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InfoPal. Di Angela Lano. In occasione dell’uscita del suo nuovo libro, Il Treno, edito dalla casa editrice Europa Edizioni di Roma, abbiamo intervistato Miryam Marino, storica attivista per i diritti del popolo palestinese, scrittrice e studiosa. “La Palestina è un laboratorio per esperimenti che possono poi essere messi in atto dai governi di altri Paesi sui loro cittadini. Ora stiamo vivendo un momento in cui ciò che stiamo subendo – confinamento, coprifuoco, limitazioni della nostra libertà di movimento, censura e misure messe in atto a discrezione del governo, aperture e chiusure intermittenti -, fanno assomigliare sempre più il nostro paese alla Palestina. Il Grande Reset che stanno mettendo in atto potrebbe azzerare le differenze, facendoci vivere tutti sotto occupazione. La differenza tra noi e i palestinesi è che mentre noi rischiamo di farci colonizzare anche nell’anima, loro sono sempre stati liberi interiormente”. Miryam, prima di tutto, raccontaci il tuo impegno per la Palestina. Da cosa è nato? “Sono una scrittrice e attivista da sempre impegnata per la causa palestinese. Negli anni della mia adolescenza cominciai ad osservare il mondo intorno a me. Un mondo di cui mi sentivo parte senza alcuna separazione. Provavo compassione ed empatia per ogni anima umana, animale e per la meravigliosa natura che vedevo spesso devastata. Assieme alla bellezza del creato mi giungeva anche il grande dolore che attraversava il mondo e ritenevo che la più grande sofferenza fosse dovuta all’ingiustizia e al mancato rispetto per ogni vita. Allora feci una promessa a me stessa e cioè che mi sarei sempre opposta ad ogni stortura con ogni mezzo a mia disposizione. Il mio primo impegno, a 14 anni, fu quello di costruire, assieme ad altri, una baracca-scuola dove potessero studiare i bambini dei baraccati. Poi seguì l’organizzazione di un centro sociale dove il nostro obiettivo era quello di aggregare e far dialogare le persone del quartiere con le famiglie rom che vi erano presenti invitandoli alle nostre iniziative. Poi scoppiò il ’68 e più tardi il ’77 e la mia militanza continuò ininterrotta. La mia prima interazione con i palestinesi iniziò negli anni 70, anni in cui vivevo a Pavia, sede di una grande università, a quell’epoca frequentata da molti studenti palestinesi con cui entrai in contatto e con i quali lavorai assieme supportando le loro iniziative. “Allora i fedayn erano per me un mito e un esempio di come si potesse opporsi all’oppressione e alla negazione della propria vita e della propria libertà. La mia ammirazione era sconfinata nel vedere come erano riusciti a rifondare la loro identità, la loro idea di patria, di umanità e libertà diventando il ‘sale del Medio Oriente’ e un esempio per tutti. La mia militanza specifica però ebbe inizio con la seconda Intifada, periodo in cui nacque la rete ECO (Ebrei contro l’occupazione) che si propone di difendere i diritti umani dei palestinesi, di far conoscere la loro storia, di realizzare progetti di sostegno. In questa rete sono tuttora attiva. In seguito aderii anche all’associazione ‘Amici della Mezzaluna rossa palestinese’ che si prefigge di promuovere l’adozione a distanza di bambini palestinesi orfani o feriti e di far conoscere la vasta cultura palestinese. In questa associazione fui, per alcuni anni, responsabile culturale. Essendo una scrittrice, pubblicai diversi libri per raccontare della Palestina. Si tratta di tre raccolte di racconti, un romanzo, una raccolta di articoli, un diario di viaggio e un saggio sulla resistenza delle donne palestinesi”. “Il Treno”, il tuo ultimo libro, è molto diverso dal tuo genere saggistico impegnato politicamente. Ce ne vuoi parlare? “E’ mia opinione che il mondo occidentale sia precipitato in un abisso vuoto di senso, dove il materialismo informa ogni aspetto della vita. Ciò porta all’egoismo, alla separazione e al cinismo, ma anche all’angoscia per aver spezzato inconsapevolmente ogni legame con la parte spirituale del nostro essere. Nel mondo occidentale la morte è tabu, viene nascosta e ignorata. In questo romanzo metto in scena dei personaggi che sono morti ma ne sono inconsapevoli. Il treno su cui compiono il viaggio è semplicemente la crisi della morte e il viaggio è in realtà un viaggio all’interno di se stessi per capire chi sono veramente, come hanno condotto la loro vita e come possono riappropriarsi della loro interezza. Il treno arriverà al capolinea solo quando questo percorso sarà compiuto. Ognuno dei viaggiatori porta con sé un bagaglio di ferite, di aspetti irrisolti, di paure non superate, di lutti non elaborati, di egoismi e autoinganni. Solo quando capiranno di non essere realtà separate ma esseri unici e allo stesso tempo connessi come atomi di un solo corpo riusciranno a parlarsi, a sostenersi a vicenda e allora le confessioni saliranno dal profondo dell’anima e saranno guaritrici. Essi attraverseranno la terra di nessuno che sta tra la vita conosciuta fino a quel momento e la rivelazione del loro vero essere, facendo questo salto senza mai sentirsi soli. Un personaggio fra questi, un professore musulmano, funge da catalizzatore e da punto di riferimento, per la sua umanità e compassione. Ma sarà un altro personaggio, l’unico consapevole della loro condizione, a portare all’interno del treno, non appena tutti comprenderanno di non essere più sulla terra, la rivelazione che la morte non è la fine del viaggio, ma l’inizio di una nuova vita aperta alla luce e che loro possono ora accedervi dopo essersi disfatti di ogni pensiero e sentimento inutile e pesante. Non tutto avviene all’interno del vagone perché non tutti i personaggi sono allo stesso livello di consapevolezza. Alcuni di loro potranno spaziare nella vastità della loro anima attraversando un labirinto, o trovandosi all’interno dei propri romanzi e di fronte ai propri personaggi, o nello spazio magico di una casa contenente tutti i ricordi. Ma sebbene si trovino ognuno a un diverso punto del cammino tutti arriveranno felicemente alla soglia della nuova vita spirituale e piena di luce che li attende. Come ogni testo di letteratura, il romanzo può avere diverse chiavi di lettura e può essere letto anche come una metafora della vita contemporanea che acquista senso solo nel momento in cui riusciamo a trovare la via del cuore, ritrovando la complessità del nostro intero essere e riconoscendolo anche negli altri, aprendo così la strada ad un avvenire di luce dove potremo ancora sentire i rumori della foresta e dove nessuno sarà lasciato indietro”. Il Treno è davvero un bellissimo libro, molto coinvolgente, che lascia spazio a una realtà immateriale, spirituale e di grande speranza. Ogni pagina è una riflessione sulla vita, sul senso delle cose e sul post-mortem. Dall’anno scorso, ciò dall’inizio della “pandemia” da Covid-19, stiamo vivendo all’interno di un film fanta-horror. Le persone sono impaurite e spesso disperate. Come vedi la situazione? “Quando ho finito il mio romanzo non si parlava ancora di emergenza, sarebbe cominciata un mese dopo e rileggendolo notavo come i sentimenti di sgomento che attraversavano i miei personaggi somigliassero a quelli diffusisi dopo marzo 2020. Anche l’episodio delle facce di pezza, nel sogno di un personaggio, mi richiamava le future mascherine. Segno che ognuno di noi, chi più chi meno, avverte la preveggenza degli eventi futuri. La pandemia ha avuto il merito di portare alla luce molte verità e tante cose sono apparse nella loro evidenza cristallina. Non parlo solo della conduzione disordinata, confusa e surreale di questa emergenza da parte della politica, ma anche del disvelamento della vera essenza di persone e gruppi che prima non erano stati visti nella loro giusta luce. Abbiamo compreso eventi su cui prima ci eravamo soffermati distrattamente. Il merito più grande di questa pandemia è perciò quello di aver fatto emergere ciò che prima era occultato. Questo ha portato sicuramente ad un elevamento della consapevolezza e penso che siamo ad un bivio nel mondo occidentale. O andremo dritti verso un futuro distopico fatto di controlli, di spersonalizzazione, di povertà e di perdita della socializzazione e del libero arbitrio oppure non tollereremo più gli inganni, i tradimenti e le ingiustizie e pretenderemo un vero cambiamento. Io credo che però il primo cambiamento debba avvenire dentro di noi. Occorre perdere atteggiamenti personalistici e ridimensionare il nostro ego. Occorre una rifondazione antropologica. Io sono incline alla speranza e dentro di me coltivo la visione di un mondo rinnovato privo di allevamenti intensivi, di sfruttamento, di politiche di guerra e sopraffazione. Come ciò si possa tradurre in piani politici non lo so, ma credo che ci arriveremo”. Che speranze ci sono, secondo te, di risveglio umano? “Io credo che questo risveglio sia già cominciato. Non ne vediamo ancora gli effetti ma una parte sempre più numerosa di umanità si sta avvicinando a contenuti nuovi e a una maggiore chiarezza. La terra sta cambiando il proprio elettromagnetismo ed elevando le proprie vibrazioni e questo sarà un grande aiuto per la consapevolezza generale. E’ importante mantenere alto il proprio spirito e prendere contatto con la terra andando spesso e in compagnia nei boschi, sulle spiagge, lontani dal cemento, per accordarsi alle vibrazioni elevate della terra, coltivare la bellezza e non ascoltare i media catastrofisti. Ognuno di noi può essere un faro e proiettare quella luce che dall’alto sta inondando la terra”. Quali analogie vedi, se ce ne sono, tra la condizione di oppressione in cui vivono i palestinesi e il cosiddetto Grande Reset mondiale? “Ho sempre affermato nei miei interventi pubblici che la Palestina è un laboratorio per esperimenti che possono poi essere messi in atto dai governi di altri Paesi sui loro cittadini. Ora stiamo vivendo un momento in cui ciò che stiamo subendo – confinamento, coprifuoco,limitazioni della nostra libertà di movimento, censura e misure messe in atto a discrezione del governo, aperture e chiusure intermittenti -, fanno assomigliare sempre più il nostro paese alla Palestina. Il Grande Reset che stanno mettendo in atto potrebbe azzerare le differenze, facendoci vivere tutti sotto occupazione. La differenza tra noi e i palestinesi è che mentre noi rischiamo di farci colonizzare anche nell’anima, loro sono sempre stati liberi interiormente sebbene orribilmente oppressi e mai si sono rassegnati. Non si sono arresi perché sanno di essere nel giusto. Credo che però anche noi troveremo il coraggio di opporci alla privazione di senso delle nostre vite”. Stai scrivendo un altro romanzo, di cosa si tratta? “Il romanzo che sto scrivendo racconta il vissuto di una famiglia nel periodo che va dal marzo 2020 ad oggi e quindi delle varie fasi che abbiamo attraversato durante questo anno di sospensione della vita. Come ho già fatto nei racconti sulla Palestina, cerco di portare l’attenzione sulle emozioni, sui sentimenti delle persone, sulla loro sofferenza, a sottolineare che non sono dei numeri, ma esseri umani. Spero di potergli dare un lieto fine”.

