Infopal

News agency on Palestine and Middle East
Subscribe to feed Infopal Infopal

Israele – MEMO. Trenta israeliani hanno stuprato in gruppo una minorenne in un hotel della città di Eilat, nel sud di Israele, secondo alcuni dettagli pubblicati per la prima volta giovedì.

Yedioth Ahronoth ha riferito che circa 30 giovani si sono alternati a violentare la ragazza di 16 anni in una stanza d’albergo a Eilat, la scorsa settimana.

Il giornale ha affermato che la polizia israeliana ha arrestato due sospetti, indicando che la vittima ha presentato una denuncia alla polizia venerdì, affermando di essere stata stuprata in gruppo mercoledì della scorsa settimana.

I dettagli pubblicati sullo stupro di massa hanno suscitato un’ondata di rabbia nei circoli politici e per i diritti umani israeliani.

Il giornale ha riferito che le indagini preliminari hanno rilevato che la ragazza era in viaggio con un amico a Eilat, dove hanno incontrato altri amici.

“Hanno iniziato a bere alcolici e, ad un certo punto, la ragazza è andata in una delle stanze [dell’albergo] per usare il bagno, e in quella stessa stanza è stata violentata da decine di uomini che, a turno, l’hanno aggredita”, ha affermato.

Yedioth Ahronoth ha dichiarato che uno degli accusati, un 27enne del nord di Israele, stava scambiando messaggi con la ragazza.

“In uno dei messaggi, questa persona ha detto di avere un video dello stupro”, ha aggiunto il giornale.

Il giornale ha sottolineato che il gran numero di sospetti ha spinto la polizia a formare una “squadra investigativa per questo caso”.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Emirati Arabi Uniti – Palestine Chronicle. Gli Emirati Arabi Uniti (EAU) apriranno un’ambasciata a Tel Aviv, secondo quanto affermato giovedì dal suo ministro degli Esteri, Anwar Gargash, in una videoconferenza con il think-tank del Consiglio Atlantico con sede negli Stati Uniti, secondo quanto riferito dall’agenzia Anadolu.

Gargash ha affermato, nel momento in cui veniva firmato l’accordo di normalizzazione con Israele, annunciato la scorsa settimana, che “Abu Dhabi avrà la sua ambasciata a Tel Aviv, basata sul consenso internazionale con una soluzione a due stati”.

“L’ambasciata sarà a Tel Aviv. Questo è molto chiaro”, ha detto.

Alla domanda sui risultati raggiunti nell’accordo, ha affermato: “Il risultato più concreto è stato quello di fermare l’annessione delle terre palestinesi” e ha ribadito l’impegno degli Emirati Arabi Uniti per una soluzione a due stati.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, tuttavia, ha affermato di essere d’accordo a ritardare l’annessione nella Cisgiordania occupata come parte di un accordo di normalizzazione, ma i piani rimangono “sul tavolo”.

L’accordo ha vantaggi a lungo termine, ha affermato Gargash, e “certamente, questo passaggio creerà opportunità. La nostra economia è maggiore di quella di Israele. Israele ha grandi opportunità qui [negli Emirati Arabi Uniti]”.

Ha aggiunto che l’accordo apre anche la strada all’acquisto di caccia F-35 dagli Stati Uniti che gli Emirati Arabi Uniti avevano chiaramente chiesto di acquisire. “La nostra prima richiesta risale a sei anni fa. Questa è una cosa che è avvenuta sul tavolo [di negoziazione]. La nostra richiesta legale è sul tavolo”, ha affermato, sottolineando tuttavia questo non ha nulla a che fare con l’accordo.

Il 13 agosto, Israele ed Emirati Arabi Uniti hanno raggiunto un accordo che dovrebbe portare alla “piena normalizzazione delle relazioni” tra la nazione araba ed Israele, che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha aiutato a mediare.

L’accordo è considerato un duro colpo agli sforzi palestinesi volti a isolare Israele a livello regionale ed internazionale, fino a quando non porrà fine alla sua occupazione militare e al sistema simile all’Apartheid nella Palestina occupata.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

A cura di L.P. “Perché vuoi parlare con noi? Cosa hai da dire? Israele, il nostro nemico, non ci ha fatto quello che tu ci hai fatto. Israele, il nemico, non ha sganciato una bomba nucleare su nessuno degli stati arabi. Ci hai distrutti. Dopotutto, l’apparato di sicurezza di Hezbollah controlla il porto di Beirut. Non c’è controversia su questo. Quindi, se sapevi del nitrato di ammonio e non hai fatto nulla, sei da biasimare. Se non lo sapevi allora non stai svolgendo il tuo lavoro, sia tu che quelli che controllano il porto. Tutto quello che dirai oggi è irrilevante. Solo una cosa devi dire: siamo responsabili dell’incidente e siamo criminali. Israele non ci ha fatto quello che ci hai fatto tu! Non nel 1982 e non nel 2006″.

Queste sono state le parole di Dima Sadek, la pungente ex speaker della televisione libanese Lbc, che ha pronunciato rivolgendosi ad Hassan Nasrallah, il leader politico di Hezbollah, in un video condiviso su Twitter. Non stupisce che la notizia sia stata ripresa da giornalisti islamofobi di destra come Nicola Porra, per il quale tutto ciò che è mediorientale è il male per eccellenza, tutto ciò che è resistenza ad invasioni neo-coloniali è una “guerra feroce”, mentre tutto ciò che è invasione espansionistica è “una giusta difesa”.

Senza perdersi in divagazioni, ciò che più mi ha colpito sono le affermazioni della giornalista libanese che vive quotidianamente la situazione geopolitica e politica interna in Libano. Oltre al fatto che non ci sono prove che l’esplosione a Beirut sia stato un “errore” di Hezbollah e non sappiamo ancora se sia stata o un’esplosione o un attentato, come si può affermare che Hezbollah, organizzazione politica resistente in Libano, sia peggio di Israele?

Perché tanta foga nell’affermare che Hezbollah è in egual modo nemico del Libano insieme ad Israele? Ma soprattutto per quale motivo?

Se guardiamo la storia, le sue affermazioni sembrano del tutto fuori luogo, dal momento che Hezbollah e tutto il Libano si sono trovati dall’altra della barricata rispetto al proprio principale oppressore: Israele.

