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 +972 Magazine. Di Hagai el Ad, direttore B’Tselem. (Da Cultura è Libertà). Un paese guidato da un primo ministro etnocentrico e razzista alle prese con una minaccia universale che colpisce tutte le persone sotto il suo controllo.

In un discorso alla nazione di metà marzo, il Primo Ministro di Israele Benjamin Netanyahu ha cercato goffamente di rivolgersi a tutte le persone che vivono sotto l’effettivo controllo del Governo – compito difficile dato che l’idea stessa va contro le sue convinzioni fondamentali.

In difficoltà nel trovare le parole giuste per rivolgersi al suo pubblico, Netanyahu se ne è uscito così: “Possiamo farlo insieme. Tutti i cittadini, tutti i residenti, chiunque mi stia ascoltando ora, seguano queste linee guida e raggiungeremo il nostro obiettivo. “

Se tutte le persone che vivono nel territorio sotto il controllo di Israele fossero considerate uguali, Netanyahu non avrebbe dovuto dividerle in tre categorie per parlare direttamente con loro. Eppure è esattamente così che funziona il regime israeliano; non è né umanistico né universalistico e si basa sulla attribuzione di diritti e libertà diversi a persone diverse in base alla loro classificazione.

Traduciamo. L’enfasi di Netanyahu su “tutti i cittadini” era, a quanto pare, un raro tentativo di riconoscere non solo i cittadini ebrei, ma anche quelli palestinesi di Israele. Riferendosi a “tutti i residenti“, il primo ministro ha incluso oltre 300.000 non cittadini palestinesi che vivono nell’annessa Gerusalemme est. Il suo vago appello a “chiunque mi stia ascoltando ora” ha lasciato intendere che i soggetti palestinesi nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza potrebbero essere entrati a forza nella coscienza del primo ministro.

Sono tutti tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo: cittadini, residenti e soggetti. Tutto sommato, 14 milioni di persone che non condividono gli stessi diritti.

Normalmente Netanyahu non conta né i residenti né i soggetti. Omette allegramente circa cinque milioni di persone – tutte palestinesi – il cui ruolo nel sistema è obbedire ai diktat israeliani. Di solito cerca anche di trascurare i cittadini palestinesi di Israele, che costituiscono oltre un quinto della cittadinanza del paese e che ha definito “sostenitori del terrorismo”. Ciò significa che il primo ministro conta abitualmente solo la metà delle persone che vivono sotto le regole del suo governo, tutti cittadini ebrei.

Eppure questi sono tempi insoliti. Il rischio per la salute costituito dal coronavirus non obbedisce ai decreti israeliani. In effetti, mina gli stessi pilastri del regime israeliano, perché non distingue tra diverse classi di persone. Un primo ministro con una visione del mondo particolaristica, etnocentrica e razzista si trova di fronte a una minaccia universale.

Netanyahu sicuramente comprende il pericolo che questo virus rappresenta. Si rende conto che dopo aver spostato centinaia di migliaia di cittadini ebrei in circa 250 insediamenti in Cisgiordania – dove vivono in mezzo a 3 milioni di soggetti palestinesi – questa lotta non può essere vinta senza un approccio universalistico. Se sceglie di non prendere in considerazione tutti i milioni di persone che condividono questa terra, il virus si diffonderà e sconfiggerà tutti.

Netanyahu deve anche sicuramente sapere che nella Striscia di Gaza bloccata, ci sono condizioni mature per un’orribile diffusione della pandemia. Israele ha dimostrato il suo potere di tagliare Gaza dal resto del mondo attraverso i suoi 13 anni di assedio. Ciò potrebbe aver allontanato Gaza dal mondo in difficoltà; ma all’interno di una delle strisce di terra più densamente popolate della terra, quanto realistico è il distanziamento sociale come mezzo per combattere una pandemia?

Nel nord Italia, un sistema sanitario occidentale è crollato e il bilancio delle vittime ha raggiunto il 10 percento di tutte le persone infette. A Gaza, il sistema sanitario era crollato molto prima del primo paziente COVID-19 a seguito della politica israeliana. Se metà della popolazione rinchiusa a Gaza fosse contagiata, un tasso di mortalità del 10% significherebbe la morte di 100.000 persone.

Ovviamente, la retorica razzista e la visione del mondo del primo ministro si estendono oltre i suoi discorsi. Anche adesso, Netanyahu continua a incitare contro i cittadini palestinesi di Israele e minare la legittimità della loro rappresentanza politica. Circa 140.000 residenti palestinesi che vivono in quartieri oltre la barriera di separazione a Gerusalemme si svegliano ogni giorno con la paura di essere tagliati fuori dalla loro città e dal sistema sanitario che dovrebbe prendersi cura di loro e delle loro famiglie.

Nel frattempo, i soldati israeliani continuano a opprimere i palestinesi in Cisgiordania, alcuni ora indossando equipaggiamento medico protettivo. Al checkpoint di Maccabim, gli agenti di polizia hanno lasciato un lavoratore palestinese che mostrava sospetti sintomi del coronavirus sul ciglio della strada. La violenza dei coloni aumenta, senza sosta.

Questo è ciò che Netanyahu avrebbe dovuto dire a chiunque stesse ascoltando il suo discorso: che “un virus che non distingue tra nessuno, felice o triste, ebreo o non ebreo” (come ha detto) è per definizione un pericolo universale. Che questo tipo di minaccia va fronteggiata da una politica universalista che “non distingue tra nessuno”. Che sradicherà la divisione tra cittadini, residenti e soggetti. Che tutti sono esseri umani che hanno bisogno di essere protetti. Che difendere tutti noi è sua responsabilità.
Netanyahu, ovviamente, non dirà nulla del genere. Non può dirlo perché è un razzista. Il razzismo corrompe sempre l’anima, ma molte volte il prezzo può essere pagato anche con vite umane. Questo è uno di quei momenti.

Hagai El-Ad è il direttore esecutivo di B’Tselem: il Centro informazioni israeliano per i diritti umani nei territori occupati.

Traduzione per Cultura è Libertà di Alessandra Mecozzi

Di L.P. – 3 aprile 2020. Mi rendo conto che al giorno d’oggi divulgare notizie non è per niente facile. È come andare in guerra perché ti devi scontrare con notizie vere, notizie false, notizie che vengono ritenute vere, notizie che vengono ritenute false, notizie vere che vengono dichiarate false e notizie false che vengono considerate vere. Fa parte di quell’evento che molti di noi hanno chiamato “democraticizzazione del dibattito” in cui c’è tutto e il contrario di tutto e viene lasciato il compito ai lettori di giudicare criticamente. Se con le dittature l’informazione era unica e la verità non si sapeva mai, oggi la verità c’è ma è immersa in una miscellanea di informazioni false e falsate.

Il problema è che alla gente non si è mai dato lo strumento per apprendere le notizie con senso critico e ciò rende molto difficile la capacità di orientarsi. In tempi di coronavirus ho come l’impressione che si stia vivendo, più di prima, un clima di Far West informatico in cui i “detentori della verità” del mainstream stiano facendo veramente un tabula rasa di tutti coloro che cercano di dare uno sguardo altro sul mondo contro le costruzioni farlocche dei “nemici necessari” e contro la redutio ad Hitlerum di tutti quei paesi non allineati che non condividono il nostro stesso modello di sviluppo e la nostra stessa democrazia. Questa tabula rasa viene applicata in modo subdolo a livello mediatico per poi concretizzarsi realmente in dispositivi retorici, usate dalla gente contro la gente. Magicamente tutti diventano competenti e persone che non hanno mai sentito parlare di un argomento, pretendendo di aver ragione sulla base di quello che gli è stato detto da terzi che, quasi sempre, hanno delle qualità come “è del mestiere”, “è competente”, “in quel luogo è nato e quindi sanno come funziona”. Purtroppo non è proprio così perché il ruolo dell’informazione non è quello di porre la fiducia su qualcuno traendo notizie, ma piuttosto di eseguire al meglio quel mestiere prendendo in considerazioni moltissimi fattori. Per questo motivo il luogo geografico di nascita non è una insindacabile fonte naturale di informazioni, perché altrimenti tutti i 60 milioni di autoctoni italiani dovrebbero avere la stessa opinione su tutto ciò che succede in Italia, ma non è così.

Purtroppo il metodo “me l’ha detto mio cugino” non è una caratteristica esclusivamente nostra, ma esiste in tutte le realtà. Per spiegarvi meglio questo clima moralistico, dove la censura e l’additamento è più facile di un processo, prendo per esempio ciò che sta succedendo in Iran durante l’epidemia di coronavirus. Se da un lato i nostri media ci raccontano di quanto sia in difficoltà emergenziale, dall’altro lato non ci danno le notizie positive provenienti da questi paesi. Infatti, l’ormai definito da decenni Stato Canaglia, ha previsto gli arresti domiciliari per 70mila detenuti per limitare la diffusione del virus, ha convertito un centro commerciale in un ospedale da 2mila posti in meno di una settimana e ha elaborato un kit molto efficace nell’identificazione dei malati. Ovviamente tutto ciò nonostante le sanzioni economiche imposte dagli USA che continuano ad impoverire il paese colpendo fortemente l’economia e impedendo la garanzia del welfare state.

Anche qua è subito scattato il meccanismo di demonizzazione immediata da parte di benpensanti e perbenisti sia autoctoni sia occidentali che hanno dato il meglio di loro nello sparare sentenze su ciò che accade in Iran. Alcuni si sono scatenati sui social nel vedere la notizia sulla fabbricazione di un kit efficace, additando la notizia come “fake news”, poiché “amici iraniani” gli hanno riferito che la testata iraniana online che ha diffuso la notizia è molto vicina al Partito di Rouhani. Peccato che la stessa notizia l’abbiano data anche moltissime altre testate online come Tasnim, Iran front Peace, Teheran Times, Mehr, Ifp, Iran Daily e anche Bloomberg. Queste sono tutte testate che moltissimi giornalisti di inchiesta, freelance, e inviati speciali consultano comunemente per attingere informazioni estere e riguardanti l’Iran. Non solo, anche PressTV, ovvero l’equivalente della Rai in Iran, ha dato la notizia di questa scoperta fatta dall’Institute Pasteur of Teheran, il quale a sua volta ha riportato la scoperta sul suo sito ipotizzando anche di condividere le loro scoperte con i paesi vicini sotto la supervisione dell’OMS. Forse qualche benpensante ritiene che non dovremmo credere neanche a PressTV per il motivo che è un mass media iraniano e, forse, ci vorrebbe far credere che le notizie ufficiali sull’Iran potremmo solo trovarle sui media occidentali. Con quale logica? Da quando le notizie ufficiali italiane si possono apprendere sui media esteri?

