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PIC. La prigioniera al nono mese di gravidanza, Anhar ad-Deek, di Ramallah, ha inviato un messaggio doloroso e straziante dall’interno del carcere israeliano di Damon.

In una lettera pubblicata dalla sua famiglia, la prigioniera ad-Deek ha espresso la paura di dare alla luce il suo bambino all’interno di una prigione israeliana e il suo grande dolore per le sue attuali condizioni.

“Mi manca inimmaginabilmente Julia (sua figlia di un anno). Il mio cuore soffre per lei e muoio dalla voglia di abbracciarla e tenerla stretta. Il dolore nel mio cuore non può essere scritto in queste righe.

“Cosa posso fare quando partorisco mentre sono lontano da te e partorisco il mio bambino mentre le mie mani sono incatenate? Sai come potrebbe essere un parto cesareo fuori, quindi puoi immaginare com’è in prigione mentre sono ammanettata e sola.

“Oh, mio ​​Signore, anelo alla tua misericordia. Sono molto stanca e ho forti dolori al bacino e alle gambe a causa del sonno su un materasso rigido. Non so come ci dormirò sopra dopo l’operazione.

“E come posso muovere i primi passi dopo l’operazione con la guardia carceraria che mi tiene la mano disgustata? Mi rimanderanno alla cella di isolamento insieme a mio figlio. Non so come potrò prendermi cura di lui e proteggerlo dalle loro voci spaventose”.

Lo scorso marzo, le forze di occupazione israeliane hanno rapito Anhar ad-Deek, ai primi mesi di gravidanza, con l’accusa di aver attaccato coloni ebrei.

Tel Aviv – Palestine Chronicle. Il primo ministro israeliano Naftali Bennett farà aumentare le colonie e la sua coalizione non faciliterà la creazione di uno stato palestinese, secondo quanto affermato dal capo di Yamina in un’intervista.

Ciò precede un incontro importante di questo giovedì con il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, parte della prima visita di stato di Bennett come primo ministro, iniziata martedì negli Stati Uniti.

Ha anche affermato che l’assedio contro Gaza continuerà mentre Hamas, che è al potere, mantiene armi e lancia razzi contro lo stato ebraico, secondo quanto riportato dal New York Times.

"President Biden must realize that Israeli settlements are not the main obstacles to peace – Palestinian rejectionism, terrorism and dictatorship are."@GilTroy https://t.co/DUaVJkXuFY

— The Jerusalem Post (@Jerusalem_Post) August 24, 2021

“Questo governo non annetterà né formerà uno stato palestinese, lo sanno tutti”, ha detto Bennett.

Ha affermato che non ci saranno discussioni sulla fine del conflitto israelo-palestinese decennale. Anche sulla questione dell’indipendenza della Palestina il primo ministro israeliano é contrario.

A riguardo delle colonie, Bennett, che era una figura importante in merito, ha spiegato che Tel Aviv deve continuare a far crescere le colonie in Cisgiordania che sono già state create.

Bennett: No peace with Palestinians, siege on Gaza to continue https://t.co/6iPuFVC7Zj

— Joe Catron (@jncatron) August 25, 2021

Sulla questione di Gerusalemme ha affermato: “Gerusalemme è la capitale di Israele. Non è la capitale di altre nazioni”, nonostante le Nazioni Unite riconoscano Gerusalemme Est come terra palestinese sotto l’occupazione israeliana.

Riguardo alla Striscia di Gaza, Bennett ha dichiarato al New York Times che, se fosse necessario, sarebbe pronto ad entrare in un altro conflitto armato contro Hamas.

Hebron/al-Khalil – PIC. L’esercito d’occupazione israeliano, mercoledì, ha effettuato una campagna di demolizione su larga scala contro le proprietà palestinesi in diverse aree della Cisgiordania, come parte dei suoi tentativi quotidiani di annettere ulteriori terre palestinesi per i suoi progetti di espansione delle colonie.

A Hebron, fonti locali hanno riferito che l’esercito israeliano ha demolito le fondamenta di una moschea, una struttura sanitaria ed un pozzo d’acqua nella zona di Zaatout, ad est di Yatta.

Le forze israeliane hanno anche invaso Khilat al-Furn, e hanno demolito con un bulldozer diverse aree di un terreno piantate con alberi da frutto, vicino al villaggio di Birin, nel sud di Hebron. La proprietà appartiene alla famiglia Ghoneim.

Hanno anche demolito aree di terreno appartenenti alla famiglia di Abu Hadeed, nella vicina area di Khilat Naser Addin.

La scorsa settimana, l’esercito israeliano ha demolito strutture, pozzi d’acqua e muri di contenimento nelle stesse aree di Hebron.

Nel frattempo, l’esercito israeliano ha demolito una casa palestinese nel villaggio di al-Walaja, a nord-ovest di Betlemme. Apparteneva ad un residente locale chiamato Ahmed Abu Atteen.

Le forze israeliane hanno anche invaso il villaggio di Kisan, ad est di Betlemme, e hanno spianato un tratto di terra appartenente alla famiglia di Abiyat, per costruire una strada e realizzare un progetto infrastrutturale per gli israeliani che vivono nella colonia di Ibei Hanahal.

A Gerusalemme Est, l’autorità d’occupazione israeliana ha demolito una casa in costruzione appartenente a Muhand al-Zaghal, nel quartiere di Ras al-Amud.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Gaza – Palestine Chronicle e Al Maydan News. Le autorità egiziane hanno fatto pressioni su Hamas per annullare le manifestazioni programmate presso il confine che separa Israele dalla Striscia di Gaza.

