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Tel Aviv – MEMO. Ben & Jerry’s ha dichiarato che intende apportare modifiche alla sua causa contro la vendita della sua attività di produzione di gelati in Israele da parte della sua società madre, Unilever, secondo quanto riferito da Reuters.

In una lettera depositata presso il tribunale federale di Manhattan, Ben & Jerry’s ha affermato che prevede di presentare una denuncia modificata entro il 27 settembre, alla quale Unilever dovrà rispondere entro il 1 novembre.

Unilever ha concordato con il calendario, si legge nella lettera. La sua risposta al reclamo originale di Ben & Jerry è arrivata martedì.

Ben & Jerry’s aveva citato Unilever in giudizio il 5 luglio, affermando che la vendita dell’attività israeliana al licenziatario locale Avi Zinger violava l’accordo di Unilever del 2000 per l’acquisto della società con sede a Burlington, nel Vermont, perché avrebbe consentito la vendita di gelati nelle colonie nella Cisgiordania occupata.

Nel luglio 2021, Ben & Jerry’s ha deciso di interrompere le vendite nei Territori palestinesi occupati da Israele, definendole “incoerenti” con i valori progressisti e la missione sociale che si riserva il diritto di promuovere. Quella decisione ha provocato una reazione contro Unilever, inclusi disinvestimenti da parte dei fondi pensione della società di beni di consumo e accuse di antisemitismo da parte di alcuni gruppi ebraici.

Il 22 agosto, il giudice distrettuale degli Stati Uniti Andrew Carter a Manhattan ha affermato che Ben & Jerry’s non meritava un’ingiunzione contro la vendita a Avi Zinger perché non ha dimostrato che avrebbe subito un danno irreparabile. Il giudice non ha preso decisioni nel merito della causa.

Unilever ha affermato che Ben & Jerry’s non aveva il potere di fermare o annullare la vendita, che è già stata chiusa.

Ramallah – IMEMC. L’esercito israeliano intende utilizzare droni armati durante le invasioni in diverse parti della Cisgiordania occupata.

Il canale televisivo israeliano Channel 11 News ha riferito che i comandanti dell’esercito israeliano in Cisgiordania ed il comandante della “Brigata Menashe” sono stati addestrati sul funzionamento dei droni armati da utilizzare nelle invasioni nelle aree della Cisgiordania.

I comandanti di divisione dell’esercito israeliano nella Cisgiordania occupata saranno le persone che decideranno di utilizzare il drone d’attacco durante le invasioni militari.

I droni verranno utilizzati per bombardare alcune aree, classificate come “difficili”, in cui i militari affrontano la resistenza armata dei combattenti palestinesi quando invaderanno queste città, cittadine o campi profughi.

È probabile che i nuovi regolamenti siano stati specificamente pensati per essere utilizzati principalmente a Jenin e a Nablus, dove l’esercito israeliano ha incontrato la resistenza armata dei combattenti palestinesi durante le invasioni militari quotidiane israeliane.

I droni verrebbero usati per designare obiettivi della resistenza da bombardare prima che l’esercito invada determinate aree, o durante queste invasioni per assassinare i combattenti della resistenza armata e ridurre la possibilità di confronti armati.

Sebbene la politica illegale israeliana di assassinare extragiudizialmente combattenti palestinesi, leader politici e persino personaggi sociali non sia nuova, l’esercito ha ampiamente utilizzato caccia da combattimento per lanciare missili contro case ed edifici o contro auto per realizzare questi omicidi, una questione che ha sempre portato ad un gran numero di vittime civili.

Questi omicidi extragiudiziali in gran parte non sono stati effettuati durante scontri armati e hanno preso di mira non solo i combattenti, ma si sono anche concentrati su leader politici e persino figure sociali, in ciò che Israele ha “giustificato” come “attacchi preventivi”.

I nuovi regolamenti sull’utilizzo di droni armati in Cisgiordania verrebbero probabilmente utilizzati per assassinare combattenti impegnati attivamente o in procinto di impegnarsi in un confronto armato con brigate e soldati invasori.

Potrebbero anche essere schierati per assassinare combattenti e leader con i missili più piccoli utilizzati in questi veivoli senza pilota (UAV) armati.

Vale la pena ricordare che Israele ha usato i suoi droni armati, oltre ai caccia da combattimento, per attaccare diverse parti della Striscia di Gaza e per assassinare combattenti o leader, anche nelle loro case, uccidendoli assieme alle loro famiglie, specialmente durante le frequenti offensive israeliane contro la regione costiera.

L’esercito israeliano ha utilizzato droni di sorveglianza anche in Cisgiordania, soprattutto durante le proteste contro il Muro d’Annessione e le colonie. Tuttavia, l’uso di droni armati in Cisgiordania potrebbe potenzialmente portare ad una grave escalation e a ritorsioni da parte dei combattenti palestinesi, il che significherebbe un ulteriore aggravamento della situazione nel territorio occupato.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Tel Aviv – The Palestine Chronicle. Israele ha rifiutato di cambiare le sue regole d’ingaggio nella Cisgiordania occupata, nonostante le pressioni in tal senso da parte degli Stati Uniti, secondo quanto riferito da The New Arab.

Ciò è avvenuto dopo l’ammissione israeliana secondo cui esisteva un'”alta possibilità” che uno dei suoi soldati avesse ucciso la giornalista palestinese Shireen Abu Aqleh nella città di Jenin, in Cisgiordania, a maggio.

Il primo ministro israeliano Naftali Bennett ha dichiarato martedì che le regole d’ingaggio dell’esercito israeliano “saranno determinate dai comandanti dell’IDF, indipendentemente da qualsiasi pressione, interna o esterna”.

The U.S. says it will press Israel on rules of engagement after the Israel Defense Forces concluded Al Jazeera journalist Shireen Abu Akleh was likely shot by an Israeli solider https://t.co/hfVXipAt3H https://t.co/hfVXipAt3H

— Reuters (@Reuters) September 6, 2022

Bennett ha risposto ai commenti fatti dal vice-portavoce del Dipartimento di Stato degli USA, Vedant Patel, riguardo all’ultimo rapporto israeliano sulla morte di Shireen Abu Aqleh.

