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Gerusalemme occupata/al-Quds -Quds Press e PIC. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha chiesto ad Israele di rispettare lo status quo della moschea di al-Aqsa, nella città occupata di Gerusalemme.

E’ quanto è emerso in una conferenza stampa indetta venerdì dal portavoce del segretario generale, Stephane Dujarric, durante un commento sulle irruzioni dei coloni nella moschea negli ultimi giorni.

Dujarric ha sottolineato la necessità che Israele sostenga e rispetti lo status quo dei luoghi santi che appartengono a tutte le religioni.

Ha spiegato che la posizione delle Nazioni Unite sulla questione della moschea di al-Aqsa e degli altri luoghi santi di Gerusalemme non è cambiata.

Il ministero degli Esteri giordano ha anche chiesto ad Israele di rispettare i suoi obblighi ai sensi del diritto internazionale come potenza occupante a Gerusalemme Est e di rispettare lo status di luogo santo della moschea di al-Aqsa.

“Le azioni di Israele contro la moschea sono inaccettabili e riprovevoli e costituiscono una violazione dello status quo storico e legale, del diritto internazionale e degli obblighi di Israele come potenza occupante a Gerusalemme Est”, ha affermato venerdì in un comunicato stampa il portavoce del ministero, Haitham Abul-Ful.

Mercoledì e giovedì, diversi coloni estremisti hanno provocatoriamente invaso la moschea di al-Aqsa per una celebrazione religiosa.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Jenin – MEMO. Le forze israeliane (IOF) hanno ri-arrestato gli ultimi due prigionieri palestinesi evasi due settimane fa da un carcere di massima sicurezza, secondo quanto affermato sabato dalla polizia israeliana.

In un comunicato, la polizia ha affermato che i due palestinesi, Iham Kamamji e Monadel Infiat, sono stati catturati nella città di Jenin.

“La casa in cui si trovavano i due fuggitivi è stata scoperta dall’intelligence […] israeliana, Shin-Bet, e sono stati arrestati dalle forze israeliane senza mostrare alcuna resistenza”, ha aggiunto il comunicato.

Il 6 settembre, sei detenuti palestinesi sono evasi dal carcere di massima sicurezza di Gilboa, nel nord di Israele. Le forze israeliane erano riuscite a catturarne quattro dopo una caccia all’uomo su larga scala.

Ci sono circa 4.850 detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, tra cui 41 donne, 225 minorenni e 540 “detenuti amministrativi”.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

972mag.com. Di Yuval Abraham. Dopo anni di resistenza all’amara realtà dell’occupazione israeliana, l’evasione della scorsa settimana ha offerto qualche speranza ai palestinesi di Jenin, afferma il direttore artistico del Freedom Theatre. (Da InvictaPalestina.org).

Sono in cima a una collina e guardo il campo profughi di Jenin dall’alto quando vedo grigio. Non c’è un solo pezzo di verde degli alberi o marrone della terra. Solo un fitto e crescente blocco di cemento che sanguina nella città di Jenin, adiacente al campo.

Zakaria Zubeidi, il più famoso dei sei prigionieri politici palestinesi fuggiti dalla prigione israeliana di Gilboa la scorsa settimana, è nato qui, così come alcuni degli altri. È stato catturato sabato dalle autorità israeliane dopo quasi una settimana di ricerche da parte della polizia e dell’esercito. Nel frattempo, quasi nessuno nella società ebraica israeliana ha osato porre domande più complesse, del tipo: perché Jenin è diventata un centro della resistenza palestinese? In che tipo di realtà vivono i residenti del campo profughi di Jenin? E perché ce ne sono così tanti nelle prigioni israeliane?

Solo 11 chilometri separano il campo profughi di Jenin e il kibbutz Yizre’el nel nord di Israele. Da questa collina, si vede il kibbutz risplendere nel mezzo della lussureggiante valle di Jezreel, oltre il checkpoint. Il kibbutz è stato costruito sulle rovine del villaggio palestinese di Zir’in, i cui abitanti furono espulsi durante la Nakba. Uno di quei residenti era la nonna di Ahmad al-Tubasi, un attore teatrale sorridente ed energico sulla trentina che mi ha portato su questa collina, che sovrasta il campo in cui è nato.

“Se fossi nato dall’altra parte della valle”, dice, indicando la valle di Jezreel, conosciuta come Marj Ibn Amer in arabo, “tutto sarebbe stato diverso. Stessa valle, ma diritti diversi, a seconda da che parte della linea sei nato”.

La storia della vita di Al-Tubasi è stata recentemente trasformata in uno spettacolo teatrale, in cui interpreta se stesso: un rifugiato nato in un campo sotto occupazione militare, cresciuto all’ombra della Seconda Intifada, rinchiuso in una prigione israeliana e che alla fine è diventato un attore di teatro, educatore e attivista.

Al-Tubasi conosceva bene Zubeidi. “La fuga ha dato un po’ di speranza ai residenti, una piccola vittoria a cui aggrapparsi”, racconta, “e ora siamo tornati all’amara realtà. Come un pugno nello stomaco. Vivi sotto occupazione, e l’occupazione è più forte di te”.

Dalla collina si possono vedere anche le città di Afula, Haifa e Nazareth sul lato israeliano della Linea Verde. Tutto è così vicino eppure sembra così lontano. La maggior parte dei residenti vive a pochi chilometri dalle aree da cui i loro parenti sono stati espulsi o sono fuggiti nel 1948. Per viaggiare dai territori occupati a Gerusalemme o Israele è necessario un permesso di ingresso dell’esercito israeliano. A ogni giovane che ho incontrato a Jenin è stato rifiutato il permesso. La stragrande maggioranza non ha mai visto il mare.

“Non c’è una sola famiglia nel campo profughi senza un prigioniero o qualcuno che è stato ucciso dall’esercito, e lo Shin Bet rifiuta i permessi di ingresso ai membri di quelle famiglie come punizione collettiva”, spiega Al-Tubasi. “Alcuni dei giovani entrano illegalmente in Israele semplicemente per lavorare, dal momento che non c’è lavoro nel campo”.

