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Middle East Monitor. Di Motasem A Dalloul. Dati divulgati recentemente dal ministro dell’immigrazione e dall’Agenzia ebraica mostrano che nel 2021 l’immigrazione ebraica in Israele è aumentata del 31%. Rispetto ai primi nove mesi del 2020 i numeri rivelano un incremento del 41% degli afflussi dagli USA e un aumento del 55% dalla Francia.

Il considerevole aumento di arrivi provenienti da questi Paesi sicuramente non è un caso, ma è dovuto a una strategia premeditata di politiche di immigrazione ebraica gestita dallo Stato sionista in cooperazione con diverse organizzazioni internazionali ebraiche.

L’immigrazione ebraica ha alimentato il progetto sionista in Palestina, costringendo i palestinesi ad abbandonare le proprie case e sostituendoli con gli immigrati ebrei per creare lo Stato ebraico di Israele. Inoltre, questo progetto fondato su pilastri oppressivi è affetto da fattori spregevoli che il primo ministro israeliano Naftali Bennet ha rivelato recentemente.

“Dalla sua fondazione fino ai giorni nostri l’immigrazione ebraica ha plasmato la società israeliana e creato un mosaico unico e diverso da qualsiasi altro posto nel mondo,” ha dichiarato Bennett qualche giorno fa in una conferenza durante la settimana dell‘immigrazione e assimilazione. “Il nostro obiettivo è di portare 500.000 immigrati dalle grandi comunità negli USA, in Sudamerica e Francia,” ha affermato.

Anche se Bennett sostiene che la motivazione alla base di questo obiettivo sia stato l’aumento di “razzismo e antisemitismo” contro gli ebrei ovunque nel mondo, molti altri osservatori ebrei credono che questa sia solo una scusa. “Razzismo e antisemitismo dilagano in tutto il globo,” egli sostiene, “questo ci ricorda che Israele è la casa di tutti gli ebrei.”

Lo scrittore e giornalista israeliano Yossi Melman che è stato un corrispondente di affari strategici e intelligence di Haaretz [quotidiano israeliano di centro sinistra, ndtr.], afferma che Bennett “sta mantenendo le sue promesse” quando incoraggia l’immigrazione ebraica in Israele. Inoltre il famoso giornalista israeliano Gideon Levy mi dice che Bennett incoraggia tale immigrazione “per compensare la naturale crescita demografica dei palestinesi.”

Sicuramente questo è uno degli obiettivi più spregevoli dell’immigrazione ebraica per lo Stato di occupazione israeliano e per parecchie ragioni. La prima è che le autorità israeliane e le agenzie ebraiche stanno cooperando affinché la popolazione ebraica in Israele superi quella araba per mantenere una maggioranza degli ebrei. Perciò gli arabi continueranno a essere sottomessi a favore del progetto ebraico che va sempre contro i loro interessi nonostante siano i proprietari legali della terra.

Per far ciò le autorità israeliane adottano anche una politica discriminatoria riguardante l’espansione della popolazione araba, come le restrizioni sulle costruzioni di nuove case, trattando gli arabi come cittadini di seconda classe, facilitando invece le condizioni di vita quotidiana agli ebrei e rendendo al contrario tutto difficile per gli arabi, per cacciarli via dai loro villaggi e quartieri a favore delle comunità ebraiche.

I nuovi arrivati ebrei sono trasferiti nei territori palestinesi occupati della Cisgiordania e a Gerusalemme, come anche nei territori siriani occupati delle alture del Golan. Proprio alcuni giorni fa Bennett ha annunciato un grandioso progetto per sviluppare le colonie ebraiche delle alture di Golan occupate e ha detto che il suo governo sta pensando di insediarvi 250.000 coloni ebrei.

 Liran Friedmann, giornalista ebreo che scrive per Ynet News [sito di notizie israeliano in ebraico e in inglese, ndtr.] , ha affermato che, oltre a ciò, il piano di Bennett di incoraggiare 500.000 immigrati ebrei a immigrare in Israele dagli USA, dal Sudamerica e dalla Francia è una forma di discriminazione contro gli ebrei dell’est Europa i cui immigrati hanno, secondo lui, contribuito alla prosperità di Israele.

Riferendosi all’invito a immigrare in Israele rivolto agli ebrei di USA, Sudamerica e Francia, Friedmann si è espresso così: “Questo non è un appello per trasferirsi rivolto a quegli ebrei, ma più che altro un grido di aiuto per salvare il Paese dalla ‘invasione’ della Aliyah (immigrazione ebraica in Israele) proveniente dall’Europa dell’Est.”

Bennett, secondo Friedmann, crede che solo gli ebrei provenienti dagli USA, dal Sudamerica e dalla Francia siano veramente e legittimamente ebrei. Egli fa osservare che Bennett l’ha chiaramente spiegato dicendo: “L’immigrazione non solo ci rafforza come Paese, ma mantiene anche la nostra esistenza continuativa come ebrei di fronte a un’assimilazione crescente, specialmente negli Stati Uniti. Questo è un trend che dovrebbe preoccupare ciascuno di noi, indipendentemente dall’affiliazione religiosa.”

Secondo Friedmann “nonostante affermi di essere la casa di tutti gli ebrei, Israele mantiene ancora una mentalità razzista e segregazionista verso la diaspora che arriva dall’Europa dell’Est. Quei 20.000 che ogni anno migrano in Israele dall’est Europa sono fortunati se lo Stato fa loro la cortesia di chiamarli ebrei.”

Il giornalista ebreo Oren Ziv mi ha chiaramente ripetuto: “C’è molto razzismo contro l’immigrazione dall’est Europa e da molti Paesi come Etiopia e India. Appartengono a gruppi diversi. Queste persone possono immigrare in Israele e ottenere passaporti israeliani, ma si trovano comunque davanti a vari problemi sociali e al razzismo. Il sistema di immigrazione ebraica in Israele è razzista perché privilegia gli immigrati bianchi ashkenaziti rispetto agli altri.”

Spiegando ulteriormente il razzismo israeliano e la sua relazione con l’immigrazione ebraica menzionata da Bennett, Friedman aggiunge: “È difficile essere fieri di così tanti immigrati da Mosca, Tashkent o Minsk, che hanno fatto tanto per lo Stato, ma non sono così cool e alla moda come il loro correligionari di Parigi o New York.”

Un altro problema, secondo Ziv, è che ricchezza e povertà giocano un notevole ruolo: “Coloro che arrivano da USA, dal Sudamerica e dalla Francia sono più ricchi di quelli dell’est Europa e dell’Etiopia, che sono poveri.”

L’idea dell’occupazione sionista in Palestina che è principalmente basata sul presunto insegnamento del giudaismo è costruita sulla base dell’oppressione e del razzismo, non solo contro i palestinesi che sono i proprietari della terra, ma anche contro alcuni ebrei che sono usati per sostenere questo oppressivo progetto sionista.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

Traduzione dall’inglese per Zeitun.info di Mirella Alessio

Betlemme – PIC. Martedì, un gruppo di coloni ha sradicato una serie di alberelli da un uliveto di proprietà palestinese, nel villaggio di al-Masara, a sud-ovest di Betlemme, nella Cisgiordania occupata.

Il funzionario locale Hasan Bureijiya ha affermato che i coloni hanno sradicato 25 alberelli di ulivo nell’area di al-Hariqa vicino al villaggio, aggiungendo che il boschetto appartiene a un residente locale chiamato Mohamed Bureijiya.

L’espropriazione e la violenza che segnano la politica israeliana in Cisgiordania culminano durante la raccolta delle olive, quando i palestinesi hanno bisogno di accedere alla loro terra, secondo quanto affermato dal gruppo per i diritti umani B’Tselem.

Ogni anno, B’Tselem documenta decine di incidenti in cui coloni aggrediscono agricoltori palestinesi, rubano olive e distruggono alberi, attrezzature agricole e strumenti di lavoro.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Ginevra. L’Euro-Mediterranean Human Rights Monitor (Euro-Med) ha condannato l’annuncio di Israele di classificare sei organizzazioni della società civile palestinese come organizzazioni terroristiche, considerandolo come un altro passo nella catena che mina i diritti civili e umani nei Territori palestinesi.

Euro-Med Monitor ha affermato in una nota che la classificazione mira a prevenire la documentazione delle violazioni israeliane e a sostenerne le vittime in assenza di una risposta internazionale.

L’organizzazione per i diritti umani con sede a Ginevra ha dichiarato di considerare con preoccupazione la decisione emessa dal ministro della Difesa israeliano Benny Gantz di dichiarare sei note organizzazioni palestinesi per i diritti umani come “organizzazioni terroristiche” secondo un elenco pubblicato dal ministero della Giustizia israeliano, sostenendo che sono legati al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e al sostegno finanziario dei Paesi europei.

