Nena news

Agenzia Stampa Vicino Oriente
Subscribe to feed Nena news

REPORTAGE. Giovanni D’Ambrosio ci racconta la storia di Hatem partito dopo molte difficoltà dalla Libia alla volta dell’Italia e quindi dell’Europa, ricordandoci che dietro gli arrivi dei migranti sulle nostre coste ci sono storie fatte di sofferenza, ma anche di lotte e speranze a volte tradite

(Foto: Reuters)

di Giovanni D’Ambrosio

Roma, 8 aprile 2020, Nena News – Hatem ha cercato di fuggire dalla Libia tre volte prima di riuscirci. La prima volta non era da solo. Insieme a Walid, un amico, hanno organizzato il viaggio, hanno cercato informazioni, hanno chiesto a parenti e conoscenze, ma presto si sono resi conto che in Libia, il paese dei trafficanti, tentare di attraversare il mare non era cosa per libici. Per anni, anni di guerra, Hatem cerca i contatti giusti, chiedendo a chiunque possa conoscere le regole del gioco. Capiscono in fretta che i trafficanti preferiscono di gran lunga fare affari con africani, bengalesi, algerini, egiziani, siriani. I libici no, sanno troppo. Nel caso venissero fermati dalla cosiddetta guardia costiera potrebbero rivelare informazioni importanti alla polizia di frontiera. Oppure potrebbero essere delle spie. Meglio tutelarsi e non fare affari con i connazionali che vogliono scappare. Con i traditori.

Hatem e Walid dopo numerosi tentativi riescono infine a contattare qualcuno, e lo trovano tramite uno dei mezzi che hanno scoperto e utilizzato durante le proteste anti-Gheddafi: Facebook. Consigliati da conoscenti, trovano il profilo di un certo Hajinazer, che trasporta uomini e donne al di là del mare. C’è addirittura il numero di telefono a cui chiamare, testimonianze audio e video di persone che sono passate, che sono riuscite a partire e ad arrivare in Italia e consigliano Hajinazer perché è un uomo di parola, perché non vi farà mancare niente, perché lui è il migliore nel suo lavoro.

Una sorta di trip advisor del traffico di esseri umani. Può sembrare assurdo che un trafficante mostri il suo lavoro sui social network, eppure è lì che Walid e Hatem hanno stabilito il primo contatto. Si vede che non si sentiva particolarmente in pericolo di esporsi pubblicamente. Hanno guardato i video in cui diverse persone affermavano il buon trattamento che avevano ricevuto, le belle condizioni in cui avevano dormito la notte prima di partire e hanno deciso di fidarsi. Hatem e Walid hanno un’idea per oltrepassare i sospetti nei confronti dei libici, camuffare il loro accento con quello tunisino – il confine è solo a pochi chilometri dalla città in cui sono cresciuti – e fingersi qualcuno che non sono. Il numero di telefono era lì, lo hanno preso e chiamato, bisognava fare in fretta.

Hatem e Walid erano parte del movimento di protesta contro Gheddafi iniziato il 17 febbraio. Durante la lotta di liberazione dal regime erano parte del “Libyan media center”: avevano imparato a utilizzare Facebook e Twitter per organizzare manifestazioni, testimoniare la repressione omicida dei soldati di Gheddafi, diffondere le parole chiave della protesta antigovernativa. Poi qualcosa è degenerato, la guerra civile, l’intervento di eserciti stranieri, gli interessi legati al petrolio, la complessità della geopolitica internazionale aveva soffocato la semplice fiamma del cambiamento, della ribellione. La loro rivoluzione tanto immaginata doveva portare a una Libia ben diversa da quella che la vista allora gli proponeva. Avevano lottato per la giustizia sociale e i diritti civili, la democrazia, la libertà e il pane. E ora dovevano nascondersi.

La città da cui entrambi provenivano era tradizionalmente leale a Gheddafi. E anche se lui era morto non era venuta meno la fedeltà degli abitanti al vecchio sistema. Avevano provato a fuggire, ma erano stati ripresi. Avevano provato a ucciderli. Hatem era stato rapito da una banda locale e rilasciato solo dopo che la famiglia aveva pagato un riscatto; mentre a Walid gli hanno sparato e solo per un soffio è riuscito a sfuggire alla morte. Dopo questi episodi, la Libia, almeno per loro, era condannata. Il gioco si era bloccato, la guerra sarebbe durata ancora per chissà quanti anni e loro non potevano più rimanere. La loro rivoluzione contro Gheddafi aveva fallito.

È aprile 2017. Il telefono squilla, Walid guarda distrattamente lo schermo, poi sobbalza, lo afferra e risponde agitato, «Pronto?». «Partiamo stasera, state pronti, vi dirò dove e quando». «Ci sono solo io, Hatem non potrà venire». «Poco importa, a stasera», e chiude. Hatem ha avuto un contrattempo, non potrà esserci ma spera di poter recuperare i soldi che aveva investito nel viaggio. Non succederà. Walid però non può rischiare di perdere questa occasione, bisogna provare.

Ci avevano messo troppo tempo per trovare questo Hajinazer, e organizzare il viaggio, e poi si fidava, sarebbe andata bene. Hajinazer aveva assicurato che sarebbero partiti su una barca grande, comoda, in buono stato. A quanto pare ci sarebbe stato un navigatore esperto alla guida, un gambiano. Avevano visto i video delle persone soddisfatte. Sarebbe andato tutto bene, pregava. Il luogo dove avrebbero passato la notte era lurido e sporco, e sicuramente non era un hotel, come gli avevano fatto intendere gli intermediari. Era un edificio abbandonato sulla costa. Ma era solo l’inizio di una serie di malaugurate sorprese.

Nella notte vengono portati su una spiaggia tra Al-Zawiya e Sabrata, costa ovest arrivando da Tripoli. Lì, uomini armati puntano fucili contro le persone intimando di lasciare tutti quello che hanno: borse, valige, sacchi, cibo, non serviranno. La vista delle armi puntate e cariche zittisce il mormorio di disappunto nato alla vista dell’imbarcazione che avrebbero utilizzato per attraversare il mare. Era un piccolo peschereccio su cui avrebbero dovuto stringersi 33 persone tra cui alcuni bambini, molti sotto i 10 anni. Intanto qualcuno nel gruppo viene preso e messo di fronte a una telecamera.

Deve testimoniare che Hajinazer tratta bene i suoi migranti, che non gli fa mancare nulla e che sono tranquilli per la traversata. Tutto questo con un fucile puntato. Viene distribuito a tutti un numero di telefono libico da chiamare quando sono in Italia. Viene detto loro che questo tale potrà aiutarli una volta sbarcati. Partono. Dopo tre ore di navigazione il sole sta iniziando a fare capolino da Oriente, poco dopo il peschereccio inizia a imbarcare acqua. La gente si spaventa, ma non c’è niente da fare.

Solo Walid si era scritto il numero di soccorso dell’Operazione Sophia, che all’epoca pattugliava il Mediterraneo, e inizia a chiamare, chiamare, chiamare in continuazione. Quando rispondono cerca di spiegare dove si trovano: «Siamo partiti da x ore, da quella spiaggia della Libia. Andiamo a una velocità di x nodi in direzione…», così sperano di essere localizzati, ma non arriva mai nessuno. L’acqua sale, passano le ore. Poi un rumore di aereo. Ancora non lo sanno, ma sopra di loro i volontari dell’Operazione Moonbird li hanno individuati, sanno che stanno imbarcando acqua e infatti hanno velocemente mandato le coordinate alla Sea-Watch 2 che si trova in acque internazionali.

Poco dopo, ecco la nave di Sea-Watch, «Persone straordinarie», racconta Walid, «Se fosse passata ancora un’ora probabilmente saremmo tutti morti affogati». Arrivati in Italia, c’è chi prova a chiamare quel numero fornito dal trafficante. Ma si rendono conto che anche questo è una trovata pubblicitaria di Hajinazer. Le chiamate sono registrate, a lui interessa la parte in cui si dice che sono arrivati in Italia, per convincere altri a partire con lui. Semplice marketing.

Autunno 2019. Hatem da quando Walid è partito ha provato ad andarsene altre due volte dalla Libia. La prima volta non gli è andata bene. La persona con cui aveva parlato si era intascata i soldi per il viaggio ed è sparita. La volta successiva allora Hatem aveva deciso di prendere più precauzioni. Non avrebbe più finto di essere tunisino, non sarebbe andato dal primo che gli prometteva di attraversare il mare senza rischi. Questa volta Hatem decise di utilizzare la sua rete di contatti di fiducia allargandola il più possibile. Pazientemente porta avanti questo lavoro di rete, fino a quando, tramite conoscenze, ha trovato qualcuno di cui si fidava davvero. 9.000 dinari gli era costato il viaggio per imbarcare sé e la sua famiglia. 5.900 euro.

Questa volta aveva deciso di provarci con loro, di portarli via dalla guerra. Era in una barca con decine di altre persone. Alcuni, pochi, erano libici, come lui, ma la grande maggioranza arrivavano dal Bangladesh o dall’Algeria. Poco importa perché non era passata neanche un’ora da quando avevano lasciato le coste libiche che una motovedetta della polizia di frontiera li aveva intercettati. Dalla barca su cui si trovava Hatem gridava, arrabbiato, ai militari, mentre questi ordinavano di salire sulla motovedetta «Se torniamo indietro moriremo, lasciateci andare!», e loro rispondevano «State zitti, zitti o vi ammazziamo!».

Hatem e la sua famiglia sono libici, quindi non sono stati portati in prigione, nelle prigioni per migranti. Ha passato solo qualche ora nel commissariato, dove lo hanno interrogato e rilasciato. Fortunatamente il contatto di sua fiducia, il trafficante, gli ha pure ridato i soldi della traversata. E intanto la guerra continua, Tripoli è assediata, sembra che Haftar abbia la meglio, poi Al-Serraj ottiene l’appoggio di quel capo di stato europeo, la Turchia si schiera e allora ricomincia tutto da capo. «Due idioti», dicono all’unisono Walid e Hatem, riferendosi ai protagonisti della politica nazionale libica.

Hatem non è una persona che si arrende facilmente. Dopo gli ultimi bombardamenti su Tripoli decide di tornare al paese dov’è nato e cresciuto, sulla costa Ovest, vicino alla Tunisia. È iniziato il 2020. E sono passati tre anni dalla prima volta che ha provato ad andarsene. Lì inizia a pensare a un’alternativa valida ai trafficanti. Parlando con alcuni amici che condividono le medesime aspirazioni, pian piano si concretizza un’idea: vendere la casa, comprare una barca con cui partire, oltrepassare lo stesso sistema gestito dai trafficanti. Ma serviranno tanti soldi per comprarla. Alla fine sono quattro le famiglie che Hatem riesce a contattare con il passaparola. Insieme riescono a riunire abbastanza denaro per comprare un piccolo motoscafo, anche se piuttosto spazioso.

Li ho visti scendere da quella barca nella notte tra il 16 e il 17 febbraio, al molo commerciale di Lampedusa. A mezzanotte eravamo lì, quando è scoccato l’anniversario delle proteste anti-Gheddafi del 2011. C’erano bambini, anziani, donne e uomini. Sono entrati nel porto quasi in punta di piedi, senza far rumore. Sono scesi con zaini e valige. I bambini, dopo un piccolo pianto, hanno riso e hanno iniziato a correre sul molo, prima di essere trasferiti dentro l’hotspot di contrada Imbriacola, a Lampedusa, in Italia.

Non sembrava che avessero passato 18 ore in mare, eppure è questo il tempo che ci hanno messo per raggiungere le coste Lampedusane. I «presunti profughi», «La Libia è un paese sicuro», «Altro che profughi con le valige e il telefonino», «guarda come sono in salute», «falsi minorenni», sono le immagini semplificanti e stereotipate diffuse dalla propaganda sovranista nel descrivere gli arrivi sulle nostre coste. Instillare il dubbio che sia in atto una grande truffa ai danni degli italiani, una minaccia, un complotto, un attacco.

Ecco questo articolo ha lo scopo di ricordare perché le persone si mettono in mare, perché rischiano la vita per raggiungere Lampedusa e l’Europa. E anche per ricordarci che dietro questi arrivi ci sono storie fatte di sofferenza, certo, ma anche di lotte e speranze alcune volte tradite. Nena News

Multe salate e rischio galera per chi esce di casa senza mascherine. Sono 1.184 i casi Covid nel Paese, 90 le vittime. Re Mohammad VI, intanto, domenica ha graziato oltre 5.600 prigionieri, ma Amnesty International chiede il rilascio anche di quelli politici e denuncia: “Carceri sovraffollate, rischio contagio”

della redazione

Roma, 8 aprile 2020, Nena News – Ora è legge: i marocchini che lasceranno le loro case senza indossare le mascherine protettive rischiano la galera e multe salate fino a 126 dollari. Il nuovo provvedimento, deciso dal governo per limitare la diffusione del Coronavirus, è entrato in vigore ieri. Secondo quanto dichiarato ieri sera dal ministero della salute, le persone al momento positive al Covid-19 sono 1.184 (64 nuovi casi ieri). Novante le vittime, di cui 10 solo nelle ultime 24 ore.

