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Valle del Giordano, Ramallah – MEMO. Martedì, i bulldozer militari israeliani hanno spianato un terreno palestinese con sede nel villaggio di Ras Karkar, ad ovest di Ramallah, per costruire una conduttura delle acque reflue.

Nu’man Nofal, un contadino del villaggio, ha dichiarato all’agenzia stampa Wafa, che i bulldozer israeliani hanno raso al suolo la terra degli abitanti del villaggio, noto come Ras Abu Zaitoun, al fine di installare una conduttura fognaria per le colonie vicine.

Tra i 500 mila ed i 600 mila israeliani vivono in colonie nella Gerusalemme Est occupata e nella Cisgiordania, in violazione del diritto internazionale.

Ha aggiunto che sebbene sia riuscito a riprendersi la sua terra l’anno scorso, piantandovi degli alberi, i soldati israeliani ne hanno sradicato la maggior parte e hanno spianato il sito.

Nel frattempo, questo martedì le forze israeliane hanno espulso con la forza oltre dieci famiglie palestinesi dalle loro case nella Valle del Giordano settentrionale, per condurre esercitazioni militari, secondo quanto riferito da Wafa.

Moataz Basharat, un alto funzionario che monitora le attività delle colonie israeliane, ha affermato che i soldati israeliani hanno sfollato dieci famiglie che vivono nei villaggi di al-Burj e al-Maita, nella Valle del Giordano occupata.

La Valle del Giordano, che rappresenta quasi un terzo della Cisgiordania occupata, ospita 65 mila palestinesi che vivono in 28 villaggi.

Dal 1967, quando l’esercito israeliano occupò la Cisgiordania, Israele ha trasferito almeno 11 mila dei suoi cittadini ebrei nella Valle del Giordano. Alcune delle colonie in cui vivono sono state costruite quasi interamente su terreni privati ​​palestinesi.

PIC. Martedì le forze di occupazione israeliane (IOF) hanno espulso famiglie palestinesi in diverse aree nella Valle del Giordano settentrionale con il pretesto di condurre esercitazioni militari.

Aref Daraghmeh, un attivista per i diritti umani, ha affermato che le IOF hanno espulso più di 10 famiglie palestinesi, circa 60 persone, con il pretesto di condurre esercitazioni militari nell’area. Queste famiglie vivono nelle aree di al-Burj e al-Maita, nella valle del Giordano settentrionale.

I soldati delle IOF avevano precedentemente informato queste famiglie di lasciare le loro tende per far posto alle esercitazioni militari.

Thepublicsource.org. Di Rita Kabalan. The (dis)order report – L’esplosione di Beirut. (Di InvictaPalestina.org). Vista dalla nuova casa di Charbel e Lena Nasser a Mar Mikhael. In lontananza, possono vedere la loro vecchia casa a Karatina, così danneggiata  da dover essere abbandonata,unitamente alla vita che un tempo, crescendo i loro figli ,condividevano con il quartiere. Per Charbel è stata anche la perdita di un luogo che aveva chiamato casa per due decenni. Mar Mikhael, Beirut. 13 ottobre 2020. Charbel Nasser, 38 anni, tuttofare e idraulico, ha perso 10 chili dopo l’esplosione al porto di Beirut. Stabilitosi nella sua nuova casa, sta finalmente riacquistando l’appetito, ma ora fatica a trovare un impiego. Mar Mikhael, Beirut. 13 ottobre 2020. Lena Nasser, 39 anni, e sua suocera, Khadija, 59 anni, condividono caffè e anguria dopo aver passato ore a pulire la loro nuova casa a Mar Mikhael. Khadija è sopravvissuta all’esplosione mentre faceva scudo ai suoi nipoti nella loro vecchia casa a Karantina. Mar Mikhael, Beirut. 13 ottobre 2020. Maroun Saliba, 64 anni, siede con suo figlio Charbel, 33 anni, e il loro cane Cookie davanti alla loro casa, accogliendo i visitatori. Padre e figlio  vivono con ansia dal giorno dell’’esplosione. Proveniente da Karantina, Maroun intende restare e spera di ritrovare  quel senso di sicurezza ormai perduto. Karantina, Beirut. 4 ottobre 2020. Nassr Shouwwakh Al-Qattan, 23 anni, nella casa che aveva in affitto  e dove viveva con  la famiglia mentre lavorava al porto. Ha passato due giorni a cercare tra le macerie i documenti d’identità della sua famiglia, trasferita con i parenti a Tripoli per trovare rifugio. Ha lasciato la Siria nel 2009 e ora di nuovo Karantina, poiché ha perso sia la casa, sia i mezzi di sussistenza. Karantina, Beirut. 23 settembre 2020. Finestra all’interno della moschea Khalid Ibn al-Walid, gravemente danneggiata, dove i residenti pregano ancora ogni giorno in parti apparentemente più sicure, mentre la moschea viene ricostruita. Karantina, Beirut. 23 settembre 2020. Aya, 13 anni, e sua sorella Aline, 5 anni, di Raqqa, in Siria, nel parcheggio fuori dalla loro casa, dove il padre lavora come inserviente. Entrambe le ragazze dicono che il loro sogno è quello di ottenere un’istruzione, ma la scuola di Aya è stata interrotta dopo che il suo scuolabus ha smesso di servire Karantina e i suoi genitori non potevano fare affidamento sui mezzi pubblici. 15 ottobre 2020. Aline, 5 anni, gioca davanti a casa sua, dove la famiglia di sette persone condivide una stanza. Hanno perso tutto nell’esplosione, compresi gli elettrodomestici, che non possono sostituire a causa della crisi economica. Il loro alloggio,  legato all’impiego del padre come manovale edile, rende quasi impossibile per loro lasciare Karantina. 15 ottobre 2020. Ghassan Mohammad Barakat (alias Abou Ahmad), 68 anni, si prende una pausa fumando una sigaretta. La piccola stanza che aveva in affitto  è stata distrutta. Da allora si è trasferito in uno spazio condiviso con altri siriani. Non può lasciare Karantina perché dipende dal quartiere per lavoro. È dove le persone lo conoscono e lo assumono per giardinaggio, pittura, lavori elettrici e molti altri lavori secondari. 23 settembre 2020. I residenti di Karantina che sono sopravvissuti all’esplosione devastante del 4 agosto 2020, non hanno altra scelta che andare avanti in ciò che resta del loro quartiere, in parte per amore e in parte per necessità, o come dice Charbel, “scegli il tuo vicino prima  di  scegliere la tua casa. ” Karantina. Beirut. 22 settembre 2020. Rita Kabalan è una fotoreporter libanese-americana con sede a Beirut. La sua pratica fotografica si concentra su migrazioni e rifugiati, movimenti sociali e rivolte e questioni ambientali. Il suo lavoro è stato presentato in Foreign Policy, Middle East Eye, Guernica, Le Temps e The Public Source, tra gli altri. È anche una collaboratrice dell’account Instagram di Everyday Middle East. Traduzione per Invictapalestina.com di Grazia Parolari.
Al-Khalil/Hebron-PIC e Quds Press. Lunedì le forze di occupazione israeliane (IOF) hanno rapito un cittadino palestinese con bisogni speciali all’ingresso principale della città di Beit Awwa, a sud-ovest di al-Khalil/Hebron. Secondo fonti locali, le IOF hanno rapito il 25enne Ayoub Masalmeh, un cittadino con bisogni speciali, su una strada che va a Beit Awwa e lo hanno portato in un luogo non identificato. Le IOF hanno anche chiuso la barriera militare sulla città di Beit Awwa e altri villaggi nel sud-ovest di al-Khalil/Hebron, provocando un forte aumento del traffico.

