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Cisgiordania-PIC, Quds Press e Wafa. Venerdì, decine di palestinesi sono rimasti feriti dalle forze di occupazione israeliane (IOF) che hanno represso le proteste settimanali anti-coloniali in Cisgiordania e Gerusalemme.

A Nablus, diversi giovani hanno avuto problemi respiratori dopo che le IOF hanno lanciato bombe lacrimogene contro una protesta anti-insediamenti vicino all’area di Jabal Sobeih.

Nella cittadina di Beit Dajan i soldati hanno sparato proiettili di metallo rivestiti di gomma contro i giovani locali che stavano protestando contro la costruzione di un nuovo insediamento.

Le IOF hanno anche soppresso la marcia settimanale anti-insediamento a Kafr Qaddoum. Sono stati segnalati decine di feriti.

Violenti scontri (*) sono scoppiati anche nella città di Biddu, nella Gerusalemme occupata, tra pesanti lanci di lacrimogeni e uso di proiettili di metallo rivestiti di gomma da parte delle IOF.

Quattro palestinesi sono rimasti feriti in un attacco di un gruppo di coloni israeliani contro palestinesi che raccoglievano olive nelle proprie fattorie di Yasuf, nella provincia occupata di Salfit, in Cisgiordania.

Yousef Hammouda, un agricoltore locale, ha affermato che circa 30 coloni israeliani dell’insediamento illegale di Rehalim, hanno attaccato lui e la sua famiglia con pietre mentre stavano raccogliendo olive nella loro terra, ferendo lui alla testa, sua moglie ai piedi e suo figlio alla schiena.

I coloni, ha aggiunto, hanno anche distrutto il parabrezza del suo veicolo, spruzzato del peperoncino su altri contadini e rubato raccolti e attrezzature di coloro che stavano raccogliendo le olive sulle proprie terre.

Dall’inizio della stagione della raccolta delle olive, la Cisgiordania ha assistito a un’ondata di attacchi di coloni israeliani contro gli agricoltori palestinesi e le loro terre.

Gli attacchi includono il taglio e l’incendio di ulivi in ​​varie aree della Cisgiordania occupata.

(*) Nel linguaggio militare, gli scontri avvengono tra eserciti o gruppi armati di pari forze. Tra Tsahal, l’esercito israeliano, e la Resistenza o i gruppi di giovani palestinesi che rispondono alle aggressioni dell’occupante israeliano non c’è parità di forze. Pertanto, riportiamo tra virgolette il termine scontri/scontro, per non indurre i lettori meno informati a pensare che in Palestina sia in atto un conflitto/guerra tra attori con eserciti, armamenti e forze paritarie.

Nablus-PIC e Quds Press. Venerdì mattina, un gruppo di coloni ebrei ha preso d’assalto un’area archeologica nel villaggio di al-Badhan, a nord-est della città di Nablus.

I coloni hanno fatto irruzione nel Wadi al-Badhan, una famosa destinazione per le vacanze primaverili, tra una pesante protezione militare.

Fonti locali hanno affermato che le forze di occupazione israeliane (IOF) sono state dispiegate sin dalle prime ore del mattino per aprire la strada a numerosi autobus con a bordo coloni.

Wadi al-Badhan è considerato uno dei paesaggi naturali più belli della Palestina data la sua abbondanza di sorgenti d’acqua, vegetazione, aria fresca e alta biodiversità.

Secondo l’Istituto di ricerca applicata di Gerusalemme (ARIJ), i coloni attaccano spesso il villaggio, scaricando illegalmente le loro acque reflue sulla terra, inquinando così i raccolti e gli alberi.

Il villaggio di al-Badhan prende il nome dalla valle e ha una popolazione di circa 4.000 persone.

Gaza – Palestine Chronicle. Foto di Mahmoud Nasser. Guidando per Gaza, vedi, senti e provi troppo. È travolgente, fin troppo frenetico e caotico, ma poi tutto, per un momento, si placa.

Ciò significa che hai visto qualcosa, una cosa che ti faccia dimenticare tutto ciò che di travolgente hai visto, momentaneamente. Trovarlo può essere difficile, a volte, ma è una questione di prospettiva.

Mentre guidavo, ho visto uno parco di skateboarding. Purtroppo era vuoto. Uno skatista locale mi ha detto che usano gli skate, qui, tutti i giorni, prima del tramonto. Quel giorno sono andato via, pensando di tornare a vedere lo spettacolo dei bambini che praticano skateboarding a Gaza. Non potevo crederci.

Il giorno dopo sono tornato, desideroso di vedere tutto. Ma ovviamente c’è un guardiano, c’è sempre un guardiano, proprio come l’intera Striscia, e chiaramente non permette a nessuno di entrare. Dieci minuti a far avanti e indietro e lui è convinto. Sono dentro, finalmente. Sono dentro anche i ragazzi. Uno alla volta corrono, desiderosi di pattinare e andare sugli skate, di mettersi in mostra, con voglia di fare le loro cose come uccelli che escono dalla loro gabbia.

E ho fotografato. Quindi ecco le foto di uno dei luoghi che, per un breve istante, mi ha fatto dimenticare la realtà di 2 milioni di persone in 365 chilometri quadrati.

È tutta una questione di prospettiva.

Foto di Mahmoud Nasser

Tel Aviv – MEMO. Le autorità israeliane hanno impedito a decine di famiglie ebree della setta ultra-ortodossa Lev Tahor di fuggire in Iran, dove avevano chiesto asilo.

“Israele e gli Stati Uniti stanno lavorando per impedire ai membri di una setta estremista ultra-ortodossa di trasferirsi in Iran, nel timore che possano essere usati come merce di scambio da Teheran”, ha riferito il quotidiano Times of Israel, osservando che il gruppo, che è anti-sionista, ha chiesto asilo politico nel 2018.

Il giornale afferma che i documenti presentati ad un tribunale federale degli Stati Uniti nel 2019 mostrano che i leader della comunità chassidica hanno chiesto asilo in Iran e hanno giurato fedeltà al leader supremo Ayatollah Ali Khamenei.

