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Amman-WAFA. Le forze israeliane, le guardie di sicurezza private e i coloni hanno lanciato una media di circa 10 attacchi al mese ad asili e scuole, personale e strutture in Cisgiordania, tra gennaio 2018 e giugno 2020, ha rivelato giovedì un nuovo rapporto del Consiglio norvegese per i rifugiati (NRC) – il Raided and Razed: Attacchi all’istruzione in Cisgiordania.

Nell’arco di 30 mesi sono 296 gli attacchi all’istruzione palestinese, avvenuti in 235 incidenti differenti, perpetrati da parte delle forze israeliane o dai coloni e dalle guardie di sicurezza private degli insediamenti.

Le forze israeliane sono, di fatto, responsabili di tre attacchi su quattro. Questi includono le incursioni dei soldati nelle scuole, molestie, arresti e aggressioni sui bambini, non solo nelle scuole ma anche ai posti di controllo. Vengono sparati colpi contro ragazzini e viene impedito agli insegnanti e agli studenti di raggiungere le proprie scuole. A tutto ciò si aggiungono le demolizioni totali di scuole e la confisca di attrezzature – molte delle quali vengono finanziate dall’Unione Europea e dai governi europei.

“Israele, in quanto stato occupante, ha fallito nell’assicurare ai bambini palestinesi un sicuro accesso all’educazione. Le forze militari israeliane hanno praticamente impedito ai bambini di studiare e hanno demolito delle scuole costruite per comunità vulnerabili in Cisgiordania”, ha affermato il Segretario generale del NRC, Jan Egeland. “Le politiche e le pratiche di Israele hanno creato attorno alle scuole della Palestina un ambiente di costante terrore che traumatizza i bambini, infrangendo, inoltre, l’obbligo ai sensi del diritto internazionale di non compiere attacchi contro l’istruzione”.

Incoraggiati dalla retorica ultra-nazionalista, i coloni israeliani hanno preso d’assalto scuole e presso a sassate scuolabus, danneggiando e vandalizzando le proprietà scolastiche. Nablus e Hebron sono state particolarmente colpite e insieme rappresentano circa l’80% di tutti gli episodi registrati a danno dell’istruzione, compiuti da coloni o da guardie di sicurezza private degli insediamenti nel periodo in esame.

Il dodicenne Mahmoud, che frequentava la scuola secondaria Burin, a Nablus, è stato colpito alla testa da un lacrimogeno sparato dai soldati nel cortile della scuola, quando i coloni armati si sono riuniti fuori dall’edificio scolastico il 2 febbraio dello scorso anno.

“Non ho visto il lacrimogeno arrivare perché c’era troppo fumo e non riuscivo ad aprire gli occhi. E non respiravo bene”, ha detto Mahmoud, che è stato ospedalizzato in seguito all’incidente. “Mi ha colpito in testa e ho incominciato a sanguinare”.

In 41 attacchi le autorità israeliane hanno demolito, confiscato o messo a rischio di demolizione strutture scolastiche, proprietà, attrezzature e materiali. Le comunità di beduini/pastori dell’Area C della Cisgiordania – sotto il totale controllo di Israele – sono state particolarmente danneggiate da questi attacchi. Le autorità israeliane ordinano regolarmente uno stop ai lavori e danno ordini di demolizione, sequestrano materiali e radono al suolo le scuole insieme ad altre strutture utilizzate a scopi educativi, inclusi i progetti di aiuto umanitario finanziati da donatori.

Haitham, 12 anni, di Jabal Al-Baba ha spiegato la ragione per cui non esiste una scuola nella sua comunità, situazione che lo costringe a camminare tra la polvere e il fango per 30 minuti ogni giorno per raggiungerne una: “L’esercito di occupazione non ci consente di avere una scuola. L’abbiamo costruita ma è stata demolita. La costruiremo di nuovo. Anche se l’esercito la demolisce, noi la ricostruiremo”.

Nel frattempo, se Israele dovesse ufficialmente annettere parti della Cisgiordania al proprio territorio, in totale violazione delle leggi internazionali, aggraverebbe la già fragile condizione delle scuole, tagliando fuori dal sistema scolastico più di 18.000 studenti, danneggiando la loro educazione, oltre a danneggiare gli insegnanti e il personale, secondo quanto affermato dall’Organizzazione norvegese per i diritti.

L’NRC ha esortato Israele a rispettare l’obbligo di non attaccare gli scolari e l’istruzione e ha invitato gli altri governi a fare pressione su Israele affinché questo rispetti le regole internazionali e assicuri un accesso all’istruzione sicuro per i bambini palestinesi.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio

 

 

Betlemme-Wafa. Il Kairos Palestine, la Palestinian Christian Initiative, ha espresso “grande apprezzamento” per la posizione recentemente assunta dalla Chiesa di Norvegia sul sionismo cristiano, ha riportato giovedì un comunicato stampa.

“Il consiglio, lo staff e gli amici i Kairos Palestine hanno accolto con gioia e profonda gratitudine le dichiarazioni della Conferenza episcopale della Chiesa di Norvegia riguardo il sionismo cristiano, rilasciata il 30 ottobre 2020. Facciamo le nostre congratulazioni alla Chiesa di Norvegia per essere stata leader tra le chiese globali su questa importante questione”, ha detto in una nota.

“Attraverso il nostro documento Kairos Palestine 2009, A Moment of Truth, i cristiani palestinesi hanno pregato le chiese di tutto il mondo di ‘non utilizzare la teologia come strumento per giustificare le ingiustizie che subiamo’. Applaudiamo quindi l’audace dichiarazione dei vescovi che identifica il sionismo cristiano come ‘teologicamente inaccettabile e incompatibile con i diritti umani’”, ha aggiunto.

“L’impegno preso durante la conferenza è di ‘continuare a cercare un dialogo con gli ebrei su come, in quanto credenti, possiamo contribuire ad una pace in questa terra’, la Chiesa di Norvegia è un esempio per le chiese di tutto il mondo dell’importanza di un serio dialogo interreligioso e del fatto che la critica al sionismo non è né anti-semitica, né da interpretare come critica al giudaismo”, ha detto Kairos Palestine.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio

Tulkarem-PIC. L’ufficio informazioni sui prigionieri ha annunciato giovedì che il prigioniero malato di cancro, Mutassim Raddad, soffre di un grave deterioramento delle sue condizioni di salute. Ciò è dovuto alla politica di negligenza medica perseguita dal Servizio carcerario israeliano (IPS) contro i prigionieri palestinesi.

