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Cosa c'è dietro il più grande boom economico di Israele? L'occupazione

Il periodo della storia d’Israele che più di ogni altro ha visto la maggior crescita economica è stato quello relativo ai sei anni successivi alla guerra dei Sei Giorni. E che innovazioni agricole, industriali, o hi-tech ci sono state intorno al 1967-1973? Nessuna degna di menzione. Più di ogni altra cosa, il fattore determinante è stata la creazione dell’impresa Occupazione-Insediamenti.

Questa settimana, la dottoressa Karnit Flug è diventata la prima donna nella storia di Israele a essere nominata governatrice della Banca Centrale d’Israele - una posizione analoga a quella del Capo della Federal Reserve americana. Il processo che ha portato alla sua nomina è stato identico a quanto avvenuto in America poco tempo prima.

In entrambi i casi, il governatore/capo uscente aveva fortemente raccomandato come successore il suo secondo in comando, una donna. In entrambi i casi, il governo ha inizialmente scartato il candidato di sesso femminile corteggiamento invece candidati di sesso maschile con scheletri negli armadi. E in entrambi i casi, alla fine il buon senso ha prevalso.

Tuttavia, ci sono state alcune differenze tra il processo americano e il suo alterego israeliano, nella profondità della farsa. Mentre l'amministrazione Obama ha considerato solo Larry Summers rispetto a Janet Yellen, ma mai formalmente esteso l'invito - il governo Netanyahu è riuscito a nominare formalmente non uno ma ben due aspiranti governatori di sesso maschile, solo per vedere entrambe le candidature evaporare nel nulla. Poi Bibi e il suo ministro delle Finanze, Lapid, hanno litigato e vacillato su altri candidati per altri tre o quattro mesi prima di riconsiderare finalmente Flug - che nel frattempo era il governatore in carica - come scelta di ultima istanza. Tutto questo è stato preceduto dalla mossa di Lapid - pochi mesi fa astro nascente della politica d’Israele e oggigiorno il suo zimbello preferito – che è andato sulla TV nazionale solo quattro giorni prima della nomina definitiva affermando con ferma e sprezzante convinzione "Flug non sarà mai il governatore della Banca d’Israele".

Ma, senza dubbio, la ciliegina sulla torta sono i racconti provenienti da più fonti che proprio all'ultimo momento Netanyahu ha esteso un disperato invito per nessun altro candidato, se non per lo stesso Larry Summers. È in questo modo che ho appreso che Summers è ebreo. Nel mondo di Netanyahu, qualsiasi economista neoliberista di sesso maschile di origine ebraica, ovunque sul globo, è il governatore della Banca d'Israele più idoneo rispetto a una donna nata in Israele che ha fatto carriera attraverso i ranghi della Banca (il predecessore di Flug era l’americano Stanley Fischer).

 Ma sto divagando...scusate, la politica israeliana è spesso così divertente che nessuna satira può farle giustizia.

Perché questo virulento "Anti-Flugismo" da parte di Netayahu? Qual è, metaforicamente, il "Segreto Oscuro" che porta Bibi a voler mettere chiunque nella posizione di governatore pur di evitare il successore naturale? Il fatto che Flug manchi del cromosoma Y non spiega la profonda ostilità di Bibi. Invece, la maggior parte dei giornalisti d’economia punta verso un documento pubblicato nel 2007 quando la Dott.ssa Flug era a capo della divisione di ricerca della Banca.

Quel documento, scritto da Flug e dal Dr. Michel Strawczynski, divideva la storia israeliana dal 1960 al 2006 in periodi delimitati da punti di svolta storici ed economici e calcolava la crescita in ogni periodo, nonché una serie di variabili che rappresentavano la politica economica e la situazione politica nel tentativo di rispondere alla domanda: quali sono i principali fattori dei periodi di crescita? Più precisamente, si tratta generalmente di fattori geopolitici (guerre, ondate migratorie, l'economia globale, ecc.) - o della politica macro-economica del Tesoro israeliano (deficit, la liberalizzazione, gli investimenti pubblici, ecc.)? Ecco i dati grezzi tratti da questo documento:

Flug e Strawczynski conclusero in maniera inequivocabile che nel periodo preso in considerazione nel loro studio la geopolitica era prevalsa sulla politica economica con un rapporto di 2:1 per quanto riguarda l’impatto avuto sulle fortune economiche d’Israele. Francamente, non sono necessari modelli econometrici così elaborati per trarre questa conclusione: la tabella lo mostra direttamente e qualsiasi persona con una viva memoria di una parte sostanziale di quel periodo può confermarlo. Se non altro, i modelli potrebbero aver concesso alla politica economica più di quanto le spetti, quantomeno a causa della falsa credenza secondo la quale i passi macro-economici hanno un effetto immediato piuttosto che ritardato.