Gaza-MEMO. Un aumento dei contagi (positivi al tampone *) da Coronavirus nella Striscia di Gaza potrebbe travolgere il già carente sistema sanitario palestinese a partire dalla settimana prossima, secondo quanto hanno previsto i consulenti della pubblica amministrazione, ha riportato l’agenzia di stampa Reuters.

La Striscia di Gaza, con una popolazione mediamente povera, e quindi vulnerabile al contagio, di circa 2 milioni di abitanti ha registrato 14.000 casi e 65 decessi per COVID-19, dallo scorso agosto ad oggi.

Settantanove dei 100 ventilatori presenti a Gaza sono già in uso per pazienti con il COVID-19, ha riferito Abdelraouf Elmanama, un microbiologo che fa parte della task force dell’enclave.

“Tra 10 giorni il sistema sanitario non sarà più in grado di assorbire un aumento di casi e potrebbero esserci persone che non troveranno posto in terapia intensiva”, ha affermato Elmanama, aggiungendo che l’attuale tasso di moralità dello 0,05% tra i pazienti COVID-19 potrebbe aumentare.

Il governatore di Gaza, di Hamas, ha per ora imposto un solo lockdown. Ciononostante, a causa del lungo blocco di Israele, supportato dal vicino Egitto, l’economia di Gaza è paralizzata ed anche l’apparato della sanità pubblica è indebolito.

Israele ha annunciato che non ha intenzione di bombardare Hamas, contro il quale ha già scatenato tre offensive e le cui strutture ha colpito domenica, durante una rappresaglia a seguito del lancio di razzi palestinesi contro una delle città nel sud di Israele.

“Non concediamo sconti ad Hamas per l’aumento dei casi di coronavirus”, ha detto alla Radio dell’Esercito il ministro del governo israeliano Izhar Shay. “Continueremo a rispondere in modo opportuno”.

Il ministro Shay ha però poi affermato che il governo israeliano sta consentendo l’arrivo a Gaza di aiuti umanitari, aggiungendo: “Questo è ciò che possiamo fare attualmente tenendo conto della pandemia da Coronavirus”. Ma Abdelnaser Soboh, responsabile dell’emergenza sanitaria per il sotto-ufficio di Gaza dell’Organizzazione mondiale della sanità, ha richiamato l’attenzione dicendo che “entro una settimana, non saremo in grado di prenderci cura dei casi più critici”.

Il tasso di positività tra coloro che vengono testati è del 21%, con un relativo aumento dei contagiati di età superiore ai 60 anni, ha detto Soboh.

“È un indicatore pericoloso poiché molte delle persone che hanno più di 60 anni potrebbero aver bisogno di essere ospedalizzate” ha aggiunto.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio

(*) Nota della redazione: 1) il sistema sanitario di Gaza è al collasso a causa di 14 anni di embargo, chiusure, blocchi e offensive israeliane. 2) sono in aumento i positivi al tampone in quanto vengono fatti molti test.

Riyadh – MEMO. Domenica, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha realizzato un viaggio segreto in Arabia Saudita per incontrare il principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman ed il segretario di Stato USA Mike Pompeo.

Accompagnati dal capo del Mossad israeliano Yossi Cohen, il PM israeliano si è unito a Bin Salman e Pompeo a Neom, sulla costa del Mar Rosso, secondo quanto riferito da Haaretz.

I siti web di monitoraggio dei voli hanno mostrato che l’aereo è rimasto a terra per circa due ore prima di tornare in Israele circa mezz’ora dopo la mezzanotte.

Un alto consigliere saudita ha dichiarato al Wall Street Journal che i leader hanno discusso diverse questioni, tra cui la normalizzazione dei legami e l’Iran, ma che non sono stati raggiunti accordi sostanziali.

“Il fatto stesso che l’incontro sia avvenuto e sia stato divulgato pubblicamente, anche se ufficialmente [solo] in questo momento, è una questione di grande importanza”, ha dichiarato alla Army Radio il ministro dell’Istruzione Yoav Gallant, quando gli è stato chiesto di rilasciare una dichiarazione a rispetto della riunione.

La riunione ha segnato il primo incontro noto tra alti funzionari israeliani e sauditi, poiché gli Stati Uniti spingono per ulteriori legami tra Israele ed alcuni stati arabi del Golfo.

