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Comunicato Stampa. Unione dei Comitati delle Donne Palestinesi- Ramallah 22/10/2021.

L’Unione dei Comitati delle Donne Palestinesi (UPWC) rigetta e denuncia quanto emerso dal discorso del Ministro della Sicurezza Interna dell’Entità Sionista, nel quale sei associazioni palestinesi femministe e della società civile che operano nell’ambito dei diritti umani sono state dichiarate “organizzazioni
terroristiche”.
Riteniamo che questa dichiarazione sia infondata sotto ogni punto di vista; la consideriamo calunniosa, fuorviante e derivante da un contesto oppressivo e colonialista nei confronti della legittima difesa dei diritti delle donne palestinesi inclusi i loro diritti sociali, culturali, legali e nazionali.
L’Unione dei Comitati delle Donne Palestinesi afferma il suo diritto di continuare a difendere le conquiste e i raggiungimenti nella sue storiche lotte femministe e di liberazione nazionale.
L’Unione dei Comitati delle Donne Palestinesi invita tutta la società civile palestinese ad opporsi fermamente alle ripetute aggressioni contro l’UPWC, attraverso l’arresto delle donne che difendono i diritti umani, in particolar modo della nostra collega Khitham Al Saafin.
Facciamo inoltre appello ai nostri amici e alleati dei movimenti femministi e progressisti arabi e internazionali affinché si compia un’immediata azione di contrasto a questo illegittimo attacco contro le donne Palestinesi e contro coloro che difendono e rappresentano i loro diritti.

Unione dei Comitati delle Donne Palestinesi
Ramallah 22/10/2021

Traduzione a cura di InvictaPalestina.org

Hebron/al-Khalil – PIC. Domenica, le forze d’occupazione israeliane (IOF) hanno emesso ordini di sospensione dei lavori di due abitazioni nel villaggio di at-Tuwani, a Masafer Yatta, nel sud della provincia di Hebron/al-Khalil.

Il funzionario locale Rateb al-Jabour ha riferito che Fuaad al-Amour e Ghanem al-Harini hanno ricevuto avvisi militari che ordinavano loro di smettere di costruire le case di loro proprietà nel villaggio.

Jabour ha aggiunto che le due case si trovano all’interno del piano regolatore del villaggio, ma l’esercito israeliano continua a prendere di mira i residenti locali e le loro proprietà con l’obiettivo di cacciarli dalla zona.

Ramallah – PIC. Sette prigionieri palestinesi sono in sciopero della fame a tempo indeterminato per protestare contro la loro detenzione amministrativa senza accuse né processo.

Il prigioniero Kayed al-Fasfous, della cittadina di Dura, ad Hebron/al-Khalil, è considerato il palestinese da più tempo in sciopero della fame: è arrivato a 102 giorni.

Gli altri detenuti amministrativi in ​​sciopero della fame sono Miqdad al-Qawasmeh, Alaa al-Araj, Hisham Abu Hawash, Shadi Abu Aker, Eyyad al-Harimi e Ra’fat Abu Rabiee. Sono in sciopero della fame rispettivamente da 95, 78, 69, 61, 32 e 8 giorni.

Secondo la Commissione palestinese per gli Affari dei detenuti e degli ex-detenuti, la maggior parte degli scioperanti, in particolare Fasfous e Qawasmeh, soffrono di problemi di salute potenzialmente letali a causa del loro prolungato sciopero della fame.

La Commissione ha accusato le autorità d’occupazione israeliane di cercare di uccidere lentamente gli scioperanti, invece di prendere una decisione che ponga fine alla loro detenzione amministrativa.

In un contesto correlato, la madre del prigioniero Miqdad al-Qawasmeh ha affermato che le condizioni di salute di suo figlio sono peggiorate drammaticamente e hanno raggiunto una fase critica.

Ha rivolto un appello al re di Giordania, Abdullah II, e alla leadership dell’Autorità Palestinese affinché intervengano per salvare la vita di suo figlio e lavorino per farlo trasferire in un ospedale giordano o palestinese.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Tel Aviv – WAFA. Il gruppo israeliano per i diritti umani Peace Now ha denunciato la costruzione in corso di 31 unità abitative per coloni nel cuore della città di Hebron, nel sud della Cisgiordania occupata.

In una dichiarazione, il gruppo ha affermato: “Il governo [israeliano] si sta comportando come un governo di annessione, e non come un governo di cambiamento. Dagli anni ’80, nessun governo aveva osato costruire una nuova colonia nel cuore della più grande città palestinese della Cisgiordania”.

“Il ministro della Difesa deve fermare i lavori, anche se il piano è stato approvato dal precedente governo. La colonia di Hebron è il brutto volto del controllo israeliano sui territori [palestinesi]. Il prezzo morale e politico di creare una colonia a Hebron è insopportabile”, ha aggiunto la nota.

Questa settimana, gli israeliani hanno iniziato i lavori di costruzione di una nuova colonia di 31 unità abitative nel cuore della Città Vecchia di Hebron/al-Khalil, nel vecchio complesso della stazione degli autobus. Tale costruzione è la prima in vent’anni realizzata all’interno della città palestinese, in un complesso che è stato occupato per anni dall’esercito israeliano come base militare e che ora sarà trasformato in colonia.

Tutti i tipi di attività delle colonie nei Territori occupati sono considerati illegali dalla comunità internazionale.

Gerusalemme/al-Quds – WAFA. L’ONU ha espresso preoccupazione per la classificazione come “terroristi” da parte di Israele di sei organizzazioni di gruppi per i diritti dei palestinesi, affermando che le leggi antiterrorismo sono state utilizzate per limitare i diritti umani legittimi ed il lavoro umanitario.

“La legislazione antiterrorismo non deve essere utilizzata per limitare i diritti umani legittimi ed il lavoro umanitario”, ha affermato in una nota l’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite nei Territori palestinesi occupati.