Basta ricordare le molteplici Risoluzioni ONU che condannano Israele per le ingenti violazioni della sovranità del Libano:

  • Risoluzione n. 262, del 31 dicembre 1968, il CS condanna Israele per l’attacco all’aeroporto di Beirut.
  • Risoluzione n. 270, del 26 agosto 1969, il CS condanna Israele per gli attacchi aerei sui villaggi del Sud del Libano.
  • Risoluzione n. 279, del 12 maggio 1969, il CS chiede il ritiro delle forze israeliane dal Libano.
  • Risoluzione n. 280, del 19 maggio 1969, il CS condanna gli attacchi israeliani contro il Libano.
  • Risoluzione n. 285, del 5 settembre 1970, il CS chiede l’immediato ritiro israeliano dal Libano.
  • Risoluzione n. 313, del 28 febbraio 1972, il CS chiede che Israele ponga fine agli attacchi contro il Libano.
  • Risoluzione n. 316, del 26 giugno 1972, il CS condanna Israele per i ripetuti attacchi sul Libano.
  • Risoluzione n. 317, del 21 luglio 1972, il CS deplora il rifiuto di Israele di rilasciare gli Arabi rapiti in Libano.
  • Risoluzione n. 332, del 21 aprile 1973, il CS condanna i ripetuti attacchi israeliani contro il Libano.
  • Risoluzione n. 337, del 15 agosto 1973, il CS condanna Israele per aver violato la sovranità del Libano.
  • Risoluzione n. 347, del 24 aprile 1974, il CS condanna gli attacchi israeliani sul Libano.

Basta ricordare l’Operazione Litani del 1978, in cui Israele invase ufficialmente per la prima volta il Libano per creare una “zona franca” di sicurezza che impedisse il coinvolgimento dei villaggi frontalieri negli scontri d’artiglieria. E arriverà la Risoluzione ONU n. 425 del 19 marzo 1978 che ingiunse a Israele di ritirare le sue forze dal Libano. Poi seguiranno altre risoluzioni ONU:

  • Risoluzione n. 427, del 3 maggio 1979, con la quale il CS chiama Israele al completo ritiro delle proprie forze dal Libano.
  • Risoluzione n. 450, del 14 giugno 1979, con la quale il CS ingiunge a Israele di porre fine agli attacchi contro il Libano.
  • Risoluzione n. 467, del 24 aprile 1980, con quale il CS deplora con forza l’intervento militare israeliano in Libano.
  • Risoluzione n. 498, del 18 dicembre 1981, con la quale il CS ingiunge a Israele di ritirarsi dal Libano.
  • Risoluzione n. 501, del 25 febbraio 1982, con la quale il CS ingiunge a Israele di interrompere gli attacchi contro il Libano e di ritirare le sue truppe.

Basta ricordare la Prima Guerra del Libano dal 6 giugno 1982, chiamata più sobriamente dagli israeliani “Operazione Pace in Galilea”, in cui le allorché le Forze di Difesa Israeliane (IDF) invasero il Sud del Libano, in risposta ad attacchi palestinesi che a loro volta erano una risposta all’invasione e all’occupazione sionista di Gaza e della Cisgiordania.

L’ONU rispose prima con la Risoluzione n. 509 del 6 giugno 1982, in cui chiese che Israele ritirasse immediatamente e incondizionatamente le sue forze dal Libano. Poi ci riprovò il 19 giugno 1982 con la Risoluzione n. 515 dove chiese che Israele ponesse fine all’assedio di Beirut e consentisse l’entrata di rifornimenti alimentari. Ovviamente Israele ignorò qualsiasi richiamo dell’ONU e, in barba alle sue risoluzioni, continuò ad attaccare militarmente la regione. Sarà questo che porterà l’ONU ad un altro ammonimento con la Risoluzione n. 517 del 4 agosto 1982, in cui il Consiglio di Sicurezza censurò Israele per aver ignorato le risoluzioni dell’ONU e chiese ad Israele di ritirare le sue forze dal Libano. Vedendo che Israele continuava a bombardare, il CS decise di fare una proposta chiedendo ad Israele piena cooperazione con le forze dell’ONU in Libano con la Risoluzione n. 518 del 12 agosto 1982. Ma anche questa richiesta è stata declinata, o meglio ignorata infatti il 17 settembre dello stesso anno, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU promulgò la Risoluzione n. 520 in cui condannò gli attacchi israeliani ad Ovest di Beirut.

Il giorno dopo, nell’indifferenza e nella violenza colonialista, il massacro di Sabra e Shatila, compiuto la mattina del 18 settembre 1982 dalle Falangi Libanesi (ovvero l’ultradestra cristiano-maronita sostenuta dal colonialismo francese) e dall’Esercito del Libano del Sud con la complicità dell’Esercito Israeliano, fu solo l’ennesimo episodio di guerra che vide circa 3.500 tra palestinesi e sciiti libanesi cadere in una strage nel quartiere di Sabra e nel campo profughi di Shatila, posti alla periferia Beirut Ovest. Sono gli anni della guerra civile tra il 1975 e il 1990, dove si potevano testimoniare gli orrori stragisti di stampo sionista, ma anche raccontare la nuova resistenza di Hezbollah. Il 23 settembre 1986, con la Risoluzione n. 587, il CS ricorda le precedenti richieste fatte ad Israele affinché ritirasse le sue forze dal Libano, chiedendo con urgenza a tutte le forze militari di ritirarsi.

Non bisogna inoltre scordare l’invasione israeliana del Libano il 20 febbraio 1992. L’Esercito Israeliano invase il territorio libanese oltre la striscia “di sicurezza”, e bombardò Rashaf e Srobbine, due villaggi sciiti nel Sud del Libano, obbligando la popolazione civile alla fuga. La comunità internazionale giustificò l’attacco come un modo per porre fine al lancio dei pochi razzi Katiuscia erano stati utilizzati dal movimento di resistenza per difendere il proprio territorio e la popolazione libanese dalle alture del Golan, occupate dai sionisti. Le autorità libanesi denunciarono la presenza di 10.000 profughi in fuga verso Beirut, oltre ovviamente ai diversi morti e feriti, mentre nel frattempo l’esercito israeliano continuava per giorni a bombardare villaggi soprattutto sulle alture dello Iqlim Al Tuffah, la regione del Sidone e alcuni obiettivi definiti strategici in quanto avamposti della resistenza libanese. Tutte queste operazioni sul territorio libanese furono supportate dai mercenari dell’estrema destra cristiano-maronita dell’ELS, capeggiate dal generale Lahad e finanziate da Israele.

Con la Missione Grappoli d’Ira tra l’11 aprile e il 27 aprile 1996, il Presidente israeliano Shimon Peres ordinò un massiccio intervento militare contro Hezbollah in un periodo storico in cui il Libano meridionale era ininterrottamente occupato da Israele. Hezbollah aveva la sola colpa di resistere ad un’occupazione colonialista, estera ed illegale che ledeva la sovranità del popolo libanese. L’attacco avvenne su tre fronti, ovvero senza via di scampo: navale, terrestre ed aereo. La violenza di questa operazione militare si concretizzò con lo sganciò di 35.000 bombe in sedici giorni, radendo al suolo le basi di Hezbollah, parte della centrale elettrica di Beirut e gettando nella disperazione il Sud del Libano. Il 18 aprile 1996, Israele bombardò la base delle Nazioni Unite, in cui si erano rifugiati circa 800 civili dei quali 120 vennero uccisi ed altrettanti rimasero feriti.  Passò alla storia come il massacro di Qana che secondo le Nazioni Unite fu un massacro intenzionale, dal momento che Israele sapeva della presenza di civili ma non esitò a bombardare.

