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Pressione sugli abitanti dell’isola che al-Sisi vuole trasformare in un hub turistico di lusso, attraverso lo sfratto dei suoi residenti originari, famiglie povere, contadini e pescatori

Scontri sull’isola Warraq al Cairo (Foto: dpa / Ibrahim Ezzat)

della redazione

Roma, 20 marzo 2019, Nena News – L’isola “contesa” al Cairo, obiettivo della gentrificazione del regime di Abdel Fattah al-Sisi, non conosce tregua: questa settimana la polizia egiziana ha arrestato tre attivisti dell’isola Warraq in quella che i residenti definiscono una strategia di pressione sui residenti per costringerli a cedere e a lasciare le loro terre.

Sayed Mostafa, pensionato di 55 anni, Ibrahim Shaarawy, idraulico di 32, e Ahmed Gamal, studente ventenne, sono scomparsi il 13 marzo dopo l’arresto. Per tre giorni di loro non si sono avute notizie fino al 17 quando sono apparsi di fronte alla procura di Stato che gli ha comminato 15 giorni di detenzione preventiva.

Per arrestarli, raccontano alcune fonti all’agenzia indipendente Mada Masr, la polizia ha teso loro una trappola: una telefonata in cui un agente si spacciava per giornalista chiedendo un’intervista fuori dall’isola. Il Warraq Family Council, comitato locale di base, ha contattato i servizi egiziani, la National Security, per avere notizie dei tre arrestati. La risposta: arrendetevi. “Non li rilasceremo. Se volete risolvere la cosa, cosa siete disposti a dare in cambio?”, avrebbe detto un ufficiale dei servizi ai residenti.

Il loro caso non è unico: dal 2017 Warraq combatte contro lo Stato egiziano per impedire la confisca delle terre in cui da decenni vivono contadini, pescatori, famiglie povere che hanno costruito da sole case e baracche, private dei servizi pubblici di base. In questi due anni più volte le autorità egiziane sono arrivate sull’isola con i bulldozer e hanno demolito alcune case tra le proteste degli abitanti.

Un fascicolo di indagine è aperto dall’anno scorso, il caso 488/2018, che coinvolge decine di attivisti e manifestanti che in questi anni hanno protestato in piazza contro il progetto di gentrificazione del Cairo. Una repressione dura che ha visto l’uccisione di almeno una persona e l’arresto di decine. Di questi almeno 36 sono accusati di terrorismo e uso dei social contro l’ordine pubblico.

Un anno fa l’allora premier Ismail aveva presentato un decreto che autorizzava la New Urban Communities Authority a costruire “una nuova comunità urbana” a Warraq. Secondo la stampa egiziana, l’intenzione del regime è trasformare l’isola in un centro economico e turistico, ribattezzato Horus, con hotel, parchi, resort e senza i suoi abitanti originali, definiti “occupanti illegali” dal Cairo. Da cui il ricorso presentato dai residenti: la prossima udienza è prevista per sabato 23 marzo. Non solo: alle proteste gli abitanti hanno unito il boicottaggio, bloccando per giorni l’arrivo dei traghetti che trasportavano materiale da costruzione di proprietà dell’esercito, primo contractor del paese.

E ora, dopo l’arresto dei tre attivisti, sono già in svolgimento marce di protesta e per venerd è prevista una conferenza per proseguire nella definizione delle forme di resistenza allo sfratto e all’esproprio. Nena News

Nella notte i soldati hanno trovato e ucciso Omar Abu Leila, il responsabile dell’attacco di domenica a Salfit e dell’uccisione di due israeliani. Nelle stesse ore a Nablus, alla Tomba di Giuseppe, due giovani palestinesi venivano colpiti a morte mentre mille coloni visitavano il sito religioso in territorio occupato

Soldati israeliani durante un raid in un villaggio palestinese (Foto: esercito israeliano)

della redazione

Roma, 20 marzo 2019, Nena News – Notte di sangue nella Cisgiordania occupata: l’esercito israeliano ha ucciso tre palestinesi, tra Ramallah e Nablus. Tra gli uccisi il 19enne Omar Abu Leila, sospettato di aver accoltellato a morte un soldato, Gal Keidan di 19 anni, domenica nella cittadina di Az-Zawiya a una fermata dell’autobus e poi di aver sparato con il fucile rubato al militare e ucciso un rabbino colono, Ahiad Ettinger di 47 anni, nella colonia di Ariel.

Abu Leila, in fuga, è stato trovato dai soldati israeliani dentro una casa di Abwein, villaggio a nord di Ramallah. Ha aperto il fuoco sui militari, secondo quanto riportato dai servizi segreti interni, lo Shin Bet. Diversa la versione dei testimoni, i residenti palestinesi nella comunità: decine di soldati hanno circondato il villaggio e hanno compiuto un violento raid, tagliando le linee elettriche e usando potenti speaker per parlare con il fuggiasco. Dopo due ore hanno aperto il fuoco sulla casa. Subito nel villaggio sono scoppiati scontri e proteste da parte dei residenti: secondo la Mezzaluna Rossa l’esercito ha ferito nove persone, di cui due con pallottole, molti altri quelli soccorsi per inalazione di gas lacrimogeni.

Omar Abu Leila (Fonte: Ma’an News)

Secondo quanto riportato dall’agenzia Imemc, che pubblica una foto della lettera, Abu Leila ha lasciato un messaggio alla famiglia dove chiede di essere perdonato e dove indica i nomi di alcune persone che gli avevano prestato dei soldi, un totale di soli 50 shekel, meno di 10 euro, domandando ai familiari di ripagare il suo debito.

Già lunedì era intervenuto il premier israeliano Netanyahu che, come “risposta” alla morte dei due israeliani, aveva promesso la demolizione della casa di Abu Leila – in violazione del diritto internazionale, trattandosi di una punizione collettiva – e la costruzione di oltre 800 nuove case nella colonia di Ariel, che è già oggi la più grande della Cisgiordania.

Nelle stesse ore i militari israeliani uccidevano due palestinesi vicino alla Tomba di Giuseppe, sito religioso vicino Nablus, spesso meta di gruppi di coloni accompagnati dall’esercito e responsabili di aggressioni ai palestinesi della zona. Le due vittime sono state identificate: Raed Hamdan, di 21 anni, e Zaid Nouri, di 20, sono stati colpiti dal fuoco israeliano e sono morti poco dopo. I loro corpi sono stati sequestrati dall’esercito e riconsegnati all’Autorità Nazionale Palestinese solo questa mattina. La Mezzaluna Rossa, attraverso il suo portavoce Ahmad Jibril, denuncia il blocco delle ambulanze da parte dell’esercito che ha poi sparato sul mezzo di soccorso.

Secondo l’esercito, i soldati hanno sparato perché dell’esplosivo sarebbe stato nascosto in un veicolo mentre fedeli ebraici pregavano alla Tomba di Giuseppe. Circa mille, ieri, accompagnati e protetti dall’esercito. Un sito da sempre ad alta tensione, rivendicato da Israele perché conterrebbe le spoglie del patriarca Giuseppe, uno dei 12 figli di Giacobbe, e sacro anche ai musulmani perché ospiterebbe il corpo del religioso islamico Sheikh Yusser Dweikat, morto due secoli fa. Questa mattina Nablus ha risposto alle due uccisioni con uno sciopero. Nena News

Sarebbe solo una provocazione lo spot elettorale girato dall’esponente del partito ultranazionalista “Nuova Destra”. E se Netanyahu formerà una nuova coalizione di destra, un ministero potrebbe andare anche al colono Baruch Marzel, ex membro del partito razzista Kach

Lo spot elettorale della ministra Shaked

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 20 marzo 2019, Nena News – Mancano venti giorni al voto e la campagna della destra israeliana è entrata nel vivo, con una certa “creatività”. Il deputato Oren Hazan del partito Tzomet (Crocevia), parafrasando la frase «Quando si spara, si spara, non si parla!» pronunciata in una celebre scena di “Il buono, il brutto e il cattivo” di Sergio Leone, spara e ammazza in uno spot elettorale il suo collega arabo Jamal Zakalka che preferirebbe morire piuttosto che cantare l’inno nazionale israeliano. Hazan gli grida «Se vuoi morire, muori, non minacciare solo di farlo».

Più “elegante” lo spot della giovane ministra della giustizia Ayelet Shaked di HaYamin HaHadash (Nuova Destra). Con sguardo sensuale e pose da modella, appare accanto a un flacone di profumo con la scritta “Fascism” mentre una voce fuori campo sussurra «riforma giudiziaria», «separazione dei poteri», «fermare la Corte suprema». Al termine dello spot la ministra si spruzza di “Fascism” e commenta: «Per me odora di democrazia». Ayelet propone una riforma della giustizia che, tra i vari punti, prevede il controllo della politica sulla nomina dei giudici della Corte suprema.

Moshe Feiglin, leader del partito Zehut (Identità) che se il 9 aprile supererà la soglia di sbarramento potrebbe regalare una nuova solida maggioranza di destra radicale al premier uscente Netanyahu, raccoglie consensi crescenti grazie all’abbinamento tra le sue abituali invettive rivolte ai palestinesi al sostegno alla legalizzazione della cannabis.

Qualcuno potrebbe trovare divertente tutto questo ma non c’è alcun motivo per sorridere. Per queste elezioni la destra israeliana, incluso il partito Likud di Netanyahu, ha superato indenne quelle che appena qualche anno fa erano considerate linee rosse E se risulterà ancora una volta maggioritaria, con ogni probabilità aprirà le porte del nuovo governo anche al colono Baruch Marzel, del partito Otzma Yehudit (Potere ebraico), discepolo del rabbino razzista Meir Kahane fondatore del movimento Kach (fuorilegge), assassinato negli Stati uniti trent’anni fa.

Netanyahu, facendosi promotore dell’alleanza tra i partitini dell’estrema destra per non disperdere voti, ha fatto capire di essere disponibile a dare incarichi di rilievo a Otzma Yehudit in un governo di coalizione. E quando domenica scorsa la Corte suprema ha escluso dal voto il leader di questo partito, Michael Ben-Ari, per il suo esplicito razzismo, l’avvocato Itamar Ben Gvir, uno dei principali esponenti di Otzma Yehudit, ha invocato un ministero di prestigio per Marzel e la presidenza di una commissione parlamentare.

Nato a Boston 60 anni fa e colono israeliano tra i più noti nella zona H2 di Hebron, Marzel è stato il braccio destro del rabbino Kahane e il portavoce del Kach sino al suo scioglimento. Scioglimento solo apparente poiché l’ideologia e le pratiche del partito vivono in una serie di piccole formazioni di destra di cui Otzma Yehudit è solo la rappresentazione più recente. Marzel è stato denunciato svariate volte per aggressioni a danno di palestinesi, di pacifisti israeliani e di agenti di polizia “colpevoli” di averlo ostacolato nella realizzazione dei suoi blitz. Uno dei quali, un paio di anni fa, nell’abitazione di Issa Amro, un noto attivista palestinese di Hebron.

Marzel è parte anche del gruppo Lehava (Fiamma) del rabbino Ben Zion Gopstein (un altro discepolo di Kahane) che combatte “l’assimiliazione” e i matrimoni “misti”, peraltro rarissimi, tra ebrei e arabi. Tre militanti di Lehava nel 2014 diedero fuoco di notte alla scuola “Hand in Hand” di Gerusalemme dove ragazzi ebrei e palestinesi studiano insieme. Fino a qualche tempo fa Marzel veniva tenuto a distanza. Tra non molto potrebbe festeggiare la nomina a ministro.

GUARDA IL VIDEO:

Reportage dentro al femminismo curdo. In questa terza parte Mirca Garuti ci porta in Iran per conoscere l’associazione femminile Repack e le opposizioni curde in territorio iraniano

Ciwana e Berivan

Testo e foto di Mirca Garuti – Alkemianews

per la seconda parte del reportage clicca qui

Rojhilat, 20 marzo 2019, Nena News – Il Kurdistan non è, da sempre, uno Stato unico. Il popolo curdo, così ci racconta la storia, ha vissuto da sempre su una terra di confine tra l’Impero Romano e l’Impero Persiano. I curdi hanno per secoli governato ampie zone dall’Egitto all’Iran senza però essere autonomi e sovrani. Sono una popolazione molto numerosa con una forte identità e con il desiderio di una propria autonomia territoriale.

La prima guerra mondiale portò alla rottura degli equilibri in Oriente. Il Trattato di Losanna del 1923 segna il tradimento delle potenze europee nei confronti degli impegni presi con le popolazioni curde e armene. Viene decisa la divisione del Kurdistan ottomano fra tre Stati (Turchia, Siria, Iraq) mentre il Kurdistan orientale era già incluso nei confini dell’Iran (Rojhilat). I curdi sono così privati, ancora una volta, della loro autonomia in nome di scelte politiche internazionali. I confini si disegnano così con una matita su una carta geografica senza il minimo interesse verso il popolo stesso.

Incontriamo due attiviste dell’Organizzazione Kejar (Unione delle donne libere del Rojhilat), Ciwana e Berivan. Due splendide compagne con le quali sono subito entrata in sintonia nonostante la difficoltà linguistica. Siamo riuscite a capirci e a creare una profonda atmosfera di amicizia. La loro attività si svolge sul confine iraniano.

I curdi sotto il dominio di Reza Kkan (1921) furono privati dei diritti nazionali e questo stato di repressione continuò fino alla seconda guerra mondiale quando l’Iran fu occupata dai britannici e dai sovietici. Tra i due occupanti, il Kurdistan era diventato una terra di nessuno e nel 1941, quando salì al trono il figlio dello Scià, Reza Pahlavj, fu proclamata la Repubblica di Mahabad, che durò solo un anno. A Mahabad fu coniata la parola “Peshmerga”, colui che è votato alla morte per la vita del Kurdistan. La repubblica di Mahabad ha un’importante valore storico, riconosciuto ancora oggi, in quanto i curdi sono riusciti a realizzare uno Stato di fatto indipendente.

