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Ennesimo rinnovo della detenzione preventiva a quasi un anno dall’arresto. Il 25 gennaio, intanto, al-Sisi si prepara a concedere la grazia a centinaia di detenuti, mai politici. Ma stavolta per rifarsi l’immagine potrebbe liberare anche prigionieri per ragioni politiche

Patrick Zaki

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 20 gennaio 2021, Nena News – Altri 15 giorni di detenzione per Patrick Zaki, comminati ieri dal tribunale penale del Cairo a 48 ore dall’udienza di domenica. Non c’è luce in fondo al tunnel per lo studente egiziano dell’Università di Bologna che dal 7 febbraio 2020 vive in un limbo che si è fatto inferno. Senza mai andare a processo, la detenzione preventiva viene costantemente rinnovata.

È successo di nuovo ieri, dopo due giorni di attesa: Patrick si era seduto davanti al giudice domenica, costretto a restare 10 ore in aula e ad assistere all’identico formale e inutile rito somministrato a decine di altri prigionieri come lui.

Stavolta i giorni di rinnovo sono 15, non 45 (quelli previsti dalla legge). La sua avvocata Hoda Nasrallah non si sbilancia e all’Ansa dice di non voler leggere nulla di positivo in quelle due settimane di estensione del carcere. «Le autorità giudiziarie egiziane hanno mostrato ulteriormente il loro disprezzo per il rispetto e la dignità dei detenuti», il commento di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. «Lo stesso rito crudele ogni volta», il post su Twitter del deputato di LeU Erasmo Palazzotto, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni.

«Siamo molto angosciate e preoccupati per lo stato psicologico di Patrick – si legge nella pagina Fb della campagna “Patrick Libero” – quando verrà a conoscenza dell’ennesimo rinnovo; concluderà un anno intero in carcere in meno di tre settimane».

L’anno dall’arresto cadrà dopo il quinto anniversario dalla scomparsa di Giulio Regeni e il decimo dalla rivoluzione egiziana, il 25 gennaio. In Egitto non è una data qualsiasi: i manifestanti l’avevano scelta perché è la giornata dedicata alle forze armate e alla polizia. Come ogni anno, il 25 gennaio il presidente annuncia la grazia per qualche centinaio di detenuti. Mai prigionieri politici.

Stavolta potrebbe cambiare: secondo fonti citate dal quotidiano Al-Quds al-Arabi, al-Sisi potrebbe emettere il perdono presidenziale anche a detenuti per ragioni politiche per risollevare la sua immagine all’estero, soprattutto in vista dell’entrata alla Casa bianca di Joe Biden. Tra questi, aggiungono le fonti, anche prigionieri in detenzione preventiva. Come Patrick.

In principio fu l’iniziativa Carter, poi la “Quality of Life” di Reagan e così via fino al pacchetto promesso da Obama e alla “Peace for Prosperity” di Trump. La nuova amministrazione Usa torna al solito approccio: pace economica invece di pace politica. Un meccanismo che non funziona e che ha fatto dell’Anp un mero appaltatore dell’occupazione israeliana

Biden, all’epoca segretario di Stato Usa, con Abu Mazen (Fonte: Wafa)

di Alaa Tartir – LSE

Traduzione a cura di Valentina Timpani

Roma, 20 gennaio 2021, Nena News – Sette anni fa ho scritto l’articolo “I miliardi di Kerry” per analizzare in modo critico il piano economico degli Stati Uniti in favore dei territori occupati palestinesi. A quei tempi, il segretario di Stato statunitense John Kerry (dell’amministrazione Obama-Biden) aveva promesso ai palestinesi miliardi di dollari (tra i 4 e gli 11 miliardi) con l’iniziativa “Palestine Economic Initiative”.

Il piano mirava a sviluppare l’economia della Cisgiordania e della Striscia di Gaza in un periodo previsto di tre anni, come prerequisito per un accordo politico che avrebbe messo fine al “conflitto israelo palestinese”. Il piano prometteva una crescita del 50% del prodotto interno lordo (PIL) palestinese nell’arco di tre anni, un taglio di due terzi del tasso di disoccupazione e un raddoppio effettivo dello stipendio medio dei palestinesi.

Kerry descrisse il suo piano come “un nuovo modello di sviluppo”, mentre Tony Blair, all’epoca rappresentante del Quartetto, lo definì qualcosa di unico nella storia. A quel tempo avevo messo in guardia non solo sull’impossibilità di questo piano, ma anche riguardo la sua struttura problematica, le sue conseguenze deleterie e la sua logica economica fallace.

Avevo anche avvertito che era impossibile che la “pace economica” comprasse la “pace politica”, e che la pace economica in quanto prerequisito per la prosperità fosse qualcosa di fondamentalmente fallace in assenza di un orizzonte politico. Kerry (e l’amministrazione Obama-Biden) ha lasciato la Casa Bianca, i miliardi di dollari sono rimasti a Washington e il piano non si è concretizzato né ha fornito risultati tangibili in relazione a quello che era stato pianificato e promesso.

Di certo non si tratta di un risultato sorprendente, in quanto il piano si inseriva all’interno di un paradigma/approccio di intervento esterno complessivamente inefficace e certamente dettato da calcoli e parametri di un mediatore di pace disonesto (gli Usa) e del suo alleato (Israele).

Adesso, mentre Joe Biden si prepara per ritornare alla Casa Bianca in qualità di presidente, temo che le mie preoccupazioni precedenti restino rilevanti, i Miliardi di Kerry saranno sostituiti da i Miliardi di Biden. Il ritorno alla “vecchia normalità” non è una buona notizia né per la pace né per la giustizia, figuriamoci per la libertà e l’uguaglianza dei palestinesi.

All’amministrazione Biden non sarà possibile deviare dagli approcci politici tradizionali statunitensi di “pace economica” e di “dividendi della pace” nei confronti dei palestinesi. Dunque, non ci sarà da sorprendersi se la nuova amministrazione sceglierà l’aiuto statunitense come prima mossa per riallacciare i rapporti con l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) dopo anni di marginalizzazione e abbandono da parte di Trump. Facendo così, in realtà, Biden seguirà il sentiero che ha portato i suoi predecessori a fallire.

Il quadro per la pace economica dell’amministrazione Carter fu seguito dall’iniziativa “Quality of Life” dell’amministrazione Reagan, poi dalla nozione di dividendi della pace dell’amministrazione Clinton, e infine dall’iniziativa “Roadmap for Peace” dell’amministrazione Bush focalizzata su un approccio improntato alla sicurezza economica. Più recentemente, l’amministrazione Trump ne ha seguito l’esempio con il piano “Peace for Prosperity”: una visione basata sulla stessa fallace logica economica.

La presidenza Biden non avrà pertanto alcun incentivo ad allontanarsi dalla “pace economica” come approccio politico statunitense alla Palestina. Dovrà solo uscirsene con un nuovo nomignolo o un sinonimo per i sopracitati piani di “pace economica” e “dividendi della pace”. Avrà anche bisogno di una “modalità ibrida” leggermente modificata, nel senso che il suo intervento non sarà probabilmente composto unicamente dall’aiuto condizionato, ma anche da un investimento condizionato. Questa modalità ibrida di “aiuto-investimento” potrebbe essere vista come un approccio adeguato alla luce dei cosidetti Accordi di Abramo e della strada verso la “normalizzazione regionale” tra Israele e alcuni stati arabi.

Detto ciò, per rimettere in gioco gli aiuti all’Anp l’amministrazione Biden dovrà andare contro diverse leggi e regolamentazioni promulgate negli ultimi quattro anni, o girarvi intorno/bypassarle prima di riavviare il programma di aiuti. Ciò non dovrebbe essere un ostacolo rilevante, dato che la politica spingerà come sempre a calpestare la sfera delle leggi e delle regolamentazioni.

Infine, da parte dei beneficiari dell’anticipato pacchetto di “aiuti-investimenti” statunitense – l’Anp- non ci sarà molta resistenza nei confronti di questo problematico quadro di aiuti. Con il successo di Biden e la sconfitta di Trump, la disperata leadership politica palestinese ha già mandato chiari segnali a Washington, lasciando intendere che è pronta per la “vecchia normalità”.

Il quadro politico che è stato adottato sin dalla fondazione dell’Anp è in linea con i parametri dell’amministrazione Biden, e non si è chiaramente imparato nulla dai fallimenti collettivi degli ultimi decenni: si sta pensando, ancora una volta, di mettere molte (se non tutte le) uova nel cesto degli Stati Uniti e di accettare il loro aiuto.

Considerato lo stato disastroso delle sue finanze, l’Anp vede l’afflusso degli aiuti statunitensi come ossigeno di cui necessita profondamente e sarà disposta a convivere con il pacchetto di condizioni che ne consegue. Queste non sono, tuttavia, buone notizie per la lotta all’autodeterminazione, alla libertà e alla dignità del popolo palestinese.

Dopotutto, negli ultimi decenni l’aiuto degli Stati Uniti all’Anp ha mirato fondamentalmente a consolidare il ruolo di subappaltatore di quest’ultima in favore dell’occupazione, permettendo che fosse più lunga e meno costosa, a vantaggio dell’economia israeliana, consolidando al contempo la frammentazione palestinese e negando il potenziale per la democrazia palestinese.

Con il nuovo pacchetto di aiuti da parte dell’amministrazione statunitense in entrata, tali dinamiche nocive non faranno altro che consolidarsi ancora di più e renderanno sempre più difficili le prospettive per una pace reale e duratura.

È giunta l’ora di superare la “vecchia normalità”, ma sicuramente né l’amministrazione statunitense in entrata né l’attuale leadership politica palestinese sono capaci o disposte a passare a una “nuova normalità” che potrebbe fornire le basi per una pace giusta.

Prezzi della farina troppo alti, i panifici chiudono. Il premier va allo scontro con il governatore al-Kabir. Poi annuncia una nuova agenzia per la sicurezza, che indebolisce il ruolo del super ministro degli Interni Bashagha

Un panificio di Tripoli

di Roberto Prinzi

Roma, 20 gennaio 2021, Nena News – Non c’è pace per il capo del Governo di Accordo nazionale libico (Gna) Fayez al-Sarraj. Nonostante i progressi con le autorità rivali dell’est, ad agitare il premier è ora il rischio di una crisi del pane. Sabato le prime avvisaglie quando la maggior parte dei panifici della capitale Tripoli è rimasta chiusa per mancanza di farina e per il caro-prezzi degli ingredienti usati per fare il pane.

«L’Autorità della Guardia municipale ha iniziato a controllare le panetterie che vendono tre pagnotte per un dinaro perché le raccomandazioni del ministero dell’Economia sono di vendere una pagnotta per 20 centesimi di dinaro», ha raccontato alla rete 218 Tv Ali Abu Azza, capo del comitato di controllo delle panetterie.

Una raccomandazione inaccettabile però per i panettieri che, secondo Abu Azza, non possono ottenere prodotti a prezzi «conformi alle prescrizioni ministeriali». In effetti, la decisione ministeriale sembra basarsi sui dati di mercato dell’anno passato: ora il prezzo per un sacco da 50 chili di farina è balzato a 210 dinari. Senza poi considerare che nelle 680 panetterie di Tripoli la farina è in esaurimento. A questi costi, spiegano i panettieri, non resta che aumentare il prezzo di vendita.

La crisi del pane ha causato un nuovo scontro tra Sarraj e il governatore della Banca centrale al-Sadiq al-Kabir. La tensione tra i due – già evidente negli scorsi mesi per le divisioni delle entrate della vendita del petrolio – è aumentata domenica quando il premier ha inviato ad al-Kabir una lettera in cui ha sottolineato come l’esaurimento delle scorte di farina potrebbe «far entrare il Paese in una crisi alimentare», osservando che l’ultimo credito per l’importazione di farina risale all’agosto 2020 mentre enormi somme di denaro sono state investite per importare beni non necessari.

