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Il progetto della ong Vento di Terra non ha finalità solo commerciali. E’ stato lanciato con l’obiettivo di creare un’impresa sociale che dia opportunità di lavoro in una terra martoriata dalla disoccupazione a causa degli undici anni di assedio israeliano a cui è sottoposta

 

della redazione

Roma, 16 ottobre 2019, Nena News – A Gaza da oggi c’è una gelateria molto speciale. E stata inaugurata questa mattina in al-Naser Street a Gaza City la “Gelateria Sociale”, progetto realizzato dall’ong italiana Vento di Terra in collaborazione  con la Palestinian Women Development Society, Associazione di Cooperazione e Solidarietà e il Palestinian Fund for the Employment and Social Protection for Workers, e finanziata dall’Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo.

Un’inaugurazione dedicata ai bambini con l’attivo della Bibliotuktuk, libreria itinerante, e ovviamente la distribuzione di gelato a tutti. Il progetto è stato lanciato con l’obiettivo di creare un’impresa sociale che dia opportunità di lavoro in una terra martoriata dalla disoccupazione a causa degli undici anni di assedio israeliano a cui è sottoposta. Un sostegno non solo a chi ci lavorerà: i proventi saranno utilizzati per finanziare progetti di inclusione e attività per bambini.

ASCOLTA L’INTERVISTA A GIULIA SCHIRO’ DI VENTO DI TERRA

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LE FOTO SONO DI VENTO DI TERRA

 

 

 

 

 

Parla l’analista Oraib Rintawi: «L’accordo tra curdi e Damasco offre al governo Assad l’opportunità di riavere le regioni settentrionali del paese. Sempre più centrale il ruolo di Mosca in Medio Oriente»

Sfollati nel nord della Siria verso Tel Temer (Foto: Unicef/Delil Souleiman)

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Roma, 16 ottobre 2019, Nena News – Il futuro del nord della Siria dopo l’accordo, mediato da Mosca, tra le Fds curde e l’esercito di Damasco, è l’interrogativo di queste ore. Ne abbiamo parlato con Oraib Rintawi, analista politico ed editorialista del quotidiano Al Dostour.

L’alleanza tra curdi e Damasco, favorita dalla Russia, quali riflessi potrebbe avere?

Al momento è difficile prevederlo. Gli sviluppi nel nord della Siria sono continui oltre che drammatici. Tuttavia è chiaro che questa alleanza, almeno sulla carta, offre al governo centrale e al presidente Assad l’opportunità di riavere le regioni settentrionali del paese rimaste per anni sotto il controllo pieno dell’Autonomia curda. Damasco però intende evitare lo scontro militare diretto con la Turchia. Molti si chiedono: i soldati siriani proveranno ad entrare nella “zona cuscinetto” che sta mettendo in piedi la Turchia? Le truppe di Assad riceveranno l’ordine di affrontare in modo aperto l’Esercito nazionale (En), ossia la milizia siriana addestrata dalla Turchia? Di tutto questo discutono Turchia, Russia e Iran, i tre paesi della conferenza di Astana sulla Siria. Mosca dovrà dimostrare grande abilità per trovare un punto di convergenza tra due interessi, quelli di Siria e Turchia, che sono ampiamente divergenti.

L’offensiva turca ha messo fine all’autonomia curda e all’esperienza del Confederalismo democratico?

Anche in questo caso occorre essere cauti nei giudizi perché è ancora tutto in gioco. I leader curdi in queste ore oltre ad organizzare la resistenza all’attacco militare turco, riflettono sull’accordo con il governo centrale che, per ora, pare riguardare solo il campo militare. Sanno che il sogno dell’autonomia curda svanirà se nessuno fermerà i generali di Erdogan. Quando smaltiranno la rabbia per il tradimento di Donald Trump e la conseguente invasione turca, dovranno prendere atto che il futuro della Siria settentrionale non è più soltanto nelle loro mani e che rivolgersi ancora a Mosca per definirlo. L’uscita di scena degli Usa è reale anche se dubito che durerà a lungo.

I russi sono sinceri quando dicono che la Turchia non li aveva informati dell’intenzione di invadere il nordest della Siria?

Penso di sì. Certo, esistono la conferenza di Astana e le varie forme di collaborazione tra Mosca, Tehran e Ankara. Ma Erdogan non aveva bisogno del via libera della Russia, come per le due precedenti operazioni militari turche (Scudo dell’Eufrate e Ramoscello d’Ulivo, ndr) avvenute nella fascia nordoccidentale della Siria. Stavolta (Erdogan) voleva luce verde da Trump, così quando il segnale è arrivato l’offensiva è scattata subito. Non bisogna commettere l’errore di vedere il processo di Astana come una unione perfetta degli interessi dei paesi coinvolti. Non è così, Astana serve a trovare dei compromessi accettabili da tre paesi che guardano alla regione mediorientale con occhi molto diversi.

La Russia prova a prendere il posto degli Stati uniti in Medio oriente dopo il disimpegno di Trump? Vladimir Putin ora è in Arabia saudita, poi andrà negli Emirati.

Le incognite sono molte ma la Russia ha già fatto un bel po’ di strada verso quel traguardo. Quattro anni fa Mosca era scesa in campo per aiutare l’alleato Bashar Assad a vincere la guerra, nel frattempo ha allacciato relazioni con vari attori regionali e ha stretto i rapporti con le monarchie sunnite alleate di Trump. La diplomazia russa si è dimostrata efficace nella regione e i paesi arabi del Golfo, che pure considerano Mosca un’amica dei loro avversari, Siria e Iran, hanno compreso che non possono tenere fuori la porta un paese tanto decisivo e influente. Ha destato forte impressione la mediazione russa che due giorni fa ha capovolto un sistema di alleanze che resisteva da anni e portato i curdi e il governo centrale siriano ad un’intesa ritenuta impensabile appena una settimana fa. Il viaggio di Putin nel Golfo dimostra ampiamente il peso crescente della diplomazia russa. Il Cremlino inoltre non è arrogante come Trump, che due anni fa affermò senza mezzi termini che i paesi arabi alleati devono pagare profumatamente il costo della protezione garantita dagli Stati uniti.

La Russia può mettere fine allo scontro Arabia saudita – Iran ed evitare una possibile guerra tra i due paesi?

Non è sarà facile ma ci sta provando in molti modi. Dovesse riuscirci, (Mosca) incasserà frutti politici, diplomatici ed economici eccezionali e spezzerà il monopolio statunitense sulla regione.

Negli ultimi otto anni la strategia confusa statunitense ha provocato morte e distruzione e costretto Washington all’isolamento. L’ultima giravolta di Trump ha permesso alla Russia di cementare il suo ruolo nella regione

Soldati statunitensi nel nord della Siria

di Marco Santopadre

Roma, 16 ottobre 2019, Nena News – Due anni fa, poco prima che tre milioni di catalani partecipassero al referendum per l’indipendenza dal Regno di Spagna, l’amministrazione Trump affermò che gli Stati Uniti avrebbero rispettato l’esito della consultazione, qualunque esso fosse. Pochi giorni dopo il Pentagono impose un cambiamento di linea e il sostegno totale alla Spagna, uno dei pilastri dello schieramento della Nato nel Mediterraneo.

Ma è nel Vicino Oriente che si manifesta in maniera più eclatante lo stato confusionale che regna alla Casa Bianca ormai da parecchi anni. Sul terreno siriano Washington ha infatti cambiato strategia più e più volte, peggiorando sempre più la sua situazione.

Inizialmente gli Stati Uniti sostengono politicamente, ma anche militarmente ed economicamente, la destabilizzazione del paese, foraggiando i cosiddetti “ribelli” fondamentalisti. Il modello è quello libico, sperimentato poco prima: il 6 luglio 2011, alcuni mesi dopo l’inizio delle proteste popolari contro Assad, l’ambasciatore Usa Robert Ford va ad incontrare i ribelli armati ad Hama.

Ben presto però Washington si accorge che la maggior parte dei gruppi armati lavorano per conto delle varie potenze regionali arabe e per la Turchia, “alleati” degli Usa ma con essi ormai in aperta competizione. Allora Washington – all’epoca governava Obama – cominciò a creare una milizia mercenaria di “ribelli moderati”, il cosiddetto Free Syrian Army. Senza successo: le milizie mercenarie messe su a caro prezzo si sfasciavano una dietro l’altra integrandosi nei gruppi legati ad Al Qaeda e allo Stato Islamico, ai quali portavano in dono i soldi e le armi ricevute dagli americani.

Nuovo cambiamento di strategia: gli Stati Uniti intervengono direttamente in Siria non più per rovesciare il regime di Assad ma per bloccare l’Isis. Washington si offre di sostenere i curdi che nel Nord della Siria cercano di ricacciare indietro i jihadisti – sostenuti da Erdogan – e di difendere le loro comunità, approfittando del ritiro delle truppe siriane per sperimentare l’autonomia e il Confederalismo Democratico.

Gli Usa forniscono armi, sostegno aereo e consiglieri militari alle milizie curde (ma i bombardamenti delle postazioni di Daesh procedono a rilento, perché ovviamente una rapida sconfitta dello Stato Islamico delegittimerebbe la permanenza Usa sul suolo siriano). In cambio ottengono la possibilità di creare proprie basi nel Rojava, nelle quali inviano circa duemila militari.

L’intervento diretto degli Stati Uniti e l’avanzata dei jihadisti su più fronti spinge la Russia a intervenire massicciamente. Mosca mira a puntellare il regime, per evitare la disintegrazione del paese e la vittoria delle forze fondamentaliste sunnite, per difendere le basi navali sulla costa siriana che garantiscono alla Russia un comodo sbocco sul mediterraneo.

Grazie agli errori di Washington, per la prima volta dopo decenni truppe russe agiscono in un paese del Vicino Oriente, affiancate dall’esercito di Teheran e da decine di migliaia di volontari sciiti provenienti da Libano, Iraq, Iran e altri paesi. L’intervento militare russo e sciita si dimostra presto risolutivo soprattutto nel centro e nel sud della Siria.

Preoccupata dei progressi delle truppe lealiste sostenute da Mosca e Teheran, gli Usa si lanciano alla liberazione – per interposta persona – di alcune importanti città siriane attraverso le milizie curde impiegate anche al di fuori dei territori da loro tradizionalmente abitati, nel frattempo integrate in un’alleanza, sostenuta direttamente da Washington, ribattezzata “Forze Democratiche Siriane” e formata anche da reparti arabi e delle altre minoranze etnico-religiose.

La sconfitta quasi totale dei fondamentalisti islamici consegna una situazione di stallo: il paese è in buona parte liberato da Daesh e da Al Qaeda ma è alle prese con una esplosiva compresenza di diverse forze. Da una parte lealisti, russi e sciiti, dall’altra i curdi sostenuti dagli statunitensi (mentre nelle basi in Rojava arrivano anche militari francesi, britannici e tedeschi).

Nel 2018 il nuovo presidente Trump promette un rapido e totale disimpegno degli Usa dalla Siria. Il Pentagono lo smentisce e i militari di Washington rimangono nelle basi create nella Siria settentrionale, crescendo addirittura di numero.

Nel frattempo il regime di Erdogan, scampato al tentativo di colpo di stato del 15 luglio 2016 (organizzato, accusa il Sultano, a Washington), vista la sconfitta dell’opzione jihadista, decide di intervenire direttamente sul suolo siriano attraverso delle “mini-invasioni” che prendono di mira i curdi e che mettono nuovamente in fibrillazione l’inconsistente strategia Usa.

Erdogan agisce da alleato sempre più indipendente da Washington e stringe addirittura un’alleanza con Mosca e Teheran (quanto durevole è difficile dirlo) sulla gestione dello scenario siriano, potendo contare su una certa tolleranza da parte di questi ultimi che sperano così in una definitiva fuoriuscita di Ankara dalla Nato.

L’ultimo step è quello iniziato una decina di giorni fa. Erdogan annuncia una nuova invasione del nord della Siria – ribattezzata “Sorgente di pace” – per creare quella “zona cuscinetto” in territorio curdo che non è riuscito a realizzare completamente nelle due precedenti operazioni militari. Sembra godere dell’ok – tacito o esplicito conta poco vista la coincidenza momentanea di interessi – ricevuto alla Conferenza di Astana da Russia e Iran.

Gli Usa entrano di nuovo in confusione: Trump annuncia il ritiro totale delle truppe dal Rojava, mentre il Pentagono smentisce e la maggioranza repubblicana al Congresso addirittura si organizza per imporre sanzioni alla Turchia. Alcune centinaia di militari statunitensi si allontanano dal confine turco-siriano consentendo l’avanzata delle truppe turche e dei reparti dell’Esercito Siriano Libero formati in buona parte da jihadisti di varia provenienza e da truppe mercenarie (formate anche da ex militari disertori di Damasco)-

Washington cerca di frenare le ambizioni turche ma non può alzare troppo la voce, pena la consegna di Erdogan tra le braccia di Putin. Il bombardamento “per errore” di una postazione statunitense nel nord della Siria da parte dell’artiglieria di Ankara esplicita l’impazienza turca nei confronti dell’ex padrone di Washington.

L’abbandono statunitense dei curdi convince questi ultimi a siglare un accordo militare con Damasco – mediato dai Russi – che invia truppe verso i confini settentrionali.

