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Gaza-PIC e Quds Press. Venerdì, decine di Palestinesi sono rimasti feriti dalle forze di occupazione israeliane (IOF) che hanno aperto il fuoco contro i manifestanti che prendevano parte alla Grande Marcia del Ritorno ad est di Gaza.

Il ministero della Sanità di Gaza ha affermato che 37 cittadini palestinesi, tra cui 10 bambini e un medico, sono stati feriti da proiettili letali e dalle bombe lacrimogene.

Migliaia di Palestinesi hanno manifestato lungo il confine orientale della Striscia di Gaza, nell’83° venerdì della Grande Marcia del Ritorno, dopo una pausa di tre settimane.

I Palestinesi della Striscia di Gaza hanno lanciato la Grande Marcia del Ritorno il 30 marzo 2018 per chiedere il diritto al ritorno dei rifugiati e la fine del blocco decennale su Gaza.

Le proteste al confine, pur essendo completamente pacifiche, sono state represse violentemente dalle forze israeliane: finora 362 Palestinesi sono stati uccisi e oltre 32.000 feriti.

Al Jazeera-Di Abeer Butmeh (Da InvictaPalestin.org). La lotta per la giustizia climatica per tutti è direttamente collegata alla lotta palestinese.

Venerdì, 29 novembre, sono coincisi due importanti eventi globali per me di grande rilevanza: il quarto sciopero globale del clima e l’annuale Giornata Internazionale di Solidarietà delle Nazioni Unite con il popolo palestinese. Questa convergenza rappresenta simbolicamente una realtà importante: la lotta per la giustizia climatica per tutti è direttamente connessa alla lotta palestinese. La Palestina è una questione di giustizia climatica.

Nel mio lavoro di coordinamento delle organizzazioni ambientaliste palestinesi, sono ogni  giorno testimone del fatto  che per i palestinesi il cambiamento climatico non è solo un fenomeno naturale, ma politico. Il regime israeliano di occupazione e apartheid, che ci nega il diritto di gestire la nostra terra e le nostre risorse, aggrava la crisi climatica che i palestinesi si trovano a dover affrontare, rendendoci più vulnerabili agli eventi climatici.

L’esempio più estremo è la Striscia di Gaza, dove due milioni di palestinesi vivono in una prigione a cielo aperto sotto l’occupazione e l’assedio israeliano. Le Nazioni Unite hanno previsto che Gaza sarà invivibile entro il 2020. Molti sostengono che lo sia già.

L’acuta carenza di acqua potabile a Gaza è stata aggravata non solo dal cambiamento climatico, ma anche dalle restrizioni di Israele sull’ingresso di materiali e carburanti necessari per il trattamento delle acque reflue. Di conseguenza, le acque reflue si sono infiltrate nella falda acquifera di Gaza e fluiscono non trattate nelle acque costiere di Gaza, danneggiando la vita marina e la salute. Il novantasette percento dell’acqua di Gaza non è adatta al consumo umano e l’acqua contaminata causa il 26 percento di tutte le malattie di Gaza ed è una delle principali cause di decessi infantili.

In uno degli innumerevoli tragici esempi legati all’inquinamento idrico, ricordo  quello un bambino di cinque anni, Mohammed al-Sayis, andato sulla spiaggia di Gaza con la sua famiglia per sfuggire al caldo e morto nel 2017 dopo aver nuotato nell’acqua di mare contaminata dalle acque reflue.

Israele ha anche danneggiato la terra e l’agricoltura di Gaza. L’esercito israeliano impedisce ai palestinesi di utilizzare il 20 percento della terra arabile vicino alla recinzione militarizzata e  irrora i terreni agricoli di Gaza con pericolosi erbicidi. Uno studio condotto dalla nostra organizzazione, la rete di ONG palestinesi ambientaliste  FoE Palestine, ha rilevato che la guerra di Israele del 2014 a Gaza, durante la quale Israele lasciò cadere 21.000 tonnellate di esplosivi, potrebbe aver causato ingenti danni al suolo riducendone la produttività agricola.

Nella Cisgiordania occupata, Israele ruba e distrugge sistematicamente terra e acqua palestinesi. Israele controlla oltre il 60% delle terre della Cisgiordania, dove 640.000 israeliani vivono attualmente in insediamenti illegali. I coloni israeliani consumano sei volte più acqua dei 2,9 milioni di palestinesi residenti in Cisgiordania. Dal 1967, Israele ha anche sradicato 800.000 alberi di ulivo.

I mezzi di sussistenza delle comunità agricole palestinesi sono stati  modificati dalla combinazione di sequestro di terra e di acqua e cambiamenti climatici. Gli agricoltori palestinesi affrontano alcuni dei loro problemi più gravi nella Valle del Giordano, un’area agricola che comprende il 30 percento della Cisgiordania.

Il villaggio di Al-Auja, nella Valle del Giordano, è un caso emblematico. Parte della terra di al-Auja è stata sequestrata da quattro insediamenti israeliani. Aggiungendo il danno alla beffa, la fonte principale di al-Auja, che un tempo forniva un flusso continuo di acqua per l’agricoltura, ora fornisce acqua da poche settimane a pochi mesi ogni anno. Questa riduzione è avvenuta  dopo che Mekorot, la compagnia idrica nazionale israeliana, ha scavato pozzi a monte della stessa falda acquifera. Il prosciugamento della sorgente  di al-Auja ha notevolmente ridotto la produzione agricola.

E mentre villaggi come al-Auja fanno fatica ad adattarsi alla scarsità d’acqua, gli insediamenti illegali israeliani nelle vicinanze godono di un abbondante accesso all’acqua per bere, per irrigare coltivazioni e prati e per le piscine. Chiamiamo questa grave discriminazione apartheid dell’acqua, una componente importante del più ampio regime di apartheid climatico che Israele sta imponendo ai palestinesi.

In tutto il mondo Israele coltiva una sua immagine”verde”, ma la realtà è drammaticamente diversa. Israele si affida a pratiche agricole e idriche insostenibili che dipendono dallo sfruttamento della terra e dell’acqua dei palestinesi. Inoltre, il 97,7 per cento della produzione di elettricità israeliana proviene da combustibili fossili e Israele sta cercando di esportare in Europa gas naturale ed elettricità generata da combustibili fossili.

