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Seconda parte di un breve viaggio nel paese dopo il definitivo ritiro occidentale e il ritorno al potere del Talebani. In tre puntate cercheremo di capire i nuovi equilibri, tra le potenze chi si inseriscono nella crisi, quelle che cambiano paradigma e le forze che rimangono, i studenti coranici ma anche la società civile che resiste

Donne afghane a Farah durante un corso di fotogiornalismo (Foto: Usaid)

di Valeria Poletti

Roma, 14 ottobre 2021, Nena News – (Per la seconda parte clicca qui)

CHI SI OPPONE E REAGISCE
Per quanto, almeno in apparenza, non ci siano organizzazioni capaci di dare avvio a una resistenza popolare, sono documentate mobilitazioni spontanee in tutte le principali città. Secondo alcune testimonianze riportate dalla piattaforma online Green Left, nonostante i ripetuti appelli dei Talebani perché i dipendenti pubblici facessero ritorno ai loro posti di lavoro, un gran numero degli occupati negli uffici governativi, negli ospedali e nelle università e scuole, oltre alla maggioranza degli studenti, è rimasto assente: «Per oltre un mese, questo sciopero non dichiarato ha paralizzato il Paese»(21), sostiene Yasmeen Afghan sulle colonne di Kabul Diaries.

«Negli ultimi 20 anni, una delle nostre richieste era la fine dell’occupazione USA/NATO e ancora meglio se portassero con sé i loro fondamentalisti islamici e tecnocrati e lasciassero che la nostra gente decidesse il proprio destino. Questa occupazione ha portato solo a spargimenti di sangue, distruzione e caos. Hanno trasformato il nostro Paese nel luogo più corrotto, insicuro, droga-mafia e pericoloso soprattutto per le donne. (…) La maggior parte degli afgani comprende bene che la guerra in corso in Afghanistan non è la guerra degli afgani e a beneficio del paese, ma condotta da potenze straniere per i propri interessi strategici e gli afgani sono solo il carburante della guerra»(22). Sono le parole di una attivista di RAWA(23) (Associazione rivoluzionaria delle donne afghane) intervistata da Sonali Kolhatkar il 21 agosto 2021.

Ali Abdi, dalle pagine della piattaforma online Lefteast, ci ricorda che «la lotta delle donne afghane per l’uguaglianza non è iniziata con la guerra degli Stati Uniti e della NATO nel 2001 e non finirà con l’acquisizione dei talebani nel 2021. Gli sforzi collettivi degli afghani per l’uguaglianza di genere risalgono forse a un secolo prima, a cominciare da ciò che ha portato a sostanziali riforme nelle leggi sulla famiglia e sul matrimonio/divorzio e l’istituzione delle prime scuole per ragazze negli anni ’20, quando Amanullah Khan (1919-1929) e la regina Suraya erano al potere. Nei decenni che seguirono, e in mezzo alla forte opposizione delle fazioni più conservatrici della società afghana, abbiamo assistito a un graduale ma significativo progresso nella partecipazione sociale e politica delle donne: hanno ottenuto il diritto di voto, hanno gestito le proprie attività e sono diventate ministri del governo. , senatori, e professori universitari, sebbene molti di questi cambiamenti fossero certamente centrati su Kabul e non attraversassero agevolmente le linee di classe ed etniche o le aree rurali dove continua a vivere la maggioranza degli afghani. L’occupazione sovietica dell’Afghanistan e la conseguente rivolta militare [dei mujaheddin] causarono gravi battute d’arresto rispetto a ciò che le donne avevano ottenuto, e lo scenario di guerra dominato dagli uomini con le sue politiche associate di violenza e crudeltà maschile fece sì che molte donne lasciassero il paese o, se non erano abbastanza privilegiate o non avevano i mezzi per farlo, li costringeva a lasciare il posto di lavoro ea restare a casa. Ma anche dopo l’ascesa degli islamisti e sotto il dominio dei talebani, le donne hanno costantemente trovato il modo di organizzare scuole sotterranee per ragazze, stabilire reti di sostegno nei loro quartieri per i poveri e le vedove o affrontare i talebani per le strade di Kabul»(24).

Le manifestazioni delle donne afghane hanno suscitato emozione e fatto nascere momenti e iniziative di solidarietà in Occidente, in Europa e in Italia, ma la stampa tende ad ignorare la partecipazione della popolazione in generale a forme di protesta spontanee. L’informazione circola quasi solo sul web ad opera di individui e di pochi giornalisti coraggiosi.

Hambastagi, il Partito della Solidarietà Afghana che si proclama laico e progressista, dichiara che proseguirà nella sua opposizione al fondamentalismo e al terrore talebano. RAWA – le cui militanti hanno un loro chiaro indirizzo politico maturato fino dagli anni precedenti la rivoluzione del 1978 – dichiara di lottare per i diritti delle donne, il laicismo e la democrazia.

QUALE DEMOCRAZIA?
La popolazione, a grande maggioranza giovane, ha forse un pallido ricordo del primo governo dei talebani e non ha vissuto gli avvenimenti precedenti (la rivoluzione del 1978, la reazione armata dei gruppi jihadisti sostenuti dagli Stati Uniti, l’occupazione sovietica e la conseguente guerra delle e tra le fazioni
che ha portato al governo l’ultra reazionaria Alleanza del Nord).

L’occupazione americana, anche se vissuta come una dominazione odiosa, ha aperto spazi di partecipazione nel sociale in ruoli del tutto subordinati, ma conformi ai modelli di gestione occidentali, modelli per i quali è necessaria una base di istruzione, la promozione di competenze e mansioni femminili, una relativa libertà di movimento(26).

Nonostante questa “apertura” non abbia inciso sulla struttura autoritaria e patriarcale della società né sulla sua forma istituzionale e giuridica e non abbia prodotto alcun reale sviluppo economico, ma abbia piuttosto reso endemica la corruzione e la dipendenza da produzioni per mercati largamente irregolari (oppio innanzitutto), ha comunque generato aspettative di emancipazione.

Una di queste aspettative è quella del superamento della condizione di povertà e di degrado, di privazione dei diritti elementari, di negazione di prospettive per il futuro: questo ci si aspetta dalla democrazia. Difficile, per chi subisce giorno dopo giorno sul proprio territorio la “guerra globale” promossa dalla “democrazia” occidentale contro tutte le forme di autogoverno che rappresentano un ostacolo ai suoi interessi materiali uscire dall’equivoco.

Difficile rendersi conto che la democrazia alla quale ci si appella non è che uno dei sistemi attraverso i quali si diffonde il modello di sviluppo capitalistico, che non è sinonimo di progresso sociale, ma è esattamente quel sistema che promuove il nuovo colonialismo, lo sfruttamento delle risorse naturali ed umane e la guerra permanente.

Schierarsi a sostegno delle necessarie, non solo legittime, aspirazioni della popolazione afghana e delle coraggiose donne che sono la punta più avanzata di un movimento per l’emancipazione economica, sociale e politica, non può che significare schierarsi attivamente contro questa democrazia, contro le sue avventure belliche dirette e indirette, contro la militarizzazione sociale interna e le politiche di esclusione e respingimento ai nostri confini. Nena News

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Note:
21. Yasmeen Afghan, Kabul diaries part 15 - 1 ottobre 2021
22. RAWA responds to the taliban takeover
23, «RAWA, l’Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell’Afghanistan, è stata fondata a Kabul, Afghanistan, nel 1977 come organizzazione politico/sociale indipendente di donne afgane che lottano per i diritti umani e per la giustizia sociale in Afghanistan. I fondatori erano un certo numero di intellettuali afgane sotto la sagace guida di Meena che nel 1987 fu assassinata a Quetta, in Pakistan, da agenti afgani dell’allora KGB in connivenza con la banda fondamentalista di Gulbuddin Hekmatyar. L’obiettivo di RAWA era quello di coinvolgere un numero crescente di donne afghane in attività sociali e politiche volte all’acquisizione dei diritti umani delle donne e a contribuire alla lotta per l’istituzione di un governo basato su valori democratici e laici in Afghanistan. Nonostante l’atmosfera politica soffocante, RAWA fu presto coinvolta in attività diffuse in diversi ambiti socio-politici, tra cui l’istruzione, la salute e la generazione di reddito, nonché l’agitazione politica». (http://www.rawa.org/rawa.html)
24. In Search of Afghanistan: An Interview with Ali Abdi – 6 settembre 2021
25. https://www.capital.it/articoli/vi-racconto-quello-che-realmente-accade-in-afghanistan/
26. In una intervista del 30 settembre 2021, Selay Ghaffar del Partito della Solidarietà afghana dice: «Durante questo periodo di 20 anni [2001-2021 sotto i governi Karzai e Ghani], le donne sono state lapidate, le donne sono state vittime di attacchi con l’acido. (…) D’altra parte, si è fatta vetrina di alcune cose, come le donne in parlamento o nel governo. Ci sono state anche donne che hanno iniziato a lavorare fuori. C’erano alcune cose positive] per le donne come l’istruzione e la possibilità di uscire da sole e tutto il resto, ma non era supportata da infrastrutture adeguate e spesso dipendeva interamente dal denaro delle ONG o degli Stati Uniti, che erano impegnati a saccheggiare l’Afghanistan in nome dei diritti delle donne. (…) La maggior parte di queste donne in parlamento erano, in realtà, gli altoparlanti dei paesi imperialisti e degli occupanti. Erano i veri impedimenti alla vera resistenza dei rivoluzionari afgani e del movimento progressista. C’era qualcosa per le donne, ma non posso dire che questa fosse libertà, non posso davvero dire che fossero diritti. Dico sempre che i diritti si devono conquistare con la lotta, e poi non possono essere tolti così facilmente. Non possono essere regalati. Ecco perché tutte queste donne al governo dicevano che quando gli Stati Uniti se ne fossero andati, tutti inostri guadagni sarebbero stati annullati. (…) chiediamo sempre alla donna afghana di lottare contro questi gruppi fondamentalisti, di alzare la voce per fare un forte movimento di resistenza; dovremmo prendere i nostri diritti con le nostre mani». (Marcel Cartier e Selay.
Exclusive Interview with Selay Ghaffar – 30 settembre 2021

I gruppi che manu militari gestiscono il paese crollano nei consensi. Non fanno autocritica sulla repressione delle proteste, ma accusano il vincitore relativo, al-Sadr, di complotto. E l’ex premier al Maliki porta i capi miliziani a casa sua per decidere le prossime mosse

Miliziani delle Kataib Hezbollah

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 14 ottobre 2021, Nena News – Il 10 giugno 2018, un mese dopo le parlamentari, scoppiò un incendio in un deposito nella zona est di Baghdad: dentro c’erano le schede elettorali del distretto di al-Rusafa. Dovevano essere ricontate, insieme ad altre 10 milioni di schede, a seguito di denunce di brogli.

Forse è per evitare «incidenti» simili che ieri il premier iracheno al-Kadhimi ha personalmente supervisionato la consegna delle urne alla Commissione elettorale. Dopotutto le accuse di brogli sono già state sollevate. Non da attivisti del movimento popolare, nato a ottobre 2019. Ma da chi finora ha gestito manu militari il paese: le milizie sciite filo-iraniane. A 48 ore dalle legislative, risultati definitivi non ci sono ancora. Se attese erano sia la bassa affluenza (record negativo, 41%, il boicottaggio politico del movimento popolare ha funzionato) sia la vittoria relativa del movimento sadrista, qualche sorpresa il voto l’ha regalata.

La prima è la presenza mai così alta di donne in parlamento: 97 seggi su 329, 14 in più del 25% previsto per legge. Non che ciò significhi un cambio di paradigma strutturale nella partecipazione femminile, ma qualcosa si muove. La seconda «novità», che non preannuncia nulla di buono, è proprio la reazione delle milizie sciite, riunite politicamente sotto l’ombrello della coalizione Fatah.

Secondo i risultati preliminari, hanno subito un tracollo: appena 14 seggi, contro i 48 di tre anni fa. Parlano di «imbroglio», di risultati «fabbricati»: «Costi quel che costi, difenderemo i voti dei nostri candidati ed elettori con piena forza», ha scritto in una nota Hadi al-Ameri, leader di Fatah ma soprattutto dell’Organizzazione Badr e del suo braccio armato, il più potente capo miliziano sciita del paese, tanto da presenziare a più di un incontro con l’ex presidente Trump e, ancora prima, con Obama.

Insomma, uno che se minaccia fa paura. Come paura fanno le Kataib Hezbollah irachene, quelle il cui leader Abu Mahdi al-Muhandis fu fatto saltare in aria da un drone americano il 3 gennaio 2020, insieme al potentissimo generale iraniano Suleimani. Ieri un portavoce del gruppo ha invitato i sostenitori a opporsi ai risultati e a «insistere per riportare le cose al posto giusto», mentre a Baghdad atterrava Esmail Qaani, successore di Suleimani a capo dell’élite dei pasdaran iraniani, le forze al Quds.

Nessuna autocritica per il ruolo avuto a partire da ottobre 2019 nella brutale repressione del movimento popolare e l’uccisione di oltre 600 manifestanti in pochi mesi. Il vincitore (seppur privo di una maggioranza assoluta e anche lui responsabile di infiltrazioni delle piazze per fermare le proteste) sarebbe il religioso sciita Moqtada al-Sadr, con 73 seggi. A seguire, con 38, c’è il sunnita Taqaddoum, guidato dallo speaker del parlamento Mohamed al-Halbousi.

Terzo posto per State of Law dell’ex premier al-Maliki che con 37 seggi sorride, lui che è stato tra i leader più odiati con il suo bagaglio di feroce repressione della comunità sunnita e di scomparsa di miliardi di dollari destinati alla ricostruzione post-invasione Usa. Proprio al-Maliki lunedì sera ha ospitato a casa sua i leader delle milizie sciite per valutare come rispondere al «golpe» di al-Sadr e al «complotto britannico-americano». Secondo una fonte sentita da Mee, l’idea è scaldare il clima (con le armi) così che al-Sadr e Kadhimi capiscano il messaggio.

Nessuno invece pare aver colto il vero messaggio lanciato domenica dagli astenuti: il rigetto di un sistema politico che non prende in considerazione le miserevoli condizioni del popolo iracheno.

Seconda parte di un breve viaggio nel paese dopo il definitivo ritiro occidentale e il ritorno al potere del Talebani. In tre puntate cercheremo di capire i nuovi equilibri, tra le potenze chi si inseriscono nella crisi, quelle che cambiano paradigma e le forze che rimangono, i studenti coranici ma anche la società civile che resiste

Talebani a Kabul (Fonte: Department of Defense Us)

di Valeria Poletti

Roma, 13 ottobre 2021, Nena News – (Per la prima parte clicca qui)

CHI ENTRA
Escono, almeno formalmente, le potenze extra-regionali, entrano le potenze regionali in conflitto tra loro, anche se in provvisorio sodalizio. Ed entrano per condizionare il governo dei Talebani che hanno “ostinatamente” sostenuto. Cina, Russia, Pakistan, Qatar e Turchia negoziano ora con i Talebani una adeguata contropartita e tutti, al momento, hanno interesse a mantenere un ordine che crei un ambiente favorevole tanto ai loro investimenti in infrastrutture e attività estrattive, quanto a tenere lontane dai propri confini le minacce portate dalle fazioni jihadiste e indipendentiste.

