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Ginevra-MEMO. Giovedì il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (UNHRC) ha votato all’unanimità a favore di una risoluzione sulla garanzia della responsabilità e sul raggiungimento della giustizia in Palestina.

37 paesi hanno votato a favore della risoluzione e 7 si sono astenuti, mentre 3 paesi hanno votato contro.

Il ministero degli Affari Esteri e degli Esteri palestinese ha accolto favorevolmente la Risoluzione dell’UNHRC, ringraziando gli Stati membri che hanno votato a sostegno della bozza di risoluzione presentata dallo Stato di Palestina.

Il ministero ha affermato in una nota che il voto unanime riflette “la posizione di principio degli Stati membri sull’importanza della responsabilità del regime coloniale e di apartheid israeliano”.

Secondo la dichiarazione, 37 paesi hanno votato a favore della risoluzione, compresi i paesi arabi ed europei, la Cina e importanti paesi dell’Africa e dell’Asia, mentre sette paesi si sono astenuti: Ucraina, Regno Unito, Camerun, Isole Marshall, India, Nepal e Honduras. Malawi, Brasile e Stati Uniti hanno votato contro la risoluzione:

Il ministero ha affermato che “il consenso internazionale e il voto a favore delle risoluzioni della Palestina sono una forma di protezione per il popolo palestinese e la preservazione dei suoi diritti, che alla fine porteranno allo smantellamento del regime di apartheid israeliano”, e ha aggiunto che il voto è “la prova dell’impegno di questi paesi a garantire che coloro che perpetrano crimini di guerra e crimini contro l’umanità contro il popolo palestinese siano chiamati a rispondere”.

Il ministero ha esortato la comunità internazionale “a ritenere responsabili Israele e i criminali di guerra israeliani” e ha sottolineato che “la politica dei doppi standard e della selettività nell’attuazione delle regole del diritto internazionale minerà l’ordine internazionale basato sulle regole”.

(Nella foto: 34a sessione del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite presso l’ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra, in Svizzera, il 2 febbraio 2017 [Mustafa Yalçın – Agenzia di Anadolu]).

Gerusalemme/al-Quds-MEMO. Secondo un’agenzia palestinese, il membro di destra della Knesset israeliana, Itamar Ben-Gvir, è entrato nei cortili della moschea di al-Aqsa, a Gerusalemme est, tra la stretta protezione della polizia.

Ben-Gvir ha preso d’assalto il sito dopo che la polizia israeliana ha accettato, mercoledì sera, di permettergli di visitare il complesso prima del mese di digiuno musulmano del Ramadan, che dovrebbe iniziare questa settimana.

In una dichiarazione, il Dipartimento per le dotazioni islamiche ha affermato che Ben-Gvir ha preso d’assalto il sito attraverso la Porta al-Mughrabi sotto la protezione della polizia israeliana.

Una donna palestinese è stata arrestata dalle forze israeliane nell’area di Bab Al-Asbat (Porta del Leone), a nord della moschea, si legge nel comunicato.

Nel 2003, il governo israeliano permise unilateralmente ai coloni di assaltare il complesso della moschea di al-Aqsa, nonostante le proteste del Dipartimento delle dotazioni islamiche, che sovrintende ai luoghi santi a Gerusalemme.

Da allora, la polizia israeliana consente ai coloni, tranne il venerdì e il sabato, di assaltare il sito in due turni, al mattino e dopo la preghiera di mezzogiorno.

Cresce la preoccupazione che i tour dei coloni nel complesso durante la festa della Pasqua ebraica, che coincide con la terza settimana del Ramadan, possano causare scontri tra i palestinesi e la polizia israeliana.

La moschea di al-Aqsa è il terzo sito sacro al mondo per i musulmani. Gli ebrei chiamano l’area il “Monte del Tempio”, sostenendo che sia il sito di due templi ebraici in tempi antichi.

Nei mesi scorsi, Ben-Gvir aveva eretto una tenda a Sheikh Jarrah, a Gerusalemme est, e aveva fatto visite provocatorie ai palestinesi nell’area di Bab al-Amoud.

(Itamar Ben Gvir, membro di destra della Knesset israeliana, Gerusalemme, 14 febbraio 2022 [Agenzia Mostafa Alkharouf/Anadolu]).

MEMO. Mercoledì, il ministro della Difesa israeliano Benny Gantz ha ordinato il dispiegamento di 1.000 soldati in più per supportare la polizia nella Cisgiordania occupata e al confine con la Striscia di Gaza assediata. Anche se ancora in addestramento, i soldati saranno schierati secondo le esigenze della polizia, secondo quanto reso noto dal ministero.

L’esercito di occupazione israeliano ha schierato 12 battaglioni in più nella Cisgiordania occupata e due intorno al “confine” recintato con Gaza, dalla scorsa settimana.

“Stiamo intraprendendo azioni offensive e difensive”, ha riferito Gantz dopo una valutazione della sicurezza con il capo di stato maggiore Aviv Kochavi e il capo del comando centrale, il generale Yehuda Fuchs.

“Ho ordinato al Dipartimento della difesa di aiutare la polizia sotto forma di equipaggiamento, manodopera e personale aggiuntivo”, ha aggiunto Gantz. “Se necessario, mobiliteremo migliaia di riservisti che si dispiegheranno per le strade e agiranno ovunque sia richiesta attività operativa. Qualunque cosa serva, spezzeremo questa ondata di terrore. Riporteremo pace e stabilità in modo energico, intelligente e responsabile”.

Gantz ha anche parlato di concentrarsi sull’azione basata sull’intelligence relativa alla localizzazione, sui social media, di potenziali aggressori, di sventare i tentativi palestinesi di entrare illegalmente in Israele e di interrompere gli accordi sulle armi.

Cisgiordania-PIC e Quds Press. Decine di cittadini palestinesi sono rimasti feriti, giovedì, durante gli scontri (*) con le forze di occupazione israeliane (IOF) vicino al muro di separazione, nella parte occidentale di Tulkarem.

Secondo fonti locali, le IOF hanno sparato proiettili letali e di gomma contro i giovani locali e li hanno inondati di lacrimogeni, vicino al muro di separazione.

Secondo quanto riferito, durante gli eventi un giovane è stato ferito da un proiettile e decine di persone hanno inalato gas lacrimogeni.

Nel frattempo, le IOF hanno intensificato la loro presenza vicino al muro di separazione e hanno impedito ai lavoratori della Cisgiordania di recarsi al loro posto di lavoro in Israele (Palestina occupata del 1948).

Ad al-Khalil/Hebron, diversi palestinesi hanno sofferto per la loro esposizione ai gas lacrimogeni dopo che le IOF hanno preso d’assalto l’area di Bab az-Zawiya e i suoi mercati nel distretto centrale della città e hanno attaccato i passanti.

