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Gaza – MEMO. Il gigante dei social media, Meta, prese ingiustamente di mira gli utenti palestinesi dei social media durante l’assalto israeliano di 11 giorni sulla Striscia di Gaza, nel maggio 2021, che uccise 254 palestinesi, inclusi 66 bambini e 39 donne.

Giovedì, un rapporto condotto dalla società di consulenza indipendente Business for Social Responsibility (BSR) ha rivelato doppi standard per quanto riguarda le pratiche di censura dell’azienda.

I contenuti in lingua araba sulla Palestina furono colpiti da restrizioni sui post, come la rimozione di hashtag e i blocchi di ri-condivisione. I giornalisti palestinesi hanno riferito che i loro account WhatsApp sono stati bloccati, il che è stato spiegato come non intenzionale e rettificato dopo che Meta è stata informata.

Nel frattempo, il contenuto israeliano è rimasto relativamente inalterato.

“Le azioni di Meta, nel maggio 2021, sembrano aver avuto un impatto negativo sui diritti […] degli utenti palestinesi alla libertà di espressione, di riunione, partecipazione politica e non discriminazione, e quindi sulla capacità dei palestinesi di condividere informazioni e approfondimenti sulle loro esperienze mentre si verificavano”, afferma il rapporto.

Meta Inc possiede Facebook, il più grande sito di social media del mondo, così come le popolari app Instagram e WhatsApp.

“I dati esaminati hanno indicato che i contenuti in arabo avevano una maggiore applicazione eccessiva (ad esempio, la rimozione errata della voce palestinese) su base per utente”, afferma il rapporto. “I dati esaminati da BSR hanno anche mostrato che i tassi di rilevamento proattivo di contenuti arabi potenzialmente in violazione erano significativamente superiori ai tassi di rilevamento proattivi di contenuti ebraici potenzialmente in violazione”.

Inoltre, Meta aggiunge che in vista dello scoppio delle violenze, che includono le rivolte innescate da una serie di provocazioni israeliane, tra cui l’assalto alla moschea di al-Aqsa durante il Ramadan dello scorso anno, si è verificato un “problema tecnico globale”, che ha impedito agli utenti la condivisione dei post, anche in Israele e Palestina.

L’hashtag di al-Aqsa è stata bloccata anche da un revisore dei contenuti, con Miranda Sissons, direttrice globale per il dipartimento di diritti umani di Meta, che ha affermato che la persona che ha commesso l’errore è “umana” e che il blocco dell’hashtag è stato corretto una volta che l’errore è stato informato.

Nel rapporto di Meta, in risposta ai risultati del BSR, ha aggiunto che questo “non era intenzionale o mirato, ma un errore globale che ha colpito decine di milioni di persone. “Siamo una società statunitense che deve rispettare la legge statunitense”.

Tuttavia, il rapporto di BSR ha concluso che le azioni di Meta nel maggio 2021 hanno violato i diritti umani della libertà di espressione, di riunione, partecipazione politica e non discriminazione degli utenti palestinesi e, in definitiva, il potenziale dei palestinesi di condividere informazioni e approfondimenti su come sono avvenute le loro esperienze.

Il rapporto afferma: “Le designazioni legali delle organizzazioni terroristiche in tutto il mondo si concentrano in modo sproporzionato su individui e organizzazioni che si sono identificati come musulmani, e quindi la politica DOI di Meta e le sue liste hanno maggiori probabilità di avere un impatto sugli utenti palestinesi e di lingua araba, entrambi basati sulla interpretazione degli obblighi legali […]”.

Cisgiordania – MEMO. Fonti mediche palestinesi hanno riferito che almeno 50 palestinesi, inclusi 11 bambini, sono rimasti feriti in attacchi israeliani contro palestinesi nella Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme Est.

Gli israeliani hanno attaccato i palestinesi mentre organizzavano le loro proteste settimanali contro le colonie a Qalqilia, Kafr Qadoum e Beit Dajan.

Secondo le fonti, le forze d’occupazione israeliane hanno disperso le proteste usando munizioni letali e lacrimogeni.

Nel frattempo, le forze d’occupazione israeliane hanno aperto il fuoco contro i fedeli palestinesi nelle vicinanze della moschea di al-Aqsa e della Città Vecchia di Gerusalemme, nonché nelle cittadine vicino a Ramallah.

Fonti mediche hanno affermato che la maggior parte dei feriti ha subito gli effetti dell’inalazione dei gas ed è stata trattata sul campo.