In ogni caso, il rapporto di Flug-Strawczynski è stato una spina nel fianco di Netanyahu. Nel 2003-2006 egli ha messo gli artigli per ritornare dal deserto politico e come ministro delle finanze ha attuato un programma neoliberista radicale fatto di brutali tagli alla rete di sicurezza sociale e di ambiziosa privatizzazione. Questo periodo è coinciso con la fuori uscita d’Israele dalla sua crisi economica più profonda dal 1970 - la crisi dell’Intifada di Al-Aqsa del 2001-2003, aggravata dalla recessione dell’11 Settembre del 2001.

Bibi ha presentato il recupero d’Israele dalla crisi del 2001-2003 come prova del suo genio economico e come la sua pretesa di gravitas [dignità, serietà] agli occhi delle élite socio- economiche di Israele, che avevano fino ad allora visto Bibi come un dilettante alquanto superficiale. Eppure, ecco che arriva il capo del dipartimento di ricerca della Banca Centrale che afferma in un rapporto che in realtà l'economia israeliana ha per lo più sfruttato l’influenza di George W. Bush per uscire dalla crisi.

Mi sembra giusto. Questo probabilmente spiega il “Segreto Oscuro” di Flug vis-a-vis Netanyahu. E’ un pò ironico, perché gli autori del rapporto effettivamente lodano le politiche economiche di Bibi in misura quasi imbarazzante, soprattutto considerando che questo documento era rapporto di ricerca e non un editoriale. Eppure non potevano annullare i loro risultati e non potevano placare l'ira di Bibi.

Ma questa tempesta non è il Segreto Oscuro che mi interessa.

Il Primo Ministro Netanyahu, il Ministro delle Finanze Lapid, il precedente Governatore della Banca di Israele
Stanley Fischer e il candidato (non scelto) Ya'avok Frenkel (estrema sinistra). (Foto: GPO)

Sono stato molto felice di scoprire il rapporto Flug-Strawczynski. Non per le analisi - io non sono un fan dei modelli neoliberali; essi sembrano essere abbastanza "flessibili" per dare ai neoliberisti esattamente quello che vogliono, la realtà è condannata. Thomas Herndon ha superbamente mostrato questo circa l'influente articolo di Reinhart-Rogoff; la mia esperienza personale è stata stranamente simile a questo tipo di (mal)pratica da parte di un'altra celebrità neoliberista, Dartmouth Jonathan Zinman. Nel caso Flug-Strawczynski, il segnale proveniente dalla realtà era probabilmente troppo forte per essere cancellato tramite un gioco di prestigio neoliberista.

No, non era l'analisi che sono stato contento di vedere. Erano i dati grezzi nella loro tabella 1 sopra indicata. I dati espongono un oscuro segreto che non è di Flug - ma piuttosto è condiviso attraverso l'intera élite israeliana. In realtà, è un segreto che si nasconde in bella vista.

Come ha fatto Israele a diventare un paese ricco?

Negli ultimi 30-40 anni o giù di lì, Israele è stato un paese occidentalizzato, parente ricco per la maggior parte del mondo - sia in termini di stile di vita che d’immagine di sé. Cioè, al giorno d'oggi, la maggior parte dei cittadini israeliani ha uno stile di vita occidentalizzato, consumista e relativamente ricco e pretende di meritare questo tipo di vita. Gli attuali indici economici internazionali relativi alla ricchezza mostrano Israele tra il primo 10-15 per cento dei paesi del mondo.

Nel 1960, l'inizio del periodo esaminato dalla relazione Flug-Strawczynski, questo non era assolutamente il caso. Quindi cosa ha innescato il "miracolo economico" di Israele, la sua transizione in uno Stato del Primo Mondo?

Se si paragona Israele ad altri paesi che sono passati dal "Secondo" o "Terzo Mondo" al "Primo Mondo" nel corso di un periodo simile, la difficoltà della domanda diventa più evidente. Sulla stampa israeliana ci sono stati tentativi di definire Israele come una "Tigre Asiatica" al pari di Giappone, Corea del Sud o Taiwan. Ma tutte queste Tigri hanno intrapreso un chiaro percorso verso la prosperità: sono diventate potenze d’esportazione industriale a livello globale. Anche Israele è orgoglioso delle sue esportazioni, ma le nostre esportazioni non hanno mai raggiunto i livelli delle “Tigri” e non hanno mai superato le nostre importazioni (in base a certi calcoli, nel 2010 le esportazioni d’Israele hanno brevemente superato di poco le sue importazioni - ma considerando tutte le importazioni e le esportazioni; e anche questo fenomeno non si è ripetuto in altri anni).

