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Il ramo del FPLP nelle carceri sioniste annuncia uno sciopero della fame

I compagni del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina nelle carceri sioniste, guidati dal loro Segretario e leader Ahmad Sa'adat, hanno deciso di proclamare uno sciopero della fame come forma di lotta per la tutela dei loro diritti e di protesta ai feroci attacchi delle guardie contro i prigionieri politici.

In un comunicato stampa il FPLP ha dichiarato lo stato di massima allerta in tutte le carceri israeliane per un'efficace riuscita della protesta, in modo che la determinazione dell'azione porti a proseguire lo sciopero fino all'accoglimento delle loro richieste, tra cui l'abolizione del divieto di ricevere visite, la garanzia dell'assistenza di cui necessitano i malati, l'interruzione dell'uso della detenzione amministrativa, miglioramento delle condizioni di vita nelle carceri e l'immediata cessazione degli assalti alle galere da parte delle unità speciali dell'esercito sionista “Almatsada”.

Il Fronte ha sottolineato che tale iniziativa, inquadrata in un contesto di lotta nazionale, è finalizzata alla difesa dei diritti del prigioniero popolo palestinese e ad innescare un processo promosso dai detenuti che sfidi le politiche dell'Occupazione e le leggi sulla detenzione, in particolare quella inerente all'alimentazione forzata, infrazione che riguarda alcuni dei prigionieri, oltre che ad opporsi alle dichiarazioni di alcuni leader sionisti. Il Fronte chiama le masse ad un ampio sostegno della campagna promossa dai detenuti, considerando lo sciopero come la prosecuzione della lotta frontale contro l'occupazione.

Inizialmente lo sciopero era stato indetto ad oltranza a partire da domenica 9 agosto, data che poi è stata rinviata a mercoledì 12 agosto dopo un lungo colloquio e confronto avvenuto con l'amministrazione del carcere di Nafha, al quale erano presenti diversi rappresentati delle parti ed occasione in cui l'IPS (Israeli Prison Service) ha deciso di accogliere le richieste dei prigionieri.

Il Fronte ha comunicato che l'amministrazione carceraria ha promesso di consentire al Segretario Generale Ahmad Sa'adat di poter ricevere visite dalla famiglia e di fermare i continui trasferimenti dei prigionieri politici, anche quelli di al-Fatah, migliorando le condizioni nelle prigioni e interrompendo le ispezioni e gli assalti notturni, oltre ad altre varie richieste.

Il Fronte ha spiegato che ciò che è emerso dall'incontro con l'IPS resta un risultato parziale ed un'ulteriore esempio di realismo, dato che l'esperienza maturata conferma che l'amministrazione carceraria ha già rinnegato in altre occasioni le promesse fatte in passato. Il rinvio a mercoledì dello sciopero è funzionale all'ottenimento delle richieste che, se sconfessate o procrastinate, porteranno all'immediata proclamazione ed inizio dello sciopero.

Il Fronte sottolinea come la decisione di utilizzare forme di lotta quale lo sciopero della fame resta una scelta strategica ma complessa, ultima risorsa spendibile dalla resistenza dei prigionieri politici una volta esaurite le altre opzioni: per queste ragioni si è reso necessario un approfondito dialogo con l'IPS al fine di scongiurarla. Ma in assenza di risposte ed a fronte di ulteriori rinvii i detenuti combatteranno attraverso quest'arma sino all'accoglimento da parte dell'IPS delle loro giuste e legittime richieste.

Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina

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Somoud Sa’adat racconta l’incontro col padre, Ahmed. Una visita attesa per 9 lunghi anni.
Aug 26, 2015

Dopo 9 anni – Il viaggio per vedere mio padre: 45 minuti, una finestra e un telefono ( di Sumoud Sa’adat)

Per noi palestinesi la vita ha un significato e un gusto diverso. Mentre la gente di tutto il mondo viaggia per godere dell’abbraccio della natura visitando le sue montagne oppure immergendosi nelle sue acque, per noi famiglie dei prigionieri politici palestinesi la parola viaggio implica luoghi completamente diversi.

