Nena news

Agenzia Stampa Vicino Oriente
Subscribe to feed Nena news

Nella consueta rubrica del sabato, la denuncia di Human Rights Watch sulle espulsioni arbitrarie verso il Niger del governo algerino. Andremo anche in Guinea Conakry dove si stanno scrutinando i voti delle presidenziali e al Wto: la prossima direttrice potrebbe essere una nigeriana

Migranti al confine tra Niger e Algeria (Foto: Oim)

di Federica Iezzi

Roma, 24 ottobre 2020, Nena News

Algeria

Le forze di sicurezza algerine hanno arrestato migliaia di migranti e rifugiati, prima di espellerli attraverso il confine con il Niger, secondo quanto affermato da Human Rights Watch: dall’inizio di settembre, l’Algeria avrebbe espulso oltre 3.400 migranti di almeno 20 nazionalità differenti, inclusi 430 bambini. Questo porta il numero di persone espulse sommariamente e accolte in Niger dall’inizio dell’anno a oltre 16.000.

Il Niger si trova su una rotta chiave attraverso il Sahara per migliaia di migranti provenienti dall’africa occidentale che cercano di raggiungere il Mediterraneo per poi attraversare l’Europa.

L’Algeria ha il diritto di proteggere i suoi confini, ma non di detenere arbitrariamente ed espellere collettivamente migranti, compresi richiedenti asilo, senza traccia di un giusto processo. Prima dell’atto dell’espulsione, le autorità dovrebbero verificare lo status individuale di richiesta di asilo e garantire una revisione da parte dei tribunali.

L’Algeria ha all’attivo ondate di deportazioni negli ultimi due anni, tra cui l’espulsione di 25mila migranti in Niger nel 2018 e di altri 25mila nel 2019. Nessuna risposta da parte del governo di Algeri.

***

Nigeria

Il World Trade Organization (WTO) ha annunciato che l’attuale ministra del commercio della Corea del Sud, Yoo Myung-hee, e l’ex ministra delle finanze nigeriana, Ngozi Okonjo-Iweala, si sono qualificate come finaliste per la nomina del prossimo direttore generale, assicurando per la prima volta una donna al vertice dell’organizzazione. La vincitrice dovrebbe essere annunciato entro l’inizio di novembre.

Tre donne, tra cui due di origine africana, hanno rappresentato le ultime cinque candidate per la corsa alla leadership del WTO. Il Consiglio Generale del WTO, con sede a Ginevra, composto da 164 membri, ha eliminato Amina Mohamed, ex ministra del commercio del Kenya, Mohammad Maziad Al-Tuwaijri, ex ministro dell’economia saudita, e l’ex segretario del commercio internazionale del Regno Unito e forte sostenitore della Brexit Liam Fox.

I precedenti sette anni di lavoro del WTO, guidati da Roberto Carvalho de Azevedo, sono stati segnati da intense pressioni da parte del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha ripetutamente accusato l’organizzazione di trattamenti ingiusti, avviando una guerra commerciale contro la Cina.

***

Guinea Conakry

È iniziato subito dopo la chiusura dei seggi il conteggio dei voti in Guinea, in cui l’82enne presidente Alpha Conde sta cercando un controverso terzo mandato. I primi risultati mostrano Conde in testa, i sostenitori dell’opposizione sostengono l’esistenza di operazioni illecite di manipolazioni del voto.

Il voto segue mesi di disordini politici, in cui dozzine di civili sono stati uccisi durante le repressioni della sicurezza sulle proteste di massa anti-Conde. Altri dieci candidati oltre a Conde e il principale rivale Cellou Dalein Diallo, hanno contestato il sondaggio.

Un eventale ballottaggio al secondo turno è previsto per il 24 novembre. Le tensioni politiche durante la campagna elettorale hanno sollevato lo spettro del conflitto etnico tra malinke e fulani, con Conde accusato di sfruttare le divisioni a fini elettorali. Nena News

Il Dipartimento di Stato pronto a inserire in black list le ong che criticano le politiche di Israele verso i palestinesi, scrive Politico. Una mossa per lisciare i gruppi pro-israeliani e le chiese evangeliche sioniste, equiparando le critiche a un governo con le minacce a una religione

Una protesta di Amnesty sui diritti negati ai palestinesi (Fonte: Amnesty Canada)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 24 ottobre 2020, Nena News

A meno di due settimane dalle presidenziali, succede che nel tritacarne della feroce campagna elettorale trumpiana finiscano associazioni per i diritti umani tra le più note e rispettate del mondo. Lo scoop è di Politico: l’amministrazione Trump avrebbe intenzione di inserire nella black list delle organizzazioni antisemite ong del calibro di Amnesty International, Oxfam e Human Rights Watch. A dirlo sono due fonti governative: la dichiarazione dovrebbe uscire dal Dipartimento di Stato guidato dal falco Pompeo entro la settimana.

Un attacco senza precedenti a organizzazioni operative in tutto il globo dalla fine della Seconda Guerra mondiale (nel caso di Oxfam, ancor prima: è nata nel 1942 a Oxford) che con ricercatori in quasi tutti i paesi del mondo compilano rapporti dettagliati su violazioni dei diritti umani, fame, povertà, repressione, discriminazioni strutturali, detenzioni politiche, abusi di Stato, torture, omicidi extragiudiziali. E si potrebbe continuare.

A spingere per apporre l’infamante etichetta sarebbe proprio Pompeo, interessato a raccogliere il favore delle lobby e dei gruppi pro-Israele e delle chiese evangeliche sioniste, parte consistente della base trumpiana (a differenza della comunità ebraiche americane, in buona parte democratiche e progressiste).

Una mossa che liscia il pelo a chi non accetta critiche alle politiche israeliane nei confronti dei palestinesi sotto occupazione. Non fossero bastati accordi di Abramo, trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme, riconoscimento unilaterale della sovranità israeliana su territori considerati internazionalmente occupati, ora l’amministrazione punta a tagliare le gambe a chi denuncia gli abusi, nell’idea folle che criticare un governo significhi minacciare una religione o che l’ebraismo coincida con lo Stato di Israele.

Gli effetti di una simile mossa sarebbero significativi: se Amnesty, Oxfam e Hrw tengono a precisare di non ricevere un soldo dall’amministrazione americana, essere bollati di antisemitismo avrebbe sicuramente conseguenze sui finanziamenti di privati e governi e potrebbe legittimare gli Stati a chiudere loro le porte.

Resta da capire se l’intenzione scoppierà come una bolla di sapone o sarà concretizzata (con Trump tutto è possibile): sono molti i funzionari contrari a una mossa palesemente in violazione del diritto di espressione e dunque vulnerabile ad azioni legali.

A stretto giro giungono le reazioni delle ong interessate. «Oxfam e i nostri partner israeliani e palestinesi lavorano da decenni per promuovere i diritti umani», dice Noah Gottschalk (Oxfam America). «Combattiamo la discriminazione in ogni sua forma, compreso l’antisemitismo – spiega Eric Goldstein di Hrw – Criticare le politiche di un governo non corrisponde ad attaccare un gruppo di persone».

E poi c’è Amnesty, con Bob Goodfellow, direttore esecutivo negli Usa: «Le accuse senza fondamento di Pompeo sono un altro tentativo di zittire e intimidire le organizzazioni per i diritti umani. Il nostro lavoro esiste grazie alle azioni prese dalla comunità internazionale dopo l’Olocausto. Qualsiasi processo volto a una pace giusta e sostenibile in Israele e Palestina deve includere fine degli abusi sistematici dei diritti umani, smantellamento delle colonie illegali israeliane e giustizia per le vittime. Lo prescrive il diritto internazionale, che a Pompeo piaccia o no».

Mentre il G20 affida a Riyadh la gestione del Women20 Summit, Hatice Cengiz, la fidanzata del giornalista Khashoggi, denuncia Mohammed bin Salman a una corte di Washington. E un’associazione in Europa svela la mancata applicazione del decreto che vieta la pena capitale per i minorenni

di Chiara Cruciati   il Manifesto

Roma, 23 ottobre 2020, Nena News – Nella grande distopia che è l’Arabia saudita e il suo riconoscimento nel consesso internazionale come interlocutore plausibile su temi quali i diritti umani, succede che il G20 gli affidi il Women20Summit, enorme spazio di dibattito (quest’anno virtuale) per oltre 80 esperti di diritti delle donne, membri di organizzazioni no profit, compagnie private e università. Il summit è iniziato martedì e si concluderà oggi con l’obiettivo dichiarato di «incoraggiare l’eguaglianza di genere e l’empowerment economico delle donne».

Sembrerebbe una barzelletta se la situazione delle donne saudite non fosse drammatica, tra il sistema del guardiano che impedisce una vita libera e scelte indipendenti, la discriminazione strutturale sul piano politico, sociale ed economico e la detenzione delle attiviste più note ed esposte della monarchia.

E MARTEDÌ È STATA un’altra donna a scuotere Riyadh. Hatice Cengiz, la fidanzata del giornalista Jamal Khashoggi ucciso nel consolato saudita di Istanbul nell’ottobre 2018, martedì ha denunciato – insieme alla Democracy for the Arab World Now – a una corte distrettuale di Washington il principe ereditario Mohammed bin Salman (MbS) per l’omicidio.

Lo accusano di aver ordinato il rapimento, la tortura, l’uccisione e lo smembramento del corpo di Khashoggi: «Gli accusati vedevano nelle azioni di Khashoggi negli Stati uniti (lavorava per il Washington Post, ndr) – si legge nella denuncia – una minaccia esistenziale ai loro interessi».

UNA TEORIA BEN DIVERSA da quella spacciata dalla petromonarchia che ha sempre negato un coinvolgimento sebbene gli esecutori fossero uomini della ristretta cerchia di MbS. A completare l’insabbiamento è stato un processo farsa che a inizio settembre ha condannato otto cittadini sauditi (senza nome) a pene tra 10 e 20 anni.

Sembra bastare all’amministrazione Trump che non ha mai messo in discussione i rapporti con Riyadh e ha sempre bloccato con il veto i tentativi del Congresso di sospendere le forniture di armi agli alleati sauditi, nonostante i rapporti della Cia abbiano indicato nei vertici della monarchia i mandati dell’omicidio.

È, infine, di lunedì scorso la denuncia della European Saudi Organization for Human Rights, stavolta intorno al destino di almeno 13 minorenni (ora o al momento dell’arresto) nel braccio della morte nonostante il decreto reale dello scorso aprile, firmato da re Salman, cancelli la pena di morte per bambini e adolescenti e limiti a dieci anni il periodo di detenzione nelle carceri minorili.

Secondo l’avvocato di uno di loro, Ali al-Nimr, 17enne al momento dell’arresto nel 2012 con l’accusa di terrorismo per aver preso parte a proteste anti-governative (come altri ragazzini condannati alla pena capitale), «il decreto non è mai stato pubblicato». Solo firmato, a beneficio degli alleati che cercano di far passare Mohammed bin Salman, reggente de facto, come governante illuminato e riformatore. Nena News

Cacciato un anno fa dalle proteste di piazza, ritorna il già tre volte primo ministro vicino ai sauditi. Ok da Stati Uniti e Onu. Inascoltato il movimento popolare 

Sa’ad Hariri

della redazione

Roma, 23 ottobre 2020, Nena News – Chi non muore si rivede. Il famoso detto sembra calzare alla perfezione per Saad Hariri scelto ieri per la quarta volta come capo del governo libanese. Nelle consultazioni tenute dal presidente Aoun, il leader del Movimento Futuro – uomo vicino ai sauditi – ha ottenuto 65 voti a favore, tra cui quello degli sciiti di Amal e dei drusi del Partito socialista progressista.