È assurdo definire “fake news” una notizia solo perché riportata da una testata pro-ayatollah, ovvero ParsToday. Sappiamo benissimo che ParsToday è legata al governo iraniano e da lei non potranno mai arrivare critiche, ma non per questo tutto ciò che pubblica è falso. Una testata italiana come Il Giornale, che personalmente ritengo perfettamente integrato nello status quo e responsabile di disinformazione islamofobica e razzista, è di proprietà della famiglia Berlusconi e per questo ha sempre esaltato la figura del Cavaliere e del premier di Silvio Berlusconi. Ha sempre espresso posizioni liberali e conservatrici di centro-destra in sostegno a Confindustria e dalla parte del potere costituito senza mai criticarlo, ma questo non esclude il fatto che possa pubblicare vere notizie di cronaca.

Ritornando a noi, l’additare come “fake news” un qualcosa che non si conosce, ma che si pretende orgogliosamente di conoscere senza basi è un problema stratificato culturale che permea l’Occidente. L’Institut Pasteur è un centro di ricerca biomedica francese di fama internazionale che si distingue in molte discipline con 133 unità di ricerca a Parigi, con 32 istituti nel mondo (tra cui Teheran) e che ha dato alla luce 10 Premi Nobel. I suoi studi si basano decifrando i meccanismi fondamentali degli organismi viventi, contribuendo al progresso delle conoscenze che portano ad applicazioni mediche all’avanguardia, migliorando in definitiva la salute pubblica.

La manipolazione mediatica ha insediato nelle nostre menti l’idea che paesi come l’Iran queste scoperte non le possano fare e che siano talmente in difficoltà e che non abbiano le forze per sorreggere tutto questo. La visione che abbiamo dell’Iran, come di altri paesi mediorientali, è una visione pauperistica fatta di governi oppressori e di popoli che urlano con grida strazianti aiuto all’Occidente per salvarli, ma queste sono forme coloniali che non hanno nulla di reale, poiché la realtà è molto più complessa. I mass media fanno di tutto per convincerci che la Repubblica Islamica dell’Iran sia un pericolo per l’umanità, un baluardo dell’antisemitismo, impegnata a pianificare la possibile distruzione di Israele attraverso l’utilizzo della bomba atomica. Si tratta di una evidente menzogna per fini propagandistici che in questi giorni, si è fatta sempre più martellante.

Il nostro acconsentire acriticamente a questa immagine come ascoltatori di notizie ci porta considerare questi paesi come paesi allo sfascio senza alcun approfondimento. In queste condizioni, quale può essere il futuro di un’informazione che si basi su ciò che succede veramente in uno stato sovrano come l’Iran senza paragoni? Come può l’informazione riavere una funzione pedagogica, smontando, e non alimentando, quelle nozioni interiorizzate nella gente che gli permette di immagina l’Iran solo come stato teocratico oppressivo?

Per l’Iran la cultura persiana è identitaria, la teocrazia clericale autoritaria come forma di governo è una realtà, l’Islam è certamente la religione di Stato per la quale chi si vuole convertire si può convertire solo all’Islam, ma c’è grande rispetto per il cristianesimo, per l’ebraismo, per gli zoroastriani e anche per la minoranza musulmana. E’ vero dalla Rivoluzione Islamica di Khomeini le donne si vestono velate con il chador e che la discriminazioni di genere esiste ancora, ma anche vero che il soggetto femminile è importantissimo per l’Iran di oggi e che il 60% degli studenti iraniani sono donne. Prima del 1979, con il regime dello Shah, le donne erano segregate in casa e solo sulla carta potevano frequentare le università ed andare al lavoro anche se la cultura pesava moltissimo su di loro. Dagli anni 70 è nato anche il movimento delle donne e il femminismo islamico.

Se si iniziasse a parlare dell’Iran per quello che è e non per quello che vogliamo sentirci dire, forse potremmo cambiare idea. Se iniziassimo a parlarne dell’Iran come un paese diverso sicuramente dagli altri, con il suo conflitto sociale, con la sua politica interna e la sua politica estera, con le sue mancanze, con i suoi punti deboli e con i suoi lati positivi e negativi forse potremmo liberarci della retorica iranofobica ed attraverso la conoscenza, scoprirlo più approfonditamente.

Gerusalemme occupata.Middle East Eye. Di Clothilde Mraffko. Circa un terzo dei palestinesi di Gerusalemme vive dietro il muro di separazione. Mentre le autorità israeliane sono tenute a proteggerli dal coronavirus, vengono abbandonati a sé stessi, col timore di essere presto separati dal resto della città e dai suoi ospedali. (Da Zeitun.info). Mercoledì sera nelle strade strette e ancora affollate del campo profughi di Shuafat, ai confini di Gerusalemme, un piccolo gruppo di responsabili locali palestinesi circolava con un megafono: “Proteggete chi amate, restate a casa !” La settimana scorsa Israele ha rafforzato le misure di confinamento per fronteggiare l’epidemia di coronavirus, che ha già contagiato più di 4.500 persone e causato 18 decessi nel Paese. Ma nei grandi edifici costruiti gli uni sugli altri dei sobborghi di Shuafat nessuno conta sulle autorità israeliane per informare o proteggere gli abitanti palestinesi, che vivono tuttora sotto occupazione. Al contrario, si teme il peggio: che il governo finisca per chiudere il checkpoint che collega questo quartiere sovrappopolato al resto di Gerusalemme, tagliandolo fuori dai servizi per la sanità più vicini. Perché i 60.000 abitanti del campo di Shuafat e dei sobborghi limitrofi stanno nel limbo di Gerusalemme. Sono palestinesi e la maggior parte di loro ha lo status di residente della città dopo che Gerusalemme est è stata occupata e poi annessa illegalmente da Israele, in seguito alla guerra del 1967. Pagano le tasse alle autorità israeliane e versano i contributi ai servizi sociali israeliani, come il resto degli abitanti della città. Ma negli anni 2000, quando in piena seconda Intifada Israele ha avviato la costruzione illegale del muro di separazione dalla Cisgiordania occupata, il suo tracciato ha lasciato dall’altro lato alcune zone palestinesi di Gerusalemme, separandole dal resto della città. “Oggi un terzo degli abitanti di Gerusalemme est vive in questi quartieri”, constata Aviv Tatarsky, ricercatore dell’ONG israeliana contro la colonizzazione Ir Amin, che ritiene che Israele abbia messo in atto “intenzionalmente” delle politiche mirate ad incoraggiare i palestinesi della città a trasferirsi in questi quartieri, dall’altra parte del muro. Scacciate dai prezzi esorbitanti delle case, dalle difficoltà di ottenere permessi di costruzione a Gerusalemme est e dalle demolizioni di case, le famiglie palestinesi a volte non hanno altra scelta che esiliarsi in questi quartieri periferici, dove i servizi comunali sono carenti. “Le autorità trascurano quasi del tutto le loro necessità”, prosegue, ricordando che le ambulanze israeliane non entrano da anni nel campo di Shuafat e nei suoi dintorni. Sistema D. “(Gli operatori sanitari israeliani) hanno paura. Dicono di essere disponibili ad entrare nel campo, ma temono di essere attaccati, che i ragazzi gli lancino pietre…”, spiega Khaled al-Sheikh, responsabile del centro sociale per i giovani del quartiere. “Sciocchezze!” replica a Middle East Eye una portavoce del Comune di Gerusalemme. Però Magen David Adom, l’organizzazione israeliana incaricata dell’assistenza [la Croce Rossa israeliana, ndtr], più tardi conferma a MEE che le sue ambulanze non entrano in questi quartieri per ordine dell’esercito e della polizia. Gli abitanti hanno quindi dovuto attivare un altro sistema: le ambulanze della Mezzaluna rossa palestinese si prendono carico dei pazienti fino al checkpoint, poi da lì subentra l’assistenza di Magen David Adom. “Il campo ha solamente un ambulatorio e nessun ospedale”, specifica a MEE una portavoce dell’organizzazione israeliana di difesa dei diritti umani ‘Association for Civil Rights in Israel’[Associazione per i Diritti Umani in Israele, ndtr.]. Gli ospedali più vicini sono tutti israeliani. “Noi paghiamo le tasse, quindi chiediamo alle autorità israeliane di occuparsi di noi con la stessa cura con cui si occupano di ogni altro cittadino israeliano. In quanto Stato occupante, Israele ha il dovere di prenderci in carico. Infatti dove possiamo andare? A chi ci possiamo rivolgere?” lamenta Khaled al-Sheikh. Per il momento il responsabile del volontariato si organizza con altre associazioni civili del campo. Hanno creato un comitato con l’appoggio di 13 centri di salute del quartiere. “Siamo soli, non abbiamo alcun sostegno ufficiale”, afferma. Nessun respiratore artificiale, nessun veicolo dedicato al trasporto di eventuali pazienti affetti da coronavirus, né edifici pubblici dove mettere in quarantena i casi sospetti …. Tutti si sentono indifesi. “Gruppi di giovani disinfettano, quasi ogni giorno, tutte le zone del campo”, racconta Khaled al-Sheikh. Tuttavia, con l’inasprimento delle restrizioni agli spostamenti, tutto ciò diventa sempre più complicato. “Apartheid”. Fortunatamente, per ora, il virus ha risparmiato l’area. Ma tutti pensano che sia questione di tempo, perché alcuni continuano ad andare a lavorare dall’altro lato del muro. “Ogni giorno sono sempre meno. Ma c’è chi, se non va a lavorare, la sera non può dar da mangiare alla famiglia”, fa notare Khaled al-Sheikh. L’uomo si aspetta “una catastrofe economica e sanitaria nel campo” : se qualcuno viene contagiato, il virus si propagherà ad una velocità spaventosa negli edifici sovraffollati e degradati di questi quartieri in abbandono. Uno scenario che paventano anche gli abitanti di Kufr Aqab, a poca distanza, anch’esso dall’altro lato del muro ma ufficialmente facente parte del Comune di Gerusalemme. In questa zona, dove si accalcano 70.000 palestinesi, la settimana scorsa tre persone contagiate sono state allontanate dagli abitanti, che si sono organizzati in modo che esse vengano tenute a distanza dal quartiere, riferisce Mounir Zgheir, a capo del comitato che rappresenta gli abitanti. “Uno lavorava in Israele e adesso è all’ospedale Hadassah, a Gerusalemme. Un altro, la cui moglie era in ospedale a causa di un’infezione da coronavirus, era tornato nel quartiere, ma lo hanno rimandato all’ospedale. L’ultimo era uno studente di ritorno dall’estero: per ora si è sistemato fuori dal quartiere.”  Altre 15 persone sono state messe in quarantena preventiva, riferisce colui che tutti qui chiamano Abou Ashraf. Per ora nessuno è risultato positivo. Gli abitanti rispettano le misure di sicurezza ed i più giovani vanno in giro per aiutare qua e là. Ma il quartiere soffre di un problema di approvvigionamento idrico e anche qui non c’è neppure un ospedale. Il responsabile del volontariato ha l’impressione di gridare nel deserto. La sua ultima battaglia: ottenere che i servizi sociali indennizzino anche gli abitanti più anziani e i lavoratori disoccupati, come ha promesso il governo nei giorni scorsi. Tuttavia, da questa parte del muro, “noi siamo degli arabi, è l’apartheid!”, denuncia, affermando di scontrarsi col totale silenzio della municipalità israeliana di Gerusalemme. Futuro incerto. Interrogata da MEE sul modo in cui il Comune gestisce il campo profughi di Shuafat, una portavoce del sindaco Moshe Lion assicura che esso è trattato come il resto della città. Esclude anche la possibilità che il checkpoint venga un giorno chiuso: “È aperto e non sarà chiuso in futuro.” Ma per Aviv Tatarsky i conti non tornano: “Oggi ci sono dei bisogni specifici. Non è sufficiente accontentarsi di lasciare le cose come stanno, bisogna dare spiegazioni, linee di condotta alle persone, come le autorità fanno dal lato israeliano.” “Da anni Israele vuole sbarazzarsi di queste zone e dei loro abitanti. Non ha costruito il muro di separazione in questo modo senza motivo: voleva separare queste zone da Gerusalemme”, prosegue il ricercatore. Del resto, nel 2015 il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva evocato la possibilità di revocare lo status di residenti agli abitanti di questi quartieri. Per questi ultimi la crisi del coronavirus evidenzia con ancor maggiore crudeltà l’abbandono di cui soffrono da anni. “La gente ha molta paura, non sa che cosa succederà e tutto è molto incerto”, confida Khaled al-Sheikh. “Qui si prega dio, ma si affrontano enormi difficoltà”.

