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Washington – PIC. Oltre 40 organizzazioni statunitensi hanno chiesto ad Amazon e Google di revocare un contratto firmato alcuni mesi fa con le istituzioni militari e di sicurezza israeliane.

Le organizzazioni affermano di aver lanciato la campagna “No Tech For Apartheid”, rispondendo a una lettera aperta di oltre 500 dipendenti di Amazon e Google pubblicata di recente su The Guardian che invita i loro datori di lavoro a rescindere il contratto con l’esercito israeliano noto come “Progetto Nimbus” e rifiutare tutti i contratti che contribuiscono all’oppressione israeliana del popolo palestinese.

“Mentre le bombe israeliane hanno raso al suolo interi edifici residenziali a Gaza, lo scorso maggio, i dirigenti di Amazon Web Services e Google Cloud hanno ufficializzato il progetto Nimbus: un proficuo contratto da 1,22 miliardi di dollari con il governo israeliano per costruire infrastrutture cloud per l’esercito e i ministeri”, secondo un comunicato stampa diffuso dalle organizzazioni.

Queste organizzazioni includono MPower Change e Jewish Voice for Peace. Di seguito sono riportate le citazioni selezionate dai loro leader.

“Quando i dirigenti delle aziende tecnologiche prosperano sulle persone firmando contratti da miliardi di dollari con i governi dell’apartheid, è nostra responsabilità reagire. Costruire un mondo migliore significa che nessuno di noi può essere libero finché i palestinesi non saranno liberi. Mettendolo nero su bianco e firmando, i dirigenti di Amazon e Google hanno scelto di agevolare l’apartheid e consentire la sorveglianza, la criminalizzazione e la distruzione delle vite palestinesi”, ha affermato Lau Barrios, responsabile della campagna di MPower Change.

“Diciamo basta. Ecco perché ci stiamo sollevando insieme ai lavoratori di entrambe le aziende per chiedere che il CEO di Amazon Andy Jassy e il CEO di Google Sundar Pichai scelgano di stare dalla parte giusta della storia invece che dalla parte del colonialismo, della pulizia etnica e della sofferenza umana. Dagli Stati Uniti alla Palestina, diciamo basta alla tecnologia per la violenza di Stato. Nessuna tecnologia per l’apartheid”, ha aggiunto Barrios.

“I coraggiosi lavoratori di Google e Amazon chiedono ai loro datori di lavoro di smettere di consentire l’oppressione delle famiglie palestinesi da parte del governo israeliano – e siamo orgogliosi di stare con loro. I servizi cloud di Google e Amazon possono essere utilizzati dall’esercito israeliano per sopprimere i palestinesi attraverso la sorveglianza e per espandere il furto di terre palestinesi. I dirigenti di Google e Amazon dovrebbero ascoltare i loro dipendenti, rescindere il contratto Nimbus e tagliare tutti i legami con l’esercito israeliano”, ha affermato Stefanie Fox, direttore esecutivo di Jewish Voice for Peace.

Traduzione per InfoPal di Chiara Parisi

Bruxelles – Palestine Chronicle e MEMO. Venerdì, l’UE ha ribadito la richiesta a Israele di fermare i suoi piani per espandere le colonie nei Territori palestinesi occupati, avvertendo che qualsiasi nuova modifica ai confini pre-1967, che non sia stata concordata da entrambe le parti, sarà respinta dal blocco, secondo una dichiarazione dell’ufficio del capo della politica estera dell’UE, Josep Borrell.

“Le colonie sono illegali secondo il diritto internazionale e costituiscono un grave ostacolo al raggiungimento della soluzione a due Stati e di una pace giusta, duratura e globale tra le parti”, si legge nella nota.

While the European Union’s stance is firm in recognizing the illegality of Israeli Settlements in the West Bank and Jerusalem under international law, money flows exchangeably with companies serving illegal settlements through direct trade and financial relations. pic.twitter.com/iht9SGj8sq

— MetrasGlobal (@Metras_global) October 19, 2021

Sottolineando che l’UE rifiuta fermamente l’espansione delle colonie, la dichiarazione afferma che il blocco non riconoscerà alcuna modifica ai confini anteriori al 1967, compresi quelli relativi a Gerusalemme, che non siano stati concordati da entrambe le parti.

La dichiarazione ha inoltre esortato il governo israeliano a revocare la recente approvazione di nuove unità coloniali nella Cisgiordania occupata, che sono totalmente incompatibili con gli sforzi in corso per ridurre le tensioni.

#Russia ‘Disappointed’ by #Israel’s Plan to Build New #Settlement Units in #WestBank https://t.co/MU0OW2OjT5 via @PalestineChron pic.twitter.com/RttggRNnCp

— The Palestine Chronicle (@PalestineChron) October 29, 2021

“L’UE continuerà a fare la sua parte, sostenendo i passi verso una pace sostenibile tra israeliani e palestinesi”, ha aggiunto.

Ci sono 13 colonie israeliane nella Gerusalemme Est occupata ed altre 253 in Cisgiordania. Più di 660 mila ebrei vivono in queste colonie.

Ramallah – PIC. Sette prigionieri palestinesi proseguono con il loro sciopero della fame, iniziato diverse settimane fa, per protestare contro la loro ingiusta detenzione amministrativa, senza né accusa né processo.

Il detenuto in sciopero della fame da più tempo è Kayed Fasfous, arrivato venerdì a 107 giorni di sciopero, seguito da Miqdad Qawasmeh (100 giorni), Alaa Aaraj (82 giorni), Hesham Abu Hawwash (73 giorni), Shadi Abu-Akr (66 giorni), Ayyad Hureimi (37 giorni) e Louay Al-Ashqar (19 giorni).

Sulla stessa linea, il prigioniero Rateb Hrebat è in sciopero della fame da 21 giorni, in solidarietà con gli altri prigionieri.

Hassan Abd Rabbo, portavoce della Commissione per gli affari dei detenuti e degli ex-detenuti, ha avvertito del grave deterioramento della salute di Kayed Fasfous, attualmente rinchiuso presso il centro medico israeliano Barzilai.

A questo proposito, ha fortemente denunciato la decisione israeliana di rinnovare la sua detenzione amministrativa.

Ha anche avvertito sulla possibilità che i prigionieri muoiano nelle prossime ore, a causa della loro situazione di salute critica.

Nel frattempo, cinque prigionieri continuano a rifiutare di prendere le loro medicine per il 41° giorno consecutivo, per protestare contro la loro detenzione amministrativa.

I prigionieri sono stati identificati dai media come Youssef Qazzaz, Ayed Doudin, Ahmed Abu Sundus, Yasser Badrasawy e Amin Shweiki.