Info su Miryam Marino e il suo lavoro:

IL TRENO di Miriam Marino per europa edizioni

https://www.europaedizioni.com/prodotti/il-treno-miriam-marino/

http://miryammarino.blogspot.com/

https://www.unilibro.it/libri/f/autore/marino_miriam

 

Il libro è acquistabile su https://www.unilibro.it/libri/ff

 

 

(Fonti: Quds Press e PIC). Il movimento di resistenza islamica, Hamas, ha annunciato, lunedì sera, l’elezione di Khaled Meshaal a capo del movimento all’estero e di Musa Abu Marzuq come suo vice. Ritorna, dunque, il tandem Meshaal-Marzuq come rappresentanza di Hamas all’estero.

Hamas ha dichiarato in una comunicato: “Nel quadro delle elezioni interne periodiche che il movimento sta conducendo nelle sue varie regioni e all’estero, da oltre un mese e mezzo, Hamas ha prodotto il suo nuovo Consiglio-Shura.

Ha aggiunto che il nuovo consiglio ha eletto Khaled Meshaal a capo del movimento all’estero e Musa Abu Marzuq come suo vice.

Meshaal aveva ricoperto la carica di capo del movimento Hamas, dal 1996 al 2017, sostituito dall’attuale presidente, Ismail Haniyah.

Da metà febbraio, il movimento di Hamas tiene elezioni interne in tre regioni: la prima nella Striscia di Gaza, la seconda in Cisgiordania e la terza fuori dalla Palestina.

Si prevede che il movimento concluderà le elezioni, con l’elezione di un capo dell’Ufficio politico, questo mese.

Il 10 marzo, il movimento ha eletto Yahya Sinwar come suo presidente nella Striscia di Gaza.

Quds Press e Quds Press. Lunedì sera, le forze di occupazione israeliane (IOF) hanno rapito Najeh Assi, candidato della lista “Jerusalem Is Our Promise”, affiliata al movimento di Resistenza islamica Hamas, dalla sua casa nella città di Ramallah, nella Cisgiordania occupata.

Fonti locali hanno riferito che una forza speciale israeliana ha fatto irruzione nella casa di Assi, nella città di Al-Bireh, e lo ha picchiato prima di arrestarlo e trasferirlo in una destinazione sconosciuta.

Najeh Assi è il secondo candidato della lista “Jerusalem Is Our Promise“ ad essere arrestato dalle forze di occupazione nella Cisgiordania occupata.

Da parte sua, il portavoce della lista, Alaa Hamdan, ha affermato in un comunicato stampa: “L’operazione di arresto effettuata dalle forze speciali riflette la barbarie dell’occupazione basata sul terrore e l’intimidazione, e il suo tentativo di influenzare in anticipo i risultati delle elezioni”.