L’organizzazione ha dichiarato, inoltre, che “le decisioni di classificazione pubblicate dall’Ufficio nazionale contro il finanziamento del terrorismo in Israele elencano ragioni estremamente vaghe o irrilevanti, comprese attività del tutto pacifiche e legittime, come la fornitura di assistenza legale e la promozione di iniziative contro Israele nel contesto internazionale”.

“L’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite invita Israele a rispettare pienamente i diritti alla libertà di associazione e di espressione, senza alcuna interferenza o molestia contro le organizzazioni o il loro personale”.

I sei gruppi designati da Israele come organizzazioni terroristiche sono Addameer, al-Haq, Defense for Children Palestine, Union of Agricultural Work Committees, Bisan Center for Research and Development e Union of Palestine Women Committees. La classificazione, effettuata ai sensi di uno statuto israeliano del 2016, classifica effettivamente come fuorilegge le attività di questi gruppi della società civile.

La decisione autorizza le autorità d’occupazione israeliane a chiudere i loro uffici, sequestrare i loro beni e arrestare e incarcerare i loro membri del personale, e proibisce il finanziamento o il sostegno pubblico delle loro attività.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Quds Press e PIC. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) ha espresso, sabato, preoccupazione per il deterioramento della salute di Kayed Fasfous e Miqdad Qawasmeh, due palestinesi detenuti amministrativamente e ricoverati in ospedale in Israele.

“Il medico del CICR ha visitato entrambi i detenuti, Kayed Nammoura (Fasfous), che è in sciopero della fame da 82 giorni, e Miqdad Qawasmeh, che è in sciopero della fame da 75 giorni, e monitora attentamente la loro situazione. Siamo preoccupati per le conseguenze potenzialmente irreversibili di uno sciopero della fame così prolungato per la loro salute e la loro vita”, ha affermato Robert Paterson, delegato sanitario del CICR.

Il personale del CICR monitora la situazione dei detenuti che praticano lo sciopero della fame per garantire che siano trattati con rispetto, abbiano accesso a cure mediche adeguate e siano autorizzati a mantenere i contatti con le loro famiglie, ha continuato.

Il CICR ha anche affermato che il suo personale sta seguendo la situazione di altri cinque detenuti attualmente in sciopero della fame.

A cura dell’Abspp.odv. Missione “Lealtà e fratellanza”: primo giorno. L’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese, in questi giorni si trova in Libano come parte della missione umanitaria Lealtà e Fratellanza, in seguito al richiamo delle associazioni umanitarie locali dovuto alla crisi economica e sociale che ha colpito il Paese e i campi profughi in particolare.

Venerdì 22/10/2021, ci siamo diretti verso la città di Sidone, dove sono stati distribuiti pacchi viveri alle famiglie in difficoltà, dopodiché abbiamo visitato un centro medico, dove abbiamo avvertito le grandi difficoltà che incontra il sistema sanitario, soprattutto dopo la pandemia Covid-19. A tale proposito, abbiamo offerto una giornata di visite mediche in varie specialità e farmaci gratuiti ai pazienti.

In seguito, ci siamo diretti ai campi profughi Ein al Helweh e Al Mieh Mieh, dove sono stati distribuiti pacchi alimentari alle famiglie che vivono in condizioni drammatiche. Da questi campi, l’arch. Mohammad Hannoun, presidente dell’associazione, si è rivolto a tutti coloro che desiderano sostenere questa missione: lo potranno fare donando sulle nostre piattaforme o presso i nostri uffici durante questi quattro giorni. Ogni gesto, piccolo o grande, è apprezzato e farà la differenza. http://absppodv.org

Jenin-PIC. Venerdì, le forze di occupazione israeliane (IOF) hanno preso le misure di una moschea e fotografato un certo numero di vecchie case nel villaggio di Anin, a ovest di Jenin.

Secondo fonti locali, le IOF hanno invaso Anin, che si trova vicino al muro di separazione, e poi hanno iniziato a mappare la sua moschea e a fotografare vecchie case.

Fonti locali hanno espresso il timore che tale misura israeliana possa essere seguita da una campagna di demolizione contro la moschea e le case fotografate.

Nello stesso giorno, le IOF hanno preso d’assalto altri villaggi nella provincia di Jenin, tra cui Rummanah, Taybeh e Ti’anik, e hanno intensificato la loro presenza nelle pianure di al-Jalamah e nelle vicinanze della città di Ya’bad e dei villaggi vicini.

MEMO. Di Wafa Aludaini. “Dopo sei anni, ho sentito la libertà solo quando ho sentito la parola ‘mamma’ pronunciata da mio figlio, che ho lasciato quando aveva solo otto mesi”, ha raccontato Nisreen Abu Kamil, madre un bimbo di sette  anni, che è stata rilasciata dalle carceri dell’occupazione israeliana il 17 ottobre.

La mia più grande paura era che Ahmad non mi riconoscesse o non mi amasse, ma ero al settimo cielo quando mi ha chiamato mamma e mi ha abbracciato.

Nisreen fu arrestata nell’ottobre 2015 e condannata a sei anni. All’epoca, la figlia maggiore aveva solo 11 anni. Le autorità di occupazione israeliana hanno impedito ai suoi figli di farle visita in carcere.

“Durante questi lunghi anni, non ho avuto la possibilità di vedere o chiamare la mia famiglia se non due volte”, dice Nisreen. Il sistema di visite nelle carceri israeliane è stressante e umiliante, spiega, sia per il detenuto che per la sua famiglia.

“Sono morta e emotivamente svuotata ogni volta che annunciavano la visita dei parenti perché alla mia famiglia non era permesso di venirmi a trovare”.

Amira, la figlia maggiore di Nisreen che oggi ha 17 anni, dice: “Per sei anni, ho visto mia madre solo attraverso le sue vecchie foto. Ho aspettato questo momento per così tanto tempo”.

In assenza di sua madre, Amira si è assunta la responsabilità di prendersi cura dei suoi fratelli. “La cosa più difficile per me è stato mio fratello di otto mesi del quale non avevo idea su come accudirlo e di come studiare mentre mi prendevo cura di lui”, spiega Amira.