(Foto: Dietro il muro sulla destra il campo profughi Shuafat e sulla sinistra in lontananza la colonia illegale Pisgat Zeev-AFP).

Traduzione dal francese per Zeitun.info di Cristiana Cavagna.

MEMO. Il governo israeliano ha inasprito le restrizioni per contenere la diffusione del coronavirus in vista della festa della Pasqua ebraica che inizierà giovedì 9 aprile, secondo quanto riferisce l’agenzia Anadolu.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato lunedì che sarà imposto un arresto totale dalle 16:00 di martedì alle 7:00 di venerdì e la polizia ha previsto un piano di sicurezza, “Primavera sicura”, per attuare il coprifuoco.

Le autorità di occupazione hanno affermato che la polizia inizierà ad imporre le misure, incluso il divieto di raduni e il mantenimento di distanze sociali sicure.

Le autorità sanitarie hanno affermato che l’epicentro del virus si trova tra le comunità ebraiche ultra-ortodosse.

Almeno 9.006 israeliani sono risultati positivi al coronavirus e finora ne sono morti 60.

(Foto: coloni israeliani in un antico sito storico nella città di Nablus, in Cisgiordania il 22 aprile 2019).

 

MEMO. Il ministero per i prigionieri e degli ex prigionieri di Gaza ha riferito il 5 aprile che ci sono 200 minorenni palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane che non ricevono sufficiente assistenza sanitaria. Manca persino la protezione necessaria per aiutare a frenare la diffusione del coronavirus- Covid-19 in un momento in cui molti funzionari della sicurezza e prigionieri sono infetti.

Il ministero ha fornito i dettagli in una dichiarazione in occasione della Giornata dei bambini palestinesi, sottolineando la necessità che le organizzazioni per i diritti, in particolare quelle con un focus specifico sui bambini, agiscano ora per proteggere quelli detenuti da Israele. Almeno due, ha spiegato il ministero, sono stati messi in quarantena dagli israeliani perché sono venuti in contatto con agenti investigativi e altri prigionieri che hanno il virus. La Croce Rossa internazionale è stata esortata a intervenire affinché i bambini fossero liberati senza indugio.

Da gennaio 2019 alla fine del mese scorso, Israele ha arrestato 789 ragazzi e ragazze dai 12 ai 18 anni. I bambini imprigionati sono privati ​​dei loro diritti fondamentali e affrontano processi ingiusti e trattamenti disumani che violano i loro diritti.

A decine vengono arrestati ogni giorno, a Gerusalemme, secondo il ministero, e ciò più di ogni altro governatorato palestinese. Oltre alla prigionia, sono confinati nelle loro case e subiscono espulsioni dalla loro città natale e pesanti multe.

Israele sta trattenendo circa 5.700 prigionieri, tra cui 200 bambini, 44 donne, cinque membri del Consiglio legislativo palestinese, 27 giornalisti e 470 detenuti amministrativi senza accusa né processo. Dei 700 prigionieri in cattiva salute, 200 hanno bisogno di cure urgenti.

Traduzione per InfoPal di Alice Conte

Gaza – PIC. Martedì mattina, le autorità israeliane d’occupazione (IOA) hanno ripreso a usare erbicidi dannosi sui terreni agricoli ad est della Striscia di Gaza, vicino al recinto di confine.

Il ministero della Salute palestinese a Gaza ha affermato che gli aerei israeliani hanno spruzzato sostanze chimiche tossiche nelle aree agricole ad est della Città di Gaza.

Domenica scorsa, vasti tratti di terra coltivati ​con grano, orzo, mais, gumbo, corchorus olitorius e altre colture hanno subito danni dopo il passaggio degli aerei israeliani.

A questo proposito, il Centro per i diritti umani di al-Mezan ha accusato lo stato d’occupazione israeliano di sfruttare la crisi globale di Covid-19 per distruggere i raccolti lungo il recinto di confine nella parte orientale di Gaza, nonostante continui ad imporre un’embargo stretto sui gazai.

Il Centro ha invitato la comunità internazionale ad assumersi le sue responsabilità legali e morali e ad intervenire per impedire ad Israele di usare erbicidi tossici che distruggono le colture e mettono in pericolo la vita degli agricoltori e dei cittadini di Gaza.

Di tanto in tanto, le IOA contaminano aree agricole nella parte orientale di Gaza con sostanze chimiche tossiche, distruggendo grandi tratti di terra coltivata.

Di A.S. In questa seconda parte si prende in considerazione  il secondo articolo dell’autore che porta avanti la tesi secondo cui in Palestina, a differenza delle comunità ebraiche che erano rimaste lì per migliaia di anni,  in realtà non ci fosse mai stata una popolazione arabo – palestinese che, laddove presente, era ascrivibile ai recenti flussi migratori dalle regioni limitrofe solo dopo il 1922.

E’ ironico come la storiografia sionista  sia solita credere alla sua stessa propaganda e confonda  l’inconfessabile  desiderio di “annullamento” dei palestinesi con la verità storica sulla loro esistenza millenaria in Palestina. Il retro-pensiero a cui questa ricostruzione conduce è che dal momento che le comunità ebraiche a differenza degli arabi, erano sempre vissute lì, non si pone alcun tipo di dilemma morale nell’affermare che Israele è sempre stata degli ebrei e che i Palestinesi non hanno alcun  diritto di rivendicazione storica della regione. Come verrà dimostrato sotto non c’è nulla di più falso.

Entrando nel merito dell’articolo possiamo affermare che gli arabi hanno sempre vissuto in quella regione, accanto a sparute comunità ebraiche. Per smantellare il mito di una regione povera e disabitata prima dell’arrivo dei coloni ebrei cominciamo con il citare proprio fonti sioniste, laddove Ben Gurion  dichiarò già nel 1918 che “la Palestina non è un paese vuoto[1]” attraverso  la testimonianza di Shabtai Teveth uno dei biografi ufficiali del futuro primo ministro israeliano che dichiarò in un articolo pubblicato nel 1918:

“La Palestina non è una regione vuota… per nessun motivo dobbiamo calpestare i diritti degli abitanti [2]” .

Una visione piuttosto pacifica che muterà presto nella mente del leader sionista. A riprova di ciò si allega la pagina del libro che fu concepito e edito da Ben Gurion stesso in cui si legge che gli ebrei costituivano il 12% della popolazione totale palestinese come da 1914.[3]

Non solo la maggioranza degli ebrei non aderiva alla neo-ideologia sionista in Palestina (per stessa ammissione di Ben Gurion ), ma non erano neanche cittadini della regione dal momento che molti erano recentemente fuggiti dallo Zarismo antisemita in Russia.

La dichiarazione che la regione palestinese dell’Impero Ottomano fosse abbandonata e incolta prima del 1914, o comunque prima della prima Alyah del 1882, è tra i falsi storici più ripetuti dalla narrativa sionista. Esistono studi demografici e ricerche  storico-archivistiche riprese anche da illustri accademici israeliani tra cui Benny Morris e Tom Segev o tra i più eminenti studiosi e demografi dell’Impero Ottomano, Justine McCarthy, Roberto Bachi, Stanford J. Shaw, Yeoshua Ben Arieh, Kemal Karpat che hanno fornito e documentato un quadro diverso della storia: la popolazione della Palestina all’inizio del 19° secolo si aggirava tra le 300.ooo –  350.000 unità, e nel 1914  aveva una popolazione di 657.000 arabi musulmani, 81.000 arabi cristiani e 59.000 ebrei (inclusi molti quelli della prima e seconda aliyah)[4]. Dunque la popolazione ebrea in Palestina come dal 1914 era sotto l’8% della popolazione complessiva, molto minore di quella palestinese cristiana e araba complessiva.