Graffiti su una delle pareti del Freedom Theatre di Jenin, nella Cisgiordania occupata. (Yuval Abramo)

Ci dirigiamo verso il Freedom Theatre (Teatro della Libertà), un teatro e centro culturale della comunità palestinese nel campo profughi di Jenin, dove Ahmad lavora come direttore artistico. Le pareti esterne sono disegnate e su una di esse è scritto: “Il passato sarà presente nel futuro”. I bambini del campo vengono a teatro per i laboratori e per assistere a spettacoli teatrali. I ragazzi, dice Al-Tubasi, vengono al Freedom Theatre per una “terapia basata sul dramma. Siamo tutti traumatizzati qui, ne abbiamo bisogno”.

Quando cresci qui, in questa bolla chiamata campo profughi di Jenin, il tuo destino è segnato: o diventi un prigioniero, un martire o una persona con disabilità”, ricorda. “Lavoriamo con i bambini per cambiare quel corso. Diciamo loro che hanno la possibilità di cambiarlo, che possono essere qualcos’altro”.

Dopo qualche esitazione, continua: “Mi infastidisce questa continua richiesta da parte dei residenti del campo di ‘volere la pace’. Quale pace? Di cosa stanno parlando? Viviamo all’inferno”.

Un bambino che sceglie la resistenza armata lo fa perché non vede altre opzioni intorno a sé? Chiedo. Al-Tubasi ride: “Il bambino non sceglie! Questo è il punto: non ha scelta”.

“Fin da quando sono nato, ho visto l’esercito entrare nel campo ogni notte. Arrestare persone, sparare. Immagina tuo padre in prigione, tuo fratello un martire, la casa del tuo vicino che viene demolita. Un esercito straniero ti controlla. Non c’è nemmeno un aeroporto in Cisgiordania! Le frontiere sono chiuse. Quindi, come puoi aspettarti di fare qualcos’altro? Vorrei che gli israeliani potessero trascorrere due notti nel campo e vedere come ci si sente”.

Vecchie foto in bianco e nero dei giorni della Prima Intifada sono appese alle pareti del teatro. In uno di essi si vede un gruppo di bambini saltare su un palco. Uno è travestito da tigre, l’altro da gallo. C’è anche Zakaria Zubeidi, che aveva 12 anni quando è stata scattata la foto.

“Sette degli otto bambini del suo gruppo teatrale sono morti”, dice Al-Tubasi della foto. “Tutti tranne Zakaria sono stati uccisi durante la Seconda Intifada”.

Poi comincia a contarli, uno dopo l’altro. “Yousef”, indica Ahmad uno dei bambini, “ha compiuto un attacco ad Hadera ed è stato colpito. Ha avuto un crollo emotivo dopo che una ragazza che è stata uccisa da un soldato è morta tra le sue braccia. Ashraf ha combattuto nella battaglia di Jenin nel 2002 ed è stato fucilato quando i soldati hanno rioccupato il campo”.

Tutti e sette sono stati uccisi, ribadisce. Anche tutti gli amici di Al-Tubasi sono stati uccisi. Un altro residente del campo ci sente parlare e mormora: “Hanno cancellato un’intera generazione”.

La storia del gruppo di bambini che divennero combattenti e furono uccisi durante la Seconda Intifada è ben documentata nel film: “I Figli di Arna”, diretto da Juliano Mer-Khamis. La madre di Mer-Khamis, Arna, una donna ebrea-israeliana, fondò il Freedom Theatre durante la Prima Intifada. Il teatro è stato chiuso per anni, solo per essere riaperto nel 2006 da un gruppo di palestinesi, tra cui Zubeidi. “È il nostro fondatore”, afferma Al-Tubasi.

Dopo la fine della Seconda Intifada, intorno al 2005, il campo profughi ha sanguinato silenziosamente, senza molta copertura da parte dei media internazionali. Anche l’Autorità Palestinese, guidata da Mahmoud Abbas, ha iniziato ad arrestare i residenti del campo. Per tutto il tempo, le politiche israeliane di occupazione militare e di espropriazione si sono solo intensificate.

Palestinesi piangono uno dei quattro giovani uccisi in scontri con le forze di sicurezza israeliane, nella città di Jenin, in Cisgiordania, il 16 agosto 2021. (Nasser Ishtayeh/Flash90)

Da quando la violenza ha travolto Israele e Palestina a maggio, i giovani armati hanno iniziato a confrontarsi con i soldati israeliani che entrano nel campo per effettuare arresti quasi ogni giorno. Ad agosto, cinque residenti del campo sono stati uccisi durante scontri a fuoco con i militari. Un totale di 12 residenti sono stati uccisi dall’inizio dell’anno.

“È sempre la stessa storia”, dice Al-Tubasi, facendo un movimento circolare con la mano, “l’oppressione porta al silenzio solo per un breve periodo di tempo”.

‘Volevo resistere, ma in modo diverso’.

I muri del campo sono tapezzati di manifesti di palestinesi uccisi o imprigionati dalle forze israeliane. Poster rettangolari e decorati con foto di ragazzi o giovani uomini, spesso imbracciando un’arma. Al-Tubasi dice che anche se qualcuno muore in altre circostanze, il suo volto viene photoshoppato sul corpo di una persona che brandisce un’arma. Su alcune pareti, i manifesti sono stati strappati per fare spazio a nuovi manifesti delle persone uccise di recente, lasciando solo i segni della colla.

“Lo vedi ovunque tu vada”, dice Al-Tubasi, “prigione e morte”. Alcune delle case del campo sono più nuove di altre. Intere aree qui sono state demolite e ricostruite nel 2002, dopo i 10 giorni della battaglia di Jenin, in cui i soldati israeliani hanno occupato il campo. Centinaia di case sono state distrutte e più di 1.400 persone sono rimaste senza riparo. Al-Tubasi era solo un ragazzo; anche la sua casa è stata demolita.

“Un bulldozer si è schiantato nella nostra cucina mentre mia zia era dentro. Non siamo riusciti a dormire a causa degli spari e dei bombardamenti. Alla fine volevamo arrenderci. Non c’era né cibo né acqua. Siamo usciti con bandiere bianche. I soldati divisero le donne, i bambini e gli uomini in gruppi”.