Uno degli affari sul tappeto è quello che riguarda il gasdotto TAPI destinato a trasferire il gas turkmeno in India(11) via Afghanistan e Pakistan. Attorno a questo progetto ruotano interessi contrastanti sia riguardo ai corridoi energetici, in particolare tra Cina e Iran, mentre è già in fase acuta il conflitto aperto tra India e Pakistan per le frontiere del Kashmir. Un punto caldo che interseca anche il corridoio di Wakhan, passaggio impervio ma importante per il diretto accesso cinese al Paese e alle sue risorse minerarie.

Il Pakistan, inteso come l’assetto di potere costituito dall’ISI (i servizi segreti) e dall’esercito che non hanno mai smesso di sostenere i Talebani, ha registrato una significativa vittoria(12). Una vittoria che, però, apre la strada al revanscismo delle aree tribali di etnia pashtun e alle azioni terroristiche sul suo territorio. Cina, Russia e Iran non invaderanno l’Afghanistan, ma, oltre a competere tra loro per sfruttare le risorse del Paese, ne faranno un campo di battaglia per la loro competizione strategica con gli Stati Uniti. Il governo turco, sostenuto dal Qatar, può aprire una partita, se non per l’egemonia, certamente per riattivare la catena economica e rivestire un ruolo di sponda per la componente sensibile all’influenza della Fratellanza Musulmana.

Al momento, grandi e medie potenze regionali hanno interesse a stabilizzare il Paese sotto il dominio talebano, ma non mancano le premesse per il rilancio di conflitti interni (in particolare tra le fazioni Jihadiste che hanno devastato l’Afghanistan prima combattendo – con il concreo sostegno americano(13) – i sovietici e, poi, per la conquista del potere) dei quali i “grandi” potranno servirsi per combattere tra loro con il sangue altrui. In attesa che i Paesi europei, che, per ora, restano a negoziare le briciole con il governo talebano, si facciano avanti per partecipare alla spoliazione delle risorse naturali.

Anche se non c’è, al momento, un polo imperialistico capace di sostutuire l’azione trainante e globale degli Stati Uniti, le acque si stanno muovendo in questo scacchiere come in altri, e la costruzione e rottura di alleanze contingenti prefigura una guerra più estesa e duratura per la conquista dell’egemonia.

CHI RESTA
Restano i Talebani. Il movimento che, al suo inizio, faceva riferimento al mullah Omar (morto nel 2013) nasce come del tutto autoctono, e solamente in un secondo tempo ottiene l’avallo dell’Arabia Saudita (in funzione anti-iraniana) e del Pakistan che vedeva nei Talebani una forza in grado di pacificare il Paese confinante devastato dalla guerra civile tra fazioni rivali. Sono gli stessi comunisti-maoisti afgani, peraltro ovviamente antagonisti dell’Emirato Islamico, ad affermare che il movimento, un piccolo raggruppamento all’inizio, si è costituito per combattere i mujaheddin (finanziati e armati dagli Stati Uniti (14) contro il governo in carica sostenuto dall’URSS) (15).

All’epoca del suo insediamento al potere nel 1996, la dirigenza talebana non sembrava aver enunciato un programma politico articolato: l’intendimento del movimento era in primo luogo quello di ristabilire nel Paese una giustizia intesa come regola della convivenza sociale – sottratta, cioè, all’arbitrio delle fazioni in lotta tra loro per l’egemonia – fondata sulla legge islamica. La sharia, comunque, era già stata introdotta quale legge suprema dello Stato dall’Alleanza del Nord nel 1994, non dai Talebani, che l’hanno comunque mantenuta in vigore.

Dopo essere stati rovesciati nel 2001 dall’intervento americano che ha portato al governo, insieme a Karzai, molti dei criminali appartenenti all’Alleanza del Nord, i Talebani lanciarono alcune ondate insurrezionali, le più estese e importanti nel 2009 e nel 2014.

Per molti anni i media occidentali hanno assunto sotto la comune etichetta di Talebani formazioni combattenti contro il governo centrale tra loro differenti e in vario grado accettati dalla popolazione quali gruppi resistenti impegnati in una guerra di liberazione nazionale, uno dei temi centrali sui quali questi gruppi hanno incentrato la propria propaganda. Certamente l’identità religiosa e etnica pashtun rappresentava una base forte per guadagnare consenso soprattutto nelle aree rurali. Bisogna, però, tenere nel dovuto conto il fatto che la drammatica incapacità del governo Karzai(16) di dare risposta alle più elementari esigenze di sostentamento e di servizi sociali per le comunità ha contribuito molto a spostare simpatie verso i fondamentalisti.

L’insorgenza aveva, dunque, una diffusione molto maggiore di quanto riportato dalla nostra informazione. Quanto, poi, la pressione violenta esercitata dai Talebani abbia avuto parte nel costringere i giovani delle province ad arruolarsi nelle formazioni armate islamiste non è dato sapere.

Quello che sappiamo è che questa insorgenza aveva progressivamente attenuato gli accenti più radicalmente jihadisti per avvicinarsi a concezioni nazionaliste, rozzamente antimperialiste e di minore assolutismo ideologico sotto la guida del talebano mullah Omar, capo spirituale riconosciuto dell’”emirato”. Gli “strateghi” americani hanno contribuito, più o meno consapevolmente, a far prevalere la fazione Haqqani, la più ideologicamente intransigente e regressiva, nella lotta per il potere contro Omar.

Come riporta Kamran Bokhari, analista dell’agenzia intelligence privata statunitense Stratfor, «l’obiettivo di Haqqani era quello di legarsi alla componente più forte per portare avanti i propri progetti che trovavano parziale coincidenza con quelli di altri gruppi insorgenti regionali, jihadisti, taliban e narco-criminali. Questa circostanza, secondo alcuni analisti, avrebbe indotto molte delle agenzie di intelligence internazionali a identificare in Haqqani il possibile negoziatore con il Pakistan per [governare] l’Afghanistan abbandonato dall’Occidente [intenzionato a uscire dal pantano afghano, ndr]»(17).

È appunto con questa fazione, vittoriosa dopo la morte del mullah Omar e attualmente al governo, che hanno trattato gli americani. Proprio con la consorteria che vediamo ora esercitare il massimo grado di disumana brutalità contro la popolazione: un ottimo esempio di come Washington promuove i diritti umani.

Le ragioni del successo degli odierni Talebani nel prendere rapidamente il potere al momento del ritiro delle truppe americane non sono, dunque, difficili da spiegare.

Al di là di qualche sommaria inchiesta condotta da organismi internazionali quali Human Right Watch(18) o Asia Foundation(19), che riportano significative percentuali di consenso al movimento talebano (in quanto organizzazione di resistenza anti-americana e anti- governativa, anche se ultra-reazionario) in quegli anni, è quasi impossibile farsi una idea di quanta parte della popolazione lo abbia effettivamente sostenuto. È, però, un fatto che le file dei miliziani hanno registrato considerevoli adesioni, in parte certamente forzate dalla violenza diretta e dalle miserevoli condizioni di vita, ma, come viene ampiamente riconosciuto anche da queste stesse fonti, dovute al rigetto della dilagante corruzione e della delinquenza comune, degli abusi e vessazioni subite per mano degli agenti governativi, delle sentenze considerate ingiuste (perchè contrarie alla legge coranica) emesse dai tribunali statali.

Nonostante la grandissima riduzione del consenso verificata in questi ultimi anni, sono ancora queste le motivazioni addotte da chi ha visto con favore la vittoria dei Talebani. Non meno comprensibile è il fatto che la fine della guerra, dei bombardamenti che hanno provocato un grandissimo numero di morti civili e di invalidi, abbia guadagnato consensi agli artefici della “cacciata degli americani”.

E bisogna considerare che «a metà del 2020, le forze talebane controllavano o esercitavano un’influenza significativa in moltissime province e distretti dell’Afghanistan. In queste aree, i residenti rispettano una serie parallela di leggi governative e regolamenti imposti dai talebani. Alcune organizzazioni non-governative (ONG) – finanziate da donatori internazionali e che lavorano con il governo afghano – forniscono servizi sociali, compresa l’istruzione e l’assistenza sanitaria, nelle aree controllate dai talebani. I leader talebani hanno assunto una certa [funzione di] supervisione su questi servizi e hanno emanato regolamenti relativi alle loro operazioni. I funzionari talebani sono in contatto diretto con le ONG e con i funzionari del governo afgano locale attraverso la mediazione degli anziani delle comunità e dei consigli comunitari»(20). Sono fatti che contribuiscono a spiegare la rapida vittoria talebana.

Tanto più suscita ammirazione quella parte della popolazione, primo tra tutti il coraggioso movimento delle donne, che apertamente sfida l’ordine talebano manifestando la propria opposizione nelle strade.

(Continua domani con la terza e ultima parte)

***

Note:
11. Per i talebani, la realizzazione del gasdotto TAPI ha grande rilevanza. TAPI fornirebbe risorse energetiche al Paese e, soprattutto, entrate sotto forma di tasse di transito. Quale sarà la reazione dell’Iran, competitore diretto quanto a trasporto e commercializzazione del gas naturale?
12. «Il Pakistan tende a sostenere i partiti islamici sunniti in Afghanistan, che sono prevalentemente pashtun, come Hezb-e Islami e i talebani di Quetta Shura. Mentre il Pakistan non vuole vedere un forte leader pashtun emergere a Kabul, cosa che potrebbe provocare sentimenti nazionalisti oltre il confine, vorrebbe vedere un Afghanistan flessibile, guidato dai pashtun, che si troverebbe saldamente sotto la sua influenza e accetterebbe la legittimità della linea Durand [il confine tra i due Paesi, ndr]. Tale politica è guidata in parte dalle preoccupazioni regionali riguardo all’India e, in misura minore, all’Iran. India e Iran tendono a sostenere le minoranze non pashtun in Afghanistan, come i tagiki e gli hazara, e il Pakistan teme che se questi gruppi salissero al potere a Kabul, ciò significherebbe l’accerchiamento [del Pakistan] da parte dell’India e dei suoi alleati. Inoltre, l’esercito pakistano ha da tempo ritenuto di aver bisogno di un governo amichevole in Afghanistan che gli offrirebbe la “profondità strategica” in qualsiasi futura guerra con l’India». (Pakistan and Afghanistan)
13. «L’Afghanistan ha vissuto una breve parentesi di avvio alla modernità a seguito della rivoluzione del 1978, una rivoluzione immediatamente paralizzata e soffocata proprio dall’attacco condotto da milizie ultrareazionarie e settarie, ispirate all’Islam politico, anch’esse sostenute, armate e finanziate dagli Stati Uniti (con collaborazione diretta di Israele e dell’ISI pakistana) grazie ad esplicita decisione del Congresso americano autorizzata dal presidente Carter con direttiva del 3 luglio 1979 . Al popolo afgano non è stato permesso di uscire dal medioevo». (Valeria Poletti, Il diavolo e l’acqua santa – 2010 – www.valeriapoletti.com)
14. «Tutti questi gruppi fondamentalisti [confluiti poi nell’Alleanza del Nord per combattere il primo governo dei Talebani del 1996 e, in parte, integrati nel governo Karzai dal 2001, ndr], non erano niente all’inizio. La gente li odiava. Avevano una cattiva fama in Afghanistan e non avevano alcun sostegno tra gli studenti di Kabul, e nemmeno tra le persone nelle aree e nei villaggi locali. I fondamentalisti si chiamavano Akhwan Muslimeen (Fratelli Musulmani), ma la gente li chiamava Akhwan-ul Shayateen (Evil Brothers). (…) Ciò che ha dato a questi fondamentalisti la posizione odierna è stato il sostegno di altri paesi. Gli Stati Uniti sono stati il principale paese che ha sostenuto questi diversi fondamentalisti, compresi i talebani. Durante il periodo dell’occupazione sovietica, sono stati spesi più di 3 miliardi di dollari donati dagli Stati Uniti ai partiti fondamentalisti più brutali. Il Pakistan ha anche addestrato la maggior parte di questi fondamentalisti. E l’Arabia Saudita, l’India, l’Iran, la Turchia, l’Uzbekistan e anche il governo del Giappone, purtroppo, li hanno sostenuti. Questo in nome del sostegno o della difesa del popolo afghano contro la Russia. (…) I fondamentalisti, che erano molto impopolari tra la gente sono diventati improvvisamente proprietari di grandi campi profughi. Sono stati dati loro milioni di dollari e armi. Hanno tutti enormi conti bancari». (Interview with Sahar Saba, a representative of Revolutionary Association of the Women of Afghanistan – 27 febbraio 2003)
15. Interview with Afghanistan Maoist Leader – inverno 2006
16. «Fa parte del background politico di Karzai il fatto che sia stato consigliere per le trattative tra i talebani e la Unocal, una compagnia petrolifera statunitense. Inoltre [Karzai] è stato viceministro degli Esteri dal 1992 al 1996 quando i fondamentalisti erano al potere a Kabul e diversi gruppi armati si battevano per la sete di potere. Più di 50.000 civili sono stati uccisi solo a Kabul durante questi sanguinosi anni. Sebbene cerchi di atteggiarsi a democratico, la gente lo guarda con occhi dubbiosi, criticandolo molto quando cerca di scendere a compromessi con l’Alleanza del Nord». (Interview with Sahar Saba, a representative of Revolutionary Association of the Women of Afghanistan – 27 febbraio 2003)
17. L’insorgenza in Afghanistan, in Centro militare studi strategici ricerca 2010 a cura di Claudio Bertolotti (direttore della ricerca). Questo studio rappresenta una preziosa, precisa e dettagliata, fonte di informazioni sulla natura, la composizione e le strategie dei gruppi di opposizione al governo fantoccio.
18. «La caratteristica principale e distintiva del conflitto armato in Afghanistan negli ultimi due decenni è stato il danno ai civili causato da massicce violazioni dei diritti umani e crimini di guerra da tutte le parti. Questi abusi dilaganti hanno a loro volta alimentato il ciclo del conflitto in molti modi, anche stimolando il reclutamento nell’insurrezione, rendendo quasi impossibile il dialogo politico e minando gli sforzi per promuovere la stabilità attraverso una migliore governance. (…) Ho passato gran parte di questi ultimi 20 anni a parlare con gli afghani delle conseguenze dell’antiterrorismo andato male – le morti e i feriti tra i civili che non sono mai entrati nel conteggio delle vittime dell’attacco aereo del Pentagono; i raid notturni che si sono trasformati in esecuzioni sommarie contro persone che hanno avuto la sfortuna di vivere in un quartiere conteso; la tortura delle persone in custodia che ha distrutto vite e ha motivato la vendetta. Ho anche parlato con molti afghani delle conseguenze impreviste di queste azioni: la rinascita dei talebani favorita dagli abusi e dalla corruzione del governo afghano; le lamentele e la delusione che hanno spinto le persone a perdere la fiducia che l’Afghanistan post-2001 sarebbe stato migliore». (Patricia Gossman, How US funded abuses led failure Afghanistan – 6 luglio 2021)
19. cfr.: Lindsay Maizland, The Taliban in Afghanistan – 15 settembre 2021
20. Non hai diritto di lamentarti – 23 settembre 2021

Prima parte di un breve viaggio nel paese dopo il definitivo ritiro occidentale e il ritorno al potere del Talebani. In tre puntate cercheremo di capire i nuovi equilibri, tra le potenze chi si inseriscono nella crisi, quelle che cambiano paradigma e le forze che rimangono, i studenti coranici ma anche la società civile che resiste

Soldati Usa nella base di Baylough, in Afghanistan (Fonte: US Army)

di Valeria Poletti

Roma, 12 ottobre 2021, Nena News – Dopo un anno e mezzo di trattative con i Talebani, l’esercito degli Stati Uniti e le truppe alleate lasciano l’Afghanistan. L’ultimo volo degli americani è salutato in Occidente da commenti ironici sull’avventura di 20 anni di guerra finita in una fuga precipitosa e in un indecoroso fallimento. I più importanti Paesi musulmani tacciono.

