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Al Jazeera. L’UE tiene in sospeso 215 milioni di euro di aiuti in attesa di una modifica dei libri di testo scolastici lasciando i palestinesi nell’impossibilità di acquistare cibo e medicine. (Da Zeitun.info).

Un’organizzazione umanitaria ha avvertito che il persistente ritardo dell’Unione Europea nella distribuzione degli aiuti per settori vitali della Cisgiordania occupata e della Striscia di Gaza sta mettendo a rischio la vita dei palestinesi, con gravi conseguenze per i pazienti che necessitano di cure negli ospedali della Gerusalemme est occupata.

Dal 2021 l’UE ha sospeso gran parte dei suoi finanziamenti ai palestinesi – quasi 215 milioni di euro – con il pretesto che i libri di testo delle scuole palestinesi devono subire revisioni e modifiche.

Ma, secondo il Norwegian Refugee Council (NRC) [Il Consiglio norvegese per i rifugiati è un’organizzazione umanitaria non governativa che tutela i diritti delle persone costrette a lasciare le proprie case, ndtr.], la sospensione degli aiuti sta paralizzando settori cruciali e ostacolando servizi, compresa l’assistenza sanitaria nella Gerusalemme est occupata, dove gli ospedali forniscono cure salvavita ai palestinesi di tutti i territori.

“Queste restrizioni puniscono i malati terminali che non possono ricevere medicine salvavita e costringono i bambini a soffrire la fame allorché i genitori non possono permettersi di acquistare il cibo. I palestinesi stanno pagando il prezzo più crudele per le decisioni politiche prese a Bruxelles”, ha affermato martedì Jan Egeland, segretario generale dell’NRC.

L’organizzazione per i diritti umani, che aiuta gli sfollati, ha affermato che almeno 500 malati di cancro, diagnosticati da settembre 2021, non hanno potuto accedere a cure adeguate e salvavita presso l’Augusta Victoria Hospital nella Gerusalemme est occupata.

Secondo la Lutheran World Federation, una confederazione internazionale di confessioni religiose che gestisce l’ospedale, ciò ha portato a morti evitabili. I pazienti già in cura presso l’ospedale hanno subito ritardi significativi delle cure essenziali, ha dichiarato l’organizzazione.

La decisione della UE di tenere in sospeso gli aiuti estremamente necessari ha avuto anche terribili conseguenze sul sostegno finanziario necessario per i mezzi di sussistenza dei palestinesi. L’associazione ha affermato che ben 120.000 persone, la maggior parte delle quali a Gaza, non hanno ricevuto un sostegno finanziario, mentre i dipendenti dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) hanno subito una riduzione degli stipendi del 20%.

“Non chiediamo di vivere come il resto dell’umanità, basterebbe solo un quarto del loro tenore di vita, non di più”, ha detto Muhammad, un uomo di 74 anni di Gaza la cui unica fonte di reddito è l’assistenza del Ministero dello sviluppo sociale, che a sua volta fa affidamento sull’aiuto della UE.

Da quasi due anni non riceve alcun aiuto economico, assolutamente necessario per mantenere la moglie disabile e potersi permettere un alloggio adeguato.

Al Jazeera ha contattato la UE per un commento.

La Striscia di Gaza è stata martoriata da anni di assedio e bombardamenti israeliani, che hanno spinto gran parte della popolazione al di sotto della soglia di povertà e reso il 63% dei suoi abitanti bisognoso di una qualche forma di assistenza umanitaria.

Secondo l’ECHO, la Direzione generale per la protezione civile e le operazioni di aiuto umanitario europee, circa 2,1 milioni dei 5,3 milioni di palestinesi hanno bisogno di assistenza umanitaria.

Con circa 1,31 miliardi di euro spesi nell’ambito della strategia congiunta dell’Unione europea 2017-2020 e circa 830 milioni di euro in assistenza umanitaria dal 2000, la UE è il principale donatore dell’ANP.

Quindici Stati membri della UE hanno firmato una lettera alla Commissione europea in cui criticano il ritardo nella fornitura dei fondi e ne hanno chiesto l’immediato invio.

(Foto: una madre si occupa di suo figlio malato nell’ospedale Augusta Victoria di Gerusalemme est. Baz Ratner/Reuters).

Traduzione dall’inglese per Zeitun.info di Aldo Lotta.

Palestine-studies.org. Di Ayah Kutmah. Questo progetto intende includere la liberazione nazionale e di classe, non solo un approccio nazionale. Vale a dire che la reclusione o la detenzione è una delle procedure del sistema coloniale che il colonizzatore usa contro il colonizzato. (Da InvictaPalestina.org).

Khalida Jarrar è stata direttrice dell’Associazione Addameer per il sostegno e i diritti dei prigionieri per oltre 10 anni. Nel 2006, è stata eletta membro del Consiglio legislativo palestinese (PLC), dove ha guidato la Commissione dei prigionieri e ha svolto un ruolo attivo nella formulazione della domanda di adesione della Palestina alla Corte penale internazionale. Nel 2014 ha resistito a un ordine militare israeliano per il suo trasferimento forzato ad Ariha (Gerico), organizzando una protesta presso il quartier generale del PLC.

La sua sfida le è costata molto: è stata arrestata quattro volte dalle forze di occupazione israeliane e ha trascorso oltre 63 mesi in prigione, gran parte dei quali in detenzione amministrativa, trattenuta senza accusa. Durante il suo ultimo arresto, nel 2019, Khalida è stata condannata a due anni di prigione a causa del suo lavoro politico. Nel luglio 2021 le è morta la figlia più giovane, Suha Jarrar. Nonostante le proteste internazionali, i servizi carcerari israeliani hanno negato a Khalida Jarrar un congedo umanitario per partecipare ai funerali.

Mentre era in prigione, Khalida ha operato come insegnante per le altre detenute, avviando programmi educativi secondari e post-secondari, contrabbandando scritti sull’argomento e persino proseguendo i propri studi.

Dal suo rilascio nel settembre 2021, Khalida Jarrar ha assunto un incarico di ricercatrice presso il Muwatin Institute for Democracy and Human Rights presso l’Università di Birzeit, dove sta attualmente conducendo un fondamentale progetto di ricerca sul tema delle prigioniere palestinesi.

In questa intervista, Ayah Kutmah, ricercatrice visitante presso il Muwatin Institute for Democracy and Human Rights ha parlato con Khalida del suo progetto, dei contributi che spera di apportare, della prigione e dell’istruzione e della creazione di un quadro educativo di liberazione.

L’intervista è stata condotta in arabo presso il Muwatin Institute dell’Università di Birzeit. Successivamente è stata trascritta e tradotta in inglese e modificata per chiarezza e brevità.

Puoi parlare di più del tuo progetto? Quando è nato per la prima volta?

L’idea del progetto è iniziata nel 2019, a seguito dei tentativi di intraprendere qualcosa di accademico sul tema delle detenute palestinesi, che fungesse anche da punto di riferimento per studiosi e ricercatori. C’è una mancanza di letteratura accademica che copre l’argomento. Ho iniziato il progetto nel 2019 con il Muwatin Institute for Democracy and Human Rights, presso la Birzeit University. Poco dopo aver presentato la proposta di ricerca, sono stata arrestata. Quando sono stata rilasciata, nel 2021, ho deciso che dovevo continuare il progetto. Ho anche scelto di ampliare il periodo di tempo in cui svolgere lo studio.

Siamo nella fase di revisione della letteratura e di finalizzare la metodologia del progetto. Spero di esaminare il rapporto tra i prigionieri palestinesi nel suo insieme, e tra le detenute più specificamente, con il progetto di liberazione palestinese. Questo progetto intende includere la liberazione nazionale e di classe, non solo un approccio nazionale. Vale a dire che la reclusione o la detenzione è una delle procedure del sistema coloniale che il colonizzatore usa contro il colonizzato… il colonizzatore cerca di imporgli subordinazione e sottomissione.

