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L’eccezionalità del male - da Antitesi n. 8

Dalla partecipazione israeliana a Esof 2020 al ruolo della ricerca scientifica

Quest’anno si terrà a Trieste Esof2020, “la più rilevante manifestazione europea focalizzata sul dibattito tra scienza, tecnologia, società e politica”. [1] Si tratta di un evento per molto atteso, dato il ruolo internazionale che i diversi centri di ricerca situati a Trieste ricoprono, fra i quali ricordiamo la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (Sissa), Istituto Nazionale di Oceonografia e di Geofisica Sperimentale (Inogs) e l’International Centre for Theoretical Physics (Ictp), a cui devono essere aggiunte le relazioni globali della locale università.

I contenuti precisi di questa “fiera internazionale della scienza”, i cui eventi principali si terranno tra il 5 e il 9 luglio, non sono stati concretamente definiti nei mesi precedenti: la stampa locale ha trattato l’evento con molta retorica, che fa da contorno ai soliti appetiti di clientelismi finanziari e speculazione che si scatenano in queste occasioni. C’è però un contenuto che è stato, fin dal principio, definito, ed è la partecipazione israeliana. Infatti, già un anno e mezzo prima del clou della manifestazione, esattamente il 24 gennaio 2019, il Comitato promotore incontrava una delegazione istituzionale israeliana, nel palazzo della regione Friuli Venezia Giulia, ufficializzando la presenza del regime sionista alla fiera scientifica. A tale incontro ne seguiva un altro, il 10 novembre, direttamente in Israele: da una parte il presidente della regione Friuli Venezia Giulia, il leghista Fedriga, l’assessore alla formazione Rosolen, appartenente ad una lista civica, ma di vecchia militanza fascista, e un rappresentante del comune di Trieste, dall’altra il sindaco della città israeliana di Modi’in-Maccabim-Re’ut, assieme a rappresentanti del ministero degli esteri e dell’unione delle municipalità del regime sionista. Ad affiancarli, rispettivamente, l’Università del Friuli Venezia Giulia della LiberEtà e il Centro multidisciplinare per l’apprendimento di Modi’in-MaccabimRe’ut. Apparentemente fuori contesto, a tale visita partecipava anche un rappresentante del comune di Banja Luka, centro politico della Repubblica Serba di Bosnia, gemellata con Modi’in-Maccabim-Re’ut. [2]

Tale incontro si svolgeva mentre in Italia era in pieno svolgimento la campagna propagandistica di regime sull’antisemitismo, volta a mescolare le carte tra ebraismo e sionismo e dunque tra antisemitismo e antisionismo, culminata con la creazione a livello parlamentare della cosiddetta commissione Segre sull’odio e con l’incriminazione per incitamento all’odio razziale di cinque contestatori della Brigata Ebraica al corteo milanese del 25 Aprile 2018. Capitalizzando il momento, Fedriga non perdeva tempo a dimostrare la sua devozione nei confronti di Israele e la sua adesione alla mistificazione dell’equivalenza tra antisionismo e antisemitismo, affermando che “occorre superare una certa ipocrisia occidentale per cui tutti a parole combattono l’antisemitismo, facendo poi dei distinguo su Israele”. [3] In tale maniera confermava la linea di Salvini di una Lega fintamente contrapposta all’antisemitismo (basti vedere i rapporti con i fascisti), ma più “realista del re” nel sostenere incondizionatamente il regime sionista.

Ma non ci si è limitati alla propaganda. I due incontri avevano infatti al centro il coinvolgimento della regione Friuli Venezia Giulia, e in particolare della città di Trieste, nel progetto Learning Cities promosso nel 2015 dall’Unesco e che prevede la costituzione di una rete mondiale di città caratterizzate dal forte sviluppo dell’apprendimento scolastico ed extrascolastico, rivolto a tutte le fasce di età e con l’utilizzo delle più moderne tecnologie. Ebbene, per realizzare questo progetto a livello locale, l’amministrazione del Friuli Venezia Giulia ha scelto di intraprendere tale rapporto proprio con il comune di Modi’in-Maccabim-Re’ut, che dovrebbe costituire il modello di learning e smart city da adottare. In una conferenza promozionale di Modi’in, svoltasi nel gennaio del 2019 presso la sede dell’Istituto Nazionale di Documentazione Innovazione e Ricerca Educativa (Indire) a Firenze, il sindaco della città israeliana ne elencava i “pregi” ovverosia “un’università che forma gli amministratori locali, con focus su questioni locali e smart cities dove innovazione, sostenibilità, strategie, pianificazione urbana, trasporti e incontri dedicati alle minacce del terrorismo concorrono a migliorare la vita dei cittadini”. [4] Altri vanti di Modi’in-Maccabim-Re’ut sarebbero la tecnologia “fortemente integrata nelle infrastrutture e nei servizi municipali [5] e l’alta percentuale di laureati. Ovviamente ciò che si trascura di dire è che Modi’in-Maccabim-Re’ut, situata a 35 chilometri da Tel Aviv e con 95 mila abitanti, si trova in parte nei territori del ‘48, ovvero nella cosiddetta Israele, e in parte nei territori del ‘67, nella Cisgiordania (precisamente il quartiere di Maccabim). Persino l’Ue non riconosce la sovranità israeliana su questa parte della cittadina. Modi’in-Maccabim-Re’ut costituisce inoltre il centro urbano di riferimento per una serie di colonie israeliane che si estendono in tutta l’area circostante, tra cui Mod’in Illit, il più popoloso insediamento, con più di 73 mila abitanti. La stessa Modi’in-Maccabim-Re’ut è oggetto di un grandioso progetto di espansione, con 140 mila nuovi coloni insediati entro il 2035. Ciò presuppone una militarizzazione della vita sociale, ed infatti tra i vanti illustrati dal sindaco vi erano i dati sulla partecipazione alle forze armate israeliane, con l’89% dei giovani arruolati, il 57,4% in unità speciali e il 15,3% che divengono ufficiali. E, come se non bastasse, abbiamo visto che fra i cosiddetti vanti di questo insediamento coloniale vi sono “gli incontri dedicati alle minacce del terrorismo”, cioè in sostanza la mobilitazione continua di chi sa di occupare la terra altrui e di teme continuamente la legittima e sacrosanta resistenza.