La dichiarazione del ministero della Giustizia israeliano ha utilizzato le informazioni fornite dall’ONG Monitor, nota per le sue posizioni intransigenti nei confronti delle istituzioni palestinesi e per l’incitamento contro di esse.

Le istituzioni elencate nella decisione israeliana sono Addameer for Human Rights, International Movement for Defense of Children – Palestine, Al-Haq, Union of Agricultural Work Committees, Union of Arab Women’s Committees e Bisan Center for Research and Development.

Lo scorso settembre, Euro-Med Monitor ha espresso la sua profonda preoccupazione per l’escalation delle violazioni israeliane contro le organizzazioni e i difensori dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati, in assenza di qualsiasi azione seria da parte della comunità internazionale per affrontare tali violazioni e porre fine alla politica di impunità.

Euro-Med Monitor ha esaminato esempi degli attacchi israeliani ai difensori dei diritti umani nei Territori palestinesi, evidenziando gli effetti pericolosi di questa politica nel limitare il lavoro sui diritti umani e nell’impedire la documentazione, il monitoraggio e la lotta alle violazioni in corso nei Territori occupati.

La nota ha sottolineato che dal settembre 2019 le autorità israeliane hanno impedito all’attivista di Amnesty International, Laith Abu Ziyad, di accompagnare sua madre a Gerusalemme Est, dove sta ricevendo la chemioterapia per il cancro, per “motivi di sicurezza” non dichiarati. Questo divieto è di solito un atto di vendetta per la sua attività nel documentare le violazioni israeliane.

Euro-Med Monitor ha aggiunto che nel novembre 2019 la Corte suprema israeliana ha confermato un’altra decisione arbitraria di espellere Omar Shakir, direttore di Human Rights Watch, nei Territori palestinesi occupati, sulla base di una legge approvata dalle autorità nel 2017 che consente l’espulsione di stranieri che sostengono il boicottaggio di Israele a causa del trattamento disumano riservato ai palestinesi.

La dichiarazione ha evidenziato che nel 2016 Israele ha utilizzato un vecchio regolamento, i Regolamenti di emergenza del 1945, risalente al mandato britannico, per vietare il lavoro di un gran numero di società civili e di beneficenza operanti nei Territori palestinesi occupati, tra cui l’Euro-Med Monitor. Israele usa ampiamente questo regolamento per punire e scoraggiare coloro che criticano e documentano le sue violazioni. Euro-Med Monitor ha sottolineato che il suo presidente, Ramy Abdu, e alcuni dei suoi dipendenti sono costantemente soggetti a molestie israeliane, comprese campagne diffamatorie e restrizioni sul lavoro e sui movimenti, sullo sfondo dell’attività di documentazione delle violazioni israeliane.

L’l’Euro-Med Monitor ha rinnovato il suo appello alla comunità internazionale affinché faccia pressione sulle autorità israeliane perché limitino le loro politiche nel perseguire le voci critiche delle loro pratiche e violazioni nei Territori palestinesi. “La presenza di queste organizzazioni dovrebbe essere autorizzata per garantire il monitoraggio e la documentazione delle violazioni israeliane”, ha affermato.

Euro-Med Monitor ha sottolineato che Israele soffoca da anni il lavoro per i diritti umani e i diritti civili nei Territori palestinesi, compresa l’imposizione di un divieto di viaggio ai difensori dei diritti umani palestinesi, perquisizioni nei loro uffici e arresti, oltre a classificare le ONG come organizzazioni “terroristiche”, a impedirne il lavoro e a ostacolare l’accesso nei Territori palestinesi agli attivisti internazionali per i diritti umani.

Traduzione per InfoPal di L.P.

Palestina – MEMO. I cristiani che vivono nella Palestina occupata sono una comunità con un futuro più vulnerabile di quanto dovrebbe essere, sfidata dalla violenza, dalla migrazione e dalla mancanza di investimenti, secondo quanto rivelato da un nuovo studio. Gli esperti dell’Università di Birmingham hanno lavorato con le controparti della Comunità internazionale del Santo Sepolcro (ICoHS) e hanno pubblicato i loro risultati nel rapporto “Defeating Minority Exclusion and Unlocking Potential: Christianity in the Holy Land“.

I ricercatori hanno scoperto che la comunità cristiana in Israele, Giordania e Palestina offre un ampio contributo alla costruzione della società civile, alle nuove start-up, all’eccellenza nell’istruzione, nella sanità e in altri settori umanitari. Tuttavia, hanno anche riscontrato grandi preoccupazioni sul fatto che, specialmente in Israele, un sistema di visti ingiusto e la mancanza di benefici possano minare il reclutamento ed il mantenimento del clero necessario alle chiese, affinché continuino a costruire le comunità e la vita nella Palestina occupata.

Gli esperti hanno scoperto che i cristiani hanno denunciato maltrattamenti per motivi religiosi e si sentono minacciati da comportamenti abusivi. L’assenza di dati adeguati per il monitoraggio e per affrontare la povertà cristiana sta anche minando la comunità in Israele e smascherando il governo israeliano, che afferma di lavorare per migliorare la questione.

“Il cristianesimo nella Terra Santa è globalmente e diplomaticamente significativo, a causa della sua posizione nel cuore della regione, ma il suo valore economico, sociale e civile per il popolo della Terra Santa è stato enormemente sottovalutato”, ha affermato il professor Francis Davis dell’Università dell’Edward Cadbury Centre, di Birmingham. “Questo contributo è sproporzionato rispetto alle dimensioni delle comunità cristiane, che tuttavia sono a grave rischio di guerre, conflitti interreligiosi ed etnici […]. Il suo futuro è più vulnerabile di quanto dovrebbe esserlo”.

Il rapporto formula una serie di raccomandazioni, tra cui: ulteriori ricerche sul contributo culturale, economico e civile dei cristiani palestinesi; un nuovo programma di educazione, briefing ed informazione per aumentare la comprensione e l’impegno con le comunità cristiane; incontri di organizzazioni religiose, governative e della società civile per capire come ridurre gli attacchi alle comunità cristiane; controllo parlamentare internazionale in corso; ed esplorare con il governo israeliano come quest’ultimo può pubblicare regolarmente i dati sulle prestazioni pubbliche relative alle comunità cristiane.

Valle del Giordano – WAFA. Lunedì sera, le forze israeliane hanno smantellato le aule della scuola al-Maleh, nella Valle del Giordano settentrionale.

Mutaz Bsharat, un funzionario incaricato di monitorare le attività coloniali israeliane nella Valle del Giordano, ha affermato che le forze israeliane hanno fatto irruzione nell’area e hanno smantellato le aule ed una stanza utilizzata come clinica.

Hanno inoltre confiscato la recinzione della scuola.

Le forze israeliane hanno anche istituito un posto di blocco mobile e hanno impedito ai residenti di raggiungere la scuola.

Ramallah – WAFA. In occasione dell’annuale Giornata nazionale della donna palestinese, martedì la Società per i prigionieri ha dichiarato che Israele detiene 34 donne “combattenti per la libertà”, di cui otto sono madri.

La società ha affermato che le donne detenute vivono in condizioni molto difficili e negano loro i diritti fondamentali.

La palestinese detenuta da più tempo è Amal Taqatqa, di Betlemme, in carcere dal dicembre 2014 per aver resistito all’occupazione, dove sconta una condanna a sette anni.

Due detenute, Shurouq Dwayyat e Shatila Ayyad, stanno scontando una pena di 16 anni ciascuna, mentre Maysoon Mousa e Aisha Afghani stanno scontando una pena di 15 anni ciascuna.

Isra Jaabis, di Gerusalemme, sta scontando una condanna a 11 anni ed è considerata la prigioniera in condizioni più critiche all’interno delle carceri israeliane, a causa delle gravi ferite e delle ustioni subite quando l’auto in cui si trovava è esplosa, durante il suo arresto.

I gruppi di difesa dei prigionieri hanno affermato che Israele ha arrestato più di 16 mila donne palestinesi dall’inizio dell’occupazione nel 1967.

Ramallah – PIC. Martedì, l’esercito d’occupazione israeliano ha demolito quattro negozi palestinesi in costruzione nella cittadina di Deir Qaddis, ad ovest di Ramallah.

Secondo fonti locali, bulldozer israeliani scortati dai militari hanno demolito i negozi di proprietà di un cittadino palestinese.

Il proprietario dei negozi, Ayman Sutaih, aveva ricevuto un avviso militare di demolizione a giugno, sostenendo che la sua proprietà si trovava vicino al recinto di una colonia.

A maggio, i proprietari di 10 case nelle cittadine di Deir Qaddis e Ni’lin hanno ricevuto avvisi di demolizione simili, sebbene dispongano di permessi di costruzione legali concessi dall’Autorità Palestinese.