“Continueremo a fare pressioni su Israele direttamente e da vicino ai livelli più alti per rivedere le sue politiche e pratiche su questo [aspetto], per garantire che niente del genere accada di nuovo in futuro”, ha detto Patel, riferendosi alle regole d’ingaggio israeliane.

Tuttavia, Bennett ha detto di aver dato il suo “pieno appoggio” ai soldati israeliani, secondo quanto affermato da Haaretz.

Israele conduce quotidianamente incursioni letali nelle città della Cisgiordania da diversi mesi, uccidendo e ferendo decine di palestinesi.

Gaza – MEMO. Il quarantaduenne Muawiya al-Wahidi è stato costretto a smettere di lavorare a tempo pieno come barbiere dopo che un attacco missilistico israeliano lo ha colpito, ferendolo a una gamba così gravemente che è stata poi amputata.

Parlando con MEMO, Muwaiya ha raccontato di aver sentito un missile colpire un’auto in via al-Mughrabi, nel centro della città di Gaza, nel maggio 2021. Poi ha visto i suoi amici e vicini feriti che chiedevano aiuto. Quando ha afferrato uno di loro per raggiungere una farmacia vicina, questo gli è scivolato dalle mani ed è iniziato a uscirgli sangue dalla bocca. Poi è caduto il secondo missile israeliano, che è stato più diretto. L’amico di Muwaiya è morto nell’attacco e lui è rimasto gravemente ferito. “Alla mia famiglia è stato detto di venire a salutarmi perché la mia situazione era pessima”, spiega.

“Lavoro come barbiere da 25 anni, ma ora lavoro part-time perché una gamba è stata amputata a causa dell’attacco”. Muawiya ha subito diversi interventi chirurgici e cure per rafforzare la gamba rimanente, ma è ancora troppo debole per sostenere il suo peso da sola. Muawiya non è stato in grado di lasciare la Striscia di Gaza per ricevere trattamenti. A causa delle ferite riportate, spiega Muawiya, non può stare in piedi per lunghi periodi e non è in grado di farsi mettere una protesi per la gamba che ha perso.

“Ho bisogno di sostenere la mia famiglia e lavorare come barbiere. Ma il negozio ha anche bisogno di molte modifiche per soddisfare le mie esigenze speciali in questo momento”, aggiunge, affermando che ora può lavorare solo poche ore alla settimana e non ha ulteriori entrate per mantenere la sua famiglia.

PIC e Quds Press. Giovedì, la Palestine Prisoners Society (PPS) ha affermato che le condizioni di salute del prigioniero Abdul Basit Ma’tan stanno peggiorando, a causa della deliberata politica israeliana di negligenza medica.

“L’amministrazione carceraria israeliana continua a impedire al prigioniero Ma’tan di ricevere cure mediche nonostante le sue condizioni di salute”, ha sottolineato la PPS, aggiungendo che Ma’tan, che è malato di cancro al colon, ha subito diverse operazioni.

La PPS ha aggiunto che Ma’tan è un ex prigioniero che è stato arrestato tre mesi dopo aver completato la sua pena detentiva di sei mesi, oltre ad essere stato privato di cure mediche all’estero dopo il suo rilascio. Ha affermato che è probabile che il cancro si diffonda nel corpo di Ma’tan poiché il tumore non è stato completamente rimosso.

Salfit – PIC. Mercoledì, i coloni nella Cisgiordania occupata hanno gettato le loro acque reflue nei terreni agricoli palestinesi in diverse aree di Salfit, causando un inquinamento su larga scala dell’aria, dell’acqua e del suolo.

Secondo gli agricoltori locali, gli israeliani della colonia di Leshem hanno aperto gli scarichi fognari e allagato aree di terra di proprietà palestinese nella cittadina di Deir Ballut, nella parte occidentale di Salfit, danneggiando ettari di terreno coltivato con ulivi fruttuosi.

I coloni hanno anche versato le acque reflue delle colonie di Ariel e Pedu’el in vasti tratti di terra in altre zone di Salfit, in particolare nell’area di al-Matwi e nelle cittadine di Kafr ad-Dik e Deir Ballut.

Diverse colonie in Cisgiordania pompano da anni le loro acque reflue direttamente nelle vicine aree palestinesi, creando una situazione pericolosa e malsana per i residenti locali e contaminando il suolo, le falde acquifere ed i raccolti.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Le Nazioni Unite hanno compilato una lista di 112 aziende attivamente coinvolte nell’occupazione israeliana della Cisgiordania. Un rapporto analizza le responsabilità di banche e fondi © Claudia Vago

Valori.it. Di Claudia Vago. Il rapporto “Don’t buy into occupation” analizza gli affari di multinazionali, banche e fondi nei territori occupati della Palestina.

Da Gerusalemme la strada scenda rapida, attraversando un paesaggio di colline brulle. L’autostrada 1 attraversa la Cisgiordania, un tornante dopo l’altro. Quando incrocia l’autostrada 90, che scende dal lago di Tiberiade, bisogna tenere la destra. La spiaggia di Kalia è la prima che si incontra, costeggiando il Mar Morto. È la spiaggia dell’omonimo kibbutz. Meta gradita ai pellegrini e ai turisti che frequentano la zona.

La spiaggia di Kalia, sulle rive del Mar Morto. Meta di turisti e pellegrini © Darko Tepert Donatus/Wikimedia Commons.

Kalia è un insediamento israeliano in Cisgiordania. Per la legge internazionale è illegale. Eppure, i suoi 300 abitanti si dedicano all’agricoltura coltivando palme da dattero, meloni, ciliegie e pomodori. E al turismo. Il Kalia Kibbutz Hotel, 4 stelle, è circondato dal verde dei prati e delle palme che fa dimenticare il deserto che sta poco più in là. Ha una spiaggia privata, la piscina e un parco giochi per i bambini. Le recensioni online sono molto positive. Chi vuole prenotare il soggiorno, lo trova su Booking.com.

