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Ramallah – MEMO, Quds Press e Wafa. Mercoledì, le autorità d’occupazione israeliane hanno emesso un avviso di demolizione contro la scuola Ras El Teen, situata nella parte orientale di Ramallah. Secondo il ministero dell’Istruzione palestinese, gli israeliani stanno per demolire la scuola finanziata dall’UE, con il pretesto della mancanza di una licenza edilizia.

Il ministero ha condannato le “continue violazioni israeliane” contro le istituzioni educative situate nell’Area C. Ha invitato gli organismi internazionali a fare pressione su Israele affinché annulli la demolizione prevista della scuola, che accoglie 44 studenti.

Dall’inizio del 2021, Israele ha demolito 1.032 strutture di proprietà palestinese nella Cisgiordania occupata. La lista comprende case, scuole, negozi e strutture agricole. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari ha affermato che le demolizioni israeliane hanno causato lo sfollamento di 1.347 palestinesi nel periodo in questione.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

New York – MEMO. L’ONU ha chiesto a Israele di porre fine alla sua politica di demolizione delle case palestinesi e di dislocamento dei residenti nella Cisgiordania occupata e nella Gerusalemme est. L’appello è stato lanciato da Stéphane Dujarric, portavoce del Segretario generale dell’ONU, nel corso di una conferenza stampa a New York.

Da domenica, coloni ed il deputato d’estrema destra Itamar Ben-Gvir hanno intensificato i loro attacchi contro i palestinesi nel quartiere Sheikh Jarrah, nella Gerusalemme occupata, protetti dalle forze di sicurezza israeliane. Tali attacchi fanno parte degli sforzi per dislocare le famiglie palestinesi dalle loro case.

“Stiamo seguendo da vicino la situazione a Sheikh Jarrah, nella Gerusalemme Est, e la possibilità dello sfratto dei palestinesi dalle loro case”, ha spiegato Dujarric. “È molto importante allentare la tensione e mantenere l’autocontrollo e la tranquillità. Chiediamo continuamente alle autorità israeliane di porre fine alla politica di demolizione delle case dei palestinesi e di smettere di sfrattare i palestinesi a Sheikh Jarrah e in qualsiasi altra parte della Cisgiordania”.

Quando gli è stato chiesto di commentare l’uccisione, da parte di Israele, del 26enne palestinese Nihad al-Barghouti, avvenuta martedì, Dujarric ha risposto: “Siamo preoccupati per l’escalation della violenza nei Territori palestinesi occupati, inclusa Gerusalemme Est”.

Nablus – PIC. Mercoledì sera, un gruppo di coloni ha sradicato decine di piantine d’ulivo nella cittadina di Burqa, a Nablus.

Ghassan Daghlas, funzionario responsabile del fascicolo delle colonie nella Cisgiordania settentrionale, ha affermato che un gruppo di coloni ha sradicato almeno 300 piantine di ulivo nell’area di al-Qusour, a Burqa.

Burqa è stata testimone di una serie di attacchi da parte dei coloni, negli ultimi mesi.

Le stime palestinesi indicano che ci sono circa 650 mila ebrei che vivono in 164 colonie e 116 avamposti in Cisgiordania, inclusa la Gerusalemme occupata.

Secondo il diritto internazionale, tutte le colonie nei Territori palestinesi occupati sono illegali.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Palestinechronicle.com. Di Ron Forthofer. C’è molta preoccupazione in Israele per la campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (Bds) palestinese che cerca di porre fine al sostegno internazionale all’oppressione israeliana dei palestinesi e di fare pressione su Israele affinché rispetti il ​​diritto internazionale.

Israele sostiene che questa campagna è una minaccia alla sua legittimità. Non sorprende che Israele non voglia riconoscere che è la sua stessa ripetuta violazione del diritto internazionale, compresi i suoi numerosi crimini di guerra, a minacciarne la legittimità.

Data l’errata percezione di sé, Israele sta conducendo una campagna per limitare qualsiasi discussione sulle sue azioni illegali e immorali. Sfortunatamente, anche senza il bisogno di alcuna campagna da parte israeliana, i media corporativi statunitensi aiutano già Israele non parlandone o minimizzando gli effetti delle violazioni israeliane.

Ad esempio dal 2007 assistiamo a una copertura limitata sulle condizioni disperate a Gaza sotto un assedio israeliano illegale raramente menzionato (con la complicità di Egitto e Stati Uniti). I grandi attacchi su Gaza del 2008, 2012 e 2014 hanno danneggiato gravemente anche ospedali, la rete fognaria e altre infrastrutture, scuole e condomini. Questo assedio ha reso quasi impossibile il trasporto di materiali e rifornimenti per riparare la devastazione. Crimini di guerra israeliani e assedio si sono combinati per rendere la vita un inferno per i circa 2 milioni di persone che sopravvivono nella Striscia di Gaza.

Inoltre viene raramente riportato il frequente comportamento criminale degli occupanti illegali israeliani di terra palestinese in Cisgiordania. I militari e la polizia israeliani arrestano raramente questi occupanti illegali, a volte permettendo l’iterazione del  crimine e a volte favorendolo con complicità. Inoltre Israele ha distrutto e continua a distruggere le case palestinesi in Cisgiordania, compresa Gerusalemme est.

Israele usa scuse molto discutibili come pretesto per rimuovere illegalmente sempre più palestinesi dalle loro case. C’è anche poca copertura mediatica dell’arresto vergognoso e dell’incarcerazione di bambini palestinesi. I media controllati dalle corporazioni hanno anche minimizzato la conclusione cui è giunta la rispettata  organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, insieme ad Amnesty International e a Human Rights Watch, cioé che Israele è uno stato di apartheid.

La copertura da parte dei media corporativi statunitensi delle azioni israeliane contro gli stessi interessi statunitensi lascia molto a desiderare. Una delle azioni più clamorose e scarsamente trattate fu il tentativo israeliano nel 1967 di affondare la USS Liberty, una nave per la raccolta di informazioni ad armamento leggero. Questo attacco uccise 34 e ferì 171 marinai statunitensi.

Le spie per Israele, ad esempio Jonathan Pollard, hanno gravemente danneggiato gli interessi degli Stati Uniti. Nel 1987, Caspar Weinberger, allora Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, dichiarò: “È difficile per me … concepire un danno maggiore alla sicurezza nazionale di quello causato dall’imputato, vista l’ampiezza, l’importanza critica per gli Stati Uniti e l’elevata sensibilità delle informazioni che ha venduto a Israele”. Riguardo a Pollard, Seymour Hersh, vincitore del Premio Pulitzer, ha scritto che alcuni membri della comunità dell’intelligence statunitense credono che Israele abbia condiviso gran parte delle informazioni con l’Unione Sovietica.

Su un altro fronte, all’inizio degli anni ’90, l’allora direttore della CIA James Woolsey disse a una commissione per gli affari del governo del Senato che Israele vendeva segreti statunitensi alla Cina da circa un decennio. Queste vendite sono continuate almeno fino al 2013, quando gli Stati Uniti hanno nuovamente affrontato Israele per la vendita di attrezzature militari sensibili alla Cina.