L’ufficio ed i funzionari del primo ministro israeliano in Arabia Saudita non hanno risposto alle richieste di commenti.

Durante un incontro con il ministro degli Esteri saudita avvenuto il mese scorso, Pompeo aveva esortato i sauditi a considerare la normalizzazione delle relazioni con Israele.

“Speriamo che anche l’Arabia Saudita prenda in considerazione la normalizzazione delle sue relazioni, e vogliamo ringraziarla per l’assistenza che hanno fornito finora nel successo degli Accordi di Abraham”, ha affermato Pompeo.

Gli Emirati Arabi Uniti (EAU) ed il Bahrein hanno firmato accordi di normalizzazione con l’occupazione a settembre, diventando il terzo ed il quarto paese arabo a ristabilire relazioni diplomatiche con Israele, dopo l’Egitto nel 1979 e la Giordania nel 1994.

Gli accordi hanno suscitato una diffusa condanna da parte dei palestinesi, che affermano che questi ignorano i loro diritti e non aiuteranno la causa palestinese.

Riyadh ha finora rifiutato di normalizzare i legami con Israele, dicendo che gli obiettivi dello stato palestinese dovrebbero essere raggiunti per primi. Tuttavia, i sauditi hanno permesso agli aerei di linea israeliani di sorvolare il loro territorio, una decisione annunciata il giorno dopo che Jared Kushner, genero e consigliere senior del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, si è incontrato con Bin Salman a Riyadh.

Nablus – PIC. Lunedì, diversi coloni armati di mazze hanno attaccato veicoli palestinesi che viaggiavano su una strada tra Nablus e Qalqilya, nella Cisgiordania occupata.

Secondo fonti locali, l’attacco è avvenuto vicino all’incrocio tra la colonia di Yitzhar e la cittadina di Huwara, nel sud di Nablus.

Testimoni oculari hanno affermato che i coloni hanno lanciato pietre contro i veicoli che viaggiavano sulla strada e li hanno anche attaccati con bastoni, danneggiando le auto e provocando il panico tra i conducenti.

Episodi di sabotaggio e violenza da parte di coloni estremisti contro i palestinesi e le loro proprietà sono all’ordine del giorno in tutta la Cisgiordania.

Kafr Qasem – PIC. Lunedì mattina, le autorità israeliane hanno sfollato una famiglia palestinese dopo aver demolito la sua casa nella cittadina di Kafr Qasem, ad est di Tel Aviv, con il pretesto di essere stata costruita senza i permessi.

Alaa Odeh e la sua famiglia hanno combattuto una lunga battaglia legale per bloccare la demolizione della loro casa in modo da avere la possibilità di ottenere un permesso, ma i loro sforzi sono stati inutili.

La magistratura israeliana della cittadina di Petah Tikva ha respinto l’appello presentato di recente dall’avvocato della famiglia per bloccare la demolizione.

Anche altre 13 case abitate nella zona sud-orientale di Kafr Qasem sono minacciate di demolizione, secondo fonti locali.

MEMO. Di Ramzy Baroud. Il Belgio è su tutte le furie. Il 6 novembre il governo belga ha condannato la distruzione, da parte di Israele, di abitazioni costruite nella Cisgiordania e finanziate dal paese. Come è comprensibile, Bruxelles si aspetta un rimborso da parte di Israele per questa distruzione non anticipata. La risposta di Israele è stata repentina: un sonoro “no”.

È probabile che la questione diplomatica si affievolirà a breve: Israele non cesserà le sue demolizioni delle abitazioni palestinesi e degli edifici in Cisgiordania, né il Belgio o altre nazioni europee vedranno alcun soldo da parte di Tel Aviv.

Benvenuti nel bizzarro mondo della politica estera europea in Palestina e Israele.

La UE ancora caldeggia una soluzione a due stati ed esorta la legge internazionale riguardo la legalità dell’occupazione militare israeliana nei Territori palestinesi. Per rendere ciò possibile, per quasi 40 anni l’Unione Europea ha finanziato infrastrutture palestinesi come parte di uno schema per la costruzione della nazione. È cosa nota che Israele rifiuti la legge internazionale, la soluzione a due stati e qualunque tipo di pressione esterna riguardante la sua occupazione militare.

Per sostenere le sue parole con le azioni, Israele ha attivamente e sistematicamente distrutto progetti finanziati dalla UE in Palestina. Così facendo, Israele mira a far arrivare agli europei il messaggio di netto rifiuto nei confronti del loro ruolo nel supportare la lotta per il riconoscimento dello stato palestinese. Infatti, solo nel 2019, 204 strutture palestinesi sono state demolite nella parte occupata di Gerusalemme est, così come riportato da Euro-Med Monitor. Tra gli edifici distrutti, oltre a simili demolizioni avvenute nell’area C della Cisgiordania, 127 strutture finanziate prevalentemente da stati membri dell’UE.

Eppure, nonostante Israele abbia ricevuto un corso intensivo sulla questione con l’UE per anni, l’Europa rimane il primo partner commerciale di Israele. Ancora peggio, l’Europa è uno dei principali fornitori di armi nonché mercato principale per gli armamenti prodotti da Israele, spesso promossi come “provati in battaglia”, in quanto utilizzati con successo contro I palestinesi.

Ma le contraddizioni non finiscono qui.

Nel novembre 2019, la Corte di giustizia europea ha stabilito che i paesi europei devono identificare sulle etichette i prodotti specifici che sono stati prodotti negli insediamenti illegali, una decisione vista come un importante primo passo nell’assegnare a Israele la responsabilità della sua occupazione. Tuttavia, attivisti europei che promuovono il boicottaggio di prodotti israeliani sono spesso citati in giudizio e accusati nelle Corti europee, sulla inconsistente base che tali boicottaggi cadono nell’antisemitismo. Francia, Germania e altre nazioni hanno ripetutamente utilizzato il loro sistema giudiziario per criminalizzare il legittimo boicottaggio dell’occupazione israeliana.

