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Allo stesso tempo preoccupa lo stallo del processo politico: per l’Onu la fase è «critica»

Saadi Gheddafi

di Roberto Prinzi

Roma, 7 settembre 2021, Nena News – «Non possiamo andare avanti senza raggiungere la riconciliazione o costruire lo Stato senza ottenere giustizia, senza rispettare il principio di separazione dei poteri e senza seguire le sentenze giudiziarie. Su queste basi, oggi è stato rilasciato il cittadino Saadi Gheddafi». Così ha commentato ieri il premier libico del Governo di unità nazionale (Gun) Dabaiba l’assoluzione della Procura del terzo figlio del defunto colonnello Muammar Gheddafi.

L’EX CALCIATORE LIBICO – noto in Italia per le sue poche (e modeste) partecipazioni in Serie A con Perugia, Udinese e Sampdoria – è stato assolto per carenza di prove: era stato arrestato perché accusato di aver preso parte alle proteste anti-Gheddafi del 2011 e per l’omicidio nel 2005 di Bashir al-Riyani, calciatore della squadra dell’Ittihad. Saadi (47 anni) è stato rilasciato domenica sera e messo subito a bordo di un aereo diretto a Istanbul. Il terzogenito del “Colonello” era stato consegnato alle autorità libiche nel 2014 dal Niger dove era fuggito dopo che Tripoli era passata in mano alle forze ribelli. Una detenzione a tratti molto dura: alcuni video pubblicati on line nel 2015 mostrarono come alcuni funzionari della sicurezza della capitale lo minacciassero e torturassero pur di estorcergli una confessione.

UOMO LIBERO È DA IERI anche Ahmed Ramadan, ex direttore dell’Ufficio informazioni e segretario personale dell’ex rais Gheddafi. In una nota, il Consiglio presidenziale libico ha spiegato che il suo rilascio rientra «negli sforzi per stabilire una riconciliazione nazionale globale». Un processo che a breve, si legge ancora nel comunicato, dovrebbe portare al «rilascio dei restanti prigionieri per i quali non sono state emesse sentenze giudiziarie».

MA SE la parola d’ordine è ufficialmente abbassare la tensione in un Paese ancora profondamente lacerato dalla divisione tra ovest (Tripolitania) ed est (Cirenaica), i rilasci di ieri di importanti uomini del passato regime non possono non essere letti dimenticandosi dell’annuncio fatto lo scorso mese dal secondogenito di Gheddafi, Saif: volersi candidare alle presidenziali alla fine di quest’anno. Una possibilità difficile al momento da realizzarsi dato che contro di lui la Procura militare ha spiccato un mandato di cattura lo scorso 11 agosto.

LA DECISIONE DELLA PROCURA giungeva a distanza di una decina di giorni dalla pubblicazione dell’intervista che il rampollo del rais (ancora ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità) aveva concesso lo scorso maggio al New York Times in cui affermava di stare preparando «lentamente come uno spogliarello» il suo ritorno in politica sottolineando come i ribelli che lo avevano arrestato 10 anni prima sarebbero diventati ora suoi «amici». Un atteggiamento da gradasso? Forse. Tuttavia, è pur vero che Saif, come sostengono diversi osservatori, è quello «più attrezzato culturalmente» per un eventuale progetto di leadership anche per le importanti relazioni internazionali intrattenute fino a poco prima della caduta del regime del padre (in particolar modo nel Regno Unito, ma anche in Italia).

LO SDOGANAMENTO dell’ancien régime libico va di pari passo con lo stallo del processo politico che preoccupa sempre di più l’Onu. Ieri il Segretario Guterres non ha usato giri di parole quando ha parlato a tal proposito di «fase critica» che potrebbe mettere «a rischio i risultati ottenuti all’inizio del 2021», ovvero il Governo di unità Debaiba che dovrebbe traghettare il Paese alle elezioni parlamentari e presidenziali del prossimo 24 dicembre. Il condizionale è d’obbligo perché al momento non c’è intesa né sulla legge elettorale né sul bilancio governativo.

NEL TENTATIVO di provare a calmare le acque, oggi il premier risponderà alla Camera dei Rappresentati di Tobruk (est della Libia) a 80 quesiti individuati dai parlamentari relativi ai temi dell’elettricità, della gestione del Covid-19, del ritardo delle unificazioni statali e del bilancio per il 2021. Resta poi la questione sicurezza: quattro giorni fa il Consiglio presidenziale libico ha invitato tutte le forze armate coinvolte negli scontri di Tripoli del 3 settembre a «fermarsi subito e a rispettare gli ordini». Parole al vento per le milizie che in Libia fanno il bello e cattivo tempo da anni. Nena News

I detenuti sono evasi intorno alle 3:30 ora israeliana. Tra di loro c’è Zakaria Zubeidi (ex capo dell’ala militare di Fatah, “Le Brigate dei Martiri di al-Aqsa”), e 5 membri del Jihad islamico

della redazione

Il tunnel dal quale sarebbero scappati i sei prigionieri palestinesi (Foto scattata da Gil Nechushtan e pubblicata sul portale israeliano Ynet.

Roma, 6 settembre 2021, Nena News – Proprio come in un film, sei prigionieri palestinesi sono riusciti a scappare stanotte dalla prigione di massima sicurezza di Gilboa nel nord Israele. A dare l’incredibile notizia è stato stamane il servizio penitenziario israeliano. Secondo le poche informazioni finora rilasciate alla stampa, i sei detenuti sono riusciti a evadere la struttura penitenziaria situata tra il mare di Galilea e non lontana dalla città palestinese di Jenin (Cisgiordania occupata) tra le 3:30 e le 4 ora israeliana (le 2:30-3 italiane) scavando un lungo tunnel. Fuori il carcere sono stati ritrovati i vestiti e le scarpe che molto probabilmente appartenevano ai detenuti.

Tra gli evasi c’è Zakaria Zubeidi, ex comandante dell’ala militare di Fatah (Le Brigate dei Martiri di al-Aqsa), condannato all’ergastolo per diversi attacchi armati. Gli altri cinque sono membri di Jenin del gruppo palestinese del Jihad Islamico. Anche loro scontavano l’ergastolo.

Ora è caccia ai fuggitivi: oltre a numerosi agenti di polizia, sono state dispiegate anche unità dell’esercito. I media locali riferiscono che potrebbero essere creati checkpoint nell’area di Jenin. A partecipare alle operazioni, c’è anche lo Shin Bet (i servizi segreti interni) secondo cui i 6 prigionieri potrebbero essere fuggiti a Jenin. Nena News

Ridotto d’intensità, ma non per questo meno letale: il conflitto nella provincia settentrionale di Capo Delgado continua a mietere vittime. Almeno 800.000 gli sfollati interni

(Rifugiati in Monzambico. Foto: Unhcr)

di Federica Iezzi

Roma, 4 settembre 2021, Nena News – Ridotto d’intensità ma non per questo meno letale, il conflitto nel nord del Mozambico, nella provincia settentrionale di Cabo Delgado, non accenna ad arretrare. Il Mozambico appare nell’elenco dei dieci conflitti da osservare sui report del The Armed Conflict Location & Event Data Project.

L’insurrezione islamista del gruppo armato Ansar al-Sunna, dell’ottobre 2017 ha mantenuto costante la sua forza, internazionalizzando il conflitto. A sostegno del governo mozambicano, con un considerevole dispiegamento militare, la Southern African Development Community (SADC) e il Rwanda. L’ultimo report dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni parla di almeno 800.000 sfollati interni nell’area di Cabo Delgado, nella provincia nord-orientale di Nampula e in quella nord-occidentale di Niassa. Ancora oggi il governo del Mozambico non dispone di una strategia chiara nella gestione militare del conflitto.