In occasione della Giornata Internazionale di Solidarietà con il popolo palestinese, le organizzazioni ambientaliste palestinesi chiedono una pressione globale su Israele affinché ponga fine all’apartheid con il boicottaggio del governo israeliano e delle istituzioni e società che sono complici nel distruggere l’ambiente, violare i nostri diritti e trarre profitto dalle nostre risorse.

Ciò include il boicottaggio dei progetti internazionali di Mekorot, che sostengono l’apartheid idrico privando i palestinesi dell’accesso all’acqua e fornendola agli  insediamenti illegali in Israele; il boicottaggio dei datteri mejdoul, che vengono coltivati nella valle del Giordano usando terra e acqua rubate ai palestinesi; l’opposizione all’esportazione israeliana di gas naturale ed elettricità in Europa.

Mentre la gente si raduna venerdì in tutto il mondo per porre fine all’uso di combustibili fossili e per la giustizia climatica per tutti, gli organizzatori dovrebbero includere tali boicottaggi tra le loro strategie e richieste a sostegno della libertà, della giustizia e dell’uguaglianza dei palestinesi.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

(Immagine di copertina: Palestinesi passano davanti a una pozza di liquami su una spiaggia nella striscia settentrionale di Gaza il 13 luglio 2018. Foto scattata il 13 luglio 2018 [Mohammed Salem/Reuters]).

Traduzione per InvictaPalestina.org di Grazia Parolari.

Gerusalemme-PIC, Wafa, Quds Press e Imemc. Venerdì mattina, le forze di occupazione israeliane hanno arrestato una troupe televisiva palestinese a Gerusalemme e sequestrato telecamere e attrezzature di trasmissione.

Secondo Wafa, le forze israeliane hanno preso d’assalto l’area del Monte degli Ulivi a Gerusalemme, dove veniva girato uno show mattutino televisivo e hanno arrestato Dana Abu Shamsiyeh, l’ancor-man, Amir Abed Rabbu, il cameraman e Mohammed al-Abbasi, l’ospite.

Le forze israeliane hanno inoltre sequestrato telecamere e apparecchiature di trasmissione.

Nella vicina zona di Bab al-Amud, le forze israeliane hanno arrestato il reporter della TV Palestine Christine al-Rinawi e il cameraman Ali Yasin e li hanno trasferiti nel centro di detenzione di al-Maskubiyeh.

Il 20 novembre le autorità israeliane di occupazione hanno emesso un ordine che vieta tutti i programmi e gli spettacoli televisivi palestinesi a Gerusalemme.

Betlemme-AsiaNews. Una folla di fedeli in festa ha accolto, lo scorso fine settimana, l’arrivo a Betlemme di un frammento della mangiatoia in cui è stato accolto Gesù alla nascita. La reliquia, proveniente da Roma, sarà esposta per tutto il periodo di Avvento presso la chiesa francescana di Santa Caterina, adiacente la Basilica della Natività in piazza della Mangiatoia. L’inizio delle celebrazioni che accompagnano al Natale ha visto anche il tradizionale rito dell’illuminazione dell’albero di Natale.

Interpellato da AsiaNews mons. Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato di Gerusalemme dei latini, riferisce che il frammento della mangiatoia “è stato accolto come una sorpresa, una grande e piacevole sorpresa”. “Non vi era stata – prosegue il prelato – nessuna campagna di presentazione o voci che annunciassero l’arrivo della reliquia per l’inizio dell’Avvento”. Questo gesto, conclude, “è un segnale ulteriore della grande cortesia e della profonda attenzione che papa Francesco nutre verso la Chiesa di Terra Santa. Il ritorno del frammento è stato un po’ come chiudere un cerchio”.

In un primo momento l’oggetto devozionale – affidato alle cure della Custodia di Terra Santa – è stato esposto all’istituto di Notre Dame a Gerusalemme, proveniente dalla Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. Il frammento ligneo era stato prelevato nel VII secolo, dopo la conquista della Terra Santa da parte dei musulmani. Il 30 novembre il trasferimento a Betlemme, nel luogo esatto della Natività, dove è stato accolto da una folla in processione e al suono della banda per l’inizio ufficiale delle celebrazioni legale al Natale.

Il sindaco della cittadina palestinese Anton Salman, ricorda che la decisione è nata in occasione della visita di Mahmoud Abbas in Vaticano, durante la quale il presidente Anp ha chiesto a Papa Francesco la restituzione della reliquia. Il frammento, prosegue il sindaco, è stato prelevato circa mille anni fa da Betlemme e non è più tornato. Per Amira Hanania, membro dell’Higher Committee of Churches Affairs, è “un fatto storico” perché l’oggetto “torna nella sua collocazione originale e sarà un elemento di attrazione per fedeli di tutta la Palestina e turisti da tutto il mondo”.

Hebron-Imemc. I soldati israeliani hanno invaso, giovedì, la cittadina di Ath-Thaheriyya, a sud di Hebron, nella Cisgiordania meridionale, e hanno distrutto macchine di un’officina, oltre ad aver demolito quattro strutture residenziali nella vicina cittadina di Yatta.

I soldati hanno invaso Ath-Thaheriyya, prima di entrare nell’officina, e hanno deliberatamente danneggiato le macchine.

La struttura demolita apparteneva ai membri della famiglia palestinese locale di Manna.

Inoltre, i soldati hanno demolito quattro strutture residenziali; una di proprietà di un’anziana palestinese, identificata come Nozha Makhamra, e tre appartenenti a Shehada Makhamra, nel villaggio di Masafer Yatta, a sud di Hebron.

Nelle notizie correlate, diversi coloni israeliani hanno attaccato gli agricoltori di Umm al-Arayes, ad est di Yatta, e hanno impedito loro di lavorare le loro terre.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Gerusalemme-Imemc. Giovedì pomeriggio, soldati israeliani hanno rapito un palestinese e hanno ferito molte studentesse nella cittadina di Anata, a nord-est della Gerusalemme occupata.

Najwa Refa’ey, preside della Scuola superiore femminile di Anata, ha affermato che molte jeep dell’esercito hanno invaso la strada di fronte alla scuola e hanno attaccato diverse ragazze, che protestavano contro l’invasione lanciando pietre contro i soldati.

Ha aggiunto che i soldati hanno sparato una raffica di bombe a gas e granate stordenti nella zona, compreso il campus della scuola, asfissiando decine di studentesse con i gas lacrimogeni.

