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PIC. Il Consiglio Supremo per la Fatwa in Palestina ha condannato le visite effettuate da gruppi di “normalizzatori” insieme alle autorità di occupazione nei cortili della moschea di Al-Aqsa, così come le loro preghiere, sotto la protezione della polizia israeliana e accompagnati da funzionari del ministero degli Affari esteri israeliano.

Il 22 ottobre, in una dichiarazione alla stampa, il Consiglio, dopo l’88ª sessione guidata dal Gran Mufti di Gerusalemme, dalle Case palestinesi e dal presidente del Consiglio supremo della Fatwa, Sheikh Muhammad Hussein, ha affermato che tali visite di normalizzazione “non sono diverse dalle ripetute incursioni dei soldati israeliani e dei coloni, che profanano i sacri cortili della moschea di Al-Aqsa sotto la protezione dell’esercito di occupazione”.

Il Consiglio ha poi sottolineato che “la moschea di Al-Aqsa è riservata ai musulmani e che visitarla è concesso a coloro che vi si recano senza privare questo luogo della sua legittimità araba e islamica, e non attraverso la normalizzazione con le autorità di occupazione”. Ha messo in guardia contro “le pericolose conseguenze di queste visite ingannevoli e le loro ripercussioni negative sulla sicurezza della Moschea di Al-Aqsa e dei fedeli che difendono i suoi cortili”.

Nello stesso contesto, il Consiglio ha condannato “l’isolamento di Gerusalemme e della Moschea di Al-Aqsa, nonché il divieto di accesso per migliaia di fedeli”, spiegando che “le autorità di occupazione stanno sfruttando la pandemia da Coronavirus per svuotare la Moschea, per controllarla e facilitare l’incursione di coloni estremisti”. Esso ritiene l’occupazione “pienamente responsabile delle conseguenze di questo piano, che mira a danneggiare la moschea di Al-Aqsa e costruire al suo posto il cosiddetto tempio”.

D’altra parte, il Consiglio ha denunciato “la decisione delle autorità di occupazione di costruire migliaia di abitazioni destinate ai coloni nei Territori palestinesi nel tentativo di imporre una politica de facto, di ebraicizzazione delle terre palestinesi e svuotarle dei residenti palestinesi originari”. Ciò sarebbe parte di un progetto di “sostituzione” che prende di mira l’intero territorio palestinese, con l’obiettivo di disgregare le città palestinesi, inclusa la città di Gerusalemme, al fine di isolare i singoli nuclei sparsi nelle terre palestinesi per poi ebraicizzarli completamente.

Il Consiglio ha, al contempo, denunciato “la disponibilità di alcuni arabi e musulmani a investire nel progetto di colonizzazione, che mira a ebraicizzare gran parte dei quartieri di Gerusalemme, in particolare Wadi Al-Joz, Sheikh Jarrah e Al-Misrara, trasferendone vaste aree a un centro di investimento negli insediamenti nell’ambito di un progetto noto come ‘Silicon Valley'”.

Ha sottolineato che tale progetto non è altro che “l’attuazione dell’accordo del secolo sul campo e che esso si scontra con la determinazione dei palestinesi a proteggere i loro diritti legittimi e le loro terre”.

Per quanto riguarda i prigionieri, il Consiglio “ritiene le autorità di occupazione pienamente responsabili della vita di tutti i detenuti, vittime dei più orribili tipi di abuso, dell’oppressione e degli attentati alla loro libertà, in contraddizione con le leggi divine e internazionali”. Ha poi riferito il deterioramento dello stato di salute del prigioniero Maher Al-Akhras, in sciopero della fame da 88 giorni.

Il Consiglio Supremo per la Fatwa ha invitato “le organizzazioni internazionali per i diritti umani e le istituzioni mondiali per i diritti umani a intervenire rapidamente e immediatamente per liberarli e salvare le loro vite”, chiedendo di “affrontare l’ingiustizia dell’occupazione, che viola i diritti fondamentali dei detenuti, garantiti da leggi, decisioni e accordi internazionali”.

Traduzione per InfoPal di Giulia Deiana

Wafa. Durante la seconda metà del 2020, nei Territori palestinesi occupati da Israele, è stato registrato un elevato tasso di demolizioni di proprietà private palestinesi, secondo quanto reso noto dall’organizzazione per i diritti umani Al-Haq.

Le case e le proprietà palestinesi demolite nel primo semestre del 2020 sono state 31 ogni mese, mentre a luglio, agosto e settembre si è assistito all’abbattimento di 59 proprietà al mese. In totale, sono state 186 le proprietà private rase al suolo nel territorio palestinese occupato (OPT) durante la prima metà dell’anno, ed altre 177 proprietà sono state distrutte nei mesi di luglio, agosto e settembre.

È importante notare che nei tre mesi passati, 62 delle 177 demolizioni sono state realizzate nelle zone occupate di Gerusalemme.

Nel 2018 e nel 2019 il numero delle proprietà palestinesi demolite era di, rispettivamente, 22 e 30 al mese. L’aumento di questa media, osservato quest’anno dall’organizzazione Al-Haq, rivela tutto il disprezzo di Israele verso le leggi del diritto internazionale e conferma il desiderio israeliano di espandere le proprie colonie, annettendo nuove terre della Palestina al proprio territorio. Sullo sfondo, ancora una volta, l’incapacità della comunità internazionale di inchiodare Israele come responsabile di crimini di guerra contro i palestinesi, tra questi il costante abbattimento di proprietà private non giustificato da finalità militari.

Israele utilizza molti pretesti per giustificare la sua politica demolitrice. Tra questi, la tesi secondo la quale gli edifici che smantella sono costruiti senza permesso. Tuttavia, in quanto potenza occupante, gli è vietato demolire la proprietà del popolo palestinese, a meno che non si tratti di necessità militari giustificabili. L’estesa distruzione di proprietà privata, portata avanti da Israele senza alcuna necessità militare, costituisce una grave violazione della Quarta Convenzione di Ginevra e può rappresentare un crimine di guerra, ha affermato Al-Haq.

