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Le uccisioni sono avvenute tra l’area Jenin e a nord di Gerusalemme. Israele parla di membri di Hamas “pronti a colpire”. Condanna dell’Autorità palestinese che però è accusata dai familiari di una delle vittime di complicità con l’esercito. Liberata dopo due anni di carcere Khalida Jarrar, rappresentante di primo piano del partito di sinistra “Fronte popolare per la Liberazione della Palestina”

della redazione

Roma, 27 settembre 2021, Nena News – L’esercito israeliano ha ucciso ieri 5 palestinesi nei blitz compiuti vicino alla città di Jenin e a nord ovest di Gerusalemme (Cisgiordania occupata). Le prime tre vittime, originarie del villaggio di Biddu, sono state uccise nel paesino di Beit Anan dove è stato proclamato uno sciopero generale di un giorno per protestare contro la loro morte. Si chiamavano Ahmad Zahran, Mahmoud Hmaidan e Zakariya Badwan.

Le altre due uccisioni sono avvenute vicino alla città di Jenin: una delle vittime – scrive la stampa palestinese – si chiamava Osama Soboh, aveva 22 anni e proveniva dal villaggio di Burquin. Proprio il sindaco di Burquin, Mohammad al-Sabah, ha detto che il giovane è morto all’ospedale di Jenin per le ferite riportate e che è stato già sepolto. Negli scontri con le truppe israeliane, altri 6 palestinesi sono rimasti feriti e sono stati portati in ospedale. Su quanto avvenuto nella città cisgiordana, è intervenuto il movimento palestinese del Jihad islamico che ha rivendicato l’appartenenza di Soboh al suo braccio armato (Le Brigate al-Quds) e ha esortato in un comunicato tutte le altre fazioni palestinesi ad agire insieme “per combattere l’entità sionista”.

Secondo la stampa locale, Israele al momento starebbe trattenendo i cadaveri dei tre palestinesi uccisi a Beit Anan e di uno dei palestinesi uccisi a Jenin. Il quotidiano israeliano Haaretz riferisce inoltre che anche due soldati sarebbero rimasti feriti gravemente negli scontri avvenuti con i palestinesi nel corso del blitz dell’esercito.

Per Israele, le vittime di ieri erano tutti combattenti del movimento islamista Hamas. Secondo quanto ha dichiarato il premier israeliano Bennet, l’esercito ha agito contro combattenti che “erano sul punto di compiere attacchi”. Sui fatti di ieri è intervenuto anche il presidente dell’Autorità palestinese (Ap) Mahmoud Abbas che ha condannato le uccisioni compiute da Israele definendole un “crimine odioso”. Proprio Abbas, nel suo discorso registrato per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, venerdì aveva detto che Tel Aviv ha solo “un anno di tempo per ritirarsi dai Territori palestinesi occupati nel 1967”, minacciando di rivolgersi alla Corte penale internazionale e di revocare il riconoscimento di Israele avvenuto dopo la firma degli Accordi di Oslo. Abbas si è anche detto pronto a negoziare durante i prossimi 12 mesi e sulla base delle risoluzioni internazionali, i confini dello Stato palestinese che dovrà sorgere accanto a Israele.

Ma le sue parole non hanno convinto molti: la sua popolarità è ai livelli più bassi di sempre e, secondo un sondaggio, l’80% dei palestinesi vuole le sue dimissioni. Non sorprende pertanto che persino la sua condanna delle uccisioni di ieri non sia riuscita a compattare le file del popolo palestinese. Anzi, la famiglia Zahran, che ieri ha pianto l’uccisione del figlio Ahmad durante il blitz dell’esercito israeliano a Jenin, ha accusato proprio l’Ap di Abbas di aver aiutato l’esercito nel corso del raid. “E’ l’Autorità palestinese che ci ha mandato gli israeliani da noi”, ha detto al portale Quds.net la madre di Zahran. La donna ha anche riferito che i militari di Tel Aviv stavano dando la caccia al figlio da settimane e che avevano interrogato e arrestato diversi membri della famiglia nei giorni precedenti.

Le uccisioni di domenica giungono a due giorni di distanza da quella del dimostrante palestinese Mohammad Khabis (28 anni) avvenuta nel villaggio di Beita durante le proteste contro l’avamposto coloniale ebraico di Evyatar. Nelle incursioni dell’esercito israeliano in Cisgiordania, è l’area di Jenin quella che sta pagando il prezzo più alto in termini di vite umane: lo scorso mese nel campo rifugiati della città i militari hanno uccisi 4 palestinesi.

L’unica buono notizia arrivata ieri per i palestinesi è stata la liberazione della politica e attivista di sinistra Khalida Jarrar dopo due anni di carcere. Jarrar, esponente di spicco del Fronte popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) e membro del Consiglio Legislativo palestinese, era in carcere dall’ottobre del 2019. A inizio anno le autorità israeliane le avevano negato la possibilità di partecipare ai funerali di sua figlia Suha (31 anni) morta per un attacco cardiaco. Nena News

I primi sei mesi del 2021 hanno fatto da sfondo a un processo simile a quello dell’anno precedente: aumentano gli scontri militari tra forze governative e gruppi jihadisti, a cui si accompagna una instabilità politica strutturale 

Jihadisti nel nord del Mali (Fonte: WikiCommons)

di Federica Iezzi

Roma, 25 settembre 2021, Nena News – In testa alla lista dei conflitti armati da osservare del The Armed Conflict Location & Event Data Project, si conferma il Sahel. Continua a consolidarsi l’influenza di gruppi jihadisti in Mali, Niger e Burkina Faso e continuano ad espandersi le loro attività in Costa d’Avorio, Benin e Ghana. 

La significativa instabilità politica nel Sahel completa il quadro. Il Mali ha subito due colpi di stato militari nei nove mesi tra agosto 2020 e maggio 2021. Il presidente ciadiano Idriss Deby Itno è stato ucciso durante un’incursione dei ribelli in Ciad dalla vicina Libia nell’aprile 2021. Il Niger ha attraversato contestate elezioni e un presunto tentativo di colpo di stato nel marzo 2021.

I rapporti tra gli affiliati ad al-Qaeda, Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), e l’Islamic State in the Greater Sahara (ISGS) si sono deteriorati in una vera e propria guerra per il territorio, soprattutto nell’area Liptako-Gourma sul confine tra Mali, Niger e Burkina Faso, contornata da pressioni esterne sostenute dall’operazione Barkhane, a guida francese. JNIM e ISGS hanno spostato i loro sforzi in aree geografiche, oltre la portata immediata di forze esterne, attaccando milizie etniche e gruppi di autodifesa. Ulteriore elemento destabilizzante nell’area è stata la recente uccisione, da parte delle forze francesi, del leader dell’ISGS, Adnan Abu Walid al-Sahrawi.

I primi sei mesi del 2021 mostrano una traiettoria simile a quella dell’anno precedente, con cicli perpetui e crescenti di violenza. L’escalation di combattimenti in Burkina Faso, nelle aree di Solhan e Bilibalogo, segue il crollo di un fragile cessate il fuoco tra le forze armate governative e il JNIM, in vigore per la maggior parte del 2020. Nel Burkina Faso orientale, i combattenti affiliati al JNIM hanno esercitato pressioni in piccole comunità isolate tra cui Mansila, Tankoualou, Tanwalbougou, Kpenchangou e Madjoari.

Lo sconvolgimento politico in seguito al secondo colpo di stato a guida militare in Mali, ha acuito il conflitto. Come diretta conseguenza, la Francia ha sospeso le operazioni militari a fianco delle forze maliane e la brusca interruzione ha evidenziato la posizione sempre più problematica della Francia nel supporto di regimi controversi e antidemocratici.

La Francia sembra che intenda investire il Niger di responsabilità centrale, sia a livello operativo che logistico. Niamey è infatti pronta ad ospitare il nuovo centro di comando e controllo della Task Force Takuba. La fine dell’Operazione Barkhane, guidata dal 2014 dall’esercito francese, insieme a un graduale ritiro delle truppe militari e alla chiusura di basi militari nel nord del Mali, ha portato a costruire una coalizione più ampia con una maggiore condivisione degli oneri con altri Paesi europei.

Nel frattempo, come parte della trasformazione della missioni militare francese, si concretizza la cooperazione con gli Stati Uniti sulle operazioni di antiterrorismo in Africa. Completa l’assetto l’assunzione di maggiori responsabilità da parte dello stesso Sahel per la propria sicurezza, coinvolgendo truppe da Burkina Faso, Ciad, Mali, Niger e Costa d’Avorio.

Sia il Mali che il Burkina Faso hanno avviato trattative con i gruppi jihadisti, con vari gradi di coinvolgimento del governo centrale. In Mali, il Ministry of National Reconciliation ha incaricato una delegazione del High Islamic Council of Mali (HICM) alla facilitazione dei colloqui. Molti accordi sono stati negoziati direttamente tra comunità locali e militanti JNIM. 

L’aumento dei danni collaterali su obiettivi civili è stato in gran parte indotto dalla formazione, da parte dell’ISGS, di gruppi di autodifesa tra gli abitanti delle aree rurali. Nena News

 

Quattro partiti tunisini e il principale sindacato della Tunisia hanno detto che il presidente Saied ha perso “legittimità” dopo i suoi ultimi provvedimenti. Nei campi profughi siriani di al-Hol e Roj (vicino all’Iraq), Save the Children lancia l’allarme: “Ogni settimana qui muoiono due bambini”. Per il presidente turco Erdogan i rapporti tra Turchia e Usa “non sono sani”

 

della redazione

Roma, 24 settembre 2021, Nena News –

TUNISIA

Secondo quattro partiti ed il principale sindacato della Tunisia, il presidente Kais Saied ha perso “legittimità” dopo il suo annuncio di due giorni fa di assumere misure eccezionali per rafforzare il suo potere. In un comunicato congiunto pubblicato ieri, i partiti Attayar, al-Jomhour, Akef e Attakatol hanno affermato che la decisione di mercoledì di Sayed gli dà un assoluto “monopolio politico” e hanno pertanto chiesto la fine del “golpe”. “Crediamo che il presidente abbia perso legittimità violando la costituzione e lo riteniamo responsabile per le ripercussioni di questo pericoloso passo”, si legge nella nota. Sayed, che ha sospeso i lavori parlamentari e licenziato il premier lo scorso 25 luglio, mercoledì ha detto che avrebbe governato per decreto in vista di un cambiamento del sistema politico. Contro Sayed si è schierato anche il principale sindacato del Paese, l’Ugtt, che ha detto in una nota che la “Tunisia sta andando verso il potere assoluto e il governo individuale”.