Ancora una volta, le contraddizioni europee e le confuse politiche dell’UE sono palesemente evidenti. Lo scorso settembre, Germania, Francia, Belgio e altri membri hanno parlato alle Nazioni Unite contro le politiche di demolizione israeliane, che hanno in larga parte interessato infrastrutture costruite con fondi europei. Nella loro affermazione, gli stati europei hanno notato che “nel periodo da marzo ad agosto 2020 c’è stato il più alto tasso medio di distruzione degli ultimi 4 anni”.

A causa della mancanza di azioni significative da parte dell’Europa sul fronte palestinese, Israele non considera più preoccupante la posizione europea, sebbene retoricamente forte. Basta considerare la difendibile posizione del Belgio sulla distruzione delle case palestinesi finanziate dal governo belga nel villaggio di Al-Rakeez, vicino a Hebron (Al-Khalil).

“Queste infrastrutture essenziali sono state costruite con fondi del Belgio, come parte di aiuti umanitari e implementate dal consorzio per la protezione della Cisgiordania. La nostra nazione chiede a Israele un rimborso o la restituzione per queste demolizioni” ha detto il ministro degli esteri belga, in una dichiarazione del 6 novembre.

Ora, meravigliamoci della risposta da parte di Israele, così come riportato in una dichiarazione emessa dal ministro degli Esteri israeliano. “Gli stati donatori dovrebbero utilizzare i soldi dei loro contribuenti per finanziare progetti di costruzioni legali in territori controllati da Israele, e assicurarsi che essi siano pianificati e realizzati in conformità alla legge e in coordinamento con le rilevanti autorità israeliane”.

Ma gli europei stanno forse violando delle leggi aiutando i palestinesi a costruire scuole, ospedali e case nei Territori occupati? E quale legge sta seguendo Israele nel distruggere sistematicamente centinaia di infrastrutture palestinesi finanziate dalla UE?

Non serve dire che il supporto alle Palestina da parte dell’UE è continuo, con la legge internazionale che riconosce la responsabilità degli stati membri di aiutare una nazione occupata nel raggiungere l’indipendenza.  È piuttosto Israele che continua a violare numerose risoluzioni delle Nazioni Unite, che hanno ripetutamente chiesto uno stop immediato alle attività di insediamento illegali, alle demolizioni di case e all’occupazione militare.

Tuttavia, Israele non ha mai assunto la responsabilità dei suoi obblighi davanti alla legge internazionale. Così, quando il ministero degli Esteri israeliano parla di legge, si riferisce solo alle decisioni non annunciate prese dal governo e dal parlamento, come la decisione di annettere illegalmente quasi un terzo della Cisgiordania, un passaggio massivo della terra palestinese situata in zona C, lì dove avvengono la maggior parte delle demolizioni.

Israele considera i finanziamenti ai progetti palestinesi nell’area C un tentativo deliberato da parte dell’UE di contrastare i piani di annessione nella regione. Il messaggio verso l’Europa è chiaro: cessare e desistere, o le demolizioni continueranno. L’arroganza israeliana ha raggiunto un punto in cui, secondo Euro-Med Monitor, nel settembre 2014, Israele ha distrutto un progetto di elettrificazione finanziato dal Belgio nel villaggio di Khirbet Al Tawil, anche se il progetto era stato di fatto installato in coordinamento con l’amministrazione civile israeliana del luogo.

Purtroppo, nonostante le occasionali proteste, i membri dell’UE hanno recepito il messaggio. Il numero totale di progetti finanziati dalla comunità internazionale nell’area C nel 2019 è scesa a 12, molto meno rispetto all’anno precedente. I progetti per il 2020 saranno presumibilmente ancora meno.

L’UE può continuare a condannare e protestare contro le distruzioni israeliane, ma dichiarazioni arrabbiate e richieste di rimborso resteranno lettera morta se non supportate da azioni.

L’UE ha presa su Israele. E non solo rifiuta di sfruttare i suoi punti di forza dal punto di vista commerciale e militare, ma sta punendo la società civile europea che osa sfidare Israele.

Il problema, quindi, non è solo la tipica ostinazione israeliana, ma anche gli errori di valutazione nella politica estera europea, se non il suo totale fallimento.

Traduzione per InfoPal di Giulia Barbini

MEMO. Il governo del Regno Unito ha risposto alle pressioni provenienti dal Consiglio dei Deputati degli ebrei britannici e dei Conservatori Amici di Israele classificando Israele e la Gerusalemme occupata come un unico stato, nel suo aggiornamento settimanale sui corridoi di viaggio per il COVID-19.

Venerdì 20 novembre, il Consiglio ha criticato il Foreign Commonwealth and Development Office (FCDO) in un tweet, postando uno screenshoot della lista dell’FCDO non ancora modificata in cui Israele e Gerusalemme venivano considerati come due territori di nazioni diverse.

Absolutely inappropriate to list ‘Jerusalem’ as a separate country. We have taken this up with ⁦@FCDOGovUK⁩ this morning & they are urgently reviewing it. https://t.co/k7Es31SVx8 pic.twitter.com/9aqYfIuGZ4

— Board of Deputies of British Jews (@BoardofDeputies) November 20, 2020

Nonostante la lista fosse in linea con la politica estera degli Stati Uniti, il Consiglio, che durante gli anni ha adottato le posizioni intransigenti dell’estrema destra israeliana nei confronti dei palestinesi, ha criticato il Foreign Office britannico. “È assolutamente inappropriato classificare Gerusalemme come una nazione a sé. Ne abbiamo parlato con @FCDOGovUK questa mattina e lo stanno esaminando con urgenza”, ha detto il Consiglio nel tweet.

Anche i membri dei Conservatori Amici di Israele (CFI) Stephen Crabb, Eric Pickles e il presidente Lord Polak hanno esortato il governo a correggere immediatamente lo status di Gerusalemme.

“L’annuncio dei corridoi di viaggio con Israele è un’eccellente notizia. Tuttavia, la decisione dell’FCDO di definire Gerusalemme come un territorio separato da Israele è un atteggiamento offensivo ed ostile”, ha riferito il Times of Israel.