Nel 2006 inizia la Seconda Guerra del Libano, un conflitto durato circa un mese, in seguito a un’invasione militare israeliana su larga scala attuata in reazione alla cattura, avvenuta il 12 luglio 2006, di due soldati israeliani da parte di Hezbollah (azione a sua volta svolta dopo continui attacchi militari sionisti). Il conflitto terminerà soltanto dopo l’8 settembre 2006, quando Israele ha rimosso il blocco tattico-strategico navale del Libano, seppur il cessate il fuoco era stato proclamato il 14 agosto.

Negli ultimi 40 anni Israele ha continuamente invaso il Libano e quasi sempre si è ritrovato Hezbollah, formazione patriottica a maggioranza sciita appoggiata dall’Iran, a resistere ai suoi attacchi espansionistici. Lo Stato Ebraico ha anche subìto molte sconfitte dall’organizzazione resistente libanese, anche se non ha mai mancato di radere al suolo Beirut con bombardamenti a tappeto, di imbottire il Sud Libano di mine che continuano a uccidere e a mutilare bambini e contadini, utilizzando persino, come testimoniato dal giornalista inviato di guerra Fulvio Grimaldi, armi chimiche proibite a base di fosforo, che laceravano gli organi interni dei colpiti. Tutto questo nel più totale silenzio della “comunità internazionale”, dei suoi organi di garanzia e della UNIFIL, la Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite creata il 19 marzo 1978 con le Risoluzioni n. 425 e 426 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, le uniche che Israele ha rispettato e sottoscritto perché facevano comodo non essendo stabile sul suo territorio.

Come può dunque essere Hezbollah peggio di Israele e del suo espansionismo? Se fosse peggio perché Israele, e non solo, ha sempre avuto la meglio rispetto a Hezbollah? Forse Israele ha capacità tecniche-militari superiori rispetto ai resistenti libanesi?

Non so quanto le parole di Dima Sadek abbiano consapevolezza di tutto ciò che il Libano ha subito e, per quanto lei sia libanese, non è detto che sia consapevole nello stesso modo in cui moltissimi italiani non conoscono la storia d’Italia. Ciò che questiono è se Sadek abbia idea del risalto internazionale delle sue dichiarazioni che distolgono l’attenzione sulla realtà fattuale che il Libano ha vissuto in questi anni caratterizzati da continui stati d’eccezione.

Ho elencato solo parti della cruenta storia del Libano vissuta tra conflitti armati senza citare il ruolo degli USA, della Francia, del colonialismo francese e dell’ultradestra cristiano-maronita, dichiaratamente filo-francese e filo-sionista responsabile delle “rivoluzioni colorate” che si sono svolte negli anni.

Mi ha impressionato anche come la giornalista non abbia minimamente menzionato gli ipocriti “aiuti umanitari” di Israele (fortunatamente rifiutati) e le dichiarazioni di Macron che promettevano aiuti umanitari alle sole condizioni che il governo recuperi la fiducia della popolazione o si faccia da parte. Le parole della giornalista sembrano più schiacciare l’occhio alle richieste colonialiste di Macron, di Israele e USA che richiedono il disarmo di Hezbollah. Da quale pulpito può arrivare una richiesta simile se non da chi in Libano è sempre arrivato con eserciti, armi, bombe e militarismo senza chiedere il permesso?

In più non si capisce con quale sicurezza possa affermare che la colpa sia di Hezbollah. Il 27 settembre 2018 il primo ministro Netanyahu illustrò all’assemblea generale dell’ONU la cartina del porto di Beirut (la stessa nella quale il 4 agosto si è verificata l’esplosione) e indicò l’hangar in cui erano depositati i fusti di nitrato d’ammonio. Di fronte all’assemblea afferma che sono depositati i missili di Hezbollah, attribuendogli la volontà di fare un attentato in quel luogo. La teoria poco credibile di Netanyahu si basava sull’idea che Hezbollah volesse fare un attentato in un territorio in cui opera. Sembrerebbe una cosa controproducente! Ma in qualunque caso a cosa interessava il governo israeliano di ciò che sarebbe potuto succedere al Porto di Beirut?

Ad ora non si sa quale sia la verità, ma la logica vuole che non si possa escludere la mano israeliana. Quindi il dubbio rimane sull’esplosione/attentato, ma c’è la certezza che Israele abbia fatto male al Libano più di tutti.

 

Gerusalemme-PIC. Venerdì le forze di occupazione israeliane (FOI-IOF) hanno fatto irruzione nell’ospedale Makassed di Gerusalemme sparando all’impazzata candelotti di gas lacrimogeni.

Fonti locali hanno affermato che decine di pazienti e operatori sanitari hanno avuto difficoltà respiratorie a causa dell’inalazione di gas lacrimogeni e molti sono stati evacuati in altre stanze.

Secondo le stesse fonti, le IOF hanno preso d’assalto l’ospedale e hanno iniziato a perquisire le stanze e gli uffici mentre sparavano lacrimogeni.

Le IOF hanno inoltre interrogato sul posto diversi cittadini palestinesi prima di ritirarsi.

Non si tratta del primo attacco del genere. L’amministrazione dell’Ospedale Makassed si è ripetutamente lamentata con il Comitato Internazionale della Croce Rossa e le organizzazioni per i diritti umani per le continue aggressioni delle IOF all’ospedale, ai suoi pazienti e al personale, ma tutte le richieste di azione sono cadute nel vuoto.

Gaza-PIC. Un agricoltore palestinese è rimasto ferito durante un bombardamento aereo israeliano contro diverse aree della Striscia di Gaza, nella notte di venerdì.

Fonti locali hanno affermato che un agricoltore palestinese è stato moderatamente ferito quando gli aerei da guerra israeliani hanno sparato tre missili su un terreno agricolo a est della città di Khan Yunis, nella zona meridionale della Striscia di Gaza.

Altri attacchi aerei hanno colpito le aree centrali e settentrionali della Striscia di Gaza.

I gruppi della resistenza palestinese hanno risposto all’attacco sparando razzi contro gli insediamenti israeliani adiacenti alla Striscia di Gaza.

Fonti dei media israeliani hanno affermato che un razzo palestinese è atterrato su una casa a Sderot, mentre altri tre sono stati intercettati dall’Iron Dome. Non sono stati riportati feriti.

Negli ultimi 10 giorni, l’esercito di occupazione israeliano ha lanciato raid aerei giornalieri sulla Striscia di Gaza, ferendo cittadini, inclusi bambini, e danneggiando parzialmente case e altre strutture.