Allo stesso tempo, decine di coloni israeliani si sono radunati vicino ai cancelli della moschea di al-Aqsa e, sotto la completa protezione delle forze d’occupazione israeliane, hanno provocato i fedeli musulmani mentre recitavano preghiere.

Ramallah – WAFA e Quds Press. Trenta detenuti amministrativi palestinesi nelle prigioni israeliane hanno iniziato domenica uno sciopero della fame ad oltranza per protestare contro la loro detenzione ingiusta, senza accuse o processo, secondo quanto affermato dalla Commissione per gli affari dei prigionieri palestinesi.

Hassan Abed Rabbo, portavoce della Commissione, ha dichiarato che i prigionieri hanno deciso di intraprendere lo sciopero della fame per protestare contro la politica di detenzione amministrativa, per mezzo della quale i prigionieri sono trattenuti per periodi rinnovabili senza accusa e processo.

I detenuti amministrativi hanno inviato qualche giorno fa un messaggio in cui affermavano che il confronto con la detenzione amministrativa continua e che le pratiche dei Servizi penitenziari israeliani “non sono più regolate dall’ossessione per la sicurezza come vero e proprio motore dell’occupazione, ma piuttosto sono atti di vendetta a causa del nostro passato”.

Il presidente della Commissione per i detenuti ed ex-detenuti, Qadri Abu Baker, ha osservato che un nuovo gruppo di 50 prigionieri si unirà giovedì prossimo allo sciopero della fame.

Israele ha intensificato la sua politica di detenzione amministrativa contro i palestinesi: infatti, il numero di detenuti amministrativi ha superato i 760, inclusi minorenni, donne e anziani. Secondo la Commissione, l’80 per cento dei detenuti amministrativi sono ex-prigionieri che hanno trascorso anni in carcere, la maggior parte in carcere amministrativo.

La politica israeliana di detenzione amministrativa, ampiamente condannata, consente la carcerazione di palestinesi senza accusa o processo per periodi rinnovabili, di solito compresi tra tre e sei mesi, sulla base di prove non divulgate neanche all’avvocato del prigioniero.

Amnesty International ha descritto la politica di detenzione amministrativa israeliana come una “pratica crudele e ingiusta che aiuta a mantenere il sistema israeliano d’Apartheid contro i palestinesi”.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Nablus – PIC. All’alba di domenica, un combattente della resistenza palestinese è stato ucciso ed altri tre sono rimasti feriti durante scontri armati con le forze d’occupazione israeliane (IOF) a Nablus.

In una dichiarazione, il gruppo armato Arin al-Osoud (Fana del Leone) ha pianto uno dei suoi combattenti, Saed al-Kuni, dicendo che è stato ucciso durante gli scontri con le IOF nella zona di at-Ta’awn, nella città di Nablus.

Fonti locali hanno affermato che le IOF hanno preso di mira una motocicletta con dei giovani, uccidendo Kuni e ferendone altri tre. Hanno aggiunto che le IOF hanno ritirato il corpo di Kuni dalla zona.

Nel frattempo, le IOF hanno rapito due giovani durante i raid nelle case di Nablus.

Nablus-PIC e Quds Press. Sabato, un giovane palestinese è stato ucciso dalle forze di occupazione israeliane (IOF) dopo un presunto attacco con l’auto nei pressi dell’insediamento illegale di Havat Gilad, a ovest di Nablus.

Le IOF hanno affermato che un soldato israeliano ha sparato proiettili letali contro il giovane palestinese che avrebbe schiantato la propria auto contro un veicolo militare israeliano.

L’insediamento di Havat Gilad è stabilito sulle terre palestinesi nelle cittadine di Sura e Jit, a ovest della città di Nablus, in Cisgiordania.

Gaza – The Palestine Chronicle. Foto e testo di Mahmoud Ajjour. Con pochissime risorse a loro disposizione e quasi nessuna libertà di movimento al di fuori di Gaza, i palestinesi nella Striscia di Gaza assediata continuano a produrre, sostenere un’economia locale e generare nuovi posti di lavoro.

Il Palestine Chronicle ha partecipato mercoledì al “Bazar dei prodotti nazionali” che si è tenuto nel centro Rashad al-Shawa di Gaza, per incontrare alcuni dei produttori locali della Striscia. La mostra è stata organizzata dal ministero dell’Economia nazionale della Striscia.

I commercianti locali hanno esposto i loro prodotti, che andavano dall’artigianato ai dispositivi tecnologici e vestiti.

Una piccola delegazione di palestinesi della Cisgiordania è riuscita a partecipare all’evento, iniettando uno spirito di speranza che le due regioni palestinesi possano finalmente avere accesso l’una all’altra.