In otto anni la disastrosa (non) strategia di Washington – con la colpevole complicità o tolleranza europea – ha provocato enormi distruzioni, centinaia di migliaia di morti e feriti e milioni di profughi, ma davvero scarsissimi risultati dal punto di vista strategico. Al contrario, nell’area Washington è sempre più isolata e le sue truppe si trovano ora strette in una complicata tenaglia: a nord l’esercito turco e i mercenari jihadisti riciclati nel cosiddetto “Esercito Nazionale” (l’ex Free Syrian Army), a sud i siriani con la copertura aerea dei russi.

Nel frattempo Russia e Iran hanno rafforzato la propria egemonia nell’area e anche gli ex alleati subalterni – Turchia e Arabia Saudita – perseguono una propria agenda spesso in contraddizione con gli interessi americani. 

Ora c’è da capire se l’accordo di Astana reggerà: se i turchi si fermeranno potranno probabilmente continuare a occupare una consistente striscia di territorio interna alla Siria ed Erdogan potrà vendere alla sua opinione pubblica l’ennesimo colpo inferto “ai terroristi curdi” e il recupero di una parte di quel suolo siriano che Ankara rivendica come proprio da quasi un secolo. Al tempo stesso, Damasco avrà recuperato almeno in parte il controllo sul Nord-Est del paese e rotto l’alleanza tra curdi e Stati Uniti.

Se la Turchia dovesse però spingersi oltre, i fragili equilibri finora raggiunti potrebbero saltare. Un eventuale scontro tra gli eserciti di Ankara e Damasco rimetterebbe tutto in gioco e scatenerebbe un’escalation.

Nel frattempo, la posizione di Mosca si è fatta più complicata, dovendo gestire contemporaneamente le alleanze con due paesi – la Turchia e la Siria – ormai apertamente contrapposti. Nena News

Al via la III edizione del primo Festival italiano di cortometraggi dalla e sulla Palestina: dal 15 ottobre in 7 città grazie alla collaborazione di numerose realtà. Ospite d’onore dell’evento l’attore Mohammad Bakri. GUARDA IL TRAILER

Venezia, 15 ottobre 2019, Nena News 68 film in concorso, 15 opere finaliste, 3 vincitori, 7 tappe solo in Italia: sono i numeri dell’edizione 2019 del NAZRA Palestine Short Film Festival, la prima rassegna italiana di cortometraggi dalla e sulla Palestina, giunta alla sua III edizione dopo il grande successo degli anni precedenti.

Promosso dalle organizzazioni Restiamo Umani con Vik (Venezia), École Cinéma (Napoli) e Centro Italiano di Scambi Culturali-VIK (Striscia di Gaza – Palestina), già presentato alla 76ma Mostra del Cinema di Venezia e 72mo Festival del Cinema di Cannes, NAZRA (in arabo “sguardo”) ha l’obiettivo di promuovere le eccellenze artistiche e cinematografiche di giovani autori e autrici, palestinesi ed internazionali, che usano il linguaggio del cortometraggio per trattare temi quali la libertà, la giustizia e i diritti umani nel delicato contesto israelo-palestinese.

Dopo Venezia il festival proseguirà a Trento, Padova, Torino, Siena, Napoli e Roma. Al termine del suo viaggio in Italia il Festival sarà ospitato anche in Spagna, e tornerà infine in Palestina, ed in particolare nella Striscia di Gaza.

Moltissimi gli ospiti d’onore di questa edizione, che prenderanno parte alle serate veneziane: tra gli altri, il regista e attore Mohammed Bakri e Nabil Salameh, scrittore e artista, voce del gruppo Radiodervish. Numerosi anche gli appuntamenti in programma per “Nazra Off”, che parallelamente al Festival porterà a Venezia la musica e la cultura palestinesi, tra lezioni universitarie e presentazioni di libri.

Tanti i punti di vista che si incrociano nei cortometraggi finalisti, organizzati in 3 diverse categorie: Fiction, Documentari e Nazrat al Shebab. I tre registi e registe vincitori, che saranno presenti a Venezia e verranno premiati in quella sede, sono stati selezionati da una Giuria internazionale di attori, registi ed esperti composta da Alessandro Tiberi, Daniele Gaglianone, Paola Caridi, Sahera Dirbas, Amer Shomali, Wasim Dahmash, Fatena Al-Ghorra, Monica Maurer, Nabil Salameh e Rakan Mayasi. 

Oltre ai 3 vincitori, a Venezia saranno attribuite 2 menzioni speciali (Gender Look e Vik Utopia), oltre al premio “Vittorio Arrigoni”, reso possibile grazie alla collaborazione tra NAZRA e la Fondazione Vittorio Arrigoni di Egidia Beretta, che sarà presente alle serate.

Moltissime le realtà italiane ed internazionali coinvolte nel tour del Festival, sostenuto in particolare da Al Qattan Foundation, Università di Siena, Università Ca’ Foscari, e dalla Fondazione Vittorio Arrigoni Vik Utopia Onlus.

Per maggiori informazioni su NAZRA e sulle tappe in programma:

WEB: www.nazrashortfilmfestival.com

FB: @NazraPalestineFestival

GUARDA IL TRAILER

 

 

 

 

Con il 70% dei voti, il giurista 61enne ha travolto al ballottaggio lo sfidante, il magnate Nabil Karoui. Il primo turno aveva visto il tracollo di tutti i candidati dei maggiori partiti che hanno guidato la transizione post-2011

Una donna curda scappa da Ras al-Ain (Rodi Said / Reuters)

di Pino Dragoni

Roma, 15 ottobre 2019, Nena News – Kais Saied è il nuovo presidente della Tunisia. Domenica sera migliaia di persone si sono radunate in Avenue Bourghiba nel centro della capitale per celebrare una vittoria decisamente fuori dagli schemi. Con oltre il 70% dei voti il giurista 61enne ha travolto al ballottaggio lo sfidante, il magnate Nabil Karoui, in un’elezione che ha avuto il tasso di affluenza più alto della storia tunisina. Tra i canti della piazza in festa risuonavano anche slogan per la liberazione della Palestina e contro il dittatore egiziano al-Sisi.

È stata una campagna elettorale anomala questa per le presidenziali tunisine, con un primo turno che ha visto il tracollo di tutti i candidati dei maggiori partiti che hanno guidato la transizione post-2011. Il voto secondo molti è stato un’espressione radicale del “degagisme” delle masse tunisine contro le élite politiche incapaci di dare risposte al malessere sociale, ma soprattutto di incarnare una prospettiva di cambiamento dopo anni di aspettative disattese (“Degage”, “vattene”, era stato il grido con cui la rivoluzione aveva cacciato Ben Ali). Un voto anti-sistema, che si è manifestato anche nelle elezioni legislative della scorsa settimana, ridisegnando il panorama politico tunisino. Se gli islamisti di Ennahda hanno vinto la maggioranza relativa in parlamento, il loro consenso si è però fortemente ridimensionato, mentre i partiti laici e modernisti sono ridotti al lumicino (in parte rimpiazzati dal partito di Karoui, Qalb Tounes), e la sinistra risulta non pervenuta. Uno scenario estremamente frammentato in cui sarà difficile trovare le geometrie per fare una maggioranza di governo.

E così la sfida per il ballottaggio è toccata a due “outsider”. Il miliardario Nabil Karoui, arrivato secondo al primo turno, in realtà pur presentandosi come un volto nuovo non è estraneo alle élite economiche e politiche del paese, ma ha tentato con successo di prenderne le distanze e soprattutto di catturarne il bacino elettorale. Da molti paragonato a un Berlusconi tunisino, arrestato per riciclaggio ed evasione pochi giorni prima dell’inizio campagna elettorale (arresto da lui denunciato come “politico”), è stato liberato appena in tempo per partecipare venerdì sera all’ultimo dibattito elettorale prima del ballottaggio. La sua campagna è stata sostenuta dal canale televisivo di sua proprietà Nessma TV e dal welfare diffuso della sua organizzazione caritatevole con cui si è insinuato tra gli strati di popolazione più poveri per un po’ di beneficenza a favore di telecamere. Decisamente liberista in economia, ha fatto della lotta alla povertà una sua bandiera.

Al polo opposto Kais Saied, lo schivo e austero costituzionalista che ha condotto una campagna elettorale lontana dai riflettori, rifuggendo le TV e la stampa, senza finanziamenti, senza manifesti e senza grandi comizi. Inizialmente sottovalutato, Saied ha voluto contare soltanto sulle piccole donazioni dei suoi sostenitori e sul team di giovani che si è organizzato per spingere la sua campagna, fatta soprattutto nei caffè e nelle strade. Il costituzionalista, da molti considerato un ultra-conservatore per alcune sue posizioni su omosessualità, pena di morte, e uguaglianza di genere, nel suo discorso ha messo da parte le questioni identitarie e i dibattiti su laicità e religione, secondo lui imposti dall’esterno e funzionali soltanto a dividere la popolazione. Il fulcro della sua campagna è stato il suo progetto radicale di democrazia su base locale con cui vorrebbe scardinare il centralismo dello stato tunisino.

Saied, superando forse anche le sue stesse aspettative, è diventato interprete di quell’ansia di cambiamento protagonista della rivoluzione del 2011 ma poi frustrata negli anni successivi dagli attori politici al potere. Ne è una testimonianza la mappa geografica e sociale del consenso che lo ha consacrato presidente. Secondo le prime analisi del voto diffuse dall’istituto di sondaggi Emrhod, Kais ha letteralmente sfondato (spesso con oltre il 90% delle preferenze) in aree marginalizzate come Médenine, Tataouine, Kébili, così come nel distretto industriale di Gabès, negli ultimi anni focolai di conflitto sociale. Ugualmente Saied ha travolto il suo avversario tra i giovani, raccogliendo il 90% dei voti degli elettori dal 18 e 25 anni e l’83% di quelli tra i 26 e i 44. Un terzo di quelli che hanno votato per lui domenica non aveva partecipato alle legislative di una settimana prima. Karoui non sfonda neppure tra le donne, mentre l’unica fascia di età tra cui raccoglie più del 50% dei voti è quella al di sopra dei 60 anni.

“Molti di quelli che hanno votato Saied e che erano in piazza ieri a festeggiare sono persone non affiliate o non rappresentate da nessuna fazione politica”, ci dice Emna Mornagui, militante eco-femminista tunisina attiva nei movimenti sociali del paese. “Karoui rappresenta tutti i mali del vecchio sistema. Ieri la gente ha detto no a tutto quel sistema”. E continua: “Saied ha sempre sostenuto le rivendicazioni dei movimenti di protesta delle province, contro la corruzione, per i martiri della rivoluzione. All’inizio lo consideravo una sorta di populista, ma ora ho capito che quello che dice è rivoluzionario. Kais Saied mette in discussione il funzionamento stesso della democrazia in Tunisia, e propone un modello alternativo”Non tutto l’impianto del suo progetto è convincente. Ad esempio mancano nei suoi programmi orientamenti chiari sulle questioni di genere (le donne sono state scarsamente rappresentate nella sua campagna), alle libertà civili, alle problematiche ambientali ed economiche, fa notare l’attivista. “La sua idea consiste nel sostenere che il popolo sa cosa vuole e che bisogna soltanto dotarlo degli strumenti per decidere. Ma senza un’idea di società molto dipenderà da chi orienterà il dibattito pubblico sui valori”, e quindi quello che il popolo vorrà realizzare con gli strumenti della democrazia. Ad ogni modo, continua, “è una persona che posso combattere politicamente, perché rispetta lo stato di diritto, non è un dittatore”. Infine, l’attivista non nasconde una certa euforia per il risultato di ieri: “È la prima volta che le persone hanno realmente fiducia in qualcuno”.

Anche se Saied (definito sulla stampa europea e anche italiana “il candidato della destra” o “salafita”) raccoglie una buona parte del voto per Ennahda, ormai “la frattura ‘islamisti/modernisti’ non struttura più tanto il dibattito”, come ha scritto il giornalista Thierry Bressillon su OrientXXI parlando di una “distruzione creatrice del paesaggio politico tunisino” a proposito delle ultime tornate elettorali. E spiega: “lo spauracchio dell’islamismo non paga più”, con Ennahda ormai da molti considerata alla pari degli altri parte integrante del sistema di cui un tempo rappresentava la nemesi.

Chi volesse rintracciare le tradizionali categorie politiche e usarne le lenti per interpretare lo scenario politico tunisino oggi rischia di perdere di vista una parte importante della sostanza dei processi in atto. Nena News

 

In fuga verso l’interno, da Hasakeh a Raqqa. Ad accoglierli le organizzazioni locali, scuole abbandonate, stazioni di benzina, famiglie che aprono le porte. Quasi impossibile attraversare il confine con l’Iraq

Una donna curda scappa da Ras al-Ain (Rodi Said / Reuters)

di Chiara Cruciati   il Manifesto

Roma, 15 ottobre 2019, Nena News – A piedi, su carretti stracarichi di quello che si spera possa servire ad affrontare una nuova fuga dalla guerra. Chiamarla emergenza sfollati non basta: negli ultimi otto anni la Siria ha perso cinque milioni di persone, rifugiate all’estero, altri sette milioni gli sfollati interni.

A Rojava stavano tornando dopo la liberazione delle comunità settentrionali dall’occupazione islamista. Ora scappano di nuovo. Secondo l’Onu sono 160mila gli sfollati, numero che cresce a ritmi spaventosi. Secondo l’Amministrazione autonoma sono molti di più: almeno 200mila.