Palestine Chronicle. Le autorità israeliane hanno minacciato di demolire la grotta in Cisgiordania nella quale una famiglia palestinese aveva cercato rifugio dopo il rifiuto del permesso di costruire una casa, secondo quanto riportato dall’agenzia AFP.

La casa di Ahmed Amarneh sarebbe il primo edificio dentro una grotta minacciato di distruzione dalle autorità israeliane.

Amarneh, ingegnere civile trentenne, vive con la sua famiglia nel villaggio di Farasin, nella Cisgiordania settentrionale, dove Israele insiste sul fatto che ogni nuova costruzione residenziale debba essere approvata e demolisce le case costruite senza autorizzazione.

“Ho tentato due volte di costruire [una casa] ma le autorità occupanti mi hanno detto che c’era il divieto di costruzione in quell’area”, ha riferito Amarneh all’AFP.

Gli accordi di pace di Oslo degli anni ’90 hanno concesso ai palestinesi autoregolamentazione in alcune zone della Cisgiordania.

Tuttavia, circa il 60 percento della Cisgiordania, denominato Area C, rimane sotto il totale controllo civile e militare israeliano. Farasin è ubicata in quest’area.

Le Nazioni Unite considerano l’area C un territorio occupato palestinese.

Ciononostante, Israele vi ha distribuito terreni per la costruzione di insediamenti illegali secondo il diritto internazionale.

Certo che non avrebbe mai ottenuto l’approvazione da parte di Israele per costruire una casa nel suo villaggio, Amarneh ha spostato la sua attenzione su una grotta ai piedi di una montagna che si affaccia su Farasin.

Amarneh ha affermato di aver appurato che, in quanto si tratta di una formazione antica e naturale, Israele non dovrebbe sostenere che la grotta e’ stata costruita illegalmente. Dal canto suo, l’Autorità Palestinese (ANP) ha approvato la registrazione del terreno a suo nome. L’uomo ha chiuso l’ingresso della grotta con un muro in pietra al centro del quale vi ha posto una porta di legno.

Amarneh ha dichiarato all’AFP di vivere lì da un anno e mezzo e di aver ricevuto una notifica di demolizione dalle autorità di occupazione israeliane a luglio, insieme ad altre 20 famiglie a Farasin.

La branca militare israeliana responsabile degli affari civili in Cisgiordania, la COGAT, ha riferito all’AFP che le notifiche di demolizione erano destinate ad alcune residenze di Farasin per quelle “strutture costruite illegalmente, senza i necessari permessi”.

Tali demolizioni hanno avuto inizio lunedì 10 agosto con la distruzione di una casa a Farasin e di una cisterna di acqua da parte delle truppe israeliane, ha affermato un fotografo.

Amarneh, la cui casa non è stata presa di mira, ha raccontato all’AFP di essere rimasto “sorpreso” nell’apprendere di aver costruito qualcosa illegalmente.

“Io non ho costruito la grotta. Esiste da tempi antichi”, ha sottolineato mentre teneva in braccio sua figlia. “Non capisco come possano impedirmi di vivere in una grotta. Gli animali vivono nelle grotte e nessuno lì scaccia via, dunque lasciate che mi trattino come un animale e mi facciano vivere in quella grotta”.

Traduzione per InfoPal di Giorgia Temerario

Palestine Chronicle. Secondo quanto riportato da Foreign Policy giovedì 6 agosto, il membro del Partito Democratico e candidato alla presidenza degli Stati Uniti Joe Biden ha ordinato di rimuovere qualsiasi riferimento all’occupazione israeliana nel suo programma della campagna, giusto pochi giorni prima che venisse rilasciato il 15 luglio.

Il senatore per lo Stato del Vermont Bernie Sanders, che ha ritirato la sua campagna presidenziale a favore di Biden, aveva concordato con quest’ultimo che avrebbe incluso nel programma del Partito Democratico la seguente affermazione: i palestinesi hanno il diritto di vivere liberi dall’“occupazione” straniera; un chiaro riferimento a Israele.

Tuttavia, sotto la pressione dei gruppi di difesa pro-Israele, Biden ha deciso all’ultimo di rimuovere ogni singolo riferimento all’occupazione israeliana; Foreign Policy ha dichiarato che tre fonti lo confermano. Pertanto, gli assistenti di Biden hanno chiesto ai leader progressisti del Partito Democratico e li hanno esortati a rinunciare alla loro richiesta di dichiarare Israele una potenza occupante, secondo quanto riportato dalla rivista.

Inoltre, i collaboratori di Biden hanno sostenuto che l’inclusione della parola “occupazione” minacciava di danneggiare l’unità all’interno del Partito Democratico stesso.

“Al vicepresidente è stata posta la seguente domanda: bisogna permettere al testo di fare riferimento all “occupazione” o si deve utilizzare la frase “porre fine all’occupazione”? La sua risposta è stata negativa, secondo quanto riportato a Foreign Policy da Jason Isaacson, responsabile della politica e degli affari politici presso il Comitato Ebreo Americano.

“Questo non è un problema su cui il partito può piegarsi perché sarebbe contrario alla posizione di Joe Biden”, ha aggiunto Isaacson.

Foreign Policy ha osservato che la ritrattazione riflette la riluttanza di Biden a invertire decenni di convinto sostegno a Israele. Ha anche affermato che questo ritiro ha segnato una sorta di vittoria per l’establishment del partito, che ha cercato di mantenere stretti rapporti con Israele, anche se il suo primo ministro Benjamin Netanyahu si è avvicinato sempre più al Partito repubblicano e al suo portabandiera, il presidente Donald Trump.

Il giornalista palestinese ed editore di The Palestine Chronicle ha scritto in un recente articolo: “Mentre molti Democratici al Congresso sono sempre più in contatto con le opinioni dei loro collegi elettorali, quelli al timone, come Biden, rimangono ostinatamente impegnati nei programmi sostenuti dall’AIPAC e dal resto della vecchia guardia”.

“La buona notizia da Washington è che, nonostante l’attuale sostegno di Trump nei confronti di Israele, un cambiamento strutturale incrementale ma duraturo continua a verificarsi tra i sostenitori del Partito Democratico ovunque e in tutto il Paese”, ha aggiunto Baroud.

(Foto: il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (a sinistra) incontra il politico statunitense Joe Biden (a destra) [Foto: file]).

 

Gaza – Palestine Chronicle. Mercoledì, il dottor Nabil al-Baraqoun, pediatra, consulente e presidente della Rete neonatale di Gaza (GNN), ha avvertito che le frequenti interruzioni di elettricità minacciano la vita di 120 neonati attualmente mantenuti nelle incubatrici di terapia intensiva negli ospedali di Gaza.

