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La redazione di InfoPal sarà in vacanza dal 13 al 21/08. Gli aggiornamenti quotidiani riprenderanno lunedì 22/08. A presto!

Gaza – The Palestine Chronicle. Di Mahmoud Ajjour. Distesa ferita sul suo letto all’interno dell’ospedale indonesiano di Gaza, Rahaf tiene saldamente la sbarra di metallo prima di alzare la mano sinistra per fare la V della vittoria. L’altra mano è stata fatta saltare in aria dalle bombe israeliane. Anche il suo piede è scomparso ed il suo corpo è pieno di ustioni.

Rahaf ha solo 11 anni. La sua casa nel campo profughi di Jabaliya è stata bombardata da Israele. Ha dichiarato al Palestine Chronicle: “La mia mano e il mio piede mi hanno preceduto in Paradiso quando sono stata ferita dall’occupazione sionista”.

Descrivendo il momento in cui è caduto il missile israeliano, Rahaf ha detto: “Sono uscita di casa per andare a trovare mio fratello Mohammed (13 anni). Abbiamo aspettato che mio padre tornasse dalla preghiera serale alla moschea per poter cenare insieme. È allora che un missile [israeliano] si è abbattuto sull’intera area, colpendomi direttamente. Ho perso conoscenza”.

“Mio fratello Mohammed era con me in quel momento. Ha riportato ferite al ginocchio e al tronco. Quanto ai bambini della zona, sette di loro sono stati uccisi e molti sono rimasti feriti”.

Rahaf ha dichiarato al Palestine Chronicle di essere un’artista di talento, ma dopo aver perso la mano destra non sa come sarà in grado di dipingere o scrivere di nuovo.

“Non posso disegnare con la mano sinistra. Volevo anche fare il medico per aiutare le persone, ma ora non posso fare niente”.

Rahaf ha chiesto di essere aiutata affinché possa recarsi in Turchia per ottenere protesi per il suo braccio ed il suo piede. Ora sta aspettando una risposta.

“Sto aspettando il mio visto per la Turchia”, ha detto Rahaf, forse non del tutto consapevole del lungo percorso di guarigione che l’attende.

Prima che io me ne andassi, ha mostrato di nuovo il segno della vittoria.

Di Mahmoud Ajjour.

Il Cairo – The Palestine Chronicle. In una forte critica su Twitter, l’ambasciata russa al Cairo si è scagliata contro il “doppio standard” e la “ipocrisia” del primo ministro israeliano Yair Lapid.

Il tweet in arabo dell’ambasciata fa riferimento ad una dichiarazione rilasciata da Lapid ad aprile, in cui accusava le forze russe di “aver aggredito intenzionalmente una popolazione civile nella cittadina di Bucha, vicino a Kiev: “Confrontate le bugie di Yair Lapid sull’Ucraina ad aprile, dove ha cercato di attribuire la colpa e la responsabilità alla Russia dopo la morte di persone a Bucha, uccise in modo selvaggio dai nazisti ucraini, con i suoi appelli ad agosto per i bombardamenti dei territori palestinesi nella Striscia di Gaza”, ha twittato l’ambasciata. “Non sono doppi standard ed un […] completo disprezzo per la vita dei palestinesi?”, ha aggiunto.

🤔قارِنوا كذب يائير #لبيد بشأن 🇺🇦 في أبريل ومحاولات إلقاء اللوم والمسئولية على 🇷🇺 في وفيات الناس في بوتشا الذين قتلهم بشكل وحشي النازيون 🇺🇦 مع دعواته في أغسطس إلى القصف والضربات على الأراضي 🇵🇸 في قطاع #غزة. أليس ذلك معاييرا مزدوجة وتجاهلا واحتقارا كاملا لحيوات الفلسطينيين⁉️ pic.twitter.com/yrACiAtPQr

— RussianEmbassy EGYPT 🇷🇺 (@Rusembegypt) August 9, 2022

A partire dal 5 agosto Lapid ha ordinato un’operazione militare contro la Striscia di Gaza assediata. Gli attacchi, durati tre giorni, hanno provocato l’uccisione di 49 palestinesi, tra cui 17 bambini, ed il ferimento di oltre 360 gazawi.

Gaza-PIC. L’aggressione israeliana contro Gaza è cessata, ma non le sofferenze. Una storia di sofferenza riguarda la situazione straziante di una bambina di 11 anni di nome Rahaf Salman che ha recentemente perso tre arti in un attacco da parte di un aereo israeliano al suo quartiere.

“Una mia mano e le mie due gambe mi hanno preceduto in Paradiso. L’occupazione sionista mi ha ferito”, ha detto Rahaf.

Rahaf, che vive nel campo profughi di Jabalia, nel nord di Gaza, stava andando a chiamare suo fratello che giocava fuori per rientrare a casa a cenare, quando all’improvviso un missile è atterrato sulla strada dove si trovava, provocandole gravi ferite. Quell’attacco missilistico ha provocato il massacro di sette civili, per lo più bambini, e il ferimento di altri 35.

Rahaf dovrebbe recarsi in Turchia per ricevere le cure mediche adeguate. Riferisce che spera di avere degli arti protesici per andare a scuola ed essere in grado di scrivere : “Spero di poter scrivere di nuovo con la mano destra. Non so scrivere con la mano sinistra”, ha affermato.

La madre di Rahaf, che l’ha accompagnata in ospedale, ha lanciato un appello, piangendo, per aiutare sua figlia a raggiungere la Turchia.

In questo contesto, lunedì il capo dell’ufficio politico di Hamas, Ismail Haniyah, ha parlato al telefono con Rahaf e i suoi genitori e si è impegnato a chiedere alla leadership turca di facilitare il suo trasferimento per le cure il prima possibile.

