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Middle East Monitor. Di Ramzy Baroud. (Da Zeitun.info).

I palestinesi hanno tutte le ragioni di essere preoccupati perché il mandato dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi, UNRWA, potrebbe essere sul punto di terminare. La missione dell’UNRWA, in vigore dal 1949, ha fatto qualcosa in più del semplice aiuto e appoggio urgente a milioni di rifugiati. È stata anche una piattaforma politica che ha protetto e preservato i diritti di varie generazioni di palestinesi.

Benché non sia stata creata di per sé come una piattaforma politica o giuridica, il contesto del suo mandato è stato in larga misura politico, dato che i palestinesi si sono trasformati in rifugiati a seguito di avvenimenti militari e politici: la pulizia etnica del popolo palestinese da parte di Israele e il rifiuto di quest’ultimo di rispettare il diritto al ritorno dei palestinesi stabilito dalla risoluzione 194 (III) dell’ONU dell’11 dicembre 1948.

“L’UNRWA ha l’incarico umanitario e per lo sviluppo di fornire assistenza e protezione ai rifugiati palestinesi finché si trovi una soluzione giusta e duratura alla loro situazione,” affermava la Risoluzione 302 (IV) dell’Assemblea Generale dell’ONU dell’8 dicembre 1949.

Disgraziatamente non si è raggiunta né una “soluzione duratura” alla difficile situazione dei rifugiati, né una prospettiva politica. Invece di approfittare di questa constatazione per rivedere il fallimento della comunità internazionale nel dare giustizia alla Palestina e per chiamare in causa Israele e i suoi benefattori statunitensi, sono l’UNRWA, e per estensione i rifugiati, che vengono sanzionati.

Con un severo monito, il 24 aprile il capo della commissione politica del Consiglio Nazionale Palestinese (CNP) Saleh Nasser ha affermato che il mandato dell’UNRWA potrebbe essere arrivato alla fine. Nasser ha fatto riferimento a una recente dichiarazione del Commissario Generale dell’organizzazione dell’ONU, Philippe Lazzarini, riguardo al futuro dell’organismo.

La dichiarazione di Lazzarini, pubblicata il giorno precedente, si prestava a varie interpretazioni, anche se risultava chiaro che stava per cambiare qualcosa di fondamentale nello status, nel mandato e nel lavoro dell’UNRWA. “Possiamo ammettere che la situazione attuale è insostenibile e che inevitabilmente darà come risultato l’erosione della qualità dei servizi dell’UNRWA o, peggio ancora, la sua chiusura,” ha detto Lazzarini.

Commentando la dichiarazione Nasser ha detto che questo “è il preludio al fatto che i donatori smettano di finanziare l’UNRWA.”

Il tema del futuro dell’UNRWA è ora una priorità nel discorso politico palestinese, ma anche arabo. Qualunque tentativo di cancellare o ridefinire la missione dell’UNRWA rappresenta una sfida seria, per non dire senza precedenti, per i palestinesi. L’UNRWA fornisce appoggio educativo, sanitario e di altro genere a 5,6 milioni di palestinesi in Giordania, Libano, Siria, nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, compresa Gerusalemme est. Con un bilancio annuale di 1.600 milioni di dollari questo appoggio e l’enorme rete che l’organizzazione ha creato non possono essere facilmente sostituiti.

Altrettanto importante è la natura politica dell’organizzazione. L’esistenza stessa dell’UNRWA rappresenta il fatto che c’è una questione politica che deve essere affrontata riguardo alla difficile situazione e al futuro dei rifugiati palestinesi. Di fatto quello che ha provocato l’attuale crisi non è stata una semplice mancanza di convinzione nel finanziamento dell’organizzazione. È qualcosa di più grande e molto più sinistro.

Nel giugno 2018 Jared Kushner, genero e consigliere dell’ex-presidente USA Donald Trump, ha visitato Amman (Giordania), dove, secondo la rivista statunitense Foreign Policy, ha cercato di convincere re Abdullah di Giordania a ritirare lo status di rifugiati a 2 milioni di palestinesi che vivono attualmente nel Paese.

Questo e altri tentativi sono falliti. Nel settembre 2018 Washington, sotto l’amministrazione di Trump, ha deciso di cessare di appoggiare finanziariamente l’UNRWA. In quanto principale finanziatore dell’organizzazione, la decisione statunitense è stata devastante, dato che circa il 30% dei soldi dell’UNRWA proviene dagli Stati Uniti. Tuttavia l’UNRWA ha continuato a tirare avanti a fatica aumentando la propria dipendenza dal settore privato e dalle donazioni individuali.

Benché i dirigenti palestinesi abbiano festeggiato la decisione dell’amministrazione Biden di riprendere i finanziamenti all’UNRWA il 7 aprile 2021, si è mantenuta segreta una piccola clausola della misura di Washington, che ha acconsentito di finanziare l’UNRWA solo dopo che questa avesse accettato di firmare un piano di due anni, noto come “Accordo-quadro di Collaborazione”. In sintesi, il piano ha di fatto trasformato l’UNRWA in una piattaforma per le politiche di Israele e degli Stati Uniti in Palestina, in base al quale l’organismo dell’ONU ha accettato le richieste degli Stati Uniti, e quindi di Israele, di garantire che nessun aiuto arrivi a rifugiati palestinesi che abbiano ricevuto un addestramento militare “come membri del cosiddetto Esercito di Liberazione della Palestina”, di altre organizzazioni o che “abbiano partecipato a qualunque azione terrorista.” Oltretutto L’accordo-quadro prevede che l’UNRWA controlli “il contenuto dei piani di studio [nelle scuole] palestinesi.”

Firmando l’accordo con il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti “l’UNRWA si è trasformata da agenzia umanitaria che fornisce assistenza e aiuto ai rifugiati palestinesi in un’agenzia della sicurezza che promuove il programma politico e della sicurezza degli Stati Uniti e, in ultima istanza, di Israele,” ha sottolineato il Centro di Risorse di BADIL per i Diritti dei Rifugiati Palestinesi.

Tuttavia le proteste dei palestinesi non hanno cambiato la nuova situazione, che ha di fatto modificato tutto il mandato affidato all’UNRWA dalla comunità internazionale quasi 73 anni fa. Ancora peggio, i Paesi europei hanno seguito il suo esempio quando lo scorso mese di settembre il parlamento europeo ha presentato un emendamento che condiziona l’appoggio dell’UE all’UNRWA alla pubblicazione e riscrittura dei libri di testo scolastici palestinesi che [ora] “inciterebbero alla violenza” contro Israele.

Invece di concentrarsi unicamente sulla chiusura immediata dell’UNRWA gli Stati Uniti, Israele e i loro sostenitori stanno lavorando per cambiare la natura della missione dell’organizzazione e riscrivere totalmente il suo mandato originario. L’agenzia, che è stata creata per proteggere i diritti dei rifugiati, ora si prevede che protegga gli interessi israeliani, statunitensi e occidentali in Palestina.