Humadan ha sottolineato “la necessità di andare avanti con il processo democratico e organizzare la casa palestinese. Ha anche invitato i Paesi garanti e i Paesi dell’Unione europea a intervenire per fermare questi attacchi e per proteggere il percorso democratico palestinese dalle incursioni praticate dal governo di occupazione che mira a fermarlo e interromperlo”.

Le forze di occupazione hanno arrestato, martedì scorso, un altro membro del movimento di Hamas, Hasan al-Wardian, di Betlemme, candidato nella lista “Jerusalem Is Our Promise“ per le elezioni legislative.

Il periodo recente ha visto l’arresto da parte delle forze di occupazione di molti leader del movimento di Hamas e dei suoi membri, in coincidenza con la preparazione per lo svolgimento delle elezioni legislative concordate per il mese successivo.

All’inizio dello stesso giornata di lunedì, le IOF hanno arrestato 25 palestinesi in raid notturni in tutta la Cisgiordania.

I palestinesi voteranno alle elezioni legislative previste per il 22 maggio. Almeno tre membri della lista dei candidati alle elezioni di Hamas sono stati arrestati nelle ultime settimane.

Gerusalemme-PIC e Quds Press. Il Gran Mufti di Gerusalemme e Palestina, shaykh Mohamed Hussein, ha annunciato martedì 13 aprile 2021 come il primo giorno del mese di digiuno del Ramadan.

L’annuncio è stato dato a seguito di un incontro tenuto dalla Fatwa House palestinese presso la Moschea di al-Aqsa.

Shaykh Hussein si è congratulato con la nazione musulmana in tutto il mondo e con il popolo palestinese in patria e all’estero all’inizio del mese sacro.

Diversi paesi musulmani e arabi, tra cui Yemen, Turchia, Arabia Saudita e Giordania, hanno annunciato lunedì sera l’avvistamento della mezzaluna del Ramadan

 

Le redazione di InfoPal augura un sereno inizio di Ramadan a tutti gli amici, sostenitori e lettori musulmani.

Valle del Giordano-PIC e Quds Press. Moataz Basharat, attivista di Tubas, nella Valle del Giordano, ha riferito che le IOF hanno invaso Khirbet Humsa al-Fawqa nella Valle del Giordano settentrionale, hanno perquisito le case dei cittadini e hanno messo tutto a soqquadro.

Basharat ha sottolineato che le IOF effettuano incursioni quotidiane nel villaggio e terrorizzano i suoi residenti.

La scorsa settimana, i soldati delle IOF e la cosiddetta amministrazione civile israeliana hanno fatto irruzione nel villaggio e hanno fotografato tutte le tende.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Ramallah – WAFA. Lunedì, le fazioni politiche palestinesi hanno affermato la necessità di completare il processo elettorale in tutte le sue fasi, comprese la nomina, il voto e la campagna elettorale, in tutti i Territori palestinesi occupati nel 1967, aggiungendo anche che non ci saranno elezioni senza Gerusalemme e che Israele, potenza occupante, non ha potere di veto su questa situazione.

Durante un incontro tenutosi a Ramallah per discutere delle imminenti elezioni generali, le fazioni hanno invitato la comunità internazionale, comprese le Nazioni Unite, l’Unione Europea, la Russia e la Cina, a esercitare pressioni su Israele, per far sì che non ostacoli lo svolgimento del processo elettorale nei Territori occupati, compresa Gerusalemme Est, capitale dello Stato palestinese.

Hanno sottolineato la necessità che tutte le fazioni trasformino lo svolgimento delle elezioni come una parte della resistenza popolare nei Territori occupati, invitando tutte le fazioni, i sindacati ed i partiti ad assumersi le proprie responsabilità e a prepararsi tutti insieme a combattere contro l’occupazione, per il bene del processo elettorale e di tutti i legittimi diritti per la libertà e l’indipendenza, in conformità con le leggi e le risoluzioni internazionali.

L’Autorità Palestinese si sta preparando a realizzare le elezioni per il Consiglio legislativo palestinese il 22 maggio, per la presidenza il 31 luglio e per il Consiglio nazionale palestinese il 31 agosto.

Ramallah – WAFA. Israele ha permesso che circa 3,5 tonnellate di posta palestinese bloccata in Giordania da tre anni entrasse nei Territori occupati, secondo quanto affermato lunedì dal primo ministro Mohammad Shtayyeh.

Parlando all’inizio della riunione di gabinetto settimanale tenutasi a Ramallah, Shtayyeh ha affermato che Israele ha finalmente permesso alla corrispondenza bloccata in Giordania dal 2018 di entrare in Cisgiordania.

“La posta, che è rimasta bloccata in Giordania dal 2018 a causa delle misure dell’occupazione, è stata autorizzata e la posta destinata alla Palestina in arrivo dall’aeroporto Queen Alia ora entrerà regolarmente, dopo che le autorità d’occupazione avevano ostacolato la sue entrata per tre anni”, ha detto Shtayyeh.

Nel 2018, Israele aveva ammesso l’entrata di circa 10 tonnellate di pacchi postali trattenuti in Giordania per otto anni.

Gerusalemme occupata – PIC. La Commissione islamica superiore ed il Consiglio degli studiosi e dei predicatori musulmani a Gerusalemme hanno esortato i fedeli musulmani ad intensificare la loro presenza presso la moschea di al-Aqsa nel mese del Ramadan, e a rispettare le misure di contenimento del Coronavirus durante la loro permanenza nel luogo sacro.

In una dichiarazione congiunta, le istituzioni di Gerusalemme hanno sottolineato che l’intera moschea di al-Aqsa, con i suoi locali, percorsi e cortili, sono luoghi per lo svolgimento di atti di culto, preghiere, letture del Corano e di ritiro.

Hanno anche esortato la nazione musulmana a fare del mese sacro un’occasione per porre fine a tutti i conflitti , descrivendolo come “il mese dell’unità, della tolleranza e dell’amore”.

Betlemme – PIC. Lunedì, le forze d’occupazione israeliane (IOF) hanno demolito una casa palestinese ad est di Betlemme.

Fonti locali hanno riferito che le IOF hanno demolito la casa di 80 metri quadrati della famiglia palestinese al-Jaabis, nella zona di Marj al-Ghazlan, a Ush Gurab, nella cittadina di Beit Sahour, ad est di Betlemme.

Ush Ghurab, che si estende per un’area di circa 100 dunum, è sotto costante attacco da parte dei soldati delle IOF.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

We Are Not Numbers.. Shahd Safi. (Da Zeitun.info).

Questo contributo è stato scritto nell’ambito della collaborazione con Jewish Voice for Peace per protestare contro la censura da parte di Facebook delle voci dei palestinesi e dei loro sostenitori

Tre guerre. Aggressioni e invasioni troppo numerose per tenerne il conto. Tentativi di proteste spente nel sangue. Acqua che non si può bere. Niente lavoro. E come se questo non bastasse, violenza fra le mura domestiche.