Traduzione per InfoPal di Chiara Parisi

Foto UN Human Rights

InfoPal. Giovedì, il direttore dell’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite (UN Human Rights), Michelle Bachelet, ha rilasciato una dichiarazione esprimendo “allarme” per il gran numero di palestinesi – in particolare bambini – che sono stati uccisi e feriti dalle forze israeliane (IOF) nel Territorio palestinese occupato, quest’anno.

Quasi 40 minorenni palestinesi sono stati uccisi quest’anno nei Territori occupati, in diverse situazioni. Le IOF “sembrano usare la forza letale in un modo che viola il diritto internazionale”, ha affermato Bachelet nella dichiarazione.

“Colpire qualsiasi bambino durante un conflitto è profondamente inquietante e l’uccisione e la mutilazione di così tanti bambini quest’anno è inconcepibile”, ha aggiunto Bachelet.

Diciannove minorenni palestinesi sono stati uccisi solo nell’ultima settimana nel Territorio palestinese occupato.

Diciassette sono stati uccisi durante gli attacchi dello scorso fine settimana a Gaza da parte delle IOF e altri due sono stati uccisi martedì durante le operazioni israeliane nella Cisgiordania occupata.

Il bilancio delle vittime civili nell’attacco israeliano su Gaza “è stato pesante”, ha affermato il direttore dell’Ufficio dei diritti delle Nazioni Unite.

“Il diritto umanitario internazionale è chiaro. È proibito lanciare un attacco che potrebbe uccidere o ferire accidentalmente civili, o danneggiare oggetti civili, in modo sproporzionato rispetto al vantaggio militare concreto e diretto previsto. Tali attacchi devono cessare”, ha detto Bachelet.

L’ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha confermato che tra i 48 palestinesi uccisi nei tre giorni di attacco su Gaza, da venerdì a domenica, almeno 17 erano bambini e quattro erano donne.

Quasi due terzi dei 360 palestinesi feriti nell’offensiva israeliana erano civili, inclusi 151 bambini e 58 donne, ha affermato l’ONU.

https://www.ohchr.org/en/press-releases/2022/08/bachelet-alarmed-number-palestinian-children-killed-latest-escalation-urges

Gaza-Quds Press e PIC. Un giovane palestinese è stato dichiarato morto, venerdì mattina, per le gravi ferite riportate durante l’ultima offensiva israeliana sulla Striscia di Gaza.

Anas Khaled Anshasi, 22 anni, era ricoverato presso il Nasser Medical Complex a Khan Yunis, per le ferite riportate durante i recenti attacchi israeliani.

Israele ha lanciato un’aggressione di tre giorni sulla Striscia di Gaza iniziata venerdì sera scorso, provocando la morte di 49 cittadini palestinesi e il ferimento di altri 360, oltre a ingenti danni materiali.

Tra le vittime segnalate ci sono stati 17 bambini palestinesi e quattro donne.

Qalqilya-PIC. Il membro del Consiglio Rivoluzionario del movimento Fatah, Bayan al-Tabib, ha subito diverse ferite a seguito di un attacco di coloni vicino al villaggio di Izbat al-Tabib, a est di Qalqilya, giovedì sera.

Fonti locali hanno riferito che al-Tabib stava partecipando a una manifestazione contro gli insediamenti quando un colono lo ha deliberatamente investito con il suo veicolo.

Il colono è riuscito a fuggire dalla scena dopo l’attacco.

Tel Aviv – MEMO. Secondo un nuovo studio condotto da Metiv, un Centro psico-traumatico israeliano, gli israeliani che hanno prestato servizio nelle forze armate in conflitto hanno una probabilità tre volte maggiore di presentare comportamenti aggressivi dopo essere tornati alla vita civile rispetto ai non combattenti.

Intitolato “Esperienze di combattimento: disturbo da stress post-traumatico, somatizzazione e violenza tra veterani di combattimento e non combattenti”, lo studio ha rilevato che i soldati esposti al combattimento, che non erano violenti prima del servizio militare, tendevano a mostrare un disturbo da stress post-traumatico (PTSD) più elevato, ansia, depressione ed altri disturbi dell’umore.

Dopo un’indagine su 1.000 uomini d’età compresa tra 21 e 48 anni, i ricercatori hanno anche notato che i non combattenti non sono esclusi dall’esposizione al combattimento, poiché tutti i rami dell’esercito sono tenuti a partecipare a scontri armati.

Tuttavia, c’era una differenza significativa tra i soldati israeliani che sono stati in combattimento e i non combattenti.

Il capo della ricerca di Metiv, la dott.ssa Anna Harwood-Gross ed il direttore generale di Metiv ed esperto di disturbo da stress post-traumatico, il professor Danny Brom, hanno scritto: “Ciò che è importante quando si guarda i soldati non è il loro status formale in un’unità di combattimento o altrove, ma l’esposizione a situazioni di conflitto. L’esposizione si verifica in una certa misura anche per persone che prestano servizio in ruoli di non combattimento. Mentre i veterani di combattimento hanno mostrato più sintomi psicologici rispetto ai veterani non combattenti, la differenza maggiore è stata osservata per coloro che sono stati esposti a esperienze di combattimento, indipendentemente dal tipo di servizio”.

“Lo studio ha un impatto diretto sulla progettazione delle strutture di assistenza post-militare”, hanno aggiunto.

Tutti i cittadini ebrei e drusi israeliani di età superiore ai 18 anni devono prestare servizio nell’esercito. Il 20% della popolazione araba di Israele e alcuni ebrei ultra-ortodossi sono esenti.

Mosca – MEMO. L’Agenzia Ebraica potrebbe porre fine alla sua presenza fisica in Russia e iniziare a lavorare online e via telefono, secondo quanto riferito mercoledì dai media israeliani, che hanno citato un alto funzionario.

