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Gerusalemme/al-Quds – PIC. Sabato, le autorità aeroportuali israeliane hanno impedito a Sheikh Ra’ed Salah, capo del Movimento islamico nella Palestina occupata nel 1948, di viaggiare all’estero.

Sheikh Ra’ed Salah è rimasto estremamente sorpreso dal divieto poiché aveva verificato che non era stata emessa alcuna restrizione di viaggio contro di lui prima del suo arrivo in aeroporto, secondo quanto riferito da fonti familiari.

A febbraio, il ministro degli Interni israeliano Ayelet Shaked ha emesso una decisione contro Salah, vietandogli di viaggiare per un periodo di un mese, con una proroga di 6 mesi.

Sheikh Salah è stato rilasciato il 13 dicembre 2021 dalle carceri israeliane dopo essere stato condannato per presunta “istigazione al terrorismo”, ed è stato trattenuto in isolamento durante i suoi 16 mesi di reclusione.

Ramallah – WAFA. Cinque dei sei prigionieri palestinesi che evasero dalla prigione israeliana di alta sicurezza di Gilboa, nel settembre del 2021, sono stati condannati domenica ad altri cinque anni di carcere da un tribunale israeliano a Nazareth.

I cinque prigionieri sono Mahmoud Arda, 46 anni, Mohammad Arda, 40 anni, Yaaqob Qadri, 49 anni, Ayham Kamamji, 35 anni, e Munadel Nufeiat, 26 anni. Nel frattempo, il sesto prigioniero, Zakaria Zubeidi, sarebbe in attesa di una sentenza separata sul suo caso.

Oltre alla condanna a cinque anni, i cinque detenuti hanno ricevuto una multa di 5 mila shekel (USD$ 1500) ciascuno.

I sei palestinesi evasero dalla prigione israeliana di massima sicurezza nel settembre 2021, scavando un tunnel sotto un lavandino nella loro cella, usando cucchiai, piatti e persino il manico di un bollitore. Furono ricatturati circa una o due settimane dopo l’evasione.

I loro avvocati affermano che i detenuti avevano iniziato a scavare il tunnel nel dicembre del 2020.

L’audace fuga ha dominato i telegiornali per giorni e ha suscitato pesanti critiche alla prigionia israeliana dei palestinesi.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Gerusalemme/al-Quds – WAFA. Decine di coloni, scortati dalla polizia israeliana, hanno fatto irruzione domenica nel complesso della moschea di al-Aqsa, nella Gerusalemme occupata, e hanno eseguito rituali attraverso i suoi cortili, secondo quanto affermato da testimoni.

Decine di coloni israeliani sono entrati nel luogo sacro in gruppi e hanno eseguito rituali e recitato preghiere, sotto la protezione degli agenti di polizia israeliani.

I nazionalisti sionisti stanno lanciando appelli ai loro seguaci per una marcia sventolando la bandiera all’interno del complesso sacro, il 29 maggio, in occasione dell’anniversario dell’occupazione israeliana di Gerusalemme Est.

Bentzi Gopstein, un politico israeliano radicale d’estrema destra, ha esortato i coloni a prendere parte alla marcia provocatoria del 29 maggio e ha affermato che la mossa segnerà l’inizio della “distruzione della Cupola della Roccia”.

Domenica, il ministero degli Affari esteri palestinese ha affermato in una dichiarazione che il senso di impunità d’Israele lo sta incoraggiando a intensificare la sua aggressione contro Gerusalemme ed i suoi luoghi santi.

“La marcia israeliana per sventolare la bandiera e le relative campagne di incitamento sono parte integrante dei progetti dell’occupazione per ebraicizzare completamente la Città Santa e imporre la sovranità israeliana su di essa”, ha affermato il ministero in una nota, e ha ritenuto Israele responsabile per tutte le possibili conseguenze della marcia.

Quest’ultimo sviluppo arriva dopo quasi un mese di tensioni alimentate dall’aumento della presenza di coloni aggressivi all’interno del luogo sacro, durante il mese sacro musulmano del Ramadan.

Il Dipartimento per i beni religiosi islamici di Gerusalemme ha ripetutamente descritto la presenza dei coloni nella moschea di al-Aqsa come “provocatoria”, e ha affermato che i fedeli e le guardie palestinesi ad al-Aqsa si sentono a disagio con la presenza della polizia israeliana e dei coloni, che visitano il luogo sacro islamico.

Israele occupò Gerusalemme Est, dove si trova la moschea di al-Aqsa, durante la “Guerra dei Sei Giorni”, nel 1967, con una mossa mai riconosciuta dalla comunità internazionale.

Voltairenet.org/. Di Thierry Meyssan. Da due decenni il Pentagono applica al “Medio Oriente Allargato” la dottrina “Rumsfeld/Cebrowski. Ha più volte valutato se estenderla al “Bacino dei Caraibi”, ma vi ha sempre rinunciato, concentrandosi sul primo obiettivo. Il Pentagono agisce come centro decisionale autonomo che di fatto sfugge al potere del presidente. È un’amministrazione civile-militare che impone i suoi obiettivi agli altri settori militari.

Le mappe del Consiglio dei capi di stato-maggiore USA del 2001 − pubblicate nel 2005 dal colonnello Ralph Peters − che ancora oggi, nel 2021, sono il riferimento per l’azione delle forze armate USA.

A marzo 2002, nel libro L’incredibile menzogna [1] [2] scrivevo che gli attentati dell’11 Settembre avevano l’obiettivo di far accettare agli statunitensi:

  • all’interno, un sistema di sorveglianza di massa (il Patriot Act);
  • all’estero, la ripresa della politica imperiale, su cui all’epoca non esistevano documenti.