Inoltre, questa politica di demolizione illegale di edifici e strutture palestinesi, considerata contestualmente a molte altre politiche e azioni altrettanto illegali, rivela l’intenzione di Israele di trasferire con la forza la comunità palestinese. La costruzione e l’espansione degli insediamenti, lo sfruttamento delle risorse naturali, la limitazione alla circolazione e all’accesso ad alcune aree, la pianificazione e l’applicazione di una politica discriminatoria e l’impossibilità effettiva di ottenere permessi di costruzione creano un ambiente coercitivo per i palestinesi, che equivale ad un’applicazione diretta o indiretta del trasferimento forzato, vietato ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra e che può costituire un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità.

Inoltre, distruggendo e demolendo le proprietà del popolo palestinese, gli si nega il diritto di svilupparsi e realizzarsi e il diritto di esercitare l’autodeterminazione.

Al-Haq ha osservato che le demolizioni rivelano il coinvolgimento e la complicità di alcune imprese nella politica illegale di demolizione di Israele. Mentre, secondo le leggi, le aziende sono tenute a rispettare gli standard del diritto umanitario internazionale e a mantenere comportamenti rispettosi dei diritti umani, per evitare di causare o contribuire a gravi violazioni attraverso le proprie attività in aree di conflitto, società come Volvo, Caterpillar, Hyundai, e Hidromek continuano a vendere le loro attrezzature sapendo che verranno utilizzate per demolire illegalmente le proprietà palestinesi. Secondo quanto affermato da Al-Haq, queste imprese potrebbero quindi essere dichiarate complici di crimini di guerra perpetrati dalle forze israeliane.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio

MEMO. Un ufficiale di polizia israeliano ha ucciso con un colpo di pistola un giovane palestinese autistico. L’evento risale ad alcuni mesi fa ma è solo ora che l’ufficiale rischia di essere accusato di omicidio colposo. Eyad Hallaq, 32 anni, è stato colpito da una pallottola al petto il 30 maggio, nella Città Vecchia di Gerusalemme, dopo essere fuggito, in preda ad un attacco di panico dovuto alle grida dei soldati israeliani.

La sua accompagnatrice, Warda Abu Hadid, ha tentato di allertare i soldati sul fatto che Hallaq fosse gravemente autistico e di come non fosse in grado di comprendere realmente ciò che stava accadendo. Tuttavia, i suoi avvertimenti sono caduti nel vuoto. Gli ufficiali di polizia israeliani hanno più tardi affermato di aver fatto fuoco sul giovane poiché sospettavano che trasportasse un’arma, e che per questo stesse scappando quando gli hanno ordinato di fermarsi.

Nonostante la decisione di procedere con il caso sia durata ben cinque mesi, l’ufficiale che ha sparato il colpo fatale sarà accusato di omicidio colposo e dovrà affrontare un’udienza preliminare in cui potrà contestare le accuse prima che il processo inizi. Se venisse ritenuto colpevole, potrebbe essere condannato fino a 12 anni di carcere. Il comandante dell’ufficiale, che ha assistito alla sparatoria, non è stato accusato.

La famiglia di Hallaq ha duramente criticato il lento procedere delle investigazioni e ha contestato le dichiarazioni del pubblico ministero secondo le quali le telecamere di sicurezza erano malfunzionanti al momento della sparatoria. I genitori del giovane temono che il caso venga archiviato, soprattutto dopo il reclamo della controparte sul malfunzionamento delle telecamere. La polizia israeliana è, di solito, molto veloce nel rilasciare filmati delle camere di sicurezza quando i suoi ufficiali o dei privati cittadini israeliani vengono attaccati. Inoltre, i familiari del giovane condannano come “inaccettabile” la decisione di non imputare al comandante alcun reato.

L’avvocato della famiglia, Jad Qadamani, ha criticato il pubblico ministero, secondo quanto riportato da Associated Press, sostenendo che avrebbe dovuto presentare accuse molto più severe, poiché, a suo dire, c’erano prove sufficienti per imputare sia l’ufficiale che il comandante di omicidio premeditato. Il ministero della Giustizia israeliano ha tuttavia spiegato che le raccomandazioni per perseguire il soldato sono state fatte dopo aver considerato tutte le prove, inclusi i testimoni oculari.

“Tutte le circostanze dell’incidente sono state considerate”, ha detto il ministero, “incluso il fatto che il deceduto non ha posto in essere alcun tipo di minaccia contro gli ufficiali di polizia o contro i civili presenti sulla scena, che l’ufficiale di polizia ha fatto fuoco non rispettando gli ordini di cui era a conoscenza, e che l’uomo avrebbe dovuto adottare una reazione più proporzionata alla situazione”.

L’uccisione di Hallaq è subito stata paragonata a quella di George Floyd a Minneapolis, provocando manifestazioni locali contro la violenza della polizia israeliana, molto simile a quella americana.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio

Gerusalemme occupata – MEMO. Giovedì, il Consiglio Supremo delle Fatwa palestinesi ha condannato le visite che sono state recentemente effettuate da gruppi pro-normalizzazione alla moschea di al-Aqsa. Le visite sono avvenute sotto la protezione della polizia israeliana e accompagnate da funzionari del ministero degli Esteri israeliano.

Sulla scia della sua 88a sessione, il presidente del consiglio Muhammad Hussein ha dichiarato ai giornalisti: “Le visite [dei gruppi a favore] della normalizzazione non sono diverse dalle ripetute incursioni dei soldati e dei coloni dell’occupazione, che profanano la sacra moschea sotto la protezione dei loro soldati”.

“La moschea di al-Aqsa è solo per i musulmani, e solo coloro che non ne ritirano la legittimità islamica sono invitati a visitarla”, ha affermato Hussein, aggiungendo che coloro che normalizzano le relazioni con l’occupazione israeliana “non sono benvenuti nella […] moschea”.

Il gran muftì ha denunciato quello che ha descritto come i “piani israeliani per isolare la città di Gerusalemme ed al-Aqsa, così come il divieto all’accesso di migliaia di fedeli [musulmani]”.

Ha sottolineato che le autorità israeliane stanno sfruttando la pandemia “per svuotare la moschea, sequestrarla e facilitare l’incursione di coloni estremisti [al suo interno]”.

Qalqilya – PIC. Venerdì, cinque cittadini palestinesi sono stati feriti con proiettili d’acciaio rivestiti di gomma (PARG) sparati dalle forze d’occupazione israeliane (IOF) contro i partecipanti alla marcia settimanale contro le colonie, a Kafr Qaddum. Questa marcia è organizzata settimanalmente per chiedere la riapertura della strada principale del paese, chiusa da più di 17 anni.