Nisreen venne arrestata al checkpoint di Beit Hanoun, nel nord della Striscia di Gaza, nel 2015 dopo aver ricevuto una telefonata dall’intelligence dell’occupazione israeliana che la convocava al checkpoint per ottenere il permesso per il marito per visitare la sua famiglia ad Haifa, più tardi, quel mese.

Quando arrivò al checkpoint, le forze dell’occupazione le tesero un’imboscata e la portarono in una stanza per gli interrogatori. Fu sottoposta a duri interrogatori per 31 giorni nella prigione di Ashkelon.

Colpita con il calcio di un fucile al petto, fu poi portata nella prigione di Hasharon per circa 90 giorni prima di essere trasferita nel carcere di Damon fino al suo rilascio.

Nisreen descrive le prigioni peggio dell’inferno.

“La maggior parte delle stanze sono poco aerate, umide e infestate da insetti. L’edificio è vecchio e umido. Non ci sono sedie nelle stanze e l’amministrazione penitenziaria impedisce alle donne di coprire il pavimento con delle coperte”, afferma.

“Ogni stanza ha uno scaldabagno, una stufa elettrica, una TV, una radio e un bagno aperto. I letti sono a castello, che causano incidenti quando le donne cadono, a volte provocando fratture”. La stessa Nisreen si è ferita in questo modo. “Una volta sono caduta e mi sono rotta il braccio, e c’era bisogno del gesso, ma si sono rifiutati di curarmi”.

Descrive l’acqua da bere come contaminata e i detenuti sono costretti a comprare la minerale dalla mensa del carcere.

Il cortile non è coperto, quindi quando piove, o fa molto caldo, le donne non possono beneficiare dei pochi momenti di aria fresca che sono loro concessi.

Dopo il suo rilascio, le autorità dell’occupazione israeliana hanno costretto Nisreen, cittadina palestinese di Israele, a firmare un accordo che le vieta di viaggiare tra Gaza e la Cisgiordania occupata per due anni.

(Le figlie della prigioniera palestinese liberata Nisreen Abu Kamil tengono in mano un cartello con su scritto “La mamma è a pochi metri da noi” mentre aspettano che le autorità di occupazione israeliana le permettano di entrare a Gaza, 18 ottobre 2021 [Mustafa Hassona/Agenzia Anadolu]).

“Anche dopo che mia madre è stata rilasciata, volevano uccidere la gioia nei nostri cuori ponendo condizioni al suo arrivo a Gaza”, dice Amira.

Nisreen ha trascorso la sua prima notte fuori dalle mura del carcere in un’area aperta vicino al valico di Erez, Beit Hanoun, in attesa del permesso di entrare a Gaza. La sua famiglia la stava aspettando dall’altra parte. Per tre giorni, suo marito e i loro sette figli, parenti, amici e sostenitori hanno atteso dalla parte palestinese del valico, sperando nel suo arrivo.

Quei tre giorni, dice, sono stati “pesanti e dolorosi”. “Ero a pochi metri dai miei figli, e non potevo vederli e abbracciarli dopo anni di separazione”.

Traduzione per InfoPal di Edy Meroli

Ramallah – PIC. Il Servizio carcerario israeliano ha attaccato e picchiato violentemente 90 prigionieri palestinesi nella prigione di Gilboa, secondo quanto affermato venerdì dalla Società dei prigionieri palestinesi (PPS).

La PPS ha affermato che le forze speciali israeliane pesantemente armate hanno invaso la sezione 1 della prigione di Gilboa durante la notte, e hanno condotto una violenta campagna di perquisizioni.

La campagna è durata fino alle prime ore del mattino. Circa 90 prigionieri sono stati duramente picchiati.

Il Servizio carcerario israeliano ha anche interrotto la fornitura di energia elettrica e acqua nella sezione della prigione.

La prigione di Gilboa ha assistito ad un aumento della tensione dopo che le autorità israeliane hanno imposto misure punitive contro i detenuti in seguito alla fuga di sei prigionieri, avvenuta il mese scorso.

Rahat – PIC. Giovedì, le autorità israeliane hanno raso al suolo una casa palestinese nella città di Rahat, nel Negev, sotto scorta della polizia.

Testimoni hanno affermato che molti poliziotti hanno protetto i bulldozer mentre abbattevano la casa palestinese di legno, nel sobborgo di Andalus, a Rahat.

Le città prevalentemente palestinesi nella Palestina occupata del 1948 (Israele) hanno recentemente assistito ad un aumento nella demolizione di case, negozi e strutture industriali palestinesi, con il consueto pretesto della mancanza di permessi.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Gerusalemme occupata/al-Quds-Quds Press e PIC. Migliaia di palestinesi hanno recitato la preghiera del venerdì nella moschea di al-Aqsa, nella Gerusalemme occupata, tra le rigide misure imposte dalle autorità israeliane sul luogo sacro.

Il Dipartimento per i beni religiosi islamici nella Gerusalemme occupata ha stimato che oltre 40 mila fedeli musulmani hanno recitato la preghiera del venerdì nel luogo sacro, nonostante le rigide misure israeliane.

Fin dal mattino, le autorità d’occupazione israeliane hanno istituito posti di blocco agli ingressi della Città Vecchia di Gerusalemme, hanno verificato l’identità dei cittadini e hanno impedito ad alcuni di loro di raggiungere i cortili della moschea di al-Aqsa.

Le forze di polizia israeliane hanno istituito decine di posti di blocco, hanno condotto ricerche e controlli approfonditi sui palestinesi provenienti dalla Cisgiordania e dalle città arabe all’interno di Israele e hanno impedito a molti di loro di raggiungere il luogo sacro islamico.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Gerusalemme/al-Quds-Quds Press, PIC e Wafa. Violenti scontri (*) sono scoppiati venerdì pomeriggio nella città di Biddu, nella Gerusalemme occupata, dopo che le forze di polizia israeliane hanno brutalmente represso una protesta palestinese che chiedeva la restituzione dei corpi di tre vittime palestinesi.