Poco dopo, i giovani locali si sono scontrati con i soldati israeliani nell’area e hanno risposto alle loro aggressioni lanciando pietre e bottiglie vuote contro di loro.

(*) Nel linguaggio militare, gli scontri avvengono tra eserciti o gruppi armati di pari forze. Tra Tsahal, l’esercito israeliano, e la Resistenza o i gruppi di giovani palestinesi che rispondono alle aggressioni dell’occupante israeliano non c’è parità di forze. Pertanto, riportiamo tra virgolette il termine scontri/scontro, per non indurre i lettori meno informati a pensare che in Palestina sia in atto un conflitto/guerra tra attori con eserciti, armamenti e forze paritarie.

MEMO. La storica campagna per porre fine all’occupazione israeliana della Palestina si sta avvicinando al suo “momento sudafricano”, secondo quanto affermato da Omar Barghouti. L’attivista palestinese ha parlato della campagna che ha co-fondato nel 2005, ossia il movimento Boycott, Divestment and Sanctions (BDS), con Democracy for the Arab world Now (DAWN), alla luce della risposta occidentale all’invasione russa dell’Ucraina, che include dure sanzioni contro Mosca.

“Questi atti hanno effettivamente demolito tutte le scuse anti-BDS propagate da Israele e dai suoi apologeti anti-palestinesi in Occidente negli ultimi 17 anni, per cercare di contrastare le nostre richieste di responsabilizzazione e giustizia”, ​​ha affermato Barghouti denunciando ciò che chiama “palese ipocrisia dell’Occidente”.

Barghouti ha spiegato che, oltre all’ipocrisia dell’Occidente, “la velocità con cui tutte le organizzazioni culturali, politiche e accademiche, le imprese ed i parlamenti hanno imposto sanzioni – anche globali – e boicottaggi contro la Russia ed i russi comuni, solo pochi giorni dopo l’invasione dell’Ucraina, invia un messaggio molto chiaro e razzista a palestinesi, yemeniti, iracheni, afgani, latinoamericani, africani, a molti, molti popoli in tutto il sud del mondo, e cioè che le nostre vite ed i nostri diritti come persone di colore non contano agli occhi dell’impero occidentale”.

“È un messaggio chiaramente razzista”, che Barghouti sostiene non riguardi il BDS. I russi sono stati presi di mira in base alla loro identità e al discorso politico, afferma il 58enne, e non per la loro attuale complicità con qualche crimine. “[Il messaggio del boicottaggio dell’Occidente] è completamente antitetico al principio etico del movimento BDS, ossia che il BDS mira alla complicità, non all’identità. E questo è un punto molto importante da menzionare”, ha detto Barghouti. “Abbiamo solo chiesto il boicottaggio delle istituzioni, non degli individui. E ogni volta che un individuo viene preso di mira è perché rappresenta un’istituzione complice – un’istituzione che fa parte del sistema d’Apartheid di Israele – e questo non si basa mai sull’identità”.

Commentando il rifiuto dell’Occidente contro il BDS, Barghouti ha parlato a lungo di quelle che ha definito “misure maccartiste” per soffocare e criminalizzare un movimento pacifico per porre fine all’Apartheid, che si è rivelato estremamente efficace nel far cadere il regime dell’Apartheid in Sud Africa. L’ipocrisia è evidente, ha spiegato Barghouti, indicando le decine di leggi a livello statale e altre misure negli Stati Uniti e in tutto l’Occidente, in generale, contro il boicottaggio di Israele.

Nonostante gli sforzi per sopprimere il BDS, il risultato sul campo è stato l’opposto, afferma Barghouti, indicando l’ondata di sostegno alla causa palestinese e il flusso di rapporti di importanti gruppi per i diritti umani che hanno concluso che Israele sta praticando l’Apartheid.

Per Barghouti, la classificazione come Apartheid da parte di Amnesty, Human Rights Watch e molti altri importanti gruppi per i diritti umani è estremamente importante, perché “a differenza del colonialismo, a differenza dell’occupazione, [l’Apartheid] è un crimine contro l’umanità molto chiaramente definito nel diritto internazionale. E abbiamo l’esperienza sudafricana come gold standard di come dovrebbe essere trattato l’Apartheid”. Una tale designazione, dice, “terrorizza” Israele, motivo per cui lo stato d’occupazione ha reagito in modo aggressivo per minare il lavoro di questi importanti gruppi per i diritti umani.

“Fare un ‘whitewashing‘ dell’Apartheid israeliano e delle sue brutalità quotidiane contro i palestinesi sta diventando una vera sfida, anche per i gruppi di lobby israeliani […], non solo in Australia ed in Sud Africa, ma anche negli Stati Uniti, in Europa, in Asia meridionale, in America Latina”, ha sottolineato Barghouti.

“Dal pink-washing, al green-washing, all’art-washing, allo sports-washing dell’Apartheid, Israele ha bisogno di molti ‘washing‘. E ha speso ingenti somme di denaro e stanziato enormi risorse umane per nasconderlo, per distogliere l’attenzione e per normalizzare gli orrori quotidiani di Israele contro i palestinesi. Ma non funziona”.

(Il fondatore del movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS), Omar Al-Barghouti, il 3 giugno 2014 [Rob Stothard/Getty Images]).

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Betlemme. Giovedì, a sud della città di Betlemme, nella Cisgiordania meridionale, le forze israeliane (IOF) hanno ucciso un giovane palestinese, Nidal Jumaa Jaafra, 30 anni, della città palestinese di Tarqumiyah.
Fonti dei media israeliani hanno affermato che Ja’afra è stato ucciso dopo aver accoltellato e ferito gravemente un colono su un autobus, vicino al blocco degli insediamenti di Gush Etzion.

Le circostanze che circondano il presunto tentativo di accoltellamento rimangono poco chiare e in gran parte basate sulla versione israeliana degli eventi.

Third Palestinian killed south of Bethlehem has been identified as Nidal Jaafra (30)

— Dalia Hatuqa (@DaliaHatuqa) March 31, 2022

Israele è criticato per il suo uso compulsivo della forza letale e per le “uccisioni extragiudiziali” quando i presunti aggressori palestinesi non rappresentano più una minaccia immediata. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha affermato che le circostanze relative a tali omicidi negli ultimi mesi rimangono controverse.

Le riprese video di presunti attacchi simili sembrano confutare le affermazioni militari israeliane, mostrando che presunti aggressori palestinesi non hanno tentato di effettuare alcun attacco. Alcuni filmati mostravano le forze israeliane che manipolavano la scena del crimine in seguito a tali omicidi.

https://inthesetimes.com/article/annexation-israel-palestine-apartheid-aipac-j-street-biden

(Foto: Nidal Jumaa Jaafra, 30 anni, ucciso dalle forze israeliane vicino a Betlemme. Social media).

