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Intervento di Enrico Bartolomei (Campagna Palestina Solidairietà Marche)

UNIVERSALIZZARE LA CAUSA PALESTINESE
 

Decostruire falsi paradigmi

Il discorso sionista sulla Palestina ha creato una serie di distorsioni del modo in cui molti, soprattutto in occidente, percepiscono il conflitto. Una di queste distorsioni consiste nella restrizione della dimensione storica e geografica della Palestina, che avviene attraverso varie forme:

La rimozione di gran parte della storia dell'oppressione coloniale e dello sradicamento dei palestinesi ad opera dei sionisti, che non comincia con l'occupazione israeliana di Cisgiordania (inclusa Gerusalemme Est), Striscia di Gaza nel 1967, ma con le prime ondate migratorie sioniste a partire dalla fine dell'ottocento, per assumere proporzioni catastrofiche nel 1948. Recuperare la narrazione della Nakba.

La riduzione della Palestina alla Cisgiordania e alla Striscia di Gaza, territori occupati da Israele nella guerra del 1967, che rappresentano solo un Prendere in considerazione tutto il territorio della Palestina storica come la giusta dimensione geografica all'interno della quale i palestinesi devono poter esercitare i diritti inalienabili all'autodeterminazione e al ritorno.

La riduzione dei palestinesi a coloro che vivono in Cisgiordania, Gerusalemme Est e Striscia di Gaza (4,2 milioni), tralasciando la maggior parte della popolazione palestinese, anch'essa portatrice di diritti. Sottolineare la centralità dei profughi.

Critica del fayyadismo: L'illusione della leadership dell'Autorità Nazionale Palestinese - incarnata dalle politiche del Primo Ministro Salam Fayyad - che il corretto funzionamento delle istituzioni proto-statali sia il prerequisito e non la conseguenza dell'indipendenza politica. Al contrario, il coordinamento con Israele in materia di sicurezza e la riorganizzazione in senso neoliberista dell'economia hanno de facto normalizzato l'occupazione e aumentato la dipendenza economica e politica dall'estero.

Critica del paradigma della pace, o della soluzione "due popoli per due stati", che permette all'occupazione, al colonialismo e al regime di apartheid israeliano di continuare e di rafforzarsi (sia livello discorsivo che sul terreno).
 

Paradigmi interpretativi

In determinati contesti una causa specifica può uscire dai limiti geografici in cui è confinata e acquisire una dimensione simbolica universale. Il Vietnam e il Sud Africa rappresentano due esempi. Se il Vietnam simboleggiava la lotta di un piccolo popolo del Sud del mondo contro la superpotenza imperialista del Nord, il Sud Africa simboleggiava la rivolta contro un sistema di segregazione razziale dominato dai bianchi. La causa palestinese riuscì a un certo punto a raccogliere elementi da entrambe le esperienze, rappresentando la lotta contro l'ultimo bastione di colonialismo europeo e cristallizzando le aspirazioni di un mondo che voleva definitivamente voltare pagina nei confronti di due secoli di dominazione occidentale.

La forza del discorso palestinese sul conflitto è però ancorata a due paradigmi interpretativi fondamentali, che devono tornare al centro del nostro modo di interpretare il conflitto: il paradigma coloniale, per spiegare la natura e le caratteristiche del movimento sionista, e il paradigma della pulizia etnica, per spiegare le politiche portate avanti nei confronti dei palestinesi dall'inizio della colonizzazione ad oggi.

Paradigma coloniale: La storia della questione palestinese è la storia della lotta tra un movimento coloniale di insediamento e la popolazione indigena che ha cercato di resistergli. Questo ci permette chiaramente di individuare un colonizzatore e un colonizzato, un oppressore e un oppresso, e di rifiutare di proporre un'interpretazione riduttiva del conflitto come scontro tra due nazionalismi - il movimento nazionale sionista e il movimento nazionale palestinese - che si contendono lo stesso territorio, o tra due religioni o tra due gruppi etnici. La logica conseguenza dell'utilizzo del paradigma nazionalista è il mettere sullo stesso piano a livello storico e quindi a livello morale e di legittimità/legalità internazionale un movimento coloniale di insediamento e un movimento di liberazione nazionale. L'impresa coloniale sionista, malgrado conservi differenze e peculiarità che la contraddistinguono, va comunque inserita all'interno delle esperienze coloniali di insediamento europee ottocentesche (i coloni europei negli Stati Uniti, in Australia, in Sud Africa, ecc.). La connessione logica fondamentale da fare è tra i vari flussi di coloni europei in Palestina e le successive ondate di espropriazione ed espulsione della popolazione indigena palestinese. Deve essere chiaro che esiste una relazione diretta e fondamentale tra le politiche dei governi israeliani e l'ideologia sionista che le ha prodotte.

In questo quadro la lotta palestinese si inserisce nel contesto delle lotte di liberazione contro l'imperialismo e il colonialismo, ed è perciò ancorata a due richieste fondamentali: il diritto all'autodeterminazione e il diritto al ritorno dei profughi, ancor prima che alla statualità o alla costituzione di autorità nazionali. Questi diritti fondamentali devono essere ottenuti ricorrendo a tutte le forme di resistenza che i palestinesi ritengono più opportune ed efficaci nella diverse circostanze storiche.

Paradigma della pulizia etnica: La base per la narrazione storica degli eventi del 1948 e di tutto il conflitto israelo-palestinese. Secondo questo paradigma, l'espulsione dei palestinesi non è frutto di una contingenza storica o bellica, ma di un piano ben preciso elaborato dalle classi dirigenti sioniste e presente nel pensiero politico sionista fin dalle origini. La pulizia etnica non si limita al periodo 1947-49, in cui circa un milione di palestinesi furono costretti a lasciare la Palestina, ma dura tutt'oggi perché l'ideologia che sta alla base è sostanzialmente operativa al presente. Ciò che cambia sono le circostanze storiche e le forme e attraverso cui la colonizzazione e la pulizia etnica vengono portate avanti. Il paradigma della pulizia etnica ci consente di individuare un filo rosso tra le espulsioni di massa del 1948 e del 1967 e le attuali politiche israeliane di sradicamento e segregazione dei palestinesi, che sono il prodotto della stessa ideologia che ha causato la nakba.

L'adozione del paradigma coloniale ci consente di individuare diversi regimi legali di occupazione che regolano lo status dei palestinesi e che corrispondono alle diverse fasi storiche dell'espansione coloniale della "frontiera" israeliana:

  • i palestinesi che si trovano all'interno di Israele
  • i palestinesi delle aree occupate nel '67
  • i palestinesi che vivono a Gerusalemme
  • infine i profughi

Secondo questa prospettiva non ha molto senso parlare di cambiamento di governo, cioè auspicare un cambiamento di governo o di singole politiche in Israele, ma occorrerebbe parlare di cambiamento di regime. Dobbiamo far prevalere una prospettiva che guardi alla sostituzione tout court di un regime coloniale e discriminatorio quale è Israele, affrontando cioè il problema alle radici e non a partire dai singoli governi che si avvicendano o dalle singole politiche che portano avanti. Quindi: smantellamento della struttura coloniale (istituzionale e ideologica) dello Stato israeliano.

Qualsiasi soluzione politica deve quindi mirare alla decolonizzazione della Palestina storica, anziché a un presunto "processo di pace" o alla costruzione di statualità o autorità nazionali. Qualsiasi narrazione della causa palestinese deve recuperare una dimensione simbolica e valoriale Universale.

 

Enrico Bartolomei
Campagna Palestina Solidairietà Marche
 


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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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