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Israele e Usa: Due strategie differenti

Di recente, precisamente il 29 aprile 2014, si è conclusa una serie di negoziati a cui hanno preso parte L’Anp e Il Governo di Israele, con la parte di supervisore speciale assunta dal responsabile statunitense. L’Anp ha proposto molte concessioni all’entità sionista: demilitarizzazione del futuro Stato palestinese, presenza militare di Israele nel Giordano, cessione dell’ 80% dei territori della Cisgiordania a Israele e blocco militare israeliano a Gerusalemme.

E pure Israele ha declinato l’improponibile offerta provocando la reazione stizzita del delegato statunitense che ha dichiarato a caldo “i negoziati sarebbero dovuti partire con la decisione di sospendere la costruzione delle colonie. Ma data la composizione dell’attuale governo israeliano, abbiamo pensato che non sarebbe stato possibile ottenere una tale concessione e quindi abbiamo lasciato perdere“. Continua: “non avevamo realizzato che Netanyau utilizzava gli appalti per la costruzione di nuovi insediamenti per assicurare la sopravvivenza del suo governo". A ciò sono seguite le dichiarazioni di Jonh Kerry, che ha definito l’attuale indifferenza del Regime sionista nei confronti dei diritti territoriali che spettano alla Palestina puro e semplice apartheid. Ciò potrebbe estasiare i geopolitisti scolastici o i pacifisti in salsa “radical chic“, ma in realtà tutto questo rientra perfettamente in una discrasia tra il Piano Kerry e la strategia israeliana. Spiegheremo dettagliatamente il perché.

 

Israele e i dubbi sulla Siria

Quando nel 2011 incominciarono le vivaci proteste nel Sud del Paese, i primi a stimolare tali aspirazioni furono ovviamente gli americani. Due anni addietro avrebbero minacciato di intervenire militarmente, provocando una crisi diplomatica senza precedenti che avrebbe visto Usa e Russia sfidarsi ad una partita a scacchi molto prolungata, finita in un sostanziale pareggio e conseguentemente nella “ distruzione congiunta “ delle armi chimiche siriane. Mentre Obama ha sempre cercato di allestire indirettamente tramite i suoi contatti cordiali con lo sceicco saudita un'opposizione integralista, che a suo avviso avrebbe sbaragliato le truppe assadiste, Israele ha sempre ammiccato riguardo quest’ argomento.

Infatti lo Stato israeliano era stretto in una morsa: appoggiare gli integralisti avrebbe provocato la deposizione di Assad, quindi la dissoluzione dell’asse strategico Siria–HezbollahIran, dall’ altra parte questo stesso appoggio avrebbe finito per minacciare i confini israeliani, e lo Stato Siriano costituitosi avrebbe preso in mano la situazione nelle Altopiure Del Golan, colonia sionista dal 1967 (del resto la guerriglia si espande sempre con più vigore).

La campagna anti-palestinese di Al Sisi (chiaramente organico alle logiche sioniste) e la lieve rottura avvenuta tra Hamas e la Jihad Islamica (organizzazione molto più radicale della stessa Hamas) hanno contribuito all’instaurarsi di un dialogo tra lo Stato Israeliano e il Fronte Al Nusra. L’iniziale attrazione tra le due parti si è trasformata nel passaggio di Israele alla fazione dei ribelli. Israele, però, ha abbandonato certi metodi barbarici e si è scrollata di dosso le preoccupazioni riguardanti i legami tra La FM e Hamas, allestendo nelle Altopiure Del Golan dei veri e propri aiuti umanitari nei confronti dei caduti jihadisti, cosa che ha inasprito l’inimicizia tra Assad e lo Stato di Israele creando confusione all’interno delle organizzazioni affiliate alla Fn.
 

Piano Kerry e strategia di Israele

Appare di facile comprensione la reazione stizzita del delegato americano e la riluttanza di Israele verso le allettanti proposte dell’Anp nei suoi confronti. Israele è uno stato imperialista, ma allo stesso tempo adotta una strategia colonialista, basata sulla distruzione dei raccolti, sulla repressione del dissenso interno, sulla creazione di veri e propri "limes all'interno della "città santa", sull'estensione della leva militare a ogni membro della società, sul rifiuto preventivo di ogni richiesta formulata dalla sua controparte e sull'aspirazione alla realizzazione del progetto della "Nuova Israele", che inghiottirebbe la quasi totalità della Cisgiordania e i piccoli territori ad essa confinanti, tra cui quelli spartiti con forze ribelli. Ed è proprio qui che si evidenzia l'insanabile frattura strategica tra la Sinistra americana e la Destra sionista: il Piano Kerry basa la propria forza ideologica su una retorica fondata sul dialogo e sulla distensione e prevede la reintegrazione nell'area territoriale palestinese di parte delle colonie, il riconoscimento degli Accordi di Oslo e quindi la piena accettazione della logica dei due "Stati", garantendo ad Israele molti territori contesi del 1967.

Allo stesso tempo questo piano si propone di offrire una "soluzione bilaterale", una sorta di sintesi tra il moderato utilitarismo dell'Anp e il progetto egemonico dell'imperialismo sionista, in cambio da parte dell'Anp dell'accettazione di un modello economico neoliberista improntato sulla concessione di monopoli esclusivi alle multinazionali americane (che già fanno affari con le lobby sioniste). Intanto da Gaza alla Cisgiordania gli unici a rimettere i loro diritti territoriali sono i palestinesi, abbandonati ad un crudele destino.
 

Antonio Bonifati
 

Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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