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MEE. Di Aseel Jundi. I residenti di Wadi al-Rababa affermano di avere documenti che dimostrano la proprietà risalenti al periodo Ottomano, mentre si scontrano con le forze israeliane chiamate a sostenere le squadre che distruggono la loro terra.

I palestinesi di Wadi al-Rababa sono da tempo in lotta contro i bulldozer israeliani. Ma con un recente aumento delle vessazioni, i residenti hanno accusato le autorità israeliane di aver approfittato della pandemia per impossessarsi della terra che possiedono da generazioni.

Domenica 10 gennaio, i bulldozer israeliani hanno demolito i muri di contenimento, sulla terra di proprietà palestinese, di Wadi al-Rababa e sradicato decine di alberi, dichiarando che le squadre israeliane avrebbero portato avanti pulizia e coltivazione sui terreni agricoli.

Nel tentativo di proteggere il loro ettaro di terra dal sequestro, i giovani palestinesi della famiglia al-Samrin e i loro vicini si sono sdraiati di fronte ai bulldozer israeliani.

Le terre di Wadi al-Rababa nel quartiere Silwan della Gerusalemme Est occupata comprendono circa 21 ettari, sui quali circa 800 palestinesi di Gerusalemme vivono vite precarie a causa delle vessazioni e degli attacchi da parte delle forze israeliane, che tentano di espellerli dalle loro terre.

Nel 2004, la famiglia al-Samrin si è rivolta all’Autorità Territoriale Israeliana per confermare la proprietà della loro terra e il tribunale israeliano ha riconosciuto la loro rivendicazione, aggiungendo che non c’era una decisione di confisca contro di essa.

Tuttavia, le squadre israeliane hanno affermato di avere il permesso di lavorare e che non si sarebbero fermate a meno che non fosse stato emesso contro di loro un ordine del tribunale.

Durante gli ultimi scontri, le squadre hanno convocato la polizia e l’esercito israeliano, guidati dall’unità di al-Yisam, per disperdere i manifestanti palestinesi che ostacolavano il loro operato. La polizia israeliana ha arrestato cinque giovani e ha sparato lacrimogeni e proiettili di gomma verso i residenti, provocando asfissia tra donne e bambini.

Shadi al-Samrin, uno dei giovani che protestavano contro l’operazione israeliana, ha detto che la loro terra era proprietà privata e la sua gente aveva documenti che provano che la loro proprietà risale all’era ottomana.

Shadi ha affermato che la Israel Nature and Parks Authority (INPA) ha tenuto per decenni le terre di Wadi al-Rababa sotto il mirino per l’annessione.

Tuttavia, ha aggiunto, l’INPA ha intensificato i suoi attacchi dopo lo scoppio del Covid-19 lo scorso marzo, a Gerusalemme – una buona opportunità per i bulldozer israeliani di svolgere tali operazioni quando c’erano poche persone per strada ad ostacolare il loro lavoro.

“Mi sdraio davanti ai bulldozer israeliani perché questa terra è il nostro bene più prezioso. Se perdo la mia terra, dopo non ci sarà più nulla da perdere”, ha detto Shadi.

“Mi sono dovuto alzare quando hanno lanciato bombe sonore e gas. Non mi sarei alzato se non fosse stato per mio cugino di 60 anni, Omar, che è stato preso di mira dalle forze israeliane.

“È un uomo anziano e porta un tubo per l’ossigeno sulla schiena; aveva bisogno di aiuto urgente”.

Come sangue nelle loro vene.

Shadi e i suoi vicini hanno affermato di essersi abituati ai ripetuti attacchi da parte del governo israeliano nel corso degli anni. In uno di questi casi di sopruso, le squadre israeliane avevano iniziato a scaricare i rifiuti dei lavori di restauro e ricostruzione da altre aree nelle terre di Wadi al-Rababa.

I residenti della zona, nel frattempo, si alternano continuamente per proteggere le loro proprietà protestando, coltivando le terre o semplicemente rimanendo costantemente presenti.

Riportando alla mente i suoi ricordi del luogo, il 43enne Shadi ha detto che non avrebbe mai dimenticato i bei tempi trascorsi sulla sua terra con i suoi figli, la stagione dell’aratura e la raccolta degli ulivi, nonostante i continui tentativi israeliani di cambiare le caratteristiche della città dopo la sua occupazione nel 1967.

Dopo gli ultimi scontri, Shadi e un avvocato che rappresenta le famiglie palestinesi sono andati presso un tribunale specializzato in casi di emergenza per chiedere un ordine immediato per interrompere il lavoro delle squadre israeliane. Tuttavia, nessuna decisione era stata ancora emessa, quindi erano probabili ulteriori attacchi alle terre nei giorni successivi.

Come se fosse radicato al suolo, il cugino di Shadi, Omar al-Samrin, era rimasto in piedi a piangere e urlare, rifiutandosi di lasciare la sua terra dopo che due giovani palestinesi avevano cercato di allontanarlo dalle bombe a gas israeliane.

“Trascorro cinque ore al giorno sulla mia terra. Ogni volta che vengo qui, mi sembra di andare al parco”, ha detto Omar a MEE.

“Questi alberi sono stati così generosi con me e i miei figli; mi hanno dato tanto della loro bontà quanto io ho dato loro del mio duro lavoro.

“È come il sangue che mi scorre nelle vene e io combatterò per questo, fino al mio ultimo respiro”.

Abdul-Karim Abu Sneineh, capo del comitato di quartiere di Wadi al-Rababa, ha riferito che non ci sono dubbi sull’appartenenza palestinese dei terreni su cui l’INPA sta interferendo.

“L’occupazione non sta combattendo la popolazione palestinese solo con le armi, ma con il potere di leggi arbitrarie, rappresentate nella magistratura israeliana tendenziosa e in altre istituzioni esecutive”.

Progetto di ebraicizzazione.

Abu Sneineh ha spiegato che le terre di Wadi al-Rababa erano divise in due parti: la prima comprendeva le terre occupate nel 1948 e soggette al pieno controllo israeliano; la seconda comprendeva le terre occupate nel 1967, la cui proprietà era palestinese, secondo i documenti di identificazione ottomani e giordani, documenti che ora sono stati manomessi.

“Che ironia è questa? Come può un’agenzia intitolata Nature and Parks Authority sradicare alberi e distruggere terreni agricoli con il pretesto di pulire, coltivare e proteggere la natura?”, si chiede Abu Sneineh.

La pressione israeliana sui residenti di Wadi al-Rababa non si è mai fermata a partire dall’occupazione della parte orientale di Gerusalemme nel 1967, con l’argomentazione secondo cui le terre erano sul sito del cosiddetto Bacino Sacro del “Tempio di Salomone”.