Le ragazze non hanno potuto lasciare la scuola dopo la fine della giornata, e hanno dovuto aspettare finché i soldati sono andati via. Inoltre, questi hanno inseguito un giovane non identificato vicino alla scuola, sequestrandolo.

Giovedì all’alba, i soldati hanno rapito 14 palestinesi dalle loro case, in diverse parti della Cisgiordania occupata.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

A cura dei Giovani Palestinesi d’Italia. Abdallah Abu Sninih, 18 anni, è un fotografo di Beit Hanina, Gerusalemme.
Si è appassionato alla fotografia circa 4 anni fa, ha sempre voluto in qualche modo trasmettere la sua sensazione di appartenenza per la propria Terra alla gente che, purtroppo, non può entrare o che non abbia mai visto la Palestina.
Abdallah si concentra prevalentemente sul centro di Gerusalemme, quindi predilige fotografare la cupola dorata, cercando di cogliere piccoli dettagli.

Ogni mercoledì pubblicheremo varie foto di un fotografo palestinese.
Con questa rubrica vi presenteremo in breve il fotografo e vi mostreremo il suo lavoro. Vogliamo riconoscere gli sforzi che fanno per questo lavoro, rischiando la loro vita ogni giorno.
La fotografia è un’arte e impareremo ad apprezzarla ancora di più.
Dietro ogni foto c’è un messaggio e una storia e vi invitiamo a coglierlo.

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Gerusalemme-Quds Press e PIC. Decine di coloni, giovedì mattina, hanno invaso i cortili della moschea al-Aqsa sotto la stretta sorveglianza della polizia.

L’autorità islamica dei Beni religiosi – Awqaf – ha affermato che 100 coloni, compresi gli studenti, hanno visitato i cortili della Moschea e hanno ricevuto spiegazioni sul presunto Monte del Tempio.

Il complesso della moschea al-Aqsa è esposto all’invasione quotidiana da parte di coloni e forze di polizia, la mattina e il pomeriggio, tranne il venerdì e il sabato.

La polizia israeliana chiude la porta di al-Maghariba, che viene utilizzata dagli ebrei per entrare nella moschea, alle 10:30 dopo che i coloni hanno completato i loro tour mattutini nel luogo sacro. Più tardi, nel pomeriggio, lo stesso cancello viene riaperto per i tour serali.

Durante la presenza di coloni all’interno del complesso della moschea, vengono imposte restrizioni all’entrata dei fedeli musulmani agli ingressi che conducono alla moschea e i loro documenti di identità vengono sequestrati fino a quando non lasciano il luogo santo.

MEMO. Israele inizierà ad esportare gas naturale in Giordania e in Egitto all’inizio del nuovo anno, secondo quanto riferito al quotidiano israeliano Haaretz dal ministro dell’Energia Yuval Steinitz.

Steinitz ha affermato che “prima della fine dell’anno, inizieremo a rifornire il mercato interno e nelle settimane successive esporteremo in Egitto e Giordania.

“Nonostante le obiezioni di alcuni ambientalisti, nulla impedisce a Israele di esportare gas in Europa”.

Nel febbraio 2018 Israele firmò un accordo di 15 miliardi di dollari con l’Egitto per la fornitura di gas naturale per dieci anni. Nel settembre 2016, Tel Aviv firmò un altro accordo del valore di 10 miliardi di dollari con la Giordania per la fornitura di circa 45 miliardi di metri cubi di gas per 15 anni.

Traduzione per InfoPal di L.P.

Gerusalemme – IMEMC. Nell’ultimo rapporto settimanale l’Ufficio Nazionale per la Difesa delle Terre e degli Insediamenti Superstiti ha dichiarato che il ministro israeliano per le attività edili ha varato, con la collaborazione della municipalità gerosolimitana, un vasto programma d’insediamento, finalizzato alla realizzazione di 11000 unità abitative nell’area dell’aeroporto di Qalandia. Tale iniziativa rientra nell’ambito delle strategie tese ad imporre la sovranità israeliana sulla Città Santa, isolandola dalle comunità palestinesi residenti nei suoi dintorni. Il PNN ha ricordato che l’aeroporto di Qalandia risulta inattivo fin dal 2000, quando le autorità di Tel Aviv decisero di chiuderlo in conseguenza dello scoppio della seconda intifada.

Nelle scorse settimane, l’occupazione ha iniziato la costruzione di 176 nuove unità abitative presso l’illegale colonia di Nof Zion, sita alle pendici del Monte degli Ulivi, nel meridione della Gerusalemme occupata. Nel momento in cui tali attività edili giungeranno a completamento, l’insediamento conterà 550 nuclei residenziali, divenendo la più grande comunità colonico-ebraica all’interno dei territori palestinesi che circondano la città. I terreni coinvolti, al termine di una contesa giudiziaria, furono acquisiti dai miliardari ebrei Rami Levy (israeliano) e Kevin Bermeister (australiano), fondatore di Skype. E’ stato riferito che il progetto riguardante quest’area si trova attualmente alla prima fase di sviluppo. La seconda, che prevede l’implementazione di due programmi mirati alla realizzazione di 350 unità abitative, vedrà anche l’installazione di una cabinovia e la costruzione di un albergo.

L’attivista per i diritti umani Ra’id Bashir, di Gerusalemme, ha rivelato l’esistenza di altri tre progetti, afferenti il quartiere di Masarra, le caratteristiche commerciali del quale sono state completamente stravolte attraverso la conversione della piazza principale in un parco pubblico. Le iniziative previste includono anche l’estensione del tunnel locale fino alla Porta di Hebron: il piano urbanistico relativo, depositato ufficialmente con la dicitura “completamento del tunnel” ed associato al codice 77679-04-101, prevede il sequestro di 44 dunam e la realizzazione di una galleria sotterranea che metta in comunicazione Hebron ed il quartiere di Masarra, in modo da convertire quella che era un’area aperta in una grande stazione dedicata ai trasporti.

L’ufficio legale ha rivelato che la municipalità israeliana di Gerusalemme sta approntando un progetto edilizio (codice 0465229-101) che riguarderà un’area di 700 dunam e che risulta finalizzato alla realizzazione di un certo numero di strutture commerciali tra Sultan Sulayman Street ed il quartiere di Masarra. Tale nuovo polo dovrà fungere da alternativa ai centri commerciali tradizionali della Gerusalemme araba.

