Nena news

Agenzia Stampa Vicino Oriente
Subscribe to feed Nena news

Nella rubrica del sabato sul continente africano andiamo in Sahara Occidentale, vero teatro del conflitto diplomatico tra Algeri e Rabat, e in Mali dove l’Ecowas prende misure contro la mancata organizzazione delle elezioni. E infine in Sierra Leone dopo la strage seguita all’esplosione di un’autocisterna

Sierra Leone (Foto: Croce Rossa)

di Federica Iezzi

Roma, 13 novembre 2021, Nena News

Sierra Leone

Un’autocisterna è esplosa in seguito a uno scontro a Wellington, sobborgo est della capitale Freetown, uccidendo almeno più di un centinaio di persone e ferendone decine di altre. Enorme afflusso al Connaught Hospital, nel centro di Freetown, dove è stato portato il maggior numero di feriti.

Non si conosce ancora l’entità del danno secondo Brima Bureh Sesay, capo della National Disaster Management Agency. Proprio oggi è prevista una riunione per la risposta alle emergenze, presieduta dal vicepresidente del Paese.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità sta lavorando per inviare esperti di assistenza ai pazienti ustionati e più di 6 tonnellate di forniture mediche di emergenza per supportare le vittime.

WHO is mobilizing specialized supplies to support #SierraLeone in response to the deadly explosion in Freetown. We are working to deploy burn-patient care experts. We will provide more support as needed at this terrible time for the people of Sierra Leone.

— World Health Organization (WHO) (@WHO) November 6, 2021

***

Mali

L’Economic Community of West African States (ECOWAS) ha imposto pesanti sanzioni contro i leader di transizione del Mali, in seguito alla notizia della mancata organizzazione di elezioni presidenziali e legislative il prossimo febbraio.

Il governo militare ad interim del Mali, che ha preso il potere dopo il colpo di stato dello scorso agosto, rovesciando Ibrahim Boubacar Keita, aveva promesso alla ECOWAS di supervisionare una transizione di 18 mesi verso la democrazia.

Le sanzioni includono divieti di viaggio e congelamento dei beni materiali verso tutti i membri dell’autorità di transizione. L’ECOWAS, subito dopo il colpo di stato, aveva imposto al Mali la chiusura delle frontiere, revocando la decisione meno di due mesi dopo, in seguito alla notizia della transizione.

Il mese scorso, il Paese ha espulso l’inviato speciale dell’ECOWAS a Bamako, accusandolo di azioni incompatibili con il suo status. Ampie zone del Paese, che conta 19 milioni di abitanti, si trovano al di fuori del controllo del governo a causa di una rivolta armata emersa nel nord nel 2012, poi estesa al centro del Paese e verso gli Stati confinanti, Burkina Faso e Niger.

***

Marocco

Tra le crescenti tensioni con la vicina Algeria, il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita dichiara di non voler rinunciare ai propri diritti legittimi sul territorio conteso. Bourita ha affermato che il Marocco è attualmente impegnato a trovare una soluzione definitiva a uno dei conflitti più duraturi dell’Africa settentrionale.

Negli ultimi mesi sono esplose nuove tensioni tra Marocco e Algeria, per l’ex colonia spagnola che Rabat vede come proprio territorio sovrano. Il terreno conteso è il Sahara occidentale, stretto tra l’Atlantico e il deserto.

Continuano gli scontri tra il Fronte Polisario, movimento di liberazione nazionale del Sahara Occidentale, che da oltre 40 anni guida la resistenza con l’appoggio dell’Algeria, e l’esercito marocchino.

L’anno scorso, l’amministrazione statunitense di Trump ha riconosciuto come legittime le pretese del Marocco sul territorio conteso, rompendo anni di consenso internazionale e sminuendo le ostilità storiche con la proposta di un referendum supervisionato dalle Nazioni Unite.

Il Marocco controlla l’80% del territorio in gran parte desertico, che ha riserve minerarie e accesso a ricche attività di pesca nell’Atlantico, e fornisce una rotta commerciale strategica che collega il Marocco con i mercati dell’Africa occidentale. L’Algeria, lo scorso agosto ha interrotto le relazioni diplomatiche con il Marocco, dopo numerose azioni ostili.

L’operatrice umanitaria Juana Ruiz è stata ritenuta colpevole di aver collaborato con una organizzazione palestinese illegale in quanto considerata di natura terroristica dallo stato di Israele. La condanna sarà comunicata il 17 novembre. Esultano i ministri israeliani Lapid e Gantz

La cooperante Juana Ruiz (Foto: Laura Fernández Palomo / EFE)

di Marco Santopadre

Roma, 12 novembre 2021, Nena News – Mercoledì scorso il tribunale militare di Ofer, in Cisgiordania, ha condannato la cooperante spagnola Juana Ruiz Sánchez. La operatrice umanitaria 63enne, in carcere da ormai sette mesi, è stata ritenuta colpevole di aver collaborato con una organizzazione palestinese illegale in quanto considerata di natura terroristica dallo stato di Israele. La sentenza è il frutto di un accordo siglato con la difesa dell’imputata, che ha accettato di firmare una ammissione di colpevolezza in cambio dell’eliminazione di alcuni dei capi di accusa più gravi. L’entità della condanna verrà comunicata probabilmente il prossimo 17 novembre. La procura militare ha chiesto 13 mesi di reclusione.

La cooperante dell’Ong sanitaria palestinese Comitati di Lavoro per la Salute – con la quale lavora dal 1993 – è stata arrestata all’alba del 13 aprile scorso. Quel giorno, all’alba, una ventina di militari israeliani fecero irruzione nella sua abitazione a Betlemme, nella quale vive insieme al resto della sua famiglia da più di trent’anni. In quanto residente in una zona palestinese sotto occupazione israeliana è stata processata da una corte militare. Inizialmente è stata reclusa in un carcere di massima sicurezza di Tel Aviv in condizione di isolamento totale, e poi è stata trasferita in un vecchio penitenziario nella zona di Haifa. A luglio le forze occupanti hanno arrestato anche Shatha Odeh, la direttrice esecutiva dei Comitati di Lavoro per la Salute, insieme ad altri dieci operatori dell’Ong.

La cooperante ha accettato di dichiararsi colpevole di due dei cinque capi di accusa, i meno gravi – collaborazione con organizzazione illegale e traffico di valuta – in cambio di una condanna relativamente lieve e di una multa di 14 mila euro. «Ho sempre pensato di lavorare per una organizzazione legale» ha affermandosi Juana Ruiz davanti alla corte dichiarandosi innocente, ammanettata e con le catene ai piedi. Durante la sua dichiarazione, la donna ha anche lamentato di non aver potuto incontrare il suo difensore prima dell’udienza e di non aver potuto quindi conoscere i dettagli dell’accordo raggiunto tra questi e la procura.

La firma da parte della cooperante della dichiarazione di colpevolezza è stata immediatamente rilanciata in un comunicato da due ministri israeliani, il titolare degli Esteri Yair Lapid e quello della Difesa Benny Gantz, dando rilievo al fatto che l’operatrice sanitaria aveva raccolto fondi per una organizzazione legata al Fronte Popolare di Liberazione della Palestina (Fplp). Israele accusa la principale organizzazione della sinistra palestinese di aver creato negli anni una fitta rete di “organizzazioni della società civile”, come i Comitati di Lavoro per la Salute e altre sei ong palestinesi, per finanziare la propria attività tramite i finanziamenti ottenuti da privati, da istituzioni e dalla cooperazione internazionale.

L’avvocato difensore di Juana Ruiz, Avigdor Feldman (in passato legale di Mordechai Vanunu, il tecnico che svelò al mondo le caratteristiche del programma nucleare israeliano) ha respinto ogni legame tra la sua cliente e il Fplp denunciando una strumentalizzazione politica dell’accordo siglato con la procura militare.

Anche l’ong israeliana B’Tselem ha accusato i ministri Lapid e Gantz di manipolare l’accordo raggiunto tra difesa e procura “per criminalizzare le organizzazioni della società civile palestinese”. “Non hanno apportato nessuna prova e ora pretendono di utilizzare questo caso per chiudere e ridurre al silenzio queste associazioni” ha scritto l’organizzazione pacifista. Nena News

Quarta puntata della rubrica audio a cura di Laila Sit Aboha sui giovani e le giovani palestinesi in Italia. Oggi incontriamo Jasmine, classe 1997, nata e cresciuta a Venezia e originaria del villaggio di Yabad, vicino Jenin. Con lei abbiamo discusso dei processi di resistenza culturale

della redazione

Roma, 11 novembre 2021, Nena News – In questa puntata della rubrica audio Cronache in diaspora, abbiamo incontrato Jasmine Barri, classe 1997. Originaria di Jenin, del piccolo villaggio di Yabad, nata e cresciuta a Venezia, si occupa di ricerca artistica nell’ambito del tatreez, il ricamo tradizionale palestinese e di processi di resistenza culturale.

La sua immagine, il gelsomino. Questa la canzone che ha scelto: “Rita and the rifle”, di Marcel Khalife, da una poesia di Mahmoud Darwish.

.

http://nena-news.it/wp-content/uploads/2021/11/JASMINE-BARRI.mp3
.
.

Un anno difficile per l’agricoltura egiziana a causa di un inverno troppo caldo: poco prodotto, prezzi alti. Il governo non assiste gli agricoltori, che mancano di mezzi e informazioni per fronteggiare la crisi climatica. E la situazione è destinata a peggiorare. Un’inchiesta di Mada Masr

Mercato della frutta al Cairo (Foto: Filip Maljković/Creative Commons)

di Nada Arafat – Mada Masr

(Traduzione di Valentina Timpani)

Roma, 10 novembre 2021, Nena News – Ogni anno, nel mese di luglio, folle di persone si riuniscono nelle coltivazioni di mango a Ismailia per cogliere questo delizioso frutto estivo durante la sua relativamente breve stagione di raccolta. Ma quest’anno, come conseguenza degli andamenti climatici irregolari a marzo e aprile, la solita raccolta abbondante di mango è stata gravemente colpita e i produttori sono stati testimoni di un brusco crollo nel raccolto. Circa 300.000 coltivazioni hanno subito un calo del 80 per cento nel livello di produzione, che ha portato a una carenza della fornitura nel mercato e a un corrispondente incremento del 40 per cento del prezzo del mango.

Gli effetti di queste oscillazioni climatiche avrebbero potuto essere mitigati dagli agricoltori, eppure secondo gli esperti intervistati da Mada Masr, il ministro dell’agricoltura non è riuscito ad avere un ruolo nel sensibilizzare i coltivatori e nel fornire servizi di orientamento legati all’agricoltura.

***

Il mango è estremamente sensibile ai cambiamenti di temperatura. Perché avvenga la germinazione, la temperatura ideale dovrebbe essere tra i 10 gradi di notte e i 28 gradi Celsius di giorno, secondo gli specialisti agricoli. In Egitto, questo tipo di clima si ha di solito a febbraio. Gli alberi di mango fioriscono poi e i fiori si trasformano in frutti che impiegano 40 giorni a crescere e a essere pronti per la raccolta, secondo Karam Suleiman, un ingegnere agricolo. Quest’anno, tuttavia, secondo i coltivatori di mango di Ismailia intervistati da Mada Masr, l’inizio della stagione agricola invernale ha subito un’improvvisa ondata di caldo seguita da un’altra alla fine di marzo. Sia a marzo che ad aprile la temperatura è scesa fino a 5 gradi Celsius di notte ed è salita fino a 25 di giorno. A causa di queste oscillazioni climatiche irregolari, i fiori di mango che diventano frutti sono caduti prima di maturare.

La raccolta media di mango per un feddan (circa 1,03 acri) va dalle 6 alle 8 tonnellate. Quest’anno, invece, il raccolto per feddan è stato di circa 1 o 2 tonnellate, secondo diverse fonti. Un proprietario terriero di Al-Tal al-Kebir sulla Ismailia Desert Road, che ha parlato a Mada Masr in forma anonima, ha raccontato che la sua coltivazione aveva prodotto circa 35 tonnellate di manghi lo scorso anno, mentre quest’anno la raccolta non ha superato le quattro tonnellate. Ha aggiunto che molti agricoltori nell’area circostante, che è famosa per la coltivazione del mango, hanno subito gli stessi forti cali nella produzione.

La raccolta limitata e il conseguente aumento di costo ha anche spinto i fornitori di manghi surgelati a moltiplicare gli acquisti dalle coltivazioni per capitalizzare e venderli l’anno prossimo a un costo ancora maggiore, secondo Ali Saqr, un ingegnere agricolo di un’azienda di esportazione di frutta, insieme a un gruppo di altri proprietari terrieri intervistati da Mada Masr. il mango può essere surgelato fino a due anni.