Le autorità assicurano che le mascherine saranno vendute a prezzi contenuti (0,08 dollari) così da permettere alla popolazione di poterle comprare senza problemi. Il governo, tramite il portavoce del ministro dell’industria, ha fatto sapere che raddoppierà la produzione giornaliera di mascherine passando dai 3,3 milioni attuali a 6 milioni. La nuova disposizione giunge dopo che un rapporto ufficiale, citato in un articolo de “Le Figaro”, ha riferito che 8.600 marocchini sono stati arrestati e incriminati per aver trasgredito le restrizioni messe in campo dalle autorità il 19 marzo per evitare l’aumento dei contagi. Secondo i provvedimenti, le persone possono lasciare le case solo per comprare prodotti essenziali come cibo o medicine. Consentiti invece gli spostamenti per chi deve andare a lavoro. Il governo è anche intervenuto per ridurre la diffusione del Covid nelle carceri: re Mohammad VI ha infatti graziato domenica 5.654 prigionieri. Le persone rilasciate sono state scelte in base alla loro età, salute, buona condotta e lunghezza di detenzione, spiegano da Rabat. Non solo: il sovrano ha anche ordinato di “prendere tutte le misure necessarie per rinforzare la protezione dei detenuti”. Una questione importante visto il sovraffollamento delle prigioni: 232 reclusi ogni 100.000 persone (sono 37 milioni gli abitanti in Marocco).

La grazia concessa da Mohammad VI non ha convinto le organizzazioni dei diritti umani che chiedono il rilascio di tutti i prigionieri politici, a partire da quelli posti in detenzione preventiva o che hanno scontato ormai quasi tutta la loro pena. “Le autorità marocchine dovrebbero essere spinta dal tetro prospetto della diffusione del Covid-19 nelle prigioni per liberare dozzine di detenuti reclusi semplicemente per aver espresso le loro idee o per aver esercitato il loro diritto a protestare. Questi individui pacifici non dovrebbero essere nemmeno lì – ha denunciato Heba Morayef, direttrice regionale per il Nord Africa e Medio Oriente di Amnesty International – Per quelli che rimangono in carcere, il governo marocchino deve fornire uno standard di salute che sia proporzionale ai bisogni individuali di ciascuna persona e assicurare la massima protezione alla diffusione del Covid-19”. A preoccupare Amnesty è soprattutto il sovraffollamento delle prigioni che è causato anche dal fatto che qui tanti sono reclusi in attesa del processo. “Il governo dovrebbe considerare di prendere misure non detentive per persone accusate di reati minimi o per chi è vulnerabile al Coronavirus come i detenuti anziani e coloro con gravi patologie” ha spiegato Morayef.

Un appello che difficilmente farà breccia tra le autorità. L’atteggiamento aperto al dialogo mostrato dal sovrano e governo non coincide con quanto avviene nella realtà quotidiana: soltanto tra novembre 2019 e gennaio 2020 almeno 10 persone – tra cui un giornalista e due cantanti rap – sono stati arrestati e condannati per commenti on-line. Sono stati accusati di “aver offeso le istituzioni e gli ufficiali pubblici”. Sette di loro sono ancora dietro le sbarre in varie strutture detentive nazionali.

Tra questi vi è l’attivista Abdelali Bahmad, conosciuto come Ghassan Bouda, che sta scontando un anno di carcere per aver “insultato” la monarchia dopo che aveva scritto un post on line in sostegno alle proteste dell’Hirak nella regione del Rif. Per non parlare poi dei blogger Moul el-Hanout e Yusef Mujahid, invece, che hanno ricevuto 4 anni di carcere da un tribunale di Rabat per aver offeso “ufficiali pubblici e le istituzioni” e per “aver istigato all’odio” con la pubblicazione di alcuni video. La loro colpa? Aver denunciato la mancanza di libertà nel Paese. Nena News

Il mese scorso sono stati detenuti 357 palestinesi, tra i quali 48 ragazzi con una età inferiore ai 18 anni e quattro donne. Ong locali e internazionali chiedono a Israele di revocare il blocco di Gaza

(Foto: Reuters)

di Michele Giorgio     il Manifesto

Gerusalemme, 8 aprile 2020, Nena News – «In un momento così critico, chiediamo a Israele di revocare il blocco che attua da 13 anni in modo che Gaza possa avere le forniture mediche necessarie per combattere il Covid-19 e prendersi cura di tutti gli ammalati». È un passaggio dell’appello per la fine del blocco di Gaza che 20 ong e centri per i diritti umani locali e internazionali – tra cui Human Rights Watch,  Oxfam, Adalah, B’Tselem – hanno firmato ricordando che la Quarta Convenzione di Ginevra obbliga un occupante a garantire «l’adozione e l’applicazione (in un territorio occupato) delle misure profilattiche e preventive necessarie per combattere la diffusione di malattie contagiose ed epidemie». Nessuna risposta dal governo Netanyahu.

La preoccupazione globale per il coronavirus non ha portato a un mutamento o almeno ad un ammorbidimento della politica di Israele nei territori occupati di Cisgiordania e Gaza. Certo il Cogat, che per conto delle Forze armate israeliane si occupa dei civili sotto occupazione, ha facilitato l’accesso a Gaza e in Cisgiordania di materiali e attrezzature sanitarie. Ma solo occasionalmente ha contribuito a queste forniture offerte sino ad oggi dall’Oms, Banca mondiale, ong e istituzioni umanitarie. Peraltro l’Autorità Nazionale (Anp) di Abu Mazen chiede ancora che tutti i manovali palestinesi – migliaia – che dallo Stato ebraico rientrano in Cisgiordania siano sottoposti al tampone in Israele per meglio individuare, prima del rientro alle loro abitazioni, coloro che sono stati contagiati. Israele invece vuole che i tamponi li faccia l’Anp che non ha la capacità e un numero sufficiente di kit disponibili.

Neanche a marzo, il mese in cui la pandemia ha raggiunto massicciamente ogni angolo del mondo, inclusi Israele e i Territori occupati, si sono arrestati i raid dell’esercito israeliano in Cisgiordania, che avvengono in prevalenza di notte. E due giovani palestinesi sono stati uccisi dai soldati durante proteste. La Commissione per gli affari dei prigionieri, la Società per il prigioniero palestinese e la ong Addameer per i diritti dei detenuti politici palestinesi, in un comunicato congiunto riferiscono che il mese scorso l’esercito israeliano ha arrestato 357 palestinesi, tra i quali 48 ragazzi con una età inferiore ai 18 anni e quattro donne: 192 a Gerusalemme, 33 a Ramallah, 45 a Hebron, 19 a Jenin, tre a Betlemme, 23 a Nablus, 11 a Tulkarm, 18 a Qalqilya, cinque a Tubas e otto a Gaza. E di nuovo, per la settima volta in 18 mesi, è stato arrestato Adnan Gheith, il governatore dell’Anp a Gerusalemme. Gheith avrebbe «violato la sovranità israeliana» sulla città. Lui spiega di aver soltanto avviato iniziative volte a combattere la diffusione del coronavirus nel settore arabo di Gerusalemme.

Sono circa 5000 i prigionieri politici palestinesi in Israele, tra cui 41 donne e 180 minori. Qualche settimana fa le autorità israeliane avevano annunciato che, per evitare la diffusione del virus nelle carceri, alcune centinaia di prigionieri sarebbero stati messi in detenzione domiciliare. Ma non quelli palestinesi perché condannati per reati «contro la sicurezza e per terrorismo». Addameer sottolinea che non sono stati mandati a casa neppure i minori e i 430 palestinesi in detenzione amministrativa, incarcerati senza processo e accuse formali. 92 dei quali solo il mese scorso. Nena News

Il premier uscente Netanyahu e il rivale Gantz hanno trovato ieri un accordo per annettere parti della Cisgiordania occupata palestinese entro due mesi e mezzo. Sarà un governo politico e non tanto di emergenza sanitaria. Il Coronavirus, intanto, continua a diffondersi: 59 le vittime, oltre 9.000 i casi

Da sinistra a destra: Gantz e Netanyhu (Foto: Reuters)

di Roberto Prinzi

Roma, 7 aprile 2020, Nena News – Chi aveva creduto che l’intesa tra il premier uscente Netanyahu e il suo ex rivale politico Benny Gantz potesse basarsi sulla lotta all’emergenza sanitaria dovuta al Coronavirus (Covid-19), ieri si sarà dovuto definitivamente ricredere: i due leader hanno infatti raggiunto ieri un accordo decisivo per annettere entro due mesi e mezzo parti della Cisgiordania occupata palestinese. Dopo tre elezioni inconcludenti e mesi d’impasse politica, il governo di unità nazionale appare ormai realtà in Israele: sarà un esecutivo chiaramente politico e a pagarne le spese saranno soprattutto i palestinesi. Netanyahu e Gantz hanno infatti concordato ad un processo formale di annessione di parti della Cisgiordania in barba al diritto internazionale.

L’idea, scrive il quotidiano Haaretz, è di presentare il piano al governo dopo aver prima incassato il sì di Washington. A quel punto la bozza di annessione passerebbe alla Knesset (il parlamento israeliano) per ottenere la maggioranza. L’ok della Casa Bianca sembra essere pura formalità: l’amministrazione Trump non ha mai nascosto la sua apertura per l’annessione delle colonie israeliane e della Valle del Giordano. Anzi, l’ha resa ufficiale con il cosiddetto “Piano del Secolo” presentato a gennaio dal presidente statunitense Donald Trump che permetterà a Israele di annettere grandi area della Cisgiordania in cambio del riconoscimento di un frammentato, minuscolo e isolato stato palestinese che non avrà controllo né dei suoi confini terrestri né del suo spazio aereo.

L’intesa di ieri segna una nuova vittoria politica per Netanyahu che aveva già ottenuto da Gantz di poter guidare per primo e per 18 mesi un eventuale governo di unità nazionale, nonostante sia sotto processo per corruzione, frode e abuso di potere. Di fronte alla ghiotta possibilità di andare al governo, Gantz non ha resistito: nei giorni scorsi ha rotto l’alleanza Blu Bianco nata nel gennaio del 2019, teoricamente la “principale opposizione al blocco delle destre” capitanato da Netanyahu.

L’unione con l’ex rivale politico è stata giustificata da Gantz come “atto di responsabilità” vista l’emergenza sanitaria che deve affrontare Israele. Una giustificazione che, come mostra il risultato del vertice di ieri tra i due leader, non regge: quello che sta per nascere è stato già battezzato da diversi analisti come un “governo di annessione”. La fuga di Gantz da Blu Bianco ha segnato la fine di questa alleanza raffazzonata che, soprattutto riguardo alla questione palestinese, non ha mai marcato una distanza con le posizioni del Likud di Netanyahu. Nella sua prima campagna elettorale Gantz aveva ad esempio rivendicato i suoi “successi” contro la popolazione di Gaza durante l’offensiva israeliana “Margine Protettivo” del 2014 (era allora capo dell’esercito) e ha sempre manifestato una sua contrarietà di fondo a qualunque possibile alleanza con la Lista Araba Unita (la coalizione di partiti arabi d’Israele), nonostante quest’ultima gli avesse garantito appoggio esterno in chiave anti-Netanyahu. Con il voltafaccia di Gantz, il centro-sinistra in Israele non esiste più: nei prossimi giorni anche lo storico partito laburista dovrebbe sparire. Indiscrezioni della stampa fanno sapere che il suo leader Amir Peretz dovrebbe far parte del prossimo governo Netanyahu.

Il premier uscente, il primo ministro più longevo nella storia israeliana, ha vinto ancora e, dopo aver sbaragliato la concorrenza, può tirare un sospiro di sollievo. Anche perché l’alleato Gantz non è poi così lontano da lui su certe questione chiave relative alla “sicurezza” del Paese: l’ex capo militare infatti si era già espresso favorevolmente al Piano del Secolo di Trump. Tuttavia, a dividerli su questo punto era solo la tempistica: per Gantz, infatti, l’annessione dovrebbe avvenire solo a fine pandemia. O più precisamente, in questa fase è meglio solo annettere le colonie poste a ovest del Muro (“barriera di separazione” per gli israeliani) costruito da Tel Aviv in Cisgiordania. Questione di cautela, niente di più. Dal canto suo, Netanyahu insiste per prendere subito anche la Valle del Giordano e ampie fette della Cisgiordania in cui si trovano i grandi blocchi di insediamenti. Bisogna far presto, ragiona “Bibi”, finché al timone degli Usa resta l’“amico” Trump le cui possibilità di riconferma a novembre non sono affatto certe.

Intanto si aggrava la situazione in Israele per gli effetti del Coronavirus. Sono finora 59 le vittime accertate di Covid mentre sale a 9.006 il numero dei positivi. Alcune comunità, come quella ultraortodossa della città di Bnei Brak, sono state dichiarate zona rosse e sono state chiuse per impedire una possibile diffusione del virus. Il ministero della salute israeliano ha fatto sapere che nelle ultime 24 ore si è registrato un aumento del 30% dei pazienti Covid in gravi condizioni. Nena News

I due membri del marxista Grup Yorum in sciopero della fame: Bolek è morta, Kocac denuncia le torture. Gli avvocati, anche loro presi di mira dal governo: «Nelle carceri nessuna misura contro i contagi»

Helin Bolek

di Chiara Cruciati   il Manifesto

Roma, 7 aprile 2020, Nena News – Helin Bolek e Mustafa Kocac, due prigionieri politici e un’unica lotta, sono i volti di quanto avviene nelle carceri turche, prima e dopo l’emergenza coronavirus.

