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Gerusalemme/al-Quds-PIC e Quds Press. Nella giornata di giovedì, 165 coloni, tra cui il rabbino estremista Yehuda Glick, sono entrati in gruppi nel complesso della moschea di al-Aqsa, attraverso la porta Maghariba, e hanno visitato i suoi cortili al mattino e nel pomeriggio, secondo fonti locali.

Diversi coloni hanno anche eseguito rituali o preghiere durante i loro tour nel luogo sacro islamico, principalmente nella sua zona orientale.

La moschea al-Aqsa è esposta all’invasione quotidiana da parte dei coloni ebrei e delle forze di polizia, al mattino e al pomeriggio, tranne il venerdì e il sabato.

La polizia israeliana chiude la porta al-Maghariba, che viene utilizzata dagli ebrei per entrare nella moschea, alle 10:30, dopo che i coloni hanno completato le loro visite mattutine al luogo sacro. Più tardi, nel pomeriggio, lo stesso cancello viene riaperto per i tour serali dei coloni.

Durante la presenza dei coloni all’interno del complesso della Moschea, ai fedeli musulmani vengono imposte restrizioni agli ingressi che conducono alla Moschea e i loro documenti d’identità vengono sequestrati fino a quando non lasciano il luogo sacro.

Gaza – PIC. Hamas ha criticato la nomina da parte del Bahrain di un ambasciatore in Israele.

Mercoledì, in un commento alla stampa, il portavoce di Hamas, Hazem Qasem, ha affermato che tale passo del Bahrain riflette “un chiaro sostegno allo stato d’occupazione e la complicità nella sua continua aggressione e crimini contro il popolo palestinese e le sue violazioni contro i luoghi santi islamici”.

Il portavoce Qasem ha aggiunto che questa mossa sosterrà “la versione sionista” della storia.

“Il nemico dovrebbe sapere che la normalizzazione delle sue relazioni con i regimi [arabi] è solo un’illusione e desidera consolidare la sua esistenza, che inevitabilmente finirà”, ha aggiunto il portavoce.

“Il popolo palestinese – armato della sua volontà, della sua resistenza e delle posizioni che sostengono i suoi legittimi diritti – continuerà la sua lotta fino a quando non raggiungerà i suoi obiettivi. Non dimenticherà né perdonerà coloro che hanno sostenuto l’occupazione”, ha sottolineato.

L’ambasciatore del Bahrain, Khaled al-Jalahma, è atterrato all’aeroporto Ben-Gurion martedì per assumere il suo nuovo incarico, in quella che il suo ministero degli Esteri ha descritto come “un’altra pietra miliare nell’approfondimento dei legami tra i due Paesi”.

Israele e Bahrain hanno stabilito relazioni diplomatiche lo scorso anno, nell’ambito degli accordi di Abraham, mediati dall’ex-amministrazione statunitense. La decisione del Bahrain di normalizzare le relazioni ha seguito il passo simile intrapreso da parte degli Emirati Arabi Uniti nello stesso anno.

Gli Emirati Arabi Uniti ed il Bahrain sono stati i primi stati del Golfo ad avere ripreso le relazioni con Israele.

A metà gennaio, il governo d’occupazione israeliano ha nominato Itay Tagner incaricato per gli affari dell’ambasciata israeliana a Manama.

Tokyo – MEMO. Il cittadino palestinese di Israele Iyad Shalabi ha vinto giovedì l’oro nei 50 metri dorso maschili nella categoria S1 a Tokyo.

Shalabi ha battuto l’ucraino Anton Kol, che è arrivato secondo, con il tempo di 1:13.78. L’italiano Francesco Bettella è arrivato terzo.

Shalabi aveva già vinto l’oro nei 100 metri dorso maschili nella stessa categoria nella prima giornata delle Paraolimpiadi.

Il cittadino palestinese di Israele vive a Shfaram, nel nord di Israele, e si allena ad Haifa. È nato sordo ed è rimasto paralizzato nella parte inferiore del corpo, a seguito di un incidente, all’età di 13 anni.

Le sue medaglie sono le prime per un cittadino arabo-israeliano alle Olimpiadi o alle Paraolimpiadi.

Il Cairo – MEMO e Wafa. Giovedì, il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha tenuto un colloquio con il suo corrispondente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, sulla situazione nei Territori palestinesi.

Abbas “ha informato il presidente al-Sisi sugli ultimi sviluppi nell’arena politica palestinese, sulla situazione interna e sugli sviluppi in generale nei Territori occupati”, secondo quanto riferito dall’agenzia stampa ufficiale palestinese Wafa.

Abbas ha anche ringraziato al-Sisi per gli sforzi dell’Egitto per raggiungere un cessate il fuoco a Gaza dopo l’offensiva militare israeliana di 11 giorni su Gaza.

Il leader egiziano, dal canto suo, ha sottolineato l’impegno del suo Paese nel sostenere la causa palestinese e nel ripristinare i “diritti legittimi del popolo palestinese secondo i riferimenti della legittimità internazionale”.

Secondo quanto riportato da Wafa, entrambe le parti hanno concordato di mantenere consultazioni e coordinamento sulla causa palestinese a tutti i livelli.

Abbas è arrivato mercoledì al Cairo per un vertice trilaterale con al-Sisi ed il re giordano Abdullah II, per discutere del processo di pace con Israele e delle prospettive della soluzione a due Stati.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Gerusalemme/al-Quds – MEMO. Le autorità d’occupazione israeliane continuano a trattenere i corpi dei prigionieri palestinesi, senza consegnarli ai loro parenti per la sepoltura, secondo quanto affermato martedì dalla Società per i prigionieri palestinesi (PPS).

La PPS ha dichiarato in un comunicato che la lista delle salme include “Anis Dawla, di Qalqilya, morto nel 1980, Aziz Owaisat, di Gerusalemme, morto nel 2018, Faris Baroud, di Gaza, Nasrat Taqatqa, di Betlemme, Bassam al-Sayeh, di Nablus, morto nel 2019, Saadi al-Garabli, di Gaza, e Kamal Abu Waer, di Jenin, entrambi morti l’anno scorso”.