Raddad è di Tulkarem e sta scontando una pena detentiva di 20 anni, di cui 15 anni e mezzo già passati.

Raddad è detenuto dal 12/01/2006 ed è accusato di essere un membro del movimento del Jihad islamico e di resistenza all’occupazione. È considerato uno dei casi più gravi tra i detenuti malati nelle carceri israeliane, poiché da 9 anni gli viene soffre di un cancro all’intestino.

L’IPS è incurante della salute del prigioniero e lo tratta come qualsiasi altro prigioniero che non soffre di alcuna malattia. Raddad viene trasportato in ospedale dal veicolo della prigione invece che da un’ambulanza, il che influisce negativamente sulla sua salute.

Raddad soffre di diverse malattie gravi, come emorragie gastrointestinali, perdita di peso corporeo, mal di testa costante, ipertensione, colesterolo alto, battito cardiaco irregolare e mancanza di respiro, allergie al naso e artrite. Questo lo rende uno dei casi più vulnerabili nelle carceri.

Raddad ha bisogno di una residenza permanente in ospedale, dove dovrebbe sottoporsi a regolari controlli periodici per monitorare le sue condizioni di salute. 

Traduzione per Infopal di L.P.

Gaza – MEMO. Il capo della Commissione palestinese per gli affari dei detenuti ed ex-detenuti, Hassan Quneita, ha annunciato giovedì che il 18% dei prigionieri gazawi nelle carceri israeliane soffre di malattie croniche come cancro, diabete e problemi di pressione sanguigna, tra gli altri disturbi.

Quneita ha spiegato che le autorità israeliane commettono flagranti violazioni contro i prigionieri palestinesi, inclusa la privazione del diritto all’assistenza sanitaria, alla protezione dalle malattie infettive e alla non discriminazione.

“I detenuti sono privati ​​dell’accesso periodico agli esami di laboratorio, alle radiografie e del personale sanitario, mentre alle equipe mediche specializzate del ministero della Salute palestinese è vietato visitare o curare i detenuti o eseguire operazioni chirurgiche”, ha spiegato.

Quneita ha invitato le organizzazioni palestinesi, arabe ed internazionali per i diritti umani a fare pressioni su Israele per salvare le vite dei prigionieri palestinesi malati e rispettare il diritto internazionale umanitario.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Territori palestinesi occupati – MEMO. Giovedì, l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha criticato Israele per le sue violazioni dei diritti alla salute nei Territori palestinesi e nelle Alture del Golan occupate, durante la pandemia di Coronavirus.

Rappresentanti di decine di paesi, tra cui Malasia, Libano e Venezuela, hanno accusato Israele di aver danneggiato i diritti alla salute.

Durante la sessione, la delegazione iraniana ha criticato Israele per il suo “embargo disumano” sulla Striscia di Gaza che ha avuto un “profondo impatto sul settore sanitario”.

Ha affermato che “l’occupazione cronica ha profonde implicazioni per la salute dei palestinesi. Più di 12 anni di embargo disumano hanno avuto un profondo effetto sul settore sanitario, aggravando una situazione già disastrosa”.

Il rapporto dell’OMS critica ulteriormente Israele per la “salute mentale ed i problemi psicosociali” dei palestinesi, a causa delle “politiche e pratiche di pianificazione discriminatorie nei confronti dei palestinesi” da parte dello stato ebraico nell’Area C della Cisgiordania occupata, che è sua giurisdizione amministrativa. Così come per le violenze subite dai palestinesi nella Striscia di Gaza durante le manifestazioni della “Marcia del Ritorno”.

Dopo una votazione di 78 a 14, con 32 astensioni e 56 paesi assenti, l’assemblea ha adottato una risoluzione che richiede che lo stesso dibattito si tenga l’anno prossimo.

Inoltre, il direttore dell’OMS preparerà un altro rapporto sulle violazioni sanitarie di Israele nella Cisgiordania occupata, nella Striscia di Gaza, a Gerusalemme Est e nel Golan siriano occupato, da presentare alla 74ª Assemblea mondiale della sanità nel 2021.

I paesi che hanno votato a favore della risoluzione hanno incluso, Francia, India, Irlanda e Spagna. Israele, Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Brasile, Canada, Repubblica Ceca, Germania, Honduras e Ungheria hanno votato contro.

Gerusalemme occupata – PIC. Migliaia di fedeli hanno eseguito la preghiera del venerdì nel complesso della moschea di al-Aqsa, nonostante le severe misure di restrizione delle Autorità d’occupazione israeliane (IOA) che hanno cercato di impedire a migliaia di palestinesi di accedervi.

Durante la khutba, sermone, il predicatore della moschea di al-Aqsa ha chiesto di sostenere il profeta Mahammad, e ha criticato tutti i tentativi di distorcere la sua immagine.

Il predicatore ha sottolineato l’importanza di boicottare i prodotti francesi come risposta alla mancanza di rispetto della Francia nei confronti di Muhammad.

Ciò avviene in un momento in cui la polizia israeliana ha impedito a molti fedeli della Cisgiordania di passare attraverso le porte della Città Vecchia per pregare ad al-Aqsa, con il pretesto di non avere i permessi necessari.

Fonti locali hanno riferito che la polizia israeliana ha bloccato un autobus che trasportava cittadini dalle province della Cisgiordania mentre passava al checkpoint militare di Hizma, a nord-est di Gerusalemme, e hanno impedito loro di accedere alla moschea.

Nel frattempo, ha arrestato diverse donne palestinesi in arrivo ad al-Aqsa alla Porta di al-Amoud, nella Città Vecchia di Gerusalemme.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

The Electronic Intifada. Di Ahmad Al-Bazz and Sarah Abu Alrob. Nella città di Jenin, nel nord della Cisgiordania, una volta c’erano un aeroporto, una stazione ferroviaria, tre cinema e due strade principali che collegavano la città con le vicine Nazareth e Haifa.

Nel 2020 rimangono poche tracce di tutto ciò e niente viene utilizzato per lo scopo originale. Invece, la città ospita un campo profughi ed è circondata su tre lati da una recinzione eretta dai militari israeliani come parte del muro di separazione costruito dentro e intorno alla Cisgiordania.