Booking.com complice dell’occupazione illegale della Palestina.

Booking Holdings è un’azienda statunitense proprietaria di diversi marchi di siti e piattaforme dedicati ai viaggi. Tra questi, Booking.com che ha la propria sede nei Paesi Bassi e nel febbraio del 2020 è stato incluso dalle Nazioni Unite nel database delle 112 aziende coinvolte negli insediamenti israeliani illegali. La ragione? Promuovere strutture come il Kalia Kibbutz Hotel che sorgono su terreni illegalmente occupati da Israele. E allo stesso modo anche Airbnb e Expedia, per rimanere nel settore turistico.

Booking.com consente a proprietari di alloggi in tutto il mondo di registrarsi al proprio sito e offrire così soggiorni e servizi «a condizione che siano conformi alla legislazione applicabile a Booking.com e alle sue operazioni. Laddove leggi e sanzioni chiaramente definite e applicabili ci proibiscano di offrire i nostri servizi, ci adattiamo completamente a tali restrizioni». Così ha risposto la compagnia a “Don’t buy into occupation”, una coalizione di 26 organizzazioni palestinesi ed europee, ad agosto 2021.

Nonostante alcuni passi avanti, il colosso del turismo continua a fornire ai potenziali visitatori informazioni ritenute da “Don’t buy into occupation” troppo scarse circa la natura dell’occupazione dei territori palestinesi. Oltre al fatto che, secondo l’organizzazione, queste strutture non dovrebbero nemmeno comparire sul sito, dato che si trovano su terreni illegittimamente sequestrati ed espropriati. L’accusa della coalizione di organizzazioni non governative è netta e dura. Traendo profitto da alloggi in insediamenti illegali, Booking.com starebbe essenzialmente guadagnando grazie a crimini di guerra e crimini contro l’umanità, compreso l’apartheid.

Esempio di come Booking.com presenta le strutture che sorgono nei territori occupati e negli insediamenti illegali israeliani Il ruolo di banche, assicurazioni e fondi.

Tra gennaio 2018 e maggio 2021 quattro banche europee (Deutsche Bank, BNP Paribas, HSBC e Standard Chartered) hanno fornito a Booking Holdings prestiti per 590 milioni di dollari e 1,6 miliardi di dollari in sottoscrizioni. Inoltre, i primi 20 investitori europei (partecipazioni azionarie e obbligazionarie) di Booking Holdings detengono investimenti per un totale di 12,19 miliardi di dollari. I quattro più grandi investitori sono BPCE Group, Janus HendersonCrédit Agricole e il fondo sovrano norvegese.

Sono 672 gli istituti finanziari che hanno relazioni con 50 aziende attivamente coinvolte nei territori illegalmente occupati da Israele. Banche, asset manager, compagnie di assicurazione e fondi pensione. Con un totale di 114 miliardi di dollari in prestiti e altri servizi, e 141 miliardi in partecipazioni azionarie o obbligazionarie.

«Il coinvolgimento di questi istituti finanziari – attraverso investimenti, prestiti bancari, estrazione di risorse, contratti di infrastrutture e accordi di fornitura di attrezzature e prodotti», scrive Michael Lynk, relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati nella prefazione del rapporto, «fornisce ossigeno economico indispensabile alle aziende che fanno affari negli insediamenti per crescere e prosperare». Un ruolo cruciale per facilitare la crescita della redditività economica dell’occupazione israeliana della Palestina.

Il database delle attività commerciali legate agli insediamenti nei Territori Palestinesi Occupati

Nel marzo 2013 la Missione d’accertamento dei fatti creata dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha presentato un rapporto che approfondisce le implicazioni degli insediamenti israeliani sui diritti civili, politici, economici, sociali e culturali sul popolo palestinese. Nel rapporto viene elencata una lista di attività che sollevano particolari preoccupazioni circa la violazione di diritti umani.

A seguito della pubblicazione di questo rapporto il Consiglio per i diritti umani dell’Onu ha adottato nel marzo 2016 la risoluzione 31/36 con la quale si fa richiesta all’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani di redigere un database di tutte le aziende coinvolte in una serie di attività ritenute lesive dei diritti umani del popolo palestinese. Dopo anni di ritardo dovuti a pressioni politiche, nel febbraio 2020 è stato pubblicato un database che individua 112 aziende israeliane e multinazionali. Un lavoro accolto con entusiasmo da molti attivisti per i diritti umani di tutto il mondo. Un primo passo per assicurare trasparenza e promuovere la responsabilità delle imprese, pur mancando di chiarezza circa la frequenza di aggiornamento della lista.

BNP Paribas, il maggiore finanziatore europeo delle aziende coinvolte negli insediamenti in Palestina

A febbraio scorso BNP Paribas, il più grande istituto bancario francese, è stato oggetto di una settimana di azioni promosse da gruppi di attivisti intenzionati denunciare il coinvolgimento della banca degli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati. Pressoché unanimemente riconosciuti come una violazione dei diritto internazionale. La banca, come emerge dallo stesso rapporto “Don’t Buy into Occupation”, è il maggiore finanziatore europeo delle 50 aziende che supportano gli insediamenti.

In totale l’istituto francese ha fornito negli ultimi anni 17,30 miliardi di dollari in prestiti e sottoscrizioni a 27 di queste 50 società. Quasi il 50% in più rispetto alla seconda della lista, Deutsche Bank. Inoltre, BNP Paribas ha investito in obbligazioni e partecipazioni azionarie per un valore totale di 3,34 miliardi di dollari in 30 società coinvolte nell’attività di insediamento illegale. Diventando il dodicesimo maggiore investitore individuato nel rapporto. 