Fonti locali hanno riferito che due civili sono rimasti feriti alla testa e alla schiena e sono stati portati in ospedale ricevere trattamento, mentre il resto dei feriti è stato trattato sul campo.

Murad Shteiwi, coordinatore della resistenza popolare a Kafr Qaddum, ha dichiarato che decine di soldati israeliani hanno attaccato i partecipanti alla marcia con PARG, granate stordenti e gas lacrimogeni.

Ha detto che più di 100 soldati israeliani hanno invaso la cittadina e hanno sparato contro le proprietà e le auto dei cittadini, oltre ad aver lanciato lacrimogeni contro edifici residenziali.

Shteiwi ha spiegato che ciò che è accaduto oggi è il risultato di mesi di pianificazione per tendere imboscate ed arrestare i giovani nel villaggio, ma che tutto ciò è stato inutile.

La cittadina ha recentemente assistito ad una violenta escalation delle incursioni notturne delle IOF e delle imboscate in case deserte, con l’obiettivo di impedire la realizzazione della marcia. Tuttavia, i cittadini insistono nel continuare le manifestazioni fino al raggiungimento dei loro obiettivi.

Per il decimo anno consecutivo, la marcia settimanale anti-colonie è organizzata per chiedere la riapertura della strada principale Kafr Qaddum, che è stata chiusa a causa dell’espansione delle colonie israeliane.

Gerusalemme-Wafa. Nel mese di settembre le autorità israeliane hanno demolito, obbligato la gente a demolire o sequestrato 76 edifici di proprietà palestinese, tutti per mancanza di permessi edilizi che, per i Palestinesi, é quasi impossibile ottenere, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento delle Questioni Umanitarie (OCHA) nei Territori Palestinesi Occupati (TPO).

In conseguenza di ciò, un totale di 136 persone sono state dislocate, e quasi altre 300 sono state danneggiate nei loro mezzi di sostentamento o di accesso ai servizi, ha dichiarato l’OCHA nel suo aggiornamento mensile sulle demolizioni e gli sfollamenti in Cisgiordania, per il mese di settembre.

Da quando è stata dichiarata l’emergenza per il COVID-19, il 5 marzo 2020, 461 edifici di proprietà palestinese sono stati presi di mira e 572 persone sfollate, che costituiscono un incremento del 31% (per entrambe le cifre) rispetto al periodo equivalente del 2019, e le percentuali più alte in quattro anni.

In una dichiarazione pubblica del 10 settembre, il Coordinatore Umanitario dei TPO, James McGoldrick, ha chiesto alle autorità israeliane di fermare immediatamente le demolizioni illegali che hanno “aumentato le necessità e le vulnerabilità dei Palestinesi, già intrappolati nell’anormalità di una prolungata occupazione militare”.

Delle strutture colpite in settembre, 21 erano state fornite come aiuti umanitari per un valore di oltre 30.000 euro; si tratta, finora, del maggior numero di strutture di aiuto demolite o sequestrate in un solo mese, nel 2020. Per altri cinque edifici finanziati da donatori, che valgono oltre 40.000 euro, sono state consegnate ordinanze di demolizione o di interruzione lavori.

Oltre il 30 percento delle strutture prese di mira a settembre sono state distrutte o sequestrate, ha rivelato l’OCHA. Questa pratica, aumentata nel corso degli ultimi anni, si basa su regolamenti militari che permettono una requisizione sommaria (senza preavviso) di edifici “appena costruiti” definiti “semoventi” da un ispettore dell’Amministrazione Civile Israeliana (ACI). Tali regolamenti sono stati modificati ad agosto del 2020, allo scopo di estendere il termine, per poter effettuare tale richiesta, a 90 giorni dall’installazione della struttura (rispetto ai 60 giorni che erano richiesti in precedenza).

Altre nove strutture sono state demolite in base all’Ordine Militare 1797, che consente la rimozione degli edifici privi di licenza ritenuti “nuovi”, entro 96 ore dall’emissione dell’”ordine di rimozione”. Questi strumenti legali e le relative procedure sono motivo di enorme preoccupazione in quanto impediscono o riducono in modo drastico la possibilità delle persone colpite di essere ascoltate dinanzi ad un organo giudiziario.

Quindi, tutte le strutture colpite durante il mese (abitazioni, impianti idrici ed igienico-sanitari e ricoveri per gli animali), tra cui otto fornite dagli aiuti umanitari, si trovavano nella zona di Massafer Yatta nel governatorato di Hebron, che é stato dichiarato chiuso per l’addestramento militare israeliano (“Firing zone 918”). Al riguardo, le autorità israeliane stanno cercando da anni di espellere i 1.400 Palestinesi residenti nelle 14 comunità di pastori presenti in questa zona.

Anche la comunità di Beduini palestinesi di Ras at-Tin (composta da circa 200 persone), nel governatorato di Ramallah, si trova in una “firing zone” e deve affrontare tutta una serie di pressioni che, combinate l’una con l’altra, creano un ambiente coercitivo ed un rischio di trasferimento forzato per i residenti. Per due volte, questo mese, le autorità di Israele hanno distrutto e sequestrato il soffitto di una scuola che si trova in questa comunità, finanziata da donatori, assieme a materiali da costruzione, sedie e tavoli. La scuola ha cominciato a funzionare il 6 settembre, frequentata da 50 bambini palestinesi, che prima dovevano camminare per cinque chilometri per raggiungere la scuola più vicina. L’intero edificio dovrebbe essere demolito a breve, in seguito al via libera dato recentemente in tal senso da un tribunale israeliano. Attualmente vi sono 52 scuole nell’Area C della Cisgiordania e a Gerusalemme Est, con ordinanze di demolizione o di interruzione lavori sospese.

Preoccupante anche il fatto che, a settembre, il governo israeliano abbia stanziato circa 6 milioni di dollari a favore del “Ministero per le Questioni degli Insediamenti”, di recente costituzione, allo scopo di sorvegliare le costruzioni palestinesi non autorizzate nell’Area C, secondo quanto rivelato da un rapporto dei media israeliani. L’autorità per il monitoraggio e l’applicazione della legge in questa materia, tuttavia, é con l’ACI, che riceve finanziamenti separati. Circa lo 0,6 % dell’Area C ha un piano regolatore approvato dall’ACI, secondo il quale i Palestinesi hanno il permesso di costruire legalmente, la maggior parte del quale però é già costruito.

