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Al JazeeraDi Ramzy Baroud. I palestinesi che guardano al Sudafrica post-apartheid devono esaminare con attenzione i suoi tanti errori.

Oggi il paragone tra Israele e il Sudafrica dell’apartheid è tanto diffuso quanto ovvio. Proprio come fecero in passato il Sudafrica e molti altri colonialismi di insediamento, ora Israele sta applicando politiche di segregazione razziale e di pulizia etnica per favorire e proteggere gli interessi dei colonialisti negando e marginalizzando i fondamentali diritti umani della popolazione colonizzata.

Naturalmente il discorso della liberazione della Palestina ha preso a riferimento la lotta popolare contro l’apartheid sudafricana, mentre anche il movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) ha largamente adottato il modello del movimento di boicottaggio del Sudafrica.

L’indomita resistenza e gli enormi sacrifici dei sudafricani fatti per rovesciare definitivamente centinaia di anni di colonialismo e di apartheid razziale olandesi e britannici sono eccezionali e degni di ammirazione. Sfidare e sconfiggere ufficialmente le potenti e sinistre forze che hanno perpetrato una tale storica ingiustizia è un’impresa straordinaria. Essa sottolinea l’invincibile potere dei movimenti popolari ed offre un esempio positivo per i palestinesi.

Tuttavia, nella corsa ad enfatizzare le similitudini tra le due esperienze – che nasce dal bruciante e giustificabile desiderio dei palestinesi di raggiungere la propria “opportunità sudafricana” – vengono commessi due gravi errori.

Primo: i palestinesi spesso fraintendono e idealizzano il percorso della lotta sudafricana contro l’apartheid. Secondo: tra i palestinesi ed i loro sostenitori vi è una assai diffusa convinzione che l’abolizione ufficiale delle leggi di apartheid abbia automaticamente aperto la strada ad una nuova era di democrazia ed eguaglianza in Sudafrica.

Simili percezioni conducono all’erronea ipotesi che un’analoga vittoria legale in Israele possa risolvere tutti i problemi della Palestina e spianare la strada all’agognata soluzione di uno Stato unico.

Questa questione ha occupato i miei pensieri durante una recente visita in Sudafrica. Mentre facevo conferenze sulla Palestina e sulla comune lotta delle due Nazioni, ho avuto l’occasione di incontrare, per discutere dell’esperienza sudafricana, parecchi intellettuali, ex militanti anti-apartheid e attivisti per i diritti umani, che partecipano all’attuale lotta per l’uguaglianza in Sudafrica.

A mio avviso i palestinesi devono ascoltare ed analizzare attentamente le opinioni dei sudafricani che hanno lottato e continuano a lottare per una reale uguaglianza e per una democrazia piena, in modo da poter meglio comprendere il Sudafrica post-apartheid e ricavarne importanti lezioni per la nostra lotta.

Nazione, democrazia ed emarginazione.

Una delle principali sfide che il Sudafrica post-apartheid ha affrontato è stata la costruzione di una Nazione sulle ceneri di un regime connotato dalla divisione razziale, dall’emarginazione e dall’oppressione.

Come hanno spiegato gli accademici Na’eem Jeenah e Salim Vally nel loro saggio ‘Beyond ethnic nationalism: lessons from South Africa’ [Oltre il nazionalismo etnico: lezioni dal Sudafrica], un futuro comune per colonialisti e colonizzati può essere costruito solo “quando vi sia accordo sul fatto che una nuova Nazione deve essere forgiata all’interno di un nuovo Stato.”

“Benché si possa essere tentati di discutere subito di un nuovo Stato e di lasciare la questione della nuova Nazione ad una fase post-liberazione, questo sarebbe un enorme errore. In Sudafrica essa è stata rimandata e ora i sudafricani ne stanno subendo le conseguenze”, hanno scritto Jeenah e Vally.

Di certo, mentre i governi post-apartheid in Sudafrica hanno enfatizzato i simboli dell’unità e esaltato la diversità – come la bandiera arcobaleno – il simbolismo non è stato sufficiente a tenere insieme una Nazione.

Come ha sottolineato Enver Motala, professore associato alla cattedra di Educazione per comunità, adulti e lavoratori dell’università di Johannesburg, “l’approccio alla creazione della Nazione nel Sudafrica post-aprtheid spesso ha privilegiato le rivendicazioni democratico- progressiste che tendono all’inserimento in costituzione dei diritti umani e giuridici, dei loro simboli, di bandiere e slogan per l’unificazione, lasciando inalterati gli assetti strutturali e le perduranti caratteristiche del potere storicamente costituito, e la frammentazione sociale.”

Motala ha aggiunto che la creazione di uno Stato e di una Nazione veramente uniti può essere possibile solo attraverso “l’eliminazione di ogni forma concepibile di privilegio sociale”.

Ci si aspettava che l’eliminazione delle strutture politiche dell’apartheid e l’introduzione della democrazia avrebbero facilitato il processo di costruzione della Nazione. Ma, come mi ha detto Karima Brown, importante giornalista e analista politica, la svolta democratica del 1994 è stata solamente “l’inizio di un processo di rafforzamento della democrazia e di costruzione di un ordine più equo, non sessista e antirazzista.”

Ha sottolineato l’importanza di non consentire che il colonialismo di apartheid venga sostituito da un progetto neo-coloniale che continuerebbe ad emarginare molti gruppi e a minare gli sforzi di costruzione della Nazione.

Disuguaglianza e diritti sulla terra.

Secondo un recente studio della Banca Mondiale il Sudafrica “resta il Paese economicamente più iniquo al mondo”, una triste realtà che ha molto a che fare con il modello economico neoliberista che il governo sudafricano democraticamente eletto ha adottato dal 1994 e che è strettamente collegato con le potenti forze neocoloniali che continuano ad agire in Sudafrica.

Vally mi ha detto che “le carenze dell’attuale sistema di disuguaglianza in Sudafrica si possono far risalire alla natura dell’accordo negoziato tra il movimento di liberazione allora egemone ed il regime di apartheid.”

Di conseguenza, la fine del sistema di apartheid non ha modificato la composizione di classe e le relazioni di potere in Sudafrica, dato che il periodo post-apartheid ha testimoniato “il permanere del carattere classista dello Stato (nonostante il discorso sui diritti umani, la democrazia borghese liberale e lo sviluppo) e l’inserimento del Sudafrica nell’economia globale di mercato.”

“In un certo senso, mentre l’impianto delle leggi discriminatorie di impronta razziale è stato eliminato, le fondamenta e la struttura della diseguaglianza permangono, addirittura più forti che prima del 1994. I tradizionali capitalisti bianchi, il capitale globale, una parte della classe media nera e pochi capitalisti neri sono oggi coloro che traggono benefici a spese della grande maggioranza”, ha detto Vally.