«Tutte le città lungo il confine sono state colpite da pesanti bombardamenti – ci dicono gli attivisti del Rojava Information Center (Ric) – La situazione peggiore è nelle città e le periferie di Tal Abyad e Sere Kaniye, dove ai raid aerei si aggiungono i combattimenti terrestri. È da qui che arriva la maggior parte degli sfollati, diretti verso sud, verso Hasakeh and Raqqa».

Non solo curdi, a dimostrazione della ricchezza multietnica di Rojava e dell’intera Siria: «Una varietà di comunità etniche e religiose sta subendo la stessa sorte. Curdi, arabi, musulmani, cristiani».

Scappano il più possibile lontano dal confine: «A Tel Temer e nei villaggi intorno – continua Rci – sono arrivate 1.300 famiglie. Vediamo persone rifugiarsi in scuole abbandonate, stazioni di benzina, ospiti di altre famiglie. Ma è la città di Hasakeh quella che sta accogliendo il numero maggiore di sfollati, 100mila persone, la metà del totale. La situazione è pessima. Buona parte della città non ha più accesso all’acqua e cibo e medicinali non sono sufficienti. Molte ong hanno lasciato il nord della Siria o hanno ridotto lo staff».

Raggiungiamo al telefono Cecilia domenica pomeriggio mentre arrivano le prime notizie di un bombardamento turco a Sere Kaniye contro un convoglio di civili in fuga. Il bilancio finale sarà di 11 morti e 73 feriti; tra le vittime un giovane giornalista curdo, Seed Ehmed, corrispondente di Hawar News.

Cecilia è volontaria di Heyva Sor a Kurd (Mezzaluna rossa curda, in Italia ha lanciato una raccolta fondi su buonacausa.org/cause/emergenza), che si occupa a Rojava di assistenza sanitaria: «Per gli sfollati il confine iracheno sta diventando un problema: le autorità del Kurdistan iracheno fanno passare solo chi ha già la residenza o chi attesta di avere una parte della famiglia nella regione – ci spiega – Dunque chi non va a gravare come sfollato o rifugiato, ma ha già appoggi interni. Ad Aleppo è impossibile andare: sono in corso scontri, spostarsi in quella direzione sarebbe un massacro. Inoltre molti viaggiano a piedi e molti altri vogliono restare dentro i territori controllati dalle forze curdo-arabe».

«L’Unhcr si occupa delle tende attraverso le organizzazioni sul campo. Heyva Sor si occupa della parte sanitaria con unità mobili di primo soccorso, rifornimenti di medicine e vitamine e sta attrezzando strutture per l’accoglienza». Nena News

 

Raggiunta un’intesa tra le Forze Democratiche Siriane e il governo Assad per proteggere le comunità dall’operazione turca. Arrivano i soldati governativi, mentre quelli statunitensi se ne vanno. Ankara colpisce un convoglio di sfollati e giornalisti, 11 morti e 73 feriti

Il convoglio colpito ieri da un raid turco (Foto: Anf English)

della redazione

Roma, 14 ottobre 2019, Nena News – Una giornata brutale e cruciale quella che si è consumata ieri nel nord della Siria. Un raid aereo turco ha centrato un convoglio di sfollati e giornalisti, partito da Tel Temer: undici morti e 73 feriti, un massacro. Tra i morti anche un giovanissimo giornalista curdo Seed Ehmed, corrispondente di Hawar News. Feriti quattro reporter.

Il giornalista Seed Ehmed, tra le vittime del raid l convoglio di sfollati

Nelle stesse ore gli Stati Uniti concludevano il breve percorso che in pochi giorni gli hanno permesso di dare via libera all’aggressione turca. Dopo aver ritirato i marines dalle basi al confine verso l’interno, ieri il presidente Trump ha ordinato il ritorno in patria di circa soldati statunitensi su un totale di 2mila. Ad annunciarlo il segretario alla Difesa Mark Esper che ha dato come giustificazione la possibilità che le truppe Usa “si trovino in mezzo a due eserciti in avanzamento, una situazione insostenibile”.

Il video dei feriti del convoglio:

http://nena-news.it/wp-content/uploads/2019/10/VID-20191013-WA0011.mp4

Definire le Sdf un esercito pari al secondo della Nato, quello turco, appare come l’ultimo schiaffo a chi per anni è stato sul campo sconfiggendo lo Stato Islamico e distruggendone le ambizioni territoriali. Vero è che sul terreno a combattere le unità di difesa di Rojava non ci sono i soldati turchi, fermi nello retrovie: ad avanzare sono migliaia di miliziani islamisti, tra gli 11mila e i 14mila, membri di gruppi dell’opposizione siriana, dall’ex al Nusra all’Esercito libero siriano. Che avanzano grazie alla copertura dei raid aerei turchi e dell’artiglieria pesante e operano per massacri.

Come quello che domenica ha ucciso nove persone tra cui la segretaria generale del Partito per il Futuro della Siria, Hevrin Khalaf, nota attivista per i diritti delle donne. Hanno sparato sulle auto che li trasportavano tra Qamishlo e Manbij sull’autostrada M4, costrette a fermarsi e poi uccisi a sangue freddo.

Così avanzano e occupano comunità. Ieri Ankara ha annunciato la presa del centro della città di Tal Abyad e di un pezzo dell’autostrada M4, che corre dall’est all’ovest del nord siriano: 30-35 chilometri, riporta il ministero della Difesa, che è fondamentale agli spostamenti delle Forze Democratiche Siriane, le Sdf, la federazione multietnica e multiculturale guidata dai curdi e impegnata da anni nella liberazione delle città e i villaggi dal giogo Isis.

E mentre Berlino e Parigi mandavano appelli ad Ankara perché interrompa l’operazione e alcuni paesi europei – dall’Olanda alla Norvegia, dalla Germania alla Francia – annunciavano lo stop alla vendita di armi alla Turchia (con Erdogan che ha risposto picche), è sul terreno che qualcosa si è mosso: un incontro tra le Sdf e il governo siriano in una base russa in Siria. Da tempo le forze curde hanno aperto al dialogo con Damasco, in passato dato per partito ma poi scomparso dai radar. In questi ultimi giorni in numerose interviste i co-leader della Federazione delle Nord hanno parlato di porte aperte.

La notizia dell’incontro è giunta poche ore dopo l’annuncio fatto dalla tv di Stato siriana, poi confermata anche dalla Federazione del Nord: truppe governative si sono mosse verso nord per confrontare l’aggressione turca, assumeranno il controllo di Kobane e Manbij, proteggeranno il confine e riprenderanno le comunità già occupate. Dal Rojava Information Center, questa mattina, fanno sapere che le truppe sono transitate per Raqqa e Taqba, dirette ad Ayn Issa.

La speranza a nord è che stavolta i soldati governativi intervengano nella battaglia, non limitandosi a restarne a distanza come accaduto tra il gennaio e l’aprile 2018 quando la Turchia occupò il cantone nord-ovest di Afrin. Poi si vedrà come sarà gestita l’amministrazione politica.

La situazione è drammatica, ora dopo ora. Aumenta il numero di morti e feriti gravi – rispettivamente almeno 68 e 203 secondo il Rojava Information Center fino a ieri, prima dell’attacco al convoglio a Sere Kaniye – e si moltiplica quello di sfollati: 140mila secondo l’Onu, 200mila secondo i curdi. Che potrebbero diventare in breve tempo mezzo milione, avvertono le Nazioni Unite.

Ma a muoversi sono anche gli islamisti dell’Isis. Rafforzato dal caos della guerra e dalle bombe turche cadute accanto alle carceri e ai centri di detenzione, sono almeno 950 quelli fuggiti dal campo di Ain Issa, tra miliziani e familiari, dopo aver aggredito le guardie. Erano poco più di mille prima dell’evasione. Nena News

Da giorni presidi e cortei si susseguono da nord e sud del Paese contro l’offensiva della Turchia nel nord est della Siria. Oggi diverse città italiane si mobilitano per la giornata mondiale di protesta contro “l’invasione turca e la pulizia etnica dei curdi”. Non mancano le proposte politiche: stop alla vendita di armi, ritiro dell’ambasciatore italiano. Potere al Popolo scrive al ministro di Maio: “Fermi Erdogan con tutti i mezzi”

Corteo pro-curdi a Firenze (Foto: Massimo Lensi tratta dal sito Stamp Toscana)

della redazione

Roma, 12 ottobre 2019, Nena News – Se l’Onu e Unione europea continuano a balbettare di fronte alla violenta aggressione turca anti-curda nel nord est della Siria iniziata 4 giorni fa (già oltre 400 le vittime), ben diversa è la risposta che viene da gruppi, associazioni e partiti di sinistra europei e internazionali. Il Rojava Solidarity Committee Europe ha indetto infatti per oggi una giornata mondiale di protesta contro “l’invasione turca e la pulizia etnica dei curdi nel nord della Siria”. In una nota, il gruppo afferma che “fin dall’istituzione dell’autonomia democratica curda nella Siria settentrionale e orientale (DASA), il confine tra Turchia e Siria settentrionale e orientale è stato molto sicuro e nessuna azione armata contro la Turchia ha avuto origine da questo territorio”. “Più di 11.000 uomini e donne delle forze di sicurezza della Siria settentrionale e orientale – si legge ancora nel comunicato – hanno dato la vita per liberare questa regione dall’Isis”. Tuttavia i loro sforzi potrebbero ora risultare vani a causa dell’invasione turca nel Rojava.

Cortei e sit-in a fianco dei curdi si susseguono da giorni in più parti d’Italia. Tre giorni fa presidi di solidarietà si sono svolti a Roma, Padova, Parma mentre un’assemblea pubblica si è tenuta a Pisa. Ieri centinaia di persone sono scese in piazza a Catania, Genova, Mantova e Modena. Doppio appuntamento a Firenze: giovedì un migliaio di persone ha protestato contro la guerra nei pressi del consolato americano, oggi i manifestanti si ritroveranno alle 17 a Piazza del Carmine. Nella città toscana giovedì c’era anche Alessandro Orsetti, il padre di Lorenzo “Orso” Orsetti, il giovane che ha combattuto a fianco dei curdi contro l’Isis e ha perso la vita in una delle ultime battaglie contro il “califfato islamico”. Orsetti ha invitato a ulteriori mobilitazioni perché “non possiamo rischiare di vergognarci per aver voltato le spalle un’altra volta a quello che succede in quella regione del mondo”. Ieri 400 persone si sono riunite a Roma a Piazza Indipendenza per condannare l’offensiva turca. L’iniziativa, organizzata da Uiki e Rete Kurdistan Italia, si è chiusa con la proposta di una manifestazione nazionale per il 1 novembre, anniversario della vittoria dei curdi a Kobane contro l’Isis.

Oggi a fianco dei curdi scenderanno in piazza anche Napoli (presidio ore 16 fuori la metropolitana Toledo) e Torino (l’appuntamento principale è alle 17:30 a Piazza Castello). Milano, invece, si mobiliterà il 14 alle ore 18 sotto il Consolato turco. Per essere aggiornati sulle iniziative a favore del Rojava sotto attacco rimandiamo al sito retekurdistan.it e sulle pagine social di Rete Kurdistan Italia.

Oltre alla solidarietà per la popolazione del Nord della Siria, dalle piazze italiane partono anche proposte politiche. Giorgio Beretta della Rete Italiana per il Disarmo è chiaro a riguardo: “È giunto il momento che anche il Parlamento faccia sentire la propria voce chiedendo lo stop alle forniture di sistemi militari di produzione italiana fino a che la situazione non sarà chiarita. L’appartenenza della Turchia alla Nato non può costituire un alibi”. Vincenzo Miliucci dei Cobas ha chiesto invece al governo Conte di ritirare l’ambasciatore italiano (“un gesto formale ma simbolicamente importante”), sottolineando l’urgenza di smettere di vendere armi ad Ankara “anche in base alla legge del 1990, che vieta di vendere armi a un paese belligerante”. Intervistato dal Manifesto Nicola Fratoianni, segretario uscente di Sinistra Italiana, afferma che “occorre stracciare subito ogni accordo con la Turchia e mettere in piedi un’iniziativa diplomatica che impedisca a Erdogan di massacrare i curdi”. “Mi auguro – ha aggiunto – che l’Italia e l’Europa mettano in campo iniziative forti. A partire dalla sospensione del commercio delle armi con la Turchia. L’Italia decida con chi vuole allearsi: con un regime che incarcera migliaia di oppositori politici o con un popolo che oltre ad aver combattuto per noi l’Isis ha costruito nella regione del Rojava uno straordinario esperimento di democrazia”.