A Gerusalemme Est 15 strutture sono state demolite nel corso del mese, otto delle quali direttamente dai loro proprietari, a seguito dell’emissione di ordinanze di demolizione. L’auto-demolizione é notevolmente aumentata durante l’anno in corso, rappresentando la metà di tutte le strutture prese di mira a Gerusalemme Est. Ciò é attribuibile ad un emendamento legislativo che impone multe per ogni giorno in più di utilizzo di una struttura prevista per la demolizione.

Il primo ottobre, in risposta all’azione legale intrapresa da una organizzazione per i diritti umani, le autorità israeliane hanno avvertito che avrebbero fermato la demolizione di case disabitate a Gerusalemme Est per la situazione della pandemia in corso. Tuttavia, in assenza di un blocco simultaneo dell’accumulo di multe, le auto-demolizioni probabilmente continueranno.

Anche a Gerusalemme Est, in tre sentenze emesse separatamente a settembre, i tribunali israeliani hanno ordinato lo sfratto di 12 famiglie palestinesi dalle loro case situate nei quartieri di Silwan e Sheikh Jarrah, e la consegna delle proprietà alle organizzazioni di coloni israeliani. Uno degli sgomberi é previsto entro il 5 novembre e gli altri nel corso del 2021. Oltre 200 famiglie a Gerusalemme Est sono a rischio di sfratto a causa di procedimenti giudiziari simili presentati contro di loro.

Per molte comunità palestinesi della Cisgiordania l’ambiente coercitivo che devono affrontare implica anche la distruzione di proprietà da parte dei coloni israeliani. Durante un grave incidente accaduto il 17 settembre vicino al villaggio di Biddya (Salfit), i coloni israeliani hanno demolito una struttura agricola appartenente a contadini palestinesi ed hanno sradicato 445 alberi da frutto. Secondo fonti israeliane, i coloni reclamano la proprietà del terreno ed hanno intenzione di stabilirvi una nuova colonia, nonostante la mancanza di permessi edilizi o l’approvazione ufficiale.

Traduzione per InfoPal di Aisha Tiziana Bravi

Ramallah-WAFA. Un tribunale israeliano ha deciso, venerdì, di annullare una precedente decisione di congelare la detenzione amministrativa, senza accusa o processo, del prigioniero palestinese Maher al-Akhras, la cui situazione sanitaria è gravemente peggiorata dopo 89 giorni di sciopero della fame, secondo quanto riportato dal Palestinian Prisoner’s Society (PPS).

Il PPS ha detto che le autorità di occupazione israeliane hanno sorprendentemente trasferito Al-Akhras dal Kaplan Medical Center di Rehovot, dove è stato imprigionato per più di un mese, alla clinica sanitaria della prigione di Ramle, e il 23 settembre hanno annullato la decisione di congelare la sua detenzione amministrativa. Questo, secondo il PPS, significa che rimarrà in prigione anche dopo la fine del suo attuale mandato.

Giovedì, il Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR) ha dichiarao di essere seriamente preoccupato per il deterioramento della salute di al-Akhras.

Al-Akhras, sposato e padre di sei figli, dal distretto di Jenin, è in sciopero della fame dalla fine di luglio a seguito della sua detenzione. Ha promesso di rimanere in sciopero della fame fino al suo rilascio dalla prigione o alla sua morte.

Mondoweiss.net. Di Naim Mousa. Tamir Sorek riporta all’attenzione la vita visionaria e l’opera di questo poeta, legislatore e attivista palestinese.

Per molti, me compreso, l’occupazione israeliana del popolo palestinese durata sette decenni ha semplicemente infranto la loro determinazione e fede nel sogno di una soluzione giusta che riconosca i diritti inalienabili dei palestinesi e degli israeliani. Gli ultimi due decenni sono stati particolarmente pessimisti riguardo a quella visione, con l’ascesa della piattaforma e del governo estremisti di destra di Benjamin Netanyahu che apparentemente hanno cancellato ogni possibilità per il rispetto dei diritti e della giustizia palestinesi.

Per i cittadini palestinesi di Israele (noti anche nel 48’ come arabi) come me, la lotta palestinese è una questione particolarmente disorientante dato lo status che ci è stato imposto dal governo israeliano. La nostra semplice esistenza è piena di contraddizioni e dilemmi, una prospettiva che può alienarci dal processo di pace e persino i compagni palestinesi e arabi in Cisgiordania, Gaza e diaspora.

Tuttavia, ho trovato una risposta al nostro dilemma. In effetti, non è una risposta nuova, si è già presentata e ci guida da decenni. E non è un esso, piuttosto un lui: Tawfiq Zayyad.

Nel suo ultimo libro “The Optimist: A Social Biography of Tawfiq Zayyad“, Tamir Sorek, professore di sociologia presso l’Università della Florida, presenta un’esplorazione approfondita e senza precedenti della vita e dell’opera di Tawfiq Zayyad, uno dei più importanti poeti e leader palestinesi. Zayyad, nato nel 1929, era un leader comunista impegnato e una figura politica dominante all’interno di Israele che incarnava la lotta dei cittadini palestinesi di Israele pur rimanendo impegnato nella più ampia lotta e unità palestinese. Tuttavia, si può dire che più di ogni altra cosa era un ottimista – non ha mai rinunciato alla sua visione di una pace giusta tra palestinesi e israeliani.

Sorek e i suoi assistenti di ricerca, Nareeman Jamal e Mi’ad Hasan, non hanno lasciato nulla di intentato nelle loro ricerche su Zayyad e sul suo impatto irreversibile sulla lotta palestinese e sulla politica israeliana.

Il libro inizia con il primo attivismo di Zayyad negli anni ’50, quando sfidò l’occupazione israeliana e il governo militare ostile sotto cui vivevano i palestinesi in Israele. La sua ferma convinzione in ciò in cui credeva sarebbe diventata una parte inseparabile della sua personalità e del suo attivismo politico.

Uno dei primi, e probabilmente più significativi, esempi del suo carattere risoluto può essere visto in uno degli “episodi più noti della sua vita e un punto di riferimento futuro” (Sorek, 61) – la sua brutale tortura nella prigione israeliana a Tiberiade, dove fu inviato a causa di un discorso tenuto ad ‘Arraba contro il trattamento immorale del governo israeliano nei confronti dei palestinesi in Galilea. Sorek entra nei dettagli estremi riguardo alle orrende torture subite da Zayyad, così come ai semplici, ma potenti, atti di sfida.