Gli astenuti sono stati 53. Tra questi, quelli del partito del Movimento patriottico libero guidato da Bassil (genero del presidente Aoun), le Forze libanesi e soprattutto Hezbollah che pure aveva spinto per un ritorno del leader sunnita. Hariri torna al governo esattamente un anno dopo che si era dimesso a causa delle proteste di massa di migliaia di libanesi iniziate il 17 ottobre. Allora motivò il suo passo indietro dicendo che i suoi sforzi per trovare un accordo sulle riforme necessarie per fare uscire il Paese dalla crisi economica e sociale erano giunte ad un punto morto e pertanto soltanto “un grande shock” come quello rappresentato dalle sue dimissioni avrebbe potuto interrompere l’impasse.

La manifestazioni contro l’intera classe dirigente al grido di “Tutti loro [i politici] significa tutti” però non si sono fermate con il suo “sacrificio”. Anzi, sono continuate con sempre più vigore per mesi. Mesi difficili per uno stato ormai nel baratro sotto ogni parametro, a partire da quello politico: emblematico il fatto che da un anno che il Paese dei Cedri è incapace di formare un governo che possa spingerlo fuori dalla crisi. Hanno fallito in questa missione sia un accademico che un diplomatico: i loro tentativi di mettere su governi di “esperti” sono naufragati miseramente dopo poche settimane.

E così il mondo politico locale in palese difficoltà, pur spaccato come ha evidenziato il voto di ieri, si è affidato all’usato sicuro Hariri per superare la bufera finanziaria, sociale ed economica (drammatico l’aumento della povertà) che la devastante esplosione nel porto di Beirut a inizio agosto (circa 200 morti e oltre 7.000 feriti) ha aggravato. Dopo essersi definito il “naturale candidato per guidare il Libano”, ieri Hariri, figlio dell’ex primo ministro e ricco uomo d’affari Rafiq Hariri assassinato nel 2005, ha promesso di “formare un governo di specialisti, senza membri di partito, il cui compito sarà quello di implementare le riforme economiche, finanziarie e amministrative richieste dall’iniziativa francese”. Il riferimento è al presidente Macron che, soprattutto da agosto dopo la sanguinosa deflagrazione nella capitale, con fare coloniale detta a Beirut i compiti da svolgere per poter accedere gli aiuti internazionali. Macron – da sempre sostenitore di Hariri che è anche cittadino francese e saudita – sostiene che le riforme siano necessarie affinché il Libano ottenga i 253 milioni di euro stanziati dopo l’esplosione di agosto.

Ma resta da capire innanzitutto se effettivamente riuscirà a formare un esecutivo solido. La strada di certo non è in discesa. Il rifiuto dei due principali partiti cristiani, il Movimento patriottico libero (Fpm) di Bassil e i loro rivali delle Forze Libanesi, non è sicuramente una buona notizia (per quanto ampiamente prevista). Resta da capire come agirà Hezbollah, la formazione sciita filo-iraniana. Il Partito di Dio, prima forza politica del Paese e a capo del blocco “Alleanza dell’8 marzo” ostile a quello anti-siriano guidato da Hariri (“Alleanza 14 marzo”), non ha nominato ieri nessuno alla guida del Paese ma ha detto che lavorerà “positivamente” per la formazione di un nuovo governo.

Hariri, intanto, ha già incassato il sostegno del segretario statunitense per gli Affari nel Medio Oriente Shenker che ha ribadito l’appoggio garantito lunedì al telefono dal Segretario di Stato Pompeo ad Aoun. “A patto” – ha però precisato Washington – che si risolva la “questione Hezbollah”, nemici giurati degli Usa in quanto filo-iraniani. Nella visione della Casa Bianca c’è la normalizzazione dei rapporti tra Libano e Israele sulla scia di quanto già sta avvenendo per molti altri paesi arabi. Sostegno per Hariri è poi giunto anche dal Coordinatore speciale Onu per il Libano Kubis che ha invitato le forze politiche locali a stringersi intorno al neo-premier per avviare il processo di riforme.

Inascoltate, invece, restano le voci di migliaia di libanesi che dopo un anno di lotte si ritrovano nei fatti punto a capo. Basta vedere le tre principali cariche libanesi da chi sono ricoperte: Aoun, Hariri e Berri (presidente del Parlamento). Lo stesso triumvirato di un anno fa: una beffa per i tanti che in Libano sognano un Paese libero da qualunque settarismo e chiedono con forza la rimozione dell’intera classe politica corrotta. Nena News

 

 

 

 

Ieri nuova esortazione del segretario di stato Pompeo al paese africano indicato come il prossimo Stato che avvierà rapporti diplomatici con Tel Aviv. Ma in Sudan in crisi economica non tutti sono favorevoli alla mossa

Proteste a Khartoum © Anadolu news agency

di Michele Giorgio   il Manifesto

Roma, 23 ottobre 2020, Nena News – Non c’è stata la “Marcia del milione” organizzata dai Comitati di resistenza ma ieri cortei e raduni hanno comunque bloccato Khartoum, Omdurman e altri centri abitati sudanesi. La fame, le difficili condizioni di vita, l’inflazione galoppante (200%), la penuria di carburante e altri problemi quotidiani sono stati la molla che hanno spinto migliaia di sudanesi a manifestare ancora una volta contro il governo di transizione civile/militare che l’anno scorso subentrò al regime di Omar al-Bashir. Simbolo del disastro economico del paese sono le code lunghe chilometri alle stazioni di rifornimento. Un litro di carburante costa pochissimo, circa quattro sterline sudanesi, e gli speculatori nascondono gasolio e benzina in previsione dei profitti che realizzeranno dopo l’ormai certa revoca dei sussidi governativi che tengono basso il costo alla pompa. Così il Sudan è paralizzato.

I manifestanti hanno dato alle fiamme vecchi copertoni e scandito slogan per chiedere che sia completata l’indagine sulla repressione sanguinosa delle proteste dello scorso anno. La fine dell’inchiesta si attendeva a febbraio ma gli investigatori frenano, chiedono più tempo citando gli impedimenti causati dalla pandemia. Pretesti, secondo tanti sudanesi, volti a non ultimare un’inchiesta dai risvolti scomodi per i militari al potere. A tenere alta la tensione sono anche i 15 morti di una settimana fa negli scontri tribali nel Sudan orientale dopo il licenziamento deciso dal primo ministro Abdalla Hamdok di Saleh Ammar, governatore della provincia di Kassala. Un po’ di sollievo ha portato solo il recente accordo di pace firmato dal governo di transizione con alcuni gruppi di ribelli.

In questo clima, la maggioranza dei sudanesi ieri non ha badato all’esortazione a normalizzare i rapporti con Israele giunta dal segretario di stato Mike Pompeo. Lunedì Donald Trump aveva annunciato che gli Usa cancelleranno il nome del Sudan dalla lista degli Stati che «sponsorizzano il terrorismo» – in cui fu inserito per aver ospitato Osama bin Laden – permettendogli di accedere a prestiti internazionali e (forse) di ottenere una riduzione del suo debito estero (60 miliardi di dollari), se il paese africano stabilirà piene relazioni diplomatiche con Tel Aviv come hanno fatto gli Emirati e il Bahrain. Khartoum è chiamata anche a versare 335 milioni di dollari ai sopravvissuti e alle famiglie delle vittime degli attentati di Al Qaeda in Tanzania e Kenya alla fine degli anni ’90.

Per il capo dei militari, generale Abdel Fattah al Burhan, che a inizio anno ha incontrato il premier israeliano Netanyahu, l’unica possibilità che ha il Sudan per tentare un difficile rilancio economico è sottomettersi al diktat di Washington. Una parte del governo di transizione invece esita, perché le pressioni degli Stati Uniti hanno accesso il dibattito lacerante nel paese. Alle contestazioni degli islamisti e della sinistra, si sono aggiunte quelle di una parte della società civile. E l’esecutivo teme che una mossa così importante possa sconvolgere il precario equilibrio raggiunto con i civili. Il premier Hamdok, pur essendo favorevole alla normalizzazione con Israele, ora invita alla cautela e afferma che che la questione non può essere vincolata al rapporto Sudan-Usa.

Intanto nell’opinione pubblica sudanese, soprattutto tra i giovani più istruiti, fanno breccia le promesse di Tel Aviv. Zvi Hauser, presidente della commissione per gli affari esteri della Knesset, parlando in tv ha assicurato a Khartoum il sostegno scientifico e tecnologico di Israele. Un ex deputato sudanese, Abulgasem Bartum, ha subito replicato annunciando per il mese prossimo un viaggio in Israele con 40 uomini d’affari, sportivi e personalità della cultura. Nena News

L’annuncio della Turchia mentre il ministro degli Interni di Tripoli, Bashagha, incontrava a Roma Lamorgese. Il nuovo uomo forte sposta i migranti dalla costa all’interno per frenare le partenze e fa arrestare i nemici

Una motovedetta libica (foto da safety4sea.com)

di Roberto Prinzi – Il Manifesto

Roma, 22 ottobre 2020, Nena News – Se volevano marcare la loro superiorità sul dossier libico e dare uno schiaffo agli italiani, i turchi non potevano fare di meglio che annunciare il controllo della Guardia Costiera libica. Le foto che hanno accompagnato ieri il comunicato non sono state casuali: si vedono le forze armate di Ankara su due motovedette donate dall’Italia a Tripoli nel 2018, quasi a ricordare beffardamente al nostro ministro degli Esteri Di Maio che Roma non ha alcun peso in Libia come invece si ostina a ripetere.

Ankara, salvatrice del Governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli di fronte al tentato golpe del generale Haftar, passa all’incasso: dopo gli affari già concordati per il post-guerra in campo edilizio ed energetico, rivendica ora anche un ruolo nel controllo dei flussi dei migranti nel sud del Mediterraneo.

Il messaggio lanciato dai turchi è ancora più beffardo perché avveniva nelle stesse ore in cui il ministro degli Interni libico Bashagha (considerato vicino ad Ankara) incontrava a Roma l’omologa Lamorgese e concordava di «intensificare l’azione di contrasto alle reti dei trafficanti di esseri umani».

L’uomo forte di Misurata sa bene che il futuro della leadership libica – a giorni l’attuale premier al-Sarraj dovrebbe farsi da parte come promesso lo scorso mese – passa per il controllo dei migranti, incubo degli occidentali. Non sorprende allora il motivo per cui il ministro si mostra improvvisamente interessato al tema. Se la scorsa settimana ha decretato l’arresto di “Bija” – trafficante di esseri umani e capo della milizia di Zawiya ben noto anche alle autorità italiane – l’altro giorno ha annunciato la chiusura dei centri per migranti situati lungo la fascia costiera del Paese al nord e la loro sostituzione con quelli posti più all’interno. Il motivo: cercare di «limitare la diffusione del fenomeno» della tratta di migranti. Resta da capire con chi ora preferirà coordinarsi: con i turchi o con gli italiani che tante forze (e non solo) avevano speso sulla cosiddetta (e ingrata) Guardia Costiera libica?