Gerusalemme/al-Quds-Quds Press, PIC. Lunedì, l’autorità di occupazione israeliana (IOA) ha ripreso la distruzione dello storico cimitero musulmano di al-Yusufiya, vicino alle mura della Città Vecchia di Gerusalemme.

Il presidente del comitato dei cimiteri islamici, Mustafa Abu Zahra, ha affermato che un equipaggio municipale israeliano, scortato dalle forze di polizia, ha fatto irruzione nel cimitero e ha iniziato a eseguire lavori di demolizione, scavo e distruzione di tombe palestinesi e arabe.

Ha aggiunto che diversi residenti locali sono intervenuti, ma le forze di polizia li hanno espulsi dal cortile e hanno impedito di entrarvi per proteggere le tombe dei loro parenti dalla distruzione.

Pochi giorni fa, il comune israeliano ha demolito parte del cimitero, esponendo resti umani in una sezione dove erano sepolti i soldati arabi uccisi durante la guerra del 1967.

Il comune cerca di trasformare il cimitero in un parco come parte del suo piano coloniale per coloni ebrei e turisti intorno alle mura della Città Vecchia.

Nel dicembre 2020, il comune demolì una scala e una recinzione del cimitero.

Nel 2014 impedì ai cittadini di Gerusalemme di seppellire i propri parenti nell’area settentrionale del cimitero e rimosse 20 tombe di soldati giordani uccisi nel 1967.

MEE. Di Salam Awad. Dagli anni ’60 in poi, gruppi nazionalisti neri e attivisti palestinesi hanno  fatto causa comune nell’opporsi all’imperialismo e al razzismo. (Da InvictaPalestina.org).

La solidarietà nero-palestinese è stata una componente notevole del movimento Black Lives Matter (BLM) emerso nel 2014. L’intersezione tra attivismo nero e palestinese non è un fenomeno nuovo, ovviamente, ma piuttosto il riemergere di un’alleanza storica radicata nella lotta globale contro il razzismo e l’imperialismo.

Nella foto sopra, Malcolm X è ritratto con i leader dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) nel 1964. L’immagine è presente sulla copertina del libro di Alex Lubin “Geographies of Liberation: The Making of an Afro Arab Political Imaginary”, che esplora le intersezioni e le influenze delle lotte nere e palestinesi. Lubin afferma che il rapporto tra queste lotte non è limitato dalle identità nazionali e razziali. (Foto: UNC Press)

Malcolm X è stata una delle voci più importanti della lotta dei neri negli Stati Uniti ed è diventato uno dei suoi rivoluzionari più iconici. Il suo viaggio in Arabia Saudita per completare il pellegrinaggio è ben documentato, ma oltre a visitare la Mecca, in diverse occasioni Malcolm X si recò anche in Palestina.

Nel suo ultimo viaggio in Palestina nel 1964, il leader nazionalista nero visitò la Striscia di Gaza e fu accolto dal poeta palestinese Harun Hashim Rashid. Durante il suo viaggio in quell’area, Malcolm X visitò campi profughi e ospedali e testimoniò la difficile situazione dei palestinesi sfollati da Israele. Questo incontro lo portò a scrivere una lettera alla Egyptian Gazette intitolata “On Zionist Logic”, in cui dichiarava il suo fermo sostegno alla lotta palestinese e identificava il sionismo con il colonialismo, esortando i leader africani a sostenere la lotta per la libertà dei palestinesi.

Attraverso la sua difesa, Malcolm X collegò l’internazionalismo nero con la causa palestinese, e questo creò un’eredità di solidarietà che avrebbe influenzato i rivoluzionari nero-palestinesi a venire. (The Black Panther, 1969)

Nel 1967, lo Student Non-Violent Coordinating Committee (SNCC) pubblicò una newsletter intitolata “Third World Roundup – The Palestine Problem: Test Your Knowledge”, in cui elencava 32 affermazioni fattuali sulla storia del colonialismo in Palestina e l’impatto dell’aggressione israeliana contro i palestinesi durante la guerra arabo-israeliana del 1967.

Ethel Minor, che aveva lavorato con Malcolm X prima del suo assassinio nel 1965, scrisse l’editoriale per la SNCC , un pezzo che non solo offrì una contro prospettiva alla narrativa dei media mainstream su Israele-Palestina, ma servì come base per la  lotta condivisa che collegava l’attivismo nero negli Stati Uniti con la Palestina. (archivio SNCC)

Nel 1969, l’Algeria ospitò il primo Festival Culturale Panafricano. La nuova nazione nordafricana indipendente divenne un faro di libertà per la lotta rivoluzionaria e fu soprannominata la capitale del Terzo Mondo.

Al Festival Culturale Panafricano parteciparono centinaia di delegati provenienti da 31 paesi africani indipendenti, oltre a rappresentanti di vari movimenti di liberazione africani. Tra loro c’erano i palestinesi, anche loro invitati a partecipare all’evento in uno spirito di solidarietà antimperialista. Il festival  fu essenziale per forgiare le lotte dell’Africa e della Palestina in un movimento unito contro l’imperialismo a livello globale.

Una delle immagini più famose dell’evento è una fotografia di Eldridge Cleaver che ritrae i membri del Black Panther Party con i membri dell’OLP nella loro sede principale in Algeria. Durante il festival, Cleaver trascorse molto tempo con i delegati dell’OLP e fu citato dal New York Times per le sue parole: “Riconosciamo che il popolo ebraico ha sofferto, ma questa sofferenza non dovrebbe essere usata per giustificare ora la sofferenza degli arabi.”  La citazione appare in “Algeri, Third World Capital” di Elaine Mokhtefi e l’immagine è accreditata al Festival Culturale Panafricano)

Questo poster che loda il movimento Fatah e l’unità afro-palestinese è stato realizzato in arabo, francese e inglese dal fotografo francese Guy Le Querrec e fa parte di una serie che promuove il festival culturale panafricano. (Guy Le Querrec)

Nel 1969, il Black Panther Newsletter pubblicò il discorso tenuto dalla delegazione dell’OLP durante il Festival Culturale Panafricano. L’OLP dichiarò coraggiosamente che l’Africa non era semplicemente un continente ma una causa, sostenendo appassionatamente che l’Africa era il centro di tutte le forze del mondo che si  opponevano al colonialismo, al razzismo e all’imperialismo. Rivolgendosi alla folla, l’OLP dichiarò che, sebbene in quanto palestinesi non provenissero dall’Africa, le loro lotte e la ricerca della libertà li rendevano appartenenti alla causa africana. (The Black Panther)

La solidarietà nero-palestinese ha continuato a svilupparsi negli anni ’70 e ’80 ed è stata ben documentata attraverso il Black Panther Intercommunal News Service. Dal 1969 al 1980, la newsletter sarebbe servita come piattaforma per i palestinesi e documentava regolarmente la situazione in Palestina. In questo articolo, il Black Panther Party rende omaggio alle “eroiche donne palestinesi” per il loro contributo alla loro lotta rivoluzionaria. (The Black Panther , 1977)

Il Black Panther Intercommunal News Service pubblicava rapporti molto estesi sulla situazione in Palestina. Il servizio sopra, pubblicato nel 1977, parla della repressione che i palestinesi affrontavano in Cisgiordania. I rapporti del BPP sulla Palestina fecero luce sulla difficile situazione palestinese e collegavano la lotta palestinese alla lotta dei neri per la libertà negli Stati Uniti. (The Black Panther, 1977)

Dagli anni ’60 in poi rivoluzionari palestinesi e africani si collegarono in molti modi . La letteratura e la poesia di quel periodo illustrano forti sentimenti di solidarietà.

Una figura importante è Samih al-Qasim (nella foto sopra nel 2017), un famoso poeta e rivoluzionario palestinese. Il suo attivismo lo portò nelle carceri israeliane in diverse occasioni e molte delle sue opere sono state scritte mentre era in prigione. La sua poesia è intrisa di sfumature nazionaliste e messaggi antimperialisti, ed è vocale sulla questione della solidarietà con tutti coloro che lottavano contro l’imperialismo. Nella sua poesia ”Patrice Lumumba”, Qasim parla della tragedia del leader congolese, una leale forza antimperialista assassinato con l’aiuto della CIA. Per Qasim, Lumumba è “l’aquila dell’Africa”.