Le cose si chiarirono solo nel 2005, quando il colonnello Ralph Peters – allora commentatore di Fox News − pubblicò la famosa carta del Consiglio dei capi di stato-maggiore: la carta del “rimodellamento” del Medio Oriente Allargato [3]. Fu uno choc per tutte le cancellerie: il Pentagono prevedeva di ridisegnare le frontiere ereditate dalla colonizzazione franco-britannica (gli Accordi di Sykes-Picot-Sazonov del 1916) senza riguardo verso alcuno Stato, nemico o alleato che fosse.

Da allora ogni Stato della regione cercò con ogni mezzo di evitare che la tempesta si abbattesse sulla propria popolazione. Invece di allearsi con i Paesi limitrofi per fronteggiare il comune nemico, ogni Paese tentò di spostare le grinfie del Pentagono sui vicini. Il caso più emblematico fu la Turchia, che più volte cambiò di spalla al fucile, dando di sé la fuorviante immagine di cane impazzito.

Due visioni del mondo si scontrano: dal 2001 la stabilità è per il Pentagono il nemico strategico degli Stati Uniti, per la Russia invece è la condizione per la pace.

La carta rivelata dal colonnello Peters − che detestava il segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld − non permetteva di cogliere l’insieme del progetto. Subito dopo gli attentati dell’11 Settembre, Peters pubblicò un articolo sulla rivista dell’esercito USA, Parameters [4], ove alludeva alla mappa − che tuttavia pubblicherà quattro anni più tardi − facendo intendere che il Comitato dei capi di stato-maggiore s’apprestava a realizzarla per mezzo di crimini atroci, che avrebbe appaltato per non sporcarsi le mani. Sul momento si pensò a eserciti privati, ma la storia dimostrò che nemmeno questi potevano imbarcarsi in crimini contro l’umanità.

La chiave di volta del progetto era nell’Ufficio di Trasformazione della Forza (Office of Force Transformation) del Pentagono, creato da Rumsfeld nel periodo successivo all’11 Settembre. Lo dirigeva l’ammiraglio Arthur Cebrowski, celebre stratega, ideatore dell’informatizzazione delle forze armate [5]. Si pensò che questo nuovo Ufficio fosse uno strumento per portare a compimento il progetto, benché nessuno più contestasse la riorganizzazione. Ebbene no, Cebrowski era lì per trasformare la missione delle forze armate USA, come attestano alcune registrazioni delle conferenze da lui tenute nelle accademie militari.

Per tre anni Cebrowski tenne lezioni a tutti gli ufficiali superiori USA, dunque a tutti coloro che oggi sono generali.

Bersaglio dell’ammiraglio Cebrowski non è soltanto il Medio Oriente Allargato, ma tutte le regioni non integrate nell’economia globalizzata.

L’insegnamento impartito da Cebrowski nelle accademie militari era piuttosto semplice: l’economia mondiale si stava globalizzando; per rimanere la prima potenza mondiale, gli Stati Uniti dovevano adattarsi al capitalismo finanziario. Il mezzo migliore era garantire ai Paesi sviluppati lo sfruttamento delle risorse naturali dei Paesi poveri, senza dover affrontare ostacoli politici. Partendo da questo presupposto, divise il mondo in due: da un lato le economie globalizzate (incluse Russia e Cina), destinate a essere mercati stabili e, dall’altro, i Paesi rimanenti, che avrebbero dovuto essere privati delle strutture statali e fatti precipitare nel caos, in modo che le multinazionali potessero sfruttarne le ricchezze senza incontrare resistenze. Per conseguire il risultato, i popoli non-globalizzati devono essere divisi secondo criteri etnici e manovrati ideologicamente.

Il primo obiettivo avrebbe dovuto essere la zona arabo-musulmana che si estende dal Marocco al Pakistan, a eccezione di Israele, nonché di due micro-Stati contermini, la Giordania e il Libano; questi tre Stati avrebbero dovuto far da barriera alla propagazione dell’incendio. È la zona che il Pentagono ha denominato Medio Oriente Allargato. Una zona definita non in funzione delle riserve petrolifere, bensì dei comuni elementi culturali degli abitanti.

La guerra immaginata dall’ammiraglio Cebrowsi avrebbe dovuto riguardare in prima battuta l’intera regione. Non si dovevano più fare i conti con le divisioni della guerra fredda. Ormai gli Stati Uniti non avevano più gli amici o i nemici di un tempo. Non era più l’ideologia (i comunisti) o la religione (scontro di civiltà) che identificava i nemici, ma solo la loro non-integrazione nell’economia globalizzata del capitalismo finanziario. Niente poteva più proteggere coloro che avevano la sfortuna di non essere pecoroni, ossia di essere indipendenti.

Questa guerra non doveva ottenere lo sfruttamento delle risorse naturali soltanto per gli Stati Uniti − com’era accaduto nelle guerre precedenti − ma per tutti gli Stati globalizzati. Del resto, gli Stati Uniti non erano più prioritariamente interessati all’appropriazione delle risorse naturali; volevano soprattutto dividere il lavoro su scala planetaria e fare lavorare gli altri per loro.

Ciò comportava cambiamenti tattici nel modo di condurre la guerra, visto che non si trattava, come in precedenza, di ottenere la vittoria, ma di portare avanti una «guerra senza fine», secondo l’espressione del presidente George W. Bush. In effetti, le guerre iniziate dopo l’11 Settembre su cinque fronti sono tuttora in corso: Afghanistan, Iraq, Libia, Siria e Yemen.

Poco importa che i governi alleati interpretino queste guerre come vuole la propaganda statunitense; la realtà è che non sono guerre civili, ma tappe di un piano prefissato del Pentagono.

Esquire Magazine, marzo 2003

La “dottrina Cebrowski” causò uno scossone nelle forze armate USA. L’assistente di Cebrowski, Thomas Barnett, fece un articolo per Esquire Magazine [5] e in seguito pubblicò un libro per meglio illustrare al grande pubblico la sua teoria: La Nuova carta del Pentagono [6].