La situazione si fa sempre più tesa nel Paese. Se una parte di popolazione ha appoggiato la decisione di luglio del presidente perché la vede come una mossa che spazza via una elite politica impopolare e corrotta, sono tante le voci di chi si oppone a Saied e parla apertamente di “colpo di stato”. Sabato centinaia di persone hanno protestato nella centrale viale Bourghiba di Tunisi contro gli atti “incostituzionali” del capo dello stato. Domenica è stata convocata una nuova manifestazione. Per Rashed Ghannouchi, il leader del principale partito tunisino (l’islamista an-Nahda), le dichiarazioni del presidente rappresentano di fatto una “cancellazione della costituzione” e pertanto al-Nahda non le accetterà. Intervistato dall’agenzia Afp, Ghannoushi ha quindi esortato il popolo tunisino alla “lotta pacifica” contro il ritorno “al governo assoluto di un solo uomo”.

SIRIA

L’allarme lanciato ieri da Save The Children è drammatico: ogni settimana due bambini muoiono nei due campi di detenzione siriani di al-Hol e Roj (nel nord est della Siria a confine con l’Iraq). Dal 2019, sotto la supervisione delle forze curdo-siriane SDF sostenute dagli Stati Uniti, ad al Hol e Roj sono state ammassate decine di migliaia di persone – miliziani dello Stato Islamico e i loro familiari – provenienti da zone a lungo controllate dal “califfato islamico”. L’ong accusa numerosi paesi, tra cui membri dell’Unione europea, di aver abbandonato al loro destino migliaia di bambini, esposti alla violenza, alla malnutrizione e alle malattie. Da tempo l’amministrazione curda della Siria del nord Est fa pressioni sui governi occidentali affinché possano prendersi queste persone data la mancanza di fondi da parte del governo locale per poter gestire i campi. La situazione umanitaria è terribile nei campi dove a risiedere sono circa 40mila minori provenienti da 60 Stati diversi. Secondo Save The Children quest’anno sono già morti 62 bambini per varie cause, tra cui violenze, malattie e incidenti.

USA/TURCHIA

Ieri il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato che le relazioni tra Turchia e Usa non sono “sane” e che gli statunitensi devono “risolvere” le controversie relative all’acquisto da parte di Ankara del sistema difensivo russo S-400. A riferirlo è l’emittente turca Heberturk. I rapporti tra i due Paesi sono tesi da alcuni anni, ma la situazione si è aggravata lo scorso anno quando gli Usa hanno imposto delle sanzioni contro i turchi (loro alleati nella Nato) per il loro acquisto del sistema difensivo russo S-400. Una mossa che ha portato gli americani anche a espellere la Turchia dal programma F-35 della Nato che mira a sviluppare jet da combattimento di ultima generazione. Altro motivo di tensione tra i due stati è poi il sostegno dato da Washington ai gruppi curdi in Siria che per Ankara rappresentano una “minaccia” alla sua sicurezza nazionale.

“Non posso affermare che ci sia un processo sano nei rapporti turchi-americani”, ha affermato Erdogan secondo quanto riporta Haberturk. “Noi – ha aggiunto il presidente turco parlando da New York dove è impegnato per i lavori dell’Assemblea Generale dell’Onu – abbiamo comprato gli F-35, abbiamo pagato 1,4 miliardi di dollari e questi F-35 non ci sono stati dati. Gli Usa devono prima risolvere questo [punto]”. Erdogan ha infine concluso dicendo che Ankara cercherà di soddisfare i suoi bisogni difensivi da qualche altra parte qualora gli americani non volessero aiutare.

 

 

Inchiesta di Mada Masr: promessa la grazia in cambio di lodi sulle condizioni delle carceri. Gli Usa minacciano di tagliare gli aiuti al regime. Il Cairo lancia una strategia per i diritti umani, ma manca del tutto la lotta seria all’impunità di Stato

L’ingresso di una prigione egiziana (Fonte: Marsad Egypt)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 23 settembre 2021, Nena News – La nuova frontiera dei diritti umani egiziani è l’accondiscendenza. Non quella paternalistica dell’autorità ma quella rassegnata delle sue vittime: secondo un’inchiesta dell’agenzia indipendente Mada Masr, da un paio di mesi funzionari della Nsa (la temibile National Security) girano per le prigioni di Tora, Minya e Wadi al-Natrun alla caccia di detenuti a cui concedere la grazia in cambio di buona pubblicità.

«Cosa diresti a un’iniziativa pubblica se il presidente o il ministro degli interni ti chiedessero delle condizioni di vita in prigione?». Questa la domanda posta a centinaia di prigionieri secondo tre avvocati sentiti dall’agenzia in condizione di anonimato.

Nel caso di risposta «consona» alle aspettative dei servizi segreti, ai detenuti è stata promessa la grazia presidenziale, da finalizzare entro ottobre (forse il 6, in occasione della giornata delle forze armate, o il 18, il compleanno del profeta Maometto). Molti di loro sarebbero già stati trasferiti in altre carceri.

L’idea dietro la manipolazione è fare bella figura. L’iniziativa in questione – una grande conferenza a cui prenderanno parte sia il presidente al-Sisi che il ministro degli interni Tawfiq – vedrà la partecipazione di detenuti, anche politici, da cui ci si aspetta una descrizione dettagliata delle condizioni di vita in carcere. Descrizione falsata: sono innumerevoli i rapporti di organizzazioni per i diritti umani locali e internazionali e le testimonianze di ex prigionieri che raccontano l’indicibile sofferenza di una vita dietro le sbarre in Egitto. Celle sovraffollate, sporche, umide e buie, torture, carenza di assistenza medica, isolamento punitivo, suicidi e morti per gli abusi subiti. Sarebbero quasi 1.100 i detenuti deceduti in carcere dal 2013, anno del golpe dell’allora generale e ministro della Difesa.

I motivi di tanta fretta sono rintracciabili nelle pressioni che sul regime di al-Sisi sta compiendo l’alleato statunitense. Subito dopo la vittoria di Joe Biden, i consiglieri del presidente lo avevano avvertito della necessità di una virata sulla questione dei diritti umani. La scorsa settimana lo ha detto chiaro e tondo il portavoce del segretario di Stato Antony Blinken: Washington tratterà 130 milioni di dollari in aiuti militari dei 300 annualmente versati all’Egitto se le violazioni restano strutturali.

Il giorno dopo lo stesso al-Sisi ha annunciato l’intenzione di lanciare nelle prossime settimane la costruzione di un istituto penitenziario «in stile americano», a cui ne seguiranno «altri sette o otto»: «Anche se una persona ha commesso un crimine, non deve essere punita due volte. I prigionieri sconteranno la loro sentenza in modo umano: movimento, sussistenza, sanità, servizi umanitari e culturali».

Salirebbe ancora il numero di carceri nel paese: al momento sono già 79, di cui ben 27 (oltre il 30%) costruite sotto la presidenza al-Sisi, anche per contenere il numero record di prigionieri politici, stimato tra i 60mila e i 100mila, almeno sei volte quelli dell’era Mubarak. Ma che una «punizione» fosse nell’aria era già chiaro e Il Cairo era già corso ai ripari.

Nel luglio 2020, con un ritardo di quasi due anni, ha iniziato i suoi lavori il Comitato supremo permanente per i diritti umani (presieduto dal ministro degli esteri e formato da funzionari dei dicasteri di difesa, interni, giustizia, dai servizi segreti e dalla procura generale) e la scorsa settimana il presidente ha potuto annunciare il lancio di «una strategia nazionale per i diritti umani», di cui ancora si sa poco.

Mada Masr, che ha potuto visionare le 78 pagine, ha individuato quattro aree di interesse: diritti civili e politici, diritti economici e sociali, diritti di donne, bambini, anziani e disabili, educazione nel campo dei diritti umani.

Se alcuni rappresentanti della società civile parlano di passo in avanti significativo seppur ancora limitato soprattutto in riferimento alle detenzioni politiche e ai diritti civili e politici, altri sono più critici: a mancare del tutto è la volontà di porre fine alle violazioni attraverso una seria lotta al clima di impunità che regna nei vari ingranaggi dello Stato, i responsabili principali degli abusi.

Ad Afrin l’occupazione turca vieta la lingua curda nelle scuole. La Camera di Tobruk sfiducia il premier d’unità a tre mesi dal voto. Due parlamentari tunisini arrestati, sale a cinque il numero totale di deputati in prigione

Civili arrestati ad Afrin dalle truppe turche (Foto: AnfEnglish)

della redazione

Roma, 22 settembre 2021, Nena News

Ad Afrin l’occupazione turca vieta la lingua curda nelle scuole

A denunciare le nuove regole introdotte dall’occupazione turca e islamista del cantone curdo-siriano di Afrin è Shena Kalo, portavoce del Democratic Society Education Committee di Shehba, il luogo in cui nella primavera 2018 si rifugiarono centinaia di migliaia di residenti di Afrin, in fuga dalle violenze.

