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Cisgiordania – PIC. I combattenti della resistenza palestinese hanno effettuato operazioni con armi da fuoco, giovedì, contro obiettivi militari israeliani vicino a Nablus e Hebron/al-Khalil, nella Cisgiordania occupata.

Secondo fonti dei media locali, i combattenti della resistenza hanno aperto il fuoco al posto di blocco militare di Surra, ad ovest di Nablus, mentre un’altra operazione ha preso di mira la colonia di Bracha, a Nablus.

Anche le forze israeliane e le loro postazioni sono state prese di mira dai combattenti della resistenza vicino a Hebron.

Nel frattempo, un gruppo di resistenza che si fa chiamare “Arin al-Asad” (Fossa del Leone) ha rivendicato la responsabilità di aver effettuato due operazioni contro obiettivi israeliani in Cisgiordania.

Nelle ultime 24 ore, combattenti della resistenza e giovani manifestanti hanno preso di mira le forze israeliane ed i coloni in almeno 18 incidenti separati.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Ramallah – PIC. Circa 4.500 prigionieri palestinesi, inclusi 175 bambini e 27 donne, sono attualmente incarcerati nelle prigioni israeliane in dure condizioni umanitarie:

  • 723 sono trattenuti in detenzione amministrativa, senza accusa né processo.
  • 551 stanno scontando l’ergastolo.
  • 274 sono classificati come “Prigionieri decani”, prigionieri che hanno scontato più di 20 anni di carcere.
  • Più di 29 sono in isolamento.
  • 600 sono malati.
  • Più di 200 soffrono di malattie croniche.
  • A 23 è stato diagnosticato un cancro.

Quds Press. Il Club dei Prigionieri palestinesi (un organismo indipendente con sede a Ramallah) ha reso noto che 30 detenuti amministrativi nelle carceri dell’occupazione hanno deciso di iniziare uno sciopero della fame a oltranza, domenica 25 settembre, per protestare contro la loro prigionia.

Mercoledì, il Club ha diffuso una nota in cui i detenuti hanno affermato: “Quattro giorni ci separano dal lanciare la nostra battaglia contro la detenzione amministrativa. Siamo pronti ai massimi livelli, in attesa che venga dato il via, il 25 di settembre”.

Due settimane fa, i detenuti hanno inviato un messaggio in cui hanno sottolineato che la loro detenzione amministrativa continua e che l’amministrazione delle carceri di occupazione si sta vendicando contro il loro passato militante.

30 detenuti amministrativi del “Fronte popolare per la liberazione della Palestina” (una delle fazioni dell’Organizzazione per la Liberazione) hanno annunciato l’intenzione di intraprendere uno sciopero della fame a oltranza, per protestare contro la loro detenzione amministrativa, l’estensione ripetuta della carcerazione e le condizioni inadeguate nelle carceri. Lo sciopero avrà il titolo: “La nostra decisione è libertà, il nostro sciopero è libertà”.

Il numero dei detenuti amministrativi nelle carceri israeliane ha superato i 760, compresi bambini, donne, anziani e malati; l’80 per cento sono ex detenuti.
La detenzione amministrativa è una decisione di incarcerazione da parte di un ordine militare israeliano, adducendo l’esistenza di un “rapporto segreto” contro il prigioniero, senza presentare un atto d’accusa, e si estende per sei mesi che possono essere prorogati più volte.

PIC e reti sociali. Mercoledì, una giovane giocatrice di scacchi libanese si è ritirata dal campionato mondiale svoltosi in Georgia, rifiutandosi di affrontare un’avversaria israeliana.

La giocatrice libanese Sally Hamada ha rifiutato di competere contro una giocatrice israeliana, boicottando così la “normalizzazione araba” con Israele, secondo quanto dichiarato dal capo della delegazione libanese, Jamal Shamiya.

All’inizio di agosto, il giocatore libanese Charbel Abu Daher si era ritirato dal Campionato mondiale di arti marziali miste ad Abu Dhabi, rifiutandosi di affrontare un giocatore israeliano. L’anno scorso, il connazionale di Abu Daher, Abdullah Miniato, si era ritirato dallo stesso torneo svoltosi in Bulgaria, rifiutandosi di affrontare un giocatore israeliano.

Cisgiordania-PIC. Mercoledì, diversi civili palestinesi sono rimasti asfissiati durante gli attacchi delle forze di occupazione israeliane (IOF) in diverse aree della Cisgiordania.

Le IOF hanno sparato gas lacrimogeni e granate stordenti contro la Burqa Secondary School nella città di Nablus in Cisgiordania, e contro altre due scuole nella città di Ramallah, causando problemi respiratori a diversi studenti.