Attualmente, Israele mantiene oltre 530 palestinesi in detenzione amministrativa, ritenuta illegale dal diritto internazionale, la maggior parte dei quali sono ex-prigionieri che hanno trascorso anni in carcere per la loro resistenza all’occupazione israeliana.

La politica israeliana di detenzione amministrativa, ampiamente condannata, consente l’arresto e il carcere dei palestinesi, senza accusa o processo, per intervalli rinnovabili di solito compresi tra tre e sei mesi, sulla base di prove non divulgate, alle quali nemmeno l’avvocato di difesa del detenuto ha accesso.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Negev – PIC. Giovedì, le autorità israeliane hanno demolito per la 194ª volta il villaggio beduino palestinese di al-Araqib, nel Negev.

Un vasto spiegamento di forze israeliane ha invaso il villaggio e ha demolito case e tende, secondo quanto affermato da Ahmed Khalil Abu Madigham, capo del Comitato per la difesa di al-Araqib.

Le case di al-Araqib, abitate da 22 famiglie palestinesi, sono costruite in legno, plastica e lamiera ondulata.

Madigham ha inoltre chiesto di sostenere il villaggio e la sua gente di fronte ai piani di sfollamento israeliani, sottolineando che “queste pratiche israeliane non ci impediranno di rimanere saldi sulla nostra terra”.

Il villaggio è stato distrutto per la prima volta nel 2010. Le autorità israeliane affermano che il sito in cui si trova rientra nella “terra di stato”.

Zochrot, una ONG con sede a Tel Aviv, ha affermato in un recente rapporto che il villaggio di al-Araqib è stato costruito per la prima volta durante il periodo ottomano, e le sue terre sono state acquistate dai residenti.

Le autorità israeliane cercano di prendere il controllo delle terre ed espellerne i residenti. Decine di villaggi e comunità beduine affrontano la stessa minaccia nell’area del Negev, secondo quanto affermato da Zochrot.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Umm al-Fahm – WAFA. Venerdì, centinaia di palestinesi hanno preso parte a una manifestazione nella città di Umm al-Fahm, nella Palestina storica occupata nel 1948, per esprimere il loro risentimento per la tolleranza che la polizia israeliana dimostra nei confronti della criminalità e per la collaborazione con i fuorilegge.

I manifestanti, che si sono radunati fuori dalla centrale di polizia israeliana della città, hanno scandito slogan che la condannavano per non cercare di porre fine ad un’ondata di criminalità in corso, e persino per la sospetta collaborazione con fuorilegge e bande criminali.

Nel 2020, 113 cittadini palestino-israeliani sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco da uomini armati sconosciuti, rendendolo l’anno più letale di sempre, rispetto ai 71 casi nel 2018 e agli 89 nel 2019. Tuttavia, il 2021 potrebbe battere un nuovo record, dopo aver superato la soglia delle 100 vittime.

Gli arabi nell’Israele di oggi sono palestinesi, discendenti di coloro che rimasero nella loro terra dopo la creazione dello stato d’occupazione, nel 1948. Costituiscono circa il 20% dei nove milioni di abitanti del paese.

Per legge, i loro diritti sono uguali a quelli dei cittadini ebrei, ma, in pratica, subiscono discriminazioni in materia di lavoro, alloggio, polizia e altri elementi essenziali.

Gerusalemme/al-Quds-PIC. Venerdì, le autorità israeliane hanno chiuso diverse strade della Gerusalemme occupata, limitando la circolazione dei palestinesi.

Le restrizioni israeliane sono state una preparazione dell’annuale maratona di Gerusalemme che si è tenuta tra le 6:00 e 14:00 di venerdì.

I partecipanti hanno issato bandiere israeliane mentre correvano vicino ai quartieri palestinesi in totale provocazione dei residenti locali.

L’attivista palestinese Muhammad Abu Al-Homs ha affermato che la maratona israeliana è un evento politico di ebraicizzazione, e non solo sportivo.

Il comune israeliano cerca di promuovere Gerusalemme in qualità di città ebraica come parte delle sue politiche coloniali, ha affermato. Mira, ha aggiunto, a cancellare l’identità araba e islamica della città.

Da parte sua, il capo del Comitato anti-ebraicizzazione di Gerusalemme, Nasser Al-Hedmi, ha descritto l’evento come un progetto israeliano di ebraicizzazione.

Ha, inoltre, lanciato l’allarme sulle sue gravi implicazioni in quanto consente l’irruzione di estremisti ebrei nei quartieri e nelle città palestinesi, mentre il movimento palestinese è totalmente limitato.

La Cisgiordania, inclusa Gerusalemme occupata, è considerata “territorio occupato” dal diritto internazionale, rendendo illegale la presenza di tutti i coloni ebrei.

MEMO. Di Motasem A Dalloul. I dati diffusi recentemente dal ministro dell’immigrazione israeliano e dall’Agenzia ebraica rivelano che l’immigrazione ebraica in Israele è aumentata del 31% nel 2021. I dati mostrano un aumento del 41% dell’immigrazione dagli Stati Uniti, rispetto ai primi nove mesi del 2020 e un aumento del 55% dalla Francia.

Il considerevole aumento degli immigrati ebrei dagli Stati Uniti e dalla Francia in Israele non è sicuramente avvenuto casualmente, bensì è dovuto a schemi prestabiliti per la politica di immigrazione ebraica gestiti dallo stato sionista in collaborazione con le diverse organizzazioni ebraiche internazionali.

L’immigrazione ebraica ha alimentato il progetto sionista in Palestina, costringendo i palestinesi a lasciare le loro case e sostituendoli con immigrati ebrei per creare lo Stato ebraico di Israele. Tuttavia, questo progetto, fondato su pilastri oppressivi, è basato su sporche determinanti che il primo ministro israeliano Naftali Bennett ha recentemente rivelato.

In una conferenza tenutasi in occasione della settimana dell’immigrazione e dell’assorbimento, Bennett ha affermato che “dalla sua fondazione fino ai giorni nostri, l’immigrazione ebraica ha plasmato il volto della società israeliana e ha creato un mosaico unico, diverso da quanto si possa trovare in qualsiasi altra parte del mondo. Il nostro obiettivo è portare 500 mila immigrati ebrei dalle forti comunità degli Stati Uniti, del Sud America e della Francia”.

Mentre Bennett affermava che la ragione di questo obiettivo era il crescente “razzismo e antisemitismo” contro gli ebrei in tutto il mondo, molti altri osservatori ebrei credono che questa sia solo una facciata. “Il razzismo e l’antisemitismo dilagano in tutto il mondo”, ha affermato Bennett, “questo ci ricorda che Israele è la casa di tutti gli ebrei”.