I giovani locali hanno organizzato l’evento per la terza settimana consecutiva, chiedendo il rilascio dei corpi dei tre palestinesi che sono tenuti sotto la custodia dell’esercito israeliano da diverse settimane.

Le forze israeliane hanno usato pesantemente lacrimogeni durante gli scontri insieme a proiettili letali e di metallo rivestiti di gomma ferendo due giovani.

Il mese scorso, l’esercito israeliano ha ucciso tre palestinesi delle città di Biddu. Da allora, i loro corpi sono tenuti negli obitori israeliani.

(*) Nel linguaggio militare, gli scontri avvengono tra eserciti o gruppi armati di pari forze. Tra Tsahal, l’esercito israeliano, e la Resistenza o i gruppi di giovani palestinesi che rispondono alle aggressioni dell’occupante israeliano non c’è parità di forze. Pertanto, riportiamo tra virgolette il termine scontri/scontro, per non indurre i lettori meno informati a pensare che in Palestina sia in atto un conflitto/guerra tra attori con eserciti, armamenti e forze paritarie.

Wafa. Miqdad al-Qawasmi, 24 anni, un palestinese in detenzione amministrativa, senza accuse o processo, dalle autorità israeliane, è in condizioni “estremamente gravi” a seguito degli oltre tre mesi di sciopero della fame, per protestare contro la sua prigionia, ha affermato la Società dei prigionieri palestinesi (PPS).

La salute di al-Qawasmi è quella più compromessa tra i sei palestinesi in sciopero della fame come protesta per la cosiddetta detenzione amministrativa, secondo quanto affermato da Amani Sarahneh, portavoce del PPS.

Al-Qawasmi è ricoverato all’ospedale Kaplan, in Israele, da circa un mese ed è stato trasferito martedì in terapia intensiva, dove continua a rifiutare il cibo ma beve acqua. Un funzionario sanitario israeliano ha descritto le sue condizioni come “difficili” e ha affermato che l’ospedale non è in grado di fornire ulteriori dettagli a causa delle leggi sulla privacy.

Secondo il PPS, almeno quattro degli altri sei in sciopero della fame sono ricoverati in ospedale a causa del peggioramento delle condizioni di salute. Il gruppo afferma che le autorità israeliane non hanno fornito alcuna indicazione che accetteranno le richieste dei prigionieri.

I gruppi per i diritti umani affermano che la detenzione amministrativa nega ai palestinesi il giusto processo e sulla base di un file segreto che nemmeno l’avvocato del detenuto può visualizzare.

Lo sciopero della fame è una forma comune di protesta tra i prigionieri palestinesi e ha contribuito a ottenere concessioni dalle autorità israeliane nel corso degli anni.

Israele detiene circa 4.650 prigionieri politici palestinesi per la loro resistenza all’occupazione della loro patria. La tensione nelle carceri è rimasta alta dopo la drammatica evasione del mese scorso in cui sei combattenti palestinesi per la libertà sono usciti dal carcere di Gilboa. I sei sono stati riarrestati.

(Nella foto: la madre del detenuto palestinese in sciopero della fame Miqdad Qawasmi in visita in ospedale. Ottobre 2021).

PIC e Quds Press. Il comitato di pianificazione dell’amministrazione civile israeliana dovrebbe approvare la prossima settimana la costruzione di migliaia di unità di insediamento in Cisgiordania, ha dichiarato giovedì sera il comitato di pianificazione.

La prossima settimana Israele farà procedere il piano di costruzione di oltre 3.000 unità di insediamento e circa 1.300 case palestinesi nell’Area C della Cisgiordania, secondo un programma settimanale pubblicato dal comitato.

Sarebbe la prima volta che le unità di insediamento vengono approvate durante l’amministrazione Biden e l’attuale governo israeliano.

L’Area C costituisce circa il 60 per cento della Cisgiordania ed è completamente sotto il controllo israeliano.

Israele raramente approva la costruzione palestinese nell’Area C, e la stragrande maggioranza delle richieste è respinta. Ciò ha portato a una costruzione “illegale” dilagante, che viene spesso demolita da Israele.

Mintpressnews.com. Di Jessica Buxbaum. (Da InvictaPalestina.org). “Non esiste un sistema giudiziario per giudicarli in modo equo. Non c’è nessuno all’interno del carcere che possa appoggiare le loro richieste. Quindi l’unico strumento che i prigionieri palestinesi possono usare per protestare e combattere per i loro diritti sono i loro corpi”. — La portavoce di Addameer Milena Ansari.

RAMLA, PALESTINA STORICA — Il prigioniero palestinese Miqdad al-Qawasmeh è entrato nel suo 86° giorno di sciopero della fame. È sopraffatto dalla debolezza e non può muoversi dal letto d’ospedale, nemmeno per fare la doccia o usare il bagno. Soffre di dolori articolari, renali, muscolari e addominali, alla testa, alle ossa. Ha difficoltà a parlare e ha perso più di 34 chili. Nonostante la sua salute deteriorata, al-Qawasmeh non vuole porre fine allo sciopero della fame, poiché lui e altri sei prigionieri rifiutano il cibo per protestare contro la loro detenzione amministrativa in corso.

Kayed Fasfous è in sciopero della fame da 92 giorni; Alaa Al Araj ha trascorso 68 giorni senza cibo; Hisham Abu Hawash ha iniziato il suo sciopero della fame 61 giorni fa; Rayeq Bsharat non mangia da 56 giorni; Shadi Abu Akar è ora al suo 52° giorno senza cibo; e Hassan Shouka è in sciopero della fame da 27 giorni. Inoltre, almeno 250 prigionieri associati all’organizzazione della Jihad Islamica hanno iniziato uno sciopero della fame il 13 ottobre in segno di protesta per il loro trasferimento in celle isolate.

