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MEMO. Il Servizio carcerario israeliano (IPS) ha deciso di ridurre le quantità di cibo e molti altri servizi offerti ai prigionieri palestinesi all’interno delle carceri israeliane, ha rivelato lunedì il Club del prigioniero palestinese (PPC).

In un comunicato, il PPC ha annunciato che tale decisione emana dal Comitato di Gilad Erdan, che ha deciso nel 2018 di annullare tutti i risultati ottenuti dai prigionieri durante la loro lotta con l’IPS.

La dichiarazione, che è stata inviata ai mass media, ha sottolineato che l’IPS ridurrà il numero di canali TV consentiti per i prigionieri da dieci a sette, e di pane da cinque a quattro pagnotte, ritirerà i fornelli e 40 articoli dai loro acquisti. L’IPS ridurrà anche la quantità di carne, acqua e libri consentiti.

Offrirà, inoltre, solo uova sode, vieterà l’uso di coperte colorate, limiterà i movimenti tra i dipartimenti carcerari, ridurrà il tempo delle pause e il numero di visite familiari e cambierà la rappresentanza delle fazioni.

Nel frattempo, i prigionieri hanno sottolineato che stanno elaborando un piano di resistenza contro l’IPS su queste misure, che vengono gradualmente implementate.

Il PPC ha ribadito che l’IPS intende imporre una nuova realtà all’interno delle carceri israeliane, basata su ordini politici e politiche sistematiche che mirano a esercitare una maggiore pressione sui prigionieri e a rendere le loro vite insopportabili.

Gaza-Imemc. Mercoledì pomeriggio, i soldati israeliani hanno sparato a un giovane palestinese a est della città di Khuza, a Khan Younis, nella Striscia di Gaza meridionale.

Fonti dei media hanno riferito che i soldati hanno sparato al giovane vicino alla barriera perimetrale, ferendolo. Il giovane è stato portato di corsa all’ospedale europeo.

L’esercito israeliano ha affermato che i tiratori scelti delle brigate Al-Quds, l’ala armata del Jihad islamico, hanno sparato contro veicoli militari e soldati attraverso la barriera e che i soldati hanno risposto al fuoco.

L’esercito apre il fuoco con frequenza contro agricoltori e lavoratori vicino alla barriera perimetrale nella regione costiera assediata, oltre a invadere e distruggere terre palestinesi e attaccare i pescatori nelle acque territoriali di Gaza. Tali attacchi hanno provocato centinaia di feriti e di morti, principalmente tra lavoratori, agricoltori e pescatori.

MEMO. Il sindaco di Tel Aviv, Ron Huldai, venerdì ha ordinato la rimozione dei cartelloni autostradali che sembravano chiedere la resa sotto minaccia dei leader palestinesi per motivi di pace.

“La pace è fatta solo con nemici sconfitti”, dicevano i cartelloni pubblicitari, che mostravano immagini fotografiche del presidente palestinese Mahmoud Abbas e del capo di Hamas Ismail Haniyah, bendati e supplicanti in una zona di guerra mentre gli elicotteri sorvolano l’area e gli edifici alle loro spalle si riducono a mere macerie.

Il sindaco Huldai ha dichiarato: “Le immagini incitano alla violenza che ricorda l’ISIS e gli atti nazisti”, riporta Israel News 1.

I conflitto di Israele con i palestinesi è diventato di nuovo teso da quando, il mese scorso, è stato presentato il piano di pace in Medio Oriente del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che i palestinesi hanno respinto come parziale.

Non è immediatamente chiaro chi sponsorizzasse i cartelloni pubblicitari intorno a Tel Aviv, la capitale commerciale di Israele, o se la campagna avesse lo scopo di aiutare i partiti di destra nelle elezioni nazionali del 2 marzo.

Issawi Freig, ex membro del Knesset del Partito Meretz, ha twittato un commento sul suo account e ha chiesto al sindaco di Tel Aviv di rimuovere il cartello: “Questo disgusto deve ridursi ora”.

Il sindaco di Tel Aviv Ron Huldai ha dichiarato che i cartelloni pubblicitari saranno rimossi, dicendo che la loro immagine “incita alla violenza e ricorda le azioni dell’ISIS e dei nazisti – che non vogliamo.

“Anche nella stagione elettorale, ci sono linee rosse”, ha detto.

In un altro cartello distribuito a Gerusalemme dal partito Likud di Benjamin Netanyahu, il membro del Knesset della Lista Comune, Ahmed Tibi, sembra supportare il presidente del partito Bianco-Blu Benny Gantz. Il cartello dice: “Senza Ahmad Tibi non c’è nessun governo Gantz”. Gantz è il principale rivale di Netanyahu alle elezioni israeliane.

Traduzione per InfoPal di L.P.

 

PIC. Una delegazione di alto livello di Hamas guidata dal capo dell’Ufficio per le relazioni internazionali, Musa Abu Marzuk, lunedì ha incontrato il presidente dell’assemblea consultiva islamica iraniana (Parlamento), Ali Larijani, nella capitale libanese, Beirut.

La delegazione comprendeva anche membri dell’ufficio politico di Hamas, Husam Badran e Maher Obeid, nonché il rappresentante del movimento per Tehran, Khaled al-Qaddumi, e il suo rappresentante in Libano, Ahmed Abdul-Hadi.

Le due parti hanno discusso degli ultimi sviluppi politici nelle arene palestinesi e regionali, in particolare l’Affare del Secolo degli Stati Uniti, e hanno anche parlato delle relazioni bilaterali tra il movimento e l’Iran.

Da parte sua, Larijani ha ribadito il rifiuto, da parte del suo paese, dell’Sffare del secolo e il suo sostegno incrollabile al popolo palestinese e alla sua resistenza, affermando l’entusiasmo della leadership iraniana nel promuovere i legami con Hamas.

Cisgiordania-PIC. Decine di cittadini palestinesi martedì sono rimasti soffocati dai gas lacrimogeni lanciati dalle forze di occupazione israeliane (IOF) durante gli scontri a Tulkarem e Ramallah, in Cisgiordania.

A Tulkarem, decine di palestinesi hanno manifestato in segno di protesta contro l’Affare del Secolo degli Stati Uniti e hanno sollevato bandiere palestinesi e bruciato pneumatici, secondo fonti locali.

Le IOF li ha attaccati con proiettili di metallo rivestiti di gomma e gas lacrimogeni. A decine hanno avuto difficoltà respiratorie a causa dell’inalazione dei gas lacrimogeni.

Nel frattempo a Ramallah, decine di cittadini palestinesi hanno organizzato una manifestazione nel villaggio di al-Mughayyir per difendere le loro terre dal sequestro illegale da parte delle IOF.

Le IOF hanno represso violentemente la manifestazione, sparando proiettili di metallo rivestiti di gomma, granate stordenti e bome di gas lacrimogeni contro gli abitanti del villaggio.

Alcuni di loro sono rimasti soffocati dai gas lacrimogeni e sono stati trattati sul campo.

Gaza – PIC. Martedì mattina, le forze d’occupazione israeliane (IOF) hanno rapito un giovane palestinese nella parte orientale della Striscia di Gaza, dopo che avrebbe presumibilmente tentato di entrare in Israele.

Un canale satellitare israeliano ha affermato che i soldati israeliani hanno arrestato il giovane dopo essere entrato in una zona di confine tra Israele e Gaza.

L’identità del giovane detenuto è ancora sconosciuta.

Oltre 126 cittadini palestinesi di Gaza sono stati arrestati nel 2019 mentre cercavano di attraversare il confine con Israele o di viaggiare ufficialmente attraverso la traversata di Beit Hanoun (Erez).

Gerusalemme occupata – PIC. Martedì mattina, il rabbino estremista Yehudah Glick e decine di coloni ebrei hanno invaso la moschea di al-Aqsa sotto stretta sorveglianza della polizia.

Fonti locali hanno riferito che Glick ed i coloni israeliani si sono fatti strada nella moschea di al-Aqsa attraverso la porta di al-Maghareba, e hanno effettuato delle visite all’interno del complesso prima di uscire dalla porta di al-Silsila.

Nel frattempo, la polizia israeliana ha aumentato le restrizioni per i fedeli palestinesi che entrano nel sito e ha ordinato a molti di loro di rimanere fuori.