Parlando con lo scrittore e giornalista israeliano Yossi Melman, già  corrispondente di intelligence e affari strategici per Haaretz, egli mi ha riferito che quando Bennett incoraggia l’immigrazione ebraica in Israele “sta mantenendo le sue promesse”. Nel frattempo, il famoso giornalista israeliano Gideon Levy mi ha detto che Bennett incoraggia l’immigrazione ebraica “per bilanciare la crescita naturale palestinese”.

Sicuramente, questo è uno degli obiettivi più sporchi dell’immigrazione ebraica nello Stato di occupazione di Israele, per diverse ragioni. Il primo è che le autorità israeliane e le agenzie ebraiche stanno lavorando per rendere la popolazione ebraica in Israele più numerosa della popolazione araba al fine di mantenere una maggioranza ebraica. Pertanto, gli arabi continueranno ad essere soggiogati a un’agenda ebraica, che è sempre contro i loro interessi, nonostante loro siano i veri proprietari della terra.

Per fare ciò, le autorità israeliane adottano anche una politica discriminatoria nei confronti dell’espansione della popolazione araba, comprese le restrizioni alla costruzione di nuove case, il trattamento degli arabi come cittadini di seconda classe, l’allentamento delle condizioni di vita quotidiana per gli ebrei, mentre si rende tutto difficile agli arabi , spingendoli fuori dai loro villaggi e quartieri per costruire comunità ebraiche.

I nuovi immigrati ebrei vengono reinsediati nei Territori palestinesi occupati della Cisgiordania e di Gerusalemme, così come nei territori siriani occupati delle alture del Golan. Solo pochi giorni fa, Bennett ha annunciato un importante piano per sviluppare gli insediamenti ebraici nelle alture del Golan occupate e ha affermato che il suo governo sta pianificando di stabilirvi 250 mila coloni ebrei.

In aggiunta a ciò, Liran Friedmann, un giornalista ebreo che scrive per Ynet News, ha affermato che il piano di Bennett di incoraggiare l’immigrazione di 500 mila ebrei in Israele dagli Stati Uniti, dal Sud America e dalla Francia è una forma di discriminazione contro il popolo ebraico dell’Europa orientale, i cui immigrati hanno, secondo lui, contribuito alla prosperità di Israele.

Riferendosi alla richiesta di Bennett agli ebrei degli Stati Uniti, del Sud America e della Francia di emigrare in Israele, Friedmann ha aggiunto: “Questo non è tanto un appello per questi ebrei a farsi avanti, è più un grido di aiuto per salvare il paese dall’’attacco’ di Aliyah (immigrazione ebraica in Israele) dall’Europa orientale”.

Secondo Friedmann, Bennett crede che solo gli immigrati ebrei dagli Stati Uniti, dal Sud America e dalla Francia siano genuinamente e legittimamente ebrei. Egli ha osservato che Bennett ha chiaramente spiegato questo quando ha detto: “L’immigrazione non solo ci rafforza come paese, ma mantiene anche la nostra continua esistenza come ebrei di fronte alla crescente assimilazione, specialmente negli Stati Uniti. Questa è una tendenza che dovrebbe preoccupare ognuno di noi, indipendentemente dall’appartenenza religiosa”.

Per Friedmann: “Israele, nonostante affermi di essere la patria di tutti gli ebrei, continua ancora a dimostrare la sua mentalità razzista e segregazionista nei confronti della diaspora dell’Europa dell’Est. Quelle 20 mila persone che immigrano in Israele dall’Europa dell’Est ogni anno sono fortunate se lo Stato gli concede anche il privilegio di definirsi ebrei”.

Il giornalista ebreo Oren Ziv me lo ha ribadito direttamente: “C’è molto razzismo contro gli immigrati ebrei dall’Europa orientale e da molti paesi come l’Etiopia e l’India. Sono di gruppi diversi. Queste persone possono immigrare in Israele e ottenere passaporti israeliani, ma devono ancora affrontare molti problemi sociali e il razzismo. Il sistema di immigrazione ebraico in Israele è razzista in quanto preferisce gli immigrati bianchi ashkenaziti agli altri”.

Dando ulteriori spiegazioni sul razzismo israeliano e sulla sua relazione con l’immigrazione ebraica menzionata da Bennett, Friedman ha aggiunto: “È difficile essere orgogliosi di così tanti immigrati da Mosca, Tashkent o Minsk, che hanno fatto tanto per lo stato ma non sono così cool e alla moda come i loro coetanei ebrei di Parigi o New York”.

Un altro problema, secondo Ziv, è che la ricchezza e la povertà giocano un ruolo importante nel tema dell’immigrazione ebraica in Israele: “Gli immigrati ebrei dagli Stati Uniti, dal Sud America e dalla Francia sono più benestanti di quelli dell’Europa orientale e dell’Etiopia, che sono poveri. “L’idea dell’occupazione sionista della Palestina, che si basa principalmente sui pretesi insegnamenti dell’ebraismo, è costruita sulla base dell’oppressione e del razzismo, non solo contro i palestinesi che sono i proprietari della terra, ma anche contro gli ebrei che vengono usati come carburante per questo opprimente progetto sionista.

Traduzione per InfoPal di Stefano Di Felice

 

Quds Press e Wafa. Il 29 ottobre di ogni anno, i palestinesi commemorano il 65° anniversario del massacro avvenuto nella città di Kafr Qasim, nell’area del Triangolo meridionale (parte della Palestina centrale, occupata nel ‘48), in cui vennero uccisi 49 cittadini palestinesi.

Gli eventi della strage.

Il 29 ottobre 1956, l’occupazione israeliana commise un orribile massacro a sangue freddo nel villaggio di Kafr Qasim, occupato già dal 1948, uccidendo 49 cittadini palestinesi con il pretesto di aver violato il coprifuoco.

All’epoca, l’occupazione distribuì le sue forze nei villaggi palestinesi del Triangolo (tra cui Kafr Qasim, Kafr Bara, Al-Tira, Jaljulia, Al-Taybeh e Qalansawa), e fu guidata dal maggiore Shmuel Melinki, che riceveva ordini direttamente dal comandante del battaglione dell’esercito al confine, il tenente colonnello Issachar.

Un gruppo di soldati si diresse verso la città di Kafr Qasim e fu diviso in quattro gruppi. Uno di loro rimase all’ingresso ovest della città e il loro comandante chiese all’ufficiale Yehuda Zschensky di informare il “mukhtar” della città, Wadih Ahmed Sarsour, della decisione presa sul coprifuoco e di informare i residenti.