Benché l’UNRWA non sia mai stata un’organizzazione ideale, è però riuscita nel corso degli anni ad aiutare milioni di palestinesi preservando nel contempo la natura politica della loro situazione.

Benché l’Autorità Nazionale Palestinese, varie fazioni politiche, governi arabi e altri abbiano protestato contro i disegni israelo-statunitensi contro l’UNRWA, è poco probabile che queste proteste cambino molto le cose, dato che la stessa UNRWA si sta arrendendo alle pressioni esterne. Mentre i palestinesi, gli arabi e i loro alleati devono continuare a lottare per la missione originaria dell’UNRWA, devono sviluppare urgentemente piani e piattaforme alternative che proteggano i rifugiati palestinesi e il loro diritto al ritorno perché non diventino qualcosa di marginale ed eventualmente dimenticato.

Se si eliminano i rifugiati palestinesi dalla lista delle priorità politiche relative al futuro di una pace giusta in Palestina non sarà possibile raggiungere né la giustizia né la pace.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

Ramzy Baroud è giornalista, scrittore e direttore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri sulla lotta dei palestinesi, tra cui “L’ultima terra: Una storia palestinese” (Pluto Press, Londra). Baroud ha conseguito un dottorato in Studi Palestinesi presso l’università di Exeter ed è docente non residente presso il Centro Orfalea di Studi Globali e Internazionali dell’Università della California a Santa Barbara.

(Foto La sede dell’UNRWA a Gaza chiusa. Foto: MOHAMMED ABED/AFP).

Traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi.

Thisweekinpalestine.com/. (Da InvictaPalestina.org). Di Shireen Abu Aqleh – Jenin 2021.

Probabilmente è stata una coincidenza a riportarmi indietro di vent’anni.

Quando sono arrivata a Jenin a settembre, non mi aspettavo di rivivere questa sensazione travolgente. Jenin è sempre la stessa fiamma inestinguibile che ospita giovani senza paura che non sono intimiditi da alcuna potenziale invasione israeliana.

Il successo della fuga dalla prigione di Jalbou è stato il motivo per cui ho trascorso diversi giorni e notti in città. È stato come tornare al 2002, quando Jenin visse qualcosa di unico, diverso da qualsiasi altra città della Cisgiordania. Verso la fine dell’Intifada di Al-Aqsa, cittadini armati si sparpagliarono per tutta la città e sfidarono pubblicamente le forze di occupazione a fare irruzione nel campo.

Nel 2002, Jenin divenne una leggenda nella mente di molti. La battaglia che ebbe luogo nel campo in quell’aprile contro le forze di occupazione è ancora potentemente presente nella mente dei suoi abitanti, anche di quelli che quando avvenne non erano ancora nati.

Tornando a Jenin ora, 20 anni dopo, ho incontrato molti volti familiari. In un ristorante ho incontrato Mahmoud che mi ha accolto con la domanda: “Ti ricordi di me?” “Sì”, risposi, “mi ricordo di te”. È difficile dimenticare quel viso e quegli occhi. Ha continuato: “Sono stato rilasciato dal carcere pochi mesi fa”. Mahmoud era ricercato dagli israeliani quando l’avevo incontrato durante gli anni dell’Intifada.

Ho rivissuto quei sentimenti di ansia e di orrore che provavamo ogni volta che incontravamo una persona armata nel campo. Mahmoud è uno dei fortunati; è stato imprigionato e rilasciato, ma i volti di molti altri si sono trasformati in simboli o meri ricordi per gli abitanti di Jenin e per i palestinesi in generale.

Durante questa visita non abbiamo avuto difficoltà a trovare un posto dove alloggiare, a differenza di dieci anni fa quando dovevamo stare in case di persone che non conoscevamo. A quel tempo, non c’erano alberghi e le persone ci aprivano le loro case .

A prima vista, la vita a Jenin può sembrare normale, con ristoranti, hotel e negozi che aprono le porte ogni mattina. Ma a Jenin abbiamo la sensazione di essere in un piccolo villaggio in cui si controlla ogni estraneo che entra. In ogni strada, la gente chiede alla troupe: “Siete della stampa israeliana?” “No, veniamo da Al-Jazeera”. Le targhe gialle dei veicoli israeliani suscitano sospetto e paura. L’auto è stata fotografata e la fotografia è stata fatta circolare più volte prima che il nostro movimento in città diventasse familiare agli abitanti.

A Jenin abbiamo incontrato persone che non hanno mai perso la speranza; non hanno permesso alla paura di infiltrarsi nei loro cuori e non sono stati spezzate dalle forze di occupazione israeliane. Probabilmente non è un caso che i sei prigionieri che sono riusciti a fuggire provengano tutti dalle vicinanze di Jenin e del campo.

Per me, Jenin non è una storia effimera nella mia carriera e nemmeno nella mia vita personale. È la città che può alzarmi il morale e aiutarmi a volare. Incarna lo spirito palestinese che a volte trema e cade ma, al di là di ogni aspettativa, si rialza per perseguire i suoi voli e i suoi sogni.

E questa è stata la mia esperienza di giornalista; nel momento in cui sono fisicamente e mentalmente esausta, mi trovo di fronte a una nuova, sorprendente leggenda.

Può emergere da una piccola apertura, o da un tunnel scavato nel sottosuolo.

Shireen Abu Aqleh:  da 24 anni mi occupo del conflitto israelo-palestinese per conto di Al Jazeera. Oltre alla questione politica, la mia preoccupazione è stata e sarà sempre la storia umana e la sofferenza quotidiana del mio popolo occupato. Prima di entrare ad Al Jazeera , sono stata co-fondatrice di Sawt Falasteen Radio. Nel corso della mia carriera, ho seguito quattro guerre contro la Striscia di Gaza e la guerra israeliana in Libano nel 2009, oltre alle incursioni in Cisgiordania. Inoltre, ho seguito eventi negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Turchia e in Egitto.

Traduzione di Grazia Parolari per Invictapalestina.org

La redazione di InfoPal.it condanna senza mezzi termini l’assassinio della collega giornalista Shireen Abu Akleh, 51 anni, corrispondente di Al Jazeera nella Palestina occupata, da parte di cecchini delle forze di occupazione israeliane.

Shireen, che indossava un giubbotto con la visibile scritta “Press”, stava coprendo le aggressioni israeliane contro il campo profughi di Jenin, questa mattina, 11 maggio, quando è stata presa di mira e colpita con un proiettile alla testa, che l’ha uccisa. Ci sono testimoni sul posto e filmati che attestano che si è trattato di una esecuzione.

Israele colpisce per uccidere o mutilare giornalisti, medici e infermieri, bambini, donne, ragazzi, vecchi, nell’impunità più totale e senza che la cosiddetta “comunità internazionale” si scomodi a condannare o a prendere seri provvedimenti, come invece avviene in altri scenari bellici mondiali.