(Fonti: Wafa e Palestine Chronicle).

Gerusalemme/al-Quds – MEMO. I capi della Chiesa greco-ortodossa palestinese hanno denunciato l’acquisizione “illegale” di proprietà della chiesa nella Gerusalemme Est occupata da parte di “estremisti” israeliani, evidenziando ancora una volta la “minaccia di estinzione” perpetrata da parte dei gruppi “radicali” israeliani e annunciata da gruppi cristiani all’inizio di quest’anno.

L’ultima struttura in questione è un Hotel di Gerusalemme gestito da palestinesi. Domenica, la famigerata organizzazione di coloni Ateret Cohanim ha fatto irruzione nell’hotel ed in un negozio di cambio valuta nelle vicinanze. I coloni estremisti hanno ricevuto la protezione della polizia israeliana, nonostante non possedessero alcun avviso di sfratto.

L’obiettivo dichiarato di Ateret Cohanim è la creazione di una maggioranza ebraica nella Città Vecchia occupata e nei quartieri arabi della Gerusalemme Est. Il gruppo lavora per ebraicizzare Gerusalemme Est, per ottenere la supremazia ebraica, che è una forma di pulizia etnica. L’organizzazione lo fa acquistando proprietà tramite società di facciata e poi trasferendovi i coloni ebrei.

“Agire in questo modo illegalmente aggressivo contro una nota proprietà cristiana e un’attività araba, in particolare prima della Pasqua e del Ramadan, potrebbe probabilmente innescare ostilità locali”, ha affermato martedì la Chiesa, condannando l’acquisizione. “Il patriarca richiede che la polizia agisca per sfrattare Ateret Cohanim […] fino all conclusione del procedimento legale in corso”.

Medhat Deeba, un avvocato che rappresenta la famiglia palestinese Qiresh che gestisce l’hotel, ha affermato che membri dell’organizzazione israeliana avevano rilevato una delle due sezioni della proprietà. “Non hanno dato ai residenti un avviso di sfratto e hanno fatto irruzione illegalmente”, ha spiegato.

Gerusalemme occupata/al-Quds – Middle East Eye. La polizia e i coloni israeliani hanno preso il controllo di una parte dello storico hotel Petra, oggetto di una contestazione legale che dura da anni tra il Patriarcato https://t.co/P5RW6VH150#Palestine #MiddleEast #Israel

— Redazione_Infopal (@Infopal_News) March 29, 2022

L’hotel si trova nella Città Vecchia, che Israele ha sequestrato nel 1967 e successivamente annesso con una mossa che non è mai stata riconosciuta dalla maggior parte della comunità internazionale. La legge israeliana consente ai cittadini ebrei di “reclamare” le proprietà che appartevano agli ebrei nella Gerusalemme Est occupata prima della creazione di Israele nel 1948, ma i cittadini arabi palestinesi non possono ricorrere allo stesso processo. Questa pratica è citata dai gruppi per i diritti umani come un esempio di una delle tante pratiche d’Apartheid dello stato d’occupazione.

L’ultima controversia è relativa alla vendita di una proprietà della Chiesa greco-ortodossa, nel 2004 – che il Patriarcato greco-ortodosso di Gerusalemme ha respinto – presumibilmente perché Ateret Cohanim pagò una tangente all’allora patriarca greco Irenaios per concludere l’accordo. Quando la vendita venne resa pubblica, nel 2005, Irenaios fu costretto dai funzionari della chiesa a lasciare l’incarico e venne sostituito dall’attuale Patriarca, Teofilo III. Da allora, il suo successore ha condotto una campagna legale per vedere la proprietà restituita alla chiesa, sostenendo che le transazioni precedenti erano il risultato di corruzione e che Ateret Cohanim aveva pagato una tangente ai dipendenti del Patriarcato per anticipare le vendite.

L’acquisizione di proprietà della chiesa, questo fine settimana, da parte dell’organizzazione di coloni d’estrema destra, è un ulteriore segno della “minaccia di estinzione” che i cristiani palestinesi devono affrontare, perpetrata da parte dei gruppi “radicali” israeliani. L’avvertimento è stato fatto all’inizio di quest’anno da Francesco Patton, Custode di Terra Santa della Chiesa cattolica. L’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, ha fatto eco al messaggio sulla difficile situazione dei cristiani palestinesi durante un messaggio di Natale. Quando oggi si parla ai cristiani palestinesi a Gerusalemme, li si sente spesso dire: “Tra 15 anni non resterà nessuno di noi”, ha detto Welby in un articolo correlato.

Prima della creazione di Israele nel 1948, i cristiani palestinesi erano la seconda comunità religiosa più grande, costituendo oltre l’11% della popolazione totale. Le ondate di pulizia etnica, che i palestinesi chiamano Nakba (catastrofe), hanno ridotto il loro numero all’attuale livello di “estinzione”.

Il sequestro violento, l’annessione illegale e l’occupazione militare di Gerusalemme, da parte di Israele, ha accelerato la fuga dei cristiani palestinesi dalla loro terra. I gruppi per i diritti umani hanno descritto il dominio di Israele sul territorio come una forma d’Apartheid, in base al quale i palestinesi cristiani sono trattati come cittadini di seconda e terza classe.

Cisgiordania occupata – MEMO. La Palestina, mercoledì, ha accusato Israele di sfruttare la maggior parte del territorio dell'”Area C” nella Cisgiordania occupata, secondo quanto riferito dall’agenzia stampa Anadolu.

“L’occupazione israeliana sfrutta direttamente il 76 per cento dell’area totale classificata come C”, secondo quanto affermato dall’Ufficio centrale di statistica palestinese in una dichiarazione in occasione del 46° anniversario della Giornata della Terra.

In base agli Accordi di Oslo del 1995 tra Israele e l’Autorità Palestinese, la Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, è stata divisa in tre porzioni – Area A, B e C – con l’Area C sotto il controllo amministrativo e di sicurezza israeliano, fino a che non venga raggiunto un accordo sullo status con i palestinesi.

La Giornata della Terra è una commemorazione annuale che segna gli eventi accaduti nel 1976, quando migliaia di palestinesi nella regione della Galilea hanno manifestato contro il sequestro di enormi appezzamenti di terra da parte delle autorità israeliane, spingendo le truppe israeliane ad entrare nella regione con la forza.

Secondo la dichiarazione, il 18 per cento del territorio nell’Area C è stato confiscato da Israele per scopi militari, mentre la barriera di separazione ha causato l’isolamento di oltre il 10 per cento della Cisgiordania e ha danneggiato più di 219 comunità palestinesi.

