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Washington – MEMO. Il movimento per il Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) ha condannato le dichiarazioni del Segretario di Stato degli USA, Mike Pompeo, in cui ha definito il movimento come “antisemita”.

“L’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta cercando di screditare il movimento”, ha annunciato il movimento BDS in un comunicato, di cui l’Agenzia Anadolu ha ricevuto una copia.

La dichiarazione ha aggiunto che il movimento BDS rifiuta costantemente tutte le forme di razzismo, compresi i pregiudizi contro gli ebrei.

La dichiarazione sottolinea: “L’alleanza fanatica Trump-Netanyahu sta intenzionalmente cercando di confondere l’opposizione al regime israeliano d’occupazione, colonizzazione ed apartheid contro i palestinesi e che chiede pressioni non violente per porre fine a questo regime […] con il razzismo contro gli ebrei dall’altro […] al fine di sopprimere la difesa dei diritti dei palestinesi secondo la legge internazionale”.

Pompeo ha annunciato giovedì la decisione del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti di classificare il movimento BDS come organizzazione antisemita, in una conferenza stampa congiunta con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Il movimento BDS, che è attivo su scala internazionale, cerca di “raggiungere la libertà, la giustizia e l’uguaglianza, e lavora per proteggere i diritti inalienabili del popolo palestinese”.

Il movimento è stato in grado di raggiungere diversi punti di riferimento a livello internazionale, il che ha disturbato Israele, spingendolo a vietare ai membri del BDS di entrare nel suo territorio.

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Gerusalemme occupata – MEMO. Le autorità d’occupazione israeliane hanno emesso la decisione di sgomberare con la forza 400 palestinesi, comprese donne e bambini, dalle loro case nel quartiere di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme Est.

Lo specialista per gli affari di Gerusalemme, Fakhri Abu Diyab, ha dichiarato al sito di notizie al-Mugtama che le autorità d’occupazione hanno emesso una decisione per evacuare 28 edifici, che ospitano 80 famiglie palestinesi, per consegnarli ai coloni, i quali, a loro volta, li convertiranno in caserme militari.

“La pretesta israeliana che afferma che la proprietà delle strutture appartiene ai coloni ebrei è infondata”, ha affermato Abu Diyab, spiegando che le famiglie palestinesi vivono nelle case in questione dal 1956.

“La decisione dell’occupazione israeliana è un crimine ed un’aggressione che mira a svuotare la città dai suoi residenti palestinesi e creare uno squilibrio demografico che favorisce i coloni”, ha aggiunto.

Le forze israeliane hanno demolito 176 case palestinesi nella Gerusalemme occupata dall’inizio di quest’anno e hanno approvato l’istituzione di 17 mila unità coloniali nella Città Santa.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Cisgiordania-PIC. Giovedì sera, i coloni hanno distrutto i vetri di una casa e i finestrini di un’auto, ed in seguito danneggiato gli pneumatici e le cisterne d’acqua nella cittadina di Silat al-Dhahr, nel sud del Jenin, nella zona settentrionale della Cisgiordania occupata.

Taysir Abu Dayak, il vicesindaco di Silat al-Dhahr, ha dichiarato in una nota alla stampa che un gruppo di coloni armati ha attaccato la casa di Rami Abu Asbah, nella periferia della cittadina di Silat al-Dhahr.

L’uomo ha spiegato che i coloni sono arrivati dall’insediamento evacuato di Homesh, hanno distrutto le finestre, diretto insulti ed espressioni razziste nei confronti dei cittadini palestinesi e danneggiato il veicolo di Asbah. Nell’agosto del 2005, il governo di occupazione fece evacuare l’insediamento di Homesh, insieme ad altri tre insediamenti, come parte di un piano unilaterale.

L’autorità di occupazione non ha però consegnato questi quattro insediamenti all’Autorità palestinese, mantenendoli sotto il suo controllo.

Sin dall’inizio del 2007, i coloni hanno iniziato a fare ritorno nell’insediamento durante le occasioni festive, dando vita ad un movimento chiamato “Movimento di ritorno a Homesh”, godendo della protezione dell’esercito israeliano.

Il ritmo degli attacchi in Cisgiordania è aumentato costantemente negli ultimi anni, in termini di quantità ed entità dei danni inflitti ai palestinesi.

Secondo un rapporto periodico pubblicato dall’ufficio stampa di Hamas in Cisgiordania, le forze di occupazione hanno commesso 1854 violazioni contro i palestinesi e le loro terre, in Cisgiordania e a Gerusalemme, solo in ottobre.

Il rapporto ha contato 71 attacchi commessi dai coloni e 27 attività di insediamento che vanno dalla confisca alla distruzione delle terre, oltre che a costruire strade e approvare la costruzione di nuove unità di insediamento.

Le aree di Al-Khalil/Hebron, Gerusalemme e Betlemme sono tra le province più esposte alle violazioni di Israele, contando rispettivamente 285, 360 e 234 violazioni.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio

 

 

MiddleEastEye and agencies. Voci critiche segnalano che le autorità stanno deliberatamente pubblicando bandi per costruire a Givat Hamatos prima che Trump lasci la Casa Bianca. (Da Zeitun.info).

Israele è andato avanti con il progetto di costruzione di una nuova colonia nella Gerusalemme est occupata, ha affermato domenica un gruppo di monitoraggio, avvertendo che questi sforzi sono stati incrementati prima che il presidente Donald Trump lasci la Casa Bianca a gennaio. 

L’amministrazione Trump ha infranto una prassi decennale bipartisan non opponendosi all’attività coloniale israeliana a Gerusalemme est e nella Cisgiordania occupate. Il presidente eletto Joe Biden ha affermato che la sua amministrazione ripristinerà la politica USA di opposizione alle colonie, che sono illegali in base al diritto internazionale e che molti governi considerano un ostacolo alla pace.

Nel dicembre 2017 l’amministrazione Trump ha rotto con la comunità internazionale ed ha riconosciuto l’intera città di Gerusalemme come capitale di Israele. Nel novembre 2019 ha affermato che non avrebbe più considerato le colonie israeliane nella Cisgiordania occupata come una violazione del diritto internazionale, ancora una volta andando contro l’ampio consenso diplomatico. 

L’attuale Segretario di Stato Mike Pompeo visiterà nei prossimi giorni una colonia israeliana illegale nella Cisgiordania palestinese e sulle Alture del Golan siriane, compiendo la prima visita di un segretario di Stato USA nelle zone occupate palestinesi e siriane. In particolare si recherà a Psagot Winery, che a febbraio ha intitolato un vino in suo onore.

L’ultima iniziativa ha visto l’Autorità Israeliana per la Terra emettere bandi di costruzione a Givat Hamatos, un’area attualmente disabitata di Gerusalemme est, vicina al quartiere a maggioranza palestinese di Beit Safafa.

A febbraio il Primo Ministro israeliano di destra Benjamin Netanyahu ha annunciato l’approvazione di 3.000 abitazioni nell’area.

Ha detto che 2.000 sarebbero state destinate ad ebrei e 1.000 a residenti palestinesi di Beit Safafa.

La settimana scorsa l’Autorità (israeliana) per la Terra ha emesso bandi per la costruzione di oltre 1,200 unità per la maggior parte residenziali a Givat Hamatos.

Ir Amim, un’organizzazione israeliana della società civile che monitora le colonie a Gerusalemme e che domenica ha richiamato l’attenzione sui bandi ha avvertito che i prossimi due mesi che precedono il cambio a Washington DC “saranno un periodo critico”.

“Pensiamo che Israele cercherà di sfruttare questo tempo per portare avanti dei passi che l’amministrazione entrante potrebbe ostacolare”, ha affermato in una dichiarazione, sottolineando che la scadenza del bando sarà il 18 gennaio 2021, due giorni prima dell’insediamento di Biden.

Ir Amim ha ribadito la preoccupazione che la costruzione di una colonia a Givat Hamatos sarebbe un colpo devastante ad una possibile risoluzione dell’occupazione israeliana delle terre palestinesi, in quanto isolerebbe Gerusalemme est dalla città cisgiordana di Betlemme, interrompendo la continuità territoriale di un futuro Stato palestinese con Gerusalemme est come capitale nel contesto di una soluzione di due Stati.

“Se realizzata, Givat Hamatos diventerebbe la prima nuova colonia a Gerusalemme est in 20 anni”, ha detto l’organizzazione in una dichiarazione.

Nabil Abu Rudeina, un portavoce del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) Mahmoud Abbas, ha detto che i bandi per Givat Hamatos rappresentano un tentativo di Israele “di uccidere la soluzione di due Stati sostenuta a livello internazionale”.

I critici della soluzione dei due Stati sostengono che non sia più percorribile a causa della continua colonizzazione israeliana, che vede circa 400.000 coloni che vivono in Cisgiordania sotto la legge israeliana che utilizza sistemi educativi e di trasporto separati, in ciò che esperti giuridici sostengono configuri una politica di apartheid.