La persistente disuguaglianza si manifesta in vari modi, in modo più evidente nella questione dei diritti e nella ridistribuzione della terra. Come nel caso dei palestinesi, i sudafricani concepiscono la terra come se avesse un valore molto più alto del suo prezzo di mercato; esso è strettamente legato all’identità e alle radici culturali.

Mahlatse Mpya, una ricercatrice del Centro africano – mediorientale, mi ha detto che il governo del Sudafrica è ancora incapace di “ capire che cosa significhi la terra per la popolazione nera”. Per i neri sudafricani “la terra è parte della loro identità ed eredità, un modo per molti di loro di collegarsi alle proprie radici e ai propri antenati”, mi ha spiegato.

I neri sudafricani si aspettavano che nel periodo post-apartheid la terra gli sarebbe stata restituita, ma per anni l’African National Congress (ANC) [prima movimento di liberazione e poi principale partito politico sudafricano, al governo dal 1994, ndtr.] si è mostrato riluttante a confiscare la terra ai bianchi. Temendo che una simile iniziativa avrebbe provocato al Paese la perdita di investimenti ed appoggi stranieri, il governo ha invece cercato di ottenere la terra comprandola dai bianchi.

Recentemente l’ANC ha adottato una risoluzione per promuovere leggi di esproprio della terra senza indennizzo. Mentre alcuni hanno apprezzato l’iniziativa, altri sono diffidenti.

“La terra continua ad essere una questione conflittuale e non sarà risolta da un governo che privilegia gli investimenti esteri rispetto alla volontà del popolo”, ha detto Mpya.

Violenza e giustizia sommaria.

E poi c’è il problema della violenza. L’esperienza del Sudafrica ha dimostrato che l’abbandono ufficiale dell’apartheid non significa necessariamente la fine dello stato di repressione e coercizione. Se la violenza da parte dell’apparato di sicurezza sudafricano è gestita in modo differente rispetto ai tempi dell’apartheid, l’effetto traumatizzante che provoca è sostanzialmente lo stesso.

Tokelo Nhlapo, un ricercatore del Comune sudafricano di Ekurhuleni per l’Economic Freedom Fighters (EFF) [Combattenti della libertà economica, partito di ispirazione panafricana, ndtr.], mi ha detto che il governo del Sudafrica ha utilizzato la repressione per mantenere lo stesso modello di controllo che veniva impiegato dai governanti coloniali del Paese. È stato in grado di farlo perché la giustizia sudafricana di transizione non è riuscita ad affrontare e risolvere molte delle conseguenze della violenza dell’apartheid sull’intera popolazione.

“L’avvio del processo giudiziario della Commissione di Verità e Riconciliazione (TRC) ha promesso di guarire le ferite del Sudafrica e di portare la riconciliazione in un Paese un tempo profondamente diviso”, ha detto. “Mentre la TRC è stata generalmente ben accolta dalla comunità internazionale come strumento pacifico per superare un passato violento, in realtà l’approccio giudiziario alla storia del conflitto sudafricano ha identificato la violenza statale nei confronti di intere comunità, tralasciando il legame tra chi la perpetrava e chi ne beneficiava.”

Ha ulteriormente spiegato: “Con ‘approccio giudiziario’ mi riferisco all’eccessivo affidamento a mezzi legali per affrontare il fondamentale aspetto morale della violenza dell’apartheid, che negava alla maggioranza nera la concessione della cittadinanza, ne limitava la libertà di movimento tramite l’emanazione di leggi, all’espulsione forzata dalle proprie terre, al limitato accesso all’istruzione e alle opportunità di lavoro – su nessuno dei quali aspetti la TRC ha indagato.”

In conseguenza della mancanza di una vera riconciliazione e di seri sforzi da parte dell’ANC di affrontare la brutalità dell’apartheid in tutte le sue manifestazioni e strutture, la violenza si è diffusa anche all’interno delle comunità precedentemente oppresse.

Mphutlane wa Bofelo, un operatore culturale e critico della società sudafricano, ha spiegato che l’attuale violenza sommaria nella società sudafricana ha profonde radici nell’apartheid.

“Ci sono stati tentativi di costruire il potere del popolo attraverso associazioni civiche, comitati di strada, di quartiere, di caseggiato, unità di difesa e tribunali del popolo”, ha detto Bofelo.

“Un insieme di fattori, tra cui la detenzione di massa, gli arresti e l’esilio di leader socio-politici dotati di esperienza e maturità, la mancanza di competenze, il settarismo, la divisione in fazioni e l’infiltrazione di agenti del regime (post 1994), attenti al tornaconto personale, eccetera, ha condotto a parecchi atti di cattiva gestione della democrazia, che hanno ridotto le attività di alcune associazioni civili, comitati di strada e di caseggiato, unità di difesa e tribunali del popolo a strumenti di giustizia sommaria.”

Certamente, come hanno evidenziato ripetutamente i miei interlocutori sudafricani durante le nostre conversazioni, l’esperienza sudafricana è densa di difficoltà e di insuccessi. Molti intellettuali del Paese ritengono che il percorso post-apartheid sia poco promettente.

Perciò i palestinesi dovrebbero porre attenzione a ciò che sta avvenendo oggi in Sudafrica, piuttosto che esaltare ed applaudire ciecamente il suo passato di lotta anti-apartheid. Tutte queste questioni – la costruzione della Nazione post-apartheid, l’oppressione economica e la violenza endemica – devono essere attentamente esaminate e integrate nella strategia di liberazione palestinese.

Se vogliamo riuscire a sconfiggere l’apartheid di Tel Aviv e a costruire un luminoso futuro in cui gli arabi palestinesi e gli ebrei israeliani si spartiscano la terra e le risorse su un piano di eguaglianza, dobbiamo imparare dagli errori del Sudafrica.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera

Ramzy Baroud è un giornalista accreditato a livello internazionale, consulente di media, scrittore.

Traduzione dall’inglese per Zeitun.info di Cristiana Cavagna

Raseef22.net. Di Mohamed Shaaban. (Da InvictaPalestina). L’area si trovava sulla sponda meridionale del Mar Mediterraneo e la sua vicinanza alla Palestina portò molti ebrei a credere che alla fine si sarebbero trasferiti nella “Terra Promessa”.

All’inizio del 1904, il presidente dell’Organizzazione Mondiale Sionista, Theodore Herzl, presentò al re italiano Vittorio Emanuele III una proposta per incanalare  la migrazione ebraica dall’Est Europa a Tripoli in Libia, così che  gli ebrei potessero stabilirsi lì e avere una regione autonoma sotto le leggi e le istituzioni italiane.

Herzl non  compì questo passo in modo casuale, ma lo fece dopo aver scoperto le intenzioni dell’Italia di colonizzare la Libia, afferma il dott. Amin Abdullah Mahmoud nel suo libro “Progetti di insediamenti ebraici dalla rivoluzione francese fino alla prima guerra mondiale”.