Mercoledì si è svolto un incontro presso la sede dell’agenzia a Gerusalemme per discutere su come trasferire l’operazione dalla Russia in Israele.

“Stiamo esaminando tutte le opzioni per i giorni grigi”, ha riferito il Times of Israel, citando un funzionario dell’Agenzia ebraica che ha parlato in condizione di anonimato.

“Il processo potrebbe andare in entrambe le direzioni: chiudere o rimanere sotto una regolamentazione più severa”, ha detto. “Ma di certo non ce ne andremo se possiamo farne a meno”.

Una fonte ha dichiarato al Jerusalem Post: “L’Agenzia Ebraica convergerà tutto il suo lavoro sull’aliyah (immigrazione ebraica in Israele) da Israele, online o per telefono. Il problema è che non ci sarà modo di incoraggiare l’aliyah dalla Russia”.

Inoltre, non sarà in grado di svolgere attività filantropiche fisiche in Russia, “ma finanzierà attività locali o invierà educatori temporanei da Israele per assistere nella vita ebraica”.

Un alto funzionario ha dichiarato: “L’Agenzia non ha intenzione di chiudere le sue attività e lasciare la Russia. Ci adatteremo ai requisiti della legge russa e opereremo nel suo quadro, ma continueremo ad essere presenti e ad operare in Russia, finché ciò sarà legalmente possibile per noi”.

L’udienza in tribunale è stata fissata per il 19 agosto, durante la quale i giudici potrebbero vietare l’attività dell’agenzia, come raccomandato dal ministero della Giustizia più di un mese fa.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Gerusalemme/al-Quds – MEMO e Wafa. Il tribunale distrettuale israeliano di Gerusalemme ha ordinato mercoledì l’immediata demolizione di una scuola finanziata dall’Europa nella comunità di Ein Samiya, vicino a Ramallah.

La scuola Ein Samiya è stata inaugurata a metà gennaio, in coordinamento con il ministero dell’Istruzione palestinese, dopo essere stata costruita con fondi europei.

La corte ha dato ai firmatari due opzioni: o eseguire la demolizione da soli o pagare la demolizione con i bulldozer dell’occupazione israeliana.

A febbraio, rappresentanti dell’UE hanno visitato la comunità di Ein Samiya, alla luce del grave rischio di demolizione della scuola.

L’istituzione offre accesso all’istruzione ai bambini di Ein Samiya e delle vicine comunità nomadi.

Prima della costruzione della scuola, i bambini dovevano camminare per nove chilometri fino alla scuola più vicina, nel quartiere di Ras at-Tin.

Anche la scuola di Ras al-Tin corre il rischio imminente di essere demolita dall’occupazione israeliana.

“I rappresentanti dell’UE e dei paesi che la pensano allo stesso modo esortano Israele a fermare le demolizioni, gli sfratti e le confische sulla terra palestinese occupata, compresi i progetti finanziati dai donatori”, hanno affermato i rappresentanti dell’UE in una nota.

“La continuazione di queste politiche viola il diritto internazionale, mina la fattibilità della soluzione a due stati e la prospettiva di una pace duratura nella regione”, hanno aggiunto.

Tel Aviv – MEMO. Decine di palestinesi sono stati fatti scendere da un autobus, a Tel Aviv, dopo che tre passeggeri ebrei sono saliti a bordo e si sono rifiutati di viaggiare con non ebrei. L’incidente, che è l’ultima di molte pratiche razziste che denunciano l’Apartheid commesso da Israele, è accaduto giovedì scorso sull’autobus numero 288, che viaggia dalla capitale israeliana verso una colonia per soli ebrei nella Cisgiordania occupata.

Testimoni hanno riferito che circa 50 lavoratori palestinesi erano a bordo quando l’autobus si è fermato nell’area di Bnei Brak, all’interno di Israele, dove sono saliti tre ebrei. Dopo l’imbarco questi si sono rifiutati di viaggiare con i palestinesi e hanno chiesto all’autista di obbligare i passeggeri non ebrei a scendere dall’autobus.

“Dopo che alcuni autobus sono passati e non si sono fermati – perché l’autobus 288 è riservato solo agli ebrei – uno in cui non c’erano ebrei si è fermato per noi e siamo saliti”, ha riferito M., uno dei passeggeri palestinesi, al quotidiano Haaretz. Dopodiché “tre ebrei sono saliti a Bnei Brak e hanno chiesto che tutti gli arabi fossero fatti scendere”.

L’autista ha fermato l’autobus sotto un ponte e ha telefonato ai suoi superiori, secondo quanto riferito da M. Dopo la telefonata, ha chiesto a tutti i palestinesi di scendere. “L’autista ci ha detto di ‘scendere e arrangiarsi’ e poi è andato via con i coloni”, ha detto M.

L’azienda che gestisce la linea dell’autobus ha respinto le affermazioni secondo cui ha una politica di discriminazione e ha cercato di addossare la responsabilità della pratica dell’Apartheid ad un “conducente nuovo”. Apparentemente “un conducente nuovo dell’autobus 288 è stato vittima di una vergognosa manipolazione di un passeggero che ha impersonato un dipendente del ministero dei Trasporti”, ha affermato la compagnia.

Secondo la legge israeliana, gli operatori di trasporto pubblico non sono autorizzati a operare servizi segreganti. Tuttavia Israele ha molte leggi e pratiche che i gruppi per i diritti umani hanno citato nell’etichettare il paese come Stato d’Apartheid. Si è anche avvicinato all’adozione di una politica di separazione degli ebrei dai non ebrei sui trasporti pubblici, e solo il timore di una reazione globale, data la storia della segregazione degli autobus negli Stati Uniti, ha impedito l’approvazione della politica razzista. Cedendo alle pressioni dei coloni ebrei che da tempo lottano per viaggiare su autobus per soli ebrei, il ministero della Difesa israeliano ha introdotto una regola del 2015 che separava i passeggeri in base alla razza.

