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PIC. Domenica un tribunale israeliano ha emesso una condanna a 10 mesi di carcere contro il giornalista palestinese Hamdallah Mardawi, della città di Hableh, nel sud di Qalqilya.

Il padre di Mardawi ha affermato che la sentenza del tribunale è stata emessa a seguito di diverse udienze e ha spiegato che suo figlio è stato fatto prigioniero il 23 settembre all’incrocio di Allenby (Karama) con la Giordania dopo essere tornato dalla Malesia dove ha conseguito un master in pubbliche relazioni e media.

Ha aggiunto che i servizi segreti israeliani hanno trasferito suo figlio al centro di interrogatorio di Petah Tikva subito dopo il suo arresto al valico e hanno esteso la sua detenzione diverse volte.

Quds Press. Venerdì 6 novembre, una delegazione di rappresentati di 14 stati europei ha visitato un complesso residenziale palestinese distrutto dall’esercito di occupazione israeliano lo scorso martedì, nel nord della Cisgiordania occupata.

Lo ha riferito l’ufficio del rappresentante dell’Unione Europea in Palestina, Sven Kuhn von Burgsdorf, commentando la visita della delegazione ad “Hummus Al-Buqiaa”, un complesso residenziale palestinese ad est della città di Tubas, che è stato distrutto martedì dall’esercito israeliano lasciando senza casa 85 persone.

La delegazione comprende i capi missione e i rappresentanti dei paesi dell’Unione Europea provenienti da Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Svezia e Regno Unito.

Nella dichiarazione, Burgsdorf descrive il provvedimento israeliano come “la più grande demolizione dell’ultimo decennio nell’Area C e in Cisgiordania” osservando che “i tre quarti dei residenti della comunità, compresi 41 bambini, hanno perso la casa”.

Viene inoltre sottolineato che “alcuni degli edifici demoliti (nel complesso residenziale) sono stati finanziati dall’Unione Europea e dai suoi stati membri”.

“Questi tipi di demolizioni hanno un impatto devastante soprattutto sui bambini, sulle donne e sulle famiglie, essendo infatti in palese violazione del diritto internazionale e dei diritti umani fondamentali”, ha affermato Burgsdorf venerdì.

Il rappresentante ha aggiunto che “tali azioni non solo costituiscono una violazione degli obblighi di Israele in quanto potenza occupante, ma sollevano anche parecchi interrogativi sulla reale volontà di Israele di raggiunger la soluzione a due Stati”. Burgsdorf ha inoltre continuato dicendo che “per quanto riguarda le strutture umanitarie finanziate dall’Unione Europea che sono state demolite, smantellate o confiscate da Israele, rinnoviamo l’appello come Unione Europea a restituirle o a risarcirle”. L’uomo ha inoltre esortato “le autorità israeliane a fermare la demolizione degli edifici palestinesi”.

L’Unione Europea, ed i suoi Stati membri, inviano aiuti ai palestinesi dell’area C, territorio che costituisce circa il 61% della Cisgiordania, in conformità col II accordo di Oslo del 1995. Nelle ultime settimane, i rappresentanti dei paesi europei hanno visitato diverse aree e comunità palestinesi che sono state demolite da Israele o minacciate di demolizione.

Dall’inizio di quest’anno, secondo un recente censimento delle Nazioni Unite, le autorità israeliane hanno demolito 689 strutture in Cisgiordania, comprese quelle nella città di Gerusalemme, e di conseguenza 869 palestinesi sono rimasti sfollati.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio

Territori palestinesi occupati – MEMO. Sabato, la Palestina, la Lega Araba, il Qatar e la Giordania hanno condannato fermamente la demolizione da parte di Israele di un villaggio nella Cisgiordania occupata, secondo quanto riferito da Anadolu.

La recente aggressione di Israele è “una palese violazione delle regole del diritto internazionale e degli accordi internazionali”, ha dichiarato all’agenzia di stampa palestinese WAFA l’ambasciatore Saeed Abu Ali, assistente del segretario-generale della Lega araba per la Palestina ed i Territori palestinesi occupati.

“La comunità internazionale deve affrontare questa continua e crescente aggressione israeliana, che non solo prende di mira il popolo palestinese ed i suoi diritti, ma viola anche la volontà della comunità internazionale, le sue carte e le leggi”, ha affermato.

Le forze israeliane hanno fatto irruzione in un villaggio nella Cisgiordania occupata lo scorso martedì, e hanno raso al suolo 11 case appartenenti a 23 famiglie.

In una dichiarazione, il ministero degli Esteri del Qatar ha affermato che la demolizione è “un atto illegale che mira a sfollare i palestinesi e distruggere la loro terra, in grave violazione degli accordi internazionali”.

Il ministero ha sottolineato la necessità che la comunità internazionale “si muova rapidamente per proteggere il popolo palestinese dai pericoli degli sfollamenti forzati in massa, e che ritenga l’occupazione responsabile per queste gravi violazioni”.

Il ministero degli Esteri palestinese ha denunciato le demolizioni di Israele come atti di pulizia etnica per espandere il suo progetto coloniale.

Il ministero ha sollecitato la Corte penale internazionale ad avviare un’indagine contro Israele e a ritenerlo responsabile dei suoi crimini.

Anche il ministero degli Esteri giordano ha fortemente criticato la demolizione e ha invitato la comunità internazionale a fare pressione su Israele per porre fine alle sue aggressioni.

Israele ha occupato i Territori palestinesi, tra cui la Cisgiordania, Gerusalemme Est e la Striscia di Gaza, nel 1967.

Gaza – MEMO. Domenica, il governo israeliano ha approvato la costruzione di una nuova colonia vicino al confine con la Striscia di Gaza, secondo Channel 12 israeliano.

Prima della riunione di gabinetto, il primo ministro Benjamin Netanyahu aveva affermato che il governo avrebbe approvato la costruzione di una nuova colonia vicino a Gaza.

“Questa è una grande notizia per Israele,  è una grande notizia per le comunità nell’area di confine di Gaza”, ha affermato Netanyahu.

Il quotidiano israeliano Yediot Ahronoth ha riferito che la nuova colonia ospiterà circa 500 famiglie e si chiamerà “Hanun”.

Il governo israeliano ha affermato che stanzierà un milione di NIS (296 mila dollari) per lo sviluppo delle infrastrutture nella nuova colonia, che sarà localizzata all’interno dell’area del Consiglio regionale israeliano di Sdot Negev.