Imran Kan, primo ministro del Paese che più ha sostenuto la guerra delle bande islamiste, afferma che «gli insorti hanno spezzato le catene della schiavitù». Ha ragione? L’indipendenza nazionale, quella che i Talebani hanno sempre affermato di perseguire e che ora hanno effettivamente conseguito, non è la stessa cosa della liberazione dalla schiavitù, ma è esattamente ciò contro cui USA e alleati hanno combattuto per due decenni.

Della schiavitù imposta ad una intera popolazione è importato e importa poco, anche se la campagna mediatica delle “democrazie” nel mondo si è affannata a testimoniare compassionevole solidarietà alle donne afghane colpite dalla più brutale oppressione “di genere”.

Quello che importa è che un Paese ricco di risorse naturali e punto di intersezione di vie di transito delle merci e degli affari sia “stabilizzato”, cioè che vi sia qualcuno che comanda con il quale trattare l’apertura alla competizione tra multinazionali. L’uscita di scena (almeno apparente) degli Stati Uniti contribuisce a sconvolgere la rete di alleanze che hanno tenuto in equilibrio i rapporti tra le grandi potenze e lascia spazio al conflitto tra Paesi musulmani che rischia di coinvolgere l’Occidente.

CHI ESCE
Secondo l’accordo firmato in Qatar il 29 febbraio 2020, i Talebani concordano che “il suolo afghano non sarà usato contro la sicurezza degli Stati Uniti e dei suoi alleati” e gli Stati Uniti acconsentono al ritiro di tutte le forze straniere dall’Afghanistan. Su insistenza dei Talebani, l’allora governo afghano, peraltro difficilmente considerabile legittimo(1), non ha preso parte alle trattative. Gli stessi talebani non sono uniti: i leader politici firmano l’accordo, ma i comandanti sul campo hanno posizioni contrastanti(2).

A quanto riporta il Time del 15 febbraio 2020, «l’accordo contiene allegati segreti, secondo tre persone che hanno familiarità con i dettagli dell’attuale bozza. Il primo è un accordo per la permanenza nel Paese delle forze antiterrorismo statunitensi. La seconda è una denuncia dei talebani contro il terrorismo e l’estremismo violento. Il terzo allegato contiene un meccanismo per monitorare se tutte le parti stanno onorando la semi-tregua mentre procedono i colloqui tra le parti in guerra afghane, secondo due delle fonti, e l’ultimo si occupa di come la CIA opererà in futuro nelle aree controllate dai talebani»(3).

Non c’è stato, dunque, spazio contrattuale per gli alleati che, durante i 20 anni di guerra, hanno dato un contributo in armi, truppe e finanziamenti non indifferente. Ma nemmeno c’è stato spazio di rappresentanza per una popolazione privata, ieri come oggi, di qualsiasi diritto.

Gli Stati Uniti se ne vanno lasciando un sostanzioso boccone in mano alla Cina: nel 2007 il governo afgano ha firmato un contratto di 30 anni per 3 miliardi con la Cina Metallurgical Group, un’impresa mineraria statale con sede a Pechino, per sfruttare il deposito di rame di Mes Aynak. Inoltre, il sottosuolo dell’Afghanistan è ricchissimo di terre rare4 e minerali del valore di almeno 1000 miliardi di dollari.

«Nel 2006, i ricercatori statunitensi hanno effettuato missioni aeree per condurre indagini magnetiche, gravitazionali e iperspettrali sull’Afghanistan. Le rilevazioni aeree hanno determinato che l‘Afghanistan può contenere 60 milioni di tonnellate di rame, 2,2 miliardi di tonnellate di minerale di ferro, 1,4 milioni di tonnellate di elementi delle terre rare come lantanio, cerio e neodimio e filoni di alluminio, oro, argento, zinco, mercurio e litio. Ad esempio, il giacimento di carbonatite Khanneshin, nella provincia di Helmand in Afghanistan, ha un valore di 89 miliardi di dollari, pieno com’è di terre rare»(5) .

Certamente Washington ha compiuto un sacco di errori in questi venti anni di guerra, per esempio trascurando la ricostruzione e la crescita economica e strutturale del Paese (come, invece, si impegna a fare la Cina), sottovalutando l’organizzazione tribale avversa a forme di potere centralizzato e il consolidato potere dei Talebani su parte delle provincie e delle popolazioni locali, e sopravvalutando, invece, la possibilità di costruire un governo fantoccio e un esercito ad esso fedele.

Peggio ancora calibrando il proprio intervento militare sul modello del controterrorismo invece che su quello di controinsurrezione, dimenticando che i Talebani avevano conservato il controllo di vaste zone dove continuavano ad amministrare la giustizia e ad imporre la loro tassazione. Ma non hanno deciso il ritiro pensando di avere raggiunto i propri obiettivi, né in conseguenza di una sconfitta sul campo. Con gli accordi di Doha hanno consapevolmente promosso i Talebani a interlocutore politico e futuro governo afghano.

La partita è chiusa? Probabilmente no: Stati dotati di armi nucleari (India e Pakistan) competono tra loro per ottenere influenza sull’Afghanistan e gli Stati Uniti non mancheranno di provare a fare l’ago della bilancia. E non è detto che, in futuro, i nemici non saranno diversi dai Talebani.

Gli Usa non hanno problemi con le formazioni jihadiste (e/o terroriste) che rappresentano, invece, una minaccia per Cina, Russia e Pakistan; è piuttosto la concorrenza strategica con e tra questi attori ad essere motivo di preoccupazione e ci sono pochi dubbi che Washington sarebbe disposto ad “incoraggiare” l’una o l’altra fazione islamista al fine di destabilizzare quel Paese che i diretti competitori vorrebbero “pacificato” sotto il tallone di un governo amico.

Ma, se l’obiettivo finale è mettere in scacco la Cina, piuttosto che dissanguarsi in una guerra senza fine in Centro-Asia sembra conveniente procedere ad un accerchiamento sul fronte del Pacifico: è di questi ultimi giorni la notizia del patto di alleanza strategica, militare e di sicurezza tra Stati Uniti Australia e Gran Bretagna (Aukus) che fornirà a Canberra una flotta di sottomarini a propulsione nucleare(6).

Inoltre, «il coinvolgimento americano in Afghanistan potrebbe non essere finito e in caso di ulteriori incursioni contro i terroristi dello Stato Islamico del Khorasan, la responsabilità delle operazioni potrebbe venire affidato alla Marina. (…) La soluzione migliore rimane quindi lo stazionamento di portaerei e squadre navali nel Mare Arabico (in quanto gli USA non hanno basi nei Paesi confinanti con l’Afghanistan, ndr)»(7).

Escono di scena e si accomodano nel sottopalco anche le potenze europee(8) che non hanno le capacità militari per rimanere senza la copertura americana, tra queste l’Italia, schierata, da subito a protezione degli investimenti ENI nel vicino Turkmenistan, degli affari legati all’oppio, della realizzazione di infrastrutture(9) e delle relazioni con l’Iran.

E, al pari degli altri “grandi”, il governo italiano sta già schierando le sue pedine in vista di un nuovo rapporto con i vincitori, parola del nostro ministro degli Esteri Di Maio: “Con i Paesi dell’area e con i nostri partner che hanno già dislocato in Qatar i propri punti di rappresentanza competenti per l’Afghanistan, stiamo riflettendo sulla creazione di una presenza congiunta in Afghanistan – un nucleo formato da funzionari di più Paesi sotto l’ombrello dell’Unione Europea o, eventualmente, delle Nazioni Unite – con funzioni prevalentemente consolari e che serva da punto di contatto immediato. Si tratterebbe di una soluzione innovativa, per la quale sarà necessario un efficace coordinamento preventivo”, ha detto il ministro che ha spiegato di aver già discusso del trasferimento dell’ambasciata a Doha “con il mio omologo qatarino, che ha confermato massima collaborazione. (10)

(Continua domani con la seconda parte)

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Note:
1. «L’ultima elezione presidenziale afghana si è svolta il 28 settembre [2019], dopo essere stata rinviata per diversi anni. A causa di numerose irregolarità e proteste da parte di vari candidati, i risultati non sono stati annunciati fino al 18 febbraio 2020, quasi cinque mesi dopo le elezioni. (…) Ci sono state numerose irregolarità nel processo elettorale, tra cui la violenza in molti dei seggi elettorali, l’uso di dispositivi di voto biometrici sconosciuti e vere e proprie frodi elettorali. Di conseguenza, solo circa 1,8 milioni dei 9,6 elettori registrati hanno votato e quasi 300.000 voti sono stati contestati e molti respinti». (Grant Farr, The Afghan Peace Agreement and Its Problems – 6 aprile 2020)
2. «I leader talebani che hanno negoziato l’accordo di pace appartengono al gruppo dirigente talebano denominato Quetta Shura. Questo gruppo opera dal Pakistan ed è in gran parte un’organizzazione politica ed economica. La Quetta Shura controlla il redditizio commercio di oppio ed eroina che finanzia le operazioni militari dei talebani in Afghanistan. La Quetta Shura è guidata da alti talebani, tra cui Haibutullah Akhundzada, Mohammed Yaqub, Mohammed Omar e Abdul Ghani Baradar». (ibidem)
3. Kimberly Dozier, Secret Annexes, Backroom Deals: Can Zalmay Khalilzad Deliver Afghan Peace for Trump? – 15 febbraio 2020.
4. Le terre rare sono 17 metalli che sono fondamentali per l’industria elettronica e delle tecnologie avanzate essendo indispensabili per la produzione di batterie al litio, pale eoliche e pannelli solari. La Cina ne controlla quasi interamente la produzione mondiale: gli Stati Uniti e l’Europa dipendono rispettivamente per l’80% e il 98% dalla Cina per la fornitura di terre rare.
5. Rare Earth: Afghanistan Sits on $1 Trillion in Minerals – 5 settembre 2014.
6. Non si tratta solamente di una risposta al rapido ammodernamento e potenziamento della marina cinese, ma anche di un argine posto alle ambizioni europee di giocare un ruolo nella regione dell’Indo-Pacifico: questo accordo, che ha prodotto la cancellazione della commessa miliardaria che la Francia aveva concordato con l’Australia per la fornitura dei sottomarini, prevede la condivisione di informazioni tra i tre Paesi in aree come l’intelligenza artificiale, la cybersicurezza, i computer quantistici e le capacità di difesa sottomarine. «Oltre alla perdita commerciale di un contratto del valore di 90 miliardi di AUD all’industria della difesa francese, il patto solleva anche interrogativi sulle pretese di Parigi come potenza indo-pacifica. L’eredità dell’impero francese, unica tra i paesi europei, comprende diversi territori della regione, come La Reunion e la Polinesia francese, che ospitano circa 1,6 milioni di cittadini francesi e comprendono una zona economica esclusiva di circa 9 milioni di chilometri quadrati. Di fronte alle ambizioni espansionistiche della Cina, la Francia ha tentato di riaffermare la sua potenza militare nell’Indo-Pacifico. Nella regione sono dispiegati circa 7.000 soldati. Nel 2020, per la prima volta in due decenni, la Francia ha inviato un sottomarino nucleare nell’Indo-Pacifico come mezzo per segnalare che era disposta e in grado di proteggere i propri interessi lì». (Ido Vock, Why EU support for France over Aukus has been muted – 22 settembre 2021)
7. Eugenio Roscini Vitali, Gli USA puntano sulla Marina (e nuove basi) per tenere sotto tiro l’Afghanistan – 9 settembre 2021.
8. Formalmente, gli alleati NATO sono entrati in Afghanistan per ottemperare all’articolo 5 del trattato, cioè a fianco degli Stati Uniti colpiti un attacco terroristico proveniente da un Paese terzo. Nei fatti pensavano di ottenere in cambio assistenza alle loro operazioni in Africa.
9 Cfr.: L’Italia e la guerra che profuma di zafferano e oppio – 24 ottobre 2015.
10. Di Maio: “Valutiamo presenza a Kabul con altri partner” – 7 settembre 2021.

Terza puntata della rubrica audio a cura di Laila Sit Aboha. Oggi incontriamo Karim, nato e cresciuto a Cattolica e il suo graduale innamoramento per la Palestina, attraverso i racconti di suo padre

della redazione

Roma, 12 ottobre 2021, Nena News – In questa puntata di Cronache in Diaspora abbiamo incontrato Karim El Sadi, italo-palestinese di 24 anni, nato e cresciuto a Cattolica. Ha vissuto tutta la vita a Pesaro, da qualche mese lavora a Palermo.

Karim è originario di Kufr Zibad, villaggio vicino Tulkarem in Cisgiordania. Ci ha raccontato dell’influenza del padre nell’avvicinarlo alle sue origini, della curiosità che gli ha generato e dell’orgoglio nel conoscere il popolo palestinese.

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Autore di dieci romanzi e svariati racconti, il tanzaniano Abdulrazak Gurnah è stato premiato per “la sua intransigente e compassionevole penetrazione degli effetti del colonialismo e del destino del rifugiato nel divario tra culture e continenti”. Uno scrittore che ha dedicato la sua opera a narrare nei modi più belli e inquietanti ciò che sradica le persone e le costringe alla fuga

Abdulrazak Gurnah

di Federica Iezzi

Roma, 11 ottobre 2021, Nena News – Il Premio Nobel per la letteratura 2021 è l’autore tanzaniano Abdulrazak Gurnah. Il prestigioso premio è stato assegnato per la ‘compassionevole penetrazione degli effetti del colonialismo e del destino del rifugiato nel divario tra culture e continenti’.