Il fatto che nel libro, pubblicato dopo la morte dell’ammiraglio Cebrowski, Barnett si sia attribuito la paternità della dottrina non deve trarre in inganno. È solo un mezzo del Pentagono per disconoscerne la paternità. Lo stesso accadde, per esempio, con lo “scontro di civiltà”. All’inizio si trattava della “dottrina Lewis”, uno stratagemma comunicativo studiato all’interno del Consiglio di Sicurezza Nazionale per vendere nuove guerre all’opinione pubblica. La dottrina fu poi esposta al grande pubblico dall’assistente di Bernard Lewis, Samuel Huntington, che la presentò come dissertazione universitaria su una realtà ineluttabile.

L’attuazione della dottrina Rumsfeld/Cebrowski è incorsa in innumerevoli disavventure, alcune esito dell’azione del Pentagono stesso, altre per merito dei popoli che il Pentagono voleva annientare. Così le dimissioni del comandante del Central Command, ammiraglio William Fallon, furono orchestrate per punirlo, perché aveva negoziato di propria iniziativa una pace ragionata con l’Iran di Mahmud Ahmadinejad. Furono provocate da… Barnett stesso, con la pubblicazione di un articolo in cui accusava Fallon di discorsi ingiuriosi nei confronti del presidente Bush. Oppure il fallimento della disorganizzazione della Siria, imputabile al popolo siriano e all’entrata in gioco dell’esercito russo. Il Pentagono è arrivato a incendiare i raccolti e a organizzare un embargo per affamare il Paese: azioni di ritorsione che ne dimostrano l’incapacità di distruggere le strutture statali siriane.

Durante la campagna elettorale, Donald Trump si era schierato contro la guerra senza fine e per il rientro dei GI’s in patria. Durante il mandato è riuscito a evitare di aprire nuovi fronti e a rimpatriare qualche soldato, ma non è riuscito a domare il Pentagono. Quest’ultimo ha ampliato le Forze speciali senza “semiclandestine” ed è riuscito a distruggere lo Stato libanese senza far ricorso a uomini in uniforme. È la stessa strategia che sta mettendo in atto anche in Israele, ove organizza pogrom anti-arabi e anti-ebrei sfruttando lo scontro fra Hamas e Israele.

Il Pentagono ha più volte tentato di allargare la “dottrina Rumsfeld/Cebrowski” al Bacino dei Caraibi. Ha pianificato il rovesciamento, non già del regime di Nicolás Maduro, bensì della Repubblica bolivariana del Venezuela, ma è stato costretto alla fine a rinviarlo.

Gli otto membri del Comitato dei capi di stato-maggiore.

Si deve prendere atto che il Pentagono è diventato un potere autonomo. Dispone di un budget annuale gigantesco, quasi il doppio di quello dell’intero Stato francese (escluse collettività territoriali e sicurezza sociale). In pratica, il suo potere si estende ben al di là degli Stati Uniti, dal momento che controlla l’insieme degli Stati membri dell’Alleanza Atlantica. Dovrebbe rendere conto della propria attività al presidente degli Stati Uniti, ma le esperienze dei presidenti Barack Obama e Donald Trump dimostrano il contrario. Il primo non è riuscito a imporre al generale John Allen la propria politica nei confronti di Daesh, il secondo si è lasciato trarre in inganno dal Central Command. Niente fa supporre che andrà diversamente con il presidente Joe Biden.

La recente lettera aperta di ex generali USA [7] dimostra che più nessuno sa chi dirige le forze armate USA. Quel che conta non è la loro analisi politica − degna della guerra fredda − che non inficia la loro presa d’atto: amministrazione federale e generali non sono sulla stessa lunghezza d’onda.

Le analisi di William Arkin, pubblicate sullo Wasghington Post, hanno dimostrato che, dopo gli attentati dell’11 Settembre, lo Stato federale ha organizzato una nebulosa di agenzie, sottoposte alla supervisione del dipartimento per la Sicurezza della Patria [8]. Nel segreto più assoluto, esse intercettano e archiviano le comunicazioni di tutte le persone che vivono negli Stati Uniti. Arkin ha ora rivelato su Newsweek che il Dipartimento della Difesa ha creato forze speciali segrete, distinte da quelle in uniforme [9]. Sono queste ad avere in carico la dottrina Rumsfeld/Cebrowski, quali che siano l’inquilino della Casa Bianca e la sua politica estera.

Il Pentagono si è dotato di una Forza speciale clandestina di 60 mila uomini. Costoro non compaiono su alcun documento ufficiale e operano in abiti civili; utilizzati in teoria contro il terrorismo, sono loro stessi a praticarlo. Le forze armate classiche sono impegnate contro i rivali russi e cinesi.

Quando nel 2001 il Pentagono attaccò l’Afghanistan e poi l’Iraq ricorse alle proprie forze armate classiche − non ne aveva altre a disposizione − e a quelle dell’alleato britannico. Durante la “guerra senza fine” in Iraq, ha però costituito forze jihadiste irachene − sunnite e sciite − per far precipitare il Paese nella guerra civile [10]. Una di queste forze, costola di al-Qaeda, fu utilizzata in Libia nel 2011; un’altra in Iraq nel 2014, sotto il nome di Daesh. Questi gruppi si sono progressivamente sostituiti alle forze armate USA per fare il lavoro sporco di cui parlava il colonnello Ralph Peters nel 2001.

Oggi nessuno vede soldati USA in uniforme in Yemen, Libano o Israele. Lo stesso Pentagono s’è fatto vanto del loro ritiro. In realtà, 60 mila uomini delle Forze speciali USA clandestine, ossia senza uniforme, attraverso la guerra civile seminano caos in questi Paesi.

Traduzione di Rachele Marmetti.

Cisgiordania. Venerdì, decine di civili palestinesi sono stati feriti da proiettili di metallo ricoperti di gomma e altri sono rimasti soffocati, durante le incursioni e aggressioni delle forze di occupazione israeliane (IOF) in Cisgiordania.