Nel marzo 2021, feroci combattimenti hanno devastato il distretto di Palma, al confine con la Tanzania, area ricca di gas naturale liquefatto, chiave per il futuro economico del Paese. Il Mozambico, infatti, potrebbe ricoprire un importante ruolo a livello globale, proprio grazie ai giacimenti di gas offshore. Sulla stessa scia, le truppe governative hanno occupato la città strategica di Diaca, nel distretto nord-est di Mocímboa da Praia. Sebbene non si siano impegnati nel garantire misure di sicurezza dirette a Cabo Delgado, gli Stati Uniti hanno intensificato un piano antiterrorismo in Mozambico, con il lancio del Joint Combined Exchange Training, con il fine di supportare le forze militari nazionali. E l’Unione Europea dovrebbe presto annunciare l’inizio della propria missione di addestramento militare. Questo a fianco dell’appoggio assicurato da Angola e Zimbabwe.

La SADC, al contrario, continua a far pressione su Maputo per accettare nell’immediato una forza di intervento regionale. Intanto, è già in atto una negoziato per il dispiegamento di almeno 1.000 militari rwandesi a Cabo Delgado, per garantire stabilizzazione e sicurezza. Ampie preoccupazioni rimangono ancora oggi focalizzate sugli attacchi al confine con la Tanzania. Il Paese ha già accolto un considerevole numero di rifugiati mozambicani, in fuga dal conflitto nel distretto di Palma, molti dei quali ridistribuiti, in seguito, nel distretto mozambicano di Mueda. Il governo Nyusi sta aumentando la sua dipendenza verso i Private Military Contractors, per lo più provenienti dalla compagnia sudafricana, Dyck Advisory Group. Non mancano mercenari russi del Wagner Group. Inoltre, sta lavorato per espandere le proprie capacità militari, mediante l’acquisto di specifico equipaggiamento bellico e mediante il solido sostegno all’addestramento.

Nel frattempo, le rimostranze locali contro il governo crescono, così come le necessità di supporto umanitario. Secondo la Convenzione per la protezione e l’assistenza degli sfollati interni in Africa, adottata a Kampala nel 2009, i Paesi membri dell’Unione Africana sono chiamati a fornire assistenza agli sfollati interni, consentendo e facilitando un accesso rapido e senza ostacoli da parte delle organizzazioni umanitarie. Ma la persistente insicurezza e le restrizioni del governo continuano ancora a ostacolare l’accesso di aiuti umanitari nell’intera provincia di Cabo Delgado. Nena News

La vittima si chiamava Ahmad Saleh e aveva 26 anni. Almeno 15 i feriti tra i gazawi. La tregua raggiunta lo scorso maggio tra Gaza e Israele appare sempre più fragile. Il Ministro della Difesa israeliano Gantz, intanto, rivendica l’importanza del suo incontro di domenica scorsa con il presidente Abbas

della redazione

Roma, 3 settembre 2021, Nena News – I soldati israeliani hanno ieri sparato e ucciso un 26enne palestinese, Ahmad Saleh, durante le proteste contro i 14 anni di blocco israeliano nella Striscia di Gaza. Almeno 15 i feriti tra le file dei palestinesi a causa delle pallottole israeliane: tra loro anche un bambino che, secondo quanto riferisce il ministero della salute di Gaza, sarebbe in gravi condizioni. L’esercito israeliano ha fatto sapere in una nota che ieri erano più di 1.000 i palestinesi che si erano radunati lungo il confine tra Israele e Gaza per protestare contro le politiche di Tel Aviv.

Nel corso della manifestazione, i dimostranti hanno bruciato dei pneumatici e lanciato alcuni strumenti esplosivi. “I militari impiegati nell’area hanno usato strumenti per disperdere le proteste, tra cui, quando è stato necessario, anche i proiettili veri”. Le manifestazioni serali dei gazawi al confine con Israele si sono ripetute diverse volte questa settimana. Nell’ultimo periodo si è registrato un aumento delle violenze al confine tra Gaza e Israele che di fatto mostra come la tregua raggiunta lo scorso 21 maggio tra lo stato ebraico e il movimento palestinese Hamas sia molto fragile.

Questa settimana un ragazzo palestinese e un soldato israeliano sono morti per le ferite da arma da fuoco riportate durante le proteste dello scorso 21 agosto al confine tra Gaza e Israele. Per provare a calmare le acque, nelle ultime settimane l’Egitto e le Nazioni Unite hanno aumentato gli sforzi di mediazione facilitando l’ingresso di aiuti provenienti dal Qatar.

Intanto, in Israele, continua a far discutere l’incontro di domenica scorsa tra il ministro della difesa israeliano Gantz con il presidente dell’Autorità palestinese Abbas. Intervistato mercoledì dal canale 12 israeliano, il ministro ha detto che “il premier (Bennet, ndr) sapeva del mio viaggio, ha riconosciuto il mio viaggio e sa di cosa sto parlando”. “Sappiamo (io e Abbas, ndr) – ha poi aggiunto – che al momento non possiamo raggiungere un accordo diplomatico”, ma che, tuttavia, entrambi vogliono rispettare gli accordi alla sicurezza per mantenere stabile la regione. “E’ stato un incontro molto importante durante il quale abbiamo discusso di cooperazione alla sicurezza e di attività congiunte”, ha poi concluso.

Secondo una nota pubblicata domenica dal ministero della difesa, Gantz e Abbas hanno parlato di sicurezza, ma anche “della realtà civile ed economica in Giudea e Samaria (la Cisgiordania, ndr) e Gaza”. L’incontro tra Gantz e Abbas non ha convinto tutti però: il ministro alla Giustizia Gideon Sa’ar e quello alle comunicazioni Yoaz Hendel (entrambi del partito di destra “Nuova Speranza”) hanno criticato pubblicamente il collega di governo. Silenzioso è rimasto invece il premier Bennet di ritorno dalla visita a Washington al presidente statunitense Biden. Intervistato dal New York Times prima dell’incontro con il leader americano, Bennet però è stato chiaro: i negoziati con i palestinesi non sono in programma. Nena News

Intervista a Zagros Hiwa, portavoce del Kck: «La Turchia attacca le montagne di Qandil per far cadere Rojava. Ma la nostra formazione è continua: basta l’ombra di un albero per discutere. Veniamo da contesti che ci avevano alienato politicamente, per questo si deve lavorare sulla mentalità»

di Chiara Cruciati  il Manifesto

Roma, 2 settembre 2021, Nena News – «Quanto accaduto nelle ultime settimane fa immaginare un aggravamento dell’escalation militare nel prossimo futuro: i bombardamenti del campo profughi di Makhmour, del monte Shengal, delle montagne di Qandil sono sintomo di un attacco su larga scala per distruggere il confederalismo democratico».

Zagros Hiwa è portavoce del Kck (Unione delle Comunità del Kurdistan, organizzazione a cui aderiscono partiti, movimenti e unità di autodifesa del Kurdistan storico che si ispirano al confederalismo democratico).

Lo incontriamo a pochi giorni dal raid aereo su Makhmour da parte della Turchia, tre uccisi nel luogo che ha fatto da incubatrice del modello politico e sociale fondato sulla teorizzazione del leader del Pkk Abdullah Ocalan.

Il confederalismo democratico è sotto attacco dal Rojava al Bashur, da parte di forze diverse, regionali e locali. Qual è la situazione al momento?

Per comprenderla va analizzata su tre piani: internazionale, regionale e intra-curdo. In Medio Oriente dal 1991 è in corso quella che definirei una terza guerra mondiale, diversa dalle precedenti. È un conflitto per procura, in cui gli Stati hanno utilizzato forze terze, da Daesh a Boko Haram. Con l’occupazione da parte dell’Isis di ampie porzioni di Siria e Iraq, quegli Stati non sono stati in grado di fermare un prodotto della modernità capitalista. È emerso così un paradigma alternativo sia a Daesh che agli Stati falliti: la resistenza del Pkk, il solo a mostrare che lo Stato islamico poteva essere sconfitto. Mosul è caduta in un giorno, Kobane non è mai caduta in quattro mesi.