Il palestinese  scrisse anche “The Unknown Continent”,  nel quale esprime solidarietà con gli afroamericani che combattevano il razzismo sistemico negli Stati Uniti. Il poeta era popolare tra i compagni rivoluzionari e una copia della poesia di Qasim fu trovata nella biblioteca della cella di prigione del famoso leader delle Pantere Nere, George Jackson. (Creative Commons)

Il più grande pugile del mondo e campione della lotta nera, Muhammad Ali , tese una mano di solidarietà verso i palestinesi.  In questa foto del 1974, Ali visita un campo profughi palestinese nel sud del Libano. Il pugile, che si convertì all’Islam nel 1964, è stato un esplicito critico dell’imperialismo statunitense ed ha espresso una forte solidarietà con il popolo palestinese e la sua ricerca della liberazione. (Creative Commons)

La Black Panther Newsletter ha pubblicato la foto sopra sulla copertina del suo numero di luglio 1980. Mostra il co-fondatore di Black Panther, Huey P Newton, che in quell’anno incontra Yasser Arafat, presidente dell’OLP, in Libano. Il BPP e l’OLP avevano stabilito reti di contatto e solidarietà dal 1969. (The Black Panther, 1980)

Nel 2016, la città sudafricana di Johannesburg ha donato una statua di 20 piedi di Nelson Mandela alla città palestinese occupata di Ramallah. Il primo presidente del Sudafrica post-apartheid è stato anche uno dei più accesi sostenitori della liberazione palestinese nella politica internazionale. Questo poster disegnatodall’artista palestinese Hafez Omar nel 2016,  dimostra come Mandela sia venerato  tra i palestinesi e come la sua statua funga da simbolo della solidarietà africana e palestinese. (Hafez Omar).

(Immagine di copertina: Muhammad Ali durante la sua visita in Libano nel 1974).

Traduzione per Invictapalestina.org di Grazia Parolari.

A cura della ABSPP ODV. Missione Lealtà e Fratellanza: terzo giorno.

Il 24 ottobre ci siamo diretti verso i campi profughi di Sabra e Shatila, dove abbiamo visitato il cimitero delle vittime della strage in cui hanno perso la vita migliaia di persone. Abbiamo ascoltato le testimonianze di alcuni sopravvissuti che ci hanno raccontato storie tremende, storie di soprusi e terrorismo nei confronti del profugo palestinese.

In seguito, abbiamo visitato il centro Rowa Al Khair, dove centinaia di famiglie vivono in condizioni pessime, lì abbiamo distribuito pacchi di prima necessità alle famiglie bisognose per lasciare un sorriso sui volti dei bambini.

Dopodiché ci siamo spostati nel campo profughi Burj Al Barajneh, uno dei campi dove la situazione è più drammatica e in cui le condizioni di vita sono pessime.

Qui abbiamo visitato alcune famiglie che ci hanno raccontato i loro problemi – situazione economica, disoccupazione, sanità, ecc. Anche qui sono stati distribuiti pacchi alimentari contenenti beni di prima necessità per ogni casa.

Vi ricordiamo che potete ancora sostenere questa prima parte della missione umanitaria. A fine anno torneremo. Potete donare sia tramite i nostri uffici o nel nostro portale. Ogni gesto può fare la differenza.

Secondo giorno. Il 23/10/2021, l’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese si è diretta verso il Sud del Libano per proseguire i progetti della Missione Lealtà e Fratellanza. Abbiamo visitato la scuola elementare Al Tantoura, nel centro Al Maashuq, per i profughi palestinesi, dove abbiamo distribuito cartelle e cancelleria scolastica agli studenti. La direzione della scuola ha apprezzato questa iniziativa e ha ringraziato tutti coloro che hanno supportato questo progetto. Dopodiché ci siamo diretti verso il campo profughi Al Bas dove abbiamo visitato il centro medico Al Shifa. La missione ha offerto una giornata di visite e medicinali gratuiti ai pazienti del campo.

In seguito abbiamo distribuito pacchi alimentari alle famiglie bisognose e abbiamo visitato alcune famiglie nelle loro abitazioni che non riescono a muoversi. Purtroppo ci sono famiglie che vivono in condizioni pessime, le loro case non sono minimamente adatte alla vita. Inoltre, abbiamo distribuito pacchi alimentari alle famiglie del campo profughi Al Rushaidia.

Ringraziamo tutti i donatori e coloro che supportano questa missione umanitaria e vi ricordiamo che potete donare ancora nei prossimi tre giorni sia presso i nostri uffici o sul nostro portale http://absppodv.org

Bruxelles – MEMO. Lunedì, l’Unione Europea ha esortato Israele a fermare la costruzione di colonie e a non proseguire con le gare d’appalto per circa 1.300 nuove case coloniali nella Cisgiordania occupata, annunciate durante il fine settimana, secondo quanto riportato da Reuters.

“Le colonie sono illegali secondo il diritto internazionale e costituiscono un grave ostacolo al raggiungimento della soluzione a due Stati e di una pace giusta, duratura e globale tra le parti”, ha affermato un portavoce della Commissione esecutiva dell’UE in una nota.

L’UE ha costantemente chiarito che non riconoscerà alcuna modifica ai confini precedenti al 1967, anche per quanto riguarda Gerusalemme, oltre a quelle concordate da entrambe le parti, ha aggiunto il portavoce.

Domenica, l’Autorità israeliana per la terra ha pubblicato le gare d’appalto per la costruzione di nuove case in una serie di colonie in Cisgiordania, che si trovano su un terreno rivendicato dai palestinesi per un futuro stato.

I colloqui di pace tra Israele e palestinesi sostenuti dagli Stati Uniti si sono interrotti nel 2014. La maggior parte dei paesi considera illegali le colonie israeliane in Cisgiordania.

Gaza – MEMO. Il capo dell’ala politica di Hamas, Ismail Haniyeh, ha annunciato domenica che diversi paesi arabi si sono impegnati a contribuire al rilascio dei detenuti del gruppo in Arabia Saudita. Haniyeh ha dichiarato a Rai Alyoum che le promesse sono arrivate durante i recenti colloqui, a cui hanno partecipato “Egitto, Qatar, Turchia, Nazioni Unite ed Emirati Arabi Uniti”.

Haniyeh ha detto di aver fornito al segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, “un elenco con i nomi di tutti i detenuti di Hamas”, aggiungendo che sperava che fossero liberati. “Spero che l’imprigionamento dei nostri membri non continui”, ha sottolineato.

Il leader di Hamas ha sottolineato che la salute dei detenuti è “difficile”. “Non desideriamo che i nostri eroi perdano la vita in prigione nella sorellastra Arabia Saudita”, ha detto Haniyeh.

Ha spiegato di aver ricevuto “promesse dai paesi arabi per affrontare la questione”. Ma ha ribadito che la leadership del suo movimento continuerà “a tentare di garantire il rilascio dei nostri detenuti nel regno [saudita]”.

Haniyeh ha anche sottolineato il fatto che Hamas stava compiendo “sforzi per liberare i nostri fratelli detenuti in Libia”, osservando che la questione era gestita da Marwan al-Ashkar, rappresentante di Hamas.

“Speriamo di chiudere questo doloroso fascicolo di otto anni, che contraddice la posizione della Libia nel sostenere la causa palestinese ed il nostro popolo in difficoltà”, ha detto Haniyeh.

Palestina – MEMO. Domenica, la Commissione palestinese per i detenuti e gli affari dei detenuti ha affermato che esiste un’elevata tensione nel carcere israeliano di Ofer, dopo la cosiddetta “tempesta” nella sezione 21 e gli abusi sui prigionieri.

La commissione ha affermato in un comunicato che le unità di repressione israeliane erano “presenti nelle vicinanze della sezione”, aggiungendo che stavano minacciando di invaderla.

Il Club dei prigionieri palestinesi ha riferito domenica che le autorità di Ofer hanno fatto irruzione nella sezione 21 e hanno effettuato “perquisizioni approfondite”.

In una dichiarazione ufficiale, il Club ha affermato che c’è stato uno scontro tra uno dei prigionieri palestinesi e un carceriere, dopo che l’amministrazione penitenziaria di Ofer aveva minacciato di “realizzare un’altra incursione nella sezione, isolare il prigioniero e aggredirlo”. La dichiarazione ha aggiunto che la prigione è stata “completamente chiusa” nel corso della giornata.

In risposta, i detenuti avevano restituito i pasti per protestare contro la mossa dell’amministrazione penitenziaria.

Dall’inizio dell’anno, il carcere di Ofer sta vivendo molte incursioni e abusi contro i detenuti da parte delle unità di repressione. È stato anche segnalato un abuso su larga scala contro i prigionieri palestinesi detenuti nella sezione 1 del carcere di Gilboa.

Ramallah – WAFA. Lunedì notte, le forze israeliane hanno arrestato 13 palestinesi, tra cui un malato di cancro, in varie parti della Cisgiordania, secondo quanto affermato da fonti locali e di sicurezza.

Hanno affermato che le forze israeliane hanno arrestato un insegnante malato di cancro dopo aver fatto irruzione nella sua casa, nella città di al-Bireh.

