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Kafr Qasem-PIC. Lunedì, le autorità israeliane hanno costretto un cittadino palestinese a demolire la propria casa nella Kafr Qasem, in Israele (Palestina occupata del 1948) con il pretesto di una costruzione non autorizzata.

Secondo fonti locali, il proprietario della casa ha dovuto eseguire l’ordine di demolizione per evitare di pagare cifre esorbitanti alle autorità israeliane se i loro bulldozer avessero eseguito il provvedimento.

Negli ultimi anni, le autorità israeliane hanno intensificato la loro campagna di demolizione contro le case e le proprietà palestinesi nelle città e nei paesi arabi in Israele.

Palestine Chronicle. Di Ramzy Baroud.

C’è un inequivocabile cambiamento nella politica americana riguardo la Palestina e Israele, contraddistinto dal modo in cui molti americani, specialmente i giovani, vedono la lotta palestinese e l’occupazione israeliana. Anche se questo cambiamento deve ancora tradursi in una riduzione tangibile della morsa israeliana sul Congresso degli Stati Uniti, promette di avere grandi conseguenze in futuro.

I recenti eventi alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti hanno dimostrato questa realtà senza precedenti. Il 21 settembre, dopo le obiezioni di diversi membri progressisti del Congresso, i legislatori democratici hanno respinto con successo un’istanza che proponeva di fornire a Israele 1 miliardo di dollari in finanziamenti militari extra come parte di un più ampio disegno di legge di spesa. Il denaro era destinato specificamente a finanziare l’acquisto di nuove batterie e intercettori per il sistema di difesa missilistico israeliano Iron Dome [cupola di ferro, ndtr.].

Due giorni dopo il finanziamento per il sistema Iron Dome è stato riproposto e questa volta è stato approvato in modo schiacciante, con 420 voti contro 9, nonostante l’appello accorato della rappresentante palestinese americana Rashida Tlaib. Nella seconda votazione solo otto democratici si sono opposti al provvedimento. Il nono voto contrario è stato espresso dal repubblicano Thomas Massie del Kentucky. La sfida di Massie al consenso repubblicano gli è valso il titolo di “Antisemita della settimana” da parte di una famigerata organizzazione filo-israeliana chiamata Stop Antisemitismo. Confondere le legittime critiche a Israele con l’antisemitismo è un modo in cui la lobby che sostiene Israele mette a tacere le voci a favore della Palestina.

Pur essendo tra coloro che il 21 settembre hanno bloccato la misura di finanziamento, la rappresentante democratica Alexandria Ocasio Cortez ha modificato all’ultimo minuto il suo voto [da contraria, ndtr.] a “presente”, creando confusione e suscitando rabbia tra i suoi sostenitori.

Nonostante l’esito finale, il fatto stesso che tale discussione abbia avuto luogo al Congresso costituisce una pietra miliare nella lotta per la giustizia razziale. Fare sentire la propria voce contro l’occupazione israeliana della Palestina non è più un tabù tra i politici statunitensi eletti. Non molto tempo fa mettere in discussione la legislazione filo-israeliana al Congresso avrebbe provocato una reazione massiccia e ben organizzata da parte della lobby, in particolare dell’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), che in passato ha posto fine a promettenti carriere politiche, anche di politici esperti. Una combinazione di diffamazioni mediatiche, sostegno ai rivali e minacce palesi ha segnato il destino dei membri dissenzienti del Congresso.

Per quanto l’AIPAC e le organizzazioni affini continuino a seguire le stesse vecchie tattiche, la strategia generale non è efficace come prima. I membri della Squad [Squadra, ndtr], giovani parlamentari che spesso si pronunciano contro Israele e a sostegno della Palestina, hanno fatto la loro comparsa al Congresso nel 2019. Con poche eccezioni sono rimasti ampiamente coerenti nella loro posizione a sostegno dei diritti dei palestinesi. Nonostante gli intensi sforzi della lobby che sostiene Israele, sono stati tutti rieletti nel 2020. La morale qui è che essere critici nei confronti di Israele nel Congresso degli Stati Uniti non significa più garantirsi una decisiva sconfitta elettorale; in alcuni casi è esattamente il contrario.

Il fatto che 420 membri della Camera abbiano votato a favore della concessione a Israele di fondi aggiuntivi, oltre ai 3,8 miliardi di dollari già esistenti, riflette la stessa triste realtà che, grazie ad una copertura mediatica inesorabilmente faziosa, la maggior parte dei collegi elettorali americani continua a sostenere Israele.