Herzl rimase scioccato quando dal re italiano ricevette  la risposta che “il suo Paese non poteva fornire supporto all’organizzazione sionista per questo progetto, perché Tripoli è la patria di altri” e l’Italia non aveva alcuna autorità al riguardo.

Secondo Mahmoud, il re italiano avrebbe deciso di non impegnarsi in modo vincolante con l’Organizzazione sionista per paura di rivelare le intenzioni dell’Italia di colonizzare la Libia, il che le avrebbe causato problemi nei suoi rapporti con la Gran Bretagna e la Francia, così come con l’Impero ottomano.

Membri della Jewish Territorialist Organization

Tentativi rinnovati

I tentativi di insediamento in Libia furono rinnovati dopo la morte di Herzl nel luglio 1904, ma questa volta sotto la supervisione dell’Organizzazione Regionale Sionista, guidata da Israel Zangwill, che per gli ebrei dell’Europa orientale cercò di trovare un luogo di insediamento adatto, con un clima favorevole e un terreno coltivabile adiacente al mare, dove gli ebrei avrebbero formato un governo autonomo all’interno di uno Stato.

Mahmoud  fa notare come l’interesse per gli insediamenti ebraici in Libia iniziò dopo la visita a Tripoli del professore di storia dell’Università di Parigi Nahum Saloush, nel luglio 1906. Saloush riferì a Zangwill che gli ottomani erano disposti ad accettare l’idea di insediamenti ebraici nell’area del Jabal Akhdar , nella Provincia di Barqa.

Nel frattempo, il governo britannico aveva incaricato il suo Console Generale in Tunisia,Harry Johnston, di proporre a Zangwill l’idea di stabilire una patria nazionale  ebraica nella stessa area e di inviare una missione per studiare le condizioni della regione, assicurandogli il sostegno del governatore ottomano della Libia, Recep Pasha (1904-1909)  nel fornire tutta l’assistenza possibile ai membri di questa missione.

Nahum-Slouschz-

Zangwill e i membri della sua organizzazione studiarono il rapporto Saloush e la proposta di Johnston e  si convinsero che la provincia di Barqa fosse un luogo adatto all’insediamento ebraico. L’area si trovava sulla sponda meridionale del Mar Mediterraneo, il che facilitava il processo di spostamento degli immigrati ebrei dalla Russia e dalla Romania, e la sua vicinanza alla Palestina portò molti ebrei a credere che alla fine si sarebbero trasferiti nella  “Terra Promessa, ” dice Mahmoud.

 Nel 1907 il piano dell’Organizzazione Mondiale Sionista era di insediare gli ebrei in Libia, accelerando la loro fuga dalla Russia in piccoli gruppi e ogni poche settimane, consentendo alle autorità turche in Libia di assorbirli adeguatamente e garantendo che nessun europeo bianco li avrebbe molestati.

Per evitare scontri con i cristiani e i musulmani, che avevano forti rivendicazioni sulla Palestina, il piano era di sistemare gli ebrei in Libia, concedere loro uno status speciale di cittadini ottomani in cambio di un tributo pagato direttamente a Costantinopoli, ma gli Italiani avevano piani diversi per Libia.

Inoltre, Saloush credeva che la provincia di Barqa (precedentemente nota come Cirenaica) avesse un posto speciale nell’eredità ebraica, poiché era stata sede di un gran numero di ebrei ai tempi di Alessandro Magno e dei Tolomei, e quindi era più legata alla storia ebraica di Cipro, Uganda o di altri Paesi proposti per un insediamento ebraico.

Trasferendovi un gran numero di ebrei e spingendo la popolazione indigena a migrare verso il deserto, Zangwill credeva che ottenere il predominio dell’influenza ebraica e garantirne la supremazia demografica sarebbe stato facile.

Accolto dal viceré.

Cirenaica Marmarica

Così come descritto da Mustafa Abdallah Bayou nel suo libro “Il progetto sionista per insediare gli ebrei in Libia”, dopo che l’idea fu pienamente formulata nelle menti dei membri delle organizzazioni, questi  si affrettarono a contattare il viceré di Tripoli che, come capo delle forze armate turche in Africa, deteneva quasi tutti i poteri di rappresentante del Sultano.

Zangwill colse l’occasione della visita di Salloush a Tripoli per studiare con lui la fattibilità del progetto. Quando Salloush arrivò a Tripoli, incontrò Recep Pasha e il segretario di stato Bakir Bey. Discusse con loro delle condizioni economiche degli ebrei in Libia e della possibilità di ampliare  le loro attività agricole offrendo loro l’opportunità di accogliere ebrei in fuga dalla Russia.

Secondo lui, Recep Pasha mostrò simpatia nei confronti del popolo ebraico e confermò la sua disponibilità a fare tutto ciò che era in suo potere per “liberare gli ebrei dalla loro sofferenza “.

Sembra che il governatore ottomano fosse solidale con gli ebrei della Russia  in quanto influenzato dalle relazioni turco-russe che erano molto tese e che facevano vivere i turchi nella costante paura delle ambizioni russe. Voleva inoltre usare questo accordo come  mezzo per porre fine alle ambizioni italiane in Libia.

Ma sorprendentemente, secondo Bayou, Recep Pasha “non solo considerò nel suo studio del progetto di insediamento ebraico in Libia l’attività agricola degli ebrei già presenti nel Paese, ma contemplò anche il loro apporto allo sviluppo dello stato e delle sue industrie e discusse alcuni progetti di ingegneria, così come la creazione di grandi porti e la costruzione di una flotta commerciale ebraica nel Mar Mediterraneo”.

Le discussioni di Saloush con Basha e con i suoi uomini toccarono le questioni dell’indipendenza finanziaria e religiosa degli ebrei e la necessità di garantire loro la protezione dagli abusi dei funzionari minori dello stato e di consentire loro l’autogoverno, fornendo protezione militare contro ogni aggressione che avrebbero potuto subire dalla popolazione del Paese, lasciando immutata il resto della Libia.

Il compito di Saloush  risultò ovviamente facile non solo per la favorevole reazione del governatore ottomano alle richieste ebraiche, ma anche per l’aiuto del collega ebreo Jacob Krieger, dragomanno ufficiale del governatore tripolino.

Bayou racconta come Krieger arrivò a Tripoli dalla greca Salonicco, in sostituzione del cristiano cattolico Georges Faeq.

Sebbene il governatore di Tripoli non avesse inizialmente accolto favorevolmente  Krieger, temendo che come tutti gli ebrei che vivevano in Libia avrebbe collaborato con gli stranieri per sfruttare i privilegi concessi agli europei dall’Impero ottomano, Krieger fu in grado di ottenere la fiducia del Basha, cosa  che gli consentì di  fare molti favori agli ebrei, in particolare a Saloush.

Pertanto, il governo statale  fornì tutti gli aiuti necessari allo storico ebreo e il governatore gli consigliò persino di visitare, prima di recarsi a Barqa, le regioni di Maslata e della Montagna Occidentale per verificare le loro possibilità di accogliere un insediamento ebraico

Il piano di insediamento.