In totale, afferma la dichiarazione, Israele “sfrutta più dell’85 per cento della superficie totale della Palestina storica (Cisgiordania, Gaza e Israele)”.

Ha anche stimato che circa 712.815 israeliani vivano in 151 colonie in Cisgiordania, e i coloni hanno effettuato 1.621 attacchi contro palestinesi e le loro proprietà nel 2021.

La dichiarazione rivela che più di 12 mila unità coloniali sono state approvate dal governo israeliano nella Cisgiordania occupata, nel 2021, mentre 1.058 edifici palestinesi sono stati demoliti.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

InfoPal. Di Lorenzo Poli. Con la Guerra in Ucraina, ancora una volta, il pacifismo politico e militante è costantemente attaccato e, spesso, strumentalizzato. Ne parliamo con Olivier Turquet, attivista per i diritti umani, eco-pacifista, attivista del Movimento Umanista e giornalista della contro-informazione non-violenta. Scrive per raccontare la realtà da circa 40 anni e ha collaborato con testate cartacee, radiofoniche ed elettroniche tra cui ama ricordare Frigidaire, Radio Montebeni, L’Umanista, Contrasti, PeaceLink, Barricate, Oask!, Radio Blue, Azione Nonviolenta, Mamma! Ha fondato l’agenzia stampa elettronica umanista Buone Nuove e il giornale di quartiere Le Bagnese Times. E’ stato addetto stampa di svariate manifestazioni come: l’Internazionale Umanista, Firenze Gioca, la Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza. È stato tra i fondatori del Comitato per la Liberazione di Milagro Sala, leader sociale argentina dell’Organizzazione Tupac Amaru. Attualmente coordina la redazione italiana di Pressenza, agenzia stampa tematica internazionale sui temi della pace, della non-violenza, della non-discriminazione, del disarmo, dei diritti umani e dell’ambiente. Ha pubblicato Interviste per cambiare il mondo e raccoglie ciò che scrive su: olivierturquet.wordpress.com.

Partendo all’origine: in Donbass, circa otto anni fa, chi volle la guerra? C’è correlazione con quella guerra e questa?

Le guerre sono sempre scoppiate su pretesti. Non c’è alcun motivo per far scoppiare una guerra. Già da tempo mi sono messo a studiare la storia di quelle parti, poco studiata a scuola. I russi entrano in campo quando c’è da fermare eserciti con il freddo, che “eroica” stupidaggine. Per il resto la storia russa ci è sconosciuta, perfino quella della rivoluzione bolscevica che un certo peso sulla storia del mondo l’ha avuto.

Le guerre si possono sempre evitare, lo ricordava Alex Langer con il conflitto delle sue terre.

Alla fine in Alto Adige si è risolto tutto con trattative, compromessi e soldi; lo fecero i democristiani, non i nonviolenti.

Invece qua ci sono belle strumentalizzazioni per affari che con i diritti dei popoli non hanno granché a che vedere.

Molte piazze “per la pace”, documentate dal mainstream e guidati da esponenti politici filo-governativi, sostanzialmente concludevano i loro discorsi con la volontà di condurre una guerra per fermare la Russia. Si è trattata di trasmettere volutamente un’immagine “ipocrita” del pacifismo?

Sono anni che diciamo che una cosa è il finto e generico “pacifismo” e un’altra è il pacifismo politico e nonviolento. Abbiamo nella storia recente personaggi guerrafondai che sono stati insigniti del Nobel per la Pace; abbiamo avuto “guerre umanitarie” e “per la difesa dei diritti umani”. La pace si difende con la pace, con il dialogo; i diritti umani con diritti per tutti. Il resto è propaganda o, come dice Chomsky “banditismo semantico”.

Vigono ancora molti stereotipi sui pacifisti come “utopisti” e “irresponsabili”. Come è visto, ancora oggi, il pacifismo dall’opinione pubblica italiana? Non credi che all’attuale classe dirigente italiana faccia paura, in qualche modo, un movimento pacifista politicamente pensato ed organizzato?

Gli utopisti con quelli che indicano la via corretta dove andare: ecologisti, umanisti, socialisti, libertari hanno sempre indicato il cammino verso cui camminare, come diceva Galeano.

La gente è spontaneamente pacifista, i veri guerrafondai sono pochi e molti di essi si possono smontare in 5 minuti; c’è molta propaganda e molta confusione in cui mestano quelli che non vogliono risolvere problemi ma vedere come tirare fuori profitto e soldi da questa faccenda. Nel piccolo e nel grande.

I media mainstream si stanno spendendo per una soluzione di pace o, come ha detto Vauro, fanno “propaganda bellica”? Faccio riferimento anche al tipo di isterie che hanno portato alla censura di Marc Innaro, del professor Orsini e del corso su Dostoevskij di Paolo Nori – oltre alla censura della TASS e di Russia Today.

La censura è sempre una cosa odiosa. Stiamo andando verso il pensiero ON-OFF dicotomico polarizzato. Così riusciamo a cancellare corsi su autori russi, che stupidaggine. Facciamo i conti con la cultura russa, piuttosto, una cultura imponente e variegata. Solo un gigante letterario e politico come Tolstoj basta e avanza. Invece avanza la stupidaggine, come certi intellettuali “di sinistra” che “rileggono” l’articolo 11 della Costituzione con eleganti analisi semantiche per giustificare la guerra, l’invio di armi e l’innalzamento del PIL.

Che impressione ti ha fatto vedere il Parlamento italiano votare quasi all’unanimità per l’invio di armi in Ucraina?

Una pessima impressione, cosa dire di più. Ma al tempo stesso non mi aspettavo molto da un parlamento formato in gran parte da gente che si è fatta eleggere per fare una cosa e fa tutt’altro. Però chiariamo: siamo in mano agli agenti del profitto a tutti i costi, siamo in mano alle peggiori bande della speculazione finanziaria; speculare sulla guerra è peggio che votare per l’invio di armi anche se le cose sono abbastanza collegate.

 Tu sei un grande studioso di Silo, in quanto esponente dell’umanesimo universalista, e di Alexander Langer. Se fossero ancora vivi, quale sarebbe la loro proposta al mondo?