Secondo quanto riferito da fonti locali, la chiusura del valico di Rafah, entrata in vigore lunedì, è un tentativo per fare pressione su Hamas e gli egiziani starebbero pensando di aumentare le sanzioni sulla Striscia di Gaza se le manifestazioni dovessero continuare.

Tweet.

Lunedì, le autorità egiziane hanno comunicato al ministero degli Interni di Gaza che il Valico di Rafah sarà chiuso fino a nuovo avviso, senza fornire motivazioni.

La TV israeliana Channel 13 ha riferito che l’Egitto ha effettuato contatti intensi con il capo di Hamas, Ismail Haniyah, per prevenire una possibile escalation a Gaza che potrebbe essere innescata dalle manifestazioni in programma organizzate per chiedere la fine dell’embargo di 14 anni.

Secondo l’emittente pubblica israeliana Kan l’Egitto ha detto a Hamas che Israele avrebbe impedito ai manifestanti palestinesi di avvicinarsi alla recinzione orientale a qualsiasi costo, anche se ciò dovesse causare la morte di molti palestinesi.

Proteste simili scoppiarono a marzo del 2018 e furono sospese alla fine del 2019. Circa 214 palestinesi, tra cui 46 bambini, vennero uccisi in quelle manifestazioni, ed oltre 36.100, tra cui quasi 8.800 minorenni, rimasero feriti, secondo i dati delle Nazioni Unite. Uno su cinque dei feriti (oltre 8 mila) fu colpito con munizioni letali. Nello stesso periodo, venne ucciso un soldato israeliano ed altri sette rimasero feriti.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

MEMO e PIC. I cosiddetti “gruppi del Monte del Tempio” hanno affermato che negli ultimi tre mesi c’è stato un aumento del 60 per cento del numero di visite israeliane nel complesso della moschea di Al-Aqsa, secondo quanto riportato dal Channel 7 israeliano.

PIC ha riportato quanto diffuso dalla stazione televisiva israeliana, secondo la quale 9.804 ebrei israeliani hanno visitato (invaso) al-Aqsa negli ultimi tre mesi, rispetto ai 6.133 dello stesso periodo dell’anno scorso.

Decine di israeliani invadono ogni giorno i cortili della moschea di Al-Aqsa entrando dalla porta al-Mughrabi, sotto la protezione della polizia di occupazione, fanno visite provocatorie e recitano preghiere.

Al-Aqsa rappresenta il terzo sito più sacro al mondo per i musulmani, mentre gli ebrei si riferiscono all’area come il “Monte del Tempio”.

Gaza-MEMO, PIC e Quds Press. L’esercito israeliano ha inviato rinforzi per sostenere le sue truppe lungo la barriera che separa dalla Striscia di Gaza assediata, mentre i palestinesi organizzano proteste pacifiche chiedendo la fine dell’assedio israeliano che dura da 15 anni.

A seguito della valutazione militare della situazione della sicurezza, l’esercito israeliano ha affermato in una nota, riportata dai media locali, che sarebbero state inviate più truppe per scoraggiare i “terroristi”.

Yedioth Ahronoth ha riferito che l’esercito israeliano ha aumentato i propri livelli di preparazione in previsione del lancio di razzi dal territorio palestinese.

“Negli ultimi giorni, le truppe si sono preparate in maniera massiccia, mentre venivano approvati piani specifici, venivano eseguite esercitazioni in diversi punti e si tenevano revisioni sul campo. Le truppe dell’IDF [esercito] agiranno in modo aggressivo contro i tentativi di terrorismo lungo il confine”, si legge nella nota.

Il Times of Israel ha riportato che le modifiche sono state approvate martedì dal capo del comando meridionale dell’esercito israeliano, il maggiore generale Eliezer Toledano, a seguito di una valutazione della situazione.

Sabato, l’esercito israeliano ha ferito 41 manifestanti pacifici vicino alla barriera di separazione tra Gaza e Israele. Durante la protesta, un agente di sicurezza palestinese ha sparato e ferito un cecchino israeliano.


Di Lorenzo Poli per InfoPal. Un tema di cui bisognerebbe parlare e di cui bisognerebbe iniziare lunghi approfondimenti e dibattiti è quello sul femminismo de-coloniale intersezionale, libero dall’esclusivo sguardo occidentale e di come sia un vero e proprio atto di liberazione per le donne in tutto il mondo in termini di diritti sociali, civili, politici, ma anche culturali e religiosi. Un tema di cui si sente poco dibattere, forse perché mette in discussione alcuni fondamenti che noi riteniamo inossidabili. Di questo mi sono accorto leggendo la pur sempre molto interessante intervista su Left a Giuliana Sgrena, giornalista storica de Il Manifesto con una lunghissima esperienza in Medioriente tra Afghanistan e Iraq, dove è stata anche rapita.

In questa intervista ( https://left.it/2016/05/10/giuliana-sgrena-ecco-perche-le-tre-religioni-monoteiste-odiano-le-donne/) Giuliana Sgrena, presentando i contenuti del suo nuovo libro “Dio odia le donne”, edito da Il Saggiatore, parla di come i monoteismi (ebraismo, islam e cristianesimo), abbiano sempre avuto un rapporto dicotomico con le donne e come tutte abbiano perpetrato una forte oppressione di genere, cercando di tracciarne l’origine dai rispettivi testi sacri. 
Leggendo l’intervista si ha come l’impressione di leggere una cosa detta, ridetta e stradetta, ma soprattutto vecchia e che, nonostante l’autrice analizzi dei nodi interessanti riguardanti la struttura di potere gerarchica e patriarcale delle religioni, proponga una teoria molto vecchia e che cancelli il ruolo delle donne all’interno delle religioni, soprattutto se parliamo di donne femministe islamiche e di donne femministe cattoliche e i loro cammini di “de-patriarcalizzazione” che molto interessanti. 

