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Dakar-PIC. Gli attivisti della società civile di 21 Paesi dell’Africa si sono impegnati a intensificare la lotta contro le pratiche di apartheid di Israele verso il popolo palestinese; isolare Israele nello stesso modo in cui è stato sanzionato l’apartheid in Sudafrica; lavorare per far revocare l’accreditamento di Israele all’Unione Africana. E’ quanto emerso dal primo incontro e la conferenza del Pan-African Palestine Solidarity Network (PAPSN) nella capitale senegalese, Dakar, lo scorso fine settimana (10-12 marzo).

I delegati rappresentavano organizzazioni e gruppi della società civile del Botswana, Camerun, Costa d’Avorio, Repubblica Democratica del Congo, Gambia, Ghana, Guinea-Bissau, Kenya, Malawi, Mauritania, Marocco, Mozambico, Namibia, Nigeria, Senegal, Sudafrica, Sudan, Tanzania, Tunisia, Zambia e Zimbabwe.

Perché Dakar?

L’evento di tre giorni è stato ospitato dalla Plateforme de Solidarieté Sénégal-palestine (Piattaforma di solidarietà Senegal Palestina) e dalla sezione senegalese di Amnesty International con il tema “Dall’Africa alla Palestina: Uniti contro l’apartheid”.

Ospitare la conferenza a Dakar è stato di grande importanza simbolica e strategica.

“Era un dovere per noi ospitare questa conferenza, qui in Senegal”, ha affermato Dialo Diop di Plateforme de Solidarieté Sénégal-palestine. “Sappiamo di avere una responsabilità speciale, non solo perché attualmente presiediamo l’Unione Africana, ma perché il Senegal ha presieduto il Comitato speciale dell’ONU sull’Esercizio dei Diritti Inalienabili del Popolo Palestinese (CEIRPP) sin dal suo inizio, nel 1975. Questo raduno panafricano ha rafforzato la nostra determinazione per garantire che il nostro governo sosterrà davvero la solidarietà con il popolo palestinese a livello nazionale e internazionale”.

Per quanto riguarda Amnesty International-Senegal, la conferenza è avvenuta appena un mese dopo che un rapporto di Amnesty International ha confermato che Israele è colpevole di praticare l’apartheid contro il popolo palestinese.

 “E’ la prima volta che gli attivisti per la solidarietà con la Palestina organizzano un raduno di questo tipo in Africa. L’ampia rappresentanza di gruppi provenienti da tutto il continente non ha precedenti in termini di solidarietà con la Palestina”, afferma Roshan Dadoo, portavoce della PAPSN e coordinatore della South African Boycott, Divestment and Sanctions Coalition.

Sulla distruzione di Israele in Africa.

I delegati hanno discusso di come Israele abbia minato il sostegno di lunga data dell’Africa alla lotta di liberazione palestinese fornendo armi, hardware militare e tecnologie di sorveglianza ai governi repressivi africani. In tal modo, Israele ha contribuito a minare la democrazia e i diritti umani in Africa e ad alimentare la repressione, i colpi di stato e le guerre nel continente.

È stata anche esaminata l’inquietante influenza del sionismo cristiano – e il sostegno a Israele da parte di varie comunità cristiane e strutture ecclesiastiche che cercano di fornire una giustificazione teologica al crimine israeliano dell’apartheid. I delegati si sono impegnati a combattere l’abuso del cristianesimo per giustificare l’apartheid e il colonialismo di Israele.

La conferenza ha anche affrontato il modo in cui Israele tenta di “ripulire” i suoi crimini di apartheid attraverso la vendita di sistemi di irrigazione, acqua e tecnologia agricola ai paesi africani. Questi progetti sono insostenibili e dannosi per le comunità locali e i membri della PAPSN sono determinati a esporre l’impatto distruttivo di Israele sull’Africa.

Tenendo conto di Israele

I delegati hanno deciso di rafforzare la solidarietà panafricana per la Palestina mobilitando tutti i settori della società africana per costruire un’efficace campagna BDS contro Israele che sia modellata sul movimento per la giustizia sociale che ha isolato e aiutato a sconfiggere l’apartheid in Sud Africa. L’Africa deve diventare una zona libera dall’apartheid.

Il PAPSN chiede che i governi africani, le comunità economiche regionali e l’Unione Africana revochino l’accreditamento di Israele presso l’UA; indaghino su Israele per il crimine di apartheid e la ritengano responsabile; facciano pressioni per la riattivazione dei meccanismi anti-apartheid dell’ONU contro Israele.

Inoltre, il PAPSN chiede ai governi africani di porre fine agli acquisti di agro-business, progetti idrici e tecnologie militari e di sorveglianza israeliane con le società israeliane. I membri del PAPSN chiedono anche la fine delle relazioni diplomatiche dell’Africa con Israele. “Questo assicurerà che Israele sia tenuto a rispondere, proprio come è stato fatto per l’apartheid in Sud Africa”, ha detto Dadoo.

Sostenere l’eredità africana di solidarietà alla Palestina.

Jamal Juma – membro fondatore del Comitato Nazionale Palestinese BDS (BNC), che guida il movimento BDS globale – è stato ispirato da ciò che ha visto a Dakar. “La determinazione del PAPSN a rafforzare la solidarietà con la Palestina è il raggio di speranza di cui noi Palestinesi abbiamo bisogno nella nostra lotta contro il regime di apartheid sempre più duro di Israele. Il legame indissolubile di popoli che condividono una lotta comune contro il colonialismo e l’occupazione straniera era palpabile durante l’intero incontro”, ha osservato Juma.

Le eredità delle icone della liberazione africana, Nelson Mandela e Julius Nyerere, sono state sostenute e hanno dato nuovo slancio a Dakar.

Nkosi Zwelivelile Mandela, nipote di Nelson Mandela e membro del parlamento sudafricano, ha osservato che quest’anno ricorrono i 60 anni da quando suo nonno ha visitato Dakar, durante  un tour africano di 16 Paesi per mobilitare il sostegno alla lotta contro l’apartheid del Sudafrica. “Questa audace iniziativa fa ben sperare e manda un forte messaggio al popolo della Palestina occupata che non è solo e che il popolo africano è con lui nella sua lotta, proprio come ci è stato accanto durante le nostre lotte per la liberazione in tutto il continente”, ha detto Mandela.