Parlando a Mezopotamya Agence, Kalo ha riportato della rimozione della lingua curda dal curriculum scolastico, ultimo passo di una lunga operazione di cancellazione dell’identità e della presenza curda nel cantone, fino al 2018 parte dell’Amministrazione autonoma della Siria del Nord-est. Un passo che segue a continui sfollamenti, estorsioni, omicidi mirati, rapimenti e richieste di riscatto, ampiamente denunciate in questi anni dalle organizzazioni locali.

“Abbiamo aperto scuole nei villaggi e nei distretti – spiega Kalo – sotto la guida di migliaia di insegnanti. Non abbiamo creato solo educazione, ma ogni settore del nostro sistema, oggi attaccato dallo Stato turco. Hanno introdotto una politica di distruzione di tutto quello che i curdi hanno ottenuto”. Tra questi la distruzione di scuole preesistenti e l’apertura di nuovi istituti gestiti dalla Turchia e dai gruppi islamisti che amministrano Afrin e l’imposizione della lingua turca nelle classi. Ora si insegna solo in turco e in arabo, mentre i nomi delle strade, dei villaggi e dei quartieri sono stati modificati.

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La Camera di Tobruk sfiducia il premier d’unità a tre mesi dal voto

Due settimane fa le prime avvisaglie di rottura con 45 deputati libici che chiedevano la revoca della fiducia al Gun, il governo di unità nazionale. Ieri la temuta sfiducia è arrivata: dei 113 deputati presenti ieri alla Camera dei rappresentanti di Tobruk (est della Libia), 89 hanno ritirato il voto di fiducia espresso in precedenza al primo ministro ad interim Dabaiba. Che, dopo il voto, è corso nella sede del Consiglio presidenziale di Tripoli per capire cosa fare, riporta Agenzia Nova.

La sfiducia era stata resa nota poco prima dal portavoce del parlamento Abdullah Blihaq, che ha aggiunto che il governo Dabaiba resterà in carica soltanto “per condurre il disbrigo degli affari correnti”. Restano dei dubbi: secondo il regolamento parlamentare di Tobruk, la sfiducia è valida solo se votata da almeno 95 deputati, il 50%+1 del totale; minimo che la Costituzione porta a 125 deputati, ovvero i due terzi.

Per questo il Senato di stanza a Tripoli (ovest del paese) respinge la sfiducia. in ogni caso, in vista delle elezioni di dicembre, l’unità sembra un miraggio.

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Due parlamentari tunisini arrestati, sale a cinque il numero totale di deputati in prigione

Altri due parlamentari tunisini sono stati arrestati su ordine di un tribunale militare: Nidal Saudi e Saif Eddine Makhlouf, entrambi membri del partito islamista Karama. Sale così a cinque il numero di deputati in prigione dalla fine di luglio, quando il presidente Saied ha sospeso il parlamento, dimesso il governo e assunto pieni poteri.

Secondo quanto riportato dalla stampa tunisina, l’ordine di arresto è stato spiccato per le accuse mosse dai due al sistema giudiziario di coinvolgimento in quello che hanno definito un colpo di stato. Un passo che secondo la versione di Saied, invece, era volto a salvare la democrazia tunisina da corruzione e incapacità di governo da parte delle forze politiche, ma che quasi due mesi dopo non si è ancora tradotto nella formazione di un nuovo esecutivo di transizione, mantenendo il presidente al di sopra della legge.

Una situazione pesantissima per il fragile sistema democratico tunisino che ha di fatto spaccato il paese tra pro e contro Saied e che sta generando le reazioni della società civile, sempre più preoccupata dal rischio di una crisi politica senza uscita. Stanno via via crescendo le proteste per arresti, divieti di espatrio, misure di emergenza da parte delle organizzazioni di base.  Nena News

Dopo 13 mesi di impasse politica, il “Paese dei Cedri” ha un nuovo esecutivo guidato dal magnate Mikati. Ieri il voto di fiducia del parlamento con 85 voti a favore e 15 contrari

Il premier Mikati

della redazione

Roma, 21 settembre 2021, Nena News – Dopo 13 mesi di impasse politica, il Libano ha ufficialmente un nuovo governo. Dopo una sessione parlamentare durata 8 ore, 85 parlamentari libanesi hanno votato ieri a favore della squadra governativa messa in capo dal premier Najib Mikati (solo 15 i voti contrari). “Dal cuore della sofferenza di Beirut, il nostro gabinetto è nato per illuminare una candela nell’oscurità senza speranza”. Il primo ministro proverà a rilanciare i colloqui con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e avvierà quelle riforme necessarie per sbloccare gli aiuti esteri. “Inizieremo con l’Fmi. Non è una scelta, ma qualcosa che dobbiamo fare”, ha detto nel suo discorso prima del voto parlamentare.

Stando ai dati della Banca mondiale, il Libano vive la più grave crisi economica dagli anni ’50 dell’800. La moneta libanese ha perso più del 90% del valore che aveva nel 2019 e 4 su 5 libanesi sono ormai sotto la soglia della povertà. La crisi si è aggravata quando la Banca centrale locale ha tolto i sussidi così da sostenere le sue riserve: la conseguenza è stata un aumento dei prezzi per l’importazione di carburante le cui carenze, dovute al rincaro, hanno provocato blackout che sono durati fino a 22 ore al giorno. Interruzioni che ha provato ad alleviare la scorsa settimana il partito sciita Hezbollah grazie ad una prima consegna di carburante iraniano. Una mossa che è stata tuttavia criticata venerdì dal premier in quanto “non approvata da governo” e perciò giudicata come una “violazione della sovranità libanese”. Una mossa che non è piaciuta agli stati del Golfo che considerano l’Iran come un nemico regionale e vedono perciò con preoccupazione il ruolo da protagonista che potrebbe svolgere Hezbollah che è filo-Teheran. Proprio la Repubblica islamica ha detto domenica che vuole vendere il suo petrolio direttamente al governo libanese così da alleggerire la crisi carburante. Nena News

Secondo le prime notizie fornite dalle autorità, un gruppo di soldati appartenenti ai corpi armati avrebbe tentato stamane di prendere il controllo di alcune istituzioni governative

della redazione

Roma, 21 settembre 2021, Nena News – Le autorità sudanesi riferiscono di aver sventato stamane un tentativo di golpe e che ora la situazione nel Paese è sotto controllo. Le notizie sono finora poche, ma il consiglio che guida il Sudan ha fatto sapere che sono in corso al momento gli interrogatori dei sospetti golpisti.

In precedenza era stato il membro del consiglio militare e civile, Mohammad al-Faki Suleiman, a dichiarare alla stampa che “tutto è sotto controllo. La rivoluzione ha vinto”. Secondo le prime notizie, il golpe sarebbe stato eseguito da diversi soldati appartenenti ad alcuni corpi armati: i golpisti avrebbero provato a prendere il controllo di alcune istituzioni governative ma sono stati arrestati. Tra questi, riferiscono fonti governative, ci sarebbero diversi alti ufficiali. Tra gli obiettivi, ci sarebbe stato anche l’edificio nella capitale Khartoum dove hanno sede la televisione e la radio.

Il colpo di stato ha luogo in uno stato dove nell’aprile del 2019 il dittatore Omar al-Bashir è stato cacciato dopo 4 mesi di proteste da parte della popolazione. Nena News

Le vittime erano accusate di essere coinvolte nell’assassinio di uno dei leader houthi avvenuto 3 anni fa. L’Onu condanna. Tensione al sud ed est del Paese dove le proteste di una popolazione affamata che chiede servizi di base sono state represse nel sangue da parte delle forze governative

I ribelli houthi

della redazione

Roma, 20 settembre 2021, Nena News – Nove persone sono state giustiziate sabato in Yemen perché accusate dai ribelli sciiti houthi di aver preso parte all’assassinio tre anni fa di uno dei loro leader, Saleh al-Sammad. Le uccisioni, scrive l’agenzia di stampa Saba pro-Houthi, sono avvenute nella piazza Tahrir di Sana’a (la capitale dello Yemen) e sono state compiute da un plotone d’esecuzione. Altre 17 persone sono state incriminate da una corte houthi per l’assassinio di al-Sammad: tra queste, figurano anche l’erede al trono saudita Mohammad bin Salman e l’ex presidente Usa Donald Trump che sono stati processati in contumacia.

Sulle uccisioni di sabato è intervenuto ieri il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres che ha condannato quanto accaduto spiegando che le esecuzioni “non sembrano aver rispettato i criteri di un processo giusto secondo il diritto internazionale”. Ma Guterres ha anche espresso preoccupazione “per un raid della coalizione a guida saudita a Shabwa (sud est dello Yemen) che avrebbe ucciso almeno 6 civili della stessa famiglia”. Il capo dell’Onu ha quindi ribadito che “attaccare direttamente i civili e le infrastrutture civili è proibito dalla legge umanitaria internazionale”.

Saleh al-Sammad, ex capo del Consiglio politico supremo dei ribelli sciiti, fu ucciso insieme ad altre 6 persone nel 2018 da un bombardamento della coalizione a guida saudita nella provincia occidentale di Hodeida. Allora l’Arabia Saudita definì l’assassinio di Samad come “una grande vittoria” nella battaglia contro l’Iran (che supporta gli houthi). Al-Sammad, disse Riyad, aveva minacciato di lanciare una serie di missili contro il territorio saudita, cosa che si ripete ormai da anni. L’ex capo del Consiglio politico dei ribelli sciiti è stato finora il più alto leader houthi ad essere assassinato da quando una coalizione a guida saudita ha dato avvio nel marzo 2015 ai raid in Yemen in seguito all’occupazione, l’anno precedente, della capitale Sana’a e di altre aree del paese da parte dei ribelli houthi.

Sono passati 6 anni e mezzo dall’inizio della guerra, ma si continua a combattere: sono ormai decine di migliaia le vittime tra i civili e milioni sono le persone a rischio carestia in quella che le Nazioni Unite definiscono la peggiore crisi umanitaria al mondo.