Khaled Eweis, che compra manghi e li immagazzina in congelatori in affitto per poi venderli surgelati a produttori di dolci e di succhi di frutta, ha spiegato a Mada Masr che i produttori di succhi di frutta usano di solito la varietà Zebdia, mentre i produttori di dolci usano il mango Keitt. Si prevede che il secondo tipo avrà un prezzo di 25 lire egiziane quest’anno dopo essere stato venduto per 12 lire nello stesso periodo l’anno scorso. Nell’alto Egitto, il mango Keitt viene venduto a 18 lire questa stagione, mentre l’anno scorso non costava più di 10 lire, secondo Mamdouh al-Ansary, proprietario di una coltivazione di frutta a Luxor.

L’anno scorso, Eweis ha comprato i manghi Zebdia a 10-12 lire al chilo, poi li ha rivenduti a 16 lire dopo averli congelati. Quest’anno, i prezzi dei Zebdia vanno dalle 17 alle 21 lire al chilo, ed Eweis prevede che il prezzo dopo averli surgelati arriverà fino a 25.

***

Non è la prima volta che la produzione di mango viene colpita duramente a causa degli andamenti climatici irregolari. Una crisi simile nella raccolta del mango avvenne nel 2018 e altri raccolti, come olive, patate, grano, riso e cotone, sono stati colpiti negativamente negli ultimi anni, secondo Mohamed Fahem, capo del Centro di Informazioni sul Cambiamento Climatico del governo. E i cambiamenti indotti dagli esseri umani ai modelli climatici globali come conseguenza del cambiamento climatico fanno pensare a sfide ancora più ardue per i raccolti del futuro.

Le ondate di caldo mortali, gli incendi, gli uragani e altri eventi climatici estremi che hanno dominato i titoli negli ultimi anni non faranno che essere più frequenti nei decenni a venire, secondo un rapporto sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite pubblicato ad agosto. Nel sesto rapporto di valutazione, l’Intergovernmental Panel on Climate Change dell’Onu ha definito i cambiamenti indotti dagli umani ai sistemi climatici globali “senza precedenti”. Mentre il rapporto chiede che venga ridotta drasticamente l’emissione globale dei gas serra, molti degli effetti dei cambiamenti climatici sono già assicurati nei decenni che verranno.

Tra le aree più vulnerabili per il cambiamento climatico c’è l’agricoltura. Un rapporto del 2018 dal titolo “Agricoltura sostenibile e cambiamenti climatici in Egitto” ha rivelato che il cambiamento climatico può avere effetti drastici sull’agricoltura a causa di cambiamenti di temperature, piogge, livelli di CO2 e radiazioni solari. Nel frattempo, un rapporto dell’Unione Europea del 2020 ha inoltre rivelato che il cambiamento climatico porrà una minaccia alla produzione globale di cibo nel medio/lungo termine a causa di mutamenti previsti nella temperatura, nelle precipitazioni, nel vento, nell’umidità relativa e nelle radiazioni globali quotidiane.

Secondo diversi studi, il cambiamento climatico riduce gradualmente la durata della primavera, dell’autunno e dell’inverno, che a sua volta influenza le coltivazioni di queste stagioni. In particolare in Egitto, la mappa delle coltivazioni del paese probabilmente cambierà a causa di una stagione estiva prolungata, secondo uno studio dell’ex ministro dell’agricoltura Ayman Abou Hadid, pubblicato nel 2010 quando era a capo del Centro per gli Studi sull’Agricoltura. Lo studio ha previsto che la coltivazione dei cereali si sposterà gradualmente a nord rispetto all’Alto Egitto a causa di temperature invernali più alte, sebbene non abbia indicato un arco temporale previsto.

Il cambiamento climatico genera anche un aumento dei livelli di salinità del suolo a causa dell’innalzamento del livello dei mari, che a sua volta rende il suolo adatto solo a raccolti che riescono a sopportare una salinità alta ma che richiedono comunque un’irrigazione intensa per mitigare i livelli di salinità. Allo stesso tempo, l’Egitto sta affrontando una minaccia legata alla sicurezza idrica a causa dei cambiamenti negli andamenti delle piogge e della siccità così come dei potenziali effetti della Diga del Grande Rinascimento Etiope.

Secondo Fahim, l’aumento di ondate di caldo e freddo che l’Egitto ha vissuto ha portato all’emergere di nuove varietà mutate di parassiti e malattie fungine resistenti ai prodotti chimici. Per esempio, nel 2018, si sono diffusi afidi e mosche bianche a causa di una stagione invernale accorciata, e l’accumulo di questi parassiti ha portato a perdite enormi nei raccolti di patate e cotone. Allo stesso tempo, le palme sono state danneggiate a causa della comparsa dei punteruoli rossi.

***

Le gravi perdite nei raccolti di mango del 2021 erano difficili da evitare, ma esiste un modo per contrastarle? Karam Suleiman, un ingegnere agricolo, crede che metodi migliori di agricoltura, irrigazione e fertilizzazione, insieme a una consapevolezza crescente tra i coltivatori riguardo i pericoli del cambiamento climatico e su come monitorare gli andamenti meteorologici potrebbero riuscire ad attenuare questi risultati. Tuttavia, l’Egitto sembra essere incapace al momento di fornire agli agricoltori reti di sicurezza sufficienti a permettergli di fronteggiare gli effetti del cambiamento climatico.

Un esempio di ciò è visibile nel tentativo fallito di rinsaldare le dinamiche che avvertono i coltivatori delle potenziali difficoltà nelle stagioni agricole in arrivo. A giugno, un rapporto del Centro per gli Studi Agricoli ha segnalato un calo fino al 85 per cento nella produttività dei raccolti a Ismailia, dove il mango viene principalmente coltivato così come in Sharqiya, Suez e Beheira, a causa del cambiamento climatico. Eppure, questo rapporto è arrivato solo a circa 13 coltivatori e proprietari di raccolti di mango, secondo le fonti legate all’agricoltura intervistate da Mada Masr.

Ahmed Asal, un coltivatore di mango a Qantara, a Ismailia, ha raccontato a Mada Masr che non c’è stata assistenza di nessun tipo da parte delle autorità nell’aiutare i coltivatori a comprendere il cambiamento climatico e su come reagire a esso. “Nessuno ci ha detto cosa fare e non abbiamo mai ricevuto alcun compenso per le nostre perdite”, ha riferito Asal. L’assistenza agricola è un servizio offerto dal Ministero dell’Agricoltura per sensibilizzare ed educare i coltivatori riguardo tutti gli aspetti della coltivazione. Il servizio viene di solito fornito attraverso degli ingegneri agricoli che si trovano nelle cooperative che esistono in ogni città e paese.

Fahim, capo del Centro di Informazione sul Cambiamento Climatico, lavora per avere un ruolo simile tramite la sua pagina Facebook e, a volte, su vari quotidiani e canali televisivi, sensibilizzando su temi come le oscillazioni climatiche e i loro effetti sull’agricoltura. Tuttavia, i suoi approfondimenti non hanno un pubblico abbastanza vasto, in particolare in un momento in cui l’assistenza agricola sta diminuendo nonostante l’apertura, sotto gli auspici del Ministero dell’Agricoltura, del Centro di Assistenza Agricola a Qantara, all’inizio di quest’anno.

“L’assistenza agricola sta facendo un buon lavoro ultimamente, ma solo nei media, non sul posto – ha riferito Alaa Khairy*, un ingegnere del Laboratorio Centrale sul Cambiamento Climatico – Se lavorassero davvero sul posto, i coltivatori non avrebbero perso così tanto”. Quello che esacerba la crisi è che coloro che sono più danneggiati sono i piccoli agricoltori – quelli che hanno tra i 10 e 20 feddan di terra – che non possono permettersi di prendere misure precauzionali preventive per attenuare gli andamenti climatici irregolari né di assumere esperti che possano aiutarli a prendere decisioni migliori su come gestire improvvise oscillazioni climatiche. Questi agricoltori non possono nemmeno permettersi di fornire coperture ai loro frutti durante le stagioni calde, che è un modo per prevenire i danni, abbastanza costosi, al raccolto.

Si prevede che la crisi di quest’anno si ripeterà negli anni a venire a causa delle rapide conseguenze e degli effetti del cambiamento climatico sulla sicurezza mondiale del cibo. Oltre al mango, si prevede che gli effetti del cambiamento climatico riguarderanno raccolti molto più importanti, come quello del grano, con dei rapporti che mostrano perdite mondiali causate dal caldo e dalla siccità, un decorso particolarmente preoccupante per l’Egitto – il più grande importatore di grano al mondo. “Nel periodo che verrà, gli ingegneri agricoli dovranno diventare anche ingegneri del cambiamento climatico”, ha affermato Suleiman.

* Pseudonimo

Al-Kadhimi illeso, lo spettro politico condanna: superata una linea rossa. Alta tensione nel paese dopo le elezioni e il flop elettorale della lista miliziana Fatah. E il capo delle unità iraniane al-Quds vola subito a Baghdad

Il premier iracheno al-Kadhimi

di Chiara Cruciati  il Manifesto

Roma, 9 novembre 2021, Nena News – Ieri a Baghdad è arrivato Esmaeil Qaani, capo delle al-Quds, le unità d’élite delle Guardie rivoluzionarie iraniane. Un po’ a sorpresa, sebbene sia uno di casa in Iraq. Il successore del generale Soleimani (ucciso da un drone americano il 3 gennaio 2020) ha incontrato il presidente iracheno Barham Salih e il primo ministro Mustafa al-Kadhimi, a poco più di 24 ore dal suo tentato omicidio.

Vertice non annunciato ma inevitabile dopo l’attacco compiuto nella notte tra sabato e domenica contro la residenza del premier. In piena Zona Verde, tra i luoghi più sorvegliati della capitale, l’edificio è stato oggetto del lancio di tre missili via drone, due intercettati e uno piovuto sul tetto. Sei guardie sono rimaste ferite. Al-Kadhimi è apparso poco dopo in un video con un polso fasciato, ma ha negato di essere stato ferito. Sarebbe stato altrove al momento dell’attacco.

Vertice inevitabile perché i sospetti sono i soliti: le milizie sciite filo-iraniane, galassia composita che si è espansa a velocità impressionante negli anni di guerra allo Stato islamico, con il nome di Unità di Mobilitazione popolare (Pmu). Il ruolo avuto nella battaglia a Daesh ha fatto da testa d’ariete per il riconoscimento politico: si sono fatte partito (la federazione Fatah), alcuni dei suoi leader sono tra i più potenti e temibili del paese.

Ieri Kadhimi ha detto di conoscere l’identità dei responsabili, ma non l’ha resa nota. In cima alla lista ci sono le Kataib Hezbollah, legatissime a Teheran: il loro leader storico Abu Mahdi al-Muhandis viaggiava in auto con Soleimani il 3 gennaio 2020, è stato ucciso con lui.

I loro volti tappezzano le strade delle città irachene, quelle di Baghdad e della Zona Verde, sede delle istituzioni irachene che così ribadiscono la vicinanza alla Repubblica islamica. Le Kataib Hezbollah, per bocca del leader Abu Ali al-Askari, negano un coinvolgimento e optano per il «complotto»: una mossa dello stesso Kadhimi per attirarsi un po’ di simpatie, «fare la parte della vittima». Sospettate anche le Asaib Ahl al-Haq: sabato, poche ore prima, il loro comandante Qais al-Khazali aveva minacciato «di punire» il premier.

E Qaani allora è volato a Baghdad: ha detto che ogni attentato alla stabilità dell’Iraq va evitato e che Teheran è pronta a sostenere l’alleato nell’inchiesta sull’accaduto. Ha però anche lanciato la sua stoccata: Baghdad ascolti le proteste che in queste settimane attraversano la capitale contro i risultati elettorali.

Lì starebbe una delle chiavi di lettura. Il 10 ottobre scorso l’Iraq è andato alle urne (affluenza bassissima, appena il 41% dopo la campagna di boicottaggio politico del movimento popolare di piazza Tahrir) e ha fatto vincere il leader sciita Moqtada al-Sadr, rivale della galassia delle milizie di cui chiede da tempo l’integrazione nell’esercito regolare e apripista ai rapporti con i Saud. Fatah ha perso, portando a casa 14 seggi, un terzo di quelli delle elezioni del 2018.