Un’altra partita che Bashagha deve affrontare è quella con le milizie armate libiche che, da alleate di Tripoli nella lotta contro Haftar, ora reclamano il loro spazio. E qui il problema si fa forse più complesso. La scorsa notte la «Brigata dei Rivoluzionari di Tripoli» di stampo islamista ha mandato un chiaro avvertimento al Gna quando ha arrestato Mohammad Omar Baaio, responsabile dell’Ente libico per l’Informazione del governo di Tripoli, perché ritenuto «vicino al nemico Haftar».

Il rapimento riassume le difficoltà della Libia attuale. Sebbene il dialogo con i rivali cirenaici dell’est procede (il prossimo novembre a Djerba le due parti dovrebbero giungere a un accordo), la Tripolitania ribolle di tensione. In questo caos, mostrarsi forte è l’unico modo per prendersi uno spazio di manovra. Lo sa bene Bashagha che si mostra inflessibile in queste ultime settimane sia contro le milizie armate, che con i corrotti. A farne le spese è stato l’altro giorno anche il capo della Commissione nazionale anticorruzione Numah al-Shaykh, arrestato per aver protetto alcuni alti funzionari accusati di essersi intascati i fondi per il Covid-19.

In questo clima, il premier al-Sarraj (oggi a Roma da Conte) promette di voler «voltare pagina» sulle violazioni dei diritti umani. Questione cruciale in un Paese dove nella città di Tarhuna (a 200 chilometri da Tripoli) continuano a essere recuperati cadaveri dalle diverse fosse comuni attribuite a milizie alleate di Haftar. Gli ultimi dodici corpi qualche giorno fa: sei di loro erano bendati e con le mani mozzate. Nena News

 

Il vincitore delle recenti elezioni Ersin Tatar è un uomo del leader turco, il che impensierisce le correnti turco-cipriote che lavorano alla distensione e al compromesso con i greco-ciprioti

Il leader turco-cipriota Ersin Tatar con Erdogan

di Marco Santopadre

Roma, 22 ottobre 2020, Nena News – Con il 51.7% dei voti il nazionalista di destra Ersin Tatar ha vinto a sorpresa le elezioni presidenziali tenutesi domenica scorsa nella piccola “Repubblica di Cipro Nord”, nata nel 1983 proprio in seguito all’invasione dell’isola da parte dell’esercito di Ankara e la cui indipendenza è riconosciuta a livello internazionale esclusivamente dalla Turchia. Nel 1974 le truppe turche intervennero in seguito ad un maldestro colpo di stato organizzato a Cipro dal regime greco dei colonnelli per destituire il presidente Makarios e porre l’isola sotto il controllo della Grecia. I turchi occuparono la parte settentrionale di Cipro cacciando più di 150 mila greco-ciprioti, dividendo l’isola in due parti su base etnico-religiosa e trasferendo nel piccolo territorio decine di migliaia di soldati, funzionari e coloni dall’Anatolia.

La vittoria di Ersin Tatar, economista ed imprenditore sessantenne, costituisce una novità rilevante, essendo il nuovo presidente favorevole al mantenimento di due stati diversi a Cipro – uno greco e l’altro turco – mentre il suo predecessore e principale rivale, il socialdemocratico Mustafa Akinci, dato per favorito alla vigilia, aveva sostenuto l’opzione di uno stato unico federale.

Nel suo discorso di ringraziamento dopo la vittoria, Tatar ha esplicitamente ringraziato il leader turco Erdogan per il suo esplicito sostegno ed ha riaffermato i leit motiv della sua campagna elettorale, annunciando un ampliamento delle relazioni economiche con la Turchia. Pur dicendosi disposto a tendere la mano ai greco-ciprioti per una “soluzione pragmatica” dello storico contenzioso, il nuovo presidente ha riaffermato che «il popolo ha dimostrato di rivendicare il nostro stato, la nostra terra e la garanzia rappresentata dalla Turchia» affermando che nessuno potrà mai allontanare Cipro Nord da Ankara.

La reazione di Erdogan non si è fatta attendere; «Mi congratulo con Ersin Tatar. La Turchia continuerà a fare tutto ciò che è in suo potere per proteggere i diritti del popolo turco-cipriota» ha scritto su Twitter. D’altronde Tatar è considerato un uomo di Erdogan, intenzionato a legare strettamente l’agenda politica locale agli interessi della “madrepatria” e del suo attuale governo, il che impensierisce le correnti turco-cipriote che invece negli ultimi anni avevano lavorato alla distensione e al compromesso, a partire anche da valutazioni di tipo economico. Il rischio che alcuni osservatori intravedono è che Cipro Nord diventi una vera e propria pedina nelle mani del ‘sultano” che sembrerebbe intenzionato a cristallizzare la partizione del 1983 mandando all’aria anni di trattative per una graduale riunificazione. Secondo alcuni commentatori, Erdogan starebbe addirittura pensando ad una pura e semplice annessione della porzione di territorio cipriota occupato 46 anni fa. In ogni caso, è chiaro che d’ora in poi le decisioni più importanti che riguardano Cipro Nord verranno prese ad Ankara.

Negli ultimi anni erano stati i greco-ciprioti a dire no ad una riunificazione che lasciasse invariata la divisione etnica dell’isola – favorita dalla dominazione coloniale britannica – e che non prevedesse il ritiro degli oltre 35 mila soldati turchi stanziati nel nord e la fine del meccanismo della “garanzia” di Ankara, che sembra aver quindi abbandonato il precedente assenso ad una soluzione federale.

I socialdemocratici ed altri partiti usciti sconfitti hanno denunciato un’interferenza turca senza precedenti nella campagna elettorale. Non solo Erdogan ha rivolto numerosi appelli al voto per Tatar. Le autorità di Ankara hanno promesso il varo di un nuovo gasdotto a Cipro Nord e l’apertura ai bagnanti di una famosa spiaggia, quella di Varosha, da 46 anni occupata dai militari insieme alla zona costiera di Famagosta, abbandonata dai greco-ciprioti in fuga dai rastrellamenti turchi. Inoltre, a pochi giorni dal voto, la Banca Turca dell’Agricoltura ha promesso di donare 2000 lire turche a 10.000 contadini di Cipro Nord. Riconoscendo la sconfitta e annunciando il ritiro dalla politica, l’anziano Akinci ha affermato che le ultime elezioni “non sono state normali”. Dal primo turno al ballottaggio, in effetti, l’affluenza alle urne è cresciuta dal 58 al 67%, e sulla vittoria di Tatar avrebbe pesato la capillare mobilitazione (non sempre spontanea e gratuita) dei ceti meno abbienti e quella dei coloni turchi, che rappresentano ormai circa il 30% della popolazione.

Le sorti della “Repubblica Turca di Cipro Nord”, che conta appena 320 mila abitanti e occupa un terzo dell’isola, potrebbero rivelarsi centrali per le crescenti aspirazioni egemoniche di Erdogan e la vicenda locale sarà sicuramente utilizzata da Ankara all’interno della sempre più tesa relazione tra la Turchia e l’Unione Europea.

La vittoria di Tatar giunge proprio mentre l’isola è al centro di una nuova escalation tra Turchia e Grecia per lo sfruttamento energetico della porzione di mare al largo dell’isola. Nei giorni scorsi Ankara ha di nuovo inviato la sua nave da ricerca Oruç Reis, scortata da due fregate, per una nuova missione esplorativa in cerca di idrocarburi nelle acque del Mediterraneo sotto la sovranità di Atene. Inoltre Ankara continua a rivendicare, anche dispiegando navi da guerra, le acque attorno all’isola ellenica di Kastellorizo, situata a soli 3 km dalla costa turca.

Il contenzioso sullo sfruttamento degli ingenti giacimenti di gas e petrolio scoperti nel Mediterraneo, del resto, coinvolge numerosi paesi – compresi Israele, Libia ed Egitto – e varie compagnie petrolifere europee, russe e statunitensi già presenti nell’area.

Le continue provocazioni turche naturalmente hanno suscitato le proteste e la reazione della Grecia, spalleggiata soprattutto dalla Francia, che ha deciso di aumentare la propria presenza militare nell’area. Un interessamento che il “sultano” ha spiegato con la volontà da parte di Macron di ristabilire l’ordine coloniale nel vicino Libano, al largo del quale effettivamente la francese Total, insieme all’italiana Eni e alla russa Novatek si sono aggiudicate sostanziosi appalti. Ad agosto Egitto e Grecia hanno firmato inoltre un accordo di delimitazione delle loro rispettive Zone Economiche Esclusive che disconosce quello sottoscritto dalla Turchia con la Libia. Nena News

Una legge ridurrà drasticamente il numero dei lavoratori stranieri. Fissate le quote in base a nazionalità. Intanto, Amnesty denuncia: “Nonostante le leggi, in Qatar i lavoratori domestici continuano a subire abusi”

Lavoratori stranieri in Kuwait (Foto: Middle East Eye)

della redazione

Roma, 21 ottobre 2020, Nena News – Una nuova legge per ridurre drasticamente entro un anno il numero dei lavoratori stranieri: è quanto ha stabilito ieri all’unanimità il parlamento del Kuwait. A riportare la notizia è l’emittente Bloomberg. Quella degli stranieri è una questione centrale nel piccolo Paese del Golfo se si pensa che l’immigrazione di lavoratori qualificati e non nel corso dei decenni ha fatto sì che il loro numero raggiungesse gli attuali 3,4 milioni sui 4,8 complessivi della popolazione. Oltre a far diminuire la presenza straniera, la legge prevedrà anche una serie di procedure che mirano a dare più impieghi a chi ha la cittadinanza kuwaitiana (solo il 30% della popolazione). Alla base della decisione di ieri del parlamento ci sono le conseguenze del Coronavirus che, portando ad una diminuzione dei prezzi del petrolio, ha di fatto messo in crisi l’economia nazionale.

La crisi, aumentando la disoccupazione, ha fatto aumentare la domanda interna per maggiori posti di lavoro per soli kuwaitiani a discapito degli stranieri. Già a giugno il premier kuwaitiano aveva proposto per gli expat il limite massimo del 30% rispetto alla popolazione complessiva. A luglio poi l’Assemblea nazionale ha passato una legge, che dovrebbe entrare in vigore questo mese a poche settimane dalle elezioni parlamentari fissate per novembre, secondo la quale gli indiani (1,45 milioni, il 30% della popolazione) non dovranno raggiungere il 15% dei residenti totali del Paese. Ma ogni nazionalità di lavoratori stranieri ha la sua quota da rispettare: ad esempio egiziani, filippini e cingalesi, non dovranno superare il limite del 10% a testa. Bengalesi, pachistani, nepalesi e vietnamiti invece non più del 5%.

