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972mag.com. Di Rachel Shenhav-Goldberg. (Da InvictaPalestina). Il “razzismo culturale” incolpa le minoranze per la loro disuguaglianza, suggerendo che la loro bassa posizione sociale è dovuta alla mancanza di sforzi o al mancato adattamento a uno stile di vita occidentale. Ma il vero colpevole è il razzismo attivo e istituzionale.

Sono trascorsi 35 anni da quando gli etiopi sono emigrati in Israele, dopo aver lasciato le loro forti e affiatate comunità di diaspora dove  avevano mantenuto viva la tradizione ebraica. Eppure, quasi quattro decenni dopo, questa comunità sta ancora lottando per l’uguaglianza in un Paese in cui molti non sono riusciti a guardare oltre il colore della pelle e all’abbigliamento tradizionale.

Prima di immigrare in Israele, la parte più consistente della comunità ebraica dell’Etiopia viveva  in villaggi agricoli tradizionali e, fino al 1980, solo circa 250 ebrei avevano lasciato l’Etiopia per Israele. La maggior parte degli ebrei etiopi arrivò nel paese negli anni ’80, dopo un lungo e pericoloso viaggio a piedi in Sudan, durante il quale subirono molte perdite. Dopo essere stati  sistemati in campi profughi in attesa  del permesso per entrare in Israele, furono segretamente trasportati nel paese dall’aeronautica israeliana e dal Mossad.

Eppure, nonostante la politica profondamente radicata di incoraggiare l’immigrazione di ebrei da tutto il mondo, il trattamento dei nuovi immigrati etiopi da parte di Israele ha disilluso molti.

Nella mia ricerca, ho analizzato quel processo di integrazione. Prima dell’arrivo della comunità ebraica etiope, i funzionari israeliani elaborarono piani attentamente studiati per integrarli nella società israeliana. La loro intenzione era di evitare gli errori avvenuti  decenni prima con l’arrivo degli ebrei Mizrahi. Purtroppo, ancora una volta, nonostante le buone intenzioni, il razzismo ha  influenzato sia il processo che le conseguenze.

Nel suo libro “Burocrazia e immigrati etiopi”, la professoressa Esther Hertzog ha descritto come dal suo arrivo in Israele le istituzioni israeliane abbiano percepito la comunità ebraica etiope come un gruppo  che  nel processo di integrazione necessitava di una speciale assistenza. Queste istituzioni consideravano gli ebrei etiopi particolarmente problematici,  e destinatari di un trattamento speciale prima di poter muovere i primi passi in Israele. Inoltre, le autorità  scoprirono che ai nuovi immigrati, come genitori, mancavano le competenze di base, il che significa che la maggior parte dei loro figli  fu mandata in collegio senza che i genitori avessero voce in capitolo.

Tali pratiche furono giustificate sulla base di ciò che gli studiosi chiamano “razzismo culturale”, il che presuppone che la cultura, al contrario della biologia, sostenga spiegazioni “razionali” della disuguaglianza. Questo tipo di razzismo incolpa le minoranze per la loro disuguaglianza, suggerendo che la loro bassa posizione sociale è dovuta alla mancanza di sforzi  da parte loro o al fallimento nell’adattarsi allo stile di vita occidentale.

Il razzismo culturale è stato rapidamente istituzionalizzato in Israele.

Eduardo Bonilla-Silva, ricercatore di spicco ed ex presidente dell’American Sociological Association, ha scritto che il razzismo istituzionale – che perpetua la supremazia del gruppo di maggioranza sul gruppo di minoranza – è facilmente identificabile semplicemente osservando la struttura sociale di una determinata società. I dati rivelano ciò che può essere inteso come razzismo attivo da parte delle istituzioni israeliane contro gli ebrei etiopi.

Nel solo sistema di giustizia penale, gli israeliani etiopi hanno molte più probabilità di essere incriminati o imprigionati rispetto alla popolazione generale. Gli israeliani etiopi comprendono solo il 2 percento dei cittadini israeliani, ma nel 2018 ben il 18 percento di tutti i minori imprigionati nel paese erano di origine etiopica ed avevano tre volte più probabilità di trovarsi sotto accusa. Nel 2016, gli adulti israeliani etiopi avevano quasi il doppio delle probabilità di essere incriminati rispetto alla popolazione generale. Sono anche il gruppo più povero in Israele,  occupando il gradino più basso della scala del reddito.

Inoltre, la Commissione Israeliana per le Pari Opportunità Lavorative, il Central Bureau of Statistics e l’Università di Tel Aviv hanno recentemente pubblicato uno studio che evidenzia un sorprendente modello di segregazione etnica nel mercato del lavoro. Gli israeliani etiopi con titoli accademici sono quasi completamente assenti in settori come l’editoria,  la radio e la televisione, l’architettura, l’ingegneria e l’industria automobilistica.

D’altra parte, in quasi la metà dei settori in cui sono impiegati israeliani etiopi con titoli accademici, questi sono ampiamente sovrarappresentati. Sono principalmente i settori dei servizi, delle vendite e dei prodotti alimentari, dove i salari sono in genere molto bassi e, anche allora, il loro stipendio non supera il 75% dello stipendio di altri ebrei con un titolo accademico.

Questi risultati mostrano che anche avere un titolo accademico non aiuta a integrare gli etiopi in termini di inserimento lavorativo o di reddito. La spiegazione maggiormente probabile di questa disparità è la discriminazione razziale nelle pratiche di assunzione.

Gli studiosi sostengono che, al fine  ottenere un cambiamento sociale, le minoranze dovrebbero difendersi e lottare per i loro diritti. Ma è più probabile che si verifichino cambiamenti sociali se la maggioranza  diventa consapevole del razzismo e della discriminazione a cui è sottoposta la minoranza. Ciò significa che i veterani israeliani dovrebbero aprire gli occhi e le orecchie per capire come vengono mantenute le relazioni di potere nella loro società sulla base della razza.

Nutriamo tutti vari gradi di atteggiamenti razzisti nei confronti di diversi gruppi. La differenza sta nella consapevolezza di questi atteggiamenti e nel modo in cui li esprimiamo o li giustifichiamo. Una volta che siamo diventati consapevoli, dobbiamo chiederci: siamo disposti a cedere alcuni dei nostri privilegi al fine di stabilire una società morale ed equa?

Rachel Shenhav-Goldberg è un israeliana che vive nel Nord America. Ha un dottorato di ricerca in lavoro sociale presso l’Università di Tel Aviv e un post-dottorato presso l’Università di Toronto. La sua ricerca si concentra sull’antirazzismo in Israele e sull’antisemitismo in Nord America. È anche facilitatrice di gruppo, ed è volontaria nel New Israel Fund in Canada.

(Immagine di copertina: la polizia circonda una donna israeliana etiope durante una protesta per  l’uccisione da parte della polizia di un giovane uomo nero pochi giorni prima, Gerusalemme, 15 luglio 2019. Yonatan Sindel / Flash90).

Traduzione per InvictaPalestina.org di Grazia Parolari

 

The Guardian. Di Ellie Violet Bramley. (Da InvictaPalestina) stampa a scacchi  del tradizionale copricapo arabo è attualmente utilizzata da marchi di lusso come Cecilie Copenaghen, nella cui collezione autunno / inverno il motivo  è fortemente presente  , così come nei rivenditori di fast fashion Boohoo e Asos.

Si teme che i suoi collegamenti con la lotta palestinese vengano cancellati e sfruttati. Omar Joseph Nasser-Khoury, uno stilista palestinese, afferma che la kefiah simboleggia “espropriazione, sfollamenti sistematici, uccisioni extragiudiziali e oppressione”. Il suo uso da parte di designer  scollegati da quel contesto è, dice, irresponsabile. “È irrispettoso ed è una forma di sfruttamento.”

L’apparente proliferazione di disegni ispirati alla kefiah arriva in un momento di crescente dibattito sull’appropriazione culturale. Pratiche come indossare copricapi in stile nativo americano durante i festival sono state riesaminate e Kim Kardashian ha recentemente dovuto ritirare il nome Kimono dalla sua linea  di biancheria contentiva dopo diffuse critiche e una campagna online. Eppure il “grembiule tribale con stampa keffiyeh” da 10 sterline di Boohoo non sembra aver suscitato critiche così aperte.

Mentre alcuni capi con motivi in stile kefiah hanno suscitato proteste  così ampie da essere ritirati, come una tuta  di Topshop nel 2017 e una “sciarpa contro la guerra” di Urban Outfitters nel 2007, molti altri hanno trovato  il loro spazio nelle  classifiche degli abiti più venduti delle ultime estati, oltre ad essere indossati da influencer di Instagram come Lucy Williams e Camille Charrière. La prima collezione del marchio israeliano Dodo Bar Or, che ha  utilizzato il motivo su tute e camicette, è stata una delle preferite su Instagram da quando è stata lanciata  nel 2016. È un modello che si è prestato agli abiti in stile “prateria” delle passerelle delle ultime stagioni, riprendendo l’idea di “frontiera”.