Per tornare al tuo punto sull’esame del tema della reclusione attraverso un’analisi nazionale e di classe: perché la classe? E perché entrambi?

Perché non possiamo separare le pratiche del sistema coloniale dalle sue pratiche e dal rapporto con il capitalismo.

Parliamo di liberazione nazionale e di liberazione sociale nel movimento palestinese. Ti concentri sulle prigioniere palestinesi, quindi c’è un elemento femminista nel progetto di liberazione. Potresti parlarne di più: ha un ruolo nella tua ricerca, e in che modo?

Dal mio punto di vista femminista, quando esaminiamo gli effetti di questo sistema coloniale sulle donne, non possiamo separare – o non posso separare – il ruolo di questo sistema nel promuovere l’oppressione delle donne per una classe compradora,[1] i cui interessi sono legati agli interessi del colonialismo. Per questo motivo, anche il tipo di persone che partecipano alla lotta e alla resistenza contro questo sistema coloniale mira a dichiarare che non vogliono che i loro interessi siano collegati a quelli del sistema. Questo è ciò che voglio esaminare con le mie interviste alle prigioniere.

Oltre alla revisione della letteratura, hai menzionato la conduzione di interviste con ex detenute; quali sono i diversi approcci metodologici che stai adottando per questo progetto?

Ho cercato di leggere, esaminare e vedere come la letteratura disponibile potesse essere utile per il mio studio. Sto anche esaminando casi comparativi, come l’esperienza irlandese nel contesto coloniale; l’esperienza algerina; l’esperienza della prigione di Khiam nel sud del Libano… perché tutte si sono svolte sotto un più ampio sistema coloniale.

Prima di essere arrestata, stavo approfondendo ciò che era stata  la prigione da parte di intellettuali che hanno vissuto questa esperienza, come Michel Foucault, Gramsci, o anche la sua relazione con la discriminazione razziale, come Angela Davis negli Stati Uniti. Ho anche letto di come tali concezioni della prigione siano correlate al capitalismo, che ha consentito e intensificato la privatizzazione delle carceri.

Ho lavorato per 10 anni come Direttore dell’Addameer Prisoner Support and Human Rights Association, che si occupava di casi di prigionieri palestinesi nelle carceri di occupazione israeliana. Quindi c’è stato un tipo di contatto diretto o indiretto con gli avvocati che seguono i casi dei prigionieri palestinesi. Inoltre anch’io provengo da una famiglia di prigionieri politici: mio marito è stato arrestato molte volte, e anche io sono stata arrestata, quattro volte.

Mentre ero in prigione nel 2015-2016, ho condotto un breve studio in cui ho cercato di esaminare la relazione tra reclusione, genere e privacy attraverso svariate interviste. Soprattutto perché all’epoca c’era l’Habbet Al-Quds (Ribellione di Gerusalemme),[2] durante la quale  un gran numero di detenute furono arrestate e ferite. Ho cercato di esaminare l’argomento in un mio studio che è stato pubblicato nel 2016. Ma lo studio era limitato, esaminava solo un aspetto. Ho pensato di scrivere mentre ero in prigione, ma sentivo che la letteratura disponibile non mi bastava per il tipo di approccio che volevo perseguire. Quindi quelle letture fanno parte delle fonti da cui attingerò. Inoltre, condurrò interviste a circa 50 ex detenute in diverse fasi della reclusione, dalla fine degli anni Sessanta fino al dopo Oslo; quali sono i tipi di detenute imprigionate in ogni fase, qual è l’approccio che le ha portate ai loro atti di resistenza, qual è il loro status di classe, ecc.

In che modo le tue esperienze in carcere influenzano lo studio?

Ciò che guida questo studio, oltre alla sola letteratura, è che c’è un’esperienza personale nei confronti dell’argomento, sia attraverso il mio lavoro nelle istituzioni carcerarie che seguono i casi dei detenuti, sia perché proveniente da una famiglia che è stata sottoposta ad arresti più che una volta, sia per le mie stesse esperienze di reclusione. Non è un argomento che guardo dall’esterno. Questo è un’aggiunta rispetto alle interviste che condurrò con le detenute e che parleranno delle proprie esperienze.

Ci sono ostacoli alla conduzione dello studio, ma non insisterò  per condurre le interviste o porre domande, perché faccio parte del sistema. Ecco perché potrebbe essere più facile per le detenute dare liberamente le loro risposte.

Naturalmente, le detenute non possono parlare di tutto, e non posso scrivere tutto ciò che mi dicono, perché siamo ancora sotto il colonialismo, e ci sono ostacoli in termini di come salvaguardare queste informazioni, perché potrebbero esporre le detenute a un  nuovo arresto.

Lavori come attivista e ora come ricercatrice. In che modo pensi che i due ruoli si uniscano e come sei arrivata alla ricerca dopo il tuo attivismo. O è stato il contrario?

È una relazione integrata, perché anche il mio precedente lavoro all’Addameer seguiva casi di prigionieri palestinesi. Il mio background accademico era imprenditoriale, ma il mio lavoro in ruoli amministrativi in ​​ONG e istituzioni legate alle tematiche dei prigionieri e dei detenuti mi ha portato a continuare i miei studi in democrazia e diritti umani. Quindi per me è molto importante legare la lotta con la pratica e con il mondo accademico.

C’è uno stato di armonia tra i due ruoli. Quando si parla dell’idea che anche i munadalin e le munadilat (combattenti per la libertà) possano fare passi da gigante nel campo della ricerca e dell’accademia, si arriva a ciò che è noto come l’”intellettuale organico”.[3]

Mentre ero in ​​carcere, ero convinta che una forma di resistenza all’interno del carcere fosse l’istruzione. Ecco perché, ad esempio, durante la detenzione ho tenuto un corso sui diritti umani. I giornali scritti dalle detenute erano molto interessanti, perché legavano ciò che le convenzioni stabilivano con il tipo di oppressione o violazione che avevano subito.

Ho anche contribuito agli sforzi per aiutare le bambine detenute – che erano state arrestate e ferite e che  erano state condannate a lunghi anni di carcere – a continuare la loro istruzione. Prima con il liceo, in modo che potessero ottenere il diploma di tawjihi[4] (scuola superiore). Dopodiché, ci siamo battute per il nostro diritto all’istruzione superiore, anche se, tra l’altro, l’istruzione nelle carceri israeliane è vietata. Ma la pratichiamo come una forma di resistenza, perché dobbiamo sempre trovare il modo per imparare, con un’amministrazione carceraria che ci minaccia di confiscare i libri o dichiara il lockdown quando nota ragazze che si radunano in una stanza. Ecco perché l’educazione è una forma di resistenza… Non trovo una separazione tra i due ruoli.

Cosa puoi dire del termine “studioso attivista “, che è strettamente legato alla tua stessa prassi?

Ho scritto una lettera su questo per una conferenza internazionale di letteratura (La lettera è stata contrabbandata dalla prigione di Damon ed è stata scritta nell’ottobre 2020). Le mie figlie hanno parlato all’evento, anche Suha.

Nel 2015, durante il mio secondo arresto, c’era un numero enorme di detenute che erano bambine, quindi ho chiesto perché non ci fosse l’istruzione superiore. Perché nelle carceri, per i detenuti maschi c’è, ma per le detenute non c’è. Il motivo è che ci sono requisiti accademici da parte del Ministero dell’Istruzione palestinese, ovvero che devono esserci prigionieri che hanno una laurea o un master  per poter insegnare. A quel tempo, purtroppo, non c’erano detenute che avessero una laurea, e quindi la mia presenza in prigione aveva  aiutato.

Qui è dove diciamo che anche la pratica insegna, perché c’erano idee innovative da parte di tutte. Ad esempio, non c’è un tavolo, come possiamo crearne uno? C’era una piccola finestra di plastica: la smontavamo e ci mettevamo sopra un foglio, così potevamo trasformarla in un tavolo e usare un asciugamano  per cancellare il pennarello.