Nel suo libro, Bayou riferisce che il piano di insediamento degli ebrei in Libia si basava sull’accelerazione della loro uscita dalla Russia in piccoli gruppi di 10 o 20 famiglie ebree ogni poche settimane, così da consentire alle autorità ottomane di assorbirli adeguatamente.

In tal modo, anche il governo statale avrebbe potuto facilmente chiedere all’Alta Porta di approvare l’ospitalità dei rifugiati ebrei, che sarebbero vissuti in Libia come cittadini ottomani, ma mantenendo la loro indipendenza.

Secondo Bayou, Zangwill preferì avviare senza indugio negoziati diretti con il governo dell’Alta Porta, al fine di trarre vantaggio dalla politica turca volta a impedire agli europei non ebrei di emigrare in Libia. L’Organizzazione Ebraica lo percepì come una protezione degli ebrei che si trasferivano a Barqa fuggendo dalla tirannia degli europei, in particolare degli italiani.

Una missione scientifica.

Nonostante le allettanti offerte presentate da Recep Pasha e dalla sua amministrazione, la cautela del Consiglio frenò il progetto. La commissione geografica, formata dal Consiglio per studiare il progetto, era riluttante ad agire rapidamente e chiedeva che una missione scientifica conducesse ricerche sul campo.

A metà luglio del 1908, l’Organizzazione inviò una missione scientifica specializzata, i cui membri erano non ebrei, così da ricevere un rapporto obiettivo  non falsato da pregiudizi. Come riportato da Mustafa Mohammed Shaabani nel suo libro “Ebrei della Libia: uno studio politico e legale sulla loro richiesta di risarcimento dalla Libia”, la missione era guidata dal professor Gregory,  della facoltà di geologia all’Università di Glasgow.

Secondo al-Shaabani, la missione includeva esperti come John Trotter, a cui era stato affidato lo studio delle condizioni agricole, Reginald Middleton, Walter Hunter e Matthew Duff, incaricati di studiare le risorse disponibili e le possibilità architettoniche della zona. C’era anche M. Kidder, la cui missione era studiare le condizioni di salute a Barqa e la sua idoneità all’insediamento. Nahoum Saloush era l’unico ebreo della missione e il suo compito era quello di studiare il background storico del giudaismo e degli ebrei a Barqa come base per l’istituzione  di una patria ebraica.

L’approvazione del sultano.

Nel frattempo, Zangwill contattò il suo amico ebreo Arminius Vambery, professore all’Università di Budapest e amico personale di Sultan Abdulhamid II, e gli  sottopose il progetto fidando sulla sua influenza nella corte ottomana. Vambery si disse convinto che fosse più semplice attuare il progetto in Libia piuttosto che in Palestina, soprattutto perché ciò  avrebbe significato evitare conflitti con musulmani e cristiani, essendo la Palestina importante per entrambi i gruppi.

Vambery non solo  espresse la sua opinione, ma inviò il progetto al sultano ottomano attraverso il suo primo segretario Tahsin Pasha, allegando documenti che descrivevano  le circostanze politiche che avrebbero accompagnato  il progetto, con il sultano che avrebbe riconosciuto i coloni come suoi sudditi, concedendo loro  l’autonomia in cambio di una tassa annuale che sarebbe confluita nel tesoro turco.

Secondo Bayou, il Sultano non espresse insoddisfazione  riguardo al progetto, quindi Vambery chiese a Zangwill di scrivere lui stesso al Sultano assicurandogli che quest’ultimo avrebbe risposto rapidamente alla sua lettera.

Cambiamento di circostanze

Mentre Zangwill si preparava a inviare la lettera a Tahsin Pasha, arrivò la notizia di un colpo di stato a Costantinopoli da parte del Comitato Unione e Progresso  e dei  cambiamenti che nell’aprile del 1909 portarono alla rimozione di Sultan Abdulhamid II e della salita al trono  di suo fratello Sultan Mohammed V.

Quando la missione tornò a Tripoli dal suo viaggio a Jabal al-Akhdar, scoprì che Recep Pasha aveva lasciato il Paese e si stava recando a Costantinopoli per diventare ministro della guerra nel nuovo ministero.

Sebbene l’Organizzazione ebraica  fosse irritata dall’allontanamento di Recep Pasha da Tripoli, le sue speranze  rinacquero dopo aver saputo che a Costantinopoli l’uomo sarebbe divenuto un alto funzionario, in prima linea nella nuova era del governo appoggiato dall’esercito. La sua posizione di ministro della guerra fece infatti sperare all’Organizzazione che il suo  progetto sarebbe stato un successo.

Contrariamente alle aspettative dell’Organizzazione, il progetto subì invece un duro colpo. Nel giro di pochi giorni, Recep Pasha salpò per Costantinopoli in mezzo a grandi fanfare,  ma dopo pochi giorni morì. La sua morte fu una grande perdita per gli ebrei, disse Zangwil, affermando al contempo che l’Organizzazione non aveva  pagato nessuna bustarella a lui o ai suoi associati in cambio della sua posizione amichevole ed entusiasta riguardo al progetto.

Ma il colpo più doloroso fu il rapporto pubblicato dall’Organizzazione ebraica il 1 ° gennaio 1909,  con i risultati della missione denominata “Libro blu”. Il rapporto includeva i risultati della missione, deludenti in quanto  veniva riportato che a Barqa, a causa della sua composizione geologica che non permetteva al suolo di trattenere l’acqua piovana, mancava acqua sotterranea.

Il rapporto chiedeva l’adozione di misure per affrontare le carestie che erano seguite agli anni di siccità, al fine di garantire che Barqa fosse adatto all’insediamento degli  ebrei, sottolineando tuttavia che secondo Shaabani il farlo sarebbe costato somme esorbitanti.

Ciononostante, Zangwill e i membri della sua organizzazione  non cambiarono idea e rimasero determinati ad attuare il progetto. Tuttavia, secondo Mahmoud, la preoccupazione del Consiglio per i gravi problemi interni rese irrilevante il sostegno del sultanato per l’insediamento in Libia, soprattutto dopo la morte di Recep Pasha. L’escalation delle ambizioni italiane, culminata con l’invasione e l’occupazione della Libia nel 1911, complicò ulteriormente le cose. Fu questione di pochi anni e tutto il mondo fu coinvolto nella prima guerra mondiale, e quindi il sogno di stabilire una patria ebraica in Libia andò in frantumi.

Traduzione per Invictapalestina.org di Grazia Parolari.

A cura dei Giovani Palestinesi d’Italia. I palestinesi raccolgono datteri freschi dalle palme, nella città di Deir al Balah, nella Striscia centrale di Gaza.
Il dattero è uno dei prodotti più importanti del settore agricolo e la stagione annuale della sua raccolta è iniziata alla fine di settembre e dovrebbe continuare fino a dicembre, in base a quanto la pianta abbondi di datteri.
Secondo i dati locali, ci sono 250.000 palme nella Striscia di Gaza, ma solamente 150.000 stanno dando frutti, con una produzione annuale da 12.000 a 15.000 tonnellate di datteri.
#gaza
#giovanipalestinesiditalia

Gaza-EI. Basim Jamal Abu Obeid usava il suo risciò per fare tutto prima di essere ferito.