Secondo Abu Sneineh, i soldati irrompevano costantemente nelle case eseguendo perquisizioni, sabotando beni e rubando gioielli. Nel frattempo, le squadre della Municipalità israeliana e le autorità dell’INPA hanno sradicato degli alberi per spingere i residenti ad andarsene.

Il capo del dipartimento delle mappe presso la Arab Studies Society, Khalil al-Tafakji, ha detto che Israele ha sempre usato la religione per raggiungere i suoi obiettivi politici e che ciò che stava accadendo a Wadi al-Rababa ne era un ottimo esempio.

Questo è stato un approccio deliberato seguito dalle autorità israeliane per indirizzare la proprietà di questi terreni agricoli verso un cammino biblico, ha affermato Tafakji. La politica aveva lo scopo di impiantare la narrativa ebraica nella mente dei turisti, dopo il completamento di un ponte sospeso e di un progetto ferroviario.

All’inizio del 2018, le autorità israeliane avevano scavato le fondamenta per un ponte sospeso, che si prevede essere lungo 240 metri e alto 30 metri, e che partirà dal quartiere di al-Thawri, passando per le terre di proprietà palestinese a Wadi al-Rababa, e raggiungendo l’area di dotazione musulmana di al-Dijiani.

Il ponte è parte di un progetto di ebraicizzazione, finanziato dalla Israel Land Authority e dall’Open Spaces Fund, per un costo di sei milioni di shekel (1,9 milioni di dollari).

Il progetto prevede la creazione di Giardini Talmudici, parchi e percorsi turistici israeliani che colleghino la città vecchia con il quartiere di Wadi al-Rababa.

(Nella foto: Shadi al-Samrin esamina i danni arrecati alla terra della sua famiglia. MEE/Aseel Jundi).

Traduzione per InfoPal di Silvia Scandolari

Gaza-Pchr. Report settimanale sulle violazioni israeliane dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati. 7-13 gennaio 2021.

  • Uso eccessivo della forza da parte delle IOF in Cisgiordania, e nella Gerusalemme Est occupata: 14 Palestinesi sono stati feriti, tra di loro una persona disabile.
  • Si riportano 13 attacchi a fuoco delle IOF contro i Palestinesi e i terreni agricoli, e 5 contro pescherecci nella Striscia di Gaza orientale e occidentale.
  • Nelle 139 incursioni delle IOF in Cisgiordania, compresa nella Gerusalemme Est occupata: 127 civili sono stati arrestati, fra cui 7 minorenni.
  • Un’incursione a Khan Younis est; sono stati lasciati opuscoli che chiedono agli agricoltori di fare il raccolto.
  • 4 trattori sono stati confiscati, dei terreni livellati e una serra smantellata; a una casa è stato notificato un avviso di demolizione in Cisgiordania.
  • Gerusalemme Est occupata: una casa è stata demolita dal suo proprietario; e un terreno è stato sgomberato per realizzare un progetto di insediamento.
  • Ricevuto ordine di evacuazione; 6 muri, un pozzo d’acqua e una baracca sono stati demoliti.
  • Attacchi dei coloni in Cisgiordania: 5 civili palestinesi sono stati feriti; 340 piantine sono state sradicate; sono stati attaccati veicoli civili.
  • Le IOF hanno stabilito 75 check-point militari temporanei in Cisgiordania dove hanno arrestato 12 civili palestinesi.

Sommario.

Le forze dell’occupazione israeliana (IOF) hanno continuato a commettere crimini e violazioni a più livelli contro i civili palestinesi e le loro proprietà, compresi i raid nelle città palestinesi caratterizzati da uso eccessivo della forza, aggressioni, abusi e attacchi contro i civili che sono per lo più condotti dopo mezzanotte e nelle prime ore del mattino. Questa settimana si è assistito a un’escalation di attacchi a fuoco contro i lavoratori vicino al Muro di annessione in Cisgiordania, 7 lavoratori sono stati colpiti e feriti a Tulkarm. Si segnalano anche attacchi di coloni, principalmente lanci di pietre contro case e veicoli civili in Cisgiordania. Inoltre, le demolizioni di case e proprietà palestinesi da parte delle IOF sono continuate come l’annessione  de facto da parte di Israele e con vari pretesti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

Questa settimana, il PCHR ha documentato 225 violazioni della legge internazionale per i diritti umani e del diritto internazionale umanitario  da parte delle IOF e dei coloni nei Territori Palestinesi Occupati. Va sottolineato che le limitazioni dovute alla pandemia di coronavirus, hanno limitato la mobilità degli operatori del PCHR e la possibilità di documentare sul campo; pertanto, le informazioni contenute in questo rapporto sono solo una parte delle continue violazioni delle IOF.

Traduzione per InfoPal di Edy Meroli

Ramallah – WAFA. Il presidente Mahmoud Abbas ha emanato venerdì un decreto legge sullo svolgimento di elezioni legislative, presidenziali e del Consiglio nazionale in tre fasi entro la fine dell’anno.

Secondo il decreto, le elezioni legislative si terranno il 22 maggio 2021, le elezioni presidenziali il 31 luglio 2021, e quelle del Consiglio nazionale palestinese, il 31 agosto 2021.

Il decreto legge considera le elezioni legislative – che si terranno nelle aree amministrate dall’Autorità Palestinese – come la prima fase per la successiva formazione del Consiglio nazionale palestinese.

Il decreto legge afferma che le elezioni del Consiglio nazionale palestinese si terranno dove possibile.

La cerimonia della firma del decreto legge è avvenuta quando il presidente Abbas ha ricevuto il presidente della Commissione elettorale centrale (CEC), Hanna Nasser, presso la sede presidenziale di Ramallah, nel centro della Cisgiordania.

Il Presidente ha chiesto alla CEC e a tutte le agenzie statali competenti di essere pronte per un processo democratico che si svolgerà in tutti i governatorati della Palestina, compresa Gerusalemme Est.

Tel Aviv – Palestine Chronicle. Israele ha detto che inizierà a somministrare il vaccino per il Covid-19 anche ad i detenuti palestinesi.

L’inclusione dei prigionieri palestinesi nella campagna di vaccinazione arriva nonostante il rifiuto di Tel Aviv di immunizzare i palestinesi nella Cisgiordania occupata.

Giovedì, il ministro della Salute israeliano, Yuli Edelstein, ha dichiarato ai giornalisti che il paese inizierà a vaccinare i detenuti di età superiore ai 55 anni la prossima settimana.

Gerusalemme occupata – PIC. La polizia israeliana ha arrestato venerdì all’alba un ragazzo palestinese, dopo aver fatto irruzione nella casa della sua famiglia ad al-Issawiya, nella Gerusalemme occupata.