“Gerusalemme è la capitale di Israele. Descriverla come qualcosa di diverso è pura finzione, lontana dalla realtà. La sezione ‘consigli di viaggio’ dovrebbe subito essere corretta”.

In seguito al reclamo, l’FCDO ha pubblicato una versione modificata della lista, in cui Israele e Gerusalemme figurano come lo stesso paese, anche se non ci sono state ritrattazioni riguardo lo status di Gerusalemme per il Regno Unito.

“La posizione del governo del Regno Unito è rimasta la stessa da aprile 1950”, ha affermato l’FCDO sul suo sito web. “Riconosciamo Israele come un’autorità de facto su Gerusalemme ovest. In linea con il Consiglio di sicurezza 242 del 1967 e le successive risoluzioni del Consiglio, consideriamo Gerusalemme est come sotto occupazione israeliana”.

MEMO ha chiesto spiegazioni all’FCDO sulla classificazione di Israele e Gerusalemme come lo stesso paese, considerando che poche ore prima aveva fatto distinzione tra i due territori, atteggiamento in linea con la posizione di lunga data del Regno Unito secondo cui Gerusalemme est è un territorio occupato. Nessuna risposta è stata ricevuta al momento della pubblicazione.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio

Gerusalemme-MEMO. Domenica, la polizia israeliana ha arrestato shaykh Najeh Bkirat, vicedirettore del Consiglio islamico Waqf di Gerusalemme.

Le forze di polizia israeliane hanno arrestato Bkirat dal suo ufficio presso la Direzione dell’Ufficio legale per l’Educazione, la Predicazione e la Guida del Dipartimento dei Beni islamici, Waqf, vicino a Bab Al-Silsila (Porta delle catene) nella Città Vecchia di Gerusalemme.

Bkirat è stato arrestato dalle forze di occupazione il 28 ottobre ed è stato sottoposto al divieto di entrare nella moschea di Al-Aqsa per sei mesi.

Negli ultimi due anni Israele ha intensificato la sua campagna contro i palestinesi che vivono a Gerusalemme, non ultimi i funzionari che li rappresentano, che sono stati arrestati in numerose occasioni.

Quds Press. Il portavoce del Movimento di resistenza islamica di Hamas, Hazem Qassem, ha fortemente criticato la decisione USA, annunciata dal Segretario di Stato Mike Pompeo, di considerare i prodotti degli insediamenti come “merci israeliane”, e l’ha definita “una vera aggressione contro i diritti del nostro popolo. Una vera forma di arroganza e di maleducazione da parte dell’America”.

Qassem ha spiegato giovedì, in un comunicato stampa, che tale decisione è la più grande slealtà compiuta dallo Stato USA, il quale è “sinceramente ostile al popolo palestinese e ai suoi diritti. Inoltre, tale decisione è una chiara violazione di tutte le leggi, decisioni e norme internazionali”.

Il portavoce di Hamas ha sottolineato che la scelta degli Stati Uniti conferma che “i pericoli a cui la Palestina va incontro sono in aumento, e ciò richiede una posizione congiunta per evitare ogni rischio”. Giovedì scorso, il Segretario di Stato americano ha visitato l’insediamento di “Psgot”, nella Cisgiordania occupata, nonostante il rifiuto dell’Autorità palestinese.

PCHR -Palestinian Centre for Human Rights. Report sulle violazioni israeliane dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati. 12-18 novembre 2020.

· 12 civili palestinesi sono stati feriti, tra cui 2 minori e un fotoreporter, per uso eccessivo della forza da parte delle IOF in Cisgiordania

· Si riportano 4 attacchi a fuoco contro terreni agricoli e uno contro pescherecci nella Striscia di Gaza ovest e est.

· Attacco aereo delle IOF a Rafah est.

· In 101 raid delle IOF in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est occupata: 77 civili sono stati arrestati, compresi 5 minori.

· Annessione ed espansione degli insediamenti: Israele pubblica bandi di gara per la costruzione di 1.365 unità di insediamento

· Le IOF hanno demolito 5 case e confiscato 6 trattori; a diverse aziende in Cisgiordania e a Gerusalemme est sono stati notificati avvisi di demolizione.

· Attacchi dei coloni: i coloni hanno rubato 20 pecore a Ramallah e aggredito un minore a Hebron.

· Le IOF hanno stabilito 80 checkpoint militari temporanei in Cisgiordania dove arrestato 16 civili palestinesi.

Sommario.

Le IOF hanno continuato a commettere crimini e violazioni a più livelli contro i civili palestinesi e le loro proprietà, inclusi raid nelle città palestinesi caratterizzati da uso eccessivo della forza, attacchi, abusi e aggressioni ai civili. Questa settimana, il ministero israeliano per l’Edilizia abitativa e l’Autorità per le terre israeliane hanno pubblicato un bando di gara per la costruzione di 1.257 unità di insediamento nella colonia di “Givat Hamatos”, costruita sulle terre del villaggio di Beit Safafa, nel sud della Gerusalemme est occupata. Queste unità collegheranno gli insediamenti “Gilo” e “Har Homa” con l’insediamento “Talpiot”.

La costruzione di queste unità di insediamento isolerebbe Betlemme dal villaggio di Beit Safafa e a sud di Gerusalemme est occupata comporterà ulteriori restrizioni e ostacoli alla libertà di circolazione dei Palestinesi e di accesso alle loro terre.

Tale bando israeliano è stata emesso 4 giorni dopo l’approvazione di Israele per la costruzione di 108 unità di insediamento nella colonia “Ramat Shlomo”, a nord di Gerusalemme est occupata. Con questi due bandi, Israele sta riprendendo la costruzione in due insediamenti, dove gli sforzi per espanderli sono stati congelati nel 2014 grazie alla pressione internazionale. Questi bandi coincidono con la crescente demolizione e confisca delle proprietà e delle terre palestinesi da parte delle IOF, in particolare nell’area “C” in Cisgiordania.