Abu Obeid ha partecipato regolarmente alle proteste della Grande Marcia del Ritorno lungo il recinto di confine, e ha usato il suo risciò per trasferire i palestinesi feriti verso unità mediche.

Il 29 giugno 2018, cecchini israeliani hanno sparato ad Abu Obeid alla gamba, mentre stava aiutando ad evacuare un altro palestinese ferito.

“La mia situazione stava peggiorando all’Ospedale europeo [a Gaza]. La mia famiglia decise che dovevo viaggiare [per ricevere trattamento all’estero]”, ha dichiarato Abu Obeid a Electronic Intifada.

Dopo aver trascorso un mese in Egitto, i medici hanno deciso di amputargli una gamba.

Quando Abu Obeid è tornato a casa, i suoi tre figli hanno avuto difficoltà per capire le nuove condizioni del padre.

“Quando sono tornato a Gaza ed sono entrato a casa mia, i miei figli avevano paura di avvicinarsi”, ha affermato Abu Obeid.

Abu Obeid spera di ricevere un paio di stampelle avanzate per alleviare il suo dolore.

Imemc. Il governo giordano ha chiesto ufficialmente a Israele di rilasciare due suoi cittadini imprigionati da Tel Aviv, tra cui una giovane donna in sciopero della fame.

Il ministero degli Affari esteri giordano ha riferito che il suo ambasciatore a Tel Aviv ha chiesto ufficialmente alla parte israeliana di rilasciare immediatamente Hiba al-Lubbadi e Abdul-Rahman Mer’ey.

Ha inoltre chiesto a Israele di facilitare il loro trasferimento immediato in Giordania e ha aggiunto di aver incaricato la propria ambasciata a Tel Aviv di visitare regolarmente i due detenuti fino a quando non sarà loro assicurata la libertà.

Sufian al-Quda, portavoce del ministero giordano degli Affari esteri e degli espatriati, ha riferito all’agenzia di stampa Petra che il Regno hascemita rigetta la prassi secondo la quale i due sono detenuti ai sensi di ordini arbitrari di detenzione amministrativa, senza accuse né processo, e ne chiede il rilascio immediato.

Al-Quda ha aggiunto che Hiba al-Lubbadi è ancora in sciopero della fame, problema che rende più urgente la sua liberazione immediata.

Vale la pena ricordare che Hiba è stata colpita da un ordine di detenzione amministrativa di cinque mesi e che sta affrontando complicazioni per la salute, ma è determinata a continuare il suo sciopero.

Hiba al-Lubbadi, 24 anni, che ha iniziato lo sciopero della fame il 24 settembre, è attualmente imprigionata nel centro di detenzione israeliano di al-Jalama.

Fu fatta prigioniera al check-point di confine tra la Giordania e la Cisgiordania occupata, mentre si dirigeva a Jenin per visitare la sua famiglia, sottoposta a duri interrogatori per 25 giorni consecutivi, e colpita da un ordine di detenzione amministrativa.

Abdul-Rahman Mer’ey è stato rapito il 2 settembre, mentre si recava in Cisgiordania per partecipare al matrimonio di uno dei suoi parenti.  Soffre di vari problemi di salute e ha subito diversi interventi chirurgici negli ultimi anni.

Traduzione per InfoPal di Nicola Greppi

Hebron/Khalil-PIC. Martedì l’autorità israeliana per l’occupazione (IOA) ha annunciato la chiusura per due giorni della moschea Ibrahimi di al-Khalil/Hebron ai fedeli musulmani  per consentire ai coloni di celebrare un evento religioso.

Il direttore della Moschea, Hafdi Abu Snaineh, ha detto che l’IOA lo ha informato della chiusura del sito santo islamico, dalle 22:00 di martedì alle 22:00 di giovedì, al fine di consentire ai coloni di eseguire i loro rituali al suo interno in occasione della festa di Sukkot.

Le forze di occupazione israeliane (IOF) hanno anche intensificato la loro presenza agli ingressi e alle barriere all’esterno della Moschea e hanno creato più barriere stradali e posti di blocco nella Città Vecchia di Hebron.

L’IOF ha anche ostacolato il movimento dei cittadini palestinesi che vivono vicino alla moschea e ha reso difficile per loro uscire o entrare nelle loro case.

 

Gaza-Palestine Chronicle. La rete di ONG palestinesi (rete PNGO) ha espresso “profonda preoccupazione” a seguito della decisione dell’Autorità Palestinese (ANP) di congelare i conti di decine di ONG ed enti di beneficenza nella Striscia di Gaza.

In una dichiarazione, la rete PNGO ha avvertito sulle conseguenze negative di questa misura sul flusso di lavoro di queste organizzazioni a Gaza.

La rete ha affermato di aver ricevuto una serie di denunce da parte di ONG ed enti di beneficenza a Gaza in merito alla loro incapacità di accedere ai fondi, a seguito della decisione dell’ANP, affermando che ciò comprometterà la loro capacità di fornire servizi ai bisognosi ed adempiere al loro mandato.

Le banche, ha spiegato, aprono conti per le ONG soltanto dopo l’approvazione da parte dell’ANP.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Cisgiordania, Palestine Chronicle – Martedì, coloni ebrei hanno attaccato con delle pietre veicoli palestinesi che viaggiavano su strade nel sud della Cisgiordania, causando danni materiali ma senza provocare feriti, secondo quanto affermato da fonti per la sicurezza palestinesi.

I coloni hanno colpito i veicoli con pietre su una strada a sud di Betlemme, causando danni ad almeno un’auto, hanno affermato le fonti.

I coloni non vengono quasi mai puniti per gli attacchi contro i civili palestinesi nei territori occupati, e spesso compiono i loro atti in presenza di soldati israeliani.

Gerusalemme-PIC e Quds Press. Martedì 15 ottobre, 300 coloni israeliani hanno invaso in gruppi i cortili della moschea al-Aqsa sotto la stretta protezione della polizia.

Secondo fonti locali, i coloni hanno risposto agli appelli lanciati da gruppi estremisti per irruzioni di massa nella moschea per celebrare un evento religioso.

Altri gruppi di coloni sono stati visti alla Porta al-Maghariba in attesa del loro turno per visitare il sito sacro islamico.

La moschea al-Aqsa è esposta alla quotidiana invasione dei coloni la mattina e il pomeriggio, tranne il venerdì e il sabato.

La polizia di occupazione israeliana chiude la Porta al-Maghariba, che viene utilizzata dagli ebrei per entrare nella moschea, alle 10:30 del mattino dopo che i coloni hanno completato i loro tour mattutini nel luogo sacro. Più tardi, nel pomeriggio, lo stesso cancello viene riaperto per i tour serali.