Tuttavia l’allentamento della morsa della lobby sul Congresso degli Stati Uniti offre opportunità uniche per gli elettori filo-palestinesi di esercitare pressioni sui propri rappresentanti, chiedendo responsabilità ed equilibrio. Queste opportunità non sono create solo da voci nuove e più giovani nelle istituzioni democratiche americane, ma anche dal rapido cambiamento dell’opinione pubblica.

Per decenni, la stragrande maggioranza degli americani ha sostenuto Israele per una serie di motivi, in ragione della definizione politica fornita dai rappresentanti istituzionali e dai media statunitensi. Prima del crollo dell’Unione Sovietica, per esempio, Tel Aviv era vista come un fedele alleato di Washington contro il comunismo. Negli anni successivi, sono state inventate nuove narrazioni per mantenere l’immagine positiva di Israele agli occhi dell’americano medio. La cosiddetta “guerra contro il terrore”, dichiarata all’indomani degli attacchi dell’11 settembre 2001, ha investito Israele del ruolo di alleato americano contro “l’estremismo islamico”. La legittima resistenza palestinese è stata dipinta come “terrorismo”, dando così all’occupazione della Palestina da parte di Israele una copertura morale, se non legale, per occultare il suo disprezzo per il diritto internazionale.

Tuttavia, nuovi fattori hanno destabilizzato questo paradigma. Il sostegno a Israele è diventato una questione controversa nella politica americana sempre più tumultuosa e combattiva, dove la maggior parte dei repubblicani sostiene Israele e la maggior parte dei democratici no.

Inoltre, poiché la giustizia razziale è diventata uno degli argomenti più sensibili della politica statunitense, molti americani ora vedono la lotta palestinese contro l’occupazione israeliana attraverso il prisma della lotta di milioni di americani per la propria uguaglianza razziale. L’hashtag dei social media #PalestinianLivesMatter continua a fare tendenza insieme a #BlackLivesMatter; la solidarietà comunitaria e l’intersezionalità prevalgono sulla politica egoistica, in cui conta solo il denaro.

Milioni di giovani americani ora vedono la lotta in Palestina come parte integrante della lotta antirazzista in America; nessun tipo di lobby a favore di Israele al Congresso può cambiare questa inconfutabile tendenza. Ci sono molte statistiche che lo attestano. Il sondaggio d’opinione presso l’Università del Maryland a luglio, ad esempio, ha mostrato che più della metà degli americani intervistati disapprova l’atteggiamento da parte del presidente Joe Biden verso la guerra di Israele contro Gaza del maggio di quest’anno, ritenendo che avrebbe potuto fare di più per fermare l’aggressione israeliana.

Ovviamente ci sono stati anche in passato dei politici statunitensi coraggiosi che hanno osato pronunciarsi contro Israele, ma c’è una netta differenza tra le generazioni precedenti e questa. In America oggi ci sono politici che vengono eletti per la loro forte presa di posizione a favore della Palestina. Se si discostano dalle loro promesse elettorali rischiano le ire del crescente elettorato filo-palestinese. Questa realtà in mutamento consente finalmente di coltivare e sostenere una presenza filo-palestinese nel Congresso degli Stati Uniti. In altre parole, parlare a sostegno della Palestina in America non è più un evento raro. Come il futuro sicuramente rivelerà, è la cosa “politicamente corretta” da fare; la nuova normalità.

(Da sinistra, la rappresentante Rashida Tlaib, la rappresentante Ilhan Omar, Alexandria Ocasio-Cortez e la rappresentante Ayanna Pressley. Foto: ripresa video).

Traduzione dall’inglese per Zeitun.info di Aldo Lotta

Gerusalemme/al-Quds-Quds Press e PIC. Domenica sera, sono scoppiati violenti scontri (*) in diverse aree della Gerusalemme occupata dopo che le forze di polizia israeliane hanno preso d’assalto il cimitero di Yusufiyah, vicino alla moschea di al-Aqsa.

Fonti locali hanno riferito che durante gli scontri sono stati segnalati feriti e arresti da parte delle forze di polizia. Tuttavia, la Mezzaluna Rossa Palestinese ha affermato che i poliziotti israeliani hanno impedito ai suoi equipaggi di trasferire i feriti in ospedale.

Nel frattempo, violenti scontri (*) sono scoppiati nelle città di Silwan e at-Tur, tra intensi lanci di lacrimogeni.

Diversi palestinesi sono rimasti feriti durante gli scontri tra cui un paramedico.

Gli scontri sono scoppiati dopo che gli agenti di polizia israeliani hanno preso d’assalto e demolito sezioni del cimitero di Al-Yusufiyah come piano israeliano per convertire il cimitero musulmano in un giardino biblico.