Secondo il sito Ynet News, stavano crescendo le preoccupazioni che centinaia di membri del gruppo, principalmente con sede in Guatemala, potessero cercare di trasferirsi in Iran dopo che decine di famiglie sono state avvistate all’aeroporto in Guatemala, apparentemente in viaggio verso il Kurdistan (confine iraniano).

Il giornale afferma che i loro parenti hanno chiamato il ministero degli Affari esteri israeliano ed il Dipartimento di giustizia e hanno chiesto loro di contattare urgentemente le loro controparti guatemalteche per impedire alle famiglie di partire.

Secondo i rapporti, le autorità guatemalteche hanno arrestato alcuni membri del gruppo, in possesso della cittadinanza statunitense.

Cisgiordania occupata – Palestine Chronicle. B’Tselem, gruppo israeliano per i diritti umani, ha dettagliato la terribile storia di un adolescente palestinese che è stato rapito e torturato da un gruppo di coloni ebrei nella Cisgiordania occupata, circa due mesi fa, in un rapporto pubblicato la scorsa settimana.

Il 17 agosto, il quindicenne Tareq Zubeidi e cinque suoi amici hanno deciso di fare un picnic vicino al loro villaggio di Silat ad-Daher, nella provincia di Jenin, nel nord della Cisgiordania.

The settlers took Tareq Abdurrazzaq Zubeidi (15 years old) to an evacuated settlement in southern Jenin and tortured him before they left him bleeding. https://t.co/cMcyWu1yh7

— Samidoun Network (@SamidounPP) August 20, 2021

Quando i ragazzi palestinesi sono arrivati ​​nell’area – situata a circa 350 metri dalla colonia di Homesh, evacuata nel 2005 – hanno notato che sei coloni ebrei avanzavano verso di loro. I ragazzi, presi dal panico, sono fuggiti dalla scena. Secondo il rapporto, almeno uno dei coloni ha lanciato pietre contro di loro.

Zubeidi, che si era ferito la gamba appena due settimane prima dell’incidente, non è riuscito a tenere il passo con i suoi amici, che sono riusciti a fuggire verso il loro villaggio, ha aggiunto B’tselem.

TAREQ ZUBEIDI, a young Palestinian teenager, was kidnapped and tortured by a horde of Jewish settlers.
His face was covered when these rabid dogs inflicted wounds on the soles of his feet : one foot was burned with a laziness, while the other was beaten with an iron bar. pic.twitter.com/Zs4HCjhAwB

— Hijara Min Sijjil (@MinHijara) September 3, 2021

“I coloni sono venuti verso di me e mi hanno investito con la loro auto, e sono caduto a terra. L’auto si è fermata e sono scesi quattro coloni. Alcuni avevano dei bastoni. Mi hanno attaccato e colpito alla spalla, alle gambe e alla schiena”, ha dichiarato Zubeidi al gruppo per i diritti umani.

Secondo Zubeidi, i coloni gli hanno legato mani e piedi e lo hanno incatenato al cofano della loro auto, prima di portarlo a Homesh. Poi hanno frenato con forza, facendolo cadere a terra.

“Alcuni dei coloni che erano lì sono corsi verso di me e hanno iniziato a prendermi a calci. Un colono mi si è avvicinato e mi ha spruzzato dello spray al peperoncino in faccia. Faceva male e pungeva, e ho urlato di dolore. Poi uno dei coloni ha portato un pezzo di stoffa e me l’ha legato sugli occhi”, ha raccontato Zbeidi.

Read our full report: https://t.co/WfVFPrnVw9

Tareq Zbeidi in his home. Photo by Oren Ziv, Activestills, 25 Aug. 2021

— B'Tselem בצלם بتسيلم (@btselem) October 10, 2021

L’adolescente palestinese ha detto di aver sentito i coloni ebrei imprecare contro di lui in arabo ed ebraico, e sebbene avesse gli occhi bendati, ha sentito alcuni di loro sputargli addosso.

I coloni hanno poi continuato a prenderlo a calci, prima di appenderlo ad un albero, ferendolo e bruciandogli i piedi.

“Sono rimasto sospeso in quel modo per circa cinque minuti, con gli occhi coperti. Li ho sentiti tagliare e strofinare la pelle del mio piede sinistro con un oggetto appuntito. Ho sentito molto dolore. Non ce la facevo. Improvvisamente, ho sentito una forte bruciatura al piede destro, causata da un accendino o qualcosa di simile. È durato pochi secondi. Ho urlato e pianto di dolore e paura. Solo in quel momento mi hanno portato giù dall’albero”, ha detto Zubeidi.

Shackled, beaten, strung up on a tree: Palestinian teen brutally attacked by settlers Fifteen-year-old Tareq Zubeidi, this week. The settlers kicked him, he says, as he lay on the ground, then placed him on the hood of the car, lashing him to it with a chain. pic.twitter.com/SbnQ65s4V3

— Juveria Muhammad (@juveriayildiz) August 27, 2021

In quel momento, uno dei coloni ha colpito Zubeidi alla testa con un bastone, facendogli perdere conoscenza.

Secondo B’Tselem, poco dopo, i coloni sono stati avvicinati da un gruppo di soldati israeliani a bordo di una jeep militare. I coloni hanno consegnato Zubeidi ai soldati, sostenendo che era stato lui che aveva lanciato loro delle pietre.

Quando Zubeidi ha ripreso conoscenza, era disteso sul pavimento della jeep militare. A quel punto, ha detto che uno dei soldati lo ha minacciato, dicendo che se avesse lanciato pietre, i coloni sarebbero venuti a casa sua e lo avrebbero arrestato, ha aggiunto il rapporto.

Il soldato ha poi consegnato a Zubeidi il suo telefono, a quel punto un uomo non identificato che parlava arabo – presumibilmente un ufficiale dell’intelligence israeliana, secondo lo zio di Zubeidi – ha anche minacciato Zubeidi, dicendo che “sapevano tutto di me e che se qualcuno avesse lanciato pietre contro i coloni, veniva a casa mia e mi arrestava”.