Il direttore del servizio di emergenza della Mezzaluna Rossa di Nablus, Ahmed Jibril, ha dichiarato che “gli equipaggi delle ambulanze hanno soccorso quattro feriti con proiettili di metallo, uno con ustioni, e 21 casi di soffocamento da lacrimogeni, compreso un bambino di 7 anni, a Beit Dajan, a est di Nablus.
Jibril ha aggiunto che “nove civili sono stati feriti da proiettili di metallo e 28 soffocati dai lacrimogeni, oltre a due ustionati, durante gli scontri scoppiati nella città di Beita, a sud di Nablus”.

Inoltre, 4 civili sono stati feriti da proiettili di metallo e decine di persone sono rimaste soffocate durante la repressione della marcia settimanale contro gli insediamenti, da parte delle IOF, a Kafr Qaddoum, a est di Qalqilya.
“I soldati dell’occupazione hanno attaccato i partecipanti alla marcia e hanno sparato contro di loro proiettili di metallo ricoperti di gomma, lacrimogeni e bombe sonore”, ha detto Murad Shteiwi, portavoce dei media del movimento Fatah a Qalqilya.

Da luglio del 2011, ogni venerdì e sabato, a Kafr Qaddoum vengono organizzate manifestazioni per chiedere l’apertura della strada del villaggio, che è stata chiusa dalle forze di occupazione durante l’Intifada di al-Aqsa nel 2003.

Venerdì, aree separate della Cisgiordania e della Gerusalemme occupata assistono a manifestazioni che condannano gli insediamenti e rifiutano le politiche abusive dell’occupazione contro il popolo palestinese.

(Fonti: Quds Press, Wafa e PIC).

Nablus-PIC. Venerdì, un colono israeliano ha investito e ferito un bambino palestinese all’ingresso di Beita, a sud della città di Nablus, in Cisgiordania.

Fonti locali hanno riferito che il bambino è stato trasferito in un ospedale per le cure.

I coloni israeliani prendono spesso di mira con le loro auto bambini e adulti palestinesi.

Jenin-PIC e Quds Press. Sabato mattina, un adolescente palestinese, Amjad Al-Fayed, 17 anni, è stato ucciso durante un’incursione delle forze di occupazione israeliane (IOF) a Jenin, in Cisgiordania.

Il ministero della Salute palestinese hanno dichiarato in una nota che un ragazzo di 17 anni è stato ucciso e altri due sono rimasti feriti, tra cui un diciottenne che ha subito gravi ferite causate dai proiettili delle IOF durante la loro aggressione a Jenin.

Testimoni hanno riferito a Quds Press che “i soldati dell’occupazione hanno ferito il giovane Al-Fayed e gli hanno deliberatamente sparato di nuovo mentre sanguinava, senza la minima considerazione che fosse stato ferito, mentre inseguivano un gruppo di palestinesi durante l’assalto al campo di Jenin”.

I soldati delle IOF hanno preso d’assalto Jenin e il suo campo profughi sparando proiettili letali e scatenando scontri armati.

I testimoni hanno aggiunto che tale insistenza dei soldati di occupazione nel prendere di mira e uccidere Al-Fayed è dovuta al fatto che il ragazzo “aveva scoperto l’imboscata israeliana in un’area vicino al campo, sventando il loro piano di assassinare o arrestare combattenti della resistenza”.

Al-Fayed era nipote di Amjad e Muhammad, gli autori dell’imboscata in cui furono uccisi 13 soldati dell’esercito di occupazione, nella battaglia del campo di Jenin, nell’aprile 2002.

Subito dopo l’annuncio della morte del giovane Al-Fayed è stato organizzato un corteo davanti all’ospedale Ibn Sina di Jenin, in cui i cittadini in lutto hanno portato sulle spalle il corpo del martire e hanno girato per le strade della città e del suo campo.
I partecipanti alla marcia hanno scandito slogan che condannavano i crimini dell’occupazione, invocando l’unità nazionale al fine di affrontare il terrorismo e i crimini dell’occupazione contro il popolo, la sua terra e i suoi luoghi santi.

Le fazioni nazionali e islamiche hanno annunciato uno sciopero generale, oggi, sabato, a Jenin, per la morte di Al-Fayed e per denunciare la continua aggressione dell’occupazione.
Con la morte di Al-Fayed il numero di vittime a Jenin, dall’inizio di quest’anno, è salito a 20, oltre a due provenienti da altre aree della Palestina, come la giornalista Shireen Abu Aqleh.

La scorsa settimana, 13 palestinesi sono rimasti feriti e uno ucciso durante un’operazione delle IOF nel campo di Jenin. La vittima è Daoud al-Zubaidi, fratello di Zakaria al-Zubaidi, che era fuggito per breve tempo dalla prigione israeliana di Gilboa, l’anno scorso.

Damasco-PIC e Quds Press. Tre cittadini sono stati uccisi, venerdì sera, da un attacco missilistico israeliano che ha preso di mira diverse aree a sud di Damasco, secondo quanto affermato dall’agenzia di stampa siriana.

Secondo fonti dei media, il bombardamento ha preso di mira il perimetro dell’aeroporto internazionale di Damasco e ha provocato anche perdite materiali.

Le fonti hanno aggiunto che sono scoppiati incendi nell’area presa di mira.

Secondo l’agenzia di stampa siriana, le difese aeree siriane hanno risposto a una “aggressione israeliana”, abbattendo una serie di razzi nella campagna di Damasco.

Londra – MEMO. Un gruppo di 126 artisti ha espresso “orrore” e “sgomento” per l’uccisione della giornalista cristiana palestinese Shireen Abu Aqleh da parte di un cecchino israeliano, e ha esortato i loro governi a porre fine alla loro “ipocrisia”, smettendo di concedere un sostegno inflessibile allo stato dell’Apartheid . I firmatari della dichiarazione pubblicata da Artists for Palestine UK chiedono “misure significative per garantire delle responsabilità per l’omicidio di Shireen Abu Aqleh e di tutti gli altri civili palestinesi”.

