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Eventi ed iniziative sulla Palestina

La questione palestinese nel contesto mediorientale - CSA Vittoria (Milano)

Giovedì, 17 May, 2018 - 21:00

URGENTE l'iniziativa al Csa Vittoria di questa sera - giovedi 17 - con il collegamento con Chiara Cruciati e Michele Giorgio dalla Palestina è rinviato a data da definire.

Ci scusiamo con chi si era organizzato per partecipare a questa serata di approfondimento ma improvvisi problemi sorti ci obbligano a spostarla più in la nel tempo. Ricordiamo a tutti e tutti che sabato 19 ci sarà a Milano un corteo in solidarietà con la Palestina con concentramento ore 17,00 in san Babila indetto dall'Api - Associazione Palestinesi italiani - e da diverse associazioni che si occupano della solidarietà al popolo palestinese.

Il CSA Vittoria partecipa ed invita a partecipare al corteo in un momento di gravissima particolare sofferenza del popolo palestinese contro la barbarie imperialista e sionista dei 2 criminali terroristi Trump e Netanyahu!

Palestina riflesso della balcanizzazione dell'area mediorientale

E’ dal 30 marzo che in Palestina, ogni venerdì in occasioni delle marce e delle manifestazioni contro Israele e il sionismo, si assiste a eccidi e stragi. Manifestazioni che hanno inevitabilmente come epicentro Gaza e suoi confini, ma che in realtà attraversano tutti i territori palestinesi con lo scopo di denunciare le vessazioni e l’apartheid che dal 1947 il popolo palestinese è costretto a subire ad opera dei sionisti. Ciò con la grave complicità del mondo occidentale (UE in testa) che condanna le marce popolari e tace sulla feroce repressione israeliana con soldati e cecchini contro civili inermi.

Una complicità grave anche perché consente a Israele di agire liberamente, internamente e oltre confine, sfruttando e assumendo in pieno il ruolo affidatogli da USA e UE di testa di ponte dell'imperialismo nella regione e nelle dinamiche mediorientali.

Israele infatti può permettersi di segregare un intero popolo, di limitarne le condizioni basilari di vita (quali acqua, servizi essenziali, sanità, energia, ecc.), chiudendo porti, occupando e frammentando quotidianamente territori in spregio anche alle indicazioni dell’ONU e agli accordi internazionali; ed esternamente l'esercito israeliano compie operazioni militari e minaccia i confini di altri paesi sfruttando il principio della propria sicurezza (ma non quella degli altri!), senza alcun rispetto del cosiddetto diritto internazionale e, soprattutto, dell'autodeterminazione dei popoli partecipando alla distruzione di intere comunità.

La Palestina d'altronde è il riflesso di quanto succede in tutto il Medioriente e la politica di frammentazione sionista è oggi il modello di intervento dell'imperialismo occidentale nella regione e oltre. Così da Damasco a Kabul, si assiste a quotidiane distruzioni di popoli e territori, di stati, culture ed economie. Dalla Siria, all'Iraq, al Kurdistan, all'Afghanistan, questo modello di frazionamento ha lo scopo di creare e tutelare zone di interesse economico specifiche (non serve più avere il controllo di interi stati) nell'ambito delle contraddizioni in atto tra le grandi potenze (nessuna esclusa). In gioco non c’è la propagandata “esportazione di democrazia” e quant'altro, bensì importanti pezzi di economia reale e la gestione dei rapporti di forza presenti e futuri nell'ambito dei meccanismi geopolitici e militari.

E se quindi la Palestina è il riflesso della politica di distruzione in atto nell'area, essa è anche la base di partenza per Israele per agire impunemente nella regione. Ogni giorno aerei e missili israeliani colpiscono il territorio siriano intervenendo nel conflitto con il fine di difendere i propri interessi regionali e quelli dell'imperialismo occidentale. Tel Aviv partecipa infatti col particolare scopo di limitare l'avanzata di competitori regionali, con particolare attenzione alle pretese iraniane. Le stesse denunce su una possibile strategia nucleare di Teheran, coprono (al di là dello scontro confessionale reciproco) la paura del ruolo dell'avversario in tema di economia e sul terreno geopolitico generale. D'altronde dobbiamo ricordare Israele vive unicamente del forte sostegno europeo e statunitense in quasi tutti gli aspetti economici e politici, se non anche militari. Anche l’alleanza apparentemente incomprensibile con l'Arabia Saudita è perfettamente in linea con le necessità economiche e geopolitiche del sionismo.

E se l'Iran partecipa attivamente alla guerra in Siria anche per evitare o ritardare un futuro attacco da parte del mondo occidentale, un altro competitore si muove militarmente nell'area: la Turchia.

Il fascista Erdogan, forte del mancato golpe e giocando le sue carte su più tavoli, infatti agisce indisturbato nell'occupazione dei territori del Kurdistan e della Siria, massacrando il popolo curdo e cercando di conquistare un’area che dai propri confini arriva fino a quasi l'Iran, con lo scopo di controllare zone petrolifere e vie commerciali.