La sconfitta prima che militare è stata ideologica: un modello fondato su libertà delle donne, ecologismo e democrazia ha vinto un modello basato sulla schiavitù delle donne e sul settarismo. Per questo quella vittoria è stata contagiosa: dal Rojava il confederalismo democratico è arrivato a Shengal, in Iraq, e in Turchia con le pratiche del partito Hdp. E per questo è divenuta temibile: l’Occidente ha permesso l’invasione turca del Rojava per frenare un modello fondato sulla convivenza, a fronte della politica di divisione finora implementata in Medio Oriente.

E a livello intra-curdo?

Il nostro avversario in tal senso è il Kdp di Barzani. Il suo è un potere clanistico, familistico, capitalista. Il confronto è tra dinastia e democrazia, tra autoritarismo e autogestione. Per questo per Barzani il Pkk è una minaccia esistenziale.

Anche la vostra risposta si muove su questi tre piani?

A livello internazionale i nostri alleati nel mondo sono i movimenti di sinistra, internazionalisti, anticolonialisti, ambientalisti, movimenti repressi nei loro stessi paesi. Costruire con loro una rete è per noi una forma di resistenza. Sul piano regionale ci confrontiamo con gli Stati sfruttando le loro contraddizioni interne e costruendo solidarietà tra i popoli della regione. A livello intra-curdo, infine, la strategia è costruire un’alleanza di partiti e movimenti nei diversi paesi e una rete dei diversi settori della società, i giovani, i lavoratori, le donne, lontano dal sistema clanistico che governa la regione.

Un modello sotto attacco congiunto, dal Rojava a Qandil.

L’attacco è combinato perché il modello politico è lo stesso. Con il raid su Makhmour i governi di Erbil e Baghdad hanno legittimato la Turchia, mentre a Shengal hanno siglato un accordo bilaterale per cancellare l’autonomia. Shengal, Makhmour, Rojava hanno la prima difesa nella loro ideologia, fondamentale è dunque l’educazione e l’organizzazione a ogni livello, dal quartiere alla regione. Nella consapevolezza che i cuori della battaglia sono due: Imrali, l’isola-prigione dove la Turchia detiene Ocalan da più di 20 anni, e Qandil.

In montagna sono in corso da anni operazioni militari turche contro la leadership del Pkk, operazioni sostenute dalle potenze internazionali o con il silenzio o con la fornitura di armi. La Turchia usa armi non convenzionali contro Qandil e i peshmerga di Erbil per isolare le aree della guerriglia. Si concentra su Qandil perché se fa cadere la montagna eliminerà anche Rojava e Shengal, eliminerà il confederalismo democratico.

Sul piano organizzativo, come procede la costruzione del confederalismo?

Il nostro modello è in fieri. Fondamentale è l’organizzazione politica, economica, sociale e culturale, soprattutto in un periodo di caos come questo, di guerra. Non è del tutto implementato sia perché richiede tempo sia per gli attacchi continui. La formazione è costante ed è ovunque: basta l’ombra di un albero per ritrovarsi e discutere. Lo facciamo nelle assemblee, nelle accademie dell’autodifesa, nelle cooperative.

Veniamo da contesti che ci avevano alienato politicamente, per questo si deve lavorare sulla mentalità perché il confederalismo diventi concreto, attraverso i libri, il dibattito costante, l’autocritica, la pratica nei diversi aspetti della vita quotidiana. È un sistema che funziona più rapidamente alla periferia del capitalismo, come lo è il Kurdistan, e che ribalta le basi stesse del capitalismo, un sistema fondato sull’oppressione della donna e sul dominio sulla natura e sui popoli. Nena News

 

Est e ovest non si accordano sul bilancio né sulle regole del voto. Mentre continuano i massacri di civili e il ritrovamento di fosse comuni. Unica nota positiva: l’istituzione di una forza militare congiunta a protezione delle risorse idriche

Il premier Dabaiba

di Roberto Prinzi   il Manifesto

Roma, 1 settembre 2021, Nena News – La confusione regna sovrana in Libia a quattro mesi dalla data fissata per le elezioni parlamentari e presidenziali. Il Governo di unità nazionale libico (Gnu) – l’esecutivo a interim nato a marzo con il sostegno della comunità internazionale – è ancora in attesa dell’approvazione della legge di bilancio per l’anno 2021 da parte della Camera dei rappresentanti di Tobruk (est Libia) per alcune divergenze sulle voci di bilancio presentate dal governo.

Un altro difficile nodo da sciogliere è la mancata approvazione della legge elettorale, punto chiave in vista del voto. L’Onu, con il suo inviato speciale Kubis, pressa da tempo sulla necessità di approvare la base costituzionale per lo svolgimento di «elezioni libere, eque e trasparenti» per il 24 dicembre. Ma gli sforzi delle Nazioni unite sembrano cadere nel vuoto: diverse fonti libiche ipotizzano già un ritardo di qualche settimana.

Non è poi ancora chiaro se si voterà sia per il parlamento che per il futuro presidente. Del resto la stessa organizzazione del voto è a rischio data la presenza in Libia di mercenari e forze straniere, nonostante tra i punti del cessate il fuoco raggiunto lo scorso ottobre tra ovest e est del Paese fosse chiaramente indicata la loro partenza.

Qualche passo positivo è stato però compiuto in questi ultimi giorni: l’istituzione di una forza congiunta tra milizie di Misurata (ovest) e Bengasi (est) per garantire la sicurezza del sistema idrico libico, soprattutto del Grande Fiume artificiale che fornisce il 60% di tutta l’acqua dolce utilizzata nel Paese. Così come segnali incoraggianti giungono dall’apertura lo scorso mese della principale strada costiera che collega Misurata a Sirte.

Ma resta forte la divisione del Paese tra Tripolitania (ovest) e Cirenaica (est), esacerbata a inizio mese anche dalle dichiarazioni riottose del capo dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Enl), Khalifa Haftar.

Il generale cirenaico, uscito sconfitto dall’offensiva che nel 2019 aveva lanciato contro Tripoli, ha detto che «non si sottometterà ad alcuna autorità». Un messaggio letto a Tripoli come un annuncio «d’insubordinazione» nei confronti del Gnu.

In questa impasse politica, c’è il dramma dei civili già duramente provati dai ripetuti blackout elettrici, dalla crisi economica e da quella idrica. E ultimamente anche dal Covid-19: secondo i dati ufficiali, i casi attivi sono 82mila con un tasso di positività al 23,7%. Solo ieri i nuovi positivi sono stati 1.613 su 6.792 tamponi effettuati,13 le vittime (4.165 dall’inizio della pandemia).

Ma la Libia è anche il Paese dei massacri: nel periodo che va dal 22 maggio 2020 allo scorso 17 agosto, 253 persone sono state vittima dei residuati bellici (103 i morti). Per il 70% erano civili.

Senza poi dimenticare gli orrori, come quelli scoperti in alcune zone rurali della città di Tarhuna (sud-est di Tripoli) dove da aprile sono stati estratti 45 cadaveri che fanno il paio con il centinaio già rivenuti in precedenza in altre 25 fosse collettive presenti nell’area. Una mattanza opera della milizia Kanyat (legata all’Enl di Haftar) per cui le famiglie delle vittime chiedono con forza giustizia. Nena News

Mentre Albania, Kosovo e Macedonia del Nord hanno aperto le porte agli afghani evacuati da Kabul, gli altri paesi della regione hanno espresso la loro netta contrarietà a qualsiasi forma di accoglienza, seppur temporanea

di Marco Siragusa

Roma, 30 agosto 2021, Nena News – Poche ore e le truppe statunitensi lasceranno definitivamente l’Afghanistan. Alcuni paesi, inclusa l’Italia, hanno già concluso le operazioni di rimpatrio del proprio personale e di evacuazione dei cittadini e delle cittadine afghane che negli anni hanno collaborato con la missione NATO. Il più grande ponte aereo della storia è stato lanciato all’indomani della presa di Kabul da parte dei Talebani con una dichiarazione del 15 agosto del Dipartimento di Stato USA in cui si invitavano le parti coinvolte a “rispettare e facilitare la partenza sicura e ordinata dei cittadini stranieri e afghani che desiderano lasciare il paese”.