Ma nonostante ciò (o forse proprio per questo), la regione Friuli Venezia Giulia, assieme alle autorità israeliane compartecipanti, presenteranno Modi’in-Maccabim-Re’ut a Esof2020 come modello di learnig city per Trieste e l’intera regione. Sempre nell’ambito di Esof2020 sarà presente a Trieste Ada E. Yonath, israeliana, nobel per la chimica per i suoi studi sui ribosomi, direttrice del Centro Kimmelman per la struttura e l’assemblaggio dei ribosomi dell’Istituto di Scienza Weizmann. Una struttura di ricerca altamente integrata negli apparati bellici israeliani, ad esempio negli studi nel campo dell’informatica militare.

Israele pare dunque non poteva mancare nella grande vetrina della “conoscenza” che dovrebbe essere Esof2020. Al punto che tenta di mostrare il suo volto meno inquietante, anzi rassicurante e bonario, con un accordo di collaborazione che coinvolge addirittura l’Università delle LiberEtà, per assicurare l’istruzione continua anche agli anziani, in una Trieste che ha il 21,4% di popolazione sopra i 65 anni. In realtà non siamo di fronte a nulla di nuovo: la patina di retorica sui vanti culturali degli amici sionisti di Fedriga, perde ogni sostenibilità rivolgendo uno sguardo alla loro natura concreta. La learnig city israeliana presa a modello dai reazionari che governano il Friuli Venezia Giulia è una cittadina ipertecnologica, militarizzata e mobilitata contro il cosiddetto terrorismo. Evidentemente un esempio di controllo totalitario a livello politico-sociale che piace enormemente a chi fa dell’emergenzialismo securitario e della repressione le sue bandiere politiche.

Nel caso della presenza israeliana a Esof2020 ci troviamo di fronte dunque a una sorta di science washing cioè a un tentativo di ripulire l’occupazione tramite una narrazione accattivante ed egemonica, in questo caso quella della scienza.

D’altronde, Israele ha fatto tesoro della sconfitta delle precedenti esperienze di colonialismo e di segregazionismo, e ha adottato una propria manualistica di propaganda, la cosiddetta hasbara, che significa “spiegazione” in ebraico. Lo scopo dell’hasbara è quello di normalizzare l’occupazione nella sua immagine pubblica globale, ad esempio occultando i primati israeliani nel campo dell’industria militare, delle tecniche e tecnologie del controllo, oppure sorvolando su come siano stati ottenuti, oppure citandoli assieme a quanto realizzato in campo medico, agricolo, idrico…
 

Il modello sionista e il laboratorio della Palestina occupata

Israele non poteva mancare a Esof2020 soprattutto vista la mole della collaborazione nel campo della ricerca con l’Italia. È significativo notare come questa collaborazione si sviluppi a partire dagli anni novanta, precisamente con l’accordo del 26 gennaio 1992 in materia di ricerca nel campo dell’energia.

Gli anni novanta rappresentano l’inizio della fase di guerra imperialista che stiamo vivendo, che si apre con la prima aggressione statunitense all’Iraq, nel 1991, alla quale l’Italia partecipa con la marina e l’aeronautica militare. Sono gli anni in cui cessa definitivamente quella formale equidistanza tra mondo arabo da una parte e il nostro paese dall’altra, aprendosi la cosiddetta Seconda Repubblica, i cui governi optano per un allineamento totale con le strategie di guerra degli Usa e della Nato, a garanzia e alla ricerca di uno spazio specifico di ripartizione della torta globale a beneficio dell’imperialismo italiano.

In questa fase di guerra, Israele non solo diviene un avamposto del campo atlantico e della guerra imperialista sull’arena mediorientale, ma anche soggetto in grado di porre a disposizione le “migliori competenze” in ambito bellico, sviluppate nei decenni, con la necessità di soggiogare militarmente il popolo palestinese e anche nell’ambito degli altri conflitti sostenuti dai sionisti, in primis l’occupazione del Libano iniziata nel 1982.

Un esempio in tal senso ci viene dal mercato mondiale dei droni, il cui primo esportatore a livello mondiale è proprio il regime sionista, che copre da solo oltre il 60% delle vendite, occupando una quota stimata superiore ai 240 miliardi di dollari. I droni rappresentano forse l’arma più tragicamente nota della fase contemporanea di guerra imperialista, il cui largo uso, specie nei contesti di occupazioni militari, consente di concentrare minimizzazione dei rischi per il personale bellico, determinazione dell’obbiettivo da annientare e terrorismo sulle popolazioni civili. E, naturalmente, l’ascesa esponenziale di Israele in questo mercato di morte avviene a partire dal 2008, quando con le operazioni Inverno Caldo (febbraio 2008, 120 morti) e sopratutto Piombo Fuso (dicembre 2008 – gennaio 2009, più di 1400 morti), i sionisti martellano in maniera genocida la popolazione di Gaza. Una piccola enclave di territorio, con più di 1,7 milioni di abitanti, con l’impressionante densità abitativa di 5 mila abitanti per chilometro quadrato, tenuta sotto blocco militare ed embargo economico, ha tragicamente rappresentato il laboratorio militare nel quale “testare in battaglia” le virtù mortifere dell’industria bellica israeliana, da esportare ovunque nel mondo ci siano popoli resistenti da annientare (Iraq, Afghanistan, Yemen…). I sionisti non lo nascondono: “Il combattimento rappresenta il più alto marchio di qualità per quanto riguarda i mercati internazionali” (Barbara OpallRome, responsabile per Israele della rivista “US news defence”, 2014), “Se sviluppo un prodotto e voglio testarlo sul campo, devo andare solo a cinque o dieci chilometri dalla mia base, e posso osservare e vedere ciò che avviene con l’attrezzatura” (Avner Benzakem, capo della divisione logistica e tecnologica dell’esercito israeliano). [6]

Oltre ai droni, sono purtroppo diversi i vanti dell’industria militare israeliana. Il settore della robotica, quello della missilistica e della difesa antimissile (il famoso sistema Iron Dome), quello della guerra in ambiente urbano, quello delle applicazioni digitali e informatiche in campo bellico.

Tutti ambiti nei quali Israele fa scuola per gli imperialisti e i guerrafondai di tutto il mondo. D’altronde stiamo parlando di un paese nel quale circa un quinto del bilancio statale è rivolto al settore militare, collocato ai vertici della classifica mondiale per spesa bellica rispetto al Pil, beneficiario di quasi quattro miliardi di aiuti militari annuali dagli Usa, ottavo esportatore di armi al mondo (seguito a ruota dall’Italia) e con circa il 10% della popolazione (150 mila persone) che vive dell’industria e del commercio bellico. Dove la leva è di tre anni per gli uomini e di due anni per le donne, esclusi ovviamente gli arabi “israeliani”, e dove la militarizzazione della vita sociale raggiunge livelli parossistici e totalizzanti, come nelle scuole, ove si svolge, un programma, anch’esso di tre anni, propedeutico al servizio nell’esercito, con chiari contenuti ideologici all’insegna del razzismo e militarismo tipici del sionismo.