Secondo i dati riportati dall’Ufficio Statistico Israeliano, delle 19634 unità abitative costruite dall’occupazione nell’ultima decade, circa la metà sono state realizzate in insediamenti isolati. Più precisamente, il 60% di esse (11628) sono state edificate in comunità con meno di 10000 abitanti. Il resto risulta invece distribuito in centri di grandi dimensioni, come quello di Ariel (presso Salfit, con 1718 unità), Givat Ze’ev (sita a nord di Gerusalemme, 1283), Modi’in Illit (2310). Va inoltre ricordato come il presidente israeliano Benjamin Netanyahu abbia promesso di donare ai coloni ben 40 milioni di NIS come forma di riconoscimento per il loro sostegno politico.

Le autorità dell’occupazione hanno al contempo intensificato le restrizioni ai Palestinesi in merito al diritto di questi ultimi di accedere ai propri terreni, specie nell’area compresa tra il Muro dell’Apartheid e la Green Line, la cui superficie è stata calcolata in 140000 dunam. Nel 2018 l’amministrazione civile israeliana ha infatti respinto il 74% delle richieste d’accesso, a fronte del 24% registrato quattro anni prima.

Il 29 novembre scorso, durante la celebrazione della Giornata Mondiale della Solidarietà a favore del Popolo Palestinese presso la sede delle Nazioni Unite, il segretario generale dell’organismo internazionale Antonio Guterres ha affermato che la costruzione di insediamenti colonici nei territori occupati, compresa Gerusalemme est, è del tutto illegale e rappresenta una deliberata violazione della risoluzione 2334 varata dal Consiglio di Sicurezza, la quale impone l’arresto delle attività volte ad espandere gli insediamenti ebraici nonché di quelle finalizzate alla demolizione delle strutture abitative palestinesi nella Striscia. Come sottolineato anche dall’alto rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e le Politiche sulla Sicurezza, Federica Mogherini, c’è ancora margine di trattativa tra Israeliani e Palestinesi, tuttavia la politica d’insediamento perseguita da Tel Aviv nei territori occupati ed a Gerusalemme est, oltre a rappresentare una chiara violazione alla legislazione internazionale, costituisce un pesante ostacolo al processo di pace ed alla possibilità che si possa pervenire alla costituzione di due Stati.

 

Traduzione per InfoPal di Giuliano Stefanoni

Euro-Med Monitor. A novembre, le autorità israeliane hanno continuato le loro violazioni dei diritti umani a Gerusalemme, intensificando i loro tentativi di porre fine alla presenza palestinese e cambiare l’identità della città, attraverso la chiusura delle istituzioni, la confisca della terra e il dislocamento dei residenti.

Euro-Med Monitor ha dichiarato nel suo rapporto mensile sulle aggressioni israeliane a Gerusalemme che le forze israeliane hanno commesso 400 violazioni. La maggior parte di tali violazioni sono rappresentate da incursioni, per un totale del 25,8%, seguite da arresti, per un totale del 20,3%, check-point e limitazione della libertà di movimento, per un totale del 16,5%.

Continua…

Cisgiordania-Quds Press e PIC. Giovedì all’alba, in diverse località della Cisgiordania e di Gerusalemme, le forze di occupazione israeliane (IOF) hanno fatto irruzione in diverse case e hanno rapito cittadini palestinesi.

In una dichiarazione, l’esercito israeliano ha affermato che le sue forze hanno arrestato sei giovani uomini in Cisgiordania per aver partecipato ad “attività contro Israele e per possesso di armi e mezzi di combattimento”.

L’IOF ha anche sequestrato decine di migliaia di shekel di un palestinese, durante una delle invasioni in Cisgiordania, con l’accusa che sarebbero stati utilizzati “per finanziare attività contro Israele”.

A Hebron, l’IOF ha fatto irruzione in una laboratorio di torneria nella città di al-Dhahiriya e ha confiscato le attrezzature con il pretesto che erano usate per fabbricare armi e mezzi di combattimento.

A Gerusalemme, la scorsa notte, le forze di polizia israeliane hanno rapito un adolescente di 16 anni, Hamza Abu Asneineh, durante gli scontri con i giovani locali nel quartiere di Batten al-Hawa, nel distretto di Silwan.

L’IOF ha anche rapito tre giovani, due dei quali fratelli, dalla città di Hizma, a Gerusalemme est.

Brasilia-MEMO. Funzionari israeliani hanno affermato che il Brasile aprirà una missione commerciale a Gerusalemme, senza rappresentanza diplomatica, alla fine di questo mese, secondo quanto riportato dal Times of Israel lunedì.

Il giornale israeliano ha affermato che questa missione commerciale non possiederà uno status diplomatico e che i suoi funzionari non saranno diplomatici.

Eduardo, figlio del presidente brasiliano Jair Bolsonaro, ha in programma di visitare Israele ed incontrare il primo ministro Benjamin Netanyahu, il presidente Reuven Rivlin, il presidente della Knesset Yuli Edelstein ed altri alti funzionari.

Bolsonaro aveva precedentemente affermato che il Brasile avrebbe trasferito la sua ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme.

Parlando al Times of Israel, Modi Ephraim, che dirige la divisione per l’America Latina presso il ministero degli Esteri israeliano, ha dichiarato: “I buoni rapporti tra Israele e Brasile saranno sottolineati dalla visita della delegazione della commissione per gli affari esteri del congresso brasiliano, diretta da Eduardo Bolsonaro, figlio del presidente [Jair Bolsonaro]”.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Cairo-PIC. Una lunga riunione, durata oltre cinque ore, è stata tenuta martedì al Cairo, tra il capo dell’ufficio politico di Hamas, Ismail Haniyah, e il segretario generale del Jihad islamico Ziyad al-Nakhalah.

Durante l’incontro, a cui hanno partecipato alti funzionari delle organizzazioni, le due parti hanno discusso diverse questioni di interesse reciproco.

In una dichiarazione congiunta, Hamas e il Jihad islamico hanno affermato che i loro leader hanno discusso, in particolare, dei pericoli che minacciano la causa palestinese, alla luce dei tentativi di annientarla, nonché dei modi per affrontare l'”accordo del secolo” proposto dagli Stati Uniti e le attività di ebraicizzazione a Gerusalemme ed al-Khalil/Hebron.

Le due parti hanno anche discusso dei tentativi sionisti e statunitensi di porre fine al problema dei rifugiati palestinesi e del loro diritto di tornare nella loro patria, oltre alle attività coloniali israeliane in Cisgiordania e alla posizione degli Stati Uniti al riguardo.

