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Gerusalemme occupata/al-Quds – PIC. L’apparato d’intelligence dell’autorità d’occupazione israeliana (IOA) ha convocato decine di attivisti palestinesi e ha notificato loro di stare lontano dalla moschea di al-Aqsa per dieci giorni.

Fonti locali hanno affermato che l’IOA ha condotto una campagna di arresti che ha coinvolto circa 100 giovani ed attivisti di Gerusalemme e Umm al-Fahm (Palestina occupata nel 1948), e ha ordinato loro di stare lontano da al-Aqsa, nel tentativo di assicurare la marcia delle bandiere dei coloni israeliani prevista per domenica prossima.

Gli attivisti di Umm al-Fahm hanno affermato che le campagne della destra israeliana di incitamento al razzismo non li distoglieranno dall’adempiere al loro dovere di difendere il sacro sito islamico.

L’IOA teme la possibilità di scontri nell’anniversario dell’occupazione di Gerusalemme Est, o quella che chiamano “l’Unificazione di Gerusalemme”, che cade il 29 maggio.

Israele ha sollevato uno stato d’allerta nella città di Gerusalemme, in previsione delle proteste contro la “Marcia delle Bandiere” che avverrà domenica prossima.

Nablus-PIC, Wafa e Quds Press. Tre cittadini palestinesi sono stati feriti, giovedì, in un attacco da parte di coloni nella cittadina di Burqa, nel nord-ovest di Nablus.

“Un gruppo di coloni ha lanciato pietre contro case e auto alla periferia di Burqa”, ha dichiarato Ghassan Daghlas, un funzionario palestinese che monitora le colonie israeliane nel nord della Cisgiordania.

Daghlas ha aggiunto che la tensione è ancora alta a causa della presenza di gruppi di coloni che si aggirano nell’area sotto la protezione delle forze di occupazione israeliane.

Da parte sua, il direttore della filiale di Nablus del servizio ambulanze ed emergenza della Mezzaluna Rossa, Ahmed Jibril, ha riferito che “gli equipaggi delle ambulanze hanno evacuato tre feriti in ospedale a seguito degli attacchi dei coloni a Burqa”.

Cisgiordania-PIC, Wafa e Quds Press. Un giovane palestinese è stato colpito da proiettili israeliani nella tarda serata di mercoledì, a Hawara, a sud di Nablus. 51 persone sono rimaste asfissiate da gas lacrimogeni.

La Mezzaluna Rossa palestinese ha affermato che un giovane ha riportato ferite da arma da fuoco al piede, mentre un altro palestinese è stato colpito da schegge durante scontri.

Gli scontri sono scoppiati quando un gruppo di coloni ha preso d’assalto la cittadina e ha sventolato le bandiere israeliane in totale provocazione ai residenti locali.

Scontri simili sono scoppiati anche nella cittadina di Jayyous, a est di Qalqilya. Un ragazzo di 16 anni ha riportato ferite ai piedi da proiettili delle forze di occupazione israeliane.

Nel frattempo, due palestinesi sono stati arrestati dopo essere stati brutalmente picchiati dalle forze di polizia vicino alla Porta di al-Amoud nella Gerusalemme occupata. Tra i due detenuti c’era una guardia della moschea di al-Aqsa.

Ad al-Khalil/Hebron, un gruppo di coloni ha attaccato, sotto la protezione militare, diversi pastori palestinesi mentre pascolavano le loro pecore a Yatta.

I pastori sono stati costretti a lasciare la zona, mentre uno di loro è stato arrestato.

Gaza – MEMO. I malati di cancro nella Striscia di Gaza soffrono il doppio, a causa della loro malattia e dell’assedio che rende il trattamento complesso, secondo quanto affermato dal direttore dell’ospedale al-Shifa.

Il dottor Mohammed Abu Silmiyeh ha dichiarato lunedì che “i pazienti sono assediati da molte crisi dure e complesse che minano il loro diritto ad un trattamento adeguato”.

“Sono soggetti alle restrizioni dell’assedio israeliano imposto ai loro movimenti e soffrono per le conseguenze del loro cancro. Soffrono doppiamente”.

Abu Silmiyeh ha affermato che i malati di cancro non possono ricevere cure adeguate a Gaza a causa della mancanza di medicinali, e molti non possono viaggiare per ricevere cure negli ospedali palestinesi nella Cisgiordania occupata o in quelli israeliani.

Ha affermato anche che oltre il 35% dei malati di cancro aspetta mesi per scoprire se le autorità d’occupazione israeliane rilasceranno loro i permessi di viaggio per il trattamento.