Sarsour informò l’ufficiale Zschensky della presenza di 400 persone al lavoro al di fuori del villaggio, le quali non avevano ancora fatto ritorno verso casa. L’ufficiale gli promise che sarebbero entrati nel villaggio senza alcun problema e che nessuno avrebbe fatto loro del male.

Ma non andò così. Quella sera fu l’inizio della tragica storia di Kafr Qasim, e del popolo palestinese in generale. Alle 17 in punto, il rumore dei proiettili si propagò con un forte boato all’interno del villaggio, gettando nel panico i residenti. I soldati dell’occupazione avevano sparato su di un gruppo di persone che tornavano dal lavoro nei campi, fuori dalla città. Uccisero 49 persone, e ne ferirono gravemente a decine, con il solo pretesto di aver violare il coprifuoco di cui ancora, le vittime, non erano a conoscenza.

Tra i martiri del massacro di Kafr Qassem ci furono uomini anziani, ventitré bambini di età compresa tra gli 8 e 17 anni e tredici donne. La popolazione di Kafr Qasim a quel tempo non superava i 2000 abitanti. Solo all’ingresso ovest della città, 43 persone sono state uccise.

Il massacro porta i nomi di un certo numero di soldati israeliani, tra cui l’ufficiale Issachar Shedami, che convocò Shmuel Melinki, lo informò della decisione e gli assegnò il compito di sorvegliare i confini e di imporre il coprifuoco nei villaggi, tra cui a Kafr Qasim, e quindi di fatto diede le istruzioni per commettere il massacro.

Nascondere il crimine.

Il governo israeliano, guidato da David Ben-Gurion, cercò inizialmente di nascondere la verità sul massacro di Kafr Qasem, dato che la prima notizia a riguardo fu pubblicata sui giornali soltanto una settimana dopo l’accaduto. Il 6 novembre 1956 il governo ne occultò i particolari e impedì poi l’accesso ai dati all’opinione pubblica, fino al 17 dicembre 1956.

Tuttavia, due rappresentanti del Knesset, il parlamento israeliano, di nome Tawfiq Toby e Mayer Fellner, scoprirono le circostanze dell’incidente dopo essere entrati nella città di Kafr Qasim per indagare sui fatti, chiedendo direttamente ai testimoni e ai feriti. Prepararono le documentazioni da presentare al Knesset e inviarono i documenti relativi all’incidente ai media, alle ambasciate straniere e a tutti i membri del Parlamento.

I loro sforzi costrinsero il governo a formare un comitato per l’accertamento dei fatti e ad avviare un’indagine che portò al processo di coloro che Tel Aviv considerava direttamente responsabili del massacro. A loro carico si svolse un processo finto, in cui l’ufficiale, Shmuel Melinki, fu condannato a 17 anni di reclusione, Gabriel Dahan e Shalom Ofer a 15 anni di reclusione, e gli altri soldati a 8 anni.

Il comandante della guardia di frontiera, il colonnello Shadami, colui che diede l’ordine di uccidere, fu assolto e non pagò un solo centesimo per ciò che aveva commesso. In un’intervista al quotidiano israeliano Haaretz, affermò di essersi attenuto ad “ordini superiori” quando impose ai suoi soldati di uccidere i civili, dicendo: “Prendeteli”.

Dopo il ricorso in appello, le condanne furono riesaminate e diminuite a 14 anni per Melinke, 10 anni per Dahan e a 9 anni per Ofer. Successivamente, gli anni di pena furono nuovamente diminuiti, in via definitiva, in seguito all’intervento del capo dello Stato che ridusse a soli cinque anni per Melinki, Ofer e Dahan. L’ultimo di loro venne rilasciato all’inizio del 1960.

I ricercatori di Storia palestinese affermano che il massacro di Kafr Qasim fu compiuto come parte di un piano volto a deportare i palestinesi dal “triangolo di confine” (luogo di confine tra Palestina del 1948 e la Cisgiordania che allora faceva parte della Giordania) in cui si trova Kafr Qasim, intimidendo i suoi residenti come con il massacro di Deir Yassin ed altre stragi.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio

InfoPal. Di Angela Lano. Dal 21 al 26 ottobre, l’Abspp odv ha portato tra i campi profughi del Libano travolto dalla crisi, aiuti e assistenza umanitaria a migliaia di persone e famiglie in gravi difficoltà economiche. E’ la missione internazionale “Lealtà e Fratellanza”. Ne abbiamo parlato con il responsabile nazionale, l’arch. Mohammad Hannoun.

Ci può spiegare le finalità della missione umanitaria in Libano?

La nostra missione nei campi profughi in Libano ha come obiettivo rispondere alle esigenze dei rifugiati palestinesi che stanno affrontando condizioni economiche drammatiche, causate dalla crisi dell’epidemia di Covid-19, ma anche da situazioni politiche problematiche a seguito dell’esplosione al porto di Beirut, ad agosto del 2020. La crisi interna libanese ha influenzato l’economia, provocando un’inflazione altissima che ha fatto precipitare la già difficile situazione dei profughi. Se a questo si aggiunge il fatto che l’UNRWA ha tagliato i fondi loro destinati, si può comprendere quali effetti devastanti si hanno sulla sanità, sui medicinali, sulla scuola, sulla vita stessa di migliaia e migliaia di esseri umani.

C’è una sorta di doppio standard, in Libano: al cittadino libanese viene garantita la sanità pubblica, mentre il profugo che vive da 73 anni nel Paese non può usufruire di nulla e viene abbandonato a se stesso.

Per tutti questi motivi abbiamo voluto dare ai profughi in Libano un messaggio di solidarietà da tutta l’Europa, chiamando la missione “Fedeltà e fratellanza”. Vi hanno partecipato organizzazioni umanitarie palestinesi da varie parti dell’Europa – Italia, Olanda, Germania, Austria, Svezia, Danimarca, Belgio.