Nato a Zanzibar e trasferitosi in Gran Bretagna come rifugiato negli anni ’60, Gurnah ha recentemente lasciato la sua cattedra di letteratura inglese e post-coloniale all’Università del Kent, a Canterbury, dopo aver seguito il lavoro di scrittori come Soyinka, Ngũgĩ wa Thiong’o e Salman Rushdie. 

È il primo scrittore africano a vincere il premio dopo Doris Lessing, scrittrice zimbabwese di origine britannica (2007), John Maxwell Coetzee, scrittore, saggista e accademico sudafricano naturalizzato australiano (2003), Nadine Gordimer, scrittrice sudafricana (1991), Nagib Mahfuz, scrittore, giornalista e sceneggiatore egiziano (1988), e Wole Soyinka, drammaturgo, poeta, scrittore e saggista nigeriano (1986). Dei 118 vincitori della letteratura, da quando è stato assegnato il primo Nobel nel 1901, più dell’80% sono stati europei o nordamericani.

Ha pubblicato 10 romanzi e alcuni racconti. È noto al grande pubblico per il suo lavoro del 1994 Paradise, ambientato nell’Africa orientale coloniale durante la prima guerra mondiale, selezionato per il Booker Prize for Fiction e per il Whitbread Prize.

Anders Olsson, presidente del Comitato Nobel per la letteratura, lo ha definito “uno degli scrittori postcoloniali più importanti del mondo”, dal suo debutto con Memory of Departure, in sostanza la sua storia di profugo, al suo più recente Afterlives, storia che affronta gli effetti generazionali del colonialismo.

BREAKING NEWS:
The 2021 #NobelPrize in Literature is awarded to the novelist Abdulrazak Gurnah “for his uncompromising and compassionate penetration of the effects of colonialism and the fate of the refugee in the gulf between cultures and continents.” pic.twitter.com/zw2LBQSJ4j

— The Nobel Prize (@NobelPrize) October 7, 2021

“Non credo che i recenti sviluppi politici nel mondo o la crisi dei rifugiati abbiano influito su questa scelta, ma penso che probabilmente il premio arriva dalla necessità di guardare più da vicino l’importanza e l’acutezza della letteratura post-coloniale”’, così Gurnah commenta il suo Nobel.

Gurnah ha sempre scritto sul tema dell’immigrazione, nei modi più belli e inquietanti di ciò che sradica le persone e le fa esplodere attraverso i continenti. In uno dei suoi più pregiati romanzi By the Sea, c’è l’immagine inquietante di un uomo all’aeroporto di Heathrow con una scatola di incenso intagliata, ed è tutto ciò che ha. Arriva e dice un’unica parola, ed è ‘asilo’.

Gurnah è uno scrittore potente e ricco di sfumature il cui lirismo ellittico contrasta i silenzi e le bugie della storia imperiale degli anni ’50 imposta nell’Africa orientale. I personaggi dei suoi romanzi, si trovano nell’abisso tra culture e continenti, tra la vita lasciata alle spalle e la vita a venire, affrontando razzismo e pregiudizio. Tra frammenti di casa, poi voci più lunghe, poi storie di altre persone, le sue opere esplorano il trauma persistente del colonialismo, della guerra e dello sfollamento.

Gli stessi temi che lo hanno impegnato all’inizio della sua carriera, quando stava ancora elaborando gli effetti del suo stesso sfollamento, si sentono sempre più urgenti oggi, visto che sia ​​l’Europa che gli Stati Uniti sono stati colpiti da un contraccolpo contro immigrati e rifugiati, allontanati dai loro Paesi di origine a causa di instabilità politica e guerre. Nena News

Secondo la Commissione elettorale irachena, arriveranno oggi pomeriggio le prime proiezioni dei risultati delle legislative tenutesi ieri. Come previsto, l’affluenza è stata molto bassa, al 41%. Anche a causa del boicottaggio politico del movimento popolare di piazza Tahrir: riportiamo le voci di alcuni attivisti, raccolte prima delle elezioni

Al voto in Iraq (Foto: Twitter)

 

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 11 ottobre, Nena News – C’è chi ha dato vita a un proprio partito, chi si è fatto ammaliare dalle sirene di fazioni legate a noti leader iracheni che hanno lavorato per accaparrarsi qualche prominente attivista della piazza. E c’è chi, la maggioranza, non è andato alle urne.

La Rivoluzione d’Ottobre, il movimento popolare nato nell’autunno 2019 contro corruzione, settarismo e diseguaglianze sociali, è arrivato alle elezioni diviso. La gran parte di chi ha reso vive le autogestioni nei presidi permanenti di piazza Tahrir, a Baghdad, e nelle città del sud sciita coinvolte nelle mobilitazioni, boicotta il voto. La speranza di un futuro migliore non la intravedono nelle urne, ingranaggi di un sistema politico e istituzionale che non ha mai messo in discussione se stesso.

«Non cambierà nulla – ci dice Y., parte del presidio di Tahrir – Sono gli stessi politici di sempre a candidarsi o politici corrotti che hanno messo in lista dei giovani che alla fine manovreranno come vogliono. Ci sono pochi candidati indipendenti, gli attivisti più noti e rispettati non corrono perché temono per la propria vita e perché non credono che l’attuale sistema possa condurre a un parlamento pulito».

La paura che avvolge tanti attivisti è più che realistica: dopo gli oltre 600 manifestanti uccisi nelle piazze dalle milizie sciite e dalle forze di sicurezza irachene, l’ultimo anno è stato teatro di uno stillicidio di attivisti. Decine quelli uccisi per strada o fatti sparire e mai più ritrovati. Per loro le piazze si sono mobilitate di nuovo, chiedendo giustizia e verità. Non hanno ottenuto nulla, se non le promesse del premier Kadhimi che ha ordinato qualche arresto e messo in piedi commissioni d’inchiesta, senza alcun risultato.

E la Rivoluzione si spacca. Dal movimento sono nate cinque entità politiche che si sono unite e hanno presentato un centinaio di candidati. Chi partecipa alla «coalizione» dice che il solo modo per portare avanti le aspirazioni delle nuove generazioni è entrare nelle stanze del potere. E che è tempo di maturità politica.

«I manifestanti sono divisi – risponde Y. – La maggior parte di noi boicotta il voto. Alcuni accusano di tradimento chi si è candidato, perché così si legittima il governo». Intanto per le strade di Baghdad di poster elettorali se ne vedono pochi. Il Partito comunista, che non si presenta, ci attacca sopra adesivi con la scritta «No», non votate: «Molta gente strappa via i poster, anche se è illegale, come forma di protesta», dice Y. In tv politici di varie sponde si attaccano dandosi reciprocamente del corrotto senza avanzare proposte di sostanza.

«Al momento collaboro con la missione della Ue come osservatore alle elezioni – ci racconta S., un altro attivista – Vedendo le simulazioni, continuo a credere che questo voto non cambierà nulla. Non perché ci saranno brogli, ma perché è l’intero sistema a essere corrotto. Molti politici usano il loro potere per convincere le persone a votarli, promettono regali con i soldi pubblici. E ci sono armi, armi ovunque: le milizie le usano per spaventare e impedire così il voto verso certi candidati».

«Molti candidati avvicinano gli elettori promettendo soldi – aggiunge B., una giovane attivista – Gli stessi mezzi di sempre. Non c’è fiducia tra la gente: la maggioranza dei candidati sono membri dei partiti già in parlamento e le facce nuove sono state comprate o minacciate. La campagna di boicottaggio che si è creata è più strutturata che in passato perché dopo le proteste abbiamo capito che il cambiamento può arrivare in modi diversi, senza dover passare per le elezioni».

«Stavolta abbiamo più fiducia in noi stessi e in quello che possiamo fare. La mia speranza è che torneremo in strada a chiedere vera democrazia».

Nella tradizionale rubrica del sabato, un focus sulle collaborazioni di Pechino con alcuni paesi africani: dai progetti in Congo, che stentano a partire, all’arrivo della Via della Seta in Gibuti. E in Senegal i cinesi promuovono l’industrializzazione

Il presidente senegale Sall con il cinese Xi Jinping nel 2018 (Fonte: Ambasciata cinese in Senegal)

di Federica Iezzi

Roma, 9 ottobre 2021, Nena News

Repubblica Democratica del Congo

Kinshasa e Pechino rivedono l’accordo di cooperazione stretto nel 2008, che prevedeva la costruzione di edifici pubblici e strade per un valore di nove miliardi di dollari. Tredici anni dopo, il deficit infrastrutturale della Repubblica Democratica del Congo sta ancora ostacolando il suo sviluppo, ha dichiarato il presidente Félix Tshisekedi.

Nel 2008, l’ex-presidente Joseph Kabila aprì ufficialmente i negoziati con la Cina. Barattò rame e cobalto congolesi, estratti dalla società cinese-congolese Sicomines nel Katanga, per la costruzione di infrastrutture, con due società cinesi, Sinohydro e CREC (China Railway Engineering Corporation). Sono stati progettati più di 3.500 chilometri di strade, altrettanti chilometri di ferrovie, infrastrutture stradali a Kinshasa, 31 ospedali con 150 posti letto e 145 centri sanitari. In cantiere anche almeno 2.000 alloggi sociali nella capitale e 3.000 in provincia, oltre a due moderne università.

Sono stati però avviati solo pochi progetti. Secondo una nota tecnica dell’Agence Congolaise des Grands Travaux (ACGT), i progetti che i gruppi cinesi hanno realizzato non rispettano i loro impegni. Contrariamente a quanto promesso, non sono stati costruiti né università né ospedali. Sono stati completati solo 356 chilometri di strade asfaltate e 854 chilometri di strade sterrate. Diversi edifici sono ancora in fase di riabilitazione a Bukavu, Goma, Bunia e Kalemie.

Nonostante Pechino non abbia ufficialmente reagito alle recenti dichiarazioni che il capo di Stato congolese ha rilasciato contro i gruppi cinesi, i suoi diplomatici sono attualmente al lavoro per riprendere i contatti con le autorità e ripristinare la collaborazione.

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Gibuti

Gran parte del quadro internazionale del Paese si concentra sulla Cina, nell’orbita economica della Belt and Road Initiative, insieme di progetti supportati dal governo di Pechino e finalizzati alla realizzazione e al potenziamento di infrastrutture commerciali.

Per molti versi la relazione tra Gibuti e la Cina è un caso di studio su come Pechino stia usando la sua strategia di investimento infrastrutturale globale, per aumentare la sua influenza economica e rafforzare la sua posizione di primo investitore in Africa. Nell’accettare vasti afflussi di capitali e prestiti cinesi, Gibuti si trova in una situazione di dipendenza economica.

Ma geopoliticamente è anche la storia di come un piccolo Paese africano, privo di risorse naturali, si sia aperto alle potenze internazionali per approfittare della sua posizione strategica all’ingresso del Mar Rosso. L’apertura della base militare cinese a Gibuti nel 2017, l’unica base permanente del People’s Liberation Army al di fuori della Cina, ha fornito un chiaro segnale dei forti legami tra i due Paesi.

Pechino aveva già puntato gli occhi su Gibuti nei primi anni 2000, investendo nella costruzione di scuole e stadi e ristrutturando strade ed edifici pubblici. Gli investimenti cinesi si sono intensificati dopo che il presidente Xi Jinping ha preso il potere nel 2012. Le tre principali opere forgiate da Xi Jinping sono il porto multiuso di Doraleh, la linea ferroviaria tra Gibuti e Etiopia e il gasdotto tra i due Paesi.

Gibuti ospita anche la zona di libero scambio internazionale, dove le imprese cinesi possono operare senza pagare tasse sul reddito, tasse sulla proprietà, tasse sui dividendi o IVA. E rappresenta indubbiamente un ponte verso Paesi africani molto più promettenti dal punto di vista economico, come l’Etiopia.

Il rapporto tra Cina e Gibuti si è raffreddato negli ultimi anni, soprattutto a causa del debito del Paese africano. La Cina detiene oltre il 70% del debito di Gibuti, che secondo alcuni osservatori minaccia la sovranità del Paese stesso.

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Senegal

La Cina e il Senegal hanno assistito a una rapida crescita delle relazioni economiche da quando le due parti hanno ripreso i rapporti diplomatici nel 2005. Situato nell’angolo nord-ovest del continente africano, il Senegal è un piccolo Paese la cui economia è alimentata principalmente da agricoltura e pesca, ma che sta attivamente cercando l’industrializzazione attraverso il crescente appoggio finanziario dalla Cina.

Negli anni ’70, Cina e Senegal hanno stabilito relazioni diplomatiche. Due anni dopo, hanno firmato accordi commerciali ed economici che sono durati fino al 1996, quando il Senegal ha tessuto relazioni commerciali con Taiwan. Solo nel 2005, Cina e Senegal hanno ripristinato fragili relazioni diplomatiche.

Oggi, il presidente cinese Xi Jinping continua a spingere verso una forte cooperazione in materia economica e commerciale, mediante costruzione di infrastrutture e vie di comunicazione, aumento di importazioni di prodotti agricoli senegalesi, incoraggiamento negli investimenti internazionali.

Il Senegal è stato un punto caldo per gli investimenti cinesi in Africa occidentale. Le statistiche del National Bureau of Statistics mostrano che il commercio bilaterale è cresciuto costantemente a partire dal 2005. Nena News

Secondo uno studio del “The Armed Conflict Location & Event Data Project”, continua a consolidarsi l’influenza di gruppi jihadisti in Mali, Nigeria e Burkina Faso ormai presenti anche in Costa d’Avorio, Benin e Ghana

(Foto tratta da al-Jazeera)

di Federica Iezzi

Roma, 9 ottobre 2021, Nena News -

Sahel

In testa alla lista dei conflitti armati da osservare del The Armed Conflict Location & Event Data Project, si conferma il Sahel. Continua a consolidarsi l’influenza di gruppi jihadisti in Mali, Niger e Burkina Faso e continuano ad espandersi le loro attività in Costa d’Avorio, Benin e Ghana.

La significativa instabilità politica nel Sahel completa il quadro. Il Mali ha subito due colpi di stato militari nei nove mesi tra agosto 2020 e maggio 2021. Il presidente ciadiano Idriss Deby Itno è stato ucciso durante un’incursione dei ribelli in Chad dalla vicina Libia nell’aprile 2021. Il Niger ha attraversato contestate elezioni e un presunto tentativo di colpo di stato nel marzo 2021. I rapporti tra gli affiliati ad al-Qaeda, Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), e l’Islamic State in the Greater Sahara (ISGS) si sono deteriorati in una vera e propria guerra per il territorio, soprattutto nell’area Liptako-Gourma sul confine tra Mali, Niger e Burkina Faso, contornata da pressioni esterne sostenute dall’operazione Barkhane, a guida francese.