I bandi per Gerusalemme est fanno seguito all’approvazione, la settimana scorsa, di 96 nuove abitazioni per coloni a Gerusalemme est nel quartiere di Ramat Shlomo.

L’approvazione di costruzioni di colonie a Ramat Shlomo nel 2010 aveva provocato un grave contrasto tra Netanyahu e l’ex presidente USA Barack Obama e l’allora vicepresidente Biden.

Israele ha preso il controllo di Gerusalemme est nel corso della guerra dei sei giorni del 1967, prima di annetterla con una mossa non riconosciuta dalla maggior parte della comunità internazionale.

(Foto: nuove abitazioni nella colonia di Ramat Shlomo nell’occupata Gerusalemme Est. AFP)

Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna

Cisgiordania-PIC. Venerdì le forze di occupazione israeliane (IOF) hanno attaccato una manifestazione contro la creazione di un nuovo avamposto di insediamento nell’area di Ras al-Tin, a Kafr Malik, a est di Ramallah. Un cittadino palestinese è stato ferito alla spalla da un candelotto lacrimogeno, e un medico è stato arrestato.

Fonti locali hanno riferito che sono scoppiati scontri tra i giovani palestinesi e i soldati nell’area di Ein Samia. Le IOF e i coloni hanno sparato proiettili letali e lacrimogeni contro la manifestazione.

Abdullah Abu Rahma, direttore generale del Comitato di resistenza popolare contro il muro, è stato ferito alla spalla con un candelotto, altri hanno avuto difficoltà respiratorie e sono stati curati sul campo.

Secondo le fonti, le IOF hanno arrestato il medico, Muhammad Hussein Hamed, 26 anni, mentre cercava di curare i feriti.

La marcia è stata lanciata dal centro di Kafr Malik verso l’area di Ras al-Tin, per protestare contro l’intenzione israeliana di stabilire un nuovo avamposto coloniale su vaste aree delle terre del villaggio.

E.I. Gli Emirati Arabi Uniti hanno lanciato sul mercato il loro trattato di “pace” con Israele come se fosse un modo per fermare l’ulteriore annessione israeliana di Territori palestinesi occupati.

Invece, al contrario, l’ha incoraggiata, ed in maniera molto esplicita.

La scorsa settimana una delegazione di coloni israeliani ha visitato Dubai e Sharjah e ha incontrato uomini d’affari degli Emirati.

La delegazione era guidata da Yossi Dagan, capo del Consiglio Regionale della Samaria, un organismo composto da coloni che si trova nella Cisgiordania occupata.

Hanno incontrato una ventina di persone e aziende per valutare eventuali accordi da realizzare su agricoltura, controllo dei parassiti, materie plastiche e desalinizzazione dell’acqua.

“Gli Emirati Arabi Uniti sono un paese avanzato, in prima linea nello sviluppo e negli investimenti”, ha dichiarato Dagan alla Associated Press.

“E’ un grande onore per noi stringere legami commerciali ed industriali con loro”.

In un post pubblicato su Facebook in occasione della visita, Dagan ha chiesto al primo ministro Benjamin Netanyahu di “attuare la piena sovranità sulla Giudea e sulla Samaria”, in altre parole, di procedere all’annessione ufficiale della Cisgiordania occupata.

Ha affermato di essere “felice di poter annunciare” che gli Emirati Arabi Uniti cominceranno ben presto ad importare prodotti dagli insediamenti.

Il rappresentante dei coloni ha sostenuto che non esiste “alcuna contraddizione” tra il rafforzamento dell’economia negli insediamenti ed il lavoro svolto a favore dell’annessione.

“Una economia forte e ben consolidata equivale ad un accordo forte e ben consolidato”, ha scritto su Facebook.

Dagan ha ringraziato anche gli Emirati Arabi Uniti, Netanyahu e gli Stati Uniti per l’accordo di normalizzazione, che “dimostra che la pace senza ritiro” e senza far spostare i coloni dalla terra palestinese occupata è possibile.

Dagan sembra essersi reso conto soltanto ora che i cosiddetti Accordi di Abraham non costituiscono assolutamente un ostacolo alla colonizzazione israeliana. Non era, invece, altrettanto contento quando l’accordo Israele-Emirati venne siglato alcuni mesi fa.

Aveva infatti definito il presunto accordo di Netanyahu, per fermare l’annessione in cambio della normalizzazione, “una pugnalata alle spalle”.

Dagan aveva detto di essere rimasto “deluso, ferito e arrabbiato” nel vedere Netanyahu rinunciare alle promesse fatte, cancellando con un colpo di spugna ciò che Israele aveva continuato a fare per decenni, cioè furti di terre, sfollamento forzato di Palestinesi e costruzione di colonie in flagrante violazione del diritto internazionale.

Ma subito dopo l’annuncio dell’accordo Emirati-Israele del 13 agosto, Netanyahu ha riconfermato il suo impegno a favore dell’annessione.

All’inizio di quest’anno Israele stava chiedendo l’annessione formale di gran parte della Cisgiordania occupata, ma gli Stati Uniti avevano messo in sospeso quel piano.

Gli Emirati hanno cercato di far passare il congelamento imposto dagli Stati Uniti come un risultato positivo per i Palestinesi, grazie al suo accordo sottoscritto con Israele.

Ma, al contrario, è stato chiaro fin dal primo giorno che questo non era altro che un messaggio di pubbliche relazioni per consentire agli Emirati Arabi Uniti di poter affermare che la loro mossa aveva aiutato i Palestinesi, quando è stato esattamente l’opposto.

Ora gli Emirati si stanno spingendo ben oltre la normalizzazione dei legami con lo stato dell’apartheid, accogliendo favorevolmente la sua colonizzazione della Cisgiordania.

Gli accordi degli Emirati Arabi Uniti con i produttori di armi israeliani, le banche israeliane che finanziano il furto di territori palestinesi, ed ora il caloroso benvenuto dato ai coloni israeliani più intransigenti, mostrano che lo stato del Golfo non è assolutamente un oppositore degli insediamenti, anzi li sostiene attivamente.

Premi.

Intanto gli Emirati stanno già usufruendo delle ricompense concesse loro dagli americani in contropartita. 

La scorsa settimana l’amministrazione Trump ha approvato la vendita di 50 caccia F-35 agli Emirati Arabi Uniti nell’ambito di un accordo di vendita di armi del valore di 23 miliardi di dollari.

“Questo è il riconoscimento del nostro rafforzamento nelle relazioni e della necessità degli Emirati Arabi Uniti di avere a disposizione possibilità di difesa avanzate per dissuadere e potersi difendere dalle crescenti minacce provenienti dall’Iran”, ha annunciato il 10 novembre il segretario di stato Mike Pompeo.

Pompeo ha ricordato gli Accordi di Abraham come occasione per la vendita di armi, senza però dichiarare esplicitamente che si trattava di un risultato diretto dell’accordo.

L’accordo Emirati-Israele e la vendita di armi fanno parte dell’impegno americano di costruire un’alleanza tra Israele e gli stati del Golfo in funzione anti-Iran, sotto la supervisione degli Stati Uniti.

Il rifiuto iniziale di Israele di dare il suo benestare alla vendita degli F-35 statunitensi agli Emirati Arabi Uniti era stato soltanto un incidente di percorso. Ma in ottobre, Israele aveva ceduto e dato agli americani il via libera per vendere gli aerei da guerra con tecnologia avanzata ad Abu Dhabi.

Gli F-35 sono prodotti dal gigante americano delle armi Lockheed Martin, uno dei maggiori beneficiari degli aiuti militari statunitensi ad Israele ed uno dei principali obiettivi del movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni guidato dai Palestinesi.

Il furto non si è mai fermato.

Intanto Israele sta accelerando il furto dei territori palestinesi, durante gli ultimi giorni dell’amministrazione Trump.

Domenica il governo israeliano ha pubblicato offerte per la costruzione di centinaia di unità abitative nell’insediamento di Givat Hamatos, a sud di Gerusalemme. 

Israele ha fissato la scadenza per la gara al 18 gennaio 2021, due giorni prima che Joe Biden venga insediato presidente.

L’osservatorio sugli insediamenti israeliani Peace Now ha dichiarato che questo fa “parte del tentativo di realizzare quante più azioni concrete possibili sul campo” prima che la nuova amministrazione presti giuramento.

Nel 2014 l’espansione di Givat Hamatos era stata interrotta a causa dell’opposizione dell’amministrazione Obama.

Se attuata, isolerebbe il quartiere palestinese di Beit Safafa ed impedirebbe la contiguità territoriale tra Gerusalemme Est e Betlemme, erodendo ulteriormente la possibilità di uno stato palestinese contiguo.

Proteste inefficaci.

Nickolay Mladenov, l’inviato ONU per il Medio Oriente, ha affermato lunedì di essere “molto preoccupato” per la prevista espansione di Givat Hamatos ed ha invitato “le autorità a tornare indietro sui loro passi”.