Sotto il potere di Reza Pahlavi il Kurdistan è militarizzato ed ogni movimento della popolazione è sotto controllo. La repressione anticurda non si manifesta solo con il carcere, campi di concentramento ma anche con un’oppressione economica e culturale. Nel 1978 inizia la rivoluzione islamica con grandi sollevazioni popolari guidate dal ayatollah Khomeyni. Il popolo curdo aveva sperato molto in questo cambiamento, sperava di vedere legittimato le sue aspirazioni d’autonomia. Purtroppo questo non è avvenuto. Khomeini, infatti, aveva promesso ai curdi, durante il suo esilio a Parigi, autonomia e diritto di vivere in pace e libertà, invece dopo poco tempo dal suo ritorno in patria, dichiarò guerra ai curdi affermando che “uccidere un Curdo non è peccaminoso, perché erano degli infedeli, in quanto tolleranti, e soprattutto non erano fanatici”. Anche durante la presidenza di Khatami i curdi avevano sperato in una soluzione pacifica al loro problema, ma sono sempre state promesse non mantenute.

In Iran, ci dice Ciwana, ci sono sempre stati molti partiti di sinistra sia sotto lo Scià che con Khomeyni, in opposizione al governo. La posizione più colpita è sempre stata quella dei curdi. Non è possibile stimare con precisione la composizione della popolazione curda per vari motivi dovuti all’incertezza dei dati censuari, alla mobilità della popolazione e alla sua distribuzione in parte a nordovest e in parte a nordest. Si calcola quindi che circa 4/5 milioni di curdi siano residenti nelle province occidentali, 2/3 milioni invece in quelle del Nordest ed 1 milione nella provincia di Teheran. Rappresentano il terzo gruppo etnico del paese dopo i persiani e gli azeri.

I due partiti d’opposizione sono il Partito Democratico del Kurdistan d’Iran (Pdki), fondato del 1945, il più longevo partito, oggi ancora attivo e l’Organizzazione rivoluzionaria dei lavoratori del Kurdistan (Komala) d’ispirazione maoista. Con la cattura di Ocalan nel 1999, è esploso poi il nazionalismo curdo, con una grandissima manifestazione a suo favore. Molti giovani sono entrati nella guerriglia e nel 2004 nasce una nuova formazione di stampo nazionalista denominata “Partito per una vita libera in Kurdistan” (Pjak), considerato un’organizzazione terroristica da Iran, Stati Uniti e Turchia. Il Pjak rappresenta quindi l’evoluzione dello scontro dei curdi impegnati nella lotta armata contro le autorità dello stato invocando l’indipendenza e l’autodeterminazione del Kurdistan iraniano.

Con la nascita di questa organizzazione, i vecchi classici partiti perdono nel popolo potere e speranza. Il Pjak dopo essersi organizzato da solo e radicalizzato tra i civili, ha formato l’ala militare e politica. L’ala politica “Kodar” (il Congresso della Società Libera e Democratica del Kurdistan Orientale) ha sede in Europa e in Iraq ed opera in Iran in modo molto silenzioso. Alla fine del 2017 sono iniziate molte proteste da parte della popolazione in diverse città per ottenere libertà e diritti fondamentali.

Il lavoro dell’Organizzazione Kejar, continua Ciwana, è contro il sistema, con attività organizzate militari. Sono guerrieri e come tali operano in clandestinità ovunque c’è bisogno. L’Iran è il paese con il più alto numero di esecuzioni pro capite al mondo. Lo stato uccide per traffico di droga, omicidio, rapina, guerra a Dio, atei, stupro, adulterio e naturalmente per reati di natura politica e terrorismo. In realtà molte uccisioni per reati comuni nascondono omicidi di oppositori politici o appartenenti a minoranze etniche come curdi, azeri, baluci e ahwazi. Per queste persone i processi sono rapidi e severi e si risolvono con la pena di morte. L’impiccagione è il metodo più usato e si continua ad uccidere anche in pubblico.

Il partito Kamala invece ha una sua diversa strategia: aspetta un possibile intervento americano per poi accodarsi e combattere il regime. Il Pjak non è d’accordo con questa strategia, rifiuta di chiedere ad altri stati d’intervenire con le armi perché la popolazione si può organizzare in maniera collettiva per contrastare il regime ed ottenere giustizia. Il movimento Kejar, dal momento che operano fuori dal paese, sono in grado di mettere in rete il loro pensiero, le attività, la politica e la condizione della donna, senza nessun problema. Sperano anche di poter mettere in pratica anche in Iran la proposta che stanno facendo in Europea di una “Democrazia dei Popoli”, ossia di mettere insieme tutte le forze di sinistra per contrapporsi ai regimi dittatoriali.

Alla fine, Ciwana e Berivan chiedono a noi cosa possiamo fare. In Italia riusciamo ad avere rapporti con il popolo curdo della Turchia, Iraq e Siria, ma non quello dell’Iran. E’ una situazione molto delicata e complicata.

REPACK – Centro Curdo per le questioni femminili

L’Associazione delle donne Repack è stata fondata nel 2014 e si occupa di ricerca dei problemi femminili in tutte le quattro parti del Kurdistan. La base è sempre il Confederalismo Democratico. Il loro lavoro è trasversale, in quanto danno informazioni sulle necessità delle donne e, nello stesso tempo, offrono a loro stesse supporti logistici e politici, mettendo in rete tutte le donne curde e non, in tutte le quattro le parti del Kurdistan e in Europa.

Durante gli attacchi dello Stato islamico nel Kurdistan meridionale nell’estate del 2014, il loro ufficio era diventato un importante punto di riferimento per giornalisti, attivisti, delegazioni che si recavano in Kurdistan. Inoltre, nell’ambito di varie conferenze ed interviste, hanno reso pubbliche le informazioni sulla situazione delle donne yezide.

Il sistema patriarcale in Medio Oriente purtroppo non è diminuito, esiste come esiste anche nel resto del mondo, unica differenza che in Europa non è evidente, è nascosto dentro le mura domestiche. In M.O. la lotta contro questo sistema acquisisce energia e forza dalla situazione della donna nell’antichità, quando era lei al centro della società. Con il Confederalismo Democratico il ruolo della donna è visibile. Si deve partire da un lavoro collettivo. Il percorso da fare richiede molto tempo ma solo attraverso questo sistema il ruolo del maschio può perdere potere.

Le donne del Repack che incontriamo si dicono felici nel sapere che dietro di loro esiste un esercito di sole donne (YPJ, Kongra Star ecc.) Nella realtà dei fatti, la loro lotta per una rivendicazione di parità è rivolta anche all’interno della loro comunità e non solo contro una mentalità di stato. La donna può anche fare politica, ricoprire ruoli importanti, ma la vita quotidiana è un’altra cosa. In questa regione ha sempre comandato il maschio e cambiare i ruoli non è certamente facile. Da considerare poi che durante le guerre, sono le donne che subiscono di più.

Poco dopo il referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno proclamato da Barzani nel settembre 2017, l’Iran chiude le frontiere ed invia truppe al confine, la Turchia sospende i collegamenti aerei, il governo iracheno intensifica i controlli delle frontiere ed invia truppe verso Kirkuk. In questo contesto, l’esercito centrale iracheno con l’aiuto delle milizie sciite iraniane di Hashd al-Shaabi hanno attaccato e occupato diverse città a sud di Kirkuk e a Tuz Khurmatu. Le milizie iraniane entrate poi a Tuz Khurmatu hanno violentato 200 donne. Molte di queste donne sono state poi uccise o dagli stessi violentatori o dai propri familiari per la vergogna subita.

Il Repack è formato da molte persone che sono radicate in ogni settore della società. In questo modo possono fornire prima di tutto informazioni utili da poter analizzare per risolvere quei problemi per loro importanti. Insegnano a tutte le donne senza distinzione di etnie. Per le violenze domestiche a Sulaymaniyah non possono muoversi apertamente, devono intervenire praticamente di nascosto, è difficile ma cercano di non lasciarle da sole. In Turchia invece la guerra contro le donne non è apertamente visibile, viene esercitata attraverso leggi stabilite da Erdogan, come per esempio la possibilità di sposarsi a solo 12/13 anni.

La situazione della donna che vive nei villaggi è migliore rispetto a quella che vive in una grande città, perché nei piccoli centri esiste ancora un sentimento di umanità che unisce le persone. Le donne del Repack hanno contatti con le donne in Rojava e con le yezide, nessuno invece con quelle della zona di Barzani. A Kobane è stato ultimato il progetto “La Casa delle donne”, dove vengono accolte anche donne che sono state allontanate dalla propria famiglia. La Casa svolgerà la funzione di Accademia delle donne, luogo di formazione, di studio, di prevenzione e attività lavorative che possano creare reddito alle donne stesse. La cosa importante è che le donne escano di casa, che possano raggiungere una propria autonomia, conoscere i propri diritti e che imparino a rapportarsi con il maschio senza sentirsi inferiori.

Le donne curde possono essere un esempio per tutte noi, specialmente oggi in cui i nostri diritti sono sotto attacco attraverso nuove normative o tentativi di annullare e cambiare quelli in essere, ottenuti con determinazione e lotte negli anni passati. Lo strumento migliore resta comunque l’unione e la formazione culturale.

Tredici sigle sindacali hanno respinto l’invito del neo primo ministro Bedoui a partecipare agli incontri per la formazione di un nuovo governo. A intervenire nel dibattito politico è anche il capo di stato maggiore Salah che promette: “l’esercito giocherà un ruolo importante per risolvere la crisi politica che vive il Paese”

Il neo premier Bedoui

della redazione

Roma, 19 marzo 2019, Nena News – I rappresentanti di 13 sindacati algerini hanno respinto ieri l’invito del nuovo primo ministro Noureddine Bedoui a partecipare agli incontri per la formazione di un nuovo governo. Nelle intenzioni del partito di governo, il Fronte di liberazione nazionale (Fnl), le discussioni iniziate ieri hanno come obiettivo quello di formare un “governo di tecnici” che sia in grado di approvare una nuova costituzione e di stabilire una data per le elezioni.

Secondo i 13 sindacati attivi nel campo dell’educazione e salute, gli incontri sono “in contraddizione con la nostra posizione e quella del popolo algerino”. “Crediamo – si legge in una dichiarazione dell’Unione nazionale dei professionisti sanitari (Snpsp) – che le condizioni necessarie per il successo di questo dialogo non siano state raggiunte”. Il no dei sindacati all’iniziativa del premier giunge dopo l’ennesima manifestazione di protesta di venerdì ad Algeri a cui hanno partecipato centinaia di migliaia di persone che hanno chiesto le dimissioni di Bouteflika.

Lo scorso lunedì il presidente aveva annunciato di non volersi più candidare alle presidenziali del 18 aprile. Un annuncio che il regime pensava potesse bastare per placare la rabbia della piazza. Quanto di più lontano dalla realtà: i manifestanti, molto diversi tra di loro politicamente, continuano a denunciare la presenza di Bouteflika alla guida del Paese (seppur formale perché è ormai incapace di governare a causa dell’ictus che lo ha colpito nel 2013). Non solo: i dissidenti guardano con preoccupazione al fatto che la elezioni sono state rimandate a data da destinarsi.

Il presidente ieri si è provato a difendersi dalle critiche della piazza. In una lettera letta sulla televisione Ennahar, il presidente algerino ha ribadito che si dimetterà solo quando sarà convocata una conferenza nazionale che approverà una nuova carta costituzionale. Sarà questo forum, ha sottolineato, che “prenderà le decisioni finali”.

Le sue dichiarazioni giungevano alcune ore dopo quelle del capo di stato maggiore nonché vice ministro della Difesa Ahmed Gaid Salah secondo cui l’esercito giocherà un ruolo importante in questa fase e contribuirà a trovare una soluzione all’attuale impasse politica. “L’esercito resterà una fortezza per il Paese” ha detto Salah alla tv statale. “Dovremmo essere responsabili nel trovare soluzioni quanto prima. Non c’è un problema senza una soluzione”. Nena News

Il giovane italiano combattente delle Ypg ucciso dall’Isis nella battaglia di Baghouz. Il padre: «Istituzioni in silenzio». Il ricordo dei suoi compagni di lotta a Rojava. Tra una settimana, intanto, l’udienza per i cinque torinesi ex Ypg per cui Digos e Procura hanno chiesto la sorveglianza speciale

Chiara Cruciati     il Manifesto

Roma, 19 marzo 2019, Nena News – «Non ho rimpianti, sono morto facendo quello che ritenevo più giusto, difendendo i più deboli e rimanendo fedele ai miei ideali di giustizia, eguaglianza e libertà. Ricordate sempre che “ogni tempesta comincia con una singola goccia”. Cercate di essere voi quella goccia».

Sono le parole di Lorenzo Orsetti, rese pubbliche ieri dalle unità di difesa curde Ypg dopo la conferma dell’uccisione, per mano dell’Isis, del giovane italiano.

Trentatré anni, fiorentino, Lorenzo – nome di battaglia Tekoser, lottatore – è stato ucciso a Baghouz, ultima enclave territoriale dell’Isis in Siria. La battaglia finale come è stata chiamata, con migliaia di curdi, arabi, turkmeni impegnati contro centinaia di miliziani islamisti rimasti nel villaggio. Pochi ma, come si temeva, intenzionati a resistere fino alla fine. Lorenzo sarebbe morto in un’imboscata. Con lui, con Orso – così in Italia lo chiamano i compagni – sarebbe stata uccisa tutta la sua unità.