JNIM e ISGS hanno spostato i loro sforzi in aree geografiche, oltre la portata immediata di forze esterne, attaccando milizie etniche e gruppi di autodifesa. Ulteriore elemento destabilizzante nell’area è stata la recente uccisione, da parte delle forze francesi, del leader dell’ISGS, Adnan Abu Walid al-Sahrawi. I primi sei mesi del 2021 mostrano una traiettoria simile a quella dell’anno precedente, con cicli perpetui e crescenti di violenza. L’escalation di combattimenti in Burkina Faso, nelle aree di Solhan e Bilibalogo, segue il crollo di un fragile cessate il fuoco tra le forze armate governative e il JNIM, in vigore per la maggior parte del 2020. Nel Burkina Faso orientale, i combattenti affiliati al JNIM hanno esercitato pressioni in piccole comunità isolate tra cui Mansila, Tankoualou, Tanwalbougou, Kpenchangou e Madjoari.

Lo sconvolgimento politico in seguito al secondo colpo di stato a guida militare in Mali, ha acuito il conflitto. Come diretta conseguenza, la Francia ha sospeso le operazioni militari a fianco delle forze maliane e la brusca interruzione ha evidenziato la posizione sempre più problematica della Francia nel supporto di regimi controversi e antidemocratici. La Francia sembra che intenda investire il Niger di responsabilità centrale, sia a livello operativo che logistico. Niamey è infatti pronta ad ospitare il nuovo centro di comando e controllo della Task Force Takuba. La fine dell’Operazione Barkhane, guidata dal 2014 dall’esercito francese, insieme a un graduale ritiro delle truppe militari e alla chiusura di basi militari nel nord del Mali, ha iniziato a costruire una coalizione più ampia con una maggiore condivisione degli oneri con altri Paesi europei.

Nel frattempo, come parte della trasformazione della missioni militare francese, si concretizza la cooperazione con gli Stati Uniti sulle operazioni di antiterrorismo in Africa.

Completa l’assetto l’assunzione di maggiori responsabilità da parte dello stesso Sahel per la propria sicurezza, coinvolgendo truppe da Burkina Faso, Ciad, Mali, Niger e Costa d’Avorio. Sia il Mali che il Burkina Faso hanno avviato trattative con i gruppi jihadisti, con vari gradi di coinvolgimento del governo centrale. In Mali, il Ministry of National Reconciliation ha incaricato una delegazione del High Islamic Council of Mali (HICM) alla facilitazione dei colloqui. Molti accordi sono stati negoziati direttamente tra comunità locali e militanti JNIM. L’aumento dei danni collaterali su obiettivi civili è stato in gran parte indotto dalla formazione, da parte dell’ISGS, di gruppi di autodifesa tra gli abitanti delle aree rurali. Nena News

25 milioni di iracheni costretti a scegliere tra partiti ancora divisi secondo faglie etnico-religiose. Unica certezza l’astensione, figlia della rabbia esplosa nella rivoluzione di piazza Tahrir. Il movimento diviso tra candidature e rifiuto delle urne: chiedeva democrazia, non elezioni

Manifesti elettorali per le parlamentari del 2018, a Bardarash (Foto: Wikicommons)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 9 ottobre 2021, Nena News – Con un anno di anticipo sui tempi, domani l’Iraq va alle urne. A decidere di spostare la consultazione era stato il governo su spinta della piazza: la mobilitazione popolare iniziata nell’ottobre 2019 – per questo battezzata con ottimismo progressista Rivoluzione d’Ottobre – aveva messo in crisi un sistema politico arroccato da due decenni su un settarismo «alla libanese» e responsabile di una brutale crisi economica e sociale.

Si va a votare prima perché i manifestanti volevano un cambio di paradigma. Eppure tantissimi dei milioni di iracheni che hanno occupato per mesi le piazze di Baghdad e del sud sciita a votare non andranno. Chiedevano democrazia, non elezioni.

Quello del boicottaggio politico è solo uno degli aspetti che puntellano il voto iracheno. Le incognite sono tante, a partire dall’effetto della pandemia di Covid-19. Il virus ha solo esposto una realtà che gli iracheni conoscevano benissimo: la carenza strutturale di servizi pubblici e la diseguaglianza sociale. I due incendi che quest’anno hanno devastato due ospedali (lo scorso aprile l’Ibn Khatib a Baghdad, 89 morti; il secondo a luglio a Nassiriya, almeno 92 vittime) non sono stati che l’epilogo di una disastrosa gestione dell’epidemia: dei fasti sanitari del passato non restano che briciole, tanto da portare all’esasperazione i pochi medici rimasti nel paese, autori di proteste veementi per l’assenza di strumentazioni, protezioni individuali, medicinali e respiratori.

Nelle urne non potrà che finire anche la crisi economica. A una disoccupazione già alta, soprattutto tra i giovani (al 40%, loro che sono la maggioranza degli iracheni), si è aggiunto un rapido scivolamento sotto la soglia della povertà di milioni di persone, impiegate nel settore informale, a giornata, private del lavoro dalle restrizioni anti-Covid: l’Onu calcola che un terzo degli iracheni vive oggi in povertà (93 dollari al mese), erano il 20% nel 2018.

Una realtà ormai consolidata in un paese senza economia di produzione, che vive quasi esclusivamente di gas e petrolio ma che comunque non riesce a garantire energia elettrica: il governo la acquista dal vicino Iran, con le zone più ricche di giacimenti come Bassora che sopravvivono tra costosi generatori, blackout e acqua inquinata perché non depurata.

L’altra incognita è il tipo di partecipazione delle regioni sunnite. Quasi assenti dalla mobilitazione popolare più per paura della repressione (come quella degli anni successivi alla caduta di Saddam Hussein, e poi di nuovo nel 2011) che per mancata aderenza alle aspirazioni della piazza, i sunniti sono alle prese con una ricostruzione fantasma. A Mosul, a Falluja, a Ramadi. Una mancata ripartenza dopo l’occupazione del’Isis che rende il loro voto un punto interrogativo: boicotteranno contro la marginalizzazione o si affideranno al rassicurante voto di appartenenza religiosa?

Una domanda che cerca risposta anche nelle aree sciite e curde: ovunque la mobilitazione elettorale appare legata all’etnia, alla tribù o alla religione e alla capacità di chiamata alle urne dei leader più influenti. Non tanto per ragioni di identificazione settaria, quanto di speranza in qualche briciola caduta dal tavolo dei potenti, con il voto merce di scambio con una possibilità di emersione dalla miseria.

Non a caso chi dibatte di Iraq alla vigilia del voto lo fa per «blocchi» etnico-religiosi (eccezion fatta per il Partito comunista, che non si presenta): ci sono i partiti sciiti, i sunniti e i curdi. Questo si troveranno di fronte i 25 milioni di aventi diritto al voto quando dovranno scegliere 329 parlamentari da una rosa di oltre 3.200 candidati (il 30% donne, un piccolo record).

Tra i partiti sciiti la parte del leone la faranno tre storici rivali: il (favoritissimo) movimento del leader religioso Moqtada al-Sadr; la State of Law Coalition dell’odiato ex premier Al-Maliki; e Fatah, la rete delle milizie sciite (le Pmu, le unità di mobilitazione popolare) accusate dai manifestanti di essere – con l’esercito – responsabili delle stragi in piazza (oltre 600 morti e uno stillicidio di attivisti che continua).

I curdi correranno con i soliti due pesi massimi, il Kdp dei Barzani e il Puk dei Talabani, anche loro investiti negli ultimi anni da proteste sempre più frequenti, accusati di corruzione e repressione strutturale. Tra i sunniti, prevalgono gli «uomini forti» a metà tra politica e business: l’imprenditore al-Khanjar e lo speaker del parlamento al-Halboulsi.

Impossibile immaginare un vincitore chiaro: lo spettro delle consultazioni infinite, come quelle seguite all’ultima tornata elettorale, è una delle poche certezze insieme all’astensione. Ma in lista ci sarà anche una porzione di attivisti, politicamente cresciuti a piazza Tahrir. Il movimento si è spaccato, tra boicottaggio e tentativo di cambiare il sistema dall’interno. Per loro, al momento, la preoccupazione maggiore sembra essere la sopravvivenza: tante le denunce di candidati minacciati o aggrediti per essersi messi in lista.

Il voto per il parlamento spacchettato da quello per il presidente e nessun accordo sull’infrastruttura istituzionale futura. L’unico timido progresso arriva sul fronte dei mercenari stranieri: i primi combattenti sono partiti domenica, ma manca ancora l’intesa tra i pesi massimi, Russia e Turchia

Una strada di Tripoli (Foto: Wikicommons)

di Roberto Prinzi – Il Manifesto

Roma, 8 ottobre 2021, Nena News – La notizia è arrivata mercoledì sera per bocca del portavoce del parlamento di Tobruk (est della Libia) Abdullah Bilhaq: le elezioni della prossima Camera dei Rappresentanti (il parlamento libico) avverrà un mese dopo l’elezione del capo dello stato e non quindi insieme come fissava la road map del Foro di dialogo politico libico (Ldpf), l’Onu e la comunità internazionale.

Ma le brutte notizie per i rivali di Tripoli non sono finite qui: Bilhaq ha anche riferito dell’approvazione da parte del parlamento della bozza di legge «che completa il quadro legale per andare al voto». Dichiarazioni discutibili dato che il testo per eleggere il prossimo presidente è stato respinto dall’Alto Consiglio di Stato di Tripoli (una sorta di Senato) e dalla Commissione elettorale e non è stato sottoposto al voto della plenaria.

Secondo il nuovo testo, comunque, il numero dei parlamentari sarà pari a 200 che saranno eletti in 13 distretti tramite un sistema individuale, cioè senza partiti politici. Posizioni inconciliabili con quelle dell’Alto Consiglio che parla di «violazioni degli Accordi di Skhirat del 2015» e che, a differenza di Tobruk, propone la formazione di due Camere e non solo una.

Non trovare un accordo su una base istituzionale e rimandare uno dei due voti a gennaio non è questione di lana caprina: da mesi ormai tutti i protagonisti del dossier libico (locali e internazionali) sottolineano come uno slittamento del processo elettorale potrebbe portare ad altra instabilità nel Paese favorendo quelle forze contrarie a qualunque soluzione pacifica. Senza dimenticare che il rinvio delle parlamentarie a gennaio vuol dire mettere pressione all’Onu la cui missione in Libia (Unsmil) è stata di recente rinnovata solo fino al prossimo 31 gennaio.

E senza poi dimenticare che il Governo di unità nazionale (Gnu) guidato da Dabaiba era nato a marzo con un principale obiettivo: traghettare la Libia fino al 24 dicembre quando si sarebbero dovute tenere le elezioni presidenziali e legislative. La scissione delle due date è la presa d’atto del suo fallimento.

Le tensioni delle ultime ore sono lo specchio di un Paese lacerato dove le forze rivali dell’ovest (Tripolitania) e dell’est (Cirenaica) avranno pur smesso di spararsi dal cessate il fuoco dell’ottobre dello scorso anno, ma continuano a farsi guerra dal punto di vista politico. Sono entità che viaggiano su rette parallele fatte convergere a tratti solo a causa delle pressioni dei rispettivi sponsor stranieri e della comunità internazionale.

Qualche timido progresso si è registrato sul versante dei mercenari stranieri, altro tema centrale del dossier libico. Domenica la ministra degli Esteri Manghoush ha annunciato la partenza dei primi combattenti sottolineando però che si tratta di «un inizio molto semplice». E resterà tale se le potenze straniere che hanno davvero peso in Libia (Russia e Turchia) non troveranno definitivamente un’intesa a riguardo.

In cinquanta rischiano fino a 649 anni totali di carcere, sei già condannati a settembre. Sanzionati 28 siti e 6 canali tv, mentre in strada la polizia impedisce a tanti reporter di lavorare

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 7 ottobre 2021, Nena News – La Turchia dell’era Erdogan rimane «la più grande prigione al mondo per giornalisti», come la definì due anni fa in un rapporto Amnesty International. All’organizzazione la 75enne Nazli Ilicak, tra le più note scrittrici ed editorialiste turche, affidò il suo ricordo: «È come essere intrappolati in una tomba». Ilicak è rimasta dietro le sbarre per tre anni con l’accusa di aver preso parte al golpe del 2016. Condannata all’ergastolo, è stata rilasciata nel 2019 in libertà vigilata.

Ilicak non è la primané l’ultima giornalista passata prima per un’aula di tribunale con accuse politiche e poi per una cella turca. Il suo paese mantiene salda la seconda posizione mondiale (dopo la Cina) per numero di giornalisti detenuti. Al momento sono 63: le ultime condanne sono state pronunciate a settembre. Sei reporter sono stati condannati complessivamente a 27 anni di carcere, riporta la Dicle Fırat Journalists Association (Dfj).

I numeri che definiscono la realtà della (il)libertà di stampa sono svariati: «Solo a settembre 50 giornalisti sono comparsi di fronte a un giudice per la loro copertura delle notizie e i loro commenti – si legge nel rapporto di Dfj – Sei di questi sono stati condannati a 27 anni e 3 mesi di prigione».

Non solo: nello stesso mese la macchina della censura gestita dal Rtuk, il Consiglio supremo per la Radio e la Televisione, ha comminato multe più salate del solito contro sei canali tv e 28 siti, mentre la polizia operava per le strade fermando cinque giornalisti che stavano lavorando, aggredendone tre, mettendone sotto inchiesta sei.

Dei sei giornalisti condannati alla prigione, specifica il Committee to Protect Journalists, cinque (Cihat Ünal, Ömer Özdemir, Serhat Seftali, Olgun Matur e Osman Yakut) erano accusati di complicità con la rete Hizmet dell’imam Gulen, ex sodale di Erdogan caduto in disgrazia e considerato la mente dietro il tentato golpe del luglio 2016. I cinque rimarranno a piede libero in attesa dell’appello: «Le autorità turche sembrano intenzionate a proseguire nella vessazione legale lunga anni di giornalisti, usando il tentato golpe come scusa per mettere a tacere le voci critiche», il commento di Gulnoza Said, coordinatore del Cpj per Europa e Asia Centrale.

E poi ci sono i 50 giornalisti al momento sotto processo: in totale, spiega il sindacato turco della stampa, rischiano due ergastoli aggravati e pene detentive da un minimo di 266 anni a un massimo di 649. Nel frattempo nuove inchieste sono state aperte contro altri sei reporter e nuove incriminazioni contro quattro.

Numeri su numeri che descrivono un clima di repressione sempre più soffocante, che sembra proporzionale alle crisi interne vissute dal governo turco, da quella economica (svalutazione della lira, inflazione, effetti della pandemia) a quella sociale (su tutte le più recenti proteste per il diritto alla casa degli studenti di tutto il paese).