Tra i nome degli artisti a sostegno della dichiarazione ci sono Susan Sarandon, Ken Loach, Mike Leigh, Tilda Swinton, Mark Ruffalo, Asif Kapadia, Miriam Margolyes, Boots Riley, Jim Jarmusch, Steve Coogan, Naomi Klein, Hany Abu Assad e Peter Gabriel.

“Siamo profondamente turbati dall’uccisione da parte delle forze d’occupazione israeliane della rispettata giornalista palestinese Shireen Abu Aqleh, quando è arrivata mercoledì scorso, indossando un giubbotto con la scritta “PRESS” chiaramente contrassegnata, per coprire un’incursione israeliana nella città occupata di Jenin. L’attacco delle forze israeliane pesantemente armate contro i palestinesi in lutto ci ha ulteriormente costernato e inorridito”.

Era un riferimento alle scene scioccanti del funerale di Abu Aqleh, quando i soldati “hanno picchiato e preso a calci coloro che erano in lutto e che trasportavano la bara” nell’area esterna dell’ospedale St. Joseph nella Gerusalemme Est occupata, per impedire loro di trasportare la bara e di muoversi verso la chiesa per il servizio funebre. “Cosa dobbiamo pensare della sfacciataggine e della crudeltà di questo attacco alla dignità umana?”

Gli artisti hanno descritto gli eventi come “una grave violazione del diritto umanitario internazionale ed un attacco al giornalismo e alla libertà d’espressione”.

Le forze israeliane hanno ucciso 45 giornalisti dal 2000 e ne hanno feriti molti di più, semplicemente perché svolgevano il loro lavoro, hanno sottolineato. “Questi crimini fanno parte di un modello di violenza, molestie e intimidazioni contro i giornalisti palestinesi che stanno facendo luce su ciò che Amnesty International, Human Rights Watch e la principale organizzazione israeliana per i diritti umani, B’Tselem, hanno descritto come un sistema d’Apartheid imposto al popolo palestinese”.

Commentando la complicità dei governi occidentali nel mantenimento del sistema d’Apartheid israeliano, hanno affermato: “Quando le politiche israeliane violano palesemente le leggi e le norme internazionali, è perché le potenze occidentali hanno costantemente fornito copertura diplomatica. Non è passato inosservato che, mentre i nostri governi si sono affrettati nell’imporre boicottaggi generali e sanzioni in risposta all’invasione illegale dell’Ucraina da parte della Russia e alla crudeltà dei suoi attacchi contro una popolazione civile, gli stessi governi continuano a finanziare e proteggere l’occupazione decennale di Israele e le gravi violazioni dei diritti umani contro i palestinesi”.

La dichiarazione si conclude con una richiesta ai leader occidentali di porre fine ai loro doppi standard. “Chiediamo ai nostri governi di porre fine alla loro ipocrisia e di agire con coerenza nell’applicazione del diritto internazionale e dei diritti umani. Li invitiamo ad adottare misure significative per garantire delle responsabilità per l’uccisione di Shireen Abu Akleh e di tutti gli altri civili palestinesi […]”.

Tel Aviv – The Palestine Chronicle. La coalizione di governo israeliana è diventata una minoranza in parlamento, giovedì, quando la parlamentare Ghaida Rinawie Zoabi ha ritirato il suo sostegno al governo, mettendo così in discussione il potere del primo ministro Naftali Bennett, secondo quanto riferito dal The New Arab.

Rinawie Zoabi, cittadina palestinese di Israele del partito di sinistra Meretz, ha annunciato le sue dimissioni in una lettera diffusa sui media israeliani per questioni “ideologiche”.

MK Ghaida Rinawie Zoabi (Meretz) Just announced that she's resigning from the coalition, this means that the opposition now holds the majority in the Knesset 61-59 pic.twitter.com/9AkDhsfpXs

— Politics of Israel (@politicsIsrael_) May 19, 2022

Rinawie Zoabi ha citato l’uccisione della giornalista palestinese Shireen Abu Aqleh e la violenza israeliana alla moschea di al-Aqsa all’inizio di quest’anno come fattori nella sua decisione di dimettersi.

Ha anche criticato la decisione del governo di coalizione di assumere “posizioni belligeranti, intransigenti e di destra”a seguito dell’uccisione di Abu Aqleh e degli altri atti di violenza contro i palestinesi.

Ha detto di essersi unita alla coalizione – che comprende partiti israeliani d’estrema destra ed un gruppo islamista palestinese – nella speranza di “un nuovo percorso di uguaglianza e rispetto”.

Le sue dimissioni lasciano a Bennett il controllo di 59 dei 120 seggi nel parlamento israeliano, creando così questioni sulla sua governabilità.

Mosca – MEMO. L’assassinio della giornalista palestinese di Al-Jazeera, Shireen Abu Aqleh, è ​​”un disastro che ha scioccato il mondo”, ha affermato la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, aggiungendo che solo poche persone hanno ricevuto la notizia della sua morte “senza esserne profondamente colpite”.

“La giornalista palestinese è stata uccisa mentre esercitava il suo dovere giornalistico, mentre copriva l’invasione da parte delle forze israeliane del campo profughi di Jenin”, ha detto Zakharova, aggiungendo che il ministro degli Esteri Sergey Lavrov ha espresso le sue condoglianze al ministro palestinese degli Affari civili e membro del Comitato centrale di Fatah, Hussein al-Sheikh, dopo averlo ricevuto a Mosca.

Zakharova ha aggiunto che Lavrov ha sottolineato il sostegno della Russia alla richiesta della leadership palestinese di un’indagine completa e obiettiva sull’omicidio di Abu Akleh.

Commentando l’attacco delle forze d’occupazione israeliane al corteo funebre della giornalista, la portavoce della Russia ha detto: “Voglio dirvi che non ho mai visto niente di simile in vita mia. E voglio sottolineare che l’assenza di un accordo israelo-palestinese e l’ostruzione del processo di negoziazione si trasforma in scontri sempre più intensi, ogni volta che civili innocenti, comprese donne e bambini, sono vittime”.