I capi di Cecilie Copenhagen ispirati alla kefiah vanno da  90 a 240 Euro;  gli abiti di Dodo Bar Or possono costare più di 1.000 sterline.

Secondo Nasser-Khoury, “è quasi diventato un luogo comune” vedere il  motivo cooptato. Per Amani Hassan, Programme Director presso l’Arab British Centre, tale utilizzo fa “perdere il significato originale della kefiah” e, con ciò, “normalizza l’occupazione”.

L’attuale cooptazione coincide con periodi difficili della lotta palestinese – dall’ambasciata americana  trasferita a Gerusalemme alla persistente crisi umanitaria a Gaza e all’approvazione di migliaia di insediamenti israeliani illegali nella Cisgiordania occupata.

Sebbene   la kefiah non sia esclusiva della Palestina – colori diversi sono associati a diverse regioni – è però internazionalmente associata alla lotta  palestinese per  l’autodeterminazione. È stata a lungo indossata da coloro che desideravano esprimere solidarietà con la lotta palestinese ed è stata l’equivalente dell’immagine  di Che Guevara per gli adolescenti che volevano esternare  la loro ribellione. Ma ora la kefiah sembra essere passata dall’essere “attivista chic” a un semplice chic.

Per Nasser-Khoury c’è una dinamica specifica nell’uso della kefiah da parte di  un designer israeliano come Dorit Bar Or. Hassan concorda:  “Non dovrebbe accadere, ma per le circostanze in cui stiamo vivendo ora, questa è la triste realtà.

Il motivo della kefiah non è, sostiene Nasser-Khoury, un “disegno casuale… c’è un contesto, c’è uno squilibrio di potere … c’è un privilegio …  ci sono persone che sono state espropriate nel 1948, che sono diventate rifugiate  e che vivono ancora  nei campi in Libano e  tu usi questo indumento, che porta tutto quel dolore, per il  tuo successo personale”.  Dodo Bar O ha rifiutato di commentare.

(Immagine di copertina: l’abito con motivo kefiah è una parte importante della collezione autunno/inverno di Cecilie Copenhagen. Fotografia: Cecilie Copenhagen).

Traduzione per InvictaPalestina.org

Middle East MonitorDi Rebecca Stead.

Cosa: Israele smantellò le sue colonie nella Striscia di Gaza, ritirando tutti i coloni e le truppe di terra dall’enclave.

Dove: Nella Striscia di Gaza, Palestina occupata.

Quando: Il 15 agosto 2005

Cos’è successo?

Il 15 agosto 2005 Israele iniziò il suo disimpegno dalla Striscia di Gaza, che aveva occupato dalla guerra dei Sei Giorni del 1967. Nel corso di 38 anni Israele aveva creato circa 21 colonie nell’enclave costiera e trasferito nel territorio circa 9.000 coloni, in violazione delle leggi internazionali.

Di fronte a costi in vertiginosa ascesa per l’amministrazione del territorio, Israele decise di far uscire dalla Striscia le sue forze armate e i coloni illegali. Mentre le telecamere di tutto il mondo li riprendevano, i coloni che non volevano andarsene vennero portati via a forza dalle proprie case, un momento perfetto di propaganda che dimostrava la “volontà” di Israele di ritirarsi dai territori occupati nel tentativo di “riannodare” il processo di pace.

Quattordici anni dopo Israele non si è in realtà disimpegnato da Gaza: conserva il controllo dei suoi confini terrestri, dell’accesso al mare a allo spazio aereo. La popolazione di 1,9 milioni di Gaza rimane sottoposta a un’occupazione a “controllo remoto” e a un rigido assedio, che ha distrutto l’economia locale e soffocato l’esistenza dei palestinesi.

Il grande piano di Sharon.

Benché il disimpegno sia iniziato nel 2005, la politica era già in atto da tempo. Nel mezzo della Seconda Intifada – una rivolta popolare nei territori palestinesi che ebbe luogo tra il settembre del 2000 e gli inizi del 2005 – l’allora primo ministro Ariel Sharon propose il disimpegno dalla Striscia di Gaza.

Prima delle elezioni israeliane del 2003, Sharon aveva manifestato il proprio appoggio alla continuazione della colonizzazione del suo Paese nella Striscia, affermando che “il destino di Tel Aviv è quello di Netzarim”, una colonia nel sud della Striscia di Gaza. Eppure dopo la sua elezione Sharon sembrò aver cambiato parere, spiegando nel dicembre di quell’anno che “l’obiettivo del piano di disimpegno è ridurre il più possibile il terrorismo e garantire ai cittadini israeliani il massimo livello di sicurezza.”

Proseguì: “Il processo di disimpegno porterà a un miglioramento della qualità di vita (degli israeliani), aiuterà a rafforzare l’economia israeliana, (…) incrementerà la sicurezza degli abitanti di Israele e ridurrà la pressione sulle IDF (Forze di Difesa Israeliane) e sulle forze di sicurezza.”

In una lettera dell’aprile 2004 all’allora presidente USA George Bush, Sharon sottolineò la sua visione del disimpegno, proponendo che Israele “trasferisse le installazioni militari e tutti i villaggi e cittadine israeliane dalla Striscia di Gaza.” Il piano includeva l’eliminazione di quattro colonie illegali dalla Cisgiordania settentrionale.

Nell’ottobre di quell’anno, la Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] approvò in via preliminare alla proposta di Sharon. Uno dei più accesi critici fu il ministro degli Affari Esteri Benjamin Netanyahu, che minacciò di dimettersi dal governo salvo che Sharon non avesse sottoposto il progetto a un referendum. Alla fine fece marcia indietro, citando la “nuova situazione” presentata dalla prevista dipartita del leader palestinese di lungo corso Yasser Arafat, che morì l’11 novembre 2004.

Nel febbraio 2005 il piano di disimpegno venne approvato ufficialmente dalla Knesset, mentre in marzo ai cittadini israeliani che non vivessero già nella Striscia di Gaza venne vietato di insediarsi nel territorio. La scena era pronta.

Luci, motore, azione.

Il 15 agosto Israele iniziò a realizzare il disimpegno. Gush Katif – un blocco di colonie nel sud della Striscia – venne dichiarato zona militare chiusa e il valico di Kissufim, la principale arteria che collegava la colonia a Israele, venne chiuso.

Alle 8 ora locale (le 5 ora di Greenwich) forze israeliane entrarono a Gush Katif, andando di casa in casa con l’ordine che i coloni se ne dovevano andare. Alcuni accettarono di farlo in modo pacifico, essendogli stato offerto un pacchetto di misure di indennizzo fino a 500.000 dollari. Altri si rifiutarono di andarsene, obbligando l’esercito israeliano a portarli via con la forza dalle loro colonie.

Immagini di coloni portati via a calci dalle loro abitazioni e che gridavano vennero diffuse in tutto il mondo. Alcuni bambini dei coloni lasciarono le proprie case con le mani in alto, con stelle di David gialle simili a quelle che contraddistinguevano gli ebrei durante l’Olocausto. Questi “fiumi di lamenti” vennero descritti dalla stampa israeliana come “kitsch” e “squallidi”, mentre molti israeliani criticarono duramente l’invocazione dell’Olocausto da parte dei coloni.

Come notò Donald Macintyre – l’ex capo dell’ufficio dell’“Independent” [giornale britannico di centro sinistra, ndtr.] a Gerusalemme – nel suo libro “Gaza: preparandosi all’alba”: “C’era qualcosa di teatrale in questo congedo forzoso – e in tutto il ritiro israeliano da Gaza.”

Il 22 agosto l’evacuazione era stata in buona misura completata. Le forze israeliane distrussero con i bulldozer migliaia di case, edifici pubblici e luoghi di culto; persino i cadaveri nei cimiteri ebraici vennero esumati e sepolti di nuovo in Israele.

La maggior parte dell’apparato militare israeliano venne rimosso e il 21 settembre il governo dichiarò che la Striscia di Gaza era territorio extragiudiziale e designò i valichi nell’enclave come confini internazionali che richiedevano documenti di viaggio.

Nei giorni seguenti i palestinesi camminarono per le vie delle colonie ora abbandonate che erano state loro vietate per decenni. I bambini raccolsero palloni e giocattoli lasciati dai bambini israeliani per portarli a casa ai propri fratelli. Alcuni erano felici che l’occupazione se ne fosse andata, mentre altri corsero al mare che prima non potevano raggiungere. I festeggiamenti non sarebbero durati a lungo.

