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Neve, piogge torrenziali e fango stanno devastando i campi informali, dove gli aiuti umanitari non arrivano, da Rukban nel deserto ad Hajin dove l’Isis tenta un ritorno. Unicef: «La storia ci giudicherà»

Tende in un campo profughi siriano in Libano (Fonte: Daily Star)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 16 gennaio 2019, Nena News – Prima Norma, da ieri sera Miriam: sono i nomi dati alle tempeste che stanno colpendo da giorni il Medio Oriente. Neve, piogge, temperature sotto lo zero hanno già cominciato a uccidere: ieri l’Unicef ha denunciato la morte per congelamento di almeno 15 bambini siriani in due diversi campi profughi nel paese.

Campi improvvisati, dove le organizzazioni internazionali non arrivano. La situazione è drammatica nel vicino Libano con 66 campi in piena emergenza (le foto delle tende di Arsal, da noi, sono state spacciate per le casette dei terremotati nel Centro Italia), ma in Siria è devastante per l’isolamento in cui sono costretti a vivere da mesi, anni, gli sfollati interni.

Otto bambini sono morti nel famigerato campo di Rukban, sorto spontaneamente al confine con la Giordania e dal 2015 chiuso dalle autorità di Amman per timore di attentati terroristici dopo un attacco contro le guardie di frontiera del regno hashemita. Qui, in mezzo al deserto, d’estate si muore di sete e malattie, in pieno inverno di freddo.

Altri sette minori hanno perso la vita ad Hajin, nella provincia orientale siriana di Deir Ezzor, da cui da settimane decine di migliaia di civili sono in fuga per gli scontri tra il sempre presente Stato Islamico e le Forze Democratiche Siriane. L’Unicef prova a svegliare le coscienze, il suo direttore regionale Geert Cappelaere lo fa con l’età dei bambini: il più piccolo aveva solo un anno.

L’emergenza si concentra a Rukban, dove l’80% dei 45mila rifugiati presenti sono donne e bambini e il tasso di mortalità infantile è in costante aumento per la mancanza pressoché totale di assistenza sanitaria.

Gli ultimi aiuti umanitari, portati da convogli dell’Onu solo dopo un estenuante negoziato, sono entrati all’inizio di novembre. I rifugiati vivono in mezzo al nulla, abbandonati a se stessi: due giorni fa una donna ha tentato il suicidio dandosi fuoco con i figli per la disperazione, tra tende portate via da vento e pioggia e i pochi averi distrutti dall’acqua.

«Le vite dei bambini continuano ad accorciarsi per qualcosa di prevedibile e curabile – denuncia Cappelaere – Non ci sono scuse per tutto questo nel ventunesimo secolo. La storia ci giudicherà per queste morti evitabili». Eppure a dicembre il ministero degli esteri giordano lo ha ribadito: Amman, che ospita 630mila siriani, non farà entrare nel proprio territorio i profughi di Rukban.

Hajin, a Deir Ezzor, non è certo un’oasi felice: i civili in fuga dagli scontri e i raid Usa (sì, ritiro o meno, ci sono ancora) arrivano nei campi a nord gestiti dai curdi a piedi, tra pioggia torrenziale e neve. Ci impiegano giorni a raggiungere un riparo, sfiniti e denutriti.

E poi c’è la provincia di Idlib, dall’altra parte, a ovest: qui, denuncia l’Unhcr, almeno 11mila bambini e le loro famiglie si sono ritrovati senza riparo a causa delle piogge che hanno colpito la zona e le temperature scese sotto lo zero. Le tende sono distrutte e non ci sono più coperte disponibili.

«Il numero di persone che si sono spostate a Idlib nel corso dell’anno è enorme – dice Caroline Anning di Save the Children – C’è il rischio che altre ne arrivino». Arrivano dove di aiuti ce ne sono ben pochi: mancano strutture mediche e la tempesta ha reso irraggiungibili molte aree della provincia.

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

Ieri scuole, fabbriche e negozi chiusi contro la nuova legge. In migliaia hanno manifestato a Ramallah. Alla base sta la quasi totale assenza di fiducia di cui gode oggi l’Autorità Nazionale Palestinese

La manifestazione di ieri a Ramallah contro la riforma delle pensioni

della redazione

Roma, 16 gennaio 2019, Nena News – I palestinesi della Cisgiordania tornano in piazza dopo le proteste di novembre contro la riforma pensionistica dell’Autorità Nazionale Palestinese. Ieri in migliaia hanno manifestato contro la nuova legge, entrata in vigore il primo novembre: il timore dei lavoratori sta nell’uso dei fondi che saranno raccolti dalla Previdenza Sociale, prelevandoli dagli stipendi dei dipendenti per coprire le pensioni. Ma, dicono sindacati e lavoratori, il vero obiettivo dell’Anp è fare cassa. E la paura è che Israele, che secondo gli accordi stipulati negli anni Novanta con Olp e Anp raccoglie il denaro delle tasse, possa congelarli come spesso accaduto in passato come forma di pressione politica sulla leadership palestinese.

E così ieri è stato indetto un nuovo sciopero con negozi, università e organizzazioni, scuole pubbliche e private e fabbriche chiuse nelle città della Cisgiordania, da Ramallah a Nablus, da Betlemme a Hebron, e gli avvocati che rifiutavano di presenziare alle udienze nei tribunali. A Ramallah, la città che ospita le istituzioni dell’Anp in migliaia hanno manifestato di fronte al quartier generale della Social Security Corporation dell’Autorità ad al-Bireh.

Lamentano la totale indifferenza alle richieste della gente, spiega Muhammad Zghayyer, portavoce del comitato di protesta: “Lo sciopero è il modo per dire all’Anp che la maggior parte del popolo palestinese è contrario a questa legge e si rifiuta di rispettarla. Nonostante il 90% dei negozi e gli uffici pubblici siano chiusi e nonostante le costanti manifestazioni di questi mesi, il governo rifiuta di ascoltarci”, dice a Middle East Eye.

Secondo quanto previsto dalla riforma, le pensioni saranno coperte prelevando il 10% agli stipendi dei dipendenti pubblici e il 7% da quelli privati. Compresi i lavoratori che ricevono solo il salario minimo, 1.450 shekel, circa 300 euro: una miseria con cui è già impossibile arrivare alla fine del mese.

Ieri le aziende con più di 200 impiegati hanno iniziato a registrarci, secondo quanto previsto dalla nuova legge, alla Palestinian Social Security Corporation – hanno tempo fino al 2020 – mentre funzionari palestinesi hanno risposto alle critiche. Majed el-Helo, responsabile del programma, ha parlato all’agenzia Wafa di “grandi emendamenti”, tra cui la previsione di pensioni di reversibilità a vedovi e vedove.

Tutti elementi centrali nei sistemi pensionistici in giro per il mondo, ma che in Palestina ha un significato diverso, come sottolineano i lavoratori: l’Anp non è uno Stato né un governo, è un’entità amministrativa sotto occupazione militare, di cui buona parte della popolazione non si fida affatto, sia per le relazioni con Israele sia per la debolezza nei confronti delle autorità di Tel Aviv che ha l’ultima parola.

“Cosa succede se l’occupazione israeliana decide che i soldi del fondo sostengono i ‘terroristi’ e in qualche modo decide di confiscarlo? – aggiunge Zghayyer – Chi ci promette di proteggere i nostri soldi? Di certo non l’Anp. Se non c’è fiducia tra i cittadini e il governo, queste leggi non possono funzionare”. A monte, dunque, la questione è politica: la quasi totale di consenso di cui gode l’Autorità tra la gente, eroso da anni di corruzione, cooperazione alla sicurezza con Israele e un’élite verticistica che ha impoverito la base. Nena News

Terza e ultima parte del reportage di Mirca Garuti: la vita dei profughi, l’organizzazione tra assemblee e comitati, le attività interne, i servizi sanitari, le scuole, la raccolta dei rifiuti. Un confederalismo democratico in piccolo

Testo e foto di Mirca Garuti*

Roma, 16 gennaio 2019, Nena NewsPer la seconda parte clicca qui

L’organizzazione sociale del Campo (III parte)

Il campo è diviso in 5 zone e ogni zona in 4 quartieri.  E’ gestito da due Assemblee istituzionali, una Popolare e una delle Donne. Ogni comitato del campo, istruzione, sanità, ecologia, economia, giovani, ginecologia ecc, ha un suo rappresentante in queste assemblee. Ogni quartiere ha una sua assemblea che ha l’obbligo di riportare a quella Popolare ciò che è stato discusso e deciso. L’assemblea Popolare è convocata ogni due mesi, mentre quelle di quartiere una volta alla settimana.

I problemi sono risolti normalmente nelle assemblee di quartiere, ma se si presentano complicazioni e non sono risolvibili, si passa all’Assemblea Popolare. Ogni due anni c’è il Congresso del campo per eleggere i nuovi rappresentanti delle due assemblee istituzionali.
Nella Assemblea Popolare ci sono due co-presidenti, un uomo e una donna, mentre  in quella delle Donne il Presidente è uno solo.
L‘assemblea Popolare è composta da 131 membri e 31 di questi formano il comitato di controllo.

L’assemblea delle donne, nata nel 2013  è composta da 81 donne elette solo dalle donne, di cui 33 fanno parte anche di un Comitato ristretto e di queste, 9  sono co-presidenti nelle varie istituzioni, come per esempio sindaco e assemblea popolare.
Ogni istituzione (scuola, sanità, economia, cultura, donne, orfani, lavoro, ecologia, gineologia) vede sempre la presenza di un uomo e di una donna e queste nove donne le rappresentano tutte. Le 33 donne del Comitato ristretto si occupano solo dell’Accademia delle donne. (vedi “Le donne del Kurdistan”)

In questi due ultimi anni abbiamo trovato il campo migliorato: sono state pavimentate alcune strade; è stato costruito un piccolo presidio sanitario in funzione da soli tre mesi; si applica la raccolta differenziata per la plastica e cartone; da due mesi è operativo un Centro per bambini down; è stato realizzato un anfiteatro per spettacoli culturali e si è anche  provveduto ad installare un sistema di illuminazione nel campo per migliorare la sicurezza  dal momento che l’ISIS è ancora presente in queste zone.

Esiste anche un’Assemblea della Sanità costituita nel 2013 e composta da 50 persone tra medici di diversa specializzazione ed infermieri, il cui Co-presidente è il Dottor Mahmet che incontriamo durante la visita al piccolo ospedale. Nel campo di Makhmour esiste anche una vecchia struttura sotto il controllo dell’Unchr ma che funziona solo dalle otto alle tredici. Vista l’importanza di offrire una risposta adeguata ai problemi sanitari del campo, è sorta la necessità di avere un servizio aperto 24 ore. Così è nato questo piccolo ospedale che funziona dalle tredici alle ore otto del mattino seguente. L’ospedale è stato costruito solo con le offerte della popolazione stessa lavorando gratis e degli amici esterni.

In tre mesi di attività sono stati visitati e curati 3.700 persone tra i residenti del campo e da altre città. Il motivo principale della scelta di questo ospedale, dal punto di vista dei pazienti, è quello del diverso tipo di approccio medico. Qui trovano un rapporto umano, una fiducia  che manca invece in altre strutture. Il problema principale dell’ospedale per il suo funzionamento è la mancanza di energia elettrica, disponibile solo per 12 ore al giorno. Per questo avrebbero la necessità di avere un altro generatore di corrente.

Un altro problema è la mancanza di ambulanze per il trasporto di persone in pericolo di vita che necessitano di attrezzature più sofisticate rispetto a quelle esistenti. Per non parlare poi dei medici di questo ospedale che solo per il fatto di essere profughi non possono continuare gli studi di specializzazione, costringendoli così, per alcuni casi più complicati, a dover chiedere l’intervento di medici esterni. Le malattie più comuni sono legate all’uso dell’acqua inquinata proveniente da quattro pozzi o dall’esterno tramite l’uso di autobotti oppure, per problemi dovuti al diabete, pressione arteriosa, cuore e anemia.

L’assemblea sanitaria ha avviato, dal momento che le persone con malattie croniche sono ben 686, un progetto finalizzato all’apertura di un’Accademia sanitaria per coinvolgere i giovani allo studio della medicina, dell’infermieristica e per avviare un percorso di prevenzione per questo tipo di malattie.

Alla sede della municipalità del campo incontriamo i due co-sindaci, una donna ed un uomo. Le parole della donna si rivolgono subito ad una speranza di democrazia. Il fascismo si combatte con la democrazia. Tutti loro si trovano profughi in questo campo a causa del fascismo turco. Occorre quindi unire tutte le varie forze democratiche per combattere, resistere insieme contro l’oppressione fascista. L’obiettivo del Confederalismo Democratico è appunto quello di unire, di mettere insieme per opporsi ad un unico nemico.

Il motivo di questo incontro è legato al progetto della costruzione dell’ospedale, per ora fermo a causa della guerra contro l’Isis. La co-sindaca assicura che il progetto sarà portato a termine quando avranno la disponibilità economica. Nell’ultimo periodo hanno dovuto optare per l’emergenza della guerra in atto con l’acquisto di kit sanitari e la necessità di rendere agibile subito il piccolo ospedale visitato il giorno precedente.  La municipalità ha comunque vari progetti da mettere in cantiere, come per esempio una casa di ritrovo per gli anziani, due nuove scuole  e la creazione di fognature. Sono riusciti anche a mettere in atto un riciclo di rifiuti, plastica e cartone, per poterli rivendere. Viene ribadito che il campo soffre di un grande problema legato all’acqua.