Diversi civili palestinesi sono rimasti asfissiati durante gli scontri scoppiati dopo che i soldati israeliani di stanza in una torre di guardia militare hanno lanciato lacrimogeni contro le case dei civili palestinesi in un campo profughi ad al-Khalil/Hebron.

In mattinata, i soldati israeliani hanno attaccato i civili palestinesi e le loro proprietà in diverse aree della Cisgiordania.

Inoltre, le IOF hanno istituito posti di blocco improvvisati a due ingressi del villaggio di Sarta, a ovest della città di Salfit, in Cisgiordania, fermando i veicoli dei cittadini palestinesi per perquisirli e controllare le loro carte d’identità.

Hebron/al-Khalil-Quds Press e Wafa. Oggi, giovedì, le forze di occupazione israeliane (IOF) hanno demolito una casa appartenente a un palestinese nell’area di al-Rkiz, vicino a Masafer Yatta, a sud di Hebron/al-Khalil, nel sud della Cisgiordania.
Il coordinatore dei Comitati di protezione e resilienza, Fuad al-Amur, ha confermato in un comunicato stampa che “le forze di occupazione hanno demolito una casa di lamiera e mattoni di 80 metri quadrati a Masafer Yatta, di proprietà di Ashraf al-Amur”.

Le forze di occupazione hanno preso d’assalto l’area di al-Rkiz, hanno impedito ai civili di avvicinarsi alla casa presa di mira e chiuso le strade che portavano a Masafer Yatta.

Nel 1999 le autorità di occupazione emisero ordini di sfratto per circa 700 residenti palestinesi di Masafer Yatta, con il pretesto che risiedevano illegalmente “in un’area di esercitazione militare”. Da allora, le comunità di Masafer Yatta sono soggette a ordini e operazioni di demolizione, compresi i villaggi al di fuori dell’area di esercitazione.

Gaza – The Palestine Chronicle. Rehab Kanaan è una poetessa palestinese che vive a Gaza. Rehab perse 54 membri della sua famiglia (famiglia Hamza) durante il massacro in Libano di Tal al-Za’atar, nel 1976, ed il massacro di Sabra e Shatila, nel 1982.

Rehab è nata nel 1954 in Libano, dopo che la sua famiglia venne espulsa in seguito alla Nakba, la violenta creazione di Israele sulle rovine di città e cittadine palestinesi nel 1948.

La sua famiglia visse in diverse zone del Libano prima di stabilirsi nel campo profughi di Tal al-Za’atar, a Beirut. Nel 1976, quando le milizie falangiste libanesi assediarono il campo e lo presero d’assalto, Rehab perse 51 membri della famiglia, tra cui suo padre, sua madre, cinque fratelli e tre sorelle.

Sei anni dopo, le falangi, sotto il comando dell’esercito israeliano, presero d’assalto i due campi profughi di Sabra e Shatila, uccidendo oltre 3 mila palestinesi.

In quella triste occasione, Rehab perse altri tre membri della famiglia, compreso suo figlio.

Foto di Mahmoud Ajjour.

Gaza – PIC. Le scuole palestinesi sono perennemente sotto attacco e minaccia di Israele. Negli ultimi 14 anni, Israele ha bombardato o demolito le scuole palestinesi, soprattutto durante le aggressioni contro la Striscia di Gaza assediata, violando il diritto internazionale.

Le scuole della Cisgiordania sono gravemente colpite dalla sistematica politica israeliana di demolizione delle proprietà e delle strutture palestinesi, a favore dell’espansione delle colonie.

PIC ha stimato che 530 scuole palestinesi sono state distrutte o danneggiate da Israele nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza nel corso degli ultimi 14 anni.

Cisgiordania – PIC. Un recente rapporto pubblicato dall’OCHA ha rivelato che, dal 2009, Israele ha demolito fino a 8.746 strutture di proprietà palestinese in Cisgiordania e a Gerusalemme, lasciando sfollati 13 mila civili palestinesi.

Il rapporto dell’OCHA ha sottolineato che le cifre includono sia le strutture palestinesi demolite dalle forze d’occupazione israeliane (IOF) sia quelle autodemolite dai loro proprietari sotto le minacce israeliane.

In Cisgiordania, le IOF hanno demolito 7.035 strutture di proprietà palestinese dal 2009, sfollando fino a 9 mila palestinesi.

Più di 3 mila palestinesi sono stati sfollati, sempre dal 2009, a Gerusalemme, mentre le truppe israeliane hanno demolito 1.711 case nella città santa.

Finora, nel 2022, le IOF hanno demolito 581 case palestinesi in Cisgiordania e Gerusalemme.