Il sottosegretario al ministero dell’Economia nazionale a Gaza, Abdel Fattah al-Zari’i, ha dichiarato al Palestine Chronicle che la mostra costituisce “un importante impulso per le industrie nazionali locali”.

Sede di una popolazione di oltre 2 milioni di abitanti, la Striscia di Gaza è sottoposta ad un blocco israeliano dal 2007, con gravi ripercussioni sui mezzi di sussistenza nel territorio.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Tel Aviv – The Palestine Chronicle. Il Comitato nazionale palestinese (BNC) per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) ha accolto con favore l’annuncio dell’agenzia di viaggi online Booking.com per aggiungere un avviso di viaggio agli alloggi situati all’interno delle colonie.

Secondo la dichiarazione della società olandese, le colonie saranno ora etichettate come “ad alto rischio per la sicurezza e per i diritti umani”.

First it was the war against antisemitic ice cream lol. Now, it’s the war against antisemitic housing. https://t.co/kQlVotMbad

— Benjamin Lawrence🔴 (@BenjaminL1989) September 22, 2022

Eppure, nonostante l’importanza di questo passo simbolico”, ha affermato il BNC in una dichiarazione, “invitiamo Booking.com a rispettare il suo dovere morale e legale di smettere di facilitare tutti gli affitti nelle colonie israeliane illegali”.

“Continuando ad affittare proprietà costruite su terre palestinesi rubate, anche nella Gerusalemme Est occupata, Booking.com trae profitto dai crimini di guerra di Israele dell’Apartheid e sostiene la sua incessante pulizia etnica dei palestinesi indigeni”, ha aggiunto il BNC.

Gaza-PIC e Quds Press. Sabato mattina, le forze navali israeliane hanno aperto il fuoco contro le barche dei pescatori palestinesi nel nord della Striscia di Gaza.

Fonti locali hanno riferito che le navi israeliane hanno sparato pesanti colpi di mitragliatrice contro diversi pescherecci palestinesi che si trovavano al largo delle coste di Jabalia, Beit Lahia, al-Waha e as-Sudaniah, nel nord di Gaza.

I pescatori sono stati costretti a tornare a terra, hanno aggiunto le fonti.

Giornalmente le forze navali israeliane prendono di mira i pescatori della Striscia di Gaza, causando vittime e danni materiali.

Londra – WAFA. Giovedì, l’ambasciatore della Palestina nel Regno Unito, Husam Zomlot, ha denunciato le osservazioni fatte recentemente dal primo ministro britannico Liz Truss, in cui ha accennato al possibile trasferimento dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme nel prossimo futuro.

“È estremamente triste che il primo ministro Liz Truss usi la sua prima apparizione alle Nazioni Unite per impegnarsi a violare potenzialmente il diritto internazionale, promettendo una “revisione” della posizione dell’ambasciata britannica in Israele, ha affermato Zomlot in un tweet.

Ha continuato: “Qualsiasi mossa dell’ambasciata sarebbe una palese violazione del diritto internazionale e delle responsabilità storiche del Regno Unito. Indebolirebbe la soluzione a due stati ed infiammerebbe una situazione già instabile a Gerusalemme, nel resto dei Territori occupati e tra il Regno Unito e tutto il mondo”.

“Tale promessa è immorale, illegale ed irresponsabile”, ha sottolineato.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Gerusalemme/al-Quds – PIC. Giovedì, il governo israeliano ha stanziato più di 2 milioni di shekel per la creazione di nuovi progetti coloniali, dopo aver approvato la loro costruzione nella Gerusalemme occupata.

Ze’ev Elkin, il ministro israeliano degli Affari di Gerusalemme, ha stanziato 2.500.000 di shekel a favore della costruzione di nuovi progetti coloniali nella strada principale della Città Vecchia di Gerusalemme.

Elkin ha affermato che questa decisione arriva “per proteggere la strada dopo la comparsa di crepe sulla sua superficie” a causa degli scavi effettuati dall’Associazione Elad.

L’Associazione Elad ha effettuato scavi nei quartieri della Città Vecchia, in particolare nell’area meridionale di Bab al-Maghariba, oltre ai palazzi omayyadi, a sud della moschea di al-Aqsa.

Gerusalemme/al-Quds-Quds Press e PIC. Venerdì mattina, un gruppo di coloni ha invaso il cimitero di Bab al-Rahma e ha fatto irruzione da diverse porte della moschea di al-Aqsa, dove ha eseguito provocatori rituali, tra cui il suono del corno, conosciuto come shofar.