Anche i diplomatici europei hanno fatto affermazioni altrettanto inutili.

Soltanto un diplomatico europeo ha chiesto ad Israele di attendersi delle conseguenze per le sue azioni. 

“Nuovi insediamenti illegali in Cisgiordania non devono essere ignorati dalla comunità internazionale”, ha twittato il ministro degli Esteri irlandese Simon Coveney. “Dobbiamo prendere in considerazioni quali opzioni sono possibili per riuscire a scoraggiare queste azioni”.

Una opzione sul tavolo potrebbe essere che l’Irlanda approvi il disegno di legge sui territori occupati, che vieterebbe la compravendita di merci provenienti dagli insediamenti israeliani.

Nonostante l’ampio sostegno politico che questa opzione avrebbe in Irlanda, lo stesso Coveney è stato l’ostacolo principale all’introduzione di questo divieto.

Lunedì Sven Kuhn von Burgsdorff, l’inviato dell’Unione Europea in Cisgiordania e Gaza, ha condotto una dozzina di diplomatici europei nell’area di Givat Hamatos per protestare contro la prevista espansione di Israele.

I membri del gruppo estremista anti-palestinese Im Tirzu hanno cacciato von Burgsdorff e altri diplomatici dal sito, dicendo loro di “tornare in Europa” e accusandoli di antisemitismo.

Secondo quanto riferito, la delegazione è tornata alle proprie auto e si è trasferita in un’area diversa prima di rivolgersi nuovamente ai manifestanti.

“Quello a cui stiamo assistendo proprio ora qui è un tentativo di annessione di fatto. E questo non può continuare”, ha detto von Burgsdorff.

Al fine di mettere a tacere i sostenitori dei diritti dei Palestinesi, l’UE promuove in modo massiccio la cosiddetta definizione IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) di antisemitismo, che fonde le critiche alle politiche anti-palestinesi di Israele con il fanatismo contro gli ebrei.

Pertanto l’attacco di Im Tirzu ai diplomatici europei, definendoli antisemiti per aver protestato contro un crimine di guerra, è stato solo un esempio delle tattiche proprie dell’UE che si rivoltano sulla UE stessa.

“Io personalmente non mi sento minacciato”, ha detto più tardi von Burgsdorff al The Times of Israel.

“E’ stato un peccato non aver potuto avere un dialogo ragionevole con queste persone, è un peccato, perché mi sarebbe piaciuto interagire con loro”.

Questa dichiarazione ha immortalato ancora una volta l’indulgenza senza limiti dell’UE nei confronti di Israele, qualunque cosa faccia.

Traduzione per InfoPal di Aisha T. Bravi

Territori palestinesi occupati – MEMO. Almeno 400 minorenni palestinesi sono stati arrestati dalle autorità israeliane dall’inizio dell’anno, secondo quanto affermato dalla Società per i prigionieri palestinesi (PSS).

In una dichiarazione rilasciata in occasione della Giornata internazionale dell’infanzia celebrata venerdì, la PSS ha dichiarato: “Le autorità d’occupazione israeliane hanno arrestato 400 minorenni palestinesi dall’inizio di quest’anno, la maggior parte dei quali a Gerusalemme Est”.

“Le autorità israeliane continuano a trattenere 170 minorenni palestinesi nelle prigioni [israeliane]”.

“Israele sta commettendo varie violazioni contro i minorenni palestinesi durante la loro detenzione, tra cui impedire loro di completare gli studi, privare alcuni di loro di ricevere le visite familiari e metterli in cella di isolamento”, aggiunge la dichiarazione.

L’accusa più comune è il lancio di pietre, che l’esercito israeliano considera un “reato per la sicurezza”. Coloro che sono ritenuti colpevoli possono prendere fino a 20 anni di carcere, a seconda dell’età del minorenne.

L’esercito israeliano conduce frequenti campagne d’arresto in tutta la Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme Est occupata, con il pretesto di rintracciare palestinesi “ricercati”.

I bambini che vivono nella Gerusalemme Est occupata sono i più presi di mira, ha affermato la PPS. Molti apparentemente rischiano l’arresto almeno una volta al mese.

Le forze di sicurezza israeliane hanno usato la forza per arrestare bambini palestinesi di appena 11 anni.

Israele è l’unico paese al mondo a perseguire regolarmente i minorenni nei tribunali militari privi di garanzie di base per un processo equo. Inoltre, i minorenni palestinesi detenuti da Israele subiscono abusi e torture sistematiche, che sono stati legittimati dalla magistratura e dal governo.

La PPS ha invitato le istituzioni internazionali per i diritti umani ad agire e fare pressione su Israele per porre fine agli abusi contro i minorenni palestinesi.

Palestine Chronicle. L’Autorità palestinese riprenderà i rapporti di cooperazione civile e sulla sicurezza con Israele, sospesi da maggio, in seguito allo stop di Tel Aviv al progetto di annessione di parti della Cisgiordania, ha affermato martedì un ministro palestinese.

Il ministro degli Affari civili Hussein al-Sheikh ha scritto su Twitter che “la relazione con Israele ritornerà com’era prima”, dopo che il presidente Mahmoud Abbas ha ricevuto la conferma che Israele rispetterà gli impegni presi in passato con i palestinesi.

Gli accordi di pace a interim, firmati nel 1990, infatti, prevedono la creazione di uno Stato palestinese accanto a Israele.

La sospensione dei rapporti di cooperazione tra i due stati, durata sei mesi, arriva in conseguenza della volontà pianificata d’Israele di annettere al proprio territorio la Cisgiordania – territorio conquistato nella guerra dal Medio Oriente nel 1967 – atto che renderebbe la soluzione a due stati impossibile.

The PA leadership has been eager to find a pretext to go back on this, which Biden’s election now gives them. But it’s not likely to go over well with the Palestinian public, especially in the wake of ramped up settlements, demolitions, etc.https://t.co/2866ct6XLr

— Khaled Elgindy (@elgindy_) November 17, 2020

I rinnovati legami israelo-palestinesi potrebbero portare al pagamento dei 3 miliardi di shekel (890 milioni di dollari) in trasferimenti fiscali, che Israele trattiene dall’Autorità palestinese e la cui economia è stata fortemente colpita dalla pandemia. Israele raccoglie i dazi sulle importazioni palestinesi che passano attraverso i suoi porti.

In una videoconferenza via Zoom, organizzata dal Consiglio per le relazioni estere, il primo ministro palestinese Mohammad Shtayyeh ha affermato che la decisione di riprendere i contatti con Israele si è basata, in parte, sulla necessità di affrontare insieme la crisi sanitaria.

Per le centinaia di migliaia di coloni ebrei che vivono in Cisgiordania e per le decine di migliaia di lavoratori palestinesi che attraversano i confini giornalmente per recarsi al lavoro, era necessaria un’azione comune e coordinata, al fine di prevenire la diffusione del virus, ha detto Shtayyeh.

“La nostra vita è estremamente interconnessa a quella degli israeliani e non c’è modo di combattere il virus da soli”, ha detto.

Fonti palestinesi hanno rivelato che la cooperazione con Israele riprenderà immediatamente. Anche un ufficiale israeliano ha dichiarato che “ci troviamo molto vicini” a rinnovare i rapporti di coordinamento, citando lo scambio di messaggi tra il ministro della Difesa israeliano e le Autorità palestinesi.

“Una cosa che ha certamente aiutato i palestinesi (a prendere tale decisione) è stata l’elezione di (Joe) Biden (come presidente degli Stati Uniti), che ha dato loro… una scusa per ritrattare”, ha affermato un ufficiale intervistato, che ha però preferito rimanere nell’anonimato.

Non c’è stata una risposta immediata riguardo la ripresa, o meno, dei rapporti con l’amministrazione Trump, interrotti per protestare contro una politica a favore di Israele.

Probabilmente, l’accordo di stabilizzazione delle relazioni formali tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti ad agosto, ha portato Israele a sospendere i progetti di annessione della Cisgiordania, spianando la strada verso nuovi contatti con la Palestina.

A Gaza, invece, il gruppo islamista al potere Hamas ha condannato la decisione dell’Autorità Palestinese rivale, con sede in Cisgiordania, definendola una “pugnalata contro gli sforzi per raggiungere una vera partnership nazionale”.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio

#Israel to Build Over 1,000 #Settlement Units in #EastJerusalem https://t.co/4TAQfgwvxh via @PalestineChron pic.twitter.com/qG3Zl52xOy

— The Palestine Chronicle (@PalestineChron) November 18, 2020

Washington – Palestine Chronicle. Il Segretario di Stato USA Mike Pompeo ha annunciato che Washington adotterà misure contro la campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), che cerca di isolare Israele come punizione per il trattamento riservato ai palestinesi.

Washington “considererà la campagna globale del BDS come antisemita”, ha affermato.