Ci sono sei pozzi, quattro utilizzati per bere e due per i lavori. Ogni casa ha quindi due tipi diversi di acqua. L’acqua era pulita, prima della guerra contro l’Isis, arrivava dal fiume Tigri, ma poi l’Isis a Mosul ha rotto la condotta e l’acqua è stata inquinata. L’acqua comunque del campo contiene molto calcaree e zolfo. A questo punto la nostra delegazione propone un progetto per depurare l’acqua.

Il campo si trova in una zona desertica e l’acqua disponibile non è sufficiente per tutto e tutti. La popolazione avrebbe bisogno di avere, per entrambi gli usi, almeno 12 metri cubi d’acqua. mentre ne hanno a disposizione solo 8.

I curdi sono una popolazione di contadini e di pastori, ma qui essendo la situazione geografica non favorevole riescono ad avere un orto o qualche pianta solo a livello personale. Difficoltà quindi anche far crescere un semplice pomodoro perché brucia prima di essere completamente maturo. Ci vorrebbero delle serre, ma non vogliono far crescere frutta e verdura sotto la plastica.
Anni fa i giovani andavano ad Erbil a lavorare, ora, data la difficoltà di uscire dal campo per la mancanza di permessi, il numero è molto diminuito. Quasi tutti sono occupati nell’edilizia.

Nella municipalità sono impegnate 32 persone, 9 di queste sono assessori con ruoli specifici. In verità è evidente che ormai questa  popolazione sta cercando piano piano di creare una vera città. Non pensavano certo di dover rimanere qui oltre 20 anni. 

Nel campo c’è anche un Centro  giovani formato da ragazzi e ragazze, organizzato da un’assemblea generale di 70 persone, 25 di questi hanno la responsabilità in altrettanti comitati, come cultura, sport, difesa del campo, studenti, diffusione del Confederalismo democratico per una vita migliore, ecc.

Non c’è un limite d’età per far parte di un comitato, tutti possono intervenire.  Erbil è considerata la città del capitalismo, non accettano la vita che si svolge nel capoluogo del Kurdistan iracheno. Non c’è differenza di ruoli tra maschi e femmine, tra di loro il confronto d’idee è praticamente giornaliero. Il loro obiettivo è quello di parlare con tutti i componenti del campo specialmente gli anziani e le donne per far cadere gli ultimi residui  di convinzione appartenenti ad una vecchia cultura patriarcale. Il loro motto è: credere e creare.

Il nostro soggiorno nel campo di Makhmour ci ha dato l’opportunità di conoscere persone, famiglie, di sentire i loro racconti, di percepire la loro sofferenza e la speranza per un futuro migliore. Sofferenza legata alla loro fuga dalle case, dai villaggi in Turchia dove prima vivevano. Case distrutte, villaggi dati alle fiamme. Le scelte erano: restare, diventare spie, morire oppure scappare con la speranza di poter ritornare un giorno non troppo lontano. Dopo un lungo pellegrinaggio sono arrivati qui al campo chiamato “della morte” ma che insieme sono riusciti a farlo diventare quello “della vita e della speranza”.

Questo campo ha sempre avuto  nemici, non solo Daesh ma anche lo stesso governo iracheno, in quanto questa formula di organizzazione, fa paura. Qui si è deciso per un auto-gestione, per il Confederalismo democratico, quasi tutti hanno studiato, sono preparati e sono diventati quindi un esempio per molti e questo fa paura ai governanti e al potere. 

Il sistema educativo scolastico del campo prevede scuole che vanno dall’asilo alle classi superiori. La scuola superiore, frequentata dai 13 anni ai 20, è una sola, non c’è una scelta di indirizzo,  non esistono per esempio licei o scuole tecniche. L’obbligatorietà cessa con le scuole medie. I ragazzi però sono spronati a continuare gli studi, perché l’istruzione è ritenuta la base di un possibile cambiamento culturale che può portare poi ad una vera modifica della società attuale. Si studiano comunque tutte le materie, dalla geografia alla biologia, matematica, sociologia, gineologia, inglese, chimica, informatica  e naturalmente la storia.

Viene specificato che per capire la realtà in cui si vive, prima è necessario approfondire la storia mondiale e poi quella particolare del loro stato. Nel loro sistema non sono previsti voti, ma punti. Alla fine di ogni anno scolastico per passare a quello successivo si deve totalizzare 40 punti. Nel caso in cui non si raggiunga il massimo dei punti, si ripete l’anno di studio. Se poi questo si ripete un’altra volta, l’assemblea della scuola chiama i genitori per poter capire quali sono i problemi che impediscono al ragazzo di ottenere tale punteggio. In caso di rifiuto di continuare gli studi, l’insegnante va direttamente a casa del ragazzo per seguirlo ed insieme ai genitori cercherà poi di riportarlo a scuola. L’abbandono scolastico è comunque molto limitato, solo 3 casi all’anno.

Tutti gli insegnanti sono volontari. Dal 2005 al 2015 non hanno mai percepito nessuna forma di stipendio, solo dal 2016 ricevono un piccolo contributo. Le divise scolastiche ed i libri sono a carico delle famiglie, ma nel caso in cui questo non è possibile, sono donate dalla comunità. I problemi sono legati al numero insufficiente d’insegnanti e allo stato fisico delle strutture scolastiche. Le aule sono piccole e con problemi di sicurezza. Mancano i laboratori di ogni tipo, come per esempio di chimica, di lingue, d’informatica, ecc. Si studia quindi solo la teoria non riuscendo a mettere in pratica niente di quanto appreso. L’incursione di Isis all’interno del campo nel 2014 ha distrutto quello che c’era e non è mai più stato rimesso in piedi.

Le scuole superiori, come quelle medie, sono frequentate da circa 700 ragazzi ognuna, divisi in 23/24 classi con 33/35 insegnati. Ogni classe conta circa 30/36 alunni con doppi turni. Tutti gli studenti iracheni e curdi devono sostenere un esame d’ammissione per accedere agli studi universitari. Quelli curdi però non possono andare a studiare all’estero perché sprovvisti di documenti, anzi non potrebbero nemmeno uscire dal campo. Possono accedere all’università di Erbil, ma poi, per disposizione legislativa, non gli è permesso accedere alle specializzazioni e di lavorare nel settore pubblico. Tutto dipende dalla politica.

Fare studiare i figli diventa anche un investimento per arricchire il campo e, per questo motivo, non sono spinti ad andare fuori all’estero, perché se vanno via, anche il campo stesso perde. La loro scommessa è quella di farli studiare e farli rimanere. Scappare non è una soluzione perché si rischia di perdere la propria identità. Quando qualcuno riesce a raggiungere altri paesi, poi non torna più e se anche manda aiuti a chi è rimasto, è considerato un traditore, perché ha lasciato ad esempio i genitori da soli dando l’onere di sostenerli ad altre persone.

Nel campo di Makhmour da due mesi è in funzione anche un centro per bambini con la sindrome di down. E’ stata una decisione voluta per cercare di migliorare la loro vita, per non farli sentire troppo diversi da tutti gli altri e per non lasciarli isolati, nascosti agli occhi del mondo. Fino a questo momento, infatti sono sempre restati a casa senza frequentare nessuna scuola perché non c’erano insegnanti adatti.  I bambini sono 21 con 8 insegnanti.

Questa struttura è provvisoria in quanto servirebbe un centro più grande e adatto a questo tipo d’insegnamento. Gli insegnanti volontari hanno fatto un corso di specializzazione mirato proprio verso questo tipo di disabilità. Dal momento che le aule e gli insegnanti sono pochi e che i bambini necessitano di una presenza costante di un insegnante, sono costretti a farli arrivare a rotazione per poter dare un servizio migliore.

Durante la giornata c’è dunque un momento dedicato all’insegnamento con il solo bambino, poi c’è un momento di gioco dove si trovano tutti insieme. Quello che stanno cercando di fare per questi bambini è ammirevole, sono solo agli inizi, necessitano ancora di tante cose, di altri insegnanti, di medici, di materiale didattico e sanitario, ma importante è iniziare. Con l’apertura di questo centro, proprio per limitare questo handicap, hanno iniziato anche a sottoporre le donne in gravidanza ad uno screening con amniocentesi. E’ possibile anche effettuare, in caso di anomalie accertate, aborti terapeutici presso l’ospedale di Erbil.

Lasciamo fisicamente il campo di Makhmour ma il nostro cuore è ancora lì con la sua popolazione che è riuscita ad avere una vita dignitosa contro ogni altra prospettiva negativa. Il mio ricordo, il mio pensiero va verso le guerrigliere e guerriglieri che in montagna cercano di difendere il loro popolo sia dagli attacchi dell’Isis, non ancora sconfitto definitivamente, e sia da quelli dell’esercito turco…(continua)

Fonti: www.uikionlus.com
Libro “Guerra all’Isis”  di Gastone Breccia
Libro “La guerriera dagli occhi verdi” di Marco Rovelli

*Il reportage è stato pubblicato originariamente su alkemianews 

 

Sempre più concrete le voci di una prossima riapertura della nostra ambasciata nella capitale siriana. L’obiettivo è permettere ai colossi dell’imprenditoria italiana di stare al tavolo degli appalti per le infrastrutture da ricostruire nella Siria sconvolta da otto anni di guerra

AGGIORNAMENTO

ore 13:55  Il presidente turco Erdogan ha detto oggi che considera positivamente la creazione nel nord della Siria di una “zona cuscinetto” di 32 km che, ha precisato, inoltre potrebbe ulteriormente estendersi

Ieri il leader turco aveva riferito di aver parlato di “safe-zone” durante una conversazione telefonica con il presidente statunitense Donald Trump

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di Michele Giorgio   il Manifesto

Roma, 15 gennaio 2018, Nena News – Chi se ne va dalla Siria, come gli Stati uniti, e chi torna, come l’Italia. Il governo Conte è pronto a riattivare le attività dell’ambasciata italiana a Damasco. Lo scrivono da alcuni giorni i media arabi, spiegando che l’Italia ha già avviato i lavori di ristrutturazione all’interno della sede della missione in Siria chiusa dal 2012. Da Roma di ufficiale trapela poco ma indiscrezioni diffuse da fonti anonime della Farnesina sussurrano che tra una decina di giorni o poco più un incaricato d’affari sarà nella capitale siriana per riaprire l’ambasciata. D’altronde la scorsa settimana era stato lo stesso ministro degli esteri Enzo Moavero Milanese a dare peso alle notizie di fonte araba. «Stiamo lavorando per valutare se e in che tempi sia necessario riaprire l’ambasciata in Siria», aveva detto aggiungendo che «è molto importante che la situazione in Siria vada verso prospettive più normali. Non c’è stata un’accelerazione in questo senso».

Il nostro ministero degli esteri ribadisce che i rapporti con la Siria restano «congelati». Ma è fin troppo chiaro che la vittoria militare e politica del presidente siriano Bashar Assad – simboleggiata anche dalla recente ripresa delle relazioni diplomatiche di Damasco con i “nemici” Bahrain ed Emirati – ha convinto la Farnesina a muoversi per tempo e a riallacciare i rapporti con la Siria. Che poi non sono mai stati interrotti del tutto visto che i servizi segreti italiani contatti con l’intelligence siriana, nella lotta all’Isis e ad al Qaeda, hanno continuato ad averli. È perciò finita l’era della linea di Giulio Terzi, il peggior ministro degli esteri dell’Italia repubblicana. Terzi abbracciò la causa “ribelle”, ossia dei jihadisti e qaedisti finanziati dalle monarchie sunnite del Golfo e appoggiati da Londra, Washington e Parigi e fece dell’Italia una delle avanguardie della campagna volta a rovesciare Assad e a riposizionare la Siria nello scacchiere strategico mediorientale allontanandola dall’Iran.

In realtà il riavvicinamento a Damasco non è frutto solo delle decisioni del governo in carica. L’anno scorso a febbraio, quindi con Gentiloni presidente del consiglio, avvenne la visita “segreta” a Roma del capo dei servizi segreti siriani Ali Mamlouk. Il tempo ora stringe e l’Italia, senza rompere ufficialmente con la linea dell’Ue di scontro con Damasco, sa che gli Stati uniti, Francia e Gb non potranno paralizzare ancora a lungo la ricostruzione della Siria e intende arrivare in tempo utile al tavolo della spartizione degli appalti miliardi. Non si tratta di una scelta frutto di fini valutazioni strategiche e di elaborate analisi sul ruolo dell’Italia in Medio oriente. Cose che i membri del governo gialloverde non sono in grado di fare. Più semplicemente le imprese italiane scalpitano davanti ad un affare da 300-400 miliardi di dollari, secondo alcune stime, e non intendono farselo scappare. Roma perlatro, almeno in teoria, può contare sull’appoggio di Mosca, alleata di Damasco, con cui ha buoni rapporti rispetto ad altri paesi dell’Unione. L’ambasciata italiana a Damasco perciò avrà il compito principale di favorire gli appetiti dei colossi dell’imprenditoria italiana pronti a “ricostruire” la Siria.