Il figlio di Alaa Al Araj protesta contro la detenzione amministrativa del padre.

La Corte Suprema israeliana ha congelato le detenzioni sia di al-Qawasmeh che di Fasfous a causa del peggioramento delle loro condizioni di salute. Al-Qawasmeh è stato arrestato il 2 gennaio e Fasfous nel luglio 2020. Tuttavia, i parenti dei prigionieri e le organizzazioni governative palestinesi affermano che la decisione israeliana non deriva da un senso di moralità, ma piuttosto da preoccupazioni di responsabilità. La Commissione per gli Affari dei Detenuti e Degli Ex Detenuti ha dichiarato in una nota:

“La decisione di congelare non significa annullare, ma in realtà, è la rinuncia dell’Amministrazione delle Carceri di Occupazione e del servizio di sicurezza Shin Bet alla responsabilità per il destino e la vita del prigioniero Fasfous, trasformandolo in un “prigioniero” non ufficiale durante la sua permanenza in ospedale. Rimane sotto la supervisione degli agenti della “sicurezza” dell’ospedale invece che delle guardie della prigione. I familiari e i parenti possono fargli visita come tutti i pazienti secondo le regole dell’ospedale, ma non possono trasferirlo da nessuna parte”.

La Commissione ha aggiunto che la salute di Fasfous peggiora ogni giorno. Il 32enne soffre di vertigini persistenti, ha grave affaticamento e dolore al petto, e la sua pressione sanguigna e i livelli di zucchero nel sangue sono bassi. Fasfous si rifiuta anche di assumere integratori o di sottoporsi a esami medici, affermando di non aver sofferto di problemi di salute o malattie prima del suo arresto.

Fasfous e al-Qawasmeh sono stati trasferiti dalle cliniche della prigione agli ospedali israeliani. La madre di al-Qawasmeh, Umm Hazem, ha detto che la famiglia ha ricevuto un permesso per entrare in Israele (Palestina occupata nel 1948). “Il Servizio Carcerario Israeliano vuole sollevarsi da ogni responsabilità per la sua vita nel caso succeda qualcosa”, ha detto Hazem. “Non è una questione di diritti umani”.

Aumento delle detenzioni amministrative.

La politica di detenzione amministrativa di Israele consente di imprigionare a tempo indeterminato persone sulla base di informazioni segrete senza accusarli o consentire loro di essere processati per un periodo di sei mesi, con possibilità di rinnovo. Né il detenuto né il suo avvocato possono accedere alle prove secretate. Anche se israeliani e stranieri possono essere soggetti a detenzione amministrativa, la pratica è usata principalmente contro i palestinesi.

A settembre, l’organizzazione palestinese per i diritti dei prigionieri Addameer ha inviato un appello urgente alle Nazioni Unite affinché intervenga e faccia pressione su Israele per porre fine alla detenzione amministrativa. La lettera di Addameer ha sottolineato il fatto che recentemente le detenzioni amministrative sono aumentate. Milena Ansari, avvocato difensore internazionale di Adameer, ha dichiarato:

L’uso della detenzione amministrativa da parte dell’occupazione israeliana è drasticamente aumentato, specialmente quest’anno, dove la detenzione arbitraria è stata una caratteristica chiave per mantenere il controllo sui palestinesi, specialmente per quanto riguarda ciò che stava accadendo a Gerusalemme, allo Sheikh Jarrah e in Cisgiordania, e soprattutto  con la fuga dei sei prigionieri dalla prigione di Gilboa.”

Nel 2020, Israele ha emesso almeno 1.114 ordini di detenzione amministrativa contro palestinesi, mentre da gennaio a giugno 2021 ne sono stati emessi non meno di 759. Attualmente, 520 palestinesi sono detenuti in detenzione amministrativa. Ansari sospetta che il numero di fermi amministrativi subirà un ulteriore aumento prima della fine dell’anno.

Ciò che è diventato particolarmente preoccupante è il drammatico aumento dei bambini palestinesi detenuti in detenzione amministrativa. In seguito ad un accesso agli atti pubblici, l’organizzazione israeliana per i diritti umani HaMoked ha scoperto che tre minori sono stati detenuti in detenzione amministrativa nel gennaio di quest’anno. A giugno, quel numero era salito a otto.

Amal Nakhleh, 17 anni, è stato arrestato e posto in detenzione amministrativa il 21 gennaio 2020. Gli è stata diagnosticata la miastenia grave, una condizione medica rara che richiede cure mediche e monitoraggio costanti. “Anche un minore che soffre di problemi di salute è sottoposto a detenzione amministrativa”, ha detto Ansari, aggiungendo che la sua detenzione è stata rinnovata tre volte. “Quindi si può vedere l’uso arbitrario di questo contro i minori quando secondo il diritto internazionale la detenzione dei minorenni dovrebbe essere l’ultima risorsa e per il minor tempo possibile. Ma questo è in totale contrasto con l’uso da parte di Israele della detenzione amministrativa”.

Per questioni di sicurezza.

La detenzione amministrativa è consentita dal diritto internazionale, ma solo entro i limiti di circostanze estreme legate a un’emergenza nazionale e a motivi di sicurezza. Israele abusa di questo diritto dichiarando di trovarsi in uno stato di emergenza continuo (cioè perpetuo).

Addameer ha sostenuto in una pubblicazione del luglio 2017 che Israele usa la detenzione amministrativa come una forma di punizione collettiva, osservando come il numero di detenuti amministrativi sia salito a 8.000 durante la Prima Intifada, la rivolta di massa palestinese contro l’occupazione israeliana durata dal 1987 al 1993. Dopo l’evasione dalla prigione di Gilboa, più di 100 palestinesi sono stati arrestati, compresi i familiari dei prigionieri evasi. E a maggio Israele ha emesso 155 ordini di detenzione amministrativa durante le proteste contro lo sfollamento forzato dei palestinesi a Gerusalemme e la guerra a Gaza. Secondo HaMoked, più del 10% dei palestinesi incarcerati da Israele sono detenuti amministrativi.

