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Siamo noi tutti El Yarmuk

Dalla nascita dell'entità sionista è in corso un tentativo insistente di cancellare definitivamente il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi. Un ritorno delle masse deportate con la violenza e la forza del terrore alle loro proprietà rubate dai coloni sionisti in Palestina e sancito dalla Risoluzione ONU n°194, reiterata ogni anno.

Per coloro che avallano il progetto sionista e la colonizzazione della Palestina applicare questa risoluzione è assurdo e impensabile, perché stravolgerebbe la composizione demografica all'interno dell'entità sionista in favore dei palestinesi. Offerte allettanti vengono propinate al rifugiato palestinese in cambio della propria rinuncia al diritto al ritorno e in Cisgiordania e nella striscia di Gaza diverse ONG occidentali, in combutta con associazioni locali di vario genere, barattano i loro servizi in cambio di una firma volta a cancellare radicalmente la questione dei rifugiati e il loro diritto al ritorno.

La presenza dei campi profughi è un continuo ricordare questa questione. Da qui la necessità di svuotare i campi spargendo i profughi in Paesi che con la regione non c'entrano niente: sono 68.000 i palestinesi approdati nei paesi scandinavi solo di recente, tanti altri sono finiti persino in Cile e il progetto di svuotamento continua e continuerà fino al raggiungimento dell'obiettivo, ossia la cancellazione del diritto al ritorno e l'annientamento delle basi fucina della resistenza palestinese.

El Yarmuk, uno dei campi profughi tra i più popolati, fu anche la meta di molti compagni ed intellettuali arabi e non solo, nonché sede di scambio e confronto politico ambito da molti resistenti, per lo più marxisti, di tutto il mondo. E come tale è una delle sedi antimperialiste arabe da combattere con più forza; l'attacco effettuato di recente contro questo campo deve essere letto necessariamente anche considerando tale aspetto.

El Yarmuk, inoltre, costituisce l'ultima frontiera che separa i jihadisti e takfiri di Daesh e Al Nusrah da Damasco. Conquistare questa posizione vuol dire avere la capitale siriana sotto tiro, destabilizzando in modo significativo la tenuta delle autorità governative centrali.

Con i successi portati avanti dall'esercito arabo siriano lungo tutte le frontiere di confronto armato (e in particolar modo lungo la linea di separazione con l'esercito sionista) i grandi manovratori - Israele, Giordania, Arabia Saudita e Usa – sono stati indotti a spingere i loro mercenari verso attacchi di alleggerimento su diversi fronti vicini. Lo scopo è di impedire all'esercito siriano di riprendersi il controllo sulla frontiera sud e mantenere quel cuscinetto di sicurezza garantito dalla presenza di Jabhat al Nusrah e dell'esercito libero. Questo piano si deve ritenere già fallito perché come reazione ha indotto i gruppi della resistenza palestinesi ad unirsi, e con loro tutto l'esercito siriano. Aknaf Biet AlMaqdes, braccio armato di Hamas all'interno di Al Yarmuk, anche se pur in ritardo è arrivato al gran pentimento. Oggi queste forze combattono ferocemente al fianco di altri gruppi palestinesi che fino a qualche giorno fa venivano considerati loro acerrimi nemici. Come a Gaza anche ad Al Yarmuk la resistenza palestinese si presenta unita, compatta e decisa a combattere.

Il 2 aprile si sarebbe dovuto firmare l'accordo di riconciliazione tra le forze antigovernative che in questi ultimi anni hanno tenuto sotto il loro controllo parte consistente di Al Yarmuk, ma il tentativo è fallito, sfaldando ulteriormente questo schieramento al cui interno non tutti sono d'accordo a deporre le armi. E' stato permesso a migliaia di appartenenti all'Isis di entrare nel campo...operazione a sorpresa e devastante. In un solo giorno i Daesh hanno conquistato più del 60% del campo prima di incontrare una vera resistenza. 5 o 6mila palestinesi sono riusciti in tempo a lasciare il campo, attualmente ci sono dai 9 agli 11000 persone sequestrate e usate come scudi umani.

Al fianco della Resistenza palestinese oggi sono schierate gran parte delle fazioni, decise a respingere l'attacco e liberare il campo dalla morsa dei takfiri; va tuttavia sottolineata la retromarcia di al Fatah e di Hamas che, non appena siglato l'accordo sull'intervento/risposta hanno dichiarato di non essere interessate perché non condividono la liberazione del campo mano militare. A prescindere da cosa dichiarino queste due fazioni, resta il fatto che sotto i colpi della resistenza, appoggiata dall'esercito siriano, le forze terroristiche sono state respinte e, al momento, meno del 30% del campo resta ancora sotto il loro controllo.

Una rapida liberazione di Al Yarmuk significherebbe porre fine alle sofferenze patite dagli abitanti sequestrati dai gruppi anti siriani. Verrebbero, inoltre, “riposizionata” la questione del diritto al ritorno e riaccesa la scintilla della resistenza.

I fallimenti clamorosi dello schieramento imperialista e sionista nell'annientamento delle forze di resistenza regionali, l'arretramento dei loro progetti per la Siria e i colpi che i loro alleati stanno subendo in Iraq, ci fanno pensare che si stia entrando nelle fasi finali dello scontro.

L'entità sionista si sente sempre più circondata e viene ordinato l'attacco allo Yemen, un attacco anche questo destinato al clamoroso fallimento,visto l'abbandono da parte dei suoi presunti alleati (almeno fino a ieri) della nave della guerra santa saudita. Pakistan e Turchia hanno già dichiarato che non invieranno truppe di terra e non parteciperanno alla guerra, l'Egitto non ha ancora deciso ma l'ultima dichiarazione di Al Sissi fa pensare che anch'egli abbia già optato per il non coinvolgimento terrestre. I paesi della penisola arabica vengono lasciati soli ad affrontare una eventuale reazione yemenita, che comunque ad oggi non c'è realmente stata. La rabbia popolare nello Yemen monta ogni giorno che passa e, invece di disunire il paese, gli attacchi distruttivi stile sionista stanno unendo un popolo diviso. Questa becera politica ha chiuso ogni spiraglio alla penetrazione dei vassalli dell'imperialismo nello Yemen.

Le forze della resistenza regionali si stanno ricompattando e, come dichiarato nell'ultimo discorso dal capo degli hezballah libanesi Nasrullah, «la resistenza agirà d'ora in poi come un corpo unico non permettendo al nemico di isolare le parti».

Di fronte a questi nuovi scenari, all'ultima conferenza della lega araba è emersa una proposta egiziana di costituire un esercito arabo per fronteggiare crisi e minacce; AbuMazen si auspica che questo esercito possa volgere i propri cannoni verso Gaza mettendo a nudo i veri scopi ed obiettivi di tale forza. La risposta crediamo debba essere maggiore unità e coordinamento tra tutte le forze della resistenza regionali, dando un taglio a tutti i rapporti con le forze reazionarie arabe iniziando a considerarle per quello che sono, forze nemiche dei popoli e come tali da combattere. Solo così possiamo ritenere la lezione voluta per El Yarmuk recepita, solo cosi la liberazione prossima del campo avrà le sue ricadute su tutto il palcoscenico, gravido di sangue, mediorientale ed arabo.
 

Fronte Palestina
 

Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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