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Nablus-PIC. Contadini palestinesi sono stati espulsi da un uliveto e un giovane è rimasto ferito, lunedì, quando orde di coloni li hanno attaccati in diverse aree della provincia di Nablus, nella Cisgiordania occupata.

Il funzionario locale Ghassan Daghlas ha affermato che i coloni dell’insediamento illegale di Itamar hanno aggredito gli agricoltori nell’area di Khilat al-Azab, vicino alla città di Beit Furik, nella parte orientale di Nablus, impedendo loro di raccogliere olive dalle loro terre.

In un incidente separato, un cittadino palestinese è stati ferito, la scorsa notte, quando una banda di coloni dell’insediamento illegale di Eli lo ha aggredito fisicamente vicino alla città di as-Sawiya, nel sud di Nablus.

Daghlas ha riferito che il 48enne Jihad Jazi stava camminando con sua moglie sulla loro terra, a est della città di as-Sawiya, quando i coloni lo hanno inseguito e preso a sassate.

Secondo i gruppi per i diritti umani, episodi di terrorismo e violenza da parte di coloni israeliani contro i palestinesi e le loro proprietà sono all’ordine del giorno in tutta la Cisgiordania; tuttavia, le forze dell’ordine o le autorità militari israeliane mostrano un’estrema parzialità nell’affrontare tale diffusa criminalità.

La stragrande maggioranza dei fascicoli di indagine riguardanti i danni ai palestinesi e alle loro proprietà è chiusa a causa della deliberata mancanza di volontà ad indagare adeguatamente. Le carenze e le falle nel lavoro delle autorità di occupazione israeliane sono chiaramente rilevate in ogni fase di un’indagine quando la vittima è un cittadino palestinese.

Ramallah – WAFA. In una telefonata avvenuta lunedì, il presidente francese Emmanuel Macron ha riaffermato al presidente Mahmoud Abbas il sostegno della Francia per la pace in Medio Oriente, basato sulla soluzione a due stati secondo il diritto internazionale, oltre ad aver ribadito la disponibilità della Francia a continuare i suoi sforzi per raggiungere tale obiettivo.

Da parte sua, il presidente Abbas ha reiterato la richiesta di tenere una conferenza di pace internazionale e la sua disponibilità per riprendere i negoziati sulla base della risoluzione delle Nazioni Unite sotto l’egida del Quartetto internazionale.

Durante la telefonata, il presidente Abbas ha sottolineato la necessità che tutti rispettino le religioni e non permettano nessun tipo di offesa verso il profeta Muhammad o i profeti di altre religioni, condannando tutti coloro che lo fanno. Ha sottolineato, allo stesso tempo, il suo rifiuto dell’estremismo religioso, della violenza e del terrorismo, indipendentemente di quale sia la provenienza o la forma.

Macron, d’altra parte, ha espresso il proprio rispetto verso l’Islam ed il mondo islamico, sottolineando che non intendeva offendere l’Islam ed i musulmani, e che ha fatto una distinzione tra terrorismo ed estremismo da un lato, ed Islam e mondo islamico dall’altro.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Ramallah – PIC. Il detenuto palestinese Maher al-Akhras, della cittadina di Silat al-Dhahr, a Jenin, continua il suo sciopero della fame per il 100esimo giorno consecutivo in detenzione israeliana, mentre le sue sue condizioni di salute continuano a peggiorare.

L’Autorità per gli affari dei prigionieri ed ex-prigionieri ha inviato lettere al Comitato internazionale della Croce Rossa, all’Unione europea, alle Nazioni Unite e ad alcune organizzazioni internazionali per fare pressione su Israele affinché ponga fine alla detenzione amministrativa di Akhras.

Hassan Abd Rabbo, il consulente stampa dell’Autorità Palestinese, ha dichiarato che l’ANP si sta comunicando con il ministero degli Affari esteri per lanciare una campagna diplomatica per far luce sulla detenzione amministrativa di Akhras e fare pressioni perché venga interrotta.

Abd Rabbo ha affermato che vi sono crescenti preoccupazioni circa i danni alle funzioni vitali dei reni, del fegato e dei polmoni di Akhras. I medici hanno avvertito della possibilità di un arresto cardiaco improvviso.

Galilea – IMEMC. Gli agenti di polizia israeliani hanno aggredito, sabato sera, un sacerdote palestinese del villaggio I’billin, in Galilea.

L’arcivescovo palestinese di Sebastia, del Patriarcato greco ortodosso di Gerusalemme, Teodosio Atallah Hanna, ha denunciato l’attacco israeliano a padre Saba al-Hajja, mentre cercava di risolvere un conflitto tra due membri della Chiesa.

Ha aggiunto che padre Saba è stato aggredito dalla polizia arrivata sul posto, nonostante stesse solo cercando di risolvere un conflitto.

“Denunciamo fermamente queste violazioni contro i leader religiosi […]”, ha dichiarato padre Atallah Hanna, aggiungendo che “i sacerdoti ed i leader spirituali svolgono un ruolo vitale nel portare la pace alle loro comunità e non dovrebbero essere trattati in questo modo modo”.

 

Nablus-PIC e Quds Press. Lunedì all’alba le forze di occupazione israeliane (IOF) hanno lasciato per strada una famiglia palestinese, in seguito all’abbattimento dell’abitazione del prigioniero Khalil Duweikat, nella città di Rujeib, a sud di Nablus.

Il sindaco di Rujeib ha affermato che le IOF hanno prima transennato l’area attorno alla casa e, successivamente, l’hanno demolita, sottolineando che si trattava di una casa a due piani.

A causa del provvedimento israeliano la famiglia Duweikat è stata lasciata senza tetto, in balia del freddo e della pioggia. Fortunatamente, i vicini di casa sono subito intervenuti, offrendo aiuto e ospitalità nella loro abitazione.

Nel frattempo, in città sono scoppiati violenti scontri, dopo che i residenti hanno cercato di impedire alle IOF di demolire altre case.

Secondo quanto riferito, tre giovani uomini sono stati feriti dai proiettili delle IOF durante gli scontri in città.

L’autorità di occupazione israeliana ha accusato Khalil Duweikat di aver accoltellato e ucciso un rabbino lo scorso agosto, nella città di Petah Tikva, zona centrale di Israele.

MEMO. Quest’anno si sono verificati diversi contatti e incontri tra Hamas e la Russia per discutere in merito agli sviluppi della questione palestinese. Questi includevano quello che gli Stati Uniti definiscono “l’Accordo del secolo”, il piano di annessione di Israele e i possibili pericoli della normalizzazione tra i paesi arabi e lo stato di occupazione.

A marzo, il leader di Hamas Ismail Haniyah si recò a Mosca per informare il ministro degli Esteri Sergey Lavrov e i suoi funzionari sulla riconciliazione con Fatah e la fine della divisione con lo svolgimento di elezioni presidenziali e legislative, nonché per il Consiglio nazionale palestinese. La delegazione di Hamas espresse la volontà del movimento di incontrare il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas e le altre fazioni sotto gli auspici russi.

A giugno, Haniyah, Mousa Abu Marzouk e l’ex leader di Hamas Khaled Meshaal discussero con il vice di Lavrov, Mikhail Bogdanov, del piano israeliano di annettere gran parte della Cisgiordania occupata. All’inizio di ottobre, il tutto fu seguito da una delegazione di Hamas in Russia guidata da Abu Marzouk, responsabile delle relazioni internazionali del movimento. Il gruppo di Hamas assicurò a Bogdanov e ad alcuni suoi collaboratori di alto livello che la visita era stata una pura estensione del rapporto che lega il movimento alla Russia, ritenuto paese molto importante, ed espressione della volontà di fornire a Mosca i dettagli dei colloqui tenutisi con Fatah.