In rappresentanza della Pan-African Women’s Organization, Emma Nyerere si è detta felice che il PAPSN continui il lavoro di solidarietà, iniziato da leader africani come suo nonno, Julius Nyerere, ed è fiduciosa che la solidarietà con la Palestina in Africa sconfiggerà la propaganda israeliana dell’apartheid. “L’influenza delle idee che sono state piantate nell’era di Julius Nyerere, che favoriscono la solidarietà con la lotta per l’autodeterminazione del popolo palestinese, è forte”.

Il PAPSN ha riaffermato che gli Africani non godranno mai dei frutti della loro liberazione finché anche il popolo palestinese non sarà libero dal razzismo, dall’apartheid e dall’occupazione coloniale di Israele. “Abbiamo posto fine all’apartheid istituzionalizzato in Sudafrica, insieme possiamo cancellarlo in Palestina”, ha detto Roshan Dadoo.

Traduzione per InfoPal di Edy Meroli

Gaza. Giovedì mattina le forze di occupazione israeliane (IOF) hanno attaccato i pescatori palestinesi al largo della costa settentrionale di Gaza e li hanno costretti a tornare a riva.

Secondo fonti locali, le navi da guerra israeliane hanno aperto il fuoco contro i pescatori e le loro barche durante la loro presenza entro le tre miglia nautiche dalla costa dell’area di as-Sudaniya.

Secondo quanto riferito, nessuno è rimasto ferito nell’attacco.

Le forze navali israeliane e le loro cannoniere prendono di mira i pescatori di Gaza quasi ogni giorno, danneggiando le loro barche ed effettuando arresti. A volte i pescatori vengono feriti o uccisi durante tali attacchi.

(Fonti: PIC, Quds Press, Wafa).

I prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane hanno deciso di dichiarare uno sciopero della fame a tempo indeterminato a partire dal 25 marzo e fino a quando le loro richieste non verranno soddisfatte. E’ quanto rivelato da fonti per i diritti umani, mercoledì.

Il Comitato nazionale di emergenza per i prigionieri palestinesi ha affermato che i detenuti saranno coinvolti in uno sciopero della fame di massa poiché le autorità carcerarie israeliane si rifiutano di soddisfare le loro richieste, principalmente per revocare le misure punitive recentemente imposte.

La Società per i Prigionieri palestinesi (PSS) ha anche affermato che i detenuti hanno già iniziato a prepararsi per lo sciopero della fame collettivo.

Nel frattempo, la PPS ha affermato che mercoledì le forze carcerarie israeliane hanno preso d’assalto la Sezione 13 nella prigione di Nafha, a Beersheba.

Due prigionieri sono stati isolati nella stessa sezione, hanno aggiunto le fonti.

Nel frattempo, centinaia di detenuti amministrativi palestinesi nelle carceri israeliane hanno continuato a rifiutarsi di presentarsi alle sessioni del tribunale per più di due mesi.

La tensione è aumentata nelle carceri israeliane quando i prigionieri palestinesi hanno deciso di intensificare i loro passi di protesta, dall’inizio dell’anno, in segno di rifiuto delle misure punitive collettive israeliane dichiarate dopo l’evasione dalla prigione di Gilboa.

4.500 palestinesi sono attualmente prigionieri nelle carceri israeliane, tra i quali 34 donne, 180 minori e circa 500 detenuti amministrativi.

(Fonti: PIC, Quds Press, Wafa).

Hebron/al-Khalil – MEMO. Martedì, il rappresentante dell’UE in Palestina, Sven Kühn von Burgsdorff, ha avvertito che l’espulsione delle famiglie palestinesi dalle colline di Hebron rappresenta una violazione degli obblighi di Israele ai sensi del diritto internazionale.

“I residenti, molti dei quali esposti anche alla violenza dei coloni, sono a rischio di trasferimento forzato”, ha twittato von Burgsdorff. “Oltre a un impatto devastante su donne, bambini e famiglie, l’espulsione violerebbe gli obblighi di Israele come potenza occupante, una violazione del diritto internazionale e dei diritti umani fondamentali”.

Burgsdorff ha spiegato che i rappresentanti di UE, Stati membri e paesi che la pensano allo stesso modo hanno partecipato all’udienza della Corte Suprema israeliana sull’espulsione permanente di oltre 1.300 palestinesi dalle loro case a Masafer-Yatta, nelle colline della Hebron meridionale.

Il funzionario dell’UE ha affermato di aver incontrato anche il padre di Mohammed El-Halabi, direttore di Gaza del World Vision International, che si trova in una prigione israeliana da oltre cinque anni in attesa di un verdetto. La sua detenzione è stata rinnovata per la ventitreesima volta il 22 febbraio.

“Mentre mantengono Halabi in detenzione e si astengono dall’emettere un verdetto, le autorità israeliane continuano a violare il diritto internazionale, negandogli un processo giudiziario rapido, equo e imparziale”, ha twittato von Burgsdorff. “A meno che non sia provata la sua colpevolezza, Halabi dovrebbe essere rilasciato subito”.

Cisgiordania occupata – MEMO. La settimana scorsa, i coloni israeliani hanno cercato di stabilire una nuova colonia vicino alla cittadina palestinese di Battir, un’area dichiarata patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

I coloni hanno impedito ai proprietari palestinesi di accedere alla loro terra, secondo quanto dichiarato a Haaretz da Mohammad Abidallah, un membro del consiglio di Battir.

Si tratta della quarta volta che gli israeliani cercano di stabilire una colonia nell’area, ha aggiunto.

La maggior parte della terra a Battir è stata dichiarata parte dell’Area C – sotto il controllo militare e amministrativo di Israele – ed è da tempo un obiettivo dell’espansione delle colonie israeliane.

Nel 2014, l’UNESCO ha dichiarato Battir come patrimonio dell’Umanità, una decisione presa in un processo accelerato a causa dei piani presenti all’epoca per costruire una recinzione attorno alla cittadina, che si trova al centro di un corridoio di colonie israeliane che vanno dalle terre a sud di Betlemme fino alla Gerusalemme Est occupata.

“Il paesaggio culturale di Battir comprende antichi terrazzamenti, siti archeologici, tombe scavate nella roccia, torri agricole e, soprattutto, un sistema idrico intatto, rappresentato da una vasca di raccolta, canali, ecc. L’integrità di questo tradizionale sistema idrico è garantita dalle famiglie di Battir, che dipendono da esso”, afferma l’UNESCO sul suo sito web.