“Quando si sedette su una panchina, una guardia carceraria gli ordinò di alzarsi, ma lui rifiutò e due guardie lo costrinsero a stare in piedi mentre lo insultavano. Lo mandarono poi direttamente in isolamento. La sera a Zayyad fu servita una cena a base di pane e acqua, che rifiutò di accettare ”(Sorek, 58). Le guardie lo hanno torturato e picchiato fino a fargli perdere i sensi, poi lo hanno svegliato spruzzandogli dell’acqua, un ciclo che hanno ripetuto numerose volte durante la sua permanenza in prigione. La tortura di Zayyad nella prigione di Tiberiade ha lasciato un segno importante su di lui e ha spesso usato la sua esperienza per mobilitare i cittadini palestinesi di Israele.

Sorek dedica una parte significativa del libro alla poesia di Zayyad. Prima della sua vita come politico alla Knesset, Zayyad era un famoso poeta, noto per la sua “poesia di protesta”. Zayyad si distinse come poeta per le poesie rivoluzionarie che scrisse, che mobilitarono i palestinesi sia all’interno di Israele che in Cisgiordania e Gaza, così come gli arabi di altri paesi. La sua poesia fu riconosciuta e lodata da alcuni dei più importanti poeti arabi dell’epoca, tra cui Mahmoud Darwish, Ghassan Kanafani e Muhammad ‘Ali Taha. Nel suo saggio intitolato “Resistance Literature in Occupied Palestine 1948-1966”, Kanafani “incoronò” Tawfiq Zayyad – insieme a Salim Jubran, Mahmoud Darwish e Samih al-Qasim – come i “poeti della resistenza” tra i palestinesi in Israele. Sorek inserisce con eleganza innumerevoli estratti dalle poesie di Zayyad in tutto il libro, fondando costantemente gli eventi e gli sviluppi discussi nei libri con la poesia di Zayyad.

Oltre ai notevoli successi di Zayyad come poeta, Sorek parla ampiamente anche dei suoi successi politici. Uno dei risultati più profondi di Zayyad fu quello di guidare con successo lo sciopero nazionale del 30 marzo 1976 per protestare contro la confisca delle terre palestinesi da parte di Israele, che ora viene commemorata ogni anno come “Land Day”. Quando il governo israeliano tentò di fermare lo sciopero incontrandosi con i sindaci delle città palestinesi in Israele, Zayyad avrebbe indicato la folla di centinaia di persone che si era radunata all’esterno dell’edificio a sostegno dello sciopero, dicendo: “Non decidi se questo sciopero succede, lo fanno!” Questa fede nel potere delle masse e nella lotta di classe fu profondamente radicata nell’ideologia comunista di Zayyad, seguita con passione.

Zayyad fu sindaco di Nazareth – la più grande città palestinese in Israele – e membro della Knesset per il partito comunista Rakah (in seguito ribattezzato Hadash). In qualità di sindaco, guidò e sostenne l’istituzione dell’annuale Primo maggio, in cui avrebbe tenuto un discorso a migliaia di cittadini palestinesi di Israele, incorporando spesso la sua poesia. Tuttavia, il “fiore all’occhiello della mobilitazione pubblica”, come ha detto Sorek, furono i campi di lavoro annuali che organizzò a Nazareth, che aggirarono la mancanza di fondi del governo israeliano per il comune e costruirono letteralmente interi quartieri a Nazareth. I campi attirarono decine di migliaia di volontari da tutta Israele, dalla Cisgiordania e persino dai paesi del blocco orientale.

Sul fronte nazionale alla Knesset, Sorek spiega che Zayyad fu implacabile nel perseguire i diritti dei palestinesi sia per i cittadini palestinesi di Israele, sia per coloro che vivono sotto occupazione. L’atteggiamento onesto, ma allo stesso tempo feroce, di Zayyad alla Knesset, e il suo rifiuto di tacere sulle ingiustizie commesse contro il popolo palestinese, lo portarono a essere disprezzato dai parlamentari sionisti. Tali confronti erano frequenti e intensi; tuttavia, Zayyad non si tirò mai indietro e non esitò a gridare contro i parlamentari razzisti che condividevano con lui la parola alla Knesset. Come dice perfettamente Sorek, “In uno dei momenti più memorabili nella storia della Knesset, Zayyad gridò con voce soffocata a un gruppo di parlamentari di destra,”Tu sei la pazza destra”, e poi indicò il parlamentare Ze’evi [un ex generale che chiese esplicitamente un “trasferimento” della popolazione araba dal paese], ‘e queste sono le tue palle, ti ho preso per le palle’” (Sorek, 264).

I commenti di Zayyad sopracitati furono fatti all’ombra di quello che è senza dubbio il suo più grande successo nella politica nazionale in Israele. Zayyad guidò i partiti arabi alla Knesset durante il loro sostegno alla coalizione di governo di Yitzhak Rabin durante gli accordi di Oslo, che formarono un “blocco di ostacolo” al fine di prevenire il collasso di Rabin più inclinato a sinistra, blocco pro-pace e l’istituzione di una destra al governo. Tuttavia, Zayyad non sostenne semplicemente il governo di Rabin in cambio di niente. Nella sua tipica, ferma posizione, fornì un ampio elenco di richieste a Rabin in cambio del loro sostegno. La leadership di Zayyad portò i cittadini palestinesi di Israele a esercitare un potere senza precedenti nella Knesset israeliana, che usarono in difesa di tutti i palestinesi.

Un punto importante che Sorek sottolinea nel libro è che Zayyad e il comunismo sono inseparabili. La visione di Zayyad era saldamente radicata nella solidarietà di classe, nell’anticolonialismo e nel cosmopolitismo. Inoltre, Zayyad non esitò a difendere le sue opinioni, rimproverando persino Gamal Abdel Nasser nel 1959 – il leader arabo più popolare all’epoca, e ancora oggi – per aver adottato una posizione anticomunista. La ferma convinzione di Zayyad nell’ideologia marxista plasmò la sua visione di una giusta riconciliazione israelo-palestinese e un costante ottimismo per una partnership congiunta ebraico-palestinese. “Cercava ponti con gli ebrei israeliani a causa della sua fede in un’umanità condivisa, in un’affiliazione di classe condivisa” (Sorek, 282).