“Il ritardo nel ricevere un trattamento adeguato significa che i malati di cancro soffrono di complicazioni che spesso portano alla morte”, ha detto.

Il funzionario ha chiesto che gli organismi nazionali ed internazionali interessati alla questione dei diritti umani e dei diritti alle cure mediche agiscano urgentemente e facciano pressione sull’occupazione israeliana, al fine di eliminare le “misure illegali” israeliane nei confronti dei malati di cancro.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Quds Press e PIC. L’autorità carceraria israeliana ha respinto la rinnovata richiesta della prigioniera palestinese Israa Jaabis di sottoporsi a un’operazione che l’aiuti a respirare.

La Muhjat Al-Quds Foundation ha dichiarato mercoledì in un comunicato stampa che Israele deve essere ritenuto responsabile delle ripercussioni del rifiuto della richiesta di Jaabis.

Da parte sua, il portavoce del movimento palestinese Al-Ahrar, Yasser Khalaf, ha dichiarato a Quds Press che rifiutare la richiesta di Jaabis e trascurare il suo disperato bisogno di sottoporsi a un’operazione per aiutarla a respirare riflette la brutalità israeliana.

La 38enne Jaabis sta scontando una condanna a 11 anni nel carcere dopo essere stata “condannata per tentato omicidio”, nel 20215, mentre, in realtà, una bombola di gas nella sua auto è esplosa accidentalmente vicino a un posto di blocco militare israeliano. L’incidente è stato considerato dall’esercito israeliano un tentato attacco.

A seguito dell’esplosione, il 50% del suo corpo è stato deformato e le sue dita sono state amputate. Ha bisogno di sottoporsi almeno a otto interventi chirurgici per tornare a una vita semi-normale. Jaabis è sposata ed è madre di un bambino.

Gaza – MEMO. I gruppi palestinesi per i diritti umani hanno esortato la Corte penale internazionale ad indagare sull’attacco israeliano alla Striscia di Gaza avvenuto lo scorso anno. Al-Haq, al-Mezan ed il Centro palestinese per i diritti umani (PCHR) hanno fornito una descrizione ed un’analisi dettagliate dei crimini di guerra e contro l’umanità commessi durante l’offensiva militare del maggio 2021.

“L’attacco del maggio 2021 a Gaza è solo l’esempio più recente di una serie di operazioni militari altamente distruttive volte a causare danni e sofferenze sproporzionati alla popolazione civile della Striscia di Gaza, che è soggetta ad una chiusura illegale da 15 anni”, ha affermato Raji Sourani, direttore del PCHR.

L’operazione israeliana è stata denominata in codice “Operazione Guardian of the Walls“. È stata lanciata nel contesto di un’ondata di repressione eccezionalmente grave da parte delle autorità israeliane in tutta la Palestina occupata.

Sourani ha affermato che la tensione è aumentata dopo che i tribunali in Israele hanno ordinato l’espulsione delle famiglie palestinesi dalle loro case nel quartiere occupato di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme, ed il trasferimento dell’area ai coloni israeliani. Le inaccettabili espulsioni – una pulizia etnica in tutto, tranne che nel nome – hanno portato a proteste che si sono diffuse in tutti i Territori palestinesi, e che Israele ha represso con forza.

A Gerusalemme e all’interno della Linea Verde (armistizio del 1949) ciò si è tradotto in ondate di arresti arbitrari, violenze della polizia e folle di estremisti israeliani che linciavano i palestinesi, mentre erano protetti e supportati dalle forze di sicurezza dell’occupazione. In Cisgiordania, ha preso la forma di un inasprimento del regime d’occupazione da parte delle forze armate e di sicurezza israeliane.

La Striscia di Gaza, nel frattempo, è stata colpita da un’offensiva militare su vasta scala. Undici giorni di pesanti bombardamenti hanno ucciso 240 palestinesi e ne hanno feriti 1.968.

L’analisi fornita alla CPI si concentra in particolare sui crimini internazionali commessi a Gaza, coerenti con i precedenti attacchi militari contro l’enclave costiera ed il suo blocco illegale, in atto da 15 anni.

“L’attuazione di questi atti deve essere vista nel contesto della prolungata e bellicosa occupazione israeliana dell’intero territorio palestinese e dei diffusi crimini sistemici contro l’umanità, compreso l’Apartheid, e gravi crimini di guerra”, ha spiegato Shawan Jabareen, direttore di al-Haq.

Issam Younis, direttore generale di al-Mezan, ha insistito sul fatto che le vittime hanno già aspettato troppo a lungo per ottenere giustizia. “Quanto tempo ancora dovranno aspettare i palestinesi a Gaza prima che la CPI consideri responsabili i dirigenti israeliani?”