Al-Issawiya soffre da più di un anno a causa di una campagna di punizione collettiva praticata dall’autorità d’occupazione israeliana (IOA) contro i suoi abitanti.

L’IOA utilizza tutti i mezzi di abuso ed oppressione contro i palestinesi, tra cui multe e violazioni, specialmente per chiunque si sposti oltre i 100 metri da casa sua, con il pretesto delle misure preventive per il coronavirus.

Al-Issawiya si trova sul lato nord-orientale della Moschea di al-Aqsa. La superficie totale del villaggio è di 12.500 dunum, ma la sua area è diminuita a favore dell’espansione coloniale e, secondo i resoconti dei media palestinesi, rimangono solo circa 2.400 dunum per gli abitanti locali.

L’IOA impedisce ai cittadini di costruire, demolisce le loro case e distribuisce avvisi settimanali di demolizione.

Gerusalemme occupata – PIC. Venerdì, la polizia israeliana ha impedito ai non residenti della Città Vecchia di Gerusalemme di raggiungere la moschea di al-Aqsa per la preghiera del venerdì, con il pretesto del lockdown imposto dal governo israeliano.

La polizia israeliana ha creato barriere e rafforzato le proprie procedure alla Porta di Damasco e al resto degli ingressi, e ha impedito ai fedeli di accedere ad al-Aqsa.

Decine di fedeli hanno eseguito la preghiera del venerdì nel quartiere di Misrara, a causa delle restrizioni della polizia nelle vicinanze della Città Vecchia e della Porta di al-Amud.

La polizia israeliana continua ad impedire per la seconda settimana consecutiva ai convogli di fedeli provenienti dalle terre occupate del 1948 di pregare nella moschea di al-Aqsa con il pretesto del lockdown.

La polizia israeliana ha imposto multe ai trasgressori e ha istituito barriere per impedire l’arrivo dei fedeli.

Durante il sermone del venerdì, il predicatore della moschea di al-Aqsa, Sheikh Yusef Abu Sneina, ha chiesto la revoca del lockdown esclusivo sulla Città Vecchia e sulla Moschea di al-Aqsa, poiché “il coronavirus esiste ovunque”, non solo ad al-Aqsa e nella Città Vecchia.

A cura di Lorenzo Poli. Era l’anno scorso quando la professoressa israeliana Nadera Shalhoub-Kevorkian rivelava che le autorità di occupazione israeliane rilasciano permessi a grandi aziende farmaceutiche per effettuare test su prigionieri palestinesi e arabi, come riportò Felesteen.ps.
La lettrice dell’Università Ebraica rivelò che società militari israeliane stavano testando armi su bambini palestinesi, svolgendo questi test nei quartieri palestinesi della Gerusalemme occupata.
Parlando alla Columbia University di New York, Shalhoub-Kevorkian ha dichiarato di aver raccolto i dati mentre stava conducendo un progetto di ricerca per l’Università Ebraica.

“Le aree palestinesi sono dei laboratori” – disse – “L’invenzione di prodotti e di servizi ad opera di società di sicurezza sponsorizzate dallo stato sono alimentate dai coprifuoco a lungo termine e dalla oppressione dei Palestinese da parte dell’esercito israeliano”.
Nel suo intervento, intitolato “Disturbing Spaces – Violent Technologies in Palestinian Jerusalem”, la professoressa aggiunse: “Controllano quali bombe usare, se bombe a gas o bombe odoranti. Se usare sacchi di plastica o sacchi di stoffa. Se picchiare con i fucili o prendere a calci con gli stivali”.
L’anno scorso infatti le autorità israeliane si sono rifiutate di consegnare il corpo di Fares Baroud, morto nelle prigioni israeliane dopo aver sofferto una serie di malattie. La sua famiglia teme possa essere stato utilizzato per tali test e Israele teme che questo possa essere rivelato attraverso indagini forensi.
Nel luglio 1997, il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth riferì che Dalia Itzik, presidente di una commissione parlamentare, dichiarò che il ministero della Sanità israeliano aveva concesso alle società farmaceutiche il permesso di testare i loro nuovi farmaci sui detenuti palestinesi, denunciando che erano già stati effettuati 5.000 test.

Robrecht Vanderbeeken, segretario culturale del sindacato ACOD belga, nell’agosto 2018 affermò che la popolazione della Striscia di Gaza “muore di fame, muore avvelenata e i bambini vengono rapiti e uccisi per i loro organi”.
Tale affermazione fece seguito alla precedente dichiarazione dell’ambasciatore palestinese alle Nazioni Unite Riyad Mansour, il quale aveva sostenuto che i corpi dei Palestinesi uccisi dalle forze di sicurezza israeliane “sono stati restituiti con cornee e altri organi mancanti, confermando ulteriormente le notizie a noi giunte sul prelievo di organi da parte della potenza occupante”.

Paragone con il Contenzioso di Kano.
Queste dichiarazioni ricordano un po’ ciò che la Pfizer fece in Nigeria, in quello che passò alla storia come il Contenzioso di Kano, in cui moltissimi bambini furono soggetti a sperimentazioni non autorizzate su un farmaco della stessa casa farmaceutica. Anche lì, la popolazione locale lo vide come un crimine razzista e coloniale attuato da una multinazionale e dai suoi “medici bianchi” che, da occidentali, si impossessavano, in chiave neocolonialista, della vita delle persone.
Significativo fu il servizio che fece Report su questo scandalo della Pfizer, facendo riflettere su come l’Africa, e tutti quei luoghi che vengono chiamati “Paesi del Terzo Mondo”, siano luoghi geografici di sperimentazioni del neoliberismo. In quella puntata vennero intervistate le vittime ed esponenti della popolazione che stavano mettendo anima e corpo in questa lotta di giustizia contro il colosso farmaceutico e fu impressionante come le stesse famiglie nigeriane ne leggessero un chiaro atteggiamento razzista che si concretizzava con “usano i neri tanto sono neri”.
Più interessante però è vedere come ancora oggi le case farmaceutiche, per la salute di alcuni distruggano quella di altri, attraverso una scienza che in verità è sempre più dipendente dall’accumulo capitalistico e si orienta attraverso dinamiche di classe e di razza molto ben definite. È la cosiddetta scienza capitalista, occidentale, suprematista e patriarcale di cui parla Vandana Shiva che ci invita a riflettere sui concetti di colonialità, decolonialità e scientificità di un sapere come universale, svelando la retorica del tecno-capitalismo come “il progresso e lo sviluppo” che, attraverso epistemi occidentali, porta con sé una forte visione colonizzante.