«Ci avrebbe fatto piacere un po’ di vicinanza istituzionale, politica, ma nessuno si è messo in contatto con noi – dice al manifesto il padre Alessandro – è vero che ancora il corpo non è stato ritrovato, è ancora nel campo di battaglia, ma ci sono le sue foto, quelle dei documenti. Lo abbiamo saputo dalla tv. Poi ci è stato confermato dai curdi, ci ha chiamato il suo comandante. Ci ha invitato ad andare lì per le commemorazioni, il suo desiderio era di essere seppellito in Siria».

«È un caduto di serie B, fosse stato un altro forse ci avrebbero chiamato. Ma forse era dalla parte “sbagliata” della barricata».

In Siria Orsetti era arrivato nel settembre-ottobre del 2017, ci racconta Davide Grasso, ex combattente delle Ypg: «L’ho conosciuto in Siria, erano le ultime fasi della battaglia di Raqqa. Dopo l’addestramento ha partecipato all’offensiva di Deir Ezzor. Poi a gennaio il cantone curdo di Afrin è stato invaso dai turchi e lui, con altri internazionalisti, ha insistito per andare. In battaglia si è distinto, è stato tra gli ultimi a lasciare il cantone. Lorenzo è stato tra i combattenti che ha avuto l’atteggiamento più generoso sul piano militare».

Per unirsi alle Ypg aveva lasciato il lavoro in un ristorante poco fuori Firenze, sulla spinta della vicinanza agli ideali che muovono da anni il confederalismo democratico in corso a Rojava: «Una società più giusta ed equa», diceva Orso in un’intervista rilasciata poco tempo fa a Radio Onda Rossa. Un anarchico, si definiva. A Rifredi la sua partenza per la Siria ha portato alla nascita del gruppo «Da Rifredi ad Afrin». Su Fb raccontava la battaglia di Baghouz, “rallentata” in questi giorni per la presenza di migliaia di civili: «Rallentare non vuol dire che non si combatte – continua Davide – ma più scontri di terra e meno aviazione»

A dare per primo la notizia della sua uccisione è stato lo Stato islamico: sul sito Amaq, ormai da anni «agenzia stampa» del sedicente califfato, l’Isis ha pubblicato la foto del corpo di Lorenzo (definito con spregio «crociato italiano») e dei suoi documenti. «Noi nelle Ypg non abbiamo mai toccato un prigioniero, quello che fatto l’Isis è disgustoso», ci dice un amico di Lorenzo, ex combattente anche lui. Nome di battaglia Dilsoz: «Abbiamo combattuto insieme ad Afrin, in una guerra che ci riguarda tutti, dove la Turchia ha cacciato le Sdf per sostituirle con i jihadisti. Quando si muore così, si diventa un martire: perché quello per cui si è morti, non muore».

«Lorenzo era un compagno, un proletario, uno che lavorava. Era molto semplice, non aveva bisogno di grandi discorsi politici per sapere da che parte stare – continua Dilsoz – Gli volevano tutti bene, la condivisione gli veniva naturale». Due mesi fa a morire nella lotta all’Isis era stato il 50enne Giovanni Francesco Asperti, nome di battaglia Hiwa Bosco. Due vite spese al fianco di una rivoluzione ma che in Italia il sistema politico e giudiziario reprime.

Ieri il ministro dell’interno Salvini affidava a Twitter «una preghiera per Lorenzo e disprezzo per i suoi infami assassini», “dimenticando” che la Digos (sotto il suo ministero) di Torino e la procuratrice Pedrotta tentano da mesi di restringere la libertà degli italiani che in Siria hanno fatto lo stesso. Il 25 marzo i giudici della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Torino decideranno in merito alla richiesta di sorveglianza speciale per cinque torinesi, Paolo Andolina, Jacopo Bindi, Davide Grasso, Fabrizio Maniero e Maria Edgarda Marcucci. In Sardegna identica misura è stata chiesta per Pierluigi Luisi Caria: la decisione è prevista per oggi.

L’udienza di lunedì (non essendo un processo, non ci sarà sentenza ma la notifica dell’eventuale «attivazione» della sorveglianza speciale sarà comunicata a domicilio) sarà accompagnata da un presidio di protesta come avviene da mesi. Alla base della richiesta, sta la criminalizzazione politica della lotta all’Isis: secondo la procura i cinque vanno privati della libertà in assenza di reato e di processo (una misura di epoca fascista, direttamente dal Codice Rocco) perché pericolosi per la società. Hanno imparato a sparare e hanno idee politiche che Digos e Procura ritengono un rischio per la comunità. La stessa comunità per cui si battono da anni, per il diritto allo studio, alla casa, in prima fila nel movimento No-Tav.

«La pm ha prodotto nuovi atti, tra cui il mio libro – continua Davide – E il comandante della Digos Carlo Ambra ha copiato e incollato i nostri post su Fb e il discorso letto da Jacopo alla manifestazione di Roma per Ocalan. È tutto basato sulle idee, i libri, le parole. Un contesto degenerato che minaccia chi ancora combatte a Rojava. Pochi giorni fa ho parlato con Lorenzo, ci esprimeva solidarietà. Se la sorveglianza speciale sarà applicata è una minaccia anche per chi combatte ancora giù».

«Ora, dopo la morte di Lorenzo – conclude Dilsoz – voglio vedere con che faccia il giudice potrà condannare dei compagni. Se condannano loro, condannano tutte le Ypg». Nena News

Reportage dentro al femminismo curdo. In questa seconda parte Mirca Garuti ci porta a Suleymaniya e ci fa conoscere la nuova emittente televisiva Jin Tv, una rete di donne per donne

Testo e foto di Mirca Garuti   Alkemianews

Per la prima parte del reportage si clicca qui 

Suleymaniya, 19 marzo 2019, Nena News – La nostra visita al campo di Malhmour è finita. Il viaggio continua verso Suleymaniya. Dopo aver visitato il Museo Carcere di Saddam Hussein e il coloratissimo mercato con i suoi venditori e le merci esposte nei negozi, sulle bancarelle, sui carretti o semplicemente a terra, proviamo ad entrare in alcuni campi profughi.

Non abbiamo un permesso, ma non ci perdiamo d’animo e ci dirigiamo subito al campo di Barika nella zona di Arbat, dove siamo già stati due anni fa. E’ un campo gestito da UNHCR con all’interno una struttura di Emergency con medici italiani. Purtroppo, senza permesso non ci fanno entrare! Stesso risultato per il secondo campo. Proviamo con il terzo, il più piccolo. Il militare all’ingresso ci fa passare. Scendiamo velocemente dalle auto per addentrarci tra le strade del campo e cercare qualche responsabile per avere alcune informazioni.

Iniziamo a camminare nella strada principale del campo sotto un bel sole cocente e subito siamo accolti da donne, ragazze, bambini, anziani che ci circondano felici di vederci e di farsi fotografare. Sembra che, a parte i profughi, non ci sia nessun altro. Arriviamo in fondo alla strada e troviamo una costruzione che sembra essere una specie di pronto soccorso. Riusciamo a parlare per pochi minuti con un ragazzo che ci illustra un po’ la situazione del campo. Qui si trovano circa 2.500 persone, tutte irachene scappate dal governatorato di Salah al-Din causa l’invasione da parte dell’Isis. Dovrebbero essere sotto la tutela del governo iracheno ma nessuno si occupa di loro. Il direttore del campo si trova nel campo grande di Arbat.

Prima c’era anche un medico, per un’ora al giorno, ma ora, causa la mancata firma del nuovo contratto, non viene più. In caso di una grande emergenza sanitaria, è possibile portare il malato all’ospedale del campo grande, ma dietro un compenso economico. L’improvvisato portavoce del campo chiede a nome di tutti il nostro aiuto. Hanno bisogno di tutto, la situazione è pesante, sono isolati e sono sprovvisti di ogni cosa. All’improvviso arriva la guardia che prima ci aveva fatto passare, intimandoci di lasciare subito il campo in quando sprovvisti di un permesso. Sembrava preoccupato e agitato. E così, anche se con molto dispiacere, abbiamo lasciato il campo e tutte quelle persone in attesa… di chissà quale aiuto!

La prima trasmissione di prova della nuova emittente televisiva “JIN TV” è iniziata nella Giornata internazionale della donna, l’8 marzo 2018. Ci troviamo nella loro sede a Suleymaniya e parliamo con Nurhak (in curdo significa “montagna”). Dopo le prove, le trasmissioni del nuovo canale sono iniziate il 30 giugno scorso. Una TV di donne, per le donne, con l’obiettivo di rendere visibile qualsiasi lavoro femminile, dalla casa, dai campi, uffici, strade, ovunque e di mettere in discussione il rapporto uomini e donne e tutta la società. La stampa si basa principalmente sul pensiero e sensibilità del maschio, nonostante la presenza di molte giornaliste donne, e per questo, questa rete vuole riunire tutte le donne, i problemi, le sfide, la speranza, la disperazione e il linguaggio. L’invito di Jin TV, durante il periodo di prova di trasmissione, lanciato alle donne è stato questo: “Realizza il tuo video a casa, sul posto di lavoro, per strada, ad una riunione, inviaci il video e partecipa a questo movimento televisivo, abbiamo bisogno di te. Discutiamo insieme. Facciamo programmi insieme. Avviciniamoci a quelli che sono lontani, mettiamoci insieme”.

Jin Tv

Nurhak ci dice che è necessario iniziare dalla cultura. La Mesopotamia è stata la culla della civiltà, quindi, occorre ripartire da lì per recuperare il ruolo importante avuto dalla donna. Dalle idee sono passate ai fatti. Dopo aver verificato tutte le varie possibilità per arrivare ad un buono e sicuro funzionamento della TV, hanno deciso di creare la loro sede legale in Europa, in Olanda, e non in Medio Oriente per le difficili situazioni di sicurezza. Gli studi di registrazione si trovano comunque in molte diverse città, oltre qui a Suleymaniya, come per esempio nel Rojava, Istanbul, Diyarbakir dove vengono montate le registrazioni ed inviate poi in Olanda per la diffusione. La particolarità si trova in Rojava dove è possibile fare anche delle dirette TV. Nurhak, inoltre, ci fa presente che molte donne che oggi lavorano a Jin TV hanno un’esperienza maturata nello stesso ambiente televisivo fin dal 1995 e, grazie a questa professionalità, sono riuscite a portare a termine questo progetto. Ci mostra infine un esempio di un loro video che racconta la vita di una donna casalinga di un piccolo paese intenta a macinare. Una donna inconsapevole di tutto quello che la circonda! Per intervistare una donna occorre avere il consenso del marito. Per prima cosa, quindi bisogna educare l’uomo.

Jin TV vuole mostrare la realtà delle donne e la loro reale lotta. Mostrare la donna indebolita con la possibilità di riacquistare forza e coraggio. Mostrare la donna che studia la storia invece che ascoltare la versione scritta dal potere. Lo staff della “Jin TV” è composto solo da donne, nessun uomo ne fa parte, con trasmissioni multiculturale, multidirezionale e multilingue (Sorani, kurmanci, Gorani, arabo, turco) . Contro i media internazionali che normalmente rifiutano le diversità, questa televisione è basata invece sulla pluralità. Grazie anche alla rivoluzione in Rojava, si è sviluppata una forte cultura delle donne. Loro sanno che niente succede per caso. I cambiamenti richiedono coscienza, conoscenza, decisione, volontà e pratica. La cosa più importante però è dare voce a questi movimenti, a queste lotte, per poter arrivare al popolo. La voce deve essere forte e chiara e rispettare la realtà per controbattere le falsità prodotte dal nemico che continua a dipingere le molte donne coraggiose del Kurdistan solo come terroriste. Il progetto Jin TV è stato fondato il 09/01/18, anniversario delle rivoluzionarie Sakine Cansiz, Fidan Dogan, Leyla Saylemez, assassinate a Parigi dai servizi segreti turchi nel 2013.

Nurhak continua il suo racconto elencando i tre fondamentali principi a cui si attengono: ecologia – libertà per le donne – democrazia. Inoltre, precisa che, per il fatto che il loro lavoro è solo agli inizi, sono controllate a vista, e questo impedisce loro di poter raccontare tutto quello che vogliono, come per esempio, la vita delle donne in montagna o in carcere, ma sperano di poterlo fare al più presto. Quello che temono è infatti la possibilità di essere oscurate. Le loro trasmissioni si possono seguire sui canali Youtube. Incontrare Nurhak e conoscere questa bellissima esperienza, mi ha molto stimolato. E’ un esempio di lavoro da dover copiare. Nena News

 

 

 

Il premier israeliano Netanyahu ha annunciato la costruzione di 840 nuove unità abitativa nell’insediamento illegale in Cisgiordania in risposta all’attentato di domenica in cui sono rimasti uccisi due israeliani. La Corte Suprema israeliana, intanto, autorizza il partito razzista Otzma Yehudit a partecipare alle elezioni. L’Onu accusa Israele per la “forza letale” usata durante le manifestazioni dei gazawi al confine

della redazione

Roma, 19 marzo 2019, Nena News – La risposta israeliana all’attacco compiuto domenica a Salfit (nord della Cisgiordania) da un palestinese è arrivata immediata: visitando ieri il luogo dell’attentato, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha promesso la costruzione di 840 nuove unità abitatitive nell’insediamento coloniale di Ariel. Il primo ministro ha anche detto che le forze armate israeliane sono ormai prossime ad arrestare il presunto attentatore, Omar Abu Leila, un 18enne di Zawiya: l’esercito israeliano ha avviato rastrellamenti in alcuni villaggi palestinesi della zona dove si starebbe nascondendo. Nel frattempo ha già arrestato suo padre, suo fratello e alcuni parenti.