La dichiarazione ha aggiunto che i sette palestinesi “sono tra i 226 prigionieri morti nelle carceri dell’occupazione durante il periodo dal 1967 al 2020”, osservando che ci sono centinaia di altri che sono deceduti “poco dopo il loro rilascio, a causa di malattie e ferite che hanno sviluppato negli anni”.

Ha aggiunto che la negligenza medica è una delle “politiche abusive dell’amministrazione penitenziaria israeliana” nei confronti dei detenuti.

“La tortura fisica e psicologica costituisce anche la politica israeliana più sistematica che ha causato la morte di 73 prigionieri negli ultimi decenni”, si legge nella nota.

Negli ultimi dieci anni, 29 prigionieri palestinesi sono morti mentre erano detenuti dall’occupazione, principalmente a causa di negligenza medica. Un totale di 81 corpi di prigionieri continuano ad essere trattenuti dall’occupazione e non sono mai stati consegnati alle loro famiglie dal 2015.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Di Lorenzo Poli per InfoPal. Dicevano che bisognava andare per difendere le donne, mentre prima del 2001 l’Afghanistan non interessava a nessuno, tantomeno le donne afghane e i loro diritti. E poi, come sosteneva Gino Strada, perché agli Americani hanno iniziato a stare a cuore le donne afghane? Gli USA non potevano starsene nella loro indifferenza, ipocrisia ed omertà di sempre? Le donne afghane non hanno mai avuto bisogno di salvatori, hanno da sempre cercato di liberarsi da sole oltre qualsiasi paternalismo patetico. Revolutionary Association of the Women of Afghanistan (RAWA): un nome un programma. Così si chiama il movimento femminile di resistenza afghano che non ha mai visto di buon occhio le interferenze dell’Occidente e di qualsiasi altra potenza straniera. 
Venne infatti fondata nel 1977 come movimento femminile di resistenza all’invasione sovietica e la loro leader e fondatrice, la femminista Meena Keshwar Kamal, venne assassinata dagli agenti afghani del Khad, all’epoca molto vicino al KGB. Rawa divenne obiettivo di molti gruppi integralisti salafiti afghani e dei talebani prima del 1996, anni in cui vennero uccise molte attiviste. Un lavoro, quello delle donne di RAWA, fatto in clandestinità per garantire la sicurezza del gruppo. Rawa ha aperto molti orfanotrofi, corsi di alfabetizzazione, assistenza medica, progetti di aiuto per le vedove di guerra che imboccavano la strada della prostituzione per sopravvivere, circoli femministi di dibattito su istruzione, resistenza, partecipazione e diritti. Dal 1981 per diffondere il loro lavoro politico, le loro opinioni e i loro obiettivi hanno fondato Payam-e-Zan, cioè “messaggio delle donne”, una rivista bilingue in persiano e pashtu che le donne distribuivano a piedi tra Pakistan Afghanistan. 
Le attiviste della Revolutionary Association of Women of Afghanistan hanno sempre denunciato pubblicamente i “signori della guerra”, le alte cariche governative e le responsabilità imperialiste dell’Occidente e degli USA, dopo aver costruito, finanziato e LEGITTIMATO organizzazioni e regimi fondati sulla violazione dei diritti delle donne, ignorando e sopprimendo i movimenti democratici.
Quando le coraggiose donne di Rawa venivano in Italia, erano IGNORATE, con scarso pubblico in sala. Gli integralisti distribuivano volantini dicendo che quanto le donne avrebbero detto era falso e che, in realtà, le donne afghane erano rispettate e libere. Tra il 1996 e il 2001, filmandoli con piccole telecamere nascoste sotto il burqa, le afghane denunciarono le decapitazioni di donne nello stadio per mano del regime talebano. Nel 1999 ci fu il famoso video che riprendeva la decapitazione di Zarmina, madre di sette figli accusata di aver ucciso il marito: il video fece il giro del mondo e fu uno scandalo mediatico che denunciò pubblicamente la barbarie talebana in Afghanistan (gli stessi che vennero finanziati dagli USA in funzione anti-sovietica). 
Poi cambiò tutto, anche in Occidente e, invece di informare sulle lotte delle donne afghane, si preferì inaugurare una guerra mediatica contro il burqa. Significative, in Italia, furono le puntate di Porta a Porta in cui Bruno Vespa invitava le donne in nero ed esponeva il burqa come simbolo di oppressione. Poi l’Italia iniziò a partecipare con la NATO all’intervento armato. 
Le donne afghane, nonostante ciò, hanno continuato a venire, raccontandoci gli orrori e concludendo che se gli americani se ne fossero andati via, esse avrebbero avuto per lo meno un solo nemico da combattere.
Oggi le donne afghane vengono vergognosamente dipinte dai media mainstream occidentali come soggetti “da salvare” , come a cancellare ulteriormente la loro soggettività politica attiva.
In tutto ciò, le donne del Cisda, Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane Onlus, in tutti questi anni hanno sempre sostenuto e collaborato con le afghane, mai sostituendosi o suggerendo cosa fare a chi lì vive con fare “coloniale”, ma rispettando le loro esigenze, poiché sono donne straordinarie dalle quali abbiamo solo da imparare.

Gaza-PIC e Quds Press. Un pescatore palestinese è stato ferito a una gamba, giovedì mattina, dopo che la Marina israeliana ha aperto il fuoco contro pescherecci palestinesi che operavano entro 6 miglia al largo della costa dell’area di As-Sudaniya, a nord-ovest della Città di Gaza.

Il pescatore è stato portato in ospedale con una ferita moderata, secondo fonti locali.

Le forze navali israeliane attaccano deliberatamente i pescatori palestinesi al largo delle coste della Striscia di Gaza quasi ogni giorno, ostacolando la loro attività di pesca.

