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Nablus-PIC e Quds Press. Lunedì è deceduto l’ex detenuto palestinese Ihab Zaid al-Kilani, residente a Nablus, malato di cancro. Era uscito da un carcere israeliano un mese fa, già gravemente malato.

Kilani è una nuova vittima della negligenza medica nelle carceri dell’occupazione israeliana; è stato liberato durante il mese di digiuno musulmano del Ramadan dopo che il cancro si era diffuso in tutto il suo corpo a causa della mancanza di cure mediche adeguate mentre era sotto custodia israeliana.

La sua famiglia ha accusato l’amministrazione carceraria israeliana di deliberata negligenza medica.

Kilani, padre di quattro figli, il più giovane dei quali ha solo tre anni, venne arrestato nell’ottobre 2021 e trascorse quasi sei mesi in detenzione amministrativa (senza accusa né processo), per essere poi rilasciato ad aprile.

In precedenza aveva trascorso un totale di quattro anni e mezzo nelle carceri israeliane.

Più di 600 prigionieri palestinesi con diversi problemi di salute sono attualmente detenuti nelle carceri israeliane.

Decine di loro sono in condizioni critiche, affetti da gravi malattie, tra cui insufficienza cardiaca e renale, paralisi e cancro.

Gerusalemme/al-Quds-Quds Press e PIC. Decine di palestinesi sono rimasti feriti dopo che le forze di polizia israeliane hanno violentemente attaccato il funerale di Walid Sharif, lunedì sera, nella Gerusalemme occupata.

La Mezzaluna Rossa Palestinese ha riferito che 71 palestinesi sono stati feriti da proiettili di metallo rivestiti di gomma, granate stordenti e lacrimogeni. Tredici persone sono state trasferite in ospedale, di cui due con ferite agli occhi, ha aggiunto.

La polizia israeliana ha sparato lacrimogeni contro i palestinesi in lutto nel cimitero Mujahidin. Anche un giornalista è rimasto ferito mentre seguiva gli eventi.

La polizia israeliana ha anche spruzzato acqua contaminata.

Almeno 16 palestinesi sono stati detenuti durante l’attacco.

Migliaia di persone in lutto hanno partecipato al corteo funebre di Walid Sharif, che è stato dichiarato morto sabato per le ferite riportate il mese scorso dalle forze israeliane.

Sharif aveva subito un grave trauma cranico il 22 aprile quando la polizia israeliana attaccò violentemente i fedeli palestinesi nella moschea di al-Aqsa.

L’attacco di lunedì è avvenuto pochi giorni dopo che la polizia ha spinto e picchiato i partecipanti al funerale di Shireen Abu Aqleh, una nota giornalista di Al-Jazeera che è stata assassinata dalle forze israeliane mercoledì scorso mentre seguiva un’incursione militare israeliana a Jenin.

Gerusalemme/al-Quds – The Palestine Chronicle. Centinaia di palestinesi, inclusi giornalisti ed intellettuali, hanno firmato una petizione chiedendo ad Al-Jazeera di smettere di ospitare funzionari israeliani sul canale, dopo che la corrispondente Shireen Abu Aqleh è stata uccisa dalle truppe israeliane, secondo quanto riferito da The New Arab.

“Rivolgiamo un appello all’amministrazione di Al-Jazeera affinché smetta di ospitare i rappresentanti dell’entità criminale, razzista e sionista coloniale che ha assassinato Shireen, come parte di un tentativo di mettere a tacere la voce della verità”, si legge nella petizione, pubblicata mercoledì dal Forum Palestina – una piattaforma online palestinese che ospita contributi di intellettuali dei Territori palestinesi e della diaspora.

Ramzy Baroud Interview with Palestine Deep Dive I US – Palestinians in Prison Right Now

Ramzy Baroud speaks after the assassination of #Palestinian journalist #ShireenAbuAkleh pic.twitter.com/8ShlbQt0TU

— The Palestine Chronicle (@PalestineChron) May 15, 2022

La lettera ha ricevuto il sostegno di diversi giornalisti che lavorano per Al-Jazeera, tra cui Ahmad Mansour (Egitto), Khadija Benguenna (Algeria) e Ghada Oueiss (Libano).

“E aggiungo la mia voce oggi. Non ha senso intervistare un criminale bugiardo”, ha scritto Oueiss su Twitter dopo aver condiviso l’invito al boicottaggio.

Abu Aqleh, cittadina con doppia nazionalità USA-palestinese, stava coprendo per Al-Jazeera un raid israeliano nella città di Jenin, mentre indossava un giubbotto antiproiettile che la identificava chiaramente come “stampa”, quando è stata colpita da un cecchino israeliano.

Israeli forces on Thursday obstructed the funeral convoy of slain Palestinian journalist Shireen Abu Akleh.

Read more through the link https://t.co/rPwCnpvz6f pic.twitter.com/ZlMaXgVM5x

— The Palestine Chronicle (@PalestineChron) May 15, 2022

È stata sepolta venerdì a Gerusalemme, durante una brutale repressione della polizia israeliana al suo funerale. Le forze israeliane hanno attaccato il suo corteo funebre nella Gerusalemme Est occupata, hanno aggredito persone in lutto e hanno sparato gas lacrimogeni e proiettili di metallo rivestiti di gomma, ferendo 14 persone.

Gerusalemme/al-Quds – MEMO. Il principale attivista per i diritti dei palestinesi, Sheikh Raed Salah, ha dichiarato domenica ad Al-Jazeera che le autorità d’occupazione israeliane stanno agendo “in modo idiota”.

L’attivista ha aggiunto che il recente attacco israeliano alla bara e al funerale della giornalista Shireen Abu Aqleh “dimostra la stupidità” dell’occupazione. “Il criminale [israeliano] non accetterà mai la colpa per l’atto e [non] sosterrà la vittima [palestinese]”.

Il capo del Movimento islamico in Israele ha proseguito affermando che i principi dei diritti dei palestinesi trionferanno sempre sul progetto israeliano.

Israele ha assassinato la giornalista di Al-Jazeera Shireen Abu Aqleh mercoledì scorso, mentre stava seguendo l’assalto dell’esercito d’occupazione al campo profughi di Jenin. La 51enne indossava un giubbotto antiproiettile che mostrava chiaramente la parola “stampa” e indossava un casco, ma è stata comunque colpita alla testa da un cecchino israeliano. Anche i suoi colleghi sono stati feriti mentre cercavano di salvarla.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Gerusalemme/al-Quds – WAFA. Lunedì, i massimi leader delle chiese a Gerusalemme hanno condannato, in una nota, la brutalità della polizia israeliana all’Ospedale S. Giuseppe durante i funerali della giornalista palestinese Shireen Abu Aqleh, che è stata uccisa mercoledì a colpi d’arma da fuoco dalle forze israeliane a Jenin, mentre copriva un’incursione.

“Noi, Patriarca greco di Gerusalemme, Patriarca latino di Gerusalemme e Vescovi e fedeli delle Chiese cristiane in Terra Santa, condanniamo la violenta intrusione della polizia israeliana nel corteo funebre della giornalista Shireen Abu Aqleh, mentre sfilava dall’Ospedale San Giuseppe alla chiesa cattedrale greco-melchita”, hanno affermato i leader della chiesa in una nota.

“La polizia ha fatto irruzione in una istituzione sanitaria cristiana, mancando di rispetto alla Chiesa, all’istituto sanitario, alla memoria della defunta e facendo sì che coloro che stavano trasportando la bara la facessero quasi cadere”, hanno detto.

“L’invasione e l’uso sproporzionato della forza da parte della polizia israeliana, che attacca le persone in lutto, le colpisce con manganelli, usando granate fumogene, sparando proiettili di metallo rivestite di gomma, spaventando i pazienti dell’ospedale, è una grave violazione delle norme e dei regolamenti internazionali, compreso il diritto umano fondamentale alla libertà di religione, che deve essere osservato anche in uno spazio pubblico”, hanno aggiunto i responsabili della chiesa.

“L’Ospedale San Giuseppe è sempre stato con orgoglio un luogo di incontro e di guarigione per tutti, indipendentemente dalla loro religione o cultura, e intende continuare ad esserlo. Quanto accaduto venerdì scorso ha ferito profondamente non solo la comunità cristiana, le Suore di San Giuseppe dell’Apparizione, titolari dell’Ospedale, e tutto il personale ospedaliero, ma anche tutti i popoli che in quel luogo hanno trovato e trovano ancora pace e ospitalità”.