Abbiamo voluto sostenere alcune componenti e determinati settori sociali già in difficoltà: 1) la famiglia. Abbiamo distribuito 3000 pacchi viveri a tutti i profughi palestinesi e siriani (alcuni campi sono prevalentemente palestinesi). 2) La sanità. Attraverso giornate aperte a tutti i profughi, abbiamo garantito visite mediche specialistiche gratuite, con distribuzione di medicinali. In ogni campo profughi abbiamo chiamato 4-5 medici specialisti, a seconda delle necessità evidenziata dai comitati locali. In ogni ambulatorio sono state accolte centinaia di persone – tra i quali bambini e anziani. 3) La scuola. Abbiamo destinato cartelle scolastiche a centinaia di alunni, che sono state distribuite nelle scuole dell’UNRWA (per dare un messaggio di collaborazione – lavoriamo con tutte le realtà). Abbiamo visto la gioia sia degli alunni sia degli insegnanti ed è stato molto bello. 4) Visite domiciliari con l’obiettivo di portare la nostra solidarietà e di testimoniare in Italia, in Europa, la loro sofferenza. Tante famiglie sono in situazioni molto difficili – con malattie gravi, disabilità, ecc. -, per questo siamo andati a casa loro per dare un messaggio di fratellanza. Siamo stati accolti molto bene. Abbiamo portato regali, pacchi viveri, buste con denaro per rispondere alle loro esigenze. 5) Progetto energetico in sviluppo. I campi profughi soffrono gravemente di mancanza o carenza elettrica. Abbiamo lanciato il “Progetto illuminazione” attraverso l’installazione di pannelli solari in tutti i campi profughi: ne servono 400 per i luoghi pubblici, le strade, i vicoli, ecc. Vogliamo illuminare scuole, ambulatori, luoghi di culto e di ritrovo pubblico. Abbiamo già installato decine di unità e i lavori sono in corso.

I prodotti, gli aiuti che offrite li portate dall’Europa o li comprate sul posto, favorendo l’economia locale?

In tutte le nostre missioni, noi compriamo sul posto i prodotti che servono, per sostenere l’economia locale. E’ un progetto nel progetto: aiutiamo i profughi nei campi e, acquistando le merci localmente, supportiamo le piccole attività commerciali.

Quali sono gli obiettivi generali delle vostre missioni umanitarie?

La nostra delegazione si pone diversi obiettivi: 1) portare direttamente gli aiuti, 2) essere testimone delle condizioni di vita dei profughi, invitando anche politici italiani, europei – a questa missione ha partecipato, ad esempio, Alessandro Di Battista, che ha potuto constatare come nel XXI secolo ci siano ancora popolazioni lasciate a vivere in condizioni disumane. La nostra missione vuole, tra le altre cose, rendere note la situazione dei profughi al fine di migliorarne le condizioni di vita. 3) Prima di distribuire gli aiuti, trasmettiamo il messaggio di sostegno, che è forse più importante della cartella o dei pacchi viveri: la solidarietà degli italiani, degli europei che hanno contribuito alla missione. Raccontiamo ai profughi che portiamo i saluti e la vicinanza degli italiani e degli altri popoli che rappresentiamo nella delegazione, e spieghiamo loro che se anche non possiamo rispondere a tutte le loro esigenze e richieste, quel poco che abbiamo potuto raccogliere e distribuire fa parte del nostro continuo lavoro di sostegno. Diamo loro il messaggio che non ci fermeremo mai nel sostenere le loro famiglie in difficoltà. Comunichiamo loro la solidarietà dei palestinesi e dei musulmani europei.

Da dove provengono i fondi per le vostre missioni?

Per finanziare le nostre missioni lanciamo campagne di raccolta fondi sui social e sul nostro sito, facciamo cene di beneficienza. Ci hanno risposto sia tantissimi cittadini sia politici italiani che hanno dato il proprio contributo personale. Non abbiamo ricevuto soldi né da istituzioni italiane né estere. A questa missione in Libano hanno contribuito economicamente anche alcuni parlamentari, a titolo personale e non di partito.

Il prossimo appuntamento?

La prossima missione Abspp odv dovrebbe partire il 5 gennaio prossimo: si tratta di “Inverno più caldo”.

Altre info:

Continua la missione umanitaria dell’Abspp in Libano

Missione umanitaria “Lealtà e fratellanza” in Libano

https://www.facebook.com/1146443249/videos/621922898836608/

Gerico – MEMO. Uno dei più grandi mosaici al mondo è stato reso pubblico dopo essere passato attraverso un lavoro di restauro pluriennale da 12 milioni di dollari, presso il palazzo di Hisham a Gerico, nella Cisgiordania occupata, secondo quanto riportato da Reuters.

Domenica, il ministero palestinese del Turismo e delle antichità ha inaugurato il mosaico dell’era omayyade, composto da un totale di 38 pannelli simili a tappeti che coprono 827 metri quadrati.

President Mahmoud Abbas & Minister of Tourism inaugurated the mosaic covering project in Hisham’s Palace in Jericho which is considered the most unique projects in the world cultural heritage. The mosaic is the largest worldwide (continuous area of ​827 SQM) & 38 mosaic carpets. pic.twitter.com/sPQSjH6DXI

— Vera Baboun (@VeraBaboun) October 23, 2021

Sono state costruite piattaforme sopraelevate per garantire che i visitatori possano visitare l’opera d’arte senza calpestarla.

Il palazzo di Hisham/Khirbet al-Mafjar è uno dei più significativi siti islamici in Palestina. Fu costruito tra il 724 e il 743 d.C., durante il periodo omayyade, la prima dinastia islamica. Fa parte del patrimonio mondiale dell’UNESCO, sul cui sito si legge: “Il palazzo di Hisham/Khirbet al-Mafjar è uno dei simboli più significativi e di valore universale eccezionale appartenenti all’antico patrimonio culturale islamico in Palestina ed in tutto il mondo. Il palazzo è preservato in modo eccellente ed è composto da una spettacolare architettura secolare e arti decorative, inclusi pavimenti a mosaico, stucchi, sculture, affreschi e pietre scolpite”.

Hebron/al-Khalil – PIC. La stampa israeliana ha affermato che decine di migliaia di coloni estremisti hanno intenzione di invadere la città di Hebron/al-Khalil e la moschea di Ibrahimi, questo sabato, per celebrare un’occasione religiosa che chiamano Hayye Sarah (vita di Sarah).

Secondo i siti web ebraici, gli inviti diffusi dai gruppi di coloni sui social media hanno esortato i loro seguaci a marciare in massa verso città di Hebron/al-Khalil e fare donazioni per aiutare a organizzare l’evento.

I coloni hanno annunciato l’intenzione di schierare tende nella città, e all’interno ed intorno alla moschea Ibrahimi durante l’evento.

Nel frattempo, le autorità d’occupazione israeliane intendono intensificare le loro misure di sicurezza e militari a Hebron/al-Khalil e bloccare molte delle strade, per garantire le celebrazioni ebraiche ed impedire ai fedeli musulmani di entrare nella moschea di Ibrahimi, sabato.

Washington – MEMO. Mercoledì, un funzionario statunitense del Dipartimento di Stato ha dichiarato che Washington avrebbe bisogno dell’approvazione di Israele prima di riaprire il consolato per i palestinesi nella Gerusalemme Est occupata.