Hebron/al-Khalil-PIC e Wafa. Giovedì mattina, un colono alla guida di un veicolo lanciato ad alta velocità, ha investito uno studente palestinese, ferendolo, su una strada nella zona di al-Husain, a est della città di al-Khalil/Hebron, nella Cisgiordania occupata.

Secondo testimoni, un colono ha investito con la sua auto il bambino mentre si stava dirigendo verso la sua scuola ed è fuggito dalla scena.

Il bambino ha riportato ferite multiple e contusioni ed è stato portato d’urgenza in un ospedale locale.

Episodi di terrorismo e violenza da parte di coloni ebrei estremisti contro i palestinesi e le loro proprietà sono all’ordine del giorno in tutta la Cisgiordania.

Gerusalemme/al-Quds-PIC e Quds Press. Secondo Al-Quds International Institution, 81 coloni coloni hanno invaso la moschea di al-Aqsa, a Gerusalemme occupata, mercoledì mattina, sotto la protezione della polizia israeliana.

L’istituzione ha dichiarato sulla sua pagina Facebook che i coloni sono entrati nel sito sacro islamico attraverso la porta al-Maghariba e se ne sono andati attraverso la porta al-Silsila.

La polizia israeliana consente ai coloni ebrei di irrompere nella moschea di al-Aqsa in due periodi giornalieri, mattina e pomeriggio, tranne il venerdì e il sabato, mentre impone restrizioni ai fedeli musulmani che desiderano entrarvi.

Gaza-Quds Press e PIC. Tre manifestanti palestinesi sono rimasti feriti, mercoledì notte durante le proteste anti-assedio vicino alla barriera di confine nel sud-est della Striscia di Gaza.

Secondo fonti locali, centinaia di giovani con bandiere e torce hanno iniziato a radunarsi in serata vicino alla barriera di confine a est di Rafah per protestare contro il blocco israeliano su Gaza.

Durante gli eventi, che sono proseguiti nella notte, i giovani hanno dato fuoco a pneumatici, fatto detonare esplosivi artigianali e sparato petardi verso la recinzione di confine.

Le forze di occupazione israeliane (IOF), a loro volta, hanno sparato razzi sull’area, hanno aperto il fuoco contro i manifestanti e hanno usato droni per inondarli di lacrimogeni.

La tensione è aumentata nella Striscia di Gaza, nelle ultime settimane, mentre il governo di occupazione israeliano continua a imporre severe restrizioni all’enclave costiera.

Ramallah – WAFA. Il ministro della Salute palestinese, Mai Al-Keila, ha inviato lettere urgenti al Comitato Internazionale della Croce Rossa, all’Organizzazione Mondiale della Sanità e al Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione, esortandoli ad intervenire e far pressioni sulle autorità d’occupazione israeliane affinché rilascino immediatamente Anhar al-Deek, una madre palestinese incinta in detenzione israeliana che dovrebbe partorire molto presto.

Nelle sue lettere, al-Keila ha affermato che le prigioni israeliane mancano delle condizioni sanitarie e preventive minime, soprattutto alla luce della pandemia COVID, e che al-Deek ha bisogno di cure mediche urgenti e di controlli per la sua salute e quella del suo bimbo.

“Anhar è [già] madre di una bambina di 18 mesi. Ha bisogno di stare accanto alla sua famiglia e ai suoi figli, e questo è un diritto umano garantito da vari regolamenti, leggi e norme internazionali”, ha detto al-Keila.

Il ministro della Salute ritiene le autorità d’occupazione pienamente responsabili della salute della prigioniera e della sicurezza e salute del suo bimbo, chiedendone l’immediato rilascio.

La venticinquenne al-Deek proviene dalla cittadina di Kafr Ni’ma, nella Cisgiordania occupata, ed è stata arrestata quando era incinta di quattro mesi.

La scorsa settimana, ha lanciato un appello alla comunità internazionale affinché faccia pressione su Israele per ottenere il suo rilascio e per permetterle di partorire fuori dal carcere.

La scorsa settimana, ha lanciato un appello alla comunità internazionale affinché faccia pressione su Israele per il suo rilascio, permettendole di partorire fuori dal carcere.
“Cosa posso fare quando partorisco mentre sono lontano da te e partorisco il mio bambino mentre le mie mani sono incatenate? Sai come potrebbe essere un parto cesareo fuori, quindi puoi immaginare com’è in prigione mentre sono ammanettata e sola”, ha scritto, Anhar in una lettera alla sua famiglia, aggiungendo:

“Sono molto stanca e ho forti dolori al bacino e alle gambe a causa del sonno su un materasso rigido. Non so come ci dormirò sopra dopo l’operazione”.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Gerusalemme/al-Quds-Silwanic. Mercoledì, i soldati israeliani hanno invaso la Scuola delle Giovani Donne Musulmane nella Gerusalemme occupata, prima di rapire il preside, gli impiegati amministrativi e sequestrare i computer.

Il Wadi Hilweh Information Center di Silwan (Silwanic) ha affermato che decine di soldati, agenti della polizia di frontiera, agenti della sicurezza interna hanno fatto irruzione nella scuola, con il pretesto che una delle sue aule è utilizzata come ufficio per il ministero dell’Istruzione palestinese.

Silwanic ha aggiunto che decine di studenti si trovavano nella scuola, compresi i cortili, quando i soldati l’hanno circondata e invasa.

Durante l’invasione, l’esercito ha rapito il preside e diversi impiegati amministrativi, oltre a convocare molti altri dipendenti per l’interrogatorio e confiscare decine di file.

Il ministero della Sanità palestinese ha denunciato l’attacco e lo ha descritto come una grave violazione dei diritti fondamentali all’istruzione dei palestinesi, tanto più che Israele cerca costantemente di cambiare il curriculum nelle scuole palestinesi nella Gerusalemme occupata, oltre alle frequenti invasioni in varie strutture educative .