Le autorità palestinesi non hanno rilasciato commenti.

La Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, è considerata territorio occupato dal diritto internazionale, rendendo così illegali tutte le colonie israeliane.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Al-Khalil/Hebron – PIC. Domenica mattina, a al-Khalil/Hebron, un giovane palestinese è stato ferito da un proiettile quando le forze d’occupazione israeliane (IOF) hanno aperto il fuoco contro di lui per un presunto tentativo di accoltellamento.

Secondo i media israeliani, i soldati hanno aperto il fuoco contro il giovane e lo hanno ferito alle gambe vicino all’area di Ein el-Delbeh, all’ingresso principale del campo profughi di al-Fawwar, dopo il presunto tentativo di accoltellamento.

Gerusalemme occupata – PIC. Il rabbino estremista Yehuda Glick era tra le decine di coloni che, domenica mattina, hanno invaso la moschea di al-Aqsa, sotto la protezione della polizia.

Secondo fonti locali, 105 coloni sono entrati nella moschea attraverso la Porta di al-Maghariba e hanno visitato i suoi cortili, sotto scorta della polizia.

Secondo quanto riferito, diversi ebrei statunitensi facevano parte del gruppo guidato dal rabbino Glick, e e hanno ascoltato il suo discorso sul presunto “Monte del Tempio”.

La moschea di al-Aqsa è quotidianamente invasa da parte di coloni e forze di polizia, al mattino e al pomeriggio, tranne il venerdì e il sabato.

La polizia israeliana chiude la Porta di al-Maghariba, utilizzata dagli ebrei per entrare nella moschea, alle 10:30, dopo che i coloni hanno completato le loro visite mattutine nel luogo sacro. Più tardi nel pomeriggio, lo stesso cancello viene riaperto per i tour pomeridiani dei coloni.

Mentre i coloni si trovano all’interno della moschea, vengono imposte restrizioni per l’entrata dei fedeli musulmani negli ingressi che conducono alla moschea, e le loro carte d’identità vengono confiscate fino a quando non lasciano il luogo sacro.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Gaza-PCHR (Palestinian Centre for Human Rights).

 Violazioni israeliane dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati. 29 ottobre – 04 novembre 2020.

  • 6 civili palestinesi sono stati feriti, compresi 4 minori, per l’uso eccessivo della forza delle IOF in Cisgiordania.
  • Si riportano 2 attacchi a fuoco contro terreni agricoli e altri 4 contro pescherecci nella Striscia di Gaza orientale e occidentale.
  • In 82 incursioni delle IOF in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est occupata sono stati arrestati 57 civili, fra cui 7 minori, 2 donne e un giornalista.
  • Politica di punizione collettiva: le IOF hanno demolito la casa di famiglia dei Palestinesi imprigionati da Israele.
  • Le IOF hanno demolito 70 case e strutture, sfollando 60 Palestinesi; hanno confiscato trattori e altre proprietà nelle valli del Giordano settentrionale. 
  • Attacchi dei coloni: alberi e pali elettrici tagliati; impianto di irrigazione distrutto a Nablus. 
  • Le IOF hanno stabilito 47 check-point militari temporanei in Cisgiordania dove hanno arrestato 6 civili palestinesi. 

Riassunto.

Le forze dell’occupazione israeliana (IOF) hanno continuato a commettere crimini e violazioni a più livelli contro i civili palestinesi e le loro proprietà, compresi i  raid nelle città palestinesi caratterizzati da uso eccessivo della forza, aggressioni, abusi e attacchi ai civili. Questa settimana, le IOF e la polizia israeliana hanno aggredito diversi civili palestinesi facendo uso eccessivo della forza. Le IOF hanno anche continuato la politica di demolizione, confisca e livellamento di case e proprietà palestinesi per i suoi programmi di espansione degli insediamenti in Cisgiordania.

Kherbet Hemsa al-Foqa, nelle valli del Giordano settentrionale, ha assistito a una campagna di distruzione contro la sua comunità palestinese che ha evacuato decine di civili. Inoltre, i coloni israeliani hanno continuato ad attaccare i contadini palestinesi e i terreni agricoli.

Questa settimana, il PCHR ha documentato 151 violazioni del diritto internazionale, dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario da parte delle IOF e dei coloni nei Territori Palestinesi Occupati. Va sottolineato che le limitazioni, dovute alla pandemia di coronavirus, hanno ridotto la mobilità degli operatori sul campo della PCHR e la possibilità di portare avanti la documentazione; pertanto, le informazioni contenute in questo rapporto sono solo una parte delle continue violazioni delle IOF.

Attacchi a fuoco delle IOF e violazione del diritto all’integrità fisica:

Sei civili palestinesi, fra cui 4 minori, hanno riportato ferite per l’uso eccessivo della forza delle IOF in Cisgiordania: 3 minori, uno dei quali in condizioni critiche, sono stati feriti dopo che le IOF avevano colpito la loro auto a Jenin; un altro minore ha riportato ferite negli scontri a Hebron; altri 2 civili sono stati feriti dalle IOF nella repressione della protesta settimanale di Kafr Qaddum – Qalqilya contro l’espansione degli insediamenti.

Nella Striscia di Gaza, si riportano due attacchi a fuoco delle IOF contro i terreni agricoli a est di Khan Younis; e altri quattro contro pescherecci nel nord del mare di Gaza.

Incursioni delle IOF e arresti di civili palestinesi: le IOF hanno compiuto 82 incursioni in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est occupata. Queste incursioni hanno compreso anche assalti a civili abitazioni e attacchi a fuoco, terrorizzando i civili e attaccando molti di loro. Durante le incursioni di questa settimana, 57 Palestinesi sono stati arrestati, tra cui 7 bambini e 2 donne. A Gaza, le IOF hanno condotto un’incursione a Gaza centro-orientale.

Politica di punizione collettiva:

Le forze di occupazione israeliana continuano a praticare una politica di punizione collettiva contro le famiglie dei Palestinesi accusati di essere coinvolti in atti di resistenza contro le IOF o i coloni. Domenica sera, 1° novembre 2020, le IOF hanno demolito la casa della famiglia di Khalil Abdul Khaliq Mohammed Dwaikat a Rujeib, nel sud-est di Nablus, nella Cisgiordania settentrionale. Dwaikat è attualmente imprigionato da Israele.

