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Middle East Eye. Di Alex MacDonald. L’azienda produttrice di gelati statunitense afferma che lo smercio dei suoi prodotti nei territori occupati è “incoerente” con i valori dell’azienda. (Da Zeitun.info).

L’azienda produttrice di gelati Ben & Jerry’s ha annunciato che interromperà la vendita dei suoi prodotti nei territori palestinesi occupati.

Lunedì, in un comunicato, la società ha dichiarato [la vendita dei suoi prodotti nei territori palestinesi occupati] “incoerente con i nostri valori”e ha aggiunto che “ascolta e riconosce le preoccupazioni condivise dai nostri clienti e soci fidati.

“Abbiamo una partnership di lunga data con il nostro concessionario, che produce il gelato Ben & Jerry’s in Israele e lo distribuisce nella regione”, si legge nella nota.

“Abbiamo lavorato per cambiare questa situazione e quindi abbiamo informato il nostro concessionario che alla scadenza alla fine del prossimo anno non rinnoveremo il contratto”.

Hanno anche detto che “rimarranno in Israele attraverso un accordo diverso” senza specificare altro.

L’azienda, che sin dalla sua fondazione nel 1978 ha sostenuto una serie di cause per i diritti civili, ha ricevuto critiche per la vendita negli insediamenti illegali nei territori palestinesi occupati dei gelati prodotti in Israele.

Nel 2015 è stato presa di mira dalla campagna BDS in merito alla sua politica in Israele.

‘Grande vittoria’ per la Palestina.

Lunedì l’Adalah Justice Project, un’organizzazione pro-palestinese con sede negli Stati Uniti, ha accolto con favore questa decisione e la ha definita una “grande vittoria della lotta palestinese per la libertà”.

Tuttavia l’organizzazione ha aggiunto che continuerà a chiedere un “disimpegno completo da tutti i rapporti commerciali con l’Israele dell’apartheid”.

Ben & Jerry’s ha sostenuto con forza il movimento Black Lives Matter e altre cause progressiste sui social media, ma sono rimasti in silenzio a metà maggio quando Israele lanciò gli attacchi aerei sulla Striscia di Gaza.

Utenti dei social media hanno criticato l’azienda per essersi proclamata una paladina delle cause per i diritti civili ignorando la difficile situazione dei palestinesi.

L’operazione militare israeliana di 11 giorni sulla Striscia di Gaza a maggio ha provocato l’uccisione di almeno 248 palestinesi e la distruzione di una serie di edifici tra cui scuole, centri medici e uffici della stampa. Anche dodici israeliani sono stati uccisi dai razzi lanciati da Gaza.

Traduzione dall’Inglese per Zeitun.info di Giuseppe Ponsetti.

MEMO. L’ex primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu esortò l’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump a colpire l’Iran mesi dopo aver perso la presidenza, ha rivelato giovedì il New Yorker.

Il capo di Stato Maggiore, il generale Mark Milley, disse a Trump: “Se lo fai, avrai una fottuta guerra”.

Secondo New Yorker, Milley credeva che Trump non volesse una guerra, ma continuava a spingere per un attacco missilistico in risposta a varie provocazioni.

“Trump aveva intorno a sé un cerchio di falchi iraniani ed era vicino al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che stava anche esortando l’amministrazione ad agire contro l’Iran dopo che era chiaro che Trump aveva perso le elezioni”, ha riferito il New Yorker.

Il segretario di Stato di Trump, Mike Pompeo, inizialmente spinse per colpire l’Iran, ma smise di sostenere un attacco dopo aver ascoltato i rapporti dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) sulle attività nucleari dell’Iran.

Secondo New Yorker, sia Mike Pompeo che il consigliere per la sicurezza nazionale Robert O’Brien dissero a Trump che a quel punto non era possibile fare nulla militarmente, a seguito dei rapporti dell’AIEA. Il loro atteggiamento era: “è troppo tardi per colpirli”.

Più tardi, Milley chiese al vicepresidente Mike Pence perché fossero così intenzionati ad attaccare l’Iran, e la risposta sarebbe stata: “Perché sono malvagi”.

MEMO. Martedì, Israele ha avvertito il gigante dei beni di consumo Unilever Plc delle “gravi conseguenze” della decisione di Ben & Jerry’s di interrompere la vendita di gelati nei Territori occupati da Israele e ha esortato gli Stati Uniti a invocare leggi anti-boicottaggio, riferisce Reuters.
L’annuncio di lunedì ha seguito la pressione pro-palestinese sulla società con sede nel Vermont in relazione ai suoi affari in Israele e negli insediamenti ebraici in Cisgiordania, gestiti dal 1987 attraverso un partner licenziatario, Ben & Jerry’s Israel.
Ben & Jerry’s ha detto che non rinnoverà la licenza alla scadenza del prossimo anno e che sarebbe rimasto in Israele con un accordo diverso, senza vendite in Cisgiordania, tra le aree in cui i palestinesi cercano di creare lo Stato.
L’ufficio del primo ministro israeliano Naftali Bennett ha dichiarato in una nota di essersi lamentato con l’amministratore delegato di Unilever, Alan Jope, della “evidente misura anti-israeliana”.
“Dal punto di vista di Israele, questa azione ha gravi conseguenze, legali e non, e si sposterà in modo aggressivo contro qualsiasi misura di boicottaggio contro i civili”, ha detto Bennett a Jope in una conversazione telefonica, secondo l’ufficio del premier.
Unilever non ha risposto immediatamente.
La maggior parte delle potenze mondiali considera illegali gli insediamenti israeliani.
Avi Zinger, amministratore delegato di Ben & Jerry’s Israel, ha affermato di non essere disposto a rifiutare di vendere il gelato ai cittadini israeliani negli insediamenti e gli è stato legalmente impedito di farlo.
“Quindi, quando loro (Ben & Jerry’s) si sono resi conto che non c’era modo di fermarlo, hanno deciso di non rinnovare il mio contratto”, ha detto a Reuters.
Gilad Erdan, ambasciatore di Israele a Washington, ha affermato di aver sollevato la decisione di Ben & Jerry’s in una lettera a 35 governatori statunitensi i cui stati hanno legiferato contro il boicottaggio di Israele.
“Devono essere intraprese azioni rapide e determinate per contrastare tali azioni discriminatorie e antisemite”, si legge nella lettera, twittata dall’inviato, che ha paragonato il caso all’annuncio di Airbnb del 2018 che avrebbe rimosso le proprietà in affitto degli insediamenti.
Airbnb ha annullato tale decisione nel 2019 a seguito di sfide legali negli Stati Uniti, ma ha affermato che avrebbe donato i profitti delle prenotazioni negli insediamenti a cause umanitarie.
I palestinesi hanno accolto con favore l’annuncio di Ben & Jerry. Vogliono le loro Cisgiordania, Gerusalemme Est e Striscia di Gaza per un futuro Stato. Israele considera tutta Gerusalemme la sua capitale, uno status non riconosciuto a livello internazionale. Gaza è “controllata” dagli islamisti di Hamas (che vinsero regolari e democratiche elezioni nel 2006, ndr) che rifiutano la convivenza con Israele. Orna Barbivai, ministro dell’Economia israeliano, ha pubblicato un video in cui gettava nella spazzatura una vaschetta di Ben & Jerry’s. Ayman Odeh, un parlamentare dell’opposizione della minoranza araba israeliana, ha twittato un’immagine di lui sorridente mentre scavava nella sua stessa vaschetta.