Un’azione penale efficace è giustificata e costituirebbe l’ultima risorsa per ripristinare il rispetto delle leggi e delle convenzioni internazionali.

Gerusalemme/al-Quds – MEMO. La CNN e Associated Press hanno confermato in due rapporti separati che la giornalista palestinese di Al-Jazeera Shireen Abu Aqleh è stata uccisa dalle forze d’occupazione israeliane. La CNN ha persino suggerito che sia stata presa di mira deliberatamente.

Secondo la CNN, un’indagine condotta sull’incidente “offre nuove prove – inclusi due video della scena della sparatoria – che mostrano che non c’era nessun combattimento attivo né militanti palestinesi vicino ad Abu Aqleh nei momenti precedenti la sua morte”.

Ha affermato che “i video ottenuti dalla CNN, corroborati dalla testimonianza di otto testimoni oculari, un analista audioforense ed un esperto di armi esplosive, suggeriscono che Abu Aqleh sia stata uccisa a colpi d’arma da fuoco in un attacco mirato delle forze israeliane“.

Abu Aqleh, una cittadina palestinese-statunitense che ha lavorato per Al-Jazeera per più di due decenni, stava seguendo un’incursione dell’occupazione israeliana nel campo profughi di Jenin, l’11 maggio, quando è stata uccisa. Anche un suo collega, Ali Samudi, è stato ferito a colpi d’arma da fuoco dai soldati israeliani.

L’Associated Press (AP), nel frattempo, ha affermato che il proiettile che ha ucciso Abu Aqleh proveniva da un’arma israeliana: “Quasi due settimane dopo la morte della giornalista veterana palestinese-statunitense di Al-Jazeera, una ricostruzione di Associated Press sostiene le affermazioni delle autorità palestinesi e dei colleghi di Abu Aqleh, secondo cui il proiettile che l’ha colpita proveniva da un’arma israeliana“.

AP ha notato che diversi video e foto scattati la mattina dell’11 maggio mostrano un convoglio israeliano parcheggiato su una strada stretta vicino ad Abu Aqleh, con una chiara visuale. Mostrano anche i giornalisti ed altre persone in tempo reale che cercano riparo dai proiettili sparati dalla direzione del convoglio.

L’unica presenza confermata di militanti palestinesi era dall’altra parte del convoglio, a circa 300 metri di distanza, separata da Abu Aqleh da edifici e mura. Israele afferma che almeno un militante si trovava tra il convoglio ed i giornalisti, ma non ha fornito alcuna prova né ha indicato la posizione dell’assassino a sostegno della sua affermazione.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Gerusalemme/al-Quds – MEMO. La famiglia della giornalista di Al-Jazeera Shireen Abu Aqleh ha annunciato martedì che seguirà le indagini sul suo omicidio “sia a livello locale che internazionale”.

Parlando con al-Mamlaka in Giordania, Antione, fratello della corrispondente, ha affermato che il re giordano è stato di “molto aiuto alla nostra famiglia”.

Israele ha assassinato la giornalista di Al-Jazeera Shireen Abu Aqleh l’11 maggio, mentre stava coprendo l’assalto dell’esercito d’occupazione al campo profughi di Jenin. La 51enne indossava un giubbotto antiproiettile che mostrava chiaramente la parola “Stampa” e un casco, ma è stata colpita alla testa da un cecchino israeliano. Anche i suoi colleghi sono stati colpiti mentre cercavano di salvarla.

Le persone che trasportavano la sua bara sono state picchiate con manganelli mentre la polizia israeliana ha represso il corteo funebre in transito attraverso la Gerusalemme Est occupata.

In seguito, Israele ha affermato che non avrebbe indagato sul suo omicidio, mentre le ricerche dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ed altri gruppi hanno scoperto che può essere stata uccisa solo dal fuoco israeliano, a causa della direzione della sparatoria.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Washington – MEMO e Wafa. Martedì, l’Autorità Palestinese ha chiesto all’amministrazione Biden di Washington di rimuovere l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) dalla sua lista di organizzazioni terroristiche straniere. La mossa è stata annunciata da Hussein al-Sheikh, membro del Comitato Esecutivo dell’OLP.

“Abbiamo espresso il nostro stupore ed il nostro assoluto rifiuto per la persistenza di questa ingiusta classificazione del popolo sotto occupazione in un momento in cui l’organizzazione terroristica Kach è stata rimossa da questa lista”, ha affermato al-Sheikh.

