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E.I. Sei anni sono una considerevole quantità di tempo. Tuttavia, quando si tratta dell’ultimo importante attacco militare israeliano a Gaza, sembra sia passato non più di un sol giorno. Questi sei anni trascorsi non sono infatti in grado di cancellare dalla mia memoria nemmeno il più minuscolo dei dettagli.

Ovviamente, è il dolore che più di tutti si fa sentire. Ma non tanto per le morti più terribili, anche se il loro ricordo è marchiato per sempre dentro di me. È il dolore di tutti coloro che sono stati abbandonati, che mi ritorna continuamente alla mente.

Ed oggi, quel che mi tocca maggiormente è il sacrifico di queste persone che per sopravvivere si adattano a tutto, si adattano a situazioni in cui i bambini sono costretti a crescere troppo in fretta, in cui le promesse fatte alle famiglie sulle indennità non vengono mantenute ed in cui le restrizioni a causa del Coronavirus colpiscono di nuovo, e duramente.

Nel 2014 ho lavorato al quotidiano locale al-Resala. Il nostro turno di emergenza è stato pesate in quei giorni, tra tre giorni in ufficio e 12 ore a casa. Quel turno è durato per i 51 giorni dell’offensiva israeliana.

Dopo il quinto giorno di attacchi, il 12 luglio, stavo tornando a casa dopo un turno lungo e stancante. Era quasi mezzanotte quando un’esplosione ha sconvolto il nostro quartiere.

Sono corso fuori per vedere da dove provenisse lo scoppio e ho notato del fumo dalla casa di un amico, Bilal Qandil. Quella sarebbe stata la prima volta che assistevo con i miei occhi ad un massacro, non da uno schermo o sentendone parlare in un’intervista.

Ho visto cinque corpi distrutti nel giardino della casa di Qandil vicino ad un tavolo sventrato, una teiera ed un mazzo di carte, tutto coperto di sangue. Ancora oggi non riesco a capire che cosa abbiamo fatto di male queste persone per essere uccise con tanta brutalità mentre giocavano a carte nel loro cortile.

Promesse non mantenute.

Tra le vittime c’è Husam al-Razayna che lavorava in un’officina di riparazione di motociclette. L’officina era l’unica fonte di reddito di Husam, sua moglie e i suoi nove figli. Il più giovane aveva solo due settimane quando Husam è stato ucciso. Il più grande, Deeb, è stato costretto a prendere le redini della famiglia e a farsi carico di tutte le spese. Ma quando l’offensiva israeliana terminò, non c’era lavoro e le famiglie non avevano alcun reddito.

“Mio padre ci ha lasciati senza niente. I suoi guadagni erano legati solo al lavoro. Non aveva nulla da lasciarci. All’inizio abbiamo dovuto fare affidamento sull’assistenza finanziaria e alimentare” ha confessato Deeb al The Electronic Intifada. La famiglia sperava che la loro situazione finanziaria migliorasse una volta che l’Autorità Palestinese avesse iniziato a pagare le indennità alle famiglie che avevano perso un parente durante le aggressioni.

Per decenni l’Organizzazione per la liberazione della Palestina, in seguito AP, ed ora nuovamente la PLO, hanno offerto supporto finanziario alle famiglie di coloro che venivano imprigionati, feriti o uccisi da Israele.

Israele ha cercato di descrivere tale pratica come una ricompensa per la violenza, argomento che ha guadagnato grande sostegno negli Stati Uniti, in particolare.

Tra i palestinesi invece la questione non è per nulla controversa. Molti tra coloro che hanno conosciuto direttamente l’offesa israeliana, hanno perso la principale fonte di sostentamento e l’indennità che gli viene conferita è vista semplicemente come una sicurezza sociale per una popolazione assediata che vive sotto occupazione militare.

Secondo vari gruppi di difesa delle famiglie vittime di lutto nel 2014, l’Autorità palestinese ha promesso un sostegno di circa 400 dollari al mese per ogni famiglia, sebbene non ci sia mai stato un annuncio formale.

Ma sei anni sono passati e l’assistenza non si è mai concretizzata.

Nonostante i ripetuti tentativi, l’ANP non ha voluto commentare il motivo di questo lungo ritardo.

In tutto, circa 900 famiglie hanno perso il loro principale capofamiglia durante l’attacco di Israele nel 2014, secondo Alaa al-Barawy del comitato delle famiglie dei martiri di Gaza, un’organizzazione no-profit che sostiene le famiglie che hanno perso i parenti durante il conflitto.

Circa 1.850 famiglie avrebbero dovuto avere diritto all’assistenza.

Un anno dopo la morte di Husam, fu chiaro a Deeb che qualsiasi desiderio di istruzione, andava accantonato.

Deeb stava studiando alla al-Quds Open University per diventare un’insegnante, ma ha sospeso gli studi. Ha invece cercato la vecchia bottega di suo padre ed ha iniziato a lavorare là. Con un guadagno di soli 8 dollari al giorno, provvede alla sua famiglia.

“Ho pensato che avrei sospeso temporaneamente i miei studi fino a quando non avessimo iniziato a ricevere l’indennità mensile dal governo”, ha detto Deeb a The Electronic Intifada. “Ovviamente i soldi che stavo guadagnando non erano sufficienti per fare entrambe le cose, sostentare la mia famiglia e studiare.”

La madre di Deeb, Mirvar, ha detto che è sempre stata contraria al fatto che suo figlio interrompesse gli studi ma si rese conto che c’era poca scelta.

“Se suo padre fosse ancora vivo, a quest’ora si sarebbe laureato.”

Non deboli ma indifesi.

Deeb ha continuato a lavorare nell’officina di motociclette fino a quando il governo di Gaza non ha imposto le restrizioni sull’epidemia di COVID-19. Ad eccezione di una breve tregua durante l’estate, quando il blocco è stato allentato, l’officina è stata chiusa e la famiglia è tornata a non avere alcuna fonte di reddito.