Report completo: qui.

Traduzione per InfoPal di Edy Meroli

Salfit-PIC e Quds Press. Venerdì pomeriggio, nei pressi di Salfit, nella Cisgiordania occupata, un colono che guidava ad alta velocità ha investito un ragazzino palestinese, ferendolo.

Secondo fonti locali, il colono ha deliberatamente lanciato la sua auto contro il ragazzo vicino all’incrocio del villaggio di Hares.

Il ragazzino è rimasto ferito ed è stato trasferito in un ospedale per assistenza medica.

Episodi di terrorismo e violenza da parte di coloni contro i palestinesi e le loro proprietà sono all’ordine del giorno in tutta la Cisgiordania.

Gerusalemme-Wafa. Giovedì, le ONG internazionali e le agenzie delle Nazioni Unite hanno invitato le autorità israeliane a proteggere dalle violenze dei coloni gli agricoltori palestinesi che stanno prendendo parte alla raccolta delle olive, a tutelare i loro terreni e a garantire loro il libero e sicuro accesso alle terre.

Nelle prime quattro settimane della stagione (7 ottobre – 2 novembre) l’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha registrato 33 incidenti in cui coloni hanno attaccato gli agricoltori palestinesi o danneggiato i loro alberi o prodotti. Venticinque palestinesi sono stati feriti, più di 1000 alberi di ulivo sono stati bruciati o danneggiati in qualche modo, e grandi quantità di prodotto sono stata rubati.

In alcuni casi, le forze di sicurezza israeliane sono intervenute negli scontri, talvolta sparando lacrimogeni e proiettili di gomma, ferendo i raccoglitori di olive e costringendoli ad abbandonare gli oliveti, secondo quanto riportato da agenzie e ONG in un comunicato stampa.

Così come in passato, le autorità israeliane consentono l’accesso alle terre vicine ad alcuni insediamenti soltanto per 2 o 4 giorni rispetto a tutta la durata della stagione della raccolta, descrivendo tale scelta come necessaria al fine di prevenire frizioni con i coloni. Tale scelta mette a rischio la produttività di olive e mette in pericolo le colture, che vengono vandalizzate in assenza dei proprietari.

Per accedere agli uliveti aldilà del Muro, gli agricoltori devono ottenere un permesso speciale. Negli anni passati, la maggior parte delle richieste venivano respinte per diverse ragioni burocratiche, come l’incapacità di provare di essere il proprietario di un terreno.

In vista della stagione di quest’anno sono state sollevate diverse preoccupazioni alle autorità israeliane sulla diffusione del COVID-19, tra cui gli uffici sovraffollati in cui i palestinesi presentano le richieste di autorizzazione. In risposta, sono stata recentemente annunciate alcune facilitazioni procedurali come la revoca del limite di accessi alle proprie terre aldilà del Muro, che risale al 24 ottobre, 17 giorni dopo l’inizio della stagione, avvenuta solo in seguito ad un’azione legale.

La raccolta annuale di olive è un evento fondamentale per i palestinesi, dal punto di vista economico, sociale e culturale. La violenza dei colonizzatori e le restrizioni di accesso alle terre minano la sicurezza e il benessere di molti, situazione oggi ancora più preoccupante data l’attuale crisi economica causata dall’epidemia.

“Mentre le recenti modifiche sono da ritenersi positive, è necessario fare di più. Le agenzie delle Nazioni Unite e le ONG internazionali hanno richiamato il Governo di Israele affinché rispetti i suoi obblighi, ai sensi del diritto internazionale, quali facilitare l’accesso agli uliveti per i palestinesi, proteggere gli agricoltori e le loro proprietà dalla violenza, dai danneggiamenti e dai furti, assicurare che le forze di sicurezza israeliane proteggano gli agricoltori ed, in ultimo, incriminare i responsabili dei danni/attacchi ai palestinesi”.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio

Ginevra-Wafa. L’organizzazione Euro-Mediterranean Human Rights, con base a Ginevra, ha accolto con favore l’appello dell’UE a Israele affinché interrompa l’attività di demolizione delle strutture palestinesi.

“Appoggiamo vivamente l’appello dell’UE a Israele affinché interrompa l’attività di abbattimento delle strutture palestinesi nei Territori occupati – incluse quelle finanziate dall’UE – poiché il tasso di demolizioni ha raggiunto un livello record quest’anno”, ha affermato l’Euro-Med. “Adesso l’UE deve procedere con azioni concrete ed esercitare un’adeguata pressione sullo stato di occupazione, affinché questo interrompa le gravi violazioni ai danni dei palestinesi”.

Nelle prime ore di giovedì, il portavoce del Servizio europeo per l’azione esterna ha rilasciato una dichiarazione in cui denuncia la demolizione da parte di Israele di più di 70 strutture palestinesi a Khirbet Hamsa al-Foqa, nella valle del Giordano settentrionale. Nella dichiarazione, il portavoce avverte della presenza di 52 scuole palestinesi sotto minaccia di demolizione, e ha richiamato Israele alla “protezione dei bambini, inclusa la garanzia al diritto allo studio in un ambiente scolastico sicuro”. L’UE ha ribadito che, alla luce dell’impatto umanitario che sta avendo la pandemia da coronavirus, Israele dovrebbe fermare qualsiasi azione di demolizione.

“La dichiarazione dell’UE è una positiva presa di coscienza sulla serietà del crescente numero di abbattimenti di strutture palestinesi durante la pandemia”, ha detto Ramy Abdu, presidente dell’Euro-Med Monitor .“Ciò di cui abbiamo bisogno ora è che questa forte posizione si traduca in politiche e azioni significative che mettano fine alle violazioni incontrollate del diritto internazionale da parte di Israele”.

Negli ultimi due mesi, il team dell’Euro-Med Monitor ha condotto un’intensa campagna per spingere l’UE ad assumere una posizione forte contro l’intensificazione e l’accelerazione delle demolizioni nell’Area C della Cisgiordania delle strutture palestinesi e di quelle finanziate dall’UE e dai suoi stati membri, che si trovano sotto il dominio militare israeliano.