Intanto la tensione è alta nel sud del Paese dove la scorsa settimana, per diversi giorni consecutivi, si sono registrate accese proteste per chiedere alle autorità servizi di base e per fare in modo che la moneta locale (riyal) resti stabile. Un dollaro Usa, infatti, vale ormai nelle provincie meridionali del Paese più di 1.120 riyal e ciò rende di fatto i prezzi del cibo proibitivi per molti cittadini. Si pensi solo che nel 2015 un dollaro corrispondeva a 215 riyal. Le manifestazioni della scorsa settimana hanno portato all’uccisione di due manifestanti ad Aden da parte delle forze del Consiglio Transizionale meridionale (Stc) che, sostenute dagli Emirati arabi, controllano l’importante città portuale yemenita.

Non migliore la situazione nelle aree del Paese controllate dal governo riconosciuto internazionalmente (sostenuto dalla coalizione saudita e quindi rivale degli houthi): le forze governative hanno infatti ucciso due civili nella regione dell’Hadhramaut la scorsa settimana durante le proteste che chiedevano il rilascio delle persone arrestate nelle manifestazioni. Giovedì le autorità governative hanno annunciato il coprifuoco nel tentativo di placare le proteste che stanno avendo luogo di notte per evitare l’intenso caldo di settembre. Una mossa che finora non ha impedito a tanti di continuare manifestare nelle strade il proprio malcontento. Nena News

 

Non solo il conflitto in Tigray, il 32% del paese è teatro di attacchi contro le minoranze: civili uccisi, sfollati interni. E il governo, incapace di reagire, si affida alle milizie

di Federica Iezzi

Roma, 18 settembre 2021, Nena News – Mentre le recenti elezioni parlamentari hanno dimostrato una schiacciante vittoria del Prosperity Party, guidato dal premier Abiy Ahmed, la violenza delle molteplici insurrezioni attive in Etiopia continuano a sopraffare e destabilizzare l’intero Paese. Il voto è stato ostacolato in diverse località etiopi a causa dei violenti scontri in corso. I partiti di opposizione hanno boicottato le elezioni in seguito a abusi, detenzioni arbitrarie e sparizioni.

Il governo centrale ha perso il controllo del capoluogo regionale del Tigray, la città di Mekele, a seguito di una pesante offensiva da parte del Tigray People’s Liberation Front (TPLF), rendendo ancora più arduo il percorso di un plausibile puzzle politico. Le truppe federali etiopi hanno combattuto numerose insurrezioni in tutto il Paese nel 2021. Nel Tigray, hanno spinto il TPLF dalle loro roccaforti nelle principali città della regione. Tuttavia, le operazioni militari sono precipitate in un pantano per il governo Abiy, quando il TPLF ha lanciato un’insurrezione paralizzante.

L’amministrazione della zona del Tigray occidentale è stata a lungo contesa tra i gruppi etnici Tigrini e Amhara, ancor prima dell’inizio dell’ultimo conflitto nel novembre 2020. Il TPLF ha insistito sul ritiro di tutte le forze Amhara dai confini statali regionali del Tigray e sul ritorno ad uno status quo, condizione non accettata dalla regione Amhara.

Per mantenere il controllo territoriale, l’Etiopia ha dovuto affrontare forti pressioni diplomatiche, comprese una serie di pesanti sanzioni, a causa del coinvolgimento delle truppe eritree nei combattimenti, di attacchi indiscriminati ai danni di obiettivi civili e di atti di violenza sessuale. Inoltre le autorità federali e regionali sono state costrette a lottare per contenere le insurrezioni minori nelle regioni di Oromia, Benshangul/Gumuz e Southern Nations, Nationalities and Peoples Region (SNNPR).

In ogni caso, gli attacchi contro le minoranze etniche sono aumentati esponenzialmente in tutto Paese. Il 32% dell’Etiopia oggi sta vivendo una sorta di violenza politica. Gravi violenze sono scoppiate anche in aree di territorio conteso tra la regione nordorientale degli Afar e la regione sudorientale dei Somali, nonché nella regione centrosettentrionale di Amhara. Centinaia di civili hanno perso la vita e si contano migliaia sfollati interni.

Secondo l’ultimo report del The Armed Conflict Location & Event Data Project, rimangono al centro dell’attenzione del governo: il controllo territoriale, la secessione e le politiche identitarie, insieme alla gestione della sicurezza e le relazioni internazionali.

Il quadro più preoccupante è quello legato all’esercito federale, costretto a fare affidamento su gruppi armati al di fuori della propria struttura militare. Ciò riguarda principalmente le forze di polizia note come Liyu, inviate in missioni di combattimento in aree al di fuori della propria regione d’origine. Le milizie regionali e i loro programmi non sono necessariamente allineati alla sopravvivenza del governo Abiy, anzi operano appoggiate a diverse fazioni all’interno della loro regione d’origine. Sottolineando la natura conflittuale del riconoscimento amministrativo in numerose regioni etiopi, il governo Abiy continua a non essere in grado di sostenere un cambiamento tangibile nel processo di federalismo del Paese. Nena News

Un rapporto della ong britannica accusa le autorità egiziane di molestie e intimidazioni contro i difensori dei diritti umani. Il presidente al-Sisi, intanto, annuncia l’apertura a breve della più grande prigione del Paese che offrirà “cura umana” ai detenuti

della redazione

Roma, 17 settembre 2021, Nena News – “Persistente intimidazione e molestie” nei confronti degli attivisti dei diritti umani in Egitto come tattica politica per silenziarli. E’ l’accusa lanciata oggi contro le autorità egiziane da parte di Amnesty International nel suo rapporto “Questo finirà soltanto quando muori”. L’ong britannica ha intervistato 28 persone (21 uomini e 7 donne) convocate dall’Agenzia di sicurezza nazionale (Nsa) che hanno denunciato di essere state minacciate di arresto e di azioni penali “a meno che non prendevano parte agli interrogatori”. Gli intervistati, inoltre, hanno riferito di essere stati anche intimiditi con eventuali blitz della polizia nelle loro case qualora non si fossero presentati alle convocazioni della Nsa. Il risultato, secondo gli attivisti, è quello di “vivere sotto la costante paura di essere detenuti dal Nsa”.

“Per questo motivo – scrive Amnesty – molti hanno troppo timore di esprimere le loro idee o partecipare ad attività politiche e alcuni sono stati spinti ad andare in esilio”. Gli attivisti – molti ex detenuti politici – hanno raccontato alla ong come hanno dovuto subire “domande inopportune” accompagnate da minacce di torture contro di loro e le loro famiglie “qualora si fossero rifiutati di svelare le informazioni”. Gli agenti della Nsa, hanno dichiarato ancor gli intervistati, hanno condotto “esami non autorizzati di telefonini e dei loro account sui social media” e gli interrogatori sono avvenuti senza la presenza di avvocati. Amnesty quindi ha invitato il presidente egiziano al-Sisi “a porre fine alle molestie extragiudiziali”.

Parlando due giorni fa in un programma televisivo, Sisi ha detto che non vuole “che gli egiziani sentano che ci siano violazioni dei diritti umani in Egitto”, aggiungendo che aprirà “la più grande prigione” nel Paese nel giro di poche settimane. Una struttura “sul modello americano” che fornirà “cura umana” ai detenuti. Il presidente a inizio settimana ha anche annunciato una “strategia nazionale” per i diritti umani accusando però contemporaneamente gli attivisti di non essere a conoscenza delle diverse “sfide che affronta il Paese”.

Intanto, Reporter senza Frontiere (Rsf) ha chiesto ad al-Sisi di rilasciare 28 giornalisti “detenuti arbitrariamente” se vuole davvero dimostrare che il suo governo è sincero quando afferma di voler migliorare la situazione dei diritti umani nel Paese. “Speriamo – ha scritto l’organizzazione – che il programma nazionale per i diritti umani non sia una battuta di cattivo gusto e perciò invitiamo le autorità egiziane a non perdere tempo e a dare prove concrete del loro impegno rilasciando immediatamente tutti i giornalisti imprigionati”. Nena News

Intervista a Muna el Kurd, volto della protesta a Sheikh Jarrah, con il fratello Mohammed tra le personalità più influenti del 2021 secondo il Time: «Non usiamo più il linguaggio della diplomazia: chiamiamo le cose con il loro nome, pulizia etnica, apartheid, sgombero. Nessuno pensava avessimo tanta consapevolezza»

Muna al-Kurd

di Chiara Cruciati     il Manifesto

Roma, 17 settembre 2021, Nena News – Muna el Kurd aveva appena undici anni quando, tornando da scuola, ha trovato metà della sua casa occupata dai coloni israeliani. «Fuori c’erano tantissimi poliziotti, ricordo le sirene che suonavano. Mia nonna era stata portata in ospedale: si era sentita male. Lei che aveva vissuto la Nakba, che era stata cacciata dalla sua città, Haifa».

Ora di anni Muna ne ha 23 e si sta battendo per salvare quel che resta della sua abitazione: la sua famiglia è una dei 28 nuclei familiari di Sheikh Jarrah, quartiere palestinese di Gerusalemme est, minacciata di sgombero dalle autorità israeliane a favore di associazioni di coloni che ne rivendicano la proprietà.

L’abbiamo incontrata a Ponsacco, durante l’evento di Arci «Palestina calling», pochi giorni prima del suo inserimento (insieme al fratello gemello Mohammed) nella lista delle 100 personalità più influenti del 2021 redatta dal Time.

A inizio agosto la corte vi ha proposto un «accordo» con i coloni che avete rifiutato. Qual è la situazione adesso a Sheikh Jarrah?