Il Ministero ha invitato varie organizzazioni internazionali legali e per i diritti umani a fare pressione su Israele affinché ponga fine alle sue crescenti violazioni contro gli studenti e le strutture educative.

Betlemme – WAFA. Secondo un attivista palestinese, mercoledì le autorità d’occupazione israeliane hanno demolito due case palestinesi nel villaggio di Beit Ta’mir, ad est di Betlemme.

Il direttore della Commissione contro il muro dell’Apartheid e le colonie, Hassan Breija, ha affermato che una forza militare israeliana ha scortato due bulldozer nel villaggio, dove i macchinari pesanti hanno abbattuto due case in costruzione presumibilmente senza permessi.

Il proprietario delle strutture demolite è stato identificato come Elayyan Zawahreh.

Le forze israeliane hanno abbattuto un’altra casa di proprietà di Nasri Sbeih nel villaggio di Harmala, ad est di Betlemme.

Israele si rifiuta di consentire praticamente qualsiasi costruzione palestinese nell’Area C, che costituisce il 60 per cento della Cisgiordania occupata e rientra nel pieno dominio militare israeliano, costringendo i residenti a costruire senza ottenere i permessi raramente concessi.

Dall’altra parte, Israele concede molto più facilmente ad oltre 700 mila coloni israeliani i permessi di costruzione e fornisce loro strade, elettricità, acqua e sistemi fognari che rimangono inaccessibili a molti palestinesi vicini.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Tel Aviv – MEMO. Israele ha annunciato mercoledì che amplierà la zona di pesca di Gaza e aprirà il valico di frontiera di Karm Abu Salem (Kerem Shalom) alle spedizioni di merci ed attrezzature.

Il governo israeliano ha anche deciso di aumentare la quantità di acqua che fornisce a Gaza in altri cinque milioni di metri cubi.

L’annuncio arriva mentre le forze d’occupazione israeliane continuano a sparare contro i manifestanti radunati vicino alla recinzione che separa Gaza dallo stato d’occupazione, chiedendo la fine del brutale assedio israeliano sulla Striscia di Gaza.

L’ufficiale militare di collegamento israeliano con i palestinesi, noto come Coordinatore delle attività di governo nei territori (COGAT), ha confermato la mossa e ha dichiarato: “È stato deciso di espandere la zona di pesca nella Striscia di Gaza a 15 miglia nautiche, nonché di aprire completamente il valico di Kerem Shalom per il passaggio di attrezzature e merci”.

In base agli accordi di Oslo del 1993, Israele è obbligato a consentire la pesca al largo della costa della Striscia di Gaza entro un’area di 20 miglia nautiche, ma questo non è mai stato permesso.

Il COGAT ha aggiunto anche che a 5 mila commercianti palestinesi sarebbero stati concessi permessi di ingresso in Israele da Gaza, portanto il numero dei permessi rilasciati a 7 mila.

“Questi provvedimenti civili sono stati approvati a livello politico e dipendono dal mantenimento della stabilità della sicurezza per un periodo prolungato. La loro estensione sarà considerata in base ad una valutazione della situazione”, ha affermato.

Bassam Ghabin, direttore del lato palestinese del valico di frontiera di Karm Abu Salem, ha affermato che martedì sono entrati a Gaza 30 camion carichi di cemento, 120 camion di ghiaia e 15 camion di acciaio. Ha detto che i materiali hanno iniziato ad entrare lunedì e che il valico funziona quasi alla stessa capacità di prima dell’attacco militare israeliano a Gaza, avvenuto a maggio.

Israele impone severe restrizioni alla circolazione delle importazioni a Gaza, nonostante il cessate il fuoco entrato in vigore il 21 maggio.

Il 10 maggio, Israele ha lanciato un attacco militare a Gaza che è durato 11 giorni, uccidendo più di 250 palestinesi, tra cui donne e bambini, e ferendone migliaia.

Gruppi per i diritti umani e le Nazioni Unite hanno accusato Israele di mettere in atto punizioni collettive contro i palestinesi a Gaza.

Washington-PIC. L’esercito israeliano ha ucciso 67 bambini palestinesi e ne ha feriti altri 685 durante gli undici terribili giorni degli attacchi devastanti contro l’impoverita Striscia di Gaza, iniziati il 10 maggio, secondo quanto riferito da un recente rapporto pubblicato dall’UNICEF, il fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia.

In questo ultimo documento sulla situazione umanitaria, l’UNICEF afferma inoltre che, dal 7 maggio al 31 luglio, le forze militari e della sicurezza hanno ucciso nove bambini palestinesi, ferendone altri 556, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

Qui i bambini sono stati colpiti, nella maggior parte dei casi, da proiettili veri, ricoperti in gomma, granate assordanti e lacrimogeni.

Almeno 170 bambini palestinesi di Gerusalemme Est sono stati arrestati durante il periodo di riferimento. Nel rapporto non vengono menzionati, invece, i bambini detenuti in Cisgiordania.

L’UNICEF ha avvertito che non sarà in grado di riprendere le operazioni di aiuto ai bambini palestinesi a causa di un grave deficit di bilancio per l’anno in corso.

“Il fabbisogno finanziario dell’Appello Umanitario dell’UNICEF per il 2021 è di 46.202.701 dollari, dei quali 11.205.521 sono stati ricevuti durante il periodo di riferimento del rapporto, 2.738.838 riportati dal 2020, e 707.923 dollari sottratti ad altre risorse per far fronte alle necessità urgenti dell’escalation delle ostilità. Il 68% dell’ammontare richiesto rimane come deficit di finanziamento”, spiega il rapporto.

Il rapporto ha evidenziato che 116 asili privati, 140 scuole pubbliche e 41 scuole dell’UNRWA hanno subito vari gradi di danneggiamento o distruzione durante l’ultima guerra contro Gaza.