Hanno anche parlato degli ultimi sviluppi nell’arena palestinese, in particolare per quanto riguarda gli sforzi per realizzare elezioni e ripristinare l’unità nazionale.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Middleeasteye.net/. Di Kaamil Ahmed (Da Reteitalianaism.it). I palestinesi danno la colpa al cambiamento di politica americana sugli insediamenti illegali.

Israele ha approvato un nuovo insediamento sul sito di un mercato palestinese nella città occupata di Hebron in Cisgiordania, scatenando la rabbia dei palestinesi che accusano il recente cambiamento nella politica americana.

Il ministro della Difesa Naftali Bennett ha dato il via libera domenica al nuovo insediamento, che comporterebbe la demolizione del vecchio mercato all’ingrosso e potrebbe raddoppiare la popolazione dei coloni.

E’ una conseguenza della decisione presa dagli Stati Uniti a novembre di non considerare illegali gli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati ai sensi del diritto internazionale.

“La decisione di Israele di costruire un nuovo insediamento illegale nella Hebron occupata è il primo risultato tangibile della decisione degli Stati Uniti di legittimare la colonizzazione; ciò non può essere tolto dal contesto”, ha affermato Saeb Erakat, segretario generale dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina.

Il mercato palestinese destinato a essere colpito è stato chiuso dal 1994 quando il colono israeliano Baruch Goldstein uccise 29 palestinesi all’interno della moschea Ibrahimi, che gli ebrei conoscono come la tomba dei patriarchi, e Israele ha risposto aumentando la sua presenza militare nella Città Vecchia.

Circa 800 coloni israeliani vivono vicino alla città vecchia di Hebron, in prossimità dei residenti palestinesi, e sono accompagnati da una forte presenza militare che secondo i palestinesi impone un sistema simile all’apartheid.

“L’insediamento a Hebron è il volto più brutto del controllo israeliano nei territori occupati”, ha affermato Peace Now in una nota.

“Al fine di mantenere la presenza di 800 coloni tra un quarto di milione di palestinesi, intere strade di Hebron sono chiuse ai palestinesi, negando loro la libertà di movimento e compromettendo il loro sostentamento”.

Il portavoce della comunità dei coloni di Hebron Yishai Fleischer ha ringraziato Bennett per la decisione e ha affermato che la terra del mercato era di proprietà degli ebrei dal 1807.

Peace Now ha tuttavia affermato che la terra appartiene legalmente al comune di Hebron e che i suoi residenti avevano un contratto di locazione protetto che impediva loro di essere sfrattati senza motivi legali, sebbene ciò fosse stato ignorato dai tribunali israeliani, aprendo la strada al nuovo insediamento.

Ayman Odeh, capo della Joint List, una coalizione parlamentare di cittadini palestinesi di Israele, ha affermato che la decisione fa parte di una “guerra contro la pace”.

R.Falk BlogDi Richard Falk.

Nota preliminare.

Questo post è dedicato alla salute e ai diritti umani a Gaza. Si basa su una presentazione video di alcune settimane fa a una conferenza su questo tema tenutasi a Gaza. Non fa alcuno sforzo di aggiornamento in riferimento all’ultimo ciclo di violenza scatenato dall’assassinio mirato di Baha Abu-Ata, un comandante militare della Jihad islamica, il 12 novembre. Sono profondamente convinto delle questioni sollevate da questo post non solo perché sono stato testimone delle condizioni di vita a Gaza e ho amici a Gaza che hanno sopportato difficoltà e ingiustizie per così tanto tempo senza perdere il loro calore umano o persino la loro speranza. I miei contatti con Gaza e i Gazawi nel corso di molti anni sono stati allo stesso tempo stimolanti e profondamente scoraggianti, da una profonda comprensione delle carenze della condizione umana unita a uno sguardo edificante, al coraggio spirituale di persone che sono così pesantemente perseguitate.
Riflettendo sul terrificante destino imposto al popolo di Gaza, ho provato vergogna dei silenzi assurdi, in particolare di quei governi e dei loro leader nella regione e in quei paesi con una responsabilità storica (il Regno Unito) e influenza geopolitica (gli Stati Uniti). Prendo inoltre nota con allarme del rifiuto dei media mainstream di prestare attenzione allo squallore sopportato da così tanto tempo dal popolo di Gaza. Se mai la norma della “responsabilità di proteggere” venisse applicata in base alle necessità umanitarie, Gaza sarebbe in cima alla lista, ma ovviamente non c’è nessuna lista, e se mai ce ne fosse una, data l’attuale atmosfera internazionale, Gaza rimarrebbe tra quelli non elencati! Questa inattenzione verso il popolo di Gaza è così acuta da estendere la rete della complicità criminale ben oltre i confini di Israele]. 

Salute e diritti umani a Gaza: vergogna del mondo.

Voglio iniziare porgendo i miei saluti a tutti coloro che sono qui oggi. Vorrei che le condizioni a Gaza fossero diverse, permettendomi di condividere l’esperienza della conferenza direttamente con voi prendendovi parte personalmente e attivamente. Il tema della conferenza tocca le politiche e la pratica degli abusi israeliani che stanno perseguitando la popolazione di Gaza da così tanto tempo. La popolazione di Gaza sta affrontando una situazione deplorevole da quando l’occupazione è iniziata nel 1967, ma tale situazione è molto peggiorata dopo le elezioni di Gaza del 2006, rafforzata dai cambiamenti nell’amministrazione politica avvenuti l’anno successivo. Le politiche di Israele sono state sistematicamente crudeli e aggressive, ignorando gli standard legali e i valori morali applicabili al comportamento di una Potenza Occupante. Tali standard e valori sono incorporati nel diritto internazionale umanitario (IHL) e nel diritto internazionale dei diritti umani (IHRL).

Promuovere il diritto alla salute è tra i più fondamentali dei diritti umani, articolati per la prima volta nella Costituzione dell’Organizzazione mondiale della sanità del 1946: “Il diritto di ciascuno al godimento del più alto livello raggiungibile di salute fisica e mentale”. Questo diritto è ulteriormente articolato nella Dichiarazione universale dei diritti umani, in particolare nell’articolo 25, e poi messo in forma di trattato dal Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali nel 1966. L’interferenza deliberata con il diritto alla salute è tra i peggiori abusi collettivi immaginabili di un popolo soggetto a un’occupazione militare. Israele, che fa affidamento su un regime di apartheid per mantenere il controllo sul popolo palestinese a fronte del suo diritto di resistenza protetto a livello internazionale, è stato particolarmente colpevole di un comportamento che ha palesemente, costantemente e intenzionalmente ostacolato e violato il diritto alla salute dell’intera popolazione civile di Gaza in vari modi.