I carcerieri israeliani hanno iniziato ad entrare e a perquisire le stanze. Una volta hanno confiscato ogni penna e taccuino. È una lotta, ed è qui che si parla di educazione che è resistenza, educazione e intellettualizzazione di chi resiste.

Qual è il ruolo delle detenute nel movimento dei detenuti o nella resistenza dall’interno del carcere?

Le detenute fanno parte del movimento dei detenuti. I prigionieri guardavano le prigioniere e dicevano: “No, abbiamo paura per loro, non hanno bisogno di prendere parte ad alcuna azione collettiva “. Ma anche questo faceva parte della lotta femminista: dichiarare che anche noi detenute facciamo parte del movimento e non possiamo essere escluse. Questa era una discussione in corso, perché le detenute volevano esercitare il loro diritto a far parte della guida di questo movimento. È anche una questione di nidal (lotta) tra una mentalità patriarcale che guarda alle detenute in un certo modo – dal loro punto di vista era una forma di empatia verso le donne – ma dal mio punto di vista, le donne rappresentano qualcosa di diverso. Anche noi siamo parte di questa lotta, e quindi anche noi possiamo scegliere, non vogliamo che le persone decidano per noi.

In che modo l’amministrazione carceraria cerca di separare le detenute dagli altri detenuti e dal mondo esterno?

Ad esempio, l’amministrazione carceraria cerca di negare le visite. Il mio ultimo arresto è stato durante il COVID-19. Con il pretesto del COVID, avevano implementato procedure per isolarci. Non c’erano visite di famiglia, anche se i carcerieri andavano e venivano. Avevano notevolmente ridotto le visite degli avvocati; avevamo smesso di andare in tribunale, quindi praticamente non vedevamo nessuno, davvero. Abbiamo vissuto per quasi due anni in un isolamento quasi completo fino a quando non hanno iniziato a consentire le visite, ma anche allora hanno posto delle restrizioni. I membri della famiglia dovevano essere vaccinati – due o tre dosi – e solo una persona della famiglia poteva far visita una volta al mese.

Cosa speri di ottenere dal tuo studio di ricerca?

La prima cosa è che mancano studi sulle prigioniere palestinesi da cui i ricercatori possano trarre vantaggio. In secondo luogo, è un’opportunità per creare un database – e credo che Birzeit sia particolarmente ben  strutturato per questo, per documentare non solo le prigioniere, ma anche i prigionieri maschi, e non solo dal 1967, ma anche i prigionieri al tempo del mandato britannico. Il terzo obiettivo, ovviamente, è fare luce sulla questione. Siamo un popolo colonizzato, abbiamo subito molte prigionie, quindi vale la pena documentare queste esperienze.

Come pensi che l’università possa essere un incubatore per il discorso e la ricerca sui detenuti,  considerato  che si rivolge a persone che non hanno, o hanno un rapporto limitato, con queste esperienze di  molti ex detenuti? E qual è il ruolo di questa ricerca nella società palestinese, o nel movimento di liberazione palestinese?

Dobbiamo andare alla materia o al concetto di educazione liberatoria.[5] Credo che questo tipo di educazione sia fondamentalmente legato alla partecipazione, e all’insegnamento partecipato. Prima di tutto, un gran numero di studenti è minacciato di arresto o di morte. Quindi è molto importante, se vogliamo stabilire il concetto di un’istruzione liberatoria – che è molto lontana dall’istruzione di mercato – che le nostre università  servano da esempio, perché stiamo parlando di università che sono sotto una forma di controllo coloniale che è praticato contro il popolo palestinese. L’importanza delle università è la produzione di conoscenza, non solo la trasmissione della conoscenza. Ci sono già tali innovazioni in molte università, inclusa Birzeit. Ad esempio, il corso del professor Abdelrahim Al Shaikh, “Quaderni della prigione: il movimento dei prigionieri palestinesi”.

Un’ultima domanda sul recente evento che ha avuto luogo a Birzeit a cui lei ha partecipato – “Gilboa 2021: The Tunnel and the Horizon”[6] – come ha fatto a riunire diverse parti della società palestinese per co-produrre questa conoscenza?

Credo che il processo stesso di ospitare l’evento – ancor più di quanto si è detto – abbia catturato questo quadro. Stiamo parlando di cosa significa ottenere la libertà, sul concetto di libertà dal punto di vista dei prigionieri, e la stessa fuga è stata una forma di partecipazione collettiva a un evento che ha avuto luogo in tutta la Palestina.

Il workshop è stato un esempio di quella che può essere nella pratica una forma di educazione liberatoria. C’era un pubblico enorme, che in termini di studenti, è importante, perché  ultimamente c’era stato un minor coinvolgimento in tali eventi. Quindi questo numero enorme di studenti –  diversi tra loro e provenienti da diverse parti della società – il livello di coinvolgimento, il silenzio durante l’evento mentre tutti cercavano di ascoltare gli oratori… se solo avessimo potuto entrare in contatto con i prigionieri stessi, ma almeno erano testimoni indiretti dell’evento. Credo che questi tipi di seminari siano davvero importanti e servano da esempio di ciò che dovrebbe essere ampliato per sviluppare il tipo di istruzione che vogliamo qui in Palestina.

[1] Comprador è un termine per una persona che funge da agente locale per organizzazioni straniere, ma che è stato successivamente sviluppato da Franz Fanon nell’idea di una classe comprador, o élite nativa, che ha assunto il ruolo di classe dirigente coloniale .

[2] L’habba del 2015, che in arabo significa “impennata” o “rivolta”, è iniziata a Gerusalemme nel 2015 ed è stata caratterizzata da atti di resistenza, attacchi e proteste individuali.

[3] L’intellettuale organico, o المثقف العضوي in arabo, è un concetto sviluppato da Antonio Gramsci, di intellettuali che, a differenza degli intellettuali d’“élite” classici, sono organicamente legati alle classi che rappresentano e si preoccupano delle condizioni delle classi nel suo insieme.

[4] Diploma di scuola media superiore.

[5] Un concetto sviluppato dalla Pedagogia degli oppressi di Paulo Freire, 1972.

[6] L’evento, ospitato dal Prof. Abdelrahim Al Shaikh per il corso “Quaderni della prigione”, ha visto la partecipazione dei fratelli di tre dei sei prigionieri palestinesi dalla famosa fuga dalla prigione di Gilboa avvenuta nel settembre 2021, tra cui Yahya Zubeidi, Ahmad Aradah, Sari Orabi, anche loro ex prigionieri. La tavola rotonda è stata moderata da Khalida Jarrar.

Ayah Kutmah è Visiting Research Fellow presso il Muwatin Institute for Democracy and Human Rights presso la Birzeit University. Ayah ha conseguito la laurea presso l’Università del Michigan ed è una beneficiaria dell’ETA Fullbright degli Stati Uniti 2020-21 nella Cisgiordania occupata.

Traduzione per InvictaPalestina.org di Grazia Parolari

MEMO. Coloni israeliani hanno bruciato più di 100 ulivi a sud di Nablus, nella Cisgiordania occupata settentrionale.

Fonti locali hanno riferito che i coloni hanno appiccato il fuoco a vaste aree di terre coltivate a Madama e Burin e hanno cercato di impedire ai vigili del fuoco palestinesi di spegnerle.

La protezione civile palestinese ha riferito che più di 100 alberi sono stati distrutti nell’area tra Madama e Burin.

Un membro dell’equipaggio della protezione civile del Burin Firefighting Center è rimasto ferito mentre spegneva l’incendio ed è stato portato all’ospedale nazionale di Nablus per le cure.

https://www.facebook.com/middleeastmonitor/photos/a.175445796925/10155260361091926/?type=3

Quds Press e MEMO. Il Comitato islamo-cristiano a sostegno di Gerusalemme e dei suoi santuari ha dichiarato lunedì che le violazioni “senza precedenti” dei coloni israeliani a Gerusalemme aprono la strada a una guerra di religione.