Afferma inoltre che “l’accesso sicuro ad acqua potabile e a servizi igienici resta un grave problema quotidiano per la maggior parte della popolazione”.

Precisa che “l’escalation delle ostilità nella Striscia di Gaza ha causato danni a 290 infrastrutture WASH – acronimo di WAter, Sanitation and Hygiene (acqua, servizi sanitari ed igienici) – e  interruzioni nella fornitura elettrica. Ha diminuito anche le possibilità di accesso alle forniture WASH critiche, compromettendo la capacità delle aziende di fornire servizi WASH. Di conseguenza, circa 1 milione e trecentomila persone, soltanto nella Striscia di Gaza, non hanno un accesso sufficiente all’acqua potabile, a strutture sanitarie ed igieniche.

“Nella Striscia di Gaza, anche i servizi per la salute hanno subito un forte impatto negativo a causa dell’escalation del maggio 2021, con 33 strutture sanitarie danneggiate durante il conflitto. Per di più, è continuata la diffusione del COVID-19 per il secondo anno consecutivo, aggravando le vulnerabilità già esistenti, colpendo il benessere dei bambini, e limitando l’accesso dei minorenni ai servizi essenziali. Al 31 luglio 2021 c’erano 345.702 casi confermati di COVID-19 dei quali il 50% erano donne e il 12% erano bambini al di sotto dei 18 anni di età”.

“Nella Striscia di Gaza, sono ancora in vigore limitazioni alle forniture necessarie per la ricostruzione essenziale, ai mezzi di sussistenza ed ai servizi di base. Alla fine di luglio, il valico di Kerem Shalom (Karam Abu Salem) verso la Striscia di Gasa è rimasto aperto soltanto per far entrare alcuni prodotti essenziali specifici e pochi beni umanitari

L’accesso umanitario ai beni nella Striscia resta un problema, dato che la disponibilità di materiale è significativamente diminuita nel mercato locale.

“Vi è urgente bisogno di importare alcuni prodotti, soprattutto per WASH e per altri progetti di ricostruzione per strutture colpite duramente nelle recenti ostilità. Un’ulteriore sfida è il continuo divieto di ingresso per i materiali “a duplice uso” che limita anche il trasferimento dei beni essenziali. Ciò influisce sul funzionamento e sulla manutenzione di strutture e infrastrutture idriche e igienico-sanitarie vitali e dell’unica centrale elettrica della Striscia di Gaza. Il lungo processo di importazione dei rifornimenti sta mettendo a dura prova anche la fornitura di un’assistenza umanitaria tempestiva”, ha spiegato il rapporto dell’UNICEF.

Traduzione per InfoPal di Aisha T. Bravi

InvictaPalestina.org. Di Lorenzo Poli. Questo articolo nasce dall’esigenza di analizzare cosa sta succedendo e cosa è successo in Afghanistan, cosa è stato fatto e cosa no, ma soprattutto come nel XXI secolo sia possibile giustificare una guerra, una violazione sistematica dei diritti umani, anche in nome dei diritti delle donne in un dibattito del tutto strumentalizzato.

Femoimperialismo: uno dei tanti strumenti di guerra per legittimare un conflitto colpendo la sensibilità dei propri cittadini. In questo, l’Impero USA è riuscito benissimo, trovando fondamenta nella storia coloniale dell’Occidente che, inorridito da certe pratiche e certi costumi di alcune popolazioni definite “tribali”, ha pensato bene di esportare la sua forma mentis e il suo modo di concepire il mondo.

Infatti il termine “femminismo imperiale” nasce durante l’espansione degli imperi coloniali europei tra il XVIII e XIX secolo, quando gli europei iniziarono a governare su vaste popolazioni di persone non bianche e non occidentali con la giustificazione della “missione civilizzatrice” verso le donne di queste nazioni, in cui vigeva un forte maschilismo. Secondo la vulgata occidentale, il dominio coloniale avrebbe giovato a queste donne liberandole dalle “catene maschili”.

Il “femoimperialismo”, parafrasando il termine “femonazionalismo” coniato da Sara Ferris, si riferisce a casi in cui, per giustificare la costruzione di un impero, si usa una retorica che strumentalizza i discorsi e le lotte femministe in tono salvifico verso le donne che, secondo la narrazione, andrebbero “salvate” , da un nemico del tutto decontestualizzato.

La studiosa, attivista e femminista Zillah Eisenstein, professoressa emerita presso il Dipartimento di Politica dell’Ithaca College, nel 2016 scrisse un articolo significativo in critica al “femminismo imperialista” affermando: “Il femminismo imperiale privilegia la disuguaglianza attraverso la flessione di genere che si maschera da uguaglianza di genere. Il femminismo imperiale privilegia la costruzione dell’impero attraverso la guerra” ( https://www.thecairoreview.com/essays/hillary-clintons-imperial-feminism/ ).

La professoressa Deepa Kumar, attivista indio-americana e docente di giornalismo e studi sui media alla Rutgers University, sostiene che il “femminismo imperialista” sia una retorica basata sull’appropriazione dei diritti delle donne per giustificare l’impero e che non possa avvantaggiare né le donne in Oriente, né le donne dei Paesi imperialisti. Con il fine di decostruire il “femminismo imperialista”, la sua analisi parte dagli inizi della propaganda imperialista che iniziò con le rappresentazioni culturali del genere e della sessualità in prodotti culturali come i dipinti orientalisti, i primi film di Hollywood e gli spettacoli televisivi contemporanei.

Il femoimperialismo nasce esclusivamente dal femminismo bianco occidentale e dal suo atteggiamento nei confronti dei Paesi non-bianchi e non-occidentali, perpetuando stereotipi umilianti sullo status delle donne nei paesi del cosiddetto “Terzo Mondo”.