Salfit, luglio 2022: arresto di un dimostrante palestinese che manifestava contro l’espansione delle colonie. Foto: AFP

Middle East Eye. Di Orly Noy. (Da Zeitun.info). Nonostante ciò che afferma il diritto internazionale, l’opinione pubblica israeliana ha interiorizzato la nozione secondo cui, per definizione, non esiste una legittima lotta palestinese per la liberazione nazionale.

È improbabile che più di una manciata di ebrei in Israele sappia riferire correttamente quante incursioni abbia effettuato l’esercito israeliano la settimana scorsa in città palestinesi della Cisgiordania, quanti arresti abbia compiuto, o quante persone abbia ucciso.

Al tempo stesso è improbabile che vi sia stata più di una manciata di israeliani che non fosse a conoscenza della sparatoria su un autobus di soldati nella Valle del Giordano, avvenuta domenica 4 settembre.

Spari di palestinesi contro soldati israeliani –invece che israeliani che sparano a palestinesi – non è solo un inquietante episodio di “un uomo che morde un cane”, che ribalta l’ordine consueto richiedendo di essere raccontato dettagliatamente; in tutti quei reportage l’evento è stato definito come attacco terroristico ed i palestinesi armati come terroristi.

Non una parola sul fatto che gli spari erano rivolti contro un esercito occupante e sono avvenuti in una terra occupata.

I media israeliani hanno un ruolo chiave nel formare l’opinione pubblica al servizio della macchina di propaganda del potere, mantenendo l’opinione pubblica israeliana nella totale ignoranza dei fatti più importanti.

L’opinione pubblica israeliana, in generale, ha completamente interiorizzato la nozione secondo cui, per definizione, non esiste una lotta palestinese per la liberazione nazionale che sia legittima.

Analogamente alla radicale rimozione dalla coscienza israeliana della linea dell’armistizio del 1949, conosciuta anche come Linea Verde – al punto che la sola menzione della sua esistenza da parte della municipalità di Tel Aviv provoca minacce del Ministero dell’Educazione – anche la costante etichettatura di ogni lotta palestinese come terrorismo occulta l’importante distinzione ai sensi del diritto internazionale tra un’azione che prende di mira dei combattenti ed una diretta contro civili.

Un diritto legittimo.

Il fatto è che il diritto internazionale riconosce il diritto legittimo di un popolo di lottare per la propria libertà e per la “liberazione dal controllo coloniale, dall’apartheid e dall’occupazione straniera con tutti i mezzi disponibili, compresa la lotta armata”, come confermato, per esempio, dalla Risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU del 1990.

L’uso della forza per ottenere la liberazione è legittimo. Il modo in cui viene usata la forza è disciplinato dalle leggi di guerra, il cui scopo principale è proteggere i civili non coinvolti da entrambe le parti.

I colpi sparati nella Valle del Giordano non erano diretti contro civili e non possono essere considerati un’azione terroristica. Sono stati un atto di resistenza contro un potere occupante, in una terra occupata.

Il regime israeliano e i suoi ossequiosi portavoce, i media israeliani, trattano ogni azione contro le forze di occupazione in una terra occupata esattamente come se fossero azioni contro civili nel cuore di Tel Aviv: atti terroristici perpetrati da terroristi.

Questa equiparazione non solo nega un fondamento legale o morale all’azione; è anche contraria agli interessi dei cittadini di Israele.

Le leggi di guerra pertinenti sono finalizzate anzitutto e soprattutto a proteggere i civili che non partecipano al ciclo di violenza e a circoscrivere tale violenza a chi effettivamente combatte.

Tuttavia Israele non riconosce la categoria di combattenti palestinesi: dal punto di vista israeliano ogni forma di resistenza, anche nonviolenta, alla sua occupazione ed oppressione costituisce un pericolo alla sicurezza che è facilmente riconosciuto come terrorismo, come quando recentemente Israele ha dichiarato che le sei più importanti ONG palestinesi sono organizzazioni terroristiche.

Questa è una doppia distorsione da parte di Israele. Se da un lato tratta tutte le azioni palestinesi, anche quelle dirette contro soldati, come atti di terrorismo, dall’altra Israele descrive ogni azione israeliana contro i palestinesi come legittima, anche quando quei palestinesi sono civili.

Tipica brutalità.

Come esempio particolarmente vergognoso di questa politica, considerate le conclusioni finali pubblicate dall’esercito israeliano riguardo all’uccisione di Shireen Abu Akleh. L’esercito ha inizialmente sostenuto che Abu Akleh è stata uccisa da colpi d’arma da fuoco palestinesi, una palese menzogna che è stata smascherata da una serie di organi di stampa che hanno esaminato minuziosamente le prove. La versione riveduta che l’esercito ha pubblicato in seguito è anch’essa lontana dall’essere coerente con le prove.