Ma, nella sua guerra permanente contro il popolo palestinese, Israele non ha sviluppato solo il campo della violenza militare, ma anche quello che potremmo più esattamente definire della violenza repressiva e del controllo sociale preventivo. Ad esempio nel campo delle armi cosiddette non letali da utilizzare contro manifestanti, come i lacrimogeni, gli spray urticanti, i rumori stordenti… Come il liquido maleodorante Skunk, prodotto dall’israeliana Odortec, di cui la polizia statunitense di Sant Louis fece scorta dopo la rivolta di Ferguson nel 2015.

Il continuo furto di terra palestinese tramite il colonialismo da insediamento ha determinato uno sviluppo da parte di Israele delle tecnologie volte al controllo del movimento delle persone, applicate direttamente sulle popolazioni autoctone, i cui spostamenti soggiacciono agli arbitrii degli occupanti. Anche questo ambito è stato capitalizzato sul piano mondiale, nell’ambito dei meccanismi di controllo dei flussi emigratori, volti a gestire il conseguente esercito industriale di riserva e a tenere sotto stretto controllo e pressione questi settori di proletariato e sottoproletariato costretti a lasciare le proprie terre d’origine. Si veda il caso di Elbit Systems, azienda israeliana con sede ad Haifa, che produce applicazioni militari e di controllo elettronico, fra cui quelle installate sul “muro di separazione” in Cisgiordania. Elbit è uno dei monopoli internazionali che si spartisce il mercato mondiale dello spionaggio di Stato, specie nei sistemi per controllare le frontiere. Ad esempio, sono costruiti da Elta Systems, a sua volta controllata da Elbit, i radar EL/M2226 Acsr (Advanced Coastal Surveillance Radar), in uso alla guardia di finanza al fine di intercettare le imbarcazioni di emigranti dall’Africa verso l’Italia.

Più in generale, Israele detiene il primato nell’intera industria del controllo sociale, dalla videosorveglianza a livello urbano allo spionaggio cibernetico: buona parte dei maggiori eventi politici, economici e culturali promossi dall’una o dall’altra potenza imperialista hanno visto un ruolo nel campo della sicurezza e della sorveglianza appaltato ai monopoli israeliani del settore (come Elbit, Magal, Controp, Mer) e/o a compagnie di sicurezza israeliane. E non solo nel cosiddetto occidente, se pensiamo che la compagnia israeliana International Security Defense Systems firmò contratti persino per le olimpiadi di Pechino nel 2008.

Vi è infine il settore della preparazione e dell’influenza sulle modalità operative delle forze dell’ordine, cioè delle strategie, tattiche e metodi repressivi direttamente utilizzati contro manifestanti, oppositori, “sovversivi” ecc. I sionisti hanno ovviamente fatto scuola anche su questo, vantando la loro pluridecennale esperienza nel tentativo di soffocare il movimento di resistenza palestinese. Ad esempio, nel solo 2010, sono stati addestrati dalle forze di “sicurezza” israeliane più di 10.500 ufficiali della polizia statunitense, nell’ambito di scambi formativi tra apparati repressivi promossi dall’organizzazione sionista Lega Anti-Diffamazione.

Il porre a disposizione una gamma di violenza reazionaria che va dal missile al manganello, ha fatto sì che Israele rappresentasse e rappresenti un punto di riferimento per i regimi più autoritari e repressivi. In passato Israele ha sostenuto direttamente tutte le dittature anticomuniste in America Latina, i regimi razzisti e reazionari in Africa, ha sostenuto direttamente le peggiori repressioni antipopolari nelle Filippine, in Indonesia, Sri Lanka…Tuttora, dove c’è reazione terroristica e aggressione neocoloniale, là c’è la mano israeliana: dall’assistenza alle forze repressive indiane nella lotta contro la guerra popolare, alle consulenze offerte ai golpisti boliviani dopo il rovesciamento di Evo Morales, dall’addestramento alla controguerriglia in Colombia al sostegno al signore della guerra libico Khalifa Haftar. Evidentemente, in tale proiezione del sionismo internazionale non vi è solo un interesse affaristico di commercializzazione di ritrovati bellici e repressivi, ma principalmente una strategia politica controrivoluzionaria a livello globale, che punta al contenimento permanente dell’autodeterminazione dei popoli del tricontinente e alla repressione dei movimenti di resistenza antimperialista e del comunismo. Contemporaneamente, vi è il perseguimento di una penetrazione economica imperialista in aree strategiche per il controllo delle risorse e per la spartizione dei mercati. Affarismo militarista, controrivoluzione e accaparramento dei mercati vengono così a coincidere e a rafforzarsi l’un l’altro. Si veda ad esempio la posizione occupata dal regime sionista nel mercato dei diamanti, che lo vedono leader mondiale nella produzione e commercializzazione, rivolta in larga parte verso gli Usa. L’estrazione dei diamanti è uno dei settori più tragicamente legati ai regimi autoritari, compradores e ai signori della guerra che hanno insanguinato e insanguinano tuttora l’Africa. L’influenza israeliana in tale continente, costruita con il sostegno a tali forze e in chiave di forniture militari e di formazione repressiva, è stata ampiamente ripagata con la mano libera nel saccheggio dei diamanti.

Tutto il quadro delineato costituisce il dato strategico-strutturale del sionismo internazionale, che attualmente è probabilmente la parte più guerrafondaia, militarista e terrorista dell’imperialismo. Questo quadro non è completo se non citiamo il dato ideologico, anch’esso fondante l’attrazione che il modello sionista israeliano esercita. Negli ultimi anni abbiamo assistito, infatti, a una sionistizzazione ideologica del linguaggio e delle categorie politiche internazionali, a partire dalla proclamazione da parte di Bush, nel 2001, della cosiddetta guerra al “terrorismo e agli Stati canaglia” e alla teorizzazione del conflitto di civiltà tra “occidente” sedicente democratico, “giudaico-cristiano”, “illuminato” da una parte e “oriente” islamico, “arretrato” e “dittatoriale” dall’altra. Si tratta null’altro del rendersi globale della narrazione sionista del conflitto in Palestina, tra i “civilizzati israeliani” e i “terroristi fanatici palestinesi”. Così come la società israeliana è stata permeata dalla costante condizione di guerra contro i palestinesi e i popoli della regione, così le società dei paesi imperialisti che conducono il processo di guerra in atto, quindi innanzitutto i paesi della Nato, hanno subito una deriva reazionaria, autoritaria e repressiva, riflesso di tale processo sul fronte politico-sociale interno. Ciò è stato determinato anche dai “rimbalzi” della guerra nelle metropoli imperialiste, con le ritorsioni operate dalle organizzazioni islamiste, a partire dagli attacchi dell’undici settembre 2001.