Donne che stanno portando avanti un lavoro de-coloniale meraviglioso anche nell’ermeneutica e nell’esegesi biblica e coranica sottolineando come le religioni non siano patriarcali, ma come il patriarcato, e quindi la preesistente cultura patriarcale, abbia influenzato l’interpretazione delle sacre scritture. 
Quindi, a mio avviso, dire nel 2021 che “Dio odia le donne” è riduttivo in quanto ci si pone ancora in un ottica di critica alle religioni come opprimenti le donne e non in un ottica di critica de-coloniale e de-patriarcale dello sguardo e delle cultura che ha influenzato la struttura gerarchica delle religioni. 
Un’analisi, quella di Giuliana Sgrena, che non dà parola alle teologhe femministe cattoliche (come Cristina Simonelli, Marinella Peroni, Selene Zorzi, Serena Noceto) o ad altre protestanti (come Letizia Tomassone). O addirittura alle teologhe femministe islamiche e al femminismo islamico che stanno portando avanti i cosiddetti processi di de-patriarcalizzazione, che consistono nel rivedere integralmente le religioni dal punto di vista femminile e non solo, con grande attenzione alle minoranze ripartendo dall’esegesi e da una nuova ermeneutica coranica di stampo femminista. 
Le sue giustificazioni andavano bene negli anni Settanta-Ottanta, durante i quali si doveva ancora costruire la consapevolezza anti-patriarcale. Quindi una critica di quel tipo serviva, ma oggi è completamente fuori contesto, in un momento storico in cui ci sono i cammini di de-patriarcalizzazione all’interno delle religioni stesse che, per quanto si distacchino o siano visti di malocchio all’interno delle religioni stesse, esistono e si fanno sentire. Nel 2021 non si può fare un’intervista in cui l’analisi è giusta ma parziale e non va a fondo della questione, riducendo la questione femminile e dell’oppressione di genere ad una partita tra religioni “vecchie obsolete e patriarcali” e le femministe laiche, liberali, bianche e occidentali, cancellando il ruolo di quelle che la lettura maschilista e patriarcale la stanno de-costruendo pezzo per pezzo. 
Vedere ancora oggi l’Islam come un blocco unico fatto di misoginia, patriarcato e violenza di genere è riduttivo e non-accettabile in un’ottica de-coloniale e anti-patriarcale, altrimenti come lo mettiamo in discussione il patriarcato?Le religioni non sono patriarcali, ma sono state influenzate dalle culture patriarcali pre-esistenti, si sono consolidate nelle culture patriarcali in cui hanno poi preso piede. Le culture patriarcali pre-esistenti hanno forgiato l’organizzazione del potere gerarchica delle religione dove il maschio era l’unico ereditario del potere. 
La filosofia delle religioni e la loro morale non ha nulla a che spartire con il patriarcato. Al massimo è il patriarcato che le ha influenzate, spesso trasformando la morale in moralismo. L’oppressione delle donne nelle religioni c’entra con un’interpretazione ermeneutica e con un’esegesi e una lettura dei testi coranico e biblico prettamente maschile che non concepisce la donna come soggetto di diritto e nemmeno come soggetto autonomo in grado di prendere decisioni. L’esegesi femminista del Corano ha una lettura completamente diversa da quella tradizionale, partendo soprattutto dall’etimologia delle parole arabe e dall’approfondimento del significato di alcune parole che può avere dei risvolti teologici. Stesso nella Bibbia. Per quanto l’intervista della Sgrena possa essere interessante e puntuale su certi temi, cancella la voce delle femministe musulmane, esattamente come cancella la parola delle teologhe femministe cristiane (cattoliche e protestanti che siano) che da anni portano avanti l’idea dell’asessualità di Dio e non come “Dio Padre”. Un Dio asessuato che ama tutti e tutte indiscriminatamente e non è “forte” perché gli è stata affiliata una costruzione simbolica legata alle caratteristiche di quel modello virile”. Dall’intervista sembra di percepire nel sotto-testo che vi sia una contrapposizione dicotomica tra Islam e donne musulmane, le quali devono essere difese dalle donne laiche, bianche occidentali con tono salvifico. Quando in realtà, uno dei più bei regali che si potrebbe fare alle donne musulmane sarebbe  parlare di loro e non per loro o, in modo sostitutivo, al posto loro.
Ciò che è criticabile non è quel che dice, ma l’impostazione politica che dà al discorso un po’ connivente alla stessa logica giustificatrice che portò gli americani a legittimare la guerre in Afghanistan con “la difesa dei diritti delle donne”, lo stesso giochetto in cui la stessa Sgrena era caduta nel 2008, quando pubblicò il suo libro “Il prezzo del velo. La guerra dell’Islam contro le donne” che contribuì a diffondere l’idea, nella sinistra, che l’Islam equivalga ad oppressione di genere e misoginia, ma che soprattutto dovessero essere le femministe bianche a “salvare” le donne musulmane dal velo islamico. 