“Quando c’è stato un aumento dell’uso della forza a Gerusalemme, per quanto riguarda la repressione alla Porta di Damasco e allo Sheikh Jarrah, Israele ha usato la detenzione amministrativa per riarrestare gli ex prigionieri sulla base del fatto che avrebbero potuto rappresentare un rischio per l’occupazione”, ha detto Ansari. A lei, Israele spiega questi arresti dicendo: “Li deteniamo preventivamente e senza motivo solo per assicurarci di non compromettere la sicurezza di Israele”. Che è 100 volte maggiore del potenziale di qualsiasi palestinese.

Il fratello del detenuto Hisham, Saad Abu Hawash, ha detto che Hisham è stato incarcerato con il pretesto della sicurezza. “Il servizio di sicurezza Shin Bet ha detto a Hisham: Finché sei libero, la tua esistenza è pericolosa per gli israeliani”. Hisham, 38 anni, è stato arrestato il 28 ottobre 2020 e la sua detenzione amministrativa è stata rinnovata ad aprile. Attualmente è detenuto nella prigione di Ramleh a Ramla, dove Saad ha affermato che la sua salute è in pericolo. “L’unica cosa che può muovere nel suo corpo è la lingua, anche se riesce a malapena a muoverla  tanto  è stremato dallo sciopero della fame”, ha aggiunto Saad. “E nel momento in cui beve acqua, la vomita immediatamente con un po’ di sangue”. Hisham rifiuta anche medicine e integratori.

Nonostante le sue condizioni debilitanti, Hisham è stato riportato in cella, che secondo il suo avvocato è sporca, piccola e priva di luce solare. Questa settimana, l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha presentato una richiesta al Ministero della Sanità per il trasferimento di Hisham in un ospedale civile. Al momento della stesura della presente relazione, nessun ente governativo aveva risposto alla richiesta

Storia degli scioperi della fame in Palestina.

I prigionieri palestinesi hanno iniziato a eseguire scioperi della fame nel 1968 dopo che Israele  occupò  la Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est, come un modo per protestare contro i maltrattamenti e le condizioni all’interno delle carceri israeliane. Questa tattica in seguito è diventata una dimostrazione specifica contro la detenzione amministrativa. Gli scioperi della fame dei prigionieri palestinesi hanno avuto vari gradi di successo nel corso dei decenni. Alcuni sono riusciti a soddisfare le loro richieste, mentre altri sono stati sottoposti a isolamento, alimentazione forzata e divieto di visite familiari.

Ansari di Addameer ha affermato che gli scioperi della fame sono usati come mezzo estremo per ottenere un tenore di vita dignitoso in carcere, spiegando:

“I prigionieri palestinesi non hanno altro mezzo per combattere per i propri diritti se non usare il proprio corpo come strumento. Non esiste un sistema giudiziario per giudicarli in modo equo. Non c’è nessuno all’interno della prigione che possa appoggiare le loro richieste. Quindi l’unico strumento che possono usare per protestare e combattere per i loro diritti sono i propri corpi.

Comprendiamo la polemica su quanto sia rischioso per la loro salute. Ma questo ci fa solo capire quanto i prigionieri siano disperati e come debbano guadagnare un po’ di dignità quando sono detenuti nelle carceri israeliane”.

“Una vita normale”.

Asmaa Jalal Quzmar non vede suo marito, Al Araj, dal suo arresto il 30 giugno.

Asmaa Jalal Quzmar  protesta con suo figlio contro la detenzione amministrativa di suo marito, Alaa Al Araj.

“Un’unità speciale delle forze israeliane  ha fatto  saltare l’ingresso principale della casa, lo ha picchiato ed arrestato”, ha ricordato Quzmar. Ha ricevuto il permesso di fargli visita a settembre, ma il Servizio Carcerario Israeliano ha revocato i diritti di visita di Al Araj come punizione per il suo sciopero della fame. “Non sta in piedi. Se beve acqua, gli esce dal naso. Non riesce a concentrarsi. E fa fatica a respirare”, ha detto Quzmar. Anche Al Araj soffre di attacchi di panico e ha perso 20 chili. Al Araj voleva fare uno sciopero della fame durante la sua prima detenzione amministrativa l’anno scorso, ma Quzma lo  convinse  a non farlo. Questa volta non è riuscita a fermarlo.

La madre di Al-Qawasmeh, Hazem, non ha lasciato il suo capezzale da quando è stato trasferito al Centro Medico Kaplan di Rehovot. Hazem sta pregando suo figlio di assumere gli integratori, ma lui rifiuta, sapendo che nel momento in cui la sua salute migliorerà,  verrà rimandato in prigione. “Vorrebbe vivere la sua vita liberamente e avere un esistenza normale, non essere arrestato ogni pochi periodi”, ha detto Hazem.

Al-Qawasmeh ha promesso di non tornare mai più in prigione. Questo sentimento lo sta motivando a persistere con lo sciopero della fame. “Dice: Quando non faccio niente, sono in prigione. Cosa succederà quando farò qualcosa? Anche se alla fine, sono uno Shahid (Martire), merito di continuare lo sciopero della fame”, ha detto Hazem. Shahid ha origine dal Corano e si riferisce a una persona che muore per ciò in cui crede.

Saad spera che lo sciopero della fame di suo fratello eserciterà una pressione sufficiente sul governo israeliano per rilasciarlo in modo che Hisham possa vivere una vita normale. Anche la famiglia di Hisham ha bisogno di lui, ha detto Saad. Sua madre è morta quando era in prigione nel 2008, e ora a suo figlio di sei anni, che ha un problema ai reni, potrebbe aver bisogno di un trapianto.

“È molto duro perdere una persona a causa di uno sciopero della fame, e per alcune situazioni ingiuste in cui non ci sono accuse, non sta succedendo nulla”, ha detto Saad. “Merita di avere una vita tranquilla”.