Dato l’altissimo numero di evacuati (gli ultimi numeri parlano di oltre 150mila persone) gli Stati Uniti hanno chiesto ai propri partner di accogliere temporaneamente i cittadini afghani in attesa di ricevere i documenti necessari per entrare negli USA. I primi paesi al mondo a dare la propria disponibilità sono stati l’Albania, il Kosovo e la Macedonia del Nord. Tra i più poveri e con i più alti tassi di emigrazione d’Europa, tutti e tre i paesi rappresentano ormai da decenni i più fedeli alleati statunitensi nella regione balcanica.

Particolarmente appassionata la risposta della ministra degli Esteri albanese Olta Xhacka che ha parlato di “dovere morale”, mentre il primo ministro Edi Rama ha paragonato la fuga degli afghani all’esodo del suo popolo nei primi anni ’90. Proprio questo rimando a “una storia che ha scritto pagine straordinarie di accoglienza data e ricevuta” ha spinto il premier a garantire ospitalità a oltre 3 mila persone. Il 27 agosto è atterrato all’aeroporto di Tirana il primo volo con a bordo 121 persone, trasferite poco dopo in alcuni alberghi situati nella zona di Durazzo. Complessivamente sono già 470 le persone giunte in Albania. All’arrivo era presente anche l’ambasciatrice statunitense Yuri Kim che ha ringraziato il paese delle aquile per il sostegno e l’ospitalità. L’Albania, membro della NATO dal 2009, ha partecipato alla missione internazionale in Afghanistan a partire dal 2010 con una presenza massima di 99 truppe dislocate tra Kabul ed Herat. Due le vittime registrate in undici anni di missione, l’ultima delle quali nel gennaio di quest’anno.

Altrettanto significativa la disponibilità mostrata dalle autorità del Kosovo, per anni protettorato de facto degli Stati Uniti. Il primo ministro Albin Kurti, che appena un anno fa aveva avuto un durissimo scontro con l’amministrazione Trump, ha apertamente riconosciuto come “la questione dell’accoglienza dei rifugiati afghani, a parte l’aspetto della solidarietà umanitaria, ha una dimensione di alleanza e partenariato con gli Stati Uniti”. A fargli da eco la presidente Vjosa Osmani secondo cui “nessuno meglio dei kosovari sa cosa significa essere espulsi e partire con la forza da dove si è cresciuti, separati dai cari e costretti a fuggire per salvare la vita”. Le autorità kosovare hanno garantito accoglienza a circa 2 mila persone per un periodo di un anno. Nella serata di domenica è atterrato il primo volo con a bordo 111 persone, ospitate nelle vicinanze della base USA di Camp Bondsteel a 40 km dalla capitale Pristina.

Per quanto riguarda la Macedonia del Nord, il governo socialdemocratico guidato da Zoran Zaev si è detto disponibile ad accogliere 450 persone coinvolte “in missioni umanitarie e di mantenimento della pace, attivisti di organizzazioni per i diritti, giornalisti, traduttori e studenti”. Il paese ha partecipato alla missione ISAF con l’invio di 10 militari nel febbraio 2003, poi saliti fino a 152 nel 2007.

Chi invece non ha nessuna intenzione di accogliere gli afghani in fuga dai Talebani sono soprattutto Montenegro e Slovenia, con la Serbia nel solito ruolo di doppiogiochista e la Bosnia Erzegovina automaticamente tagliata fuori visto il grande numero di migranti, tra cui moltissimi afghani, ancora presenti nel proprio territorio. Poco più che di facciata il sostegno mostrato dalla Croazia. Zagabria si è infatti limitata ad accogliere 20 persone, con il primo ministro Andrea Plenković preoccupato di “una nuova marea migratoria capace di destabilizzare l’Europa”. Il ministro degli Esteri Gordan Grlić-Radman ha inoltre ricordato come sia ormai tutto pronto per l’entrata del paese nell’area Schengen e che l’obiettivo è adesso quello di “proteggere i confini dell’UE”.

Belgrado, in linea con la politica equilibrista del presidente Aleksandar Vučić, ha sottoscritto con qualche giorno di ritardo la dichiarazione degli Stati Uniti ma ha già fatto capire che nessun aereo proveniente da Kabul atterrerà nel paese. Una posizione che ha come obiettivo quello di non isolarsi nel sostegno formale alle operazioni di evacuazione senza per questo turbare troppo nuovi e vecchi alleati (Cina e Russia) impegnati a ritagliarsi un ruolo nell’Afghanistan post occupazione NATO. Sottoscrizione formale della dichiarazione USA senza adesione al piano di collocamento temporaneo dei cittadini afghani è stata la posizione anche del governo montenegrino, tra le cui fila giocano un ruolo decisivo partiti filo-serbi e filo-russi.

Chi ha mostrato la contrarietà più netta è stato invece il presidente sloveno Janez Janša, che ricopre attualmente anche la presidenza semestrale del Consiglio dell’Unione Europea. In un Tweet del 22 agosto, Janša ha chiuso le porte a qualsiasi accordo unanime tra i paesi membri dell’Ue sulla possibile apertura di corridoi umanitari affermando che il suo paese “non permetterà che si ripeta l’errore strategico del 2015. Dobbiamo aiutare solo gli individui che ci hanno aiutato durante l’operazione Nato e quei Paesi che sorvegliano il confine esterno dell’Ue per proteggerlo completamente”.

Un ruolo, quello della protezione dei confini europei, egregiamente esercitato da Slovenia e Croazia che negli ultimi anni hanno quasi completamente chiuso la cosiddetta rotta balcanica attraverso respingimenti illegali, violenze al confine e mancato rispetto dei basilari diritti umani. Le dichiarazioni di Janša hanno scatenato la dura reazione del presidente del Parlamento europeo David Sassoli secondo cui “non spetta al presidente di turno dire cosa farà l’Unione Europea”. La forte contrapposizione sul tema dei migranti che va avanti ormai da diversi anni tra gli stati membri dell’Unione, sembra però far pendere l’ago della bilancia in favore di Janša, sostenuto da paesi come Ungheria e Grecia che proprio in questi giorni ha concluso i lavori per un nuovo muro al confine con la Turchia.

Quello che accomuna tutti i paesi, europei e non, è l’ipocrisia con cui viene affrontata la vicenda dei migranti afghani. Nell’ultimo decennio infatti, circa 700 mila afghani hanno fatto richiesta di asilo in paesi europei dopo aver attraversato la rotta balcanica, rimanendo spesso bloccati negli inospitali campi profughi al confine tra Croazia e Bosnia o nelle isole della Grecia noti per le loro condizioni disumane. Molte di queste domande sono state respinte dalle varie commissioni nazionali che riconoscevano l’Afghanistan come “paese sicuro”. Improvvisamente, il mondo intero si è reso conto dell’insuccesso dell’occupazione occidentale e degli enormi problemi derivanti dal ritorno al potere dei Talebani. Oggi, per le potenze occidentali, solo i collaboratori hanno diritto ad essere aiutati e accolti mentre le centinaia di migliaia di persone scappate negli anni dal fuoco incrociato dei Talebani e delle bombe NATO non godono ancora di nessun “diritto alla salvezza”.

Ma sarà proprio su queste persone, e su quelle che arriveranno illegalmente ai confini europei nei prossimi mesi, che si giocherà la vera partita dell’accoglienza.