È chiaro che Hamas è desideroso di stabilire forti relazioni con la Russia per affrontare l’ardua sfida dell’Accordo del Secolo, dal momento che il movimento vede l’influenza russa in Medio Oriente come un vantaggio per i palestinesi per fare pressione su Israele. È possibile che la presenza di Hamas nell’asse dei paesi vicini alla Russia, come Iran, Turchia e Qatar, aumenti la sua interazione con Mosca, che comprende l’importanza del movimento e le difficoltà nel cercare di eluderlo.

Mentre Israele non vuole vedere Hamas fare tali mosse perché teme l’apertura della comunità internazionale al movimento, spera che le sue relazioni con la Russia influenzeranno Mosca per ammorbidire le sue posizioni sullo stato sionista.

Il rapporto tra Hamas e la Russia in realtà non è nuovo, essendo iniziato immediatamente dopo la vittoria elettorale del movimento nel 2006. È stato rafforzato in seguito, perché Hamas considera Mosca come una grande capitale poiché è un membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’ONU con ampia influenza diplomatica. Il movimento desidera intensificare i suoi rapporti proprio per poter rafforzare la sua posizione nel conflitto con Israele. Hamas vuole inoltre utilizzare le capacità diplomatiche di Mosca per contrastare l’Accordo del secolo, usando il suo veto contro ogni tentativo degli Stati Uniti di imporre alternative alle risoluzioni internazionali.

Durante i suoi incontri con i russi, il movimento sta cercando di sottolineare che l’accordo di Trump minaccia non solo i palestinesi, ma anche l’intero ordine internazionale, con Washington che impone la sua visione unilaterale per porre fine al conflitto israelo-palestinese. Sembra che Hamas stia cercando di spingere Mosca a trovare un punto d’appoggio sulla questione che compete con il monopolio statunitense.

Ci sono molti ruoli che la Russia può svolgere all’interno dell’arena palestinese, come la riconciliazione con Fatah e Hamas, un accordo con Israele, un “cessate il fuoco” a Gaza e un accordo di scambio di prigionieri.

Nella sua giustificazione per tali rapporti, la Russia ha costantemente dichiarato che Hamas non è un movimento “terrorista”, ma piuttosto una parte della società palestinese, rappresentata nel Consiglio legislativo palestinese e partecipante al governo. In quanto tali, i loro incontri sono rilevanti per le relazioni estere di Hamas, anche se alcuni suggeriscono che la loro importanza non dovrebbe essere sovradimensionata; ciò significa che il movimento non dovrebbe alzare troppo le proprie aspettative. Gli Stati Uniti e Israele, ovviamente, vogliono mantenere Hamas isolato.

Quali sono i motivi di questa intensa comunicazione tra Hamas e la Russia, dato che Mosca ospita un ufficio del movimento, anche se in modo non ufficiale? Tutto ciò è coerente con le posizioni adottate da Turchia, Qatar e Iran e con il desiderio di Hamas di far parte di questo asse. Possiede buoni rapporti con tutti e tre e hanno buoni collegamenti con la Russia. Pertanto, qualsiasi legame che avrà con quest’ultima, una superpotenza, sarà solo di beneficio, anche perché Mosca mantiene i legami con Israele, l’Autorità Palestinese e l’Egitto.

Hamas ha anche obiettivi comuni a quelli russi non solo nel rifiutare l’Accordo del Secolo, ma anche nel gioire sul fatto che l’America sembri ritirarsi dalla regione. Il movimento è ben contento di vedere l’azione russa in Siria, con la quale potrebbe mediare per consentire ad Hamas di tornare a Damasco.

A breve termine, Hamas vorrebbe che la sua presenza rappresentativa a Mosca fosse annunciata ufficialmente, dandogli sostegno politico e avvicinando le sue opinioni alla comunità internazionale. La Russia può sviluppare le sue relazioni con Hamas iniziando a fornire guida e consulenza, ed espandendo le proprie alleanze in Medio Oriente includendo Hamas nell'”asse della resistenza” con Iran, Siria e Hezbollah.

Il presidente Vladimir Putin, desideroso di ripristinare l’influenza del suo paese nella regione, vede nel movimento una possibile via d’accesso per poterlo fare. Il riavvicinamento a Hamas è dunque legato alle ambizioni di Mosca in Medio Oriente.

Il dottor Adnan Abu Amer è il capo del dipartimento di scienze politiche dell’Umma University a Gaza.

Traduzione per InfoPal di Rachele Manna

Quds Press e PIC. “La normalizzazione tra alcuni paesi arabi e l’entità sionista non è altro che un’altra faccia dell’occupazione”, ha affermato Akram Al-Aldouni, Segretario Generale della Coalizione internazionale di sostegno a Gerusalemme e alla Palestina.

“Il progetto sionista che ha occupato la Palestina mirava fin dall’inizio a penetrare i regimi arabi che hanno paura in quanto regimi sconfitti che temono per il loro trono”, ha continuato Al-Akrami in una dichiarazione rilasciata a Quds Press, insistendo sul fatto che questa normalizzazione, in aggiunta all’occupazione, altro non è che un crimine e un alto tradimento. “È una pugnalata alle spalle del popolo palestinese e dei popoli della Nazione”.

Al-Adouni ha avvertito delle pericolose ripercussioni derivanti dalla normalizzazione il cui obiettivo è la divisione spaziale e temporale della moschea al-Aqsa, nel quadro del cosiddetto “accordo del secolo” israeliano-americano volto a liquidare la questione palestinese e i diritti legittimi del popolo palestinese, dando ai coloni estremisti l’opportunità di potenziare le loro invasioni dissacranti nella moschea benedetta.

“Per noi Gerusalemme rappresenta la questione centrale e fondamentale, è in cima alle nostre priorità” dichiara Al-Adouni facendo riferimento al ruolo assunto dalla Coalizione internazionale di sostegno a Gerusalemme e alla Palestina nei confronti della questione palestinese. “Mettiamo in risalto i pericoli affrontati da Gerusalemme e dalla moschea Al-Aqsa a causa della politica israeliana di ebraicizzazione e i tentativi di divisione spaziale e temporale”.

Spiega, infine, che la maggior parte dei popoli arabi “rifiuta e condanna la normalizzazione con il nemico israeliano occupante, confermando così che la posizione del popolo della nostra Nazione è una posizione autentica che non dipende da quelle misure che deviano dal nostro pensiero, credo, religione e dalla natura della lealtà, dell’alleanza e della fedeltà”.

Traduzione per InfoPal di Domitilla Luciani

MEMO. L’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (OCHA, Office for the Coordination of Humanitarian Affairs) ha affermato che il periodo di raccolta delle olive in Palestina, iniziato il 7 ottobre, è stato bruscamente interrotto da coloni ebrei illegali.

In un rapporto sulle violazioni da parte di Israele nei Territori occupati viene constatato che il periodo di raccolta delle olive è stato bruscamente interrotto da persone che “sono state riconosciute come coloni israeliani in 19 episodi diversi”.

Sono stati registrati “23 agricoltori palestinesi feriti, più di 1000 olivi bruciati o diversamente danneggiati e grandi quantità di prodotti agricoli rubati”.

Secondo il rapporto, la maggior parte dei danni è stata fatta intorno alla città di Ramallah. Viene spiegato che i coloni hanno “preso a sassate e aggredito fisicamente alcuni agricoltori intenti a raccogliere olive in tre occasioni diverse, dando vita a vari scontri”.

L’OCHA ha annunciato che le forze d’occupazione israeliane “sono intervenute in uno dei conflitti ferendo 14 palestinesi e bruciando 30 ulivi”.