Per quanto il buon intento sia di solidarizzare contro l’oppressione, allo stesso tempo si cancella la voce delle donne di fede, delle femministe islamiche che, all’interno dell’Islam stanno portando avanti una lettura ermeneutica e un’esegesi completamente diversa. Il solo fatto di dire che le tre fedi monoteiste odiano le donne e ne impostino una  “subalternità ab origine”, in quanto la donna, per le fonti sacre, “non essendo fatta a immagine di Dio ma dell’uomo” è inferiore per nascita, vuol dire far un torto alle teologhe femministe che questa narrazione la combattono non per criminalizzare il loro credo, ma per liberarsi ed affermando una volta per tutte che è questa lettura patriarcale dei testi sacri ad averle relegate in ruoli, stereotipi e modelli di genere.
In realtà le femministe musulmane vorrebbero la solidarietà internazionalista e non che le donne occidentali si permettano di dare loro lezioni sulla loro religione o addirittura dare loro delle lezioni per come “salvarsi” dalla loro religione. Il femminismo bianco occidentale di stampo liberale deve ancora fare i conti con il suo passato e chiedere scusa al femminismo post-coloniale inter-sezionale e delle donne del Sud del Mondo, cioè tutta quella parte di mondo che i privilegi dell’Occidente non li ha mai visti o, addirittura, li ha pagati sulla propria pelle.

Gaza-MEMO, PIC e Quds Press. Martedì, i bambini palestinesi nella Striscia di Gaza hanno lanciato un appello per la fine del blocco israeliano che dura da 15 anni sul territorio marittimo.

Ciò è avvenuto durante una manifestazione contro il blocco organizzata dalle fazioni palestinesi davanti al valico di frontiera di Beit Hanoun-Erez nel nord della Striscia di Gaza.

Durante la protesta, i bambini hanno lanciato palloncini in cielo in segno della loro aspirazione alla libertà. Hanno anche issato la bandiera palestinese, insieme a striscioni con slogan che recitavano “Salva la nostra infanzia” e “Siamo i bambini della Palestina… siamo gli oppressi nella nostra terra”.

In un discorso pronunciato a nome dei bambini partecipanti all’evento, Ahmed Abu Askar, un bambino palestinese, ha dichiarato: “I crimini israeliani contro la Striscia di Gaza continuano, privandoci di una vita normale.

“Ci hanno bloccato, hanno assediato le nostre vite, ci hanno derubato della nostra libertà e ci hanno privato di una vita comoda e dei nostri diritti fondamentali”, ha detto.

Il bambino ha anche chiesto alle organizzazioni internazionali e per i diritti umani di “perseguire l’occupazione israeliana” e di “sostenere i bambini di Gaza che rifiutano l’ingiustizia loro imposta”.

Doha – WAFA. La missione di rappresentanza della Società per la Mezzaluna rossa del Qatar (QRCS) in Cisgiordania e Gerusalemme sta portando avanti un progetto chirurgico, con un budget totale di US$ 182.067, secondo quanto affermato in un comunicato stampa.

Nell’ambito del suo programma di convogli medici in Cisgiordania e Palestina, la QRCS sponsorizza interventi di chirurgia della labioschisi per bambini ed interventi di chirurgia urologica per pazienti con malattie renali, in collaborazione con la Mezzaluna rossa palestinese (PRCS).

Il progetto ha come obiettivo fornire assistenza medica per alleviare le sofferenze dei pazienti che necessitano di un intervento chirurgico urgente, garantire servizi medici avanzati per i bambini nati con labiopalatoschisi, sviluppare i reparti chirurgici degli ospedali della PRCS con attrezzature medico-chirurgiche, ridurre la quantità di pazienti in lista d’attesa per interventi specialistici, e risparmiando ai pazienti gli alti costi del trattamento.

Secondo il piano d’azione, gli interventi chirurgici saranno eseguiti da chirurghi locali specialisti in urologia nel caso di 50 pazienti e nella chirurgia labio-palatoschisi, nela caso di 60 bambini. Con casi che vanno da difficoltà minore a casi di difficoltà media, i beneficiari sono stati selezionati dalle liste di attesa del ministero della Salute palestinese (MOH). Il progetto è ospitato dagli ospedali della PRCS nelle città di al-Bireh e Hebron.

Finora sono stati eseguiti 28 e 31 interventi chirurgici per pazienti urologici e per labiopalatoschisi, rispettivamente. Allo stesso tempo, è stato creato un elenco delle attrezzature mediche necessarie per i reparti di chirurgia, che vengono acquistati dai fornitori già appaltati con una gara pubblica, prima dell’inizio del progetto.

Questo progetto affronta molti problemi del settore sanitario in Cisgiordania, secondo quanto affermato dal comunicato stampa, tra cui la mancanza di professionisti e forniture mediche, i numerosi ritardi o cancellazioni degli interventi chirurgici a causa della domanda eccessiva di servizi chirurgici negli ospedali del ministero della Salute palestinese, e l’elevato costo di trattamento che i pazienti non possono permettersi.

Gaza – PIC. Lunedì, le forze d’occupazione israeliane (IOF) hanno rapito un uomo d’affari palestinese mentre cercava di attraversare formalmente il valico di frontiera di Beit Hanoun (Erez), nel nord della Striscia di Gaza.

Un funzionario palestinese dei valichi e dell’autorità di frontiera ha dichiarato a Quds Press che i funzionari dell’intelligence israeliana hanno arrestato un uomo d’affari di nome Hasan ash-Sharafi, un 31enne del campo profughi di Jabalia, nel nord di Gaza, dopo che si era recato al valico per un’intervista.

La famiglia dell’uomo d’affari è stata informata della sua detenzione dalle autorità di sicurezza israeliane al valico, ha aggiunto il funzionario.

Dall’inizio dell’anno in corso, 11 passeggeri di Gaza, tra uomini d’affari e pazienti, sono stati rapiti dalle IOF al valico, mentre cercavano di ottenere i permessi di viaggio.