Decine di palestinesi si sono radunati nell’area nel tentativo di bloccare il processo di demolizione.

Il cimitero di Al-Yusufiyah, situato vicino al muro che circonda la Città Vecchia di Gerusalemme occupata, è uno dei più antichi cimiteri musulmani della Gerusalemme occupata.

La municipalità israeliana della Gerusalemme occupata ha tentato di demolire lo storico cimitero che conduce alla Città Vecchia e alla Moschea di al-Aqsa, ma la mossa è sempre stata bloccata dai palestinesi.

(*) Nel linguaggio militare, gli scontri avvengono tra eserciti o gruppi armati di pari forze. Tra Tsahal, l’esercito israeliano, e la Resistenza o i gruppi di giovani palestinesi che rispondono alle aggressioni dell’occupante israeliano non c’è parità di forze. Pertanto, riportiamo tra virgolette il termine scontri/scontro, per non indurre i lettori meno informati a pensare che in Palestina sia in atto un conflitto/guerra tra attori con eserciti, armamenti e forze paritarie.

Gerusalemme/al-Quds-Wafa. Nel suo rapporto bisettimanale sulla protezione dei Civili nei Territori Palestinesi occupati, che copre il periodo compreso tra il 21 settembre e il 4 ottobre, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha affermato che le forze di occupazione israeliana hanno ucciso nove Palestinesi – otto in Cisgiordania, tra cui una donna e un ragazzo, e uno nella Striscia di Gaza.

Il 26 settembre, tre Palestinesi sono stati uccisi nel villaggio di Beit ‘Anan, a ovest di Gerusalemme, e altri due, tra cui un minore di 16 anni, nel villaggio di Burqin, vicino a Jenin, nel nord.

I fatti sono avvenuti nel contesto delle operazioni di ricerca e arresto israeliane nei due villaggi. Durante il periodo di riferimento, le forze israeliane hanno effettuato 70 operazioni di ricerca e hanno arrestato circa 80 Palestinesi in tutta la Cisgiordania. Il governatorato più colpito è stato Ramallah.

Sempre a Burqin, il 30 settembre, un Palestinese è stato ucciso durante un’altra operazione di ricerca e arresto.

Il 24 settembre, un manifestante palestinese è stato ucciso durante le proteste nel villaggio di Beita, vicino a Nablus, nel nord della Cisgiordania, contro la creazione di un avamposto di insediamento coloniale.

Il 30 settembre, le forze israeliane hanno ucciso una donna palestinese di 30 anni, col pretesto che avesse tentato di accoltellare agenti di polizia israeliani a uno dei cancelli che portano al complesso della moschea di al-Aqsa, nella città vecchia di Gerusalemme; non ci sono stati feriti israeliani.

Un Palestinese a Gaza è stato colpito e ucciso dalle forze israeliane il 30 settembre, nell’area di Deir al Balah, nella Striscia di Gaza centrale, mentre, come riferito, cacciava uccelli vicino al confine israeliano intorno a Gaza.

Complessivamente, le forze israeliane hanno ferito 328 Palestinesi in Cisgiordania. Di questi, 217 sono stati colpiti durante le proteste contro le attività di insediamento nel governatorato di Nablus, vicino a Beita (117), Beit Dajan (73) e Deir al Hatab (27). Altri 59 Palestinesi e due soldati israeliani sono rimasti feriti quando i coloni israeliani, accompagnati dalle forze israeliane, hanno tentato di raggiungere la tomba di Giuseppe, a Nablus. I Palestinesi hanno lanciato contro di loro pietre ed esplosivi fatti in casa e le forze israeliane hanno sparato lacrimogeni e proiettili di gomma.

Inoltre, 29 Palestinesi, tra cui un bambino, sono stati feriti dalle forze israeliane o dai coloni nel villaggio di al-Mafghara vicino a Hebron, nel sud della Cisgiordania.

Il 28 settembre, coloni israeliani hanno ferito nove Palestinesi in questa comunità palestinese, rivendicata da Israele come “zona di tiro”. Uno dei feriti, un bambino di tre anni, è stato colpito da una pietra alla testa mentre era a letto ed è stato portato in un ospedale israeliano. Gli altri 20 Palestinesi feriti sono stati curati per intossicazione da gas lacrimogeno. I coloni israeliani hanno anche ucciso cinque pecore e danneggiato 10 case, 14 veicoli, diversi pannelli solari e serbatoi d’acqua.