Quando aveva 17 anni, Al-Tubasi è stato processato in un tribunale militare e condannato a quattro anni in una prigione israeliana. Le accuse contro di lui erano riservate e fino ad oggi non le ha mai viste, dice. Gli è stato solo detto che rappresentava un pericolo per la sicurezza di Israele. “Non avevo un’affiliazione organizzativa”, dice, “e in carcere devi scegliere un’organizzazione. I prigionieri sono divisi in base a questo. Ho detto loro la Jihad islamica, anche se non ho alcun legame con il gruppo”.

Soldati israeliani stazionano nella città di Jenin, in Cisgiordania, il 6 settembre 2021, a seguito della fuga di sei prigionieri palestinesi da una prigione in Israele. (Nasser Ishtayeh/Flash90)

Quando è stato rilasciato, non sapeva cosa fare. “Avevo 21 anni, senza un soldo. Tutti i miei amici sono stati uccisi. La vita era un inferno. Come prigioniero rilasciato, la gente non voleva assumermi. Poi ho saputo che Zakaria Zubeidi aveva riaperto il teatro. Non volevo morire dopo essere stato rilasciato. Volevo resistere, ma in modo diverso”.

Continuiamo a camminare. Ci imbattiamo in un gruppo di ragazzi e uno di loro stringe la mano ad Al-Tubasi mentre racconta ai suoi amici del mago che ha visto a teatro. “Ha fatto uscire i fazzoletti dalla bocca! Quando tornerà di nuovo?” Al-Tubasi risponde e accarezza la testa del ragazzo. Mentre si allontana, Al-Tubasi mi dice: “Lo vedi? Suo padre è in prigione”.

Adiacente al panificio locale, accanto a una vecchia stazione ferroviaria britannica, si trovano diversi giovani. Alcuni sono usciti di notte negli ultimi mesi, per cercare di impedire all’esercito di entrare nel campo. “L’occupazione parla e capisce solo il linguaggio della forza”, dice uno di loro, mentre i suoi amici annuiscono. “Perché l’esercito può entrare nelle città e nei campi in Cisgiordania ogni volta che vuole? Uccidere? Arrestare?” Le persone non restano con le mani in mano senza fare nulla”, dice un altro.

Il campo profughi di Jenin è uno dei punti più a nord della Cisgiordania. Sono arrivato qui in mattinata dalla parte meridionale della Cisgiordania con un amico palestinese. Lungo la strada, ho contato 14 posti di blocco dell’esercito all’ingresso di vari villaggi. Ciascuno aveva due o tre soldati fissi che controllavano a caso i documenti d’identità. C’è un grande posto di blocco permanente al confine vicino a Gerusalemme che monitora il movimento palestinese dal nord al sud della Cisgiordania. Israele proibisce ai palestinesi di attraversare Gerusalemme o di asfaltare nuove strade interurbane in Cisgiordania, trasformando ogni viaggio da sud a nord in un incubo di quattro ore.

“Credimi, i palestinesi sono stanchi”, mi dice Al-Tubasi mentre la giornata volge al termine. “Vogliono il cambiamento. Vogliono potersi muovere. Per andare al mare. Per trovare lavoro e guadagnarsi da vivere. Voglio arrivare a una situazione in cui tutti abbiano gli stessi diritti, senza violenza”.

“Negli ultimi 15 anni ho lavorato con i bambini nel campo sulla nonviolenza, sulla consapevolezza politica, su come costruire un futuro, e un’irruzione dell’esercito israeliano nel campo distrugge tutto. Fa loro capire in un istante che qualunque cosa tu faccia, sei sotto occupazione. E questo non cambierà: i leader in Israele lo dicono apertamente. A volte mi deprimo persino. Mi chiedo: forse la mia vita è sbagliata?”

Yuval Abraham è uno studente di fotografia e linguistica.

(Foto di copertina: bambini palestinesi giocano in una strada deserta durante uno sciopero a Jenin, in Cisgiordania, in solidarietà con i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, 11 settembre 2021. Nasser Ishtayeh/Flash90).

Traduzione per InvictaPalestina.org di Beniamino Rocchetto.

Cisgiordania. Decine di palestinesi sono stati feriti, venerdì, durante gli scontri (*) con le forze di occupazione israeliane (IOF) in diverse aree della Cisgiordania e di Gerusalemme.

A Nablus, ci sono stati numerosi scontri nelle cittadine di Beita e Beit Dajan durante le proteste contro gli insediamenti e a sostegno dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane.

In un comunicato stampa, il capo dei servizi di ambulanza a Nablus, Ahmed Jibril, ha dichiarato che le squadre di soccorso palestinesi hanno assistito più di 70 feriti durante gli scontri: 5 colpiti da proiettili di metallo rivestiti di gomma, 63 asfissiati da gas lacrimogeni e tre caduti durante l’inseguimento delle IOF.

A Qalqilya, dopo gli scontri con i soldati a Kafr Qaddum, sono stati segnalati un ferito da proiettili di metallo rivestito di gomma e altri asfissiati da gas lacrimogeni.

A Ramallah, le IOF hanno sparato gas lacrimogeni contro i manifestanti nel villaggio di Mughair, asfissiando diverse persone.

Ad al-Khalil/Hebron, le IOF hanno represso la protesta settimanale contro l’insediamento nel villaggio di Tuwana. I soldati hanno aggredito i manifestanti, gli attivisti stranieri e i giornalisti, e una donna è rimasta ferita. Hanno anche sparato gas lacrimogeni contro i manifestanti e sono stati segnalati una decina di asfissiati.

I soldati hanno fatto irruzione nel villaggio di Beit Ummar nel nord di al-Khalil/Hebron e hanno sparato granate assordanti e gas lacrimogeni contro i giovani e sono stati segnalati diversi tra feriti e asfissiati.

Altri scontri sono stati segnalati al checkpoint di Huwara, nel sud di Nablus, e nel villaggio di Abu Dis, nella parte est di Gerusalemme.

(Fonti: PIC, Quds Press e Wafa).

(*) Nel linguaggio militare, gli scontri avvengono tra eserciti o gruppi armati di pari forze. Tra Tsahal, l’esercito israeliano, e la Resistenza o i gruppi di giovani palestinesi che rispondono alle aggressioni dell’occupante israeliano non c’è parità di forze. Pertanto, riportiamo tra virgolette il termine scontri/scontro, per non indurre i lettori meno informati a pensare che in Palestina sia in atto un conflitto/guerra tra attori con eserciti, armamenti e forze paritarie.