Allo stesso tempo in cui ha rimosso dalla lista gli estremisti d’estrema destra filo-israeliani, il Congresso degli Stati Uniti insiste nel mantenere l’OLP, un movimento di liberazione che lotta per liberare il suo popolo ed il suo paese dall’occupazione israeliana, come organizzazione “terrorista”. Ciò ha spinto l’ANP a descrivere la mossa come un “doppio standard” che “mina la giustizia”.

Gerusalemme/al-Quds – MEMO e Quds Press. L’Università di Birzeit ha lanciato martedì un portale di ricerca digitale sulla violenza dell’esercito israeliano e dei coloni contro i prigionieri palestinesi. Il portale si chiama “Architecture of Violence: Narratives of Palestine Prisoners” ed è stato lanciato in collaborazione con la Fondazione Abdel Mohsin al-Qattan.

Secondo Quds Press, il portale mira a rivelare i crimini dell’occupazione israeliana, contribuendo anche con metodologie di ricerca nella Palestina occupata. Il progetto è nato grazie agli sforzi di professori e studenti del Dipartimento di Architettura dell’Università di Birzeit.

Secondo l’Addameer Prisoner Support and Human Rights Association, le autorità d’occupazione israeliane, dal 1967, hanno detenuto più di 800 mila palestinesi sotto ordine militare nei Territori palestinesi occupati.

Questa cifra rappresenta circa il 20% della popolazione palestinese totale nei Territori occupati e fino al 40% della popolazione palestinese totale maschile. Comprende anche circa 10 mila donne incarcerate dal 1967 e 8 mila minorenni palestinesi arrestati dal 2000.

MEMO. Di Jehan Alfarra. Lo Stato di Israele si è formato in seguito alle espulsioni di massa di quasi un milione di palestinesi. Diamo uno sguardo a quello che è successo.

Il 15 maggio del 1948 ha avuto luogo la Nakba, la catastrofe a cui è andato incontro il popolo palestinese per mano sionista. Per gli israeliani, tuttavia, la data segna la fondazione dello Stato ebraico. Oggi, circa 6,5 milioni di profughi palestinesi si aggrappano al diritto di tornare nella loro terra. Ma come è iniziato il tutto?

Prima del 1948.

Nonostante la credenza popolare secondo cui il conflitto tra Palestina e Israele risalga a migliaia di anni fa, in realtà esso risale solo all’inizio del 1900 circa.

Alla fine del 1800, la Palestina si trovava sotto il dominio ottomano. A quel tempo, gli ebrei rappresentavano circa il 3% della popolazione, i musulmani l’87% e i cristiani il 10%. Individui di tutte e tre le fedi vivevano insieme pacificamente.

Dopo il Primo Congresso Sionista, svoltosi a Basilea nel 1897, convocato e presieduto da Theodor Herzl, e protrattosi fino all’inizio del XX secolo, l’immigrazione ebraica in Palestina si intensificò. Tra il 1920 e il 1939, la popolazione ebraica della Palestina aumentò di oltre 320.000 persone.

Dopo la Prima guerra mondiale la Palestina divenne un protettorato britannico a seguito della sconfitta dell’Impero Ottomano. Successivamente, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, ebbe luogo l’olocausto. Il periodo successivo al conflitto mondiale incrementò i sentimenti nazionalisti anti-coloniali portando alla fine del potere coloniale. I sionisti intravidero l’opportunità di stabilire uno stato indipendente durante il periodo di decolonizzazione, dando, paradossalmente, il via a un’impresa coloniale vera e propria.

Con la sconfitta della Germania, un flusso costante di ebrei giunse dall’Europa orientale in Palestina. La tensione in Terra Santa raggiunse un picco elevato e, il 29 novembre 1947, contro la volontà della popolazione nativa palestinese, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò la risoluzione 181 che stabiliva la spartizione della Palestina tra arabi ed ebrei assegnando alla popolazione araba il 43% di terra. La Lega Araba respinse all’unanimità il piano di spartizione mettendone in evidenza il carattere ingiusto. La guerra sembrava inevitabile.

La Nakba del 1948.

Il 15 maggio del 1948 era il giorno prefissato per il termine ufficiale del mandato britannico. David Ben-Gurion, allora a capo dell’Organizzazione Sionista Mondiale e, in seguito, Primo Ministro di Israele, dichiarò il giorno precedente l’istituzione dello Stato di Israele.