“Le suore ed il personale dell’Ospedale manterranno il loro impegno nel proteggerlo come un luogo di guarigione”.

“Il tragico episodio di venerdì scorso fa sì che questo impegno sia più forte che mai”, hanno concluso i capi delle Chiese.

Jeddah – WAFA. L’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC) ritiene la comunità internazionale responsabile per le ripercussioni della Nakba, che va avanti da decenni a causa dell’incapacità internazionale a mettere in atto le risoluzioni internazionali e a causa dei suoi doppi standard, e l’ha invitata a correggere l’ingiustizia ancora inflitta al popolo palestinese.

L’OIC ha ricordato il 74° anniversario della Nakba sulla terra e sul popolo palestinese, in seguito alla creazione del cosiddetto Stato di Israele, e il successivo sradicamento, discriminazione etnica, sfollamento di massa, omicidio, persecuzione, confisca di proprietà e privazione dei legittimi diritti nazionali al popolo palestinese.

Questo ricordo doloroso è ancora vivo nella memoria individuale e collettiva, in un momento in cui la sofferenza del popolo palestinese è esacerbata da asilo, esilio e sfollamento e dalle azioni illegali nefaste di Israele, come sequestro di terre, demolizioni di case, massacri e profanazione di luoghi santi, così come le sue politiche di ebraicizzazione della città di Gerusalemme/al-Quds per isolarla dai suoi contesti palestinesi, violando tutte le risoluzioni di legalità internazionale, ha affermato l’OIC in una nota.

L’OIC ha sottolineato la responsabilità politica, legale e umanitaria della comunità internazionale e delle Nazioni Unite nel porre fine all’occupazione israeliana e nel trovare una soluzione giusta e completa alla questione palestinese, secondo le pertinenti risoluzioni internazionali e l’Iniziativa di pace araba.

Ha ribadito il suo fermo ed incondizionato sostegno al popolo palestinese nella sua giusta lotta per riconquistare ed esercitare i propri diritti nazionali inalienabili, il primo dei quali è il diritto al ritorno, secondo la risoluzione 194 delle Nazioni Unite, e l’istituzione di uno Stato di Palestina indipendente ai confini del 4 giugno 1967, con Gerusalemme Est come sua capitale eterna.

Ha inoltre invitato le nazioni ed i popoli liberi del mondo a continuare a manifestare la loro solidarietà con il popolo palestinese ed i suoi diritti legittimi.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Gerusalemme/al-Quds – MEMO. Arab48 ha riferito domenica che le forze d’occupazione israeliane hanno represso le manifestazioni per la commemorazione del 74° anniversario della Nakba palestinese nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme, ferendo decine di manifestanti.

Secondo il sito di notizie, le forze d’occupazione israeliane hanno assaltato l’Università al-Quds ad Abu Dis, a Gerusalemme Est, usando gas lacrimogeni e lasciando gli studenti con difficoltà respiratorie.

Le forze israeliane hanno anche fatto irruzione presso la Palestine Technical University – Kadoorie, a Tulkarm, e hanno sparato gas lacrimogeni, ferendo decine di studenti.

Le forze d’occupazione hanno anche fatto irruzione ad al-Bireh, sparando munizioni letali contro i palestinesi che protestavano contro la loro presenza. Circa 17 palestinesi sono rimasti feriti.

Anche le manifestazioni nel campo profughi di al-Aroub, a Hebron/al-Khalil, sono state prese di mira.

Secondo l’agenzia di stampa Wafa, un israeliano della colonia di Yitzhar, a sud di Nablus, domenica ha rapito un ragazzo palestinese fuori dalla sua scuola, nella cittadina di Urif, secondo quanto affermato da fonti locali.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

A cura dei Giovani Palestinesi d’Italia. La Nakba è un filo rosso che unisce tutti i palestinesi ovunque essi si trovino. È quello che accomuna un palestinese nato e cresciuto a Cesena, un palestinese nato e cresciuto in un campo profughi a Tiro in Libano, una palestinese nata e cresciuta a Khan Younis nella striscia di Gaza e così via. La cacciata dei palestinesi dalle proprie case e terre, il 15 maggio 1948, ha dato origine a una tragedia che ancora oggi si compie. Per questo motivo abbiamo deciso di raccontare le nostre storie, che pur diverse sono tutte legate dalla stessa origine, quella di essere palestinesi che hanno subito una violenza coloniale che persiste tuttora. Testo di @bright_kape Illustrazione di @whoisarde Grafica di @drew_ric

Gaza. The Palestine Chronicle. Testo e foto di Mahmoud Ajjour. I palestinesi a Gaza stanno commemorando il 74° anniversario della Nakba, la distruzione “catastrofica” della patria palestinese, che ha portato alla creazione dello Stato di Israele.

Il Festival Nazionale è uno dei tanti eventi che si svolgono in questo giorno in tutta la Palestina per ricordare ai giovani palestinesi le loro radici, insistendo così sul loro diritto al ritorno alle loro città e villaggi distrutti, come sancito dal diritto internazionale.

Nelle foto, i giovani palestinesi sono vestiti con abiti tradizionali, usati dai contadini palestinesi (Falahin) e dai beduini, mentre imparano a conoscere lo stile di vita in Palestina prima della sua distruzione.

Il corrispondente di Palestine Chronicle a Gaza ha parlato con gli organizzatori dell’evento, i quali hanno ribadito che il diritto al ritorno non è un diritto simbolico, ma una giusta richiesta che alla fine sarà realizzata a seguito della resistenza palestinese all’occupazione israeliana.

Secondo i dati di un rapporto dell’Ufficio centrale di statistica palestinese (PCBS), rilasciato in occasione nel 74° anniversario della Nakba, alla fine del 2021 la popolazione totale dei Palestinesi nel mondo aveva raggiunto i 12,4 milioni, questo significa che il suo numero si è moltiplicato di circa dieci volte dal 1948.

I dati statistici mostrano anche che i palestinesi costituiscono il 49,9% degli abitanti della Palestina storica, mentre gli ebrei costituiscono il 50,1% della popolazione totale. Inoltre, l’occupazione israeliana continua a controllare l’85% dell’area totale della Palestina, che ammonta a 27mila chilometri quadrati.

Il PCBS ha riferito domenica che il numero totale di rifugiati palestinesi è di circa 6,4 milioni, il 28,4% dei quali vive in 58 campi. PCBS ha sottolineato che questo è un numero approssimativo, poiché molti di loro non sono registrati.

Sulla base del rapporto del PCBS, la Nakba ha provocato lo sfollamento di 800.000 degli 1,4 milioni di palestinesi che vivevano nella Palestina storica nel 1948 in 1.300 villaggi e città.

Il rapporto ha anche sottolineato che, dalla Nakba ad oggi, il numero dei martiri arabi e palestinesi ha raggiunto i 100.000, mentre dal 1967 un milione di Palestinesi sono stati arrestati.

Il 15 maggio di ogni anno, i palestinesi commemorano l’anniversario della Giornata della Nakba, quando 800.000 palestinesi furono sfollati, 500 villaggi furono rasi al suolo e furono perpetrati decine di massacri, in quella che gli storici del mondo intero definiscono “pulizia etnica della Palestina”.

PIC. Il direttore del Centro Palestinese per gli Studi sui Prigionieri Riad al-Ashqar ha affermato domenica che, dalla Nakba nel 1948, Israele ha imprigionato oltre un milione di palestinesi.

Ashqar ha affermato che quella dei prigionieri palestinesi è una delle questioni centrali della causa palestinese. Ha aggiunto che essi sono sottoposti a gravi torture fisiche e psicologiche durante l’arresto, nei centri di interrogatorio e nelle carceri.

“Le amministrazioni carcerarie israeliane hanno commesso crimini brutali contro i prigionieri palestinesi, comprese donne, bambini, anziani, deputati e pazienti su base regolare”, ha affermato Ashqar.

Ha sottolineato che negli ultimi decenni, 228 prigionieri palestinesi sono stati uccisi a causa delle pratiche israeliane, oltre a torture e negligenza medica.

Circa 4.700 prigionieri palestinesi sono attualmente rinchiusi nelle carceri israeliane, distribuiti in 23 centri di detenzione, tra cui 32 donne, 170 bambini, 700 pazienti e 600 detenuti amministrativi.