Ramallah – WAFA. Il combattente per la libertà palestinese Mohammad Arda, uno dei sei detenuti politici palestinesi fuggiti dalla prigione israeliana di Gilboa il 6 settembre, ha dichiarato al suo avvocato che voleva ottenere la libertà a modo suo.

“Ho deciso di riprendermi la libertà a modo mio, perché non c’è speranza di rilascio […]”, ha dichiarato Arda, che sta scontando diversi ergastoli, al suo avvocato, Khaled Mahajna.

Ardah, insieme a Zakaria Zubeidi, sono stati catturati sabato mentre si nascondevano vicino al villaggio di Shibli, ad est della città di Nazareth, poche ore dopo che Mahmoud Arda e Yaaqob Qadri erano stati catturati vicino a Nazareth. Gli altri due fuggitivi, Ayham Kamamji e Munadel Nudeiat, sono ancora a piede libero.

Al-Adra ha negato i rapporti israeliani secondo cui aveva aiutato a ricostruire la dinamica dell’evasione dalla prigione di Gilboa, e ha affermato di aver trascorso il periodo dalla sua cattura l’11 settembre fino a venerdì tra l’isolamento ed i sotterranei per gli interrogatori.

“Nonostante la fame e la difficoltà della caccia all’uomo portata avanti dalle forze d’occupazione israeliane contro di me ed i miei compagni, se i cinque giorni [che ho trascorso in fuga] fossero stati tutta la mia vita, avrei accettato”, ha detto al-Arda, secondo quanto riportato dal suo avvocato, Mahajna.

Quattro giorni fa, Mahajna ha affermato, dopo la sua prima visita ad Arda, che quest’ultimo era stato sottoposto a violenze fisiche, privazione di sonno, cibo ed acqua ed umiliazioni, che gli hanno causato ferite alla testa e al viso.

Mahajna ha raccontato i dettagli della sua prima visita ad Arda, dopo che un tribunale israeliano ha revocato il divieto imposto dai servizi di sicurezza israeliani per le visite degli avvocati ai quattro prigionieri evasi.

Mahajna ha dichiarato ad un’intervista alla Palestine TV, dopo la visita a Mohammad Arda in prigione, che le forze d’occupazione israeliane lo hanno brutalmente aggredito al momento della cattura, notando che è stato colpito alla testa e sopra l’occhio destro, e ha affermato che non ha ricevuto nessun tipo di trattamento.

Arda è stato anche spogliato dei suoi vestiti durante l’interrogatorio nella prigione di Nazareth, dopo di che è stato trasferito in un altro centro per interrogatori.

Ha sottolineato che da sabato scorso Arda è sottoposto a interrogatori 24 ore su 24 e che dal suo arresto, avvenuto sei giorni fa, ha dormito solo circa 10 ore.

L’Aia – PIC. La Camera d’Appello della Corte Penale Internazionale (ICC) terrà un’udienza, giovedì prossimo, per esaminare la causa intentata da un palestinese contro alti funzionari dell’esercito israeliano per il loro coinvolgimento diretto in un attacco aereo contro la casa della sua famiglia, che uccise sei dei suoi parenti durante la guerra del 2014 su Gaza.

La denuncia per crimini di guerra è stata intentata da Ismail Ziyadah, palestinese nato a Gaza e cittadino olandese, contro l’ex-capo di stato maggiore dell’esercito, Benny Gantz (attualmente ministro della Difesa), e l’ex-comandante dell’aeronautica israeliana Amir Eshel (attualmente direttore generale del ministero della Difesa).

La madre di Ziyadah, tre fratelli, la cognata ed il nipote di 12 anni furono uccisi in un attacco aereo contro la casa di famiglia nel campo profughi di al-Bureij, a Gaza, il 20 luglio 2014. Anche un ospite che visitava la famiglia in quel momento rimase ucciso.

Secondo una dichiarazione rilasciata da Justice for Palestine Campaign, Ziyadah ha presentato ricorso contro la prima sentenza emessa dal tribunale distrettuale dell’Aia il 29 gennaio 2020, quando il tribunale aveva affermato di non avere giurisdizione per pronunciarsi in una causa civile intentata da un olandese-palestinese contro Gantz ed Eshel.

In quel momento, la Corte aveva affermato che Gantz ed Eshel “godono dell’immunità funzionale” perché avevano agito in veste ufficiale, e che non aveva giurisdizione in questo caso.

Ziyadah ha affermato che la corte si è sbagliata quando ha citato l’immunità funzionale degli imputati per archiviare il caso, affermando che i criminali di guerra non godono di tale immunità.

L’avvocato di Ziyadah ha intentato la causa, sapendo per certo che i tribunali olandesi possono pronunciarsi sui crimini di guerra commessi all’estero nei procedimenti civili per i cittadini olandesi che non sono in grado di ottenere un processo equo altrove.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Hebron/al-Khalil-Wafa. Venerdì, le forze israeliane hanno represso una manifestazione contro gli insediamenti nella località di At-Tuwani, a sud della città di Hebron, nel sud della Cisgiordania, ferendo decine di persone e arrestando diversi attivisti, secondo fonti locali.

Il capo del consiglio del villaggio di At-Tuwani, Mohammad Rib’i, ha affermato che le truppe israeliane pesantemente armate hanno assalito i partecipanti alla manifestazione con fucili e hanno aperto il fuoco contro di loro, causando feriti, e decine di altri, tra cui degli attivisti internazionali, hanno sofferto a causa dei gas lacrimogeni,.

La manifestazione è stata indetta per protestare contro l’espansione del vicino insediamento di Havat Maon a scapito delle terre degli abitanti del villaggio di Shi’b al-Butum.

Tutti i feriti sono stati curati sul posto.

Rib’i ha aggiunto che un manifestante di 38 anni è stato colpito all’addome da una bomba a percussione e trasportato d’urgenza in ospedale, e ha sottolineato che le forze israeliane hanno arrestato sette attivisti internazionali.

Ha invitato le organizzazioni per i diritti umani locali e internazionali ad agire immediatamente per garantire la cessazione degli attacchi israeliani contro di loro e dell’invasione della loro terra.

Situata a 14 chilometri a sud di Hebron, la località di At-Tuwani è composta da due frazioni e con Masafer Yatta, un insieme di 19 paesi,  di 37.500 donum che contano molto sull’allevamento di animali come principale fonte di sostentamento.