Per Tel Aviv non ci sono dubbi: è stato Abu Leila ad aver ucciso due giorni fa il soldato Gal Keidan e il rabbino colono Achiad Ettinger e ferito un altro militare. I media israeliani hanno anche riferito che la casa della famiglia del sospetto aggressore è già stata ispezionata dai soldati israeliani e pertanto sarà a breve demolita. Non una novità: Israele demolisce sempre le abitazioni dei palestinesi ritenuti responsabili di attacchi contro israeliani. Una punizione collettiva e illegale per il diritto internazionale, ma che la forza occupante israeliana ritiene una pratica di deterrenza indispensabile per fermare gli attentati. Secondo la ong israeliana per i diritti umani B’Tselem, però, a pagare il prezzo sono anche le famiglie degli attentatori, nonostante queste siano del tutto estranee agli attacchi. “Nella gran parte dei casi – sottolinea B’Tselem – la persona che ha compiuto l’attacco non abita nemmeno più nella casa che verrà demolita. Gli effetti di deterrenza dichiarati [da Israele] non sono mai stati dimostrati”.

La visita di Netanyahu a Salfit è giunta più o meno nelle ore in cui la Corte Suprema israeliana ha confermato la presenza del partito estremista e razzista Otzama Yehudit alle prossime elezioni del 9 aprile. Se da un lato il massimo tribunale d’Israele ha respinto la candidatura del suo leader Michael Ben-Ari per via delle sue posizioni fortemente antiarabe che istigano alla violenza, dall’altro ha dato luce verde alla formazione di estrema destra di partecipare al voto. Potranno dunque candidarsi alle elezioni ormai senza più il timore di essere esclusi Itamar Ben Gvir e Baruch Marzel che, non diversamente da Ben Ari, sono noti per le loro posizioni xenefobe e soprattutto anti-palestinesi. L’ok ricevuto dalla Corte Suprema non ha però soddisfatto il partito che ha condannato l’esclusione di Ben-Ari e ha annunciato che, qualora dovesse entrare a far parte di una coalizione governativa (con Netanyahu), chiederà un ministero importanti per Marzel. La Corte Suprema ha poi anche riammesso la lista araba Balad-Raam e il candidato ebreo comunista Ofer Kassif, esclusi dieci giorni fa dalla Commissione elettorale.

Ieri, intanto, è tornata a parlare di Palestina l’Onu. Michael Lynk, l’inviato speciale delle Nazioni Unite per i Territori occupati palestinesi, ha infatti criticato “la continua espansione delle colonie” in Cisgiordania e ha sottolineato come Israele, “in un apparente atto di saccheggio”, stia impedendo a milioni di palestinesi l’accesso all’acqua potabile. Secondo Lynk ogni anno si registrano “20-25.000 nuovi coloni”. Una crescita rapida fortemente sostenuta dal governo Netanyahu, ha denunciato la ong israeliana Peace Now che da anni monitora gli insediamenti illegali di Tel Aviv nei Territori palestinesi. Sono tra i 500.000 e 600.000 i settler che abitano tra Gerusalemme est e la Cisgiordania, occupati illegalmente da Tel Aviv nel 1967.

Peggiore però resta la situazione nella Striscia di Gaza da oltre 10 anni assediata da Israele e, in misura non trascurabile, dall’Egitto di al-Sisi. Ieri l’Onu ha chiesto a Tel Aviv di vietare l’uso di una “forza letale” contro i gazawi che dallo scorso 30 marzo protestano ogni venerdì al confine con Israele. Secondo Santiago Canton, il presidente della Commissione d’Inchiesta delle Nazioni Unite, il governo israeliano “dovrebbe rivedere immediatamente le regole d’ingaggio [dei suoi cecchini] e assicurare che queste seguano gli standard accettati internazionalmente”. “Per controllare le masse – ha aggiunto – si sarebbero potuti usare proiettili di gomma piuttosto che pallottole ad alta velocità e fucili a lunga gittata equipaggiati con sofisticati strumenti ottici”. Le parole di Canton fanno il paio con i risultati pubblicati lo scorso mese da un rapporto preliminare della Commissione secondo cui le forze armate israeliane potrebbero aver compiuto nella Striscia crimini di guerra contro l’umanità durante le proteste dei palestinesi al confine.

Accusata per gli oltre 250 gazawi uccisi in un anno, Israele si è sempre difesa affermando che i suoi uomini aprono il fuoco solo per proteggersi dalle incursioni e dagli attacchi palestinesi. Di fronte alle nuove accuse mosse dall’Onu a Israele, stizzita è stata la risposta del portavoce del ministro degli esteri israeliano Emmanuel Nahson su Twitter: “E’ arrivato il momento di dire forte e chiaro che il Consiglio dei diritti dell’Onu è complice della campagna terroristica di Hamas [il movimento islamico palestinese, ndr] contro Israele”. Nena News

Reportage dentro il femminismo curdo. Nella prima parte Mirca Garuti ci porta nell’organizzazione interna, politica e culturale, del campo profughi di Makhmour nel Kurdistan iracheno

Donne nel campo di Makhmour (Foto di Mirca Garuti)

di Mirca Garuti – Alkemianews

Makhmour, 18 marzo 2019, Nena News – Storicamente la donna, in tutto il mondo, ha sempre dovuto subire differenze sostanziali nei rapporti sociali. Una discriminazione senza confini.

A parte alcuni esempi di società matriarcali, molto lontane nel tempo, il mondo si è sempre retto sul patriarcato. La forma di violenza più usata era quella del “delitto d’onore”. Un tipo di reato caratterizzato dalla motivazione soggettiva di chi lo commette per salvaguardare una forma di onore o reputazione verso alcuni ambiti relazionali come per esempio il matrimonio, i rapporti sessuali e la famiglia. Ancora oggi, in alcune legislazioni, l’onore è inteso come un valore socialmente rilevante di cui bisogna tenerne conto sia ai fini giuridici che in ambito penale.

I modi utilizzati per difendere l’onore spaziano da una violenza fisica, psicologica (privazione della libertà, istruzione, cibo e induzione al suicidio) fino ad arrivare all’omicidio. In ogni circostanza, il modello di violenza maschile resta dominante. Le guerre in genere e i genocidi contribuiscono poi ad aumentare le violenze di genere e l’uso del codice d’onore.

L’emancipazione femminile nel mondo si è sviluppata in tempi e modi diversi.

La donna curda ha iniziato un suo percorso negli anni ‘80 e ‘90 nel momento in cui le donne sono state elette in parlamento, hanno iniziato a prendere decisioni ed a organizzarsi in piccole cooperative per aiutare la famiglia, sono diventate giornaliste, scrittrici, avvocate. Tutto questo anche perché si sono sostituite ai loro compagni, mariti, fratelli, padri, messi in carcere.

Il movimento del PKK ha riconosciuto alla donna curda una doppia oppressione: prima dal colonialismo e poi di genere. Per questo Ocalan ha sempre parlato della necessità di mettere in atto una doppia liberazione della donna. La scelta quindi di seguire il movimento diventava e diventa ancor oggi, un modo per liberarsi dall’oppressione della famiglia, della società e, allo stesso tempo, avere la possibilità di accedere ad una formazione culturale. Non necessariamente questa scelta obbliga la donna a scegliere di andare in montagna a combattere, ma ci sono altri modi per aiutare il proprio popolo, come ad esempio, organizzare seminari, raccolta fondi, insegnare ad altre donne ed attività relative alla comunicazione.

Il movimento femminile curdo è riuscito anche a sviluppare strutture autonome in diversi settori e proprio per questo le donne del Kurdistan oggi sono in grado di poterci insegnare tantissime cose. Grazie alla loro determinatezza e sicurezza, sono in grado di affrontare la dura realtà di una lotta in cui possono trovare la morte. La loro lotta è la lotta di tutte noi. Obiettivo, riuscire ad ottenere una vera parità di genere e non essere più solo madri e mogli.

(Foto di Mirca Garuti)

Il campo profughi di Makhmour in Bashur, Kurdistan iracheno, si trova in pieno deserto, abitato da circa 13.000 curdi fuggiti dalla Turchia nel 1993 ed è gestito mettendo in pratica il Confederalismo Democratico. I residenti del campo cercano di sopravvivere cercando di non essere dimenticati dalla comunità internazionale intrecciando relazioni con alcune organizzazioni che si occupano di diritti civili. La speranza di poter vedere realizzati i loro sogni, nonostante tutte le difficoltà ed il senso d’abbandono, continua a vivere dentro i loro cuori.

L’Associazione verso il Kurdistan di Alessandria da cinque anni si reca nei territori del Bashur per realizzare un progetto relativo alla costruzione di un ospedale nel campo di Makhmour. Questi viaggi permettono non solo di seguire lo sviluppo di questo progetto, ma anche di conoscere sia la realtà in cui vivono i profughi curdi e sia la situazione di questo paese immerso tra lotte interne, regionali e internazionali.

Quello che tutti chiedono è …raccontare, spiegare al mondo, chi sono e cosa vogliono, proprio perché l’informazione diretta di chi ha visto e sentito, è quella che rappresenta la verità. Quasi nessuno sa che esiste un campo profughi in mezzo al deserto che si chiama Makhmour organizzato con un sistema democratico dove le donne contano, dove le donne non sono solo madri e serve e dove da vent’anni una forte resistenza ha permesso loro di continuare a vivere una vita dignitosa e piena di speranze.

Conoscere queste donne, parlare con loro, osservare i loro visi, i loro sorrisi, sentire la loro forza, mi ha riempito il cuore. Sono rimasta, insieme alle altre donne del nostro gruppo, ospite di una famiglia del campo. Ospite può essere una parola fredda, noi in realtà ci siamo sentite subito integrate all’interno di questo nucleo familiare. Vivere per cinque giorni all’interno di questo campo ci ha permesso, attraverso gli incontri con diversi comitati, di capire meglio il sistema del Confederalismo Democratico con il quale s’intende cambiare il tipo di società in cui noi tutti ci troviamo.

Il campo è diviso in 5 zone e ogni zona in 4 quartieri. E’ gestito da due Assemblee istituzionali, una Popolare e una delle Donne. Ogni comitato del campo (istruzione, sanità, ecologia, economia, giovani, gineologia ecc,) ha in queste assemblee un suo rappresentante. Ogni quartiere ha una sua assemblea con l’obbligo di riportare a quella Popolare ciò che è stato discusso e deciso. L’assemblea Popolare è convocata ogni due mesi, mentre quelle di quartiere una volta alla settimana. I problemi sono risolti normalmente nelle assemblee di quartiere, ma se si presentano complicazioni e non sono risolvibili, si passa all’Assemblea Popolare. Ogni due anni c’è il Congresso del campo per eleggere i nuovi rappresentanti delle due assemblee istituzionali.

Nella Assemblea Popolare ci sono due co-presidenti, un uomo e una donna, mentre in quella delle Donne il Presidente è uno solo.

L‘assemblea Popolare è composta da 131 membri e 31 di questi formano il comitato di controllo.

L’assemblea delle donne, nata nel 2013 è composta da 81 donne elette solo dalle donne, di cui 33 fanno parte anche di un Comitato ristretto e di queste, 9 sono co-presidenti nelle varie istituzioni, come per esempio sindaco e assemblea popolare. Ogni istituzione (scuola, sanità, economia, cultura, donne, orfani, lavoro, ecologia, gineologia) vede sempre la presenza di un uomo e di una donna e queste nove donne le rappresentano.

Le 33 donne del Comitato ristretto si occupano solo dell’Accademia delle donne. Il loro lavoro è quello di ascoltare, aiutare le donne del campo nei loro rapporti con il mondo maschile, marito, padre, fratelli ma anche con se stesse fornendo informazioni sulla salute femminile, controllo delle nascite, istruzione, educazione dei figli. Da quando è in funzione questa Accademia, si è constatato, infatti, che le donne hanno acquisito maggiore consapevolezza di se stesse proprio grazie alla possibilità di parlare con altre persone disponibili ad ascoltarle ed a cercare di risolvere i loro problemi, paure ed insicurezze. Non sono più sole.

Si sta cercando di uscire da una mentalità di società patriarcale anche se, la maggioranza della società, appartenente ad una fascia di età medio-alta, pensa ancora che la donna sia incapace, non sappia decidere, difendersi, lavorare fuori dalle mura domestiche e che abbia bisogno di un uomo per sopravvivere.

Nel campo non esiste un sistema carcerario. In caso di violenza domestica per prima cosa il Comitato a cui la donna si rivolge cercherà di capire la situazione e successivamente viene convocata un’assemblea popolare pubblica per mettere l’uomo di fronte alle sue responsabilità. L’obiettivo è quello di educare i colpevoli e per fare questo è stato istituito un Comitato degli intellettuali, degli anziani, chiamato “Barba bianca”, ossia dei saggi.

La nuova società all’interno del campo di Makhmour accetta la diversità di genere, il divorzio (in 24 anni solo 10/11 casi) e rifiuta invece il matrimonio con più mogli o con mogli adolescenti. Si sta studiando come affrontare il problema delle ragazze-madri per proteggerle dalle leggi in vigore, anche se per il momento non si è presentato nessun caso. L’Accademia serve anche per imparare a comportarsi nella società tenendo in considerazione il rispetto delle donne.