I sostenitori delle varie milizie hanno protestato, avviato presidi (non troppo partecipati), fino a venerdì scorso: prima il tentativo di 300 persone di entrare nella Zona Verde, poi gli scontri con le forze di sicurezza. Bilancio finale di 120 feriti e un ucciso, un comandante delle Asaib Ahl al-Haq (da cui le minacce di al-Khazali).

Kadhimi non doveva morire, ma ricevere un messaggio dopo aver ordinato, nei mesi scorsi, alcuni arresti eccellenti tra le fila delle Pmu, per lo più legati a omicidi di attivisti nel sud sciita. Ma l’attacco è letto da più parti come chiaro segno di nervosismo. E dunque di debolezza.

Di certo tutti lo considerano un atto controproducente: da domenica si susseguono le condanne dell’intero spettro politico iracheno, anche di leader delle stesse Pmu e di figure vicine a Fatah (come l’ex premier al-Maliki, che nelle settimane scorse ha ospitato a casa sua i leader miliziani per decidere «il da farsi» dopo la vittoria di al-Sadr). È stata superata una linea rossa, dicono tutti. Un confronto politico-militare che alza la tensione e dimentica i reali problemi della popolazione, crisi economica e povertà crescente. Nena News

Il 4 novembre 2016 il co-leader del Partito democratico dei popoli veniva arrestato. Una misura parte della più generale campagna governativa contro l’Hdp. Il politico resta nelle mire di Erdogan e della magistratura, mentre un’apertura “inattesa” arriva dai rivali politici kemalisti

Un’immagine di Demirtas in prigione

di Dario Nincheri

Roma, 8 novembre 2021, Nena News – Il 4 novembre di cinque anni fa, a seguito di un’operazione di repressione voluta dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, dopo il fallito colpo di stato del luglio dello stesso anno, Selahattin Demirtaş – copresidente e figura carismatica del partito pro-curdo di sinistra Hdp – fu arrestato con l’accusa di sostenere il Pkk ed elogiare il suo fondatore Abdullah Öcalan.

Il partito curdo dei lavoratori (Pkk), storicamente in lotta contro il governo turco per ottenere l’autonomia del proprio popolo, è considerato un’organizzazione terroristica dalla Turchia, dagli Stati Uniti e dall’Ue. Oggi Demirtaş è detenuto in una prigione di massima sicurezza vicino al confine turco-bulgaro e rischia una condanna fino a 142 anni di carcere come conseguenza di molteplici imputazioni legate al terrorismo. Il politico curdo nega con forza tutto quanto l’impianto accusatorio, sostenendo che il suo partito ha sempre caldeggiato una soluzione pacifica al decennale conflitto curdo-turco.

Nonostante nel dicembre 2020 la Corte europea dei diritti dell’uomo abbia ordinato alla Turchia di liberarlo, perché considera la sua una detenzione politica, il principale politico curdo del paese resta tuttora in carcere. Erdoğan, dal canto suo, continua a riferirsi al suo maggiore oppositore come a un “terrorista” che “indossa la maschera di un politico” e continua a respingere gli appelli per la sua scarcerazione che provengono anche dall’interno del suo stesso partito.

L’attrito con il leader dell’Akp si è esacerbato da quando, nel 2015 Demirtaş ha portato l’Hdp a uno storico risultato elettorale che lo ha reso il primo gruppo curdo a entrare nel parlamento turco. Il suo successo contribuì in larga parte alla perdita della maggioranza parlamentare che il partito di Erdoğan deteneva sin dalla sua salita al potere nel 2002.

L’Hdp è abituato a doversi confrontare con un clima politico avvelenato, sin dalla sua fondazione: subisce una pesante campagna denigratoria, portata avanti dal governo con l’aiuto dei media filogovernativi e sostenuta da parte della magistratura. Nato come espressione del movimento politico curdo il partito si è spostato negli ultimi anni su posizioni di impronta libertaria, diventando rappresentativo non soltanto del proprio popolo, ma di molte minoranze e movimenti di sinistra turchi.

Gli attacchi del governo non sono rivolti soltanto a Demirtaş, molti dei membri del movimento sono ciclicamente accusati di essere la copertura politica del PKK e, di conseguenza, di essere strumento di propaganda terroristica. Dopo l’istituzione dello stato di emergenza conseguente al golpe del 2016 altri parlamentari del gruppo sono stati arrestati e, durante l’assedio di Daesh a Kobane, la formazione politica è stata accusata di aver “incitato alla rivolta” per aver espresso sostegno alle Ypg (le Unità di Protezione Popolare legate al Partito di unione democratica, espressione siriana del Pkk, presente nelle regioni a maggioranza curda del nord della Siria).

I toni dello scontro politico sono aspri al punto che Erdoğan, durante una visita a Diyarbakir nel luglio di quest’anno, ha continuato ad accusare velatamente l’Hdp di essere responsabile, assieme al Pkk, della morte di tanti giovani “Sapete molto bene chi ha ferito il cuore delle madri di Diyarbakir. Sapete anche molto bene come coloro che hanno mandato i figli degli altri a morire sulle montagne crescano invece con cura i propri figli all’estero”, ha dichiarato tra le altre cose.

I contrasti tra lo Stato turco e la formazione filocurda sono così duri che si è arrivati alla richiesta di chiusura del partito, presentata alla Corte Costituzionale dal procuratore della Corte di Cassazione, e all’apertura di un processo – ritenuto pregiudiziale da più parti – che sarà decisivo per il futuro dell’Hdp.

Nonostante la narrazione filogovernativa, che vuole il paese unito in questa presunta lotta al terrorismo, si iniziano però a vedere le prime crepe all’interno della narrazione ufficiale.

Il leader del Partito popolare repubblicano (Chp), Kemal Kılıçdaroğlu, ha recentemente dichiarato che l’Hdp dovrebbe essere riconosciuto come un “interlocutore legittimo”, in primo luogo riguardo al problema curdo.
 Il Chp, storicamente noto per la sua linea strenuamente kemalista e nazionalista, in passato si è opposto con forza al processo di pace tra il governo di Ankara e il gruppo militante del Partito dei lavoratori del Kurdistan, sostenendo che nessun contatto diretto avrebbe dovuto essere tenuto tra gli attori legittimi dello Stato e i terroristi. Sotto la guida di Kilicdaroglu però, il partito pare aver cambiato linea nei confronti della cosiddetta questione curda.

L’apertura è arrivata dopo la recente visita nel nord dell’Iraq di una delegazione del Chp, che ha avuto il primo incontro ufficiale con il governo regionale del Kurdistan (Krg) e con il suo primo ministro Masrour Barzani.

Non tutti hanno visto di buon grado il colloquio tra le due realtà politiche, in primis i partiti della destra nazionalista turca, che non hanno mancato di sottolineare come, a loro avviso, questa apertura non sia altro che un tentativo di guadagnarsi parte del voto curdo in patria, ricordando quanto esso si sia rivelato importante durante le elezioni locali del 2019, contribuendo in larga misura alla vittoria dell’opposizione in città importanti come Istanbul e Ankara.

La leadership del Kurdistan iracheno è tradizionalmente legata all’Akp e sono noti gli stretti rapporti del presidente con la famiglia Barzani al potere; è facile perciò intuire quanto questo avvicinamento possa aver infastidito Erdoğan.

È inoltre di questi giorni l’ennesima uscita di Kilicdaroglu, che ha definito ingiusta sia la carcerazione di Selahattin Demirtaş che quella di Osman Kavala, il filantropo turco anche lui in carcere dal 2016 con accuse che il Consiglio d’Europa ha definito funzionali a metterlo a tacere e a dissuadere altri difensori dei diritti umani.

Parlando al suo gruppo parlamentare il leader dell’opposizione ha detto: “Voglio giustizia per conto di 83 milioni di persone. Perché Osman Kavala, Selahattin Demirtaş, studenti, militari e avvocati sono in prigione? La mia coscienza non lo accetta. Forse non hanno votato per il Chp, né provano simpatia per il nostro partito, ma il nostro dovere è opporci all’ingiustizia”.

Lo scontro, in vista elezioni presidenziali e parlamentari del 2023, si fa sempre più duro e, mentre Erdoğan non dà cenno di mollare, i giorni che Demirtaş ha passato in carcere si avvicinano inesorabilmente a superare la quota simbolica dei 2000. Nena News

Nella tradizionale rubrica del sabato, nuova batosta per il partito di Nelson Mandela. Andiamo anche in Somalia con la cacciata del rappresentante dell’African Union Commission e in Kenya alla ricerca di nuove fonti di energia pulita

(Foto: Epra Kenya)

di Federica Iezzi

Roma, 6 novembre 2021, Nena News

Somalia

La Somalia ha chiesto ufficialmente al rappresentante dell’African Union Commission (Auc) di lasciare il Paese. Il ministero degli Esteri somalo in una nota ha descritto le attività di Simon Mulongo, vice rappresentante speciale dell’Auc a Mogadiscio “incompatibili” con il mandato dell’Amisom (African Union Mission in Somalia) e con la strategia di sicurezza della Somalia.

Fin dal 2007, la componente militare dell’Amisom ha supportato le forze di sicurezza nazionali somale a combattere contro il gruppo armato al-Shabab, affiliato ad al-Qaeda, nella principali città della Somalia meridionale.

***

Sudafrica

Scende il consenso degli elettori sudafricani per l’African National Congress (Anc), il partito al potere dalla fine dell’apartheid: ottenuto meno del 50% dei voti espressi nelle ultime elezioni municipali. La corruzione diffusa, i tassi di disoccupazione costantemente elevati, i blackout di energia elettrica paralizzanti e l’erogazione inefficace dei servizi governativi sono stati temi aperti durante la lunga campagna elettorale.

L’Anc ha ottenuto il 46% dei voti, in netto calo rispetto al 54% delle ultime municipali. Di conseguenza, il partito controllerà meno consigli e avrà meno sindaci nelle grandi e piccole città del Paese. È la prima volta che il partito supportato da Nelson Mandela riceve meno della metà del totale dei voti in Sudafrica.

La popolarità dell’Anc, guidata dall’attuale presidente Cyril Ramaphosa, è costantemente diminuita nei sondaggi locali. Lo stesso Ramaphosa ha riconosciuto che il partito dovrà formare coalizioni per governare le aree metropolitane chiave. I sondaggi locali hanno anche posto le basi per l’evoluzione del Paese in una democrazia multipartitica più ricca.

A livello nazionale, l’Anc ha già perso la maggioranza in importanti regioni, inclusa la ricca area di eThekwini nella provincia del KwaZulu-Natal, roccaforte dell’ex presidente Jacob Zuma.

***

Kenya

Il Kenya prevede di ritirare o convertire le centrali elettriche a olio combustibile per utilizzare gas naturale liquefatto entro il 2030. La Kenya Electricity Generating Co. sta conducendo uno studio di fattibilità sulla riconfigurazione delle centrali termiche che attualmente rappresentano circa il 7% del carico di rete. La mossa del ministero dell’Energia fa parte dell’obiettivo del Paese dell’Africa orientale di raggiungere l’azzeramento delle emissioni di carbonio entro il 2050.
Il piano mira a consolidare la posizione del Kenya come leader nell’energia pulita, con il 90% della sua rete già rinnovabile ed è in linea con la spinta del presidente Uhuru Kenyatta a investire in un settore basato su nuove e lussuose tecnologie.

L’Africa ha subito il peso del cambiamento climatico, nonostante produca meno del 5% dei gas serra mondiali e gli sforzi per farvi fronte sono limitati da finanziamenti inadeguati. Secondo l’ultimo dettagliato rapporto dell’Energy and Petroleum Regulatory Authority (Epra), in Kenya l’energia idroelettrica contribuisce per un quarto della potenza della rete, le fonti eoliche per quasi il 22% e l’energia solare per l’1,3%.

Mentre il Paese però punta a zero emissioni nette in meno di tre decenni, deve affrontare le preoccupazioni emergenti sul rischio della crescita esponenziale dei prezzi dell’energia a causa dell’eccessiva dipendenza dalle energie rinnovabili. Nena News

Il primo ottobre si è aperta l’esposizione negli Emirati arabi. Lo stesso giorno il presidente Aleksandar Vucic ha inaugurato il padiglione serbo, a conferma dei legami speciali con la monarchia del Golfo e della ricerca sempre attiva di nuovo partner

Il presidente Vucic nel padiglione serbo del Dubai Expo 2020 (Foto: Expo Serbia)

di Marco Siragusa

Roma, 5 novembre 2021, Nena News – Il primo ottobre scorso ha preso il via, con un anno di ritardo causa Covid-19, il Dubai Expo 2020. Il tema scelto per l’esposizione universale, che vede coinvolti ben 192 paesi e che cade nel 50° anniversario della fondazione degli Emirati Arabi Uniti, è “Connecting Minds, Creating the Future” (Collegare le menti, creare il futuro). Tra i paesi partecipanti anche la Serbia, con un proprio padiglione di 2.000 metri quadrati che include uno spazio per eventi commerciali e presentazioni di circa 500 metri quadri.