Due storie che da sole svelano l’utilizzo che della crisi il governo dell’Akp sta compiendo per quella che può essere definita una punizione di massa.

Helin è morta lo scorso venerdì di sciopero della fame, Mustafa è vivo ma rimane confinato in una cella di Smirne tentando inutilmente di denunciare i cinque giorni di torture a cui è stato sottoposto nell’ospedale della prigione.

Entrambi chiedevano lo stesso, la fine delle misure di repressione con cui Ankara ha provato a rendere invisibili il loro gruppo musicale marxista, Grup Yorum, nato nel 1985 e con 23 album alle spalle.

Dal 2016 gli è vietato esibirsi in pubblico, i suoi musicisti sono stati più volte aggrediti, sette di loro sono tuttora detenuti, il loro centro culturale a Istanbul perquisito con violenza dieci volte negli ultimi due anni.

Per questo, insieme a un altro membro del gruppo, Ibrahim Gokcek, hanno lanciato uno sciopero della fame. Ridotta a uno scheletro dopo 288 giorni, Helin è morta. Mustafa non mangia da 254, pesa 33 chili. È in queste condizioni che è stato torturato, brutalmente.

Di loro si è a lungo parlato nell’evento su Zoom organizzato ieri da Giuristi democratici, Camere penali e Antigone e moderato da Barbara Spinelli a cui hanno preso parte avvocati turchi.

Tra loro Didem Baydar Unsal di Haikin Hukuk Burosu (Studio legale del Popolo) e avvocata di Helin Bolek: «In Turchia – denuncia – le misure prese non raggiungono lo scopo, sono insufficienti: i detenuti in carceri sovraffollate non vengono considerate persone a rischio. Sono in corso scioperi della fame “fino alla morte” per difendere i diritti fondamentali, Helin Bolek ha perso la vita per la sua lotta. Siamo arrabbiati: le rivendicazioni dei nostri assistiti erano legittime e di facile applicazione ma non sono state ascoltate. Le persone attualmente in sciopero della fame hanno sistemi immunitari indeboliti e quindi sono più a rischio di essere contagiate dal virus».

«Le guardie carcerarie fanno avanti e indietro e non è possibile sapere se i materiali che entrano in carcere siano sterilizzati né se le persone che distribuiscono il cibo siano malati o meno – continua – Ai detenuti non vengono date mascherine, guanti o disinfettante. Il caso di Mustafa è illuminante: ha denunciato le torture ma non possiamo incontrarlo».

A scioperare sono anche gli avvocati, Aytac Unsal e Abru Timtik, vittime come i loro assistiti. Dal luglio 2016 al febbraio 2020, scrive in un rapporto il Consiglio nazionale forense, in Turchia sono stati arrestati 605 avvocati, 345 le condanne per un totale di 2.145 anni di prigione.

«Nelle carceri l’unica iniziativa è stata proibire alle famiglie di incontrare i detenuti – spiega Ayse Acinikli, dell’Associazione degli Avvocati per la Libertà (Ohd) – Gli avvocati possono parlarci solo divisi da un vetro e con un telefono. Arrivano notizie di persone con la febbre alta e a Mardin una persona è risultata positiva. Il governo fa molta propaganda sull’indulto ma ha separato i detenuti in due gruppi: oppositori ed esseri umani. Gli sconti di pena non riguardano i detenuti politici, nemmeno quelli malati. Parliamo di circa 30mila persone, sebbene non ci siano dati precisi. Prima, al detenuto politico veniva riconosciuto uno sconto di un quarto della pena in automatico, in assenza di violazioni; ora con i nuovi provvedimenti sarà una commissione interna al carcere a decidere caso per caso».

«A Imrali per Ocalan non è cambiato nulla – interviene Ibrahim Bilnez, legale del leader del Pkk – Ma l’isolamento non è una protezione dal Covid visto che i dipendenti del carcere si spostano. Questa epidemia avrebbe potuto rappresentare un’occasione verso la pace, un’altra occasione persa». Nena News

OPINIONE. Le associazioni per i diritti umani segnalano che le direttive per l’emergenza di Israele stanno rendendo più difficile monitorare e proteggere i diritti dei palestinesi durante la pandemia

Protesta dei palestinesi in Cisgiordania contro le politiche israeliane (Foto: Reuters)

di Judith Sudilovsky* + 972

*(Traduzione a cura di Amedeo Rossi pubblicata originariamente su zeitun.info)

Roma, 7 aprile 2020, Nena News – Alcune associazioni per i diritti umani palestinesi ed israeliane affermano che le direttive d’emergenza emanate dalle autorità israeliane, che con la scusa del coronavirus vietano la libertà di movimento e altre attività, stanno rendendo più difficile monitorare, documentare violazioni israeliane dei diritti umani palestinesi e difendere da esse in vari aspetti della vita.

“Stiamo ancora monitorando casi, ma le nostre ricerche non sono in grado di essere presenti e documentare nel suo complesso l’area,” dice Rania Muhareb, ricercatrice giuridica e responsabile della sensibilizzazione presso Al-Haq, un’organizzazione palestinese per i diritti umani con sede a Ramallah. “È molto difficile dire se ci sono più o meno incidenti, per la semplice ragione che in questa situazione è più complicato avere tutte le informazioni con la rapidità di sempre.”

Le violazioni, spiega Muhareb, includono la continua confisca di terre e i progetti di costruzione di colonie israeliane e della barriera di separazione nella Cisgiordania occupata; la violenza contro i contadini palestinesi; incursioni e arresti in città e villaggi palestinesi; demolizioni di case.

“Queste violazioni evidenziano un tentativo diffuso e sistematico di compromettere i diritti dei palestinesi durante un’emergenza sanitaria pubblica di portata internazionale,” afferma. Nonostante la grave crisi, “Israele continua ad avere il tempo di portare avanti queste azioni illegali.”

Muhareb evidenzia un incidente del 19 marzo nel villaggio di Sawahra Al-Sharqiya, a Gerusalemme est, in cui i bulldozer israeliani hanno distrutto una serie di edifici, compreso un recinto per le pecore, ma che non si può documentare a causa del divieto di muoversi.

Aggiunge che nella zona attorno a Nablus è continuata anche la violenza dei coloni. Il 17 marzo un gruppo di coloni ha attaccato una casa palestinese nel villaggio di Burin; secondo le persone che hanno seguito l’incidente, invece di bloccare i coloni i soldati israeliani hanno sparato proiettili ricoperti di gomma, bombe assordanti e lacrimogeni contro i palestinesi. Tre giorni dopo, il 20 marzo, a sud di Jenin i coloni hanno gravemente ferito il contadino Ali Musafa Zouabi.

Allo stesso modo l’associazione israeliana per i diritti umani Yesh Din ha riferito di violenti attacchi dei coloni che la scorsa settimana hanno ferito gravemente contadini e pastori palestinesi. I coloni sono arrivati da Halamish, Homesh (una ex-colonia che è stata demolita, ma in cui gli israeliani sono rimasti illegalmente), e Kochav Ha Shahar. Nessuno dei coloni è stato arrestato.

Muhareb afferma che i soldati delle IDF [Forze di Difesa Israeliane, l’esercito israeliano, ndtr.] non hanno l’autorità di arrestare i cittadini israeliani in Cisgiordania. Al contrario, la scorsa settimana l’esercito ha arrestato parecchi palestinesi nella città vecchia di Jenin, a Qalqiliya e nei pressi di Nablus.

In un comunicato l’ufficio del portavoce delle IDF ha detto che le IDF “continuano l ‘attività operativa, che include l’interruzione di sospette attività terroristiche in base alle necessità operative e alle valutazioni aggiornate della situazione. Durante gli arresti i militari, così come i detenuti, sono protetti secondo le necessità operative.”

Non si può passare sopra diritti fondamentali”

In base alle nuove regole riguardanti la pandemia entrate in vigore il 15 marzo, questi prigionieri devono essere tenuti in quarantena per 14 giorni prima di poter essere interrogati. Il ministero israeliano della Sicurezza Pubblica ora può vietare le visite dei familiari per arrestati e detenuti e limitare i colloqui dei prigionieri con un avvocato solo a conversazioni telefoniche, afferma Sahar Francis, direttrice dell’ONG palestinese Addameer – Associazione per l’Appoggio e i Diritti Umani dei Detenuti.

“L’esercito israeliano sta ancora arrestando persone pur sapendo che non le può interrogare, per cui le mette in isolamento per 14 giorni. È una violazione dei diritti fondamentali dei detenuti,” afferma.

“Da due settimane o più hanno completamente chiuso tutte le prigioni e le strutture per la detenzione. (I prigionieri) non hanno contatti con i loro familiari e gli avvocati possono parlare con loro solo quando è prevista un’udienza in tribunale sul loro caso. Ci sono 5.000 prigionieri totalmente isolati dal mondo esterno.”

La portavoce del servizio carcerario israeliano ha fatto notare che le nuove regole sono state applicate in tutte le prigioni israeliane, indipendentemente dalle ragioni per cui i prigionieri vi sono reclusi.

“Mantenerli in salute, tenere lontano il coronavirus, ora questo è il nostro unico obiettivo,” afferma. “Si spera che in breve tempo, quando ciò sarà finito, le cose torneranno come prima. Mantenerli in salute è nel nostro interesse più di qualunque altra cosa.”

La portavoce sostiene che le prigioni hanno fornito informazioni a tutti i detenuti in varie lingue, compreso l’arabo, ed hanno disinfettato le loro strutture. Stanno anche seguendo le direttive del ministero della Sanità di incrementare i turni di lavoro del personale carcerario fino a 96 ore, in modo che possano ridurre gli spostamenti dentro e fuori le prigioni.

“Finora non abbiamo alcun prigioniero con il coronavirus, e speriamo che così continui ad essere fino alla fine della crisi,” afferma. “Non sappiamo se sia possibile, ma stiamo facendo del nostro meglio.”

Eppure, dice Francis di Addameer, ci sono preoccupazioni per la salute dei prigionieri palestinesi a causa delle loro condizioni di sovraffollamento. I prigionieri hanno anche raccontato che non gli è stato fornito alcun materiale sanitario speciale e che non è stata presa nessun’altra precauzione da parte delle autorità carcerarie.

Il 26 marzo Addameer, insieme ad Adalah – il Centro Giuridico per i Diritti delle Minoranze in Israele – e l’avvocato Abeer Baker hanno chiesto a nome del detenuto Kafri Mansour alla Corte Suprema israeliana di annullare le direttive d’emergenza nelle prigioni.

Pur riconoscendo la necessità di proteggere la salute dei reclusi, il ricorso sostiene che il governo israeliano non ha l’autorità giuridica di imporre il divieto alle visite di avvocati e familiari, che “violano in modo pesante e sproporzionato i diritti dei prigionieri”, in particolare dei minorenni. I ricorrenti accusano anche il fatto che le restrizioni impediscono anche ai prigionieri di riferire di qualunque violazione dei diritti nella prigione.

Il ricorso descrive anche come una conversazione tra l’avvocato Abeer Baker e un prigioniero sia stata trasmessa da altoparlanti in presenza delle guardie della prigione e di altri detenuti, violando la riservatezza tra avvocato e cliente.

“Le sfide che questo stato d’emergenza pone alle autorità israeliane non possono consentire loro di passare sopra fondamentali diritti umani,” afferma l’avvocato di Adalah Aiah Haj Odeh. “Le leggi internazionali impongono che Israele debba riconoscere il diritto dei prigionieri e dei detenuti alle visite con i familiari, a consultarsi con gli avvocati e a rivolgersi ai tribunali.”

Arrestano come al solito i minorenni, come se non ci fosse il virus”

Nel contempo nel villaggio di Issawiya, a Gerusalemme est, gli abitanti affermano di aver sperato che l’attenzione sulla pandemia riducesse le incursioni e i pattugliamenti della polizia israeliana messi in atto in modo aggressivo nei loro quartieri dalla scorsa estate.

Invece, sostengono, tali azioni sono continuate. Blocchi stradali della polizia stanno ancora provocando lunghi ingorghi del traffico; scontri con i giovani comportano l’uso di lacrimogeni, granate assordanti e proiettili ricoperti di gomma, e vengono effettuati arresti nella totale inosservanza delle norme del governo sul coronavirus, mettendo in pericolo gli abitanti palestinesi.

“Pensavamo che il coronavirus avrebbe contribuito a fermare le cose, ma non è cambiato niente,” dice Muhammad Abu Hummus, un attivista politico di Issawiya. “Al solito, arrestano minorenni come se non ci fosse nessun virus. Ogni giorno (la polizia) va in giro senza mascherine e senza guanti. Altrove forse aiutano la gente, ma a Issawiya portano solo lacrimogeni e balagan (disordine o confusione).”

Il portavoce della polizia Micky Rosenfeld sostiene che la presenza della polizia nel villaggio fa parte del normale pattugliamento in tutti i quartieri di Gerusalemme intrapreso specificamente nel contesto dell’epidemia di coronavirus, inteso a garantire che gli abitanti rimangano in casa.