La Grande Marcia del Ritorno incarna le brutalità della politica di occupazione israeliana, che include uno scioccante disprezzo per la salute fisica e mentale della popolazione civile palestinese che prende parte alle manifestazioni. Ci offre anche una metafora degli abusi del diritto alla salute e di altri diritti della popolazione di Gaza considerata come entità collettiva. Questo modello di abuso avviene nel contesto di persistenti e coraggiosi atti di resistenza palestinese a sostegno del loro diritto al ritorno in patria, un diritto affermato alle Nazioni Unite e chiaramente stabilito nella legislazione internazionale, che Israele ha rifiutato di sostenere per sette decenni, cioè fin dalla Nakba. Di fronte a un tale fallimento dei procedimenti internazionali per difendere i diritti dei palestinesi, il ricorso a una politica autonoma sembra ragionevole e, di fatto, l’unico percorso attualmente in grado di produrre risultati positivi. Il popolo di Gaza ha atteso abbastanza a lungo, anzi troppo a lungo, senza che i suoi diritti internazionali più elementari fossero protetti dalla comunità mondiale organizzata.

Una questione preliminare è se, come sostiene Israele, esso possa essere sollevato da tutti gli obblighi legali internazionali nei confronti del popolo di Gaza a causa del suo presunto “disimpegno” da Gaza nel 2005. Da una prospettiva di diritto internazionale, la rimozione fisica delle truppe occupanti dell’IDF dal territorio di Gaza e lo smantellamento degli insediamenti israeliani illegali non ha influito sullo status giuridico di Gaza come “territorio palestinese occupato”. Israele ha mantenuto uno stretto controllo su Gaza, che ha incluso massicci attacchi militari nel 2008-09, 2012 e 2014, nonché l’uso frequente di forza eccessiva, armi e tattiche illegali e il mancato rispetto dei vincoli della legge. Nonostante il “disimpegno”, Israele mantiene un effettivo e completo controllo sui confini, sullo spazio aereo e sulle acque marittime offshore di Gaza. In realtà, a seguito del blocco in atto dal 2007, l’occupazione è più intensa e violenta della forma di occupazione oppressiva che esisteva a Gaza prima del disimpegno. Dal punto di vista del IHL e IHRL, Israele è pienamente obbligato dal diritto internazionale a esercitare il suo ruolo di potere occupante e le sue affermazioni contrarie sono giuridicamente irrilevanti. Sfortunatamente, a causa delle realtà geopolitiche e della debolezza delle Nazioni Unite, queste affermazioni israeliane continuano ad avere una rilevanza politica poiché gli obblighi di Israele rimangono non rispettati e per lo più ignorati, creando una situazione inaccettabile in cui Israele gode di fatto dell’impunità e sfugge a tutte le procedure per rendere conto del proprio operato a disposizione mediante il ricorso al diritto internazionale e alle istituzioni giudiziarie internazionali.

È anche importante, a nostro avviso, comprendere il significato dei risultati del rapporto ESCWA (UN Economic and Social Commission for Western Asia) 2017 preparato da Virginia Tilley e da me stesso. Dopo aver esaminato le prove abbiamo concluso che Israele mantiene una struttura di controllo di apartheid sul popolo palestinese nel suo insieme, che ovviamente include la popolazione di Gaza. Il nostro punto principale è che Israele usa una varietà di mezzi per soggiogare e opprimere i palestinesi in modo da stabilire e sostenere uno Stato ebraico esclusivista in cui, secondo la Legge fondamentale israeliana del 2018, solo gli ebrei hanno l’autorità di rivendicare il diritto all’autodeterminazione. Circoscrivere il diritto all’autodeterminazione secondo esclusivi criteri razziali è un riconoscimento virtuale di un’ideologia di apartheid.

Occorre prendere atto più ampiamente che l’apartheid è un crimine contro l’umanità, secondo l’articolo 7 (j) dello Statuto di Roma che regola i lavori del Tribunale penale internazionale. Il carattere criminale dell’apartheid era stato in precedenza confermato dalla Convenzione delle Nazioni Unite del 1973 sulla repressione e la punizione del crimine di apartheid. Se l’apartheid è effettivamente presente, tutti i governi hanno essi stessi degli obblighi legali e morali di unirsi allo sforzo di reprimere e punire. Come per le IHL e IHRL, la criminalizzazione dell’apartheid non è perseguita con meccanismi intergovernativi formali a causa di barriere erette dalla geopolitica e dalla relativa debolezza delle Nazioni Unite, ma ciò non significa che la designazione sia politicamente e moralmente insignificante. Poiché i governi si rifiutano di agire, la responsabilità e l’opportunità per l’applicazione della legge spetta ai popoli del mondo per fare ciò che il contesto formale dell’ordine mondiale non è in grado di fare.

Una tale ondata anti-apartheid di base si è verificata rispetto al regime sudafricano dell’apartheid, producendo un’inversione del tutto inaspettata dell’approccio da parte della leadership afrikaner del paese con conseguente rilascio di Nelson Mandela dal carcere dopo 27 anni di prigionia seguito dalla transizione pacifica verso una democrazia costituzionale multirazziale con i diritti umani promessi a tutti indipendentemente dalla razza. Un simile risultato era considerato impossibile in tutto lo spettro politico in Sudafrica fino al 1994, quando è effettivamente accaduto.

Non possiamo garantire, naturalmente, che la storia si ripeterà e libererà il popolo palestinese dal suo calvario secolare, ma nemmeno possiamo escludere la possibilità che la combinazione di resistenza palestinese e solidarietà globale avrà un effetto di empowerment e liberatorio. In parte, il movimento nazionale palestinese è l’ultima grande lotta incompiuta contro il colonialismo di insediamento europeo. Considerato in questo modo, il Progetto Sionista attraverso l’istituzione di Israele ha temporaneamente invertito il flusso della storia in Palestina per una serie di ragioni complicate, ma il destino finale della Palestina rimane in dubbio fino a quando la resistenza palestinese viene sostenuta e la solidarietà rimane solida. A questo proposito, la Grande Marcia del Ritorno è un potente segnale che la resistenza palestinese qui a Gaza continua a offrire energia ispiratrice a quelli di noi in tutto il mondo che credono che questa particolare lotta per la giustizia individuale e collettiva da parte di un popolo oppresso sia ciò che i diritti umani significano alle loro fondamenta.