A ottobre, l’Euro-Med Monitor ha inviato un promemoria politico ai legislatori dell’UE che descrive nel dettaglio gli attacchi di Israele ai palestinesi nell’Area C e nella Gerusalemme Est. Il promemoria osserva come nonostante la pandemia, e la conseguente crisi economica, Israele abbia aumentato significativamente le demolizioni, incluse quelle di progetti finanziati dall’UE, e come il periodo tra marzo e agosto 2020 abbia avuto il tasso medio più alto di distruzioni degli ultimi quattro anni. “Israele non cerca solo di disincentivare i finanziamenti alla strutture UE, ma mira ad eliminarle del tutto”, ha sottolineato la nota.

In aperta opposizione al pretesto di Israele di demolire le strutture palestinesi poiché “prive di permesso”, l’Euro-Med Monitor ha spiegato, attraverso la documentazione, come Israele non consenta la costruzione e lo sviluppo di qualsiasi tipo di edificio per i palestinesi dell’area C, e nemmeno un collegamento alle reti idriche ed elettriche. “Israele ha reso volutamente quasi impossibile ottenere permessi di costruzione o sviluppo per i palestinesi o internazionali, con il solo 2.3% delle richieste di autorizzazioni edilizie nell’area C approvati dalle autorità di Israele tra il 2009 e il 2012”.

Il promemoria ha inoltre sottolineato che il team di Euro-Med Monitor ha documentato diverse istanze in cui Israele ha demolito e confiscato reti elettriche e attrezzature finanziate dall’UE che erano state installate in coordinamento con l’amministrazione civile israeliana.

Nella nota politica l’Euro-Med Monitor ha raccomandato all’UE l’articolazione di una posizione chiara e consistente sulle demolizioni dei progetti finanziati dall’UE, la richiesta di un risarcimento per i progetti finanziati dall’UE distrutti da Israele e il continuo investimento nello sviluppo palestinese, penalizzando sostanzialmente il governo israeliano quando i progetti finanziati dall’UE sono presi di mira.

“Siamo lieti di vedere che l’UE sta prendendo una così chiara posizione contro le demolizioni delle forze di occupazione. Tuttavia, solo azioni concrete, e non dichiarazioni retoriche, possono fermare le violazioni”, ha concluso Abdu “In qualità di partner commerciale principale, l’UE è moralmente responsabile e politicamente in grado di mettere fine all’assalto di Israele ai diritti palestinesi”.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio

Gerusalemme occupata – PIC. Yvonne Haley, coordinatrice ad interim dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari per i territori palestinesi occupati (OCHA), ha dichiarato giovedì che le autorità d’occupazione israeliane (IOA) hanno demolito 689 strutture in Cisgiordania e a Gerusalemme dall’inizio di quest’anno.

La coordinatrice facente funzione dell’OCHA ha spiegato che le demolizioni avvenute quest’anno sono state le più numerose dal 2016, e hanno causato lo sfollamento di 869 palestinesi.

Haley ha chiesto ad Israele di fermare le demolizioni illegali poco dopo che decine di palestinesi sono rimasti sfollati nella Valle del Giordano.

“Ricordo a tutte le parti che la distruzione massiccia di proprietà e lo sfollamento di persone protette in un’area occupata costituiscono gravi violazioni della Quarta Convenzione di Ginevra”, ha affermato Haley in una dichiarazione.

Ha anche fatto osservare che la vulnerabilità della popolazione sta diventando più complicata con l’inizio dell’inverno e con la pandemia di Covid-19 in corso.

Secondo Haley, le IOA hanno demolito case ed edifici nel villaggio di Humsa al-Buqiʻa, nella Valle del Giordano, provocando lo sfollamento di 73 persone, tra cui 41 bambini.

“Tre quarti della popolazione del villaggio ha perso le proprie case, rendendo questo il più grande […] sfollamento […] in più di quattro anni”, ha spiegato Haley.

L’OCHA ha dichiarato che le agenzie umanitarie hanno visitato il villaggio e registrato la distruzione di 76 edifici, più di qualsiasi altra singola demolizione avvenuta negli ultimi dieci anni. La demolizione di proprietà includeva case, recinti per animali, servizi igienici e pannelli solari che erano essenziali per il sostentamento ed il benessere dei membri della comunità, i cui diritti erano stati violati.

“La mancanza di permessi di costruzione rilasciati dalle IOA è solitamente citata come motivo della demolizione, anche se a causa del sistema di pianificazione restrittivo e discriminatorio, i palestinesi raramente possono ottenere tali permessi”, ha affermato Haley.

Ha aggiunto che le demolizioni sono progettate per costringere i palestinesi a lasciare le loro case.

Haley ha spiegato: “Il villaggio di Humsa al-Baqi’a è uno dei 38 villaggi beduini situati parzialmente o completamente all’interno di un campo dichiarato da Israele come ‘sito di esercitazioni militari’ nella Valle del Giordano. Inoltre, il villaggio è una delle comunità più vulnerabili della Cisgiordania con accesso limitato a istruzione, servizi sanitari, acqua, servizi igienici ed infrastrutture elettriche”.

Nablus – Palestine Chronicle – Venerdì, le forze israeliane hanno brutalmente represso una manifestazione anti-colonie nel villaggio di Beit Dajan, ad est della città di Nablus, ferendo diversi partecipanti, secondo quanto affermato dall’agenzia di stampa palestinese WAFA.

Fonti locali hanno confermato che un gran numero di militari israeliani, scortando un bulldozer, ha fatto irruzione nel villaggio per disperdere i partecipanti alla manifestazione, indetta per difendere la terra di proprietà palestinese minacciata di confisca per fare spazio alla costruzione di colonie.

I soldati israeliani hanno sparato lacrimogeni e granate stordenti contro i partecipanti, facendo sì che molti soffrissero gli effetti dell’inalazione dei gas, e hanno picchiato diversi altri, tra cui Khairi Hannoun.

Hannoun, 61 anni, ha fatto notizia ad agosto dopo che i soldati israeliani lo hanno picchiato e gettato a terra mentre partecipava ad una protesta contro le colonie e la confisca di terre nel villaggio di Shufa, a sud di Tulkarm, mentre un soldato premeva il ginocchio sul suo collo, una scena che ricordava l’evento che ha portato alla morte dell’afroamericano George Floyd, dopo che un agente di polizia ha schiacciato il collo di Floyd con la gamba, mentre lo arrestava il 25 maggio a Minneapolis.

Nel frattempo, i soldati israeliani hanno limitato il movimento palestinese attraverso il checkpoint di Beit Furik, impedendo a più persone di raggiungere Beit Dajan e prendere parte alla manifestazione.