All’interno del padiglione, completamente digitalizzato, l’intelligenza artificiale darà la possibilità di attraversare in un mondo virtuale le diverse epoche storiche e persino di parlare con l’uomo di Lepenski, vissuto oltre 10 mila anni fa proprio in Serbia. All’inaugurazione hanno partecipato Khalifa Al Zaffin, presidente esecutivo della Dubai Aviation City Corporation, e il presidente della Repubblica Aleksandar Vučić in persona, accompagnato dal presidente della Camera di commercio Marko Čadež e dalla ministra del Commercio, del Turismo e delle Telecomunicazioni Tatjana Matić.

Al suo arrivo il presidente serbo ha trovato una calorosa accoglienza, di quelle solitamente destinate ai capi di stato delle grandi potenze. La sera stessa del suo arrivo infatti, il Burj Khalifa, il grattacielo più alto al mondo, è stato interamente illuminato con i colori della bandiera serba. Congratulandosi per l’organizzazione dell’evento mondiale, Vučić ha espresso ammirazione per il ruolo degli Emirati Arabi Uniti che, secondo lui, “stanno conquistando credibilità nel mondo attraverso una saggia politica di pace”.

Riferendosi poi ai rapporti tra i due paesi, il presidente ha parlato di “amicizia sincera e strategica il cui sviluppo è una delle linee guida fondamentali della mia politica estera”. Una posizione confermata dalla ministra Matić che ha espresso la volontà politica di “aumentare la cooperazione economica e il flusso di investimenti tra la Serbia e gli Emirati Arabi Uniti, ma anche tra la Serbia e l’intera regione Measa (Middle East-Africa-South Asia, ndr), utilizzando Dubai come centro principale”.

Un forte attestato di stima e vicinanza, confermato nei fatti dai sempre più stretti rapporti economici tra Serbia ed Emirati. Il simbolo di questa collaborazione è rappresentato senza dubbio dal mega progetto urbanistico del Belgrade Waterfront, finanziato con oltre 3 miliardi di euro dalla Eagle Hills di Abu Dahbi e ormai vicino quasi del tutto concluso.

A dimostrazione dell’impegno messo in campo dal governo serbo nella manifestazione l’organizzazione di oltre 150 eventi sotto lo slogan “La Serbia crea idee – Ispirata dal passato, modella il futuro”. Come spiegato da Dragana Krunić, consulente per le pubbliche relazioni dell’Agenzia per lo sviluppo della Serbia (Ras), nei prossimi sei mesi sono previste cinque conferenze, ognuna di essa dedicata a un settore specifico: edilizia e immobiliare, industria automobilistica e chimica, cibo e agricoltura, sviluppo termale, tecnologia ICT e fonti rinnovabili.

La prima conferenza si è svolta il primo novembre, come parte integrante della settimana dell’Expo dedicata a “Urban and Rural Development”, e ha visto la partecipazione di oltre 150 rappresentanti di circa 80 imprese serbe, sia si grandi dimensioni come la Energoprojekt Entel e la Urban Planing Guide Engineering sia le piccole e medie aziende. Durante la conferenza, il ministro delle Costruzioni, dei Trasporti e delle Infrastrutture Tomislav Momirović ha presentato ai partecipanti una serie di dati sui chilometri autostradali in costruzione e sui permessi rilasciati negli ultimi cinque anni, con l’intento di stimolare e attrarre nuovi investitori per raggiungere l’ambizioso obiettivo di “aumentare gli standard e arrivare allo stipendio medio desiderato di 1.000 euro nei prossimi cinque anni”, al momento pari a poco più di 550 euro mensili secondo l’Eurostat.

In un clima di generale apertura e spirito di collaborazione, non sempre così evidente in patria, i rappresentanti della Camera di commercio hanno invitato uomini d’affari dell’Albania e della Macedonia del Nord a utilizzare il Business Hub della Serbia in modo completamente gratuito. Il presidente Čadež ha sfruttato la sua visita al Padiglione Albania, per parlare con il sindaco di Tirana Erion Veliaj, che lo ha a sua volta ringraziato per l’invito a utilizzare lo spazio conferenze del padiglione serbo.

Oltre a un significativo numero di visitatori, più di 40mila solo nella prima settimana dell’esposizione, Belgrado può vantare già un importante risultato. La startup “Joberty Technologies”, piattaforma di reclutamento di persone in cerca di lavoro nel settore IT, ha vinto i 4 mila euro del primo premio del concorso “Supernova Challenge” dedicato proprio allo sviluppo di startup innovative.

Per Belgrado, l’Expo rappresenta un palcoscenico internazionale importantissimo. E il governo, impegnato ormai da anni in una politica estera multipolare attenta a mantenere ottimi rapporti economici con più partner possibili, sembra aver accettato la sfida mostrandosi al mondo come un paese in rapido sviluppo e proiettato verso il futuro. Un’immagine che, però, purtroppo non sempre coincide con la realtà interna del paese. Nena News

Nel mirino del Dipartimento al commercio c’è lo spyware Pegasus, usato in oltre 40 paesi per spiare e reprimere attivisti, giornalisti e politici, uno degli strumenti della cyber diplomacy israeliana: il software venduto dietro autorizzazione del governo di Tel Aviv

(Fonte: Amnesty International)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 4 novembre 2021, Nena News – Tre mesi fa le cancellerie globali scoprivano lo spyware Pegasus della compagnia israeliana Nso Group. Ora con una mossa un po’ a sorpresa, gli Stati uniti inseriscono la società nella cosiddetta entity list, lista nera di soggetti a cui Washington non trasferirà più proprie tecnologie.

Con la Nso, c’è anche un’altra compagnia israeliana specializzata in software-spia, Candiru. Entrambe sono accusate di aver permesso «a governi stranieri di condurre una repressione transnazionale» con l’obiettivo di «mettere a tacere il dissenso». A rendere noto il modus operandi della Nso (seppur già conosciutissimo dalle sue vittime) era stato a luglio un «consorzio» di ong e giornali: Forbidden Stories, Amnesty e media tra cui Le Monde e The Guardian.

La compagnia, dietro autorizzazione del governo di Tel Aviv, vendeva lo spyware a regimi di tutto il mondo per hackerare i telefoni di coloro che erano considerati una minaccia alla sicurezza. Secondo i tre-cofondatori della Nso (Niv Carmi, Shalev Hulio e Omri Lavie, tutti transitati per la famigerata unità 8200 dell’esercito israeliano, il cui compito è sorvegliare le comunicazioni dei palestinesi, per arrestarli o ricattarli al fine di farne degli informatori), l’obiettivo erano le reti di terroristi, pedofili, venditori di armi.

In realtà Pegasus è stato usato in oltre 40 paesi per spiare giornalisti, politici, attivisti per i diritti umani; conoscerne l’attività entrando nei loro telefoni e trasferendo messaggi e foto al software-spia; e in moltissimi casi arrestarli. Se non ucciderli: il giornalista saudita Jamal Khashoggi è stato pedinato così.

Mentre il governo israeliano prosegue nelle sue indagini interne dicendosi estraneo alla vicenda (ma è Tel Aviv che autorizza la vendita di Pegasus, esattamente come fa anche per armi e tecnologie militari), ieri l’amministrazione Biden ha preso la prima misura concreta: lo spyware «è contrario alla politica estera e agli interessi alla sicurezza nazionale degli Stati uniti», ha spiegato il Dipartimento al commercio che così impedirà il rifornimento di tecnologie Usa alla Nso e, di conseguenza, la capacità dell’azienda di lavorare a livello internazionale e attrarre nuovi investitori.

Dal quartier generale della Nso, ad Herziliya, ieri è arrivato il primo commento: «Rigettiamo la decisione, visto il nostro sostegno agli interessi Usa nel prevenire il terrorismo e il crimine».

Tre mesi fa i tre co-fondatori se la presero con il Qatar e la campagna di boicottaggio dell’occupazione israeliana. Tace invece il governo israeliano, che di Pegasus ha fatto una delle teste di ariete della sua cyber diplomacy, un gradino più su di quella diplomazia militare che gli ha permesso di tessere legami con i regimi di mezzo mondo.

Le forze tigrine a poco più di 300 km da Addis Abeba. Il premier Abiy Ahmed si appella alla popolazione perché prenda le armi, ma crescono le voci di una sua possibile fuga all’estero. Poteri speciali alle forze di sicurezza, mentre l’Onu accusa entrambe le parti di crimini di guerra

Celebrazioni in Tigray per il 40° anniversario della fondazione del Tplf (Fonte: Flickr/Creative commons)

di Marco Santopadre

Roma, 4 novembre 2021, Nena News – Non sembrano essere serviti a molto gli appelli fin qui rivolti dal premier Abiy Ahmed ai cittadini affinché imbraccino le armi contro il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (Tplf) in un disperato tentativo di bloccarne la marcia verso la capitale.

Anzi, l’ultimo appello del premio Nobel per la Pace del 2019, che esattamente un anno fa aveva lanciato le forze armate etiopi ed eritree in una manovra a tenaglia contro il movimento politico e militare della regione settentrionale, ha reso patente quanto fosse grave la situazione. Secondo varie fonti negli ultimi giorni diverse unità dell’esercito federale avrebbero disertato o si sarebbero arrese senza combattere.

Nonostante i continui bombardamenti del capoluogo tigrino Mekelle e di altre località del nord da parte dell’aviazione federale, negli ultimi giorni la guerriglia del Tplf ha continuato la sua avanzata conquistando nuove città ed avvicinandosi al centro del paese.

Secondo alcuni media locali, lo stesso primo ministro – riconfermato dopo le plebiscitarie elezioni di luglio – starebbe subendo forti pressioni per lasciare l’Etiopia da parte di alcuni ambienti che sperano così di riuscire a convincere la guerriglia tigrina a rinunciare alla conquista della capitale, che a detta del movimento ribelle dovrebbe servire esclusivamente a rimuovere Ahmed dal potere e porre fine all’assedio del proprio territorio. Secondo alcuni analisti la presa di Addis Abeba potrebbe ormai essere questione di poche settimane.

Martedì il Consiglio dei Ministri ha dichiarato lo stato d’emergenza nazionale per i prossimi sei mesi, concedendo poteri speciali alle forze di sicurezza federali e accentrando ulteriormente il potere nelle mani dell’esecutivo nel tentativo di bloccare l’avanzata della guerriglia che ormai si trova a 325 km da Addis Abeba (anche se secondo alcune fonti le sue avanguardie si troverebbero già alla periferia della capitale).

Il provvedimento consente alle autorità di arrestare arbitrariamente chiunque sia sospettato di collaborare con “gruppi terroristici”. Ahmed ha anche invitato gli abitanti della capitale a difendere la città in caso di invasione mentre la maggior parte del personale diplomatico straniero cominciava ad abbandonare il paese.

A poche settimane dall’inizio del cruento conflitto, nell’autunno del 2020, le forze federali supportate da quelle eritree sembravano essere riuscite nell’intento di sbaragliare la guerriglia tigrina, e Ahmed aveva pomposamente festeggiato il successo. Che però si è rivelato effimero: dopo aver frettolosamente abbandonato Mekelle e le altre città del Tigray quasi senza opporre resistenza alle forze federali, i guerriglieri si sono rifugiati nelle zone montuose e impervie della regione per poi riorganizzarsi e tornare all’attacco, forti anche di alcune alleanze strette con altri movimenti di opposizione al partito del primo ministro.

La controffensiva del Tplf ha portato la guerriglia ad una rapida riconquista del Tigray (giugno) e poi alla conquista di importanti fette del territorio dei limitrofi stati di Afar e Amhara. Ad imprimere la svolta all’andamento del conflitto che nelle settimane scorse sembrava essere entrato in stallo, è stata la conquista da parte dei tigrini di Dessiè e Kombolcha, due città strategiche nello stato regionale di Amhara, avvenuta lo scorso fine settimana al termine di pesanti combattimenti.