Situata nell’Area C della Cisgiordania, sotto il totale controllo amministrativo e militare israeliano, l’area è stata soggetta a ripetute violazioni israeliane da parte di coloni e soldati che colpiscono la loro principale fonte di sostentamento: il bestiame.

È stata designata come zona militare israeliana chiusa per l’addestramento sin dal 1980 e di conseguenza denominata Zona di Tiro 918.

Le violazioni israeliane contro l’area includono la demolizione di stalle per animali, di case e strutture residenziali. Il rilascio di permessi di costruzione, da parte di Israele ai Palestinesi abitanti nella zona, è inesistente.

La violenza dei coloni contro i Palestinesi e le loro proprietà è una routine in Cisgiordania ed è raramente perseguita dalle autorità israeliane.

La violenza dei coloni include incendi dolosi di proprietà e moschee, lanci di pietre, sradicamento di colture e di ulivi, attacchi a case indifese.

Ci sono oltre 700.000 coloni israeliani che vivono negli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est in violazione del diritto internazionale, in particolare della Quarta Convenzione di Ginevra.

Traduzione per InfoPal di Edy Meroli

Gerusalemme/al-Quds-PIC, Wafa e Quds Press. Un autista di autobus gerosolimitano è stato accoltellato e ferito, venerdì mattina, da un gruppo di coloni ebrei.

Secondo fonti locali, i coloni hanno aggredito il giovane palestinese con dei coltelli mentre guidava un autobus su una strada di Gerusalemme.

Il giovane, che lavora per l’azienda di trasporti pubblici Egged, è stato identificato come Mohamed Abu Nab.

Ha riportato ferite da taglio moderate ed è stato trasferito in ospedale per assistenza medica.

Secondo i gruppi per i diritti umani, gli episodi di violenza da parte di coloni ebrei estremisti contro i palestinesi e le loro proprietà sono all’ordine del giorno nei Territori occupati.

Quds Press. Muhammad al-Kurd ha dichiarato che la sua nomina e quella di sua sorella Mona da parte del Time magazine come due tra le “100 persone più influenti al mondo dell’anno 2021” può essere un fattore importante per rendere centrale la causa palestinese rispetto all’opinione pubblica mondiale.

Tuttavia, in un comunicato pubblicato tramite un post su Twitter, commentando la scelta della rivista americana, ha affermato che “la creazione di simboli, che riducono ad un solo volto la lotta di un intero popolo, non basta per sostenere i palestinesi”.

Ha aggiunto che “ciò che stiamo chiedendo è un cambiamento tangibile e radicale del sistema dei media (compreso il Time), per mettere fine alle distorsioni e alle menzogne sioniste”.

Ha infine sottolineato che “la nuova fase che sta vivendo il nostro popolo è il prodotto dell’organizzazione e della lotta complessiva di centinaia di migliaia di palestinesi”, aggiungendo che “la nostra lotta contro il sistema colonialista, che dura ormai da 70 anni, non ha mai avuto un riconoscimento internazionale”.

La rivista americana Time ha nominato i gemelli di 23 anni Mona e Muhammad al-Kurd tra le 100 persone più influenti al mondo per l’anno 2021, insieme a celebrità, attori e politici di tutto il mondo.

L’articolo del Time riguardante Mona e Muhammad al-Kurd afferma che i due fratelli, attraverso post online e apparizioni sui media, hanno fornito al mondo una finestra che si affaccia direttamente su Gerusalemme Est, mostrando il vero volto dell’occupazione e contribuendo a stimolare un cambiamento di prospettiva a livello internazionale rispetto alla questione palestinese.

È anche riportato che “per più di un decennio, la famiglia al-Kurd, insieme agli altri palestinesi che abitano a Shaykh Jarrah, ha lottato contro la minaccia permanente, per opera dei coloni sionisti, di essere sfrattati a forza dalle proprie case”.

A Maggio le tensioni si sono estese da Shaykh Jarrah fino alla Città Vecchia di Gerusalemme, dove le forze israeliane hanno attaccato i fedeli alla moschea di al-Aqsa, con Hamas che da Gaza ha risposto lanciando razzi contro Israele.

Mona e Muhammad, che quest’estate sono stati detenuti temporaneamente dalle autorità israeliane, hanno sfidato la narrazione distorta riguardante la resistenza palestinese attraverso post e interviste diventate virali, dimostrando che la violenza non sia originata prevalentemente dai palestinesi.

Secondo il Time, i fratelli al-Kurd sono da considerare delle personalità carismatiche e audaci, avendo dato voce a tutti coloro che rischiavano di perdere la propria casa a Shaykh Jarrah.

Muhammad e Mona hanno contribuito a ispirare i palestinesi della diaspora a rinnovare le proteste contro Israele, e negli Stati Uniti, da tempo il più grande alleato degli israeliani, i sondaggi mostrano un crescente sostegno dell’opinione pubblica nei confronti della causa palestinese.

Da quando avevano 12 anni, i due gemelli documentano i soprusi dei coloni israeliani, che tentano di impossessarsi con la forza delle case di Shaykh Jarrah, e all’inizio di giugno la polizia li ha arrestati con l’accusa di commettere atti che turbano la quiete e l’ordine pubblico, salvo poi rilasciarli dopo una vasta campagna di solidarietà nei loro confronti sviluppatasi all’interno e all’ esterno dei Territori Palestinesi Occupati.

Traduzione per InfoPal di G.B.

Gerusalemme/al-Quds. Venerdì all’alba, centinaia di cittadini gerosolimitani hanno partecipato alla preghiera del Fajr nella moschea di al-Aqsa, nonostante i tentativi della polizia israeliana di impedire loro di entrare nel luogo sacro.

Secondo fonti locali, le forze di polizia hanno cercato di impedire ai cittadini di entrare nella moschea attraverso i suoi diversi cancelli, hanno chiuso la porta di al-Asbat e imposto restrizioni di movimento.

Gli agenti di polizia hanno anche arrestato un giovane gerosolimitano vicino al complesso di al-Aqsa e hanno sequestrato i documenti di identità dei fedeli prima di consentire loro di entrare attraverso i cancelli.

(Fonti: Quds Press e PIC).