“Il verificarsi di queste tragedie avrebbe potuto essere evitato, raggiungendo risultati reciprocamente accettabili sulle questioni dello status definitivo, basato sulle risoluzioni internazionali e sul diritto internazionale per una soluzione in Medio Oriente, che prevede l’istituzione di uno Stato palestinese indipendente, e questo è stato ripetutamente confermato dalla Russia”, ha aggiunto.

Le relazioni tra Russia e Israele si sono inasprite, negli ultimi mesi, in seguito all’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca. Ad aprile, la Russia ha convocato l’ambasciatore israeliano a Mosca, Alexander Ben Zvi, per rimproverarlo dopo che Israele ha sostenuto la sospensione di Mosca dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, a seguito dell’invasione dell’Ucraina.

Giorni dopo, il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz, ha annunciato che Israele avrebbe fornito all’Ucraina caschi e giubbotti antiproiettile.

Da allora, Mosca ha condannato “l’occupazione illegale di Israele e l’annessione dei territori palestinesi”.

Ramallah – MEMO. Alcuni membri di Fatah hanno rassegnato le dimissioni dopo la schiacciante sconfitta del partito alle elezioni del consiglio studentesco dell’Università di Birzeit, questa settimana.

Il Blocco islamico, corpo studentesco di Hamas, ha ottenuto una schiacciante vittoria nel Consiglio studentesco dell’Università di Birzeit, nel nord della città occupata di Ramallah, in Cisgiordania.

In risposta, il segretario di Fatah a Ramallah e al-Bireh, Muwaffaq Sahweil, così come i membri dei suoi comitati organizzatori, si sono dimessi.

I media locali hanno riferito che Sahweil ha pubblicato una lettera su uno dei gruppi chiusi del movimento su Facebook dicendo: “Ho presentato le mie dimissioni […] perché mi assumo la piena responsabilità [per la sconfitta] e invito il movimento a formare un comitato investigativo, perché ho molto da dire”.

Ha aggiunto che “il movimento è stato riempito di intrusi e mercenari”, aggiungendo che “quadri del movimento e alti ufficiali dell’establishment della sicurezza, nonché alti funzionari dell’Autorità palestinese, i loro figli e le loro figlie lavorano come quadri nel Blocco islamico”.

“Sto aspettando di essere chiamato a comparire davanti a una commissione investigativa, e questa è una decisione definitiva e irreversibile”, ha aggiunto.

Una lettera indirizzata ai membri del Comitato distrettuale di Ramallah e al-Bireh ha anche rivelato le dimissioni del segretario e dei membri del Comitato distrettuale di Umm al-Sharayet.

La lettera, datata mercoledì, diceva: “Presentiamo le nostre dimissioni dalla partecipazione al Comitato regionale alla luce dei risultati disastrosi delle elezioni del Consiglio studentesco dell’Università di Birzeit […] Rimarremo fedeli soldati del movimento Fatah finché vivremo”.

Il blocco sostenuto da Hamas ha ottenuto 28 seggi con 5.060 voti, mentre il blocco sostenuto da Fatah, del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas, ha ottenuto solo 18 seggi, con 3.379 voti.

L’università ha affermato che l’affluenza alle urne è stata del 78,1%.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Gerusalemme/al-Quds-PIC. Fonti militari israeliane hanno affermato che un automobilista palestinese ha tentato di schiantarsi contro agenti di polizia israeliani mentre attraversava di corsa il checkpoint di Hizma, nei pressi della Gerusalemme occupata, all’alba di venerdì.

I militari israeliani hanno sparato all’auto del palestinese e hanno arrestato altri quattro sospetti, hanno aggiunto le fonti.

L’autista, però, è riuscito a scappare, ha affermato la polizia israeliana in un comunicato.

Nessuna vittima è stata segnalata nel presunto attacco.

MEMO e PIC. La polizia militare non aprirà un’indagine contro le forze di difesa israeliane (IOF) sull’uccisione della giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Aqleh, 51 anni, avvenuta a Jenin la scorsa settimana, nonostante sia stata colpita alla testa da un cecchino dell’esercito, ha riferito Haaretz. La divisione investigativa criminale della polizia militare ritiene che un’indagine che tratti i soldati israeliani come sospetti porterà all’opposizione all’interno della società israeliana.

In risposta, la famiglia di Abu Aqleh ha affermato di aver previsto tutto ciò e ha ribadito la richiesta di un’indagine trasparente sulla sparatoria. “Ci aspettavamo questo dagli israeliani. Ecco perché non volevamo che partecipassero alle indagini”, ha detto la famiglia ad Al Jazeera. “Vogliamo sia ritenuto responsabile chiunque abbia eseguito questi atti. Esortiamo gli Stati Uniti in particolare – poiché era cittadina statunitense – e la comunità internazionale ad aprire un’indagine giusta e trasparente e porre fine alle uccisioni”.

La famiglia è stata rassicurata dal governo degli Stati Uniti che l’omicidio di Abu Aqleh sarebbe stato indagato.

Secondo Haaretz, non c’è “alcun sospetto” che la sparatoria sia stata un atto criminale. Interrogati, i soldati hanno affermato di ritenere di aver sparato contro un combattente palestinese, nonostante testimoni e giornalisti di Al Jazeera abbiano riferito che non ci sono state sparatorie nelle vicinanze di Abu Aqleh. La giornalista indossava anche un giubbotto antiproiettile contrassegnato chiaramente come “PRESS” e un casco quando è stata assassinata, l’11 maggio, mentre stava seguendo l’assalto dell’esercito di occupazione al campo profughi di Jenin.

Gerusalemme/al-Quds-PIC. Giovedì, l’autorità di occupazione israeliana (IOA) ha rilasciato cinque giovani gerosolimitani e ha ordinato loro di metterli agli arresti domiciliari fino a lunedì prossimo, secondo la Commissione palestinese per gli affari dei detenuti e degli ex detenuti.