Nell’ultima udienza il giudice ci aveva chiesto di siglare un accordo con i coloni: riconoscere loro la proprietà della terra e pagare un affitto in cambio della possibilità di restare temporaneamente nelle nostre case. Abbiamo rifiutato. Ora attendiamo la data della nuova udienza. La situazione nel quartiere è solo in apparenza calma: il mio vicino, Murad Atiyeh, è stato arrestato il 10 agosto scorso. Il governo israeliano vuole mandarci un messaggio: possiamo arrestarvi in qualsiasi momento. Murad non aveva fatto nulla, se non difendere la sua casa.

Dalla corte vi aspettate un’altra proposta di accordo?

È possibile ma non accetteremo comunque. La terra è di nostra proprietà e non cederemo nemmeno di un centimetro.

Ad aprile e maggio intorno a Sheikh Jarrah l’intera Palestina si è sollevata. Perché il tuo quartiere è stato in grado di ispirare una tale mobilitazione?

Penso si sia trattato di un insieme di cose. In quel momento sotto minaccia c’erano anche la moschea di Al Aqsa e la Porta di Damasco. A Sheikh Jarrah siamo stati in grado di usare i social media in modo molto intelligente, comunicando in modo chiaro a tutto il mondo la nostra situazione e il tentativo del governo israeliano e dei coloni di impossessarsi delle nostre case nonostante non abbiano un solo documento che gliene attribuisca la proprietà. Sicuramente un grande effetto lo ha avuto il video che ho girato a Yakub, il colono che ha occupato la mia casa nel 2009: la sua candida affermazione che quanto aveva fatto era stato un furto è l’ammissione che tutto lo Stato di Israele è fondato sulla sottrazione di terre, di case, di vite palestinesi. È stato molto onesto e rude: «Se non la prendo io, la ruberà qualcun altro», dice nel video. È stata una sorpresa per tutti: un colono israeliano arriva dagli Stati uniti per appropriarsi della mia casa. Infine un ruolo lo abbiamo avuto noi giovani, non vogliamo vivere una nuova Nakba come i nostri nonni e i nostri genitori nel 1948 e nel 1967. Queste Nakbe continue non le accettiamo più.

C’è una differenza nell’approccio al movimento di liberazione nazionale tra le nuove e le vecchie generazioni?

Noi giovani siamo stati in grado di unire i palestinesi senza il sostegno dei partiti politici. La nostra è una mobilitazione senza partiti, spontanea ma profondamente politica. Non ci siamo organizzati in gruppi né abbiamo strutturato il movimento, il movimento è nato da sé. Ne siamo rimasti sorpresi noi stessi. Di certo abbiamo imparato molto dalle esperienze dei nostri nonni e dei nostri genitori, anni di vita passati a resistere in tutta la Palestina. La nuova generazione ha lo stesso potere di resistenza ma idee diverse e nessuna paura. E soprattutto non usiamo più il linguaggio della diplomazia: chiamiamo le cose con il loro nome, pulizia etnica, apartheid, sgombero forzato, crimine di guerra. Nessuno si aspettava che noi giovani avessimo tanta consapevolezza politica e idee chiare su quello che desideriamo. Abbiamo scioccato tutti, soprattutto gli adulti.

A Gerusalemme le autorità israeliane hanno chiuso i centri culturali e politici palestinesi. Dove vi incontrate? Qual è il luogo del dibattito?

Non ci sono luoghi fisici dove vederci e discutere, ci incontriamo negli spazi aperti, nei parchi o alla Porta di Damasco. In molti quartieri palestinesi di Gerusalemme Israele ha aperto i cosiddetti «centri pubblici», ma li boicottiamo perché hanno l’obiettivo di farci accettare una convivenza senza uguaglianza, di diventare «bravi palestinesi» che amano Israele nonostante l’occupazione. Sono luoghi di normalizzazione e Israele ci ha investito molto, circa 20 milioni di shekel l’anno (quattro milioni di euro, ndr), immaginando questi centri come luoghi di una falsa integrazione, una finta inclusione capace di far cessare le proteste che ciclicamente ritornano.

In estate, dopo l’uccisione di Nizar Banat, ci sono state molte manifestazioni contro l’Autorità nazionale palestinese in Cisgiordania. Come avete vissuto questa repressione a Gerusalemme?

È stato scioccante. Vedere palestinesi che picchiano altri palestinesi e che uccidono attivisti è stato molto duro. Soprattutto perché è successo dopo quello che eravamo stati in grado di fare a Gerusalemme e nel resto della Palestina nei mesi precedenti. È tempo di cambiare questa leadership. Non credo in loro, sono legati all’occupazione, sono corrotti. Stiamo combattendo un’occupazione e dobbiamo perdere tempo a combattere i nostri leader. Nena News

 

Il generale della Cirenaica si riprende la scena. Il Fact denuncia: “Attaccati dalle milizie sue alleate e dai mercenari sudanesi. Con la supervisione delle truppe francesi”. E il governo di unità scricchiola

Il generale libico Haftar (Fonte: Facebook)

di Roberto Prinzi – Il Manifesto

Roma, 16 settembre 2021, Nena News – Al peggio non c’è mai fine in Libia. L’ultimo triste capitolo di violenze nel Paese si è registrato ieri nei pressi di Sebha (a sud del Paese) tra il gruppo ribelle ciadiano Fact (Fronte per l’alternanza e la concordia del Ciad) e la Brigata Tariq bin Ziyad (legata al generale cirenaico Khalifa Haftar). Secondo il Fact, la Bin Ziyad li avrebbe attaccati al confine tra i due stati con il sostegno delle milizie mercenarie sudanesi e con la supervisione delle forze speciali dell’esercito francese stanziate in Libia con l’obiettivo (non raggiunto) di catturare il loro leader Mahmat Mahdi Ali.

In un comunicato, il Fact ha parlato di 11 vittime tra gli «aggressori» e 4 nel loro schieramento. «La Francia non solo viola e disprezza la nostra sovranità imponendo e sostenendo il Consiglio militare di transizione (al potere in Ciad dopo l’uccisione ad aprile per mano proprio del Fact del presidente Deby, ndr) – si legge nella nota – ma infrange anche il principio del cessate il fuoco annunciato la scorsa primavera».

Diversa la versione della Brigata bin Ziyad che fa capo all’Esercito nazionale libico (Enl) di Haftar e in cui serve suo figlio Saddam. «Decine di mercenari sono stati eliminati nel sud ovest del Paese mentre stavano compiendo atti criminali in territorio libico. Le operazioni continueranno fino a quando non saranno eliminati tutti i gruppi terroristici».

La propaganda bellica non può però nascondere quello che sembra essere stato finora un palese flop militare della Brigata: non solo è stata respinta al confine, ma il capo dei ribelli ciadiani Alì non è stato eliminato. Al di là della retorica tra le parti, comunque, va segnalato il ruolo ipocrita della Francia: se da un lato, infatti, Parigi parla di sostegno al «processo di pace in Libia» insieme all’Unione europea, dall’altro alimenta in modo coloniale i conflitti interni e regionali.

Ma c’è un altro importante tema politico nello scacchiere libico: il notevole peso che continua ad avere Haftar, ritenuto da molti finito dopo la fallimentare offensiva anti-Tripoli (2019-2020). Haftar non solo non è stato sconfitto, ma è quanto mai attivo in questa fase: se l’altro ieri era al Cairo dal suo alleato egiziano, a breve, scrive il quotidiano saudita Sharq al-Awsat, volerà negli Usa in cerca di sostegno per le previste presidenziali del 24 dicembre a cui sembra intenzionato a candidarsi.

A muoversi diplomaticamente è anche l’Italia. Martedì il ministro degli Esteri Di Maio alla Farnesina ha ribadito il convinto sostegno del governo Draghi alla «stabilizzazione della Libia» al vicepresidente del Consiglio presidenziale libico al-Lafi. Con il quale ieri il ministro allo Sviluppo Economico Giorgetti ha discusso di cooperazione in tema di infrastrutture ed energia. Domenica, inoltre, l’Italia, insieme ai 3 membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu (Usa, Francia e Regno Unito) e Germania, aveva pubblicato una dichiarazione in cui esortava le parti libiche a non rimandare o contestare le elezioni di dicembre.

Ma intanto la bozza di legge presidenziale del presidente del parlamento di Tobruk Aguilah Saleh l’8 settembre scorso è stata giudicata «irricevibile» dall’Alto Consiglio di Stato libico (una specie di Senato con sede a Tripoli). C’è poi un altro problema: 45 deputati hanno chiesto di revocare la fiducia al Governo di Unità nazionale (Gun) del premier Dabaiba. Intervistato dal quotidiano al-Raed, il parlamentare Ouhaida ha alzato il numero di dissidenti a 90. Non è ancora la maggioranza necessaria per far cadere l’esecutivo (fissata a 95 sui 188 complessivi del parlamento), ma la notizia è di per sé indicativa del clima di tensione e lacerazione in cui vive il Paese.

Parla l’autore di «In terra straniera gli alberi parlano arabo». Nel romanzo, pubblicato da Marcos y Marcos, il bosco si trasforma in spazio per la narrazione: «Nessun albero, fiume, valle, montagna o deserto chiederanno mai ad un uomo “da dove vieni e cosa ci fai qui”. Oppure, “quando partirai”»

 

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 15 settembre 2021, Nena News – Una Baghdad in fiamme sembrerebbe l’esatto opposto della quiete di una foresta svizzera. Eppure è tra gli alberi, nel silenzio apparente che si fa voce e soprattutto orecchio pronto ad accogliere la storia di una fuga per la salvezza, che un giovane iracheno ritrova il suo Iraq. Raccontandolo, affida al bosco i ricordi, dolci e terribili, della sua patria. Le «stregonerie» della nonna, la poesia, i libri accatastati su al-Mutanabbi Street, il gelso e il melograno.

Quella che Usama al-Shahmani affida al romanzo In terra straniera gli alberi parlano arabo (Marcos y Marcos, pp. 19e, euro 16) è una storia vera, la sua. Quella di un rifugiato che raggiunge la Svizzera nella seconda guerra del Golfo, senza mai lasciarsi dietro davvero la propria casa.