Domenica Mossi Raz, parlamentare del partito Meretz, ha chiesto all’Amministrazione Civile di evacuare la colonia e gli è stato detto che la questione è “nota e sarà affrontata”.

L’ong israeliana Peace Now ha anche chiesto al ministro della Difesa Benny Gantz di rimuovere l’avamposto coloniale. “È spaventoso pensare che una manciata di coloni possa dettare a Israele la sua politica estera e di sicurezza, determinando la realtà sul campo”, ha scritto l’organizzazione in una nota.

Secondo Haaretz, l’ufficio di Gantz non ha ancora risposto alla loro domanda. Tuttavia, secondo l’agenzia stampa Wafa, i coloni sono stati espulsi con successo dai residenti palestinesi locali.

I residenti di Battir affermano che, se il nuovo avamposto dovesse continuare ad esistere, rappresenterebbe una grave minaccia per il paesaggio ecologico e agricolo dell’area meridionale di Betlemme.

L’Area C corrisponde al 61% della Cisgiordania occupata. Israele non vi consente la costruzione di strutture palestinesi o la coltivazione di qualsiasi terra senza una licenza da parte delle autorità d’occupazione, che normalmente sono sempre negate.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Ramallah – Palestine Chronicle. La famiglia di un prigioniero palestinese gravemente malato ha chiesto alle organizzazioni umanitarie e legali internazionali di ottenere il rilascio di suo figlio, per far sì che possa ricevere un trattamento adeguato fuori dal carcere, secondo quanto affermato mercoledì dalla Commissione per i detenuti ed ex-detenuti.

Nasser Abu Hamid, 49 anni, del campo profughi di Amari a Ramallah, soffre di cancro ai polmoni e, secondo la sua famiglia, la sua salute è gravemente peggiorata.

The Prisoner's Club: Nasser Abu Hamid's health condition in "Ramle Prison" implies double threats to his fate, after the results of recent tests revealed that there is a strong possibility that the cancer has spread to other parts of his body after it spread in the lungs. https://t.co/8pqgEy1NmU

— إيمان🍉 (@simplyhum4n) March 16, 2022

Abu Hamid è in prigione dal 2002 e sta scontando sette ergastoli e 50 anni per la sua resistenza all’occupazione israeliana.

Il fratello di Abu Hamid, Mohammad, dopo avergli fatto visita nella clinica carceraria di Ramleh, nel centro di Israele, ha riferito all’avvocato della Commissione, Karim Ajweh, che i raggi X hanno mostrato che il cancro si sta diffondendo nel suo polmone sinistro e ha coinvolto le arterie e il cuore.

According to Naji Abu Hamid, Nasser's brother;

The latest medical examination at Asaf Harofeh hospital showed that the cancer is spreading in his left lung& affecting the arteries&heart. There is a real concern that cancer may have spread to the brain.#أنقذوا_ناصر_أبو_حميد https://t.co/PxPMGOXCdj pic.twitter.com/IRHKwKRmvC

— 🇲🇾 𓂆 تِيفَا (@tifa_myname) March 16, 2022

Ha aggiunto che Nasser ha difficoltà a parlare, perde peso e vomita costantemente, oltre a sentire dolore in tutto il corpo, principalmente alla testa, e deve respirare, nella maggior parte dei casi, attraverso una maschera d’ossigeno.

Mohammad ha esortato le organizzazioni umanitarie internazionali, in particolare la Croce Rossa, a fare pressione sulle autorità d’occupazione israeliane per il rilascio di suo fratello, al fine di farsi curare all’estero prima che il cancro lo uccida.

Nasser Abu Hamid ha altri quattro fratelli che stanno scontando lunghe pene detentive in Israele per le loro attività di resistenza, e un fratello è stato ucciso dalle forze d’occupazione israeliane. La casa familiare nel campo di Amari è stata demolita più volte dagli israeliani, l’ultima delle quali nel 2019.

La stampa mainstream occidentale sembra retrocedere dalla volontà di chiarire l’origine della Guerra in Ucraina, omettendo completamente le dinamiche di causa-effetto. Per analizzare le cause geopolitiche ed economiche dell’attuale ripresa del conflitto in Ucraina abbiamo intervistato Gerardo Femina, pacifista, attivista per i diritti umani, ex-presidente della Comunità per lo Sviluppo Umano in Italia, impegnato da sempre in attività sociali, politiche e culturali. Da 20 anni vive a Praga, dove è stato tra i promotori della campagna “Europe for Peace” e della protesta contro il cosiddetto Scudo stellare, che gli Stati Uniti volevano installare in Repubblica Ceca. Scrive di politica e società. Negli ultimi anni si è dedicato alla costruzione del Parco di studio e riflessione in Repubblica Ceca.

I venti di guerra di queste settimane dove hanno origine? Chi vuole la guerra?
Anche se si parla di guerra tra Russia e Ucraina, è evidente che il conflitto è tra Russia e Stati Uniti e l’Ucraina, come tutta l’Europa, si trova al centro di questo vortice. In qualche modo è lo scontro tra grandi gruppi di potere che lottano per il controllo del territorio europeo, territorio piccolo geograficamente ma molto ricco e quindi importante a livello mondiale. Gli Stati Uniti, negli ultimi decenni, dopo la fine della presidenza di Eltsin, avevano perso terreno e hanno cercato di riguadagnarlo con un’aggressione ibrida alla Russia.

Gli USA stanno conducendo una guerra commerciale per favorire le proprie industrie? Da dove nasce e come si colloca in questa situazione il North Stream 2?

Il gasdotto Nord Stream 2 è un raddoppiamento del Nord Stream e porterebbe ad un grande aumento della quantità di gas che dalla Russia arriva in Germania e in Europa tramite il Mar Baltico. È stato terminato a novembre 2021 ma sospeso per le pressioni degli Stati Uniti. In realtà Washington si è sempre opposta alla realizzazione di questo gasdotto. Lo fece per esempio Trump, nel 2019, imponendo delle rigide sanzioni alle compagnie coinvolte nei lavori.
Secondo George Friedman, politologo e analista, fondatore e presidente di Geopolitical Futures: “Per gli Stati Uniti la paura principale è il capitale e la tecnologia della Germania, insieme alle risorse naturali e alla manodopera russa. È l’unica combinazione che per secoli ha spaventato a morte gli Stati Uniti”. Questa collaborazione porterebbe ad una perdita di potere e controllo sull’Europa, dunque l’asse Germania (Europa) – Russia non s’ha da fare!
Dopo l’invasione dell’Ucraina il primo provvedimento è stato congelare il Nord Stream 2 e gli USA si sono proposti come rifornitore alternativo di gas per l’Europa. Si tratta del cosiddetto NGL, gas liquido estratto grazie a una tecnica detta fracking dalla frammentazione delle rocce di scisto, una tecnica altamente inquinante e pericolosa. Questo gas liquido viene trasportato con navi e successivamente viene rigassificato.