Non solo: la legge impone anche un numero limite di stranieri che un’azienda può reclutare ogni anno in base alle loro specializzazioni. Tradotto numericamente queste disposizioni costringeranno circa 800.000 persone a lasciare il Paese in quello che sarà un vero e proprio esodo coatto di massa. Ma le conseguenze economiche del Coronavirus hanno portato a situazioni simili anche in altri paesi della regione: secondo uno studio della Jadwa Investment company, ad esempio, in Arabia Saudita si ritiene che circa 1,2 milioni i lavoratori stranieri potrebbero ritornare nei loro stati.

Il problema però è anche di chi resta a lavorare nei Paesi del Golfo. E’ il caso dei lavoratori domestici in Qatar che, denuncia Amnesty International in un rapporto pubblicato l’altro giorno, continuano a subire abusi nonostante Doha abbia introdotto nel 2017 una legge che limita le ore di impiego, introducendo pause giornaliere obbligatorie e garantendo un giorno di riposo a settimana e ferie pagate per chi lavora nelle case dei loro datori di lavoro. Gli abusi, scrive Amnesty, derivano da una serie di fattori: mancanza di controlli e soprattutto gli aspetti del “sistema dello sponsor” (conosciuta come “Kafala”) attivo nella regione (ma anche in Libano) che dà “ai datori di lavoro un eccessivo potere sugli impiegati”.

Secondo la ong britannica, la forma più comune di violazione dei diritti che è emersa è quella rappresentata dall’obbligo di lavorare oltre il limite legale delle 10 ore al giorno per sei giorni a settimana. Alcune lavoratrici lamentano offese verbali e abusi fisici. Una donna ha raccontato ad Amnesty di aver ricevuti sputi e calci sulla schiena dal suo datore di lavoro. Qualcosa di ancora ben più grave sarebbe invece capitato a cinque donne che denunciano di aver subito molestie sessuali (dal palpeggiamento allo stupro). “Se il Qatar vuole proteggere i lavoratori domestici dallo sfruttamento – ha detto Steve Cockburn, il capo di Amnesty per giustizia sociale ed economica – deve mandare un forte messaggio: gli abusi non sono tollerati”. “Invitiamo pertanto le autorità locali – ha aggiunto Cockburn in un comunicato – a compiere passi seri per garantire una piena implementazione della legge che garantisca severi meccanismi di controllo e compia passi seri contro i datori di lavoro violenti”.

Il capo dell’intelligence libanese Abbas Ibrahim è a Washington per colloqui sulla liberazione di due statunitensi detenuti in Siria. Sul piatto ci sono le sanzioni Usa contro Damasco che colpiscono anche il Libano e il ritiro di soldati americani dalla Siria settentrionale

Il capo dell’intelligence libanese, generale Abbas Ibrahim (Foto: Naharnet)

di Michele Giorgio   il Manifesto

Roma, 21 ottobre 2020, Nena News – La positività al Covid-19 scoperta negli Stati uniti dal generale Abbas Ibrahim non ha fermato i negoziati in corso tra il capo dell’intelligence libanese e rappresentanti di alto profilo dell’Amministrazione Trump come il sottosegretario di Stato Usa, David Hale, la direttrice della Cia, Gina Haspel, e il consigliere per la Sicurezza nazionale, Robert ÒBrien. Negoziati che dovrebbero permettere la liberazione di Austin Tice e di Majd Kamalmaz, due statunitensi detenuti in Siria. I colloqui continuano al telefono, hanno fatto sapere fonti americane. Oltre a Ibrahim, in buone condizioni, sono in isolamento Hale e diversi funzionari del Dipartimento di Stato, forse anche Gina Haspel.

L’arrivo negli Usa del numero uno degli 007 libanesi conferma le indiscrezioni su una trattativa ben avviata tra Beirut, Damasco e Washington che potrebbe sfociare in intese di rilievo dietro le quinte tra l’Amministrazione Trump e due dei suoi nemici: il movimento sciita libanese Hezbollah e il presidente siriano Bashar Assad, stretti alleati dell’Iran. Sullo sfondo ci sono le popolazioni della Siria e del Libano che soffrono le pesanti conseguenze del Caesar Act, le sanzioni economiche e politiche contro Damasco che Washington applica da alcuni mesi.

Il Wall Street Journal e altri media statunitensi hanno riferito che Kash Patel, un assistente di Trump, si è recato di persona a Damasco ad agosto per colloqui con le autorità siriane, i primi di alto livello dal 2012, per ottenere il rientro in patria di Majd Kamalmaz, uno psicologo arrestato alla periferia della capitale siriana nel 2017, e Austin Tice, un giornalista ed ex marine scomparso nel 2012 in territorio siriano. Poi dopo tanti contatti segreti è entrato in scena Abbas Ibrahim, l’uomo dei contatti tra nemici giurati, che avendo legami stretti con i vertici di Hezbollah di fatto ha portato nella trattativa il movimento sciita. Ibrahim un anno fa era stato fondamentale per il rientro negli Usa di un altro americano bloccato in Siria.

Il quotidiano governativo siriano Al-Watan conferma il negoziato in corso. Patel, scrive, ha incontrato a Damasco il generale Ali Mamlouk, il capo dell’intelligence siriana con risultato incerti. Tice e Kamalmaz, avrebbe messo in chiaro Mamlouk, a casa ci torneranno se gli Usa ritireranno uomini e mezzi dalla Siria nord-orientale. Damasco tiene il prezzo alto perché, dice, Tice non sarebbe un giornalista bensì un agente dei servizi Usa incaricato di tenere i rapporti con i gruppi armati jihadisti nella Ghouta orientale. Alla fine però potrebbe accettare un allentamento delle sanzioni approvate dagli Stati uniti.

Washington replica che la richiesta è inaccettabile ma non può tirare troppo la corda. Trump, dato per sconfitto dai sondaggi, è alla ricerca disperata di consensi. Vorrebbe l’annuncio del rientro a casa di Tice e Kamalmaz prima delle presidenziali del 3 novembre. Il suo entourage gli ha spiegato che Abbas Ibrahim è l’uomo giusto per arrivare a un accordo. Il generale libanese – che in questi giorni parla anche a nome della Siria – avrebbe avuto un ruolo nelle trattative che nei giorni scorsi hanno visto liberazione di altri due statunitensi (Sandra Loli e Mikael Gidada) da parte degli insorti yemeniti Houthi, vicini all’Iran, in cambio del ritorno in Yemen di 271 guerriglieri tenuti prigionieri a Muscat, in Oman. In quel caso Trump ha obbligato l’alleata Arabia saudita, nemica degli Houthi, a non opporsi alla trattativa. Peraltro nelle ultime settimane si sono interrotti gli attacchi aerei israeliani in Siria contro presunte postazioni iraniane e di Hezbollah. Qualcuno sussurra che Washington avrebbe fatto pressioni su Tel Aviv anche per l’avvio senza condizioni, avvenuto la scorsa settimana, dei colloqui con il Libano per la delimitazione delle frontiere marittime tra i due paesi e la spartizione di aree dove si trovano ricchi giacimenti di gas naturale di cui ha bisogno soprattutto Beirut in grave crisi economica. Nena News

Il premier israeliano vede con soddisfazione l’avvio di piene relazioni con Emirati e Bahrain. Ma i successi diplomatici non si sono tradotti in consenso popolare all’interno di Israele. La sua gestione della crisi Covid è contestata e il governo è sempre più debole e diviso

Il segretario di Stato Usa Mike Pompeo a Gerusalemme con il premier israeliano Netanyahu (Foto: Gpo)

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 20 ottobre 2020, Nena News – Prosegue senza intoppi la normalizzazione tra Israele, Emirati arabi e Bahrain. Le due monarchie del Golfo ignorano le proteste dei palestinesi. Ieri il consiglio dei ministri di Abu Dhabi ha approvato l’Accordo di Abramo e l’avvio di piene relazioni diplomatiche con Israele, in vista della prima visita ufficiale oggi nello Stato ebraico di una delegazione ufficiale emiratina.

Domenica a Manama invece si è svolta, alla presenza di una delegazione israelo-statunitense, la cerimonia che ha sancito l’inizio di rapporti ufficiali tra Israele e Bahrain. La scorsa settimana era stata la Knesset a ratificare l’Accordo di Abramo.  Israele e gli Emirati hanno già firmato diversi accordi commerciali. Oggi metteranno nero su bianco un’intesa che darà il via a 28 voli commerciali settimanali tra Tel Aviv, Dubai e Abu Dhabi.

Il premier Netanyahu è entusiasta dei progressi dell’Accordo di Abramo – al quale presto potrebbero aderire altri paesi arabi o a maggioranza islamica – che proseguono senza che siano tenute in alcun conto le aspirazioni palestinesi e l’occupazione israeliana di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est. Nell’accogliere ieri al porto di Haifa una nave con un carico commerciale degli Emirati, Netanyahu ha commentato: «Un tempo eravamo in un vicolo cieco. Da noi si poteva arrivare solo da occidente, eravamo come legati. Ora si può volare in tutte le direzioni, si possono sorvolare l’Arabia Saudita e la Giordania».

A Tel Aviv poche ore prima, era atterrato per la prima volta un aereo della compagnia Etihad proveniente da Abu Dhabi. «Israele sta diventando uno snodo aereo, terrestre, marittimo, tecnologico, commerciale ed umano. Questa è una giornata storica», ha aggiunto il premier con soddisfazione. Ieri la tv Canale 12 ha parlato di un tweet imminente di Donald Trump relativo alla rimozione del Sudan dalla lista degli Stati che secondo il Dipartimento di stato Usa sosterrebbero il terrorismo. La contropartita sarà con ogni probabilità la normalizzazione delle relazioni del paese africano con Israele.

I successi diplomatici però non stanno dando a Netanyahu il sostegno popolare che si aspettava in casa. Gli israeliani appaiono concentrati su altre priorità. D’altronde anche i più nazionalisti sono consapevoli che gli «accordi di pace» firmati a Washington hanno un peso nettamente inferiore rispetto a quelli di 40 anni fa con l’Egitto e di 26 anni fa con la Giordania. Emirati e Bahrain non hanno mai combattuto alcuna guerra con Israele e da molti anni mantenevano in segreto relazioni strette e strategiche con Tel Aviv.

I benefici economici delle intese con le due monarchie, se mai ci saranno, si vedranno solo nei prossimi anni, mentre in questi mesi centinaia di migliaia di israeliani fanno i conti con la disoccupazione causata dalla pandemia e tante imprese chiudono. Nel weekend, appena allentato il secondo lockdown totale cominciato il 18 settembre, sono riprese a Gerusalemme, Tel Aviv e altre città le manifestazioni di migliaia di israeliani che chiedono le dimissioni del premier che giudicano incapace di dare risposte efficaci alla crisi economica, che mostra pericolose tendenze autoritarie e che dovrebbe dimettersi subito perché sotto processo per corruzione.

Da settimane i sondaggi danno Netanyahu in calo, assieme al suo partito, il Likud, e in netta crescita il suo rivale di ultradestra religiosa Naftali Bennett. «Nei sondaggi vado sempre male poi alle elezioni vinco io», ha commentato il premier minimizzando il de profundis che recitano da giorni gli analisti. In realtà il governo vacilla pericolosamente. La Knesset ieri si è riunita dopo che oltre 40 dei suoi 120 parlamentari avevano ottenuto la convocazione di una seduta plenaria sulla «vergognosa incapacità del primo ministro di gestire la crisi» della pandemia.