Rilanciare il boicottaggio delle case farmaceutiche israeliane.
Sicuramente il fatto che le case farmaceutiche israeliane sperimentino sui detenuti palestinesi crea un precedente per prendere totalmente le distanze da queste multinazionali che collaborano con il regime d’apartheid contro la popolazione palestinese, ma c’è di più.
Come risultato del Protocollo di Parigi, i farmaci venduti nel TPO, con l’eccezione di quelli fabbricati in loco, devono essere approvati in Israele. Al contrario, nonostante il carattere bilaterale del Pacchetto Doganale, i prodotti farmaceutici palestinesi non possono essere registrati in Israele per “motivi di sicurezza”. La “libera circolazione” delle merci, quindi, è unilaterale, da Israele al TPO, e gli standard sono fissati secondo gli interessi di Israele.
L’importazione di farmaci in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza è consentita soltanto per i medicinali registrati in Israele ed implica che tutto il mercato arabo (tranne rari casi) sia inaccessibile alla popolazione e all’industria farmaceutica palestinese. Il mercato palestinese non è quindi in grado di mantenere relazioni di importazione o di esportazione con i suoi mercati più vicini e naturali. Altri importanti prodotti farmaceutici, cui è negato l’accesso nel TPO, sono i farmaci generici a basso prezzo prodotti in gran parte in India, Cina e negli Stati della ex-Unione Sovietica. Tale esclusione deriva dal fatto che i farmaci registrati in Israele sono principalmente importati dall’UE, Nord America e Australia. Questo vuol dire che le società israeliane e le multinazionali farmaceutiche beneficiano della situazione in diversi modi.
In primo luogo, tutte le aziende farmaceutiche israeliane, come Teva Pharmaceuticals, Perrigo Israele – ex Agis, Taro, Dexcel Pharma e Trima, hanno un facile accesso al mercato palestinese, senza grossi problemi alle dogane e ai checkpoint, come le operazioni di carico e scarico delle merci con cambio di camion ai posti di blocco. Inoltre, non devono apportare modifiche a nessuno dei loro prodotti per venderli nel Territorio Palestinese Occupato.

L’industria farmaceutica israeliana usa questa sua posizione privilegiata, dovuta all’aiuto del governo e alla occupazione militare del territorio palestinese, senza tuttavia ammetterlo. Nella sua relazione del 2009 sulla responsabilità sociale, la multinazionale Teva Pharmaceuticals ha dichiarato di aver aderito all’iniziativa globale per affermare i valori di responsabilità sociale e ambientale tra le imprese multinazionali. L’iniziativa comprende, tra le altre, un impegno in materia di diritti umani, commercio equo e rispettose condizioni di lavoro. Una grande operazione di brand e di marketing, dal momento che Teva è la leader dell’industria farmaceutica israeliana e il suo dispregio verso le problematiche relative all’occupazione militare della Palestina indicano il suo atteggiamento neocolonialista.
Questo è quanto afferma il Movimento BDS, invitando al boicottaggio farmaceutico.

La poca trasparenza di Teva.
La multinazionale, che risiedere a Petah Tiqwa, colonia fondata nel 1878 da ebrei ortodossi del vecchio Yishuv che divenne un insediamento permanente nel 1883 con l’aiuto finanziario del barone Edmond de Rothschild, non spicca certo per trasparenza.
Secondo Public Citizen, nel biennio 2016-2017, la Teva ha ricevuto una multa da 519 milioni di dollari per aver corrotto medici e ospedali in Ucraina e Messico allo scopo di aumentare le vendite del Copaxone (glatiramer acetato) e altri farmaci.
Nel 2019, inoltre, scoppiò uno scandalo che coinvolse una ventina di società farmaceutiche che avrebbero fatto cartello per gonfiare, ingiustificatamente, i prezzi dei farmaci generici del 1000%. Tra i medicinali anche quelli prescritti per cancro e diabete, portando quaranta Stati Usa a fare causa. Una delle società accusate era proprio Teva Pharmaceuticals, il più grande produttore mondiale di farmaci generici, che ha respinto ogni addebito. L’azione legale, frutto di cinque anni di indagini, presentata dall’attorney general del Connecticut, William Tong, accusava le aziende farmaceutiche di essere coinvolte “in una delle più vergognose e dannose cospirazioni per la determinazione dei prezzi nella storia degli Stati Uniti”.
Nella causa erano citate 15 persone, accusate di aver supervisionato lo schema per fissare i prezzi giorno per giorno. “Abbiamo prove forti che mostrano come l’industria dei farmaci generici abbia perpetrato una frode multimiliardaria ai danni del popolo americano”, spiegò Tong.
“Abbiamo email, sms e telefonate registrate ed ex insider delle aziende con cui crediamo di poter provare una cospirazione pluriennale per stabilire i prezzi e dividere le quote di mercato per un grande numero di farmaci generici”, ha proseguito. L’indagine, ha aggiunto, rivela perché il costo della sanità e delle prescrizioni di farmaci è così alto negli Usa.

Fonti: https://www.palestinarossa.it/?q=it/content/story/campagna-di-boicottaggio-farmaceutico-contro-teva-ratiopharm-e-dorom-un-farmaco-deve-p
https://www.middleeastmonitor.com/20190220-israel-pharmaceutical-firms-test-medicines-on-palestinian-prisoners/?fbclid=IwAR3Fo7h3RXjUqiA_OhZ-_pUjjV5yoCWA6hZXiOBQSeAcYNVilEId2uVioZ
http://www.labottegadelbarbieri.org/non-dimentichiamo-di-boicottare-teva/
https://www.repubblica.it/salute/2019/05/12/news/prezzi_dei_farmaci_generici_gonfiati_del_1000_per_cento_quaranta_stati_usa_contro_le_cause_farmaceutiche-226052270/?ref=RHPPLF-BH-I0-C4-P9-S1.4-T1
https://www.citizen.org/article/twenty-seven-years-of-pharmaceutical-industry-criminal-and-civil-penalties-1991-through-2017/

Le altre puntate:

Era globale Covid e vaccino, profitto e poca trasparenza. La politica delle case farmaceutiche – Parte I Covid-19, profitto e trasparenza. Cosa conosciamo dei vaccini occidentali? – Parte II Diritti di proprietà intellettuale e “sciovinismo vaccinale”. La questione politica sui vaccini anti-Covid – Parte III Il British Medical Journal martella i vaccini anti-Covid per la mancanza di trasparenza – Parte IV

British Medical Journal riattacca: “Sull’efficacia al 95% del Vaccino Pfizer dateci i dati grezzi per verificare” – Parte V

Vaccini anti-Covid unica salvezza? Solo un diverso modello di sanità sarà la soluzione! – Parte VI