Fonti gerosolimitane hanno affermato che il parlamentare Simha Rotman ha preso d’assalto il cimitero di Bab al-Rahma, adiacente alla moschea di al-Aqsa, e ha suonato lo shofar “in totale provocazione verso i fedeli palestinesi”.

Un altro gruppo di coloni ha eseguito danze e rituali, incluso il suono della tromba alle porte al-Ghanima e re al-Faisal.

Lo shofar viene suonato durante la preghiera del mattino, nel mese precedente la festa del Capodanno ebraico, nel giorno della festa stessa e nello Yom Kippur. Domenica prossima iniziano una serie di festività ebraiche che dureranno tre settimane, tra gli avvertimenti di diffuse incursioni nella moschea di al-Aqsa e le loro ripercussioni sulla situazione della sicurezza nella Palestina occupata.

Negli ultimi giorni, l’occupazione israeliana ha accelerato i suoi tentativi di ebraicizzare e controllare la moschea di al-Aqsa approfittando delle feste religiose ebraiche.

Decine di coloni sono stati autorizzati a prendere d’assalto il complesso sacro e a eseguirvi rituali religiosi.

La polizia israeliana ha emesso ordini che vietano a diversi dipendenti islamici dell’Awqaf e ai fedeli musulmani di entrare nella moschea di al-Aqsa per periodi diversi.

Salfit-PIC. Da molti anni, i residenti palestinesi nella Valle del Giordano sono oggetto di attacchi organizzati da parte delle autorità di occupazione israeliana e da gruppi di coloni ebrei: l’obiettivo è di evacuarli e impossessarsi delle loro terre.

Le autorità israeliane hanno usato tutti i modi possibili per prendere il controllo delle terre palestinesi, inclusa la misura di stabilire insediamenti agricoli e di pascolo.

Negli ultimi anni, l’attività di insediamento agricolo è aumentata nella Valle del Giordano, conosciuta anche come il paniere alimentare della Palestina.

Vacche da latte.

Parlando con il giornalista di PIC, l’attivista locale Aref Daraghmeh ha affermato che, dalla sua occupazione, nel 1967, le autorità di occupazione israeliane (IOA) hanno stabilito più di 36 insediamenti e avamposti nella Valle del Giordano, compresi 14 insediamenti agricoli.

Le IOA hanno anche preso il controllo di tutte le fonti d’acqua della zona, avendo sequestrato più di 150 pozzi, ha aggiunto.

Gli insediamenti agricoli nella Valle del Giordano, ha detto Daraghmeh, sono considerati le “vacche da latte” per l’economia israeliana.

La terra è coltivata con tutti i tipi di ortaggi e alberi da frutto, in particolare palme e piante medicinali, ha sottolineato.

Daraghmeh ha inoltre affermato che negli ultimi 5 anni le IOA hanno lanciato una nuova politica di insediamento volta a rubare ciò che restava delle terre della Valle del Giordano, denominata politica di insediamenti  di pascolo.

Nella Valle del Giordano sono stati istituiti otto nuovi avamposti di pascolo, dove i coloni hanno portato le loro mucche e pecore a pascolare nei terreni agricoli palestinesi.

Supporto israeliano ufficiale.

Da parte sua, il funzionario palestinese responsabile della pratica degli insediamenti israeliani nelle aree settentrionali della Cisgiordania, Ghassan Daghlas, ha sottolineato che la politica degli insediamenti agricoli è uno degli strumenti israeliani per prendere il controllo delle terre palestinesi nella Valle del Giordano.

In un’intervista con il giornalista di PIC, Daghlas ha chiarito che la politica degli insediamenti agricoli è solitamente legata alla collocazione di stalle per il bestiame nelle aree degli insediamenti illegali o in aree militari chiuse da concedere successivamente ai coloni.

Secondo B’Tselem, la Valle del Giordano e il Mar Morto settentrionale si estendono per circa 160.000 ettari, comprendendo quasi il 30% dell’area totale della Cisgiordania.

Nel 2016 vi vivevano circa 65.000 Palestinesi e 11.000 coloni.

Israele sfrutta quasi tutta la Valle del Giordano e il Mar Morto settentrionale per i propri bisogni e impedisce ai Palestinesi di entrare o utilizzare circa l’85% dell’area: che si tratti di costruzione, posa di infrastrutture, pastorizia o agricoltura.

Quasi il 90% di questa regione è stata designata Area C, la terra della Cisgiordania che rimane sotto il pieno controllo israeliano e costituisce quasi il 40% di tutta l’Area C.