Invece di negare i loro permessi e rimandarli a Gaza, le IOF rapiscono molti cittadini di Gaza che hanno presentato richieste di viaggio attraverso il valico di Beit Hanoun e che poi si sono recati lì per essere intervistati e per ricevere l’approvazione finale.

Ramallah – WAFA. L’Autorità Palestinese per l’Acqua (PWA) ha dichiarato lunedì che il Governatorato di Hebron, nel sud della Cisgiordania occupata, soffre di carenza d’acqua a causa dell’interruzione dell’approvvigionamento della compagnia idrica israeliana, Mekerot. Ciò ha portato a pesanti perdite d’acqua, che hanno superato i 40 mila metri cubi.

La PWA ha affermato in una nota che, nonostante il fatto che le sue squadre si siano incontrate la scorsa settimana con la compagnia israeliana per discutere delle ripetute interruzioni nell’approvvigionamento idrico del governatorato di Hebron, e nonostante questa avesse promesso di risolvere questo problema, l’interruzione dell’approvvigionamento idrico è continuato.

La PWA ha affermato che le frequenti interruzioni nella fornitura, da parte della Mekerot, causano una notevole confusione nella distribuzione all’ingrosso dell’acqua, nonché alle autorità locali, che forniscono alle famiglie la quantità d’acqua per soddisfare i bisogni idrici.

Ha avvertito che la continua interruzione dell’acqua nelle linee che riforniscono le comunità palestinesi fa sì che la gente non abbia nemmeno accesso all’acqua potabile, in particolare in queste condizioni climatiche molto calde.

Wafa. Salem Zeidat, detenuto amministrativo palestinese in Israele in sciopero della fame da 43 giorni, ha concluso martedì il suo digiuno a seguito di un accordo che lo libererà alla fine del suo attuale periodo di detenzione, secondo quanto riportato dalla Società dei prigionieri palestinesi (PPS).

Zeidat, 40 anni, della città di Bani Naim, nel sud della Cisgiordania occupata, è tenuto in detenzione amministrativa dal 22 febbraio 2020, dopo essere stato arrestato per ingresso in Israele senza permesso.

Inizialmente era stato condannato a quattro mesi di carcere, ma dopo aver completato il periodo è trattenuto in detenzione amministrativa senza accusa né processo.

Zeidat, sposato e padre di cinque figli, aveva trascorso due anni nelle carceri israeliane per aver resistito all’occupazione. Verrà rilasciato a novembre.

Ci sono altri otto prigionieri amministrativi in sciopero della fame in Israele, due dei quali da più di 40 giorni.

Gaza-Wafa. Martedì, la marina israeliana ha aperto il fuoco contro i pescherecci palestinesi al largo dell’area di al-Sudaniya, a ovest di Beit Lahiya, nel nord della Striscia di Gaza assediata. Non si registrano vittime o danni.

Sedici anni dopo il “disimpegno” israeliano da Gaza (2005), Israele non ha realmente smesso di occupare la Striscia di Gaza e ne mantiene ancora il controllo dei confini terrestri, dell’accesso al mare e dello spazio aereo.

Due milioni di palestinesi vivono nella Striscia di Gaza, che da 14 anni è soggetta a un blocco israeliano punitivo e paralizzante e a ripetuti attacchi che hanno pesantemente danneggiato gran parte delle infrastrutture dell’enclave.

I 2 milioni di abitanti di Gaza rimangono sotto occupazione e sotto un rigido assedio che ha distrutto l’economia locale, strangolato i mezzi di sussistenza palestinesi, facendoli precipitare a livelli senza precedenti di disoccupazione e povertà. I gazawi sono stati tagliati fuori dal resto dei Territori palestinesi occupati e del mondo.

Gaza rimane un territorio occupato, senza alcun controllo sui suoi confini, acque territoriali o spazio aereo. Nel frattempo, Israele sostiene ben poche delle sue responsabilità come potenza occupante, non riuscendo a provvedere ai bisogni fondamentali dei civili palestinesi che vivono nel territorio.

Due su tre dei palestinesi della Striscia di Gaza è un rifugiato dalle terre all’interno di quello che oggi è Israele. Quel governo vieta loro di esercitare il diritto al ritorno sancito dal diritto internazionale in quanto non ebrei.

Gaza-Wafa, PIC e Quds Press. Nella notte tra lunedì e martedì, aerei da guerra israeliani hanno bombardato diversi siti nella Striscia di Gaza.

I caccia israeliani, F-16, hanno preso di mira diverse località: un sito a ovest di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza assediata; un appezzamento di terreno agricolo, a est della città di Gaza; un’area nelle vicinanze del cimitero di al-Shuhada, a est del Jabaliya e una ad est del quartiere di ash-Shuja’iyya.

Gli attacchi aerei hanno causato gravi danni nelle aree prese di mira, in particolare alle case e alle proprietà. Non sono state segnalate vittime.

Nablus-Quds Press, PIC e Wafa. All’alba di martedì, un adolescente palestinese, Emad Hashash, è stato ucciso dalle forze di occupazione israeliane (IOF) nel campo profughi di Balata, a est di Nablus.

Secondo fonti locali e la Mezzaluna Rossa palestinese, il sedicenne Emad Hashash è stato ucciso dai proiettili israeliani dopo che le IOF hanno preso d’assalto il campo di Balata e si sono scontrate con i combattenti della resistenza.

Le truppe israeliane hanno fatto irruzione nel campo per eseguire arresti, ma i combattenti della resistenza li hanno affrontati e hanno aperto il fuoco contro i loro veicoli militari.

Nel campo di Balata è stato dichiarato un giorno di lutto a seguito dell’uccisione di Emad.