Traduzione per InfoPal di Lorenzo Poli

Cisgiordania-Quds Press e PIC. Un cittadino è stato ferito da proiettili di metallo ricoperti di gomma durante gli scontri (*) con le forze di occupazione israeliane (IOF) mentre altri cinque sono stati arrestati in Cisgiordania e a Gerusalemme.

Testimoni hanno riferito che le IOF, venerdì, hanno preso d’assalto la città di Beita, scatenando scontri (*). Le IOF hanno sparato proiettili di metallo ricoperti di gomma e bombe sonore contro i giovani, ferendo alla bocca una persona.

Nel frattempo, le IOF hanno arrestato tre cittadini durante l’assalto a una casa a Beita.

Kamal Bani Odeh, il direttore del Club dei Prigionieri di Tubas, ha dichiarato che i soldati hanno arrestato un prigioniero rilasciato, oltre a due ex detenuti e un cittadino della città di Tammun.

Giovedì sera, fonti locali hanno riferito che la polizia israeliana ha arrestato Muhammad Daoud, 29 anni, mentre si trovava nei cortili della moschea di Al-Aqsa.

(*) Nel linguaggio militare, gli scontri avvengono tra eserciti o gruppi armati di pari forze. Tra Tsahal, l’esercito israeliano, e la Resistenza o i gruppi di giovani palestinesi che rispondono alle aggressioni dell’occupante israeliano non c’è parità di forze. Pertanto, riportiamo tra virgolette il termine scontri/scontro, per non indurre i lettori meno informati a pensare che in Palestina sia in atto un conflitto/guerra tra attori con eserciti, armamenti e forze paritarie.

Cisgiordania-Quds Press e PIC. Un cittadino è stato ferito da proiettili di metallo ricoperti di gomma durante gli scontri (*) con le forze di occupazione israeliane (IOF) mentre altri cinque sono stati arrestati in Cisgiordania e a Gerusalemme.

Testimoni hanno riferito che le IOF, venerdì, hanno preso d’assalto la città di Beita, scatenando scontri (*). Le IOF hanno sparato proiettili di metallo ricoperti di gomma e bombe sonore contro i giovani, ferendo alla bocca una persona.

Nel frattempo, le IOF hanno arrestato tre cittadini durante l’assalto a una casa a Beita.

Kamal Bani Odeh, il direttore del Club dei Prigionieri di Tubas, ha dichiarato che i soldati hanno arrestato un prigioniero rilasciato, oltre a due ex detenuti e un cittadino della città di Tammun.

Giovedì sera, fonti locali hanno riferito che la polizia israeliana ha arrestato Muhammad Daoud, 29 anni, mentre si trovava nei cortili della moschea di Al-Aqsa.

(*) Nel linguaggio militare, gli scontri avvengono tra eserciti o gruppi armati di pari forze. Tra Tsahal, l’esercito israeliano, e la Resistenza o i gruppi di giovani palestinesi che rispondono alle aggressioni dell’occupante israeliano non c’è parità di forze. Pertanto, riportiamo tra virgolette il termine scontri/scontro, per non indurre i lettori meno informati a pensare che in Palestina sia in atto un conflitto/guerra tra attori con eserciti, armamenti e forze paritarie.

Tel Aviv – MEMO. Il ministero degli Interni israeliano si rifiuta di esaminare le domande di ricongiungimento familiare presentate da uomini palestinesi sposati con cittadine israeliane, sebbene le autorità d’occupazione siano tenute per legge a considerare tali richieste, dopo la scadenza della legge estesa sulla cittadinanza e l’ingresso in Israele.

Secondo Haaretz, la ministra dell’Interno Ayelet Shaked ha ordinato all’Autorità per la popolazione e l’immigrazione di non esaminare le richieste in attesa della formulazione di una politica per gestire questo fascicolo. Tutto ciò avviene in seguito alla mancata proroga da parte del governo di coalizione della legge provvisoria che regola il divieto di richieste di ricongiungimento familiare.

L’ordine temporaneo, che nega ai palestinesi sposati con donne israeliane il diritto di ottenere lo stato civile, è stato emanato come emendamento provvisorio alla legge sulla cittadinanza durante la seconda Intifada nel 2003, da quando è stato esteso ogni anno. Tuttavia, il termine della legge è scaduto circa due settimane fa, dopo che il governo non è riuscito a ottenere la maggioranza alla Knesset per estenderla.

L’emendamento alla legge sul ricongiungimento familiare ha limitato il diritto delle famiglie interessate al ricongiungimento, consentendo loro al massimo di ottenere un permesso di soggiorno temporaneo in Israele in conformità con le loro autorizzazioni di lavoro. In ogni caso, i palestinesi non possono richiedere il ricongiungimento familiare prima dei 35 anni. Israele sostiene che ci sono considerazioni di “sicurezza” a rispetto, date le accuse secondo cui molti palestinesi hanno preso parte ad “attività terroristiche” dopo aver ottenuto un permesso di ricongiungimento familiare.

Secondo il ministro degli Esteri Yair Lapid, “la legge è uno degli strumenti volti a garantire una maggioranza ebraica nello Stato di Israele, che non deve essere nascosta nella sua essenza”.

Fintanto che l’ordine provvisorio sarà in vigore, qualsiasi richiesta presentata al ministero degli interni israeliano sarà automaticamente respinta, a meno che il ministro non decida diversamente.

Molte famiglie palestinesi hanno chiesto all’Autorità per la popolazione e l’immigrazione di aggiornare le loro autorizzazioni alla piena cittadinanza per i minori di 35 anni. Tuttavia, non hanno ricevuto alcuna risposta. Le famiglie hanno minacciato di portare l’autorità in tribunale.

