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L’Aia – MEMO. Gli avvocati che rappresentano la famiglia di Shireen Abu Aqleh hanno presentato una denuncia alla Corte penale internazionale (CPI) chiedendo di rendere per l’uccisione della giornalista palestino-statunitense ed il ferimento del suo collega Ali Samoudi da parte di un cecchino israeliano, avvenuto a maggio.

La denuncia è stata consegnata martedì a mano dagli avvocati di Bindmans LLP e Doughty Street Chambers. Rappresentanti della Federazione internazionale dei giornalisti (IFJ), del Sindacato dei giornalisti palestinesi (PJS) e del Centro internazionale di giustizia per i palestinesi (ICJP) hanno tenuto una conferenza stampa congiunta con gli avvocati, martedì mattina, all’Aia.

La nuova denuncia fa seguito ad una presentazione, ad aprile 2022, alla Corte che ha chiesto al procuratore della CPI di avviare un’indagine sulla sistematica presa di mira, mutilazione e uccisione di giornalisti e distruzione delle infrastrutture dei media in Palestina. Shireen è stata uccisa solo pochi giorni dopo che il pubblico ministero della CPI aveva comunicato di aver ricevuto la prima denuncia. Il gruppo ha ingaggiato avvocati di prima categoria di Bindmans LLP e Doughty Street Chambers per rappresentare le vittime presso la CPI.

La denuncia del gruppo presentata ad aprile descrive in dettaglio il sistematico attacco ai giornalisti palestinesi per conto di quattro vittime – Ahmed Abu Hussein, Yaser Murtaja, Muath Amarneh e Nedal Eshtayeh – che sono state anche uccise o mutilate dai cecchini israeliani mentre coprivano le manifestazioni a Gaza. Tutti indossavano giubbotti chiaramente contrassegnati con la scritta “PRESS” nel momento in cui sono stati colpiti. La denuncia descrive anche il targeting delle infrastrutture dei media, compreso l’attentato alle torri al-Shorouk e al-Jawhara nella città di Gaza, nel maggio 2021.

Il fratello di Abu Aqleh, Anton Abu Aqleh, ha detto che avrebbero fatto tutto il necessario per garantire una responsabilizzazione per la sua uccisione. “Come abbiamo detto prima, e come altri rapporti hanno affermato in precedenza, sono stati sparati più di 16 colpi contro Shireen ed i suoi colleghi che si trovavano in quel vicolo”, ha detto Anton. “Hanno anche preso di mira la persona che stava cercando di metterla in salvo dopo che era stata colpita”.

Anton ha esortato il governo degli Stati Uniti a fare il “l’indispensabile”, ossia assicurare alla giustizia l’assassino dell’importante giornalista di Al-Jazeera. Ha affermato che il motivo per cui gli Stati Uniti non hanno dato la priorità alla responsabilizzazione del suo assassino è perché è un israeliano e la vittima è una palestinese. “Devono esserci delle conseguenze quando un militare uccide impunemente. Nessun’altra famiglia dovrebbe affrontare questo problema e noi porteremo avanti il ​​caso per loro conto”, ha aggiunto Anton.

Jim Boumhelha, l’ex-presidente dell’IFJ, ha detto che è stata una “giornata storica”, ​​non solo per la famiglia di Abu Aqleh, ma per i giornalisti palestinesi che hanno subito attacchi da parte delle forze israeliane. Boumhelha ha spiegato che perseguire la giustizia per i giornalisti palestinesi all’interno dei tribunali israeliani non ha mai funzionato, a causa della mancanza di un giusto e credibile processo. Tuttavia, ha detto di essere ottimista. Shireen è diventata un emblema degli attacchi di routine israeliani ai giornalisti palestinesi, ha proseguito Boumhelha.

L’avvocato di Doughty Street Chambers, Tatyana Eatwell, ha affermato che l’uccisione di Abu Aqleh non è un incidente isolato ma è [un simbolo] “emblematico dell’attacco sistematico ai giornalisti palestinesi”. L’incapacità di ritenere Israele responsabile ha portato ad una cultura d’impunità. “Le conseguenze dell’impunità sono profonde”, ha affermato Eatwell, aggiungendo che l’impunità concessa a Israele crea una situazione in cui gli atti di violenza perpetrati contro i giornalisti palestinesi diventano una norma.

Il rapporto dell’Unità investigativa Al-Haq sull’architettura forense della morte di Shireen, che è stato presentato alla CPI, ha rilevato che Shireen è stata deliberatamente presa di mira da un cecchino israeliano e gli è stato impedito di ricevere cure mediche. Nessun colpo è stato sparato da un uomo armato palestinese e nessun palestinese armato si trovava nelle vicinanze al momento dell’omicidio di Abu Aqleh.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Gaza – PIC. Martedì, le autorità d’occupazione israeliane (IOA) hanno consentito a 15 palestinesi della Striscia di Gaza di visitare i loro parenti detenuti nella prigione israeliana di Beersheba.

La Croce Rossa ha rivelato in una breve dichiarazione che il Comitato ha organizzato una visita per le famiglie dei prigionieri di Gaza.

15 parenti di otto prigionieri sono stati disposti in autobus organizzati dalla Croce Rossa e diretti verso la prigione di Beersheba, attraverso il Valico di Erez, controllato da Israele, nel nord della Striscia di Gaza, secondo quanto chiarito dalla Croce Rossa.

4.650 palestinesi sono detenuti nelle carceri israeliane, di cui 200 della Striscia di Gaza.