Le sue retoriche hanno creato un’immagine di donne non-bianche in una posizione socioeconomica inferiore nei paesi in cui vivono rispetto alla realtà, inferiorizzandole più del dovuto, portando avanti anche atteggiamenti razzisti nei confronti di gruppi etnici minoritari emarginati che non fanno parte del femminismo mainstream, o “femminismo di Stato”, come l’ha chiamato Giulia Siviero. Proprio per questo, i femminismi postcoloniali si sono sviluppati in aperta contrapposizione alla visione occidentale. Come disse Bell Hocks “le donne bianche sono state complici di questo patriarcato imperialista, suprematista bianco e capitalista”, sottintendendo che le donne di colore stavano dando inizio all’ennesimo processo di liberazione: quello dai falsi immaginari che generano stereotipi e discriminazione.

Ma la cosa più interessante è che queste dinamiche siano state utilizzate anche come giustificazione di guerra dalla NATO in un’ottica di politica estera delle nazioni occidentali con lo scopo di sostenere politiche imperialistiche, promuovendo al contempo una “retorica inclusiva e progressista”. Sarà banale ribadirlo, ma un esempio è la guerra in Afghanistan.

Dopo gli attacchi dell’11 settembre alla Torri Gemelle, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno lanciato la “guerra al terrorismo” con un’invasione dell’Afghanistan che non aveva nessuna giustificazione valida in quanto non c’era nessun cittadino afghano coinvolto nell’attentato di New York. Inoltre non reggeva la tesi secondo la quale i Talebani stavano dando aiuto a Bin Laden, in quanto quest’ultimo era fuggito in Pakistan.

Le solite bugie di guerra, che però hanno dato adito ad altre giustificazioni come “la liberazione delle donne afghane dal burqa”. Una retorica ridicola, vuota ed ipocrita se pensiamo che la situazione delle donne afghane era peggiorata da quando i talebani, finanziati dagli USA, stavano prendendo potere territoriale in tutta la zona. Eppure fu un ottimo motivo per lanciare un’invasione, che poi si tramutò in occupazione militare, orchestrando una campagna mediatica volta alla sensibilizzazione degli animi degli utenti occidentali.

L’allora first lady repubblicana Laura Bush, in diversi discorsi radiofonici, sostenne che l’invasione americana avrebbe aiutato le donne afghane a liberarsi dall’oppressione dei talebani, affermando:

“Le persone civili di tutto il mondo parlano con orrore, non solo perché i nostri cuori si spezzano per le donne e i bambini in Afghanistan, ma anche perché in Afghanistan vediamo il mondo che i terroristi vorrebbero  imporci”.

Durante il periodo in cui suo marito fu in carica, Laura Bush fu la femoimperialista per eccellenza, portando nel 2007 Elizabeth Gettelman Galicia, allora caporedattrice e direttrice delle relazioni pubbliche del sito Mother Jones, e la fotoreporter canadese Lana Šlezic ,a fare un servizio fotografico sulle donne afghane documentando una situazione peggiore rispetto a dieci anni prima:

“La difficile situazione delle donne sotto il regime talebano ha fornito agli Stati Uniti una giustificazione morale ordinata per la loro invasione dell’Afghanistan”, un argomento di discussione che Laura Bush ha portato a casa. “La lotta al terrorismo è anche una lotta per i diritti e la dignità delle donne”, ha detto Bush dopo l’invasione del 2001, aggiungendo che grazie all’America, le donne “non sono più imprigionate nelle loro case”. Sei anni dopo, il burqa è più comune di prima, una “straordinaria maggioranza” di donne afghane subisce violenze domestiche, secondo il gruppo di aiuto Womankind, e i delitti d’onore sono in aumento. L’assistenza sanitaria è così logora che ogni 28 minuti una madre muore di parto, il secondo tasso di mortalità materna più alto al mondo. Le ragazze frequentano la scuola in numero dimezzato rispetto ai ragazzi e nel 2006 almeno 40 insegnanti furono uccisi dai talebani. Per due anni, la fotoreporter canadese Lana Šlezic ha attraversato l’Afghanistan, da Mazar-e-Sharif a nord a Kandahar a sud, per documentare queste realtà in gran parte nascoste”.

Eppure pochi mesi dopo l’invasione, il 17 novembre 2001, Laura Bush celebrò l’apparente progresso degli Stati Uniti verso l’emancipazione delle donne dell’Afghanistan:

“A causa dei nostri recenti successi militari, in gran parte dell’Afghanistan le donne non sono più imprigionate nelle loro case. Possono ascoltare musica e insegnare alle loro figlie senza paura di essere punite. Tuttavia, i terroristi che hanno contribuito a governare quel paese ora tramano e pianificano in molti paesi e devono essere fermati. La lotta al terrorismo è anche una lotta per i diritti e la dignità delle donne”.

Questi argomenti sono stati criticati da molti intellettuali, tra cui anche lo scrittore americano Akbar Shahid Ahmed, il quale il 18 marzo 2016 pubblicò su Huffington Post un articolo in inglese dal titolo “Dear Laura Bush, This Is Not The Way To Help Oppressed Women” (“Cara Laura Bush, questo non è il modo per aiutare le donne oppresse”):

“’Penso che dobbiamo mantenere le truppe lì’, ha detto all’evento di martedì a Washington. ‘Dobbiamo assicurarci che l’Afghanistan abbia la sicurezza per essere in grado di costruire stabilità. Ovviamente, la cosa più importante è la sicurezza e le nostre truppe possono aiutare in questo’”.

Questa non è una nuova retorica per Bush. Alla fine del 2001,  divenne notoriamente la prima donna in assoluto a prendere in consegna il discorso radiofonico settimanale del presidente, due mesi dopo che gli Stati Uniti avevano iniziato a lavorare per rovesciare il regime dei talebani. Bush  sosteneva che l’invasione da parte degli Stati Uniti avrebbe avuto chiari benefici per le donne oppresse in Afghanistan, delle cui difficoltà disse che lei e la maggior parte degli americani erano venute a conoscenza solo attraverso la copertura mediatica dopo l’11 settembre”.