A proposito di Israel Zangwill è curioso che lo si citi a riguardo delle cifre demografiche per sostenere la tesi dell’autore. Già nel 1905 questi dichiarò infatti:

La Palestina propriamente ha già i suoi abitanti. Il pashalik [distretto giurisdizionale] di Gerusalemme è già due volte più  densamente popolato degli Stati Uniti, avendo 52 mila anime per miglio quadrato, e neanche il 25% di essi  è ebreo … (noi) dobbiamo essere pronti o a cacciare con la spada le tribù (arabe ) in possesso come fecero i nostri antenati o venire alle prese di un’ampia popolazione straniera, la maggior parte maomettani e abituati per secoli a disprezzarci[5] [6]”.

In altre parole, i palestinesi furono riconosciuti dalla leadership sionista come “umani” che popolavano la Palestina, comunque quella non era una ragione abbastanza buona per garantire loro gli stessi diritti politici degli ebrei, che per la maggior parte vivevano fuori dalla Palestina. Conseguentemente questa ideologia fu il preludio per l’espropriazione all’ingrosso e la pulizia etnica dei palestinesi durante la guerra del 1948.

Subito dopo il I Congresso Sionista di Basilea  nel 1897 , una delegazione sionista fu mandata in Palestina per una missione di accertamento di fatti  e per esplorare la fattibilità di stabilire in Palestina gli ebrei perseguitati europei. La delegazione rispose dalla Palestina con un telegramma che dichiarava:

La sposa è bella, ma è sposata a un altro uomo[7]”.

Nonostante molti sionisti fossero consapevoli di tale “matrimonio felice” già nel 1897 , scelsero deliberatamente di terminare questa relazione dal momento che pensavano che i diritti degli ebrei fossero più importanti dei diritti dei palestinesi. Il divorzio forzato della Palestina dalle sue genti indigene fu articolato in modo eloquente da Ze’ev Jabotinsky, il fondatore della destra politica israeliana, che nel 1926 affermò che

la tragedia sta nel fatto che qui c’è una collisione tra due verità… ma la nostra giustizia è più grande.  L’arabo è culturalmente arretrato; ma il suo istintivo patriottismo è tanto puro e nobile quanto il nostro; non può essere comprato può essere solo vinto… forza maggiore [8]“.  

Proseguendo nella lettura dell’articolo troviamo un altro interessante riferimento:

“Sulla demografia palestinese fra fine XIX e prima metà del XX secolo, uno dei lavori più interessanti è stato svolto da Joan Peters nel libro From Time Immemorial, in cui dimostra come l’aumento della popolazione araba fu dovuto essenzialmente all’immigrazione ebraica. Nel suo libro (criticato dal sostenitore di Hamas N. Finkelstein con argomenti mediocri che vi invito a leggere), la Peters divide la Palestina Mandataria (più grande di quella intesa oggi) in tre parti: Area senza insediamenti Ebraici; Area con pochi insediamenti Ebraici; Area con molti insediamenti Ebraici…”.

E’ molto curioso che si scelga di citare questa fonte ed è stato ancora più ironico decidere di ignorare la totale sconfessione del mondo accademico su quest’opera relegandola a una critica singola  “con argomenti mediocri” di Norman Finkelstein definito “amico di Hamas”. Se si vuole fare storia, bisogna anzitutto citare fonti storiche, elaborate e riprese da storici che esaminano cifre e dati in questione e smentiscono o corroborano le proprie ipotesi in relazione ai risultati della prima operazione. Ebbene, per il lettore che non ne avesse conoscenza,  Joan Peters è un’autrice, non una storica, la cui opera in questione “From Time Immemorial” è stata smentita, sconfessata, confutata in ogni sua sezione sia per il metodo da essa adoperato (utilizzando e confrontando in maniera faziosa ed impropria i dati del prof. Kamal Karpat) sia per  la conseguente tesi di fondo che scaturisce dal suo libro. Ma a confutare l’autrice e la relativa tesi che sostiene (che è la stessa dell’articolo qui in analisi) non è stato qualche singolo amico di qualche fazione politica palestinese, bensì tutto il mondo accademico americano (inclusi molti ebrei americani) tra cui Noam Chomsky, Edward Said, Christofer Hitchens, il professore Albert Hourani della Oxford University e altri ancora. Riguardo Finkelstein, questi ha analizzato ogni singolo  riferimento storico e le presunte fonti documentali dell’autrice registrando un numero di falsi cui si stentava a credere. Il libro è stato sezionato e smentito sistematicamente nel suo libro “Blaming the Victims”, ma questi non fu il solo a irridere l’opera della sedicente storica. Lo stesso Chomsky afferma nell’articolo “The fate of an Honset intellectual” che

Anyhow, by that point the American intellectual community realized that the Peters book was an embarrassment, and it sort of disappeared — nobody talks about it anymore[9]”.

Paul Blair, saggista e intellettuale americano ha dedicato una scrupolosa “vivisezione” in sei parti del libro e del modus operandi dell’autrice ed è giunto alle seguenti conclusioni:

From Time Immemorial è un lavoro di propaganda, con tutte le connotazioni negative che il termine comporta. La tesi della Peters poggia sulla distorsione e invenzione. Di volta in volta fraintende le fonti in maniera tendenziosa. Plagia in maniera acritica da lavori faziosi. Nasconde calcoli cruciali  ed estrae conclusioni forti da tenui evidenze.  Fa ampie speculazioni  senza fondamento. Amplifica cifre e seleziona numeri per seguire la sua tesi. Adduce evidenze che in alcun modo supportano le sue dichiarazioni a volte addirittura omettendo porzioni “scomode” di citazioni. Inventa contraddizioni in fonti che vorrebbe screditare citandole fuori contesto. “Dimentica” cifre sconvenienti per i suoi calcoli. Ignora fonti che mettono in dubbio le sue conclusioni anche se lei stessa usa quelle stesse fonti per i suoi propositi. Fa insinuazioni senza fondamento e asserzioni fuorvianti[10]”.

Procedendo l’articolo in questione si fa riferimento all’altro mito parallelo a quello di una Palestina disabitata prima dell’arrivo sionista, ovvero che la regione fosse in uno stato di abbandono e di aridità pressoché totali laddove si cita  H. B. Tristram, in “ The Land of Israel, A Journal of Travels in Palestine (1865) che  scrisse nel suo diario:

Le terre a sud e a nord della pianura di Sharon non sono più coltivate e interi villaggi stanno scomparendo rapidamente dalla faccia della Terra. Dal 1838 non meno di 20 villaggi sono stati cancellati dalle mappe [dai Beduini] e la popolazione stanziale è stata estirpata.”

La narrazione della terra disabitata e incolta, come accennato sopra, è molto frequente e qui di seguito si mostrerà l’infondatezza storica  di tale tesi. Che durante l’Impero Ottomano non ci fossero censimenti e inchieste statistiche così come siamo abituati a pensarle oggi, è un dato corretto. Ma una cosa è affermare che un’inchiesta demografica vera e propria non sia mai stata realizzata e un’altra è trarre la conclusione che non vi fossero altre tipologie di fonti atte a confermare la presenza umana o tracce demografiche nella Palestina storica,  all’epoca provincia della Siria meridionale. Ebbene da filoni di studi storici mediorientali  e da studi demografici sull’ambito, sono state prodotte e studiate fonti e prove documentali che attestano e comprovano il fatto che la Palestina fosse una regione abitata anteriormente alla prima aliyah sionista e, no, non solamente da qualche sparuto insediamento ebraico.

Come mostrato dalla tabella sotto, si può rintracciare nel corso della storia una certa continuità di abitazione della terra nonostante le cifre mostrate risentano di una certa approssimazione fisiologica per certe rilevazioni demografiche. Il dato da rilevare resta comunque la costante benché eterogenea presenza umana nella regione. [11]

Continuando nella disamina della questione demografica è stato registrato da più fonti che la regione ha visto in realtà già dalla seconda metà del XIX secolo un incremento demografico, ma non da parte della netta minoranza ebraica, o almeno non primariamente, bensì da parte dagli arabi indigeni che  abitavano lì da secoli. Nell’immagine sotto si può constatare come nel 1850 la totalità di abitanti si aggirasse tra i 300.000 e 350.000[12]

[13] [14]

Benché non vi fosse stato, nell’Impero Ottomano una raccolta scrupolosa e dettagliata di inchieste statistiche sulla popolazione, gli storici hanno riportato e studiato altri sistemi di registrazione della popolazione. Sotto il Sultano Mahmud II (1808 – 1839) ci fu una spinta governativa alla registrazione dei sudditi. I motivi fondamentali per una tale operazione si possono identificare su un doppio versante, il primo di natura fiscale: il vasto impero aveva bisogno di sapere chi potesse essere tassato e chi no. La seconda motivazione era che i sudditi dovevano essere soggetti a coscrizione per confluire e ingrossare  le fila dell’esercito. Sotto Abdülhamid II (1876 – 1909) questa spinta alla registrazione dei sudditi venne intensificata. Il governo ottomano pubblicò due registri di popolazione “ad uso pubblico” e queste sono :

“ Devlet-i- Aliye-i Osmaniye’nin 1313 Senesine Mahsus Istatistik-i Umumisi[15]” ovvero  “General Statistics of the Ottoman Empire in 1313 [1895-96 nel calendario Gregoriano]

“ Memalik-i Osmaniye’nin 1330 Senesi Nüfus  Istatistiği [16]” ovvero “Statistics of the Ottoman Empire for the year 1330 [1914-15 Gregoriano]” .

Accanto a questi sistemi di registrazione centrale esistevano liste di popolazione ad uso burocratico interno, compilati in diverse occasioni. Tra le più rilevanti si citano qui due delle fonti più preziose scoperte tra i documenti d’archivio governativi rispettivamente dal prof. Kemal Karpat, “The Census of 1881/82- 1893 [17]” (Census I) e il secondo scoperto dallo storico Stanford J. Shaw “Istanbul University MS TY 947 [18]”  (Census II).