Allo scoppio della guerra, circa 750.000 palestinesi furono obbligati ad abbandonare la loro terra, spesso costretti a fuggire a causa degli attacchi diretti alle loro città e villaggi, e altri per paura dei massacri da parte delle milizie ebraiche. Questo esodo divenne noto come la Nakba palestinese, o la catastrofe. Subito dopo, il primo governo israeliano approvò una serie di leggi che vietava ai rifugiati di far ritorno nelle loro case o di reclamare le loro proprietà.

Nell’arco di tre anni, dal maggio 1948 alla fine del 1951, circa 700.000 ebrei si stabilirono nello stato appena fondato. Diciannove anni dopo, nel 1967, Israele occupò la Cisgiordania e la Striscia di Gaza iniziando a costruire insediamenti illegali nei Territori palestinesi.

Il diritto di recesso.

Durante la Nakba, più di 400 villaggi e città palestinesi furono spopolati o distrutti. Molti di loro furono poi occupati da immigrati ebrei o ricostruiti come città ebraiche ricevendo nomi ebraici. Dopo l’esodo palestinese del 1948, le Nazioni Unite istituirono campi profughi inviando aiuti umanitari per i rifugiati, creando nel frattempo l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei Rifugiati Palestinesi (UNRWA).

Oggi si stima che i profughi palestinesi e i loro discendenti ammontino a più di 6,5 milioni. L’11 dicembre 1948 l’ONU approvò la risoluzione 194 per garantire il diritto dei rifugiati palestinesi a ritornare nelle loro case e villaggi nonché a un risarcimento, riconfermandola ogni anno.

…ai rifugiati che desiderano tornare nelle loro case e vivere in pace con i loro vicini dovrebbe essere permesso di farlo il prima possibile, e un risarcimento dovrebbe essere pagato a coloro che scelgono di non tornare, per la perdita o il danneggiamento delle loro proprietà…

Israele, tuttavia, sostiene che il ritorno dei palestinesi nelle loro case “minaccia” il carattere ebraico del luogo, in quella che i critici considerano una dimostrazione di discriminazione religiosa ed etnica contro la popolazione nativa palestinese, musulmana e cristiana, considerato che, al contrario, agli ebrei di tutto il mondo è permesso immigrare in Israele secondo la “Legge del ritorno”.

Sebbene l’UNRWA sia stata costituita come agenzia temporanea allo scopo di fornire soccorso ai rifugiati fino al loro ritorno, l’Assemblea Generale ha ripetutamente rinnovato il mandato dell’UNRWA in attesa di una giusta risoluzione della questione dei profughi palestinesi. Oggi, l’UNRWA è notevolmente sottofinanziata, lasciando in una situazione di vulnerabilità milioni di rifugiati.

I palestinesi continuano a considerare il diritto al ritorno come una componente essenziale per una risoluzione globale del conflitto israelo-palestinese, ricordando le ingiustizie storiche contro la popolazione nativa non ebraica.

La Nakba iniziata nel 1948 è ancora viva nella memoria palestinese e in essa rimarrà per quei palestinesi a cui è attualmente negato il diritto di vivere nelle terre dei progenitori.

Traduzione per InfoPal.it di Laura Pennisi

Gerico-Quds Press. Oggi, mercoledì, le autorità di occupazione israeliane hanno sequestrato la riserva naturale di “‘Ain al-Awja” a Gerico, considerata la più grande riserva idrica palestinese della Cisgiordania.

Il quotidiano Haaretz ha riferito che “il capo dell’amministrazione civile israeliana in Cisgiordania ha firmato lo scorso aprile un ordine per dichiarare il controllo della riserva naturale di ‘Ain al-Awja”.
Il quotidiano ha sottolineato che “la riserva naturale di ‘Ain al-Awja si estende su un’area di 22.000 acri, ed è la più grande riserva naturale che le autorità abbiano sequestrato dalla firma dell’accordo di Oslo”.

Ha aggiunto che “l’ordine emesso comporta che i proprietari terrieri palestinesi hanno bisogno dell’approvazione dell’amministrazione civile israeliana per coltivare le loro terre o pascolarvi pecore e bestiame, e pone anche questa riserva nel cerchio dell’ebraizzazione e dei piani di insediamento”.

Nel corso dei decenni, le autorità di occupazione hanno dichiarato “riserve naturali” centinaia di migliaia di acri nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme, hanno iniziato a imporvi divieti e restrizioni e li hanno convertiti a fini coloniali.

In una dichiarazione, il movimento di sinistra anti-insediamento israeliano “Peace Now” ha commentato la decisione di sequestrare ‘Ain al-Awja, affermando che “l’annuncio del controllo della riserva non ha lo scopo di preservarla, quanto di sequestrare la terra. Si tratta di uno dei tanti strumenti che Israele utilizza per espropriare i palestinesi delle loro terre”.