La Grande Marcia è una metafora perfetta sia per il tema di questa conferenza che per la lotta che ha motivato i residenti indifesi di Gaza a chiedere questo diritto fondamentale di tornare in patria da cui sono stati ingiustamente e forzatamente espulsi. Questa richiesta è stata riaffermata in modo impressionante ogni venerdì per più di un anno di fronte al feroce accanimento di Israele sulla forza eccessiva sin dal suo inizio nel marzo 2018. Israele fin dall’esordio delle proteste ha adottato un approccio di forza eccessiva mirato a terrorizzare i manifestanti ricorrendo alla violenza letale nel duro tentativo di punire e distruggere questa formidabile sfida creativa al controllo israeliano di apartheid / coloniale. L’obiettivo di Israele sembra essere uno sforzo vano e illegale di minare la volontà palestinese di resistere dopo decenni di segregazione, scoraggiamento e abusi indicibili.

Allo stesso tempo, una tale risposta criminale da parte di Israele a questa angosciante rivendicazione del diritto da parte del popolo di Gaza è stata anche l’espressione culminante dell’assalto israeliano alla salute fisica e mentale della popolazione civile di Gaza. Non sorprende che gli oneri creati da 20.000 feriti Gaza abbiano travolto le già sopraffatte capacità mediche di Gaza. Molti dei feriti hanno sofferto ferite da arma da fuoco che hanno messo a repentaglio la vita e gli arti, con gravi infezioni e con bisogno di amputazione. Questa situazione di crisi nell’assistenza sanitaria è stata aggravata dalla carenza di medicinali antibiotici necessari e dalle tristi esperienze dei feriti abitanti di Gaza che richiedono un’attenzione specializzata che può essere ottenuta solo al di fuori di Gaza. Quelli così disperatamente bisognosi di cure mediche al di fuori di Gaza hanno incontrato difficoltà quasi insuperabili per ottenere i necessari permessi di uscita e di ingresso che Israele spesso ha rifiutato persino in circostanze normali. In relazione ai feriti negli eventi della Grande Marcia, la situazione era molto peggiore. Israele non era più disposto a concedere permessi di uscita ai feriti nella Grande Marcia, discriminando qualsiasi palestinese che avesse osato protestare pacificamente contro la negazione dei diritti a cui ogni essere umano sulla terra ha diritto. Un simile abuso viene intensificato penalmente in relazione agli abitanti di Gaza che dovrebbero essere particolarmente protetti in virtù della Quarta Convenzione di Ginevra e dell’IHL più in generale. Invece della protezione, l’approccio israeliano è stato quello di imporre una prolungata punizione collettiva non solo ai resistenti palestinesi, ma all’intera popolazione di Gaza in violazione diretta dell’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra, e non per un breve intervallo associato a circostanze speciali, ma nel corso di decenni.

Al di là di queste eccezionali condizioni associate alle conseguenze mediche della Grande Marcia, Israele, non riuscendo a proteggere la popolazione civile di Gaza in condizioni di occupazione prolungata ingiustificata, è colpevole di diverse forme aggiuntive di punizione collettiva, ognuna delle quali ha un impatto negativo sulla salute di Gaza. Queste conseguenze con effetti negativi derivano dal mantenimento di un blocco spietato, dall’applicazione periodica di forza eccessiva ben oltre ogni ragionevole giustificazione della sicurezza e dall’applicazione di politiche e pratiche che riflettono il carattere apartheid / coloniale del suo approccio al popolo palestinese, che ha a lungo assunto una forma sinistra a Gaza. I risultati sulla salute sono disastrosi, come confermato da affidabili misure statistiche delle condizioni fisiche e mentali della popolazione, come dimostrato dall’indisponibilità di acqua potabile sicura, dall’esistenza di fognature aperte non trattate, dalla frequenza di lunghe interruzioni di corrente che interferiscono con gli ospedali e attrezzature mediche e studi che documentano l’elevata incidenza di gravi traumi vissuti da molti residenti di Gaza, compresi i bambini piccoli e particolarmente vulnerabili. Per quelli di noi che hanno visitato Gaza anche in quelle che potrebbero essere descritte come condizioni “normali”, siamo arrivati a chiederci come chiunque potesse sopportare tale stress senza soffrire una reazione traumatica.

Questa grave violazione del diritto alla salute della popolazione di Gaza dovrebbe essere motivo di oltraggio nella comunità internazionale e ricevere adeguata attenzione da parte dei media, ma le violazioni deliberate e massicce di Israele nei confronti di IHL e IHRL sono protette dalla geopolitica dalla censura e dalle sanzioni contro parte dei governi e delle Nazioni Unite, una realtà ulteriormente oscurata da media occidentali mainstream compiacenti che vengono fuorviati e manipolati da una campagna di propaganda israeliana attentamente orchestrata che presenta la sua condotta criminosamente illegale come un comportamento ragionevole intrapreso per proteggere la sicurezza nazionale di uno stato sovrano, un aspetto del suo diritto legale di difendersi da ciò che definisce un nemico terroristico. Tale propaganda israeliana falsifica le realtà della situazione in molti modi, ma crea alquanta confusione al di fuori di Gaza per distogliere l’attenzione dalla sofferenza imposta al popolo palestinese nel suo complesso, e in particolare alla popolazione civile di Gaza.

In questo contesto, diventa chiaro che gli sforzi di solidarietà di base per svelare queste verità ed esercitare pressioni nonviolente su Israele mediante la campagna BDS [Boicottaggio, Disinvestimento , Sanzioni, ndt] e altre iniziative sono contributi essenziali alle continue lotte di resistenza del popolo palestinese. E a differenza della risposta sudafricana, Israele con la sua sofisticata capacità di penetrazione globale ha tentato in ogni modo di screditare tale lavoro di solidarietà globale, arrivando persino a sfruttare la sua influenza all’estero per criminalizzare la partecipazione all’attività BDS incoraggiando l’uscita di leggi punitive e l’adozione di politiche amministrative restrittive in Europa e Nord America.