Potere al Popolo! scrive invece una lettera al ministro degli Esteri di Maio chiedendogli non solo una “condanna morale” ma anche “fatti: fermare Erdogan con tutti i mezzi”. Le richieste del partito, presente piazza in questi giorni nei presidi e cortei pro-curdi, sono 6: “fermare subito l’export di armi ad Ankara nel rispetto dell’articolo 6 della legge 185 del 1990; sospendere il programma relativo a F-35 Joint Strike Fighter; ritirare il contingente di 130 unità che opera in Turchia sotto l’ombrello della NATO nell’ambito dell’operazione “Sagitta; lunedì 14 ottobre, in occasione dell’incontro dei Ministri degli Esteri dell’UE in Lussemburgo, rivendicare la fine del Programma di aiuti finanziari UE alla Turchia; congelare la cooperazione tra servizi segreti italiani e turchi e infine imporre sanzioni diplomatiche ed economiche ai governanti di Ankara, Erdogan in primis”. Queste misure – si legge nel comunicato pubblicato sul sito di Potere al Popolo! – sono da applicare immediatamente. Il rifiuto morale dell’aggressione turca è assolutamente privo di forza e non basterà sfortunatamente a bloccare l’offensiva. Servono fatti, non parole. L’Italia deve adottare una diplomazia di pace attiva, contribuendo alla giustizia e alla pace tra i popoli”. Nena News

La nostra rubrica del sabato sul continente africano vi porta anche in Rwanda dove lo scorso settembre è stato ucciso l’oppositore Sylidio Dusabumuremyi. Premio Nobel per la pace per il premier etiope Abiy Ahmed per aver raggiunto la pace con l’Eritrea

Rwanda (Fonte foto: Onu)

di Federica Iezzi

Roma, 12 ottobre 2019, Nena News –

Mauritius

Il primo ministro delle isole Mauritius, Pravind Kumar Jugnauth, ha proclamato lo scioglimento del parlamento e ha annunciato elezioni generali il mese prossimo.

Il Paese, popolare destinazione turistica, è una delle nazioni più stabili dell’Africa, tiene elezioni regolari ogni cinque anni.

Per legge, il Paese ha tra i 30 e i 150 giorni per organizzare le elezioni dopo che il primo ministro scioglie il parlamento.

Jugnauth, 57 anni, anche ministro delle finanze, cercherà un altro mandato come leader del Mouvement Socialiste Militant. Ha ricoperto la carica di Primo Ministro dal 2017 quando ha assunto il posto di suo padre, Anerood Jugnauth.

La politica mauriziana è stata dominata da un piccolo numero di famiglie indù dall’indipendenza nel 1968, con gli ultimi 40 anni segnati dalla stabilità e dalla costante crescita economica che ha spinto l’isola nelle file dei Paesi a medio reddito.

Camerun

Maurice Kamto, il principale leader dell’opposizione del Camerun, è uscito di prigione nove mesi dopo il suo arresto per aver condotto proteste contro un risultato elettorale che aveva denunciato come fraudolento.

Un tribunale militare nella capitale del Paese, Yaoundé, ha ordinato la liberazione dell’ex candidato per volere dell’attuale presidente Paul Biya, sottoposto a forti pressioni internazionali per la dura repressione ai danni dei partiti di opposizione.

Il 65enne leader dell’opposizione era stato processato lo scorso settembre, insieme a decine di altri, con l’accusa di insurrezione, ostilità nei confronti della madrepatria e ribellione, crimini che avrebbero potuto comportare la pena di morte.

Biya ha ordinato la sospensione dei procedimenti pendenti dinanzi ai tribunali militari contro alcuni funzionari e militanti di partiti politici, in particolare del Cameroon Renaissance Movement.

Rwanda

Lo scorso settembre il politico dell’opposizione Sylidio Dusabumuremyi, coordinatore nazionale delle Forces Democratiques Unifiees (FDU-Inkingi) è stato ucciso, in condizioni non chiare.

Questi incidenti fanno parte di una serie di omicidi e sparizioni forzate di oppositori e critici del presidente Kagame avvenuti negli ultimi anni. Sebbene non sia stato stabilito alcun legame diretto tra il presidente Kagame e questi omicidi e sparizioni, le organizzazioni per i diritti umani hanno ripetutamente criticato il governo per il suo trattamento pesante ai danni dell’opposizione e per l’incapacità di indagare sugli omicidi politici.

Tuttavia, il presidente Kagame gode ancora di un enorme sostegno pubblico, come portatore di pace e stabilità, in un Paese spezzato dal genocidio.

Da quando il suo gruppo ribelle prese il potere con la forza, ponendo fine al genocidio dell’aprile 1994, ha lottato per una intensa trasformazione economica del Paese e per abbattere la corruzione. Ha aperto il paese agli affari, promosso la crescita di nuovi settori economici e migliorato la sua burocrazia. Ha impiegato gli aiuti esteri con prudenza e ha usato saggiamente le risorse naturali del Rwanda. Ha spinto al maggior numero di donne in carica politica, il 64% dei legislatori nel parlamento del Rwanda oggi sono donne, la percentuale più alta di qualsiasi Paese al mondo.

Nel 2015, i rwandesi hanno votato in modo schiacciante un emendamento della costituzione attraverso il quale consentire al presidente di rimanere potenzialmente al potere fino al 2034.

Soffocando il dissenso e lasciando che gli omicidi dei suoi avversari politici rimangano irrisolti, oggi Kagame sembra mettere tutto questo a rischio percorrendo un percorso di autoritarismo.

Forse agli occhi di Kagame, solo pochi decenni dopo un genocidio che costò 800.000 vite, una democrazia veramente pluralista rappresenta un rischio troppo grande per la sicurezza e la stabilità del Paese.

Etiopia

Il Comitato Nobel norvegese ha deciso di assegnare il Premio Nobel per la pace per il 2019 al Primo Ministro etiope Abiy Ahmed Ali per i suoi sforzi atti a raggiungere la pace e la cooperazione internazionale, e in particolare per la sua decisiva iniziativa per risolvere il conflitto di confine con la vicina Eritrea.

Quando Abiy Ahmed è diventato Primo Ministro nell’aprile 2018, ha chiarito che desiderava riprendere i colloqui di pace con l’Eritrea. In stretta collaborazione con Isaias Afwerki, il presidente dittatore dell’Eritrea, Abiy Ahmed ha elaborato i principi di un accordo di pace per porre fine al lungo stallo tra i due Paesi.

Questi principi sono enunciati nelle dichiarazioni che il primo ministro Abiy e il presidente Afwerki hanno firmato ad Asmara e Jedda lo scorso luglio e settembre.

La normalizzazione delle relazioni tra l’Eritrea e l’Etiopia risulta più apparente che reale.

Abiy da Primo Ministro ha sollevato lo stato di emergenza del Paese, concedendo l’amnistia a migliaia di prigionieri politici, interrompendo la censura dei media, legalizzando i gruppi di opposizione illegali, licenziando leader militari e civili sospettati di corruzione e aumentando significativamente l’influenza di donne nella vita politica e comunitaria etiope

Sulla scia del processo di pace con l’Eritrea, il Primo Ministro Abiy, appoggiato e guidato da Emirati Arabi Uniti e dall’Arabia Saudita, si è impegnato in altri processi di pace e riconciliazione nell’Africa orientale e nordorientale. Nena News

 

Le forze armate turche e i 14mila mercenari dell’Els sarebbero penetrati fino a 8 km dal lato di Tal Abyad e 4 km dal lato di Serekaniye e avrebbero “neutralizzato” 342 combattenti curdi. Morti anche in Turchia, colpiti dai mortai delle Fds. 100mila civili in fuga

Conseguenze dell’attentato suicida ieri a Qamishlo (Foto: Reuters)

di Michele Giorgio   Il Manifesto

Roma, 12 ottobre 2019, Nena News – È feroce la battaglia che si combatte in queste ore tra Tal Abyad e Serekaniye (Ras al Ayn). Da questa striscia di territorio lunga 120 km, sul confine tra Siria e Turchia, giungono immagini drammatiche ma che allo stesso tempo testimoniano la resistenza indomita dei curdi all’offensiva “Fonte di pace”. Le forze armate turche e i 14mila mercenari dell’Esercito libero siriano, non risparmiano le munizioni. Dopo tre giorni di combattimenti cruenti sarebbero penetrati fino a 8 km dal lato di Tal Abyad e 4 km dal lato di Serekaniye. La giornalista Zeina Khodr di Al Jazeera ieri, dalla città di frontiera turca di Akcakale, raccontava che l’esercito agli ordini di Recep Tayyib Erdogan sta usando una potenza di fuoco eccezionale pur di prendere il controllo dell’area di Tel Abyad: attacchi aerei, artiglieria e missili. «I turchi concentrano la loro operazione in questa zona – ha spiegato Khodr – dicono che questa è la fase iniziale della loro operazione. Al momento, è difficile dire se le operazioni si estenderanno o meno».

E tornano in queste ore in primo piano anche i miliziani dello Stato islamico – cinque dei quali sono scappati da una prigione curda – che ieri hanno compiuto un duplice attentato in una delle città curde più importanti e popolose, Qamishlo, nella parte orientale del Rojava, facendo cinque morti e numerosi feriti. Nella stessa zona l’artiglieria di Ankara ha preso di mira i villaggi di Sermsax, Heyaka, Girke Xezna e Derna Axi. L’agenzia ANF ha postato un video da Ayn Diwar, a 12 km da Derek, ridotto in macerie e vuoto. Il ministero della difesa turco ieri parlava di 342 «terroristi» uccisi, feriti e fatti prigionieri e della conquista di 13 villaggi all’interno del territorio controllo dai curdi siriani. «L’operazione continua con successo, come pianificata. Finora sono stati neutralizzati 342 terroristi. Speriamo di finire quel che abbiamo iniziato», ha dichiarato con soddisfazione il ministro della difesa Hulusi Akar. Secondo il ministro l’offensiva si basa su un (presunto) «diritto all’autodifesa» previsto dalla Carta delle Nazioni Unite. «Il nostro obiettivo – ha aggiunto Akar – è di porre fine alla presenza di ‘terroristi’ a est del fiume Eufrate…e di istituire un corridoio di pace che permetta il ritorno in patria dei nostri fratelli siriani (i profughi attualmente in Turchia, ndr)».

Il potente esercito turco però non è ancora in grado di fermare i colpi di mortaio sparati dai curdi su Akcakale e altre località turche vicine al confine. Un razzo ha ucciso due persone a Suruc, portando a otto il numero dei cittadini turchi morti. A Nusabin, diverse persone sono state feriti da colpi sparati dalle Fds curde. Intanto la violenza delle cannonate turche e dei raid aerei su Tal Abyad ha costretto “Medici senza frontiere” a chiudere il suo ospedale nella cittadina dove la paura ha fatto fuggire quasi tutta la popolazione. Era l’unico nell’intera area. «Questo potrebbe lasciare migliaia di persone senza accesso ad aiuti cruciali e senza alcuna soluzione in vista», sottolinea in un comunicato l’organizzazione che chiede alle parti in guerra di «garantire l’assistenza umanitaria salva-vita».

L’ospedale di Tal Abyad non è l’unica struttura costretta a chiudere i battenti dopo pesanti bombardamenti. La Mezzaluna Rossa curda da parte sua denuncia l’impossibilità per medici e infermieri di operare nelle aree più colpite dai bombardamenti. Il dottor Hassan, intervistato dai media curdi, ha parlato di 30-35 bambini feriti gravi. Alla salvezza dei più piccoli è dedicato l’appello lanciato dall’Unicef. Tra i centomila in fuga dall’offensiva turca, sottolinea l’agenzia dell’Onu, ci sono molti bambini provenienti in maggioranza da Tal Abyad e Serekaniye. «Alcune delle persone sfollate sembra si stiano dirigendo verso Raqqa (90km a sud di Tal Abiad), mentre la maggior parte si sta dirigendo verso altre città come Ampuda, Al Derbasiya, Tal Tamer e Hassakeh», fa sapere l’Unicef.

Sul piano diplomatico si moltiplicano le condanne dell’offensiva di Ankara. Ma non mancano le approvazioni. L’ultima è quella del Pakistan che ha parlato di «diritto all’autodifesa della Turchia». Il ministro della difesa Akar ieri ha discusso al telefono con alcuni colleghi stranieri fra cui lo statunitense Mark Esper, il britannico Ben Wallace e il francese Florence Parly. In apparente contrasto con il via libera dato da Donald Trump all’avanzata anti-curda, Esper ha o avrebbe detto ad Akar che l’operazione in corso potrebbe portare a «serie conseguenze» per la Turchia e favorire l’Isis. Esper ha aggiunto che fermare ora l’offensiva consentirebbe ad Ankara di aprire uno spazio per colloqui volti a trovare «una via comune per ridurre le tensioni prima che la situazione diventi irreparabile». Dichiarazioni che servono a placare le critiche all’Amministrazione Usa finita sotto accusa, anche in casa, dopo l’annuncio del ritiro dei soldati statunitensi dalla Siria nordorientale. Esper peraltro nega che sarà completato.

La verità è che mentre Erdogan avanza sul velluto, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ancora non trova un accordo su una dichiarazione comune per condannare l’offensiva turca. I Paesi europei vorrebbero una condanna esplicita ma Usa e Russia frenano sui toni. Washington ha diffuso una bozza di dichiarazione in cui si afferma che le preoccupazioni per la sicurezza della Turchia sono «legittime». Nena News

Nessuno si aspettava un’aggressione così rapida prima dell’incontro tra Erdogan e Trump a novembre. Un attacco militare a sorpresa che però ha trovato una immediata resistenza armata e una forte mobilitazione popolare curda

di Chiara Cruciati

Roma, 11 ottobre 2019, Nena News – «Dobbiamo difendere i confini che abbiamo liberato». Così domenica scorsa a Roma parlava Dalbr Iomma Issa, la comandante delle Ypj, le unità di difesa femminili curde del nord della Siria. Quel momento è arrivato e la ricostruzione fermata dai soldati turchi e i pretoriani delle opposizioni islamiste siriane. «Lungo tutto il confine sono continuati raid e colpi di artiglieria pesante – ci dice al telefono Salih Muslim, portavoce del Pyd, Kurdish Democratic Union Party – L’aviazione turca ha colpito l’area intorno alla prigione di Qamishlo, dove sono detenuti i prigionieri dell’Isis. Ma non ci sono state fughe. A Tal Abyad l’offensiva terrestre è stata per ora bloccata dalle Ypg/Ypj».

