Campi profughi palestinesi

I palestinesi sono pronti a una terza intifada?

Chi segue da vicino le vicende mediorientali si sarà sicuramente chiesto, almeno una volta, se lo scoppio di una terza intifada palestinese sia possibile, soprattutto dopo i ripetuti fallimenti dei “negoziati di pace”, il proseguimento delle costruzioni illegali e l’espandersi delle colonie israeliane. Il susseguirsi degli arresti arbitrari, la detenzione amministrativa, gli abusi sui minori e il mancato riconoscimento del diritto al ritorno sono altri fattori in grado di scatenare un’insurrezione contro Israele. La posizione non sempre chiara dello stesso presidente palestinese Mahmūd Abbās ha complicato il quadro della situazione.

Innanzi tutto cosa è l’intifada. Il termine deriva da un verbo arabo (nafada) che significa “scuotere”, “sollevare”, da cui la forma intifada come “sollevazione”, “rivolta”. La prima intifada palestinese si ebbe nel 1987, la famosa intifada delle pietre che scoppiò a Gaza e in Cisgiordania dopo che un camion delle Forze di Difesa Israeliane (FDI) colpì due furgoni che trasportavano operai di Gaza al campo profughi di Jabaliyya.

Per non dimenticare il massacro di Sabra e Chatila - in Libano a settembre 2014

Cari amici della Palestina, Seppur con un certo ritardo siamo pronti per raccogliere le adesioni e formare anche quest’anno la delegazione del Comitato Per non dimenticare Sabra e Chatila che si recherà in Libano in occasione dell’anniversario del massacro di Sabra e Chatila.

Sarà un appuntamento importante perché, oltre a ricordare con varie iniziative i trentadue anni dall’eccidio, sarà l’occasione per conoscere e solidarizzare con i tanti palestinesi costretti a uscire dalla Siria, quindi profughi fra i profughi. Una situazione drammatica ed esplosiva che si aggiunge alle già difficilissime condizioni in cui versano i palestinesi in Libano. Tutto questo avviene in un Paese sempre in bilico, che soffre drammaticamente della presenza di oltre un milioni di siriani che lì hanno trovato rifugio, circa un quarto della popolazione libanese. Il Libano è un paese che vede parte del suo territorio occupato da Israele e che ha nella “resistenza” un baluardo contro le mire egemoniche del sionismo e i progetti imperialisti statunitensi.

FPLP - Nel 66esimo anniversario della Nakba: respingerne i risultati insistendo sui nostri diritti

Sessant’anni di Nabka hanno significato l’estirpamento della maggioranza del nostro popolo dalla sua terra nativa e la fondazione dell’entità usurpatrice sionista attraverso la forza, il terrore, i massacri e la falsificazione della storia, la fabbricazione di miti nazionalisti e religiosi, in modo da assicurare i traguardi e gli obbiettivi dell’entità sionista fascista, coloniale e occupante della terra di Palestina.

Sessantasei anni sono passati e si è visto solo l’intensificarsi del conflitto tra l’entità sionista, che lavora costantemente per replicare e perpetrare i risultati della Nakba, e il nostro popolo, che resiste e rinnova il ricordo ogni anno, rifiutando di accettare i risultati di questa “catastrofe” pretendendo invece i propri diritti storici e riaffermando la propria unità. Conserviamo e rinnoviamo i nostri ricordi – il profumo appartenente a ogni villaggio e città dai quali la nostra gente è stata espulsa; resta ancora oggi la fragranza dai frutteti e dei frutti, l’onore dei martiri, le ferite di chi lotta per la libertà, le sofferenze dei prigionieri e dei detenuti. La memoria popolare contiene le immagini della nostra coscienza collettiva nazionale: ricordi di deportazione, alienazione e sofferenza hanno mantenuto la nostra causa viva e rafforzato lo spirito della resistenza, l’attaccamento ai nostri diritti e ai traguardi nazionali.

Oltre 66 anni di continia colonizzazione

Una combinazione di pratiche, leggi e politiche statali Israeliane hanno come scopo il totale sfollamento ed esproprio della popolazione indigena palestinese; esercitando un controllo completo attraverso un sistema di apartheid e di occupazione, questo sistema complesso mira a colonizzare l’intero territorio palestinese (noto anche come “Palestina storica” o “Palestina mandataria”). Pertanto, Israele non si limita ai Palestinesi che vivono nei Territori Occupati Palestinesi (TOP) ma ha come obiettivo anche i Palestinesi che vivono nel lato Israeliano della linea dell’armistizio del 1949 (Green Line).

Il trattamento Israeliano dei Palestinesi sia all’interno d’Israele che nei TOP, costituisce un regime discriminatorio che ha come scopo primario controllare la massima quantita’ di terra con il minor numero di popolazione indigena palestinese che vi risiede su di essa. Le componenti principali di questa struttura servono a violare nei vari settori i diritti dei Palestinesi, quali la nazionalita’, la cittadinanza, la residenza e la proprieta’ terriera. Questo sistema originariamente e’ stato applicato durante la Nakba palestinese nel 1948, con l’obbiettivo di dominare ed espropriare tutti i Palestinesi che sono stai forzatamente sfollati durante la Nakba, tra cui i 150,000 Palestinesi che sono riusciti a rimanere all’interno della linea della’armistizio del 1949, per poi diventare cittadini Palestinesi d’Israele.

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Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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