Laura Bush visita il dormitorio femminile dell’Università di Kabul il 30 marzo 2005. (Susan Sterner / Casa Bianca)

Delle domande sorgono inevitabilmente: gli sforzi per aiutare le donne afghane ad assicurarsi lo status di cittadine a pieno titolo dovevano per forza essere legate al militarismo statunitense? Schierarsi per l’empowerment femminile è servito come espediente per rafforzare il controllo americano nell’area?

Come diceva Ahmad Shah Massud, se volete aiutare le donne afghane non venite a parlare del burqa, ma date alle donne lavoro e istruzione che le cose, pian piano, cambieranno. Questo fino ad ora non è stato fatto, anzi l’occupazione militare USA e NATO ha contribuito a peggiorare la situazione.

Negli anni Settanta a Kabul, la capitale afghana, era donna il 40% dei medici, il 70% degli insegnanti e il 15% dei deputati. Nel 1940 l’Afghanistan era una terra culturalmente vivace e piena di opportunità con edifici moderni, tecnologia e istruzione che arricchivano un paesaggio arido nel quale le donne indossavano gonne, guidavano, ascoltavano musica liberamente e frequentavano l’università insieme ai maschi. Il governo socialista di Nur Mohammad Taraki (1978-1979) approvò il diritto di voto alle donne, abolì i matrimoni combinati e introdusse servizi sociali universali. Il 30 settembre 1987 Mohammad Najibullah fu eletto Presidente della Repubblica ed emanò una nuova Costituzione prevedendo multipartitismo, libertà d’espressione e una magistratura indipendente. Le donne in Afghanistan erano libere quando l’Afghanistan era ancora una Repubblica Democratica, ma quando nel 1992 divenne Repubblica Islamica, con l’instaurarsi del regime talebano (sfuggito di mano agli USA?) fu la fine. Oggi dei suoi circa 30 milioni di abitanti solo il 5% delle donne sa leggere e scrivere e, con l’attuale Emirato Islamico dell’Afghanistan, sicuramente la situazione non sarà delle migliori.

Eppure la liberazione delle donne afghane, propagandata dall’Alleanza Atlantica, non si è vista perché non solo non hanno mai voluto “esportare la democrazia”, ma non hanno mai avuto intenzione di crearla, una democrazia.

Oggi, nonostante il presunto abbandono dell’Afghanistan da parte delle truppe USA, la propaganda femoimperialista continua nelle versioni più viscide. È stato facile, in queste settimane, sentire commenti come “erano andati in Afghanistan per togliere il burqa alle donne, ma ora scappano lasciando donne, bambini e vecchi in mano ai talebani”: una nauseante retorica paternalista volta a ri-legittimare quella imperialista di stampo militare, quasi non riuscendosi a spiegare perché gli americani abbiano scelto di andarsene proprio in un momento così critico, come se dopo aver distrutto un Paese siano gli unici a poterlo “aiutare”. I soldati americani, secondo questa vulgata, sarebbero ancora una volta salvatori di donne e bambini.

Nicole Gee (Agenpress)

La soldatessa Nicolee Gee con il bambino in braccio dà un’immagine compassionevole, di donna forte, ma che dentro di sé cova lo spirito materno legato alla cura e alla protezione, riecheggiando emozioni forti come a ricordarci che, nonostante la serietà militare della divisa, si continua a mantenere un profilo umano.

In memoria di lei, uccisa nel recente attentato, il 29 agosto 2021, Il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo dal titolo “Nicole Gee, morta nell’attentato a Kabul la marine della foto simbolo in cui cullava un bambino” in cui si leggono queste parole:

“Un bambino in pigiama e bavaglino in braccio, lei così giovane da sembrare più che la mamma la sorella, nonostante la divisa. Nicole Gee aveva postato la foto sul suo profilo Instagram con sotto la scritta «Amo il mio lavoro». Ma di quel momento c’erano altri scatti, uno, quello che vedete accanto, l’aveva pubblicato il 20 agosto l’account Twitter del dipartimento della Difesa, e ha fatto il giro del mondo”.

Parole di propaganda in cui una soldatessa americana, oltre a salvare le donne, salva anche i bambini afghani, facendosi una foto ricordo: una nuova moda, dal momento che anche altri militari USA si sono scattati foto con neonati per darsi un volto “umanitario”.

Nella foto si vede il Marine Isaiah Campbell con il bambino afgano che, secondo il mainstream, sarebbe stato consegnato dai genitori agli americani all’aeroporto di Kabul “per assicurargli un futuro migliore”. Ancora una volta la propaganda di guerra continua.

Per non parlare del video che sta girando sul web dal 18 agosto 2021, in cui un gruppo di ragazze afghane implora aiuto, con pianti terribili, dietro ai tornelli dell’aeroporto di Kabul, ad alcuni soldati americani, urlando «Aiutateci, i talebani stanno arrivando a casa».

https://www.la7.it/intanto/video/le-urla-disperate-delle-ragazze-afghane-ai-soldati-usa-aiutateci-i-talebani-stanno-arrivando-a-casa-18-08-2021-393702 .

Il messaggio che si vuole dare è che ci sono migliaia di donne che da giorni cercano di fuggire dal “nuovo dominio”. Ma forse l’immagine più strumentalizzata in questi giorni è stata quella della donna che su un pezzo di cartone, con un pennarello blu, ha scritto “Tuscania”, riferendosi al luogo in cui sarebbe voluta andare scegliendo la salvezza piuttosto che il muro di filo spinato.

Una vera e propria mercificazione del dolore che, usando quell’immagine, vuole convincere il mondo che veramente quella donna per salvarsi ha avuto bisogno dell’intervento anche armato dell’Occidente “inclusivo, progressista e difensore delle donne”. Nessuno che dica che i profughi afghani (donne, uomini e bambini) ci sono sempre stati in questi vent’anni e che ora è solo il culmine di una crisi umanitaria iniziata nel 2001.