Brian McKeon, vice-segretario di Stato per la gestione e le risorse, ha fatto l’annuncio durante un incontro davanti alla commissione per le relazioni estere del Senato, quando gli è stato chiesto dal senatore repubblicano Bill Hagerty quali erano le prospettive di riapertura del consolato.

“Voglio solo confermare una cosa, a verbale: è di sua comprensione che in base al diritto statunitense ed internazionale, il governo di Israele dovrebbe fornire il suo consenso affermativo prima che gli Stati Uniti possano aprire o riaprire il consolato statunitense per i palestinesi a Gerusalemme?”, ha chiesto Hagerty al funzionario.

“Oppure l’amministrazione Biden crede di poter andare avanti e stabilire una seconda missione statunitense nella capitale israeliana di Gerusalemme senza il consenso del governo in Israele?”

A questa domanda, McKeon ha risposto: “Mi risulta che avremmo bisogno del consenso del governo ospitante per aprire qualsiasi struttura diplomatica”.

Martedì, Hagerty, insieme ad altri 34 repubblicani, ha introdotto il 1995 Jerusalem Embassy Law Act del 2021, chiedendo all’amministrazione Biden di sostenere l’atto del 1995 e di non riaprire il consolato degli Stati Uniti ai palestinesi in seguito alla fusione con l’ambasciata degli Stati Uniti in Israele, che è stata trasferita a Gerusalemme nel 2018 dall’ex-presidente Donald Trump, capovolgendo una politica statunitense sullo status di Gerusalemme, e riconoscendo la città come capitale indivisa di Israele.

Domenica, il vice-ministro degli Esteri israeliano ha affermato che i piani dell’amministrazione Biden per riaprire la missione diplomatica potrebbero essere messi da parte dopo che il governo israeliano ha espresso la sua opposizione alla potenziale mossa.

“Credo di avere buone ragioni per pensare che ciò non accadrà”, ha dichiarato Idan Roll alla TV israeliana Ynet.

“Gli statunitensi capiscono la complessità politica”, ha aggiunto. “Abbiamo ottimi rapporti […].”

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Cisgiordania – MEMO. La Compagnia elettrica israeliana (IEC) taglierà la fornitura di energia elettrica a diverse parti della Cisgiordania occupata, come risposta ai debiti dell’Autorità Palestinese (ANP), secondo quanto riportato mercoledì dai media locali.

Secondo l’emittente pubblica israeliana Kan, la compagnia ha affermato che l’azione viene intrapresa a causa del debito di 500 milioni di shekel (157 milioni di dollari) dell’Autorità Palestinese. L’ANP è stata informata della decisione, secondo quanto riferito dall’emittente.

Non è la prima volta che la fornitura di energia elettrica viene interrotta nella Cisgiordania occupata. Nel dicembre del 2019, l’IEC aveva messo in atto interruzioni di corrente giornaliere che duravano tre ore, interrompendo la fornitura a diverse città palestinesi. Secondo Reuters, i tagli servivano a fare pressione per il pagamento dei 519 milioni di dollari dovuti dalla Compagnia elettrica palestinese.

I tagli sono durati poco più di un mese, fino a quando la Jerusalem District Electricity Company (JDECO), gestita dai palestinesi, che acquista elettricità dall’IEC e poi la vende a clienti in Cisgiordania, ha firmato un contratto di prestito con diverse banche palestinesi per saldare i debiti.

I palestinesi in Cisgiordania fanno affidamento sull’IEC per oltre il 95% della loro fornitura di elettricità.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

PIC. L’attivista palestinese Khadija Khuwais è stata violentemente attaccata e picchiata dalle guardie di sicurezza israeliane di stanza all’ingresso dell’ospedale Kaplan.

Khuwais stava cercando di visitare il prigioniero Miqdad Al-Qawasmeh, detenuto nell’ospedale israeliano a causa delle sue condizioni di salute in peggioramento, mentre continua lo sciopero della fame per il centesimo giorno.

Khuwais ha detto che la guardia di sicurezza ha deliberatamente abbattuto la barriera di ferro sulla sua testa, ferendola alla testa, alla fronte e al naso.

Attivisti e istituzioni palestinesi hanno in precedenza chiesto di intensificare le visite di solidarietà ai prigionieri palestinesi che intraprendono uno sciopero della fame per protestare contro la loro detenzione amministrativa illegale.

Muthanna al-Qawasmi ha affermato che suo fratello Miqdad soffre di avvelenamento del sangue e di pesanti condizioni di salute e rischia la morte in qualsiasi momento.

Jenin-PIC. Un giovane lavoratore palestinese è stato ferito mercoledì sera dalle forze di occupazione israeliane (IOF) che gli hanno sparato vicino a un muro di separazione a ovest di Jenin, a nord della Cisgiordania.

Secondo fonti locali, Muhanad Hushiya ha subito una ferita da proiettile alla spalla vicino alla città di Yamun al suo ritorno dal suo posto di lavoro nella Palestina occupata del 1948 (Israele).

Secondo quanto riferito, l’operaio ferito è stato trasferito all’ospedale di Jenin per assistenza medica.

I lavoratori della Cisgiordania sono sempre esposti a sparatorie, detenzione e diversi attacchi durante i loro tentativi di raggiungere i luoghi di lavoro all’interno di Israele o di tornare alle loro case.

Secondo il gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem, migliaia di palestinesi dalla Cisgiordania entrano in Israele ogni giorno per lavoro, ma circa un terzo non ha altra scelta che rischiare di entrare senza permesso.

“Sono presi tra l’incudine e il martello: da un lato, Israele rilascia permessi con parsimonia, sulla base di criteri scelti arbitrariamente. Dall’altro, impedisce lo sviluppo di un’economia palestinese indipendente limitando le importazioni, le esportazioni, lo sviluppo industriale e il movimento, e impadronendosi delle riserve di terra e di altre risorse. Questo lascia i palestinesi senza possibilità di guadagnarsi da vivere in Cisgiordania”, ha detto B’Tselem.

Gerusalemme occupata/al-Quds – PIC e Quds Press. Il prigioniero palestinese Miqdad al-Qawasmi, che da 98 giorni rifiuta cibo e bevande, potrebbe morire in qualsiasi momento, secondo quanto affermato dalla sua famiglia.

Muthanna al-Qawasmi, fratello di Miqdad, ha dichiaraato che quest’ultimo versa in gravi condizioni di salute e rischia di morire da un momento all’altro.

Muthanna ha aggiunto che, secondo i medici, Miqdad non sopravviverà.