Viaggiamo verso le carceri dell’occupazione israeliana, dove i nostri cari sono tenuti in prigionia. Nonostante queste prigioni siano state imposte con la forza a noi palestinesi, ci andiamo con spirito di gioia ed eccitazione mentre cerchiamo di ignorare la dura e amara realtà che si cela tra le mura della prigione. La notte prima della visita, molti non riescono a chiudere occhio, e questo è stato il mio caso. Altri non ce la fanno a dormire profondamente e quindi trascorrono la notte agitandosi e girandosi nei letti cercando di rilassare i propri corpi ansiosi nella speranza di essere nella loro forma migliore per la visita.

I preparativi prima della visita

La nostra giornata è iniziata alle 4:00 del mattino. In primo luogo abbiamo impacchettato meticolosamente tutte le cose richieste da mio padre per non dimenticare nulla. Poi abbiamo preparato un po’ di cibo, caffè e acqua fredda viste le temperature del posto verso cui eravamo diretti.

Mia madre, mio ​​fratello (Ghassan) e io abbiamo lasciato casa alle 6:00 del mattino e ci siamo diretti verso gli autobus, che si trovavano di fronte al parco ‘Isa’ad Al-toufeleh’ di Al-Bireh, Ramallah. All’arrivo tutte le famiglia dei prigionieri ci guardavano mentre scendevamo dall’auto. Quando ci siamo avvicinati a loro ci hanno accolti con sorrisi e saluti di buongiorno. Ho sentito qualcuno dire: “Questa è la famiglia di Ahmad Sa’adat! Sono in visita con noi”. Alcuni ci hanno avvicinato con calorosi saluti dicendo:”Finalmente! Vi hanno concesso la visita!”

L’interazione tra noi e le altre famiglie è partita immediatamente ed è andata liscia, senza ostacoli. Dopo tutto conoscevamo la maggior parte di loro. Alcuni, in occasione delle visite ai loro cari e ai loro figli, spesso consegnavano vestiti e libri a mio padre visto che a noi non erano state accordate. Con alcuni eravamo parenti e altri li conoscevo grazie al mio lavoro presso l’Associazione per i Diritti Umani e per il Sostegno ai Prigionieri “Addameer”.

Lì ho incontrato la mia insegnante di arabo della 7a [settima classe del percorso scolastico palestinese, n.d.t.], ma in questa occasione è arrivata in veste di madre del prigioniero Mohammed Wahbeh che è stato condannato a cinque anni nelle prigioni israeliane. In certi momenti si possono vedere solo volti speranzosi e pieni di energia, sorrisi, gioia e risate. Ad un certo punto però realizzi che tutti, a questa fermata d’autobus, stiamo condividendo lo stesso dolore, lo stesso proposito: visitare i nostri cari nella prigione di Nafha.

Checkpoint di Beit Seira: il timore di essere rispedito indietro

L’autobus è partito alle 6:50. Dato che si trattava della mia prima visita, le famiglie mi spiegavano quale fosse la fermata successiva: il posto di blocco di Beit Seira sarebbe stata la nostra prossima tappa. A questo checkpoint si attende con la paura di non essere autorizzati a oltrepassarlo. Siamo arrivati ​​al checkpoint di Beit Seira alle 7:30, siamo scesi dall’autobus e abbiamo camminato per 50 metri fino a quando non abbiamo raggiunto un piazzale aperto ricoperto da lastre di metallo. In questo cortile c’era un bagno sudicio che comunque le famiglie sono state costrette ad utilizzare visto il lungo viaggio. In questo piazzale un impiegato del Comitato internazionale della Croce Rossa avrebbe consegnato i biglietti familiari che avrebbero consentito la visita. Abbiamo quindi preso i nostri biglietti e ci siamo diretti al punto di ispezione.

Al punto di controllo ci si imbatte in un cancello di metallo girevole (gate numero 1). Questo cancello viene chiamato Al-Ma’atah, un’entrata solitamente usata per gli animali, specie polli. Una volta entrato, devi svuotare le tasche e, se sei una donna, metti la borsa sulla macchina di scansione. A questa porta consegni la tua carta d’identità e attendi qualche istante prima di essere autorizzato a procedere fino al prossimo cancello (gate numero 2). Il gate numero 2 è il passaggio che le famiglie più odiano e disprezzano. A questa cancello c’è una finestra e dietro di questa due donne soldato israeliane armate alle quali consegni la carta d’identità, il permesso di visita e il biglietto della Croce Rossa. Quando ho presentato il mio permesso di visita, carta d’identità e biglietto, una delle soldatesse, dopo aver letto il mio nome, mi ha detto di aspettare. L’ho vista consegnare tutti i miei documenti all’altra al computer, seduta dietro di lei. Ho dovuto aspettare per un po’: due famiglie hanno passato il posto di blocco, mentre guardavo la soldatessa al computer. Continuava a fissarmi a tal punto da indurre a chiedermi che tipo di informazioni stesse leggendo dal suo computer.