«La scorsa notte era apparsa più calma, ma ieri le bombe hanno colpito di nuovo Tal Abyad e Qamishlo, anche se meno pesanti del giorno prima quando è stato attaccato il quartiere cristiano». Cecilia ci parla da Rojava. Studentessa di medicina, è lì come volontaria per dare supporto alla ricostruzione delle strutture sanitarie e coordinarne l’attività. «È stato colpito l’ospedale di Sere Kaniye (Ras al Ain, ndr) e quello di Tal Abyad è stato chiuso. Il trasferimento dei pazienti verso le zone interne è difficile».

La frontiera nord con la Turchia è già zona di guerra. Le notizie che arrivano parlano di «una smobilitazione del muro di frontiera», tirato su da Ankara per impedire ai rifugiati di scappare dalla guerra civile, così da facilitare le incursioni via terra. Quelle che hanno come protagonisti 14mila miliziani islamisti e dell’Esercito libero, opposizioni al governo Assad e stampella turca.

«Gruppi di jihadisti sono entrati a Manbij, a ovest dell’Eufrate – continua Cecilia – e a Raqqa la notte scorsa ci sono stati due attentati suicidi. Nel campo di Al Hol, dove sono detenuti jihadisti e le loro famiglie, sono scoppiate rivolte, molte tende sono state bruciate». L’Isis rialza la testa, mai scomparso ma pronto a riemergere con cellule nascoste dentro le città liberate, da Raqqa a Deir Ezzor.

A reagire è la popolazione, capace di mobilitarsi subito perché quella mobilitazione sociale, culturale, politica e militare è realtà dal 2011. Alcuni fanno da scudo umano, altri prendono le armi. Fanno da sé dopo il voltafaccia degli Stati uniti. Che continuano ad avere i propri uomini sul territorio: «I marines sono stati smobilitati alla frontiera, a Ras al Ain e Tal Abyad, ma sono ancora presenti nelle basi più interne – ci spiega Anwar Muslem, ex sindaco di Kobane e oggi co-presidente della regione Eufrate – Per ripulire il nord della Siria Erdogan ha mandato in prima fila i jihadisti di Esl ed ex al-Nusra: vuole un genocidio. Per fermarli abbiamo bisogno di tutti. La nostra porta è aperta alla Russia e al governo di Damasco, con cui abbiamo sempre dialogato. Ma per ora non abbiamo ricevuto risposte».

«La Turchia vuole cancellare il nostro modello democratico. Per questo per anni abbiamo chiesto una vera zona cuscinetto che ci proteggesse, ma la coalizione a guida Usa non ha mai voluto realizzarla». È un’altra zona cuscinetto che Washington ha autorizzato, a fine agosto alla Turchia, primo passo verso l’attacco.

Rojava se lo aspettava, ma non tanto presto: «Gli Stati uniti non sono mai stati considerati alleati affidabili, solo un sostegno militare –Cecilia riporta le voci di curdi, assiri, arabi protagonisti del confederalismo democratico di Rojava – Nessuno si aspettava un’aggressione così rapida prima dell’incontro tra Erdogan e Trump a novembre e perché era in fase di realizzazione la safe zone Usa-Turchia. Quella “zona sicura” non è stata mai accettata pienamente dalla Federazione del Nord, ma era stata agevolata nell’idea che il dialogo pagasse». Tradita la soluzione diplomatica, l’attacco è arrivato a sorpresa. E la preparazione in atto, l’evacuazione delle città di confine e la riorganizzazione dell’apparato militare, è evaporata. Nena News

 

L’esercito non distingue tra combattenti e non. Il «sultano» replica alla ministra degli esteri dell’Ue Mogherini: «Zitti, o vi mandiamo 3,6 milioni di migranti», e rivendica con orgoglio l’uccisione di 109 «terroristi». Intanto decine di migliaia di civili curdi scappano in direzione dell’Iraq

Carri armati turchi (Photo: UMIT BEKTAS)

di Michele Giorgio   il Manifesto

Roma, 11 ottobre 2019, Nena News – Tra le notizie incessanti di morti, feriti e distruzioni nel nordest della Siria invaso dall’esercito turco, è giunto ieri l’appello dell’Alto Commissario dell’Unhcr, Filippo Grandi. «Centinaia di migliaia di civili nella Siria settentrionale sono in pericolo. I cittadini e le infrastrutture civili non devono rappresentare un bersaglio», ha esortato Grandi. Ma i bombardamenti e le cannonate di Ankara non fanno e non faranno differenza tra combattenti e civili curdi. Ieri mentre molte migliaia di curdi – 60mila secondo alcune stime – a bordo di ogni possibile mezzo di trasporto e con pochi averi, fuggivano verso il confine con l’Iraq, Recep Tayyip Erdogan ha riferito in Parlamento con grande soddisfazione che sono già stati uccisi «109 terroristi».

Forte del sostegno interno, quasi plebiscitario, all’offensiva “Fonte di Pace” scattata lunedì – la popolazione e il mondo politico sono con lui, le sole voci dissidenti sono quelle dell’Hdp curdo e di qualche esponente della sinistra -, il presidente turco ha replicato con rabbia al comunicato di condanna diffuso dalla “ministra degli esteri” dell’Ue Federica Mogherini, lanciando un minaccioso avvertimento: «Se provate a presentare la nostra operazione come un’invasione, sarà semplice: apriremo le porte e vi manderemo 3,6 milioni di migranti». Il tono è stato perentorio, per alimentare la paura di una «invasione di migranti e rifugiati» che agita la destra europea sovranista e populista.

La Turchia ospita oltre la metà dei 5,6 milioni di profughi siriani. Ed Erdogan ha ricordato che l’Ue blocca l’adesione della Turchia dal 1963. Ha aggiunto che l’Unione non ha pagato i tre miliardi di euro promessi per accogliere (e trattenere) i profughi in fuga dalla Siria, mentre la Turchia ha o avrebbe speso già 40 miliardi. Sull’onda della crescente avversione della popolazione turca verso i siriani presenti nel paese, Erdogan afferma di voler mandare all’interno della zona cuscinetto che intende creare in Siria, lungo il confine, due milioni di rifugiati.

Ma il suo scopo principale è alterare la composizione demografica del nordest siriano e annientare, con l’offensiva “Fonte di Pace”, l’autoproclamata Amministrazione Autonoma curda. Le proteste internazionali e le conclusioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che doveva riunirsi ieri in una seduta d’emergenza, non fermeranno il suo esercito. Il via libera alle operazioni militari ottenuto da Donald Trump è l’unica cosa che conta per Erdogan, assieme alla luce verde avuta dalla Nato. Oggi il leader turco vedrà a Istanbul proprio il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, assieme al ministro degli esteri Cavusoglu e il ministro della difesa Akar.

Stoltenberg l’altro giorno a Roma ha fatto intendere che la Turchia ha il diritto di attaccare i curdi e invadere la Siria, ma deve astenersi dal compiere stragi, in poche parole deve ammazzare con moderazione e per il Patto Atlantico tutto sarà ok.

I curdi smentiscono le affermazioni del ministero della difesa turco che in un comunicato ha affermato «Nella pianificazione ed esecuzione dell’operazione ‘Fonte di Pace’ vengono presi di mira solo rifugi, ripari, postazioni, armi, mezzi ed equipaggiamenti che appartengono a terroristi del Pkk/Pyd-Ypg e di Daesh (Isis)». Mustafa Bali, portavoce delle Forze democratiche siriane (Fds), appoggiate fino a qualche giorno fa dagli Stati uniti, ieri ha fatto un quadro drammatico della situazione. «Lungo il confine tra il Tigri e l’Eufrate, da Derik a Kobane, i nostri villaggi e le nostre città sono sotto attacco. Aerei da guerra e armi pesanti vengono usati contro la nostra gente», ha denunciato lanciando un nuovo appello per l’intervento della comunità internazionale. Ankara ha una enorme potenza di fuoco, e i suoi reparti corazzati avanzano con la copertura degli F-16 e degli elicotteri da combattimento.

I combattenti curdi sarebbero stati costretti ad abbandonare già otto villaggi, tutti situati in prossimità delle città di Tel Abyad e Ras al Ayn, entrambe abbandonate lunedì dai marines americani. I mortai curdi invece hanno ucciso almeno quattro persone, tra cui un neonato, in territorio turco. Dalbr Jomma Issa, una comandante delle Fds e delle Unità curde di protezione delle donne, sostiene che l’offensiva di Ankara «durerà molto a lungo» e che le forze curdo-siriane non sanno per quanto tempo potranno resistere e soprattutto fino a quando potranno mantenere il controllo degli oltre 12 mila miliziani e sostenitori dello Stato islamico, detenuti nelle carceri delle Unità curde di protezione del popolo (Ypg).

Erdogan ieri ha trovato il tempo per uno violento scambio di accuse con il premier israeliano e suo nemico Benyamin Netanyahu che, con il palese intento di stuzzicarlo, ha espresso la solidarietà sua e di Israele ai curdi. «Piuttosto pensi ai suoi guai giudiziari» ha replicato Erdogan. Nena News

A denunciarlo è la famiglia. Ieri la sorella, Mona Seif, ha scritto su Twitter che l’attivista dei diritti umani ha riferito agli avvocati di essere stato bendato e minacciato di non uscire vivo dalla prigione di Tora

Alaa Abdel Fattah

della redazione

Roma, 11 ottobre 2019, Nena News – Arrestato nei giorni scorsi durante le retate seguite alle proteste contro il regime di Abdel Fattah el Sisi, il noto attivista egiziano Alaa Abdel Fattah, è stato picchiato e costretto a denudarsi dopo il fermo e durante l’interrogatorio da parte della polizia. A denunciarlo è la famiglia. Ieri la sorella, Mona Seif, ha scritto su Twitter che Alaa ha riferito agli avvocati di essere stato anche minacciato di non uscire vivo da Tora, prigione tristemente famosa del Cairo.

All’attivista, ha spiegato la sorella, è stato imposto di camminare in un corridoio pieno di persone che lo picchiavano sulla schiena e sul collo. Si tratta della cosiddetta “parata di benvenuto”, un abuso di routine nelle carceri egiziane al quale sono soggetti in particolare i detenuti politici. Inoltre gli sono stati rubati gli abiti ed è stato lasciato per ore con addosso solo la biancheria intima.

Seif ha detto che suo fratello ha presentato una denuncia per questi abusi durante l’audizione di mercoledì per il rinnovo della sua “detenzione preventiva” e, pertanto, si teme che possa subire nuovi maltrattamenti ed essere picchiato in prigione. Il mese scorso è stato arrestato anche l’avvocato dell’attivista, Mohamed al-Baqer, un noto difensore dei diritti umani.

Alaa Abdel Fattah, 37 anni, fu uno dei protagonisti della rivolta del 2011 che rovesciò il presidente Hosni Mubarak. Negli anni successivi è diventato bersaglio della repressione del regime di El Sisi, salito al potere con il golpe militare del 2013 contro il presidente islamista Mohammed Morsi. L’attivista era stato rilasciato a marzo dopo aver scontato cinque anni di prigione per aver partecipato a una protesta pacifica. Quindi nei giorni scorsi è stato arrestato di nuovo – con l’accusa di appartenere ad una “organizzazione terroristica” e di usare i social media per diffondere “notizie false a danno della sicurezza nazionale – assieme ad oltre 3.000 persone in seguito alle proteste scoppiate al Cairo e in altre città egiziane contro il regime. Nena News

Appena i soldati statunitensi hanno evacuato le due postazioni frontaliere di Ras al Ayn e Tal Abyad, la Turchia ha dato inizio alla “Operazione fonte di pace” – così l’ha chiamata il Erdogan – contro il popolo curdo nel Rojava

Civili curdi in fuga (foto NPA)

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Roma, 10 ottobre 2019, Nena NewsApprovata da Donald Trump la massiccia offensiva militare turca contro il popolo curdo scattata ieri pomeriggio nel nord-est della Siria, è stata benedetta anche da Jens Stoltenberg. «Spero che qualsiasi iniziativa intrapresa dalla Turchia sia proporzionata e misurata», ha detto il segretario generale della Nato al termine dell’incontro con Giuseppe Conte, a Palazzo Chigi. Come dire: andate avanti senza problemi ma non ammazzatene tanti. Fanno perciò tenerezza gli appelli alla Nato «a fermare la Turchia» lanciati da deputati e dirigenti del M5S, del Pd, della Lega e di tutti gli altri amici fedeli del Patto Atlantico, di cui Ankara è un membro di grande importanza. I curdi si sono scoperti ancora più soli, abbandonati dagli Usa e dall’Europa che li hanno usati come carne da macello in Siria nelle battaglie contro l’Isis, per poi scaricarli una volta giunti sulle rovine del Califfato.

Vittime delle bombe sganciate degli aerei del “sultano” Recep Tayyib Erdogan – atteso tra qualche settimana a Washington – i curdi hanno compreso, si spera definitivamente, che gli Usa agiscono non a favore ma contro i diritti dei popoli oppressi. La vicenda palestinese avrebbe dovuto insegnarlo anche a loro. E non possono passare inosservate in queste difficili ore le a dir poco caute dichiarazioni di Mosca e di Tehran, alleate di Damasco e del presidente Bashar Assad ma anche partner di Ankara nel processo di Astana «per una soluzione politica in Siria».