Inoltre, Sorek sottolinea spesso la capacità di Zayyad di bilanciare l’ideologia con il pragmatismo. Sapeva come bilanciare la sua fede nella liberazione palestinese, mentre allo stesso tempo giocava all’interno dei confini e dei limiti dell’essere un cittadino israeliano. Un potente esempio che Sorek presenta è durante il campo di lavoro del 1980 a Nazareth, in cui volontari di Nablus e Ramallah portarono e innalzarono bandiere palestinesi. “Nella cerimonia di apertura tre volontari della Cisgiordania sventolarono una bandiera palestinese – dichiarata fuorilegge quello stesso anno dal governo israeliano – di fronte a un visibile contingente della polizia israeliana. Il giornalista israeliano David Halevi, che assistette all’evento, descrisse quanto segue: “Zayyad lascia il palco, corre tra i sedili, salta sopra le persone che gli intralciano e scompare all’interno del raduno attorno alla bandiera. Dopo un minuto, a seguito di una forte discussione, se ne va con la bandiera. Con molta gentilezza e rispetto, piega la bandiera e la passa a un usciere che la porta via” (Sorek, 188). Le azioni di Zayyad, rimuovere la bandiera e piegarla rispettosamente e delicatamente sono un chiaro riflesso di questo approccio pragmatico alla lotta palestinese – come dice Sorek, Zayyad riconobbe “l’importanza della solidarietà palestinese, valorizzandone i simboli, dichiarando anche che ‘c’è tempo e luogo per ogni affermazione simbolica e si dovrebbero considerare le implicazioni pratiche di ogni mossa’”(Sorek, 189).

Il titolo del libro, “The Optimist”, è stato scelto con cura. In tutto il libro, Sorek chiarisce che, indipendentemente dalle circostanze, Zayyad è sempre stato ottimista sul rispetto dei diritti dei palestinesi, della pace e della sua fede nel progresso dell’umanità verso un futuro più giusto e prospero. Zayyad guidò i cittadini palestinesi di Israele in un momento in cui non sapevano cosa fare e nemmeno chi erano. Zayyad li stimolò e instillò un senso di orgoglio e patriottismo nella loro identità palestinese, mentre allo stesso tempo aprì le braccia al partenariato ebraico nella speranza di una pace giusta.

“The Optimist” di Tamir Sorek è assolutamente da leggere. Leggere la storia della vita e del lavoro di Tawfiq Zayyad è particolarmente importante oggi. Mentre scrivo nel 20° anniversario degli eventi dell’ottobre 2000 (noti anche come  “October Ignition”), che hanno avuto luogo 6 anni dopo la morte prematura di Zayyad, dove 12 palestinesi cittadini di Israele e 1 palestinese di Gaza furono assassinati dalla polizia israeliana in una dura repressione contro le manifestazioni, non posso fare a meno di riflettere sulla visione e sull’approccio di Zayyad alla lotta palestinese. La nostra risposta alla nostra lotta è sempre stata davanti a noi.

Traduzione per InfoPal di L.P.

 

Ramallah – WAFA. Il rapporto della Banca Mondiale sull’economia palestinese prevede una contrazione dell’8% nel 2020, dopo un riuscito contenimento del COVID-19 nei Territori palestinesi in primavera, la seconda ondata è tornata entro luglio. L’attività economica ha sofferto durante il blocco nel secondo trimestre e dovrebbe stabilizzarsi solo nella seconda metà dell’anno, se le condizioni attuali prevarranno. La posizione fiscale è peggiorata non solo a causa dell’epidemia ma anche di una situazione di stallo politico che sta interrompendo il flusso delle entrate. Le prospettive rimangono precarie e soggette a numerosi rischi politici, per la sicurezza e per la salute.

Ha spiegato che dopo tre anni consecutivi di crescita economica al di sotto del 2%, il 2020 si sta rivelando un anno eccezionalmente difficile poiché l’economia palestinese dovrà affrontare un triplice peggioramento della crisi: 1) il nuovo focolaio di COVID-19, 2) un grave rallentamento economico e 3) un’altra situazione di stallo politico tra l’Autorità Palestinese ed il Governo di Israele, che interrompe le entrate.

Il consigliere economico del primo ministro, Shaker Khalil, ha spiegato che quest’anno è un anno difficile per tutte le economie mondiali a causa del Coronavirus, ma la Palestina ha dovuto affrontare ulteriori sfide, come le minacce israeliane di annettere parti della Cisgiordania, l’interruzione del trasferimento dei fondi di compensazione ed un forte calo degli aiuti esteri.

“Il Consiglio dei ministri sta lavorando ad un piano di ripresa economica per affrontare le conseguenze economiche della pandemia a livello immediato, medio e lungo termine, attraverso politiche economiche per accelerare l’economia”, ha affermato.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Sabato 24 ottobre, alle 17:00 in Piazza Duca D’Aosta, a Milano:

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Ramallah-WAFA. L’omicidio di una donna incinta, e madre di due figli, avvenuto in giornata nella zona nord della Cisgiordania, ha sollevato le preoccupazioni delle organizzazioni palestinesi per la tutela dei diritti umani.

Il portavoce della polizia, il palestinese Loai Irzeiqat, ha affermato che il corpo di una giovane donna di 24 anni è stato trovato privo di vita nella di lei abitazione, nella città di Nabi Elias nella zona settentrionale della Cisgiordania.

L’uomo ha affermato che il corpo è sotto indagine della polizia scientifica e che gli agenti hanno già iniziato ad investigare sul caso.

Il ministero palestinese degli Affari sociali ha condannato quello che ha descritto come il “terribile omicidio” di una donna incinta e madre di due figli, accusando il marito della donna del brutale atto.

Fonti ufficiose riportano che l’uomo faceva uso di sostanze stupefacenti e che era apparentemente ubriaco al momento dell’accaduto. Sempre secondo quando riportano fonti non ufficiali, l’uomo si trova ora in stato di fermo.

Il ministro ha dichiarato che farà il possibile per prevenire atti di violenza nei confronti delle donne nella società palestinese.