Nel campo si cerca di mettere in pratica i paradigmi di Ocalan. Ocalan è sempre stato molto sensibile riguardo alla questione della donna e dei bambini e sostiene che, per cambiare una società, la prima rivoluzione passa attraverso la cultura. Per questo, anche in montagna, tutte e tutti gli attivisti curdi trascorrono gran parte del loro tempo a leggere e studiare per approfondire e migliorare la propria cultura, per capire meglio il mondo passato e futuro. I libri in montagna sono nascosti e protetti sottoterra. In montagna la donna è libera ed impara a conoscere la propria importanza.

Nel Centro Giovani, formato da ragazzi e ragazze e organizzato da una Assemblea generale di 70 membri, le ragazze hanno un ruolo attivo, non c’è nessuna differenza tra uomo e donna, tutti possono fare tutto. Parlano, discutono praticamente tutti i giorni, con le persone che vivono dentro il campo per diffondere il concetto del Confederalismo. La rivoluzione culturale è un percorso lungo.

In questo incontro le ragazze ci chiedono cosa facciamo per il popolo curdo. Sono curiose di sapere le nostre esperienze. La loro aspettativa è crescere i figli secondo i principi rivoluzionari.

A MakhmourLe donne del campo possono far parte sia della Cooperativa ed anche dell’Accademia. Incontriamo cinque insegnanti che fanno parte della commissione scuola che coordinano cinque asili con 250 bambini iscritti. Nel settore dell’artigianato, c’è un laboratorio di sartoria con 10 donne che confezionano abiti, divise, tappeti e kefie e un laboratorio artistico dove si insegna pittura e dove sono esposte varie opere. Quest’ultimo è un centro aperto dal 2004 con cinque insegnanti che si alternano per far apprendere, sia ai ragazzi che agli adulti, l’arte di raffigurare il mondo esterno ma anche di riuscire ad esprimere i propri sentimenti, la propria anima attraverso disegni e colori.

L’occasione di un pranzo offerto da una famiglia del campo ci offre la possibilità di raccogliere una breve testimonianza della mamma della padrona di casa. Ci parla di un intenso dolore che parte da lontano ma che non ha mai fine. Hikmet, il nostro interprete, è costretto a fermarsi. Non ha più la forza di sentire quelle parole che lo portano a dover ricordare un proprio triste e doloroso passato sempre presente, impossibile da dimenticare. Entrambi nel ripercorrere a ritroso il loro vissuto si bloccano, le lacrime scendono dagli occhi stanchi. Hanno visto troppa sofferenza e dolore.

La nonna inizia subito con una domanda: “Tutto il mondo ha un proprio stato, perché noi no?”. Poi continua: “Perché siamo terroristi. Noi veniamo ammazzati. Ammazzano donne, donne incinte, bambini, ragazzi, vecchi, ma noi restiamo i terroristi. Sono 40 anni che soffriamo. 20 anni sotto tendoni di plastica e altri 20 in Turchia. Sempre in fuga da un posto all’altro per scappare da case, villaggi distrutti, bombardamenti, carcere e torture. Noi vogliamo il nostro Presidente libero, non più in prigione, non ha fatto niente. Ha solo difeso il suo popolo. La mia famiglia è stata divisa. Io sono scappata dalla Turchia nel 1992. La mia casa era stata bombardata da armi pesanti”.

Si arresta. Qui si interrompe il suo racconto. Non ci resta altro che guardarla negli occhi tristi e carezzarle il viso mentre la rabbia mi assale all’improvviso. Sto pensando alla campagna razzista nei confronti degli immigrati nel mio paese e nel mondo. Chi mai si è fermato anche solo un attimo per capire a fondo il problema? Nessuno mai cerca di comprendere veramente cosa c’è dietro ad una fuga in mare o via terra? Nessuno conosce le storie personali di queste persone. Nessuno le vuole conoscere. Non sapere è meglio, è più semplice, non fa male e non ti obbliga a prendere una posizione.

Vicino all’anfiteatro si trova la sede del Centro Culturale gestito da un Comitato dell’assemblea culturale. L’attività principale è il canto tradizionale. La storia curda è sempre stata raccontata attraverso il canto. Ogni avvenimento, anche il più cruento, veniva raccontato attraverso le canzoni. L’attività culturale è sempre stata portata avanti anche quando questo centro non c’era, non è mai stata abbandonata, perché avrebbe significato perdere la propria identità. Anche qui chi ci spiega come funziona il centro è una donna. Una donna che canta e che ci sottolinea con piacere che al Centro ci si chiama “Compagna o Compagno”, nel senso di compagno di idee, anche tra familiari.

Le origini delle canzoni provengono dal Bohtan, una regione montana turca a sud-est dell’Anatolia, dove il capitalismo non ha trovato terreno fertile, mantenendo così una tradizione della cultura curda viva e non contaminata. Oltre al canto ci sono anche altre attività come il teatro, la danza, il cinema. Il centro non ha mai utilizzato insegnanti esterni, ma sono loro stessi che insegnano. Tutte le arti sono tramandate dalle vecchie generazioni ai giovani. La forza di questo centro sono proprio i giovani con la loro “Assemblea dei bambini” dagli 8 ai 18 anni, di cui il Comitato è solo portavoce, mentre invece sono proprio i giovani che si riuniscono e decidono cosa vogliono fare. Molti bambini di questo campo sono orfani o hanno subito traumi di guerra, per questo nei loro confronti si è sviluppata una forte attenzione. Si cerca così in qualche modo di offrire un mondo diverso, ma soprattutto un mondo scelto da loro. E’ un modello unico nel suo genere in un campo profughi curdo. Un modello importante per tutto il mondo.

(continua)

Storia contemporanea di un paese attraversato da rivoluzioni e restaurazioni, mai colonia ma oggetto del desiderio dell’orientalismo occidentale: «Il bazar e la moschea. Storia dell’Iran 1890-2018» di Farian Sabahi, una rivisitazione dell’opera precedente, alla luce dell’ultimo decennio

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 18 marzo 2019, Nena News – Che una nazione come l’Iran sia descritta oggi con banalizzante e imbarazzante superficialità stupisce fino a un certo punto. In una delle serie cult di Netflix, Homeland, la Repubblica Islamica – sciita, impegnata da anni contro il jihadismo sunnita – è stretta alleata di al Qaeda e mente di un attentato terroristico stile 9/11 al quartier generale della Cia.

Quanto di più astorico possa esserci. E non è affatto infrequente che a parlare di Iran si cimentino soggetti che si limitano a dipingere un regime monolitico, senza sfumature né contraddizioni. Solo boia e velo.

È il destino di un paese che ha segnato la storia dell’umanità. Mai fisicamente assoggettato al colonialismo europeo, è stato oggetto del desiderio del bagaglio ideologico dell’orientalismo, diversamente declinato e intrinsecamente eterogeneo nell’approccio, con la Persia mero riflesso obliquo nello specchio europeo. Mai colonia, mai protettorato, l’Iran ha vissuto una storia ben differente da quella dei vicini, nazioni disegnate a tavolino e popoli depauperati di risorse e autodeterminazione politica.

Poi capita che in Iran ci si vada in vacanza, uno tra i pochi luoghi in Medio Oriente a poter essere visitato senza timore di ritrovarsi in mezzo a una guerra. E chi torna, torna estasiato. Dalla gente, dalla sua voglia di apertura, dalla tipica ironia persiana, dalla spigliatezza e la cultura dei suoi giovani, dalla bellezza.

Ottima guida alla scoperta della Repubblica Islamica è il libro di Farian Sabahi, Il bazar e la moschea. Storia dell’Iran 1890-2018 (Mondadori, pp. 336, euro 21): una rivisitazione dell’opera precedente dell’autrice rivista alla luce dell’ultimo decennio. Docente e giornalista, collaboratrice de il manifesto, Sabahi ricostruisce un secolo e mezzo intrecciando ricerca e narrazione storica all’attività di reporter.

Un libro che è insieme testo di storia e lungo reportage, combinazione necessaria quando a essere analizzati sono fatti troppo recenti per essere letti con l’occhio della Storia. Tra le pagine emergono i nomi degli iraniani che hanno segnato la vita del paese, l’hanno rivoluzionata, hanno resistito alle interferenze esterne per uscirne sconfitti o vittoriosi. Vittime e carnefici che assumono forme diverse: l’occidentalizzazione forzata di Reza Shah Pahlavi e il golpe del figlio Muhammad Reza, il movimento popolare che sostenne il socialismo di Mossadeq, la rivoluzione eterogena dell’ayatollah Khomeini che vide in piazza fianco a fianco islamisti e comunisti. Fino ad Ahmadinejad il conservatore che «parlava» con il Mahdi e Rouhani il moderato con il suo bagaglio di speranze disattese.

E ci sono coloro che da fuori hanno imposto i momenti di svolta: dagli ultimi presidenti Usa, l’Obama del disgelo e il Trump delle rinnovate sanzioni, alle potenze inglese e russa che, per decenni, si sono spartite le risorse energetiche ai tempi dello scià.

Ma a esserci è soprattutto il popolo iraniano e le sue mille facce, i bazarì e gli imam, i pasdaran e le donne, gli attivisti e le minoranze. E decine di sollevazioni: a partire proprio dal 1890, dalla rivolta del tabacco che per la prima volta vide la moschea allearsi al bazar, fino al 2018 con le piazze piene contro il carovita passando per il movimento verde del 2009, incompresa anticipazione delle primavere arabe.

Con piccoli (spesso divertenti) approfondimenti su aneddoti e personaggi solo apparentemente di secondo piano, ma più esplicativi di un saggio storico, l’autrice evita con maestria facili descrizioni banali, consegnando al lettore i fatti storici nel loro contesto spaziale e temporale. Ad uscirne è la Storia dell’Iran, paese che sa affascinare chi lo approccia con la dovuta riverenza e la necessaria capacità di giudizio.

Massacro Christchurch. Il capo dell’università islamica al Azhar del Cairo deluso per il trattamento riservato all’autore della strage di musulmani in Nuova Zelanda definito «estremista di destra» e non «terrorista». La palestinese Hanan Ashrawi: «L’ideologia esclusivista è una minaccia per tutte le fedi»

La scena del massacro ieri a Christchurch

di Michele Giorgio     il Manifesto

Gerusalemme, 16 marzo 2019, Nena News – «L’ideologia esclusivista ed estremista di ogni inclinazione disumanizza ‘l’altro’ usando malintesi e distorsioni intenzionali. È una minaccia comune che mette in pericolo le società e le comunità di tutte le fedi». Hanan Ashrawi, storica portavoce palestinese, cristiana anglicana, commenta con tono fermo il massacro nelle due moschee di Christchurch. Ashrawi sa bene quanto l’islamofobia venga usata ad arte, nel modo più strumentale e bieco, per negare i diritti del suo popolo, formato in larga maggioranza da musulmani, che pure sono sanciti dalle risoluzioni internazionali.

Ashrawi parla dopo aver appreso, da un comunicato diffuso dall’ambasciatore dell’Olp in Australia e Nuova Zelanda, che tra le vittime dell’attacco terroristico c’è almeno un palestinese. «Sfortunatamente – aggiunge – l’istigazione all’odio è stata tollerata troppo a lungo. Bigottismo e razzismo sono stati normalizzati. Non pochi personaggi politici sfruttano l’ignoranza, accendono le fiamme dell’odio e seminano il timore per una cinica convenienza politica». Invece di tollerare l’istigazione e il pregiudizio, esorta Ashrawi, «dobbiamo lavorare per promuovere la tolleranza, la dignità e l’accettazione come valori umani condivisi». Sulla stessa linea la condanna della strage da parte del presidente palestinese Mahmoud Abbas che chiede alla comunità internazionale «di mostrare tolleranza zero nei confronti dei gruppi razzisti che incitano alla violenza, all’odio razziale e alla xenofobia».

Sono state molteplici le condanne giunte dal mondo islamico e dai Paesi arabi. Su tutte svetta quella dell’università Al Azhar del Cairo, la più importante istituzione dell’Islam sunnita, per bocca di Ahmed el Tayyeb, il Grande Imam che a inizio anno è stato protagonista negli Emirati di un abbraccio con papa Francesco per sancire la fratellanza tra cristiani e musulmani e il rifiuto della violenza in nome della religione. La disamina di el Tayyeb è netta: «Il massacro di Christchurch è un chiaro indicatore delle conseguenze dei discorsi di odio e xenofobia e del diffondersi dell’islamofobia in diversi paesi europei, anche in quelli noti per la forte coesistenza tra le diverse comunità». Per questo, aggiunge, l’attacco terroristico dovrebbe costituire «un campanello d’allarme contro la tolleranza verso gruppi estremisti e razzisti». El Tayyeb chiede di criminalizzare l’islamofobia e non nasconde il disappunto per il trattamento iniziale riservato all’autore della strage di Christchurch definito da molti «estremista di destra» e non «terrorista» mentre in casi di attacchi commessi da musulmani si parla sempre di terrorismo e si prende subito di mira la religione islamica.

Dura la reazione dell’Iran, paese a maggioranza sciita, che denuncia «l’ipocrisia occidentale». A puntare il dito verso Ovest è stato il capo della diplomazia, Mohammad Javad Zarif. «L’ipocrisia occidentale che difende la demonizzazione dei musulmani con il pretesto della libertà d’espressione deve cessare. L’impunità nelle democrazie occidentali per promuovere l’ipocrisia conduce a questo», ha scritto il ministro degli esteri su Twitter. Meno severo il re giordano Abdallah che si è limitato a sottolineare la gravità «di un terribile crimine compiuto dai terroristi» e a sollecitare una maggiore unità della comunità mondiale «contro l’estremismo, l’odio e il terrorismo che non conoscono religione». Da segnalare la condanna del massacro giunta dal presidente israeliano Reuven Rivlin e dal premier Benyamin Netanyahu che hanno inviato le condoglianze ai parenti delle vittime. Nena News

La nostra consueta rubrica del sabato sull’Africa vi porterà anche in Etiopia dove continuano le analisi sull’aereo della Ethiopian Airlines caduto domenica vicino a Addis Abeba e nella Repubblica democratica del Congo dove il neo presidente ha rilasciato 700 prigionieri politici 

Foglio delle istruzioni di emergenza dell’Ethiopian Airlines ritrovato nel luogo di incidente domenica

di Federica Iezzi

Roma, 16 marzo 2019, Nena News –

Uganda

Secondo l’ultimo report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, una grave forma di peste polmonare da Yersinia pestis è scoppiata al confine tra Repubblica Democratica del Congo e Uganda.