Cisgiordania – MEMO. La cooperazione di sicurezza dell’Autorità Palestinese (ANP) con Israele continuerà, secondo quanto annunciato domenica dall’alto funzionario dell’ANP Nabil Abu Rudeineh, aggiungendo che questa sarà pronta per iniziare i colloqui di pace entro due settimane.

Parlando ad un gruppo di giornalisti israeliani, Abu Rudeineh, che è un assistente senior del presidente dell’ANP, Mahmoud Abbas, ha dichiarato: “Abbiamo a che fare con un governo israeliano che distrugge tutte le prospettive di pace”.

Ha anche affermato che: “L’amministrazione statunitense spinge Israele ed i palestinesi ad essere coinvolti in una lotta continua”.

L’aiutante di Abbas ha sottolineato che l’ANP non interferisce nelle elezioni israeliane, ma sta cercando un “partner per la pace”.

“La cooperazione in materia di sicurezza continua, ma potrebbe non continuare per sempre”, ha rivelato. “Non interferiamo nelle elezioni israeliane, ma stiamo cercando un partner per la pace come [gli ex-primi ministri Shimon] Peres e [Yitzhak] Rabin”, ha aggiunto.

Riguardo all'”Accordo del Secolo”, ha confermato che non avrebbe mai aiutato a risolvere la lotta israelo-palestinese poiché “questa lotta può essere risolta solo attraverso trattative”.

Ha concluso il suo discorso ai giornalisti israeliani: “Attualmente siamo ad un bivio: dobbiamo vediamo se Israele sceglie la pace o la lotta continua. Il nostro presidente vuole la pace ed è difficile trovare qualcuno che accetti le condizioni statunitensi”.

Vale la pena notare che Abbas e molti dei suoi aiutanti e leader dell’Autorità Palestinese, dell’OLP e di Fatah avevano affermato che la cooperazione di sicurezza con Israele era stata sospesa, nel tentativo di minare l'”Accordo del Secolo˜.

Di Ahmed Abu Artema per Invictapalestina.org. Israele cerca di uccidere tutti gli umani che resistono e qualsiasi presenza di identità nazionale nel popolo palestinese, vietando loro di tenere qualsiasi incontro che ricordi ai palestinesi la loro lotta per la libertà.

Israele non solo continua da 72 anni la sua politica di dislocamento, occupazione e aggressione contro i palestinesi indigeni, ma la politica di Israele include anche l’accusa ai palestinesi di esprimere i loro sentimenti e di esercitare le loro attività quotidiane. Israele cerca di eliminare radicalmente la presenza palestinese.

Nella tensione diretta tra palestinesi e autorità di occupazione, a Gerusalemme, in Cisgiordania occupata, e in Palestina occupata dal 1948, i palestinesi sentono di essere assediati non solo nelle loro azioni ma anche nei loro sentimenti. Celebrare i prigionieri appena liberati o persino partecipare a qualsiasi funerale di un palestinese assassinato dalle forze di occupazione israeliane, sono violazioni, secondo la legge israeliana, che giustificano l’arresto dei palestinesi che prendono parte a tali eventi o  l’emissione di pesanti multe per somme elevate di denaro.

Amjad Abu Assab, dirigente del Comitato delle famiglie dei prigionieri di Gerusalemme, ha affermato che le autorità israeliane hanno trattenuto molti  prigionieri di Gerusalemme mentre uscivano di prigione dopo aver scontato lunghi anni di detenzione.  Questi sono stati fermati, trattenuti dalle forze israeliane e poi rilasciati dopo essere stati costretti  a firmare impegni  a non celebrare o partecipare ad azioni politiche o pacifiche, limitando così la loro libertà .

Ismael Afana, 38 anni, di Gerusalemme occupata

Ismael Afana, 38 anni, di Gerusalemme occupata, dopo aver scontato 18 anni nelle carceri israeliane, è stato nuovamente imprigionato e sottoposto a un interrogatorio presso la stazione di polizia del Russian Compound  a Gerusalemme Ovest, e poi rilasciato dopo alcuni giorni.
Come raccontano i familiari, le autorità israeliane hanno accusato Afana di aver pianificato la celebrazione della sua imminente liberazione dalla detenzione a lungo termine.

Di conseguenza, non è stato rilasciato fino a quando Afana non ha promesso per iscritto di non organizzare alcuna celebrazione o partecipare a qualsiasi attività correlata. Le autorità israeliane limitano ogni raduno pubblico palestinese, temendo sempre che gli eventi possano diventare sfide più ampie per le politiche di occupazione e dislocamento.

In questo contesto, Ali Almoghrabi, portavoce del Centro Studi  Asra (Prigionieri della Palestina), ha dichiarato: “Tali celebrazioni sono considerate uno dei metodi di resistenza popolare, quindi l’occupazione cerca di fermarle reprimendo ogni spirito di resistenza o patriottismo”.

Secondo il Palestinian Prisoners Club, gli israeliani seguono questa politica al fine di diffondere la delusione tra i palestinesi nella Gerusalemme occupata in modo che nessuno possa vedere il prigioniero come un eroe.

La politica israeliana di non celebrazione non è una novità, “Tutte le politiche israeliane utilizzate contro i prigionieri sono totalmente razzismo. Vogliono assicurarsi di seppellire l’identità palestinese da Gerusalemme in modo da dimostrare che Gerusalemme è uno stato completamente ebraico”.

Ali Almughrabi, portavoce dell’ufficio informazioni di Asra racconta che Wassem Aljallad, 42 anni, di Gerusalemme,  liberato dopo una pena detentiva di 15 anni, lo scorso luglio è stato nuovamente arrestato e trasferito  alla stazione di polizia di al-Maskubiya.

AlJallad  quando fu arrestato si era appena sposato, le forze israeliane  fecero irruzione in casa sua che era ancora in pigiama. Fu accusato di aver partecipato a operazioni militari contro l’occupazione.

Alla sua liberazione, la famiglia aveva pianificato di organizzare nuovamente la festa nuziale, ma le autorità israeliane lo hanno costretto ad annullare le cerimonie, a non festeggiare la sua liberazione e/o partecipare a qualsiasi riunione. Queste le condizioni  per liberarlo. Lo hanno anche espulso da Gerusalemme per 2 settimane, in aggiunta alle condizioni sta pagando una garanzia finanziaria di $ 1.400 (un altro importo non pagato ammonta a  $25.000). È stato rilasciato con un giorno di ritardo rispetto alla data prevista nel luglio 2019.

Mentre le autorità di occupazione esercitano restrizioni sull’espressione di felicità dei palestinesi, le restrizioni vengono applicate anche alla tristezza dei palestinesi. Le autorità di occupazione impediscono la partecipazione popolare ai funerali dei martiri, quei palestinesi che sono stati uccisi in via extragiudiziale dalle forze di occupazione israeliane.

L’IOF nega il rilascio dei corpi dei palestinesi che hanno ucciso, quindi rilascia i corpi, a condizione che solo alcuni membri della sua famiglia possano partecipare al funerale.

Il 13 febbraio, le autorità di occupazione hanno rilasciato il corpo del martire palestinese, Shadi Banna, dei “territori occupati del 48 “, dimostrando quanto sia  arrogante, l’IOF ha costretto la sua famiglia a seppellirlo, senza tenere una cerimonia funebre e con solo 40 partecipanti.

Shadi Banna aveva sparato ai soldati israeliani a Gerusalemme. La politica israeliana di impedire lo svolgimento dei funerali, mira a impedire alle persone di essere ispirate da questi martiri. Israele cerca di uccidere tutti gli umani che resistono e qualsiasi presenza di identità nazionale nel popolo palestinese, vietando loro di tenere qualsiasi incontro che ricordi ai palestinesi la loro lotta per la libertà.

Ahmed Abu Artema è un giornalista palestinese e attivista per la pace. Nato a Rafah nel 1984, è un profugo del villaggio di Al Ramla. Ha scritto il libro Organized Chaos.

Questo articolo è stato scritto in inglese da Ahmed Abu Artema per Invictapalestina.org, tradotto dalla nostra redazione e pubblicato per la prima volta il 16 febbraio 2020.