Il Procuratore Generale dell’esercito ha annunciato che non sarebbe stata aperta alcuna inchiesta, nonostante l’agghiacciante ammissione che Abu Akleh, che indossava un giubbotto che la identificava chiaramente come giornalista, è stata colpita a morte da un soldato che usava un fucile di precisione con mirino telescopico – che ingrandisce il bersaglio di quattro volte.

Altrettanto deprecabile la risposta israeliana alla richiesta americana davvero modesta di “riconsiderare” le procedure dell’esercito in Cisgiordania riguardo a quando è consentito aprire il fuoco.

Non che l’esercito smetta di assassinare persone innocenti, Dio non voglia, né che interrompa le incessanti irruzioni nelle città della Cisgiordania, gli arresti di massa, i prelevamenti notturni dei bambini dai loro letti – soltanto che si sforzi un po’ di più, se non è troppo difficile, di evitare altri casi simili.

I potenti Stati Uniti preferiscono non trovarsi coinvolti in casi del genere perché può succedere che la vittima abbia cittadinanza americana, come nel caso di Abu Akleh.

Israele, che ha risposto con la solita brutalità, non è disposto neppure all’atto formale di accettare a parole questa modesta richiesta. Il Primo Ministro Yair Lapid si è affrettato a dire agli americani che “nessuno ci imporrà le regole di ingaggio”.

Con lo stesso spirito il Ministro della Difesa Benny Gantz ha affermato: “Il capo di stato maggiore, e lui solo, decide e continuerà a decidere le politiche di ingaggio.”

In altri termini, Israele mette sull’avviso gli americani, in realtà il mondo intero: nessuno dirà mai a Israele quanti, chi, quando, dove o come uccideremo. E la questione è chiusa, fino alla prossima volta.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye

Orly Noy è la direttrice di B’Tselem – Centro israeliano di Informazione per i Diritti Umani nei territori occupati.

Traduzione dall’inglese per Zeitun.info di Cristiana Cavagna.

+972 Magazine. Di Antony Loewenstein. (Da Zeitun.info). Nel processo di sei anni contro Mohammed Halabi tutte le prove erano “segrete” o non plausibili. Ciò non ha impedito a Israele di condannarlo a 12 anni di prigione.

Dopo uno dei processi più lunghi nella storia israeliana, che ha compreso più di 160 udienze in sei anni, il 30 agosto un tribunale israeliano ha condannato l’operatore umanitario palestinese Mohammed Halabi a 12 anni di prigione con l’accusa di aver dirottato denaro verso Hamas. A giugno Halabi, che era a capo dell’ufficio di Gaza dell’organizzazione umanitaria cristiana World Vision, è stato dichiarato colpevole dal tribunale distrettuale di Be’er Sheva di aver deviato 50 milioni di dollari dei fondi dell’organizzazione alle autorità di Hamas che governano la Striscia di Gaza bloccata.

Durante il processo kafkiano, condotto in quasi totale segretezza dal momento dell’arresto di Halabi nel giugno 2016, e condannato da diverse delle principali organizzazioni mondiali per i diritti umani, il palestinese di 45 anni ha sempre proclamato la sua innocenza. È stato separato dai suoi cinque figli e dalla sua famiglia a Gaza dal momento in cui si è rifiutato di capitolare alle richieste di Israele di ammettere la sua colpevolezza e accettare un patteggiamento fraudolento.

World Vision, che ha sostenuto Halabi durante tutto il processo, ha continuato a difendere il proprio collaboratore dopo la condanna. “Non abbiamo verificato nulla che ci faccia mettere in dubbio le nostre conclusioni che Mohammed sia innocente da tutte le accuse”, ha scritto in una dichiarazione ufficiale.

Omar Shakir, direttore di Human Rights Watch per Israele e Palestina, è stato più diretto, definendo la sentenza un “grave errore giudiziario”. Ha condannato Israele per aver “trattenuto Halabi per sei anni sulla base di prove segrete confutate da numerose indagini” aggiungendo: “Il caso Halabi mostra come Israele usi il suo sistema giudiziario per fornire una patina di legalità al fine di mascherare il suo orrendo sistema di apartheid nei confronti di milioni di palestinesi. “

Il caso di Halabi è l’ultimo esempio di un sistema giudiziario israeliano truccato ed impegnato in una discriminazione contro palestinesi e non ebrei. Ma la sua storia fornisce più di un semplice spaccato dell’occupazione israeliana. Oltre al silenzio assordante degli alleati di Israele che pretendono di sostenere la democrazia, la sentenza di Halabi è un paradigma di quanto lontano si possa spingere Israele nel suo assalto alla società civile palestinese.