Portati a Istanbul, nascosti tra cittadini turchi, i vertici della leadership decaduta. Ankara già vede opportunità economiche e politiche. E gli islamisti passano dalle minacce al dialogo

Il presidente turco Erdogan (Fonte: Wikicommons)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 23 agosto 2021, Nena News – Il 16 agosto un aereo della Turkish Airlines è atterrato a Istanbul. Era partito poche ore prima da Kabul con a bordo 324 passeggeri. Nascosti tra i cittadini turchi, riporta il quotidiano filo-governativo Hurriyet, c’erano anche i vertici del decaduto governo dell’Afghanistan: il vice presidente Sarwar Danish, il ministro degli esteri Mohammed Hanif Atmar, il capo dell’intelligence Ahmad Zia Sraj, altri tre ministri e qualche parlamentare. In tutto una quarantina di funzionari.

L’operazione era stata messa in piedi in fretta e furia dalle autorità turche il giorno prima, non appena i Talebani avevano fatto il loro ingresso nella capitale afghana. Nelle ore successive il presidente turco Erdogan ha iniziato un corteggiamento soft alla nuova leadership di Kabul: incontriamoci, parliamone. Lo ha ripetuto da Istanbul, uscito dalla preghiera del venerdì: «Se bussano alla nostra porta, saremo aperti al dialogo».

Una posizione pragmatica, tipica della politica estera dell’Akp, che si inserisce stavolta in un terreno non proprio favorevole. Pur definendo negli ultimi giorni la Turchia «una grande nazione islamica sorella» (il portavoce talebano Suhail Shaheen venerdì al quotidiano filo-governativo Turkiye apriva ad Ankara per la ricostruzione di un paese distrutto e la cooperazione in educazione, economia ed energia, per poi esaltare «strette relazioni» con i turchi), gli studenti coranici non hanno mai guardato con particolare favore a Erdogan. Ed Erdogan ha ricambiato.

A dimostrarne la vicinanza alla leadership che fino a una settimana fa governava il paese era il previsto passaggio di testimone nella gestione della sicurezza dell’aeroporto internazionale di Kabul, dalle mani degli Stati uniti a quelle turche, una mossa affatto ben vista dai Talebani che il mese scorso avevano ricordato alla Turchia che entro il 31 agosto anche le loro truppe avrebbero dovuto lasciare il paese, pena «serie conseguenze».

Piano congelato, la presa del potere talebana ha cambiato tutto, inaspettata a questi ritmi e sottovalutata anche da Ankara. La fallita assunzione del controllo dello scalo di Kabul dice anche questo: la Turchia non si aspettava un simile sconvolgimento in tempi tanto brevi.

Le cose possono cambiare, e in fretta. Fonti del governo turco riferiscono dell’intenzione di rinegoziare la questione aeroporto con i Talebani: se avesse successo, permetterebbe a un paese Nato di rimanere con 600 truppe (seppur addette alla sicurezza e non al combattimento) in Afghanistan, con tutto il prestigio che dentro l’Alleanza atlantica ne conseguirebbe.

L’interesse comune per un eventuale avvicinamento lo dimostra il compiacente scambio a distanza tra Erdogan e Shaeen, così come le parole del ministro degli esteri Cavusoglu, 48 ore dopo la caduta di Kabul: «Manteniamo il dialogo con tutte le parti, compresi i Talebani. Guardiamo positivamente ai messaggi talebani, vorremmo vederli tradotti in fatti».

Il dialogo la Turchia lo sta già costruendo via Qatar e Pakistan: nell’incontro del 10 e 11 agosto a Islamabad tra il ministro della difesa turco Akar, il premier Imran Khan e i vertici militari pakistani, tema all’ordine del giorno era l’Afghanistan e la necessità per Ankara di veder coinvolte nel governo (qualunque fosse al momento) figure su cui poter giocare un’influenza.

Come spiega un’analisi di Al-Monitor, tra queste spiccano l’ex mujahideen e leader dell’Hezb-e-Islami Gulbuddin Hekmatyar – una foto degli anni ’80 lo mostra con un giovanissimo Erdogan inginocchiato ai suoi piedi – e Salahuddin Rabbani, leader del partito Jamaat-e Islami, già sceso a compromessi con i Talebani dopo la feroce e repentina avanzata.

A monte stanno le tante preoccupazioni legate alla crisi afghana. A partire dalle minoranze turcofone presenti nel paese, che Ankara ha sempre sostenuto – ricordava in un articolo lo scorso giugno Newsweek – anche attraverso il noto ricorso alla cultura e alla religione come strumento di influenza politica: ha aperto scuole turco-afghane, donato borse di studio, realizzato corsi di formazione e centri culturali.

E poi i profughi. Mentre prosegue spedita la costruzione di 295 km di muro al confine con l’Iran, tradizionale transito dei flussi migratori dall’Afghanistan, giovedì scorso il presidente turco è tornato a rivolgersi pubblicamente all’Unione europea: non intendiamo «fare da magazzino di migranti dell’Europa», il messaggio di Erdogan. Sono già settimane che cittadini afghani riescono ad entrare in Turchia, assestandosi su una media di 1.500 al giorno e aggiungendosi ai 117mila già presenti (anche se Ankara parla di 300mila).

Erdogan tenterà di capitalizzare il possibile. Dopo anni di screzi con Ue e Stati uniti, di avventure militari dalla Libia alla Siria e tentativi affatto mascherati di presentarsi alla regione araba e islamica come indiscusso leader neo-ottomano, il presidente turco vive una crisi interna seria, dettata dalle difficoltà economiche crescenti, dalla svalutazione della lira e dal peso di una politica economica clientelare e inefficiente.

Ergersi a eventuale mediatore della crisi afghana potrebbe risollevarne le sorti politiche (a favor di consesso internazionale e di ampliamento della propria influenza all’Asia centrale) e anche le sorti economiche. Tra ricostruzione e ricchezze sotterranee, l’Afghanistan è una miniera d’oro.

Lo scontro tra governo centrale e forze ribelli del Tigrè si sovrappone ai conflitti etnici e rischia di allargarsi ancora. Ai massacri di civili, di cui nessuno si assume la responsabilità, si aggiungono le denunce delle ong secondo cui Addis Abeba sta compiendo arresti arbitrari e sparizioni forzate di etiopi tigrini

Soldati etiopi (Fonte: Amisom, https://creativecommons.org/publicdomain/zero/1.0/)

di Marco Santopadre

Roma, 20 agosto 2021, Nena News - Mentre il ritorno al potere dei talebani a Kabul egemonizza l’attenzione di media e governi, in Etiopia la guerra civile si estende e lo scenario si complica rischiando di diventare incontrollabile.

Da giugno la controffensiva del Fronte Popolare di Liberazione del Tigré (Tplf) ha permesso al movimento politico-militare ribelle di riprendersi non solo le principali città dello stato settentrionale – tra cui la capitale Mekelle, Adigrat, Wukro, Shire, Axum, Korem e Alamata – ma anche di conquistare ampie fette di altre regioni orientali, in particolare nei territori degli Afar e degli Amhara, infliggendo numerose sconfitte sia alle truppe federali che alle milizie regionali.

Per tentare di recuperare posizioni, il governo regionale dello Stato degli Amhara ha deciso di consentire ai propri cittadini di utilizzare le armi sequestrate nel corso del conflitto alle milizie tigrine. La misura è stata giustificata dal premier regionale, Agenhehu Teshager, con la necessità di contrastare la “minaccia esistenziale” rappresentata dal Tplf, accusato di aver ucciso civili, violentato donne, saccheggiato proprietà private e governative nelle aree passate sotto il suo controllo.

La misura è stata adottata sull’onda dell’appello a tutti i civili, lanciato la scorsa settimana dal primo ministro etiope Abiy Ahmed, affinché si uniscano alle forze armate per combattere i miliziani tigrini. «È tempo che ogni cittadino etiope idoneo si unisca alle Forze di difesa, alle forze speciali e alle milizie per mostrare il suo valore» ha dichiarato Ahmed, secondo cui l’obiettivo delle forze federali sarebbe «liberare gli abitanti del Tigrè, che sono usati dai terroristi», in riferimento al movimento ribelle dato per definitivamente sconfitto alla fine del novembre scorso e che nel maggio seguente è stato inserito dalle autorità centrali nella lista delle organizzazioni terroristiche.