“Non vengono effettuate incursioni, solo normali attività di polizia,” dice. “Se gli abitanti vogliono protestare e fare ritorsioni contro la polizia israeliana è un loro problema. La polizia sta pattugliando tutti i quartieri e mettendo in atto le nuove norme per tenere per quanto possibile le persone al sicuro in casa, per il loro stesso bene e la loro salute.”

Tuttavia in un rapporto del 19 marzo l’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha chiesto perché la polizia abbia scelto questo momento per incrementare quella che descrive come una punizione collettiva degli abitanti del villaggio, nonostante “una crisi senza precedenti che richiede…misure estreme di isolamento sociale.”

La presenza della polizia nel villaggio provoca scontri, dice B’Tselem, che sono già abbastanza problematici durante periodi normali, ma ancor più durante la pandemia, quando riunirsi in gruppo può diffondere il virus.

“La violenza della polizia contro i palestinesi a (Issawiya), ormai una caratteristica nella vita del quartiere, è illegale e non può essere giustificata neppure come usuale routine dell’occupazione”, dice B’Tselem nel suo rapporto. “La condotta della polizia danneggia la sicurezza pubblica (compresa la salute dei poliziotti) e viola le linee guida sanitarie sull’isolamento sociale.”

B’Tselem aggiunge: “Il fatto che le autorità israeliane siano indifferenti alla vita degli abitanti (di Issawiya), compresi bambini ed adolescenti, non è affatto una novità. Eppure continuare e persino accentuare simile comportamento durante una pandemia è una manifestazione particolarmente vergognosa di questa politica.”

Un altro attivista del villaggio, che ha chiesto di rimanere anonimo per la sua sicurezza personale, ha detto a +972 di aver dovuto portare urgentemente la scorsa settimana sua figlia di sette mesi all’ambulatorio medico del villaggio dopo che la polizia durante uno scontro con giovani palestinesi ha utilizzato lacrimogeni che sono penetrati in casa sua.

“La situazione è terribile,” afferma. “Ovviamente ho paura. Perché mettermi in una situazione per cui devo portare mia figlia all’ambulatorio in tempi di coronavirus?”. Nena News

 

Judith Sudilovsky è una giornalista indipendente che da 25 anni si occupa di Israele e dei Territori Occupati palestinesi.

Restare a casa non è sicuro per tutti, lo dimostrano i dati sull’aumento delle violenze di genere nel mondo. In Turchia 21 donne uccise in tre settimane, a Istanbul gli abusi quasi raddoppiati nel mese di marzo

Corteo dell’8 marzo a Istanbul nel 2018 (Fonte: Hurriyet News)

di Chiara Cruciati

Roma, 6 aprile 2020, Nena News – Restare a casa non è sicuro per tutti. L’aumento delle violenze domestiche in tutto il mondo dimostra quanto denunciato a inizio quarantena da tante associazioni di donne e gruppi femministi in Italia come in ogni parte del mondo. La Turchia ne è un esempio: la scorsa settimana la piattaforma We Will Stop Women’s Murder aveva denunciato 21 femminicidi in appena tre settimane.

Dall’11 marzo, inizio del lockdown in Turchia ordinato dalle autorità di Ankara per frenare l’avanzata del coronavirus, 14 donne sono state uccise tra le mura domestiche, altre sette fuori ma da persone a loro vicine, fidanzati come successo a Dilek Kaya ed ex mariti come la 46enne Hatice Kurt. Da cui la richiesta di intervenire, almeno legalmente, riavviando le attività giudiziarie nei confronti di reati simili, bloccate come quelle considerate “meno urgenti” a partire dallo scorso 13 marzo.

Eppure la Turchia è uno dei paesi che negli ultimi anni ha assistito a un incremento brutale delle violenze di genere e i femminicidi, con un presidente che ha fatto della misoginia un marchio di fabbrica, invitando le donne a stare a casa a fare figli per la patria, mentre il suo governo islamizzava una società tradizionalmente laica con finanziamenti a scuole religiose, obbligo di velo per determinati posti di lavoro e una fitta propaganda di stampo religioso.

Le conseguenze le danno i dati: nel 2018 in Turchia sono state uccise 440 donne, 477 nel 2019, il doppio del 2012. 1.760 i femminicidi dal 2014 al 2018. Istanbul, la capitale culturale del paese, ponte tra Asia ed Europa, ha visto un boom di violenze domestiche in questo periodo di quarantena: 2.493 casi a marzo 2020, il 38% in più dello stesso mese dello scorso anno quando se ne registrarono 1.804.

Nelle stesse ore di ieri, mentre la polizia di Istanbul rendeva noti i dati, al Palazzo di Vetro il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres denunciava “un terrificante aumento globale delle violenze domestiche”: “Per molte donne e ragazze, la minaccia si nascoste dove dovrebbero essere più al sicuro, nelle loro case. Faccio appello oggi alla pace nelle case e nel mondo”, ha detto ricordando che in alcuni paesi – di cui non ha fatto il nome – “il numero di donne che chiama servizi di supporto è raddoppiato”.

Raddoppia mentre la polizia e i servizi sanitari sono occupati a far fronte all’emergenza coronavirus e mentre i gruppi e le associazioni di sostegno diretto non possono operare a causa della quarantena. Da cui la richiesta di Guterres agli Stati di inserire la violenza sulle donne come priorità delle risposte al Covid-19. Nena News

Le autorità non prendono misure adeguate all’emergenza, preferendo gestire il coronavirus come una questione di “ordine pubblico”: nessun tampone né informazioni ma persone chiuse in luoghi affollati

Migranti nel campo bosniaco di Bihac (Fonte: Voice of Europe)

di Marco Siragusa

Roma, 6 aprile 2020, Nena News – Uno dei tanti luoghi comuni creati dal coronavirus descrive questo virus come “democratico”, che colpirebbe “tutti allo stesso modo”. Basterebbe considerare le diverse condizioni di vita tra cittadini ricchi e cittadini poveri per comprendere come questo sia, per l’appunto, un luogo comune privo di fondamento.

Se poi volessimo volgere lo sguardo agli ultimi della società, i migranti, ci renderemmo conto come anche in un momento di emergenza generalizzata alcune vite valgono meno di altre. Per comprendere quanto questo virus, e soprattutto la gestione dell’emergenza da esso creata, sia ben poco democratico si potrebbe guardare appena fuori i confini europei, in Bosnia-Erzegovina.

Giovedì 2 aprile il ministro della Sanità del Cantone di Una-Sana, al confine con la Croazia, Nermina Cemalovic ha confermato che 715 migranti sono in quarantena preventiva in aree di isolamento all’interno dei campi. Di questi, circa 200 erano appena ritornati dalla Slovenia dove erano stati bloccati e respinti dalla polizia di frontiera. Al momento si tratta solo di “sospetti contagiati” che presentano alcuni sintomi del Covid-19. Nei centri di accoglienza temporanea la lotta al virus viene infatti portata avanti in maniera piuttosto blanda.

Basti pensare che ancora oggi nessun tampone è stato fatto in questi centri e che le misure di prevenzione si limitano alla distribuzione di disinfettanti e alla chiusura delle cucine.

In questi anni, dall’apertura nel 2014 della cosiddetta “rotta balcanica”, la Bosnia è diventata l’anticamera dell’Europa attraversata da migliaia di migranti, 30mila solo nel 2019 secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim). L’Oim stima che in tutto il paese siano presenti tra i 7mila e gli 8mila migranti irregolari, di cui più di 2.500 esclusi dal sistema di accoglienza ufficiale e a cui sono impediti gli spostamenti interni compreso il semplice andar a fare la spesa in un supermercato.

Nel cantone di Una-Sana, a pochi chilometri dal confine che divide la Croazia e la Bosnia-Erzegovina sono ben cinque i centri d’accoglienza gestiti dall’Oim. La zona è ormai tristemente nota per il gran numero di migranti che vivono lì in condizioni disumane e per le violenze perpetrate dalla polizia croata nel tentativo di respingere dall’Europa coloro che provano a superare quel confine.

Passato l’inverno, l’arrivo del coronavirus ha reso la loro condizione ancor più precaria. In Bosnia le autorità hanno dichiarato lo stato di emergenza già lo scorso 17 marzo e al 3 aprile sono state registrate 552 persone contagiate e 17 decedute. I migranti, anche in questo caso, sono quelli più esposti al rischio contagio.

Sia per le loro condizioni di vita, ammassati in campi più o meno formali con servizi scadenti e dove non può fisicamente esser rispettato il distanziamento sociale richiesto a tutti i cittadini, sia per la scarsa informazione che hanno del virus, delle misure di prevenzione da adottare e delle limitazioni imposte dalle autorità.

Già il 26 febbraio il portavoce della polizia cantonale di Una-Sana, Ale Siljdedic, dichiarava al canale N1 che “ciò che più preoccupa è il coronavirus. Se si diffonde nei campi che abbiamo qui, non so come potremmo affrontarlo”. Eppure a distanza di più di un mese le autorità continuano a non prendere misure adeguate all’emergenza, preferendo gestire anche il coronavirus come una questione di “ordine pubblico” chiudendo i migranti in luoghi non adatti ad ospitare migliaia di persone e di garantirne la sicurezza dal punto di vista sanitario.

La situazione dei campi di accoglienza ai tempi del coronavirus sembra l’ennesima bomba a orologeria pronta ad esplodere con conseguenze che rischiano di essere catastrofiche.

Golfo. Si diffonde il contagio tra i marinai statunitensi. Eppure il presidente americano non allenta la pressione su Tehran e dispiega i missili Patriot in Iraq

Marina statunitense (Foto: Reuters)

di Michele Giorgio   il Manifesto

Roma, 4 aprile 2020, Nena News – Brett Crozier è uscito dalla USS Roosevelt tra gli applausi di centinaia di marinai. «Capitano Crozier, Capitano Crozier» hanno scandito rivolgendosi all’ufficiale che con largo anticipo aveva messo in guardia i comandi militari sui rischi per l’intero equipaggio della portaerei dove poi si sono registrati decine di casi positivi al coronavirus. Invece giovedì Crozier è stato messo alla porta dopo aver scritto una lettera, finita poi alla stampa, in cui emerge che da tempo chiedeva aiuti immediati per la Roosevelt, con grave imbarazzo per i suoi superiori insensibili, almeno inizialmente, alla gravità della situazione. A nulla sono servite le 66mila firme su Change.org per reintegrare Crozier nel suo incarico. Il Sottosegretario alla Marina Thomas Modly ha addossato ogni responsabilità proprio al capitano che, a suo dire, non avrebbe tutelato con professionalità la salute dei marinai.

L’infezione corre tra i militari statunitensi. E ogni giorno si segnalano nuovi positivi nella Marina fiore all’occhiello degli apparati bellici agli ordini di Donald Trump. Sulle navi, dove i marinai dormono e lavorano insieme in spazi ristretti, il virus si diffonde come un incendio. Eppure il presidente americano, nonostante il pericolo del Covid-19, non intende allentare la pressione che la Marina Usa esercita in alcune aree del mondo. A cominciare dal Golfo dove la possibilità di un conflitto con l’Iran è tornata a farsi concreta in questi ultimi giorni. E difficilmente gli Usa seguiranno i paesi europei che, dimenticando le sanzioni, hanno deciso di inviare a Tehran aiuti in un momento decisivo per la lotta al virus che in Iran ha già fatto migliaia di morti. Qualche segnale nella stessa direzione era stato lanciato nei giorni scorsi anche dal segretario di stato Mike Pompeo ma poi non se ne è saputo più niente. Quello che è certo al momento è che le squadre navali che si alternano nelle operazioni nel Golfo, a breve distanza dalle coste iraniane, sono di nuovo in stato di allerta.

Secondo la Casa Bianca, l’Iran e le milizie sciite alleate starebbero pianificando un attacco in grande stile contro le forze militari e il personale statunitense di stanza in Iraq. «Se ciò accadrà, l’Iran pagherà un prezzo altissimo», ha avvertito Trump che, riferiscono fonti irachene e Usa, ha dato ordine di dispiegare batterie di missili Patriot intorno alle basi della coalizione a guida americana che operano in Iraq e nella regione, ufficialmente contro l’Isis. Una delle batterie è stata consegnata alla base di Ain al Asad, nell’Iraq occidentale, colpita dall’attacco con razzi lanciato a gennaio dall’Iran in seguito all’assassinio mirato del generale dei Guardiani della rivoluzione iraniana Qasem Soleimani, in un raid statunitense nei pressi dell’aeroporto di Baghdad. Una seconda batteria sarà assemblata a Erbil, nel Kurdistan iracheno, e altre due in Kuwait.  Nel frattempo a Washington si dicono convinti che dietro l’uccisione a Istanbul, il 14 novembre 2019, del dissidente iraniano Masoud Molavi Vardanjani si celi l’intelligence di Tehran. Per gli Usa sarebbe un’altra «dimostrazione» dei crimini che commetterebbe l’Iran.