Ahmed ha commentato l’esito della cruenta battaglia minimizzando la perdita di Dessiè, e accusando non meglio identificate “forze straniere” di combattere nei ranghi del Tplf per trasformare l’Etiopia in una nuova Libia o in una nuova Siria. «Vogliono distruggere un Paese, non costruirlo» aveva detto Ahmed invitando gli etiopi alla mobilitazione.

Un discreto sostegno all’avanzata dei tigrini lo starebbero dando le milizie dell’Esercito di Liberazione Oromo (Ola), alleatosi con il Tplf nell’agosto scorso, che hanno annunciato la conquista di alcune località a sud di Kombolcha, tra cui Kemissie.

Il conflitto, che doveva servire al premier Ahmed a rafforzare la propria leadership sbaragliando l’unico movimento politico organizzato e radicato che gli si opponeva in nome del rifiuto della centralizzazione e della nazionalizzazione di uno stato costituito da regioni gelose della propria autonomia, ha causato un crescente ostilità dell’occidente per colui che fino ad un certo punto aveva considerato un suo beniamino.

Gli Stati Uniti hanno gradualmente aumentato il tono della condanna nei confronti della strategia di Addis Abeba, e mercoledì il dipartimento di Stato ha escluso Etiopia ed Eritrea dall’elenco dei paesi destinatari delle esportazioni di armi a stelle e strisce, revocando anche le agevolazioni commerciali finora concesse al paese. L’inviato degli Stati Uniti per il Corno d’Africa, Jeffrey Feltman, ha annunciato il suo arrivo ad Addis Abeba con l’obiettivo di convincere le fazioni belligeranti ad una soluzione negoziale.

Da parte sua, la portavoce del Ministero degli Esteri di Mosca Maria Zakharova ha affermato di seguire con preoccupazione la situazione in Etiopia ed ha invitato tutte le parti in conflitto a raggiungere quanto prima un accordo sul cessate il fuoco. Come gli Usa, anche l’Unione Europea ha alzato i toni contro Ahmed minacciando sanzioni come strumento di pressione contro la sistematica violazione dei diritti umani da parte del governo federale.

Ma l’ultimo rapporto congiunto redatto dalla Commissione etiope per i diritti umani (Ehrc) e dall’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite traccia un quadro drammatico accusando tutte le parti in causa di aver compiuto atrocità e crimini di guerra. Il rapporto documenta esecuzioni extragiudiziali, torture, stupri, saccheggi, arresti arbitrari e attacchi contro rifugiati e sfollati compiute da entrambe le fazioni.

Il rapporto descrive nel dettaglio come un gruppo di milizie giovanili del Tigrè – noto come Samri – abbia ucciso più di 200 civili di etnia amhara a Mai Kadra nel novembre dello scorso anno, e di come nella stessa città siano stati poi commessi omicidi per vendetta contro membri di etnia tigrina. Il rapporto riferisce poi che nel novembre del 2020 militari eritrei hanno ucciso più di 100 civili ad Axum, nel Tigrè centrale. Di fatto il documento dell’Onu accusa le forze eritree di essere le “principali responsabili delle violazioni dei diritti umani” in Etiopia.

L’andamento del conflitto non può non preoccupare il governo di Pechino, che negli ultimi anni è diventato il più stretto alleato del governo etiope. Più volte nel corso del conflitto la guerriglia tigrina e fonti indipendenti hanno accusato l’esercito etiope e quello eritreo di utilizzare droni cinesi.

La Cina considera l’Etiopia un hub cruciale per la “Nuova via della seta” (Belt and Road iniziative). Sono in buona parte alcune banche cinesi a finanziare la Grande Diga della Rinascita Etiope (Gerd) attraverso la quale Addis Abeba intende deviare il corso del Nilo per irrigare milioni di ettari di terre coltivabili e trasformare il paese in uno dei principali produttori di energia elettrica del continente africano, suscitando l’opposizione di Egitto e Sudan.

Paradossalmente il progetto nazionalista e modernizzatore del giovane premier Abiy Ahmed, mirante a centralizzare e uniformare il paese rimuovendo le tradizionali diversità regionali, sembra aver portato l’Etiopia sull’orlo del baratro e rischia di produrre una balcanizzazione del paese che neanche una eventuale vittoria del Tplf potrebbe placare.

Accordi dietro le quinte per far cadere il simbolo dell’Amministrazione autonoma della Siria del Nord-est: bozza d’intesa con la Russia per costringere al ritiro le unità di autodifesa curde e unire la città all’est del Rojava già occupato da turchi e jihadisti. Che volano ad Ankara per coordinare l’attacco

 

di Chiara Cruciati – il Manifesto

Roma, 3 novembre 2021, Nena News – Sono ormai mesi che le voci di un prossimo attacco turco contro Kobane si rincorrono. Le forze di autodifesa curde maschili e femminili, le Ypg e le Ypj, e le unità multietniche delle Forze democratiche siriane (Sdf) sanno che quel fronte non è mai stato chiuso. E dopo mesi di bombardamenti continui in giro per il Kurdistan, in Siria e in Iraq, dal campo di Makhmour alle montagne di Qandil fino alla regione di Shengal, quelle voci si fanno minaccia concreta.

Turchia e Russia starebbero negoziando un’operazione militare, gestita da Ankara, contro Kobane per ripulirla della presenza delle unità Ypg e Ypj, considerate dallo Stato turco affiliate al Pkk e dunque gruppi terroristici. Lo riporta il ben informato portale Middle East Eye, citando fonti anonime: la bozza di intesa prevedrebbe il mantenimento di una presenza militare russa intorno alla città, mentre ai turchi andrebbero le aree periferiche collegate con la strategica autostrada siriana M4, che corre da ovest a est del nord del paese, lungo il confine con la Turchia. Ankara non invierà i suoi proxy, miliziani jihadisti impiegati nel resto del Rojava occupato, e Mosca farà ritirare verso sud le forze di autodifesa curde, il secondo punto dell’accordo.

Funzionari turchi, parlando con Bloomberg la settimana scorsa, avevano inserito nell’equazione anche Idlib, ovvero la possibilità di cedere alla Russia parti dell’ultima provincia siriana in mano ai gruppi qaedisti e jihadisti (e per questo ancora oggetto di bombardamenti russi e governativi), in cambio del via libera a Kobane. Di certezze al momento non ce ne sono. E i messaggi sono contraddittori. Come l’arrivo di quattro jet russi Su-35 all’aeroporto di Qamishlo, “capitale” dell’Amministrazione autonoma della Siria del nord-est, che fanno pensare che un’operazione turca contro il Rojava non sarebbe ben vista da Mosca.

Ma ci sono anche i fatti sul terreno: l’esercito turco, riporta al-Monitor, sta inviando rinforzi nel nord-est della Siria, mentre membri dell’Esercito libero siriano (alleato di Ankara) sono volati il 25 ottobre scorso in Turchia per coordinare un’eventuale operazione con i leader militari turchi. Secondo la stampa turca, sarebbero pronti 35mila uomini da dispiegare contro Manbij, Ain Issa e Tel Temer, tanti altri quelli in fase di addestramento.

Appena una ventina di giorni fa era stato lo stesso presidente Erdogan a minacciare un ampliamento dell’intervento in atto dal gennaio 2018 (l’operazione Ramoscello d’Ulivo che portò all’occupazione del cantone occidentale di Afrin, poi Fonte di Pace nell’ottobre 2019 con la presa di 41 comunità tra cui le città di Gire Spi e Serekaniye, a est): dopo un attacco nella città siriana di Azaz e l’uccisione di due gendarmi turchi attribuita da Ankara alle Ypg/Ypj, Erdogan aveva parlato di «ultima goccia» e di imminente operazione per eliminare il problema alla radice. «Compiremo i passi necessari in Siria il prima possibile», aveva detto lasciando poco spazio alla fantasia.

Ma in Siria non decide tutto Erdogan. Ha bisogno di sponde. Nell’ottobre 2019 le aveva ricevute prima dagli Stati uniti di Donald Trump che, ritirando i marines, aveva dato luce verde all’invasione turca; poi dal presidente Putin. Il 22 ottobre 2019 a Sochi i due si erano accordati per il ritiro delle Ypg/Ypj dalle zone di confine, con Mosca che di fatto riconosceva l’occupazione (illegale) di un corridoio di Siria del nord-est lungo 100 chilometri. Con in mano una mappa della Siria, dopo sette ore di bilaterale, i due avevano dato vita a una «safe zone» che altro non era che l’inizio di un’occupazione militare che dura ancora oggi, fatta della cacciata di centinaia di migliaia di residenti originari e di una palese operazione di ingegneria demografica, di rapimenti e arresti, di una gestione qaedista della vita dei civili rimasti.

Ora alla Turchia si presenta l’occasione di chiudere il cerchio. Primo, prendere Kobane (nonostante le truppe russe i droni turchi non hanno mai cessato di far piovere bombe: è successo due volte negli ultimi dieci giorni, tre combattenti delle Sdf e due civili uccisi). Secondo, collegarla alle zone orientali già occupate, Gire Spi e Serekenaye.

Ancora una volta la tempistica è inquietante: la notizia ha iniziato a circolare il primo novembre, la Giornata mondiale per Kobane. Era il primo novembre del 2014 quando milioni di persone in tutto il mondo scesero in strada in solidarietà con la resistenza del cantone all’assedio dello Stato islamico. Nena News

Il settore sanitario ha raggiunto una quota crescente del valore complessivo delle operazioni nel continente africano (dal 4% nel 2018 al 24% nella prima metà del 2020). Ad approfittarne sono soprattutto i privati che spesso colmano le lacune lasciate aperte dai servizi pubblici

di Federica Iezzi

Roma, 30 ottobre 2021, Nena News – Gli investimenti nel settore sanitario in Africa appaiono basilari poiché la fornitura privata rappresenta circa la metà di tutti i beni e servizi assistenziali forniti. Il settore privato spesso colma le lacune lasciate aperte dai servizi pubblici, secondo una ricerca dell’International Finance Corporation (IFC).

Negli ultimi anni si è assistito a una completa svolta degli investimenti nel settore sanitario, secondo il database Asoko Insight, che raccoglie dati sul settore privato africano. Inoltre i report dell’Africa Venture Capital Association mostrano che il settore sanitario ha raggiunto una quota crescente del valore complessivo delle operazioni nel continente – dal 4% nel 2018, al 12% nel 2019 e al 24% nella prima metà del 2020.

Anche prima della pandemia, il settore sanitario africano era attraente per gli investitori di Private Equity, a causa dei suoi tassi di rendimento favorevoli. Vista l’esponenziale crescita della popolazione africana, che supera abbondantemente il miliardo di persone e la crescente base di consumatori della classe media, i settori privati appaiono aree chiave di investimento.

Secondo l’IFC, attualmente le industrie private africane offrono il più alto tasso di rendimento interno, con il settore sanitario che si stanzia al quarto posto, raggiungendo un indice del 9.6%, dietro a telecomunicazioni, tecnologia e beni di prima necessità.

La pandemia legata a SARS-CoV-2 ha ulteriormente focalizzato l’attenzione sul settore sanitario, che è stato il più resiliente sulla scia della crisi, secondo quanto dichiarato da AfricInvest, società francese di investimento e servizi finanziari. Questo spiega chiaramente perché diversi investimenti sanitari su larga scala sono andati avanti nel 2020 mentre le offerte in altri settori sono state ritardate o annullate del tutto.

Tra gli accordi degni di nota figurano la partecipazione della francese SPE Capital nel settore farmaceutico del Saham Group in Marocco, della sudafricana Rand Merchant Investment Holdings e dell’inglese Endeavour Investments nella piattaforma di tecnologia sanitaria Guidepost in Sud Africa, di NBK Capital Partners, basata in Bahrain, e Foursan Capital Partners, basata in Giordania, nella casa farmaceutica Polymedic in Marocco. Anche la maltese Mediterrania Capital, la svizzera Zoscales Partners e l’Oasis Capital del Bahrain, hanno siglato rilevanti accordi nel 2020 in Africa settentrionale, orientale e occidentale.

Il Nord Africa è stato un particolare hotspot per gli accordi sanitari, sia nell’area farmaceutica, dove la base industriale più sviluppata della sub-regione offre maggiori opportunità, sia nell’area dei servizi, dove i grandi segmenti di consumatori di classe media e alta forniscono un fiorente mercato.

Nell’Africa sub-sahariana, gli accordi sanitari sono stati relativamente diffusi, compresi notevoli investimenti in Africa centrale.

L’aumento dell’accesso a servizi sanitari di qualità e l’accrescimento della capacità di produzione farmaceutica nazionale, continueranno a dominare l’agenda di sviluppo del settore sanitario africano e ad essere l’obiettivo di futuri investimenti.