Tel Aviv – MEMO. Il primo ministro israeliano Naftali Bennett ha rifiutato di consentire la riunione del Consiglio supremo di pianificazione, congelando sostanzialmente la costruzione di colonie, a seguito delle pressioni degli Stati Uniti.

Israel Hayom ha affermato che la decisione di Bennett significa un “congelamento completo della futura costruzione” delle colonie in Cisgiordania finché il Consiglio supremo non potrà riunirsi.

Ha aggiunto che la mossa è una “richiesta” dell’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Joe Biden.

Il Consiglio supremo di pianificazione è responsabile per l’approvazione dei piani di costruzione per l’espansione e le infrastrutture delle colonie. Si riunisce di norma ogni tre mesi e ha tenuto la sua ultima riunione a gennaio.

Bennett nega di aver congelato de facto la costruzione delle colonie, sottolineando che il consiglio non si incontrava da mesi anche sotto il precedente governo, guidato da Benjamin Netanyahu.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Tel Aviv – MEMO. Il ministero degli Interni israeliano si rifiuta di esaminare le domande di ricongiungimento familiare presentate da uomini palestinesi sposati con cittadine israeliane, sebbene le autorità d’occupazione siano tenute per legge a considerare tali richieste, dopo la scadenza della legge estesa sulla cittadinanza e l’ingresso in Israele.

Secondo Haaretz, la ministra dell’Interno Ayelet Shaked ha ordinato all’Autorità per la popolazione e l’immigrazione di non esaminare le richieste in attesa della formulazione di una politica per gestire questo fascicolo. Tutto ciò avviene in seguito alla mancata proroga da parte del governo di coalizione della legge provvisoria che regola il divieto di richieste di ricongiungimento familiare.

L’ordine temporaneo, che nega ai palestinesi sposati con donne israeliane il diritto di ottenere lo stato civile, è stato emanato come emendamento provvisorio alla legge sulla cittadinanza durante la seconda Intifada nel 2003, da quando è stato esteso ogni anno. Tuttavia, il termine della legge è scaduto circa due settimane fa, dopo che il governo non è riuscito a ottenere la maggioranza alla Knesset per estenderla.

L’emendamento alla legge sul ricongiungimento familiare ha limitato il diritto delle famiglie interessate al ricongiungimento, consentendo loro al massimo di ottenere un permesso di soggiorno temporaneo in Israele in conformità con le loro autorizzazioni di lavoro. In ogni caso, i palestinesi non possono richiedere il ricongiungimento familiare prima dei 35 anni. Israele sostiene che ci sono considerazioni di “sicurezza” a rispetto, date le accuse secondo cui molti palestinesi hanno preso parte ad “attività terroristiche” dopo aver ottenuto un permesso di ricongiungimento familiare.

Secondo il ministro degli Esteri Yair Lapid, “la legge è uno degli strumenti volti a garantire una maggioranza ebraica nello Stato di Israele, che non deve essere nascosta nella sua essenza”.

Fintanto che l’ordine provvisorio sarà in vigore, qualsiasi richiesta presentata al ministero degli interni israeliano sarà automaticamente respinta, a meno che il ministro non decida diversamente.

Molte famiglie palestinesi hanno chiesto all’Autorità per la popolazione e l’immigrazione di aggiornare le loro autorizzazioni alla piena cittadinanza per i minori di 35 anni. Tuttavia, non hanno ricevuto alcuna risposta. Le famiglie hanno minacciato di portare l’autorità in tribunale.

Tel Aviv – MEMO. Il primo ministro israeliano Naftali Bennett ha rifiutato di consentire la riunione del Consiglio supremo di pianificazione, congelando sostanzialmente la costruzione di colonie, a seguito delle pressioni degli Stati Uniti.

Israel Hayom ha affermato che la decisione di Bennett significa un “congelamento completo della futura costruzione” delle colonie in Cisgiordania finché il Consiglio supremo non potrà riunirsi.

Ha aggiunto che la mossa è una “richiesta” dell’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Joe Biden.

Il Consiglio supremo di pianificazione è responsabile per l’approvazione dei piani di costruzione per l’espansione e le infrastrutture delle colonie. Si riunisce di norma ogni tre mesi e ha tenuto la sua ultima riunione a gennaio.

Bennett nega di aver congelato de facto la costruzione delle colonie, sottolineando che il consiglio non si incontrava da mesi anche sotto il precedente governo, guidato da Benjamin Netanyahu.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Nablus – PIC. Le forze d’occupazione israeliane (IOF), giovedì sera, hanno rapito un giovane palestinese dalla sua casa nella cittadina di Beita, a sud di Nablus, e hanno attaccato i giovani locali radunati vicino al monte Sobeih, nella stessa cittadina.

Secondo fonti locali, le IOF hanno fatto irruzione nell’area di Karm Nimr e hanno rapito un giovane dalla sua casa.

Nel frattempo, violenti scontri (*) sono scoppiati vicino al monte Sobeih, dove le IOF hanno aggredito i giovani manifestanti con lacrimogeni e hanno sparato contro di loro proiettili di metallo rivestiti di gomma.

Secondo quanto riferito, diversi giovani hanno subito ferite durante gli eventi.

Recentemente, i giovani locali della cittadina di Beita e di altre aree di Nablus hanno iniziato a organizzare eventi di protesta, soprattutto di notte, come forma di resistenza popolare contro l’occupazione israeliana ed i suoi coloni, che hanno istituito un avamposto sul monte Sobeih.

Durante gli eventi, i giovani bruciano pneumatici, usano altoparlanti per gridare slogan religiosi e nazionali, fanno suonare le sirene, e puntano laser e torce elettriche contro soldati e coloni.

Gli organizzatori affermano che le manifestazioni notturne mirano a creare confusione tra soldati e coloni israeliani e costringerli a lasciare l’area.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

(*) Nel linguaggio militare, gli scontri avvengono tra eserciti o gruppi armati di pari forze. Tra Tsahal, l’esercito israeliano, e la Resistenza o i gruppi di giovani palestinesi che rispondono alle aggressioni dell’occupante israeliano non c’è parità di forze. Pertanto, riportiamo tra virgolette il termine scontri/scontro, per non indurre i lettori meno informati a pensare che in Palestina sia in atto un conflitto/guerra tra attori con eserciti, armamenti e forze paritarie.

Nablus – PIC. Le forze d’occupazione israeliane (IOF), giovedì sera, hanno rapito un giovane palestinese dalla sua casa nella cittadina di Beita, a sud di Nablus, e hanno attaccato i giovani locali che si radunavano vicino al monte Sobeih, nella stessa cittadina.

Secondo fonti locali, le IOF hanno fatto irruzione nell’area di Karm Nimr e hanno rapito un giovane dalla sua casa.