Poco dopo ha restituito i miei documenti alla soldatessa alla finestra che a sua volta me li ha ridati indietro. Indubbiamente mia madre è passata attraverso la stessa procedura. A differenza mia, però, mia madre è in possesso di una carta d’identità di Gerusalemme, e questo le consente di passare attraverso i checkpoint senza bisogno di un permesso. Tuttavia lei ha deciso di condividere questa esperienza con me.

Alla fine siamo passati attraverso il posto di blocco e aspettato sul lato opposto che il resto della famiglie si riunissero. Su quell’autobus, in totale, eravamo 72 visitatori. Sull’autobus una delle famiglie ha raccontato che al loro ragazzo, di 15 anni, non è stato permesso attraversare il posto di blocco e di visitare suo fratello. I soldati affermavano che aveva 16 anni e, quindi, aveva bisogno di un permesso. Sua madre ha insistito dicendo che il suo 16° compleanno sarebbe stato dopo quattro mesi e che quindi non aveva bisogno di un permesso. Con nostro dispiacere, però, i soldati non gli hanno permesso di passare e continuare il suo viaggio.

L’autobus è ripartito di nuovo alle 09:20. Il mio battito cardiaco ha iniziato ad accelerare. Mi chiedevo: come sarà l’incontro? Piangerò? Riderò? Riuscirò, grazie a un qualche miracolo, ad avere un abbraccio da mio padre? Come reagirà mio padre? L’ultima volta che mi ha visto avevo 20 anni. Oggi ne ho 29. Riuscirà a riconoscermi?! E i suoi lineamenti? E’ invecchiato? Troverò nei suoi occhi rassicuranti il ​​conforto che sempre hanno trasmesso? E’ tranquillo? Vedrò quel sorriso capace di garantirmi forza e speranza?

Ho deciso di sfuggire a tutta questa ansia sedendomi accanto al conducente e facendogli domande in merito ai luoghi circostanti, sul meteo, tentando così di ingannare un po’ il tempo, ma anche perché sono stata molto a lungo nel sud della Palestina occupata. Quando ero giovane andavamo a trovare mio padre nella prigione di Al-Naqab, e solo ora stanno riaffiorando reminiscenze a lungo dimenticate. Siamo passati dal bivio che conduce alla prigione israeliana Naqab. Siamo passati anche nei pressi della prigione israeliana Eshel di cui ho sentito tanto parlare. Siamo passati anche davanti a splendide montagne del deserto di una bellezza mai vista prima.

Due ore più tardi, siamo arrivati ​​alle prigioni di Rimon e Nafha. Improvvisamente tutta l’ansia è tornata, questa volta ancora più intensa. Ogni mio tentativo di controllarla è fallito. Quando l’autista ha annunciato il nostro arrivo, tutte le domande che ho cercato di evitare si sono riproposte. Mi sentivo come una farfalla che vuole volare, il mio cuore batteva, i miei occhi erano pieni di lacrime e, assurdamente, ho sentito un forte voglia di sorridere. Una forte sensazione mi ha vinta, quella che non ho provato per 9 anni. Finalmente stavo per vedere mio padre, ma ero certa che non sarebbe stato facile, infatti ci attendevano lunghe attese e umiliazioni.

Siamo arrivati ​​nei pressi del carcere di Nafha alle 11.30. Non ci si dovrebbe aspettare di poter visitare i propri cari non appena si scende dall’autobus, perché non è così che funziona qui. Proprio all’ingresso, un veicolo di sicurezza ci si è avvicinato chiedendoci di aspettare. L’autobus ha dovuto accostare durante l’attesa, e siamo rimasti sorpresi quando un grande autobus ci ha sorpassato. L’ autobus era bianco e su questo c’era il simbolo del Servizio Carcerario Israeliano (IPS) dell’Unità Nahshon. Aveva finestre lunghe e strette e sembrava un camion per il trasporto del latte. Era l’autobus utilizzato per il trasporto dei prigionieri. Naturalmente non abbiamo potuto intravedere nessuno dei prigionieri, ma abbiamo visto le decine di membri del personale della Nahshon che circondavano l’autobus.