In continuità con questo piano, un altro tassello della sionistizzazione globale è stato dato con la crescita della destra nazionalista e fascista in molti paesi. A conferma del rapporto storico tra antisemitismo e sionismo [7], Israele è progressivamente divenuta un punto di riferimento per le forze più apertamente reazionarie nei singoli paesi: populisti-razzisti come Trump e Salvini, integralisti cristiani come Bolsonaro, integralisti indù come Modi, fanatici identitari come Orban e persino Marine Le Pen è arrivata a dichiarare che il Front National, tradizionalmente antisemita e negazionista della Shoah, è “in ogni caso sionista e ha sempre difeso il diritto di Israele ad esistere”. [8] Tutti questi movimenti costruiscono la propria deleteria egemonia sull’etnicismo sciovinista e razzista, dall’opporre una parte della società all’altra e la propria identità nazionale rispetto al mondo globalizzato, seminando odio tra gli sfruttati e giustificando politiche guerrafondaie. La loro sintesi politica sta in messaggi come “America first” di Trump e “Prima gli italiani” di Salvini. Ebbene, se vi è un regime che ha fatto del suprematismo etnico e dell’imposizione, a qualsiasi costo, dei suoi interessi nazionali, i suoi fondamenti politici, è proprio quello israeliano, calzando al sionismo la definizione di suprematismo ebraico.

Israele non fornisce dunque solo le armi fisiche della controrivoluzione e reazione internazionale, ma anche quelle ideologiche.
 

I rapporti italo-israeliani

Come si diceva poc’anzi, il primo importante accordo nel campo della ricerca tra Italia e Israele risale al 1992 e riguarda il campo dell’energia. Poco prima dello scoppio della seconda Intifada, nel giugno del 2000, si arriva ad un’intesa complessiva italo-israeliana che investe il campo della ricerca, ovverosia l’accordo di cooperazione industriale, scientifica e tecnologica Italia–Israele, entrata in vigore, con la ratifica, nel luglio 2002 (legge 154/2002). In base a tale accordo ogni anno vengono lanciati progetti di collaborazione a livello accademico, culturale e a livello di ricerca tra le istituzioni dei due paesi, finanziati nei primi quindici anni con complessivi 16 milioni di euro da parte italiana. Tali progetti, nel 2016, risultavano essere stati 176, mentre erano stati creati 9 laboratori congiunti tra istituzioni di ricerca italiane e israeliane nei campi della fisica degli atomi freddi, della neuroscienze, della ricerca spaziale, della gestione delle emergenze mediche, delle energie rinnovabili, della neuroimmunologia, della cybersicurezza, nanoelettronica ed ottica non lineare.

L’accordo del 2000 non è l’unica base dei rapporti italo-israeliani nel campo della ricerca. Vi sono le collaborazioni in ambito Ue, sopratutto tramite il programma quadro europeo Horizon2020, nel quale Israele è l’unico paese extracomunitario a partecipare in condizioni di parità con i paesi comunitari, in base ad un accordo tra Bruxelles e Tel Aviv del 2014. Tramite tale programma risultano essere stati finanziati, a ottobre 2018, più di duecento progetti in collaborazione tra Ue, singoli paesi comunitari, Israele e rispettivi istituzioni accademiche e di ricerca scientifica, ai quali hanno partecipato anche i monopoli israeliani dell’industria della guerra imperialista e del controllo poliziesco come la sovracitata Elbit Systems.

Infine, la collaborazione italo-israeliana passa per le relazione dei singoli centri di ricerca e delle singole università con i corrispettivi israeliani, attraverso progetti comuni e collaborazioni; tali ad esempio sono i rapporti avviati dall’istituto israeliano di tecnologia Technion di Haifa con università e centri di ricerca italiani, come i politecnici di Milano e Torino, l’università di Cagliari, di Firenze, di Perugia, di Roma “Tor Vergata” e “Roma3”. Per intenderci, il Technion lavora direttamente per il governo israeliano, essendo specializzato in applicazioni a scopo repressivo e militare: è una sua creazione, ad esempio, il bulldozer telecomandato utilizzato per radere al suolo le case dei palestinesi. Ed infatti 351 accademici e ricercatori italiani, tra il 2016 e il 2017, firmarono un appello per la revoca degli accordi con il Technion, promosso dal Bds nell’ambito di una campagna nazionale di boicottaggio accademico dell’istituto israeliano di tecnologia.

La collaborazione nel settore della ricerca scientifica è parte integrante del più vasto legame tra imperialismo italiano e regime sionista e, a sua volta, tale legame rientra nel più generale allineamento dell’imperialismo italiano al campo della Nato, a guida statunitense. Ciò significa integrazione in strategie politico-militari, che si concretizzano nella presenza di truppe italiane in quasi tutti i fronti di guerra aperti dagli Usa, nell’utilizzo dell’Italia come principale base logistica generale per una vasta area di intervento statunitense ed atlantico (come minimo Balcani, Nordafrica e Medio Oriente), nonché collocazione del proprio complesso militar-industriale in rapporto con quello degli altri paesi della Nato e del regime sionista. Ed infatti, nel 2005 Italia e Israele hanno avviato un accordo di mutua collaborazione in ambito militare, ulteriormente approfondito nel luglio 2012, con un nuovo patto, alla cui formalizzazione hanno assistito i grandi monopoli italiani dell’industria bellica (Finmeccanica, Selex, Alenia Aermacchi e Telespazio). Tale collaborazione ha portato ad esempio ai monopolisti italiani affari insanguinati come la fornitura di 30 velivoli da addestramento avanzato M-346, prodotti da Alenia Aermacchi – Finmeccanica nello stabilimento di Venegono Superiore (Varese). E ovviamente affari per i corrispettivi sionisti, vedi da ultimo l’acquisto da parte dell’esercito italiano di 126 lanciatori controcarro e 800 missili “spike” prodotti dalla israeliana Rafael Advanced Defense Systems Ltd.