Oltre alla complicità dei media, i sostenitori israeliani hanno organizzato campagne, a livello statale e a livello nazionale, nelle università che tentano di reprimere i sostenitori dell’attivismo palestinese contro l’occupazione e del Bds. Nel 2015 il Palestine Legal Center e il Center for Constitutional Rights hanno pubblicato un rapporto che documenta i diffusi tentativi di soffocare la libertà di parola dei sostenitori palestinesi negli Stati Uniti. Ci sono anche sforzi internazionali per vietare il sostegno al Bds o l’opposizione all’occupazione israeliana delle terre palestinesi. Fortunatamente, l’American Civil Liberties Union ha contribuito a fermare la legislazione al Congresso che avrebbe messo a tacere le critiche a Israele a livello nazionale. Sfortunatamente, però, troppi politici sono stati disposti a soffocare la libertà di parola. Nel 2021 35 stati hanno approvato progetti di legge o ordini esecutivi progettati per scoraggiare il boicottaggio di Israele.

Dato il record schiacciante di Israele, è chiaro il motivo per cui vorrebbe limitare la libertà di parola sulle sue politiche. In particolare, se gli americani comprendessero la profondità dei crimini di guerra israeliani e delle gravi violazioni dei diritti umani, sarebbe difficile continuare a sostenere i veti statunitensi alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite contro questi crimini. Inoltre sarebbe difficile comprendere la fornitura da parte degli Stati Uniti di quasi 4 miliardi di dollari all’anno in aiuti militari a Israele, una nazione ricca che ha avuto a lungo uno degli eserciti più forti del mondo.

Traduzione per InfoPal di Stefano Di Felice

English.alaraby.co.uk/. Di Emad Moussa. (Da InvictaPalestina.org). Proseguendo nei loro sforzi per criminalizzare l’attivismo palestinese nel Regno Unito, l’ultima diatriba del Partito conservatore è stata la minaccia di vietare i canti palestinesi, sostenendo che sono pro-Hamas. Ma qual è la vera storia dei canti palestinesi?

Secondo il Segretario di Stato per l’Istruzione del Regno Unito Nadhim Zahawi “Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera” è uno slogan antisemita di Hamas che giustifica l’azione della polizia. Un “appello a distruggere Israele”, affermano i gruppi filo-israeliani.

Ma per i palestinesi e i loro sostenitori, le accuse sono dettate dalla politica  e ingiuste. Lo slogan esiste da molto prima che Hamas venisse fondato e in effetti è antico quanto la lotta palestinese contro il sionismo.

“Cantare, e cantare per la Palestina, è convinzione comune, è connettersi e preservare le radici storiche, la cultura e la geografia della Palestina”

La frase è presente in diverse canzoni folcloristiche e rivoluzionarie palestinesi e ha molteplici derivazioni arabe, le più comuni delle quali sono: min el-maiyeh lel mayieh (dall’acqua all’acqua – riferendosi al Mar Mediterraneo e al fiume Giordano).

La frase è inoltre strettamente correlata alla cultura e alla formazione dell’identità del popolo palestinese: sottolinea il legame con la terra, chiede la decolonizzazione, la libertà e la fine del regime di apartheid in Palestina, sostituito con uno stato  unitario con uguali diritti per tutti.

Ma in Palestina, come indica la controversia attorno al questo slogan, è difficile separare la cultura dalla sfera politica all’interno della quale opera. Poiché questa sfera è eccessivamente dominante, ha prodotto espressioni culturali e artistiche ugualmente dominanti per sfidare la struttura di potere in atto.

Manifestanti palestinesi cantano slogan mentre si radunano nella città di Ramallah, situata nella Cisgiordania occupata [Getty Images]

Particolarmente visibile tra queste espressioni culturali è il canto.

Sociologicamente, il canto ha una connotazione religiosa. Si riferisce a espressioni iterative, a volte melodiche, come le preghiere, le recitazioni e le suppliche, al contrario del canto più strutturato.

Ma nel contesto rivoluzionario, di cui la Palestina fa parte, il canto e lo scandire slogan cadono sotto lo stesso ombrello di “espressioni culturali musicalizzate”.

Il canto è generalmente inteso come suoni monotonici e iterativi,  purtuttavia equivale a cantare espressioni armoniche e tonali. In altre parole, il canto rivoluzionario e lo scandire slogan sono contestualmente indistinguibili, usati in modo intercambiabile e servono allo stesso scopo: mobilitare le masse e sfidare i rapporti di potere.

Questo è il motivo per cui il canto palestinese non è una forma indipendente di espressione culturale; piuttosto, una parte intrinseca e il prodotto di diverse generazioni di patrimonio musicale.

Le informazioni sui modi musicali in Palestina prima della prima guerra mondiale rimangono scarse. Gran parte di ciò che sappiamo proviene dalle memorie del musicista palestinese Wassif Jawahariyyeh (1897–1972), che ripercorse la vita culturale in Palestina tra il 1904 e il 1917.

Come evidenziato da Jawahariyyeh, durante l’ultima parte del diciannovesimo secolo la Palestina costituiva un passaggio per i musicisti in viaggio tra l’Egitto – l’allora fulcro della cultura araba – e il Levante. Questi artisti tennero concerti nelle principali città palestinesi come Gerusalemme e Giaffa, influenzando così la produzione musicale in quelle regioni.

È anche noto che l’istituzione di Radio Gerusalemme nel 1936 ebbe un ruolo significativo nel favorire le produzioni musicali, attirando musicisti dalla Palestina e dai paesi arabi vicini, che venivano a rappresentare  o a registrare il loro lavoro.

 “Il canto palestinese non è una forma indipendente di espressione culturale, è piuttosto una parte intrinseca e il prodotto del patrimonio musicale di diverse generazioni”

Un punto di svolta critico fu la Nakba del 1948, quando la maggior parte dei palestinesi divennero profughi interni e nei paesi vicini. Le loro espressioni musicali tradizionali avrebbero presto assunto il carattere dell’epoca: disperazione e perdita.

Poiché la maggior parte dei rifugiati palestinesi proveniva da zone rurali, il loro folklore musicale locale sarebbe diventato un elemento determinante nella cultura post-Nakba. Questo folklore è per lo più orale, i suoi compositori e scrittori sconosciuti; in quanto tale, è flessibile e adattabile.

Le canzoni d’amore tradizionali e i cosiddetti “canti di flirt” “anashed al-ghazal”, come il famoso “ya zarif al-toul” (Oh, quello meravigliosamente alto), sarebbero stati riadattati, quasi senza modifiche liriche o tonali, per indicare il desiderio per la patria perduta e l’inevitabile ritorno ad essa.

In effetti, il senso di perdita che seguì alla Nakba è stato (e continua ad essere) incorporato in tutte le espressioni culturali palestinesi, inclusi poesia, romanzi e arti visive. Ma sono le espressioni musicali, forse in virtù della loro natura tonale e iterativa, a divenire le più popolari e a raggiungere un pubblico più vasto. A partire dagli anni ’50, ciò fu favorito dalla disponibilità delle radio a transistor.

L’istituzione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) nel 1964, seguita dall’occupazione israeliana del resto della Palestina storica nel 1967, trasformò il senso di perdita in sfida e resistenza armata nella forma dei fedayn, combattenti per la libertà. Questo inaugurò quella che divenne nota come la “musica rivoluzionaria palestinese”.