Una manifestazione di attivisti della coalizione Don’t Buy into Occupation a Parigi © Banktrack Turismo, prodotti militari e di demolizione delle abitazioni palestinesi

Dal 2018 al maggio 2021 la banca francese ha fornito 592 milioni di dollari di credito a Booking.com, oltre a concedere prestiti a Tripadvisor e Airbnb. BNP Paribas ha prestato inoltre 38 milioni di dollari a Elbit Systems, un’azienda che fornisce prodotti e servizi all’esercito, al ministero degli Interni e alla polizia israeliana. Compresi i droni utilizzati spesso durante le operazioni militari nella Cisgiordania occupata. Oltre a essere uno dei principali fornitori del sistema di recinzione elettronica del Muro di separazione.

Inoltre, BNP Paribas ha concesso ingenti prestiti a due aziende, Caterpillar, con sede negli Stati Uniti, e HeidelbergCement, con sede in Germania, entrambe importanti società di costruzioni che svolgono un ruolo logistico diretto nell’espansione degli insediamenti illegali. Who Profits afferma che le attrezzature di Caterpillar sono state utilizzate per operazioni illegali come demolizioni di case su larga scala, missioni di dissodamento di terreni nelle città palestinesi e arresti o uccisioni di palestinesi.

La coalizione Don’t Buy into Occupation ha cercato un confronto con la banca prima della pubblicazione del rapporto, offrendo la possibilità di commentare la sua posizione e il suo coinvolgimento negli insediamenti israeliani. BNP Paribas non ha risposto.

New York – MEMO. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha rinnovato martedì la sua richiesta affinché coloro che hanno ucciso la giornalista palestinese-statunitense Shireen Abu Aqleh siano tenuti a rispondere, secondo quanto riferito da Anadolu. La richiesta è stata spiegata dal portavoce del segretario generale, Stephane Dujarric, presso la sede dell’ONU a New York.

L’esercito israeliano ha suggerito all’inizio di questa settimana che la giornalista di Al-Jazeera è stata “probabilmente” uccisa con un colpo d’arma da fuoco “sbagliato” sparato da uno dei suoi soldati. Ha affermato che non c’era bisogno di un’indagine penale.

“Il Segretario Generale è stato informato dei risultati annunciati al riguardo e continua a chiedere che i colpevoli dell’uccisione di Shireen Abu Aqleh siano individuati e perseguiti”, ha affermato Dujarric. “Riaffermiamo che i giornalisti non devono mai essere oggetto di violenza e che devono poter svolgere il proprio lavoro senza aggressioni, paure o intimidazioni”.

Abu Aqleh è stata uccisa l’11 maggio mentre seguiva un’incursione dell’esercito israeliano a Jenin, nella Cisgiordania occupata. Il ministero della Salute palestinese ha detto all’epoca che era stata colpita alla testa con un proiettile sparato da un soldato israeliano. Le prove video hanno mostrato che indossava un casco e un giubbotto contrassegnati chiaramente con la scritta “Stampa” al momento della sua uccisione.

Alla domanda sulla recente uccisione di palestinesi a Ramallah e Jenin da parte di soldati israeliani, Dujarric ha detto: “Perdere qualsiasi anima richiede un’indagine”.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Ramallah-WAFA. Il Dipartimento dei Diritti Umani dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) ha lanciato giovedì, da Ramallah, una campagna popolare nazionale per chiedere all’Assemblea generale e al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di aderire al loro mandato e di difendere il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e all’insediamento del proprio Stato sulla propria terra nazionale come da risoluzioni internazionali.

Ahmad Tamimi, capo del dipartimento, ha dichiarato in una conferenza stampa organizzata per lanciare la petizione e invitare persone e istituzioni a firmarla, che la campagna prende di mira Israele e i suoi crimini contro il popolo palestinese e la comunità internazionale per il suo doppio standard nel nascondere i crimini dell’occupazione israeliana.

La petizione, firmata dai presenti in assemblea, dice:

“Noi, popolo palestinese nei Territori Occupati, nei campi profughi e nella diaspora, chiediamo all’Assemblea generale e al Consiglio di sicurezza dell’ONU di aderire al suo mandato e di assumere le loro responsabilità legali per adempiere al nostro diritto all’autodeterminazione e ottenere la sovranità sulle nostre risorse e la nostra ricchezza, proprio come altri popoli del mondo, dove le Nazioni Unite hanno svolto un ruolo chiave, attraverso misure attive e procedure efficaci nella realizzazione dei loro diritti.

“Siamo vittime del silenzio internazionale e dell’inazione internazionale nei confronti dell’occupazione israeliana e delle sue pratiche illegali contro il popolo palestinese in flagrante violazione del diritto internazionale e umanitario. Tali violazioni hanno spinto l’Assemblea Generale dell’ONU a condannare Israele in più di una risoluzione, come la risoluzione dell’UNGA (42/209) e la risoluzione (43/58).

“Vorremmo anche esprimere il nostro sostegno al presidente Mahmoud Abbas e alle sue richieste e iniziative che presenterà all’Assemblea generale, che rifletteranno i desideri e le aspirazioni del popolo palestinese. Pertanto, vi presentiamo questo documento:

(1) Ci atteniamo al nostro legittimo diritto al ritorno in conformità con le risoluzioni e la legittimità internazionali. Non scendiamo a compromessi, né accettiamo proposte alternative

(2) Smantellamento degli insediamenti israeliani costruiti su terra palestinese. Qualsiasi soluzione che contraddica questo approccio viene respinta

(3) Gerusalemme est è la capitale eterna e storica del popolo palestinese;

(4) Il rilascio di tutti i prigionieri (alcuni prigionieri palestinesi sono detenuti nelle carceri israeliane da oltre 50 anni)

(5) Sovranità completa sulle nostre risorse e ricchezze, così come il diritto al risarcimento per le risorse e la ricchezza saccheggiate dall’occupazione israeliana

(6) Porre fine alle violazioni sistematiche e alle aggressioni contro le organizzazioni della società civile, che forniscono servizi vitali ai Palestinesi vulnerabili”.

La petizione si conclude esortando l’ONU “ad aderire al vostro mandato in conformità con la Carta delle Nazioni Unite, ad adottare misure serie per ritenere Israele responsabile dei suoi crimini contro il popolo palestinese e a fornire protezione alla popolazione palestinese”.