Durante la presenza di coloni all’interno del complesso della moschea, vengono imposte restrizioni all’ingresso ai fedeli musulmani.

Gaza-PIC. Lunedì le forze navali israeliane hanno attaccato i pescherecci palestinesi che navigavano al largo della città di Rafah, nella Striscia meridionale di Gaza.

Il Comitato dei pescatori palestinesi ha affermato che le cannoniere israeliane hanno circondato due pescherecci palestinesi e hanno aperto il fuoco contro di loro. 

Ha aggiunto che i pescatori che erano a bordo sono tornati a riva dopo essere stati detenuti per circa un’ora. Non sono stati segnalati feriti.

All’inizio della giornata, le forze israeliane hanno aperto il fuoco contro gli agricoltori palestinesi che lavoravano nelle loro terre ad est di Khan Younis, nella zona meridionale della Striscia di Gaza.

Ramallah-PIC. Tre agricoltori palestinesi sono stati feriti, sabato e domenica, in attacchi di coloni durante la raccolta delle olive a Ramallah e a Betlemme.

Fonti locali hanno riferito che due contadini palestinesi, identificati come Mus’ab Da’mas e Tareq Da’mas, hanno riportato ferite moderate, sabato sera, dopo essere stati aggrediti dai coloni israeliani mentre raccoglievano olive nel villaggio di Ras Karkar, a ovest di Ramallah.

Domenica un contadino palestinese settantenne è stato ferito dopo essere stato violentemente picchiato dai coloni israeliani a Betlemme.

L’attivista Hasan Breijiya ha detto che un gruppo di coloni israeliani ha attaccato fisicamente il contadino palestinese Fadel Hamdan quando lui li ha affrontati mentre rubavano olive nelle terre palestinesi nel villaggio di al-Jab’a.

Hamdan è stato trasferito in un ospedale locale per cure e le sue condizioni sono state descritte come “stabili”.

Traduzione per InfoPal di L.P.

Jenin-IMEMC. Lunedì, diversi coloni hanno attaccato agricoltori palestinesi che raccoglievano olive nelle loro terre, a sud di Jenin, nella Cisgiordania settentrionale.

Il capo del Dipartimento agricolo di Qabatia, a sud di Jenin, Lama Abu Bakr, ha affermato che i coloni hanno lanciato pietre contro gli agricoltori palestinesi, mentre lei ed altri funzionari stavano visitando un frutteto, di proprietà di Moayyad Malul, del villaggio di Sielet Atha-Thaher.

Ha aggiunto che i coloni si trovavano su una collina che dominava l’uliveto quando hanno lanciato le pietre contro i palestinesi, per poi abbandonare la scena.

Tulkarem-IMEMC. Un colono armato ha attaccato, lunedì, diversi palestinesi mentre raccoglievano olive nel villaggio di Shufa, ad est di Tulkarem, nella Cisgiordania settentrionale.

Tahsin Hamed, attivista locale ed agricoltore di Shufa, ha affermato che un israeliano armato proveniente dalla colonia di Avnei Hefetz, costruita su terre private palestinesi, ha invaso un uliveto e attaccato Mahmud Abdul-Karim Drubi, insieme ai suoi fratelli, mentre raccoglievano olive.

Hamed ha aggiunto che l’aggressore ha anche minacciato di sparargli se non avessero lasciato l’area.

Tali violazioni sono frequenti, soprattutto durante la stagione della raccolta delle olive, quando i coloni sradicano, bruciano o allagano gli oliveti con acque reflue mescolate con sostanze chimiche.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Gerusalemme occupata-PIC. Lunedì, il capo della polizia israeliana a Gerusalemme ha ordinato l’evacuazione dell’edificio di preghiera di Bab al-Rahma, della moschea di al-Aqsa.

Secondo fonti locali, le forze di polizia israeliane hanno eseguito gli ordini del loro comandante per l’evacuazione forzata dei fedeli musulmani dall’edificio.

Nelle ultime settimane, le forze israeliane hanno invaso diverse volte l’area di Bab al-Rahma e confiscato mobili dall’edificio.

A febbraio, i cittadini di Gerusalemme sono riusciti a riaprire l’area di preghiera Bab al-Rahma, dopo una chiusura di 16 anni.

Funzionari palestinesi hanno già espresso il timore che Israele abbia l’intenzione di impadronirsi dell’area di Bab al-Rahma per trasformarla in un tempio ebraico, come preludio alla conquista dell’intero sito santo islamico, che gli ebrei affermano essere il “Monte del tempio”.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Imemc. I soldati israeliani hanno rapito, lunedì all’alba, il governatore di Gerusalemme Adnan Gheith e il segretario di Al-Fatah in città, Shadi Mitwer, dalle loro case nella Gerusalemme est occupata.

Fonti dei media hanno riferito che i soldati hanno preso d’assalto e saccheggiato la casa di Shadi Mitwer e lo hanno aggredito di fronte alla sua famiglia, prima di rapirlo.

Hanno aggiunto che i soldati hanno anche rapito il governatore di Gerusalemme, Adnan Gheith, dalla sua casa, nella città di Silwan.

L’avvocato Mohammad Mahmoud, del comitato dei detenuti palestinesi, ha affermato che un tribunale israeliano si è rifiutato di rilasciare i due funzionari e ha aggiunto che verranno convocati in tribunale, con l’accusa di “aver esercitato l’autorità a Gerusalemme”.

Entrambi i politici sono stati ripetutamente rapiti e imprigionati dall’esercito, come parte delle continue violazioni di Israele contro funzionari, attivisti e istituzioni palestinesi nella Gerusalemme occupata.

Traduzione per InfoPal di L.P.

Di Mirca Leccese. Venerdì 11 ottobre, al Campus Einaudi di Torino, è intervenuto Miko Peled, pacifista israeliano.

L’aula era piena di giovani studenti, molti dei quali conoscevano la realtà palestinese e hanno fatto domande approfondite e pertinenti.

Peled si è tenuto su un livello divulgativo, perché il suo obiettivo era informare chi ancora non conosceva la realtà palestinese.

Ha fatto un interessante parallelo con il Sudafrica, affermando che, nonostante un tempo fosse sembrato impossibile, il Paese si è liberato dal regime di apartheid, e che così avverrà anche in Palestina, sempre utilizzando sempre lo stesso strumento: il boicottaggio internazionale. Pertanto si è detto ottimista, in quanto “dobbiamo credere che l’apartheid finirà anche in Palestina”.

Ha affrontato poi la situazione dei beduini palestinesi nel Negev, perseguitati; ha sottolineato la distinzione tra anti-sionismo e antisemitismo; ha dato consigli su come continuare la lotta a favore dei palestinesi: “La solidarietà non basta perché i palestinesi stanno morendo. Il BDS è l’unico modo per porre fine all’apartheid. E’ più facile in Palestina perché i palestinesi sono più istruiti dei sudafricani durante l’apartheid”.