Il gruppo “Al-Bara’em “(Flower Buds) fu tra le band più importanti associate alla nuova musica nei primi anni ’70. Durante la diaspora, l’OLP creò il proprio ensemble con sede in Libano, “al-Ashiqeen” (The Lovers – un riferimento alla patria e al martirio).

Queste espressioni musicali fiorirono insieme (e presero in prestito da) quella che in seguito divenne una piattaforma sistematica per “la cultura della resistenza”, come la poesia di Mahmoud Darwish, i romanzi di Ghassan Kanafani e i dipinti di Ismail Shammout.

La prima Intifada del 1987-93 – la più grande e persistente protesta di massa palestinese contro l’occupazione israeliana dal 1967 –  portò alla combinazione di folklore ed espressioni musicali rivoluzionarie.

La crescente popolarità del modello islamico di canto, tipicamente noto come “al-nasheed al-Islami” che  coincise con l’istituzione di Hamas nel 1987, arricchì le cosiddette espressioni musicali di resistenza.

“Il canto esiste da molto prima che Hamas fosse fondato. In effetti, è antico quanto la lotta palestinese contro il sionismo”

Ad esempio, un nasheed (canto) tradizionale come “sabbal oyounoh mad eidoh” (colui che allungò gli occhi), che in origine era un canto nuziale, fu riadattato durante quel periodo per diventare l’immagine dello shaheed (martire). Tuttavia, il nasheed è stato occasionalmente composto con un tono rivoluzionario, sottolineando il sacrificio e la resistenza come dinamiche inseparabili dell’identità nazionale palestinese e della lotta contro il colonialismo.

La stessa tendenza continua ancora oggi, anche se i mezzi di produzione sono diventati più accessibili al grande pubblico grazie ai social media e alle risorse online.

Al giorno d’oggi è comune nelle manifestazioni o nei cortei funebri sentire la folla cantare nasheed rivoluzionari o ripetere melodicamente slogan come: “Andremo ad Al-Quds, martiri a milioni”.

Per gli islamisti, il canto a volte acquisisce un sottofondo religioso, in cui i manifestanti gridano: “Il nostro obiettivo più alto è morire per amore di Dio”. Vale a dire: morire per il nobile obiettivo della liberazione, significa anche essere sulla retta via di Dio.

Ma la mobilitazione di massa non è l’unico obiettivo del canto: riguarda anche, forse soprattutto, l’autoconservazione. La maggior parte dei palestinesi sono espropriati, apolidi e per sempre minacciati dall’oblio fisico e psicologico.

Cantare e cantare per la Palestina, è convinzione comune, è connettersi e preservare le radici storiche, la cultura e la geografia della Palestina. Questi sono visti come potenti strumenti per deviare i continui tentativi di Israele di sradicare ulteriormente i palestinesi.

Come dire: cantare è resistere, e resistere è esistere.

Il dottor Emad Moussa è un ricercatore e scrittore specializzato in politica e psicologia politica della Palestina/Israele.

Traduzione di Grazia Parolari per Invictapalestina.org

Gaza-Al-monitor.com/. Di Entsar Abu Jahal. (Da Frammenti vocali in MO).

Il muro che Israele ha costruito lungo il confine con la Striscia di Gaza non sta colpendo solo la vita umana, ma anche la biodiversità autoctona. 

La barriera impedisce agli animali selvatici, come cervi, volpi e lupi, tra gli altri, di attraversare l’enclave assediata. 

Il muro ha anche minato la falda acquifera, interrompendo le falde acquifere che raggiungono la Striscia di Gaza e inquinando la fornitura esistente, secondo gli esperti che hanno parlato con Al-Monitor.

Nel dicembre 2021, Israele ha annunciato il completamento di un muro sotterraneo dotato di sensori al confine di Gaza, che si estende per oltre 65 chilometri con un’altezza di sei metri. Il muro , che comprende anche una recinzione fuori terra, sentieri lastricati e trincee, ha richiesto circa tre anni e mezzo per essere completato.

Il muro comprende anche una barriera navale dotata di tecnologia per rilevare le infiltrazioni via mare, un sistema d’arma telecomandato e una serie di radar e telecamere,  sale di comando e controllo.

Abdel Fattah Abed Rabbo, professore associato di scienze ambientali presso l’Università islamica di Gaza, ha detto ad Al-Monitor che il muro israeliano ha effetti ambientali devastanti, poiché impedisce il naturale scambio biologico sopra e sotto terra. 

“Il muro ostacola il movimento naturale di animali selvatici e rettili. Inoltre blocca il movimento naturale dei microrganismi nel sottosuolo che ripristinano la fertilità del suolo e ne accrescono la vitalità e la capacità di coltivazione. I tratti di cemento del muro faranno scomparire questi organismi sul lato di Gaza”, ha aggiunto.

La fauna selvatica nella Striscia di Gaza deve affrontare grandi pericoli. Soprattutto nelle aree orientali vicino al confine, ha detto Rabbo, gli animali attraversavano liberamente da Israele a Gaza, ma il muro ha bloccato l’accesso, soprattutto ai mammiferi, a causa delle loro dimensioni relativamente grandi. Ha menzionato volpi, lupi, lepri, cervi, sciacalli, manguste egiziane, gatti della giungla e istrici.

La costruzione di qualsiasi muro di separazione in qualsiasi parte del mondo riduce il movimento degli animali, ha osservato.“Questa separazione mina l’equilibrio ecologico e biologico e la diversità animale nella Striscia di Gaza, dove il numero e la tipologia di mammiferi, rettili e uccelli selvatici stanno già precipitando a causa dell’espansione urbana incontrollata e della contrazione delle aree agricole. Per non parlare della piccola superficie dell’enclave rispetto alla sua densità di popolazione. L’assenza di questi animali influenzerà sicuramente l’ecosistema”. 

Attia al-Bursh , l’ Autorità per la qualità dell’acqua e dell’ambiente a Gaza, ha anche avvertito che il muro porterebbe la fauna selvatica sull’orlo dell’estinzione locale.

“Questa perdita dovrebbe essere compensata attraverso la migrazione di animali in cerca di cibo e riparo dalle terre della Cisgiordania alla Striscia di Gaza”.

Ha spiegato che nell’ultima guerra sulla Striscia di Gaza, Israele ha bombardato aree agricole e terre vuote, uccidendo molti animali che avevano trovato rifugio in quelle zone.

Bursh ha indicato che il delicato equilibrio in natura influisce su tutti gli aspetti della vita e la sua interruzione è dannosa. “C’è un’estinzione quasi completa di alcuni tipi di uccelli che sopravvivono su alcuni roditori che danneggiano le colture agricole, distruggono i nidi degli uccelli e portano malattie che possono essere trasmesse all’uomo. Nel prossimo periodo inizieremo a vedere sempre di più gli effetti negativi del muro sul nostro ecosistema”.

L’importazione di animali per ripristinare l’equilibrio ecologico non è un’opzione, ha affermato Bursh, perché le priorità del governo sono fornire acqua sicura alla popolazione. 

L’acqua è un altro problema che il muro peggiorato. Il muro, che si estende sopra e sotto la superficie del terreno, impedirà il flusso d’acqua verso l’enclave, privandola di un’importante fonte d’acqua stimata in milioni di metri cubi”, ha affermato Mazen al-Banna,:  “Il muro ci impedirà di beneficiare di eventuali precipitazioni al di fuori dei confini della Striscia di Gaza, abbassando così il livello delle falde acquifere”.