Nel frattempo, violenti scontri sono scoppiati vicino al monte Sobeih, dove le IOF hanno aggredito i giovani manifestanti con lacrimogeni e hanno sparato loro proiettili di gomma.

Secondo quanto riferito, diversi giovani hanno subito lesioni durante gli eventi.

Recentemente, i giovani locali della cittadina di Beita e di altre aree di Nablus hanno iniziato a organizzare eventi di protesta, soprattutto di notte, come forma di resistenza popolare contro l’occupazione israeliana ed i suoi coloni, che hanno istituito un avamposto sul monte Sobeih.

Durante gli eventi, i giovani bruciano pneumatici, usano altoparlanti per gridare slogan religiosi e nazionali, fanno suonare le sirene, e puntano laser e torce elettriche contro soldati e coloni.

Gli organizzatori affermano che le manifestazioni notturne mirano a creare confusione tra soldati e coloni israeliani e costringerli a lasciare l’area.

Nablus – PIC. Decine di coloni, all’alba di giovedì, hanno bruciato l’attrezzatura di un laboratorio di lavorazione della pietra nella cittadina di Jamma’in, a sud di Nablus, nella Cisgiordania occupata.

Secondo fonti locali, i coloni a bordo di un’auto si sono fermati nei pressi dell’officina e hanno dato fuoco all’attrezzatura al suo interno, prima di cercare di fuggire dalla zona.

I giovani locali hanno inseguito e danneggiato l’auto dei coloni e ne hanno bloccato uno.

Il laboratorio appartiene a Ghassan al-Dumaidi, della cittadina di Huwara.

Nablus – PIC. Decine di coloni, all’alba di giovedì, hanno bruciato l’attrezzatura di un laboratorio di lavorazione della pietra nella cittadina di Jamma’in, a sud di Nablus, nella Cisgiordania occupata.

Secondo fonti locali, i coloni a bordo di un’auto si sono fermati nei pressi dell’officina e hanno dato fuoco all’attrezzatura al suo interno, prima di cercare di fuggire dalla zona.

I giovani locali hanno inseguito e danneggiato l’auto dei coloni e ne hanno bloccato uno.

Il laboratorio appartiene a Ghassan al-Dumaidi, della cittadina di Huwara.

MEMO. Di Motasem A Dalloul. Mohammad Dweekat vive dal 2007 con la madre e due sorelle in una vecchia casa in affitto a Rafah, città nel sud della Striscia di Gaza. Il 21enne non ha reddito in quanto né lui né sua madre o le sue sorelle hanno un lavoro. La casa di famiglia si trova nel campo profughi di Tulkarem in Cisgiordania, dove vive il padre di Mohammad, ma nel 2007 sua madre portò Mohammad e le sue sorelle a visitare la sua famiglia e i suoi parenti nella Striscia di Gaza, di cui è originaria. Entrarono nell’enclave assediata attraverso il valico di Erez e arrivarono sani e salvi a Rafah. Dopo aver trascorso le vacanze a Gaza, dove poterono fare il bagno in mare, Mohammed, sua madre e le sue due sorelle fecero le valigie e tornarono a Erez dove, dopo aver passato il posto di blocco, pensavano di prendere un taxi per tornare a casa a Tulkarem. Rimasero però rimasti scioccati quando un ufficiale israeliano disse loro che non avevano il permesso di lasciare l’enclave costiera. “Eravamo contenti che il nostro soggiorno a Gaza fosse andato bene” , ha detto Um Mohammed a MEMO. “Ci eravamo goduti momenti felici con i nostri parenti e vecchi amici, ma le restrizioni israeliane trasformarono quella felicità in dolore e tristezza”. Al valico di Erez, Um Mohammad non potè fare altro che pregare il funzionario israeliano di lasciar passare lei e i suoi figli per tornare a casa, ma egli rifiutò e chiese agli agenti di polizia di farli uscire dal suo ufficio. “Non avemmo altra scelta che tornare a Rafah”, ha spiegato. “Fu allora che iniziammo a contattare i funzionari dell’Autorità Palestinese per chiedere aiuto”. Nel frattempo, i loro familiari in Cisgiordania contattarono il ministro degli Affari civili dell’Autorità Palestinese, Hussein Al-Sheikh, responsabile del coordinamento del passaggio dei palestinesi da un luogo all’altro attraverso i valichi israeliani. “Ma non fece niente”. Da allora, Um Mohammed ha chiesto più volte i permessi di viaggio affinché lei e i suoi figli possano ricongiungersi con il marito e padre. In ogni occasione le domande sono respinte dagli israeliani. Questa non è una situazione unica. Secondo Al-Mezan Center for Human Rights, ci sono migliaia di casi simili a quello di Um Mohammed. Lei e molti altri sono bloccati a Gaza ed è impedito loro di tornare in Cisgiordania, mentre altrettante o più persone si trovano in Cisgiordania e non possono ricongiungersi con i loro cari nella Striscia di Gaza. La pressione di questa separazione forzata ha portato Um Mohammed e suo marito a divorziare. Da allora è rimasta a Gaza per prendersi cura dei suoi figli. Si chiede cosa ha fatto per meritare di essere separata dal marito e i suoi figli dal padre. I rapporti con il suo ex marito sono rimasti buoni. “Vorrei non essere stata separata da lui”, ha detto. “I miei figli rimangono in contatto con lui tramite Zoom e WhatsApp, ma non sostituisce il contatto personale”. Mohammed ha sottolineato che lui e le sue sorelle stanno invecchiando senza poter abbracciare e baciare il padre. “Non lo abbracciamo da quasi 15 anni. È una vita amara. Non possiamo sopportarlo”. Mirvat Al-Nahhal del Centro Al-Mizan ha sottolineato che la famiglia è vittima della “violazione dei diritti umani fondamentali” da parte di Israele, compreso il diritto alla libertà di movimento e alla libertà di scegliere un luogo di residenza. La vita va avanti per Um Mohammed, ma è difficile. “Decidere di trasferirsi a Gaza non è stato facile. Anche se io e mio marito abbiamo divorziato, lui ci manda ancora soldi saltuariamente. Aiuta, ma non copre nemmeno l’affitto”. Per pagare questo e altre spese fondamentali Um Mohammed deve arrabattarsi come può. Amici e parenti aiutano il più possibile. Mohammed non ha potuto andare all’università per mancanza di soldi. Anche gli amici stanno aiutando a riportare lui, sua madre e le sue sorelle in Cisgiordania. La sua vita a Gaza, egli dice, è diventata “insopportabile”. Gli è stato consigliato di richiedere un permesso di viaggio quando c’è una festa di famiglia a cui partecipare, che potrebbe essere accettabile per gli israeliani. Ci ha provato, ma non gli è stato permesso di passare il valico di Erez nemmeno per partecipare al matrimonio di sua sorella. “Vivo a Gaza con mezza famiglia, senza casa e senza lavoro a causa delle inspiegabili restrizioni israeliane. Perché i gruppi per i diritti locali, israeliani, regionali e internazionali e chiunque altro interessato ai diritti umani non possono aiutarci a tornare a casa a Tulkarem per poterci ricongiungere con mio padre?”