Ieri appena i soldati statunitensi hanno evacuato le due postazioni frontaliere di Ras al Ayn e Tal Abyad, la Turchia ha dato inizio alla “Operazione fonte di pace” – così l’ha chiamata Erdogan dandone l’annuncio ufficiale con un tweet: è la terza in Siria dal 2016 dopo “Scudo dell’Eufrate” e “Ramoscello d’ulivo”, quest’ultima è scattata nel gennaio 2018 nell’enclave di Afrin – contro il popolo curdo nel Rojava, nel nord est della Siria. Raid aerei e colpi di artiglieria si sono abbattuti nei pressi della diga di Bouzra (Derek), su Qamishlo, Ain Issa, Mishrefa, Tal Abyad, Ras al Ayn (Sere Kaniye) e altri centri abitati. Ci sono state subito vittime civili anche se i turchi affermano di aver preso di mira basi e depositi di munizioni. Un bambino di sei anni è stato ferito gravemente da un bombardamento a Se Girka. «Chiediamo a gran voce a tutte le parti coinvolte di fermare l’escalation delle violenze – ha esortato Filippo Ungaro, un portavoce di Save the Children – e di assicurare in ogni modo possibile la protezione e la sicurezza delle migliaia di bambini, e delle loro famiglie, già sfiniti da una guerra che dura ormai da più di otto anni e la cui vita da oggi è ulteriormente a rischio». Nella zona teatro dell’offensiva, oltre un milione e mezzo di persone hanno già bisogno di assistenza umanitaria, tra cui più di 650.000 sfollati.  

Prima e durante l’attacco turco migliaia di civili si sono messi in fuga dirigendosi verso Hasake e l’area territoriale della Amministrazione Autonoma curda nel nord della Siria che Erdogan e i suoi generali vogliono disintegrare. I comandi militari delle Fds e Ypg curde ribadiscono che resisteranno con ogni mezzo possibile a chi vuole allontanarle dal confine, distruggere qualsiasi idea di sovranità curda e mettere fine all’ eccezionale progetto politico, il Confederalismo Democratico, che raccoglie consensi ovunque del mondo. I combattenti delle Ypg ieri hanno lanciato sei razzi verso postazioni militari alla periferia della città turca di Nusaybin, senza fare vittime. Sempre le Ypg hanno respinto a Manbij un violento attacco dei mercenari, in gran parte islamisti, dell’Esercito libero siriano – l’Els, ora chiamato “Esercito nazionale”, per anni esaltato da Usa e Europa come una forza «ribelle» impegnata a «portare la democrazia in Siria»  – addestrati da Erdogan e pagati, pare, dal ricco Qatar stretto alleato della Turchia. Il Centro di informazione del Rojava ieri ha diffuso un’indagine sulla composizione dell’Els, evidenziando che diversi dei gruppi armati che ne fanno parte sono vicini al jihadismo.

Ad anticipare l’inizio dell’attacco turco era stato ieri mattina Abdel Rahman Ghazi Dadeh, portavoce di Anwar al Haq, una delle milizie armate locali cooptate da Ankara nell’Els. Dadeh ha confermato che almeno 18 mila mercenari prenderanno parte all’operazione militare e ha precisato che 10 mila saranno impiegati a Ras al Ayn, gli altri a Tal Abyad. L’Els avrà un ruolo di primo piano nel controllo della “zona di sicurezza”, lungo il confine, che Erdogan intende costituire in territorio siriano. Terminata la prima fase di “Fonte della pace” dovranno prendere il posto dei militari turchi e presidiare una striscia lunga 120 km e profonda 30 tra Tal Abyad e Ras al-Ayn che farà naufragare, nei desideri di Erdogan, il sogno curdo del Rojava (quasi un terzo della Siria). Questo futuro protettorato turco spezzerà il territorio controllato dalle Ypg. Resterebbe isolata Kobane (Ayn al Arab), simbolo della resistenza curda contro l’Isis, già stretta tra le aree prese dai turchi con le due precedenti operazioni in Siria. Ankara avrebbe promesso a Trump di non attaccarla ma i mercenari filo-turchi premono per occuparla. In una seconda fase Erdogan vuole prendere il controllo di tutta la frontiera e inondare la “zona di sicurezza”, ossia la zona curda, di almeno due milioni di rifugiati siriani attualmente in Turchia. Una regione-cuscinetto che spingerà di fatto il confine fino a Raqqa, la “capitale” del Califfato liberata dai curdi, e a Deir ez-Zor. Un piano di ingegneria etnica – dal costo stimato da Ankara in oltre 26 miliardi – che dopo l’uscita di scena di Trump solo i partner di Astana, Russia e Iran, possono ostacolare. Lo faranno? L’interrogativo pesa come un macigno.

Resta indecifrabile, al momento, l’atteggiamento di Damasco. La Siria è determinata a fronteggiare l’aggressione turca con «tutti i mezzi legittimi», ha fatto sapere una fonte del ministero degli esteri. Ma che Damasco sia pronta ad andare in guerra con Ankara è da escludere, pur manifestando sostegno ai cittadini curdi sotto attacco. La strada che preferisce è quella di un futuro intervento su Erdogan della Russia che si proclama garante della «integrità territoriale della Siria». In ogni caso l’eventuale soluzione diplomatica non andrà certo nella direzione di una sovranità curda. Nena News

Censura, intimidazioni, denunce per diffamazione e multe rendono il lavoro di giornalista nei Balcani una vera e propria impresa. Le forti ingerenze del potere politico e la riduzione dei finanziamenti pubblici riducono notevolmente l’indipendenza dei giornalisti e la qualità delle loro inchieste

di Marco Siragusa

Roma, 9 ottobre 2019, Nena News – Dall’11 al 13 settembre si è svolto a Podgorica (Montenegro) il terzo EU Western Balkans Media Days, promosso dalla Commissione Europea con la partecipazione di oltre 350 giornalisti, rappresentanti della società civile e (pochi) politici provenienti da tutta la regione. Al di là delle altisonanti dichiarazioni e delle buone intenzioni sull’apertura di un dialogo costruttivo tra mondo politico e giornalismo, l’incontro ha rappresentato solo l’ennesimo tentativo di facciata delle istituzioni europee nel dimostrare la propria attenzione alla libertà di stampa nella regione. Nonostante il protagonismo dell’UE sul tema, il lavoro dei giornalisti nei Balcani rimane ancora oggi soggetto a fortissime limitazioni e ostacoli.

Croazia

Secondo la classifica sulla libertà di stampa stilata annualmente da Reporters Senza Frontiere, nel 2019 la Croazia si è classificata al 64esimo posto in miglioramento rispetto al 69esimo posto fatto registrare nel 2018 e al 74esimo del 2017. Nonostante i progressi la condizione dei giornalisti indipendenti resta piuttosto difficile. Ne sono dimostrazione i numerosi episodi degli ultimi mesi. In estate diversi giornali sono stati presi di mira con scritte come “Morte ai giornalisti” o “Giornalisti vermi” a Zadar, Zagabria e Spalato. Il caso recente più eclatante è sicuramente quello relativo all’arresto e alla multa di 100 euro inflitta al giornalista del sito Index.hr Gordan Duhaček, trattenuto dalla polizia all’aeroporto di Zagabria poco prima della sua partenza per la Germania. Il giornalista è accusato di aver utilizzato l’acronimo ACAB (“All cops are bastards”) in un tweet che denunciava le violenze della polizia croata durante un arresto.

L’ostilità nei confronti dei giornalisti è stata spesso banalizzata, se non fomentata, dalla politica come nel caso delle forti critiche rivolte alle inchieste giornalistiche sulle violenze della polizia croata verso i migranti al confine con la Bosnia da parte del governo. Lo scontro tra potere politico e giornalisti non riguarda soltanto l’Unione Democratica Croata (HDZ) al potere ma coinvolge anche i principali partiti di opposizione. A gennaio di quest’anno l’Associazione dei giornalisti croati (HND) ha duramente condannato un post su Facebook del partito Živi Zid (alleato del Movimento 5 Stelle) che insultava pesantemente la giornalista Željka Godeč di Jutarnji list per un suo articolo che indagava le poco trasparenti attività finanziarie del partito.

Lo stesso presidente dell’HND, Hrvoje Zovko, era già stato vittima di un’epurazione da parte della televisione pubblica, Radio Televisione Croata (HRT). A dicembre dello scorso anno Zovko era stato licenziato, dopo vent’anni di servizio, in seguito al conflitto nato con la redazione per la censura subita in merito ad un articolo di inchiesta sui contrasti interni al partito di governo. Zovko è stato inoltre denunciato per ben tre volte per diffamazione dalla televisione pubblica. Come lui altri 35 giornalisti, tra il 2016 e il 2019, sono stati portati in tribunale per lo stesso motivo mentre già nel 2016, dopo la vittoria dell’HDZ alle elezioni parlamentari, circa 80 redattori erano stati prontamente sostituiti dai vertici dell’HRT. Le denunce per diffamazione rappresentano uno strumento molto utilizzato dai consigli di amministrazione dei giornali per contrastare il lavoro dei giornalisti considerati non allineati al potere politico. In totale sono circa mille i processi in corso nel paese contro i media.

Le gravi ingerenze politiche hanno però provocato una forte reazione da parte dei giornalisti croati che, nel marzo di quest’anno, sono scesi in piazza a Zagabria per una manifestazione organizzata dall’HND con lo slogan “Avete sequestrato i media ma noi non rinunceremo al giornalismo”. Tra le otto richieste presentate dall’Associazione al governo si chiede la fine delle azioni legali, la depoliticizzazione del Consiglio dei media elettronici, il cambio dei vertici dell’HRT e la fine delle pressioni esercitate dalla polizia sui media.

Bosnia-Erzegovina

Ancora più complicata la situazione in Bosnia-Erzegovina, paese che ha visto addirittura peggiorare la propria posizione nella classifica sulla libertà di stampa passando dal 62esimo posto del 2018 al 63esimo del 2019. Le spesso opache dinamiche di gestione del potere politico e le difficoltà economiche del paese rendono il lavoro d’inchiesta dei giornalisti ancor più complicato che in altre parti. Inoltre, le tendenze nazionalistiche dei principali partiti tendono a considerare qualsiasi voce critica come una minaccia alla stabilità e all’onore della nazione tanto nella Federazione croato-musulmana di Bosnia-Erzegovina (FBiH) quanto nella Republika Srpska (RS), le due entità che compongono il paese.

Nell’ultimo anno sono stati diversi gli attacchi e le violenze subite dai media. L’ultimo caso, avvenuto il 28 settembre, ha riguardato i giornalisti di Radio Sarajevo vittime di intimidazioni, prima verbali e poi fisiche con un vero e proprio blitz e conseguente sequestro dei lavoratori nella sede della radio, da parte di un gruppo di ultras dell’FK Sarajevo. Motivo di queste violenze è stato un articolo pubblicato da Radio Sarajevo sulla condanna di cinque anni inflitta in Bielorussia ad un ultras del Sarajevo per possesso di cocaina. Le indagini della polizia hanno portato all’arresto di due persone coinvolte nell’azione mentre il 30 settembre l’Associazione dei giornalisti della Bosnia (BHJA) ha organizzato una manifestazione di protesta davanti la sede del club per denunciare l’accaduto e condannare le minacce ricevute dai corrispondenti della Radio.

Poche settimane prima la BHJA aveva denunciato un altro caso che aveva visto coinvolti i cronisti di RTV Zenica vittime di continue pressioni e censure da parte degli amministratori locali riguardo il lavoro d’inchiesta sull’inquinamento prodotto dall’acciaieria della Arcelor Mittal di Zenica, nella Federazione di Bosnia-Erzegovina. Proprio in seguito ad una denuncia giornalistica il sindaco del paese, Fuad Kasumović, aveva deciso di licenziare con un atto unilaterale l’Organismo di vigilanza di RTV Zenica con la motivazione che il lavoro dei media avrebbe potuto mettere in discussione il futuro dell’azienda e, di conseguenza, lo sviluppo del territorio. La BHJA considera questi episodi come un attacco alla libertà di espressione, di critica e al libero svolgimento del proprio lavoro.

Intimidazioni e aggressioni fisiche hanno coinvolto anche i cameraman della Radio cantonale Tuzla durante un loro lavoro sulla miniera di Šikulje a Lukavac. Durante le riprese di un servizio che denunciava gli sfratti nelle vicinanze della miniera, i lavoratori della compagnia di sicurezza privata hanno danneggiato la telecamera di un cameraman impedendone così le riprese. Anche in questo caso la direzione ha giustificato l’accaduto affermando di voler proteggere l’immagine dell’azienda.

Non diversa la situazione nella Republika Srpska, l’entità a maggioranza serba del paese. Durante la conferenza di fine anno dello scorso 30 dicembre il presidente Mirolad Dodik, già noto per le sue antipatie verso i media indipendenti e contrari alla sua politica, aveva attaccato pubblicamente il corrispondente della Televisione BN di Bijeljina (BNTV) tacciandolo di essere uno dei “distruttori della Republika Srpska” per il suo lavoro critico nei confronti dell’operato del presidente. Pochi mesi dopo, ai lavoratori di BNTV e della Televisione alternativa di Banja Luka (ATV) è stato impedito di seguire la consultazione popolare sulla revoca del sindaco della città di Teslić. Vittime di intimidazioni durante tutta la giornata, il lavoro dei cronisti è stato criticato dal sindaco Milan Miličević che si era detto “non soddisfatto” del lavoro delle due emittenti.