Tehran condanna il dispiegamento dei Patriot e accusa Trump di portare il Medio Oriente «al disastro» mentre infuria la pandemia di coronavirus. Più di tutto respinge la tesi statunitense di essere dietro gli ultimi attacchi con razzi delle milizie sciite contro basi e postazioni americane in Iraq. Il motivo vero degli attacchi, spiegano gli iraniani, è che la presenza degli Stati Uniti in Iraq è «contraria alla posizione ufficiale del governo, del parlamento e del popolo iracheno». Washington quindi deve «lasciare il paese». Secondo il ministro degli esteri, Mohammad Javad Zarif, l’Iran agisce solo per legittima difesa e «non ha proxies, ma amici…Non lasciatevi ingannare di nuovo dai soliti guerrafondai». Naturalmente l’Iran non è l’agenzia umanitaria e pacifista che racconta Zarif. Tuttavia è arduo credere che Tehran cerchi una guerra aperta con gli Usa mentre fatica a contenere una epidemia gravissima che, tra le altre cose, ha causato il crollo del prezzo del petrolio e penalizzato ulteriormente l’economia già colpita dalle sanzioni Usa, aggravate anche di recente. Nena News

La nostra consueta rubrica del sabato vi porta anche in Zimbabwe dove il governo ha criticato la decisione della Casa Bianca di estendere le sanzioni contro i membri dell’esecutivo per violazione dei diritti umani

Congo (Foto: WHO)

di Federica Iezzi

Roma, 4 aprile 2020, Nena News –

Zimbabwe

Il governo Mnangagwa ha dichiarato perplessità sulla decisione sconcertante della Casa Bianca di estendere le sanzioni contro i membri del governo del Paese sudafricano per violazione dei diritti umani.

Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni, comprese restrizioni finanziarie e di viaggio, nel 2003 contro l’allora presidente Robert Mugabe, membri della sua cerchia interna e compagnie statali per violazioni dei diritti e elezioni truccate.

La Casa Bianca ha dichiarato che, in seguito alla rimozione di Mugabe nel novembre 2017 e alle elezioni generali del luglio 2018, lo Zimbabwe ha avuto ampie opportunità di attuare riforme e aprire le porte a una maggiore cooperazione con gli Stati Uniti. E l’attuale amministrazione del presidente Emmerson Mnangagwa deve ancora segnalare una volontà politica credibile per attuare tali riforme.

Il governo dello Zimbabwe ha probabilmente accelerato la sua persecuzione nei confronti della critica e della cattiva gestione economica nell’ultimo anno, durante il quale le forze di sicurezza hanno condotto omicidi extragiudiziali, stupri e presunti rapimenti di numerosi dissidenti.

Lo scorso novembre, Hilal Elver, relatore speciale delle Nazioni Unite sul diritto all’alimentazione, ha suggerito sanzioni economiche a Stati Uniti e Unione Europea contro funzionari ed entità legati al partito al governo dello Zimbabwe per presunti abusi. Elver ha affermato che il 60% della popolazione dello Zimbabwe, circa 14 milioni di persone, è considerata insicura dal punto di vista alimentare.

Uganda

La polizia ugandese ha arrestato Henry Tumukunde, generale in pensione futuro candidato alla presidenza, per sospetto tradimento.

La polizia ha dichiarato che Tumukunde, ex alleato del presidente di lunga data Yoweri Museveni ed ex ministro della sicurezza, è stato accusato di reclutare il sostegno del Rwanda per sostenerlo nel rimuovere l’attuale leadership.

Le relazioni tra Uganda e Rwanda sono rimaste tese per più di un anno a causa delle accuse di sostenersi a vicenda con i dissidenti.

L’Uganda dovrebbe tenere le nuove elezioni presidenziali all’inizio del prossimo anno.

Museveni, che è al potere dal 1986, è appoggiato dal partito al potere, il Movimento di Resistenza Nazionale, per candidarsi alla rielezione.

Il presidente è stato accusato dai critici del governo e dagli attivisti per i diritti umani di usare tattiche tra cui le intimidazioni da parte delle forze di sicurezza per mantenere la presa sul potere.

Uno dei suoi avversari sarà Bobi Wine, pop star ugandese e membro del Parlamento la cui ampia base di supporto tra i giovani ha alimentato la preoccupazione nel partito al governo e provocato una repressione a danno dei suoi sostenitori.

Repubblica Democratica del Congo

All’inizio di gennaio, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha annunciato che il numero di persone colpite dalla recente epidemia di morbillo nella Repubblica Democratica del Congo ha superato i 6.000 casi.

Ha aggiunto che l’infezione, che ha contagiato più di 310.000 persone dall’inizio del 2019, è la più grande e la più rapida al mondo. Secondo i dati di Medici Senza Frontiere, tre quarti dei decessi è riferibile a bambini.

Secondo l’OMS, circa l’86% dei bambini nel mondo ha ricevuto una dose di vaccino contro il morbillo entro il loro primo anno di vita. Di conseguenza, il numero di decessi per morbillo in tutto il mondo è diminuito del circa l’80% tra il 2000 e il 2017.

L’epidemia di morbillo sta devastando la Repubblica Democratica del Congo dal 2018. Questo pericoloso ritardo è stato in parte il risultato di un vuoto di potere politico post-elettorale nel Paese.

Da quando il nuovo presidente Felix Tshisekedi è entrato in carica all’inizio del 2019, dopo un’elezione controversa, ha iniziato a delineare le riforme politiche e le innovazioni di governance in vari settori e province.

Con il supporto di agenzie umanitarie, il governo del Paese ha vaccinato più di 18 milioni di bambini al di sotto dei cinque anni nel 2019. Tuttavia, in alcune aree, la copertura vaccinale di routine rimane bassa.

 

 

 

Molti comuni libanesi hanno introdotto coprifuoco speciali per i profughi, denuncia Human Rights Watch. Una politica che, unita alla mancanza di informazioni e allo scarso accesso al sistema sanitario, li rende ancora più vulnerabili ai contagi

Un campo rifugiati informale nella Valle della Bekaa, in Libano (Foto: Russell Watkins/DFID)

della redazione

Roma, 3 aprile 2020, Nena News – “Restrizioni discriminatorie” contro i rifugiati siriani, è la denuncia di Human Rights Watch nei confronti delle misure contro il diffondersi dell’epidemia da coronavirus assunte dalle autorità libanesi. Con 494 casi confermati di contagiati da Covid-19 e 16 decessi, il Libano lo scorso 26 marzo ha imposto il coprifuoco diurno in tutto il paese, dalle 7 di sera alle 5 del mattino.

Il 15 marzo erano stati chiusi tutti i servizi non essenziali, con l’esclusione di forni, farmacie, supermercati e banche e tre giorni dopo venivano sospesi i voli da e per paesi epicentro del virus e chiusi i confini di terra e di mare.

Il coprifuoco, però, cambia nei campi profughi e le comunità che ospitano centinaia di migliaia di rifugiati siriani, tra 1,5 e due milioni di persone, da anni ormai nel Paese dei Cedri. Non è una novità: da tempo le autorità libanesi tentano di mandar via i profughi, o cancellando permessi di residenza o con politiche – a partire dal lavoro – che impedisce a molti di loro di guadagnarsi da vivere. In un paese che conta sei milioni di abitanti, la presenza di rifugiati siriani ha avuto un impatto significativo: il Libano è, in proporzione, la nazione con il più alto numero di profughi per cittadino.

Ora, denuncia l’organizzazione internazionale Human Rights Watch, a essere usate sono le misure di contrasto alla pandemia. Già all’inizio di marzo, scrive in un comunicato Hrw, dunque ben prima che le restrizioni venissero estese a tutto il paese, otto comuni hanno imposto coprifuoco speciali ai soli rifugiati.

E’ il caso di Brital, nell’est del Libano, dove ai siriani è stato imposto l’obbligo a non uscire per gran parte della giornata, con l’esclusione di una finestra di poche ore, dalle 9 del mattino alle 13.  Chi viola le nuove regole, aggiunge Hrw, è passibile di denuncia e confisca dei documenti, unico strumento che permette loro di rimanere legalmente in Libano. Per questo molti rifugiati evitano di recarsi in cliniche e ospedali, per il timore di venire segnalati.

Una limitazione significativa alla possibilità di lavorare a giornata che si aggiunge ai motivi per cui le uscite sono autorizzate: per andare in farmacia o al supermercato. Simile la situazione nella città di Kfarhabou, nel nord del Paese dei Cedri: qui il coprifuoco per i siriani entra in vigore alle 3 del pomeriggio e si conclude alle 7 del mattino. A Darbaashtar è vietato ai siriani lasciare le proprie case o ricevere visite. E in almeno 18 comuni nella Valle della Bekaa, al confine con la Siria dove vivono un terzo dei rifugiati siriani in Libano, sono state prese misure diverse: nel caso di Bar Elias ogni famiglia di rifugiati deve scegliere una persona a cui affidare i propri bisogni fondamentali e coordinare i propri movimenti con il comune.

“Non esiste alcuna prova che coprifuoco extra per i rifugiati siriani aiuteranno a limitare il diffondersi del Covid-19 – spiega Nadia Hardman, ricercatrice per Hrw – Il coronavirus non discrimina e per limitarne l’impatto è necessario assicurarsi che tutti possano accedere a centri di diagnosi e trattamento”. L’effetto delle misure dei vari comuni va nella direzione opposta: Oxfam ha denunciato la mancanza di informazioni fornite ai rifugiati su come comportarsi per limitare i contagi e un sondaggio del Norwegian Refugee Council ha mostrato come l’81% dei profughi non sa dell’esistenza di un numero verde del Ministero della Salute per i casi di coronavirus.

Un elemento che si unisce allo scarso accesso al sistema sanitario e all’atmosfera di discriminazione che li circonda, indicati come unici possibili untori. Nena News

 

 

Gli Emirati assicurano alla Siria aiuti per combattere il contagio confermando le voci che indicano una prossima ripresa delle relazioni tra i due paesi. E l’Egitto invia il generale libico Haftar a Damasco per creare fronte comune contro la Turchia

Bashar al-Assad (Foto: BBC)

di Michele Giorgio

Roma, 3 aprile 2020, Nena News – «Non lasciatevi ingannare, non è un aiuto umanitario (contro il coronavirus) ciò gli Emirati arabi uniti stanno offrendo a Bashar Assad, è la normalizzazione (dei rapporti)», scrive allarmato Sam Hamad su Al Araby Al Jadid, commentando il colloquio avuto il 27 marzo dal presidente siriano con il principe ereditario di Abu Dhabi Mohamed bin Zayed, di fatto già sovrano degli Emirati.

Giornalista schierato contro Damasco, Hamad vede nell’assistenza offerta dall’erede al trono alla Siria nella lotta al Covid-19, uno sviluppo decisivo del processo di riavvicinamento in corso da diversi mesi tra la Siria e alcune delle petromonarchie del Golfo per anni sponsor economico e militare delle formazioni jihadiste anti-Assad.

Hamad denuncia il tradimento della «rivoluzione siriana» e accusa Assad di «genocidio». E sorvola invece sui crimini di Arabia saudita e Turchia – alleate dell’opposizione siriana – rispettivamente contro il popolo yemenita e quello curdo nel Rojava (e non solo).

I giochi non sono ancora fatti. Però dopo dieci anni di guerra in Siria, con centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi e sfollati, l’emergenza coronavirus potrebbe accelerare la ripresa delle relazioni tra Damasco e le altre capitali arabe. Ad eccezione di Riyadh che, a differenza dei cugini negli Emirati, continua a vedere nell’alleanza tra Siria e Iran il «male assoluto».

Assad non va di fretta, il tempo gioca a suo favore. Durante la sua intervista, il 24 marzo, con Russia24 ha ripetuto che le relazioni arabo-siriane non sono mai state completamente interrotte, anche dopo l’espulsione di fatto della Siria dalla Lega araba su pressione del Qatar e dell’Arabia saudita che proposero di assegnare il seggio di Damasco ai rappresentanti dell’opposizione siriana. Espulsione, in realtà una sospensione, che, assicura Abir Bassam sul portale di notizie libanese Al Ahed, starebbe per essere revocata.

A sollecitare il pieno rientro di Damasco tra le braccia dei «fratelli arabi» sono l’Algeria e l’Egitto di Abdel Fattah El Sisi, che, fatto non marginale, è uno stretto alleato dell’Arabia saudita nemica di Assad. In questi ultimi tre mesi la gravità della pandemia ha oscurato un po’ tutto però dietro le quinte il Medio oriente ha continuato a girare con gli stessi meccanismi di sempre, con alleanze che si formano e si spezzano in continuazione. Il Cairo è deciso ad ostacolare l’espansionismo dell’avversaria Ankara in territorio siriano e alla sua porta occidentale, la Libia.

El Sisi quindi si è fatto promotore di un viaggio a Damasco, a inizio marzo, del generale libico Khalifa Haftar lanciato fino a qualche settimana fa in un’offensiva militare per la conquista di Tripoli controllata dal suo avversario Fayez al Sarraj sostenuto, armato e finanziato dal leader turco Recep Tayyib Erdogan.