Altri feriti sono stati registrati in aree agricole vicine alla città di Huwara (adiacente a Nablus) e ai villaggi di Ni’lin e Beitillu.

Il rapporto aggiunge: “Vicino alla colonia israeliana di Mevo Dotan (Jenin) è stato appiccato un fuoco che ha distrutto circa 450 olivi. È successo poco dopo che degli agricoltori palestinesi del villaggio di Ya’abad sono stati aggrediti da coloni e successivamente presi di mira da soldati israeliani”.

“Sono stati danneggiati e bruciati anche qualche centinaio di ulivi appartenenti a palestinesi del villaggio di Saffa (Ramallah), nella zona chiusa vicino alla barriera di separazione israeliana”.

Il rapporto continua: “In altri 10 luoghi adiacenti alle colonie, non appena hanno avuto la possibilità di raggiungerli, gli agricoltori hanno trovato le loro olive raccolte, gli ulivi vandalizzati e i loro prodotti agricoli rubati”

L’OCHA riporta che “la maggior parte di questi episodi ha avuto luogo in zone ad accesso limitato, dove le autorità israeliane permettono ai palestinesi di entrare per due-quattro giorni durante tutto il periodo di raccolta”.

L’organismo dell’ONU riferisce anche che sono stati registrati altri quattro attacchi da presunti coloni e sottolinea che, nel governatorato di Betlemme, un bambino palestinese di un anno è rimasto ferito quando l’auto su cui viaggiava è stata presa a sassate.

Vicino ad Al-Khader è stato appiccato fuoco a 40 alveari, mentre nell’area Farsiya, che si trova nella Valle del Giordano settentrionale, pastori palestinesi sono stati aggrediti fisicamente da un gruppo di coloni, che hanno anche ucciso una delle loro pecore.

Nel villaggio di Jalud (Nablus), alcuni pali e cavi della luce che portavano elettricità ad alcune attività agricole sono stati tagliati e danneggiati.

(Foto. Un agricoltore palestinese verifica i danni apportati ai suoi olivi, abbattuti da coloni israeliani l’11 aprile 2017 [Issam RimawiAnadolu Agency]).

Traduzione per InfoPal di Stefania Solivardi

Comunicato stampa dell’API-Associazione dei Palestinesi in Italia. Anniversario Dichiarazione Balfour – 2 novembre 1917.

La Gran Bretagna è il Paese che deve rispondere per tutti i disastri e tragedie che hanno colpito il nostro popolo a causa della Dichiarazione Balfour, e che deve assumersi tutte le responsabilità morali, economiche e sociali nei confronti del popolo palestinese.

Nella ricorrenza del 103° anniversario della Dichiarazione Balfour (2 novembre 1917), lodiamo la fermezza, la persistenza e la resistenza del nostro popolo, la sua risposta a tutte le cospirazioni e piani volti a liquidare i nostri diritti nazionali inalienabili.

Affermiamo il nostro rifiuto ai processi di normalizzazione di alcuni Paesi arabi, e li consideriamo una pugnalata alle spalle della causa palestinese, e una scommessa persa su un nemico che si rivolterà contro chi ha teso la mano prima di altri.

‏Il percorso dell’unità nazionale palestinese, in questo periodo pericoloso e difficile, è una naturale scelta strategica e un’arma con cui cerchiamo di affrontare queste cospirazioni e affrontiamo tutti i tentativi di legittimare l’occupazione e garantire alla sua presenza in Medio Oriente.

La resistenza, in tutte le sue forme, da quella popolare a quella armata, rimarrà un’opzione legittima e comprovata per restituire il diritto rubato al nostro popolo e spazzare via l’occupazione e non sarà messa in discussione.

L’associazione dei Palestinesi in Italia (API) afferma il diritto dei profughi palestinesi di tornare nelle loro terre e case da cui sono stati cacciati via, e di risarcire gli anni di emigrazione e privazioni; ribadisce che questo è un diritto costante e legittimo che non scade nel corso degli anni.

Il nostro popolo sta vivendo grandi sofferenze da più di un secolo a causa dell’ingiusta Dichiarazione Balfour che ha stabilito l’occupazione più pericolosa sulla nostra terra, e continua a soffrire fino ad oggi, in un momento in cui i regimi arabi si affrettarono a normalizzare le loro relazioni con l’occupante usurpatore. Affermiamo che il nostro popolo continuerà la sua lotta per liberare la nostra terra occupata e ripristinare i suoi diritti usurpati.

Salutiamo il nostro popolo palestinese dovunque esso si trovi, salutiamo i nostri prigionieri in sciopero di fame per strappare i loro sacri diritti, salutiamo tutti gli uomini e le donne liberi del mondo che sostengono i giusti diritti della nostra lotta per la liberazione e autodeterminazione della nostra Patria occupata, per porre fine ad occupazione e ingiustizie che il nostro popolo sta subendo a causa della Dichiarazione Balfour, che ha regalato una terra popolata dai suoi autoctoni palestinesi ai loro alleati dell’Agenzia mondiale ebraica che non hanno mai avuto a che fare con la Palestina.

Roma, 02/11/2020

Associazione dei Palestinesi in Italia (API) — ABSPP ONLUS sede amministrativa  head office المكتب الرئيسي Via Bolzaneto,19/1 16162 – Genova Tel.0107408792 Via Venini, 65 20127 – Milano 0227870178 Via degli Aceri, 108 00172 – Roma 062904432

E.I. La Striscia di Gaza sta lentamente uscendo dal lockdown totale, causato dalla pandemia di COVID-19. Tuttavia, le sofferenze degli abitanti della Striscia continuano, soprattutto di quelli che soffrono di malattie croniche. A peggiorare la situazione c’è un settore sanitario che, negli ultimi 13 anni, è stato sistematicamente indebolito dall’isolamento dell’occupazione israeliana, ed ora barcolla sotto il peso della pandemia.

Nelle ultime settimane, alcune zone della Striscia di Gaza sono state completamente bloccate con l’istituzione del coprifuoco, con lo stop degli spostamenti e, dal punto di vista sanitario, con la chiusura dei centri sanitari, al fine di prevenire la diffusione del virus.

Purtroppo, queste misure hanno reso impossibile ai pazienti con malattie croniche di accedere alle regolari visite mediche e di ricevere le terapie.

Nel 2017, l’ultimo anno di cui sono disponibili le statistiche, è stato calcolato che sono stati più di 147.000 i pazienti di Gaza con malattie croniche.

Tra questi c’è Samira Salem, una donna di 45 anni affetta da diabete. Vive nel campo rifugiati di Maghazi, nella zona centrale della Striscia di Gaza, e riceve periodicamente le medicine che le servono dal centro sanitario del campo.

Quando nel campo profughi sono spuntati i primi casi di coronavirus – il primo a Gaza è stato trovato fuori dai centri di quarantena – il ministero della Salute ha dichiarato l’area epicentro del virus, bloccando le entrate e le uscite dal campo e chiudendo il centro sanitario.

“Ero molto preoccupata quando ho sentito parlare del lockdown”, ha detto Samira. “So cosa il virus può fare ma non pensavo che avrebbero smesso di fornirmi le cure di cui ho bisogno a causa della pandemia”.

Nemmeno suo marito e i figli potevano lasciare l’abitazione per prenderle le medicine. “Ero molto preoccupato per la sua salute, temevo che le sue condizioni potessero peggiorare da un momento all’altro e che non sarei stato in grado di portarla in ospedale”, dice il marito, Muhammad Salem, 54 anni.

Lockdown e chiusure sono ancora predominanti in molte aree della Striscia di Gaza, ed alcune stanno diventando molto preoccupanti dopo che sono stati registrati più di 100 casi in un giorno solo. La zona nord della Striscia è tra le più colpite, registrando i più alti tassi giornalieri.