(Copertina: This photo while I was walking near the coast of the Pacific ocean in the United States).

Elordenmundial.com. Di Alejandro Salamanca. (Da InvictaPalestina.org). Più di 700.000 arabi palestinesi lasciarono le loro case tra il 1947 e il 1949, molti dei quali costretti dall’esercito israeliano. Sebbene  molti pensassero che si trattasse solo di una situazione temporanea, più di sette decenni dopo la loro situazione e quella dei loro discendenti è lungi dall’essere risolta.

Tre quarti di un milione di palestinesi lasciarono le loro case tra il dicembre 1947 e il maggio 1949 sperando di potervi tornare una volta terminata la guerra. La gran parte di loro non poté, a causa della politica di confisca e distruzione delle proprietà palestinesi attuata dal Governo israeliano durante e dopo il conflitto. Molti cercarono rifugio nei Paesi vicini, dove divennero una preoccupazione politica ed economica. Più di sette decenni dopo, i rifugiati palestinesi e i loro discendenti continuano a  riaffermare il loro diritto al ritorno.

Più di 700.000 arabi palestinesi lasciarono le loro case tra il 1947 e il 1949, molti dei quali costretti dall’esercito israeliano. Sebbene  molti pensassero che si trattasse solo di una situazione temporanea, più di sette decenni dopo la loro situazione e quella dei loro discendenti è lungi dall’essere risolta. La maggior parte dei rifugiati palestinesi si stabilì nei Paesi arabi circostanti, in particolare in Giordania, Siria e Libano, dove nonostante la loro situazione precaria divennero importanti attori politici ed economici. Il numero di rifugiati palestinesi è aumentato considerevolmente dopo le guerre del 1967 e del 1973. Come se ciò non bastasse, i conflitti degli ultimi decenni in Libano, Iraq e Siria hanno costretto molti rifugiati palestinesi che vivevano in quei luoghi a fuggire e chiedere asilo in altri Paesi, con la conseguente incertezza giuridica. I 150.000 arabi che furono in grado di rimanere nel nuovo Stato ebraico alla fine divennero cittadini israeliani, ma la loro situazione non rientra nel tema di questo articolo. Né sarà trattata la situazione degli oltre due milioni di palestinesi registrati come rifugiati e residenti a Gaza e in Cisgiordania.

L’UNRWA

A differenza dei rifugiati nel resto del mondo, i palestinesi non dipendono dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), ma dall’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi in Medio Oriente (UNRWA). L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite istituì l’UNRWA nel dicembre 1949 in vista dell’urgente necessità di assistere i civili palestinesi fuggiti dalle loro case e che non erano in grado di tornare. L’organizzazione iniziò a funzionare  nel maggio 1950. Un anno dopo, le Nazioni Unite approvarono la Convenzione sullo status dei rifugiati, il principale accordo internazionale sul diritto di asilo che però non fu  firmato da nessuno dei Paesi arabi confinanti con Israele. Secondo l’UNRWA, i rifugiati palestinesi  furono “specificamente e intenzionalmente esclusi” da questa convenzione. Ciò spiegherebbe perché fino ad oggi l’UNRWA è l’unica organizzazione internazionale focalizzata su un gruppo specifico di rifugiati, i palestinesi, in un’area specifica: Libano, Siria, Giordania, Cisgiordania e Gaza.

Sebbene l’UNRWA sia stata fondata come organizzazione temporanea, il suo mandato è stato periodicamente rinnovato dalle Nazioni Unite; l’ultima volta nel novembre 2019, quando è stata approvata la sua estensione fino al 2023. Le differenze fondamentali tra UNHCR e UNRWA sono la fonte di reddito, la gestione dei campi profughi – l’UNRWA non ne gestisce nessuna – e l’accento posto dall’UNRWA sull’accesso all’istruzione e sulle opportunità di lavoro. Le scuole e gli istituti dell’UNRWA, in cui l’organizzazione investe oltre il 50% dei suoi fondi, hanno consentito ai rifugiati palestinesi di accedere a posti di lavoro qualificati nei Paesi ospitanti.

La protezione dell’UNRWA si applica principalmente a quei palestinesi – e ai loro discendenti – che hanno lasciato le loro case tra il 1947 e il 1949 e si sono stabiliti nelle aree di azione dell’organizzazione: Giordania, Libano, Siria e Territori palestinesi. Coloro che non si  registrarono perché non avevano bisogno di aiuto o si  stabilirono in aree in cui l’UNRWA non era presente, non possono  accedere ai servizi dell’organizzazione, sebbene a partire dal 2004  si sia iniziato a distribuire aiuti anche ai rifugiati non registrati.

L’area di azione nei territori palestinesi, Giordania, Libano e Siria. (Versione sorgente e alta risoluzione: UNRWA)

Naturalmente l’organizzazione non è esente da critiche. Oltre alle questioni relative alla terminologia utilizzata e alla gestione dei fondi, viene spesso criticato il fatto che la direzione dell’UNRWA sia di solito costituita da stranieri, per lo più occidentali. L’organizzazione  afferma che questa è una misura per impedire alla politica interna palestinese di influenzare le sue operazioni. I detrattori dell’UNRWA criticano anche l’alto numero di dipendenti dell’agenzia, i suoi presunti legami con il partito islamista di Hamas e il fatto di “perpetuare il conflitto” non offrendo soluzioni agli apolidi di origine palestinese, ragioni con le quali nell’agosto del 2018 il presidente americano Donald Trump  giustificò la sua decisione di ritirare i fondi dall’organizzazione. In ogni caso, e nonostante le sue ombre, l’UNRWA continua ad essere un elemento importante nella vita dei rifugiati palestinesi. Attualmente l’UNRWA registra oltre 5.500.000 persone e, grazie ad essa, molte hanno potuto accedere gratuitamente a un’istruzione e a un’assistenza sanitaria di qualità. Tuttavia, la situazione varia a seconda dei Paesi.

Giordania: annessione, concessione della cittadinanza e ambivalenze.

Durante la guerra arabo-israeliana del 1948, il nuovo regno indipendente di Giordania occupò e annesse la Cisgiordania, un’area densamente popolata a maggioranza araba che ospitava un numero significativo di rifugiati. Dopo l’annessione, la popolazione passò da 400.000 a quasi un milione di abitanti. Nel 1954, il re Abdullah concesse la cittadinanza a oltre mezzo milione di abitanti della Cisgiordania e ai rifugiati provenienti da altre parti della Palestina, che iniziarono a godere degli stessi diritti del resto dei giordani, in particolare la libertà di movimento e l’accesso all’istruzione e al mercato del lavoro, compresi i lavori nella pubblica amministrazione e la possibilità di avviare un’attività in proprio. I rifugiati di Gaza e coloro che entrarono in Giordania dopo la guerra del 1967, non  ebbero lo stesso destino: rimasero esclusi dalla cittadinanza, dai servizi sociali e dal mercato del lavoro formale. Oggi ci sono circa 150.000 persone che appartengono a questa categoria, la maggior parte delle quali vive nei campi dell’UNRWA.

La Giordania perse il controllo della Cisgiordania nella guerra del 1967. I suoi abitanti mantennero la cittadinanza giordana fino al 1988, quando il re Hussein decise di recidere i legami amministrativi che collegavano la Cisgiordania al regno hascemita. Più di 1,5 milioni di rifugiati e abitanti del margine occidentale della Giordania persero la cittadinanza. Pur mantenendo i loro passaporti – che ora dovevano essere rinnovati ogni due anni – persero il diritto di risiedere e spostarsi liberamente  in Giordania, nonché i loro posti di lavoro nel settore pubblico. Da allora, il governo ha gradualmente revocato la cittadinanza a migliaia di giordani di origine palestinese.

La situazione è in contrasto con la politica giordana di accettare rifugiati arabi da altri conflitti della regione. Nel 1991, la Giordania ha dato il benvenuto a 300.000 persone espulse dai paesi del Golfo dopo l’invasione irachena del Kuwait; metà di loro erano iracheni e l’altra metà emigranti giordani di origine palestinese. Il regno hascemita, che non è firmatario della Convenzione del 1951, ospita anche oltre 700.000 rifugiati della guerra civile in Siria. Tuttavia, le autorità giordane hanno  rimandato in Siria alcuni rifugiati palestinesi in fuga da quel Paese.