Il romanzo segue due filoni che si sovrappongono, uno individuale e uno collettivo: la storia di suo fratello Ali e la storia dell’Iraq. La scomparsa di Ali è paradigma della scomparsa dell’Iraq conosciuto e dell’esilio obbligato?

C’è una sovrapposizione intenzionale dei due filoni nel tessuto narrativo. Il primo è il personaggio di Ali, mio fratello minore scomparso in circostanze misteriose a Baghdad il 10 aprile 2006 durante la guerra civile che seguì l’occupazione statunitense dell’Iraq nel 2003. Ali è uno delle migliaia di civili iracheni scomparsi o uccisi in questi anni nei modi più orribili, i loro corpi sfregiati per non essere riconosciuti dai familiari. La mia famiglia ha cercato Ali a Baghdad, a Mosul e in altre città per più di due anni, senza trovarne traccia. Ci sono così tanti corpi di vittime scaricate dalle milizie e da altri movimenti terroristici nel Tigri e nell’Eufrate. Di tanto in tanto, capitava che la gente di Baghdad vedesse i cadaveri galleggiare al mattino sul fiume come segni di una morte in movimento che correva e vagava, fissava i volti degli iracheni con arroganza in una città un tempo chiamata la città della pace. Nel romanzo ho tentato di dare una tomba a mio fratello: Ali è disperso, non è morto, c’è una grande differenza. La morte, come fine naturale della vita, è una parte importante dell’identità umana. Non c’è luogo più bello della letteratura per immortalare persone occultate per sempre da guerre e dittature. Il secondo filone è la perdita dell’Iraq come paese con una ben nota identità storica e civile. Ho cercato di dare all’Iraq una narrativa appropriata che rappresentasse la sua esistenza, ho utilizzato immagini della guerra e della dittatura che raccontano quello che abbiamo vissuto io e milioni di iracheni e ciò che ha portato milioni di noi alla dispersione nel mondo.

La scansione del racconto è dettata dagli alberi, interlocutori con cui parlare e metafore con cui descrivere stati d’animo ed eventi. Qual è il motivo della scelta della natura come strumento di racconto?

La natura è l’unico posto sulla terra a cui l’uomo può appartenere senza che un albero, un fiume, una montagna, una valle o un deserto gli chieda «da dove vieni e cosa ci fai qui». Oppure, «quando partirai». La natura è libertà, è onestà, è il vero legame tra l’uomo e la sua mente. Il romanzo è stato costruito prendendo la natura, in particolare la foresta, come spazio per la narrazione. Il romanzo è composto da sette capitoli e in ognuno un albero rappresenta una chiave di lettura della storia. Gli alberi sono il principale vettore del romanzo, il motore che guida gli eventi, li nutre e li sviluppa. L’albero dell’amore, della speranza, della patria, della morte, della pazienza. Ho cercato di dare alla natura un linguaggio che il protagonista del romanzo capisca e con cui si armonizzi.

Nel romanzo cita al-Mutanabbi Street. Baghdad è stata capitale della cultura e della letteratura regionale per secoli. E durante le proteste di Piazza Tahrir i giovani hanno aperto nel presidio una libreria. Come può descrivere questo legame forte della città con la letteratura

Al-Mutanabbi Street è un monumento culturale molto importante per Baghdad e l’Iraq in generale. È una strada in cui ogni venerdì si può assistere a un evento culturale e a un carnevale della conoscenza a cui partecipano persone di ogni classe, sesso, età, orientamento letterario e culturale. È una strada unica, con i suoi vicoli, le biblioteche e i caffè, che ha ospitato la maggior parte della storia culturale irachena dall’inizio del ventesimo secolo ad oggi. Non c’è scrittore o scrittrice dell’Iraq che non siano passati per questa strada. Lì sono state recitate poesie, presentate commedie, letti romanzi, le discussioni nei caffè hanno portato a tesi di laurea e di dottorato in filosofia, linguistica ed economia. È diventata un simbolo del libero pensiero, della parola che difende la coscienza umana e del diritto a vivere liberamente, lontano dall’ingiustizia e l’usurpazione. Baghdad è collegata ad al-Mutanabbi come una barca è collegata a una vela.

Esiste oggi un panorama letterario significativo in Iraq?

C’è una nuova scena culturale, specialmente nella poesia e nel romanzo. Molti scrittori che vivono in Iraq trattano le situazioni che riflettono ciò che è accaduto negli ultimi cinquant’anni. Ci sono, poi, scrittori iracheni che vivono in diverse parti del mondo e scrivono in lingue diverse dall’arabo. Cercano di mescolare le culture: si scopre presto che la dimensione umana della letteratura è identica pur con lingue e identità culturali diverse. Nena News

Il documento è una risposta alle parole di sabato del presidente Saied secondo cui la carta costituzione deve essere modificata. Lo scorso 25 luglio il capo dello stato ha licenziato il premier e sospeso il parlamento. Una mossa definita dai suoi rivali come un “golpe”

Il presidente tunisino Saied

della redazione

Roma, 14 luglio 2021, Nena News – Un appello per contrastare “qualunque tentativo di aggirare o violare” la costituzione tunisina. È quanto domenica hanno promosso più di 90 personalità politiche e della società civile in Tunisia. L’iniziativa nasce in risposta a quanto dichiarato sabato dal presidente tunisino Kais Saied secondo cui la carta costituzionale deve essere emendata. “Esprimiamo il nostro impegno per la costituzione del 2014 che ha rappresentato il culmine della rivoluzione tunisina e la concretizzazione delle aspirazioni delle donne e uomini tunisini per la libertà, dignità, democrazia, cittadinanza e stato di diritto”, si legge nell’appello firmato anche da Yamina Zoghlami (del partito islamista Ennadha) e Osama Khelifi (leader in parlamento del partito “Cuore della Tunisia”).

Sabato, in un discorso televisivo, il presidente Saied aveva dichiarato che si sta preparando a cambiare la costituzione, ma solo utilizzando i mezzi costituzionali esistenti. Parole che preoccupano non pochi in Tunisia: l’annuncio, infatti, è giunto alcune settimane dopo che il presidente ha licenziato il primo ministro e sospeso il parlamento. Una mossa condivisa da molti in Tunisia, ma che i suoi rivali politici definiscono un golpe. Per Saied i tunisini “hanno respinto la costituzione”, aggiungendo che questi documenti “non sono eterni” e che pertanto “possiamo introdurre emendamenti al testo”. I 90 firmatari dell’appello di domenica hanno chiesto ai tunisini di fare “tutti gli sforzi [possibili] contro il colpo di stato” e di ritornare al “processo democratico” mettendo fine alle misure eccezionali, tra cui il congelamento delle attività parlamentari. C’è preoccupazione nel Paese dopo la decisione di Saied dello scorso 25 luglio di licenziare il premier e sospendere il parlamento: il presidente l’ha giustificata citando “misure di emergenza” presenti all’interno della costituzione. Misure che sono state estese a tempo indeterminato nonostante inizialmente avesse detto che sarebbero durate solo 30 giorni.

A maggio il portale Middle East Eye fece trapelare la notizia di un documento della responsabile del personale dell’ufficio di Saeid, Nadia Akacha, che proponeva la nascita di una “dittatura costituzionale” così da poter gestire i vari problemi del Paese.

Al momento il presidente deve nominare ancora un nuovo governo e indicare al Paese quale siano le sue intenzioni a lungo termine. Nel suo discorso di sabato ha detto che è vicino alla formazione di un nuovo esecutivo, che appare sempre più necessario dato che la Tunisia deve affrontare alcune questioni spinose a partire dalla grave crisi economica che ha travolto il Paese. La costituzione del 2014 è stata spesso tema di dibattito nel mondo politico locale: secondo alcuni deve essere modificata per far sì che il sistema politico diventi di tipo presidenziale, altri, invece, propongono un modello più parlamentare. Secondo l’articolo 144 della costituzione, una modifica al testo costituzionale può essere oggetto di referendum se è stato approvato dai due terzi del parlamento, un’istituzione che lo scorso mese Saied ha definito “un pericolo per lo stato”. Nena News

Per la terza sera consecutiva, si è ripetuto il lancio di missili dalla Striscia a cui hanno fatto seguito i bombardamenti dell’aviazione israeliana contro, sostiene l’esercito di Tel Aviv, “obiettivi di Hamas”. Non si segnalano feriti da entrambe le parti. Oggi, intanto, in arrivo gli aiuti in denaro del Qatar per 100.000 gazawi

Gaza sotto attacco israeliano (Foto d’archivio)

della redazione

Roma, 13 settembre 2021, Nena News – Resta alta la tensione tra la Striscia di Gaza e Israele dopo che ieri, per la terza notte di fila, si sono registrati il lancio di razzi da parte palestinese e i raid dell’aviazione israeliana. I palestinesi hanno lanciato un primo missile in serata e poi un secondo nelle prime ore di lunedì mentre la Striscia era sotto i bombardamenti di Tel Aviv. I raid, fa sapere l’esercito, erano una risposta al primo attacco missilistico. I razzi sono stati intercettati dal sistema difensivo israeliano dell’Iron Drome e pertanto non hanno causato danni. L’esercito ha detto di aver colpito alcuni compound del gruppo islamico palestinese Hamas (che governa l’enclave palestinese assediata da Israele da oltre 10 anni) usati per esercitazioni militari, ma anche l’entrata di un tunnel e un deposito di armi. Non si segnalano feriti.