Netanyahu è intervenuto chiedendo pieno sostegno alle sue misure ma la stessa maggioranza non è più coesa. Il ministro della difesa e leader del partito Blu Bianco, Benny Gantz, da alcuni giorni, ad ogni occasione, segnala di non essere d’accordo con non poche decisioni di Netanyahu. La battaglia che si attende sulla legge di bilancio potrebbe segnare la fine del governo ed elezioni anticipate nel 2021.

Ad indebolire il governo è anche il guanto di velluto che Netanyahu, per ottenere appoggi politici, usa con i religiosi ultraortodossi (haredim). Le severe restrizioni per la riapertura scaglionata delle scuole sono state totalmente ignorate in numerose località abitate dai religiosi nonostante che al loro interno vi siano ancora livelli elevati di contagio (in calo da qualche giorno nel resto del paese). Il premier è rimasto di fatto in silenzio di fronte all’apertura di tante scuole religiose ordinata dall’importante rabbino ashkenzita, il 92enne Haim Kanievski, peraltro in gravi condizioni dopo essere risultato positivo al Covid-19.

Un resoconto da Baghdad nel primo anniversario della “rivoluzione d’ottobre” irachena, tra gli attivisti e le attiviste che in 12 mesi hanno autogestito le piazze e per la prima volta messo in discussione il potere dello Stato e delle milizie

Una delle proteste di questo anno in Iraq (Foto: AA news)

di Schluwa Sama – Fondazione Rosa Luxemburg – Traduzione di Emiliano Zanelli

Roma, 20 ottobre 2020, Nena News -

Un anno dopo l’inizio della rivoluzione

Attivist* e manifestant* si sono di nuovo riuniti nel centro di Baghdad, un anno dopo l’inizio della rivoluzione irachena, a piazza Tahrir. Molti di loro indossano magliette nere: “Portiamo il nero per ricordare i nostri martiri e gli amici che sono caduti”, spiega uno dei giovani.

Ma si respira anche un’atmosfera rivoluzionaria, quando nel mattino del 1° ottobre durante una importante manifestazione nella piazza viene organizzata una sfilata di tuk-tuk, mezzo di trasporto divenuto simbolo della classe degli oppressi e della rivoluzione. Non sembra essere solo un giorno del ricordo, ma anche un giorno di lutto, di orgoglio e in cui si chiede un rinnovamento del processo rivoluzionario.

Esattamente un anno fa cominciò la rivoluzione irachena, che venne rapidamente nominata “rivoluzione d’ottobre”. Si è contraddistinta per l’incredibile entità dell’autorganizzazione, della capacità di resistenza e dell’ardore che i giovani hanno messo nel tentativo di raggiungere gli obiettivi della rivoluzione. L’obiettivo principale consisteva nell’abbattimento completo del sistema politico sorto dopo il 2003, e del suo apparato di potere settario e corrotto.

Piazza Tahrir, a Baghdad, è stata uno dei principali luoghi di questa protesta – e fino ad oggi è stata mantenuta occupata. Poco meno di un anno fa, artisti rivoluzionari realizzavano grandi graffiti sulle pareti del tunnel di piazza Tahrir, per esaltare il ruolo delle donne e dei conducenti di tuk-tuk. Oggi sulle pareti vengono dipinti i ritratti di molti martiri. Ai martiri sono state intitolate anche molte delle tende che nel corso dell’ultimo anno sono state utilizzate da diversi gruppi di manifestanti.

I martiri

Una tenda si chiama oggi “tenda del martire Abu Ahmed Al-Timimi”. Abu Ahmed era uno scultore, ed espose le sue sculture in piazza Tahrir come contributo alla cultura della rivoluzione. Abu Ahmed è stato ucciso dalle unità antisommossa della polizia.

Tra i martiri figurano molti giovani uomini, come ad esempio Saffa Al-Saray, il cui volto oggi è diventato l’emblema di tutti i martiri della rivoluzione. Era uno degli attivisti più noti, che l’anno scorso durante le proteste è stato ucciso dal lancio di un candelotto di gas lacrimogeno. Ma insieme a loro sono state uccise anche giovani donne, e gli attivisti e le attiviste sono stati oggetto di numerosi rapimenti e attacchi mirati.

Oggi li ricorda la marcia delle donne, da piazza Kahraman a piazza Tahrir. In questa iniziativa di protesta, che è stata autorizzata dallo Stato, vengono commemorate diverse attiviste, come ad esempio Sara Talib, di Bassora: è stata una delle prime donne a prestare soccorso medico alla prima linea dei manifestanti.

Le forze di sicurezza statali, che si muovono a piedi accanto alla manifestazione, agiscono in modo pacifico. Un uomo della sicurezza ha con sé una fotocamera, e fotografa le forze di sicurezza e i manifestanti. Tra le attiviste della marcia delle donne, Zahra (nome cambiato) spiega che questa è solo una parte della nuova tattica con cui stanno lavorando alla loro immagine pubblica. In questo modo vorrebbero apparire vicini al popolo: “Come dovremmo accettarlo, dopo tutte le morti di cui sono stati responsabili?”.

Nei fatti, più di 600 manifestanti, uomini e donne, sono stati uccisi, e migliaia feriti. Molti attivisti sono fuggiti dal paese a causa delle minacce, oppure non vengono in piazza Tahrir, come racconta Samia, attivista per i diritti delle donne – che intanto, mentre camminiamo attraverso la piazza, saluta senza interruzione altri attivisti e attiviste.

Nonostante tutte le perdite subite, Ahmed, un conducente di tuk-tuk, è contento che verso mezzogiorno la piazza si riempia, e che ci siano molte piccole marce e proteste: “ È una cosa che mi dà speranza”.

È seduto con un amico nel suo tuk-tuk, sul ponte Jumhuriya, che intanto si è riempito di manifestanti. Sulla sua maglietta si vedono i nomi e i volti dei suoi amici che sono caduti, raffigurati mentre sventolano una bandiera irachena a cui è stata aggiunta la scritta: “La Baghdad rivoluzionaria – il gruppo dei difensori di Tahrir”. In più, rivolti alle unità antisommossa del governo, scandiscono: “Potete provare a fare tutto quello che vi riesce, ma il popolo è ancora e sempre forte”.

L’orgoglio e la speranza in un futuro rivoluzionario

Il primo ottobre in piazza Tahrir, accanto alla speranza e al lutto c’è anche un enorme orgoglio. Ahmed, il conducente di tuk-tuk che un anno fa ci aveva raccontato della solidarietà tra i manifestanti, spiega che nonostante tutto chi è sceso in piazza ha dimostrato di essere in grado di cambiare le cose: “Abbiamo costretto alle dimissioni il primo ministro Adil Abdul-Mahdi. Certo, le sue dimissioni non erano l’obiettivo principale delle proteste, ma ci ha mostrato che abbiamo il potere necessario a operare un cambiamento”.

Queste dimissioni hanno avuto come effetto che al momento c’è un primo ministro temporaneo, Mustafa Al-Kadhimi, e che per il 2021 sono state indette nuove elezioni. Ma tra i frutti della rivoluzione non c’è solo il fatto che la classe dirigente del paese è stata costretta a tenere conto delle proteste: c’è anche un sentimento di libertà.

Samia (nome cambiato), attivista per i diritti delle donne, spiega come le precedenti ondate di protesta siano sempre state proteste condotte da uomini ed estremamente rispettose nei confronti delle autorità religiose e politiche. La rivoluzione d’ottobre ha cambiato tutto: in questa rivoluzione le donne irachene sono state presenti allo stesso modo degli uomini, e l’aura religiosa che circonda le autorità ha potuto essere rotta.

In modo simile, Qasim (nome cambiato), che lavora a giornata nel settore edile, spiega che ora l’incantesimo che circondava le autorità religiose e i leader politici è scomparso. Certo, precisa che comunque il movimento dei sadristi oggi controlla diversi ingressi a piazza Tahrir, e pure il “Ristorante turco”. Però, dice: “Chi avrebbe osato, prima della rivoluzione, prendere in giro al-Sadr [autorità politico-religiosa e guida della milizia Saray al-Salam]? Oggi abbiamo gridato decine di slogan politici in cui mostriamo che non ci facciamo più impressionare dalla sua ideologia”.

Benché la sua situazione economia non sia migliorata, Qasim descrive un nuovo sentimento di libertà che non è limitato a piazza Tahrir: “Prima prendevo una certa via per uscire dal mio quartiere, e un’altra per entrare. Oggi entro ed esco normalmente. Alcune persone del mio quartiere, che appartengono alle milizie, oggi mi guardano in modo diverso: perché sanno che il loro potere vacilla. Anche se la situazione economica non è migliorata, ho speranza in questa rivoluzione, perché non ho più paura”.

Scrivere da soli la propria storia

Oggi in Iraq il primo ottobre è tanto un giorno del ricordo quanto un giorno di lotta. Le marce e i presidi di oggi non si limitano a ricordare ciò che i manifestanti hanno cominciato, ma lo portano anche avanti. In una storia piena di guerra, di morte e di dolore, le donne e gli uomini dell’Iraq stanno creando una storia del popolo, dal basso, di cui possono essere fieri. La rivoluzione, però, non è ancora parte di una storia compiuta. Lo spiega Samia: “Quello che abbiamo cominciato qui sarà un lungo processo. Lo facciamo per i nostri bambini, e speriamo che loro potranno vivere una vita degna”.

Qasim si aspetta che la storia della rivoluzione continui a essere scritta già questo 25 ottobre, il giorno in cui, un anno fa, le proteste si rovesciarono in un’insurrezione che coinvolse l’intero paese e molti strati sociali. Per lui è un giorno di liberazione: “Vogliamo che la gente venga a Tahrir. È il nostro paese, e che la rivoluzione sia vittoriosa è una nostra responsabilità”.

Essere vittoriosa significa, qui, non solo nuove elezioni, ma che si ritorni alla rivendicazione principale di quella sollevazione: l’abbattimento del sistema.

Sabato Beirut e altre città libanesi hanno celebrato il primo anniversario dall’inizio della mobilitazione popolare iniziata il 17 ottobre 2019. Le richieste sono le stesse, fine del sistema settario e rimozione della classe dirigente. Ma manca ancora un’agenda chiara e all’orizzonte di un paese devastato si profila il ritorno del simbolo della crisi, Saad Hariri

La marcia di sabato a Beirut, nel primo anniversario della protesta (Foto: Thomas van Linge/Twitter)

della redazione

Roma, 19 ottobre 2020, Nena News – Sabato sono scesi in piazza in tanti, migliaia di persone nonostante l’emergenza sanitaria, per celebrare il primo anniversario dall’inizio della mobilitazione popolare che ha investito l’intero Libano. Era il 17 ottobre 2019 quando una nuova tassa su Whatsapp, poi ritirata, faceva da scintilla per l’esplosione di una rabbia sopita contro la corruzione strutturale del paese, il sistema settario che ne gestisce il potere e una crisi economica figlia di scelte di riforma neoliberiste che hanno impoverito come non mai le classi medie e basse.