Secondo i dati dell’Autorità Palestinese per la Qualità Ambientale, ci sono 51 riserve naturali nei Territori Palestinesi (Cisgiordania, compresa Gerusalemme, e Gaza).
Le riserve costituiscono il 9% della Cisgiordania, e la maggior parte di esse si trova in aree classificate come “C”, sotto il controllo israeliano.

I palestinesi considerano la decisione delle autorità di occupazione di dichiarare riserve naturali in Cisgiordania un tentativo di appropriazione delle terre arabe, sotto la copertura “ambientale”.

Traduzione per InfoPal.it di Angela Lano

Genova-Quds Press. Il presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia (API), Mohammad Hannoun, ha dichiarato lunedì a Quds Press che il divieto israeliano all’ingresso della delegazione dell’UE nei Territori palestinesi occupati “riflette l’arroganza sionista”.

Parlando al sito di notizie, Hannoun ha dichiarato: “Negando l’ingresso della delegazione dell’UE, l’occupazione israeliana sta ignorando tutte le convenzioni internazionali e le norme diplomatiche, in particolare il fatto che la delegazione aveva un mandato ufficiale dall’Unione Europea per seguire e monitorare il crimine dell’assassinio della giornalista Sherine Abu Aqleh”.

“Questa non è la prima volta che l’occupazione israeliana nega l’ingresso a una delegazione parlamentare dell’UE – sia come delegazione che come membri di vari parlamenti europei”, ha aggiunto.

Ritiene, inoltre, che “l’occupazione israeliana, con la sua arroganza e indifferenza, conferma di volta in volta di essere l’unica responsabile dell’uccisione della giornalista Shireen Abu Aqleh, e ora sta cercando di ucciderla di nuovo impedendo alla delegazione di conoscere i dettagli su quello che è successo durante l’omicidio”.

“Queste pratiche dell’occupazione israeliana e dei suoi servizi di sicurezza – ha sottolineato Hannoun – riflettono lo stato di fallimento, confusione e caduta del governo di occupazione israeliano e lo stato di disintegrazione dell’entità sionista, che l’ha spinto ad impedire alla delegazione di indagare nel merito del reato”.

Ha sottolineato che vietare l’ingresso della delegazione dell’UE “avrà conseguenze positive sul sostegno dei diritti dei palestinesi e sulla solidarietà ai palestinesi poiché ciò porterà a una reazione diplomatica contro lo stato sionista”.

Ha chiesto all’UE di assumere una posizione “ferma” contro il divieto israeliano all’ingresso della delegazione dell’UE nei Territori palestinesi occupati.

Domenica, una delegazione del Parlamento europeo ha annullato un viaggio nei Territori palestinesi occupati dopo che al presidente del gruppo, Manu Pineda, è stato negato l’ingresso.

Lunedì, alcuni membri del Parlamento europeo hanno espresso disappunto per il divieto, da parte di Israele, dell’ingresso di una delegazione parlamentare europea nei Territori palestinesi per discutere il caso dell’assassinio della corrispondente di Al-Jazeera Shirin Abu Akleh.
In tweet sulla piattaforma Twitter, hanno sottolineato che impedire alla delegazione di entrare in Palestina “è una delusione e un grande scandalo”.

In una lettera, il ministero degli Esteri israeliano ha affermato che le forze di occupazione “non possono consentire la visita a Gaza di delegazioni con affiliazione politica e parlamentari”.

Traduzione per InfoPal di Angela Lano

Londra – MEMO. Venerdì 27 maggio, alle 10:00, il Centro internazionale di giustizia per i palestinesi (ICJP) ospiterà una conferenza stampa internazionale a Doughty Street Chambers, Londra, per fornire un aggiornamento su una denuncia presentata alla Corte penale internazionale nell’aprile 2022 in merito all’attacco sistematico ai giornalisti palestinesi da parte delle forze di sicurezza israeliane.

I principali avvocati di Bindmans LLP e Doughty Street Chambers sono stati incaricati dalla Federazione internazionale dei giornalisti (IFJ), dal Sindacato dei giornalisti palestinesi (PJS) e dal Centro internazionale di giustizia per i palestinesi (ICJP) di presentare la denuncia che chiede al pubblico ministero della CPI di lanciare un’indagine sull’uccisione mirata e le mutilazioni di giornalisti e la distruzione dell’infrastruttura della stampa in Palestina.