I cinque giovani sono Ayman Bazyan, Ibrahim Makhtoub, Amjad Bazyan, Asbeer as-Saqqa e Wisam Adkidik.

La polizia di occupazione israeliana ha arrestato i giovani lunedì scorso, dopo averli aggrediti durante la loro partecipazione al funerale di Walid ash-Sharif.

Tel Aviv – MEMO. Un recente sondaggio condotto dal gruppo di ricerca Israeli Congress, che studia la società israeliana, ha rilevato che la sfiducia e l’ostilità tra arabi ed ebrei in Israele sono in aumento, secondo quanto riferito dal Jerusalem Post.

Il sondaggio è stato condotto nel primo anniversario dell’offensiva militare israeliana sulla Striscia di Gaza, che ha ucciso più di 260 palestinesi, tra cui 41 donne, 60 bambini e 16 anziani. È emerso che il 49% degli ebrei e il 43% degli arabi non crede di poter vivere insieme in città miste.

La sfiducia tra le popolazioni si riflette nelle attività quotidiane, secondo il sondaggio, poiché il 34% degli ebrei e il 55% degli arabi hanno testimoniato di aver cambiato il proprio stile di vita in qualche modo dopo gli scontri nelle città miste durante l’offensiva israeliana su Gaza.

Circa il 40 per cento degli arabi prova l’ostilità degli ebrei israeliani nei trasporti pubblici, nei luoghi di intrattenimento e durante gli acquisti, nonché negli uffici governativi. Circa il 38% ha paura di esprimere le proprie opinioni in pubblico, mentre il 48% prova la stessa riluttanza sul posto di lavoro.

“Gli eventi del maggio 2021 hanno lasciato una profonda impronta nel pubblico arabo ed ebraico e hanno aumentato ancora di più i timori e l’ostilità tra le popolazioni nelle città coinvolte”, ha affermato il direttore generale del Congresso israeliano, Gilad Weiner.

Nuova Delhi – MEMO. Circa 140 giornalisti indiani di spicco hanno inviato una lettera congiunta al primo ministro israeliano Naftali Bennett, in cui condannano l’attacco dell’esercito israeliano alla giornalista di Al-Jazeera Shireen Abu Aqleh.

Il dottor Abdel Razeq Abu Jazar, consigliere per i media presso l’Ambasciata di Palestina in India, ha affermato che i giornalisti hanno sottolineato che prendere di mira Abu Aqleh è il prodotto di un “ambiente deliberato basato sull’impunità”, aggiungendo che le forze israeliane fanno pagare ai giornalisti che lavorano in modo indipendente il prezzo per i loro report.

I giornalisti hanno inviato la loro lettera al primo ministro israeliano tramite l’ambasciatore israeliano a Nuova Delhi, Naor Gilon.

Hanno chiesto a Bennett di condannare la presa di mira di Abu Aqleh e di aprire un’indagine trasparente da parte di un’autorità indipendente per assicurarle giustizia e fermare altri attacchi di questo tipo.

“Noi giornalisti indiani scriviamo per esprimere la nostra ferma condanna per l’omicidio della giornalista di Al-Jazeera Shireen Abu Aqleh, che è stata colpita in faccia mentre copriva un raid dei soldati israeliani a Jenin”, hanno detto i giornalisti, aggiungendo che l’orribile omicidio conferma ancora una volta l’incapacità del “vostro governo di accettare una stampa indipendente che dica la verità, anche se Abu Aqleh era nota per i suoi report indipendenti”.

“Siamo anche sorpresi dal fatto che, nonostante la condanna globale, la polizia israeliana abbia cercato di fermare il suo corteo funebre e abbia fatto ricorso alla violenza mentre i palestinesi cercavano di trasportare la sua bara”.

Israele ha assassinato la giornalista di Al-Jazeera Shireen Abu Aqleh l’11 maggio, mentre stava coprendo l’assalto dell’esercito d’occupazione al campo profughi di Jenin. La 51enne indossava un giubbotto antiproiettile che mostrava chiaramente la parola “Stampa” e indossava un casco, ma è stata comunque colpita alla testa da un cecchino israeliano. Anche i suoi colleghi sono stati colpiti mentre cercavano di salvarla.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Gerusalemme/al-Quds – MEMO. Di Yousef Jamal Al-Rantisi. In relazione alla morte della giornalista palestinese Shireen Abu Aqleh, sono state esaminate e analizzate le seguenti prove:

  • Immagini disponibili della scena del crimine
  • Il rapporto dell’autopsia della vittima che è stato rilasciato dai medici legali palestinesi
  • Rapporti di testimoni, anche da parte del personale medico curante
  • Posizione dei combattenti della resistenza al momento dell’uccisione
  • Tutte le possibilità e gli angoli della sparatoria della giornalista Shireen Abu Aqleh.

Rapporto dell’autopsia.

I risultati del rapporto iniziale di medicina legale indicano che la causa diretta della morte è stato un danno cerebrale causato da un proiettile ad alta velocità. Il proiettile è penetrato nella cavità cranica, provocando una ferita d’ingresso, e poi è uscito causando un’altra ferita. Il proiettile ha colpito la parte interna dell’elmetto protettivo, rimbalzando e conficcandosi nei tessuti danneggiati all’interno del cranio.

Il proiettile è stato estratto e inviato al laboratorio forense per un’analisi dettagliata e una relazione tecnica.

Scena del crimine.

Analizzando le fotografie disponibili della scena del crimine, si è scoperto che la traiettoria del proiettile che ha ucciso la giornalista Shireen Abu Aqleh può aver avuto origine solo dal punto in cui si erano posizionate le forze israeliane che hanno fatto irruzione a Jenin.

Il proiettile potrebbe essere stato sparato da combattenti della resistenza?