Non sono un esperto di Langer, ma Silo è il mio maestro. Non mi permetto di parlare a nome loro. In ogni caso credo che entrambi abbiano previsto, con analisi differenti, questa destrutturazione, ambientale, politica, umana in cui stiamo cadendo sempre più in basso. Ma anche hanno tracciato strade per la soluzione di questo stato di cose. Silo in particolare ha sempre lanciato un messaggio positivo: l’Essere Umano ha la possibilità di scegliere il meglio di sé, della sua storia, in una evoluzione positiva. Non è la fine della storia ma è l’inizio della storia pienamente umana, nonviolenta, rispettosa di tutti e di ognuno, dove l’essere umano e non il profitto siano protagonisti ed attori del necessario e profondo cambiamento sociale. Un cambiamento che rimetta al centro la nostra casa, la Terra, e permetta a tutti i suoi abitanti di viverci degnamente.

Jenin. Giovedì mattina, due ragazzi palestinesi sono stati uccisi e diversi altri hanno riportato ferite, dopo che le forze di occupazione israeliane (IOF) hanno preso d’assalto il campo profughi di Jenin e hanno aperto il fuoco contro giovani locali e combattenti della resistenza.

Il ministero della Salute palestinese ha identificato le vittime come il 17enne Sanad Abu Atiyah e il 23enne Yazid as-Sa’adi del campo profughi. Secondo il ministero, altre 14 persone sono rimaste ferite, delle quali tre versano in gravi condizioni.

Un altro cittadino è rimasto soffocato dall’esposizione ai gas lacrimogeni durante gli scontri armati tra IOF e combattenti della resistenza del campo profughi.

Secondo fonti locali, gli eventi sono iniziati dopo che un vasto spiegamento di truppe israeliane, a bordo di decine di veicoli militari, hanno preso d’assalto il campo e si sono sparpagliate per le strade e sui tetti di alcune case.

Testimoni hanno riferito che le IOF hanno circondato diverse case e hanno chiesto ai loro residenti di radunarsi all’aperto.

Hanno aggiunto che le aggressioni delle IOF nel campo hanno provocato scontri tra i civili e i soldati e tra questi e i combattenti della resistenza.

Delle vittime, solo uno di loro è rimasto ferito nello scontro a fuoco: gli altri sono stati colpiti mentre lanciavano sassi e tentavano di impedire ai soldati di avanzare nel campo, compresi i due uccisi.

Un soldato di un’unità sotto copertura israeliana è stato leggermente ferito durante l’incursione delle IOF, secondo quanto riferito da Haaretz.

Dall’anno scorso, il campo di Jenin assiste a un aumento delle incursioni violente e mortali delle IOF, che a volte portano a scontri a fuoco con combattenti della resistenza.

(Fonti: PIC, Wafa e Quds Press).

Tehran-Parstoday Italian. Angela Lano, giornalista, studiosa del mondo islamico e direttore dell’agenzia di stampa Infopal è intervenuta nel Forum Politico  di questa settimana.

Lano ci parla della causa palestinese e i crimini del regime sionista contro i palestinesi.

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InfoPal. Fatima Shbair, 25enne di Gaza, ha vinto il “Concorso fotografico per la Stampa mondiale 2022” con il sua album “Palestinian Children in Gaza”.

Il concorso contiene 64 mila fotografie, con 400 fotografi partecipanti da 130 Paesi.

Fatima vince per le sue foto in difesa dei bimbi palestinesi di Gaza.

Gerusalemme/al-Quds. Mercoledì mattina, poliziotti israeliani hanno sparato e ferito due fratelli palestinesi che lavoravano in un negozio nella parte occidentale della Gerusalemme occupata, sostenendo che stessero pianificando un attacco con il coltello.

Testimoni hanno detto che i poliziotti hanno aggredito i due giovani e sparato loro alle gambe prima di arrestarli.

I media ebraici hanno affermato che i giovani stavano per eseguire un attacco con il coltello nel mercato di Mahane Yehuda, a Gerusalemme.

Le forze di polizia israeliane sono state messe in allerta in seguito alla sparatoria di martedì a Tel Aviv che ha ucciso cinque israeliani e ne ha feriti altri cinque.

(Fonti: PIC, Wafa e Quds Press).

Ramallah – WAFA. Il MIT Technology Review Arabia ha inserito un professore di informatica palestinese nella sua prima edizione dell’elenco “30 Leading Arab Experts in AI [Artificial Intelligence]” per il 2022.

Il gruppo ha incluso Mustafa Jarrar, un professore di informatica, che insegna all’Università di Birzeit, nella sua lista “30 Leading Arab Experts in AI“.

Jarrar, che ricopre il ruolo di direttore del Programma di dottorato in scienze della computazione dell’Università di Birzeit, si unisce a 29 arabi noti per essere i massimi esperti nel campo dell’IA nelle loro posizioni nel settore pubblico, privato o accademico in varie organizzazioni e istituzioni regionali e globali. I vincitori sono accreditati per aver svolto un ruolo chiave nell’aumentare l’adozione di tecnologie d’intelligenza artificiale, nella creazione di start-up con intelligenza artificiale o nella guida della ricerca sul campo. I loro contributi coprono varie discipline tra cui: elaborazione del linguaggio naturale; robotica; visione artificiale; apprendimento automatico; Internet delle cose; big data; chatbot e altro ancora.

Jarrar è stato professore in visita Fulbright presso l’Università di Buffalo, negli Stati Uniti (2016-2017), borsista Marie Curie presso l’Università di Cipro (2007-2009) e ricercatore senior presso la Vrije Universiteit Brussel (1999-2007), dove ha completato il Master (2000) e il PhD (inizio 2005). Ha vinto numerosi premi prestigiosi tra cui lo Shoman Arab Researchers Award in Technology, il Mohammed Bin Rashid Award per la lingua araba e il Google Faculty Research Award.

Ha pubblicato oltre 75 articoli e report nelle aree di ingegneria ontologica, semantica lessicale, elaborazione del linguaggio naturale, web semantico e database. Ha presieduto 23 workshop internazionali, è stato PC [Program Comittee] member di oltre 100 riviste/conferenze, coordinatore/manager di 25 grandi progetti dell’UE, membro a pieno titolo dell’IFIP2.6 sulla semantica dei database, dell’IFIP2.12 sulla semantica del Web e dell’ESCWA Technology Center Board of Governors dell’ONU, tra le altre cose.

È anche il fondatore sia del Sina Institute for Knowledge Engineering and Language Technologies, che dell’e-Government Academy palestinese. Ha anche prestato servizio volontariamente come consulente presso il ministero palestinese delle Telecomunicazioni e della Tecnologia dell’informazione per i temi dell’e-government, dove ha sviluppato e presieduto il Palestine e-Government Interoperability Framework (chiamato Zinnar).

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Gaza – PIC. Le fazioni della resistenza palestinese a Gaza hanno affermato che “la battaglia contro lo stato d’occupazione israeliano è ad oltranza e globale in tutte le arene della Palestina”.