Jessica Buxbaum è una giornalista con sede a Gerusalemme per MintPress News che copre Palestina, Israele e Siria. Il suo lavoro è apparso su Middle East Eye, The New Arab e Gulf News.

(Immagine di copertina: Asmaa Jalal Quzmar con suo figlio protesta contro la detenzione amministrativa di suo marito, Alaa Al Araj, presso la sede del Sindacato degli Ingegneri a Nablus. Credito: Assem Shannar).

Traduzione per Invictapalestina.org di Beniamino Rocchetto.

Nablus – Palestine Chronicle. Giovedì, coloni hanno dirottato un camion della spazzatura di proprietà del consiglio comunale palestinese di Qusnear, Nablus, in Cisgiordania, e lo hanno portato via, secondo quanto affermato dall’agenzia stampa ufficiale palestinese WAFA.

Ghassan Daghlas, il funzionario responsabile del fascicolo delle colonie nell’area di Nablus, ha dichiarato a WAFA che i coloni hanno circondato il camion della spazzatura mentre procedeva con il suo lavoro quotidiano, e lo hanno sequestrato a mano armata. I soldati israeliani di stanza nell’area hanno fornito copertura ai coloni.

Israeli settlers hijack a garbage truck owned by a West Bank town council.https://t.co/aId4Iq2Fcq pic.twitter.com/Fo19MEVTRb

— Wafa News Agency – English (@WAFANewsEnglish) October 21, 2021

I residenti di Qusra hanno cercato di salvare il camion dagli israeliani. I soldati, tuttavia, sono intervenuti e hanno costretto i palestinesi ad andarsene.

La violenza dei coloni contro i palestinesi e le loro proprietà è di routine in Cisgiordania ed è raramente perseguita dalle autorità israeliane.

“La violenza dei coloni ebrei non dovrebbe essere analizzata separatamente dalla violenza inflitta dall’esercito israeliano, ma vista nel contesto più ampio della violenta ideologia sionista che governa interamente la società israeliana”, ha scritto l’autore ed editore palestinese di The Palestine Chronicle, Ramzy Baroud.

Settler violence, enabled by the Israeli military, is part of daily life in the occupied West Bank.

Our communal leaders @BoardofDeputies @BoDPres need to go beyond condemning racist rhetoric in the Knesset and condemn this violence. It is part of the same system of oppression. https://t.co/v4KjsyOX9z

— Na'amod: British Jews Against Occupation 🐘 (@NaamodUK) October 17, 2021

“La violenza dei coloni è diventata da tempo parte della vita quotidiana dei palestinesi sotto occupazione”, secondo quanto affermato dal gruppo per i diritti umani B’tselem. “Le forze di sicurezza israeliane consentono queste azioni, che provocano vittime palestinesi – feriti e morti – nonché danni a terreni e proprietà. In alcuni casi fungono anche da scorta armata, o addirittura si uniscono agli attacchi”.

Tra 500 mila e 600 mila israeliani vivono in colonie per soli ebrei nella Gerusalemme Est occupata e nella Cisgiordania, in violazione del diritto internazionale.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Umm al-Fahm – Palestine Chronicle. La città di Umm al-Fahm ha annunciato uno sciopero generale per venerdì, con l’obiettivo di protestare contro l’aumento della violenza e degli omicidi nella città, situata nel nord di Israele, secondo quanto riportato dall’agenzia stampa ufficiale palestinese WAFA.

Lo sciopero include negozi, istituzioni pubbliche e private e scuole, ad eccezione dell’istruzione privata, ha osservato WAFA.

A strike action is taking place in Umm al-Fahm city in the occupied territories since 1948, and residents are calling for a march of rage tomorrow, in protest against crimes committed with the complicity of the Israeli occupation police.#NewPress_en

— NewPress (@NewPress_en) October 21, 2021

Secondo WAFA, durante una sessione straordinaria, la municipalità araba ha discusso diversi modi per affrontare gli omicidi avvenuti in città, che hanno causato la morte di tre giovani arabi, tra cui il 25enne Khalil Ja’u.

Khalil Ja’u, di Umm al-Fahm, è stato ucciso martedì mattina. È il sesto membro della sua famiglia ad essere assassinato negli ultimi due anni e mezzo.

Salim Abd al-Karim Hasarma, 44 anni, della cittadina araba di Bi’ina, è stato ucciso lunedì.

A Palestinian vehicle was set on fire in the city of Umm al-Fahm in the occupied territory at dawn today. pic.twitter.com/bdvkCDaEVK

— Shehab (@ShehabPal) October 16, 2021

Oltre allo sciopero, le autorità municipali arabe hanno convocato sabato un sit-in davanti alla caserma israeliana, ha aggiunto WAFA.

Almeno 100 arabi sono stati vittime di violenza armata dall’inizio del 2021.

Tel Aviv – MEMO. Israele è una “colonia” controllata dai “rappresentanti del potere dei coloni” che ignorano i diritti dei cittadini palestinesi di Israele e di quelli nei Territori occupati, ha scritto giovedì su Haaretz un importante analista del Medio Oriente.

Zvi Bar’el ha detto che “si può solo ridere” quando il primo ministro israeliano, Naftali Bennett, e il ministro della Giustizia, Gideon Sa’ar, rispondono all’omicidio di più di 100 arabi in Israele quest’anno, durante episodi di violenza di gang di ebrei, affermando: “Stiamo perdendo lo Stato [israeliano]!” e “Siamo in guerra!” rispettivamente.

Qualsiasi indignazione israeliana per il coinvolgimento della loro intelligence, lo Shin Bet, nella lotta alla criminalità tra i cittadini arabi di Israele è dovuta al “timore che questa decisione possa danneggiare anche i cittadini ebrei di Israele”.

Ogni giorno, ha sottolineato Bar’el, “lo stato ebraico respira l’omicidio degli arabi, il disprezzo criminale dei loro diritti di proprietà, il furto sistematico della terra, le violazioni dei diritti umani, le milizie armate indipendenti che gestiscono le aree rurali con la forza bruta, il tutto con il sostegno e sotto gli auspici dello Stato”.