Per 20 minuti abbiamo aspettato all’interno dell’autobus e ci è stato impedito di muoverci. Alla fine un poliziotto che indossava l’uniforme dell’IPS è arrivato ed ha aperto una porta che conduceva in un cortile. Non appena siamo entrati nel cortile chiuso, il poliziotto si è assicurato che tutti fossero entrati, così da poter chiudere la porta dietro di noi. Nel cortile c’erano scomode sedute in metallo e solo due condizionatori… con quel caldo incredibile. I bagni erano così sporchi da rinunciare ad usarli o per finire di utilizzarli con difficoltà e in caso di assoluta necessità. All’interno del cortile c’erano due finestre: una per fumare e l’altra era la finestra attraverso la quale le famiglie passano vestiti e libri ai prigionieri. Avrei voluto poter infrangere quella finestra per l’umiliazione.
Il poliziotto alla finestra era annoiato, lento e gretto. Sembrava escogitare modi creativi per infastidire le famiglie. Sulla sinistra c’era una finestra dove si presentano il permesso di visita e la carta di identità dopo che il nome prigioniero viene chiamato. Ho chiamato quella finestra ‘la finestra della fortuna’.

Uno dei carcerieri chiamava volta per volta i nomi dei prigionieri che erano classificati nel primo gruppo. Ci hanno diviso: 72 ospiti divisi in quattro gruppi, nonostante il quarto gruppo fosse composto da sole quattro famiglie; era un pretesto per la IPS per ritardare ulteriormente e causarci maggiore disagio. Mia madre, Ghassan e io, separatamente ci dirigiamo verso tre finestre. Ghassan è andato alla finestra a fumare, io sono andata alla finestra dello squallido soldato, e mia madre è andata alla ‘finestra della fortuna’, e avrei voluto non l’avesse fatto.

Alla finestra il soldato ha detto a mia madre che solo a me, Sumoud, era stato concesso il permesso di visita quel giorno, e che sia a lei che Ghassan non era stato autorizzato. Mia mamma ha cominciato a gridare contro di lui dicendo che a tutta la famiglia era stato dato il permesso e lui ha risposto in modo molto freddo dicendo che così era stato deciso. In quel momento, ho sentito il dolore profondo di mia madre e ho visto i suoi occhi pieni di lacrime. Il volto di Ghassan era pieno di rabbia. Hanno totalmente interrotto la nostra felicità e il desiderio per quella visita tanto attesa. Mia madre cercava di distogliere lo sguardo da me per nascondere le lacrime agli occhi. Ghassan mi abbracciava e mi diceva di salutare il nostro papà calorosamente, mentre in realtà stava cercando di nascondere la sua rabbia. E’ stato un momento estremamente doloroso e stressante per tutti e tre. A mia madre non è stato permesso visitare mio padre per oltre due anni e mio fratello non lo vede dall’ultima guerra a Gaza nel 2014. Come posso visitare mio padre mentre loro non possono farlo? Avevo voglia di piangere e gridare più forte che potevo, ma non ho lasciato che loro distruggessero questo incontro per me così prezioso. Mia madre e Ghassan si sono allontanati e sono rimasta sola. In quel momento ho provato una sensazione crudele, ma ho dovuto procedere con la visita tanto attesa.

La squallida finestra

Da quando siamo entrati nella sala d’attesa e fino al momento della visita, io e un gruppo di non più di dieci persone eravamo ad aspettare alla finestra con lo squallido poliziotto. Abbiamo aspettato alla finestra dalle 11:45 fino alle 01:00, mentre il poliziotto faceva il possibile per affliggerci. Avrebbe consentito che alcuni vestiti passassero e che altri fossero respinti semplicemente in base al colore e al suo stato d’animo. Una delle madri che era con noi mi ha detto che l’ultima volta il nero era stato permesso, mentre questa volta il nero era proibito! Ciascuna famiglia si è vista rifiutare almeno un pezzo di abbigliamento che il poliziotto aveva deciso di non consentire. Inoltre, il poliziotto continuava a sparire senza dare alcuna spiegazione lasciandoci e prolungando la nostra attesa. Invece di avere un momento di calma per pianificare come e cosa dire ai nostri cari durante i 45 minuti della visita, questo poliziotto ci ha tenuti in attesa arrecandoci amarezza e umiliazione.