Ma il duello tra governo centrale e forze tigrine si sovrappone ai conflitti etnici e rischia di causare una generalizzazione del conflitto, che nelle scorse settimane ha già coinvolto anche Gibuti, piccolo paese confinante (e strategico, in quanto garantisce all’Etiopia lo sbocco al mare) causando almeno tre vittime negli scontri tra gruppi di etnia somala ed issa.

Nei giorni scorsi le forze dell’Esercito di Liberazione Oromo (Ola) hanno annunciato il varo di un’alleanza militare con il Tplf dopo che un accordo simile era già stato raggiunto tra i tigrini e alcune milizie ribelli Araf. «L’unica soluzione ora è rovesciare questo governo militarmente, parlando la lingua con cui vogliono che si parli», ha affermato il leader dell’Ola, Kumsa Diriba. Il rischio è che i combattimenti si estendano anche nella regione dei Somali e in quella del Benishangul-Gumuz, alimentati da tensioni etniche che il messaggio nazionalista pan-etiopico che caratterizza la retorica del premio Nobel per la Pace Ahmed non è affatto riuscito a sopire.

La chiamata alle armi del premier, che rischia di gettare ulteriore benzina sul fuoco dello scontro interetnico, ha seguito di poche ore la scoperta di nuove atrocità. Circa 200 persone, di cui la metà bambini, sono state uccise il 5 agosto durante un attacco condotto contro una scuola ed una struttura sanitaria nello Stato di Afar. I combattenti tigrini, indicati da Addis Abeba come gli autori dell’eccidio, hanno condannato il massacro respingendo ogni responsabilità e anzi hanno accusato le forze militari eritree alleate di Ahmed.

Lo stesso scambio di accuse si è ripetuto dopo il ritrovamento di oltre 50 cadaveri con le mani legate e ferite di arma da fuoco, galleggianti sul fiume Tezeke in territorio sudanese in un punto situato al triplo confine tra Sudan, Etiopia ed Eritrea. Secondo un funzionario governativo, inoltre, circa 70 mila persone sono state costrette a fuggire dalle loro case in questo territorio a causa dei violenti scontri tra le Forze di Difesa Nazionali Etiopi (Endf) e le Forze di Difesa del Tigré (Tdf). Per lo stesso motivo, anche nella regione di Amhara, altre 200 mila persone sono state costrette a sfollare.

Secondo il Sottosegretario generale dell’Onu per gli affari umanitari e coordinatore dei soccorsi di emergenza, Martin Griffiths, nel Tigrè almeno 400mila persone affrontano una grave carestia ed oltre il 90% degli abitanti ha bisogno di aiuti alimentari. Secondo l’Unicef, invece, oltre 100mila bambini potrebbero essere in pericolo di vita e malnutrizione nei prossimi 12 mesi nella regione.

L’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) ha fatto sapere di essere finalmente riuscito a rientrare nei campi profughi del Tigrè – inaccessibili dal 13 luglio – che ospitano i rifugiati eritrei presi di mira dalle truppe di Asmara. Ma desta preoccupazione la sorte di decine di migliaia di profughi eritrei intrappolati nei due campi di May Ayni e Adi Harush dove l’Unhcr ha denunciato intimidazioni e violenze nei loro confronti da parte dei militari alleati dell’esercito federale etiope, dopo la distruzione dei due campi di Shemelba e Hitsats dove erano precedentemente ospitati prima che una parte fossero rimpatriati a forza nel paese d’origine.

L’organizzazione internazionale Human Rights Watch ha intanto accusato le autorità etiopi di aver arbitrariamente arrestato, fatto sparire e commesso vari abusi nei confronti di cittadini di etnia tigrina nella capitale Addis Abeba. «Il governo dovrebbe interrompere immediatamente la sua profilazione etnica, che ha gettato sospetti ingiustificati sui tigrini, produrre informazioni su tutti coloro che sono detenuti e fornire riparazioni alle vittime», ha affermato Laetitia Bader, direttrice per il Corno d’Africa di Hrw.

In un rapporto l’ong riporta numerose testimonianze secondo le quali le forze di sicurezza hanno fermato e arrestato i tigrini per le strade, nei caffè e in altri luoghi pubblici, nelle loro case e nei luoghi di lavoro, spesso durante perquisizioni senza mandato. Tra gli arrestati figurano almeno una decina di giornalisti e operatori dei media.

Inoltre, prosegue il rapporto, molti dei detenuti sono stati trasferiti segretamente in luoghi non identificati e avvocati e famiglie hanno scoperto – spesso settimane dopo e senza comunicazioni di tipo ufficiale – che alcuni di essi sono detenuti nella regione di Afar, a oltre 200 km da Addis Abeba.

Nonostante la catastrofe umanitaria, però, il governo federale etiope ha sospeso alcune attività di due organizzazioni umanitarie internazionali che lavorano nel Tigrè – Medici senza frontiere (Msf) e il Consiglio norvegese per i rifugiati (Nrc) – accusandole di contribuire a diffondere informazioni false sul conflitto in corso e di assumere personale straniero senza regolare autorizzazione. Il governo federale ha più volte puntato il dito contro gli operatori umanitari attivi nel Tigrè sostenendo che stiano supportando le milizie tigrine con il pretesto di condurre attività di assistenza alla popolazione.

Recentemente è stato lo stesso premier Ahmed a invitare i propri concittadini a restare uniti di fronte alla propaganda del Fronte Popolare di Liberazione del Tigré, a suo dire alimentata dalla diplomazia, dai media occidentali e da alcuni agenzie umanitarie internazionali, equiparando la condizione attuale dell’Etiopia a quella di paesi come il Vietnam, la Siria, la Jugoslavia, la Somalia e la Libia, oggetto di piani di criminalizzazione e destabilizzazione internazionali.

«I nemici dell’Etiopia hanno fatto la guerra su due fronti: quello bellico e quello diplomatico. Quindi, tutti voi che siete preoccupati per la sopravvivenza dell’Etiopia dovete unirvi per affrontare i due fronti astenendosi dall’analisi della cospirazione e dalla paura non necessaria», ha affermato il primo ministro, esortando i cittadini a “resistere” e a “contrastare le notizie” che danneggiano il Paese sui social e sui media internazionali. Nena News

Quattro anni dopo la cacciata dell’Isis dalla città irachena, la società civile è al lavoro per ricostruirla. Di fronte ha un apparato statale corrotto e divisivo e organizzazioni internazionali che promuovono interessi diversi da quelli della popolazione, trascurando le radici del conflitto

Mosul, 2020 (Foto: Enno Lenze/Creative Commons)

di Schluwa Sama

Traduzione di Emiliano Zanelli

Roma, 19 agosto 2021, Nena News – Quattro anni dopo la fine dell’occupazione della città di Mosul da parte di Daesh, iniziata nel 2014 e conclusasi nel 2017, un coraggioso attivismo civile si è sviluppato nel contesto di un apparato statale corrotto e autoritario da un lato e delle organizzazioni internazionali di sviluppo dall’altro. Come si sono organizzati questi attivisti e queste attiviste a Mosul e quali sono le loro attività e i loro obiettivi?

Come funzionino le istituzioni statali e come siano percepite dai Muslawi, gli abitanti della città, può essere ben compreso attraverso le esperienze dell’infermiera Sroor Helal. Insieme ad altri attivisti ed altre attiviste, Helal ha fondato il “Team Sroor” (Fariq Sroor) a Mosul. Una delle loro prime campagne ha ricevuto un’attenzione speciale: il Team Sroor ha rimosso cadaveri, soprattutto di combattenti dell’IS, dalla città vecchia di Mosul.

In un’intervista Sroor mi ha raccontato che questi corpi giacevano ancora nella città vecchia di Mosul e anche nel fiume Tigri un anno dopo la vittoria contro Daesh. Era preoccupata per le conseguenze sulla salute degli abitanti di Mosul.