In attesa di ulteriori conferme delle mosse italiane, chi non seguirà le orme di Roma sono il Qatar e l’Arabia saudita, paesi che hanno sostenuto e finanziato rispettivamente il movimento dei Fratelli musulmani siriani e varie organizzazioni salafite jihadiste nel tentativo, fallito, di far crollare Bashar Assad e frantumare la Siria. Ieri il ministro degli esteri qatariota, Mohammed bin Abdulrahman al Thani, ha detto che a differenza di altri paesi del Golfo, il Qatar non riaprirà la propria ambasciata a Damasco e si opporrà al ritorno della Siria nella Lega araba. L’Arabia saudita da parte sua ha smentito la notizia secondo la quale sarebbe pronta a riallacciare relazioni diplomatiche con Damasco. Nena News

Nel 2015 gli accusati hanno chiesto la cancellazione del concerto di Matisyahu, cantante statunitense filo-israeliano vicino a gruppi fondamentalisti ebraici. Gli attivisti sono stati denunciati per reati di minacce, incitamento all’odio e violenza privata

di Marco Santopadre

Roma, 15 gennaio 2019, Nena News – Alla crescita del vasto movimento che si batte per il boicottaggio economico, politico e culturale dell’occupazione dei territori palestinesi, Israele e le sue diramazioni in Europa e negli Stati Uniti rispondono in maniera sempre più aggressiva.

Nello Stato Spagnolo otto persone rischiano di finire in carcere per quattro anni proprio in virtù della loro partecipazione a una campagna di boicottaggio. Tra queste ci sono Jorge Ramos Tolosa, professore di Storia Contemporanea all’Università di Valencia, Irene Esteban, militante femminista, e Imma Milàn, docente della scuola secondaria.

Nel 2015 i tre attivisti per i diritti umani hanno portato avanti, insieme ad altri, una campagna rivolta agli organizzatori del festival reggae Rototom Sunsplash di Benicàssim – approdato nel Paese Valenzano dall’Italia  – affinché cancellassero il concerto di Matisyahu (Matthew Paul Miller), un cantante statunitense filoisraeliano e seguace di gruppi ebraici fondamentalisti.

L’artista è noto per aver collaborato alla raccolta di fondi per l’esercito israeliano insieme all’associazione degli Amici delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), per l’Aipac, la potente lobby filoisraeliana attiva negli Stati Uniti, e per ‘StandWithUs’, un gruppo di propaganda antipalestinese legato a Tel Aviv. Non solo: Matisyahu ha collezionato un consistente numero di esplicite prese di posizione, come quando ha negato l’esistenza storica e l’identità del popolo palestinese o ha giustificato la strage compiuta nel 2010 dalle teste di cuoio israeliane a bordo della Mavi Marvara, una delle imbarcazioni che facevano parte della Freedom Flotilla (un convoglio internazionale di solidarietà che tentava di portare aiuti umanitari alla popolazione della Striscia di Gaza assediata da Tel Aviv).

Proprio nel 2015 Miller pubblicò una foto insieme ad un colono israeliano accusato di aver bruciato vivi tre palestinesi provocandone la morte.

Per questo i tre valenzani Jorge Ramos, Irene Esteban e Imma Milán, insieme ad altri attivisti catalani, chiesero al Rototom, in coerenza con i valori di libertà e il rispetto dei diritti umani che almeno teoricamente il festival afferma di difendere, di rinunciare a far suonare un cantante così fortemente schierato a favore delle politiche coloniali e militariste di Israele. 

“La ripetuta difesa di Miller dei crimini di guerra israeliani e le gravi violazioni dei diritti umani, l’incitamento all’odio razziale e le connessioni con gruppi estremisti e violenti fondamentalisti in Israele sono in diretta contraddizione con diritti umani e principi di pace e spirito di questo festival” spiegavano i coordinatori della campagna BDS agli organizzatori del festival.
La campagna di pressione si svolse per lo più sui social network, riuscì a sollevare la questione – soprattutto grazie alle furiose polemiche scatenate dagli ambienti filoisraeliani e alle prese di posizione di alcuni degli altri ospiti previsti – ma non a impedire la prevista esibizione di Matisyahu.

Quando la direzione del festival chiese a Miller di pronunciarsi apertamente a favore del diritto dei palestinesi ad avere un proprio stato e contro la discriminazione ottenne uno sdegnato rifiuto costringendo gli organizzatori ad annullare la data. A quel punto gli ambienti filoisraeliani, compresa la Federazione delle Comunità Ebraiche Spagnole, accusarono il festival di essere “razzista e antisemita”. Gli organizzatori cedettero e fecero pubblicamente ammenda. Alla fine il concerto di Miller si svolse regolarmente.

Si trattò di una campagna totalmente pacifica, eppure ora gli attivisti rischiano una pena di quattro anni di reclusione e l’inabilitazione dai pubblici uffici. Ramos, Esteban e Milàn e altri cinque attivisti sono infatti stati denunciati per i reati di minacce, incitamento all’odio e violenza privata e ieri sono comparsi davanti a un giudice del tribunale di Valencia, avvalendosi della facoltà di non rispondere alle domande della corte. 

Il procedimento giudiziario è partito nel 2017, frutto della denuncia presentata dall’avvocato Abel Isaac de Bedoya Piquer, presidente del “Comitato Legale contro l’Antisemitismo e la Discriminazione” e negli ultimi anni difensore di vari esponenti dell’estrema destra neofascista e di alcuni dirigenti del Partito Popolare processati per corruzione.

“Il processo nei nostri confronti – denunciano gli attivisti, che ovviamente si appellano alla libertà di espressione – mira a zittire il dibattito generato dal movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni a Israele e a criminalizzare le sue campagne. Nulla a che vedere con l’antisemistismo”.

“L’identità religiosa dell’artista non ha mai avuto alcuna importanza per noi. Qualsiasi persona – indipendentemente dalla sua identità – che difenda o collabori con i crimini razzisti e violenti di Israele non è coerente con un festival come il Rototom Sunsplash” affermava nel suo appello la campagna Defensem el Drets Humans.

Sabato al Palazzo delle Esposizioni di Valencia si è svolta una manifestazione di solidarietà con gli attivisti processati alla quale hanno partecipato il musicista Pau Alabajos, la giornalista – recentemente vincitrice del premio  ‘Palestine International Award for Excellence’ – la coordinatrice europea del  International Jewish Anti-Zionist Network (IJAN), Liliana Córdova – figlia di una sopravvissuta alla Shoah – e la deputata al parlamento valenzano Rosa de Falastin Mustafà.

Che si arrivi a meno a una condanna degli otto attivisti, è la prima volta che una campagna di boicottaggio pacifica e pienamente legittima finisce nelle stanze di un tribunale spagnolo, il che, avvertono gli attivisti filopalestinesi, costituisce di per sé un grave e preoccupante precedente. Nena News

Nena News pubblica la seconda parte del racconto di Mirca Garuti dal campo del Bashur dove è stata messa in pratica l’ideologia socialista elaborata dal leader curdo “Apo” Abdullah Ocalan

Testo e foto di Mirca Garuti*

Per la prima parte clicca qu

Roma, 15 gennaio 2019, Nena News - I campi profughi nel mondo non sono tutti uguali. La loro diversità dipende dal luogo in cui si trovano e dal motivo della loro esistenza. Quello che però li rende uguali è la sofferenza per essere costretti a vivere una “non vita”, in un luogo che non è la propria terra e di non avere riconosciuto nessun diritto per un tempo indefinito. Vivere in un campo profugo significa vivere una vita non umana.

Il campo profughi palestinese di Chatila in Libano di un chilometro quadrato, per esempio, è l’espressione del degrado umano dove 20.000 persone di ogni etnia (8000 sono palestinesi, poi siriani, libanesi, eritrei …insomma è il rifugio dei più poveri) sono costretti a vivere praticamente l’uno sull’altro in una situazione non umana senza nessun diritto di lavoro, sanità, istruzione, proprietà ecc. Il campo profughi di Makhmour in Bashur, Kurdistan iracheno, in pieno deserto, è abitato da circa 13.000 curdi (ultimi censimento 6 anni fa) fuggiti dalla Turchia nel 1993, dove non possono tornare.
In entrambe queste situazioni, i residenti dei campi cercano di sopravvivere cercando di non essere dimenticati dalla comunità internazionale intrecciando relazioni con alcune organizzazioni che si occupano di diritti civili. La speranza  di poter vedere realizzati i loro sogni, nonostante tutte le difficoltà ed il senso d’abbandono, continua a vivere dentro i loro cuori.
La speranza per il popolo palestinese in Libano si può tradurre nel lavoro di associazioni come  Beit Atfal Assomoud, per quella del popolo curdo, risiede nell’applicazione del Confederalismo Democratico. Ma per entrambi,  è e resta, la resistenza del loro popolo.

Il campo di Makhmour è un’oasi nel deserto ma, pur dovendo sempre rapportarsi  con un clima crudele, con animali pericolosi e con nuovi e vecchi nemici, il suo popolo è riuscito a mettere in pratica l’ideologia socialista elaborata dal loro leader curdo “Apo” Abdullah Ocalan che ancora oggi si trova dal 1999, in totale isolamento sull’isola carcere di Imrali. In questa prigione, costruita con l’approvazione delle istituzioni europee, non può incontrare i suoi avvocati dal 27 luglio 2011 e l’ultima visita della sua famiglia risale al 11 settembre 2016. Per questo nessuno sa quali siano in realtà, le sue reali condizioni di salute.

Il campo di Makhmour è diverso da tutti gli altri campi profughi nel mondo. E’ diverso come organizzazione, come spirito, ma anche qui la vita è molto dura. La storia di questo campo assomiglia ad una grande epopea storica.

La migrazione dalla Turchia inizia nel 1993 con la guerra contro il PKK nel Kurdistan settentrionale o Bakur. L’esercito invase i villaggi vicini al confine con l’Iran  e l’Iraq, costringendo gli abitanti a dover scegliere tra la collaborazione con i militari nella repressione del partito, l’uccisione o la fuga. I villaggi furono come al solito incendiati e le persone perseguitate. La maggioranza scelse l’esilio. Il PKK era onorato. In montagna c’erano i propri figli, mariti, sorelle, fratelli. Non si poteva tradire!
I profughi oltrepassarono la provincia di Sirnak e giunsero nel Bashur, nel Kurdistan iracheno  che nel 1991 aveva ottenuto l’autonomia da Baghdad, grazie alla guerra del Golfo e agli americani,  controllato a nord dalle milizie del Pdk di Barzani, alleato con Stati Uniti e Inghilterra. Una catena di civili si mise in marcia a piedi  in fila uno dietro all’altro. All’inizio erano in pochi, ma poi, di villaggio in villaggio, la catena si trasformò in una colonna di 15.000 persone.

Quello che faceva paura ai turchi era la loro unità, la loro decisione di stare tutti insieme. Passarono il confine ed arrivarono ai piedi del monte Hantur, a Behere. Iniziarono i bombardamenti su quella specie di campo. Dopo tre mesi arrivò l’Unhcr nonostante la posizione negativa del governo turco. Ma nemmeno il governo del Kurdistan di Barzani li voleva. L’arrivo delle Nazioni Unite migliorò solo di poco la loro condizione. Una notte di novembre, senza dir nulla ai peshmerga di Barzani, decisero di andarsene. Non potevano più continuare a stare sotto le bombe. Attraverso vari sentieri arrivarono sotto le montagne di Zakho, a Bersire. Ma anche qui non trovarono pace.  L’esercito turco attraversò il confine ed attaccò i profughi a Zakho. Il governo regionale, con la scusa di non aver chiesto il permesso di spostarsi, mise in atto un embargo contro di loro. Non potevano uscire dal campo per qualsiasi motivo.

Il tempo passava inesorabile. All’inizio del 1995, arrivarono alcune Ong e spostarono tutta quella popolazione a Etrus in due campi distanti un paio di chilometri l’uno dall’altro. Da quel momento, le 15.000 persone furono riconosciute ufficialmente come profughi dall’Unhcr, ma dovevano ubbidire ai loro ordini, non potevano autorganizzarsi. I profughi non accettarono questa imposizione. Volevano dividere gli aiuti che ricevevano secondo le loro esigenze e abitudini, ed  iniziarono anche a creare comitati per gestire i problemi quotidiani e il rapporto con le Ong. Iniziò così l’Operazione Acciaio. I peshmerga circondarono il campo con dei presidi militari e non facevano più uscire o entrare nessuno, in caso contrario, sparavano. Alla fine le tombe sono state 100, una trentina uccisi dai peshmerga, altri morti per malattia. Non c’era cibo, non c’era acqua. Dopo un anno, a metà del 1996 furono spostati in un altro campo, a Ninive. Unico modo per far finire l’embargo.

Il Pdk e la Turchia convinsero l’Onu a sgombrare il campo e a disperdere tutti i suoi abitanti in zone lontane e distanti tra di loro. Cinquemila persone accettarono l’offerta e vennero trasferite in diversi villaggi e città del Kurdistan iracheno. In 10.000 invece rifiutarono il piano e restarono insieme.  Si rifugiarono senza nessuna copertura e in maniera illegale, vicino a Mosul, nella piana di Niniveh, zona cuscinetto tra la regione di Barzani e quella controllata da Saddam. Ma il governo regionale non li voleva, neppure lì si poteva stare. Si spinsero allora, in una notte di gennaio, abbandonando tutto, ancora più avanti nella zona di Saddam. Restarono cinque mesi accampati davanti al checkpoint in una zona militarizzata.
La zona purtroppo era minata e molti rimasero uccisi. A maggio del 1997 il comitato delle 10.000 persone trovò un accordo con la prefettura irachena ed entrarono nella terra di Saddam, anche se con paura.

L’Onu finalmente riuscì nel 1998 a convincere il governo a concedere ai profughi un insediamento.

