato il cessate il fuoco tra Tel Aviv e Hamas, dopo undici giorni di operazione militare israeliana che ha ucciso 248 palestinesi, di cui 66 bambini. Tra quei 248 cadaveri, c’era anche quello di Raed.

Sharif, in Italia dal 2017 per una laurea in Diplomazia pubblica e culturale a Siena, ha ricevuto il primo messaggio da Gaza poco dopo. Gli dicevano che la sua casa aveva preso fuoco, che Raed era morto. Del resto della famiglia non si avevano notizie. «Poi ho saputo che il mio figlio più piccolo, Aser era ricoverato in ospedale. Ha due anni e otto mesi».

SOLO DOPO ha ricostruito quanto successo: «Il giorno dell’attacco Raed era a casa con mia madre, mia sorella, mia moglie Byader e i nostri quattro figli. Mio padre era da mio fratello Wisam, insisteva perché gli altri andassero da lui: è meno pericoloso, diceva. Li ho chiamati poco prima, stavano bene. Raed era sdraiato su un materasso, riposava: “La notte non dormo. Non posso dormire perché se c’è un attacco devo essere pronto a prendere tutti e scappare”, mi aveva detto».

«I BAMBINI STAVANO giocando, mia madre era in salotto e mia moglie era con Aser. Raed si è alzato per aprire la finestra. Il missile è entrato in quel momento. Byader ha protetto Aser con il suo corpo. La casa ha preso fuoco. In mezzo al fumo, sono riusciti a fuggire. Non Raed. Di lui non sono rimaste nemmeno le scarpe. Solo le foto che i suoi amici continuano a pubblicare: non ce n’è una in cui non sorrida».

Perché Raed era così, era un ottimista. In mezzo alla gioventù di Gaza che dopo 15 anni di assedio sta perdendo anche la voglia di sognare, Raed continuava a costruire nella sua mente progetti per essere felice: «Aveva aperto una gelateria, ma ha perso tutto quando gli israeliani l’hanno distrutta nel 2009. Poi ha aperto una pasticceria, anche quella è stata colpita. Ha provato con una caffetteria vicino alla al-Quds University: serviva agli studenti caffè, tè, narghilè. Dopo un anno, ripagati i debiti, il governo di Hamas l’ha buttata giù con i bulldozer. Dicevano che era stata costruita su terra governativa. Nel 2012 ha lanciato un negozio di vestiti di seconda mano dall’Europa, ma dopo sei mesi Hamas ne ha bloccato l’importazione».

Ha cambiato merce, ha iniziato a vendere altri capi di abbigliamento. È riuscito a comprare una macchina e a mettere da parte i soldi per il matrimonio con la fidanzata Rim. E si prendeva cura della grande famiglia e dei figli di Sharif. Ora c’è una casa da ricostruire, ferite da curare. «La morte di Raed ha cambiato tutto. In questi anni ho provato a costruire una vita fuori per i miei figli e la mia famiglia, anche per Raed che non era mai uscito da Gaza. Sento un vuoto enorme, lo vedo ovunque».

Sharif è al lavoro, vuole portare la sua famiglia in Italia: Byader e i quattro figli, Sham di 9 anni, Wisam di 7, nato in piena operazione Margine Protettivo nell’agosto 2014, Wana di 4 e Aser, il più piccolo, nato quando lui era già in Italia («Non l’ho mai visto, non l’ho mai abbracciato»).

PER ANNI HA INSISTITO con loro, per farli partire e raggiungerlo a Siena, hanno sempre rifiutato, preferivano Gaza. «Ora mi chiedono di portarli via da lì, non vogliono più entrare nella casa dove hanno visto uccidere lo zio. Me lo ripetono a ogni telefonata. Ho un lavoro e sto preparando le carte per il ricongiungimento familiare, ma è necessario un reddito di 15mila euro l’anno. Non ce la faccio più ad aspettare: ho paura, quel cessate il fuoco è fragilissimo». Nena News

 

Non si placano le manifestazioni contro l’Autorità palestinese e contro il suo presidente Abbas dopo l’uccisione a fine giugno dell’attivista Banat. Sabato, intanto, è stato ucciso un giovane palestinese dall’esercito israeliano: la vittima era stata aggredita da un gruppo di coloni nei pressi di Nablus

Palestinesi protestano contro Anp e il suo presidente Abbas

della redazione

Roma, 5 luglio 2021, Nena News – Non si placano le tensioni nella Cisgiordania Occupata dove sabato pomeriggio centinaia di palestinesi hanno nuovamente protestato contro l’Autorità nazionale Palestinese (Anp) per l’uccisione lo scorso 24 giugno dell’attivista Nizar Banat. I manifestanti hanno marciato nelle strade di Ramallah al grido “Vattene Abbas” in riferimento al presidente palestinese da 16 anni al potere.