Accusato, al-Kabir si è difeso: la mancanza di farina è dovuta al contrabbando – la sua replica – e andrebbero pertanto monitorati meglio i confini e i porti. In una parola: è necessaria più sicurezza. Tema sentito da molti libici a cui ieri il premier ha risposto annunciando la creazione di un nuovo apparato securitario.

Una decisione che va letta anche come l’ennesimo attacco al potente ministro degli Interni Bashagha con cui il rapporto è pessimo: l’organismo sarà infatti affidato ad al-Kikli, il capo delle milizie Abu Salim di Tripoli, concorrenti di quelle della città-stato di Misurata che fanno capo a Bashagha.

Le tensioni interne in Tripolitania non devono però oscurare i progressi del Foro del Dialogo politico i cui 75 membri si sono espressi ieri sul meccanismo di selezione del governo che dovrà traghettare il Paese alle elezioni fissate per il 24 dicembre 2021.

Un meccanismo complesso studiato per evitare i precedenti stalli politici e che è stato concordato sabato dai 18 membri del Comitato consultivo composto da sei esponenti per ciascuna delle tre regioni della Libia (Tripolitania a ovest, Fezzan a sud-ovest, Cirenaica a est)..

La decisione, presa dal ministro dell’Istruzione Gallant, giunge a una settimana di distanza dal duro attacco del direttore della ong israeliana B’Tselem che aveva definito Israele uno stato d’apartheid

Hagai el-Ad

della redazione

Roma, 19 gennaio 2021, Nena News – La vendetta è servita. Ieri il ministro dell’istruzione israeliano Gallant ha ordinato di impedire alle scuole di ospitare organizzazioni che trattano i soldati israeliani “con disprezzo e definiscono Israele uno stato d’apartheid”. L’annuncio di Gallant giungeva poco dopo la protesta alla Knesset dei membri del partito di destra Likud (quello del premier Netanyahu) contro Hagai el-Ad per l’invito ricevuto da quest’ultimo a parlare via Zoom agli studenti di una scuola di Haifa. La scorsa settimana el-Ad, direttore dell’ong umanitaria israeliana B’Tselem, aveva definito Israele “stato d’apartheid”.

La direttiva del ministero dell’istruzione afferma che per chi usa per lo stato israeliano “nomi falsi e dispregiativi” o lo definisce “d’apartheid” non sarà consentito “l’ingresso nelle istituzioni educative israeliane”. La disposizione riprende nei fatti legge passata nel 2018 che vietava a “Breaking the Silence” (organizzazione di ex soldati che denunciano le pratiche dell’occupazione israeliana nei Territori palestinesi) di visitare le scuole per denunciare la violazione nei diritti umani compiuta dall’esercito di Tel Aviv in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

La decisione del ministero dell’Istruzione è stata criticata dall’organizzazione Adalah che ha chiesto a Gallant di annullare la sua decisione su al-Ed. “Il ministro – ha scritto l’ong che si occupa dei diritti della minoranza araba in Israele – non ha autorità legale per impedire alle organizzazioni umanitarie di incontrare gli studenti semplicemente perché hanno criticato la definizione d’Israele come stato sionista, per la sua continua occupazione dei territori palestinesi o perché lo definiscono un regime d’apartheid”.

Nonostante il divieto di Gallant emesso domenica, el-Ad di B’Tselem è comunque riuscito a parlare agli alunni della scuola di Haifa. Il quotidiano Haaretz riferisce che la scuola aveva invitato anche Nave Dromi (un’editorialista di destra) e due avvocati per parlare dell’occupazione israeliana in Cisgiordania. In una nota, l’istituzione scolastica ha fatto sapere che crede nel “pluralismo, nella libertà di espressione e opinione”. “Da anni – si legge in un suo comunicato – presentiamo ai nostri studenti varie opinioni relative all’intero spettro politico”.

B’Tselem è in prima linea nel denunciare le violazioni contro i palestinesi, nel documentare le demolizioni delle loro case e l’espansione delle colonie ai loro danni. La scorsa settimana, in un articolo pubblicato sul britannico The Guardian, el-Ad ha scritto: “Chiamare le cose con il loro nome – apartheid – non è un momento di disperazione: piuttosto è un momento di chiarezza morale, un passo di un lungo cammino guidato dalla speranza”.

Sempre la settimana passata, l’organizzazione aveva pubblicato anche un rapporto in cui definiva Israele uno stato d’apartheid dal fiume Giordano al mar Mediterraneo, evidenziando come gli israeliani abbiano gli stessi diritti politici e lo stessa possibilità di accedere ai servizi sia se vivono dentro Israele che nella Cisgiordania occupata. “Cosa che è invece negata ai palestinesi”, ha commentato l’ong che ha sottolineato come “l’attuale Israele e i Territori palestinesi sono organizzati secondo un solo principio: avanzare e cementificare la supremazia di un solo gruppo – gli ebrei – sopra un altro, i palestinesi”. “Geograficamente, demograficamente e fisicamente parlando – afferma ancora il rapporto della ong – il regime permette agli ebrei di vivere in un’area contigua in cui si hanno pieni diritti, tra cui quello dell’autodeterminazione, mentre i palestinesi vivono in unità separate e godono di meno diritti”. “Questo – conclude B’Tselem – qualifica questo regime come uno d’apartheid,

Trump/Tehran. Per la quinta volta in poche settimane i giganteschi B-52H, i bombardieri più potenti al mondo, hanno sorvolato il Golfo e il Medio oriente. Scopo: lanciare avvertimenti all’Iran che, da parte sua, non si lascia impressionare

Un bombardiere B-52H © commons.wikimedia

di Michele Giorgio   il Manifesto

Roma, 19 gennaio 2021, Nena News – Fino all’ultimo giorno pressione sull’Iran. Donald Trump lascia la Casa Bianca dopo aver avallato, domenica scorsa, un nuovo minaccioso sorvolo sul Medio Oriente dei giganteschi B-52H, i bombardieri più potenti al mondo capaci di trasportare 32.000 kg di armi, comprese le bombe nucleari. Centcom, il Comando Centrale Usa, ha parlato di «pattuglie di presenza» per la quinta missione in poche settimane dei B-52H. Al di là delle spiegazioni ufficiali, è facile collegare quest’ultimo sorvolo al test dei missili a lunga gittata effettuato il giorno prima dalle Guardie rivoluzionarie iraniane.

Tehran si dice non impressionata dalla dimostrazione di forza e suggerisce agli Usa di spendere il proprio budget militare in assistenza sanitaria ai cittadini americani. «Se le tue pattuglie di presenza di B-52H intendono intimidire o ammonire l’Iran, avresti dovuto spendere quei miliardi di dollari per la salute dei tuoi contribuenti», ha twittato il ministro degli esteri di Tehran Mohammad Javad Zarif, rivolgendosi a Trump. Poi ha aggiunto un avvertimento: «Mentre non abbiamo iniziato una guerra in più di 200 anni, non abbiamo paura di schiacciare gli aggressori. Chiedilo ai tuoi ‘migliori amici’ che hanno sostenuto Saddam». Per il generale Mohammed Baqeri, capo di stato maggiore delle forze armate iraniane, «le prove di forza degli Stati Uniti confermano come in realtà temano la capacità difensiva della Repubblica islamica». L’Iran ha effettuato in 20 giorni numerose manovre militari con l’impiego di droni e missili balistici di lungo raggio (fino a 1.800 km di distanza) nel Golfo di Oman e nell’Oceano indiano, per segnalare di essere pronto a rispondere all’attacco degli Usa ipotizzato da diversi analisti nei giorni della fine del mandato dell’Amministrazione Trump.

Nei passati quattro anni Washington ha adottato, anche sotto la forte pressione degli alleati israeliani e sauditi, una linea di crescente aggressività nei confronti di Tehran. Gli Usa prima sono usciti dall’accordo internazionale del 2015 sul programma nucleare iraniano, quindi hanno varato una lunga serie di sanzioni economiche e diplomatiche contro la Repubblica islamica. Poi il 3 gennaio 2020, Trump ha anche ordinato l’omicidio del generale iraniano Qassem Suleimani e ha alzato la pressione militare nel Golfo al punto da sfiorare la guerra con Tehran in almeno un paio di occasioni. Uno scontro armato manderebbe in fumo il tentativo che Joe Biden intenderebbe fare per riallacciare il dialogo diplomatico con l’Iran.

Allo stesso tempo, per segnalare che Israele non approva la futura mano tesa di Washington agli iraniani, il governo Netanyahu ha dato il via nelle ultime due-tre settimane a pesanti attacchi aerei in Siria – l’ultimo la scorsa settimana – contro presunte postazioni di milizie filo Iran. Raid che avrebbero fatto decine di morti e feriti e che sono risultati indigesti a Mosca, alleata strategica di Damasco. La Russia ha buone relazioni anche con Israele ma vuole che Tel Aviv fornisca le informazioni di intelligence che sarebbero alla base degli attacchi aerei. «Se avete evidenza del fatto che il vostro Stato stia affrontando minacce dal territorio siriano, segnalate i fatti con urgenza e prenderemo ogni misura per neutralizzare la minaccia», ha detto ieri il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, chiedendo che la Siria non sia un campo di battaglia per lo scontro tra Iran e Israele. Parole che solo in apparenza rappresentano un rimprovero allo Stato ebraico. Più concretamente Mosca segnala di volere intervenire proprio sull’Iran per imporgli l’uscita di una buona parte delle sue forze dalla Siria. Nena News

 

 

780 nuove unità abitative coloniali in arrivo in Cisgiordania. Tel Aviv, intanto, nella notte ha bombardato “target” di Hamas nella Striscia di Gaza in risposta al lancio di due razzi partiti dall’enclave palestinese. Proteste e scontri con la polizia in ben 10 città tunisine: centinaia gli arresti, soprattutto adolescenti. Massacro nel Darfur Occidentale: almeno 83 le persone uccise negli attacchi delle milizie armate vicino al campo di Krinding nella città di el-Geneina

Darfur Occidentale

della redazione

Roma, 18 gennaio 2020, Nena News 

Territori occupati palestinesi

Israele ha approvato ieri altre 780 unità abitative nella Cisgiordania Occupata palestinese. A dare la notizia è stata l’organizzazione israeliana Peace Now che ha sottolineato in una nota come la decisione di Tel Aviv pone Israele in “rotta di collisione” con Biden che si insedierà mercoledì alla Casa Bianca. Il neo presidente, infatti, ha dichiarato più volte che la sua amministrazione si opporrà all’espansione coloniale in Cisgiordania. L’annuncio di ieri è stato criticato anche da un portavoce dell’Unione europea che ha sottolineato come la mossa di Tel Aviv sia “contraria al diritto internazionale e mina le prospettive per una soluzione di pace a due stati”. Peace Now non ha dubbi: “Il premier Netanyahu, ancora una volta, sta ponendo i suoi interessi personali davanti a quelli del Paese”, sottolineando come i suoi recenti ok all’allargamento delle colonie abbiano soprattutto finalità elettorali in vista delle elezioni del prossimo 23 marzo. Secondo alcuni analisti, il tentativo di “Bibi”è quello di prendere voti a destra soprattutto dai coloni.