Il muro inquina anche le acque sotterranee esistenti, ha detto Banna, perché “le macchine utilizzate per costruirlo hanno minato il suolo e la sua coesione, che consente agli agenti inquinanti in superficie di penetrare nelle acque sotterranee. Questo atto di Israele è contrario al diritto internazionale che stabilisce gli standard per la gestione delle risorse idriche condivise transfrontaliere”. 

Banna ha inoltre indicato che la Striscia di Gaza soffre già di una grave carenza d’acqua poiché la falda acquifera costiera, l’unica fonte d’acqua della regione, è stata inquinata e consumata eccessivamente. “Il consumo annuo si aggira intorno ai 250 milioni di metri cubi, con una piovosità media annua sulla Striscia di Gaza di 130 milioni di metri cubi, ricaricando le acque sotterranee da 40 a 50 milioni di metri cubi all’anno. Questo mostra un esaurimento anormale della falda acquifera”.

Banna ha spiegato che l’acqua nella Striscia di Gaza è al di sotto degli standard dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Tutti i pozzi hanno alti livelli di salinità, elementi cloruri e nitrati, che rappresentano una minaccia per la salute dei cittadini palestinesi.

Il portavoce del ministero dell’Agricoltura della Striscia di Gaza, Adham al-Basiouni, ha denunciato tutte le misure arbitrarie adottate da Israele al confine  : “Le misure israeliane mirano a minare il settore agricolo poiché le terre nella regione orientale sono fertili, con acque sotterranee a bassa salinità rispetto al resto delle aree. [Costruendo questo muro], Israele impedisce la coltivazione nelle aree vicino al confine”.

Basiouni ha avvertito che il muro avrà un grave impatto sul suolo agricolo della Striscia di Gaza, non solo per la sua profondità di penetrazione nel suolo, ma anche perché i veicoli che hanno speronato il terreno hanno lasciato materiali dannosi per il suolo.

Traduzione e sintesi di https://frammentivocalimo.blogspot.com/2022/02/entsar-abu-jahal-il-muro-israeliano.html

Gaza – PIC. Le fazioni palestinesi nella Striscia di Gaza hanno avvertito che lo stato d’occupazione israeliano “pagherà caro i suoi continui crimini e le aggressioni contro il popolo palestinese a Gerusalemme e in Cisgiordania”.

Tali dichiarazioni sono state rilasciate durante un sit-in organizzato mercoledì dalle fazioni di Gaza, in solidarietà con le famiglie di Sheikh Jarrah, che sono esposte quotidianamente alle aggressioni delle forze di polizia e dei coloni israeliani, oltre alle minacce di sfratto dalle loro case.

“Il governo dei coloni, guidato da Naftali Bennett, non ha né compreso la lezione di coloro che lo hanno preceduto né si è reso conto che il nostro popolo ha la capacità di imporre regole di ingaggio in modo da raggiungere il più alto interesse nazionale”, ha affermato Amer al-Jaab, funzionario senior dell’Unione democratica palestinese, durante un discorso a nome delle fazioni.

“La dignità del nostro popolo è collegata […] alla sua terra e ai luoghi santi, e non lasceremo mai soli i nostri compatrioti a Gerusalemme”, ha aggiunto Jaab.

Cisgiordania-PIC e Quds Press. Giovedì all’alba, tre giovani palestinesi sono stati feriti e altri due sono stati rapiti dalle forze di occupazione israeliane (IOF) a Jenin.

Secondo fonti locali, i combattenti della resistenza hanno aperto il fuoco contro i soldati israeliani e i loro veicoli.

Tre giovani sono stati feriti durante scontri armati con le IOF a Jenin. Le loro ferite sono state descritte come moderate e leggere.

Le IOF hanno anche circondato una casa e rapito due giovani identificati come Baha Abu Mirar e Aws al-Ajjawi.

A Nablus, i combattenti della resistenza hanno aperto il fuoco contro i soldati israeliani dopo che questi ultimi avevano preso d’assalto il quartiere di Ras al-Ein.

Cisgiordania – PIC. Mercoledì, le forze d’occupazione israeliane (IOF) hanno consegnato alle autorità palestinesi della cittadina di Idhna, a ovest di Hebron/al-Khalil, un ordine per fermare i lavori e per demolire un cimitero.

Un alto funzionario del comune di Idhna, Abdul-Rahman Tamizi, ha affermato che il suo comune ha ricevuto un avviso militare che ordinava la sospensione di qualsiasi lavoro nel cimitero della famiglia Awwad, minacciando di demolirlo.

Tamizi ha aggiunto che l’esercito israeliano ha giustificato la decisione affermando che il cimitero si trova vicino al muro dell’Apartheid, nella parte occidentale della cittadina.

Gerusalemme/Quds Press e PIC. Mercoledì sera, la polizia di occupazione israeliana ha nuovamente attaccato cittadini e sostenitori palestinesi nel quartiere di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme est, e costretto i residenti locali a rientrare nelle loro case.

Nel frattempo, membri di partiti estremisti della Knesset hanno preso d’assalto il quartiere insieme a funzionari municipali e leader dei coloni, tra cui Yonatan Yosef, attaccando i residenti sotto la protezione della polizia.

In precedenza, il membro della Knesset Itamar Ben Gvir, noto per il suo comportamento provocatorio, scortato da coloni e forze di polizia, aveva invaso il quartiere e soggiornato nella sua tenda vicino alle case palestinesi.

I poliziotti hanno anche arrestato un giovane della famiglia di al-Jabari.

La polizia israeliana ha posto l’assedio al quartiere e ha impedito ai cittadini gerosolimitani di entrarvi o di visitare i loro parenti, mentre permette a coloni estremisti, membri della Knesset e funzionari, di assaltare il quartiere e aggredire i residenti locali.

Tubas-PIC. Mercoledì, le forze di occupazione israeliane hanno notificato a cittadini palestinesi la loro intenzione di demolire le loro strutture agricole situate nella cittadina di Atouf, a sud-est di Tubas.

Il capo del consiglio della cittadina, Abdullah Bisharat, ha affermato che le IOF hanno informato gli abitanti locali sulla loro intenzione di radere al suolo una vasca di 500 metri cubi ed un negozio, entrambi utilizzati per scopi agricoli, oltre ad una casa pre-fabbricata.

(Foto di archivio).

Valle del Giordano – WAFA. Mercoledì mattina, Israele ha mobilitato decine di truppe per esercitazioni militari nell’area di ‘Ain al-Hilweh, nella Valle del Giordano settentrionale, secondo quanto affermato da un attivista locale.

Aref Daraghmeh, un attivista locale per i diritti umani, ha dichiarato a WAFA che decine di soldati israeliani pesantemente armati si sono schierati nelle vicinanze delle tende della comunità palestinese, per le esercitazioni.

La Valle del Giordano, che è una fertile striscia di terra che corre a ovest lungo il fiume Giordano, ospita circa 65 mila palestinesi e costituisce circa il 30% della Cisgiordania.

Dal 1967, quando l’esercito israeliano occupò la Cisgiordania, Israele ha trasferito almeno 11 mila dei suoi cittadini ebrei nella Valle del Giordano. Alcune delle colonie in cui vivono sono state costruite quasi interamente su terra privata palestinese.