Circa il 10% delle operazioni registrate da Asoko Insight nel primo trimestre 2015-2021, erano offerte di tecnologia sanitaria. La previsione è che tali innovazioni continueranno a garantire il pieno sostegno della comunità degli investitori stranieri. Nena News

 

 

 

Il primo ministro “torna” a casa, ma gli arresti continuano. Monta la disobbedienza civile nelle piazze, manifestazioni e scioperi in tutto il paese. Almeno nove morti e 150 feriti per mano delle temibili Rapid Support Forces. Il generale al-Burhan, responsabile del colpo di stato, tira dritto

Il primo ministro sudanese Abdallah Hamdok (Foto: Wikicommons)

della redazione

Roma, 27 ottobre 2021, Nena News – Al terzo giorno di colpo di stato il primo ministro sudanese Abdallah Hamdok è stato rilasciato. O meglio, è ai domiciliari, a casa sua con la moglie sotto stretta sorveglianza delle forze armate autrici del golpe. Una mossa, quella del rilascio, che dovrebbe apparire all’esterno una concessione vista la pioggia di condanne piovuta sul generale Abdel Fattah al-Burhan, principale autore del colpo di mano.

Il segretario di Stato Usa Antony Blinken ha avuto modo, ieri, di parlare al telefono con Hamdok, ribadendo la posizione dell’amministrazione Biden: il rilascio di tutti i membri civili del governo e l’apertura del dialogo, identica richiesta di quelle giunte da Unione Europea, Onu e Unione Africana. Gli Stati Uniti stanno già pensando al blocco dei finanziamenti a favore di Khartoum (700 milioni di dollari), reintrodotti dopo decenni di isolamento a seguito della caduta di Bashir, ma soprattutto dell’accordo di normalizzazione con Israele che ha permesso al Sudan di essere cancellato dalla lista dei paesi sponsor del terrorismo.

In realtà la situazione nel paese non è affatto calma. Gli arresti di membri del governo di transizione continuano, tra gli ultimi c’è Faiz al-Salik, uno dei consiglieri di Hamdok. E poi Siddig Alsadig Almahdi, del partito Umma  e l’attivista e avvocato Ismail Al-Tag, tra i leader delle piazze che nel 2019 portarono alla caduta del regime di Omar al-Bashir.

Sono trascorsi due anni da allora: le manifestazioni dei sudanesi, coordinate dalla federazione di sindacati Associazione dei professionisti, sfidarono una brutale repressione, quella delle cosiddette Rapid Support Forces. Massacri impuniti. La mobilitazione era però riuscita nell’intento, l’arresto di Bashir e la caduta del regime, per aprire a una stagione opaca: un governo di transizione gestito a metà da militari e civili. A governare di fatto il paese è però il Consiglio sovrano, formato da 5 militari e 5 civili, con un presidente militare (al-Burhan) con carica biennale che a breve, il prossimo mese, avrebbe dovuto passare il potere a un civile.

Quelle piazze si stanno riempiendo di nuovo. I manifestanti, con le bandiere del Sudan in mano, stanno convergendo su Khartoum, fin dal primo giorno del golpe. Cantano slogan, bloccano le strade, ereggono barricate per difendersi dagli attacchi dell’esercito. Hanno superato il ponte che collega la capitale a Omdurman, due dei luoghi simbolo della protesta del 2019.

Si stanno ammassando di fronte alle sedi dell’esercito e subendo l’identica repressione: sarebbero già nove i morti e 150 i feriti a causa dell’intervento delle Rapid Support Forces che stanno sparando proiettili veri e attraversano le piazze con i veicoli blindati, investendo i manifestanti. L’Associazione dei professionisti ha chiamato alla disobbedienza civile in tutto il paese, mentre iniziano scioperi dei lavoratori in diverse città.

Al-Burhan da parte sua si “difende”. In un discorso ieri ha definito il golpe il modo per soddisfare le richieste del popolo e ridare vita allo spirito del 2019. Evitando così, ha detto, la guerra civile. Ma ha imposto lo stato di emergenza, sospeso la costituzione, bloccato la rete internet e le comunicazioni, tagliato l’elettricità di notte. Ha minacciato di processo i membri civili del governo, accusandoli di voler incitare una ribellione all’interno delle forze armate. Un riferimento, forse, a un tentato golpe, il mese scorso, che sarebbe stato ordito però non dai civili al governo ma da fedelissimi di Bashir, seriamente preoccupati dalla possibilità che l’ex presidente potesse essere davvero consegnato alla Corte penale internazionale per crimini di guerra. Nena News

Una delegazione israeliana proverà a dimostrare negli Usa l’accusa di “terrorismo” rivolta a sei tra le più note organizzazioni palestinesi per i diritti umani. Intanto, Tel Aviv approva altre 1.300 case per coloni, in violazione del diritto internazionale e delle risoluzioni Onu. Passo indietro di Erdogan sulla questione ambasciatori stranieri. Infuria la battaglia a Marib (Yemen) dove è stato ignorato l’appello Onu

Marib, Yemen

della redazione

Roma, 26 ottobre 2021, Nena News –

PALESTINA. Mentre la comunità internazionale discute dell’inserimento nella lista israeliana dei gruppi terroristici di sei tra le più note ong palestinesi, il governo di Tel Aviv procede nell’ormai solita violazione del diritto internazionale e di innumerevoli risoluzioni Onu: domenica ha annunciato la costruzione di oltre 1.300 nuove unità abitative in sette colonie nella Cisgiordania occupata. Si aggiungono alle 2mila autorizzate lo scorso agosto.

Così una delegazione del ministero degli esteri israeliano e dei servizi segreti dello Shin Bet si presenterà a Washington, insieme alle prove che dice di aver raccolto contro le sei ong (Al-Haq, Addameer, Uawc, Bisan, Dci e Upwc), impegnate da decenni nella difesa dei diritti di donne, bambini, prigionieri, contadini, tanto da avere in alcuni casi uffici all’Onu.

Secondo Israele, hanno legami stretti con il Pflp (Fronte popolare per la Liberazione della Palestina), partito marxista considerato da Tel Aviv terrorista. Il viaggio negli Stati uniti servirà a spegnere le mezze critiche espresse dal Dipartimento di Stato che lamentava di essere stato tenuto all’oscuro della mossa israeliana. Parla anche l’Unione europea che ad alcune delle ong coinvolte versa finanziamenti per progetti.

Se alcuni paesi membri si sono detti «oltraggiati» dalla decisione, ieri il portavoce del Servizio europeo per l’azione esterna, Peter Stano, ha fatto sapere che Bruxelles «prende molto seriamente le accuse mosse» ed è in contatto «con i partner israeliani per chiarimenti». In merito ai fondi, ha aggiunto: «Abbiamo molte salvaguardie a garanzia dell’utilizzo delle risorse comunitarie e strumenti nel caso venga provato» un abuso del loro uso.

TURCHIA. Continua, a colpi di fioretto, lo scontro tra la Turchia e dieci paesi (Usa, Germania, Francia, Canada, Danimarca, Finlandia, Olanda, Nuova Zelanda, Norvegia e Svezia) dopo l’annuncio del presidente Erdogan di espulsione degli ambasciatori a seguito di un appello per il rilascio del filantropo Osman Kavala. Ancora nessuna comunicazione ufficiale è pervenuta nei 10 uffici diplomatici e ieri Erdogan si diceva soddisfatto del tweet dell’ambasciata Usa (rilanciato poi dalle altre) in cui Washington si diceva rispettosa della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. Per Erdogan è «un passo indietro».

Di diverso avviso il relatore permanente dell’Europarlamento e il presidente della delegazione parlamentare Ue-Turchia che ieri definivano «incomprensibili» le misure paventate: «Non sono questi ambasciatori o i loro governi che hanno deciso che è responsabilità della Turchia rilasciare Osman Kavala. È la Corte europea dei diritti dell’uomo a ordinarne l’immediato rilascio nel dicembre 2019». Intanto i primi effetti li subiva proprio la Turchia: ieri la lira ha toccato il minimo storico, 9,80 lire per un dollaro.

YEMEN. Prosegue da mesi la dura battaglia per Marib, città nel nord dello Yemen, 120 km in linea d’aria a est della capitale Sana’a. Qui si concentrano i bombardamenti della coalizione a guida saudita, impegnata dal marzo 2015 in una feroce operazione militare contro i ribelli sciiti Houthi. Nel fine settimana, ha riportato domenica la stampa saudita, sono stati uccisi 264 combattenti Houthi e distrutti 36 veicoli militari.

Gli Houthi avevano lanciato l’offensiva su Marib lo scorso febbraio. Provincia strategica per il debole governo ufficiale yemenita: è l’ultimo bastione energetico che controlla, zona ricca di petrolio. I ribelli rispondono: abbiamo ucciso, dicono, 550 combattenti filo-governativi e ne abbiamo feriti 1.200, senza però dare indicazioni temporali. Le duplici rivendicazioni giungono a pochi giorni dalla dichiarazione adottata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu che ha chiesto «una de-escalation» del conflitto per far fronte alla carestia.

La prova plastica del fallimento delle numerose tregue negoziate negli ultimi anni e tutte violate la pagano i civili: una settimana fa l’Unicef calcolava in 10mila i bambini yemeniti uccisi o feriti negli scontri. Un numero parziale, che non tiene conto delle vittime per fame e malattia. Le stime parlano di oltre 230mila yemeniti morti per scontri, fame e malattia e 4 milioni di sfollati. Nena News

La nostra consueta rubrica sul continente africano vi porta pure nel Burkina Faso dove si è aperta ufficialmente la 27esima edizione del Festival Panafricain du Cinéma de Ouagadougou (FESPACO), nella capitale del Burkina Faso

di Federica Iezzi

Roma, 23 ottobre 2021, Nena News -

Capo Verde

Il candidato dell’opposizione ed ex primo ministro, Jose Maria Neves, ha vinto le recenti elezioni presidenziali contro Carlos Veiga, portabandiera del Movimento para a Democracia (MpD), partito di centro-destra al governo.

Neves erediterà la responsabilità di stabilizzare l’economia trainata dal turismo del Paese facente parte dell’arcipelago atlantico della costa nord-occidentale dell’Africa, dopo che la pandemia legata al virus SARS-CoV-2 l’ha spinto in profonda recessione.

Neves, con il suo Partido Africano da Independência de Cabo Verde (PAICV), ha ottenuto il 51% dei voti, sulla base dei risultati ufficiali della totalità dei seggi elettorali, davanti a Veiga con il 42% delle preferenze. Meno del 2% ciascuno, agli altri cinque candidati.

Il trasferimento di potere sarà il quarto tra MpD e PAICV dall’indipendenza dal Portogallo nel 1975, consolidando lo status di Capo Verde come una delle democrazie più stabili dell’Africa.

Neves dovrà lavorare con un primo ministro del MpD, visto che il partito ha mantenuto la sua maggioranza parlamentare nelle scorse elezioni di aprile.

Repubblica Democratica del Congo

Decine di migliaia di manifestanti stanno marciando per le strade di Kinshasa per ottenere una commissione elettorale neutrale.

A scatenare le proteste è stata la proposta di sei gruppi religiosi di insediare Denis Kadima a capo della Independent National Electoral Commission (CENI).

La nomina di Kadima è stata accolta con collera, visti gli stretti legami con l’attuale presidente congolese Félix Antoine Tshilombo Tshisekedi.

Analisti politici e diplomatici hanno criticato la CENI per il suo ruolo nel controverso voto del 2018, in cui Tshisekedi raggiunse la vittoria.

Martin Fayulu, in corsa per la presidenza nel 2018, è tra i leader della protesta, insieme all’ex primo ministro Adolphe Muzito.

Si prevede che Tshisekedi cercherà un secondo mandato quando gli elettori congolesi torneranno alle urne nel 2023, con la CENI che probabilmente giocherà di nuovo un ruolo sostanziale.

Burkina Faso

Torna il più grande festival del cinema africano.

Si è aperta ufficialmente la 27esima edizione del Festival Panafricain du Cinéma de Ouagadougou (FESPACO), nella capitale del Burkina Faso.

La prima edizione risale al 1969 e ancora oggi rappresenta una rara opportunità per i narratori africani di mostrare le loro creazioni su un palcoscenico globale, come ricorda Alex Moussa Sawadogo, direttore di FESPACO.

La selezione ufficiale vede 17 lungometraggi competere per il primo premio del Festival, il Golden Stallion of Yennenga. Tra questi c’è l’atteso ‘The Three Lascars’ di Boubacar Diallo, una commedia che segue tre personaggi maschili in un’escursione segreta di un fine settimana.