Il mese scorso, Deeb ha cercato di uccidersi. La sera prima, aveva trascorso una serata cercando di consolare i suoi fratelli più piccoli che piangevano dalla fame.

“Non potevo più vederli andare a dormire a stomaco vuoto. Mi sono sentito in trappola e ho perso la speranza di migliorare la mia situazione “.

Deeb stava per darsi fuoco ma, all’ultimo momento, mentre si stava versando del carburante addosso, uno zio e alcuni vicini sono intervenuti per fermarlo.

“Se l’Autorità Palestinese avesse pagato le indennità di mio padre, la mia vita avrebbe preso una svolta diversa”, ha detto Deeb. “Non sono debole, ma mi sento impotente.”

Secondo Sami al-Amassi, capo della Federazione generale dei sindacati a Gaza, circa 160.000 lavoratori occasionali sono stati danneggiata dai blocchi a Gaza, per aver perso completamente il lavoro o per aver perso le uniche fonti di reddito per periodi di tempo significativi.

“Questa è una vera tragedia umana”, ha detto al-Amassi a The Electronic Intifada. “Ci dovrebbe essere un sostegno specifico per queste famiglie”.

La storia di Deeb mi ha fatto interessare ad un’altra famiglia che ha perso alcuni parenti in quel massacro nel nostro quartiere sei anni fa.

Reem Qandil, 41 anni, ha perso il marito Yousef e il figlio maggiore Anas, che all’epoca aveva 17 anni.

Yousef, un operaio edile, era l’unico che manteneva economicamente la famiglia. Reem aveva poca fiducia nell’ANP e si rese presto conto che sarebbe spettato a lei dar da mangiare ai suoi cinque figli sopravvissuti. Per questo, ha iniziato a cucinare dolci su ordine e a venderli fuori casa.

“Non guadagno molto, ma almeno posso sfamare la mia famiglia e non faccio affidamento sull’assistenza”, ha detto Reem a The Electronic Intifada.

Purtroppo, le restrizioni COVID l’hanno colpita molto duramente. La richiesta di dolci è diminuita e qualsiasi celebrazione o festa per cui avrebbe potuto aspettarsi grandi ordini, come compleanni o matrimoni, è fuori discussione.

In un clima di questo tipo, ha detto Qandil, può capire quanto sia disperato Deeb.

“Non sono rimasta sorpresa quando Deeb ha cercato di uccidersi. Da quando ho perso mio marito, nessuno mi sta aiutando. Il fardello è troppo grande da sopportare”.

Proteste vane.

Prima della pandemia di coronavirus, Qandil era solita protestare ogni settimana insieme a centinaia di famiglie davanti all’ufficio dell’OLP, affinché le famiglie delle vittime del conflitto ricevessero gli indennizzi promessi.

Ma non è stato ottenuto nulla con le proteste e Intissar al-Wazir, ex ministro degli affari sociali dell’Autorità Palestinese, una figura di spicco dell’OLP, la prima donna membro di Fatah e ora il capo della fondazione delle famiglie dei martiri, ha detto che non sa spiegare perché gli indennizzi non sono stati pagati.

“Abbiamo preparato lunghi elenchi di famiglie di martiri e li abbiamo presentati alla presidenza”, ha detto a The Electronic Intifada. “Fino ad ora non abbiamo ricevuto alcuna risposta. Solo promesse. “

Mustafa al-Sawaf, ex redattore del quotidiano Falasteen, quotidiano affiliato ad Hamas e attento osservatore dei movimenti politici islamisti, ritiene che il blocco dei pagamenti delle indennità sia di natura politica.

“Non c’è giustificazione per tale procrastinazione”, ha detto a The Electronic Intifada. “Questo fa parte delle misure punitive dell’Autorità palestinese contro Gaza che risalgono al 2017”.

Nel 2017, l’Autorità palestinese ha imposto una serie di tagli di budget per Gaza, incluso il taglio degli stipendi degli ex dipendenti dell’Autorità palestinese e la fine dei finanziamenti per pagare l’elettricità. L’Autorità palestinese si è difesa dicendo che stava semplicemente rispondendo alle pressioni di bilancio, ma a Gaza è stata vista come una misura punitiva contro Hamas.

Alaa al-Barawy vede il rifiuto di pagare gli assegni alle famiglie come un’altra conseguenza della divisione palestinese tra l’Autorità palestinese della Cisgiordania dominata da Fatah e Hamas, che controlla la Striscia di Gaza.

“Abbiamo chiesto più e più volte che questo problema fosse separato dalla politica”, ha detto al-Barawy.

Per Deeb è una questione di sopravvivenza. “Spero che l’Autorità palestinese riconsideri la nostra situazione, almeno in tempo di COVID. Non so per quanto tempo potrò ancora andare avanti così “.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio

Valle del Giordano – MEMO. Martedì, i bulldozer militari israeliani hanno demolito 11 case nella parte nord-orientale della Cisgiordania occupata, per “mancanza di permessi di costruzione”.

Moataz Bisharat, funzionario palestinese responsabile del monitoraggio dell’attività coloniali nella Valle del Giordano, ha dichiarato all’Agenzia Anadolu che una forza israeliana aveva fatto irruzione “nella comunità beduina di Hamsa, ad est della cittadina di Tubas, e lì aveva demolito le case palestinesi”.

Ha aggiunto che la comunità era abitata da “23 famiglie palestinesi che vivevano in case di lamiera ondulata”.

Il capo del consiglio del villaggio di Ibziq, nella regione della Valle del Giordano, Abdul Majid Khdeirat, ha dichiarato all’agenzia che l’esercito israeliano ha sequestrato trattori agricoli, pannelli solari e serbatoi d’acqua dal villaggio.