Il PCHR teme che Israele intenda accelerare l’espansione degli insediamenti prima che il presidente eletto Joe Biden assuma la presidenza degli Stati Uniti, il 20 gennaio 2021: sembra che Israele preveda di approvare la costruzione di almeno 13.000 unità di insediamento nella Gerusalemme est occupata.

Questa settimana, il PCHR ha documentato 215 violazioni della legge internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario (DIU) da parte delle IOF e dei coloni nei Territori Palestinesi Occupati. Va sottolineato che le limitazioni dovute alla pandemia di coronavirus, hanno limitato la mobilità degli operatori della PCHR sul campo e la capacità di acquisirne la documentazione; pertanto, le informazioni contenute in questo rapporto sono solo una parte delle continue violazioni delle IOF.

Traduzione per InfoPal di Edy Meroli

Cisgiordania – PIC. Domenica, decine di coloni estremisti hanno devastato delle terre coltivate e hanno aggredito diversi contadini palestinesi nel villaggio di Susya, in Cisgiordania.

Il funzionario locale Fuaad al-Amour ha affermato che un gruppo di israeliani, che vivono in una colonia nelle vicinanze, chiamata Susya, hanno invaso aree di terra coltivata nel villaggio di Susya e hanno lasciato che il loro bestiame pascolasse lì e distruggesse i raccolti.

Amour ha aggiunto che i coloni hanno anche aggredito gli agricoltori locali mentre si precipitavano nella zona per cercare di salvare i loro raccolti.

In un incidente separato, un’altra banda di coloni ha aggredito fisicamente un uomo anziano e suo figlio nel villaggio di Shushahla, nel sud di al-Khader (provincia di Betlemme).

Muhannad Salah, un residente locale, ha affermato che lui e suo padre anziano stavano pascolando una mandria di bestiame in una zona del loro villaggio quando un gruppo di israeliani armati, provenienti dalla colonia di Elazar, ha lanciato pietre contro di loro e ha cercato di costringerli a lasciare l’area, minacciandoli con le armi.

Gerusalemme occupata – PIC. Domenica mattina, decine di coloni hanno invaso i cortili della moschea di al-Aqsa nella Gerusalemme occupata, guidati dal rabbino estremista Yehuda Glick, e hanno realizzato delle visite sotto la protezione della polizia.

Testimoni oculari hanno riferito che i coloni hanno realizzato alcuni rituali religiosi prima di riunirsi nella regione orientale della moschea.

Le incursioni dei coloni fanno parte dei tour periodici che mirano a cambiare lo status quo della Città Santa e della Moschea di al-Aqsa.

Durante le incursioni pomeridiane, la polizia israeliana ha fornito ai coloni mezz’ora in più di tempo per le visite, tra le 12:30 e le 2:00, invece dell’1:30.

I gruppi del “Monte del Tempio” hanno esortato le autorità d’occupazione israeliane a rafforzare la loro presa sui cittadini palestinesi di Gerusalemme, ad aggredirli e a mandarli via da Gerusalemme. Hanno sottolineato la necessità di sfruttare il sostegno statunitense verso Israele e spingere per ulteriori progetti di ebraicizzazione.

Continuano gli appelli a tutti i musulmani nella Palestina occupata nel 1948 e al popolo di Gerusalemme per intensificare la loro presenza alla moschea di al-Aqsa, per respingere le incursioni dei coloni.

Secondo un rapporto periodico pubblicato dall’ufficio stampa di Hamas in Cisgiordania, le forze d’occupazione hanno commesso 1.854 violazioni contro i palestinesi e le loro terre in Cisgiordania e nella Gerusalemme occupata nel mese di ottobre.

Il numero di attacchi contro i luoghi di culto è stato di 28, mentre il numero di coloni che hanno fatto irruzione nella moschea di al-Aqsa ha raggiunto i 1.057.

Gaza – PIC. L’esercito d’occupazione israeliano, all’alba di domenica, ha lanciato degli attacchi aerei sulla Striscia di Gaza, senza provocare vittime.

Secondo fonti locali, aerei da guerra hanno preso di mira cinque postazioni militari e di osservazione appartenenti alle Brigate al-Qassam di Hamas in diverse aree di Gaza.

Fortunatamente, nessuno è rimasto ferito negli attacchi aerei, che hanno causato solo danni materiali.

Sabato sera, l’esercito israeliano ha lanciato un attacco d’artiglieria contro un punto d’osservazione nel nord di Gaza.

Secondo i media israeliani, gli attacchi a Gaza sono una rappresaglia per un razzo che era stato lanciato in precedenza su Israele e che aveva causato danni ad un edificio a Ashkelon.

Geneva Council for Rights and Liberties (GCRL). Un gruppo per i diritti umani ha accusato le autorità di sicurezza austriache di aver commesso violazioni dei diritti umani “politicamente motivate” contro i musulmani, secondo quanto rivelato da un comunicato stampa divulgato mercoledì 18 novembre.

“Il Consiglio di Ginevra per i diritti e le libertà (GCRL) è profondamente preoccupato per le violazioni dei diritti umani commesse dalle autorità di sicurezza austriache, durante i vasti raid effettuati in quattro province, che includevano gli arresti di almeno 30 arabi e musulmani”, si legge nel comunicato pubblicato nel sito del GCRL.

“Il 9 novembre, la polizia austriaca ha lanciato incursioni su più di 70 case in quattro province austriache, con l’ordine di arrestare 30 musulmani.

“Tra le persone prese di mira nella campagna ci sono diversi ex funzionari del Consiglio austriaco per la religione islamica, oltre a un impiegato dell’istituto incaricato di formare insegnanti religiosi nelle scuole pubbliche, compresi anche accademici, medici e operatori di associazioni”.

La GCRL ha aggiunto: “Queste campagne mostrano un chiaro disprezzo per i principi fondamentali dei diritti umani e le norme di legge in Austria, e rappresentano intimidazioni ed esasperazione con l’obiettivo di fuorviare l’opinione pubblica con il pretesto di una operazione di sicurezza ben riuscita contro il ‘terrorismo politico’.

