Yasser Arafat

Riconciliazione palestinese: una storia di documenti

La scorsa settimana i funzionari delle fazioni palestinesi rivali hanno annunciato un accordo di riconciliazione nazionale. Non è la prima volta che viene fatto questo annuncio. Per quasi un decennio, i vari accordi che promettevano la fine della divisione tra Hamas e Fatah sono andati e venuti, lasciando deluse le speranze e provocando un’aspra apatia. Questa volta sarà diverso?

L'improvvisa morte di Yasser Arafat l’11 novembre 2004 ha segnato l'inizio di un conflitto feroce fra due principali fazioni politiche - il movimento politico islamico conosciuto come Hamas e la vecchia guardia di Fatah, amministratrice dell'Autorità Palestinese (PA) che ha sede in Cisgiordania. La lotta per il potere nell'era post-Arafat è paragonabile alla guerra di trincea. Ogni fazione rimane inamovibile nella propria posizione, incapace di sopraffare l'altra, e irremovibile nelle numerose sfide interne ed esterne che sono periodicamente emerse.

Il ruolo di Ariel Sharon e i suoi eredi

Questo articolo di Cinzia Nachira, a qualche giorno dalla notizia della morte di Sharon, non solo si contrappone nettamente ai vergognosi necrologi assolutori apparsi sul 99% dei mass media, ma non si ferma alla semplice ricostruzione di alcuni dei suoi tanti crimini, e inserisce la vicenda e il ruolo di questo grande criminale nel contesto di una politica che lo ha preceduto e che continua anche oggi.

Ariel Sharon è morto e la notizia non giunge inattesa, dopo otto anni di coma. Nel 2006 un ictus sprofondò nell’oblio questo personaggio che, ora che è morto, pochi in Occidente riescono a definire per quel che è stato: un criminale di guerra. Delle sue gesta oggi si preferisce calcare la mano su quel piano di “razionalizzazione della colonizzazione” che fu il ridispiegamento nel 2005 delle truppe israeliane dalla Striscia di Gaza e il conseguente svuotamento delle colonie.

Ariel Sharon è morto definitivamente. Non se ne sentirà la mancanza

Nel 1982 l'esercito israeliano era forza d'occupazione a Beirut (Libano); secondo il diritto internazionale esso aveva la responsabilità di proteggere tutti i civili sotto il loro controllo.

A quel tempo l'esercito israeliano era interamente sotto il controllo del Ministro della Difesa israeliano, e Ariel Sharon ne rivestiva la carica. Egli visitò Beirut e promise il supporto totale a favore della Milizia Cristiana, allora alleata degli israeliani. Ariel Sharon stesso diede luce verde ai falangisti del Libano per entrare nei campi profughi di Sabra e Chatila nella parte occidentale di Beirut, da dove i feddayn erano stato mandati via attraverso l’accordo con il negoziatore Usa Philip Habib. Anche i soldati dei paesi occidentali (tra cui l’Italia) mandati a fare da interposizione tra i campi e l’esercito israeliano, vennero ritirati. La strada dei campi profughi era aperta e totalmente indifesa. Il risultato fu il massacro, la tortura e lo stupro di centinaia di civili palestinesi disarmati, moltissimi anziani, donne e bambini. L'esercito israeliano non solo controllava i campi e non fece nulla per arrestare il massacro, ma, come fu dimostrato, aprì la strada alle milizie falangisti libanesi per l'accesso ai campi. Ricevette ordini diretti e chiari dal Ministro della Difesa – guidato da Ariel Sharon -  di non interferire e lasciar mano libera e fornire aiuto alla Milizia Cristiana libanese.

Contractor ai checkpoint. Israele privatizza la sicurezza, soldati sostituiti da compagnie private

I soldati sostituiti da compagnie private. Due obiettivi: fare business e evitare le critiche internazionali

Betlemme - Ieri mattina il checkpoint 300, posto di blocco militare tra Gerusalemme e Betlemme, era affollato. Ritardi nel passaggio, controlli eccessivi, ore perse nell’attesa di attraversare e arrivare finalmente dall’altra parte del Muro di Separazione. Di checkpoint come il 300, considerati 'l’ultima frontiera verso Israele', ce ne sono 33 in Cisgiordania e 3 a Gaza. A controllare carte di identità, permessi di lavoro, passaporti e bagagliai delle automobili sono i soldati israeliani, spesso militari di leva che nei tre anni di servizio trascorrono, armi in spalla, ore e ore ai posti di blocco tra i Territori Occupati Palestinesi e Israele. Ma accanto ai soldati con la divisa governativa ci sono anche altri personaggi, vestiti di nero, senza numero identificativo sul petto. Sono i contractor privati, assunti dal Ministero della Difesa per fare lo stesso mestiere: controllare i palestinesi che ogni giorno attraversano “le ultime frontiere”.

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Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.

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