Come evidenziò Macintyre, benché il disimpegno “rappresentasse certamente un precedente storico, il paradosso era che segnava anche l’inizio di un decennale e opprimente blocco economico di Gaza e di tre attacchi militari da parte di Israele più devastanti di ogni altro nella turbolenta storia del territorio.”

Forse i semi di quello che stava per avvenire erano stati seminati nel settembre 2005. Meno di una settimana dopo che Israele aveva dichiarato Gaza territorio extragiudiziale, aerei da guerra israeliani bombardarono la Striscia, uccidendo parecchi palestinesi, tra cui il comandante della Jihad islamica Mohammed Khalil. Gli attacchi israeliani colpirono anche una scuola e altri edifici che [Israele] sosteneva fossero stati usati per costruire razzi.

La narrazione di Israele riguardo al disimpegno sostiene che, in seguito alla sua decisione di lasciare la Striscia, ai palestinesi era stata offerta una grande opportunità di diventare economicamente prosperi. Questa narrazione spesso ricorda le serre lasciate dai coloni che, a quanto si dice, vennero immediatamente distrutte dai palestinesi con un caratteristico delirio di imprevidenza.

Tuttavia, anche se qualche serra venne depredata di alcune parti, esse rimasero in grande misura intatte. Il raccolto di novembre rese un valore di 20 milioni di dollari in frutta e verdure pronte da esportare in Europa e altrove, molte delle quali marcirono per il caldo autunnale in quanto rimasero in attesa dei controlli di sicurezza al valico di confine di Karni. Secondo stime dell’ONU, solo il 4% del raccolto stagionale venne esportato.

Occupazione a controllo remoto.

Nel gennaio 2006 nella Striscia di Gaza e nella Cisgiordania occupata si tennero le elezioni per il consiglio legislativo palestinese (CLP). Hamas, all’epoca un movimento popolare palestinese, vinse 74 dei 132 seggi, battendo tra i più votati Fatah – che aveva dominato la politica palestinese per decenni. Ismail Haniyeh, del movimento islamico, venne eletto primo ministro dell’ANP.

A febbraio Israele sospese il trasferimento dei dazi doganali all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), imponendo limitazioni agli spostamenti dei membri di Hamas a Gaza. Dopo che Fatah rifiutò di collaborare con il governo guidato da Hamas – e una fazione all’interno di Fatah venne sostenuta da Israele e dagli USA per fare un colpo di stato contro Hamas – ne seguì una guerra civile di fatto, che portò a una definitiva divisione del governo nel giugno 2007 e al consolidamento del potere di Hamas nella Striscia, con Fatah che continuò a governare a Ramallah sotto Mahmoud Abbas. La fine del 2007 vide Israele chiudere totalmente i confini di Gaza, sottoponendola a un duro assedio che continua fino ad oggi.

Nel corso dell’assedio, arrivato ormai ai 12 anni, Israele ha continuato a strangolare Gaza a distanza. Dopo tre pesanti offensive militari israeliane – in cui sono stati uccisi circa 4.000 palestinesi – e innumerevoli attacchi aerei, le infrastrutture e il sistema sanitario della Striscia sono a pezzi. Circa il 54% della popolazione di Gaza ora è disoccupata, mentre il 53% vive al di sotto della soglia ufficiale di povertà di 2 dollari al giorno.

“Invivibile”, “prigione a cielo aperto” e occupazione “a controllo remoto” sono diventati luoghi comuni quando si descrive oggi l’enclave costiera. Gaza rimane un territorio occupato, senza controllo sui suoi confini, sulle acque del territorio o sullo spazio aereo. Nel contempo Israele rispetta ben poche delle sue responsabilità in quanto potere occupante, non provvedendo alle necessità fondamentali dei civili palestinesi che vivono nel territorio.

In Israele il disimpegno viene generalmente visto come un errore, non a causa delle misere condizioni umanitarie che colpiscono i palestinesi in conseguenza di ciò, ma perché non ha portato alcun “vantaggio per la sicurezza o diplomatico” a Israele.

Oggi importanti personalità del sistema politico israeliano, compresa la ministra della Cultura Miri Regev e il presidente della Knesset Yuli Edelstein, hanno manifestato pentimento per il disimpegno di Israele da Gaza. Politici di destra come la leader di “Yemina”, Ayelet Shaked, e il ministro dei Trasporti Bezalel Smotrich hanno chiesto l’annullamento del disimpegno e la ricostruzione delle colonie israeliane illegali là.

Nella corsa alle elezioni politiche israeliane del settembre 2019, le seconde quest’anno, il reinsediamento nella Striscia di Gaza è stato propagandato da quei ministri di destra come modo per rimediare all’errore storico di Sharon. Con gli stessi politici che invocano attivamente l’annessione dell’Area C della Cisgiordania a Israele, il prossimo mandato della Knesset potrebbe vedere Israele ri-colonizzare la Striscia di Gaza e porre ancora una volta la popolazione palestinese sotto diretto potere militare [israeliano].

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

Traduzione per Zeitun.info di Amedeo Rossi

Middle East MonitorRamzy BaroudI coloni ebrei israeliani sono inarrestabili quando si scatenano in tutta la Cisgiordania palestinese occupata. Mentre la violenza dei coloni è parte della routine quotidiana in Palestina, la violenza delle scorse settimane è direttamente legata alle elezioni politiche israeliane, previste per il 17 settembre.

Le elezioni precedenti, solo quattro mesi fa, il 9 aprile, non sono riuscite a portare stabilità politica. Benché Benjamin Netanyahu sia ora il primo ministro più a lungo al potere in Israele nei 71 anni di storia del Paese, non è stato in grado di formare una coalizione di governo.

Segnata da una serie di casi di corruzione che coinvolgono lui, la sua famiglia e i suoi collaboratori, la leadership di Netanyahu si trova in una posizione poco invidiabile. Gli investigatori della polizia gli stanno alle costole, mentre alleati politici opportunisti, come Avigdor Leiberman [segretario di un partito di estrema destra, ndtr.], gli stanno forzando la mano nella speranza di estorcergli future concessioni politiche.

La crisi politica in Israele non è il risultato di un partito Laburista resuscitato o di partiti politici di centro più forti, ma dell’incapacità della destra (compresi i partiti di estrema destra e ultranazionalisti) di esprimere un programma politico unitario.

I coloni ebrei illegali comprendono bene che la futura identità di una qualunque coalizione di governo di destra avrà un impatto duraturo sulla loro impresa di colonizzazione. I coloni, tuttavia, non sono affatto preoccupati, dato che tutti i maggiori partiti politici, compreso quello “Blu e Bianco”, il presunto partito di centro di Benjamin Gantz, hanno fatto dell’appoggio alle colonie ebraiche una parte importante della propria campagna elettorale.

Il voto decisivo dei coloni ebrei della Cisgiordania e dei loro sostenitori all’interno di Israele è risultato evidente nelle ultime elezioni. Il loro potere ha obbligato Gantz ad adottare un approccio politico totalmente diverso.

L’uomo che due giorni prima delle votazioni di aprile ha criticato l’“irresponsabile” annuncio di Netanyahu riguardo all’intenzione di annettere la Cisgiordania, pare ora un grande sostenitore delle colonie. Secondo il sito di notizie israeliano “Arutz Sheva”, Gantz ha promesso di continuare ad espandere le colonie “da un punto di vista strategico e non come una strategia politica”.

Dato il cambio di prospettiva di Gantz riguardo alle colonie, a Netanyahu non è rimasta altra possibilità che alzare la posta in gioco. Ora sta spingendo per un’annessione totale e irreversibile della Cisgiordania.

Annettere il territorio palestinese occupato è, dal punto di vista di Netanyahu, una strategia politica corretta. Naturalmente il primo ministro israeliano si dimentica delle leggi internazionali che considerano illegale la presenza militare e delle colonie di Israele. Né Netanyahu né qualunque altro leader israeliano, tuttavia, si sono mai preoccupati delle leggi internazionali. Tutto ciò che conta realmente per Israele è avere il sostegno cieco e incondizionato di Washington.

Secondo “Times of Israel” [giornale indipendente israeliano, ndtr.] Netanyahu sta ora facendo ufficialmente pressione per una dichiarazione pubblica da parte del presidente USA Donald Trump di sostegno all’annessione della Cisgiordania da parte di Israele. Benché la Casa Bianca si rifiuti di fare commenti a questo proposito, e un funzionario dell’ufficio di Netanyahu sostenga che ciò “non è esatto”, la destra israeliana è sulla buona strada per rendere possibile l’annessione.