Quasi il 50% dell’area è definita “terra demaniale” – più della metà della quale era già denominata così sotto il governo giordano – prima che Israele occupasse l’area nel 1967; circa il 46% è stata dichiarata zona militare chiusa, comprese le giurisdizioni municipali degli insediamenti israeliani e 11 zone di esercitazioni militari; circa il 20% dell’area è stata dichiarata riserva naturale; e altre aree sono state assegnate ai consigli regionali degli insediamenti.

Traduzione per InfoPal di Edy Meroli

AFP/JOSEPH EID – Il Libano, un paese di circa sei milioni di persone, è alle prese con una crisi finanziaria senza precedenti che, secondo la Banca Mondiale, è di dimensioni normalmente associate alle guerre. L’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, UNHCR, ha dichiarato che almeno 1.570 persone, tra cui 186 libanesi, la maggior parte dei quali sperava di raggiungere Cipro, membro dell’Unione Europea.

At-Tayar. (Da Bocchescucite.org). Il Libano, la “Svizzera del Medio Oriente” e un tempo leggenda esotica che affascinava il mondo da un capo all’altro, è ora impantanato nella peggiore crisi economica che i suoi cittadini abbiano affrontato da decenni. Un crollo che, giorno dopo giorno, sta spingendo non solo i rifugiati palestinesi e siriani che vivono nel Paese – poiché le complicate situazioni nei loro Paesi d’origine li hanno costretti a fuggire in territorio libanese – ma anche gli stessi cittadini libanesi, ad unirsi a un’ondata migratoria che continua a crescere.

Secondo i dati pubblicati dalle Nazioni Unite, che affermano che 8 libanesi su 10 vivono al di sotto della soglia di povertà, nel 2020 più di 1.500 libanesi – palestinesi o siriani – hanno cercato di lasciare il Paese su imbarcazioni precarie. Ma circa il 75% di questi migranti è stato intercettato dalle autorità o riportato a terra. Da allora, la situazione non ha fatto che peggiorare, con un’impennata preoccupante del numero di imbarcazioni illegali che cercano le coste cipriote.

AFP/IBRAHIM CHALHOUB – Code all’esterno di un panificio di Tripoli, la città portuale settentrionale del Libano, dove la gente a volte deve aspettare per ore per ottenere un sacchetto di pane arabo pita sovvenzionato, che scarseggia a causa della lunga crisi economica che prosciuga le casse dello Stato.

“Non riesco a sfamare la mia famiglia. Il mio stipendio basta a malapena per qualche settimana (…) e vedere uno dei miei figli che vaga per il quartiere tuffandosi nelle discariche, alla ricerca di lattine e plastica da vendere, mi spezza il cuore”, è la testimonianza di Abu Abdullah, un fattorino di Tripoli, ad The Arab News. Una testimonianza tra centinaia, che evidenzia le conseguenze sociali di un’iper-inflazione che supera le due cifre, di una svalutazione monetaria di oltre il 90% dal 2019 e delle ripercussioni della crisi di Covid-19, dell’esplosione del porto di Beirut e della guerra Russia-Ucraina.

“Preferisco rischiare la mia vita in mare piuttosto che ascoltare le grida dei miei figli quando hanno fame”, ha concluso Abdullah. Anche a causa del collasso economico, le cifre astronomiche richieste dai contrabbandieri per portare le persone fuori dal Paese per via aerea (attraverso tre diversi aeroporti prima di entrare in territorio europeo) stanno portando sempre più persone a rischiare la vita su imbarcazioni precarie che si prevede verranno utilizzate per attraversare il Mar Mediterraneo.

AP/HASSAN AMMAR – Un uomo trasporta il corpo di una bambina, mentre un altro spara in aria durante il corteo funebre per sette persone uccise in un’imbarcazione piena di migranti affondata nel fine settimana mentre la marina libanese cercava di riportarla a riva, a Tripoli, nel nord del Libano, lunedì 25 aprile 2022.

Tuttavia, secondo gli analisti consultati da Arab News, il tasso di migrazione illegale è attualmente in declino a causa dell’aumento delle tariffe dei contrabbandieri, che metterebbero anche le pericolose rotte marittime al di fuori della portata economica di molti libanesi. Su questo non sono d’accordo tutti gli specialisti che, oltre a sostenere che i flussi migratori non hanno smesso di crescere, mettono in guardia soprattutto dall’esodo dei giovani libanesi istruiti, che sono fondamentali per la futura ripresa del Paese.