Come accaduto nelle due sere precedenti, nessun gruppo palestinese ha rivendicato il lancio dei razzi. Tuttavia, come sempre accade in questi casi, Israele ritiene Hamas responsabile di qualunque attacco proveniente dalla Striscia. Se danni non si sono avuti né da una parte né da un’altra, è pur vero che le recenti tensioni al confine tra l’enclave palestinese e Israele mostrano come la tregua raggiunta a maggio tra Hamas e Tel Aviv sia sempre più fragile. In un discorso pronunciato ieri, il capo dell’esercito israeliano Avi Kohavi ha minacciato Hamas di non aumentare la tensione: “La forza di difesa d’Israele [l’esercito israeliano, ndr] difende il confine con Gaza e non accetterà nessuna violazione alla sua sovranità. Risponderemo con forza a qualunque violazione e continueremo a farlo. Se la situazione peggiora, Hamas e la Striscia di Gaza pagheranno un caro prezzo”.

Oggi, intanto, le Nazioni Unite inizieranno a distribuire gli aiuti in denaro a migliaia di famiglie povere della Striscia all’interno di un programma finanziato dal Qatar. A darne notizie è stato l’inviato per il Medio Oriente dell’Onu Tor Wennesland. Proprio Doha ha donato centinaia di milioni di euro in aiuti a Gaza a partire dall’offensiva israeliana contro l’enclave palestinese del 2014. Tuttavia, l’ultimo attacco di Tel Aviv contro Hamas a maggio ha bloccato questi pagamenti: Israele sostiene che tali soldi vadano al gruppo islamico “terroristico” palestinese e pertanto debbano essere fermati. Secondo un nuovo piano coordinato dal Qatar e dall’Onu e sostenuto da Israele, gli aiuti verranno distribuiti ora in più di 700 punti presenti nella Striscia. A beneficiarne a partire da oggi saranno almeno 100.000 persone, secondo quanto ha riferito su Twitter l’inviato Wennesland. Non è chiaro però come questi luoghi saranno monitorati affinché gli aiuti non raggiungano Hamas come esplicitamente richiesto da Israele. Nena News

Gli arresti nella serata di ieri e alle prime ore di oggi in un’area situata nei pressi di Nazareth (nord Israele). Tra di loro c’è anche Zakaria Zubeidi, ex comandante a Jenin delle Brigate dei Martiri di al-Aqsa. Continua la caccia all’uomo per gli altri due detenuti. Razzo da Gaza, raid da parte di Tel Aviv

L’arresto degli ultimi due prigionieri palestinesi. Tra di loro, in primo piano, c’è Zakaria Zubeidi (Foto: polizia israeliana)

della redazione

Roma, 11 settembre 2021, Nena News – Si è conclusa tra ieri sera e la prima mattina di oggi la fuga di 4 dei 6 prigionieri palestinesi evasi lunedì dalla prigione di massima sicurezza di Gilboa. Gli ultimi due detenuti – tra cui Zakaria Zubeidi, ex comandante a Jenin delle Brigate dei Martiri di al-Aqsa (il braccio armato di Fatah) – sono stati presi in un parcheggio di camion nel villaggio palestinese di Shibli-Umm al-Ghanam vicino alla città di Nazareth (nord Israele). “Li hanno trovati mentre si nascondevano sotto un rimorchio – ha detto un testimone oculare citato dai media israeliani – Li ho visti. Sembravano impauriti, affamati e umiliati”. Più o meno sempre nell’area di Nazareth erano stati catturati alcune ore prima i primi due detenuti: Mohammad al-Arida e Yacoub Qadiri.

Al momento il governo israeliano non ha commentato la notizia delle catture. Zubeidi, che in passato aveva ricevuto un’amnistia da parte d’Israele, è stato riarrestato nel 2019 per la sua presunta complicità in altre sparatorie. Gli altri 5 prigionieri – restano solo Iham Kamamji e Munadil Nafiyat in fuga – sono tutti appartenenti al gruppo del Jihad Islamico.

La fuga dei prigionieri era stata celebrata in questi giorni dai palestinesi dei Territori Occupati (Gerusalemme est, Cisgiordania e Gaza). Ieri, dopo la notizia della cattura di due di loro, è partito da Gaza un razzo verso Israele. La reazione di Tel Aviv è stata affidata ad alcuni raid della sua aviazione nella Striscia che non avrebbero causato vittime. Tuttavia, il botta e risposta tra le due parti mostra ancora una volta come la tregua raggiunta tra Gaza e Israele a maggio sia sempre più fragile. Nena News

La nostra rubrica sul continente africano vi porta anche in Sud Sudan dove Amnesty International denuncia una nuova ondata di repressione e nel Madagascar devastato dalla siccità

Guina (Foto Hrw)

di Federica Iezzi

Roma, 11 settembre 2021, Nena News –

Guinea Conakry

Le forze speciali militari guineane, guidate dal tenente colonnello Mamady Doumbouya, hanno preso il potere con un colpo di stato, rovesciando il governo decennale di Alpha Condé.

I militari hanno promesso di cambiare la struttura politica del paese dell’Africa occidentale che detiene le più grandi riserve di bauxite del mondo, minerale utilizzato per produrre alluminio.

Ai funzionari del governo guineano è stato vietato di lasciare il Paese fino a nuovo avviso, anche se le frontiere risultano aperte, e il coprifuoco imposto nelle aree minerarie è stato revocato. Atti doverosi per rassicurare sia gli attori internazionali, che hanno immediatamente condannato il colpo di stato, sia la popolazione guineana. L’ottimismo con cui Condé è stato eletto al potere nel 2010 è completamente svanito.

Il colpo di stato ha incontrato la condanna di alcuni dei più forti alleati della Guinea. Queste azioni potrebbero limitare la capacità degli Stati Uniti e degli altri partner internazionali della Guinea di sostenere il Paese. Le Nazioni Unite hanno rapidamente contestato l’accaduto, l’Unione Africana ha minacciato dure sanzioni e la Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (ECOWAS) ha sospeso l’adesione della Guinea fino al ripristino di un ordine costituzionale. Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha dichiarato che la violenza e le misure extra-costituzionali potrebbero erodere le prospettive di stabilità e prosperità della Guinea.

Intanto il traffico è ripreso nella capitale guineana, Conakry, dopo i pesanti colpi di arma da fuoco durante i combattimenti tra le forze speciali e i l’esercito fedele a Condé.

Doumbouya ha dichiarato che la povertà e la corruzione endemica hanno spinto le sue forze a rimuovere Condé dall’incarico e ha subito parlato di un governo di unità nazionale.

Sud Sudan

‘Preoccupante nuova ondata di repressione in Sud Sudan’ – E’ quanto dichiarato nell’ultimo report da Amnesty International.

Arresti arbitrari di numerosi attivisti, giornalisti e dipendenti di organizzazioni no-profit hanno segnato le ultime settimane di un Paese fermo in una instabilità politica cronica.

Rappresentanti di gruppi in difesa dei diritti umani hanno ricevuto segnalazioni e hanno subito vessazioni.

La recente repressione appare la conseguenza a una dichiarazione del gruppo People’s Coalition for Civil Action (PCCA), ampia coalizione di attivisti, accademici, avvocati ed ex funzionari di governo, che chiedeva una rivolta pubblica pacifica, in sostegno della libertà di informazione e di espressione.

Forze di sicurezza pesantemente armate sono state dispiegate per monitorare le strade delle principali città alla ricerca di qualsiasi segno di opposizione. E le autorità sud-sudanesi hanno prontamente chiuso una stazione radio e un think-tank in relazione alle proteste.

In una dichiarazione congiunta Stati Uniti, Unione Europea, Gran Bretagna e Norvegia hanno esortato il governo del Sud Sudan a proteggere i diritti fondamentali dei cittadini.

Madagascar

Quattro anni di siccità, una delle prime carestie al mondo causate dal cambiamento climatico, persone costrette a mangiare locuste, foglie selvatiche e frutti di cactus per sopravvivere. E’ il quadro odierno del Madagascar.

Il Paese è stato a lungo tormentato da siccità e inondazioni, che negli ultimi anni hanno spinto almeno 30.000 persone al livello cinque di carestia, il maggiore di insicurezza alimentare secondo gli standard internazionali.

Secondo il World Food Programme più di un milione di persone nel Paese sta vivendo una qualche forma di grave insicurezza alimentare

Gli effetti della siccità hanno anche portato a perdite agricole fino al 60% nelle province più popolate. E la situazione è stata ulteriormente aggravata dalla pandemia legata al virus SARS-CoV-2.

Il Madagascar produce lo 0,01% delle emissioni annuali di carbonio del mondo, ma sta subendo alcuni degli effetti peggiori, con piogge torrenziali, siccità e raccolti sempre più inadeguati.

 

 

 

 

 

 

Dai risultati provvisori, il Pjd passerebbe da 125 a soli 12 seggi. A vincere è l’Rni con 97 seggi, seguito dal principale partito di opposizione (Pam) con 82. Bene anche il conservatore Istiqlal con 78

 

della redazione

Roma, 9 settembre, 2021, Nena News – Il partito marocchino islamista di governo (Giustizia e Sviluppo, Pjd) ha subito una grave sconfitta alle elezioni parlamentari tenutesi ieri: il Pjd, infatti, vedrebbe la sua forza parlamentare ridursi da 125 seggi a soltanto 12. A comunicare i primi risultati del voto è stato stamane il ministro degli Interni Abdelouafi Laftit. A vincere è l’Rrni del ministro alla Agricoltura Aziz Akhannouch che conquisterebbe 97 seggi sui 395 complessivi (erano solo 37 alle passate elezioni del 2016). Al secondo posto il Pam con 82, seguito dal partito conservatore Istiqlal a 78 (più 32 seggi rispetto alle scorse parlamentari). I dati definitivi sono previsti nella tarda giornata di oggi. L’Rni era parte del governo di coalizione uscente e controllava i ministeri chiave dell’agricoltura, delle finanze, del commercio e turismo. Il Pam, invece, è il principale partito di opposizione fondato nel 2008 dall’attuale consigliere del re, Fouad Ali el-Himma.