Dalla città nessun supporto per il “Team Sroor”

Quando si è messa in contatto con il Comune, erano sovraccarichi di lavoro e non volevano assumersi il compito. Il Team Sroor ha poi chiesto il permesso al comune di recuperare autonomamente i corpi dalla città vecchia. L’amministrazione non si aspettava che Sroor fosse seria: “Pensavano che, in quanto donna, sarei stata troppo spaventata per portare via dei cadaveri. La mattina presto io e il mio gruppo eravamo pronti, e loro erano sorpresi”.

Quando Sroor ha iniziato questo compito, si è guadagnata rispetto e ammirazione tra molti Muslawi e altre persone si sono unite al Team Sroor. “All’inizio eravamo sei persone e alla fine eravamo 40-50 attivisti e attiviste. Così siamo stati in grado di recuperare 20-30 cadaveri al giorno. È stata la responsabilità verso la nostra città e la nostra comunità che ci ha spinto a fare questo lavoro”.

In questo caso, lo Stato ha concesso il permesso dopo lunghe procedure burocratiche, solo per poi dichiarare illegale lo sgombero dalla Città Vecchia dei cadaveri, al termine dell’azione. Sroor spiega come, durante una serie di dibattiti in onda sulla Deutsche Welle, ci sia stato un confronto in diretta con il sindaco, il quale sosteneva che non ci fossero cadaveri nella Città Vecchia. Quando lei lo ha contraddetto, lui ha minacciato di arrestarla.

Le è stato proibito di continuare il suo lavoro ed è stata inviata una squadra da Baghdad per continuare il lavoro. È stata ordinata un’inchiesta giudiziaria e lei è stata condannata a cinque anni di prigione. Solo dopo la pressione dell’opinione pubblica e la raccolta di 5.000 firme per il suo rilascio, Sroor è tornata in libertà.

Azioni di questo genere, compiute da politici corrotti, non sono casi isolati. Sono dovute a decisioni arbitrarie, strutture di potere autoritarie, ostacoli burocratici opachi e corruzione nello Stato iracheno. Le fondamenta di questo sistema politico-settario sono state poste dopo l’invasione statunitense; le cariche politiche sono state assegnate secondo l’etnia o l’affiliazione religiosa attribuite alle persone.

Gli abitanti di Mosul sono stati dichiarati collettivamente sunniti e come tali sono stati sistematicamente emarginati e politicamente sottorappresentati nel nuovo sistema. I movimenti di protesta civile che, dopo il 2003, chiedevano posti di lavoro e la fine della corruzione sono stati soppressi. La famosa Rivoluzione d’Ottobre del 2019, che ha avuto luogo principalmente a Baghdad e in varie città del sud dell’Iraq, non poteva avere luogo nella devastazione di una Mosul post-bellica.

“Ma questo non significa che la gente di Mosul non abbia sostenuto la rivoluzione. Qui la supportiamo tutti”, dice Ayub, un attivista civile e farmacista di Mosul. A Mosul, con una città vecchia distrutta al 90%, c’erano altre cose da fare. Ayub ha vissuto nella città vecchia sotto l’occupazione dell’IS, a volte assistendo 100 persone in un giorno.

Spiega come il prezzo di un cucchiaio di latte sia salito a 1000 dinari (circa un euro) e i bambini facevano la fila per quattro chicchi di uva sultanina. Racconta come ha nascosto il suo cellulare, il cui possesso era proibito, dentro a una presa elettrica fino a quando Daesh è stato sconfitto. Ha scritto un diario per mantenere la mente lucida e per documentare la sua vita quotidiana: “Ho pensato che nessuno avrebbe creduto a quello che stava succedendo qui”.

Dopo la fine dell’occupazione ci sono stati appelli sui social media per ripulire la città. “Non ci aspettavamo nulla dallo Stato e infatti non è successo nulla per quanto riguarda la ricostruzione. Così, in quanto giovani, ci siamo organizzati”, dice Ayub.

“Ho lanciato un appello affinché chiunque avesse un danbar (parola irachena per indicare un veicolo che può trasportare detriti) lo portasse, ed è così che ripuliamo la città vecchia. All’inizio ne avevamo qualche centinaio. Ogni giorno diventavano di più, finché alla fine avevamo 1000 danbar. Poi ci siamo coordinati ed è così che abbiamo rimosso le macerie”. In arabo, questa azione di pulizia è stata chiamata Thawrat al-Danbar – letteralmente “la rivoluzione dei danbar” – perché la risonanza, la presenza e la volontà dei giovani di organizzarsi a prescindere dallo Stato è stata immensa. Ayub ora gestisce il progetto Volunteer With US.

Oggi, dopo la fine dell’occupazione di Daesh, le Forze di Mobilitazione Popolare (PMU, in arabo al-Hashd-Al-Sha’bi), legalmente sottoposte al primo ministro iracheno ma nei fatti una milizia fedele all’Iran, hanno preso il potere militare e politico a Mosul. Hanno istituito decine di posti di blocco in città. Gli attivisti musulmani criticano le PMU perché usano il proprio potere per trarre profitto, per esempio dichiarando edifici vuoti loro proprietà o esigendo soldi per la protezione dalle imprese.

Il ruolo delle ong internazionali

In un contesto in cui lo Stato ha poca legittimità tra la popolazione, è inefficace, porta avanti lentamente la ricostruzione di Mosul, fa sparire i fondi per la ricostruzione, non offre sicurezza alla gente, ma agisce con la violenza, molti attivisti e molte attiviste hanno riposto la loro speranza nelle munathamat (organizzazioni) – con ciò intendendo le ong internazionali (Ingo) e le agenzie governative di sviluppo come USAID (United States Agency for International Development). Sono efficienti, forniscono servizi di base, spesso hanno grandi budget e guidano la ricostruzione.

Allo stesso tempo, le agenzie di sviluppo sembrano portare con sé la loro propria agenda: ciò è evidente nella loro retorica e ricorda la narrativa di liberazione dell’esercito americano. Molte delle ong sono finanziate da USAID, l’agenzia governativa statunitense per lo sviluppo.

La parola d’ordine dell’Undp (United Nations Development Program) e dell’USAID per l’Iraq è “stabilizzazione”. Quando si tratta di attuare programmi di stabilizzazione in Iraq, l’Undp è il più grande attore, con un budget di un miliardo di dollari Usa a partire dal 2015, con cui ha finanziato oltre 3.000 progetti.

Allo stesso tempo, questo significa che l’Undp sta lavorando con agenzie irachene autoritarie, statali, per promuovere e stabilizzare un sistema che non solo è lontano dai problemi degli iracheni, ma sta anche prendendo di mira e uccidendo gli attivisti e le attiviste. Questo è diventato particolarmente evidente dopo la Rivoluzione d’Ottobre irachena.

Inoltre, le organizzazioni per lo sviluppo non attuano i loro programmi sulla base della partecipazione democratica dei Muslawi. Certo analizzano i “needs”, dunque i bisogni, che sono sorti dopo la guerra, ma nel farlo trascurano le ingiustizie strutturali che hanno portato alla guerra.

Seminari per la pace

Ne sono prova i ricorrenti “peacebuilding workshops”, come racconta Mohammed, che lavora per una ong americana. In Iraq le persone sono state suddivise in sciiti, sunniti, curdi e piccole minoranze, per poi accusare questi gruppi di non sapere come funziona la pace, in modo che le ong e le organizzazioni statali per lo sviluppo potessero dichiarare la necessità di “laboratori di costruzione della pace”.

Un’analisi storicamente ed economicamente fondata dell’emersione di Daesh e della disintegrazione dello Stato iracheno – che però, grazie agli aiuti dell’Ue e dell’Onu, dal punto di vista militare è forte abbastanza per attaccare i suoi stessi cittadini – viene completamente ignorata.