Hanno aggiunto che decine di soldati israeliani hanno invaso il campo profughi di al-Am’ari, a sud di Ramallah, dove hanno arrestato un altro palestinese.

Nel distretto di Salfit, i soldati israeliani hanno arrestato due bambini di 10 anni, dopo aver perquisito le case delle loro famiglie nella cittadina di Az-Zawiya, ad ovest di Salfit.

Nel nord della Cisgiordania, fonti locali hanno confermato un raid simile nella cittadina di Beita, a sud di Nablus, che è culminata con l’arresto di altri tre palestinesi.

I soldati israeliani si sono anche fatti strada nella cittadina di Ya’bad, a sud-ovest di Jenin, dove hanno arrestato altri due palestinesi, tra cui un ex-prigioniero, dopo averlo brutalmente aggredito.

Durante i successivi scontri, i soldati hanno aperto il fuoco contro i giovani locali che cercavano di bloccare il loro passaggio, asfissiando così decine di persone con i gas lacrimogeni.

Nel sud della Cisgiordania, soldati armati hanno arrestato un altro palestinese, dopo aver invaso la sua casa a Daheyat Iskan al-Baladiya, un sobborgo residenziale di Hebron.

A Gerusalemme, la polizia ha arrestato altre tre persone, dopo aver fatto irruzione e perquisito le case delle loro famiglie a Silwan.

Domenica sera, un residente del campo profughi di Jenin è stato arrestato dopo essere stato fermato ad un posto di blocco sulla strada tra Jenin e Nablus. Il detenuto è uno studente iscritto all’Università di Birzeit.

Le forze israeliane fanno irruzione nelle case palestinesi quasi quotidianamente, in tutta la Cisgiordania, con il pretesto di inseguire palestinesi “ricercati”, provocando scontri con i residenti.

Queste incursioni, che avvengono anche in aree sotto il pieno controllo dell’Autorità Palestinese, sono condotte senza bisogno di un mandato di perquisizione, quando e dove l’esercito sceglie di effettuarle, in linea con i suoi ampi poteri arbitrari.

Secondo la legge militare israeliana, i comandanti dell’esercito hanno piena autorità esecutiva, legislativa e giudiziaria su 3 milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania. I palestinesi non hanno voce in capitolo su come viene esercitata questa autorità.

Quds Press. Il Club dei prigionieri palestinesi ha confermato che le autorità penitenziarie di occupazione hanno fatto irruzione domenica mattina nella sezione 21 del carcere di Ofer al fine di perquisire forzatamente i detenuti.

Il Club ha aggiunto, in una dichiarazione pubblicata da Quds Press, che “c’è stato uno scontro fisico tra uno dei prigionieri e un carceriere, e con questo pretesto l’amministrazione penitenziaria continua a minacciare di fare nuovamente irruzione nella sezione, per isolare e punire fisicamente i detenuti

I detenuti richiedono l’allontanamento del carceriere che ha aggredito il prigioniero, in più, come atto di protesta, stanno rifiutando ogni pasto dato dal carcere, e nelle varie sezioni del carcere permane tuttora ora un’atmosfera piuttosto tesa.

I detenuti del carcere di Ofer subiscono frequentemente incursioni nelle proprie celle. Dall’inizio di quest’anno, sono state compiute molte aggressioni dalle autorità penitenziarie israeliane con l’obiettivo di mettere pressione ai detenuti, mantenendoli sotto uno stretto controllo per neutralizzare qualsiasi tentativo di resistenza o protesta.

E’ stata effettuata una massiccia incursione nella Sezione 1 della prigione di Gilboa due giorni fa, commettendo una serie di abusi contro i prigionieri, rendendo questa la seconda grande incursione carceraria in pochi giorni.

Traduzione per InfoPal di G.B.

Hebron/al-Khalil-Quds Press. Domenic,a decine di palestinesi sono rimasti feriti e soffocati, quando le forze di occupazione hanno represso una manifestazione a sostegno dei prigionieri nella città di Hebron, nel sud della Cisgiordania occupata.

La manifestazione è partita davanti dell’Università di Hebron spostandosi poi verso la parte nord della città. I manifestanti sventolavano bandiere palestinesi e intonavano slogan per il rilascio dei prigionieri in sciopero della fame in protesta contro la propria detenzione amministrativa.

Le forze di occupazione hanno represso la manifestazione all’ingresso nord di Hebron, sparando proiettili di metallo e lacrimogeni contro i manifestanti, che a loro volta hanno lanciato pietre e bombe carta contro i soldati, dando fuoco anche ad alcuni pneumatici di gomma.

I medici sul campo hanno curato decine di persone ferite con proiettili di metallo e ci sono stati anche casi di soffocamento a causa dell’inalazione di gas lacrimogeno, e alcuni manifestanti sono stati portati in ospedale per accertamenti.

Sette prigionieri stanno portando avanti il loro sciopero della fame, in protesta per la loro detenzione amministrativa, il più anziano dei quali è Kayed Phosphos in sciopero da 102 giorni, Miqdad Al Qawasmi da 95 giorni, Alaa Al Araj da 78 giorni, Hisham Abu Hawash da 69 giorni , Shadi Abu Aker per 61 giorni, e Ayyad Al Harimi per 32 giorni, e l’ultimo di loro, Raafat Abu Rabie, ha iniziato lo sciopero otto giorni fa.

Traduzione per InfoPal di G.B.

Palestine Chronicle Di Jonathan Cook. Sembra che la lobby israeliana si stia preparando a una campagna per sradicare gli accademici di sinistra che nel Regno Unito sono critici verso la continua oppressione israeliana del popolo palestinese, impegnandosi in sforzi simili a quelli messi in atto contro l’ex leader laburista Jeremy Corbyn.

Come per gli attacchi contro Corbyn, quello contro gli accademici è guidato dal Jewish Chronicle, settimanale inglese che si rivolge ai più ardenti sostenitori di Israele fra la comunità ebraica britannica.

La mossa segue il successo che la lobby ha ottenuto questo mese con le sue pressioni sull’università di Bristol affinché licenziasse uno dei suoi docenti, David Miller, anche dopo le indagini dalla stessa università, condotte da un giurista, che avevano concluso che le accuse di antisemitismo contro Miller erano infondate.

Miller è stato formalmente licenziato con la generica motivazione secondo cui egli “non risponde ai criteri di comportamento che ci si aspetta dai nostri dipendenti e dall’Università”.

La lobby ha mascherato a stento la propria soddisfazione dopo che, apparentemente per paura di pubblicità negativa, l’università di Bristol ha capitolato davanti a una campagna di affermazioni infondate in base alle quali Miller “ha vessato” gli studenti ebrei.

Miller, sociologo, è all’avanguardia per le sue ricerche sulle fonti dell’islamofobia nel Regno Unito. Il suo lavoro presenta un esame dettagliato del ruolo della lobby israeliana nel fomentare il razzismo contro musulmani, arabi e palestinesi.

Israele ha promosso da tempo l’idea di essere un baluardo contro la presunta barbarie islamica e il terrorismo, in quello che lo Stato e i suoi sostenitori presentano come uno “scontro di civiltà”.

Più di un secolo fa, Theodor Herzl, il padre del sionismo politico, sosteneva nel linguaggio colonialista dell’epoca che uno Stato ebraico in Medio Oriente sarebbe servito come “un muro di difesa per l’Europa in Asia, un avamposto di civiltà contro la barbarie”.

Questo è il concetto chiave a cui il movimento sionista fece ricorso per far pressione sulle principali potenze del tempo, principalmente l’Inghilterra, perché contribuisse a cacciare il popolo palestinese autoctono dalla maggior parte della sua patria in modo che potesse invece insediarsi l’auto-dichiarato Stato ebraico di Israele.

A tutt’oggi Israele incoraggia sia l’idea di essere vittima di una minaccia esistenziale permanente da parte di un odio apparentemente irrazionale e dal fanatismo dei musulmani, sia di giocare un ruolo cruciale di prima linea nella difesa dei valori occidentali. Di conseguenza i palestinesi si sono trovati isolatati a livello diplomatico.

‘Punta dell’iceberg’.

A indicare la direzione che probabilmente la lobby intende seguire d’ora in poi, questo meseil Jewish Chronicle ha pubblicato un editoriale intitolato “Il licenziamento di Miller dovrebbe essere l’inizio, non la fine”. In esso si conclude: “Miller non è una voce isolata, ma è rappresentativo di una scuola di pensiero radicata quasi ovunque nel mondo accademico.”