Poco dopo, lo zio ed il fratello maggiore di Zubeidi sono andati a prenderlo dai soldati, lo hanno messo su un’ambulanza palestinese e lo hanno portato all’ospedale di Jenin.

“Sono stato portato al pronto soccorso, dove sono stato esaminato e radiografato. Hanno trovato lividi e ferite sulla mia spalla, schiena e gambe, nonché ferite e ustioni ai piedi. Sono rimasto lì fino al pomeriggio successivo, e poi sono stato dimesso”, ha detto Zubeidi, aggiungendo che dopo essere stato dimesso, il suo corpo era dolorante e non poteva camminare a causa dei tagli e delle ustioni ai piedi.

Secondo B’Tselem, nonostante la colonia di Homesh sia stata evacuata nel 2005, ha mantenuto una presenza quasi costante di coloni nell’area, “e le forze di sicurezza hanno permesso loro di rimanere lì e attaccare i palestinesi”.

B’Tselem ha osservato che quello contro Zubeidi è stato il decimo attacco di israeliani contro i palestinesi vicino alla colonia e documentato dal gruppo dall’inizio del 2020.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

MEMO. Giovedì, l’Autorità Palestinese (ANP) ha smentito i recenti rapporti israeliani, secondo i quali avrebbe rifiutato di fornire protezione ai prigionieri fuggiti il ​​mese scorso dal carcere di massima sicurezza di Gilboa.

“Quello che è stato recentemente affermato dai media israeliani, sul rifiuto del primo ministro palestinese Mohammad Shtayyeh di fornire protezione ai sei eroici prigionieri che hanno scavato il loro tunnel della libertà con le proprie mani nella prigione […] di Gilboa, è una notizia falsa”, ha affermato il portavoce dell’Autorità Palestinese su Facebook.

Ibrahim Melhem ha aggiunto che le voci mirano ad “indebolire l’unità nazionale e creare una rottura nel consenso nazionale”, sottolineando che Shtayyeh aveva elogiato “l’eroismo dei sei evasi”.

“Il popolo palestinese non smetterà di cercare di riconquistare la propria libertà”, ha aggiunto Melhem, chiedendo il “rilascio di tutti i nostri figli e figlie prigionieri nelle carceri dell’occupazione”.

I media israeliani hanno riferito mercoledì che l’ANP si era rifiutata di proteggere due dei prigionieri evasi.

Da InvictaPalestina.org. Lo scorso maggio, mentre l’esercito israeliano ha bombardato case, cliniche e scuole a Gaza e ha minacciato di cacciare le famiglie palestinesi dalle loro case a Gerusalemme, i dirigenti di Amazon Web Services e Google Cloud hanno firmato un contratto da 1,22 miliardi di dollari per fornire tecnologia cloud al governo e all’esercito israeliano. Facendo affari con l’apartheid israeliano, Amazon e Google renderanno più facile per il governo israeliano sorvegliare i palestinesi e costringerli a lasciare la loro terra.

Stiamo ascoltando la chiamata di centinaia di lavoratori di Google e Amazon a ribellarsi al contratto, noto come Project Nimbus. La tecnologia dovrebbe essere usata per unire le persone, non per consentire l’apartheid, la pulizia etnica e l’occupazione.

Seguendo le orme di coloro che hanno combattuto per disinvestire dall’apartheid in Sudafrica e hanno vinto, è nostra responsabilità sollevarci a sostegno della libertà palestinese. I dirigenti di Amazon e Google che hanno firmato questo contratto possono ancora scegliere di stare dalla parte giusta della storia.

Ecco dove entri in gioco: aggiungi il tuo nome qui sotto per chiedere che il CEO di Amazon Andy Jassy, ​​il CEO di Amazon Web Services Adam Selipsky, il CEO di Google Sundar Pichai e il CEO di Google Cloud Thomas Kurian pongano fine a tutti i legami con l’apartheid israeliano e rescindano il contratto del Progetto Nimbus.

Protesta insieme a noi per dire: nessuna tecnologia per l’apartheid.

FAI Qualcosa di concreto ORA! TAKE ACTION NOW

GOOGLE E AMAZON POWER STATE VIOLENCE

La collaborazione di Amazon e Google con l’apartheid israeliana fa parte di un modello più ampio di Big Tech che alimenta la violenza di stato in tutto il mondo. Le aziende tecnologiche come Amazon e Google sono i nuovi profittatori di guerra e hanno precedenti in materia di diritti umani. Amazon aiuta ad alimentare la macchina deportazione-detenzione di ICE e collabora con oltre 2.000 dipartimenti di polizia degli Stati Uniti per sorvegliare e criminalizzare le comunità Black and Brown  attraverso la sua videocamera Ring. Nel frattempo, Google ha venduto l’intelligenza artificiale al Dipartimento della Difesa per rendere più letali i suoi attacchi con i droni e, nonostante la risoluzione di questo contratto dopo la pressione del pubblico e dei lavoratori, Google mantiene ancora legami con il Pentagono.

Entrambe le società affermano di sostenere gli impegni in materia di diritti umani. Amazon ha pubblicato i Principi globali sui diritti umani, promettendo di “incorporare il rispetto dei diritti umani in tutta la nostra attività”. Allo stesso modo, Google afferma che le aziende “possono fare soldi senza fare il male”. Invece di vivere quei valori, Google e Amazon stanno mettendo il profitto davanti alle persone alimentando la violenza del governo israeliano contro i palestinesi.

La tecnologia può unire le persone, ma quando questi strumenti vengono utilizzati per danneggiare le comunità, rendono il mondo meno sicuro per tutti noi. Ecco perché i lavoratori di Google e Amazon stanno esortando i loro datori di lavoro a seguire i loro discorsi sui diritti umani.