Accanto a i “censimenti” emanati a livello centrale esisteva poi un sistema di registrazione locale: i governatorati provinciali possedevano ciò che equivaleva a “uffici di censimento” (nüfus dairesi) che erano soliti pubblicare tavole della popolazione nei Libri degli Annali delle Province. Mentre a livello strettamente locale i funzionari ufficiali della popolazione (nüfus memurlari) registravano dati per ciascun individuo dai registri di famiglia (tahrir-i nüfus). La nomenclatura Ottomana per le unità  amministrative, mantenuta nelle tavole mostrate sotto, era : vilayet (provincia), sanjak (sub – provincia) e kaza (distretto).

Ora, se dovessimo comparare i “censimenti” e le registrazioni effettuate sotto l’Impero Ottomano agli attuali sofisticati censimenti che siamo abituati a conoscere, potrebbero essere ugualmente attendibili ? Ovviamente no! Le due tipologie non sono in alcun modo equiparabili.  Possono, tuttavia queste informazioni, nei limiti economici, temporali e  strumentali con cui sono state registrate, essere  fonte e testimonianza del fatto che la regione Palestinese fosse abitata da popolazioni indigene? Si, le attestazioni storiografiche sono state utilizzate da diversi filoni di studi  per testimoniare la presenza umana in quel luogo.

La registrazione della popolazione palestinese fu pubblicata per la prima volta nel Libro degli Annali della Provincia Syriana per l’anno 1288 ( “nostro” 1871-72). L’attuale Palestina era iscritta nella provincia di Beirut, per l’area Nord (Acre, Balqa / Nablus) e nella provincia di Gerusalemme per l’area Sud.

Com’era in uso al tempo, i censimenti  sulla popolazione venivano effettuati in base alla religione. Evitando al lettore la lettura dei dati rispetto a ogni religione per ognuna delle tre sub-province, si mostra sotto la tavola della popolazione particolarmente pregnante per il discorso demografico complessivo.

[19] La tesi della migrazione araba in conseguenza dell’arrivo e formazione dei primi insediamenti ebraici è pertanto totalmente infondata.  Di seguito si prende in esame da vicino questa tesi smontandola con i dati a disposizione.  Anzitutto, come nel precedente articolo, l’autore coltiva il vizio di omettere totalmente il contesto storico degli avvenimenti riservandosi di inserirli e collegarli  a proprio piacimento tentando di corroborare le proprie tesi. Contestualizzando la questione della migrazione interna nel contesto economico generale del Medio Oriente di fine XIX secolo e primo XX secolo si osserva che un cambiamento economico radicale stava avvenendo in tutto il bacino  Mediterraneo in quel frangente storico. L’incremento dei trasporti, la grande attività mercantile e l’espansione delle  attività industriali accrebbero le possibilità  occupazionali nelle città, specialmente quelle costiere. Contemporaneamente un incremento della popolazione comportò la presenza della cosiddetta “manodopera di riserva” che si sarebbe spostata nei centri urbani per lavoro. Un aumento differenziale della popolazione stava manifestandosi in tutto l’est del Mediterraneo, non solo in Palestina. Ma l’incremento di popolazione araba non ha avuto nulla a che vedere con l’immigrazione ebrea: infatti, come dimostrato dal demografo J. McCarthy, la provincia che ebbe la più grande crescita di popolazione ebrea ( tasso annuo di  .035 ) ovvero Gerusalemme, fu la provincia col più baso tasso di crescita della popolazione musulmana ( tasso annuo di .009 ). La provincia che ebbe la più alta crescita musulmana, la provincia di Acre ( con un tasso annuo di .020) non mostrò alcun risultato della supposta potenza di trazione della immigrazione ebrea. Il distretto di Acre, che ebbe una esigua immigrazione ebrea, ebbe quasi lo stesso  tasso di crescita di popolazione musulmana che  ebbe quello di Haifa, che fu il centro dell’immigrazione ebrea (Acre: tasso annuale di . 017  ; Haifa: tasso annuale di .018 ; tratto dalla comparazione di cifre in “Census I “e  “Statistics of the Ottoman Empire for the year 1330  [1914-15 Gregoriano] ).  In più, i maggiori centri ebraici nei distretti di Tiberiade e Safad in realtà ebbero i più bassi tassi di crescita della popolazione araba rispetto al distretto di Nazareth, che non  ebbe quasi alcuna presenza ebraica.

Un’ulteriore e finale precisazione rispetto all’articolo in questione quando si cita il presunto beneficio economico dell’immigrazione Sionista verso i cittadini arabi si omette di menzionare che da statuto del Jewish National Found il lavoro fosse riservato ai soli ebrei[20](principio del “Jewish Labor”), oltre che menzionare quali specifiche aree siano coinvolte. Nel citato articolo che fa riferimento al fantasioso lavoro della Peters,  si fa riferimento a 92.300 “non ebrei” (di questi 92.300 non ebrei 38.000 erano cristiani) in aree di insediamenti ebraici nella “Palestina occidentale” nel 1893, contro i circa  60.000  ebrei. Come menzionato sopra tra i numerosi errori metodologici che si osservano da una disamina dell’opera,  l’autrice omette di identificare le fonti tranne che in termini generici (Cuinet) non menzionando come le cifre sono desunte dalle fonti a cui allude. In seguito, benchè la cifra di 92.300 unità sia fatta derivare dal “Turkish Census of 1893” che estrae dai calcoli  sui registri di popolazione del prof. Karpat, nuovamente omette di specificare quali aree sono incluse negli “insediamenti ebraici” e nessuna combinazione dei distretti elencati dal prof Karpat corrisponde alla sue cifre. Inoltre l’autrice ignora il funzionamento della registrazione ottomana confondendo l’anno di pubblicazione, 1893, con l’anno in cui le statistiche sono state raccolte in un unico documento; confronta i dati di Cuinet della popolazione ebraica per l’intero distretto di Gerusalemme e le compara alle cifre del “Turkish Census” della popolazione araba della sola Gerusalemme urbana, evidentemente più ristretta, dimostrando di mischiare non solo le fonti ma anche le unità geografiche.

Rispetto alla questione dei cognomi tipici di altre  regioni limitrofe a riprova del carattere intrinsecamente  “migratorio” dei palestinesi risulta un’operazione assai ironica se la si prendesse e applicasse pari pari agli ebrei di Israele e ai loro padri emigrati da diverse regioni d’Europa nel ‘900. Quanti Cohen, Abramovitz, Ackermann, Barenboim  ecc. giunsero durante le migrazioni sioniste? Questa forte “eterogeneità geografica patronimica” autorizzerebbe forse ad  escludere il carattere di popolo agli ebrei di allora  e di oggi?

Per concludere, si sarebbe potuto continuare molto ancora, comparando i dati mandatari della popolazione ebraica e di quella araba rispetto alla proprietà di terra e relativa coltivazione, ma il tempo e lo spazio a disposizione  impongono di fermarsi qui. Un’ultima riflessione va all’autore dell’articolo cui il presente prende le mosse. E’ ovvio che l’intenzione sotterranea che ha mosso quello scritto è meramente politica giammai storica. La qual cosa  sarebbe stata più o meno comprensibile politicamente ma non accettabile da una prospettiva storica ed epistemologica  in quanto incompatibile con la parvenza di decostruzione storicistica – imparziale che tenta di assumere. Tanto vale gettare la maschera e portare argomenti e tesi a sostegno del “proprio partito” in maniera conclamata piuttosto che fingersi paladini di una terzietà ed imparzialità quanto mai distanti dall’essere autentiche.

[1] S. Teveth, ”Ben-Gurion And The Palestinian Arabs, From Peace to War” Oxford University Press  May 2, 1985

[2] Ivi

[3]D.B. Gurion, “The Jewish in their land “, 1966 Aldus Books Limited, London

[4]J. McCarthy, “The population of Palestine:  population history and statistics of the late Ottoman period and the Mandate”  Columbia University Press / New York 1990

[5] B. Morris, “Righteous Victims. A History of the Zionist Arab Conflict 1881-2001” pag. 140  Vintage Ed.

[6] N. Masalha, “Expulsion of the Palestinians. The Concept of Transfer in Zionist Political Thought, 1882-1948” pag. 7-10   Institute for Palestine Studies;  January 1, 1992

[7]A. Shlaim, “ The Iron Wall. Israel and the Arab World ” pag. 3, W. W. Norton & Company; 59887th Ed., January 17, 2001

[8] B. Morris, “Righteous Victims. A History of the Zionist Arab Conflict 1881-2001” pag. 108 ,  Vintage Ed.  

[9]N. Chomsky,” Understanding the Power” ,  the New Press 2002 pag. 244 – 248

[10] https://www.serendipity.li/zionism/joan_peters.htm

[11]R. Bachi, “The population of Israel”, Jerusalem, 1976 tratto da J. McCarthy, “The population of Palestine:  population history and statistics of the late Ottoman period and the Mandate” pag. 1, Columbia University Press / New York 1990

[12] Ivi

[13] J. McCarthy, The Population of Palestine. Population History and statistics of the late Ottoman period and the Mandate, Columbia University Press / New York 1990

[14] Ivi

[15] Ottoman Empire, Nezaret-i Ticaret ve Nafia, Devlet-i Aliye-i Osmaniye’nin 1313 Senesine Mahsus Istatistik-i Umumisi (“General Statistics of the Ottoman Empire in 1313, 1895”) , Istanbul, 1315M (1897).

[16] Ottoman Empire, Dahiliye Nezareti, Sicil-i Nufus Idare-i Umumiyesi Muduriyeti, Memalik-i Osmaniye’nin 1330 Senesi Nüfus  Istatistiği (“Statistics of the Ottoman Empire for the year 1330”) , Istanbul, 1330M (1914)

[17]  Istanbul University MS TY 4807 (Ottoman Census I) riprodotto in K. Karpat, “Ottoman Population Records and the Census of 1881/82-1893”, in  International Journal of Middle East Studies ; May 1978

[18] Istanbul University MS TY 947  (Ottoman Census II) riprodotto in  S.J. Shaw, “The Ottoman Census System and Population” in International Journal of Middle East Studies; August 1978

[19] J. McCarthy, The Population of Palestine. Population History and statistics of the late Ottoman period and the Mandate, Columbia University Press / New York 1990

[20] Jewish Agency Constitution, Jewish Daily Bulletin; August, 9- 1929, http://pdfs.jta.org/1929/1929-08-09_1436.pdf

La I parte: Come il Sionismo travisa la Storia. Un caso italiano. Parte I

MEMO. Durante il mese di marzo, l’esercito di occupazione ha continuato la sua aggressione e i suoi arresti nei Territori palestinesi occupati, nonostante la diffusione del coronavirus, registrando 250 carcerazioni, tra cui la detenzione di 54 bambini.