Il dott. al-Baraqoun ha spiegato che le 135 incubatrici neonatali sono tutte alimentate dall’elettricità, facendo notare che le frequenti interruzioni di corrente e l’uso di fonti di energia alternative provocano danni a dispositivi medici come incubatrici, attrezzature per la rianimazione e ventilatori, che potrebbero causare complicazioni per i neonati, rischiando addirittura di ucciderli.

Ha chiarito che l’alternanza nell’utilizzo di fonti energetiche alternative, come i generatori di corrente e l’energia solare, non fornisce energia adeguata alle incubatrici.

Israele ha chiuso il Valico di Karam Abu Salem con Gaza l’11 agosto. Pertanto, l’unica centrale elettrica di Gaza non funziona, per mancanza di carburante.

La popolazione di Gaza di due milioni di persone riceve attualmente circa quattro ore di elettricità al giorno.

Le case, le aziende e gli ospedali di Gaza fanno affidamento ai generatori per compensare le interruzioni di corrente, aumentando i problemi economici nella regione colpita dalla povertà.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Cisgiordania – MEMO.  Saeb Erekat, segretario del Comitato esecutivo dell’OLP, ha affermato mercoledì che l’accordo Israele – Emirati Arabi Uniti, mediato con l’aiuto degli Stati Uniti, è  “un pugnale arabo – un pugnale velenoso – nella mia schiena”.

Gli Emirati Arabi Uniti ed Israele hanno annunciato la scorsa settimana un accordo di pace mediato dagli Stati Uniti che vedrebbe i due stati stabilire legami diplomatici, commerciali ed economici.

Durante un’intervista a Sky News, Erekat ha sottolineato che ogni ulteriore possibilità di negoziati e pace tra palestinesi e Israele è stata distrutta e che la “mano” degli estremisti è stata rafforzata dall’accordo sorpresa tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti.

“Congratulazioni Trump, Mohammed Bin Zayed e Netanyahu. Penso che voi abbiate ucciso la soluzione a due stati, penso che voi abbiate ucciso ogni possibilità di negoziato e penso che voi abbiate distrutto l’ala moderata palestinese: palestinesi che volevano la pace, la prosperità, i diritti umani, i diritti delle donne, lo stato di diritto […]”, ha affermato Erekat.

Abu Dhabi ha affermato che l’accordo è uno sforzo per evitare l’annessione pianificata di Tel Aviv della Cisgiordania occupata. Tuttavia, gli oppositori ritengono che gli sforzi di normalizzazione erano già programmati da molti anni, visto che i dirigenti israeliani hanno effettuato visite ufficiali negli Emirati Arabi Uniti e hanno partecipato a conferenze nel Paese che ancora non aveva legami diplomatici o di altro tipo con Israele.

Il primo ministro israeliano Netanyahu ha ripetuto all’inizio di questa settimana che l’annessione della Cisgiordania non è fuori discussione, ma è stata semplicemente ritardata.

I dirigenti hanno descritto l’accordo, noto come Accordi di Abraham, come il primo del suo genere da quando Israele e Giordania hanno firmato un trattato di pace, nel 1994.

“È davvero un duro colpo”, ha aggiunto Erekat. “Chiamarlo ‘Accordi di Abramo’ si traduce immediatamente come ‘guardate arabi, la Mecca è vostra, Gerusalemme è loro [di Israele]'”.

Ramallah – Palestine Chronicle. Un adolescente palestinese è morto giovedì a Deir Abu Mashal, ad ovest di Ramallah, a seguito delle ferite causate dai colpi d’arma da fuoco sparati dai soldati israeliani,  secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa palestinese WAFA.

Il capo del Consiglio del villaggio di Deir Abu Mashal, Imad Zahran, ha affermato di essere stato informato dall’esercito israeliano che Mohammad Matar, 16 anni, è morto a causa delle gravi ferite subite dopo essere stato attaccato dalle forze israeliane, mercoledì. Il suo corpo continua ad essere trattenuto dai militari israeliani.

Secondo Zahran, Matar era uno dei tre abitanti del villaggio che sono stati feriti dai militari israeliani nei dintorni del villaggio e vicino alla tangenziale esclusiva per coloni, la Road 465. Ha descritto le circostanze relative all’incidente come “non chiare”.

“Nel 2019, le forze di sicurezza israeliane hanno ucciso 133 palestinesi, di cui 28 minorenni. Delle vittime, 104 sono state uccise nella Striscia di Gaza, 26 in Cisgiordania (compresa Gerusalemme Est) e tre all’interno di Israele”, secondo quanto riferito dal gruppo per i diritti umani B’tselem.

“La maggior parte di queste morti sono il risultato diretto della sconsiderata politica di fuoco aperto israeliana, autorizzata dal governo e dai militari e sostenuta dal sistema legale”, ha aggiunto il gruppo.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Gaza-Quds Press. All’alba di oggi, l’artiglieria israeliana ha bombardato una serie di siti appartenenti alla resistenza palestinese nella Striscia di Gaza: una postazione di controllo vicino al sito Kissufim, a est della città di al-Qarara, a Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza, un’altra a est del campo profughi al-Bureij, nella Striscia centrale di Gaza, e altre due a est della città di Juhr Al-Dik, a sud-est della città di Gaza.

In una dichiarazione, l’esercito di occupazione ha affermato che i suoi carri armati hanno colpito postazioni militari “appartenenti al movimento di Hamas nella Striscia di Gaza, in risposta al lancio di palloni incendiari e esplosivi dalla Striscia di Gaza” verso gli insediamenti israeliani.

Nella Striscia di Gaza prevale uno stato di insicurezza e tensione, con il continuo lancio di palloni incendiari e i bombardamenti israeliani di obiettivi all’interno dell’enclave.

Domenica, le autorità di occupazione hanno annunciato la chiusura del mare di Gaza e la completa abolizione dello spazio a disposizione dei pescatori, fino a nuovo avviso, con il pretesto del lancio di “palloni e razzi incendiari” verso gli insediamenti israeliani nelle vicinanze di Gaza.

Circa una settimana fa, giovani di Gaza hanno iniziato a lanciare palloni incendiari verso gli insediamenti in segno di protesta contro le politiche di restrizione e assedio imposte dalla potenza occupante sulla Striscia di Gaza dal 2006.

Ramallah-Quds Press e PIC.  Mercoledì sera, a Ramallah, 11 cittadini palestinesi sono rimasti feriti dai proiettili sparati dalle forze di occupazione israeliane (FOI).

Secondo il sito web 0404, i soldati israeliani hanno aperto il fuoco su tre giovani mentre stavano bruciando pneumatici sulla strada 465 vicino a Deir Abu Masha’al, a Ramallah, e hanno ferito gravemente uno di loro.

I notiziari israeliani hanno affermato che uno dei giovani colpiti è morto per una ferita grave, ma non ci sono conferme al riguardo da parte delle autorità mediche o di sicurezza palestinesi.