“Prenderemo immediatamente provvedimenti per identificare le organizzazioni che prendono parte ai comportamenti d’odio del BDS e ritireremo il sostegno del governo degli Stati Uniti a tali gruppi”, ha affermato Pompeo, aggiungendo “vogliamo unirci a tutte le altre nazioni che riconoscono il movimento BDS per il cancro che rappresenta”.

Israele vede il BDS come una minaccia strategica e lo accusa di antisemitismo da molto tempo.

Gli attivisti negano fermamente l’accusa, paragonando il boicottaggio all’isolamento economico che ha contribuito a far cadere l’Apartheid in Sud Africa.

La scorsa settimana, Pompeo ha annunciato la sua intenzione di creare un nuovo processo attraverso il quale Washington potrà etichettare le organizzazioni e le ONG come “antisemite”, secondo quanto riferito mercoledì dal giornale Politico.

Tre persone vicine alla questione hanno confermato la mossa, dicendo che Pompeo potrebbe non realizzare alcun annuncio ufficiale sulla questione.

Giovedì, Pompeo ha realizzato quella che è stata la prima visita di un Segretario di Stato USA nelle Alture del Golan occupate da Israele, dopo aver etichettato il movimento filo-palestinese BDS come un “cancro” antisemita.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Gerusalemme occupata – PIC. Giovedì mattina, decine di coloni, scortati da uno spiegamento di poliziotti israeliani, hanno invaso la moschea di al-Aqsa nella Gerusalemme occupata.

Secondo il Dipartimento per i beni religiosi di Gerusalemme, 98 coloni, inclusi 53 studenti di istituti ebraici, sono entrati nella moschea in gruppi e hanno visitato i suoi cortili sotto la stretta protezione della polizia.

Secondo quanto riferito, i coloni hanno assistito a presentazioni sul presunto “Monte del Tempio” e hanno eseguito alcuni rituali talmudici durante i tour, specialmente nell’area orientale della moschea.

La moschea di al-Aqsa è quotidianamente invasa da parte di coloni e forze di polizia, al mattino e al pomeriggio, tranne il venerdì e il sabato.

La polizia israeliana chiude la Porta di al-Maghariba, utilizzata dagli ebrei per entrare nella moschea, alle 10:30, dopo che i coloni hanno completato le loro visite mattutine nel luogo sacro. Più tardi nel pomeriggio, lo stesso cancello viene riaperto per i tour pomeridiani dei coloni.

Mentre i coloni si trovano all’interno della moschea, vengono imposte restrizioni per l’entrata dei fedeli musulmani negli ingressi che conducono alla moschea, e le loro carte d’identità vengono confiscate fino a quando non lasciano il luogo sacro.

Gerusalemme-PIC e Quds Press. Giovedì mattina i bulldozer israeliani hanno demolito una casa di proprietà palestinese nella città di al-Lod, nel centro di Israele (territori occupati del 1948).

Secondo fonti locali, i bulldozer appartenenti al Comitato di pianificazione e costruzione del distretto hanno invaso il quartiere Shnair e hanno iniziato ad abbattere una casa a due piani sotto la protezione della polizia.

La casa rasa al suolo, costruita molti anni fa, apparteneva alla famiglia di Shaaban ed era usata come proprietà in affitto.

Le autorità israeliane hanno affermato, come sempre, che la casa è stata costruita senza licenza.

Gaza-PIC e Quds Press. Giovedì mattina, la marina israeliana ha lanciato un attacco contro i pescatori palestinesi e le loro barche al largo della costa settentrionale di Gaza.

Fonti locali hanno affermato che le imbarcazioni militari israeliane hanno aperto il fuoco contro diversi pescherecci durante la loro presenza a meno di sei miglia nautiche dalla costa di al-Sudaniya, nel nord di Gaza. Nessuno è rimasto ferito nell’attacco.

Le forze navali israeliane prendono continuamente di mira i pescatori di Gaza, aggredendoli, arrestandoli, uccidendoli e danneggiando le loro barche. 

In base agli accordi di Oslo del 1993, i pescatori palestinesi sono autorizzati a pescare fino a 20 miglia nautiche al largo della costa di Gaza, ma da allora Israele ha continuato a ridurre gradualmente l’area di pesca fino a un limite compreso tra sei e tre miglia nautiche come parte del suo blocco su Gaza.

I pescatori e le associazioni per i diritti umani affermano anche che dalla guerra del 2008-2009 a Gaza, l’esercito israeliano ha regolarmente applicato un limite ancora più vicino alla costa.

Gaza-Quds Press. Il ministero dell’Interno palestinese di Gaza ha dichiarato che sta per adottare misure più severe, “che potrebbero portare ad una chiusura totale”, nel caso in cui il tasso dei contagi da Coronavirus continui ad aumentare.

Il portavoce ministeriale, Iyad Al-Bazm, durante una conferenza stampa tenutasi martedì, ha affermato che il ministero dell’Interno “ha optato per misure più severe per evitare una chiusura totale, dati i costi che questa comporterebbe per tutti i settori del paese”.

Il portavoce ha aggiunto che “è in continuo aumento il tasso di contagiati, numero che martedì ha raggiunto i 486 casi, rivelando tutta la gravità della fase che stiamo vivendo. Il tasso di contagiosità è infatti aumentato di oltre il 20% sul totale dei test effettuati, mentre non superava il 5% durante le prime settimane di diffusione del virus”.

Al-Bazm ha sottolineato che il ministero continua nello sforzo di contrastare l’epidemia e che le autorità competenti stanno lavorando per mettere in atto misure preventive in tutti i settori e strutture.

“Il ministero dell’Interno ha portato avanti campagne di sensibilizzazione, entrando in contatto diretto con le comunità, al fine di limitare la diffusione del virus. Mentre il sottosegretario del ministero ha organizzato delle riunioni con varie parti sociali, inclusi i leader di fazione, personalità importanti e personalità giuridiche, federazioni e sindacati, affinché tutti si assumano la propria responsabilità davanti a questa pandemia”.

Al-Bazam ha inoltre sottolineato che la responsabilità, in questa fase, è sia individuale che collettiva e non è limitata alle autorità governative. Ha spiegato che il ministero ha dato vita ad una serie di comitati specializzati al fine di intensificare i controlli sull’impegno dei cittadini nel rispettare le misure preventive, alla luce dell’elevato numero di contagiati registrati, oltre che ad un comitato per proteggere e seguire i cittadini in quarantena, esaminando poi il lavoro e i risultati raccolti.

“Finora, il ministero ha lavorato per assicurarsi che le misure di prevenzione e sicurezza vengano applicate in tutti i settori, in conformità con i protocolli del ministero della Salute, al fine di garantire la continuazione di una vita quotidiana il quanto più normale possibile, per assicurare i servizi educativi e per tutelare la salute dell’economia. Per tutelare i bisogni dei cittadini, il ministero ha fatto fronte a grandi ostacoli, primo fra tutti il rischio di contagio. Sono infatti decine i dipendenti del ministero contagiati dal virus”.

Il portavoce del ministero dell’interno ha invitato i cittadini soggetti a quarantena domestica a rispettare tutte le norme d’isolamento, sottolineando che “chi viola le prescrizioni sarà soggetto a responsabilità legale”.

Nelle prime ore della giornata di martedì, il ministero della Salute palestinese di Gaza ha annunciato che sono stati registrati due morti, il più alto numero riportato in un giorno dallo scoppio del virus, e 486 nuovi casi di Covid-19. Il ministero ha affermato che il totale degli infettati dallo scorso marzo ha raggiunto i 10.532, mentre oggi sono 11.471 i casi attivi, sono guarite 7.876 persone e sono stati registrati 50 decessi.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio

NdR: Per infetti si intende, in molti casi, i positivi al tampone, cioè gli asintomatici o immuni-immunizzati.

Hebron – WAFA. Secondo fonti locali, mercoledì i bulldozer militari israeliani hanno chiuso diverse strade agricole ad est della cittadina di Yatta, a sud di Hebron.

Il coordinatore dei comitati popolari contro il Muro e le colonie, Rateb al-Jbour, ha dichiarato a WAFA che i bulldozer militari hanno chiuso con cumuli di terra e rocce diverse strade agricole che portavano ad un gruppo di villaggi adiacenti ad una tangenziale per soli coloni, la Road 60, e alla strada che conduceva alla cittadina di Bani Na’im, a nord-est di Hebron.

Ha aggiunto che la chiusura della strada mira ad impedire ai contadini palestinesi di accedere alle loro terre e di sequestrarle a favore dell’espansione delle colonie.

Israele limita gravemente la libertà di movimento dei palestinesi attraverso una complessa combinazione di circa 100 posti di blocco fissi, mobili, strade per soli coloni e vari altri ostacoli fisici.

Le chiusure, oltre ad altre misure, usate con il pretesto della sicurezza, hanno lo scopo di rafforzare l’occupazione militare israeliana della Cisgiordania da 51 anni ed il suo progetto coloniale che impone con violenza di routine, spesso mortale, contro i palestinesi.