I danni del coprifuoco.

Suad al-Amoudi, 47 anni, dal campo rifugiati di Jabaliya, nella zona nord della Striscia di Gaza, è malata di cancro e necessita di regolari terapie all’ospedale al-Rantisi. Tuttavia, quando le misure di contenimento del virus sono state introdotte, Suad non poteva lasciare la sua abitazione.

“C’è stata una sospensione del coordinamento sulla sicurezza, il quale ha reso ancora più difficile raggiungere gli ospedali in Cisgiordania per ricevere le terapie”, ha affermato la donna, riferendosi alla decisione di maggio dell’Autorità Palestinese della Cisgiordania di interrompere i rapporti di coordinamento con le forze militari israeliane, in seguito ai piani di Israele di annettere vaste aree del territorio cisgiordano.

“Ed ora stanno chiudendo quasi tutto, qui a Gaza, impedendoci persino di andare all’ospedale per ricevere le cure più semplici”.

La sospensione del coordinamento sulla sicurezza ha reso persino più difficile lasciare la Striscia per i palestinesi, impresa già difficile di per sé ancor prima della pandemia.

Infatti, anche con il coordinamento sulla sicurezza i pazienti di Gaza affrontavano una onerosa procedura per ottenere il permesso militare di Israele di lasciare Gaza. Nel 2017, secondo il WHO, 54 residenti di Gaza sono morti dopo che il loro permesso di viaggiare per sottoporsi a cure, o interventi, è stato negato dai militari israeliani.

Gravi complicazioni.

La madre di Ali Jadallah ha bisogno di sottoporsi a dialisi ogni tre giorni, e prima della pandemia si faceva curare all’ospedale al-Shifa di Gaza. Um Ali, così chiamata da tutti, ha 51 anni e ha sempre avuto il timore di contrarre il virus durante le cure in ospedale ma non poteva fare altrimenti; non sottoporsi a dialisi può causare serie complicazioni.

Il peggio è infatti accaduto. Quando il mese scorso la signora si è recata in ospedale, ha contratto il virus (così come altri tre pazienti) e non solo; lo ha trasmesso anche al marito, alla figlia e al figlio.

“Ero scioccato quando ho scoperto che mia madre aveva contratto il coronavirus”, ha detto Ali. Sua madre è ora stabile ma l’aver contratto il virus l’ha lasciata profondamente scossa.

“Nonostante i dottori dicano che le sue condizioni sono stabili, sono comunque molto preoccupato per lei”.

Usama Jamal, 36 anni, di Khan Yunis nel sud di Gaza, è ancora in attesa di recarsi in Cisgiordania per essere operato al cuore. Tuttavia, con la sospensione della cooperazione sulla sicurezza tra ANP e Israele è impossibile spostarsi.

La sua operazione è stata riprogrammata a Gaza ma lo scoppio della pandemia nella zona costiera ha fatto sì che l’appuntamento venisse posticipato. L’uomo, intanto, è da agosto che non si sottopone a nessun controllo medico.

“La mia salute non è buona”, ha detto al E.I. “Non so se sopravviverò alle condizioni imposte dall’epidemia”.

Un picco drammatico.

Dopo la conferma della trasmissione del virus all’interno della comunità, alla fine di agosto, i casi hanno incominciato ad aumentare drasticamente, insieme al numero dei morti.

Il numero di infezioni verificate è passato da poco più di 200 a fine agosto, a quasi 5800 verso la fine di ottobre. I decessi sono passati da tre a oltre 30 nello stesso periodo.

Ashraf al-Qedra, portavoce del ministero della Salute a Gaza, ha affermato che 13 anni di blocco israeliano sul territorio hanno drammaticamente indebolito il servizio sanitario e minato la capacità del settore sanitario di affrontare la pandemia.

“Ci aspettavamo la diffusione del Coronavirus all’interno della comunità ma siamo ostacolati dall’assedio in corso su Gaza e dalla continua mancanza di supporto per superare queste crisi”, ha detto al-Qedra a E.I.

Il ministero della Salute di Gaza stima che gli ospedali della zona abbiano poco meno della metà dei farmaci essenziali, conseguenza diretta di un assedio che ha visto solo i rifornimenti di emergenza arrivare sul territorio.

“Abbiamo ricevuto pochissimo sostegno e stiamo lavorando con mezzi semplici per superare questa crisi”, ha detto al-Qedra, sottolineando che è diritto di ogni palestinese di Gaza aver garantita un’assistenza sanitaria decente.

I finanziamenti del Qatar sono disponibili ma spesso dipendono dagli accordi di “cessate il fuoco” tra Hamas e Israele.

Avvertimenti inascoltati.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) aveva da tempo avvertito che una pandemia avrebbe potuto colpire Gaza in modo particolarmente duro a causa del blocco di Israele, dell’area geografica ridotta e, allo stesso tempo, dell’elevata densità di popolazione, con oltre 2 milioni di persone per 365 chilometri quadrati.

L’OMS è intervenuto per facilitare il rilascio dei permessi di viaggio ai pazienti di Gaza affinché possano ricevere cure al di fuori della Striscia.

A settembre, l’inviato speciale delle Nazioni Unite, Nickolay Mladenov, ha annunciato che era stato raggiunto un accordo affinché l’OMS aiutasse i cittadini di Gaza a coordinarsi con Israele per gli spostamenti a scopo medico-salutare.

Tali misure di emergenza non affrontano, tuttavia, l’ostacolo della fornitura di assistenza sanitaria a Gaza. Le organizzazioni per i diritti umani, che hanno ripetutamente denunciato la situazione precaria sul territorio, sono demoralizzate.

Samir Zaqout con Al-Mezan, un gruppo che lavora per la tutela dei diritti umani a Gaza, ha affermato che la sua e altre organizzazioni hanno chiesto ripetutamente assistenza ma hanno ottenuto “poche risposte”.

“Lanciamo molte richieste di l’assistenza per Gaza ma non otteniamo sufficienti risposte… Notiamo un certo disinteresse, soprattutto dal mondo arabo”.

Nel frattempo, i pazienti continuano a lottare, spaventati dai tempi incerti.

“Spero che questo incubo finisca presto”, ha detto Suad al-Amoudi. Coloro che soffrono di malattie croniche, ha detto, sono molto preoccupati per la loro salute.

“Non vedo una fine imminente del virus”.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio

Qalqilya – PIC. Le forze d’occupazione israeliane (IOF) hanno fatto irruzione all’alba di sabato in varie aree della Cisgiordania, e provocando scontri nella cittadina di al-Bireh. Due palestinesi sono stati arrestati nella cittadina di Azzun, nel distretto di Qalqilya.

A Ramallah, le IOF hanno invaso la cittadina di al-Bireh, provocando scontri tra i soldati ed i giovani palestinesi.

Fonti locali hanno riferito che i soldati delle IOF hanno fatto irruzione nel quartiere di Seth Marhaba, ad al-Bireh, e si sono fermati in diverse aree.

A Qalqilya, le IOF hanno invaso la cittadina di Azzun e hanno iniziato una campagna di perquisizione di diverse case locali. Le forze israeliane hanno arrestato due palestinesi dopo aver circondato le loro case, perquisito e danneggiato la loro proprietà.

Azzun sta testimoniando ad incursioni quasi quotidiane da parte dei soldati delle IOF, nel tentativo di porre fine al lancio di pietre e molotov contro i coloni e le pattuglie militari. Le IOF hanno anche arrestato decine di palestinesi che vivono ad Azzun nel tentativo di fermare gli attacchi, ma senza successo.

A Jenin, i soldati israeliani hanno invaso il quartiere di al-Salamah, nella cittadina di Yaabad, a sud-ovest di Jenin, e sono rimasti lì per diverse ore.