L’esercito israeliano ha anche designato circa il 46% della Valle del Giordano come zona militare chiusa, dall’inizio dell’occupazione nel giugno 1967, e ha utilizzato il pretesto delle esercitazioni militari per sfollare con la forza le famiglie palestinesi che vi risiedono, come parte di una politica di pulizia etnica e soffocamento dello sviluppo palestinese nell’area.

Circa 6.200 palestinesi vivono in 38 comunità, situate in luoghi destinati all’uso militare, e hanno dovuto ottenere il permesso dalle autorità israeliane per entrare e vivere nelle loro comunità.

In violazione del diritto internazionale, l’esercito israeliano non solo sfolla temporaneamente e regolarmente le comunità, ma confisca anche i loro terreni agricoli e demolisce di tanto in tanto le loro case e le infrastrutture.

Oltre a subire uno sfollamento temporaneo, le famiglie palestinesi che vivono lì devono affrontare una miriade di restrizioni all’accesso a risorse e servizi. Nel frattempo, Israele sfrutta le risorse della zona e genera profitti, destinando generosi appezzamenti di terra e risorse idriche a beneficio dei coloni.

I politici israeliani hanno chiarito in diverse occasioni che l’altamente strategica Valle del Giordano rimarrà sotto il loro controllo in ogni evenienza.

Gerusalemme occupata/al-Quds – PIC. Mercoledì mattina, decine di coloni hanno invaso la moschea di al-Aqsa, nella Gerusalemme occupata.

Secondo fonti locali, decine di coloni e studenti sono entrati nella moschea e hanno visitato i suoi cortili sotto la stretta protezione della polizia.

Durante i loro tour i coloni hanno recitato preghiere.

Nel frattempo, gli attivisti palestinesi hanno lanciato appelli per intensificare la presenza palestinese durante le preghiere dell’alba nella moschea, il prossimo venerdì.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Roma-InfoPal e API. Giovedì 17 febbraio, ore 14:00, presso la Camera dei Deputati del Parlamento italiano, a Palazzo Montecitorio, si terrà una conferenza stampa organizzata da Europeans for al-Quds, per presentare il report “Gerusalemme 2021, l’ebraicizzazione accende il confronto”.

Alle 16:00, presso l’Hotel delle Nazioni, Via Poli, 6, seguirà la Conferenza “Gerusalemme 2021, diritti umani negati”.

Saranno presenti parlamentari, ambasciatori, giornalisti e rappresentanti di organizzazioni per i diritti umani.

Marotta&Cafiero pubblica Naji al-Ali il più grande vignettista della storia della Palestina. Uscirà martedì 22 febbraio, per la prima volta in Italia, Handala – un bambino in Palestina un libro che racconta l’orrore, la resistenza e la sofferenza del popolo palestinese.
Handala, il bambino girato di spalle disegnato da Naji al-Ali, è diventato col tempo un simbolo della lotta per la liberazione della Palestina. “Fu in Kuwait – dove sentiva di star ‘scivolando in una vita di lussi’ – che disegnò per la prima volta Handala, il quale, per dirla con al-Ali, ‘rappresenta il palestinese onesto che farà sempre parte dell’immaginario comune’” scrive nella prefazione il giornalista e fumettista naturalizzato americano, Joe Sacco.
I suoi disegni avevano uno scopo ben preciso: “Il mio lavoro era dar voce al popolo, alla mia gente che sta nei campi, in Egitto, in Algeria, gli arabi sparsi in tutta la regione che hanno ben pochi mezzi per esprimere i propri punti di vista”. Così Naji al-Ali descriveva la sua arte.
“ A 35 anni dall’uccisione di Naji al-Ali, pubblichiamo per la prima volta in Italia Handala – un bambino in Palestina, un’opera unica che con semplicità e chiarezza narra un pezzo di storia dal punto di vista palestinese”, dichiara il direttore editoriale della Marotta&Cafiero, Rosario Esposito La Rossa.“Un’artista che, grazie al personaggio di Handala, un bambino di 10 anni ritratto sempre di spalle mentre guarda ciò che accade sulla terra, da’ voce ai poveri e agli oppressi. Un libro potente nei contenuti e che abbiamo il piacere e il dovere di pubblicare, proprio per dar ancora voce al popolo palestinese. Naji al-Ali per il suo impegno è stato ucciso a Londra ma grazie a questa pubblicazione, le matite spezzate colorano ancora”, conclude La Rossa.
Durante la sua carriera, Al-Ali ha criticato l’occupazione illegale israeliana, il governo palestinese e i regimi arabi. Ha fatto della sua matita una spada, realizzando oltre quarantamila vignette . Naji al-Ali è l’esempio di come una vignetta di pochi centimetri quadri possa servire più di un’intifada per fermare l’occupazione e scostare il velo di menzogna che ricopre la Palestina.
Il libro verrà presentato in collaborazione con il Centro culturale Handala Ali a Napoli giovedì 24 febbraio alle ore 16 al Caffè Arabo, Piazza Vincenzo Bellini 74-62, con aperitivo letterario dedicato alla cultura e con prodotti palestinesi.

“In Medio Oriente i palestinesi lottano per la resistenza”.

“Naji Al-Ali ci porta per mano con le sue vignette dentro il dramma della condizione palestinese” .

Handala è un bambino palestinese che racchiude in sé tutta la potenza e la sofferenza del suo popolo.
Naji Ali, è il più grande vignettista della storia della Palestina, con il suo inchiostro ha saputo raccontare l’orrore, la resistenza e la sofferenza del popolo palestinese. Con le sue oltre 40 mila vignette è un fumettista politico senza precedenti. Handala, un bambino sempre di spalle con le mani incrociate dietro la schiena, è diventato la sua firma. Un bambino scalzo e vestito di stracci, spettatore di una guerra lunga oltre 60 anni. Nessuno conosce il volto di Handala, erba amara, il suo viso sarà “rivelato solo quando i rifugiati palestinesi torneranno in patria”.”

Naji al-Ali

Naji Al-Ali è stato ucciso a Londra nel 1987 per le sue vignette. È definito il più importante vignettista della storia del mondo arabo. Ha collaborato con numerosi giornali del Medio Orien- te. Nessuno ha pagato per la sua morte, è ancora sconosciuto il suo assassino.

Roberto Malfattiufficio stampa Marotta&Cafieroufficiostampa@marottaecafiero.it 347/6476939
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Thenation.com. Di Mohammed El-Kurd (*). (Da InvictaPalestina.org). Il sole non era ancora sorto il 21 gennaio, quando 30 soldati israeliani hanno arrestato il dodicenne Ammar nella sua casa, nel deserto del Negev. Il suo presunto crimine: protestare contro la recente spinta verso un piano di rimboschimento finanziato dal governo – o “greenwashing”, come molti lo definiscono – che porterebbe allo sradicamento di migliaia di alberi beduini Palestinesi, per sostituirli con alberi di pino.

la polizia israeliana arresta una giovane donna durante una protesta beduina nel villaggio di Sawe al-Atras, nel Negev. Il 12 Gennaio, 2022.