Tuttavia, la politica ha suscitato indignazione. “Quando qualcosa sembra Apartheid e puzza d’Apartheid, allora è Apartheid”, ha detto Yariv Oppenheimer, del gruppo Peace Now, che è uno dei tanti gruppi per i diritti umani che si oppone alla politica razzista. La politica fu finalmente bloccata dall’allora primo ministro Benjamin Netanyahu.

Come hanno sottolineato i commentatori, Israele pratica raramente le espressioni più esplicite d’Apartheid conosciute come “petty Apartheid, come quelle che si trovavano in Sud Africa e negli Stati Uniti nel sud dell’era di Jim Crow. Cose come sale d’attesa e bagni contrassegnati con “solo neri” e “solo bianchi” e far sedere i neri in fondo all’autobus. In altre parole, la segregazione razziale forzata nei minimi dettagli.

Ci sono tuttavia segnali crescenti che Israele potrebbe muoversi verso un livello così palese d’Apartheid, come indicato dalla politica degli autobus della segregazione razziale e anche dalla mossa di un sindaco israeliano per bandire i cittadini arabi palestinesi da un parco pubblico.

In generale, la pratica dell’Apartheid è stata delineata in “piccolo apartheid”, che ha comportato la segregazione delle strutture pubbliche e degli eventi sociali, ed un “grande Apartheid”, che ha dettato le opportunità di alloggio e lavoro in base alla razza, che, secondo i critici, Israele è chiaramente colpevole di averle praticate.

Negli anni successivi, quasi tutti i principali gruppi per i diritti umani hanno etichettato Israele come Stato d’Apartheid. Citano, tra le altre cose, strade per soli ebrei che collegano colonie per soli ebrei nella Cisgiordania occupata, accusando Israele di praticare l’Apartheid, che è un crimine contro l’umanità. Citano anche la legge sulla nazionalità che nega ai non ebrei il diritto all’autodeterminazione, così come le decine di altre leggi e pratiche, come l’installazione di sistemi legali basati sulla razza nella Cisgiordania occupata.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Gaza-PIC e Quds Press. Il bilancio delle vittime palestinesi dell’offensiva israeliana sulla Striscia di Gaza è salito a 48 a seguito del decesso di una bambina palestinese di 9 anni, ferita durante gli attacchi di giovedì mattina.

Lian ash-Shaer era stata gravemente ferita alla testa da una scheggia israeliana nella Striscia di Gaza. Aveva subito un intervento chirurgico prima di essere trasferita all’ospedale al-Makassed nella Gerusalemme occupata, dove è stata dichiarata morta.

Dal 5 al 7 agosto, Israele ha lanciato un’aggressione di tre giorni sulla Striscia di Gaza, provocando 48 vittime e 360 feriti, oltre a ingenti danni materiali.

Tra le vittime segnalate ci sono stati 17 bambini palestinesi e quattro donne.

Gaza. Secondo un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la chiusura, da parte di Israele, di tutti i valichi di Gaza, penalizza 50 pazienti al giorno bisognosi di assistenza sanitaria al di fuori di Gaza, compresi i malati di cancro.

Il rapporto ha anche sottolineato che l’ultimo attacco israeliano ha ulteriormente ritardato l’ingresso di 14 radiografie portatili e pezzi di ricambio.

Il rapporto stima che i bisogni sanitari più urgenti ammontino a un valore di 2 milioni di dollari, includendo farmaci, materiali monouso, forniture di laboratorio e carburante per i principali ospedali.

Cisgiordania-PIC e Quds Press. Diversi cittadini palestinesi sono rimasti asfissiati per l’esposizione ai gas lacrimogeni durante gli scontri (*) con le forze di occupazione israeliane (IOF), mercoledì sera, a Teqoa, a sud-est di Betlemme.

Il sindaco di Teqoa, Tayseer Abu Mifreh, ha affermato che sono scoppiati scontri (*) all’ingresso occidentale della città, durante le quali le IOF hanno sparato proiettili letali e lacrimogeni contro giovani locali.

Nella città di al-Khalil/Hebron, un giovane palestinese è stato ferito da proiettili delle IOF durante gli scontri (*) con i nativi.

Fonti locali affermano che gli scontri sono iniziati dopo che le IOF hanno intensificato la loro presenza nell’area di Bab az-Zawiya.

(*) Nel linguaggio militare, gli scontri avvengono tra eserciti o gruppi armati di pari forze. Tra Tsahal, l’esercito israeliano, e la Resistenza o i gruppi di giovani palestinesi che rispondono alle aggressioni dell’occupante israeliano non c’è parità di forze. Pertanto, riportiamo tra virgolette il termine scontri/scontro, per non indurre i lettori meno informati a pensare che in Palestina sia in atto un conflitto/guerra tra attori con eserciti, armamenti e forze paritarie.

Distruzione dopo l’attacco israeliano a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, il 7 agosto 2022 [Abed Rahim Khatib/Agenzia Anadolu]

MEMO. Lunedì, funzionari palestinesi hanno chiesto la ricostruzione della Striscia di Gaza e la fine dell’assedio israeliano di 15 anni, riferisce l’agenzia di stampa Anadolou.

L’appello è arrivato un giorno dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco mediato dall’Egitto per porre fine a tre giorni di attacchi aerei su Gaza e di razzi di rappresaglia.

Almeno 47 Palestinesi sono stati uccisi  e altri 360 feriti nell’offensiva israeliana, secondo i dati del ministro della Salute.

 “L’ultimo attacco ha distrutto 18 case, ne ha rese inabitabili 71, e 1.675 parzialmente danneggiate”, ha affermato Naji Sarhan, vice ministro dei lavori pubblici e dell’edilizia abitativa.