Esplosive diventano le contraddizioni socio-economiche interne, rese plastiche dal lento ma continuo calo di consenso verso lo strapotere del presidente Erdogan, eroso a ogni tornata elettorale. Il Covid ha creato cortocircuiti in Turchia, come altrove. Cieco, il governo lo usa per rendere la vita più difficile a chi è in carcere. Martedì l’Associazione degli avvocati turchi ha denunciato le restrizioni poste ai detenuti con la scusa della pandemia, tra cui limiti all’ora d’aria e alle visite familiari. Intanto restano un mistero i numeri su decessi, contagi e vaccinazioni dietro le sbarre.

Alle famiglie palestinesi minacciate di sgombero proposta molto simile alla precedente: restare per 15 anni come affittuari protetti ma riconoscendo la proprietà delle terre e delle case ai coloni. Ma il quartiere non intende accettare

Manifestazione a Sheikh Jarrah nel giorno della Nakba, il 15 maggio 2021 (Foto: Alisdare Hickson/Flickr)

della redazione

Roma, 6 ottobre 2021, Nena News – Sono passati solo due mesi dalla prima proposta mossa dalla Corte suprema israeliana alle famiglie palestinesi di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme est, da anni minacciate di sgombero a favore dell’associazione di coloni Nahalat Shimon. Lunedì i giudici hanno mosso una nuova proposta, molto simile alla precedente: alle 4 famiglie (delle 28 coinvolte) su cui questo caso legale si incentra è stato offerto di rimanere nelle proprie case 15 anni come “affittuari protetti” in cambio di un affitto biennale di 2.400 shekel (circa 640 euro).

I palestinesi, nei 15 anni in questione, potranno apportare modifiche alle case costruite nel 1956 e in cui vivono da allora senza chiedere alcuna autorizzazione ai proprietari. Perché i proprietari, per la Corte, non sono le famiglie Iskafi, al-Kurd, Jaanoi e Qasseme (40 persone), ma Nahalat Shimon: in cambio della concessione di rimanere per un decennio e mezzo le famiglie palestinesi dovranno riconoscere la proprietà delle terre e quindi delle case che vi sorgono all’organizzazione dei coloni (oltre al pagamento di 30mila shekel di spese legali).

Ultimo elemento: tra 15 anni, hanno stabilito i giudici, le due parti potranno ripresentarsi di fronte alla Corte per una nuova discussione. Un modo da parte israeliana per scansare la questione, farla dimenticare, senza però far arretrare la posizione dei coloni: ne discuteremo più avanti, ma intanto i palestinesi riconoscano la proprietà delle terre e delle case a Nahalat Shimon.

La proposta è molto simile alla precedente che già ad agosto le famiglie di Sheikh Jarrah avevano rifiutato. Stavolta, durante l’udienza, i palestinesi non hanno parlato. I giudici hanno dato loro tempo fino al 2 novembre per decidere. Dietro le quinte si parla già di un rifiuto. Sono tante le ragioni: accettare significherebbe segnare un precedente per le altre famiglie del quartiere di Gerusalemme est su cui pesa la minaccia di sgombero. Ma soprattutto significherebbe riconoscere come legittima la diseguaglianza di trattamento che la legge israeliana prevede tra palestinesi ed ebrei israeliani. 

Le origini della questione risalgono infatti agli anni precedenti lo Stato di Israele e quelli immediatamente successivi. Una legge israeliana, approvata dopo il 1967 e l’occupazione di Gerusalemme est, Cisgiordania e Gaza, permette ai discendenti degli ebrei residenti nella città santa prima del 1948 e la fondazione di Israele di reclamare proprietà nella zona est. Una regola che non vale per i palestinesi rifugiati che si sono visti confiscare ogni proprietà: nel caso dei palestinesi cacciati dalle proprie case a Gerusalemme Ovest e nel resto dello Stato di Israele, la cosiddetta “Legge degli Assenti” (1950) ha permesso alle autorità statali di confiscare terre e case senza riconoscere alcun diritto di reclamo.

Uno strumento legislativo centrale nella costruzione dello Stato che ha permesso al neonato Israele di impossessarsi di quasi tutto il territorio e le sue costruzioni, togliendole ai proprietari palestinesi privati. Per questo la battaglia di Sheikh Jarrah è tanto centrale e perché, nel maggio scorso, il movimento popolare nato a sua difesa portò l’intera Palestina storica a sollevarsi, dalle città palestinesi dentro Israele alla Cisgiordania. Un’escalation che si concluse con un fitto lancio di razzi da parte di Hamas e i bombardamenti israeliani su Gaza, undici giorni di operazione militare che uccisero 256 palestinesi. Nena News

Pubblichiamo oggi la seconda e ultima parte relativa al duo femminista delle sorelle egiziane Marina e Mariam Samir conosciute con il nome Elbouma

Foto tratta dall’articolo di Middle East Eye

di Bahira Amin*     Middle East Eye

*(Traduzione Valentina Timpani)

(Per leggere la prima parte clicca qui)

Roma 5 ottobre, 2021, Nena News –

Circoli di storytelling nell’Alto Egitto

Parte di quello che è significato per il team produrre un album femminista è stato guardare fuori al Cairo, che è solitamente sovra rappresentato come l’alfa e l’omega delle esperienze egiziane. “Era importante che tutto fosse una creazione collettiva”, dice Marina.

“Volevamo uscire da noi stesse, ignorare le nostre esperienze come donne borghesi del Cairo, con particolari circostanze che hanno definito sia la nostra consapevolezza che il nostro femminismo.”

Tra agosto 2016 e febbraio 2017, la band ha organizzato tre workshop nell’Alto Egitto. Ad Abu Ghreir in Minya, a Deir Drunka in Assiut, e ad Aswan, 34 donne si sono ritrovate per dei workshop di una settimana. Per tre giorni, la band ha organizzato i circoli di storytelling, seguiti da tre giorni di scrittura e composizione.

Alla fine di ogni workshop, la band presentava un concerto a cui tutta la comunità era invitata per ascoltare i primi demo delle canzoni. Ogni volta, invitavano le partecipanti al workshop a cantare con loro sul palco.

Solo ad Aswan le donne erano entusiaste di esibirsi, ma era necessaria la precauzione di proteggersi da una possibile reazione negativa.

Per evitare le molestie per aver eseguito canzoni che potrebbero essere viste come offensive nei confronti dei valori conservatori, tutto il gruppo ha deciso di salire sul palco indossando gli stessi vestiti, mettendo le stesse maschere, in modo che nessuno avrebbe saputo chi era chi.

“Questa potrebbe essere la prima volta che indosso una maschera che vedete… ma quante migliaia di volte ho indossato una maschera che avete amato, mentre parlavamo o ci salutavamo o facevamo progetti”, dice El Sellem El Moussiqui (La scala musicale), l’ottava traccia dell’album, notevolmente brillante, sulla gioia infantile di cantare insieme sul palco.

Sebbene Mariam trovi che sia quasi impossibile scegliere una canzone preferita tra quelle dell’album, dice che il momento che cattura El Sellem El Moussiqui – l’energia di cantare con tutte sul palco – è quello che le è rimasto di più.

Marina, dall’altro lato, indica la sua preferita in un batter d’occhio: Ya Arousa (Oh sposa).

Basata sulle esperienze delle partecipanti del workshop di Assiut del 2016, la seconda traccia dell’album si apre su una zaffa, il tradizionale corteo popolare nelle cerimonie nuziali egiziane. C’è un matrimonio e tutti i suoni di gioia che seguono, ma già, le parole sono smorzate. Per tutta la canzone, sia la musica che il testo diventano sempre più distorti, mentre la canzone prende una svolta sempre più traumatizzante.

Nello stesso canto incantevole di Kont Fakra, con un’essenza inquieta nei confronti di quella che dovrebbe essere una gioiosa zaffa, cantano:

Ti hanno messo in un vestito da sposa,

e l’hanno imbottito per farlo andare bene al tuo corpo minuscolo.

Bambole, cavalli giocattolo, e biglie saranno parte della sua dote.

Isolatela dietro un muro,

e alzatelo un centimetro,

dopo l’altro,

dopo l’altro.

“Sottolinea un paradosso che trovo molto importante”, dice Marina al Middle East Eye. “Come la felicità di un matrimonio possa essere la maschera che nasconde tanta infelicità.

“Anche se la canzone parla di che vuol dire essere una sposa bambina, che è qualcosa che io non ho vissuto, capisco come il matrimonio e la famiglia in quanto istituzioni possano causare così tanta infelicità a così tante donne. L’espressione peggiore di ciò sono le ragazze che si sposano da bambine, ma non è l’unica”.

Un eco nel buio

Sebbene una buona parte dell’album sia delicato – spesso solo in apparenza – Mazghuna non è sempre un ascolto facile, una scelta che il duo ha fatto intenzionalmente man mano che ci si addentrava. ‘Al Wesh Banet (Si vede dalla tua faccia) fa iniziare l’album con una melodia piacevole e ritmata, che dura appena per metà canzone prima che inizi la dissonanza. I suoni diventano irritanti su un pezzo di spoken word, ed è abbastanza difficile da ascoltare, specialmente con le cuffie.

La scelta di mettere questa canzone per prima è esplicita, per impostare il tono dell’album. La canzone, secondo Mariam e Marina, riflette un senso di frustrazione, ma fa un passo in più e porta realmente l’ascoltatore nell’esperienza descritta.

“Ogni volta che andavamo da qualche parte per fare il mixaggio e il mastering, provavano a trasformarci in una canzone pop”, dice Mariam. “Ma non è quello che siamo, e non ci importa che il suono esca esattamente ‘giusto’, o puro. Ci importa che esca un suono espressivo, pieno e reale, più di qualsiasi altra cosa”.

“Ci sono delle cose che sappiamo essere fastidiose”, aggiunge. “Ma mi sta bene essere un po’ frustrante, sono contenta di avere quello spazio. Quello che significa per me che questo sia un album femminista ha molto a che fare con quale voce permetto esca fuori da me, dato che sto prendendo decisioni sulla musica. Qual è il suono a cui permettete di esistere? È assolutamente perfetto o è espressivo?”

Prima che la band ricevesse un finanziamento da FRIDA, il Young Feminist Fund, aveva lanciato una campagna di crowdfunding su Indiegogo per produrre l’album nell’autunno del 2017. Nei circoli di attivisti alcuni hanno sollevato una questione: perché questa opera d’arte dovrebbe essere una priorità femminista? Nella sequenza di battaglie legali, violenze sessuali e casi di abusi, e molestie sessuali notoriamente dilaganti, perché quest’album è importante?

“La musica potrà non cambiare tutto”, dice Marina. “Ma per come la vedo io, qualcuna può svegliarsi un giorno sentendosi sola, come se nessuno subisse quello che subisce lei, e poi scoprire per caso una canzone su Soundcloud e trovarci un eco della sua voce”.

“Penso che questa sia la prima cosa da cui può venire il cambiamento, trovarci”.

Mazghuna sembra spesso un richiamo l’una all’altra nel buio, e il sentire – come nella settima traccia dell’album 7 Follat (7 gelsomini) – le nostre parole che tornano a noi con la voce di un’altra.

Esplorando quel senso di affinità, la voce familiare canta:

La mia tristezza ricorre

nelle storie di altre ragazze

Fate scorta di gelsomini

Sei, sette gelsomini… Nello sfogo o nel pianto,

i sette gelsomini si riuniscono.

Mazghouna è disponibile su YouTube e Soundcloud.

L’ultimo album del duo delle sorelle egiziane Marina e Mariam Samir, conosciute con il nome Elbouma, porta con sé un suono ricco e unificato, trattando con abilità una serie di argomenti, dalle spose bambine al razzismo

El-bouma (Foto tratta da Middle East Eye)

di Bahira Amin*     Middle East Eye

*(Traduzione Valentina Timpani)

Roma, 4 ottobre 2021, Nena News – In alcune culture, le civette sono simboli di saggezza, di magia o di occulto. In Egitto, quest’uccello è fortemente associato all’idea di sfortuna, ostilità e donne lunatiche. Più comunemente, bouma – o civetta – è il modo beffardo con cui vengono chiamate le donne quando sono imbronciate, quando si lamentano o – Dio non voglia – quando sono femministe.

Indica la latente molestia sessuale in un’amata commedia egiziana, e “non fare la civetta” è una veloce risposta a tono nella tasca posteriore del patriarcato.

Il duo delle sorelle egiziane Marina e Mariam Samir, conosciute come Elbouma [Civetta], hanno trovato un’accezione di orgoglio in questa parola. “Le civette cacciano animali più grandi di loro”, dice Marina al Middle East Eye. “In quanto femministe, sento che facciamo lo stesso.

“Proviamo a combattere contro qualcosa che è molto più grande di noi, che ci circonda, che è radicato profondamente in tutto, incluse noi stesse”.

Lanciate nel 2014, inizialmente con il nome Bent El Masarwa, che in arabo significa “figlia degli egiziani”, l’album eponimo della band ha cercato di rappresentare la realtà e le difficoltà dell’essere donna in Egitto, e anche di aprire la porta alla produzione musicale femminista nel paese.

Negli ultimi quattro anni a partire dal 2017, e a seguito di diverse comparse nei media internazionali e una campagna di crowdfunding per finanziare l’album successivo, i membri della band sono cambiati, così come è cambiato l’approccio di Mariam e Marina alla produzione musicale femminista, spingendo il rebrand nella direzione di ElBouma.

Il nuovo album, Mazghuna, è una storia potente divisa in nove tracce. Le idee, i temi e i testi sono venuti fuori da tre workshop di storytelling dedicati alle donne nell’Alto Egitto.

Il titolo stesso dell’album è basato sull’antico nome del paese dove le ElBouma hanno tenuto il primo workshop di storytelling, Abu Gheir a Minya, città dell’Alto Egitto. Secondo le partecipanti del workshop, il nome è anche un riferimento alla parola mazghuda, cioè una donna che è stata costretta al silenzio.

Il risultato è un album ricco con un suono unificato, ma che ha l’abilità di ricoprire una serie di argomenti, dalle spose bambine al razzismo al potere dei circoli delle donne, senza che questi risultino contrastanti.

Mutilazioni genitali femminili e altre lotte femministe

Sballottate tra quello che è stato definito un “momento #MeToo raffazzonato”, alcuni tentativi di limitare ulteriormente i diritti legali delle donne, e quella che sembra essere un’infinita lotta sui social media per un mucchio di richieste compresa la giustizia per le sopravvissute a violenze sessuali, le femministe egiziane non hanno spesso l’opportunità di godere di qualcosa di così radioso – e di tale supporto – come un album come Mazghuna, a loro dedicato.

Alcuni dei temi sono lotte femministe comuni, comprese le mutilazioni genitali femminili, a cui sono state sottoposte l’87 per cento delle donne egiziane tra i 15 e i 49 anni, secondo i dati più recenti dell’Indagine Demografica e Sanitaria d’Egitto del 2014.