Ammar è stato rilasciato dopo alcune ore di detenzione e messo agli arresti domiciliari anche se, come hanno detto i suoi genitori, era a casa durante la protesta. Al Jazeera ha riportato che il ragazzino non ha detto una parola da quando è tornato a casa.

La storia di Ammar è soltanto una fra le tante vicende che si sono susseguite nelle ultime settimane. Secondo Adalah, un centro legale con sede a Haifa che lavora per proteggere i diritti dei Palestinesi, 150 Beduini Palestinesi (di cui circa il 40 per cento sono minorenni) sono stati arrestati con l’accusa di aver provocato “disordini” durante le proteste contro la loro espulsione dall’area. Il programma è guidato dal Fondo Nazionale Ebraico (JNF), un’organizzazione parastatale, e rappresenta soltanto l’ultimo capitolo dello sforzo coloniale per “far fiorire il deserto”, che dura ormai da decenni. Un deputato israeliano ha promesso che gli Israeliani avrebbero “esercitato la [loro] sovranità sul Negev.

Jewish National Fund

Benché i Beduini Palestinesi abbiano coltivato e abitato le loro terre sin da prima della Nakba, i successivi governi israeliani si sono adoperati per espellerli e “trasferirli”, revocando nel frattempo i loro diritti sulla terra. I Beduini posseggono gli atti di proprietà delle loro terre ma, tutt’oggi, le autorità israeliane si rifiutano di riconoscerli, affermando invece che gli sforzi di rimboschimento si stanno svolgendo su terreni “di proprietà statale”, in questo caso di proprietà del Fondo Nazionale Ebraico. Sul sito web dell’organizzazione, si legge che il Fondo è “il custode della terra di Israele, per conto dei suoi proprietari – Ebrei ovunque essi siano” – un ruolo che l’ha portato a piantare 86 delle sue foreste sulle rovine dei villaggi distrutti dai Sionisti.

Benché’ il Fondo Nazionale Ebraico abbia sempre sfrattato i Palestinesi dalle loro terre, ciò che rende questo momento particolarmente degno di nota, dicono gli osservatori, sono sia lo spirito di protesta dei Beduini, che il livello di violenza inflitto su di loro. Nelle ultime settimane, ci sono state numerose segnalazioni di manifestanti, residenti, bambini, e almeno un giornalista, picchiati e maltrattati dalle forze israeliane nel Negev. In un caso, i soldati israeliani hanno utilizzato sui manifestanti gas lacrimogeni, lanciandoli da droni precedentemente utilizzati solo nella Cisgiordania occupata, e nella Striscia di Gaza sotto assedio, sfatando il mito secondo cui i Palestinesi che posseggono un passaporto israeliano sono in qualche modo tutelati dalla violenza coniale del regime.

“Il livello di violenza utilizzato per reprimere le proteste [nel Negev] ha ​​dimostrato in pratica che i Palestinesi, indipendentemente dal loro passaporto, devono affrontare una valanga di forze di sicurezza israeliane”, ha scritto l’attivista Riya Al’Sanah su The Independent.

La violenza non si è fermata alla repressione delle proteste. Piuttosto, è continuata sotto forma di incursioni nelle case e detenzioni come quella inflitta su Ammar- una repressione che alcuni hanno descritto come una “guerra di logoramento”, volta a intimidire i Palestinesi e soffocare la loro resistenza all’espansione coloniale.

Questa guerra di logoramento, nelle ultime settimane, si è concentrata sul Negev, ma molti vedono un collegamento tra questo momento e la brutale repressione dei manifestanti durante la scorsa estate, sia durante che dopo quella che è diventata nota come la “Rivolta dell’Unità”. Si tratta di due momenti che sono l’uno la continuazione dell’altro.

A partire dallo scorso maggio, le comunità palestinesi sono diventate i teatri in cui forze israeliane pesantemente armate hanno messo in atto lo spettacolo di “ripristinare la deterrenza, e incrementare la governance”. Alcuni funzionari israeliani, sbalorditi del fatto che anche i Palestinesi con passaporto israeliano avevano preso parte a quelle proteste anticoloniali che si sono tenute su tutto il territorio, si sono pubblicamente vantati della loro intenzione di “regolare i conti” per quelle proteste, cercando di placare il pubblico israeliano in preda al panico, provato dallo sconvolgente cambiamento di rotta nell’opinione pubblica mondiale.

Più di sei mesi dopo, la maggior parte del mondo ha dimenticato questo momento. Ma rimane un periodo degno di nota per i Palestinesi che vivono all’interno dei Territori del 1948, un periodo che dimostra non solo un rinnovato impegno a resistere, ma anche una nuova prolungata repressione su tale resistenza.

“Il processo è la punizione”.

“Sto filmando, non è permesso? Spara – è tutto registrato”. Queste sono state le ultime parole di Ibrahim Souri prima di essere sparato al volto dalle forze israeliane, mentre le riprendeva dal balcone di casa sua a Jaffa, il 12 maggio 2021. Secondo Amnesty International, è stato colpito da un penetratore a energia cinetica da 40 mm, e ha subito fratture alle ossa facciali. Souri è stato sparato durante gli intensi giorni della rivolta iniziata all’inizio di maggio, quando le autorità israeliane hanno messo in atto quello che le organizzazioni per i diritti umani hanno descritto come “un catalogo di violazioni”.

Questa forza eccessiva era tuttavia solo un preludio a quella che sarebbe diventata una campagna di molestie ancora più sostenuta. A partire dalla fine di maggio, migliaia di poliziotti, guardie di frontiera, e ufficiali di riserva, hanno intrapreso una campagna di arresti di massa, denominata “Operazione Legge e Ordine”, durante la quale hanno arrestato più di 2.100 persone, di cui la stragrande maggioranza (circa il 90%) erano Palestinesi con passaporto israeliano, o residenti a Gerusalemme Est.

Le storie di questo periodo sono strazianti, e lontane dall’essere solo un ricordo di vecchia data. Un esempio: a maggio, le autorità israeliane hanno arrestato tre Palestinesi con passaporto israeliano, accusandoli di aver picchiato e tentato di uccidere un soldato israeliano. Dopo lunghi interrogatori da parte dello Shin Bet, durante i quali sono stati impiegati “gravi metodi di tortura” – a detta dell’avvocato dei tre imputati- questi hanno confessato di aver preso parte al pestaggio. Ma poi hanno ritrattato le loro confessioni. Tuttavia, l’accusa israeliana ha ritirato le accuse mosse contro di loro solo all’inizio di novembre, quasi sei mesi dopo il loro arresto. La ragione? Le riprese video hanno dimostrato che non avevano nulla a che fare con l’incidente.

Ma essere rilasciati senza accusa non significa che l’arresto, l’interrogatorio, o il processo non siano essi stessi intrinsecamente punitivi. Durante un’intervista telefonica, Rabea Eghbariah, avvocata del Centro Legale Adalah e dottoranda alla Harvard Law School, ha insistito sul fatto che “il processo stesso è da considerarsi la punizione”.

“Anche quando questi processi si concludono senza accusa, l’imputato, così come la comunità in generale, sono ancora terrorizzati ed esausti a causa dei costi fisici, psicologici e finanziari del processo”, ha spiegato.