In un comunicato stampa, il Comitato islamo-cristiano ha affermato: “Il permesso rilasciato dalle autorità di occupazione ai coloni di fare irruzione nella moschea di Al-Aqsa ed eseguire i loro rituali viola tutte le linee guida e mina la tutela giordana”.

Il Comitato islamo-cristiano ha sottolineato che, attraverso le incursioni, l’occupazione israeliana mira a cambiare lo status quo legale e storico e ad imporre il suo piano di spartizione spazio-temporale del sito musulmano.

“Quello che è successo a Gerusalemme, domenica, ribadisce il fatto che la città sta affrontando una guerra aperta per imporre la sovranità israeliana con la forza”, ha affermato il comitato.

“Il governo israeliano è diventato un’entità fascista che sta attuando l’agenda dei coloni e li protegge mentre effettuano i loro attacchi aggressivi contro i palestinesi a Gerusalemme e in altre terre palestinesi”, ha aggiunto.

Secondo quanto riportato nel comunicato stampa: “La marcia della bandiera non significa che Gerusalemme sia sotto la sovranità israeliana, ma dimostra che è usurpata da un’occupazione militare”.

Nel frattempo, il Comitato islamo-cristiano si è detto dispiaciuto per l’assenza di risposte “vere” arabe e islamiche alle violazioni israeliane, rilevando che ciò dà all’occupazione israeliana l’incentivo a compiere più aggressioni contro i palestinesi e i loro luoghi santi .

Domenica migliaia di coloni hanno preso parte alla marcia della bandiera, che li ha visti alzare la bandiera israeliana nella Gerusalemme est occupata, attaccare negozi e case palestinesi e assaltare la moschea di Al-Aqsa.

(Foto: israeliani estremisti inscenano una “marcia della bandiera” a partire da Gerusalemme Ovest, il 20 aprile 2022. [Mostafa Alkharouf – Agenzia Anadolu]).

Cisgiordania-PIC, Quds Press e Wafa. Lunedì centinaia di coloni hanno partecipato a manifestazioni provocatorie nel centro di al-Khalil/Hebron e nel sud di Nablus.

Secondo l’attivista anti-insediamento di al-Khalil/Hebron, Aref Jaber, i coloni si sono diretti dall’insediamento illegale di Kiryat Arba al quartiere di Jaber e poi alla moschea di Ibrahimi, cantando slogan razzisti contro i civili palestinesi e attaccando i loro negozi.

Jaber ha spiegato che le forze di occupazione israeliane (IOF) hanno protetto i coloni e bloccato le aree circostanti la moschea Ibrahimi per facilitare la marcia dei coloni, e ha aggiunto di essere stato trattenuto dalle IOF insieme a diversi giornalisti ai quali è stato hanno impedito di scattare foto dei coloni mentre entravano nella moschea.

Centinaia di coloni ebrei dell’insediamento di Itamar, protetti dalle IOF, hanno organizzato una marcia provocatoria vicino al checkpoint di Huwara, a sud della città di Nablus, in Cisgiordania, mentre sventolavano le bandiere israeliane.

All’inizio di domenica, migliaia di coloni ebrei hanno invaso la Città Vecchia di Gerusalemme attraverso l’area di Bab al-Amud per partecipare alla marcia della bandiera, che ha incluso assalti su larga scala ai cittadini palestinesi e alle loro proprietà nella città santa.

Gaza – The Palestine Chronicle. Testo e foto di Mahmoud Ajjour. Hamam al-Samra, o Samra Bath, è uno dei principali e pochi siti architettonici ottomani rimasti a Gaza. Sebbene esista da centinaia di anni, è ancora operativo.

Il The Palestine Chronicle si è unito agli artigiani e ai lavoratori di Gaza mentre trascorrevano la giornata riparando il luogo, con la speranza di riaprire il famoso bagno pubblico di Gaza in un futuro prossimo.

L’etimologia del nome non è del tutto certa. Alcuni storici ritengono che “Samra” si riferisca ai Samaritani, un’antica comunità di Gaza che visse in quella regione fino alla fine del XVI secolo. Il nome Samra, tuttavia, è anche un riferimento a qualcosa che è scuro o marrone. Quindi, il nome potrebbe anche significare il “bagno marrone”.

Il bagno è composto da diverse stanze, ognuna con una temperatura diversa: calda, tiepida e fredda. È gestito da Haj Salim Abdullah al-Wazeer.

Il proprietario del bagno ha offerto a The Palestine Chronicle una narrazione storica diversa su quando venne fondato. “Il bagno ha almeno mille anni”, ci ha detto al-Wazeer. Sebbene la data esatta non possa essere verificata, al-Wazeer ha affermato che c’è una scultura murale all’ingresso del bagno che data gran parte del sito all’inizio dell’era mamelucca, in particolare all’anno 685 del calendario islamico, ovvero oltre 750 anni fa.

“Il bagno è diviso in varie sezioni, a cominciare dal camino sotterraneo, che è invisibile ai clienti”, ha detto al-Wazeer. “Il camino è ancora alimentato a legna, poiché è la forma di combustibile più sicura disponibile a Gaza. Il fumo viene convogliato attraverso un camino alto 15 metri”.

“La seconda sezione è l’area di sosta. È lì che i clienti possono sedersi vicino ad una piscina, coperta dall’unica cupola del suo genere a Gaza, la cupola a scacchi, che consente l’ingresso del sole ma protegge chi si trova all’interno dalla pioggia […]. Questa è la parte più bella del bagno”.

“Un’altra sezione è dove il vapore arriva fino a 55 gradi Celsius”, ha continuato al-Wazeer. “I nostri clienti sono di età e classi diverse. Ricchi e poveri, giovani ed anziani, interagiscono tutti qui. Ci sono anche sezioni in cui i clienti, che spesso soffrono di problemi medici e articolari, ricevono massaggi”.

Al-Wazeer ha spiegato al The Palestine Chronicle i benefici per la salute del suo bagno storico.

“Questi sono i benefici del bagno”, ha detto:

  • Apre i pori;
  • Distende le articolazioni e rilassa il corpo;
  • Riduce le tensioni;
  • Accelera la circolazione sanguigna e quindi rafforza le capacità cognitive del cervello;
  • Aiuta con i problemi alla schiena e alla colonna vertebrale;
  • Aiuta i pazienti con reumatismi;
  • Attiva parti del corpo preposte al controllo delle tossine;
  • Rafforza il sistema immunitario.

Abbiamo chiesto ad al-Wazeer quante volte in passato è stato riparato questo bagno. “Almeno quattro volte. Presumibilmente, la prima volta è stata oltre 750 anni fa. Poi è stato riparato di nuovo negli anni ’70 e ho preso parte alla sua ricostruzione. È stato anche restaurato nel 2001, attraverso una sovvenzione del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), gestito dall’Università islamica di Gaza”.

Secondo al-Wazeer, le attuali riparazioni seguono gli ultimi metodi utilizzati per riparare i siti antichi, e ha promesso che l’Hamam “riemergerà bello com’era quando fu costruito per la prima volta mille anni fa”.

Foto di Mahmoud Ajjour.

Gerusalemme occupata/al-Quds – PIC. Domenica, i detenuti amministrativi palestinesi nelle carceri israeliane hanno organizzato un sit-in nei cortili delle prigioni per protestare contro la politica israeliana di detenzione amministrativa.

Secondo il Centro palestinese per gli studi sui prigionieri, l’organizzazione del sit-in fa parte delle fasi di preparazione all’inizio di uno sciopero della fame di massa, previsto per la fine del 2022.

Il direttore del Centro palestinese per gli studi sui prigionieri, Riad al-Ashqar, ha affermato che il servizio carcerario israeliano continua a trascurare le richieste dei detenuti amministrativi palestinesi, portandoli a organizzare uno sciopero della fame di massa.