“La macchina israeliana dell’oppressione e della criminalità non sarà mai in grado di minare la determinazione del popolo palestinese nel sostenere la via della lotta e della resistenza come unica opzione per la libertà e per il ritorno”, hanno affermato le fazioni in un comunicato stampa congiunto, rilasciato dopo il loro incontro periodico avvenuto martedì.

Le fazioni hanno esortato le masse palestinesi a partecipare attivamente agli eventi nazionali che si terranno in occasione della “Giornata della Terra”, organizzati dall’Autorità nazionale per sostenere il popolo palestinese nella Palestina occupata nel 1948.

Hanno anche denunciato l’incontro che si è tenuto di recente con alcuni ministri degli Esteri arabi con i loro omologhi israeliani e statunitensi nell’area del Negev, la cui popolazione soffre molto a causa delle pratiche di pulizia etnica.

“Il popolo palestinese è profondamente radicato nella propria terra, nonostante il crimine di pulizia etnica che l’occupazione sta commettendo contro di esso”, hanno sottolineato le fazioni.

Hanno anche ritenuto lo stato d’occupazione pienamente responsabile per qualsiasi danno arrecato ai prigionieri palestinesi nelle loro carceri, sottolineando che questi non rimarranno da soli a combattere “la battaglia della dignità contro il feroce attacco a cui sono esposti nelle carceri israeliane”.

Ramallah – MEMO e Wafa. Martedì, coloni estremisti hanno allestito un nuovo avamposto vicino alla comunità beduina nell’area di al-Muarrajat, tra le città occupate di Ramallah e Gerico, in Cisgiordania.

Secondo il direttore dell’Organizzazione al-Baydar per la difesa dei diritti dei beduini, Hassan Malehat, i coloni hanno portato sul posto materiali da costruzione e un serbatoio d’acqua. Protetti dai soldati israeliani, ha spiegato, i coloni hanno costruito un’unità abitativa sul terreno di proprietà della comunità beduina locale.

Malehat ha sottolineato che i coloni, sostenuti dalle forze d’occupazione israeliane, lavorano spesso per limitare i movimenti dei palestinesi nell’area e bloccare l’accesso dei pastori che cercano di portare i loro greggi nei campi.

Ci sono oltre 700 mila israeliani che vivono nelle colonie nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme. Tutte le colonie sono illegali, secondo il diritto internazionale. I cosiddetti “avamposti” sono addirittura illegali secondo la legge israeliana.

La violenza dei coloni è in aumento dallo scorso anno, e il governo israeliano fa ben poco per fermarla o per punire i responsabili. Gli esperti ritengono che l’aumento della violenza dei coloni, che rimangono impuniti, sia una delle ragioni alla base della serie di attacchi letali in corso in Israele.

Gaza – MEMO. Israele sta rafforzando le sue truppe schierate presso la barriera di confine con la Striscia di Gaza prima del mese del Ramadan, secondo quanto riferito da Anadolu martedì.

Secondo quanto affermato dai media israeliani e riportato da Anadolu, l’esercito d’occupazione israeliano teme un’escalation della tensione durante la Giornata della Terra ed il mese del Ramadan, che inizia nel fine settimana. Dirigenti israeliani, statunitensi ed arabi hanno coordinato i loro sforzi per evitare scontri durante il Ramadan, che quest’anno coincide con le principali festività ebraiche e cristiane.

Domenica, le forze d’occupazione israeliane sono state rinforzate lungo la linea verde (armistizio del 1949). La mossa è arrivata in seguito ad una serie di attacchi letali che hanno causato la morte di 11 israeliani nell’arco di una settimana.

L’anno scorso, i gruppi di resistenza palestinesi a Gaza hanno risposto all’aggressione israeliana durante il Ramadan contro i palestinesi nel quartiere di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme. Ciò ha portato a un’offensiva militare israeliana di 11 giorni sulla Striscia, che ha ucciso più di 60 palestinesi, tra cui donne e bambini.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Gaza – The New Arab. Domenica, l’ospedale Sheikh Hamad Bin Khalifa al-Thani di Gaza per la riabilitazione e le protesi ha realizzato un workshop per fornire protesi elettroniche ai palestinesi disabili a Gaza.

Alla presenza di Mohammed al-Emadi, capo del Comitato del Qatar per la ricostruzione di Gaza e di Sultan al-Asiri, rappresentante del Qatar Fund for Development, l’ospedale ha annunciato in conferenza stampa che il nuovo progetto medico ha completato la sua prima fase d’installazione delle protesi elettroniche per i pazienti.

“Trarranno beneficio dal workshop circa 40 palestinesi della Striscia di Gaza, su 60 casi che ne necessitano. Il medico inizierà a lavorare con 20 casi, per poi completare la seconda fase con altri 20 casi, dopo l’Eid al-Fitr“, ha osservato il funzionario del Qatar.

“Queste mani elettroniche sono controllate dal cervello e imitano il lavoro degli arti naturali”, ha detto al-Asiri, aggiungendo che questo tipo di progetti medici “danno speranza alle giovani generazioni e ai bambini di Gaza amputati e ristabiliranno un livello di normalità nelle loro vita, oltre a facilitarne l’integrazione nella società”.

Fatima al-Nimr, una donna di 31 anni di Gaza, è una delle pazienti che hanno ricevuto recentemente una protesi elettronica, dopo nove anni di difficoltà da quando ha dovuto amputare la mano sinistra a causa di un grave incidente stradale.

“Indossavo una mano protesica cosmetica per evitare gli sguardi delle persone sulla parte mancante del mio corpo […] ma oggi sarò in grado di muovere la mia mano protesica e [usarla per] stringere tutto ciò che voglio”, ha dichiarato al-Nimr al The New Arab, mentre continuava a mostrare come stava muovendo la sua mano protesica, controllando i nervi.

“Sono davvero felice di questa mano. È naturale e mi aiuterà a vivere la mia vita normalmente, soprattutto perché sarò in grado di tenere le cose e usarla come se fosse una mano naturale”, ha aggiunto.

Mohammed Abed, un altro paziente che ha beneficiato del progetto medico, ha espresso la propria gioia per il fatto di avere una mano protesica elettronica dopo aver sofferto per più di tre anni.

Nel 2018, Abed perse la mano mentre partecipava alla Grande Marcia del Ritorno, luogo lungo il confine orientale di Khan Yunis, quando un cecchino israeliano lo colpì.

“Dopo aver perso la mano, mi sono sentito impotente e incapace di continuare la mia vita”, ha dichiarato l’uomo di 29 anni al The New Arab. “Ho perso il mio lavoro di falegnameria e sono diventato disoccupato e dipendente dalla mia famiglia di 10 persone”.

“Ho dovuto indossare una mano protesica cosmetica, ma non mi ha aiutato. Oggi potrò usare la mia mano protesica elettronica”, ha aggiunto.