“L’ufficio dei procuratori della regione della Styria ha dichiarato in una nota che ‘l’operazione non ha alcun collegamento con l’attacco terroristico di Vienna del 2 novembre’, ma è il risultato di ‘indagini approfondite e complete svolte da oltre un anno'”.

Il Consiglio di Ginevra considera che l’affermazione del ministro dell’Interno austriaco Karl Nihamer secondo il quale l’operazione di sicurezza lanciata dalla polizia mira a “tagliare le radici dell’Islam politico”, indichi che la questione è collegata a posizioni politiche o ad orientamenti religiosi, e non a specifiche violazioni legali.
Sottolinea, inoltre, che le operazioni di sicurezza basate sul credo religioso, sulla fede o sull’orientamento politico, costituiscono una grave violazione del diritto alla libertà di culto, di opinione e di espressione, garantito dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e dal Patto internazionale sui diritti civili e politici, nonché dalle leggi locali:

“La campagna è stata motivata politicamente ed è stata contrassegnata da una serie di violazioni dei diritti umani durante l’arresto, tra cui l’assalto nelle case di notte, l’abbattimento delle porte di molte case, causando terrore ai residenti in totale disprezzo per la presenza di bambini e donne, il sequestro di denaro e di documenti senza mandato”.

Il Consiglio di Ginevra ha inoltre rivelato: “Ai detenuti e agli inquilini delle case, compresi i bambini, sono state poste domande offensive che violano la privacy, come la preghiera o le abitudini sociali, nonché la posizione sulla questione palestinese”.

Il GCRL “condanna fermamente gli attacchi terroristici, esprime la sua piena solidarietà alle vittime e sottolinea l’importanza di perseguire gli autori di questi attacchi in conformità con la legge”, e allo stesso tempo denuncia “qualsiasi tentativo di utilizzare questo incidente per commettere violazioni discriminatorie per motivi di religione o credo”.

Il GCRL ha espresso anche preoccupazione “per le azioni politicamente motivate di scioglimento di associazioni e chiusura di moschee senza giustificazioni legali”, considerandole una forma di “punizione collettiva”.

Concludendo la dichiarazione, il Consiglio ha invitato il governo austriaco “a rivedere le procedure e le decisioni che violano i diritti umani e la legge, a indagare sulle violazioni commesse dalle autorità di sicurezza e a fermare qualsiasi repressione di natura politica o sulla libertà di espressione o credo”.

MEMO. Decenni di occupazione, instabilità e isolamento hanno messo a dura prova i bambini della Palestina, e in particolare i bambini della Striscia di Gaza dove le quotidiane esplosioni di violenza ed il deterioramento delle condizioni di vita hanno lasciato una generazione con un bisogno disperato di sostegno psico-sociale ed incapacità di godere e di vivere serenamente la propria infanzia.

Di solito infanzia è sinonimo di innocenza, divertimento, libertà e amore, invece a Gaza i bambini parlano e capiscono di politica fin quasi dal primo giorno di vita.

Il tredicenne Ezzeddin Samsoum, di Rafah, è stato riconosciuto “bambino eroe” grazie al coraggio che ha dimostrato nel salvare un uomo ferito durante le proteste della Grande Marcia del Ritorno dello scorso anno. Samsoum è corso senza esitazione, strappandosi la maglietta che indossava per fermare l’emorragia dell’uomo.

“Non so cosa significhi essere bambino, mi sento sempre responsabile e temo per i miei cari”, ha dichiarato Samsoum. “Io sono un rifugiato. I miei nonni mi parlano sempre della bellezza della loro città, e di quando i militari sionisti li hanno cacciati con la forza”.

La pandemia di coronavirus ha peggiorato quella che era già una situazione difficile, nella quale i bambini di Gaza vivono con fornitura elettrica limitata, non hanno possibilità di lasciare la Striscia a causa del soffocante assedio di Israele e con il rumore costante di bombe e droni che ronzano sopra le loro teste.

Le difficoltà della vita quotidiana hanno lasciato alla dodicenne Zahra Zayed un solo tema per le sue poesie. “Ho recitato poesie fin da quando ero piccola. Vorrei scrivere poesie che parlino di infanzia e cose divertenti, ma non ho più parole per questi argomenti per colpa della brutalità e dell’umiliazione del mio popolo da parte dell’occupazione”, racconta.

I numerosi attacchi israeliani contro la Striscia di Gaza hanno ferito molte delle persone a lei care. Per la dodicenne, i bombardamenti, gli omicidi, le ingiustizie, il blocco e le privazioni sono gli unici argomenti da recitare nelle sue poesie.

“Durante l’aggressione del 2014, sono rimasta traumatizzata. A causa della situazione rischiosa, siamo stati obbligati a lasciare la nostra casa e a spostarci nelle scuole dell’UNRWA perché pensavamo fossero dei luoghi più sicuri. Ma non vi era più nessun posto sicuro a Gaza. Nessun riparo. Niente poteva proteggerci dagli attacchi”.

Zahra ha partecipato a varie conferenze nelle quali recita poesie che parlano del suo desiderio di tornare nei Territori palestinesi occupati.

Dal 2000, tremila bambini sono stati uccisi dalle forze di occupazione israeliane. Alcuni anche davanti agli obiettivi dei media internazionali, compreso Muhammad Al-Durrah, che aveva soltanto 11 anni.

 Processi nei tribunali militari.

Oltre alla brutalità e alle continue minacce di guerra sotto le quali i bambini palestinesi sono obbligati a vivere, quelli della Cisgiordania occupata e di Gerusalemme Est vengono spesso arrestati nelle loro case nel cuore della notte e processati in tribunali militari, dove molte delle procedure si svolgono in lingua ebraica, lingua che loro non comprendono.

Il tredicenne Ashraf Adwan del villaggio Eizariya, Gerusalemme occupata, è stato condannato a tre anni di carcere da un tribunale militare israeliano che gli ha inoltre commnato una multa di 5.000 shekel (1.461 dollari). Le autorità israeliane sostengono che egli stesse cercando di accoltellare diversi militari armati.