Gaza

L’aviazione israeliana ha fatto sapere di aver colpito stamane all’alba la Striscia di Gaza in risposta a due attacchi provenienti dall’enclave sotto assedio palestinese diretti verso la città israeliana di Ashdod. In una nota, l’esercito ha riferito di aver bombardato “target” del movimento islamico palestinese Hamas, tra cui alcuni tunnel sotterranei che giungono in Israele. Al momento non ci sono notizie di feriti da parte palestinese. I razzi sparati invece dalla città di Beit Hanoun (nord della Striscia di Gaza) hanno raggiunto invece il mare vicino ad Ashdod (sud d’Israele) e non hanno causato quindi danni e feriti. Al momento non è chiaro chi abbia lanciato i missili. Tuttavia, come da prassi in questi casi, per Israele la responsabile di tutto ciò che avviene nella Striscia è solo Hamas.

Tunisia

Per il secondo giorno consecutivo, si sono registrati duri scontri tra polizia tunisina e manifestanti a Tunisi e in altre 10 città della Tunisia. Le proteste, che non presentano al momento chiare richieste, giungono mentre il Paese affronta una dura crisi economica ed è in lockdown da giovedì per prevenire la diffusione del Covid-19. Secondo il portavoce del ministero degli Interni, le persone arrestate sono finora 242, molte delle quali sono adolescenti e bambini che hanno provato a rubare negozi e banche in diverse città del Paese. A dieci anni dalla rivolta contro l’autocrate Ben Ali, la Tunisia è quasi in bancarotta. Il prodotto interno lordo è crollato del 9% lo scorso anno, i prezzi sono aumentati vertiginosamente e circa un terzo della popolazione giovane è disoccupata. La situazione è ancora più difficile nella zona centrale e meridionale del Paese da sempre più in marginalizzata rispetto alle aree costiere. Il turismo, settore chiave dell’economia, già in difficoltà dopo gli attacchi terroristici nel 2015, ha subito un durissimo colpo a causa della pandemia da Covid-19 che ha causato in Tunisia più di 5.600 morti. Le proteste sono un problema di non facile soluzione per il governo di Hisham Meshishi che ha compiuto recentemente un rimpasto di governo.

Darfur (Sudan)

Scontri violenti tra milizie armate nella regione sudanese del Darfur hanno provocato la morte di almeno 83 persone nelle ultime 48 ore. Una notizia che è ancora più amara se si pensa che solo lo scorso 31 dicembre la missione di pace Onu nell’area (UNAMID) ha terminato le sue operazioni. Secondo un comunicato del Comitato centrale dei dottori sudanesi, citato dall’agenzia Afp, “il numero di morti ad al-Geneina, capitale dello stato del Darfur Occidentale, è salito domenica mattina a 83. Sono 160 i feriti. Tra questi, ci sono anche uomini delle forze armate”. Le autorità sudanesi hanno imposto il coprifuoco nell’intero stato del Darfur Occidentale e hanno inviato una delegazione di “alto profilo” nel tentativo di contenere la situazione. Sabato il governatore della regione aveva dichiarato lo stato di emergenza, autorizzando l’uso della forza nel tentativo di stabilizzare la situazione e rispettare il coprifuoco imposto.

Secondo l’organizzazione umanitaria the Darfur Bar Association, le violenze sono scoppiate quando un membro della tribù Massalit ha accoltellato uno di una tribù araba. Il Darfur non è nuovo a bagni di sangue: le violenze sono scoppiate nell’area nel 2003 dopo che molti ribelli non arabi si sono sollevati contro Khartoum. Gli scontri hanno causato nel corso degli anni la morte di circa 300.000 persone. Più di 180.000 sono stati gli sfollati (dati Onu). L’allora presidente Bashir – deposto nell’aprile del 2019 e ricercato dalla Corte Penale Internazionale per presunto genocidio e crimini di guerra in Darfur – rispose alle tensioni reclutando e armando la milizia per lo più araba dei Janjawwed. Questi sono ritenuti vicini alla Forza di supporto rapido (Rsf), il cui leader, Mohammed Hamdan Dagolo (Hemeti), è ora leader del governo di transizione.

 

 

Territori occupati. Le consultazioni, legislative e presidenziali, dovrebbero tenersi il 22 maggio e il 31 luglio. Hamas applaude. Il presidente e l’Anp cercano di legittimarsi agli occhi dei palestinesi, dell’Ue e dell’Amministrazione Biden

Abu Mazen consegna il decreto sulle elezioni al presidente della Commissione elettorale Hanna Nasser © Thayer Ghanayem/Wafa

di Michele Giorgio   il Manifesto

Gerusalemme, 18 gennaio 2020, Nena News – Il decreto con il quale il leader dell’Autorità nazionale (Anp), Abu Mazen, venerdì ha convocato le elezioni non ha suscitato particolari entusiasmi nella popolazione palestinese in Cisgiordania e Gaza.  La reazione invece delle forze politiche e della società civile è stata positiva. Se le elezioni si terranno – il dubbio è legittimo visto che ad annunci simili in passato non è poi seguito il voto – i palestinesi dei Territori occupati torneranno alle urne per la prima volta dopo 15 anni, il prossimo 22 maggio per eleggere i membri del Consiglio legislativo e il 31 luglio, dopo 16 anni, per scegliere il presidente dell’Anp. Infine il 31 agosto saranno chiamati, anche nella diaspora, a rinnovare il Consiglio nazionale palestinese, il Parlamento dell’Olp. Anche il movimento islamico Hamas, avversario del partito Fatah di Abu Mazen, ha applaudito al decreto. Il mese scorso il capo del suo ufficio politico, Ismail Haniyeh, aveva scritto alla presidenza dell’Anp per affermare che il voto rappresenta l’unica soluzione allo scontro lacerante tra Fatah e Hamas che nel 2007 ha politicamente diviso Gaza dalla Cisgiordania. Abu Mazen vuole le elezioni anche a Gerusalemme est. La parte araba della città è occupata da Israele e sono minime le possibilità che venga concesso ai palestinesi che vi abitano di partecipare al voto per l’Anp.

Non pochi si interrogano sui motivi che hanno spinto Abu Mazen a convocare le elezioni. Il conflitto Fatah-Hamas è meno intenso di qualche tempo fa ma sempre vivo e si teme che i due partiti, oltre i proclami di facciata, faranno in modo da ostacolarsi nelle aree sotto il loro controllo. Il fatto che le legislative e le presidenziali non si svolgeranno nello stesso giorno genera il sospetto che se il risultato delle prime non sarà soddisfacente per una delle due parti, le seconde potrebbero saltare. Hamada Jaber, analista del Palestinian Center for Policy and Survey Research di Ramallah, dice al manifesto che «l’Anp a punta a legittimarsi con le elezioni agli occhi dell’Unione europea e dell’Amministrazione Biden con cui intende instaurare rapporti di collaborazione dopo il gelo con gli Usa causato dalle politiche di Donald Trump». Poi, aggiunge Jaber, «si deve tenere presente che il mandato di Abu Mazen è scaduto nel 2009. Il presidente è molto anziano (85 anni, ndr) e una sua improvvisa uscita di scena troverebbe le istituzioni dell’Anp ferme. Il Consiglio legislativo da molti anni è inattivo a causa dello scontro Fatah-Hamas».

Scontro che l’esito delle elezioni potrebbe addirittura riaccendere. L’ultima volta che si votò in Cisgiordania e Gaza, nel 2006, il movimento islamico vinse con ampio margine le legislative sbaragliando gli avversari. Il risultato non fu accettato da Fatah così come da Israele, dall’Ue e dagli Stati uniti. Il governo islamista fu boicottato, la paralisi fu totale e quasi tutti i deputati di Hamas in Cisgiordania e a Gerusalemme furono arrestati dai servizi di sicurezza israeliani. Gli islamisti ricambiarono il «favore» l’anno successivo prendendo il potere con la forza a Gaza (centinaia i morti). «Non è più così popolare – spiega Jaber – però a Gaza Hamas resta la forza di maggioranza e la lista islamica ha le potenzialità per ottenere un buon risultato anche in Cisgiordania». Su Fatah gravano peraltro le divisioni interne, sottolinea l’analista, «i suoi principali esponenti duellano tra di loro. Inoltre una possibile lista dello scomunicato di Fatah, Mohammed Dahlan, è accreditata di 6-7 seggi che si coalizzerebbero più con Hamas che con il partito di Abu Mazen». Nena News

 

Il 17 gennaio 1991 iniziava la prima guerra del Golfo: per 43 giorni gli Stati Uniti colpirono ininterrottamente l’Iraq. Poi l’embargo, le sanzioni. Oggi il paese è vittima di molti dei fantasmi di allora. Ma i giovani, il 57% della popolazione ha meno di 24 anni e di sei dollari al giorno, dicono basta e scendono in piazza contro diseguaglianze sociali e settarismo

La piazza di Baghdad (Foto: Shafaaq)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 16 gennaio 2021, Nena News -

Tanti si chiedono se quella scoppiata a Baghdad il primo ottobre 2019 sia stata una rivoluzione. Il sistema politico iracheno è ancora lì, scalfito ma granitico. In apparenza. Perché dalle proteste l’Iraq è uscito trasformato nella sua capacità di immaginarsi al di là della guerra permanente e globale, che ha occupato le vite degli iracheni nel settembre 1980, contro l’Iran del primo khomeinismo, e che è esplosa in tutta la sua potenza distruttrice con l’operazione Desert Storm dieci anni dopo.

Chi ha trasformato piazza Tahrir, riempiendone di senso il nome, piazza della Liberazione, sono stati i giovani iracheni. Ventenni, trentenni, per cui la prima guerra del Golfo è custodita nel racconto dei genitori ed è viva nelle conseguenze economiche e sociali. Un embargo feroce, sanzioni punitive e una seconda guerra americana che ha dato il là a un sistema politico in cui al posto di un Saddam ne sono sorti cento.

L’Iraq di oggi sono tante cose: è un paese dalle istituzioni settarie, come imposto dall’occupazione Usa del 2003; è un paese seduto sulle quinte riserve al mondo di petrolio eppure tra i più poveri del Medio Oriente; è un campo di battaglia altrui. È anche un paese, però, che tra 2019 e 2020 ha saputo ribellarsi alla povertà strutturale, con parole d’ordine progressiste e una lotta di classe politica e socio-economica.

È il paese delle milizie sciite che dettano legge nei quartieri e le città, mai realmente assorbite dall’esercito ma rispondenti a logiche settarie e poteri affatto in ombra; ma è anche il paese in cui donne e uomini, cristiani e musulmani, studenti e disoccupati, hanno per la prima volta contestato un sistema retto su prebende, corruzione e nepotismo, un peso massimo che ha sbriciolato i miliardi di dollari destinati alla ricostruzione.

Oggi gli iracheni vivono la peggiore crisi economica degli ultimi 20 anni: Baghdad non ha più soldi. Il barile si vende a prezzi irrisori, un’ancòra che trascina giù (il 90% del bilancio dipende dal petrolio); il dinaro si svaluta, i prezzi si impennano. Ogni mese servono 5 miliardi per pagare gli stipendi pubblici e 2 per i servizi essenziali, ma le entrate non superano i 3,5 miliardi. Il debito attuale si aggira sugli 80 miliardi di dollari.

L’Iran – che gli gira gas per l’elettricità – ha tagliato i rifornimenti perché gli iracheni non pagano. E Baghdad si spegne, ore e ore senza luce, un dramma in piena pandemia. Gli ospedali sono già al collasso, del sistema sanitario gratuito e di qualità del primo partito Baath (quando l’Iraq aveva addirittura un’industria farmaceutica di Stato e studenti di medicina arrivavano da tutto il mondo arabo) non c’è più traccia, devastato da embargo e sanzioni dopo il 1991 e oggi da corruzione, mala gestione e di nuovo dalle sanzioni, stavolta contro Teheran, principale partner commerciale iracheno.