Jenin è letteralmente in un vicolo cieco.

Un tempo piccola città agricola – citata fin dalle lettere di Amarna del XII secolo a.C. – la storia moderna di Jenin è stata segnata da sconvolgimenti politici che hanno determinato la sua struttura urbana attuale.

Il più importante di questi fu l’impatto della creazione dello Stato di Israele, con la conseguente espropriazione e l’esilio forzato dei palestinesi nel 1948.

A differenza delle città negli stati-nazione post-coloniali emerse in tutto il mondo negli anni Quaranta e Cinquanta e che ereditarono spazi urbani e infrastrutture predefiniti, Jenin e altre cittadine e città della Cisgiordania non completarono il processo di urbanizzazione poiché furono tagliate fuori dal loro retroterra naturale.

Le città situate nelle aree in cui Israele oggi opera come stato  – anche a Gerusalemme Est e nel Golan dopo il 1967 – sono state trasformate e trasfigurate per servire la comunità dei coloni.

Quando vengono menzionate le perdite urbanistiche della Palestina in corrispondenza della Nakba del 1948, Jaffa viene solitamente evidenziata. Ma Jaffa era un centro culturale e una porta commerciale che serviva l’agricoltura e l’industria locali in un modo in cui coloro che vivevano in quella che oggi è conosciuta come la Cisgiordania o la Striscia di Gaza, compresi i rifugiati, non sono mai stati in grado di ricreare.

Jenin ai margini.

Nel suo libro Jenin City (1964), l’accademico Kamal Jabarin scrive che la città iniziò ad espandersi attorno al suo centro ottomano, che ancora oggi rappresenta il cuore della città.

L’unico patrimonio urbano superstite di Jenin risale all’epoca ottomana e comprende un mercato, un edificio governativo, una moschea e altri edifici.

“La perdita di Jenin è avvenuta nel 1948”, ha detto Jabarin a The Electronic Intifada.

L’istituzione di Israele, ha detto, “poneva Jenin ai margini”, isolandola dalle città e dai paesi a cui era tradizionalmente collegata e da cui dipendeva per i rapporti commerciali, culturali e familiari.

Le strade di Haifa e Nazareth erano arterie vitali che collegavano Jenin con quelle due importanti città e partner commerciali, ma furono abbandonate dopo la Nakba del 1948. Molti abitanti di Jenin “sono stati uccisi per aver cercato di visitare i loro parenti lì”, ha detto Jabarin.

Le due strade sono state riattivate dopo l’occupazione israeliana della Cisgiordania nel 1967, ma poi sono state nuovamente chiuse.

La strada di Nazareth è oggi ostruita da una recinzione israeliana e da un posto di blocco militare.

La strada per Haifa, a sua volta, termina presso la base militare di Salem a circa 9 chilometri dal centro della città. Salem è un tribunale militare israeliano e un centro di detenzione.

Gas alla fine della strada.

Nel 1995 Isam al-Amer ha aperto una stazione di servizio sulla strada per Haifa. Oggi si trova proprio di fronte al punto in cui il muro di Israele blocca il passaggio.

Quando la stazione di servizio è stata aperta, ha servito i palestinesi di Jenin che avrebbero attraversato il posto di blocco militare di Salem qui ad Haifa e altrove.

Quel posto di blocco è stato chiuso dopo l’inizio della seconda Intifada due decenni fa. Dove una volta lavoravano 20 persone, ne rimangono solo due.

“Stiamo ancora lavorando nella speranza che il checkpoint venga riaperto”, ha aggiunto.

Fino ad allora, però, è il proprietario della stazione di servizio in fondo alla strada.

La strada per Nazareth, invece, porta solo fino al checkpoint di Jalama, a pochi minuti dal centro di Jenin.

Il checkpoint è completamente chiuso per i veicoli registrati dall’Autorità Nazionale Palestinese, quindi tutti i residenti che hanno ottenuto i permessi di viaggio dall’esercito israeliano dovranno attraversare a piedi.

Alcune persone ricordano ancora l’area dell’aeroporto qui, istituita alla fine dell’era ottomana nel 1917 da ingegneri tedeschi e successivamente sviluppata dalle autorità britanniche per includere diversi hangar, magazzini e negozi per aerei.

Durante la seconda guerra mondiale, l’aeroporto fu utilizzato dalle forze aeree britanniche e statunitensi per le loro operazioni nella regione.

“Avrebbe potuto essere trasformato in un vero aeroporto per la mia città”, ha detto a Electronic Intifada Muhammad Abufarha, del vicino villaggio di al-Jalama.

Invece di avere un aeroporto, gli abitanti del villaggio di al-Jalama approfittano del checkpoint per fornire servizi a coloro che sperano di attraversare, con molti che “offrono la loro terra come parcheggi per coloro che lasciano le loro auto per attraversare”, ha spiegato Abufarha.

La dispersione dei rifugiati.

Dopo la Nakba del 1948, Jenin divenne un rifugio per migliaia di rifugiati espulsi dalle loro case ad Haifa e da 54 villaggi nel nord della Palestina.

Nel 1953, l’organismo delle Nazioni Unite responsabile per i rifugiati palestinesi, UNRWA, istituì il campo di Jenin. Il campo profughi conta ora 12.000 residenti. Oggi il campo è il cuore di una città che ospita altre 53.000 persone.

“I primi rifugiati vivevano nelle caserme dell’esercito britannico evacuate, poi nella stazione ferroviaria ottomana abbandonata, poi nelle tende dell’UNRWA”, ha detto Abd al-Jaleel al-Noursi, che arrivò al campo di Jenin nei primi anni ’50 dopo essere fuggito da Haifa.

Dopo alcuni anni, senza sapere se sarebbe mai stato permesso loro di tornare alle loro case, i residenti iniziarono a sostituire le loro tende dell’UNRWA con case di fango.

Negli anni ’70, ha detto al-Noursi, le case di fango sono poi diventate case di cemento.

Nella piazza principale del campo si trova la stazione ferroviaria ottomana, abbandonata nel 1948, così come le altre stazioni ferroviarie della Cisgiordania a Nablus e Tulkarm.

Oggi non ci sono servizi ferroviari disponibili per i palestinesi in Cisgiordania, ad eccezione di quelli residenti a Gerusalemme est.