Uno scacchiere, quello mediorientale, estremamente complesso che vede interi popoli abbandonati alla real politik e allo scontro imperialista sia tra grandi potenze sia tra potenze regionali: come quello curdo, capace di sconfiggere praticamente da solo i fondamentalisti dell'Isis sia militarmente sia politicamente con un modello di società avanzato basato sull'internazionalismo tra i popoli ed esempio di progresso, oggi lasciati alla mercé dell'esercito turco; come quello siriano che ormai conta centinaia di migliaia di vittime nella guerra diretta e per procura di tutte le forze in campo. E quello palestinese.

Occorre comunque necessariamente allargare la prospettiva.

La guerra in Medioriente è anche il riflesso di qualcosa di molto più grande. E' indubbio infatti in primis che la guerra in Siria sia la prosecuzione dei vari conflitti e devastazioni che dal 2001 sono in atto nella regione; in secondo luogo è altrettanto indubbio che tutte le grandi potenze sono coinvolte. E quando le potenze maggiori ricorrono allo strumento militare non potendo usare più pressioni economiche e diplomatiche, allora la situazione è prossima al limite.

Infatti, ormai Russia, Europa e Usa hanno aerei ed eserciti sul terreno, tra loro a forte rischio di contatto (già si sono registrati “incidenti”). E non è più necessario avere il totale controllo di uno stato, ben più importante è infatti il controllo di una zona specifica: in pratica è in atto una progressiva frammentazione (o balcanizzazione) della regioni allo scopo di dividersi ogni singola possibilità di controllo delle singole fondamenta economiche: ogni singolo barile, ogni singola via commerciale, ogni presente o futuro gasdotto o oleodotto, ogni pezzettino di ricostruzione post guerra di un territorio.

Certamente non dimenticando il vantaggio progressivo che ha sui moltiplicatori keynesiani la produzione bellica e il suo utilizzo anche con l’arrivo di nuove commesse.

Questo è il punto infatti: oggi più che mai non si può parlare di guerra senza parlare della crisi economica in corso. Una crisi del modo di produzione capitalistico che è nel suo stato più avanzato e che mostra dal 2008 una caduta libera dei dati economici reali dalla quale tutti faticano a risollevarsi. Nella quale tutti sperano di recuperare ossigeno dalla guerra guerreggiata in corso e dalla relativa conquista di pezzi di economia reale. Certo è che una ripresa non arriverà dalla virtualità delle speculazioni delle fluttuazioni di mercato: di questo sono consapevoli le grandi potenze, nessuna esclusa.

Ma la guerra sul terreno non è solo una possibile boccata di ossigeno. Essa è anche (e soprattutto) la prospettiva di un futuro pericoloso. Specialmente quando l'altra grande potenza mondiale, la Cina, è in qualche modo presente nel conflitto siriano.

Questo, per quanto sinteticamente possibile, è un'analisi della crisi e della guerra in atto.

Siamo quindi di fronte ad un percorso tracciato dove accelerazioni e ampliamenti della stessa sono possibili. Per questo quanto prima occorre ribaltare la nostra prospettiva e mutare il nostro intervento. Occorre riportare in prima linea l'opposizione secca alla guerra. Una guerra che è del capitalismo e dell'imperialismo. Una guerra che è solo distruzione di popoli, culture e territori. Una guerra che è solo per profitto e interessi economici.

A questo proposito crediamo fermamente che la difficoltà data dall'assenza in quell'area di riferimenti politici espliciti egemoni dal punto di vista politico e lo smarrimento della chiave ideologica di lettura antimperialista, stia producendo anche a sinistra una gravissima confusione e distorsione di ruoli sintetizzabile con l'affermazione "il nemico del mio nemico è il mio amico" mentre, in questo contesto, l’unico e imprescindibile schieramento possibile è quello con i popoli di questi territori martoriati rifiutando di sostenere tutti i diversi imperialismi (e i loro alleati locali) che si contendono la ricca posta in gioco.

Imperialismi, come detto, in conflitto e costantemente impegnati nel reciproco contenimento con alleanze variabili e mutevoli in ragioni delle proprie mire. Confondere quindi le strategie attuate da questi per consolidare ruoli e nuovi poli egemonici per resistenza all’imperialismo americano, ovvero sostenere presunte “rivoluzioni” egemonizzate da forze jihadiste e oscurantiste finanziate da quest’ultimo considerandole quali anti-regime, sono le due facce del medesimo errore e abbaglio. Nessuna emancipazione per i popoli oppressi può discendere da entrambi, nessun fronte di classe è oggettivamente possibile.

Un no secco alla guerra deve essere quindi agito con le nostre parole d’ordine: internazionalismo di classe, autodeterminazione dei popoli, per un società diversa fatta di liberi e uguali.

Partendo dall'insegnamento reale, applicato sul campo (e) nella resistenza, dal popolo curdo nella vittoriosa lotta contro l'Isis. Un insegnamento che portiamo con noi anche nel modo in cui diamo voce alla lotta del popolo palestinese.

È da qui che occorre ripartire. È da questi presupposti che occorre rimettere in moto un movimento contro la guerra reale che smascheri i reali interessi in campo e che sia pronto a opporsi ad una possibile catastrofica escalation. Perché l'unico modo per uscire dalla barbarie è ricominciare a pensare di ricominciare a costruire un'alternativa radicale all'esistente.

Csa Vittoria
Milano 15.05.2018
info@csavittoria.orgwww.csavittoria.org

Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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