La denuncia descrive in dettaglio il sistematico attacco ai giornalisti palestinesi per conto di quattro vittime – Ahmed Abu Hussein, Yaser Murtaja, Muath Amarneh e Nedal Eshtayeh – che sono state uccise o mutilate dai cecchini israeliani mentre coprivano le manifestazioni a Gaza. Tutte indossavano giubbotti con la scritta “PRESS” chiaramente contrassegnata nel momento in cui sono state uccise. La denuncia descrive anche il targeting dei media e l’attentato alle torri al-Shorouk e al-Jawhara nella città di Gaza, avvenuti nel maggio del 2021.

L’11 maggio 2022, pochi giorni dopo che il pubblico ministero della CPI aveva confermato di aver ricevuto la denuncia, la giornalista palestinese-statunitense Shireen Abu Aqleh è stata uccisa a colpi d’arma da fuoco nella Cisgiordania occupata. Corrispondente televisiva di lunga data di Al-Jazeera Arabic, Shireen è stata uccisa mentre copriva i raid dell’esercito israeliano nella città di Jenin. Ci sono solide basi per credere che Shireen sia stata colpita dalle forze armate israeliane. Il suo caso si unisce ad una lunga lista di giornalisti presi di mira dalle forze armate israeliane nei Territori palestinesi occupati.

Il capo dell’Ufficio di Gerusalemme di Al-Jazeera, Walid al-Omari, si unirà ai relatori chiave di Doughty Street Chambers e Bindmans LLP insieme a relatori della Federazione internazionale dei giornalisti, del Sindacato dei giornalisti palestinesi e dell’ICJP per presentare parti-chiave della denuncia depositata ad aprile e per fornire un importante aggiornamento sull’uccisione di Shireen Abu Aqleh.

Gaza-Quds Press. Oggi, mercoledì, le navi della Marina di occupazione israeliana hanno aperto il fuoco delle mitragliatrici e lanciato lacrimogeni contro i pescatori palestinesi nel mare di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza.
Fonti locali affermano che “i militari della Marina israeliana di stanza nel mare di Rafah hanno inseguito i pescatori usando cannoni ad acqua, a tre miglia nautiche a ovest del porto di Rafah, e li hanno costretti a lasciare il mare”.

La Marina israeliana ha anche arrestato due pescatori nel mare di Rafah e sequestrato la loro barca.
Zakaria Bakr, attivista che si occupa degli Affari dei pescatori, ha dichiarato: “Nelle prime ore del mattino, le navi da guerra dell’occupazione hanno inseguito un piccolo peschereccio, che trasportava due pescatori nel mare aperto di Rafah, li hanno arrestati e confiscato la barca”.
Bakr ha aggiunto che “i pescatori arrestati sono stati identificati come Amin Saud Hassouna (34 anni) e suo cugino Mahmoud Muhammad Hassouna (26 anni)”.

Dall’inizio di quest’anno, la Marina israeliana ha arrestato 27 pescatori nella Striscia di Gaza e ha sequestrato otto pescherecci.
Circa 4000 pescatori lavorano nel settore della pesca, oltre ad un numero analogo nelle professioni ittiche ausiliarie, che sono pesantemente colpite dagli attacchi israeliani.

Nablus-Quds Press. Oggi, mercoledì, nella città di Urif, a sud di Nablus, i coloni hanno bruciato un veicolo vicino al checkpoint di Za’tara e hanno rotto i vetri di una moschea a Urif.

Ghassan Daghlas, un funzionario che monitora l’espansione delle colonie israeliane nella Cisgiordania settentrionale, ha affermato che “i coloni hanno preso di mira un veicolo vicino al checkpoint di Za’tara (a sud di Nablus), incendiandolo”.

Ha aggiunto che “un altro gruppo di coloni ha attaccato Urif, ha rotto le finestre della moschea di Rabat e i finestrini di un bulldozer, e ha attaccato le case vicine nella zona orientale della città.
“I coloni hanno anche attaccato la cittadina di Burin e i residenti li hanno affrontati durante scontri; altri hanno attaccato veicoli con pietre sulla strada tra Hawara e Qalqilya”.

Diverse aree di Nablus, comprese le cittadine a sud, sono testimoni di attacchi quasi quotidiani da parte dei coloni contro i palestinesi e le loro proprietà.

Nablus-Quds Press. All’alba di oggi, mercoledì, un adolescente è stato ucciso e decine di altri sono stati feriti durante l’assalto delle forze di occupazione (IOF) nella zona orientale della città di Nablus, nel nord della Cisgiordania.

Il ministero della Salute palestinese ha dato la notizia della morte del ragazzo di 16 anni, Ghaith Rafiq Yamin, per le gravi ferite da proiettili letali alla testa, nell’area della tomba di Giuseppe.

