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Enrico Bartolomei racconta la "sua" Palestina

Una lunga chiacchierata con l'attivista offidano da poco tornato da Gaza - (SAN BENEDETTO) Nella settimana della Memoria abbiamo intervistato l'attivita Enrico Bartolomei, da poco tornato da una missione nella Striscia di Gaza. Offidano, classe '83, Bartolomei si occupa da anni della causa palestinese. Lo abbiamo contattato per sapere come è attualmente la situazione in quel territorio occupato e martoriato da decadi di conflitti.

Come si è avvicinato alla causa palestinese?

Sono circa otto anni che faccio solidarietà per la causa palestinese. Ho iniziato con un'esperienza di volontariato in un campo profughi ad Aida, a ridosso di Betlemme e del muro di separazione costruito da Israele. Lì facevamo attività con i ragazzi del campo profughi e a volte ci spostavamo in Palestina o nella Cisgiordania. Da quel momento è nata la voglia di impegnarmi verso la causa palestinese perché poi mi sono reso conto in quell'occasione che c'erano realtà differenti che in Italia vengono riportate in maniera distorta. Così sono tornato più volte in questi territori, con diverse esperienze: da uno stage nel consolato italiano a un anno di servizio civile all'estero presso un'organizzazione israelo-palestinese che fa informazione alternativa, l'Alternative Information Center. Poi per motivi di attivismo o di solidarietà ai movimenti di lotta popolare contro il muro dei coloni o di ricerca univeritaria.

 

Da poco è tornato da Gaza...

Sì, mi sono recato nella Striscia di Gaza con una delegazione italiana che si chiama "Per non dimenticare... il diritto al ritorno", vale a dire il diritto al ritorno sia dei profughi palestinesi cacciati dalle loro terre nel 1948 e nelle altre ondate di pulizia etnica della Palestina sia dei loro discendenti, che a oggi ammontano a circa 7 milioni di persone. Con questa delegazione siamo partiti dal Cairo dopo varie vicessitudini e siamo riusciti ad attraversare il Sinai e a entrare nella striscia di Gaza, dove siamo rimasti una settimana. La nostra missione era duplice: da un lato volevamo portare aiuti materiali a un ospedale che si chiama Al Awda, parola che in arabo significa "il ritorno", che si è distinto per aver assistito la popolazione civile di Gaza, in particolare in questi anni durante l'assedio imposto da Israele. Il nostro secondo obiettivo, quello più importante, era invece mettere in evidenza il fatto che in una striscia di terra lunga 40 km e larga 20 vivono quasi 2 milioni di persone sotto un assedio che le tiene sull'orlo di una catastrofe umanitaria.

Soprattutto in questi giorni che si parla molto di memoria, credo sia importante rendere operativa la memoria dei campi di concentramento passati per accorgerci che esiste il più grande campo di concentramento a cielo aperto del mondo che è la Striscia di Gaza.
 

Quali sono attualmente le condizioni di chi vive nella Striscia di Gaza?

Le persone non possono spostarsi, sono chiuse in questa gabbia e qualsiasi materiale che serva a soddisfare le condizioni di vita fondamentali è ridotto al minimo. Tutto ciò è studiato scientificamente per recare danno fisico e psicologico alle persone ma senza superare la soglia che poi rappresenterebbe il vero e proprio genocidio. Chi vive nella Striscia di Gaza viene tenuto sull'orlo della miseria, della sopravvivenza, ma senza mai oltrepassarlo per evitare ricadute in termini di visibilità o a livello internazionale da parte di Israele e degli stati arabi complici come ad esempio l'Egitto.

A mio avviso il nostro viaggio è stato importante perché ha fatto rendere conto alle persone che la situazione del palestinesi è principalmente causa delle politiche israeliane, ma spesso anche delle complicità di alcuni stati arabi. Inoltre volevamo portare al popolo palestinese la solidarietà di quella parte di Italia ben diversa dall'Italia istituzionale che appena un mese fa ha stretto accordi economici, commerciali, militari con Israele, uno stato che continua a violare la legalità internazionale.
 

Lei ha conosciuto Vittorio Arrigoni. Secondo lei, il suo invito a restare umani è stato ascoltato?

Ovviamente no da chi continua a imporre queste politiche di carattere genocidario contro la popolazione di Gaza, tuttavia credo che Arrigoni e la sua storia abbiano fatto breccia e smosso coscienze. Mi accorgo che ci sono delle giovani generazioni di attivisti che si avvicinano alla causa palestinese grazie alla figura etica e l'impegno morale, politico e culturale di Vittorio. E non solo per quanto riguarda gli italiani e non, che scelgono di fare attivismo per i palestinesi ma anche gli stessi palestinesi, accortisi delle tante persone che, partendo dall'esperienza resistenziale italiana - un'eredità morale grandissima che noi reinvestiamo in attività del genere - decidono di lasciare le loro comode case in occidente per andare a fare solidarietà con un popolo sotto assedio e sotto occupazione militare.
 

Alcuni intellettuali israeliani si sono più volte pubblicamente espressi a favore della pace. Cosa pensa a riguardo?

Purtroppo la società israeliana si sposta sempre più a destra e diventa sempre più razzista. Ci sono sempre state delle voci marginali all'interno di Israele che hanno fatto solidarietà verso i palestinesi, tuttavia bisogna distinguere tra chi parla della pace vera e chi no. Molti scrittori o personaggi politici parlano di pace così come parlavano di pace i bianchi nei confronti dei neri durante l'apartheid, cioè: io do un'autonomia limitata e dei privilegi alle élite palestinesi ma noi manteniamo il dominio coloniale su tutta quanta la terra. Chi invece parla di vera pace, mette in discussione le basi su cui è fondato lo stato israeliano. Questa è la distinzione tra chi parla di pace rimanendo comunque sionista e chi parla di pace da posizione antisionista, e questa è la posizione autentica.
 

Come vede l'Italia ogni volta che torna?

Ho sempre più una prospettiva internazionalista. Israele può essere considerato un laboratorio di pratiche e tecnologie sperimentate sui palestinesi che vengono esportate in altre parti del mondo. Tanto quanto peggiora la situazione in Palestina, tanto peggiora la situazione negli altri posti del mondo, perché gli interessi di certe élite a livello internazionale coincidono. Si scoprono sempre connessioni tra le oppressioni del popolo palestinese e quelle di altri popoli nel mondo, pensa agli accordi militari tra Italia e Iraele: miliardi e miliardi di risorse sottratte a ospedali, scuole, lavoro.

Ogni volta che torno in Italia mi rendo conto del fatto che stiamo all'interno di uno stesso sistema: così come i palestinesi sono soggetti a dominazione coloniale, così lo siamo noi qui, soggetti a un nuovo colonialismo che è quello delle istituazioni finanziarie internazionali.

Silvia Del Gran Mastro
 

Fonte: OsservatoreQuotidiano
 

Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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