Il lavoro, poi, è una chimera: se il 40% della popolazione dipende dagli stipendi del settore pubblico (triplicato dal 2004, rapido moltiplicatore di consenso e cestino di voti), buona parte degli iracheni vive alla giornata, se non lavora la sera non mangia. Ecco perché il 60% di loro vive sotto la soglia di povertà, meno di sei dollari al giorno. Tra loro ci sono precari, operai, contadini del sud – delle paludi e dello Shatt al-Arab, l’incontro tra i due fiumi – in fuga dalla siccità e la desertificazione dovute al furto turco alle sorgenti di Tigri ed Eufrate.

E sono per lo più ragazzi, l’Iraq è un paese giovanissimo: il 57% degli iracheni ha meno di 24 anni. Non sanno cosa sia stata la prima guerra del Golfo, la metà di loro non c’era nemmeno per la seconda. Hanno vissuto guerre diverse, quella contro lo Stato islamico e quella per procura tra Iran e Stati uniti.

E vivono ogni giorno una guerra di sopravvivenza: hanno studiato, conoscono le lingue, sono in contatto con il mondo e hanno cercato di esportare fuori dal portone di casa le loro idee, queste sì rivoluzionarie. Uguaglianza sociale e di genere, dignità, lavoro, laicità, libertà di espressione.

La rivolta di ottobre – capace di contagiare subito il sud sciita (Bassora in prima fila, la città delle proteste estive contro disoccupazione e black out elettrici mentre le compagnie straniere esportano energia dai suoi giacimenti) – è in stallo, cristallizzata dal Covid e dalla repressione sanguinaria. Tahrir è stata sgombrata, nei mercati di Baghdad sono tornati gli ambulanti ma non ci sono i clienti. L’inflazione li ha cacciati: i ristoranti chiudono perché il costo dei prodotti alimentari è salito alle stelle, l’antico mercato di Shorja non conosce affollamento. Ma il nuovo Iraq sogna ancora se stesso.

Nella tradizionale rubrica del sabato andiamo alla scoperta della teologia del continente attraverso le credenze dei popoli indigeni. Dall’atomo primordiale dei Pigmei all’animismo Nuer, dalla danza Yoruba ai colori dei Bantu

Rituale religioso nigeriano in un mosaico

di Federica Iezzi

Roma, 16 gennaio 2021, Nena News – Il volto spirituale dell’Africa è vivo e brioso, contraddistinto da una religiosità diffusa, fondamento di un’etica individuale e sociale la cui espressione si completa nella vita mistica. La teologia africana va esplorata attraverso l’analisi dei riti, la mitologia e le tradizioni orali. Esistono culture con grandi diversità di tradizioni, di usanze, di costumi. Tutto il creato è sacro come la vita. In Africa la cultura stessa è religione. La spiritualità indigena africana, soprattutto negli Stati centrali del continente, sopravvive nonostante la diffusione a macchia di olio di Islam e cristianesimo.

Per i Pigmei Ituri del Congo, il culto del monoteismo scientifico ha una stretta somiglianza con la religione solare dell’Egitto, le cui conclusioni sono matematicamente convergenti con la fisica newtoniana nella sua interpretazione dei movimenti e della stabilità dei corpi a livello astronomico e livelli subatomici. Dio creò l’universo da un atomo primordiale visto come il seme di fonio, il più piccolo dei cereali.

I Boscimani che vagano tra le dune del Kalahari credono in un dio maggiore e in un dio minore che vivono nel cielo dell’est. I riti religiosi sono simili a quelli della popolazione sudafricana. Credono fermamente che gli spiriti ancestrali svolgano un ruolo importante nel destino dei vivi,

Per i Nuer del Sud Sudan, dio è lo spirito che è in cielo, creatore e ordinatore del mondo. I Nuer hanno una visione del mondo religioso di tipo animista. Adorano un essere supremo chiamato Kwoth. Pregano per la salute e il benessere, offrendo sacrifici a Kwoth. Non esiste una gerarchia o un sistema religioso organizzato, ma molti individui incarnano indovini e guaritori. Non credono in un luogo dell’aldilà per lo spirito e i loro concetti religiosi affrontano le preoccupazioni terrene. Credono che gli spiriti dei morti possano influenzare la loro vita attuale.

I culti di possessione nelle società Yoruba della Nigeria fanno acquisire l’ashè, la potenza di comunicare con l’invisibile. La musica chiama gli dei, la danza li rappresenta. Lo statuto umano si acquisisce progressivamente. L’uomo non esiste se non subisce determinati rituali che lo rendono umano in senso completo.

Nella cultura dei Senufo del Mali, l’iniziazione è in tre fasi ciascuna della durata di sette anni. L’ultimo periodo è quello della maturità e della pienezza, e comprende le cerimonie per gli adulti. Nel rituale si prevede il ritorno degli adepti nel ventre della divinità, un periodo di vita fetale e la rinascita a una nuova vita. La religione Senufo è un tipo di animismo. Include spiriti ancestrali e della natura, che possono essere contattati.

Per i Bantu del Camerun la fanciulla, durante un percorso di apprendimento, impara le leggi del corpo, le sedi di funzioni generatrici, le regole del focolare, il rispetto delle gerarchie. Il tutto è dominato dal simbolismo dei tre colori: il bianco per l’uomo, il rosso per la fiamma e la donna feconda, il nero per la donna anziana. La realtà materiale, le cose, gli esseri, la natura sono gli elementi rivelatori del divino. Tutti i Bantu credono tradizionalmente in un dio supremo. La natura di dio è associata al sole o al più antico di tutti gli antenati.

Il sistema religioso Masai è monoteista. La divinità principale si chiama Engai e ha una doppia natura: benevola e vendicativa. La figura più importante nella religione Masai è il laibon, una sorta di sciamano, il cui ruolo include tradizionalmente la guarigione, la divinazione e la profezia. Nella società odierna hanno anche una funzione politica, la maggior parte dei laibon appartiene al consiglio degli anziani.

Il modernismo secolare è riuscito a distanziare la religione dalle sfere socio-economiche e politiche ma tale separazione non ha lasciato un’impronta duratura nelle società africane, dove la religione continua a svolgere un ruolo di rilievo. Mentre l’eredità religiosa tradizionale africana rimane una forza potente che influenza ancora fortemente i valori, l’identità e la visione degli africani, il cristianesimo e l’islam sono diventati le principali fonti di influenza socio-politica e economica degli Stati africani. Nena News

Secondo le Nazioni Unite, la decisione statunitense potrebbe portare ad un aumento del cibo del 400% mettendo a rischio la vita di milioni di yemeniti

della redazione

Roma, 15 gennaio 2021, Nena News – La decisione di domenica degli Stati Uniti di considerare il movimento yemenita houthi filo-iraniano “organizzazione terroristica” potrebbe causare “una carestia su larga scala che non vediamo da quasi 40 anni”. A dirlo è stato ieri Mark Lowcock, Direttore generale dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari umanitari. Lowcock ha quindi chiesto a Washington di annullare la decisione, sottolineando come tale disposizione potrebbe portare ad una aumento del cibo del 400%. Intervenendo al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, l’alto funzionario ha evidenziato come già “50.000 yemeniti rischiano di morire di fame in quella che è già una piccola carestia”. Numeri però che potrebbero essere decisamente più grandi perché “altri 5 milioni si trovano soltanto poco dietro” e pertanto “ogni decisione che il mondo prende ora deve tenere in considerazione questo aspetto”.

Domenica il Segretario di Stato Usa Mike Pompeo aveva annunciato al Congresso americano l’intenzione dell’amministrazione Trump di designare gli houthi come gruppo terroristico il 19 gennaio, un giorno prima dell’insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca. Pompeo ha spiegato che bisogna ritenere il gruppo responsabile per i suoi “atti terroristici, tra cui rientrano anche gli attacchi transfrontalieri, le minacce ai civili, alle infrastrutture e alle spedizioni commerciali”. Le parole del Segretario avevano suscitato dure critiche da parte delle organizzazioni umanitarie che avevano immediatamente sottolineato il rischio di un’eventuale peggioramento della carestia. Un’argomentazione ripresa ieri da Lowcock che già lo scorso mese aveva detto al Consiglio di Sicurezza che lo Yemen importa il 90% del suo cibo e che i rifornimenti arrivano nel Paese solo attraverso rotte commerciali. Le organizzazioni umanitarie danno infatti alle persone voucher o soldi in contanti per comprare il cibo importato nei mercati.

Il rischio, secondo le ong, è che ora, con la designazione degli houthi come “terroristi”, molti rifornitori rifiuteranno di fare affari con lo Yemen poiché temeranno di incorrere nella regolamentazione statunitense che potrebbe o tagliarli fuori dal commercio o perfino metterli in carcere. Questo scenario sta già producendo conseguenze sulla popolazione yemenita. “Gli yemeniti – ha spiegato Lowcock – stanno affollando mercati e negozi per fare scorte di ciò che possono permettersi. Le famiglie hanno paura che non arriverà più cibo o altri prodotti dopo la decisione americana”.

Washington si è difesa però dalle critiche dicendo nei giorni scorsi che le sue sanzioni non impatteranno sull’assistenza umanitaria e che sta pensando di dare licenze ed esenzioni. Una tesi che convince Lowcock. Queste misure, a suo dire, “non risolveranno il problema poiché non sono le ong a importare la maggior parte del cibo” e pertanto l’unica soluzione sta nell’annullare la decisione presa. Resta da capire cosa deciderà di fare il nuovo presidente americano Biden. Secondo gli analisti, il leader democratico dovrebbe prendere una posizione dura contro gli attacchi sauditi in Yemen e già diversi deputati democratici hanno chiesto alla sua nuova amministrazione di ribaltare la designazione degli houthi come gruppo terroristico. Nena News

Il premier e leader della destra continua a corteggiare i palestinesi d’Israele e a Nazareth ha fatto marcia indietro rispetto alle dichiarazioni contro i cittadini arabi fatte in passato. Sale la protesta della Lista unita araba

di Michele Giorgio il Manifesto

Gerusalemme, 15 gennaio 2021, Nena News«Gli arabi vanno alle urne a frotte». È vivo il ricordo del grido di allarme lanciato da Benyamin Netanyahu nel giorno delle legislative del 2015 per esortare gli elettori ebrei a recarsi ai seggi elettorali a contrastare quelli che il premier e leader della destra ha sempre considerato il «pericolo interno di Israele»: quasi due milioni di palestinesi con cittadinanza israeliana. Ora, all’improvviso, con il voto anticipato tra due mesi, il primo ministro scopre di volere bene, proprio tanto, anche agli arabi. Se c’è la normalizzazione con gli Stati arabi «allora normalizziamo anche qui in Israele, diamo inizio a una nuova era» va ripetendo Netanyahu. E visitando mercoledì Nazareth – dopo le sortite a Umm el Fahem e Tira dei giorni scorsi -, la principale città palestinese in Israele guidata dal sindaco Ali Salam, uno degli esponenti arabi che più assecondano la sua iniziativa, si è in parte scusato per le frasi del 2015. «Non volevo mettere in guardia sul fatto che i cittadini arabi stavano votando. Ogni cittadino di Israele, arabo o ebreo, deve votare» ha sdrammatizzato Netanyahu, aggiungendo di aver solo rimarcato il pericolo di un voto a favore della Lista unita araba, sua nemica dichiarata. Ben pochi devono avergli creduto. Il sindaco Salam a questo punto è intervenuto e quasi giurando ha assicurato che il premier parlava «con il cuore…perché è giunto il momento di credere a queste parole e che possiamo davvero vivere fianco a fianco». E ha esortato la Lista unita a smetterla e a «lavorare per il bene degli arabi in Israele».