I residenti palestinesi nella regione della Valle del Giordano sono continuamente soggetti alla demolizione delle loro case e al sequestro delle loro proprietà da parte dell’esercito israeliano. La regione di 1,6 milioni di dunum ospita attualmente circa 13 mila israeliani in 38 colonie e circa 65 mila palestinesi sparsi in 34 comunità.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha recentemente annunciato che il suo governo avrebbe annesso vaste aree della Cisgiordania, compresa la Valle del Giordano.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

PIC. Questo martedì, l’ufficio informazioni dei prigionieri palestinesi ha annunciato che il numero di prigionieri positivi al coronavirus nella prigione israeliana di Gilboa ha raggiunto gli 81 casi, e che la percentuale è destinata a crescere nelle successive ore e giorni.

L’ufficio ha fatto sapere che il Servizio carcerario israeliano (IPS) ha chiuso la prigione e ha cancellato tutte le visite, dopo aver scoperto 70 nuovi casi positivi su 79 tamponi effettuati.

Secondo quanto rivelato dall’ufficio informazioni, l’IPS trasferirà i detenuti non infetti dalla prigione di Gilboa ad un’altra prigione, per un periodo di circa 14 giorni.

I 68 prigionieri positivi al Covid-19 fanno parte della sezione 3, mentre gli altri due fanno parte della sezione 1.

L’autorità per gli affari dei prigionieri e degli ex-prigionieri ha riferito, questo lunedì, che un leader di Hamas, Abbas Al-Sayed, è stato trovato positivo al Coronavirus.

Al-Sayed è un militare e leader politico, uno dei più importanti leader politici del Movimento per la resistenza islamica, e uno tra i più importanti simboli del Movimento prigioniero palestinese.

In una dichiarazione stampa, le autorità hanno affermato che i prigionieri nelle carceri di Gilboa, Ramon e Nafha avvieranno delle misure contro l’IPS, a seguito della diffusione del coronavirus nella sezione 3 della prigione.

L’autorità ha inoltre aggiunto che l’IPS è stata volutamente negligente e incurante della salute dei prigionieri sin dall’inizio dell’epidemia.

Nelle carceri di Gilboa sono detenute 360 persone in quattro diverse sezioni, e nella sezione 3 si contano 90 prigionieri.

L’ufficio informazione ha affermato che nella prigione d’occupazione si respira un clima di forte rabbia, in conseguenza alle negligenze dell’IPS nell’adottare misure per proteggere i prigionieri dal Covid-19.

Anche i trasferimenti dei prigionieri sono motivo di forte preoccupazione, in quanto possibile fonte di nuovi contagi. L’ultimo trasferimento è avvenuto mercoledì scorso, quando l’IPS ha preso d’assalto Gilboa ed ha spostato diversi prigionieri in altre prigioni.

I detenuti chiedono di essere sottoposti tutti al tampone e che la qualità ed il livello dei servizi sanitari nelle cliniche delle prigioni venga migliorato.

I prigionieri palestinesi vivono in condizioni detentive difficili, in luoghi privi dei requisiti igienico-sanitari minimi e senza menzionare il grande problema del sovraffollamento.

Fin dall’inizio della pandemia, le autorità di occupazione hanno violato i diritti dei prigionieri, ad esempio ritirando 140 articoli venduti all’interno della mensa delle prigioni, inclusi detergenti e sterilizzatori. In conclusione, mancando le misure preventive anti-Covid, la diffusione del virus tra i prigionieri è in aumento.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio

Betlemme – PIC. Mercoledì, le autorità d’occupazione israeliane (IOA) hanno consegnato un ordine ad un cittadino palestinese per abbandonare la sua terra a sud-est di Betlemme.

Hassan Brijieh, direttore dell’Ufficio del Muro dell’Apartheid e dell’autorità di resistenza alle colonie, ha dichiarato alla stampa che l’IOA ha notificato Youssef Rayan per abbandonare i suoi terreni agricoli nell’area delle mandorle di Khalayel, sostenendo che si trattava di terra di stato. La terra di Rayan è stimata in decine di dunum e coltivata con ulivi.

Brijieh ha aggiunto che questa escalation dell’occupazione arriva nel contesto delle restrizioni sui cittadini palestinesi. Le aree di Khalil al-Luz, Khallet al-Qatun e Khallet al-Nahla sono le più prese di mira dall’IOA e sono adiacenti alle colonie di Efrat e Tekoa, ha aggiunto.

Gerusalemme occupata – PIC. Mercoledì mattina, decine di coloni, scortati dalle forze di polizia, hanno invaso i cortili di al-Aqsa.

Secondo fonti locali, 72 coloni, inclusi rabbini e studenti di istituti ebraici, sono entrati nella moschea in gruppi attraverso la Porta di al-Maghariba e hanno visitato i suoi cortili sotto la protezione della polizia.

La moschea è esposta all’invasione quotidiana da parte di coloni e forze di polizia al mattino e al pomeriggio, tranne il venerdì ed il sabato.

La polizia israeliana chiude la Porta di al-Maghariba, che viene utilizzata dagli ebrei per entrare nella moschea, alle 10:30, dopo che i coloni hanno completato le loro visite mattutine al luogo sacro. Più tardi nel pomeriggio, lo stesso cancello viene riaperto per i tour serali dei coloni.

Durante la presenza dei coloni all’interno del complesso della moschea, vengono imposte restrizioni all’entrata dei fedeli musulmani negli ingressi che conducono alla moschea, e le loro carte d’identità vengono confiscate fino a quando non lasciano il luogo sacro.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Wafa. Mercoledì le forze israeliane (IOF) hanno ucciso un palestinese, Bilal Adnan Rawajbeh, 29 anni, di Iraq Tayeh, a est di Nablus, mentre si trovava vicino al checkpoint militare di Huwara, a sud della città di Nablus, secondo fonti e testimoni locali.

Le fonti hanno confermato che le forze israeliane hanno sparato a bruciapelo a un palestinese alla guida di una Hyundai bianca vicino al checkpoint, uccidendolo.

Il palestinese era consulente legale con il grado di capitano delle Forze di sicurezza preventive, uno dei servizi di sicurezza dell’Autorità palestinese.