Evoluzione del territorio di Israele dalla sua fondazione nel 1949.

Attualmente, un quinto degli oltre dieci milioni di abitanti della Giordania sono rifugiati palestinesi registrati dall’UNRWA, a cui  si aggiunge un altro mezzo milione di palestinesi non registrati. Meno del 20% dei rifugiati vive nei campi. In effetti, esiste una forte classe media giordano-palestinese che ha beneficiato del  sostegno dell’UNRWA e che, in un contesto di riassestamenti economici, contribuisce a spiegare il risentimento nei loro confronti da parte  dei locali. Le comunità giordana e palestinese tuttavia non sono divise e, sebbene alcuni gruppi locali abbiano cercato di capitalizzare i risentimenti, ci sono molti matrimoni misti, specialmente tra le famiglie benestanti.

Libano: esclusione e attivismo politico

Circa 100.000 rifugiati palestinesi arrivarono ​​in Libano nel 1948. Attualmente secondo l’UNRWA ce sono circa 475.000, e anche se molti di loro vivono fuori dal Libano rimangono registrati per evitare di perdere lo status di rifugiato e l’aiuto dell’organizzazione. La maggior parte dei rifugiati palestinesi in Libano vive nei dodici campi eretti settanta anni fa come soluzione “temporanea”, campi ora convertiti in quartieri con edifici permanenti ma precari, con accesso limitato e elettricità e acqua corrente a intermittenza. Vi è anche un gran numero di rifugiati che vivono in insediamenti informali vicino ai campi.

A differenza della Giordania, in Libano la popolazione palestinese soffre di una grave esclusione sociale e di alti tassi di povertà a causa del suo status giuridico precario. Per non alterare il delicato equilibrio settario che definisce la politica libanese, organizzata su basi religiose, i rifugiati palestinesi non hanno ricevuto la cittadinanza. Allo stesso modo, l’accesso dei palestinesi al mercato del lavoro è molto limitato: la disoccupazione è molto alta tra la popolazione di rifugiati, e i pochi che  hanno un lavoro lo ottengono per lavori informali poco qualificati e poco retribuiti. Molti libanesi rifiutano di assumere rifugiati palestinesi e questi non possono nemmeno aprire un conto bancario.Ugualmente, i palestinesi non possono possedere o ereditare beni immobili o godere dell’assistenza sanitaria  pubblica, così è l’UNRWA responsabile della fornitura dei servizi medici ai rifugiati.

Nonostante la loro vulnerabilità, i palestinesi sono stati e sono attori influenti nella politica libanese. Negli anni ’70, attivisti palestinesi dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e altre organizzazioni usarono il Libano come base operativa, realtà che causò tensioni tra i rifugiati e la popolazione locale e che   fu una delle cause dello scoppio della guerra civile , che causò la morte di molti rifugiati. Dopo la guerra, la maggior parte dei rifugiati palestinesi  continuò la vita nei campi. Nell’ultimo decennio, l’arrivo di centinaia di migliaia di rifugiati dalla Siria ha fornito un’ulteriore fonte di reddito per molti rifugiati palestinesi, che sono stati in grado di affittare stanze e spazi nei loro campi profughi per coloro che fuggono dalla guerra in Siria.

Siria: pragmatismo e diritto al lavoro

A differenza del Libano e della Giordania, i 100.000 palestinesi arrivati ​​in Siria tra il 1948 e il 1949 non  modificarono in modo significativo la struttura demografica: i palestinesi non hanno mai superato il 3% della popolazione del Paese. La politica siriana nei confronti dei rifugiati palestinesi è  una via di mezzo tra il Libano e la Giordania. Sebbene la Siria non abbia concesso la cittadinanza ai palestinesi, storicamente questi hanno goduto di maggiori diritti e libertà rispetto ai palestinesi in Libano.

Negli anni ’50, il governo siriano concesse ai rifugiati palestinesi il diritto di lavorare senza restrizioni nei settori pubblico e privato – compresa la possibilità di far parte dei sindacati e delle associazioni di lavoratori siriani – nonché l’accesso a servizi pubblici, sanità e istruzione. Allo stesso modo, i rifugiati palestinesi furono costretti a prestare servizio militare con il resto dei cittadini siriani, una misura che favorì l’integrazione. Le uniche aree in cui i palestinesi non godono dell’uguaglianza con i siriani sono il diritto di proprietà – in alcuni casi limitato- e la possibilità di viaggiare a livello internazionale, soggetta al contesto politico del momento. Queste politiche furono un successo: a metà degli anni ’80, meno del 30% dei palestinesi in Siria era rimato nei campi profughi dell’UNRWA.

Il campo profughi di Jaramana, alla periferia di Damasco, nel 2009. Sessant’anni dopo la foto che apre l’articolo, è già più un quartiere che un campo provvisorio. Fonte: Wikipedia

Attualmente, l’UNRWA stima il numero di rifugiati palestinesi e dei loro discendenti in Siria a poco più di mezzo milione. Lo scoppio della guerra civile nel 2011 ha complicato la situazione dei rifugiati palestinesi nel Paese, in particolare per i residenti nei campi profughi. Molti di loro hanno lasciato il Paese in direzione di Libano, Giordania, Turchia ed Europa. Coloro che sono rimasti in Siria – il 60% di quelli che sono rimati sono sfollati interni- hanno visto i fondi assegnati all’UNRWA in Siria diminuire a causa delle sanzioni e delle restrizioni della comunità internazionale.

Egitto: vulnerabilità senza  l’UNRWA

La maggior parte dei rifugiati palestinesi risiede nei territori assegnati all’UNRWA. Tuttavia, ci sono anche importanti comunità in altri Paesi arabi. L’esempio più significativo è l’Egitto, dove vivono dai 50.000 ai 100.000 palestinesi.

L’Egitto, come la Siria, non ha dato la cittadinanza ai palestinesi – nemmeno ai Gazawi  dopo l’annessione egiziana della Striscia di Gaza  durata fino al 1967 – ma dal 1954 ha permesso loro di lavorare e  di accedere ai programmi di istruzione primaria , secondaria e superiori, oltre che ai lavori statali. Tuttavia, l’Egitto non ha riconosciuto l’UNRWA né gli ha permesso di operare sul suo territorio. La maggior parte dei palestinesi in Egitto non arrivò nel paese nel 1948, ma  dopo la guerra del 1967. Dopo la firma degli accordi di Camp David tra Egitto e Israele nel 1978 e l’uccisione di un ministro egiziano da parte di una  cellula militante dell’OLP, la situazione dei palestinesi nel Paese peggiorò : persero il diritto all’istruzione e alla salute gratuite condizioni che insieme alla restrizione alla proprietà immobiliare approvata nel 1967, ha fortemente limitato le possibilità economiche della comunità palestinese. Sebbene nel 1981 l’Egitto abbia firmato la Convenzione sullo status dei rifugiati, i palestinesi in Egitto non sono mai stati riconosciuti come rifugiati. Inoltre, il fatto che l’UNRWA non operi nel Paese implica che molti palestinesi non hanno accesso ai servizi sociali di base.

Futuro congelato

I rifugiati palestinesi sono un gruppo speciale, l’unico che non dipende dall’UNHCR. Il diritto al ritorno, a cui i palestinesi non vogliono rinunciare, nonché le circostanze specifiche del conflitto arabo-israeliano e il rifiuto di molti Paesi arabi di firmare la Convenzione sui rifugiati del 1951, hanno portato l’UNRWA, un’organizzazione creata nel 1949 come soluzione temporanea al problema dei palestinesi, a prorogare il termine del mandato ogni pochi anni.