Condanniamo fermamente l’ennesimo omicidio mirato di colleghi giornalisti palestinesi da parte di Israele e chiediamo alla Federazione internazionale dei Giornalisti (ifj.org) di intervenire e prendere posizione.

Esprimiamo solidarietà a tutti i colleghi giornalisti palestinesi, per le dure e pericolose condizioni di lavoro a cui Israele, potenza occupante, li condanna, in violazione di qualsiasi diritto e legalità internazionali. Allo stesso tempo, esprimiamo la nostra vicinanza alla famiglia di Shireen Abu Akleh, e auspichiamo che i colpevoli siano finalmente portati di fronte a una Giustizia giusta e condannati.

Al-Bireh-Quds Press. Oggi, mercoledì, il ministero della Salute palestinese ha annunciato la morte di un giovane nella città di al-Bireh, nella Cisgiordania centrale, ucciso dalle forze di occupazione israeliane (IOF).

Il ministero della Salute ha affermato, in una nota, che il 18enne Thaer Khalil Musalt Al-Yazuri, è stato colpito direttamente al cuore da un proiettile sparato dai soldati di occupazione a Jabal al-Tawil, a al-Bireh.

La Cisgiordania occupata è testimone di ripetute incursioni da parte delle forze di occupazione, che alternano proiettili di metallo rivestiti di gomma, proiettili letali e lacrimogeni contro civili palestinesi.

Jenin. Mercoledì mattina, le forze di occupazione israeliane (IOF) hanno assassinato la giornalista di Al Jazeera, Shireen Abu Akleh, 51 anni, mentre seguiva le incursioni israeliane nella città di Jenin in Cisgiordania.

Il ministero della Salute palestinese ne ha dato notizia, spiegando che Abu Akleh è stata colpita da un proiettile alla testa, sparato da un cecchino, e trasportata d’urgenza in ospedale è stata dichiarata morta.

In un comunicato stampa, Al Jazeera ha affermato che le forze di occupazione israeliane “hanno assassinato a sangue freddo” la sua corrispondente. Questo, ha aggiunto, è stato “un palese omicidio, che ha violato le leggi e le norme internazionali”. “Al Jazeera Media Network condanna questo crimine atroce, che intende solo impedire ai media di svolgere il proprio dovere”.

L’esercito israeliano ha sparato proiettili letali contro i manifestanti e le squadre dei media.

Shireen Abu Akleh è stata una delle prime corrispondenti sul campo di Al Jazeera e per 25 anni ha coperto guerre e attacchi dell’occupazione israeliana contro il popolo palestinese.
Sherine era nata nel 1971 nella città occupata di Gerusalemme, aveva conseguito una laurea in giornalismo e media presso l’Università di Yarmouk nel Regno hascemita di Giordania. Aveva iniziato a lavorare nel giornalismo nel 1994, quando era stata fondata la stazione di Voice of Palestine.

Anche un altro giornalista palestinese è stato preso di mira dalle IOF e colpito da un proiettile alla schiena: si tratta di Ali Samudi, anche lui di Al Jazeera. Ora è in condizioni stabili.

Il capo dell’ufficio palestinese di Al Jazeera, Walid Al Omari, ha affermato che Abu Akleh è stata uccisa da un cecchino israeliano nonostante indossasse un giubbotto con la scritta “PRESS”.

Le IOF hanno preso d’assalto la città di Jenin in gran numero e hanno assediato il campo profughi.

Fonti:

https://www.aljazeera.com/news/2022/5/11/shireen-abu-akleh-israeli-forces-kill-al-jazeera-journalist

https://www.middleeastmonitor.com/20220511-israel-shoots-dead-al-jazeera-journalist-during-invasion-of-jenin/

http://www.qudspress.com/index.php?page=show&id=78807

MEMO. Di Nasim Ahmed. Il 6 maggio 2021, Israele inasprì la repressione sui Palestinesi nella Gerusalemme Est occupata, scatenando una guerra con Hamas, durante la quale la Striscia di Gaza assediata è stata bombardata, fino all’entrata in vigore di una tregua, il 21 maggio 2021. 

Cosa: La guerra d’Israele a Gaza nel 2021

Quando: 6 maggio 2021- 21 maggio 2021

Cos’è successo? 

La guerra d’Israele del maggio 2021 su Gaza è la quarta aggressione militare sulla Striscia di Gaza assediata, da quando Israele ha imposto il blocco totale nel 2007, provocando un disastro umanitario.

Settimane di violenze delle forze israeliane e di coloni dell’estrema destra sui Palestinesi nella Gerusalemme Est occupata e sul complesso della moschea di al-Aqsa, hanno preceduto l’offensiva aerea e di terra su Gaza, chiamata “Guardiano delle Mura”.

Nelle condizioni di instabilità create da decadi di occupazione, le forze israeliane sono state autorizzate, un mese prima dell’offensiva a Gaza, a sfrattare le famiglie palestinesi dal quartiere di Sheikh Jarrah nella Gerusalemme Est occupata. Le famiglie hanno portato avanti una battaglia legale nei tribunali d’Israele per fermare il loro trasferimento forzato che avrebbe portato alla perdita delle loro case e proprietà a favore dei coloni israeliani. Le Nazioni Unite hanno avvertito che le espulsioni forzate potrebbero essere classificate come “crimini di guerra”.

L’espulsione delle famiglie palestinesi dalle loro case fu un catalizzatore per le proteste palestinesi in tutto il Territorio palestinese, e successivamente, in Israele. Le proteste furono duramente represse dalle forze israeliane, compresi gli attacchi sulla moschea di al-Aqsa durante il mese di Ramadan, coinciso con l’aumento delle violenze. 100 palestinesi rimasero feriti a causa dei colpi israeliani contro i fedeli nella moschea di al-Aqsa. 

Contemporaneamente, le bande di estrema destra israeliana attaccarono i quartieri palestinesi a Gerusalemme gridando “Morte agli Arabi”. In scene che ricordavano i pogrom, gruppi armati di coloni ebrei di estrema destra colpirono le case e le proprietà palestinesi, scatenando una condanna internazionale.

HAPPENING NOW: Armed far-right Israeli civilians attack a Palestinian home while children cry.

These are the kinds of acts of blood-curdling violence that Israelis are committing en masse in Jerusalem tonight.

Keep your eyes on and your hearts with the Palestinians there. pic.twitter.com/1GKBXeoOcx

— Jewish Voice for Peace (@jvplive) April 22, 2021

Khaled Meshaal, capo dell’ufficio politico in diaspora del movimento di resistenza palestinese, Hamas, descrisse la cacciata delle famiglie dalle loro case nel quartiere Sheikh Jarrah, nella Gerusalemme orientale, come una “pulizia etnica”. 

https://www.facebook.com/middleeastmonitor/photos/a.175445796925/10159509203691926/?type=3

Hamas, considerato un gruppo terrorista da Israele e dai suoi alleati in Occidente, minacciò di contrattaccare per vendicarsi contro l’aggressione nei confronti dei residenti palestinesi di Gerusalemme e la moschea di al-Aqsa.