L’innalzamento dei prezzi del gas in seguito alla sospensione del North Stream 2 è una conseguenza della speculazione delle aziende di stoccaggio o una politica intenzionale?
Penso che siano entrambe le cose. Sappiamo che in questi mesi i russi hanno continuato ad onorare i contratti di fornitura del gas non modificando né le quantità né il prezzo. Molti esperti dicono che c’è stata una speculazione da parte delle aziende di stoccaggio, che vedendo esaurire le riserve e per le incertezze riguardo al futuro hanno alzato i prezzi. Ma è più probabile che sia una mossa intenzionale per i motivi di cui ho risposto alla domanda precedente: gli USA vogliono impedire la collaborazione della Russia con l’Europa e in particolare con la Germania e vendere il proprio gas di scisto che è un affare miliardario.

Molti, ingenuamente, si meravigliano della reazione della Russia, ma non era prevedibile sul piano politico-militare?
Effettivamente ascoltiamo molti giornalisti ed osservatori dichiararsi stupiti dalla reazione violenta e improvvisa della Russia, cosa invece prevedibile da chi pone attenzione ai processi e non solo ai dettagli. Già nel 2007, nella Dichiarazione Europa per la Pace, scritta insieme ad alcuni amici umanisti e che ha ricevuto l’immediata adesione di Michail Gorbaciov e Noam Chomsky, avevamo detto che l’Europa sarebbe precipitata in un grave conflitto se avesse continuato ad appoggiare la politica di Washington. Non si osservano i processi, al contrario c’è una grave tendenza a vedere ed analizzare gli eventi come se fossero delle fotografie. Il solo fatto che la NATO, nata come un’alleanza difensiva, nel momento in cui veniva sciolto il Patto di Varsavia, invece di chiudere i battenti si rafforzava e cominciava attività militari, mostrava una tendenza, una direzione mentale che prima o poi avrebbe prodotto dei conflitti.

Crede che la Russia abbia commesso un “passo falso”?
In qualche modo sì, o meglio,  la Russia ha fatto la “mossa falsa” che gli Stati Uniti hanno provocato e stavano aspettando per poter così giustificare nuove sanzioni. Dagli inizi della crisi, Mosca ha provato a trovare un accordo spiegando chiaramente le sue richieste: che l’Ucraina non fosse inglobata nella NATO, non potendo assolutamente accettare installazioni militari americane con missili nucleari a 500 chilometri da Mosca. Queste richieste sono state definite inaccettabili come se invece fossero accettabili ipotetici missili russi in Messico o in Canada al confine con gli Stati Uniti.
Con questo, ovviamente, non giustifico l’uso della violenza né della guerra, ma sto solo comprendendo il contesto generale in cui questa decisione è stata presa. Rimane la grande domanda sul perché la Russia abbia fatto questa mossa falsa sapendo che è quella che gli USA stavano aspettando e sapendo anche a quali grandi problemi sarebbe andata incontro. È ovvio che quanto viene detto dal mainstream sono favolette per l’opinione pubblica. Mi riferisco alla storia che Putin sia un folle e alle mire espansionistiche della Russia.

Crede che, sul piano diplomatico, gli USA abbiano già vinto questa guerra?
Gli USA hanno vinto su tutti i fronti, almeno in questo momento. Hanno raggiunto diversi loro obiettivi:
1. Nuove sanzioni contro la Russia.
2. Bloccare il gasdotto Nord Stream 2 e soprattutto fermare una delle cose che più temono: la collaborazione tra Europa (Germania) e Russia.
3. Proporsi all’Europa come alternativo fornitore di gas.
4. Convalidare la narrativa che Putin abbia mire espansionistiche.
5. Aumentare il controllo sull’Europa.
6. Fare una guerra in Europa inviando solo armi e non soldati. La guerra contro la Russia la stanno facendo gli europei, soprattutto gli ucraini e in generale i Paesi dell’Est.
Quest’ultimo punto fa riflettere in modo particolare, perché chi sta soffrendo in questo momento per la guerra è il popolo ucraino, per una guerra che non è la loro, ma che è tra Russia e USA, e loro sono l’agnello sacrificale.

Ciò che stiamo vivendo in queste settimane è la conseguenza di 30 anni di aggressioni statunitensi in funzione anti-russa?
Senza alcun dubbio. Il non aver rispettato gli accordi con Gorbaciov nel 1990 – di non ampliare la NATO ai Paesi dell’Est – è stato un momento cruciale. L’aggressione è continuata con il cosiddetto scudo stellare e con l’installazione di basi militari in Polonia e Romania. L’avanzata degli USA è continuata nel 2014 con la rivoluzione in Ucraina, con regia occidentale, che ha portato quel paese ad un governo di oligarchi vicini a Washington. Successivamente, nel 2015, il Dragoon Ride ha portato truppe statunitensi in tutto l’Est europeo fino ai confini con la Russia, accompagnando le manovre militari con una campagna di incitamento all’odio nei confronti dei russi ed in particolare contro Putin. E inoltre, molto importante, con numerose sanzioni economiche e finanziarie volte a indebolire un’economia già in difficoltà.

Qual è la vostra posizione come Europa per la Pace?
In generale siamo per un’Europa indipendente dalle altre grandi potenze, con una politica estera comune volta davvero alla pace e al benessere. Per questo abbiamo nel nome di questa campagna usato il “per” la pace, nel senso di essere volta attivamente in questa direzione. Nella situazione di oggi l’unica soluzione è il dialogo. È chiaro che la prima richiesta è che la Russia ritiri le truppe ma contemporaneamente i governi europei devono smettere di inviare armi in Ucraina e ascoltare le richieste della Russia che vuole salvaguardare la sua sicurezza nazionale. Purtroppo assistiamo ad “un’Europa per la guerra” in questi giorni tristi, giusto il contrario delle nostre aspirazioni. La narrazione di un popolo, quello ucraino, che lotta per la propria indipendenza e che chiede aiuti militari da tutto il mondo ed addirittura dalla NATO ci mette in presenza di una propaganda militarista e violenta.
D’altra parte crediamo che la gente comune voglia la pace ed a loro rivolgiamo il nostro messaggio e la nostra speranza.