Una persona come affronta tutto ciò? Col passar del tempo io ho letteralmente cominciato ad aver paura di tutto: ricordare il passato, pensare al futuro, conoscere gente nuova, provare ad amare. Spesso avevo persino paura di uscire di casa, e quando incontravo gente nuova, mi tremavano mani e gambe.

La tutela della salute mentale è complicata a Gaza; molti qui sono riluttanti a chiedere aiuto, io no. Il problema è che non potevo permettermelo. Un tempo avevo paura di parlare apertamente del mio conflitto interiore, ma adesso lo sto affrontando. We Are Not Numbers [Non Siamo Numeri, piattaforma fondata nel 2015 per ospitare le storie personali dei palestinesi che vivono sotto occupazione israeliana o in campi profughi, ndtr] collabora con USA Palestine Mental Health Network [Rete USA per la Salute Mentale in Palestina, formata da operatori professionisti, ndtr] per fornire “interlocutori” ed io sono molto grata di poter contare finalmente su un ascolto professionale.

Non c’è modo di sfuggire alla cause delle mie angosce mentali -che, come ho imparato, consistono essenzialmente nell’esperienza di essere cresciuta e rinchiusa a Gaza. Che la mia stessa identità di profuga palestinese abitante a Gaza rappresenti in sé una specie di disturbo mentale è profondamente doloroso.

Ora mi rendo conto che anche la violenza domestica a cui ho assistito da giovane è in qualche modo collegata al nostro trauma culturale. I miei genitori sono stati troppo duri con me ed i miei fratelli, ma sono arrivata a comprendere il dolore, la paura, l’instabilità tramandati attraverso le generazioni dai miei nonni, sradicati durante la Nakba, fino ai miei genitori per arrivare infine a me. I traumi non curati possono alimentare una sorta di narcisismo, così ora riesco quasi a simpatizzare con i miei genitori. E riesco anche a perdonarli.

Oggi io vivo nella stessa paura ed instabilità. E’ quasi impossibile spiegare quanto sia spaventosa la situazione economica a Gaza. Non siamo autorizzati ad esportare quasi niente, le merci che siamo obbligati ad importare (perché non possiamo produrle qui) sono carissime, spesso di pessima qualità. In generale la gente è così povera che i consumi non sono in grado di sostenere un vero e proprio mercato interno.

Per quanto mi riguarda, è difficile per la mia famiglia pagare le mie tasse universitarie; altri due miei fratelli vanno all’università. Sono sempre stata una studentessa creativa ma ultimamente sto perdendo l’entusiasmo perché è davvero difficile concentrarmi sulle lezioni quando vedo la sofferenza nelle persone che amo.

E intanto è dall’infanzia che sogno di viaggiare. E’ il mio più grande desiderio. La mia anima anela a viaggiare. Voglio vivere quell’esperienza ma a causa del blocco di Israele sembra proprio che non riuscirò a realizzare il mio sogno. Ho vissuto in tante zone di quel “paesone” che è Gaza ed i miei occhi hanno necessità di godersi qualche posto nuovo. Voglio sentire aria nuova, fresca, pulita.

Voglio amare la vita. Ho paura di vivere, ma non voglio che siano le mie paure ad avere il controllo. Sto facendo del mio meglio per comprendere i miei timori in modo da gestirli in maniera sana. Ma è una lotta. Sono arrivata ora ad essere in sovrappeso di quasi dieci chili. In parte ciò è dovuto a “fame nervosa”, ma ho anche capito che molto di ciò che mangiamo non è salutare e la causa di questo è la povertà. E’ più facile trovare fast food e farinacei che alternative fresche e salutari.

Condividere dettagli così personali è difficile ma è parte del mio percorso di guarigione, così come lo sono progetti quali We Are Not Numbers e la sua cooperazione con Jewish Voice for Peace [Voce Ebraica per la Pace, organizzazione statunitense antisionista che cerca di cambiare la politica degli USA al fine di raggiungere pace e giustizia in Israele e Palestina, ndtr].

Non otterremo mai giustizia se ebrei e palestinesi non si comprenderanno a vicenda. Ma come farlo se Facebook ed altri social media ci bloccano quando ci trovano “offensivi”? C’è bisogno di PIU’ comunicazione, non di meno! Questo è vitale per la mia salute personale – e anche per una comunità internazionale che bene o male deve vivere in pace.

Traduzione dall’inglese per Zeitun.info di Stefania Fusero.

Thisweekinpalestine.com. Di Amira Gabarin. Una tragedia ambientale o una tragedia del conflitto? (Da InvictaPalestina.org). Gli ulivi occupano un posto speciale nel cuore di ogni palestinese. Non solo costituiscono un’ancora di salvezza economica per le oltre 80.000 famiglie che li coltivano nella sola Cisgiordania, * 1  ma rappresentano anche il simbolo della fermezza e della resistenza politica, poiché gli ulivi, vecchi di migliaia di anni, collegano la nostra gente alla loro terra in uno dei più grandi e più bei esempi viventi dell’identità e del patrimonio culturale palestinese. Nella regione MENA la coltivazione dell’olivo risale a quasi 6.000 anni fa e, naturalmente, i prodotti a base di olive sono anche un ingrediente chiave della cucina palestinese.

 “Se gli ulivi conoscessero le mani che li hanno piantati, il loro olio diventerebbe lacrime”. Mahmoud Darwish

Questo articolo espone il pensiero di due persone che apprezzano sia l’importanza nazionale degli ulivi, sia i numerosi ostacoli che devono affrontare chi li coltiva. Il dottor Husam Zomlot è l’ambasciatore palestinese nel Regno Unito e in precedenza è stato capo della missione dell’OLP negli Stati Uniti. Mohammed Ruzzi è il manager della “Palestine Fair Trade Association” (PFTA), un’organizzazione non governativa fondata in Palestina nel 2004 come sindacato per tutti gli agricoltori palestinesi del commercio equo e solidale e per coloro che sono interessati a lavorare in tale commercio.

Foto di Emile Ashrawi.

Storicamente, il clima mediterraneo della Palestina, con estati lunghe e calde e inverni freschi ma miti, è stato l’ideale per la crescita e la prosperità degli ulivi. Mentre l’ambiente naturale potrebbe implicare che in Palestina le condizioni siano quasi perfette, varie sfide ambientali hanno avuto gravi conseguenze per gli ulivi e per gli agricoltori, molti dei quali fanno affidamento su di essi per la loro sopravvivenza. Anche se gli ulivi sono resistenti, il cambiamento climatico ha avuto un impatto negativo. “The Olive Oil Times” ha riferito alla fine del 2020 che la produzione è diminuita di quasi il 70% nell’attuale anno di raccolto, passando da 39.500 tonnellate nel 2018-2019 a 12.000 tonnellate nel 2019-2020. Si prevede che anche la produzione globale di olio d’oliva sarà al livello più basso dal 2016-2017. Questo è un problema regionale e in effetti globale che colpisce anche altri paesi del Mediterraneo.

 “Gli ulivi rappresentano sia la nostra storia che il nostro futuro.”  Mohammed Ruzzi, manager di PTFA.