Palestine Chronicle, Quds Press, Wafa e PIC. Maher al-Akhras ha interrotto lo sciopero della fame dopo 103 giorni perché ha raggiunto un accordo con le autorità israeliane, che garantiscono la sua liberazione a fine novembre. Libero o morto, aveva detto: esce libero, con gravi problemi di salute. https://www.palestinechronicle.com/palestinian-prisoner-maher-al-akhras-ends-hunger-strike/?fbclid=IwAR22uJGyhtX3aCyIqcyzjfDB43SY5_LfVzQe6QNAY32zni0O3y4yHtqCAfc

Di Younes Arar. Pulizia etnica di massa. 689 case e strutture palestinesi sono state distrutte dalle forze di occupazione sioniste in tutta la Cisgiordania occupata (compresa Gerusalemme) dal 1° gennaio 2020 al 31 ottobre 2020, ovvero 2,3 case ogni giorno. 

Nablus-Wafa. Venerdì, per il secondo giorno consecutivo, centinaia di coloni israeliani hanno preso d’assalto il sito archeologico di Sebastia, a nord della città di Nablus, secondo quanto riportato da una fonte comunale.

Il sindaco di Sebastia, Mohammad Azzem, ha riferito a WAFA che centinaia di coloni si sono introdotti nel sito sotto la protezione dell’esercito israeliano, che ha dichiarato l’area off-limit per i palestinesi.

Ha aggiunto che il sito è oggetto di attacchi quotidiani dei coloni e di invasioni, in particolare a seguito dell’apertura di un progetto turistico palestinese, noto come Bydar Project, e dell’ostentazione di una grande bandiera palestinese.

Azzem ha anche affermato che Israele ha cercato di costringere il comune a rimuovere un grande pennone palestinese, installato come parte di un progetto di riabilitazione supervisionato dall’UNESCO condotto nella piazza pubblica di Sebastia, nell’area classificata come Area B, con il pretesto che la bandiera provoca i coloni, la cui presenza in città e nel sito rappresenta una provocazione per i residenti palestinesi.

A 11 chilometri a nord-ovest di Nablus, Sebastia è una piccola città storica situata su una collina con vista panoramica sulla Cisgiordania e ha una popolazione di circa 3.000 abitanti.

Un insediamento di primo piano durante l’età del ferro così come nell’era ellenistica e romana, la città comprende un anfiteatro romano, templi, chiese bizantine e crociate, dedicate a San Giovanni il Precursore, che battezzò Gesù Cristo nel fiume Giordano, oltre a una moschea costruita in onore del santo. Cristiani e musulmani credono che la città sia il luogo di sepoltura di Giovanni.

Israele ha tentato di impadronirsi della città, che è diventata un luogo di accesi conflitti culturali, impedendo all’Autorità Palestinese di condurre lavori di restauro nel sito, vietando di fornire servizi turistici ai visitatori di tutto il mondo e rubandone le antichità.

I palestinesi si lamentano del fatto che i coloni israeliani hanno ripetutamente attaccato la città e recintato parti delle sue antichità, dove svolgono rituali religiosi.

I proprietari di ristoranti e hotel denunciano le azioni israeliane nella città, che hanno causato loro gravi danni e perdite.

Israele usa il nome nazionalista ebraico “Giudea e Samaria” per riferirsi alla Cisgiordania occupata per rafforzare le sue pretese fasulle sul territorio e per dare una patina di legittimità storica e religiosa.

Ci sono oltre 700.000 coloni israeliani che vivono in insediamenti coloniali in Cisgiordania e Gerusalemme est.

PIC.Un esperto di diritti umani delle Nazioni Unite ha lanciato un appello per fare pressione sulla comunità internazionale affinché prenda azioni decise nei confronti dell’espansionismo coloniale di Israele nei Territori palestinesi occupati, descrivendo un recente piano di costruzione di 5000 abitazioni come una grave violazione delle leggi internazionali.

“La comunità internazionale deve rispondere di questa grave falla nel diritto internazionale con ben più che semplici critiche”, ha dichiarato in un comunicato stampa Michael Lynk, relatore speciale delle Nazioni Unite per la situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967.

“Mentre gli insediamenti israeliani continuano a divorare la terrea che sarebbe destinata allo stato indipendente di Palestina, la comunità internazionale osserva, a volte basita, ma non agisce”, ha sottolineato Lynk. “È ora che vengano riconosciute delle responsabilità”.

Nell’ultimo annuncio, il governo israeliano rende noto di aver approvato oltre 12.150 insediamenti.

Secondo il gruppo Peace Now, questo sarebbe il più alto numero annuale di approvazioni da parte di Israele dal 2012.

“Anche se Israele può aver accantonato i suoi piani per l’annessione de jure degli insediamenti, lo scorso agosto, sta continuando con l’annessione de facto dei Territori palestinesi attraverso l’espansione senza sosta dei suoi insediamenti”, ha affermato Lynk. “Sia l’annessione de jure che quella de facto dei Territori occupati sono una chiara violazione dello Statuto delle Nazioni Unite e dello Statuto di Roma del 1998. Questa accelerazione della crescita degli insediamenti peggiora una già precaria situazione per ciò che concerne i diritti umani nella zona”.

Lynk ha anche espresso profonda preoccupazione per il fatto che gli Stati Uniti hanno emendato i loro accordi esistenti con Israele, il 27 ottobre, per autorizzare il finanziamento congiunto di progetti nell’area degli insediamenti illegali israeliani. In precedenza, l’accordo permetteva solo il finanziamento di progetti entro i confini pre-1967 di Israele riconosciuti internazionalmente.

“Questi cambiamenti agli accordi bilaterali tra gli USA e Israele sono uno schiaffo alla risoluzione 2334, che richiama tutti gli stati membri a riconoscere l’illegalità degli insediamenti e a distinguere, nei rispettivi rapporti, tra i Territori di Israele e i Territori occupati dal 1967”, ha detto.

“Il diritto internazionale è importante, e se vogliamo evitare la legge del più forte, deve essere rispettato. E se la norma di legge importa, così anche la responsabilità”, ha aggiunto Lynk. “Se il Consiglio di Sicurezza deve parlare con autorità, allora la disobbedienza delle direttive del Consiglio deve avere delle conseguenze”.