Vigilanza e azione tempestiva dello staff sanitario sono state determinanti per l’infezione.

Il ministero della salute dell’Uganda ha riportato due casi probabili di malattia nel distretto di Zombo lo scorso 5 marzo. Circa 55 persone, tra cui 11 operatori sanitari, sono stati identificati come contatti ad alto rischio e attualmente continuano un monitoraggio clinico.

Altre tre persone sono intanto decedute per sintomi simili nella Repubblica Democratica del Congo.

La peste polmonare è endemica in Repubblica Democratica del Congo, Madagascar e Perù.

Etiopia

Mentre gli investigatori passano in rassegna i resti del Boeing 737 Max della compagnia aerea etiope Ethiopian Airlines, caduto domenica mattina a Bishoftu nella regione di Debre Zeit, nei pressi della capitale Addis Abeba, la scatola nera del mezzo arriverà in Europa per ulteriori analisi.

Le vittime del volo ET 302, in rotta verso Nairobi, includevano 35 nazionalità, molte delle quali coinvolte in attività umanitarie e diretti a una conferenza ambientale delle Nazioni Unite svoltasi nella capitale kenyana.

Intanto l’Ethiopian Airlines, per via precauzionale, ha bloccato tutti gli aerei Boeing 737 Max. Non si conoscono ancora le cause della sciagura.

Repubblica Democratica del Congo

Il neo presidente della Repubblica Democratica del Congo, Felix Tshisekedi, ha prosciolto circa 700 prigionieri politici, incarcerati dal precedente governo Kabila.

Tra questi Firmin Yangambi, condannato nel 2009 a 20 anni di carcere con l’accusa di essere una minaccia per la sicurezza nazionale. E Franck Diongo, importante figura di opposizione.

Amnesty International ha elogiato la mossa di Tshisekedi, definendola ‘primo passo cruciale verso il ripristino dei diritti umani nel Paese’.

Tshisekedi è stato dichiarato il vincitore delle elezioni dello scorso 30 dicembre, portando la Repubblica Democratica del Congo al suo primo trasferimento pacifico di potere dopo l’indipendenza dal Belgio, quasi 60 anni fa. Ha battuto il selezionatissimo candidato di Kabila, Emmanuel Ramazani Shadary, e il rivale candidato dell’opposizione Martin Fayulu.

Tshisekedi e Kabila hanno rilasciato una dichiarazione congiunta la scorsa settimana confermando la loro volontà comune di governare insieme come parte di un governo di coalizione a causa del Common Front for Congo, partito legato a Kabila, che attualmente detiene 342 dei 485 seggi nel parlamento.

Tshisekedi, leader dell’opposizione, promise nella sua campagna elettorale di rinvigorire la giustizia e combattere la corruzione nel Paese.

Guinea Bissau

Il partito al governo in Guinea Bissau ha vinto le elezioni legislative di domenica scorsa, senza una maggioranza assoluta.

Ciò significa che l’African Party for the Independence of Guinea and Cape Verde, non sarà in grado di formare un governo senza un accordo.

Secondo i risultati provvisori della National Elections Commission of Guinea Bissau, il partito al governo ha vinto 42 dei 102 seggi. La vittoria dovrà essere convalidata dalla Corte Suprema.

Altri due gruppi, il Madem G-15, formato da dissidenti della maggioranza dominante, e il Party for Social Renewal, reputato vicino alla gerarchia militare, hanno raggiunto un accordo per formare un blocco di opposizione all’Assemblea Nazionale.

Attualmente tutti gli occhi sono puntati sul leader del Democratic Party of Guinea-Bissau, Nuno Gomes Nabiam. Il candidato potrebbe svolgere un ruolo chiave con i suoi cinque legislatori che potrebbero dar vita ad una maggioranza assoluta. Nena News

Intervista alla giornalista di Radio Rai Azzurra Meringolo, esperta di Medio oriente e delle rivolte arabe, sulle manifestazioni popolari in corso in Algeria e la situazione in Egitto dove si aggrava la repressione del regime di Abdel Fattah el Sisi nei confronti di qualsiasi espressione di dissenso ed opposizione. All’Egitto la giornalista ha dedicato il suo ultimo libro “Fuga dall’Egitto, Inchiesta sulla diaspora del dopo-golpe” (Infinito edizioni) in tutte le librerie dal mese scorso

ASCOLTA L’INTERVISTA

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Azzurra Meringolo ha vissuto in Egitto prima e dopo la rivoluzione del 2011, durante il suo dottorato di ricerca. Da lì ha scritto “I ragazzi di piazza Tahrir” (premio di scrittura Indro Montanelli), al quale ha dedicato il suo blog. Ha vinto il premio giornalistico Ivan Bonfanti (2012), il premio Maria Grazia Cutuli (2013) e il Franco Cuomo International Award (2014). Nel 2016 ha pubblicato “Il sogno antiamericano”. Ha trascorso gli ultimi dieci anni tra Medio Oriente, Stati Uniti e Italia, lavorando come ricercatrice all’interno dell’area Mediterraneo e Medio Oriente dell’Istituto Affari Internazionali. È docente a contratto all’Università Roma Tre e al Master in Economia e Istituzioni dei Paesi Islamici della Luiss. È membro del comitato scientifico di WIIS Italy, di cui è fondatrice. Fa parte del German Marshall Fund Alumni Leadership Council. Su Twitter potete seguirla come @ragazzitahrir

 

Parla la parlamentare del Fplp Khalida Jarrar, rilasciata pochi giorni fa dopo 20 mesi di detenzione in un carcere israeliano. “La sinistra palestinese deve tornare ad essere sinistra nella società e le nostre donne devono battersi anche per conquistare i loro diritti”

Khalida Jarrar (foto di Michele Giorgio)

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Ramallah (Cisgiordania), 15 marzo 2019, Nena News – Ad aprirci la porta di casa, in una zona centrale di Ramallah, è Ghassan, marito della parlamentare Khalida Jarrar liberata pochi giorni fa dopo venti mesi di carcere senza processo in Israele. Jarrar è una dei leader in Cisgiordania del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, il Fplp, di orientamento marxista e principale formazione della sinistra palestinese. «Khalida avrebbe bisogno di riposo ma tanti vogliono incontrarla, intervistarla, ascoltarla e così abbiamo la casa sempre piena», ci dice facendoci strada fino al salotto. Pochi istanti dopo ci raggiunge la parlamentare, visibilmente provata.

Quasi due anni in prigione senza processo. Come si esce da una esperienza del genere.

(Annuisce) Male…Il carcere è duro. Ed è ancora più duro quando ti mettono in una cella senza rivolgerti un’accusa. Sapere che sei lì soltanto per le tue idee, per il tuo impegno a favore delle aspirazioni del tuo popolo ti rende tutto più amaro. L’amarezza aumenta quando pensi che la detenzione amministrativa (così è conosciuta nell’ordinamento militare israeliano, ndr), che ho pagato di persona come altre migliaia di palestinesi dall’inizio dell’occupazione (israeliana), è una violazione palese delle leggi internazionali. Sono forte e mi sto riprendendo un poco alla volta, tuttavia lo stress fisico e mentale è stato notevole. Senza contare il dispiacere che ho provato, al momento del rilascio, sapendo che altre 48 donne palestinesi, detenute per motivi politici, sarebbero rimaste in carcere mentre io riacquistavo la libertà e riabbracciavo la famiglia e i compagni di lotta.

Secondo i comandi militari israeliani lei svolgerebbe attività sovversive per conto del suo partito il Fplp, che descrivono come una “organizzazione terroristica”.

È l’accusa abituale che gli israeliani rivolgono a ogni palestinese che rifiuta l’occupazione. Il mio arresto è avvenuto solo per motivi politici, per fermare il mio impegno di dirigente di un partito rappresentato nel Consiglio legislativo palestinese. Lottare per la libertà quando si è oppressi è legittimo. Ricordo la notte dell’arresto. Sono stata ammanettata dai soldati che avevano fatto irruzione a casa mia intorno alle 2. Con una jeep che mi hanno portato ad Ofer (prigione ad ovest di Ramallah, ndr). Dopo ore di attesa sono stata trasferita alla prigione di Hasharon dove sono arrivata in tarda serata. Il giorno dopo mi hanno portato, e solo per pochi minuti, davanti a un giudice militare che non mi ha spiegato nulla. Il mio avvocato ha chiesto le ragioni del mio arresto, i presunti reati di cui venivo accusata. Nulla, nessuna risposta. Hanno solo fatto riferimento all’esistenza di un file segreto su di me che l’avvocato non ha mai potuto leggerlo. E per quel presunto file e senza mai ricevere accuse formali sono rimasta in prigione per quasi due anni.

In prigione è stata protagonista di una protesta, assieme alle altre detenute.

Sono state tante le proteste, credo che si sia saputo in particolare di quella per il rispetto della nostra privacy. In un carcere israeliano si viene monitorati da telecamere piazzate un po’ ovunque. Persino durante l’ora d’aria, il momento più atteso da chiunque sia costretto a vivere quasi tutto il tempo in una cella. Abbiamo chiesto di spegnerle perché quell’obiettivo acceso sulle nostre persone ci limitava, specialmente nell’attività sportiva quando ci si scopre, si usano indumenti leggeri. Alcune detenute palestinesi sono donne religiose, gelose della loro privacy. Per 63 giorni ci siamo rifiutate di uscire dalle celle. Per punizione siamo state trasferite alla prigione di Damon, dove le condizioni sono più dure. Anche lì siamo state punite in diverse occasioni perché non abbiamo rispettato ordini che non avevano logica e contenevano abusi. Per un mese non abbiamo potuto ricevere le visite delle famiglie. E ci parlavano sempre in ebraico, lingua che molte di noi non conoscevano.

La sua presenza in prigione ha contribuito al dibattito politico tra le detenute palestinesi?

Le palestinesi incarcerate per motivi politici discutono di tanti temi. Certo i fatti quotidiani, fuori dal carcere, nei Territori occupati, gli arresti, la demolizione delle case (palestinesi), le uccisioni di dimostranti, la situazione di Gaza e altre questioni politiche occupano buona parte delle discussioni. Ma le mie compagne parlano anche dei loro diritti di donne nella società palestinese.

Le palestinesi hanno ottenuto leggi e tutele importanti nei territori controllati dall’Anp. La strada da fare però è ancora molto lunga.

Accanto all’impegno contro l’occupazione israeliana, dobbiamo lottare per la nostra liberazione. Troppe leggi e troppi condizionamenti sociali e politici bloccano la strada che stiamo percorrendo. C’è un punto in particolare che gran parte delle forze politiche palestinesi non vogliono toccare: il diritto di famiglia che qui chiamiamo le “leggi della famiglia”. Queste leggi toccano diritti fondamentali delle donne, come la potestà genitoriale, il divorzio e tante altre cose. I partiti esitano a toccare questa materia perché sanno che le loro decisioni potrebbero essere contestate e rifiutate da una parte della società e dalle istituzioni religiose, temono di perdere consenso. E così resta ferma l’attuazione (da parte dell’Anp) di provvedimenti che pure stati approvati da tempo (dal governo). Mi riferisco, ad esempio, al diritto delle donne di ottenere senza restrizioni il passaporto o di poter aprire un conto corrente per i figli senza attendere l’approvazione del marito. L’elenco è lungo e chiedo al presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) di firmare al più presto i decreti attuativi per questi provvedimenti rimasti fermi. Basta con i compromessi politici, sociali e religiosi che limitano o negano diritti alle donne.

Parliamo della sinistra palestinese. Alla fine dello scorso anno il Fplp e altre forze progressiste hanno dato vita all’Alleanza democratica (Ad), una coalizione che si pone in alternativa ai due partiti maggiori, Fatah e Hamas, divisi da uno scontro che va avanti da 12 anni. Da allora ben si è saputo poco di Ad.

Dal carcere ho potuto seguire solo in parte il dibattito tra il Fplp e il resto della sinistra. Posso dire che le discussioni sul programma di Alleanza democratica vanno avanti e mi sento ottimista sul ruolo che questa coalizione potrà avere. Allo stesso tempo non credo che Ad debba limitarsi a trovare il compromesso giusto per mettere fine, come vogliono i palestinesi, al conflitto tra Fatah e Hamas. Così come non basta la lotta all’occupazione israeliana. La sinistra palestinese deve tornare a parlare come sinistra, deve battersi per la giustizia sociale evitando il più possibile mediazioni con i programmi di altre forze politiche lontane da essa. Ai giovani non possiamo più portare decisioni confezionate ai vertici dei partiti da leader spesso molto anziani. Piuttosto dobbiamo coinvolgerli nell’analisi del capitalismo e degli effetti devastanti del liberismo e nella lotta al consumismo che è il risultato anche di modelli proposti dal sistema dominante. La strada per la rinascita è solo questa, essere di sinistra.