Mohammed concorda sul fatto che la mancanza di pioggia, causata dal riscaldamento del deserto del Sahara e del Mar Mediterraneo, è uno dei maggiori ostacoli ambientali che gli agricoltori palestinesi devono affrontare. Sebbene l’irrigazione potrebbe aiutare a migliorare questo aspetto, richiede acqua che gli agricoltori non hanno. Mentre discutiamo di quella che sembra essere una sfida ambientale, Mohammed mi ricorda che vi è anche  una componente politica: “È difficile trovare l’acqua in Palestina. Non ci è permesso scavare pozzi, perché Israele controlla tutto sotto terra. Se un agricoltore scava un pozzo, le autorità israeliane lo distruggeranno, costringendo l’agricoltore a pagare per la distruzione “. Le restrizioni dell’autorità di occupazione sull’accesso all’acqua, spiega Mohammed, interessano non solo gli ulivi, ma tutti i tipi di colture. Possibili soluzioni sono state proposte a livello regionale. Ma mentre in Tunisia si consiglia agli agricoltori di coltivare specie di olivo che resistono al clima secco e concentrano i loro sforzi principalmente sulle parti del paese dove c’è più pioggia, gli agricoltori palestinesi non possono seguire tale consiglio a causa degli stretti confini entro i quali sono limitati , in particolare nell’Area C, dove si trova la maggior parte dei terreni agricoli.

Una nota positiva è che sebbene negli ultimi anni gli ulivi hanno sofferto a causa dei cambiamenti climatici, alcuni ricercatori e agronomi ritengono che il cambiamento climatico possa avere un impatto positivo su di essi, prevedendo che un aumento della temperatura media annuale di 1,8 gradi Celsius potrebbe aumentare la produzione di olive tra il 97% dei produttori di olio d’oliva nel mondo. * 2 Questo studio sostiene inoltre che temperature più elevate potrebbero alleviare il problema dei moscerini della frutta che danneggiano la produzione di olio, in quanto questi parassiti prospererebbero meno a temperature più elevate.

 “Lo sradicamento degli alberi non è solo un crimine contro gli alberi o il popolo palestinese, ma danneggia anche l’ambiente e mina gli habitat naturali dei nostri dintorni, ostacolando la lotta globale contro il cambiamento climatico”. Dr. Husam Zomlot

Mentre le sfide ambientali che derivano dal riscaldamento globale sono condivise dalle nazioni di tutto il mondo, la cosa più dannosa e straziante per gli agricoltori e per il popolo palestinese è lo sradicamento e la distruzione intenzionale dei loro ulivi. La distruzione di antichi e preziosi ulivi è più di un colpo simbolico. Descritto dai giornalisti come una “guerra all’ambiente”, il 2020 è stato finora l’anno più duro per gli agricoltori, poiché oltre 8.400 ulivi sono stati sradicati o bruciati. * 3 I primi mesi del 2021 non hanno mostrato segni di rallentamento, come Moataz Bisharat ha riferito all’Agenzia Anadolu il 27 gennaio 2021: i militari hanno distrutto oltre 10.000 alberi forestali e circa 300 ulivi in ​​una riserva naturale di oltre 98 acri nell’area di Ainun, nella città di Tubas.

È importante chiarire che la distruzione degli ulivi non è solo un atto di coloni estremisti che attaccano tutti i tipi di proprietà palestinesi. Sebbene ciò avvenga quotidianamente, gli attacchi più scioccanti sono sistematici, poiché l’esercito e lo stato israeliano si impegnano spesso in attacchi orchestrati. Il dottor Zomlot afferma: “Ciò che rappresenta lo sradicamento degli ulivi nella Palestina occupata è il tentativo da parte di Israele – dei coloni e dell’esercito occupante che li protegge – di sbarazzarsi della popolazione indigena. Vogliono sconfiggere la nostra lotta per la libertà, lo stato e la giustizia “. Tra il 2001 e il 2012, l’esercito israeliano e i coloni hanno distrutto collettivamente almeno mezzo milione di ulivi. * 4

Mohammed ha anche menzionato un recente incidente nel villaggio di Deir Ballut,, vicino a Salfit, dove gran parte del terreno si trova vicino agli insediamenti e al muro di separazione. “Il mese scorso, i bulldozer israeliani hanno sradicato più di 3.500 alberi. Nessun motivo è stato fornito. Se chiedessi alle autorità israeliane, direbbero che sono state piantate nell’Area C, che è sotto il pieno controllo israeliano. Le autorità israeliane hanno informato gli agricoltori che stavano progettando di sradicare gli alberi. Gli agricoltori hanno fatto appello, ma finora non è stata presa alcuna decisione legale e l’esercito ha comunque sradicato gli alberi “.

Agricoltori palestinesi ispezionano i danni arrecati ai loro ulivi abbattuti dai coloni israeliani. Issam Rimawi / Agenzia Anadolu.

Una componente essenziale è l’importanza finanziaria del mercato delle olive e  il suo peso nella lotta palestinese per raggiungere la sovranità economica. Poiché molti agricoltori dipendono principalmente dagli ulivi per il reddito e la sicurezza finanziaria, lo “State of Palestine National Export Strategy” ha riferito che il settore olivicolo impiega oltre il 15% delle donne  lavoratrici * 5 e che ha un valore compreso tra 160 e 191 milioni di dollari. * 6

Comprendendo il potere economico che la coltivazione dell’olivo  costituisce per il popolo palestinese, Mohammed afferma che il PFTA ha un impatto positivo sugli agricoltori, incoraggiando la sostenibilità, i prezzi equi e l’esistenza di sindacati palestinesi. Il PFTA lavora con oltre 1.200 agricoltori come beneficiari diretti in oltre 50 villaggi della Cisgiordania. “Il nostro ruolo include aiutare gli agricoltori a produrre prodotti di alta qualità con il valore aggiunto del commercio equo e della certificazione biologica”. Esportano in oltre 19 paesi a livello internazionale. PFTA si impegna a garantire che gli agricoltori ottengano prezzi migliori per i loro prodotti se questi sono della migliore qualità e in condizioni di commercio equo. Ciò avvantaggia tutti gli agricoltori, facendo aumentare il prezzo di mercato. Mohammed mi ricorda che nel 2005 il prezzo di mercato dell’olio d’oliva era di 8 shekel al litro e il prezzo del commercio equo e solidale era di 16 shekel, mentre ora il prezzo minimo del commercio equo e solidale è compreso tra 25 e 30 shekel.

Raccolto rubato, foto per gentile concessione di Grassroots International.

Il lavoro di PFTA è vantaggioso non solo per i produttori di olive, ma anche per l’ambiente. Attraverso il programma “Trees For Life”, creato nel 2006,   sono stati distribuiti gratuitamente migliaia di mandorli e ulivi in ​​Palestina. Il programma si rivolge a persone di tutti i ceti sociali, comprese le giovani coppie, le famiglie povere e le donne. “Chiunque sia interessato può fare domanda. Nell’ultima stagione di semina, più di 230.000 ulivi e mandorli sono stati piantati in Cisgiordania e migliaia di agricoltori hanno beneficiato del nostro programma che è stato finanziato da partner del commercio equo e solidale e sostenuto da sforzi di solidarietà internazionale “, spiega Mohammed.