Saddam aveva accettato di accogliere questi profughi perché sapeva che i curdi di  Barzani, con i quali era in conflitto, erano loro nemici. La scelta cadde sulla zona inospitale desertica di Makhmur a sud di Mosul. Ultimo viaggio. Il più terribile. Arrivarono nel deserto. Non c’era erba, acqua, nessuna struttura, solo un vento di sabbia. Fu così che il campo di Makhmur, dal 1998, passò sotto il controllo dell’ONU. I suoi abitanti provengono dal Kurdistan del nord, da Colemêrg (Hakkari), Şirnex (Şırnak) e Van.  Tutti si sono rifiutati di lavorare per lo Stato turco come guardiani di villaggio, anche perché in ogni famiglia c’è almeno un morto avvenuto per mano turca.

Qui il clima è freddo d’inverno e caldissimo in estate. La forte presenza di insetti velenosi e scorpioni hanno provocato molte malattie e decessi tra la popolazione. E’ un campo in rivolta contro tutto e tutti.
In questi vent’anni, la sua popolazione è sopravvissuta  a tante persecuzioni e nonostante non siano  stati aiutati da nessuno, da soli hanno costruito questa città con case, scuole, centri di comitati ed un’amministrazione municipale. Un “sistema società” organizzato grazie alla messa  in pratica  del Confederalismo democraticoIl loro obiettivo è quello di superare il capitalismo e fondare un socialismo democratico che abbia al suo centro, oltre all’equa distribuzione delle risorse, la tutela dell’ambiente e l’emancipazione della donna. 

Makhmour è stato anche protagonista tra il 6 e l’8 agosto del 2014 di una battaglia contro l’ISIS. I peshmerga che controllavano la zona tra Mosul, Makhmur e Kirkuk si dispersero subito difronte alla violenza di Isis. Un responsabile non militare del PKK ricevette la richiesta di sgombro immediato di tutta la popolazione del campo. Ci fu una corsa contro il tempo, ma riuscirono a requisire un numero sufficiente di autobus e camion, vincendo la resistenza del KRG (Governo autonomo del Kurdistan),  per l’evacuazione, mentre in città si diffondeva il panico. Arrivato il buio, gli adulti, raccolti velocemente i loro principali averi, insieme ai bambini assonnati ed inconsapevoli  di quel trambusto e gli anziani, che ancora una volta erano pronti per una nuova fuga, prese avvio la lunga marcia verso la salvezza.

Mentre la colonna di automezzi civili si avviava verso Erbil, in senso contrario stavano arrivando i pick-up dei combattenti dell’HPG (forza di difesa del popolo) per difendere Makhmour. Le linee di difesa  lasciarono entrare nel campo i miliziani dell’ISIS, poi iniziarono a bersagliarli dalle alture e contemporaneamente  contrattaccarli infiltrandosi, guidati da alcuni abitanti che conoscevano bene il campo, tra vie delle abitazioni. Gli uomini dell’Isis, dopo la fuga dei peshmerga, non pensavano di certo dover affrontare una tale resistenza organizzata e aggressiva.  Tutta la gloria va a questi guerriglieri: due giorni e due notti di scontri feroci tra le case della loro gente.

Makhmour rappresenta un simbolo di resistenza per tutto quello che un popolo in fuga è riuscito a costruire in quel luogo, ai piedi di colline di pietra, in uno spazio di terra senza acqua, dove il governo del Kurdistan iracheno li aveva mandati a morire.

Siamo rimasti per i primi cinque giorni del nostro viaggio nel campo di Makhmour ospiti di famiglie. E’ inutile descrivere l’ospitalità che abbiamo ricevuto! Non eravamo ospiti ma componenti della loro stessa famiglia. Yuksek Kara, il nostro padrone di casa nonché Responsabile delle Relazioni esterne del campo ci ha sempre accompagnato in tutti gli incontri.
Per arrivare al campo incontriamo alcuni posti di blocco controllati,  dopo il referendum del luglio 2017 per l’indipendenza dell’Iraq, dai soldati dell’esercito di Baghdad (prima erano controllati dai Peshmerga curdi iracheni). In uno di questi chek-point ci ritirano i passaporti che ci saranno poi restituiti solo alla nostra uscita dal campo. E’ una prassi abituale, ma ci lascia ugualmente un po’ perplessi e preoccupati. L’ultimo è presieduto dai curdi. In tutta la zona vige un coprifuoco che limita l’ingresso al campo dalla mezzanotte alle sei di mattina.

 (la terza e ultima parte sarà pubblicata domani)

* Il reportage è stato pubblicato originariamente su alkemianews

Intervistato dal quotidiano britannico Sunday Times, Eisenkot ha ammesso per la prima volta che il sostegno israeliano ai gruppi di opposizione a Damasco non si è limitato agli “aiuti umanitari”, come Tel Aviv ha sempre affermato negli anni. Una dichiarazione importante che mostra come Israele non sia mai stata “neutrale” sulla guerra civile siriana

Carri armati israeliani sul Golan occupato (foto: Reuters)

della redazione

Roma, 15 gennaio 2019, Nena News – In una intervista al quotidiano britannico Sunday Times, l’uscente capo dell’esercito israeliano Gadi Eisenkot ha ammesso per la prima volta che Israele ha fornito armi leggere per motivi di “autodifesa” ai gruppi “ribelli” siriani sulle Alture del Golan durante i sette anni di guerra civile siriana. Una dichiarazione importante in quanto finora Tel Aviv aveva sempre detto che aveva dato soltanto “aiuti umanitari” ai gruppi di opposizione (per lo più islamisti, quando non proprio jihadisti), negando, o rifiutando di commentare, le notizie relative ad eventuali invii di armi.

Notizie, quest’ultime, che in verità circolavano da anni: se Damasco le utilizzava per screditare l’opposizione “a soldo dei sionisti”, alcuni gruppi di opposizione le avevano diffuse sperando di poter incassare un maggiore sostegno dagli israeliani nella lotta contro il presidente siriano Bashar al-Asad. Ora però queste indiscrezioni sono confermate perché arrivano direttamente da un importante esponente d’Israele: lo stato ebraico non è mai stato “neutrale” sulla guerra civile siriana come ha più volte sostenuto il premier Netanyahu. A differenza di quanto hanno sostenuto per anni anche molti attivisti e commentatori pro-rivoluzione, anche quando questa era già stata evidentemente tradita dai gruppi islamisti e jihadisti, lo stato ebraico è stato parte in causa del conflitto siriano e ha sin dall’inizio spinto per la caduta di al-Asad nel tentativo di assestare un duro colpo al “nemico” sciita Iran.

Della cooperazione tra Tel Aviv e i “ribelli” si è parlato più volte nel corso di questi anni: dagli “aiuti umanitari” offerti sul territorio israeliano alle “opposizioni” siriane che generarono proteste, anche violente, dei drusi nel nord dello stato ebraico (in un caso almeno fu assaltata anche un’autombulanza che trasportava un combattente islamista), alle dichiarazioni di vicinanza espresse a più riprese da alcuni esponenti dell’opposizione “moderata” (un loro rappresentante incontrò anche pezzi importanti del mondo politico israeliano in un suo tour in Israele), ai ripetuti raid anti-Iran e anti-Hezbollah compiuti in Siria. In realtà anche lo stesso esercito israeliano aveva rivelato che, a partire dal 2016, stava lavorando all’“Operazione buon vicino”: una operazione definita umanitaria perché nata per impedire che migliaia di siriani lungo il confine potessero essere vittime della fame e per fornire cure sanitarie a coloro che non ne potevano disporre a causa della violenza della guerra siriana. Il programma si è poi concluso questa estate quando i soldati di al-Asad hanno ripreso il controllo dell’area frontaliera.

Ora però arrivano le parole di Eisenkot che di fatto confermano quanto già si sapeva, ma che molti fingevano di non vedere o non comprendere. A settembre uno studio del prestigioso Foreign Policy ha affermato che Tel Aviv ha fornito segretamente armi e finanziato almeno 12 gruppi ribelli siriani nel tentativo di impedire che le forze pro-iraniane e quelle jihadiste potessero collocarsi lungo il suo confine settentrionale. Israele, secondo il rapporto, pagava un salario mensile ai combattenti pari circa a 75 dollari e aveva fornito loro armi e altri materiali (il governo Netanyahu non ha mai commentato la notizia). Il sostegno diretto alle formazioni della variegata opposizione siriana sarebbe incominciato nel 2013 nell’area di Quneitra e Daraa (sud della Siria) ed è finito questa estate con l’avanzata delle truppe di al-Asad nelle aree meridionali dello stato arabo.

L’articolo sosteneva che le armi inviate ai “ribelli” comprendevano fucili d’assalto, mitragliatrici, mortai e veicoli. Nel 2013 l’esercito siriano denunciò di aver confiscato ai ribelli armi di fabbricazione israeliana. Ma molti archiviarono ben presto queste dichiarazioni ritenendole figlie di becera propaganda del regime per screditare l’opposizione su cui si gettava l’infamante etichetta di “collaborazionista con i sionisti”. Foreign Policy e soprattutto ora Eisenkot, invece, confermano quanto quelle parole fossero veritiere. Aiuti però, ha precisato la rivista statunitense, che furono poca cosa se paragonati ai finanziamenti e al sostegno ricevuti da quei gruppi da altri paesi (Qatar, Arabia saudita, Turchia e Usa).

Secondo il Times of Israel, le rivelazioni di Eisenkot vanno però inquadrate in una più ampia strategia messa a punto dall’esercito che consiste nell’essere più aperti sulle sue attività in Siria. Nelle sue ultime uscite da capo militare, Eisenkot ha in effetti ammesso le centinaia di bombardamenti compiuti dall’aviazione israeliana (in alcune interviste ha parlato di 200 raid, in altre 400). Tel Aviv, a suo dire, avrebbe sganciato nel solo 2018 2.000 bombe su target iraniani. Al Sunday Times l’uscente capo militare è stato sincero: “Abbiamo compiuto migliaia di attacchi senza assumerci la responsabilità e senza prenderci alcun merito”. La linea della trasparenza sulla Siria sembra essere stata sposata recentemente anche dal premier Netanyahu: domenica il primo ministro ha infatti ammesso che i jet israeliani avevano bombardato due giorni prima depositi di armi all’aeroporto di Damasco. Nena News

L’esercito ha annunciato ieri di aver scoperto l’ultimo tunnel del “Partito di Dio” che raggiungeva il territorio israeliano. Il premier, intanto, in piena campagna elettorale, mostra i muscoli e ammette che l’aviazione ha colpito “depositi iraniani” sul suolo siriano

della redazione

Roma, 14 gennaio 2018, Nena News – Annunciando di aver scoperto tutti i tunnel sotterranei scavati dal partito sciita libanese Hezbollah, Israele ha posto ieri fine all’operazione “Scudo Settentrionale”. L’operazione, iniziata lo scorso 4 dicembre, aveva come obiettivo dichiarato quello di distruggere la rete di tunnel che violano, secondo Tel Aviv e Onu, il cessate il fuoco del 2006. L’annuncio di “Scudo Settentrionale” aveva generato in molti commentatori preoccupazioni che il “Partito di Dio” avrebbe potuto rispondere dando così inizio ad un nuovo conflitto tra le due parti. Del resto lo scorso anno il segretario di Hezbollah, Hasan Nasrallah, era stato chiaro: un futuro conflitto con Israele avverrà dentro il suo territorio e “nessun posto sfuggirà agli stivali e a i missili dei combattenti della resistenza”. Ciononostante, eccetto qualche piccola scaramuccia, il confine è rimasto tranquillo anche grazie all’operato dell’Unifil, la forza internazionale che controlla il rispetto della risoluzione 1701 che ha posto fine alla guerra del 2006 tra Israele ed Hezbollah.

L’annuncio di ieri è giunto per bocca del colonnello israeliano Jonathan Conricus: “Abbiamo trovato un altro tunnel di Hezbollah [il sesto, ndr] che [dal Libano] arriva in Israele. Secondo la nostra intelligence e le nostre valutazioni, non ce ne sono più”. L’esercito ha fatto poi sapere che l’ultimo tunnel scoperto – anche questo, come i precedenti, non ancora operativo – partiva dal villaggio libanese di Ramyeh, a 800 metri dal territorio israeliano. Conricus ha però chiarito che i suoi uomini stanno ancora monitorando eventuali “strutture” scavate dai combattenti sciiti in territorio libanese. Ha poi ribadito che Tel Aviv ritiene il governo di Beirut responsabile per “ogni atto di violenza e violazione della 1701”.

In visita al confine con il Libano si è recato ieri anche il premier Benjamin Netanyahu che, in piena campagna elettorale, ha definito un “successo” l’operazione Scudo Settentrionale. “Una minaccia grave è stata qui evitata – ha poi aggiunto – Il piano operativo di Hezbollah era quello di usare questi tunnel per infiltrare in Galilea tanti combattenti, tra i 1.000-2.000 terroristi, per prendere possesso delle nostre comunità. Noi l’abbiamo impedito e continueremo a farlo”.

Nessun commento è giunto da Hezbollah che, da quando è iniziata l’operazione israeliana, ha scelto di mantenere un profilo basso. Molto probabilmente questo atteggiamento prudente deriva dal fatto che il “Partito di Dio” è molto interessato in questa fase a non aumentare l’escalation con gli israeliani perché il suo vero obiettivo è al momento la formazione del prossimo governo libanese (a 7 mesi dalle elezioni le forze politiche locali non hanno ancora trovato un accordo). Silenzio è giunto ieri anche dalle autorità libanesi che, sin da quando hanno avuto inizio le attività israeliane al confine, hanno avuto un atteggiamento collaborativo e improntato alla calma, sebbene non abbiano mancato di criticare Israele per la violazione della risoluzione 1701.