Gaza-PIC e Quds Press. Martedì mattina, le forze di occupazione israeliane (IOF) hanno attaccato gli agricoltori palestinesi nella Striscia di Gaza assediata e hanno effettuato un’incursione su piccola scala in una zona di confine.

Fonti locali hanno riferito che i soldati israeliani nei posti militari dietro la recinzione di confine a est della città di Gaza hanno sparato proiettili e lacrimogeni contro gli agricoltori mentre stavano lavorando le loro terre a est del quartiere az-Zeitoun.

Anche gli agricoltori sono stati oggetto di un simile attacco delle IOF nell’est della città di al-Qarara, nel sud di Gaza.

Fortunatamente, tutti i contadini sono usciti illesi dalle aree prese di mira.

Nel frattempo, sette bulldozer corazzati scortati da tre carri armati Merkava sono entrati da una postazione militare in un’area di confine a est di Beit Hanun, nel nord di Gaza.

I pesanti macchinari hanno iniziato a livellare e scavare parti di terreno agricolo che si trovano vicino alla recinzione di confine.

Le aree di confine di Gaza sono ripetutamente esposte alle incursioni militari israeliane e agli attacchi con armi da fuoco. Tali violazioni causano ingenti danni alle colture e impediscono agli agricoltori di lavorare le loro terre.

Ramallah – WAFA. Lunedì, gli studenti delle scuole della Cisgiordania ed il ministro dell’Istruzione Marwan Awartani hanno espresso solidarietà ai ragazzi delle scuole occupate della Gerusalemme Est che hanno scioperato per protestare contro i tentativi israeliani di costringerli a studiare su libri di testo manipolati.

Gli studenti delle scuole della Cisgiordania portavano striscioni che denunciavano la violazione israeliana del diritto all’istruzione nella Gerusalemme Est, mentre si mobilitavano nelle loro scuole a sostegno dei loro colleghi.

Awartani, parlando da New York, dove sta partecipando al Transforming Education summit, ha invitato la comunità internazionale ad agire per tutelare il diritto all’istruzione degli studenti palestinesi nella Gerusalemme Est.

“In un momento in cui il mondo si riunisce oggi al Summit di New York sulla trasformazione dell’istruzione, per guidare e coordinare gli sforzi globali per sviluppare l’istruzione e aiutare gli studenti a riprendersi dalle ripercussioni della pandemia del Coronavirus e dalle sfide che l’istruzione deve affrontare, i ragazzi palestinesi a Gerusalemme stanno vivendo una situazione imposta loro dall’occupazione israeliana, che ha costretto i loro genitori a dichiarare uno sciopero e a non mandarli a scuola per protestare contro le pratiche dell’occupazione contro la loro identità nazionale, storica ed educativa”, ha affermato.

“I genitori rifiutano ogni forma di ricatto finanziario praticato dal cosiddetto ministero dell’Istruzione israeliano e dal comune di Gerusalemme Ovest contro le amministrazioni scolastiche, e le minacce aperte e implicite, e affermano che il diritto all’istruzione e allo studio del curriculum nazionale è inalienabile, così come è diritto di un popolo sotto occupazione scegliere il curriculum da insegnare ai propri figli, in linea con la narrazione, la storia e l’identità nazionali palestinesi, come questione sovrana. Tuttavia, ora [gli studenti] sono a casa, privati del diritto all’istruzione a causa delle politiche israeliane”, ha aggiunto il ministro dell’Istruzione.

Tel Aviv – MEMO. Domenica, il partito Yisrael Beiteinu, guidato dal ministro delle Finanze Avigdor Liberman, ha presentato una petizione al Comitato elettorale centrale chiedendo la squalifica del capo del partito Arab Balad in Israele dalla partecipazione alle imminenti elezioni alla Knesset.

Il partito di destra israeliano ha chiesto ai suoi membri all’interno del comitato di firmare la petizione contro Sami Abu Shehadeh, capo del Balad.

Almeno un terzo dei 34 membri del comitato elettorale deve firmare la petizione affinché venga approvata.

Il partito di Lieberman ha affermato in una dichiarazione riportata dai media israeliani che Abu Shahadeh “deve rimanere al di fuori della Knesset israeliana”.

Ha aggiunto: “Uno [Abu Shehadeh] che nega l’esistenza dello Stato di Israele e non lo riconosce come uno stato ebraico e democratico non è degno di farne parte [della Knesset] — è giusto che faccia parte del parlamento a Ramallah, quello è il suo posto”.

Il partito estremista ha affermato che la petizione è stata presentata ai sensi dell’articolo 7A della Legge fondamentale del parlamento israeliano, che afferma che i candidati alla Knesset devono essere squalificati se negano l’esistenza dello Stato d’Israele come stato ebraico e democratico.

Secondo lo stesso articolo, l’incitamento al razzismo ed il sostegno alla lotta armata di uno Stato nemico o di un’organizzazione terroristica contro lo Stato di Israele sono motivi per squalificare la candidatura alla Knesset.

In risposta a ciò, Balad ha affermato che si tratta di “un tentativo di mettere a tacere la voce politica intransigente” di Abu Shehadeh.

Parlando alla radio dell’esercito israeliano, Abu Shehadeh ha affermato di ritenere che Liberman abbia fatto una mossa per attirare l’attenzione dei giornali, mentre il suo stesso partito di destra si muove vicino alla soglia elettorale.