Ha inoltre ricordato che nel 2016, l’ex segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, chiese: “Tutto ciò è destinato a far perdere tempo? I palestinesi chiedono ‘siamo destinati a guardare il mondo che continua a dibattere su come dividere la terra, mentre quest’ultima scompare sotto ai nostri occhi?’”.

“Allo stesso tempo le approvazioni delle nuove abitazioni negli insediamenti stanno accelerando; anche la demolizione di case e proprietà palestinesi sta aumentando”, ha detto Lynk.

Secondo l’organizzazione per i diritti umani palestinese al-Haq, 177 proprietà sono state demolite nei mesi di luglio, agosto e settembre, quasi tante quante le 186 distrutte nei primi sei mesi dell’anno.

Secondo, OCHA, l’ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, le 76 strutture di proprietà palestinese distrutte a settembre hanno lasciato senza casa 136 palestinesi colpendo il sostentamento di altre 300 persone.

“La demolizione viola anche la legge internazionale umanitaria e contribuisce alla situazione di oppressione nei Territori occupati”, ha sottolineato Lynk,. “La responsabilità deve essere nei piani. Le produzioni degli insediamenti dovrebbero essere bandite dal commercio internazionale. Accordi esistenti e proposti con Israele dovrebbero essere rivisti. Il database delle Nazioni Unite e le attuali investigazioni da parte della Corte Penale Internazionale dovrebbero essere supportati”.

In almeno sei occasioni, dal 1979, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha dichiarato che gli insediamenti israeliani sono una “palese violazione della legge internazionale” e non hanno validità legale.

Nel 2016, nella risoluzione 2334, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha chiesto che Israele “cessi immediatamente e completamente tutte le attività di insediamento”. Inoltre, nel 2017, il Coordinatore Speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace nel Medio Oriente ha riportato al Consiglio di Sicurezza 14 volte che Israele non ha fatto passi in avanti per adempiere a questo obbligo in conformità con la risoluzione 2334.

Traduzione per InfoPal di Giulia Barbini

MEMO. Dietro i colori brillanti delle verdure palestinesi vendute nei mercati si celano raccapriccianti segreti che, nel 2017, analisi di laboratorio riuscirono a svelare. In particolare, si tratta di due delle principali colture che arrivano sulle tavole dei palestinesi, quelle dei pomodori e dei peperoni. Quell’anno, 20 campioni di entrambe le coltivazioni furono prelevati dalle città della Cisgiordania per essere esaminate nel Laboratory Testing Centre dell’università di Birzeit. Allora, le autorità di regolamentazione promisero di riformare il settore dei pesticidi agricoli e di sviluppare una nuova formula che rendesse loro possibile svolgere dei periodici controlli sugli ortaggi.

Tre anni dopo, nulla è cambiato; né le procedure di controllo, né l’uso casuale di pesticidi. A conferma di ciò, all’inizio del 2020, l’ARIJ ha condotto una serie di test su otto campioni di pomodori e di peperoni provenienti dalle zone settentrionali, centrali e meridionali della Cisgiordania.

I risultati dei test non hanno mostrato alcun miglioramento e la situazione è addirittura peggiorata. Durante il corso di questi tre anni, le indagini hanno svelato che le verdure vendute ai consumatori palestinesi contengono alti livelli di residui di pesticidi agricoli. Questi livelli violano le indicazioni e gli standard del Codex Alimentarius, emesso dall’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (FOA) e dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), e possono essere dannosi per la salute dei consumatori.

Verdure palestinesi: lontano dalla censura.

Una mattina del dicembre 2017, un reporter dell’ARIJ partì da Ramallah verso la parte palestinese della valle del Giordano – conosciuta anche come “il cesto di verdure della Palestina”, dato che fornisce il 60% della verdura prodotta in tutto il Paese. Il clima caldo, il suolo fertile e le risorse d’acqua abbondanti, dovute alla posizione su un importante bacino d’acqua, offrono la possibilità di coltivare la terra durante tutto l’anno.

Muhammad Abu Al-Sheikh, 52 anni, agricoltore del villaggio di Bardala racconta all’ARIJ: “Ti dico la verità, non ho mai visto in tutta la mia vita nessuno del ministero dell’Agricoltura sulla mia terra, né per darmi assistenza, né per prelevare dei campioni da analizzare. Sinceramente…non li ho mai visti. So che il ministero dell’Agricoltura deve venire qui ad ispezionare le colture e monitorare l’uso di pesticidi. Se il Ministero, che è il diretto interessato, non se ne preoccupa, come posso io occuparmene? Loro dovrebbero prelevare dei campioni e controllarli. Se c’è qualcosa che non va, mi possono considerare responsabile”.

Anche Samih Khdeirat ribadisce lo stesso concetto mentre si trova nei campi in cui coltiva peperoni: “Nessuno del ministero dell’Agricoltura si è mai recato qui con lo scopo di controllare o per fornirmi assistenza. Gli agricoltori usano i pesticidi che vogliono e contano sulle conoscenze personali. Per esempio, se utilizzando un determinato pesticida non riusciamo ad eliminare una specifica malattia, ne aumentiamo la quantità utilizzata”.

Secondo gli agricoltori e i venditori ambulanti di verdure non esistono regolamentazioni.

“Nessuno controlla. Non è mai successo che il ministero dell’Agricoltura o qualsiasi altra parte abbia prelevato dei campioni per realizzare dei test”, ha rivelato un venditore all’ARIJ.

La maggior parte dei venditori che abbiamo intervistato si ritiene non responsabile della presenza di qualsiasi materiale o residuo su frutta e verdura. Sono d’accordo nel ritenere come unico responsabile il ministero dell’Agricoltura.

Uno dei venditori del mercato di Al-Fara’a, vicino alla città di Tubas, ha raccontato ad ARIJ: “È il ministero dell’Agricoltura che dovrebbe esaminare e aiutare gli agricoltori. I casi di cancro in aumento sono tutti dovuto ai pesticidi”.

“Il ministero dell’Agricoltura è il responsabile, certo. Il Ministero dovrebbe seguire e monitorare gli agricoltori, cosa piantano e cosa usano sugli ortaggi. Io sono il proprietario di un negozio, non sono lo stato o il ministero e quindi non ho il compito di monitorare la situazione”, ha detto un venditore ambulante di Hizma, nella Gerusalemme Nord.