Arrivano da Israele anche i sofisticati sensori elettro-ottici e i puntatori laser destinati alle nuove unità navali della Guardia di Finanza forniti alla società italiana FB Design S.r.l. che ha ottenuto dalla Guardia di Finanza una commessa per la costruzione di una ventina di pattugliatori veloci e alcune di queste imbarcazioni potrebbero essere destinate al corpo della Guardia costiera italiana. Sono dotate di “MiniPOP”, un sistema elettro-ottico per facilitare le osservazioni a lungo raggio. Una delle versione più recenti del MiniPOP ha esteso il raggio di osservazione dei sensori e le “capacità di designazione dell’obiettivo”, rendendoli compatibili con i sistemi missilistici a guida laser in dotazione alle forze armate d’Israele e della Nato come ad esempio i famigerati Hellfire utilizzati nel recente raid Usa contro il convoglio di scorta del leader militare iraniano Qasem Soleimani. FB Design S.r.l. ha sede ad Annone di Brianza (Lecco). [9]

E gli scambi non riguardano solo forniture nel campo strettamente bellico, ma anche in quello del cosiddetto antiterrorismo, quindi potenzialmente utile anche per la repressione interna, come ad esempio nel caso dei 40 robot Tigr (Transportable Interoperatble Ground Robot), acquistati nel 2019 dai carabinieri italiani dall’israeliana Roboteam, per la “modica” cifra di 10 milioni di dollari.

Gli scambi a livello di produzioni miltari rientrano di una più vasta integrazione economica tra il capitalismo italiano e quello israeliano. L’Italia è al settimo posto a livello mondiale come esportatore di merci verso il regime sionista e al quindicesimo nell’importazione di merci israeliane, con un interscambio che è salito circa del 4% annuo nell’ultimo decennio. Fra i maggiori investitori italiani in Israele ricordiamo Alitalia, Cunia Antonio Israe (produzione di tegole), Edison, Enel, Ferrero, Pizzarotti ed Intesa Sanpaolo.

A livello economico, assume oggi rilevanza in senso strategico sopratutto il progetto dell’Eastmed, ovvero del gasdotto voluto da Israele, Cipro, Grecia e Italia, che porterà il gas del Mediterraneo Orientale fino in Puglia, rubandolo anche ai palestinesi, con il consenso dei collaborazionisti dell’Anp. [10]

Il rapporto tra il regime sionista e l’imperialismo italiano è, non a caso, definito come complementare e strategico, dimostrato dai diversi e complessivi livelli in cui si articola, dal militare al commerciale fino al piano energetico. E va oltre al dato strutturale, sulla base dell’attrazione che il modello sionista esercita su tutti i regimi imperialisti e repressivi del globo, dunque anche su quello italiano. Al punto che Israele è stato indicato come esplicito modello sia da Renzi che da Salvini, ovverosia dagli interpreti più fedeli della reazione italiana degli ultimi anni.

In questo quadro, è chiaro che il movimento di appoggio alla lotta di liberazione del popolo palestinese, assume il ruolo di intralcio politico al rapporto strategico italosionista e tende a sottrarsi ad una cappa egemonica che l’imperialismo italiano pone sui movimenti stessi per influenzarli (esemplare la strumentalità della “causa curda” in Siria, che ripropone il mito dell’interventismo umanitario). Ed è per questo che a tale movimento si risponde con una campagna ideologica di regime, quella dell’equiparazione tra antisemitismo e antisionismo, che riprende perfettamente la tradizionale propaganda israeliana contro i propri nemici ed oppositori. Con il procedimento a carico di a carico di cinque compagni che, durante il 25 Aprile del 2018, contestarono lo spezzone sionista nel corteo per l’anniversario della sconfitta del nazifascismo, e precisamente imputando loro l’aggravante dell’odio razziale, si punta ora a far assumere a questa campagna una dimensione penale e dunque concretamente repressiva, da monito per l’intero movimento di appoggio al popolo palestinese. [11]
 

La ricerca scientifica come forza produttiva

Vediamo di capire di cosa parliamo quando, in questa società, parliamo di ricerca scientifica. Ogni sistema economico si fonda fondamentalmente sul rapporto dialettico, dunque contraddittorio, tra rapporti di produzione e forze produttive. [12]

I rapporti di produzione sono le relazioni che si vengono a stabilire tra gli uomini nell’ambito della produzione, finendo per definire i rapporti sociali in generale, poiché senza produzione, e dunque realizzazione delle condizioni dell’esistenza umana, non c’è società. In ambito capitalistico, i rapporti di produzione si fondano sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, l’acquisto della forza lavoro da parte di capitalisti, il suo impiego per la produzione di merci e dunque di plusvalore [13] dal quale deriva il profitto e l’accumulazione di capitale (la sua crescita e disponibilità nelle mani del capitalista).

Le forze produttive sono costituite da tutti gli elementi necessari al processo di produzione: i mezzi di produzione, le tecniche di produzione, l’organizzazione del lavoro e la forza lavoro stessa. All’interno delle forze produttive vi è dunque anche il “sapere” necessario a condurre, nel migliore dei modi, un determinato processo produttivo, che si concretizza poi in applicazioni tecnologiche e pratiche di lavoro. La ricerca scientifica è dunque lavoro volto a migliorare il lavoro, la produzione, è “sapere” immediatamente astratto, ma volto successivamente ad essere concretamente applicato nel processo produttivo. In senso generale, dunque, la ricerca scientifica rientra tra le forze produttive. I rapporti di produzione riguardano dunque l’organizzazione che si stabilisce tra gli uomini per produrre; le forze produttive, invece, riguardano il come produrre, la ricerca (appunto) del miglior modo per produrre.

I rapporti di produzione ci dicono perché si produce, a quale scopo, per interesse di quale fetta di uomini e con il lavoro di quali altri; ci indirizzano a capire quali regole ha un determinato modo di produzione, fondato su determinati rapporti di produzione.

Abbiamo già visto come nel capitalismo si produce per accumulare capitale e conseguire profitti per una classe capitalistica. Questo “perché si produce” da un lato tende a determinare il “come” si produce, dall’altro ne entra in contraddizione, perché questo “come” potrebbe svilupparsi in senso contrapposto. Un esempio tipico: l’introduzione della produzione industriale ha reso obsoleti il feudalesimo e il mercantilismo, aprendo la strada al capitalismo e alla classe borghese, che ne rappresentava la classe strutturalmente legata e che si è posta politicamente in senso rivoluzionario, scardinando il potere della classe aristocratica, strutturalmente legata al feudalesimo. Ciò è stato il risultato di una lotta di classe, poiché senza conquista del potere politico da parte della borghesia, l’affermazione di un nuovo sistema economico, sulla base di nuove forze produttive, non sarebbe potuto avvenire.

Ogni sistema di produzione è dunque un’unità di opposti: i rapporti di produzione tendono a inquadrare le forze produttive nei propri limiti e le forze produttive si sviluppano in contraddizione ai rapporti di produzione. I rapporti di produzione, corrispondendo al potere d’una o di un’altra classe, tendono a dirigere la produzione, a indirizzarla e limitarla a quello che ne è funzionale, e a conservarsi, anche arginando lo sviluppo stesso delle forze produttive.