Ha aggiunto che il suo ministero non ha ricevuto i fondi promessi per ricostruire le 2.200 case distrutte dall’offensiva israeliana dello scorso anno su Gaza.

“Il costo della ricostruzione di queste unità abitative è stimato in circa 100 millioni di dollari”, ha aggiunto.

Il portavoce del governo, Salama Marouf, ha chiesto di porre fine alla politica israeliana di punizione collettiva contro la popolazione di Gaza.

“Ci appelliamo alla comunità internazionale per togliere il blocco imposto a Gaza”, ha spiegato.

Patria di 2,3 milioni di persone, Gaza subisce l’assedio disastroso di Israele dal 2007, influendo gravemente sui suoi mezzi di sussistenza.

Ghazi Hamad del ministero dello Sviluppo sociale ha affermato che la recente offensiva israeliana “ha peggiorato la già difficile situazione umanitaria a Gaza”.

“Le ripetute aggressioni riflettono la politica di Israele di mantenere la Striscia di Gaza esausta e sotto pressione”, ha sottolineato.

Traduzione per InfoPal di Edy Meroli

Gerusalemme/al-Quds-PIC. Il ministero della Giustizia israeliano ha recentemente completato il processo di trasferimento temporaneo della proprietà di terra palestinese nella città di Abu Dis, a Gerusalemme est, allo stato di occupazione.

Secondo il quotidiano Israel Hayom, questo tratto di terra, che si trova su una collina verdeggiante tra il muro di separazione di Abu Dis e il confine orientale del quartiere di Jabel Mukaber, potrebbe presto portare a scontri tra i residenti locali e la polizia israeliana.

Il giornale ha affermato che ricercatori in servizio presso il custode del dipartimento delle “proprietà degli assenti” presso il ministero della Giustizia hanno ottenuto la prova che questi acri facevano parte di un appezzamento di terreno più grande che fu acquistato da ebrei all’inizio del XX secolo e che una sentenza del tribunale ha confermato.

Ha aggiunto che il ministero aveva già individuato alcuni degli eredi ebrei di questi appezzamenti di terra, sottolineando che alcune case arabe vi si trovano attualmente dislocate sopra.

Gerusalemme/al-Quds-PIC e Quds Press. Nella giornata di mercoledì, decine di coloni hanno invaso la moschea di al-Aqsa nella Gerusalemme occupata.

173 coloni sono entrati nel complesso di al-Aqsa in diversi gruppi attraverso la Porta AL-Maghariba e hanno visitato i suoi cortili sotto la protezione della polizia.

Durante le loro visite nel luogo sacro islamico, i coloni hanno ricevuto lezioni dai rabbini sul presunto monte del tempio e alcuni di loro hanno eseguito preghiere.

La polizia di occupazione israeliana ha imposto restrizioni di movimento ai fedeli musulmani agli ingressi e ai cancelli della moschea di al-Aqsa.

Theguardian.com. Di Manal Massalha. L’’impatto degli attacchi dei coloni sullo stile di vita e sui mezzi di sussistenza dei pastori palestinesi in Cisgiordania. (Da InvictaPalestina.org).

Attacchi e demolizioni nella Cisgiordania occupata da parte dell’esercito israeliano e dei coloni fanno sentire Mahmoud, un pastore, “sotto assedio”. Il pastore 58enne rischia lo sfratto dalla sua casa di Umm Fagarah a seguito di una sentenza dell’alta corte israeliana di maggio che ha stabilito l’allontanamento forzato degli abitanti da otto villaggi di pastori a Masafer Yatta, a sud di Hebron, per consentire l’addestramento militare. L’ONU afferma che sfollare le persone per far posto a un poligono di tiro potrebbe costituire un crimine di guerra.

“La pastorizia è la nostra principale fonte di sostentamento”, afferma Mahmoud.

Masafer Yatta ospita 1.144 persone, metà delle quali bambini. Come parte della più ampia comunità pastorale palestinese della regione, i pastori hanno vissuto qui nelle grotte e coltivato per generazioni usufruendo dell’accesso libero e senza ostacoli al pascolo e all’acqua.

Per due decenni la violenza è stata una caratteristica dell vita quotidiana con gli israeliani che hanno cercato e cercano di prendere il controllo delle Aree C, le sezioni più scarsamente popolate della Cisgiordania occupata che sono sotto il pieno controllo israeliano e minacciate di annessione. Con l’emergere del fenomeno del singolo colono-contadino, per cui i coloni israeliani stabiliscono avamposti illegali e rivendicano aree di terra, i palestinesi hanno  visto un’escalation degli attacchi. Circa 450.000 israeliani si sono stabiliti nella regione.

I pastori affermano di essere stati intimiditi, di aver subito percosse, di aver subito il furto di bestiame e di aver subito incendi ai raccolti e alle proprietà, vivendo in un costante stato di paura e ansia. Isolati dai pascoli e dalle fonti d’acqua, i pastori affermano che il loro modo di vivere è minacciato.

Umm Fagarah, che ospita 22 famiglie, è stato attaccato il 28 settembre. Tra due avamposti di coloni – Havat Ma’on e Abigail – la sua posizione lo rende “una spina nella gola dei coloni”, dice Mahmoud.

“Alle 11.30 del mattino, circa 40 coloni sono arrivati ​​nella nuova fattoria di Abigail”, dice Mahmoud. “Ciò che abbiamo sentito successivamente sono stati i coloni che inseguivano un pastore locale, i suoi due figli, di nove e cinque anni, e le loro 100 pecore. Quando abbiamo sentito il trambusto siamo corsi in loro soccorso. Eravamo disarmati. Sono scoppiati degli scontri”. Mahmoud dice che alcuni dei coloni avevano delle pistole.