Il festival celebra anche i documentari. Parate Yameogo e Jean-Claude Frisque hanno co-diretto ‘Jacob Salem – Rock the Naaba’, un breve documentario che segue la storia di Jacob Salem, scudiero del re dei Mossi, gruppo etnico politicamente dominante in Burkina Faso.

Per la prima volta quest’anno, FESPACO ospita anche The African International Film & TV Market (MICA), rilevante mercato per i distributori internazionali.

«Detenuto» per 10 giorni il progetto di pittrice umanoide creato da Aidan Meller e destinato all’expo di arte contemporanea organizzata dal governo del Cairo. E il blogger Alaa Abdel Fattah finisce di nuovo a processo: «Rilasciatemi»

Ai-Da (Foto: Wikicommons)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 22 ottobre 2021, Nena News – In principio furono gli aquiloni. Ora i robot. In mezzo ci sono 60mila (stimati) prigionieri politici in carne e ossa. Le ultime notizie che arrivano dall’Egitto raccontano – o meglio, confermano – la natura di un regime che da quello precedente di Mubarak ha ereditato la centralità dei servizi segreti. E della paranoia.

L’ansia di controllo e l’idea che una minaccia esterna, come una cappa, sormonti il paese l’aveva dato già l’anno scorso il divieto a far volare gli aquiloni, intesi come potenziali spie dall’alto dei segreti militari egiziani. Ora la spia è una robot umanoide di nome Ai-Da. La notizia del suo «arresto» è giunta a detenzione finita: dieci giorni sotto custodia per «ragioni di sicurezza». Una motivazione che chi viaggia per il Medio Oriente impara subito a conoscere. Vuol dire tutto e non vuol dire niente.

Nel caso di Ai-Da il problema era negli occhi-telecamere: e se fossero state messe lì per spiare? Ma facciamo un passo indietro. Ieri, teatro le piramidi di Giza, si è aperta un’esposizione di arte contemporanea, «Forever is Now», organizzata da Art D’Egypte e dai ministeri degli Esteri e delle Antichità e il Turismo.

Tra gli artisti presenti anche Aidan Meller, direttore dell’omonima galleria londinese nonché ideatore del progetto Ai-Da: una robot-artista basata su un algoritmo creato dagli studenti di Oxford. Una robot che fa arte, che dipinge. Il modo di Meller di avvertire sui pericoli insiti dietro l’abuso di tecnologie e intelligenze artificiali.

Ma Ai-Da per creare ha bisogno di occhi: guarda e così capisce cosa dipingere. Per la sicurezza egiziana quelle telecamere potevano essere usate per spiare. Per questo è stato arrestata, provocando tra l’altro le proteste dell’ambasciata britannica al Cairo.

Meller non l’ha presa troppo male: «La gente ha paura dei robot – ha detto al Guardian–- Ma tutta questa situazione è ironica, perché l’obiettivo di Ai-Da è proprio mettere in guardia sull’abuso dello sviluppo tecnologico. E lei è stata arrestata perché è tecnologia. Penso che Ai-Da apprezzerebbe l’ironia».

Ai-Da non è parte di un complotto straniero per danneggiare lo Stato egiziano. Ma la paura è quella che guida molte delle scelte politiche della complessa macchina della sicurezza del regime. Una macchina fatta di innumerevoli ingranaggi, ognuno dei quali tiene in piedi una leadership – quella del presidente al-Sisi – che altrimenti non avrebbe altra fonte di legittimità.

E se l’arresto di un robot potrebbe far sorridere, il divertimento sparisce quando si considera quell’arresto parte di un quadro più grande. Quello che impedisce di giungere alla verità sul sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni, quello che detiene Patrick Zaki da un anno e mezzo. E quello che ha aperto un nuovo processo, l’ennesimo, contro il blogger e attivista Alaa Abdel Fattah. Lo scorso lunedì si è svolta la prima udienza, la seconda è prevista per il primo novembre. È solo l’ultimo atto di una lunga persecuzione, cominciata sotto Mubarak e proseguita sotto l’attuale governo, dopo il ruolo centrale avuto da Abdel Fattah nella rivoluzione di piazza Tahrir del gennaio 2011.

Insieme all’attivista, a processo ci sono anche il suo legale Mohamed al-Baqer e un altro blogger, Mohamed «Oxygen» Ibrahim, tutti accusati di diffusione di notizie false. I tre sono in detenzione preventiva dal settembre 2019 (oltre, dunque, i due anni di custodia cautelare previsti dalla stessa legge egiziana). Lunedì Abdel Fattah ha parlato alla corte ricordando le violazioni commesse: «La procura non mi ha interrogato per 23 mesi. E dopo 23 mesi scopro che sono accusato di aver diffuso una notizia».

Il “reato”, nello specifico, è la condivisione di un tweet su un prigioniero morto per mancanza di cure nel mega carcere di Tora, al Cairo. «Chiedo che ci rilasciate subito – ha proseguito l’attivista – Se non lo farete, chiedo di poter vedere i miei avvocati, con cui non parlo da maggio». Il mese scorso il blogger aveva detto di stare pensando al suicidio, unica via di fuga da una persecuzione apparentemente senza fine.

Continua l’escalation di violenza delle truppe del governo di Ahmed contro le forze del Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (Tplf): ieri colpita la capitale del Tigray

di Marco Santopadre

Roma, 21 ottobre 2021, Nena News - Nel tentativo di riconquistare la regione settentrionale e costringere alla resa le forze del Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF), le truppe governative hanno dato vita nelle ultime settimane ad una ulteriore escalation nel conflitto che si trascina ormai da quasi un anno. Ieri l’aviazione militare federale ha bombardato nuovamente la capitale del Tigray, Mekelle. Si tratta del secondo raid aereo realizzato sulla popolosa città dopo quelli che lunedì scorso hanno provocato, secondo fonti ospedaliere locali, la morte di almeno tre civili, di cui due bambini. Inizialmente il governo di Abiy Ahmed ha negato risolutamente il bombardamento, accusando la propaganda del TPLF di diffondere notizie false. L’esecutivo di Addis Abeba aveva parlato di “bugia assoluta”, affermando che «non vi è motivo alcuno per cui l’aviazione etiope colpirebbe Mekelle». Ma poi, dopo la diffusione di immagini e testimonianze del raid, l’esecutivo centrale ha dovuto ammetterlo, parlando però di attacchi mirati contro obiettivi dei ribelli. Secondo la versione ufficiale, i bombardamenti avrebbero preso di mira solo mezzi e apparecchiature utilizzati dalla guerriglia ma utilizzando i dovuti accorgimenti per “prevenire vittime civili”. Ma testimoni locali e il portavoce della guerriglia tigrina, Getachew Reda, parlano di bombe sganciate anche presso il mercato di Massabo proprio mentre era affollato in occasione della fiera settimanale. Tra gli obiettivi del raid ci sarebbe stato anche l’Hotel Planet, dove alloggiano diversi dipendenti di alcune agenzie umanitarie.

D’altronde il primo ministro Abiy Ahmed, che solo due anni fa veniva insignito del Nobel per la Pace, è tornato ad attaccare proprio nei giorni scorsi le agenzie umanitarie internazionali, che a suo dire “veicolano malattie” e causano problemi. «Se ci assicuriamo che questa cosa chiamata grano non entri in Etiopia, il 70% dei problemi del Paese sarà risolto» ha affermato, proprio mentre nel paese si accentua la crisi umanitaria e alimentare causata da condizioni ambientali avverse e dalle conseguenze del conflitto. Da mesi le organizzazioni internazionali e le Ong hanno denunciato il blocco di centinaia di camion inviati nel nord dell’Etiopia per assistere cittadini e rifugiati. Ad ormai 11 mesi dall’inizio dei combattimenti, la situazione è sempre più drammatica, con circa mezzo milione di persone a rischio di morte per carestia. Nelle ultime settimane, inoltre, la penuria di medicinali sta causando una vera e propria strage di pazienti ricoverati nei nosocomi del nord del paese e l’impossibilità di portare a termine alcune fondamentali campagne vaccinali.


Nel caso del secondo bombardamento di mercoledì mattina, il governo federale ha subito ammesso il raid, parlando di bombe sganciate contro alcuni depositi di armi nascosti in edifici del centro della capitale tigrina.

«Le truppe federali etiopi ed i loro alleati hanno sferrato “l’offensiva finale” contro i combattenti del TPLF, lanciando attacchi coordinati su tutti i fronti» aveva annunciato la scorsa settimana Getachew Reda, precisando che carri armati, aerei da combattimenti e droni avevano iniziato a martellare le posizioni della guerriglia. Secondo il portavoce del TPLF, l’esercito etiope, quello eritreo e le milizie Amhara stanno combattendo i tigrini in contemporanea su diversi fronti, nelle regioni del Tigrè, di Amhara e di Afar.

L’offensiva sarebbe iniziata per via aerea, pochi giorni dopo l’insediamento del nuovo governo del premier Ahmed, che all’inizio di ottobre ha giurato per un nuovo mandato di cinque anni dopo le elezioni federali stravinte dal suo partito.
Il governo etiope ha invece accusato il TPLF di aver ucciso 30 civili nell’area di Nord Wollo, nella regione degli Amhara, e in quella degli Afar. In una dichiarazione alla stampa, il ministro di Stato per i servizi di comunicazione, Legesse Tulu, ha dichiarato che l’offensiva del Tplf «non è focalizzata su obiettivi militari, ma ha preso di mira migliaia di civili, inclusi bambini, donne, anziani, veterani di guerra e anziani» e ha invitato tutti i cittadini etiopi a schierarsi contro «la banda che si è impossessata del Tigray».
Attualmente – occorre considerare il carattere frammentario delle notizie che giungono dal paese, sottoposto da mesi ad un blocco informativo quasi totale imposto dal governo – nella regione degli Amhara si starebbe combattendo in almeno tre località. Secondo alcune testimonianze, le Forze di Difesa del Tigrè (braccio militare del TPLF) ed alcune milizie locali sue alleate avrebbero conquistato e poi di nuovo perso alcune località dopo l’invio al fronte di rinforzi da parte di Addis Abeba. Si continua a combattere anche per il controllo dell’autostrada A2 che collega Addis Abeba a Mekelle.

Sul piano internazionale, il conflitto etiope vede le grandi potenze schierate su fronti opposti. L’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Ue Josep Borrell ha minacciato di imporre sanzioni ad Addis Abeba per violazione dei diritti umani e gli Usa alzano i toni contro l’Etiopia; l’amministrazione Biden starebbe valutando l’esclusione dell’Etiopia dall’African Growth and Opportunity Act (Agoa), un accordo che nel 2020 ha permesso ad Addis Abeba di esportare merci negli USA per circa 237 milioni di dollari. Sul fronte opposto, geopoliticamente parlando, il veto di Russia e Cina paralizza il Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Nena News

Il primo numero della nuova rivista edita da Tamu è già un successo: all’interno estratti di romanzi e poesie, articoli sulla produzione culturale nei paesi di Nord Africa e Medio Oriente, playlist, fumetti. Ne abbiamo parlato con una delle cinque redattrici, Silvia Moresi

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 19 ottobre 2021, Nena News – Quando avrete tra le mani il primo numero di Arabpop, prendetevi del tempo. Ne serve per esplorarla tutta. Ve ne tornerà utile dell’altro per ascoltare i dischi, leggervi i romanzi, guardare i lungo e i cortometraggi che la redazione vi suggerisce.

Nata dall’esperienza (di successo) del libro Arabpop, curato da Chiara Comito e Silvia Moresi, la rivista di arti e letterature arabe contemporanee, edita dalla casa editrice napoletana Tamu, sta girando l’Italia. Accolta benissimo: a poche settimane dall’uscita è già in ristampa. Vuoi per la grafica (ispiratrice, sembra già di viaggiare), vuoi per la ricchezza dei contenuti (articoli, fumetti, un focus su Beirut, recensioni e consigli della redazione), vuoi per la voglia di indagare in modo del tutto nuovo il mondo arabo (i mondi arabi) che le cinque redattrici hanno saputo intercettare.