Subito è scattata la reazione alle parole di Salam e Netanyahu delle centinaia di persone riunite davanti all’edificio sede dell’incontro. Sono cominciati scontri tra la polizia e i manifestanti. I deputati arabi Heba Yazbak, Mtanes Shehadeh e Aida Touma-Sliman sono stati bloccati e portati via dagli agenti. Un’altra parlamentare Sondos Saleh è finita all’ospedale. Almeno 19 gli arrestati. «Abbiamo assistito a un miserabile tentativo di raccogliere voti da un pubblico contro il quale Netanyahu ha incitato per anni. Ma la nostra comunità vede in lui una minaccia per gli arabi, non un partner», ha commentato Touma-Sliman. Il premier ha replicato che «Le proteste dei deputati della Lista unita sono un segno di disperazione…Anche loro vedono il crescente sostegno per me e (il mio partito) il Likud nella comunità araba. Ti unisci al Likud perché vuoi entrare a far parte della società».

Davvero il Likud apre all’uguaglianza politica e sociale tra tutti i cittadini di Israele? Stando al comunicato diffuso ieri su Twitter non si direbbe. Il partito di Netanyahu esclude categoricamente di potersi alleare con qualsiasi formazione araba inclusi gli islamisti del deputato Mansour Abbas che, indebolendo la Lista unita ha avviato un intenso dialogo con il primo ministro per risolvere, sostiene, «il problema della criminalità e degli omicidi nella minoranza araba». Amira Hass ieri su Haaretz scriveva che Netanyahu, con la consueta abilità politica, sta semplicemente incitando, i «buoni arabi» incarnati da Ali Salam contro «i cattivi arabi» della Lista unita.

Oltre a colpire la Lista Unita, Netanyahu cerca di assicurare al Likud migliaia di voti arabi in più rispetto agli 11mila ottenuti nelle elezioni dello scorso anno. Per compensare in parte la probabile emorragia di consensi causata dalla recente scissione interna guidata dal suo rivale, Gideon Saar, che ha fondato un nuovo partito di destra in crescita nei sondaggi. «Non ci riuscirà» dice al manifesto Wadie Awawdeh, giornalista residente in Galilea «la nostra gente non è ingenua, sa che Netanyahu non garantisce parità e partecipazione anche agli arabi, promette solo un po’ di regali a quel politico o a quell’amministratore locale, per raccattare un po’ di voti. Poi dopo le elezioni sparirà».

Di vero comunque c’è la crisi della Lista unita, che sta per spaccarsi in due tronconi. I sondaggi segnalano che i partiti arabi il 23 marzo perderanno 5 dei 15 seggi conseguiti appena dieci mesi fa quando la Lista emerse come la vera forza di opposizione a Netanyahu e come riferimento anche per decine di migliaia di ebrei israeliani. «Le differenze ideologiche e di linea politica delle sue quattro componenti sono il tallone di Achille della Lista» spiega Awawdeh «comunisti e islamisti, ad esempio, viaggiano in direzioni opposte, hanno idee diverse della società, quasi inconciliabili. Il collante del fronte comune contro Netanyahu e la destra non è forte abbastanza». Nena News

 

L’area è quella del “quartiere” Gilo e di Ramat Shlomo dove 10 anni fa l’annuncio di nuove costruzioni dato durante una visita dell’allora vice presidente Biden creò per mesi qualche tensione tra Tel Aviv e Washington

della redazione

Roma, 14 gennaio 2021, Nena News – Nuova colata di cemento per i coloni nei Territori Occupati palestinesi: ieri sono state infatti approvate più di 500 unità coloniali a Gerusalemme est. Questo numero fa il paio con le 800 nuove case per settler annunciate tre giorni fa in Cisgiordania. A dare la notizia è stata la rete israeliana Kan secondo cui 400 unità saranno costruite nel “quartiere” di Gilo e 130 a Ramat Shlomo. Proprio a Ramat Shlomo, 10 anni fa, fu annunciata la costruzione di 1.600 case mentre era in visita il vice presidente Usa Biden, la prossima settimana ufficialmente nuovo inquilino della Casa Bianca. La notizia destò allora molta rabbia a Washington al punto che le relazioni tra gli Stati Uniti e Israele furono (relativamente) tese.

Biden si è sempre detto contrario agli insediamenti israeliani (illegali per il diritto internazionale) e ha detto di voler ripristinare gli aiuti ai palestinesi che sono stati tagliati da Trump. Tuttavia, Biden non è molto lontano da Trump nella sostanza dei fatti per quanto riguarda la causa palestinese: basti pensare che in campagna elettorale ha detto che manterrà l’ambasciata Usa a Gerusalemme, nonostante avesse criticato inizialmente la decisione di Trump di spostarla da Tel Aviv (“mossa frivola e miope”).

L’annuncio fatto ieri è pura propaganda elettorale per il premier israeliano Netanyahu che punta a conquistare il sostegno dell’estrema destra e dei coloni in vista delle elezioni di marzo. Ma è anche un avvertimento che Israele manda alla nuova amministrazione americana: nei Territori Occupati palestinesi, Tel Aviv continuerà a costruire. A denunciare le nuove costruzioni è Ir Amin, l’organizzazione israeliana che chiede un giusto trattamento dei palestinesi a Gerusalemme. “Il 2021 – ha detto l’ong – continua con il trend dello scorso anno: grossi volumi di costruzione per soli ebrei a Gerusalemme. Lo stato israeliano rifiuta di approvare piani nei quartieri palestinesi e così crea una grave crisi abitativa a Gerusalemme est [la parte della città che dovrebbe essere la capitale del futuro stato di Palestina, ndr].

L’ ultimo rapporto dell’ong ebraica per i diritti umani: «Non c’è metro quadrato tra il fiume Giordano e il Mediterraneo in cui un palestinese e un ebreo siano uguali». Forti reazioni contrarie: siamo ai limiti dell’antisemitismo

di Michele Giorgio   il Manifesto

Gerusalemme, 14 gennaio 2020, Nena News – «Pensiamo che le persone debbano svegliarsi, affrontare la realtà e smettere di parlare in termini futuri di qualcosa che è già accaduto». Hagai El-Ad, direttore esecutivo di B’Tselem, termina così la presentazione del rapporto su Israele, «Un regime di supremazia ebraica dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo: questo è l’apartheid», presentato due giorni dalla sua organizzazione considerata il più importante centro israeliano per i diritti umani. Parole che non lasciano spazio alle interpretazioni e che per questo hanno provocato reazioni a raffica. Mai B’Tselem, una ong ebraica, era giunta al punto di descrivere lo Stato di Israele come un «regime di apartheid» pur avendo in passato usato questa definizione per spiegare alcune situazioni specifiche nei Territori palestinesi occupati. Ora riferisce l’apartheid a tutto il territorio che controlla Israele. Secco il giudizio di Eugene Kontorovich, capo del Forum Kohelet per la legge internazionale, che accusa B’Tselem di essere giunta al limite dell’antisemitismo.

L’analisi di B’Tselem, spesso presa di mira dalla destra, è semplice. Oltre 14 milioni di persone, spiega il rapporto, vivono tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo, metà ebrei e metà palestinesi. L’area, si dice di solito, è divisa in due sistemi separati: entro i confini di Israele c’è un regime democratico che governa circa nove milioni di persone, ebrei e arabi, tutti cittadini israeliani, mentre nei Territori occupati nel 1967 c’è un regime militare che amministra circa cinque milioni di palestinesi. Una distinzione che ignora fatti cruciali, afferma B’Tselem. Questa realtà «temporanea» seguita alla guerra dei Sei Giorni persiste da più di 50 anni. Centinaia di migliaia di ebrei sono stati insediati in più di 280 colonie in Cisgiordania; Israele ha de jure annesso Gerusalemme Est e de facto il resto della Cisgiordania. Più di tutto, sostiene B’Tselem, l’intera area è organizzata secondo un principio: avanzare e perpetuare la supremazia di un gruppo, gli ebrei, su un altro, i palestinesi.

L’ong fa riferimento anche alla legge fondamentale «Israele-Stato della nazione ebraica» approvata dalla Knesset nel 2018. Secondo voci autorevoli, anche ebraiche, la legge sancisce l’appartenenza di Israele agli ebrei e non a tutti i suoi cittadini istituzionalizzando la discriminazione contro le minoranze, a cominciare dagli arabo israeliani (i palestinesi con cittadinanza israeliana, il 21% della popolazione). «Ha preso la discriminazione esistente e l’ha trasformata in un principio costituzionale», afferma Hagai El-Ad. Israele, aggiunge, si considera una democrazia in cui i cittadini arabi hanno gli stessi diritti degli ebrei ma in realtà affrontano ancora una grave discriminazione. «Non stiamo dicendo che il grado di discriminazione sia lo stesso se un palestinese è cittadino di Israele o se è assediato a Gaza» precisa El-Ad «il punto è che non c’è un solo metro quadrato tra il fiume e il mare in cui un palestinese e un ebreo siano uguali». L’anno scorso Peter Beinart, un noto intellettuale ebreo americano che si è sempre definito un sionista, suscitò lo stesso clamore pronunciandosi a favore di un stato binazionale con uguali diritti per ebrei e palestinesi e per il superamento della definizione di Stato ebraico che Israele si è dato dalla sua fondazione nel 1948 ad oggi.

Alon Pinkas, un ex console generale israeliano, respinge con forza le tesi di B’Tselem. «Occupazione, sì. Apartheid no» afferma. Quindi si dice sicuro che, dopo il rapporto del centro per i diritti umani, i critici di Israele che si erano astenuti dall’usare il termine apartheid ora diranno «sai, lo stanno usando gli stessi israeliani». Anche il rabbino Rick Jacobs, capo dell’Unione per il giudaismo riformato, condanna B’Tselem e avverte che l’accusa di apartheid rappresenta un critica che mette in dubbio l’esistenza stessa di Israele. Per i palestinesi il rapporto al contrario illustra una verità evidente. «Non c’è uno Stato che più di Israele dimostri la sua politica di apartheid» dice l’ex ministro degli esteri Nabil Shaath «attraverso occupazioni e confische di terre, la costruzione di colonie e negando i diritti ai palestinesi». Nena News

Un audioracconto in sei episodi a cura di Samuele Sciarrillo ricorda con voci e suoni il giovane attivista, collaboratore da Gaza de Il Manifesto, a dieci anni dalla sua uccisione. «Si tratta di un omaggio a chi aveva fatto della parola la sua arma»

di Michele Giorgio

Gerusalemme, 13 gennaio 2020, Nena News – «Mi è capitato una volta di chattare con Vittorio, brevemente via Messanger – ricorda Samuele Sciarrillo – Parlava dalla Striscia di Gaza, era già molto noto. Mi colpì la sua estrema umanità e anche la sua grande disponibilità, nonostante avesse milioni di cose da fare».

All’umanità di Vittorio “Vik” Arrigoni, a quasi dieci anni dal suo assassinio a Gaza, Sciarrillo ha dedicato un lungo audioracconto usando la voce dell’attivista e quelle di parenti, amici, compagni, di coloro che lo hanno conosciuto e vissuto. Ha per titolo “Le Ali di Vik”, sei episodi in podcast da ieri ascoltabili su quattro piattaforme: Spotify, Itunes, Googlepodcasts, Spreaker.

Al progetto ha collaborato Egidia Beretta, la mamma di Vittorio. Per lei è stato un modo per proseguire il percorso che ha cominciato con il suo libro “Il viaggio di Vittorio”: l’attivista sempre dalla parte degli oppressi, prima durante e dopo l’offensiva militare israeliana “Piombo fuso” tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009 che Vik riferì da Gaza attraverso le pagine de Il Manifesto chiudendo ognuna delle sue storie con l’esortazione divenuta celebre “Restiamo Umani”.