Alla domanda sulle possibili relazioni di coesistenza tra palestinesi e israeliani post-apartheid, Peled ha ricordato i “processi di riconciliazione” intrapresi proprio in Sudafrica per la creazione di una società pacificata.

Ha concluso dicendo che “prima di liberare la Palestina bisogna liberare l’Occidente dal sionismo”.

A cura dei Giovani Palestinesi d’Italia. Per la rubrica #poesiepalestinesi oggi abbiamo scelto la poesia “Senza radici” della poetessa Salma Al-Khadra Al-Gayyusi.

Salma nacque nel 1925 in Giordania. Durante la sua carriera pubblicò più di venti articoli su varie questioni letterarie e fondò  il PROTA (progetto di traduzione dall’arabo).
Ricevette numerosi premi e riconoscimenti, tra cui il premio King Abdullah bin Abdulaziz (2008).

 

Ogni domenica pubblicheremo una poesia o uno scritto di un autore o un’autrice palestinese, per conoscere la resistenza palestinese tramite una delle letterature più affascinanti e sensazionali del mondo arabo.


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Middle East Monitor. Di Thomas Suárez. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva promesso che avrebbe annesso parti della Cisgiordania occupata se fosse stato rieletto alle elezioni del mese scorso, suscitando indignazione nei leader di tutto il mondo. Tuttavia, quella “promessa” di usurpare non solo la Cisgiordania ma tutta la Palestina, è una notizia vecchia di un secolo, una promessa mantenuta e comunque nessuna indignazione internazionale ha mai avuto una qualche importanza.

Un logoro capitolo del mito della creazione di Israele spiega così le sue conquiste: quando, nel novembre del 1947, le Nazioni Unite proposero di dividere la Palestina in due Stati (Risoluzione dell’Assemblea Generale 181), i fondatori di Israele accettarono l’offerta con gratitudine, mentre i palestinesi la derisero e attaccarono il nascente “Stato ebraico”.

Il risultato di questa presunta intransigenza palestinese? La “cosa fondamentale”, come affermano gli spin-doctor israeliani di CAMERA [Comitato per la correttezza di corrispondenze e analisi in Medio Oriente,ndtr.], è che se i palestinesi avessero accettato la divisione, dal 1948 ci sarebbe stato uno Stato palestinese, “e non ci sarebbe stato neppure un rifugiato palestinese”.

Questa è più che una bizzarra razionalizzazione di sette decenni di imperialismo e pulizia etnica; è un’invenzione storica. Il movimento sionista non ha mai avuto alcuna intenzione di rispettare qualsiasi accordo che gli “desse” meno dell’intera Palestina. Importanti leader come il “moderato” Chaim Weizmann e l’iconico David Ben-Gurion finsero di accettare la partizione perché consegnava loro un’arma abbastanza potente per ostacolare la divisione: lo Stato.

Quando la Gran Bretagna accettò di diventare un benefattore del sionismo, codificato con l’ambigua Dichiarazione Balfour del 1917, i suoi negoziatori sapevano benissimo che i sionisti avevano pianificato di usurpare e ripulire etnicamente la Palestina, e che al contrario le assicurazioni della Dichiarazione erano una bugia. Come lamentava Lord Curzon [politico conservatore britannico e ministro degli Esteri dal 1919 al 1924, ndtr.], i propagandisti del sionismo “hanno cantato una melodia diversa in pubblico” – una melodia che i principali media continuano a canticchiare oggi.

Nel 1919, gli attivisti come Weizmann erano già esasperati dall’incapacità della Gran Bretagna di stabilire uno Stato sionista dal Mediterraneo al fiume Giordano [cioè su tutta la Palestina storica, ndtr.] – per cominciare – e spingevano perciò verso un “piano di emigrazione globale” dei non ebrei per avere la pulizia etnica fatta e finita. La menzogna pubblica fu mantenuta; il colonnello britannico Richard Meinertzhagen assicurò Weizmann che il vero piano era “ancora taciuto al grande pubblico”. Né il pubblico fu informato quando, nello stesso anno, la commissione King-Crane degli Stati Uniti andò nella regione per scoprire da sé che “i sionisti non vedevano l’ora di una espropriazione praticamente completa degli attuali abitanti non ebrei della Palestina”. Il rapporto della Commissione venne insabbiato.

Fu nel 1937 che i disordini causati dall’espropriazione portarono gli inglesi a proporre di spartire la terra. Ben-Gurion vide il potenziale nascosto nella partizione: “A seguito dell’istituzione dello Stato”, disse all’esecutivo sionista, “aboliremo la divisione e ci espanderemo in tutta la Palestina”. Fece la stessa promessa a suo figlio Amos.

Quando Ben-Gurion, Weizmann e gli altri si incontrarono a Londra nel 1941 per discutere un piano futuro, il cinico distacco fu agghiacciante. Avrebbero gli “arabi” avuto uguali diritti nello “Stato ebraico”? Certo, ma solo dopo che non ne fosse rimasto più nessuno. La partizione sarebbe stata ragionevole? Certamente, se il confine fosse stato il fiume Giordano (che significava il 100 % della Palestina ad Israele), estensibile perfino nel regno hascemita della Giordania. Un partecipante sfidò i sionisti; l’industriale Robert Waley Cohen li accusò di seguire un’ideologia nazista.

Nel 1944, gli inglesi sapevano che l’opposizione alla spartizione si era “indurita a tutti i livelli dell’opinione pubblica ebraica [sionista]” e che le nuove risoluzioni tra i leader dei coloni ponevano “un’enfasi speciale sul rifiuto della spartizione”. Ma il fallimento della spartizione sarebbe diventato un problema palestinese. Gli inglesi sarebbero tornati a casa.

Ben-Gurion descrisse lo Stato come uno “strumento”, non il “fine”, una distinzione “particolarmente rilevante per la questione dei confini”, che sarebbero invece stati fissati “prendendo il controllo del paese con la forza delle armi”. Quasi nessun pretesto è stato accampato fuori dalle mura delle Nazioni Unite: il presidente dell’Organizzazione Sionista d’America Abba Silver condannò pubblicamente qualsiasi menzione di partizione e chiese una “linea di azione aggressiva e militante” per prendere possesso di tutta la Palestina. Le milizie dell’Agenzia Ebraica erano impegnate a fare proprio questo, stabilendo freneticamente roccaforti in aree che le Nazioni Unite avevano assegnato ai palestinesi.

“La pace del mondo”, mise in guardia il futuro primo ministro israeliano Menachem Begin alle Nazioni Unite nell’estate del 1947 – dopo che il terrorismo sionista aveva già raggiunto l’Europa e la Gran Bretagna – sarà minacciata se “la [biblica] Patria Ebraica” non fosse stata data completamente ai sionisti. “Qualunque cosa possa essere firmata o promessa” alle Nazioni Unite, avvertì il Jewish Standard, sarebbe stata annullata da “il potere e la passione che si oppongono alla partizione” per una “risoluzione senza compromessi”.