Al-Bireh – WAFA. Almeno quattro palestinesi sono asfissiati a causa dei gas lacrimogeni quando le forze israeliane hanno attaccato una manifestazione organizzata contro il tour del Segretario di Stato degli USA, Mike Pompeo, in una colonia nella periferia di Jabal al-Tawil, nella città di al-Bireh, secondo quanto affermato dalla Mezzaluna Rossa palestinese.

I palestinesi hanno organizzato questo mercoledì una protesta contro l’attesa visita del Segretario di Stato Mike Pompeo alla cantina Psagot, parte della colonia di Psagot, stabilita sulla terra palestinese rubata a Jabal al-Tawil, appena fuori dalla città di al- Bireh.

Le forze militari hanno attaccato i manifestanti con lacrimogeni, provocando l’asfissia di almeno quattro palestinesi.

Jenin – MEMO. Le forze d’occupazione israeliane hanno aggredito i lavoratori palestinesi con bombe a gas vicino al villaggio di Rummanah, a nord-ovest di Jenin, secondo quanto riferito dall’agenzia stampa Wafa.

Secondo fonti e testimoni locali, i soldati israeliani hanno usato un elicottero per sparare gas lacrimogeni contro i lavoratori palestinesi mentre si recavano a loro lavoro in Israele, provocando problemi respiratori  ad alcuni di loro a causa dell’inalazione del gas tossico.

Nel frattempo, l’esercito israeliano ha fatto irruzione nel campo profughi di Qalandia, a nord della Gerusalemme occupata, e ha usato proiettili d’acciaio rivestiti di gomma, granate stordenti e gas lacrimogeni per disperdere i residenti palestinesi.

L’attacco ha ferito gravemente due giovani, tra cui uno all’occhio, mentre i soldati israeliani hanno preso il controllo dei tetti di diversi edifici, tra cui un quartier generale del movimento di Fatah, e li hanno trasformati in avamposti militari.

L’esercito israeliano conduce frequenti campagne di arresto in tutta la Cisgiordania occupata, compresa la Gerusalemme Est occupata, con il pretesto di rintracciare i palestinesi “ricercati”.

I minorenni che vivono nella Gerusalemme Est occupata sono i più presi di mira, ha affermato la Società per i prigionieri palestinesi (PPS). Molti rischiano l’arresto almeno una volta al mese.

La PPS ha registrato l’arresto di oltre 3 mila palestinesi da parte di Israele dall’inizio dell’anno fino alla fine di agosto.

E.I. di Salah Hamouri. Attualmente sono a rischio di espulsione da parte di Israele dalla mia città natale, Gerusalemme, dove sono nato da padre palestinese di Gerusalemme e madre francese e dove ho vissuto tutta la mia vita. Mia moglie, Elsa Lefort, è cittadina francese. È stata deportata da Israele nel 2016 mentre aspettavamo il nostro primo figlio. Per quattro anni sono stata separato da mia moglie e da mio figlio.

Le nostre vite sono state completamente sconvolte a causa delle politiche israeliane e delle continue false accuse e diffamazioni intese a screditare la mia reputazione e lavorare come difensore dei diritti umani.

Di recente, le autorità israeliane hanno intensificato il loro attacco contro di me. Il 3 settembre, mi è stato infatti comunicato che il ministro degli Interni israeliano intende revocare il mio status di residente permanente nella città di Gerusalemme, sostenendo che avrei “violato la lealtà” nei confronti dello Stato di Israele.

Israele sta gettando contro di me il peso dell’occupazione, come fa anche con innumerevoli altri palestinesi. E non per la prima volta.

Quando avevo 16 anni, sono stato arrestato e detenuto per cinque mesi per aver partecipato alle attività studentesche durante la seconda Intifada. Nel 2004 sono stato nuovamente arrestato e ho trascorso altri cinque mesi in stato di detenzione senza accusa né processo.

Nel 2005, sono stato imprigionato per aver pianificato un presunto attacco contro Ovadia Yosef, il defunto padrino spirituale e fondatore del partito ultra-ortodosso Shas. Ho negato le accuse contro di me e ho scontato la maggior parte di una condanna a sette anni. Sono stato poi rilasciato nel 2011 come parte di un accordo di scambio di prigionieri.

Il ministro degli Interni israeliano Aryeh Deri è l’attuale leader del partito Shas.

Trasferimento della popolazione.

Dopo aver sperimentato in tenera età l’oppressione e la brutalità dell’occupazione israeliana, ho deciso di diventare un palese e appassionato difensore dei diritti umani. Nel tentativo di riprendere in mano le redini della mia vita dopo diversi anni di prigione, mi sono iscritto all’università, mi sono laureato in giurisprudenza e sono subito entrato a far parte di un programma sui diritti umani per il mio master. Fu in quel periodo che conobbi Elsa.

Nel 2015, Elsa e io abbiamo deciso di andare in Francia per far visita alla sua famiglia prima della nascita di nostro figlio. Al ritorno di Elsa il 5 gennaio 2016, è stata detenuta all’aeroporto Ben Gurion per ben due giorni e alla fine le è stato negato l’ingresso. Elsa aveva un visto di un anno ricevuto grazie al suo lavoro presso il Consolato francese a Gerusalemme e all’epoca era incinta di sette mesi. Nonostante ciò, è stata trattenuta in aeroporto da sola, le è stato negato il contatto con qualsiasi altra persona, non ha ricevuto cure mediche ed è stata poi rimpatriata in Francia. L’obiettivo di Israele era quello di negare a nostro figlio il diritto di nascere a Gerusalemme e mantenere lo status di residenza a Gerusalemme.

L’esperienza della mia famiglia non è unica e il mio caso non è che un esempio della pratica sistematica di Israele di trasferimento della popolazione e manipolazione demografica in Palestina, in particolare a Gerusalemme.

Dal 2018, a seguito delle modifiche apportate alla legge sull’ingresso in Israele, il ministro degli Interni israeliano è stato autorizzato a revocare la residenza dei palestinesi a Gerusalemme per “violazione della lealtà a Israele”. Il concetto stesso è ridicolo: come ci si può aspettare che una popolazione brutalmente soggiogata e colonizzata giuri fedeltà al suo occupante?

L’emendamento e una serie di altre politiche israeliane sono contrari al diritto internazionale umanitario e cercano di accelerare l’allontanamento dei palestinesi da Gerusalemme. Israele ha impiegato svariate strategie per imporre un rapporto di 30:70 tra palestinesi ed ebrei israeliani nella città. Dal 1967, ha revocato la residenza a più di 14.500 palestinesi da Gerusalemme e altri migliaia devono affrontare sfide quotidiane per conservare la loro residenza e la loro esistenza in città.

Inazione.

Ci sono state alcune denunce internazionali della politica israeliana di revoca della residenza sulla base di “violazione della lealtà”, compreso il mio caso. La Francia ha risposto all’annuncio di Israele che revocherà la mia residenza dichiarando che “dovrei essere in grado di condurre una vita normale a Gerusalemme” insieme a mia moglie e mio figlio.

Israele ha già revocato in modo punitivo i diritti di soggiorno a più di 13 palestinesi di Gerusalemme; questi includono tre membri eletti del Consiglio legislativo palestinese e l’ex ministro degli Affari di Gerusalemme dell’Autorità palestinese. L’elenco continuerà a crescere a meno che la condanna internazionale non sia accompagnata da azioni concrete di fronte alle continue violazioni israeliane dei diritti dei palestinesi.

Gerusalemme è la mia casa. Elsa e io avevamo sperato di stabilire una vita insieme qui, come una famiglia, e questo ci viene negato. Qualunque cosa decida il ministro degli Interni israeliano, io e la mia famiglia resteremo impegnati a perseguire la giustizia e a costruire una vita familiare con dignità e pace in Palestina.

Salah Hammouri è un avvocato del gruppo per i diritti umani Addameer ed è attualmente iscritto a un corso di laurea magistrale sui diritti umani presso l’Università Al-Quds.

(Nella foto: Salah Hammouri ed Elsa Lefort a Lifta, un villaggio palestinese vicino a Gerusalemme che è stato spopolato dalle forze sioniste nel 1948. Fotografia per gentile concessione di Salah Hammouri).

Traduzione per InfoPal di Rachele Manna

Middle East EyeDi Jonathan Cook. Facebook, Google e Twitter non sono piattaforme neutrali. Controllano lo spazio pubblico informatico per aiutare i potenti e possono cancellare da un giorno all’altro chiunque di noi. (Da Zeitun.info).

Si può percepire un crescente malessere nei confronti dell’impatto nefasto che possono avere sulle nostre vite le decisioni prese dalle imprese che guidano le reti sociali. Benché godano di un monopolio effettivo sullo spazio pubblico virtuale, queste piattaforme sfuggono da molto tempo ad ogni serio controllo e ad ogni responsabilità.