Sia al-Nimr che Abed hanno affermato che l’installazione di tali “arti superiori elettronici” risparmierà loro i costi di viaggio e le costose cure mediche al di fuori della Striscia di Gaza.

Secondo le statistiche pubblicate dalla Rehabilitation and Social Training Association con sede a Gaza, organizzazione civile palestinese che si occupa di persone con disabilità, si stima che circa 48 mila persone che attualmente vivono nella Striscia di Gaza abbiano disabilità che coinvolgono le loro estremità: circa il 2,4% della popolazione locale totale.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Pressenza. Di Lorenzo Poli. Il giornalismo embedded sembra essere il paradigma di informazione di guerra veicolata dai media occidentali, ma non solo: l’informazione mainstream è fatta di incertezze, profonde lacune e faziosità volta alla categorizzazione moralistica in “buoni” e “cattivi”. La Guerra in Ucraina porta con delle importanti dinamiche geopolitiche di ridefinizione imperialista dei blocchi con delle implicazioni che vanno dal ruolo di Israele (esterne) all’attuale situazione di repressione e persecuzione del dissenso e del giornalismo indipendente da parte del governo di destra guidato da Zelensky. Di questo e molto altro ne parliamo con Romana Rubeo, giornalista, traduttrice e redattrice di Palestine Chronicle.

Quale tipo di informazione abbiamo attualmente dall’Ucraina? Gli inviati del mainstream coprono tutti gli avvenimenti?

Questa è sicuramente la guerra più “social” vista finora, ma a questa sovraesposizione non corrisponde, purtroppo, una accuratezza delle informazioni. Direi esattamente il contrario. Si assiste a un processo di spettacolarizzazione evidente, con foto e video di provenienza non accertata; notizie date con grande clamore e poi smentite, creazione a tavolino di miti ed eroi che probabilmente non sono neanche mai esistiti.

Mentre in Italia il giornalismo mainstream fa molta fatica ad ammettere questo problema tecnico – ovvero la mancanza di fonti, anche dovuta al fatto che i combattimenti veri stanno accadendo in zone in cui non sono materialmente presenti inviati – all’estero si pubblicano approfondite inchieste su questa impossibilità di produrre una narrazione autentica.

Il New York Times, per esempio, pubblica il 3 marzo un lungo articolo in cui si mette in discussione il “Fantasma di Kyev”, questo fantomatico pilota ucraino che avrebbe abbattuto da solo diversi caccia russi. Il video in cui si mostravano le sue prodezze è stato condiviso sul canale Telegram ufficiale dei servizi di sicurezza ucraini, seguito da oltre 700.000 utenti, e ha oltre 9 milioni di visualizzazioni su Twitter. L’hashtag #ghostofkyiv ha raggiunto oltre 200 milioni di visualizzazioni. “C’è solo un problema”, dicono gli autori dell’articolo: “Il Fantasma di Kyev potrebbe essere un mito”.

Infatti, come spiega il NYT, uno dei video diventati virali era preso da un simulatore di combat flight caricato su YouTube, mentre la foto che dimostrerebbe l’esistenza del prode pilota proveniva da un post pubblicato su Twitter nel 2019 dal Ministero della Difesa ucraino.

La stampa italiana, da parte sua, non fa smentite ufficiali e non porge le sue scuse ai lettori, come prevede il codice deontologico, neanche in presenza di ricostruzioni fallaci evidenti, come la foto pubblicata in prima pagina su La Stampa che è stata al centro di numerose polemiche di recente. Nella foto, un uomo anziano, circondato da cadaveri mutilati, si copre il viso inorridito. Il titolo, a tutta pagina, è “La Carneficina” e tutta la narrazione è orientata a denunciare i crimini dei russi. Peccato che la foto sia stata invece scattata a Donetsk e che i cadaveri siano proprio di quegli appartenenti alla minoranza russofona che sono stati dimenticati da anni e che ora vengono addirittura strumentalizzati.
Il problema vero non è tanto che vi siano due opposte propagande di guerra, questo accade in ogni conflitto, quanto che chi dovrebbe svolgere il compito di selezionare fonti e informazioni scelga invece di adottare il punto di vista di una sola propaganda e spacciarla come realtà assoluta. Oltre a essere deontologicamente scorretto, credo sia anche poco rispettoso nei confronti di tutte le vittime del conflitto.

Vi è inoltre l’aggravante che dal 2014, in Ucraina, il giornalismo indipendente viene represso. Come è la situazione attuale?

La libertà di stampa in Ucraina era già fortemente limitata prima dell’invasione russa il 24 febbraio scorso. Secondo il Resource Centre on Media Freedom in Europe, l’Ucraina era uno dei posti più pericolosi per chi intendesse svolgere la professione giornalistica.

Il Berkut, le forze speciali ucraine, sono state responsabili di terribili atti di violenza contro i giornalisti negli ultimi otto anni, con pestaggi, rapimenti, arresti e intimidazioni di varia natura. Esistono svariati rapporti che lo denunciano.

La situazione non è migliorata quando Zelensky è salito al potere, nonostante le speranze da parte delle associazioni di settore. Lo scorso gennaio, Sergiy Tomilenko, direttore dell’Unione nazionale dei giornalisti ucraini, denunciava le limitazioni alla libertà di stampa dalle pagine del Kyiv Independent. Nell’articolo, si spiegava come una relativa pluralità dei mezzi di informazione non corrispondesse a una effettiva indipendenza – in quanto gli oligarchi ucraini avevano acquisito tutte le pubblicazioni e i canali televisivi – e si lamentava la mancanza di riforme promesse da Zelensky e mai attuate.

Anzi, nel 2021 c’è stata una stretta sui canali considerati filorussi, vicini al leader dell’opposizione Viktor Medvedchuk, che sono stati messi al bando.

Attualmente, i giornalisti sono purtroppo esposti alla violenza della guerra senza esclusione di colpi da entrambi gli schieramenti. Penso che ogni giornalista dovrebbe unirsi all’appello di Reporters Without Borders che invoca maggiori misure di protezione nei confronti dei reporter che stanno cercando di coprire il conflitto.

Con questa guerra vi è un’attuale ridefinizione dei blocchi?

L’impressione è che questa non sia una guerra di occupazione in senso classico o di estensione territoriale tout court, quanto una guerra per la ridefinizione dell’egemonia e del controllo. E per inciso, è per questo che, realisticamente, il rischio di un coinvolgimento di potenze a livello globale è così elevato e andrebbe in ogni modo scongiurato. Di sicuro, si può dire ultimata la spinta del monopolio statunitense che aveva seguito il crollo dell’Unione Sovietica. Quella della “fine della storia” si è rivelata una mera illusione.