La rivista americana Time ha nominato i gemelli di 23 anni Mona e Muhammad al-Kurd tra le 100 persone più influenti al mondo per l’anno 2021, insieme a celebrità, attori e politici di tutto il mondo.

L’articolo del Time riguardante Mona e Muhammad al-Kurd afferma che i due fratelli, attraverso post online e apparizioni sui media, hanno fornito al mondo una finestra che si affaccia direttamente su Gerusalemme Est, mostrando il vero volto dell’occupazione e contribuendo a stimolare un cambiamento di prospettiva a livello internazionale rispetto alla questione palestinese.

È anche riportato che ’’per più di un decennio, la famiglia al-Kurd, insieme agli altri palestinesi che abitano a Shaykh Jarrah, ha lottato contro la minaccia permanente, rappresentata dai coloni sionisti, di essere sfrattati a forza dalle proprie case’’.

’’A maggio le tensioni si sono estese da Shaykh Jarrah fino alla Città Vecchia di Gerusalemme, dove le forze israeliane hanno attaccato i fedeli alla moschea di al-Aqsa, con Hamas che da Gaza ha risposto lanciando razzi contro Israele”.

Mona e Muhammad, che quest’estate sono stati detenuti temporaneamente dalle autorità israeliane, hanno sfidato la narrazione distorta riguardante la resistenza palestinese attraverso post e interviste diventate virali, dimostrando che la violenza non sia originata prevalentemente dai palestinesi.

Secondo il Time, i fratelli al-Kurd sono da considerare delle personalità carismatiche e audaci, avendo dato voce a tutti coloro che rischiavano di perdere la propria casa a Shaykh Jarrah.

Muhammad e Mona hanno contribuito a ispirare i palestinesi della diaspora a rinnovare le proteste contro Israele, e negli Stati Uniti, da tempo il più grande alleato degli israeliani, i sondaggi mostrano un crescente sostegno dell’opinione pubblica nei confronti della causa palestinese.

I due gemelli documentano, da quando avevano 12 anni, i soprusi dei coloni israeliani, che tentano di impossessarsi con la forza delle case di Shaykh Jarrah. All’inizio di giugno, la polizia li ha arrestati con l’ accusa di commettere atti che turbano la quiete e l’ordine pubblico, salvo poi rilasciarli dopo una vasta campagna di solidarietà nei loro confronti sviluppatasi all’interno e all’esterno dei Territori Palestinesi Occupati.

بيان. pic.twitter.com/UNpYZL4HdZ

— Mohammed El-Kurd (@m7mdkurd) September 15, 2021

(Fonti: Wafa, Quds Press e MEMO).

(Foto 1: copertina Time con i fratelli attivisti palestinesi Mona e Mohammed al-Kurd.

Foto 2: i fratelli partecipano a un’udienza presso la corte suprema israeliana a Gerusalemme, il 2 agosto 2021, sul caso delle famiglie palestinesi che rischiano l’espulsione per mano dei coloni israeliani a Gerusalemme est. [AHMAD GHARABLI/AFP via Getty Images].

Traduzione per InfoPal di G.B.

Jenin. Il capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, Aviv Kochavi, mercoledì ha avvertito che un’incursione nella città di Jenin, in Cisgiordania, potrebbe diventare una scelta inevitabile, secondo quanto riportato dal Canale 12 della TV israeliana.

Il canale televisivo israeliano ha citato Kochavi affermando che l’esercito israeliano avrebbe fatto irruzione nella città per “punire” le fazioni armate palestinesi.

Kochavi crede che uno dei fuggitivi palestinesi abbia raggiunto Jenin, dove avrebbe potuto ricevere assistenza.

Ha detto che le indagini con Zakaria al Zubeidi, che è stato catturato, hanno rivelato che i fuggitivi avevano intenzione di andare a Jenin.

“Se fossimo sicuri che sono arrivati ​​a Jenin, una grande quantità di militari sarebbe pronta a fare irruzione nella città, arrestarli e metterli di nuovo in prigione, anche se dovesse coinvolgere il resto della Cisgiordania”, ha affermato. E ha aggiunto che se i due fuggitivi ancora a piede libero si dovessero trovare in un’altra città della Cisgiordania, lo stesso scenario sarebbe implementato in quella zona.

Kochavi ha affermato che l’Autorità palestinese è diventata debole nella Cisgiordania occupata e che Israele non avrebbe permesso alle organizzazioni palestinesi di “alzare la testa”.

(Fonti: al-Maydan, MEMO, web)

InfoPal. Ricorre in questi giorni il 39° anniversario dell’eccidio falangista-israeliano, perpetrato tra il 16 e il 18 settembre 1982, nei campi profughi di Sabra e Shatila, in Libano, dove, trovarono la morte 3600 Palestinesi, tra cui molte donne e bambini.

Il massacro fu perpetrato dalle falangi libanesi, in collaborazione con le milizie di Tsahal comandate da Ariel Sharon.

(Nella foto: Shatila, monumento ai Martiri. InfoPal, dicembre 2010)

Tel Aviv – MEMO. Il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz, ha affermato che Israele non rimuoverà le colonie dalla Cisgiordania occupata e le manterrà a lungo termine, secondo quanto riportato mercoledì dal Foreign Policy.

Parlando al sito di notizie, ha affrontato diverse questioni relative all’Iran, alla regione e alla Palestina, dicendo: “Abbiamo bisogno di due entità politiche qui”.

Gantz ha incontrato il presidente dell’Autorità Palestinese (ANP) due settimane fa e ha discusso diverse questioni, tra cui la stabilità nella Cisgiordania occupata e la cooperazione per la sicurezza.

“Abbas sta ancora sognando con le linee del 1967 [come base per un ritiro israeliano dalla Cisgiordania e la fine del conflitto]. Questo non accadrà”, ha dichiarato Gantz al Foreign Policy.

Ha sottolineato: “Lui [Abbas] deve rendersi conto che resteremo lì [nella Cisgiordania occupata]. Non stiamo demolendo le colonie”.

Nonostante le critiche a cui è stato sottoposto dopo l’incontro, Gantz ha affermato che mantenere i legami con Abbas e la sua autorità è “un valore della massima importanza”.