La situazione dei rifugiati palestinesi e dei loro discendenti varia da Paese a Paese, anche in quelli all’interno dell’area operativa dell’UNRWA. In Giordania, molti palestinesi hanno avuto accesso alla cittadinanza e hanno potuto godere degli stessi diritti del resto della popolazione, anche se il regno hascemita ha iniziato a limitarli negli anni 80. In Libano, i rifugiati palestinesi  occupano una posizione marginale e vulnerabile, nonostante la rilevanza delle fazioni politiche palestinesi nella politica libanese negli anni ’70 e ’80. In Siria, i palestinesi sono stati in grado di accedere ai servizi sociali e al mercato del lavoro a parità di condizioni con i locali, il che ha permesso a molti rifugiati di uscire dalla povertà e di integrarsi nell’economia del Paese, sebbene la guerra civile iniziata nel 2011 abbia complicato la situazione. In Paesi al di fuori del mandato dell’UNRWA come l’Egitto, i palestinesi non sono ufficialmente riconosciuti come rifugiati, il che pone la loro situazione in balia delle fluttuazioni politiche del momento. Sebbene il diritto al ritorno sia una rivendicazione centrale dei rifugiati, tutto sembra indicare che la loro situazione rimarrà congelata ancora per molto tempo.

Alejandro Salamanca – Madrid, 1992. Laurea in Storia presso l’UAM e Master in Studi islamici presso l’Università di Edimburgo. Borsa di studio dell’UE nel 2017 per il Master europeo in migrazione e relazioni interculturali a Oldenburg (Germania) e Stavanger (Norvegia). Direttore della rivista Fua e creatore del blog Desvelando Oriente.

Traduzione per Invictapalestina.org di Grazia Parolari.

Reteitalianaism.itIl trasporto scolastico per bambini provenienti da 20 villaggi della regione di Naqab (Negev) si interrompe improvvisamente dopo che il consiglio regionale incolpa il Ministero dell’istruzione israeliano per non aver trasferito fondi.

Adalah. Il Centro legale per i diritti delle minoranze arabe in Israele ha presentato una petizione urgente alla corte martedì 11 febbraio 2020, poiché 2.200 bambini in età prescolare di 20 villaggi beduini sono stati bloccati a casa per un mese a causa di una disputa di bilancio tra il ministero dell’istruzione israeliano e un consiglio regionale nella regione Naqab (Negev) del paese.

La petizione, presentata dall’avvocato Aala Haj Odeh di Adalah a nome dei genitori con figli colpiti e del Consiglio regionale per i villaggi non riconosciuti nel Naqab (RCUV), è stata depositata presso il tribunale distrettuale di Be’er Sheva contro il Consiglio regionale di Neve Midbar e il Ministero dell’Istruzione israeliano. I firmatari chiedono che le autorità israeliane riprendano immediatamente il servizio di scuolabus che è stato interrotto un mese fa.

Il 12 gennaio 2020, il Consiglio regionale di Neve Midbar ha improvvisamente annunciato che il servizio di autobus per bambini in età prescolare di tre e quattro anni provenienti da 20 villaggi (quattro villaggi riconosciuti e 16 non riconosciuti) sarebbe stato sospeso il giorno seguente perché il Ministero dell’istruzione israeliano non era riuscito a trasferire i fondi necessari.

Nonostante i ripetuti appelli di Adalah al Ministero dell’Istruzione e al Consiglio regionale di Neve Midbar, il servizio di scuolabus non è stato ancora ripristinato.

Nella sua serie di lettere alle autorità, Adalah ha sottolineato che la mancata agevolazione del servizio di accompagnamento scolastico costituisce una violazione grave e sproporzionata del diritto all’istruzione.

Il ministero dell’Istruzione non ha risposto alle domande di Adalah e il Consiglio regionale di Neve Midbar ha ribadito solo che il servizio di autobus è stato interrotto a causa dell’incapacità del ministero dell’Istruzione di trasferire il budget necessario.

Nonostante un emendamento del 1984 alla legge sull’istruzione obbligatoria (1949) per fornire un’istruzione gratuita e obbligatoria per i bambini dai tre anni di età – e una direttiva del 2012 che entro il 2016 questa legge doveva essere attuata per includere tutti i bambini, un rapporto della Knesset indica che 4.718 bambini beduini tra i tre e i cinque anni non hanno frequentato le scuole materne  durante l’anno accademico 2017-2018.

Il programma di scuolabus nel Consiglio regionale di Neve Midbar è servito come soluzione per le autorità per conformarsi alla legge sull’istruzione obbligatoria, poiché la maggior parte dei 20 villaggi in questione non ha scuole. Gli scuolabus servivano i bambini in età prescolare portandoli a studiare a distanze fino a 20 chilometri dalle loro case.

L’avvocato Adalah Aiah Haj Odeh ha commentato la grave situazione:

“In generale, Israele non riesce a soddisfare adeguatamente le esigenze educative dei bambini beduini. Ora non riesce nemmeno ad adempiere ai propri obblighi ai sensi della legge sull’istruzione obbligatoria. È difficile immaginare questa situazione, ma per il fatto che questi bambini fanno parte della comunità araba beduina che le autorità israeliane considerano immeritevoli nei servizi forniti dallo stato. È esasperante che questi bambini vengano sfruttati cinicamente in una disputa tra autorità statali. La legge decreta che sia il ministero dell’Istruzione che il Consiglio regionale di Neve Midbar condividono la responsabilità del trasporto di bambini in età scolare, quindi abbiamo presentato una petizione contro entrambe le parti per porre fine a questo scandalo.

(Fonte: https://imemc.org/).

MEMO e Quds Press. Il gruppo di resistenza palestinese, Hamas, ha hackerato centinaia di smartphone dei soldati israeliani, secondo quanto ha riferito il quotidiano israeliano Haaretz.

Da parte sua, Quds Press ha riportato una dichiarazione dell’esercito israeliano rivelando che Hamas ha usato sofisticati metodi di hacking.

L’esercito israeliano ha annunciato che Shin Bet è riuscito a bloccare il flusso di informazioni ottenute da Hamas, non appena ha scoperto l’hacking.

Di recente, il dipartimento di sicurezza dell’intelligence israeliana ha scoperto numerosi tentativi di Hamas di hackerare i telefoni dei soldati israeliani attraverso i social media, tentando anche di scaricare app con virus.

Quds Press ha riferito che Hamas ha usato i telegrammi per la prima volta per comunicare con i soldati israeliani, oltre a falsi account sui social media.

L’esercito israeliano ha scoperto hacking precedenti, ma, non li ha rivelati “per continuare la sua caccia agli hacker di Hamas” e ha aggiunto che “è la prima volta che Israele potrebbe smantellare i tentativi di hacking di Hamas”.

Haaretz ha raccontato come gli hacker di Hamas sono riusciti negli hacking: “Hamas si è rivolto a soldati e ufficiali – alcuni dei quali in ruoli di combattimento – tramite falsi account sui social media apparentemente appartenenti a donne immigrate con un basso livello di ebraico. Le foto del display per i profili falsi erano volutamente allettanti.

“Durante le conversazioni sui social media ai soldati è stato inviato un link che scaricava automaticamente un’app sul dispositivo del soldato, che, quando cliccato su, dava ad Hamas il controllo sul telefono cellulare all’insaputa dei soldati.

“Ciò ha consentito all’organizzazione di acquisire tutte le informazioni sul telefono, inclusa la sua posizione precisa, e di registrare ciò che veniva detto nelle vicinanze del telefono”.

Valle del Giordano-Wafa e Imemc. Martedì, le forze israeliane hanno distrutto le tubature che forniscono acqua alla zona di al-Shunah del villaggio di al-Jiftlik, nella valle del Giordano, a nord di Gerico, secondo l’attivista locale Qais al-Sinawi.

Al-Sinawi, ha dichiarato che le forze israeliane hanno invaso il villaggio e hanno continuato a distruggere i connettori che forniscono acqua corrente ai raccolti palestinesi.

I palestinesi sono costretti a installare un connettori alle principali linee israeliane che forniscono tra i 400 e i 700 metri cubi di acqua sotterranea palestinese all’ora agli insediamenti coloniali illegali.

Questo è l’unico modo in cui i palestinesi sono in grado di portare acqua nelle loro case, colture e bestiame, mentre Israele vieta loro di installare le proprie tubature dell’acqua.

Valle del Giordano – IMEMC. Lunedì mattina, le forze d’occupazione israeliane hanno chiuso dei pozzi d’acqua a Khirbet Allan, nel villaggio di al-Jiftlik, parte settentrionale della Valle del Giordano.

L’attivista Aref Daraghmeh ha dichiarato che l’esercito d’occupazione e la cosiddetta “Amministrazione Civile Israeliana” hanno fatto irruzione nell’area e chiuso i pozzi d’acqua, spiegando che l’occupazione sta usando falsi argomenti per chiuderli, affermando, per esempio, che sono illegali.