“Non sono interessato a quest’uomo violento [Liberman], che sostiene il trasferimento [di cittadini arabi fuori da Israele] […]. Liberman non è lontano dalla soglia elettorale e quindi sta cercando di attirare elettori estremisti”, ha indicato Abu Shahadeh.

Il capo della fazione Meretz, il membro della Knesset Michal Rozin, ha già affermato che il suo partito si sarebbe opposto a questa richiesta, secondo quanto riferito dal The Times of Israel.

In diverse elezioni precedenti, il Likud aveva presentato una petizione al Comitato elettorale centrale per squalificare i membri di Balad, accusandoli di incitamento al terrorismo, secondo quanto riferito dal Times of Israel.

Tuttavia, venerdì, Ynet News ha citato un funzionario pro-Netanyahu del Likud, il quale ha affermato che il presidente del partito ora preferisce che Balad possa candidarsi in modo che possa sprecare ulteriormente i voti arabi e indurre tutti i partiti arabi a non superare la soglia elettorale.

Ynet News ha riferito che il funzionario del Likud ha affermato che Netanyahu lavorerà dietro le quinte per assicurarsi che nessuno del suo blocco religioso di destra presenti una petizione per squalificare Balad.

Nablus-PIC e Quds Press. Un cittadino palestinese, Firas Yaish, 53 anni, è morto all’alba di martedì a causa di una grave ferita da proiettile subita durante la partecipazione a una marcia organizzata nel centro di Nablus, la scorsa notte, per chiedere il rilascio di due combattenti della resistenza rinchiusi nelle carceri dell’Autorità Palestinese (ANP).

Secondo fonti locali, le forze di sicurezza dell’ANP hanno aperto il fuoco contro i partecipanti a una marcia organizzata nella città di Nablus, ferendo gravemente alla testa Yaish.

Più tardi, l’uomo è stato dichiarato morto in un ospedale locale dove i medici avevano cercato di salvarlo. La vittima è il fratello di Amjad Yaish, ucciso dalle forze di occupazione israeliane nel 1987.

La marcia di protesta ha avuto luogo dopo che le forze di sicurezza dell’ANP avevano arrestato, la scorsa notte, due combattenti della resistenza – Musab Shtayyeh e Amid Tabila -, ricercati da Israele.

Collaborazionismo tra forze dell’ANP e Israele.

Le forze di sicurezza dell’ANP effettuano arresti in Cisgiordania nell’ambito della loro cooperazione in materia di sicurezza con l’esercito di occupazione e l’intelligence israeliana.

Secondo quanto riferito, altri cittadini sono stati feriti durante gli scontri notturni tra i giovani locali e le forze di sicurezza dell’ANP a Nablus.

Gaza – PIC. Il Comitato di sviluppo delle forze nazionali ed islamiche ha condannato fermamente le dichiarazioni del Coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente, Tor Wennesland, durante il briefing del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 15 settembre.

Il comitato ha sottolineato che Wennesland ha considerato sia l’aggressione quotidiana israeliana che la risposta popolare palestinese come un’escalation di violenza, sebbene 150 palestinesi siano stati uccisi a colpi d’arma da fuoco israeliani, di cui 100 ai posti di blocco militari in Cisgiordania.

Il comitato ha classificato tali dichiarazioni, ripetute più di una volta, come una pericolosa trasgressione al suo lavoro di rappresentante del Segretario generale delle Nazioni Unite.

La missione principale di Wennesland è difendere e proteggere le risoluzioni, le leggi, i regolamenti e le decisioni delle Nazioni Unite, che sono chiaramente violate dal regime dell’Apartheid israeliano, ha aggiunto il comitato.

Tel Aviv – MEMO. Nonostante la richiesta del rabbino Yaakov Litzman, il ministro israeliano dell’Agricoltura e dello Sviluppo rurale, Oded Forer, ha negato l’importazione di patate dolci da Gaza, secondo quanto riportato domenica dal giornale israeliano MivzakLive News.

A causa della carenza di patate dolci in Israele, Litzman, ex-parlamentare e capo del partito ultra-ortodosso dell’ebraismo della Torah Unita, ha fatto appello a Forer per consentire l’importazione di patate dolci dalla Striscia di Gaza assediata.

“La politica che ho delineato dall’inizio del mio mandato al ministero dell’Agricoltura è di non importare beni in generale, e prodotti agricoli in particolare, dalla Striscia di Gaza, oltre alle importazioni esistenti che erano state approvate prima della mia nomina”, ha scritto Forer in una lettera inviata a Litzman.

“Questa politica rimane la stessa oggi e non cambierà fino a quando i nostri figli (soldati israeliani catturati a Gaza) non saranno rilasciati”, ha aggiunto.

Forer ha detto che non è la prima volta che rifiuta l’importazione di prodotti agricoli dalla Striscia di Gaza, che è sotto un rigido assedio israeliano dal 2007.

“Circa un anno fa, ho ricevuto dall’ambasciatore dell’Unione Europea in Israele una richiesta per consentire l’importazione di fragole dalla Striscia di Gaza”, ha raccontato Forer. “A questa richiesta è stata data una risposta negativa”, ha aggiunto, adducendo le stesse ragioni.

Forer ha ordinato alla direzione dei Servizi di protezione delle piante di esaminare altre alternative per l’importazione di frutta e verdura che non provengano dalla Striscia di Gaza.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Gerusalemme/al-Quds -Quds Pres, PIC e Wafa. Lunedì, la polizia israeliana ha fatto irruzione nella casa del direttore della moschea di al-Aqsa, Sheikh Omar Kiswani, nel quartiere di al-Tur, nella Gerusalemme Est occupata, e lo ha detenuto.