Parlando da Gaza alla rivista +972 dopo la sentenza il padre di Mohammed, Khalil, ha detto che “continuerà a lottare prima nei tribunali [distrettuali] israeliani e poi appellandosi [alla Corte suprema israeliana]” per ottenere giustizia. “Dopodiché [si rivolgerà] ai tribunali dei Paesi europei e in America”, fino a quando Israele non avanzerà le sue scuse per aver arrestato Mohammed, aggiunge.

Khalil, che ha lavorato per anni presso l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e il lavoro (UNRWA) a Gaza, ha affermato che i figli di Mohammed comprendono che il loro padre è innocente. “Ho sollevato loro il morale fornendo delle spiegazioni. Dico sempre loro che nel procedimento contro il padre la giustizia prevarrà. Il mondo è con lui così come gli israeliani che amano la giustizia e la pace”.

Una totale mancanza di prove.

Israele ha arrestato Halabi al valico di Erez tra Israele e la Striscia di Gaza assediata nel giugno 2016 e per settimane non si è saputo niente di lui. Due mesi dopo, Israele ha annunciato che Halabi avrebbe confessato di aver dirottato 50 milioni di dollari nelle casse di Hamas, mentre l’allora primo ministro Benjamin Netanyahu ha fatto riferimento all’arresto senza menzionare il nome di Halabi.

Organizzazioni umanitarie internazionali e Paesi donatori come la Germania e l’Australia hanno interrotto immediatamente tutti gli aiuti in denaro alla sede di World Vision a Gaza, lasciando migliaia di palestinesi in uno stato di incertezza sugli aiuti e centinaia senza lavoro. Da allora World Vision non è più stata in grado di operare a Gaza.

World Vision ha intrapreso una costosa verifica del suo lavoro a Gaza per determinare se mancasse del denaro. La società di revisione Deloitte e lo studio legale statunitense DLA Piper non hanno trovato prove di illeciti, azioni illegali e nessuna prova credibile che Halabi lavorasse per Hamas (in effetti, la sua famiglia era nota per l’opposizione al gruppo). L’organizzazione umanitaria ha anche affermato che il suo intero budget decennale per Gaza era di 22,5 milioni di dollari, ridicolizzando l’affermazione che El-Halabi avrebbe rubato 50 milioni di dollari.

L’Australia, uno dei principali finanziatori dei programmi di World Vision a Gaza, ha immediatamente condotto la propria indagine sulle gravi accuse di Israele. Anch’esso non ha trovato nulla.

L’allora capo di World Vision Australia, il ministro battista Tim Costello, ha detto a +972 che l’intero caso era un “insulto ai contribuenti australiani, alla nostra integrità. Il bilancio degli aiuti australiani è stato sottoposto ad un’indagine e tuttavia nessun denaro dei contribuenti è scomparso. Ci deve essere una risposta ufficiale del governo australiano, anche se a porte chiuse e in privato, per condannare la sentenza [contro Halabi]”.

Fino al momento in cui scrivo, il governo australiano è rimasto in silenzio, anche se tre senatori verdi del parlamento federale hanno condannato la sentenza. L’Australia è da molti anni uno degli alleati più fedeli di Israele.

“È una decisione chiaramente ideologica”, dice Costello a +972. “Israele vuole dire: siamo una democrazia con uguaglianza davanti alla legge, ma i palestinesi non godono di questa uguaglianza. Lascia che la giustizia scorra come un fiume” [ “Let justice roll on like a river” è una famosa frase, tratta dalla Bibbia, che Martin Luther King pronunciò nel 1963 a Washington, ndt.].

Confessione sotto costrizione.

Halabi afferma di essere stato torturato dalle autorità israeliane durante la detenzione nel 2016, e di aver ricevuto tra l’altro un pugno alla testa che gli ha lasciato persistenti problemi di udito. È stato sottoposto forzatamente a prolungate posizioni di stress, privato del cibo e del sonno e rinchiuso in una cella con un informatore palestinese, un sedicente membro di Hamas. Tali tattiche coercitive non sono insolite: Israele ha una lunga storia di torture nei confronti dei palestinesi sotto custodia per costringerli a una falsa confessione e ad accettare un patteggiamento con una pena ridotta.

Dopo essere rimasto intrappolato per giorni in una stanza con quell’uomo Halabi ha detto al suo avvocato palestinese, Maher Hanna, che non poteva più sopportare quel trattamento. Halabi ha ammesso tutto ciò che volevano gli inquisitori dopo essere stato sottoposto a una coercizione intollerabile, ha detto Hanna. Diversi relatori speciali delle Nazioni Unite hanno ritenuto che la detenzione e l’interrogatorio di Halabi “potrebbero essere equiparati a tortura”.