Questo fanatismo di massa per “ristabilire” un antico regno ed essere la sua ipotetica popolazione era il risultato di quello che potrebbe essere descritto come un lavaggio del cervello. Già nel 1943 l’intelligence americana aveva segnalato che il sionismo stava alimentando “uno spirito molto simile al nazismo, (per) irreggimentare la comunità (e) ricorrere alla forza” per raggiungere i propri obiettivi. Avvertimenti simili sulla morsa fascista del sionismo sugli ebrei provenivano da individui interni ad esso, tra cui J.S. Bentwich, ispettore capo delle scuole ebraiche e presidente dell’Università ebraica Judah Magnes.

Il giorno prima che fosse approvata la risoluzione 181, la CIA avvertì nuovamente che i sionisti avrebbero ignorato la divisione e “intraprenderanno una forte campagna di propaganda negli Stati Uniti e in Europa” per ottenere più territorio. Poi però, come oggi, gli americani furono mantenuti all’oscuro: “Gli americani”, ha osservato nel 1948 Kermit Roosevelt, esponente dell’intelligence statunitense, non si rendono conto “della misura in cui è stata rifiutata l’accettazione della partizione come soluzione definitiva da parte dei sionisti in Palestina”.

Ironicamente, è stato perché le Nazioni Unite non hanno mai creduto che i sionisti avrebbero onorato i confini della spartizione che hanno “dato loro” un’area di terra sproporzionatamente ampia, sperando che ciò potesse ritardare la loro inevitabile aggressione. Ma l’inchiostro era a malapena asciutto quando il sindaco di Tel Aviv, presunta capitale del nuovo Stato, annunciò che la sua città “non sarebbe mai stata la capitale ebraica”. Lo sarebbe stata Gerusalemme, una violazione diretta della risoluzione delle Nazioni Unite per la partizione, che l’aveva designata come zona internazionale. L’Agenzia Ebraica affermò anche che “un certo numero di istituzioni nazionali” sarebbero state a Gerusalemme.

Il duplice atteggiamento nei confronti della loro “vittoria” alle Nazioni Unite non fu particolarmente celato. Sia il “liberale” Haaretz che il quotidiano sionista [della destra, ndtr.] Haboker, diedero un medesimo messaggio: “I giovani dello Yishuv [l’insediamento ebraico in terra d’Israele, ndtr.] devono mantenere nei loro cuori la profonda convinzione che le frontiere non sono state fissate per l’eternità”, affermava Haboker. Indipendentemente dal tempo ci vorrà, il resto sarà “restituito all’ovile”.

Una volta garantito uno Stato israeliano, gli avvertimenti della CIA si fecero anche più infausti: gli agenti sionisti si stavano infiltrando fra il personale militare americano e dell’American Airlines. L’ex senatore americano Guy Gillette lavorava apertamente per il gruppo terroristico Irgun e spinse per il riconoscimento generale della sovranità israeliana su tutte le terre che le sue milizie potessero conquistare.

Gerusalemme rimaneva la preoccupazione più pressante di Israele. Mentre la terra sotto il dominio “arabo” avrebbe potuto essere ad un certo punto usurpata, una Gerusalemme amministrata dalle Nazioni Unite no. E così quando il mediatore delle Nazioni Unite conte Folke Bernadotte stilò un nuovo piano di pace nell’autunno del 1948, il gruppo terroristico Lehi [noto anche come Banda Stern, ndtr.] lo minacciò, opponendosi ad una “amministrazione non ebrea”. Tuttavia, nella Risoluzione 181 Bernadotte mantenne la zona internazionale e il giorno successivo il Lehi, sotto la guida del futuro primo ministro israeliano Yitzhak Shamir, lo assassinò.

Alla fine del 1948 Israele aveva rubato più di metà della terra che aveva “accettato” di lasciare ai palestinesi e si rifiutò di lasciarla. Questo fu all’origine del termine fuorviante “confini del 1967”; in verità erano la linea del cessate il fuoco. La partizione era una farsa e i negoziatori palestinesi avevano ragione a respingerla, ma la loro onestà fu, dal punto di vista machiavellico, un errore tattico su cui i sionisti contavano. In breve, Israele non ha mai avuto intenzione di rispettare né il piano di partizione del 1947 né i confini del 1967. Il cosiddetto Grande Israele in tutta la Palestina storica e oltre è sempre stato l’obiettivo del sionismo.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

Traduzione dall’iglese per Zeitun.info di Luciana Galliano

A cura dei Giovani palestinesi d’Italia. Le forze di occupazione israeliane impediscono alla mamma del bimbo nella foto di recarsi da Gaza all’ospedale dove il piccolo è ricoverato, in Cisgiordania, così questa giovane donna di Hebron/al-Khalil presta la propria assistenza la maggior parte del tempo.
#giovanipalestinesiditalia
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#gaza

 

 

 

New York-PIC. L’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR) ha espresso preoccupazione per le torture estreme a cui è stato sottoposto il prigioniero palestinese Samer Arbid da parte degli inquisitori israeliani.

“L’Ufficio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite constata con preoccupazione la supposta tortura di un uomo palestinese di 44 anni, Samer Al Arbird, che è stato arrestato dalle forze di sicurezza israeliane il 25 settembre come sospetto per l’esplosione di una bomba che ha ucciso una ragazza  israeliana 17enne vicino all’insediamento di Dolev nella Cisgiordania Occupata”, ha affermato  venerdì Rupert Colville, portavoce dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite.

“Arbid resta in ospedale in coma indotto e respira artificialmente, ha lesioni gravi subite dopo il suo arresto, tra cui costole rotte e una grave insufficienza renale”, ha aggiunto Colville in una sua dichiarazione.

“Questo sviluppo sta puntando i riflettori su gravi lacune e carenze nelle leggi e nelle pratiche israeliane in relazione al suo inequivocabile obbligo, secondo il diritto internazionale, di sradicare la tortura e il trattamento crudele e disumano.

“Data la gravità delle ferite di Al Arbid, chiediamo l’immediata apertura di un’indagine penale sul caso.

“Abbiamo anche ricevuto informazioni sul fatto che almeno altre tre persone sono state arrestate nell’ambito della stessa indagine e sono state detenute in isolamento per un lungo periodo di tempo”, ha sottolineato nella dichiarazione.

L’OHCHR ha invitato “Israele a rivedere le sue leggi, le politiche e le pratiche per allinearle ai suoi obblighi ai sensi del diritto internazionale, in particolare alla Convenzione Contro la Tortura, e a garantire che tutti i casi e le accuse di tortura e di maltrattamento siano indagati prontamente, indipendentemente, in modo efficace e imparziale”.

Traduzione per InfoPal di Edy Meroli (Il Giardino di Ibn Arabi)

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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