Secondo fonti locali, la polizia ha sequestrato il computer di Kiswani e altri documenti dalla sua casa, dopo averla perquisita.

Kiswani è stato trattenuto per diverse ore in una stazione di polizia e poi rilasciato.

Si ritiene che la detenzione di Kiswani sia correlata ai tentativi israeliani di minacciare funzionari e attivisti che chiedono una veglia nel luogo sacro per i musulmani, poiché i fanatici ebrei intendono irrompervi durante le loro imminenti festività, per eseguire rituali in violazione dello status quo decennale che vuole la moschea di al-Aqsa come un luogo sacro soltanto per musulmani e dove il culto è consentito solo a loro.

Decine di palestinesi gerosolimitani sono stati detenuti o hanno ricevuto l’ordine di allontanamento dalla moschea di al-Aqsa per giorni o settimane.

Palestine Chronicle. Di Ramzy Baroud. Il 16 settembre ricorre il 40° anniversario del massacro di Sabra e Shatila, l’uccisione di circa 3.000 Palestinesi per mano delle milizie falangiste libanesi che operavano sotto il comando dell’esercito israeliano.

Sono passati quattro decenni, eppure i sopravvissuti al massacro non hanno ancora ricevuto giustizia. Molti di loro sono morti e altri invecchiano portando con sé le cicatrici delle ferite fisiche e psicologiche, nella speranza che, forse, nel corso della loro vita vedranno i loro carnefici dietro le sbarre.

Per di più, molti dei comandanti israeliani e della Falange che avevano ordinato l’invasione del Libano, orchestrato o compiuto gli efferati massacri nei due campi profughi palestinesi nel 1982, sono già morti. Ariel Sharon, che un anno dopo fu coinvolto dalla Commissione ufficiale israeliana Kahan per la sua “responsabilità indiretta” nel macabro massacro e nello stupro, in seguito salì di grado fino a diventare, nel 2001, Primo Ministro di Israele.

Anche prima del massacro di Sabra e Shatila, il nome di Sharon è sempre stato associato ad omicidi di massa e distruzioni su larga scala. Nel 1953, fu nella cosiddetta “Operazione Shoshana”, nel villaggio palestinese di Qibya, in Cisgiordania, che Sharon si guadagnò la sua famigerata reputazione. Dopo l’occupazione israeliana di Gaza nel 1967, il generale israeliano divenne noto come “il bulldozer” e, dopo Sabra e Shatila, “il macellaio”.

E’ già morto anche il Primo Ministro israeliano dell’epoca, Menachim Begin, che non mostrò alcun rimorso per l’uccisione di oltre 17.000 libanesi, palestinesi e siriani durante l’invasione del Libano nel 1982. La sua risposta disinvolta alle uccisioni nei campi profughi di Beirut Ovest incarna l’atteggiamento di Israele nei confronti di tutte le uccisioni di massa e di tutti i massacri compiuti contro i palestinesi negli ultimi 75 anni. “I goyim uccidono i goyim e danno la colpa agli ebrei”, dichiarò.

Le testimonianze di coloro che erano arrivati nei campi profughi dopo i giorni di massacro descrivono una realtà che richiede una profonda riflessione, non solo da parte dei palestinesi, degli arabi e soprattutto degli israeliani, ma anche da parte di tutta l’umanità.

La defunta giornalista americana Janet Lee Stevens descrisse ciò di cui fu testimone:

“Ho visto donne morte nelle loro case con le gonne fino alla vita e le gambe divaricate; decine di giovani uomini uccisi dopo essere stati allineati contro il muro di un vicolo; bambini sgozzati, una donna incinta con il ventre squarciato, gli occhi ancora spalancati, il volto annerito che gridava silenziosamente per l’orrore; innumerevoli bambini e neonati accoltellati o fatti a pezzi e gettati nei mucchi di spazzatura”.

La dottoressa Swee Chai Ang era appena arrivata in Libano come chirurgo volontario presso la Società della Mezzaluna Rossa nell’ospedale di Gaza, a Sabra e Shatila. Il suo libro, “From Beirut to Jerusalem: A Woman Surgeon with the Palestinians“, rimane una delle letture più critiche sull’argomento.

In un recente articolo, la dott.ssa Swee ha scritto che, dopo la pubblicazione delle fotografie dei “cumuli di cadaveri nei vicoli del campo”, si è scatenata un’indignazione mondiale, che però è durata troppo poco: “Le famiglie delle vittime e i sopravvissuti furono ben presto lasciati soli a continuare la loro vita e a rivivere il ricordo di quella doppia tragedia del massacro e delle precedenti dieci settimane di intensi bombardamenti terrestri, aerei e marittimi e del blocco di Beirut durante l’invasione”.

Le perdite libanesi e palestinesi nella guerra israeliana sono state devastanti in termini numerici. Tuttavia, la guerra ha anche cambiato per sempre il Libano e, in seguito all’esilio forzato di migliaia di uomini palestinesi e dell’intera leadership dell’OLP, le comunità palestinesi in Libano sono rimaste politicamente vulnerabili, socialmente svantaggiate ed economicamente isolate.