“Non aspetteremo la morte di Miqdad. Invitiamo la resistenza palestinese, le forze nazionali, le istituzioni internazionali e tutti i segmenti del nostro popolo palestinese a salvare la vita di Miqdad”.

A questo proposito, Hassan Yousef, uno dei leader di Hamas e parlamentare, ha invitato il popolo palestinese a non restare passivo davanti alle violazioni israeliane contro i prigionieri palestinesi in sciopero della fame.

“Chiedo una vera rivolta in tutti i Territori occupati, con tutti i mezzi possibili, per salvare i nostri prigionieri ed i luoghi santi”, ha detto.

Ha anche invitato i media a fare più luce sulla difficile situazione dei prigionieri palestinesi, in particolare di quelli in sciopero della fame.

“La questione dei prigionieri è una causa nazionale ed umanitaria, e tutti dovrebbero agire e difendere coloro che hanno sacrificato la loro vita per il bene della causa palestinese”, ha aggiunto.

Sei prigionieri hanno intrapreso uno sciopero della fame a oltranza per protestare contro gli ordini di “detenzione amministrativa”, una politica israeliana che consente di incarcerare i palestinesi a tempo indeterminato sulla base di “informazioni segrete”, senza accuse formali o processo.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Nablus – MEMO e Wafa. Martedì, i coloni israeliani hanno attaccato alcuni funzionari del Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR) nella cittadina di Burin, a sud di Nablus, nella Cisgiordania occupata.

Secondo Ghassan Daghlas, che monitora le attività delle colonie israeliane in quell’area, gli israeliani hanno usato spray al peperoncino per attaccare il personale della Croce Rossa in visita al villaggio, provocando dolorose ustioni al viso e alle mani di tre membri dello staff.

L’aggressione è avvenuta mentre il personale del CICR stava conducendo una visita sul campo con gli agricoltori palestinesi per controllare gli attacchi dei coloni contro i palestinesi che raccolgono le loro olive.

Burin ed altri villaggi vicini nel sud di Nablus sono da molto presi di mira dagli ebrei che vivono nelle colonie e negli avamposti della zona.

Durante tutta la stagione della raccolta, il CICR sostiene gli agricoltori palestinesi i cui uliveti si trovano vicino alla barriera della Cisgiordania, o vicino a colonie e avamposti, per aiutarli a raggiungere la loro terra in sicurezza e in tempo.

A seguito dell’assalto, il CICR ha rilasciato una dichiarazione in cui condanna gli attacchi dei coloni israeliani in Cisgiordania.

“Il personale del CICR è stato attaccato con spray al peperoncino dai coloni israeliani durante una visita congiunta sul campo con agricoltori palestinesi e funzionari dell’IDF, nell’area della cittadina di Burin, a sud di Nablus. Funzionari dell’IDF presenti sul campo hanno scortato il personale del CICR alla loro base militare, dove hanno fornito i primi soccorsi”, afferma la nota.

“Questa non è la prima volta che il personale del CICR viene attaccato mentre svolge il suo lavoro in Cisgiordania”, ha aggiunto l’agenzia umanitaria.

In generale, i cittadini della Cisgiordania sono esposti a frequenti attacchi dei coloni, che includono atti di violenza fisica, vandalismo e distruzione di terreni agricoli palestinesi.

Circa 650 mila israeliani vivono illegalmente nella Cisgiordania occupata, sparsi in 164 colonie e 124 avamposti.

Valle del Giordano – MEMO, PIC e Quds Press. Mercoledì, le forze d’occupazione israeliane hanno invaso il villaggio palestinese di Khirbet Humsa al-Fawqa, nella Valle del Giordano settentrionale, e hanno sequestrato attrezzature agricole e tende.

Secondo fonti locali, un gruppo numeroso di soldati ha invaso il borgo e sequestrato attrezzature e tende utilizzate per l’allevamento del bestiame. Hanno caricato tutto su un camion prima di lasciare la zona.

Le attrezzature e le tende sequestrate appartenevano a diversi residenti locali della famiglia di Abul-Kibash.

Le forze d’occupazione hanno anche sequestrato i cellulari dei residenti.

La Valle del Giordano e il Mar Morto settentrionale costituiscono quasi il 30% della Cisgiordania occupata. Quasi il 90% di questa regione è stata designata Area C, ossia una parte della Cisgiordania che rimane sotto il pieno controllo militare e civile israeliano.

L’anno scorso, Israele aveva pianificato di annettere l’area, in una mossa che è stata poi rinviata dall’allora primo ministro Benjamin Netanyahu.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Gaza – PIC. Mercoledì mattina, le forze navali israeliane hanno attaccato un peschereccio e ne hanno rubati altri due, mentre si trovavano al largo della costa dell’area di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza.

Il capo del sindacato dei pescatori, Nizar Ayyash, ha affermato che le forze navali a bordo di navi da pesca hanno sequestrato due barche utilizzate dai pescatori per la navigazione e l’illuminazione notturna, e hanno fatto assaltato un’altra imbarcazione, senza confiscarla.

Circa due settimane fa, la marina israeliana aveva confiscato dalle acque meridionali di Gaza un peschereccio utilizzato per gli stessi scopi.

MEMO. Con il serbatoio della sua moto quasi vuoto. Ahmad aveva a malapena carburante sufficiente per fare un’altra consegna e tornare a casa per la notte. Quando il telefono del 24enne siriano ha squillato per un altro ordine di cibo in un sobborgo lontano della capitale libanese, Beirut, il suo cuore è sprofondato.

Ahmad non poteva permettersi di perdere il lavoro che aveva trovato tramite la App di consegna locale, Toters – un’ancora di salvezza precaria, mentre il tracollo economico del Libano sta distruggendo migliaia di posti di lavoro e fa sprofondare i tre quarti della popolazione nella povertà, riferisce Reuters.

“Se non lavoro, non mangio”, dice Ahmad che, come molti altri lavoratori, chiede di essere citato solo col proprio nome, senza cognome.

Il lavoro di consegne freelance da piattaforme basate su App è esploso in tutto il mondo poiché i blocchi e le chiusure dovuti al COVID-19 hanno costretto le persone a stare in casa, provocando richieste di salari e condizioni migliori da parte dei lavoratori di tutto il mondo, da New York e Amsterdam a Johannesburg.

In Libano, 8 rider delle principali App di consegne, Toters e l’indiana Zomato Ltd., hanno dichiarato alla Thomson Reuters Foundation che stavano lottando per poter sbarcare il lunario a causa delle tensioni dovute agli ulteriori razionamenti di carburante, alle code ai distributori di benzina, alle interruzioni della corrente e all’aumento dei prezzi.