Alla cortese attenzione del Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti Carlo Bartoli, Roma

Alla cortese attenzione del Vice-Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti Angelo Luigi Baiguini, Roma

Condanniamo senza mezzi termini l’assassinio della collega giornalista Shireen Abu Aqleh, 51 anni, nota corrispondente di Al Jazeera nella Palestina occupata, da parte di cecchini delle forze di occupazione israeliane.

Shireen, che indossava un giubbotto con la visibile scritta “Press”, stava coprendo le aggressioni israeliane contro il campo profughi di Jenin, la mattina dell’11 maggio, quando è stata presa di mira e colpita con un proiettile alla testa, che l’ha uccisa. Ci sono testimoni sul posto e filmati che attestano che si è trattato di un’esecuzione. Jenin si trova nei Territori Occupati palestinesi, che sono considerati sotto occupazione illegittima dalla risoluzione 242 delle Nazioni Unite e dalla IV Convenzione di Ginevra.

Giornalisti nel mirino.

Israele colpisce per uccidere o mutilare giornalisti, medici e infermieri, bambini, donne, ragazzi, vecchi, nell’impunità più totale e senza che la cosiddetta “comunità internazionale” si scomodi a condannare o a prendere seri provvedimenti, come invece avviene in altri scenari bellici mondiali.

Israele è attualmente sotto accusa per crimini di guerra e crimini contro l’umanità presso la Corte Penale Internazionale. Assassinare i giornalisti in contesti di occupazione militare significa silenziare la voce di chi lavora per documentare la verità. L’abbattimento del palazzo che ospitava Al Jazeera e Associated Press, nel 2021, nella Striscia di Gaza, l’uccisione di Shereen Abu Aqleh, costituiscono delle chiare violazioni del diritto umanitario internazionale, che garantisce protezione alla professione giornalistica. Negli ultimi 10 anni 24 giornalisti palestinesi sono stati uccisi dall’esercito israeliano.

Chiediamo al presidente dell’Ordine dei Giornalisti Carlo Bartoli – che negli ultimi giorni si è espresso a favore della tutela della professione nel caso ucraino – di riservare le medesime attenzioni nei confronti dei colleghi palestinesi che da anni cercano di raccontare la realtà dell’occupazione militare, della violazione dei diritti umani e dei crimini di apartheid commessi da Israele (si vedano i report pubblicati dalle Ong internazionali Human Rights Watch, B’Tselem, Amnesty International).

Chiediamo a Ricardo Gutierrez presidente della Federazione Europea dei Giornalisti, che in passato ha dichiarato che “i giornalisti vengono deliberatamente presi di mira allo scopo di creare terrore o di impedire che emerga la verità” di esprimersi in conformità a queste parole, prendendo posizione contro l’assassinio di Shereen Abu Aqleh.

Chiediamo, inoltre, che l’Ordine dei Giornalisti si esprima riguardo alla violazione del Codice Deontologico da parte di molti giornali italiani e da parte della RAI- Radiotelevisione italiana, per ciò che concerne l’accesso all’informazione senza ingerenza e al rispetto delle fonti, che devono essere imparziali e non espressione di una verità unilaterale. La Rai, in merito all’omicidio della Abu Aqleh, ha cercato di occultare la responsabilità dei militari israeliani, definendo la sua uccisione frutto di uno “scontro”.

Ribadiamo quanto scritto all’inizio: i territori della Cisgiordania sono occupati militarmente e in violazione delle principali convenzioni in materia di protezione di diritti umani.

Manca poco alla giornata mondiale in difesa della libertà di stampa: l’Italia si trova al 58° posto nella classifica dei paesi dove viene rispettata la libertà di stampa, principio sancito dalla Costituzione italiana all’art. 21, pertanto auspichiamo che l’Ordine Nazionale dei Giornalisti prenda posizione e che chieda il rispetto del codice deontologico, delle convenzioni internazionali e del rispetto della libertà di stampa e di espressione.

InfoPal.it

GPI-Giovani palestinesi d’Italia

API-Associazione dei Palestinesi in Italia

Gabriella Grasso, Parallelo Palestina

Avv. Dario Rossi, Giuristi democratici

Genova, 14/05/2022

Gaza – MEMO. Abdel-Jawad Abdelghafour vive nella città di Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza, tra numerosi reperti storici palestinesi.

Abdelghafour conserva gli oggetti di suo padre e di suo nonno, tra cui falci, martelli, bilance, seghe, scalpelli e macinacaffè.

Alcuni di questi pezzi hanno più di 100 anni e risalgono a prima della creazione dello stato d’occupazione di Israele.

Dice che spera di trasmettere gli oggetti a suo figlio per assicurarsi che sopravvivano, come parte dell’antica eredità della Palestina. “Questi strumenti testimoniano le nostre vite e li tengo qui affinché servano da testimonianza a noi, i proprietari della terra”.

Gerusalemme /al-Quds- MEMO. Il luogo dell’omicidio della giornalista Shireen Abu Aqleh, all’ingresso del campo profughi di Jenin, è diventato un memoriale per i palestinesi.

Fin dalle prime ore di giovedì mattina, i palestinesi sono accorsi da vari luoghi per visitare il punto in cui è stata colpita e uccisa Abu Aqleh, lasciare fiori e pregare per lei.

Foto di Abu Aqleh sono state appese agli alberi che circondano l’area, insieme a bandiere palestinesi ed una tradizionale kefiah.

Sul terreno dove Abu Aqleh è caduta, dopo essere stata ferita a colpi d’arma da fuoco, giacevano mazzi di fiori e lettere.

Uno dei messaggi diceva: “L’immagine è diventata chiara e la copertura era assente. Shireen Abu Aqleh è una parola che non muore. Possa la tua anima riposare in pace”.

Mercoledì mattina, il ministero della Salute palestinese ha annunciato la morte di Shireen Abu Aqleh, “dopo essere stata ferita a colpi d’arma da fuoco dall’esercito israeliano nella città di Jenin”.

La rete di Al-Jazeera e l’Autorità Palestinese hanno accusato Israele di aver ucciso deliberatamente Shireen Abu Aqleh, sparandole mentre stava svolgendo il suo lavoro; da parte sua, l’esercito israeliano ha affermato che i risultati iniziali mostravano che era stata “uccisa da uomini armati palestinesi”.

Abu Aqleh era nata a Gerusalemme nel 1971, ed è stata una dei primi corrispondenti di Al-Jazeera, entrando a far parte del canale nel 1997.

Majd Owais, un giovane che vive in una delle case vicine, ha detto di aver partecipato alle cerimonie “in onore di Shireen e del suo grande ruolo nazionale”.

Parlando all’Agenzia Anadolu, ha aggiunto: “Da ieri [venerdì], nel sito ci sono costantemente cittadini che vengono a pregare per lei”.

Owais ha continuato, mostrando le tracce lasciate dai proiettili: “Guarda, questo è ciò che i proiettili israeliani esplosi hanno lasciato sugli alberi e sulle pietre. Questi proiettili sono famosi, sono usati solo dall’esercito israeliano”.

Ha detto che Abu Aqleh, accompagnata dai suoi colleghi, indossava un giubbotto speciale per la stampa e che l’esercito israeliano ha visto la loro posizione e ha sparato direttamente contro di essi.

Nello stesso luogo, Ayman Khalil, della cittadina di Anin, stava piangendo. Ha detto all’agenzia Anadolu che ha deciso di visitare “il luogo del martirio di Abu Aqleh per pregare per lei e vedere dove è stata presa di mira”.

Ha aggiunto: “Abbiamo pianto tutti, nonostante non conoscessimo Shireen personalmente, ma la conosciamo attraverso la sua copertura giornalistica da decenni. Shireen, hai servito il Paese trasmettendo l’immagine della verità”.

Mamoun Fashafsha, un palestinese della cittadina di Jaba’, nel governatorato di Jenin, ha detto ad un corrispondente di Anadolu di essere venuto “per osservare il luogo del martirio e pregare per Abu Aqleh”.

Ha aggiunto: “Shireen significa molto per noi, ha vissuto nella memoria di generazioni e la sua memoria rimarrà per molti anni. Shireen ha raccontato molti eventi in molti anni. È stata una combattente della resistenza e ha dato alla causa palestinese ciò che gli altri non sono stati in grado di fornire, attraverso la sua voce e la sua copertura”.

Fashafsha ha accusato le autorità israeliane di aver preso di mira deliberatamente Abu Aqleh per il suo ruolo pionieristico nel fornire copertura stampa e denunciare i crimini israeliani.

Molti residenti del campo profughi di Jenin hanno ricordi di Abu Aqleh durante la sua copertura dell’invasione israeliana del campo, nel 2002.