Dopo aver analizzato la posizione in cui si trovavano i combattenti della resistenza e dove è avvenuto il crimine, è stato riscontrato:

  • che è impossibile che i proiettili dei combattenti della resistenza abbiano raggiunto il luogo in cui si trovava Shireen,
  • la traiettoria e l’angolo del proiettile mostrano che non può aver avuto origine da dove si trovavano i combattenti della resistenza,
  • la presenza di barriere fisse ed alte impedisce una visuale chiara e diretta da dove si trovavano i combattenti della resistenza,
  • gli edifici di cemento tra la resistenza palestinese e il luogo in cui Shireen Abu Aqleh è stata uccisa rendono impossibile la penetrazione di un proiettile attraverso le loro pareti, per poi continuare ed uccidere la vittima,
  • non c’erano altre persone nell’area – che era effettivamente sotto il controllo militare israeliano – che avrebbero potuto sparare il colpo mortale.

L’effettiva portata letale delle armi che utilizzano munizioni calibro 5,56 mm è di circa 400 metri. Dall’analisi della natura e della gravità della ferita della vittima, risulta chiaro che il proiettile è stato sparato direttamente da distanza media, e ciò è coerente con la distanza tra la vittima e le forze israeliane che hanno assaltato il campo di Jenin, una distanza di 150 metri.

Intento criminale.

Dall’analisi del luogo del delitto e della natura e luogo del colpo mortale, si conclude che il delitto è stato commesso intenzionalmente:

  • il sito della lesione nel corpo della vittima è tra la giacca protettiva ed il casco, appena sotto l’orecchio, una posizione sensibile e vulnerabile nota solo a un cecchino esperto
  • Le forze israeliane hanno continuato a sparare a chiunque cercasse di salvarla
  • Il personale dell’ambulanza ha segnalato la presenza di segni di spari sull’albero vicino al luogo in cui è stata uccisa la vittima, all’altezza del torace/della testa.

L’analisi delle immagini ricevute dalla scena del crimine e delle rispettive posizioni della vittima, delle forze israeliane e dei combattenti della resistenza palestinese, la traiettoria del proiettile rivelata dal rapporto dell’autopsia e dalla scena del crimine, e lo stesso rapporto dell’autopsia, rivelano che:

  • la giornalista Shireen Abu Aqleh è stata esposta ad un singolo proiettile che è penetrato nella testa e, dopo essere uscito dal lato opposto del cranio, è rientrato nella testa perché ha colpito lo strato interno dell’elmetto.
  • La sparatoria non è stata casuale, ma piuttosto mirata e precisa, e ciò è confermato dalla convergenza di fori nel tronco d’albero che si trovava accanto al corpo della vittima, Shireen Abu Aqleh.
  • L’autore dell’uccisione della giornalista Shireen Abu Aqleh è senza dubbio l’esercito israeliano, data la traiettoria del proiettile, le rispettive posizioni della vittima, dei soldati israeliani e della resistenza palestinese, nonché l’impossibilità che la vittima sia stata colpita da qualsiasi altra parte in uno spazio controllato dall’occupazione israeliana.

Il rapporto raccomanda quanto segue:

  1. il proiettile estratto dal corpo della vittima deve essere esaminato e confrontato con le armi coinvolte in questo reato.
  2. L’identità del tiratore deve essere accertata.
  3. Questa procedura richiede una commissione d’inchiesta internazionale con il potere di costringere l’occupazione israeliana a consegnare le armi trasportate dai suoi soldati il ​​giorno del crimine a Jenin.

Ramallah – MEMO, PIC e Quds Press. Il Blocco islamico, corpo studentesco di Hamas, ha ottenuto mercoledì una schiacciante vittoria nel Consiglio studentesco dell’Università di Birzeit, nel nord della città occupata di Ramallah, in Cisgiordania.

Secondo un comunicato dell’università, il Blocco islamico ha ottenuto 5.068 voti contro i 3.379 del blocco Yasser Arafat, affiliato a Fatah.

Il Blocco islamico ha ottenuto 28 seggi dei 51 nel consiglio studentesco, mentre il blocco Yasser Arafat ha ottenuto 18 seggi, nonostante le severe restrizioni imposte dall’Autorità palestinese ai membri e agli attivisti del Blocco islamico.

Birzeit era una roccaforte di Fatah. Nelle ultime elezioni del 2019, entrambi i partiti hanno ottenuto 23 seggi.

Il vice-capo dell’Ufficio politico di Hamas, Saleh al-Arouri, ha dichiarato: “Il raggiungimento delle elezioni democratiche alle elezioni dell’Università di Birzeit dimostra la nostra capacità, nonostante le differenze, di ottenere elezioni trasparenti che riflettano la volontà del nostro popolo palestinese”.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Cisgiordania occupata – MEMO. Mercoledì, le forze d’occupazione israeliane hanno demolito un’altra casa palestinese e confiscato appezzamenti di terreno agricolo nella Cisgiordania occupata, secondo quanto riferito dall’agenzia stampa Safa.

Fonti locali hanno riferito che gli israeliani hanno demolito la casa di Mohammed Awwad vicino al Muro dell’Apartheid, nella cittadina di Deir Salah, ad est di Betlemme. La demolizione è stata eseguita con il pretesto che la casa era stata costruita senza licenza. Le richieste di permessi palestinesi per costruire o ampliare le loro case sono raramente approvate dalle autorità d’occupazione.

Nel frattempo, gli israeliani hanno usato bulldozer per livellare i terreni agricoli di proprietà palestinese, prima di confiscarli. Le autorità d’occupazione hanno affermato che si tratta di “terra demaniale”.

Secondo il coordinatore del Comitato per la protezione e la resilienza nelle colline meridionali di Hebron/al-Khalil, gli israeliani hanno anche smantellato una tenda di proprietà di Mahmoud Badawi, a Jorat al-Kammoun, nella cittadina di Bireen, a sud di Hebron. Allo stesso tempo, i palestinesi hanno demolito una stanza costruita da ebrei su un terreno privato palestinese, vicino alla colonia di Karmi Tsour, a nord della città.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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