Anche la protezione degli ulivi e dell’ambiente in Palestina è una forma di resistenza. Il PFTA lavora con Zaytoun, un’impresa sociale senza scopo di lucro fondata per sostenere gli agricoltori palestinesi che piantano quotidianamente nuovi ulivi nei luoghi in cui gli alberi sono stati sradicati. “Piantare gli alberi è rischioso”, ammette Mohammed, “ma dobbiamo piantare e collegare gli agricoltori alle loro terre. È importante che i contadini vadano nella loro terra ogni giorno e mostrino agli israeliani che possediamo questa terra. La proprietà della terra è l’anima del conflitto tra palestinesi e israeliani “. Mohammed esorta anche gli agricoltori a tenere registri accurati, comprese note su ciò che cresce, quando è stato piantato, chi lo ha piantato e così via. Concordando con Mohammed sull’importanza di ripiantare alberi, il dottor Zomlot sottolinea anche l’importanza del “controllo e della responsabilità internazionale, dato il ruolo dell’esercito israeliano nella protezione di questi coloni”.

Agricoltori palestinesi protestano dopo che le forze di sicurezza israeliane hanno sradicato alberi di ulivo situati all’interno dell’Area C nel villaggio di Deir Ballut in Cisgiordania.

L’olio d’oliva palestinese è considerato tra gli oli d’oliva di migliore qualità  del mondo. * 7 Poiché il riscaldamento globale minaccia gli ulivi ovunque, è probabile che nei prossimi anni questo olio diventerà ancora più prezioso. Inoltre, l’assalto agli ulivi è un assalto alla storia, poiché alcuni degli alberi distrutti hanno migliaia di anni. Gli storici dovrebbero essere indignati per la loro distruzione, come lo furono  quando Daesh distrusse antiche chiese o biblioteche in Iraq.

“Se le questioni ambientali non riguardassero la politica, i governi di tutto il mondo avrebbero intrapreso un’azione molto più forte. In Palestina, l’occupazione maschera una moltitudine di crimini, uno dei quali è che le risorse vengono deviate dagli sforzi per garantire la cura e la protezione adeguate dell’ambiente in un modo che si adatterebbe al nostro patrimonio e ai nostri tesori e preserverebbe l’ambiente naturale “.Dr. Zomlot

La protezione non solo degli ulivi, ma di tutte le proprietà palestinesi e, soprattutto, delle persone è intrinsecamente connessa alla pace e alla fine dell’occupazione illegale israeliana. La Palestina deve affrontare le sfide ambientali del riscaldamento globale mentre cerca di superare l’occupazione militare. Dato che Netanyahu continua a guidare Israele, è difficile vedere come  un cambiamento possa avvenire dall’interno. Il dottor Zomlot sottolinea: “Ricordiamo costantemente alla comunità internazionale la sua responsabilità nel ritenere Israele responsabile, sollevando la questione della violenza dei coloni con governi e parlamenti di tutto il mondo con richieste specifiche di protezione e responsabilità e facendo appello alla Corte penale internazionale per la giustizia. ” I consumatori possono aiutare sostenendo i prodotti del commercio equo e solidale palestinese e continuando a sostenere il movimento BDS. Per proteggere l’ambiente, dobbiamo anche sostenere coloro che stanno cercando di proteggerlo.

Foto di Firas Jarrar, Assemblea palestinese per la fotografia e l’esplorazione.

La protezione dell’ambiente naturale della Palestina è una questione storica, religiosa, ambientale e dei diritti umani. Mentre la creazione di sindacati è un passo verso il funzionamento di uno stato, il PFTA e i sindacati palestinesi sono essenziali nella nostra resistenza all’aggressione israeliana, permettendoci di dare voce ai nostri bisogni e di rappresentare i nostri cittadini.  Dopo che gli agricoltori gli hanno chiesto un consiglio,  il dottor Zomlot ha risposto: “Rimanete saldi e abbiate fede. Siamo sopravvissuti alle guerre e al tentativo di spazzarci via. Sopravvivremo anche a questo. Ogni volta che ne avremo la possibilità, lavoreremo insieme per garantire che gli agricoltori e tutti i cittadini possano godere della loro terra e dei suoi frutti in libertà e pace “.

* 1 “Raccolta delle olive contrassegnata da problemi di accesso e protezione”, Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), dicembre 2017, disponibile su https://www.ochaopt.org/content/olive-harvest-marked-access -e-protezione-preoccupazioni #: ~: text = The% 20annual% 20olive% 20harvest% 20is, and% 20cultural% 20event% 20for% 20palestinians. & text = Between% 2080% 2C000% 20and% 20100% 2C000% 20families, per% 20cent% 20of% 20lavoratrici% 20donne.

* 2 Bob Yirka, “Lo studio suggerisce che il riscaldamento globale potrebbe essere un vantaggio per gli olivicoltori del bacino del Mediterraneo”, phys.org, 2014, disponibile su https://phys.org/news/2014-03-global-boon-mediterranean- bacino -olive.html.

* 3 Dr. Ramzy Baroud, “Guerra alla natura: come il colonialismo sionista ha distrutto l’ambiente in Palestina”, Middle East Monitor, 2019

* 4 Harriet Sherwood, “Israel ha sollecitato a proteggere gli ulivi della Cisgiordania dopo gli attacchi dei coloni”, Guardian, 13 ottobre 2012, disponibile su https://www.theguardian.com/world/2012/oct/15/israel-oliver- attacchi di coloni di alberi.

* 5 “Stagione della raccolta delle olive: resa record attesa compromessa a causa delle restrizioni di accesso e della violenza dei coloni”, Office for the Coordination of Humanitarian Affairs OCHA, novembre 2019, disponibile su https://www.ochaopt.org/content/olive-harvest- stagione-attesa-record-rendimento-compromesso-dovuto-restrizioni-di-accesso-e-colono.

* 6 “L’infestazione dovrebbe influire sulla raccolta delle olive in Cisgiordania”, OCHA, Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, 11 settembre 2018, disponibile su https://www.ochaopt.org/content/infestation-expected- affetto-raccolta-olive-west-bank.

* 7 Eleanor Ross, “Sei dei migliori oli di oliva non europei”, Guardian, 9 febbraio 2016, disponibile su https://www.theguardian.com/lifeandstyle/wordofmouth/2016/feb/09/six-non- oli-d’oliva-europei-per-battere-la-crisi-dei-prezzi.

 

Amira Gabarin è una giornalista di 23 anni che vive a Londra. Scrive per una serie di pubblicazioni, tra cui The Telegraph e CBS News. È appassionata di opere di beneficenza e affari internazionali.