La situazione è ancora più complicata per i milioni di rifugiati provenienti dalla Siria e dalla Palestina, che per anni sono stati trattati come cittadini di seconda classe. Oltre ad aver subito, in molti casi, numerosi spostamenti, questi gruppi hanno avuto scarso accesso al diritto di possedere case o proprietà, di lavorare in professioni liberali o di esercitare molti diritti sociali o politici.

AP/BILIAL HUSSEIN – Le forze navali libanesi e il personale tecnico si preparano a inviare un sottomarino nel Mar Mediterraneo per cercare di recuperare circa 30 corpi a 450 metri di profondità all’interno di un’imbarcazione di migranti affondata nella notte di quattro mesi fa a circa cinque chilometri dal porto di Tripoli, in circostanze controverse, nel nord del Libano, lunedì 22 agosto 2022.

In questo scenario, il naufragio di un’imbarcazione che trasportava 84 migranti – per lo più libanesi, ma anche palestinesi e siriani – avvenuto il 23 aprile scorso, è diventato un evento di rilevanza internazionale. Sebbene le squadre di soccorso siano riuscite a salvare la vita di circa 45 persone e a recuperare almeno una dozzina di corpi nei giorni successivi alla tragedia, la scomparsa di almeno 33 passeggeri a più di quattro mesi dal naufragio ha scatenato la solidarietà di AusRelief, una ONG australiana presieduta da Tom Zreika, un espatriato libanese che coordina l’iniziativa “Children of Lebanon”.

I resti dei dispersi, recuperati per dare alle famiglie la possibilità di dare loro “una degna sepoltura”, così come gli oggetti di interesse per lo sviluppo delle indagini, saranno raccolti dal sottomarino Pisces VI (salpato dall’isola spagnola di Tenerife) in un’operazione che è stata finanziata dalle donazioni di decine di espatriati libanesi, organizzazioni private e molti altri privati, e che coordinerà il lavoro dell’esercito libanese e dell’equipaggio del sommergibile.

REUTERS/JUAN MEDINA – Migranti in fila per la colazione durante il sesto giorno di attesa di un porto sicuro per sbarcare a bordo della nave di soccorso della ONG Proactiva Open Arms One nel mezzo del Mar Mediterraneo, 22 agosto 2022

Ad oggi non si sa ancora se il motivo del naufragio sia stato un sovraccarico della “Nave della Morte” – come è stata battezzata – o se sia stata deliberatamente speronata dalla Marina libanese durante un’operazione notturna. Questa versione è sostenuta da diversi sopravvissuti al naufragio.

Tuttavia, la tragedia della “nave della morte” non sembra aver convinto le centinaia di migranti che ogni giorno continuano a rischiare la vita per raggiungere le coste europee. Lo dimostra la partenza di tre pescherecci – secondo le fonti – mal equipaggiati con circa 200 migranti, che hanno lasciato le coste libanesi questo fine settimana.

Addio al simbolo dell’esplosione di Beirut.

Nel frattempo, il porto di Beirut, teatro di una delle più grandi esplosioni non nucleari della storia, ha assistito martedì al crollo totale del lato nord dei silos. Simbolo dell’incidente avvenuto nel 2020 e che ha causato la morte di oltre 200 persone, lasciando più di 6.500 feriti e una grande distruzione nella capitale libanese.

Per tutti i mesi estivi, quella che un tempo era la più grande infrastruttura di stoccaggio di cereali del Paese ha subito importanti crolli parziali a causa di un continuo incendio dovuto alla fermentazione del grano e del mais intrappolati all’interno. Martedì scorso, le rovine del lato nord sono finalmente crollate, riducendo le possibilità dei parenti delle centinaia di vittime di trovare nuove prove per un’indagine – volta a determinare le responsabilità – segnata da continui stalli e ostacoli politici e giudiziari.

Una crisi dilagante e senza freni.
Dal 2020, quando la crisi libanese iniziata un anno prima si è aggravata, la moneta del Paese ha perso quasi il 95% del suo valore, la percentuale di cittadini che vivono al di sotto della soglia di povertà è salita all’80% e la popolazione si trova ad affrontare carenze di elettricità e acqua, oltre che di beni di prima necessità.

Neanche lo scoppio della guerra russo-ucraina ha migliorato la situazione. Il piccolo Paese mediterraneo importava oltre il 60% del suo fabbisogno di cereali dal Paese europeo e, dopo la distruzione dei silos nel porto di Beirut e l’interruzione delle forniture ucraine, il Libano è a malapena in grado di finanziare i sussidi per il pane pita, che ha dovuto razionare. In prospettiva, la paralisi politica e i crescenti ostacoli interni ed esterni non sembrano promettere bene per la situazione economica e sociale dei cittadini libanesi.