Containers caricati su navi per essere esportati. (Foto: Shutterstock.com)

Quindi Israele non è una "Tigre Asiatica".

Anche alcune nazioni europee sono passate da una relativa povertà a una relativa ricchezza durante un periodo simile: mi vengono in mente Italia e Spagna. Durante il loro periodo di rapida crescita, questi paesi hanno avuto una pace stabile, mantenuto eserciti molto ridotti e sono diventati magneti per il turismo globale - e, oltretutto, hanno avuto saldi di commercio estero positivi per la maggior parte del tempo. Israele di certo non ha seguito questo percorso.

Allora, qual è il segreto d’Israele?

La comune risposta israeliana all'enigma è un mix di teorie di autocompiacimento. La più popolare è una storia di genialità generazionale: si comincia dalla nostra incredibile agricoltura creata dal 1930 al 1960 (solo per essere smantellata più tardi dal neoliberismo), seguita dalla sorprendente industria "tradizionale" dal 1950 in avanti (che, ancora una volta, ha prodotto molte meno esportazioni che le nostre importazioni in qualunque momento storico ed è stata in gran parte smantellata a partire dal 1980) - e oggigiorno, il mitico "Silicon Wadi", il vitello d'oro dell’industria hi-tech d’Israele.

Un'altra spiegazione viene dai sostenitori israeliani del neoliberismo. Dopo lunghi anni di politiche quasi-socialiste o incoerenti, la politica macroeconomica israeliana di metà anni ‘80 ha iniziato a seguire il dogma neoliberista. Da allora, i suoi segni neoliberisti continuano a migliorare. Questo - secondo i neoliberisti - è la fonte della manna economica che si abbatte sulle teste israeliane. Quest'ultima teoria è quella esaminata dal rapporto. I modelli promossi dagli autori della relazione sono riusciti a gestire una sconfitta di tutto rispetto: l'ortodossia neoliberista non è stata un fattore decisivo per la crescita economica di Israele, ma è stata "statisticamente significativa" (come statistico metto in discussione il "valore" della premessa, per vari motivi).

Ma i soli dati grezzi sono sufficienti da soli a dimostrare che la teoria secondo la quale il "neoliberismo ci ha portato prosperità" è pura fesseria. Se fosse vero, ci aspetteremmo che i numeri della Tabella 1 mostrassero una crescita debole o inconsistente prima della fine degli anni ‘80 e una crescita più accelerata da qual momento in avanti. Quello che vediamo invece è una contraddizione perenne, dall'inizio alla fine - ma con i più lunghi periodi di maggior crescita che accadono prevalentemente negli anni ‘60 e ‘70, ben prima dell'avvento del neoliberismo israeliano. Non mi credete? Ecco quello che gli stessi autori scrivono: "Dopo il 1973, i periodi di crescita sono stati scarsi e brevi." (p. 5).

Quindi non è il neoliberismo.

Che si pensa della spiegazione agricoltura-industria-hi-tech? I dati reali non sono gentili neanche con loro. Tra il 1960-2006 qual è stato il periodo di grande crescita economica più duratura? I sei anni immediatamente successivi alla guerra del 1967. La crescita annua pro-capite nel corso di questi sei anni si è attestata su un astronomico 9,9 per cento, con il breve periodo di Intel-led e boom "hi-tech" del 1999-2000 al secondo posto al 6,3 per cento, e il periodo 1960-1965 terzo con un 5,6 per cento (Tabella 1, terza colonna di numeri). Non solo il periodo 1967-1973 ha avuto un tasso di crescita fenomenale; questo periodo è anche uno dei più lunghi della storia frenetica raffigurata nella tabella (e che per ragioni sconosciute, gli autori hanno erroneamente ridotto al Dicembre del 1972, invece che al Settembre 1973, alla vigilia della guerra del 1973). Complessivamente, durante i 76 mesi conteggiati a partire dalla guerra del 1967 fino alla guerra del 1973, il PIL pro-capite d’Israele si è quasi raddoppiato.