Incoraggiati dalla dichiarazione dell’ambasciatore USA David Friedman, secondo cui “Israele ha il diritto di impossessarsi di una parte della Cisgiordania”, molti politici israeliani parlano con franchezza ed esplicitamente della loro intenzione di annettere il territorio occupato. Netanyahu ha effettivamente accennato a questa possibilità in agosto durante una visita alla colonia illegale di Beit El: “Siamo venuti a costruire. Le nostre mani si tenderanno e noi renderemo più profonde le nostre radici nella nostra patria, in ogni sua parte,” ha detto durante una cerimonia che festeggiava l’espansione delle colonie illegali con altre 650 unità abitative.

A differenza di Netanyahu, l’ex-ministra della Giustizia e dirigente di “Destra Unita”, [coalizione] da poco formata, Ayelet Shaked, non parla in codice. In un’intervista con il “Jerusalem Post” ha chiesto la totale annessione dell’Area C, che costituisce quasi il 60% della Cisgiordania. “Dobbiamo applicare la nostra sovranità su Giudea e Samaria,” ha insistito Shaked, utilizzando la terminologia biblica per descrivere la terra palestinese, come se ciò rafforzasse in qualche modo la sua posizione.

Peraltro il ministro della Sicurezza Pubblica, delle Questioni Strategiche e dell’Informazione Gilad Erdan vuole fare un passo in più. Secondo “Arutz Sheva” e il “Jerusalem Post”, Erdan ha chiesto l’annessione di tutte le colonie illegali in Cisgiordania, così come l’estromissione del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas.

Ormai al centro della politica israeliana, i coloni ebrei si godono lo spettacolo di essere corteggiati da tutti i principali partiti politici. La loro crescente violenza contro gli autoctoni palestinesi in Cisgiordania è una sorta di prova di forza politica, un’espressione di dominio e una brutale dimostrazione di priorità politiche.

“C’è una sola bandiera dal Giordano al mare [Mediterraneo, ndtr.], la bandiera di Israele,” è stato lo slogan di un corteo di oltre 1.200 coloni ebrei che hanno percorso le strade della città palestinese di Hebron il 14 agosto. I coloni, insieme ai soldati israeliani, hanno invaso via Al-Shuhada e hanno maltrattato gli abitanti palestinesi e gli attivisti internazionali nella città assediata.

Pochi giorni prima, circa 1.700 coloni ebrei, appoggiati dalla polizia israeliana, hanno fatto irruzione nel complesso della moschea di Al-Aqsa nella Gerusalemme est occupata. Secondo la Mezzaluna rossa palestinese, oltre 60 palestinesi sono rimasti feriti quando le forze israeliane e i coloni hanno attaccato i fedeli musulmani. La violenza si è ripetuta a Nablus, dove colone armate hanno invaso la città di Al-Masoudiya e hanno fatto un “addestramento militare” sotto la protezione dell’esercito di occupazione israeliano. Il messaggio dei coloni è chiaro: ora abbiamo il controllo totale, non solo in Cisgiordania, ma anche nella politica israeliana.

Ma a quale prezzo? Tutto ciò avviene come se si trattasse esclusivamente di una questione politica israeliana. L’ANP, che è appena stata del tutto esclusa dai calcoli politici USA, viene lasciata a emanare occasionali e irrilevanti comunicati stampa sulla sua intenzione di chiamare Israele a rispondere in base alle leggi internazionali.

Tuttavia anche i garanti delle leggi internazionali sono assenti in modo sospetto. Né le Nazioni Unite né i sostenitori della democrazia e delle leggi internazionali nell’Unione Europea sembrano essere interessanti ad opporsi all’intransigenza israeliana e alle palesi violazioni dei diritti umani.

Con i coloni ebrei che dettano l’agenda politica in Israele e provocano costantemente i palestinesi nei territori occupati, è probabile che nei prossimi mesi la violenza aumenti in modo esponenziale. Come avviene spesso in questi casi, ciò verrà utilizzato in modo strategico dal governo israeliano, questa volta per porre le basi di un’annessione finale e completa della terra palestinese. Questo sarà un risultato disastroso, indipendentemente da come lo si veda.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

Traduzione per Zeitun.info di Amedeo Rossi.

Nablus-Wafa, Quds Press e PIC. Diversi cittadini palestinesi sono stati feriti dai proiettili israeliani e dalle bombe ai gas lacrimogeni all’alba di martedì, mentre centinaia di coloni israeliani hanno invaso la “Tomba di Giuseppe” vicino a Nablus.

Fonti locali hanno riferito a Wafa che le forze israeliane hanno scortato circa 1200 coloni nel sito, provocando scontri con residenti palestinesi.

Quds Press ha riferito che le forze israeliane hanno preso d’assalto la tomba di Giuseppe, all’alba, e hanno creato un cordone di sicurezza attorno all’area per bloccare il movimento dei residenti palestinesi.

Violenti scontri sono scoppiati tra i cittadini palestinesi e le forze israeliane che hanno sparato proiettili di metallo rivestiti di gomma e gas lacrimogeni.

Almeno cinque palestinesi sono stati feriti da proiettili di metallo rivestiti di gomma e decine di altri hanno avuto difficoltà respiratorie a causa dell’inalazione di gas lacrimogeni.

Middle East Eyee agenzie. (Da Zeitun.info).Omar e la sua collega deputata al Congresso Rashida Tlaib avevano progettato per questo fine settimana un viaggio in Cisgiordania e a Gerusalemme est occupate

Ilhan Omar ha denunciato la decisione israeliana di vietare a lei e alla sua collega deputata al Congresso Rashida Tlaib l’ingresso nei territori palestinesi occupati, un’iniziativa che la rappresentante del Minnesota ha definito “un insulto ai valori democratici.”

Martedì pomeriggio in un comunicato Omar ha affermato che la decisione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di impedire l’ingresso alle due parlamentari è stata presa “sotto la pressione” del presidente USA Donald Trump.

“È un insulto che il primo ministro israeliano Netanyahu, sottoposto alle pressioni del presidente Trump, abbia negato l’ingresso a rappresentanti del governo USA,” ha detto Omar.

“L’ironia che l’‘unica democrazia’ del Medio Oriente abbia preso una simile decisione è che si tratta sia di un oltraggio ai valori democratici che un’agghiacciante risposta alla visita da parte di politici di una Nazione alleata.”

Anche Tlaib ha attaccato la decisione del governo israeliano in un post su twitter in cui ha condiviso una foto della sua nonna palestinese, che vive nella Cisgiordania occupata. “Merita di vivere in pace e con dignità umana. Sono quello che sono grazie a lei,” ha twittato Tlaib, che è nata negli USA da genitori palestinesi ed ha ancora parte della famiglia in Palestina.

“La decisione israeliana di impedire l’ingresso a sua nipote, parlamentare USA, è un segnale di debolezza perché la verità di quanto sta avvenendo ai palestinesi è spaventosa.”

All’inizio della giornata il governo israeliano ha affermato di aver intenzione di impedire a Omar e Tlaib di entrare in questo fine settimana nei territori palestinesi occupati.

La conferma è arrivata ore dopo che la famosa giornalista israeliana Dana Weiss ha twittato che il governo aveva deciso di impedire l’ingresso delle due deputate a causa delle loro “presunte provocazioni e del sostegno” a favore del movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) guidato dai palestinesi.

Prima della dichiarazione del governo israeliano, Trump ha twittato il proprio appoggio al divieto di ingresso per le due parlamentari USA.

La legge israeliana consente di impedire ai sostenitori del BDS di entrare nel Paese.

Sia Tlaib che Omar sono sostenitrici del movimento, che intende fare pressione su Israele perché interrompa le violazioni dei diritti umani contro i palestinesi, provocando una reazione dei gruppi filo-israeliani.

Martedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che il ministero degli Interni del Paese ha deciso di non consentire a Tlaib e a Omar di entrare – un’iniziativa che ha detto di appoggiare. “Nessun Paese al mondo rispetta l’America e il Congresso americano più dello Stato di Israele,” ha detto Netanyahu in un comunicato condiviso dal ministero degli Esteri israeliano.

“Tuttavia il programma di viaggio delle due congressiste rivela che l’unico scopo della loro visita è di danneggiare Israele e incentivare l’incitamento all’odio contro di esso.”

Però Netanyahu ha detto che, se lei facesse tale richiesta, Israele valuterebbe di lasciare che Tlaib visiti la sua famiglia per una questione umanitaria.

“Il ministro degli Interni ha annunciato che, se la deputata Tlaib presentasse una richiesta di visitare i suoi parenti per ragioni umanitarie, prenderebbe in considerazione la sua richiesta a patto che si impegni a non agire per promuovere il boicottaggio contro Israele durante la sua visita,” ha detto il primo ministro israeliano.

Assolutamente prevedibile”.

Tlaib e Omar hanno progettato di fare un giro in Cisgiordania e a Gerusalemme est occupate durante una visita prevista per il fine settimana.