“Abbiamo iniziato a lanciare pietre. Quando l’esercito è arrivato, eravamo preoccupati che ci attaccassero e ci arrestassero. Abbiamo fatto in modo di stare loro lontani”. Dice che l’esercito ha sparato contro di loro lacrimogeni e granate. Poi sono arrivate altre auto piene di coloni. “Eravamo circondati”.

Mahmoud dice che “hanno distrutto auto e finestrini, tagliato pneumatici di trattori e ci hanno aggredito nelle nostre case”.

Nove persone sono rimaste ferite, compreso un bambino di quattro anni. Cinque pecore sono state accoltellate e la proprietà è stata danneggiata. I terreni agricoli utilizzati per coltivare orzo, grano e lenticchie sono ora off-limits, dicono i pastori.

“Abbiamo allestito una tenda di guardia aperta 24 ore su 24”, afferma Mahmoud. “Nel giro di un mese la tenda è stata confiscata, ma non ci siamo arresi. Abbiamo creato un sito fatto di pneumatici.  Ci andiamo a turno per fare la guardia. Personalmente, questo attacco mi ha reso più determinato. Chiediamo protezione internazionale.

“Havat Ma’on e Abigail si stanno espandendo e sono collegate all’acqua, all’elettricità e alle strade, mentre noi  ci stiamo restringendo”, dice. “Siamo privati ​​ dei diritti di base: il diritto a una casa dignitosa, il diritto all’acqua.

“Non abbiamo infrastrutture e viviamo sotto lo spettro delle demolizioni e dei trasferimenti. Quattro dei miei figli e le loro famiglie hanno visto demolire le loro case nel 2020; 26 persone in totale sono state sfollate. Non  hanno avuto altra scelta che trasferirsi nella città più vicina, Yatta.

Waa’d, 27 anni, di al-Ganoub, nel sud di Hebron, dice: “L’intimidazione dei coloni è una routine. Anche nel santuario delle nostre case”. Dice che suo marito è stato aggredito nell’aprile 2021 da cinque coloni che lo hanno investito con il loro veicolo e sua figlia è rimasta traumatizzata dall’esperienza. “Quando sente passare un’auto, va nel panico, pensando che potrebbero essere dei coloni.

“La pastorizia sta diventando sempre più difficile. Dio solo sa come arriviamo alla fine del mese. Stiamo lottando.

“Quando ai miei figli viene offerto un lavoro, non possono accettarlo, non possono stare lontani da casa. Devono stare all’erta giorno e notte, a turno. È frustrante vivere sotto una continua pressione, nella paura costante, senza sapere quando sarà il prossimo attacco dei coloni e dell’esercito che li protegge.

“Siamo indifesi, non abbiamo nessun posto dove andare. Questa è la nostra casa e la nostra terra”, dice.

Tradizionalmente abitanti delle caverne, alcune persone hanno iniziato a costruire case man mano che la comunità cresceva e molti di più vorrebbero farlo. Tuttavia, qualsiasi costruzione in quest’area richiede l’autorizzazione israeliana.

Secondo Yesh Din, un’organizzazione israeliana per i diritti umani che monitora la violenza dei coloni, la polizia israeliana non ha indagato sull’81% delle denunce contro gli israeliani presentate tra il 2005 e il 2021. Più del 90% di tutte le indagini sono state chiuse senza accusa.

“Nel 2013, ero fuori a pascolare le mie pecore quando i coloni di Nof Nesher mi attaccarono, mi ammanettarono e poi chiamarono l’esercito per lamentarsi del fatto che fossi stato io ad attaccarli e avessi cercato di rubare le loro pecore”, dice Ziad, 64 anni, di Bir al ‘Idd.

“L’esercito mi consegnò alla polizia. Fui rilasciato solo il giorno successivo su cauzione. Dovetti pagare 2.000 shekel. Per sei anni, e due volte l’anno, ho dovuto rivolgermi a un tribunale [militare]. Il fascicolo è stato finalmente chiuso nel 2019.

“Non è stata la prima o l’ultima volta che sono stato accusato di essere l’autore del reato, non la vittima”, dice.

Ziad e sua moglie, Rateebih, sono soli a Bir al ‘Idd. Dicono che violenze e intimidazioni hanno costretto il resto della comunità ad andarsene.

Jumaa, 48 anni, di at-Tuwani, dice di essere rimasto zoppo dopo uno degli almeno 30 attacchi che ha subito. “Ho presentato alla polizia israeliana oltre 100 denunce per violenze da parte dei coloni. Tutto inutilmente. I coloni e l’occupazione rendono la vita amara.

“Cosa significa la vita quando ci si sente indifesi, quando non si possono difendere i propri figli? O la propria casa? Quando uno non può accedere alla sua terra?

“Giovani e vecchi sono terrorizzati”, aggiunge Jumaa. “I coloni si comportano come i signori della terra. Il loro scopo è quello di mandarci via. Ma questa è la nostra vita e la nostra terra. Siamo persone normali che vogliono una vita ordinaria, pacifica, giusta e dignitosa”.

L’aumento del costo della vita si aggiunge ai loro problemi. Mahmoud dice che il foraggio per il suo gregge di 100 pecore costa circa 350 shekel al giorn  rispetto ai 150 dell’anno scorso. “Nel 2018 ho avuto 350 pecore. Oggi ne ho solo 100. Dobbiamo venderle per coprire le spese e provvedere alle nostre famiglie. La vita è dura”, dice.

Secondo un rapporto pubblicato lo scorso novembre da B’Tselem – il Centro informazioni israeliano per i diritti umani nei Territori Occupati, ci sono quasi 290 insediamenti in Cisgiordania – 138 costruiti dal governo israeliano e circa 150 avamposti illegali.