 

A cura dell’ABSPP onlus. Campagna “un inverno più caldo” 14/01/2021 Nella giornata odierna i volontari dell’associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese in Italia si sono diretti al sud del Libano dove ci sono i campi profughi palestinesi e siriani. Sono stati distribuiti i pacchi alimentari contenenti prodotti di prima necessità alle famiglie, cercando così di portare loro un po’ di felicità. Inoltre sono state distribuite coperte, materassi e gasolio per il riscaldamento. Si è svolta anche una consulenza medica gratuita alla quale è seguita una distribuzione di medicinali ai malati. Come riporta il nostro inviato, moltissime famiglie vivono all’interno di caravan o di tende e non hanno alcun tipo di riparo dal freddo, soprattutto nel campo di Al Abrar. La situazione sanitaria è drammatica principalmente a causa dell’epidemia mondiale Covid-19. Vi ringraziamo per aver reso possibile questa campagna attraverso le vostre donazioni e vi chiediamo di essere generosi per poter aiutare i più bisognosi Le donazioni possono essere fatte tramite le nostre sedi o attraverso il nostro portale abspponlus.org

MEMO. Giovedì, l’Unione internazionale degli studiosi musulmani (IUMS) ha espresso la sua condanna e il rifiuto dell’ebraicizzazione “aggressiva israeliana” della città occupata di Gerusalemme e della moschea di Al-Aqsa, secondo quanto ha riferito Anadolu. Gli studiosi hanno chiesto che la città e la moschea siano protette di fronte a un così “odioso crimine”.

Tali commenti giungono a seguito dei rapporti locali sui nuovi scavi dello stato di occupazione vicino al muro Buraq (noto come “Muro del Pianto”) nella Gerusalemme occupata. Tale lavoro, insiste il sindacato, fa parte degli sforzi di Israele per ebraicizzare la piazza di fronte al muro adiacente al Nobile Santuario di Al-Aqsa.

Il sindacato ha aggiunto che le autorità di occupazione israeliane stanno impedendo ai cittadini fuori dalla Città Vecchia di Gerusalemme di entrare nella Moschea di Al-Aqsa con il pretesto di misure per combattere la pandemia di coronavirus. Nel frattempo, gli israeliani stanno approfittando della chiusura per apportare modifiche al distretto. “Rifiutiamo qualsiasi tentativo [da parte di Israele] di rubare altra terra palestinese e alterare l’identità della città santa”.

Lo IUMS ha invitato il mondo arabo e musulmano, “in particolare i paesi che rimangono fedeli alla causa palestinese e non hanno normalizzato le relazioni con Israele”, così come i gruppi per i diritti umani internazionali e le associazioni umanitarie a proteggere la moschea di Al-Aqsa e Gerusalemme occupata da tali ripetuti e “provocatori” attacchi volti a cancellare l’identità della città.

I palestinesi sono legati a Gerusalemme est come capitale di uno stato indipendente della Palestina sulla base di risoluzioni e legittimità internazionali. L’annessione di Gerusalemme, da parte di Israele, nel 1981, rimane illegale secondo il diritto internazionale.

Mercoledì, il ministero degli Affari esteri palestinese ha messo in guardia contro “i piani israeliani di dividere la moschea di Al-Aqsa e rimuovere la gestione esclusiva del luogo sacro dai dipartimenti dell’Awqaf [dotazione religiosa] islamica”. Ciò fa seguito a un’incursione da parte di funzionari israeliani, protetti da agenti di polizia, che hanno ispezionato tutte le parti della moschea di Al-Aqsa.

Il complesso della moschea copre un’area di 36 acri ed è il terzo sito islamico più importante al mondo dopo le moschee della Mecca e di Madina. Nonostante ciò, la moschea di Al-Aqsa è frequentemente e violentemente presa d’assalto da coloni e polizia, di solito dal cancello che conduce dalla piazza del muro di Buraq.

Ramallah – WAFA. Il tribunale militare israeliano di Ofer, ad ovest di Ramallah, nella Cisgiordania occupata, ha prolungato questo giovedì la prigionia della figura popolare della resistenza palestinese, Saeed Arma, di 52 anni, ad altri 30 giorni di prigione, secondo la Commissione per i detenuti ed ex-detenuti.

Venerdì scorso, l’esercito israeliano ha arrestato il signor Arma dopo aver fatto irruzione nella sua casa nel villaggio di Deir Jarir, a nord-est di Ramallah, nel centro della Cisgiordania occupata, dopo che dei video sono diventati virali sui social media, nei quali si vede Hajj Saeed, soprannominato Abu al-Abed, che indossa una kefiah, un cerchietto ed un abito tradizionale palestinese, “kumbaz”, con una fionda in mano per lanciare pietre contro i soldati israeliani, insieme a decine di giovani palestinesi in difesa della loro terra.

Ramallah – PIC. Un gruppo di coloni ebrei, all’alba di giovedì, ha dato fuoco a due auto palestinesi e ha rotto i vetri di un altro veicolo nella cittadina di Turmus Ayya, a nord-est di Ramallah, nella Cisgiordania occupata.

Il sindaco di Turmus Ayya, Wadie Abu Awwad, ha riferito che i coloni, scortati dai soldati, si sono infiltrati nella periferia della cittadina, danneggiando i veicoli palestinesi.

Abu Awwad ha affermato che i soldati israeliani hanno poi invaso la zona orientale della cittadina e hanno confiscato tutte le auto danneggiate per nascondere e rovinare le prove.

Hijaz Abu Awwad, uno dei proprietari delle auto, è stato testimone dell’accaduto e ha affermato che i coloni hanno dato fuoco ai veicoli in presenza de soldati israeliani.

Ha anche detto di aver subito ferite quando i coloni hanno lanciato delle pietre contro i finestrini della sua auto, mentre si trovava ancora al suo interno.

Gerusalemme occupata – PIC. L’autorità d’occupazione israeliana (IOA) ha costretto un cittadino di Gerusalemme a demolire la propria casa nella cittadina di Beit Hanina, a nord-est di Gerusalemme, con il pretesto della costruzione senza licenza.

Fawwaz Hammad ha dichiarato al Centro informazioni Wadi Hilweh che il comune israeliano lo ha costretto a demolire la casa che aveva costruito 10 anni fa.

Hammad ha dichiarato di aver costruito e demolito la casa con le sue stesse mani, per evitare di pagare più soldi alla municipalità israeliana nel caso quest’ultima avesse realizzato la demolizione.

Per molti anni ha cercato invano di ottenere la licenza per la casa e ha pagato 43 mila shekel di multe.