Circa mezzo milione di ebrei vivono in più di 250 colonie ed avamposti costruiti sui Territori palestinesi occupati in Cisgiordania, compresa la Gerusalemme Est. Tutti violano il diritto internazionale.

MEMO. Mercoledì, il segretario generale del Jihad islamico palestinese, Ziyad al-Nakhala, ha dichiarato che il suo movimento “è pronto a far parte dell’azione dei prigionieri volta a contrastare le misure oppressive israeliane” all’interno delle carceri.

In un messaggio rivolto ai prigionieri palestinesi fuggiti dalla prigione di massima sicurezza israeliana di Gilboa, al-Nakhala ha affermato che il suo movimento sta seguendo da vicino ciò che sta accadendo all’interno delle carceri dell’occupazione da quando i “coraggiosi eroi” sono fuggiti.

Riferendosi ai sei fuggitivi come “Brigata della Libertà”, ha detto: “I cavalieri della Brigata della Libertà hanno suscitato simpatia senza precedenti tra palestinesi, arabi ed internazionali verso i prigionieri palestinesi”.

“I nostri fratelli, Mahmoud al-Arida ed i suoi colleghi, sono diventati simboli di sfida, coraggio e volontà. Sono ammirati da tutte le persone libere in tutto il mondo”.

I piani dei prigionieri per agire contro le punizioni di Israele nei loro confronti in seguito alla fuga sono stati un “atto eroico”, ha aggiunto.

“Vi dico che saremo con voi fino alla fine della vostra battaglia”, ha dichiarato ai prigionieri. “Non esiteremo ad affrontare l’occupazione israeliana come un’estensione del vostro scontro dietro le sbarre”, ha continuato.

“Siate sicuri che la vostra scelta è la nostra [scelta] e non esiteremo a far parte della vostra battaglia”.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

MEMO e Safa. Il prigioniero palestinese Yaqoub Qadri, tra i quattro evasi dalla prigione di Gilboa che sono stati ricatturati, si è impegnato ad inseguire di nuovo la sua libertà.

Secondo l’avvocato Hanan al-Khatib, Qadri ha dichiarato: “I cinque giorni che ho trascorso all’aria aperta della Palestina, senza restrizioni, sono stati i migliori della mia vita”.

Qadri ha aggiunto che ha mangiato fichi ed arance raccolti nei campi che attraversava.

Ora è in isolamento in una piccola cella di due metri per uno, che non soddisfa le sue necessità basiche. “Ha solo una coperta”, ha affermato l’avvocato.

Ha sottolineato che è stato sottoposto a continue torture psicologiche.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Mentre le guardie del servizio carcerario, l’esercito e il governo israeliano perseguitano, torturano, abusano dei prigionieri palestinesi, e la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e Gerusalemme vivono sotto costanti aggressioni e crisi umanitarie, alcuni Paesi arabi continuano la loro politica di “normalizzazione” con Israele e, anzi, festeggiano l’anniversario degli “accordi di Abraham”.

Mercoledì, ad esempio, l’ambasciata degli Emirati Arabi Uniti (EAU) a Tel Aviv ha celebrato il primo anniversario della normalizzazione delle relazioni, secondo quanto hanno riferito varie agenzie, tra cui MEMO e Anadolu.

“La pace è il futuro dei nostri bambini” recitano striscioni in arabo, inglese ed ebraico per le strade di Tel Aviv e Gerusalemme ovest.

“L’ambasciata degli Emirati Arabi Uniti in Israele ha lanciato una campagna a Tel Aviv e Gerusalemme per celebrare il primo anniversario degli accordi di Abraham”, ha twittato l’account Twitter in lingua araba del ministero degli Esteri israeliano.

Il ministro degli Esteri israeliano Yair Lapid ha commentato il tweet dicendo: “Per il futuro. Per i nostri figli”.

Il 15 settembre 2020, gli Emirati Arabi Uniti e Israele firmarono un accordo sponsorizzato dagli Stati Uniti per normalizzare le loro relazioni diplomatiche.

Agli Emirati Arabi Uniti si unirono altri tre stati arabi – Bahrain, Marocco e Sudan – nella normalizzazione delle relazioni con Israele in quelli che sono diventati noti come gli accordi di Abraham. Per i palestinesi, la mossa è stata una “pugnalata alle spalle”.

(Nella foto: cartelloni pubblicitari dell’ambasciata degli Emirati Arabi Uniti che segnano la firma degli accordi di Abramo mediati dagli Stati Uniti, esposti lungo l’autostrada nella città costiera israeliana di Tel Aviv, il 14 settembre 2021. [JACK GUEZ/AFP via Getty Images]).

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 +972 magazine. Di Fidaa Shurrab. (Da Zeitun.info). A mesi di distanza dai danni subiti dalle loro attività economiche di una vita a causa dell’ultima guerra, tre imprenditori palestinesi parlano delle loro difficoltà nel raccogliere le forze per ripartire.

In tutta la Striscia di Gaza la gente ti dirà che viverci richiede fede, forza e pazienza. Negli ultimi 12 anni Israele ha scatenato contro la popolazione assediata quattro guerre totali, senza contare le frequenti incursioni. Queste ripetute aggressioni, accentuate dalle restrizioni al movimento delle persone e dei beni attraverso i valichi con Israele e l’Egitto, gli unici punti di ingresso ed uscita da Gaza, hanno eroso le speranze delle persone e minato ripetutamente i tentativi di ricostruire le nostre vite tra le macerie.

Per questa ragione le storie dalla Striscia spesso riguardano la sofferenza, la perdita e il superamento delle difficoltà. La guerra di 11 giorni a maggio, che ha ucciso oltre 250 palestinesi e ne ha feriti migliaia a Gaza, ha solo aggravato le sfide che i palestinesi hanno affrontato in quel posto a causa di anni di blocco e, più di recente, di una devastante pandemia. Ciò ha comportato massacri e distruzioni, ha rubato ricordi e seminato disperazione nei nostri cuori. Benché i bombardamenti siano finiti, essi hanno lasciato un grande dolore. Quelli di noi che sono sopravvissuti sono sopraffatti dal timore della perdita.

Al di là della tragedia umana, la guerra “ha gravemente indebolito un’economia già ridotta a una frazione delle sue possibilità,” ha concluso un rapporto di luglio della Banca Mondiale, dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite. Esso stima che il danno totale e le perdite subite a Gaza in seguito all’ultimo attacco siano tra i 290 e i 380 milioni di dollari.