Chiara Comito, Fernanda Fischione, Anna Gabai, Silvia Moresi e Olga Solombrino (con la direzione editoriale di Christian Elia) sono arabiste, traduttrici, docenti. Hanno portato in Italia il meglio della poesia e della letterature mediorientali e nordafricane. Con Arabpop continuano a farlo: «Dopo l’uscita del libro nel maggio 2020 – ci racconta Silvia Moresi – abbiamo notato un grande interesse per questa nuova narrazione del mondo arabo: ci eravamo focalizzate su quel particolare e importantissimo periodo che sono state le rivoluzioni e le post-rivoluzioni del 2011, raccontandolo non con la geopolitica ma con l’arte e la cultura. Un tipo di narrazione che aveva incuriosito molti, soprattutto i non addetti ai lavori, e che quindi poteva portare a un cambiamento dell’immaginario del mondo arabo in Italia».

Da qui il progetto di una rivista semestrale, cartacea, i cui contenuti potessero essere esaltati da una grafica coloratissima, vivace: «Fresca come lo è il mondo arabo contemporaneo. Insomma, pop». Una grafica che si adatterà anche ai temi. Il primo numero è dedicato alla metamorfosi, «perché volevamo un tema che ricordasse il decennale delle rivoluzioni senza appiattirlo su retoriche celebrative, ma anche che portasse con sé l’idea di movimento, di dinamicità, in contraddizione con quella occidentale che immagina il mondo arabo formato da società immobili e statiche».

Quell’idea era stata già scardinata dieci anni fa, frantumatasi nello stupore dei tanti che mai avrebbero immaginato piazze partecipate, vive, ironiche, corpi di ogni genere ed estrazione sociale che creavano, immaginavano, sfidavano poteri grigi e apparentemente inamovibili. La ricchezza nascosta è stata mostrata: «Le rivoluzioni – continua Moresi – hanno sicuramente liberato alcuni spazi e reso possibili forme artistiche che prima la censura impediva. E hanno reso visibile un fermento culturale che esisteva già, ma che a noi era spesso invisibile: dalle produzioni culturali arabe ci aspettiamo ideologia, eventi politici, racconti impegnati. Con la rivista vogliamo rendere visibile questo fermento cresciuto con la rivoluzione».

Di materiale ce n’è in abbondanza. Fin dalle prime pagine con estratti di romanzi del marocchino Mohammed Said Hjiouij (Kafka a Tangeri, a proposito di metamorfosi), dell’iracheno Sinan Antoon (Solo il melograno) e dell’egiziano Yousef Rakha (Paolo) e una poesia della palestinese Carol Sansour (Separazione). Seguono articoli di giornalisti sparsi tra Medio Oriente e Nord Africa, dal rap iracheno al cinema palestinese, dalla stand up comedy egiziane alla fotografia in Kuwait fino al teatro degli oppressi marocchino. Si chiude con i consigli della redazione: playlist musicali, film, libri, fumetti.

Di fronte si schiude un mondo che fa venir voglia di entrarci dentro. Mercato editoriale permettendo: «Ultimamente in Italia si pubblica più letteratura araba rispetto agli anni precedenti. Quello che manca sono persone che leggano l’arabo all’interno delle case editrici: spesso si passa dalla traduzione in inglese e francese. Con Arabpop, che nella sua prima parte è dedicata alla traduzione di poesie ed estratti di romanzi inediti, vorremmo stimolare gli editori italiani, mostrare che esistono anche altre letterature».

La Turchia è il paese che ha visto il più grande incremento in tutta Europa dei prezzi delle case e degli affitti nell’ultimo anno. Mentre il tasso di coloro che vivono nelle case in affitto sta aumentando gradualmente, la gente impiega la maggior parte del proprio guadagno per pagare la casa

Uno dei parchi occupati dagli studenti turchi (Fonte: Twitter)

di Bianet News Desk 

(Traduzione Valentina Timpani)

Roma, 18 ottobre 2021, Nena News – Le Nazioni Unite, in una decisione del 1985, hanno scelto il primo lunedì di ottobre di ogni anno per celebrare la Giornata Mondiale dell’Habitat. L’idea è quella di riflettere sullo stato di paesi e città e sul diritto basilare di tutti ad avere un’abitazione adeguata.

L’obiettivo della Giornata Mondiale dell’Habitat, che è riconosciuta ufficialmente in Turchia, è anche quello di ricordare ai governi locali e al pubblico in generale quanto sia urgente il problema di offrire migliori condizioni di vita agli esseri umani. Le proteste a suon di “Non riusciamo a trovare casa” tenute dagli studenti universitari in Turchia contro gli affitti alti e il costo degli studentati hanno mostrato, a partire da settembre 2020, l’entità della crisi immobiliare in Turchia.

La Turchia si classifica prima nell’aumento degli affitti e dei costi delle case

Secondo l’Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione Europea, la Turchia è il paese che ha visto il più alto aumento degli affitti e dei prezzi delle case in tutta Europa nell’ultimo anno. Mentre i prezzi delle case sono aumentati in Europa con una media del 6,1 per cento nel primo periodo del 2021 se paragonati al periodo precedente, in Turchia si è trattato invece del 32 per cento.

Quando vengono paragonati gli anni 2020 e 2021 in Europa, i dati dell’Eurostat mostrano che gli affitti hanno subito un aumento medio del 1,2 per cento nei paesi dell’UE e del 9,4 per cento in Turchia.

Aumenti record in tre città metropolitane

Secondo uno studio condotto dal Centro di Ricerca Sociale ed Economica dell’Università di Bahçeşehir (BETAM), i prezzi delle case per metro quadro hanno subito un aumento considerevole nelle tre città più grandi della Turchia in agosto. Mentre il tasso di crescita è stato del 50,7 per cento a Istanbul, il prezzo delle case è aumentato del 31,8 per cento ad Ankara e del 30,9 per cento a Izmir.

In discesa il tasso di persone che vivono in case di proprietà

Secondo i dati forniti dall’Indagine sul Reddito e sulle Condizioni di Vita dell’agenzia di stato nota come Istituto Statistico Turco (TurkStat), il numero di persone che vivono in case di proprietà è precipitato nel 2020. Nel 2020, il tasso di persone che vivono nelle case di proprietà è sceso di un punto se paragonato all’anno precedente, la cui percentuale era del 57,8. La quota dei residenti in case in affitto era del 26,2 per cento, la quota dei residenti in posti letto era del 1,2 per cento e la quota di coloro che non pagavano l’affitto nonostante non vivessero in case di loro proprietà era del 14,7 per cento.

Secondo i risultati del 2020, il 36,7 per cento della popolazione non istituzionale ha avuto problemi di riscaldamento a causa dell’isolamento. È stato calcolato che il 34,7 per cento della popolazione ha affrontato, nelle loro case di proprietà, problemi riguardanti tetti che perdono, umidità nelle mura/pavimenti/fondamenta, serramenti e pavimenti che marciscono e il 22,6 per cento della popolazione ha avuto problemi di inquinamento, di sporcizia legata al traffico o alle industrie o ad altri problemi ambientali.

Il 58,3 per cento della popolazione aveva rate o prestiti da pagare (oltre al mutuo – per la prima casa – e il costo delle abitazione), 12,8 punti meno dell’anno scorso. Mentre questi pagamenti non sono stati apparentemente un peso per il 7 per cento della popolazione, hanno invece gravato notevolmente sul 18,8 per cento.

Il 59,3 per cento delle famiglie ha riferito di non potersi permettere una vacanza di una settimana all’anno lontano da casa, il 37,3 per cento non può permettersi un pasto con carne, pollo e pesce ogni due giorni, il 32,2 per cento non può permettersi spese inaspettate, il 20,3 per cento non può permettersi di tenere la casa adeguatamente riscaldata e il 58 per cento non può permettersi di sostituire mobili usurati.

Aumento di più del 88 per cento dei permessi di costruzione

Secondo le statistiche del TurkStat riguardanti i “Permessi di costruzione, gennaio-giugno 2021”, nei primi sei mesi del 2021, il numero di edifici, la loro metratura, il loro valore e il numero di unità abitative sono aumentati rispettivamente del 88,4 per cento, del 45,3 per cento, del 93,7 per cento e del 49,8 percento in un anno secondo i permessi di costruzione dati dalle municipalità per gli edifici.

Il totale della superficie per cui sono stati dati permessi di costruzione è di 65,4 milioni di m2; 38,5 milioni di m2 dei quali destinati a edifici residenziali, 14,4 milioni di m2 destinati a edifici non residenziali e 12,5 milioni di m2 destinati ad area di uso comune, nei primi sei mesi del 2021.

Il tema di quest’anno: un mondo senza carbone

Nel sottolineare che le città sono responsabili di quasi il 70 per cento del trasporto, degli edifici, dell’energia e dello smaltimento dei rifiuti, che è la causa di gran parte delle emissioni di gas a effetto serra, e delle emissioni di carbone globali, l’Onu ha scelto “un mondo senza carbone” come tema della Giornata Mondiale dell’Habitat di quest’anno.

E’ iniziata la campagna informativa dell’Oms riguardo l’uso del neo-vaccino contro la malaria. Più di 260.000 bambini africani di età inferiore ai cinque anni muoiono ogni anno a causa di questa malattia

di Federica Iezzi

Roma, 16 ottobre 2021, Nena News - E’ iniziata la campagna informativa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità riguardo l’uso del neo-vaccino contro la malaria RTS,S/AS01 tra i bambini dell’Africa subsahariana, con trasmissione della malattia da Plasmodium falciparum. La raccomandazione si basa sui risultati di un programma pilota condotto in Ghana, Kenya e Malawi che ha raggiunto più di 800.000 bambini dal 2019.

Secondo il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, l’utilizzo del vaccino in aggiunta agli strumenti esistenti per prevenire la malaria potrebbe salvare decine di migliaia di giovani vite ogni anno. Il vaccino contro la malaria RTS,S/AS01 dovrebbe essere somministrato in un programma di 4 dosi nei bambini a partire dai 5 mesi di età.

La malaria rimane una delle principali cause di malattie infantili e di morte nell’Africa subsahariana. Più di 260.000 bambini africani di età inferiore ai cinque anni muoiono di malaria ogni anno. Per secoli, la malaria ha perseguitato l’Africa subsahariana, causando immense sofferenze, ha affermato Matshidiso Moeti, direttore regionale dell’OMS per l’Africa. L’Africa ha a lungo sperato in un vaccino efficace contro la malaria. La raccomandazione di oggi offre un barlume di speranza per il continente che sopporta il fardello più pesante della malattia.

A partire dal 2019, più di due milioni di dosi vaccinali, recentemente sviluppate dal produttore farmaceutico britannico GlaxoSmithKline, sono state somministrate a bambini sotto i cinque anni in Ghana, Kenya e Malawi in un programma pilota su larga scala coordinato dall’OMS. Quello stesso programma ha seguito un decennio di studi clinici in sette Paesi africani.

Il 94% dei casi e dei decessi legati alla malaria si verifica in Africa, un continente abitato da 1,3 miliardi di persone. La malattia prevenibile è causata da parassiti trasmessi alle persone dalle punture di zanzare appartenenti al genere Anopheles.

Attualmente l’efficacia del vaccino nel prevenire casi gravi di malaria nei bambini è solo del 30%. Questo è l’unico modo in cui oggi può essere combattuta la malaria, sovrapponendo strumenti imperfetti, per garantire una percentuale di sopravvivenza via via più alta.

Un altro vaccino contro la malaria, sviluppato dall’Università di Oxford nel Regno Unito, l’R21/Matrix-M, ha mostrato fino al 77% di efficacia in uno studio di un anno che ha coinvolto 450 bambini in Burkina Faso. Ma è ancora nelle fasi di prova.

Anche la tedesca BioNTech ha affermato di voler avviare nuove sperimentazioni per un vaccino contro la malaria il prossimo anno, utilizzando la stessa rivoluzionaria tecnologia dell’mRNA.

Gli esperti affermano che la sfida ora sarà mobilitare finanziamenti per la produzione e la distribuzione del vaccino in alcuni dei Paesi a basse risorse.

La GlaxoSmithKline si è finora impegnata a produrre 15 milioni di dosi di vaccino Mosquirix (RTS,S/AS01) all’anno, oltre ai 10 milioni di dosi donate ai programmi pilota dell’OMS, fino al 2028.

La stima della domanda vaccinale contro la malaria sarebbe da 50 a 110 milioni di dosi all’anno fino al 2030, così garantendo la distribuzione nelle aree con trasmissione della malattia da moderata ad alta.

La GAVI alliance (Global Alliance for Vaccines and Immunization), un partenariato pubblico-privato globale, valuterà a breve se e come finanziare il programma di vaccinazione. Nena News

 

Pagine

Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

PalestinaRossa newsletter

Resta informato sulle nostre ultime news!

Subscribe to PalestinaRossa newsletter feed

Accesso utente