Vittorio Arrigoni è stato anche un figlio, non solo un’attivista. Un giovane che voleva conoscere il mondo e che trovava in sua madre la comprensione e più di tutto la spinta per soddisfare la sua curiosità, per realizzare il suo desiderio di viaggiare e di lottare per le cause giuste, per i popoli senza diritti.

«Nonostante siano passati dieci anni dalla sua perdita, quella di Vik resta una storia molto attuale», ci dice Sciarrillo, dipendente di una multinazionale ma più di tutto un sostenitore dei diritti umani appassionato della voce, dell’editing, degli audiodocumentari. “Le Ali di Vik”, aggiunge, «è un omaggio a un grande attivista che aveva fatto della parola la sua arma principale. È doveroso ricordarlo perché è giusto che le nuove generazioni sappiano di Vittorio e di ciò che ha fatto. È una storia attuale per la questione dei diritti umani, basti ricordare i casi di Giulio Regeni e di Patrick Zaki, persone alle quali hanno voluto togliere la voce, la testimonianza e che ne hanno pagato o ne stanno pagando le conseguenze, proprio come Vittorio».

Sciarrillo ha scelto il podcast che per eccellenza dà importanza alla parola. «Ognuno di noi ascoltandolo – ci spiega – potrà immaginare posti, luoghi, paesaggi senza essere veicolato dalle immagini che spesso distraggono. Dare spazio alla voce diventa un ulteriore valore di questo progetto in onore di Vittorio».

C’è tutta la vita dell’attivista nel podcast. Vik era stato in tutto il mondo, in America latina, in Africa, in Europa orientale. Ma ampio spazio è lasciato alla sua presenza e all’impegno per Gaza dove ha trovato la morte nella notte tra il 14 e il 15 aprile del 2011. Della vicenda, mai del tutto chiarita, si sono occupati giornalisti, ricercatori, altri attivisti. Sono stati scritti libri e realizzati documentari.

Vittorio fu rapito e ucciso da sedicenti salafiti. I sopravvissuti agli scontri a fuoco con la polizia, avvenuti durante la fuga, raccontarono al processo che il sequestro di Vittorio aveva come obiettivo la liberazione del loro leader imprigionato dalle autorità di Hamas. Una motivazione poco convincente. Strangolarono subito l’italiano che raccontava di Gaza al mondo intero, qualche ora dopo averlo attirato con un inganno nella loro auto. Non avviarono mai una trattativa per uno scambio tra Vittorio e il loro capo.

“Le Ali di Vik” vuole anche contribuire, dice Sciarrillo, a riportare la Palestina sotto i riflettori. «La questione palestinese è tutt’altro che risolta. Se ne parla sempre meno anche se le cose non sono cambiate nell’arco di questi dieci anni, quindi è giusto che le persone sappiano che esiste questa condizione, dando voce a chi ha visto in prima persona quello che è successo». Ed è un modo per ripetere le parole di Vittorio che fanno ancora il giro del mondo, “Restiamo Umani”.

Dall’ateneo di Bogazici la protesta coinvolge altre università contro la nomina dall’alto dei rettori, politica erdoganiana per modificare la geografia politica delle istituzioni e annullarne l’indipendenza. Lettera di sostegno da oltre 1.500 accademici di tutto il mondo

Protesta studenti turchi

di Chiara Cruciati     il Manifesto

Roma, 12 gennaio 2020, Nena News – La nomina di Melih Bulu a rettore dell’Università di Bogazici, a Istanbul, non è pratica chiusa per chi da dieci giorni si oppone alla decisione calata dall’alto, direttamente dalla presidenza.

La protesta di studenti e accademici si è allargata negli spazi e nelle rivendicazioni: ieri a ritrovarsi in piazza Beyaziti, di fronte al proprio campus, in solidarietà con Bogazici sono stati gli studenti dell’Università di Istanbul.

CIRCONDATI DALLA POLIZIA, gli studenti hanno intonato slogan anche contro i loro vertici e chiesto le dimissioni del rettore Mahmut Ak: «Siamo contro rettori nominati (da fuori). La nostra battaglia va oltre i confini di Bogazici: chiediamo le dimissioni immediate di tutti i rettori nominati come commissari. Poi chiediamo un’elezione democratica».

Intanto nell’ateneo di Bogazici gli studenti marciavano dall’Istituto Ataturk fino all’ufficio del rettore, mentre i professori gli davano le spalle in segno di protesta.

Un gesto chiarissimo, di totale rigetto della nomina presidenziale, tra le politiche preferite di Recep Tayyip Erdogan: porre ai vertici delle istituzioni nazionali, che si tratti di educazione o magistratura, uomini a lui fedeli che stravolgano così la geografia politica nazionale e locale, appiattendola su un’omologazione cara al governo e ai suoi obiettivi di censura occulta delle diverse forme di opposizione interna, o semplicemente di indipendenza dall’esecutivo.

Bulu – che nel 2015 è stato candidato alle elezioni parlamentari in quota Akp, il partito di Erdogan – è solo l’ultimo esempio. Ma stavolta lo schiacciasassi governativo ha incontrato una reazione durissima: le più prestigiose e antiche istituzioni educative del paese non intendono far passare altri precedenti pericolosi, come le nomine dall’esterno delle loro leadership politiche e amministrative.

ALLE PROTESTE IN STRADA, affrontate dalla polizia con decine di arresti e perquisizioni nelle case degli studenti, si aggiungono quelle sui social. E le raccolte firme.

Tra gli appelli più impressionanti per volume di adesioni c’è quello firmato (a ieri) da oltre 1.500 accademici in giro per il mondo, da Berkeley a Yale, dalla Soas alla Sorbonne, a sostegno dell’indipendenza universitaria. Tra i primi firmatari Judith Butler, Seyla Benhabib e Noam Chomsky. Nena News

Il tribunale militare di Blida ha assolto il fratello dell’ex presidente Bouteflika e i generali Mediene e Tartag, tre esponenti del sistema che il movimento popolare Hirak ha tentato di far cadere con le sue proteste popolari. In carcere però va Walid Kechida condannato per aver criticato il governo e la religione con le sue vignette satiriche

di Melissa Aglietti

Roma, 3 gennaio 2020, Nena News – Il tribunale militare di Blida, a sud di Algeri, ha pronunciato in appello l’assoluzione di Said Bouteflika, ex consigliere della presidenza e fratello del presidente deposto Abdelaziz Bouteflika, che stava scontando una pena detentiva di quindici anni. Con lui sono stati assolti dalla grave accusa di “associazione a delinquere contro l’autorità dello Stato e dell’esercito”, i generali Mohamed Mediène, noto come “Toufik”, il cui nome un tempo faceva tremare gli algerini, e Athmane Tartag, ex capo dei servizi segreti, e la presidente del partito dei lavoratori (PT), Louisa Hanoune, per decenni presenza fissa sulla scena politica algerina. Un terzo atto consumato in rapidità – il processo si è chiuso in sole tre ore – e dal sapore incompleto, che di fatto ha lasciato impuniti i maggiori esponenti del Pouvoir.

Said Bouteflika, considerato il vero detentore del potere in Algeria a causa delle condizioni di salute dell’ex presidente, colpito nel 2013 da un ictus, è stato arrestato dopo che suo fratello è stato destituito grazie alle proteste guidate dall’Hirak, “il movimento”, a favore della democrazia, scoppiate nel 2019. È il sistema delle doppie misure adottato dal nuovo governo, che con una mano lascia in piedi il vecchio sistema dietro la falsa promessa di un regime change e dall’altra soffoca la libertà di espressione con la censura dei giornali online. Un clima di crescente repressione che ha portato all’arresto del giovane studente di 25 anni Walid Kechida, condannato a tre anni con l’accusa di aver pubblicato vignette satiriche nel gruppo “Hirak Memes”, con oggetto esponenti del governo, tra cui il presidente Abdelmadjid Tebboune, e la religione. Ma gli algerini non sono stati in silenzio.

Sospese le proteste di piazza a causa della pandemia, l’Hirak ha spostato la sua voce su Internet e sui maggiori social con l’hashtag #FreeWalidKechida. E nel frattempo l’insofferenza del movimento nel confronto del regime aumenta, come aumentano le persone incarcerate per aver espresso il proprio dissenso. In Algeria sono oltre 90 le persone dietro le sbarre per aver sostenuto le proteste dell’Hirak o per aver difeso le libertà individuali. Ad Algeri, tre detenuti sono in sciopero della fame da più di una settimana. Intanto il regime è accusato di voler controllare, tramite una nuova legge, i media online, sia sotto il profilo editoriale che tecnico. La “Nuova Algeria” si prepara così alle elezioni legislative previste per quest’anno. Nena News

 

Continua la protesta a Nassiriya, epicentro piazza Haboubi: ieri un poliziotto è stato ucciso, decine i manifestanti feriti. Gli Stati Uniti decidono di inserire gli Houthi nella lista dei gruppi terroristici, mossa anti-Iran che preoccupa l’Onu: sarebbe impossibile negoziare la pace. La Turchia chiede di abbandonare WhatsApp per le app locali 

della redazione

Roma, 11 gennaio 2021, Nena News

Iraq

Continua la protesta a Nassiriya, città del sud dell’Iraq, dove da novembre scorso un presidio di tende è stato eretto a piazza Haboubi. E’ qui che otto persone sono state uccise negli scontri tra manifestanti anti-governativi e sostenitori del leader sciita Moqtada al-Sadr che, come a Baghdad, da tempo tentano (spesso con successo) di infiltrarsi nei sit-in.

Ieri, per il terzo giorno consecutivo, la polizia irachena ha tentato di disperdere i manifestanti. Negli scontri un poliziotto è morto, colpito – secondo fonti mediche – da una pallottola alla testa. Trentatré i militari feriti, secondo l’esercito, insieme a decine di manifestanti.

La protesta è parte della grande mobilitazione iniziata in Iraq nell’ottobre 2019, ribattezzata dai manifestanti “Rivoluzione d’Ottobre”, scoppiata a Baghdad e nel sud a maggioranza sciita contro diseguaglianze sociali, disoccupazione, settarismo e corruzione. Una mobilitazione enorme che ha coinvolto ampi settori della società, duramente repressa dalle forze di polizia e dall’esercito (si parla di oltre 900 morti e 25mila feriti), rallentata solo dall’epidemia da Covid-19.

A Nassiriya la protesta è ripresa due mesi fa, epicentro piazza Haboubi, ripresa dai manifestanti lo scorso venerdì dopo essere stata evacuata dalla polizia. A infiammare la rabbia della piazza sono anche i continui arresti di attivisti, sparizioni forzate e in alcuni casi omicidi, spesso per mano delle milizie sciite locali: venerdì l’avvocato e noto attivista Ali al-Hamami è stato ucciso a Nassiriya dentro la sua casa, da un gruppo non identificato. Membro della Iraq High Commission for Human Rights, è morto soffocato.

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Yemen

A dieci giorni dalla sua uscita dalla Casa Bianca, l’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump ha deciso di inserire il movimento Ansar Allah, riferimento politico della minoranza Houthi in Yemen, nella lista delle organizzazioni terroristiche straniere. A renderlo noto sono state per prime fonti interne al governo Usa, poi confermate da un comunicato del segretario di Stato Mike Pompeo.

“La designazione è volta a rendere Ansar Allah responsabile dei propri atti terroristici, compresi attacchi oltre confine che minacciano le popolazioni civili, le infrastrutture e il commercio navale”, scrive Pompeo, in riferimento in particolare all’attacco dello scorso 30 dicembre all’aeroporto di Aden durante l’arrivo del nuovo esecutivo yemenita (gli Houthi hanno da subito rigettato ogni accusa).