Ma anche questa pratica straziante è affrontata con una sfumatura fresca nella terza traccia dell’album, Astek Ya Astek (Elastica, Oh Elastica). Affiancando una melodia spensierata a un testo grottesco, la canzone descrive non solo la violenza di questa pratica pseudo medica, ma anche il modo in cui gli effetti restano nella psiche e nel corpo della donna.

La canzone presenta diversi livelli di parodia:

Prendi i bisturi e taglia

E lascia che il sangue rosso goccioli

su un pezzo di stoffa bianca.

Oh madre della “pura” ragazza circoncisa,

spegni le candele dieci volte,

dagli caffè invece che sharbat.

Anche se forse non è così riconoscibilmente femminista come Astek Ya Astek, una delle tracce più toccanti dell’album è Al Barr (Sulla riva), che esplora un tipo di conversazione comune ma spesso spiacevole.

Costruita attorno alla metafora di alcuni marinai bloccati sulla riva, questa canzone strappalacrime esplora le relazioni tra madri e figlie in Egitto. Riconosce le madri sia in quanto vittime dei costumi sociali che in quanto responsabili della loro conservazione, prigioniere loro stesse e guardie carcerarie delle figlie, la barca che porta un peso sul mare e l’ancora che la tiene ferma a riva. Ma la canzone non può rispondere a quello che viene dopo: perdono, ribellione o un’inquieta rassegnazione allo stato delle cose.

Ogni canzone è accompagnata da un’illustrazione sulla copertina fatta dall’artista egiziana Aliaa Ali. Nella palette verde, arancione e fucsia, distintiva dell’album, le otto opere d’arte sono dinamici complementari alla musica.

Nell’illustrazione di Al Barr, una ragazza si allunga verso il cielo, un piede legato con un lucchetto, mentre l’altro è bloccato nel pantano della madre, che a sua volta viene contenuta dentro sua madre. Tutte e tre le donne sono sia tenute giù da un peso che nell’atto di sollevarsi, ognuna con un lucchetto a forma di cuore che gli pende dal corpo.

Un suono con profonde radici egiziane

La facilità con cui l’album si muove tra animi diversi è dovuta all’approccio di Mariam Samir e del produttore Ramy al-Majdoub alla musica, che sfida una facile categorizzazione. L’album è profondamente immerso nel folklore, sia sul piano dei suoni che su quello del testo.

Canzoni come Ya Arousa (Oh, sposa) e Astek Ya Astek (Elastica, o elastica) – che discutono rispettivamente il matrimonio infantile e le mutilazioni genitali femminili – sono riprese direttamente da canzoni tradizionali egiziane.

Eppure il suono vira anche nell’elettronica, l’ambient, la shaabi, fino allo spoken word.

I testi, delle cantautrici Esraa Saleh e Marina Samir, e della partecipante al workshop Marwa Hassan, sono fortemente simbolici, vengono nominate le rive del Nilo, marinai sull’acqua, le radici delle palme, gelsomini su un filo.

Ritraggono immagini che sono radicate nella cultura egiziana, senza apparire claustrofobicamente specifiche.

In alcune tracce, la cantante, che sia Mariam o Marina, canta da sola. In altre, sentiamo un coro di donne che canticchiano o cantano all’unisono, in un effetto ipnotizzante. Kont Fakra (Avevo pensato), scritta da Marwa Hassan, che ha partecipato al workshop di Aswan, parla del razzismo che le donne di Aswan (che hanno tendenzialmente la pelle più scura) affrontano quando si avventurano fuori la loro città.

“Pensavo di essere libera”, canta un coro di donne, e sembra come se un microfono sia stata messo al centro del circolo di storytelling.

L’ascoltatore viene portato all’interno del messaggio cifrato, circondato dalla recitazione incantevole con la voce soprano da brivido, di formazione classica, di Mariam in sottofondo.

 (La seconda parte sarà pubblicata domani)

Un decennio dopo la secessione, i due paesi avvieranno relazioni commerciali e abbatteranno i muri politici che hanno finora indebolito le rispettive economie e pesato sulle comunità alla frontiera

Alla frontiera tra Sudan e Sud Sudan (Foto: EU/ECHO/Malini Morzaria)

di Federica Iezzi

Roma, 2 ottobre 2021, Nena News – Il confine tra Sudan e Sud Sudan dovrebbe essere riaperto dopo il raggiungimento di un accordo che pone fine all’impasse decennale. I muri tra Sudan e Sud Sudan sono stati ufficialmente eretti quando il Sud Sudan ha ottenuto l’indipendenza nel 2011. Un anno dopo i due Paesi sono entrati in conflitto per l’area contesa di Panthou/Heglig, ricca di petrolio. Diretta conseguenza fu l’interruzione del movimento transfrontaliero.

La chiusura è stata devastante per entrambi i Paesi. Il Sud Sudan non avendo sbocco sul mare dipende dai porti sudanesi per l’esportazione di petrolio greggio. Naturalmente una discreta fetta dell’economia del Sudan è subordinata alle tasse derivanti dall’esportazione di petrolio e di beni di consumo del Sud Sudan. Entrambi i Paesi hanno subito enormi perdite di proventi petroliferi. Il Sud Sudan è stato particolarmente colpito perché dipende interamente dalle entrate petrolifere e dalle sue esportazioni.

I precedenti tentativi di aprire il commercio tra i due Paesi sono falliti. Il recente accordo cataloga i quattro valichi di frontiera che saranno aperti: Jebeleen-Renk, Meriam, Buram-Tumsah e Kharsana-Panakuac.

L’apertura delle relazioni commerciali porterà benefici economici per entrambi i Paesi, come la creazione di posti di lavoro, il sostegno ai mezzi di sussistenza e il contributo alla sicurezza alimentare. Non è scontata la promozione di pace e relazioni sociali tra le comunità che vivono lungo il confine.

Il commercio transfrontaliero dovrà nello stesso tempo affrontare enormi sfide: tasse non necessarie, barriere amministrative e pratiche corrotte alla frontiera. Volontà politica e politiche macroeconomiche appropriate devono essere messe in atto. A completare il quadro, è necessario creare capacità istituzionali per consentire il commercio bilaterale e rafforzare il settore privato.

Il confine stesso tra Sudan e Sud Sudan non è dettagliatamente definito. Nel 2005 il Sudan Comprehensive Peace Agreement ha fornito procedimenti per delimitare e demarcare i confini. Ma il processo è fallito perché le parti coinvolte non sono riuscite a raggiungere una soluzione politica sulle aree di confine contese. La causa del conflitto che ne è seguito potrebbe essere in gran parte attribuita all’accettazione del confine coloniale britannico risalente al 1956.

Prima della separazione tra Sudan e Sud Sudan, i mezzi di sussistenza rurali della popolazione che viveva nelle 11 regioni di confine, dipendevano dal libero scambio e dalla circolazione di materiali oltre i confini. Con la separazione, la maggior parte delle riserve petrolifere e delle aree verdi, coltivabili e preziose per la pastorizia, sono entrate a far parte del Sud Sudan, privando il Sudan di considerevoli risorse strategiche.

Tra le comunità più colpite entrano di diritto quelle dei pastori sudanesi Misseriya. Circa un milione di famiglie. Le loro vite sono state interrotte e vincolate poiché dipendono completamente dalla migrazione stagionale verso il Sud Sudan durante la stagione secca, per raggiungere aree ricche di pascoli e acqua, abitati dalla comunità sud-sudanese Ngok Dinka.

Nonostante la chiusura delle frontiere, i commercianti e i pastori escogitarono percorsi e meccanismi informali per commercio e movimento. L’Unione Africana nel 2012 ha mediato un accordo sui confini morbidi tra i due Paesi, sfociato in libertà di soggiorno, libertà di movimento, libertà di intraprendere un’attività economica e libertà di acquistare e disporre di beni.

I due Paesi continuano a discutere riguardo la delicata questione dello status dell’area di Abyei. A cavallo del confine dei due Paesi, con ricche riserve di petrolio, la zona demilitarizzata di Abyei non è solo economicamente desiderabile, ma è anche fondamentale per la stabilità lungo il confine, ancora monitorato dalla missione di peacekeeping UNISFA (Forza di Sicurezza ad Interim delle Nazioni Unite per Abyei).

Tra Iran e Azerbaigian cresce la tensione, tra dispiegamento di truppe e divieti di transito di merci verso il Nagorno-Karabakh. E le truppe azere continuano attacchi e sconfinamenti, denunciano le autorità armene

I confini tra Armenia e Azerbaijan dopo il cessate il fuoco (Fonte: Wikicommons)

di Marco Santopadre

Roma, 1 ottobre 2021, Nena News – Nel corso del conflitto dello scorso anno tra Azerbaigian e Armenia, Teheran aveva tenuto una posizione sostanzialmente equidistante, pur essendo teoricamente più vicina a Erevan. Nei mesi seguenti le relazioni tra Teheran e Baku sembravano essere in via di miglioramento. All’inizio di settembre i ministri degli Esteri dei due paesi, al termine di un incontro, avevano parlato di possibili prospettive di cooperazione.

Ma nelle ultime settimane tra i due paesi è velocemente salita la tensione e l’esercito iraniano ha comunicato di avere in programma delle esercitazioni vicino al confine con l’Azerbaigian. Secondo l’agenzia di stampa iraniana Fars, che ha riportato le dichiarazioni del comandante delle forze di terra della Repubblica Islamica Kioumars Heydari, l’esercitazione, battezzata “I conquistatori di Khaybar”, ha lo scopo di “migliorare la prontezza al combattimento” delle unità militari di Teheran.

Secondo i media dell’area, negli ultimi giorni gli iraniani hanno ammassato al confine un gran numero di militari, di mezzi corazzati e di missili, il che ha spinto gli azeri a mobilitare le proprie truppe. il presidente azero Ilham Aliyev ha definito la mossa della Repubblica islamica “un evento sorprendente”.

Alle rimostranze azere Saeed Khatibzadeh, portavoce del ministro degli Esteri iraniano, ha risposto che le manovre rappresentano “una questione di sovranità”, aggiungendo che Teheran “non tollererà la presenza del regime sionista” alle sue frontiere. In passato, in effetti, le strette relazioni tra Baku e Tel Aviv sono state fonte di tensione o comunque di una certa freddezza nei rapporti tra la Repubblica Islamica e lo Stato ebraico. L’Azerbaigian è il maggiore fornitore di energia di Israele, che ha fornito a Baku (insieme alla Turchia) i droni da ricognizione e da bombardamento che hanno permesso alle truppe azere di sbaragliare le difese armene durante il conflitto per il controllo del Nagorno-Karabakh.

Ad agosto, poi, Baku ha inaugurato anche il suo primo ufficio di rappresentanza economica e commerciale in Israele creando allarme a Teheran. Dopo qualche settimana la tensione è improvvisamente aumentata quando le autorità azere hanno fermato alcuni camion iraniani carichi di merci che stavano viaggiando lungo la strada tra le città armene di Kapan e Goris che attraversa in alcuni punti delle sezioni di territorio recentemente conquistate da Baku. L’autostrada, pattugliata dalle forze di pace russe, è l’unico collegamento dell’Armenia con l’Iran.

All’inizio di settembre, le forze militari azere hanno istituito un posto di blocco ed hanno iniziato a tassare e ispezionare i camion commerciali iraniani che viaggiano sull’autostrada. Alcuni camionisti iraniani sono stati anche arrestati per essere “entrati illegalmente in territorio azero”. L’Azerbaigian sostiene infatti che l’ingresso in Nagorno-Karabakh attraverso l’Armenia equivalga ad un passaggio illegale di frontiera.

In un’intervista all’agenzia turca Anadolu, Aliyev ha espresso indignazione per il continuo viaggio di camion iraniani attraverso il territorio azero, chiedendosi perché l’Iran sia così insistente nel continuare il commercio in una regione con solo 25.000 abitanti (ciò che rimane dell’auto proclamata Repubblica armena dell’Artsakh dopo la sconfitta nel conflitto del 2020). «Questo commercio è davvero così importante da mostrare una totale mancanza di rispetto per un paese che consideri amico e fraterno?» ha dichiarato Aliyev.

A contribuire all’aumento delle tensioni tra Teheran e Baku sono state anche le recenti esercitazioni militari congiunte condotte da Azerbaigian e Turchia prima nel distretto di Lachin e poi nel Mar Caspio; il ministero degli Esteri iraniano ha avvertito che queste ultime violano le convenzioni internazionali che vietano la presenza militare di Paesi diversi dai cinque stati che si affacciano sul mare interno.

In una dichiarazione alla stampa un deputato iraniano, Mohammad Reza Ahmadi Sangari, ha accusato Baku di essere diventata arrogante dopo la vittoria militare sull’Armenia ottenuta, ha detto, grazie al “doping turco”, riferendosi al fondamentale sostegno bellico di Ankara.

Effettivamente, le truppe azere continuano, a un anno dalla guerra con l’Armenia durata 44 giorni, a operare attacchi e sconfinamenti, per quanto circoscritti, in territorio armeno, nonostante la presenza dei peacekeepers russi sulla linea di contatto definita dal documento di cessate il fuoco proposto da Mosca e firmato dai contendenti il 9 novembre.

«Il primo punto della dichiarazione trilaterale definisce chiaramente che: “… le parti rimangono nelle loro posizioni”. Ciò nonostante, un mese dopo la firma della dichiarazione, le unità militari azere hanno lanciato un attacco ai villaggi di Hin Tagher e Khtsaberd nella regione di Hadrut in Artsakh, occupandone gli insediamenti, catturando e uccidendo militari e civili armeni. Attualmente, la parte azera sta anche cercando di occupare nuove aree in diverse parti della linea di contatto», ha denunciato in una lunga intervista all’Agenzia Nova l’ambasciatrice dell’Armenia in Italia, Tsovinar Hambardzumyan.

«A seguito dell’aggressione dell’Azerbaigian, circa 90 mila sfollati si sono rifugiati in Armenia, la maggior parte donne e bambini. (…) La maggior parte degli sfollati, in particolare dalle regioni di Shushi e di Hadrut, oggi non è in grado di tornare alle proprie case che sono rimaste sotto il controllo dell’Azerbaigian» ha spiegato l’ambasciatrice.