Tuttavia, i resti della ferrovia abbandonata sono ancora visibili in alcune parti della Cisgiordania. Cinque chilometri a nord della stazione abbandonata di Jenin, una strada sterrata segna il punto in cui passava la ferrovia che collegava Jenin con Afula e Haifa.

La strada sterrata è ora interrotta dal muro di separazione israeliano.

Una delle maggiori sfide all’urbanizzazione nelle città della Cisgiordania è stata continua evoluzione dei piani urbanistici dei diversi governanti della zona negli ultimi 100 anni.

Il primo piano strutturale per Jenin era britannico, ha detto Dina Hamdan, un ingegnere che ha lavorato con il comune di Jenin.

Il piano successivo non è arrivato fino al 1992.

“Le autorità giordane e israeliane non hanno prestato seriamente attenzione all’espansione urbana. Stavano governando temporaneamente”, ha detto Hamdan a The Electronic Intifada.

Di conseguenza, l’espansione urbana di Jenin è stata un processo rapido e caotico. La presenza dell’Autorità Nazionale Palestinese non ha aiutato molto.

La pianificazione dell’Autorità Nazionale Palestinese si è basata su quali aiuti internazionali allo sviluppo fossero disponibili e per cosa, ha detto Hamdan.

“Quando otteniamo finanziamenti per asfaltare le strade, le asfaltiamo. Quando ne prendiamo uno per il sistema fognario, lo facciamo. Siamo perduti.

Hamdan prova ancora un senso di appartenenza a Jenin, ma è complicato.

“Non c’è niente di interessante in città. Avevamo del potenziale ma lo abbiamo perso. “

Le ambizioni dei giovani.

Nel centro cittadino sono stati recentemente costruiti due centri commerciali, entrambi sui siti di edifici demoliti. Un terzo è in costruzione.

Uno di questi, il Burj al-Saa [Torre dell’orologio] si trova dove sorgeva l’ultimo cinema di Jenin prima che fosse demolito nel 2016.

Il cinema Jenin era uno dei tre cinema della città. Oggi non ne resta neanche uno.

In effetti, non ci sono sale di proiezione da nessuna parte a Tulkarm, Nablus o Betlemme, città che solo pochi decenni fa avevano diverse sale cinematografiche. Al-Hashimi Cinema, nel centro storico ottomano di Jenin, è ancora in piedi ma è chiuso dal 2002.

“Ogni nuovo film veniva proiettato”, ha detto Hanan Sharif, la vedova del proprietario originale di al-Hashimi.

Ma l’instabilità politica e due intifada hanno colpito in modo acuto il settore culturale, a Jenin e in tutta la Cisgiordania. Durante la prima intifada, ha detto Sharif, la famiglia ha deciso di chiudere il cinema dopo che suo figlio Fuad era stato ucciso dai soldati israeliani.

Ha aperto anni dopo come sala per matrimoni. Ma quando un secondo figlio, Rashad, è stato ucciso durante la seconda Intifada, la famiglia ha deciso di chiudere completamente il locale.

Reem Arabi, 37 anni, una delle figlie di Hanan, spera di riabilitare il cinema in futuro nonostante tema che “la società potrebbe non essere più interessata agli spazi culturali”.

“Le persone non sono più interessate ai cinema. Preferiscono guardare la TV o navigare in Internet”.

Shatha Hanaysha, 27 anni, è una neolaureata in giornalismo che si è sempre opposta alla chiusura dei cinema di Jenin, in particolare del Cinema Jenin.

Oggi si trova nella posizione di gestire un caffè culturale con tre amici al quarto piano del centro commerciale Clock Tower costruito sulla vecchia sala cinematografica.

“Ero contraria ad affittare uno spazio in questo centro commerciale capitalista che ha sostituito il cinema”, ha detto Hanaysha a The Electronic Intifada.

Tuttavia, il Kafka Cafe and Shop ha dato a Hanaysha e ai suoi amici l’opportunità di promuovere eventi culturali in città, una missione cara ai loro cuori anche se non redditizia.

“Non è economicamente sostenibile, ma fa parte della nostra visione”, ha detto Hanaysha.

Tuttavia, è frustrata per come si presenta la città, dalla mancanza di prospettive per una gioventù ambiziosa e dalla mancanza di spazi pubblici.

“Jenin è complicata e mi sento triste per i giovani. Non ci sono vere città da nessuna parte in Cisgiordania “.

Ahmad Al-Bazz è un giornalista, fotografo e regista di documentari pluripremiati residenti in Palestina e membro dell’Activestills Collective.

(Nella foto: vista generale della città vecchia ottomana di Jenin).

Traduzione per InfoPal di Giulia Deiana

Cisgiordania-PIC e Quds Press. All’alba di venerdì, tre cittadini palestinesi sono stati feriti dalle forze di occupazione israeliane (IOF) durante un raid a Ramallah, nel centro della Cisgiordania.

Fonti locali hanno riferito che sono scoppiati scontri dopo che le IOF hanno preso d’assalto diverse aree della città. Nel campo profughi di Kaddoura, due cittadini, Othman Wael Afana e Nasser Jaradat, sono stati feriti con proiettili di metallo rivestiti di gomma. Un altro, Naim Farroukh, è stato ferito con proiettili veri vicino al Palestine Medical Complex.

I soldati delle IOF hanno anche fatto irruzione nella città di al-Bireh e hanno lanciato una campagna di incursioni prima di ritirarsi.

A Gerusalemme, unità speciali dell’esercito di occupazione noto come “Mistaravim”, agenti travestiti da arabi, hanno arrestato Abd al-Rahman Iyad al-Hadrah nella nuova strada, al-Sikka, nella città di al-Tur.

Fonti gerosolimitane hanno affermato che la polizia israeliana ha aggredito Hadrah prima di portarlo in una destinazione sconosciuta.

Testimoni hanno riferito che le IOF sono penetrate nella zona tra il vecchio e il nuovo campo profughi di Askar, a Nablus, e hanno arrestato il giovane Muhammad Nahed Al-Nadi.

I soldati delle IOF effettuano continue incursioni di notte e all’alba nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme, in cui sparano, attaccano e arrestano i palestinesi.

Wafa. A ottobre, Israele ha arrestato 446 palestinesi, tra cui 63 minori e 16 donne, secondo quanto denunciato giovedì dai gruppi di difesa dei prigionieri palestinesi.