Umm Ahmed Freihat, una residente del campo, ha detto in lacrime: “Shireen ha vissuto la battaglia del campo con noi. Ha riportato i massacri israeliani e la distruzione che hanno lasciato. Ha cercato tra le rovine i nostri bambini”.

In un’intervista all’agenzia Anadolu, ha aggiunto: “Aveva sete, era senz’acqua. I suoi vestiti erano sporchi, quindi le ho dato i vestiti da casa mia. Shireen non c’è più e la sua assenza mi ha colpito al cuore come un fulmine”.

Nell’aprile 2002, l’esercito israeliano entrò nella città di Jenin e nel suo campo profughi, e in dieci giorni vennero uccisi almeno 52 palestinesi, di cui circa la metà erano civili. Secondo i rapporti sui diritti umani, circa 150 edifici vennero completamente distrutti, decine vennero parzialmente distrutti e circa 435 famiglie vennero sfollate.

New York – The Palestine Chronicle. In una dichiarazione rilasciata sabato, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite, Michelle Bachelet, ha condannato l’attacco della polizia israeliana contro i palestinesi in lutto.

I palestinesi sono stati attaccati mentre cercavano di trasportare la bara dell’iconica giornalista Shireen Abu Aqleh, assassinata l’11 maggio dai soldati israeliani nella città di Jenin, in Cisgiordania.

‘This is an Israeli War on the Truth’: Palestine Chronicle Statement on the Assassination of Shireen Abu Akleh

Read our full statement: https://t.co/Igx3QwQdPa pic.twitter.com/IGX1BM0fp9

— The Palestine Chronicle (@PalestineChron) May 14, 2022

“Il video della polizia israeliana che venerdì 13 maggio attacca le persone in lutto al corteo funebre della giornalista Shireen Abu Aqleh, nella Gerusalemme Est, è stato scioccante”, ha detto Bachelet.

“L’uso israeliano della forza, che veniva filmato e trasmesso in diretta”, ha aggiunto Bachelet, “deve essere indagato tempestivamente ed in modo trasparente”.

Al-Jazeera correspondent Shireen Abu Akleh, 51, from Jerusalem, was killed on Wednesday morning during an Israeli raid in the northern West Bank city of Jenin.
Full story; https://t.co/r6vI9GF1gO pic.twitter.com/q18q5vysyI

— The Palestine Chronicle (@PalestineChron) May 14, 2022

Bachelet ha proseguito affermando che “ci deve essere una responsabilità per questo omicidio terribile, non solo di Shireen Abu Aqleh, ma di tutte le uccisioni ed i gravi ferimenti nei Territori palestinesi occupati”.

“La cultura dell’impunità deve finire ora”, ha concluso Bachelet.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Quds Press. La Commissione per i media della “Conferenza popolare per i palestinesi all’estero” giovedì ha annunciato il lancio della campagna denominata “Nakba 74″, in cinque lingue e con la partecipazione di oltre 100 istituzioni internazionali da tutto il mondo”.

In una dichiarazione inviata a Quds Press, la Commissione afferma che “la campagna è iniziata il 14 maggio e durerà tre giorni, in coincidenza con il 74° anniversario della Nakba”.

Nella dichiarazione si evidenzia il fatto che la Conferenza ha lavorato non poco per ottenere un’ampia partecipazione alle attività della campagna “Nakba 74”, con la massima circolazione di appositi hashtag sulle varie piattaforme dei social network per esempio.

Viene sottolineato che la campagna “mira a presentare la causa palestinese e a metterla al centro del dibattito pubblico, con una narrazione giusta e veritiera, attraverso le parole dei suoi figli e di coloro che le sono da sempre solidali”.

La campagna “Nakba 74” cercherà di “consolidare sempre di più il diritto al ritorno e all’autodeterminazione dei rifugiati, così come di stabilire l’unità tra i palestinesi all’estero e il popolo palestinese che si trova a Gaza, in Cisgiordania, a Gerusalemme e nei territori occupati dal 1948”, secondo quanto hanno affermato gli organizzatori della Conferenza.

La “Conferenza popolare per i palestinesi all’estero”, inaugurata nel febbraio 2017 in Turchia e con sede a Beirut, mira a “ricostituire un movimento popolare che abbia un ruolo reale ed efficace, affinché i palestinesi all’estero possano contribuire sempre di più alla causa della Palestina”.

Traduzione per InfoPal di G.B.

Gerusalemme occupata/al-Quds – PIC. Dawoud al-Zubeidi, un detenuto ferito proveniente da Jenin, è stato dichiarato morto domenica mattina, dopo essere ferito venerdì con un proiettile durante un raid israeliano nel campo profughi di Jenin.

Sabato, la famiglia di Zubeidi ha affermato di essere stata informata dall’esercito d’occupazione israeliano che il loro figlio era stato ferito e detenuto durante il raid avvenuto venerdì nel campo di Jenin, e che era stato trasferito in condizioni critiche in un ospedale in Israele (Palestina occupata nel 1948).

Secondo i media in lingua ebraica, Zubeidi era stato gravemente ferito all’addome e portato in un ospedale locale per le cure. Tuttavia, quando le sue condizioni sono peggiorate, è stato trasferito all’Ospedale di Rambam, a Haifa.

Un agente di polizia israeliano sarebbe stato ucciso durante gli scontri.

Dawoud è il fratello di Zakaria Zubeidi, scappato con altri cinque dal carcere di Gilboa nel settembre del 2021, prima di essere ricatturato pochi giorni dopo. Sua madre e suo fratello, Taha, sono stati uccisi dalle forze d’occupazione israeliane nel campo profughi di Jenin, nell’aprile del 2002.

Jenin – PIC. Sabato, la Società per i prigionieri palestinesi (PPS) ha dichiarato che le forze d’occupazione israeliane (IOF) hanno informato la famiglia di Hamza Abed, 19 anni, che il ragazzo è stato arrestato dopo essere stato trasferito all’ospedale Rambam, a Haifa.

La PPS ha aggiunto che Abed, che venerdì è stato colpito alla testa dalle IOF durante l’invasione del campo profughi di Jenin, ha una paralisi agli arti superiori ed inferiori ed ora è tenuto sotto respirazione artificiale.

La famiglia di Abed ha detto che le IOF lo hanno trattenuto non appena l’ambulanza che lo trasportava è arrivata al posto di blocco militare di al-Jalama.

“Israele deve essere ritenuto responsabile per le ripercussioni del brutale crimine commesso contro Abed, oltre ai ripetuti crimini contro il popolo palestinese”, ha sottolineato la PPS.

La maggior parte dei palestinesi feriti che sono stati detenuti di recente provengono da Jenin, in Cisgiordania, ha sottolineato.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

ComeDonChisciotte.org. Di Verdiana Siddi. Il ritorno a casa della comunità ebraica NeoGlobal è uno dei reali obiettivi, rispetto alla difesa militare dell’Ucraina dall’operazione speciale russa?

1. Il Pale of Settlement.

Le due mappe sottostanti [1], che prego il lettore osservare subito, riproducono il “Pale of Settlement”, l’area geografica nella quale gli Zar russi rinchiusero le comunità ebraiche dal 1791 al 1917, per 126 anni. L’area comprende le attuali Ucraina e Bielorussia, e parti delle attuali Polonia e Russia, con una estensione totale più o meno pari a quella della Francia. Nonostante l’estensione geografica e l’evidente importanza storica, nei programmi scolastici ed universitari occidentali il “Pale of Settlement” viene a stento menzionato, e le allegate mappe vengono sistematicamente ignorate – come se fossero solo “un dettaglio” della storia europea.

Allo scopo di porre fine o almeno limitare i continui scontri armati che per secoli si erano verificati tra i gruppi ebraici e le diverse popolazioni che abitavano la Russia – molte rurali e, attenzione, non solo cristiane ortodosse – tra i 4,5 ed i 5 milioni di Ebrei [2] vennero quindi rinchiusi in quella vasta area, in convivenza con la popolazione locale. In diverse città, come Varsavia, Minsk (attuale capitale della Bielorussia), Vilnius e tante altre, gli Ebrei del “Pale of Settlement” – che perlopiù parlavano lo Yiddish, lingua differente dall’Ebraico – rappresentavano una quota altissima della popolazione.