Negando le accuse, la madre di Ashraf dice: “E’ così gentile e disponibile, non agisce mai con violenza contro nessuno, ma siamo continuamente soggetti ad umiliazioni ed oppressione dall’occupazione israeliana”.

“Prima di essere condannato, ha scontato un anno di carcere, ma mi è stato vietato di fargli visita, quindi ho approfittato delle udienze in tribunale per poterlo vedere”, aggiunge.

Secondo Defence for Children International–Palestine, 250 bambini palestinesi erano detenuti nelle carceri israeliane fino alla fine dello scorso agosto, sulla base dei dati forniti dall’Autorità carceraria israeliana.

Il DCIP conferma che “Israele è l’unico paese al mondo che arresta bambini e li giudica nei tribunali militari”.

Ogni anno, dai 500 ai 700 bambini palestinesi vengono arrestati e processati dai tribunali militari israeliani.

 Dall’inizio della Seconda Intifada, nel settembre del 2000, le forze di occupazione hanno arrestato quasi 10.000 bambini palestinesi. Molti di loro adesso hanno più di 18 anni e rimangono tuttora sotto custodia israeliana.

Tali pratiche sono in flagrante violazione della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia, che Israele ha sottoscritto e ratificato fin dal 1991, nonché della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

La politica di impunità della quale godono i militari israeliani a livello nazionale, sapendo che non saranno ritenuti responsabili delle violazioni, li incoraggia a continuare e ad intensificare le loro aggressioni contro i bambini palestinesi.

Il numero di bambini palestinesi al di sotto dei 12 anni detenuti dalle forze di occupazione sono aumentati durante l’ultimo anno, con 84 bambini trattenuti, che vanno dai tre ai 12 anni.

Tra quelli in carcere, figura anche Nader Hijazi, del campo di Balata a Nablus, che aveva soltanto tre anni al momento del suo arresto; Muhammad Mazen Shweiki di sette anni, di Gerusalemme; e Zain Ashraf Idris, sempre di sette anni, che è stato portato via dalla scuola che frequentava a Hebron, dopo essere stata presa d’assalto dalle forze di occupazione.

L’occupazione continua anche a convocare minori per indagini, con il pretesto del lancio di pietre, come Muhammad Rabi’ Elayyan di quattro anni e Qais Firas Obaid di sei anni, entrambi del quartiere occupato di Issawiya, a Gerusalemme est.

Mentre il mondo celebra la Giornata Internazionale dei Bambini, diverse associazioni per i diritti umani e scuole della Palestina occupata utilizzeranno questa giornata per promuovere l’unità e la solidarietà. Quello di cui i bambini palestinesi hanno bisogno è stabilità e possibilità di vivere senza paura di guerre, arresti, espropriazioni ed estrema povertà. Ogni bambino ha diritto all’infanzia.

(Città di Gaza, 5 novembre 2020. Bambini in una strada fangosa dopo la pioggia mentre le famiglie palestinesi che vivono in tende improvvisate hanno difficoltà con l’inizio della stagione invernale nel quartiere Ez-Zeitoun. Fot di Mustafa Hassona – Agenzia Anadolu).

Traduzione per InfoPal di Aisha T. Bravi

Washington – MEMO. Il movimento per il Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) ha condannato le dichiarazioni del Segretario di Stato degli USA, Mike Pompeo, in cui ha definito il movimento come “antisemita”.

“L’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta cercando di screditare il movimento”, ha annunciato il movimento BDS in un comunicato, di cui l’Agenzia Anadolu ha ricevuto una copia.

La dichiarazione ha aggiunto che il movimento BDS rifiuta costantemente tutte le forme di razzismo, compresi i pregiudizi contro gli ebrei.

La dichiarazione sottolinea: “L’alleanza fanatica Trump-Netanyahu sta intenzionalmente cercando di confondere l’opposizione al regime israeliano d’occupazione, colonizzazione ed apartheid contro i palestinesi e che chiede pressioni non violente per porre fine a questo regime […] con il razzismo contro gli ebrei dall’altro […] al fine di sopprimere la difesa dei diritti dei palestinesi secondo la legge internazionale”.

Pompeo ha annunciato giovedì la decisione del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti di classificare il movimento BDS come organizzazione antisemita, in una conferenza stampa congiunta con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Il movimento BDS, che è attivo su scala internazionale, cerca di “raggiungere la libertà, la giustizia e l’uguaglianza, e lavora per proteggere i diritti inalienabili del popolo palestinese”.

Il movimento è stato in grado di raggiungere diversi punti di riferimento a livello internazionale, il che ha disturbato Israele, spingendolo a vietare ai membri del BDS di entrare nel suo territorio.

https://videos.files.wordpress.com/gOxxj85p/bds-israel_1_dvd.mp4

Gerusalemme occupata – MEMO. Le autorità d’occupazione israeliane hanno emesso la decisione di sgomberare con la forza 400 palestinesi, comprese donne e bambini, dalle loro case nel quartiere di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme Est.

Lo specialista per gli affari di Gerusalemme, Fakhri Abu Diyab, ha dichiarato al sito di notizie al-Mugtama che le autorità d’occupazione hanno emesso una decisione per evacuare 28 edifici, che ospitano 80 famiglie palestinesi, per consegnarli ai coloni, i quali, a loro volta, li convertiranno in caserme militari.

“La pretesta israeliana che afferma che la proprietà delle strutture appartiene ai coloni ebrei è infondata”, ha affermato Abu Diyab, spiegando che le famiglie palestinesi vivono nelle case in questione dal 1956.

“La decisione dell’occupazione israeliana è un crimine ed un’aggressione che mira a svuotare la città dai suoi residenti palestinesi e creare uno squilibrio demografico che favorisce i coloni”, ha aggiunto.

Le forze israeliane hanno demolito 176 case palestinesi nella Gerusalemme occupata dall’inizio di quest’anno e hanno approvato l’istituzione di 17 mila unità coloniali nella Città Santa.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

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Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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