I coloni israeliani hanno aggredito fisicamente e ferito altri otto Palestinesi nella Cisgiordania occupata e i coloni hanno danneggiato o rubato il raccolto di oltre 180 ulivi. Tra i feriti ci sono quattro contadini che lavoravano la loro terra nel villaggio di Al-Seifer vicino a Hebron, due pastori vicino della comunità di Arab al Rashayida vicino a Betlemme, un altro contadino a Ein Yabrud vicino a Ramallah, e un attivista a Susiya vicino a Hebron.

Secondo testimoni o proprietari terrieri, i coloni hanno vandalizzato circa 160 ulivi ad Al-Mafghara e Burin, vicino a Nablus, e hanno rubato le olive da altri 26 alberi a Salfit. Sono stati registrati numerosi attacchi da parte dei coloni nell’area H2 di Hebron, tra cui l’irruzione in diverse case e il furto di attrezzi agricoli, telecamere di sorveglianza e pompe dell’acqua, oltre al furto di olive.

Traduzione per InfoPal di Edy Meroli.

PIC. Sei prigionieri palestinesi sono in sciopero della fame a tempo indeterminato da più di uno o due mesi per protestare contro la loro detenzione amministrativa, senza incriminazioni o processi.

Il prigioniero Kayed al-Fasfous, della città di Dura ad al-Khalil/Hebron, è in sciopero della fame da 88 giorni.

Gli altri detenuti amministrativi in ​​sciopero della fame sono Miqdad al-Qawasmeh, Alaa al-Araj, Hisham Abu Hawash, Rayek Bisharat e Shadi Abu Aker. Sono in sciopero della fame rispettivamente da 81, 64, 55, 50 e 47 giorni.

A causa del loro prolungato sciopero della fame, questi sei prigionieri soffrono per un peggioramento delle condizioni di salute e di una grave debolezza fisica, ma le condizioni di salute del prigioniero Qawasmeh, in particolare, sono state descritte dalla Commissione Palestinese per gli Affari dei Detenuti e degli Ex-Detenuti come “estremamente gravi”.

L’alta corte di giustizia israeliana ha recentemente ordinato il congelamento della detenzione amministrativa di Qawasmeh, ma quest’ultimo ha respinto la decisione del tribunale e ha affermato che non avrebbe interrotto il suo sciopero della fame fino a quando non fosse stato rilasciato.

La detenzione amministrativa è un’incarcerazione senza processo o accusa ed è ampiamente utilizzata da Israele contro i palestinesi, non ha limiti di tempo e si basa su presunti file segreti.

Gerusalemme/al-Quds-Quds Press e PIC. Sabato notte, la polizia di occupazione israeliana ha attaccato i giovani gerosolimitani nella zona di Bab al-Amud, della Città Vecchia, e ne ha arrestati alcuni.

Secondo fonti locali, una donna palestinese è rimasta ferita quando le forze di polizia hanno aggredito e picchiato selvaggiamente diversi giovani durante la loro presenza a Bab al-Amud, e li ha attaccati con dei cani, arrestandone poi sei.

Due di questi giovani sono stati arrestati dopo essere stati feriti durante gli eventi.

La polizia ha anche sparato granate stordenti e ha inseguito i giovani nelle strade di Sultan Suleiman dopo averli costretti a lasciare Bab al-Amud.

Negli ultimi giorni, agenti di polizia e coloni estremisti hanno intensificato i loro atti di provocazione e vessazioni contro i giovani gerosolimitani a Bab al-Amud.

Nella stessa giornata, sono scoppiati violenti scontri tra giovani gerosolimitani e forze di polizia nel quartiere di Bir Ayyoub, nel distretto di Silwan.

Fonti locali hanno riferito che giovani hanno dato fuoco a un palo su cui erano issate telecamere di sicurezza nel quartiere e hanno lanciato contro le forze di polizia una raffica di petardi.

Gerusalemme/al-Quds-PIC, Quds Press e Wafa. Sabato, un’orda di coloni ebrei estremisti ha danneggiato diversi veicoli di proprietà palestinese vicino al villaggio di Beit Iksa, a nord-ovest di Gerusalemme occupata.

Secondo fonti locali, i coloni dell’insediamento illegale di Har Shmuel hanno rotto i finestrini di diverse auto palestinesi parcheggiate in un’area vicina.

Le fonti hanno spiegato che i proprietari avevano dovuto parcheggiare le loro auto in un’area nei pressi di Har Shmuel dopo che le forze di polizia israeliane avevano chiuso la strada che porta a Beit Iksa

Non è la prima volta che i coloni attaccavano i veicoli dei cittadini di Beit Iksa. Diversi mesi fa, hanno bruciato e sabotato molte auto appartenenti a residenti locali nella stessa zona.

Circa 2.000 palestinesi vivono a Beit Iksa e sono completamente isolati dietro il muro di annessione israeliano. Sono esposti a vessazioni e violenze sistematiche da parte di coloni e soldati.