La storia di Sabra e Shatila non è stata semplicemente un capitolo buio di un’epoca passata, ma una crisi morale tuttora in corso che continua a definire il rapporto di Israele con i palestinesi, a mostrare la trappola demografica e politica in cui vivono numerose comunità palestinesi in Medio Oriente e ad accentuare l’ipocrisia della comunità internazionale dominata dall’Occidente. Quest’ultimo sembra preoccuparsi solo di alcuni tipi di vittime e non di altre.

Nel caso dei palestinesi, le vittime vengono spesso rappresentate dai governi e dai media occidentali come gli aggressori. Anche durante l’orribile guerra israeliana di 40 anni fa contro il Libano alcuni leader occidentali ripetevano lo stanco mantra: “Israele ha il diritto di difendersi”. È questo sostegno incrollabile ad Israele che ha reso l’occupazione israeliana, l’apartheid e l’assedio della Cisgiordania e di Gaza politicamente possibili e finanziariamente sostenibili – di fatto, redditizi.

Israele sarebbe stato in grado di invadere e massacrare a piacimento se non fosse stato per il sostegno militare, finanziario e politico degli Stati Uniti e dell’Occidente? La risposta è un “no” affermativo. Chi ha qualche dubbio su questa risposta conclusiva deve solo considerare il tentativo, nel 2002, dei sopravvissuti al massacro dei campi profughi del Libano di chiedere conto ad Ariel Sharon. Hanno portato il loro caso in Belgio, approfittando di una legge belga che consentiva di perseguire i presunti criminali di guerra internazionali. Dopo molte contrattazioni, ritardi e forti pressioni da parte del governo statunitense, il tribunale belga alla fine abbandonò completamente il caso. Bruxelles ha modificato le proprie leggi per garantire che simili crisi diplomatiche con Washington e Tel Aviv non si possano ripetere.

Per i palestinesi, tuttavia, il caso non sarà mai archiviato. Nel suo saggio “Avenging Sabra and Shatila”, Kifah Sobhi Afifi’ descrive l’attacco congiunto falangista-israeliano al suo campo profughi quando aveva solo 12 anni.

“Così siamo scappati, cercando di rimanere il più vicino possibile alle mura del campo”, ha scritto. “È stato allora che ho visto i mucchi di cadaveri tutt’intorno. Bambini, donne e uomini, mutilati o che gemevano di dolore mentre morivano. I proiettili volavano ovunque. Le persone cadevano intorno a me. Ho visto un padre che usava il suo corpo per proteggere i suoi figli, ma sono stati tutti colpiti e uccisi lo stesso”.

Kifah ha perso diversi membri della sua famiglia. Anni dopo, si è unita ad un gruppo della resistenza palestinese e, dopo un raid al confine tra Libano e Israele, è stata arrestata e torturata in Israele.

Sebbene i massacri israeliani abbiano lo scopo di porre fine alla resistenza palestinese, inconsapevolmente la alimentano. Mentre Israele continua ad agire impunemente, anche i palestinesi continuano a resistere. Questa non è solo la lezione di Sabra e Shatila, ma anche la lezione più grande dell’occupazione israeliana della Palestina.

Traduzione per InfoPal di Aisha T. Bravi

Squadre di soccorso palestinesi cercano sopravvissuti tra le macerie di un edificio residenziale a seguito di un attacco aereo israeliano a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, il 6 agosto 2022. Foto di Ashraf Ramadan.

The Electronic Intifada. Di Ola Mousa. La notte del 6 agosto era tranquilla ad al-Shaout, un quartiere della città meridionale di Rafah, nella Striscia di Gaza.

Alaa al-Tahrawi, 30 anni, stava giocando con suo figlio di 3 anni Ahmad. Chiese a suo marito, Ismail al-Malahi, 36 anni, se non gli fosse dispiaciuto fare una commissione e portare Ahmad con sé.

Ismail era fuori casa da pochi minuti quando sentì il rumore del bombardamento, poco dopo le 21.00. In preda al panico, iniziò a correre verso casa, chiedendo alle persone lungo la strada se sapevano dove era avvenuto l’attacco. Si trattava di al-Shaout.

Prese Ahmad e corse. Una volta lì, vide edifici crollati, una scena di distruzione.

Dopo due ore i soccorritori lo informarono che sua moglie era stata uccisa.

“Alaa mi aveva chiesto di comprare alcune cose al negozio di alimentari vicino casa”, ha detto. “Ho portato fuori mio figlio solo per farlo tornare a casa orfano. Israele ha ucciso innocenti senza preavviso”.

Apparentemente l’obiettivo israeliano ad al-Shaout era il leader del Jihad islamico Khalid Mansour. Eppure, quella sera, secondo Al Mezan, un gruppo per i diritti umani a Gaza, gli attacchi aerei israeliani a Rafah uccisero altre sei persone, compreso almeno un bambino, e ne ferirono 35, compresi 18 bambini, 

Durante l’assalto di tre giorni di Israele su Gaza i morti furono 50 e i feriti 360.

Il compleanno di Ahmad era il 9 agosto. Sua madre gli aveva nascosto dei regali a casa di suo padre, preparandosi a sorprenderlo il giorno del suo compleanno. Invece, lo zio poi consegnò i regali e Ahmad compì 4 anni senza sua madre.

È stato un massacro.

Solo pochi giorni prima che Israele attaccasse Gaza, Abeer Omar Harb, 24 anni, e Ismail Dweik, 30, erano impegnati a prepararsi per il loro imminente matrimonio.

Abeer era gioiosa mentre si prendeva cura dei dettagli della loro festa di matrimonio e apportava gli ultimi ritocchi alla casa in cui avrebbero vissuto.