I risultati di laboratorio dei 29 campioni di pomodori e peperoni prelevati in diverse città della Cisgiordania mostrano che il 72.4% degli ortaggi sono contaminati. Ciò significa che contengono uno o più residui di pesticidi. Il risultato ha inoltre illustrato che il 55.1% include precipitati, ovvero una quantità di pesticidi chimici superiore al limite massimo permesso a livello internazionale dall’OMS.

La percentuale di campioni in cui il residuo di pesticidi è inferiore al limite consentito non supera il 17.2%, solo 5 campioni. I campioni, invece, completamente privi di pesticidi sono solo 8.

I danni causati dagli insetticidi.

George Karzam è un ricercatore e un esperto ambientale che dirige anche l’Unità di studi presso il MA’AN Development Centre. Karzam ritiene che la percentuale dei campioni privi di residui di insetticidi sia molto bassa.

“L’aspetto più inquietante che emerge dai risultati è che ci sono residui di insetticidi ufficialmente banditi a livello internazionale o in Palestina. Per esempio, l’insetticida conosciuto dalla scienza con il nome di “Endosulfan Thionex” è stato bandito a livello globale già da parecchi anni, e i residui di questo pesticida sono stati trovati nei campioni. Inoltre, tutti i campioni contaminati contengono una miscela di composti, il che significa che ne contengono più di uno, magari due, tre o quattro con l’eccezione di un campione. Tutto ciò è estremamente pericoloso; è evidente che si miscelano i composti chimici e gli ingredienti attivi dei pesticidi per aumentarne il grado di tossicità”, ha spiegato Karzam.

Manca una strategia.

Recentemente è stata condotta una ricerca sulle metodologie utilizzate dalla Palestina per stabilire quali siano i pesticidi consentiti e quelli proibiti. È subito emerso che le procedure utilizzate mancano di rigore e di metodologia scientifica. Esistono infatti alcuni pesticidi che sono stati inizialmente proibiti, ed in seguito inseriti nelle liste ufficiali del governo dei prodotti consentiti. Un esempio è l’insetticida “MANCOZEB”. Secondo la delibera n. 14, emessa nel 2011 dal ministero dell’Agricoltura, è vietato l’utilizzo di gruppi di pesticidi con questo nome scientifico e con i principi attivi in essi contenuti.

Ma secondo Karzam il divieto dovrebbe riguardare i principi attivi e non i marchi.

Ad esempio, il MANCOZEB è stato vietato sotto vari marchi ma, dopo il 2011, nonostante il divieto ufficiale, questo gruppo di pesticidi è stato autorizzato. Appaiono, infatti, nella lista dei pesticidi per l’agricoltura il cui uso è permesso nelle aree amministrate dall’Autorità palestinese.

La stessa situazione si è verificata con il Chlorfenapyr, un insetticida noto anche con il nome commerciale di “Berat”, che è stato bandito con la stessa risoluzione di legge del 2011. L’insetticida è stato vietato sotto il nome commerciale ma l’elenco ufficiale del governo del 2016-2017 ne consente l’utilizzo.

Karzam ha spiegato all’ARIJ che “talvolta viene vietato l’utilizzo di un pesticida con un certo marchio, ma è consentito l’uso di altri pesticidi con gli stessi principi attivi. È un vero e proprio insulto all’intelligenza delle persone. Ciò che si dovrebbe fare è definire, attraverso un metodo scientifico, quali pesticidi bandire e quali consentire”. 

Scambio di accusa tra autorità.

La responsabilità di ispezionare le colture agricole nei campi e nei negozi sfugge ai controlli a causa del conflitto tra il ministero dell’Agricoltura e quello della Salute. Il ministero dell’Agricoltura ha solo 13 ispettori in Cisgiordania e il loro ruolo è limitato al monitoraggio dei negozi di pesticidi e al controllo dei processi di autorizzazione e di importazione, non coprendo quindi il monitoraggio dei prodotti agricoli una volta che lasciano le aziende.

Questo significa che la verdura e la frutta venduta ai consumatori palestinesi non è soggetta a nessun tipo di controllo. Gli ortaggi sono infatti raccolti nei campi, trasportati nei negozi e in seguito venduti ai consumatori senza alcuna regolamentazione, e questo espone le persone a malattie che si manifestano spesso nel lungo periodo.

Il portavoce e direttore del dipartimento pesticidi del ministero dell’Agricoltura, Abdel-Jawad Sultan, ha detto che il compito del ministero termina con i controlli nei campi. Sultan attribuisce la responsabilità di ispezionare e assicurarsi che i prodotti agricoli siano privi di residui di pesticidi al ministero della Salute.

“Gli ortaggi sono prodotti agricoli e la nostra responsabilità termina dopo che il raccolto lascia le aziende agricole. È qui che interviene il ministero della Salute, il quale ha il compito di ispezionare il prodotto, poiché il potere di controllare bancarelle e negozi è di sua competenza”, ha detto Abdel all’ARIJ.

Il ministero della Salute, a sua volta, affida la responsabilità di esaminare i residui di pesticidi al ministero dell’Agricoltura.

Ibrahim Attia è stato direttore della Salute ambientale fino alla sua morte, nel marzo di quest’anno. L’uomo sottolineava che la responsabilità del mSnistero della salute è limitata ai prodotti agricoli che sono passati alle fasi di lavorazione e di confezionamento. Come esempi citava il timo dopo che è stato macinato e i pomodori una volta cotti e trasformati in concentrato di pomodoro.

Mentre i ministeri della Salute e dell’Agricoltura continuano a non essere d’accordo su chi sia il responsabile, l’amministrazione generale del dipartimento per la protezione dei consumatori presso il ministero dell’Economia nazionale afferma che lo status quo non raggiunge lo stato di disciplina di mercato nella produzione agricola. Quanto detto descrive la realtà, poiché vi è una mancanza di chiarezza nella divisione dei poteri tra le due autorità.

Secondo il direttore della protezione dei consumatori, Ibrahim Al-Qadi, esiste una strategia palestinese per la sicurezza alimentare preparata dai ministeri della Salute, dell’Agricoltura e dell’Economia per controllare i prodotti animali e agricoli.

L’uomo ha aggiunto che la responsabilità del ministero dell’Agricoltura si estende dall’azienda agricola al mercato, dall’agricoltore al consumatore. Secondo il direttore del dipartimento per la tutela dei consumatori, Ibrahim Al-Qadi, quello che manca è un accordo tra i ministeri.