Media mainstream, doppio standard e fake-news. Riportiamo questo articolo di Giorgio Bianchi, reporter dal Donbass.

La propaganda di guerra a senso unico delle testate di proprietà dei guerrafondai Elkann-Agnelli ha toccato il fondo. Sono arrivati ad utilizzare in prima pagina la foto della carneficina di Donetsk, giocando sulla crassa ignoranza del loro pubblico riguardo ai fatti di questa sporca guerra civile, per far intendere che si riferisca al territorio sotto il controllo del regime di Kiev. Guardate la foto e leggete i titoli attorno, cosa capite?

Questi vanno fermati: sono uno strumento di guerra psicologica utilizzato in modo gretto e spregiudicato. I professorini moralisticheggianti in TV e poi in maniera cinica e spregevole manipolano il loro pubblico e lo inducono a prendere posizione su fatti riguardo ai quali è completamente ignorante.

Con i media russi silenziati per decreto, con tutte le testate e i programmi TV sintonizzati sulla propaganda di Kiev, tra poco per il pubblico medio, ignorante e ideologizzato, sarà impossibile farsi un’idea obiettiva dei fatti.

Vi prego di sommergere di mail la redazione e l’ordine dei giornalisti affinché cessino queste mistificazioni criminali. Il loro spezzo della verità è sconvolgente e dovrebbe far capire il livello della posta in gioco. Siamo già in guerra, e questa è propaganda di guerra.

Cisgiordania. Nella notte tra martedì e mercoledì, i combattenti della resistenza palestinese hanno aperto il fuoco contro le forze di occupazione israeliane (IOF) in diverse aree di Nablus e Jenin. Non ci sono stati feriti.

Secondo fonti locali, i combattenti della resistenza hanno aperto il fuoco contro le truppe israeliane che avevano invaso l’area orientale della città di Nablus per fornire protezione ai coloni giunti sul posto per eseguire rituali presso la tomba di Giuseppe.

Poco dopo, nella zona sono scoppiati violenti scontri con i giovani locali, che hanno bloccato le strade e lanciato pietre contro le IOF.

Diversi giovani e un giornalista sono stati feriti da proiettili di metallo rivestiti di gomma.

Altri combattenti della resistenza hanno aperto il fuoco contro le IOF vicino al campo profughi di Balata, nella parte orientale di Nablus.

Combattenti della resistenza hanno anche fatto esplodere ordigni durante scontri con le IOF vicino all’area di al-Hisba, a Nablus.

Nel sud di Nablus, giovani palestinesi hanno lanciato bombe molotov contro una tenda all’interno dell’insediamento illegale di Yitzhar.

A Jenin, le IOF sono state prese di mira durante incursioni in diverse aree della città.

Fonti locali hanno riferito che i combattenti della resistenza hanno aperto il fuoco contro i soldati israeliani vicino a via an-Nasera e all’incrocio di al-Hamama nella zona industriale della città.

Un giovane identificato come Baha Abu Issa ha subito una ferita da proiettile alla schiena durante gli scontri armati a Jenin ed è stato portato d’urgenza in ospedale.

Secondo quanto riferito, nessuno dei soldati israeliani è rimasto ferito negli scontri a Nablus e Jenin.

Nel frattempo, mercoledì all’alba, le IOF hanno rapito tre giovani palestinesi a Jenin e Tulkarem.

(Fonti: Quds Press, PIC e Wafa).

Haifa-Wafa. Il 13 marzo, Adalah, il Centro legale per i diritti delle minoranze arabe in Israele, ha presentato una petizione alla Corte suprema israeliana a suo nome e per conto di tre famiglie palestinesi contro la Legge “Cittadinanza e Ingresso in Israele” adottata dal Knesset (parlamento) israeliano il 10 marzo 2022.

La petizione chiede la revoca della legge, in quanto discriminatoria, poiché viola i diritti costituzionali fondamentali ed è contraria al diritto internazionale.

Il divieto di ricongiungimento familiare palestinese colpisce migliaia di famiglie palestinesi e decine di migliaia di altre persone. In breve, impedisce ai cittadini e ai residenti di Israele di sposare palestinesi della Cisgiordania e di Gaza, nonché cittadini dei cosiddetti « stati nemici » – Siria, Libano, Iran e Iraq – e di vivere insieme in Israele. Ciò si ripercuote prevalentemente sullo stato di cittadinanza e la vita familiare dei cittadini palestinesi di Israele e dei palestinesi residenti a Gerusalemme.

La nuova legge adottata dal Knesset incorpora disposizioni di un precedente ordine temporaneo, inizialmente promulgato nel 2003 per la durata di un anno. Il Knesset ha prorogato la legge precedente 21 volte negli ultimi 18 anni. Tuttavia, il 6 luglio 2021, la legge è scaduta, dopo che il Knesset non è riuscito a raggiungere la maggioranza necessaria per prorogarla a causa di fazioni politiche in competizione.

I firmatari hanno affermato che la nuova Legge del 2022 (ordinanza temporanea) dichiara esplicitamente che lo scopo principale della legge è demografico, come aveva affermato anche Adalah nelle sue precedenti petizioni. Tale scopo è sottolineato in diverse disposizioni della legge, tra cui la sezione 1 che riporta: “Tenendo in considerazione il fatto che Israele è uno Stato ebraico e democratico”. In un’altra disposizione viene, invece, fissata una quota sul numero di permessi concessi dal ministro dell’Interno per “motivi umanitari speciali”. La fissazione di una quota esclude la possibilità di qualsiasi analisi individuale delle domande.

I firmatari hanno, inoltre, dichiarato che le giustificazioni di sicurezza addotte durante il processo di redazione della legge al Knesset indicano anche uno scopo demografico improprio. Gli iniziatori della legge hanno fatto affidamento su determinazioni radicali secondo cui qualsiasi “discendente” di un genitore palestinese costituisce una minaccia alla sicurezza. Si basavano anche sulla dottrina proibita del “nemico alieno”, secondo cui qualsiasi individuo che vive in un “territorio nemico” deve essere considerato anch’egli tale.

La petizione è stata presentata dagli avvocati di Adalah Adi Mansour, Rabea Eghbariah e Hassan Jabareen, sostenendo che si tratta di una delle leggi più razziste e discriminatorie al mondo.