Una volta che Israele aveva iniziato a bombardare la Striscia di Gaza il 5 agosto, Abeer aveva parlato al telefono con Ismail dei bombardamenti, di come si erano abituati ad essi e di come sarebbero passati: come le altre volte Israele aveva preso di mira Rafah.

Ismail cenò con sua madre, Hana al-Khalidi, nella loro casa di al-Shaout, dopo aver parlato con Abeer. Poco dopo aver riattaccato il telefono, Israele bombardò la zona e la casa della famiglia di Abeer, che si trova a poche centinaia di metri dalla sua, fu scossa.

Il padre di Abeer le disse che una casa vicino a quella del suo fidanzato era stata colpita. Lei prese il telefono per chiamarlo, ma lui non rispose.

Suo padre, Omar Harb, 66 anni, si diresse verso la casa di Ismail e, nel giro di poche ore, tornò con la notizia che i bombardamenti israeliani avevano ucciso Ismail e sua madre.

Omar, che era arrivato dall’Egitto tre giorni prima degli attacchi israeliani, ha detto che ci sono volute più di cinque ore per recuperare tutti i corpi da sotto le macerie di al-Shaout, a causa dell’equipaggiamento limitato delle squadre di soccorso.

È stato un massacro orribile.

“Il suo fidanzato ci ha invitato a cena a casa della sua famiglia la notte dell’attentato, ma ho rifiutato perché ero esausto per il viaggio di ritorno dall’Egitto”, ha detto Omar.

Il giorno successivo, Abeer era con suo padre vicino alle macerie della casa di famiglia di Ismail. Uno dei vicini le chiese di entrare in ciò che restava della casa per vedere se riusciva a trovare qualcosa di Ismail da tenere.

Tra gli oggetti che trovò c’era un orsacchiotto che gli aveva regalato, insieme ad alcuni suoi effetti personali e foto.

Ismail era un bodybuilder al Khadamat Club di Rafah. Erano fidanzati da due mesi, un periodo che Abeer ha descritto come “i giorni più belli della mia vita”.

“Demolire la casa”.

Ashraf al-Qaisi apprese per telefono del massacro di al-Shaout. Era al negozio di alimentari quando il suo vicino chiamò per dirgli che la sua casa era stata bombardata.

Corse a casa, le mani tremanti, ma quando arrivò la sua famiglia non si vedeva da nessuna parte. Presto scoprì che erano al sicuro, a casa di un vicino. Sua moglie e uno dei suoi figli erano stati feriti, ma tutti gli altri non avevano riportato danni fisici.

Insieme ai suoi vicini, al-Qaisi scavò tra le macerie per cercare di trovare sopravvissuti. Arrivate, le squadre di soccorso giunsero alla conclusione che avrebbero potuto accedere meglio a possibili sopravvissuti tra le macerie se avessero completamente demolito la casa di al-Qaisi.

Al-Qaisi non ha esitato nella sua decisione.

“Demolire la casa e salvare rapidamente i feriti da sotto le macerie”, ha ricordato al-Qaisi.

Al-Qaisi ha descritto la sua casa come inadatta a viverci con otto persone in due stanze. Ha detto che la casa era molto fredda in inverno e spesso aveva l’acqua piovana che scorreva dal vicolo all’interno, mentre in estate la casa era troppo calda per la mancanza di flusso d’aria.

Sebbene al-Qaisi non riesca a trovare lavoro, spesso si guadagna da vivere come venditore ambulante, vendendo pane ripieno di cioccolato.

Accettando di far demolire la sua casa, egli si è guadagnato la reputazione di eroe per le strade di Rafah.

Traduzione per InfoPal di Stefano Di Felice

Gerusalemme/al-Quds-Quds Press e PIC. Oggi, lunedì, le scuole palestinesi nella Gerusalemme occupata hanno osservato uno sciopero di un giorno per protestare contro i tentativi israeliani di cambiare i loro programmi di studio e imporre nuovi libri di testo ai loro studenti.

Secondo fonti locali, tutte le scuole palestinesi hanno risposto agli appelli nazionali per la loro partecipazione allo sciopero e hanno chiuso i cancelli.

Il passo mira a chiedere al governo israeliano e al suo comune nella città santa occupata di smettere di applicare i suoi programmi di studio alle scuole palestinesi e di imporre il colonialismo israeliano al settore educativo palestinese.

Libano – MEMO. Diversi rifugiati palestinesi del campo profughi di Nahr al-Bared, nel Libano settentrionale, hanno iniziato giovedì un sit-in a tempo indeterminato presso la sede dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso ed il lavoro per i rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA), secondo quanto segnalato da PIC.

I rifugiati hanno chiesto all’UNRWA di pagare immediatamente l’affitto e hanno chiesto di incontrare il direttore dell’UNRWA.

Secondo PIC, il sit-in è stato convocato dal Consortium of Families of the New Refugee Camp.

Le famiglie hanno esortato l’UNRWA a raddoppiare il canone mensile di 75 dollari per le famiglie, le cui case sono state distrutte nel 2007, a partire dal prossimo anno.

Tra il 2007, quando le case dei rifugiati sono state distrutte, ed il 2014, quando l’UNRWA ha iniziato ad affrontare deficit di bilancio, l’organizzazione ha pagato 150 dollari al mese per l’affitto.

La caccia dell’esercito libanese ai membri di Fatah nel 2007 ha portato alla perdita delle case e delle proprietà dei profughi palestinesi. Oltre 27 mila profughi palestinesi sono stati costretti ad abbandonare le loro case.

