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ITALIA-ISRAELE. La cooperazione aerospaziale rafforza l’alleanza politica, economica e militare tra i due paesi

Domenica 26 settembre sono esplosi alcuni impianti all’interno di un complesso industriale ad ovest di Teheran. Il grave incidente ha causato la morte di due operai. Ad oggi le autorità iraniane non hanno chiarito le possibili cause dell’esplosione ma gli analisti militari occidentali non scartano l’ipotesi dell’attentato. In Iran si registrano con sempre più frequenza “strani” incendi in impianti e terminal petroliferi e gli attacchi cyber ai complessi industriali strategici. Il dito è puntato contro Israele, ossessionato dalla corsa al nucleare del regime iraniano. Il conflitto in atto non è solo militare: campagne mediatiche e propaganda ideologica inaspriscono ogni giorno le relazioni israelo-iraniane.

Gilboa e tutte le carceri israeliane non potranno mai uccidere la libertà e la volontà di lotta dei palestinesi

Il 6 settembre scorso sei prigionieri politici palestinesi sono evasi dalla prigione di Gilboa, un carcere di massima sicurezza costruito nel 2004 nel nord di Israele, a meno di 6 km dai Territori occupati nel 1967, nell’area di Beesan. Nella stessa zona c’è anche la prigione di Shatta. La propaganda militare israeliana l’ha sempre descritta come una fortezza invalicabile dove sono rinchiusi i palestinesi più attivi sul piano militare e politico.

Israele investe molto nella costruzione di carceri e nelle misure di sicurezza; pertanto questa fuga ha rappresentato un trauma per l’esercito israeliano. L’associazione Addamir per i Diritti umani e il sostegno ai prigionieri fornisce questi dati: attualmente Israele detiene 4.650 prigionieri politici, dei quali 520 in detenzione amministrativa, 200 minori, 40 donne, 11 membri del Consiglio Legislativo Palestinese, tra i quali Marwan Barghouthi, Ahmad Sadat e Khalida Jarrar. Nelle prigioni israeliane ci sono circa 70 palestinesi dei territori occupati nel 1948, 240 prigionieri di Gaza e 400 di Gerusalemme.

Palestina: l’assassinio di Nizar Banat e la rivolta contro Abu Mazen

Dal 24 giugno al 4 luglio le città di Al-Quds (Gerusalemme), El Khalil (Hebron) e Ramallah sono state percorse e scosse da manifestazioni di protesta contro l’assassinio di Nizar Banat ad opera dei corpi speciali dell’Anp di Abu Mazen, nelle quali è stato riproposto lo slogan delle grandi sollevazione arabe del biennio 2011-2012: il popolo vuole la caduta del regime – il regime in questione è, stavolta, la screditatissima “autorità nazionale palestinese” che risiede a Ramallah e fa capo ad Abu Mazen, legata con mille fili ad Israele e alle potenze occidentali. Gli altri slogan ripetuti erano “Lascia Abbas!” (Mahmoud Abbas è Abu Mazen) e “Nizar è il popolo, e il popolo non muore“.

COMUNICATO DELL’UNIONE DELLE COMUNITÀ E ORGANIZZAZIONI PALESTINESI IN EUROPA

L’Unione delle Comunità e Organizzazioni Palestinesi in Europa imputa la piena responsabilità per l’uccisione del militante ed oppositore palestinese Nizar Banat alla dirigenza dell’Autorità Palestinese ed i suoi servizi di sicurezza e considera ciò che è avvenuto un grave crimine i cui responsabili non devono restare impuniti.

L’Unione ha sottolineato che il criminale assassinio del militante palestinese, che ha combattuto la corruzione con la sola arma della parola, mette a nudo definitivamente l’ANP e la sua dirigenza, divenuta ormai un grande fardello sulle spalle del nostro popolo, non degna di essere custode del nostro popolo e dei suoi diritti nazionali.

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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