“[La Legge] non è solo la più razzista presente nei libri di diritto israeliano, ma non c’è paese al mondo che danneggi lo status di cittadinanza o di residenza dei propri cittadini o residenti, il cui nucleo è la vita familiare, basata sull’appartenenza etnica o nazionale. Non c’è paese al mondo che limiti il ​​diritto dei propri cittadini o residenti alla vita familiare con i propri coniugi. Anche la Corte Suprema in Sud Africa, nel 1980, durante l’apartheid, in una sentenza che stabilì un precedente, annullò una legge simile che vietava l’unificazione delle famiglie nere nelle aree in cui vivevano i bianchi, sostenendo, tra le altre cose, che l’apartheid non era mai stato concepito per danneggiare la vita familiare”, hanno aggiunto i firmatari.

Secondo Adalah, le ripetute proroghe dell’Ordine Temporaneo del 2003, compreso il passaggio del nuovo Ordine Temporaneo del 2022, lo rendono di fatto una legislazione permanente. La maggior parte dei giudici della Corte Suprema israeliana nelle due precedenti sentenze in materia, nel 2006 e nel 2012, hanno dato un peso significativo alla provvisorietà della Legge per giustificarla.

Pertanto, i firmatari hanno chiesto l’emissione di un’immediata ingiunzione attraverso cui venisse ordinato al ministro dell’Interno e al Knesset di spiegare perché la legge non dovesse essere cancellata e si ordinasse il rinvio della sua entrata in vigore.

Poche ore dopo la presentazione della petizione, la Corte Suprema ha emesso una decisione di rigetto della richiesta di un’ingiunzione immediata da parte di Adalah e ha ordinato allo Stato di depositare la sua prima risposta alla petizione entro il 15 maggio 2022.

Adalah ha aggiunto: “Per la prima volta, la legge afferma esplicitamente che il divieto di ricongiungimento familiare palestinese è inteso a servire il carattere ebraico dello stato. Gli stessi legislatori hanno dichiarato di ritenere opportuno farlo, data la Legge sullo Stato-nazione ebraico datata 2018. Come sosteneva allora Adalah, la legge sullo stato-nazione ebraico sancisce costituzionalmente la supremazia ebraica sui palestinesi e ha caratteristiche distinte dell’apartheid. Ora la Corte Suprema dovrà decidere se continuare a consentire allo stato di operare su due percorsi di cittadinanza separati basati su un’appartenenza nazionale ed etnica sotto il pretesto eterno della temporalità”.

(Foto: Palestinesi che chiedono il ricongiungimento con le loro famiglie).

Traduzione per InfoPal di Rachele Manna

Quds Press e PIC. Martedì, le autorità israeliane hanno demolito due case palestinesi nella città di Umm al-Fahm, a nord della Palestina occupata del 1948 (Israele), con il pretesto della mancanza di licenza edile.

Fonti locali hanno riferito che bulldozer israeliani, scortati dalle forze di polizia, hanno invaso l’area di al-Hariqa a Umm al-Fahm, e abbattuto due case in costruzione.

Non è facile per i palestinesi in Israele ottenere permessi di costruzione, quindi molti di loro si trovano costretti ad ampliare o costruire case e strutture senza licenza.

Nella stessa giornata, l’esercito di occupazione israeliano ha notificato a cittadini palestinesi l’intenzione di demolire sette case nel villaggio di ad-Duyuk at-Tahta, a ovest di Gerico.

Fonti locali hanno affermato che i soldati israeliani hanno preso d’assalto il villaggio e consegnato avvisi di demolizione sostenendo che le case erano state costruite su terreni appartenenti al governo israeliano.

Pochi giorni fa, 20 famiglie dello stesso villaggio hanno ricevuto ordini di demolizione simili contro le loro case.

Ramallah – WAFA. A febbraio, le autorità d’occupazione israeliane hanno arrestato 448 palestinesi, tra cui 71 minorenni e 10 donne, secondo quanto affermato martedì da gruppi per la difesa dei prigionieri.

Nel loro rapporto mensile sui combattenti per la libertà palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, i gruppi hanno affermato che il maggior numero di arresti è avvenuto nella Gerusalemme Est occupata, dove a febbraio sono stati arrestati 166 palestinesi, di cui 56 minorenni.

Hanno aggiunto che, sempre a febbraio, sono stati emessi 107 ordini di detenzione amministrativa, vietata a livello internazionale, contro attivisti palestinesi, tra cui 32 ordini nuovi e 75 rinnovi di detenzioni già attive.

I gruppi, che includono la Commissione per i prigionieri ed ex-prigionieri, la Società dei prigionieri palestinesi, l’Associazione Addameer per il supporto ai prigionieri ed i diritti umani e il Centro informazioni Wadi Hilweh, hanno affermato che Israele detiene attualmente 4400 palestinesi nelle sue carceri, tra cui 33 donne, 160 minorenni e 490 detenuti amministrativi, senza né accusa né processo.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Gerusalemme/al-Quds – WAFA e MEMO. Diversi capi delle chiese di Gerusalemme hanno avviato lunedì un progetto per restaurare il pavimento della Basilica del Santo Sepolcro, situata nella Città Vecchia di Gerusalemme.

Il Patriarca greco-ortodosso, Theophilos III, il Custode della Terra Santa, padre Francesco Patton, il Vicario patriarcale armeno, vescovo Sivan Garbian, il Nunzio apostolico, rappresentante del Vaticano presso lo Stato di Palestina, Arcivescovo Adolfo Tito Yilana, e un gruppo di vescovi, preti e del clero di diverse chiese, oltre a diversi rappresentanti delle missioni diplomatiche a Gerusalemme, hanno preso parte all’evento per l’inizio della restaurazione.

La prima pietra dal pavimento della chiesa è stata rimossa, segnando l’avvio del progetto, che dovrebbe essere completato in due anni.

Il progetto nasce come prosecuzione dell’opera di restauro completata nell’Edicola (sepolcro di Cristo), avvenuta quattro anni fa, e con il consenso delle tre Chiese responsabili per la Basilica del Santo Sepolcro, ovvero: la Chiesa del Patriarcato greco-ortodosso, la Fraternità francescana ed il Patriarcato armeno, in collaborazione con l’Università della Sapienza di Roma, responsabile per lo studio sul progetto.