Anche la rete delle ONG palestinesi ha espresso preoccupazione per l’omicidio della giovane donna, chiedendo la partecipazione di tutti i partiti politici affinché si possano varare norme chiare e certe volte alla tutela delle donne palestinesi.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio

Territori palestinesi occupati – MEMO e Quds Press. Mercoledì, le autorità d’occupazione israeliane hanno vietato la sezione studentesca del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (FPLP) nella Cisgiordania occupata, definendola un’organizzazione “illegale e terrorista”.

Secondo Quds Press, l’esercito israeliano ha annunciato in una dichiarazione che il ramo studentesco del FPLP: “È un’organizzazione terroristica da anni e ha portato avanti azioni che hanno causato l’uccisione di diversi cittadini israeliani, nonché l’omicidio del ministro israeliano Rehavam Ze’evi nel 2001”.

La dichiarazione ha aggiunto: “Negli ultimi anni, il FPLP ha reclutato cellule studentesche nelle università della Cisgiordania per effettuare attacchi”.

Nella stessa dichiarazione, l’esercito israeliano ha annunciato la detenzione di sei palestinesi affiliati al FPLP.

Il FPLP fu istituito nel 1967 come estensione del Movimento nazionalista arabo, adottando il marxismo. Si unì all’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) nel 1968 e divenne famoso per il dirottamento di aerei negli anni ’70. Venne poi diviso in tre rami.

Il suo fondatore e segretario generale, George Habash, si dimisee nel 2000. Il suo successore Mustafa al-Zubri, dalla Cisgiordania, fu assassinato da Israele nel 2001.

Gaza-PIC. All’alba di venerdì, gli aerei da guerra israeliani hanno lanciato una serie di raid aerei su diversi siti della Striscia di Gaza.

Droni e aerei da guerra israeliani hanno sparato almeno 4 missili contro un sito di resistenza nel campo di Nuseirat nella Striscia centrale di Gaza.

Ha aggiunto che gli aerei da guerra israeliani hanno bombardato lotti di terra con due missili nelle città di Al-Fakhori e Al-Qarara, a est di Khan Yunis, nel sud della Striscia.

Questi attacchi aerei hanno causato danni ai luoghi presi di mira, ma non sono stati riportati feriti.

L’esercito di occupazione israeliano ha annunciato giovedì notte di aver rilevato due razzi lanciati dalla Striscia di Gaza verso gli insediamenti israeliani nelle vicinanze della Striscia di Gaza.

Ha anche affermato che il suo sistema Iron Dome ha intercettato uno dei razzi mentre l’altro è caduto in un’area aperta senza causare vittime o danni.

Le sirene hanno suonato in più di un’area nella città di Ashkelon e in altre aree vicine a nord dell’enclave costiera.

 

Wafa e Palestine Chronicle. Le forze armate israeliane hanno sigillato la camera da letto di un uomo palestinese, sospettato di aver ucciso un soldato israeliano.

“La stanza è stata sigillata dopo la decisione della Corta Suprema, che ha annullato il precedente ordine di demolizione dell’abitazione del terrorista”, ha affermato l’esercito.

Namzi Abu Bakh, 49 anni, è stato accusato di omicidio dopo che, secondo quanto riportato, avrebbe fatto cadere un mattone in testa ad un soldato israeliano, che in seguito sarebbe morto.

L’incidente è avvenuto il 12 maggio, di mattino presto, durante un blitz della polizia nella città di Ya’bad.

Invece di utilizzare il calcestruzzo per sigillare la stanza, così come era stato riferito la settimana scorsa, le forze armate hanno fissato dei pannelli di metallo alle finestre e hanno appeso del filo spinato all’interno, per evitare che qualcuno entri.

Secondo un parente dell’uomo, la famiglia di Namzi Bakh, composta da nove persone, è ora senzatetto a causa del danno inflitto alla casa ed è maggiormente esposta a rischi sanitari.

In accordo con quanto riportato da testimoni oculari, i soldati israeliani hanno occupato alcune abitazioni del vicinato, nell’attesa che la stanza venisse sigillata. Alcune persone del posto sono state aggredite durante l’operazione.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio

 

 

Gerusalemme/al-Quds-PIC e Quds Press. Giovedì mattina, la polizia di occupazione ha permesso a decine di coloni israeliani di invadere il complesso della Moschea di al-Aqsa, a Gerusalemme Est.

Secondo fonti locali, 81 coloni sono entrati nella moschea attraverso Porta di al-Maghariba e ne hanno visitato i cortili sotto la scorta della polizia.

Il dipartimento dei Beni islamici, Awqaf, ha riferito che alcuni coloni hanno chiesto di espellere i dipendenti dalla moschea di al-Aqsa e hanno scattato foto davanti alla Cupola della Roccia.

Nel frattempo, agenti di polizia hanno impedito l’ingresso dei pasti dei dipendenti e delle guardie di al-Aqsa, confiscandoli.

Nablus-PIC e Wafa. Giovedì coloni israeliani hanno sommerso con liquami e acque reflue uliveti palestinesi e aree coltivate nel villaggio di al-Lubban ash-Sharqiya, a sud di Nablus, nella Cisgiordania occupata.

Secondo fonti locali, i coloni dell’insediamento illegale di Eli hanno aperto canali di scolo delle acque reflue e allagato zone di terreno agricolo, per lo più coltivate a ulivi.

I proprietari palestinesi di terreni agricoli in tutta la Cisgiordania subiscono pesanti perdite finanziarie da anni a causa di tali pratiche da parte dei coloni.

Nella stessa giornata di giovedì, un’orda di coloni ha sparso chiodi di ferro sulla strada che porta all’area di al-Karm al-Gharbi, nel villaggio di Qaryut, per sabotare i veicoli palestinesi che passano e ostacolare il loro movimento.

Betlemme-PIC. Mercoledì, le forze di occupazione israeliane (IOF) hanno demolito una casa palestinese e hanno confiscato attrezzature da costruzione nella città di al-Khader, a sud di Betlemme.

Il proprietario ha dichiarato che un vasto spiegamento di truppe israeliane ha invaso e isolato l’area di Khirbet Aliya, nel sud di al-Khader, prima di demolire la sua casa.

Ha affermato che si tratta della quarta volta, negli ultimi due anni, che le IOF demoliscono la sua casa, aggiungendo che gli sono state confiscate anche le attrezzature da costruzione.