Secondo fonti diplomatiche israeliane che hanno parlato a giornalisti locali, il giro doveva includere una visita al complesso di Al-Aqsa, un luogo sacro sia per i musulmani che per gli ebrei, che la scorsa settimana è stato teatro di violenti scontri.

Il mese scorso l’ambasciatore israeliano a Washington Ron Dermer ha affermato di credere che Israele non avrebbe negato l’ingresso ad alcun parlamentare USA” come segno di rispetto per il Congresso USA e per la grande alleanza tra Israele e l’America.”

Ma prima che il divieto venisse confermato, Yousef Munayyer, direttore esecutivo della Campagna USA per i Diritti dei Palestinesi, ha affermato che vietare l’ingresso nel Paese a Tlaib e Omar era offensivo “ma anche assolutamente prevedibile”.

“Israele ha discriminato i cittadini USA – soprattutto i palestinesi americani – da molto tempo. Ora sta facendo ciò persino ai nostri PARLAMENTARI,” ha scritto Munayyer martedì su twitter

“In verità la discriminazione razzista di Israele contro i palestinesi non è una novità e ai palestinesi vengono costantemente negati il ritorno e la libertà di movimento nella loro patria. Ma questo episodio sottolinea la portata della complicità del Congresso nel consentire che il razzismo colpisca ora i loro stessi colleghi,” ha aggiunto.

Martedì molti sostenitori dei palestinesi, così come alcuni membri democratici del Congresso, hanno espresso la propria preoccupazione riguardo alla decisione di Israele di impedire alle parlamentari in carica l’ingresso nel Paese.

Il MIFTAH, il gruppo USA a favore dei palestinesi che ha organizzato il viaggio a cui Tlaib e Omar pensavano di unirsi, ha condannato il divieto come “un affronto contro il popolo americano e i suoi rappresentanti.”

“Come ogni violatore dei diritti umani, Israele vuole imporre il silenzio sulla situazione della Palestina occupata e impedisce alle parlamentari Tlaib (e) Omar di avere un contatto diretto con il popolo palestinese, che è soggetto al crudele regime israeliano di colonizzazione, oppressione e furto di terre,” ha affermato l’associazione in un comunicato.

Ma David Friedman, ambasciatore USA in Israele e fedele sostenitore del governo israeliano e del suo progetto di colonizzazione, ha detto che l’amministrazione Trump appoggia la decisione di vietare l’ingresso alle deputate.

Ha preso di mira l’appoggio delle parlamentari al BDS come l’elemento trainante che ha provocato il divieto. “Puramente e semplicemente, questo viaggio non è altro che un tentativo di alimentare la macchina del BDS che le deputate Tlaib e Omar appoggiano così vigorosamente,” ha affermato Friedman in una dichiarazione condivisa su Twitter. “Come gli Stati Uniti, Israele è una Nazione con delle leggi. Appoggiamo l’applicazione delle sue leggi da parte di Israele in questo caso.”

Mettere in atto il “bando contro i musulmani” di Trump.

Tlaib, 43 anni, è nata negli USA, ma sua nonna e la sua famiglia estesa vivono nel villaggio palestinese di Beit Ur al-Fauqa, in Cisgiordania.

Omar, trentasettenne nata in Somalia, è stata una critica accanita della criminalizzazione del movimento BDS negli USA.

Lo scorso anno Tlaib e Omar sono entrate nella storia in quanto sono diventate le prime donne musulmane ad essere mai state elette al Congresso.

Nella sua dichiarazione Omar ha affermato che, vietando l’ingresso a lei e a Tlaib, Israele sta mettendo in pratica il cosiddetto “bando contro i musulmani” dell’amministrazione Trump.

L’ordine presidenziale impedisce ai cittadini di vari Paesi a maggioranza musulmana l’ingresso negli USA, e ciò ha attirato critiche generalizzate da parte di gruppi per i diritti umani e parlamentari che hanno accusato il presidente di islamofobia.

“Quello che Israele sta mettendo in pratica è il bando di Trump contro i musulmani, questa volta contro due componenti del Congresso regolarmente elette,” ha detto Omar.

Ha aggiunto che il bando non è una sorpresa, “data la posizione pubblica del primo ministro Netanyahu, che si è sempre opposto ai tentativi di pace, ha limitato la libertà di movimento dei palestinesi, la consapevolezza da parte dell’opinione pubblica della brutale realtà dell’occupazione e si è schierato con islamofobi come Donald Trump”.

Traduzione per InfoPal di Amedeo Rossi

Electronic Intifada. Di Maureen Clare Murphy. (Da Zeitun.info).Giovedì 15 agosto, un ragazzo palestinese diciassettenne è stato ucciso da forze israeliane nella Città Vecchia di Gerusalemme.

Le forze di occupazione hanno aperto il fuoco dopo che due ragazzi palestinesi hanno tentato di accoltellare membri della polizia paramilitare di frontiera, ferendone uno.

Il ragazzo ucciso è stato identificato dalla polizia israeliana come Nassim Abu Rumi. L’altro giovane, Hamoudeh al-Sheikh, che secondo la polizia era anche lui minorenne, è rimasto gravemente ferito.

Un video mostra i due che si avvicinano a un gruppo di poliziotti di frontiera e poi li aggrediscono. I poliziotti aprono immediatamente il fuoco contro i ragazzi e non sembrano cercare di sopraffarli con mezzi non letali.

Un altro video della scena mostra medici che curano il poliziotto di frontiera ferito, mentre uno dei ragazzi è steso a terra per la strada, senza che nessuno se ne occupi.

Un terzo video mostra l’altro ragazzo sulla strada in mezzo a numerosi poliziotti.

Nei video non si nota alcun tentativo di fornire le prime cure a nessuno dei due ragazzi.

E’ rimasto ferito anche Imran al-Rajabi, una guardia del complesso della moschea di Al-Aqsa, non coinvolto nell’accoltellamento. Un video lo mostra mentre viene trasportato su una barella.

L’incidente mortale è avvenuto presso la Porta dei Leoni, all’ingresso del complesso della moschea di Al-Aqsa. In seguito la polizia ha fatto irruzione nella spianata e ha impedito l’ingresso ai fedeli con meno di 50 anni; di conseguenza la gente ha pregato in strada.

Un video mostra la polizia che impedisce ai fedeli di accedere al complesso della moschea.

All’inizio di questa settimana la polizia ha ferito decine di fedeli che tentavano di pregare ad al-Aqsa durante la festa di Eid al-Adha.

Questa settimana uccisi sei palestinesi.

Finora quest’anno sono stati uccisi dal fuoco israeliano 81 palestinesi, sei da sabato scorso.

Il 10 agosto le forze israeliane di occupazione hanno ucciso quattro palestinesi armati mentre si suppone cercassero di superare il confine tra Gaza e Israele.

Uno degli uomini aveva attraversato il confine “ed ha sparato contro un reparto e ha lanciato una granata”, ha detto l’esercito israeliano.

Il giorno seguente le forze israeliane hanno ucciso un altro palestinese che ha sparato contro i soldati mentre cercava di attraversare il confine di Gaza.

Durante il 2019 sono stati uccisi da palestinesi sette israeliani, il più recente un adolescente che è stato accoltellato in Cisgiordania la scorsa settimana.

Il 10 agosto le forze israeliane hanno arrestato due cugini palestinesi sospettati di aver ucciso il soldato e studente di una yeshiva [scuola religiosa ebraica, ndr] diciannovenne.

I soldati hanno individuato le case dei due presunti assalitori in previsione della loro demolizione. La demolizione punitiva di case nei territori occupati – in base alle leggi internazionali un crimine di guerra di punizione collettiva – è una prassi comune dell’esercito israeliano.

Traduzione per Zeitun.info di Amedeo Rossi

MEMO. Israele sta impedendo a una donna palestinese di tornare in Turchia dopo aver viaggiato in Palestina con il suo fidanzato, per il loro matrimonio.

Lunedì le autorità israeliane hanno respinto la domanda di visto di Mecdulin Hassune, impedendole di tornare a Istanbul, dove vive e lavora, con il neo-marito palestinese Muhammed Hayri, a cui è stato concesso un visto.

Entrambi sono impiegati della filiale araba della Radio e televisione turca (TRT).

“Ci incontreremo presto, non importa cosa”, ha detto Hayri, aspettando sua moglie a Istanbul.

Hayri ha descritto la mossa israeliana come “immorale e illegale” e che mostra “la brutta faccia di Israele che limita la libertà di viaggio e di parola e rende la vita insopportabile per i palestinesi”.

Ha sottolineato che non è l’unica persona ad esserne vittima.

“Il popolo palestinese sta vivendo gravi sofferenze a causa del divieto di viaggio di Israele”, ha aggiunto.

Le politiche israeliane di frenare la libertà di parola, di viaggio e vietare il movimento ha provocato la condanna della Svezia, dell’Irlanda e della Danimarca, nonché delle organizzazioni internazionali per i diritti dei diritti come Amnesty International.