Durante la sua campagna nel campo, secondo quanto riferito, le IOF hanno rapito un giovane identificato come Saad Kaabi.

Gaza – MEMO. Lunedì, lo Human Rights Watch (HRW) ha accusato Israele di aver violato le leggi internazionali di guerra, dopo aver demolito quattro edifici a più piani con raid aerei durante la sua offensiva di 11 giorni sulla Striscia di Gaza, avvenuta a maggio.

Il micidiale bombardamento ha ucciso 253 palestinesi, tra cui 66 minorenni, e ne ha costretto decine di migliaia a fuggire dalle proprie case.

“Gli attacchi israeliani apparentemente illegali contro quattro edifici nella città di Gaza hanno causato danni gravi e duraturi a innumerevoli palestinesi che vivevano, lavoravano, facevano acquisti o usufruivano delle attività con sede lì”, ha affermato Richard Weir, ricercatore di crisi e conflitti per lo Human Rights Watch.

“L’esercito israeliano dovrebbe mostrare pubblicamente le prove su cui afferma di fare affidamento per aver eseguito questi attacchi”.

Tra gli edifici attaccati c’erano la torre al-Jawhara, di nove piani, in al-Jalaa Street, e l’edificio al-Jalaa, di 12 piani, che ospitava l’agenzia stampa Associated Press e molti altri giornali. L’edificio ospitava anche decine di famiglie palestinesi.

Israele ha affermato che gli edifici ospitavano uffici di gruppi armati palestinesi, tra cui il quartier generale di alcune unità, l’intelligence militare e, in una torre, gli uffici per “l’attrezzatura tecnologica più preziosa di Hamas” da utilizzare contro Israele. Tuttavia, nessuna prova a sostegno di queste affermazioni è stata resa pubblica.

La distruzione dell’edificio al-Jalaa è stata ampiamente considerata come un tentativo di mettere a tacere i giornalisti che si occupavano degli attacchi militari israeliani. In meno di una settimana, Israele ha bombardato gli uffici di almeno 18 agenzie stampa.

HRW ha condotto interviste con 18 palestinesi che sono stati testimoni o vittime degli attacchi aerei, e ha affermato di aver anche esaminato le riprese video e le foto dopo gli attacchi, nonché le dichiarazioni di funzionari israeliani e palestinesi.

Nella sua indagine, l’organizzazione per i diritti umani ha concluso che non sono state trovate prove di operazioni militari negli edifici quando sono stati attaccati. Ha aggiunto che anche se i paramilitari stessero usando gli edifici, Israele era obbligato ad evitare danni sproporzionati ai civili.

“Durante le ostilità di maggio, gli attacchi illegali israeliani non solo hanno ucciso molti civili, ma hanno anche distrutto edifici, spazzando via decine di aziende e case, sconvolgendo la vita di migliaia di palestinesi”, ha affermato Weir. “Il finanziamento dei donatori da solo non ricostruirà Gaza. L’embargo schiacciante della Striscia di Gaza deve finire, insieme all’impunità che alimenta i gravi abusi in corso”.

Middle East Eye. Di Gideon Levy. (Da Zeitun.info). Dal termine dell’assalto israeliano di maggio sono stati assassinati decine di palestinesi disarmati tra cui minorenni. Eppure ciò ora è talmente normale che i media e l’esercito israeliani ne accennano appena

In apparenza in questi giorni nei territori occupati da Israele le cose sono relativamente tranquille. Non ci sono vittime israeliane, quasi nessun attacco in Cisgiordania e certamente non all’interno di Israele. Dalla fine dell’ultima offensiva israeliana, l’operazione Guardian of the Walls [Guardiano delle mura], Gaza è rimasta tranquilla.

Durante questo cosiddetto periodo di quiete in Cisgiordania continua la routine disperante della vita quotidiana – il che richiama ad un contenuto decisamente sarcastico se prestiamo attenzione a questa terrificante statistica: da maggio in Cisgiordania sono stati uccisi più di 40 palestinesi.

In una sola settimana, alla fine di luglio, l’esercito israeliano ha ucciso quattro palestinesi, uno dei quali un ragazzo di 12 anni. Due dei 40 provenivano da un villaggio, Beita, che ultimamente ha perso sei dei suoi abitanti: cinque erano manifestanti disarmati e uno era un idraulico chiamato, a quanto pare, a riparare un rubinetto da qualche parte. Nessuna delle quattro persone uccise a fine luglio rappresentava una minaccia per la vita di un soldato o colono israeliano.

L’uso di munizioni vere contro ciascuna di queste persone era proibito, per non parlare dell’obiettivo di uccidere, come hanno fatto i soldati israeliani che hanno sparato su di loro. Quattro esseri umani o, se preferite, 40 esseri umani, con famiglie il cui mondo è andato in frantumi, persone con progetti, sogni e amori, tutti improvvisamente messi a tacere in modo così freddo e brutale da un giovane soldato israeliano.

Se questo non bastasse, va notato che gli organi di informazione israeliani non si sono quasi mai occupati di queste uccisioni. Nessuno dei due principali quotidiani israeliani ha menzionato l’uccisione del ragazzo di 12 anni a Beit Omar, tra Betlemme ed Hebron, e neppure una delle due più importanti emittenti televisive commerciali si è preoccupata di riferirla.

Per dirla in altri termini, l’uccisione di un ragazzo di 12 anni, Mohammed al-Alami, intento a fare shopping con suo padre e sua sorella quando i soldati israeliani hanno sparato una raffica di proiettili contro l’auto della famiglia uccidendo il ragazzo, che come il padre non aveva fatto nulla di male, è stata evidentemente ritenuta da qualcuno dei media israeliani una storia di nessuna importanza e nessun interesse.