 

Trad: Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” – Invictapalestina.org

Wafa. Lunedì, la Corte Suprema israeliana ha respinto una petizione presentata da Adalah – Centro legale per i diritti delle minoranze arabe in Israele e l’Associazione per i diritti civili in Israele (ACRI) dando il via libera alle prosecuzioni delle operazioni alla Cyber ​​Unit (Unità cibernetica) dell’ufficio del procuratore di stato israeliano e al suo modello di “applicazione alternativa” per censurare i contenuti dei social media.

La Cyber ​​Unit israeliana utilizza un meccanismo di “applicazione alternativa” per censurare essenzialmente le piattaforme di social media e imbavagliare gli utenti: segnala e invia i post sui social media – senza procedimenti legali e spesso senza nemmeno la conoscenza del singolo utente – ai giganti dei social media per richiederne la rimozione.

Questa pratica statale israeliana mira a reprimere il dissenso sui social media e spesso si traduce anche nella sospensione o nella rimozione degli utenti. Questa censura è condotta in collaborazione e coordinamento con i social media, inclusi i giganti statunitensi Facebook e Twitter.

Unità simili che operano in paesi di tutto il mondo sono note come Internet Referral Units (IRU).

Gli avvocati di Adalah Fady Khoury e Rabea Eghbariah avevano presentato la petizione contro la Cyber ​​Unit alla Corte Suprema israeliana il 26 novembre 2019. Hanno sottolineato che il meccanismo di “applicazione alternativa” della Cyber ​​Unit viola i diritti costituzionali della libertà di espressione e del giusto processo e che l’unità funziona senza alcuna autorità legale.

Il giudice della Corte suprema israeliana, Hanan Melcer, ha annunciato la decisione lunedì mattina, a Gerusalemme, nella sua sentenza definitiva.

Nella sua decisione, il tribunale ha concesso allo stato israeliano un potere incontrollato e non autorizzato, consentendogli di governare la comunicazione online utilizzando canali informali con le società di social media. Il tribunale ha sostanzialmente privatizzato il processo giudiziario, consentendo alle società private di decidere sulla censura dei contenuti dei social media sulla base di richieste apparentemente non vincolanti delle autorità statali israeliane.

Salfit-PIC. Nella notte tra domenica e lunedì, un automobilista palestinese è sopravvissuto a un attacco di un’orda di coloni, a ovest di Salfit, nella Cisgiordania occupata. La sua auto ha subito danni.

Il sindaco della città di Deir Istiya, Sa’eid Zaydan, ha dichiarato che l’attacco è avvenuto vicino al cancello dell’ingresso di Bruqin, nella parte occidentale di Salfit, aggiungendo che l’auto appartiene a un residente locale.

Ha aggiunto che i coloni hanno sollevato il cancello con una corda e l’hanno fatto cadere sopra l’auto quando è sopraggiunta sul posto.

Betlemme – PIC. Domenica, le forze d’occupazione israeliane (IOF) hanno demolito per la seconda volta consecutiva una struttura agricola nella cittadina di al-Khader, a sud di Betlemme, e hanno espulso un contadino e la sua famiglia dalla loro terra a Hebron.

Fonti locali hanno riferito che le IOF hanno demolito un fienile ad al-Khader, con il pretesto della costruzione senza licenza, e hanno confiscato ferro e legna che si trovavano al suo interno.

Le IOF hanno recentemente lanciato una campagna su larga scala di demolizione di strutture agricole simili ad al-Khader, secondo quanto affermato dalle fonti.

Nel frattempo, Muhammad Awad, un attivista, ha detto che i soldati delle IOF ed un gruppo di coloni hanno sfrattato l’agricoltore Samir al-Sulaibi e la sua famiglia mentre stavano lavorando la loro terra nell’area di Wadi al-Wahadin, adiacente alla colonia di Karmi Tzur, a sud di Beit Ummar, Hebron, dopo averli trattenuti per più di due ore.

Awad ha aggiunto che le IOF hanno ordinato a Sulaibi di uscire dal suo terreno, di circa cinque ettari, con il pretesto che non aveva il permesso per accedervi.

Ha anche affermato che i soldati delle IOF hanno rimosso le strutture di ferro poste dal contadino nella sua terra per costruire una serra.

Ramallah – WAFA. La regista britannico-palestinese Farah Nabulsi è una dei vincitori dei British Academy Film Awards (BAFTA) dopo che il suo cortometraggio “The Present” ha vinto il premio per il miglior cortometraggio britannico.

Nabulsi ha pubblicato alcuni tweets per esprimere la sua felicità dopo aver vinto il premio per il film, commentando: “Assolutamente sbalordita […]!!! UN BAFTA!”

The Present è la storia della lotta di un uomo palestinese, Yusef, e di sua figlia, per superare i posti di blocco israeliani, i blocchi stradali ed i soldati durante quello che dovrebbe essere un semplice viaggio verso un centro commerciale per comprare a sua moglie un regalo per il loro anniversario di matrimonio.

“Per chiunque abbia visto il film […] capirà perché dedico questo premio al popolo della Palestina”, ha affermato nel suo discorso di ringraziamento.

Farah Nabulsi è una regista palestinese candidata all’Oscar 2021 e ai BAFTA, nonché avvocata per i diritti umani.

Dopo una carriera nel mercato finanziario, nel 2015 Nabulsi ha iniziato a lavorare nell’industria cinematografica.

Ha fondato una società attraverso la quale scrive, produce e dirige film, esplorando argomenti per lei importanti e ha creato risorse digitali per decostruire l’occupazione militare israeliana della Palestina in un modo mai fatto prima.

Nazareth – PIC. Israele ha deciso di imporre una chiusura alla Cisgiordania e alla Striscia di Gaza, per due giorni, a partire dalla serata di martedì 13 aprile.

L’esercito israeliano ha detto che la chiusura rimarrà in vigore per due giorni, fino alla mezzanotte di giovedì, per celebrare il cosiddetto “Giorno dell’Indipendenza”.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Ramallah – PIC. Domenica, secondo quanto affermato dalla Società per i prigionieri palestinesi, le autorità carcerarie israeliane hanno realizzato un’incursione nella sezione n. 22 della prigione di Ofer e hanno effettuato perquisizioni.

I prigionieri di Ofer sono soggetti ad una repressione continua. Avevano deciso di protestare contro la repressione e di iniziare uno sciopero della fame, a seguito del fallimento del dialogo con il Servizio carcerario israeliano (IPS).

L’IPS continua ad avvertire i prigionieri della sua intenzione di intensificare la repressione contro di loro e ha minacciato di trasferire e reprimere i responsabili per le proteste.

Le istituzioni legate agli affari per i prigionieri hanno avvertito che le condizioni nel carcere di Ofer continuano a peggiorare a causa della mancata risposta, da parte dell’IPS, alle giuste richieste dei prigionieri.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Rapporto settimanale sulle violazioni dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati  (01-07 aprile 2021).

Violazioni israeliane dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati.

Un civile palestinese è stato ucciso e sua moglie ferita dopo che il loro veicolo è stato colpito a un checkpoint militare, a nord-ovest della Gerusalemme est occupata.

Uso eccessivo della forza da parte delle IOF in Cisgiordania: 18 Palestinesi sono stati feriti, tra cui 2 giornalisti.