MEMO. Una nuova intifada potrebbe esplodere nella Cisgiordania occupata a seguito della crisi politica ed economica nell’area, secondo un rapporto segreto dell’intelligence dell’Autorità Palestinese.

Il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth ha rivelato i dettagli del documento che dice sia stato scritto per i capi delle forze di sicurezza palestinesi e che mette in guardia da un’escalation della situazione in Cisgiordania.

Secondo il sito, i palestinesi di età compresa tra 16 e 25 anni temono per il loro futuro e, di conseguenza, sono sottoposti a molte pressioni e rabbia, pericolose, e che probabilmente causerà l’escalation della situazione in Cisgiordania.

“Sparatorie e sabotaggio” dovrebbero aumentare, ha avvertito il rapporto, con attacchi cosiddetti del “lupo solitario” contro i coloni illegali anche a causa dell’aumento.

Al-Issawiya-Gerusalemme occupata. Middle East Eye. Di Hanadi Qawasmi. L’ultima campagna israeliana contro questo quartiere della conurbazione di Gerusalemme est, una delle più lunghe e violente della sua storia recente

Nel quartiere palestinese di Issawiya le auto della polizia israeliana non sono tollerate.

Nel comune ogni traccia della presenza poliziesca degenera rapidamente in scontri, con giovani palestinesi che lanciano pietre e molotov contro i veicoli, mentre le forze israeliane fanno uso di proiettili veri, di pallottole d’acciaio ricoperte di gomma e di lacrimogeni.

Questo quartiere, che conta più di 15.000 abitanti, è ben noto ai palestinesi come un faro della resistenza civile all’occupazione israeliana.

“Issawiya è una delle zone più ribelli di Gerusalemme,” dichiara a Middle East Eye Fadi Elayan, un abitante trentatreenne della cittadina.

“La polizia obbedisce alla logica in base alla quale se Issawiya viene sottomessa e il suo rifiuto dell’occupazione è ridotto al silenzio, il resto di Gerusalemme sarà domato.”

La portata della determinazione della polizia israeliana nel demonizzare questa zona periferica è stata svelata lo scorso martedì, quando si è saputo che, durante una serie televisiva di reality show sulla polizia, alcuni agenti hanno messo un fucile M-16 nella casa di un abitante di Issawiya e in seguito hanno sostenuto di averlo scoperto lì.

Durante gli ultimi due mesi Issawiya è stata bersaglio di una violenta e dirompente repressione israeliana lanciata poco dopo l’Aid al-Fitr [festa musulmana per la fine del Ramadan, ndtr.] con il pretesto di garantirvi la sicurezza.

Da allora la cittadina è bersaglio di una politica di punizione collettiva: più di 250 arresti politici, centinaia di vessazioni perpetrate dalle forze israeliane ai danni di veicoli e negozi, decine di abitanti feriti dagli spari israeliani e il funerale per un giovane palestinese.

Il 27 giugno, durante un’incursione notturna, la polizia israeliana ha ucciso Mohammad Samir Obaid, provocando viva indignazione tra gli abitanti della cittadina. Due testimoni oculari hanno dichiarato a MEE che nel momento in cui è stato ucciso questo palestinese di 20 anni non rappresentava alcuna minaccia.

Il giorno prima le immagini di un soldato ricoperto di pittura rossa lanciata dai giovani della cittadina erano state ampiamente condivise dai palestinesi sulle reti sociali.

Repressione concertata.

Tale repressione non è un fatto raro per la cittadina: di fatto non passa un anno senza azioni simili da parte delle forze israeliane.

Ma secondo gli abitanti l’ultima campagna è una delle più lunghe e violente della storia recente del quartiere – dura consecutivamente da più di 50 giorni ed è stata messa in atto da diversi organi militari e civili israeliani.

Le incursioni delle forze israeliane sembrano una sfilata organizzata: quattro grossi SUV arrivano nel quartiere, insieme a guardie di frontiera e a volte a un reparto a piedi, gli agenti lanciano delle bombe assordanti nelle strade per disperdere i giovani e seminare la paura, poi procedono a un’operazione di controllo e perquisizione umiliante e aggressiva.

La polizia di frontiera, le forze speciali, la polizia stradale, così come le autorità municipali e fiscali israeliane si danno da fare durante tutta la giornata, concentrandosi sui giovani nelle strade e sugli abitanti che ritornano a casa dopo il lavoro.

Come il resto di Gerusalemme est, Issawiya è passata sotto occupazione israeliana nel 1967 ed oggi è circondata da ogni parte dalle colonie israeliane e dalle loro infrastrutture, che in base al diritto internazionale sono tutte illegali.

L’autostrada 1, che si trova al limite est del quartiere, è stata costruita per collegare le colonie della Cisgiordania occupata a Gerusalemme e Tel Aviv.

A sud Issawiya è a cavallo del campus dell’Università Ebraica. A nord e a ovest si trovano le colonie della Collina Francese e di Tsameret HaBira.

La cittadina è sottoposta a restrizioni, come blocchi stradali e perquisizioni arbitrarie, che sconvolgono la vita quotidiana.

Punire la cittadina e i suoi abitanti”.

Quando procedono a degli arresti, le autorità israeliane non esitano a ricorrere alla forza, aggredendo i giovani, sfondando le porte delle case prima di perquisirle e procedendo a perquisizioni violente.

Fonti locali hanno dichiarato a Middle East Eye che negli ultimi due mesi, soprattutto durante retate notturne, sono stati arrestati dalla polizia non meno di 250 giovani maschi.

La maggioranza di loro è stata arrestata per brevi periodi e poi rilasciata, spesso su cauzione, e posta agli arresti domiciliari per periodi variabili, a volte fino a una settimana.

Secondo l’avvocato Mohammad Mahmoud, che li rappresenta davanti ai tribunali israeliani, almeno cinque di essi sono ancora detenuti.

L’avvocato Mahmoud ha dichiarato a MEE che questi giovani devono rispondere di diverse accuse, come partecipazione a manifestazioni e a scontri con le forze israeliane, compreso il lancio di pietre e di molotov, in particolare dopo l’annuncio della morte di Obaid.

Sempre secondo il loro avvocato, le cauzioni di quelli che sono stati liberati superano i 60.000 shekel (più di 15.000 €).

Mohammad Abu al-Hummos, un attivista politico di Issawiya, ritiene che le misure israeliane siano assolutamente arbitrarie e costituiscano una forma di punizione collettiva. Rappresentano il “desiderio della polizia dell’occupazione israeliana di procedere a una qualunque perquisizione o detenzione, poco importa il motivo, semplicemente per punire la cittadina e le sue famiglie,” ha dichiarato a MEE.

Un padre convocato dalla polizia per un bambino.

Il 30 luglio la storia di Mohammad Elayyan, 4 anni, è diventata virale sulle reti sociali quando lui e suo padre sono stati convocati dalla polizia israeliana per un interrogatorio.

Il nonno del bambino, Nayef Elayan, ha dichiarato in un’intervista che Mohammad giocava per la strada con altri bambini quando un veicolo della polizia israeliana ha fatto irruzione nella zona.

Più tardi, durante la giornata, le forze israeliane si sono recate al domicilio di Mohammad alla ricerca del bambino, sostenendo che aveva lanciato delle pietre contro di loro. Quando si sono resi conto che aveva 4 anni e che in base alla legge non poteva essere arrestato, hanno consegnato a suo padre, Rabiaa, un mandato di comparizione per l’indomani mattina, chiedendogli di portare con sé Mohammad.

Per appoggiare il padre e il figlio un gruppo di abitanti di Issawiya li ha accompagnati al commissariato di polizia di via Salah al-Din, la principale arteria commerciale di Gerusalemme est.

A causa della crescente pressione popolare, le autorità israeliane non hanno incontrato il bambino, ma hanno interrogato il padre.

Quest’ultimo ha dichiarato che dei poliziotti l’avevano minacciato che non avrebbe mai più visto suo figlio se quest’ultimo avesse lanciato loro delle pietre.

“I bambini non costituiscono una minaccia,” ha dichiarato Fadi Elayyan, uno dei parenti di Mohammed.

“Quello che avviene è un tentativo di terrorizzare le famiglie di Issawiya – dai giovani agli anziani.”

Perquisita la casa di una persona malata.

Un giorno dopo il caso di Mohammad, la polizia israeliana ha convocato un altro abitante palestinese di Issawiya per azioni di cui era accusato suo figlio di 6 anni.

Secondo l’agenzia di stampa ufficiale dell’Autorità Nazionale Palestinese, WAFA, Firas Obaid ha ricevuto un mandato di comparizione nel commissariato della polizia israeliana per essere interrogato riguardo a suo figlio Qais, accusato di aver tentato di lanciare pietre contro la polizia israeliana che stava di pattuglia nella cittadina.