Nel frattempo Halabi non credeva che nessun tribunale israeliano credibile avrebbe preso sul serio il processo, e così ha ritrattato la sua confessione. Ma per sei lunghi anni ha dovuto sopportare interminabili ritardi, mancanza di prove in aula e un sistema giudiziario israeliano che ha rifiutato di consentire l’audizione di testimoni credibili.

Per l’accusa israeliana il semplice fatto che i numeri non tornassero – che Halabi non avesse mai avuto accesso a nessun quantitativo di denaro che si avvicinasse a 50 milioni di dollari – era irrilevante. Avevano quella che sostenevano fosse un’ammissione da parte dell’operatore umanitario durante la sua detenzione, e questo era sufficiente. Niente di tutto questo è mai stato sottoposto a verifica in un tribunale equo e pubblico; al contrario, l’accusa è stata autorizzata a presentare tutte le sue cosiddette “prove segrete” nel corso di udienze a porte chiuse.

Durante questo processo-farsa la maggior parte della comunità internazionale è rimasta in silenzio o ha affermato di non poter intervenire fino alla sua conclusione, una posizione che andava a pennello per Israele.

Dopo la sentenza di fine agosto, ad esempio, il consolato britannico a Gerusalemme si è limitato a twittare di essere “preoccupato”, mentre la delegazione dell’Unione europea presso i palestinesi ha twittato che “si rammarica dell’esito“. L’UE è il principale partner commerciale di Israele, una solida relazione che sta crescendo nonostante la preoccupazione pubblica per i tentativi di Israele di schiacciare importanti organizzazioni della società civile palestinese, molte delle quali ricevono fondi da governi europei.

“Un moderno processo Dreyfus”.

Il nocciolo della questione, come la scorsa settimana ha rilevato l’avvocato Maher Hanna a +972, è stata la riluttanza di Halabi ad ammettere un crimine che non ha commesso. Durante un’udienza del marzo 2017 un giudice del tribunale distrettuale israeliano lo ha incoraggiato a patteggiare perché avrebbe avuto “poche possibilità” di non essere ritenuto colpevole. “Ha letto i numeri e le statistiche”, ha continuato il giudice, alludendo ai tassi di condanna dei tribunali militari. “Sa come vengono gestite queste situazioni.”

“All’inizio gli sono stati offerti tre anni, poi quattro, poi sei e infine otto”, spiega Hanna da Gerusalemme. Ma Halabi ha rifiutato di accettare ognuna di queste offerte, e di conseguenza è stato condannato a 12 anni di carcere.

Nonostante la sentenza l’accusa ha minacciato di ricorrere in appello per ottenere una sentenza più severa. “È difficile capire il cambio di posizione dell’accusa”, dice Hanna. “Era disposta ad accontentarsi di una condanna a tre anni in caso di confessione, ma non ad accettare una condanna a 12 anni quando l’imputato si è dichiarato innocente per lo stesso presunto reato“.

Hanna aggiunge: “L’accusa, e anche la corte, ritengono importante trasmettere un messaggio a tutti i detenuti e prigionieri palestinesi secondo cui chiunque non accetti una pena detentiva in un patteggiamento e costringa il tribunale ad ascoltare la propria difesa sarà severamente punito”.

In un’indagine del 2019 per la rivista +972 Magazine ho dettagliato la serie dei motivi per cui il processo non è riuscito a soddisfare nemmeno i più elementari standard internazionali di equità. Lo stesso Halabi mi ha detto nello stesso anno che credeva che l’intero caso contro di lui fosse una “battuta di pesca per tentare di accentuare l’assedio contro gli abitanti di Gaza. Non stavano attaccando soltanto me, ma l’intero sistema di aiuti umanitari a Gaza, di cui ero solo una parte”.

Hanna è rimasto scioccato dalla sentenza della corte e sconvolto dal fatto che i giudici abbiano respinto la maggior parte delle rimostranze di Mohammed. “Hanno puntualmente ignorato tutte le incongruenze presenti nel caso come se quelle rimostranze non fossero state presentate. Sono rimasti molto sorpresi quando hanno ascoltato le rimostranze durante le argomentazioni per la condanna e hanno ammesso la possibilità di aver sbagliato, ma per loro “è necessario mantenere una coerenza”.

Israele sta attualmente conducendo una guerra più estesa contro la società civile palestinese, con la determinazione di chiudere le ONG principali e neutralizzare la loro autorevolezza nella battaglia davanti all’opinione pubblica globale. Come per il caso Halabi, in cui non esistono prove per dimostrare la sua colpevolezza, il governo israeliano spera che le sue false accuse di terrorismo contro le principali ONG palestinesi le metteranno a tacere e le dissuaderanno.

Intanto Hanna continua a nutrire delle speranze per Halabi. “A questo punto ci aspettiamo che la Corte Suprema annulli una simile sentenza”, afferma. “Questo è un moderno processo Dreyfus e lo Stato di Israele non può permettersi di portare una macchia del genere nel suo sistema giudiziario”.