Banat – noto critico di Abbas e dell’Autorità palestinese e che era già finito in prigione in passato per le sue posizioni – era stato dichiarato morto qualche ora dopo la sua detenzione per mano delle forze di sicurezza palestinesi nei pressi di Hebron. Banat era anche un candidato della lista elettorale “Libertà e Dignità” per le elezioni parlamentari palestinesi che si sarebbero dovute tenere il 22 maggio scorso ma che l’Anp ha poi procrastinato.

La sua uccisione per mano degli agenti dell’Autorità palestinese – ente nato con gli “Accordi di pace di Oslo” nel 1993 e che controlla a malapena il 40% della Cisgiordania occupata da Israele – ha provocato molta rabbia nei Territori occupati dimostrando nuovamente la dura repressione operata dalle autorità palestinesi nei confronti di chi dissente. I manifestanti scesi in strada in questi giorni sono stati duramente presi di mira dalle forze di sicurezze nonché dai simpatizzanti del partito di governo Fatah. Ad essere state oggetto delle “attenzioni” delle forze dell’Anp sono state anche le giornaliste che seguono le proteste: quest’ultime denunciano di essere state picchiate e minacciate di essere stuprate.

La rabbia popolare contro l’Anp non nasce però solo nelle ultime settimane: un numero crescente di palestinesi, infatti, vede sempre più questo organismo come una estensione dell’occupazione israeliana. Tra i punti che più suscitano l’indignazione dei palestinesi c’è sicuramente il coordinamento alla sicurezza che l’Anp mantiene con Israele: di fatto le forze dell’Autorità sono in contatto regolare con quelle “nemiche” israeliane. Ciò vuol dire che queste unità possono ritirarsi in caso di un blitz dell’esercito israeliano o arrestare i palestinesi ricercati da Israele. Il principale bersaglio della rabbia dei manifestanti resta soprattutto il presidente Abbas salito al potere nel 2005 dopo la morte di Arafat e il cui mandato è ufficialmente finito nel 2009 ma che continua ad essere in carica dato che le presidenziali non hanno luogo da 16 anni.

Elezioni per eleggere un nuovo presidente si sarebbero dovute tenere il prossimo 31 luglio, ma come le legislative, sono state rimandate lo scorso aprile. Ufficialmente perché non veniva garantito ai palestinesi della parte occupata di Gerusalemme est di votare. Tuttavia, secondo molti commentatori, il vero motivo dietro questa decisione risiede nel fatto che Abbas temeva una vittoria schiacciante dei rivali islamisti di Hamas.

Ad aumentare le tensioni ci pensa poi Israele. Ieri, infatti, l’esercito israeliano ha arrestato l’attivista palestinese per i diritti umani Farid al-Atrash mentre tornava dalla protesta contro l’Anp che si era tenuta a Ramallah (sede delll’Autorità palestinese). Al-Atrash – ha poi riferito alla stampa l’attivista palestinese Issa Amro – è stato poi rilasciato qualche ora dopo la sua detenzione nell’ospedale in cui era stato ricoverato senza alcun chiaro motivo (la polizia e l’esercito israeliani non hanno per ora commentato la notizia). Ma domenica, sempre secondo Amro, sarebbe stato arrestato per qualche ora dalle forze dell’Anp anche un altro attivista per i diritti umani, Mohannad Karajah, che è impegnato nelle ultime settimane a difendere i manifestanti arrestati dall’Autorità palestinese.

In questo clima rovente, c’è poi l’occupazione israeliana che ha causato sabato pomeriggio l’uccisione del 21enne palestinese Mohammed Hassan. Il giovane, insieme ad un gruppo di persone, stava lavorando alla nuova casa di famiglia nei pressi del villaggio di al-Qusra (vicino a Nablus, nel nord della Cisgiordania) quando è stato improvvisamente attaccato da un gruppo di coloni. Hassan, raccontano i palestinesi, si sarebbe rintanato quindi in casa e sarebbe salito sul tetto dove avrebbe lanciato delle pietre verso i coloni nel tentativo di difendere la sua abitazione. Azione che gli è risultata fatale perché il ragazzo veniva colpito mortalmente al petto da 3 pallottole vere sparate dell’esercito israeliano. Tel Aviv non ha commentato per ora la notizia.