The New Arab, Palestine Chronicle e reti sociali. Il presidente cileno Gabriel Boric ha invitato alla solidarietà per la Palestina durante il suo discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, martedì.

Boric ha affermato che la comunità internazionale “non deve normalizzare le violazioni permanenti dei diritti umani contro il popolo palestinese”.

In his speech at the United Nations General Assembly on September20, Chilean President Gabriel Boric called on the UN member to avoid "the normalization of the systematic violation of human rights against the Palestinian people. pic.twitter.com/tFsFYBJwGD

— The Palestine Chronicle (@PalestineChron) September 22, 2022

Ha aggiunto che i palestinesi hanno il diritto inalienabile di essere protetti dal diritto internazionale e a uno “Stato sovrano e libero”.

La scorsa settimana, Boric ha rimandato un incontro con l’ambasciatore israeliano a Santiago in seguito all’uccisione di un adolescente palestinese nella Cisgiordania a Jenin.

Gerusalemme/al-Quds – PIC. Mercoledì, personaggi di spicco gerosolimitani hanno avvertito dei tentativi israeliani in corso rivolti ad ebraicizzare il muro orientale della moschea di al-Aqsa.

Il ricercatore gerosolimitano Radwan Amr ha considerato la decisione israeliana di consentire ai coloni estremisti di suonare la tromba nel cimitero di Bab al-Rahma come un preludio per permettere rituali e preghiere ebraiche vicino al muro orientale.

Amr ha chiesto di proteggere l’intero cimitero di Bab al-Rahma, che si trova vicino al muro orientale della moschea.

A sua volta, il predicatore della moschea di al-Aqsa, Sheikh Ikrima Sabri, ha sottolineato che la corte israeliana non ha autorità sul cimitero di Bab al-Rahma, considerando la sentenza della corte come una violazione della sua santità.

Il cimitero di Bab al-Rahma è un cimitero islamico che comprende le tombe di numerosi compagni del profeta Maometto ed eminenti studiosi e martiri risalenti a 15 secoli fa.

Anche il capo del Comitato del cimitero islamico di Gerusalemme, Mustafa Abu Zahra, ha condannato la decisione israeliana come inaccettabile.

Di recente, gruppi ebraici estremisti hanno incitato i loro seguaci a prendere d’assalto in massa la moschea di al-Aqsa alla fine del mese, per celebrare il capodanno ebraico ed eseguire dei rituali.

Ramallah – MEMO. Tre quarti dei palestinesi non vogliono l’Autorità Palestinese (ANP), Fatah ed il presidente dell’OLP Mahmoud Abbas come loro presidente, secondo quanto riportato mercoledì dal quotidiano Al-Resalah.

Secondo il sito di notizie, il sondaggio è stato condotto tra il 13 ed il 17 settembre, prima del discorso di Abbas davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Ha rilevato che il 26% degli intervistati è soddisfatto di Abbas, mentre il 71% non lo è.

Nel frattempo, il 74% degli intervistati ha dichiarato di non volere Abbas come presidente, e solo il 23% che ha affermato di volere che rimanga in carica.

Abbas ha emesso diversi decreti che impediscono lo svolgimento di elezioni parlamentari e presidenziali che la maggior parte dei palestinesi ritiene che siano un modo di soddisfare il desiderio di Israele di mantenere i palestinesi divisi internamente.

Gaza – The Palestine Chronicle. Foto e testo di Mahmoud Ajjour. Ibrahim Ashraf Abd al-Nabi è un 43enne padre di 4 bambini di Gaza. È anche il capo della Protezione civile a Jabaliya, nel nord della Striscia di Gaza.

Per la natura del loro lavoro, gli operatori della protezione civile sono considerati eroi ovunque. Ciò è particolarmente vero a Gaza, dove i ripetuti attacchi militari israeliani ed un assedio in corso rendono le situazioni di emergenza particolarmente pericolose per tutte le persone coinvolte.

“In tempo di guerra, il nostro compito principale è recuperare i feriti da sotto le macerie e portarli in un luogo sicuro”, ha dichiarato Ibrahim al Palestine Chronicle.

“Purtroppo, in molti casi, dobbiamo anche recuperare i corpi”, ha aggiunto.

Ibrahim ha raccontato al Chronicle che una delle situazioni più difficili si è verificata durante l’ultima offensiva israeliana di agosto, quando ha ricevuto l’avviso che la casa della famiglia Abu Jasser era stata presa di mira.