Quest’ultime tendono a svilupparsi nella produzione stessa come riflesso oggettivo dell’attività umana, della lotta per la produzione, della ricerca scientifica e della lotta di classe. Le forze produttive rappresentano lo sviluppo del lavoro umano nella dimensione della sua riproduzione, quindi del suo miglioramento e ampliamento, nonché della comprensione delle leggi oggettive della natura e del suo utilizzo a fini produttivi (ricerca scientifica). I rapporti di produzione rappresentano l’inquadramento di tale sviluppo del lavoro umano nelle relazioni umane socialmente definite e quindi, in una società divisa in classi, la sua costante direzione e sviluppo ai fini della classe dominante.

Così Marx: “(…) nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza. A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura. Quando si studiano simili sconvolgimenti, è indispensabile distinguere sempre fra lo sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione, che può essere constatato con la precisione delle scienze naturali, e le forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, ossia le forme ideologiche che permettono agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo. Come non si può giudicare un uomo dall’idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale, con il conflitto esistente fra le forze produttive della società e i rapporti di produzione. Una formazione sociale non perisce finchè non si siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza”. [14]

Così Stalin “Le forze produttive sono l’elemento più mobile e più rivoluzionario della produzione. Dapprima si modificano e si sviluppano le forze produttive della società e poi, in dipendenza da tali cambiamenti e conformemente ad essi si modificano i rapporti di produzio ne tra gli uomini, i loro rapporti economici. Questo non vuol dire tuttavia che i rapporti di produzione non influiscano sullo sviluppo delle forze pro duttive e che queste ultime non dipendano dai primi. Sviluppandosi in dipendenza dallo sviluppo delle forze produttive, i rapporti di produzione agiscono a loro volta sullo sviluppo delle forze produttive, al carattere delle forze produttive, i rapporti di produzione agiscono a loro volta sullo svilup po delle forze produttive, affrettandolo o rallentandolo”. [15]

La contraddizione che si origina nel sistema capitalista è quella tra il carattere sociale e collettivo delle forze produttive da una parte e la natura privatistica dei rapporti di produzione dall’altra. Le crisi di sovrapproduzione, che contrassegna la fase storica attuale, si originano proprio dalla tendenza ad esaurirsi dei margini di valorizzazione del capitale, in termini di profittabilità, poiché sovraprodotto a causa dello sviluppo sociale complessivo raggiunto dalle forze produttive, cioè dai mezzi di produzione, dalle applicazioni scientifiche e dal lavoro operaio. Ma le forze produttive possono spezzare la direzione e le catene dei rapporti di produzione capitalistici se la loro componente materialmente umana e potenzialmente politica – la classe operaia – sviluppa la lotta di classe fino a contendere il potere politico alla classe capitalista.

La contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione non presenta solamente aspetti relativi allo sviluppo delle prime – dunque rispetto alla loro dimensione principalmente quantitativa – ma anche in relazione al loro utilizzo, cioè all’influenza determinante che il capitale esercita sul loro concretizzarsi nella vita umana, al loro determinarsi qualitativo. Pensiamo alla tecnologia, in particolare informatica, ma il ragionamento potrebbe essere esteso a qualsiasi macchinario, anche tradizionale. Le macchine consentono di abbreviare i tempi di produzione, fare in meno tempo le cose rispetto al semplice lavoro umano o a macchine più obsolete. Con l’informatica poi, siamo arrivati ad una comunicazione pressoché istantanea, anche da un capo all’altro del globo, il che dovrebbe ulteriormente abbreviare gli orari di lavoro. E invece l’orario di lavoro ha sempre continuato a dilatarsi, se non quando le lotte operaie sono riuscite ad imporne una limitazione. E oggi, in una fase di massimo sviluppo della tecnologia digitale e informatica, non solo l’orario non accenna ad accorciarsi, ma si assiste ad un suo utilizzo proprio per dilatare il più possibile l’orario di lavoro e la flessibilità, tramite istituti quali la reperibilità o l’impostazione dei rapporti di lavoro con le nuove tecnologie, come con la sharing economy o lo smart work, che allungano potenzialmente l’orario in termini indefiniti. E ciò deriva dal fatto che la tecnologia digitale e informatica è stata utilizzata dai padroni non per ridurre il lavoro e dunque la fatica dei lavoratori, ma per estrarre il massimo plusvalore, in termini assoluti e relativi. [16] 

La ricerca scientifica vive dunque la contraddizione del progredire umano: “Poiché la base della civiltà è lo sfruttamento di una classe da parte di un’altra, l’intero sviluppo della civiltà si muove in una contraddizione permanente. Ogni progresso della produzione è contemporaneamente un regresso della situazione della classe oppressa, cioè della grande maggioranza. Ogni beneficio per gli uni è necessariamente un danno per gli altri, ogni emancipazione di una classe è una nuova oppressione per un’altra classe. Ci offre la prova più evidente di ciò l’introduzione delle macchine, i cui effetti sono oggi noti in tutto il mondo”. [17]

Solo dunque il superamento della società divisa in classi e dunque, in questa fase, del capitalismo monopolistico, potrà liberare pienamente la scienza e il progresso scientifico, il cui valore oggettivo potrà essere pienamente messo al servizio degli interessi dei popoli e dell’umanità intera e non piegato agli interessi della borghesia imperialista.
 

Il ruolo della ricerca scientifica al servizio dell’imperialismo

L’epoca attuale non è solo quella della scienza che viene posta al servizio dei padroni per sfruttare di più i lavoratori e migliorare, dal loro punto di vista, i processi produttivi o del suo essere mercificata, come nel caso dell’industria farmaceutica e della medicina capitalistica, per fare profitti sulla sofferenza umana. L’epoca attuale è sopratutto quella della scienza al servizio della guerra, in primis delle potenze imperialiste che ne dirigono il processo per ripartirsi i mercati, spinte dalla crisi del sistema capitalista.