Daraghmeh ha sottolineato che questo fa parte della guerra che l’occupazione sta conducendo contro i cittadini palestinesi nella Valle del Giordano, con l’obiettivo di mandarli via.

Daraghmeh ha sottolineato che la guerra contro l’acqua è la più violenta, in quanto priva il palestinese del suo diritto alla sua acqua proveniente dal sottosuolo, che viene poi rubata dall’occupazione e fornita gratuitamente ai coloni.

Nello stesso contesto, l’occupazione militare ha demolito un complesso residenziale e sequestrato il suo contenuto nell’area di Tel al-Samadi, ad al-Jiftlik, ordinando l’evacuazione di oltre 15 strutture.

Fonti per i diritti umani hanno spiegato, secondo il PNN, che le notifiche hanno portato all’evacuazione di alcune case da un’area antica nella Valle del Giordano.

Le fonti hanno inoltre sottolineato che questa politica di notifiche di sfratto è stata adottata dall’occupazione durante l’anno in corso, come una nuova politica per espellere la popolazione dalle sue aree di residenza.

I giuristi chiedono che le istituzioni internazionali e nazionali per i diritti umani proteggano la popolazione e le loro proprietà dall’oppressione e dall’arroganza dell’occupazione militare israeliana.

Gaza – PIC. Lunedì mattina, dei bulldozer dell’esercito israeliano hanno effettuato un’incursione in un’area di confine nella Striscia di Gaza settentrionale.

Testimoni oculari hanno riferito che diversi bulldozer militari si sono addentrati per poche centinaia di metri nella cittadina di Beit Lahia, a nord della Striscia di Gaza, e hanno iniziato il livellamento di alcuni terreni.

Di tanto in tanto, l’esercito israeliano realizza queste azioni nelle aree di confine di Gaza, in palese disprezzo per gli accordi di cessate il fuoco con la resistenza palestinese.

Ramallah – IMEMC. Lunedì, coloni israeliani armati hanno attaccato dei pastori palestinesi nella cittadina di al-Mughayyir, nella Cisgiordania occupata, mentre pascolavano il loro bestiame, secondo quanto dichiarato dal sindaco del paese.

Marzouq Abu Naim ha dichiarato a WAFA che decine di coloni armati hanno inseguito ed aggredito brutalmente diversi civili palestinesi, costringendoli ad uscire dai loro campi, e ferendone cinque, tre dei quali sono stati trasferiti in ospedale.

Allo stesso tempo, le forze israeliane hanno installato un checkpoint mobile all’ingresso del villaggio in seguito all’attacco.

Imemc e PNN. Il Centro Palestinese per lo Sviluppo della Libertà dei Media, “MADA”, ha pubblicato la sua relazione annuale sulla libertà dei media in Palestina nel corso del 2019. Il PNN ha sottolineato che questo rapporto fa parte del progetto “Un Passo Avanti verso la Promozione della Libertà di Espressione in Palestina” (A Step Forward towards Promoting Freedom of Expression in Palestine), promosso dall’Unione Europea.

Il tutto è avvenuto durante una conferenza stampa effettuata oggi su Watan TV alla quale hanno partecipato Ghazi Hanania, Presidente del Consiglio di Amministrazione del Centro MADA, Mousa Rimawi, Direttore Generale del Centro, ed i giornalisti Moath Amarneh e Christine Renawi.

All’inizio della conferenza stampa, Rimawi ha salutato tutti i giornalisti, soprattutto quelli Palestinesi che affrontano quotidianamente la repressione israeliana per informare il pubblico sulla realtà di quel che sta accadendo direttamente sul terreno. Rimawi ha ribadito il rifiuto del cosiddetto “Accordo del Secolo”, che spiana ulteriormente la strada ad uno stato di apartheid e di violazioni dei diritti umani in Palestina, comprese le violazioni della libertà dei media e della stampa. Rimawi ha accolto favorevolmente gli impegni importanti annunciati dal governo palestinese guidato da Muhammad Shtayyah, che rifiuta le aggressioni e le violazioni contro i giornalisti e contro la libertà di opinione ed espressione. Questi impegni si riflettono nella realtà con la diminuzione del numero di violazioni in Cisgiordania, ma la decisione della Pretura di Ramallah che ha bloccato 49 siti web è stata davvero una battuta d’arresto per la libertà di espressione.

Inoltre, Ghazi Hanania ha rivisto i risultati del rapporto annuale per la libertà dei media nel 2019, sottolineando l’impegno del Centro MADA nel portare alla luce le violazioni praticate contro queste libertà in Palestina, da parte delle autorità di occupazione israeliana e da Facebook, in addizione ai Palestinesi. Hanania ha aggiunto che il Centro MADA ha tenuto un incontro con il primo ministro palestinese, Muhammad Shtayyeh, per informarlo sulle libertà dei media e sui requisiti richiesti dal governo palestinese.

Hanania ha segnalato che il Centro MADA ha monitorato e documentato un totale di 678 violazioni contro la libertà mediatica in Palestina. Le forze di occupazione israeliana hanno compiuto un totale di 297 aggressioni (circa il 44%), mentre i gestori dei social media hanno commesso 181 violazioni (il 27%), e diverse autorità palestinesi hanno commesso, nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza, un totale di 200 violazioni (il 29% di tutte le violazioni) indicando che l’incremento del numero di violazioni è il risultato di tutte le violazioni compiute dai gestori dei social media (Facebook, in particolar modo) contro i contenuti palestinesi, e rivolto alle pagine di notizie e ad account di giornalisti.

D’altro canto, il fotografo free-lance Moath Amarneh ha ringraziato tutti coloro che gli hanno espresso solidarietà, da singoli giornalisti ad intere organizzazioni, dopo essere stato colpito dalle forze di occupazione israeliane che gli hanno provocato la perdita di un occhio. Amarneh ha puntualizzato la necessità di preservare la coesione degli organi di stampa per affrontare gli attacchi dell’occupazione israeliana contro i giornalisti palestinesi, che intendono combattere l’immagine palestinese e la narrazione in tutti i modi e che cercano di prevenire i giornalisti dal riportare la realtà di quel che accade ogni giorno sul terreno. Inoltre Amarneh ha evidenziato il fatto che l’esercito di occupazione israeliano tratta i giornalisti palestinesi come nemici sul campo ed intenzionalmente li colpisce. La prova più evidente di questo è la lesione deliberata inflittagli da un cecchino israeliano che gli ha sparato direttamente nell’occhio e che ha poi fotografato il luogo dell’accaduto per documentarlo. Amarneh ha dichiarato che questo è stato un messaggio diretto e chiaro ai giornalisti da parte dell’occupazione israeliana: “Essere un bravo fotografo sarà il motivo per colpirti”.

Per quanto riguarda Christine Rinawi, la cronista del Jerusalem TV ha spiegato come l’occupazione israeliana abbia chiuso l’ufficio della Palestine TV di Gerusalemme, alla fine del 2019, impedendo ai giornalisti di recarvisi per lavorare per 6 mesi. Rinawi ha ribadito che la decisione di chiudere l’ufficio è una questione politica che fa parte delle aggressioni sistematiche contro la città di Gerusalemme. Rinawi ha confermato anche che l’occupazione considera i giornalisti come parte del problema a causa delle ottime fotografie che riescono ad ottenere e per la loro capacità di riuscire a comunicare la verità.

Ha aggiunto di essere stata interrogata 3 volte in un solo giorno, mentre lo staff dell’ufficio di Gerusalemme non ha potuto continuare a trasmettere i programmi sul campo, mentre i suoi colleghi venivano arrestati e conseguentemente indagati. In conclusione, Rinawi ha precisato che non ha importanza in quale modo le forze di occupazione cercano di ostacolare il lavoro dei giornalisti palestinesi, la copertura continuerà poiché il giornalista palestinese ha un messaggio da trasmettere e diffondere.

Traduzione per InfoPal di Aisha Tiziana Bravi

Palestine ChronicleDi Michael Lescher. 