“Israele ha emesso più di 650 ordini di detenzione contro prigionieri palestinesi dopo il boicottaggio dei suoi tribunali dall’inizio del 2022, portando così il numero di detenuti amministrativi palestinesi ad oltre 600, tra cui donne, bambini, deputati, anziani e malati”, ha aggiunto al-Ashqar.

Ha invitato il popolo palestinese ad intensificare le manifestazioni in sostegno dei detenuti amministrativi palestinesi, “al fine di smascherare la politica razzista della detenzione amministrativa”.

Martedì scorso, i detenuti amministrativi palestinesi nelle carceri israeliane si sono rifiutati di presentarsi per l’appello (conteggio), come parte delle proteste contro questa politica israeliana.

La detenzione amministrativa è l’incarcerazione senza processo o accusa ed è ampiamente utilizzata da Israele contro gli attivisti palestinesi come deterrente politico.

Tehran – PIC. Il ministero degli Esteri iraniano ha condannato le violazioni criminali commesse da Israele nella Gerusalemme occupata contro la moschea di al-Aqsa, i suoi fedeli ed i difensori, invitando gli stati islamici a stare con i palestinesi nella difesa della loro terra e dei loro luoghi sacri.

Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Saeed Khatib Zadeh, ha dichiarato domenica che la Repubblica islamica condanna fermamente le violazioni israeliane nella moschea di al-Aqsa e gli attacchi ai palestinesi e ai difensori della prima Qibla dei musulmani.

Il funzionario iraniano ha sottolineato che Gerusalemme rimarrà l’eterna capitale unificata della Palestina, elogiando la resistenza e la fermezza del popolo palestinese e dei difensori di Gerusalemme.

“La questione di Gerusalemme è la priorità assoluta del mondo islamico”, ha sottolineato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, aggiungendo che è un obbligo per i popoli liberi del mondo, in particolare quelli islamici, difendere Gerusalemme e affrontare il regime israeliano razzista.

Khatib Zadeh ha invitato le organizzazioni internazionali ad assumersi le proprie responsabilità e impedire ad Israele di continuare i suoi attacchi contro il popolo palestinese disarmato.

Più di 2.626 coloni hanno preso d’assalto i cortili di al-Aqsa in gruppi, recitando preghiere e sventolando bandiere israeliane all’interno dei suoi cortili, sotto la protezione della polizia israeliana che ha aggredito i fedeli musulmani e ne ha arrestato alcuni.

Gerusalemme/al-Quds – PIC. L’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha recentemente abbandonato l’idea di creare un consolato statunitense a Gerusalemme per i palestinesi, secondo quanto riportato da un quotidiano israeliano.

Un rapporto pubblicato lunedì da Israel Today afferma che l’amministrazione statunitense ha deciso di abbandonare questa mossa e ha deciso invece di adottare una serie di misure per migliorare le relazioni con i palestinesi.

Il rapporto indica che gli Stati Uniti intendono cambiare la carica del vicesegretario di Stato per gli affari palestinesi e israeliani, Hadi Amr, a Inviato speciale per i palestinesi.

Hadi Amr lavorerebbe direttamente con l’Unità per gli affari palestinesi dell’Ambasciata degli Stati Uniti in Israele, e sarebbe un rappresentante separato per i palestinesi a tutti gli effetti, ha aggiunto.

Il primo ministro israeliano Naftali Bennett ha dichiarato ad aprile di aver bloccato la realizzazione della promessa fatta dal suo predecessore, Benjamin Netanyahu, all’amministrazione statunitense per istituire un consolato statunitense e fornire servizi ai palestinesi a Gerusalemme.

Gerusalemme occupata/al-Quds – PIC. L’arcivescovo romano-ortodosso di Sebastia a Gerusalemme, Atallah Hanna, ha affermato domenica che le chiese cristiane condannano la provocatoria Marcia della bandiera dei coloni israeliani nella Gerusalemme occupata.

L’arcivescovo Hanna ha confermato che le incursioni dei coloni israeliani estremisti alla moschea di al-Aqsa costituiscono una violazione contro ogni palestinese, e ha classificato la Marcia della bandiera come provocatoria e aggressiva.

“I cristiani palestinesi appartengono a Gerusalemme e non accettano l’aggressione contro i suoi cittadini”, ha affermato l’arcivescovo, confermando che l’unità palestinese sventerà i piani israeliani per cambiare lo status quo nel luogo santo.

All’inizio di domenica, 2.626 coloni hanno fatto irruzione nella moschea di al-Aqsa e hanno recitato preghiere nei suoi cortili durante i tour mattutini e pomeridiani. La polizia israeliana ha protetto le incursioni dei coloni, arrestando e attaccando i fedeli musulmani di al-Aqsa che hanno affrontato i coloni.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

MEMO. Di Salman Abu Sitta. Israele mostra il peggio di sé da 27.060 giorni e oltre, dal massacro di donne incinte a Deir Yassin, da parte di bande terroristiche sioniste, nel 1948, all’omicidio a sangue freddo di Shireen Abu Aqleh, la scorsa settimana, e all’attacco alle persone che trasportavano la sua bara. La ferocia israeliana non conosce limiti. Non passa giorno senza che Israele uccida, ferisca, imprigioni, espropri e spopoli la terra nella Palestina occupata; a questa lista si può davvero aggiungere ogni altro crimine immaginabile.

Le statistiche sono inadeguate per trasmettere la ferocia dello stato di occupazione. Esse non possono esprimere la bruttezza dei crimini di Israele, nessuno dei quali è, tuttavia, sufficiente a macchiarne la storia e coloro che la sostengono.

Israele ha commesso 156 massacri di persone innocenti solo tra il 1947 e il 1953 e ha lasciato due terzi del popolo palestinese senza casa, il numero più grande mai sradicato nella storia della Palestina.

Le loro case sono state demolite sopra le loro teste, come a Qibya; sono stati uccisi nei loro letti nei campi profughi, come ad Al-Bureij; le loro città sono state ridotte allo stato di grandi città funebri, come a Khan Younis; i loro figli sono stati sepolti dalle macerie delle loro aule scolastiche, come a Bahr Al-Baqar; le loro case sono state ridotte in macerie, come a Jenin; sono stati uccisi in massa, come a Sabra e Shatila; tutto il loro quartiere è stato completamente cancellato dalla faccia della terra, come a Shejaiya.

Il dio sionista di questo Israele ha un’insaziabile brama di sangue. Il suo altare deve essere unto dal sangue di palestinesi innocenti. Nessuno sfugge a questa sete di sangue. Né i bambini, come Muhammad Al-Durra ucciso nel 2000, né suo padre, né suo nonno espulso dalla sua casa nel 1948.

Il confronto con altri progetti coloniali è inappropriato. La colonizzazione dell’America, del Canada e dell’Australia avvenne nell’era dell’arco e delle frecce. La distruzione della Palestina è avvenuta sotto il riverbero delle telecamere mentre una sacra scrittura chiamata diritto internazionale veniva recitata ogni giorno.

In altri progetti coloniali si presumeva che i “nativi” fossero senza storia e senza una cultura all’altezza di quella dei colonizzatori (*). La storia della Palestina è più lunga di quella dei colonizzatori. La civiltà dei colonizzatori occidentali, a partire dal XV secolo, non sarebbe potuta sorgere senza l’eredità della Palestina. Gerusalemme è stata palestinese molto più a lungo di quanto Londra sia stata britannica, o addirittura inglese.

In altri progetti coloniali, il passare del tempo ha completato il crimine e lo ha suggellato come storia antica. In Palestina, 74 anni di esistenza e colonialismo di Israele hanno significato 74 anni di continua legittima resistenza palestinese. Continuerà per tutto il tempo necessario.

Che nessuno mi rinfacci Auschwitz. Fu un terribile crimine commesso durante una guerra mondiale. Ricompensare un crimine in tempo di guerra con quello che in effetti è un crimine esteso, di vasta portata e in corso è osceno. Quelle vittime in tempo di guerra avrebbero dovuto essere coraggiose quanto i palestinesi. Avrebbero dovuto combattere contro l’aggressore, anche contro ogni probabilità, come facciamo noi. Non avrebbero dovuto fuggire e, come codardi, attaccare persone innocenti che non hanno fatto loro del male, in una terra lontana.