Haftar e Assad hanno siglato un accordo di cooperazione e di sicurezza in funzione anti-turca, sebbene il generale libico non rappresenti ufficialmente il suo paese e non goda del riconoscimento internazionale come il suo avversario al Sarraj. Non pochi ora scommettono che anche sauditi e qatarioti presto metteranno da parte la loro rigidità e ristabiliranno relazioni piene con Damasco. Nena News

Non è la prima volta che l’Egitto viene chiamato a rispondere alle accuse di commettere crimini contro i minori. L’ultimo rapporto presentato da Human Right Watch racconta storie di bambini torturati in detenzione

Una illustrazione del rapporto di HRW

di Alessandra Mincone

Roma, 2 aprile 2020, Nena NewsQuesta è la storia dei bambini nelle prigioni egiziane, la storia di tortura descritta con ferocia nell’ultimo rapporto presentato a fine marzo dall’organizzazione Human Right Watch. Una storia ricostruita sui traumi di bambini e ragazzi, presi come campioni per ricomporre un quadro scioccante, che illustra la repressione dello stato militare dell’Egitto volta a disumanizzare le persone dall’età infantile, e architettata con il beneplacito silenzio dei tribunali internazionali da tutte le cariche che compongono le massime figure istituzionali del regime egiziano.

Karim Hamida Ali è il nome di una giovane ragazza, perseguitata ed arrestata in età adolescenziale, incolpata di aver partecipato ad una protesta anti-governativa che terminò con il danneggiamento della facciata di un albergo. Il suo arresto è stato svelato alla famiglia solo dopo un mese di reclusione, quando la ragazza decise di confessare il presunto crimine, dopo le torture e gli abusi degli ufficiali dell’Agenzia di Sicurezza Nazionale. Nell’aprile del 2019 le autorità giudiziarie hanno disposto la pena di morte per la piccola donna, poi annullata nell’ottobre dello stesso anno con la dichiarazione del giudice di non aver capito che si trattasse dell’arresto di una minorenne. Sulla base della sua confessione, Karim è stata comunque condannata a scontare dieci anni di prigione.

Questo è il primo caso che viene redatto da HRW, la prima testimonianza che viola la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo del 1989, la quale cita che “gli Stati membri vigilano affinché né la pena capitale né l’imprigionamento a vita senza possibilità di rilascio devono essere decretati per reati commessi da persone di età inferiore a diciotto anni”.

Secondo all’appello è Abdullah Boumadian, dodicenne detenuto in segreto di Stato per ben sei mesi e costretto all’isolamento per 100 giorni. Il bambino è stato sottoposto più volte alle scariche di elettroshock. Il motivo ufficiale del suo arresto era dato dall’entrata del fratello maggiore in un gruppo affiliato allo Stato islamico. Anche in questo caso, se non bastasse una legge morale, la CRC recita: “nessun fanciullo sia privato di libertà in maniera illegale o arbitraria. L’arresto, la detenzione o l’imprigionamento di un fanciullo devono essere effettuati in conformità con la legge, costituire un provvedimento di ultima risorsa ed avere la durata più breve possibile”. Eppure emerge dal rapporto che su 20 bambini ascoltati ce ne sia stato uno costretto alla sparizione forzata dalle forze di sicurezza per un anno intero.

Non è la prima volta che l’Egitto viene chiamato a rispondere alle accuse di commettere gravi crimini contro l’umanità per la detenzione dei minori. Sebbene si affermi sulla carta che “nessun fanciullo sia sottoposto a tortura o a pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti”, dalle dichiarazioni fornite dai bambini ascoltati da HRW si fa riferimento a torture in detenzione preventiva, minacce verbali durante gli interrogatori, percosse, scariche con pistole stordenti alla nuca e ai genitali, metodi di contenzione, turni del sonno da sei ore nelle celle più sovraffollate, digiuni e abusi sessuali. Molti di loro sono stati umiliati, alcuni sono stati costretti ad aprire la bocca per farvi sputare il personale carcerario, ad altri sono stati negati gli indumenti in inverno e costretti a dormire nudi nei corridoi delle prigioni, oppure a “stare in piedi con le unghie affilate poste sotto i talloni per ore, per aver parlato con un detenuto nella stessa cella”.

“È impossibile immaginare una violazione più grave dei diritti dei minori rispetto a quelli documentati nel rapporto di HRW”, sono state le parole di un docente dell’Università di Notthingham per i diritti umani. Secondo la CRC tutti i bambini condannati per reati possono essere trattenuti dalle autorità con il “diritto ad avere rapidamente accesso ad un’assistenza giuridica o ad ogni altra assistenza adeguata, nonché il diritto di contestare la legalità della loro privazione di libertà dinanzi un Tribunale o altra autorità competente”; ma nessuno dei minori processati ha mai avuto la possibilità di costruire una difesa o spesso di incontrare il proprio avvocato.

Cinque bambini inseriti nel rapporto sono stati persino processati davanti a un tribunale militare su questioni di sicurezza nazionale per presunti attacchi sovversivi. Il caso più emblematico è stato rappresentato dalla sentenza per un processo di massa di oltre cento imputati per presunte rivolte, terminato con la condanna all’ergastolo di un bambino di tre anni.

Per quanto riguarda la legge egiziana sull’infanzia, essa proibisce la detenzione di minori di 15 anni, garantisce il diritto allo studio per tutti i minori prigionieri e inoltre vieta la detenzione di bambini con adulti. Un ragazzo di 17 anni, che nel rapporto ha denunciato il sovraffollamento dei reparti e l’impossibilità di studiare, intraprese uno sciopero della fame rendendosi alla prima visita con sua madre “irriconoscibile”. Appare miseramente riduttivo quantificare quanto spazio ci sia tra il nero su bianco e la realtà dei fatti. L’Egitto è uno Stato che infrange tutte le leggi sull’infanzia di carattere nazionale e internazionale; sebbene per il diritto internazionale la sparizione forzata sia ritenuta un crimine perseguibile con la reclusione, mai nessun funzionario o agente è stato al centro di un processo.

Quest’anno, a completare l’intenzione di massacro sociale del governo di al-Sisi c’è anche l’epidemia da Covid-19: perché anche se la maggior parte dei dissidenti intrappolati nelle prigioni egiziane è composta ormai da manifestanti pacifici, difensori dei diritti umani, critici, scrittori e giornalisti, il presidente Abdel Fattah al-Sisi non sembra avere alcuna comprensione e al 10 marzo aveva già disposto ulteriori restrizioni come la sospensione alle visite dei familiari, che fornivano ai detenuti i prodotti igienici, dalla carta al sapone allo spazzolino da denti; nella prigione del Cairo, pare che i parenti dei detenuti abbiano denunciato a HRW il taglio netto di acqua e corrente da un giorno all’altro.

Le condizioni ad oggi non possono che peggiorare, considerando che alle barbarie delle carceri egiziane, già da prima dell’esplosione della pandemia, andava sommata la negazione di ogni forma di servizio sanitario anche minimo, incuranza che ha prodotto numerosi morti per diabete, malattie cardiache e influenzali.

A metà marzo, le Nazioni Unite e la società civile hanno lanciato numerosi appelli a mezzo stampa, per convincere l’Egitto a liberare tutti i suoi prigionieri politici, a causa della fatiscenza igienica e del sovraffollamento che rischierebbe di far espandere un contagio a dismisura: ma un presidente che non ha cura dei bambini e delle future generazioni del suo paese, avrà mai la sensibilità per ridare libertà e il diritto all’esistenza come precauzione al contagio del coronavirus? Nena News

Il blocco di gran parte delle attività economiche, attuato per contenere il contagio nei Territori occupati, sta avendo forti ripercussioni sulle famiglie palestinesi più povere, che vivono di lavori giornalieri ed occasionali. Difficoltà che si aggiungono all’emergenza sanitaria in Cisgiordania e Gaza. Ne abbiamo parlato con il dottor Ali Abed Rabbo, direttore per la medicina preventiva del ministero della sanità palestinese.

ASCOLTA L’INTERVISTA

http://nena-news.it/wp-content/uploads/2020/04/Abed-Rabbo1.mp3

 

 

Carceri affollate il doppio della loro capienza, ma giornalisti, attivisti e deputati Hdp restano in cella. Erdogan lancia una campagna di donazioni regalando il suo stipendio ma le opposizioni vanno all’attacco: crisi dovuta alle spese per i mega progetti infrastrutturali

(Foto: Reuters)

di Chiara Cruciati   il Manifesto

Roma, 1 aprile 2020, Nena News – Al tempo del coronavirus lo svuotamento delle sovraffollate carceri turche, riempite a dismisura con la campagna di epurazioni seguita al fallito golpe del luglio 2016, arriva in parlamento.

Mentre il ministero della Giustizia, lunedì, ha annunciato fiero la produzione di un milione e mezzo di mascherine in un mese dentro sei diverse carceri, frutto del lavoro dei detenuti, il governo ha proposto il rilascio di decine di migliaia di prigionieri.

Da mettere agli arresti domiciliari a tempo determinato, come accaduto nel vicino Iran, nella consapevolezza che celle piccole e sovraffollate, spesso con scarse condizioni igieniche, siano uno dei migliori veicoli di contagio.

Sono 300mila i detenuti in Turchia (su una popolazione totale di 80 milioni) in 375 carceri, la cui capienza massima non supera le 120mila unità. A presentare la proposta di legge di 70 articoli è stato il partito del presidente Erdogan, l’Akp, due settimane fa. Ieri è arrivata in parlamento.

L’idea è un rilascio temporaneo, fino a quando l’epidemia sarà più o meno domata, di 90mila detenuti: prigionieri in carceri di minima sicurezza, sopra i 65 anni, malati, donne incinte o con figli con meno di sei anni. Il numero potrebbe aumentare considerando chi ha scontato almeno metà della pena e che potrebbe essere rilasciato con la condizionale fino a tre anni.

Chi resta fuori? I condannati per stupro, omicidio di primo grado, droga e – soprattutto – terrorismo. Una categoria che in Turchia ha le maglie larghe. Sono giornalisti, deputati del partito di sinistra pro-curdo Hdp, attivisti, scrittori, avvocati.

A loro è rivolto l’appello di 27 organizzazioni per i diritti umani turche e internazionali: Amnesty, Articolo 21, l’European Center for Press and Media Freedom e tante altre ne chiedono il rilascio immediato e senza condizioni.

«Queste persone non dovrebbero essere detenute – si legge nel comunicato – Giornalisti, difensori dei diritti umani e persone imprigionate per aver semplicemente esercitato i propri diritti resteranno dietro le sbarre. E le autorità turche dovrebbero riesaminare i casi dei prigionieri in detenzione preventiva».

Uno strumento abusato, routine per migliaia di prigionieri politici, a cui si aggiungono i numeri raccolti da Bianet, agenzia indipendente turca: sono tuttora in carcere 102 giornalisti, metà di loro per terrorismo o propaganda del terrorismo, condannati a pene che sommate arrivano a 1.103 anni. E la caccia al reporter continua: sarebbero sette i giornalisti fermati per aver coperto l’emergenza sanitaria.

I primi casi sono stati registrati il 12 marzo, fino all’ultimo bilancio di ieri: 13.531 positivi, 725 ricoveri in terapia intensiva, 214 decessi. Lo scorso fine settimana le autorità hanno adottato nuove misure, tra cui la sospensione dei voli internazionali e il divieto di ingresso agli stranieri fino a fine aprile, il limite ai voli interni, la riduzione dei servizi taxi e autobus nelle principali città.

In precedenza erano stati chiusi bar, ristoranti, teatri, aree gioco per bambini, parchi e scuole e 41 tra quartieri e cittadine sono stati messi in quarantena.

Sul piatto Ankara ha messo un pacchetto di aiuti a dipendenti pubblici e privati da 15,4 miliardi di dollari, ma non basta in un paese alle prese da quasi un anno con una dura crisi economica, accompagnata da svalutazione della lira e inflazione-boom.

Per questo lunedì Erdogan ha lanciato una «campagna nazionale di solidarietà», a partire da se stesso: «Dono sette mesi del mio stipendio – ha detto in un messaggio alla nazione – Il nostro obiettivo è aiutare chi economicamente lotta, in particolare i lavoratori a giornata». Ministri e parlamentari doneranno quasi 800mila dollari, ora tocca agli altri cittadini, questo il messaggio.

Una mossa criticata dalle opposizioni che lamentano l’utilizzo del gettito fiscale per pagare i mega progetti infrastrutturali – tutti affidati a compagnie collegate alla famiglia Erdogan, per sangue o amicizie – che hanno spinto il paese alla crisi. Nena News

A dare la notizia è la tv di stato siriana. Secondo l’Osservatorio siriano, sarebbero stati 8 i missili sparati dai caccia israeliani verso una postazione dell’esercito. L’attacco non avrebbe causato né danni né vittime. Israele per ora non commenta

della redazione

Roma, 1 aprile 2020, Nena News – Il sistema difensivo siriano della provincia centrale di Homs avrebbe colpito ieri sera alcuni missili lanciati da jet israeliani. A dirlo è la televisione di stato secondo cui i caccia avrebbero tentato di colpire una postazione dell’esercito siriano dallo spazio aereo libanese non causando né danni, né vittime. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani (Osdi), ong di stanza a Londra e vicina all’opposizione al presidente siriano al-Asad, i jet avrebbero sparato 8 missili verso la base aerea di al-Shayrat, nella provincia di Homs. Sarebbero quindi avvenute delle esplosioni causate dall’attivazione del sistema anti-aereo siriano. Non sono stati però forniti ulteriori dettagli da fonti ufficiali. Anche perché, come spesso capita quando si tratta di Siria, Tel Aviv non ha rivendicato alcun attacco.