Sabato è stata di nuovo Beirut la piazza della protesta principale, mai terminata ma solo rallentata dall’arrivo del Covid-19 nel paese dei cedri. E di nuovo nel mirino è finita l’intera classe dirigente, impegnata da un anno a salvare se stessa con rimpasti di governo e nomine di nuovi primi ministri che non ha intaccato in alcun modo il sistema di potere basato sulle divisioni confessionali.

Attraversata la città a partire dall’epicentro della protesta, piazza dei Martiri, i manifestanti sono passati di fronte alla Banca centrale, per mesi tra i principali target della protesta e hanno poi raggiunto il porto, il luogo dell’esplosione che il 4 agosto scorso ha devastato la capitale uccidendo circa 200 persone, ferendone 6.500 e lasciando senza una casa decine di migliaia di famiglie, vittime in queste settimane di una gentrificazione silenziosa, con i più ricchi che già tentano di appropriarsi dei palazzi più antichi che i poveri non hanno mezzi per ristrutturare. Alle 18.07 un minuto di silenzio al porto e candele accese a ricordo delle vittime.

Nella notte la protesta si è trasformata in scontri con la polizia anti-sommossa che ha usato i gas lacrimogeni per disperdere la folla. Nelle stesse ore anche altre città libanesi, da Saida a Nabatieh, scendevano in piazza per celebrare un anno di thawra, rivoluzione. Un anno di mobilitazione che però al momento non si è mai convogliato verso la definizione di un’alternativa o di una leadership: se le richieste di base della piazza sono chiare, lo smantellamento dell’attuale classe dirigente, non è emersa dal movimento una road map dettagliata sul futuro immaginato, una delle “pecche” che i manifestanti si auto-attribuiscono.

Tra i primi a reagire è stato il presidente Aoun che in una nota ha ribadito l’intenzione “di lavorare insieme per realizzare le richieste di riforme”. Finora del tutto assenti. Soprattutto alla luce delle voci che si susseguono in questi giorni in vista delle consultazioni del 22 ottobre: il prossimo premier – dopo le dimissioni di Mustafa Adib, che ha lasciato meno di un mese fa dopo poche settimane di incarico – potrebbe essere ancora una volta Saad Hariri (costretto alle dimissioni proprio dalle proteste iniziate un anno fa), simbolo del neoliberismo e delle privatizzazioni che hanno sconvolto il paese e simbolo del legame a doppio filo con i paesi occidentali, a partire da Francia e Stati Uniti.

Da fare c’è moltissimo. Beirut fa ricostruita dopo l’esplosione come va ricostruita per intero l’economia del paese, mai così in crisi dai tempi della guerra civile del 1975-1990. Inflazione alle stelle, svalutazione della lira di oltre l’80%, disoccupazione rampante soprattutto tra le giovani generazioni e servizi sempre meno accessibili, anche e soprattutto a causa dell’ondata di privatizzazioni che ha caratterizzato il primo decennio del nuovo secolo. Oltre metà della popolazione vive in povertà e più volte in questi mesi le organizzazioni internazionali hanno avvertito del rischio di crisi alimentare per milioni di persone. Nena News

In piena emergenza Covid-19, il governo Netanyahu lascia entrare decine di evangelici sionisti diretti alle colonie ebraiche in Cisgiordania. Si allarga la frattura tra gli ebrei americani che appoggiano Biden e gli israeliani che tifano per Trump

Le celebrazioni in Israele delle delegazioni di cristiani sionisti (Foto: Michele Giorgio/Nena News)

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 19 ottobre 2020, Nena News – Per gli stranieri entrare in Israele è un’impresa, anche se sono ebrei. Il divieto al loro ingresso, contenuto dalle norme anti Covid-19, è in vigore ormai da sette mesi e prevede poche eccezioni: coniugi e figli di cittadini israeliani; i «soldati soli»   (stranieri ebrei che scelgono di fare il servizio militare in Israele lontano dalle loro famiglie); quelli in possesso di permessi di soggiorno e pochi altri.

Queste restrizioni invece sono state facilmente superate da gruppo di stranieri che vantano importanti appoggi politici. Nelle scorse settimane 70 volontari di Hayovel, un’organizzazione cristiana evangelica con sede nel Missouri, hanno ottenuto il permesso per entrare in Israele pur non avendone formalmente diritto. Atterrati a Tel Aviv, hanno rapidamente raggiunto gli insediamenti ebraici di Har Bracha (Nablus) e Psagot (Ramallah) nella Cisgiordania palestinese sotto occupazione, dove hanno preso parte alla vendemmia assieme ai coloni israeliani.

Il «privilegio» di cui hanno goduto i volontari di Hayovel deriva dall’alleanza tra le organizzazioni cristiane sioniste e Israele, in modo particolare i partiti di destra (al governo) e i coloni. Legami che si sono fatti più stretti nei quattro anni di Amministrazione Trump che ora punta sui voti anche dei cristiani evangelici pro-Israele, per ottenere un secondo mandato. Riferimento dei cristiani sionisti americani è, anche più di Trump, il vice presidente Mike Pence che in più occasioni ha citato il racconto biblico per spiegare il sostegno statunitense alla sovranità israeliana su tutta la Palestina storica e negare i diritti dei palestinesi.

Perciò aprire le porte di Israele ai volontari evangelici è parte del contributo che il governo Netanyahu e i nazionalisti religiosi israeliani (coloni in testa) offrono alla campagna di Donald Trump, il presidente che, scardinando il diritto internazionale e le Nazioni unite, ha concesso molto a Israele, dalla proclamazione di Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico alla «legalizzazione» delle colonie nei territori palestinesi occupati. Fino al riconoscimento del Golan siriano come parte di Israele.

Hayovel, ha portato sino ad oggi circa 3.000 volontari cristiani negli insediamenti coloniali israeliani, quasi tutti statunitensi. Ospitati in un campus appositamente costruito accanto a Har Bracha, questi volontari pagano l’alloggio, il biglietto aereo e altre spese senza battere ciglio. Lo fanno perché si ritengono in missione per conto di Dio. Contribuendo alla «redenzione» di tutta la biblica Terra di Israele, ritengono di favorire la realizzazione delle profezie.

Ad indirizzarli c’è anche la cosiddetta Ambasciata cristiana a Gerusalemme, aperta negli anni ’80 da varie organizzazioni cristiane sioniste. Hayovel, riferisce il quotidiano Haaretz, ha ottenuto piccole sovvenzioni israeliane per il suo contributo alla difesa all’estero dell’immagine delle colonie. Il giornale aggiunge che i gruppi di evangelici sionisti hanno investito nelle colonie israeliane 65 milioni di dollari negli ultimi dieci anni. L’associazione statunitense Heart of Israel, ad esempio, raccoglie ogni anno centinaia di migliaia di dollari per finanziare progetti negli insediamenti.

E secondo i dati raccolti da Ynetnews, nel solo 2017 delle circa 28mila persone che hanno compiuto l’aliyah, l’immigrazione in Israele, almeno 8.500 avevano ricevuto aiuti da organizzazioni cristiane partner dell’Agenzia ebraica. L’International Fellowship of Christian and Jews (Ifcj) dal 2014 al 2017 ha raccolto 20 milioni di dollari per l’aliyah e 188 milioni di dollari dalla fine degli anni Novanta al 2005. Ed esponenti cristiani di primo piano promuovono attivamente la normalizzazione tra gli Stati arabi e Israele.

I milioni di evangelici statunitensi sono un serbatoio di voti di eccezionale importanza per le speranze di riconferma alla Casa Bianca di Donald Trump che ritengono l’uomo mandato dal Signore per sostenere Israele ad ogni livello. A tanta devozione dei cristiani sionisti per Trump si contrappone il sostegno della maggioranza degli americani ebrei al candidato democratico Joe Biden. A differenza degli israeliani che – secondo i risultati di due sondaggi, uno svolto in Israele a inizio ottobre e l’altro negli Usa a fine settembre – per il 63% desiderano la vittoria di Trump, il 70% degli ebrei negli Stati uniti voterà per Biden.

Le presidenziali del 3 novembre stanno evidenziando una frattura sempre più larga tra israeliani e americani ebrei. Per il 51% degli israeliani l’elezione di Biden potrebbe danneggiare le relazioni tra i due paesi e il 48% pensa che il sostegno degli ebrei statunitensi ai democratici sia «sbagliato». Più di tutto il 47% degli israeliani parla di «frattura» netta con gli ebrei negli Usa.

Territori palestinesi occupati. Nessun commento di Abu Dhabi e Manama all’annuncio che saranno costruite circa 5mila nuove case per i coloni israeliani in Cisgiordania. Peace now: il 2020 è l’anno di maggior sviluppo degli insediamenti coloniali

Un insediamento israeliano

di Michele Giorgio   il Manifesto

Gerusalemme, 17 ottobre 2020, Nena News – Benyamin Netanyahu ieri, chiedendo alla Knesset di ratificare l’Accordo di Abramo, ha sottolineato i progressi continui della  normalizzazione dei rapporti tra Israele ed Emirati cominciata ad agosto e segnata in queste settimane da eventi simbolici. Come il primo volo, della Etihad, partito due giorni fa da Milano e diretto ad Abu Dhabi, che ha sorvolato per la prima volta lo spazio aereo israeliano. La soddisfazione del premier è ampiamente giustificata. Gli Emirati – e così il Bahrain, l’altra monarchia del Golfo che il 15 settembre ha firmato l’Accordo di Abramo con Israele – attuano senza esitazioni la loro parte delle intese. E non aprono bocca sulle politiche di Israele nei Territori occupati e nei confronti dei palestinesi. Eppure ad agosto gli emiratini avevano enfatizzato lo stop al piano di Netanyahu per l’annessione unilaterale di una porzione di Cisgiordania ottenuto in cambio della normalizzazione dei rapporti con lo Stato ebraico. Una frenata che il capo del governo israeliano ha sempre descritto come temporanea. Netanyahu peraltro esclude che l’Accordo di Abramo comprenda la promessa di un congelamento della colonizzazione dei territori palestinesi. I fatti sono dalla sua parte.

Abu Dhabi e Manama restano mute mentre palestinesi e Onu si appellano al rispetto della legalità internazionale e condannano l’approvazione, ieri e mercoledì, da parte dell’Amministrazione civile israeliana in Cisgiordania dei piani per la costruzione di circa 5mila nuove case nelle colonie ebraiche. «Siamo di fronte alla follia degli insediamenti israeliani – ha denunciato Nabil Abu Rudeina, il portavoce del presidente palestinese Abu Mazen – il governo di Benyamin Netanyahu è determinato a procedere nelle sue politiche di insediamento per rubare terra palestinese, nel silenzio internazionale e della normalizzazione e con il cieco supporto di Trump». In silenzio è rimasta anche l’Arabia saudita su cui Washington e Tel Aviv premono per spingerla ad unirsi al più presto ai paesi firmatari dell’Accordo di Abramo. Le monarchie del Golfo e altri paesi arabi dipendenti dall’alleanza con gli Usa hanno usato come paravento la blanda condanna della nuova accelerazione della colonizzazione israeliana fatta dalla Lega araba, consesso di pura facciata controllato proprio da Riyadh e Abu Dhabi.