Un esempio casuale è quello di un terrorista ebreo tedesco di nome Helmut Ostermann. Lasciò la Germania nel 1939 per recarsi in Palestina al fine di unirsi a un’organizzazione terroristica. Nel 1948, appollaiato con la sua mitragliatrice su una collina a Huleigat, osservava un mare di profughi che veniva condotto nella Striscia di Gaza. Ha cambiato il suo nome in Uri Avnery. Non ha mai accettato il legittimo Diritto al Ritorno dei profughi, sue vittime. Israele e Germania sono ora i migliori alleati.

Il colossale crimine contro i palestinesi aveva bisogno di un’enorme forza militare, una cassa d’oro per comprare leader e un’incredibile serie di bugie, inganni, diffamazione e disinformazione per creare miti come “I palestinesi non esistono” e “Non esiste una cosa come la Palestina”. Questa guerra di propaganda per ingannare la mente occidentale non ha precedenti. Non si è mai visto su una tale scala nelle guerre contro Vietnam, Germania, Giappone e Sud Africa.

Israele ha condotto undici tipi di guerra contro i palestinesi per espropriare la loro storia, geografia e cultura a sostegno dell’affermazione che i vagabondi provenienti dalle fredde distese di Russia, Polonia e Germania sono il popolo originario della Palestina. È farsesco per loro affermare di essere “tornati” dopo 2000 anni per reclamare la loro proprietà abbandonata da tempo.

Altrettanto farsesco è reclutare Dio per sostenere l’affermazione che Egli ha dato la Palestina agli ebrei. Tale sostegno pseudo-divino, ovviamente, era necessario perché non c’è un solo acro di terra che Israele occupa ora che sia stato acquisito legalmente: è stato tutto acquisito con la forza delle armi.

Contrariamente alle aspettative sioniste, i giovani della Palestina non hanno dimenticato le loro radici e la loro eredità. Non hanno abbandonato il loro patrimonio. Ora, con la loro conoscenza e determinazione, l’edificio della negazione sionista sta crollando. Il mondo occidentale ora sa cosa gli abbiamo detto 74 anni fa, ma non vuole ascoltare. Questo a eterna vergogna dell’Occidente, perché Israele è la faccia più brutta del colonialismo brutale.

Dico questo ai molti ebrei sostenitori della Palestina: convertite in azione la vostra disapprovazione per Israele. Rinnegate Israele pubblicamente e con tutti i mezzi. State nella stessa trincea dei palestinesi; combattete mentre combattono e morite mentre muoiono. Scrolliamoci di dosso il tribalismo e la paura della slealtà e sosteniamo la giustizia, perché è l’unico principio duraturo. È da questo che sarete giudicati. Lo stesso vale per i giovani in Occidente, i cui politici hanno creato Israele e sono responsabili dei suoi crimini. Aprite la porta di un nuovo mondo con giustizia, perché il suo momento sicuramente verrà. Coloro che hanno commesso i crimini, li hanno aiutati e favoriti, o sono rimasti in silenzio quando gli è stato chiesto di aiutare, dovranno affrontare il giudizio eterno molto più a lungo del crimine stesso. Attenzione. Quel giorno si avvicina.

Traduzione per InfoPal di Stefano Di Felice

(*) In realtà, anche tutto il continente americano, colonizzato e brutalizzato dagli Europei per secoli, era popolato da antiche e grandi Civiltà.

Ramallah-PIC. A due settimane dalla morte della corrispondente di Al Jazeera Shireen Abu Aqleh, una ricostruzione degli eventi effettuata dall’Associated Press (AP) ha rinforzato le affermazioni delle autorità di sicurezza palestinesi, nonché dei colleghi della vittima, secondo cui il proiettile che le ha tolto la vita sarebbe provenuto da un’arma israeliana.

“Diversi video e fotografie scattati la mattina dell’11 maggio mostrano un convoglio [dell’esercito] israeliano parcheggiato su una strada stretta in salita con una chiara visuale verso Abu Aqleh. Questo materiale mostra giornalisti e altri presenti in tempo reale corsi al riparo dai proiettili sparati dal convoglio”, stando ai risultati di un’indagine condotta recentemente da AP.

“L’unica presenza confermata di militanti palestinesi era localizzata dall’altra parte del convoglio, a circa 300 metri di distanza, e separata da Abu Aqleh essenzialmente da edifici e mura. Israele afferma che almeno un militante si trovava tra il convoglio e i giornalisti, ma non ha fornito alcuna prova né indicato la sua posizione. Testimoni palestinesi affermano che non c’erano militanti nell’area e nessuna sparatoria in corso fino a quella che ha colpito Abu Aqleh e ferito un altro giornalista”.

“Quei testimoni affermano di non avere dubbi sul fatto che siano stati i soldati israeliani a uccidere Abu Aqleh”.

Secondo AP, le autorità di sicurezza palestinesi si sono rifiutate di consegnare il proiettile che ha ucciso Abu Aqleh o di collaborare in alcun modo con Israele alle indagini, affermando che condivideranno i risultati della propria indagine con qualsiasi altro interessato.

In un’ondata sempre più crescente di violenza israeliana, la morte di Abu Aqleh ha acuito ulteriormente le tensioni nei Territori palestinesi occupati sollevando nuove preoccupazioni sulla sicurezza dei giornalisti che coprono i quasi 55 anni di occupazione militare israeliana nella Cisgiordania, rivendicata dai Palestinesi come parte principale del loro futuro stato.

AP ha detto che i suoi giornalisti hanno visitato il luogo in cui Abu Aqleh è stata uccisa, ai margini del campo profughi di Jenin, nel nord della Cisgiordania, così come la scena di uno scontro a fuoco avvenuto nelle vicinanze con le forze israeliane che è stata ripresa in un video.

Le interviste dei giornalisti di AP con cinque testimoni oculari palestinesi corroborano un’analisi già eseguita dal gruppo di ricerca Bellingcat con sede in Olanda che indicava che le forze israeliane erano particolarmente vicine ad Abu Aqleh e godevano di una visuale migliore. Il gruppo, specializzato nella geolocalizzazione degli eventi nelle zone di guerra attraverso l’analisi di foto e video condivisi online, ha individuato la posizione del convoglio proprio nel punto più alto di una strada stretta da dove è stata uccisa Abu Aqleh.

I giornalisti che erano con Abu Akleh affermano che al giungere ​​sul posto la situazione era tranquilla, senza alcuno scontro in corso o militanti nelle immediate vicinanze. Ali Samoudi, un produttore di Al Jazeera di Jenin, ha detto ad AP di aver chiamato le persone all’interno del campo per avere un’idea di cosa stesse succedendo.

Successivamente, si sono diretti verso una strada lunga e stretta in salita da un’area aperta sino a un gruppo di edifici di cemento dove un convoglio dell’esercito israeliano era stazionato a circa 200 metri di distanza. Ogni giornalista indossava un casco e un giubbotto blu con la scritta “PRESS” a caratteri cubitali.

“Siamo usciti in bella vista di modo che potessero vederci”, ha aggiunto Samoudi. “Non ci hanno detto che dovevamo lasciare il luogo, quindi abbiamo proceduto lentamente, camminando per circa 20 metri”.

Shatha Hanaysheh, una fotografa locale, ha detto che sono rimasti lì per 5-10 minuti, parlando e persino ridendo perfettamente visibili dai soldati. Un video che sembra catturare i primi spari supporta la sua versione.

Samoudi ha detto che i soldati hanno sparato un colpo di avvertimento, cosa che lo ha fatto chinare e correre via. Il secondo colpo lo ha colpito alla schiena. Abu Aqleh è stata colpita alla testa e sembra essere morta sul colpo, Hanaysheh ha trovato rifugio sul retro di un albero vicino a un muro. La corteccia dell’albero sul lato rivolto verso l’esercito sembra segnata e scavata da colpi di arma da fuoco o schegge.