Sebbene un funzionario dell’Autorità Palestinese si sia rifiutato di rispondere alla mia domanda sul caso specifico di Mohammed, mi è stato detto che l’autorità “fa ogni sforzo” per aiutare i molti casi ancora in sospeso con gli israeliani. Dopo una separazione forzata di quasi 15 anni, è incredibile che questa famiglia non sia ancora in grado di tornare a casa nella Cisgiordania occupata.

Traduzione per InfoPal di Stefano Di Felice

MEMO. Di Motasem A Dalloul. Mohammad Dweekat vive dal 2007 con la madre e due sorelle in una vecchia casa in affitto a Rafah, città nel sud della Striscia di Gaza. Il 21enne non ha reddito in quanto né lui né sua madre o le sue sorelle hanno un lavoro. La casa di famiglia si trova nel campo profughi di Tulkarem in Cisgiordania, dove vive il padre di Mohammad, ma nel 2007 sua madre portò Mohammad e le sue sorelle a visitare la sua famiglia e i suoi parenti nella Striscia di Gaza, di cui è originaria. Entrarono nell’enclave assediata attraverso il valico di Erez e arrivarono sani e salvi a Rafah. Dopo aver trascorso le vacanze a Gaza, dove poterono fare il bagno in mare, Mohammed, sua madre e le sue due sorelle fecero le valigie e tornarono a Erez dove, dopo aver passato il posto di blocco, pensavano di prendere un taxi per tornare a casa a Tulkarem. Rimasero però rimasti scioccati quando un ufficiale israeliano disse loro che non avevano il permesso di lasciare l’enclave costiera. “Eravamo contenti che il nostro soggiorno a Gaza fosse andato bene” , ha detto Um Mohammed a MEMO. “Ci eravamo goduti momenti felici con i nostri parenti e vecchi amici, ma le restrizioni israeliane trasformarono quella felicità in dolore e tristezza”. Al valico di Erez, Um Mohammad non potè fare altro che pregare il funzionario israeliano di lasciar passare lei e i suoi figli per tornare a casa, ma egli rifiutò e chiese agli agenti di polizia di farli uscire dal suo ufficio. “Non avemmo altra scelta che tornare a Rafah”, ha spiegato. “Fu allora che iniziammo a contattare i funzionari dell’Autorità Palestinese per chiedere aiuto”. Nel frattempo, i loro familiari in Cisgiordania contattarono il ministro degli Affari civili dell’Autorità Palestinese, Hussein Al-Sheikh, responsabile del coordinamento del passaggio dei palestinesi da un luogo all’altro attraverso i valichi israeliani. “Ma non fece niente”. Da allora, Um Mohammed ha chiesto più volte i permessi di viaggio affinché lei e i suoi figli possano ricongiungersi con il marito e padre. In ogni occasione le domande sono respinte dagli israeliani. Questa non è una situazione unica. Secondo Al-Mezan Center for Human Rights, ci sono migliaia di casi simili a quello di Um Mohammed. Lei e molti altri sono bloccati a Gaza ed è impedito loro di tornare in Cisgiordania, mentre altrettante o più persone si trovano in Cisgiordania e non possono ricongiungersi con i loro cari nella Striscia di Gaza. La pressione di questa separazione forzata ha portato Um Mohammed e suo marito a divorziare. Da allora è rimasta a Gaza per prendersi cura dei suoi figli. Si chiede cosa ha fatto per meritare di essere separata dal marito e i suoi figli dal padre. I rapporti con il suo ex marito sono rimasti buoni. “Vorrei non essere stata separata da lui”, ha detto. “I miei figli rimangono in contatto con lui tramite Zoom e WhatsApp, ma non sostituisce il contatto personale”. Mohammed ha sottolineato che lui e le sue sorelle stanno invecchiando senza poter abbracciare e baciare il padre. “Non lo abbracciamo da quasi 15 anni. È una vita amara. Non possiamo sopportarlo”. Mirvat Al-Nahhal del Centro Al-Mizan ha sottolineato che la famiglia è vittima della “violazione dei diritti umani fondamentali” da parte di Israele, compreso il diritto alla libertà di movimento e alla libertà di scegliere un luogo di residenza. La vita va avanti per Um Mohammed, ma è difficile. “Decidere di trasferirsi a Gaza non è stato facile. Anche se io e mio marito abbiamo divorziato, lui ci manda ancora soldi saltuariamente. Aiuta, ma non copre nemmeno l’affitto”. Per pagare questo e altre spese fondamentali Um Mohammed deve arrabattarsi come può. Amici e parenti aiutano il più possibile. Mohammed non ha potuto andare all’università per mancanza di soldi. Anche gli amici stanno aiutando a riportare lui, sua madre e le sue sorelle in Cisgiordania. La sua vita a Gaza, egli dice, è diventata “insopportabile”. Gli è stato consigliato di richiedere un permesso di viaggio quando c’è una festa di famiglia a cui partecipare, che potrebbe essere accettabile per gli israeliani. Ci ha provato, ma non gli è stato permesso di passare il valico di Erez nemmeno per partecipare al matrimonio di sua sorella. “Vivo a Gaza con mezza famiglia, senza casa e senza lavoro a causa delle inspiegabili restrizioni israeliane. Perché i gruppi per i diritti locali, israeliani, regionali e internazionali e chiunque altro interessato ai diritti umani non possono aiutarci a tornare a casa a Tulkarem per poterci ricongiungere con mio padre?”

Sebbene un funzionario dell’Autorità Palestinese si sia rifiutato di rispondere alla mia domanda sul caso specifico di Mohammed, mi è stato detto che l’autorità “fa ogni sforzo” per aiutare i molti casi ancora in sospeso con gli israeliani. Dopo una separazione forzata di quasi 15 anni, è incredibile che questa famiglia non sia ancora in grado di tornare a casa nella Cisgiordania occupata.

Traduzione per InfoPal di Stefano Di Felice

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MEMO. Il 18 luglio scorso, facendo uso di gas lacrimogeni e granate stordenti, le forze di occupazione hanno sgomberato in modo aggressivo il complesso di al-Aqsa delle centinaia di fedeli musulmani che si erano riuniti per pregare.