L’annuncio della prossima costruzione dei 5mila nuovi alloggi è stato accolto con entusiasmo da Shlomo Neeman, figura di primo piano del movimento dei coloni israeliani, che si è congratulato con Netanyahu. «Quello che conta – ha commentato Neeman – è che un numero crescente di ebrei si stabiliscano nella terra dei padri, per sempre». L’espansione degli insediamenti ebraici, ha aggiunto, rientra «in un piano strategico per il rafforzamento della nostra presa in Giudea-Samaria», i nomi biblici della Cisgiordania. L’ong pacifista Peace Now riferisce che nel 2020 Israele ha approvato 12.159 nuovi alloggi nelle colonie, il numero più alto dal 1967, anno di inizio dell’occupazione di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est. E non è finita, aggiunge: altre decisioni sono attese da qui alla fine di dicembre. Tutti gli alloggi approvati sorgeranno in aree che Israele dovrebbe lasciare nel quadro della soluzione a Due Stati, ossia la creazione di uno Stato palestinese indipendente e sovrano accanto a Israele. «Il piano di annessione della Cisgiordania con l’espansione delle colonie sta chiaramente continuando», mette in rilievo Peace now.

Circa 450.000 coloni ebrei si sono insediati in Cisgiordania dopo l’occupazione.  E almeno altri 250mila vivono nella zona palestinese (Est) di Gerusalemme, anch’essa occupata secondo le risoluzioni internazionali. Nena News

La nostra consueta rubrica del sabato sul continente africano, vi porta anche anche in Guinea Conakry dove dopo 10 anni al potere il presidente Conde (accusato dai suoi detrattori di autoritarismo) si candida per un terzo mandato 

Mozambico (Foto: al-Jazeera)

di Federica Iezzi

Roma, 17 ottobre 2020, Nena News – 

Mozambico

A tre anni dall’inizio dei combattimenti nella provincia di Cabo Delgado, nel nord-est del Mozambico, le vittime del conflitto che ha ucciso più di 2.000 persone, non hanno ancora giustizia, secondo quanto afferma Amnesty International.

I violenti attacchi a Cabo Delgado hanno innescato una crisi umanitaria, con oltre 300.000 sfollati interni e 712.000 persone totalmente dipendenti da assistenza umanitaria. Più di 350.000 persone stanno affrontando una grave insicurezza alimentare, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari.

I membri del gruppo armato al-Shabaab hanno lanciato il loro primo assalto nel distretto di Mocimboa da Praia nell’ottobre 2017, attaccando le istituzioni governative, incluse stazioni di polizia. Da allora, gli attacchi del gruppo hanno preso di mira i civili e sono diventati sempre più violenti.

Anche le forze di sicurezza hanno commesso crimini e violazioni dei diritti umani, secondo quanto sancisce il diritto internazionale umanitario, comprese sparizioni forzate, tortura e esecuzioni extragiudiziali.

Nigeria

Centinaia di persone stanno protestando contro la presunta brutalità della polizia nigeriana contro i civili.

La rabbia si è diffusa sui social media dopo la comparsa di un video su un presunto omicidio nello stato meridionale del Delta, che le autorità hanno negato fosse reale.

Centinaia di giovani si sono riuniti a Ikeja, nel centro di Lagos, manifestando per il rispetto dei diritti umani e per una società più equa.

Il movimento di protesta era inizialmente rivolto alla Special Anti-Robbery Squad (SARS), ampiamente accusata di arresti illegali, torture e omicidi, poi diffuso alle altre forze di polizia.

La Commissione Nazionale per i diritti umani afferma di aver ricevuto più di 100 denunce di violazioni dei diritti da parte delle forze di sicurezza in 24 stati.

Con l’hashtag #EndSARS, utilizzato per la prima volta nel 2018, il mondo del web comprese diverse celebrità, hanno espresso sostegno al movimento nigeriano.

Guinea Conakry

Dopo 10 anni al potere, il presidente guineano 82enne Alpha Conde, si candida per un terzo mandato, sfidando decine di migliaia di manifestanti che hanno invaso le strade per cercare di fermarlo.

Conde, ex leader dell’opposizione, è accusato dai critici di autoritarismo. Intanto Amnesty International denuncia la dura repressione delle proteste nelle maggiori città della Guinea.

Le elezioni sono fissate per il 18 ottobre e Conde dovrà affrontare il nemico di lunga data e suo forte oppositore politico, Dalein Diallo.

Il 68enne è stato in prima linea nelle proteste contro il terzo mandato di Conde, che le forze di sicurezza hanno represso con mezzi illegali.

E’ una vecchia battaglia quella tra Conde e Diallo. Solo nel 2010, Conde salì alla presidenza dopo aver sconfitto Diallo durante il ballottaggio.

Il partito al potere Rally of the Guinean People (RPG), guidato da Conde, è ampiamente sostenuto dal popolo Malinke e l’Union of Democratic Forces of Guinea (UFDG) di Diallo, è appoggiato dal popolo fulani.

La scorsa settimana, le Nazioni Unite hanno espresso allarme per l’incitamento all’odio etnico in vista delle imminenti elezioni. Nena News

 

 

Ufficiale della Guardia costiera libica, uomo forte di Zawiya, per l’Onu “a capo di una cupola mafiosa”. Così il potente ministro degli Interni si mostra all’esterno come sola alternativa al post-Sarraj

Abd al-Rahman Milad (Bija)

di Roberto Prinzi

Roma, 16 ottobre 2020, Nena News – Calmato il fronte con i “nemici” della Cirenaica, è iniziata la resa dei conti in Libia tra i vincitori in Tripolitania. Il segnale è stato lanciato l’altro giorno con l’arresto di ‘Abd al-Rahman Milad («Bija») per traffico di esseri umani. A finire in manette non è un criminale comune. Non è solo un ufficiale della cosiddetta Guardia costiera libica con cui Roma (e non solo nella Fortezza Europa) rivendica la cooperazione nel bloccare i migranti.

È in primo luogo uomo influente a Zawiya, città costiera importante negli equilibri libici: è tra i punti principali per le partenze dei migranti, ma anche perno per le esportazioni di prodotti petroliferi. Al-Milad è tra i leader della milizia locale ed è stato in prima linea nella difesa di Tripoli dal fallito golpe del generale cirenaico Haftar.

Che non avesse un curriculum da santo lo si sapeva da tempo: colpito da sanzioni dall’Onu, è accusato dalla Corte internazionale dell’Aja di crimini contro l’umanità per essere uno dei maggiori organizzatori del traffico di migranti. L’Onu lo ritiene anche a «capo di una vera cupola mafiosa».

Ma tutto ciò non aveva impedito al Gna, governo riconosciuto internazionalmente, di chiedere il sostegno dei suoi favori quando il «terrorista» Haftar era alle porte di Tripoli. Un aiuto passato nel silenzio della comunità internazionale che ora saluterà con gioia il suo arresto. Eppure Bija conosceva bene le autorità europee: sotto falso nome, partecipò nel 2017 sia a una riunione in Italia dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) che a una riunione sull’immigrazione al Cara di Mineo (Catania) alla presenza di funzionari italiani.

Uomo potente, ma che a agosto ha commesso un grave errore: mettersi contro il potente ministro degli Interni Bashaga proteggendo le manifestazioni che chiedevano la sua rimozione. L’uomo forte di Misurata, che di lì a poco sarebbe stato silurato dal premier al-Sarraj per essere poi reintegrato, non ha dimenticato l’affronto. E così, quando il capo del governo a metà settembre ha annunciato di dimettersi per la fine di ottobre, ha capito che era ormai arrivato il tempo per prendere la leadership della Tripolitania nel modo più consueto: apparire all’estermo l’unica alternativa affidabile al caos politico libico.

Non sorprende che l’ordine di arresto di al-Milad è sì partito dal procuratore generale al-Sour (a lui vicino), ma in collaborazione con l’Interpol su richiesta dell’Onu. Bija potrebbe non essere l’unica testa a cadere nella sua operazione di pulizie anti-milizie: secondo il sito libico Al-Saa24, la prossima è quella di Salah Badi, capo dei miliziani al-Sumud di Misurata.

La domanda è ora capire come reagirà la galassia delle milizie libiche. La reazione di quelle di Zawiya finora si è ridotta a qualche momento di tensione con le forze di deterrenza Rada che fanno capo proprio al ministero dell’Interno. Ma il rischio di un’escalation c’è.

Bashaga lo sa, ma punta a novembre quando si potrebbe siglare a Djerba (Tunisia) un accordo di riconciliazione con il governo dell’est di Tobruk. Bija è uno dei suoi accrediti per entrare nella sala dei bottoni. Nessuno si illuda che davvero in Libia improvvisamente si voglia fare la guerra a criminali e sfruttatori di migranti. Nena News

 

Secondo sei ong egiziane, nel reparto Istiqbal della famigerata struttura detentiva del Cairo i prigionieri non toccano il cibo da domenica per protestare contro le dure misure disciplinari implementate dalle autorità carcerarie

Prigionieri egiziani (Foto tratta dal portale Middle East Eye)

della redazione

Roma, 16 ottobre 2020, Nena News – Uno sciopero di massa per protestare contro i maltrattamenti subiti in carcere. E’ quanto sta avvenendo nell’area Istiqbal del complesso penitenziario di Tora (a sud del Cairo). A dare l’annuncio sono state l’altro giorno sei ong egiziane. “Le organizzazioni hanno ricevuto informazioni confermate dalle loro fonti che i detenuti hanno iniziato lo sciopero della fame da domenica e hanno smesso di mangiare il cibo fornito dall’amministrazione carceraria nonostante dipendano solo da questo a causa delle misure di precauzione prese dallo scoppio della pandemia di Covid-19”, si legge in un comunicato delle organizzazioni. Secondo le fonti contattate dalle ong, a prendere parte allo sciopero della fame sarebbe il 75% delle celle della Prigione Istiqbal (l’intero complesso cella “A”, il 70% di quelle “B”, il 50% del “C” e l’intero blocco “D”).

La decisione dei prigionieri è nata in seguito all’aggressione con scariche elettriche subita da due detenuti a inizio ottobre. I due, scrivono le organizzazioni non governative, sarebbero stati trasferiti dai secondini in “celle disciplinari” e spogliati (“ad eccezione della biancheria intima”). L’amministrazione di Tora avrebbe imposto anche altre misure restrittive contro il resto dei detenuti: rimozione del cibo e degli oggetti personali dalle celle, divieto di poter far uso della clinica e della mensa della prigione, manette ai detenuti durante le visite dei familiari.

I prigionieri, riferiscono ancora le ong, chiedono pertanto un’indagine per gli abusi subiti dai due prigionieri, ma anche la fine dei trattamenti “umilianti” che tutti loro subiscono all’interno delle mura carcerarie. Per comprendere quanto sta accadendo bisogna però ritornare indietro di 3 settimane e precisamente al 23 settembre quando 4 detenuti e 4 ufficiali della sicurezza sono stati uccisi nel reparto di massima sicurezza (“Aqrab”) della prigione. Secondo gli attivisti egiziani, quei disordini sanguinosi sarebbero stati una reazione all’esecuzione di 15 prigioni politici avvenuta a inizio settembre.