Sono stati oltre 100 gli obiettivi colpiti, afferma il portavoce militare israeliano. Non ci sono stati morti ma si registrano alcuni civili feriti.  Hamas, Jihad e Comitati di resistenza popolare negano di aver lanciato i due razzi Fajr, di fabbricazione iraniana, che ieri sono caduti nei pressi di Tel Aviv senza fare danni. Tensione molto alta. Oggi nuovo venerdì di proteste contro il blocco israeliano.  INTERVISTA A PATRIZIA CECCONI, PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE OLTRE IL MARE, A GAZA IN QUESTI GIORNI PER LA REALIZZAZIONE DI UN PROGETTO DI COOPERAZIONE.

ASCOLTA L’INTERVISTA

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Sul modello Gerusalemme “capitale israeliana”, gli Stati uniti fanno lo stesso con il territorio siriano occupato illegalmente nel 1967: proposta di legge per riconoscerlo come proprietà dello Stato ebraico. Il governo siriano avverte: reagiremo

di Stefano Mauro

Roma, 14 marzo 2019, Nena News – “Gli Stati Uniti giocano con il fuoco nel tentativo di far riconoscere la sovranità di Israele nelle Alture del Golan”, ha titolato mercoledì nel suo editoriale il quotidiano online Rai Al Youm.

L’articolo si riferisce alla recente visita del senatore americano Lindsey Graham, vicino al gruppo di potere del presidente Trump, in Israele. In visita nel Golan, accompagnato dal premier Netanyahu e dall’ambasciatore americano in Israele David Friedman, Graham ha promesso al primo ministro israeliano di fare del suo meglio per far adottare un progetto di legge relativo a “un riconoscimento della sovranità israeliana sulle Alture del Golan” occupato.

Come riportato dal quotidiano The Times of Israel, la scorsa settimana i senatori repubblicani Ted Cruz e Tom Cotton, insieme al rappresentante del partito democratico Mike Gallagher, hanno inviato un progetto di legge al senato relativo al Golan. I firmatari di questo progetto di legge hanno indicato che “è giunto il momento di riconoscere la realtà politica sul campo e di abbandonare le aspettative relative ad un accordo di pace tra Israele e Siria” con un progetto di legge destinato a riconoscere ufficialmente “la sovranità israeliana nelle Alture del Golan”.

Una scelta unilaterale da parte di Washington, come avvenuto per il riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele,  in totale violazione alle risoluzioni dell’Onu. La posizione delle Nazioni Unite, rispetto allo status giuridico delle Alture del Golan, resta invariata: “Sono un territorio occupato illegalmente da Israele”.  Già lo scorso anno il Consiglio di Sicurezza aveva espresso forte preoccupazione in merito alle dichiarazioni del premier Netanyahu e alla volontà di Tel Aviv di considerare quel territorio di sua appartenenza. Il Cds aveva, inoltre, ribadito che “in base alla Risoluzione 497, del 1981, la decisione da parte israeliana di imporre le sue leggi e la sua amministrazione nei territori del Golan siriano occupato è totalmente illegittima, senza nessun fondamento o riconoscimento internazionale”.

Sempre secondo The Times of Israel, Netanyahu “utilizza le sue buone relazioni interpersonali con Washington in chiave elettorale”-  riguardo alle prossime elezioni di aprile in Israele – “presentando una possibile legittimazione sul Golan  come un successo personale, in contrapposizione all’incapacità dei suoi avversari politici”.

Abdel Bari Atwan, direttore di Rai al Youm, ha scritto nel suo editoriale: “Dopo che Netanyahu non è riuscito a creare una zona tampone di sicurezza nel sud della Siria  con l’utilizzo dei gruppi jihadisti contrapposti al governo di Damasco (come documentato dagli stessi osservatori Onu e denunciato dal Segretario Generale Guterres, ndr), adesso si rivolge a Washington nella speranza di ottenere un risultato importante, soprattutto in chiave elettorale”.

Sul versante siriano, il ministero degli affari esteri siriano ha denunciato ufficialmente la promessa fatta da Graham qualificandola come “l’ennesimo esempio dell’arroganza dell’amministrazione Trump” e mettendo in guardia Kristin Lund, responsabile dell’Untso (organismo Onu che monitora la tregua sul Golan) “riguardo ad una possibile escalation nell’area”.

Molto più diretto il vice ministro degli esteri siriano, Feysal Meqdad, che ha avvertito il governo di Tel Aviv.  “Se Israele non si ritirerà dal Golan occupato – ha affermato Meqdad – Damasco non esiterà a ricorrere alla forza per liberare parte del territorio siriano”. Proprio in questi giorni il governo siriano ha riattivato la sua principale base militare a Quneitra  ed ha messo in stato di allerta i suoi sistemi di difesa antiaerea, per poter rispondere ad un eventuale attacco dell’esercito israeliano. Nena News

Le opposizioni riescono a unirsi e chiedono insieme il ritorno alle urne. Ieri in piazza gli insegnanti, prevista per domani una nuova mobilitazione di massa

Proteste in Algeria contro il mandato esteso di Bouteflika

di Chiara Cruciati

Roma, 14 marzo 2019, Nena News – Altro che calma, le piazze algerine non hanno intenzione di svuotarsi. La mobilitazione, inattesa quanto spontanea, di tutto il paese non si accontenta dei giochini di potere del clan del presidente. Dopo quella che era sembrata una mezza vittoria – la promessa di Bouteflika di non ricandidarsi alle presidenziali – gli algerini si sono svegliati con la netta sensazione di essere stati truffati: nessuna candidatura ma nemmeno elezioni.

E così nelle strade i cartelli con il 5 sbarrato, in riferimento al quinto mandato di Bouteflika, si sono trasformati in un 4+ sbarrato: no a un’estensione illegittima del quarto mandato. E no al rinvio delle elezioni previste per il 18 aprile. A chiederlo sono le opposizioni partitiche, ancora in subbuglio e non del tutto capaci di mettersi a capo delle manifestazioni, ma soprattutto i manifestanti che ancora ieri erano in piazza, con gli insegnanti in prima fila.

Lo saranno anche domani, venerdì, per una nuova grande protesta nazionale. I preparativi sono in corso nelle città principali per un corteo che superi i numeri enormi, mai così alti da decenni, raggiunti il 22 febbraio e l’8 marzo, con milioni di persone mobilitate in tutto il paese, centinaia di migliaia solo ad Algeri.

Ieri a incontrarsi nella sede del partito islamista El Adala sono stati i principali partiti di opposizione, socialisti, islamisti, liberali, ma anche ex membri del governo usciti in questi giorni dalla compagine esecutiva, per rigettare “l’estensione del quarto mandato del presidente uscente”: “In questo momento storico, decisivo, le opposizioni algerine stanno dalla parte del popolo”, hanno detto le varie formazioni, unite, per fare poi appello a un prosieguo della mobilitazione.

“Il presidente non ha il potere di guidare il periodo di transizione”, scrivono in un comunicato i partiti di opposizione che chiedono ai deputati “saggi e onesti di ritirarsi dal parlamento”. A rispondere è il vice premier algerino Ramtane Lamamra che ieri ha parlato di dialogo come dovere e priorità: Bouteflika, rinviano le elezioni ha ascoltato la voce del popolo,  ha detto Lamamra in un’intervista radio ma non ha indicato la data del voto in caso di rinvio. Ha però dato qualche pennellata per colorare il progetto di creazione di una Conferenza nazionale che guidi il paese verso una riforma costituzionale e verso le elezioni: sarà formata, ha detto, dalle diverse componenti della società algerina.

Chi le sceglierà? Questo non è dato sapere, ma di certo il clan del presidente, un entourage economico e politico che ha allungato i propri tentacoli su tutto il paese e sulle sue ricchezze non intende sgretolarsi né scomparire. Le stesse concessioni del regime – la rinuncia a un quinto mandato – sembrano dirette a placare gli animi con qualche regalia pur di porre fine a una mobilitazione che porta con sé un potenziale molto più “distruttivo” del sistema attuale: la sua completa rimozione.

La speranza era che tale concessioni potessero bastare, ma così non è stato: il rinvio del voto è incostituzionale, ripetono giuristi, avvocati, esperti, senza base giuridica. Il quotidiano El Khabar si spinge oltre: “Dal 28 aprile il presidente Abdel Aziz Bouteflika diventerà un dittatore”, ha scritto in un titolo il giornale.

In tale contesto, spiazzati quanto i partiti sono i paesi occidentali, silenti sulla questione come lo furono nei primi momenti delle primavere arabe. Parla, poco e in modo vago, il presidente francese Macron che si dice vicino agli algerini e alla stabilità. Un potpourri che dimostra, ancora una volta, la necessità dell’ex potenza coloniale di mantenere le distanze dal figlioccio Bouteflika come dalle piazze, in attesa di sapere cosa accadrà e saltare sul carro giusto. Nena News

Loujain al Hathloul, Aziza al Yousef, Eman al Nafjan e Hatoon al Fassi assieme ad altre attiviste ieri sono state portate davanti ai giudici per rispondere dell’accusa di aver messo in pericolo la stabilità del regno

L’attivista saudita Loujain-al-Hathloul

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Roma, 14 marzo 2019, Nena News – A quasi un anno dall’arresto, avvenuto lo scorso maggio, Loujain al Hathloul, Aziza al Yousef, Eman al Nafjan e Hatoon al Fassi assieme ad altre note attiviste della lotta per i diritti delle donne saudite, ieri sono state portate davanti alla Corte penale di Riyadh. Di cosa siano precisamente accusate non è del tutto noto poiché l’udienza si è svolta a porte chiuse.

Al momento degli arresti, pochi giorni prima della fine del divieto di guida alle donne annunciato dal principe, sedicente “innovatore”, Mohammed bin Salman, la procura aveva parlato di sabotaggio della sicurezza e della stabilità del regno e di attività svolte in collaborazione con non meglio precisate forze estere. Poi è scattato il linciaggio dei media che avevano accusato le donne, e alcuni uomini arrestati nella stessa retata, di essere agenti di ambasciate straniere.

Le attiviste rischiano grosso perché il processo non si svolge di fronte ad una corte penale ordinaria bensì davanti ad una specializzata, creata per occuparsi di casi di “terrorismo”, ossia di giudicare gli oppositori politici. Già in prigione le donne hanno vissuto giorni difficili. Sono rimaste per settimane in isolamento e hanno subito abusi e maltrattamenti, denunciano i centri per i diritti umani.

In particolare Loujain al Hathloul che da anni si batte per la fine del sistema di tutori maschi per le donne nel regno. In manette al Hathloul era già finita più volte. Nel 2014 per 73 giorni fu fermata e detenuta mentre tentava di entrare nel paese dagli Emirati al volante di un’automobile. Nel 2015 la rivista Arabian Business la indicò come la terza donna saudita più nota ed influente in ragione del suo attivismo.

Il processo, spiega qualcuno, è un regalo che Mohammed bin Salman fa all’ala più conservatrice del regime saudita per avere il via libera alla (presunta) modernizzazione del paese che ha o avrebbe in mente. Altri lo interpretano come una minaccia rivolta ad attivisti e oppositori.

D’altronde parla molto chiaro il brutale assassinio, lo scorso ottobre a Istanbul, del giornalista dissidente Jamal Khashoggi, compiuto da agenti sauditi inviati in Turchia, lo dicono tutti gli indizi, proprio dal principe ereditario. La scorsa settimana, al Consiglio dell’Onu per i diritti umani, 36 Paesi, tra cui tutti quelli europei, hanno chiesto a Riyadh di rilasciare le attiviste e gli altri prigionieri politici. Senza successo.

L’inchiesta di Al Jazeera sui retroscena della vendita, nella Gerusalemme Est occupata, di case palestinesi a coloni israeliani. Il ruolo degli intermediari

Un colono israeliano colpisce la porta di una casa palestinese a Gerusalemme (Foto: Faiz Abu Rmeleh – Anadolu Agency)

Al Jazeera

(Traduzione di Elena Bellini)

Roma, 14 marzo 2019, Nena News – Nella continua lotta di rivendicazione della propria terra, l’Autorità Palestinese ha sempre considerato Gerusalemme Est occupata come la futura capitale dello Stato palestinese, ma la situazione di fatto sta rapidamente cambiando, dal momento che sempre più case palestinesi passano in mani israeliane.

Anche se sta succedendo da decenni, secondo i palestinesi di Gerusalemme Est, oggi ci sono nuovi agenti in campo: intermediatori palestinesi che agiscono come prestanome nella compravendita e che, a quanto pare, hanno alle spalle organizzazioni di coloni e, in alcuni casi, soggetti privati nei Paesi arabi.

Ottenere il permesso di costruire una casa a Gerusalemme è praticamente impossibile. Il terreno edificabile è poco e le autorità israeliane di solito respingono le richieste palestinesi per le licenze edili. I palestinesi sono spesso costretti a costruire le proprie case “abusivamente”, senza permesso.

Quando costruiscono, “la municipalità di Gerusalemme inizia a emettere ordini di demolizione e condanna a pesanti sanzioni pecuniarie, fino a centinaia di migliaia di dollari, persone già economicamente tartassate”, spiega Khaled Zabarqa, avvocato di Gerusalemme che lavora con famiglie le cui case sono state acquistate da coloni.

Sotto pressione dal punto di vista finanziario, molte famiglie decidono di vendere la propria casa, così cercano acquirenti che siano palestinesi credibili, in modo da non vendere a coloni.

Entrano in scena, a questo punto, alcuni compratori palestinesi che hanno abbastanza denaro per pagare le case in contanti, a volte a prezzi ben superiori a quelli di mercato, e i cui profili risultano accettabili sia ai venditori che alle autorità palestinesi, che garantiscono per la loro affidabilità.

Questi “investitori” palestinesi, poi, cedono la proprietà immobiliare, situata a Gerusalemme Est e appena acquisita, a società off shore approvate dalle organizzazioni di coloni, che in seguito trasferiranno la proprietà a un’organizzazione di coloni.