Allo stesso tempo, sotto il titolo “Miller se ne è andato, ma lui è solo la punta dell’iceberg”, si riporta che, all’inizio dell’anno, studiosi in “74 diverse istituzioni britanniche di istruzione superiore” hanno firmato una lettera di sostegno a Miller rivelando “la vastità della rete che lo sostiene nelle università in tutto il Regno Unito”.

Si fa notare che fra i firmatari è incluso “un numero significativo di rappresentanti dell’establishment del Russell Group, costituito da 24 delle più prestigiose università britanniche”.

Il Chronicle sottolinea il fatto che 13 dei firmatari appartenevano all’università di Bristol e faceva il nome di parecchi docenti.

L’insinuazione appena velata è che ci sia un problema di antisemitismo nelle università britanniche e che sia tollerata dai piani alti.

La lobby ha usato la stessa tesi con Corbyn, sostenendo, nonostante la scarsità delle prove, che lui e la sua cerchia più ristretta fossero indulgenti verso una ipotetica esplosione di antisemitismo all’interno del partito, insinuando in modo pesante che la stessero incoraggiando.

Le affermazioni della lobby sono state entusiasticamente amplificate dai media in mano ai miliardari e dalla burocrazia di destra del partito laburista, profondamente ostili al socialismo di Corbyn.

Riesumare la strategia.

Negli ultimi tre anni il Chronicle è stato oggetto di un numero stupefacente di condanne da parte dell’Independent Press Standards Organisation (IPSO), la debole l’autorità garante della stampa nominata dall’industria stessa della carta stampata.

La maggior parte di queste distorsioni risale alla precedente campagna contro Corbyn, in cui il Jewish Chronicle ha giocato un ruolo centrale. Affermava sistematicamente che c’era una epidemia di antisemitismo fra i politici di sinistra in Inghilterra.

Sembra quindi che il Chronicle, con il resto della lobby filoisraeliana, stia riesumando la strategia che aveva usato contro Corbyn, sostenitore agguerrito dei diritti dei palestinesi, che, insieme a un gran numero di membri del partito laburista, si è visto calunniato con l’accusa di antisemitismo.

È memorabile come, nell’estate del 2018, il Chronicle e due altri giornali della comunità ebraica abbiano condiviso l’editoriale di prima pagina affermando che Corbyn costituiva una “minaccia esistenziale” per la vita degli ebrei nel Regno Unito.

L’editoriale era stato pubblicato alla vigilia delle elezioni generali di un anno prima, in cui Corbyn non era riuscito a conquistare la maggioranza dei seggi nel parlamento inglese solo per qualche migliaio di voti. Con il partito conservatore impantanato in una crisi permanente, a quel punto sembrava che fossero imminenti nuove elezioni.

La posta in gioco per la lobby era alta. Se Corbyn avesse vinto sarebbe probabilmente stato il primo leader di uno dei maggiori Stati europei a riconoscere lo Stato palestinese e a imporre sanzioni contro Israele, incluso il bando contro la vendita di armamenti, come era stato fatto per l’apartheid in Sudafrica.

Keir Starmer, successore di Corbyn, ha condotto una guerra, osannata dal Chronicle e da altri, contro la sinistra del partito usando di nuovo l’antisemitismo come pretesto.

Le rappresentazioni fuorvianti del giornale riguardo al partito laburista, che l’hanno ripetutamente messo nei guai con l’IPSO, l’autorità garante della stampa, sono ora messe al servizio contro gli accademici.

La manovra in due mosse del Jewish Chronicle nel caso Miller è abituale.

Primo, ha insinuato che il professore aveva perso il suo posto perché l’università aveva concluso che le sue azioni erano antisemite, quando invece tutto indicava che l’inchiesta era stata favorevole a Miller.

Secondo, il giornale ha insinuato con forza che più di 200 studiosi che avevano firmato una lettera all’università di Bristol esprimendo preoccupazione per l’indagine su Miller, condividevano le sue cosiddette idee antisemite. 

Placare la lobby.

Così come il Chronicle, nonostante la mancanza di prove, ha cercato di dare l’impressione di una epidemia di antisemitismo nel Labour sotto Corbyn ora spera di insinuare che l’antisemitismo stia dilagando nelle università inglesi.

Infatti persino quelli che hanno firmato la lettera non condividono necessariamente le opinioni di Miller su Israele o sul suo ruolo nel fomentare l’islamofobia. La lettera difendeva soprattutto il principio della libertà accademica e il diritto di Miller di continuare la propria ricerca ovunque essa lo conducesse, senza timore di perdere il lavoro. Nessuno dei firmatari era d’accordo con tutte le conclusioni [delle sue ricerche] o con tutto quello che ha detto.

Ciò che è veramente scioccante è che non ci sia stato un numero maggiore di accademici ad accorrere in sua difesa, soprattutto alla luce del fatto che le accuse mosse dalla lobby israeliana contro di lui sono state smentite dall’inchiesta interna dell’università di Bristol.

Corbyn e la sua cerchia hanno scelto una linea di condotta simile a quella della Bristol, cercando di placare la lobby. Ma l’ufficio di Corbyn ha scoperto che ogni concessione da loro fatta alle calunnie di antisemitismo serviva solo ad alimentare la convinzione della lobby che la sua campagna intimidatoria stava funzionando e che la rete poteva essere ulteriormente ampliata.

Poco dopo la lobby ha sostenuto che non solo un diffuso sostegno della sinistra laburista in favore della lotta dei palestinesi contro decenni di occupazione israeliana fosse antisemita, ma che chiunque negasse che ciò fosse una prova di antisemitismo era a sua volta antisemita.

Come con i suoi attacchi contro Corbyn, le affermazioni del Chronicle contro Miller sono esagerate, dato che il giornale riporta in modo acritico che i membri del sindacato degli studenti ebrei a Bristol ha accusato il professore di “vessazioni, di prenderli di mira e di polemiche malevole”.

In realtà questa ipotetica “persecuzione” si riferisce o a una lezione di Miller sulla propaganda, basata sulla sua ricerca che cita la promozione dell’islamofobia da parte della lobby israeliana, o a considerazioni critiche da lui fatte sul sionismo e la lobby israeliana in in contesti diversi dalle lezioni.

Miller non ha perseguitato nessuno. Piuttosto quelli che si identificano come sionisti e per i quali Israele è una costante priorità politica hanno scelto di ritenersi offesi dalle sue scoperte. Non sono stati bullizzati, intimiditi o minacciati, come suggerisce il Chronicle. Le loro convinzioni politiche su Israele sono state contestate dal lavoro accademico di Miller.

Significativamente la ricerca di Miller mostra anche che i movimenti conservatori, come il partito di governo nel Regno Unito, hanno giocato un ruolo centrale nel promuovere l’islamofobia, in quanto parecchie figure chiave del partito conservatore britannico, come ad esempio la baronessa Sayeeda Warsi hanno ripetutamente messo in guardia.

Ma Bristol avrebbe seriamente indagato, per esempio, le affermazioni di studenti del partito Conservatore se fossero stati loro a essere “perseguitati” da Miller perché ha presentato la sua ricerca durante le lezioni o in suoi interventi a eventi politici fuori dall’aula? L’università avrebbe preso in considerazione il suo licenziamento basandosi su quelle affermazioni?

Non c’è neanche da porsi la domanda. La natura politica delle proteste e la loro minaccia alla libertà accademica sarebbe immediatamente ovvia a chiunque.

E in ciò risiede la speciale utilità per l’establishment della lobby israeliana. La sua campagna estremamente faziosa e politicizzata contro la sinistra, in modo iniquo ma troppo spesso efficace, può essere mascherata da antirazzismo o dalla promozione dei diritti umani.

Cresce l’analisi critica.

Ma come il Chronicle implicitamente ammette nella sua chiamata a prendere di mira una cerchia molto più ampia di accademici inglesi, i sionisti più ardenti devono affrontare una sfida molto più grande di un singolo leader politico o un singolo docente.

Si sentono personalmente offesi se l’oggetto della loro passione politica, Israele, diventa oggetto di un’analisi critica crescente. Come il Chronicle, la speranza sionista di ribaltare i vari sviluppi politici degli ultimi dieci o vent’anni ha reso molto più difficile per loro difendere pubblicamente Israele.

Questi sviluppi includono:

* Il successo dal 2005 degli appelli della società civile palestinese per un boicottaggio internazionale di Israele per porre fine alla sua oppressione sui palestinesi;

* Le immagini orrende dei ripetuti assalti dell’esercito israeliano contro la popolazione palestinese che vive in quella che in effetti è diventata un’affollata prigione a cielo aperto nella Gaza assediata da Israele da 15 anni;

* il sabotaggio da parte di Israele della soluzione dei due Stati offerta dalla leadership palestinese con la costruzione illegale di sempre più colonie su terreni palestinesi, respingendo allo stesso tempo l’alternativa di un solo Stato che garantisca uguali diritti a ebrei e palestinesi nella regione;

* i recenti rapporti da parte di gruppi israeliani e internazionali per i diritti umani che chiaramente sostengono la tesi che Israele si possa considerare uno Stato d’apartheid.