Ma la parola calma è termine sconosciuto nel triangolo Libano, Israele e Siria. Ieri, infatti, Netanyahu ha confermato che i jet israeliani hanno effettuato venerdì un raid aereo in Siria. “Trentasei ore fa – ha affermato il primo ministro durante il consiglio dei ministri settimanale – la nostra aviazione ha colpito depositi iraniani di armi”.

Un riconoscimento rarissimo quello fatto ieri da Tel Aviv. Eppure si stimano in centinaia i raid compiuti in questi anni in Siria da Israele in chiave anti-Iran ed Hezbollah. Attacchi confermati di recente anche dal capo dell’esercito israeliano Gadi Eisenkot che in più circostanze ha spiegato come l’esercito prenda di mira le armi contrabbandate dall’Iran al Libano che transitano per la Siria.

Il riconoscimento dei bombardamenti di Netanyahu è probabilmente connesso anche alla campagna elettorale in corso in Israele (elezioni il prossimo 9 aprile). Il premier – che rischia una incriminazione per corruzione, ma che ciononostante domina nei sondaggi –, vuole accreditarsi sempre più come leader forte del Paese e scalzare le critiche che gli sono mosse contro da alleati o ex partner di governo per una sua (presunta) “debolezza” nei confronti dei “nemici” dello stato ebraico. Non solo gli iraniani in Siria, ma anche Hamas nella Striscia di Gaza e i manifestanti delle “Marce del ritorno” del venerdì. Non sono infatti sazi alcuni esponenti politici israeliani dell’uccisione al confine di oltre 220 palestinesi dal 30 marzo scorso. A loro giudizio, la risposta è “debole” e non ha creato un deterrente contro il lancio di missili e degli aquiloni incendiari diretti verso il sud d’Israele.

Eppure nel piccolo lembo di terra palestinese assediato da Tel Aviv da oltre 11 anni non c’è pausa alla mattanza di civili. L’ultima vittima, Abdel Rahouf Salhah (14 anni), era stata raggiunta da una pallottola alla testa sparata dall’esercito israeliano venerdì durante le proteste al confine. Dopo due giorni di agonia è ieri spirato. Simile sorte era capitata all’attivista Amal al-Taramsi uccisa venerdì dai soldati israeliani mentre partecipava, come Abdel, alla “marcia del ritorno”. Nena News

Medio Oriente. Il duro prezzo pagato dalle mogli dei miliziani islamisti nei tribunali di Iraq e Siria del nord. Almeno 4.500 le donne arrivate da tutto il mondo. I Paesi di origine accolgono solo i figli

Una «donna dell’Isis» a processo in una corte irachena

di Michele Giorgio     il Manifesto

Roma, 13 gennaio 2019, Nena News – Solo una minima parte di queste donne si è unita allo Stato Islamico per ragioni ideologiche. Tutte le altre hanno seguito i mariti divenuti mujahedin o sono state costrette a sposarli. Oggi che, almeno territorialmente, non esiste più lo Stato Islamico proclamato nel 2014 nel Nord della Siria e dell’Iraq da Abu Bakr al Baghdadi, le donne dell’Isis, così come sono comunemente chiamate, pagano a caro prezzo, anche con la vita, scelte che molto spesso altri hanno fatto al loro posto.

Sono almeno 4.500 le donne giunte dopo il 2014 in Siria e Iraq da tutto il mondo islamico e da diversi Paesi occidentali, con l’intenzione di risiedere con il resto della famiglia nei territori controllati dagli uomini del «califfato». Molte di loro sono vedove e hanno figli piccoli. Una presenza «ingombrante» di cui i governi vogliono sbarazzarsi, in ogni modo.

Le «occidentali», giunte dall’Europa, rischiano relativamente di meno. Talvolta tornano nei Paesi d’origine dove, dopo aver affrontato un procedimento penale, riescono a cavarsela con qualche anno di carcere.

Invece le «arabe» in Iraq e nei tribunali nel nord della Siria, fuori dal controllo di Damasco, subiscono un processo sommario, che in media dura una decina di minuti raccontano i giornali online mediorientali. In Iraq dai campi di detenzione le donne vengono portate davanti a tre giudici. La corte pronuncia il nome della imputata per il reato di terrorismo e indica il suo paese d’origine.

Dopo un rapido esame dei documenti, i giudici si rivolgono alla donna, chiusa in una gabbia sorvegliata da poliziotti, chiedendole se si dichiara colpevole o innocente. Non viene letto nessun atto di accusa e non c’è dibattimento o interventi degli avvocati della difesa. Nell’aula non c’è il pubblico, assenti i rappresentanti del Paese di cittadinanza dell’imputata. Neanche l’ombra di membri di organizzazioni per i diritti umani.

Se è fortunata la donna sarà condannata all’ergastolo, ma di solito la punizione è la morte per impiccagione, sentenza che viene eseguita immediatamente. I figli in un attimo diventano orfani di entrambi i genitori: il padre morto quasi sempre in combattimento o in un bombardamento, la madre impiccata per aver vissuto nello Stato Islamico. Quindi sono mandati nei Paesi di origine dei genitori che si dichiarano pronti ad accoglierli.

Secondo il Centro internazionale per lo studio della radicalizzazione e della violenza politica del King’s College di Londra, oltre il 10% degli stranieri che si sono uniti all’Isis erano donne. Alcune erano «schiave del sesso» a disposizione dei combattenti. Altre erano solo mogli che accudivano i figli.

Lo scorso agosto, 1.700 donne dell’Isis, con i loro bambini, sono state catturate nella regione di Tal Afar, in Iraq, dalle forze curde peshmerga e portate a Baghdad. I bambini non accompagnati dalla madre sono stati mandati agli orfanotrofi.

Gran parte delle donne sono ancora detenute, in attesa di identificazione o del processo. Tra queste c’è Nuh Suwaidi, uno dei casi più noti. La donna 24enne lasciò Colonia, in Germania, per seguire il marito jihadista Mahmoud, prima in Iraq e poi in Siria. Ha raccontato che giunta in Turchia fu fatta entrare in Iraq.

«Non sapevo nemmeno dove fossi – ha raccontato – Mio marito è partito due giorni dopo il nostro arrivo e si è unito a un gruppo di militanti. Non sapevo dove stesse andando o per quanto tempo. È tornato dopo una settimana per un giorno, e questo si è ripetuto per un anno. Nel frattempo quelli dell’Isis mi hanno insegnato a sparare e hanno anche pubblicato una mia foto ma io non mai partecipato ad azioni armate». Suwaidi adesso teme di essere condannata a morte nonostante sia cittadina tedesca.

I giornali online arabi spiegano che la sorte di molte di queste donne dipende dall’atteggiamento dei loro Paesi d’origine. In molti casi accettano di far rientrare solo i minori, lasciando le madri al loro destino di fronte ai giudici in Iraq e nel nord della Siria.

La Russia, il Ciad e l’Indonesia sono gli Stati più clementi e oltre ai bambini spesso sono pronti ad accogliere anche le madri che poi saranno processate. Sono almeno 1.200 i bambini nati nel territorio controllato dal «califfo» al Baghdadi in territorio siriano. Nena News

Alta tensione tra Ankara e Washington dopo i tweet di ieri del presidente americano. The Donald ha anche chiesto però ai curdi di “non provocare” la Turchia. Il portavoce di Erdogan: “Onorate la vostra alleanza con noi”. Nel carcere turco di Imrali, intanto, il leader curdo del Pkk Ocalan ha incontrato sabato suo fratello per la prima volta in due anni

Il presidente Usa Donald Trump

di Roberto Prinzi

Roma, 14 gennaio 2019, Nena News – Gli Usa “devasteranno l’economia turca” qualora Ankara dovesse attaccare le forze curde alleate degli americani nella battaglia contro lo Stato Islamico (Is). Ad affermarlo, in un tweet, è stato ieri il presidente statunitense Donald Trump. Il leader repubblicano ha poi chiarito che il ritiro americano – annunciato dalla Casa Bianca a dicembre – è già iniziato, ma che Washington continuerà ad attaccare i jihadisti. Ha quindi parlato di una “zona cuscinetto di 20-30 km” senza fornire alcun dettaglio a riguardo (chi la creerà? Dove sarà collocata? Chi la controllerà?). Trump ha poi voluto mandare un messaggio anche ai curdi a cui ha chiesto di “non provocare la Turchia”.

Tornano dunque ad essere tesissime le relazioni tra i due alleati della Nato: le Ypg curde, che sono le unità maggioritarie all’interno delle Forze democratiche siriane (Sdf) e sono sostenute dagli americani nella lotta all’Is, sono ritenute da Ankara nient’altro che l’estensione siriana dei “terroristi” del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) contro cui la Turchia combatte da oltre 30 anni sul suo territorio. Le relazioni tra americani e turchi sono per la verità tese ormai da tempo non solo per il sostegno dei primi alle Ypg. Ciò è apparso evidente lo scorso anno quando Trump ha imposto sanzioni su due ministri turchi e ha alzato le tariffe sulle esportazioni di metallo turco contribuendo così a far registrare ad agosto un nuovo record negativo per la lira turca. Non bisogna poi dimenticare il malcontento del presidente Erdogan per la mancata estradizione del religioso turco Gulen (che Ankara ritiene la mente del fallito colpo di stato del 2016 e che è in auto-esilio negli Usa) e l’arresto da parte turca del pastore americano Andrew Brunson (poi liberato) che hanno esacerbato le tensioni tra i due paesi. Ai tweet minacciosi di ieri di Trump (ma quanto si tradurranno concretamente?), ha risposto stamane stizzito Ibrahim Kalin, il portavoce di Erdogan. “I terroristi [curdi] non possono essere i vostri partner e alleati. La Turchia si aspetta che gli Usa onorino la nostra alleanza strategica e non vuole che questa sia offuscata dalla propaganda terroristica”.

Eppure si pensava che la calma tra Turchia e Usa fosse tornata definitivamente a dicembre quando Trump, un po’ a sorpresa, aveva annunciato il ritiro americano dalla Siria in seguito alla “sconfitta” dello Stato islamico. Erdogan si era sfregato le mani e aveva prontamente dichiarato di voler annientare la presenza curda nel Rojava curdo (nord della Siria), mettendo così fine al progetto curdo del confederalismo democratico e a qualunque loro speranza di autonomia. Da allora, però, è seguita una serie di messaggi contraddittori e vaghi da parte della Casa Bianca. Come ci ha abituato l’Amministrazione Trump, infatti, alle dichiarazioni roboanti sono seguiti passi indietro e nebulosi annunci. La scorsa settimana John Bolton, il consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, aveva fatto infuriare Ankara quando ha chiesto ai turchi di fornire rassicurazioni sui curdi siriani prima che avvenga il ritiro americano. Una richiesta che è stata subito giudicata un “grave errore” da Erdogan.

Washington aveva dichiarato inoltre venerdì di aver cominciato il ritiro salvo poi precisare in seconda battuta di aver ritirato non i soldati, ma solo le attrezzature militari. In effetti il “califfato”, per quanto “viva gli ultimi momenti” come ha dichiarato ieri un ufficiale curdo delle Sdf, non è stato ancora del tutto sconfitto: nell’est siriano, a confine con l’Iraq, in un’area che corrisponde all’1% di quel che fu lo “Stato islamico”, sono operativi ancora 2.000 jihadisti. Sabato in questa zona la coalizione statunitense ha sparato più di 20 missili contro le postazioni dell’Is.

Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani (Osdi), due giorni fa più di 600 persone sono state evacuate da questo fazzoletto di terra dove le Sdf si preparano all’assalto finale. Rami Abdel Rahman, direttore dell’Osdi da sempre vicino alle opposizioni siriane, ha poi aggiunto che almeno 16.000 persone (tra cui 750 jihadisti dell’Is) hanno lasciato il nord est della Siria dall’inizio di dicembre. Per l’Onu sono 25.000 negli ultimi 6 mesi, ma restano 2.000 civili intrappolati nella città di Hajin.

Intanto, in Turchia sembra aver dato i suoi frutti lo sciopero della fame dalla parlamentare del partito di sinistra filo-curdo Hdp Leyla Guven per protestare contro le condizioni di detenzione del capo del Pkk Abdullah Ocalan. Sabato, infatti, il leader curdo, posto in regime di isolamento nell’isola di Imrali dal 1999, è riuscito a incontrare suo fratello Mehmet a distanza di due anni dal loro ultimo incontro. A dare la notizia è stata Pervin Buldan, la co-presidente dell’Hdp. Ocalan, ha twittato la parlamentare, è in “buona salute”. L’incontro è stato confermato anche dal nipote di Ocalan, Omer, che tuttavia ha poi ricordato come lo zio resti in isolamento. “Come suoi familiari – ha dichiarato – chiediamo che Ocalan abbia gli stessi diritti di tutti gli altri prigionieri. E’ autorizzato a incontrare la sua famiglia una volta a settimana”.

Non è chiaro se la parlamentare Guven terminerà ora il suo sciopero della fame iniziato l’8 novembre: il suo gesto, sostenuto da più di 150 prigionieri in Turchia, ha reso molto gravi le sue condizioni di salute. Guven è l’emblema della repressione turca contro le voci del dissenso, a maggior ragione se dell’Hdp: la parlamentare è stata arrestata nel gennaio 2018 per la sua opposizione all’operazione militare turca nell’est del Paese. Molti altri suoi colleghi di partito sono in carcere: tra questi anche il co-presidente dell’Hdp Selahattin Demirtas.