Dopo l’abdicazione dello Zar Nicola II, il Governo Provvisorio russo di Kerensky nel marzo 1917 abolì l’obbligo di residenza degli Ebrei nel “Pale of Settlement”, e contemporaneamente alcune migliaia di Ebrei, come Leon Trotsky, decisero di rientrare dall’esilio per unirsi ai Bolscevichi. Movimento, questo, politicamente rilevante ma numericamente insignificante rispetto a quello di ben 2 milioni di Ebrei che tra il 1880 ed il 1920 lasciarono la Russia [3], quasi tutti provenienti dall’area del “Pale of Settlement”, per gli USA o l’Europa occidentale. La Rivoluzione bolscevica, la guerra civile russa e la guerra russo-polacca esposero anche le comunità ebraiche a violenze di ogni genere: collettivizzazioni e sequestri da parte dei Bolscevichi, pogroms e assalti sia da parte dei Russi bianchi che dei nazionalisti Ucraini. Dopo la pace di Riga tra Russia e Polonia del 1921 e la fine della guerra civile russa, altre centinaia di migliaia di Ebrei decisero di optare per la residenza in Polonia che divenne, insieme alla Russia sovietica, lo Stato europeo con la più grande popolazione ebraica.

2. Le comunità ebraiche europee prima della Seconda Guerra Mondiale.
La consistenza numerica delle comunità ebraiche prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale è una tematica dibattuta ed anche delicata, perché è un elemento chiave della stima della consistenza numerica dell’Olocausto. Secondo il censimento polacco del 1931, effettuato per lingua e per religione, in Polonia risiedevano 2,7 milioni di Ebrei per lingua (Yiddish, 2,5 milioni; Ebraico, 243.000), ma 3,1 milioni per religione [4]. Calcolata l’emigrazione ebraica dalla Polonia negli anni ’30, verificatasi a causa del forte antisemitismo polacco e documentata anche e perfino verso la Germania nazista (!), nel 1939 il numero totale viene valutato come oscillante tra i 2,6 ed i 3 milioni. In Romania gli Ebrei erano circa 750.000, Germania (1939) circa 240.000, Ungheria circa 400.000, Cecoslovacchia circa 300.000, Gran Bretagna circa 300.000, Francia (1937) circa 300.000, Austria circa 185.000, Paesi Bassi circa 140.000, Grecia circa 71.000, Jugoslavia circa 70.000, Italia circa 45.000 [5].

Nella Russia europea, comprensiva dell’area del Pale: 2,6 – 3 milioni [6]. USA (1942): 4,8 milioni, pari al 3,6% della popolazione [7].

3. La Seconda Guerra Mondiale e l’Olocausto.
Con l’invasione tedesca e russa del settembre 1939, la Polonia (secondo il citato censimento, divisa tra il 72% di Polacchi ed il restante 28% di Ebrei, Ucraini, Bielorussi e Tedeschi) fu letteralmente cancellata e spartita tra Germania, URSS ed il “Governatorato Generale”, entità istituzionale e giuridica anomala formalmente guidata dal Governatore nazista Hans Frank, ed ugualmente fu divisa la comunità ebraica ivi residente di circa 2,6–3 milioni, particolarmente popolosa nel territorio del “Governatorato Generale” coincidente, come visibile dalle citate mappe, con la porzione nord-occidentale dell’antecedente “Pale of Settlement” zarista.

L’Olocausto, attraverso la morte, industrializzata (camere a gas) e non (malattie e stenti), nei notori campi nell’Est europeo o nelle fucilazioni di massa dei quattro “Einsatzgruppen” nazisti operativi in particolare nell’area del “Pale of Settlement”, ha sterminato la stragrande maggioranza di quella che fino al 1939 era la comunità ebraica residente in Polonia, insieme a milioni di altre vittime deportate nei campi dagli altri territori occupati dai Nazisti o fucilate in massa, particolarmente nell’Est europeo e nell’URSS.

L’accanimento genocida dei Nazisti fu infatti sistematico in tutto l’Est europeo, nonostante la sopravvivenza (in condizioni disumane) fino all’estate del 1944 di diversi ghetti ebraici, tra quali quelli di Varsavia e di Lodz.

Nell’Europa Occidentale l’azione nazista fu comparativamente più selettiva, prioritariamente (ma non esclusivamente) mirata agli Ebrei stranieri affluiti dall’Est europeo e/o politicamente ostili.

In Francia, per esempio, le deportazioni verso i campi dell’Est Europa (con l’attiva cooperazione delle autorità francesi di Vichy, ma non delle autorità militari italiane nella loro area di occupazione) coinvolsero circa 80.000 Ebrei, a fronte di una comunità ebraica di circa 300.000 persone [8].

La quantificazione delle vittime complessive dell’Olocausto, secondo le organizzazioni ebraiche e la storiografia dominante, oscilla come noto tra i 5 ed i 6 milioni. Le ipotesi, minoritarie, sotto i 5 milioni di vittime – per lo più argomentate su un erroneo (o multiplo) conteggio delle vittime della comunità ebraica polacca, sterminate come residenti in Germania, nell’URSS o nel Governatorato Generale – vengono purtroppo ancora oggi equiparate al negazionismo antisemita, che è invece un fenomeno completamente diverso.

4. I campi profughi post Seconda Guerra Mondiale e l’ulteriore emigrazione ebraica.
Terminata la Seconda Guerra Mondiale, si verificò un fenomeno tuttora poco commentato nella storiografia dominante ed altrettanto raramente menzionato dai mass media: tra i 7 e gli 11 milioni di profughi (Tedeschi dell’Est, Ebrei scampati all’Olocausto, sfollati privi di alloggio a causa delle distruzioni e dei bombardamenti a tappeto sulle città europee) furono raccolti in tutta Europa in diversi campi, specialmente in Germania, Austria e Italia ([9] “Displaced persons camps in post WW2 Europe”).

Appare curioso che, ancora oggi, il numero totale di questi profughi sia tanto indeterminato: tra 7 ed 11 milioni, c’è una differenza di oltre il 50%, ossia di oltre 3 milioni e mezzo!! Il minimo che si possa dire è che la ricerca storica nel settore non ha fatto grossi progressi. Come ovvio, trattandosi di un genocidio di milioni di persone, l’Olocausto è stato molto più approfonditamente studiato, come indirettamente attestato anche dalla minore differenza (20%) tra 5 e 6 milioni di vittime.

Da questi campi – ove, come naturale, il tasso di natalità aumentò esponenzialmente – circa 3,2 milioni di profughi europei (450.000 all’anno), parte dei quali Ebrei, tra il 1945 ed il 1952 emigrarono in Israele (650.000), USA, America Latina e perfino Australia [10].

Analogo movimento, ma in scala molto minore, si verificò in Europa: la Francia, per esempio, accolse circa 38.000 profughi, seconda dietro il Regno Unito con circa 86.000 profughi [9].

5. Il “Pale of Settlement” è la maggiore, storica area di provenienza della comunità ebraica mondiale.
In sintesi, la somma dei movimenti migratori ebraici prima e dopo la Seconda Guerra Mondiale rende inequivocabilmente il “Pale of Settlement “ la maggiore, storica area di provenienza dell’attuale comunità ebraica mondiale. Un’ampia quota degli Ebrei israeliani (e la stragrande maggioranza degli Ebrei israeliani Askhenazi) discende da genitori, nonni o bisnonni provenienti dall’area del “Pale of Settlement”, così come la maggior parte degli Ebrei statunitensi Askhenazi, che notoriamente rappresentano oltre il 90% della comunità ebraica USA [11].

Questa origine, così importante, non è molto nota né acquisita come “common” or “mainstream knowledge” – salvo studi storici specifici sull’Ebraismo o sulla storia del popolo ebraico che la maggior parte degli Ebrei istruiti e/o attivi nelle varie associazioni ebraiche ha, come naturale ed ovvio, invece effettuato.

Quesito: perchè esiste questo “gap” di conoscenza, o questa forma di ignoranza? L’ignoranza non aiuta – mai.

6. Le comunità ebraiche dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Il fulcro delle odierne comunità ebraiche mondiali è da oltre mezzo secolo articolato in due poli principali [12]: Israele (circa 6,9 milioni) e Stati Uniti (circa 5,7 milioni). Seguono comunità consistenti, ma comparativamente minori, in Francia (circa 450.000), Canada (circa 392.000), Regno Unito (circa 292.000), Argentina (circa 180.000), Russia (circa 165.000).