Rawajbeh è stato lasciato morire dissanguato dai soldati israeliani che hanno chiuso il checkpoint in entrambe le direzioni e hanno impedito ai medici palestinesi di avvicinarsi alla scena.

L’esercito israeliano ha dichiarato in una nota di aver “sventato” quello che ha descritto come un tentativo di attacco armato “neutralizzando l’aggressore”, e ha aggiunto che nessun soldato è rimasto ferito.

Jenin-PIC. Due cittadini palestinesi sono rimasti feriti, martedì sera, quando un’orda di coloni li ha attaccati su una strada vicino alla cittadina di Silat ad-Dhahr, a sud di Jenin, nella Cisgiordania occupata.

Secondo testimoni oculari, un gruppo di coloni si è riunito vicino alla città di Silat ad-Dhahr e ha lanciato pietre contro i veicoli palestinesi che viaggiavano sulla strada Jenin-Nablus.

I coloni hanno anche attaccato due conducenti identificati come Mustafa Ghawadreh e Fathi Abu Ali dopo aver causato notevoli danni alle loro auto.

Secondo quanto riferito, i due autisti hanno riportato ferite e sono stati portati all’ospedale “Martire Khalil Suleiman” di Jenin.

Territori palestinesi occupati- MEMO. Mentre il detenuto palestinese Maher al-Akhras ha raggiunto i 101 giorni di sciopero della fame, i gruppi per i diritti umani hanno chiesto all’UE e alle Nazioni Unite di fare pressione su Israele affinché lo rilasci.

In una lettera all’Alto rappresentante per la politica estera dell’UE e al Segretario generale delle Nazioni Unite, l’Organizzazione araba per i diritti umani nel Regno Unito (AOHR) ha affermato che il tempo sta per scadere e la comunità internazionale deve fare pressione su Israele affinché risponda le sue giuste richieste e lo rilasci immediatamente.

Maher al-Akhras, 49 anni, è di Jenin, nel nord della Cisgiordania occupata. È trattenuto dal 27 luglio ai sensi di un ordine di detenzione amministrativa senza né accusa né processo. Ha iniziato lo sciopero della fame come forma di protesta contro la sua continua detenzione.

Dopo che la sua salute è peggiorata, è stato trasferito dalla prigione di Ofer all’ospedale Kaplan, nella città israeliana di Rehovot, dove beve acqua ma ha rifiutato cibo solido, secondo quanto spiegato dalla sua famiglia.

I medici hanno già rilevato danni a diversi organi del corpo del prigioniero palestinese, come reni, fegato e cuore, aggiungendo che ha iniziato anche ad aver problemi di udito e di verbalizzazione delle parole.

Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) ha avvertito che il detenuto palestinese sta entrando in una “fase critica” dal punto di vista medico.

Israele ha finora respinto tutte le richieste di rilascio di al-Akhras e insiste sul fatto che deve completare la sua attuale detenzione amministrativa.

Nelle sue lettere, AOHR UK ha sottolineato che Al-Akhras sta esercitando i diritti garantiti dal diritto internazionale.

Ci sono circa 5.000 palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, 350 dei quali in detenzione amministrativa. I funzionari israeliani affermano che la detenzione senza processo a volte è necessaria per proteggere le identità degli agenti sotto copertura.

 

PIC. Nonostante manchino ancora due mesi alla fine dell’anno, il 2020 – con un numero record di demolizioni israeliane a Gerusalemme Est – ha già superato gli anni precedenti. Così ha affermato Ir Amin, un gruppo di attivisti israeliani, in un rapporto pubblicato di recente.

“Questa settimana, le autorità israeliane hanno effettuato diverse demolizioni a Gerusalemme est portando il numero totale di unità abitative distrutte dall’inizio dell’anno a 125. Pertanto, a due mesi dalla sua fine, il 2020 risulta essere l’anno peggiore in termini di demolizione di unità abitative. In precedenza, il 2016 era stato l’anno con il più alto numero di unità abitative demolite a Gerusalemme Est (123)”.

“Insieme alle 125 unità abitative, altre 64 unità (negozi, magazzini ecc.) sono state demolite”, ha osservato l’organizzazione israeliana.

Secondo il rapporto “questo numero record di demolizioni di case è stato raggiunto nonostante le autorità israeliane abbiano congelato le demolizioni per tre mesi durante il 2020. Il congelamento è avvenuto solo dopo le persistenti richieste delle organizzazioni per i diritti umani, che hanno sottolineato il rischio significativo che le famiglie sfollate stavano correndo a causa della crisi del COVID19”.

“Il congelamento delle demolizioni è avvenuto durante i due periodi di lockdown avuti in Israele: dal 24 marzo al 25 maggio e dal 18 settembre al 18 ottobre. Tuttavia, il numero record di demolizioni dimostra che le autorità israeliane hanno scelto di non prendere le misure necessarie per evitare che le famiglie perdessero le proprie case durante la pandemia”.

“La ragione principale del picco di demolizioni è l’emanazione dell’emendamento 116 della Legge sulla pianificazione e l’edilizia che ha portato al numero senza precedenti di 84 unità abitative (e altre 30 unità), su 125, auto-demolite dalle famiglie che le possedevano”.

“L’emendamento 116 aumenta le sanzioni contro la costruzione non autorizzata e limita anche la capacità della Corte di intervenire per conto delle famiglie che cercano di legalizzare le proprie case. La modifica è entrata in vigore alla fine del 2018. Successivamente il 2019 ha visto un forte aumento, arrivando a un totale annuale di 40 auto-demolizioni di unità abitative rispetto alle 10-15 unità abitative degli anni precedenti. Ora, in meno di un anno da gennaio 2020, questo numero record è più che raddoppiato”.

Ir Amim ha anche accusato Israele di discriminare i Palestinesi a Gerusalemme Est per quanto riguarda i piani di costruzione e i permessi a lungo termine.

