Link e Siti esterni
Informazioni e Notizie
Articoli ed Analisi

Analisi e Articoli

Intervento di Susanna Sinigaglia (Rete ECO)

Per l’intervento al convegno, in un primo tempo avevo pensato d’introdurre la questione sulla complessità del sistema Israele-Palestina parlando dell’uso del linguaggio da parte dei militanti pro Palestina e, in genere, della sinistra “radicale” o di quello che ne resta. Nel corso del convegno tuttavia, durante la mattinata, ho deciso di accantonare l’idea poiché mi sembrava importante riallacciarmi subito ai relatori che mi avevano preceduto e all’esigenza, da loro evidenziata, di focalizzare il discorso sulle divisioni di classe e la lotta di liberazione per la conquista dei diritti, umani e civili. Mi sembrava, cioè, che chi mi aveva preceduto avesse preparato il terreno alla seconda parte del mio intervento, sulla complessità, appunto, del sistema Israele-Palestina e su un tema sempre sotto traccia e sottovalutato: le discriminazioni intraebraiche che sono invece, insieme alla Nakba, il nocciolo attorno al quale si è costruito il suddetto sistema. Ora però, dopo aver visto su quale china sia scivolato il convegno avvicinandosi alla sua conclusione, propongo in questo scritto le riflessioni con cui avrei voluto aprire il mio intervento.

Lo spunto iniziale mi era stato dato da un termine letto nella convocazione del convegno, “occupazione sionista” delle terre palestinesi; mi sono chiesta, e poi ho chiesto agli organizzatori, perché avessero usato la definizione “sionista” invece che “israeliana”, osservando che è lo stato d’Israele con il suo esercito, i suoi coloni ecc., che occupa i territori palestinesi e che “occupazione sionista” è come minimo un termine improprio, anche perché c’è una varia umanità che si considera ancora sionista e che non approva affatto l’occupazione; insomma, il suo uso scorretto trasforma la parola “sionista” in uno stereotipo che espone al rischio d’essere accusati di antisemitismo, magari anche a ragion veduta. Penso che sia importante tenere sempre presente come uno degli strumenti più micidiali delle leadership israeliane e dei loro sostenitori sia proprio l’ideologia sionista, declinata nei suoi termini più subdoli, e la manipolazione mediatica con tutto il noto armamentario di: il “diritto di Israele di difendersi”, “l’antisemitismo di chi non sostiene le ragioni d’Israele”, gli ebrei critici (e diciamo pure incavolati) nei confronti d’Israele “che odiano se stessi”, la continua strumentalizzazione della Shoà ecc. A questo rozza ma efficace macchina da guerra, non si può pensare di contrapporre altrettanto rozzi concetti e parole d’ordine, privi oltretutto degli strumenti mediatici che hanno in mano gli avversari, né tantomeno un uso errato delle parole. Credo anzi che chi s’impegna da anni a fianco dei palestinesi dovrebbe, per esempio, conoscere molto bene che cosa sia l’antisemitismo e come agisca se non altro per non cadere in errore e non offrire il fianco ad accuse strumentali.

Pochi giorni prima del convegno mi è capitato di vedere al cinema un film che mi è molto piaciuto e sembrato estremamente istruttivo sull’uso del linguaggio: si intitola No – i giorni dell’arcobaleno e racconta di come in Cile, alla fine degli anni ’80, sia stato vinto il referendum per il no a Pinochet proprio attraverso un cambiamento radicale del linguaggio. I partiti di opposizione cileni si sono lasciati convincere da un giovane pubblicitario ad abbandonare gli stereotipi tipici del linguaggio pietistico e recriminatorio della sinistra tradizionale e ad abbracciare una modalità di comunicazione che guardasse al futuro, promettendone uno migliore attraverso la semplicità degli slogan e degli obiettivi che indicavano. Dovremmo tutti trarne una bella lezione!