Nei primi decenni dopo la Seconda Guerra Mondiale, la tragedia dell’Olocausto ha agito sostanzialmente come un notevole collante tra comunità profondamente diverse, come evidente dal profondo solco che separa i diversi gruppi ebraici religiosi ortodossi (ad esempio gli Hasidic) da altre fasce della popolazione e da varie “elites” intellettuali, laiche e spesso atee.

Il composito paradigma che unì componenti tanto eterogenee si articolò su tre linee strategiche largamente condivise: il sostegno alla nascita ed al consolidamento dello Stato Nazione di Israele, la lotta all’antisemitismo e la costante difesa e propagazione della memoria dell’Olocausto.

7. La rivoluzione politica e culturale degli Anni ’60.
A partire dalla rivoluzione politica e culturale degli anni ’60, l’unità tra componenti tanto eterogenee è andata progressivamente attenuandosi fino a quasi sparire, per essere sostituita da un crescente conflitto interno che investe non solo le comunità ebraiche, ma l’identità stessa dell’Occidente.

Quali sono le principali correnti o filoni culturali che si sono affermati come dominanti in Occidente a partire dalla rivoluzione degli anni ’60?

Oltre alla psicoanalisi fondata da Sigmund Freud ed alla “scuola” del relativismo antropologico culturale (post Jean Jacques Rousseau) di Franz Boas e seguaci (Margareth Mead, Levy Strauss, etc), un ruolo centrale va sicuramente attribuito alla notoria “scuola” di Francoforte di Herbert Marcuse, Theodor Wiesengrund Adorno e Max Horkheimer, più Erich Fromm, per inciso tutti Ebrei tedeschi emigrati dalla Germania nazista.

Il trio Marcuse, Adorno e Horkheimer, in diverse notissime opere, “liberarono” la tradizionale dottrina marxista-leninista dal superato e limitativo ancoraggio alla centralità della classe operaia o del proletariato industriale, affiancandole “nuove classi rivoluzionarie”, identificate in “lavoratori” intellettuali, studenti e disoccupati – con sommo orrore anche da parte dei vetero marxisti-leninisti. Al tempo stesso, con un notevole contributo da parte dello psicologo Erich Fromm, i citati sociologi “incrociarono” le teorie marxiste così rivedute e corrette con quelle freudiane e post freudiane, finendo per identificare – va detto: tanto grossolanamente – la lotta al cd “Stato borghese autoritario” con il rifiuto psicoanalizzato del cd “principio di autorita’” e della cd “personalità autoritaria” – mai abbastanza dileggiati – da “liberare” interiormente ed esternamente, attraverso psicoanalisi, nuova sessualità, diverse “esperienze” (droghe in primis) ed, ovviamente, contestazioni e rivolte: ed eccoci servito il 1968! Con il correlativo fiume di categorie derogatorie ed ingiurie assortite rivolte contro i sostenitori del cd “Stato borghese autoritario” (“mentalità piccolo-borghese”, “psicopatologia del represso”, “autoritario”, “reazionario”, fino al sempre polivalente “fascista”).

Confessione estemporanea: anche l’autore del presente saggio fu travolto da cotanto vortice ideologico; fino, da adolescente, a gettare nel cestino la sua collezione di francobolli (album, lenti e “patetiche” pinzette incluse), divenuta ormai lampante prova di una “gretta, meschina mentalità piccolo borghese”.

Questi tre filoni dominanti della cultura occidentale – psicologico, antropologico-culturale e politico – più la rivoluzione femminista, sono quelli che hanno formato in particolare la generazione nata a cavallo tra gli anni ’50 e gli anni ’70, quella dei famosi “Baby Boomers” (la prima in Occidente a non aver vissuto direttamente lo shock e le distruzioni della Seconda Guerra Mondiale).

8. Il movimento e l’ideologia NeoGlobal.
Nel corso degli ultimi due decenni, particolarmente negli Stati Uniti, questi filoni culturali si sono agglutinati molto scompostamente in quella che ormai noi tutti – e siamo già fuori tempo – dovremmo chiamare a chiare lettere e riconoscere come l’ideologia politica “NeoGlobal”.

Secondo questa ideologia, sorta insieme ad Internet, non del tutto chiara ed in corso di formazione, quindi pronta ad accogliere ogni nuovo “fermento”, il nemico nr uno da abbattere è evidentemente lo Stato Nazione – divenuto a pieno titolo l’erede dell’ex “Stato borghese autoritario” della “scuola” di Francoforte – e specialmente il suo archetipo originario e più ostinatamente resistente: lo Stato Nazione europeo.

Gli strumenti di questa guerra del movimento NeoGlobal sono sostanzialmente tre:

il primo è l’immigrazione incontrollata negli USA e in Europa, mirante a sfibrare e distruggere le identità e società nazionali, con l’ulteriore, molto concreto, obiettivo di medio termine (non ancora apertamente dichiarato) di concedere il voto politico anche ai meri residenti (con effetti politico-elettorali catastrofici per i difensori dello Stato Nazione, alias i “sovranisti”);

il secondo è il contemporaneo sostegno alla cronica espansione dei poteri neo-imperiali della Commissione dell’Unione Europea, attraverso la progressiva riduzione dei poteri sovrani degli Stati Europei, sempre più sottoposti ad un pesante regime autorizzativo – con l’evidente, crescente esautoramento della relazione democratica primaria tra popoli e Governi eletti dal popolo, a vantaggio diretto del ruolo di burocrati eletti… da nessuno;

il terzo è l’uso feroce e sistematico dei media, ed in particolare dei nuovi media internet (Facebook, Tweeter, Netflix, etc), censura inclusa, per promuovere, direttamente ed indirettamente, un nuovo “hard core” di valori universali ed incontestabili, pena le accuse di razzismo, maschilismo, autoritarismo, nazionalismo e, come sempre, “fascismo” – guarda che caso, più o meno le stesse accuse che le generazioni ribelli degli anni ’60 e ’70 rivolgevano ai sostenitori del cd “Stato borghese autoritario” ed alla cd “personalità autoritaria” (che oggi non accetta il matrimonio omosessuale, la Gender Theory, ecc.).

La micidiale “Critical Race Theory” – catastrofica applicazione della dottrina marxista-leninista della “lotta di classe” ai rapporti tra Bianchi e Neri – oggi insegnata come dottrina dominante nelle scuole e università statunitensi (eh sì, anche negli USA si sono letti Antonio Gramsci), si fonda sui paradigmi della cd “scuola” di Francoforte: dopo “lavoratori” intellettuali, studenti e disoccupati, ai “soggetti rivoluzionari” è stata aggiunta semplicemente… l’intera popolazione Nera nordamericana.

Le conseguenze le abbiamo sotto gli occhi: il movimento violento “Black Lives Matter”, che sorvola sia sul fatto che più del 70% dei bimbi Neri USA [13] nasce da oltre un decennio senza padre convivente (fatto bollato come un “disastro” dallo stesso Presidente Bill Clinton – [14]), sia sul fatto che i Neri, pur essendo il 12% della popolazione, rappresentano purtroppo circa il 50% dei reati più gravi (omicidio, stupro, rapina) e della popolazione carceraria [15].

9. La sub-ideologia NeoGlobal dell’Unione Europea.
Tra le altre sub-ideologie che compongono il movimento NeoGlobal (Cancel Culture, Gender Theory, Global Warming) e che ci vengono somministrate quotidianamente in modo diretto, indiretto o subliminale, una delle più FALSE sotto il profilo storico-politico è quella che è alla base dell’Unione Europea, nel frattempo divenuta, attraverso l’espansione continua dei poteri neoimperiali della Commissione, il bastione della distruzione dello Stato Nazione europeo, erede – vale la pena ripeterlo – dell’ex “Stato borghese autoritario” della “scuola” di Francoforte.

Secondo tale sub-ideologia, la ragione principale delle due guerre mondiali sarebbe stata infatti il nazionalismo, in particolare dei popoli europei, quale riassunto e simbolizzato negativamente in particolare da fascismo e nazismo: donde la necessità, il “dovere morale, prima ancora che politico” di sconfiggerlo definitivamente, attraverso, appunto, l’Unione Europea.