Antony Loewenstein è un giornalista indipendente, autore di best seller, regista e co-fondatore di Declassified Australia [Rivista australiana progressista di giornalismo investigativo, ndt.]. Ha scritto per The Guardian, The New York Times, The New York Review of Books e molte altre testate. I suoi libri includono Pills, Powder and Smoke: Inside The Bloody War On Drugs, Disaster Capitalism: Making A Killing Out Of Catastrophe e My Israel Question. I suoi documentari includono Disaster Capitalism e i film inglesi di Al Jazeera: West Africa’s opioid crisis e Under the Cover of Covid. Ha lavorato a Gerusalemme Est dal 2016 al 2020. Il suo prossimo libro, in uscita nel 2023, è The Palestine Laboratory: How Israel Exports the Technology of Occupation Around the World.

Traduzione dall’inglese per Zeitun.info di Aldo Lotta.

Tel Aviv – MEMO. Israele e Bahrain hanno annunciato martedì l’inizio dei negoziati per raggiungere un accordo di libero scambio tra i due Paesi, secondo quanto affermato dall’agenzia di stampa Anadolu.

Il ministro dell’Economia israeliano, Orna Barbivai, ha tenuto colloqui ufficiali lunedì con la controparte del Bahrein per stabilire un accordo di libero scambio tra Tel Aviv e Manama, secondo quanto affermato dal ministero dell’Economia israeliano in una nota.

Barbivai ha affermato che l’accordo aiuterà a rafforzare le relazioni bilaterali e a “rimuovere le barriere, espandere la cooperazione economica e costruire ulteriori ponti tra i due Paesi”.

Secondo la dichiarazione, lo scambio commerciale tra Israele e Bahrain è arrivato a 7,5 milioni di dollari nel 2021, con esportazioni israeliane verso il Bahrain per un totale di 4 milioni di dollari nei settori dei metalli preziosi, dei prodotti dell’industria chimica e delle macchine per l’ingegneria elettrica, mentre le importazioni israeliane dal Bahrain sono state stimate a 3,5 milioni di dollari.

Il Bahrain è uno dei quattro Paesi arabi che hanno firmato accordi sponsorizzati dagli Stati Uniti per normalizzare le loro relazioni con Israele nel 2020. Gli altri sono gli Emirati Arabi Uniti, il Sudan e il Marocco.

Gaza-Quds Press. L’agricoltore palestinese Suleiman al-Nabahin non aveva idea che le pietre scoperte nel suo terreno, mentre piantava degli ulivi, erano dei pannelli di mosaico risalenti all’epoca bizantina.

Al-Nabahin recentemente ha scoperto dei mosaici nei suoi terreni, a est del campo profughi palestinese di al-Bureij, nella parte centrale della Striscia di Gaza.

AP Photo/Fatima Shbair. Un palestinese pulisce la polvere su un pavimento a mosaico di epoca bizantina che è stato scoperto da un contadino a Bureij, nella Striscia centrale di Gaza, il 5 settembre 2022.

Quando uno dei mosaici gli è apparso davanti agli occhi, ha immediatamente smesso di scavare e ha informato il ministero del Turismo e delle Antichità, che ha tempestivamente inviato una squadra speciale “per scoprire un mosaico che risale all’era bizantina”, secondo quanto affermato dal sottosegretario al ministero Muhammad Khalah.

AP Photo/Fatima Shbair. Dettagli di parti del pavimento a mosaico di epoca bizantina, 5 settembre 2022.

“Abbiamo iniziato a operare per proteggere il sito e per presentare rapporti tecnici al responsabile generale del progetto di scavi, e ciò ha portato alla decisione di acquistare il sito e di risarcire i proprietari terrieri”, ha detto Khalah a Quds Press.

Ha anche affermato: “Le squadre tecniche hanno lavorato per determinare l’estensione e le dimensioni del sito, scavando con 10 sensori per raccogliere i dati relativi alla zona interessata: tutto questo è solo l’inizio di uno scavo archeologico che verrà ampliato e approfondito costantemente”.

Ha sottolineato che “questa grande scoperta archeologica è un vero e proprio tesoro culturale. Rappresenta la storia di Gaza e il suo importante valore, come la magnificenza della sua civiltà in tutte le epoche storiche fino ad ora”.

Khalah ha affermato che “la scoperta archeologica è ancora alle fasi iniziali”. Finora ha portato alla luce un gruppo di pavimenti in mosaico e varie icone con immagini di animali risalenti all’era bizantina, insieme a meravigliosi disegni raffiguranti vari aspetti della vita sociale dell’epoca. È presente, inoltre, un altro gruppo di pavimenti con decorazioni geometriche, e anche alcuni monumenti architettonici, tra i quali vi sono delle estese mura portanti, insieme a ceramiche e oggetti di vetro.