“La ricerca scientifica di carattere militare ha, nel complesso, un ruolo di primo piano. Non esiste nessun altro settore della ricerca scientifica nei paesi più industrializzati in cui l’intervento statale abbia peso maggiore”. [18] Così si esprimeva Giuseppe Nardulli (1947-2008) importante fisico italiano e attivista per la pace.
In effetti, la base dello sviluppo della ricerca scientifica in campo militare è il “keynesismo militare” cioè l’enorme investimento di capitali pubblici che gli Stati imperialisti compiono in questo campo. [19]

Israele, ancora una volta, è esemplare in tal senso. Il regime sionista da oltre un decennio è saldamente classificato fra i paesi che spendono di più in ricerca: il 4,2 % del Pil nel 2018, quasi il doppio rispetto a Stati Uniti ed Unione Europea. Coerentemente alla natura di tale regime, gran parte di questi stanziamenti finiscono direttamente nella ricerca militare, sviluppando però delle acquisizioni scientifiche e tecnologiche che, a catena, vengono applicate anche sul piano civile. Si veda ad esempio il caso della multinazionale israeliana Watergen che produce applicazioni volte a trarre acqua dall’aria. Tale monopolio è stato fondato da un ex comandante dell’esercito sionista, che ha capitalizzato la tecnologia volta a reperire risorse idriche potabili ai soldati impiegati in operazioni belliche. Queste produzioni in campo militare sono poi state commercializzate globalmente a livello civile.

Tutte le innovazioni degli ultimi decenni, dall’energia nucleare ad internet, dalla microelettronica ai telefoni cellulari non sono nient’altro che ricadute, sul piano dell’applicazione civile, di applicazioni originariamente rivolte al militare. Il keynesismo militare consente di verificare nella pratica i costrutti della ricerca scientifica, tramite investimenti pubblici a fondo perduto: quanto verificato viene poi fatto proprio dal mercato civile. È la strategicità della guerra imperialista nel capitalismo monopolistico che determina il suo essere l’investimento fondamentale, il capitale dei capitali, che poi dirige lo sviluppo del capitale organico, del valore delle merci e finanche le modificazioni dei rapporti sociali. Non solo dunque la guerra come inevitabile prosecuzione della politica in epoca imperialista, ma anche come campo di elaborazione del piano materiale su cui va a dialettizzarsi l’intera economia, come aspetto fondamentale su cui ruota, a catena, lo sviluppo complessivo delle forze produttive.

Da tale riflessione discende inevitabilmente il corollario per cui è impossibile distinguere effettivamente la ricerca a scopi civili da quella a scopi militari. Ancora una volta, la dimostrazione più palese di ciò ci viene dal modello sionista israeliano. Nel libro “Pianificare l’oppressione – Le complicità dell’accademia israeliana”, curato da Enrico Bartolomei, Nicola Perugini e Carlo Tagliacozzo [20], viene illustrato come l’intera accademia israeliana, più volte celebrata per i suoi risultati in ambito civile, sia parte integrante del complesso militar-industriale, anzi ne sia uno dei suoi motori strategici sul piano degli strumenti per perpetuare l’occupazione e la guerra imperialista.

Altra conferma di tutto ciò viene anche dalle collaborazioni della ricerca italiana con quella israeliana. Guardiamo, per ritornare al particolare da cui siamo partiti – Esof2020 – alle collaborazioni degli enti triestini della ricerca, che saranno al centro dell’evento internazionale previsto per quest’estate. Presso la Sissa di Trieste, è stata avviata la collaborazione l’Università Ebraica di Gerusalemme, talmente integrata negli apparati bellici da ospitare direttamente, al proprio interno, una base militare. Tale collaborazione, portata avanti dallo scienziato Sebastian Korb con il collega israeliano Ariel Goldstein [21] è volta allo studio della lettura delle emozioni sul volto umano. Una ricerca che, apparentemente astratta e disinteressata, può avere applicazioni concrete sul piano repressivo: riconoscimento facciale, videosorveglianza, gestione degli interrogatori dei prigionieri…

In realtà nel rapporto tra ricerca militare e ricerca civile, specialmente quando parliamo di una società coloniale come quella israeliana, “civile” significa sempre un piano di oppressione, anche quando è effettivamente distinguibile dal piano militare. Si veda ad esempio come Israele ha utilizzato i sistematici furti e negazioni dell’accesso all’acqua ai palestinesi e l’avanzata delle colonie come campo per sviluppare l’industria agricola e delle gestione delle risorse acquifere, presentandosi come paese guida delle applicazioni “green” in questi settori. [22] Il piano civile tende, nelle società imperialista, non solo ad essere interconnesso a quello a militare, ma ad essere frutto esso stesso o strumento di oppressione.

Un ulteriore esempio ci viene ancora dalle ricerche condotte dagli enti della ricerca triestini. L’Inogs è stato parte del progetto Cinel, con la partecipazione di Israele e Cipro, la cui finalità “è quella di comprendere meglio la dinamica delle correnti e della creazione di vortici nell’area di mare a sud di Cipro e davanti alle coste israeliane”. [23]
Guarda caso, l’area interessata e i paesi coinvolti rimandano al progetto Eastmed.

D’altronde, l’Inogs ha ricevuto direttamente dal Pentagono un finanziamento di più di 860 mila dollari dal 2010, veramente notevole per un istituto che dovrebbe occuparsi – astrattamente – di oceanografia e geofisica. Ma nulla di cui stupirsi, se pensiamo alla pervasività del finanziamento del ministero della guerra statunitense alle università e alla ricerca italiana (15 milioni complessivamente erogati dal 2010) che, a conferma della compenetrazione tra militare e civile, è stato dispensato in ogni ambito, anche quello medico. [24]
 

Conclusioni

A partire dal maggio del 2019, la mobilitazione lanciata dai portuali di Genova contro l’approdo di navi, trasportanti armi, della compagnia saudita Bahri, ha rappresentato un passaggio importante per lo sviluppo del movimento contro la guerra imperialista nel nostro paese. Il fatto che un gruppo di compagni, il Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (Calp), riuscisse a portare avanti una battaglia politica così avanzata all’interno del proprio settore di classe ha dato degli insegnamenti importanti per costruire l’opposizione alla guerra imperialista.

Il primo è che gli operai, i proletari e le masse popolari non sono per forza indifferenti a tutto ciò che la guerra imperialista comporta in altri paesi, in termini di massacri e crimini. È vero che un’assimilazione alla guerra è passata a livello culturale, ma è d’altra parte vero che la capacità di componenti soggettive avanzate di porre la questione può rompere questo allineamento della società, può lacerare il velo dell’indifferenza e della passività a cui l’imperialismo ci vuole costringere. Sicuramente si tratta, rispetto al porto di Genova, del recupero di una certa tradizione di lotte dei cosiddetti camalli, ma il messaggio non può essere ignorato nel suo portato di classe, nel suo saper dare un corpo di classe a discorsi che troppo spesso rischiano di rimanere astratti rispetto a percorsi di lotta reale. In un certo senso si è trattato di un passaggio simile a quanto si sono sforzati di fare i movimenti contro le basi militari in Sardegna e quello No Muos in Sicilia. La mobilitazione di Genova forse assume valenza più positiva poiché, mentre in questi casi il contenuto antimilitarista e antimperialista può essere portato sulla base della contraddizione ambientale, che le masse percepiscono direttamente, in tale caso la mobilitazione stessa sorge e si radica su un tema politico, per poi assumere un piano rivendicativo concreto (“no all’attracco delle navi che trasportano armi”).