Il quartiere di al-Salamah è soggetto a continue incursioni, durante le quali gli abitanti vengono spesso indagati. La frequenza delle violazioni del quartiere è aumentata dopo che un soldato israeliano è stato ucciso con una pietra in testa dal tetto di una delle case.

Gerusalemme occupata – PIC. Le ONG del settore mediatico palestinese hanno accusato Twitter di aver sospeso decine di account palestinesi che hanno pubblicato attivamente tweet contro la normalizzazione delle relazioni arabe con Israele.

Il Sada Social Center, un gruppo palestinese che difende i diritti degli utenti dei social media, ha affermato di aver notato negli ultimi giorni che Twitter ha bloccato decine di account appartenenti a personalità palestinesi ed attivisti dei social media.

Il gruppo ha dichiarato all’agenzia stampa Anadolu che gli account bloccati contenevano tweet che esprimevano opinioni contro la normalizzazione dei legami arabi con Israele e contro i piani di annessione israeliani della Cisgiordania occupata.

Sada Social ha affermato di aver inviato una lettera firmata da diverse istituzioni della società civile all’amministrazione di Twitter per protestare contro tale misura, chiedendo la sua revoca.

Da parte sua, il Forum dei giornalisti palestinesi (FPJ) ha affermato che la decisione di Twitter di disabilitare gli account palestinesi era una risposta alle pressioni israeliane.

Il FPJ ha aggiunto che Israele ha recentemente chiesto a Twitter di bloccare 128 account di attivisti e figure palestinesi dopo che questi avevano messo in evidenza questioni contro i piani d’annessione israeliani ed i suoi accordi di normalizzazione con i regimi arabi.

FPJ ha invitato Twitter ad astenersi dal bloccare gli account palestinesi e a rispettare i diritti degli utenti alla libertà di opinione e di espressione.

Gerusalemme occupata – PIC. Domenica, decine di coloni ebrei hanno invaso i cortili della moschea di al-Aqsa, hanno eseguito rituali talmudici e hanno fatto suonato la trombetta nal cimitero della Porta di al-Rahma, sotto la protezione della polizia israeliana.

Fonti locali hanno riferito che la polizia israeliana presente alla Porta Magharabi ha aperto l’ingresso a decine di coloni per invadere la moschea in gruppi. Le forze speciali israeliane hanno assicurato ai coloni l’incursione delle piazze della moschea.

La polizia ha chiuso la Porta Magharabi dopo che 47 coloni sono entrati nei cortili della moschea, secondo quanto affermato dalle fonti.

Il rabbino estremista Yehuda Glick ha invaso il cimitero di Bab al-Rahma, nel muro orientale della moschea di al-Aqsa, e ha suonato la trombetta vicino alle tombe dei compagni del Profeta e dei musulmani.

Nel frattempo, i palestinesi hanno continuato a realizzare viaggi verso al-Aqsa come parte del progetto “Bayarek”, o dei convogli.

L’Associazione dei convogli di al-Aqsa, attiva nella Palestina occupata del 1948, ha effettuato questi viaggi gratuiti per trasportare i fedeli palestinesi in autobus da tutte le aree verso Gerusalemme e verso la Moschea di al-Aqsa.

L’idea dei convogli risale e a diversi anni fa, quando il movimento islamico ed il popolo della Palestina occupata iniziarono ad organizzare i convogli per rafforzare la presenza araba ed islamica a Gerusalemme, ed impedire che l’occupazione imponesse il suo controllo sulla Moschea.

Nelle ultime settimane, Gerusalemme ha assistito ad un’escalation delle incursioni di gruppi di coloni israeliani nella moschea di al-Aqsa, con il pretesto di celebrare le festività ebraiche nonostante il lockdown imposto sulla città.

Nel frattempo, negli ultimi tre giorni, i cortili della moschea di al-Aqsa hanno assistito a massicce manifestazioni a sostegno del profeta Maometto.

Quds Press. Giovedì 29 ottobre, i palestinesi hanno celebrato il 64° anniversario del massacro avvenuto nella città di “Kafr Qasim”, nell’area del Triangolo meridionale (parte della Palestina centrale, occupata nel ‘48), in cui vennero uccisi 49 cittadini palestinesi.

La commemorazione, i cui eventi sono stati limitati a causa delle restrizioni sanitarie dovute alla pandemia di Coronavirus, è stata celebrata pubblicamente con la partecipazione delle famiglie delle vittime, di molti leader arabi, dei rappresentanti della Lista comune araba e del Comitato supremo di controllo per gli affari pubblici arabi. All’evento hanno presenziato anche le forze nazionali e quelle islamiche.

I partecipanti alla marcia, partita dalla piazza della Moschea Abu Bakr, e diretta al monumento dedicato ai martiri, hanno innalzato le bandiere palestinesi accanto alle bandiere nere, esprimendo così il proprio dolore per il ricordo del massacro.

Sono stati inoltre sventolati degli striscioni con slogan che condannano la politica del governo israeliano, e altri che chiedono allo stesso di riconoscere il massacro e di assumersene la responsabilità

Il capo del Comitato supremo di controllo per gli affari arabi, Muhammad Barakeh, di 48 anni, ha affermato in un discorso che “Kafr Qasim rimarrà nella storia e le generazioni future conserveranno questa eredità di lotta lasciatogli dalla generazione precedente”.

Barakeh ha sottolineato che “il massacro di Kafr Qasim ha avuto uno scopo ben preciso, quello di colpirci e deportarci. Oggi il target continua ad essere lo stesso, e lo vediamo nelle violenze che ci colpiscono ogni giorno, non sappiamo come andrà a finire”.

Per quanto riguarda l’attacco francese all’Islam, Barakeh ha sottolineato che “il feroce attacco al Profeta Muhammad, che le preghiere di Dio e la pace siano su di lui, non scoraggerà la nazione dal suo cammino, dall’amore e dalla devozione al suo profeta, e Macron rimarrà nella sua ignoranza”.

Sulla normalizzazione dei rapporti con Israele di alcuni paesi arabi, Barakeh ha affermato che “la pace inizia da qui, in Palestina, e con la questione palestinese, altrimenti si parla di una pace presunta, una pace vuota, una finta pace e non la vera pace delle anime”.

La commemorazione del 64° anniversario del massacro arriva in un momento di costante escalation delle politiche razziste israeliane contro i palestinesi, che “rappresentano una minaccia alla sicurezza, demografica e strategica, per Israele”, secondo quanto afferma l’occupazione israeliana.

Gli eventi della strage.

Il 29 ottobre 1956, l’occupazione israeliana commise un orribile massacro a sangue freddo nel villaggio di Kafr Qasim, occupato già dal 1948, uccidendo 49 cittadini palestinesi con il pretesto di aver violato il coprifuoco.

All’epoca, l’occupazione distribuì le sue forze nei villaggi palestinesi del Triangolo (tra cui Kafr Qasim, Kafr Bara, Al-Tira, Jaljulia, Al-Taybeh e Qalansawa), e fu guidata dal maggiore Shmuel Melinki, che riceveva ordini direttamente dal comandante del battaglione dell’esercito al confine, il tenente colonnello Issachar.

Un gruppo di soldati si diresse verso la città di Kafr Qasim e fu diviso in quattro gruppi. Uno di loro rimase all’ingresso ovest della città e il loro comandante chiese all’ufficiale Yehuda Zschensky di informare il “mukhtar” della città, Wadih Ahmed Sarsour, della decisione presa sul coprifuoco e di informare i residenti.

Sarsour informò l’ufficiale Zschensky della presenza di 400 persone al lavoro al di fuori del villaggio, le quali non avevano ancora fatto ritorno verso casa. L’ufficiale gli promise che sarebbero entrati nel villaggio senza alcun problema e che nessuno avrebbe fatto loro del male.