(These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons [Queste catene verranno spezzate: storie palestinesi di lotta e resistenza nelle carceri israeliane], di Ramzy Baroud, Clarity Press, Inc., 2020)

Fyodor Dostoevsky ha scritto che “il grado di civiltà in una società può essere giudicato visitando le sue prigioni” – un’osservazione in nessun luogo più tristemente vera che in una società la cui stessa esistenza comporti il confinamento di un altro popolo. Il nuovo libro di Ramzy Baroud, “These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons”, illustra con una straziante immediatezza il motivo per cui la Palestina contemporanea si riveli nel modo più chiaro all’interno delle prigioni che Israele ha costruito per coloro che resistono alla sua occupazione della loro terra. Viste attraverso il libro di Baroud, queste gabbie raccontano una doppia storia: da un lato, lo squallore di una società eretta sulle fondamenta di un’espropriazione; dall’altro, l’aspra determinazione dei palestinesi che, contro ogni previsione, si rifiutano di essere cancellati dalla storia.

“These Chains Will Be Broken” è una raccolta di testimonianze di prima mano che descrivono le esperienze dei detenuti palestinesi, prese o dai prigionieri stessi o da altri che li conoscono da vicino. (La storia di Faris Baroud, argomento del capitolo finale del libro e di un lontano parente dell’autore, è raccolta dagli scritti di sua madre Ria, morta nel 2017; suo figlio è morto quasi due anni dopo, ancora dietro le sbarre.)

Baroud, giornalista, studioso e consulente nel settore dei media, ha dedicato diversi precedenti libri alla lotta palestinese vista dal punto di vista degli stessi palestinesi. In “These Chains Will Be Broken”, fa un ulteriore passo avanti, tenendo sospesa la propria voce narrante in modo che i detenuti possano raccontare la propria storia a modo loro, trasportando così il lettore direttamente nella loro esperienza. Il risultato è un toccante e profondamente inquietante promemoria su come, in fondo, la storia della Palestina sia un costante ripetersi di prigionia e resistenza.

“La prigionia”, scrive Khalida Jarrar (lei stessa una dei protagonisti del libro) con una premessa illuminante, “rappresenta una posizione morale che deve essere presa ogni giorno e non può mai essere lasciata alle proprie spalle”. Che sia un avvertimento: il lettore di “These Chains Will Be Broken” è ripetutamente costretto ad assumere tale posizione morale mentre, capitolo dopo capitolo, i prigionieri palestinesi mettono a nudo le loro privazioni, le loro speranze, le loro delusioni e la loro determinazione a resistere.

Perfino quelli che hanno familiarità con le realtà della lotta possono trovarsi impreparati alle sue asprezze se le percepiscono, come accade a questi palestinesi, dietro le mura della prigione piuttosto che sepolte dentro la rete della propaganda israeliana. In un articolo denigratorio pubblicato (ahimè) dalla prestigiosa Yale University Press nel 2006, il portavoce della WINEP [organizzazione di esperti americana con sede a Washington DC che si occupa della politica estera degli Stati Uniti in Medio Oriente, ndtr.] Matthew Levitt ha liquidato con poche parole Majdi Hamad definendolo “un terrorista di Hamas condannato all’ergastolo per aver ucciso a Gaza dei compagni palestinesi, presumibilmente sospetti informatori.” Ma quando Hamad compare per la prima volta nel libro di Baroud attraverso gli occhi del compagno prigioniero Mohammad al-Deirawi, dà un’impressione molto diversa: “Veniva trascinato nella sua cella nel carcere sotterraneo di Nafha da un buon numero di guardie armate. Lo picchiavano e lo prendevano a calci dappertutto e, nonostante le sue catene, reagiva come il leone che era. Il suo volto era coperto di sangue. “(Apprendiamo dal libro che questo “leone” è anche “dolce e gentile con i suoi compagni”.)

Allo stesso modo i lettori occidentali possono essere sorpresi della dignità dello stesso al-Deirawi, a cui, dopo aver ricevuto una condanna a 30 anni in un tribunale militare israeliano, viene chiesto dal giudice non se abbia qualcosa da dire ma se sia disposto a “chiedere scusa”.

“Non ho nulla di cui scusarmi”, così al-Deirawi riferisce di aver risposto al giudice. “Non mi scuserò mai per aver resistito all’occupazione, per aver difeso il mio popolo, per aver lottato per i miei diritti rubati. Ma dovete scusarvi voi, e devono scusarsi coloro che demoliscono le case mentre i loro proprietari sono ancora dentro. Coloro che uccidono i bambini, che occupano la terra e commettono crimini contro persone disarmate e innocenti, sono loro che devono scusarsi.” “La mia risposta non gli è piaciuta”, aggiunge al-Deirawi, in uno dei rari momenti di ironia del libro.

I racconti nella raccolta di Baroud contengono descrizioni inevitabili di torture e maltrattamenti, ma alcuni dei dettagli più sconvolgenti riguardano atti di sadismo del tutto gratuito. Una guardia si offre di portare una tazza di tè a un prigioniero e poi versa acqua bollente sulla sua mano tesa. Una caviglia ridotta in frantumi viene “trattata” con un impacco di ghiaccio. Ad un minore incarcerato viene falsamente detto, la notte prima della sua liberazione, che sta per essere condannato all’ergastolo. Una donna tenuta in isolamento è costretta ad osservare un gatto con cui ha stretto amicizia mentre muore insieme ai suoi cuccioli dopo che sono stati avvelenati dalle guardie.

Per di più, i racconti dei prigionieri confermano che queste non sono azioni isolate; nascono dalla logica di un sistema progettato per disumanizzare le sue vittime e anche per intimidirle. Prigioniero dopo prigioniero, per esempio, offrono una descrizione orribile della “bosta” – il veicolo speciale usato per trasportare i palestinesi dalla prigione al tribunale militare e viceversa. La stravagante crudeltà di questa prigione su ruote non ha uno scopo dal punto di vista giudiziario; evidentemente per i loro carcerieri tenere i palestinesi rinchiusi in posizioni anguste, ammanettati e incatenati, dentro minuscole gabbie di metallo surriscaldate per 8-12 ore ogni volta, è fine a se stesso.

Ma tutto questo è solo una parte della storia raccontata nella raccolta di Baroud. Ci sono momenti notevoli di bellezza e coraggio. Un prigioniero separato dalla sua giovane figlia per decenni descrive la felicità provata nel sentire che sua figlia, frequentando la prima elementare, ha appreso la vera ragione della sua prigionia. Sottoposti a continui tormenti, alcuni prigionieri riescono a conseguire il diploma di scuola superiore. Una donna detenuta insulta “un omone” che le guardie hanno fatto entrare nella sua cella: “Se vuoi violentarmi, vai avanti; hai violentato la mia terra e la mia gente, quindi vai avanti e violentami.” La sua sfida mette fine alle minacce sessuali anche se le guardie hanno continuato a torturarla, dice, con sigarette e scosse elettriche sul seno.

Un altro prigioniero dedica quasi tutto il suo tempo allo studio delle lingue, traducendo libri e articoli su una vasta gamma di argomenti politici – un compito che persegue con immutato zelo anche dopo che il suo intero negozio di 4.000 articoli è stato confiscato (senza spiegazione) dalle guardie israeliane con un’incursione. Ancora, un altro prigioniero descrive come lui e i suoi compagni hanno perseverato nello sciopero della fame, nonostante le aggressioni e l’alimentazione forzata, fino a quando le loro richieste sono state finalmente soddisfatte.

La decisione di Baroud di non suddividere i suoi protagonisti in base alla natura dell’azione di resistenza per la quale sono stati imprigionati, violenta o non violenta, messa in atto all’interno di Israele o nei Territori Palestinesi Occupati, metterà a disagio alcuni lettori. Ciò è chiaramente intenzionale. Nella sua introduzione, Baroud insiste sul fatto che “sarebbe assolutamente ingiusto ingabbiare i prigionieri palestinesi in comode categorie di vittime o terroristi, in quanto le classificazioni rendono un’intera Nazione sia vittima che terrorista, un concetto che non riflette la vera natura della pluridecennale lotta palestinese contro il colonialismo, l’occupazione militare e il radicato apartheid israeliano”.