“Abbiamo visto che gli spari provenivano dall’esercito”, ha detto Hanaysheh. “Quando Ali, Shireen e io siamo scappati al riparo, siamo scappati da loro”.

Sharif Azer, un residente locale che stava andando al lavoro, ha sentito gli spari ed è corso ad aiutare. Può essere osservato in un altro video, abbondantemente condiviso, mentre scavalca il muro dove Hanaysheh si stava riparando aiutandola a scappare.

Dopo l’uccisione di Abu Aqleh si sono sentiti diversi spari, mentre le persone si mettevano al riparo su entrambi i lati della strada. Quando Azer si è allontanato dall’albero, gli spari hanno continuato a risuonare facendolo indietreggiare, evidenziando che essi provenivano dalla posizione dell’esercito. Ha riferito che poteva vedere benissimo i soldati puntare le pistole.

“Ci hanno sparato più di una volta. Ogni volta che qualcuno si avvicinava, gli sparavano contro”, ha detto.

“Le indagini israeliane sulle sparatorie di palestinesi spesso vengono trascinate per mesi o anni prima di essere tranquillamente archiviate, e i gruppi per i diritti umani affermano che i soldati sono raramente ritenuti responsabili”, ha sottolineato AP.

Traduzione per InfoPal di Laura Pennisi

MEMO. Il ministro degli Esteri giordano ha dichiarato (il 24/6) che le pratiche israeliane nei Territori palestinesi occupati portano a una “brutta” realtà sul campo, ha riferito Anadolu. Le dichiarazioni di Ayman Al-Safadi sono state rilasciate durante il suo discorso al Forum Economico di Davos, dove ha avvertito che non esistono soluzioni di pace all’orizzonte per il conflitto israelo-palestinese.

“Dovremmo guardare alle cause di minaccia nella regione e al perdurare delle crisi, a cominciare dalla questione palestinese”, ha affermato. Lo ” Stato unico” non è la risposta, in quanto consolida lo status quo traducendosi poi in “apartheid”, come confermano  numerose organizzazioni internazionali per i diritti umani.

“Non c’è un orizzonte politico che conduca alla risoluzione del conflitto Palestina-Israele”, ha affermato il funzionario giordano. “C’è il consolidamento dell’occupazione attraverso la costruzione di insediamenti, la confisca delle terre e lo sfratto delle persone dalle loro case”.

Al-Safadi ha sottolineato di rappresentare un Paese che ha firmato un trattato di pace con Israele 27 anni fa. “Quindi, quando parliamo, parliamo con credibilità come pacificatori e lo diciamo agli israeliani francamente e apertamente. Il mondo intero dovrebbe agire con coerenza su tutte le questioni: ciò che vale per l’Ucraina dovrebbe applicarsi alla Palestina, all’Africa e all’Europa e ovunque. L’ordine internazionale dovrebbe essere applicato allo stesso modo”.

Ha inoltre rinnovato la condanna della Giordania per l’assassinio della giornalista palestinese di Al Jazeera Shireen Abu Aqleh, osservando che testimoni oculari hanno riferito che è stata uccisa a colpi di arma da fuoco dalle forze di occupazione israeliane. Ha ribadito l’importanza di avviare un’indagine internazionale per ritenere responsabili gli autori.

In chiusura, Al-Safadi ha anche denunciato l’attacco al funerale del giornalista. “In quale mondo può essere commesso un atto così orribile e disumano senza responsabilità?”, ha chiesto.

(Nella foto: il ministro degli Esteri giordano Ayman Safadi parla durante una conferenza stampa con il suo omologo saudita, il principe Faisal bin Farhan Al-Saud (non visibile) dopo il loro incontro ad Amman, capitale della Giordania, il 3 gennaio 2022. Khalil MAZRAAWI/AFP tramite Getty Images).

Traduzione per InfoPal di Chiara Parisi

Gaza-Palestine Chronicle. I palestinesi in tutti i Territori occupati della Palestina storica si sono mobilitati in solidarietà con Al-Quds/Gerusalemme Est occupata e la Moschea di Al-Aqsa.

Nella Striscia di Gaza assediata, migliaia di palestinesi hanno espresso la loro solidarietà e il loro rifiuto all’occupazione illegale israeliana della Palestina in marce, balli folcloristici, discorsi e spettacoli.

La telecamera Palestine Chronicle si è unita a molte di queste attività in tutta la Striscia di Gaza, in particolare nel campo profughi di Jabaliya e nella città di Gaza.

Ciò è accaduto in risposta alla cosiddetta “Marcia della bandiera” israeliana, in cui circa 50.000 estremisti ebrei hanno marciato nella città palestinese occupata di Gerusalemme, mentre erano protetti da migliaia di agenti di polizia e soldati israeliani.

Centinaia di palestinesi sono rimasti feriti a causa degli scontri in corso e molti altri sono stati arrestati dalle truppe di occupazione.

Beirut-Quds Press. Il rappresentante del “Fronte popolare per la liberazione della Palestina” (una delle fazioni dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina-OLP) in Libano, Marwan Abdel-Aal, ha affermato che “i tentativi dell’occupazione israeliana di imporre il controllo sulla città occupata di Gerusalemme falliranno, e Gerusalemme rimarrà la scintilla del conflitto e il detonatore di tutte le rivolte, della resistenza e del patriottismo”.

Abdel-Aal ha confermato a Quds Press che “l’identità della Gerusalemme occupata rimarrà araba e islamica, e tutti i progetti e i piani dell’occupazione e la sua falsa narrazione falliranno, e tutti gli scavi dell’occupazione non saranno in grado di provare la falsa narrazione ebraica o trovare il presunto tempio”.
Ha aggiunto che “i progetti di normalizzazione con l’occupazione, e tutti gli accordi internazionali, le scommesse e le garanzie non hanno scoraggiato il nemico sionista, ma piuttosto ne hanno accresciuto l’arroganza, il fascismo e il razzismo”.

Abdel-Al ha sottolineato che “l’unico modo per ripristinare tutti i diritti rubati e riprendere l’intero territorio nazionale palestinese è il progetto di resistenza, all’interno di una strategia di lotta nazionale unificata, basata sulla trinità del potere: unità, fermezza e resistenza”.

Gerusalemme/al-Quds-Quds Press e PIC. 79 palestinesi sono rimasti feriti, domenica, nella Gerusalemme occupata, dopo che le forze israeliane hanno represso le manifestazioni contro la “marcia della bandiera” dei coloni.

Secondo la Mezzaluna Rossa palestinese, la polizia israeliana ha sparato proiettili di metallo rivestiti di gomma e lacrimogeni contro palestinesi in diverse aree di Gerusalemme, lasciandone 79 feriti.

La polizia israeliana ha arrestato sei giovani palestinesi mentre si trovavano in strada Al Rasheed, a Gerusalemme. Gli arresti sono avvenuti principalmente nella moschea di Al-Aqsa, nella Città Vecchia, a Bab Al-Amud, Bab Al-Sahira, Sheikh Jarrah e Al-Tur, portando a 40 il numero dei palestinesi detenuti domenica nella Gerusalemme occupata e trasferiti nelle prigioni di Al-Maskobiya e Al-Barid.

Una “marcia della bandiera” palestinese è stata lanciata in strada Salah al-Din, nella Gerusalemme est occupata, in risposta alla provocatoria marcia con la bandiera dei coloni.

Domenica mattina, migliaia di coloni hanno preso d’assalto la città vecchia di Gerusalemme attraverso l’area di Bab al-Amud per partecipare alla marcia della bandiera, cantando slogan razzisti contro i palestinesi.

Secondo fonti locali, almeno 2.000 coloni estremisti sono entrati nel complesso della moschea di al-Aqsa attraverso la Porta al-Maghariba, in una sfilata provocatoria con la bandiera israeliana.