I gruppi estremisti di coloni israeliani avevano lanciato un appello per un grande raduno alla moschea, il 18 luglio 2021, per commemora la distruzione degli antichi templi di Gerusalemme.

https://videos.files.wordpress.com/Q4PfXK0n/video-2-1_mp4_dvd.mp4 https://videos.files.wordpress.com/Q4PfXK0n/video-2-1_mp4_dvd.mp4

MEMO. Il 18 luglio scorso, facendo uso di gas lacrimogeni e granate stordenti, le forze di occupazione hanno sgomberato in modo aggressivo il complesso di al-Aqsa delle centinaia di fedeli musulmani che si erano riuniti per pregare.

I gruppi estremisti di coloni israeliani avevano lanciato un appello per un grande raduno alla moschea, il 18 luglio 2021, per commemora la distruzione degli antichi templi di Gerusalemme.

Globalist.it. Di Umberto De Giovannangeli. I venti di guerra tornano a spirare sull’Alta Galilea. Due razzi sono stati lanciati questa mattina nel Nord di Israele dal Libano, a cui l’esercito israeliano ha risposto colpendo con l’artiglieria i siti di lancio. Al momento non ci sono notizie di vittime o danni. “Due razzi sono stati sparati dal Libano verso il Nord di Israele”, riferiscono le forze armate israeliane su Twitter, “uno è stato intercettato dal sistema di difesa aereo Iron Dome e il secondo è caduto in un’area aperta all’interno di Israele”. Si tratta dei primi razzi a essere lanciati contro Israele dal Libano dal termine del conflitto con Hamas dello scorso maggio. Il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz, ha definito lo Stato libanese “responsabile delle operazioni terroristiche che partono dal suo territorio”. E ha aggiunto: “Non permetteremo che la crisi sociale, economica e politica in Libano si trasformi in una minaccia alla sicurezza di Israele”. I responsabili dell’attacco sarebbero “elementi palestinesi” presenti in Libano, non l’organizzazione sciita libanese Hezbollah.

 Bennett all’attacco.

Il primo ministro Naftali Bennett, in visita alla zona colpita, ha dichiarato che coloro che cercano di danneggiare Israele pagheranno “un prezzo doloroso”, dopo che due razzi sono stati lanciati su Israele dal Libano dalla notte a martedì. Parlando in una conferenza stampa a Ma’alot-Tarshiha nel nord, Bennett ha proseguito dicendo che Israele “non permetterà a nessuno di danneggiare la sua sovranità e sicurezza. “Stiamo lavorando giorno e notte, su tutti i fronti e continueremo a farlo. Il Libano è sull’orlo del collasso, come ogni paese in cui l’Iran si sta trincerando”, ha detto Bennett.”I cittadini del Libano sono stati presi in ostaggio da [Ali] Khamenei e [Hassan] Nasrallah in favore degli interessi iraniani. Per quanto sfortunato possa essere, non accetteremo una ricaduta della crisi in Libano su Israele”, ha aggiunto il primo ministro.

Nella notte di lunedì, i media siriani hanno riferito che le difese aeree della Siria hanno intercettato un attacco israeliano sulla zona di Al-Safirah, nella campagna meridionale di Aleppo. .Un funzionario militare non identificato, citato dall’agenzia di stato siriana  Sana, ha detto che le difese aeree siriane hanno abbattuto la maggior parte dei missili nell’attacco che si è verificato poco prima di mezzanotte e che gli obiettivi sono ancora in fase di identificazione. L’Osservatorio siriano per i diritti umani con sede in Gran Bretagna, un monitor di guerra che ha attivisti sul terreno in Siria, ha detto che gli attacchi israeliani hanno preso di mira i depositi di armi che appartengono alle milizie sostenute dall’Iran che operano ad Al-Safirah. A maggio, durante il recente ciclo di combattimenti tra Israele e Hamas a Gaza, sono stati lanciati razzi dal Libano verso il nord di Israele in diversi incidenti. Non era chiaro quali gruppi fossero dietro gli sbarramenti. L’esercito israeliano ritiene che dietro i lanci ci siano gruppi palestinesi. Alcuni anni fa, i rapporti dicevano che Hamas stava cercando di organizzare reti di lancio di razzi nei campi profughi palestinesi per sparare contro Israele in caso di escalation. Una fonte della sicurezza ha detto che il gruppo militante Hezbollah, che ha influenza nel sud del Libano, non è stato coinvolto nei lanci, e che il gruppo stava cercando di determinare la fonte dei razzi.

La situazione nel Paese dei cedri è ad un passo dal collasso totale. Le difficoltà economiche aggravatesi con l’esplosione che che ha danneggiato il porto di Beirut lo scorso agosto, hanno ricevuto un colpo durissimo causato dalla pandemia di Covid. L’immobilismo della politica e il continuo rimbalzo di responsabilità fra il presidente libanese Michel Aoun e il primo ministro Saad Hariri rende ancor più complicato trovare una soluzione. Intanto gli effetti delle difficoltà sono ben visibili sulla pelle dei cittaidni. È la peggior crisi economica degli ultimi 30 anni, la moneta libanese ha perso il 90% del suo valore rendendo impossibile l’accesso ai beni di prima necessità, il 60% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, le scorte di farmaci sono quasi terminate.

Bancarotta politica, dramma sociale.

Alla crisi economica è legata anche quella farmaceutica. L’organizzazione degli importatori farmaceutici e dei proprietari di magazzini ha annunciato che un gran numero di farmaci essenziali è ormai terminato, chiedendo misure immediate per affrontare la crisi. Il calo delle riserve della Banca Centrale libanese in valuta estera l’ha costretta a ritardare il pagamento delle quote alla società importatrici di farmaci. Attualmente 1 dollaro è scambiato a 1.515 lire libanesi, il suo suo valore sul mercato nero ha superato le 18.000 lire.

“Le importazioni si sono quasi completamente fermate più di un mese fa“, ha affermato l’organizzazione in una nota, spiegando che alla base della crisi ci sia il ritardo dei pagamenti di 600 milioni da parte della Banca ai fornitori.  L’organizzazione ha sottolineato che l’unica soluzione a breve termine sarebbe un accordo tra il ministero della Salute pubblica e la Banca centrale sul mantenimento dei sussidi ai farmaci in base, invitando poi la Banca centrale a destinare un importo mensile all’importazione di medicinali del Libano.

Un Paese nel baratro.