Anche il complesso dell’UNRWA, che ospita il centro sanitario, le scuole e l’ufficio di soccorso dell’agenzia, è stato distrutto.

Più di un decennio dopo, gran parte della comunità rimane sradicata e continua a fare molto affidamento sull’assistenza, che è stata dimezzata dall’UNRWA.

A maggio, il capo dell’unità di ricostruzione Thomas White ha detto ai rifugiati che l’UNRWA prevede di completare l’85% della ricostruzione delle case entro la fine del 2023.

Tel Aviv – MEMO. Da marzo, il numero di israeliani che richiedono licenze per armi è aumentato notevolmente, secondo quanto riferito venerdì dall’agenzia di stampa Safa.

Secondo la rivista israeliana Yesrael 12, dall’ondata di resistenza di marzo, il numero di israeliani che hanno richiesto licenze per armi da fuoco è arrivato a 35 mila, rispetto al tasso annuale di domande tra il 2016 e il 2020.

Yesrael 12 ha osservato che il forte aumento è iniziato al momento dell’offensiva israeliana su Gaza, nel 2021, con un tasso di richieste mensili stimato in 6 mila.

A luglio 2022, il numero di licenze d’armi in Israele è arrivato a 196.409, secondo quanto affermato dalla rivista israeliana.

Il capo della Divisione di licenze del ministero della Difesa, Avishar Landau, ha dichiarato che il recente aumento delle licenze d’armi è stato stimato nel 100% rispetto al periodo precedente all’ondata di resistenza palestinese in corso.

La rivista israeliana ha riferito che 8.642 domande di licenza per armi erano state presentate dopo l’attacco della resistenza del 22 marzo, di cui 363 da coloni israeliani.

In seguito all’attacco a Hedera del 27 marzo, sono state presentate 9.232 domande, di cui 135 nella stessa Hedera.

Dopo l’attacco a Beni Brak del 29 marzo, sono state presentate 9.816 domande, di cui 341 nella stessa città.

La rivista ha anche riferito che 4.806 domande di licenza per armi da fuoco sono state presentate dopo l’attacco a Tel Aviv, il 7 aprile, di cui 273 nella stessa città.

Landau ha indicato che le richieste di licenze d’armi sono aumentate notevolmente in seguito all’offensiva israeliana sulla Gaza assediata, nel maggio del 2021. Da allora l’aumento è proliferato, raggiungendo livelli record.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Gaza-PIC. Domenica, i membri delle famiglie dei soldati israeliani tenuti prigionieri nella Striscia di Gaza, hanno protestato vicino al confine settentrionale di Gaza, bloccando il passaggio a decine di autobus che trasportavano i lavoratori palestinesi ai loro luoghi di lavoro nella Palestina occupata (Israele) nel 1948.

Uno dei manifestanti vicino al valico di Erez/Beit Hanun ha sottolineato che “l’azione era diretta a Benny Gantz”, il ministro della Difesa israeliano che era capo di stato maggiore durante l’offensiva del 2014 a Gaza.

Il padre del soldato israeliano Hadar Goldin, Simcha pare abbia affermato che è inconcepibile che i lavoratori arabi entrino da Gaza prima che i soldati vengano riportati indietro.

Goldin ha chiesto a Gantz e al primo ministro israeliano Yair Lapid “di esercitare pressioni su Hamas e sui residenti di Gaza per riportare indietro i soldati prima di prendere qualsiasi accordo o (dare) qualsiasi beneficio economico di un tipo o dell’altro”.

Gerusalemme – PIC. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha affermato che le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 44 strutture palestinesi, case comprese, nelle ultime due settimane nei territori occupati della Cisgiordania e di Gerusalemme.

Nel suo recente rapporto bisettimanale sulle violazioni israeliane, l’OCHA ha spiegato che le demolizioni sono state eseguite nel periodo dal 30 agosto al 4 settembre 2022, con il pretesto che i proprietari non avevano permessi di costruzione rilasciati da Israele.

Le demolizioni hanno causato lo sfollamento di 29 persone, tra cui 10 bambini, e hanno influito sui mezzi di sussistenza di circa 140 persone, secondo quando affermato dal rapporto.

“Circa 35 delle strutture si trovavano nell’Area C, di cui 19 sono state sequestrate senza preavviso, il che ha impedito ai proprietari di opporsi in anticipo”.

“Altre nove strutture sono state demolite a Gerusalemme Est, di cui cinque sono state distrutte dai proprietari in seguito all’emissione di ordini di demolizione, per evitare di pagare multe se la struttura fosse stata demolita dalle autorità israeliane”.

L’OCHA ha anche sottolineato che le autorità israeliane, il 6 settembre, hanno fatto saltare in aria un appartamento residenziale disabitato in un edificio a più piani nella città di Jenin, nell’Area A, come punizione. “La casa apparteneva alla famiglia di un palestinese che ha sparato in Israele a tre israeliani, uccidendoli, nell’aprile 2022 e che è stato successivamente ucciso”.

Altre due case hanno subito danni in quell’esplosione, colpendo due famiglie palestinesi composte da 12 persone, inclusi otto bambini, ha aggiunto.

“Dall’inizio del 2022, 11 case sono state demolite come punizione, rispetto alle tre in tutto il 2021 e sette nel 2020”, sottolinea il rapporto.