Se il raid fosse confermato, si tratterebbe della seconda volta in un mese che l’aviazione israeliana ha preso di mira al-Shayrat, sito in cui, sostiene Israele, l’Iran deposita le armi. La tensione resta alta tra lo stato ebraico e il vicino Paese arabo: secondo fonti dell’opposizione siriana, lo scorso 5 marzo alcuni caccia israeliani hanno colpito nel centro e nel sud della Siria 4 siti collegati al partito libanese Hezbollah, vicino all’Iran. Osdi precisò allora che i target erano stati due aeroporti militari situati vicini ad Homs (al-Shayrat e al-Dabaa) così come altri siti vicini all’area di Quneitra, al di là delle Alture del Golan.

Il 2 marzo poi, lo stesso giorno in cui Israele andava al voto, l’esercito israeliano colpiva una vettura siriana usata per compiere un attacco contro le truppe israeliane stanziate sul lato del Golan occupato da Israele. Osdi disse che si trattava di una macchina appartenente ad una milizia fedele al presidente siriano al-Asad.

L’attacco fu allora confermato dallo stesso esercito. Una rivendicazione non scontata: nei nove anni di guerra in Siria, Tel Aviv ha compiuto centinaia di attacchi contro obiettivi siriani, ma soprattutto iraniani o di gruppi armati sciiti alleati all’Iran. Secondo Israele, Teheran starebbe creando una “infrastruttura del terrore” in chiave anti-israeliana nel Golan siriano minacciando così la sicurezza dello stato ebraico. Nena News

OPINIONE. Giovane e con patologie sottese, “Blu e Bianco” fa parte del bilancio delle vittime del coronavirus

Benny Gantz (Foto: Reuters)

di Lily Galili   Middle East Eye*

*(Traduzione dal francese di Amedeo Rossi pubblicata originariamente su zeitun.info)

Roma, 1 aprile 2020, Nena News – Se avete avuto difficoltà ad abituarvi all’idea di sentir dire “Benny Gantz, primo ministro israeliano”, rilassatevi. Ora potete ritornare tranquillamente a quello che conoscete già da 11 anni.

Bisogna ringraziare lo stesso Gantz di avervi reso più facile la situazione. Gli avvenimenti hanno preso una strana piega quando il capo del partito “Blu e Bianco” – incaricato di formare un governo e di togliere di mezzo Netanyahu – giovedì ha deciso di unirsi al suo grande rivale in un governo d’unità nazionale e di assumere il ruolo di ministro della Difesa sotto i suoi ordini.

Nell’attesa vi potete abituare a una carica temporanea – “Benny Gantz, presidente della Knesset” – un incarico che Gantz ormai occuperà finché i due politici non avranno concluso l’accordo tra loro non ancora firmato.

Si prevede che esso si baserà sulla rotazione e sulla parità: se mantiene la parola – cosa che fa di rado – Netanyahu darà le dimissioni a settembre [2021] e farà posto a Gantz come primo ministro.

Quello che ciò significa veramente è che Netanyahu, imputato di corruzione, rimarrà al suo posto e nel contempo sarà processato. È il vero accordo tra Gantz, descritto da Netanyahu come un ” cazzone” e un “pazzo” durante l’ultima campagna elettorale, e Netanyhau, definito da Gantz un “dittatore corrotto” e l’”Erdogan israeliano”, un termine realmente dispregiativo nel nostro vocabolario politico.

Vittima del virus

La politica israeliana ha una lunga storia di colpi di scena e di iniziative sorprendenti. Ma quest’ultimo sviluppo della situazione li supera tutti e la crisi del coronavirus in Israele è il pretesto perfetto.

“È quello di cui ha bisogno il Paese, e Israele passa al primo posto,” ripete Gantz in risposta, come se fosse un fatto clinicamente accertato che il virus abbia una conclamata paura dei governi d’unità nazionale.

Nei fatti è il partito che Gantz ha creato appena un anno e mezzo fa che sembra una vittima del coronavirus, giovane ma con gravi patologie sottese.

E’ deceduto giovedì pomeriggio, quando le altre due fazioni di Blu e Bianco – “Yesh Atid” [partito di centro destra, ndtr.] diretto da Yair Lapid e “Telem” [partito di destra, ndtr.], guidato da Moshe Yaalon, entrambi ministri di precedenti governi di Netanyahu e che lo conoscono meglio – hanno rifiutato di unirsi al nuovo governo che gli imponeva Gantz.

Come si sa, “Blu e Bianco” si è sciolto in un’ora. Lapid e Yaalon si terranno il nome e Gantz è di ritorno al suo partito originario, “Hosen L’Yisrael” [“Resilienza di Israele”, partito di centro destra, ndtr.] che ha 17 seggi alla Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.]. Lapid sarà il capo dell’opposizione contro l’uomo politico che fino a giovedì era il suo alleato più vicino.

Giovedì sera, durante una conferenza stampa, Lapid non ha usato mezzi termini: “Gantz ha rubato i voti della gente che l’ha votato quando ha giurato di non stare in un governo di Netanyahu, ha ceduto a Bibi senza battersi.” Ed ha ragione.

Il deputato Ahmed Tibi, della “Lista Unita” [coalizione di tutti i partiti arabo-israeliani, ndtr.], che conta 15 deputati che hanno sostenuto Gantz come primo ministro, non ha tardato a coniare un nuovo termine. A colloquio con Middle East Eye qualche ora dopo la svolta drammatica degli avvenimenti, ha utilizzato la parola “gantzismo” per descrivere il comportamento del capo del partito.

“Lo abbiamo sostenuto per portare un cambiamento dopo anni di incitamento all’odio contro gli arabi da parte di Bibi. Solo il gantzismo può dimostrare che il blocco dei 59 [deputati] di Bibi è più grande di quello di 61 che Gantz ha costruito con il nostro sostegno,” assicura. “La pandemia di coronavirus è già sufficientemente grave. Utilizzare il coronavirus a fini politici è ancor peggio.”

In effetti sembra che Gantz abbia utilizzato il voto e il sostegno arabi come merce di scambio nel gioco politico. Ma i suoi elettori ebrei provano più o meno la stessa sensazione. Le parole “tradimento” e “traditore” sono le più popolari sulle reti sociali per descrivere l’abuso della loro fiducia da parte di Gantz.

Ministeri per il potere

Tuttavia, a dire la verità, non tutti gli israeliani provano la stessa cosa, neppure tutti quelli che hanno votato per lui. Per cominciare, “Blu e Bianco” era una strana creazione di sinistra-centro-destra.

La maggior parte dei suoi elettori di centro-destra ha approvato la sua decisione, perché è stata presa “per il bene di Israele”. I sostenitori dell’estrema destra non ne sono così contenti. Tutti i progetti d’annessione della Cisgiordania occupata – a cui “Blu e Bianco” in maggioranza si opponeva quando c’è stato l’annuncio dell’”accordo del secolo” di Trump – saranno rimandati.

In compenso gli elettori del Likud sono felici, perché potranno tenersi il loro caro primo ministro Netanyahu. I deputati e ministri che fanno parte del Likud sono meno entusiasti. Perderanno alcuni ministeri importanti già proposti a Gantz.

La principale perdita per Netanyahu non è il ministero degli Affari Esteri, che ormai sarà offerto a Gabi Ashkenazi, alleato di Gantz e promotore di questo governo d’unità. Finché Trump copre le spalle a Netanyahu, chi si preoccupa del resto dell’universo? No, per Netanyahu la prova dell’importanza di questo accordo di unità nazionale è il fatto che abbia abbandonato i due ministeri che gli erano più cari, cioè quelli della Giustizia e della Comunicazione.

Netanyahu è ossessionato dalla copertura mediatica di cui è oggetto e un ministro della Giustizia obbediente sarebbe sicuramente un vantaggio durante il suo processo. Rimanere in carica e comparire davanti al tribunale come primo ministro, come dovrebbe fare in maggio, avrebbero reso un ministro compiacente ancora più prezioso.

Allora perché, Gantz?

Ecco quello che spiega la vicenda dal lato di Netanyahu. Ma perché anche Gantz ha improvvisamente fatto quello che avrebbe potuto fare due turni di elezioni e sei miliardi di shekel (1,5 miliardi di euro) prima? Esistono numerose risposte a questa domanda, e quella vera è probabilmente una combinazione di tutte queste.

Una delle ragioni, non ancora espressa, è che non ha mai veramente voluto assumersi delle responsabilità di fronte alla gigantesca crisi del coronavirus e a quella finanziaria, gravissima, che ne seguirà. Gli manca la fiducia per farlo.

Una spiegazione più pratica risiede nei recenti sondaggi commissionati dal partito. Erano negativi. Il partito “Blu e Bianco” ha perso consenso, al contrario del Likud. Un quarto turno elettorale non era una possibilità, non solo a causa del coronavirus che imperversa, ma anche per timore dei risultati.

Secondo addetti ai lavori del defunto partito “Blu e Bianco”, contrariamente ad altri sondaggi, quelli che avevano visto mostravano che i loro elettori erano assolutamente contrari a un governo di minoranza sostenuto dalla “Lista Unita”.

Netanyahu è stato il primo a rendersi conto di questo stato d’animo. Quando alla “Lista Unita” è stata proposta la commissione parlamentare sulla protezione sociale, egli ha ritwittato un messaggio oltraggioso in cui sosteneva che i “sostenitori del terrorismo” sarebbero stati ormai responsabili delle famiglie in lutto, un messaggio che ha colto lo spirito di gran parte della società israeliana.

C’è una grande differenza tra le risposte che i progressisti danno ai sondaggisti riguardo al loro appoggio a favore della “Lista Unita” e l’idea di accettarla veramente. Sfortunatamente non è ancora il momento in Israele, una società che è sempre razzista, ed era piuttosto ingenuo vedere le cose in modo diverso riguardo a Gantz, un ex-capo di stato maggiore dell’esercito che ha lanciato la sua campagna politica pubblicando il numero dei palestinesi di cui ha provocato la morte a Gaza durante l’operazione “Margine Protettivo”.

Non è altrettanto razzista di Netanyahu, ma sarebbe sempre un passo troppo lungo per lui. Giunto il momento, non lo ha potuto fare. Così come il suo collaboratore, un altro ex-capo di stato maggiore dell’esercito, Gabi Ashkenazi. Quindi hanno preso la via più popolare.

Cosa succederà nel 2021?

La maggioranza degli israeliani in realtà è favorevole a un governo di unità. Stanchi di tre tornate elettorali in un anno, stremati dalla brutalità delle campagne e dall’asprezza dei responsabili politici e ormai terrorizzati dal coronavirus, preferiscono la tranquillità.

La democrazia può essere messa in pausa. Il membro della Knesset Yuli Edelstein, l’ex-presidente del parlamento che ha sfidato una decisione della Corte Suprema come nessuno aveva mai fatto in precedenza, può riprendere senza pericolo le sue alte funzioni. I manifestanti che sono scesi in strada nonostante il pericolo del coronavirus possono riporre le loro bandiere nere.

Tuttavia, se il governo di unità nazionale venisse un giorno reso ufficiale, rimane la domanda che tutti si pongono: Netanyahu darà veramente le dimissioni nel settembre 2021? Interpellato da MEE all’indomani del melodramma di giovedì scorso, Tzachi Hanegbi, ministro della Cooperazione regionale e membro del Likud [il partito di destra di Netanyahu, ndtr.] si è dimostrato ottimista.

“Diversamente da quello che riflette la sua immagine politica, quella di un uomo che evita le decisioni difficili e i conflitti, Gantz ha dato prova di leadership e di responsabilità accettando l’appello all’unità di Netanyahu,” ha affermato Hanegbi. “Nonostante il prezzo che ha dovuto pagare di tasca sua, l’alleanza Gantz-Netanyahu può essere fonte di fiducia e di cooperazione armonica per i prossimi tre anni.”

Il generale in pensione Amram Mitzna, che una volta dirigeva il partito Laburista e conosce bene Netanyahu, si è dimostrato molto meno entusiasta.

Interpellato da MEE ha affermato di provare un “senso di tradimento e di choc” in seguito agli avvenimenti.

“Ci sono delle circostanze attenuanti per Gantz, che non ha realmente alternative per formare un governo. Tuttavia stento a credere che Netanyahu rispetterà l’accordo concluso con Gantz. Spero solo che sarà molto impegnato dal suo processo.”

Ci saranno ulteriori sviluppi. Nena News

Venerdì 74 prigionieri sono evasi dal carcere di Saqqez. Dieci giorni prima 23 da quello di Kharramabad. Le autorità iraniane hanno finora rilasciato 100.000 detenuti per evitare la diffusione del Coronavirus che qui ha fatto oltre 2.700 vittime ufficiali. Altri 10.000 detenuti sono prossimi ad essere rilasciati

(Foto: Reuters)

di Roberto Prinzi

Roma, 31 marzo 2020, Nena News – I provvedimenti decisi da Teheran per svuotare le carceri iraniane nel tentativo di evitare la diffusione del Coronavirus non sono bastati: negli ultimi 10 giorni sono decine i detenuti che sono scappati dalle prigioni. L’ultimo episodio è accaduto venerdì nella prigione di Saqqez (nord ovest del Paese) quando ad evadere sono stati in 74. “Alcune guardie carcerarie sono state convocate e quattro di loro sono state arrestate. Altre sono stati rilasciate su cauzione” ha detto domenica all’Agenzia Irna Mojtaba Shirouzbozorgi, ufficiale giudiziario nella provincia del Kurdistan iraniano.