Tre leader del movimento, Abdul Malik al-Houthi, Abd al-Khaliq Badr al-Din al-Houthi e Abdullah Yahya al-Hakim, saranno designati come “global terrorists”, ha aggiunto il segretario di Stato.

Si attende per oggi una comunicazione ufficiale, già criticata da chi teme che una simile mossa possa complicare il difficile percorso politico verso la fine della guerra civile tra Houthi e governo del presidente Hadi, basato da anni tra la città meridionale di Aden e l’Arabia Saudita, di cui è stretto alleato. La decisione – che impedirebbe al movimento di ricevere denaro, di compiere transizioni bancarie e soprattutto di prendere parti a negoziati diplomatici ufficiali – sembra a tutti gli effetti l’ultima possibilità per Trump di colpire l’Iran, di cui gli Houthi sono considerati riferimento in Yemen, a favore dell’asse sunnita capitanato da Riyadh e che dal marzo 2015 bombarda lo Yemen per farlo tornare sotto il proprio controllo.

A preoccupare sono soprattutto gli effetti sulla distribuzione, già molto difficile, di aiuti umanitari nelle zone controllate dagli Houthi, il nord e il centro dello Yemen, che come il resto del paese vivono da anni una crisi alimentare e sanitaria senza precedenti. In quanto autorità amministrativa e militare, sono gli Houthi a garantire il passaggio di aiuti, che potrebbe essere complicato dalla decisione americana.

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Turchia

Governo turco contro WhatsApp. Dopo i nuovi termini di servizio che l’app ha previsto per poter utilizzare il servizio di messaggistica, comparsi sugli smartphone di due miliardi di persone a partire da giovedì, Ankara ha invitato i cittadini turchi a cancellare WhatsApp per sostituirla con app locali, come BiP e Dedi.

Secondo i nuovi termini, dall’8 febbraio i dati degli utenti saranno condivisi con Facebook, proprietaria della app, una mossa fortemente criticata in tutto il mondo. Solo Europa e Regno Unito non saranno interessate dalla condivisione. Una previsione che ha fatto infuriare il governo turco e l’ufficio presidenziale per la Trasformazione Digitale: “La distinzione tra paesi membri della Ue e gli altri – ha detto sabato Ali Taha Koc, capo dell’ufficio – è inaccettabile. Le applicazioni straniere comportano rischi significativi per la sicurezza dei dati. Per questo abbiamo bisogno di proteggere i dati digitali con software locali e nazionali e svilupparli in linea con i nostri bisogni. I dati della Turchia restano in Turchia grazie a soluzioni nazionali”.

Il governo è stato il primo a disinstallare WhatsApp: da ieri, ha fatto sapere l’ufficio stampa della presidenza, i giornalisti non saranno più avvertiti delle conferenze stampa sulla app di Facebook ma tramite BiP della compagnia Turkcell. Che ha già registrato un boom, anche grazie all’hashtag diventato virale #WhatsAppSiliyoruz (Cancelliamo WhatsApp): un milione di nuovi utenti in 24 ore, per un totale di oltre 53 milioni di account in tutto il mondo.

Peccato che anche BiP sia “sotto controllo”: lo scorso luglio una nuova legge sui social media ha imposto alle società proprietarie di aprire propri uffici in Turchia, pena multe salate e la censura, così da poter essere meglio controllate. Ma i colossi mondiali non si sono adeguati e tra novembre e dicembre WhatsApp, Twitter, Tik Tok e Instagram sono state multate: quattro milioni di dollari a testa. Si è salvato YouTube che ha accettato le restrizioni turche. Nena News

 

 

La stretta è avvenuta dopo una lunga indagine sulle cellule operative nel paese. Dopo i ritorni di jihadisti dalla Siria, il governo ha adottato una strategia di radicalizzazione, che però non ha evitato la nascita di una cellula nella capitale

La bandiera della Macedonia del Nord (Foto: CreativeCommons)

di Marco Siragusa

Roma, 11 gennaio 2021, Nena News - Quando il 2 novembre Kujtim Fejzulai, ventenne terrorista austriaco legato all’Isis, ha aperto il fuoco per le strade di Vienna provocando quattro morti, tutti i media europei si erano affrettati a sottolineare le sue discendenze macedoni.

Nel 2000, infatti, la famiglia di Fejzulai si era trasferita in Austria dal paesino di Cellopek, appena 5mila abitanti a 60 km dalla capitale della Macedonia del Nord Skopje. In totale furono tre gli uomini con doppio passaporto, austriaco e macedone, coinvolti nell’attentato. Sebbene radicalizzatosi in Austria, secondo le indagini Fejzulai apparteneva ai cosiddetti Leoni dei Balcani, un gruppo presente in Germania, Austria e Svizzera con contatti logistici nella regione balcanica.

All’indomani dell’attentato le autorità austriache avevano chiesto alla Macedonia del Nord di collaborare alle indagini sulla rete di Fejzulai.

Anche se non collegate all’attentato di Vienna, le indagini sulla presenza jihadista nel paese hanno portato all’arresto, il 27 dicembre, di otto uomini di età compresa tra i 21 e i 31 anni. Residenti tra Skopje e Kumanovo, gli otto presunti terroristi sono stati accusati di aver creato una cellula terroristica per conto dell’Isis e di pianificare attentati terroristici nel paese.

Durante le perquisizioni la polizia ha ritrovato numerose armi, attrezzature militari, cellulari e documenti relativi alle attività dello Stato Islamico. L’operazione rappresenta il secondo filone di un indagine avviata nei mesi precedenti e che aveva già portato ad altri tre arresti a settembre.

Secondo le autorità, durante la guerra in Siria sono stati circa 150 le persone partite per unirsi allo Stato Islamico, di questi circa 80 hanno già fatto ritorno nel paese mentre una trentina sono morti in combattimento e altrettanti si trovano ancora tra Siria e Iraq.

Nel 2018 la Macedonia del Nord ha adottato due documenti strategici relativi alla lotta al terrorismo internazionale e al processo di reinserimento dei soggetti che sono rientrati dalla Siria.

I documenti, almeno dal punto di vista formale, vengono spesso considerati all’avanguardia nell’identificare una strategia di prevenzione e repressione della radicalizzazione e dell’estremismo, non solo religioso.

La National Counterterrorism Strategy (2018-2022) prevede quattro azioni chiave: prevenire “i flussi di foreign fighters e le cause profonde della radicalizzazione e dell’estremismo”; proteggere “le persone, le loro proprietà, le infrastrutture chiave”; perseguire “le minacce in linea con lo Stato di diritto” e infine rispondere “attivamente e in modo aggressivo alle conseguenze di un attacco terroristico”.

La fase della prevenzione prevede il coinvolgimento di agenzia governative, istituzioni locali e organizzazioni della società civile in progetti rivolti alla popolazione con l’obiettivo di garantire la sicurezza dei cittadini, il dialogo e la pacifica convivenza dei diversi gruppi etnici e la fiducia nei confronti delle istituzioni.

A livello locale la Strategia include misure come la collaborazione tra i servizi di sicurezza e i leader religiosi, il supporto alle comunità per contrastare la radicalizzazione online e la lotta alla disinformazione. Il documento riconosce inoltre che la sottoccupazione contribuisce ad alimentare “la frustrazione delle comunità” e che “il fallimento o la risposta tardiva alle richieste della comunità per la salvaguardia dei diritti dei cittadini, rafforza l’emergere di attività violente e radicali”.

Purtroppo quanto previsto dalla Strategia per prevenire questi fenomeni non sempre ottiene i risultati sperati. Sia nella capitale Skopje che nella città di Kumanovo, coinvolte dagli arresti dei giorni scorsi, erano attivi progetti locali per la prevenzione dell’estremismo violento. Un impegno che però non è bastato a evitare la nascita di una presunta cellula terroristica.

Per la Macedonia del Nord il 2020 è stato un anno particolarmente ricco di novità. A gennaio, dopo il veto di pochi mesi prima di Francia, Olanda e Danimarca all’avvio delle negoziazioni per l’adesione all’Unione Europea, il primo ministro socialdemocratico Zoran Zaev aveva rassegnato le dimissioni. Tra marzo e aprile il paese ha ottenuto un doppio risultato: il via libera alle negoziazioni con l’Ue e l’adesione alla Nato.

Alle elezioni di luglio Zaev ha riconquistato la maggioranza parlamentare grazie al sostegno dei partiti della minoranza albanese confermandosi come il più importante alleato dell’Unione Europea nel paese.

La lotta al terrorismo e alla radicalizzazione si inserisce quindi in un contesto internazionale più ampio che vede coinvolti anche i partner europei e dell’Alleanza Euro-Atlantica. Nena News

Omeima Abdeslam, rappresentante del Fronte Polisario alle Nazioni Unite a Ginevra, commenta il recente ritorno al conflitto armato con il Marocco. “Noi sahrawi non crediamo più nelle Nazioni Unite né nella Comunità Internazionale: loro sono complici di questa guerra e del naufragio delle negoziazioni perché non hanno mai avuto la volontà politica di favorire il processo di pace e l’organizzazione del Referendum per la nostra autodeterminazione”

di Tullio Togni

Roma, 9 gennaio 2020, Nena News – Hanno ripreso a tuonare i cannoni nel Sahara Occidentale, dopo 29 anni di negoziazioni dalla firma del cessate il fuoco che nel 1991 aveva posto fine al conflitto armato durato 15 anni. In gioco, dal lontano 1975 quando il Marocco ne occupò militarmente il territorio, rimane il Referendum per l’autodeterminazione del popolo sahrawi. Il 10 dicembre, nel giorno dell’anniversario della firma della Dichiarazione dei Diritti Umani, Donald Trump ha espresso in un tweet il riconoscimento della sovranità del Regno del Marocco sul Sahara Occidentale; in cambio, la monarchia marocchina ha a sua volta riconosciuto Israele e avviato il processo per definire stabili relazioni politiche e commerciali, senza contare l’acquisto di materiale bellico (droni di sorveglianza, missili di precisione oltre a bombe di vario tipo) per 1 miliardo di dollari.

Una realtà per altro già esistente nel dietro le quinte dell’appoggio del Marocco alla causa palestinese, basti pensare che fu lo stesso Israele a favorire la costruzione del muro di separazione lungo 2700 km nei Territori Occupati del Sahara Occidentale. Dopo il riconoscimento da parte dell’amministrazione Trump di Gerusalemme quale capitale di Israele e il piano per l’annessione del Golan e della Cisgiordania, sul fronte del Sahara Occidentale è arrivato recentemente un altro tweet, in cui Mike Pompeo ha dichiarato di voler aprire un consolato nei Territori Occupati dal Regno del Marocco: l’ennesimo sfregio al già esile Diritto Internazionale, oltre che una mossa di carattere geopolitico per il controllo di Nord Africa e Medio Oriente. L’UE, dal canto suo, mantiene il suo immobilismo, avvinghiata come sempre agli accordi con il Marocco sui commerci di fatto illegali di beni naturali provenienti dal Sahara Occidentale occupato (pesca e fosfato in primis) e sul contenimento dell’immigrazione africana. Omeima Abdeslam, rappresentante del Fronte Polisario presso le Nazioni Unite a Ginevra, ha accettato di rispondere a qualche domanda relativa alla situazione attuale:

Omeima Abdeslam, ci può spiegare prima di tutto perché si è tornati a una situazione di conflitto armato ?