La spietata forma in prima persona di queste narrazioni conferma l’intuizione di Baroud. In mezzo alle ineludibili abiezioni e ai diritti violati della reclusione prolungata, le convinzioni politiche sono destinate a essere vissute in termini di passione condivisa, non di dettagli. Questo libro sostiene che chiunque ricerchi dei parametri diversi per comprendere la Palestina e le prassi dei suoi difensori deve prima distruggere le gabbie che pongono dei confini all’agire dei palestinesi. Fintanto che l’occupazione israeliana renderà la Palestina una vasta prigione, la resistenza sarà in ogni caso l’unico criterio in base al quale una vita palestinese possa essere valutata.

E i prigionieri qui rappresentati ne sono ben consapevoli. Come la poetessa (ed ex prigioniera) Dareen Tatour esclama alla fine del suo capitolo in “These Chains Will Be Broken”:

Lo spirito non si inchinerà,

la sua tenacia non morirà…

Per lune che sorgeranno nei nostri cieli

Dobbiamo vivere in questa oscurità.

Michael Lesher, scrittore e avvocato, ha pubblicato numerosi articoli che trattano di abusi sessuali su minori e altri argomenti, incluso il conflitto Israele-Palestina. È autore del recente libro Sexual Abuse, Shonda and Concealment in Orthodox Jewish Communities (McFarland & Co., Inc.) [Abuso sessuale, vergogna e copertura nelle comunità ebree ortodosse, ndtr.], incentrato sulla copertura di casi di abuso tra ebrei ortodossi. Vive a Passaic, nel New Jersey.

Traduzione dall’inglese per Zeitun.info di Aldo Lotta.

Middle East MonitorDi Amira Abo el-Fetouh. Donald Trump ha fatto scoppiare una bomba con il suo “accordo del secolo”, che elimina ciò che rimane della Palestina storica e liquida completamente la causa palestinese. I Paesi arabi avrebbero dovuto ribellarsi all’unanimità contro di esso. Le masse arabe avrebbero dovuto scendere in piazza a milioni come reazione naturale all’accordo. Non è successo, nemmeno nei territori palestinesi occupati in Cisgiordania. Quelli che sono scesi in strada, un po’ timidamente, lo hanno fatto in Giordania, Algeria e Marocco.

Che cosa è successo al popolo arabo? Dove sono finite le masse? Si sono affievoliti i loro sentimenti verso la principale causa araba, la Palestina? Abbiamo assistito a manifestazioni di massa negli anni passati, quando, ad esempio, Ariel Sharon profanò la moschea di Al-Aqsa; quando Mohammad Al-Durra, 12 anni, fu ucciso; quando lo sceicco Ahmed Yassin, Abdel Aziz Al-Rantisi e altri furono trasformati in martiri. Le masse sono scese in piazza anche durante i frequenti attacchi israeliani contro i palestinesi nella Striscia di Gaza.

La recente debole risposta ricorda la reazione alla decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale “indivisa” dello Stato di Israele. All’epoca lo stesso presidente degli Stati Uniti dichiarò di essersi aspettato una reazione maggiore dagli arabi. Sono sicuro che sia stata la mancanza di una reazione infuriata che lo ha incoraggiato a fare tante altre mosse ingiuste a favore del nemico sionista, che avrebbero dovuto provocare gli arabi – ma gli era stato assicurato che, come Nazione unita, sono moribondi. Tali mosse includono il via libera a Israele per annettere le alture del Golan siriano e gli insediamenti sionisti illegali, oltre al taglio delle donazioni statunitensi all’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e il Lavoro [per i rifugiati palestinesi in Medio Oriente, ndtr.] (UNRWA), tutte preludio al malaugurato “accordo”.

Invece di scendere in strada, le masse arabe apparentemente si accontentano di dichiarare la loro rabbia attraverso i social media, senza dubbio perché sono essi stessi oppressi da dittatori che governano con il pugno di ferro e non consentono alcun tipo di dissenso pubblico. Quando hanno preso il controllo della situazione, durante e dopo le rivoluzioni delle primavere arabe, le bandiere palestinesi sventolavano nelle piazze in solidarietà con il popolo palestinese.

In Egitto, ad esempio, dopo la rivoluzione un uomo scalò il muro del grattacielo dove al 12 ° piano si trova l’ambasciata israeliana e tirò giù la bandiera israeliana, che fu poi gettata a terra e bruciata; l’atto fu applaudito dai presenti. Al confronto è ben diverso il destino del giovane che qualche mese fa ha alzato una bandiera palestinese mentre guardava una partita di calcio. É stato arrestato e mandato a processo.

Questo è ciò che è accaduto al popolo arabo, e chiarisce perché Israele abbia cospirato contro le primavere arabe con i suoi agenti nella regione, in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti, in modo che leader nazionali controllati da Israele possano essere suoi subordinati a guardia dei confini. Nel suo discorso alla cosiddetta Lega araba il presidente del coordinamento della sicurezza con Israele, Mahmoud Abbas, ha ammesso il proprio tradimento. Ha detto di aver dato agli israeliani informazioni che potevano solo sognare di avere, ma che ora ha smesso e che dovranno difendersi da soli. Ha anche detto di credere che i palestinesi non abbiano bisogno di armi, e che cercherà di rendere lo Stato palestinese un’entità demilitarizzata. È un dato di fatto che i sovrani arabi vedano Israele come un’ancora di salvezza, per cui si affrettano a compiacerlo in ogni modo per garantirsi di rimanere sui propri troni.

È quindi vergognoso che il presidente del Consiglio militare di transizione in Sudan, Abdel Fattah Al-Burhan, abbia incontrato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in Uganda dopo l’annuncio dell’accordo della vergogna di Trump e abbia annunciato di aver accettato di normalizzare le relazioni con lo Stato sionista. Incredibilmente, ha affermato che la sua visita a Entebbe andrà a beneficio del popolo palestinese.

Dopo il viaggio di Al-Burhan – un tradimento sia per la nostra religione che per il popolo arabo – possiamo dire senza esagerazione che l’intera Valle del Nilo è ora sotto il dominio israeliano. Così si conclude l’assedio arabo totale del popolo palestinese, a cui viene ora chiesto di rinunciare a tutto all’interno del documento di resa mascherato da “piano di pace”.

Tuttavia, questo non accadrà. L’eroico popolo palestinese non si arrenderà mai e non abbandonerà mai la lotta. I palestinesi hanno già iniziato con azioni individuali, ma vogliamo che mettano in atto una rivolta collettiva guidata da una leadership unita che faccia tremare la terra sotto i piedi dei sionisti. Vogliamo una resistenza unita e un ritorno alla lotta del passato. La terra storica della Palestina, dal fiume al mare [cioè dal Giordano al Mediterraneo, ndtr.], sarà recuperata solo attraverso ogni tipo di legittima resistenza.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

Traduzione dall’inglese per Zeitun.info di Luciana Galliano.

Arabia Saudita – MEMO. La settimana scorsa, l’Arabia Saudita ha ricevuto una delegazione di membri della Conferenza dei presidenti delle principali organizzazioni ebraiche statunitensi, secondo quanto affermato da Haaretz.

Si ritiene che il viaggio sia la prima visita ufficiale nel regno da parte di un’organizzazione ebraica statunitense dal 1993, quando il Congresso ebraico statunitense inviò una delegazione in Arabia Saudita per gli Accordi di Oslo.

La visita, avvenuta tra lunedì e giovedì della settimana scorsa, ha visto la realizzazione di incontri sulla lotta al terrorismo e sugli attori che istigavano l’instabilità in Medio Oriente, con la presenza di alti funzionari sauditi, nonché con sheikh Mohammed Bin Abdul Karim al-Issa ed il segretario generale della Lega mondiale musulmana, che ha guidato una delegazione ad Auschwitz il mese scorso, secondo quanto riferito dal Jewish Telegraphic Agency.

Inoltre, è stata segnalata la presneza della leadership professionale del gruppo, il vicepresidente esecutivo Malcolm Hoenlein e l’amministratore delegato William Daroff, nonché l’attuale presidente Arthur Stark.

Nel corso degli anni, l’organizzazione è stato in conflitto sul sostenere o meno le mosse unilaterali del presidente USA Donald Trump nei confronti di Israele, e aveva in precedenza condannato la politica coloniale di Israele.

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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