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Un sasso nello stagno della solidarietà verso la Palestina

Dallo scorso 24 aprile una nuova lotta all'interno delle prigioni israeliane [1] rinvigorisce la resistenza palestinese, proprio mentre la leadership delle due maggiori organizzazioni palestinesi si misurano nell'ennesimo tentativo di conseguire un accordo di unità [2].

Persone, collettivi, comitati, associazioni, partiti e realtà sensibili alla tutela dei diritti umani nel sentirsi vicini e solidali al popolo palestinese riconoscono di fatto che la Palestina è sotto occupazione. Lasciando da parte le vili posizioni di equidistanza, possiamo riconoscere ed affermare che rispetto all'occupazione ed alla violazione dei diritti fondamentali di un popolo ci si riconosce, insieme e reciprocamente, dalla stessa parte. Diverso è invece l'approccio su come si esprime la solidarietà: da un lato chi pensa di sostenere i palestinesi da un punto di vista umanitario, dall'altro chi dal punto di vista politico (ma anche all'interno di queste due categorie le soggettività sono svariate e spesso incongruenti).

Un altro aspetto che divide è la determinazione nel sostenere la causa palestinese: molte/i attiviste/i (e non solo) diventano “timidi” di fronte all’arroganza dei (pro)sionisti ed al loro utilizzo strumentale e propagandistico della Shoah per giustificare la pulizia etnica in atto da oltre 66 anni dei palestinesi e della Palestina.

Opinioni diverse si hanno poi rispetto alla questione della “resistenza”. Anche in questo caso, a secondo della cultura – occidentale, borghese, ecclesiastica, umanista, colonialista, orientalista [3] - intrinseca nella società dove tali organizzazioni vivono e si muovono, c'è chi dopo il termine “resistenza” aggiunge “non violenta” o “pacifica”, altri che invece usano solo la parola “resistenza”.

Come già ribadito in diverse occasioni ed articoli non ci riferiamo ad una specifica strategia di lotta adottata dal popolo palestinese (contestualizzando luoghi e tempi) quanto all'esigenza di molte ONG ed associazioni che, attraverso forme di colonizzazione ideologica derivante spesso da interessi che nulla hanno a che vedere con quelli di un popolo che lotta per liberarsi, strumentalizzano e sfruttano la causa palestinese, spesso imponendo (a mo' di ricatto, altrimenti verrebbe meno il loro sostegno) proprio il “tipo” di resistenza da intraprendere a prescindere dalle circostanze e dal contesto, in una dinamica quindi di sostegno alla resistenza non incondizionato.

Ovviamente non vogliamo essere noi a dettare il “tipo” di resistenza più opportuno per la lotta di liberazione dei palestinesi, ci limitiamo semplicemente a non inquinare ulteriormente un campo già talmente minato legittimando qualunque scelta perché garantita da leggi internazionali che riconoscono a pieno il diritto dei popoli oppressi ad opporsi resistendo e lottando con ogni mezzo.

Noi crediamo che la solidarietà verso i palestinesi debba fare un salto qualitativo, liberarsi dai clichè imposti dai sionisti, da una cultura occidentale che nulla restituisce ai palestinesi e dalle letture distorte della realtà sempre imposte dal sionismo, per diventare davvero efficace nelle sue ragioni, restituendo magari un domani la cronaca della storia agli oppressi.

C’è però una “questione palestinese” che dovrebbe vederci uniti: quella dei prigionieri e delle prigioniere. Gli oltre 5000 prigionieri (tra cui donne e bambini anche minorenni) sono nelle carceri israeliane per un motivo unico: essere palestinesi.

Cos'è la detenzione in Palestina? Ecco i dati al 1° maggio 2014 [4]:

Totale dei prigionieri: 5271
Prigionieri in detenzione amministrativa: 192*
Donne prigioniere 17
Ragazzi prigionieri: 196 (27 sotto i 16 anni)
Membri del Consiglio Legislativo Palestinese: 11
Prigionieri in Gerusalemme est: 298
Prigionieri nei territori del 1948: 234
Prigionieri di Gaza: 377
Prigionieri prima di Oslo: 30
Prigionieri che scontano una pena superiore a 20 anni: 440
Prigionieri condannati a più di 25 anni: 15
Prigionieri condannati a più di 20 anni: 30
Prigionieri condannati all'ergastolo: 476

* di cui 8 membri del Consiglio legislativo palestinese

I prigionieri ed i martiri sono sempre stati il seme di ogni rivoluzione, di ogni lotta di liberazione. Il dovere di tutte e tutti deve essere quindi quello di sostenerli, senza se e senza ma. Privati della loro libertà mettono a disposizione i loro corpi per continuare la lotta; noi, figli di paesi imperialistici, possiamo mettere a disposizione la nostra indignazione per supportarli e incrementare così i rapporti di forza del conflitto all'interno della società in cui viviamo, tentando di rovesciarne le dinamiche e la cultura settaria, razzista e reazionaria.