Le prigioni di occupazione sono state quindi sopraffatte, dal mese scorso, da uno stato di estrema tensione e indignazione, a causa del disprezzo per le vite dei prigionieri da parte delle autorità, che non sono solo non hanno adottato alcuna misura preventiva per combattere la diffusione di COVID-19, ma che hanno anche violato alcuni diritti dei prigionieri.

Il Centro Studi sui Prigionieri palestinesi ha riferito giovedì che le forze di occupazione hanno arrestato 250 cittadini palestinesi nel mese di marzo, tra cui 54 bambini e sei donne.

Le autorità di occupazione non tengono conto di tutti i rischi a cui i detenuti possono essere esposti durante la detenzione a causa dello scoppio del coronavirus, per non parlare delle conseguenti violazioni e degli abusi che possono verificarsi durante le indagini.

Il mese scorso, le forze di occupazione hanno arrestato otto cittadini della Striscia di Gaza: tre commercianti che si stavano recando verso il valico di Erez e cinque giovani che stavano attraversando il confine orientale della Striscia di Gaza.

Israele continua a prendere di mira donne e minori palestinesi, arrestandoli. Sono stati registrati 54 casi di detenzione di minori – la maggior parte dei quali provenienti dalla Gerusalemme occupata -, oltre ad altre sei donne e ragazze.

Il portavoce del Centro studi sui prigionieri palestinesi, il ricercatore Riyad al-Ashqar, ha confermato che l’occupazione mette costantemente in pericolo la vita dei palestinesi continuando ad attuare le politiche di detenzione anche durante le circostanze eccezionali che stanno travolgendo il mondo intero: mentre le autorità israeliane continuano a rilasciare i criminali sionisti, non si arrestano le carcerazioni dei palestinesi, compresi i malati e gli anziani.

Al-Ashqar considera le pratiche di occupazione nei confronti dei prigionieri come un chiaro disprezzo delle loro vite, sottolineando che le autorità israeliane hanno rifiutato, nell’ultimo mese – e continuano a farlo – di attuare le misure di sicurezza necessarie a prevenire la diffusione del coronavirus nelle carceri, oltre a rifiutarsi di disinfettare le strutture di detenzione. Non vengono inoltre effettuati nemmeno i controlli medici sui prigionieri che sono stati recentemente trasferiti dall’estero o dai centri di indagine e di arresto, per assicurarsi che non siano già stati infettati dal virus. Ciò significa che presto l’infezione si propagherà nelle carceri.

In ultimo, al-Ashqar ha anche affermato che l’amministrazione penitenziaria ha deciso di negare ai detenuti l’acquisto di decine di articoli della mensa della prigione, tra cui materiale igienico e saponi, per aumentare il loro livello di sofferenza; ciò ha spinto i detenuti a usare dentifricio e crema da barba per pulire le stanze e i cortili.

I tribunali di occupazione hanno emesso 65 sentenze amministrative, tra cui 40 nuove, la maggior parte dei quali contro prigionieri recentemente rilasciati. Questo si aggiunge ai 25 rinnovi per prigionieri  in detenzione amministrativa, per periodi che vanno dai due ai sei mesi.

Il centro ha sottolineato la necessità che le istituzioni internazionali intervengano per fermare la politica di arresti intrapresa in questi periodi dalle autorità di occupazione poiché rappresentano una minaccia per la vita dei detenuti, chiedendo anche il rilascio immediato e incondizionato dei prigionieri malati, degli anziani, delle donne e dei bambini, in quanto elementi più fragili.

Traduzione per InfoPal di Alice Bondì

 

 

PIC. L’Asra Media Office ha affermato che l’amministrazione del carcere israeliano di Ofer ha trasferito nove prigionieri che erano stati messi in quarantena nella prigione di Saharonim, nel Negev, dove sono detenuti i migranti africani.

Asra Media ha affermato che il servizio carcerario israeliano non ha condotto i test necessari per quei prigionieri in quarantena, sebbene fossero stati in stretto contatto con un altro prigioniero affetto da coronavirus.

I nove prigionieri sono Rakan al-Ja’bari, Yazan al-Ja’bari, Hazaa al-Ammour, Qusay Daraghmeh, Dyab Barrash, Imad al-Sheikh, Mohamed Melhem, Sameh al-Ammour e Khalil Dawwas.

Tutti quei prigionieri erano entrati in contatto con Nouruddin Sarsour, che era stato rilasciato di recente. Due minori identificati come Hasan Hammad e Abdul-Rahman hanno anche incontrato Sarsour qualche giorno fa mentre venivano trasportati in un tribunale, ma i carcerieri israeliani li hanno in seguito messi in quarantena.

Mercoledì scorso, la Commissione palestinese dei detenuti e degli ex detenuti ha annunciato che l’ex detenuto Nouruddin Sarsour è risultato positivo per il coronavirus un giorno dopo il suo rilascio dal carcere di Ofer.

Traduzione per InfoPal di L.P.

MEMO. Nei prossimi giorni i prigionieri palestinesi trattenuti da Israele potrebbero essere colpiti dalla pandemia di coronavirus, causando gravi disordini all’interno delle carceri. Questa è la realtà nella quale si vengono a trovare il personale penitenziario assieme ai detenuti, in un momento nel quale governi di tutto il mondo ed organizzazioni internazionali stanno cercando di sconfiggere il virus, ma falliscono. 

I Palestinesi che si trovano dietro le sbarre in Israele non hanno niente con cui potersi difendere dal virus, ad eccezione forse di un pezzo di sapone, ed inoltre devono anche far fronte all’incuria e alla brutalità delle autorità di occupazione israeliane (il ministro della Sicurezza interna si rallegra delle misure punitive imposte di recente ai prigionieri). Ma soprattutto aleggia il timore che il virus si possa impadronire dei prigionieri palestinesi. 

La negligenza del Servizio Penitenziario Israeliano nei confronti di coloro che si trovano nella sua “custodia” è la normalità; risponde raramente alle richieste dei carcerati ed anche questa volta non si comporta diversamente. Rimangono quindi presenti le misure punitive, e vengono negate loro le risorse basilari per poter frenare la diffusione del virus. Anche gli alimenti principali, come l’olio di oliva, vengono loro rifiutati e la quantità di verdura che i prigionieri possono acquistare é stata ridotta; non possono nemmeno acquistare carne o pesce, fonti importanti di proteine. Inoltre, e probabilmente più seriamente nell’attuale situazione, ai prigionieri è stato vietato l’acquisto di prodotti per la pulizia usati per disinfettare i bagni e le celle. 

Gli organismi di regolamentazione ed i loro rappresentanti non hanno avuto il permesso di controllare le condizioni dei carcerati che potrebbero aver contratto il virus e sono attualmente isolati nel Carcere di Megiddo. L’amministrazione penitenziaria sta tentanto di tenere nascosto al pubblico palestinese tutto questo, temendo la sua reazione. Ciò ha posto gli stessi prigionieri sull’orlo di uno scontro aperto con le autorità di occupazione in difesa del loro diritto di vivere e di ritornare alle loro famiglie. 

Il disprezzo di Israele per le vite dei prigionieri palestinesi ha raggiunto il culmine quando quelli presenti nel carcere di Megiddo hanno chiesto che gli agenti facessero il test del Covid-19 a tutti i prigionieri, fornendo loro kit di protezione, come mascherine, guanti e disinfettanti. La risposta del Servizio Penitenziario Israeliano è stata “Usate i vostri calzini per farne delle mascherine, ed il sapone per disinfettare le vostre celle”. Calzini e sapone sono alcuni dei prodotti vietati di recente nell’evidente tentativo, da parte del sistema carcerario, di provocare i prigionieri in un momento nel quale il mondo ha la sua attenzione focalizzata da un’altra parte, tentando di sconfiggere la pandemia del coronavirus.

Nonostante gli sforzi eroici per proteggere se stessi, i prigionieri palestinesi presenti nelle carceri israeliane probabilmente non riusciranno ad ottenere il successo; sarebbe un miracolo se lo ottenessero. Ciò attirerebbe una enorme attenzione sulla loro situazione durante questa crisi globale. Le condizioni che Israele applica nelle carceri dove detiene i Palestinesi – tra le quali l’ambiente fatiscente, la “sanità” caotica e la negligenza medica sistematica – quasi garantiscono la diffusione del virus. Ogni unità ospita 80 prigionieri, con un alto livello di contatto tra di loro. Quando un carcerato è infettato, non può essere isolato dagli altri in modo efficace. Ciò trasformerà i blocchi carcerari in unità di isolamento di massa, e potenzialmente in fosse comuni. 

In tali circostanze, dato l’obbligo legale di assistenza che il Servizio Penitenziario Israeliano ha nei confronti di tutti i prigionieri, compresi quelli della popolazione che vive sotto occupazione, i Palestinesi detenuti dagli israeliani hanno diritto di essere rilasciati in libertà provvisoria o scarcerazione preventiva. Non si tratta di criminali con un passato violento; sono, per la maggior parte, prigionieri politici che si sono ribellati contro l’occupazione militare delle loro terre. Hanno il diritto legittimo di farlo, e quindi dovrebbero essere rimessi in libertà prima che sia troppo tardi. 

Il popolo palestinese deve affrontare la sfida delle proprie responsabilità nei confronti dei loro amici e parenti che sono imprigionati in Israele. Lo hanno sempre fatto anche in passato, ed ora non é il momento di abbandonare i prigionieri a loro stessi. Non devono accettare il fallimento delle fazioni istituzionali nel mettere sotto pressione le autorità dell’occupazione per il rilascio dei detenuti. Ora é necessaria l’azione.

Traduzione per InfoPal di Aisha Tiziana Bravi

Jaffa-Al-Araby Al-Jadeed PC, Social Media, Palestine Chronicle. Mercoledì 1 aprile, a Giaffa, i cittadini palestinesi in Israele sono stati aggrediti dalla polizia israeliana, che con il pretesto delle norme di isolamento del coronavirus, ha inasprito i controlli nella zona destinata alla popolazione araba.