Si riportano quattro sparatorie delle IOF in aree agricole e sette contro pescherecci nella Striscia di Gaza orientale e occidentale.

177 incursioni delle IOF in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est occupata: sono stati arrestati 67 civili, tra cui 3 bambini, una donna e un giornalista.

Un candidato alle elezioni del Consiglio legislativo è stato arrestato a Betlemme, altri 2 sono stati convocati ed è stato vietato un evento elettorale nella Gerusalemme est occupata.

Due case sono state demolite; una demolita dal proprietario e otto strutture oltre a una strada per un insediamento costruita nella Gerusalemme est occupata

Attacchi dei coloni: una strada per un  insediamento è stata costruita a Betlemme, assalti a contadini e terreni agricoli a Nablus, Hebron e Ramallah

Le IOF hanno stabilito 88 checkpoint militari temporanei in Cisgiordania dove hanno arrestato 9 civili palestinesi.

Riassunto.

Le forze dell’occupazione israeliana (IOF) hanno continuato a commettere crimini e violazioni a più livelli contro i civili palestinesi e le loro proprietà, inclusi i raid nelle città palestinesi caratterizzati da uso eccessivo della forza, aggressioni, abusi e attacchi contro i civili per lo più condotti dopo mezzanotte e nelle prime ore del mattino. Inoltre, le IOF hanno continuato le operazioni di demolizione e di consegna notifiche di cessazione dei lavori e di demolizione in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est occupata. Il PCHR ha documentato 204 violazioni della legge internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario da parte delle IOF e dei coloni nei Territori Palestinesi Occupati.

Attacchi a fuoco delle IOF e violazione del diritto all’integrità fisica:

Le IOF hanno ucciso Osama Mohammed Sedqi Mansour (42 anni) e ferito sua moglie quando hanno fermato la loro auto a un checkpoint militare e hanno aperto il fuoco. Le IOF hanno affermato di aver aperto il fuoco contro l’auto dopo che l’autista aveva tentato di investire i soldati israeliani di stanza al checkpoint. Secondo la testimonianza della moglie e le indagini condotte dal Centro Palestinese per i Diritti Umani (PCHR), i soldati israeliani hanno aperto il fuoco contro l’auto senza alcuna giustificazione mentre controllavano i documenti dei passeggeri e li lasciavano passare.

Inoltre, 18 Palestinesi, tra cui due giornalisti, hanno riportato ferite a causa dell’uso eccessivo della forza delle IOF contro i civili in Cisgiordania: sei civili sono stati feriti per sopprimere una protesta pacifica nel villaggio di Al-Mughayyir a Ramallah; due giornalisti durante le proteste settimanali di Kafr Qaddum a Qalqilya; altri otto nell’incursione delle IOF nel campo profughi di Askar e durante la repressione di una protesta pacifica a Beit Dajan; un ufficiale dell’intelligenceè stato  ferito durante l’incursione delle IOF a Tubas; e un altro ferito vicino al muro di annessione.

Decine di persone hanno avuto problemi a causa dell’inalazione di gas lacrimogeno e altre sono rimaste ferite negli assalti delle IOF durante le incursioni nelle case in Cisgiordania.

Nella Striscia di Gaza, si segnalano 4  attacchi a fuoco delle IOF contro terreni agricoli nella Striscia orientale e occidentale; e 7  contro pescherecci nel mare di Gaza.

Incursioni delle IOF e arresti di civili palestinesi:

Le IOF hanno effettuato 177 incursioni in Cisgiordania, compresa  Gerusalemme Est occupata. Questi raid includevano assalti a case civili e attacchi a fuoco, terrorizzando i civili e attaccando molti di loro. Durante le incursioni di questa settimana, 67 Palestinesi sono stati arrestati, tra cui 3 bambini, una donna e un giornalista.

Demolizioni:

Il PCHR ha documentato 4 episodi:

Gerusalemme est: una casa è stata demolita dal proprietario nel villaggio di Jabel Mukaber; una strada per un  insediamento è stata costruita nel villaggio di Issawiya; 2 fattorie sono state demolite; e una casa civile, 3 baracche, 2 container e un negozio sono stati demoliti nelle aree di al-Za’rawa e Habayil al-‘Arab nel villaggio di Issawiya.

Qalqilya: è stata demolita una baracca per materiale da costruzione.

Attacchi dei coloni: i ricercatori sul campo della PCHR hanno segnalato e documentato 4 attacchi:

Betlemme: è stata costruita una strada per un  insediamento.

Nablus: assalto a contadini palestinesi nel villaggio di Jalud.

Hebron: hanno sparato contro la Palestinian Land and Water Settlement Commission durante una supervisione sul territorio a Hebron.

Ramallah: assalto a un’area agricola vicino all’ingresso del villaggio di Nabi Salih.

Betlemme: terre livellate a Kisan per costruire una strada perun insediamento

Nablus: 25 piantine sono state sradicate.

Politica di chiusura israeliana e restrizioni alla libertà di movimento:

La Striscia di Gaza sopporta ancora la peggiore chiusura nella storia dell’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi Occupati entrata nel 14° anno consecutivo, senza miglioramenti nella circolazione delle persone e delle merci, in condizioni umanitarie e con conseguenze catastrofiche per tutti gli aspetti della vita. Le Nazioni Unite hanno confermato che le condizioni di Gaza stanno peggiorando, con un deterioramento della salute, dell’elettricità e dei servizi idrici. L’ONU ha sottolineato che la Striscia di Gaza richiede sforzi immensi nei settori dell’edilizia abitativa e dell’istruzione e per creare opportunità di lavoro.

Intanto, le IOF hanno continuato a suddividere la Cisgiordania in cantoni separati con le strade principali bloccate dall’occupazione israeliana dalla Seconda Intifada e con checkpoint temporanei e permanenti, dove la circolazione dei civili è limitata e sono soggetti ad arresto.

Traduzione per InfoPal di Edy Meroli

Di Mohammad Hannoun. Mansour al-Shahatit, 35 anni, da Hebron/al-Khalil: venerdì è stato scarcerato dopo aver compiuto i suoi 17 anni di prigionia nelle carceri israeliane. Al-Shahatit non ha potuto riconoscere la mamma, che per i lunghissimi 17 anni lo aveva aspettato con ansia: a causa delle torture subite, dell’isolamento e della negligenza medica, Al-Shahatit soffre di depressione e ha perso completamente la memoria. Assistere alla scena è molto difficile: la mamma che cercava di abbracciare il figlio, senza riuscirci. Avrebbe dovuto essere un momento di gioia per la famiglia, ma si è trasformato in dolore e tristezza. Le medicine che Mansour ingoiava tutti i giorni hanno distrutto la sua memoria. Purtroppo Mansour non sarà  l’unica vittima dell’atrocità israeliana nei confronti dei prigionieri palestinesi: come lui ce ne sono a decine che hanno perso la vita, mentre altri aspettano il turno per morire nelle tenebre delle celle in isolamento.

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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