Per 9 anni ho sognato di visitare mio padre. Dopo 9 anni di attesa l’avrei visto per 45 minuti! Intorno alle 1:15 hanno chiamato i nomi dei prigionieri del primo gruppo. Siamo scesi da un cancello di metallo in attesa di entrare. Un poliziotto avrebbe chiesto quale prigioniero ogni persona avrebbe visitato e poi avrebbe aspettato per il controllo dei nomi. Altra attesa! In quel momento desideravo che quelle porte, quelle grette persone e quelle facce non esistessero! Desideravo solo attraversare il cancello per vedere mio padre. Desideravo che quegli ostacoli e quei limiti non esistessero e che quella sofferenza finisse, perché non potevo più aspettare.

Finalmente ho oltrepassato il cancello. Oltre c’era un metal detector. Mi è stato chiesto di togliermi le scarpe, farle passare attraverso la macchina di scansione e procedere oltre. Se la macchina avesse suonato, allora avrei dovuto togliere tutto ciò potesse far suonare lo scanner. A volte alle donne può capitare che venga loro chiesto di togliere l’abbigliamento intimo nel caso porti qualche gancio in metallo. Potrebbero dare alle donne degli abiti da preghiera chiedendo loro di andare in bagno a togliere la loro biancheria intima per poi metterlo nello scanner per ulteriori controlli!

Sono stata abbastanza fortunata, la macchina non ha suonato, così sono stata abilitata a procedere. Successivamente sono entrata in una seconda sala di controllo. C’erano due soldatesse, di circa 22 anni, armate fino ai denti. Avevano un metal detector portatile. Lo sguardo nei loro occhi non aveva alcuna innocenza, quella che ti aspetteresti per la loro età, né alcuna umanità. Ero quasi sul punto di gridare loro “come ci si sente come donne ad opprimere altre donne?”, ma non l’ho fatto. Dopo l’ispezione sono entrata in una sala, e lì ho aspettato di nuovo. Ho aspettato e aspettato. Lentamente ho cominciato a sentirmi felice. Dietro la prossima porta avrei visto mio padre, finalmente. Avrei visto il volto luminoso che amo e di cui sento la mancanza.

Un poliziotto entrando nella sala mi ha avvertito del fatto che era giunto il momento della visita. In quel momento avevo l’impressione di correre, di muovermi! Davvero non sapevo cosa fare. Finalmente entravamo nella sala della visita. La prima cosa che ho notato è stata la finestra che separa dai prigionieri. Cercavo di intravedere mio padre. Dove sei papà? Provavo disperatamente a cercarlo. Alla prima finestra c’era un ragazzo, alla seconda un uomo, ma non mio padre. E d’un tratto l’ho visto camminare accanto all’ultimo ragazzo. Sono balzata verso la finestra vuota così rapidamente che ho anche saltato una serie di gradini. Improvvisamente era lì, davanti a me. Mio padre, Abu Ghassan. Avrei voluto che il vetro che ci separava potesse rompersi così da essere abbracciata come quando ero giovane. Ma alcuni sogni non sono destinati ad avverarsi. Il vetro non si è infranto.

Mio padre, la mia fonte di energia e di felicità, era finalmente lì davanti a me dove i nostri occhi possono finalmente incontrarsi. Nonostante il vetro ci separasse, ho tenuto in mano il telefono e urlato più forte che potevo: Baba Habibi! Finalmente! Gli ho inviato dei baci da dietro il vetro. In quel momento la mia voce tremava e i miei occhi erano pieni di lacrime. Gli occhi di mio padre, pure. Tuttavia, abbiamo preferito non piangere in quel momento perché era un momento di gioia, così dal nulla ho fatto una forte Zaghrouta (il tipico grido celebrativo che si usa solitamente fare ai matrimoni e in altre occasioni) e abbiamo iniziato a ridere. E’ stato allora che la visita ha preso la giusta piega.