Le nostre comunità si sono già ribellate alla Big Tech in passato e hanno vinto. Nel 2020, Microsoft ha ritirato tutti i finanziamenti dalla società israeliana di riconoscimento facciale AnyVision dopo il forte rifiuto della gente comune. Quest’anno, persone in tutto il mondo hanno fatto una campagna come una coalizione unificata #FacebookWeNeedToTalk, chiedendo a Facebook di garantire che le sue politiche non censurino i palestinesi e i difensori dei diritti umani palestinesi. Insieme, possiamo costruire un mondo migliore in cui tutte le persone, compresi i palestinesi, vivano con sicurezza e libertà.

GOOGLE E AMAZON supportano  L’APARTHEID israeliano

L’impatto dannoso dell’apartheid israeliano sui palestinesi è ben documentato. Di recente, organizzazioni tradizionali come Human Rights Watch e B’Tselem, con sede in Israele, hanno pubblicato rapporti che riecheggiano ciò che i palestinesi hanno detto per generazioni: il governo israeliano sta guidando un regime di apartheid.

Google e Amazon stanno facendo affari con l’apartheid. I palestinesi sono già danneggiati dalla sorveglianza e dalla repressione militari israeliane. Espandendo la capacità di “public cloud computing capacity” e fornendo la loro tecnologia all’avanguardia al governo e alle forze armate israeliane, Amazon e Google stanno contribuendo a rendere l’apartheid israeliano più efficiente, più violento e persino più mortale per i palestinesi.

La tecnologia dovrebbe essere usata per unire le persone, non per facilitare e rafforzare la violenza e la segregazione. I servizi cloud di Google e Amazon possono essere utilizzati per consentire l’espansione israeliana degli insediamenti illegali supportando la raccolta di dati per l’Israel Land Authority (ILA), parte del governo israeliano. L’ILA utilizza politiche discriminatorie per espandere gli insediamenti ebraici mentre intrappola i palestinesi in aree densamente popolate e limita la crescita delle comunità palestinesi.

  • 72.000 Palestinesi a Gaza costretti a fuggire dalle loro case durante l’assalto di Israele del maggio 2021
  • 600 Posti di blocco e posti di blocco controllati dall’esercito israeliano che impediscono ai palestinesi di recarsi a scuola e al lavoro e di separarli dalle loro famiglie
  • 80% di palestinesi a Gaza  fanno affidamento sugli aiuti umanitari per sopravvivere a causa del blocco illegale di 12 anni del governo israeliano
  • 535 Case e strutture palestinesi in Cisgiordania demolite nel 2020 per fare spazio agli insediamenti illegali
  • 20 Famiglie di Gaza in cui ogni singolo membro è stato ucciso durante la campagna di bombardamenti israeliani del maggio 2021
  • 4.400 Prigionieri politici palestinesi incarcerati nelle carceri israeliane
AHMAD ABU SHAMMALH, COMPUTER SCIENTIST, GAZALa tecnologia ha il potere di espandere le libertà o di limitarle. Promettevano espansioni e inclusione globale, ma per i palestinesi questa è stata una promessa vuota, guidata dalla politica. Ad esempio: sei un israeliano che vive negli insediamenti illegali della Cisgiordania? Questo articolo nella tua lista dei desideri di Amazon è in vendita con una grande riduzione dei prezzi se scegli la Palestina come posizione. Non preoccuparti nemmeno di provarlo se sei palestinese: il tuo pacco non verrà mai consegnato.Nel frattempo, la Palestina è bloccata con le reti 3G (e Gaza è ancora in 2G), mentre il mondo, compreso Israele, anticipa le possibilità del 5G. Questo lascia i palestinesi con un legame sottosviluppato e costoso, in diretto contrasto con l’altro lato della barricata politica. I giganti della tecnologia della Silicon Valley mostrano una censura deliberata e sistematica della narrativa palestinese, che rasenta la negazione della nostra stessa esistenza. Queste aziende sostengono un apartheid vivente. AKRAM ABUNAHLA, GRADUATE STUDENT IN LINGUISTICS, GAZASono un fanatico del computer e per me il software e gli ultimi gadget sono tutto il mio mondo. Ma nessuno dei servizi a pagamento di Google è disponibile in Palestina. Quindi, se stai utilizzando Google Drive e desideri acquistare spazio di archiviazione aggiuntivo, non puoi farlo in Palestina. Se possiedi un dispositivo Android, non potrai acquistare app. Gli israeliani, che vivono sullo stesso pezzo di terra, hanno la comodità di accedere a tutti i servizi di Google.Google ha firmato un contratto da 1 miliardo di dollari con il governo israeliano per fornire al suo regime di apartheid servizi cloud per l’esercito israeliano. Questo è lo stesso sistema che gestisce e controlla i cancelli, le telecamere e le barriere [ai checkpoint] che si aggiungono alla sofferenza quotidiana dei palestinesi. Non solo Google ha discriminato il mio paese, ma ha anche fatto un ulteriore passo avanti collaborando con lo stato militarizzato israeliano. ISRAA MUSAFFER, ADMINISTRATIVE ASSISTANT, RAMALLAH, WEST BANKA dicembre 2019, Facebook ha cancellato il mio account. Presumibilmente, la mia prospettiva, i miei interessi e le mie esperienze vissute violano i loro standard comunitari e ho perso preziosi vecchi ricordi che mi collegavano a conoscenti e amici. Quel che è peggio, secondo la Commission of Detainees Affair, nel 2018 le forze israeliane hanno arrestato più di 350 palestinesi a causa dei loro post sulle piattaforme dei social media.Le severe restrizioni sui contenuti palestinesi sulle piattaforme dei social media derivano dai contratti economici tra Israele e le società internazionali. Israele continua il suo sistema di apartheid verso i palestinesi anche nel mondo virtuale. Questi mezzi ad alta tecnologia forniti da società internazionali consentono a Israele di violare e accedere a informazioni sensibili sui palestinesi. Google e Amazon hanno concordato di fornire servizi cloud a Israele che contribuiscono al rafforzamento del controllo digitale israeliano del cyberspazio. Ma Israele può continuare a appropriarsi della terra palestinese, infrangere le leggi internazionali e violare i diritti umani palestinesi solo se non è ritenuto responsabile dalla comunità internazionale. JAN AMIN, BIOMEDICAL ENGINEERING STUDENT, LIVING IN LEBANONPosso solo vivere la Palestina nei notiziari, nelle foto e nei video e mandando messaggi ai miei amici a Gaza. È un’esperienza dolorosa, osservare quotidianamente l’oppressione del tuo popolo, incapace di fare nulla. Ho passato la maggior parte di maggio al telefono assicurandomi che il mio amico fosse ancora vivo durante i bombardamenti di Gaza. Quello che è successo alla Palestina è un perfetto esempio di come la tecnologia possa prendere una svolta distopica nelle mani dell’oppressore. E ora Google e Amazon hanno firmato un contratto da 1,2 miliardi di dollari con il governo israeliano, che gli consentirà di mantenere e rafforzare l’apartheid e l’occupazione. BARAA’H QANDEEL, GRADUATE IN ENGLISH LITERATURE, GAZAViaggiare è sempre stato un lusso per la mia generazione, una fantasia che possiamo solo immaginare e sognare. Invece, siamo costretti a comunicare con la nostra stessa gente solo attraverso schermi digitali, nessun contatto visivo reale, nessun incontro reale, solo virtuale. Ho una zia che vive in Egitto e ricordo a malapena che aspetto ha. Quando mia nonna è morta, mia zia non poteva nemmeno dire addio a sua madre. Come abitanti di Gaza, non siamo in grado di viaggiare e muoverci liberamente.FAI Qualcosa di concreto ORA! TAKE ACTION NOW