La Commissione per i Prigionieri, la Società per i Prigionieri, Commission, Addameer e il Wadi Hilweh Information Center hanno affermato in un rapporto congiunto che 200 di questi detenuti sono della Gerusalemme est occupata, 34 dal distretto di Ramallah, 70 dal distretto di Hebron, 37 da Betlemme, 34 dal distretto di Jenin, 27 da Nablus, 10 da Tulkarm, 17 da Qalqilya, otto da Tubas, due da Gerico, due da Salfit e due dalla Striscia di Gaza.

Almeno 4500 palestinesi sono imprigionati nelle carceri israeliane, tra cui 40 donne e 170 minori. 370 sono detenuti amministrativi.

I gruppi hanno riferito che ad ottobre sono stati emanati 68 ordini di detenzione amministrativa contro attivisti palestinesi, tra cui 38 nuovi e 30 rinnovi.

Ramallah-Wafa. Il presidente Mahmoud Abbas ha affermato il 10 novembre che il popolo palestinese non rinuncerà mai a nessuno dei suoi diritti, garantiti dalle risoluzioni di legittimità internazionali.

“Continueremo a lavorare fino alla fine dell’occupazione israeliana del nostro paese e fino alla creazione di uno stato sovrano della Palestina, con i confini del 1967 e con Gerusalemme Est come sua capitale”, ha affermato il presidente Abbas nel suo discorso in occasione del 16° anniversario della morte del presidente Yasser Arafat.

Rivolgendosi direttamente al popolo palestinese, il presidente Abbas ha promesso di “rimanere fedele alle anime dei nostri martiri, al sangue dei feriti e alle sofferenze dei nostri prigionieri”.

Tra le continue difficoltà affrontate dal popolo palestinese, il presidente ha spiegato che “la nostra arma più potente rimane l’unità del nostro popolo e della nostra terra”, sottolineando come la leadership stia lavorando per indire le elezioni legislative, presidenziali e del Consiglio nazionale palestinese, con la partecipazione di tutte le potenze nazionali per porre fine alla divisione palestinese.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio

Nablus – WAFA. Secondo una fonte locale, i bulldozer militari israeliani hanno livellato terreni di proprietà palestinese ad est del villaggio di Yanun, a sud-est di Nablus, in Cisgiordania settentrionale, in un processo in corso per espandere una colonia costruita in quella zona.

Ghassan Daghlas, che monitora la costruzione delle colonie nella Cisgiordania settentrionale, ha affermato che l’esercito israeliano ed i bulldozer dei coloni stanno livellando il terreno del villaggio di Yanun, vicino all’avamposto noto come 777, sul lato occidentale, per espandere le colonie dell’area.

Ha espresso la sua preoccupazione che l’espansione delle colonie possa “soffocare” il villaggio.

Yanun è circondato da colonie. La maggior parte della sua terra fu confiscata per costruire prima la colonia di Itamar e poi quella di Gidonim. Nel 2000, i coloni israeliani presero il controllo del lato occidentale delle terre di Yanun per costruire Givat Alam Afri Ran ed altri avamposti, come i “776”, “777” e “778”, lasciando Yanun con 2000 dunum, di cui il 60% è destinati ai pascoli. L’attuale livellamento del terreno ha lo scopo di accaparrare più terra Yanun a beneficio delle colonie.

Hebron – WAFA. Giovedì, i bulldozer israeliani hanno iniziato a lavorare su una nuova strada per soli coloni nel sud della Cisgiordania occupata, che divorerà ettari di terra palestinese, secondo quanto affermato da un attivista locale.

Fouad al-Amour, coordinatore del Comitato per la protezione e la resilienza nel sud della Cisgiordania, ha dichiarato a WAFA che i bulldozer israeliani hanno iniziato a lavorare su una nuova strada per i coloni, che collegherebbe la colonia di Avigal alla tangenziale 60, attraversando il villaggio di Ma’in e l’area di Um-Ishqihan, divorando ettari di terra appartenenti ai residenti palestinesi.

Israele ha recentemente intensificato le sue attività coloniali in tutti i Territori palestinesi occupati, ma principalmente nel sud della Cisgiordania.

Gerusalemme occupata – PIC. Giovedì mattina, decine di coloni hanno invaso la moschea di al-Aqsa sotto la scorta della polizia.

Secondo fonti locali, la polizia israeliana ha chiuso la porta di al-Maghariba dopo che 83 coloni hanno visitato i cortili della moschea nella mattinata.

Secondo quanto riferito, diversi coloni sono stati visti mentre pregavano durante i tour mattutini.

La moschea di al-Aqsa è quotidianamente invasa da parte di coloni e forze di polizia, al mattino e al pomeriggio, tranne il venerdì e il sabato.

La polizia israeliana chiude la Porta di al-Maghariba, utilizzata dagli ebrei per entrare nella moschea, alle 10:30, dopo che i coloni hanno completato le loro visite mattutine nel luogo sacro. Più tardi nel pomeriggio, lo stesso cancello viene riaperto per i tour pomeridiani dei coloni.

Mentre i coloni si trovano all’interno della moschea, vengono imposte restrizioni per l’entrata dei fedeli musulmani negli ingressi che conducono alla moschea, e le loro carte d’identità vengono confiscate fino a quando non lasciano il luogo sacro.

Hebron – WAFA. Giovedì, secondo quanto affermato da un attivista locale, i soldati israeliani hanno attaccato un anziano palestinese dopo che questo aveva rifiutato l’ordine per lasciare la sua terra nella cittadina di Beit Ummar, a nord di Hebron, nella Cisgiordania meridionale.

Mohammad Awad, un attivista, ha dichiarato a WAFA che Muhammad Salibi, 77 anni, stava raccogliendo olive nella sua terra vicino alla colonia di Beit Ain, costruita sulla terra di Beit Ummar, quando i soldati gli hanno ordinato di lasciare l’area.

Quando Salibi si è rifiutato di obbedire i loro ordini e ha continuato a raccogliere le olive, i soldati l’hanno aggredito con i fucili, costringendolo a lasciare la sua terra.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Quds Press. Le autorità di occupazione hanno deciso di apportare delle modifiche al percorso degli aerei civili in partenza e in arrivo all’aeroporto israeliano di Lod (Ben Gurion), vicino a Tel Aviv (area della Palestina centrale, occupata nel 1948), in previsione di un aumento delle violenze nella Striscia di Gaza.