Avvertì che gli attacchi sul luogo sacro rappresentavano una “linea rossa”.

L’ufficio ONU per gli Affari umanitari nei Territori della Palestina occupata (OCHA) affermò che le forze israeliane avevano ferito 1000 palestinesi nella Gerusalemme orientale, tra il 7 e il 10 maggio. Il numero esatto dei feriti, comunque, è molto più elevato.

Israele proseguì la sua repressione sui palestinesi nella Gerusalemme Est con un’offensiva militare totale su Gaza. Affermò che la guerra era una risposta ai missili lanciati dal movimento di resistenza palestinese, Hamas, contro Israele.

Cosa successe dopo? 

Mentre, da un lato, Israele si piegava alla pressione internazionale e ritardava l’evacuazione forzata delle famiglie palestinesi dalle loro case, intensificava il suo assalto su Gaza. 

Più di 253 persone furono uccise, inclusi 66 bambini e 35 donne, dopo 11 giorni di attacchi indiscriminati sulla popolazione di Gaza.

Altre 2000 persone furono ferite e 10.000 furono costretti ad abbandonare le loro case. 

In quello che è stato uno dei più controversi attacchi, Israele bombardò la Torre al-Jalaa di 13 piani, che includeva la Associated Press. L’editore esecutivo statunitense dell’agenzia chiese un’indagine indipendente. A seguito della propria indagine, Human Rights Watch (HRW) respinse le affermazioni israeliane sulla presenza di alloggi per terroristi e concluse che non era stata trovata alcuna prova di operazioni militari negli edifici quando il quartiere fu attaccato. In un rapporto pubblicato due mesi dopo, HRW dichiarò che “le forze israeliane effettuarono attacchi a Gaza, a maggio, che devastarono intere famiglie senza alcun apparente obiettivo militare nelle vicinanze”.

In scene che non si vedevano da anni, c’erano immagini di “risveglio” dei palestinesi nelle maggiori città arabe in Israele che manifestarono in solidarietà con Gaza e Gerusalemme Est contro lo stato di occupazione. Ci furono proteste a Jaffa, Haifa, Umm al-Fahm, Nazaret, Lyd (Lod), Ramleh, Acri, Tiberiade, Beersheba e altre parti dentro quella che i palestinesi chiamano la Palestina del 1948. Ispirati da questi eventi, i palestinesi nella Giordania e nel Libano, patria di milioni di rifugiati i cui nonni furono cacciati dai paramilitari sionisti durante la creazione di Israele, manifestarono in solidarietà verso i confini della Palestina. 

In Israele, gli estremisti di destra israeliani linciarono i palestinesi, trascinarono un uomo fuori dall’auto e lo aggredirono fin quasi ad ucciderlo. I negozi nei quartieri palestinesi furono vandalizzati, e folle (di coloni, ndr) fece irruzione nelle case, terrorizzando quelli all’interno. A loro volta, le sinagoghe furono date alle fiamme durante violenze tra comunità che sfidarono le affermazioni dei sionisti di una “coesistenza pacifica con i quartieri arabi”.

Il giorno prima che la guerra terminasse, Hamas espose le sue condizioni per la tregua: “Prima di tutto, le forze israeliane devono fermare le incursioni nel complesso di al-Aqsa e rispettare il luogo. In secondo luogo, Israele deve fermare l’evacuazione forzata dei residenti palestinesi nel quartiere di Sheikh Jarrah. Questa condizione è in accordo con la legge internazionale, e non solo una condizione prevista dall’autorità di Hamas”.

Israele cercò di spacciare i suoi risultati nell’operazione del 2021 come un grande successo, ma molti videro la guerra come una sconfitta per lo stato di occupazione. In quei 11 giorni furono uccisi quasi il doppio dei civili in Israele rispetto a quanti ne furono uccisi nei 51 giorni della guerra su Gaza del 2014. Anche la capacità di Hamas di lanciare raffiche di razzi contro lo stato di occupazione evidenziò le vulnerabilità del Paese.

Inoltre, la decisione dei palestinesi in Israele di unirsi in solidarietà fu un segnale potente di unità che non si vedeva da molto tempo. Mise in luce le crepe della società israeliana che manifestarono con il linciaggio dei cittadini palestinesi d’Israele. I commentatori israeliani descrissero come l’operazione “Guardiano delle Mura” a Gaza si fosse trasformata in “una delle guerre meno riuscite e più inutili di tutti i tempi”. In Israele riemerse la preoccupazione riguardo la terza Intifada in Cisgiordania, e molti esperti avvertirono che le condizioni avrebbero potuto portare ad un’insurrezione popolare. La guerra servì anche ad assestare un colpo ai cosiddetti “Accordi di Abramo”. Portò alla luce le menzogne e l’inutilità della normalizzazione delle relazioni con Israele, mentre i palestinesi continuano a vivere sotto una violenta occupazione militare.

(Traduzione per InfoPal di Michela Cioppa con editing della redazione).

(Foto: un incendio infuria su Khan Yunish a seguito di un attacco aereo israeliano nella Striscia di Gaza, il 12 maggio 2021 [YOUSSEF MASSOUD/AFP via Getty Images]).

Gerusalemme/al-Quds-PIC e Quds Press. Martedì pomeriggio l’autorità di occupazione israeliana (IOA) ha demolito il condominio a due piani della famiglia al-Rajabi, nel distretto di Silwan, a Gerusalemme est, tra le grida di protesta dei cittadini palestinesi.

Secondo fonti locali, bulldozer scortati da un gran numero di forze di polizia hanno preso d’assalto il quartiere di Ein Luza a Silwan, hanno transennato l’area in cui si trovava l’edificio e hanno iniziato ad abbatterlo.

La polizia ha anche rimosso con la forza dall’edificio i membri della famiglia, prima che il bulldozer eseguisse la demolizione, e si è scontrata con i palestinesi nell’area.

Il provvedimento di demolizione ha portato allo sfollamento di 30 persone, compresi bambini, dalla famiglia al-Rajabi.

Pochi giorni fa, il comune israeliano nella città santa occupata ha notificato alla famiglia l’intenzione di demolire l’edificio, che conteneva cinque appartamenti, con il pretesto della costruzione abusiva.

I gerosolimitani non hanno altra scelta che costruire senza licenza perché non ci sono mappe strutturali che rispondano al naturale aumento del loro numero.

L’IOA impone anche restrizioni edilizie ai nativi palestinesi a Gerusalemme e rende difficile per loro ottenere licenze di costruzione.

Si ritiene che la sistematica demolizione, da parte di Israele, delle case palestinesi nella Gerusalemme occupata abbia lo scopo di distruggere psicologicamente le famiglie gerosolimitane nel tentativo di costringerle a trasferirsi dalla città santa.