Il rischio, sottolineano ora le ong, è che “le misure arbitrarie” adottate dalle amministrazioni penitenziarie egiziane potrebbero essere un “preludio ad un giro di vite odioso contro i detenuti politici”. Cosa che starebbe già avvenendo in “diverse altre prigioni”. Il condizionale è d’obbligo perché cosa accade all’interno delle celle egiziane è ben poco noto all’esterno: le autorità locali non permettono infatti ispezioni indipendenti e il governo affronta la questione con estrema segretezza.

Ma la violenza subita dai due carcerati denunciata dalle ogn è stata solo la goccia che ha fatto traboccare un vaso di ingiustizie già colmo. Alla base, c’è l’affollamento delle prigioni egiziane. Nel maggio del 2015 il Consiglio nazionale per i diritti umani (organismo statale) sottolineava come le stazioni di polizia e le prigioni presentassero un surplus di detenuti pari rispettivamente al 300% e al 160%. Elementi che non devono sorprendere se si pensa che, dal golpe del 2013 del presidente al-Sisi, le organizzazioni umanitarie e gli attivisti di opposizione stimano in almeno 60.000 il numero dei prigionieri politici rinchiusi nelle carceri del Paese. Numeri che al-Sisi nega completamente perché, come spiegò candidamente l’anno scorso in un’intervista al programma statunitense “60 Minutes”, “in Egitto non ci sono prigionieri politici”.

Un dato ancora più inquietante sulla situazione carceraria in Egitto lo offre però la Commissione di giustizia di stanza a Ginevra secondo la quale, a partire dal luglio del 2013, sono morti nelle prigioni egiziane quasi 1.000 detenuti. La maggior parte di loro per “negligenza medica”. Nena News

Saranno costruite circa 5mila nuove case per i coloni insediati nella Cisgiordania palestinese. Nessuna reazione o commento da Abu Dhabi e Manama che il mese scorso hanno normalizzato le relazioni con Israele

Una colonia israeliana (foto Wafa)

della redazione

Gerusalemme, 15 ottobre 2020, Nena News – Per la prima volta da quando, il mese scorso, ha firmato l’accordo di normalizzazione dei rapporti con Emirati arabi e Bahrein, Israele ha annunciato ieri piani per costruire altre migliaia di case per i  suoi coloni nella Cisgiordania palestinese sotto occupazione militare. L’Amministrazione civile israeliana nei Territori occupati ha approvato in via definitiva 1.313 nuove unità abitative e piani avanzati per altre 853 unità. E oggi dovrebbe fare altrettanto per altre 2.000 case.

Come era stato largamente anticipato dagli analisti, Abu Dhabi e Manama non hanno reagito in alcun modo alla notizia dimostrando l’inconsistenza delle assicurazioni che avevano offerto ai palestinesi al momento della firma degli accordi con lo Stato ebraico. In base a questi accordi, Israele ha accettato di sospendere i piani per annettere formalmente ampie porzioni della Cisgiordania e, stando a notizie di stampa, nei colloqui con i suoi nuovi alleati arabi avrebbe anche promesso di frenare la colonizzazione.

Circa 450.000 coloni ebrei si sono insediati in Cisgiordania dopo l’occupazione militare cominciata nel 1967. Almeno altri 250mila israeliani vivono nella zona palestinese (Est) di Gerusalemme, anch’essa sotto occupazione. Gli insediamenti coloniali rappresentano una violazione del diritto internazionale e la loro costruzione ha di fatto reso impossibile la soluzione a Due Stati (Israele e Palestina).

“Netanyahu sta procedendo a pieno ritmo verso il consolidamento dell’annessione di fatto della Cisgiordania”, ha commentato l’ong pacifista Peace Now.

Oltre ai palestinesi anche la Giordania ha condannato l’annuncio giunto da Israele. Nena News

E’ interesse comune trovare un accordo sui confini marittimi e sfruttare i giacimenti di gas naturale che si troverebbero in acque contese tra i due paesi

Ras Naqura, al confine tra Libano e Israele (foto Michele Giorgio)

 di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 15 ottobre 2020, Nena News – Ci ha pensato Samir Geagea, capo delle Forze libanesi, partito di destra estrema, a chiarire una volta e per tutte che dietro i colloqui con Israele sui confini marittimi e i giacimenti di gas cominciati ieri alla sede dell’Unifil a Capo Naqura, non c’è alcuna intenzione di arrivare a un trattato di pace con Israele come sperano il governo Netanyahu e l’Amministrazione Trump. «Non vogliamo la normalizzazione con Israele perché chiediamo una soluzione alla questione dei palestinesi (in Libano, ndr) prima di ogni altra cosa e nessuno può aggirare questo tema», ha detto perentorio. Geagea in realtà la pace con Israele lui la firmerebbe anche domani. La destra libanese ha legami storici con Israele, ha collaborato con Tel Aviv durante l’invasione del Libano nel 1982. Ma nel paese dei cedri i partiti politici che sono divisi su tutto, camminano mano nella mano su di un punto, dalle Forze libanesi al movimento sciita Hezbollah: i 450mila profughi palestinesi in Libano dal 1948 dovranno tornare nella loro terra da cui scapparono o furono cacciati e Israele deve aprire le sue porte. E lo dicono, con poche eccezioni, non per amore del diritto internazionale ma perché proprio non li vogliono i profughi palestinesi, così come quelli siriani. Quindi l’accordo tra Libano e Israele resta solo una vaga ipotesi.

Non sorprende perciò che i colloqui nella base 1-32A dell’Unifil si siamo svolti ieri in un clima formale e freddo. E che durante la pausa per il caffè le delegazioni dei due paesi non abbiamo avuto alcun contatto. Martedì il presidente libanese Michel Aoun aveva ribadito che Israele e Beirut stanno solo discutendo di confini e gas. A Naqura, il governo dimissionario di Hassan Diab perciò ha inviato una delegazione tecnica, composta solo da militari ed esperti di energia. E nonostante ciò non ha soddisfatto tutti i libanesi. Hezbollah e l’altro partito sciita Amal nella delegazione volevano solo militari. Israele e gli Stati uniti che fanno da mediatori, invece provano a dare un significato anche politico all’incontro in cui dicono di intravedere segnali di apertura e la volontà, di una parte delle formazioni politiche libanesi, di seguire il percorso fatto di recente da Emirati e Bahrain.

Ciò che conta in questo negoziato tra nemici è solo l’interesse economico comune. In 860 kmq di acque contese si trovano (pare) ricchi giacimenti di gas naturale che, se ben sfruttati, potrebbero portare nelle casse dei due paesi diversi miliardi di dollari. Proprio per questo Hezbollah, alleato di Siria e Iran e che contro Israele ha combattuto per tutta la sua esistenza, non ha posto il veto all’avvio di colloqui destinati inevitabilmente a generare speculazioni di ogni sorta. Il Libano è sommerso dai debiti e vive una crisi economica e finanziaria molto grave che ha provocato l’impoverimento di buona parte della popolazione. Quei miliardi di dollari non sono la soluzione di tutti i suoi immensi problemi ma certo possono dare una mano al paese. Le due delegazioni torneranno ad incontrarsi il 28 ottobre. Nena News

Territori occupati. Il portale d’informazione Axios rivela che Bruxelles non approverà aiuti aggiuntivi per i palestinesi se l’Anp non rilancerà le relazioni con Israele interrotte a causa del piano di annessione della Cisgiordania. Abu Mazen prima vuole una garanzia scritta da Netanyahu

di Michele Giorgio

Gerusalemme, 14 ottobre 2020, Nena News – Costretti a tifare per Joe Biden nella corsa alla Casa Bianca pur sapendo che il candidato democratico, se eletto, non annullerà il riconoscimento Usa di Gerusalemme come capitale di Israele e altre mosse di Donald Trump in Medio oriente; sotto attacco delle monarchie del Golfo per la condanna della normalizzazione dei rapporti tra Israele, Emirati e Bahrain, i dirigenti dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) ora devono fronteggiare le pressioni dell’Unione europea.

Stando al portale d’informazione Axios, Bruxelles avrebbe comunicato al governo del premier Mohammed Shttayeh che non prevederà aiuti aggiuntivi fintanto che i palestinesi rifiuteranno di accettare per motivi politici i fondi, in tasse e dazi doganali, raccolti da Israele per conto dell’Anp. L’indiscrezione è stata confermata al manifesto da un funzionario del governo palestinese, che ha chiesto di rimanere anonimo, con la precisazione che «la questione è in discussione dietro le quinte» della diplomazia.

Dietro l’intimazione europea giunta, riferisce Axios, dal responsabile della politica estera dell’Ue, Josep Borrell, ci sarebbe la sospensione del piano di annessione a Israele di porzioni della Cisgiordania palestinese decisa dal premier Benyamin Netanyahu nel quadro del recente accordo di normalizzazione tra lo Stato ebraico e gli Emirati.

Tre paesi in modo particolare, Francia, Germania e Norvegia – ai quali si è unita la Gran Bretagna quasi fuori dall’Ue – chiedono all’Anp di revocare subito il blocco dei 750 milioni di dollari fermi da mesi in Israele. Con quei fondi a disposizione, spiegano, la richiesta palestinese di aiuti supplementari non ha senso. Per l’Anp invece dietro alla giustificazione europea c’è un obiettivo politico: imporre ai palestinesi di riallacciare i rapporti con Israele senza alcuna garanzia.

A maggio, in risposta all’annuncio del piano di annessione della Cisgiordania, il presidente palestinese Abu Mazen e il premier Shttayeh comunicarono l’interruzione di ogni relazione con Israele (ma la cooperazione di sicurezza tra le due parti non si è mai interrotta).

Avvertirono che l’Anp non accetterà altro che il versamento nelle sue casse di tutti i fondi derivanti dalla raccolta di tasse e dazi doganali, senza decurtazioni da parte di Israele. Abu Mazen avrebbe spiegato agli europei che vuole da Netanyahu un documento ufficiale di rinuncia all’annessione della Cisgiordania. Il premier israeliano da parte sua parla di stop temporaneo del suo piano.

In ballo ci sono circa 150 milioni di dollari al mese dai quali il governo Netanyahu trattiene la percentuale corrispondente ai sussidi mensili che l’Anp versa alle famiglie dei prigionieri politici e a quelle dei «martiri», i palestinesi uccisi da israeliani in varie circostanze, inclusi autori di attacchi armati.

Per Israele quei sussidi sono un «incentivo al terrorismo» e una minaccia alla sua sicurezza. Per l’Anp invece sono parte di programmi assistenza sociale previsti anche in altri paesi durante o dopo un conflitto.

«L’Ue vuole imporci la ripresa delle relazioni con Israele. E ci chiede di piegarci alle imposizioni israeliane. Per noi è inaccettabile e vogliamo tutti i nostri fondi, senza tagli, come è previsto dal Protocollo di Parigi», ha spiegato la nostra fonte riferendosi alle intese economiche tra Israele e palestinesi successive agli Accordi di Oslo del 1993-94.

Il diktat europeo mette in ginocchio l’Anp che da cinque mesi paga solo metà dello stipendio ai suoi impiegati (oltre centomila) e fa i conti con le conseguenze economiche del coronavirus in Cisgiordania. Nena News

 

 

 

Pagine

Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

PalestinaRossa newsletter

Resta informato sulle nostre ultime news!

Subscribe to PalestinaRossa newsletter feed

Accesso utente