Quali innovazioni agricole, industriali, o hi-tech sono successe attorno al 1967-1973? Nessuna degna di menzione. Piuttosto, il progetto che ha portato a questo slancio di crescita, il progetto che ha fatto sì che Israele si spostasse dal "Secondo Mondo" al "Primo Mondo” per quanto riguarda il suo status economico - non esclusivamente, ma più di ogni altro singolo fattore - è stata la creazione dell’impresa occupazione – insediamenti.

Il primo Ministro Levi Eshkol (il secondo da sinistra) e il Ministro Menachem Begin (il secondo da destra) ammirano una
parata militare nel Sinai occupato qualche giorno dopo la Guerra dei Sei Giorni, 13 Giugno 1967. (Foto: Moshe Milner/GPO)

Come ho detto, questo è un segreto nascosto in bella vista. I dati sono pubblici, ma nessuno sembra essere interessato a essi e certamente nessuno in Israele si preoccupa di sottolinearli. Li ho visti per la prima volta un paio di anni fa, sul sorprendente sito di visualizzazione globale gapminder.org. Giocando con i grafici interattivi ero naturalmente curioso di sapere cose sul mio paese d'origine.

Qui di seguito ci sono alcune rappresentazioni grafiche di Gapminder su Israele. L'asse X mostra il tasso di crescita pro-capite dell'anno in corso, mentre l'asse Y mostra il PIL pro-capite (log- trasformati). Nell’istantanea del 1967, Israele è vicino alla vetta del gruppo dei paesi del "Secondo Mondo", non lontano da paesi come l'Ungheria e la Jugoslavia. Con l’istantanea del 1974, Israele era già saltato alla base del gruppo di paesi del "Primo Mondo". I punti collegati da una linea verde mostrano i notevoli numeri di crescita annuale pro-capite di Israele durante i sette anni successivi. Fare un balzo al pari d’Israele sono stati il Giappone (grande cerchio rosso), l'Italia e la Spagna (un pò più piccoli con cerchi arancioni).

Sono quindi a conoscenza di questi dati da un pò. Ma Gapminder è "solo un sito internet," e un sito basato in Europa. A partire dal 2000, gli israeliani si sono ritirati in un negazionismo riflessivo per quanto riguarda qualsiasi informazione imbarazzante proveniente dall'estero (anche se la fonte è un simpatico professore svedese di salute pubblica che si occupa dei dati di 200 paesi e che non è ossessionato da Israele). Quindi sono stato davvero contento di vedere un rapporto ufficiale della Banca Centrale di Israele che ammette, nero su bianco, questa stessa realtà.

Che cosa hanno quindi Flug e Strawczynski da dire circa la notevole crescita sostenuta dal 1967-1973? Per quello che si aspettava l’establishment israeliano essi non dicono quasi nulla. Sì, un rapporto di 37 pagine intitolato "Episodi persistenti di crescita e di performance politica macroeconomica in Israele" nel suo studio dedica quasi nessuna attenzione all’unico periodo di crescita sostenuta. L'unico timido riferimento a questo periodo è tra parentesi e dice che la guerra del 1967 "(...ha portato alla maggior crescita dal momento che è stata breve e ha creato prospettive di miglioramento della situazione geopolitica di Israele)", mentre la guerra del 1973 ha fatto quasi il contrario - e anche questa, non è stata invocata per spiegare la crescita, ma solo per spiegare il perché gli autori non hanno direttamente incluso le guerre come co-variabili nel loro modello (p. 12; essi hanno però incluso il numero delle vittime del terrorismo).

Giusto per completezza affronterò questa timida spiegazione che al tempo stesso non è proprio una spiegazione. Sì, il 1967 ha fatto sì che Israele diventasse una potenza regionale. Ma questo miglioramento geopolitico è arrivato a seguito di un prezzo dal punto di vista geopolitico: il blocco sovietico ha immediatamente tagliato tutti i legami con Israele, trasformandolo, in meglio o in peggio, in un’esplicita pedina della Guerra Fredda. Il boicottaggio economico arabo, in atto dal 1948 ma senza denti durante i primi due decenni, ha cominciato a intensificarsi, raggiungendo il suo picco dopo il 1973. E da un punto di vista della sicurezza, come recenti analisti hanno rilevato, in realtà il 1967 ha danneggiato il potenziale deterrente d’Israele: sul fronte egiziano la guerra non è mai veramente terminata, trasformandosi in una sanguinosa guerra di logoramento durata quattro anni. E’ dopo il 1967 che i Palestinesi fanno la loro apparizione come attori autonomi, lanciando attacchi di guerriglia e terrore, prima dalla Giordania e Gaza, poi dal Libano e da tutto il mondo. Al contrario gli anni immediatamente precedenti al 1967 sono stati tra i più calmi della storia d’Israele. Quindi né la geopolitica per sé, né l’oggettiva situazione di sicurezza sono stati il bancomat economico che hanno reso ricco Israele nel giro di breve tempo, tra l'estate del 1967 e l'autunno del 1973.