Il progetto prevede il restauro o la sostituzione delle piastrelle del pavimento danneggiate, situate nella parte settentrionale della rotonda, e gli scavi in ​​un’area sotterranea sotto le sette arcate e davanti alla tomba sacra.

Hebron/al-Khalil – PIC. Lunedì, l’esercito d’occupazione israeliano ha emesso un ordine per fermare i lavori e per demolire una scuola e diverse case nella cittadina di Shuaab al-Butam, a Masafer Yatta, a sud di Hebron/al-Khalil.

Il funzionario locale Fuaad al-Amour ha affermato che i soldati israeliani hanno emesso ordini di demolizione contro una scuola costruita di recente a Shuaab al-Butam.

La scuola è stata costruita dall’Autorità Palestinese per l’istruzione di 50 studenti di Masafer Yatta, che è composta da 19 frazioni.

Anche otto residenti locali hanno ricevuto ordini simili contro le loro case e le stalle della cittadina.

Gli ordini sono stati emessi con il pretesto che le strutture sono state costruite nell’Area C della Cisgiordania, che è sotto il pieno controllo militare israeliano e dove lo sviluppo urbano e l’edilizia palestinese non sono consentiti.

Tuttavia, l’esercito israeliano utilizza questo territorio palestinese occupato (Area C), che costituisce oltre il 60 per cento dell’area totale della Cisgiordania, per costruire colonie, avamposti e progetti per soli ebrei.

Gerusalemme/al-Quds – WAFA. Decine di attivisti israeliani hanno manifestato lunedì davanti alla Corte Suprema israeliana, nella Gerusalemme Ovest, mentre deliberava sull’espulsione di palestinesi dalle loro case in otto comunità a Masafer Yatta, nel sud della Cisgiordania occupata.

Gli attivisti hanno mostrato cartelli con le scritta “No al trasferimento forzato” e “Salvate Masafer Yatta”.

La Corte Suprema israeliana sta deliberando sul destino di oltre 1300 palestinesi che vivono in otto comunità a Masafer Yatta. Deve decidere se fermare i piani dello stato israeliano per demolire le comunità ed espellere i residenti palestinesi dalle loro case, con il pretesto che vivono in una zona dichiarata dallo stato come area di addestramento militare.

Gli attivisti vogliono assicurarsi che la Corte Suprema dica no alla pulizia etnica dei residenti palestinesi.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Betlemme – WAFA. Martedì, attivisti e residenti palestinesi sono riusciti a cacciare i coloni israeliani che la scorsa settimana hanno cercato di rubare una terra nella storica cittadina di Battir, a ovest di Betlemme, nella Cisgiordania meridionale.

Ghassan Eliyan, uno degli attivisti, ha dichiarato a WAFA che attivisti e proprietari terrieri tengono un sit-in sul terreno di 2,3 ettari da quando i coloni hanno cercato di rubarlo, e sono riusciti a cacciarli.

I coloni hanno smantellato una tenda di metri 40 x 10 e dei serbatoi d’acqua posizionati sull’area, nel tentativo di rubarla, e hanno lasciato la zona insieme al loro bestiame.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

A cura dei Giovani Palestinesi d’Italia. Nella notte tra il 14 e il 15 marzo 1978, l’esercito sionista invase il suolo libanese nella cosiddetta “Operazione Litani”: l’obiettivo era sradicare le basi dei gruppi di resistenza palestinese nella regione e raggiungere l’autosufficienza idrica assicurandosi le risorse dell’enorme fonte d’acqua del fiume Litani. L’aggressione israeliana si tradusse in una feroce occupazione, che si protrasse per ben 22 anni e si lasciò alle spalle innumerevoli crimini.L’operazione prese di mira 358 città e villaggi nei distretti libanesi di Bint Jbeil, Marjeyoun, Hasbaya, Tiro e Nabatieh: in soli sette giorni di aggressione terrestre, aerea e marittima l’esercito israeliano riuscì ad occupare 1100 chilometri quadrati di suolo libanese, provocando l’uccisione di 560 civili. Numerosi villaggi furono completamente distrutti con artiglieria e raid aerei: al-Ghandouriyeh, al-Abbasiyeh, al-Gharyeh, al-Qantara, Deir Hanna, al-Bayyadha, Mazraet al-Nmayriye e Mazraet al-Khraybeh; vennero rase al suolo circa 2500 case e danneggiate altre 620. Lo stesso destino subirono le infrastrutture primarie libanesi: nelle aree invase, le reti di acqua, elettricità e telefonia furono messe fuori funzione da attacchi mirati. Oltre alle 50 scuole, 10 ospedali/centri medici e 20 luoghi sacri tra moschee e chiese distrutti, vennero devastati anche migliaia di ettari di terreni agricoli (si parla di circa 150 mila ulivi e agrumeti dati alle fiamme).Durante gli anni di occupazione, gran parte degli orrendi crimini furono commessi dal famigerato “Esercito Libanese del Sud”, una forza collaborazionista creata da Israele per rafforzare la sua presenza in Libano. Contro la popolazione libanese e i rifugiati palestinesi vennero utilizzati metodi illegali di tortura ed esecuzioni tra i civili, specialmente nella tristemente nota prigione di Khiam. Non fu però un’occupazione semplice: la Resistenza libanese, guidata da Hezbollah e dal Partito Comunista Libanese, inflisse continuamente pesanti colpi all’occupante, finché il 25 maggio 2000 l’esercito sionista fu costretto a ritirarsi. Grazie a @eugenioabruzzese per l’articolo e a @drew_ric per la grafica

Gaza. Martedì mattina, le forze di occupazione israeliane (IOF) hanno attaccato contadini, pastori e pescatori palestinesi nella Striscia di Gaza assediata.

Secondo fonti locali, le IOF hanno sparato proiettili letali e granate fumogene verso aree di terreno coltivato a est di Deir al-Balah, nel centro di Gaza, costringendo agricoltori e pastori a lasciare l’area.

Nella parte meridionale di Gaza, le navi da guerra israeliane hanno aperto il fuoco contro i pescatori e le loro barche durante la loro presenza al largo della costa di Rafah. L’intensità della sparatoria ha costretto i pescatori a tornare a terra.

Nessuno è rimasto ferito negli attacchi delle IOF.

(Fonti: Quds Press e PIC).

Di Lorenzo Poli. In questi giorni molti giornalisti mainstream si scannano in diretta tv sul fatto se l’Ucraina entrerà a far parte della NATO. Altri, addirittura, hanno dichiarato che la voce che l’Ucraina possa entrare a far parte della NATO sia una diceria al limite della “fake news”, ma dimenticano un particolare storico.