Traduzione per InfoPal di Edy Meroli

Tel Aviv – WAFA. L’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha respinto il nuovo rapporto dell’esercito israeliano sull’uccisione della giornalista di Al-Jazeera Shireen Abu Aqleh, affermando che ciò che l’esercito ha prodotto non è un’indagine, ma un insabbiamento.

Abu Aqleh, una giornalista veterana palestinese-statunitense, è stata uccisa l’11 maggio da un cecchino dell’esercito israeliano mentre copriva un raid militare nella città di Jenin, nel nord della Cisgiordania. Mentre un’autopsia, diversi media e gruppi israeliani ed internazionali hanno confermato a loro volta indagini indipendenti secondo cui Abu Aqleh è stata uccisa da un proiettile dell’esercito israeliano, Israele insiste ancora sul fatto che le sue forze non sono direttamente responsabili dell’omicidio.

“Non è un’indagine, è un insabbiamento; non è stato un errore, è una politica”, ha detto B’Tselem in un tweet.

“Era necessaria un’enorme pressione pubblica e internazionale per fare in modo che Israele esprimesse una debole confessione che uno dei suoi soldati aveva ucciso la giornalista Shireen Abu Aqleh, mentre allo stesso tempo si toglie di dosso ogni responsabilità per la sua morte”, ha aggiunto incolpando la politica israeliana di “open fire” come un fattore contribuente alla facile uccisione di un palestinese nei Territori occupati, senza timore di ritorsioni.

“L’uccisione di Abu Aqleh è il prevedibile risultato dell’oltraggiosa politica dell”open fire‘ di Israele nei Territori Occupati. Questa politica miete sempre più vittime mentre l’insabbiamento continua indisturbato”, ha affermato B’Tselem, mentre il numero di palestinesi uccisi quotidianamente dall’esercito israeliano continua ad aumentare.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

(Foto: https://www.palestineremembered.com/GeoPoints/Bayt_Dajan_855/index.html)

Nablus-Wafa. Coloni israeliani hanno distrutto un progetto di irrigazione, a est di Beit Dajan, a est della città di Nablus, nella Cisgiordania settentrionale, secondo quanto riferito da Bakr Abdel Haq, il proprietario. L’apertura era prevista per giovedì.

Abdel Haq ha dichiarato che i coloni hanno danneggiato uno stagno per la raccolta dell’acqua e reti di irrigazione che coprono un appezzamento di terreno e distrutta la recinzione e un cancello, e rubato una pompa d’acqua del valore di circa 6000 dollari.

Il progetto si trova su un terreno di proprietà privata che il governo militare israeliano vuole sequestrare per la costruzione di insediamenti, ha affermato. Si trova a circa 500 metri da un nuovo avamposto di insediamento.

Cisgiordania-PIC. Diversi cittadini palestinesi sono rimasti feriti durante incursioni delle IOF all’alba e al mattino di oggi, giovedì, nelle città di Nablus e Jenin.

Fonti locali hanno riferito che un vasto spiegamento di truppe israeliane ha preso d’assalto all’alba il campo profughi di Balata e l’area orientale della città di Nablus.

Le IOF hanno utilizzato un drone per attaccare i residenti locali con lacrimogeni durante gli scontri vicino alla tomba di Giuseppe, nella parte orientale di Nablus.

Secondo la Mezzaluna Rossa, quattro giovani sono stati feriti da proiettili di metallo rivestiti di gomma, altri 12, tra cui un giornalista, hanno subito l’esposizione ai gas lacrimogeni e un giovane ha riportato ustioni alle mani.

Secondo quanto riferito, combattenti della Resistenza hanno aperto il fuoco contro le IOF a Nablus.

A Jenin, testimoni oculari hanno detto che soldati israeliani e altri travestiti da cittadini arabi hanno preso d’assalto il campo profughi di Jenin, l’area di Wad Burqin e il quartiere di al-Hadaf e hanno fatto irruzione in diverse case.

Rinforzi militari sono stati portati d’urgenza nell’area di al-Hadaf dopo che i soldati e i loro veicoli sono stati presi di mira dai combattenti della resistenza di Jenin.

Durante la campagna militare a Jenin, le IOF hanno rapito cinque cittadini, tra cui tre donne. Tutti appartengono alla famiglia Ghawadra, i cui parenti sono accusati di aver compiuto l’attacco armato che ha preso di mira un autobus, qualche giorno fa, nella Valle del Giordano.

Il canale 14 israeliano ha riferito che un soldato è stato ferito durante gli scontri di Jenin.

Sempre all’alba di oggi sono scoppiati violenti scontri tra giovani locali e soldati israeliani nel campo profughi di Qalandia, a est della Gerusalemme occupata.

Le IOF hanno rapito un giovane chiamato Walid al-Araj dopo aver preso d’assalto la sua casa nel campo di Qalandia.

Ramallah-Quds Press, Wafa e PIC. Giovedì all’alba le forze di occupazione israeliane (IOF) hanno ucciso un giovane palestinese vicino all’ingresso principale di Beitin, a nord-est di Ramallah.

Un portavoce delle IOF ha affermato che il giovane ha aggredito un soldato israeliano con un coltello a un posto di blocco militare e il soldato ha aperto il fuoco e lo ha ucciso.

Il portavoce ha anche affermato che il soldato è stato leggermente ferito nel presunto attacco.

In precedenza, una fonte mediatica israeliana aveva affermato che il giovane aveva lanciato pietre e una bottiglia molotov contro un soldato prima che quest’ultimo aprisse il fuoco contro di lui e lo uccidesse.

Gerusalemme/al-Quds – PIC. La Palestine Scholars Association (PSA) ha invitato tutti i musulmani – uomini, donne e bambini – a sollevarsi a sostegno della moschea di al-Aqsa.

“La moschea di al-Aqsa sta affrontando una condanna a morte da parte dello stato d’occupazione, e ciò implica il sostegno totale di governanti, cittadini, ricchi, poveri, giornalisti, insegnanti, ecc.”, ha affermato la PSA in una dichiarazione rilasciata martedì.