Il sito web ebraico 0404 ha riferito mercoledì 11 novembre che tale decisione è stata adottata in previsione di un aumento dell’insicurezza nella Striscia, per via del primo anniversario dell’assassinio del leader di spicco del Jihad islamico Bahaa Abu Al-Atta, assassinato il 12 novembre dello scorso anno.

Il sito riporta la decisone di rafforzare anche il sistema di difesa aerea nella regione meridionale e di schierare più batterie Iron Dome, a causa della possibilità che elementi “jihadisti” lancino dei razzi contro gli insediamenti israeliani.

Lo stesso sito ha inoltre sottolineato che l’attivazione di questa procedura avviene solo in casi eccezionali, ovvero quando c’è un’allerta di pericolo per la sicurezza interna o durante gli scontri con Gaza.

È un cambiamento insolito che non avviene se non in casi specifici in cui si rileva un particolare pericolo per la sicurezza o nei giorni in cui aumenta l’azione militare nell’area meridionale del paese.

Secondo il sito, lo stato di allerta non è solo al confine con Gaza ma anche in Cisgiordania. Anche lì l’allarme sale a causa dell’avvicinarsi dell’anniversario della morte dell’ex presidente dell’Autorità palestinese, Yasser Arafat, e poiché, sempre nella stessa regione, si trova il corpo di un altro importante leader palestinese, Saeb Erekat.

Secondo la stessa fonte, si prevede che ci saranno marce e scontri con i soldati israeliani coinvolti, e lo stesso è previsto sul confine settentrionale, dopo l’abbattimento di un aereo di Hezbollah che martedì si è infiltrato a Israele tramite i confini libanesi. L’esercito israeliano teme infatti una ritorsione da parte di Hezbollah per l’uccisione dei suoi membri negli attacchi israeliani in Siria.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio

Ramallah-WAFA. Mercoledì, la presidenza palestinese ha ribadito la sua disponibilità a riprendere i negoziati, fermi da tempo, con Israele, sulla base del diritto internazionale e delle risoluzioni delle Nazioni Unite. “La leadership palestinese è pronta a tornare a negoziare (con Israele) sulle basi della legittimità internazionale, o dal momento in cui si erano interrotti i negoziati o in relazione all’impegno di Israele verso tutti gli accordi firmati”, ha dichiarato il portavoce presidenziale Nabil Abu Rudeineh. Le dichiarazioni di Abu Rudeineh giungono in risposta ai commenti di Benny Gantz, ministro della Difesa israeliano, in cui sostiene che sia giunto il momento per la Palestina di tornare a negoziare, senza scuse; commenti che ha espresso durante una sessione del Knesset, il parlamento israeliano, per ratificare il recente Accordo di normalizzazione con il Bahrein, conosciuto come Accordi di Abramo. “Gli Accordi di Abramo possono includere anche altri paesi della regione, ma è importante che includano anche i nostri vicini di casa: i palestinesi. Sfortunatamente però, la presidenza palestinese non sembra aver intenzione di mettere da parte le scuse e ritornare a negoziare per lavorare insieme e trovare una soluzione”, ha detto Gantz. (Nella foto: il portavoce presidenziale Nabil Abu Rudeineh).

Traduzione per InfoPal di Eleonora Nicosia

L’Antidiplomatico. Di Patrizia Cecconi. Il sessantacinquenne rappresentante dell’OLP e di Al Fatah, nonché rispettata figura di rilievo in numerosi negoziati, purtroppo sempre conclusisi con un nulla di fatto a causa della disparità delle forze in campo, oggi ha perso la sua ultima battaglia.

 Già in condizioni fisiche molto fragili, poiché nel 2012 era stato ricoverato in ospedale per seri problemi di cuore e nel 2017 aveva subito il trapianto di un polmone in seguito alla fibrosi polmonare di cui soffriva, un mese fa aveva accusato disturbi respiratori ed era stato ricoverato in ospedale dove era risultato positivo alla covid-19.  

 Si possono avere idee diverse circa la strategia vincente (finora sconosciuta) per arrivare ad una giusta soluzione che rispetti il popolo palestinese e i suoi diritti regolarmente violati, ma non si può disconoscere il lavoro portato avanti per decenni con tenacia e pazienza da Saeb Erekat, già fedelissimo collaboratore del presidente Arafat.

 Nato ad Abu Dis, alla periferia di Gerusalemme, a soli 13 anni aveva conosciuto il carcere israeliano per aver scritto sul muro il suo no all’occupazione dei Territori palestinesi. 

Mandato a studiare all’estero, dopo essersi laureato era tornato in Palestina. Aveva insegnato scienze politiche presso la prestigiosa università Al Najah di Nablus e per molti anni aveva fatto parte del comitato editoriale di Al-Quds, uno dei quotidiani più letti in Palestina.

Tra i molteplici incarichi politici da lui ricoperti, oltre all’elezione nel Consiglio legislativo (cioè il parlamento palestinese) ed agli incarichi di governo, si ricorda la sua partecipazione come vice-capo delegazione alla Conferenza di Madrid del 1991 e i tristemente famosi Accordi di Oslo del 1993-94, nonché gli incontri di Camp David nel 2000, di Taba nel 2001, di Annapolis nel 2007.

Non era conosciuto solo come politico ma anche come uomo di cultura, Saeb Erekat,  e la sua pazienza e determinazione nel portare avanti, anche nelle condizioni oggettivamente peggiori, la convinzione che il tempo avrebbe dato ragione alla causa palestinese erano proverbiali tra chi lo conosceva personalmente. Ne sia prova il fatto che, pur essendo assolutamente contrario al cosiddetto “piano del secolo” pensato da Kushner e Trump e da lui assolutamente avversato sia in generale che  in ogni particolare,  aveva programmato  nuovi incontri internazionali per raggiungere l’obiettivo di uno Stato palestinese sovrano e con continuità territoriale, inserendo tra i diplomatici anche lo stesso  Kushner.

Purtroppo la sua vita è terminata prima che il suo impegno pluridecennale avesse ragione sull’ingiustizia storica subita dalla Palestina. Quel malessere che un mese fa lo aveva portato in ospedale dove era risultato positivo alla Sars-Cov2, si è concluso con la sua morte.

Il suo assassino diretto è stata la covid-19 che lo ha aggredito proprio nella parte più debole del suo organismo già gravemente minato.