Nel pomeriggio di mercoledì i civili hanno occupato le strade per difendersi dopo aver accusato la polizia israeliana di aver preso di mira in modo violento e sproporzionato i palestinesi per aver trasgredito le norme relative alla quarantena.

Mercoledì sono emersi video in cui un gran numero di poliziotti accerchiava e colpiva un uomo palestinese che non aveva fornito i propri documenti d’identità.

“Questa è la violenza della polizia a Giaffa, attualmente”, secondo quanto affermato dal Mossawa Centre, un gruppo di Haifa per la difesa dei cittadini palestinesi di Israele.

“C’è un evidente rafforzamento selettivo delle norme sul coronavirus che mostra chiaramente come le stessa polizia non stia rispettando le norme sulla distanza”, ha inoltre aggiunto il gruppo.

In risposta alla violenza della polizia, i palestinesi israeliani di Giaffa hanno iniziato a protestare bruciando pneumatici e cassonetti nel tentativo di impedire l’ingresso delle forze di sicurezza. Tuttavia secondo le dichiarazioni della popolazione locale, la polizia israeliana avrebbe fatto giungere a Giaffa rinforzi ed elicotteri.

I cittadini palestinesi di Israele costituiscono il 20 per cento della popolazione israeliana e subiscono una sistematica discriminazione lamentando il fatto di essere considerati cittadini di seconda classe rispetto alla parte ebraica.

Traduzione per InfoPal di Giorgia Temerario

 

 

Di Alice Bondì. Dizionario arabo-italiano sul Covid-19. In questi giorni lavorando su alcune traduzioni AR <> IT mi sono resa conto della difficoltà di tradurre alcuni termini sull’emergenza COVID-19 dall’arabo all’italiano e viceversa, e ho creato questo breve vocabolario di base sul COVID-19 ITALIANO > ARABO per chiunque volesse usufruirne. Ho selezionato i vocaboli più frequenti ed alcune espressioni più specifiche dell’ambito medico. Spero possa essere d’aiuto per i colleghi arabisti, per interpreti, traduttori e chiunque alle prime armi con l’arabo o l’italiano. 

Il documento è diviso in sei categorie: lessico generico, dispositivi medici, sintomi, verbi, precauzioni ed enti. 

https://docs.google.com/presentation/d/1B-k4ej9sePe6Tu6N80OjiLiK_X6NdHdj_u8bfeTb5vo/edit?fbclid=IwAR1R_Qg2CXQkG196lJJ9xP2_bBFhkC2wSXtSxJpoOGvuJl9qLW9lttLEsAQ#slide=id.g728aaa2b2d_2_6

Gerusalemme-Quds Press e PIC. Domenica, tre giovani palestinesi sono rimasti feriti da coloni israeliani che li hanno attaccati mentre si trovavano al lavoro, nei pressi del quartiere di Sheikh Jarrah, nella Gerusalemme occupata.

Fonti locali hanno riferito che i coloni hanno assaltato un parcheggio a Gerusalemme e colpito alla testa un giovane palestinese identificato come Majed Fayfous. I suoi colleghi Amir al-Dibs e Izz al-Din Mohammed sono stati attaccati con gas al peperoncino.

I tre palestinesi sono stati trasferiti in un ospedale per cure.

Gaza – PIC. Il Centro per i diritti umani al-Mezan ha avvertito sulla possibilità di una vera catastrofe che potrebbe colpire la Striscia di Gaza se il numero di persone infette da Coronavirus dovesse aumentare e la situazione dovesse sfuggire al controllo.

“Le vite di decine di migliaia di residenti nella Striscia di Gaza sono sotto una minaccia senza precedenti alla luce delle deboli capacità sanitarie e dell’embargo continuo”, ha dichiarato il Centro al-Mezan in un appello urgente alla comunità internazionale.

Il Centro ha chiesto un’azione urgente per aiutare Gaza e fornirgli ventilatori, medicine e test per salvare vite e combattere il Coronavirus.

Il numero di persone in quarantena a cui è stato diagnosticato il Coronavirus a Gaza ha raggiunto 12 pazienti, tre dei quali sarebbero guariti.

Cisgiordania – PIC. Le autorità israeliane d’occupazione stanno trattenendo 200 minorenni palestinesi, provenienti a Cisgiordania e Gerusalemme, in condizioni disumane in tre carceri: Damon, Megiddo e Ofer.

In una dichiarazione in occasione della Giornata dei bambini palestinesi, il 5 aprile, la Commissione per detenuti ed ex-detenuti palestinesi ha criticato le Nazioni Unite e le organizzazioni internazionali per i diritti umani per non aver garantito la sicurezza di 200 minorenni, vittime di abusi fisici e psicologici nelle carceri israeliane.

Dal 2000, le autorità d’occupazione israeliane hanno arrestato almeno 17 mila minorennii palestinesi, di età compresa tra 12 e 18 anni. Alcuni di questi avevano meno di 10 anni. Tutti sono stati sottoposti a torture e aggressioni sia fisiche che psicologiche.

La maggior parte dei minorenni detenuti provenivano dalla Gerusalemme occupata, ha affermato la commissione.

Secondo il Defence for Children International, ogni anno tra i 500 ed i 700 minorenni palestinesi d’età tra 12 e 17 anni vengono arrestati e processati nei tribunali militari israeliani.

La detenzione israeliana di bambini palestinesi costituisce una violazione dell’articolo 33 e 34 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, in cui gli Stati parti si impegnano a proteggere i bambini dal rapimento e da ogni forma di sfruttamento.

PIC. L’Euro-Mediterranean Human Rights Monitor (Euro-Med Monitor) ha denunciato le forze di occupazione israeliane per aver continuato a prendere d’assalto le città palestinesi, aggredendo la popolazione civile senza prendere misure preventive e ignorando completamente i pericoli che tale comportamento avrebbe potuto causare alla luce della diffusione del coronavirus in Israele.

Secondo l’Euro-Med Monitor, sono state effettuate 207 incursioni israeliane nelle città palestinesi in Cisgiordania e Gerusalemme est da quando il governo palestinese ha dichiarato lo stato di emergenza nei suoi territori, il 6 marzo 2020, come misura preventiva per controllare lo scoppio del nuovo coronavirus.

Queste incursioni hanno incluso l’arresto di 191 palestinesi, attacchi contro altre decine e la demolizione di case palestinesi. La maggior parte di tali operazioni ha avuto luogo senza misure preventive e senza che i soldati indossassero mascherine appropriate per prevenire la diffusione del virus.

“Nello stesso periodo, i coloni israeliani hanno effettuato 19 infiltrazioni nei quartieri palestinesi in Cisgiordania, oltre a compiere attacchi contro la popolazione palestinese e le loro proprietà”, ha dichiarato Euro-Med Monitor.

Ha sottolineato, inoltre, che tali pratiche israeliane ostacolerebbero le misure preventive palestinesi per contrastare la diffusione del virus, considerandole una minaccia alle misure di quarantena e al distanziamento sociale adottate dall’Autorità palestinese in linea con le istruzioni impartite dall’Organizzazione Mondiale della Ssanità (OMS).

L’Euro-Med Monitor ha anche affermato che sta seguendo “con grande preoccupazione segnalazioni di comportamenti sospetti di soldati e coloni israeliani, durante l’assalto di case palestinesi, mentre alcuni di loro sputavano contro auto parcheggiate, bancomat e serrature di negozi, il che fa pensare a deliberati tentativi di diffondere il virus e provocare il panico nella società palestinese”.

Anas al-Jerjawi, il direttore regionale dell’Euro-Med per il Medio Oriente e il Nord Africa, ha affermato che le pratiche sospette delle forze israeliane durante l’assalto alle città palestinesi rafforzerebbero le ipotesi di ostilità da parte dell’esercito israeliano e dei coloni contro la popolazione palestinese.

Al-Jerjawi ha sottolineato la necessità di frenare le violazioni israeliane nei Territori palestinesi occupati, soprattutto in un momento in cui il mondo soffre della pandemia del coronavirus, avvertendo che la persistenza delle incursioni israeliane aumenta la possibilità di diffondere l’infezione tra la popolazione palestinese in Cisgiordania e Gerusalemme est.

“Il pericolo di queste incursioni è in relazione alla diffusione del coronavirus in Israele e alla morte di 16 israeliani, mentre altri 4.500 sono risultati positivi, il che significa ogni incursione delle forze o dei coloni israeliani rappresenta un potenziale pericolo di diffusione del virus nelle aree palestinesi”, ha dichiarato l’Euro-Med. E ha inoltre aggiunto che “i detenuti palestinesi corrono il rischio di essere infettati dal virus a causa del contatto diretto con i soldati israeliani o durante le indagini, e quattro, sospetti di contagio, sono isolati in una prigione israeliana.

“Mentre tutti i paesi stanno cercando di garantire la sicurezza e aumentare le misure e le forniture sanitarie per prevenire lo scoppio della pandemia, il 26 marzo 2020, le forze israeliane hanno sequestrato otto tende nella valle del Giordano settentrionale, due delle quali erano state allestite come cliniche sanitarie e altre quattro come rifugi per i cittadini in caso di emergenza.

“Da lunedì mattina, 23 marzo 2020, le autorità israeliane hanno iniziato a espellere migliaia di lavoratori palestinesi della Cisgiordania, che lavorano in Israele, attraverso posti di blocco, dopo che alcuni di loro hanno mostrato stanchezza e temperature elevate. La maggior parte delle espulsioni ha avuto luogo senza visite mediche o accordi speciali con le autorità palestinesi.

“Queste pratiche rappresentano una minaccia per la salute pubblica e facilitano la diffusione di COVID19 tra i palestinesi. L’unica vittima del coronavirus nei Territori palestinesi è una donna infettata da suo figlio, che lavora in Israele. Molti dei 109 palestinesi contagiati da coronavirus sono stati infettati durante il lavoro in Israele o negli insediamenti in Cisgiordania”.

L’Euro-Med Monitor ritiene Israele, in quanto potenza occupante, pienamente responsabile di tali pratiche pericolose e chiede di porvi fine.

L’organizzazione con sede a Ginevra ha esortato la comunità internazionale ad agire e assumersi le proprie responsabilità per proteggere i palestinesi e costringere le forze israeliane a fermare le incursioni che minacciano le misure preventive adottate dall’ANP per controllare il diffondersi del coronavirus.