Gerusalemme/al-Quds-PIC e Quds Press. Domenica mattina e nel tardo pomeriggio, decine di coloni scortati dalle forze di polizia hanno invaso la moschea di al-Aqsa, nella Gerusalemme occupata.

Secondo fonti locali, al mattino, 63 coloni sono entrati in gruppi nella moschea attraverso la porta di al-Maghariba e ne hanno visitato i cortili sotto la protezione della polizia.

Testimoni hanno riferito di aver visto alcuni coloni eseguire preghiere o rituali durante i loro tour nel luogo sacro islamico.

La moschea di al-Aqsa è esposta alle incursioni quotidiane da parte dei coloni e delle forze israeliane, al mattino e al pomeriggio, tranne il venerdì ed il sabato.
La polizia israeliana chiude la porta al-Maghariba, che viene utilizzata dagli ebrei per entrare nella moschea, alle 10:30, dopo che i coloni hanno completato le loro visite mattutine al luogo sacro. Più tardi, nel pomeriggio, lo stesso cancello viene riaperto per le visite serali dei coloni.
Durante la presenza dei coloni all’interno del complesso della moschea, ai fedeli musulmani vengono imposte restrizioni agli ingressi che conducono alla moschea ed i loro documenti vengono confiscati fino a quando non lasciano il luogo sacro.

Di Mohammad Hannoun-API. La scelta amara e difficile, ma necessaria
Quando il prigioniero palestinese intende annunciare il progetto di resistenza e rifiuto delle misure di occupazione fascista come la detenzione amministrativa o qualsiasi altra misura repressiva, rende noto, dopo lunghe consultazioni, l’inizio della battaglia, che di solito dura per giorni o mesi, con rischi calcolati fin dall’inizio. La parola d’ordine è vittoria o martirio, ed entrambi sono una vittoria, alla fine.
L’occupazione di solito ricorre a metodi malvagi, insidiosi, per sventare lo sciopero, mentre d’altra parte, la sfida più grande è la vittoria e il raggiungimento degli obiettivi.
Perché questa vittoria sia raggiunta, è necessario:

  1. La forte determinazione e la fiducia nella vittoria di Dio sono spesso il guadagno del prigioniero
  2. Solidarietà dei compagni di prigionia per galvanizzare il prigioniero in sciopero della fame
  3. Solidarietà fuori dal carcere, popolare e poi istituzionale
  4. La globalizzazione della questione del detenuto e l’attivazione della solidarietà internazionale, popolare e istituzionale
  5. Attivare il ruolo dei sindacati, soprattutto perché la maggior parte dei detenuti e delle detenute appartiene a sindacati diversi

Per questo ritengo che sia doveroso per tutti noi un impegno serio per sensibilizzare il mondo dei diritti umani, per sostenere il prigioniero nella sua legittima battaglia affinché vengano rispettate tutte le sue richieste e vengano applicate e rispettate le convenzioni dei diritti umani sanciti dalle istituzioni internazionali.

MEMO. Chiediamo all’UE di agire, non limitarsi a rilasciare dichiarazioni che sollecitano il rilascio dei detenuti. Devono agire immediatamente e fare pressione su Israele affinché rilasci questi 6 detenuti che sono tra i 450 amministrativi.

Video.

Jenin-PIC e Quds Press. Violenti scontri (*) sono scoppiati la scorsa notte tra giovani palestinesi e le forze di occupazione israeliane (IOF) all’incrocio della città di Arraba, nel sud di Jenin.

Fonti locali hanno riferito che decine di giovani hanno sofferto per l’esposizione ai gas lacrimogeni durante gli scontri con le IOF.

Secondo le fonti, gli scontri sono iniziati dopo che le IOF hanno istituito un posto di blocco di fortuna nella zona.

In seguito, le forze di occupazione si sono ritirate e altre forze dell’apparato di sicurezza dell’Autorità palestinese hanno preso d’assalto la stessa area come parte della cooperazione di sicurezza tra le due parti.

La scorsa notte le IOF hanno rapito un giovane identificato come Izzuddin Gharib, residente nel campo profughi di Jenin, al posto di blocco militare di Hamra, nella Valle del Giordano.

(*) Nel linguaggio militare, gli scontri avvengono tra eserciti o gruppi armati di pari forze. Tra Tsahal, l’esercito israeliano, e la Resistenza o i gruppi di giovani palestinesi che rispondono alle aggressioni dell’occupante israeliano non c’è parità di forze. Pertanto, riportiamo tra virgolette il termine scontri/scontro, per non indurre i lettori meno informati a pensare che in Palestina sia in atto un conflitto/guerra tra attori con eserciti, armamenti e forze paritarie.