Che peccato che da diverse analisi approfondite delle due guerre mondiali, emerga sempre più chiaramente che la ragione principale di entrambe le guerre non è stata il mero nazionalismo, ma l’Imperialismo, ossia la volontà di dominare nazioni e/o popoli diversi ed estranei: l’Impero Austro-Ungarico, l’Impero Russo zarista, l’Impero Ottomano, gli Imperi coloniali di Francia e Gran Bretagna, l’imperialismo sovietico-marxista; i nuovi ed aggressivi imperialismi dell’Italia fascista e della Germania nazista (a diverso titolo, vittime dei trattati di Versailles) e del Giappone.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, abbiamo dovuto assistere all’imperialismo francese in Algeria, alla perpetuazione dell’imperialismo sovietico-marxista (l’Ungheria del 1956 e la Cecoslovacchia del 1968), ed ovviamente all’affermazione planetaria dell’imperialismo americano. E cosa sta diventando, oggi, l’Unione Europea? Una nuova entità imperiale, chiaramente mirante alla sottomissione degli Stati membri e all’espansione nell’Est Europeo (il nuovo “Drang nach Osten!”).

C’è francamente di che essere molto, molto preoccupati.

10. Lo scontro tra movimento NeoGlobal e Stato Nazione ed il ruolo centrale dei mass media.
Lo scontro tra movimento NeoGlobal e Stato Nazione è visibile ovunque, nel movimento ebraico internazionale ed in Occidente.

Da una parte Israele, lo Stato Nazione per antonomasia in quanto “Stato del Popolo Ebraico” (nonostante l’esistenza di milioni di Palestinesi), per definizione ostile all’immigrazione incontrollata, più una minoranza della comunità ebraica USA (specialmente le ali conservatrici e religiose-ortodosse), leader politici quali Donald Trump e Viktor Orban, e noti partiti politici sovranisti, minoritari in Italia, Francia, Spagna, Germania, Austria, etc.

Dall’altra, gli USA del Partito Democratico e della Presidenza Biden, l’80-85% della comunità ebraica USA, George Soros, la Commissione ed i circoli UE, ed attualmente – a diversi gradi – la maggior parte dei Governi europei.

Soprattutto, il movimento NeoGlobal vanta uno schiacciante dominio sia dei media tradizionali, negli USA (WSJ, NYT, Washington Post, CNN, ecc.) ed in Europa, sia soprattutto dei nuovi media internet (Facebook, Google, Tweeter, Netflix, ecc.) che raggiungono – come, attenzione, MAI accaduto nella storia – ogni casa, computer, tv e cellulare. I nuovi media Internet sembrano rappresentare per il movimento NeoGlobal quello che la radio rappresentò per fascismo e nazismo.

Ma non solo: i nuovi media, infatti, registrano tutti i dati degli “utenti”!

I dati personali (emails, accessi, siti consultati, acquisti, ecc.) degli “utenti” di USA e UE sono infatti “custoditi” nei server USA per l’UE, grazie al recentissimo annuncio (25 marzo 2022) del nuovo accordo sul trasferimento dei dati USA-UE, passato sotto il silenzio più totale dei media europei, nonostante i due precedenti accordi in materia siano stati impugnati e dichiarati illegittimi per ben due volte dalla Corte di Giustizia europea, per manifesta assenza di garanzie sulla “privacy” degli “utenti”. Secondo diversi osservatori USA, anche questo accordo (il terzo!) finirà cassato dalla CIG, ma nessun problema! Si sa, solo la Commissione UE può andare contro le sentenze della CIG! Quando si azzardano a farlo Stati sovrani (Polonia, Ungheria), scatta immediatamente il linciaggio politico e mediatico!

Quesito. Siamo cittadini di Paesi democratici, prima ancora che “utenti di Internet”: perchè tutti i dati internet di NOI Europei sono custoditi negli USA? Insorge infatti il fondatissimo sospetto di uno spionaggio elettronico di massa! Qualche giorno fa l’FBI USA ha riconosciuto recenti “interventi di controllo” su circa 3,5 milioni di “utenze”!

Risposta: perchè i Governi europei e l’UE si sono per due decenni fermamente opposti, insieme agli USA, alle richieste di Cina, Russia e buona parte dei PVS a favore di un riconoscimento almeno parziale del “principio di territorialità” di Internet. In termini molto semplici, invece che vari Google, Facebook, Tweeter ecc., almeno sotto-articolati Paese per Paese, con responsabilità giuridica e soggetti alle leggi sovrane di ogni Paese (come, attenzione, accade per i media tradizionali), abbiamo un solo Google, un solo Facebook, un solo Tweeter, con sede giuridica negli USA, regolati insindacabilmente dagli USA, e tutti saldamente sotto il controllo della lobby NeoGlobal.

E come noto, tali nuovi media USA si permettono di censurare – “motu proprio”, come le scomuniche papali – non solo un ex Presidente USA – Donald Trump, recentemente votato da poco meno della metà degli elettori USA – ma anche centinaia di siti, media e soggetti all’estero, incluso nel nostro Paese. Così anche la censura dei nuovi media USA è diventata addirittura extraterritoriale!

11. L’indegna ritirata dell’Unione Europea.
Il quesito è inevitabile: a chi dobbiamo, in Europa, tale indegna ritirata dalla tutela degli interessi europei, e tale vergognoso appiattimento sulle posizioni USA? Come si è permesso, ad esempio, che Google and company massacrassero l’editoria, la stampa ed il mercato pubblicitario europeo?

Risposta: principalmente alla Commissione UE!

Innanzitutto, va precisato che ultimi 20 anni la Commissione Europea ha dedicato al settore “Internet e media” risorse di fondi e personale infinitamente superiori a quelle dedicate dai separati Paesi membri. Si tratta di un settore:

a) di notevole e crescente complessità, che coinvolge ampie competenze ingegneristiche (elettronica, computer, software), giuridiche (diritto d’autore, diritto di cronaca, diritto alla privacy), sociologiche, economiche (contrasto delle posizioni dominanti o monopolistiche), ecc;

b) con altissimo tasso e velocità d’innovazione, che impone un costante e sofisticato aggiornamento tecnico intersettoriale;

c) che pertanto richiede personale multisettoriale ad altissima qualificazione e specializzazione.

Come stranoto a chiunque abbia avuto una qualche familiarità con i diversi negoziati in ambito UE a Bruxelles, il personale di molti Stati membri, specie i più piccoli, o non è letteralmente in grado di comprendere la complessità di diverse materie e questioni tecniche, o molto spesso non è comunque in grado di reggere un dibattito approfondito con il personale specializzato della Commissione UE, che inoltre ha potere d’iniziativa legislativa e si presenta quindi sempre già molto preparato sulle sue proposte.

Con la continua compressione dei bilanci governativi, ed il contemporaneo perenne aumento del bilancio comunitario, questo GAP, già pesantissimo, è destinato ad aumentare!

Altrettanto stranoto a chiunque abbia seguito gli affari comunitari è che negli ultimi 30 anni, quasi tutte le soluzioni o “armonizzazioni” proposte dalla Commissione UE di fronte alle diverse “crisi” europee (immigrazione, sanità, etc) hanno SEMPRE comportato un’espansione dei poteri della Commissione ed una correlativa riduzione dei poteri sovrani dei Paesi membri!

È ormai chiarissimo che la domanda primaria che si pongono i burocrati della Commissione UE non è tanto “come possiamo risolvere questa crisi?” ma bensì “come possiamo utilizzare questa crisi per aumentare i nostri poteri?”.

Venendo al perchè la Commissione UE si è così indegnamente ritirata dalla tutela degli interessi europei nel settore “Internet e media”, appiattendosi totalmente sulle posizioni USA, la risposta è purtroppo molto semplice: i nuovi media USA e la Commissione UE condividono pienamente l’ideologia NeoGlobal.

12. L’importanza epocale del mondo e della lobby dei mass media.
Con la nascita di Internet, il mondo – e la lobby – dei mass media è diventato esponenzialmente sempre più importante – in diretta competizione con la sfera politico-istituzionale, specie da quando ha potuto rivendicare un ruolo notevole, se non decisivo, in tante vicende politicamente diverse ma importanti, quali le dimissioni di Berlusconi nel 2011, la fuga negli USA del Principe Harry, la contestata sconfitta di Trump nelle recenti elezioni statunitensi, e diverse altre.

Questa crescita esponenziale (o ipertrofica, se non metastatica) del ruolo dei media, tradizionali e non, va anche a diretto discapito del mondo politico-istituzionale, la cui “immagine pubblica” è sempre più dipendente dai media: non leggiamo più i discorsi dei leader politici, ma ciò che ne pensano, o le “versioni” dei giornalisti di turno! Basta una “gaffe” o un aggettivo fuori posto, e scattano le campagne mediatiche, spesso del tutto infondate alla luce dell’intero, genuino messaggio del politico di turno.