Il Consiglio di Sicurezza ha prolungato di un ulteriore anno la missione delle Nazioni Unite nel Sahara Occidentale, mantenendo di fatto l’agonia di un processo di pace che compie 29 anni e che non ha dato nessun frutto. Così, il 20 ottobre 2020 un gruppo di giovani saharawi ha deciso di occupare in maniera pacifica il valico di Guerguerat, impedendo il traffico commerciale in entrambe le direzioni. Ricordo che Guerguerat è una piccola striscia di terra di 4 km che separa la frontiera mauritana dal Sahara Occidentale occupato dal Marocco: si tratta di una zona cuscinetto sotto supervisione della MINURSO (la Missione dell’ONU per l’organizzazione del Referendum nel Sahara Occidentale – ndr) che non rientra negli accordi del Cessate il Fuoco del 1991; ciò nonostante, viene quotidianamente utilizzata dal Marocco per trasportare verso Sud i prodotti e i beni alimentari sottratti illegalmente al Sahara Occidentale. Il 13 novembre, violando il cessate il fuoco, il Marocco ha mobilitato l’esercito e in maniera violenta ha smantellato il blocco stradale di Guerguerat. Questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, e così anche il Fronte Polisario ha dichiarato la fine del Cessate il Fuoco e ha ripreso le armi. Dal 13 novembre vi sono stati diversi scontri armati tra il Fronte Polisario e l’esercito marocchino, principalmente lungo il muro della vergogna che separa i Territori Occupati del Sahara Occidentale da quelli liberati gestiti dal Fronte Polisario.

Qual è stata la reazione della Comunità Internazionale di fronte a questa nuova guerra?

Due sono stati gli avvenimenti che hanno fatto in modo che la questione del Sahara Occidentale trovasse infine una certa copertura mediatica: 1. La ripresa del conflitto armato tra il Fronte Polisario e l’esercito marocchino; 2. Il riconoscimento di Trump della sovranità del Regno del Marocco sul Sahara Occidentale. Prima di questi due avvenimenti, la questione del Sahara Occidentale era da sempre passata sotto silenzio. La stessa grande rivolta del popolo sahrawi di Gdeim Izik nel 2010, che fu la scintilla della Primavera Araba, non fu mediatizzata: ci si ricorda Tunisi, la Libia o il Cairo, ma nessuno ricorda là dove tutto ebbe inizio.

Quali implicazioni possono avere per il popolo sahrawi le recenti dichiarazioni di Trump?

La legge internazionale dice che il Regno del Marocco non ha nessuna autorità legittima sul Sahara Occidentale. Nemmeno Trump ha alcuna autorità sul Sahara Occidentale, eppure si permette di riconoscerne la sovranità del Marocco: questo è illegale, è contro la Legge Internazionale ed è molto grave perché è una sorta di “via libera” all’occupazione di altri territori da parte di potenze straniere, senza che ciò abbia ripercussioni sul piano giuridico. È importante che tutti i paesi si rendano conto della gravità della dichiarazione di Trump poiché è in gioco la sicurezza di tutti. Al tempo stesso, però, va detto che la dichiarazione di Trump non è del tutto negativa per noi sahrawi, perché può avere un effetto boomerang: vi è infatti in gioco il riconoscimento di Israele da parte del Marocco. Vanno ricordate due cose fondamentali: la prima è che il popolo marocchino è da sempre stato molto solidale con il popolo palestinese, la seconda è che il re del Regno del Marocco, Mohammad VI, è presidente del Comitato di Gerusalemme (al-Quds), strumento dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC), fra i cui obiettivi vi è quello di dar seguito alle risoluzioni attuate dagli organismi internazionali relative a Gerusalemme. La contraddizione è palpabile e il riconoscimento di Israele da parte di Re Mohammad VI non è soltanto un tradimento verso la Palestina, ma anche verso il popolo marocchino. Per questa ragione, onde placare la rabbia della società civile, il riconoscimento di Israele da parte del Regno del Marocco è stato inserito all’interno della questione del Sahara Occidentale, che da sempre è stata usata dalla monarchia per creare un sentimento identitario nazionalista. Ma ripeto, la dichiarazione di Trump ha sicuramente anche dei risvolti positivi. Innanzitutto ha dato un eco mediatico alla questione del Sahara Occidentale, e poi ha aperto gli occhi a molti palestinesi, i quali solo raramente hanno riconosciuto il popolo sahrawi come vittima delle loro stesse sofferenze. Ora conoscono la realtà, sanno che anche noi sahrawi, come loro, siamo vittime di un’occupazione militare e di una pulizia etnica, siamo divisi da un muro che segna l’apartheid, siamo privati di diritti, siamo repressi giorno dopo giorno e ci vengono saccheggiate le risorse naturali del nostro territorio. Tutto questo è identico fra la Palestina e il Sahara Occidentale. Ora i palestinesi sanno chi sono i loro veri amici e chi, anche tra gli Stati arabi, li appoggia formalmente ma poi collabora alle loro spalle con il loro oppressore Israele.

La rivolta di Gdeim Izik, nel 2010, è stata la scintilla che ha dato avvio alla Primavera Araba: è possibile che questa nuova guerra avrà una traiettoria simile?

Chi conosce il mondo arabo, e in particolare il Nord Africa sa che ogni 10 anni c’è un sollevamento. Spesso viene represso nel sangue, ma poi ritorna. La resistenza dei sahrawi non è solo per noi stessi, ma per tutti i popoli privati di diritti e libertà. È una resistenza che ha come obiettivo anche la liberazione dello stesso popolo marocchino dalla dittatura della monarchia corrotta che lo opprime.

Fino a quando proseguirà questa guerra? La via diplomatica è ancora un’opzione percorribile?

Noi sahrawi non crediamo più nelle Nazioni Unite né nella Comunità Internazionale: loro sono complici di questa guerra e del naufragio delle negoziazioni, poiché non hanno mai avuto la volontà politica di favorire il processo di pace e l’organizzazione del Referendum per la nostra autodeterminazione. Questa seconda guerra di liberazione che siamo stati costretti a riprendere non terminerà se non con l’indipendenza oppure con la morte. Il popolo sahrawi non permetterà che si ritorni al gioco ipocrita delle negoziazioni.

Che aria si respira nei campi profughi in Algeria e nei Territori Occupati? Come è stata accolta la notizia del ritorno alla guerra da parte del popolo sahrawi?

È impressionante. Quando in un paese scoppia una guerra, si vede la popolazione civile fuggire il più lontano possibile. Nel nostro caso, invece, è il contrario: moltissimi sahrawi che vivevano all’estero hanno fatto ritorno alla loro terra per arruolarsi; stessa cosa nei campi profughi, dove la maggior parte della popolazione maschile si è arruolata in maniera volontaria. È incredibile l’effetto che ha generato la sollevazione armata, lo spirito di unità e di forza che si è creato. Abbiamo dato troppo tempo alla pace e non è servito a nulla, ora sappiamo che tutto questo non finirà se non con l’indipendenza o il martirio. Nena News

 

Il premier del governo di Tripoli incontra Conte e Di Maio, prima di volare in Turchia dal super alleato Erdogan. Rapporto di Human Rights Watch sul massacro commesso la scorsa primavera dalle milizie legate al generale Haftar

di Roberto Prinzi     il Manifesto

Roma, 9 gennaio 2020, Nena News – «Un incontro costruttivo in cui si è ribadita l’importanza di procedere speditamente nel processo politico sotto l’egida dell’Onu». Sono le parole che il presidente del Consiglio Conte ha usato ieri sul suo profilo Twitter per descrivere l’incontro avvenuto nel pomeriggio a Palazzo Chigi con il suo pari libico al-Sarraj e a cui ha partecipato anche il ministro degli Esteri di Maio.

SARRAJ HA RINGRAZIATO l’alleato per i suoi «sforzi per la stabilità della Libia», nonostante non fossero mancati attriti lo scorso anno quando Roma si era avvicinata anche al suo rivale giurato, il generale cirenaico Haftar, capo dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Enl).

Ma sono giorni lontani: il leader del Governo di Accordo nazionale (Gna) di Tripoli cerca da tempo di allargare il cerchio delle alleanze per non restare troppo schiacciato dai turchi, i protagonisti indiscussi del dossier libico grazie al sostegno militare risultato indispensabile a Tripoli per piegare Haftar. Sarraj lo sa bene e non a caso dopo la tappa romana volerà in Turchia dove ad attenderlo ci sono già i suoi ministri degli interni Bashagha e della difesa Namoursh.

Nel frattempo, continuano a far inorridire i massacri di civili avvenuti tra aprile e giugno 2020 a Tarhuna (60 chilometri a sud est di Tripoli).

HUMAN RIGHTS WATCH (Hrw) è tornata l’altro giorno sull’argomento chiedendo l’apertura di un’indagine. «Le famiglie di Tarhuna che hanno i cari dispersi hanno difficoltà ad andare avanti con le loro vite. Le autorità libiche dovrebbero compiere i passi appropriati per identificare i cadaveri e assicurare alla giustizia i responsabili degli abusi compiuti», ha scritto l’organizzazione statunitense nel suo rapporto pubblicato giovedì.

Sono almeno 338 i residenti di Tarhuna dati per dispersi dalle autorità locali in seguito al ritiro la scorsa estate delle forze di Haftar. Secondo i familiari degli scomparsi intervistati dall’organizzazione, i responsabili degli orrori sarebbero le milizie Kaniyat, affiliate alle forze di Haftar e già sottoposte a sanzioni dagli Stati uniti lo scorso novembre.

L’accusa di Human Rights Watch è che il clan al-Kani (sostenitore in passato del rais Gheddafi) avrebbe «rapito, detenuto, torturato, ucciso e forse fatto disperdere» gli oppositori o coloro che «erano sospettati di esserlo». I racconti pubblicati nel rapporto confermano quanto da mesi è già noto: a Tarhuna sono stati commessi crimini contro l’umanità.

PARTICOLARI MACABRI erano già emersi dai primi cadaveri ritrovati nelle fosse collettive: corpi ammanettati, con segni di tortura, a volte in così avanzato stato di decomposizione che per molti familiari è stato difficile il riconoscimento. Erano civili non combattenti, sottolineano le famiglie, ma in quei mesi in cui Haftar provava a entrare a Tripoli per porre fine al Gna «sostenuto dai terroristi», non c’era alcuna differenza. Erano nemici e come tali andavano eliminati.

«Quando catturavano e uccidevano qualcuno – racconta un intervistato – i miliziani si assicuravano di ammazzare l’intera famiglia così da non subire atti di rappresaglia. Poi gli assassini si prendevano denaro e proprietà». Tarhuna era base strategica per il generale Haftar per assaltare la capitale e porre fine alla sua offensiva anti-Tripoli iniziata nell’aprile del 2019.

Un’operazione naufragata in primavera quando il Gna, grazie ai turchi, è riuscito non solo a difendere la capitale, ma anche a far indietreggiare l’Enl dietro Sirte, da mesi linea della trincea tra Tripolitania (ovest) e Cirenaica (est). È qui, ha detto due giorni fa il portavoce dell’Enl al-Mismari, che le Nazioni unite schiereranno osservatori disarmati per monitorare il cessate il fuoco raggiunto lo scorso ottobre.

A SIRTE NON SI SPARA da mesi, eppure la città resta prigioniera delle tensioni di un Paese lacerato da mercenari di diverse nazionalità, dalle ingerenze straniere e dalle milizie armate che impongono, soprattutto in Tripolitania, la loro forza con lo strepito delle armi.

Il secondo scambio di prigionieri avvenuto due giorni fa tra il Gna e l’Enl è un passo positivo, così come gli incontri del Dialogo politico intra-libico. Ma non ci sarà mai vera riconciliazione finché non si darà giustizia alle voci delle Tarhuna libiche. Nena News

 

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