Qual è stato questo bancomat allora? E’ stata l'istituzione del regime di occupazione che ha subito pagato i dividendi in modi diversi. Qui ci sono alcuni di loro:

Manodopera Araba, Parte A - In pratica, da un giorno all’altro, il mercato del lavoro israeliano è stato invaso da un numero enorme di lavoratori a basso costo, operai autoctoni altamente qualificati. Il prodotto del lavoro palestinese per le imprese israeliane ha direttamente contribuito alla nostra ricchezza nazionale. C’è voluto un pò affinché le autorità documentassero tale realtà e “tenessero parzialmente a freno” questo lavoro (nel senso che esso fosse formalmente segnalato). Ma la sua entità è stata veramente torrenziale: nel giro di pochi anni, non c’erano quasi più operai Ebrei-Israeliani. Inoltre, la minoranza documentata dei lavoratori palestinesi, che si aggirava attorno alle decine di migliaia di persone dalla metà del periodo in avanti, ha pagato l’imposta sul reddito israeliano e l'equivalente israeliano della Sicurezza Sociale senza ricevere nulla in cambio, dando così anche una forte spinta al bilancio dello Stato di Israele (dal 1994, questo denaro doveva andare all'Autorità Palestinese; trattenere questo denaro è diventato uno sport nazionale tra i politici israeliani).

Lavoratori palestinesi camminano accanto al Muro e a una torretta militare israeliana per attraversare il checkpoint
di Eyal e recarsi in Israele per raggiungere il posto di lavoro. Qalqiliya, Cisgiordania, 22.11.2011. Migliaia di Palestinesi
oltrepassano questo checkpoint ogni mattina, alcuni arrivano alle 4 di mattina. (Foto: Anne Paq/Activestills.org)

Manodopera Araba, Parte B – La manodopera palestinese ha facilitato il salto di molti israeliani provenienti dalla classe operaia alla classe media in qualità d’imprenditori indipendenti nel giro di brevissimo tempo. L'operaio edile israeliano è diventato un imprenditore indipendente con Palestinesi al suo servizio. Il meccanico è diventato il proprietario del negozio d’auto, e così via. Chiunque ha vissuto in Israele negli anni ‘70 e ‘80 ricorda il ritornello pubblico delle lacrime di coccodrillo, "Tutti i lavoratori sono Arabi" e "gli ebrei non vogliono più lavorare..." Ma in realtà, la maggior parte degli israeliani era occupata a ridere fino alla banca.

Giovani palestinesi che lavorano in condizioni precarie e con paga minima nelle piantagioni
della colonia di Ma'ale Efrayim, Valle del Giordano, 21 March 2009. (Foto: Keren Manor/Activestills.org)

Manodopera Araba, Parte C - Il costo più basso e il più alto rendimento della manodopera palestinese hanno permesso ai consumatori israeliani di beneficiare di prodotti e servizi meno costosi, specialmente se si recavano nei Territori per acquistarli – cosa che nel 1967-1973 era considerata un’attività perfettamente sicura, quasi quotidiana. All'interno d’Israele stesso ci fu un boom edilizio, con vasti appartamenti moderni che divennero perfettamente accessibili. Molti imprenditori israeliani mantennero gli stessi prezzi o addirittura li aumentarono al pari dell’aumento della domanda, diventando così più ricchi e in modo più veloce a causa dei tragici margini elevati.

L’impresa Coloniale - La saggezza popolare attribuisce la massiccia espansione degli insediamenti israeliani ai governi del Likud di destra a partire dal 1977. In realtà, anche prima di questo, il progetto coloniale aveva già trasformato alcune regioni rendendole irriconoscibili, in primo luogo "Gerusalemme Est" - le vaste regioni a nord della città, a nord-ovest, est e sud annesse nel 1967 e che sono notevolmente più estese di tutte le zone del 1967 messe insieme. Un conglomerato di mega-quartieri ebraici è germogliato su quelle colline nel giro di pochi anni. La nuova terra è stata "libera", cioè confiscata forzatamente dai suoi proprietari palestinesi e la manodopera era a buon mercato (vedi sopra...). Nel 1973, Gerusalemme si era già trasformata da una città sonnolenta di confine in una vivace città tentacolare, rinvigorente per l'economia della capitale.