L’ambasciata di Palestina in Italia, attenendosi alle misure precauzionali anti-covid, mette a disposizione di chiunque voglia lasciare un pensiero di rispetto o di cordoglio, un libro virtuale di condoglianze al quale si potrà accedere da domani 11 novembre fino a venerdì 13 inviando i propri messaggi al seguente indirizzo itemb@mofa.pna.ps

Di L.P. Biden non è un pacifista, non lo è mai stato e a confermarlo è quello che ha sostenuto in questi anni sulla corsa alle armi e invasioni militari. Dopo l’attentato di Oklahoma City del 19 aprile 1995, Biden redasse una legge antiterrorismo che non venne mai approvata. Nel 2001 fu un grande sostenitore del Patriot Act proprio perché, come lui stesso ha affermato più volte, era un duplicato della legislazione che aveva redatto sei anni prima. Il Patriot Act, redatto dopo gli attentati dell’11 dicembre, diede inizio ai sentimenti anti-islamici in Occidente prevedendo politiche di sorveglianza nei confronti delle comunità musulmane. Il 15 novembre 2007, durante un dibattito pubblico, Joe Biden ribadì il suo continuo sostegno al Patriot Act, pur opponendosi alla discriminazione razziale. Che è come dire “non voterò mai una legge contro il razzismo, ma non sono razzista”.

Negli anni ’90 votò a favore di più di trenta progetti militari, però al contempo sostenne gli sforzi per prevenire la proliferazione nucleare ma senza mai proporre o firmare un trattato di proibizione.

Nel 1990, dopo che l’Iraq sotto Saddam Hussein invase il Kuwait, Biden votò contro la Prima Guerra del Golfo, chiedendo: “Quali interessi vitali degli Stati Uniti giustificano l’invio di americani a morire nelle sabbie dell’Arabia Saudita?” A quanto pare l’opzione “petrolio” la capì senza tanti giri di parole e nel 1998, espresse sostegno per l’uso della forza contro l’Iraq e sollecitò uno sforzo per “detronizzare” Hussein nel lungo periodo. Biden voterà a favore dell’autorizzazione per l’uso della forza militare contro la risoluzione dell’Iraq del 2003, con il fine di deporre Saddam Hussein per la detenzione di armi chimiche che solo nel 2016 con il Rapporto Chilcot svelerà la loro inesistenza.

Nel 2007 Biden si oppose fermamente al potenziamento delle truppe in Iraq da parte di Bush, definendolo un “tragico errore”. Promosse quindi la legge per abrogare e sostituire la risoluzione del 2002, permettendo alle truppe statunitensi di “combattere il terrorismo” e addestrare le forze irachene, per poi avviare un “ritiro responsabile” delle truppe statunitensi. Sappiamo come andò a finire: continua ingerenza imperialista nei confronti dell’Iraq.

Nel marzo 1999 fu tra i promotori della Guerra in Kosovo contro Serbia e  Montenegro. L’operazione aerea della NATO durò 78 giorni e portò alla morte di centinaia di civili serbi. Nel maggio dello stesso anno chiese l’invio delle truppe di terra statunitensi sul suolo serbo. In un video del 5 gennaio 1998 si può ben vedere come Biden inneggiasse al bombardamento di Belgrado, incalzato dal senatore repubblicano di origini albanesi Joe Dioguardi ( https://www.youtube.com/watch?v=G7PPYpJBbh8&feature=emb_title ).

In quanto senatore Biden ha sviluppato relazioni per tutta la vita con i funzionari israeliani attraverso il suo lavoro nel Comitato per le relazioni estere, a partire da Golda Meir nel 1973 che, alla vigilia della guerra dello Yom Kippur, definì “uno degli incontri più significativi che abbia mai avuto nella mia vita”. Biden si è sempre dichiarato sionista considerando Israele un alleato strategico chiave degli Stati Uniti in Medio Oriente. Quando Obama scelse Biden come vicepresidente, il presidente del National Jewish Democratic Council Ira Form dichiarò che non c’è nessuno come Biden così impegnato per la sicurezza di Israele. Durante la campagna presidenziale del 2008 in Florida, Biden disse che lui ed Obama erano entrambi fortemente filo-israeliani, sottolineando che “Un’America forte è un Israele forte”.

Nel 2008 chiese all’amministrazione Bush maggior impegno militare sulla Siria, sulla disputa sulle alture del Golan, per il disarmo di Hezbollah e contro l’influenza siriana in Libano. Storici sono anche i suoi stretti rapporti con l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), parlando agli eventi e alle raccolte di fondi del gruppo. Se Trump è apertamente filo-israeliano e non tiene minimamente in considerazione la Palestina all’interno della sua agenda politica, Biden non tornerà nemmeno indietro sulla questione di Gerusalemme e il Golan, ma spingerà verso nuovi accordi di normalizzazione tra Paesi Arabi e Israele. Non a caso, tra i maggiori finanziatori della campagna elettorale di Biden nel 2020 figura Haim Saban, sostenitore acceso di Israele e dell’Accordo di Abramo.

Durante la seconda rielezione di Barack Obama, Biden diventò vicepresidente ed acconsentì ai bombardamenti su Afghanistan, Libia, Somalia, Pakistan, Yemen, Iraq e Siria. Sostenne anche le sanzioni contro il Venezuela, definito «minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza nazionale», l’armamento dei golpisti a Caracas così come dei controrivoluzionari a Managua nel tentativo fallito di rovesciare il governo sandinista guidato dal Daniel Ortega in Nicaragua. Sostenne tutte le operazioni di lawfare in America Latina che condussero al golpe parlamentare contro Dilma Rousseff in Brasile, contro Cristina Kirchner in Argentina.

Per non parlare dei fatti del 2014 che, con le rivolte colorate a Maidan in Ucraina, vennero scoperti legami tra la famiglia Biden e i neonazisti. Hunter Biden, suo figlio, entrò nel maggio 2014 nel consiglio d’amministrazione della Burisma Holdings, compagnia ucraina del gas, con uno stipendio di 50mila dollari al mese. Il figlio di Biden venne scelto pochi mesi dopo la decisione di Obama di affidare al suo vice il compito di seguire la “transizione politica in Ucraina”, ovvero la rivoluzione colorata che ha portato al potere in Ucraina i neonazisti contro il presidente Viktor Yanukovich.