Consentitemi di porre fine a queste osservazioni affermando che, nonostante l’apparente squilibrio delle forze sul campo, la storia rimane fortemente dalla parte della lotta palestinese contro questo regime di apartheid israeliano. Gran parte del mondo si rende conto che il coraggioso popolo di Gaza è stato a lungo nell’occhio di una terribile e apparentemente infinita tempesta. È mio onore sostenere al mio meglio possibile la realizzazione del diritto all’autodeterminazione. Nonostante le apparenze contrarie, sono fiducioso che prevarrà la giustizia, che i palestinesi raggiungeranno i loro diritti e sorprenderanno il mondo come hanno fatto gli avversari dell’apartheid sudafricano una generazione fa. Spero di vivere abbastanza a lungo da visitare Gaza in futuro in un momento di libertà e celebrazione. Nel frattempo, auguro alla conferenza un grande successo.

Richard Falk è Professore emerito di diritto internazionale alla Princeton University e Presidente del Board of Trustees dell’ Euro-Mediterranean Human Rights Monitor

Traduzione per Zeitun.info di Angelo Stefanini

New York – Quds Press. Secondo un rapporto pubblicato dalle Nazioni Unite nella giornata di lunedì (02/12), il danno economico arrecato dall’occupazione israeliana sui Territori palestinesi, nel periodo compreso tra il 2000 ed il 2017, ammonta a 47,7 miliardi di dollari.

Le statistiche sono state rese note dal coordinatore delle attività d’assistenza a favore del popolo palestinese, Mahmud al-Khafif, in occasione della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD) tenutasi presso la sede permanente dell’organizzazione internazionale, a New York.

Il funzionario delle Nazioni Unite ha specificato come, nel novero di tali perdite, siano compresi 28,8 miliardi di dollari di interessi sul debito pubblico ed altri 6,6 provenienti dal gettito fiscale palestinese e migrati in Israele illegalmente.

Al-Khafif ha sottolineato come il peso economico dell’occupazione non solo abbia portato all’eliminazione del deficit di bilancio palestinese ammontante a 17,7 miliardi di dollari (calcolati sul medesimo periodo), ma ha anche più che decuplicato (per un valore di circa 4,5 miliardi) la spesa per lo sviluppo da parte del governo di Ramallah.

Il rapporto ha attribuito tali perdite economiche “ai provvedimenti varati dal governo israeliano, come le limitazioni imposte alla libertà di movimento dei Palestinesi e delle loro merci o il blocco dei varchi di frontiera. Tale quadro risulta ulteriormente aggravato dalla sostanziale impossibilità del governo palestinese di gestire autonomamente le proprie risorse finanziarie”.

Al-Khafif ha chiarito che sarebbe possibile eliminare le perdite causate dall’occupazione israeliana solo attraverso una radicale modifica delle regolamentazioni relative ai valichi di frontiera ed all’accesso dei funzionari palestinesi agli stessi, così come delle politiche afferenti le importazioni, i dispositivi atti al loro monitoraggio e lo scambio d’informazioni in ambito commerciale.

Il segretario generale delle Nazioni Unite ha confermato l’impegno assunto dall’organismo internazionale “affinché possa essere istituito uno Stato palestinese autonomo e democratico, che coesista in pace ed armonia con Israele, condividendone la capitale: Gerusalemme”.

Traduzione per InfoPal di Giuliano Stefanoni

MEMO.  Il numero di persone con disabilità nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza è di 93.000, pari al 2,1 per cento della popolazione totale.

Il rapporto pubblicato dall’Ufficio centrale di statistica in occasione della Giornata internazionale delle persone con disabilità, il 3 dicembre, osserva che il 52% delle persone con disabilità si trova nella Striscia di Gaza e il 48% in Cisgiordania.

Secondo il censimento della popolazione, degli alloggi e delle strutture, nel 2017, il problema della mobilità ha rappresentato la percentuale più alta di disabilità: 47.109 persone con deficit motori costituivano il 51% del totale delle persone con disabilità.

Circa il 20% delle persone con disabilità sono minorenni.

Il territorio palestinese occupato è uno dei luoghi con il più alto numero di persone con disabilità rispetto alle dimensioni della sua popolazione.

Gerusalemme-PIC e Quds Press. Martedì mattina, il rabbino ultra-ortodosso e membro del Knesset, Yehuda Glick, ha invaso i cortili della Moschea al-Aqsa insieme ad altri coloni.

Secondo fonti locali, un gruppo di coloni guidati da Glick sono entrati nella moschea attraverso la Porta al-Maghariba e hanno visitato i suoi cortili sotto la stretta protezione della polizia.

L’autorità islamica dei Beni religiosi – Awqaf – ha affermato che 62 coloni scortati dalle forze di polizia hanno invaso la moschea al-Aqsa divisi in gruppi.

Il complesso della moschea al-Aqsa è esposta all’invasione quotidiana da parte di coloni e forze di polizia, la mattina e il pomeriggio, tranne il venerdì e il sabato.

La polizia israeliana chiude la porta di al-Maghariba, che viene utilizzata dagli ebrei per entrare nella moschea, alle 10:30 dopo che i coloni hanno completato i loro tour mattutini nel luogo sacro. Più tardi, nel pomeriggio, lo stesso cancello viene riaperto per i tour serali.

Durante la presenza di coloni all’interno del complesso della moschea, vengono imposte restrizioni all’entrata dei fedeli musulmani agli ingressi che conducono alla moschea e i loro documenti di identità vengono sequestrati fino a quando non lasciano il luogo santo.

Betlemme-PIC. Martedì, l’esercito d’occupazione israeliano ha informato i cittadini palestinesi della sua intenzione di impadronirsi delle loro terre nel villaggio di Jab’ah, ad ovest di Betlemme.

Secondo fonti locali, le forze israeliane hanno invaso l’area vicino ad un check-point militare chiamato Hala, e hanno avvisato i proprietari sulla decisione israeliana di appropriarsi di quattro dunum della loro terra.

Secondo l’avviso, le terre sequestrate, che appartengono alle famiglie di Abu Lawha e Humaidan, verranno utilizzate per costruire un parcheggio per veicoli israeliani.

Circa un mese fa, l’esercito israeliano aveva annunciato l’intenzione di appropriarsi di oltre 2 mila dunum di terra di proprietà palestinese nello stesso villaggio, per fini militari.

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Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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