Da parte sua, la Mezzaluna Rossa ha detto che i suoi equipaggi hanno fornito assistenza a due giovani feriti da proiettili israeliani negli scontri di Deir Abu Masha’al, e ha affermato che un altro giovane ferito è stato arrestato dai soldati.

Otto palestinesi hanno subito ferite da proiettili letali e di gomma quando le FOI hanno attaccato i partecipanti a un evento nazionale contro la “normalizzazione” con Israele e l’annessione tenutosi nella città di Turmus Ayya, a nord di Ramallah. Molti altri hanno sofferto anche per la loro esposizione ai gas lacrimogeni.

Gaza-PIC e Quds Press. Martedì notte, l’aviazione israeliana ha sferrato attacchi aerei contro un sito della resistenza palestinese nella Striscia di Gaza.

Otto attacchi aerei israeliani hanno preso di mira lo stesso sito nel quartiere al-Zeitun della città di Gaza.

L’aggressione aerea ha provocato danni alle proprietà civili e panico tra le famiglie nell’area bombardata.

L’esercito israeliano ha affermato che i nuovi attacchi aerei sono in risposta al lancio di razzi da Gaza, martedì sera.

Da oltre una settimana, l’esercito israeliano attacca Gaza in risposta ai lanci di palloni incendiari da parte di giovani manifestanti dall’enclave costiera assediata.

Le autorità di Gaza descrivono il lancio di palloncini che trasportano bombe incendiarie verso Israele, da parte di giovani locali, come “atti di protesta contro il mancato rispetto da parte di Israele delle precedenti promesse di cessate il fuoco per alleviare il blocco su Gaza e contro la sua persistenza nell’attaccare i pescatori”.

Da giorni, Israele sta bombardando la Striscia di Gaza.

Gaza-Quds Press e PIC. All’alba martedì, gli aerei da guerra israeliani hanno lanciato diversi attacchi su Rafah, nella Striscia di Gaza meridionale.

Fonti locali hanno riferito che gli aerei da guerra israeliani hanno ripetutamente bombardato i terreni agricoli palestinesi nella zona orientale di Rafah.

Il panico ha prevalso tra i residenti locali quando è scoppiato un enorme incendio dopo i raid aerei, ma gli equipaggi della protezione civile accorsi sul posto sono riusciti a spegnerlo in pochi minuti.

Nessuna vittima è stata segnalata nell’attacco.

L’esercito israeliano da una settimana lancia attacchi aerei sulla Striscia di Gaza, sostenendo che siano in risposta ai palloni incendiari lanciati dall’enclave costiera verso gli insediamenti israeliani adiacenti.

Comunicato delle associazioni palestinesi in Italia sulla dichiarazione di normalizzazione tra gli Emirati Arabi Uniti e l’entità sionista. Roma 15-agosto-2020. Le associazioni palestinesi in Italia esprimono il loro rifiuto e la condanna dell’accordo di normalizzazione tra l’entità sionista e gli Emirati Arabi Uniti, in quanto lo considerano una palese aggressione contro gli  storici diritti nazionali del popolo palestinese, come sancito dalle leggi e dalle carte internazionali, e una sfida alle nazioni arabe e islamiche, aggirando le decisioni della Conferenza del Vertice arabo a favore del popolo palestinese, che ritiene che la questione palestinese sia la questione centrale del mondo arabo e base del conflitto nella regione. Crediamo che questo accordo sia un tradimento verso popolo palestinese, verso tutti i sacrifici fatti dal popolo palestinese e dai popoli arabi, islamici e cristiani, verso la causa che dura da più di cento anni, che ha provocato migliaia di martiri, feriti e prigionieri. Crediamo che questo accordo sia il primo passo per attuare l’Accordo del Secolo, che mira a porre fine e a liquidare la Questione palestinese, in particolare il diritto al ritorno e l’istituzione dello Stato palestinese con la sua capitale Gerusalemme. Le associazioni palestinesi affermano che i rischi di normalizzazione con l’occupazione non si riflettono solo sul popolo palestinese, ma anche su tutti i popoli della regione, e avvertono che tali misure influenzerebbero la stabilità della regione e la trasformerebbero in un caos che divora tutti. Queste istituzioni incoraggiano tutte le parti che rifiutano tale accordo e chiedono la formazione di un’organizzazione internazionale congiunta che lavori per impedire la “normalizzazione” con l’occupazione e la sua legalizzazione da parte degli Stati collaborazionisti. Queste istituzioni sostengono tutte le posizioni ufficiali e popolari arabe e le posizioni dei movimenti di liberazione internazionale e delle istituzioni della società civile che appoggiano la legittima resistenza del popolo palestinese contro l’occupante, il completo rifiuto di tutte le forme di occupazione e razzismo e il rafforzamento del coordinamento tra tutte le forze politiche palestinesi, arabe e internazionali per affrontare i pericoli della normalizzazione. Associazioni firmatarie: Coordinamento delle comunità palestinesi in Italia(CCPI) Associazione dei palestinesi in Italia(API) Unione Democratica Arabo Palestinese( UDAP) Giovani palestinesi in Italia(GPI) Associazione delle donne palestinesi in Italia(ADPI) RispondiRispondi a tuttiInoltraModifica come nuovo

PIC. Migliaia di palestinesi venerdì sono scesi in piazza in Cisgiordania, Gerusalemme e nella Striscia di Gaza per esprimere il loro rifiuto del nuovo accordo di pace tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti (EAU).

I manifestanti arrabbiati hanno cantato slogan e innalzato striscioni condannando l’accordo, denunciando la “mossa vergognosa” degli Emirati Arabi Uniti e sottolineando che “la normalizzazione è tradimento”.

I manifestanti palestinesi hanno espresso il loro completo rifiuto dell’accordo che riconosce Israele e lede i diritti del popolo palestinese.

Il giornalista del Palestinian Information Center ha affermato che centinaia di persone hanno marciato per le strade di Gaza in segno di protesta contro la decisione degli Emirati Arabi Uniti di normalizzare le relazioni con Israele e li hanno accusati di danneggiare il popolo palestinese mentre affermano di volerlo aiutare.

In Cisgiordania, le forze di occupazione israeliane hanno colpito i manifestanti palestinesi con proiettili di metallo rivestiti di gomma, lacrimogeni e granate assordanti, ferendone alcuni.

Nel frattempo a Gerusalemme, la polizia israeliana ha fatto irruzione nella moschea di al-Aqsa e ha disperso violentemente i fedeli palestinesi all’interno che manifestavano il loro rifiuto dell’accordo Israele-Emirati Arabi Uniti.

Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump giovedì ha annunciato che è stato raggiunto un accordo tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti per normalizzare completamente le relazioni. Secondo Trump, l’accordo porterebbe a una maggiore cooperazione in materia di investimenti, turismo, sicurezza, tecnologia, energia e altri settori.