Ma non andò così. Quella sera fu l’inizio della tragica storia di Kafr Qasim, e del popolo palestinese in generale. Alle 17 in punto, il rumore dei proiettili si propagò con un forte boato all’interno del villaggio, gettando nel panico i residenti. I soldati dell’occupazione avevano sparato su di un gruppo di persone che tornavano dal lavoro nei campi, fuori dalla città. Uccisero 49 persone, e ne ferirono gravemente a decine, con il solo pretesto di aver violare il coprifuoco di cui ancora, le vittime, non erano a conoscenza.

Tra i martiri del massacro di Kafr Qassem ci furono uomini anziani, ventitré bambini di età compresa tra gli 8 e 17 anni e tredici donne. La popolazione di Kafr Qasim a quel tempo non superava i 2000 abitanti. Solo all’ingresso ovest della città, 43 persone sono state uccise.

Il massacro porta i nomi di un certo numero di soldati israeliani, tra cui l’ufficiale Issachar Shedami, che convocò Shmuel Melinki, lo informò della decisione e gli assegnò il compito di sorvegliare i confini e di imporre il coprifuoco nei villaggi, tra cui a Kafr Qasim, e quindi di fatto diede le istruzioni per commettere il massacro.

Nascondere il crimine.

Il governo israeliano, guidato da David Ben-Gurion, cercò inizialmente di nascondere la verità sul massacro di Kafr Qasem, dato che la prima notizia a riguardo fu pubblicata sui giornali soltanto una settimana dopo l’accaduto. Il 6 novembre 1956 il governo ne occultò i particolari e impedì poi l’accesso ai dati all’opinione pubblica, fino al 17 dicembre 1956.

Tuttavia, due rappresentanti del Knesset, il parlamento israeliano, di nome Tawfiq Toby e Mayer Fellner, scoprirono le circostanze dell’incidente dopo essere entrati nella città di Kafr Qasim per indagare sui fatti, chiedendo direttamente ai testimoni e ai feriti. Prepararono le documentazioni da presentare al Knesset e inviarono i documenti relativi all’incidente ai media, alle ambasciate straniere e a tutti i membri del Parlamento.

I loro sforzi costrinsero il governo a formare un comitato per l’accertamento dei fatti e ad avviare un’indagine che portò al processo di coloro che Tel Aviv considerava direttamente responsabili del massacro. A loro carico si svolse un processo finto, in cui l’ufficiale, Shmuel Melinki, fu condannato a 17 anni di reclusione, Gabriel Dahan e Shalom Ofer a 15 anni di reclusione, e gli altri soldati a 8 anni.

Il comandante della guardia di frontiera, il colonnello Shadami, colui che diede l’ordine di uccidere, fu assolto e non pagò un solo centesimo per ciò che aveva commesso. In un’intervista al quotidiano israeliano Haaretz, affermò di essersi attenuto ad “ordini superiori” quando impose ai suoi soldati di uccidere i civili, dicendo: “Prendeteli”.

Dopo il ricorso in appello, le condanne furono riesaminate e diminuite a 14 anni per Melinke, 10 anni per Dahan e a 9 anni per Ofer. Successivamente, gli anni di pena furono nuovamente diminuiti, in via definitiva, in seguito all’intervento del capo dello Stato che ridusse a soli cinque anni per Melinki, Ofer e Dahan. L’ultimo di loro venne rilasciato all’inizio del 1960.

I ricercatori di Storia palestinese affermano che il massacro di Kafr Qasim fu compiuto come parte di un piano volto a deportare i palestinesi dal “triangolo di confine” (luogo di confine tra Palestina del 1948 e la Cisgiordania che allora faceva parte della Giordania) in cui si trova Kafr Qasim, intimidendo i suoi residenti come con il massacro di Deir Yassin ed altre stragi.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio

Gaza-PCHR. Violazioni israeliane dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati. 22-28 ottobre 2020.

  • Le IOF attaccano e uccidono un ragazzo palestinese vicino a Ramallah
  • 6 civili palestinesi feriti per uso eccessivo della forza delle IOF in Cisgiordania
  • Si riportano 3 attacchi a fuoco contro terreni agricoli e 1 altro contro pescherecci nella Striscia di Gaza est e ovest
  • Aerei da guerra delle IOF colpiscono terreni agricoli a Khan Younis est
  • In 102 incursioni delle IOF in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est occupata: 81 civili sono stati arrestati, tra cui 6 minori e una donna
  • Le IOF arrestano il ministro Walid Assaf, capo della Commissione Nazionale contro il Muro di Annessione e le Colonie, a un checkpoint di al-Bireh e confiscano documenti ufficiali e corrispondenza
  • Le IOF hanno demolito 5 case a Gerusalemme e un’altra casa in costruzione a Jenin; diversi avvisi di demolizione e cessazione dei lavori sono stati notificati a Hebron, Betlemme e Salfit
  • Le IOF hanno installato 53 checkpoint militari temporanei in Cisgiordania dove hanno arrestato 7 civili palestinesi.

Sommario.

Le forze di occupazione israeliana (IOF) hanno continuato a commettere crimini e violazioni a più livelli contro i civili palestinesi e le loro proprietà, inclusi raid nelle città palestinesi caratterizzati da uso eccessivo della forza, aggressioni, abusi e attacchi ai civili. Questa settimana, le IOF hanno aggredito e ucciso un minore palestinese e ferito 6 civili palestinesi per uso eccessivo della forza. Le IOF hanno anche continuato a mantenere la loro politica di demolizione, confisca e distruzione di case e proprietà palestinesi per i piani di espansione degli insediamenti in Cisgiordania. Gli attacchi dei coloni israeliani sono aumentati contro agricoltori e terreni agricoli perché questo periodo dell’anno è la stagione della raccolta delle olive.

Questa settimana, il PCHR ha documentato 181 violazioni della legge internazionale per i diritti umani e del diritto internazionale umanitario da parte delle IOF e dei coloni nei Territori Palestinesi Occupati. Va sottolineato che le limitazioni dovute alla pandemia del coronavirus, hanno limitato la mobilità degli operatori del PCHR e la loro possibilità di condurre la documentazione sul campo; pertanto, le informazioni contenute in questo rapporto sono solo una parte delle continue violazioni delle IOF.

Rapporto integrale: qui.

Traduzione per InfoPal di Edy Meroli

E.I. Di Maureen Clare Murphy. Nickolay Mladenov, l’inviato di pace delle Nazioni Unite per il Medio Oriente, durante il briefing al Consiglio di sicurezza di lunedì, ha invitato l’Autorità Palestinese a riprendere il coordinamento civile e della sicurezza con Israele.

Mlandenov ha specificato che il rifiuto palestinese dei trasferimenti delle entrate fiscali fatte da Israele, per conto della Palestina, è un fattore che esacerba “una crisi economica e fiscale” e che minaccia la vitalità dell’Autorità.

L’ANP ha iniziato a rifiutare le entrate fiscali raccolte da Israele all’inizio del 2019.

Il rifiuto è una protesta contro una legge che consente a Israele di detrarre i pagamenti effettuati, ai prigionieri palestinesi e alle loro famiglie, dalle entrate fiscali dell’Autorità Palestinese, che Israele controlla.

La trattenuta, da parte di Israele, di parte del gettito fiscale palestinese è una violazione ai sensi del protocollo di Parigi degli accordi di Oslo.

Mladenov mostra tutto il suo pregiudizio chiedendo all’Autorità Palestinese di accettare i trasferimenti di entrate fiscali senza però chiedere a Israele di cambiare il suo comportamento ingiusto, che ha provocato le proteste dei palestinesi.