Mio padre era sempre lo stesso. Vederlo mi ha fatto sentire come fossi in cima al mondo. Abbiamo riso e parlato. Gli ho portato i saluti di molte persone. Mi ha detto della sua vita quotidiana, come l’ha trascorsa finora e le sue novità ed io lo stesso. Quei momenti li sentivo come un sogno che non potrò mai dimenticare. Ero tornata bambina di nuovo nel mezzo della mia infanzia felice. Anche se mi è sembrato lo stesso, m’è parso invecchiato. Questo mi ha colpito molto, tuttavia, il suo spirito non sembra affatto più vecchio e ho visto la stessa forza e lo stesso sorriso a cui eravamo abituati. Il bel grigio si è diffuso al resto dei suoi capelli e i suoi occhi erano un po’ tristi, probabilmente perché mia madre e Ghassan non avevano potuto fargli visita, ma anche perché oggi è stato il 13° anniversario della morte di mio zio. Mio padre era triste anche per il suo compagno di prigione, Ishrak Rimawi, il cui figlio, Ahmad, è scomparso appena due giorni fa. Abbiamo parlato di quanto dolorosa e scioccante la morte di Ahmad sia stata. Ahmad era stato rilasciato solo di recente dalle carceri israeliane dell’occupazione e aveva effettivamente trascorso del tempo con suo padre all’interno della stessa prigione.

Nonostante la tristezza e il dolore, siamo comunque riusciti a sorridere. Siamo persino riusciti a scherzare e a ridere ad alta voce su alcune questioni di famiglia. Verso la fine della visita mio ​​padre stava per dirmi addio e di fare attenzione, quando improvvisamente la linea del telefono è stata chiusa. Non riuscivo più a sentire la sua voce. I 45 minuti sono finiti. Mi ha continuato a parlare da dietro il vetro poggiando la sua mano alla finestra. Ho detto molto forte “.. non ti preoccupare Abu Ghassan” e ho messo la mia mano alla finestra di fronte la sua. L’ho guardato per l’ultima volta e lui pure. Quel momento è stato il più difficile. Il mio sogno si è concluso e di mio padre non ne avevo avuto abbastanza.

Mio padre si è alzato in piedi incamminandosi verso la porta. Ho camminato dall’altra parte del vetro seguendo le sue orme e guardandolo. Il poliziotto mi chiedeva di fare in fretta, ma non l’ho ascoltato perché provavo a sentire i passi di mio padre. Quando sono giunta alla porta e stava per andarsene, gridai più forte che potevo: “Baba (papà), Abu Ghassan! Mi mancherai un sacco”. Agitò la mano per salutarmi, sorridente e entrambi ce ne siamo andati.

45 minuti non sono sufficienti per una conversazione attesa per 9 anni. Non è stata sufficiente neppure a placare la nostalgia di mio padre, ma è stato sufficiente per dare sia a me che a lui un po’ di forza e speranza. Il mio sogno era finito. Per 45 minuti abbiamo entrambi ignorato l’ufficiale di polizia che ci stava intorno mentre guardava le famiglie e i loro cari. Ho ignorato le sue reazioni alla nostra interazione, o la sua reazione nel vedere il vetro che ci separa dai nostri cari, il disumano sistema del telefono. Eravamo semplicemente in ricerca di minuti di felicità da accompagnare a tutto il nostro dolore, per farci andare avanti, e li abbiamo trovati.

Dopo la visita… Riflettendo su quel sogno

La visita era finita, ma il viaggio non ancora. Ci siamo spostati intorno 02:50 in una stanza dove avremmo dovuto aspettare che le altre famiglie completassero le loro visite. Non posso descrivere come triste fosse la situazione in quella sala d’attesa. La camera era molto tranquilla. Le famiglie erano in attesa, alcuni mangiavano del cibo che avevano portato con loro. Sguardi tristi sulle loro facce. Erano tutti occupati a pensare, ricordando ogni dettaglio della breve visita, che è andata troppo velocemente. Tutti erano provati e colmi di tristezza. Abbiamo tutti dovuto aspettare per oltre due ore che le famiglie restanti terminassero le loro visite. Erano già le 05:10 quando ci preparavamo a partire. Non appena ci hanno lasciato andare dalle porte della prigione, avrei voluto restare ancora un po’. Anche se non potevo vedere mio padre, non avrei voluto lasciarlo da solo. Questi momenti sono stati molto duri sia per me che per le altre famiglie. Cosa vuol dire lasciarsi alle spalle i propri cari.
Nonostante tutto continueremo a sognare, continueremo a sperare.

Traduzione a cura del Comitato del Martire Ghassan Kanafani
Fonte: Samidoun

Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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