In questi anni, nuove realtà stanno emergendo come possibili superpotenze. In primis, la Cina, che mira anche in queste ore a rafforzare l’immagine della potenza ragionevole, lucida, non predatoria e non impositiva, che ha un ruolo sempre più forte nel sud del mondo e che ha costruito una rete di alleanze significative.

Poi la Russia, che ha giocato un ruolo determinante nel Medio Oriente e che detiene un controllo anche di natura paramilitare in alcune nazioni africane, garantendo “sicurezza”, come in Mali o nella Repubblica Centrafricana. Intorno a questi poli – che seppure non siano ancora uniti in un’alleanza formale sono sicuramente legati da una strategia a lungo termine – si sono poi raggruppate altre realtà, in modo più o meno diretto.

Pensiamo, ad esempio, al Venezuela Bolivariano, che oggi gli Stati Uniti corteggiano per il petrolio dopo aver, di fatto, incoraggiato un colpo di Stato e contribuito a ridurre la popolazione alla fame imponendo sanzioni durissime. In quel momento, la Russia giocò un ruolo determinante, con l’invio di truppe e mezzi, nonché con azioni mirate a salvarne, per quanto possibile, l’economia. Oggi, Caracas si schiera apertamente con Mosca ed esprime il suo “pieno sostegno”, mentre Washington cerca di promettere un “alleggerimento di quelle sanzioni” con un voltafaccia che ha dell’incredibile. D’altra parte, gli Stati Uniti non possono permettersi di rinunciare alla possibilità del petrolio venezuelano, ora che la situazione appare tesa anche con gli storici alleati dell’Arabia Saudita.

In una recente intervista con The Atlantic, il principe saudito Mohammed bin Salman ha aperto persino alla possibilità di una ‘coesistenza’ con l’Iran, facendo saltare il meccanismo di polarizzazione estrema della regione mediorentale che aveva caratterizzato, ad esempio, l’Amministrazione statunitense di Donald Trump.

Come si sta muovendo Israele? Come vedi il suo ruolo di possibile intermediario nelle trattative di pace? Il bluewashing israeliano rimane una strategia rigenerativa per la sua immagine pubblica?

A mio avviso, la questione è ancora più profonda. Per Israele, giocarsi un ruolo da equilibrista in questo mondo in profondo mutamento è una questione di sopravvivenza. Non dimentichiamo che l’esistenza dello Stato ebraico viene garantita, da sempre, dalla ‘comunità internazionale’ così come noi la conosciamo (ovvero gli Stati Uniti e i loro alleati) perché Israele costituisce un avamposto occidentale in Medio Oriente.

È in questo contesto che si configurano l’atteggiamento di protezione e la possibilità per Tel Aviv di macchiarsi di continue violazioni del diritto umano e internazionale senza conseguenze.

Nel quadro della regione mediorentale che sembrava delinearsi fino a qualche mese fa, quello dei cosiddetti ‘Accordi di Abramo’, Israele andava ad assumere un ruolo fondamentale proprio in considerazione di quella estrema polarizzazione, che vedeva da una parte Teheran e da una parte i suoi avversari. Se quel quadro muta, mutano anche il ruolo strategico di Tel Aviv e la sua capacità di esistere in un quadro mutato.

Pertanto, è indubbio che la hasbara israeliana sia al lavoro per fornire un’immagine ineccepibile e per nascondere gli ultimi colpi inferti a Israele, come il dettagliato report di Amnesty International che lo definisce uno stato di apartheid, ma è sicuramente vero che i timori di Tel Aviv sono ancora più profondi, in questa fase.

Da un punto di vista strategico, adesso Israele tenta di ottenere il massimo in termini di crescita demografica, con l’accoglimento di un numero massiccio di profughi di religione ebraica. Il mito della aliyha, del “ritorno” simbolico e rituale, ha molto poco a che fare con la religione e il rito e molto a che fare con il progetto coloniale che ha sempre ispirato Israele. Dopo la prima massiccia immigrazione che ha portato alla fondazione violenta dello stato, abbiamo assistito ad altre importanti ondate migratorie, come quella che seguì il crollo dell’Unione Sovietica, ad esempio. I profughi di religione ebraica, ce lo insegna la storia, andranno a rimpinguare le fila dei coloni illegali che sottraggono terra, risorse e diritti alla popolazione palestinese, in violazione del diritto internazionale.

Ultimamente l’Ucraina viene presa come “baluardo della democrazia”. Puo’ definirsi democrazia un Paese che mette al bando 11 partiti politici, la maggior parte aderente alla sinistra radicale è progressista?

Diciamo che è il concetto stesso di “baluardo di democrazia” in Occidente che, oltre a essere ampiamente sopravvalutato, viene strumentalizzato per definire, di volta in volta, i Paesi allineati agli interessi della cosiddetta “comunità internazionale” (vedasi sopra, Stati Uniti e loro alleati).

Anche Israele viene definito l’unica democrazia in Medio Oriente, per tornare su quell’argomento, nonostante da decenni imponga una crudele occupazione militare e discrimini attraverso un complesso sistema di normative e leggi la popolazione palestinese in base a ragioni etniche.

Volodymyr Zelensky è diventato presidente con un’ampia maggioranza, oltre il 70% dei voti, ma non dobbiamo dimenticare che non si è votato in Crimea né nel Donbass. Già prima del conflitto, il ranking dell’Ucraina in termini di principi democratici, attribuito dal Freedom in the World 2021 Report, era di 60 su 100, e questo avveniva quando solo il Partito Comunista era messo al bando ufficialmente.
Tutto questo, senza tenere conto dei gruppi paramilitari che operavano nel Paese. Agli inizi di febbraio, un articolo del New York Times denunciava le pressioni che lo stesso governo ucraino riceveva da questi gruppi e battaglioni. Trovo alquanto naif sostenere che, essendo la rappresentanza parlamentare neonazista numericamente irrilevante, quelle forze non avessero una forte influenza sul governo del Paese, in quanto le pressioni erano esercitate a livello extraparlamentare.

Una cosa che trovo alquanto pericolosa nel dibattito pubblico italiano è la leggerezza con cui, in alcuni ambienti, si giustifichi la messa al bando di tutte le forze di opposizione in nome della legge marziale. Diciamo che, più in generale, l’esaltazione della narrativa bellica che sta serpeggiando nel nostro Paese rende molto difficile intavolare un ragionamento lucido. Il fatto che il principale partito di “centro-sinistra” in Italia non si ponga neanche il problema della legittimità di un simile provvedimento e anzi, si affanni a difenderlo, mi sembra sia sufficiente a giustificare questa mia affermazione.

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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