Indifferenza verso l’omicidio.

Non c’è altro modo per spiegare questa diffusa noncuranza nei confronti di un comportamento omicida. Se si considera inoltre che tutti quegli altri omicidi da maggio in poi sono stati appena riportati, figuriamoci indagati, si ottiene un’immagine, in tutto il suo squallore, della repressione israeliana e della negazione dell’occupazione attraverso la versione mediatica di una “cupola di ferro” messa gentilmente a disposizione dalla stampa libera.

Protetti da una stampa ridotta al silenzio, agli israeliani è stata risparmiata questa brutta immagine del loro esercito e del suo brutale modus operandi. Protetti da quel silenzio, da quella negazione e repressione, nemmeno i politici e i generali israeliani sono stati obbligati a spiegare o addirittura occuparsi del fatto che anche durante questo periodo relativamente tranquillo raramente nei territori occupati passa una settimana senza vittime palestinesi.

Così fino a pochi giorni fa nessun comandante dell’esercito aveva mosso critiche al comportamento di questi soldati, né tantomeno fatto menzione di denunce o di aperture di inchieste affidabili. Solo dopo una serie di articoli ed editoriali su Haaretz il comandante in capo tenente generale Aviv Kochavi, considerato una figura con principi morali, ha diffuso una “richiesta di abbassare i toni”. Non un ordine: una richiesta. Nessuna accusa e nessuna inchiesta, solo una vaga dichiarazione di buone intenzioni per il futuro.

Dietro tutto questo c’è il disprezzo per la vita dei palestinesi. Niente ha meno valore in Israele della vita di un palestinese. Esiste una linea retta che va dagli operai edili che cadono come mosche nei cantieri israeliani a causa delle morti sul lavoro senza che nessuno se ne preoccupi, fino ai manifestanti disarmati colpiti a morte dai soldati nei territori occupati mentre nessuno batte ciglio.

Un fattore comune li unisce tutti: la convinzione in Israele che la vita dei palestinesi valga poco. Se i soldati sparassero agli animali randagi con la stessa disinvoltura con cui sparano ai palestinesi ci sarebbero proteste pubbliche di indignazione e i soldati sarebbero processati e severamente puniti. Ma stanno uccidendo solo palestinesi, quindi qual è il problema?

Quando un soldato israeliano fa fuoco e colpisce alla testa un bambino, un adolescente un manifestante o un idraulico palestinesi, la società israeliana è muta e indifferente. Si accontenta delle spiegazioni inconsistenti e talvolta delle menzogne ​ fornite dal portavoce dell’esercito, omettendo ogni espressione di scrupolo morale sulla necessità di uccidere.

Tanti di questi incidenti mortali che ho approfondito e documentato e di cui ho scritto sul giornale non hanno suscitato particolare interesse.

Morte di un idraulico.

Shadi Omar Lotfi Salim, 41 anni, un idraulico ben avviato che viveva a Beita, nella Cisgiordania centrale, è uscito da casa la sera del 24 luglio, dirigendosi verso la strada principale dove si trova l’impianto della fornitura idrica del villaggio, dopo che qualcuno vi aveva evidentemente riscontrato un problema.

Dopo aver parcheggiato la jeep lungo la strada si è diretto verso la valvola di chiusura con in mano una chiave inglese rossa. Erano le 22:30. Mentre si avvicinava alla valvola dei soldati nelle vicinanze hanno improvvisamente aperto il fuoco colpendolo a morte. In seguito hanno affermato che era corso verso di loro con in mano una barra di metallo. L’unica barra di metallo era la chiave inglese rossa lasciata per terra accanto al pacchetto di sigarette e a una macchia di sangue, già secca quando siamo arrivati ​​lì pochi giorni dopo la sua morte.

Una settimana dopo, nello stesso villaggio, i soldati hanno ucciso Imad Ali Dweikat, 37 anni, operaio edile, padre di quattro figlie e di un bambino di due mesi. Questo è successo durante la protesta settimanale del venerdì del villaggio. Nel corso degli ultimi due mesi circa gli abitanti di Beita avevano manifestato settimanalmente contro la creazione di un avamposto coloniale illegale sul territorio del villaggio. L’insediamento, Givat Eviatar, è stato eretto senza autorizzazione e poi fatto evacuare dei suoi abitanti da Israele, ma le 40 strutture rapidamente costruite non sono state demolite. La terra non è stata restituita ai suoi proprietari, ai quali non è permesso avvicinarsi.

Da quando più di 10 settimane fa Givat Eviatar è stato eretto cinque manifestanti palestinesi vi sono già stati uccisi dai soldati. Nessuno dei cinque si trovava tanto vicino da mettere in alcun modo in pericolo i soldati, anche se i manifestanti lanciavano pietre e bruciavano pneumatici per protestare contro l’occupazione della loro terra.

Gli abitanti sono determinati a continuare a resistere fino a quando le loro terre non saranno restituite, e nel frattempo il sangue scorre, settimana dopo settimana.

Ucciso a caso.

Dweikat stava bevendo un bicchiere d’acqua quando un cecchino israeliano lo ha preso di mira, apparentemente a caso, e gli ha sparato al cuore da una distanza di diverse centinaia di metri. Il proiettile è esploso all’interno del suo corpo, danneggiando i suoi organi interni e Dweikat è morto sul colpo, con il sangue che gli usciva dalla bocca. Il suo bambino, Ali, è rimasto orfano subito dopo la sua nascita.