Un quartiere della colonia di Har Homa fuori Gerusalemme. (Foto: Activestills.org)

Mercato Vincolato – Da un giorno all’altro, il mercato "interno" per i prodotti israeliani è aumentato delle stesse dimensioni della sua popolazione, ovvero di circa il 50 per cento. Dopo la presa in consegna dei Territori occupati, Israele ha imposto un’unione doganale e ha o completamente bloccato o imposto forti ostacoli alle importazioni provenienti dall’estero verso i Territori. L’industria palestinese locale è stata schiacciata dalla soffocante burocrazia militare, oltre che dalla situazione stessa. Gapminder.org fissa il poter d’acquisto pro-capite della Giordania nel 1967 a circa un terzo di quello d’Israele; così, a seconda del prodotto, l'ampliamento effettivo del mercato era probabilmente più ridotto. Ma potrebbe qualsiasi azienda lamentarsi di un immediato 10-20 per cento d’espansione del mercato? Per i monopoli israeliani il mercato vincolato è stato particolarmente redditizio. Per esempio, tre compagnie petrolifere israeliane si sono unite per creare "Pedesco", un monopolio di stazioni di benzina operative solo nei Territori. Ma il fiore all'occhiello resta il monopolio della valuta. La lira israeliana (il predecessore dello shekel) è di fatto diventata l’unica valuta nei Territori e le banche israeliane hanno addebitato a quelle palestinesi le tasse di confisca per il privilegio di utilizzare tale valuta.

Il boicottaggio arabo come bypass road - Come scritto precedentemente, dopo il 1967 le nazioni arabe sono diventate fanatiche del boicottare Israele. Tuttavia, la cosiddetta politica dei "Ponti Aperti” annunciata dal ministro della Difesa israeliano Moshe Dayan ha permesso alle imprese della Cisgiordania di esportare i propri prodotti nel mondo arabo attraverso la Giordania, e l'etichetta Cisgiordania non è stata boicottata. Le aziende israeliane hanno rapidamente tratto vantaggio da questa opportunità e dal 1967 in avanti molti prodotti israeliani sono stati venduti a ignari consumatori del mondo arabo sotto falsa etichetta, avendo così accesso a mercati precedentemente irraggiungibili. Questo è stato particolarmente facile con prodotti agricoli. La stampa israeliana si è pubblicamente vantata di questa pratica nel 1970.

Sfruttamento delle risorse naturali – Naturalmente, più facile da sfruttare è stata la terra. Ma anche altre risorse sono state sfruttate in modo intensivo e rapido. Solo anni dopo, è stato rivelato che a partire dall'estate del 1967, Israele ha estratto enormi quantità di petrolio dal campo di Abu Rudeis nel Sinai; nel 1973 questo campo forniva la metà del consumo di petrolio di Israele. Inoltre, l'acqua dalle Alture del Golan presa dalla Siria nel 1967, senza dubbio è stata utilizzata per l'agricoltura israeliana nel nord, la regione più produttiva del paese (prima del 1967, l'incessante "guerra dell'acqua" con la Siria ha rappresentato l’unico grande elemento di esplosione lungo i confini israeliani).

Un giovane palestinese lancia pietre verso una cava israeliana costruita su terra palestinese durante una protesta
contro il Muro di Separazione nel villaggio di Suqba in Cisgiordania l'11 Dicembre 2009. (Foto: Oren Ziv/ Activestills.org)

L'espansione della spesa pubblica - Molti degli elementi di cui sopra hanno richiesto una consistente spesa pubblica. Ma più di ogni altra cosa, le spese militari si sono moltiplicate all'inverosimile. Nuove basi militari sono state costruite nei Territori, soprattutto in Sinai - tra cui le sfortunate fortificazioni di linea Bar Lev. Il numero di dipendenti nelle "industrie della sicurezza" d’Israele è aumentato del 150 per cento nel periodo 1967-1973 (grazie a Shir Hever per il dato). Questo è stato un altro stimolo per l'economia israeliana e una buona fetta di esso è venuta dagli Stati Uniti così come l'assistenza militare (che era essenzialmente inesistente prima del 1967). Ma parte di questa spesa era priva di fondi; infatti, il bilancio d’Israele è precipitato in rosso nel 1969 e nel 1973 il governo aveva un deficit pesante.

"Un Nazione in Avvio"? L’avvio più sorprendente nella storia d’Israele rimane l'istituzione del regime di occupazione. Un piccolo problema: ci siamo dimenticati di preparare la nostra uscita strategica.