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A cura dei Giovani Palestinesi d’Italia. Bayan Abu Salameh (@bayanabusalameh) è un’ambiziosa e appassionata ingegnera meccanico palestinese di 25 anni che ha innovato una nuovissima struttura per un satellite cubico che ha chiamato “Palestine-1”.

La giovane ha recentemente completato i suoi studi universitari alla Queen Mary University di Londra e ha dedicato la ricerca della sua tesi di master alla Palestina. In essa ha progettato quello che sarà il primo satellite cubico palestinese, un satellite che gira su orbite terrestri basse. Essendo più economico dei tipici satelliti, ultimamente i paesi del mondo hanno fatto a gara per lanciarli. Ha inoltre studiato e proposto un’analisi per le condizioni di lancio del satellite, spiegando così quanto ci vorrà per “Palestina-1” per essere lanciato nello spazio entro i prossimi anni.

Bayan nelle recenti interviste ha affermato: “Questo risultato non è per me, ma per la Palestina e il popolo palestinese ovunque”.

Siamo molto orgogliosi di te Bayan e non vediamo l’ora di assistere al lancio di Palestine-1 tra un paio d’anni! Grazie a @yourpalimariam per l’articolo e a @drew_ric per la grafica.

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‘Palestine 1’: Young Engineer Invents First Palestinian Satellite

Gerusalemme/al-Quds-PIC e Quds Press. Il comitato di progettazione e costruzione della municipalità israeliana nella Gerusalemme occupata ha annunciato mercoledì la sua intenzione di appropriarsi di vasti tratti di terra palestinese nel sud della città santa per costruire edifici pubblici e strade ed espandere l’insediamento illegale di Givat Hamatos

Il sindaco di Gerusalemme, Adnan Ghaith, ha affermato che questo nuovo piano israeliano mira a recidere la contiguità geografica tra Gerusalemme e Betlemme e ad isolare la città santa dai dintorni.

Ghaith ha avvertito che questo piano israeliano circonderebbe Gerusalemme con una cintura di insediamenti, annettendone alcuni ai confini territoriali del comune e rimuovendo alcuni villaggi e quartieri palestinesi da questi nuovi confini gerosolimitani al fine di creare un cambiamento nella struttura demografica e geografica del città santa.

“L’autorità di occupazione sta cercando di imporre un nuovo fatto compiuto, senza alcun riguardo per il diritto e la comunità internazionale. Persiste nei suoi complotti contro la città santa”, ha sottolineato il sindaco.

Ha aggiunto che questo nuovo progetto per insediamenti avverrebbe in concomitanza di un altro importante nell’area di Qalandia, dove sarebbero costruite strade per collegare gli insediamenti tra loro.

Nello stesso contesto, il sito web di notizie Hebrew Walla ha affermato che il comitato di progettazione e costruzione di Gerusalemme ha approvato l’annessione di una vasta area di terra palestinese per costruire case, strutture e strade nell’insediamento di Givat Hamatos.

Secondo Walla, il piano prevede la costruzione di unità abitative, strutture commerciali e altri edifici nell’insediamento, dove vivono immigrati ebrei etiopi.

Il comitato aveva già approvato un piano nel 2014 per costruire circa 2.600 unità abitative nella stessa zona prima che il governo israeliano decidesse di congelarlo a seguito delle pressioni internazionali.

Da parte sua, il sito web Haaretz ha affermato che il governo israeliano prevede di costruire migliaia di unità abitative in diverse aree di Gerusalemme, nel tentativo di apportare un grande cambiamento nella mappa geopolitica della regione e perpetuare la presenza dei coloni nella città santa.

“Givat Hamatos, E1, Atarot e Pisgat Ze’ev – queste sono tutte aree dentro o intorno a Gerusalemme che si trovano oltre i confini di Israele del 1967, dove lo stato sta attualmente portando avanti ampi piani di costruzione per gli ebrei”, ha riportato Haaretz.

“L’amministrazione Biden si è finora astenuta, almeno pubblicamente, dal fare pressioni su Israele affinché congeli questi piani di costruzione. Data la composizione del governo israeliano, tale pressione potrebbe trasformarsi in una crisi politica”, ha aggiunto il quotidiano.

“La Givat Hamatos e l’area E1 sono sempre state una zona rossa per gli Stati Uniti e la comunità internazionale. I due piani sono considerati particolarmente problematici dal momento che Givat Hamatos taglierebbe fuori completamente il grande villaggio di Beit Safafa dalla Gerusalemme Est palestinese, circondandolo di quartieri ebraici”, ha sottolineato.