Eppure delle questioni rimangono aperte. Proprio l’esercito che vorrebbe salvare le donne dai talebani, è lo stesso che, secondo The Times, avrebbe lasciato circa 85 miliardi di dollari di equipaggiamento militare statunitense in mano ai talebani: 75.000 veicoli, 200 aerei ed elicotteri e circa 600.000 armi leggere. Se gli americani hanno lasciato tutto questo arsenale ai talebani non è stato per la fretta di andarsene, né tantomeno per “aiutare”. Potrebbe far parte degli Accordi di Doha tra talebani e forze USA?

Ad oggi, il femoimperialismo come giustificazione di guerra in nome dei “diritti delle donne” sembra essere vincente sul fronte della propaganda, ma non credibile nella realtà. Due giorni fa il Daily Mail ha riportato che solo l’anno scorso ci sono stati 26.000 stupri contro soldatesse USA nell’esercito statunitense: questo sarebbe l’esercito “femminista” che deve liberare le donne in tutto il mondo?

Fonti:

Lezione della professoressa Deepa Kumar sul “femminismo imperialista” e la guerra al terrore: https://www.youtube.com/watch?v=0_WG5C5OIbI

Fotoreportage di Elizabeth Gettelman Galicia e Lana Šlezic: https://www.motherjones.com/politics/2007/07/hidden-half-women-afghanistan-lana-slezic/

Discorso via Radio di Laura Bush, 2001: https://georgewbush-whitehouse.archives.gov/news/releases/2001/11/20011117.html

Gaza-PIC e Quds Press. Tre cittadini palestinesi sono stati feriti dalle forze di occupazione israeliane (IOF) mentre altri hanno sofferto di problemi respiratori a causa dei gas lacrimogeni sparati dalle IOF durante la protesta notturna a al-Bureij, nella Striscia di Gaza.

I cecchini delle IOF hanno sparato proiettili di metallo ricoperti di gomma e proiettili veri contro i manifestanti dall’altra parte del confine.

E’ il quarto giorno di proteste notturne in corso ai confini di Gaza per la fine dell’assedio all’enclave.

Nello stesso periodo si è svolta una protesta notturna a Beita, nel sud di Nablus in Cisgiordania, contro gli insediamenti nella zona.

QNN, Palestine Chronicle, Social Media. Centinaia di soldati israeliani hanno iniziato una campagna sui social media, chiedendo maggiore autorità per sparare ai palestinesi e modificare i protocolli dell’esercito israeliano in merito all’apertura del fuoco contro i palestinesi.

La campagna, dal titolo “Untie Our Hands”, è stata avviata dopo l’annuncio della morte del cecchino israeliano Barel Shmueli, ferito mentre prendeva di mira i manifestanti lungo la recinzione che separa Gaza assediata da Israele.
Massicce proteste hanno avuto luogo ai confini orientali di Gaza chiedendo la fine dell’assedio israeliano su Gaza, che ha peggiorato la situazione umanitaria nell’enclave già inabitabile.

Oltre 40 manifestanti sono stati feriti dai soldati israeliani durante le proteste e due palestinesi, tra cui un ragazzo di 13 anni, sono stati uccisi.

Tweet.

 (Foto: Supplied)

Ramallah-Wafa e PIC. Un palestinese è stato ucciso dalle forze israeliane all’ingresso occidentale del villaggio di Beit Ur al-Tahta, a ovest della città occupata di Ramallah, in Cisgiordania, secondo quanto riportato da fonti locali.

I soldati israeliani hanno sparato a Ra’ed Jadallah, 39 anni, lasciandolo morire dissanguato.

MEMO, PC, Palestine Chronicle e Social Media. Martedì, un tribunale israeliano ha respinto il rilascio di venticinquenne Anhar ad-Deek, 25 anni, una prigioniera palestinese incinta di nove mesi e che dovrebbe partorire in detenzione.

Ad-Deek, della città di Kafr Ni’ma, a ovest di Ramallah, è stata arrestata quando era incinta di quattro mesi.

La scorsa settimana, ha lanciato un appello alla comunità internazionale affinché faccia pressione su Israele per il suo rilascio, permettendole di partorire fuori dal carcere.
“Cosa posso fare quando partorisco mentre sono lontano da te e partorisco il mio bambino mentre le mie mani sono incatenate? Sai come potrebbe essere un parto cesareo fuori, quindi puoi immaginare com’è in prigione mentre sono ammanettata e sola”, ha scritto, Anhar in una lettera alla sua famiglia, aggiungendo:

“Sono molto stanca e ho forti dolori al bacino e alle gambe a causa del sonno su un materasso rigido. Non so come ci dormirò sopra dopo l’operazione”.

'Israel' refuses to release the Palestinian detainee Anhar al-Deek (25) pregnant in her 9th month and is expected to give birth to her baby inside the Israeli detention, where the dirty and unventilated cells, and the nonstop repressions.#SaveAnhar

Art by: Sara Alqaed pic.twitter.com/8AMmihgmIU

— Quds News Network (@QudsNen) August 26, 2021

La Missione di Osservatore Permanente dello Stato di Palestina presso le Nazioni Unite a Ginevra ha inviato un appello urgente chiedendo alla comunità internazionale di agire per liberarla.
La missione ha riferito che sta affrontando condizioni difficili e che ora è sul punto di essere posta in condizioni disumane e antigieniche mentre il parto si avvicina. Ha inoltre chiesto alla comunità internazionale di intervenire immediatamente, a sostegno del diritto internazionale, e di intraprendere azioni decisive per costringere Israele a rilasciare lei e tutti i prigionieri detenuti arbitrariamente, in particolare donne e bambini.

Tweet.

Ci sono circa 4.850 detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, tra cui 41 donne, 225 bambini e 540 detenuti amministrativi – detenuti senza accusa o processo, secondo le istituzioni che si occupano di Affari dei prigionieri.

(In copertina, disegno di Sara Alqaed).

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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