Tel Aviv – The Palestine Chronicle. Israele ha informato i suoi alleati che si sta preparando per inviare squadre di assassini all’estero per prendere di mira i leader di Hamas come rappresaglia per l’uccisione di cittadini israeliani, secondo quanto riportato domenica dal quotidiano Times.

Il giornale ha suggerito che Hamas ha ricevuto avvertimenti di attacchi imminenti dei servizi d’intelligence in Medio Oriente e in Europa.

Il rapporto cita fonti dell’intelligence, le quali affermano che “Israele sta cercando di inviare un messaggio chiaro dopo un anno in cui c’è stato un cessate il fuoco mediato dall’Egitto, che ha posto fine all’ultima offensiva a Gaza, avvenuta nel maggio del 2021”.

Il governo si prepara ora a “alzare la posta”.

Secondo il quotidiano, “gli analisti suggeriscono che qualsiasi mossa contro i leader palestinesi sul suolo nazionale è improbabile, poiché ciò potrebbe provocare una nuova raffica di razzi verso le città israeliane, [che è stata] l’innesco della guerra dello scorso anno. È più probabile che gli omicidi vengano commessi in altri paesi della regione in cui vivono e operano membri di spicco di Hamas, come il Libano o il Qatar”.

Antimafia Duemila. Lo storico giornalista, direttore di PandoraTV, Giulietto Chiesa, insieme al direttore di ANTIMAFIADuemila Giorgio Bongiovanni, che ha moderato l’incontro, ha tenuto una lezione di geopolitica con i giovani del movimento culturale internazionale Our Voice.

Diverse le tematiche approfondite con un denominatore comune: la crisi dell’impero occidentale capitanato dagli Stati Uniti, che si riverbera in altre zone del pianeta. “L’occidente è in crisi, non trova soluzioni e quindi diventa nervoso non avendo la situazione sotto mano”. Un “nervosismo” che ha portato ad un intervento diretto o indiretto all’interno di certi Paesi in cui la linea politica non risulta corrispondente ai diktat occidentali. Ma chi ha stabilito questi diktat? Chi si cela dietro alle trame che hanno devastato l’est Europa e il vicino Oriente? Secondo Chiesa i cosiddetti “padroni universali”, “un gruppo di potenti tra i quali troviamo i grandi banchieri della Federal Reserve.

Cisgiordania-PIC. Oltre 100 palestinesi sono rimasti feriti dopo che le forze di occupazione israeliane (IOF) hanno fatto irruzione nella città di Azzun, a est di Qalqilya, e a Nablus, nella Cisgiordania occupata settentrionale, hanno rivelato fonti mediche lunedì sera.

La Società palestinese della Mezzaluna Rossa di Nablus ha affermato che un giovane ha riportato ferite da arma da fuoco all’addome, mentre altri sette sono stati feriti con proiettili di metallo rivestiti di gomma e 13 hanno subito l’inalazione di gas lacrimogeni.

I soldati hanno preso d’assalto la città con l’obiettivo di fornire protezione a diversi autobus con decine di coloni a bordo, diretti al sito religioso della “Tomba di Giuseppe”.

A Azzun, nel distretto di Qalqiliya, 92 palestinesi sono rimasti feriti durante scontri (*) con le forze israeliane che hanno chiuso il cancello principale, bloccando il movimento della popolazione locale in entrambe le direzioni.

Durante gli scontri sono stati segnalati almeno cinque feriti da arma da fuoco.

Nel frattempo, un gruppo di coloni si è radunato all’ingresso della città e ha attaccato i residenti locali che stavano protestando contro la chiusura israeliana.

I giornalisti palestinesi sono stati duramente picchiati e presi a pietrate dai coloni mentre seguivano gli eventi.

Fonti israeliane hanno affermato che diversi soldati sono rimasti feriti dopo essere stati presi di mira con una bottiglia molotov durante gli scontri.

(*) Nel linguaggio militare, gli scontri avvengono tra eserciti o gruppi armati di pari forze. Tra Tsahal, l’esercito israeliano, e la Resistenza o i gruppi di giovani palestinesi che rispondono alle aggressioni dell’occupante israeliano non c’è parità di forze. Pertanto, riportiamo tra virgolette il termine scontri/scontro, per non indurre i lettori meno informati a pensare che in Palestina sia in atto un conflitto/guerra tra attori con eserciti, armamenti e forze paritarie.

Dall’inizio del 2022, le forze di occupazione israeliane (IOF) hanno ucciso 53 palestinesi, secondo quanto affermato lunedì dal ministero della Salute palestinese.

Una dichiarazione del ministero afferma che la città di Jenin, in Cisgiordania, ha registrato il bilancio delle vittime più alto, con 17 morti, mentre Nablus ne ha registrate sette.

“Le forze di occupazione israeliane (IOF) hanno ucciso 50 palestinesi, tra cui 3 donne e 8 bambini, tra il 1 gennaio e il 9 maggio di quest’anno”, ha riferito il ministero, aggiungendo che tre palestinesi della Palestina occupata nel 1948 sono stati uccisi dopo aver presumibilmente compiuto attacchi contro israeliani, portando a 53 il numero totale delle vittime palestinesi.

Non c’è stato alcun commento da parte delle autorità israeliane sulla dichiarazione palestinese.

A dicembre, i media israeliani hanno riferito che l’esercito ha autorizzato i soldati ad aprire il fuoco contro i palestinesi che lanciano pietre.

La tensione è aumentata in tutti i Territori palestinesi dal mese scorso, tra ripetute campagne israeliane di arresti nella Cisgiordania occupata e incursioni quotidiane di coloni nel complesso della moschea di al-Aqsa, nella Gerusalemme Est.

La moschea di al-Aqsa è il terzo luogo più sacro al mondo per i musulmani. Gli ebrei chiamano l’area di “Monte del Tempio”, sostenendo che sia il sito di due templi ebraici nell’antichità.

Israele ha occupato Gerusalemme Est, dove si trova al-Aqsa, durante la guerra arabo-israeliana del 1967. Ha annesso l’intera città nel 1980, con una mossa mai riconosciuta dalla comunità internazionale.

(Fonti: Ministero della Salute palestinese, PIC, Quds Press e MEMO).

Parigi – PIC. Il parlamentare sudafricano Zwelivelile Mandela – nipote di Nelson Mandela – ha scritto che Israele sta usando armi, spyware e tecnologia agricola per creare relazioni con i regimi repressivi in ​​Africa, con l’obiettivo di ottenere influenza sul continente.

Nel suo articolo sul sito francese Orient XXI, Zwelivelile ha spiegato di aver partecipato alla prima Conferenza di solidarietà africana con la Palestina, avvenuta a marzo di quest’anno, a Dakar, alla presenza di attivisti di 21 paesi africani, con l’obiettivo di costruire un movimento a livello continentale per sostenere la lotta di liberazione palestinese contro l’Apartheid israeliano.