Poche settimane prima, i soldati hanno sparato all’adolescente Muhammad Munir al-Tamimi, di un altro villaggio che protesta, Nabi Saleh, e lo hanno ucciso. Tamimi aveva 17 anni ed è diventata la quinta vittima del suo piccolo villaggio nel corso degli ultimi anni. Tutti nella comunità appartengono alla famiglia Tamimi e da anni resistono al furto delle loro terre da parte degli insediamenti coloniali circostanti.

Tutte queste morti sono state delle esecuzioni. Non c’è altro modo per descriverle. Sparare a manifestanti disarmati, adolescenti, bambini, un idraulico, un operaio edile, persone che manifestano pubblicamente nel tentativo di riconquistare la loro proprietà e la loro libertà è un crimine. Ci sono pochissimi regimi a questo mondo in cui si spari a manifestanti disarmati – a parte Israele, “l’unica democrazia in Medio Oriente”, dove la serenità interiore della gente è scossa difficilmente da un sussulto.

Anche lamentele sentite qua e là durante le uccisioni sistematiche hanno a che fare con il fatto che quelle potrebbero portare a un deterioramento della situazione complessiva. Nessuno dice una parola riguardo la questione della legalità e soprattutto della moralità dell’omicidio di innocenti.

Israele è considerato una democrazia, un beniamino del mondo occidentale con valori occidentali simili. Quaranta civili disarmati uccisi negli ultimi due mesi e mezzo, e quattro uccisi solo nell’ultima settimana di luglio, sono una testimonianza dolorosa anche se silenziosa del fatto che, sebbene sia ancora considerato una democrazia, Israele è giudicato con un metro di paragone completamente diverso rispetto a quello applicato a qualsiasi altro Paese.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Gideon Levy è un editorialista di Haaretz e membro del comitato di redazione del giornale. Levy è entrato in Haaretz nel 1982 e ha trascorso quattro anni come vicedirettore del giornale. Ha vinto il Premio Giornalista Euro-Med per il 2008; il Premio per la Libertà di Lipsia nel 2001; il Premio dell’Unione dei giornalisti israeliani nel 1997; il premio dell’Association of Human Rights in Israel [Associazione per i diritti umani in Israele] per il 1996. Il suo nuovo libro, The Punishment of Gaza [La punizione di Gaza], è stato appena pubblicato da Verso.

Traduzione dall’inglese per Zeitun.info di Aldo Lotta.

(La disperazione della madre e del fratello per l’uccisione di Muhammad Al-Tamimi il 24 luglio 2021. Foto AFP)

Salfit – PIC. Lunedì, decine di coloni hanno installato due roulotte su un tratto di terra di proprietà palestinese nella cittadina di Deir Istiya, ad ovest di Salfit, mentre altri coloni hanno espulso gli agricoltori locali dalle loro terre in una zona vicina, chiamata Mount al-Ras.

Il sindaco di Deir Istiya, Sa’eid Zaidan, ha affermato che i coloni hanno installato due roulotte nella zona di Harikat Abu Zuhair, ad ovest della cittadina.

Zaidan ha aggiunto che questo tratto di terra è minacciato di annessione poiché gli israeliani vogliono stabilire un avamposto vicino alla colonia di Havot Yair.

Dieci giorni fa, i coloni di Havot Yair hanno spianato la stessa terra e costruito una strada sterrata che collega la colonia all’area.

Nel frattempo, un gruppo di coloni armati e scortati da soldati israeliani ha costretto gli agricoltori palestinesi a lasciare le loro terre nell’area di Mount al-Ras, ad ovest di Salfit, sotto la minaccia delle armi.

Gerusalemme occupata – PIC. Il rabbino estremista Yehuda Glick era tra le decine di coloni che lunedì mattina hanno invaso la moschea di al-Aqsa, nella Gerusalemme occupata.

Secondo fonti locali, almeno 85 coloni sono entrati in gruppi nella moschea, attraverso la porta Maghariba, e hanno visitato i suoi cortili sotto scorta della polizia.

Durante i loro tour nel luogo sacro islamico, i coloni hanno ricevuto lezioni dai rabbini sul presunto “Monte del Tempio” e alcuni di loro hanno recitato delle preghiere.

La moschea di al-Aqsa è esposta alla profanazione quotidiana da parte dei coloni ebrei e delle forze israeliane, al mattino e al pomeriggio, tranne il venerdì ed il sabato.

La polizia israeliana chiude la porta al-Maghariba, che viene utilizzata dagli ebrei per entrare nella moschea, alle 10:30, dopo che i coloni hanno completato le loro visite mattutine al luogo sacro. Più tardi nel pomeriggio, lo stesso cancello viene riaperto per le visite serali dei coloni.

Durante la presenza dei coloni all’interno del complesso della Moschea, ai fedeli musulmani vengono imposte restrizioni agli ingressi che conducono alla Moschea e i loro documenti d’identità vengono confiscati fino a quando non lasciano il luogo sacro.

Nablus-PIC, Quds Press, Wafa. Lunedì mattina, un’orda di coloni ha incendiato un uliveto nella città di Burin, a sud di Nablus, nella Cisgiordania occupata.

Il funzionario locale Ghassan Daghlas ha affermato che i coloni dell’insediamento illegale di Yitzhar hanno invaso un’area agricola nel sud di Burin e dato alle fiamme decine di ulivi in un boschetto di proprietà di un residente locale.

Burin e altri villaggi vicini nel sud di Nablus sono presi di mira dai coloni che vivono negli insediamenti e negli avamposti illegali della zona.

In generale, i cittadini della Cisgiordania sono esposti a frequenti attacchi dei coloni, che includono atti di violenza fisica, vandalismo e distruzione di terreni agricoli palestinesi.

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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