Tale ruolo ipertrofico ci viene presentato come una grande “conquista” dal movimento NeoGlobal: in chiave post marxista, modello “scuola” di Francoforte, come se fosse innanzitutto e principalmente uno “strumento di liberazione” dalle “teorie” che il potere politico, espressione delle “classi dominanti”, cercherebbe sempre di diffondere nel “popolo bove”.

Peccato che mentre, almeno in Occidente e negli altri Paesi democratici, il popolo scelga i governanti dello Stato Nazione attraverso le elezioni, lo stesso popolo NON scelga né Murdoch, né Zucker, né Bezos, né Zuckerberg, né un direttore di un quotidiano o l’aggressivo corrispondente ideologizzato della CNN o della RAI TV italiana – come non sceglie i burocrati UE.

Dovremmo forse tenerci molto più cari i nostri governanti nazionali: in fondo, sono gli unici che in qualche modo scegliamo!

Quesito: se i media difendessero il popolo dalle “teorie” e dalle “ideologie” del potere politico, chi difenderebbe il popolo dalle “teorie” e dalle “ideologie” dominanti dei mass media?

Lo stesso “pluralismo mediatico” – è la risposta ovvia.

Già, ma quanto “pluralismo mediatico” è rimasto? I media, tradizionali e non, del mondo occidentale, sono sotto lo schiacciante dominio del movimento NeoGlobal.

13. Lo scontro con la Russia.
Il movimento NeoGlobal è oggi compattamente orientato in quasi tutte le sue diverse componenti verso il confronto geo-strategico, politico e mediatico con la Russia, che come noto ha ritenuto di dover intervenire militarmente nella confinante Ucraina, all’asserito (e disputato) fine di eliminare le aggressive componenti ostili e russofobiche attive in quel Paese, e di ottenerne con la forza la neutralità internazionale, a fronte di una espansione trentennale della Nato percepita come “aggressiva” o “minacciosa”.

Dal lato occidentale, gli unici “distinguo” nel confronto geostrategico, politico e mediatico in corso provengono quasi esclusivamente da governanti (Israele in primis, ma anche Ungheria e Serbia) o politici (Marine Le Pen) ispirati ai principi dello Stato Nazione.

14. Ritorno nel “Pale of Settlement”?
E qui, finalmente, torniamo al “Pale of Settlement”, l’area (corrispondente alle odierne Ucraina e Bielorussia, più parti di Polonia e Russia) dalla quale proviene la maggior parte della comunità ebraica mondiale.

Quesito: siamo proprio sicuri che l’obiettivo della componente ebraica del movimento NeoGlobal sia solo la mera difesa dell’Ucraina? E se fosse, invece, anche l’agognato ritorno nel territorio originario di buona parte della comunità ebraica mondiale? In fondo, si tratta della terra d’origine dei loro padri, nonni o bisnonni!

Sappiamo tutti che l’attuale Presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, è Ebreo, e non essendo antisemiti tendiamo correttamente a considerare tale fatto come sostanzialmente ininfluente o neutrale.

Ma quanti sanno che una ampia e qualificata parte dei protagonisti di tale confronto geostrategico, politico e mediatico, sono NeoGlobal e, in particolare, Ebrei Askhenazi i cui genitori, nonni o bisnonni emigrarono proprio dal “Pale of Settlement”?

Eppure l’elenco nella Presidenza Biden è lungo e molto qualificato: Ron Klain (Capo di Gabinetto della Casa Bianca), Jacob Jeremiah Sullivan (Cons. Sicurezza), Anthony Blinken e Victoria Nuland, inoltre moglie del lobbysta guerrafondaio Neocon Robert Kagan (Dipartimento di Stato), Merrick Garland (Dipartimento della Giustizia), Janet Yellen (Tesoro), fino a Alejandro Mayorkas (Homeland Security), unico Ebreo dei citati non Askhenazi ma Sefardita, di origine cubana.

“Jake” Sullivan è uno dei registi del falso scandalo della presunta alleanza Trump-Putin, mai provata. Victoria Nuland è l’artefice del pieno e decisivo sostegno USA al colpo di stato in Ucraina del 2014, all’origine della guerra in corso. Alejandro Mayorkas ha gestito la riapertura delle frontiere USA a milioni di immigrati, mentre Merrick Garland è arrivato a chiedere la sorveglianza dell’FBI sulle decine di migliaia di genitori che hanno rumorosamente protestato contro l’insegnamento della “Gender Theory” nelle scuole.

Se osserviamo i media statunitensi, sia tradizionali (WSJ, NYT, Washington Post, CNN, etc) che Internet , l’elenco si allunga ancora di più, come peraltro oggi chiunque può verificare, digitando i cognomi su Google o, per i molteplici casi illustri (Jeff Zucker, Wolf Blitzer, Mark Zuckerberg, ecc.), leggendo le relative biografie su Wikipedia in inglese.

Quesiti finali.
Lo scrivente non è né antisemita né “cospirazionista”, ma è afflitto come tanti da pesanti dubbi, all’origine dei seguenti quesiti.

Primo quesito: il ritorno nel “Pale of Settlement” è o non è una motivazione ed un obiettivo ulteriore, rispetto alla “difesa dell’Ucraina dall’aggressione russa” da parte della comunità ebraica NeoGlobal? I Russi argomentano che l’espansione trentennale della Nato ed il sostegno occidentale (NeoGlobal) all’Ucraina rivelano la volontà reale di sottomettere il loro Paese al “Nuovo Ordine Mondiale”.

Secondo quesito: l’evidente accanimento dell’intero movimento NeoGlobal contro lo Stato Nazione ed il sovranismo, a quale presunto “Nuovo Ordine Mondiale” dovrebbe portare?

Terzo quesito: il presunto “Nuovo Ordine Mondiale” evocato dal movimento NeoGlobal, è o non è disposto a convivere pacificamente con sistemi politico-istituzionali e/o ideologici diversi dal nostro “modello occidentale”, quale quelli di Russia, Cina, Iran e tanti altri Paesi?

Siamo in tanti ad attendere risposte chiare. Pregasi astenersi dalle favole. Grazie per l’attenzione.

Di Belisario per ComeDonChisciotte.org

NOTE

[1] “The Pale of Settlement”, www.jewishvirtuallibrary.org;
[2] Secondo il censimento del 1897, nel Pale risiedevano 4,899,300 Ebrei, pari al 94% della popolazione ebraica russa – cfr “The Pale of Settlement”, www.jewishvirtuallibrary.org .
[3] “History of the Jews in Russia”, Wikipedia
[4] “Polish census of 1931”, Wikipedia; Mendelsohn Ezra (1987) “The Jews of East Central Europe between the World Wars”, Indiana University Press, pag 30-31
[5] “Jewish losses during the Holocaust by country”, USA Holocaust Memorial Museum, www.encyclopedia.ushmm.org ;
[6] Secondo il censimento del 1926, nell’URSS risiedevano 2,6 milioni di Ebrei, cfr “Soviet Census, 1926”,Wikipedia ; secondo il USA Holocaust Memorial Museum, nell’URSS nel 1939 risiedevano invece circa 3 milioni di Ebrei.
[7] “History of the Jews in the USA”, Wikipedia
[8] “Jewish losses during the Holocaust by country”, USA Holocaust Memorial Museum, www.encyclopedia.ushmm.org ;
[9] “Displaced persons camps in post WW2 Europe”, Wikipedia
[10] “Overseas migration from Europe since WW2”, Dudley Kirk e Earl Huyck, American Sociological Review, Vol. 19, Nr 4, pag 447-456, 1954, American Sociological Association.
[11] “American Jews”, Wikipedia
[12] “Jewish population by country”- Country rankings, www.worldpopulationreview.com
[13] “African – American Family Structure”,Wikipedia : nel 2011 il 72% dei bambini Neri era nato da madri non sposate; nel 2015, il 77,3%.
[14] “Clinton assails out-of-wedlocks births”, Los Angeles Times, 10 settembre 1994
[15] “Why race matters”, Michael Levin (1997), pag 289-290, Library of Congress, New Century Foundation, Oaktown, Virginia, USA, comprensivo di decine di dettagliate citazioni e statistiche. Per ulteriori approfondimenti, “A troublesome inheritance – Genes, Race and Human History”, Nicholas Wade (2015), Penguin Books, New York 10014 USA, e “Human diversity: the Biology of Gender, Race and Class”, Charles Murray (2020), Twelve, Hachette Book Group, New York 10104 USA.

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Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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