Nel 2014, nel quartiere storicamente palestinese di Silwan, due intermediatori palestinesi sono stati coinvolti nella compravendita di un certo numero di case che sono poi finite a coloni israeliani: Shams al-Din al-Qawasmi e Fareed Hajj Yahya.

Al-Qawasmi disse ai venditori che stava comprando le loro case per conto di enti benefici degli Emirati Arabi, e, per quel che si sapeva, Hajj Yahya lavorava per un ente benefico degli Emirati.

“Quando le persone acconsentono a vendere… non hanno altra possibilità… non riescono più a far fronte ai propri debiti. Se un’organizzazione degli Emirati si offre di comprare la casa, loro la vedono come una possibilità per uscire dalla situazione disastrosa in cui si trovano” spiega l’avvocato Zabarqa.

Mohamed Baydoun, un proprietario di Silwan, ha sentito che Al-Qawasmi aveva comprato una casa, nel vicinato, al triplo del suo valore, segno che l’acquisto in realtà era per i coloni, e l’ha affrontato.

“All’inizio negava. Poi ha ammesso che aveva comprato la casa per gli Emirati”, racconta Baydoun a Al Jazeera. “Gli ho chiesto: ‘E cosa vorrebbero farci, gli Emirati Arabi Uniti?’ Mi disse che volevano quella casa per costruire un asilo, o un ospedale, o qualcosa del genere. Gli ho detto: ‘Quella casa andrà ai coloni, Shams.’” E così fu.

Così come una delle proprietà di Baydoun, venduta da suo figlio a Hajj Yahya, l’altro intermediatore palestinese dietro le operazioni del 2014. I due avrebbero acquistato e trasferito circa 25 proprietà di Silwan a coloni israeliani.

“Vogliono che i palestinesi siano coinvolti nella compravendita di immobili… Così, se un giorno ci sarà qualcuno da rimproverare per la perdita di Gerusalemme, questi saranno i palestinesi, non il Golfo o altri Stati arabi,” sostiene il professor Abdulsattar Qassim dell’Università di An-Najah.

Un assurdo protagonista palestinese 

Fadi el-Salameen è un imprenditore palestinese che ha cercato di comprare casa a Gerusalemme Est: voleva comprare un immobile per evitare che andasse ai coloni e ha cercato di ottenere un finanziamento per l’acquisto da soggetti privati negli Emirati Arabi.

I suoi progetti sono stati presto mandati all’aria da un altro attore, inaspettato e più vicino a casa che non gli Emirati: l’Autorità Palestinese.

Questa ha rifiutato a el-Salameen il nulla osta per la compravendita e ha congelato il conto corrente della sua società per “fondi sospetti”.

Secondo il procuratore generale palestinese Ahmad Barak, il conto corrente di el-Salameen aveva ricevuto fondi esclusivamente da una società di proprietà di Mohammed Dahlan, grande avversario politico del presidente palestinese Mahmoud Abbas.

Dahlan vive dal 2011 negli Emirati Arabi Uniti, dove è consulente speciale del principe ereditario Mohammed bin Zayed.

Anche Kamal al-Khatib, vicepresidente del Movimento Islamico in Israele, è convinto che ci sia dell’altro in questa storia del finanziamento dagli Emirati. “Ci sono imprenditori degli Emirati dietro questo affare, e… senza dubbio c’è lo zampino di certi palestinesi, che li aiutano a concludere questi affari”, dice.

Secondo Qassim, “la maggior parte degli intermediatori sono palestinesi, e quelli che prendono bustarelle da questi intermediatori sono palestinesi influenti all’interno dell’Autorità Palestinese”.

L’Autorità Palestinese non ha nessun potere reale a Gerusalemme, ma in Cisgiordania, dove governa, mantiene un Ministero per gli Affari di Gerusalemme e un Governatorato di Gerusalemme.

Negli ultimi anni, i proprietari di case di Gerusalemme hanno iniziato a rivolgersi al Governatorato per avere il nulla osta dei servizi segreti sui potenziali acquirenti, nella speranza di tenere le proprie case lontane dai coloni.

“Il governatorato fornisce il nome del potenziale acquirente ai servizi segreti. Questi fanno le dovute verifiche… dopo le quali diamo in nulla osta, un’approvazione condizionata,” ha dichiarato Adnan al-Husayni, ex governatore di Gerusalemme e attuale Ministro per gli Affari di Gerusalemme dell’Autorità Palestinese.

Al-Qawasmi e Hajj Yahya avevano ottenuto il nulla osta.

Al Jazeera ha provato a contattare Al-Qawasmi ma non ha avuto risposta. Hajj Yahya ha negato le accuse e ha dichiarato di avere le prove di non aver venduto a coloni. Tuttavia, non si è presentato per l’intervista con Al Jazeera.

Anche Khaled al-Attari, un noto imprenditore palestinese che lavora tra Ramallah e Gerusalemme, ha ottenuto il nulla osta dell’Autorità Palestinese per comprare la stessa casa di Gerusalemme Est, casa Joudeh. 

La vendita di casa Joudeh

Adeeb Joudeh, palestinese musulmano custode della chiave della Basilica del Santo Sepolcro, ha raccontato ad Al Jazeera di aver cercato di assicurarsi che la casa che stava vendendo fosse destinata a un compratore attendibile.

“Ho parlato con il governatore dell’epoca, Adnan al-Husayni, e lui me ne aveva parlato bene. Ho parlato con un certo numero di palestinesi, e tutti loro hanno parlato bene di Khaled al-Attari. Sfortunatamente, si sbagliavano.” dice Joudeh.

Quando si diffuse la notizia che la proprietà di casa Joudeh era stata trasferita ai coloni, i suoi vicini se la presero con lui.

Al-Attari negò addirittura di essere il proprietario, dicendo ad Al Jazeera che il contratto era stato predisposto ma che questo non significava che la compravendita fosse andata a buon fine.

Tuttavia, alcuni documenti del catasto israeliano ottenuti da Al Jazeera attestano il passaggio di proprietà dalla famiglia Joudeh a Al-Attari il 23 aprile e successivamente, lo stesso giorno, alla Dahlo Holdings, società offshore; al-Attari era il firmatario per conto della Daho.

Venne convocato un comitato comunale di mediazione per mettere Joudeh e al-Attari uno di fronte all’altro e arrivare al nocciolo della questione, e al-Attari negò di aver venduto la casa a coloni. Poco dopo, smise di rispondere alle chiamate di Al Jazeera.

A quanto pare, Al-Attari deve avere alleati altolocati che lo aiutano. Adnan al-Hosaynu, ex governatore di Gerusalemme dell’Autorità Palestinese, ha avallato il contratto tra al-Attari e Joudeh. Inoltre, secondo Haaretz, al-Attari è vicino a Majed Faraj, capo dell’intelligence dell’Autorità Palestinese.

Alla richiesta di un commento, il portavoce dell’ufficio del Capo della Sicurezza dell’Autorità Palestinese non ha risposto.

Nessuna responsabilità 

Dato che l’Autorità Palestinese non ha alcuna giurisdizione su Gerusalemme, trovare un responsabile per queste compravendite è complicato. Da un lato, il nulla osta dell’Autorità Palestinese sui compratori incoraggia i proprietari a vendere, ma poi quelle stesse vendite non sono supervisionate dalle strutture dell’Autorità Palestinese.

“Non abbiamo nessuno a cui rivolgerci… Chiunque può vendere… Non esiste un’autorità responsabile a cui possiamo rivolgerci per farci aiutare. Io ho un sacco di carte e documenti, ma a chi le porto?” racconta Kamal Qweider, un residente della Città Vecchia che gestisce una pagina Facebook molto seguita in cui vengono monitorati gli acquisti.

L’Autorità Palestinese ha annunciato un’inchiesta su quanto è avvenuto con la vendita di casa Joudeh, ma gli esiti di precedenti inchieste non sono mai stati resi noti, il che aumenta la frustrazione dei gerosolimitani già furibondi per il fatto che a questi intermediatori fossero stati dati i nulla osta dell’intelligence.

Nel frattempo, i coloni continuano a trasferirsi nei quartieri palestinesi in tutta la città, e la loro presenza è diventata una realtà che complica ogni prospettiva di negoziato su Gerusalemme Est occupata, quella che dovrebbe essere la capitale di un futuro Stato palestinese.

Più di venti le vittime, non è chiaro però chi sia stato il responsabile del massacro. I membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, intanto, chiedono di implementare la tregua ad Hodeidah. Il Senato americano dovrebbe votare oggi una risoluzione che chiede la fine del sostegno di Washington alla campagna militare saudita in Yemen

Combattenti houthi nella città di Hodeidah © Reuters / Abduljabbar Zeyad

della redazione

Roma, 13 marzo 2019, Nena News – L’ennesima strage in Yemen: più di 20 persone – per lo più donne e bambini – sono state uccise nel distretto di Kushar, nella provincia di Hajjah (nord ovest dello Yemen). Chi sia stato a compiere la carneficina non è ancora chiaro. Secondo quanto ha riferito lunedì la rete televisiva al-Masira vicina ai ribelli houthi, a causare il massacro sarebbero stati i raid della coalizione saudita. No, dice invece al-Arabiya di proprietà saudita: sono stati gli houthi ad aver ucciso diversi membri della tribù Hajour che hanno cominciato una rivolta contro il gruppo sciita.

Da parte sua, l’Onu si è limitata a dire che a morire sono stati 12 bambini e 12 donne e che 30 sono state le persone rimaste ferite. “Condanniamo le morti e i feriti in modo inequivocabile” ha detto in una nota Lise Grande, la coordinatrice umanitaria delle Nazioni Unite per lo Yemen. “E’ scandaloso che degli innocenti continuino a morire senza motivo in un conflitto che dovrebbe e può essere risolto. Stiamo facendo tutto quello che possiamo per raggiungere le persone che necessitano di aiuto nell’Hajjah così come nel resto del Paese”.

I combattimenti nel distretto di Kushar tra gli Hajour e gli houthi durano ormai da settimane. Secondo i ribelli sciiti, alcuni elementi della tribù avrebbero fatto scorta di armi fornite dall’Arabia Saudita e iniziato a combattere, violando così una tregua che durava da 6 anni e che ha sempre visto gli Hajour neutrali nel conflitto.Di diverso avviso è la tribù che denuncia i ripetuti colpi di artiglieria degli houthi. Il tentativo della formazione sciita, spiegano gli Hajour, è quello di prendere il controllo dell’area montagnosa che forma una “fortezza naturale”.

Secondo la ong International Crisis Group, “se gli houthi vincono [nell’area], dimostreranno il loro dominio nel nord ovest del Paese e consolideranno così il territorio in previsione di qualunque intesa politica futura”. Secondo l’organizzazione, la coalizione saudita, che 4 anni fa ha iniziato la sua durissima offensiva contro i ribelli sciiti, spera che nel distretto di Kushar si verifichi una vera e propria insurrezione tribale contro gli houthi. La situazione pare ormai essere diventata incandescente: secondo fonti locali, infatti, domenica i ribelli avrebbero ucciso decine di miliziani avversari, tra cui il leader della tribù Shaykh al-Za’akari. E ieri sono ritornate le bombe saudite.

Gli scontri nell’area stanno provocando una gravissima emergenza umanitaria: le famiglie sono intrappolate nelle case, senza cibo e acqua a sufficienza. Alcune di loro sono riuscite a scappare nei giorni scorsi, ma altre restano bloccate nei combattimenti. La coordinatrice dell’Onu Grande teme che “migliaia di civili sono intrappolate senza i servizi di base per sopravvivere”.

La situazione resta preoccupante in Yemen, soprattutto ad Hodeidah. Ieri i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu (Cina, Francia, Russia, Gran Bretagna e Usa) hanno chiesto alla coalizione saudita e agli houthi di implementare “senza ulteriori ritardi” il cessate il fuoco raggiunto a dicembre nell’importante e strategica città portuale yemenita. L’intesa prevedeva la fine degli scontri, il ritiro dei combattenti, lo scambio di prigionieri e l’apertura di corridoi umanitari per aiutare i 14 milioni di yemeniti a rischio carestia. In una nota, i cinque paesi hanno detto di essere “estremamente preoccupati” per la situazione in città, centro fondamentale per l’arrivo di aiuti umanitari. “Esortiamo entrambe le parti – hanno poi aggiunto in un comunicato – a garantire che la missione di monitoraggio dell’Onu possa operare in sicurezza e senza alcuna interferenza”.

Oggi, intanto, il Senato americano dovrebbe votare una risoluzione che chiede la fine del sostegno di Washington alla campagna militare saudita in Yemen. Annunciando ieri il voto, il senatore progressista Bernie Sanders ha definito la guerra in corso nel poverissimo stato arabo “un disastro strategico e umanitario”. Sanders, che poche settimane fa ha dichiarato di volersi candidare come presidente nelle file dei democratici, è stato firmatario di questa risoluzione insieme al senatore repubblica Mike Lee.

Il voto che avrà luogo oggi sarà il secondo in 4 mesi al Senato. Lo scorso dicembre la misura passò con 56 voti a favore e 41 contrari. Influì allora non solo il conflitto in Yemen, ma anche l’uccisione del giornalista saudita Jamal Khashoggi nel Consolato dell’Arabia saudita in Turchia. Per diventare effettiva, la risoluzione deve essere approvata dal nuovo Senato (formatosi a gennaio) così come dalla Camera dei Rappresentanti e dovrebbe ottenere abbastanza voti dal superare l’atteso veto del presidente Trump che ha più volte ribadito l’importanza dell’alleanza strategica con Riyadh. Nena News

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Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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