“La costruzione nell’E1 dividerebbe la Cisgiordania in due parti, impedendo il traffico tra la parte settentrionale e quella meridionale della Cisgiordania. Per la comunità internazionale, questi costituirebbero due chiodi nella bara della soluzione dei due Stati”, ha affermato.

(Nella foto: l’insediamento illegale di Givat Hamatos).

Traduzione per InfoPal di Edy Meroli

Gerusalemme/al-Quds e al-Khalil/Hebron-PIC e Quds Press. Venerdì, migliaia di palestinesi hanno preso parte alla preghiera del Fajr (alba) nella moschea al-Aqsa, nella Gerusalemme occupata, nonostante le restrizioni israeliane.

Le autorità di occupazione israeliane hanno impedito ai palestinesi della Cisgiordania di raggiungere la moschea ad eccezione di poche centinaia.

Le forze di polizia israeliane hanno anche istituito decine di posti di blocco, condotto ricerche e controlli approfonditi sui palestinesi e sulle loro carte d’identità, impedendo a molti di loro di raggiungere il luogo sacro islamico.

Nel frattempo, migliaia di palestinesi, comprese le famiglie, hanno eseguito le preghiere dell’alba nella moschea Ibrahimi ad al-Khalil/Hebron.

I gruppi palestinesi hanno precedentemente chiamato a intensificare la presenza nei luoghi santi palestinesi in risposta alla politica sistematica di ebraicizzazione israeliana.

InfoPal. Di Angela Lano. Al largo delle coste gazawi si trova uno dei giacimenti di gas più grandi al mondo. Questa è una delle ragioni, forse quella maggiore, delle periodiche offensive israeliane contro la Striscia di Gaza sotto assedio? Ne abbiamo parlato con il presidente di FederPetroli Italia, Michele Marsiglia.

Presidente Marsiglia, secondo lei, quali sono le reali ragioni dietro le periodiche offensive israeliane contro la Striscia di Gaza assediata?

M.M. E’ certo che ci troviamo in un territorio che è in continua guerra da più di 70 anni per non andare indietro nel tempo a quello che sono le fonti storico-religiose.

Le ragioni sono diverse, è evidenza oggettiva però che Israele non si accontenta solo di quello che ha. Farebbe comodo anche avere sotto il proprio dominio la Striscia di Gaza ed il resto dei Territori palestinesi come l’area della Cisgiordania.

Sappiamo che Leviathan è un’area del Mediterraneo che si trova di fronte alla Striscia di Gaza, ma è rivendicata da Israele, come il resto della Palestina storica. Per i Palestinesi sarebbe una enorme fonte di ricchezza, se l’Autorità palestinese riuscisse a gestirla…

M.M. Ad oggi parte del giacimento offshore è gestito solo ed esclusivamente da Israele che, attraverso l’americana Chevron, sfrutta e produce il gas del bacino marino per poi portarlo a terra in Israele e parte in Egitto con delle pipeline di collegamento.

Gestire l’area di Leviathan non è impresa da poco, c’è bisogno anche di strutture aziendali idonee per la produzione e commercializzazione del gas.

Certamente in un’area oggi come Gaza prima di tante cose, avere anche solo parte di Leviathan allevierebbe tante sofferenze economiche ed in primis sociali nella Striscia.

Come potrebbero, i Paesi arabi, aiutare l’Autorità palestinese a sfruttarne le risorse?

M.M. La questione è molto delicata e non semplice, parlo dell’aspetto geopolitico di paesi che affiancano o meno sia Israele che la Palestina.

Oggi tutto il Medio Oriente è in stato avanzato nel campo dell’Oil & Gas e, sappiamo che tutta la terra mediorientale per l’indotto petrolifero continua ad essere territorio predominante a livello mondiale per gli idrocarburi. Con questo voglio dire che strutture, competenze e risorse ci sono e potrebbero essere di affiancamento all’Autorità Palestinese, il problema è di tipo politico. Chi affianca e supporta chi e come…

Quale potrebbe essere il ruolo della comunità internazionale, e in particolare dell’Italia, in questo senso?

L’Italia dell’Oil & Gas è presente con le risorse umane, le infrastrutture, l’ingegneria e altre risorse in Medio Oriente. Non dimentichiamo che con ENI e Saipem siamo tra le aziende italiane più qualificate a livello internazionale e molto dello sviluppo del Medio Oriente è dovuto alla competenza petrolifera italiana.

Per quel che riguarda la Comunità Internazionale torniamo sulla tematica precedente: Israele e Gaza sono appetito di tutti ma il più delle volte sono abbandonati da tutti; poi, in questo caso, se parliamo di risorsa mineraria come il Gas, tutti stanno alla finestra ad attendere. Il problema sta nel fatto che questi territori sono in guerra da oltre 50 anni.

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Betlemme-Quds Press, PIC e Wafa. Giovedì sera, a Beit Jala, a Betlemme, le forze di occupazione israeliane (IOF) hanno sparato a un adolescente palestinese, Amjad Abu Sultan, 16 anni, uccidendolo.

Fonti dei media israeliani hanno affermato che l’adolescente stava lanciando bottiglie molotov su una strada della Cisgiordania che porta all’insediamento illegale di Gush Etzion prima di essere ucciso dalle forze israeliane.

Un secondo palestinese è stato fermato dalle truppe israeliane nella zona, aggiungono le fonti.

Le autorità mediche palestinesi hanno confermato la morte del ragazzo.

Cisgiordania occupata – Palestine Chronicle. Secondo il Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR), da agosto del 2020 in Cisgiordania sono stati distrutti oltre 9 mila ulivi.

Con la stagione della raccolta delle olive in corso, l’agenzia umanitaria ha invitato Israele a garantire un accesso sicuro, tempestivo e adeguato per i palestinesi ai loro uliveti nella Cisgiordania occupata.