Sebbene gli avamposti non siano ufficialmente riconosciuti, il governo fornisce ai coloni sicurezza, strade, acqua, elettricità e sussidi finanziari e più di un terzo si trova in tutto o in parte su terreni di proprietà palestinese. Circa 40 degli avamposti sono apparsi nell’ultimo decennio, per lo più allevamenti nel sud di Hebron.

Mahmoud dice che Havat Ma’on e Abigail si stanno espandendo. “Sono dotati di infrastrutture mentre noi siamo privati ​​delle basi e abbiamo ordini di demolizione e arresto dei lavori. Anche la cisterna dell’acqua ha un ordine di demolizione.

“È il 2022 e siamo ancora nelle caverne. Vogliamo vivere sopra la terra. Avere finestre e aria fresca, vivere comodamente”.

(Immagine di copertina: Una donna palestinese prepara un pasto per i suoi figli nella sua grotta in Cisgiordania [Mamoun Wazwaz/Apaimages]).

Traduzione di Grazia Parolari per InvictaPalestina.org.

Electronicintifada.net. Di Refaat Alareer. I palestinesi non sono ucraini di cui il mondo si preoccupa. Non è la Russia che ci bombarda perché il mondo ci mandi armi sofisticate per difenderci. Non siamo per lo più biondi con gli occhi azzurri. Non siamo ebrei. E per essere il tipo sbagliato di persone, a quanto pare, dobbiamo morire di fame, vivere nella paura e nel terrore, e morire senza che nessuno muova un dito. (Da InvictaPalestina.org).

Nessuno si abitua mai a essere bombardato ogni anno o giù di lì. I bambini in particolare vivono nella paura costante. Ma diventa parte della vita.

Mentre i missili israeliani piovevano sulla città du Gaza, venerdì, mia figlia Amal, 6 anni, ha chiesto a sua madre (i ricordi dell’orrore dell’anno scorso sono ancora freschi): “Ci sarà un’altra guerra?”

Durante l’aggressione, i miei figli, in particolare Linah, 9 anni, e Amal, sono stati per lo più silenziosi. Amal ha cercato di dormire e Linah si è sdraiata in soggiorno. Di notte, come la maggior parte dei bambini a Gaza, strillano di paura ogni volta che sentono un’esplosione. Un rapporto pubblicato da EuroMed ha rilevato che circa il 91% dei bambini palestinesi vive in un costante trauma e terrore a causa dei ricorrenti attacchi israeliani.

Niente può prepararti a questo. Israele ha bombardato Gaza sin dalla seconda intifada. Non ci abituiamo mai alle bombe. E non sappiamo mai come affrontare il puro terrore e l’assoluta ferocia israeliana. Nessuna bugia, abbraccio o dolcezza può calmare i bambini. Quando le bombe cadono, i bambini strilleranno sempre di paura. Le bugie che le cose andranno bene e che questi sono fuochi d’artificio non funzionano più.

Già domenica mattina, Israele aveva ucciso almeno 30 palestinesi, inclusi due leader della Jihad islamica, e una bambina, Alaa Qaddum, 5 anni. Ben oltre 250 palestinesi sono stati feriti e diverse case ed edifici sono stati distrutti o danneggiati. Mentre stavo scrivendo questo articolo, sabato mattina, Israele aveva appena stroncato un matrimonio nella Striscia di Gaza settentrionale, secondo quanto riferito, uccidendo la madre dello sposo.

Poco convincente e omicida.

Il pretesto di Israele questa volta è più debole che mai. Dopo aver arrestato un leader della Jihad islamica nella Cisgiordania occupata, Israele ha affermato di essere impegnato in una “operazione preventiva” per fermare i presunti attacchi missilistici prima che iniziassero.

È come la guerra di Israele a Gaza nel maggio 2021 e il suo massiccio attacco del 2014 e le numerose escalation tra le due guerre. E riporta alla memoria le campagne di bombardamento israeliane nel 2012, 2008-09, 2006 e molte altre, molte delle quali hanno coinciso con le elezioni israeliane.

I combattenti della resistenza palestinese, come previsto, alla fine hanno reagito lanciando raffiche di missili fatti in casa contro obiettivi militari israeliani. Così facendo, stanno affermando il diritto palestinese all’autodifesa e alla liberazione.

Molti palestinesi hanno visto innumerevoli dei loro cari assassinati nel sonno, o mentre riposavano o più semplicemente si facevano gli affari propri. Se Israele ci ucciderà indipendentemente da chi siamo o da cosa stiamo facendo, allora, come ritengono molti palestinesi, perché non morire combattendo e difendendo la nostra stessa esistenza?

Non c’è nessuno più determinato o pericoloso di una persona che non ha nulla da perdere.

Durante l’aggressione del maggio 2021, secondo Airwars, in oltre il 70% degli attacchi israeliani che hanno ucciso civili palestinesi, non ci sono state notizie di vittime della resistenza. In altre parole, i civili erano le uniche vittime. Secondo B’Tselem, un gruppo israeliano per i diritti, quasi due terzi degli oltre 2.200 palestinesi uccisi da Israele a Gaza nel 2014 erano civili.

Si noti che tali statistiche di solito contano la polizia civile palestinese o i combattenti della resistenza uccisi nelle loro case mentre dormivano come militanti.

Date queste realtà, sono certo che i civili, principalmente bambini, donne e anziani, non sono un danno collaterale, piuttosto sono i principali obiettivi di Israele.

Dolci e sensi di colpa.

Ma nonostante tutto ciò, voglio che le cose sembrino a posto per i miei figli. Non posso impedire ai loro occhi di vedere ciò che vedono, o alle loro orecchie di sentire le bombe. Non posso proteggere i loro cuori dal caos israeliano.

Quindi, esco a comprare i dolci. Ma avventurarsi fuori è mettersi in grave pericolo. Si potrebbe essere uccisi semplicemente stando per strada, non che rimanere a casa sia molto più sicuro.