Nella casa vivevano sette persone della famiglia di Abu Hammad, compresa la famiglia del figlio defunto.

Gerusalemme occupata – MEMO. Il Comitato israeliano per la pianificazione e la costruzione distrettuale a Gerusalemme ha annunciato l’approvazione dela costruzione di un nuovo edificio dell’ambasciata
degli Stati Uniti nella città, secondo quanto riferito dall’AP. L’ubicazione del nuovo edificio sarà sulla Hebron Road, un’arteria centrale e non lontano dall’attuale sede temporanea dell’ambasciata.

In una dichiarazione su Twitter, il vice-sindaco di Gerusalemme, Fleur Hassan-Nahoum, ha affermato che sebbene un altro comitato debba ancora concedere la sua approvazione, ci si aspetta che ciò accada nelle prossime settimane. “Dopo due anni, siamo entusiasti che il comitato di pianificazione locale l’abbia finalmente approvato”, ha affermato Hassan-Nahoum.

Il sindaco di Gerusalemme, Moshe Lion, ha definito la decisione come “storica ed emozionante”. Pensa che ispirerà altri paesi a spostare le loro ambasciate da Tel Aviv alla città occupata che Israele rivendica come sua capitale.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha trasferito l’ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv a Gerusalemme nel 2018, in un’importante mossa di politica estera che è andata contro decenni di consenso internazionale. Ha anche aggradato i leader israeliani ed è stato criticato da queli palestinesi riconoscendo la contestata Gerusalemme come capitale di Israele.

Inoltre, l’anno successivo, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, David Friedman, ha trasferito il suo ufficio principale all’attuale consolato degli Stati Uniti, ad Arnona. La mossa ha sconvolto il mondo arabo e gli alleati occidentali. Il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, lo ha definito uno “schiaffo in faccia” e ha affermato che gli Stati Uniti non possono più essere considerati un mediatore onesto in nessun colloquio di pace con Israele.

Il presidente eletto Joe Biden dovrebbe adottare un approccio più equilibrato nei confronti di Israele e dei palestinesi. Tuttavia, ha detto che non ha intenzione di riportare l’ambasciata a Tel Aviv.

MEMO. Di Ramzy Baroud. La decisione israeliana di escludere i Palestinesi dalla campagna di vaccinazione del Covid-19 potrebbe aver sorpreso molti. Nonostante gli standard umanitari israeliani siano molto bassi, impedire l’accesso a medicinali salvavita per i Palestinesi appare estremamente cinico.

Amnesty International, tra le tante organizzazioni, ha condannato la decisione del governo israeliano di impedire ai Palestinesi di ricevere il vaccino. L’organizzazione per i diritti umani ha descritto l’azione di Israele come una delle tante prove della “discriminazione istituzionalizzata che caratterizza la politica del governo israeliano nei confronti dei Palestinesi”.

L’Autorità Palestinese non si aspettava certo che Israele fornisse gli ospedali palestinesi con milioni di vaccini, anche perché spera di ricevere due milioni di dosi del vaccino di Oxford Astra-Zeneca, a febbraio. Infatti, la richiesta avanzata ad Israele dal funzionario dell’Autorità Palestinese Hussein al-Sheikh, Coordinatore degli affari palestinesi con Israele, era per solo 10.000 dosi per aiutare a proteggere i lavoratori palestinesi impegnati in prima linea. Nonostante questa misera quantità, il ministero della Salute israeliano ha respinto la richiesta.

Secondo l’agenzia di stampa palestinese WAFA, alla data del 4 gennaio sono 1.629 i Palestinesi deceduti, mentre un totale di 160.043 sono stati contagiati dall’epidemia letale del Covid-19. Anche se numeri così preoccupanti si possono riscontrare in molte altre parti del globo, la crisi del coronavirus palestinese è aggravata dal fatto che i Palestinesi vivono sotto l’occupazione militare israeliana, lo stato di apartheid e, come nel caso di Gaza, subiscono un assedio senza tregua.

Cosa ancora più grave, all’inizio dello scorso anno l’esercito israeliano ha condotto svariate operazioni in diverse zone dei territori occupati per reprimere le iniziative palestinesi atte a fornire test Covid-19 gratuiti. Secondo l’associazione palestinese per i diritti Al Haq, all’inizio di marzo 2020 molte cliniche sul campo sono state chiuse e attrezzature mediche confiscate nella città palestinese di Khirbet Ibziq, nella Valle del Giordano, Cisgiordania occupata. Nei mesi successivi, gli stessi episodi si sono ripetuti a Gerusalemme Est, Hebron e anche altrove.

Non esiste nessuna giustificazione legale o morale per le azioni di Israele. La Quarta Convenzione di Ginevra del 1949 dichiara che una Potenza Occupante ha il “dovere di assicurare e mantenere… le strutture ed i servizi medici e ospedalieri” con “particolare riferimento” all’adozione delle “misure preventive necessarie per contrastare la diffusione di malattie contagiose ed epidemiche”.

Anche gli Accordi di Oslo, nonostante il loro fallimento nell’affrontare molti temi cruciali relativi alla libertà del popolo palestinese, obbligano entrambe le parti “a cooperare nella lotta contro le epidemie e ad assistersi a vicenda nei momenti di emergenza”, come riportato anche dal New York Times.

Non tutti i funzionari israeliani negano il fatto che Israele sia legalmente obbligato a fornire ai Palestinesi l’aiuto necessario per contenere la rapida diffusione della pandemia. Questa ammissione, tuttavia, è subordinata a delle condizioni. L’ex-ambasciatore israeliano Alan Baker ha dichiarato al New York Times che, mentre il diritto internazionale “impone ad Israele l’obbligo di aiutare i Palestinesi nella fornitura dei vaccini, i Palestinesi devono prima rilasciare diversi soldati israeliani che sono stati catturati a Gaza durante e dopo la guerra del 2014”.

L’ironia nella logica di Baker è che Israele detiene oltre 5.000 prigionieri Palestinesi, comprese donne e bambini, centinaia dei quali sono incarcerati senza accuse o processi.

I prigionieri israeliani vengono tenuti a Gaza per essere usati come merce di scambio per allentare il durissimo blocco di Israele sulla densamente popolata Striscia. Una delle principali richieste dei Palestinesi per il rilascio dei militari è che Israele permetta il trasferimento di attrezzature mediche e di medicinali salvavita ai due milioni di persone della Striscia di Gaza. I gruppi internazionali e palestinesi per i diritti umani hanno a lungo denunciato le molte morti inutili tra i Palestinesi di Gaza perché Israele impedisce deliberatamente agli ospedali della Striscia di acquistare farmaci per la cura del cancro.