Yesterday, Israeli settlers likely from the outpost of Havat Ma’on broke into the garden in Atuwani and destroyed approximately seventy trees, from olive trees to fruit and vegetable trees. Some were trees planted through our olive tree project to protect vulnerable lands. pic.twitter.com/6XGdbyEl58

— Good Shepherd Collective (@Shepherds4Good) October 13, 2021

“Per anni, il CICR ha osservato un picco stagionale di violenza da parte dei coloni israeliani, residenti in alcune colonie e avamposti in Cisgiordania, nei confronti degli agricoltori palestinesi e delle loro proprietà nel periodo che precede la stagione della raccolta delle olive, nonché durante la stagione del raccolto stesso, a ottobre e novembre”, ha affermato Els Debuf, capo della missione del CICR a Gerusalemme.

“Gli agricoltori subiscono anche atti di molestie e violenza che mirano ad impedire un raccolto di successo, per non parlare della distruzione delle attrezzature agricole o dello sradicamento e dell’incendio degli ulivi. Questa è una preoccupazione importante che continuiamo a condividere con le autorità in carica”, ha aggiunto.

Settlers Uproot Dozens of Olive Trees in West Bank https://t.co/QYrk80yh1w

— Joe Catron (@jncatron) October 13, 2021

Martedì, nel frattempo, coloni estremisti hanno sradicato 900 ulivi ed albicocchi e hanno rubato raccolti di olive nel villaggio di Sebastia, nella città di Nablus, Cisgiordania occupata, secondo quanto riportato dall’agenzia stampa ufficiale palestinese WAFA.

La violenza dei coloni contro i palestinesi e le loro proprietà è routine in Cisgiordania, mentre le autorità d’occupazione raramente prendono provvedimenti.

Ramallah – PIC. Giovedì mattina, un gruppo di coloni ha sradicato 80 ulivi nel villaggio di al-Mughayyer, a nord di Ramallah, in Cisgiordania.

Il capo del consiglio del villaggio di al-Mughayyer, Amin Abu Eliya, ha affermato che gli agricoltori sono rimasti sorpresi nel vedere che gli israeliani hanno distrutto e sradicato oltre 80 ulivi nelle loro terre, situate vicino alla colonia di Adi Ad.

Ha aggiunto che l’attacco è stato effettuato sotto la protezione dell’esercito israeliano.

Abu Eliya ha inoltre spiegato che i coloni hanno aggredito un contadino locale, che in seguito è stato soccorso per le gravi ferite e contusioni riportate.

Mercoledì, gli stessi coloni hanno spianato oltre 6 ettari di terre del villaggio, dove in precedenza avevano sradicato circa 500 ulivi.

Dall’inizio dell’attuale stagione della raccolta delle olive, i coloni hanno distrutto e bruciato decine di ulivi in tutta la Cisgiordania.

Salfit – PIC. Mercoledì, l’autorità d’occupazione israeliana (IOA) ha notificato a cittadini palestinesi l’intenzione di appropriarsi di ettari delle loro terre nella cittadina di Yasuf, a nord-est di Salfit, al fine di espandere la colonia di Tapuach.

Il capo del consiglio di Yasuf, Abdullah Abiya, ha dichiarato che diversi abitanti del villaggio hanno ricevuto dei comunicati dell’IOA che li informavano della decisione di annettere circa 4 ettari di terra di loro proprietà.

Abiya ha affermato che l’IOA utilizzerà la terra annessa per espandere la colonia di Tapuach e che ha intenzione di impadronirsi di ulteriori ettari di terra nell’area.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Gerusalemme occupata/al-Quds – PIC e Quds Press. Mercoledì, l’autorità d’occupazione israeliana (IOA) ha ordinato ad un cittadino di Gerusalemme di evacuare la sua casa e la sua terra nel quartiere di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme, come preludio al sequestro della proprietà per costruire un progetto coloniale.

Secondo fonti locali, la municipalità israeliana ha concesso a Mahmoud Salhya fino a giovedì 14 ottobre per evacuare la sua casa, al fine di demolirla e costruire al suo posto una scuola per i coloni.

Salhya ha affermato di possedere documenti che provano la sua proprietà di 0,6 ettari di terra, su cui è stata costruita la casa, aggiungendo che l’IOA aveva deciso due anni fa di appropriarsi dell’area, con il pretesto di usarla per realizzare un progetto pubblico.

In un altro caso correlato, avvenuto mercoledì, i bulldozer israeliani hanno demolito una casa palestinese a due piani nella città di Qalansuwa, nella Palestina occupata (Israele) del 1948, con il pretesto della mancanza di licenza.

Fonti locali affermano che la casa apparteneva alla famiglia di Qashqush ed era in costruzione.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

A cura dei Giovani Palestinesi d’Italia. Ariel Sharon rappresenta uno dei massimi esempi di come, nel sistema coloniale sionista, i responsabili di brutali stragi non solo non vengano mai puniti ma, grazie a queste, riescano addirittura a fare carriera, sia militare che politica. Era proprio lui, Sharon, infatti, a comando della famigerata Unità 101, un reparto militare israeliano speciale, caratterizzato da un addestramento intenso e da una modalità d’azione spietata. Tanto che, nell’agosto del 1953, neanche poche settimane dopo la sua creazione, l’unità 101 si macchiò della sua prima strage, descritta dagli osservatori internazionali come un “eccidio di massa”: nell’ambito di un’esercitazione, il gruppo militare uccise più di 40 civili nel campo profughi di Bureij, situato nella Striscia di Gaza. Ma la sete di sangue della famigerata Unità 101 non era facile da saziare: due mesi dopo avvenne una strage ancora più brutale della precedente.