“La politica a lungo termine di Israele, basata sul rifiuto di avviare o approvare nuovi piani dettagliati per i quartieri palestinesi di Gerusalemme Est, è alla radice della costruzione non autorizzata. L’anno scorso, ad esempio, su oltre 21.000 unità abitative presentate in piani dettagliati a Gerusalemme, meno dell’8% erano per i quartieri Palestinesi della città (i palestinesi costituiscono il 38% della popolazione di Gerusalemme)”, ha affermato Ir Amim.

“L’impatto combinato della discriminazione nella pianificazione e dell’aumento delle demolizioni domestiche è stato descritto e analizzato nel rapporto di Ir Amim sulle demolizioni domestiche a Gerusalemme Est durante il 2019”.

Ir Amim è una ONG israeliana le cui attività includono “monitoraggio “e” esposizione” delle pratiche di Giudaizzazione messe in atto dal Governo israeliano a Gerusalemme Est.

Traduzione per InfoPal di Sara Zuccante

MEMO. Il ministero dell’Agricoltura e dello Sviluppo rurale israeliano ha annunciato che questo mese gli Emirati Arabi Uniti inizieranno ad importare frutta e verdura israeliana.

L’autorizzazione ufficiale sarebbe arrivata lo scorso giovedì, in seguito ad una serie di incontri e coordinamenti tra il ministro Alon Schuster, i dipendenti del ministero e il ministero degli EAU per il Cambiamento climatico e per l’Ambiente.

“È una notizia fantastica per gli agricoltori israeliani”, ha riferito Schuster al giornale Jerusalem Post. “L’accordo firmato con gli Emirati Arabi ci porta verso un futuro di condivisione nel campo dell’agricoltura”.

Con le importazioni agricole degli EAU valutate a 10 miliardi di dollari all’anno, l’accordo – che è il risultato della normalizzazione dei rapporti firmato ad agosto – è altamente redditizio per lo stato di occupazione.

Abu Dhabi difende l’accordo con Israele sostenendo di aver impedito ulteriori annessioni illegali della Cisgiordania occupata. Israele nega di aver fatto una simile promessa.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha infatti insistito dicendo che l’annessione pianificata del 30% della Cisgiordania occupata è stata semplicemente rinviata. Tale notizia è stata confermata la settimana scorsa da un inviato degli Stati Uniti, il quale ha spiegato come l’annessione sia stata solo posticipata fino al completamento degli accordi arabo-israeliani.

Secondo il Jerusalem Post, Schuster ha richiesto lo stanziamento di un budget più alto per l’agricoltura, in modo tale che Israele possa avere una quota maggiore sulla domanda degli EAU per i prodotti freschi.

Al momento, non sembra che gli Emirati Arabi stiano prendendo delle precauzioni per evitare che la frutta e la verdura, importate da Israele, siano prodotte negli insediamenti illegali dei territori palestinesi.

La settimana scorsa è stato riferito dai media che il vino israeliano prodotto nelle alture del Golan siriano sarà venduto agli Emirati.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio

WAFA, PIC, Quds Press, Palestine Chronicle, Social Media. Il 2 novembre, le autorità d’occupazione israeliana hanno approvato un piano di distruzione di decine di imprese palestinesi nel quartiere di Wadi al-Joz, nella Gerusalemme Est occupata, come parte di un piano di costruzione di un nuovo insediamento chiamato “Silicon Valley”.

La decisione ha fatto crescere le preoccupazioni e la rabbia delle imprese palestinesi del quartiere, la maggior parte delle quali presenti sul territorio ancor prima dell’occupazione israeliana del 1967.

Il comune israeliano della Gerusalemme Ovest ha sviluppato il progetto per un parco tecnologico, la Silicon Valley o Wadi Silicon, che comporterebbe la confisca di 2000 dunum di terra di proprietà palestinese e la demolizione di più di 200 tra negozi, ristoranti e altre strutture palestinesi, come le autofficine e le officine di ricambio, per fare spazio alla costruzione di 900 camere d’albergo.

Il progetto di 2,1 miliardi di shekels (600 milioni di dollari), reso pubblico per la prima volta il 3 giugno, assegna 250.000 metri quadrati ad “immobili per aziende high-tech” e 100.000 metri quadrati suddivisi tra “centri commerciali” e “hotel”. Tutto ciò rientra nel progetto del “Centro di Gerusalemme Est”, approvato ad aprile dal comitato di pianificazione e zonizzazione dell’occupazione israeliana.

Il nuovo progetto include anche la costruzione di nuove strade, di una metropolitana di superficie e un parco per i coloni vicino al Kedron Valley, a sud della città.

L’autorità israeliana ha presentato gli avvisi di sfratto a decine di strutture e negozi palestinesi, consentendo loro fino al 30 dicembre per andarsene prima dell’inizio delle demolizioni.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio

 

 

Nablus – PIC. Martedì, decine di coloni estremisti hanno devastato un uliveto e hanno utilizzato dei bulldozer per livellare dei terreni nella cittadina di Jalud, a sud di Nablus, nella Cisgiordania occupata.

Il funzionario locale Ghassan Daghlas ha affermato che i coloni di Kida hanno distrutto e sradicato decine di ulivi secolari nella zona meridionale (bacino n. 18).

I coloni hanno anche spianato con i bulldozer vasti appezzamenti di terra appartenenti ad un residente locale chiamato Jibril Mahmoud.

Nelle ultime settimane, i coloni israeliani – con l’aiuto dell’esercito d’occupazione israeliano – hanno iniziato a sabotare la stagione della raccolta delle olive palestinesi, distruggendo e bruciando ulivi o rubando i raccolti.

I coloni attaccano ripetutamente terreni e proprietà agricole palestinesi in Cisgiordania, dove ci sono oltre 200 colonie e decine di piccoli avamposti.

Episodi di terrorismo e violenza da parte di coloni estremisti contro i palestinesi e le loro proprietà sono all’ordine del giorno in tutta la Cisgiordania.