L’atteggiamento assunto da Mladenov di fronte a questa vicenda fa parte della sua tendenza generale a perseguitare i palestinesi, affinché accettino uno status quo ingiusto, mentre fa poche o nessuna richiesta a Israele.

Durante il briefing al Consiglio di sicurezza, Mladenov, ancora una volta, non è riuscito a chiedere inequivocabilmente a Israele di fermare e revocare l’assedio su Gaza, che dura da 13 anni, dove due milioni di palestinesi hanno visto la loro situazione economica andare di male in peggio con l’introduzione delle restrizioni dovuto al COVID-19.

Un altro funzionario delle Nazioni Unite, Philippe Lazzarini, ha recentemente affermato che i palestinesi di Gaza stanno sperimentando una povertà senza precedenti, e alcuni sono anche costretti a rovistare tra i rifiuti in cerca di cibo.

La malnutrizione infantile è aumentata, così come le morti per suicidio, con i giovani di Gaza che non vedono barlumi di speranza all’orizzonte.

Mladenov ha affermato che le intese che impediscono uno scontro militare tra Israele e gruppi di resistenza a Gaza “hanno ampiamente tenuto”.

Sfortunatamente, stanno tenendo anche l’assedio israeliano e le punizioni collettive.

Coordinamento.

Mladenov ha chiesto all’Autorità Palestinese di riprendere il coordinamento civile e di sicurezza con Israele. L’accordo è stato sospeso all’inizio di quest’anno, per protestare contro i piani di Israele di annettere formalmente le terre occupate in Cisgiordania.

La sospensione del coordinamento civile ha fatto sì che i pazienti di Gaza non siano in grado di accedere alle cure mediche in Israele ed in Cisgiordania, cure che non sono disponibili nella Striscia.

Le organizzazioni per i diritti umani e della salute hanno sottolineato che, in quanto potenza occupante, Israele è il responsabile ultimo del diritto alla salute dei palestinesi. La richiesta verso Israele dovrebbe essere quella di fornire un accesso illimitato alle cure, piuttosto che quella di normalizzare il suo crudele regime di permessi.

E mentre l’annessione, de jure, della Cisgiordania occupata è stata sospesa a seguito di una protesta internazionale, l’annessione, de facto, di Israele procede a ritmo sostenuto.

Mladenov ha giustamente sottolineato che le iniziative israeliane per costruire più insediamenti in Cisgiordania sono illegali secondo il diritto internazionale.

“Le attività relative agli insediamenti dovrebbero cessare, in quanto minano la prospettiva di raggiungere una soluzione a due stati”, ha detto Mladenov.

Tuttavia, non ha proposto alcuna strategia per dimostrare quanto Israele sia responsabile di violazioni del diritto internazionale.

Infine, Mladenov ha parlato della negazione dei visti ai membri del personale delle Nazioni Unite da parte di Israele, allo scopo di punire l’ONU per la pubblicazione di un rapporto sulle attività commerciali negli insediamenti della Cisgiordania.

“Sono profondamente preoccupato per il fatto che il lavoro sui diritti umani da parte delle Nazioni Unite sia ostacolato in questo modo”, ha detto Mladenov.

“Esorto Israele a facilitare il ritorno dei membri del personale internazionale”, ha aggiunto.

Una normalizzazione inutile.

Mentre Israele ostacola il lavoro dei colleghi delle Nazioni Unite, Mladenov ha accolto con favore la normalizzazione dei legami tra lo stato dell’apartheid e il Sudan, condividendo la speranza che questo aiuti “a far avanzare la pace israelo-palestinese”.

L’accordo di normalizzazione Sudan-Israele, e prima di esso gli accordi con Emirati Arabi Uniti e Bahrein, sono tutti incentrati su dittature che rafforzano il favore di Washington.

Non hanno niente a che fare con i palestinesi.

Semmai, sono ricompense per Israele, che si vede ulteriormente alleviata di quelle poche pressioni internazionali per porre fine alle stesse violazioni del diritto internazionale che Mladenov riferisce regolarmente al Consiglio di sicurezza.

Sabato, l’ANP ha riferito che Israele ha dato la sua benedizione alla vendita dei caccia F-35 americani agli Emirati Arabi Uniti.

Il Paese del Golfo ha svolto un ruolo di primo piano nel conflitto in corso nello Yemen, dove si stima che dal 2015 siano state uccise circa 100.000 persone.

Martedì, le agenzie delle Nazioni Unite hanno avvertito che quasi 100.000 bambini sotto i 5 anni nello Yemen sono “ad alto rischio di morire, senza l’arrivo di cure urgenti, per malnutrizione acuta grave”.

“Se la guerra non finisce adesso, ci avvicineremo ad una situazione irreversibile e rischiamo di perdere un’intera generazione di bambini piccoli dello Yemen”, ha detto Lisa Grande, coordinatrice umanitaria delle Nazioni Unite per lo Yemen.

Invece di promuovere la pace, l’accordo con Emirati Arabi Uniti mira ad “accelerare la militarizzazione del Medio Oriente e la sottomissione del suo popolo”, ha dichiarato lunedì il Comitato nazionale palestinese per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni.

L’accelerazione della militarizzazione – e il rafforzamento dell’impunità israeliana – non sono le strategie che un inviato di pace delle Nazioni Unite dovrebbe incentivare o applicare.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio

Jenin – PIC. Tre minorenni palestinesi sono rimasti feriti, uno dei quali gravemente, all’alba di venerdì, dopo che le forze d’occupazione israeliane (IOF) hanno sparato contro un veicolo su cui stavano viaggiando vicino al checkpoint di Jalameh, a nord-est di Jenin.

Fonti locali hanno riferito che le IOF erano di stanza al checkpoint di Jalameh e hanno sparato a caso contro un veicolo. L’aggressione ha portato al ferimento di Taha Shady al-Samen, 16 anni, con una scheggia di proiettile alla schiena; la sua condizione è stata descritta come moderata. Anche Muhammad Zakaria al-Zubaidi, 16 anni, è rimasto ferito e le sue condizioni sono state classificate come moderate. Il terzo minorenne, Mahmoud Ahmad Mus Khalil Halajiya, 15 anni, è stato colpito da una pallottola alla testa e le sue condizioni sono gravi.

Halajiya è stato portato a Nablus, mentre le altre due vittime, Samen e Zubaidi, sono state portate all’ospedale Martyr Khalil Suleiman Government di Jenin.

Ramallah – MEMO. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha affermato che la stagione palestinese della raccolta delle olive, iniziata il 7 ottobre, è stata interrotta da coloni ebrei.

Un rapporto sulle violazioni israeliane nei territori occupati afferma che la stagione della raccolta delle olive è stata interrotta da persone “ritenute o confermate come coloni israeliani in 19 incidenti”.

Il rapporto afferma che “23 agricoltori palestinesi sono rimasti feriti, oltre mille ulivi sono stati bruciati o danneggiati in altro modo e grandi quantità di prodotti sono stati rubati”.

La maggior parte degli attacchi è avvenuta nelle vicinanze della città di Ramallah, afferma il rapporto, osservando che i coloni “hanno […] aggredito fisicamente i raccoglitori di olive palestinesi in tre occasioni, scatenando scontri”.

Le forze d’occupazione israeliane, ha affermato l’OCHA, “sono intervenute in uno degli scontri, ferendo 14 palestinesi e bruciando 30 alberi con i lacrimogeni”.

Il rapporto ha aggiunto: “Accanto alla colonia israeliana di Mevo Dotan (Jenin), circa 450 ulivi sono stati bruciati e distrutti poco dopo che i contadini palestinesi del villaggio di Ya’abad sono stati attaccati dai coloni e cacciati dai soldati israeliani”.