Ha anche chiesto di indagare sul comportamento sospetto di diversi soldati e coloni, che sembrano voler diffondere l’infezione.

Traduzione per InfoPal di Alice Conte

MEMO. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento dell’assistenza umanitaria (OCHA) ha annunciato che il piano per contrastare il coronavirus richiede 34 milioni di dollari per prevenire l’ulteriore diffusione del virus nei Territori palestinesi occupati.

Le Nazioni Unite (ONU) hanno sottolineato in un rapporto che la capacità del sistema sanitario palestinese di far fronte a un previsto aumento del numero di pazienti rimane gravemente limitata a causa delle sfide a lungo termine e delle carenze critiche che sta vivendo, specialmente nella Striscia di Gaza.

“La Cisgiordania e Gerusalemme occupata comprendono i gruppi più vulnerabili, le cui condizioni possono richiedere cure mediche estese, compresi gli anziani, le persone che soffrono di ipertensione, malattie polmonari, insufficienza renale, malattie cardiovascolari e diabete”, ha spiegato l’OCHA.

Descrive inoltre che le persone che vivono nei campi profughi e in altre aree povere e densamente popolate nei Territori palestinesi occupati sono maggiormente a rischio di infezione, a causa del sovraffollamento e dei sistemi sanitari inadeguati.

Le Nazioni Unite hanno sottolineato che il 27 marzo, l’équipe umanitaria regionale nei Territori palestinesi occupati ha lanciato una versione adattata del piano di risposta tra agenzie per affrontare il COVID-19, che copre i prossimi tre mesi.

L’organizzazione ha indicato che il team ha lanciato un appello per fornire 34 milioni di dollari per prevenire un’ulteriore trasmissione del virus nella terra palestinese occupata, per fornire cure adeguate ai pazienti infetti e per sostenere le loro famiglie, per mitigare i peggiori effetti di questa pandemia.

Le Nazioni Unite hanno confermato che fino ad ora è stato finanziato il 24% del piano di risposta preparato dall’équipe umanitaria regionale, compreso un accantonamento di 4,8 milioni di dollari che sarà presto concesso dal Fondo umanitario, dopo aver reindirizzato le prime assegnazioni standard assegnate dal fondo.

L’UNRWA ha inoltre lanciato un appello indipendente urgente, richiedendo 14 milioni di dollari per coprire gli interventi COVID-19 nelle sue cinque aree operative nei successivi novanta giorni.

Traduzione per InfoPal di L.P.

Gerusalemme – IMEMC. Venerdì mattina, le forze israeliane nella Gerusalemme Est occupata hanno rapito il ministro degli Affari di Gerusalemme dell’Autorità palestinese, Fadi al-Hidmi.

I media locali palestinesi hanno riferito che la polizia ha fatto irruzione nella casa di al-Hadmi, nel quartiere di Suwwana, e l’ha rapito.

Le fonti hanno aggiunto che diversi agenti di polizia israeliani hanno danneggiato la casa di al-Hidmi, sfondando alcune porte e provocando il panico tra gli abitanti della casa.

Le fonti hanno inoltre osservato che al-Hidmi è stato portato in un centro israeliano d’interrogatorio nelle vicinanze.

Vale la pena ricordare che, negli ultimi mesi, la polizia israeliana aveva rapito ed arrestato al-Hidmi altre 3 volte.

Dal momento che gli Stati Uniti hanno riconosciuto tutta Gerusalemme come capitale israeliana nel dicembre 2017, le autorità d’occupazione hanno imposto ulteriori restrizioni alla popolazione palestinese della città, tra cui l’intensificazione dei raid violenti nei quartieri ed il sequestro di centinaia di residenti palestinesi, oltre alla chiusura delle istituzioni palestinesi.

Ramallah – PIC. Il Centro al-Quds per gli studi israeliani e palestinesi ha affermato che l’esercito israeliano, a marzo di quest’anno, ha arrestato 292 palestinesi, tra cui 17 bambini e 3 donne, in Cisgiordania e a Gerusalemme, nonostante la regione sia colpita dalla pandemia del Coronavirus.

Il Centro ha riferito che sono stati segnalati 124 arresti soltanto a Gerusalemme, dove si è verificato un aumento nelle campagne di arresti e raid domiciliari.

In Cisgiordania, sono stati segnalati 157 casi arresti distribuiti alle province di al-Khalil, Ramallah, Nablus, Qalqilya, Jenin, Tulkarem, Betlemme, Salfit, Tubas e Valle del Giordano settentrionale.

Tre palestinesi sono stati arrestati nei territori occupati del 1948 e quattro nella Striscia di Gaza, tra cui due uomini d’affari rapiti la Valico di Beit Hanoun (Erez).

Il direttore del dipartimento di documentazione sul campo presso il centro di al-Quds, Rola Hasanein, ha affermato che, nonostante la rapida diffusione del Coronavirus a livello locale e globale, le forze d’occupazione israeliane conducono raid ed arresti giornalieri nei territori palestinesi, mettendo a rischio la vita dei residenti locali.

Hasanein ha sottolineato che i palestinesi detenuti sono tenuti in cattive condizioni, dove non vengono prese le misure minime di sicurezza per proteggerli dal contrarre il virus.

Di Alain Gresh. ORIENT XXI. (Da Zeitun.info). La citazione è vecchia, ma è stata modificata per favorire una propaganda che addossa ai palestinesi la colpa del fallimento della pace durante questi ultimi decenni. Si era appena dopo la guerra dell’ottobre 1973 e per la prima volta si tenne una conferenza a Ginevra che coinvolse Israele, la Giordania e l’Egitto. Il Cairo, che aveva proposto di invitare l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), che stava per essere ammessa alle Nazioni Unite come osservatore, si vide opporre un veto israeliano.

Fu in seguito al fallimento di questa conferenza che Abba Eban, allora rappresentante di Israele alle Nazioni Unite, pronunciò questa frase destinata ad essere infinite volte ripetuta e rivolta contro i palestinesi: “Gli arabi non perdono mai l’occasione di perdere un’occasione”, accusa ripresa in occasione del rifiuto dei palestinesi del piano di Trump, che avalla l’annessione da parte di Israele di un terzo della Cisgiordania e di Gerusalemme e la creazione di uno “Stato” palestinese senza alcuna sovranità.

Questa narrazione corrisponde alla realtà? Nel 1982 la Lega Araba riunì i suoi vertici a Fèz: per la prima volta il mondo arabo adottò collettivamente un progetto di pace globale che avrebbe visto riconosciuto il diritto di “tutti gli Stati della regione a vivere in pace”, in cambio della creazione di uno Stato palestinese. Iniziativa storica accettata dall’OLP, respinta da Israele al momento stesso in cui l’insieme del mondo arabo si dichiarava pronto a riconoscerlo.

In seguito alla guerra condotta contro l’Iraq (dopo l’invasione del Kuwait da parte di questo Paese), il 30 ottobre 1991 il presidente George H. Bush presentò un piano di pace e convocò, insieme all’agonizzante URSS, una conferenza a Madrid. Il Primo Ministro israeliano non volle parteciparvi: per una volta Washington torse il braccio a Israele e lo costrinse, sotto minaccia di sanzioni economiche, ad andarci. Ma il veto israeliano contro la presenza dell’OLP fu mantenuto.

Negoziare finalmente con l’OLP

Alla fine Israele negoziò segretamente con l’OLP e nel settembre 1993 firmò insieme ad essa gli Accordi di Oslo. Il loro carattere iniquo saltava agli occhi: l’OLP riconosceva ufficialmente Israele, il quale in cambio si limitava a riconoscere….l’OLP. Tuttavia i palestinesi fecero la scommessa della pace. Speravano che l’autonomia che veniva loro concessa avrebbe portato alla creazione di uno Stato.

Ma l’applicazione degli accordi si procrastinava, mentre la costruzione delle colonie accelerava. Nel settembre 1995, intervenendo al parlamento israeliano, il Primo Ministro israeliano Yitzhak Rabin precisò le rivendicazioni del suo Paese:

  • annessione di Gerusalemme e di molte colonie, cioè circa il 15% del territorio della Cisgiordania;
  • creazione del confine di sicurezza di Israele sul fiume Giordano

Un’altra volta, Israele perdeva un’occasione di pace!

Come noto, l’impasse degli accordi di Oslo portò alla seconda Intifada nel contesto di una rinnovata violenza. Per uscirne, il 27 e 28 marzo 2002 si tenne a Beirut un vertice della Lega Araba. Esso propose, con l’avallo dell’OLP, di considerare che il conflitto con Israele fosse terminato e di stabilire delle “normali relazioni con Israele” a tre condizioni:

  • il ritiro totale di Israele dai territori occupati nel 1967;
  • la creazione di uno Stato palestinese con Gerusalemme est come capitale;
  • “una soluzione giusta” del problema dei rifugiati.

Nuovo rifiuto israeliano.

La situazione nei territori [palestinesi] occupati si deteriorò, con una repressione israeliana senza precedenti e sanguinosi attentati palestinesi. Fu in questo contesto che il 30 aprile 2003 il Quartetto – composto da Stati Uniti, Russia, Unione Europea e Nazioni Unite – adottò una “road map”. Non era un nuovo piano di pace, bensì un quadro che fissava dei parametri e un calendario per favorire i negoziati e la loro applicazione. L’OLP accettò, Israele anche, ma con così tante condizioni da svuotare la proposta di ogni senso.

Dal mese seguente il Primo Ministro Ariel Sharon pretese come requisito per i negoziati la rinuncia da parte dei palestinesi al loro “diritto al ritorno”. Il 2 febbraio 2004 annunciò la sua decisione di smantellare le colonie a Gaza e ritirarsi da quel territorio. Progresso della pace? Egli rifiutò di discutere del ritiro con l’Autorità Nazionale Palestinese – che viveva sotto blocco militare a Ramallah. I suoi consiglieri spiegarono che l’obbiettivo era di allentare la pressione internazionale per colonizzare meglio la Cisgiordania.

Chi è, alla fine, che non ha perso occasione di perdere un’occasione?

Alain Gresh: Esperto di Medio Oriente, è autore di diversi libri, tra cui ‘De quoi la Palestine est-elle le nom?” (Che cosa è ciò che si chiama Palestina?)

Traduzione dal francese per Zeitun.info di Cristiana Cavagna.

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Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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