Salfit-PIC. Sabato, un gruppo di coloni ha distrutto un vasto appezzamento di terre palestinesi nei villaggi di Kafr al-Dik e Deir Ballut, a ovest di Salfit.

Il sindaco di Deir Ballut, Yahya Mustafa, ha affermato che i bulldozer dei coloni hanno spianato terreni a ovest di Kafr al-Dik e a est di Deir Ballut.

Tali operazioni mirano ad espandere gli insediamenti israeliani illegali di Leshem, Eli Zahav e Baduel, ha aggiunto.

Secondo il diritto internazionale, la Cisgiordania e Gerusalemme Est sono territori occupati e tutti gli insediamenti israeliani sono illegali.

Turchia – PIC. Il ministero degli Esteri turco ha condannato fermamente la decisione del tribunale israeliano che consente preghiere “silenziose” ebraiche all’interno della moschea di al-Aqsa, nella Gerusalemme occupata.

Il ministero, in un comunicato rilasciato giovedì sera, ha avvertito che la decisione incoraggerebbe elementi estremisti che vogliono cambiare lo status attuale del luogo sacro islamico, che provocherebbe nuove tensioni.

Ha invitato la comunità internazionale a respingere questa “decisione illegale e sbagliata” e tutti gli altri atti di provocazione contro la moschea di al-Aqsa.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Ramallah – PIC. Decine di giovani palestinesi sono rimasti feriti durante la repressione da parte delle forze d’occupazione israeliane (IOF) delle proteste contro l’occupazione, che si sono tenute venerdì, in Cisgiordania e nella Gerusalemme occupata.

Un giovane ha riportato ferite inflitte da proiettili di metallo rivestiti di gomma durante le proteste anti-colonie avvenute a Beit Dajan e Beita, a Nablus, mentre decine d’altri manifestanti hanno avuto problemi respiratori provocati dai gas lacrimogeni sparati dall’esercito israeliano.

Marce simili si sono svolte anche nella cittadina di Biddu, a nord-ovest della Gerusalemme occupata. La polizia israeliana ha attaccato violentemente i manifestanti pacifici, ferendone molti.

Nel frattempo, tre palestinesi sono stati feriti dai soldati delle IOF durante la manifestazione settimanale anti-colonie a Kafr Qaddum, Qalqilya.

Fonti locali hanno riferito che le IOF sono intervenute e hanno usato gas lacrimogeni, munizioni letali e di gomma. I palestinesi hanno risposto lanciando pietre. Almeno tre persone sono rimaste ferite da proiettili di gomma.

A Hebron/al-Khalil, Hamas ha organizzato un evento di solidarietà a sostegno del prigioniero palestinese Miqdad al-Qawasma, che continua il suo sciopero della fame per il 79° giorno consecutivo.

Al-Qawasma è stato recentemente trasferito nell’unità di terapia intensiva dell’ospedale Kaplan, a causa di un grave peggioramento delle sue condizioni di salute.

La famiglia di al-Qawasma ha ritenuto le autorità d’occupazione israeliane pienamente responsabili per la sua vita e ha fatto appello ai gruppi internazionali per i diritti umani affinché intervengano per salvarlo, prima che sia troppo tardi.

Gerusalemme/al-Quds – IMEMC. Venerdì, soldati israeliani hanno rapito quattro minorenni palestinesi ed un giovane dai cortili del complesso della moschea di al-Aqsa e dalla Città Vecchia, nella Gerusalemme occupata.

Fonti locali hanno riferito che i soldati hanno rapito quattro minorenni, identificati come Mohammad Ala’ Obeid, Esmat Obeid, Ahmad Hamza e Montaser Sabta, vicino alla moschea “Cupola della Roccia”, nel complesso di al-Aqsa.

Le fonti hanno aggiunto che i soldati hanno anche rapito un giovane, identificato come Ala’ Somrain, della cittadina di Silwan, dopo averlo fermato nella zona di Nabi Daoud, nella Città Vecchia.

I rapimenti sono avvenuti dopo che i soldati e gli agenti di polizia israeliani hanno imposto severe restrizioni ai palestinesi che cercavano di entrare ad al-Aqsa per recitare la preghiera del venerdì.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Gerusalemme/al-Quds-PIC e Quds Press. Migliaia di fedeli palestinesi hanno recitato la preghiera del venerdì nella moschea di Al-Aqsa nonostante le restrizioni israeliane imposte alle porte e agli ingressi della Città Vecchia della Gerusalemme occupata.