Per tornare al convegno, sono rimasta impressionata da come, dopo i begli interventi del mattino e la piega promettente che aveva preso, si è finiti col considerare, in un crescendo, interessati dalla lotta di classe tutti i paesi del mondo tranne Israele, granitico monolito il cui nome è diventato addirittura censurabile, poi impronunciabile per essere infine declassato a “entità sionista”. Questo modo di usare le parole come clavi in mancanza di altri mezzi, ha solo l’effetto di bloccare la strada a nuove idee e risorse, d’impedire alla prospettiva di aprirsi. La demonizzazione dell’avversario è sempre indice di debolezza e di paura mascherata da presunta radicalità; oltretutto non credo sia da sottovalutare, in questo particolare ambito, come la demonizzazione dell’ebreo sia stato un elemento cardine dell’antisemitismo. Se si vuole imprimere una svolta nel movimento a sostegno del popolo palestinese penso sia necessario tenere conto di tutti gli attori e gli interessi che determinano le politiche nella regione, e di tutte le popolazioni che la abitano. Demonizzare “Israele” è inutile e dannoso: di quanti stati si può dire che sono sorti su giustizia ed equità? E non bisogna nemmeno mai dimenticare, nel bene e nel male, che lo stato d’Israele è nato dopo la Shoà, una circostanza che ha implicazioni profonde, di cui non si parla mai perché oscurate dall’uso strumentale che ne fa la propaganda, questa sì, sionista.

Temo che una conseguenza della ricaduta del convegno nel furore demonizzante sia riscontrabile anche nelle sue conclusioni riportate sul sito, dove le problematiche che agitano la società israeliana con la sua estrema frammentazione, uno degli elementi che rende possibile il perpetuarsi dell’occupazione, sono completamente escluse. Così riporto di seguito uno stralcio dell’”Introduzione” al libro Ebrei arabi: terzo incomodo? in quanto base del mio intervento.

Le pratiche di violento esproprio d’identità messe in atto dalla leadership askenazita verso i mizrachi1 furono l’elemento chiave della costruzione nazionale, il nucleo attorno al quale si costituì quella che Oren Yiftachel chiama “etnocrazia”. Ma è dopo il ’67 che si delinea e perfeziona, in un processo continuo, come il particolare regime colonizzatore a parvenza democratica che usa le discriminazioni più o meno mascherate verso una maggioranza interna (in questo caso, i mizrachi) per giustificare le discriminazioni più palesi verso una minoranza sempre interna (i palestinesi2 con cittadinanza israeliana cui si aggiungono oggi gli immigrati asiatici e africani) e mantenere il dominio su popolazioni e territori “esterni” (i palestinesi della West Bank) che si pretende ancor oggi di presentare sotto le mentite spoglie di misura “per la difesa dello Stato”, ovvero della minoranza al potere (gli askenaziti). A sua volta, il dispositivo dell’occupazione è diventato sistema politico di gestione territoriale di tutto il paese Israele-Palestina, i cui meccanismi sono ben illustrati dal saggio di Yehouda Shenhav L’occupazione non si ferma ai checkpoint. La logica di costruzione “etnica” del territorio, infatti, è il motivo conduttore che guida le politiche sempre più brutali delle leadership israeliane con la crescente colonizzazione della Cisgiordania e la sua frammentazione territoriale e separazione da Gaza, i cui abitanti sono ormai destinati alla sorte peggiore nella scala gerarchica delle miserie che toccano alle popolazioni della zona, costringendoli nell’ultimo girone del loro inferno. L’occupazione ha inoltre prodotto un doppio sistema di confini: quello proprio dei regimi liberisti (che abbassa i confini di tipo economico per favorire l’ingresso di capitali e manodopera a basso prezzo, e innalza quelli politici per rendere difficile l’accesso ai diritti di cittadinanza) e quello del regime etnocratico (che dissolve e confonde i confini verso l’esterno – chiamati volta per volta “Linea verde”, “Cintura di separazione”, “Barriera di recinzione”, “Muro”, “Philadelphia Route” ecc. – e rafforza quelli interni fra classi sociali e gruppi etnici).

Susanna Sinigaglia
 


Note:

  1. Sono così chiamati in Israele gli ebrei di origine araba e africana, plurale, mizrachim; il termine è qui adottato nella versione invariabile.
  2. Riferendoci ai “palestinesi”, ci riferiamo per semplificazione anche a ulteriori minoranze discriminate come i beduini e i drusi.
     

TORNA AL REPORT
 

Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

PalestinaRossa newsletter

Resta informato sulle nostre ultime news!

Subscribe to PalestinaRossa newsletter feed

Accesso utente