Accordi di OSLO

L'ANP ha paura di una terza Intifada?

La seconda intifada è scoppiata non solo a causa del risentimento verso Israele, ma anche verso l'ANP. Nei campi profughi della West Bank sembra che il risentimento sia tornato.

La luce era ancora troppo debole per penetrare le fessure delle persiane quando il gallo cantò. Per una frazione di secondo sembrava di essere in un villaggio. Ma era il campo profughi di Jenin, circa due settimane fa. Lì, come in altri campi profughi, la sveglia del gallo è qualcosa di più: nutrimento per i disoccupati, così come il desiderio di mantenere la continuità, anche se solo simbolica, con il villaggio che una volta era lì, e che da allora è stato distrutto.

I palestinesi nella trappola carceraria

Al termine di un lungo sciopero della fame, per alcuni durato oltre due mesi, i prigionieri politici palestinesi hanno ottenuto a metà maggio un accordo che stabilisce in particolare la fine dell’isolamento, la limitazione delle detenzioni amministrative e l’implementazione del diritto di visita dei familiari. Ma il sistema carcerario israeliano resta uno strumento essenziale del controllo dei territori occupati e della loro popolazione.

In Palestina, li chiamano prigionieri di guerra (asra) o prigionieri politici; il servizio penitenziario israeliano (Shabas) parla invece di «detenuti per ragioni di sicurezza», una qualifica che non corrisponde a nessuna realtà legale e che dipende dalle decisioni dell’esercito, dei servizi segreti (Shin Beth), e dell’amministrazione carceraria. Questa categoria è riservata ai palestinesi, che abbiano o meno la cittadinanza israeliana. Più dure di quelle riservate agli altri detenuti, le condizioni d’interrogatorio, di accesso alla difesa e di detenzione autorizzate da questo regime vengono costantemente riviste in funzione della situazione politica e di quella della sicurezza. Le pene sono pesanti: condanna a ergastoli multipli secondo il numero dei morti israeliani che l’azione incriminata ha direttamente o indirettamente causato; assenza pressoché totale di alleggerimenti o di condoni della pena.

L'allucinazione economica palestinese

L'economia palestinese rimane ostaggio dell'occupazione militare. Eppure i media stranieri di recente presentano la Cisgiordania «in forte crescita»

Roma 16 giugno 2012

Quale miglior modo di riflettere se non quello di paragonare immaginazione e realtà, soprattutto quando la questione è l'economia palestinese? Ai principianti chiedo: "Abbiamo un'economia, reale o immaginaria?". Per lungo tempo, in molti hanno semplicemente nascosto la questione sotto il tappeto dell'occupazione militare israeliana, rispondendo di no. Come potremmo averla, se ogni aspetto delle nostre vite è gestito dal governo israeliano? Ma una simile istintiva risposta non ha avuto più senso dopo gli accordi di Oslo e la creazione dell'Autorità Palestinese. Da quel momento in poi, la realtà economica sotto occupazione è stata condita con pesanti dosi di auto-immagini artificiali.

I palestinesi devono semplicemente "essere palestinesi"

Anche di fronte a prove schiaccianti sul fatto che Israele pregiudichi deliberatamente la pace e stia unilateralmente perseguendo l'estinzione socio-politico dei palestinesi e la cancellazione nazionale, i sostenitori liberali di Israele, che possono riconoscere che le affermazioni sul sionismo di storici e legali in Palestina non reggono, insistono sulla logica della ''minaccia esistenziale" - la persecuzione storica degli ebrei e la sua ricorrenza potenziale. Questo per loro racchiude in sé la giustificazione del sionismo e di Israele.

Questo argomento costituisce una variante di quello che si potrebbe chiamare "il salvataggio di un uomo che annega''. Cioè, la giustificazione etica che gli ebrei europei, annegati in “acque impetuose” (il genocidio nazista), non stiano agendo in modo non etico nel prendere possesso delle case palestinesi. L'uso della forza è eticamente giustificato, è una necessità esistenziale, anche se l'obiettivo di quella forza, che è lo stesso del sionismo, non è condividere la casa, ma sostituire i suoi occupanti per il “bene” di un imperativo morale contro la quale l'ingiustizia contro i palestinesi passa in secondo piano. Obiettare che i palestinesi non siano moralmente obbligati a dare via la loro casa, o anche parti di essa, tanto meno morire (annegare), lasciare, e soffrire per salvare gli altri, tanto più perché sono una parte innocente, non smorza moralmente l'argomento della minaccia esistenziale.

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Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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