Nonostante questo tipo di lavoro venga pubblicizzato come flessibile, i rider hanno dichiarato di aver trovato il loro lavoro stressante e con situazioni di sfruttamento, in quanto mancano tutte le tutele che si trovano invece in un tipo di lavoro più normale.

Il ministro del Lavoro libanese non ha risposto a una richiesta di intervista e Zomato ha rifiutato qualsiasi commento.

Il co-fondatore e responsabile operativo di Toters, Nael Halwani, ha difeso il modello dell’azienda, affermando che consente agli “acquirenti” di rifiutare gli ordini nel modo che preferiscono.

Ma Ahmad ha ribadito che i suoi responsabili di Toters si sono rifiutati di riassegnare il suo ordine notturno, a circa 10 km di distanza dalla capitale.

Dopo aver travasato benzina dalla moto di un suo amico, per poter effettuare la consegna, un’interruzione di corrente ha lasciato Ahmad bloccato nell’ascensore del condominio per 30 minuti, prima che potesse finalmente tornare a casa.

“Ricordi com’era in passato quando tutti avevano degli schiavi? Ecco com’è questo lavoro”, aggiunge Ahmad.

Tempo e mance persi.

Due autisti di Toters hanno condiviso un elenco delle norme di lavoro, ricevute a settembre, sul quale era indicato che “un autista non può rifiutare un ordine per nessun motivo”.

Le norme dicevano, inoltre, che i conducenti che avessero rifiutato gli ordini troppo spesso o che non avessero indossato l’uniforme, avrebbero visto bloccati i loro pagamenti temporaneamente.

Halwani ha detto che gli autisti avrebbero la “libertà” di rifiutare gli ordini o andare offline quando desiderano, ma ha dovuto riconoscere che i supervisori di medio livello potrebbero invece aver comunicato loro queste istruzioni.

Halwani ha aggiunto che Toters ha aumentato le tariffe degli autisti al di sopra di quelle pagate dai concorrenti, proprio tenendo conto dell’aumento dei prezzi, oltre ai soliti fattori di disponibilità dei conducenti e del volume degli ordini.

Un autista che lavori “oltre otto ore al giorno per cinque o sei giorni alla settimana” potrebbe portare a casa 4 milioni di sterline libanesi al mese, ha precisato.

Questo sarebbe stato uno stipendio competitivo di poco meno di 3.000 dollari a metà del 2019, ma la drammatica svalutazione della sterlina significa che vale soltanto 200 dollari al valore di mercato attuale.

Gli autisti di Toters hanno confermato anche di dover trascorrere troppo tempo presso le stazioni di servizio per accumulare abbastanza consegne – o di essere stati costretti a rimanere senza lavoro, a casa, per colpa del serbatoio vuoto.

“Scendevo alla stazione alle 6 del mattino e finivo alle 12 e 30”, racconta Muhammad, un autista di Toters di 31 anni. “E continuavo a pensare che avrei potuto consegnare tre ordini in quel lasso di tempo”.

A causa dell’iperinflazione che fa aumentare i prezzi del carburante e gli altri costi quotidiani, i conducenti affermano che le percentuali di compensazione sono via via diminuite sempre più.

Un autista ha dichiarato di essere stato obbligato a tornare a vivere coi suoi genitori perché non poteva più permettersi di pagare l’affitto, mentre Hammoudi, un autista libanese di 24 anni che lavora per Zomato, ha il desiderio di poter emigrare.

“Il mio salario mensile ammonta a circa 3 milioni di sterline libanesi, ma dipende se ho ricevuto o meno buone mance”, ha detto Hammoudi. “Sento che non c’è più posto per me qui”.

Esclusi dalla contrattazione.

Secondo il diritto del lavoro libanese, gli autisti addetti alle consegne tramite App sono considerati “appaltatori indipendenti”, il ché significa che non hanno copertura previdenziale o sanitaria e possono essere licenziati in qualsiasi momento.

Il Libano non è firmatario della Convenzione 87 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, che sancisce il diritto dei lavoratori di creare o aderire a organizzazioni sindacali.

Consente la contrattazione collettiva, ma i conducenti di Zomato e Toters hanno rivelato che, nel momento in cui hanno chiesto migliori condizioni salariali e di lavoro, i dirigenti hanno detto loro che potevano essere facilmente sostituiti.

Quando alcuni autisti di Toters hanno costituito dei gruppi su WhatsApp e aperto pagine Instagram per condividere le rimostranze e lanciare la possibilità di azioni di sciopero, i capi dell’azienda hanno chiuso i loro account della App, impedendo loro di lavorare, fino a quando non hanno rimosso i post, hanno affermato due autisti.

Halwani ha negato che la società abbia vietato agli addetti alle consegne di organizzarsi.

Un cocktail di crisi.

Gli economisti e gli esperti di lavoro hanno confermato che le tensioni sono una caratteristica delle attività economiche precarie di tutto il mondo, ma in Libano la condizione è stata esacerbata da un cocktail di crisi.

“Questo è il nuovo modo di fare affari – esternalizzando i mezzi di produzione ai lavoratori”, ha affermato Rabih Fakhri, un dottorando presso l’Università canadese di Montreal, impegnato nella ricerca sulla gig economy in Medio Oriente.

“I lavoratori in Libano devono fare i conti non solo con questo, ma anche con fattori di stress sociale, politico ed economico in un paese che sta correndo verso un tracollo finanziario”.

Esiste un ulteriore livello di vulnerabilità per gli autisti siriani in fuga dalla loro vicina patria, devastata dalla guerra, il cui status in Libano impedisce loro di lavorare nella maggior parte delle normali attività.

“L’economia precaria assume quelle persone che altrimenti non riuscirebbero a trovare un impiego normale, ma lascia anche spazio allo sfruttamento”, ha affermato Salim Araji, membro della Commissione Economica e Sociale delle Nazioni Unite per l’Asia occidentale (ESCWA), che promuove lo sviluppo regionale.

Araji ha aggiunto che le compagnie del settore privato dovrebbero pagare meglio i loro addetti precari, mentre il governo dovrebbe regolarizzare il settore per la salvaguardia dei diritti dei lavoratori.

Questi cambiamenti sono urgenti, secondo Abdallah, un autista siriano di Zomato che non ha guadagnato niente da quando ha contratto il COVID-19 l’anno scorso e che si è detto turbato dalla mancanza di supporto da parte dell’azienda in merito a questioni come l’assistenza medica.

“E’ vergognoso, onestamente. Ti senti come se ti considerano una macchina che funziona 12 ore al giorno”, ha detto il 33enne.

“Senti che i tuoi diritti non vengono considerati”.

Traduzione per InfoPal di Aisha T. Bravi

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