Ha aggiunto: “Alcune centinaia di ulivi appartenenti ai palestinesi del villaggio di Saffa (a Ramallah), nell’area chiusa dietro la Barriera, sono stati incendiati e danneggiati”.

L’OCHA ha affermato che “molti degli incidenti sono avvenuti in aree ad accesso limitato, dove le autorità israeliane consentono ai palestinesi di entrare tra i due ed i quattro giorni durante l’intera stagione del raccolto”.

L’organismo delle Nazioni Unite ha riferito che sono stati registrati altri quattro attacchi da parte di coloni, facendo notare che un bambino palestinese di un anno è rimasto ferito quando l’auto su cui viaggiava è stata colpita da pietre nel governatorato di Betlemme.

Ad al-Khader, secondo quanto affermato dal rapporto, 40 alveari sono stati incendiati. Nell’area di Farsiya, nella Valle del Giordano settentrionale, i pastori palestinesi sono stati aggrediti fisicamente da un gruppo di coloni e una delle loro pecore è stata uccisa.

Nel villaggio di Jalud (a Nablus), i pali dell’elettricità ed i cavi che forniscono energia ai depositi agricoli sono stati tagliati o danneggiati.

Nablus – WAFA. All’alba di venerdì, coloni israeliani hanno vandalizzato le reti d’acqua ed elettricità a as-Sawiya, a sud di Nablus, secondo quanto affermato da un attivista locale.

Ghassan Daghlas, che monitora le attività delle colonie nel nord della Cisgiordania, ha confermato che un gruppo di coloni si è infiltrato nel villaggio e ha abbattuto una serie di pali elettrici di legno usando motoseghe.

I coloni, che provenivano dalla vicina colonia di Rechalim, nota per la sua comunità religiosa fanatica, hanno distrutto anche parte della rete idrica.

Il villaggio è teatro di frequenti attacchi di coloni, tra cui l’abbattimento di decine di ulivi, allo stesso modo in cui avviene in altri luoghi e cittadine palestinesi nei distretti di Nablus e Salfit, che hanno la più grande concentrazione di colonie israeliane.

La violenza israeliana contro i palestinesi e le loro proprietà è routine in Cisgiordania ed è raramente perseguita dalle autorità d’occupazione. Tra gli attacchi in questione, vi sono incendi di proprietà palestinesi e moschee, lancio di pietre, sradicamento di raccolti ed ulivi, ed altro ancora.

Ci sono oltre 800 mila israeliani che vivono in colonie in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Savethechildren.it. 160 bambini palestinesi stanno vivendo una situazione drammatica, si trovano in prigione in attesa di interrogatorio.

Soli, inascoltati, esposti ad enormi rischi a cui ora si aggiunge anche il Coronavirus. Firma per la loro liberazione.

Cosa sta succedendo.

Ancora oggi circa 500-700 bambini Palestinesi della Cisgiordania vengono processati e detenuti secondo la legge militare israeliana, ogni anno. Sono gli unici bambini al mondo ad essere sistematicamente processati da tribunali militaricon processi iniqui, arresti violenti, spesso notturni e interrogatori coercitivi. L’accusa più comune è il lancio di pietre, per cui si può arrivare ad una pena di 20 anni.
In prigione sono sottoposti ad abusi emotivi e fisici, l’assistenza sanitaria e il sostegno psicosociale sono per loro molto limitati e con l’emergenza Coronavirus la loro situazione si é ulteriormente aggravata.

Al momento, quasi 160 bambini si trovano nelle carceri militari israeliane, in attesa di processo o condanna.
Da marzo, con l’inizio della pandemia, a questi bambini è impedito di ricevere visite dai propri genitori e parenti. Non possono neanche incontrare i loro avvocati e quindi anche il supporto legale è minimo.

Questa situazione crea ulteriori difficoltà e sofferenze per i bambini e li rende vulnerabili a possibili violazioni, inclusa la pressione ad autoincriminarsi. Senza dimenticare il concreto rischio di contrarre il COVID19 a causa della mancanza di spazio nelle celle e dell’accesso minimo che hanno ai servizi igienici.
Il coronavirus infatti ha già raggiunto le carceri israeliane dove sono detenuti i bambini, dove sono stati registrati diversi casi.

Non c’è davvero un attimo da perdere.

La storia di Ala, 17 anni.

Ala è stato arrestato mentre andava a scuola durante degli scontri. Colpito da proiettili di gomma e ferito al piede e alla testa ha subito prima un interrogatorio di 5 giorni e solo dopo è stato visitato da un medico. Dopo aver trascorso alcuni giorni in ospedale per le ferite riportate è stato trasferito in prigione. Ha dovuto dividere una cella di circa 20 metri quadri con altri 9 ragazzi, alcuni anche molto più piccoli di lui. La paura del Coronavirus era tanta e i ragazzi provavano a mantenere pulito questo spazio angusto in cui erano costretti, ma senza disinfettanti e con le guardie che entravano continuamente nelle celle, spesso con i cani, era praticamente impossibile. Ora Ala è stato per fortuna rilasciato ma teme fortemente per gli altri ragazzi che sono ancora in carcere. Lui ha vissuto fino a poco temo fa in quella situazione e sa che il pericolo di ammalarsi è reale.

Cosa chiediamo.

In linea con la richiesta di numerosi esperti delle Nazioni Unite[1], Save the Children chiede il rilascio immediato di tutti i bambini palestinesi detenuti, affinché possano tornare in sicurezza nelle proprie famiglie e comunità durante la pandemia.

Chiediamo quindi al Ministro Di Maio e all’Ambasciatore presso le Nazioni Unite a Ginevra, Gian Lorenzo Cornado di farsi promotori di un’iniziativa in seno al Consiglio Diritti Umani per supportare l’appello dei funzionari delle Nazioni Unite per la liberazione dei bambini nelle carceri militari israeliane per limitare la diffusione della pandemia.

A livello normativo:

Israele ha ratificato la Convezione dei Diritti del Bambino nel 1991, impegnandosi ad attuare tutti i diritti e le protezioni inclusi nel trattato, compreso il fatto che l’interesse superiore del minore deve essere una considerazione primaria in tutte le decisioni che lo riguardano, e la detenzione deve essere usata solo come una misura di ultima istanza per il periodo più breve possibile (articolo 37). Ciononostante, Israele ha la peculiarità di essere l’unico paese al mondo che detiene e persegue i bambini nei tribunali militari, privando così questi imputati minorenni dei diritti e delle protezioni fondamentali del giusto processo.

Questo vuol dire che nei confronti dei bambini palestinesi vengono sistematicamente violate:

a) la Convenzione dei Diritti del Bambino;
b) la Convenzione contro la Tortura delle Nazioni Unite;
c) la Quarta Convenzione di Ginevra sulla tutela della popolazione civile in tempo di guerra.

Il nostro intervento.

Save the Children in oPt (Territori Palestinesi Occupati) lavora per la reintegrazione dei minori ex detenuti che raccontano di arresti violenti – spesso notturni, interrogatori coercitivi, abusi emotivi e fisici in detenzione e la mancanza di servizi essenziali. Già prima della crisi del COVID-19, l’88% dei bambini ha riferito di non aver ricevuto assistenza sanitaria durante il periodo della detenzione. Anche il sostegno psicosociale è limitato. Molti ragazzi e ragazze hanno subito danni irreparabili in detenzione che si manifestano in ansia, depressione, cambiamenti comportamentali, disordini alimentari o del sonno.

Approfondimenti:

  1. Jamie McGoldrick, Coordinatore Umanitario nei Territori Palestinesi Occupati, Genevieve Boutin, Rappresentante Speciale dell’UNICEF nello Stato della Palestina, e James Heenan, Capo dell’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani in Palestina.

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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