Fonti locali hanno riferito che le forze di occupazione hanno invaso la regione orientale di Nablus, per proteggere l’assalto dei coloni alla tomba di Giuseppe, con circa 30 veicoli accompagnati da un bulldozer militare, tra pesanti spari di proiettili letali, bombe sonore e gas lacrimogeni.

Ne sono nati violenti scontri con decine di giovani, che hanno bloccato Amman Street, con pneumatici in fiamme e pietre, per ostacolare le pattuglie dell’occupazione.
La Società della Mezzaluna Rossa di Nablus ha dichiarato, in una nota, che “gli scontri nelle vicinanze della tomba di Giuseppe hanno provocato il ferimento di 75 palestinesi”.

Gerusalemme occupata – PIC. La polizia israeliana ha affermato di aver arrestato, il mese scorso, una cellula di cinque cittadini palestinesi di Gerusalemme Est sospettati di aver pianificato attacchi contro obiettivi israeliani.

I palestinesi gerosolimitani, che presumibilmente includono membri di Hamas, sono stati arrestati all’inizio di aprile, secondo quanto affermato dal sito web ebraico 0404.

Il sito web cita fonti della sicurezza israeliana le quali affermavano che i detenuti avevano in programma di effettuare operazioni con armi da fuoco contro obiettivi israeliani e figure pubbliche, incluso il parlamentare Itamar Ben-Gvir.

Secondo la polizia israeliana, i detenuti sono stati anche accusati di preparare piani per compiere operazioni suicide, fabbricare ordigni esplosivi, rapire soldati, lanciare un attacco con droni sulla metropolitana leggera a Gerusalemme e organizzare proteste contro Israele.

La polizia ha affermato che martedì avrebbe presentato un’accusa contro i detenuti in un tribunale di Gerusalemme.

Cisgiordania-PIC e Quds Press. Martedì sera, un giovane palestinese è stato ferito dalle forze di occupazione israeliane (IOF) nella città di al-Khalil/Hebron in Cisgiordania.

Fonti locali hanno riferito che il giovane è stato ferito a un piede dopo che i soldati gli hanno sparato proiettili letali mentre si trovava in strada ash-Shallalah ad al-Khalil/Hebron.

Sempre martedì, otto palestinesi sono stati feriti in un attacco dei coloni nel villaggio di Burqa, a nord-ovest della città di Nablus, in Cisgiordania.

“Almeno otto civili palestinesi sono rimasti feriti mentre cercavano di affrontare gli attacchi dei coloni nel villaggio di Burqa”, ha riferito il direttore del servizio di ambulanza e del pronto soccorso della Mezzaluna Rossa a Nablus, Ahmed Jibril, aggiungendo che due di loro sono stati trasferiti al Rafidia Hospital.

Gerusalemme/al-Quds – MEMO e Quds Press. Lunedì, le istituzioni islamiche a Gerusalemme hanno messo in guardia contro le “pericolose” decisioni israeliane che minano lo status quo della moschea di al-Aqsa nella Gerusalemme occupata, sottolineando che non ne riconosceranno mai alcuna.

Il Consiglio per i beni religiosi e gli Affari Islamici ed i Santuari, il Dipartimento per i beni religiosi islamici, la Commissione suprema islamica, la Casa Palestinese della Fatwa e la Corte del Giudice Supremo di Gerusalemme respingono la decisione della Corte israeliane di Gerusalemme che autorizza gli ebrei a compiere riti religiosi all’interno della moschea di al-Aqsa. “Non riconosciamo nessuna decisione relativa alla moschea di al-Aqsa emessa o adottata da qualunque tribunale o istituzione, qualunque essa sia”, hanno affermato.

La dichiarazione congiunta ha ribadito che l’unico organismo responsabile per le disposizioni all’interno della moschea di al-Aqsa è il Dipartimento per beni religiosi islamici (Awqaf) sotto la tutela giordana dei luoghi santi gerosolimitani. “Tutte queste decisioni volte a ebraicizzare la moschea di al-Aqsa non sono valide”.

Tali organizzazioni hanno anche rivelato che l’occupazione israeliana ha trasformato la moschea di al-Aqsa in una “base militare” per offrire protezione alle incursioni quotidiane dei coloni estremisti, avvertendo che ciò potrebbe innescare una “pericolosa guerra religiosa”. Hanno avvertito le autorità d’occupazione israeliane che dovranno sopportare le conseguenze della massiccia presenza militare nella moschea e delle incursioni quotidiane dei coloni.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

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Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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