Valle del Giordano – WAFA. Martedì, le forze israeliane hanno demolito decine di strutture appartenenti ad 11 famiglie palestinesi nell’area di Hamsa al-Foqa, nella Valle del Giordano settentrionale, secondo quanto affermato da Ghassan Daghlas, che sta monitorando le attività dei coloni nel nord della Cisgiordania.

Ha affermato che le forze israeliane hanno demolito decine di strutture residenziali e capannoni appartenenti ad 11 famiglie a Khirbet Hamsa al-Foqa, una località nella Valle del Giordano settentrionale.

La Valle del Giordano, che è una fertile striscia di terra che corre ad ovest lungo il fiume Giordano, ospita circa 65 mila palestinesi e costituisce circa il 30% dell’area della Cisgiordania occupata.

Israele ha in programma di annettere la Valle del Giordano, decisione fortemente criticata dai palestinesi e dall’intera comunità internazionale.

Ramallah-Wafa. Durante un incontro svoltosi il 30 ottobre con il ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio, il ministro degli Affari Esteri e degli Espatriati Riyad al-Maliki ha chiesto all’Italia di svolgere un ruolo maggiore nel salvare il processo di pace e nel sostenere l’appello del presidente Mahmoud Abbas per una conferenza di pace internazionale.

Durante un incontro presso la sede del ministero degli Affari Esteri e degli Espatriati a Ramallah, al-Maliki ha affermato che la comunità internazionale ha adottato in modo schiacciante la visione del presidente Mahmoud Abbas, presentata durante la sessione aperta del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, il che dimostra che “la Causa palestinese rimane oggetto di consenso internazionale”.

Al-Maliki ha informato la controparte italiana degli ultimi sviluppi politici e delle continue violazioni israeliane contro il popolo palestinese, l’ultima delle quali è stata l’approvazione, da parte del governo israeliano, della costruzione di migliaia di unità abitative di insediamenti nei Territori Palestinesi Occupati.

Il ministro palestinese ha invitato l’Italia a svolgere un ruolo attivo nel salvare il processo di pace, sia attraverso la sua posizione all’interno dell’Unione Europea sia attraverso la sua adesione alle Nazioni Unite, nonché a riconoscere lo Stato di Palestina e ad appoggiare la richiesta del governo palestinese dell’immediato avvio di negoziati per un accordo di partenariato completo tra la Palestina e l’Unione Europea.

Al-Maliki ha anche informato la sua controparte italiana della decisione delle autorità di occupazione israeliane di consentire alla Compagnia di telecomunicazioni israeliana di operare in Cisgiordania, circostanza che dimostrerebbe che Israele sta procedendo con l’attuazione del suo piano di annessione nell’ambito dell’Accordo del secolo.  Ha apprezzato poi la posizione del governo italiano sul piano di annessione israeliana e sugli insediamenti nei Territori palestinesi occupati, chiedendo all’Unione Europea di andare oltre le dichiarazioni e le condanne e di imporre sanzioni allo Stato occupante. Da parte sua, il ministro degli Esteri italiano ha affermato che l’Italia non riconosce alcun cambiamento sul terreno riguardo allo status dei Territori palestinesi occupati nel 1967, compresa Gerusalemme est. Ha aggiunto che l’Italia rimane ferma nella sua posizione sull’illegalità degli insediamenti, sottolineando che il suo Paese continuerà a fornire supporto al popolo palestinese in vari campi e che l’Italia è desiderosa di riportare i palestinesi e gli israeliani al tavolo dei negoziati.

Traduzione per InfoPal di Alice Conte

E.I. Israele minaccia di demolire una scuola elementare palestinese finanziata dall’Unione Europea e dal Regno Unito.

Alla scuola si iscrivono ogni anno 50 studenti palestinesi della Cisgiordania occupata, provenienti dalla città di Ras al-Tin, a nord-est di Ramallah.

Ras al-Tin è la casa di 280 palestinesi, di cui la metà sono bambini e adolescenti.

Vivono in terreni palestinesi di proprietà dei residenti dei villaggi vicini di Kafr Malik e al-Mughayyir. Sono arrivati a Ras al-Tin dopo che Israele li ha ricollocati con la forza più volte in tutta la Cisgiordania.

I bambini di Ras al-Tin erano costretti a camminare per due ore per andare e tornare da scuola, la quale dista tre miglia dal villaggio di al-Mughayyir. Perciò nel villaggio è stata costruita una nuova scuola, grazie ai fondi dell’Unione Europea e il Regno Unito, senza però richiedere un permesso di costruzione ad Israele – autorizzazione che comunque non avrebbero ottenuto, secondo il gruppo per i diritti umani israeliani B’Tselem.

Confische e attacchi.

La scuola è ancora incompleta, e mancano ancora le finestre ma le lezioni sono già cominciate con l’inizio dell’anno scolastico.

Tuttavia, l’occupazione dell’autorità israeliana ha ripetutamente confiscato l’attrezzatura e le strutture. Il 31 agosto, l’Amministrazione civile israeliana – supporto burocratico dell’occupazione militare israeliana – ha confiscato i materiali da costruzione destinati all’edificio.

In altre due occasioni, incluso durante le lezioni, le forze israeliane hanno confiscato 60 sedie, 24 banchi, dei pannelli dal tetto della scuola e altri materiali da costruzione.

“Gli studenti sono stati costretti a studiare sotto il sole cocente, seduti a terra”, ha resi noto B’Tselem.

I coloni israeliani hanno attaccato gli studenti nonostante fossero bambini delle scuole elementari, ha raccontato la principale scuola di Nura al-Azhari all’agenzia di stampa Safa Palestinian.

Le ragazze della comunità sono quelle più a rischio, se Israele continua con la demolizione della scuola, poiché la loro permanenza dipende molto dalla vicinanza di casa, ha spiegato B’Tselem.

Nessuna responsabilità.

Il Consiglio Norvegese per i rifugiati ha espresso “profonda preoccupazione” per le prospettive di un’imminente demolizione della scuola di Ras al-Tin.