Nonostante il notevole impegno della maggior parte dei governi israeliani verso l'occupazione e gli insediamenti, questi progetti gemelli non sono mai più riusciti a portare un boom economico lontanamente simile a quello del periodo 1967-1973. Ancor peggio, l'occupazione è diventata il principale istigatore della crisi economica di Israele. Naturalmente, questo è subito iniziato nell’Ottobre del 1973. La causa diretta della guerra è stata la realizzazione dell’Egitto di quella che era l’intenzione israeliana di rendere permanente la sua occupazione del Sinai. La guerra del 1973 ha lanciato Israele in una delle sue peggiori crisi economiche (leggermente mitigata, nei numeri della Tabella 1, dalla fuorviante aggiunta dei tre trimestri precedenti la guerra), una crisi con implicazioni a livello mondiale a causa dell'embargo petrolifero che ha innescato. In seguito, le due Intifada - le ribellioni palestinesi contro l'occupazione - hanno innescato altre recessioni, con i numeri della recessione del 2001-2003 che sono stati i peggiori nel periodo oggetto di studio.

Emergere dalla crisi di metà anni ‘70 e fine anni ‘80 ha richiesto a Israele un prezzo politico. Alla prima occasione, Israele ha restituito il Sinai e ha (falsamente) promesso d’impegnarsi verso l’autonomia palestinese. Alla seconda occasione, il prezzo è stato quello d’impegnarsi in negoziati diretti con i Palestinesi che portassero a una limitata autonomia. Ma l'uscita dalla crisi del 2001-2003 è stata a noi concessa a titolo gratuito dall’amministrazione di George W. Bush, come parte della sua crociata per rimodellare il Medio Oriente e, in generale, delle sue superbe abilità nel gestire le cose.

Questo incredibile (e altamente irresponsabile) regalo politico-economico da parte di Bush ha fatto sì che la maggior parte degli israeliani entrasse in una bolla mentale di compiacimento e disimpegno dalla realtà. E’ questa bolla che spiega molto del ridicolo avventurismo militare israeliano a partire dalla metà degli anni 2000. E’ questa bolla che permette a Bibi di vantarsi di "salvare l'economia d’Israele" attraverso qualche pozione magica neoliberista. Ed è questa bolla, in cui economisti come Flug e Strawczynski tentano di "indagare", presumibilmente, ciò che provoca la crescita d’Israele e i cicli di recessione - tutto il tempo completamente ignorando il regime di occupazione che in realtà sottende la maggior parte di essi.

Se siete ancora confusi su ciò che è il messaggio di questo piccolo post:

Dopo il 1967, l'economia israeliana è diventata, prima di tutto, un'economia d’occupazione. Impostare il regime di occupazione ci ha fornito lo slancio più importante per quanto riguarda la nostra crescita economica. Da allora, la noia dell’occupazione ci ha dato le nostre crisi peggiori.

Sì, c'è anche l’hi-tech israeliana e la politica macroeconomica. Ma studiare la macro-economia d’Israele senza considerare esplicitamente il regime di occupazione e inserirlo in questa situazione equivale – e mi scuso se questo offende qualcuno – a malcostume economico.

Su un calcolo globale, la mia ipotesi è che Israele è ancora economicamente un pò avanti rispetto ai guadagni e alle perdite cumulative che derivano dalla sua scommessa sull’occupazione. Naturalmente, questo è in gran parte a scapito dei Palestinesi, ma sempre più anche a danno degli Stati Uniti, dell'Unione Europea e degli altri che hanno riversato quantità crescenti di denaro e faticano per far sì che la situazione in Israele-Palestina non precipiti del tutto. Quest’afflusso di denaro proveniente dall’estero ci ha aiutato a conservare molti dei benefici dell’occupazione (ad esempio, la manodopera araba ha fatto parte della grande crescita e del motore della ricchezza fino al 1987, piuttosto che terminare nel 1973), mentre si esternalizzava l’enorme costo militare e ci si sottraeva alla responsabilità per l’opprimente economia palestinese. Eppure oggigiorno il saldo annuale dell’occupazione è probabilmente negativo e, in media, non fa altro che peggiorare ogni anno.