Il secondo è che la guerra imperialista deve essere contrastata sul piano concreto, nei luoghi fisici ove si muove, all’interno di società presuntamente pacifiche e pacificate. Le armi con cui vengono compiuti i massacri in Yemen non sono fatte di aria e non si materializzano nelle mani dei carnefici sauditi, ma passano qui, sotto i nostri occhi. Boicottarne il movimento è un modo concreto per dare corpo all’opposizione contro la guerra imperialista.

Si tratta di due insegnamenti che indicano la via alle forze che si battono in tal senso: uscire dall’ideologico, provare a trovare percorsi, certamente non facili, di azione pratica. Trovare i percorsi significa innanzitutto trovare i luoghi nei quali la guerra imperialista si sviluppa. E, come abbiamo visto specificatamente rispetto ad Israele e alle collaborazioni italo-israeliane, questi luoghi sono anche le università e i centri di ricerca.

Il movimento Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni (Bds) ha promosso in Italia varie iniziative contro le complicità dell’accademia italiana con l’occupazione della Palestina, sopratutto all’università di Torino. La campagna promossa contro gli accordi con il Technion ha avuto rilevanza nazionale, ponendo sotto i riflettori la questione dei rapporti con gli istituti di ricerca israeliani. Attualmente, il Comitato Bds di Trieste sta conducendo un lavoro contro la partecipazione italiana a Esof2020 e gli accordi tra la regione Friuli Venezia Giulia e il Comune di Trieste con la municipalità israeliana di Modi’in-Maccabim-Re’ut. Si tratta di iniziative importanti, che vanno nella direzione giusta, anche se probabilmente manca quella forza concreta che, quantomeno rispetto all’impedire gli approdi della Bahri, la lotta dei portuali genovesi ha mostrato. L’obbiettivo dovrebbe infatti essere quello di impedire le collaborazioni con Israele e non solo di sensibilizzare in tal senso. Cosa non facile, anche perché la categoria sociale dei ricercatori, in gran parte lavoratori precari che vivono della borsa di studio legata al singolo progetto, da un lato subiscono il ricatto occupazionale, dall’altro finiscono per essere ideologizzati nel decontestualizzare le applicazioni su cui operano, in nome di un tragicamente illusorio sapere astratto. Dall’altra parte, risulta importante relazionarsi a settori di movimento studentesco, elevando il dibattito politico al loro interno, dal contingente della vita universitaria al politico della guerra imperialista, del sionismo, della guerra di resistenza del popolo palestinese e degli altri popoli aggrediti. Formare nelle lotte, formare per la lotta di classe.

Il boicottaggio accademico è un terreno necessario di lotta all’imperialismo e al sionismo e può essere un terreno utile per la formazione politica di nuove avanguardie e dei comunisti.
 

Note:

[1] https://www.fondazioneinternazionale.org/trieste-esof-2020-citta-europea-della-scienza/

[2] Durante il conflitto in Bosnia tra il 1992 e il 1995, Israele, differenziandosi dalla posizione degli Usa, sostenne i serbi in funzione antimussulmana

[3] https://www.ilfriuli.it/articolo/politica/fedrigain-israele-fvg-in-prima-linea-contro-l-antisemitismo/3/209516

[4] http://www.erasmusplus.it/le-learning-citiesal-centro-di-un-incontro-a-indire-con-unadelegazione-israeliana/

[5] Ibidem

[6] Citazioni tratte da Gaza e l’industria israeliana della violenza, E. Bartolomei, D. Carminati, A. Tradardi, DeriveApprodi 2015

[7] Vedi Collettivo Tazebao, Sionismo, note su un’ideologia e una pratica razziste e colonialiste, 2010, pp. 21 ss.

[8] https://www.jewishpress.com/news/breaking-news/despite-dual-citizenship-comment-le-pen-still-pro-israel/2017/02/10/

[9] http://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2020/01/da-israele-i-sensori-e-puntatori-laser.html

[10] Vedi https://nena-news.it/lanp-cede-il-gas-digaza-sara-sfruttato-in-accordo-con-israele/

[11] In risposta il Fronte Palestina ha promosso la campagna “processiamo il sionismo”.
https://www.frontepalestina.it/?q=it/content/campagne/campagna-processiamo-il-sionismo

[12] Vedi anche Antitesi n° 5 “Antidoti e antitesi”
Glossario: FORZE PRODUTTIVE e RAPPORTI DI PRODUZIONE
https://www.tazebao.org/glossario-antitesi-n-5/

[13] Vedi Antitesi n°3 “Comunisti: imparare dal passato, agire nel presente, trasformare il futuro (prima parte)”
Glossario: PLUSVALORE
https://www.tazebao.org/glossario-antitesi-n-3/

[14] K. Marx, Per la critica dell’economia politica
https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1859/criticaep/prefazione.htm

[15] J. Stalin, Materialismo dialettico e materialismo storico, https://www.marxists.org/italiano/reference/stalin/diamat.html

[16] Vedi Antitesi n°3 “Comunisti: imparare dal passato, agire nel presente, trasformare il futuro (prima parte)”
Glossario: PLUSVALORE
https://www.tazebao.org/glossario-antitesi-n-3/

[17] F. Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, 1884,
http://www.centrogramsci.it/classici/pdf/famiglia_engels.pdf

[18] G. Nardulli, Ricerca scientifica, ricerca militare, nuove tecnologie,
http://www.ba.infn.it/nardulli/HIGHTECH.html

[19] Vedi Antitesi n° 5 “Antidoti e antitesi”
Sezione 1: Sfruttamento e crisi
Articolo “L’eterno ritorno di Keynes”
https://www.tazebao.org/leterno-ritorno-di-keynes/

[20] Reperibile su https://bdsitalia.org/index.php/campagna-bac/661-pianificare

[21] https://insula.sissa.it/collaboration/hebrewuniversity-jerusalem-israel

[22] Vedi Meraviglia delle meraviglie – Israele a Expo Milano 2015 – Come far fiorire il deserto rubando l’acqua ai palestinesi, Acrati, 2015

[23] https://www.inogs.it/it/content/partita-la-seconda-campagna-glider-del-progetto-cinel

[24] Vedi http://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2019/09/ecco-come-il-pentagono-condiziona-e.html
 

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Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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