In un nuovo documentario Netflix, The Social Dilemma [Il dilemma del social]ex-dirigenti della Silicon Valley mettono in guardia contro un avvenire distopico. Google, Facebook e Twitter hanno raccolto una grande quantità di dati che ci riguardano per prevedere e manipolare meglio i nostri desideri. I loro prodotti riformulano progressivamente le connessioni dei nostri cervelli per renderci dipendenti dagli schermi e più docili alle pubblicità. Poiché siamo chiusi dentro camere digitali di risonanza ideologica, ne conseguono una polarizzazione e una confusione sociale e politica sempre maggiori.

Come a sottolineare la presa sempre più forte che queste società tecnologiche esercitano sulle nostre vite, il mese scorso Facebook e Twitter hanno deciso di interferire apertamente sulle elezioni presidenziali americane più esplosive a memoria d’uomo censurando un articolo che avrebbe potuto nuocere alle prospettive elettorali di Joe Biden, lo sfidante democratico del presidente uscente Donald Trump.

Dato che quasi la metà degli americani si informa principalmente su Facebook, le conseguenze di una simile decisione sulla nostra vita politica non sono difficili da interpretare. Scartando ogni dibattito sulle presunte pratiche di corruzione e traffico di influenze da parte del figlio di Joe Biden, Hunter, in nome di suo padre, queste reti sociali hanno giocato un ruolo di arbitro autoritario decidendo quello che siamo autorizzati a dire e a sapere.

Il “guardiano di un monopolio”.

Il pubblico occidentale si sveglia molto in ritardo di fronte al potere antidemocratico che le reti sociali esercitano su di lui. Ma se vogliamo capire dove alla fine questo ci porta, non c’è uno studio di caso migliore del trattamento molto differenziato riservato dai giganti tecnologici agli israeliani e ai palestinesi.

Il modo in cui i palestinesi sono in rete serve da avvertimento, perché sarebbe in effetti insensato considerare queste imprese mondiali come piattaforme politicamente neutrali e le loro decisioni come puramente commerciali. Sarebbe come interpretare il loro ruolo in modo doppiamente sbagliato.

Di fatto le compagnie che guidano le reti sociali sono oggi delle reti di comunicazione monopolistiche, alla stregua delle reti elettriche, idriche o telefoniche di una ventina di anni fa. Le loro decisioni non sono quindi più delle questioni private, ma hanno enormi conseguenze sociali, economiche e politiche. È in parte la ragione per la quale il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha recentemente avviato un’azione legale contro Google, accusandolo di essere il “guardiano di un monopolio su internet”.

Google, Facebook e Twitter non hanno più diritto di decidere arbitrariamente le persone e i contenuti che ospitano sui loro siti di quanto una volta le imprese di telecomunicazioni avessero il diritto di decidere se un cliente doveva essere autorizzato a disporre di una linea telefonica.

Tuttavia, contrariamente alle compagnie telefoniche, le società alla testa delle reti sociali controllano non solo i mezzi di comunicazione, ma anche il loro contenuto. Come dimostra l’esempio dell’articolo su Hunter Biden, possono decidere se i loro clienti possono partecipare a delle discussioni pubbliche fondamentali su quelli che li governano.

Agendo in questo modo nei confronti di Hunter Biden, è come se un’azienda telefonica di una volta non solo ascoltasse le conversazioni, ma potesse anche interromperle se non le piacesse la posizione politica di un determinato cliente.

In realtà è persino peggio. Le reti sociali informano ormai gran parte della popolazione. La censura di un articolo da parte loro è simile piuttosto all’azione di una compagnia elettrica che tolga la corrente a tutti durante una trasmissione televisiva per essere sicura che nessuno la veda.

Una censura occulta.

I giganti della tecnologia sono le imprese più ricche e potenti nella storia dell’umanità, la loro ricchezza si misura in centinaia, ormai migliaia, di miliardi di dollari. Ma l’argomento secondo cui sono apolitiche e hanno come solo scopo massimizzare i profitti non ha mai retto.

Hanno tutto l’interesse a promuovere responsabili politici che si schierino dalla loro parte impegnandosi a non infrangere il loro monopolio né a regolamentare le loro attività, o, meglio ancora, promettendo di indebolire gli strumenti che potrebbero impedire loro di diventare ancora più ricche e potenti.

Al contrario, i giganti della tecnologia hanno anche tutto l’interesse ad utilizzare lo spazio informatico per penalizzare e marginalizzare gli attivisti politici che rivendicano una maggiore regolamentazione delle loro attività o del mercato in generale.

A prescindere dalla spudorata eliminazione dell’articolo su Hunter Biden, che ha suscitato la collera dell’amministrazione Trump, le società alla testa delle reti sociali censurano più spesso in modo occulto. Questo potere è esercitato per mezzo di algoritmi, questi codici segreti che decidono se qualcosa o qualcuno compare nei risultati di una ricerca o sulle reti sociali. Se lo desiderano, questi titani tecnologici possono cancellare chiunque di noi da un giorno all’altro.

Non è solo paranoia politica. L’impatto sproporzionato dei cambiamenti di algoritmo sui siti “di sinistra” sul web, i più critici verso il sistema neoliberista che ha arricchito le imprese che guidano le reti sociali, è stato recentemente sottolineato dal Wall Street Journal [quotidiano USA più venduto e che si occupa principalmente di economia, ndtr.].

Il tipo sbagliato di discorso.

I responsabili politici capiscono sempre di più il potere delle reti sociali, ragione per cui possono sfruttarlo al meglio per i propri fini. Dopo lo choc della vittoria elettorale di Trump alla fine del 2016, negli Stati Uniti e nel Regno Unito i dirigenti di Facebook, Google e Twitter sono stati regolarmente portati davanti a commissioni parlamentari di sorveglianza.

Queste reti sociali si vedono regolarmente rimproverare dai responsabili politici di essere all’origine di una crisi di “notizie false”, una crisi in realtà molto precedente alle reti sociali, come testimonia anche troppo chiaramente la truffa da parte dei responsabili politici americani e britannici che ha messo Saddam Hussein in relazione con l’11 settembre ed affermato che l’Iraq possedeva “armi di distruzione di massa”.

I responsabili politici hanno allo stesso modo cominciato ad accusare le società di internet di “ingerenza straniera” nelle elezioni in Occidente, rimproveri in genere rivolti alla Russia, nonostante la mancanza di prove serie che confermino la maggior parte delle loro affermazioni.

Pressioni politiche vengono esercitate non per rendere le imprese più trasparenti e responsabili, ma per spingerle ad applicare in modo ancora più assiduo restrizioni contro i discorsi sbagliati, che si tratti di razzisti violenti a destra o di detrattori del capitalismo e delle politiche dei governi occidentali a sinistra.

È per questo che diventa sempre più vuota l’immagine originale delle reti sociali come luoghi neutrali di condivisione delle informazioni, come strumenti che permettono di diffondere il dibattito pubblico e incrementare l’impegno civico, o ancora di sviluppare un discorso orizzontale tra ricchi e potenti da una parte e deboli ed emarginati dall’altra.

Diritti informatici differenti.

È in Israele che i rapporti tra il settore delle tecnologie e i responsabili statali sono più evidenti. Ciò ha determinato una notevole differenza nel trattamento riservato ai diritti informatici degli israeliani e dei palestinesi. La sorte dei palestinesi in rete lascia presagire un futuro in cui quelli che sono già potenti eserciteranno un controllo sempre maggiore su ciò che dobbiamo sapere e siamo autorizzati a pensare, su chi può continuare ad essere visibile e chi deve essere cancellato dalla vita pubblica.

Israele era già in buona posizione nell’utilizzo delle reti sociali prima che la maggioranza degli altri Stati avesse riconosciuto la loro importanza in materia di manipolazione degli atteggiamenti e delle percezioni della gente. Per decenni Israele ha subappaltato un programma ufficiale di hasbara, o propaganda di Stato, ai propri cittadini e ai propri sostenitori all’estero. Con l’apparizione di nuove piattaforme informatiche, questi sostenitori non vedevano l’ora di espandere il proprio ruolo.

Israele ne poteva trarre un altro beneficio. Dopo l’occupazione della Cisgiordania, di Gerusalemme e di Gaza nel 1967, ha iniziato ad elaborare un discorso sulla vittimizzazione dello Stato, ridefinendo l’antisemitismo per far intendere che ormai questo male affliggesse in particolare la sinistra, e non la destra. Questo “nuovo antisemitismo” non prendeva di mira gli ebrei ma riguardava piuttosto le critiche nei confronti di Israele e il sostegno a favore dei diritti dei palestinesi.

Questo discorso molto discutibile si è dimostrato facile da sintetizzare in piccole frasi adatte alle reti sociali.

Israele definisce ancora correntemente “terrorismo” qualunque resistenza palestinese alla sua violenta occupazione o alle sue colonie illegali, descrivendo le dimostrazioni di sostegno da parte di altri palestinesi come “incitamento all’odio”. La solidarietà internazionale nei confronti dei palestinesi è definita “delegittimazione” ed equiparata all’antisemitismo.