Inoltre, la polizia israeliana ha intensificato la sua presenza nel quartiere di Bab al-Amud, di Porta As-Sahera e Al-Masara, bloccando le aree con sbarre di metallo per facilitare le incursioni dei coloni.

In un attacco successivo, i coloni israeliani hanno preso d’assalto il quartiere di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme, attaccando le case e le proprietà dei palestinesi.

Riyadh – MEMO. Da qualche tempo esiste una relazione commerciale israelo-saudita, poiché gli uomini d’affari israeliani usano passaporti israeliani per entrare nel regno, portando a termine “grandi affari”, mentre uomini d’affari e fondi di investimento sauditi cercano investimenti in Israele, secondo quanto rivelato dal Globes.

Secondo Arab48.com, il Globes ha riportato una fonte israeliana che afferma: “Abbiamo relazioni indirette con l’Arabia Saudita da più di 20 anni. Non ricordo che ci sia stato uno sviluppo economico come quello a cui stiamo assistendo in questi giorni”.

Tali relazioni sono state storicamente svolte a porte chiuse e per lo più attraverso aziende registrate in Europa o in altri paesi, dove sono stati raggiunti e firmati accordi di sicurezza e civili tra imprenditori dei due paesi.

Da diversi mesi, l’Arabia Saudita ha consentito agli uomini d’affari israeliani di entrare nel suo suolo utilizzando un permesso di ingresso speciale ed i loro passaporti israeliani. Il Globes ha rivelato che il divieto di ingresso degli israeliani è stato recentemente revocato e questi hanno iniziato a ottenere visti d’ingresso in Arabia Saudita, sottolineando che decine di uomini d’affari israeliani hanno visitato Riyadh ed altre città.

L’ex-primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha visitato Neom e ha incontrato il principe ereditario Mohammad Bin Salman nel novembre del 2020, alla presenza dell’allora segretario di Stato statunitense Mike Pompeo.

Tali scambi di visite hanno portato ad affari dal valore di milioni di dollari.

“Lontano dalle relazioni diplomatiche dirette e dai trasferimenti diretti di denaro, abbiamo tutto ciò di cui i paesi hanno bisogno per avere relazioni commerciali, firmare accordi e scambiare beni e competenze”, ha dichiarato al Globes un uomo d’affari israeliano.

Il notiziario economico israeliano ha riferito che c’è stato un crescente interesse saudita, non solo per le start-up tecnologiche, ma anche per molti altri prodotti israeliani.

L’amministratore delegato della Camera di commercio ed industria per il commercio tra Israele e gli Stati del Golfo, Nirit Ofir, ha commentato: “Ciò che è degno di nota è il rapido progresso tra i settori privati”, osservando che gli uomini d’affari non sono limitati da questioni diplomatiche.

Il Globes ha anche riportato una fonte saudita di alto livello che afferma che il numero di domande presentate da uomini d’affari sauditi in cerca di visti d’ingresso in Israele è aumentato. Ha indicato anche che gli uomini d’affari israeliani e sauditi si incontrano e tengono accordi ad Abu Dhabi e Manama.

Per quanto riguarda le questioni diplomatiche, un’altra fonte saudita ha dichiarato al Globes che “il fatto che Bin Salman abbia approvato gli investimenti diretti e non quelli indiretti, come è stato finora, significa che un’altra barriera è stata superata e che le relazioni dirette e pubbliche si stanno avvicinando”.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Tel Aviv – MEMO. Un colono israeliano ha rivelato venerdì il coinvolgimento del parlamentare estremista israeliano Itamar Ben-Gvir negli attacchi terroristici contro i palestinesi, come riportato dal canale televisivo israeliano Channel 12.

Il colono Roni Hen ha rivelato ciò che segue nel programma The Truth del canale: “Il parlamentare Itamar Ben-Gvir, che segue il movimento sionista religioso, è colui che mi ha reclutato nelle bande dei ‘Price Tag‘ della Hilltop Youth, responsabili per numerosi attacchi contro i palestinesi”.

Le bande Price Tag sono affiliate al gruppo Hilltop Youth, un gruppo giovanile estremista religioso-nazionalista di linea dura che comprende coloni di destra. Effettuano attacchi alle proprietà palestinesi e ai luoghi sacri islamici e cristiani in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme.

Hen ha indicato che il 15 maggio 2011: “Ha dato fuoco ad un’auto palestinese nel governatorato di Hebron (Cisgiordania meridionale) mentre era agli arresti domiciliari nella casa di Ben-Gvir, nella colonia di Kiryat Arba”.

Hen ha rivelato che Ben-Gvir “si è disfatto della bottiglia che aveva i resti di benzina rimasti dall’incendio dell’auto palestinese, nonostante fosse l’avvocato che avrebbe dovuto assicurarsi che io rimanessi a casa, a nome del tribunale”.

Hen ha anche confermato di aver partecipato ad una riunione segreta delle bande della Hilltop Youth, tenutasi nella colonia di Kiryat Arbam, a Hebron, durante la quale hanno parlato di “uccidere palestinesi, assaltare la moschea di al-Aqsa e barricarsi al suo interno”.

Il quotidiano israeliano Haaretz aveva rivelato, in un precedente rapporto, pubblicato nell’aprile 2018, che Ben-Gvir ha lavorato come avvocato per due persone coinvolte nell’attacco che ha ucciso membri della famiglia Dawabsheh, nella cittadina di Duma, nel nord della Cisgiordania.

Hen ha dichiarato che un anno dopo aver deciso di lasciare la Hilltop Youth ha ricevuto una convocazione dal Servizio d’intelligence dello Shin Bet e ha deciso di dire loro ciò che sapeva di Ben-Gvir.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Gerusalemme/al-Quds-PIC. Domenica, coloni, sorvegliati dalla polizia israeliana, hanno aggredito giovani a Bab al-Silsilah e nella cittadina di Silwan, a Gerusalemme.

Inoltre, sono scoppiati scontri dopo che la polizia israeliana ha preso d’assalto l’area di preghiera di Bab al-Rahma, ad est della moschea di al-Aqsa.

La polizia israeliana ha arrestato due giovani – una donna ed un uomo – dopo averli brutalmente attaccati vicino a Bab al-Amud, nella Gerusalemme occupata.

In mattinata, decine di coloni hanno fatto irruzione nell’area di Bab al-Amud, nella Città Vecchia di Gerusalemme, e hanno recitato preghiere sotto la protezione della polizia israeliana.

Nablus – PIC, Quds Press e Wafa. Sabato, gruppi di coloni hanno compiuto attacchi contro i palestinesi e le loro proprietà in diverse aree della Cisgiordania occupata.

A Nablus, una donna palestinese è stata ferita dopo che un gruppo di coloni ha lanciato pietre contro la sua auto vicino alla cittadina di Hawara.

Nel frattempo, due palestinesi sono stati arrestati nella cittadina di Kober, a nord-ovest di Ramallah, dopo che le truppe israeliane hanno preso d’assalto e perquisito le loro case.

Violenti scontri sono scoppiati anche nella cittadina di al-Khader, a Betlemme, per protestare contro l’uccisione di un minorenne locale da parte delle forze israeliane.

Un palestinese è stato ferito e decine di altri sono rimasti soffocati dai lacrimogeni.

In tutta Betlemme è stato inoltre dichiarato uno sciopero generale in lutto per il quindicenne Zaid Ghoneim, ucciso dai militari israeliani.

Il ministero della Salute palestinese ha riferito che Zaid Ghuneim, 15 anni, è morto per le gravi ferite riportate durante il raid delle forze d’occupazione israeliane nella cittadina di al-Khader.

Ghuneim è stato colpito da tre proiettili al collo e alla schiena, ed è deceduto a causa delle ferite subito dopo essere stato trasferito all’ospedale di Betlemme, ha aggiunto il ministero.

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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