Secondo dati dell’Onu, gli attacchi dei coloni contro i palestinesi sono aumentati significativamente nel 2020: gli incidenti provocati dalle violenze dei settler sono stati infatti 771 e hanno ferito 133 palestinesi, danneggiato 9.646 alberi e 184 macchine. Nena News

Oltre cinque milioni di casi nel continente, il 40% delle nazioni ha visto aumentare i contagi di oltre il 20%. Vaccinazioni a rilento: solo l’1% della popolazione africana ha ricevuto il siero, l’85% delle quali somministrate nei paesi con redditi maggiori

(Foto: Msf)

di Federica Iezzi

Roma, 3 luglio 2021, Nena News – I casi di infezione legati al virus SARS-CoV-2 in Africa stanno aumentando vertiginosamente, secondo i dati mostrati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Le positività sono salite a oltre 116.500 e hanno spinto il continente oltre i 5 milioni di casi. 136.000 i decessi. In 22 Paesi africani, quasi il 40% delle 54 nazioni, i casi sono aumentati di oltre il 20% e i decessi sono aumentati di quasi il 15%.

Sudafrica, Tunisia, Zambia, Uganda e Namibia hanno riportato il numero più alto di nuovi casi dall’inizio della pandemia. I sistemi sanitari in Africa sono ancora lontani dall’essere pronti a far fronte a una nuova ondata di infezione da coronavirus, con consegne di vaccini quasi ferme e casi in costante aumento.

Le strutture sanitarie essenziali e il personale necessario per gestire i pazienti affetti sono gravemente inadeguati in molti Paesi africani. La maggior parte dei Paesi ha meno di un letto in unità di terapia intensiva ogni 100.000 abitanti e solo un terzo ha ventilatori meccanici disponibili. In confronto, Paesi industrializzati contano più di 25 letti ogni 100.000 persone.

La mancanza di aderenza alle misure di prevenzione della trasmissione, la scarsa osservanza delle misure di salute pubblica, l’aumento dell’interazione sociale e del movimento hanno alimentato la nuova ondata che coincide con il clima stagionale più freddo nell’Africa meridionale e con la diffusione di varianti più contagiose. La variante Delta è stata segnalata in 14 Paesi africani e le varianti Alpha e Beta sono state trovate in oltre 25 Paesi.

Solo 12 milioni di persone sono completamente vaccinate nel continente, meno dell’1% della popolazione totale. Quasi l’85% di tutte le dosi di vaccino a livello globale sono state somministrate in Paesi ad alto e medio reddito, una media di 68 dosi per 100 persone nei Paesi ad alto reddito rispetto a quasi 2 dosi per 100 persone in Africa. Secondo gli analisti di Barclays, le economie più ricche del mondo si sono assicurate consegne pianificate sufficienti di dosi per coprire la popolazione più di quattro volte e mezzo, ma le più povere sono riuscite a procurarsi solo il 10% delle dosi.

Secondo Our World in Data, pubblicazione scientifica della Oxford University, sono state somministrate almeno 2,7 miliardi di dosi di vaccino anti-Covid19 in tutto il mondo. Sei Paesi non hanno avviato l’inoculazione, quattro dei quali si trovano in Africa: Tanzania, Burundi, Ciad e Eritrea. Nonostante la forte richiesta, da parte di leader mondiali e esperti di salute, a un accesso giusto ed equo a test, trattamenti e vaccini, fin dall’inizio della pandemia, per molti Paesi africani il livello di criticità rimane ancora alto.

Secondo quanto dichiarato dal consigliere dell’Oms, Bruce Aylward, l’iniziativa Covax, co-guidata dalla Vaccine Alliance Gavi, dall’Oms e dal Capi (Coalizione delle Innovazioni per la Preparazione alle Epidemie), che mira a fornire l’accesso globale ai vaccini anti-Covid19, ha consegnato 90 milioni di dosi a 131 Paesi in via di sviluppo. Paesi dal Malawi al Rwanda stanno raggiungendo la fine delle forniture che hanno ricevuto da Covax.

La terza ondata in Africa sta acquistando notevole velocità. Con il numero di casi in rapido aumento e le crescenti segnalazioni di forme clinicamente gravi, l’ultima ondata rischia di essere la peggiore mai registrata nel continente, secondo Matshidiso Moeti, direttore regionale dell’Oms per l’Africa.