Il 6 febbraio 2019 la Macedonia del Nord firma il protocollo di adesione alla NATO come 30° membro e il 7 febbraio 2019 l’Ucraina ha incluso nella propria Costituzione l’impegno a entrarvi ufficialmente e, allo stesso tempo, anche nell’Unione Europea.

La proposta era stata avanzata dall’allora presidente Petro Poroshenko, oligarca arricchitosi con il saccheggio delle proprietà statali, ed il parlamento di Kiev approvò (con 334 voti contro 35 e 16 assenti) gli emendamenti in tal senso della Costituzione.

Il Preambolo enunciava “il corso irreversibile dell’Ucraina verso l’integrazione euro-atlantica”. Gli Articoli 85 e 116 dell’emendamento decretavano che compito fondamentale del parlamento e del governo è “ottenere la piena appartenenza dell’Ucraina alla NATO e alla UE”.

L’Articolo 102 stabilisce che “il presidente dell’Ucraina è il garante del corso strategico dello Stato per ottenere la piena appartenenza alla NATO e alla UE”.

Fin da subito, i più attenti analisti geopolitici, hanno affermato che l’inclusione nella Costituzione ucraina dell’impegno a entrare ufficialmente nella NATO avrebbe comportato conseguenze gravissime nel medio tempo.

Come scrisse Manlio Dinucci: “Sul piano interno, vincola a tale scelta il futuro dell’Ucraina, escludendo qualsiasi alternativa, e mette di fatto fuorilegge qualsiasi partito o persona si opponga al ‘corso strategico dello Stato’. Già oggi la Commissione elettorale centrale impedisce a Petro Simonenko, esponente del PC di Ucraina, di partecipare alle elezioni presidenziali di marzo. Il merito di aver introdotto nella Costituzione l’impegno a far entrare ufficialmente l’Ucraina nella Nato va in particolare al presidente del parlamento Andriy Parubiy”[1].

Poiché la Russia viene accusata dalla Nato di aver annesso illegalmente la Crimea, di aver “violato la sovranità dell’Ucraina” avendo riconosciuto le Repubbliche Popolari di Doneck e Lugansk e di condurre azioni militari contro l’Ucraina, se questa entrasse ufficialmente nella NATO, gli altri 30 membri della Alleanza, in base all’Art. 5, dovrebbero «assistere la parte attaccata intraprendendo l’azione giudicata necessaria, compreso l’uso della forza armata». In altre parole: diventando l’Ucraina un Paese NATO, qualora venisse attaccato dalla Russia, tutti dovremmo entrare in guerra contro la Russia. In sostanza sarebbe un “nuovo Afghanistan” con l’unica premessa che non sarebbe una guerra in violazione del diritto internazionale e non sarebbe una guerra “out of area” condotta dalla NATO.

In tutto ciò c’è da aggiungere che, come ci ricorda Manlio Dinucci, dal 1991 al 2014, secondo il Servizio di ricerca del Congresso USA, gli Stati Uniti hanno fornito all’Ucraina assistenza militare per 4 miliardi di dollari, cui si sono aggiunti oltre 2,5 miliardi dopo il golpe del 2014, più oltre un miliardo fornito dal Fondo fiduciario NATO al quale partecipa anche l’Italia. Questa è solo una parte degli investimenti militari fatti dalle maggiori potenze della NATO in Ucraina: armi che sono state usate contro il Donbass.

“La Gran Bretagna, ad esempio, ha concluso con Kiev vari accordi militari, investendo tra l’altro 1,7 miliardi di sterline nel potenziamento delle capacità navali dell’Ucraina: tale programma prevede l’armamento di navi ucraine con missili britannici, la produzione congiunta di 8 unità lanciamissili veloci, la costruzione di basi navali sul Mar Nero e anche sul Mar d’Azov tra Ucraina, Crimea e Russia” – ha riportato Dinucci[2].

La spesa militare ucraina, che nel 2014 equivaleva al 3% del PIL, è passata al 6% nel 2022, corrispondente a oltre 11 miliardi di dollari. Agli investimenti militari Usa-Nato in Ucraina si aggiunge quello da 10 miliardi di dollari previsto dal piano che sta realizzando Erik Prince, fondatore della compagnia militare privata statunitense Blackwater, ora ridenominata Academy, che ha fornito mercenari alla Cia, al Pentagono e al Dipartimento di stato per operazioni segrete (tra cui torture e assassini), guadagnando miliardi di dollari.

Come si può ben notare, i soldi occidentali per le armi in Ucraina sono arrivati già da molto tempo e da tempo mietono vittime. Si tratta di venti di guerra costanti che, se sfocerebbero nell’entrata dell’Ucraina nella NATO sarebbe la fine, sia per quanto riguarda l’inizio di una guerra mondiale sia per quanto riguarda gli sbilanciamenti dell’equilibrio geopolitico, i quali sancirebbero una palese violazione degli Accordi di Varsavia con un’evidente espansione ad est della NATO.

All’epoca nessuno parlò di queste pericolose implicazioni della modifica della Costituzione ucraina, che addirittura portarono ad un silenzio politico e mediatico sulla vicenda ignorandone i risvolti geopolitici.

(Foto: Limesonline.com).

[1] https://ilmanifesto.it/ucraina-la-nato-nella-costituzione/

[2] https://ilmanifesto.it/la-blackwater-e-nel-donbass-col-battaglione-azov/

MEMO. La continua espansione delle colonie israeliane mette in discussione la sua volontà di raggiungere una soluzione politica al conflitto con i palestinesi, secondo quanto affermato domenica dal rappresentante dell’UE nei Territori occupati.

Parlando alla radio Palestine Voice, Shadi Othman ha dichiarato: “Il continuo colonialismo israeliano pone domande sul desiderio israeliano di raggiungere una soluzione politica che vada d’accordo con il diritto internazionale.

“L’UE continua a seguire sul campo le violazioni israeliane, oltre a sostenere i palestinesi nelle aree minacciate dalle colonie”.

Nel frattempo, ha affermato che una delegazione dell’UE visiterà i Territori palestinesi per sostenere il suo popolo.

Othman spera che il governo palestinese sia in grado di svolgere il suo ruolo a Gaza e ha chiesto che l’occupazione israeliana ponga fine al suo assedio alla Striscia.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

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Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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