Le ingerenze politiche nel lavoro dei media è ben rappresentata anche dal comportamento tenuto dai partiti nel caso delle nomine dei dirigenti di JP Television Sarajevo (TVSA). A luglio la BHJA ha denunciato pubblicamente le interferenze dell’Assemblea cittadina e del governo del Cantone di Sarajevo, fondatore della TV, per le pressioni esercitate nell’elezione del nuovo management. Il Partito di Azione Democratica (SDA) aveva infatti condotto una campagna diffamatoria sui social network contro la giornalista Kristina Ljevak, nominata direttrice di TVSA, considerata troppo poco patriottica.

Uno degli aspetti più insopportabili della questione sulle limitazioni al lavoro dei giornalisti indipendenti è senza dubbio quello relativo al forte sessismo che colpisce le giornaliste del paese. La piattaforma regionale Safejournalist.net fondata nel 2016 con l’assistenza finanziaria dell’UE e composta da associazioni di giornalisti e sindacati dei media nei paesi dei Balcani occidentali ha denunciato oltre 34 attacchi a giornaliste donne in Bosnia dal 2015 ad oggi. Le giornaliste sono quindi soggette ad una doppia discriminazione, in quanto croniste e in quanto donne, e vittime di pressioni ulteriori rispetto ai propri colleghi uomini. Le discriminazioni di genere sono ancora piuttosto diffuse in tutti i rami della società bosniaca e il settore del giornalismo non è esente da queste dinamiche. Le donne spesso non vengono valutate per il loro lavoro (a meno che, come visto, non sia contrario agli interessi politici del momento) ma in base al loro aspetto fisico, alla predisposizione a lavorare più dei colleghi uomini o alla propria vita privata.

Per contrastare il sessismo dilagante a metà luglio è nata la Rete delle Giornaliste volta a rafforzare la lotta delle donne per il riconoscimento dei loro diritti. L’obiettivo della rete non è quello di chiedere l’emanazione di leggi speciali per tutelare il loro lavoro quanto piuttosto quello di dotarsi di uno strumento di supporto, condivisione e attivismo in grado di contribuire al superamento di ogni forma di discriminazione di genere e di sensibilizzare i propri colleghi uomini, troppo spesso poco solidali. Nena News

Cresce la mobilitazione di civili e combattenti nel Rojava mentre la macchina militare di Erdogan è pronta ad entrare in azione. Intanto la leadership curda in cerca di alleanze lancia segnali concilianti al governo siriano

Combattenti delle Sdf (Foto: Reuters/Rodi Said)

di Michele Giorgio   il Manifesto

Roma, 9 ottobre 2019, Nena News – «Siamo pronti a fare da scudi umani pur di impedire l’avanzata turca». Arin Sheikhmous, attivista di Qamishli, raccontava ieri ad Al Jazeera la mobilitazione di civili e combattenti nei centri abitati curdi dopo l’annuncio di Trump del ritiro delle truppe Usa dalla regione nordorientale della Siria. Centinaia di curdi si sono radunati davanti all’ufficio delle Nazioni Unite chiedendo protezione internazionale. Altri stanno organizzando sit-in nelle aree di confine con la Turchia e montano tende enormi a Ras al-Ain, Tal Abyad e Kobane dove troveranno posto persone di tutte le età. Nel Rojava è allarme rosso.

I primi cannoneggiamenti turchi sono cominciati nella notte tra lunedì e martedì e l’aviazione di Ankara ha colpito postazioni curde al valico di Semelka. La paura è forte tra i civili. Si sa già come è andata con le precedenti offensive turche: Scudo dell’Eufrate e Ramoscello d’ulivo. Non impressionano i toni bellicosi di Donald Trump che minaccia di «annientare l’economia turca» se le truppe di Ankara si macchieranno di massacri e devastazioni dopo il ritiro dei soldati Usa. Sono solo parole. Contro i curdi ci saranno anche i 14mila uomini dell’Esercito libero siriano (Els, ora chiamato “Esercito nazionale”), la milizia dell’opposizione siriana, addestrata dalla Turchia e sponsorizzata dal Qatar. «L’azione turca rappresenta una nuova speranza per il popolo siriano», ha commentato il portavoce dell’Els Yusuf Hammoud. Questa milizia, ben sostenuta in passato dall’Occidente, rimprovera a Trump di aver sospeso i finanziamenti nel 2017.

Erdogan sente di avere le mani libere. Trump ha abbandonato i curdi che usava contro l’Isis. L’Europa da un lato chiede una soluzione politica e dall’altro mostra comprensione per la «lotta terrorismo» della Turchia. Perciò la «zona di sicurezza» turca, profonda chilometri, in territorio siriano sta per diventare una realtà. Dopo il 2011 Ankara ha insistito per costituirla in modo da aiutare i “ribelli” siriani e colpire il presidente Bashar Assad. Ora, dopo aver promesso alla Russia alleata di Assad che non metterà a rischio «l’integrità territoriale della Siria», la userà per insediarvi almeno uno dei tre milioni di profughi siriani che la Turchia ospita nel suo territorio. E per sbaragliare la Fds, le Ypg e le altre forze curde che considera “terroriste” e per mettere fine ad ogni idea di federazione autonoma curda.

Tutti i segmenti della società nella regione del Rojava – curdi, arabi e siriaci – si oppongono all’offensiva turca che spaventa i civili. I leader curdi cercano alleanze, consapevoli che l’esercito avversario è molto forte. Il comandante delle Fds, Mazlum Abdi, ha detto al portale Rojava Network Broadcasting, che si sta valutando «una collaborazione con il presidente Assad, con l’obiettivo di combattere le forze turche». Damasco da parte sua invita i curdi a «tornare nell’abbraccio della patria siriana» per evitare di «sprofondare negli abissi». Intervistato dal quotidiano Al Watan, il viceministro degli esteri siriano Faysal al Miqdad si è rivolto ai leader curdi affermando: «Siamo pronti a difendere la nostra terra e il nostro popolo ma (i curdi) non devono abbandonarsi alla rovina». Damasco condanna la nuova probabile invasione del suo territorio settentrionale. Allo stesso tempo è forte dell’assicurazione ricevuta Mosca che Erdogan non cercherà di annettersi porzioni di Siria. «Gli analisti e i media occidentali sembrano non rendersi conto che quanto accade è assolutamente riconducibile al meccanismo di Astana» spiega al manifesto un alto funzionario delle Nazioni Unite che ha chiesto l’anonimato «Russia, Turchia e Iran hanno messo in piedi un processo che tiene conto degli interessi di tutti e tre i paesi e che, a conti fatti, è quello che ha prodotto in Siria fatti concreti sul terreno, a differenza della conferenza di Ginevra. Se c’è un comitato costituzionale in via di formazione in Siria, con rappresentanti del governo e delle opposizioni lo si deve ad Astana, non a Ginevra. E non è un caso che l’inviato speciale dell’Onu sia ora un osservatore quasi ufficiale di Astana».

All’interno di questo quadro i curdi non potranno far altro che rivolgersi a Damasco e cercare una soluzione concordata con il governo centrale sul futuro del Rojava e del nord est della Siria, ora che gli Stati uniti li hanno traditi e lasciati soli. Erdogan si accontenterà di una occupazione temporanea dei territori siriani lungo il confine? Pubblicamente Mosca e Tehran non approvano le mosse di Erdogan. Ma dietro le quinte le cose sono diverse. Vladimir Putin si mostra tranquillo e il presidente iraniano Rohani non si è stracciato le vesti per le intenzioni di Ankara. In realtà fatta la zona cuscinetto nessuno potrà fare previsioni sulle intenzioni di Erdogan. Nena News

Rabbia e amarezza tra i curdi che avevano creduto alle promesse degli Stati uniti e che dovranno fronteggiare una operazione militare enorme. Ankara punta a creare una “zona cuscinetto” in Siria dove inviare i profughi e a far naufragare qualsiasi ipotesi di sovranità curda

Esercito turco a confine con il nord della Siria. (Rodi Said/Reuters)

di Michele Giorgio   il Manifesto

Roma, 8 ottobre 2019, Nena News – Sono trascorse poche ore dalla «pugnalata» inferta da Donald Trump alla schiena del popolo curdo e le truppe turche sono già pronte a riversarsi nel territorio settentrionale siriano e ad attaccare i combattenti curdi. La luce verde all’invasione potrebbe arrivare oggi. Il Parlamento turco discuterà una mozione che estende di un anno l’autorizzazione delle missioni militari in Siria e Iraq. Il voto favorevole non è in discussione. «Possiamo arrivare una notte all’improvviso» ha avvertito minacciosamente il presidente Recep Tayyib Erdogan. Un bagno di sangue innocente è il rischio più concreto.

Un alto funzionario turco ieri spiegava alla Reuters che l’offensiva nel nord-est della Siria scatterà quando i soldati americani, un migliaio, lasceranno i territori controllati dai curdi, da coloro che sino a due giorni fa erano «alleati di ferro» degli Stati uniti e che negli ultimi anni, con un altissimo prezzo di sangue, hanno contribuito in modo determinante alla sconfitta in Siria degli uomini dello Stato islamico. Quel passato e quell’alleanza, per Donald Trump non contano più nulla. «La Turchia avvierà presto la sua operazione nel Siria settentrionale a lungo pianificata. Le forze armate degli Stati Uniti non sosterranno o saranno coinvolte nell’operazione», si legge nel comunicato diffuso dopo il colloquio telefonico che il presidente Usa ha avuto con Erdogan.

Addio, non ci servite più, ora sono cavoli vostri, noi ce ne andiamo. Il succo più o meno è questo. Trump ha persino rinfacciato ai curdi di aver ricevuto fondi americani per la guerra all’Isis. «I curdi hanno combattuto con noi, ma sono stati pagati con enormi somme di denaro ed equipaggiamenti per farlo. Combattono la Turchia da decenni. Ho tenuto da parte questa lotta per quasi tre anni, ma è tempo per noi di uscire da queste infinite guerre ridicole, molte delle quali tribali, e portare i nostri soldati a casa», ha scritto in uno dei suoi tweet a raffica. Sommerso dalle critiche interne, anche dei Repubblicani, persino di Nikki Haley, fino a qualche tempo fa suo braccio armato alle Nazioni unite, Trump ha corretto parzialmente la rotta lanciando un ammonimento a Erdogan: «Se la Turchia farà qualcosa che io, nella mia enorme e ineguagliabile saggezza, considero oltre il limite, distruggerò totalmente e annullerò l’economia della Turchia».

Siamo pronti a resistere ad oltranza all’esercito turco. Lo ripetono le Fds, le Forze democratiche siriane a maggioranza curda, e i combattenti del Pyd-Ypg che Ankara considera «terroristi» come il Pkk di Abdallah Ocalan e che è decisa ad annientare. «Se la Turchia rompe i patti siamo pronti alla guerra e a difendere i diritti del nostro popolo», ha comunicato il comando militare della Rojava. Tanta rabbia e amarezza regnano nelle stanze dei comandi politici e militari curdi in queste ore. «Gli Stati Uniti non hanno rispettato i loro impegni nel nord-est della Siria e, ritirandosi, trasformeranno l’area in una zona di guerra», ha twittato Mustafa Bali, portavoce delle Fds. «La nostra gente merita una spiegazione a proposito dell’accordo sul meccanismo di sicurezza e della fuga degli Stati Uniti dalle proprie responsabilità», ha aggiunto. Mette in guardia da un ritorno dell’Isis, causato dai turchi, il Consiglio esecutivo del KNK, il Congresso Nazionale Curdo.

Erdogan ha fretta di attaccare, prima che l’imprevedibile Trump possa ripensarci. Il suo piano è chiarissimo. L’offensiva militare servirà a cacciare via i combattenti curdi e a costituire e rafforzare la “zona cuscinetto” in territorio siriano, profonda decine di km, che Ankara intendeva pattugliare congiuntamente con le truppe Usa. Poi quando ha capito che Trump procedeva con il freno a mano tirato, Erdogan ha rotto gli indugi. Nel territorio siriano occupato, la Turchia intende mandare almeno un milione dei profughi siriani oggi all’interno dei suoi confini.

La Russia alleata della Siria sapeva e ora lascerà fare ad Erdogan? Lo nega il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, che ieri si è affrettato a chiarire che Vladimir Putin non ha discusso con Erdogan i piani militari turchi. «Il Cremlino – ha detto – ritiene che l’integrità territoriale della Siria è il punto di partenza negli sforzi per trovare una soluzione del conflitto». Cosa intenda Mosca per tutela dell’integrità territoriale siriana, mentre la Siria sta per essere invasa, non è semplice da comprendere. Timida la reazione dell’Unione europea. La portavoce Maja Kocijancic, ha detto che «l’Ue ha detto fin dall’inizio che qualsiasi soluzione sostenibile per il conflitto siriano non verrà trovata con mezzi militari, ma richiede una vera transizione, in linea con le risoluzioni del Consiglio di sicurezza. L’Ue resta impegnata per l’unità, la sovranità e l’integrità territoriale dello Stato siriano». Nena News

Gli islamisti di Ennhda si attestano come prima forza politica del Paese con circa 40 seggi, ma potrebbero non riuscire a formare una coalizione di governo. Seconda forza è Qalb Tunis del candidato presidenziale Karoi (33). Un’eventuale impasse politica potrebbe essere un duro colpo per la fragile economia nazionale

Rashid Ghannushi (Ennahda) domenica sera dopo i primi exit poll (Foto: Reuters)

della redazione

Roma, 8 ottobre 2019, Nena News – È una Tunisia politicamente frammentata quella che esce dalle legislative di domenica. Stando ai dati degli exit poll, il partito islamista Ennahda si attesta sì come il principale partito del Paese (40 seggi), ma le proiezioni mostrano che dovrà obbligatoriamente unirsi a molti altri partiti per formare una coalizione governativa (109 seggi). Un compito non affatto semplice. Lo sanno bene negli ambienti di Ennhada. “Sarà molto complicato raggiungere un accordo per formare un governo” ha ammesso candidamente Yamina Zoglami, figura di spicco della forza islamista.