Durante il periodo di riferimento, l’OCHA ha anche affermato che le forze israeliane hanno sparato a sette palestinesi, uccidendoli, e ne hanno ferito altri 315, inclusi almeno 37 bambini, durante diversi incidenti in Cisgiordania.

Per quanto riguarda le violazioni da parte dei coloni, il rapporto afferma che questi hanno ferito 21 palestinesi e danneggiato proprietà palestinesi in 27 casi.

Gaza-PIC e Quds Press. Una donna palestinese è stata dichiarata morta sabato a seguito delle ferite riportate nel 2006 quando una nave militare israeliana lanciò un missile massacrando la sua famiglia sulla spiaggia di Beit Lahia, nel nord della Striscia di Gaza.

Amina Ghalia, la sorella di Huda Ghalia, è morta in Egitto dopo aver trascorso gli ultimi 16 anni della sua vita a ricevere cure mediche per le gravi ferite riportate nell’attacco israeliano, secondo una fonte della famiglia.

Il 9 giugno 2006, una nave da guerra israeliana lanciò un attacco missilistico contro la famiglia di Ghalia, uccidendo il padre, la matrigna e cinque figli mentre stavano passando il venerdì sulla spiaggia.

Le riprese video registrate all’epoca da un cameraman della televisione palestinese, mostrarono e documentarono i dettagli del massacro, mentre l’obiettivo della sua telecamera catturò una scena straziante di Huda Ghalia, che aveva 10 anni, che correva disperatamente su una spiaggia di Gaza gridando “papà, papà, papà” e poi cadere piangendo accanto al suo corpo.

Le immagini della traumatica ricerca di Huda del padre e di altri membri della famiglia hanno trasformato la ragazza in un’icona della lotta palestinese contro l’occupazione israeliana.

L’ingiustificato attacco israeliano ha suscitato per molti anni una diffusa condanna internazionale.

Betlemme – WAFA, PIC e Quds Press. Un giovane palestinese è stato ferito con munizioni letali nella notte tra sabato e domenica, durante un attacco dell’esercito israeliano nella cittadina di Husan, vicino a Betlemme, nella Cisgiordania meridionale, secondo quanto affermato da fonti della sicurezza palestinese.

Le fonti hanno dichiarato che una forza dell’esercito israeliano ha preso d’assalto Husan dopo la mezzanotte, scatenando scontri con i manifestanti locali, durante i quali un giovane è stato ferito al femore con munizioni letali.

Non sono stati segnalati arresti da parte delle forze israeliane.

Gerusalemme/al-Quds-Quds Press. Domenica mattina, ad Anata, nel nord-est della Gerusalemme occupata, diverse studentesse palestinesi sono rimaste asfissiate dai gas lacrimogeni sparati dalle forze israeliane (IOF).

Le foto dei social media hanno mostrato diverse ragazze della scuola mentre tossivano a causa della loro esposizione ai fumi dei gas lacrimogeni.

Ramallah – WAFA. In questi giorni, 40 anni fa, diverse migliaia di rifugiati palestinesi e civili libanesi venivano brutalmente massacrati da un gruppo di milizie filo-israeliane, subito dopo che l’esercito israeliano, comandato da Ariel Sharon, occupò la capitale libanese, Beirut, dove si trovavano i campi profughi di Sabra e Chatila.

Per tre giorni, tra il 16 e il 18 settembre 1982, i miliziani del movimento della falange intrapresero un’orgia di stupri, omicidi e mutilazioni nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila, a Beirut.

Lo fecero nel territorio controllato dall’esercito israeliano e con la conoscenza dei soldati di stanza a poche centinaia di metri di distanza.

Secondo una commissione israeliana che indagò sugli eventi di quei giorni, l’esercito israeliano permise alle milizie l’accesso nei campi e seppe del massacro durato tre giorni, ma non fece nulla per fermarlo. Il massacro causò la morte di circa 3 o 4 mila rifugiati palestinesi e cittadini libanesi.

Le truppe israeliane circondarono i campi per impedire ai profughi di scappare, mentre consentirono l’ingresso della Falange, noto nemico dei palestinesi. Gli israeliani spararono razzi per tutta la notte per illuminare il campo di sterminio, consentendo così ai miliziani di vedere la strada attraverso gli stretti vicoli dei campi.

Al termine del bagno di sangue, Israele fornì i bulldozer per scavare fosse comuni. Le immagini delle conseguenze del massacro mostrano i corpi gonfi di uomini e donne ammucchiati l’uno sull’altro contro i muri ed i cadaveri insanguinati di bambini sdraiati a faccia in giù tra le macerie.

Le uccisioni causarono indignazione globale, anche nello stato di Israele, dove centinaia di migliaia di persone scesero in piazza chiedendo di sapere fino a che punto l’esercito israeliano fosse colluso con coloro che avevano compiuto le atrocità.

Nel 1983, la Commissione investigativa israeliana Kahan scoprì che Ariel Sharon, il ministro della Difesa israeliano, aveva una “responsabilità personale” per il massacro.

L’episodio, tuttavia, non danneggiò le sue prospettive politiche a lungo termine. Diventò leader del partito di destra Likud nel 2000 e primo ministro israeliano dal 2001 al 2006.

Il massacro di Sabra e Chatila fu una diretta conseguenza della violazione da parte di Israele del cessate il fuoco mediato dagli statunitensi e dell’impunità concessa a Israele dagli Stati Uniti e dalla comunità internazionale.

Questo massacro, così come altri contro il popolo palestinese, è rimasto impunito dalla comunità internazionale.

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