La ripresa dell’azione di gruppi eterodiretti è favorita dal caos politico e istituzionale in cui versa il Paese dei cedri. Il Libano è sull’orlo di un disastro che avrà delle “ripercussioni al di fuori del Paese“. Parole drammatiche quelle del primo ministro libanese uscente Hassan Diab. Al fine di prevenire quella che sarebbe una vera e propria “esplosione sociale“, il primo ministro si è rivolto televisivamente alla comunità internazionale chiedendo aiuto. Diab, che presiedeva il governo in carica dal 4 agosto scorso, giorno della tremenda esplosione nel proto di Beirut, ha aggiunto che qualsiasi governo avrebbe bisogno del sostegno di “nazioni amiche per salvarsi dalla situazione in cui si trova attualmente“. “I libanesi sono stati pazienti e stanno portando il peso di questa lunga attesa. Ma la loro pazienza si sta esaurendo mentre la loro sofferenza aumenta“, ha spiegato Diab. Oltre il 60% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà.  La lira libanese ha perso oltre il 91%del suo valore, ciò rende complicato accedere anche ai più comuni beni di prima necessità. L’insolvenza dello Stato ha generato anche una carenza di carburante che ha creato diversi danni a settori vitali come gli ospedali. Soltanto due delle quattro centrali elettriche del Libano sono attualmente in funzione con scarse forniture di carburante e la società elettrica statale, E’lectricite’ du Liban, ha avvertito che potrebbe spegnerle se le riserve di gasolio dovessero esaurirsi.

Secondo quanto ha riferito la Banca Mondiale, la recessione che vive il “Paese dei Cedri” potrebbe essere la peggiore al mondo dagli anni ’50 dell’Ottocento. Il Pil è crollato dai 55 miliardi del 2018 ai 33 del 2020 causando così un aumento dell’inflazione che si teme possa essere ancora peggiore quest’anno. Alla crisi finanziaria, si aggiunge poi quella politica. Il Libano non ha un governo da agosto, da quando cioè una esplosione al porto di Beirut ha distrutto parti della città e ha ucciso oltre 200 persone. Diab, allora, rassegnò le dimissioni, ma tuttavia resta a svolgere le funzioni di premier a interim dato che quello designato, Saad Hariri, continua a non riuscire a formare un esecutivo viste le profonde divisioni interne. Uno stallo inaccettabile considerato il dramma umano vissuto da centinaia di migliaia di libanesi a causa della grave situazione economica. Una crisi finanziaria e sociale che si protrae da tempo: già nell’aprile del 2018 una conferenza di donatori internazionale aveva stabilito per il Libano un prestito di 11 miliardi di dollari in cambio di “riforme economiche” che tuttavia non sono state ancora implementate. Beirut vorrebbe avere anche un ulteriore prestito di 10 miliardi dal Fondo Monetario Internazionale, ma per ottenerlo è necessaria prima la formazione di un nuovo governo. Proprio su quest’ultimo punto è tornato a parlare nei giorni scorsi Diab: “Collegare l’assistenza del Paese alla formazione di un nuovo governo è diventato una minaccia per la vita dei libanesi e dell’entità libanese”.

Una minaccia che rischia di far esplodere la polveriera mediorientale.

 

Globalist.it. Di Umberto De Giovannangeli. I venti di guerra tornano a spirare sull’Alta Galilea. Due razzi sono stati lanciati questa mattina nel Nord di Israele dal Libano, a cui l’esercito israeliano ha risposto colpendo con l’artiglieria i siti di lancio. Al momento non ci sono notizie di vittime o danni. “Due razzi sono stati sparati dal Libano verso il Nord di Israele”, riferiscono le forze armate israeliane su Twitter, “uno è stato intercettato dal sistema di difesa aereo Iron Dome e il secondo è caduto in un’area aperta all’interno di Israele”. Si tratta dei primi razzi a essere lanciati contro Israele dal Libano dal termine del conflitto con Hamas dello scorso maggio. Il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz, ha definito lo Stato libanese “responsabile delle operazioni terroristiche che partono dal suo territorio”. E ha aggiunto: “Non permetteremo che la crisi sociale, economica e politica in Libano si trasformi in una minaccia alla sicurezza di Israele”. I responsabili dell’attacco sarebbero “elementi palestinesi” presenti in Libano, non l’organizzazione sciita libanese Hezbollah.

 Bennett all’attacco.

Il primo ministro Naftali Bennett, in visita alla zona colpita, ha dichiarato che coloro che cercano di danneggiare Israele pagheranno “un prezzo doloroso”, dopo che due razzi sono stati lanciati su Israele dal Libano dalla notte a martedì. Parlando in una conferenza stampa a Ma’alot-Tarshiha nel nord, Bennett ha proseguito dicendo che Israele “non permetterà a nessuno di danneggiare la sua sovranità e sicurezza. “Stiamo lavorando giorno e notte, su tutti i fronti e continueremo a farlo. Il Libano è sull’orlo del collasso, come ogni paese in cui l’Iran si sta trincerando”, ha detto Bennett.”I cittadini del Libano sono stati presi in ostaggio da [Ali] Khamenei e [Hassan] Nasrallah in favore degli interessi iraniani. Per quanto sfortunato possa essere, non accetteremo una ricaduta della crisi in Libano su Israele”, ha aggiunto il primo ministro.

Nella notte di lunedì, i media siriani hanno riferito che le difese aeree della Siria hanno intercettato un attacco israeliano sulla zona di Al-Safirah, nella campagna meridionale di Aleppo. .Un funzionario militare non identificato, citato dall’agenzia di stato siriana  Sana, ha detto che le difese aeree siriane hanno abbattuto la maggior parte dei missili nell’attacco che si è verificato poco prima di mezzanotte e che gli obiettivi sono ancora in fase di identificazione. L’Osservatorio siriano per i diritti umani con sede in Gran Bretagna, un monitor di guerra che ha attivisti sul terreno in Siria, ha detto che gli attacchi israeliani hanno preso di mira i depositi di armi che appartengono alle milizie sostenute dall’Iran che operano ad Al-Safirah. A maggio, durante il recente ciclo di combattimenti tra Israele e Hamas a Gaza, sono stati lanciati razzi dal Libano verso il nord di Israele in diversi incidenti. Non era chiaro quali gruppi fossero dietro gli sbarramenti. L’esercito israeliano ritiene che dietro i lanci ci siano gruppi palestinesi. Alcuni anni fa, i rapporti dicevano che Hamas stava cercando di organizzare reti di lancio di razzi nei campi profughi palestinesi per sparare contro Israele in caso di escalation. Una fonte della sicurezza ha detto che il gruppo militante Hezbollah, che ha influenza nel sud del Libano, non è stato coinvolto nei lanci, e che il gruppo stava cercando di determinare la fonte dei razzi.