Il Chronicle e gli ardenti sionisti nel Regno Unito a cui dà voce temevano che Corbyn rappresentasse il momento in cui questa visione di Israele irrompesse nel mainstream politico.

E ora essi temono che, a meno che si prendano drastiche iniziative, studiosi come Miller avviino un dibattito più puntuale nel mondo accademico su Israele, denunciando la lobby per il suo razzismo anti-palestinese.

Sanzioni pecuniarie.

Minacciate da sanzioni pecuniarie dal governo di destra di Johnson, decine di università inglesi sono state costrette ad adottare una nuova definizione di antisemitismo.

Questo era il prezzo che la lobby ha cercato di far pagare a Corbyn. Egli è stato costretto ad accettare non solo l’imprecisa definizione di odio contro gli ebrei dell’Alleanza Internazionale per il Ricordo dell’Olocausto, [IHRA, organizzazione intergovernativa fondata nel 1998 che unisce governi ed esperti allo scopo di rafforzare, promuovere e divulgare l’educazione sull’Olocausto, ndtr.] ma anche gli 11 esempi in appendice che, nella maggioranza dei casi, confondono apertamente critiche dure contro Israele con l’antisemitismo. La lobby sostiene che confutare questi esempi costituiscano antisemitismo è anch’essa una forma di antisemitismo.

Descrivendo in recenti rapporti Israele uno Stato d’apartheid, sia Human Rights Watch, con sede a New York, che B’Tselem, l’organizzazione israeliana per i diritti umani più rispettata, sarebbero stati vittime dell’affermazione dell’IHRA’ secondo cui è antisemita descrivere Israele come “un’iniziativa razzista”.

Similmente, molti studiosi israeliani e quasi tutti quelli palestinesi e i loro sostenitori violerebbero l’esempio che si oppone al fatto che a Israele venga richiesto un “comportamento che non ci si aspetta o si richieda a nessun’altra Nazione democratica”.

Essi mettono in dubbio il concetto stesso che Israele sia una Nazione democratica. I ricercatori israeliani l’hanno invece definita “etnocrazia”, perché imita uno Stato democratico mentre concede diritti e privilegi a un gruppo etnico, gli ebrei, e li nega a un altro, i palestinesi.

Corbyn si è ritrovato rapidamente intrappolato dalla definizione dell’IHRA e dagli esempi connessi. Ogni supporto significativo per i palestinesi contro l’oppressione israeliana, incluse le sue azioni passate prima che diventasse leader laburista, potrebbe essere distorto e diventare prova di antisemitismo.

E ogni argomentazione in base alla quale l’antisemitismo è stato in tal modo utilizzato dalla lobby come arma potrebbe a sua volta essere usato come prova di antisemitismo. Si sono create le condizioni perfette per una caccia alle streghe contro la sinistra laburista.

Ora la lobby spera che le stesse condizioni possano bandire le critiche contro Israele a livello accademico.

Uno dei primi bersagli della nuova campagna della lobby sarà probabilmente il sindacato delle Università e dei College (UCU), un sindacato dei docenti universitari che rappresenta oltre 120.000 accademici e personale di supporto. Fino ad ora ha resistito alla campagna di pressione.

La sua resistenza sembra aver spronato anche alcune istituzioni accademiche a non cedere. In particolare, a febbraio il senato accademico dell’University College of London si è ribellato contro l’adozione della definizione dell’IHRA da parte del consiglio di amministrazione dell’università, definendo la formulazione “politicizzata e divisiva”.

In dicembre un rapporto del consiglio dell’UCL ha avvertito che la definizione dell’IHRA confonde i pregiudizi contro gli ebrei con il dibattito politico su Israele e Palestina. Ciò, afferma, potrebbe avere “effetti potenzialmente deleteri sulla libertà di parola, come istigare una cultura di paura o autocensura nell’insegnamento o nella ricerca o in discussioni in aula su argomenti controversi”.

Ciò è esattamente quello che sperano la lobby israeliana e i suoi attivisti nel sindacato degli studenti ebrei che hanno preso di mira Miller. Con la loro nuova guerra contro il mondo accademico, aiutati da un governo di destra, potrebbero essere in grado di infliggere al sostegno degli accademici per i palestinesi tanti danni quanti ne hanno fatto ai politici che li appoggiano.

Jonathan Cook ha vinto il Martha Gellhorn Special Prize for Journalism. Fra i suoi libri ci sono “Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East” [“Israele e lo scontro di civiltà: Iraq, Iran e il piano per ricostruire il Medio Oriente”] (Pluto Press)e “Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human Despair” [Palestina che sta scomparendo: gli esperimenti di Israele sulla disperazione umana](Zed Books).

(Foto: David Miller).

Traduzione dall’inglese per Zeitun.info di Mirella Alessio

Mondoweiss.net/. Di Jonathan Ofir. Abolire l’apartheid israeliano significa abolire il sionismo e seppellire l’idea della supremazia ebraica, che è al centro del sionismo stesso. (Da InvictaPalestina.org).

È autunno. Le foglie cadono e i frutti maturano. Ciò che è cresciuto dall’inizio dell’anno si stacca e cade a terra.

All’inizio di quest’anno, sono apparsi due importanti rapporti sull’apartheid israeliano di importanti organizzazioni per i diritti umani: l’israeliana B’Tselem e l’Internazionale Human Rights Watch (HRW). B’Tselem a gennaio, con il titolo “Un Regime di Supremazia Ebraica dal Fiume Giordano al Mar Mediterraneo: Questo è l’Apartheid”; Quello di HRW ad aprile, intitolato “Varcata Una Soglia: Le Autorità Israeliane e i Crimini di Apartheid e Persecuzione”.

I media israeliani sono stati piuttosto silenziosi su questo, e non c’è da meravigliarsi: la negazione è stata lo strumento principale con cui il sionismo ha compiuto le sue atrocità colonialiste. Dapprima negando l’esistenza palestinese (Yisrael Zangvil del 1894 “una terra senza popolo per un popolo senza terra” e Golda Meir del 1969 “non c’erano cose come i palestinesi non esistevano”), poi negando il loro ritorno dopo averli epurati.

Questo è l’approccio sionista preferito: fingere che non esistano. Combattere qualcosa frontalmente di solito richiede più tempo ed energia che negarne l’esistenza e seppellirlo sotto la sabbia, come i 230 corpi del massacro di Tantura del 1948 sepolti in una fossa comune sotto il parcheggio del kibbutz Nachsholim’s Dor Beach. E se si è lo storico israeliano Benny Morris, si può sostenere una completa pulizia etnica di “tutta la Terra d’Israele, fino al fiume Giordano”, e poi fingere di non aver mai detto pulizia etnica.

Poiché questo aspetto della negazione è così grande e radicato nel sionismo, è importante non solo affrontarlo con la realtà, ma anche consentire alla verità di penetrare nello spazio e nel tempo. E se 73 anni non sono bastati, quest’anno lo ha scolpito in: Israele è uno Stato di apartheid.

Non ho intenzione di andare oltre gli innumerevoli dettagli che lo rendono così. Vorrei piuttosto contemplare il significato di questo per Israele, al di là della sua negazione e del suo disperato contrasto di prove e dati con propaganda e accuse di “antisemitismo”. Per i negazionisti sionisti, si tratta di farsi una semplice domanda: e se avessero ragione, e se Israele fosse uno Stato di apartheid?

Israele non ha alcuna via di scampo. È così profondamente radicato in questo apartheid, che un suo smantellamento sembra praticabile quanto lo smantellamento del sogno sionista della supremazia ebraica in una terra in gran parte epurata dai non ebrei. Sebbene B’Tselem e HRW non accettino il sionismo come ideologia (poiché si riferiscono agli sviluppi politici), il sionismo è implicitamente condannato, poiché le politiche sono venute da qualche parte, non sono semplicemente avvenute. E che da qualche parte c’è il sionismo. L’avidità sionista per la terra era così grande, che non poteva fare a meno di “completare il lavoro” nel 1967 e conquistare il resto della Palestina storica. Non è stato un incidente. Il desiderio sionista di “liberare l’intero paese”, come scrisse David Ben-Gurion a suo figlio Amos nel 1937, fu sempre molto forte. E poi, quando hanno conquistato il resto, hanno iniziato a fingere che fosse solo temporaneo.

E così è andato il “processo di pace”, dove Israele avrebbe presumibilmente parlato di una “soluzione a due Stati”, ma in realtà significava la segregazione razziale per i palestinesi.