Posti in terapia intensiva e scorte di ossigeno sono già a livelli preoccupanti. L’Oms ha iniziato a schierare esperti in alcuni dei Paesi africani più colpiti, tra cui Uganda e Zambia, oltre a supportare i laboratori regionali con sede in Sudafrica per monitorare le varianti virali. Nena News

Nell’anniversario del colpo di Stato del 2013, il governo dà indicazioni a giornali e tv: nascondere le cattive notizie, descrivere una nazione prospera che non c’è. Intanto il paese scala la classifica e si piazza terzo per esecuzioni: 32 condannati a morte nel 2019, 107 nel 2020, già 51 nel 2021

Il presidente egiziano al-Sisi (Foto: Cremlino)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 2 luglio 2021, Nena News – La chiama «rivoluzione» nel messaggio affidato a Facebook, la sua salita al potere: Abdel Fattah al-Sisi festeggia i suoi otto anni di regime ringraziando gli egiziani che il 30 giugno 2013, dopo giorni di proteste contro l’allora presidente islamista Morsi, avallarono il golpe militare del 3 luglio successivo, inconsapevoli di quel che ne sarebbe seguito.

In piazza in quei giorni c’erano laici, liberali, c’era la sinistra egiziana, persone che avevano fatto la vera rivoluzione, quella del gennaio 2011, e che si ritrovavano al potere i Fratelli musulmani e un’evidente deriva autoritaria. Gli ultimi otto anni impediscono di parlare di rivoluzione: quella di al-Sisi è stata la restaurazione, in forma se possibile ancora più brutale, del regime di Mubarak.

Negli ultimi giorni a ricordarlo sono stati gli arresti preventivi e gli abusi arbitrari contro normali cittadini, fermati per le strade e le piazze delle città egiziane dalla polizia e dai servizi segreti, perquisiti, privati dei cellulari per verificarne l’attività sui social e in alcuni casi detenuti per impedire che qualsivoglia protesta potesse essere messa in piedi in concomitanza degli otto anni dal golpe. Qualcuno è sparito per giorni, interrogato nelle sedi della National Security.

Notizie introvabili nel dorato mondo della stampa di regime. L’agenzia indipendente Mada Masr, che intervista in condizione di anonimato redattori e caporedattori delle principali testate cartacee e televisive egiziane, spiega cosa c’è dietro la copertura entusiastica di otto anni di presidenza al-Sisi. Titoli, articoli e inserti speciali da settimane narrano di un paese che non esiste, «una nuova repubblica», una «nazione dell’abbondanza», una società trasformata dal progresso portato dal regime.

Secondo le fonti di Mada Masr, la stampa ha ricevuto specifiche indicazioni dal governo per nascondere le cattive notizie (dalle proteste ad Alessandria contro le demolizioni di case alla chiusura di fabbriche storiche alle condanne al carcere di giovani tiktoker) ed esaltare quelle buone, di cui è stata fornita una lista pronta per l’uso.

E poi c’è l’interpretazione funzionale delle notizie, quella specifica strategia mediatica che tramuta in successo un palese abuso. È il caso dell’aumento vertiginoso di condanne a morte, numeri così alti da scaraventare l’Egitto in cima alla classifica mondiale del ricorso alla pena capitale, terzo dopo Cina e Iran.

Il tema è stato riacceso dalle proteste delle organizzazioni per i diritti umani e delle famiglie degli ultimi condannati all’impiccagione, 12 membri dei Fratelli musulmani incarcerati per la manifestazione di piazza Raba’a (mille uccisi dall’esercito a un mese e mezzo dal golpe, calzante ouverture della futura capillare repressione di Stato). Dal 2018 sono state giustiziate 241 persone (88 per motivi politici). Il picco si è registrato negli ultimi anni: se nel 2019 sono stati giustiziati 32 detenuti, nel 2020 il numero è quadruplicato, 107. Nel 2021 sono già 51; 64 i prigionieri nel braccio della morte.

Il caso dei 12 fratelli musulmani ha attirato l’attenzione perché si tratta di leader del movimento, condannati insieme a oltre 700 membri del partito dopo un processo di massa giudicato internazionalmente privo degli standard minimi di correttezza ed equità. Human Rights Watch in un recente articolo descrive la pena di morte come mezzo «di sradicamento di tutte le potenziali opposizioni», insieme alla «ingannevole narrativa» della minaccia terroristica, al totale controllo della magistratura, leggi liberticide e tribunali speciali: «Le esecuzioni sono il prodotto dell’enorme sforzo per rimodellare le sfere politiche e sociali dell’Egitto secondo la visione autocratica del regime».

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