Ha detto di essere onorato di collaborare “con i coraggiosi giovani africani che hanno riaffermato la posizione storica dell’Africa nei confronti della Palestina e le sue solide relazioni con i palestinesi”, e ha aggiunto che suo nonno, Nelson Mandela, disse: “La nostra liberazione non sarà completa finché la Palestina non sarà libera”.

Come ha fatto Israele a piantare i suoi artigli in Africa?

Zwelivelile ha osservato che i delegati della conferenza hanno discusso sulla penetrazione dello stato d’Apartheid di Israele in Africa, che dipende dalla fornitura di tecnologie militari e di sorveglianza ai governi repressivi per indebolire la democrazia ed i diritti umani, nonché sulla solidarietà con la Palestina.

Zwelivelile ha mostrato i metodi usati da Israele per trovare alleati in Africa, ossia offrendo strumenti di sorveglianza, tecnologia militare e agricola come merce di scambio e per acquistare legittimità nel continente.

Accendendo le fiamme della guerra.

Zwelivelile ha spiegato: “Israele ha esportato armi per decenni – dopo averle testate sui palestinesi – verso i regimi più letali in Africa e ha cercato di riconnettersi con la maggior parte del continente dopo che quest’ultimo lo ha boicottato, a seguito della guerra dell’ottobre del 1973″, riferendosi a quando Israele armò il regime dell’Apartheid in Sud Africa, violando l’embargo sulle armi delle Nazioni Unite imposto al Ruanda durante il genocidio, rifornendo le milizie ad esso fedeli in Sud Sudan, oltre ad aver protetto i regimi repressivi in ​​Camerun, Guinea Equatoriale e Togo.

Interferenza nelle elezioni africane.

Zwelivelile ha affermato che società e individui israeliani hanno interferito, con il permesso del governo israeliano, nelle campagne elettorali in quasi tutti i paesi africani, riferendosi alla loro interferenza in Botswana (2014), Ghana (2016), Malawi (2020), Nigeria (2015 e 2019), Zambia ed altri paesi.

Diplomazia del libretto degli assegni.

Per quanto riguarda gli aiuti agricoli, Zwelivelile ha affermato: “Israele promette di fornire questi aiuti in nome dello sviluppo e della sicurezza alimentare, ma non aiuta a combattere la povertà in Africa, a meno che non sia in linea con i suoi interessi politici”.

Zwelivelile ha descritto gli aiuti di Israele ai paesi africani come operazioni commerciali, definendoli come “diplomazia del libretto degli assegni”.

Tel Aviv – The Palestine Chronicle. L’ex-premier israeliano Ehud Barak ha espresso preoccupazione per il fatto che Israele potrebbe cessare di esistere prima dell’80° anniversario della sua fondazione, avvenuta nel 1948, secondo quanto riportato sabato dai media israeliani.

In un’intervista al quotidiano in lingua ebraica Yedioth Ahronoth, Barak ha predetto uno scenario disastroso per Israele.

“Former #Israeli PM Ehud Barak warns of the curse of the ‘8th decade’ on Israel and it’s possible demise before its 80th anniversary”@AJArabic
Caption: “Throughout Jewish history, the Jews did not have a state for more than 80 years..(1/2) https://t.co/XKHQPCnKaL

— Translating Palestine (@TranslatingPali) May 8, 2022

“Nel corso della storia ebraica, gli ebrei non governarono mai per più di ottant’anni, tranne che nei due regni di Davide e nella dinastia degli Asmonei, e in entrambi i periodi la loro disintegrazione iniziò nell’ottava decade”, ha detto Barak.

Barak ha osservato che molti regimi, compresi quelli negli Stati Uniti, in Italia e in Russia, hanno subito la maledizione dell’ottavo decennio e che Israele non fa eccezione, tracciando un’analogia tra il regime sionista e fascismo, nazismo e comunismo.

According to the poll's findings, 33% of Israelis have contemplated moving out of the country over the last year. Sixty-six percent of respondents aged 18 and 24 said they had thought about leaving Israel compared to 53% of Israelis aged 25 to 34. (1/2)https://t.co/8vcJhhvVPa

— 🇮🇷⌨️🤷🏻‍♂️ (@caf_e_ein) May 1, 2022

I timori dell’ex-premier ultraconservatore fanno eco ai timori prevalenti in Israele.

Un recente sondaggio su giovani adulti israeliani ha rilevato che quasi la metà della popolazione nei Territori palestinesi occupati non è ottimista sul futuro di Israele, con più di un terzo delle persone che pensa di migrare per lavoro e vita migliori.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Gerusalemme/al-Quds – MEMO. Hamas ha respinto le osservazioni fatte dal primo ministro israeliano Naftali Bennett che rivendicano la sovranità israeliana su Gerusalemme e sulla moschea di al-Aqsa.

In una dichiarazione, il membro dell’Ufficio politico di Hamas, Izzat al Risheq, ha dichiarato: “Queste osservazioni sono una spaventosa violazione dei sacri diritti dei palestinesi e della custodia della Moschea di al-Aqsa da parte della Giordania, e riflettono il totale disprezzo delle norme e delle convenzioni internazionali”.

Al Risheq ha aggiunto: “Riaffermiamo che il governo d’occupazione israeliano non ha né diritti né sovranità su Gerusalemme e sulla moschea di al-Aqsa”.

Ha continuato: “Le osservazioni di Bennett non sono altro che un tentativo disperato di imporre un nuovo status quo, destinato a fallire”.

Il leader di Hamas ha ribadito: “La sovranità e la legittimità sulla Palestina storica sono un diritto solo del popolo palestinese, che proteggerà ogni centimetro della sua patria, soprattutto Gerusalemme e la moschea di al-Aqsa”.

Ha sottolineato che i palestinesi “continueranno la loro resistenza globale fino alla liberazione, al ritorno e all’istituzione del loro stato indipendente, con Gerusalemme come capitale”.

Ramallah – PIC. Lunedì, un tribunale israeliano terrà la 169ª udienza per il prigioniero palestinese Mohammad al-Halabi.

La Società per i prigionieri palestinesi (PPS) ha affermato in una nota che le misure israeliane contro al-Halabi, un attivista per i diritti umani, “costituiscono un crimine brutale in cui l’Autorità giudiziaria israeliana è uno dei principali partecipanti”.

Nonostante i ripetuti appelli delle istituzioni internazionali per rilasciare al-Halabi, l’Autorità d’occupazione israeliana (IOA) continua a detenerlo illegalmente. Gli inquirenti israeliani hanno cercato, senza successo, di estorcergli una confessione forzata in 52 giorni di interrogatori, secondo quanto dichiarato dalla PPS.

La società ha invitato le organizzazioni internazionali per i diritti umani a fare pressione sull’IOA affinché rilasci immediatamente al-Halabi.

Al-Halabi, 43 anni, arrestato il 15/6/2016, è detenuto nella prigione di Ramon e ha perso il 50% dell’udito a causa delle sessioni di tortura.