Il numero fa il paio con i 23 detenuti evasi dal carcere della città di Kharramabad, la capitale della provincia occidentale del Lorestan, poche ore prima che iniziassero le celebrazioni del capodanno iraniano (Nowruz). Secondo la versione ufficiale, i prigionieri, che scontavano pene al massimo di un anno, sarebbero riusciti a fuggire di notte mentre i secondini si stavano preparando per l’amnistia di Nowruz.

La situazione resta poi tesa nelle prigioni delle province di Tabriz e Hamedan e nella città di Aligoudarz dove si sono registrati tentativi di fuga che le forze di sicurezza sono riusciti a sventare. Per il procuratore di Hamedan, le rivolte sono partite “con il pretesto della diffusione del Coronavirus”. Le ribellioni, almeno nella prigione di Aligoudarz, hanno portato all’uccisione di un detenuto.

Teheran, intanto, promette nuovi rilasci fino al 19 aprile: ai 100.000 prigionieri finora liberati (tra questi, dopo pressioni dell’Onu, ci sono anche alcuni politici), a breve dovrebbero aggiungersi altri 10.000 che rientrano nell’amnistia promessa per Nowruz. Come ha spiegato una fonte giudiziaria sabato, l’obiettivo è “ridurre il numero dei carcerati vista la situazione sensibile in Iran”. Un numero consistente di permessi in un Paese che però, va sottolineato, ha una popolazione carceraria numerosa: secondo un rapporto dell’Onu sui diritti umani in Iran presentato a gennaio sono 189.500 i detenuti. Un dato che va letto anche tenendo conto delle denunce delle organizzazioni dei diritti umani sulle terribili condizioni in cui si trovano i reclusi, a partire dal carcere di Evin descritto da molti prigionieri come vero e proprio inferno in terra.

L’esplosione delle prigioni iraniane è ora più che una minaccia per le autorità locali vista la grave emergenza Coronavirus che sta attraversando la Repubblica islamica. Soltanto ieri, secondo i dati offerti alla stampa dal portavoce del ministero della salute, sono morte di Covid 117 persone facendo salire il bilancio ufficiale delle vittime a 2.757 . Sono inoltre 3.186 i casi positivi in più (41.495 i totali). Ma forse l’elemento più grave è che la luce fuori dal tunnel è ancora lontana. Il presidente Rouhani domenica ha provato a tranquillizzare gli iraniani esortandoli ad adattarsi a nuovi stili di vita ancora per un po’ di tempo: scuole, università, centri culturali, sportivi e religiosi sono infatti ormai chiusi da tempo. “Dobbiamo prepararci a convivere con il virus finché non riusciremo a trovare una cura. Le nuove misure (di contenimento) sono state imposte per il bene di tutti. Ora la nostra priorità è la salvezza e la salute del nostro popolo” ha detto il presidente in un discorso televisivo. Il governo ha intanto vietato gli spostamenti tra le città in quanto possibili vettori di contagio e dopo che molti iraniani avevano espresso la loro volontà di viaggiare ugualmente durante il capodanno persiano iniziato il 20 marzo.

A gravare sulla situazione iraniana sono sicuramente le sanzioni statunitensi contro cui l’Iran chiede da tempo alla comunità internazionale di mobilitarsi. L’amministrazione Trump resta inflessibile: i provvedimenti restano nonostante gli effetti letali del Coronavirus in Iran. Anzi, giovedì la Casa Bianca ne ha annunciato dei nuovi. Di fronte a questa posizione di netta chiusura, l’aiuto proposto in questi giorni dalla Casa Bianca alla Repubblica islamica per fronteggiare l’epidemia sembra essere una grossa presa in giro. O almeno così la pensano le autorità iraniane che hanno denunciato immediatamente il doppiogiochismo statunitense. “Gli Usa vanno dal sabotaggio e gli assassini per fare una guerra economica e un terrorismo economico contro gli iraniani al terrorismo medico contro il Covid-19. Questo supera persino ciò che sarebbe permesso sul campo di battaglia” ha twittato domenica il ministro degli esteri iraniano Javad Zarif. Nena News

 

Cinque casi positivi. La gente sa che i numeri veri del contagio sono ben più alti. Il governo corre ai ripari dopo aver rallentato le misure per combattere il virus. Disoccupazione e carovita colpiscono milioni di siriani

Suq al-Hamidiyeh di Damasco chiuso per il Covid (Foto: Reuters)

di Michele Giorgio

Roma, 31 marzo 2020, Nena News – Il coronavirus ha fermato anche la prolifica produzione di film e serie tv, fiore all’occhiello della Siria. Attrici, attori, comparse, produttori, doppiatori, operatori hanno dovuto interrompere ogni attività in un settore che dà lavoro a migliaia di persone. È un altro segnale dei timori crescenti per la diffusione del contagio, accompagnato dai provvedimenti sempre più restrittivi adottati dal governo per contenere l’epidemia che, ufficialmente, sino ad oggi, ha contagiato solo cinque siriani. I numeri reali sono altri, la gente lo sa e non può farci molto. In molti prevale il fatalismo. Il Covid-19 spaventa ma fino a un certo punto un paese entrato nel decimo anno di una guerra che ha fatto centinaia di migliaia di morti e con una provincia, Idlib, da mesi teatro di violenti combattimenti tra jihadisti sostenuti dalla Turchia e l’esercito siriano (di recente anche tra Ankara e Damasco) e innescato una nuova ondata di profughi e sfollati. Un paese con centri abitati in macerie e una economia martoriata dalle sanzioni occidentali e arabe. La valuta nazionale ormai è carta straccia e il costo della vita sale senza sosta, con i più poveri che sopravvivono con lavori occasionali ora più rari a causa delle restrizioni ai movimenti adottate per il coronavirus.

L’altro giorno la 38enne Jumana, madre di tre figli, in fila davanti ad una panetteria, spiegava al quotidiano The National, che «tanti hanno perso tutto e affrontato la morte negli ultimi nove anni, perché dovremmo avere paura di un virus?». La donna ha ricordato che le infrastrutture civili sono a pezzi, «che la gente fa la fila per comprare cibo e gas» e che le medicine «si trovano più al mercato nero che nelle farmacie». Una descrizione precisa della dura realtà siriana. Il governo per settimane ha inviato messaggi rassicuranti alla popolazione. Però il coronavirus è arrivato anche in Siria e le autorità ora si affrettano a recuperare il tempo perduto. Fonti non governative affermano che nei 22 ospedali di Damasco si riversa un numero crescente di persone con i sintomi del Covid-19 che in gran parte dei casi sono rimandate a casa per l’impossibilità di effettuare i test e per la penuria di medicine. Siti e pubblicazioni schierati contro il governo e il presidente Bashar Assad, parlano di decine di morti registrate come semplici polmoniti stagionali ma che in realtà sarebbero state causate dal virus.

Di sicuro per ora c’è che le autorità fanno quello che possono con scarse risorse. Disinfettano zone e rioni solitamente affollati di Damasco e di altri centri abitati, assieme a edifici e trasporti pubblici. Il governo ha ordinato la chiusura di ristoranti, caffè, parchi, palestre, club sportivi e strutture turistiche. Già il 13 marzo aveva disposto la sospensione di ogni attività in università, scuole e istituzioni culturali e annunciato la sospensione per due settimane delle preghiere del venerdì e delle preghiere di gruppo. Assad ha ordinato una amnistia parziale per diminuire il sovraffollamento nelle carceri (che però non include i detenuti politici). Sono stati chiusi i confini. Ma i collegamenti aerei restano confermati con l’alleato Iran, tra i più colpiti dalla pandemia. Ciò mentre in molti credono che a portare il coronavirus nel paese siano stati proprio combattenti e consulenti militari giunti da Tehran per dare sostegno all’esercito siriano contro i jihadisti.

L’inviato delle Nazioni Unite in Siria, Geir Pedersen, ha rivolto un appello ai «donatori internazionali» perché facciano la loro parte per combattere la diffusione del coronavirus e forniscano alla Siria «tutto il sostengo umanitario necessario, rispondendo agli appelli dell’Onu». E Damasco, l’Iran e altri paesi hanno chiesto la fine delle sanzioni economiche (e non solo) che subiscono da anni. Dagli Usa e altri paesi occidentali non è giunto alcun segnale in quella direzione, anzi Washington continua ad inasprirle. Nena News

Nel loro appello, i prigionieri palestinesi affermano che l’amministrazione carceraria israeliana non fornisce nulla: nessun mezzo per la sterilizzazione e nessuna mascherina. La negligenza medica, inoltre, è comune nelle prigioni: a rischio centinaia di prigionieri affetti da varie problematiche sanitarie, alcune delle quali anche molto gravi

Prigioniero palestinese nel carcere di Ashkelon (Foto: Reuters)

di Stefano Mauro

Roma, 31 marzo 2020, Nena News – In un comunicato ufficiale il Centro palestinese per i diritti umani (PCHR) ha affermato di “essere preoccupato per la situazione sanitaria nei Territori occupati, in particolare nella Striscia di Gaza, e per la situazione dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane in caso di epidemia di coronavirus”. Preoccupazioni che si uniscono ad un appello da parte dei prigionieri riguardo alle “gravi carenze in materia di prevenzione e contrasto del contagio” da parte dell’amministrazione carceraria di Tel Aviv. “Se l’amministrazione carceraria non prenderà dei provvedimenti seri” afferma il comunicato “le celle di reclusione diventeranno le nostre tombe”.

Il numero dei casi positivi è salito in Israele a 3865, con 12 decessi, numeri che sono triplicati negli ultimi 10 giorni. Difficoltà nel contenimento del virus da parte del governo israeliano che, ovviamente, coinvolgono anche le sue strutture carcerarie. Secondo Addameer, ong palestinese per i diritti dei detenuti, nelle carceri israeliane ci sono ad oggi circa 5400 prigionieri palestinesi (tra cui 60 donne, 127 minorenni e 19 giornalisti). Tra questi oltre 500 sono in detenzione amministrativa, una procedura – illegale per il diritto internazionale – che consente all’esercito israeliano di trattenere una persona per un periodo massimo di 6 mesi, rinnovabile a tempo indeterminato, senza accusa né processo.

Secondo Amnesty International in Israele sono costantemente violate le norme che regolano i procedimenti giudiziari, la tutela della salute, la dignità della persona e la sua integrità fisica e psichica. Le celle mancano dei requisiti igienico-sanitari e sono insalubri, i prigionieri subiscono punizioni collettive, sono soggetti a irruzioni notturne da parte delle guardie carcerarie con maltrattamenti e abusi sistematici, anche su donne e minori.

La negligenza medica è comune nelle carceri israeliane. Come riferisce Addameer i medici e il personale sanitario delle carceri “sono famosi per la trascuratezza e la mancanza di professionalità con cui trattano ed assistono i prigionieri palestinesi che richiedono cure ed assistenza sanitaria”. Dentro le prigioni ci sono diverse centinaia di prigionieri affetti da varie problematiche sanitarie, alcune delle quali anche gravi. Molti hanno problemi respiratori e cardiaci, per non parlare di quelli che sono colpiti dall’ipertensione, dal diabete o da molte altre patologie croniche (circa il 15%, ndr).

Preoccupazioni che sono inevitabilmente aumentate con la notizia, da parte di vari organi di informazione palestinesi, che 4 prigionieri palestinesi della prigione di Meggido in Israele hanno contratto il coronavirus. Secondo la Palestine Prisoner’s Society, l’infezione è iniziata “dopo il contatto tra un prigioniero e un investigatore israeliano contaminato”. “La negligenza sanitaria e il ritardo nelle cure perseguitano da sempre i prigionieri palestinesi con almeno una 60 di vittime in questi anni” afferma la Palestine Prisoner’s Society “figuriamoci ora che le autorità sanitarie israeliane hanno già dichiarato di non essere in grado di curare tutti i pazienti colpiti dal virus”.

Nel loro appello i prigionieri palestinesi affermano che l’amministrazione carceraria israeliana non fornisce nulla: nessun mezzo per la sterilizzazione e nessuna mascherina. “L’unico nostro contatto col mondo esterno è rappresentato dai nostri carcerieri che non esitano ad entrare in contatto con noi, senza rispettare la distanza di sicurezza, con il rischio appunto di contagiarci” dichiarano i prigionieri.

“Il nostro è un grido di protesta rivolto al mondo intero e a tutte le persone libere” conclude l’appello dei detenuti palestinesi “per far conoscere la nostra situazione di pericolo, senza alcuna misura protettiva nei nostri confronti col contagio che si sta propagando”. Nena News

Pagine

Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

PalestinaRossa newsletter

Resta informato sulle nostre ultime news!

Subscribe to PalestinaRossa newsletter feed

Accesso utente