Sabato la polizia turca ha bloccato diverse manifestazioni che si proponevano di marciare verso la prigione dove Guven è detenuta nella città a maggioranza curda di Diyarbakir. Non è la prima volta che i curdi protestano contro la repressione di Ankara nei loro confronti e per le condizioni di detenzione di Ocalan rifiutandosi di mangiare il cibo: nel 2012 centinaia di prigionieri curdi terminarono uno sciopero della fame durato 68 giorni su suggerimento dello stesso loro leader curdo. Nena News

Nena News pubblica oggi la prima parte del racconto di Mirca Garuti dal campo rifugiati di Makhmour che, come molte zone del “Kurdistan del Sud”, è stato oggetto di bombardamenti da parte dell’aviazione turca nell’indifferenza generale della comunità internazionale

Makhmour

Testo e foto di Mirca Garuti*

Roma, 14 gennaio 2018, Nena News – Sono cinque anni che l’Associazione verso il Kurdistan di Alessandria si reca nei territori del Bashur per realizzare un progetto relativo alla costruzione di un ospedale nel campo di Makhmour. Questi viaggi ci permettono non solo di seguire lo sviluppo di questo progetto, ma anche di conoscere sia la realtà in cui vivono i profughi curdi e sia la situazione di questo paese immerso tra lotte interne, regionali e internazionali. Quello che tutti ci chiedono è raccontare, spiegare al mondo, chi sono e cosa vogliono, proprio perché l’informazione diretta di chi ha visto e sentito, è quella che rappresenta la verità. Quasi nessuno sa che esiste un campo profughi in mezzo al deserto che si chiama Makhmour organizzato con un sistema democratico dove le donne contano, dove le donne non sono solo madri o serve e dove da vent’anni una forte resistenza ha permesso loro di continuare a vivere una vita dignitosa e piena di speranze.

Mentre stavo scrivendo la situazione che ho trovato in Kurdistan, sono stata raggiunta da questa tremenda notizia.

“Verso le ore venti del 13 dicembre scorso aerei turchi hanno bombardato le colline intorno al campo di Makhmour. Non è stato un caso la scelta di questo obiettivo da parte dello Stato turco.  Makhmour deve essere annullato, cancellato, il suo esempio è troppo pericoloso”. 

Il bilancio dell’incursione: quattro donne uccise nelle loro baracche, una madre, sua figlia, sua nipote ed un’ospite della famiglia. Questa non è stata la prima volta, dall’anno scorso il campo è stato attaccato con aerei da guerra dallo stato turco due volte, uccidendo civili e componenti delle Unità di Autodifesa di Makhmour. Contemporaneamente a questa incursione  è stata attaccata anche la regione nord irachena di Sengal. L’attacco è avvenuto mentre la maggior parte degli abitanti yazidi era impegnata nei preparativi della festa Ezi. Tutto questo è la dimostrazione dell’odio del regime di Erdogan contro il popolo curdo e yazidi con l’obiettivo di voler completare quello che l’Isis non ha fatto. L’Isis infatti dopo Mosul ha spostato la sua attenzione verso Makhmour e Sengal. Luoghi che sono stati difesi dalla guerriglia curda.

Dietro tutti questi attacchi si nasconde, ma non troppo, il piano d’invasione del governo turco a guida AKP-MHP (Partito conservatore turco della Giustizia e dello Sviluppo a guida Erdogan – Partito del movimento nazionalista, braccio politico dei Lupi Grigi) in Iraq Kurdistan Bashur,  iniziato molto prima del conflitto siriano, attraverso una partnership strategica con il KDP (Partito Democratico del Kurdistan) di Massud Barzani. Si capisce quindi anche il perché della crisi di governo iracheno dopo le elezioni legislative di maggio scorso. La sensazione è quella d’identificare questa crisi come il prodotto delle tensioni tra Iran, Usa e Arabia Saudita. Lo scopo sarebbe quello di mettere il KDP e il PUK (Unione Patriottica del Kurdistan) contro il PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) e di allontanare poi il Puk da Baghdad. Il piano della Turchia è riprovevole e tutto dipenderà dall’acume politico dei curdi, del Kdp, del Puk e dalla loro volontà di rifiutare l’influenza dei colonialisti. Quello che sta succedendo in Kurdistan è un fatto molto grave, ma tutto tace. Nessuna notizia. Nessuna condanna.

L’ONU dovrebbe denunciare questo attacco, dato che il campo è sotto il suo controllo come, in egual modo dicasi, per il Governo centrale iracheno ed il Governo regionale del Kurdistan del sud. Un silenzio che è sinonimo di complicità.

L’esempio più significativo è quello della divulgazione, nel novembre scorso, del bando di ricerca e di taglia, emanato dagli USA,  per la cattura di alcuni dirigenti del PKK. Un azione questa che ha provocato molte proteste in tutta Europa: Amburgo, Berlino, Reims, Basilea, Roma. Una mobilitazione che ha evidenziato la difesa del PKK dall’accusa di essere considerato  un’organizzazione terroristica, che ha chiesto la fine dell’isolamento del suo fondatore Ocalan in carcere in Turchia da 20 anni ed accusando gli Stati Uniti di aver emesso questi mandati solo per compiacere al regime dell’Akp in Turchia.

Non è possibile quindi che gli attacchi contro Makhmour e Sengal siano avvenuti senza l’assenso degli Usa.  L’obiettivo è quello di intimidire ed allontanare dal movimento curdo tutte le aree che si sentono vicino ad Ocalan e alla lotta del popolo curdo.

(continua domani)

* Il reportage è stato pubblicato originariamente su alkemianews

Caos Usa, in partenza solo equipaggiamenti. Daesh uccide ancora da Raqqa a Deir Ezzor. Trump dichiara guerra all’Iran: Pompeo al Cairo rilancia la Nato araba e cancella i popoli

Marines in Siria. (Foto: Reuters)

di Chiara Cruciati   il Manifesto

Roma, 12 gennaio 2018, Nena News – Pochi dettagli e una mezza smentita: in tipico stile trumpiano, ieri gli Stati uniti hanno iniziato a ritirarsi dalla Siria. Ma i marines restano. L’annuncio lo aveva dato ieri mattina il colonnello Sean Ryan, portavoce della coalizione anti-Isis: «È iniziato il processo del nostro ritiro dalla Siria. Per ragioni di sicurezza, non daremo tempistiche specifiche o movimenti di truppe». Poche ore dopo tre alti funzionari anonimi specificavano: non stiamo ritirando uomini, ma equipaggiamento non essenziale.

Il caos. Anche perché, fino a 24 ore prima, il consigliere alla sicurezza Usa Bolton e il segretario di Stato Pompeo, rispettivamente da Ankara e Il Cairo, parlavano di un prosieguo della lotta all’Isis fino al momento dell’effettivo ritiro. Washington lascia un paese nella guerra che ha contribuito ad accendere. A bassa intensità, ridotta nei modi e nei luoghi, ma che è ancora lì presente e che è in buona parte frutto delle cellule dell’Isis attive lungo il confine orientale.

Lunedì un kamikaze del «califfato», identificato dalla rivista di Daesh Amaq come Abu Abdulla al-Shami, ha prima sparato sulla gente e poi è saltato in aria in una base militare delle unità di difesa popolare curde, le Ypg, a Raqqa: cinque uccisi, di cui quattro civili.

Raqqa resta quel che era al momento della cacciata dello Stato Islamico, una città in macerie che ieri Amnesty è tornata a denunciare: «Deploriamo il fatto che la coalizione a guida Usa continui a venir meno, anche adesso che inizia a ritirarsi, alla sua responsabilità di svolgere indagini degne di nota sulle centinaia di civili uccisi a Raqqa – dice Lynn Maalouf, direttrice per il Medio Oriente – La coalizione sta vergognosamente dimenticando la devastazione lasciata dalla sua campagna di bombardamenti e non ha alcuna intenzione di offrire ai sopravvissuti compensazioni».

E ieri sei bambini sono morti di inedia mentre tentavano con le famiglie e altre 8.500 persone di raggiungere il campo profughi di al-Hol nel nord della Siria: scappano dagli scontri a Deir Ezzor, dove l’Isis mantiene una presenza ridotta ma distruttiva. Dalla zona di Hajin si continua a combattere: espulsi dalle Ypg, gli islamisti stanno tornando e seminano morte.

Ad Hajin restano solo 2mila persone, negli ultimi sei mesi ne sono fuggite 25mila. Arrivano, raccontano le ong, in condizioni terribili, a piedi, con pochissimi effetti personali: freddo, sete e fame li riducono a scheletri e in alcuni casi uccidono, difficile dare bilanci.

È in questo contesto che ieri è iniziato il ritiro Usa dalla base di Rmeilan, ad Hasakah, nord-est siriano, a poche ore dalla visita di Bolton ad Ankara, snobbato dal presidente Erdogan. Ai turchi il consigliere di Trump non ha dato nulla di concreto, se non cinque punti non scritti su cui discutere. Tra questi l’intenzione di proseguire nella lotta all’Isis non si sa bene in che forma e di negoziare una soluzione della questione curda.

Washington, a parole, dice di voler tutelare chi ha davvero combattuto lo Stato Islamico. Ma di fronte ha un alleato che non aspetta altro che un ritiro per demolire il progetto di confederalismo democratico di Rojava. Non a caso, mentre Bolton chiacchierava, il ministro degli esteri turco Cavusoglu in tv gli mandava a dire che le tempistiche dell’offensiva nel nord della Siria le decide solo Ankara, con o senza marines.

Alla Casa Bianca in realtà importa poco, troppo presa dal descrivere al mondo arabo la dottrina Trump. L’ha srotolata Pompeo al Cairo, all’American University, stesso palcoscenico da cui dieci anni fa Obama prometteva un’era di rapporti nuovi tra Usa e paesi arabi.

Pompeo fa saltare il tavolo e, dopo aver descritto gli Usa come «forza vera» e criticato il predecessore di Trump per troppa «inazione» (sic), prima ha aperto a una soluzione politica per la Siria che, senza dirlo esplicitamente, guarda ad Assad e poi ha mirato al vero obiettivo: l’Iran. Tutto ruota intorno a Teheran, l’intera confusionaria strategia Usa: «È tempo di mettere fine alle vecchie rivalità per il bene più grande della regione», la distruzione dell’Iran. «Gli Usa useranno la diplomazia e il lavoro con i partner per espellere ogni singolo stivale iraniano dalla Siria» e per ridurre a zero l’export di petrolio iraniano.

Un approccio muscolare che sta producendo povertà e frustrazione tra gli iraniani, disillusione tra i palestinesi messi all’angolo dalle nuove relazioni tra Israele e Golfo e disperazione tra gli yemeniti bombardati dall’alleato Riyadh. Tutti popoli che, nel suo discorso da «forza vera», Pompeo non ha nemmeno nominato. Nena News

Un 2019 ricco di appuntamenti per lo stato africano: quest’anno, infatti, ci saranno nuove elezioni presidenziali e sono attese una nuova legislatura federale e le nomine di nuovi governatori e legislatori statali. Ma preoccupano le violenze di Boko Haram, le tensioni a est legate al Biafra e quelle interne tra musulmani e crisitiani

di Federica Iezzi

Roma, 12 gennaio 2019, Nena News – Nuove elezioni presidenziali, nuova legislatura federale e nuovi governatori e legislatori statali. È così che si apre il 2019 della Nigeria. Paese dalle tradizionali violente e infiammabili campagne elettorali. Particolarmente dure saranno le urne destinate all’attuale presidente Muhammadu Buhari e al suo principale rivale, l’ex vicepresidente Atiku Abubakar. Astio nelle relazioni tra l’All Progressive Congress, attualmente al governo, e il People’s Democratic Party, che dominò il Paese nei 16 anni precendenti l’era Buhari. Le proteste elettorali hanno precedenti travagliati: le manifestazioni dopo i sondaggi del 2011 si sono trasformate in attacchi alle minoranze nel nord della Nigeria, in cui morirono più di 800 persone.

La Nigeria è devastata contemporaneamente da una serie di conflitti. Nel nord-ovest, si combattono le milizie di Boko Haram. Nel Niger, si combatte il Movimento militante per l’Emancipazione del Delta del Niger. E nell’est del Paese si rinnova il sentimento separatista legato al Biafra. I livelli di criminalità violenta e di insicurezza generale restano elevati in gran parte del Paese.

I civili in alcune parti del nord-est sopportano il peso del brutale conflitto tra le truppe governative e gli insurrezionalisti di Boko Haram. La violenza tra pastori prevalentemente musulmani (Fulani) e agricoltori per lo più cristiani, nel centro del Paese, lo scorso anno ha raggiunto livelli preoccupanti, uccidendo circa 1.500 persone. Nel 2016, il conflitto aveva provocato la morte di 2.500 persone e una perdita di 13,7 miliardi di dollari di entrate. I continui soprusi hanno compromesso le relazioni intercomunitarie, specialmente tra musulmani e cristiani, in quelle stesse aree, che vedranno feroci scontri elettorali.

Ciò che manca è la prospettiva ambientale. La Nigeria si estende per oltre 1.000 km da un’area meridionale lussureggiante e tropicale, fino ai margini settentrionali del Sahara. I mandriani Fulani, che un tempo facevano affidamento sul lago Ciad, nell’estremo nord-est del Paese e oggi in gran parte prosciugato, sono costretti a spostarsi più a sud in cerca di pascoli e acqua per il proprio bestiame. E più a sud ci si muove, più la popolazione diventa cristiana, quindi nel momento in cui emergono conflitti di risorse, la trasformazione in conflitti religiosi è fulminea.