Dietro a queste valutazioni ci sono le persone reali, imprenditori che hanno perso le aziende della loro vita o che devono ancora una volta modificare i propri progetti, lavoratori finiti nella disoccupazione e nella povertà, già molto alte a Gaza. Ecco tre delle loro storie.

Baraa Rantisi.

L’espositore da banco di Flavor Cake [Torta Saporita] in genere è pieno di dolci glassati. Il suo sito vanta torte personalizzate con strutture in zucchero intrecciate sino a formare una scena di vita oceanica, o un camice da dottore, o una Minnie. Durante l’ultimo attacco contro Gaza nel negozio gli ingredienti sono andati a male. Dopo la guerra la pasticceria ha dovuto rimanere chiusa per altri 21 giorni, finché sono state rimosse le macerie nella zona, una delle principali vie di Gaza City.

Quando la pasticceria ha riaperto le vendite sono scese del 70%, afferma Baraa Rantisi, il proprietario. Il negozio, che in precedenza dava lavoro a 12 persone, ha dovuto licenziare metà del personale e ora i lavoratori rimasti sono pagati in base alle entrate giornaliere invece che con salari mensili, aggiunge. Nonostante le sfide, Rantisi spera che i palestinesi di Gaza possano rimettersi in piedi presto e che siano in grado di vedere la luce persino in mezzo alle tenebre.

Ahmed Abu Eskander.

Ahmed Abu Eskander è proprietario di una fabbrica di prodotti plastici, che in precedenza dava lavoro a 27 persone, nella zona industriale di Gaza. Anche prima dell’ultima guerra il blocco gli rendeva difficile gestire la fabbrica, in quanto ci volevano mesi prima che Israele approvasse l’ingresso del materiale necessario.

“L’assedio ha imposto difficoltà ad ogni aspetto dell’economia di Gaza,” spiega Abu Eskander. “A causa delle chiusure [dei valichi] ho dovuto aspettare almeno tre mesi per avere le materie prime di cui avevo bisogno. Prima della guerra ho ordinato nuovi macchinari, e sono ancora bloccati sul lato israeliano”, aggiunge.

In maggio i bombardamenti aerei israeliani hanno distrutto la fabbrica di Abu Eskander e un successivo incendio ha mandato in cenere quello che era rimasto. Tutti i dipendenti, alcuni dei quali lavoravano nella fabbrica da vent’anni, hanno perso il lavoro.

Abu Eskander stima la perdita economica in 1 milione di dollari. Per rispettare i suoi impegni con i clienti di Gaza anche in queste circostanze devastanti ha dovuto importare borse di plastica dall’Egitto, un altro costo imprevisto. Né lui né i suoi dipendenti sono riusciti a ricevere un indennizzo per le loro perdite.

“Ci vorranno 10 anni per riavere la nostra vita, ma tutto ciò dipende dalla stabilità politica, che a Gaza non c’è”, dice Abu Eskander. La ricostruzione continuerà ad essere difficile finché la vita delle persone viene interrotta da chiusure, posti di blocco e distruzioni.

Yehiya Abu Jabal.

I vivaci colori che una volta adornavano Zaghrouta, un negozio di vestiti da sposi e da sera, ora sono completamente svaniti. Il negozio, situato su via Remal, una delle più trafficate di Gaza, è stato danneggiato quando a maggio Israele ha bombardato l’edificio di 14 piani della torre Al-Shorouq, uno dei 4 edifici di notevole altezza distrutti dagli attacchi aerei israeliani.

“Negli ultimi 5 anni ho investito tanti sforzi per estendere e far crescere i miei affari. Era uno dei negozi di vestiti da nozze più famosi,” afferma il proprietario Yehiya Abu Jabal.

A causa dell’epidemia di coronavirus e della chiusura dei saloni da matrimonio a Gaza le vendite sono state basse per mesi, spiega Abu Jabal. Tuttavia, quando il governo di Hamas ha iniziato a ridurre le restrizioni dovute al COVID-19, egli ha acquistato altri vestiti, vedendo l’opportunità di ridurre le perdite durante la stagione dei matrimoni di quest’estate. Ma gli acquisti sono stati inutili, afferma, l’ultima guerra ha distrutto il suo negozio e le sue speranze.

“Ho perso circa 150.000 dollari. Davo lavoro a quattro dipendenti. Ora sono disoccupati. Anch’io sono senza lavoro,” dice.

La ricostruzione di Gaza è urgente, sottolinea Abu Jabal, in quanto tutti nella Striscia stiamo soffrendo. Non solo c’è bisogno di ricostruire, aggiunge, ma i valichi devono essere aperti e l’assedio deve finire.

“Mi sento impotente e senza speranza,” si lamenta. “Ci vogliono delle vere soluzioni. Basta scene di distruzione. Meritiamo una vita normale.”

Fidaa Shurrab è una funzionaria per i progetti e i finanziamenti della Atfaluna Society for Deaf Children [ong che si occupa di bambini sordi e dei loro problemi di apprendimento, ndtr.] di Gaza. Ha lavorato con molte ong nella Striscia ed è anche traduttrice e giornalista freelance.

Traduzione dall’inglese per Zeitun.info di Amedeo Rossi

Hanan al-Khatib, un avvocato della Commissione per gli Affari dei detenuti e degli ex detenuti, ha dichiarato che il prigioniero Yacoub Qadri, uno dei sei fuggiti dal carcere di Gilboa e dei quattro nuovamente catturati, è stato sottoposto a torture psicologiche dagli inquirenti israeliani ed è tenuto in un cella di circa un metro per due e privato di tutto.

L’avvocato ha potuto incontrare il prigioniero Qadri a seguito della revoca del divieto imposto dai servizi di sicurezza israeliani alle visite degli avvocati ai quattro prigionieri.

Qadri ha raccontato al suo legale che i cinque giorni trascorsi fuori dal carcere sono stati “i giorni migliori trascorsi all’aria aperta della Palestina senza alcuna restrizione.

“Ho visto bambini per le strade e ne ho baciato uno, ed è stata la cosa migliore che mi sia successa.

“Finché saremo in vita cercherò la mia libertà ancora e ancora”.

(Fonte: Wafa)

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