Inondare internet”.

Già nel 2008 si è scoperto che una lobby mediatica filo-israeliana, Camera, architettava iniziative segrete da parte di sostenitori di Israele per infiltrarsi nell’enciclopedia in rete Wikipedia per modificare delle voci e “riscrivere la storia” da un punto di vista favorevole a Israele. Poco dopo l’uomo politico Naftali Bennett [estrema destra dei coloni, ndtr.] ha contribuito a organizzare corsi di “revisione sionista” di Wikipedia.

Nel 2011 l’esercito israeliano ha dichiarato che le reti sociali costituiscono un nuovo “campo di battaglia” e ha incaricato dei “cyber-guerrieri” di condurre la battaglia in rete. Nel 2015 il ministero degli Affari Esteri israeliano ha organizzato un centro di comando supplementare per reclutare giovani ex-soldati ed esperti tecnologici all’interno dell’Unità 8200, unità di sorveglianza informatica dell’esercito, per condurre la battaglia in rete. Molti di loro hanno in seguito creato imprese di tecnologia avanzata, per cui informatici dello spionaggio hanno fatto parte integrante del funzionamento delle reti sociali.

Act.IL, un’applicazione lanciata nel 2017, ha permesso di mobilitare i sostenitori di Israele perché si “annidassero” in siti che ospitavano critiche verso Israele o sostegno per i palestinesi. Sostenuta dal ministero degli Affari Strategici di Israele, questa iniziativa era diretta da veterani dei servizi di informazione israeliani.

Secondo Forward, rivista ebrea americana, i servizi di informazione israeliani sono in stretto rapporto con Act.IL e chiedono aiuto per ottenere che le reti sociali ritirino alcuni contenuti, in particolare dei video. “Il suo lavoro offre finora un quadro impressionante del modo in cui potrebbero plasmare delle conversazioni in rete riguardo ad Israele senza mai farsi vedere”, ha osservato Forward poco tempo dopo l’implementazione dell’applicazione. Sima Vaknin-Gil, un’ex- censore dell’esercito israeliano che all’epoca era di stanza al ministero degli Affari Strategici di Israele, ha dichiarato che l’obiettivo era di “creare una comunità di combattenti” la cui missione consisteva nell’ “inondare internet” di propaganda israeliana.

Alleati volenterosi.

Grazie a vantaggi in termini di effettivi e di zelo ideologico, di esperienza tecnologica e di propaganda, di influenze nelle alte sfere a Washington e nella Silicon Valley, Israele ha rapidamente potuto trasformare le reti sociali in alleati volonterosi nella sua lotta per emarginare i palestinesi in rete.

Nel 2016 il ministero della Giustizia israeliano si vantava che Facebook, Google e YouTube “si adeguano per il 95% alle richieste israeliane di eliminazione di contenuti,” questi ultimi provenienti quasi tutti da palestinesi. Le società che dirigono le reti sociali non hanno confermato questo dato.

L’Anti-Difamation League, un’associazione della lobby filo-israeliana che è solita calunniare le organizzazioni palestinesi e i gruppi ebraici critici con Israele, nel 2017 ha creato un “centro di comando” nella Silicon Valley per sorvegliare quelli che definisce “discorsi di odio in rete”. Lo stesso anno la lobby è diventata un “Trusted Flagger ” [lett. fidato segnalatore, persona o ente di cui una rete sociale accoglie le indicazioni, ndtr.] per YouTube, cosa che significa che le sue segnalazioni su contenuti da ritirare sono diventate prioritarie.

Durante una conferenza organizzata a Ramallah nel 2018 da 7amleh, un gruppo palestinese di difesa dei diritti in rete, i rappresentanti locali di Google e Facebook non hanno affatto nascosto le rispettive priorità. Per loro era importante evitare di contrariare i governi che hanno il potere di limitare le loro attività commerciali, anche se questi governi si dedicano a sistematiche violazioni del diritto internazionale e dei diritti dell’uomo. In questa battaglia l’Autorità Nazionale Palestinese non ha alcun peso. Israele ha messo le mani sulle infrastrutture della comunicazione e internet dei palestinesi, ne controlla l’economia e le principali risorse.

Dal 2016 il ministero della Giustizia israeliano avrebbe eliminato decine di migliaia di post da parte di palestinesi. Attraverso un processo assolutamente oscuro, Israele individua con i propri algoritmi i contenuti che ritiene “estremisti” e poi ne chiede la cancellazione. Centinaia di palestinesi sono stati arrestati da Israele dopo che avevano pubblicato commenti sulle reti sociali, con la conseguenza di limitare l’attività in rete.

Alla fine dello scorso anno Human Rights Watch [nota Ong britannica che si occupa di diritti umani, ndtr.] ha informato che Israele e Facebook spesso non fanno alcuna differenza tra critiche legittime a Israele e istigazione all’odio. Al contrario, mentre Israele svolta sempre più a destra, il governo Netanyahu e le reti sociali non hanno bloccato l’ondata di messaggi in ebraico che incitano all’odio e alla violenza contro i palestinesi. Come ha rilevato 7anleh, contenuti razzisti o che incitano alla violenza contro i palestinesi sono pubblicati da israeliani quasi ogni minuto.

Account di agenzie di stampa chiusi.

Oltre a cancellare decine di migliaia di post di palestinesi, Israele ha convinto Facebook a ritirare gli account delle agenzie di stampa e di giornalisti palestinesi di spicco.

Nel 2018 l’opinione pubblica palestinese si è talmente indignata che, con l’hashtag #FBcensorsPalestine, è stata lanciata una campagna di proteste in rete e di appelli al boicottaggio di Facebook.

Nello stesso modo negli Stati Uniti e in Europa è stato preso di mira l’attivismo solidale con i palestinesi. Le pubblicità di film, come i film stessi, sono stati ritirati ed eliminati dai siti web.

In settembre Zoom, un sito di videoconferenze che ha conosciuto un boom durante la pandemia di COVID-19, si è unito a YouTube e Facebook per censurare un webinar organizzato dall’università statale di San Francisco con la partecipazione di Leila Khaled, icona del movimento della resistenza palestinese, che oggi ha 76 anni.

A fine ottobre Zoom ha bloccato una seconda apparizione prevista di Khaled, questa volta in un webinar dell’università delle Hawaii e dedicato alla censura, come una serie di altri eventi organizzati negli Stati Uniti per protestare contro la sua cancellazione da parte del sito. Con un comunicato pubblicato riguardo alla giornata di lotta, i campus “si sono uniti alla campagna per resistere al soffocamento dei discorsi e delle voci palestinesi nelle imprese e nelle università.”

Questa decisione, che costituisce un attacco flagrante alla libertà accademica, sarebbe stata presa in seguito a forti pressioni esercitate sulle reti sociali dal governo israeliano e da gruppi di pressione antipalestinesi, che hanno giudicato “antisemita” il webinar.

Villaggi cancellati dalla mappa.

Il livello in cui la discriminazione dei giganti tecnologici contro i palestinesi è strutturale e radicato è stato messo in evidenza dalla lotta condotta da molti anni dagli attivisti per includere i villaggi palestinesi nelle mappe in rete e sui GPS, ma anche per attribuire ai territori palestinesi il nome di “Palestina”, in base al riconoscimento della Palestina da parte delle Nazioni Unite.

Questa campagna segna notevolmente il passo, anche se più di un milione di persone ha firmato una petizione di protesta. Sia Google che Apple resistono strenuamente a queste richieste: centinaia di villaggi palestinesi non compaiono sulle loro mappe della Cisgiordania occupata, mentre le illegali colonie israeliane sono identificate nel dettaglio e viene loro accordato lo stesso status delle comunità palestinesi che vi si trovano.

I territori palestinesi occupati sono indicati sotto il nome di “Israele”, mentre Gerusalemme est viene presentata come la capitale unificata e indiscussa di Israele, come esso pretende, cosa che rende invisibile l’occupazione della parte palestinese della città.

Queste decisioni sono tutt’altro che neutrali sul piano politico. Da molto tempo i governi israeliani perseguono un’ideologia del “Grande Israele” che esige di cacciare i palestinesi dalle loro terre. Questo programma di spoliazione, inteso ad annettere intere parti della Cisgiordania, quest’anno è stato formalizzato dai progetti sostenuti dall’amministrazione Trump.

Nei fatti Google ed Apple sono conniventi con questa politica, contribuendo a cancellare la presenza visibile dei palestinesi nella loro patria. Come di recente hanno evidenziato George Zeidan ed Haya Haddad, due accademici palestinesi, “quando Google ed Apple cancellano dei villaggi palestinesi dal loro sistema di navigazione identificando in evidenza le colonie, si rendono complici del discorso nazionalista israeliano”.

Rapporti usciti dall’ombra.