La risposta del governo Buhari ali scontri è stata vacua. Prestare al pascolo del bestiame dei Fulani, terre appartenenti ai contadini indigeni. Riportare il lago Ciad al grande sistema idrografico che è stato in passato. Secondo esami preliminari della Corte Penale Internazionale, oltre 1.300 persone sono state uccise e almeno 300.000 sono state sfollate a seguito di scontri tra pastori e agricoltori negli stati nigeriani di Plateau, Benue, Nasarawa, Adamawa e Taraba. L’escalation di violenze tra il 2017 e il 2018 è il risultato dell’aumento delle milizie etniche. E le sopravvalutate forze di sicurezza nigeriane sono spesso causa di conflitto. Lo scontro tra l’esercito nigeriano e la sua minoranza musulmana sciita è un esempio di come le forze di sicurezza sono una parte più grande del problema rispetto alla soluzione.

Nel sud-est del Paese continuano gli scontri tra comunità a Ebonyi e nello stato di Cross River. E sebbene al momento non si registra alcun conflitto in corso nel bacino del Delta del Niger, vi è il perturbante disordine economico, con il risorgere della militanza, nella maggior regione produttrice di petrolio, con continue minacce da parte di gruppi militanti.

Questi diversi conflitti hanno, in varia misura, contribuito allo sfollamento di più di due milioni di persone in Nigeria, secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. Ciò ha causato un enorme calo della produzione agricola nella fascia centrale e ha accelerato l’enorme deriva rurale-urbana.

I diversi conflitti hanno messo a dura prova le capacità delle forze di sicurezza nigeriane: l’esercito nigeriano stesso si è schierato in 32 dei 36 stati del Paese a partire dal gennaio 2017, combattendo il terrorismo, la lotta tra agricoltura e pastorizia, i rapimenti e gli scontri etnici. Nena News

 

Il segretario di Stato in Egitto e il consigliere alla sicurezza nazionale in Turchia presentano, chi più chi meno, la strategia dell’attuale Casa bianca nella regione: guerra totale all’Iran e confusione sulla Siria

Il segretario di Stato Usa Pompeo con il presidente egiziano al- Sisi (Foto: Epa)

della redazione

Roma, 11 gennaio 2019, Nena News – Il Medio Oriente è affollato di bracci destri di Donald Trump: il segretario di Stato Mike Pompeo e il consigliere alla sicurezza nazionale John Bolton fanno il giro della regione dispensando la dottrina dell’attuale inquilino della Casa Bianca.

Il più simbolico è sicuramente il discorso che ieri Pompeo ha tenuto all’American University del Cairo, lo stesso luogo in cui nel 2009 l’allora presidente Barack Obama aprì al mondo arabo e mediorientale, un’apertura senza precedenti che poi restò carta straccia visti i successivi interventi muscolari nella regione, eccezion fatta per lo storico accordo siglato con l’Iran nel 2015. In quello che venne definito il “tour delle scuse”, Obama promise un accordo di pace vero tra palestinesi e israeliani e la normalizzazione dei rapporti con l’Iran. Ha segnato un goal solo, che oggi Trump tenta di annullare.

Pompeo ribalta il tavola e il messaggio è diretto: guerra totale all’Iran. Per farlo chiede un’alleanza ampia ai paesi arabi, molti dei quali già partecipi delle mosse bellicose di Washington verso la Repubblica Islamica: “E’ tempo di mettere fine alle vecchie rivalità per il bene più grande della regione”, ha detto Pompeo. Ovvero la destabilizzazione di Teheran. Da parte loro gli Usa, definita “una forza del bene”, “useranno la diplomazia e il lavoro con i partner per espellere ogni singolo stivale iraniano in Siria” e per ridurre a zero le esportazioni di petrolio iraniane.

Seguendo una precisa strategia: criticando apertamente Obama per quello che il segretario di Stato definisce un pensiero “sbagliato” (“Il presidente Trump ha cancellato la nostra testarda cecità sul pericolo del regime e si è ritirato da un fallito accordo sul nucleare”, ha detto Pompeo), gli Usa metteranno da parte “l’inazione” che avrebbe contraddistinto gli ultimi anni. Strano concetto di inazione, verrebbe da dire, visto il ruolo centrale giocato dagli Usa in Iraq, in Yemen a sostegno della coalizione a guida saudita e nella stessa Siria dove, prima di inviare direttamente i marines, Washington ha appoggiato finanziariamente e militarmente – a volte creandoli dal nulla – gruppi di opposizione al governo di Damasco. Per parlare solo degli ultimi anni.

Senza dimenticare proprio il ruolo giocato contro l’Iran da questa amministrazione che ha stracciato l’accordo sul nucleare e gettato Teheran in una dura crisi economica a causa di sanzioni immotivate che hanno fatto scappare compagnie internazionali che in tasca avevano già belli e firmati contratti miliardari con la Repubblica Islamica. Per il resto silenzio: Pompeo ha detto due parole sullo Yemen e nessuna sul popolo palestinese, già cancellato sotto il peso del vago ma temibile Accordo del Secolo, promesso dal suo capo. 

Poche ore prima il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, da qualche giorno in tour in Medio Oriente, si era presentato ad Ankara quasi a mani vuote. I turchi si aspettavano un piano dettagliato sul fantomatico ritiro Usa dalla Siria, ma hanno avuto soltanto un programmino a voce, tanto che il presidente Erdogan ha snobbato l’inviato di Trump e non si è presentato al vertice.

Cinque punti, quelli messi sul tavolo da Bolton, che dovrebbero definire la strategia trumpiana nel paese in guerra. Al centro, al solito, c’è l’Iran. Per prima cosa, gli Stati Uniti fanno sapere che il ritiro ci sarà e sarà “ordinato”, nessun dettaglio sui tempi e i modi (in particolare sulle basi usate dai marines a Rojava e di cui Ankara pretende o il controllo o la distruzione). Secondo, Washington promette di continuare a combattere l’Isis (ma Trump non aveva detto che era morto e sepolto?) fino al momento dell’addio dalla Siria. Terzo, la Casa Bianca chiede di negoziare una soluzione sulle unità di difesa popolare curde, arcinemiche curde e semi-alleate statunitensi: gli Usa non vogliono, dice Bolton, alcun atto belligerante nei loro confronti, senza specificare che ne sarà del progetto di confederalismo democratico.

Quarto, gli Usa si impegnano a far uscire le forze iraniane dalla Siria e, quinto, rigettano completamente l’idea di un rilascio dei miliziani dell’Isis catturati in questi anni dai curdi (per lo più foreign fighters) che le Ypg dicono da tempo di non riuscire più a gestire.

Ai piani di Bolton risponde il ministro degli esteri turco Cavusoglu che ieri ribadiva l’intenzione di Erdogan di lanciare un’offensiva contro Rojava se gli Stati Uniti avessero ancora ritardato il ritiro “con scuse ridicole”: “Decideremo noi la tempistica senza aspettare il permesso di nessuno”. Secondo fonti interne turche, Ankara si attende una dipartita Usa entro 120 giorni e, ovviamente, il conseguente allontanamento delle Ypg e delle Ypj dalla città di Manbij, dove Damasco su richiesta curda ha dispiegato i propri uomini. Regna la confusione e in tempi di guerra non è affatto una buona notizia. Nena News

Esplosione in volo, sei morti e decine di feriti. Tra loro i vertici dell’esercito e dell’intelligence del governo ufficiale. Ora il fragile cessate il fuoco sponsorizzato dall’Onu su Hodeidah è ancora più a rischio

Un fermo immagine del video che mostra l’esplosione di ieri

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 11 gennaio 2019, Nena News – C’è chi eri, sulla stampa internazionale, parlava di «drone kamikaze» per descrivere il velivolo saltato in aria ieri mattina sopra la base militare di al-Anad, nel sud dello Yemen (qui il video).

Il quintale di esplosivo che portava è finito sul podio della parata militare che l’esercito governativo yemenita e le forze della coalizione anti-Houthi avevano organizzato. Subito è scoppiato il caos tra i vertici militari, riuniti sotto la tenda accanto a una gigantografia del presidente Hadi. Sabanet, agenzia vicina agli Houthi, responsabili dell’attacco, l’ha definito «un’azione contro invasori e mercenari». Il governo ufficiale yemenita, filo-saudita, ha parlato di «crimine» compiuto da «milizie che non sono pronte alla pace».

Di certo quel drone fa tremare la fragile tregua sulla città di Hodeidah, strappata dall’Onu alle due parti alla fine dello scorso anno. Non tanto per il numero di morti (sei quelli confermati) o per quello di feriti (fonti governative parlano di 20, gli Houthi di oltre 100), quanto per le personalità colpite: tra i feriti ci sono il capo di stato maggiore dell’esercito yemenita Abdullah Nakhi, il suo vice Zandani, il capo dell’intelligence militare Saleh Tamah e il governatore della provincia di Lahj Ahmed al-Turki.

Il messaggio inviato dai ribelli Houthi è enorme: non c’è tregua che tenga senza una vera transizione politica. Quella che il movimento politico della minoranza sciita, Ansar Allah, chiede da anni e che da anni l’Arabia saudita, padre padrone dello Yemen, rispedisce al mittente. Ma il livello militare raggiunto – impossibile negare un ruolo iraniano nella diffusione di certe armi – spiega bene le difficoltà che i Saud incontrano nel paese, nel porre fine alla resistenza Houthi.

Non aiuta la confusione che ancora regna ad Hodeidah, la città portuale sul Mar Rosso oggetto dei più feroci scontri degli ultimi mesi e della conseguente tregua sponsorizzata dalle Nazioni unite: gli Houthi hanno accettato di ritirarsi dal porto, ma non si capisce bene a chi dovrebbe passare il controllo dello scalo. L’inviato Onu Martin Griffiths fa la spola tra Riyadh e Sana’a nel tentativo di tramutare quel cessate il fuoco in un processo di pace politico. Finora senza successo.

Solo 24 ore prima, mercoledì, Griffiths spiegava al Consiglio di Sicurezza che l’accordo siglato nella cittadina svedese di Rimbo stava conducendo a una significativa de-escalation del conflitto. Così non è e non solo per l’esplosione del drone. La coalizione a guida saudita e l’esercito governativo proseguono nelle operazioni militari (come accaduto in questi anni, spesso contro civili: le ultime due vittime ieri nella provincia di Hajjah) e lo stesso fanno i combattenti Houthi, con Sabanet che su base quotidiana riporta di uccisioni di soldati yemeniti o della coalizione.

Griffiths lo sa bene e al Consiglio di Sicurezza lo ha ribadito: gli scontri si sono attenuati, ma è anche vero che senza «sostanziali progressi» quell’accordo cadrà nel vuoto. Nel mirino dell’inviato ci sono i ritardi nell’accesso di aiuti umanitari e nel ritiro delle due parti da Hodeidah.

Già rilasciati i cinque giovani coloni responsabili dell’omicidio della donna palestinese, colpita da una pietra mentre viaggiava in auto con il marito. Per lo Shin Bet si tratta di terrorismo, ma il mondo politico li difende

Aisha al Rabi, la seconda da sinistra, con il marito e le figlie

della redazione

Roma, 11 gennaio 2019, Nena News – E’ durata ben poco la detenzione dei cinque giovani coloni israeliani arrestati per l’omicidio della donna palestinese di 47 anni, Aisha al-Rabi, colpita da una pietra a metà ottobre mentre viaggiava in auto con il marito. Ieri una corte israeliana ha ordinato gli arresti domiciliari per quattro sospetti, a pochi giorni dal loro fermo. Solo il quinto resterà in prigione per un’altra settimana. 

Eppure, secondo lo Shin Bet, l’intelligence interna israeliana, i coloni sono sospettati “di un gravi reati di stampo terrorista, tra cui l’omicidio”. Terroristi ma meritevoli di un trattamento speciale, visto che per reati molto meno gravi i palestinesi non vengono mai rilasciati fino al processo. L’arresto era stato annunciato dallo Shin Bet domenica scorsa: secondo l’agenzia, tutti e cinque i minorenni sono residenti nell’insediamento di Rehelim, considerato illegale anche dalla legge israeliana, vicino la città palestinese di Nablus.

Tutti e cinque sono studenti di una yeshiva, una scuola religiosa, nella colonia. Secondo lo Shin Bet “attivisti di estrema destra” della vicina colonia di Yitzhar (nota per l’estremismo radicale dei suoi residenti e per essere il luogo di fondazione di un’organizzazione radicale, la Hilltop Youth, responsabili di numerosi attacchi contro palestinesi) hanno raggiunto i cinque il giorno dell’attacco per dargli istruzioni in merito.

Dalla loro parte, però, hanno la politica: la madre di uno dei giovani coloni ha ricevuto l’accorata telefonata della ministra della Giustizia (quella che in teoria dovrebbe garantire il rispetto delle leggi), Ayelet Shaked, che le ha espresso vicinanza e le ha detto “di essere forte”.

Forti di sicuro dovranno dimostrarsi gli otto figli di Aisha al-Rabi, privati della madre tre mesi fa su una strada vicino Nablus. Già all’epoca il marito Yacoub – che guidava l’auto e ha riportato ferite minori – aveva indicato in un gruppo di “giovani coloni, sei o sette” i responsabili del lancio di pietre. La vera rappresaglia l’ha subita la sua famiglia: due settimane dopo l’omicidio, Israele ha revocato i permessi di lavoro in territorio israeliano al marito e a un parente di Aisha.