Anche gli appelli israeliani più rumorosi al “divorzio” e alla “separazione” dai palestinesi si basano sulla stessa mentalità razzista dell’Apartheid, come se dimenticassero che apartheid significa “separazione”.

Gli israeliani vogliono una situazione di finzione, come con il “disimpegno” del 2005 da Gaza, dove dicono a sè stessi che l’occupazione è finita. Tutti sanno che uscire da una prigione a cielo aperto, gettare la chiave e assediarla via terra, mare e aria non è “disimpegno”, non è la fine dell’occupazione e certamente non è la pace, né è la fine dell’apartheid.

Per la maggior parte dei palestinesi, credo, niente di tutto questo è nuovo. Coloro che sono stati sottoposti a pulizia etnica e a cui è stato negato il ritorno, sanno molto bene che Israele è uno Stato di apartheid, anche se 73 anni fa non era definito così, per loro era così. “Atti disumani di un carattere simile ad altri crimini contro l’umanità commessi nel contesto di un regime istituzionalizzato di oppressione sistematica e dominio da parte di un gruppo razziale su qualsiasi altro gruppo o gruppi razziali e perpetrati con l’intenzione di mantenere quel regime”, questo è la definizione del Crimine di apartheid da parte della Corte Penale Internazionale. I palestinesi conoscono questa disumanità da decenni e non hanno bisogno di una lezione.

Ma gli israeliani, la maggior parte dei quali sono sionisti, così come molti altri sionisti in tutto il mondo, hanno bisogno di questa lezione, devono comprenderlo: Israele è uno Stato di apartheid.

Ora, ci saranno molti apologeti che cercheranno di sostenere che non doveva finire così, che avrebbe potuto essere diverso, se non altro. Se solo gli “arabi” non avessero “perso un’opportunità”, se solo avessero accettato le “generose offerte”. Per questi negazionisti, il punto essenziale è dare la colpa ai palestinesi: avrebbero potuto cambiare il loro destino e quindi ne hanno la colpa. Se c’è l’apartheid, se la sono cercata.

È molto probabile che questi negazionisti moriranno con la loro negazione, senza mai voltarsi per vedere il proprio riflesso razzista negli occhi. Ma anche scaricando tutte le colpe sugli altri, la realtà viene fuori ancora una volta: Israele è uno Stato di apartheid.

E quei negazionisti, sanno abbastanza bene, che non sono stati i palestinesi a eseguire la pulizia etnica, né i palestinesi a cancellare i propri villaggi, e nemmeno a costruire insediamenti coloniali per espropriarsi delle proprie città, villaggi e terre. È Israele, lo Stato ebraico sionista che lo fa, è lo Stato che crea la realtà dei fatti che rendono l’apartheid sempre più irreversibile.

La speranza sionista è che questo in qualche modo si risolverà con il tempo: che l’effetto scomparirà, che la presenza palestinese sarà in qualche modo ridotta, che la resistenza palestinese in qualche modo recederà, che la “normalizzazione” nonostante l’apartheid diventerà in qualche modo prominente con il tempo, e che la pace crescerà in cima all’apartheid. Ma da questa fossa comune palestinese, le prove continuano ad apparire. “Ci siamo occupati della fossa comune, e tutto è in ordine”, afferma il rapporto militare israeliano dopo il massacro di Tantura (9 giugno). “Dopo otto giorni, siamo tornati nel luogo dove li abbiamo seppelliti, vicino alla ferrovia. C’era un grande tumulo perché i corpi si erano gonfiati”, afferma il rapporto di Mordechai Sokoler e Yosef Graf, entrambe guide di Zichron Yaakov che accompagnavano le unità dell’Haganah Alexandroni che hanno compiuto il massacro. Queste cose non scompaiono con il tempo. Tendono a raccontare le loro storie per molti anni a venire, anche dopo che i corpi sono diventati ossa e non si gonfiano più per il calore.

Sì, potrebbe essere stato diverso. Ma era anche prevedibile che sarebbe andata così. Se brami una terra che è occupata da persone reali che hanno vissuto lì come una società coesa e fiorente per secoli, se neghi la loro umanità e persino la loro esistenza e li sottoponi alla peggiore delle atrocità e poi neghi di averlo fatto? c’è da stupirsi che non sia semplice? C’è da meravigliarsi che il vostro Stato non sia realmente “l’unica democrazia” e che sia di fatto uno Stato di apartheid?

Niente di tutto ciò è una meraviglia per coloro che hanno visto il sionismo per la sua natura colonialista istituzionale, al di là del romanticismo del “ritorno” e della presunta “democrazia ebraica”. Ma per coloro che sono stati romantici riguardo al sionismo, questo potrebbe essere il momento di cambiare.

E c’è una via d’uscita, sia ideologicamente che praticamente.

Anche se il sionismo non sembra essere in grado di sfuggire alla sua spinta colonialista, c’è una via d’uscita dall’apartheid, ed è così semplice che è spesso considerato ingenuo. Offrire uguali diritti in uno Stato laico senza discriminazioni. Questa breve frase è l’antidoto all’apartheid. Tra l’altro, tutti gli elementi in essa contenuti sono diametralmente opposti al sionismo. Da tempo sostengo che il sionismo sia l’apartheid. Abolire l’apartheid significa quindi effettivamente abolire il sionismo e seppellire l’idea della supremazia ebraica, che, nonostante la parvenza democratica, è al centro del sionismo.

Questo è ciò che i sionisti vorranno evitare. Ecco perché cercheranno di screditare o ignorare i rapporti sull’apartheid. Ecco perché combatteranno contro la Corte Penale Internazionale. Per questo chiameranno “antisemiti” coloro che denunciano i crimini. Non vorranno rinunciare al privilegio. Perché, come ha detto notoriamente Frederick Douglass, “il potere non concede nulla senza un tornaconto, non lo ha mai fatto e mai lo farà”, e i sionisti non ritengono la questione abbastanza importante al momento. Cercano invece di combatterlo e indebolirlo mantenendo il privilegio e il potere. Criminalizzando la lotta contro di esso. È qui che le argomentazioni morali non possono andare oltre. Mentre la morale e l’umanità devono essere una lezione per coloro che li sostengono, coloro che cercano di cambiare effettivamente il sistema e segnare la fine dell’apartheid israeliano devono usare mezzi e politiche che indeboliranno lo Stato dell’apartheid, e non possono essere solo parole. Questi mezzi sono noti: boicottaggi, disinvestimenti e sanzioni. Lasciate che i negazionisti dell’apartheid insorgano con indignazione: la loro protesta è solo prevedibile. Stanno lottando per mantenere il loro privilegio. La lotta per porre fine all’apartheid è molto più significativa.

Un giorno, quando l’apartheid israeliano sarà abolito, molte di queste persone si presenteranno e diranno come si sono opposti e come non gli piaceva. Se davvero si aspettano di finirla ora senza BDS, stanno sognando, e stanno prendendo in giro tutti, compresi se stessi. Non è davvero il momento di scherzare, è una cosa seria: Israele è uno Stato di apartheid.

(Immagine di copertina: Un negozio palestinese a Hebron, chiuso dall’esercito israeliano, è stato vandalizzato con una stella di David, un antico simbolo ebraico adottato dallo Stato israeliano come simbolo nazionale. Foto: Lauren superficie).

Traduzione per Invictapalestina.org di Beniamino Rocchetto.

Gerusalemme/al-Quds-PIC e Quds Press. Lunedì mattina, decine di coloni, scortati dalle forze di polizia, hanno invaso la moschea di al-Aqsa, nella Gerusalemme occupata.

Secondo fonti locali, 148 coloni sono entrati a gruppi nella moschea attraverso la porta di al-Maghariba e ne hanno visitato i cortili sotto la protezione della polizia.

Testimoni hanno riferito di aver visto alcuni coloni eseguire preghiere o rituali durante i loro tour nel luogo sacro islamico.

La moschea di al-Aqsa è esposta all’invasione quotidiana da parte dei coloni e delle forze di polizia, al mattino e al pomeriggio, tranne il venerdì e il sabato.

Il Centro palestinese per gli studi sui prigionieri (PCPS) ha affermato che 33 donne palestinesi sono detenute nel carcere di Damon in condizioni disumane.

Il PCPS ha spiegato che, negli ultimi mesi, il servizio carcerario israeliano ha intensificato le violazioni contro i prigionieri privandoli di molteplici diritti fondamentali, effettuando ripetute incursioni nelle loro celle, maltrattandoli, confiscando i loro effetti personali e multandoli per presunte violazioni delle regole carcerarie.

Tra le detenute ci sono sette madri e diverse anziane, e alcune soffrono per condizioni di salute molto precarie e per una deliberata negligenza medica, come nel caso di Israa Jaabis, che necessita di interventi chirurgici.

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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