Era il 14 ottobre 1953 quando le forze speciali comandate da Sharon attaccarono il villaggio di Qibya, in Cisgiordania. Il piano era studiato nei dettagli: dopo aver isolato il villaggio, minando tutte le strade di collegamento, iniziarono alle ore 19 i bombardamenti con i mortai che, durati fino alle 4 del mattino, costrinsero la popolazione a rinchiudersi nelle proprie case. A quel punto iniziò l’assalto vero e proprio: i soldati israeliani, supportati dai paracadutisti, iniziarono a razziare una casa dopo l’altra, lanciando bombe al loro interno e sparando all’impazzata a chiunque cercasse di fuggire. E’ stimato che furono 56 le case fatte saltare in aria, oltre a una moschea, due scuole e una cisterna per l’acqua. Per quanto riguarda la popolazione del villaggio fu una mattanza: 69 palestinesi persero la vita, due terzi dei quali donne e bambini.

Vista la forte reazione internazionale, l’entità sionista, con Ben Gurion alla testa, negò in ogni maniera possibile le proprie responsabilità, descrivendo l’evento come “incidente di Qibya”. Ma fu lo stesso Sharon che, qualche tempo dopo, dichiarò che gli ordini erano chiari: “Qibya sarebbe dovuto essere di esempio per tutti quanti”.

Grazie a @eugenioabruzzese per l’articolo.

A cura di Fortunato Solano. Netflix: a breve lancio raccolta film sulla Palestina. Una raccolta di storie palestinesi sarà lanciata da Netflix il 14 ottobre. Disponibile in tutto il mondo, la collezione comprende una serie di film pluripremiati realizzati da registi palestinesi o con storie palestinesi. Al momento del lancio, la collezione includerà 32 film con altri da aggiungere nelle prossime settimane. Con le opere di registi acclamati dalla critica come Annemarie Jacir, Mai Masri, Mahdi Fleifel, Susan Youssef, May Odeh e Farah Nabulsi, la collezione è un tributo alla creatività e alla passione dell’industria cinematografica araba.

“La diversificazione dei nostri contenuti mi sta a cuore mentre Netflix lavora per diventare la casa del cinema arabo, un luogo in cui chiunque nel mondo può accedere a grandi storie arabe”, ha affermato Nuha al-Tayeb, regista e responsabile delle acquisizioni di contenuti in Medio Oriente, Nord Africa e Turchia, per Netflix. “Crediamo che le grandi storie viaggino oltre il loro luogo di origine, siano raccontate in diverse lingue e apprezzate da persone di ogni ceto sociale e, con la raccolta di Storie palestinesi, speriamo di amplificare queste belle storie a un pubblico globale”, ha affermato.

La collezione comprende film come “Like 20 Impossibles” di Annemarie Jacir, che è stato il primo cortometraggio del mondo arabo ad essere presentato in anteprima a Cannes, arrivando anche finalista agli Oscar. Il cortometraggio ha inoltre vinto il premio come miglior film a Palm Springs e diversi premi ai festival cinematografici di Chicago, IFP/New York, Nantucket e Mannheim-Heidelberg.

“Divine Intervention” di Elia Suleiman è un altro film presente nella collezione di Netflix. L’opera ha ottenuto due premi e una nomination a Cannes, mentre “3000 Nights” di Mai Masri ha vinto il premio della giuria al Festival internazionale del Cinema e Forum sui Diritti Umani 2016.

Circa 400 prigionieri palestinesi musulmani hanno iniziato mercoledì uno sciopero della fame per protestare contro le misure repressive di Israele, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa ufficiale palestinese WAFA.

La Società dei prigionieri palestinesi (PPS) ha dichiarato in un comunicato stampa che i prigionieri hanno iniziato lo sciopero della fame a tempo indeterminato per protestare contro le misure punitive imposte loro dai servizi carcerari israeliani (IPS) a seguito della fuga di sei prigionieri dalla prigione di Gilboa nel mese di settembre.

BREAKING | More than 400 Palestinian prisoners in Israeli jails have started an open-ended hunger strike in protest of the ongoing Israeli repressive measures against them, according to prisoners' rights groups. pic.twitter.com/z5QLreNC3o

— Quds News Network (@QudsNen) October 13, 2021

La PPS ha aggiunto che l’amministrazione dell’IPS ha iniziato durante la notte a trasferire con la forza i prigionieri in sciopero della fame in celle separate a causa della loro affiliazione politica, una mossa che è stata veementemente osteggiata dai prigionieri.

In seguito alla fuga di sei prigionieri politici palestinesi dalla prigione di Gilboa, altamente fortificata, il 6 settembre, l’IPS ha avviato campagne di repressione contro i prigionieri palestinesi.

#Palestinian #Prisoner #Zubeidi Enters Seventh Day on #HungerStrike https://t.co/IRcYhxvKeQ… via @PalestineChron pic.twitter.com/nSZrTpn3Pi

— The Palestine Chronicle (@PalestineChron) October 13, 2021

La fuga ha innescato una massiccia caccia all’uomo contro i fuggitivi, che sono stati successivamente catturati. I sei prigionieri politici ora devono affrontare ulteriori accuse oltre all’ergastolo originale.

(Fonti: WAFA, PC, social media).

Gerusalemme/al-Aqsa-PIC e Quds Press. Decine di coloni hanno invaso la moschea di al-Aqsa, giovedì mattina, sotto scorta della polizia israeliana.

Fonti gerosolimitane hanno riferito che i coloni hanno fatto irruzione nel sito attraverso la Porta Al-Maghariba, a sud-ovest della Moschea, e hanno effettuato visite provocatorie nei suoi cortili.

Nel frattempo, la polizia israeliana ha imposto ulteriori restrizioni all’ingresso dei palestinesi nel luogo sacro.

Le restrizioni israeliane e le aggressioni contro i fedeli palestinesi fanno parte di una politica sistematica che mira a spianare la strada alle violazioni dei coloni ebrei.

Un tribunale israeliano ha recentemente stabilito che l’esecuzione della “preghiera silenziosa ebraica” all’interno dei locali della moschea di al-Aqsa non è un “atto criminale”.

L’ordinanza del tribunale ha acceso i timori tra i palestinesi che la mossa sia un preludio per dividere il luogo sacro tra musulmani ed ebrei in termini di tempo e spazio.

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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