L’Autorità islamica ha riferito che venerdì 50.000 fedeli hanno eseguito le preghiere nel luogo sacro.

L’Autorità ha sottolineato che molti fedeli della Cisgiordania sono stati rimandati indietro dopo che le forze di polizia israeliane hanno controllato le loro carte d’identità all’ingresso della moschea.

Le forze di polizia israeliane hanno anche istituito decine di posti di blocco, condotto ricerche e controlli approfonditi sui palestinesi e sulle loro carte d’identità, impedendo a molti di loro di raggiungere il luogo sacro islamico.

Tel Aviv – MEMO. Un’attrice palestinese che ha vinto il premio come “miglior attrice protagonista” in una cerimonia di premiazione del cinema israeliano, ha affermato, durante l’evento, che è stato difficile festeggiare a causa della “pulizia etnica in corso” dei palestinesi.

Juna Suleiman recita in Let It Be Morning, un film diretto dal regista israeliano Eran Kolirin, che ha vinto un Ophir Award come “miglior film” ed è stato candidato per una delle cinque nomination all’Oscar nella categoria “miglior film internazionale”.

“In circostanze normali, avrei provato felicità e gratitudine per il premio, ma sfortunatamente è impossibile quando ci sono sforzi attivi per cancellare l’identità palestinese ed il dolore collettivo che mi porto dietro, e che sono presenti in ogni ruolo che interpreto”, ha affermato.

“Separare il mio ruolo e la mia identità è un passo cinico e violento, costruito sulle tradizioni coloniali della cancellazione in corso delle identità storiche e della pulizia etnica, che non mi lasciano spazio per la felicità, ma piuttosto per la rabbia e la frustrazione.

“Questa rabbia e frustrazione sono alla base della stessa esperienza che ‘Let It Be Morning’ porta sullo schermo”, ha aggiunto.

Ha anche espresso gratitudine a Kolirin per la sua “sensibilità e comprensione” che ha reso la sua prima esperienza di recitazione così speciale.

Basato su un romanzo del giornalista, sceneggiatore ed autore Sayed Kashua, il film narra la storia di Sami, un cittadino palestinese di Israele che torna con la famiglia nella sua città natale per partecipare al matrimonio di suo fratello. Dopo il matrimonio, Sami, sua moglie e suo figlio incontrano soldati israeliani che li costringono a rimanere nel villaggio, e Sami viene presto imprigionato nella sua città natale, senza sapere perché o per quanto tempo.

Il premio arriva dopo che il cast ha boicottato il Festival di Cannes a luglio, dopo aver spiegato in una dichiarazione collettiva sui social media che avrebbero compiuto un atto politico di assenza, per protestare contro la cancellazione culturale dei palestinesi da parte di Israele.

We Are Not Numbers. Di Aseel Kabariti. (Da Zeitun.info). Ci sono varie forme di lavoro minorile. Molti pensano a un bambino in fabbrica, ma talvolta è un ragazzino adorabile che al mercato ti tira per la manica. 

“Per favore, vuole comprare un po’ della mia menta?”, mi chiede un ragazzino con un bel sorriso e un taglio di capelli decisamente cool.

Era una giornata di sole e il mercato di Al-Shejaiya risuonava di rumori: la gente si affollava intorno ai banchi, le voci dei venditori e compratori che discutevano sui prezzi. In tutto quel frastuono io e la mia sorellina riuscivamo a stento a sentirci. Stavamo facendo la spesa per il Ramadan quando è saltato fuori il ragazzo.

“Invece ti farò una foto,” ho risposto, immortalando il suo sorriso radioso.

Mia sorella ha suggerito di postarla su Instagram, ma io ho esitato. Postare una foto carina avrebbe normalizzato questo tipo di lavoro infantile oppure attirato un’attenzione quanto mai necessaria?

Lavoro minorile a Gaza

Secondo un rapporto UNICEF del 2018 almeno un terzo delle famiglie palestinesi vive sotto la soglia di povertà e la disoccupazione nella Striscia di Gaza è attestata al 53,7%. Dall’inizio della pandemia la situazione è solo peggiorata. Di conseguenza il numero di minori che lavorano nei negozi di famiglia o come venditori ambulanti è cresciuto drammaticamente. A ogni angolo delle strade più popolari di Gaza City c’è almeno un bambino che prega i passanti di comprare qualsiasi cosa stia vendendo. Molti di loro non hanno scelta; quello che riescono a guadagnare potrebbe essere l’unica fonte di sostentamento della loro famiglia. Il lavoro minorile è sempre un male?