Le “milizie ebraiche” in questione sono le bande di coloni i cui rappresentanti “si sono insediati nel governo, nel parlamento e nella Corte suprema”. Quindi, Bennett e Sa’ar si lamentano degli omicidi arabi sapendo benissimo di avere un “punto cieco” sulla violenza commessa contro di essi nei Territori occupati, perpetrata da teppisti.

“Nessuno ha dichiarato guerra a quelle milizie, nessuna polizia può entrare nelle loro case senza preavviso, loro non hanno bisogno di comprare […] armi clandestinamente o di contrabbandarle fuori dalle basi dell’IDF. È tutto fatto con il permesso e con autorità”.

In quanto tale, conclude Bar’el, “se qualcuno nella polizia o nello Shin Bet commette l’errore di presumere che ora si possa lavorare in modo più efficace contro coloro che sparano ai palestinesi, sradicano i loro uliveti e picchiano i loro figli” nei Territori occupati, “queste milizie sapranno far capire dove corre il confine tra lo Stato di Israele e lo Stato degli ebrei. Come dice il cliché, ciò che accade in Israele rimane in Israele”.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

MEMO. Di Ramona Wadi. Come accade ogni anno in Palestina durante la raccolta delle olive, i coloni illegali israeliani distruggono gli ulivi ed aggrediscono i coltivatori palestinesi. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha reso noto che fino ad agosto di quest’anno, sono stati distrutti oltre 9.300 alberi di ulivo dai coloni israeliani; e i danneggiamenti raggiungono l’apice durante il periodo del raccolto.

L’accesso dei Palestinesi ai terreni agricoli è seriamente ostacolato dalle restrizioni israeliane ai movimenti e dall’espansione degli insediamenti coloniali illegali. La violenza dei coloni aggrava una situazione già di per sé insostenibile; senza accesso alla loro terra, l’autonomia palestinese viene notevolmente ridotta. Inoltre, la violenza dei coloni fa sì che i Palestinesi non possano guardare molto al di là della conseguenza immediata dell’occupazione coloniale di Israele: la lotta per la sopravvivenza.

In risposta alle prevedibili violenze dei coloni, il primo ministro dell’Autorità Palestinese, Mohammed Shtayyeh, ha invitato le Nazioni Unite a monitorare le aggressioni, soprattutto durante la raccolta delle olive. Nella sua riunione settimanale di gabinetto che si tiene a Ramallah, Shtayyeh ha suggerito che l’ONU dovrebbe creare un database con tutti i nomi dei coloni coinvolti in crimini violenti contro il popolo palestinese.

La responsabilità penale individuale, tuttavia, viene messa in ombra dalla responsabilità di Israele in quanto stato di occupazione. Il legame tra l’entità coloniale e la sua popolazione di coloni illegali non sarà mai sottolineato abbastanza. Laddove le istituzioni statali preferiscono non intervenire, i coloni sono ben posizionati per garantire la violenza coloniale contro la popolazione palestinese, protetti dalle forze di difesa israeliane. Non è chiaro come Shtayyeh si aspetti che il monitoraggio delle Nazioni Unite possa fornire un certo grado di responsabilità. Questo sistema fornirà statistiche da dare in pasto al pubblico e ai media, nonché rapporti periodici delle Nazioni Unite. Tuttavia, per poter ritenere responsabili i coloni servirebbe ben altro che un database; Israele deve rispondere della sua complicità nel voler mantenere lo status quo entro il quale la violenza dei coloni è consentita – direi addirittura incoraggiata – e può continuare senza alcun controllo.

In definitiva, tale violenza è direttamente correlata con l’espropriazione palestinese. L’ONU, probabilmente, scinderà la violenza dei coloni dalla perdita delle terre da parte dei Palestinesi; la violenza, dopo tutto, è da tempo normalizzata nel discorso delle Nazioni Unite. I suoi rapporti dettagliati non hanno portato all’applicazione di nessuna misura punitiva contro Israele, non solo per il fatto che Israele è intoccabile all’interno della comunità internazionale, ma anche perché la comunità internazionale si aspetta che Israele rispetti il diritto internazionale, e rimane in silenzio quando non lo fa. In realtà, lo stato di occupazione tratta quotidianamente con disprezzo il diritto internazionale.

Il rapporto del Times of Israel, a proposito delle recenti violenze dei coloni, descrive un circolo vizioso che alla fine avvantaggia soltanto l’impresa coloniale. Mentre il ministro della difesa israeliano, Benny Gantz, ha invitato le forze israeliane ad intervenire negli attacchi dei coloni, il rapporto inseriva anche le truppe delle forze israeliane tra le vittime, visti i rari scontri che hanno con i coloni. “L’esercito israeliano ha esitato ad intervenire contro i coloni radicalizzati”, spiega ironicamente il quotidiano, “anche perché potrebbero portare a scontri violenti”.

Se le forze israeliane sono soggette alle richieste dei coloni, come implica Gantz, allora come possono proteggere i Palestinesi? In effetti, in realtà, le forze di difesa israeliane prendono di mira i Palestinesi e lo hanno sempre fatto anche in passato; del resto, dopo il 1948 le bande terroristiche sioniste furono incorporate nelle forze di difesa israeliane. Le forze armate israeliane, che potrebbero facilmente fermare i coloni se venisse loro ordinato di farlo, hanno il dovere di proteggere gli individui vittime delle violenze coloniali.

Quindi di quale responsabilità parla Shtayyeh quando le forze di difesa israeliane difendono i coloni per volontà dello stato e quando l’ONU protegge la struttura coloniale di Israele? Egli sa più di chiunque altro che Israele opera attraverso una rete impenetrabile di impunità. Nessun database di coloni criminali o appelli alle Nazioni Unite potranno mai cambiare questo dato di fatto.

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Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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