Il Collettivo Palestina Rossa invita ogni persona, ogni realtà o organizzazione a contribuire ad una grande raccolta fondi da destinare alle associazioni (individuate in Addemeer [5] con sede a Ramallah e Palestinian Developmental Women' Studies Association [6] con sede a Gaza) che si occupano della difesa dei prigionieri.

Nei prossimi giorni proporremo una campagna in Italia per un sostegno diretto alla resistenza e alla lotta di liberazione palestinese dall'occupazione israeliana. Invitiamo tutti ad aderirvi e ad organizzare comitati territoriali in sostegno alla campagna.

Collettivo PalestinaRossa
 

Note:

[1] I palestinesi in "detenzione amministrativa" lanciano uno sciopero della fame di massa

[2] Riconciliazione palestinese: una storia di documenti - Alcune riflessioni sulla "Riconciliazione"

[3] «L'orientalismo non è soltanto un fatto politico riflesso passivamente dalla cultura o dalle istituzioni, né è l'insieme dei testi scritti sull'Oriente, e non è nemmeno il frutto di un preordinato disegno imperialista “occidentale”, destinato a giustificare la colonizzazione del mondo “orientale”. È invece il distribuirsi di una consapevolezza geopolitica entro un insieme di testi [...]; ed è l'elaborazione non solo di una fondamentale distinzione geografica, ma anche una serie di “interessi” che, attraverso cattedre universitarie e istituti di ricerca […] l'orientalismo da un lato crea, dall'altro contribuisce a mantenere. D'altra parte, esso è anche una certa volontà o intenzione di comprendere – e spesso di controllare, manipolare e persino assimilare – un mondo nuovo, diverso, per certi aspetti alternativo. Soprattutto, l'orientalismo è un discorso che […] si è costituito in presenza di un confronto impari con varie forme di potere: potere politico […], potere intellettuale […], potere culturale […], potere morale».
Da l'Orientalismo di Edward Said (prima ed. italiana 1991)

[4] Addameer Monthly Detention Report

[5] Addameer, in arabo per la conoscenza, è un'associazione in supporto ai prigionieri e ai diritti umani. Nasce nel 1992 con l'obiettivo di offrire sostegno ai prigionieri politici palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane e palestinesi. Lavora per la fine della detenzione amministrativa, per il sostegno legale dei prigionieri, per il monitoraggio dei processi, per la promozione di campagne d'informazione e sensibilizzazione sia a livello nazionale che internazionale. I suoi programmi si suddividono in quattro principali unità: assistenza legale e strategica, ricerca e documentazione, Advocacy e Lobbying, formazione e sensibilizzazione. Addameer crede nell'importanza di costruire una società palestinese libera e democratica, basata sulla giustizia, uguaglianza, stato di diritto e rispetto dei diritti umani nel più ampio quadro del diritto all'autodeterminazione. Per maggiori informazioni visitate il loro sito alla pagina: http://www.addameer.org/etemplate.php?id=12

[6] PDWSA è un istituzione civile che lavora per l'emancipazione delle donne e dei giovani attraverso la lotta e la partecipazione nella vita pubblica, costruendo capacità e attitudini per la formazione di nuovi leader. Il suo lavoro consiste soprattutto nel tessere relazioni tra donne ed associazioni femministe per sviluppare cooperazione. Fornisce assistenza legale, psicologica, logistica, materiale e finanziaria, sensibilizza la comunità sui problemi di uguaglianza e di diritti delle donne in particolare delle prigioniere dopo la loro liberazione (con particolare attenzione alla storia orale delle loro esperienze). Per maggiori informazioni visitate il loro sito alla pagina: http://www.pdwsa.ps/pdwsa/index.php?page=29
 

Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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