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Sharon: non si fermava al rosso, ma sapeva doveva voleva andare

Non si ferma al semaforo rosso è il titolo di una (pessima) biografia di Sharon, scritta subito dopo l’attacco israeliano del Libano nel 1982. La biografia di Sharon è la biografia di un uomo senza scrupoli, che ignorava il valore della vita umana, non aveva rispetto per le gerarchie, si prendeva gioco delle regole del sistema democratico e considerava la forza militare come l’alfa e l’omega di qualsiasi strategia politica. Suo fu il comando del devastante battaglione miliare israeliano 101 che negli anni ’50 organizzò numerosi raid in Cisgiordania e Gaza, raid che si lasciarono una scia di sangue dietro, poiché non risparmiarono nessuno, nemmeno le donne e i bambini. Sua la responsabilità del massacro di Jenin nel 2003, della sanguinosa pacificazione di Gaza nel 1970 e, ovviamente, dei massacri che seguirono l’invasione e l’occupazione israeliana del Libano nel 1982. 


Ariel Sharon sulla strada per Beirut, estate 1982

I disegni militari di Sharon, sempre offensivi, non tenevano in considerazione il prezzo umano pagato dalle unità israeliane, come si capì nella battaglia di Mitleh del 1956, nel Sinai; durante l’attraversata del Canale di Suez nel 1973 o la conquista di Beaufort, nel Libano, nel giugno del 1982. Una tale visione politica militare significò che Ariel Sharon fu più volte il responsabile dei fallimenti militari, come nel caso libanese nel 1982.

Ma Sharon non fu solo una sorta di versione israeliana di Jacques Massu: fu anche un politico. In effetti, Sharon fu l’unico vero politico israeliano dai tempi di Ben Gurion e, come il fondatore dello stato ebraico, fu guidato da un progetto nazionale, consistente e a lungo termine. E proprio perché Sharon aveva una visione globale e proiettata  nel futuro era anche pronto a fare delle concessioni in ciò che gli sembrava secondario o di marginale importanza (come ad esempio i piccoli insediamenti israeliani a Gaza).

Se lo si compara a dei politici poco significativi come Ehud Olmert, Benjamin Netanyahu e Ehud Barak; Ariel Sharon era un gigante perché, a loro differenza, era animato da una vera visione e da una strategia politica per i successivi decenni.

Ariel Sharon affermò che “la guerra di indipendenza israeliana non era ancora finita” o, in altre parole, che lo stato di Israele non era ancora quello che avrebbe dovuto essere. Questo è il motivo per cui, proprio come Ben Gurion, Sharon si oppose alla definizione dei confini israeliani. “Tra cinquant’anni. Forse.” disse. Ed è per questo che si contrappose in modo così violento all’amico Yitzhak Rabin, il quale, firmando gli Accordi di Oslo con l’OLP, stava lavorando alla fine del conflitto, accettando la divisione della Palestina storica e il riconoscimento arabo dei confini di Israele al 4 giugno 1967. “I confini sono i nostri trattori e le tracce dell’ultimo solco” dissero sia Ben Gurion che Sharon, e da questo si evince il bisogno di aspettare ancora (“almeno cinquanta anni”) prima che l’“israelizzazione” della zona fosse completata. Sharon non credeva in nessuna promessa divina o in alcun diritto storico, ma solo nel bisogno di creare fatti concreti sul terreno. 

Già alla fine degli anni ’70 Sharon propose la creazione di uno “Stato Palestinese” e cioè dei bantustan con un’autonomia limitata, posti in alcune aree ad alta concentrazione palestinese. Per cui, molto prima degli Accordi di Oslo, Sharon già proponeva la nascita di alcuni cantoni in modo da liberarsi definitivamente dei palestinesi e mantenere il carattere ebraico di Israele in uno stato che si estendesse dal Mar Mediterraneo al fiume Giordano. 

Una visione, un obiettivo e una strategia stanno alla base del cosiddetto “progetto Sharon” e non prevedeva l’uso della forza violenta militare, ed è per questo che l’ex primo - ministro/generale era tanto pericoloso. Con la sua uscita dalla scena politica, in seguito a un’emorragia cerebrale, i palestinesi sono riusciti ad evitare il peggio. Se paragonati a Sharon, i leader che lo hanno succeduto e coloro che sono in attesa di salire al potere sono dei dilettanti, facilmente gestibili e, come diremmo noi in ebraico, “pressurizzati” a piacimento. Questa è un’opportunità che i palestinesi hanno per guadagnare più potere.
 

Michel Warschawski
Alternative Information Center (AIC)

 

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