“Qui ci sono sono alcuni dei bambini più vulnerabili, le cui vite sono già estremamente difficili”, ha affermato Carsten Hansen, direttore regionale del gruppo norvegese.

Hansen ha sottolineato gli obblighi legali di Israele, in quanto potenza occupante, di assicurare a tutti i giovani palestinesi l’accesso all’istruzione.

“Invece usa il suo potere per fare esattamente l’opposto”, ha affermato il direttore. “Nega ai bambini palestinesi il diritto fondamentale di ricevere un’istruzione, facilitando l’espansione degli insediamenti illegali”.

Gli avvocati per i diritti umani con sede a Londra hanno scritto all’ufficio esteri del Regno Unito chiedendo “un’intervento urgente” per fermare le imminenti demolizioni.

Una delegazione degli uffici dell’Unione Europea nella Cisgiordania occupata e il consolato britannico nella Gerusalemme occupata hanno visitato la scuola di Ras al-Tin all’inizio di questo ottobre.

In un tweet, l’UE ha invitato Israele a “fermare tutte le demolizioni in corso” in considerazione della pandemia, “incluse le strutture finanziate dall’UE”.

“Eccetto casi eccezionali, demolire costruzioni è un atto che viola le leggi umanitarie internazionali”, ha affermato su Twitter il consolato britannico.

“Chiediamo che Israele sospenda immediatamente tutte le demolizioni”.

Esclusa l’opposizione verbale, l’Unione Europea e il consolato britannico non hanno dichiarato esplicitamente quali saranno le conseguenze per Israele nel caso in cui vada avanti con le demolizioni delle strutture finanziate dall’EU.

L’Unione Europea non ha fatto nulla finora per rendere responsabile Israele della distruzione di decine di milioni di dollari di progetti per la Palestina, soldi pagati dai contribuenti europei negli anni.

Invece, continua a ricompensare Israele attraverso nuove partnership, incluse le industrie per la guerra cibernetica.

Zona di combattimento.

La cittadina di Ras al-Tin si trova in una cosiddetta “zona di fuoco” dell’area C della Cisgiordania occupata, area il cui 60% rimane sotto completo dominio militare di Israele.

Israele ha dichiarato le zone adiacenti “zone militari chiuse”, al fine di “limitare alla comunità il pascolo degli animali”, secondo quanto riportato da B’Tselem.

La potenza di occupazione designa certe aree della Cisgiordania come “zone di combattimento” e “zone militari” per allontanare forzosamente le comunità indigene palestinesi o impedire loro di accedere alla terra.

L’area C sarebbe dovuta passare, gradualmente, sotto la giurisdizione dell’Autorità palestinese nell’arco di un anno e mezzo, in seguito agli accordi di Oslo del 1990.

Gli israeliani, invece, controllano tutti i progetti e le costruzioni dell’area attraverso il regime fatto di permessi, in cui i palestinesi sono soggetti agli ordini militari mentre i coloni israeliani, che vivono in insediamenti ebraici, alle leggi civili.

Tutti gli insediamenti della Cisgiordania occupata sono illegali per la legge internazionale e costituiscono un crimine di guerra.

Israele proibisce praticamente qualsiasi tipo di costruzione palestinese nell’area C. Tutto ciò è parte dell’inesorabile sforzo di cambiare l’assetto demografico per garantire una maggioranza ebraica.

I palestinesi sono obbligati a costruire sulla propria terra senza il permesso di Israele e vivere con la paura costante che le forze di occupazione sequestrino o distruggano le loro costruzioni.

Le forze militari israeliane, inoltre, impediscono ai palestinesi di collegare le loro case alle infrastrutture di base, come l’acqua e l’elettricità.

I residenti dipendono da pannelli solari finanziati da donatori per l’energia elettrica e comprano l’acqua nei villaggi vicini.

Le forze di Israele hanno già distrutto totalmente o parzialmente tre scuole palestinesi dall’inizio dell’anno, e altre 52 sono sotto continua minaccia di demolizione.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio

BDSmovement.net. Meno di un mese fa, gli attivisti hanno lanciato un appello al boicottaggio di AXA. Già 6.400 persone e più di 300 organizzazioni si sono impegnate a boicottare AXA e molte persone hanno annullato le loro polizze assicurative AXA.

Ogni giorno Israele rafforza il suo regime di apartheid sul popolo palestinese – sequestrando più terra palestinese, demolendo più case, rafforzando il suo crudele assedio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza e incarcerando i palestinesi che protestano.

Le società illegali come il gigante assicurativo francese AXA svolgono un ruolo chiave nel favorire la repressione israeliana.

Se un numero sufficiente di noi si riunisce, possiamo fermare questo spudorato profitto dell’apartheid israeliano. AXA investe 7 milioni di dollari in tre banche israeliane che finanziano insediamenti israeliani illegali nei territori palestinesi e siriani occupati (alture del Golan) attraverso mutui a coloni e servizi finanziari per la costruzione di insediamenti.

Meno di un mese fa, gli attivisti hanno lanciato un appello a boicottare AXA fino a quando non terminerà la sua assistenza all’apartheid israeliano. Già 6.400 persone e oltre 300 organizzazioni si sono impegnate a boicottare AXA e molte persone hanno annullato le loro polizze assicurative AXA. Siamo vicini al raggiungimento del nostro primo obiettivo di 10.000 promesse di boicottaggio. Stiamo anche cercando altre organizzazioni che utilizzino le assicurazioni e siano pronte a impegnarsi a non utilizzare i servizi di AXA.

Se non l’hai già fatto, prometti ora di boicottare AXA.

Le tre banche israeliane in cui AXA investe – Bank Leumi, Israeli Discount Bank e Mizrahi Tefahot Bank – sono citate nel database ONU delle società coinvolte nell’impresa di insediamenti illegali di Israele.

Aiutaci a diffondere ampiamente la nostra promessa di boicottare AXA.