Molto tempo prima dell’insorgenza del Coronavirus, Israele ha usato la medicina come arma, ed il settore sanitario fatiscente di Gaza è una testimonianza permanente di questa ingiustizia.

Forse le carceri sovraffollate israeliane restano la testimonianza lampante della cattiva gestione dell’epidemia di Covid-19 da parte di Israele. Nonostante le ripetute richieste delle Nazioni Unite e, in particolare dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, perché gli stati adottino misure immediate per contribuire ad alleviare la crisi nei loro sistemi carcerari, Israele ha fatto ben poco per i prigionieri palestinesi. Al Haq ha denunciato che Israele “non ha preso alcuna misura adeguata per migliorare la fornitura di assistenza sanitaria e igiene ai prigionieri palestinesi” in linea con la guida dell’OMS “per prevenire l’epidemia di Covid-19 nelle carceri”. Le conseguenze sono state drammatiche, poiché la diffusione del Covid tra i prigionieri palestinesi continua a contare nuove vittime, con percentuali molto più elevate rispetto ai prigionieri israeliani.

L’intenzione di Israele di ostacolare gli sforzi palestinesi per combattere il Covid è coerente con una politica di razzismo, nella quale i Palestinesi colonizzati vengono sfruttati per la loro terra, acqua e manodopera a basso costo, senza mai considerarli come priorità nelle agende di Israele, anche durante un periodo di pandemia mortale. Israele è un occupante che rifiuta di riconoscere o rispettare i suoi obblighi fondamentali come potenza occupante, ai sensi del diritto internazionale.

Il tentativo israeliano di manipolare la sofferenza palestinese a seguito della pandemia dovrebbe anche mettere in discussione la nostra visione del rapporto fondamentale tra Israele e i Palestinesi. Molte volte parliamo dell’apartheid israeliana in Palestina, spesso spiegando quest’affermazione con riferimento alle mura altissime, alle recinzioni e ai posti di blocco militari che ingabbiano le comunità palestinesi e le separano l’una dall’altra.

Tuttavia, questa è semplicemente la manifestazione fisica del colonialismo e dell’apartheid israeliani. In Israele l’apartheid è molto più profonda poiché raggiunge quasi ogni aspetto della società in cui gli ebrei israeliani, compresi i coloni, sono trattati come superiori, mentre agli arabi palestinesi, siano essi cristiani o musulmani, vengono negati i diritti più elementari, compresi quelli garantiti dal diritto internazionale.

Se da un lato il comportamento di Israele non è del tutto sorprendente, essendo coerente con la sordida realtà dell’occupazione militare e del razzismo istituzionale, dall’altro è anche controproducente. Nonostante l’evidente squilibrio nel rapporto tra Israele e Palestinesi, sono pur sempre in costante e diretto contatto, non come uguali ma come occupanti e occupati. Poiché il coronavirus non rispetta i sistemi di controllo israeliani in Palestina, e attraverserà quindi tutte le barriere fisiche che Israele ha creato per garantire l’oppressione permanente sui Palestinesi. Di conseguenza, non ci potrà essere alcun contenimento del Covid-19 in Israele se continuerà a diffondersi tra i Palestinesi.

Anche dopo che la pandemia sarà stata vinta, la tragedia della Palestina occupata purtroppo continuerà senza alcun ostacolo, fino al giorno in cui Israele sarà costretto a porre fine alla sua occupazione militare della Palestina e dei Palestinesi.

Traduzione per InfoPal di Aisha T. Bravi

Daysofpalestine.ps. Le forze di occupazione israeliane hanno commesso più di 561 violazioni contro i giornalisti palestinesi nella Palestina occupata durante il 2020, ha rivelato l’Ufficio Stampa Governativo a Gaza.

In un rapporto per il 2020, l’Ufficio Stampa Governativo di Gaza ha affermato che nel mese di febbraio si è assistito alla più alta percentuale di violazioni contro i giornalisti, la maggior parte delle quali rappresentate da un aumento del numero di attacchi, feriti e arresti contro i giornalisti mentre erano nei Territori palestinesi occupati.

Ha sottolineato l’uso della forza diretta ed eccessiva, per sopprimere giornalisti e i media arrestandoli per evitare reportage, facendo irruzione nelle loro case e istituzioni e confiscando le loro attrezzature per la stampa, il che ha fatto pagare prezzi elevati a giornalisti e fotografi per poter continuare a portare avanti il loro lavoro professionalmente trasmettendo la verità.

Il rapporto afferma anche che il dipartimento israeliano delle azioni penali, degli arresti e dei processi a giornalisti si è espanso, dopo l’adozione del disegno di legge israeliano su “Facebook” che obbliga i social network a monitorare e cancellare qualsiasi pubblicazione contro di loro.

Secondo il rapporto il numero di arresti e azioni penali è arrivato a 132, mentre i casi di prevenzione da reportage e dal lavoro sono arrivati ​​a 122, oltre a insulti, spinte, calci e bastoni.

Ha anche puntualizzato che l’occupazione israeliana ha utilizzato metodi di pressione in modo sistematico, per spaventare e mettere a tacere i giornalisti, che includono più di 91 casi di istigazione, accusa e cospirazione con le amministrazioni delle piattaforme di social media, che variavano tra chiusura e danneggiamento delle istituzioni dei media, di siti web, di account e pagine, nell’ambito della lotta ai contenuti palestinesi.

Il rapporto menziona che l’occupazione israeliana utilizza anche modalità per revocare le carte d’identità dei giornalisti, impedire i viaggi e confiscare proprietà o attrezzature con cui esercitano la loro professione, con l’obiettivo di interrompere e impedire di compiere la loro missione e documentare crimini  dell’occupazione contro il popolo palestinese.

L’Ufficio Stampa ha avvertito del pericolo della continua violazione del diritto dei giornalisti, da parte dell’occupazione israeliana, senza alcuna deterrenza internazionale o araba e senza responsabilità per i loro crimini contro le libertà dei media.

Il Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha chiesto la rapida formazione di un comitato di indagine per registrare e documentare le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario nei Territori palestinesi occupati.

Il rapporto ha anche rivolto un appello all’Organizzazione mondiale della sanità e alla Fondazione internazionale della Croce Rossa, affinché seguano le condizioni di salute dei prigionieri di guerra, alla luce della pandemia di coronavirus, per introdurre uno staff medico palestinese e nominare un comitato medico neutrale per supervisionare la somministrazione del vaccino contro il coronavirus ai detenuti.

Ha anche sottolineato la responsabilità e il perseguimento dei crimini dell’occupazione israeliana commessi contro i giornalisti palestinesi mentre svolgono i loro doveri e la loro professione, il perseguimento dell’occupazione, che viola le leggi, e la mancata attuazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza (2222), che garantisce protezione per i giornalisti e la costringe ad attuare la Convenzione di Ginevra del 1949 per proteggere i civili nei conflitti militari.