La situazione nel Paese dei cedri è ad un passo dal collasso totale. Le difficoltà economiche aggravatesi con l’esplosione che che ha danneggiato il porto di Beirut lo scorso agosto, hanno ricevuto un colpo durissimo causato dalla pandemia di Covid. L’immobilismo della politica e il continuo rimbalzo di responsabilità fra il presidente libanese Michel Aoun e il primo ministro Saad Hariri rende ancor più complicato trovare una soluzione. Intanto gli effetti delle difficoltà sono ben visibili sulla pelle dei cittaidni. È la peggior crisi economica degli ultimi 30 anni, la moneta libanese ha perso il 90% del suo valore rendendo impossibile l’accesso ai beni di prima necessità, il 60% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, le scorte di farmaci sono quasi terminate.

Bancarotta politica, dramma sociale.

Alla crisi economica è legata anche quella farmaceutica. L’organizzazione degli importatori farmaceutici e dei proprietari di magazzini ha annunciato che un gran numero di farmaci essenziali è ormai terminato, chiedendo misure immediate per affrontare la crisi. Il calo delle riserve della Banca Centrale libanese in valuta estera l’ha costretta a ritardare il pagamento delle quote alla società importatrici di farmaci. Attualmente 1 dollaro è scambiato a 1.515 lire libanesi, il suo suo valore sul mercato nero ha superato le 18.000 lire.

“Le importazioni si sono quasi completamente fermate più di un mese fa“, ha affermato l’organizzazione in una nota, spiegando che alla base della crisi ci sia il ritardo dei pagamenti di 600 milioni da parte della Banca ai fornitori.  L’organizzazione ha sottolineato che l’unica soluzione a breve termine sarebbe un accordo tra il ministero della Salute pubblica e la Banca centrale sul mantenimento dei sussidi ai farmaci in base, invitando poi la Banca centrale a destinare un importo mensile all’importazione di medicinali del Libano.

Un Paese nel baratro.

La ripresa dell’azione di gruppi eterodiretti è favorita dal caos politico e istituzionale in cui versa il Paese dei cedri. Il Libano è sull’orlo di un disastro che avrà delle “ripercussioni al di fuori del Paese“. Parole drammatiche quelle del primo ministro libanese uscente Hassan Diab. Al fine di prevenire quella che sarebbe una vera e propria “esplosione sociale“, il primo ministro si è rivolto televisivamente alla comunità internazionale chiedendo aiuto. Diab, che presiedeva il governo in carica dal 4 agosto scorso, giorno della tremenda esplosione nel proto di Beirut, ha aggiunto che qualsiasi governo avrebbe bisogno del sostegno di “nazioni amiche per salvarsi dalla situazione in cui si trova attualmente“. “I libanesi sono stati pazienti e stanno portando il peso di questa lunga attesa. Ma la loro pazienza si sta esaurendo mentre la loro sofferenza aumenta“, ha spiegato Diab. Oltre il 60% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà.  La lira libanese ha perso oltre il 91%del suo valore, ciò rende complicato accedere anche ai più comuni beni di prima necessità. L’insolvenza dello Stato ha generato anche una carenza di carburante che ha creato diversi danni a settori vitali come gli ospedali. Soltanto due delle quattro centrali elettriche del Libano sono attualmente in funzione con scarse forniture di carburante e la società elettrica statale, E’lectricite’ du Liban, ha avvertito che potrebbe spegnerle se le riserve di gasolio dovessero esaurirsi.

Secondo quanto ha riferito la Banca Mondiale, la recessione che vive il “Paese dei Cedri” potrebbe essere la peggiore al mondo dagli anni ’50 dell’Ottocento. Il Pil è crollato dai 55 miliardi del 2018 ai 33 del 2020 causando così un aumento dell’inflazione che si teme possa essere ancora peggiore quest’anno. Alla crisi finanziaria, si aggiunge poi quella politica. Il Libano non ha un governo da agosto, da quando cioè una esplosione al porto di Beirut ha distrutto parti della città e ha ucciso oltre 200 persone. Diab, allora, rassegnò le dimissioni, ma tuttavia resta a svolgere le funzioni di premier a interim dato che quello designato, Saad Hariri, continua a non riuscire a formare un esecutivo viste le profonde divisioni interne. Uno stallo inaccettabile considerato il dramma umano vissuto da centinaia di migliaia di libanesi a causa della grave situazione economica. Una crisi finanziaria e sociale che si protrae da tempo: già nell’aprile del 2018 una conferenza di donatori internazionale aveva stabilito per il Libano un prestito di 11 miliardi di dollari in cambio di “riforme economiche” che tuttavia non sono state ancora implementate. Beirut vorrebbe avere anche un ulteriore prestito di 10 miliardi dal Fondo Monetario Internazionale, ma per ottenerlo è necessaria prima la formazione di un nuovo governo. Proprio su quest’ultimo punto è tornato a parlare nei giorni scorsi Diab: “Collegare l’assistenza del Paese alla formazione di un nuovo governo è diventato una minaccia per la vita dei libanesi e dell’entità libanese”.

Una minaccia che rischia di far esplodere la polveriera mediorientale.

 

Gerusalemme/al-Quds-Wafa e Quds Press. Diverse istituzioni dei prigionieri, tra cui la Commissione per gli Affari dei detenuti e degli ex detenuti, e la Società dei prigionieri palestinesi, accusano le autorità di occupazione israeliane della responsabilità della morte di Abdo al-Tamimi. Il prigioniero è morto la notte scorsa, mentre era detenuto nel Russian Compound e centro degli interrogatori, noto come al-Maskubiyya, a Gerusalemme.

Il quarantatreenne al-Tamimi, del campo profughi di Shufa’at, nella Gerusalemme occupata, era stato arrestato domenica scorsa per una violazione del codice stradale.

La famiglia al-Tamimi ha riferito che la polizia israeliana li ha contattati la scorsa notte per informarli che Abdo è morto per un attacco di cuore all’interno della sua cella, ad al-Maskubiyya, un centro di interrogatorio noto per il brutale uso della tortura.

Le istituzioni dei detenuti hanno confutato le affermazioni israeliane, secondo le quali l’uomo sarebbe deceduto per cause naturali, e hanno sottolineato che, secondo le informazioni giunte da al-Maskubiyya, al-Tamimi era stato picchiato e brutalmente aggredito pochi istanti prima che la sua morte fosse annunciata.

Secondo quanto riferito, alcuni membri della sua famiglia sono stati arrestati dalla polizia israeliana dopo essere andati a indagare sulla sua morte.

Sul corpo di al-Tamimi verrà eseguita l’autopsia per determinare le circostanze della morte.

Tamimi lascia quattro figli e la moglie, incinta.

 

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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