In un altro episodio molto pubblicizzato tre settimane fa, le forze israeliane hanno cercato di arrestare Iyad Attiyah, un giovane uomo di 24 anni colpito dalla sindrome di Williams, un disturbo genetico raro che può causare problemi fisici e cognitivi. Sua madre, Laila Attiyah, ha dichiarato a MEE che la polizia aveva effettuato un’irruzione a casa loro dopo mezzanotte alla ricerca di suo figlio.

Iyad è stato convocato dai servizi di intelligence, un’ingiunzione che è stata annullata solo quando i servizi sociali sono intervenuti e hanno presentato documenti che provano la sua malattia.

Motivi ridicoli”.

Nel quadro della recente repressione, la polizia stradale israeliana è stata messa di guardia ad ognuno degli ingressi di Issawiya.

Gli agenti fermano arbitrariamente i veicoli per effettuare dei lunghi controlli della vettura, della patente, dell’assicurazione e della carta d’identità, prima di infliggere multe dai 250 ai 1000 shekel (da 65 a 255 euro), rendendo così più pesante il peso economico a scapito degli abitanti.

Secondo Mohammad Abu al-Hummos, durante improvvisi controlli sono state revocate decine di libretti di circolazione a causa di presunte infrazioni al codice della strada per i “motivi più ridicoli”.

“In una situazione normale nei quartieri non palestinesi ragioni del genere non comporterebbero dei reati o l’annullamento di un libretto di circolazione,” sostiene. “Ci sono dei veicoli che hanno semplicemente superato di un mese il periodo di immatricolazione, cosa che non è illegale, ma ciononostante i loro proprietari ricevono delle multe.”

Giovedì scorso la polizia ha fermato un autobus che trasportava bambini dagli 8 ai 12 anni in viaggio per una gita ricreativa.

L’autista è stato accusato di aver commesso un’infrazione, il suo libretto di circolazione è stato revocato e cinque giovani che accompagnavano i bambini come guide sono stati arrestati.

Neppure i negozi sono stati risparmiati. Le squadre israeliane del Comune e della finanza hanno effettuato parecchie perquisizioni nei negozi, soprattutto sulla strada principale, ed hanno controllato le autorizzazioni, le attrezzature ed i pagamenti delle imposte.

Come reazione, i commercianti hanno cercato di evitare di ricevere troppe multe del fisco chiudendo i propri negozi e aprendoli solo dopo la partenza della polizia.

Di conseguenza l’attività commerciale della cittadina è stata notevolmente rallentata.

Messaggio di resistenza.

Interrogate sulle ragioni della repressione israeliana, le famiglie di Issawiya hanno sottolineato la posizione contro l’occupazione adottata da molto tempo dal quartiere.

La cittadina è una delle più note a Gerusalemme per le sue reazioni alle aggressioni delle forze israeliane, e le azioni dei suoi cittadini non si limitano a respingere le misure prese da Israele in nome della sicurezza.

Le famiglie di Issawiya rifiutano anche la presenza delle istituzioni “civili” israeliane, come un centro comunitario finanziato dal governo nella cittadina.

I giovani di Issawiya, per inviare a Israele un messaggio di resistenza, hanno più volte incendiato il centro comunitario, in particolare l’ultima volta dopo l’assassinio di Obaid.

Traduzione per Zeitun.info di Amedeo Rossi.

Gerusalemme-PIC e Quds Press. Lunedì mattina, decine di coloni israeliani hanno fatto irruzione nella moschea di al-Aqsa, nella Gerusalemme occupata, tra le restrizioni imposte all’ingresso dei palestinesi nel sito sacro islamico.

I poliziotti israeliani hanno invaso il complesso islamico e hanno tenuto i fedeli palestinesi lontani dalla presenza dei coloni in visita, alcuni dei quali hanno cercato di eseguire rituali religiosi vicino alla Cupola della Roccia.

Funzionari del dipartimento di Beni religiosi -Awkaf – islamici hanno affermato che i coloni hanno condotto visite provocatorie nel sito sacro mentre i poliziotti israeliani limitavano l’ingresso dei fedeli palestinesi e prendevano i loro documenti di identità prima di consentire loro l’accesso.

I funzionari hanno affermato che 114 coloni hanno invaso i cortili di al-Aqsa sotto la pesante scorta delle forze israeliane.

Il Wadi Hilweh Information Center ha dichiarato che 2233 coloni ebrei avevano invaso il complesso di al-Aqsa, a luglio.

Gerusalemme-PIC e Quds Press. Domenica, orde di coloni israeliani hanno fatto irruzione nella moschea di al-Aqsa, a Gerusalemme, scortati dalla polizia.

Fonti locali hanno riferito che 79 coloni  e 45 ufficiali dell’intelligence israeliana hanno fatto irruzione nella moschea di al-Aqsa e hanno girato per i suoi cortili.

I coloni israeliani effettuano irruzioni quotidiane nella moschea di al-Aqsa, tranne il venerdì e il sabato.

Gaza-Quds Press. La scorsa settimana, sette palestinesi sono stati uccisi e 155 feriti dalle forze di occupazione israeliane nella Cisgiordania occupata, a Gerusalemme e nella Striscia di Gaza assediata.

Secondo il ministero della Sanità, le vittime sono: Alaa Khader al-Harimi (26 anni) di Betlemme; Nasim Mukafih Abu Rumi (14 anni) di Al-Eizariya, a Gerusalemme; Marwan Khaled Nasser (26 anni), della Striscia di Gaza; e altri 4, sempre nella Striscia di Gaza, uccisi in uno scontro armato con le forze israeliane a est di Deir al-Balah: Abdullah Ashraf al-Ghamri, Abdullah Ismail Hamaydeh, Abdullah al-Masri, Ahmed Ayman al-Odaini.

Imemc. Israele sta colpendo sempre più duro con la sua guerra dell’acqua nelle colline meridionali di Hebron: pozzi demoliti, chilometri di condutture distrutti e sequestri di camion che trasportano serbatoi d’acqua di emergenza ai villaggi.

Nel soffocante mese di luglio, sono state demolite cinque infrastrutture idriche, lasciando villaggi di fattorie palestinesi senza acqua.

L’ultima ha avuto luogo il 31 luglio, quando l’amministrazione civile israeliana – l’organo che governa l’area C nella Cisgiordania – ha tagliato le condutture che rifornivano di acqua abitazioni e terreni agricoli a al-Jaway, vicino a at-Tuwani.

Tariq Hathalin, attivista locale delle colline meridionali di Hebron, afferma che il numero delle demolizioni di risorse idriche è più che raddoppiato durante l’anno in corso rispetto al precedente.

Ha riferito all’ISM: “Ora, in estate, sembra che l’amministrazione civile abbia in programma di ridurre l’accesso all’acqua ai palestinesi nelle colline meridionali di Hebron e nell’area C in generale. Questo per fare pressione su quelle persone affinché se ne vadano.

Dato che l’amministrazione non ha una scusa valida per espellerle dalla loro terra, li mette sotto pressione privandoli dell’acqua, per fare in modo che se ne vadano”.

Il 4 luglio i bulldozer hanno distrutto tre pozzi fuori dalla città di Dkeika, solo un giorno dopo essere già stati nella stessa area e aver sradicato 500 ulivi.

La distruzione dei pozzi e degli alberi ha colpito circa 1200 persone, il 60 per cento delle quali registrate con lo stato di rifugiati, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari -OCHA.

Il 24 luglio sono state anche distrutte quattro cisterne d’acqua in un parco tra le cittadine di Umm al-Kheir e Umm Daraj.

“Conosco la realtà di queste persone”, ha aggiunto Tariq, che ha assistito alla demolizione. “Li chiamo i nemici della vita e loro stessi ne danno prova tagliando alberi, distruggendo condutture idriche e togliendo la vita alle persone”.

Il collettivo “Good Shepherd”, un gruppo per i diritti umani localizzato prevalentemente nelle colline del sud di Hebron, associa l’escalation di demolizioni alle azioni dell’organizzazione non governativa di coloni di estrema destra Regavim.

Regavim, che riceve finanziamenti dai contribuenti israeliani e ha lo status di associazione no profit, spia le comunità palestinesi cercando strutture costruite senza permessi e riportandolo all’ICA. Hanno poi accelerato i casi di demolizione nei tribunali attraverso petizioni. Il loro impatto devastante può essere notato nel repentino incremento delle demolizioni nelle colline a sud di Hebron: quest’anno sono state abbattute con i bulldozer o confiscate 65 strutture, in confronto alle 23 dello stesso periodo dello scorso anno, secondo quanto riporta l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari.