Quds Press. I dati ufficiali palestinesi hanno previsto un calo dell’attività economica nel 2020, a causa della pandemia di Coronavirus. Secondo i dati diffusi martedì dall’Autorità Palestinese di Statistica, le perdite economiche di quest’anno potrebbero raggiungere i 2,5 miliardi di dollari.

I dati segnalano una diminuzione del numero degli occupati. Si passa da circa un milione di lavoratori nel primo trimestre del 2020, a 889.000 mila nel secondo trimestre; sono più di un quarto i lavoratori rimasti disoccupati nel secondo trimestre di quest’anno.

Sempre secondo i dati, il tasso di disoccupazione nel secondo trimestre ha raggiunto circa il 27%, ed è ancora più significativo in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, dove raggiunge rispettivamente il 15% e il 49%. In cifre, parliamo di un numero di disoccupati che ha raggiunto i 321.400 – 203.200 nella Striscia di Gaza e 118.200 in Cisgiordania.

Alto tasso di povertà.

L’ultimo rapporto ha sottolineato come il 24% dei palestinesi si trovi in stato di povertà, e di questi circa il 29% è di tipo monetario, il che significa che la povertà nei territori dell’Autorità Palestinese è legata principalmente alla mancanza di denaro.

I dati hanno mostrato che un capofamiglia su sei (il 17%) non ha lavorato durante il periodo di chiusura (per Covid, ndr), che il 77% dei capifamiglia era assente dal lavoro a causa della dichiarazione dello stato di emergenza, mentre la metà di quelli che avevano un lavoro non hanno ricevuto lo stipendio durante lo stesso periodo.

I dati, inoltre, mostrano che il 42% delle famiglie palestinesi ha visto il proprio reddito ridotto della metà o più, durante il periodo di chiusura, da febbraio 2020 (46% in Cisgiordania e 38% nella Striscia di Gaza) e il 47% delle famiglie non ha ricevuto alcun reddito. Tutto ciò ha avuto forti ricadute sulla qualità e quantità di cibo che le famiglie hanno avuto a disposizione.

I dati rilevati hanno previsto un calo del prodotto interno lordo pro capite, che dovrebbe diminuire del 15,6% rispetto al 2019, per raggiungere la cifra di 2.840,3 dollari.

Anche il numero di concessioni di licenza edilizia è diminuito del 45% durante il secondo trimestre 2020, riducendosi del 40% rispetto allo stesso periodo del 2019. Anche il numero delle nuove concessioni di licenza edilizia è diminuito del 48%.

Il primo trimestre del 2020 ha visto una diminuzione dell’indice di produzione industriale del 6,17%, calo che è proseguito durante tutto il secondo trimestre, aumentando di oltre il 2,52%.

Le stime preliminari indicano una diminuzione degli introiti da turismo in entrata del 68% rispetto al 2019. Si parla, quindi, in cifre di 466 milioni di dollari. Le perdite nel settore del turismo in entrata sono stimate a circa 1,021 miliardi di dollari per il 2020.

L’Autorità Palestinese sta affrontando una crisi finanziaria soffocante, con il perdurare delle clearance revenue (tasse, rimesse palestinesi che vengono incamerate da Israele e ridate all’ANP a condizioni, ndr) le cui ripercussioni hanno colpito principalmente il settore privato e i dipendenti pubblici, registrando un calo delle entrate totali di circa il 70%, dovuto anche alla pandemia, secondo quanto registrato dal ministero delle Finanze.

Le clearance revenue corrispondono al gettito fiscale palestinese sulle importazioni da Israele e dall’estero, attraverso le quali la Palestina viene commissionata al 3% da Tel Aviv che riscuote il denaro per conto dell’Autorità Palestinese.

I fondi delle clearance revenue medi ammontano a circa 200 milioni di dollari al mese, dai quali le autorità israeliane detraggono circa 40 milioni di dollari, in cambio di servizi ai palestinesi, soprattutto di elettricità.

Il 20 maggio, il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, ha annunciato di aver sciolto tutti gli accordi e le intese con i governi americano e israeliano, avendo di conseguenza receduto anche agli obblighi, compreso quello che riguarda la sicurezza, in risposta all’intenzione del governo di occupazione di avviare misure per annettere al proprio territorio la Valle del Giordano e gli insediamenti in Cisgiordania occupata a partire dal primo luglio dell’anno prossimo.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio

Ramallah – WAFA. Il ministero del Turismo e delle antichità ha annunciato mercoledì che è stato avviato un coordinamento con il ministero della Salute per ridare vita alle attività turistiche in Palestina, dopo un lungo lockdown a causa della pandemia di Coronavirus.

Il viceministro del Turismo, Ibrahim al Hafi, ha dichiarato alla radio ufficiale Voice of Palestine che è stata lanciata un’applicazione chiamata “Jahzeen” (pronta), spiegando che il ministero, sin dall’inizio della diffusione del COVID-19 in Palestina a marzo, aveva cominciato a preparare un piano per rilanciare il settore del turismo, in collaborazione con dei partner. Il piano, ha affermato, si articola in fasi di lungo, medio e breve termine.

Hafi ha spiegato che la priorità del piano è rilanciare il turismo interno in modo sequenziale e graduale, nel rispetto delle istruzioni sanitarie del ministero della Salute e dei protocolli sanitari globali.

Ha fatto notare che il settore del turismo quest’anno ha subito perdite stimate in 1,5 miliardi di dollari, circa 13 milioni di dollari al mese.

Hafi ha aggiunto che il numero di turisti che sono venuti in Palestina nel 2019 è stato di 3,5 milioni e  che i profitti sono stati di circa 1,2 miliardi di dollari, il che rappresenta il 9-12% del reddito nazionale palestinese. Tuttavia, gli introiti derivati dal turismo sono scesi nel primo trimestre di quest’anno, arrivando a circa $ 400 milioni.

Gerusalemme occupata – PIC. Mercoledì, le forze d’occupazione israeliane (IOF) hanno demolito una tenda usata come casa nel villaggio di Beit Iksa, a nord-ovest di Gerusalemme.

Secondo fonti locali, le IOF hanno invaso il villaggio di Beit Iksa e hanno demolito una tenda appartenente ad un cittadino palestinese chiamato Khalil Abu Dahouk, costringendolo a lasciare l’area con il suo bestiame.

Il villaggio palestinese è circondato su tutti i lati dal Muro dell’Apartheid israeliano, con accesso solo attraverso un checkpoint di sicurezza.

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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