Perché quindi non possiamo rinunciarvi? Oltre alle ben note ragioni politiche e sociali (in generale per la paura dei Palestinesi e, in particolare, per quella del terrorismo, per il cappio rappresentato dal colono di destra sulla politica nazionale, per la semplice inerzia), vi è anche il ricordo del periodo di crescita del periodo 1967-1973. Questo boom [economico] vive ancora oggi in troppi dei cuori e delle menti israeliane, identificando l'occupazione e il sentimento di "Grande Israele" con un senso di prosperità. Questo spiega i nostri modelli di comportamento collettivo, come ad esempio, 

  • Promettere di rinunciare all'occupazione ancora e ancora, ma non darvi seguito e molto spesso non fare neanche tutto ciò che realisticamente può portare alla sua fine;
  • Negare o sopprimere l'esistenza dell’occupazione, la natura o l'entità del suo impatto sulla vita d’Israele;
  • Incolpare tutti, ma non noi stessi, per i suoi effetti collaterali.

In breve, i classici modelli di comportamento di un tossicodipendente.

Chi non è ancora convinto di come gli anni dal 1967 al 1973 siano stati così unici per la storia economica d’Israele, ecco una traccia di gapminder.org del tasso di crescita annuale d’Israele dal 1967 al 2010. Nessun altro periodo si avvicina.

Alcuni appunti dalla discussione che seguì la versione ebraica:

Il fatto che il periodo di avvio dell’occupazione abbia reso gli israeliani in media molto più ricchi, non significa automaticamente che lo stesso periodo abbia reso i Palestinesi più poveri. Piuttosto, l'effetto sui Palestinesi sembra essere stato alquanto variegato: molte élite hanno sofferto (sono state esiliate, imprigionate o hanno perso molto sotto il profilo degli affari); nuove élite - coloro che sapevano come fare affari con l'occupazione - hanno guadagnato; e i comuni Palestinesi si sono spesso arricchiti accontentando le esigenze dei nuovi padroni. Tuttavia, a medio e lungo termine, il passaggio da un’economia agricola/urbana in via di sviluppo verso un’economia basata in prevalenza sulla manodopera giornaliera, non è stato buono. Lo sviluppo delle infrastrutture si è fermato e il reddito palestinese è diventato quasi interamente dipendente dai capricci della politica israeliana nei confronti della manodopera palestinese.

Non si può negare che l’hi-tech israeliana sia stata un importante motore di crescita. Tuttavia, la nostra hi-tech, che è partita in maniera seria verso la metà degli anni ‘80 ed è maturata nel corso degli anni ‘90, si sviluppa in un’economia già ricca. Pertanto essa non può spiegare la transizione critica in quella situazione. Inoltre, le grandi crisi dell’occupazione, quando accadono, vincono ancora sull’hi-tech israeliana assieme all’economia intera. In realtà, si possono vedere gli ultimi anni della politica ed economia israeliana come un frenetico tentativo collettivo per isolare l’hi-tech e le altre caratteristiche ultramoderne del "Primo Mondo" dall'occupazione - senza lasciare andare l'occupazione stessa. Questo sforzo acrobatico è simboleggiato da un solo uomo: Naftali Bennett, un milionario dell’hi-tech che è diventato presidente del Consiglio dei Coloni, leader del partito politico affiliato ai coloni e ora serve come ministro dell’Economia israeliano.

Il Dr. Assaf Oron è un israeliano espatriato che vive a Seattle dalla fine del 2002. Lavora come ricercatore statistico presso l'Ospedale dei bambini di Seattle. Prima di arrivare a Seattle era molto attivo nel gruppo israeliano Ta'ayush contro l’occupazione e "Il coraggio di rifiutare." Egli ora supporta le attività dell’organizzazione umanitaria “Villages Group from afar” (http://villagesgroup.wordpress.com).

Nota dell'autore: Questa è una traduzione in inglese [l’articolo è in inglese] con alcuni aggiornamenti e revisioni da parte dell'autore di un testo che apparve in ebraico su Haokets lo scorso settembre. I miei migliori auguri alla Dott.ssa Flug per la sua recente e storica nomina. A questo punto non augurerei il suo nuovo lavoro al mio peggior nemico, ma a livello personale l'onore di tale nomina è ben meritato. Contrariamente a quanto la mia introduzione potrebbe suggerire, per quanto ne sappia, le credenziali personali della Dott.ssa Flug sono impeccabili. Il "Segreto Oscuro" è infatti condiviso da tutta l’élite economica di Israele. Il titolo è attribuito a Flug poiché il suo lavoro di ricerca ha sfiorato pericolosamente quel "Segreto Oscuro” senza esporlo. Grazie a Shir Hever per alcune informazioni e per i commenti prima della pubblicazione. Grazie a chi ha commentato dopo la pubblicazione, anche a coloro che non sono stati così amichevoli, per avermi aiutato a migliorare la versione inglese.

Dr. Assaf Oron
 

Fonte: +972 Magazine
Traduzione a cura di BDS Italia
 

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Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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