Atti affatto sporadici: secondo un rapporto del quotidiano israeliano Haaretz, gli attacchi da parte di cittadini israeliani contro palestinesi è aumentato nel corso degli ultimi anni. Triplicato: dai 140 attacchi (contro persone, uliveti, case, automobili) del 2017 ai 482 del 2018. Ma in questi casi la politica non interviene e non lo fa neppure la magistratura israeliana, particolarmente blanda quando si tratta di perseguire cittadini israeliani.

Dati alla mano – quelli raccolti negli ultimi anni da numerose organizzazioni, sia israeliane che internazionali – se di fronte a una corte israeliana (nei Territori Occupati vige la legge militare e non civile, applicata invece agli israeliani) il 99,74% dei palestinesi accusati di un reato viene condannato, le violenze dei coloni sono punite in meno del 2% dei casi (dati Yesh Din). Una realtà tanto sproporzionata che nel maggio 2016 l’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha deciso di non rivolgersi più alle corti israeliani. Nena News

 

 

Raid delle forze speciali nella provincia orientale di Qatif. Allarme per Fahad al Butairi e Loujain al Hathloul svaniti nel nulla

Loujain al-Hathloul e Fahad al-Butairi

di Michele Giorgio

Roma, 10 gennaio 2019, Nena News – Unità speciali della polizia contro oppositori politici descritti sommariamente come “terroristi”, arresti di dissidenti, sparizioni di detenuti. Nell’Arabia saudita che aspetta il 16 gennaio a Gedda la Supercoppa italiana tra Juventus e Milan – inutili gli appelli a non disputare l’incontro lanciato da intellettuali, artisti, Ong e giornalisti – la cronaca è ricca di violazioni dei diritti umani. Sei uomini sono stati uccisi a inizio settimana in un’operazione delle forze di sicurezza nella città di Jish, nella provincia orientale di Qatif dove si concentra la minoranza sciita considerata ostile dalle autorità centrali, se non addirittura nemica. Come siano andate le cose non è chiaro. L’agenzia statale Spa ha scritto che «Durante un’operazione preventiva lanciata lunedì all’alba è stata circondata una casa a Jish. All’interno c’erano sette persone. Si sono rifiutate di arrendersi. Le forze di sicurezza hanno risposto al fuoco». Tutto qui.

Nel regno dei Saud, alleati stretti delle democrazie occidentali, il rispetto dei diritti umani è nullo. La tortura e talvolta l’eliminazione fisica di dissidenti e oppositori non sono pratiche sconosciute. Lo dimostra il caso del giornalista Jamal Khashoggi ucciso e fatto a pezzi lo scorso 2 ottobre nel consolato saudita a Istanbul. Alla ribalta ora c’è la vicenda dell’attore comico Fahad al Butairi, 33 anni, che spesso prende di mira la casa regnante, e di sua moglie, Loujain al Hathloul, 29 anni, un’attivista dei diritti delle donne. Entrambi sono stati arrestati nel 2018 e di loro si sa poco o nulla. A lanciare l’allarme via twitter è stato il produttore televisivo americano Kirk Rudell, amico della coppia. Rudell chiede che fine abbia fatto Butairi, il luogo della sua detenzione resta sconosciuto. Della moglie, per anni alla testa della protesta contro il divieto di guidare per le donne, si sa solo che è in un carcere femminile. Inutili le denunce giunte da Amnesty e Human Rights Watch.  

Buone notizie invece per Rahaf Al Qunun. La ragazza saudita che si era barricata in un hotel all’aeroporto di Bangkok perché maltrattata dalla famiglia, ha ottenuto lo status di richiedente asilo dall’Alto Commissariato Onu per i rifugiati. Arrivata dal Kuwait è stata fermata a Bangkok e si è vista confiscare i documenti su richiesta delle autorità saudite e kuwaitiane per essere partita senza il consenso del suo tutore maschio. I tailandesi poi hanno rinunciato ad espellerla a causa delle proteste sui social. Quindi è intervenuto l’Unhcr ad impedire il rimpatrio a Riyadh contro la volontà della ragazza. Nena News

La docente e famosa attivista afroamericana replica: “L’attacco nei miei confronti è un attacco contro lo spirito di indivisibilità della giustizia”

Il filosofo Herbert Marcuse e Angela Davis nel 1968

della redazione

Roma, 10 gennaio 2019, Nena NewsIl Birmingham Civil Rights Institute dell’Alabama ha revocato il premio “Fred Shuttlesworth” per i diritti umani alla filosofa, docente universitaria e storica attivista dei diritti umani americana Angela Davis. Il motivo dietro la decisione è il sostegno che Davis manifesta per i diritti dei palestinesi sotto occupazione militare israeliana. “Ho imparato ad oppormi con la stessa passione sia all’antisemitismo e sia al razzismo. In questo contesto mi sono avvicinata alla causa palestinese”, ha spiegato la docente 74 enne dicendosi molto stupita dalla decisione presa alla commissione del premio. Davis ha denunciato chi vuole punirla per aver chiesto che lo Stato di Israele smetta di opprimere i palestinesi. “L’attacco nei miei confronti è un attacco contro lo spirito di indivisibilità della giustizia”, ha protestato.

A spingere affinché il premio fosse revocato è stato in particolare il “Centro per la conoscenza dell’Olocausto” di Birmingham che ha espresso “preoccupazione e delusione” per il riconoscimento assegnato a Davis. Ha quindi invitato il centro per i diritti umani a “riconsiderare la decisione” in considerazione del “sostegno esplicito” offerto dalla docente alla campagna Bds per il boicottaggio internazionale di Israele. Dopo questo intervento il Birmingham Civil Rights Institute ha comunicato che “in seguito a un esame più attento delle dichiarazioni della signora Davis abbiamo concluso che non soddisfa tutti i criteri su cui si basa il premio”.

Davis da parte sua ha annunciato che il mese prossimo andrà ugualmente a Birmingham per prendere parte a “un evento alternativo”. Una coalizione locale di attivisti e cittadini ha organizzato una iniziativa pubblica a sostegno della docente centrata sul suo impegno per i diritti umani e il lavoro che svolge contro l’ingiustizia in giro il mondo.

Angela Davis è un’attivista del movimento afroamericano ed è stata militante del Partito Comunista degli Stati Uniti d’America fino al 1991. Nata a Birmingham in un quartiere dominato da un profondo razzismo contro i neri, sin da adolescente si avvicina al Partito comunista e alla lotta per i diritti degli afroamericani. Laureatasi alla Brandeis University, in Massachusetts, si trasferì in Francia e in Germania dove divenne allieva del grande filosofo ed esponente della Scuola di Francoforte, Herbert Marcuse. Tornata negli Usa, venne arresta e incarcerata per il suo presunto collegamento con la rivolta del 7 agosto 1970 guidata da Jonathan Jackson e dalle Pantere Nere che vide anche l’uccisione di un giudice. Davis risulterà innocente e verrà assolta con formula piena. In carcere la militante comunista scriverà alcune delle pagine più famose della contestazione statunitense. La sua liberazione fu sostenuta, fra gli altri da Jean-Paul Sartre.

Di recente Angela Davis ha insegnato nel dipartimento di storia dell’Università della California a Santa Cruz, dove ha diretto il Women Institute. Negli ultimi anni si è opposta all’orientamento islamista di una parte del movimento  afroamericano. Nena News

 

Attesa per l’esito delle presidenziali. Il vincitore sarebbe uno tra Martin Fayulu e Félix Tshisekedi, i due sfidanti più accreditati a prendere il posto di Joseph Kabila, da 18 anni al potere

di Gina Musso – Il Manifesto

Roma, 10 gennaio 2019, Nena NewsIeri sera gli occhi di 80 milioni di congolesi e delle cancellerie diplomatiche di mezzo mondo erano puntati sul centralissimo Boulevard 30 Giugno di Kinshasa, dove ha sede la Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni) della Repubblica democratica del Congo. Sotto alta pressione internazionale (l’ultima strigliata, ieri, è arrivata dal presidente sudafricano Ramaphosa) i 13 membri che ne fanno parte si erano chiusi oltre 24 ore prima in una forse definitiva riunione plenaria da cui far uscire finalmente i risultati di un voto altrettanto tribolato, che si era infine svolto in buona parte del paese lo scorso 30 dicembre.

Al termine di una giornata in cui l’attesa, le dichiarazioni non proprio serene delle forze in campo e il dispiegamento sempre più massiccio di reparti anti sommossa nelle strade hanno fatto schizzare pericolosamente in alto la tensione, i giornalisti sono stati convocati nella notte.

Si tratta di risultati comunque non definitivi, perché nel turbolento Nord-Kivu e in diversi altri stati il conteggio è ancora in corso. E perché in altre tre regioni si voterà solo a marzo. Non mancano inoltre le contestazioni e le denunce di irregolarità. Ma le opposizioni, con buona parte della società civile e delle organizzazioni religiose, a partire dalla principale piattaforma protestante del paese, la Chiesa di Cristo in Congo, non hanno dubbi: se qualcuno che ha perso le presidenziali questi è Emmanuel Ramazani Shadary, delfino ed ex ministro dell’Interno del presidente uscente Joseph Kabila, da 18 anni al potere. Il vincitore di conseguenza sarebbe uno tra Martin Fayulu e Félix Tshisekedi, i due sfidanti più accreditati.

Il timore diffuso anche tra le ong e i movimenti di cittadinanza attiva come Lutte pour le changement (Lucha), che ancora ieri pomeriggio invitava a «mantenere alta la vigilanza e tenersi pronti a scendere in massa nelle strade», è la comunicazione di un risultato «che non corrisponde alla verità delle urne». Nena News

Hamas arresta circa 200 militanti e dirigenti di Fatah. Abu Mazen ritira i suoi uomini dal valico di Rafah e innesca la chiusura del terminal da parte dell’Egitto. Nello scontro tra le due forze rivali a pagare sono solo i civili palestinesi

Il valico di Rafah

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Roma, 9 gennaio 2019, Nena  News – L’irresponsabilità di Hamas e Fatah spinge di nuovo Gaza verso il baratro. I circa 200 fermi, arresti e interrogatori di militanti e dirigenti di Fatah eseguiti dalla polizia del movimento islamico nei giorni scorsi in occasione dell’anniversario della fondazione del partito guidato dal presidente palestinese Abu Mazen, sono stati seguiti dalla decisione del governo dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) – composta ai suoi livelli più alti in prevalenza da dirigenti di Fatah – di ritirare i suoi agenti dal terminal di frontiera di Rafah, l’unica porta di Gaza sul mondo arabo.

Un passo al quale l’Egitto ha reagito chiudendo il valico sul lato palestinese. Gli abitanti di Gaza potranno tornare a casa ma non entrare in territorio egiziano. Per migliaia di civili è un disastro, soprattutto per gli ammalati gravi che solo in Egitto o volando dal Cairo verso altri Stati possono ricevere le cure di cui hanno bisogno.

Il ritiro da Rafah delle guardie di frontiera dell’Anp ha creato un effetto domino. Hamas ha annunciato di aver ripreso il controllo del valico di Rafah – che aveva restituito al controllo dell’Anp nell’autunno del 2017 -, poi la chiusura in uscita del terminal decisa dal Cairo, quindi è entrato in scena Israele, che da 12 anni attua un rigido blocco di Gaza, con lo stop all’ingresso nella Striscia di 15 milioni di dollari offerti dal Qatar. Un colpo durissimo che significa l’interruzione del pagamento dei salari arretrati per decine di migliaia di dipendenti pubblici.

Doha, con Ankara alleata del movimento islamico palestinese, due mesi fa ha garantito il versamento di una cifra mensile di 15 milioni di dollari nel contesto degli sforzi dell’Egitto e dell’Onu di ridurre il rischio di un confronto armato fra Hamas ed Israele. Fondi che, nelle intenzioni qatariote, servono anche a ridurre le tensioni lungo le linee tra Gaza e Israele, dove dallo scorso 30 marzo, ogni venerdì, si riversano migliaia di palestinesi per protestare contro il blocco israeliano. Manifestazioni che hanno visto oltre 200 palestinesi cadere uccisi sotto il fuoco dei tiratori scelti israeliani schierati lungo le barriere.

Hamas in cambio di un allentamento del blocco e dei fondi messi a disposizione dal Qatar in queste ultime settimane si è mosso per contenere le proteste. Complice anche la pressione dell’Egitto che con la sua mediazione è riuscito ad evitare, almeno sino ad oggi, un’offensiva militare israeliana contro Gaza.

Il disastro interno palestinese non si ferma qui. Se gli islamisti arrestano i rivali di Fatah a Gaza, i servizi di sicurezza dell’Anp fanno altrettanto con i militanti di Hamas in Cisgiordania, spesso in collaborazione con l’intelligence di Israele. Abu Mazen da parte sua non esita a colpire, con tagli dei finanziamenti diretti a Gaza, la popolazione civile. L’ultimo esempio è proprio il ritiro delle guardie di frontiera da Rafah che non danneggia Hamas ma i tanti che aspettavano, spesso da mesi, di poter entrare in Egitto.

Il presidente dell’Anp ha mandato un segnale ad Egitto e Qatar che, in apparente coordinamento con Israele, provano a trasformare Gaza in una entità separata dal resto dei territori palestinesi.

Rivelazioni attribuite di recente dalla stampa araba all’ex ministro della difesa israeliano Lieberman, vorrebbero il piano Usa per il Medio oriente – non ancora presentato – finalizzato, tra le altre cose, a fare della minuscola Gaza il futuro Stato di Palestina, una prigione a cielo aperto per oltre due milioni di civili e un contenitore ben sigillato di militanti e dirigenti di Hamas.

Michele Giorgio è su Twitter: @michelegiorgio2

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Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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