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro definisce lavoro minorile ogni attività lavorativa “che priva i bambini e le bambine della loro infanzia, delle loro potenzialità e dignità e che danneggia il loro sviluppo fisico e mentale.” La Convenzione sull’età minima del 1973 “fissa a 15 anni (13 per i lavori leggeri) l’età minima generale per lavorare.”

Per fare l’avvocato del diavolo, queste definizioni, seppure moralmente ben intenzionate, non considerano le specifiche condizioni ed esperienze personali di un bambino lavoratore. Ci sono tre punti importanti da prendere in considerazione.

Primo, le organizzazioni internazionali hanno fissato l’età senza tener conto delle specifiche circostanze di ogni Paese. Ci sono molte famiglie a Gaza che dipendono totalmente dai figli per contribuire a fornire il supporto essenziale per sbarcare il lunario come comprare cibo e acqua. Se qui si seguissero le leggi internazionali e questi ragazzi non potessero lavorare, alcune famiglie morirebbero letteralmente di fame. Davanti alla scelta fra farli lavorare o lasciar morire di fame dei familiari, voi cosa scegliereste?

Secondo, ci sono doppi standard quando si tratta di decidere se il lavoro di un minore è un bene o un male. Per esempio, la società accetta che i minori lavorino come modelli, musicisti e attori, ma non in un negozio o magazzino. L’argomento principale è che quest’ultimo tipo di occupazione depriva i bambini della loro infanzia e non li aiuta a migliorare le proprie competenze.

Ma lavorare in un negozio o vendere qualcosa a un cliente può in realtà aiutarli a imparare e crescere, migliorare la comunicazione, la capacità di essere un leader e un buon venditore. E il lavoro può insegnare ai minori molte cose pratiche che non imparerebbero frequentando la scuola media e che potrebbero aiutarli a ottenere lavori migliori in futuro. Terzo, lavorare e andare a scuola non si escludono a vicenda. Anzi quasi tutti la frequentano. E lavorare può aiutarli nel loro percorso educativo, specialmente in questo periodo in cui è necessaria una connessione internet, soprattutto dopo lo scoppio del COVID-19 che ha spostato quasi tutta l’istruzione online.

Cosa dovremmo fare?

Il ragazzino che io e mia sorella abbiamo incontrato al mercato è stato costretto a passare la sua infanzia lavorando. Condizioni sociali, politiche ed economiche che non può controllare hanno definito la sua vita. Non dovrebbe lavorare per far sopravvivere la propria famiglia, ma la soluzione non è criminalizzare il lavoro minorile a Gaza. Si dovrebbe invece sostenere lo sviluppo economico e creare lavoro, insieme a un sostegno educativo e sociale per questi minori. E per quelli che devono lavorare ci sono alcuni benefici educativi e non dovrebbero necessariamente essere considerati in modo diverso da quelli di ogni bambino attore o musicista.

Traduzione dall’inglese per Zeitun.info di Mirella Alessio.

Di Mohammad Hannoun-API. Oggi, 8 ottobre, ricorre il 31º anniversario della posa delle fondamenta del “terzo tempio” nella Spianata della Moschea di al-Aqsa. L’8 ottobre 1990 scoppiò un’intifada, una sollevazione dei civili palestinesi. Dall’altra parte c’erano coloni ultra-ortodossi e centinaia di soldati. Il risultato fu di 21 palestinesi uccisi, 150 feriti e 270 arrestati.

MEMO. La crisi economica in Libano e gli sviluppi a livello umanitario, oltre alla crisi COVID-19, hanno avuto un impatto negativo sulla vita dei rifugiati palestinesi nel paese. E’ quanto dichiarato da un membro del Movimento Palestinese nel campo di Nahr Al-Bared.

In un’intervista all’agenzia di stampa APA, Wissam Muhammad ha affermato che tutto il Libano, compresi i campi profughi palestinesi, ha assistito a un forte aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, oltre agli alti prezzi dei medicinali e dei trasporti. I rifugiati palestinesi non possono soddisfare i loro bisogni con stipendi che ammontano a 50.000 lire (32 dollari) o poco più al giorno.

Ha spiegato che l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e il lavoro per i rifugiati (UNRWA) non ha adempiuto al proprio dovere nei confronti dei campi palestinesi dall’inizio della pandemia di coronavirus, invitandola a sostenere i profughi palestinesi in Libano.

Il tasso di disoccupazione nei campi palestinesi ha raggiunto il 60%, ha aggiunto.

(Foto: rifugiati palestinesi sventolano bandiere palestinesi durante una manifestazione a sostegno dei palestinesi di Gaza, nel campo profughi di Ain al-Hilweh a Sidone, in Libano, il 30 maggio 2021. [Ali Hankir – Anadolu Agency])

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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