In un comunicato stampa, il Ministero della Pubblica Sicurezza israeliano ha indicato che gli obiettivi dei suoi arresti sono i “rivoltosi, delinquenti e chiunque sia coinvolto in attività illegali”. Benché la maggior parte delle persone sia stata arrestata per reati come “insulto o aggressione verso un agente di polizia”, o “partecipazione a un raduno illegale”, e poi rilasciata, diverse centinaia di persone hanno dovuto rispondere alle accuse, molte delle quali mosse ai sensi di un’ampia legge “antiterrorismo”. Questa legge sostituisce e amplia la legislazione coloniale britannica contro i dissidenti, e consente alle autorità di indulgere in pratiche che sarebbero illegali “in circostanze normali”. Queste includono l’imposizione di pene prolungate o raddoppiate, periodi prolungati senza poter contattare un avvocato, e detenzione a tempo indeterminato senza processo.

“A chi si denuncia?”.

Per i Palestinesi, l’obiettivo di questi arresti era chiaro. La Rivolta dell’Unità “ha rappresentato un promemoria del fatto che il popolo palestinese non ha smarrito la via”, ha affermato Fayrouz Sharqawi, direttrice di Grassroots alQuds, un’organizzazione che si occupa di mappare le politiche di sfollamento che colpiscono le comunità palestinesi. “Ora [le autorità israeliane] ci stanno costringendo a pagarne il prezzo”.

Infatti, una volta in carcere, coloro che erano stati arrestati sono stati posti dinanzi a un nuovo orrore. Tutti e quattro gli avvocati con cui ho parlato hanno parlato di metodi di intimidazione e tortura – privazione forzata del sonno, percosse, minacce di morte, detenuti legati e bendati- per estorcere confessioni.

Questa violenta repressione è stata forse meglio illustrata in una denuncia legale formale e una relazione presentati da Adalah al procuratore generale israeliano e ai presidenti del Dipartimento Investigativo della Polizia. La relazione contiene dichiarazioni sottoscritte da detenuti Palestinesi, che descrivono come le forze israeliane abbiano trasformato una stazione di polizia situata nella città palestinese settentrionale di Nazareth in una “stanza delle torture”, dove il sangue dei detenuti picchiati “copriva il pavimento”.

“[Gli] agenti di polizia hanno condotto i detenuti in una stanza situata sul lato sinistro del corridoio d’ingresso della stazione di polizia, costringendoli poi a sedersi per terra ammanettati, e ad abbassare la testa verso il pavimento, e hanno cominciato a percuoterli su tutte le parti del corpo, usando calci e spranghe, o sbattendo la loro testa contro muri, porte, e altro ancora. Gli agenti hanno ferito i detenuti, li hanno terrorizzati, e chi ha osato alzare la testa ha rischiato altre percosse da parte degli agenti”.

L’avvocato Soheir Assad ha trascorso gran parte della Rivolta dell’Unità facendo volontariato in varie stazioni di polizia israeliane, e ha assistito in prima persona alle aggressioni ai danni dei detenuti. “Immaginate un giovane uomo o una donna che ha passato quasi un mese senza poter parlare con un avvocato, senza cibo, né sonno, a subire torture”, ha detto, descrivendo la serrata procedura investigativa, che quasi sempre porta a confessioni sotto patteggiamento.

Le denunce di tortura non si limitavano solo alla violenza fisica. Adalah riporta che Jehan Abu Romy, la madre di un detenuto di 18 anni, ha detto alla stampa che suo figlio era “terrorizzato” dopo che gli interrogatori gli avevano detto che sua madre era morta in un incidente d’auto, e “che doveva firmare una confessione se voleva partecipare [al suo] funerale”.

La legge israeliana sostiene che le confessioni estorte con la tortura o con l’inganno non sono valide. Eppure, ciò non impedisce di utilizzare sia la tortura che l’inganno. Al contrario, si ritiene che l’impiego di metodi di tortura all’interno delle carceri israeliane sia altamente sottostimato, perché rimasto storicamente impunito.

La tortura era legale secondo la legge israeliana fino al 1999. Sebbene ora sia tecnicamente illegale, ci sono tantissime scappatoie legali che ne consentono l’uso. Nel 2018, la Corte Suprema israeliana ha stabilito che le linee guida dell’Agenzia per la Sicurezza israeliana sull’uso di “mezzi speciali” e “mezzi psicologici di interrogatorio” (cioè la tortura) sono legittime in circostanze di “bomba a orologeria”. Eghbariah ha affermato che “mentre prima la Corte Suprema si era limitata ad ignorare le prove di episodi di tortura ai danni dei detenuti Palestinesi, con la sentenza [del 2018], ha addirittura autorizzato una burocratizzazione della stessa”. L’Agenzia di sicurezza israeliana (meglio conosciuta come Shin Bet) definisce questi atti di tortura come “interrogatori necessari”.

Le vittime palestinesi di tortura spesso rifiutano di sporgere denuncia perché non hanno fiducia nel sistema. I numeri confermano che non hanno tutti i torti. Secondo un recente rapporto del Comitato Pubblico contro la tortura in Israele, dal 2001 sono state presentate oltre 1.300 denunce di tortura all’Ispettore per i reclami degli imputati, ma queste hanno portato solo a due indagini e nessun atto d’accusa. Inoltre, il tempo medio di elaborazione di un reclamo è di quattro anni e mezzo.

Delle migliaia di persone arrestate nell’ambito dell’operazione Legge e Ordine, solo poco più di 150 sono state incriminate. Viene da chiedersi quante di queste accuse siano state rese possibili solo grazie all’uso di torture. (Nella Cisgiordania occupata, il tasso di condanna dei Palestinesi processati presso i tribunali militari israeliani è del 99,7%).

Una nuova speranza.

Secondo Fayrouz Sharqawi, l’obiettivo dell’Operazione Legge e Ordine era ovvio: “È terrorizzare esplicitamente le persone… dissuaderle”, ha detto, osservando che tutti i tentativi israeliani di “addomesticare” i palestinesi con “politiche morbide” sono falliti.

Eppure, questa repressione ha ottenuto un altro risultato. Abbiamo assistito a una rinascita degli sforzi di mutuo soccorso e dei Comitati Popolari, specialmente all’interno delle comunità più duramente colpite dalla violenta repressione del regime israeliano contro il dissenso anticoloniale.

Le comunità più colpite dalle “procedure legali repressive, lunghe e costose” sono state le più povere della Palestina, secondo Hala Marshood, organizzatrice di progetti per la comunità, e ricercatrice presso ‘Who Profits’, un’organizzazione di ricerca indipendente, impegnata a smascherare il coinvolgimento del settore privato internazionale negli affari economici israeliani legati all’ occupazione. “Non è una coincidenza che siano state prese di mira le classi povere. È infatti più semplice screditarle come criminali, con lunghe liste di accuse”, ha spiegato Marshood.

Un esempio di questi sforzi di mutuo soccorso è il Dignity & Hope Detainees Fund (Fondo per la Dignità e la Speranza dei Detenuti), istituito da Baladna, l’Associazione dei Giovani Arabi in Israele, con sede ad Haifa, in collaborazione con avvocati volontari. Il Fondo ha l’obiettivo di aiutare le famiglie dei detenuti incriminati che vivono nei Territori del 1948.

Per Marshood, membro del Comitato Consultivo del Fondo, il Fondo è un esempio concreto di solidarietà sociale e politica, che ha l’obiettivo di “centrare la questione dei detenuti”.