Il PSA ha lanciato l’allarme sui tentativi israeliani di rimuovere la moschea di al-Aqsa e di demolirne le mura, costruite dal califfo Omar Ibn al-Khattab e da altre storiche figure musulmani.

Ha sottolineato la necessità di un’azione immediata da parte della nazione musulmana per difendere la moschea di al-Aqsa e compiere ogni sacrificio e sforzo al riguardo.

Gerusalemme/al-Quds – MEMO. Secondo Anadolu, il Comitato ministeriale su Gerusalemme della Lega Araba ha chiesto un’azione congiunta più forte contro le misure israeliane volte a cambiare lo status quo storico e legale nella città occupata di Gerusalemme. Il comitato ha rivolto l’appello dopo la sua quinta riunione al Cairo avvenuta martedì, a margine della 158a sessione ordinaria dei ministri degli Esteri della Lega Araba.

“È necessario sostenere la resilienza dei gerosolimitani e proteggerli dal costante pericolo causato dalla costruzione e dall’espansione delle colonie, dalla demolizione delle case, dalla confisca delle terre e dallo sfollamento dei palestinesi”, ha affermato il comitato. “Riaffermiamo l’importanza di un’azione congiunta continua per far fronte alle politiche illegali israeliane, che rappresentano una flagrante violazione del diritto internazionale e sono incompatibili con il diritto del popolo palestinese a vivere liberamente ed in sicurezza all’interno di un paese indipendente, sovrano, geograficamente connesso e sostenibile”.

Gerusalemme Est è la capitale dello stato palestinese, hanno aggiunto i membri del comitato. Hanno respinto qualsiasi tentativo di minare il diritto alla sovranità palestinese sulla città occupata e qualsiasi misura unilaterale che ne pregiudichi lo status legale. Il principio di una “pace giusta e globale”, basata sulla fine dell’occupazione israeliana, è essenziale, hanno insistito.

“È una necessità realizzare uno stato palestinese indipendente e sovrano con Gerusalemme occupata come capitale, sulla base delle linee del 4 giugno 1967 e della soluzione a due stati, in conformità con il diritto internazionale, l’Iniziativa di pace araba ed il principio della terra per la pace”.

Il comitato ha anche confermato l’importanza del ruolo della tutela del Regno hascemita di Giordania sui luoghi santi arabi, islamici e cristiani di Gerusalemme, per proteggere questi luoghi e preservare la loro identità ed il loro status quo storico e giuridico.

Durante la riunione del comitato, il ministro degli Esteri palestinese Riyad al-Maliki ha informato i membri sugli sviluppi nella Palestina occupata, in particolare sulle violazioni israeliane a Gerusalemme. “Israele mira a cambiare lo status quo legale e storico della moschea di al-Aqsa”, ha sottolineato, “dividendola temporalmente e spazialmente, imponendo la sovranità israeliana su di essa e consentendo ai coloni estremisti di invaderla e recitare pubblicamente le loro preghiere e rituali, con l’intenzione di ebraicizzarla”.

L’incontro è stato presieduto dal ministro degli Esteri giordano Ayman Safadi […]. Gli Emirati Arabi Uniti erano rappresentati in qualità di membro arabo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Era presente anche il segretario generale della Lega araba, Ahmed Aboul Gheit.

Gaza – The Palestine Chronicle. Foto e testo di Mahmoud Ajjour. Majd al-Aweni è un’architetta di 26 anni di Gaza, che ha perseguito il suo sogno di diventare una donna d’affari di successo.

“La mia famiglia voleva che studiassi medicina perché all’esame di maturità ho ottenuto una media del 96%. Ma ho seguito la mia passione per l’architettura e l’ingegneria”, ha dichiarato al The Palestine Chronicle.

Majd ha studiato architettura all’Università della Palestina.

Dopo la laurea, Majd si è sposata. A causa dell’epidemia di coronavirus e delle restrizioni che ne sono seguite, è stata costretta a lavorare a distanza, attraverso diverse piattaforme gratuite.

Ha aperto una pagina Instagram per pubblicare il suo lavoro. La pagina ha avuto sempre più successo e nel 2020 Majd ha potuto lanciare la propria azienda, il “Mas Group”.

“Noi, come architetti, ci occupiamo di tutti i segmenti della società. Costruiamo ospedali per medici e infermieri, semplifichiamo la vita alle casalinghe nelle loro cucine e aiutiamo gli imprenditori ad avviare l’azienda dei loro sogni. In altre parole, traduciamo le idee in realtà”.

Majd, che è anche madre di un bambino di 5 mesi, ha dichiarato al The Palestine Chronicle che il sostegno di suo marito è essenziale per il suo successo.

Tuttavia, non è facile essere madre e imprenditrice: “Non avevo un posto dove lasciare mio figlio Basil, quindi ho deciso di farne il mio partner. Viene con me ovunque io vada”.

Majd incarna la forte donna palestinese. Lei è un modello da seguire. Nel 2022 inizierà un programma di dottorato presso l’Università islamica di Gaza per completare la sua carriera accademica.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Scuola della United Nations Relief and Works Agency (UNRWA), a Gaza, 18/11/2019. Foto di Ashraf Amra

The Electronic Intifada. Di Yasmin Abusayma. Nel 2001, quando avevo sei anni, frequentai la mia prima scuola dell’UNRWA, la Gaza Elementary School. Le pareti della scuola erano dipinte di blu e bianco per abbinarsi al logo dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi. La mia uniforme, un vestito a righe bianche e blu, ricordava il logo stesso.

Solo quando sono cresciuta mi sono resa conto di essere una rifugiata, con tanto di tessera di registrazione. La mia famiglia proveniva da una città chiamata al-Majdal, ma ora viviamo nel quartiere al-Remal di Gaza.

Nel 2017 feci parte di un programma di leadership giovanile e ci recammo in Cisgiordania per incontrare altri leader giovanili. Dopo aver attraversato il checkpoint di Erez, la prima grande città che incontrammo fu proprio al-Majdal.