Il rapporto menziona che il giorno della Lealtà dei giornalisti palestinesi è arrivato in una situazione catastrofica quanto le condizioni dei giornalisti, a causa dell’aumento, in quantità e qualità, del fenomeno degli attacchi contro di loro durante i reportage e la pratica del loro lavoro professionale da parte dell’occupazione israeliana e i suoi coloni, che fanno uso di proiettili letali e bombe a gas velenosi, e li attaccano con cani feroci per impedire loro di documentare e pubblicare la verità sui loro crimini.

L’Ufficio stampa ha condannato lo sfruttamento dell’occupazione israeliana e imposto una nuova realtà detentiva dallo scoppio del coronavirus, lo scorso marzo, rappresentata dal proibire loro la priorità per la vaccinazione contro l’epidemia, impedendo di fornire mezzi preventivi e sterilizzatori e altre misure simili, e sanzioni praticate contro i prigionieri palestinesi e il loro diritto al trattamento, e la continuazione della politica di negligenza medica perseguita dall’occupazione negli ultimi anni.

Traduzione per InfoPal di Silvia Scandolari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Jenin-Quds Press, Wafa e PIC.Mercoledì sera, nel villaggio di Zububa, a ovest di Jenin, nella Cisgiordania occupata, un bambino palestinese, Obeida al-Wahsh, di 13 anni, è stato investito, e ferito, da una jeep militare israeliana.

Secondo fonti locali, al-Wahsh stava pedalando in bicicletta quando la jeep militare lo ha investito.

Il ragazzino è stato portato d’urgenza all’ospedale di Jenin per ricevere assistenza medica.

Il giorno precedente, un giovane lavoratore della città di Tubas, Samer Daraghmeh, è stato ucciso e altri cinque, tra cui suo fratello, sono rimasti feriti da una jeep israeliana che si è schiantata contro un veicolo che trasportava operai palestinesi nella valle del Giordano settentrionale.

Jeddah – WAFA. Il Segretariato generale dell’Organizzazione per la cooperazione islamica (OIC) ha condannato la decisione delle autorità d’occupazione israeliane di invitare gli appaltatori a costruire 800 nuove unità coloniali nei territori palestinesi occupati.

Il Segretariato generale dell’OIC ha considerato la mossa israeliana una grave violazione del diritto internazionale e delle pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite, in particolare la risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza.

L’accelerazione della creazione di colonie e la spinta verso l’espansione di Israele, nelle terre palestinesi occupate, non serve né al processo di pace per la soluzione a due stati concordato a livello internazionale né all’iniziativa per la pace araba, ha sottolineato l’OIC.

Washington – MEMO. L’amministrazione del presidente eletto degli Stati Uniti Joe Biden ha chiesto al presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas di rinnovare la legittimità dell’ANP e di realizzare elezioni generali, secondo quanto riportato dal canale televisivo israeliano Channel 20.

Il canale ha citato un funzionario d’alto livello del movimento di Fatah che ha affermato che la leadership palestinese ha recentemente ricevuto una lettera dall’amministrazione statunitense eletta che la invitava a tenere “nuove elezioni per rinnovare la legittimità dell’Autorità palestinese e ridurre il controllo di Abbas sulle istituzione della sicurezza e della giustizia”.

Ha aggiunto che la squadra di Biden ha espresso il desiderio di iniettare della nuova energia nelle istituzioni dell’Autorità Palestinese, anche se ciò dovesse portare al licenziamento di funzionari corrotti. Il canale ha detto che la nuova amministrazione ritiene che questi passi apriranno la strada verso una cooperazione congiunta tra il nuovo governo statunitense e l’Autorità Palestinese.

Ramallah – PIC. Il Servizio carcerario israeliano (IPS) ha trasferito mercoledì il prigioniero Basil Ajaj, di 45 anni, risultato positivo al Coronavirus, in terapia intensiva all’ospedale di Soroka. Finora non ci sono informazioni precise sulle sue condizioni di salute.

Mercoledì, la Società per i prigionieri palestinesi ha dichiarato che il prigioniero Ajaj è in detenzione dal 2002 ed è stato condannato all’ergastolo ed ulteriori 40 anni.

La società ha aggiunto, in un altro contesto, che l’IPS non ha ancora informato i prigionieri nella sezione 4 del carcere di Raymond sui risultati degli esami che hanno condotto martedì.

Il numero di prigionieri infettati dal Coronavirus dall’inizio dell’epidemia ha raggiunto i 191 casi, l’ultimo dei quali si è verificato nella sezione 4 del carcere di Raymond. 90 prigionieri sono detenuti in questa prigione, compresi 43 malati cronici e quattro di età superiore ai 60 anni.

La società ha monitorato diversi fatti negli ultimi mesi riguardanti le condizioni dei prigionieri nelle carceri dell’occupazione israeliana con la diffusione della pandemia.

Inoltre, decine di nuovi prigionieri sono trattenuti in centri di detenzione privi delle condizioni minime per la vita umana, come a Huwara ed Etzion.

Ha sottolineato che l’IPS ha isolato i detenuti in questi due centri per periodi di oltre 20 giorni, in condizioni tragiche e disumane, con la scusa della quarantena.

Secondo la società, l’IPS impedisce ai prigionieri di comunicare con le loro famiglie e di incontrare i loro avvocati.

Gerusalemme-Quds Press e PIC. Mercoledì, decine di coloni hanno invaso i cortili della moschea di al-Aqsa e hanno eseguito rituali sotto massiccia protezione della polizia, nonostante il lockdown completo nella Città Santa.

Fonti di Gerusalemme affermano che 24 coloni hanno invaso i cortili di al-Aqsa nel periodo mattutino.

I coloni hanno invaso i cortili di al-Aqsa e hanno fatto dei selfie davanti alla Cupola della Roccia, secondo quanto affermato dalle fonti.

L’attivista di Gerusalemme Hanadi al-Halawani ha denunciato il fatto che ai coloni è consentito l’accesso alla moschea, mentre ai fedeli musulmani residenti nelle vicinanze è vietata l’entrata.

Queste incursioni fanno parte di tour periodici che partono dalla Porta Maghareba fino alla Porta al-Silsila, passando per l’area della Porta al-Rahma, durante i quali vengono solitamente eseguiti rituali.

L’autorità d’occupazione israeliana ha prolungato per ulteriori due settimane il lockdown imposto a Gerusalemme, con il pretesto di limitare la diffusione del coronavirus.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

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Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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