Israele ruba la terra palestinese e distrugge le case e le comunità palestinesi per costruire i suoi insediamenti. Senza la complicità internazionale di società come AXA questi progetti illegali non vedrebbero la luce.

Di’ ad AXA di proteggere le vite, non di metterle in pericolo.

Molte organizzazioni e gruppi come Viva Salud, Globalize Solidarity, Sabeel-Kairos UK e l’Università Benedettina hanno già firmato l’impegno a boicottare AXA.

Condividi l’approvazione dell’impegno da parte di Sabeel-Kairos UK 

Traduzione per InfoPal di L.P.

MEMO. L’Autorità palestinese (ANP) dovrebbe riprendere a ricevere i trasferimenti delle entrate fiscali raccolte da Israele, secondo quanto riportato da Israel Hayom su i24 News.

L’ANP non riceve trasferimenti da maggio, da quando il presidente Mahmoud Abbas ha dichiarato di aver sospeso tutti gli accordi con Israele per protestare contro il piano di annessione di vaste aree della Cisgiordania palestinese occupata.

Domenica, il Segretario Generale del Consiglio dei ministri palestinese, Amjed Ghanem, ha respinto la notizia, insistendo sul fatto che l’ANP continuerà a rifiutare i fondi fino a quando Israele non accetterà le richieste di allentare le restrizioni alla circolazione delle merci e delle persone tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza.

“Speriamo di vincere la battaglia politica contro l’occupazione israeliana, recuperare i fondi come risarcimento e di porre fine al ricatto politico”, ha detto Ghanem al canale palestinese Watan News.

Israele ha finora raccolto 2,5 miliardi di shekel (0,74 miliardi di dollari) per l’Autorità palestinese, utilizzati per finanziare i funzionari dell’ANP e gli ufficiali della Cisgiordania.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio

 

Gaza-PIC e agenzie. Secondo le notizie diffuse domenica da varie agenzie, lunedì l’Egitto ha riaperto il valico di frontiera di Rafah con la Striscia di Gaza.

Il ministero dell’Interno palestinese aveva annunciato domenica in un comunicato stampa che “il terminal riaprirà per entrambe le direzioni per quattro giorni alla settimana, fino a giovedì”. E’ la terza volta, da marzo, che le autorità egiziane riaprono la frontiera di Rafah.

All’inizio di questo mese, le inchieste raccontavano delle trattative tra governo di Gaza e governo egiziano, per riaprire definitivamente la frontiera.

Sin dallo scoppio dell’epidemia di Coronavirus, a marzo, il valico è stato chiuso dalle autorità egiziane per paura che il virus si diffondesse.

Secondo quanto riferito, il Cairo lascerà aperte le frontiere per un numero limitato di giorni, principalmente per il rimpatrio di cittadini palestinesi.

Dopo essere entrati a Gaza, i viaggiatori devono rimanere in quarantena per 21 giorni in un luogo specificatamente indicato dalle autorità.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio

 

 

 

Nablus-PIC. Contadini palestinesi sono stati espulsi da un uliveto e un giovane è rimasto ferito, lunedì, quando orde di coloni li hanno attaccati in diverse aree della provincia di Nablus, nella Cisgiordania occupata.

Il funzionario locale Ghassan Daghlas ha affermato che i coloni dell’insediamento illegale di Itamar hanno aggredito gli agricoltori nell’area di Khilat al-Azab, vicino alla città di Beit Furik, nella parte orientale di Nablus, impedendo loro di raccogliere olive dalle loro terre.

In un incidente separato, un cittadino palestinese è stati ferito, la scorsa notte, quando una banda di coloni dell’insediamento illegale di Eli lo ha aggredito fisicamente vicino alla città di as-Sawiya, nel sud di Nablus.

Daghlas ha riferito che il 48enne Jihad Jazi stava camminando con sua moglie sulla loro terra, a est della città di as-Sawiya, quando i coloni lo hanno inseguito e preso a sassate.

Secondo i gruppi per i diritti umani, episodi di terrorismo e violenza da parte di coloni israeliani contro i palestinesi e le loro proprietà sono all’ordine del giorno in tutta la Cisgiordania; tuttavia, le forze dell’ordine o le autorità militari israeliane mostrano un’estrema parzialità nell’affrontare tale diffusa criminalità.

La stragrande maggioranza dei fascicoli di indagine riguardanti i danni ai palestinesi e alle loro proprietà è chiusa a causa della deliberata mancanza di volontà ad indagare adeguatamente. Le carenze e le falle nel lavoro delle autorità di occupazione israeliane sono chiaramente rilevate in ogni fase di un’indagine quando la vittima è un cittadino palestinese.

Ramallah – WAFA. In una telefonata avvenuta lunedì, il presidente francese Emmanuel Macron ha riaffermato al presidente Mahmoud Abbas il sostegno della Francia per la pace in Medio Oriente, basato sulla soluzione a due stati secondo il diritto internazionale, oltre ad aver ribadito la disponibilità della Francia a continuare i suoi sforzi per raggiungere tale obiettivo.

Da parte sua, il presidente Abbas ha reiterato la richiesta di tenere una conferenza di pace internazionale e la sua disponibilità per riprendere i negoziati sulla base della risoluzione delle Nazioni Unite sotto l’egida del Quartetto internazionale.

Durante la telefonata, il presidente Abbas ha sottolineato la necessità che tutti rispettino le religioni e non permettano nessun tipo di offesa verso il profeta Muhammad o i profeti di altre religioni, condannando tutti coloro che lo fanno. Ha sottolineato, allo stesso tempo, il suo rifiuto dell’estremismo religioso, della violenza e del terrorismo, indipendentemente di quale sia la provenienza o la forma.

Macron, d’altra parte, ha espresso il proprio rispetto verso l’Islam ed il mondo islamico, sottolineando che non intendeva offendere l’Islam ed i musulmani, e che ha fatto una distinzione tra terrorismo ed estremismo da un lato, ed Islam e mondo islamico dall’altro.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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