“Per chi ha ancora delle perplessità sull’incolpare lo stato o l’amministrazione civile per gli atti di demolizione, il messaggio di queste azioni all’interno di aree naturali dovrebbe essere chiaro”, ha affermato il collettivo Good Shepherd.

“Lo stato, i coloni e le organizzazioni come Regavim che spingono sulla distruzione di queste aree, strutture e risorse dei palestinesi non sono motivate dalla salvaguardia dei diritti umani, della tutela ambientale o dalla protezione della natura”.

La serie di attacchi a risorse idriche, a luglio, arriva dopo che Israele ha distrutto una grande conduttura idrica all’inizio di quest’anno, che riforniva di acqua corrente 12 villaggi palestinesi nelle colline a sud di Hebron. Queste condutture erano state costruite in segreto e ci sono voluti quattro mesi per la loro installazione. Ma solo sei mesi dopo, Israele le ha distrutte tagliando 20 km di sostegno alla vita.

I 12 villaggi sono dovuti ricorrere al vecchio metodo per avere acqua, trasportando serbatoi su trattori lungo strade dissestate che rovinano gli pneumatici e fanno perdere preziose giornate di lavoro.

Trasportare acqua in questo modo va ad aggiungersi al peso economico dei piccoli villaggi dell’area, costando 30 shekel per un metro cubo. Israele ne paga solo 8 per metro cubo.

Anche i camion non vengono risparmiati dalla guerra all’acqua di Israele: il 15 luglio, 18 taniche sono state confiscate. Nello stesso raid, diverse migliaia di dollari di condutture e strumenti per la trivellazione sono stati sequestrati.

“È difficile da accettare che quelle persone, esseri umani come noi, siano d’accordo nel privare dell’acqua e quindi della vita altre persone come loro”, dice Tariq.

“È molto distante dalla legalità. Non esiste legge al mondo che dice di poter tagliare l’acqua alle persone e vietare loro l’accesso alle risorse idriche. È pazzesco”.

Le colline del sud di Hebron, nell’area C della Cisgiordania, sono sotto il controllo israeliano. I palestinesi nella regione non hanno il permesso di installare condutture o pozzi, né di agganciarsi alla rete idrica che Israele ha posto attraverso il suolo palestinese per rifornire gli insediamenti illegali. Il risultato è che i villaggi nell’area sono soggetti a spietati attacchi non solo sulle loro risorse idriche, ma anche sui terreni e case.

Traduzione per InfoPal di Giulia Barbini

Gaza-Imemc, Quds Press e PIC. Fonti locali riportano che, domenica mattina prima dell’alba, tre palestinesi sono stati uccisi da bombardamenti israeliani vicino nell’area di confine, nel nord della Striscia di Gaza. I tre uomini sono stati identificati come Mahmoud Adel al-Walayda, 24 anni, Mohammad Farid Abu Namous, 27 anni, e Mohammad Samir a Taramisi, 26 anni. Un quarto palestinese è stato gravemente ferito. Tutti sono stati portati all’ospedale indonesiano di Beit Lahiya.

I media israeliani hanno riferito che i militari israeliani hanno preso di mira un “posto di osservazione di Hamas” con il fuoco di artiglieria e un elicottero, uccidendone tre palestinesi.

Fonti palestinesi riferiscono che i corpi di tre uomini sono stati recuperati al mattino, dopo che le forze israeliane hanno impedito ai medici di raggiungere il sito per diverse ore dopo l’attacco.

Europeans for al-Quds.  Dopo cinquant’anni di continui attacchi israeliani ad Al-Aqsa, il mondo deve assumersi le proprie responsabilità.

Comunicato stampa degli Europeans for al-Quds.
Milano, 16 agosto 2019.

Le forze di occupazione israeliane hanno continuato la serie di ripetuti assalti al complesso della moschea di Al-Aqsa e hanno aggredito i fedeli con proiettili e bombe sonore, in particolare la mattina del primo giorno di Eid al-Adha, in coincidenza con il 50° anniversario dell’incendio della Moschea al-Aqsa da parte di un estremista israeliano. Quest’anno, l’anniversario giunge durante i crescenti assalti degli estremisti israeliani  nei cortili di Al-Aqsa volti a imporne la divisione temporale e spaziale.

L’aumento degli attacchi israeliani ad Al-Aqsa è arrivato dopo che l’amministrazione Trump ha riconosciuto Gerusalemme come capitale degli israeliani e il coinvolgimento dei partiti regionali nella più grande liquidazione della causa palestinese – il cosiddetto Accordo del Secolo. Al-Aqsa è sottoposta a continui assalti di coloni israeliani estremisti. La libertà di culto e l’accesso ad Al-Aqsa sono soggetti a politiche e pratiche oppressive dell’occupazione. Questo impone di aumentare le voci che chiedono la fine dell’aggressione israeliana contro Al-Aqsa e i fedeli, e di invitare le nazioni arabe e islamiche a sostenere il popolo palestinese.

Alla luce delle continue persecuzioni, da parte del governo israeliano, ai danni di Al-Aqsa, attraverso una serie di incursioni, chiusure di cancelli, aggressioni contro i fedeli, uso di proiettili e l’impedimento dell’accesso ad Al-Aqsa, gli Europei per Al-Quds rivolgono un appello ai governi e ai paesi arabi e islamici che continuano a credere nella legittimità internazionale, di agire immediatamente per porre fine alle pratiche oppressive israeliane.

Gli  Europei per Al-Quds lanciano un appello anche al popolo palestinese in tutto il continente europeo e a tutti i cittadini liberi delle nazioni arabe e islamiche, chiedendo di agire immediatamente e di svolgere un ruolo attivo per condannare i recenti attacchi israeliani ed esprimere il loro rifiuto di tali pratiche criminali. La fondazione chiede di rivolgersi ai loro rappresentanti nei parlamenti europei e di organizzare eventi di massa nei campi e nelle piazze, come previsto dalle leggi dei loro paesi. Chiede, inoltre, che i governi europei sollecitino Israele a rispettare le risoluzioni di legittimità internazionale e a porre fine alle sue false accuse relative alla moschea di Al-Aqsa.

L’attacco atroce ad Al-Aqsa nel 1969 ha segnato l’inizio dell’attuale aggressione israeliana contro il complesso sacro, con le forze di occupazione e i gruppi di coloni che continuano i loro attacchi ai siti sacri islamici a Gerusalemme. Da allora Al-Aqsa è sottoposta a aggressioni dirette attraverso scavi mirati alla sua struttura, con fine di demolirla, e talvolta attraverso tentativi di imporre una divisione temporale e spaziale, negando ai fedeli la libertà di culto e chiudendo le istituzioni educative affiliate al dipartimento dei Beni islamici della moschea.

Europeans for Al-Quds ricorda il 50° anniversario dell’incendio di Al-Aqsa, sperando che i cittadini nel continente europeo, insieme alle nazioni arabe e islamiche, impediranno i tentativi dell’occupazione di eludere le risoluzioni internazionali e di estendere il pieno controllo sulla città di Gerusalemme e Al-Aqsa, e che possano svolgere un ruolo efficace e influente nell’opinione pubblica europea e internazionale.

Gerusalemme occupata-PIC e Quds Press. Domenica la polizia israeliana ha permesso a 1.729 coloni ebrei di invadere i cortili della moschea di al-Aqsa nel primo giorno di Eid al-Adha.

Fonti gerosolimitane affermano che i coloni che hanno invaso la Moschea ammontano a circa 1.335 e che i media israeliani hanno esagerato il loro numero per scopi di propaganda.

Le forze di polizia israeliane hanno preso d’assalto la moschea al-Aqsa dopo le preghiere dell’Eid e hanno attaccato violentemente i fedeli musulmani mentre gruppi di coloni hanno iniziato ad invaderla e a visitarne i cortili.

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Gerusalemme occupata-PIC e Quds Press. Le forze di polizia israeliane hanno attaccato selvaggiamente i fedeli palestinesi nella moschea di al-Aqsa, domenica mattina, ferendone almeno 61, secondo una fonte ufficiale palestinese.

“Diversi palestinesi sono rimasti feriti durante scontri con le forze israeliane all’interno del complesso della moschea di al-Aqsa”, ha dichiarato un portavoce dell’autorità islamica dei Beni religiosi, Awqaf, di Gerusalemme.

“I palestinesi sono rimasti feriti mentre impedivano ai coloni ebrei di assaltare la Sacra Moschea”, ha aggiunto.

La Mezzaluna rossa palestinese, nel frattempo, ha affermato che almeno 61 palestinesi, tra cui noti funzionari degli Awqaf islamici, sono rimasti feriti dopo che le forze israeliane hanno attaccato i fedeli con proiettili di acciaio rivestiti di gomma, lacrimogeni e bastoni, aggiungendo che 15 cittadini feriti sono stati evacuati negli ospedali vicini.

 

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Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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