Traduzione per InfoPal di L.P.

Cari lettori di InfoPal,

la nostra redazione sospenderà le attività da lunedì 12 a mercoledì 21/8 compresi per riposo estivo.

Riaprirà le attività giovedì 22/8.

Foreign Policy. Di Zena Agha. Per più di 20 anni un’oscura legge USA ha tenuto nascoste le immagini satellitari delle attività di Israele nei territori occupati. In seguito a un brusco capovolgimento, la tecnologia satellitare ora può essere utilizzata per difendere i diritti umani dei palestinesi. (Da Zeitun.info). Negli ultimi 20 anni c’è stato un generale, e per lo più indiscusso, accordo in base al quale le immagini satellitari dei territori israeliani, palestinesi e siriani occupati da Israele rimanessero riservate. Ciò in seguito a una normativa USA del 1996, nota come il Kyl-Bingaman Amendment [Emendamento Kyl-Bingaman] (KBA), che ha limitato la qualità e la disponibilità di immagini satellitari ad alta risoluzione fornite da imprese USA che riguardano Israele (e, per implicita estensione, i territori palestinesi e delle Alture del Golan occupati). Il risultato è che immagini disponibili a tutti su piattaforme come Google Earth sono state deliberatamente sgranate e sfuocate.

Il 25 giugno, in seguito a due anni di forti pressioni da parte delle istituzioni accademiche e della società civile, il KBA, composto da 97 parole, è stato inaspettatamente modificato, rendendo legalmente accessibili e facilmente disponibili a tutti immagini satellitari ad alta risoluzione. La notizia, benché positiva, solleva alcune domande: in primo luogo, quali sono stati gli effetti del KBA? Secondo, dato che nei 24 anni da quando esso è stato approvato le immagini satellitari sono migliorate in modo significativo sia come scala che definizione, perché ci è voluto così tanto per questa modifica?

Il KBA è stato un sottoprodotto della fine della Guerra Fredda, quando l’industria delle immagini satellitari era ancora agli inizi. Il presidente Bill Clinton cercò di rimettere mano alla tecnologia utilizzata in precedenza per lo spionaggio a favore di un suo uso commerciale più ampio. Si attivò anche per declassificare immagini dei satelliti spia USA degli anni ‘60 e ’70.

La combinazione di attività commerciali e declassificazione fece suonare un campanello d’ allarme in alcuni ambienti. Israele, spinto dalla volontà di segretezza della Guerra Fredda, fece pressione sul Congresso per una regolamentazione più stringente, che portò all’approvazione del KBA: l’unica censura del governo USA sulle immagini di qualunque parte del mondo.

La legge, messa in atto con il pretesto di proteggere la sicurezza nazionale di Israele, fu in effetti più che altro un atto di censura. Dopotutto, immagini satellitari ad alta risoluzione consentono ai ricercatori di comprendere, identificare e documentare i cambiamenti del territorio. La National Oceanic and Atmospheric Administration [Amministrazione Nazionale degli Oceani e dell’Atmosfera] (NOAA) all’interno del Dipartimento del Commercio USA è responsabile di mettere in pratica le norme riguardanti il rilevamento a distanza. Dato che il KBA non specificava la definizione consentita, la norma venne fissata a 2 metri per pixel.

Al contrario, le immagini commerciali disponibili oggi sono più frequentemente tra i 0,25 e i 0,6 metri per pixel. È la differenza tra vedere il contorno complessivo di un grande edificio e poter vedere i singoli veicoli parcheggiati all’esterno. Entro il limite di 2 metri è possibile identificare sostanziali cambiamenti nell’uso del territorio (per esempio, gli edifici di colonie delle dimensioni di una città oppure la distruzione con i bulldozer di strutture palestinesi), ma cambiamenti meno percettibili, come la crescita di un avamposto di una colonia o piccole installazioni militari, sono più difficili da individuare. Per 24 anni la legge ha oscurato i dannosi effetti dell’occupazione israeliana nascondendoli letteralmente alla vista.

La censura su Israele e i territori occupati ha avuto implicazioni negative dal punto di vista archeologico, geografico e umanitario. Presumibilmente i più eclatanti sono stati gli effetti sul monitoraggio della pluridecennale occupazione israeliana, compresa la documentazione della demolizione di case, di dispute territoriali e della crescita delle colonie. Le immagini a bassa risoluzione hanno impedito i tentativi di bloccare e verificare violazioni dei diritti umani, soprattutto in zone difficili da raggiungere come la Striscia di Gaza, che è sotto assedio dal 2007. Per esempio, immagini satellitari ad alta risoluzione potrebbero essere utilizzate da gruppi di ricercatori come “Forensic Architecture” [organizzazione di architetti che monitora le violazioni dei diritti umani in Palestina e altrove, ndtr.], per identificare il punto esatto da cui è stato sparato un colpo letale contro manifestanti disarmati.

Benché la legge KBA si applicasse solo alle imprese USA, i maggiori attori sul mercato globale – imprese come Maxar e Planet, e punti di accesso libero in rete come Google e Bing – sono americani. Anche se negli anni 2010 imprese straniere hanno iniziato a produrre immagini ad alta definizione, la predominanza USA ha comportato che, in realtà, il KBA di fatto è stato applicato su scala globale.

Nonostante esempi di resistenza silenziosa nel corso degli anni al limite di due metri da parte di giganti della tecnologia come Google Earth e Bing Maps, così come richieste di cancellazione del KBA, ci sono stati fino a poco tempo fa pochi tentativi di modifica. La censura sulle immagini satellitari di Israele e dei territori occupati è diventata una di quelle eccezioni apparentemente immutabili che caratterizzano il conflitto israelo-palestinese.

Il KBA ha avuto anche un impatto negativo sulla ricerca scientifica. Le immagini satellitari sono uno strumento fondamentale di controllo e monitoraggio, e immagini a bassa risoluzione non hanno il livello di dettaglio necessario per una disciplina come l’archeologia per rilevare le modifiche a siti archeologici o scavi da parte di ladri. Allo stesso modo analisi di cambiamenti climatici spesso si basano su dati derivati da immagini satellitari, che non sono state disponibili nonostante i pericoli posti alla regione dai cambiamenti climatici.

Presi insieme questi effetti rappresentano una zona d’ombra deliberata creata dal KBA, che ha direttamente impedito l’insostituibile lavoro di ricercatori, accademici e operatori per i diritti umani.

Il KBA è stato generalmente vago, ma ha stabilito che le limitazioni sulle immagini satellitari su Israele si applicassero solo finché le immagini satellitari ad alta definizione non fossero facili da ottenere da imprese non statunitensi. Se aziende straniere avessero iniziato a rendere pubbliche immagini più dettagliate, le restrizioni imposte dal KBA alla risoluzione [delle immagini] sarebbero state modificate continuamente nel tempo perché corrispondessero alla qualità di quelle prodotte da imprese non statunitensi. Ma non è stato così.