I rapporti sempre più stretti tra Israele e le imprese delle reti sociali si giocano in gran parte dietro le quinte. Ma questi legami sono usciti dall’ombra in modo decisivo lo scorso maggio, quando Facebook ha annunciato che il suo nuovo organo di vigilanza include Emi Palmor, una degli architetti della politica repressiva in rete condotta da Israele contro i palestinesi.

Questo organo di vigilanza prenderà decisioni che faranno giurisprudenza e contribuiranno a forgiare le politiche di Facebook e di Instagram in tema di censura e di libertà d’espressione. Ma in quanto ex-direttrice generale del ministero della Giustizia [israeliano], Emi Palmor non ha dimostrato alcun impegno in favore della libertà d’espressione in rete.

Al contrario: ha lavorato mano nella mano con i giganti della tecnología per censurare i post dei palestinesi e chiudere i siti d’informazione palestinesi. Ha supervisionato la trasformazione del suo dipartimento in quello che l’organizzazione per la difesa dei diritti dell’uomo Adalah ha paragonato al “ministero della Verità” orwelliano.

Le imprese tecnologiche sono ormai arbitre non dichiarate della nostra libertà d’espressione, motivate dal profitto. Non si impegnano a favore di un dibattito pubblico aperto e vivace, di una trasparenza in rete o di una maggiore partecipazione civica. Il loro unico impegno consiste nel mantenere un contesto commerciale che permetta loro di evitare che le norme decise dai principali governi danneggino il loro diritto a guadagnare dei soldi.

La nomina di Palmor evidenzia perfettamente il rapporto inficiato dalla corruzione tra il governo e le reti sociali. I palestinesi sanno benissimo come sia facile per l’industria tecnologica attenuare e far sparire le voci dei deboli e degli oppressi amplificando nel contempo quelle dei potenti.

Molti di noi potrebbero presto conoscere in rete la stessa sorte dei palestinesi.

– Jonathan Cook è un giornalista inglese che vive a Nazareth dal 2001. Ha scritto tre opere sul conflitto israelo-palestinese ed ha ottenuto il premio speciale del giornalismo Martha Gellhorn.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Traduzione dal francese per Zeitun.info di Amedeo Rossi.

Wafa. I risultati preliminari di un sondaggio sull’impatto del COVID-19 sulle aziende commerciali in Palestina, condotto per il ministero dell’Economia Nazionale (MONE) dal Development Alternatives Incorporated (DAI), in collaborazione con il Palestinian Central Bureau of Statistics (PCBS), hanno mostrato che le aziende hanno sofferto, a vari livelli, le conseguenze del Coronavirus, costringendo le imprese a prendere misure finanziarie e amministrative, così come a trovare soluzioni digitali, per far fronte all’impatto della pandemia.

I risultati del sondaggio effettuato su 2600 aziende, condotto con l’aiuto della Banca mondiale, mostrano che più di due terzi delle imprese, prime tra tutti i settori dei servizi a Betlemme, sono state chiuse per più di un mese e mezzo durante il lockdown, tra il 5 marzo e il 31 maggio 2020. Allo stesso tempo, il 63% delle aziende ha sofferto dell’interruzione delle forniture dei fattori produttivi quali materie prime ed esigenze produttive. Inoltre, c’è stato un calo di circa la metà del livello di produzione o delle dimensioni delle vendite, per cui il 14% delle imprese palestinesi hanno dovuto lasciare a casa una parte dei propri impiegati per riuscire ad affrontare la crisi.

I risultati finali indicano che il 71% delle aziende (il 92% in Cisgiordania e il 27% nella Striscia di Gaza) sono state chiuse per molti giorni, a causa delle misure restrittive prese dal governo, che imponeva la necessità di chiusura come misura preventiva per fermare la diffusione del virus.

La percentuale dei giorni di chiusura durante il lockdown corrisponde al 51%, concentrandosi sulle attività che offrono servizi per i quali i giorni di chiusura hanno raggiunto il 68%, e per l’attività industriale il 54%. Mentre la percentuale dei giorni di chiusura per le attività di trasporto e per il commercio hanno raggiunto rispettivamente il 56% e il 42%. Tuttavia, la più alta percentuale di giorni di chiusura è stata registrata nel Governatorato di Betlemme per un periodo di oltre due mesi.

La maggior parte delle aziende ha riferito che il quantitativo di vendite/produzione è diminuito del 93% durante i tre mesi del blocco, con un calo delle vendite/produzione medie del 50% rispetto ad una situazione normale. In particolare, per le aziende che operano nel settore delle costruzioni è stato registrato il calo più alto nelle vendite/produzioni medie, corrispondente al 56%, seguito da quello delle imprese che operano nel settore dei servizi che hanno registrato le stesse percentuali di calo.

Il ministero dell’Economia nazionale ha spiegato che la ragione principale della diminuzione della produzione e delle dimensioni delle vendite nelle aziende è legata al calo dei consumi in generale, i quali hanno registrato una diminuzione di oltre il 5% durante il lockdown.

Inoltre, la pandemia ha avuto un impatto negativo su diverse industrie, provocando uno stop al lavoro, in particolare nel turismo e nell’artigianato, settori che sono stati sospesi completamente, mentre le attività di calzatura, pelletteria, abbigliamento/indumenti sono state interrotte parzialmente.

I risultati hanno mostrato che il 63% delle aziende ha riferito di avere difficoltà nell’approvvigionamento di fattori produttivi, materie prime o prodotti finiti e materiali già acquistati (69% in Cisgiordania e 49% nella Striscia di Gaza). Pertanto, le attività economiche che hanno sofferto maggiormente di queste difficoltà sono state il settore delle costruzioni, con una percentuale del 73%, il settore del commercio 71% e il settore industriale 69%.

L’indagine ha mostrato che l’89% delle imprese sta affrontando un calo della disponibilità di liquidità, che ha influito sulla percentuale di assegni restituiti, aumentata fino a raggiungere il 36% (48% in Cisgiordania e 10% nella Striscia di Gaza). Inoltre, il 59% delle imprese ha riferito di avere difficoltà nella fornitura di servizi finanziari che di solito sono disponibili in una situazione normale.

Inoltre, il 37% delle imprese ha dovuto ritardare i pagamenti a fornitori e dipendenti, mentre il 36% di loro ha dovuto ottenere prestiti da amici, familiari, parenti per coprire la carenza di liquidità.

In risposta alla pandemia COVID-19, il 14% delle aziende ha dovuto licenziare e lasciare a casa i propri dipendenti per far fronte alla crisi finanziaria derivante dalla pandemia di Coronavirus.

Il 9% delle aziende ha ridotto gli stipendi e le retribuzioni dei propri dipendenti, l’11% ha dato ai propri dipendenti un congedo non retribuito e il 9% ha invece concesso un congedo retribuito.

La variazione percentuale della produzione nei prossimi tre mesi, prevista dalle aziende, è in calo del 47% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Per quanto riguarda il numero di dipendenti, si prevede una diminuzione del 24%.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio

Tel Aviv – MEMO. Il figlio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha paragonato il movimento kibbutz israeliano ai nazisti durante una recente intervista concessa ad una stazione radio locale.

“I kibbutz sono qualcosa che non esiste al di fuori della Corea del Nord”, ha affermato Yair Netanyahu. Ha aggiunto “sappiamo sempre come finiscono le idee per le società utopiche. Nell’Unione Sovietica e nella Germania nazista, c’era il desiderio di creare società esemplari e società utopiche. Non finisce mai bene il desiderio di progettare la società umana”.

Il kibbutz fu fondato per la prima volta nel 1936, 12 anni prima che Israele ottenesse la sua indipendenza, ed è una comunità collettiva tradizionalmente basata sull’agricoltura.

A luglio, il 29enne ha attaccato su Twitter i residenti del Kibbutz, definendoli “comunisti che hanno rubato metà della terra del Paese”.

Yair era arrabbiato per il fatto che il movimento dei kibbutz abbia svolto un ruolo attivo nell’organizzazione delle manifestazioni contro suo padre fuori dalla sua residenza ufficiale.

Non è la prima volta che Yair – che vive con i genitori nella residenza ufficiale del Primo Ministro – rilascia dichiarazioni controverse.

All’inizio di quest’anno, ha pubblicato un’immagine offensiva della dea indù Durga per attaccare i critici di suo padre, mentre l’anno scorso è stato criticato dopo aver pubblicato diversi tweet in cui negava l’esistenza della Palestina perché “esiste la P” in lingua araba.

La scorsa settimana Yair ha pubblicato il suo primo episodio di un podcast con protagonista Eduardo Bolsonaro, figlio del presidente brasiliano Jair Bolsonaro, uno dei leader mondiali più vicini a Netanyahu. Bolsonaro è noto per la sua visione del mondo di destra e conservatrice e per le sue posizioni filo-israeliane.

Nel 2018, i commenti di Yair hanno fatto si che venisse temporaneamente bandito da Facebook, dopo aver scritto che avrebbe preferito che tutti i musulmani lasciassero il Paese. Ad aprile ha chiesto un’Europa “libera, democratica e cristiana” per sostituire l’UE.

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