“Siamo subito andati sul posto. L’edificio era stato colpito ed è stato ridotto in macerie. Tuttavia, le stesse macerie stavano crollando a causa del numero di persone […] in cima, che cercavano di salvare quelle intrappolate sotto”, ha detto Ibrahim.

“C’era un giovane in piedi accanto a me. In un secondo, è caduto sotto. Ho cercato di alzargli la testa, usando le mie mani nude, per farlo respirare. Ma sanguinava copiosamente e non c’è stato niente che potessi fare per lui. Ha esalato il suo ultimo respiro mentre lo stavo ancora trattenendo”.

“È stata la prima volta che qualcuno è morto tra le mie braccia”, ha detto Ibrahim. “Lo abbiamo spostato su una barella e trasportato in ospedale, dove abbiamo pregato per lui”.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Ramallah-PIC. Un agente di polizia israeliano ha ucciso un giovane palestinese dopo che questi avrebbe effettuato un attacco con il coltello vicino al posto di blocco militare di Beit Sera, a sud-ovest della città di Ramallah, in Cisgiordania, giovedì sera.

Secondo quanto riferito, otto coloni ebrei sono stati feriti o hanno avuto problemi respiratori durante l’attacco vicino all’insediamento illegale di Modi’in.

Secondo i media ebraici, cinque coloni ebrei sono rimasti feriti durante l’attacco, mentre altri tre hanno avuto problemi respiratori dopo aver inalato spray al peperoncino.

Gerusalemme/al-Quds – PIC. Giovedì mattina, la polizia israeliana ha rapito l’attivista gerosolimitana Zina Amr, 58 anni, dalla sua casa nella Gerusalemme Est.

Suo figlio, Radwan Amr, ha dichiarato a PIC che gli agenti di polizia hanno fatto irruzione nella loro casa nel quartiere di al-Thuri, a sud della moschea di al-Aqsa, e hanno rapito sua madre, senza riguardo per i suoi problemi di salute.

Ha sottolineato che sua madre si stava preparando per andare in ospedale quando la polizia ha fatto irruzione nella casa.

Nel frattempo, la polizia israeliana ha convocato l’attivista gerosolimitana Sahar an-Natsha per essere interrogata e ha minacciato di fare irruzione nella sua casa e di trascinarla in un centro di detenzione se si fosse rifiutata di obbedire.

Molte donne gerosolimitane, desiderose di recarsi quotidianamente presso la moschea di al-Aqsa, sono esposte a persecuzioni sistematiche da parte della polizia, soprattutto quando ci sono intenzioni israeliane di consentire ad un gran numero di coloni estremisti di invadere il luogo sacro islamico, durante le occasioni religiose.

Nei giorni scorsi, la polizia israeliana ha emesso ordini che vietano a diversi funzionari del Dipartimento per i beni religiosi islamici di Gerusalemme e ai musulmani di entrare nella moschea di al-Aqsa per periodi diversi e ha consentito a decine di coloni di invaderla.

Cisgiordania occupata – The Palestine Chronicle. Martedì notte, le forze d’occupazione israeliane hanno nuovamente arrestato l’ex-prigioniero palestinese Hisham Abu Hawwash, durante una massiccia campagna d’arresti nella Cisgiordania occupata, secondo quanto riferito dai media israeliani.

Abu Hawwash, 40 anni, proviene dalla cittadina di Dura, vicino a Hebron (al-Khalil). Fu arrestato nell’ottobre 2020 e intraprese uno sciopero della fame di 141 giorni per protestare contro la sua detenzione amministrativa, senza accusa né processo.

Breaking|| Israeli occupation forces detained the freed Palestinian detainee Hisham Abu Hawash after raiding his home in Dura town, south of Hebron.

It's worth noting that Hisham was released from Israeli jails 7 months ago during which he went on a hunger strike lasted 141 days pic.twitter.com/gy44LyAu92

— PALESTINE ONLINE 🇵🇸 (@OnlinePalEng) September 21, 2022

Durante la sua prigionia, Abu Hawwash fu ricoverato in ospedale ma rifiutò le cure mediche. Dopo giorni di proteste da parte dei palestinesi che chiedevano il suo rilascio e a seguito di crescenti timori in Israele di disordini diffusi se fosse morto in custodia, il governo israeliano accettò di rilasciarlo a febbraio.

Attualmente ci sono 4.500 palestinesi nelle carceri israeliane, di cui oltre 600 in detenzione amministrativa.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

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