Gerusalemme/al-Quds – PIC. La municipalità israeliana di Gerusalemme ha notificato domenica alla famiglia al-Rajabi che il suo edificio a Silwan, situato a sud della moschea di al-Aqsa, sarà demolito con il pretesto di essere stato costruito senza permesso.

Fonti media a Gerusalemme hanno riferito che la municipalità israeliana ha consegnato alla famiglia al-Rajabi un avviso in cui ordina la demolizione del loro edificio a due piani, contenente cinque appartamenti, situato nel quartiere Ein al-Luza, a Silwan.

Faris al-Rajabi ha dichiarato in un comunicato stampa che la municipalità israeliana ha consegnato un avviso di demolizione contro il loro edificio a due piani, nel quale vivono 40 persone, inclusi i suoi genitori, tre fratelli ed i loro figli, con il pretesto della costruzione senza permesso. Ha confermato che lui e la sua famiglia non hanno altro posto dove andare.

Suo fratello Zuhair ha detto: “Nel primo giorno di Eid al-Fitr, tramite una telefonata, la polizia israeliana ci ha detto di demolire noi stessi l’edificio poco dopo l’Eid, in caso contrario lo avrebbero abbattuto funzionari municipali. Ho rifiutato l’autodemolizione”.

Negli ultimi anni, la municipalità israeliana nella città occupata ha emesso 6.817 ordini di demolizione e 53 ordini di sfratto di strutture di proprietà palestinese nei quartieri di Silwan.

Traduzione per InfoPal diF.H..

Arabnews.com. Di Ramzy Baroud. I palestinesi sono  preoccupati che il mandato concesso all’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, UNRWA, possa volgere al termine. (Da InvictaPalestina.org).

I palestinesi sono giustamente preoccupati che il mandato concesso all’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, UNRWA, possa volgere al termine. La sua missione, iniziata nel 1949, non è stata solo quella di fornire aiuti urgenti e sostegno a milioni di rifugiati. È anche una piattaforma politica che protegge e preserva i diritti di diverse generazioni di palestinesi.

Sebbene l’UNRWA non sia stata istituita come piattaforma politica o giuridica di per sé, il contesto del suo mandato era in gran parte politico, poiché i palestinesi sono diventati rifugiati a seguito di eventi militari e politici: la pulizia etnica del popolo palestinese da parte di Israele e il rifiuto di quest’ultimo di rispettare il diritto al ritorno dei palestinesi, come sancito dalla Risoluzione 194 (III) dell’11 dicembre 1948 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

L’UNRWA è stata istituita dalla Risoluzione UNGA 302 (IV) con “un mandato umanitario e di sviluppo per fornire assistenza e protezione ai rifugiati palestinesi in attesa di una soluzione giusta e duratura alla loro difficile situazione”. Purtroppo, non è stata raggiunta né una “soluzione duratura” alla difficile situazione dei profughi, e nemmeno un orizzonte politico. Invece di usare questa consapevolezza come un modo per rivisitare l’incapacità della comunità internazionale di portare giustizia in Palestina e di ritenere responsabili Israele e i suoi benefattori statunitensi, sono l’UNRWA e, per estensione, i rifugiati ad essere puniti.

In un severo avvertimento del 24 aprile, il capo del Comitato politico del Consiglio nazionale palestinese, Saleh Nasser, ha affermato che il mandato dell’UNRWA potrebbe volgere al termine. Nasser ha fatto riferimento a una dichiarazione del Commissario generale Philippe Lazzarini sul futuro dell’organizzazione. La dichiarazione di Lazzarini, pubblicata il giorno prima, lasciava spazio a qualche interpretazione, anche se era chiaro che qualcosa di fondamentale riguardante lo status, il mandato e l’operato dell’UNRWA stava per cambiare. “Possiamo ammettere che la situazione attuale è insostenibile e comporterà inevitabilmente l’erosione della qualità dei servizi dell’UNRWA o, peggio, la loro interruzione”, ha affermato Lazzarini. Nasser ha affermato che questo è stato “un preludio per i donatori a cessare il loro finanziamenti all’UNRWA”.

Il tema del futuro dell’UNRWA è ora una priorità all’interno del dibattito politico palestinese e arabo in generale. Qualsiasi tentativo di annullare o ridefinire la missione dell’UNRWA rappresenterà una sfida seria e senza precedenti per i palestinesi. L’ente fornisce supporto educativo, sanitario e di altro tipo a 5,6 milioni di palestinesi in Giordania, Libano, Siria, Striscia di Gaza e Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est. Con un bilancio annuale di 1,6 miliardi di dollari (1,5 miliardi di euro), questo supporto e l’enorme rete creata dall’organizzazione non possono essere facilmente sostituiti.

Altrettanto importante è la natura politica dell’organizzazione. L’esistenza stessa dell’UNRWA significa che c’è una questione politica che deve essere affrontata riguardo alla difficile situazione e al futuro dei rifugiati palestinesi. Infatti, non è la semplice mancanza di entusiasmo a finanziare l’organizzazione che ha causato l’attuale crisi. È qualcosa di più grande e molto più sinistro.

Nel giugno 2018, Jared Kushner, genero e Consigliere dell’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha visitato Amman, dove, secondo la rivista Foreign Policy, ha cercato di persuadere Re Abdullah a togliere lo status di rifugiati a 2 milioni di palestinesi che vivono in Giordania. Questo, insieme ad altri tentativi, è fallito.

Tre mesi dopo, l’amministrazione Trump ha deciso di cessare il suo sostegno finanziario all’UNRWA. In quanto principale finanziatore dell’organizzazione, all’epoca circa il 30% dei finanziamenti dell’UNRWA proveniva dagli Stati Uniti, questa decisione è stata devastante. Tuttavia, l’UNRWA ha continuato a zoppicare aumentando la sua dipendenza dal settore privato e dalle donazioni individuali.

Sebbene la dirigenza palestinese abbia celebrato la decisione dell’amministrazione Biden di riprendere il finanziamento americano dell’UNRWA nell’aprile dello scorso anno, una clausola nella mossa di Washington è stata in gran parte tenuta segreta. Gli Stati Uniti hanno accettato di finanziare l’UNRWA solo se questa avesse accettato di firmare un piano biennale, noto come quadro di cooperazione USA-UNRWA. In sostanza, questo ha effettivamente trasformato l’UNRWA in una piattaforma per le politiche israeliane e americane in Palestina, per cui l’organismo delle Nazioni Unite ha acconsentito alle richieste statunitensi, e quindi israeliane, di garantire che nessun aiuto raggiungesse alcun rifugiato palestinese che avesse ricevuto un addestramento militare “come membro del cosiddetto Esercito di Liberazione Palestinese” o in altre organizzazioni o si fosse “impegnato in qualsiasi atto di resistenza”. Inoltre, il quadro prevede che l’UNRWA monitori i “contenuti del programma palestinese”.