Il dato politico più importante di questa elezione è sicuramente il crollo del Pjd, imprevedibile dato che molti analisti davano la formazione islamista vincente. In realtà, prima del voto, il Pjd si era già lamentato del fatto che il nuovo sistema elettorale avrebbe potuto limitare il suo successo elettorale: un nuovo emendamento attribuisce i seggi sul numero dei voti conquistati in base alla percentuale dei voti registrati piuttosto che semplicemente ai voti presi come avviene in molti sistemi elettorali. Una possibilità che, hanno affermato alcuni analisti, faciliterebbe le compagine politiche più piccole.

Terminato il voto, il re Mohammad VI sceglierà il premier dal partito che ha preso più seggi. Il primo ministro, la cui carica dura 5 anni, è una figura importante in Marocco fino ad un certo punto: nonostante infatti la nuova costituzione del 2011 abbia dato maggiori poteri al parlamento e al governo, le principali decisioni per il Paese continuano ad essere prese dal re Mohammad VI.

Da sottolineare di queste elezioni ci sono altri due aspetti: innanzitutto che l’affluenza alle urne è stata del 50,35%, più alta del 43% delle parlamentari del 2016, ma leggermente più bassa delle amministrative del 2015 (53%).

In secondo luogo che è stata la prima volta che i 18 milioni di elettori marocchini hanno potuto votare nello stesso giorno sia per il parlamento che per le amministrative. La ratio di unire il voto era quella di spingere più persone alle urne. Un tentativo che non ha avuto un grosso successo visto che un elettore su due è rimasto comunque a casa.

Il risultato delle elezioni scatenerà molto probabilmente polemiche: già ieri sera il Pjd ha parlato di “strane irregolarità” durante le fasi di voto, di “distribuzione di denaro oscene” vicino ai seggi e “confusione” in alcune liste. Un clima già avvelenato dalle accuse reciproche scambiate in fase di campagna elettorale dal Pjd e l’Rni. Le denunce del partito islamista sono state respinte dal ministro degli Interni che ha detto che il voto è avvenuto “in condizioni normali” al di là di qualche isolato incidente. Nena News

Libia post-Gheddafi. La brigata guidata dal comandante salafita Mahmoud Hamza impone la sua legge a Tripoli. E Di Maio parla di «stabilizzazione»

di Roberto Prinzi   il Manifesto

Roma, 9 settembre 2021, Nena News – La battaglia tra le milizie rivali libiche è uno dei problemi centrali della Libia post-Gheddafi. Da anni, infatti, i vari gruppi di miliziani che imperversano nel Paese si contendono lo spazio politico attraverso assalti armati, rapimenti e uccisioni di «nemici». Violenze quotidiane coperte spesso dalle autorità locali che si servono di questo gruppo o dell’altro per farsi guerra internamente.
L’occupazione del ministero della Sanità avvenuta ieri a Tripoli da parte della 444ma Brigata non è stata quindi una novità, ma ha confermato solo la gravità della lacerazione nazionale. Il gruppo armato protagonista dell’assalto di ieri è guidato dal miliziano salafita Mahmoud Hamza ed è tecnicamente sotto il ministero della Difesa.

EX CAPO DELLE FORZE SPECIALI di deterrenza (Rada) dirette dal Ministero dell’Interno, Hamza ha formato la 444ma Brigata al termine della fallimentare offensiva (2019-2020) del generale Haftar. Considerata vicina alla Turchia, la Brigata è una delle principali milizie del Paese ed è operativa soprattutto sul fronte della lotta al traffico degli esseri umani e al contrasto al contrabbando di petrolio. Ad opporsi ad Hamza, come venerdì scorso, c’era ieri l’Autorità di supporto alla Stabilità (Ass) di al-Kikli che fa capo al Consiglio presidenziale. Sono volati colpi di armi da fuoco – hanno riferito i media locali – ma non ci sono state vittime. Il messaggio politico è comunque passato in modo chiaro.

LE VIOLENZE DI QUESTO TIPO vanno lette nella più ampia cornice del mancato rispetto dei diritti umani registrato nel Paese. In un rapporto pubblicato ieri, l’ong libica per il monitoraggio dei crimini (Lcw) di stanza a Londra ha accusato il Governo di unità nazionale di non aver adottato «alcuna misura» per porre fine alle violenze registrate nel Paese, né di aver assicurato alla giustizia i responsabili dei crimini, soprattutto a danno dei migranti siriani nei centri di detenzione.

Ma preoccupano più al governo le accuse che piovono dai rivali politici dell’est: nelle stesse ore in cui il ministero della Salute veniva occupato, infatti, una delegazione governativa capeggiata dal premier Dabaiba era a Tobruk (Cirenaica, est della Libia) per rispondere alle domande dei parlamentari su diversi importanti questioni: dal bilancio di stato, ai continui blackout elettrici, alla nomina di un ministro della Difesa, fino alla lotta contro la pandemia di Covid-19. Un incontro iniziato con il piede sbagliato: era stato infatti rimandato due giorni fa dal presidente del parlamento Saleh per il ritardo dell’arrivo a Tobruk del premier il giorno precedente.

IERI, INTANTO, È VOLATO A ROMA il presidente dell’Alto Consiglio libico al-Mishri per incontrare alla Farnesina Di Maio. Il ministro degli Esteri italiano ha ripetuto al suo alleato i risultati positivi raggiunti dalle parti libiche, assicurando il sostegno di Roma alla stabilizzazione del Paese. Vista dal ministero della Salute di Tripoli questa parola ieri suonava quanto mai beffarda. Nena News

 

A fine agosto la Serbia ha aperto un ufficio commerciale a Gerusalemme con l’obiettivo di rafforzare i legami economici con Israele. Pochi giorni dopo, l’azienda Rafael ha confermato le trattative per la vendita a Belgrado dei nuovi missili Spike

L’allora presidente israeliano Rivlin in visita nel 2018 in Serbia

di Marco Siragusa

Roma, 7 settembre 2021, Nena News – Meno di una settimana. Questo il tempo trascorso tra l’annuncio, da parte della Camera di Commercio e dell’Industria serba, dell’apertura di un ufficio commerciale a Gerusalemme e la conferma dell’azienda di stato israeliana Rafael delle trattative per la vendita a Belgrado dei missili anticarro di ultima generazione Spike.

Anche se la cerimonia ufficiale per l’apertura dell’ufficio avverrà solo a novembre, le autorità serbe non hanno perso tempo nel dedicarsi a rafforzare le relazioni economiche nel campo degli armamenti con Israele. L’obiettivo principale dell’ufficio sarà quello di “creare le condizioni per un accordo di libero scambio tra i due paesi” comprendente diversi settori come quello immobiliare, delle energie rinnovabili, delle infrastrutture e del turismo. E, anche se non esplicitato nelle dichiarazioni ufficiali, quello del commercio di armi. I missili anticarro Spike, al centro della trattativa, sono considerati tra i più moderni e potenti in circolazione. Prodotti in Germania dalla Eurospike, sussidiaria di Rafael, i missili sono già in dotazione delle forze armate di Croazia e Slovenia. Questa nuova tecnologia verrà probabilmente esposta durante l’Adriatic Sea Defense and Aerospace (ASDA), che si svolgerà nella città croata di Spalato dal 29 settembre al 1 ottobre e che vedrà la partecipazione della Rafael ma non della Jugoimport, l’azienda serba coinvolta nella trattativa.

Non è la prima volta che Serbia e Israele confermano di aver avviato trattative per il commercio di armi. Era già successo nel marzo del 2020 quando il presidente serbo Aleksandar Vučić, partecipando alla conferenza annuale dell’AIPAC, la più grande lobby filo-israeliana degli Stati Uniti, aveva annunciato l’arrivo di “una consegna non da poco” di armi israeliane. In quell’occasione Vučić aveva anche affermato che in Serbia non esiste nessuna campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) verso Israele e che il paese “non è un terreno fertile per messaggi antisemiti”.

Pochi mesi dopo, nel settembre del 2020, lo stesso Vučić si recava negli Stati Uniti per firmare un accordo con il Kosovo che prevedeva, tra le altre cose, lo spostamento dell’ambasciata serba da Tel Aviv a Gerusalemme entro luglio 2021 e il reciproco riconoscimento tra Kosovo e Israele. Ma mentre Pristina ha dato seguito all’accordo aprendo nel marzo di quest’anno la propria ambasciata a Gerusalemme, la Serbia, dopo le numerose critiche ricevute dall’Unione Europea e dalla Turchia, ha rinunciato almeno momentaneamente allo spostamento della propria sede diplomatica.

Il riconoscimento del Kosovo da parte di Israele, avvenuto nel febbraio di quest’anno, ha creato non poche tensioni con Belgrado. Il ministro degli Esteri Nikola Selaković aveva pubblicamente espresso il suo disappunto dichiarando di non essere per nulla contento di questa decisione che “influenzerà senza dubbio le relazioni tra i due paesi”. Evidentemente gli interessi economici e dell’industria militare si dimostrano più forti di quelli identitari, sbandierati in maniera strumentale dalle autorità politiche serbe ogniqualvolta si renda necessario compattare l’opinione pubblica attorno ai propri leader.

Proprio quest’anno ricorrono i 30 anni dall’avvio delle relazioni diplomatiche tra Serbia e Israele. La prima visita ufficiale di un primo ministro serbo è avvenuta nel dicembre 2014 con l’incontro tra lo stesso Vučić, non ancora presidente della Repubblica, e il suo omologo Netanyhau a Gerusalemme. Quattro anni dopo, nel 2018, era toccato al presidente israeliano Rueven Rivlin recarsi in Serbia per la prima visita di un capo di stato israeliano in Serbia. Oggi, le relazioni tra i due paesi possono considerarsi più che ottime, proiettate verso un ulteriore sviluppo dei rapporti economici. Nena News

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Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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