Ha anche dichiarato che “gli esperti palestinesi del ministero stanno lavorando in collaborazione con esperti internazionali e archeologi francesi”.

Questa non è la prima volta che vengono scoperti dei siti archeologici: un cimitero romano è stato rinvenuto nel nord della Striscia, così come altri reperti nella parte meridionale.

Gaza è una delle città più antiche del mondo, infatti storicamente ha acquisito grande importanza grazie alla sua particolare posizione geografica a cavallo tra Asia, Africa ed Europa.

Altre info e foto qui e qui.

Traduzione per InfoPal di G.B.

Ramallah-Quds Press. Questa mattina, mercoledì, le forze di occupazione israeliane (IOF) hanno demolito due case della comunità beduina nell’area di Ein Samiya, a est di Ramallah.
Fonti locali hanno affermato: “Le forze di occupazione hanno demolito due case che appartengono ai cittadini Hassan Salama Kaabneh e Najah Muhammad Kaabneh, dopo aver costretto le loro famiglie, stimate in 17, ad evacuare”.

Durante il mese di agosto le autorità di occupazione hanno intensificato la demolizione e la confisca delle proprietà. Sono 43 le case demolite in Cisgiordania e a Gerusalemme.

Tulkarm – The Palestine Chronicle e Wafa. Martedì, le forze israeliane (IOF) hanno chiuso con il cemento due pozzi d’acqua sotterranei nella Cisgiordania occupata.

I pozzi d’acqua fornivano acqua potabile ai residenti delle cittadine di al-Ras e Kafr Abush, a sud di Tulkarm.

Il capo del consiglio di al-Ras, Muhammad Majdub, ha dichiarato che le IOF hanno chiuso con il cemento un pozzo nell’area orientale della cittadina, senza preavviso.

RT PalestineChron "“As Dr. Ramzy Baroud and Romana Rubeo explain, the expansion of illegal Jewish settlements are draining already exhausted Palestinian water supplies, a fact that further attests to the apartheid nature of the Zionist regime.”

Our … pic.twitter.com/uyTvgb5Frn"

— Richard Hardigan (@RichardHardigan) April 2, 2022

Le forze israeliane hanno anche sequestrato una pompa d’acqua ed un camion parcheggiati nell’area di proprietà di un residente locale e hanno costretto gli equipaggi del comune a lasciare l’area.

Majdub ha aggiunto che il pozzo era stato scavato dal comune, l’anno scorso, per alleviare la crisi idrica, soprattutto in estate, dopo che la compagnia israeliana Mekorot si era rifiutata di fornire ulteriore acqua alla cittadina.

Israele ha il controllo totale sulle risorse idriche palestinesi nei Territori occupati e non consente ai palestinesi di scavare pozzi d’acqua sotterranei o addirittura stagni per raccogliere l’acqua piovana.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Jenin-PIC e Quds Press. Combattenti della resistenza palestinese hanno effettuato due operazioni militari contro le forze di occupazione israeliane (IOF) in diverse aree di Jenin.

Secondo i media israeliani, uomini armati palestinesi hanno aperto il fuoco contro la base militare di Salem, a ovest di Jenin.

Un portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato che diversi proiettili sono stati trovati all’interno della base dopo che i soldati hanno sentito degli spari e hanno perquisito la zona, aggiungendo che è stata lanciata una caccia all’uomo.

Un’operazione analoga ha preso di mira soldati israeliani di stanza presso il villaggio di Faqqu’ah, a est di Jenin, a nord della Cisgiordania occupata.

I media israeliani hanno affermato che nessuno dei soldati è rimasto ferito negli attacchi.

Algeri – PIC. Un importante incontro per le fazioni palestinesi è previsto durante la prima settimana di ottobre in Algeria, per esplorare le vie per sanare la spaccatura nazionale nell’arena palestinese.

L’ambasciatore palestinese in Algeria, Fayez Abu Aita, ha dichiarato alla radio Voice of Palestine che un nuovo ciclo di colloqui tra i rappresentanti delle fazioni è già iniziato ad Algeri, come preludio allo svolgimento di un ampio incontro all’inizio di ottobre.

Abu Aita ha espresso la speranza che gli sforzi algerini possano riuscire a far trovare tra le fazioni una formula di consenso che realizzi l’unità nazionale e ponga fine alla divisione di lunga data nell’arena palestinese.

Domenica scorsa è arrivata nella capitale algerina una delegazione d’alto livello del Movimento di Hamas, guidata dal capo del suo ufficio per le relazioni arabe e islamiche, Khalil al-Hayya.

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Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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