Stipulando un accordo con il Dipartimento di Stato americano, “l’UNRWA si è effettivamente trasformata da agenzia umanitaria che fornisce assistenza e soccorso ai rifugiati palestinesi, a agenzia di sicurezza che promuove la sicurezza e l’agenda politica degli Stati Uniti e, in definitiva, di Israele”, ha osservato il Centro di Risorse per la Residenza palestinese e i Diritti dei Rifugiati BADIL.

Le proteste palestinesi non hanno cambiato la nuova realtà, che altera di fatto l’intero mandato concesso all’UNRWA dalla comunità internazionale più di 70 anni fa. Peggio ancora, i Paesi europei hanno seguito l’esempio quando, lo scorso settembre, il Parlamento Europeo ha avanzato un emendamento che condizionava il sostegno dell’Unione Europea all’UNRWA sulla redazione di libri di testo scolastici palestinesi che presumibilmente “incitano alla violenza” contro Israele.

Invece di concentrarsi sulla chiusura immediata dell’UNRWA, gli Stati Uniti, Israele e i loro sostenitori stanno lavorando per cambiare la natura della missione dell’organizzazione, riscrivendo completamente il suo mandato originale. Ora ci si aspetta che un’agenzia creata per proteggere i diritti dei rifugiati protegga gli interessi israeliani, americani e occidentali in Palestina.

Sebbene l’UNRWA non sia mai stata un’organizzazione perfetta, è riuscita ad aiutare milioni di palestinesi nel corso degli anni, preservando la natura politica della loro difficile situazione.

Sebbene l’Autorità Palestinese, varie fazioni politiche, governi arabi e altri abbiano protestato contro i progetti israelo-americani contro l’UNRWA, è improbabile che tali mosse facciano molta differenza considerando che l’UNRWA stessa si sta arrendendo alle pressioni esterne. Mentre i palestinesi, gli arabi e i loro alleati devono continuare a combattere per la missione originaria dell’UNRWA, devono anche sviluppare urgentemente piani e piattaforme alternative che possano proteggere i rifugiati e impedire che il loro diritto al ritorno venga marginalizzato e, alla fine, dimenticato.

Se i profughi palestinesi vengono rimossi dall’elenco delle priorità politiche riguardanti il ​​futuro di una pace giusta in Palestina, non sarà possibile ottenere né giustizia né pace.

(Immagine di copertina: Un membro della polizia israeliana discute con un fotografo palestinese mentre i musulmani si riuniscono per partecipare alla preghiera di Eid Al-Fitr. AFP).

Ramzy Baroud è giornalista ed editore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo è “Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e sfida nelle carceri israeliane” (Clarity Press, Atlanta). Baroud è un ricercatore senior non residente presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), Università Zaim di Istanbul (IZU).

Traduzione di Beniamino Rocchetto per Invictapalestina.org.

Discorso di Giorgio Bianchi al Consiglio di Sicurezza dell’ONU – 06/05/2022.
Sono tornato da poco dal Donbass, dove per circa due mesi ho documentato il conflitto. Devo dire che mi aspettavo una differenza tra la realtà sul campo e quella mediatica, ma non a questi livelli. Posso capire la propaganda russa, posso capire la propaganda ucraina, ciò che per me resta incomprensibile è la propaganda europea. Con i media russi censurati, e con tutti gli altri cosiddetti media ufficiali allineati sulla propaganda ucraina, per il pubblico europeo (io sono europeo) è praticamente impossibile formarsi un’opinione obiettiva sulla realtà sul campo. Per questo sempre più persone si rivolgono al web per ricevere un’informazione equilibrata. Governi e piattaforme digitali, invece di interrogarsi su questo fenomeno, stanno cercando di limitare l’accesso alle informazioni online. Sembra che il loro obiettivo sia quello di sostenere un’unica narrazione dei fatti.

La guerra è di per sé drammatica, ne so qualcosa, quindi non c’è bisogno di renderla ancora più orribile inondando etere e carta di notizie false. Penso che non sia utile alimentare il conflitto o addirittura ampliarlo, con campagne d’odio. Mi sembra che ci sia una sorta di interesse per far sì che il conflitto duri a lungo e si allarghi. Ho personalmente smascherato diverse fake news diffuse sui media europei: la vergognosa prima pagina de La Stampa che surrettiziamente attribuiva ai russi la strage avvenuta a Donetsk il 14 marzo; il fatto che Mariana, la ragazza simbolo del bombardamento dell’ospedale Mariupol, non sia stata rapita dai russi; il fatto che i russi non stiano deportando civili da Mariupol (non riescono ad evacuare tutti i civili che desiderano partire, di certo non riescono a portare via quelli che vogliono restare). Al contrario, ho dimostrato che i soldati e le milizie ucraine hanno ampiamente utilizzato i civili come scudi umani. Le testimonianze che ho raccolto sono decine e la stragrande maggioranza lo conferma. Non c’è traccia di tutto questo lavoro di fact checking sul campo, nella stampa mainstream.

A che gioco stiamo giocando?Vogliamo la Terza Guerra Mondiale?Vogliamo ridurre alla miseria le popolazioni europee a furia di sanzioni?Sono un giornalista indipendente. Il mio lavoro è riconosciuto a livello internazionale. Ma non posso lavorare in Ucraina perché sono su una lista nera, Myratvorets, nella quale vengo etichettato come un “criminale”. Solo per aver fatto il mio lavoro e per aver condiviso il mio punto di vista con il pubblico… Un punto di vista documentato da otto anni di lavoro sul campo. Vengo accusato di essere un professionista “embedded”. Ma non posso lavorare dall’altra parte perché rischio di essere arrestato. Pensate sia normale?Un’altra volta: a che gioco stiamo giocando?Di sicuro è un gioco molto pericoloso.

MEMO. Il primo ministro israeliano Naftali Bennett ha affermato domenica che soltanto Israele ha la sovranità sulla città occupata di Gerusalemme e che non ci sono interferenze straniere, secondo quanto riferito dai media israeliani.

All’inizio della riunione settimanale del suo gabinetto, Bennett ha dichiarato: “Tutte le decisioni riguardanti il Monte del Tempio [la Moschea di al-Aqsa] e Gerusalemme saranno prese dal governo israeliano, che detiene la sovranità sulla città, senza alcuna considerazione straniera”.

“Rifiutiamo certamente ogni ingerenza straniera nelle decisioni del governo israeliano riguardo a Gerusalemme. Una Gerusalemme unita è la capitale di un solo stato: lo Stato di Israele”, ha aggiunto.

Le osservazioni sono arrivate a seguito di una proposta del partito Ra’am – un blocco arabo guidato dal deputato Mansour Abbas – di ridurre la presenza militare di Israele nella città occupata.

Su Facebook, Abbas ha affermato che il futuro ruolo del suo partito nel governo sarà determinato dai colloqui tenuti da un comitato congiunto di funzionari israeliani e giordani.

(Foto: il primo ministro israeliano Naftali Bennett a Gerusalemme, il 2 gennaio 2022, [EMIL SALMAN/POOL/AFP/Getty Images]).

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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