Il dottor Aqil Abu-Qare ‘, un ricercatore nel campo dei pesticidi, è rimasto inorridito dagli inquinanti chimici trovati nei pomodori e nei peperoni esaminati, soprattutto perché alcuni contengono pesticidi vietati in Palestina. Ma ciò che lo preoccupa di più, è la presenza di più di un pesticida in ogni campione, che porta ad un aumento della tossicità.

“Ci sono danni a breve termine prodotti dalla tossicità dei pesticidi che compaiono con sintomi come la nausea. Se però la concentrazione è alta, possono portare anche alla paralisi o alla morte”.

“Le conseguenze dell’esposizione del corpo umano a piccole quantità di sostante tossiche compaiono nel lungo periodo e comportano gravi rischi”, e aggiunge, “Il più significativo di questi è il cancro, che è la seconda causa di morte in Palestina”.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità mette in allerta anche su un’altra tematica: “I pesticidi sono tra le principali cause di morte per auto-avvelenamento, soprattutto nei paesi a basso e medio reddito”.

“Poiché i pesticidi sono tossici per la natura e si diffondono lentamente nell’ambiente, la loro produzione, distribuzione e utilizzo richiedono una regolamentazione e un controllo rigorosi. Inoltre, è necessario il monitoraggio regolare dei residui di pesticidi negli alimenti e nell’ambiente”.

“L’utilizzo di grandi quantità di pesticidi può causare l’avvelenamento ed effetti collaterali a lungo termine sulla salute, inclusi tumori e danni all’apparato riproduttore”.

L’uso di pesticidi in Palestina non influenza negativamente solo i consumatori, ma anche gli agricoltori e i proprietari di bancarelle del mercato che mettono a rischio la propria salute poiché continuamente esposti a queste sostanze chimiche dannose e potenzialmente mortali.

La continua confusione a livello ministeriale non lascia ben sperare in un possibile cambiamento della situazione corrente.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio

Colorado, USA – Palestine Chronicle. La candidata del partito democratico Iman Jodeh è stata scelta come membro del Congresso della Camera dei Rappresentanti del Colorado, vincendo dal candidato repubblicano Robert Andrews nelle urne.

Commentando la notizia su Twitter, Jodeh ha scritto: “Ce l’abbiamo fatta! Mi sono candidata per rendere [lo] #AmericanDream una realtà per tutti. Sono un’orgogliosa #Muslim, #PalestinianAmerican e #firstgeneration American. E sono orgogliosa di poter rappresentare le mie comunità e le persone di #hd41 nella legislatura dello stato del #Colorado! Adesso mettiamoci al lavoro”.

Uno dei suoi sostenitori ha scritto su Twitter: “Iman Jodeh, una democratica nel distretto 41 del Colorado, sarà il primo legislatore statale musulmano nella storia dello stato”.

Jodeh è nata in Colorado da due genitori palestinesi immigrati negli Stati Uniti nel 1974. Ha conseguito un master in amministrazione generale.

La palestino-statunitense Rashida Tlaib è stata rieletta nel Michigan, mentre la parlamentare musulmana progressista Ilhan Omar ha riconquistato la sua posizione in Minnesota.

Ramallah – WAFA. Il presidente Mahmoud Abbas ha lodato il coraggio del giovane palestinese Osama Joda, che ha contribuito a salvare la vita di un poliziotto austriaco ferito sul luogo di un attentato terroristico a Vienna, avvenuto all’inizio di questa settimana, e gli ha conferito una medaglia in riconoscimento del suo coraggio .

“Ci rendi orgogliosi mentre diciamo al mondo che è questo il popolo palestinese che combatte il terrorismo e protegge le persone. Perciò, abbiamo deciso di conferirti una medaglia in riconoscimento del tuo coraggio”, ha affermato il presidente a Joda, che ha ricevuto gli onori all’ambasciata palestinese In Austria.

Il padre di Joda, Khalid, ringrazia il presidente per questo riconoscimento, descrivendola come il miglior regalo ed omaggio a suo figlio.

Joda, 23 anni, immigrato, stava lavorando in un ristorante vicino al luogo dell’attacco quando il terrorista ha sparato ad un agente di polizia. Joda si è precipitato pea trascinare l’agente nel ristorante e ha aiutato a fermare l’emorragia dalla ferita, prima di spostarlo su un’ambulanza, mentre continuava la sparatoria.

Joda ha anche ricevuto la medaglia d’oro della polizia austriaca.

Ramallah – WAFA. Giovedì, Riyad Malki, ministro degli Affari esteri e degli espatriati, ha accolto il voto a favore di sei risoluzioni per la Palestina durante il Quarto Comitato dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il comitato politico speciale e per la decolonizzazione, considerando il voto una chiara indicazione della posizione del comunità internazionale a favore dei diritti del popolo palestinese e dei rifugiati.

Le risoluzioni includevano:

1- Operazioni UNRWA: 151 voti a favore e 5 contrari, con 9 paesi astenuti.

2- Assistenza ai profughi palestinesi, con 153 voti a favore, 2 contrari e 12 paesi astenuti.

3- Le proprietà dei profughi palestinesi e le loro entrate, con 151 voti a favore, 6 contrari e 8 astenuti.

4- Colonie israeliane nei territori palestinesi occupati, inclusa Gerusalemme Est ed il Golan siriano occupato, 142 voti a favore, 7 contrari e 14 sono astenuti.

5- Le pratiche israeliane che influenzano i diritti umani del popolo palestinese nei territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est, 138 hanno votato a favore, 9 contro e 16 si sono astenuti.

6- Lavoro del comitato speciale per indagare sulle pratiche israeliane: 72 hanno votato a favore, 13 contro, e 76 stati si sono astenuti.

Malki ha sottolineato l’importanza di queste risoluzioni e della loro adozione da parte dell’Assemblea Generale, che indica il sostegno ai diritti legittimi del popolo palestinese, in particolare il loro diritto all’autodeterminazione, al ritorno dei rifugiati sulla base  UNRWA per i rifugiati palestinesi.

Ha ringraziato i paesi che hanno votato a favore di queste risoluzioni, compresi gli Stati membri dell’Unione Europea, e ha invitato i paesi che si sono opposti alle risoluzioni e quelli che hanno fatt0 marcia indietro a rispettare il diritto internazionale.

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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