Il problema è diventato evidente quando un certo numero di aziende non USA – a cominciare dalla francese Airbus nel 2011 – si sono messe a produrre e a vendere immagini satellitari ad alta risoluzione di Israele e dei territori occupati. Di fatto lo stesso Israele fornisce immagini aeree gratuite ad alta risoluzione dei territori che controlla, rendendo nel contempo inutile il KBA e contraddicendo l’affermazione secondo cui esso garantisse gli interessi della sicurezza nazionale di Israele.

Questi progressi hanno reso anacronistico e obsoleto il KBA per quasi un decennio. E benché esso avrebbe dovuto essere periodicamente rinnovato, non c’è stata alcuna revisione formale fino al 2017, con il risultato che la tecnologia ha superato la politica e le imprese USA sono state svantaggiate.

Questa contraddizione sta al cuore della richiesta di annullare il KBA. Gli archeologi dell’università di Oxford che hanno identificato questa mancata modifica, Michael Fradley e il defunto Andrea Zerbini, nel 2018 hanno pubblicato un documento rivoluzionario chiedendo la sua modifica.

Le loro ricerche hanno esplicitamente dimostrato che esso è obsoleto, dato che una serie di imprese non statunitensi hanno prodotto immagini che avrebbero dovuto provocare la riforma e la ridefinizione dei limiti della legge.

Questi dati hanno portato a una pressione durata due anni sulla NOAA, sul dipartimento del Commercio e sul Congresso. La richiesta era semplice: consentire alle imprese USA di produrre e distribuire immagini ad alta risoluzione di Israele e dei territori palestinesi occupati oppure dichiarare superato il KBA.

Poi, improvvisamente, durante la riunione dell’Advisory Council of Commercial Remote Sensing [Comitato Consultivo del Rilevamento Commerciale a Distanza] alla fine di giugno, è stato annunciato che la NOAA aveva finalmente riconosciuto che da parte di fonti non statunitensi erano disponibili immagini con una risoluzione maggiore ai due metri per pixel, fino ad una risoluzione massima di 0,4 metri per pixel, che sarebbe diventata il nuovo punto di riferimento per le restrizioni; quando alla fine di quest’anno Airbus lancerà la sua nuova generazione di satelliti, potrebbe essere richiesto alla NOAA di scendere fino a 0,3 metri.

Le implicazioni di questo cambiamento sono ad ampio raggio. Quella più evidente è che le imprese tecnologiche USA saranno più competitive rispetto a quelle straniere. Da un punto di vista scientifico, la riforma darà come risultato un significativo miglioramento delle possibilità di monitorare da remoto questa regione fragile dal punto di vista ambientale. Riguardo ai mutamenti climatici, le immagini ad alta definizione consentiranno il rilevamento più accurato di cambiamenti della vegetazione, delle condizioni delle coltivazioni, dell’ulteriore diffusione della desertificazione (un impatto fondamentale del cambiamento climatico nella regione), mutamenti nella distribuzione delle acque, l’abuso di fertilizzanti e le discariche inquinanti – modificazioni che sono notevolmente più difficili da individuare e registrare con immagini satellitari a bassa risoluzione. Per discipline come l’archeologia ciò contribuirà a identificare siti e monitorare i danni.

Significativamente il cambiamento potenzia le associazioni per i diritti umani che lavorano per rendere responsabile Israele delle sue violazioni del diritto internazionale, comprese le uccisioni illegali e la costruzione di colonie (che, in base alla Quarta Convenzione di Ginevra, costituisce un crimine di guerra). Forse è per questa ragione che la cancellazione del KBA ha già provocato qualche inquietudine negli ambienti militari israeliani. Essa ha anche ripercussioni geopolitiche. Le immagini satellitari delle zone di confine di Giordania, Siria, Libano ed Egitto sono state finora sia poco definite che scarsamente rilevate (con molti operatori prudenti nel riprendere qualunque parte del territorio israeliano). Il cambiamento legislativo fornirà immagini non censurate di quelle zone e consentirà che vengano controllate e indagate, soprattutto riguardo a problemi ambientali come lo sfruttamento idrico.

Infine, in prospettiva della giustizia storica e della responsabilizzazione, immagini non censurate e ad alta definizione consentono ai palestinesi di elencare accuratamente i resti dei villaggi e cittadine distrutti durante gli avvenimenti del 1948 e successivi. Il potere di democratizzazione della riforma consentirà ai palestinesi di utilizzare la tecnologia per riscoprire un passato cancellato e per immaginare un futuro alternativo.

La riforma del KBA potrebbe aver vinto la battaglia sulla commercializzazione, ma la declassificazione rimane nel complesso una battaglia a sé. La prossima frontiera è garantire che vengano rese pubbliche al livello corretto di risoluzione le immagini satellitari di Israele e dei territori occupati archiviate – infatti fu in primo luogo un’immagine declassificata del reattore di Dimona (un’istallazione nucleare israeliana situata nel deserto del Negev) sui mezzi di informazione israeliani che innescò la spinta che portò al KBA. La declassificazione di fotografie della Palestina prese dall’aviazione britannica tra il 1944 e il 1948 ha già mostrato gli enormi cambiamenti del paesaggio da allora; immagini declassificate USA dell’ultima metà del XX secolo potrebbero rivelare molto di più.

Il ruolo che possono giocare le innovazioni tecnologiche nella protezione dei diritti umani deve ancora essere definito. Che controllino la persecuzione degli uiguri nei cosiddetti campi di rieducazione cinesi, la pulizia etnica dei rohingia e di altre minoranze in Myanmar o gli attacchi con i droni da parte degli USA in Somalia, le immagini satellitari sono state usate per molto tempo da gruppi di difesa internazionali, ricercatori, giornalisti e comuni cittadini per documentare e monitorare atrocità e crimini di guerra.

Lo stravolgimento del KBA dopo 24 anni ha messo tutti allo stesso livello e fornito uno strumento fondamentale a quanti lavorano per la libertà, la giustizia e l’uguaglianza. Tuttavia di per sé il monitoraggio può arrivare solo fino a un certo punto. Le immagini satellitari ad alta risoluzione rimangono un mezzo – non il risultato finale – perché si possa ottenere che i responsabili di violazioni ne paghino le conseguenze.

Zena Agha è una giornalista e politologa di Al-Shabaka, la rete politica palestinese.

Traduzione dall’inglese per Zeitun.info di Amedeo Rossi

Pagine

Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

PalestinaRossa newsletter

Resta informato sulle nostre ultime news!

Subscribe to PalestinaRossa newsletter feed

Accesso utente