Non prendo l’ascensore se è acceso. Non che le scale siano più sicure. Mi assicuro di non camminare vicino agli edifici o sotto gli alberi per non apparire sospettoso ai droni israeliani. Non che camminare in mezzo alla strada sia più sicuro. E poi c’è il senso di colpa. Il senso di colpa di poter uscire mentre centinaia di migliaia non possono. La colpa di poter comprare pane e altri beni essenziali mentre centinaia di migliaia di persone non possono permettersi tali necessità. Mentre mi prendo il mio tempo per ricontrollare che non sto acquistando prodotti israeliani, compro diverse cose: biscotti, patatine, budino al cioccolato e dolci. Quando torno a casa, Amal non ha fretta di salutarmi come fa di solito. Non ha fretta di saccheggiare le borse per strappare e divorare i suoi dolci preferiti. Rimane immobile, quasi senza vita.

Israele ha il “diritto di difendersi”, afferma l’amministrazione americana. E così dicono anche i comunicati  britannici ed europei.

Diversi funzionari, tra cui le Nazioni Unite e la Mezzaluna Rossa, hanno aspettato per ore che la resistenza palestinese reagisse per emettere condanne docili chiedendo a “tutte le parti di evitare un’ulteriore escalation”.

Tor Wennesland delle Nazioni Unite ha annunciato di essere “[d] profondamente preoccupato per l’escalation in corso tra militanti #palestinesi e #Israele” … ovviamente solo dopo che la resistenza palestinese ha reagito con quel poco che ha a disposizione.

Queste feroci bugie di Israele che si difende tentano di creare una falsa equivalenza morale di cui entrambe le parti sono da biasimare. Questo oscura piuttosto che fare luce.

Non è davvero difficile capire perché questo continua a succedere, perché mia figlia più piccola ha già due guerre alle spalle. L’immunità israeliana dalle critiche e dalle conseguenze, insieme al sostegno politico e finanziario che riceve incondizionatamente dall’Occidente (e persino dai paesi arabi), sono le ragioni per cui si sente sicuro di continuare ad assassinare palestinesi.

Vite e voti.

In effetti, comprendiamo che quando Israele si inasprisce contro di noi, i suoi leader politici non solo ricevono più voti alle elezioni, ricevono anche più sostegno dai paesi occidentali.

Con i sondaggi israeliani che prevedono che Benjamin Netanyahu vincerà una maggioranza di oltre 60 seggi alle imminenti elezioni, l’attuale governo di coalizione ad interim, considerato “moderato” da molti liberali in Occidente, deve aver pensato che una guerra rapida a Gaza avrebbe potuto attrarre l’elettorato israeliano .

I palestinesi si sono abituati alla carneficina di Israele quando si avvicinano le elezioni. I leader israeliani sanno che il modo migliore per ottenere voti è mostrare i muscoli. Il nostro problema, in altre parole, non è  Netanyahu o il Likud, ma  la stessa occupazione israeliana.

Eppure è sbagliato presumere che Israele uccida i palestinesi solo quando ci sono elezioni all’orizzonte. Le milizie israeliane e sioniste massacrano palestinesi da circa 100 anni. Israele non è soddisfatto di nient’altro che della vittoria totale del suo dominio coloniale.

I palestinesi non sono ucraini di cui il mondo si preoccupa. Non è la Russia che ci bombarda perché il mondo ci mandi armi sofisticate per difenderci. Non siamo per lo più biondi con gli occhi azzurri. Non siamo ebrei. E per essere il tipo sbagliato di persone, a quanto pare, dobbiamo morire di fame, vivere nella paura e nel terrore, e morire senza che nessuno muova un dito.

Bugie e domande.

I dolci e il budino preferito dai bambini rimangono intatti. Linah e Amal si rannicchiano contro le pareti del soggiorno. Si rifiutano di mangiare o di essere intrattenuti. Nusayba, mia moglie, racconta loro un’altra serie di piccole bugie: i bombardamenti sono lontani, i missili sono “nostri” e anche questo passerà.

Ci saranno più guerre israeliane e più massacri israeliani. I criminali di guerra israeliani pagheranno mai per i loro crimini? I paesi arabi che si affrettano a normalizzare i legami con Israele lo vedranno per quello che è: un’entità costruita sulla violenta espropriazione e dislocazione dei palestinesi? Le organizzazioni per i diritti civili e le persone libere, ovunque si trovino, possono esercitare maggiore pressione sui loro governi affinché boicottino e ritengano Israele responsabile?

In caso contrario, le bugie, piccole e grandi, continueranno. Israele continuerà a versare sangue palestinese, per divertimento o per guadagno politico, o per consolidare la sua occupazione.

O semplicemente perché può.

Refaat Alareer è l’editore di Gaza Writes Back: Short Stories from Young Writers in Gaza, Palestine. Insegna letteratura mondiale e scrittura creativa all’Università islamica di Gaza.

(Foto di Osama Baba-APA images).

Traduzione di Nicole Santini per Invictapalestina.org

Jeddah-Wafa. Il Segretariato Generale dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC) ha condannato, in una nota, “i continui crimini” dell’occupazione israeliana in terra palestinese, in particolare l’assassinio di tre cittadini palestinesi e il ferimento di altri 70, oltre alla distruzione di diverse case e proprietà durante l’assalto alla città di Nablus.

L’OIC ha ritenuto le autorità di occupazione israeliane pienamente responsabili di “questo crimine atroce, che incarna la politica di continua oppressione, aggressione e terrorismo israeliani contro il popolo palestinese”.

Inoltre, ha invitato la comunità internazionale “a intervenire urgentemente per porre fine a questi attacchi e crimini, a ritenere responsabili gli autori e garantire protezione internazionale al popolo palestinese e ai suoi luoghi santi”.

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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