“Il popolo palestinese sa di essere un popolo colonizzato, che ha a che fare con la stessa occupazione, e con la stessa colonizzazione”, ha detto Sharqawi. Le sue parole riflettono un cambiamento più ampio nella società palestinese, mentre la gente, dal “fiume al mare”, diventa sempre più unificata nella sua percezione della vita sotto il dominio coloniale.

Che fossero a Ramallah, Haifa o Sheikh Jarrah, la scorsa estate, a seguito delle proteste globali contro l’espropriazione a Sheikh Jarrah, i Palestinesi si trovavano dall’altra parte di quegli stessi proiettili di gomma e gas lacrimogeni.  “La fiamma accesa in quei giorni non si è spenta”, ha scritto l’attivista Riya Al’Sanah, “nemmeno nel Negev, una regione che Israele ha cercato in tutti i modi di disconnettere politicamente dalla più ampia mobilitazione palestinese”.

La punizione e la repressione collettive, intese a rafforzare la frammentazione nazionale in cui i Palestinesi si trovano a combattere per le loro terre su fronti isolati, hanno invece riaffermato che i Palestinesi, indipendentemente dallo status legale, soffrono e continueranno a lottare contro la stessa violenza coloniale.

Mohammed El-Kurd (Copertina) è il corrispondente dalla Palestina per The Nation. Scrive principalmente sull’espropriazione a Gerusalemme, e sulla colonizzazione in Palestina. Il suo libro d’esordio è un volume di poesie, Rifqa (Haymarket Books).

Traduzione di Rossella Tisci per Invictapalestina.org.

Tel Aviv – Palestine Chronicle e Wafa. Martedì, Amnesty International (AI) ha avvertito Israele che il trasferimento forzato di palestinesi sotto occupazione equivale a un crimine di guerra.

“Per tre giorni, i palestinesi a Sheikh Jarrah hanno organizzato manifestazioni in risposta all’imminente minaccia di sgombero forzato della famiglia Salem, prevista per il prossimo mese”, ha affermato AI in un tweet, mentre commentava i gravi sviluppi nel quartiere di Sheikh Jarrah, nella Gerusalemme Est occupata.

For three days, Palestinians in #SheikhJarrah have been holding demonstrations in response to the imminent threat of forced eviction for the Salem family, which is slated for next month. Israeli security forces have used unlawful force to disperse demonstrators.

— Amnesty International (@amnesty) February 15, 2022

Amnesty ha aggiunto che le forze di sicurezza israeliane hanno usato “la forza illegale” per disperdere i palestinesi che manifestavano contro il trasferimento forzato della famiglia Salem.

Ha invitato le autorità israeliane “a fermare immediatamente gli sgomberi nel quartiere di Sheikh Jarrah e a porre fine allo sfollamento in corso di palestinesi dalla Gerusalemme Est”, avvertendo che “il trasferimento forzato è un crimine di guerra e un pilastro del sistema d’Apartheid israeliano”.

Despite mounting tensions and a seemingly imminent outbreak of violence, far-right Israeli MK Itamar Ben-Gvir set up an office today in the Sheikh Jarrah neighborhood of occupied Jerusalem.

Watch video here: https://t.co/oYOc5ckqCk pic.twitter.com/O72PHC5cGb

— The Palestine Chronicle (@PalestineChron) February 15, 2022

In un rapporto pubblicato il 1° febbraio, Amnesty ha affermato che Israele pratica un sistema d’Apartheid contro i palestinesi.

La tensione nel quartiere è iniziata tre giorni fa, dopo che il parlamentare israeliano d’estrema destra, Itamar Ben Gvir, sostenuto da coloni, ha aperto un ufficio su un terreno di proprietà della famiglia Salem a Sheikh Jarrah, pochi giorni dopo che un tribunale israeliano aveva ordinato alla famiglia di lasciare la propria casa.

Gerusalemme/al-Quds-PIC e Quds Press. Martedì sera, le forze di polizia israeliane hanno attaccato residenti e attivisti palestinesi nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme est, mentre il membro della Knesset di estrema destra Itamar Ben Gvir e altri coloni estremisti hanno preso d’assalto l’area.

La scorsa notte, le forze di polizia hanno preso d’assalto l’area occidentale del quartiere e hanno devastato l’ufficio dell’attivista gerosolimitano Mohamed Abul-Hems e aggredito i residenti locali e i loro sostenitori.

Secondo la società medica di al-Amal, i paramedici hanno fornito assistenza medica a 11 cittadini feriti a Sheikh Jarrah.

Gerusalemme occupata/al-Quds – PIC. Martedì, l’autorità d’occupazione israeliana (IOA) ha demolito tre strutture palestinesi nella cittadina di Beit Hanina, nella Gerusalemme Est e nell’area di Masafer Yatta, in Cisgiordania, nel sud di Hebron/al-Khalil, con il pretesto della mancanza di licenze.

Secondo fonti locali, un bulldozer scortato dalle forze dell’ordine ha preso d’assalto un quartiere di Beit Hanina e ha demolito una struttura appartenente a un residente locale.

L’IOA ha anche usato i bulldozer a Jabel Mukaber, nella Gerusalemme est.

Nel frattempo, diversi cittadini palestinesi di Gerusalemme hanno partecipato a un sit-in fuori dal quartier generale del comune israeliano nella città santa, per protestare contro la campagna di demolizione in corso contro le case palestinesi.

I partecipanti hanno intonato slogan che condannavano la demolizione sistematica delle case palestinesi, l’appropriazione delle loro terre e le sanzioni pecuniarie.

Hanno anche invitato l’ONU e le organizzazioni internazionali a fare pressione sul governo israeliano affinché fermi la politica di pulizia etnica contro i palestinesi nella città santa.

Nella stessa giornata, l’esercito d’occupazione israeliano ha demolito due strutture utilizzate per scopi agricoli nella cittadina di al-Fakhit, in Cisgiordania, a Masafer Yatta.

Nablus – Palestine Chronicle e MEMO. Lunedì, un palestinese disabile è stato ferito da coloni nella città occupata di Nablus, in Cisgiordania.

Fonti locali hanno riferito ai media che i coloni hanno attaccato Youssef Hajja e Samir Ahmed Seif, disabile, nella cittadina di Burqa, vicino a Nablus.

Spread #HijabIsOurRight | #Palestine | https://t.co/QUyx41dVaT | Alaqsa Voice correspondent: Settlers attack young men in the Bab al-Wad area in the village of Burqa, northwest of Nablus, and beat the young Samir Seif, who suffers from a movement disability

— Palestine News Sharer 🇵🇸 (@PalNewsSharer21) February 15, 2022

Le fonti hanno aggiunto che la Mezzaluna Rossa ha portato Seif in ospedale per le cure.

L’incidente è avvenuto pochi giorni dopo che le forze israeliane hanno sparato contro un palestinese nella città di Nablus, uccidendolo, dopo un’incursione nella sua casa. Durante una manifestazione contro la costruzione di colonie nella cittadina di Beita, nel distretto di Nablus, un’altro palestinese è stato ucciso ed altri 70 sono rimasti feriti.

Recentemente è stato riferito che gli israeliani della colonia di Homish hanno intensificato i loro attacchi contro i palestinesi e le loro proprietà a Burqa.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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