Non riuscivo a vedere molto dal mio finestrino, ma sapevo già molto del posto dalle descrizioni di mio padre. Seduta sull’autobus, sentii di appartenere ad al-Majdal.

Ma la città scomparve con la stessa velocità con cui era apparsa alla vista. Non ci venne permesso di scendere dall’autobus, apparentemente per motivi di sicurezza.

Più che mai mi sentii una rifugiata.

In tutta la Striscia di Gaza ci sono otto campi profughi palestinesi, pieni di rifugiati come me, tutti di generazioni diverse e con ricordi diversi di quando si sono resi conto per la prima volta di essere rifugiati.

Ecco alcune delle loro storie.

Fayqa al-Sous.

Fayqa al-Sous è nata nel campo di al-Bureij nel 1956. Ha 66 anni. La sua famiglia viene dal villaggio di Beit Tima, situato a circa 20 miglia dalla Città di Gaza, nella Palestina occupata. È stata insegnante nelle scuole dell’UNRWA.

“Vivo in questo campo dalla nascita. Sono una rifugiata e sogno di tornare in patria. Ogni angolo di questo campo mi evoca ricordi dolci-amari della vita dei miei nonni prima della Nakba (l’espulsione forzata dei palestinesi dalla loro patria).

“Mia nonna si chiamava Miriam. A quel tempo era sulla trentina. Il secondo giorno dopo la Nakba pianse così tanto per l’accaduto che decise di tornare a casa sua a Beit Tima nonostante il rischio e il pericolo del percorso.

“Cavalcò l’asino per 10 chilometri, portando con sé una scatola di metallo. Desiderando tornare a casa, contemplò il villaggio. Giunta a casa recuperò i documenti che provavano la proprietà della casa e di altri terreni e li rinchiuse nella scatola. Suo marito possedeva 400 acri nel villaggio. Credeva che questi documenti fossero prova sufficiente di proprietà della terra.

“Aveva fretta e si assicurò di partire prima del tramonto, per non rischiare di essere catturata dai soldati. Mia nonna credeva che tornare a casa fosse solo questione di tempo. Quello che non sapeva è che ci sarebbe voluto più tempo di quanto pensasse. Gli anni sono passati e viviamo ancora nel campo.

“Dopo essere stati sfollati, il Comitato Internazionale della Croce Rossa allestì per noi delle tende come rifugi. Ecco perché i luoghi in cui si radunavano i profughi erano chiamati campi. L’8 dicembre 1949 fu fondata l’UNRWA per aiutare i profughi palestinesi e migliorare le loro condizioni di vita. Al posto delle tende ci costruirono case di mattoni.

“La nostra vita era davvero difficile. C’erano solo due bagni in tutto il campo. Uno per gli uomini e l’altro per le donne. Facevamo la fila per usarli. Per quanto riguarda le case, erano molto vicine l’una all’altra e non c’era quasi nessuna privacy.

“Da giovani studenti ci venivano fornite capsule di olio di pesce e latte da bere per mantenere il nostro fisico in salute. Un giorno un autobus dell’UNRWA arrivò nella nostra scuola carico di queste capsule. Ci mettemmo in coda. Ricordo di essermi nascosta dal mio insegnante fingendo di averle prese.

“L’insegnante mi raggiunse e mi diede la capsula. Non riuscivo a ingoiare l’olio e avevo paura che mi si rompesse o mi scoppiasse in bocca. Odiavo il suo odore. L’insegnante mi diede una tazza d’acqua e riuscii a ingoiarlo. Nel frattempo alcuni studenti si liberarono delle loro capsule e ingannarono l’insegnante.

“A quel tempo non c’era elettricità. Mia madre di notte accendeva una piccola lampada a olio e poi l’appendeva al muro di mattoni così che noi potessimo studiare mentre lei ricamava. Questa semplice lampada era stata realizzata da un idraulico del campo. Emetteva del fumo nero e pesante che volava fino al soffitto.

“Quando noi bambini ci svegliavamo, il giorno dopo, bevevamo acqua e ci sciacquavamo la bocca per liberarci del fumo dal naso e dalla gola”.

Abdul Majeed Ismail.

Abdul Majeed Ismail è nato nel 1947. Ha 75 anni ed è un impiegato dell’UNRWA in pensione e un rifugiato di un villaggio chiamato al-Sawafir. Ha trascorso gran parte della sua vita nel campo profughi di Deir al-Balah. Deir al-Balah, situato sulla costa mediterranea, è il più piccolo campo profughi della Striscia di Gaza. Egli ricorda le condizioni del campo tra il 1950 e il 1969.

“I rifugiati palestinesi sono vissuti in condizioni di vita orribili. Le parole non ci rendono giustizia se vogliamo spiegare cosa significa essere un rifugiato. In un batter d’occhio, abbiamo perso tutto.

“Alle 7 del mattino ci riunivamo presso i centri di distribuzione alimentare dell’UNRWA per ottenere assistenza alimentare. Un dipendente dell’UNRWA era il responsabile delle carte di registrazione dei rifugiati. Una volta finito, noi rifugiati dovevamo andare in un’altra sala piena di scorte alimentari.

“Un altro dipendente distribuiva riso, lenticchie, farina, fagioli. Dopo ciò si tornava a casa. I rifugiati passavano molto tempo così. Ci siamo sentiti davvero male per aver dovuto aspettare gli aiuti perché non avevamo mai avuto bisogno di aiuto nelle nostre terre d’origine.

“La povertà era comune nella maggior parte delle famiglie. Un esempio di duro lavoro è quello di addetto ai carrelli di distribuzione. Il carrello veniva riempito con almeno 20 sacchi di farina e l’addetto doveva camminare per 3 chilometri, partendo dai centri di distribuzione alimentare dell’UNRWA fino al punto più lontano del campo.