Non è la prima volta che Biden si affida a clientelismi. Durante gli anni 2000, Biden su richiesta della MBNA Corporration, il più grande contributore di Biden alla fine degli anni ’90, spinse per una riforma sui fallimenti sostenuta dalla società, che, diventata legge, rese più difficile acquisire la protezione contro i fallimenti. Non a caso la MBNA Corporation assunse il figlio di Joe Biden durante gli anni in cui era un senatore, venendo definito dalla rivista politica conservatrice National Review come il “senatore dell’MBNA”.

Nel 2006 fu tra i sostenitori del Palestinian Anti-Terrorism Act del 2006 che espresse il sostegno degli Stati Uniti per una soluzione bi-nazionale, reprimendo però i movimenti resistenti palestinesi. Biden sostenne, in una intervista del 2007 che “la responsabilità ricade su coloro che non riconosceranno il diritto di Israele di esistere, non giocheranno lealmente, non tratteranno, non rinunceranno al terrore”. In un discorso del 2009 alla conferenza AIPAC, Biden invitò i palestinesi a “combattere il terrorismo e istigazione contro Israele”. Nel 2016 Biden criticò fortemente il primo ministro Benjamin Netanyahu per la promozione e l’espansione degli insediamenti illegali, ma anche gli “attacchi terroristici palestinesi” e il ricorso palestinese alla Corte penale internazionale, definendolo una “mossa dannosa”. Insomma, colpa dei palestinesi.

In un discorso nel dicembre 2019, Biden criticò Netanyahu per la sua deriva verso l’estrema destra, ma il premier israeliano sembra averla presa bene a tal punto che subito dopo la sua vittoria gli fece le sue congratulazioni.

Certo, Trump ha chiuso la sede diplomatica palestinese a Washington, ha tolto ogni aiuto, persino agli ospedali, ha regalato il Golan siriano, la Valle del Giordano ad Israele, ha spinto affinché Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Sudan riconoscessero lo stato d’Israele senza nulla in cambio. Ha negato ogni diritto ed esistenza al popolo palestinese, violando le risoluzioni ONU e la legalità internazionale. Ciò che è sicuro è che Biden proseguirà su questa linea.

Negli USA vige il partito unico liberale che vede i democratici essere più progressisti e i repubblicani un po’ più conservatori, ma nulla potrà mai cambiare in politica estera e nell’assetto geopolitico.

(Foto: databaseitalia.it)

 

Gerusalemme/al-Quds-PIC e Quds Press. Mercoledì sera le forze israeliane, IOF, hanno rapito Radwan Amr, direttore del Centro dei manoscritti della moschea di al-Aqsa.

Secondo la famiglia di Amr, le forze di polizia hanno fatto irruzione e hanno saccheggiato la sua casa, situata nel quartiere di al-Thawri, a Gerusalemme est.

La polizia ha anche sequestrato computer, cellulari, carte e libri prima di arrestarlo.

Radwan Amr è un attivista di Gerusalemme noto per aver denunciato le violazioni israeliane a Gerusalemme e nella moschea di al-Aqsa. Sua madre, Zeina Amr, lavora come insegnante presso la Moschea di al-Aqsa e suo padre è un noto accademico ed esperto di affari di Gerusalemme.

La polizia di occupazione israeliana ha recentemente intensificato la sua campagna di persecuzione contro funzionari e dipendenti degli Awqaf islamici – Dipartimento di Beni religiosi islamici – e contro i gerosolimitani attivi nella difesa della moschea di al-Aqsa.

Ramallah-Wafa. Mercoledì, le forze di occupazione israeliane, IOF, hanno imprigionato 15 palestinesi, tra cui un ex ministro, in varie zone della Cisgiordania, secondo quanto riportato dal Palestine Prisoner’s Society (PPS).

Secondo alcune dichiarazioni, le IOF hanno arrestato l’ex ministro degli Affari di Gerusalemme, Khaled Abu Arafeh, dopo che l’intelligence israeliana lo aveva convocato ad Ofer, un noto centro di detenzione ad ovest di Ramallah.

Abu Arefh ha 59 anni e aveva lavorato come ministro degli Affari di Gerusalemme nel marzo 2006, in seguito alla vittoria schiacciante di Hamas alle elezioni politiche. Fu successivamente arrestato durante la retata militare israeliana contro il movimento di Hamas, il 29 giugno 2006 e il suo permesso di soggiorno gerosolimitano fu revocato il 30 giugno dello stesso anno.

Le IOF hanno arrestato un 17enne nelle vicinanze dell’area di preghiera di Bab al-Rahma, all’interno del complesso della moschea di Al-Aqsa, a Gerusalemme. La polizia ha anche convocato quattro officiali di Fatah per interrogarli, dopo aver fatto irruzione nelle loro case a Gerusalemme.

Tre dei quattro officiali sono stati identificati. Si tratta di Nasser Qaws, direttore dell’ufficio PPS a Gerusalemme, Shadi Mtour Segretario generale di Fatah a Gerusalemme e altri due, Ahed al-Risheq e Raed Hijazi.

Nel distretto di Ramallah, il PPS ha confermato che i veicoli militari israeliani hanno fatto irruzione nella città di Kobar, zona nord-ovest della città di Ramallah, perquisendo molte case, mettendole a soqquadro e arrestando cinque palestinesi.

I soldati hanno fatto irruzione nella casa di Raed Zibar, un ex prigioniero palestinese, dopo aver fatto esplodere la sua porta di casa, nel tentativo di catturarlo. Fallita l’operazione, hanno deciso di arrestare la moglie e quattro membri della sua famiglia allargata.

Il PPS ha confermato che i soldati hanno trattenuto altri due palestinesi, inclusa una persona del quartiere di Umm al-Sharayet, della città di al-Bireh.

Nel distretto di Hebron, le forze israeliane hanno fatto irruzione nel campo profughi di al-Fawar, a sud della città, dove hanno fermato tre palestinesi.

È stato inoltre confermato un simile attacco nella città di Sa’ir, nella zona nordest, che ha portato alla detenzione di un’altra persona.

Un altro palestinese, identificato come residente del campo profughi di al-Arroub, è stato arrestato mentre si trovava a Israele. Lo stesso è capitato ad un ex prigioniero palestinese che è stato nuovamente arrestato nel distretto di Jenin.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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