La difficoltà nasce dal fatto che molte altre forze politiche si sono già dette contrarie ad unirsi con Ennhda e pertanto, al momento, il rischio di prolungati negoziati che potrebbero portare ad un nulla di fatto (e quindi a nuove elezioni) è uno scenario più che probabile. La frammentazione politica va poi inserita nell’incognita del ballottaggio presidenziale di domenica tra due candidati considerati anti-sistema: l’indipendente Kais Saied e il “Berlusconi di Tunisia” Nabil Karoui il quale, in prigione per accuse di corruzione, potrebbe ricorrere in appello qualora dovesse perdere domenica.

Se i risultati ufficiali delle legislative previsti per oggi dovessero confermare Ennhada come primo partito, la formazione islamista avrà due mesi di tempo per mettere su una coalizione governativa. In caso di fallimento, trascorsi 60 giorni, il presidente della repubblica potrebbe affidare l’incarico ad un’altra forza politica. Se anche questo tentativo non dovesse produrre frutti, allora i tunisini sarebbero chiamati alle urne nuovamente.

Uno scenario che Ennhada cerca di scongiurare a tutti i costi. Il suo leader Rashid Ghannouchi definisce il risultato di domenica una “vittoria indiscutibile” e promette che si consulteranno “con tutti i partiti favorevoli a combattere la corruzione e povertà” e che lavoreranno per implementare “i principali obiettivi della rivoluzione tunisina, specialmente libertà, giustizia e lavoro”.

Sta di fatto che la matematica non appare un’alleata degli islamisti: per avere una coalizione governativa è necessario avere 109 seggi. Al momento, secondo i dati della compagnia Sigma, Ennhada avrebbe 40 seggi (il 17,5% delle preferenze, un calo netto rispetto alle ultime legislative del 2014 dove ottenne il 27,5%) mentre Qalb Tunis (“Il cuore della Tunisia”) di Karoui, che prima delle elezioni si è detto contrario a collaborare con gli islamisti, è dato al secondo posto con 33 seggi.

Anche Attayar (12 seggi) ha già fatto sapere con il suo leader Mohammad Abbou che sarà “una opposizione responsabile e seria”. A giocare a favore di Ennhada potrebbe essere invece il partito conservatore Karama (6,1% di preferenze). Un dato da sottolineare è soprattutto la bassissima affluenza alle urne: 41,3% contro il 69% del 2014. Un numero che mostra con tutta evidenza la profonda disillusione dei tunisini.

Se al momento è difficile fare previsioni su quello che potrebbe succedere nel giro dei prossimi giorni, quel che è certo è che uno stallo politico potrebbe creare non pochi problemi alla fragile economia del Paese che non si è mai ripresa dalle proteste del 2011 che hanno portato alla deposizione del presidente autoritario Ben Ali e dato il via alle rivolte nel resto del mondo arabo.

A gravare sul destino della Tunisia sono i diktat del Fondo monetario internazionale che impone a Tunisi di fermare il suo debito pubblico attraverso politiche “lacrime e sangue”. Politiche che rappresentano però un colpo mortale per l’economia di un Paese che vanta dati tutt’altro che positivi: disoccupazione a livello nazionale al 15%, ma 30% nelle aree interne; inflazione al 6,8% e il turismo che solo quest’anno ha segnato i primi segnali di ripresa dopo gli anni disastrosi che hanno fatto seguito ai due attentati terroristici del 2015.

Secondo molti analisti, proprio la crisi economica e l’atavico problema della corruzione hanno spinto molti tunisini a optare alle presidenziali per personalità sulla carta antisistema punendo così i principali partiti per gli scarsi risultati ottenuti. Nena News

Nel corso della notte l’Amministrazione Trump con un comunicato ha approvato e di fatto dato il via libera alle operazioni militari turche nel nord-est della Siria, l’area che i curdi-siriani a partire dal 2015 hanno liberato dallo Stato islamico.

della redazione

Roma, 7 ottobre 2019, Nena NewsPronti a resistere ad oltranza all’esercito turco. Lo dicono le Fds, le Forze democratiche siriane a maggioranza curda, che dopo aver pagato con migliaia di morti e feriti, assieme alle altre formazioni combattenti curde, la lotta contro lo Stato islamico, sono state pugnalate alla schiena dalla Casa Bianca. Nel corso della notte l’Amministrazione Usa ha diffuso un comunicato in cui di fatto approva e dà il via libera alle operazioni militari turche nel nord-est della Siria, l’area che i curdi-siriani a partire dal 2015 hanno liberato dallo Stato islamico con l’aiuto dell’aviazione statunitense. “La Turchia avvierà presto la sua operazione nel Siria settentrionale a lungo pianificata. Le forze armate degli Stati Uniti non supporteranno o saranno coinvolte nell’operazione. Gli Stati Uniti, avendo sconfitto il califfato territoriale dell’Isis, non saranno più nell’area immediata”, si legge nel comunicato diffuso dopo la conversazione telefonica tra Donald Trump e il presidente turco Erdogan. Trump ha poi ricordato i finanziamenti Usa ai curdi. “I curdi hanno combattuto con noi, ma sono stati pagati con enormi somme di denaro ed equipaggiamenti per farlo. Combattono la Turchia da decenni. Ho tenuto da parte questa lotta per quasi tre anni, ma è tempo per noi di uscire da queste infinite guerre ridicole, molte delle quali tribali, e portare i nostri soldati a casa”, ha scritto in un tweet il presidente americano.

Le truppe Usa, circa un migliaio nel nord della Siria, hanno già cominciato a smantellare le loro basi e si preparano, non si sa bene se tutte e subito, a rientrare in patria. Washington aveva accettato di pattugliare congiuntamente con truppe turche la “zona cuscinetto” all’interno della Siria che Ankara sta costituendo arbitrariamente. Ma la sua partecipazione al piano di Erdogan è avvenuta con il freno a mano tirato e Trump messo alle strette ha deciso di lasciare il campo agli alleati turchi vendendosi i curdi e le loro aspirazioni.

L’offensiva dei comandi militari agli ordini di Erdogan si è fatta imminente, potrebbe essere una questione di pochi giorni, forse meno. Ankara ha già fatto fa sapere di essere pronta a colpire con ingenti forze i “terroristi” così come abitualmente definisce i combattenti curdi. Ma l’altra parte non resterà a guardare malgrado la disparità delle forze in campo. “Se la Turchia rompe i patti siamo pronti alla guerra e a difendere i diritti del nostro popolo”, si legge nel comunicato emesso dal comando militare della “Rojava”, area amministrata dai curdi siriani del Pyd-Ypg che Ankara è decisa a cacciare dall’Est del fiume Eufrate.

Amarezza e rabbia attraversano in queste ore i centri abitati curdi. “Gli Stati Uniti non hanno rispettato i loro impegni nel nord-est della Siria e, ritirandosi, trasformeranno l’area in una zona di guerra”, ha twittato Mustafa Bali, portavoce delle Fds, “nonostante l’accordo sul meccanismo di sicurezza e la conseguente distruzione delle nostre fortificazioni, le forze Usa non hanno rispettato le loro responsabilità…Ma le Forze siriane democratiche sono determinate a difendere il nord-est della Siria a ogni costo”. Poco dopo Bali si è rivolto a Washington. “La nostra gente merita una spiegazione a proposito dell’accordo sul meccanismo di sicurezza, della distruzione delle fortificazioni e della fuga degli Stati Uniti dalle proprie responsabilità”, ha detto riferendosi alle intese turco-americane.

Erdogan ha stretto i tempi e dopo aver ha annunciato, nel fine settimana l’imminente avvio di un’operazione militare “aerea e di terra” ad est del fiume Eufrate, ha aumentato le pressioni su Trump dichiarandosi  insoddisfatto dai progressi sui pattugliamenti congiunti con gli Usa. La parola ora passa alle armi e a pagarne il costo saranno i civili curdi siriani. Le Nazioni Unite hanno fatto sapere che si stanno preparando al peggio. “Non sappiamo cosa succederà. Ma ci prepariamo al peggio”, ha dichiarato il coordinatore Onu per le operazioni umanitarie in Siria, Panos Moumtzis.

Mentre si attendono le reazioni di Damasco, la Russia alleata della Siria ha precisato attraverso il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, che il presidente Vladimir Putin non ha discusso con Erdogan i piani militari della Turchia nel nord della Siria. “Il Cremlino – ha detto Peskov – tuttavia è consapevole dell’impegno della Turchia per il postulato dell’integrità territoriale e politica della Siria. L’integrità territoriale del paese è il punto di partenza negli sforzi per trovare una soluzione del conflitto siriano. Nena News

Otto mesi fa il presidente Abu Mazen aveva proclamato «Vogliamo i nostri soldi fino all’ultimo centesimo, tutto o niente». Il probabile crollo dell’Anp per mancanza di fondi lo ha costretto a fare un passo indietro 

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 7 ottobre 2019, Nena News – «Vogliamo i nostri soldi fino all’ultimo centesimo, tutto o niente. Non ci piegheremo mai a questa inaccettabile decisione di Israele». Furono queste, otto mesi fa, le frasi pronunciate dal presidente dell’Anp Abu Mazen in reazione al passo arbitrario fatto da Netanyahu di defalcare dai rimborsi doganali spettanti mensilmente al governo palestinese (in media 170 milioni di dollari) la quota corrispondente all’ammontare dei sussidi mensili (circa 12 milioni) che l’Anp versa ai prigionieri politici e alle famiglie dei martiri, i palestinesi uccisi dall’esercito israeliano. Per Netanyahu quei fondi sono una «ricompensa ai terroristi». Per Abu Mazen sono un diritto per coloro che si battono e muoiono per l’indipendenza palestinese. Parlando di recente all’Onu, il presidente dell’Anp si è detto sicuro che «la comunità internazionale non accetterà la decisione di Israele» e ha lodato «i nostri onorevoli martiri, i prigionieri coraggiosi e gli eroi feriti». Ora, a quanto pare, ha cambiato idea.

 L’Anp ha annunciato di aver raggiunto un accordo di principio con Israele, dopo l’incontro a metà settimana tra il ministro palestinese per le questioni civili Hussein al Sheikh e il ministro israeliano delle finanze Moshe Kahlon. Un comitato congiunto ha cominciato a mettere su carta i termini del compromesso. Ma non c’è accordo sulla questione centrale dei fondi per i detenuti e le famiglie dei martiri. Israele insiste per trattenere quella somma dal totale dei rimborsi ma nel frattempo è pronto ad inoltrare all’Anp la maggior parte dei dazi doganali raccolti in otto mesi. Si tratta di centinaia di milioni di dollari. Un alto funzionario israeliano ha detto alla tv Channel 13 che nell’incontro tra Kahlon e al Sheikh le due parti «hanno concordato di non essere d’accordo».

Qualcuno parla di una «scappatoia» che permette di incassare i rimborsi, seppur ridotti, e di «salvare la faccia» al presidente palestinese e al primo ministro Mohammed Shtayyeh. «Non credo che siano riusciti a salvare la faccia» ci dice Hamada Jaber, un analista del Centro di studi e ricerche statistiche di Ramallah. «Il presidente aveva caricato il suo rifiuto (della decisione israeliana) con toni molto forti, aveva battuto il pugno sul tavolo di fronte ad una palese violazione delle intese raggiunte in passato. Non gli sarà facile spiegare la retromarcia». Secondo Jaber «l’accaduto non fa altro che dimostrare la dipendenza assoluta dell’Anp da Israele» e che «senza il trasferimento (da Israele) dei fondi derivanti dalla raccolta dei dazi doganali sulle merci e le transazioni commerciali riguardanti la Cisgiordania e Gaza, l’Anp non può esistere».

Ne risentirà ancora una volta la credibilità dell’Anp ma il compromesso al ribasso difficilmente provocherà proteste e manifestazioni palestinesi. Il mancato arrivo dei fondi ha costretto il governo Shtayyeh a tagliare gli stipendi di decine di migliaia di dipendenti pubblici in Cisgiordania, dove la disoccupazione è stimata al 20%. Migliaia di famiglie in questi mesi si sono indebitate, altre non sono riuscite a far fronte alle rate di prestiti avuti dalle banche e altre ancora hanno avuto problemi persino con i consumi alimentari. Il welfare è stato ridotto al minimo e alcuni servizi pubblici sono giunti vicini al collasso. Anche Netanyahu però non ha potuto evitare il compromesso. La stabilità dell’Anp e la continuazione della cooperazione di sicurezza sono centrali per il controllo israeliano della Cisgiordania. Nena News

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