Di tutt’altro avviso le autorità dell’Azerbaigian, che lo scorso 27 settembre – anniversario dell’inizio del conflitto – hanno celebrato il “Giorno della Memoria” per omaggiare i loro caduti nella “guerra patriottica”, festeggiato il ristabilimento (per quanto ancora non totale) dell’integrità territoriale del paese e la “liberazione” dei territori – storicamente abitati da popolazioni armene – occupati per quasi 30 anni dalle forze di Erevan. Nena News

La Tunisia ha da ieri per la prima volta nella sua storia un premier donna. Altri due palestinesi uccisi nei Territori Occupati dalle forze armate israeliane. Una delle vittime, fa sapere l’esercito, aveva provato ad accoltellare un ufficiale israeliano nella città vecchia di Gerusalemme. Vertice Putin-Erdogan a Sochi: ok al mantenimento status quo a Idlib

della redazione

Roma, 30 settembre 2021, Nena News

TUNISIA

Il presidente tunisino Kais Saied ha scelto ieri il nuovo premier: sarà la geologa Najla Bouden a ricoprire la caricare di primo ministro. Su Facebook, lo staff dell’ufficio di Saied ha detto che Bouden ha il compito ora di “formare un governo il più presto possibile”. Il presidente ha anche parlato di momento “storico” in quanto per la prima volta in Tunisia è una donna ad essere capo del governo. La sua nomina, si legge in una nota presidenziale, è “un onore per la Tunisia e un omaggio alle donne”. Saied ha poi spiegato che il principale compito del nuovo esecutivo sarà quello di “porre fine alla corruzione e al caos che si sono diffusi in molte istituzioni”. Resta da capire quali saranno i margini di azione di Bouden dato che il potere continua a restare ben saldo nelle mani del presidente in seguito alla sua decisione dello scorso 25 luglio di assumere ampi poteri esecutivi dopo aver licenziato premier e sospeso i lavori del parlamento. Una mossa che è stata definita da diversi commentatori e cittadini tunisini come un “golpe”. La nuova premier, 63 anni come Saied, ha già ricoperto posizioni importanti all’interno del ministero dell’istruzione. Originaria della città di Karaiwan, sarà la decima premier in Tunisia da quando è caduto il regime di Ben Alì nel 2011 a seguito delle proteste di massa che hanno attraversato il Paese.

TERRITORI OCCUPATI PALESTINESI

Ancora due palestinesi uccisi dalle forze armate israeliane. Le uccisioni sono avvenute stamane a Burqin e nella città vecchia di Gerusalemme. La prima vittima è il 22enne Alaa Naser Mohammed Zayoud del villaggio di Silah al-Harithiya (Jenin). Dalle prime ricostruzioni, Zayyoud sarebbe stato colpito nella notte da 4 colpi di proiettile sparati dall’esercito durante gli scontri armati divampati a Burqin dopo che l’esercito era entrato nel villaggio per compiere degli arresti. Testimoni oculari riferiscono che un cecchino israeliano lo avrebbe sparato a distanza ravvicinata prima che “i soldati corressero verso di lui e continuassero a liquidarlo da vicino”. Negli scontri sarebbero rimasti feriti altri due palestinesi ricoverati in ospedali (sarebbero fuori pericolo di vita). Due le persone arrestate secondo quanto riportano i media locali.

L’altra vittima è la 30enne Israee Khuzaima del villaggio di Qabatiya (Jenin). L’esercito israeliano sostiene di aver ucciso la donna in città vecchia perché aveva provato ad accoltellare un ufficiale. Le uccisioni di stamane aggravano il bilancio di morte degli ultimi giorni: solo domenica 5 palestinesi nell’area di Jenin e Gerusalemme erano stati uccisi dall’esercito durante gli scontri armati tra la popolazione locale e l’esercito israeliano.

TURCHIA/RUSSIA/SIRIA

E’ durato quasi tre ore il vertice a Sochi tra il presidente turco Erdogan e quello russo Putin. Al centro del summit il partenariato russo-turco in ambito politico e commerciale-economico, oltre a temi internazionali di attualità tra cui l’evoluzione della situazione in Siria, Libia, Afghanistan e Caucaso meridionale.

I due leader si sono impegnati al nuovo rispetto della tregua del 2020 raggiunta nel fortino jihadista di Idlib (Siria). Un funzionario citato dal portale Middle East Eye, ha riferito che russi e turchi hanno concordato sul “mantenimento dello status quo” nell’area. A inizio settimana il ministro della Difesa turco Hulusi Akar aveva avvisato Mosca che i raid nelle aree dei “ribelli” siriani stavano uccidendo i civili e radicalizzando gli abitanti (sono circa 3 milioni i siriani nella provincia di Idlib). Non è chiaro se nell’intesa raggiunta ieri tra Erdogan e Putin, Ankara abbia fatto delle concessioni.

Ma al centro dell’incontro non c’è stata solo la Siria. “Stiamo cooperando con successo nell’agenda internazionale, intendo sia in Siria che nel coordinamento delle posizioni in Libia. Il centro di controllo del cessate il fuoco russo-turco al confine tra Azerbaigian e Armenia è perfettamente operativo”, ha detto Putin che ho poi ha parlato soddisfatto del gasdotto Turkstream entrato in funzione l’anno scorso e attraverso il quale il gas russo viene pompato nei mercati turchi. La scorsa settimana Gazprom ha reso noto di aver fornito dall’inizio dell’anno al 19 settembre un totale di 20,3 miliardi di metri cubi di gas alla Turchia, con un aumento del 153% rispetto allo stesso periodo del 2020.

Erdogan e Putin hanno probabilmente affrontato anche un possibile secondo acquisto da parte di Ankara del sistema difensivo russo S-400 che tanto ha fatto e fa infuriare gli statunitensi. Su Telegram, Erdogan ha detto che il summit è stato “produttivo”.

La difesa ottiene gli atti dell’accusa. Il ministro egiziano del petrolio a Ravenna: «No comment». Lettera di 40 europarlamentari alla Ue: fare pressioni per liberarlo. Intanto ieri un professore universitario è stato arrestato per critiche al regime

Patrick Zaki

di Chiara Cruciati     il Manifesto

Roma, 29 settembre 2021, Nena News – Seconda udienza, secondo rinvio. Si è concluso così ieri nel tribunale per la sicurezza di Mansoura, la città natale di Patrick Zaki, il secondo atto del processo contro il giovane studente egiziano dell’università di Bologna.

Il clima è un altro rispetto alla detenzione cautelare che lo ha tenuto prigioniero dal 7 febbraio 2020 alla scorsa estate: stavolta è un imputato e lo si capisce subito al suo ingresso in aula. Ammanettato, vestito con la tuta bianca dei detenuti egiziani, subito condotto nella gabbia insieme ad altri prigionieri.

In aula erano presenti amici, giornalisti e rappresentanti diplomatici di Italia e Canada, ma il giudice ha imposto il divieto di fare foto e video. L’udienza è durata pochissimo, appena due minuti: i legali di Patrick hanno chiesto copia degli atti per poter preparare la difesa (ancora non avevano in mano quanto prodotto dalla procura se non la possibilità di visionare i documenti negli uffici giudiziari) e dunque un rinvio della seduta.

«Finora ci hanno presentato gli atti senza fornircene una copia o fotocopia ufficiale – ha spiegato all’Ansa l’avvocata Hoda Nasrallah, aggiungendo che questa era la volontà dello stesso Patrick – Abbiamo alcuni punti in mente ma per fare memorie è necessario avere i documenti in mano in modo da poterli utilizzare in ogni punto».

Poco dopo il giudice ha accordato le richieste: gli avvocati potranno accedere agli atti e udienza rinviata. Ma con tempi ben più lunghi del necessario: si salta al 7 dicembre, gli amici glielo hanno gridato mentre saliva sul furgone che lo avrebbe ricondotto in cella a Mansoura.

«Un rinvio lunghissimo che sa di punizione – il commento di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia, mentre si svolgeva un sit-in dell’associazione all’ambasciata egiziana a Roma – Quel giorno saranno trascorsi 22 mesi dall’arresto: 22 mesi di crudeltà e sofferenza inflitte a Patrick, ma anche di grande resistenza da parte sua».

Nelle stesse ore Tarek al-Molla, ministro egiziano del petrolio, si trovava al salone dell’energia di Ravenna, l’Offshore Mediterrean Conference and Exhibition. Una presenza non casuale visti gli stretti legami che l’Italia, attraverso l’Eni, mantiene con il settore energetico del Cairo dopo la scoperta dei mega giacimenti sottomarini di Zohr e Noor.

Ai giornalisti che gli hanno chiesto conto del processo Zaki, ha risposto come ogni esponente del governo egiziano ha trattato finora il caso dello studente e l’omicidio del ricercatore Giulio Regeni: «È una questione che viene trattata in tribunale dalle autorità giudiziarie e come ministro non posso rilasciare commenti. Le nostre istituzioni sono indipendenti».

Nessun accenno alle iniziative parlamentari, italiane ed europee, sul tavolo. Né alle due mozioni votate quest’anno da Camera e Senato che chiedono al governo di concedere a Zaki la cittadinanza, né alla lettera di 40 eurodeputati, inviata ieri alla presidente della Commissione Ue Ursula Von der Leyen e all’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri Josep Borrel, su iniziativa degli italiani Pierfrancesco Majorino (Pd) e Fabio Massimo Cataldo (M5S).

Si chiede a Bruxelles «una forte presa di posizione per chiedere l’immediata liberazione di Zaki, come già richiesto peraltro dal Parlamento europeo», con una risoluzione dello scorso 18 dicembre.

Insomma, muovere la diplomazia in attesa del 7 dicembre, anche alla luce degli sviluppi giudiziari: inizialmente accusato (ma senza rinvio a giudizio) di diffusione di notizie false, istigazione alla protesta e propaganda sovversiva, oggi su Patrick pende solo la prima accusa a partire da un articolo del luglio 2019 in cui raccontava le discriminazioni subite dai copti egiziani. Per la procura, un articolo con lo scopo «di danneggiare gli interessi nazionali e creare allarmismo nell’opinione pubblica», reato che non prevede appello.

È il tentativo di dare un corso legale a una persecuzione che non ha basi reali. Senza strumenti, si va comunque a processo portando sul banco degli imputati la realtà del paese. In questo Patrick non è il primo egiziano a subire una repressione simile.

L’ultimo è il professore di comunicazione all’Università del Cairo, Ayman Mansour Nada: è stato arrestato ieri per aver criticato pubblicamente il rettore del suo ateneo e figure vicine al regime, per aver accusato il governo di censura sui media e di aver lodato la diaspora egiziana, più capace di raccontare la realtà a chi è rimasto nel paese di quanto non lo facciano giornali e tv nazionali. Per questo era stato licenziato lo scorzo marzo, ieri l’arresto, oggi la prima udienza con le accuse di «intimidazione e disturbo delle istituzioni statali». Nena News

Prezzi alle stelle e carenza di dormitori statali, universitari mobilitati in tutto il paese. Erdogan: «Siete dei bugiardi». Ma i numeri lo smentiscono: solo il 10% accede ai posti letto pubblici

Uno dei parchi occupati dagli studenti turchi (Fonte: Twitter)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 28 settembre 2021, Nena News – È tra gli studenti e le studentesse turche che l’opposizione alle politiche della coalizione di governo, Akp e Mhp, trova spazio e voce. Dopo la sollevazione del campus di Bogazici, a Istanbul, contro il rettore imposto dal presidente Erdogan (ha perso: a metà luglio il passo indietro con la revoca della nomina di Melih Bulu), stavolta il focus della protesta si sposta dal piano più strettamente politico a quello economico e sociale. Parte da una necessità: il diritto alla casa.

Da dieci giorni nei parchi pubblici del paese sono comparse le tende: dentro ci dormono degli universitari, parte della neonata piattaforma Movement of the Unsheltered. Il numero di tende e studenti è via via aumentato, insieme alle città coinvolte (11, tra cui Istanbul, Ankara e Smirne) e la mobilitazione si è allargata a tutti i cittadini con la chiamata alla «protesta di mezzanotte».

Proteste che la stampa locale ha definito «calme», ma che in diversi luoghi, da Eskinsehir al parco Ilhan Erdost ad Ankara, si sono tradotte nell’intervento della polizia, che ha portato via le tende con la forza e ha arrestato almeno 15 persone. Ad Adana gli studenti presenti sono stati schedati dagli agenti.

Manifestano contro l’aumento insostenibile degli affitti (+51% a Istanbul, + 32% ad Ankara, +31% a Smirne, secondo una ricerca dell’università Bahcesehir) e contro la carenza di dormitori per gli studenti. E questa è solo una media: avvicinarsi fisicamente ai campus è pressoché impossibile, se nei quartieri storicamente meta dagli studenti come Rumeli Hisari (quello della Bogazici) gli affitti sono saliti del 300%.

Una realtà condivisa con il resto della popolazione: secondo un sondaggio di Aksoy Research reso noto domenica, il 96,5% degli intervistati ritiene gli affitti alti o troppo alti.

Sono troppi duecento dollari al mese per una casa condivisa, in un paese alle prese con una dura crisi economica camuffata dal governo con tensioni belliche in giro per il Mediterraneo. Ma il problema, dicono i ragazzi, è insormontabile visto che di spazi nei dormitori – sia universitari che privati – non se ne trovano. E se ci sono costano troppo se si pensa che il salario minimo in Turchia non supera le 2.900 lire, circa 330 dollari, e che ad agosto il tasso di inflazione ha raggiunto il 19,25%.

«Vogliamo sussidi per l’affitto – dice a Middle East Eye Mert Olcay Aksay, membro del sindacato degli studenti – Riteniamo che il costo degli affitti debba essere supervisionato dallo Stato. E ovviamente vogliamo più dormitori pubblici vicino alle università». «Molti proprietari non sono stati in grado di farsi pagare gli affitti durante la pandemia – spiega ad al-Monitor uno studente di chimica della Bogazici, Akim – Ora vogliono rifarsi chiedendo a noi studenti delle cifre ridicole».

E se c’è chi prova a sostenere la battaglia per la casa aprendo le porte della sua (come la scrittrice di libri per bambini Ceren Kerimoglu), anche la politica si è accorta di avere un problema. La questione era stata affrontata subito dallo stesso presidente Erdogan che, dopo aver promesso di «seguire la cosa», domenica 19 settembre precisava che da quando al potere c’è lui i dormitori sono aumentati, da 190 a 769, insieme alla capacità, da 182mila posti a 720mila. Ma lo scorso sabato, a una settimana dall’inizio della mobilitazione, ha cambiato registro: «State mentendo – ha detto agli studenti – La vostra vita è una bugia. I nostri dormitori ne sono la prova».

Cavalca invece la protesta il partito repubblicano, il Chp, opposizione all’Akp di Erdogan e amministratore del comune di Istanbul. Deputati e membri della municipalità si sono fatti vedere tra le tende e hanno dato qualche numero, smentendo la presidenza: con un numero di iscrizioni aumentato di sette volte dal 2002 (da 1,5 milioni agli attuali 8,2) meno del 10% degli universitari trova posto nei dormitori statali. Solo due le strutture costruite negli ultimi due decenni a Istanbul.

Si investe altrove, dicono i giovani: «I fondi sono girati sempre a fondazioni pro-governative», dice all’agenzia turca Bianet Ece Koroglu (Youth Movement). Una politica ormai nota, marchio di fabbrica dell’Akp che negli ultimi anni ha redistribuito ricchezze a suon di appalti e donazioni alla ristretta cerchia che si muove intorno a Erdogan.

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