Nel corso di una passeggiata nelle rovine della città vecchia di Mosul, mi trovo con Mohammed tra una moschea distrutta e una chiesa distrutta e lui dice: “È divertente. Questi edifici sono vecchi di secoli. Per tanto tempo abbiamo vissuto così vicini l’uno all’altro, per lo più molto pacificamente. E oggi vengono loro a farci dei seminari sul significato della pace”.

Nell’agosto 2014 iniziava la brutale occupazione dell’Isis. Sette anni dopo la comunità ezida usa l’autogoverno contro l’assedio degli Stati e gli ostacoli interni: «All’inizio l’interesse per il confederalismo democratico è stato acritico, più per sopravvivenza che per consapevolezza politica. Oggi quel modello è in fieri»

Membri dell’autonomia di Shengal in una casa occupata dall’Isis (Foto: Chiara Cruciati)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Shengal, 17 agosto 2021, Nena News – Entrare a Shengal non è semplice. Intorno alla regione nord-occidentale dell’Iraq checkpoint militari sono disseminati in un deserto privo di ostacoli naturali e umani, territorio aspro che ha permesso all’Isis di macinare chilometri e ingoiare comunità. A controllare quei checkpoint non è quasi mai, direttamente, il governo centrale di Baghdad. Sono milizie paramilitari di diverso colore e affiliazione, di opposta e contrastante fedeltà a poteri esterni. Dettano legge nel loro spicchio di territorio, decidono chi passa e chi no.

Una cosa in comune ce l’hanno: la necessità di isolare Shengal e la sua autonomia. Sono trascorsi esattamente sette anni dal genocidio subito dalla comunità ezida: lo Stato islamico è arrivato, senza freni, mentre i peshmerga del governo di Erbil si davano alla fuga. In poche ore gli islamisti hanno conquistato villaggi e città, massacrato migliaia di persone, rapito migliaia di donne.

È durata due anni, l’occupazione islamista. È stata sconfitta dalla resistenza armata ezida e da quella indispensabile delle vicine unità di autodifesa curde del Rojava, le Ypg e le Ypj, materialmente coordinate e sostenute dal Pkk. Da allora la comunità ezida ha iniziato una lenta e accidentata ricostruzione di sé, seguendo il modello del confederalismo democratico reso pratico dall’Amministrazione autonoma della Siria del Nord-est.

L’autonomia, nata con un embrione di governo di emergenza sul monte Sinjar (dove nel 2014 si rifugiarono, nell’insopportabile calura di agosto, centinaia di migliaia di profughi), è in fieri. Di fronte ha ostacoli pratici: le ovvie difficoltà della formazione politica, la carenza di mezzi economici, una società tradizionale devastata dall’esilio e dalla guerra islamista combattuta sui corpi delle donne.

Ma ha anche ostacoli politici: «Nel 2017 la pressione delle milizie sciite e dei peshmerga ha spinto il Pkk ad annunciare il ritiro da Shengal – ci spiega in anonimato un giovane membro delle Asaysh, le forze di difesa interna – Il Pkk era consapevole che era nata una volontà politica e militare ezida di autogestirsi. Questo ha messo Shengal nel mirino di Iran, Kurdistan iracheno, Turchia e Siria. Da qui è nato il cosiddetto accordo di Shengal dello scorso ottobre tra Erbil e Baghdad: disarmare l’autodifesa ezida, le unità Ybs e Yjs, e riportare la regione sotto il controllo dello Stato».

A confrontarsi con lo Stato, a fare da intermediario, è il Pade, il Partito ezida della libertà e la democrazia. La sede principale è a Shengal City, in tutto l’Iraq ha 12 rappresentanze: «Il nostro compito è fare il possibile per far riconoscere l’autonomia democratica, sia dall’Iraq che dal resto del mondo – dice Zakia, uno dei membri – Come partito possiamo sostenere diplomaticamente questa spinta politica. L’Iraq è un paese in guerra, non è uno Stato unito: ci sono milizie che si contendono il territorio e il potere. Per questo vogliamo auto-rappresentarci e autogovernarci, rimanendo dentro l’Iraq».

Rimanere dentro l’Iraq e magari superare le politiche divisive che dal 2003 hanno provocato un innaturale settarismo: «Dalla caduta di Saddam nel 2003 fino al 2014 – ci spiega heval Suleiman, rappresentante del Pade – il Kdp di Barzani era il partito che governava a Shengal. Ha messo in campo una strategia politica e militare di vendetta verso la popolazione araba per il passato governo del Baath. L’obiettivo era in realtà dividere ezidi e arabi, limitando la vita di questi ultimi per frammentare una società tradizionalmente multietnica. Prima arabi, ezidi, turkmeni, curdi condividevano gli stessi quartieri, le stesse feste, le stesse terre. Il Kdp ha distrutto tutto, per questo quando è arrivato l’Isis molti arabi lo hanno sostenuto: si sono vendicati per le discriminazioni subite per 11 anni».

Il Pade non ha rappresentanza in parlamento, punta alle elezioni di ottobre per entrarci. Al momento, aggiunge la co-presidente Zehra Silemani, «abbiamo firmato un accordo con altri 18 partiti per democratizzare l’Iraq. Quelli presenti in parlamento ci rappresentano in questo nostro sforzo politico». Uno sforzo che ha alla base l’esigenza stringente di difendersi dagli attacchi esterni con forze proprie e di costruire una società nuova, fondata su democrazia dal basso – attraverso l’Assemblea del Popolo, i comitati, le assemblee di quartiere e di villaggio – e uguaglianza di genere.

Il percorso è accidentato, frenato dalle pressioni politiche e militari esterne, dal peso massimo della diaspora (la metà dei 500mila ezidi prima residenti a Shengal non ci vive più), dalla povertà e dai tempi lunghi della formazione politica in una società nuova alla teorizzazione del confederalismo democratico.

Si fa formazione comunque, in ogni luogo. Come tra le file delle Asaysh e delle Ybs/Yjs, dove si procede con le accademie, secondo l’esempio del Rojava: «Sono accademie di ideologia e pensiero politico, oltre che militari – dice il responsabile dell’unità Asaysh nel villaggio di Sinone – Sulla base di questo, operiamo qui, i soli a farlo in ogni villaggio della regione per risolvere diatribe o reati secondo i principi di rieducazione e di risoluzione collettiva dei conflitti sperimentata nella Siria del Nord-est».

Sulle spalline non ha gradi, la gerarchia classica è stata rimpiazzata da un comando comune che assume insieme le decisioni. La gerarchia c’è invece nelle Ybs e le Yjs, ma anche qui è con il confronto che si decide come operare. Un modo, dice una delle comandanti dell’unità femminile, «per reagire a una ferita psicologica e fisica: con l’autodifesa ci ricostruiamo dal massacro dell’Isis».

Non è stato subito così. Immediatamente dopo il massacro del 2014, continua Suleiman, «gli ezidi hanno visto Stati strutturati non fare nulla e invece le unità curdo-siriane venire in loro soccorso. All’inizio l’interesse per il confederalismo democratico è stato acritico, più per sopravvivenza che per consapevolezza politica. Con il tempo però quel modello è stato assorbito da una realtà abituata al sistema statale. Questa coscienza politica è tuttora in fieri, è qualcosa di nuovo».

Si lavora in attesa di ricomporre fisicamente la società. L’assenza di 250mila profughi pesa sia sul piano individuale che su quello collettivo. A frenare il ritorno di molti, quelli che ancora vivono nei campi rifugiati nel Kurdistan iracheno, è la pelosa strategia del Kdp: «Barzani ha bisogno che restino dove sono per due ragioni – conclude Suleiman – Sono un bacino di voti importante e sono fonte di profitto, intorno a loro girano i soldi dell’accoglienza. Per questo li terrorizza, dice loro che se torneranno a Shengal rischiano un nuovo massacro perché il Pkk è pericoloso e non li difenderà. Sappiamo di uomini dei servizi curdo-iracheni che, fingendosi membri dell’autonomia di Shengal, telefonano alle famiglie di profughi per minacciarle di violenze se oseranno tornare».

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