“Tirarlo era difficile perché le ruote di ferro del carrello erano usurate e facevano un rumore assordante. Trainarlo richiedeva anche il doppio dello sforzo quando le sue ruote erano bloccate dal fango, o nelle fognature aperte dei campi o nella sabbia. Il lavoro rendeva poche piastre, giusto per provvedere alla famiglia.

“Quando andavamo a scuola i nostri zaini erano fatti di vecchi scarti di stoffa inutilizzati e le nostre scarpe erano sottili e logore. Erano fortunati quelli che avevano stivali che li proteggessero dal fango. I nostri vestiti si bagnavano, ma continuavamo a studiare a scuola, non importa quanto facesse freddo.

Sono passati anni e viviamo ancora nel campo profughi

“C’era un solo centro per dentisti situato a Khan Younis. Se avevi mal di denti dovevi aspettare che l’autobus dell’UNRWA raccogliesse tutti i pazienti di tutti i campi per poter andare in clinica. L’unico trattamento era quello di estrarre i denti danneggiati.

“Uno dei momenti più felici per noi è stato il ‘cinema’ dell’UNRWA (uno schermo avvolgibile) che si svolgeva una volta all’anno prima della Naksa del 1967 (con la sua occupazione ed espulsione). La gente dei diversi campi si radunava nel campo di calcio per guardare un film all’aperto (ad esempio ricordo il film egiziano del 1959 “Hassan e Naima”). Alla fine del film tutti se ne andavano felici.

“I giorni trascorsi al campo sono indimenticabili. Non importa quanto diverse siano l’identità e le caratteristiche del campo in termini di case moderne e strade lastricate, le giovani generazioni dovrebbero costantemente ricordare di essere figli e nipoti di rifugiati le cui terre sono state rubate. Dovrebbero ricordare che il ritorno in Palestina sarà inevitabilmente raggiunto”.

Hatem Obaid.

Hatem Obaid è nato nel 1963 nel campo profughi di Beach. Ha 59 anni ed è di al-Majdal. Lavora come responsabile del dipartimento di laboratorio presso l’ospedale al-Naser. Hatem ha studiato chimica in Algeria e gli è stata data la possibilità di rimanere lì e lavorare, ma ha scelto di tornare al campo di Beach con determinazione.

“La vita al campo era davvero dura, soprattutto in inverno. Le case erano piccole e molto vicine l’una all’altra. Affondavamo nel fango nel tragitto per la scuola. Alcuni studenti erano scalzi. A quel tempo (dal 1950 al 1969) si consideravano fortunati quelli che avevano stivali alti. Ci riscaldavamo usando vecchie stufe a legna. Ricordo che un giorno le mura del nostro vicino crollarono a causa di una forte pioggia e di un temporale.

“La caratteristica più importante del campo è il rapporto tra i bambini. Nelle società moderne trovi una persona che vive in un edificio residenziale che non conosce il suo vicino, mentre nel campo i legami familiari e la solidarietà sociale sono forti. Le abitudini e le tradizioni dei bambini del campo non si trovano all’esterno.

“Noi profughi palestinesi abbiamo sofferto molto, ma non dobbiamo mai arrenderci. Abbiamo tante storie da raccontare al mondo intero. Ho passato la maggior parte della mia vita al Beach Camp e ne sono orgoglioso”.

Yasmin Abusayma è una scrittrice e traduttrice freelance di Gaza, Palestina.

Traduzione per InfoPal di Stefano Di Felice

Nablus-PIC. Le forze di occupazione israeliane (IOF) hanno arrestato un palestinese dopo averlo ferito a colpi di arma da fuoco a est di Nablus, mercoledì mattina.

La Mezzaluna Rossa Palestinese ha riferito che le IOF hanno aperto il fuoco contro un contadino palestinese mentre si dirigeva verso i suoi terreni agricoli nel villaggio di Salem, a est della città.

Al personale medico è stato negato l’accesso all’area, mentre le IOF hanno arrestato l’uomo ferito.

La Mezzaluna Rossa palestinese ha sottolineato che l’uomo ha riportato lievi ferite e ustioni.

Gaza-PIC e Quds Press. Mercoledì mattina, le forze di occupazione israeliane (IOF) hanno sparato contro gli agricoltori palestinesi che lavoravano la loro terra nel sud della Striscia di Gaza.

Fonti locali hanno affermato che le IOF hanno sparato proiettili letali contro gli agricoltori palestinesi a Khuza’a, nella parte orientale di Khan Younis.

Hanno aggiunto che non sono state segnalate vittime.

Gli agricoltori e i pastori palestinesi che lavorano lungo le aree di confine di Gaza sono sottoposti quotidianamente ad attacchi da parte dei soldati.

Gerico-Quds Press e Wafa. Dall’inizio di quest’anno le forze di occupazione israeliane hanno demolito 36 abitazioni a Gerico e nella Valle del Giordano.

Il funzionario responsabile dell’ufficio per l’opposizione agli insediamenti illegali (affiliato all’Organizzazione per la liberazione della Palestina) nel governatorato del Giordano, Muhammad Gruf, ha dichiarato che “25 di queste case sono state demolite dall’occupazione solo nel mese di agosto”.

Gruf ha sottolineato che “le forze di occupazione, dall’inizio dell’anno, hanno notificato la demolizione di 90 case nella provincia e nei villaggi del circondario, di cui 70 solo nella città di Gerico”.

Ha aggiunto, inoltre, che “le autorità di occupazione stanno lanciando un attacco brutale per sequestrare le terre dei palestinesi nella Valle del Giordano, al fine di ampliare la zona di espansione per gli insediamenti illegali”.

È interessante notare che i dati “israeliani” e palestinesi riportano che sono presenti circa 650.000 coloni negli insediamenti della Cisgiordania, inclusa la città occupata di Gerusalemme, distribuiti in 164 insediamenti e 124 avamposti.

Il diritto internazionale considera illegale sia la situazione in Cisgiordania e a Gerusalemme, aree definite giuridicamente “territori occupati”, sia tutte le attività relative alla costruzione di insediamenti.

Traduzione per InfoPal di G.B.

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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